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-The Project Gutenberg EBook of Il Cavalier Mostardo, by Antonio Beltramelli
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-Title: Il Cavalier Mostardo
-
-Author: Antonio Beltramelli
-
-Release Date: June 10, 2020 [EBook #62367]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CAVALIER MOSTARDO ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
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-
-
- ANTONIO BELTRAMELLI
-
- Il Carnevale delle Democrazie
-
-
- Il Cavalier Mostardo
-
-
-
- ROMA — MILANO
- EDIZIONI A. MONDADORI
- 5º MIGLIAIO
-
-
-
-
- _PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA_
-
- _I diritti di riproduzione e traduzione sono
- riservati per tutti i paesi, compresi
- la Svezia, la Norvegia e
- l'Olanda_
-
- _Copyright by Casa Ed. A. Mondadori_
- _1922_
-
-
-
-
-IL CAVALIER MOSTARDO
-
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-
-_A_ GIUSEPPE FABBRI, _amico fedele dai lontani anni della vita mia;
-tanto più vicino a me quanto più triste fu la vicenda della mia lotta
-assidua, voglio consacrato questo libro di passione nel quale ride e
-sorride, dalla malinconia alla violenza, l'anima iperbolica della gente
-nostra._
-
-
-
-
-AI LETTORI
-
-
-_Avevo compiuto e stavo per licenziare questo libro, quando il Cavalier
-Mostardo mi manda la lettera che segue._
-
-_La pubblico tale e quale lasciando all'epigone romagnolo l'intera
-responsabilità di quanto vi è contenuto._
-
-_Ancora: la parola diretta di Mostardo potrà servirvi a chiarire lacune
-ch'io posso aver lasciato nel corso della narrazione._
-
-_È, forse, un necessario compimento._
-
-_Valete._
-
- ANTONIO BELTRAMELLI
-
-
-
-
-DOMANDO LA PAROLA...
-
-
- _Compagni_,
-
-_domando la parola per fatto personale!... Ecco il fatto personale:
-oggi non sono più quello di ieri!_
-
-_Ho letto questo libro nel quale Beltramelli mi ha voluto rifare,
-diremo così, per la consumazione del popolo; l'ho letto e, siccome
-bisogna sempre sopportare nella vita, starò zitto._
-
-_Però io vorrei sapere se sia proprio un esempio di finezza quello di
-spifferare alla gente gli affari intimi di un galantuomo._
-
-_Ho amato, e va bene; ma era necessario andarlo a raccontare?.. Che
-cosa ci ho messo io di più di quello che non ci mettano gli altri?.. E
-allora se si tratta sempre della medesima debolezza perchè voler aprire
-le finestre che dovrebbero rimaner chiuse?.._
-
-_E protesto poi quanto più posso contro quella che Beltramelli chiama
-la_ «cosa aristocratica»!...
-
-_Ma che cosa e non cosa aristocratica! Queste sono fandonie che se le
-sogna lui!_
-
-_Mi ero innamorato di Mignon, è vero! Ormai lo sanno tutti e non
-mi fa vergogna dirlo. Ho sofferto come un'anima dannata; ho avuto
-l'impudicizia di piangere; mi sono confuso con l'ultimo tamburiere;
-mi son fatto compatire anche da Rigaglia testone. È vero, è vero!
-Ma da questo a voler affermare che mi ero perduto per_ «la cosa
-aristocratica», _c'è un bel divario!.. Io sono stato sempre un
-autentico democratico; anche quando soffrivo le pene dell'inferno. E
-tutto il resto è fandonia, è bagatella, è facezia!.._
-
-_L'aristocrazia non fa per me ed io non l'avrei cercata neppure fra le_
-segretezze _di Mignon. Parola d'onore!.. Mi potete credere, compagni,
-se ve lo dico. E protesto altamente contro quest'atto di accusa che
-vorrebbe guastarmi la riputazione!_
-
-_Ho buttato il mio cuore a una donna e dovevo sapere che se lo sarebbe
-mangiato. Ecco la mia colpa; ma capita tutti i giorni. E basta. Solo ho
-voluto mettere le cose a posto._
-
-_E se questo libro andrà in mano a Rigaglia che oggi è_ «un pezzo
-grosso» _e tambureggia sui giornali e si fa largo a Roma, dove l'Italia
-ha più paura che in nessun altro luogo; se andrà in mano a Rigaglia
-che è sempre testone, anche se non porta più le scarpe coi chiodi,
-voglio che il vecchio versipelle tanto temuto e tanto accarezzato (bel
-coraggio hanno questi liberali!...); voglio che sappia che il Cavalier
-Mostardo è stato, è e sarà sempre il suo padrone tanto da vicino quanto
-da lontano._
-
-_Valà, poverino!.._
-
-_Se domani mi vien voglia di rimetterti sotto e questo io posso fare in
-due e due quattro!.._
-
-_E qualche volta voglio smascherarti._
-
-_Ci conosciamo bene!.._
-
-_Altro che Lenin e Trotzki e Consigli del Popolo e Repubblica dei
-Soviet e consimili chincaglierie!.._
-
-_La tua Dittatura?_
-
-_Sì, provaci!.._
-
-_Io sono quasi quasi vecchio, però fin che campa il Cavalier Mostardo,
-tu Rigaglia, tu testone, tu versipelle, tu ignorante demagogico,
-tu brigante da strada, tu vagabondaccio egoista, tu truffaldino, tu
-idealista nelle tasche degli altri, tu tu non farai niente di niente.
-Te lo dico io!.._
-
-_E vigliacco sei!_
-
-_E ti chiami Rigaglia!_
-
-_Ma non ti conosco?.._
-
-_Sei nato Rigaglia, ti chiami Rigaglia e morirai Rigaglia!_
-
-_Ecco il tuo epitaffio._
-
-_Voglio farlo stampare sul portone di casa mia._
-
-_Il popolo, il vero grande popolo sono io._
-
-_Se a Roma ti prendono sul serio, io ti prenderò a schiaffi!_
-
-_E tu, contro di me non potrai alzare un dito._
-
-_Sì, l'ho voluta la guerra; l'ho voluta e sono andato a combattermela,
-io!.. Perchè se accetto un'Idea, per la mia Idea butto via ogni cosa,
-io!.._
-
-_Ma tu, tu?.. Tu hai fatto sempre quello che ti conveniva meglio: hai
-fatto il porco!_
-
-_E ti ci sei trovato bene. Ed è diventata la tua professione
-nobilissima, vecchio versipelle!.._
-
-_Di' che non è vero, se puoi!.._
-
-_Di' che sono un prepotente!.._
-
-_Ora ti han conosciuto anche i socialisti, chè ti sei buttato al
-Comunismo; e domani potrai anche essere prete; ma starai sempre a casa
-tua quando ci sarà da combattere._
-
-_Perchè non scendi per le piazze? Tu sei bravo per mandarci gli illusi,
-ma la tua pelle la tieni in conserva._
-
-_Ah, ridi perchè sono fascista?.. Ma fatti vedere allora; vieni dove si
-fa del fumo, dove si può morire._
-
-_Avanti!.._
-
-_Ti aspetto io solo; e te coi tuoi compagni._
-
-_Questa è la mia pubblica sfida a te, Rigaglia, padrone di
-Rocca-Canaglia. Ma non verrai; lo so benissimo che non verrai._
-
-_Però guarda che abbiamo scoperto il tuo domicilio. Sta attento
-a quello che dici o fai scrivere perchè, per poco che tu soffi o
-brontoli, ti preparo tale spedizione punitiva da farti ballare i
-tresconi sopra una piuma di struzzo._
-
-_Sono uomo da farlo, io, e tu lo sai._
-
-_Ringrazia Mussolini se fino ad oggi hai salvata la tua pelle d'asino,
-perchè io, tanto, ho giurato che voglio farmene un tamburo._
-
-_Un bel tamburo da fracasso, che mi accompagni quando canterò:_
-
- «Ecco Rigaglia, testone,
- che non seppe far l'o con un bicchiere...
-
-_E c'è chi ti prende sul serio, poveretto me!.._
-
-_Ma, una di queste sere, la sentirai tu la serenata:_
-
- Giovinezza, giovinezza,
- primavera di bellezza...
-
-_e allora vorrei tu avessi un campanello per ogni pelo, per sentire la
-sinfonia della tua paura!.._
-
-_Tanto sei nato Rigaglia, ti chiami Rigaglia e morirai Rigaglia!_
-
-_Ecco!.._
-
-_Una parola ancora, compagni, e poi ho finito._
-
-_Io voglio bene a Mussolini, prima di tutto perchè è della mia razza,
-poi perchè l'ho conosciuto quando portava la barba ed era un simbolo
-piuttosto pauroso._
-
-_Per Bios!.. Allora non si andava d'accordo, ma bisognava rispettarlo._
-
-_Oggi Mussolini è il mio padrone e mi piace. Però, con la mia sincerità
-in camicia, devo dirgli un cosa che non mi và giù._
-
-_E la posso dire perchè io sono stato sempre repubblicano, e_
-Repubblicano antico!
-
-_Ho voce in capitolo come dicono i_ Signori della Cattedra.
-
-_Dunque che cos'è, Mussolini mio, questa_ Repubblica tendenziale?..
-
-_Spieghiamoci chiaro._
-
-_La Repubblica non è una tendenza, per Bios!.. Io non la vedo così.
-Rigaglia si, che è tendenziale; ma la Repubblica no e poi no!..._
-
-_La Repubblica è un fatto storico. C'è sempre stata; c'è e ci sarà!.._
-
-_Domani la vedremo a Roma; e questo è vero come è vero Dio!_
-
-_Dunque non è una tendenza._
-
-_Uno può tendere fin che vuole verso una cosa e non arrivarci mai._
-
-_Ecco l'errore, Mussolini mio!_
-
-_Ma noi siamo arrivati._
-
-_Domani se io non ti dò più retta e mi metto in testa di far la
-Repubblica, per Bios se la faccio!.._
-
-_Non sono mica più i tempi di una volta!.._
-
-La Repubblica è un'imminenza!
-
-_Non ti pare?.._
-
-_Allora non sarebbe molto meglio dire:_ Repubblica Imminenziale?
-
-_La parola sarà brutta, ma chi se ne importa?.._
-
-_Il fatto resta fatto!_
-
-_E perdona al tuo vecchio Cavalier Mostardo, ma questa cosa dovevo
-dirtela._
-
-_Se non la dicevo, scoppiavo._
-
-_Addio, compagni, ho finito._
-
-_Il vostro_
-
- CAVALIER MOSTARDO
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-_Qui si riprende contatto con la vecchia coorte e si ritrovano Mostardo
-e Rigaglia._
-
-
-Pochi eran rimasti della vecchia coorte. I più anziani avevano finito
-di banchettare e se n'eran iti alla morte, al riposo. Chiuso il
-libro del dare e dell'avere come privati, se non come uomini di caldo
-avvenire, avevano compiuta la traiettoria rapidamente, da quei bravi
-che si eran dimostrati nel mondo, secondo le dottrine loro. Non troppe
-smorfie e meno indugi. Morire bisognava; dunque fosse rapida la morte e
-tranquilli coloro ai quali restavano altri anni da vivere nel bel mondo
-armonioso. Dal più al meno erano stati sodisfatti nel loro legittimo
-desiderio.
-
-Bortolo Sangiovese se n'era andato una sera, dopo aver bevuto e
-mangiato a gozzoviglia. Ebbe un primo avviso in casa di amici; avvertì
-che un ingranaggio non agiva; notò la cosa ridendo ma rise di traverso.
-La bocca non gli tornò a posto. Si era fermata in una smorfia quasi
-tragica.
-
-Gli domandarono:
-
-— Che cosa avete?
-
-Rispose:
-
-— Ho... ho... credo di aver finito!...
-
-E aveva ragione. Gli amici attesero, un po' sconcertati; ma era festa e
-si beveva. Continuarono a bere. Solo le donne ebbero paura.
-
-— E se muore qui?
-
-— Ma non muore! Ha la pelle dura!
-
-Dissero questo ma vedevano che dentro gli occhi del vecchio celibe
-c'era un'ombra nuova e il riso di lui incominciava ad essere tetro.
-Mezza la faccia era già da spavento, per le donne. Allora decisero di
-condurlo via.
-
-Lo presero in due sotto le ascelle.
-
-— Andiamo, Bortolo!
-
-— Dove mi conducete?
-
-— A casa. Avete bisogno di riposare questa sera.
-
-Bortolo guardò gli amici e rise ancòra; ma la tonda faccia era
-cianotica. Disse:
-
-— Addio a tutti!... Ce ne andiamo!...
-
-Risposero:
-
-— Arrivederci!
-
-— No!... Arrivederci più!... Ce ne andiamo!...
-
-E gettava le gambe a caso come le avesse cionche. Ma era tranquillo e
-avrebbe voluto apparire sereno anche se la lingua non scolpiva più le
-parole e la voce gli gorgogliava in gola.
-
-Uscì senza cappello. Una donna lo rincorse e glie lo tese:
-
-— Prenda, signor Bortolo.
-
-— Tenetelo voi — rispose. — Io non ne ho più bisogno!
-
-Svoltarono per la lunga viottola che conduceva al suo villino.
-
-— Ci muore per strada! — disse uno.
-
-E Bortolo:
-
-— Fatevi core!...
-
-Smeraldina corse su l'uscio e si fece bianca.
-
-— Cosa c'è?... Signor padrone?...
-
-— Niente... niente!...
-
-Lo portarono su. Chiamarono un contadino perchè li aiutasse. Un'ora
-dopo, la cosa era spacciata. Bortolo Sangiovese aveva passata la linea.
-
-Be', e questo non destò che non mormorìo tra gli uomini della sua
-tempra e del suo sangue. Bartolomeo Campana disse:
-
-— Oggi a me, domani a te!
-
-E infatti il fato fu giusto perchè all'indomani toccò proprio a lui.
-
-Dopo il Campana fu Gian Battifiore ed altri molti. L'antica coorte si
-disperdeva. Veniva innanzi gente nuova: i ragazzi del giorno prima.
-Gente che aveva studiato e che portava un concetto diverso nella lotta.
-
-Poi il socialismo aveva fatto passi da gigante. Mezze le campagne ne
-erano inquinate e la repubblica, se voleva vivere, doveva acconciarsi
-alle nuove esigenze, anche a costo di non essere più repubblica.
-
-Questo vedeva il Cavalier Mostardo, uomo di antica tradizione e, quando
-il mutamento avvenne, egli era sui suoi cinquantacinque anni.
-
-Cinquantacinque anni e un bivio! Un'ora centrale nella vita di un uomo
-par suo.
-
-Fino a quel giorno, o meglio, fino a qualche anno prima egli aveva
-signoreggiato e spadroneggiato. Il partito era nelle sue mani; ne
-disponeva come di un cavallo e di una femmina maligna perchè era un
-uomo forte. La sua forza era la sua virtù; la sua prepotenza, il
-suo diritto. Ed egli inoltre aveva imparato dai suoi maggiori, ad
-esser repubblicano senza preoccuparsi troppo del contenuto dell'idea
-repubblicana. La repubblica era una convinzione e una gioia e non un
-tormento come la riducevano i nuovi. Così ragionava.
-
-— Una volta... Eh, sì!... Una volta c'era meno Cattedra!... (Ecco
-la parola nuova che aveva conquistata; e gli serviva a derisione
-contro tutto ciò che non riusciva a capire). Meno Cattedra c'era!...
-La Repubblica!... Ecco quello che volevamo. Oggi si fan troppo
-chiacchiere. E quel socialismo?... Uomini senza passato. Vengon su
-dalla bottega... domani sono capipopolo. Peuh!... E i contadini, questa
-razza egoista che vede lume solamente attraverso ai baiocchi?... I
-contadini ci tradiscono perchè promettiamo meno dei socialisti. Ma
-dobbiam tener sodo. Mazzini e Garibaldi ci insegnano. Poi non si arriva
-al socialismo se non attraverso alla Repubblica sociale. Hai capito?...
-
-Ed era sodisfatto; aveva detto quel che poteva, ma ormai era nato il
-dubbio anche nell'anima sua gioconda. Se i giovani del Circolo Mazzini
-lo trattavano con una certa superiorità non priva di disprezzo; se non
-era più chiamato ai segreti consigli, se anche nelle ultime elezioni
-comunali lo avevano bocciato mentre era riuscito consigliere un
-qualsiasi villano sceso da una parrocchia dei colli, doveva esservi
-indubbiamente una profonda causa. Altri forse si sarebbe rassegnato
-alla propria sorte; ma il Cavalier Mostardo, no. Come uomo egli
-apparteneva alla specie politica (specie tanto diffusa in Romagna)
-e a tutto avrebbe rinunziato fuorchè al potere. Così siccome molto
-si parlava di studio in quei tempi, il Cavalier Mostardo si decise a
-studiare:
-
-E anche questa era cosa più difficile a farsi che a dire.
-
-Consigliarsi non voleva. Ne' suoi cinquantacinque anni di vita aveva
-imparato che, a non voler far sapere una cosa, bisognava tenersela
-dentro. Se egli, puta caso, avesse chiesto in gran segretezza a
-Popolini o a qualcuno del conio, un consiglio circa i progettati studi,
-ne avrebbe avuto forse un consiglio ma anche la beffe al caffè e per
-le adunate serali. Poi avrebbe voluto prepararsi in silenzio, uscire un
-bel giorno con un discorso strabiliante, pieno di tutte le oscure cose
-che non riusciva tuttavia nonchè a stabilire, a intravvedere; avrebbe
-voluto vendicarsi della sfacciata superiorità dei giovani e dimostrare
-che il suo ingegno anzichè spaventarsi di fronte alle nuove bazzecole,
-se n'era impadronito, le aveva superate. Oh, la gioia!... Ed esser solo
-in una grande assemblea, solo sul palco degli oratori, e la voce forte
-riempie la sala e i cuori; ritorna con gli applausi e gli evviva. Ah,
-la pienezza di un simile trionfo!... E in mente si costruiva brani di
-un discorso, parole calde, balzate dall'entusiasmo; e diceva e gestiva
-e s'investiva della sua parte, tanto in casa quanto per le strade,
-finchè qualcuno non lo ridestava ridendo.
-
-Alle domande degli amici rispondeva allora con una frase unica:
-
-— Ho dei pensieri!...
-
-Il Cavalier Mostardo aveva dei pensieri! Nel paese se ne parlava e i
-curiosi andavano investigando per saper s'egli fosse per fallire. Tale
-gioia era vietata ai maligni. Gli affari del Cavaliere andavan franchi
-e spediti.
-
-La sua decisione allora dovè maturare e compiersi nel silenzio.
-
-
-E il Cavalier Mostardo si dette a sfogliare i vecchi libri che aveva da
-anni ed anni in fondo a una cassa e dei quali non si era occupato mai.
-
-Una sera, dopo aver bene serrata la porta della stanza, incominciò, al
-lume di una candela, a studiare i frontespizi.
-
-I titoli lo sorpresero; lo fecer meditabondo. Ecco: _il Conte di
-Montecristo_, _I tre moschettieri_, _La monaca di Monza_.
-
-Certo ne aveva sentito parlare; ma dove e quando?... Inoltre potevano
-quelle opere oscure giovare al suo compito?... Comunque fosse, le mise
-da parte e continuò l'esame.
-
-Ristette ad un tratto chè gli parve di non aver letto bene. Girò un
-libriccino da un canto e dall'altro, ne rilesse il titolo: _Il libro
-delli Re!_... Ma che roba è questa?...
-
-Era possibile che in casa di un repubblicano par suo potesse trovarsi
-un'opera simile?... Stette in dubbio e pensò a qualche brutto scherzo
-de' suoi compagni, per comprometterlo. Ma certo!... Perchè, puta caso,
-se la polizia avesse fatto una perquisizione in casa sua e fosse venuto
-alla luce quell'arnese, chi avrebbe tenuto i compagni suoi maligni
-dall'affermare ch'egli aveva trame segrete con la Monarchia? Però si
-incuriosì e volle vedere di che si trattava. Sfogliò le prime pagine.
-La stampa era un vituperio, tanto appariva minuscola. Rilesse:
-
-— _Il primo libro delli Re_... — rimase pensoso e soggiunse: — Guarda
-che roba!...
-
-Continuò:
-
-— Or il re David... — Il Re David?... Ma di quale nazione era re
-David se sui giornali non se ne sentiva parlare mai?... Egli ricordava
-vagamente un certo David che tirava i sassi... ma era roba da sacra
-dottrina!... Non poteva trattarsi dello stesso signore. Continuò sempre
-più perplesso:
-
-— Or il re David divenne vecchio, e molto attempato: e, benchè lo
-coprissero di panni, non però si riscaldava...
-
-— Be' — fece il Cavalier Mostardo interrompendo la lettura — e che
-cosa vuol dir questo?... Maledetti monarchici!... Guardate qua, si
-preoccupano anche se il re ha freddo!...
-
-E scosse il capo gravemente a commiserazione. Ma continuò.
-
-— Laonde i suoi servitori gli dissero: Cerchisi al re, nostro signore,
-una fanciulla vergine...
-
-Il Cavalier Mostardo a questo punto scattò; e parlava a sè stesso:
-
-— Eh?... Di quali colpe si macchiano questi cani?... Come la
-chiameremmo noi, repubblicani, un'azione simile?... Ma dov'è il
-Presidente di repubblica al quale abbiamo mai cercato una vergine,
-noi?...
-
-Però, nonostante il suo furore, la cosa lo interessava chè voleva
-sapere come si sarebbe compiuto il fatto. Riprese:
-
-— ... una fanciulla vergine, la quale stia davanti al re, e lo governi,
-e ti giaccia in seno...
-
-Levò gli occhi dal libro e disse:
-
-— Hai capito?...
-
-— ... e ti giaccia in seno, acciocchè il re, mio signore, si riscaldi.
-
-Commentò:
-
-— Ma sicuro!...
-
-— Cercarono adunque per tutte le contrade d'Israel, una bella
-fanciulla: e trovarono Abisag Sunamita, e la condussero al re.
-
-«E la fanciulla era bellissima e governava il re...».
-
-A tal punto gettò il libro da parte e gridò:
-
-— Questa è una porcheria!... Hai capito a che cosa riducono il governo
-questi monarchici?... Ma se un repubblicano scrivesse cose simili,
-per poco che potesse toccargli sarebbe la prigione per oltraggio al
-pudore!...
-
-Scostò con disgusto i libri, si tolse gli occhiali e uscì. Ma l'aria,
-ma la notte, ma il silenzio non vinsero le sue preoccupazioni. Ormai
-era preda di un assillo continuo: studiare, istruirsi. Doveva leggere,
-leggere. Tornò a casa e per tutta quella notte lesse.
-
-Lesse tutta la notte e consumò tre lunghe candele, ma quando ebbe
-finito _Il Conte di Montecristo_ si domandò:
-
-— E adesso?...
-
-Infatti gli pareva di non saperne molto più di prima. Però bisognava
-convenisse seco stesso che si era divertito. Il diletto lo spinse a
-continuare. Così accadde che il Cavalier Mostardo, per prepararsi a una
-maggior vita politica, fosse gran lettore di romanzi. Ne lesse d'ogni
-risma e di ogni virtù; occupò in tale faccenda quasi tutte le sue
-notti. E non ebbe predilezioni, non si preoccupò di autori o di generi;
-con la stessa agilità passò da Walter Scott a Guido da Verona; da
-Gabriele D'Annunzio a Castelvecchio. Gli piacquero tanto le avventure
-poliziesche quanto gli idillii; ma, dopo un mese di tale ginnastica,
-dovè fronteggiare una nuova crisi.
-
-Spuntò sul suo orizzonte la donna.
-
-Fino a quel tempo aveva vissuto come un _fuori sacco_. La parola
-era sua; o meglio l'aveva tolta dall'uso postale a significare
-la specialissima condizione di coloro che non s'adattano agli usi
-correnti. Fuori sacco era un ribelle, un anarca, un refrattario,
-uno sperduto, un vagabondo; fuori sacco era l'uomo che non accetta
-ciecamente ogni imposizione e coercizione sociale ma sì bene ritraesi
-in disparte e disapprova; non entra, insomma, nel sacco delle lettere
-commiste, ma viaggia per proprio conto in privilegiato disdegno.
-
-Come tale era passato adunque il Cavalier Mostardo nella vita, curando
-la donna solo per quella piccola parte che gli poteva convenire. Si era
-accorto sì e no della esistenza di lei. Oltre la politica, gli affari
-lo avevan tutto assorbito e sempre. A cinquantacinque anni egli era
-tuttavia celibe e forte. Doveva aprire e conoscere ancòra quella parte
-del libro della vita nella quale si ragiona e si canta d'amore.
-
-Troppo tardi? Il dubbio poteva preoccupare forse un uomo corrotto ed
-esperto, non lui.
-
-Cinquantacinque anni erano ancòra primavera al Cavalier Mostardo. Gli
-occhi suoi lampeggiavano; i capelli e i mustacchi erano genuinamente
-neri; il corpo saldo; la mente pronta e la volontà e la forza. Ciò che
-faceva a venticinque e a trenta poteva fare a cinquantacinque anni. Non
-v'era fior di giovine che gli stesse a paro. Determinato il potere e
-nella coscienza sua e in quella del popolo, gli anni, il triste novero
-degli anni era svalorizzato, evaporava.
-
-Ciò ch'egli era nel tempo, era. Un buon querciolo con tutte le sue
-rame in ordine. E se strizzava l'occhio a qualche squillante ragazzona,
-sorpreso da un ondulare di lunate anche, se questo faceva, poffarbacco!
-che le gioconde non s'affibbiavan la gonna, nè torcevan la faccia! Sì
-ch'egli poteva fecondare una vergine, in comune gioia, al cospetto del
-popolo sovrano! E Mostardo era un segno popolaresco nella terra dagli
-enormi buoi.
-
-Ma questo era un giuoco. Un esempio sporadico.
-
-Compiuta la cosa, con lei si compiva la giornata ed ogni conseguenza.
-Le gioconde riprendevan la via della notte o dell'alba, senza
-bagattelle, senza parole spente. Un bel rossore sulla faccia e il
-cuore in pace. Pareggiato il dare all'avere; conti resi e pari e
-patta. Niente più. Il giorno dopo si riparlava di politica e ciò ch'era
-avvenuto nella notte era affare d'ombre e di stelle. Cosa secondaria,
-eccedente dalla serietà quotidiana.
-
-Ma ora doveva essere cosa diversa. A quel punto della sua vita; date
-le nuove condizioni della lotta politica e la necessità di trionfarne,
-il Cavalier Mostardo sentiva di aver bisogno della donna scoperta nei
-romanzi. Gli ci voleva la donna guida e decorazione. Egli pensava che
-una bella ed elegante compagna avrebbe rialzato il suo prestigio,
-la dignità sua di fronte al popolo, poi anche un tardo istinto di
-perdizione lo spingeva al cimento. E voleva assaporare il frutto nuovo;
-sapere intimamente com'era... la cosa aristocratica.
-
-Poi nella fusione del suo sangue con quello di una donna superiore, non
-poteva esservi un principio di saggia politica... Un assaggio?...
-
-Sì, doveva tentare; era necessario.
-
-Inoltre quante mai cose nuove, insospettate, gli erano apparse
-attraverso ai suoi dolci romanzi. E che vita aveva egli vissuto se
-non aveva neppure immaginato l'esistenza di tanto miele?... Le belle
-parole, i bei pleniluni, le ville, i giardini, le angoscie... L'amore,
-insomma l'amore!...
-
-
-Ora il Cavaliere si teneva in casa da vent'anni e più un uomo che
-gli era servo e compagno, chiamato senza ragione e senza necessità
-Rigaglia. Puffone, il padre di lui, niente aveva a che fare coi
-visceri dei volatili. Perchè al figliuolo fosse toccato il battesimo di
-Rigaglia nessuno sapeva. Mistero nel grembo del fato. Nelle quotidiane
-contingenze l'uomo cinquantenne era per tutti Rigaglia di Puffone; o
-meglio, nel patrio dialetto: Rigaja d'Puffôn. E si era acconciato al
-suo popolare battesimo.
-
-Rigaglia era contadino, figlio di contadini: pura razza intatta.
-Parlava di bestie e di raccolti e più spesso taceva. La politica
-gli si era incuneata nel duro cranio come un diritto, accanto alla
-superstizione e alla sorella ignoranza. Nemico di Dio, aveva inserito
-nell'angusto spazio occupato dalla divinità: _e' pòpul!_ Il popolo:
-ciò è a dire _tutto_! Il popolo doveva impadronirsi dei campi e dei
-forzieri, questo il suo concetto. Ad antitesi del Popolo, i signori.
-Per Rigaglia era signore chiunque non vestisse alla sua foggia.
-
-Quest'uomo era battagliero nella massa; vigliacco nel caso sporadico.
-Da solo, si acconciava a discutere e ad aver torto; nella massa era
-un dannato eroe. Dannato eroe, ecco Rigaglia di Puffone dalla spessa
-fronte rugosa e dal grifo di porco.
-
-Il Cavalier Mostardo se l'era tratto dietro nei bei tempi della sua
-lotta più aspra, quando ancora lo spregevole moderatume accettava di
-combattere. Se l'era tratto dietro a guisa di cane, dalle campagne e
-gli era rimasto in casa.
-
-Due uomini in una grande casa deserta. Allora il Cavaliere, oltre
-alla politica, pensava ad arricchire. Trafficava in buoi, in cavalli,
-in granaglie; comprava e rivendeva case e poderi. Rigaglia gli fu
-necessario ne' suoi traffici: era uomo astuto e senza troppi scrupoli.
-Braccava l'occasione: il fallimento, il dissesto e suggeriva l'affare.
-Molte volte fungeva da interposta persona quanto meno chiara era la
-cosa. Siccome anche il suo particolare peculio aumentava, aveva una
-spietata iniziativa. La pietà è virtù dei falliti senza dolo: Rigaglia
-non ne sapeva l'esistenza. Molte volte il Cavalier Mostardo doveva
-fermarlo per un residuo di pudore. Avrebbe venduto anche _e' pòpul_, se
-in ciò fosse stato il suo tornaconto. Così incominciò a rispettare la
-Cassa di Risparmio e gli piacque.
-
-E il Cavalier Mostardo arricchì. Vi fu giorno in cui potè contare
-su varie centinaia di migliaia di lire. Ciò gli fece sempre più
-affezionato Rigaglia che non pensava più ai campi e a Puffone,
-agricoltore di molto pelo. Anzi si allontanò dal padre perchè una volta
-gli chiese venti scudi.
-
-Rigaglia aveva il governo della casa: era cuoco, cantiniere, massaia,
-tutto. Ciò implicava un sistematico furto casalingo; ma il Cavalier
-Mostardo sapeva e taceva.
-
-Erano insieme da vent'anni e più; il piccolo e il grande, e insieme
-avevano fatto la fortuna loro.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-_Il Cavalier Mostardo prende contatto con l'aristocrazia e sogna una
-nobile innamorata._
-
-
-— Dunque — disse il Cavalier Mostardo — mi aspetterai fino a
-mezzanotte; se a mezzanotte non sono ritornato va a letto.
-
-— Va bene — rispose Rigaglia.
-
-Il Cavalier Mostardo si squadrò nello specchio.
-
-— Sono venuti i tappezzieri?
-
-— Sono venuti.
-
-— Hanno messo in ordine le stanze?
-
-— Non lo so.
-
-— Come non lo sai?
-
-— Ma cosa volete m'intenda io di certe cose?... Hanno fatto del rumore
-lassù. Ecco!
-
-— Non hai veduto i mobili?
-
-— Io non ho veduto niente.
-
-— Come?... Non sei stato presente?...
-
-— No!... Perchè non posso veder sciupare tanti quattrini!
-
-Il Cavalier Mostardo sorrise e si sorrise. Si vedeva tutto quanto nel
-grande specchio, in un'immensa cornice dorata. Si era vestito a nuovo.
-Abiti giunti quella stessa sera, di purissimo taglio inglese. Un solo
-vestito gli costava duecentocinquanta lire!... Uno sproposito!... Però
-quale differenza!... Eccolo là, in fondo allo specchio, rinnovato! Un
-uomo distinto, veramente. Gli pareva di esser nato il giorno prima,
-anzi la stessa sera. E sotto lo sgargiante vestito, quale, ma quale
-cuore!... Tutte le quattro stagioni in un sogno!... Quattro stagioni e
-quattro primavere: quattro porte spalancate.
-
-— Venite... Venite, Cavalier Mostardo!... Ed eccolo in mezzo ai balli e
-fra le donne gentili.
-
-Eccolo ad ascoltare i sussurri:
-
-— Che bell'uomo!...
-
-— Quale portamento!...
-
-E c'era una strada per la sua fortuna, proprio nel mezzo del mondo, nel
-cuore dell'Universo.
-
-— Lo faranno deputato!...
-
-— Sarà ministro!...
-
-Ah!... E s'ingrandiva s'ingrandiva in fondo allo specchio, al centro
-della immensa cornice d'oro.
-
-— Quello che ho fatto, ho fatto!... Quello che ho voluto, ho voluto!...
-
-Parlava dentro di sè come in un teatro vuoto. Le sue parole risuonavano
-nell'area. Si ripercotevano nelle volte.
-
-— Quello che ho voluto, ho voluto!...
-
-Uno sciame di belle donne scollate, profumate, con certe mani e certi
-scarpini!...
-
-— Cavaliere!...
-
-— Cavaliere!...
-
-Davvero! E sarebbe stato commendatore e più, perchè al mondo si può
-tutto.
-
-— Posso andar via? — domandò Rigaglia e interruppe l'incantesimo.
-
-— Sì, va via, va via! — gli rispose rudemente il Cavalier Mostardo. —
-Va via: togliti d'attorno!
-
-Rigaglia non rifiatò; il viso atterrato, come soleva sempre, il capo
-curvo fra le grosse spalle se ne andò scarpicciando.
-
-— E domani cambiati le scarpe — aggiunse indignato il Cavaliere. — In
-casa mia non voglio vedere le scarpe coi chiodi.
-
-Impresse forza alle ultime parole. Incominciava a sentirsi grande.
-
-
-Si tolse il cappello sulla marmorea soglia, non appena premette il
-bottone del campanello elettrico. Aveva fatto le scale pian piano, pian
-piano guardando le statue e le lampade.
-
-Chi glie lo avesse detto vent'anni prima!...
-
-— Tu, in casa dei marchesi Alerami... vicino alla signora...
-
-La porta si aprì. Ecco il cameriere gallonato. Lo conosceva bene, ma
-finse di non ravvisarlo.
-
-— Scusi... chi cerca?...
-
-— Sono in casa le signore?
-
-— Sì. Chi debbo annunziare?
-
-Il Cavaliere stava per dire il suo nome, ma si trattenne. Offrì un
-biglietto da visita largo una spanna. Allora, con poco tatto e con mal
-celato disprezzo, il cameriere lesse il nome:
-
-— Giovanni Casadei...
-
-Mostardo sentì un gelo improvviso. Non era più abituato al suo umile
-triste nome! Nessuno lo chiamava così: egli era per il popolo e per
-l'aristocrazia il Cavalier Mostardo.
-
-Certo in quel punto sentì ridestarsi i suoi fieri, impetuosi istinti
-di eroe popolare e si sentì prudere le indelicate mani. Ebbe un tuffo
-al cuore, arrossì, squadrò l'uomo dalla livrea e gli chiese in pretto
-italiano, non senza dignità di tono e di aspetto:
-
-— Chi vi ha insegnato a leggere i biglietti che vi danno?
-
-Il cameriere levò la faccia e sorrise con sufficiente malgarbo. Rispose:
-
-— Se debbo sapere chi siete!
-
-Il Cavalier Mostardo si contenne ancora, ma fece un passo innanzi.
-
-— Non è necessario lo sappiate voi, in primo luogo. In secondo luogo
-dovete darmi del lei!...
-
-Il cameriere aveva un risolino perfido. Domandò:
-
-— Perchè?..
-
-— Perchè è il vostro dovere!
-
-— Io vi ho sempre dato del voi. Non siete il Cavalier Mostardo?
-
-— Io sono chi sono, hai capito?... E tu devi darmi del lei,
-altrimenti...
-
-Tese una mano, ma i suoi centri inibitori la trattennero a tempo.
-
-— Be' — riprese — meno chiacchiere. Vai a dire alla signora che sono
-qui.
-
-Allora il cameriere volle giuocare il ripicco. Non solo non si staccò
-dalla porta, ma, intonata la voce alla maggior freddezza, disse:
-
-— Questa sera la marchesa non riceve!
-
-Tentò di richiudere i battenti, ma proprio in quel punto una nodosa
-mano lo afferrò per il colletto della giacca, lo sollevò, lo trasse nel
-ripiano delle scale.
-
-Il Cavalier Mostardo, il colosso, lo teneva sospeso così a mezz'aria, a
-braccio teso.
-
-— Non muoverti — gli disse — e guardami bene!... E ricorda che se anche
-mi vedi vestito così, io sono sempre un fuorisacco!...
-
-Lo posò in disparte e varcò solennemente la contesa soglia. Tale fu
-l'entrata del Cavalier Mostardo nel palazzo dei marchesi Alerami.
-
-
-Aprì la porta, fece un grande inchino e disse:
-
-— Scusino se mi presento così!
-
-Fu accolto gaiamente come si conveniva a persona par sua.
-
-La marchesa Alerama disse:
-
-— Ha voluto incomodarsi subito...
-
-— Si figuri...
-
-— Si accomodi.
-
-— Grazie.
-
-Sedette e guardò.
-
-Erano circostanti cinque persone: tre signore e due signori. Fra le
-dame una sola era giovine e bella, ma il Cavalier Mostardo non la
-conosceva.
-
-Gli uomini gli eran noti. Li aveva avuti avversari politici molti anni
-prima, quando l'esecrabile clero pretendeva ancora di scendere in campo
-e chiamava i seguaci a raduno. Era primo il più vecchio, un certo conte
-Lanfranco d'Elmici, uomo sulla settantina, materialmente e moralmente
-intelito, dal naso a tagliacarte; anzi era tutto sottile e puntuto come
-un parafulmine; nella scala zoologica assomigliava al topo. Il secondo
-era battezzato nei libri araldici come Leone marchese della Futa e più
-semplicemente il marchese Futa: cognome insigne nei fasti cittadini
-dell'età di mezzo, ma non per questo meno pericoloso in tempi di
-furor democratico. Il popolo birbante e privo del delicatissimo senso
-correttivo che frena gli impulsi, non tornandogli grato quel Futa era
-ricorso a una parola quasi sorella, ma indegna, veramente!... Parola
-popolaresca, di vecchio conio, sguaiata e tonda.
-
-In compenso la classe ironicamente cortese, il medio ceto cittadino
-aveva corretto l'eccesso popolare ricorrendo alla cosmografia egizia
-e chiamava il nobil uomo col nome del dio che rappresenta il fuoco
-creatore, ciò è a dire Fta: il marchese Fta. Sottile distinzione fra il
-nome e il derivato.
-
-Orbene, costesto marchese Fta Leone aveva sessant'anni ed era uomo
-di fierissimi propositi retrogradi, senonchè all'alta dignità della
-sua convinta essenza nuoceva un suo vezzo di raccontar come vere le
-cose sognate e di aumentar le vissute. Usando un termine volgare, lo
-si sarebbe detto bugiardo; ma, per non macchiare con tale parola il
-santo usbergo della sua tradizione, il suddetto medio ceto cittadino lo
-chiamava superatore. Sì, perchè superava la realtà; era oltre l'umile,
-vilissima verità dei fatti come sono e non come dovrebbero essere.
-
-Il marchese Futa superava i fatti ed era naturalmente un superatore.
-
-In quanto a ingegno, nessuno si sentiva in grado di giudicarne. La
-sua misura e il saggio tacere e e la non mai offuscata dignità di
-volto e di persona lo ponevano a mezz'aria fra la pianura e la collina
-come uomo degno. Aveva sì una enorme biblioteca e un archivio di
-prim'ordine, ma ne era gelosissimo come della sua cultura della quale
-non parlava mai, che non dimostrava mai. E chi asseriva essere il
-marchese Leone un ignorante, o meglio un assente in cose di scienza,
-mentiva per la gola. Il marchese Leone, ad esempio, sapeva benissimo
-chi era Copernico e l'aveva detto una volta al «club»:
-
-— Copernico fu un arcidiacono che inventò il lunario!
-
-Meno male. La cultura conferiva dignità alla classe. Comunque fosse,
-fra il Cavalier Mostardo e i due nobili, fu scambiato un freddo inchino
-e niente più.
-
-Più cortesi furono donna Alerama e la baronessa Judici. Quest'ultima
-anzi non si stancò di fissare con l'occhialetto il Cavaliere; e lo
-esaminava compiaciuta, sorridendo.
-
-— Desidera un the? — domandò donna Alerama.
-
-— Grazie — rispose Mostardo inchinandosi.
-
-Allora donna Alerama parlò alla dama più bella che stava in disparte
-e sfogliava un libro, ma le parlò in una satanica lingua della quale
-il nostro dabben uomo non riuscì a cogliere che un arruffio di molte
-consonanti fra qualche vocale. E pensava:
-
-— Però, come si parla diverso fuori di qui!...
-
-Poi donna Alberica, che era quella dell'occhialetto, gli rivolse la
-parola sempre sorridendo:
-
-— Allora lei è un gran capopopolo?... È vero?...
-
-Quella domanda così a bruciapelo sconcertò il Cavaliere il quale,
-per non guardare in faccia donna Alberica, si guardò i calzoni e
-leggermente spolverandoli rispose:
-
-— Oh dio... cosa vuole?... si fa quel che si può!...
-
-Il Cavaliere non ebbe a notare in quel punto un sorriso maligno dei due
-gentiluomini.
-
-— Sì, sì — riprese donna Alberica — lo sappiamo! La sua fama è giunta
-anche a noi.
-
-— Fama?... — soggiunse il Cavalier Mostardo dubbiando. — Forse sarà
-anche fama...
-
-— E sappiamo benissimo come ella possa fare e disfare.
-
-— Fosse stato una volta!... — esclamò ingenuamente il Cavaliere e
-appena aveva pronunciato la frase che già ne era pentito.
-
-Donna Alerama frattanto sorvegliava, senza parere, la bella donna
-affaccendata intorno alla teiera.
-
-— Perchè una volta? — domandò sempre sorridendo donna Alberica.
-
-E quel sorriso continuo, quasi esigente, puntato su di lui come una
-investigazione, finiva per turbarlo.
-
-— Ho detto così — rispose — perchè una volta ero più giovane.
-
-— Ma lei non è vecchio!... — insinuò con dolcezza donna Alberica.
-
-Nel frattempo la bella creatura bionda gli si avvicinò e gli porse una
-tazza di the. Il Cavaliere la raccolse dalle bianche mani, compiaciuto.
-Già stava per accostarla alla bocca, quando con accento strano la dolce
-ignota gli domandò:
-
-— Prego... latte?...
-
-— Oh dio... sì! — rispose il Cavaliere.
-
-— Zucchero?...
-
-— Anche zucchero!
-
-— Quanti pezzi?
-
-— Ma... due... tre... quattro...
-
-— E «toast»?...
-
-Il Cavaliere guardò smarrito gli astanti e conchiuse:
-
-— Senta!... Metta tutto quel che vuole!... Per me fa lo stesso!...
-
-La dichiarazione impensierì le due dame e fece ridere la bella.
-
-— Ho detto che fa lo stesso — soggiunse Mostardo — perchè sono di buona
-bocca!
-
-Passò un silenzio.
-
-Con un panino imburrato in una mano e la tazza nell'altra, circonfuso
-di tenerezza e di timore, il nostro eroe ristette e più non avrebbe
-parlato, se donna Alerama non gli si fosse accostata con soave garbo
-per dirgli:
-
-— Lei non sa ancora perchè ci siamo permessi di recarle disturbo
-invitandola qui...
-
-— Oh... non lo dica, marchesa!... — interruppe Mostardo. — Solamente
-l'onore!...
-
-E volle dar forza al discorso, secondo la consuetudine sua espansiva,
-levando un braccio; ma la tazza se ne risentì e il liquido spruzzò nei
-dintorni.
-
-— Non si preoccupi — fece donna Alerama. — Piuttosto vuol darmi la
-tazza?... Guardi... la metta qui...
-
-— Grazie — rispose Mostardo umiliatissimo — ma sono sempre un salame!...
-
-Per quanto il buon repubblicano cercasse affinare il linguaggio, non
-riusciva a disfarsi delle parole centrali, necessarie al suo corredo
-come l'acqua alla vita.
-
-Le dame e i gentiluomini finsero non aver udito e donna Alerama
-continuò:
-
-— Noi volevamo domandarle un grande favore. Vorrà farcelo?...
-
-— Ma per Bios!... E me lo domanda?
-
-— Noi siamo in un grave impiccio... — continuò donna Alerama. — Mio
-marito, che è partito poco fa per Roma, ha ricevuto in questi giorni
-molte lettere minatorie nelle quali lo si minaccia nella vita e negli
-averi... pensi, signore!...
-
-— Ma cosa mi dice?... — fece il Cavaliere e si sporse puntando le mani
-sulle ginocchia e arcuando spropositatamente le ciglia.
-
-— Pensi!... Vivere sotto questa continua minaccia!...
-
-— Tempi nuovi!... — mormorò il marchese Futa.
-
-E il conte Lanfranco:
-
-— È la civiltà!... La più recente civiltà...
-
-— È un incubo dal quale ella, con la sua influenza — sottolineò donna
-Alerama; — col suo potere dovrebbe toglierci!
-
-— Per quel che son buono, signora marchesa, eccomi qua!... E faccia
-conto di parlare a un amico!
-
-— Grazie, signore!... Ero già informata della sua gentilezza a tutta
-prova!...
-
-— Già... Saremo del basso popolo, noi... ma in quanto a cuore... — e si
-posò a fede e coscienza la larga mano sul più largo petto — in quanto a
-cuore... ce n'è qui... dentro la cassa!...
-
-— Ora il favore che vorremmo da lei consisterebbe...
-
-A tal punto il marchese Futa si fece innanzi e disse:
-
-— Scusi se l'interrompo, donna Alerama, ma ella forse dimentica che
-i suoi coloni sono socialisti, mentre... il signore... — e indicò
-Mostardo — ... il signore, se non erro, è repubblicano...
-
-— Sì!... repubblicano antico... — confermò il Cavaliere.
-
-E, come vide che la bella bionda, nel suo angolo taciturno, sorrideva,
-soggiunse:
-
-— Ho detto antico perchè i moderni sono troppo cattedratici. Ora si fa
-la repubblica con le parole... noi la facevamo coi fatti...
-
-— Già, la spedizione di Castrocaro e di Monte Sassone... — chiarì
-Lanfranco D'Elmici e sorrise.
-
-— Eravamo tutti decisi a morire!... — interruppe il Cavalier Mostardo.
-
-— Data la differenza di partito — continuò il marchese Futa — non so se
-il signore... potrà...
-
-Il Cavalier Mostardo si sentì offeso dal dubbio e disse:
-
-— Loro lascino fare a me!
-
-— Allora si tratta di questo — continuò donna Alerama — Ella conoscerà
-forse la nostra tenuta di Badia... Abbiamo in quella tenuta, due
-contadini che la nostra coscienza, e anche l'interesse, non possono più
-oltre tollerare. Leghisti...
-
-E il Futa:
-
-— Irreligiosi!...
-
-— ... prepotenti, bestemmiatori, insopportabili insomma. Ora il nostro
-agente ha mandato il commiato...
-
-— Come ne aveva diritto!... — soggiunse il Futa.
-
-— ... e il commiato è stato giudiziario...
-
-— Benone!... — marcò Mostardo.
-
-— Sì, ma crede sia giovato?... Quei manigoldi sostengono che non
-abbandoneranno i poderi, non solo, ma il nostro agente non può più
-presentarsi sull'aia perchè lo minacciano con gli schioppi!...
-
-— Ah, i tedeschi!... — sospirò il conte Lanfranco.
-
-— Un mese di tedeschi per questa gente e le cose sarebbero a posto!...
-— soggiunse il Futa.
-
-— Almeno non fatevi sentire!... — disse donna Alberica e riprese
-l'occhialetto a investigare il Cavaliere.
-
-— Siamo a questo punto, signore mio! — riprese donna Alerama. — Le
-minaccie si aggiungono alle minaccie. Se faremo sfrattare i contadini
-dalla forza, le leghe ci boicotteranno i poderi e lei sa che cosa
-voglia dir questo!... Lei sa che tutte le viti saranno tagliate, gli
-alberi atterrati, sfregiate le bestie, senza contare che nessuno vorrà
-più coltivare quelle povere terre...
-
-— E per paura!... — esclamò il Futa.
-
-— Paura o no, il fatto è questo. E d'altra parte come non mantenere il
-commiato?... Non parlo della dignità nostra, del nostro decoro...
-
-E il Futa:
-
-— Che deve andare sempre in prima linea!...
-
-— ... del nostro decoro; ma lei capirà che quella gente, che ormai si è
-fatta padrona in casa nostra...
-
-E il Futa con terribile ironia:
-
-— Ma è la lotta fra capitale e lavoro!...
-
-— Mi lasci continuare, Leone!... Il signore non capirà niente, così!...
-
-— Capisco capisco!... — fece il Cavaliere.
-
-— Quella gente, dicevo, non solo non ci rispetterebbe più, ma si
-terrebbe tutti i frutti dei poderi.
-
-— Logica!... — conchiuse il Futa.
-
-— Poi non si tratta più dell'agente, ora, si tratta anche di noi.
-La nostra villa... sa?... Il Conventino?... è rimasta chiusa perchè
-in queste condizioni chi può arrischiarsi di andare in campagna? I
-contadini hanno giurato di incendiarla e hanno giurato di uccidere mio
-marito, o prima o dopo, di notte o di giorno, quando piacerà loro.
-Denunziarli alla Questura?... Il rimedio sarebbe peggiore del male,
-poi non potremmo avere sempre attorno i carabinieri o le guardie di
-pubblica sicurezza. Farli arrestare?... Ma dietro di loro c'è tutta
-la lega e la Camera di lavoro e il Comitato centrale o che so io!...
-Sarebbe peggio. E allora?... Come fare?... Quale via scegliere per
-uscire da questa terribile situazione?... Ecco come ho pensato a lei!
-
-Il Cavaliere trasse un respiro e disse un:
-
-— Già!... — pieno di meditazione.
-
-— Abbiamo pensato a lei!... — soggiunse donna Alberica. — Solamente lei
-può toglierci da questa situazione penosa.
-
-— Ma, donna Alberica — disse il Futa — lei non pensa forse che il
-signore è repubblicano...
-
-— Oh!... Ma per Bios!... — esclamò Mostardo, seccato dal ritornello. —
-Quando lei ha detto repubblicano non ha poi mica scoperta la luna!... E
-se sono repubblicano, crede non mi sappia far rispettare?...
-
-— Il signore mi ha frainteso...
-
-— Perchè, alla fin dei conti, se mi ci metto...
-
-— Ecco! — insinuò donna Alberica — Era appunto quello di cui volevamo
-pregarla!
-
-— Bisognerebbe convincerli... — disse mitemente il conte Lanfranco.
-
-— Sarà difficile!... — mormorò Mostardo. — C'è la Lega!...
-
-— L'associazione a delinquere! — chiosò il Futa.
-
-— Come si chiamano i suoi contadini, signora marchesa?...
-
-— Dica lei, Lanfranco. Sono nomi tanto esotici!
-
-— Sono i Casaròt e i Féna — disse il conte.
-
-— Li conosce? — domandò donna Alberica.
-
-— Oh, benissimo!... — rispose il Cavaliere. — E so chi sono.
-Naturalmente — soggiunse — non si saranno accordati per la mietitura.
-
-— Può immaginarlo!
-
-— E non vorranno la macchina dei gialli!... Si capisce!... Ma noi
-metteremo la guardia all'aia!...
-
-— La guardia?... — domandarono le signore. La bella bionda, la creatura
-che non parlava mai, alla quale nessuno rivolgeva mai la parola, che
-non pareva di questo mondo, si accostò di qualche passo e guardava
-sempre più intensamente il Cavaliere che era inebbriato da quello
-sguardo.
-
-— Sì, la guardia! — riprese. — Dieci uomini con lo schioppo, pronti
-a sparare anche se vedessero D... acco!... Oh!... Li ho scelti io!...
-Sono pellaccie. Decisi a tutto. Veri e propri fuorisacco. E le nostre
-biche le batteremo noi con le nostre macchine. I rossi non entreranno.
-Si farà battaglia.
-
-Donna Alerama disse:
-
-— Sta bene, ma come convinceremo i nostri coloni ad abbandonare il
-podere?...
-
-— Ah! ma non ci sarà tanto da convincere!... Se vogliono far sul serio,
-si farà sul serio!...
-
-— Che vuol dire?...
-
-— Si capisce! L'incarico me lo prendo io!...
-
-— Per carità, signore!... Non intenderà compromettersi, spero!...
-
-— Il Cavalier Mostardo non si compromette, signora marchesa! Il
-Cavalier Mostardo non ha niente da perdere. Poi c'è il caso che mi
-conoscano e sappiano chi sono!
-
-— Questo sì! — disse il Futa.
-
-— Perchè?... Lo sa lei?... — domandò Mostardo.
-
-— Se anche non lo sapessi sarebbe facile indovinare. Basta vederla!...
-
-L'ignota bionda, per la prima volta interloquì e disse:
-
-— Davvero!...
-
-Il Cavalier Mostardo la guardò fin nei precordi, nel centro della
-vita, per dirle: — Tu sei la creatura che io cerco!... E bella sei,
-moscardina!...
-
-Ma il tempo passava. Oh, quanto leggero e pieno di vezzi!... Via si
-portava, il buon tempo, quell'ora inenarrabile, pavida sulla soglia di
-un grande avvenire. Perchè il Cavalier Mostardo aveva tutto veduto e
-considerato e si era fatto un suo piano di netti termini fra i quattro
-punti cardinali.
-
-Ecco, e ritornavano i suoi bei tempi quando Gian Battifiore reggeva
-i destini della gaia città del piano e Europa e Didino nascondevano i
-loro perplessi amori nella montagna, sotto le ali del clero! Risorgeva
-nel mondo un sole repubblicano a massima gloria; e «rossi» e «gialli»
-maturavan la prova nella silenziosa vigilia.
-
-Ah, giovinezza, giovinezza!... Il cuore era grande come un'aia
-per ogni amorosa fecondazione e per ogni gioia e se v'eran passati
-cinquantacinque anni, lontane erano ancora le porte del secolo. Buon
-capitano si sentiva tuttavia il nostro Cavaliere ed amatore in compiuto
-assetto. Possibile ch'egli non dovesse vincere in ambo i campi?...
-E quella che lo guardava, misteriosa biondezza, quella creatura coi
-fiocchi, che guai a immaginarla ignuda, non era forse convinta della
-opportunità della cosa?... Sì, che gli occhi parlavano, lucernette
-celesti!... E aveva un certo ondeggiare del seno, nel bene assestato
-respiro, la bricconcella!... Pareva che, respirando, si ricamasse il
-desiderio di chi la guardava. Ah, maligni pertugi dischiusi sulle
-orografie del seno!... Perchè gli occhi sono cani e braccano sulla
-traccia dell'ombra. Ma giuocare a nasconderello con la propria santa
-dovizia non era bene. Un pover'uomo come lui doveva andarsene per le
-strade con certi spropositi battaglieri!... Ah, una chiara notte e loro
-soli!... Una discreta notte con una piccola lucerna!...
-
-— Carezza... soffiamo sul lume!...
-
-Ebbe un brivido e si destò alla voce petulante di donna Alerama. Fra
-un paravento ed un tavolo, nella più dolce penombra, la bella donna gli
-sorrideva ancora.
-
-— Allora... il signore se ne occuperà?... — domandò donna Alerama.
-
-— Non dubiti. L'ho promesso!
-
-— E quando avremo il piacere di rivederla?...
-
-— Non verrà a trovarci?... — soggiunse donna Alberica.
-
-Si levò e si distese i panni.
-
-— Grazie. Verrò.
-
-— Per carità, signore, non si comprometta!... Non vorremmo essere
-causa...
-
-— Non abbiano paura. So dove vado.
-
-Tutti si levarono, furono scambiati i saluti, ma la bellezza misteriosa
-non si mosse, non pronunciò parola, accontentandosi di un leggero
-inchino.
-
-E, quando fu per le scale, il Cavalier Mostardo pensava ancora a questo
-e si disse:
-
-— Però che strana donna!... Non ha detto una parola. Qualcosa ci deve
-essere sotto... Ma chi sa che?...
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-_Dove Mostardo incomincia la lotta fierissima per l'Idea._
-
-
-Rigaglia non approvò. Non calcolando il rischio bisognava por mente
-alla inutilità della cosa.
-
-— E quando vi siate messo nel pericolo cosa guadagnerete?... E se vi
-danno una schioppettata?... Se nasce un sacrifizio?...
-
-Il Cavaliere, specchio più puro e schietto della razza, ripugnava dalla
-mentalità di Rigaglia. L'inutilità?... E sta bene. Anche s'egli non
-avesse impalmata la bionda misteriosa (o, senza impalmarla, goduta); se
-non avesse tratto altro vantaggio dalla cosa se non quello di far liete
-Alerama ed Alberica non sarebbe forse stato più Cavalier Mostardo che
-mai?... Era forse poco riconoscersi una volta ancora in sè stesso?...
-Aumentare Mostardo entro Mostardo riaffermando un sangue e un
-principio?... Era nato così, non c'era verso, e il suo popolo l'aveva
-amato così, riconoscendosi in lui.
-
-Ma queste cose non entravano nella zucca di Rigaglia. Rigaglia era
-contadino, uomo statico per altro e cocciuto, fermo a riconoscere
-quel che materialmente lo convinceva e niente più. Altro ci voleva
-a smuoverlo che non un'idea, se pur questa idea non si convertiva
-praticamente in un valore afferrabile a breve scadenza: mangiare o
-poter mangiare; supermangiare negli anni, e basta. Razzaccia!...
-
-Utile e inutile, che voleva dir questo?... Se al mondo c'era un
-Cavalier Mostardo non bastava?... Ed era Mostardo che digeriva il
-mondo, come colui che vi passava da padrone.
-
-Caspita, sarà poco!...
-
-Un Cavalier Mostardo nel mondo era già tutta una utilità. Affermazione
-di principii; lotta per i medesimi; repubblica balenante; avvenire
-emergente...
-
-La morte?... Una capriola!... L'avevano fatta in tanti!... Dopo tutto
-erano più i morti che i vivi... dunque?... Se da tanti mai anni gli
-uomini si erano acconciati a nascere e a morire, non c'era davvero
-nessun bisogno di impressionarsi della cosa dopo tanto tempo. In ogni
-caso avrebbero dovuto pensarci i primi, coloro che eran comparsi sulla
-terra millanta e più anni fa! Coloro che si erano accorti, innanzi
-tutto, che bisognava andarsene e adattarsi ancora a star sepolti. Se
-la cosa non conveniva perchè continuare? Via, un bell'urlo e tutte le
-pecore nel burrone! Se c'era un Dio gli si poteva dire: «Gli uomini se
-ne sono andati perchè hanno visto che è tutto inutile!...»
-
-Macchè!... E dopo Mostardo sarebbe venuto Mostardino (il suo
-sogno!...); e Mostardino avrebbe avuti gli occhi di Mostardo! Non si è
-sempre vivi, perdio?
-
-Dice: ma finirà anche il mondo!... Sicuro!... Anche le carriole si
-consumano! Viene un bel giorno che dopo aver cigolato tanto e aver
-portato tanto mai sabbione, non ruzzolano più e si buttan via; ma non
-se ne fan forse di nuove?... È finita la razza delle carriole perchè se
-ne sono consumate a milioni?...
-
-Dice: ma di noi non rimarrà più niente; e la nostra fatica?
-
-Ecco!... La zuccaccia di Rigaglia!... E il guadagno?... E la mia
-fatica?...
-
-Il Cavalier Mostardo ci s'imbizziva.
-
-Ma che fatica!... O volete dunque avere un conto in partita doppia
-per tutto quel che fate?... Allora non si dovrà vivere perchè non si
-conosce l'amministratore della vita! E se Iddio si mettesse a pagare il
-sabato per far dispetto al clero, che cosa inventereste di nuovo?...
-Poi se Iddio non ci fosse e ci fossero solamente un Cavalier Mostardo
-e un marchese Futa? E se anche, per partita compiuta, il primo e il
-secondo non dovessero e non potessero far più delle loro mostarderie e
-futerie e tutto fosse finito?
-
-Bene, bisogna acconciarsi a far quel che si può, tutto quel che si
-può!...
-
-Che Mostardo viva e, se vive davvero, dietro di lui ne vivran diecimila
-perchè si è fatto un bel largo intorno!... Se vive Mostardo, la Romagna
-è dietro di lui, toltone gli inevitabili Rigaglia.
-
-Andiamo avanti, da buoni soldati.
-
-— Ragazzi, ci son io!...
-
-Ed era sì pieno di buona fede, nel mondo, che i ragazzi lo seguivan
-davvero.
-
-Egli non conosceva le estreme parole accorate, là dove non è che fosco
-perchè non è spirito ardente, e di sè faceva schermo a tutto, della
-grossolana materialità che ride.
-
-Ma era forte in sè racchiudeva uno scrigio.
-
-Qualche fulgore nella spessa ganga.
-
-Rigaglia non si convinse, ma Mostardo sapeva già per qual via
-associarselo, pertanto non si curò di lui. Stava per attaccare la
-cavalla e andar a saggiare il terreno direttamente, quando riudì il
-tonfo degli scarponi di Rigaglia. (E non se li era tolti gli scarponi
-coi chiodi!...).
-
-— Signor padrone?
-
-— Cosa c'è?...
-
-— C'è il signor Antonio.
-
-— Chi?
-
-— L'avvocato.
-
-— Fallo entrare.
-
-L'avvocato Antonio Suasia? E che poteva volere da lui se da cinque
-anni ormai lo rifuggiva?... E le loro relazioni erano troncate. Non era
-forse dei _nuovi_ il giovane avvocato elegante? E non aveva rinnegato,
-in lui, gli antichi sistemi; il cavallottismo ecc. ecc.?...
-
-Traversò il cortile e poco dopo furono di fronte.
-
-— Caro Mostardo...
-
-— Caro Suasia...
-
-— Toh!... — si disse Mostardo. — Siamo ancora amici!
-
-Si trattarono infatti come se avessero dormito nello stesso letto.
-
-— Sai perchè sono venuto?
-
-— No.
-
-— Bisogna che tu ci aiuti!
-
-— Io?
-
-— Già...
-
-— E che posso fare?
-
-— Tutto, amico mio, tutto!... Per noi ci vuole un uomo come te:
-risoluto, attivo, entusiasta. Anche iersera se ne parlava con
-l'onorevole...
-
-— È ritornato?
-
-— Sì, ier l'altro. Se ne parlava e abbiamo dovuto convenire che,
-all'infuori del nostro vecchio Mostardo, non c'è nessuno che faccia al
-caso nostro.
-
-— Ma non avete pensato se Mostardo era disposto ad accettare!
-
-— Lo sappiamo che ora sei ricco e potresti anche vivertene in pace
-infischiandoti di tutto; ma sappiamo anche come il nostro vecchio
-Mostardo non diserti il campo nei momenti difficili!
-
-— Disertare no... ma...
-
-Voleva compiacersi, insomma, dell'inatteso trionfo. Dopo tanti anni,
-erano costretti ancora a rivolgersi a lui, al vecchio portabandiera.
-
-L'avvocato Suasia gli battè una mano sulla spalla:
-
-— Mostardone mio, ora non mi fare il prezioso!
-
-— Tu mi conosci. Io sarò sempre in prima linea quando si tratti
-dell'_Idea_!...
-
-— Ecco, e si tratta appunto di questo!
-
-— La battitura... — susurrò il Cavalier Mostardo strizzando un occhio.
-
-— Sì.
-
-— Avevo indovinato.
-
-— Posdomani usciranno le nostre macchine...
-
-— Sta zitto! — fece il Cavaliere ponendogli, ad amichevole vezzo, una
-mano sulla bocca. — Zitto!... Ho già pensato a tutto!
-
-— Ma tu non sai...
-
-— Come non so?... Non mi conosci più forse?...
-
-— ... le condizioni di lotta...
-
-— Mostardo non ha bisogno di essere guidato. Senza di voi ero già
-all'avanguardia.
-
-— Ma... i mezzi...
-
-— I mezzi?... Pfff! — e scoppiò in una risata. — Quali mezzi?... Che
-cosa vuoi dire?...
-
-— Se non mi lasci parlare...
-
-— Non importa. Ho già capito. Lasciate fare a me. Farò bufera!...
-
-— Hai organizzate le difese?
-
-— E per chi mi prendi?... Credi ch'io parli per parlare? Ho fatto
-tutto, ti dico!... Tutto quanto era possibile fare e non c'è testa di
-ferro che la spunti, te lo dico io!...
-
-— Ma sai quante macchine usciranno?
-
-— Ventisette.
-
-— No, sono trentanove.
-
-— Be'... una più una meno...
-
-— Sai da quali aie si comincerà?...
-
-— Ho i miei informatori. Guarda... — e si frugò nelle tasche... — ecco
-qua il piano!
-
-Spiegò sotto gli occhi dell'avvocato Suasia una carta sdrucita e
-riprese:
-
-— Che ne dici... eh?... Ci sono tutti?...
-
-— Sì... tutti!...
-
-— Vedi se avevo preparato?...
-
-— Ma che farai?...
-
-— Lo saprete.
-
-— E non vuoi vedere l'onorevole?... Vorrebbe parlarti.
-
-— Lo vedrò dopo.
-
-— No, senti: questa sera ceneremo insieme.
-
-— Non posso!
-
-— È necessario! Bisogna intendersi...
-
-— Ti dico che non posso!...
-
-— Allora vuoi proprio troncati i ponti fra te e noi...
-
-— Va bene... quando sia per questo... accetto!! Ma ad una condizione.
-
-— Quale?
-
-— Che il mio piano sia rispettato!
-
-— Ma sì!...
-
-— Che non mi si venga fuori con la cattedra...
-
-L'avvocato Suasia scoppiò in una risata:
-
-— La tua fobia!...
-
-— Ridi ridi, ma so quel che mi dico!
-
-— Allora a questa sera?...
-
-— Sì, a questa sera!...
-
-
-Si fregò forte le mani e sputò. Purtroppo era un antico vezzo che gli
-era rimasto; un vezzo espressivo perchè lo sputo è qualcosa che si
-scaccia come un residuo di malumore.
-
-Si trovò Rigaglia fra i piedi. Erano nel cortile.
-
-— Rigaglia?...
-
-— Eh?... — e non si volse. Guardava pensosamente la concimaia.
-
-— Eh, un corno!... È questo il modo di rispondere?
-
-— Che cosa ho detto?... — fece il meravigliato.
-
-— Hai detto... che sei un villanaccio!...
-
-Rigaglia tacque. Le parole non lo commuovevano; forse le busse e se
-eran sode.
-
-— Quando ti chiamo non si risponde: eh?...: si risponde: comandi?...
-Hai capito?
-
-— Sì.
-
-Mostardo tentennò il capo.
-
-— Già sei di razza di contadini!... — E, rifacendogli il verso: —
-_Sì!_... Sissignore, si dice!...
-
-Rigaglia pensava al concime. Disse:
-
-— Lo volete vendere?...
-
-— Che cosa?
-
-— Lo stàbbio.
-
-— Perchè?...
-
-— Perchè ho il compratore.
-
-— Ne parleremo. Adesso devi andare dal Trancia e devi dirgli che venga
-qui con gli uomini. E fa presto.
-
-Rigaglia si avviò adagio adagio tentennando il capo. Grugnì:
-
-— È una brutta faccenda!
-
-— Che faccenda?... Che cos'hai da brontolare?...
-
-— Fate pure quel che volete, ma vi mettete in dei brutti passi!...
-
-— Tu sta zitto e... gamba!...
-
-Rigaglia non pose mente all'avviso; continuò tranquillo, pacato,
-facendo risuonare i suoi scarponi sui ciottoli. Il qual suono richiamò
-l'attenzione di Mostardo:
-
-— E non se li è mica tolti ancora, gli scarponi coi chiodi, quel
-testone!...
-
-
-Il Trancia giunse e giunsero con lui: il Secco, l'Affogato, il Mosca,
-Giovannone della Piva, il Giovinaccio, Stangone di Meldola e il Cieco
-di Civitella.
-
-In tutto otto uomini e otto mascheroni da farsa e da tragedia.
-
-— Bravi! — fece Mostardo — E dov'è Polpetta?...
-
-— È andato a uccelli — rispose il Trancia.
-
-— E Granello?
-
-— Granello è dentro![1]
-
-— Cos'ha fatto?
-
-— Ieri sera aveva bevuto. Lasciò andare uno scapaccione a una guardia.
-
-La compagnia commentò l'impresa col suo spampanato riso.
-
-— Andiamo di sopra — fece Mostardo.
-
-Si chiusero dentro a doppia mandata.
-
-— Dunque voi, Trancia, vi fate responsabile di tutto?
-
-— Responsabile, sicuro... se non ci mettono le manette!...
-
-— I carabinieri non c'entreranno. È una lotta fra capitale e lavoro;
-siam fuori dalla legge. Ci aggiusteremo fra di noi. Però io non voglio
-che si sappia chi siete e quello che fate!
-
-— Cosa vuol dire?... — fece Giovannone della Piva. — Noi siamo gente
-onorata!...
-
-— Lasciamo andare!... — continuò Mostardo: — Ci conosciamo tutti, e qui
-non c'è nessuno!...
-
-— Ha ragione! — esclamò il Trancia. — Non ci conosciamo tutti?...
-
-— Be'! — riprese Mostardo. — Se sapessero il vostro mestiere...
-
-— Ma noi siamo... — ribattè Giovannone.
-
-— Oh! finiamola!... — gridò Mostardo. — Uno per uno vi posso dire
-quanto avete rubato, dove avete rubato, chi vi ha tenuto mano; e
-proprio te, Giovannone della Piva, te che frigni, avresti ragione di
-star più zitto perchè si sa benissimo chi aspettò dietro la siepe il
-fattore dei Soligni e chi gli sparò nella schiena!... E quella sera
-fosti veduto, anche se nessuno rifiatò, dopo!...
-
-Silenzio. Le parole di Mostardo cadevano in pieno nella coscienza degli
-otto ceffi.
-
-— Dunque parliamoci da amici e meno chiacchiere! Io vi ho fatto venire
-da lontano perchè non volevo che in città foste conosciuti. Voi non
-dovete essere chi siete, ma dei padroni!...
-
-Gli uomini si guardarono in faccia.
-
-— Ho qui dei vestiti nuovi. Bisogna che vi togliate gli stracci che
-avete addosso e vi vestiate per bene.
-
-— D'accordo!... — fece l'Affogato.
-
-— Dovete capire che, trattandosi di un episodio della lotta fra
-capitale e lavoro, non voglio si possa credere che noi repubblicani,
-per scacciare le macchine rosse, ci appoggiamo su gentaccia come siete
-voi. Perchè voi non siete contadini e neppure operai... Dunque farete
-la parte dei padroni... Ognuno di voi avrà un podere da difendere...
-Formerete il primo pattuglione... l'esempio!... Vi daremo uno schioppo
-e una bicicletta. Batterete le strade e starete a guardia delle aie.
-
-— Intendiamoci bene! — soggiunse Mostardo. — La bicicletta e lo
-schioppo debbono essere restituiti. Non importa che qualcuno sogni di
-prendere il volo.
-
-— Permettete una parola? — fece il Trancia.
-
-— Dì pure.
-
-— I carabinieri ci lascieranno portare lo schioppo?
-
-— Giusta! Ma ho il permesso in ordine. Sono stato dal prefetto. Il mio
-pattuglione è legalmente costituito. Insomma si tratta di incoraggiare
-questi padroni. Questi signori padroni che hanno paura. Se aveste un
-podere voi... eh, Trancia?...
-
-Un solfeggio di bestemmie commentò la cosa impossibile.
-
-Disse il Cieco di Civitella:
-
-— Noi siamo scarti!... Un osso e sotto la tavola!...
-
-— E questa rivoluzione quando si fa?... — domandò Stangone di Meldola.
-
-— Per adesso non importa parlarne — fece Mostardo. — La rivoluzione è
-una cosa grossa, cari miei!...
-
-— Ma voi! — fece il Mosca — voi ci avrete detto venti volte che non
-passava l'anno e si faceva!
-
-— L'avrò anche detto... ma non potete capire tante cose perchè
-siete ignoranti. C'erano delle possibilità e sono passate. Bisognerà
-aspettarne un'altra... Quando si presenterà. Poi la rivoluzione non è
-mica un affare!
-
-— Perchè... — domandò l'Affogato.
-
-— Ma perchè... perchè si sa!... Tu credi che, se farai la rivoluzione
-diventerai un signore, è vero?...
-
-— Sicuro!...
-
-— Già!... Guardate che liberale!... Ma la rivoluzione si fa per
-l'idea!...
-
-— E che cos'è questo?... — domandò l'Affogato.
-
-— È che tu non puoi capir niente!... Ma è l'idea, cari miei. Sicuro,
-l'idea!... Voi non vedete che i quattrini... sempre i quattrini.
-
-— Intanto ve li siete messi da parte voi, i quattrini!... — fece il
-Trancia.
-
-— E tu fa altrettanto se ci riesci!... Poi che c'entra?... Si sa che si
-traffica al mondo! Questo è lavoro.
-
-— Lasciamo andare! — fece il Trancia.
-
-— E sarà meglio!... — soggiunse il Mosca.
-
-Mostardo li squadrò accigliato, si rizzò un poco sulla poltrona, battè
-l'enorme pugno sulla scrivania.
-
-— Si faceva per dire... — mormorò il Trancia, che sotto la bufera
-batteva in ritirata.
-
-— E te, avanzo di galera, tieni bene fra i denti la tua lingua!... E
-non ti venga voglia di dire una parola di più!... Tu sai quel che c'è
-di nuovo, altrimenti!... È perchè voglio aiutarvi, che fate questi
-discorsi, canaglie?...
-
-— Avrete capito male... — sussurrò il Mosca.
-
-— Io non voglio aver capito! Chè, se avessi capito, a quest'ora
-ti avrei incollato al muro con uno schiaffo!... Poi, qui, esigo la
-disciplina e pochi discorsi!... Se vi piace rimanete; altrimenti...
-fuori!...
-
-E distese con tanta forza il braccio verso la porta che gli otto ceffi
-chinaron la testa.
-
-— Ha ragione!... — mormorò il Cieco di Civitella.
-
-Ecco un giusto silenzio. Mostardo si riassettò e disse:
-
-— Adesso andate via!
-
-Qualcuno si mosse, altri no.
-
-— Non avete più bisogno di noi? — chiese il Trancia, umilmente.
-
-— Tornate questa sera alle nove. Intendiamoci: senza rumore e uno alla
-volta.
-
-Soggiunse:
-
-— E che nessuno abbia bevuto!... Gli ubbriachi li caccerò in istrada!...
-
-La mandra tacque e dileguò muta. Il Cavalier Mostardo sapeva ben
-condurre i suoi malandrini! Non per niente li aveva organizzati
-lanciandoli nel numero degli evoluti e coscienti.
-
-
-— E adesso a noi... — fece il Cavaliere.
-
-E scese e attaccò la cavalla da solo, per non veder Rigaglia co' suoi
-scarponi.
-
-Già quell'uomo incominciava a pesargli. Zuccone, ignorante, con le
-sue quattro idee a girandola e sempre quelle!... Perchè avere in casa
-un uomo di quel genere, sempre in contrasto quando si trattava di
-progredire, di svecchiarsi, era un inciampo. E quella sua faccia da Re
-di coppe?... E l'impossibilità di raffinarlo un poco... di trascinarlo
-verso la civiltà? Macchè! Sempre sudicio che si covava la sua loja
-come una virtù primigenia. E voleva mangiare seduto sulle scale, col
-muso dentro la scodella, quel porcellone!... Come non sentire l'intima
-necessità di certe delicatezze?... Sedere a tavola, spiegare il
-tovagliolo sulle ginocchia, non sorbire la minestra con quel fracasso
-da cateratta che eccitava i nervi fino allo spasimo?... Ma Rigaglia
-era una radice piantata dentro la terra co' suoi mille tentacoli; e tu
-stronchi la ceppaia ma il radicione cocciuto rimane là, conficcato nel
-duro, anche se non ha più l'albero sulle spalle. Che cosa gli si poteva
-insegnare?... Era terra da pentoli, quella!... Diceva sempre sì e no
-da quel fantoccione imbecille che era. Sì e no... e pensava ai suoi
-palanconi.
-
-Due paoli, tre paoli, quattro scudi, venti marenghi!... La sua scala
-andava dal paolo al marengo e non sapeva che quella. Su tali note si
-combinava le sue suonate. E che suonate erano!... Poveri marcantoni che
-le stavano a sentire!...
-
-Già l'aveva battezzato altra volta l'_uomo dal trombone_, alludendo al
-famoso Passatore. Ma il Passatore era un delicato brigante di fronte a
-Rigaglia.
-
-Be', e bisognava decidersi a sbarazzarsene. Poi gli ci voleva veramente
-un cameriere col vestito nero, che sapesse aprir la porta a un
-signore... a una signora...
-
-E frattanto la cavalla trotterellava per conto suo, senza direzione
-prestabilita.
-
-— Ma dove mi conduci?... — fece ad un tratto Mostardo trattenendo la
-bestia.
-
-Era per la strada di Meldola, giusto verso i poderi della marchesa
-Alerami. Però non seppe se tentar prima una via traversa. Pensò un poco
-e spinse poi la bestia a gran trotto.
-
-Si disse:
-
-— Prima bisogna sapere che cosa ha deciso Salvatore. Andremo da
-Salvatore.
-
-Svoltò per le piccole strade.
-
-
-E le piccole strade sono fra il bacio dei campi, in quel di Romagna; e
-hanno due verdi gale lungo i fossatelli e anche un sentiero.
-
-Perdervisi!...
-
-C'è sempre l'ombra di un vecchio quercione e un casolare antico.
-Piane e tranquille, sono. Il paradiso dei cavalli stanchi. Vanno e si
-volgono, si aprono su quietudini di aie solitarie, si affratellano alle
-viottole senza ghiaie con due solchi di ruote fra l'erba. Vi passano i
-secoli come poveri col sacco del pane... e qualche cane abbaia. Anche
-certi canti di uccelli che non s'odono altrove... Anche certi richiami
-che s'udiron da bimbi, senza saper chi cantasse ma solo la chiarità.
-Forse la malinconia della terra... Forse il fervore della terra con la
-malinconia del cielo!... E dietro le canape, fra gli olmi... il lamento
-degli uccelli che non s'odono altrove.
-
-Lo spirito dei morti è là, nei campi orientati al meriggio, in tutta la
-terra foggiata secondo un pensiero, e in quel libro dell'uomo e della
-solitudine.
-
-Sei solo e con tutti. Ciò che è vita e tragedia è pace. E il Tempio
-delle tue genti è di fronte a te, sconfinato. L'opera favolosa...
-Iddio!... E si allontana di filare in filare una piccola ombra che
-canta... Gli scalzi non fan rumore sulla nuda terra. Si conoscon nomi
-e nomi e nomi... e le piccole strade non ne hanno. C'è la casa di un
-uomo; c'è il campo di un uomo, c'è come in chiesa, quando sei solo: il
-tuo cuore e il tuo spirito e un barlume immemoriale, come dal principio
-del mondo, fino a te.
-
-Epperò chi passa sogguarda e raro è che le piccole strade si turbino.
-C'è un silenzio da core accanto all'umiltà della fatica. E le case e i
-quercioni segnano le tappe dell'uomo.
-
-
-Perchè si ricordò di Spadarella?... Eran sei giorni che non la vedeva
-quel campanellino, quella piccola cosa del suo cuore.
-
-Si ricordò di Spadarella. Disse:
-
-— Bisognerà che le compri un vestito, poverina!...
-
-E fissò in mente il negozio dove sarebbe andato e quanto avrebbe speso.
-
-Già... Spadarella!... Anche lei era ritornata dalla piccola strada
-nella sua memoria. Quando si vedono delle cose dolci e un po' tristi
-ritornano in mente le creature che non fan rumore.
-
-Se l'era quasi dimenticata fra tanti affari! ma lei, zitta, per non
-far credere di esser troppo esigente!... Zitta nella sua casina co'
-suoi diciassette anni. E che cosa le aveva promesso ancora?... Ah, un
-ombrellino da sole... Rosso?... Sì, doveva essere rosso! Evviva sempre
-la repubblica!
-
-Già doveva prendersela sotto braccio una bella mattina e dirle:
-
-— Via, andiamo a fare le nostre spese!...
-
-Che cosa avrebbe risposto?... Bisogna sorridere quando si pensa a una
-gran gioia per così poco!...
-
-Spadarella faceva tesoro della sua gioia per venti, per trenta giorni,
-poi la liberava come se fosse una rondine. Bastava aprisse gli occhi a
-quel volo!... Allora non aveva più una parola che le restasse nel core.
-Doveva dirle tutte quante le sue parole, doveva ridere per venti, per
-trenta giorni. Era la sua domenica.
-
-Oh, ma che festa!... Anche a portarle un regalo di poca spesa vi
-saltava al collo, vi si appendeva al collo, vi carezzava come se foste
-la sua grande bambola alla quale confidava le sue cose più segrete.
-Perchè aveva ancora una bambola e non voleva metterla nell'armadio,
-come sarebbe stato giusto alla sua età.
-
-— Lasciamela, zio!... Bisogna pure ch'io abbia un'amica!...
-
-— E tienla!...
-
-Cosa dire?... Dopo tutto doveva avere una amica.
-
-Da quando suo padre era rimasto laggiù, in Grecia, non aveva avuto
-più compagnia. Le vicine di casa, sì; Spina Rosa anche, benchè fosse
-vecchia, povera Spina Rosa. Le restava un giardino per vivere... e
-vedeva gli avventori.
-
-Ma compagnia... quel qualcuno che ci è vicino la sera e la notte, che
-si chiama nel bisogno e nella paura... no, non ne aveva più, povero
-campanellino.
-
-Per quel visetto un po' bianco e per quelle sue mani di soffio era
-proprio una pena.
-
-Bisogna dargliela sempre una madre ad una bambina!... E il Venturi non
-ci aveva pensato.
-
-L'aveva lasciata in mezzo a un giardino come un fiore, senza accorgersi
-che sono appunto i fiori che hanno più bisogno di qualcuno.
-
-Lui?... che poteva far lui?... Se l'era presa a core come una figlia
-benchè il Venturi non glie l'avesse affidata prima di andarsene
-a morire, ecco tutto. Ma come si fa?... Certe cose non si possono
-vedere!... Non poteva mica pensare lui, forte e tranquillo, che quella
-bambina non avesse più nessuno. Chi le avrebbe detto:
-
-— Sentite, figliuola, queste e queste cose non si possono fare. Bisogna
-passar di qui, figliuola, e allegri!...
-
-E l'aveva lasciata, sì, con Spina Rosa ma con l'ordine di ricorrere
-sempre a lui per qualsiasi bisogno.
-
-E di tanto in tanto le portava la gioia. Ma era contenta di così poco,
-Spadarella!
-
-E la cavalla voltò nel giardinetto di Salvatore perchè da quella
-vecchia bestia assuefatta a tutte le strade sapeva che quella era la
-sosta.
-
-Una casa intima e serena.
-
-Una donna era seduta presso il muro e aveva una sedia innanzi a sè, con
-sopra il lavoro. Levò gli occhi.
-
-— Oh, Mostardo!...
-
-— Buongiorno, sposa!... C'è Salvatore?...
-
-— Sì. È in casa che fa i conti.
-
-— Volete chiamarlo?...
-
-Mostardo non discese dal biroccino. La cavalla brucò la gramigna.
-
-Salvatore fu sulla soglia. Un uomo tarchiato; vermiglio e gioviale. Era
-in maniche di camicia, senza cappello.
-
-— Volevate parlarmi, Mostardo?...
-
-— Sì... una parola.
-
-Salvatore si accostò al biroccino e si appoggiò al parafango.
-
-— Cosa c'è di nuovo?
-
-— Sono stato dalla marchesa...
-
-— Voi?... — fece Salvatore, e rise, stupito.
-
-— Mi ha mandato a chiamare!
-
-— Ma perchè?
-
-— Bisogna accomodare la cosa dei Casaròtt e dei Féna!
-
-— Sarà difficile.
-
-— A questo penso io. Voi dovete dirmi solo se avete stabilito qualche
-cosa circa la faccenda delle macchine.
-
-— Io ho battuto sempre con le macchine gialle.
-
-— E quest'anno?
-
-— Quest'anno farò come gli anni scorsi.
-
-— Giustissimo!... Ma i Casaròtt e i Féna?... Che cosa dicono?...
-
-— Che non le vogliono.
-
-— Benone!... Ecco quello che volevo sapere.
-
-— E voi credete di riuscire?
-
-— Perdio!
-
-— Lo crederò quando avrò visto. Io avevo già disposta una somma perchè
-i carabinieri...
-
-— Non ci sarà bisogno dei carabinieri. Addio, Salvatore. Grazie.
-
-— Ma voi — insistè l'agente seguendo a passo il biroccino fin sulla
-strada; — voi, che cosa pensate di fare?...
-
-— Sarebbe lunga a contarvela. Vedrete.
-
-— State attento, Mostardo!
-
-— Amico mio, prima di tutto l'idea, poi la pelle!
-
-— Dite bene! — fece Salvatore ridendo. E rimase in mezzo alla strada
-a guardare Mostardo che si allontanava al trotto della sua buscalfana,
-fra le siepi.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-_Il Cavalier Mostardo rientra trionfalmente fra gli eroi della
-Cattedra._
-
-
-L'onorevole gli aveva parlato a lungo, con decoroso riguardo. Gli aveva
-stretto la mano con fermezza. Gli aveva detto:
-
-— Mostardo! — ma con una intonazione particolare come a condir la
-parola, di profonda stima e di inalterabile amicizia.
-
-Ora il Cavalier Mostardo era forastico se lo carezzavan contro pelo;
-ma se lo lisciavano pel verso giusto diventava tutto color di rosa e
-trasparente. Anche questo si doveva al suo terribile dubbio perchè era
-giunta l'ora per lui di misurarsi ben diversamente che non coi suoi
-metodi da ciclope. E il dubbio lo teneva perplesso e non sapeva se
-desistere o gettarsi a capofitto nell'avventura. In tale peritanza,
-tutto che poteva fargli capire di essere ben al di sopra di Rigaglia,
-lo illimpidiva, lo burrificava.
-
-L'onorevole aveva concorso all'opera degna e con gli atti e con le
-parole e con le considerazioni altissime, esposte con quel tale garbo
-fiero e meditativo il quale vi concentra nel «sì!» prima ancora di aver
-inteso. Perchè i pensieri vanno via vestiti a incontrare la testa degli
-uomini e, se veston bene, chi li riceve li ha per solenni anche se non
-sa chi siano e che vogliano.
-
-Ecco, l'onorevole licenziava i suoi pensieri così. Erano come chiese
-addobbate con molti addobbi. Diceva certe parole veramente politiche
-che Mostardo gli invidiava come una bella donna. Ed era concentrato
-(il nostro Cavaliere ne studiava le forme) chiuso in una interiorità
-insondabile. Tutto ciò metteva in volume la sua affettuosa deferenza.
-
-Però Mostardo si sentiva maligno un poco, per quella minimissima parte
-satanica della quale poteva disporre. Pensava s'egli avrebbe saputo
-sostenere quella parte e, guardando così a occhio e croce, gli pareva
-che sì. Alla Camera la cosa non era diversa. Bastava parlar poco o mai,
-o buttar via, di quando in quando, e sopratutto nei tumulti, una frase
-clamorosa. Ad esempio:
-
-— Evviva l'ottantanove!...
-
-Oppure:
-
-— A morte l'Austria!...
-
-L'Austria?... Si poteva dire a morte l'Austria, dentro la Camera?... E
-se non si poteva, tanto meglio. Per Bios!... A morte l'Austria!...
-
-Veramente l'onorevole non si era mai lasciato andare a un grido simile,
-ma lo avrebbe lanciato lui, lui genuino cuore di piazza e di popolo,
-illustre per oscura discendenza, principio e cacume.
-
-Questa anche era una parola del suo corredo. Trovatala un giorno in un
-romanzo, gli era parsa di corrotta origine, ma, chiarito il dubbio sul
-vocabolario, l'aveva accolta con entusiasmo e se ne serviva anche nel
-parlar comune quando voleva far fede della propria coltura.
-
-Nonostante tutto questo (è ben giusto che un uomo pubblico pensi di
-raggiungere un seggio fra la masnada di Montecitorio) egli fu il più
-docile uomo e il più disposto a patire per l'uman bene.
-
-Doveva sacrificarsi?... Eccolo pronto!
-
-— Onorevole, son qua come una volta, quando il partito aveva bisogno di
-me!...
-
-L'onorevole sorrise e ammiccando incominciò:
-
-_ — Ecco Mostardo, nobilissimo conduttiere et capitano di ventura..._
-
-La brigata rise e l'avvocato Suasia continuò:
-
-— ... _homo molto pronto et valoroso. Lo quale si gloriava che nelle
-battaglie diverse aveva avuto cento ferite nel suo corpo, delle quali
-mostrava le cicatrici; tanto fu animoso che non istimava pericolo di
-morte, et a la sua forza non credeva altri fesse resistenza, et più et
-più volte combattè a corpo a corpo..._
-
-Concluse l'ingegnere Fias:
-
-— ... _et sempre vinse!..._
-
-Seguirono svariati commenti interpuntati da risa.
-
-— E mi sapete dire — fece Mostardo accettando lo scherzo — se questo
-capitano ci sia stato davvero?...
-
-— Come?... — fece l'avvocato Suasia. — E vorresti mettere in dubbio
-l'esistenza di colui dal quale discendi per li rami?...
-
-— Mostardo detto altrimenti Mostarda!... Perilio Mostarda!... Il
-sepolcro di questo vostro antenato — disse pacatamente l'ingegnere Fias
-— è a Roma, in San Pietro, dove fu sepolto a grande pompa.
-
-— Dite davvero?
-
-— E lasciò nei suoi buoni castelli della Marca, due figliuoli: Lodovico
-e Giovanni. È da costoro che voi discendete.
-
-— Ma scusi — fece Mostardo — io mi chiamo...
-
-— Vostra madre è stata l'ultima Mostarda della Romagna. Era povera...
-commise un fallo...
-
-— Bubbole!...
-
-— Questa è storia!... Commise un fallo e vi partorì. Dopo, non avendo
-mezzi per nutrirvi, vi portò alla ruota.
-
-— E allora perchè mi han chiamato Casadei?...
-
-— Perchè la pentita volle rimanere nell'ombra. Posso assicurarvi che il
-vostro vero nome è Perilio Mostardo come l'antenato vostro glorioso.
-
-Come non credere all'ingegnere Fias, corretto, flemmatico come un
-inglese di buon sangue?... Ed era calvo per giunta, ciò che conferiva
-alla sua serietà un'augusta platea. Imperturbabile nel gesto, nel tono
-della voce, sempre spenta, nella linea del viso adorno da una barbetta
-a punta, fin anche nel modo di reggere la piccola pipa di radica,
-veniva catechizzando il nostro gigante che più non sapeva se era luce
-od ombra quella che gli si muoveva intorno. E domandò peritando:
-
-— Lei... ha forse qualche documento...
-
-Un sommesso riso corse la stanza.
-
-— L'ho detto, io!... — fece Mostardo trionfante. — L'ho detto che sono
-bubbole!..
-
-— Bene — riprese sempre serio l'ingegnere Fias. — Quando vorrete ne
-parleremo all'avvocato Relli che raccoglie ogni memoria cittadina.
-L'avvocato saprà mostrarvi anche i documenti.
-
-— Sì!... Lo avvisi che li tenga pronti!...
-
-— Meriteresti davvero di essere un qualsiasi Casadei — disse l'avvocato
-Suasia — e di avere nel tuo stesso nome il marchio del clero!
-
-— Che marchio? che clero?... — fece Mostardo punto dall'inopportuna
-allusione.
-
-— È chiaro. _Casa dei_, casa di Dio... la chiesa.
-
-Mostardo rimase pensieroso. Disse, dopo una pausa:
-
-— Però che infamie si commettono su dei poveri innocenti!...
-
-Anche l'onorevole rise.
-
-— Del resto a te che importa? — riprese Suasia — Tu sei sempre stato e
-sempre rimarrai Mostardo Perilio, ovvero il Cavalier Mostardo, a gloria
-e onore della Romagna.
-
-— Avete nei fasti della vostra famiglia gloriosissime imprese. Voi
-foste encomiato come liberatore d'Italia e restauratore dell'antica
-disciplina dell'armi e dell'italico valore dopo la disfatta che
-infliggeste ai bretoni nel 1378. Voi affrontaste l'imponente esercito
-di Lodovico d'Angiò nel 1382 mentre tutta l'Italia era impaurita. Voi
-conquistaste alla Chiesa...
-
-— Ah, questo no!... — gridò Mostardo.
-
-— ... conquistaste alla Chiesa le città di Ascoli e di Assisi. Infine...
-
-— Ma che c'entro io?...
-
-— ... infine, combattendo con gli Orsini contro i Colonna espelleste da
-Roma Re Ladislao. Fin d'allora si rivelava l'anima repubblicana della
-vostra schiatta. Scacciaste un Cesare da Roma e vi aleggiò sulla grande
-testa il prisco spirito di Bruto. S'intende — riprese Fias — non sulla
-vostra, ma sulla grande testa della famiglia.
-
-Mostardo un poco nicchiò, un poco rise ma, in fondo, vagheggiava tale
-illustre discendenza.
-
-— Del resto — fece l'onorevole — non sono gli antenati che fanno
-l'uomo di valore, ma le opere sue. Voi siete stato e sarete certo, nel
-prossimo e nel futuro, più Mostardo del vostro predecessore.
-
-— Ora sì che dite bene!... — esclamò il cavaliere. — Ognuno è quello
-che è... fa quello che fa... come un cavallo. I padri sono i padri e i
-figli, i figli!... Ma voler giudicare un figlio da un padre non è mai
-giusto. Voler poi far grande il figlio dalle opere che non appartengono
-al figlio, sarebbe un vero cacume!...
-
-La risata che rintronò, coprì il Cavalier Mostardo come di un battesimo
-vermiglio.
-
-La parola sulla quale aveva calcolato per l'effetto doveva essere per
-davvero una qualche porcheriola indegna.
-
-— Perchè?... che cosa ho detto?... — domandò pieno di smarrita
-imperizia. — Non si dice cacume?...
-
-E come gli altri continuavano nella loro solfa, pensò di uscir
-dall'imbarazzo ritornando quello che sempre era stato, il gaudioso
-colosso in fervore ed in sete; e, per non più smarrirsi ed essere certo
-del fatto suo, interloquì, questa volta, in dialetto:
-
-— _Sò... dasìm da bé' e fasìla curta!..._ (Su... datemi bere, e fatela
-corta!...).
-
-
-Poi le cose volsero al grave. Si parlò grave con noccoluta sapienza.
-Si discusse di un nuovo partito e l'onorevole lo definì: «_un fermento
-di letteratume_». Mostardo drizzò le orecchie. Ecco i punti oscuri e
-le strade per Roma!... Bisognava penetrare, intendere, impadronirsi.
-Il mondo non finiva certo nella Città del Capricorno. (Il Capricorno
-è casa di Saturno ed esaltazione di Marte; l'uno dà la speculativa,
-l'altro il valore).
-
-— Questi poeti!... — fece l'onorevole (oh, di quanto disprezzo si
-inturgidì la parola!...). — Questi poeti perdigiorno che per essere
-stati nulli anche in quella misera cosa che è la letteratura, passano
-con disinvolta facezia alla politica e creano un partito...
-
-— Veramente non hanno creato niente di nuovo — fece l'avvocato Suasia.
-— In Francia il nazionalismo non è di oggi.
-
-— Sono degli irresponsabili — disse l'ingegnere Fias.
-
-— Rappresentano l'ultima decadenza borghese!...
-
-— Li spazzeremo via alla prima occasione.
-
-— Ma il più bello è — fece il Suasia — che qualcuno di questi ingenui
-crede sinceramente di essere rivoluzionario!...
-
-— Sì, rivoluzionari guerrafondai!... Vorrebbero trascinare il paese
-all'avventura!...
-
-— Avete letto le relazioni del loro ultimo Congresso? — riprese
-l'onorevole. — Sapete che cosa ne risulta di veramente chiaro, oltre
-il mare di stolte chiacchiere e l'assenza di qualsiasi originalità di
-programma?... La guerra... l'avventura!... Trascinare il paese nel non
-mai abbastanza deprecato orrore della guerra!...
-
-— Non bisogna prenderli sul serio.
-
-— Ma fan molto rumore! — replicò il Suasia. — E il molto rumore ha
-sempre efficacia in Italia.
-
-— Tanto è vero che trovan già le simpatie del Grande Partito
-Liberale!... — disse Gerolamo Putti che fino allora aveva taciuto.
-
-L'onorevole si volse verso il Putti:
-
-— Il Grande Partito Liberale?... E dove è quest'araba fenice?... Dove
-e come vive?... Quali i suoi capi e i suoi programmi categorici e gli
-adattamenti alle quotidiane contingenze?... La borghesia non ha più
-partito. È una massa incosciente che non vede il suo bene se non nel
-traffico e nelle crescenti ricchezze. Non c'è un vero e proprio partito
-liberale come non c'è un'anima nella borghesia!...
-
-— Bene!... — fece il Cavalier Mostardo — e incrociò le braccia sulla
-tavola.
-
-— Appunto perchè è privo di contenuto — replicò il Suasia — va cercando
-chi possa dargliene uno!...
-
-— E tu credi che i nazionalisti?...
-
-— I nazionalisti, dopo tutto, sono giovani e battaglieri.
-
-— Ma che cosa possono costruire di solido?
-
-— D'accordo! Niente di solido. Ma sono un eccitante all'ultima senilità
-del partito.
-
-— Fanno una impalcatura di sciocche parole per tesservi una coscienza
-nazionale! — esclamò l'ingegnere Fias.
-
-— Riprendono il vecchio tema patriottico per le loro colascionate! —
-gridò Ildebrando Sgargi.
-
-— Colascionate!... Benone!... — tuonò Mostardo. E, a voce più spenta,
-rivolgendosi al vicino soggiunse: — Dice bene!...
-
-— Infine quale sarebbe il loro scopo?... — riprese l'onorevole. —
-Quello di distrarre anche minime forze dal duro ed enorme compito
-della lotta di classe; quello di annebbiare con decrepite ideologie,
-felicemente sorpassate, la superiore civiltà che si delinea attraverso
-all'Internazionale. Un passo indietro, insomma, un tentativo di
-retrogradi conservatori, di codini guerrafondai «rimpiangenti le
-barbarie del militarismo.
-
-— Per Bios!... — fece Mostardo e battè il pugno sulla tavola.
-
-E Ildebrando Sgargi:
-
-— Leggete il loro giornale?
-
-— Per conto mio, no! — rispose l'onorevole.
-
-— Fate male. Potreste apprezzarli meglio.
-
-— Io ne ho già abbastanza delle vere quarantottate del quarantotto per
-aggiungervi queste scimmiottature fuori stagione!
-
-— Auff!... Questa letteratura patriottarda!... — grugnì a dispetto
-Gerolamo Putti.
-
-— E per rifare una così detta coscienza nazionale vanno accattando
-cavilli a destra e a sinistra e pretenderebbero creare noie allo
-Stato per ogni minimo incidente; per ogni sciocco diverbio nato fra un
-nostro commesso viaggiatore qualsiasi ed un turco, ad esempio! — disse
-Ildebrando Sgargi.
-
-— Già!... I turchi!... — mormorò Mostardo. — Ne ho sentito parlare.
-
-— Ma se noi abbiamo rinunziato, o quasi, alla vecchia pregiudiziale
-irredentista per dedicarci a un compito più umano e universale, come
-prendere sul serio certi isterismi?... — domandò l'onorevole.
-
-— E, dopo tutto, i turchi — fece un nuovo interloquente, Domokos
-Barbantini, impiegato di concetto al Comune — i turchi si sono mostrati
-più civili di noi con la loro rivoluzione pacifica!
-
-— Staremo a vedere... — mormorò Suasia.
-
-E allora si fece vivo uno che fino a tal punto era stato in ascolto,
-tutto arruffato e meditabondo. Quest'uno si chiamava Libero Bigatti
-ed era un repubblicano anarcoide così, per incidenza e predilezione.
-Era tollerato perchè temuto. In più liberi tempi sarebbe stato
-tranquillamente soppresso con una piccola dose di piombo in luogo
-opportuno.
-
-Il Bigatti, agli ultimi accenni alla Turchia si ricompose sulla sedia.
-
-— Già... la rivoluzione giovane turca! — ghignò fissando l'onorevole. —
-E chi non sa che è un trucco massonico?...
-
-La brigata discese immediatamente sotto zero. Silenzio! Solo Mostardo
-ribattè:
-
-— Oh!... Ma lo dice lei!...
-
-Il Bigatti guardò Mostardo con tale ironico sorriso che il buon
-Cavaliere non potè non osservare.
-
-Domandò:
-
-— E adesso perchè ride?...
-
-Il Bigatti non rispose.
-
-— Crede di farmi paura?...
-
-— A lei no! — rispose il Bigatti, tranquillo. — Lei è innocente!
-
-O che diamine voleva dir questo?... Mostardo speculò dentro sè stesso
-per fermar il valore preciso della parola innocente, per trovarvi un
-significato nella sua vita. Ma non trovò se non tempi di infanzia e di
-scuola e un equivoco sentore di prima comunione e di corporale nonchè
-spirituale castità. Niente più. Innocenti erano i marmocchi alla poppa
-e i fantolini alla cresima ciò è a dire irresponsabili. Innocenza è
-eguale a irresponsabilità. Un irresponsabile è quasi un imbecille, se
-ha superata l'infanzia. Egli era fuori dall'infanzia. Nessun dubbio.
-Il Bigatti aveva voluto offenderlo. La lenta ma nobile convinzione
-gli passò dalla mente al cuore e accese la fucina della collera. Ma
-si fermò a un centro inibitorio. Doveva ancora figurare come persona
-corretta. Disse, stringendo i denti:
-
-— Si spieghi!...
-
-— Oh, ma non importa!... — rispose il Bigatti. — Non dia peso a una
-parola futile!...
-
-— No!... Non deve andar così... — affermò risoluto il Cavaliere. — Io
-sono un gentiluomo, sa!... E con me è inutile venire avanti con parole
-difficili. Se lei ha voluto offendermi, è un vigliacco!... E se non ha
-voluto offendermi è un vigliacco lo stesso perchè non si è spiegato!...
-
-Poi la furia che già si levava a formar catapulta sul malcapitato
-Bigatti fu d'improvviso frenata e semispenta dal riso sollevato intorno
-dalle sue parole.
-
-Tale era il compito di Mostardo Perilio nelle brigate. Solutore di
-continuità nei punti scabrosi e porto di gioconda unione. — Evviva il
-Cavalier Mostardo!... — gridò la brigata.
-
-— Evvivaaaa!...
-
-— Bisognerà tu ne parli a Giolitti — disse l'avvocato Suasia,
-all'onorevole. — Giolitti non sa di avere nel suo regno un uomo
-simile!...
-
-E l'ingegner Fias:
-
-— Vi piacerebbe, Mostardo, di essere nominato Governatore della Colonia
-Eritrea?...
-
-— Io sono per il piede di casa — rispose Mostardo passandosi una mano
-sulla fronte perchè aveva sudato.
-
-— Governatore, no!... Ma... sottoprefetto? Eh... Mostardo?
-
-Il Cavaliere scrollò le spalle.
-
-— Per l'intelligenza che ci vuole potrei esserlo anch'io!
-
-— Chissà... la cosa non è poi impossibile — riprese Fias. — Secondo
-come vi comporterete nelle prossime elezioni. Giolitti ha fama di
-essere generoso con gli amici.
-
-— Ora poi, col suffragio universale, sarai davvero una potenza! —
-soggiunse l'avvocato Suasia. — Tu e Bucalosso, il tuo aiutante...
-
-— Bucalosso non ha niente a che fare con me! — ribattè Mostardo.
-
-E i discorsi imbastardirono dalla loro prima purezza. E bello fu
-il ridere, come il ragionare di donne e di vergini. La città del
-Capricorno fu corsa ne' suoi chiusi e mai non fu visto, con la
-fantasia, maggior corteo di bellezze intorno a una tavola di prodi.
-
-
-Dopo la mezzanotte rimasero in tre; l'onorevole, l'avvocato Suasia e
-lui, il poliorcète.
-
-— Andiamo nel mio studio — disse l'onorevole.
-
-Si chiusero nello studio e sedettero intorno alla scrivania.
-
-— Dunque — disse l'onorevole — il fato è compiuto. L'inevitabile
-scissione ci ha condotti alle conseguenze estreme. Non dovremo più
-subire imposizioni di sorta.
-
-— Era tempo! — mormorò Suasia.
-
-— La nuova Camera di lavoro funziona perfettamente. Non abbiamo una
-defezione. Però la guerra si annuncia asprissima.
-
-— La sopporteremo — fece Suasia. — La Agraria è con noi.
-
-— Ma non così il prefetto — soggiunse Mostardo.
-
-— Era da prevederlo — riprese l'onorevole. — Le istruzioni dall'alto
-sono precise. Astenersi dalla lotta fin che sia possibile e, in caso
-d'inevitabile intervento dei pubblici poteri, favorire in qualsiasi
-modo i socialisti.
-
-— Sempre lui, quel Giolittaccio!... — imprecò Mostardo.
-
-— Ma Giolitti non figura — disse il Suasia.
-
-— Ebbene, tanto peggio! Quello è un uomo pericoloso anche se dorme!...
-
-I tre tacquero meditabondi.
-
-— Il peggio è — riprese Suasia — che ci accuseranno di tener mano
-all'Agraria, di esserci associati alla borghesia.
-
-L'onorevole non rispose subito. Con un tagliacarte scandiva sulla
-scrivania un suo tempo di marcia, la fronte appoggiata sul palmo della
-mano sinistra. Disse poi:
-
-— Noi dobbiamo tener sodo, ecco tutto! Non lasciarci intimidire nè
-fuorviare dalle prepotenze. So che sono incominciati i boicottaggi e
-che ogni genere di violenza è all'ordine del giorno. Non importa. La
-nostra massa è compatta. Tutti i coloni sono con noi, repubblicani
-della più bell'acqua. E se ci hanno battezzati _gialli_, tanto meglio.
-Un _giallo_ varrà sempre un _rosso_. _Gialli_ noi, repubblicani;
-_rossi_ loro, socialisti! Ed ora si vedrà a quale, fra i due valori,
-arriderà la vittoria.
-
-— Insomma, alla fin delle fini — fece Suasia — quei signori vogliono
-morta la mezzadria!
-
-— Non precipitiamo! — fece l'onorevole che vedeva in tale possibilità
-la fine di ogni suo impero. — Per ora siamo molto, ma molto lontani da
-una simile sovversione. È certo però che il presunto diritto proclamato
-dai braccianti socialisti, ogniqualvolta fosse accettato porterebbe
-troppo lontano. Oggi si tratta delle macchine trebbiatrici; domani
-il principio dovrebbe estendersi a tutte le industrie. Noi braccianti
-uniti in cooperativa — essi dicono — dobbiamo essere proprietarii degli
-strumenti di produzione perchè siamo noi che li facciamo funzionare.
-Cara, la gherminella!... E pensano, codesti signori, che nessuno veda
-chiaro nel loro procedere? Credono che noi si sia tutti una manica di
-semplicioni scervellati...
-
-— Si direbbe quasi che tu difendessi l'Agraria!... — fece il Suasia
-sorridendo.
-
-— Purtroppo in questo caso — riprese l'onorevole —, gli interessi dei
-nostri collimano con quelli dell'Agraria. Ma non importa. Il fatto
-è che la grandissima maggioranza dei contadini, ed anche qualche
-bracciante, è con noi. Questa è una specie di tregua di Dio, di
-fronte all'Agraria. Domani ricominceremo la lotta sospesa e le giuste
-rivendicazioni saranno poste ancora sulla bilancia. Per ora pace e
-silenzio. Se l'Agraria ci aiuterà, tanto meglio. Piuttosto sapete dirmi
-di quante macchine trebbiatrici si è fornita la Camera rossa?
-
-— Ne ha una ventina — rispose Mostardo.
-
-— Tante?... E come le ha pagate?...
-
-— Le pagherà quando e come potrà! — disse sorridendo l'avvocato Suasia.
-
-— Ma sarà un fallimento!
-
-— Niente paura!.. — esclamò Mostardo. — Delle strade ce n'è mille
-per scappare. Poi che cos'è questa Cooperativa?... Io non l'ho mai
-capito!... La Cooperativa compra... la Cooperativa vende... Bene!...
-Ma di dietro chi c'è?... Dieci briganti che non hanno un soldo!...
-Dieci Rigaglia o dieci Puffoni, non importa. Sempre loro sono! Questi
-versipelle!... La Cooperativa!... Bella invenzione!... Un branco di
-nullatenenti e un capo brigante!... E domani dettano legge!... Ma i
-nostri vecchi come le chiamavano queste associazioni? Le chiamavano
-bande!... E chi erano i loro capi?... Uomini di fegato erano!... E si
-chiamavano il Passatore, Lasagna, _e' Gagîn_ e pagavano di persona.
-Ma ora usano i briganti della cattedra, usano!... Non hanno più il
-trombone, hanno la penna; non assaltano per le strade ma sul loro
-giornale. Ah, per Bios, se fossi ministro solo per un giorno!...
-
-— Lo diventerai!... — insinuò Suasia ridendo.
-
-— Farei una legge. Via!... Fuori questi generi sporchi!... Perchè
-la Cooperativa è immorale come un letto sul quale fosse costretta a
-dormire tutta quanta la società.
-
-E l'individuo?... — continuò fra la gaiezza dei sozii — Dove finiscono
-i diritti dell'individuo?... Tutto è conculcato, tutto è sottosopra.
-Non ridete!... Che cosa conta un uomo, oggi? Niente! Lo prendono e
-lo immagazzinano con gli altri; ne fanno una collezione: ecco qua
-la Cooperativa!... Oggi non c'è più un bastone, c'è una fascina; non
-c'è più l'uomo, c'è la Lega! Per Bios, e bada come parli perchè uno
-comanda per tutti! E chi è questo uno?... Dove lo trovi il generale?...
-Nessuno ti sa dire dove sia e chi sia. Sarà il Signore, dico io. Siamo
-scappati dai preti e abbiamo trovato il Gran Prete. È proprio così! Il
-Gran Prete è dappertutto e dorme nel tuo letto con te e sta attento
-a quello che dici, a quello che mangi, a quello che fai. E per Bios,
-per esempio, tutti siamo deboli di natura, si sa... l'uomo tende alla
-donna e viceversa. Ma il Gran Prete non vuole; se hai un'amorosa prima
-deve metterci il naso lui... ecco!... E bisogna che la Cooperativa
-sia contenta!... E vi pare che si chiami esser uomini così?... No,
-figli!... Noi siamo burattini!... E si va avanti perchè ogni calcio fa
-fare un passo!...
-
-Tacque. L'avevan lasciato parlare. Si era sfogato.
-
-— Dunque tu sei un ultra-individualista? — gli domandò l'avvocato
-Suasia.
-
-— E mi son mai domandato, io, chi sia? Che cosa mi importa dei vostri
-nomi e delle vostre cabale? Io mi chiamo il Cavalier Mostardo!...
-
-Seguì una sosta. L'onorevole sfogliava alcune carte che aveva innanzi
-e pareva concentrasse, nell'operazione, un'attenzione rigorosa. L'ora
-era tarda. Nel silenzio non si udì che il crepitar del lume. Le strade
-della città erano deserte. Un gallo cantò quando l'onorevole chiese a
-Mostardo:
-
-— Sapete dirmi quanti siano i coloni dissidenti?...
-
-— Come?... — fece Mostardo.
-
-— Quanti sono i contadini che vogliono le macchine rosse? — chiarì
-l'avvocato Suasia.
-
-— Ah, ecco qua la nota! — E Mostardo trasse dalla tasca un gran foglio
-che spiegò innanzi all'onorevole.
-
-— Quando avete compilato questa nota?
-
-— Pochi giorni fa.
-
-— È esatta?...
-
-— Esattissima.
-
-— E sapete se i proprietari siano disposti a dare l'escomio?...
-
-— A dar commiato ai contadini — chiarì il Suasia.
-
-— Questo non lo so — rispose Mostardo.
-
-— Bisogna informarsene.
-
-Altra pausa meditabonda.
-
-— Dunque fra tre giorni — riprese l'onorevole, e sempre sfogliava le
-carte — fra tre giorni usciranno le nostre macchine. Che avete fatto
-voi, Mostardo, per il nostro trionfo?...
-
-— Vedrà — rispose Mostardo.
-
-— Ci tenete al segreto?... Non si può sapere?...
-
-— Se io le assicuro la vittoria non basta?...
-
-— Badate che bisogna sorvegliare nello stesso tempo venti, trenta aie...
-
-— Ci ho pensato!...
-
-— Che i rossi tenteranno atti di sabotaggio...
-
-— Ci ho pensato!...
-
-— Che verranno armati e in grandi masse...
-
-— Ci ho pensato!...
-
-— Che il prefetto è dalla loro e, in caso di sconfitta, non solo ne va
-del nostro onore, ma dell'avvenire del partito.
-
-— Onorevole, può dormire tranquillo!... C'è Mostardo che sta desto!...
-
-— Bene. Allora fidiamo in voi. Badate Mostardo!... Vi assumete una
-responsabilità enorme!..
-
-— So quello che faccio. Per me personalmente non ho paura... poi, mi
-conoscono! Ho la doppietta, io!...
-
-Si levarono. Il segreto convegno era finito. L'onorevole accompagnò
-Mostardo fin sulla porta e quando fu sulla porta gli strinse forte la
-mano:
-
-— Allora all'opera, Mostardo, e con giudizio!...
-
-— _Adelante Pedro..._ — commentò il Suasia.
-
-Mostardo non capì, ma la notte era serena e piena di stelle.
-
-Ancora. Quando, poco dopo, fu per rimboccar le coltri, il nostro eroe
-udì un gallo cantare.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-_Ed ecco che il buon gigante ridiventa lo zio Giovanni, nel giardino di
-Spadarella._
-
-
-Rigaglia passeggiava nel cortile.
-
-_Tok... tok... tok... tok!..._
-
-Il Cavalier Mostardo non aprì gli occhi ma vide il lume dell'alba e il
-suo nemico domestico. Ecco un tonfo sordo di scarponi ferrati, giù,
-nel cortile: la sua sveglia quotidiana. E pensare che egli poteva
-dirsi ormai una persona perbene e aveva tuttavia alle costole quel
-giannizzero!... E disfarsene non poteva.
-
-Il passo si avvicinò. Rigaglia bussava alla porta.
-
-— Chi è?
-
-— Io.
-
-— Che cosa vuoi?...
-
-— Oggi è lunedì. Andiamo al mercato?
-
-— Ma va all'inferno!...
-
-Rigaglia non parlò più. Ristette un poco e poi si udì ancora, e questa
-volta per l'entrata, un:
-
-_Tok... tok... tok... tok!... _ Il suono dei suoi scarponi fenati.
-Tornò il silenzio. Mostardo volle saper l'ora. Erano le quattro e il
-sole era sui tetti. Da uomo sollecito non pensò a riprender sonno,
-pensò:
-
-— Ora vado da Spadarella! O la trovo nel giardino o la desto.
-
-Volle cominciare serenamente; dimenticare, per un mattino, la lotta che
-doveva sostenere.
-
-
-Aveva nel pollaio (anzi era Rigaglia che lo manteneva) un maledetto
-gallo; un gallo rosso con due occhi da straniero. Mostardo aveva visto
-una volta, nel patrio zuccherificio, uno straniero che aveva gli occhi
-del suo gallo. Tondi e impertinenti. Per quell'uomo il mondo era un
-pollaio. L'uovo gli apparteneva ancora più della gallina.
-
-Era disceso da un paese lontano a insegnar l'arte di cavar zucchero
-dalle barbabietole e trattava gli operai della Città del Capricorno
-come ottentotti e bassi zulù. E quest'uomo tuonava nella sua parlata
-da raffreddore. Tuonava e camminava con gli stessi piedi di Rigaglia,
-molto grandi e solidi. Ma il passo dello straniero era vasto. Fra gamba
-e gamba ci passava il mondo.
-
-Se ne era andato presto perchè, in Romagna, non faceva fortuna; ma a
-Mostardo era rimasto, a ricordarglielo, il gallo rosso. E cantava con
-gola da fliscorno in tutte le ore del giorno. Nel mondo c'era solamente
-lui, il gallo, il divin tabernacolo del seme!...
-
-Anche l'invitta bestia era una passione di Rigaglia tanto che al
-Cavaliere non era riuscito mai di farle fare la nobile fine che spetta
-ad ogni domestico volatile.
-
-Ed ecco che cantava. Mostardo aprì la finestra. Era là impalato,
-con quel suo petto da vecchia tartana, la cresta a parafulmini e i
-bargigli... due enormi bargigli come se portasse il suo sesso sotto la
-gola!... Si arrotò gli speroni e raspò.
-
-— Va là, brutta bestia — gridò Mostardo. — Te la farò fare io la fine
-che ti meriti!...
-
-E si ritrasse.
-
-Ora questo gallo si chiamava Francesco.
-
-
-Il giardino di Spadarella.
-
-La porticciuola si apriva nel muro di cinta, vicina a una torre
-medioevale.
-
-Siccome le case digradavano intorno ed erano, le più prossime, a un
-solo piano, una corona di torri e di campanili campeggiava nel cielo.
-
-Al centro il giardino con la sua casa bianca.
-
-Mostardo entrò e si accorse alla prima occhiata che Spadarella non
-c'era.
-
-— Spadarella?...
-
-Nessuno rispose, ma la casa era aperta. Vicino alle serre lavoravano
-due uomini: Gerolamo e Stefano, i vecchi giardinieri. Mostardo si
-diresse a loro:
-
-— Buongiorno, gente!...
-
-I vecchi si levaron sul torso nodoso, un po' gobbi.
-
-— Oh, buongiorno, padron Giovanni!
-
-Gerolamo si terse le mani ai panni. Disse:
-
-— Molto presto?... Si è levato a buon'ora, stamattina!...
-
-— Avete visto Spadarella? — domandò Mostardo.
-
-— Era là adesso — fece Stefano. — Però non so se sia uscita.
-
-— E Spina Rosa?...
-
-— È alla messa — rispose Gerolamo.
-
-Mostardo guardò per il giardino; chiamò ancora:
-
-— Spadarella?...
-
-Due rondini sfiorarono i roseti e si udì il loro strido.
-
-— Vada a vedere se è in casa — disse Gerolamo.
-
-— Credo sia uscita. Era là adesso — fece Stefano. E ripresero il
-lavoro, vicino alle serre, nella grande zona azzurra dell'ombra
-mattinale.
-
-Mostardo si diresse alla casa bianca e guardava le aiuole ben tenute
-e i garofani e i gerani rossi. Come giunse innanzi alla casa vide,
-presso la porta, una sedia e, sopravi, un libro aperto. Certo si era
-levata come avevano detto i due vecchi. Entrò, sbirciò per le porte.
-Sul tavolo della cucina c'era una provvista di ortaggi e di frutta e la
-brace, fra gli alari.
-
-— E dove sarà? — fece Mostardo.
-
-Ma ecco una corsa nel giardino e la voce di lei:
-
-— Zio?... Zio?...
-
-Perchè quando si hanno cinquantacinque anni, e non si è vecchi ancora,
-due cose entran nel core con gran furia gioiosa: il mattino e la
-giovinezza. Le strade si abbreviano allora; ogni giorno reca il segno
-del confine, ed anche la più grossolana materialità non supera la
-malinconia, talvolta, e l'ombra della inutilità.
-
-Ed ecco, se ancora c'è un usciuolo ed un pertugio per un occhio di
-sole, la buia stanza si illumina, s'empie di vastità, fa gran festa.
-
-Oh, campane di gioia nelle contrade del mattino! I giovani non sono con
-voi, strepitano e sognano le lunghe strade... voi cantate per colui che
-discende l'opposta riva.
-
-L'uomo compiuto! Per nessuno, come per lui, ridono i ruscelli
-e s'illumina il mondo; nessuno, in tanta dolcezza d'amore vive
-e compenetra. Egli è fermo... aspetta!... Ormai ha saputo... ma
-niente!... Niente più di un silenzio. Ed ecco che può ascoltarvi,
-campane e giovinezze! E sostare come un pellegrino innanzi alla purità
-vostra.
-
-
-Il gigante si fermò sulla porta come un fanciullo contento, che ride.
-Ella correva nel giardino. Una nube attraverso alle foglie.
-
-Sentì i baci di Spadarella e le sue braccia che gli cingevano il collo.
-
-— Dove sei stata?
-
-— Ero nella strada. Aspettavo Spina Rosa. E tu zio?... Rimani con
-noi?... Pranzi con noi?...
-
-— Ne parleremo.
-
-— Hai molto da fare, zio?...
-
-Egli non era veramente nè zio nè parente di lei, ma l'affetto aveva
-creata la parentela e il piccolo nome dolce. Perchè Mostardo tramutava
-vicino alla piccola, ed era solamente Giovanni: un Casadei fra i tanti
-nati da nessuno.
-
-La sua Romagna battagliera, eccessiva, strepitosa si rifugiava fra le
-cose serie, svaniva per un piccolo lume. Egli doventava un uomo con la
-sua bambina: lo zio Giovanni!
-
-— Vuoi una tazza di caffè, zio?
-
-— Grazie.
-
-Entrarono nella cucina.
-
-— Qui, no!... Aspettami in salotto.
-
-— Va'... non fare storie, Spadarella!... Qui si sta bene!
-
-Entrò Girolamo.
-
-— Signorina... c'è gente in giardino.
-
-— Che gente?...
-
-— Vogliono dei fiori...
-
-— Servili.
-
-— Stefano dice che Spina Rosa ha detto...
-
-— Be'?
-
-— Sa?... le ghirlande per don Petronio?... Fiori non ce n'è...
-
-— Allora non ce n'è!...
-
-Girolamo ristette incerto come se la cosa non gli sembrasse risoluta,
-poi si volse e uscì senza aggiungere altro.
-
-— Si è convinto! — fece Spadarella e rise. — Sai che ce ne vuole,
-zio, a far entrare qualcosa in quelle teste!... E sono uguali come
-due fratelli. Non sanno le vie spiccie. Stanno a parlare per ore, di
-niente, non si decidono mai. Tu li sentissi con Spina Rosa... Quanto
-zucchero, zio?
-
-— Poco...
-
-— E tu hai deciso?...
-
-— Che cosa?
-
-— Rimani?
-
-— A questo penseremo. Adesso va a vestirti.
-
-Spadarella si accostò. Gli occhi suoi si fecer più grandi; la sua
-giovinezza vi si raccolse, risplendè della sua gioia.
-
-— Dove andiamo?...
-
-— Vedrai!
-
-— Debbo vestirmi bene?...
-
-Mostardo posò la tazza, guardò la giovinetta.
-
-— Sì... fatti bella!...
-
-Ella non disse niente, gli dette un gran bacio, fuggì.
-
-Eccola di sopra, nelle sue stanze chiare. Pesticchiava su e giù.
-Correva; forse dall'armadio allo specchio.
-
-I pensieri di lui, i gravi pensieri vestiti di nero, se ne andavano
-ad aspettarlo altrove. La trebbiatura, i manigoldi fatti venir di
-lontano, i pattuglioni, le difese, l'onorevole, il compito politico, la
-candidatura, il potere, tutto era scialbo ed inutile in quel mattino.
-Egli era lo zio Giovanni, in casa della sua bambina. Ed anche la sua
-larga faccia e i mustacchi avevano un'aria diversa: avevano la rotonda
-beatitudine del nido... per due occhi in pace!
-
-Il sole e un pesco pensavano alla finestra ch'egli aveva innanzi. Sulla
-tavola e sul muro bianco tremavano ombre di foglie... Su, nella stanza
-chiara, Spadarella cantava.
-
- _Viveva un tempo, in Normandia,_
- _un prénce illustre pel suo valor..._
-
-Un motivo vecchio come gli anni di lui; un'opera ormai dimenticata.
-
-Che bella, che fresca voce!... Anche Girolamo e Lorenzo si levarono sul
-torso nodoso, un po' gobbi, e Lorenzo disse:
-
-— È lei!...
-
-Girolamo si asciugò la fronte e disse:
-
-— Mi pare un angelo!
-
-Poi piegaron la testa, silenziosi, appoggiati alla vanga come se una
-preghiera senza nome scendesse in loro dal cuor del mattino.
-
-
-Spina Rosa entrò in cucina senza far rumore e trovò Mostardo seduto
-contro la tavola, la faccia fra le mani e gli occhi smarriti contro la
-finestra. Il canto continuava tuttavia.
-
-Quando Mostardo intravide Spina Rosa, non si mosse ma sussurrò:
-
-— La sentite?...
-
-— È un angelo!... — disse Spina Rosa. E si tolse lo scialle nero entro
-il quale si era nascosta la testa e la fronte come in un'ombra mistica.
-
-— Chi l'ha sentita — riprese —, si meraviglia perchè non la fate
-studiare. Con la voce che ha, padron Giovanni, con la voce che ha!...
-Pensate!...
-
-— E siete voi che dite questo?... — fece Mostardo senza muoversi.
-
-— Anche lei si strugge. Vorrebbe dirvelo e non si azzarda.
-
-— Ma non sta bene così?... Perchè cantare?... Ha il suo giardino... la
-sua casa... non le manca niente...
-
-— E quando noi saremo morti?...
-
-— Eh!... di qui a allora!... Poi non prenderà marito?...
-
-— Non ne vuole.
-
-— Sicuro!... A quest'ora avrà già l'amoroso!...
-
-— Non lo dite, padron Giovanni!... Una figliola così...
-
-— Ma cosa volete chiacchierare!... Una figliola così non ne avrà
-uno, ne avrà dieci!... È troppo bella. Li vorreste aver voi che siete
-vecchia?... Intendiamoci bene — soggiunse — del male non ne farà... ne
-son troppo sicuro.
-
-— Non ci mancherebbe altro! — fece Spina Rosa.
-
-— ... del male non ne farà!... La conosco bene. Però... mandarla sul
-teatro... no... non mi entra in testa!
-
-— E se fosse la sua vocazione?...
-
-— Se proprio fosse la sua vocazione. Ma scommetto che siete voi,
-vecchia matta, che le mettete in mente certe idee.
-
-— Non è un tesoro che si perde? — domandò Spina Rosa rivolgendosi. —
-Non potrebbe diventare una signora?... Guardate quelli che cantano,
-quanti soldi si sono messi da parte.
-
-— Sì, ma il resto lo perdono!... Specialmente le donne.
-
-— Per la mia Spadarella sarei sicura!
-
-— Sicuri non si può essere mai, vecchia! Le occasioni sono le occasioni
-e... una bambina come quella!... Cosa ne dite voi, Spina Rosa?... Siete
-stata giovane anche voi!...
-
-— Io non ho conosciuto che il mio povero uomo...
-
-— Va bene, ma intanto l'avete conosciuto. E basta incominciarle
-certe conoscenze!... Poi voi eravate brutta, mi ricordo, e Spadarella
-potrebbe stare sugli altari... potrebbe stare!... Mi minchionate?...
-Farla cantare!...
-
-— Le darete un gran dispiacere, padron Giovanni!...
-
-Mostardo non rispose. Si volse a guardar la finestra, pensoso.
-Soggiunse come parlasse a sè stesso:
-
-— Poi bisognerebbe mandarla via...
-
-Spina Rosa non rispose.
-
-— Qui non si studia... — continuò. — Bisognerebbe mandarla a Pesaro...
-sola... e noi potremmo star tranquilli che non la vedremmo più...
-
-— Perchè?... — fece timidamente Spina Rosa.
-
-Mostardo alzò la voce questa volta, irritato:
-
-— Perchè?... Ma vorreste andarle dietro voi, forse? O io?... Vorreste
-proprio finire i vostri giorni sul teatro, vecchia matta?...
-
-Spina Rosa si spaventò, si fece il segno della croce e disse:
-
-— Dio me ne guardi!
-
-— Vedete che ho ragione?... — soggiunse Mostardo. E tacque, ma non era
-soddisfatto. Combattuto fra i dubbi, le gambe accavallate, batteva con
-un piede il ritmo a una sua solfa interiore.
-
-— Già... facevo meglio a non venire!... — borbottò. Ma Spadarella era
-entrata e aveva udito. Domandò accostandosi:
-
-— Perchè, zio?...
-
-— Ah, siete qui! — fece Mostardo. — Allora avrete sentito quello che
-abbiamo detto.
-
-Spadarella allargò gli occhi in volto a Spina Rosa in una domanda muta.
-L'essere trattata col voi le indicava una burrasca nell'animo dello zio
-Giovanni. Spina Rosa, timorata, le fe' cenno di tacere.
-
-— Non fatevi tanti segni! Io vedo tutto! — disse Mostardo. Poi come
-vide un poco impallidire il viso della sua piccola, si levò, se la
-trasse fra le braccia.
-
-— E adesso che cosa avete ancora?... Perchè fate quegli occhi?... Vi
-ho sentita cantare... Vi ho sentita!... Avete una bella voce e... so
-tutto!
-
-— Che cosa sai, zio?... — e l'ansia era in quegli occhi mattutini.
-
-— Non fatemi inquietare ancora! Ma bisognerà parlarne!
-
-— Di che? — domandò Spadarella e guardava Spina Rosa, ostinatamente
-muta presso i suoi fornelli.
-
-— A Pesaro, no! Ve lo dico subito; a Pesaro no!... Ma cercheremo di
-trovarvi un maestro qui!...
-
-Poco dopo se ne andarono attraverso il giardino e passarono dalle
-vecchie serre, sotto il nido delle rondini.
-
-
-Invece di uno, le comprò tre vestiti e anche voleva comprarle tre
-ombrelli da sole se Spadarella non si fosse opposta.
-
-La gente li salutava; la gente si fermava a guardarli, e i giovani
-potevan dire:
-
-— Come si è fatta bella!... — ma niente più perchè c'era Mostardo. E
-si sapeva che il Cavaliere, quand'era con Spadarella, non ammetteva
-complimenti, apprezzamenti e investigazioni. Una volta aveva scrollato
-un giovinetto e un'altra volta un uomo. Sempre senza dir niente. Una
-scrollatina contro il muro e i galanti se ne erano iti malconci e
-pesti. La sua forza era prodigiosa e lo si sapeva. Chiacchiere nessuna.
-Si prende l'impertinente e lo si accosta al muro con una certa violenza
-poi lo si lascia andare pel suo destino. Così s'impara a vivere. Questo
-lo si fa per tre volte forse. Dopo non ce n'è più bisogno. Perchè la
-gente è ragionevole e si convince.
-
-Quando passava Mostardo con Spadarella, gli occhi sì, parlavano, ma gli
-occhi solamente.
-
-Spadarella guardava sempre diritto.
-
-E bella, era, come la luna nuova fra i giovani peschi e come una
-fontanella nell'agosto bruciato. Pareva muovesse la frescura come il
-mattino. Pari a una nuvola sola, bianchissima. Attraversa il cielo
-sopra la terra che guarda.
-
-Sottile e forte. Tipo certo di Romagna. La sua castità era ridente.
-Vergine consapevole senza stolte finzioni.
-
-Spadarella, il gladïolo dei grani. _Gladïolus vulgaris_ dice la
-scienza; ma i nostri uomini dei campi presero il nome dalla sua forma:
-_spadarell_.
-
-Così ella si chiamò come il piccolo gladïolo e un po' selvatica era con
-coloro che non le andavano a genio.
-
-Un grande amore per lo zio Giovanni e fasci di speranze proiettati
-nell'avvenire. Gioia piena e costumanze semplici. Come le piante del
-suo giardino. Non poteva amare perchè non s'era ferma a un porto.
-C'era, negli occhi suoi, la lusinga delle belle creature. E se cantava,
-il fondo passionale della sua razza metteva nella bella voce un fascino
-caldo e avvincente, una malia di indefinibili sogni e di amore. Questo,
-in Romagna, si apprezza più che un tesoro, più che danaro contante.
-
-La gente rude e battagliera, la gente pratica ama e si esalta nel
-canto, nel canto coglie il suo sogno e il suo amore, vuole questo ed
-apre i forzieri e gli entusiasmi travolgenti per una bianca gola di
-rosignolo. Morire non importa: cantare bisogna! E anche dal fondo
-malinconico della razza nasce tale passione come un ponte verso un
-oblio. Al di là di tutto!
-
-Spadarella sapeva la sua virtù grande; non per niente vedeva anche
-i due vecchi levarsi dal lavoro per ascoltare tutti curvi finch'ella
-cantasse. E la loro fronte era più serena.
-
-Ripassarono nel giardino, presso le vecchie serre, sotto il nido delle
-rondini.
-
-Spadarella era carica di doni e a Mostardo pareva di non averle dato
-niente.
-
-A mezzo il giardino videro una signora bionda che conversava con Spina
-Rosa.
-
-Il Cavalier Mostardo ebbe un moto di sorpresa e fece un profondo saluto.
-
-— Chi è quella signora?...
-
-— Ah... niente!...
-
-— La conosci?
-
-— Sì.
-
-— E non sai come si chiama?...
-
-— Mi pare di non ricordarmi...
-
-— Si chiama Ninon Fauvétte.
-
-— Guarda!...
-
-— Ed è dama di compagnia...
-
-— ... della marchesa Alerama, lo so! Bella donna, è vero?...
-
-— Ma è vecchia!...
-
-— Vecchia?... Cosa dici?... Al massimo avrà trentacinque anni!...
-
-Sì, ma Spadarella ne aveva diciassette! Non era possibile
-l'apprezzamento da parte sua.
-
-Non dissero altro; ma il Cavalier Mostardo era pensieroso.
-
-La signora bionda non aveva comprato fiori. Che era venuta a fare nel
-giardino?... e che cosa aveva detto a Spina Rosa?...
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-_Qui si vede Bucalosso, dragon di Romagna._
-
-
-Bucalosso non era di nobile origine; ci duole per i cuori adorni, ma la
-colpa non era sua nè nostra. D'altra parte lo stesso nome lo rivela:
-Bucalosso. Dal qual nome si potrebbe anche arguire ch'egli avesse
-non ignobile parte in qualche sala anatomica; ed infatti di anatomia
-si intendeva, ma alla pratica, per le quotidiane contingenze. Era un
-sezionatore di gran vaglia, ma non si esercitava sui bipedi, preferiva
-i quadrupedi.
-
-Quaranta, de' suoi cinquant'anni, li aveva spesi al macello: ecco
-tutto. Tale professione necessaria, perchè l'umanità nobilissima tanto
-più si eleva nello spirito del mondo quanto più si sazia di carne, lo
-aveva fatto torvo. Quadrato e muscoloso, anche, come tutti gli uomini
-dell'arte sua.
-
-Ora nella Città del Capricorno, Bucalosso era una istituzione, insieme
-ai figli. Ne aveva sei: Libero di Bucalosso, Alvaro detto Tripoli,
-il Cagnaccio, Mazzini detto la Vigna, Danton detto il Pantalone e
-Garibaldo. Quest'ultimo era biondo mentre tutti gli altri erano neri.
-Strano! Il figlio biondo di Bucalosso aveva anche, nelle fattezze,
-qualcosa del Cavaliere dell'Umanità. Si spiegava il fatto col dire che
-la madre di lui, Angelica (oh, povera fante nel covo dei molossi!),
-avesse avuto, durante la lunga e laboriosa gestazione, sempre innanzi
-agli occhi una oleografia del Duce leonino. Il figlio nascituro si
-era venuto foggiando su tale immagine per un misterioso processo di
-assorbimento quotidiano. Cosa ammissibile anche questa. Così si possono
-riprodurre i grandi uomini.
-
-Però la cosa non era indiscussa. Le donnacole petulanti avevano
-un'altra versione molto meno originale, nella quale il processo di
-assorbimento subiva una lieve sfumatura. Si sarebbe trattato di una
-facezia sentimentale della povera fante Angelica, dimessa madre. Questa
-_avrebbe fatto uno sbaglio_. Lo sbaglio di un'ora solamente, come un
-pisolino. Ma Garibaldo aspettava appunto quel pisolino perchè Angelica
-era feconda. Quando si dice la fatalità!... Ella conosceva un uomo;
-quest'uomo un giorno di agosto, era entrato da lei per dissetarsi e si
-era dissetato come è umano che avvenga. Poi aveva varcata la soglia
-per sempre; ma, dietro di lui, era rimasto il germe di un fantolino.
-Naturalmente Bucalosso non aveva mai sospettato neppur l'ombra di
-una simile facezia chè, altrimenti, la povera Angelica, umilissima
-fante, avrebbe saputo le vie senza ritorno. Bucalosso era di coscienza
-intemerata e bastava dicesse: — Voi siete una donna!... — per aver
-detto tutto. Ora, nonostante la deviazione di Garibaldo, il biondo,
-Bucalosso era ugualmente una istituzione e a nessuno sarebbe mai
-passato per la mente di fargli osservare che fra i suoi figli c'era
-un dubbio. Guai al maligno!... Bucalosso aveva la tempra delle sue
-coltella e ricamava, il virtuoso anatomico! Si diceva ch'egli avesse
-dispensato venti _occhielli_ fra amici e nemici e sempre l'aveva
-passata liscia. I giudici si lamentavano dell'omertà romagnola, ma
-bisogna pensare che Bucalosso aveva, ne' suoi figli, sei aiutanti.
-
-Il solo che avesse potuto affrontarlo ed accusarlo era il Cavalier
-Mostardo, ma Bucalosso, con ogni mezzo, aveva tentato e tentava di
-farselo amico. Poi erano repubblicani ambidue.
-
-
-Vestito per bene: la camicia nera e molle, una gran sciarpa rossa,
-il cappelluccio a cencio (_sgumarlîn_ si chiama pittorescamente in
-Romagna) lanciato fra la nuca e l'orecchio come un accessorio birbante,
-una giacchettina a scacchi, rossa e marrone, un nerbo di bue e cinque
-anelli nelle grosse dita, senza considerare la catena dell'orologio,
-tutta d'oro massiccio, Bucalosso si presentò alla casa di Mostardo.
-
-La porta era aperta. Entrò e attraversò il cortile. Trovò Rigaglia
-sulle scale.
-
-— Dove andate?
-
-— Dal _patrone_.
-
-— Mi ha detto di non far passare nessuno.
-
-— _Chévat di lè!_ (Togliti di lì!).
-
-Nel gesto che fece Bucalosso per scansare Rigaglia, tutti i cinque
-anelli mandarono un bagliore vivissimo. Erano brillanti. Migliaia
-di lire sulle dita di un uomo. Linguaggio chiaro; manifestazione
-imperativa di ricchezza. Ed anche di questo, Bucalosso, era
-soddisfatto.
-
-Rigaglia notò lo scintillìo e si ritrasse.
-
-— _Orco, ch' fugarèna!_... (Caspita, che fiammata!...) — disse fra sè.
-
-E Bucalosso salì le scale.
-
-Non bisogna creder ch'egli, a quando a quando, non si guardasse le
-dita. I suoi brillanti erano come il vino e la paprica al suo cuore e
-li adorava pensando alla gente. Infatti la maggior parte degli uomini
-ha le dita disadorne.
-
-— Si può?
-
-Mostardo rispose male dal di dentro, ma credeva fosse Rigaglia.
-
-— No... sono io... Bucalosso!...
-
-Mostardo aprì e riempì di sè stesso il vano della porta.
-
-— Ah!... siete voi, Bucalosso!... Venite avanti.
-
-L'uno qui e l'altro là, seduti in differenti pose: il primo da signore,
-l'altro da così così.
-
-Si guardarono.
-
-— _As truvên sémpar par la ripobblica!_ — incominciò Bucalosso in
-dialetto. Poi si corresse: — _Si truviame sempri per la ripobblica!_...
-
-— Cosa c'è di nuovo?... — domandò Mostardo senza concedersi all'ospite.
-
-— _Av'e' dmand a vo'!... Lu domando a vogli!_ — rispose Bucalosso
-riprendendosi in correttissimo italiano, come al solito.
-
-— A me?
-
-— Sicuro! Ieri sera Mazzini... _mo sé, la Vegna!_... La Vigna, il mio
-_bastardo_!...[2] (_Un's ciáma Mazzini?_... Non si _ciama_ Mazzini?...)
-Ieri viene a casa _e fa e dice_: — _Bab, uv zerca Zvan_... _vi
-zierca Giuvàni_... _A' fazz me_... _fazzo_ io: — L'hai _viduto_?...
-— _Mo inveci l'era il depotato_ che gli aveva detto che _vinissi a
-ciaccarare_ con voi.
-
-Mostardo aggrottò la faccia.
-
-— Dite sul serio?...
-
-— Altro!...
-
-Francesco cantava nel cortile, il gallo Francesco.
-
-— Io credo che la Vigna avesse bevuto! — fece Mostardo.
-
-— Mazzini non beve!... _L'è innamuré int' l'acqua_... è innamorato
-dell'acqua.
-
-Poi siccome Mostardo dimostrava di non gradire troppo la presenza
-dell'ospite policromo, questi soggiunse:
-
-— Del resto _anca me_ sono buono a _quaicosa_!
-
-— Siete buono a troppa roba, voi!
-
-La frase risoluta fu scagliata come una pietra sul capo dell'assalitore.
-
-— E siete anche un guastamestieri! — aggiunse Mostardo.
-
-— Perchè?... — Bucalosso faceva gli occhi piccini della umiltà curiosa.
-
-— A fidarsi di voi, c'è da andare diritti in Corte d'Assise!
-
-— Ci sono stato mai? — domandò Bucalosso.
-
-— Avete avuto fortuna.
-
-— Ma ci sono stato mai?... — ribattè il cocciuto. — _Bsogna guardér a
-quest!_ Bisogna guardare a questo!...
-
-— Bé!... Ma io non ho niente da farvi fare!...
-
-Bucalosso aveva la fronte ampia come un righello; qualche centimetro
-quadro, senza contare il cuoio capelluto, ragion per la quale le
-sue sensazioni si perdevano nel medesimo e tardavano a manifestarsi
-nell'indice dell'umana nobiltà. Questa volta però il dolore del reciso
-rifiuto uscì dalla zona dei capelli e apparve fra le tre grosse rughe
-che attraversavano la fronte in tutta la latitudine sua.
-
-— Va bene — disse. — Vuol dire che, se non mi volete, _am srandèll cun
-i ross_! Mi _srandello_ coi rossi!...
-
-— Ci ricorderemo anche di questo! — rispose Mostardo e si levò.
-
-Bucalosso afferrò il suo cappelluccio che aveva posato con bel garbo
-proprio sulla cima di un ginocchio; lo afferrò e lo fece scomparire nel
-gran pugno, sotto l'origemmante filza dei tozzi anelli.
-
-— _Angua d'... mio!_... — Questa volta non tradusse.
-
-Non conveniva spiegare una bestemmia, fermata a mezzo d'altra parte.
-Ben altro ribolliva nell'angusta oscurità della sua anima gialla.
-Giunse alla porta, la piccola testa quasi sepolta fra le smisurate
-spalle in una muscolatura di mostro. Le maniche della giacchettina
-scoppiavano pel soverchio contenuto, ma ciò metteva in maggior risalto
-gli scacchettini rossi e marroni.
-
-Ah, policrome fantasie birbone!... E vestiti galeotti alle domenicali
-condiscendenze!...
-
-Sulla porta si fermò guardandosi le scarpe dalle stringhe verdi. Infilò
-il cappelluccio (_e' sgumarlin_) sul nerbo di bue (un bel nerbo alla
-copale nera e diritto... Domine giusto!...) e ancora guardò Mostardo.
-
-— Del resto voi non sapete quello che so io!...
-
-— Cosa sapete?...
-
-Bucalosso ritornò.
-
-— _Me a ve dégh parchè a só lièl!_ (Ve lo dico perchè sono leale!)
-
-— Avanti.
-
-— _Al cnusiv Burgnini_... conoscete Borgnini Epaminonda?... _Quel dla
-seda?_...
-
-— Il mercante di seta?
-
-— Sicuro. _Hai savùto_ che questa notte Borgnini _mandirà_ in giro _i
-suoi vuomini_ a far _pavura_ ai _cuntadèn_!...
-
-— No!...
-
-— _C'an véga piò la faza di mi burdèll!_... Che non _vèga piò la
-fazzia_ dei miei _bordelli_!
-
-— E dove li manderà?
-
-— Dalla collina alla valle.
-
-— Troppa roba.
-
-— Sono in _biciacletta_ e _hano_ la _schioppa_!...
-
-Il Cavalier Mostardo si concentrò. La lotta si delineava sempre più
-aspra. Ora si ricorreva all'intimidazione. I contadini, presi ad uno
-alla volta, non avrebbero certo resistito, si sarebbero compromessi
-e Mostardo voleva salvarne sopra tutto la compagine. Non ch'egli
-avesse soverchia fede in quella massa statica, ma era questione di
-principio. Il principio!... L'idea!... E sebbene nel suo remoto fondo
-di uomo onesto e idealista sentisse che anche la nuova battaglia poco
-aveva a che fare con le pure fonti alle quali aveva abbeverata la sua
-giovinezza, sebbene fosse convinto che _gli uomini della Cattedra_, i
-nuovissimi dirigenti del partito facessero quotidiano strazio di quella
-repubblica vagheggiata già negli anni come fine supremo, egli non
-abbandonava il campo. Taceva ed agiva. Intanto si trattava di rompere
-l'odiosa alleanza dei partiti popolari.
-
-L'unione annegava la repubblica nel socialismo.
-
-— Tutto per loro e niente per noi, quei versipelle!... Sì, fratelli!...
-Fratelli un corno!... Egli era per le vie separate.
-
-Comunque fosse, bisognava dimostrarsi, data l'occasione, più abili, più
-pronti e più forti.
-
-— Va bene — riprese. — E voi dove sarete questa notte?...
-
-Finalmente Bucalosso si sentì fiero e contento.
-
-— Sarò _indove_ mi _mandirete_.
-
-— Mi promettete di non far sciocchezze?...
-
-— _Zvan al savì_... lo sapete... basta la parola!
-
-— Quanti uomini potete avere con voi?
-
-— I miei _bastardi_. Siamo in sette...
-
-— Basteranno?...
-
-— Giovanni!!! — fece Bucalosso.
-
-— Avete la bicicletta?
-
-— Tutti!
-
-— E lo schioppo?
-
-— _Abbiame la schioppa e la biciacletta!_
-
-— Allora ci pensate voi?
-
-— _Quà la mân!_... — esclamò Bucalosso tendendo la sua ceppaia
-inanellata.
-
-— Badate che non venga morto qualcuno. È troppo presto, adesso!...
-
-— _A me dsì cun me?_... Me lo _dicete con io_?
-
-— Con voi, sì! Non vi ho detto che non voglio sciocchezze?
-
-Allora Mostardo si levò per accompagnare Bucalosso. Quando furono sulla
-porta il Cavaliere disse:
-
-— Vi aspetto domattina, all'alba, quando tornerete dal giro. Prudenza,
-eh?...
-
-— Sì, _prudenzia_!... _Mo si l'averano_ loro, _pardio_!...
-
-E si strinsero l'enorme mano dabbene, con relativi anelli.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-_E qui agisce per la prima volta la consumata Ninon Fauvétte, fior di
-Parigi._
-
-
-Da tutte le chiese della Città del Capricorno suonò l'avemaria. Si
-udiva stridere qualche rondine.
-
-Il Cavaliere passeggiava pensosamente lungo il cortile: le mani dietro
-le reni e il capo basso.
-
-Per Bios!... La faccenda si faceva seria! Gli avevano riportato ciò che
-stavano preparando i braccianti e non c'era da stare allegri. Bisognava
-giuocare tutto per tutto; buttarsi nel l'impresa corpo ed anima;
-rischiar la pelle.
-
-La pelle se l'era giuocata quaranta volte forse, ma in tempi diversi.
-Ora che stava per cogliere i frutti della sua fatica, gli seccava un
-pocolino di fare l'ultima capriola.
-
-Morire per l'Idea?... Ottimamente, ma se fosse stato possibile farne a
-meno era forse cosa migliore.
-
-L'Idea lo aveva trovato sempre discepolo fervido e pronto; dunque?...
-C'era forse qualcuno che potesse affermare ch'egli avesse mai cambiato
-gabbana?... Questo qualcuno non esisteva nella Città del Capricorno e
-altrove. Il Cavalier Mostardo e la Repubblica eran tutt'uno; chi diceva
-Repubblica diceva Cavalier Mostardo.
-
-Per Bios, l'Idea!...
-
-— _A soia un vigliach, me?_
-
-Sono un vigliacco, io?... Dal fondo della sua coscienza saliva un
-«_No!_» monumentale. Non era egli stato sempre in prima linea, sempre
-un _fuorisacco_ autentico?... E se c'era stato da gridare: — Abbasso il
-Re! — chi l'aveva gridato per primo?... Lui! Sempre lui!... Questi sono
-titoli! E nelle _confusioni_, nei tentativi di rivolta, chi aveva preso
-la doppietta ed era disceso in piazza per primo? Il Cavalier Mostardo!
-
-— _Hóia fatt par ridar?_
-
-_Ho fatto per ridere?_... C'era tutto un passato luminoso. Egli era una
-tradizione. Ma ora le cose si complicavano un poco troppo. Non c'era
-più da combattere con l'insulso moderatume e con l'odiato clero: veniva
-innanzi una forza nuova, bene organizzata, violentissima: le Leghe
-rosse, la Camera rossa, il Socialismo insomma.
-
-Il Socialismo!... Quante volte aveva meditato su questo _partito dei
-versipelle_ e aveva sempre conchiuso:
-
-— _L'è una bela vigliacarì!_
-
-_È una bella vigliaccheria!_... Perchè se lui, putacaso, fosse stato
-_grasso borghese_ glie l'avrebbe fatto vedere, ai socialisti, come si
-faceva a metterli a posto!...
-
-— Ah, tu vuoi venire dove sto io?... Ah, tu vuoi prenderti la roba mia
-e vuoi anche impiccarmi alla lanterna?... Ah, io sono un ladro?... E tu
-che cosa sei, allora, se vuoi portarmi via quello che ho?... Vuoi fare
-ai pugni?... Avanti! Vuoi fare alle coltellate?... Avanti!
-
-Così si doveva dire e in piazza e nei comizi, per Bios! Ma il borghese
-era una viltà consacrata; un pidocchiume sentimentale. Non aveva
-imparato che l'arte di tremare e di raccomandarsi al Governo.
-
-— _E Gvéran?... Chsèll e Gvéran?_
-
-Il Governo?... Che cos'è il Governo?... Ma se domani, porco Dacco! io
-sono in casa mia e vogliono venire a mandarmi via, devo forse aspettare
-il Governo in mezzo alla strada? Ma nossignori, ma nossignori! Si
-prende la sua brava schioppa e si tira nel petto ai versipelle! Così
-si fa, quando si ha un po' di coraggio civile!... Ma i borghesi, per
-scappar sempre, per aver sempre paura, avevano fatto diventar leoni
-anche le pecore.
-
-Anche Rigaglia!
-
-E il Cavaliere rise nella quietudine del suo cortile.
-
-Ormai era buio. Sentì la cavalla annitrire.
-
-— Vuoi scommettere che non le ha dato da bere?
-
-Si infilò nel piccolo andito che conduceva alla stalla. Quando aprì la
-porta, la cavalla annitrì di bel nuovo.
-
-— Hai sete, povera Carlotta?...
-
-L'aveva chiamata Carlotta, in onore di una sua donna che gli era stata
-in casa tre mesi.
-
-Aveva sete. Le portò due grandi secchie d'acqua. Poi le mise innanzi
-una bella bracciata d'erba.
-
-— To', mangia, poverina!...
-
-Ritornò nel cortile. Ma che cosa faceva Rigaglia? Dov'era il brutto
-testone? Ci si poteva dimenticare di Carlotta in quel modo?... E si
-propose di dargli una lezione non appena lo avesse veduto.
-
-Ricominciò la passeggiata da muro a muro. Fra poco sarebbero giunti
-il Trancia ed i sette sozii. Tutto era pronto: vestiti, schioppi,
-biciclette. A quell'ora aveva anticipato cinquemile lire che il Partito
-doveva rimborsargli.
-
-Ma per il danaro poco gli importava; era sicuro del fatto suo; era
-l'incerto domani che lo rendeva pensoso. Perchè bastava che i _rossi_
-fossero riusciti ad impiantarsi con una trebbiatrice _rossa_ in un'aia
-dei _gialli_ e la vittoria era perduta. Ed egli sapeva che i _rossi_
-avevano organizzato un vero esercito pronto a qualsiasi battaglia.
-
-— Ma non importa! Dì che vengano avanti!
-
-Trinciò l'aria con un gran gesto e pronunziò ben forte queste ultime
-parole. Così si dava coraggio. Poi voleva uscire da quello stato di
-dubbiosità infelice.
-
-— Io non sono disposto a farmi montare sui piedi! Porco Dacco!... _As
-guardarên in tla faza!_... (Ci guarderemo in faccia!)
-
-In quel momento entrava Rigaglia.
-
-
-Rigaglia aprì la porta del cortile e si fermò inebetito a sentire
-che il Cavaliere parlava ad alta voce. Lo guardò un poco e scoppiò a
-ridere.
-
-— _Ch' sit da ridar, brott insansè?_ (Perchè ridi brutto imbecille?)
-
-Rigaglia chiuse la porta e fece due passi nel cortile. I suoi scarponi
-ferrati stridettero sui ciottoli.
-
-Il Cavalier Mostardo lo squadrò dal capo alle piante.
-
-— Dove sei stato?
-
-— Perchè?
-
-— Rispondi! Dove sei stato?
-
-— Oi, ero qui dalla Mezzalana.
-
-— A far che?
-
-— Ho bevuto.
-
-— Bravo il porco!
-
-— Oi, non si può bere un mezzo litro?
-
-— Ma prima di ubbriacarti...
-
-— Io non sono ubbriaco!
-
-— ... prima di ubbriacarti dovevi pensare alla Carlotta!
-
-Rigaglia tacque.
-
-— Vuoi farla morire quella bestia?
-
-Uguale silenzio.
-
-— È meglio tu stia zitto, sì!... Guardate in che stato si presenta?...
-Ubbriaco duro!... Non ti vergogni?
-
-Infatti Rigaglia andava pensosamente in cerca del suo centro di gravità.
-
-— Solo per chi ti vede!... Io non so chi mi tenga dal prenderti per il
-colletto e dal buttarti in mezzo alla strada!
-
-Rigaglia si guardava gli scarponi.
-
-— Non te l'ho già detto che non voglio? Con chi parlo io, eh?... Non
-mi capisci? Te lo devo spiegare in un altro modo? Vuoi che prenda un
-bastone e te lo rompa sulle spalle?
-
-E Rigaglia sempre zitto. Quando aveva bevuto, il figlio di Puffone,
-parlava ancora meno di quando era schietto.
-
-— Be'... va via!
-
-Rigaglia si avviò ma il Cavalier Mostardo lo fermò a mezzo.
-
-— Dimmi un po': chi è che comanda in casa mia?... Sei tu o sono io?...
-Rispondi: chi è che comanda?...
-
-L'aveva preso per la giacca e lo scuoteva come se fosse stato uno
-scendiletto.
-
-— Lasciatemi stare...
-
-— Rispondi dunque!... Chi è che comanda?
-
-— Siete voi!
-
-— E se sono io, allora, brutto testone, quante volte te lo devo dire
-che non voglio vederti con le scarpe coi chiodi!...
-
-Rigaglia si guardò le scarpe e mormorò:
-
-— Sono pur belle!
-
-— E non lo vuol mica capire che la mia casa non è una stalla!... Bada
-che non te lo debba ripetere un'altra volta perchè lo sai che non ho
-troppa pazienza!... Lo sai!...
-
-Come Rigaglia si sentì libero, riprese la strada della porta.
-
-— Hai capito? — gli gridò dietro Mostardo.
-
-Rigaglia scosse il testone grugnendo:
-
-— _Mo_ sì!
-
-— E allora se hai capito vai a togliertele subito, perchè questo è un
-vero cacume!
-
-Allora Rigaglia s'inchinò ancor più a guardarsi gli scarponi e,
-scuotendo la grande testa a disapprovare, mormorò:
-
-— _Un'è vera c'al sia un cacume!_
-
-E si tirò dietro l'uscio chè sentiva una troppo fiera tempesta
-sopravvenire.
-
-
-Il Cavalier Mostardo ristette un poco a guardar l'uscio che si era
-richiuso dietro l'ombra del suo domestico nemico e, per la terza volta,
-riprese la passeggiata da muro a muro.
-
-Ormai si faceva notte. Il Trancia e i sette manigoldi poco potevan
-tardare. Mostardo stava in pensiero:
-
-— Per Bios, questa volta mi sono messo in un brutto impiccio!...
-
-E, con la notte, la sua peritanza acquistava sempre maggior volume.
-Gli venne in mente Spadarella. Che avrebbe fatto la povera bambina se
-lo zio Giovanni fosse morto? Sola fra le insidie del mondo, come un
-uccellino quando casca dal nido..
-
-Mah!... Ormai non si poteva più rimediare. Era troppo tardi.
-
-— Però... però... — pensò il Cavalier Mostardo — però potrei sempre
-ammalarmi! Alla mia età ci si può ammalare! Rimango a letto... Mi viene
-una bella sciatica... e chi si è visto, si è visto!...
-
-L'idea gli parve buona. Una bella sciatica poteva salvarlo e perchè non
-farsela venire?... Allungò i passi; il cortile gli era diventata una
-gabbia.
-
-La luna spuntò di sopra ai tetti. Faceva tanto chiaro che pareva
-nascesse l'alba.
-
-Dopo tutto, anche se il Partito mormorava, poteva anche infischiarsene
-del Partito. Non aveva bisogno di nessuno, lui; era ricco. Ma
-perchè doveva essere sempre il Cavalier Mostardo nelle peste? Perchè
-sempre lui dove c'era da prendere una schioppettata o da darla?...
-L'onorevole, no, che non si metteva in tali arrischi; e nemmeno
-l'avvocato Suasia, nè tutti gli altri signori della Cattedra.
-
-— Che cosa sono io: il somaro della compagnia?
-
-E quasi quasi aveva deciso e stabilito tutto il piano della solenne
-ritirata, quando ad un tratto, essendo la luna più alta e più
-illuminato il cortile, un sonorissimo:
-
-— Chicchiricchiiiii!...
-
-lo scosse e lo tolse bruscamente dalla sua meditazione. Il gallo
-Francesco aveva cantato: il discepolo di Rigaglia. Però il Cavalier
-Mostardo pensò a un altro canto di gallo; pensò a un celebre tradimento
-e si vergognò!
-
-— Per Bios, dovrei nascondermi mille miglia sotto terra!...
-
-Rifece a ritroso la strada percorsa e si insolentì con opulenza.
-
-— Sono un porco! Sono una grandissima carogna!... Dovrebbero prendermi
-e svergognarmi; dovrebbero mostrarmi alla gente come il più gran
-vigliacco del mondo! Sono discorsi da fare? Ho data o non ho data la
-parola?... E allora se hai data la parola devi mantenerla! Ti chiami
-Rigaglia o Mostardo? E non ti vergogni di ragionare come hai ragionato?
-Non ti vergogni di far vedere che hai paura? Non importa che tu cerchi
-scuse: hai avuto paura!... E adesso poche chiacchiere: avanti, e
-succeda quel che vuol succedere! Tu sarai sempre in prima fila. Si
-dovrà dire: — È stato il Cavalier Mostardo!
-
-Così si veniva catechizzando quando il gallo Francesco cantò per la
-seconda volta. Allora il Cavaliere si rivolse indispettito, tese un
-braccio verso il pollaio e gridò:
-
-— _Cânta, cânta!_... _Ai pinsarò me a tirètt e' coll!_... (Canta,
-canta!... Ci penserò io a tirarti il collo!...)
-
-
-Stava per rientrare. La porta del cortile si riaprì e comparve Rigaglia.
-
-— Che cosa c'è di nuovo?
-
-— C'è una donna.
-
-— Una donna? E quale donna?
-
-— Io non lo so.
-
-— Non ti ha detto il nome?
-
-— Ha masticato qualche cosa che non ho capito.
-
-— Sfido, io... Sei ubbriaco!
-
-— _Mo_ che cosa c'entra?... È una donna che parla _foresto_!
-
-— Parla forestiero?...
-
-Il Cavalier Mostardo incominciò per allibire, poi si mise le mani fra i
-capelli.
-
-— Ma che cosa mi hai fatto ancora?... Dove l'hai lasciata?
-
-— È sulle scale.
-
-Rigaglia non perdeva mai la sua calma.
-
-— Sulle scale?... — urlò Mostardo — Una signora forestiera me la lasci
-sulle scale?...
-
-— Dove volevate la portassi se non capivo niente?
-
-— C'è bisogno di capire, brutto somaro? Per chi l'ho fatto io il
-salotto: per te, forse?... L'ho fatto per la tua sudiceria?...
-
-Rigaglia, vistosi in pericolo, infilò l'uscio e scomparve.
-
-Ed ora bisognava rimediare alle bestialità di lui; bisognava che
-la signora forestiera, piantata là, in mezzo alle scale come una
-qualsiasi mendicante, si facesse un concetto ben diverso della casa
-del Cavalier Mostardo. In un secondo ebbe stabilito un piano e lo pose
-in esecuzione. Infilò di gran corsa la scaletta di servizio alla quale
-si accedeva dal cortile; attraverso, sempre al buio, tre o quattro
-stanze; rovesciò un tavolo, mandò in frantumi un magnifico servizio
-di porcellana per il the (l'aveva comprato dopo la visita in casa dei
-marchesi Alerami); fracassò una seggiola; si ammaccò il costato contro
-lo spigolo di una porta; battè la testa contro un muro; inciampò in
-un tappeto; si tirò dietro un porta ombrelli; rovesciò la gabbia del
-pappagallo; fracassò un vaso da fiori e giunse alla porta delle scale
-maestre. Allora accese il lume. Il suo passaggio era stato simile a
-quello di un ciclone. Aveva lasciato dietro di sè una solenne rovina.
-
-Non pensò a niente, non si curò di niente. Si sbirciò nello specchio
-per riassettarsi un poco; girò la chiave della luce che illuminava le
-scale e aprì la porta.
-
-Attese un secondo... si fece nel vano, poi sul pianerottolo, ma non
-vide anima viva.
-
-Certo, la signora forestiera se ne era andata piena di sdegno per
-vedersi accolta in quel modo!
-
-Si precipitò giù per le scale, giunse al pianterreno, chiamò forte:
-
-— Signora?... Signora?...
-
-E udì cigolar la porta di strada. Stava per andarsene.
-
-— Signora?... Madama?... — chiamò più forte.
-
-Allora udì un fresco riso, nell'andito.
-
-— Per Bios!... È lei!...
-
-Gli ritornavan, con la luna estiva, i suoi fieri vent'anni! Si
-ricompose; si arricciò i mustacchi; ritrovò il sorriso delle grandi
-occasioni. Poi, passo passo, si dirisse all'incontro.
-
-Eccola!... Perdinci, era lei!... Lei, la bella ignota che aveva veduta
-una prima volta in casa dei marchesi Alerami e una seconda volta nel
-giardino di Spadarella! E sembrava la Madonna di Loreto!...
-
-Rimase senza saper più che dire. Abbozzò e mormorò un:
-
-— Madama!... — pieno di mille significati. Almeno ce li metteva lui.
-
-La biondissima creatura si fece innanzi con disinvolta grazia e gli
-tese la mano. Egli la strinse e soggiunse:
-
-— Buonasera!
-
-Che cosa doveva dire?... Riprese:
-
-— Si accomodi!
-
-Poi la bella signora dai capelli del color dei marenghi incominciò a
-parlare in un suo strano modo come se gorgogliasse e il Cavaliere fece
-gli occhi tondi:
-
-— Forse vi _derangio_?
-
-Ora anche lei parlava difficile! E mostrare di non aver capito non
-poteva! Ebbe una smorfia di dubbio significato; allargò il palmo
-della mano e tutte le cinque dita e fece il gesto del «così così!...».
-Rispose:
-
-— Oh Dio... non c'è male... ecco!...
-
-La bella dama scoppiò a ridere.
-
-— Voi non parlate francese?
-
-— Che cosa vuole... è una lingua della Cattedra!... Non ci arrivo!...
-
-— È un vero _domaggio_!
-
-— Sarà anche un _domaggio_... ma non ne ho colpa io!...
-
-La bella dama non poteva trattenere la folle onda del riso; più cercava
-frenarsi e più l'impeto della subita gaiezza le premeva dentro con
-tanta forza che doveva abbandonarvisi. Più non poteva dire quanto
-avrebbe voluto e, ferma in mezzo alle scale, si asciugava gli occhi.
-
-Il Cavalier Mostardo, sulle prime, non seppe quale atteggiamento
-assumere: se impermalirsi, o preferire un tono di uomo superiore;
-poi, fra i due corni del dilemma, scelse una terza via: quella della
-galanteria, tantochè, atteggiato il volto a un garbo assassino, si
-chinò un poco verso di lei e mormorò:
-
-— Come siete bella quando ridete!...
-
-Poi si incamminarono in silenzio. Eccoli nel salotto.
-
-Quando la bella dama fu seduta, aveva ripreso il compiuto dominio di sè
-stessa. Il Cavalier Mostardo la guardava arricciandosi i baffi.
-
-— Voi non sapete ancora il mio nome... — disse l'ignota con tale garbo
-che il nostro Mostardo le avrebbe schioccato un bacio.
-
-— Questo è vero. Ma del resto si vede che dovete avere un bel nome!
-
-— Io mi chiamo Ninon Fauvétte... e voi siete il Cavalier Mostardo?
-
-— Sì... madama!
-
-— Vi ho già veduto una volta...
-
-— Anch'io!
-
-— In casa della marchesa Alerami...
-
-— Precisamente.
-
-— ... e mi sono ricordata di voi...
-
-— Oh, anch'io!...
-
-— Sono venuta, questa sera, _per la parte_ della marchesa Alerami.
-
-— Ah?... Guarda!
-
-— Sì! _Madama la marchesa vorrebbe avere da voi_ una grandissima
-cortesia!
-
-— Sempre pronto a servirla... — e soggiunse strizzando un occhio: —
-Ma... per voi!... Solamente per voi!...
-
-Ninon Fauvétte finse di non capire il sottinteso e continuò:
-
-— Voi sapete che è molto _difficìle_...
-
-— Difficile... — corresse Mostardo.
-
-— ... poter vivere, per una famiglia _aristocratìca_...
-
-— Aristocratica! — corresse Mostardo.
-
-— ... _e alora, madama la marchesa vodrebbe_ che voi non _bugiaste_...
-
-Il Cavalier Mostardo, questa volta, si rizzò sul torso e fece il viso
-dell'arme.
-
-— Che io non _bugii_?... Cosa vuol dir questo?
-
-— Sì... Voi dovreste _niente dire_ di essere stato _appellato_ dalla
-marchesa...
-
-— Volete dir «chiamato»?
-
-— Sì, chiamato!
-
-— E perchè non dovrei dir niente?
-
-— _Per non la compromettere!_
-
-Ninon Fauvétte lo guardava sorridendo dolce. Il Cavalier Mostardo si
-mosse sulla seggiola.
-
-Ma quella pretesa gli sembrava piuttosto grossa! Come? Mi mandate a
-chiamare, volete che vi difenda, debbo arrischiare la mia pellaccia
-per voi e poi non volete neppure che io dica di essere stato in casa
-vostra?... Avete bisogno di Mostardo e vi vergognate di Mostardo?...
-Lo chiamate e lo rinnegate?... Ah no, per Bios!... E allora perchè non
-ricorrere al clero?... Lui dunque, che gli Alerami e i non Alerami
-se ne dovessero vergognare?... Se era un fuorisacco ebbene, non era
-forse questo un titolo di superiore nobiltà? _Fuorisacco_ equivaleva a
-marchese; anzi era più di marchese; ma molto, molto di più! Egli aveva
-un orgoglio più regolare di mille alberi genealogici!
-
-Frattanto si atteggiò a persona ferita nella dignità, e disse:
-
-— Ah no, madama!... Questo mi sembra piuttosto un cacume!
-
-— Forse non mi spiego — mormorò Ninon Fauvétte.
-
-— Oh, lei si spiega! Ho capito benissimo anche se parla difficile.
-Ma qui si tratta di principio, cara madama. È il principio che va
-innanzi a tutto. E il principio insegna che, oggi, ognuno è figlio
-delle proprie azioni. Uno nasce marchese, l'altro nasce, putacaso,
-verniciatore. Ma, dico io, se il verniciatore non ha le mani del
-marchese, può avere però una coscienza centuplicata. Mi spiego?... Il
-verniciatore può elevarsi dalla sua bassa statura e crescere più del
-marchese. Il principio è questo! Ora non si nasce più con un'eredità;
-l'eredità l'uomo se la busca campando, se la confeziona; è lui che
-non vernicia più le porte e le finestre degli altri, ma si vernicia
-la propria coscienza. Ha capito, madama?... Siamo tutti quanti figli
-dell'ottantanove! Mi guardi qui, per esempio, questi _Conti del Papa_.
-Quando l'esecrato clero comandava su la Romagna, capitava che, se un
-qualsiasi Marcantonio faceva un piacere alla Chiesa, eccoti il Papa
-che lo creava conte. Tutta la Romagna è piena di questi conti che non
-contano niente. Noi li chiamiamo i _cunt de Pepa_! Non hanno un soldo,
-non fanno niente, qualcheduno mostra il sedere fuori dai calzoni. È
-nobiltà questa? dica lei, madama, è nobiltà?... Così il popolo ride
-di questi nobili e li ha ribattezzati con un soprannome. Qui abbiamo:
-il conte Polpetta; il conte Piscione; il conte Cacadubbi; il conte
-Tremarella; il conte Bragone e via di seguito. Il Papa li ha fatti
-conti, ma sono meno del verniciatore. Il verniciatore ha la sua testa
-e questi conti non ne hanno. La nobiltà sta nella testa. L'albero
-genealogico è nella scatola del cervello, mi spiego?... Un momento...
-mi lasci finire. Così io mi chiamo Cavalier Mostardo; io ho fatto tutto
-da per me... io sono un nobile!... _C'è poco da dire!_... Quando il
-marchese o la marchesa Alerami mi mandano a chiamare non si abbassano
-mica!... Il Cavalier Mostardo potrebbe stare anche alla Corte, se non
-fosse repubblicano antico! Noi abbiamo combattuto sempre per l'Idea
-e ci siamo creati la nostra nobiltà, cara madama!... Era forse conte
-o marchese, Garibaldi?... Dica lei!... Era il leone dell'Idea, come
-Mazzini! E adesso sono per tutte le piazze. Altro che nobiltà!...
-Dunque deve dire alla marchesa Alerami che il Cavalier Mostardo, per
-generosità, dimentica tutto, ma che non vorrà mai più sentir parlare di
-lei.
-
-Dopo la solenne tirata, la povera Ninon Fauvétte, fior di Parigi, fece
-il più raumiliato e compunto viso che si potesse e mormorò un:
-
-— Mi scusi!... — che avrebbe commosso, nonchè il Cavalier Mostardo, il
-più fiero brigante dell'età eroica.
-
-E il nostro Mostardo, che era tenero di natura e molto più tenero poi,
-nel particolar caso della bella madama, si affrettò a dire:
-
-— Oh, ma lei non c'entra mica!... Lei è l'ambasciatore e non porta
-pena. Poi... — e si riaggiustò i polsi della camicia — poi... per
-madama Mignon...
-
-— Ninon! — corresse la bella.
-
-— Già!... Per madama Mignon... il Cavalier Mostardo sarebbe capace di
-fare anche... — si chinò innanzi, fece schioccar le dita e conchiuse
-con un sorriso birbone — ... sì, anche una minchioneria!...
-
-Ninon Fauvétte colse la palla al balzo.
-
-— Allora, se voi siete così gentile, perchè non mi aiutate?
-
-— Oh, per voi, madama, è un'altra cosa!
-
-E accostò un poco più la seggiola a quella di lei.
-
-— Madama la marchesa anzi vuole invitarvi a pranzo.
-
-— A pranzo?
-
-— Ma sì!
-
-— E allora perchè...
-
-— _Ella vuole solamente che in questi giorni qui voi non bugiate parce
-que ella ha paura per la sua vita!_
-
-— Ma non ci sono io?
-
-— Voi non potete fare l'impossibile.
-
-— Ma io faccio anche l'ottantanove, se voglio farlo!
-
-— Veramente?
-
-— Madama, voi siete forestiera; ma domandatelo a chi mi conosce!
-
-— Se voi potete assicurarmi...
-
-— Cosa dite?
-
-— Potete?...
-
-Dio, che occhi e che sguardo a succhiello!... Ella si lavorava quella
-sua voce come _e' Zaclên_ il suo violino. Ricamava le parole sopra
-un flauto e aveva sempre ragione lei! Un'anima nuda come quella
-di Mostardo, si sentiva portar via, si sentiva tutta e nobilmente
-solleticata. Quelle erano donne, per Bios! E lui che era arrivato, ai
-suoi cinquantacinque anni senza conoscerne neppure l'esistenza?... Ma
-guardatela, pare che reciti sempre!... Si sta a sentire con gli occhi
-e la bocca aperti... e, quando ha finito di parlare e di muoversi, ti
-rimane dentro un certo nonsocchè... una cosa così curiosa...
-
-Belle donne quelle che aveva conosciute lui!... Pane e formaggio! Erano
-un surrogato della Vispa Teresa. Venivano a prendere la farfalletta
-e se ne andavano via. Non c'era complicazione... non c'era la donna,
-ecco, la donna!... La donna che vi fa rimanere come un'oca, là, a
-guardarla, a sentirla...
-
-Ella aveva pronunziato quel «_Potete?_...» come se gli avesse data la
-scossa elettrica. E poi gli aveva messo gli occhi addosso, che se li
-sentiva camminare dappertutto!
-
-Il Cavalier Mostardo guardò la porta. L'aveva chiusa o no? Sì, l'aveva
-chiusa.
-
-Allora si chinò ancora più verso la sua bella e mormorò:
-
-— Io posso tutto!...
-
-— Potete garantirmi la vita di madama la marchesa?
-
-— E... se ve la garantissi?...
-
-— Allora...
-
-— Per Bios!...
-
-Si alzò perchè il sangue gli saliva alla testa e stava per commettere
-una grande sciocchezza. Voleva mostrarsi gentiluomo. Non poteva mica
-così, su due piedi...
-
-Fece un giro per la stanza; si rivolse. Ninon Fauvétte continuava a
-sorridergli nello stesso modo, per nulla turbata dal turbamento di
-lui. Questa allora si chiamava una provocazione bella e buona! Però
-poteva anche sbagliarsi nel giudizio. Dopo tutto, quella donna era, per
-lui, un perfetto mistero. Quel sorriso poteva essere anche una forma
-di educazione e niente più. Che figura ci avrebbe fatta se si fosse
-lanciato nel vortice delle audacie? E se avesse dovuto ritornarsene
-come un can bastonato?... Il nostro Mostardo non aveva pratica di donne
-forestiere e non si voleva mettere allo sbaraglio là dove non riusciva
-neppure a spiegarsi. Poi voleva che ella avesse la sensazione di aver
-a che fare con un vero signore e non con un villanaccio. Non voleva
-essere confuso con Rigaglia, il Cavalier Mostardo! — Fra me e lui c'è
-una bella differenza! — Così girò attorno alla situazione ambigua e,
-per voler apparire di un'estrema correttezza, scostò la seggiola senza
-parere e chiese, ritornando al suo posto:
-
-— Scusi, di che paese è lei?
-
-— Io sono nata a Parigi.
-
-— È parigina?
-
-— Sì, signore.
-
-— Allora, francese?
-
-— Sì, signore.
-
-— Per Bios! Allora è repubblicana! Qua la mano!
-
-E tese il suo manone monumentale nel quale scomparve la piccola mano di
-lei.
-
-Dio, gli pareva di stringere un'allodola, un beccafico! Sentiva una
-cosa tanto tepida e morbida che se la sarebbe mangiata! E non si
-decideva ad abbandonar quella mano che Ninon Fauvétte non aveva,
-d'altra parte, nessuna fretta di ritirare.
-
-Così stando le cose, l'orizzonte, per un attimo schiarito, si rabbuiò
-in un baleno. Il nostro Cavaliere accostò ancora la seggiola. Ma, per
-Dacco! Se non scappa lei devo forse scappar io?... Qui non si tratta
-più di educazione. Non è poi mica una verginella di quindici anni!...
-Lo saprà pure come siamo fatti noi altri uomini! Io sono un gentiluomo,
-sì, sono un gentiluomo, ma non ho mica fatto voto di castità. Il pepe
-è sempre pepe, e questa parigina ne ha parecchio. Se lei si guarda,
-ebbene, io mi guarderò; ma se lei non si guarda, non mi guarderò neppur
-io...
-
-Così veniva ragionando e invermigliandosi il Cavalier Mostardo e la
-bella Fauvétte l'osservava e si divertiva. Ella sentiva già di averlo
-tutto in suo potere; era certa di poter disporre di quel colosso, come
-meglio le fosse piaciuto.
-
-— Dunque — riprese modulando la voce alle più penetranti tonalità: —
-dunque, voi potete assicurarmi la vita della marchesa?
-
-Mostardo si sporse ancor più. Ora erano quasi a viso a viso. Disse:
-
-— Sentite... io vi assicuro tutto... tutto quanto volete! Da questa
-notte metterò una guardia al palazzo e una guardia alla persona della
-marchesa. Due fra i miei uomini più fidati. La marchesa potrà andare,
-venire di giorno e di notte, sicurissima che nessuno le torcerà
-neppure un capello. Ve lo garantisco io! Però... io non domando nessuna
-ricompensa... io non sono un sensale!... Io domando solamente la vostra
-amicizia!
-
-— La mia amicizia?
-
-— Sì... la vostra amicizia!
-
-— _Mais vous l'avez déjà, mon cher Mostardò!_
-
-— Non chiamatemi Mostardo...
-
-— Come, allora?
-
-— Chiamatemi Giovanni... Gianni... come volete.
-
-— Allora vi chiamerò Jean... _tout court!_
-
-— Sì... così va bene!
-
-Però come si lasciava andare! Non si poteva proprio dire che fosse una
-di quelle donne sentimentali che vi fanno dannare per niente... e poi
-se l'hanno a male se non vi accorgete di loro!
-
-— Sentite, Mignon...
-
-— Che cosa?...
-
-— Io vorrei, da voi, una promessa...
-
-— Quale?
-
-— La promessa che verrete a trovarmi ancora.
-
-— Ma non siamo buoni amici?
-
-Ora gli pareva che esagerasse un poco troppo con l'amicizia.
-
-— Sì, ecco... cioè... amici proprio...
-
-— Non vi piace?
-
-— Mi piacerebbe... Sapete, fra uomini e donne, per me, l'amicizia è
-quasi un cacume!
-
-— Voi vorreste correre troppo!
-
-— Non corro, no! Faccio così per dire. Però voi siete tanto bella...
-
-— Vi sembra?
-
-— Siete tanto bella che... per Bios!...
-
-E dentro era terribilmente combattuto. E si diceva: — Glie lo dò?...
-Non glie lo do?... — Erano proprio accosto accosto; bastava ch'egli
-si sporgesse ancora di quattro o cinque centimetri e la cosa era
-spacciata; e quei quattro o cinque centimetri costituivano, per lui, un
-tremendo problema. Non si era sentito mai tanto timido in vita sua; mai
-aveva sofferto di tanta peritanza di fronte a una donna.
-
-— Mignon... io provo, per voi, un nobile sentimento.
-
-Ella non rifiatò. Era piuttosto vermiglia.
-
-— ... un nobile sentimento, e...
-
-E i quattro centimetri furono superati ed egli sentì, sulle prime, la
-delizia del bacio di lei.
-
-Sulle prime, sì, perchè, dopo, ebbe in bocca un certo sapore...
-
-— È permesso?
-
-Qualcuno bussava alla porta.
-
-— Chi è ancora questo seccatore?
-
-Si accostò all'uscio e gridò:
-
-— Chi è?
-
-Una voce rispose:
-
-— Siamo noi!
-
-— Voi, chi?
-
-— Trancia e compagnia.
-
-— Va bene. Vengo subito.
-
-— Fate il vostro comodo.
-
-Il Cavaliere ritornò presso Ninon Fauvétte.
-
-— Mi perdonate?... Sono giorni terribili, per me. Non potrò dormire per
-una settimana intiera.
-
-— _Mon pauvre Jean! Je m'en vais... je m'en vais._
-
-E raccolse da una seggiola i guanti e il ventaglio.
-
-Mostardo non poteva risponderle perchè non aveva capito niente.
-
-— Spero rivedervi molto presto.
-
-— Sì, verrò.
-
-— Quando?
-
-— Verrò, verrò...
-
-E fece per avviarsi verso la porta dalla quale era entrata.
-
-— Non di lì! — gridò Mostardo.
-
-— Perchè? — domandò Ninon Fauvétte meravigliando.
-
-— Perchè da quella parte ci sono gli uomini!
-
-— Quali uomini?
-
-— I miei uomini. Quelli che adopererò questa notte.
-
-— E non si possono vedere?
-
-— Per carità! Non ci mancherebbe altro!...
-
-— Ma perchè?
-
-— Sono gentaccia. Non voglio che vi vedano.
-
-— Ma vorrei ben vederli io!
-
-— Un'altra volta... sì... un'altra volta! Oggi è troppo tardi; poi non
-c'è da fidarsi! Venite, venite per di qua.
-
-Ninon Fauvétte non potè insistere e seguì Mostardo che la fece uscire
-per una porticina, poi la condusse per mano attraverso qualche stanza
-buia finchè non si trovarono alla porta delle scale.
-
-Prima di lasciarla il Cavalier Mostardo volle essere ancora corretto;
-si inchinò con bel garbo e disse:
-
-— Vi ringrazio di essere venuta... Spero ritornerete presto...
-Ricordatevi ch'io vi tengo in mezzo al cuore!...
-
-— Voi siete ben gentile!... — rispose sorridendo Ninon e abbandonò ambo
-le mani fra quelle poderose di Mostardo.
-
-Allora egli la trasse a sè un poco più, sempre un poco più fin ch'ella
-non gli si abbandonò sul petto.
-
-La bocca di lui ritrovò quella di lei e fu un pateracchio combinato.
-
-E stavano così bellamente dimenticando l'intero universo, assorti nel
-particolare còmpito del bacio, quando i sette manigoldi, che si eran
-fermi nella stanza vicina, incominciarono a berciare, a strepitare, a
-bestemmiare che pareva dovessero finirsi fra di loro in men che non si
-dica ave.
-
-Ninon Fauvétte fece un viso pien di spavento e, aggrappatasi al nostro
-Mostardo, gli domandò tremando:
-
-— Mio Dio, che cosa succede?
-
-Allora egli l'abbracciò stretta e tenendola così, la faccia inchina su
-quella sua dolce creatura, le mormorò:
-
-— No, poverina, non aver paura che non è niente!
-
-— Ma non sentite?
-
-— Sì... sono i miei uomini.
-
-— Si ammazzano!
-
-— Ma no, poverina!... Discorrono. Forse parleranno di politica!
-
-Ed, ahi! che il discorso dei manigoldi degenerò di un subito in un
-qualcosa che al Cavalier Mostardo parve tremendo!
-
-Infatti, in un momento in cui le voci stavan per volgere alla calma,
-si udirono prima due, poi quattro, poi sei suoni che chiameremo
-assolutamente ingiustificati ed altrettanto inarticolati. Suoni plebei,
-se così vuol dirsi, di non dubbia origine e imputati a vergogna dalle
-persone civili. Il povero Mostardo non avrebbe voluto aver udito; si
-invermigliò fin sulla fronte; tossì, guardò il soffitto. Urlò verso la
-stanza attigua un:
-
-— Vergogna!... — che parve un terremoto; poi, presa sotto braccio Ninon
-Fauvétte, le disse:
-
-— Andiamo... andiamo...
-
-E la trascinò giù per le scale.
-
-Egli sapeva bene di che fossero capaci quegli avanzi di galera. E
-proprio il giorno in cui incominciava a costruire la sua nobile vita
-gli capitava una simile porcheria! Che ne avrebbe pensato Ninon?... Non
-si arrischiava neppure di levarle gli occhi in volto.
-
-— Perdonatemi, Mignon...
-
-Ella lo guardò con la più semplice aria del mondo e la più pura:
-
-— Perchè dovrei perdonarvi?...
-
-— Proprio... non ne ho colpa io...
-
-— Ma di che?...
-
-— Oh Dio!... di tutto quello che abbiamo sentito...
-
-— Ma io non ho sentito niente!
-
-La guardò ammirato. Come si capiva che era di razza! Quale
-educazione!... Ella non aveva sentito perchè non doveva aver sentito.
-Dopo tutto, era un riguardo verso di lui. E lui, sempre bestia che non
-capiva certe sfumature!...
-
-— Capisco, è una bella finezza... — mormorò — e ve ne sono grato. Però
-vi prego di non credere che la mia casa sia così tutti i giorni...
-
-Ella scoppiò a ridere. Ciò gli dette tanto conforto che si chinò a
-baciarla ancora e più lungamente.
-
-Poi le aprì la porta e la fece scivolare nell'ombra.
-
-Quando fu partita, si passò una mano sulla bocca e sputò.
-
-Curiosa!... Non aveva mai dato o ricevuto baci che gli avessero
-lasciato un sapore simile...
-
-Sapevano di glicerina!
-
-
-Chiuse la porta e, chi ti vide quando si rivolse?
-
-Rigaglia!...
-
-Rigaglia era piantato là, in mezzo all'entrata e sorrideva ammiccando.
-
-La cosa non piacque punto a Mostardo. Chiese al suo domestico nemico,
-con l'aria più burbera che si avesse:
-
-— Che cosa facevi là?
-
-— La cena è pronta — rispose Rigaglia, tranquillo tranquillo.
-
-— E avevi bisogno di venir qui a dirmelo?
-
-— Vi ho cercato dappertutto...
-
-— Questa non è una buona ragione! Poi sapevi che avevo una visita!
-
-— Sì.
-
-— E allora?
-
-— Allora credevo che cenaste insieme!
-
-— Tu non devi creder niente, hai capito?
-
-— Che cosa c'è di male?
-
-— E non devi aver veduto niente!
-
-— Bella roba! Per un bacio...
-
-— Ma non devi aver veduto niente!
-
-— Sì.
-
-Mostardo fece qualche passo.
-
-— E non ti venga più voglia di venire a chiamarmi a cena quando sono
-con delle signore!
-
-— Sì.
-
-— Sì un corno!... Si dice sissignore!
-
-Rigaglia annuì col testone. Domandò poco dopo:
-
-— Cenate questa sera?
-
-— Adesso non ho tempo.
-
-— Ma la roba va a male...
-
-— Lascia che vada all'inferno!
-
-Il Cavaliere salì le scale. Rigaglia proseguì per l'entrata. Disse
-quest'ultimo, quando fu tutto solo:
-
-— Quell'uomo, fra le donne e la politica, si ammazza. Bel gusto,
-proprio adesso che è un signore!...
-
-Ma Rigaglia non concepiva l'Idea.
-
-
-Entrò nella stanza sbattendo l'uscio con tale violenta che poco mancò
-non lo riducesse in pezzi.
-
-Gli otto sozii videro la bufera e si affrettarono a non far più parola.
-
-Mostardo non levò gli occhi in faccia a nessuno; si diresse alla
-scrivania e sedette.
-
-Trascorse un silenzio che pesava più che piombo.
-
-— Io vi domando solo, dove credete di essere?...
-
-Gli otto sozii si guardarono in faccia e non capirono.
-
-— Perchè? — domandò timidamente il Trancia.
-
-— Rispondetemi. Dove credete di essere?
-
-— Ma... in casa vostra...
-
-— In casa mia, non è vero?
-
-— Sì.
-
-— In casa di una persona bene educata?
-
-— Sì.
-
-— E allora, se sapete di essere in casa di una persona bene educata,
-perchè vi comportate come se foste nelle stalle dove siete nati?
-
-I sozii non capivano o facevan le finte.
-
-— C'è proprio bisogno che mi spieghi?... — E aperto il cassetto della
-scrivania ne estrasse un pistolone del tempo del Papa. — C'è bisogno
-che mi spieghi?... — ripetè oscurandosi talmente in viso che il Trancia
-tese una mano verso la pistola e mormorò:
-
-— No... non c'è bisogno!...
-
-— Adesso fate gli umili, è vero?... Adesso!... Ma quando ero di là con
-una signora eravate arroganti, allora!... e avete convertita la mia
-casa in un porcile!
-
-— Ma che cosa abbiamo fatto? — domandò il Giovinaccio.
-
-— Vuoi anche saperlo? — e Mostardo si alzò dalla poltrona.
-
-Di un balzo fu sul malcapitato, lo afferrò per le braccia, lo sollevò
-come se fosse uno sigaro, lo fece girar per l'aria due volte e si
-accostò alla finestra aperta.
-
-I sozii guardavano impietriti e non osavano aprir bocca. Essi sapevano
-bene di che fosse capace il Cavalier Mostardo quando una cosa gli
-andava di traverso; conoscevano la sua forza prodigiosa e si guardavan
-dall'intervenire. Mostardo era buono a spacciarli tutti quanti se
-lo acciecava la sua violenza; era adunque meglio lasciarlo fare e
-raccomandarsi a Dio per l'anima del Giovinaccio.
-
-Ora la finestra di quella stanza si apriva sopra un'ampia e ben colma
-concimaia.
-
-In un balzo Mostardo fu alla finestra, tenendo saldo fra le mani
-robuste l'uomo che si divincolava e urlava. Ad un tratto lo sollevò e
-lo tenne sospeso nel vuoto per il solo tempo in cui gli disse:
-
-— Guardala!... Quella è la tua casa!...
-
-Poi lo scagliò nel vuoto.
-
-Si udì un tonfo sordo e le voci dei sozii che mormoravano:
-
-— L'ha ammazzato!...
-
-Il Cavalier Mostardo ristette un attimo a guardare. Quando fu certo del
-fatto suo, si rivolse e disse:
-
-— Sta meglio di me e di voi. Gli ho data la lezione che si meritava.
-
-E ritornò alla scrivania, e sedette in pace, contento ormai di essersi
-spiegato. I sette restanti eran doventati come tanti agnelli.
-
-Il Cavalier Mostardo aveva bisogno di essere ubbidito e sapeva come
-farsi ubbidire.
-
-— Venite fuori voi, Trancia, e voi Giovannone.
-
-I due uomini si tolser dal gruppo con mirabile prestezza.
-
-— Voi dovete rendermi un servizio particolare.
-
-— Anche cento! — risposero ad una voce Trancia e Giovannone.
-
-— No, basta uno. Ed ora vi dirò di che si tratta.
-
-Premette lungamente il bottone del campanello elettrico che aveva a
-portata di mano.
-
-Si presentò Rigaglia.
-
-— Avete suonato?
-
-— Sì. Portami qua i due vestiti neri e le due pistole che sono nella
-camera dei forestieri.
-
-Rigaglia uscì e ritornò con i vestiti e le pistole
-
-— C'è tutto? — domandò Mostardo.
-
-— Sì.
-
-— Posa lì, sul sofà.
-
-Rigaglia si ritrasse in un angolo.
-
-— Trancia e Giovannone, quella roba è vostra. Vestitevi.
-
-Il Trancia e Giovannon della Piva non se lo fecero dir due volte. Si
-scambiarono un'occhiata soddisfatta e in un baleno furono nudi. Fecero
-un involto dei cenci che si erano tolti d'addosso e lo gettarono fuori
-dalla finestra.
-
-— Ed ora a noi! — fece Mostardo rivolto ai restanti compagni. — Ora voi
-andrete con Rigaglia. Troverete nella camera dove vi condurrà tutti i
-vestiti pronti. Perchè non nascano contestazioni, ogni vestito ha un
-cartello e un nome. Tu, Rigaglia, li chiamerai ad uno ad uno e darai
-loro il vestito che ho loro destinato. Troverete anche l'acqua per
-lavarvi. Fate presto. Via!
-
-Rigaglia si mise alla testa e la masnada dietro. Erano appena usciti
-che la porta si riaprì e comparve il Giovinaccio. Forse Giobbe sullo
-sterquilinio non aveva un aspetto diverso.
-
-Mostardo lo guardò e scoppiò in una risata. Poi disse:
-
-— Va' di là coi tuoi compagni. Marsc!
-
-Il Giovinaccio scomparve fra le risa del Trancia e di Giovannone.
-
-Fu fatto silenzio.
-
-— Sentite, ragazzi — riprese Mostardo. — Voi dovete rendermi il
-servizio più grande!
-
-— Per quello che siam buoni, eccoci qua!
-
-— Io ho preso un impegno; un impegno di onore e voglio far fronte
-alla parola che ho data. Se voi saprete fare, sarete contenti di me.
-Conoscete la marchesa Alerami?
-
-— Chi, la clericale?
-
-— Clericale o no, questo a voi non deve importare, per adesso! — e
-sottolineò le ultime parole. — Per adesso noi non vogliamo vedere
-che una signora, e cioè una donna. Mi spiego?... Dunque questa donna
-è stata minacciata nella vita, forse dai suoi contadini _rossi_. Può
-darsi che qualcheduno abbia intenzione di spararle nel petto e questo
-non deve essere! Capite, ragazzi? _Non deve essere!_ Io ho pensato
-a voi. Voi non avrete, in questi giorni, altra occupazione se non
-quella di guardare il palazzo Alerami e di seguire la marchesa o il
-marchese quando usciranno dal palazzo. Ci sono due biciclette a vostra
-disposizione e, tanto per cominciare, venite qua...
-
-Tolse dal portafoglio due biglietti da cento e continuò:
-
-— Questo è per te, Trancia... e questo è per te, Giovannone. Va bene?...
-
-— Cavaliere — fece il Trancia — non c'è _rosso_ che tenga!... Se non
-ci ammazzano, alla marchesa non debbono guardare neppure alla polvere
-delle scarpe!
-
-— E voi sapete chi siamo! — soggiunse Giovannone.
-
-— Così mi piace! — riprese Mostardo. — E, adesso, non una parola ai
-compagni di quanto ho detto. Siamo intesi?
-
-— Va bene.
-
-Si levò dalla scrivania e si accostò ai due sozii.
-
-— Fatemi vedere come state, vestiti a nuovo.
-
-Li sbirciò dal capo alle piante, li fece rivolgere da tutti i lati e
-disse:
-
-— Non c'è male. Non siete stati mai tanto belli in tutta la vostra vita!
-
-— Ce lo lascerete questo vestito?
-
-— Secondo come vi porterete.
-
-— Se è solamente per questo! — fece Giovannone.
-
-— E quando dobbiamo incominciare il servizio? — domandò il Trancia.
-
-— Subito.
-
-— Va bene. Possiamo darci un turno?
-
-— Fate voi. La responsabilità è vostra.
-
-— D'accordo.
-
-— Resta inteso che ogni sera verrete a farmi rapporto.
-
-— D'accordo. Ma se ci capita di sparare, dobbiamo sparare?
-
-— Senza pietà!
-
-— E... non ci condurranno _dentro_?
-
-— A questo penserò io. Mi rendo garante della vostra libertà. Non
-potranno farvi niente perchè non sarà che un episodio della lotta fra
-Capitale e Lavoro.
-
-— Va bene. Arrivederci.
-
-— Arrivederci. Le biciclette le troverete vicino alla stalla, nel
-cortile.
-
-— Dobbiamo prenderle?
-
-— Prendetele. Un momento. Non pensate di involarvi perchè io sono uomo
-da raggiungervi anche in America!
-
-— Cavaliere...
-
-— Bene, bene!... Adesso filate.
-
-
-Come i due sozii furono scomparsi, il Cavalier Mostardo uscì dallo
-studio, serrò la porta a chiave e si diresse alla stanza dov'era
-raccolto il resto della brigata. Entrò che i bei compagni facevano un
-baccano indiavolato. Non appena comparve Mostardo regnò un silenzio da
-chiesa.
-
-— Che cosa è stato? — domandò il Cavaliere.
-
-— Niente.
-
-— Siete pronti?
-
-— Sì.
-
-— Allora andiamo.
-
-A vederli così vestiti: chi col fondo dei pantaloni che gli scendeva
-come una borsa; chi con certe braghesse nelle quali diguazzava come in
-un pallone; chi annegato in una giacca monumentale o costretto in un
-farsettino tanto striminzito da non potervisi rimuovere, chi li avesse
-veduti, quei bei campioni, non avrebbe trattenuto le risa. Ma Mostardo
-aveva ben altro per il capo. Si avviò innanzi e la masnada gli tenne
-dietro in silenzio. Furono in una stanza a terreno. Mostardo distribuì
-le biciclette, gli schioppi e le cartucciere; poi si armò a sua volta.
-
-— Venite anche voi? — chiese l'Affogato.
-
-— Sì — rispose Mostardo.
-
-— Bene! Allora sì che faremo bufera!
-
-Uscirono nel buio. Mostardo ebbe cura di spegnere tutti i lumi. Mandò
-fuori i sozii e, prima di chiudere la porta, disse a Rigaglia:
-
-— Se viene qualcuno a cercarmi, io sono a letto e dormo.
-
-— Sì signori... — fece Rigaglia.
-
-Poco dopo filavano in bicicletta nel buio della notte.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-_E qui si vede come si iniziasse la battaglia delle aie._
-
-
-Non appena furono sulla Piazza col Pi grande, il Cavalier Mostardo,
-sempre agile, saltò dalla bicicletta e, levando un braccio, gridò:
-
-— Alt!
-
-I sei sozii furono fermi di botto.
-
-— Adesso — incominciò Mostardo — prima di buttarci alla campagna,
-bisogna sapere che cosa ha fatto Borgnini.
-
-— Chi?... Epaminonda?... — domandò il Secco.
-
-— Proprio lui! — rispose Mostardo. — Di Borgnini non bisogna fidarsi.
-Quello può farci qualche brutta improvvisata. Te, Affogato, vien fuori.
-Andremo insieme all'Osteria del Gallo. Voi altri aspettateci sotto al
-campanile. Senza muovervi, siamo intesi? Potremo tardare mezz'ora.
-
-— E se vi aspettassimo all'Osteria del Tacchino? — domandò il Cieco di
-Civitella.
-
-— Già! Per prendere una sbornia e, dopo, la faccio io la ronda, è
-vero?... Sotto al campanile c'è da mettersi a sedere. Aspettateci là.
-Noi vi lasciamo anche le nostre biciclette. Di qui all'Osteria del
-Gallo ci sono due passi e andremo a piedi.
-
-Si spiccarono dal gruppo e se ne andarono via.
-
-La notte era chiara. Dalla Torre del Comune suonarono le ore. Il
-Cavalier Mostardo incominciò a contare:
-
-— Uno... due... tre... — E, quando l'orologio ebbe battuto l'ultimo
-tocco, conchiuse: — Porco Dacco, sono le dieci!... È tardi e bisogna
-spicciarsi!
-
-— Che bisogno c'è di far presto? — domandò l'Affogato.
-
-— C'è il bisogno che c'è! O per Bios!... Se te lo dico io, è segno che
-lo so!
-
-Mostardo abusava di simili risposte piene di convinzione. L'Affogato si
-accorse che non c'era altro da domandare. Però ebbe un dubbio ancora:
-
-— Scusate... andiamo all'osteria con lo schioppo?
-
-— Sicuro!... Perchè?...
-
-— Perchè... non diranno...
-
-— E che devono dire?... Lo schioppo l'abbiamo preso per farlo vedere e
-non per nasconderlo.
-
-— Già... ma può essere una provocazione.
-
-— Ecco!... Precisamente!... Una provocazione!... E non è quello che
-voglio?... Di un po': andiamo a caccia di beccafichi o siamo fuori per
-tirar nel petto alla gente, se ce ne è bisogno?
-
-— Lo saprete voi!
-
-— Sicuro! E perchè lo so io ti dico che, se hai paura, puoi prendere su
-il tuo trentuno e andar a pescare i ranocchi.
-
-— Io, paura?
-
-— Benone! E allora avanti e forza!
-
-Erano giunti alla porta dell'osteria. Mostardo si fermò prima di
-entrare.
-
-Speculò qualche minuto dietro i sudici vetri, per vedere chi era
-dentro. Raccolse le mani agli angoli degli occhi; mormorò qualche
-incomprensibile parola. L'Affogato aspettava, senza dir niente. Dopo un
-lungo e maturo esame, il Cavalier Mostardo si levò sul torso e disse:
-
-— Sì, ci sono tutti!
-
-— Tutti, chi?
-
-— Borgnini e i suoi compagni. È certo che combinano il piano per questa
-notte. È meglio che io non mi faccia vedere e te neppure...
-
-— Allora?
-
-Il Cavaliere pensò un poco e disse:
-
-— Bisognerebbe mandare Rigaglia.
-
-— E perchè Rigaglia?
-
-— Perchè quello non dà sospetti. È sempre per le osterie.
-
-— Volete che vada a chiamarlo?
-
-— Sì... no, aspetta. È meglio che vada io.
-
-— E perchè volete andar voi?
-
-— Ma tu non conosci Rigaglia! Quel testone è buono di non volersi
-muovere se non vado io. Ha paura di compromettersi. Vieni con me. Mi
-aspetterai sulla porta. Siamo a quattro passi.
-
-Andarono. Mostardo trovò Rigaglia che era nella sua tana e si disponeva
-a ficcarsi fra le lenzuola.
-
-— Ho bisogno di te.
-
-— Cosa volete?
-
-— Devi venir fuori.
-
-— Io?... — Inarcò le ciglia, spalancò i piccoli occhi, si puntò una
-mano sul petto. Apparve pien di timorosa peritanza.
-
-— Non importa che tu abbia paura, vigliaccaccio! Non ti porto a far
-le schioppettate, va' là! Non ti ci porto. Farei un bell'affare! Ma ho
-bisogno di te. Presto, vien via!
-
-— Ma io sono stanco!
-
-— Ti ho detto di venir via!... Vuoi che ti prenda per il bavero della
-gabbana?...
-
-Allora Rigaglia per non poter far altro, scagliò contro il muro una
-scarpaccia che aveva in mano e, col permesso delle timorate persone,
-borbottò la classica bestemmia romagnola, la bestemmia base e cardine,
-la quale non ha neppur più valore di blasfema, ma non è che un indice
-esclamativo di esuberanza, nel paese delle strampalerie.
-
-Disse Rigaglia:
-
-— _Boia de Signor!..._
-
-Allora il Cavalier Mostardo gli si accostò di un passo; squadrò, dalla
-sua rispettabile altezza, il tozzo arnese domestico e gli disse:
-
-— Ormai dovresti saperlo che, con me, è inutile brontolare. Te lo devo
-dire ancora?
-
-— Ma io sono stanco e ho sonno.
-
-— Va' là, che ti pagherò da bere!
-
-— Che cosa?... Andiamo a bere?
-
-— Sì.
-
-— Perchè non me l'avete detto subito?
-
-— Ma guardate che bel liberale!... Se si tratta di ubbriacarti, non sei
-più stanco, è vero?
-
-— Nei vostri imbrogli io non voglio entrarci.
-
-— Perchè hai paura!
-
-— Non è vero. Se si trattasse del popolo sarei sempre in prima fila!
-
-— Sì, fra le botti!
-
-— Io sono socialista.
-
-— Tu sei un pantalone!
-
-— Il socialismo è per il popolo.
-
-— E tu sei per la tua pancia!... Infilati la gabbana... fa presto!...
-Non crederai mica ch'io voglia discutere di politica con te, brutto
-testone!... Ma che socialismo e non socialismo... tu sei un versipelle,
-sei! E ladro!... Ruberesti il fumo alle pipe, ruberesti!... Dì che non
-è vero, adesso!... Che cos'è questo socialismo?... Lo sai, tu? Lo sai
-che cos'è?... Avanti... dillo!...
-
-— Il socialismo l'è la giustizia de _pópul!_
-
-— Bravo l'asino!... Avanti... infilati quella gabbana, chè non ho tempo
-da perdere!... Hai finito?... Sei pronto?... Andiamo...
-
-E lo precedette. Rigaglia lo seguì scarpicciando.
-
-E Mostardo continuò:
-
-— Siete tutti quanti buone firme! Va' là, che lo sappiamo!... Ci
-conosciamo, mascherina! Ma che cosa credi di aver detto poi, quando hai
-detto «_e pópul_»? Che cos'è questo popolo? Chi è il popolo?... Sei tu
-o sono io?...
-
-— Il popolo sono io!
-
-— Sicuro!... Come se non sapessero tutti che tu sei una canaglia!...
-Avanti, socialista: tu hai settantamila lire alla Cassa dei
-Risparmi.... avanti... va, prendile e dividile tra il popolo...
-
-— Bella ragione!
-
-— Hai visto?... È che tu sei boia, sei!... Questo sì. Ma che cosa
-vuoi saper te?... Che cosa vuoi capire se non sai fare un'o con un
-bicchiere?... Socialismo!... E l'Idea?... Dove la metti l'Idea, povero
-testone?
-
-— Che cos'è quest'idea?
-
-— Lascia parlare chi ne sa più di te. Credi forse di poter saltare nel
-socialismo come salteresti nel letto?
-
-— Sicuro.
-
-— Bravo. E come faresti?
-
-— Con la rivoluzione.
-
-— Sicuro. E chi deve fare la rivoluzione?
-
-— Il popolo.
-
-— Benissimo. Dunque tu sei il popolo... non l'hai detto poco fa?... tu
-sei il popolo... ma sei vigliacco e la rivoluzione non la farai!
-
-— Lo dite voi!
-
-— E chi deve dirlo? Chi non ti conosce?
-
-— Del resto voi eravate della mia idea.
-
-— Non dico di no; e potrò esserlo ancora se le nespole saranno mature.
-Ma io so ragionare e tu non capisci niente. Io so che cosa vuol dire: —
-_fare la rivoluzione._ — Ma tu, se senti solo un petardo, con rispetto
-parlando, te la fai addosso!... È vero o non è vero?... Va' là,
-mascherina!... Poi che cosa sai tu di Nazione, di Stato, di Politica,
-di Rapporti Internazionali, di Equilibrio del Mediterraneo e di tutti
-questi cacumi?... Che cosa ci capisci in tutta questa chincaglieria?...
-Povero merlo!... Fai la Rivoluzione! E poi?... Quando hai buttato in
-terra una colonna dove l'hai la colonna nuova da mettere a posto?...
-Vorresti andarci tu a comandare? Tu, il popolo?
-
-— Che cosa c'entra?
-
-— C'entra benissimo, c'entra!
-
-— Ma non è vero.
-
-— È tanto vero che, se non stai zitto, ti dò un calcio tale che il
-secondo te lo dà il muro!
-
-E Rigaglia non rifiatò.
-
-Il Cavalier Mostardo soleva conchiudere così le discussioni che non gli
-andavano a genio.
-
-Erano per la strada; proseguirono di buon passo senza più far parola.
-Quando furono alla porta dell'osteria del Gallo, Mostardo trasse
-Rigaglia nell'ombra e incominciò a parlare.
-
-— Tu lo conosci Borgnini, non è vero?
-
-— Sì.
-
-— Be', Borgnini è là dentro con i suoi uomini. Queste sono dieci
-lire... Vai, bevi, stai attento a ciò che dicono e vieni fuori a
-ripetere quello che hai sentito. Va bene?
-
-— Sì.
-
-— Io ti aspetto sotto il campanile della piazza. Voglio sapere dove
-vanno questa notte. Hai capito?
-
-— Sì.
-
-— Allora siamo intesi.
-
-E il Cavaliere si avviò per l'ombra della strada con l'Affogato, mentre
-Rigaglia entrava nell'osteria.
-
-Mostardo e i sozii aspettarono una buona mezz'ora. Rigaglia non
-ritornava. Il tempo era prezioso.
-
-Già il nostro Cavaliere stava per mandare in ricognizione il Mosca,
-quando dall'ombra della grande piazza si udì giungere un sibilo
-acutissimo. Tutti si inorecchirono.
-
-— Che cos'è questo?
-
-— Poi una voce domandò:
-
-— Ci sono ancora?
-
-E un'altra, più lontana, rispose:
-
-— Sì.
-
-Allora Mostardo si avviò verso il cuore della Piazza e disse:
-
-— Sono dei nostri!
-
-Aveva riconosciuto le voci. Poco dopo, eccolo a parlamentare con
-Bucalosso.
-
-Bucalosso e i suoi figliuoli erano fermi in mezzo alla piazza, in pieno
-assetto di guerra.
-
-— Cosa fate qui? — domandò Mostardo.
-
-Mazzini, detto la Vigna, si fece innanzi perchè era quello che prendeva
-sempre la parola quando la famiglia dei molossi era riunita per ragioni
-di partito. Mazzini disse:
-
-— Aspettiamo Danton. Danton è all'osteria del Gallo e deve darci il
-segno quando Borgnini e i suoi uomini prenderanno la strada delle
-campagne.
-
-— _Soia_ stato di parola? — domandò Bucalosso.
-
-— Bene! — fece Mostardo e rimase pensoso.
-
-Doveva o non doveva lasciarla a Bucalosso l'impresa di sorvegliare
-Borgnini? E se quel beccaio gli combinava una strage? Perchè non
-bisognava escludere tale possibilità dato l'uomo e la figliuolanza.
-Però gli sarebbe tornato comodo disimpegnarsi da tale faccenda e
-dedicarsi ad un compito diverso. Daffare ce n'era per mille. Allora gli
-venne in mente di parlamentare col rappresentante della famiglia.
-
-— Mazzini — disse. — Voi mi sembrate un giovane come va...
-
-— Si fa quel che si può...
-
-— Lasciatemi dire!... Mi sembrate un giovane come va ed io voglio, da
-voi, una promessa.
-
-— Anche cento!
-
-— Vostro padre lo conoscete meglio di me: se perde il lume dagli occhi
-non c'è più Signore che lo tenga, e voi capite, Mazzini, che in queste
-circostanze, la prima cosa da aver bene a posto è la testa!
-
-— Ben detto! — fece Mazzini.
-
-— Dunque... io, di Bucalosso, non mi fido troppo...
-
-— Perchè non mi _conosciete_!... — fece Bucalosso.
-
-— State zitto, babbo! — mormorarono i figli.
-
-— In quanto a questo vi conosco benissimo! — riprese Mostardo. —
-E, appunto perchè vi conosco, voglio dare la responsabilità della
-spedizione a Mazzini. Accettate Mazzini?
-
-— Accettato! — rispose il giovanotto.
-
-— Bene. Allora io ero qui coi miei uomini per sorvegliare quello della
-seta... Voi sapete di chi parlo!
-
-— Ci capiamo!
-
-— Io non me ne occupo più. Lascio la cosa a voi, Mazzini. Mi garantite
-la massima prudenza e mi promettete di non sparare proprio se non
-sarete costretti a farlo?
-
-— Mostardo, lasciate fare a me.
-
-— Mi date la vostra parola?
-
-— Ecco la mano!
-
-— Va bene. Ora sono tranquillo.
-
-Bucalosso, dopo tutto, gongolava perchè il vedere così apprezzato un
-suo figliuolo, provocava la soddisfazione sua più intima, tanto che
-disse:
-
-— Eh?... Che figli ho _me_?
-
-In quella si udì un altro sibilo dal fondo della Piazza e il rumore di
-una corsa.
-
-— È Danton! — fece Mazzini.
-
-Infatti, poco dopo, appariva l'ombra trafelata di Danton.
-
-Disse:
-
-— _I va vi!... Bsogna fe' prest!_... (Vanno via!... Bisogna far
-presto!...).
-
-— Forza! — gridò Mazzini che era ormai il comandante la spedizione.
-
-Avevano, tutti quanti, il fucile, la bicicletta e un coltello alla
-cintura. Saltarono sulla macchina leggera e incominciarono a pedalare a
-gran furia. Ultimo rimase Bucalosso che era piuttosto corpulento e non
-trovava un pedale. Per un poco strepitò, poi, sbuffando come un toro,
-si cacciò nella notte dietro l'ombra dei suoi figli.
-
-
-Il Cavalier Mostardo si fregò le mani. Anche quella era fatta. Ora
-bisognava pensare alla parte sua.
-
-Nel cielo c'eran le stelle e il campanile della Piazza col _pi_ grande
-pareva facesse la guardia alle lucciole del cielo altissimo.
-
-C'erano molte stelle quella notte e al Cavaliere venne fatto di
-guardarle. Poi faceva dolco. Poi si sa che anche nel cuore di un uomo
-in lotta c'è sempre un angolo di pace dove può rifugiarsi una cosa
-diversa. Questa diversa cosa fu per il Cavalier Mostardo, quella notte,
-Ninon Fauvétte, fior di Parigi.
-
- _Guarda che bel seren con quante stelle!_
- _Questa è la notte da rubà le donne..._
-
-Canticchiò e vide Sirio che civettava in mezzo al cielo come un
-pavone. Le stelle... il cuore... la dolcezza dell'aria... Ninon
-Fauvétte, fior di Parigi... Già, i baci di lei sapevano un poco di
-glicerina (curiosa!...); però aveva una bocca tale che avrebbe fatto
-perdere cinquanta staffe, anzi tutte le staffe del mondo! Una donna da
-mangiarla a grandi bocconi, come una pietanza golosa.
-
- _Chi ruba donne non si chiaman ladri..._
- _Si chiaman giovinotti innamoratiiiii..._
-
-Questa volta cantò a tutta voce. La gran civetta del cielo, Sirio, gli
-brillava proprio nel centro del cuore.
-
-— Ragazzi, sono qua!
-
-— Andiamo?
-
-— Un momento...
-
-Si dette a pensare. Da dove avrebbero incominciato?... Gli nacque
-all'improvviso un'idea luminosa, perchè aveva sempre in mente Ninon
-Fauvétte, fior di Parigi.
-
-— Ragazzi, questa notte bisogna far paura ai socialisti!
-
-— Bene! — esclamarono i sozii.
-
-— Terrete fermo?
-
-— Sì!
-
-— Posso fidarmi?
-
-— Sì!
-
-— Vogliamo andare dai contadini rossi!
-
-— Andiamo!
-
-— E avranno a che fare con noi. Un giallo val sempre tre rossi!
-
-— Altro!
-
-— Per Bios!...
-
-Detta la quale ultima cosa come suggello di convinzione e di matura
-riflessione, il Cavaliere partì pedalando forte, seguito dal serrato
-gruppo dei sozii.
-
-
-Eccoli per la campagna. Case buie e raccolte; strade deserte, con solo
-le ombre degli olmi.
-
-Il Cavaliere faceva da battistrada; era un ciclista di prim'ordine.
-In certi campi c'erano ancora i covoni; in certi altri solamente le
-stoppie. Sotto il bagliore delle stelle luceva, per le grandi distese,
-un oro pallido.
-
-Mostardo e gli uomini suoi, pedalavano senza parlare. A volte, sotto
-l'ombra dei canepai, si udiva il subito pigolìo di qualche uccello
-spaventato. Da lontano, da una distesa di lupinelle, arrivò il verso di
-una quaglia. Poi un abbaiar di cani, intermesso dalle aie deserte.
-
-La strada era lunga. Mostardo voleva arrivare al podere dei Casaròtt.
-
-Proseguivano così, da mezz'ora, senza parlare, curvi sul manubrio della
-bicicletta, intenti a schivar le carreggiate, quando, superata appena
-una curva della strada, erano vicini ad una macchia di roveri, udirono
-una voce che gridava:
-
-— Alt... Chi va là?
-
-In un battibaleno furono tutti a terra; il fucile spianato.
-
-Il Cavalier Mostardo, sorpreso dall'improvviso arresto, non seppe a
-tutta prima che rispondere; poi, fattosi innanzi in mezzo alla strada,
-gridò:
-
-— Chi siete?
-
-Il silenzio regnò, questa volta, dall'altra parte; e non si vedeva
-nessuno.
-
-— Gialli o rossi? — domandò ancora Mostardo.
-
-Uguale silenzio.
-
-— Repubblicani o socialisti?
-
-Niente! Allora il nostro Cavaliere perdette la calma che si era imposta.
-
-— O rispondete, o spariamo!...
-
-In quell'istante si vide un'ombra sorgere dal fondo di un fosso e
-tentare di darsela a gambe; ma una prima schioppettata partì, alla
-quale fece seguito un grido di dolore:
-
-— Ahiahi!... Ahiahi!...
-
-Mostardo si lanciò innanzi, seguito dalla masnada. Un uomo era sdraiato
-sul margine del fosso, la faccia sulla polvere, e si lamentava, una
-mano su quella parte del corpo che si chiama più nobilmente sedere,
-appunto per l'uso al quale serve.
-
-— Chi sei? — gli domandò Mostardo.
-
-Lo sconosciuto continuava a lamentarsi senza dar segno di avere inteso.
-
-— Dove sei ferito?
-
-— Non lo vedete? — disse il Cieco di Civitella. — La mano non l'ho mica
-sul cuore!...
-
-— Si tappa là dove sente male! — aggiunse lo Stangone.
-
-E il Secco:
-
-— Avete fatto un bel centro!...
-
-Il Cavalier Mostardo che si era chinato sul ferito, si rizzò, e,
-rivolto al Secco, disse:
-
-— Accendi la lanterna cieca.
-
-Fu fatto. Ma anche quando la rossa luce della lanterna investì l'uomo
-disteso e dolorante, non venne fatto di ravvisarlo di un subito. Lo
-sconosciuto si ostinava a nasconder la faccia. Allora il Secco gli si
-accostò e, costrettolo a piegarsi da lato, lo investì in pieno con il
-suo fascio di luce.
-
-Primo a riconoscere il ferito fu il Cavalier Mostardo, il quale, fra il
-gaio e il dubbioso, si domandò:
-
-— Ma non è il conte Polpetta?...
-
-— Sì!... È il conte Polpetta!... — gridò la masnada e scoppiò in una
-risata sonorissima.
-
-Allora, vistosi scoperto, il povero conte pensò che era, per lui, cosa
-assai migliore quella di non starsene più supino sulla strada, sì che,
-levatosi, prima in ginocchio, poi sulle tremanti piote, senza pur mai
-distaccar la mano dalla parte lesa, ristette pien di dubbio e di timore
-dinanzi a coloro che egli riteneva fierissimi nemici, pronti a fare di
-lui lo scempio più orrendo.
-
-E così stando, senza trovar parola, continuava nella sua dolorante
-solfa:
-
-— Oh Dio... Ahiahi!... Ahiahi!... oh Dio!
-
-I sozii, immensamente divertiti dallo inatteso episodio, non la
-finivano dal ridere. Fu Mostardo che, imposto il silenzio alla masnada,
-si fece più vicino al conte Polpetta e gli domandò:
-
-— Ma vi ho fatto, dunque, tanto male?
-
-— Oh Dio... sì!
-
-— Dove?
-
-— Qua...
-
-— Nel didietro?
-
-— Credo di sì!
-
-— Fate vedere. Vi cureremo.
-
-Il conte Polpetta si ritrasse pien di spavento.
-
-— No... per carità! Non fate!...
-
-— Ma perchè avete tanta vergogna? Non siamo tutti uomini?
-
-— Io non posso!...
-
-— Non potete?...
-
-Fra l'abbaiar dei cani e le risate dei sozii pareva festa grande.
-
-— Perchè non potete?... — riprese Mostardo. — Avete i calzoni in
-muratura?
-
-— Non posso!... Oh Dio... ahiahi!... Non posso...
-
-— Via, meno smorfie! — fece Mostardo muovendo un passo innanzi. — Se vi
-ho ferito, voglio vedere l'entità della ferita.
-
-Allora il conte Polpetta atteggiò la faccia a tale smorfia di comico
-terrore che anche il Cavaliere non potè trattener le risa.
-
-— Andiamo, conte!... Siete o non siete un uomo?...
-
-Il conte Polpetta, rassicurato meno che mai, continuava a nicchiare.
-
-— Vi assicuro — continuò Mostardo — che nessuno vi torcerà un capello.
-Ve ne dò la mia parola d'onore. Via... comportatevi da uomo!
-
-— Ma un par mio, non può offendere il proprio pudore anche per una
-ferita mortale!...
-
-Eccelso fu il baccano che seguì alla risposta del nobile Polpetta
-e ciò che disse la brigata non è decentemente riferibile. Certo che
-se Mostardo non avesse comandato ai sozii, il povero nobile avrebbe
-passato un brutto quarto d'ora; ma il Cavaliere si impose e la cosa non
-ebbe il seguito che già lo sventurato conte Polpetta si attendeva. Nè
-ingiustificato era il suo timore, perchè la masnada aveva già lanciato
-il grido:
-
-— _Facciamolo Papa!_
-
-E sapeva ben lui quale scherzo si fosse quello di _far Papa_ un
-pover'uomo! Basti dire che le parti le quali entravano in giuoco erano
-fra le più delicate e preziose, nonchè vergognose.
-
-Il conte Polpetta la scampò perchè il Cavalier Mostardo non volle fosse
-fatto pubblico scempio dei più o meno utili accessori del povero nobile
-e di tale delicata attenzione il suddetto Polpetta si mostrò grato
-al suo protettore, tanto da perdonargli la schioppettata, che si era
-avuta, d'altra parte, il suo fiero e sconsiderato coraggio.
-
-Quando il duce ottenne un po' di calma; quando tacquero le risate e i
-lazzi osceni, l'interrogatorio ricominciò:
-
-— Ebbene, se non volete mostrarmi la ferita, salvo sempre il vostro
-pudore, vorrete almeno dirmi che cosa facevate a quest'ora in campagna
-e perchè ci avete dato l'_alt, chi va là!_
-
-— Ho difeso il nostro grano — rispose il conte Polpetta.
-
-— Il vostro grano?... E dov'è?... Avete dei poderi, voi?
-
-— Io no; ma la comunità...
-
-— E che cos'è la comunità?
-
-— Sono i nobili dell'_Isola Felice_!
-
-— E voi siete il loro amministratore? — domandò Mostardo.
-
-— Io, sì!
-
-— E... scusate se non vi capisco... da chi volevate difenderlo il
-vostro grano?
-
-— Dai socialisti.
-
-— Bene. Ma, col coraggio che avete, che cosa pretendevate fare, se
-fossero venuti i rossi?
-
-— Ero deciso a tutto!
-
-— Infatti si è visto! Ma non importa; questo riguarda solamente voi.
-Ora ditemi un'altra cosa. Con quali macchine volete battere voi? Con le
-macchine _gialle_?
-
-— No.
-
-— E allora?
-
-— Noi vogliamo battere coi coreggiati.
-
-Il Cavalier Mostardo spalancò gli occhi e chiese curvandosi un poco per
-intender meglio:
-
-— Che cosa?...
-
-— Sì, i coreggiati che sono poi le vostre _cerchie_...
-
-— Volete battere con le _cerchie_? E come si chiamano i vostri
-contadini? E quanto grano raccogliete?
-
-— Tre staia!
-
-Povero modesto conte Polpetta, con le sue tre staia di grano!...
-Un'altra tempesta di risa lo stordì.
-
-Ma il Cavalier Mostardo non rise più, d'improvviso avvertì la tragica
-miseria di quel povero uomo che si condannava, nonostante la sua
-tremenda paura, a passar le notti all'aperto a guardia della sua
-poca sementa, la quale gli rappresentava forse lo scarso pane di
-tutto l'anno; che sfidava le ire dei rossi e dei gialli e fermava i
-pattuglioni, da solo, raccogliendone le belle conseguenze che stava
-esperimentando, e non volle che nessuno più si prendesse giuoco di
-lui. Divenne implacabile; sentì che aggiungere la beffa e lo scherno
-a quella povertà che tentava coprirsi degnamente con gli ultimi suoi
-cenci, era vile, e da assalitore si tramutò in protettore. Il senso
-di giustizia che regolava ogni sua azione non poteva consentirgli
-di veder maltrattato un povero e un debole, si chiamasse pure conte
-Polpetta. No, si doveva rispettare la misera creatura a guardia di un
-mucchietto di grano e, per far valere la volontà sua cisa, incominciò
-con l'afferrare il Cieco di Civitella, il quale accostatosi al povero
-conte, si divertiva a punzecchiarlo e a fargli paura, e, afferrato che
-l'ebbe, a gettarlo lungo disteso in mezzo alla strada.
-
-Il silenzio fu immediato. Allora Mostardo parlò.
-
-— Se non foste figli di _buone donne_ e se aveste un cuore, dovreste
-fare di volontà vostra quello che farò io e cioè prendere sotto la
-vostra tutela il poco grano di questo magro galantuomo. Se non lo
-farete vi mantenete pezzi da forca come siete sempre stati fino ad
-oggi. Avete capito?... Perchè qui non c'è più partito, qui c'è solo un
-cacume! A me non importa sapere come si chiami questo signore: è un
-povero diavolo! Volevate _farlo Papa_! Guai a chi si proverà! Dovete
-sapere che, da oggi, il conte Polpetta è sotto la mia protezione. E
-basta!
-
-— _L'ha rasôn!_ — mormorarono i sozii.
-
-— Sicuro che ho ragione! Che cosa sono tre staia di grano? Non
-rappresentano neppure il pane per un anno! Poi guardatelo!... Questo è
-il coraggio del Papa!... Ti crea un nobile e lo fa morir di fame!...
-
-In così dire, il Cavalier Mostardo aveva tolta la lanterna cieca di
-mano al Secco e, rivoltala sul pover'uomo, lo illuminò in pieno.
-
-Il conte Polpetta abbassò gli occhi.
-
-Allora lo si vide tutto quanto. Vestiva una palandrana rossigna,
-tutta a congegnati rammendi, striminzita, slabbrata, sfilacciata ai
-bordi, con due bottoni mancanti. E camicia non ne aveva, ma portava,
-con dignitosa cura, un colletto di gomma e un fazzoletto nero che gli
-teneva ufficio di cravatta e di camicia coprendo quel poco di sparato
-che la palandrana non poteva coprire. Naturalmente tale colletto, non
-avendo nessun punto di presa, gli saliva verso la nuca e il povero
-conte era costretto, a quando a quando, a rimetterlo a posto. I
-pantaloni avevan le frangie e, per quanto tentassero raggiungere le
-scarpe, non vi riuscivano, tantochè fra il loro finire e il cominciar
-della scarpa rimaneva lo stinco ignudo perchè di calze il povero conte
-non ne aveva. Aveva però le scarpe che erano una rovina veneranda non
-serbando intatti se non i tiranti che sporgevano come due speroni fuori
-posto.
-
-Compiva l'abbigliamento una vecchia paglietta rosicchiata dai topi.
-
-Sulla lunga e spettrale magrezza di codest'uomo non erano altri
-indumenti.
-
-La sua povera faccia rossigna e scarnita non era contrassegnata che
-da un lunghissimo naso e da un pizzo grigio tenuto con ogni cura.
-Due occhietti affondati nell'orbita, sotto due folte sopracciglia
-caratterizzavano quel suo volto fra malinconico e spaurito, con lampi
-di vecchio orgoglio, soggiogato ormai dalla troppa povertà e dal troppo
-timor della vita.
-
-Tale era il conte Ildebrando Poldi, detto altrimenti il conte Polpetta.
-
-— L'avete veduto? — domandò il Cavalier Mostardo. — E vi pare sia
-giusto maltrattare quest'uomo?
-
-— _L'ha rasôn!_ — mormorarono i sozii.
-
-— Sicuro che ho ragione! — Poi, rivolto al conte Ildebrando, domandò: —
-Dove sono le vostre terre?
-
-— Sono qui.
-
-— Quanti campi sono?
-
-— Un campo e mezzo.
-
-— Chi lo lavora?
-
-— Siamo in quattro!
-
-— E vi dividete tre staia di grano in quattro?
-
-— No, in venticinque!...
-
-— Hai capito? — gridò Mostardo. — E siete in venticinque a mangiare,
-solo con questo po' di roba?
-
-— Sì... ma ci si _arrangia_.
-
-— Vivete insieme?
-
-— Sì. Nel teatro.
-
-— Nel teatro?...
-
-— Non lo sapete? — domandò il conte Ildebrando, pieno di meraviglia. —
-Come?... Se è un'invenzione mia!
-
-— Un'invenzione? — domandò Mostardo.
-
-Ma la parte lesa continuava a dolorare al povero Ildebrando il quale,
-senza pur mai distaccarne la mano, usciva a quando a quando in un
-appenato:
-
-— Oh Dio... Ahiahi!...
-
-Però non era tanto schiavo del dolore che, posto di fronte a quella
-che egli chiamava «_la sua invenzione_», non si risentisse tutto,
-inalberandosi come un cavallo di buon sangue.
-
-— Voi sapete — riprese il conte Polpetta di fronte alla masnada
-che ascoltava muta — sapete come _la borghesia abbia creato i suoi
-becchini_; questo l'ha detto Marx. E Proudhon che cosa chiede al
-proletariato?... Di avere un'idea e di saperla _realizzare_. Ecco
-il fulcro!... Per cui... Realizzare un'idea vuol dire far camminare
-il popolo. Il popolo è contro alle caste, e il popolo è la verginità
-della natura... Ebbene noi, discendenti dell'aristocrazia, diseredati
-e paria, ritorniamo in seno al popolo; noi portiamo il nostro tesoro
-mentale ad ausilio del popolo, noi prendiamo la luminosa idea e ne
-facciamo una realtà contingente. Nobili di nascita, teniamo alla
-nostra nobiltà la quale si rinverginizza in un principio di comun
-bene. La nostra idea non è nuova: è nata da trenta secoli!... Ma
-questo non monta. Trenta secoli per un'idea sono come cinquecentomila
-anni nella storia della terra! Un sospiro... Per cui!... I più bei
-genii dell'umanità, da Minosse a Pitagora; da Campanella a Owen sono
-con noi. L'inevitabile palingenesi sarà nel comunismo. Con la scuola
-del Lussemburgo noi ci dichiariamo contro qualsiasi «_aristocrazia
-delle capacità_» sempre dannosa come certissima fontana di nuove
-disuguaglianze. Noi, pur serbando l'avita nobiltà come ultima innocua
-tradizione, anzi come segno di novella aurora, ci schieriamo coi
-Platoni, coi Cabet, coi Sismondi, coi Saint-Simon, infine con il
-prodigioso insuperabile Carlo Fourier... per cui!... Carlo Fourier ha
-ideato il _falansterio_ ma gli uomini, al suo tempo, non erano maturi
-per la realizzazione di questa divina trovata. Noi siamo maturi! Noi
-abbiamo il nostro _falansterio_ e, da dieci anni, viviamo avendo tutto
-in comune... Sì, anche la donna!... Anche la donna!...
-
-Il Cavalier Mostardo stava gonfiando le gote, però, volendo serbarsi
-nella linea pura del suo dispregio per tutto ciò che non riusciva a
-intender bene, mormorò:
-
-— Ho capito. Anche voi siete uno della Cattedra!
-
-— Io sono un innovatore! — ribattè il conte Ildebrando.
-
-— Ma scusa, che cosa rinnovi, se hai detto che da trenta secoli le tue
-idee passeggiano per le piazze?
-
-— Sì da trenta secoli e Cristo è con noi!
-
-— Quale Cristo?
-
-— Gesù di Galilea. Uno dei Santi Padri del comunismo.
-
-Il Cavalier Mostardo si limitò a stringersi fra le spalle e a
-rispondere:
-
-— Avrai anche ragione, ma siamo sempre fra le quisquilie della Cattedra.
-
-— Ecco l'esempio — riprese il conte Ildebrando. — Eravamo tutti poveri;
-ora abbiamo fondata l'_Isola Felice_. Con le nostre forze unite diamo
-insegnamento. L'idea fu mia. La contessa Penelope Tompinelli possedeva
-un vecchio teatro chiuso al pubblico da una trentina d'anni: il teatro
-dei Battuti verdi; e la contessa non aveva altro e _con quello_ non
-poteva vivere. Allora io pensai: — Ebbene _vivrà su quello_ e con lei
-vivremo quanti siamo, paria della classe nobiliare. Detto teatro era
-affittato come magazzino. Lanciai l'idea fra i miei consimili nel nome
-di Carlo Fourier e per la Grande Idea. Fummo molti ben presto. Ciascuno
-portò ciò che aveva: danaro, terre, oggetti. Ora siamo venticinque e
-possediamo un campo e mezzo e molte altre cose. Cioè non possediamo
-niente. Noi si scompare nella Comunità. E il Teatro dei Battuti verdi
-è stato ribattezzato l'_Isola Felice_. Cavaliere, io vi prego, in nome
-mio e de' miei compagni, di volerci onorare della vostra presenza.
-
-— Va bene. Verrò, — rispose Mostardo. Poi fu ripreso dalla sua
-spensierata gaiezza e soggiunse: — E, di grazia, il vostro pudore non
-vi fa più male?
-
-— Mi fa male, sì — disse il conte Polpetta; — ma, per me, è una gloria!
-
-— Sarà una gloria; ma non diremo abbia scelto un bel soggiorno!
-
-— I miei compagni potranno vedere che ho difeso i beni della
-comunità... per cui...
-
-— Ben detto, caro conte!... Allora qua la mano e... senza rancore, non
-è vero?
-
-— Senza rancore!...
-
-— E... se qualche giorno... che so... non mi sembrate proprio grasso
-come un parroco!... Se qualche giorno aveste bisogno del Cavalier
-Mostardo, ricordate che Mostardo ha un debito con voi.
-
-— Un debito? E quale debito?...
-
-— Sì, quello di avervi offeso nelle parti vereconde, salvo sempre il
-vostro pudore! Dunque se può occorrervi qualche cosa, sapete dove sto.
-
-— Grazie! — rispose Ildebrando dei conti Poldi. — Tante grazie.
-
-— Ed ora addio. E state attento, con la gente che batte in queste notti
-le campagne! Volete un mio consiglio disinteressato?
-
-— Dite.
-
-— Prendete su il vostro trent'uno e filate verso casa. E cercate di
-seguire le vie traverse perchè, e Dio non voglia, se vi incontrate con
-la compagnia di Bucalosso o con quella di Borgnini, possono essere guai
-seri. Un Cavalier Mostardo non lo trovate mica dappertutto!
-
-— Lo so.
-
-— Allora vi saluto e... prudenza!
-
-— Buonanotte.
-
-Prima fu Mostardo a salire in bicicletta poi gli altri si avviarono
-dietro il duce, non senza prima aver lanciato un saluto al conte
-Ildebrando.
-
-Questi per un attimo restò solo, la mano sulla sua ferita, fermo
-sul margine di un fosso; poi, come udì sopraggiungere, da non molto
-lontano, un suon di voci, non seppe nè più volle saper niente nè
-di terre, nè di grano, nè di comunismo; ma, trovata una inconsueta
-agilità, saltò il fosso di un solo balzo, e, forzata la siepe, fuggì a
-tutta corsa pei campi come se avesse alle calcagna una muda di molossi.
-
-
-Conchiuso che fu l'incidente col conte Ildebrando e cessati i commenti
-varii sull'impallinatura che aveva convertito il didietro del campione
-comunista in una rosa di tiro, la comitiva proseguì in silenzio per
-la sua destinata strada e il Cavalier Mostardo battè il passo alla
-virtuosa canaglia.
-
-Si erano dilungati dalla città del Capricorno e avevan sentito giungere
-sul vento i tocchi della campana della Torre del Comune. Suonava la
-mezzanotte.
-
-— Giungeremo in tempo — disse Mostardo.
-
-— Sì, ma saranno tutti a letto! — ribattè il Cieco di Civitella.
-
-— Magari!... Ma non aver paura, chè li troveremo a guardia dell'aia.
-
-La campagna odorava forte. La brezza notturna aumentava la lena dei
-pedalatori. Sarebbe stato un bell'andare così, per le strade dei campi,
-nella dolce notte di giugno, se il cuore fosse stato in pace, se non si
-fosse dovuto pensare ad altro che a godersi quelle ore di vita placida
-fra stelle e grilli, in un disteso riposo. Ma era ben altro il compito
-di Mostardo ed egli doveva porre, nel suo preventivo di battaglia,
-anche la possibilità di buscarsi una bella schioppettata nel petto
-e di andarsene via rantolando, verso un qualsiasi fosso ad esalarvi
-l'animaccia sua. Quella sua animaccia che aveva sfidato tante volte
-la morte nell'America del Sud, in Grecia, in Albania sempre fedele
-all'Idea, alla Santa Carabina, all'Umanitarismo.
-
-Libertà, libertà per tutti e abbasso i Troni e gli Altari!
-
-Ah, giovinezza su metereolitica, per le atmosfere delle varie
-terre! E perchè aveva voluto combattere per gli altri, perchè si era
-offerto disinteressatamente solo per il trionfo dell'Idea, era stato
-maltrattato da coloro che avrebber dovuto accoglierlo come un fratello.
-Mondo cane! E una volta, sì, aveva steso di traverso due greci, e aveva
-stretto la mano a un turco (c'era anche Rigaglia!), ma il turco era un
-galantuomo e i due greci avevan preso Mostardo per qualche insensato di
-alta montagna.
-
-Be', ma quelli erano altri tempi, altre vicende erano, e si partiva per
-morire. Che cosa importava la pelle?... Anche la morte poteva entrare
-nella piazza del cuore, allora, ma vestita di bianco, la moscardina! e
-avvolta nella bandiera rossa.
-
-Erano i giorni in cui si andava sotto al muso ai questurini a cantare:
-
- _Trento, Trieste!..._
- _vogliam marciar!..._
-
- _Trento, Trieste!..._
- _vogliam marciar!..._
-
- _Con il focilo!..._
-
-E si marciava, per Bios!... E come si marciava!... Lui si era buscato
-tre ferite di prim'ordine e a Rigaglia mancavano due dita della mano
-sinistra, un orecchio e un accessorio di cui si farà parola in seguito.
-Non occorreva indagare come Rigaglia avesse perduto tali parti della
-sua degna persona; il fatto si era che non le aveva più. Aveva seminato
-un po' del suo corpo dall'America del Sud alla Albania, sempre a
-contraggenio; ma l'aveva seminato. Solo dopo i trent'anni era diventato
-quello sporco versipelle che si manteneva tuttavia!
-
-Bene... ma adesso?... I Casaròtt... lo sapeva ben lui che razza di
-gente fossero i Casaròtt! Si erano buttati con la _Camera rossa_;
-erano socialisti anarcoidi. Bei mezzadri, che non capivano neppure la
-necessità economica di rompere il blocco e di separarsi dai braccianti!
-
-— Vuoi stare coi _rossi_? Te ne accorgerai nel dormire!
-
-E fra poco, certo, avrebber dovuto fare un bel fumo perchè erano
-schioppettate immancabili.
-
-Alla fin delle fini poi, gli sarebbe importato ben poco; ma Spadarella?
-Povera la sua lodoletta, in fondo al bianco giardino fra le torri
-medioevali!
-
-Perchè nei punti culminanti della sua vita, quando si avvicinavano le
-ore che potevano essere anche quelle che segnano il punto fermo e per
-sempre, egli ridiventava lo zio Giovanni, il grande e buono e semplice
-zio Giovanni nel giardino della sua piccola bella.
-
-— Bene, se la scamperò — si disse — e se la lotta politica mi darà un
-po' di respiro, questo agosto voglio condurla per quindici giorni a
-Rimini, chè faccia un po' di bagni di mare, povero uccellino!... E che
-canti per la contentezza!... Anzi domani voglio dirglielo... domani
-voglio fare colazione con lei...
-
-Frattanto pedalava senza sapere ormai più dove andasse, quando una
-voce venne a toglierlo dal suo sognare e a ricondurlo alla dura realtà
-dell'ora.
-
-— Mostardo, ci siamo!... — Era il Giovinaccio che aveva parlato.
-
-Il Cavalier Mostardo si riscosse e scese dalla bicicletta.
-
-— Dov'è la casa?
-
-— È laggiù, fra le roveri.
-
-— Va bene. — E rimase un attimo sospeso, chè pensava a un piano di
-attacco.
-
-Gli sarebbe convenuto più assalire o parlamentare?
-
-Optò subito per la seconda misura, giudicandola più civile, pur
-disponendo gli uomini in modo da esser pronti all'assalto, se il
-parlamentare non avesse ottenuto il risultato che si era proposto e
-cioè l'intimidazione.
-
-Chiamò i sozii e dette loro l'ordine di appostarsi vicino all'entrata
-dell'aia e lungo le siepi della medesima; poi avanzò solo ed entrò
-risolutamente non senza guardarsi intorno e tenersi pronto a sparare.
-
-Un gran silenzio. Pareva, in verità, che la famiglia dei Casaròtt fosse
-immersa nel sonno più profondo. Muta la casa e buia; neppure il cane
-abbaiava. Ciò lo insospettì. Egli sapeva che i Casaròtt avevano un can
-da pastore che era una bestia feroce; sapeva che dovevano tenerlo quasi
-sempre alla catena per evitare serii guai: ora dov'era il famigerato
-Reno, il quadrupede mordace? Era possibile se ne fossero disfatti nei
-giorni in cui poteva esser loro più utile? Allora, invece di procedere,
-retrocesse tenendosi sempre pronto a sparare e, come fu sull'entrata
-dell'aia, gridò:
-
-— O gente?... Uomini della casa?...
-
-Sulle prime non udì risposta; udì ad un tratto, il sordo mugolìo di
-Reno e vide gli occhi fosforescenti del cane, fra verdastri e rossigni,
-a cinque passi di distanza.
-
-— Va alla cuccia!
-
-Reno gli girava intorno senza abbaiare.
-
-— Uomini della casa?... Chiamate il cane o l'ammazzo!...
-
-Nessuno rispose. Allora Mostardo puntò gli occhi rossi e sparò. Come
-era di intesa, al primo risposero gli spari dei sozii. Il fuoco di
-fucileria durò qualche secondo. Nonostante tutto l'aia rimase deserta;
-la casa muta.
-
-— Per Bios! — pensò Mostardo — Qui vogliono farcela grossa!
-
-Mandò un fischio di intesa; susurrò un:
-
-— Attenti ragazzi!
-
-Ed appena ebbe il tempo di acquattarsi dentro un fosso, che una diecina
-di schioppettate gli miaularono intorno. Li avevano presi alle spalle.
-Infatti i colpi non arrivavan dall'aia, ma dai campi opposti.
-
-— _Burdell i sl'ha fata!..._ — urlò. — _Dasii sota!_ (Ragazzi ce
-l'hanno fatta!... Dateci sotto!).
-
-E incominciò un nutritissimo fuoco di fucileria.
-
-Fu in una pausa che il Cavalier Mostardo udì gridare dalla parte
-opposta:
-
-— _L'è Burgnini c'ut saluta_ (È Borgnini che ti saluta!).
-
-Borgnini? E dov'era Bucalosso? E quanti uomini aveva Borgnini a sua
-disposizione?
-
-Così pensava, senza interrompere il fuoco di fila, quando la già
-ingarbugliata matassa si arruffò ancor più: i Casaròtt incominciarono
-a sparare dall'aia. Si trovarono fra due fuochi. Il Cavalier Mostardo
-aveva, da parte sua, un uomo fuori combattimento: Giovinaccio, che
-era ferito a una spalla. Vide subito il pericolo e prese una decisione
-repentina: ritirarsi lungo il fosso in modo da non essere circondato.
-Si gettò innanzi per primo.
-
-— Venitemi dietro e non sparate più!
-
-Ma il Giovinaccio non poteva camminare. Se lo caricò sulle spalle. E
-via!... In due salti furon lontani un cento metri dalla casa.
-
-— Alt! — comandò Mostardo. — Non vogliamo farci prendere in trappola,
-ma non si deve dire che siamo scappati!
-
-Frattanto gli altri continuavano a sparare.
-
-— Si tirano contro! — disse il Cieco di Civitella.
-
-Infatti non poteva essere altrimenti. Il fuoco di fucileria continuava
-più nutrito che mai.
-
-— Bene! — gridò Mostardo. — La fortuna ci aiuta. Buttiamoci per i
-campi. Il Giovinaccio lo lascieremo qui e verremo a prenderlo dopo. Ti
-par di morire? — domandò rivolto al Giovinaccio.
-
-— Morire, no; ma mi brucia!
-
-— Abbi pazienza! Adesso non possiamo curarti. Buttati in fondo al
-fosso. Ti hanno fatto un buco?
-
-— Mi hanno ridotto come un setaccio!
-
-— Va là, che non è niente! Aspetta ancora un poco e poi ti curerò io
-che sono bravo! Ragazzi andiamo!
-
-Saltarono sulla strada ad uno ad uno, l'attraversaron di corsa, si
-gettarono nel fosso opposto, forzarono la siepe ed eccoli nei campi.
-C'era un basso filare di viti e di gelsi; vi si ficcaron sotto. Gli
-altri sparavano sempre.
-
-— Si ammazzano com'è vero Dio! — disse il Mosca.
-
-Di un subito Mostardo gridò:
-
-— Sono qua! — e si acquattò dietro un gelso. I compagni lo imitarono.
-
-Si vedevano alcune ombre venir innanzi pian piano, quatte quatte,
-dietro un filare di olmi e di viti.
-
-Poi si fermarono.
-
-Trascorse qualche minuto nell'incertezza, poi una voce gridò,
-dall'altra parte:
-
-— _Ripobblica!_
-
-E Mostardo rispose:
-
-— _Ripobblica!_
-
-Tutti furono in piedi e vicini, in un battibaleno. Era Bucalosso con
-i figli suoi. Avevano smarrite le traccie di Borgnini, attraverso ai
-campi; ora accorrevano al rumore degli spari. Il Cavalier Mostardo,
-a sua volta, raccontò quello che gli era toccato; poi, con Mazzini,
-combinarono un nuovo piano di attacco.
-
-Si lanciarono via per le terre arate e le stoppie. Bucalosso cadde e se
-la prese con le undicimila vergini del martirologio. I figli lo trasser
-su di peso.
-
-— Andiamo, andiamo!
-
-— Fermi tutti! — comandò Mazzini a voce spenta.
-
-Il Cavalier Mostardo ansava forte.
-
-— Te, Libero, e te, Garibaldo, venite con me!
-
-— E noi? — domandò Mostardo.
-
-— Lasciatemi fare.
-
-I tre scomparvero nel buio, agili e presti. Si udiva un sommesso
-parlucchiare e qualche lamento. Erano i feriti della parte rossa che si
-era mitragliata a poche diecine di metri: da una siepe a un'aia.
-
-Ora i sozii attendevano l'esito dell'iniziativa di Mazzini e una certa
-ansietà era in tutti. Non sapevano come la faccenda si sarebbe risolta
-e si tenevano, comunque fosse, pronti all'offesa o alla difesa.
-
-— Che cosa vorrà fare? — domandò Mostardo.
-
-In quel punto si udì un urlo, uno sparo e un busso di piedi che si
-allontanavano in corsa. Poi la voce di Mazzini gridò:
-
-— Correte a darmi mano, ragazzi!
-
-In un impeto subitaneo la massa si lanciò innanzi e superò di un balzo
-la breve distanza. Allora si vide un uomo dibattersi nella stretta
-poderosa di Mazzini. Le forze non erano pari ma anche il sopraffatto
-non era tale da lasciarsi vincere a facil giuoco e, quantunque fosse
-prono e abbattuto, tempestava tuttavia in una furia scomposta tentando
-disperatamente di resistere alla serrata morsa.
-
-— Presto, datemi mano!
-
-Tre uomini si lanciarono sul riverso e n'ebber ragione in un baleno.
-Fu trovata una corda; fu legato a doppie ritorte, poi lo levarono e lo
-posero sui suoi piedi.
-
-Allora Mostardo e Bucalosso lo riconobbero: era Borgnini!
-
-Ora l'uomo vinto si attendeva forse il dileggio e la beffa, ma i
-_gialli_ voller mostrarsi civili; lo guardarono e non dissero niente;
-solo Bucalosso si limitò a sputare.
-
-— Dove sono Libero e Garibaldo?
-
-— Eccoli! — rispose una voce dall'ombra e i due molossi comparvero.
-
-— Che cosa avete fatto?
-
-— Li abbiam fatti scappare.
-
-— Senza _sacrifizi_?
-
-— Io non lo so... — rispose Libero.
-
-E Garibaldo:
-
-— Sì, uno!
-
-— Porco Dacco!... — gridò Mostardo. — Lo sapevo. È morto?
-
-— È laggiù! — soggiunse Libero.
-
-— Andiamo a vedere, per Bios!... Lo sapevo!... Me ne dovevate fare una
-delle vostre!... E ti avevo pregato, Mazzini!...
-
-Mazzini si strinse nelle spalle. Il Cavaliere riprese, rivolto al Secco:
-
-— Dammi la lanterna.
-
-Se l'ebbe, l'accese e se ne andò per le stoppie. Ed ecco, fra le
-stoppie, un uomo riverso che rantolava.
-
-— Porco Dacco, l'hai ammazzato!
-
-Il Cavalier Mostardo si chinò sul ferito e, con lui, Bucalosso che se
-ne intendeva. Questi stette un bel po' intento a considerar la cosa,
-poi, come ebbe compiuto l'esame, si levò e, passandosi una mano dalla
-fronte alla nuca, esclamò, rivolto ai suoi figli:
-
-— _Burdéll, vni a vdè ch'bela curtlè!_ (Ragazzi venite a vedere che
-bella coltellata!...).
-
-Così Bucalosso impartiva, ai molossi della sua famiglia, i principi di
-una nuova estetica.
-
-
-Ora dovevano mettere a posto i Casaròtt. Era la cosa principale, nè
-Mostardo poteva rinunziarvi. Dalla casa, al di là della strada, non
-arrivava voce. Questa volta il Cavaliere non si sarebbe fermato sul
-limitare dell'aia: aveva con sè la muda dei molossi.
-
-— Andiamo!
-
-Mazzini gli si pose alle costole e Bucalosso.
-
-Disse al Mosca e al Secco:
-
-— Voi rimanete qui con questo galantuomo — e indicava l'impacchettato
-Borgnini. — Se urla mettetegli uno spino nel sedere.
-
-Disse quest'ultima cosa ridendo come se avesse avuto una bella trovata
-di nessuna importanza e se ne andò.
-
-Eccoli all'uscio della casa dei Casaròtt. Ormai Reno non poteva più
-far paura. Aveva raggiunto Cerbero nel lontanissimo paese delle larve.
-Mostardo picchiò ben forte all'uscio.
-
-— Ehi, dalla casa?
-
-Si udì un tramestìo al piano superiore e voci dispente di donne
-impaurite.
-
-— Volete aprire o no?
-
-— Volete che vi bruciamo i pagliai? — soggiunse Bucalosso.
-
-— _Vo' stasi zett, babb!_ (Voi state zitto, babbo!) — Ammonì Mazzini.
-
-Una rossa imposta, al piano superiore, si aprì.
-
-— Cosa c'è? — domandò una voce maschia.
-
-— Venite di sotto che vogliamo parlarvi — disse Mostardo.
-
-— Ma che cos'è che volete?
-
-— È meglio veniate di sotto!
-
-L'altro si ritirò e chiuse la finestra bestemmiando.
-
-— Sì, fa il cattivo e poi _vidarai_! — esclamò Bucalosso.
-
-— State zitto, babbo! — riprese Mazzini.
-
-Si udì un passo per le scale, poi i serrami dell'uscio venner rimossi.
-Giungeva sempre, dall'interno, il fiottìo delle femmine terrorizzate.
-
-L'uscio si aprì e apparve Giuseppe di Casaròtt, il capoccio.
-
-Era un omone nero e squadrato a disgrazia, con certe mani scimmiesche
-ed irsute da sembrar arnesi da fucina.
-
-Egli non appariva nè turbato, nè intimidito. Sostava da padrone sulla
-soglia di casa sua, guardando i sopraggiunti più con aria di sfida che
-con remissione. Fu il primo a parlare.
-
-— Be' che cosa volete?... Che cosa avete da dirmi?
-
-— Non ci conoscete? — domandò a sua volta Mostardo.
-
-— C'è poco da conoscere!... Che cos'è che volete?
-
-— Non importa alziate la voce. Sarà meglio per voi se vorrete ragionare.
-
-— Allora ragioniamo!
-
-— _Jusèf_, voi non siete dei nostri e avete torto... — riprese Mostardo.
-
-— Che cosa vuol dir questo? — fece l'irsuto.
-
-— Vuol dire che siete un contadino e che non lavorate per il vostro
-bene.
-
-— Perchè?
-
-— Perchè state coi _rossi_ e i _rossi_ non possono fare il vostro
-interesse. Scusate, Jusèf, voi non siete nato ieri, non è vero? E
-allora perchè non voler capire che i socialisti vogliono distruggere la
-classe dei contadini?
-
-— Questo lo dite voi!
-
-— Lo dice chi ne capisce più di te e di me che siamo due ignoranti.
-_Povr'insansé!_ Povero insensato, ma non vedi che vogliono distruggere
-la mezzadria per avervi in mano tutti quanti?... Non lo vedi?... Domani
-se dai retta ai _rossi_ perderai il _fondo_ e diventerai un bracciante
-come tutti gli altri, un salariato!
-
-— Non è vero!
-
-— Bella risposta! Cosa vuol dir — non è vero? — Vuoi saperne più di me,
-tu che hai tenuta sempre la zappa fra le mani?
-
-— Verrà anche la mia volta!
-
-— Sicuro! Che cosa ti credi di poter fare, il vescovo, domani?
-
-— Farò quello che devo fare contro i signori!
-
-— Questa è un'altra faccenda! Tu adesso parli di giustizia. Per i
-signori siamo d'accordo tutti quanti. Ma oggi come oggi...
-
-L'irsuto lo interruppe bruscamente:
-
-— Ma vorreste forse farmi cambiare gabbana?
-
-— Si parla per il vostro bene — fece Mazzini.
-
-— Al mio bene ci penso io.
-
-— Ma non capisci niente! — replicò Mostardo.
-
-— Peggio per me. Avete finito?
-
-— Dammi retta, Giuseppe... — ora non lo chiamava più dialettalmente,
-per dare alle parole un valore più cattedratico — non fare il
-testardo...
-
-— O volete saperla?... — scattò a dire l'irsuto — Io faccio quel che mi
-pare e batterò il mio grano con le macchine _rosse_!
-
-— Ah, è così che parli? — ribattè Mostardo pien di veleno — E allora
-vedremo se ci riuscirai!
-
-— Nella mia aia comando io!
-
-— _Bum!_ — fece in coro la compagnia dei molossi!
-
-— Ed io ti dico — riprese Mostardo — che se una macchina rossa entra
-nella tua aia, tu vai a ridere con le lucertole nel camposanto.
-
-— State attento di non arrivarci prima voi!
-
-— Non aver paura, galantuomo!
-
-— _Vói, burdèll!_... (Ehi, ragazzo!...) — gridò Bucalosso e si era
-già scagliato all'assalto; ma l'altro fu pronto a serrare la porta
-e a barricarsi dentro. Si levò un coro di contumelie all'indirizzo
-di Jusèf. Bucalosso propose di appiccare il fuoco a tutti i pagliai.
-Mostardo non volle. Attraversarono l'aia; ritornarono dove li
-attendevano gli altri sozii. Come ebbero superata la siepe, furono
-colpiti da un lamento sommesso; però chi vi pose mente fu Mostardo.
-Arrivato al punto di sosta della brigata, non tardò ad accorgersi
-che chi si lamentava non era altri che l'impacchettato e cioè il suo
-avversario politico e nemico acerrimo Epaminonda Borgnini. Gli si
-accostò e chiese ai presenti:
-
-— Che cos'ha fatto?... Perchè si lamenta?
-
-I sozii dieron nel ridere.
-
-— Rispondete! — gridò Mostardo. — Che cosa gli avete fatto?
-
-— Quello che avete detto voi! — rispose il Secco.
-
-Mostardo allibì. Si rammentò delle parole che aveva pronunciato
-scherzando... ma la _maramaglia_ le aveva prese sul serio. Allora,
-aperta la lanterna cieca e chinatosi a guardare, potè convincersi che
-il lamento di Borgnini non era ingiustificato. Gli avevan empito il
-didietro di spine razze.
-
-
-Furono unite, a due a due, sei biciclette e così si improvvisarono
-tre barelle; in una di queste fu deposto Borgnini; nelle altre presero
-posto i feriti. E la masnada ritornò, gloriosa e trionfante, alla Città
-del Capricorno.
-
-— Che ne faremo di Borgnini?
-
-Mostardo non rispondeva.
-
-Entrarono in città che, all'oriente, era la prima chiaria.
-
-Mostardo fece da battistrada.
-
-— Dove andiamo?
-
-— Zitti!
-
-Attraversarono la Piazza. I primi spazzini, i primi lattivendoli si
-fermarono a guardarli passare. L'apparato delle barelle e i feriti
-faceva nascere le prime leggende.
-
-Un lampionaio che andava intorno, con la sua stanga, a spengere le
-pallide fiammelle del gas, gridò:
-
-— Mostardo, avete fatto caccia grossa?
-
-Nessuno gli rispose. Da un caffè notturno, tre fattori si affacciaron
-a sbirciare. Più innanzi fu Coriolano, il donzello del Comune, che si
-mise a rincorrere le biciclette e a gridare:
-
-— Cavalier Mostardo?... Cavalier Mostardo?...
-
-Ma il povero Coriolano, oltre ad essere attempato, soffriva d'asma e
-dovette darsi per vinto.
-
-Mostardo si fermò e discese innanzi ad una casa modesta, in un vicolo.
-Disse:
-
-— Ci siamo!
-
-— Lo lasciamo qui? — chiese Mazzini indicando l'impacchettato.
-
-— Sì! — rispose Mostardo.
-
-Erano alla _Camera Rossa_.
-
-— Chi ha un foglio? — domandò il Cavaliere.
-
-— Eccolo, — rispose Mazzini.
-
-Allora Mostardo prese un lapis e scrisse a lettere cubitali:
-
- _Evviva la Repubblica!_
-
-Puntò il cartiglio sul petto dell'avversario suo; fece legare
-quest'ultimo alla porta della _Camera rossa_ e dileguò con la brigata.
-
-Nasceva l'alba.
-
-Giustizia era fatta.
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
-_Dove, fra l'altro, si spiega quale valore desse, il Nostro Cavaliere,
-alla parola «versipelle»; e di nuove venture che gli toccarono._
-
-
-Ora il Cavalier Mostardo dormiva nel suo gran letto di quercia
-massiccia, fra un ritratto di Mazzini ed uno di Garibaldi. Aveva,
-appeso al muro, sopra il tavolo da notte, dove la gente religiosa
-tiene l'acquasantiera, una vecchia carabina; la _Santa Carabina_;
-e, sul tavolo da notte, invece della bottiglia e del bicchiere per
-l'acqua, era posato un ampio boccale verde con sopravi la dicitura
-consueta: «_Evviva la Repubblica!_». E la Repubblica abitava con lui
-in quel suo stanzone severo, inelegante, dal mobilio spaiato, dalle
-pareti squallide; la Repubblica occhieggiava attraverso una grande
-bandiera rossa, appoggiata in un angolo; sorrideva da un berretto
-frigio; strepitava in una serie di disegni allegorici incollati al
-muro; minacciava in una collezione rilegata del vecchio giornale
-«_Aristogitone_»; si umanizzava in una statuetta simbolica in coccio,
-sopra il canterale; si divinizzava nei trionfi dell'ottantanove,
-matroneggiando in disegni e oleografie sparsi qua e là per la stanza.
-
-L'alba batteva alle finestre; ma il Cavalier Mostardo dormiva e la
-Repubblica con lui. E benchè Innocenzo Cappa, a capo del letto, in
-una fotografia disposta con bell'arte sotto la _Santa Carabina_,
-vegliasse con quel suo tipico sorriso fra la malinconia e disincanto,
-bonariamente guardando quella sua romagnola forma di fede repubblicana,
-in realtà tutto il simboleggiato strepito cadeva con le immagini e le
-forme nel sonno del Cavaliere. Questi riposava come un sant'uomo che
-ha diritto a una tregua, nè il reiterato canto del gallo Francesco, nel
-cortile; nè il _tok, tok..._ degli scarponi ferrati di Rigaglia avevano
-il potere di rompere quel profondo e compiuto riposo.
-
-Batterono le ore, il sole avanzò nel cielo, suonarono le messe ai vari
-campanili della Città del Capricorno, ricominciò il fragore dei veicoli
-trabalzanti sull'ineguale acciottolato delle strade, ma il Cavalier
-Mostardo tenne duro.
-
-Aveva avuto una notte combattuta e, benchè ne fosse uscito trionfatore,
-doveva trovare, nel sonno, un compenso alle consumate energie.
-
-Eran forse le nove e il gallo Francesco cantava ancora scuotendo i
-lunghi bargigli e la cresta a parafulmini, quando il nostro eroe, ad un
-tratto, ebbe un sussulto improvviso, un grugnito e balzò a sedere sul
-letto...
-
-— Porco Dacco!... Che cos'è stato?
-
-Che cos'era stato?... Certo non potevan rispondergli nè Innocenzo
-Cappa, nè la Repubblica, effigiata come una matrona, con molte
-mammelle; egli solo poteva rispondersi, ricercando fra le ultime
-nebbie del suo dileguante sogno mattutino, la ragione dell'improvviso
-risveglio.
-
-Che cos'era stato?...
-
-Si passò una mano sulla fronte, si soffregò gli occhi... Ah, ecco!...
-
-Aveva sognato che Libero Bigatti, il repubblicano anarcoide del quale
-aveva avuto ragione di dolersi, durante l'ultima riunione in casa
-dell'Onorevole, nel Caffè della Piazza col più grande, si era preso
-giuoco di lui.
-
-Erano in crocchio; c'era la meglio gente della Città del Capricorno;
-egli parlava tenendo desta l'attenzione di tutti, quand'eccoti saltar
-fuori il signor Libero Bigatti!... La perfidia della Cattedra!...
-Sorrideva con una malignità da sacrosanti ceffoni come se il Cavaliere
-non stesse raccontando che panzane e strampalerie; sorrideva e
-nicchiava, il signor Padre Eterno, e Mostardo aveva deciso di metterlo
-a posto una volta per tutte, allorchè, nell'impeto della giusta
-collera, il sonno gli si era rotto ed egli balzato sulle coltri senza
-saper più che accadesse. Ora si guardò attorno smarrito, poi discese
-dal letto, aprì le finestre. Un gran sole fu per la stanza.
-
-— Che ore saranno? — si chiese il Cavaliere. — Debbo aver dormito
-molto!... — Poi chiamò: — Rigaglia?... O Rigaglia?
-
-Rigaglia comparve.
-
-— Portami i giornali.
-
-— Eccoli.
-
-Incominciò a scorrerli. Ecco «_Il nuovo Aristogitone_», l'organo del
-suo partito. Lesse i titoli; non c'era niente che potesse interessarlo;
-le solite cose. Ecco «_Il Faro Socialista_».: vituperi, insolenze,
-minaccie! Sempre le stesse parole: riscossa, rivoluzione, masse
-proletarie, borghesia, diritti del popolo, lotta di classe, sindacati,
-federazioni... un pasticcio monumentale, una Babilonia, un mercato del
-mondo! Il pascolo di Rigaglia!... Cosa poteva capirci, quel testone, in
-tanta fanfara? Che cos'è un Sindacato?... Che cosa vuol dire «evoluto e
-cosciente»?... Perchè ti chiami proletario?...
-
-Da dieci o quindici anni egli leggeva le stesse cose senza capir
-niente, ma era sempre più convinto di essere un buon socialista con
-la sua brava rivoluzione in saccoccia, a un tanto al braccio e con un
-centigrammo di evoluzione giornaliera!... Più campava, più si faceva
-duro e più diventava cosciente. Era un bel miracolo!
-
-A poco a poco, a forza di sentirsi dire: — Tu sei!... Tu hai
-diritto!... Il mondo è nelle tue mani!... La forza è tua!... E tu
-qua... e tu là!... — si era messo in mente per davvero di essere un
-qualche cacume!
-
-E chi poteva convincerlo ora a rientrare nell'orticello della modestia;
-nella casolina della santa umiltà; nella serena strada del giusto
-mezzo?... Rigaglia era uscito per le piazze con un grande pennacchio,
-come un bandista, e folgorava, nel suo cocciuto sudiciume, come la più
-bella testa dell'Universo.
-
-E il Cavalier Mostardo se la prendeva con Turati e con Treves, coi
-due magni pastori che dovevan ben dargliela un po' di educazione a
-Rigaglia, prima di mettergli in mente certe cose e mandarlo per le
-piazze con un pennacchio rosso, come un bandista di Scaricalasino! Ora
-quel testone diceva:
-
-— _E' pòpul!_...
-
-E tanto gonfiava che, una volta o l'altra, sarebbe scoppiato
-certissimamente.
-
-Il nostro Cavaliere mise da parte anche «_Il Faro socialista_»; non
-volle legger cose che gli avrebbero avvelenato il sangue.
-
-Aprì un terzo giornale: «_Il Sillabo_». Lo spiegò e ristette
-sogghignando.
-
-— Il sillabo?... — si chiese con ironia. — Incominciano con uno
-sproposito!... Io ho sempre saputo che si dice: _la sillaba_ e non _il
-sillabo_... Poi che cosa c'entra la sillaba con il clero?... Forse
-avranno inteso dire che questo giornale è come un abbecedario del
-partito clericale. Bella trovata!... Già basta vedere il giornalista
-per giudicare l'organo. Roba sporca!... Via!...
-
-E gettò anche quello. Ecco «_La Forca_», «_La Lanterna_»,
-«_L'Apocalissi!_...». Si fermò a quest'ultimo ebdomadario, dubbiando.
-Che voleva dire _Apocalissi_? Scese dal letto, si accostò alla cassa
-dei libri, estrasse un volume e incominciò a sfogliarlo.
-
-— _A... a elle... a emme... a pi..._ Eccolo... — e incominciò a
-leggere: — Apiario... Apice... Apistico... _Apocalisse e Apocalissi_:
-Visione di San Giovanni Evangelista — Libro di questa visione. _Parere
-il cavallo dell'Apocalisse._ Essere un cavallo grande e rifinito.
-— Poi, più sotto, lesse ancora: — Apocalisse, s. f. _Cavaliere
-dell'Apocalisse._ Setta religiosa romana del secolo XVII.
-
-Chiuse il librone e rimase pensoso. Ne capiva meno di prima. Ciò non
-gli dava un soverchio turbamento perchè, a vero dire, la cosa non era
-infrequente. Riaprì il giornale, gettò un'occhiata alla prima pagina;
-si trattava di un giornale nuovo ch'egli non aveva ancora esaminato. Ad
-un tratto ebbe una vampa al viso... aveva letto il nome del direttore:
-Libero Bigatti, il suo personale nemico e detrattore. La cosa lo
-lasciò alquanto turbato. Se Libero Bigatti stampava un giornale, molto
-probabilmente la pace di Mostardo era finita. Ebbe il presentimento
-di un attacco e incominciò a scorrere i titoli dei varii articoli e
-trafiletti. Ecco, in terza pagina, il suo nome stampato in grassetto.
-Ne ebbe soddisfazione e timore: soddisfazione perchè fa sempre piacere
-veder stampato il proprio nome in un giornale; timore perchè chissà che
-cosa diceva di lui quel _Cavaliere dell'Apocalisse_!
-
-Lesse:
-
- _SI DOMANDA AL CAVALIER MOSTARDO — uomo di prontissimo ingegno e di
- bella e varia coltura, — quale valore dia alla parola «versipelle»
- della quale fa sì abbondante uso. E gli si domanda ancora in
- quale pregio egli tenga l'astuzia e cioè se l'astuzia sia, per il
- Cavalier Mostardo, una cosa spregevole o apprezzabile.
-
- Se il Cavalier Mostardo vorrà usarci la delicata attenzione
- di rispondere, e vorrà toglierci dal nostro tormentoso dubbio,
- pubblicheremo la sua risposta con ogni onore e senza commenti._
-
- IL CANE CELESTE.
-
-Il buon Mostardo si passò una mano sulla fronte perchè sudava. Faceva
-caldo e la prosa del _Cane celeste_ non era refrigerante. In un
-primo tempo cercò, in detta prosa, gli estremi che giustificassero la
-risoluzione della faccenda per le vie più spiccie, così avrebbe fatto
-i conti col signor Bigatti una volta per sempre; ma tali estremi non
-c'erano, bisognava convenirne, e non è facile intendere l'ironia.
-Allora... _versipelle_... Ritornò al suo librone, lo aprì alla lettera
-_vu_, sfogliò:
-
-— _Versiero... Versino... Versione..._ Ecco, ecco: _VERSIPELLE, agg. T.
-lett. Astutissimo._
-
-
-Dunque versipelle non voleva dire che astutissimo?... E perchè mai?...
-Egli aveva dato alla parola un valore ben più ampio. L'aveva riconiata
-nel suo sentimento e per i bisogni suoi; era diventata tutta sua.
-Il dizionario era un arnese della Cattedra, aveva la mentalità di un
-clerico-moderato, il dizionario. Un conservatorume di vecchia specie.
-Perchè «_versipelle_» non doveva significare che «_astutissimo_»? Chi
-aveva comandato questo? Era possibile, in tempi di Rivoluzione, voler
-fare anche delle parole una specie di proprietà privata? Non erano di
-tutti, le parole, come le strade? Ebbene, se eran di tutti, ognuno
-poteva servirsene secondo i propri bisogni, ed egli, repubblicano
-antico, aveva pieno diritto di far questo! _Versipelle_ gli suonava
-bene. Le bestie della Cattedra non usa per il suono e non per altro.
-Ammesso che la parlata fosse una banda, bisognava convenire che c'era
-molta differenza fra il suono di un ottavino e quello di un corno
-inglese: ebbene, egli, per esprimere il disprezzo, la disistima; per
-bollare il prossimo nemico adoperava il corno inglese così come usava
-l'ottavino quando parlava a Spadarella. Non era chiaro tutto questo?...
-Nella banda delle parole, «_versipelle_» era una nota del corno
-inglese; e un'altra era «_cacume_»!
-
-— Io posso dire benissimo _fornicario_, al vigliacco; posso dire
-_pistola_, all'imbecille; _pubblicana_, alla donna di mestiere;
-_porcinaglia_, al clero e ai suoi costumi; _tamburiere_, all'uomo
-politico disonesto; _tritone_, a Ticchi Marmissi, direttore del
-_Sillabo_; _trocaico_, alla porcheria manifesta; _cacume_, a tutti
-gli eccessi e _Versipelle_, al voltagabbana, all'imbroglione, alla
-canaglia, a chi mi pare, ecco! C'è o non c'è _il suono_, in queste
-parole?... Il suono c'è e basta. Il resto ce lo metto io. Non sono
-padrone di far questo?
-
-E il Cavalier Mostardo, di sillogismo in sillogismo, si era costruito
-una torre in muratura. Come si sentì ben murato a difesa, quando gli
-parve che nessuno più avrebbe potuto attaccarlo con tanta ignobiltà
-di intenti, saltò dal letto e così, in camicia, corse al tavolo dove
-c'era una seconda statuetta della Repubblica in cotto. Cercò un foglio
-di carta, una penna, puntò un gomito sul tavolo, appoggiò la fronte sul
-palmo della mano e si dette a meditare. Poco dopo scrisse quanto segue:
-
- _SI RISPONDE AL CANE CELESTE. — Un repubblicano antico potrebbe
- star zitto e non rispondere a un Cavaliere dell'Apocalisse. Non
- c'è tempo da perdere, oggi, per le baggianate. Oggi ci sono le
- conquiste sociali e la GIUSTIZIA PURA! Però siccome il Cane celeste
- vuole aver le sue, gli daremo le sue con la penna, riservandoci
- ampia libertà di usare un altro strumento quando ci venga in mente
- di farlo. Il Cavalier Mostardo si ritiene padrone di adoperare
- tutti i «versipelle» che gli fan bisogno, senza renderne conto a
- nessuno. Un figlio dell'ottantanove ha ben altri diritti! Ma però,
- siccome non vuol cadere, per la porcinaglia, nell'ASTUTISSIMA rete
- tesagli dal Cane Celeste, gli dice che versipelle è lui, ed anche
- pistola guercia!
-
- Il Cavalier Mostardo non si lascia prendere in un simile TROCAICO!_
-
- I. C. M.
-
-Rilesse; fu contento della partorita risposta; piegò il foglio,
-l'infilò in una busta, scrisse l'indirizzo e premette il bottone del
-campanello elettrico. Rigaglia comparve.
-
-— Va subito a impostare questa lettera.
-
-Rigaglia prese la busta e incominciò a leggere l'indirizzo. Mostardo
-alzò la voce, inquieto:
-
-— Te l'ho data da leggere o da impostare?
-
-— Da impostare...
-
-— E allora perchè la leggi, brutto somaro?
-
-— Guardavo...
-
-— Non c'è niente da guardare! Va via.
-
-— Sì.
-
-Rigaglia, fece due passi e, giunto all'uscio, si rivolse e disse:
-
-— Disotto ci sono il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi.
-
-— Cosa vogliono?
-
-— Hanno detto che vogliono parlarvi.
-
-— Dì che aspettino.
-
-— Sì.
-
-E il nostro Cavaliere incominciò a farsi bello. Era contento. Sentiva
-che le cose gli andavano col vento in poppa, nell'amore, nella
-politica, nel giornalismo. Per Bios, avrebbero visto, i nemici suoi,
-dove poteva arrivare un Cavalier Mostardo quando ci si metteva di
-buzzo buono! Intanto, quel giorno stesso, voleva trovarsi con Mignon
-per renderle conto del suo operato e per averne un qualche compenso
-in natura, se fosse stato possibile. Lo scherzo fatto a Borgnini,
-legato alla porta della _Camera rossa_, a quell'ora doveva già correre
-i quattro canti della Città del Capricorno e Ninon Fauvétte, fior
-di Parigi, doveva averne sentito parlare. Nel pomeriggio si sarebbe
-presentato in pompa magna al palazzo dei marchesi ed avrebbe chiesto di
-lei. Dovevano intendersi. Egli pretendeva di riscuotere il premio della
-sua prestazione d'opera. Però si sentiva anche abbastanza generoso
-per non insistere così, sui due piedi. Poi... chissà quale putiferio e
-quale fiumana di vendette gli avrebbe procurata l'impresa della notte
-trascorsa. I _rossi_ non si sarebbero dati per vinti. Gli conveniva
-star sull'avviso per non avere qualche improvvisata di cattivo
-genere. Avrebbe sguinzagliato subito i suoi informatori per la Città
-del Capricorno e dintorni. Giusto il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi
-capitavano a proposito. Ascoltare, indagare, riferire!
-
-— Si giuoca una partita grossa. Ne va di mezzo tutto quanto l'avvenire.
-
-Si affacciò alla finestra annodandosi la cravatta. Dall'orto, dietro
-il cortile, cantavano le cicale. Il sole era alto. Intorno al cono
-del gran campanile stridevano le rondini nere; le rondini nere col
-panciotto bianco. Alzò gli occhi a guardarle e fu rasserenato solo da
-quel po' di cielo turchino, dalla rossa maestà del campanile e dal volo
-dei balestrucci. Era un giorno di Dio, di una chiarezza profonda. La
-bella e bionda estate non domandava agli uomini che un po' di fatica
-e per questa fatica portava un gran dono di pace. E gli uomini si
-mangiavan fra di loro e si avvelenavano non solo l'estate, ma tutte le
-quattro stagioni.
-
-Il Cavalier Mostardo trasse un grande sospiro; mormorò:
-
-— Poveretto me!
-
-E si ritrasse dalla finestra. Aveva pensato a Spadarella. Dall'oasi più
-dolce del suo cuore era sorta, con la nostalgia del riposo, l'immagine
-della sua bambina. Divenne malinconico; dal Cavalier Mostardo rinacque
-Giovanni Casadei... lo zio Giovanni.
-
-Ora non era neppure più padrone del suo tempo e del suo amore; doveva
-sacrificar tutto... tutto!... Sfuggire l'ombra quando è più soave;
-sfuggire il riposo di un giardino quando più lo desiderava; non vedere
-la sua piccola creatura quanto più la sentiva lontana! E perchè poi?...
-Per sentirsi prendere in giro sui giornali.
-
-Se ricordava la sua fanciullezza trascorsa fra l'officina di un fabbro
-ed il retrobottega di una farmacia; se si rivedeva così, povero e
-erratico, come il cane di nessuno; senza una casa: un po' accolto
-dall'uno, un po' dall'altro e maltrattato da tutti; se si rivedeva
-giovane e senza altra gioia all'infuori di quella di andarsene, nei
-pomeriggi delle domeniche, lungo i greti del fiume a respirare un
-po' di campagna, un po' di silenzio e di pace e sempre stretto dal
-bisogno, tanto che quasi metà della sua vita non si era riassunta che
-nel verbo penare; se ripensava alla sua triste ventura e al suo cuore
-più timido e solitario che aveva sempre desiderato ciò che non gli era
-stato concesso a tempo, dal fondo della sua più schietta anima, che
-era quella di un buon campagnuolo innamorato perdutamente delle cose
-candide e eterne, saliva la muta malinconia che in sè si accora e non
-cerca parole, e non vuole palesarsi perchè è fatta vergognosa dal mondo
-che non potrebbe intenderla. Di tale malinconia, che è un po' di tutti
-i romagnoli di razza, egli era schiavo e geloso, e, quando la sentiva
-arrivare dal fondo di una memoria lontana, come un canto nostalgico su
-di un vento di primavera, al crepuscolo, quando la sentiva arrivare
-scantonava per le strade degli orti, se era in città; e, se era in
-campagna, dimenticava tutto e tutti e se ne andava lungo un filare
-di olmi e di viti, l'orecchio attento ai più lontani e tenui e dolci
-suoni, l'anima persa nell'attesa misteriosa della vita. Non sapeva
-neppure lui perchè questo gli accadesse e non si domandava perchè gli
-accadeva; condotto dal suo cuore andava così, alla deriva, e in questi
-silenzi suoi, in cui si perdeva un pianto interiore senza parole e
-senza volto preciso, era la sua musica e la sua poesia, le due sole
-cose del mondo per cui l'uomo può chiamarsi tale e sentirsi migliore a
-volte.
-
-Non si guardò più allo specchio; finì di vestirsi, il volto atterrato.
-Pensava lontano. E non pensava precisamente: sentiva una volontà, una
-necessità imperiosa di scantonare per la prima strada, per non saper
-più niente, per non udir più niente, ma forse solo lo stridìo armonioso
-di un verzellino, dall'ombra di un brolo.
-
-
-Qualcuno bussò alla porta, ma con discrezione. Certo non era Rigaglia.
-Rigaglia entrava senza domandare permesso; era sempre in casa sua. Chi
-poteva essere mai? Guardò un poco la porta prima di rispondere, poi
-domandò:
-
-— Chi è?... — ma la sua voce non fu gradevole e di buon invito.
-
-— Sono io!... — Un falsetto sottile. Che voce era quella?
-
-— Io, chi?
-
-— Io!...
-
-Si accostò all'uscio; disse:
-
-— Avanti...
-
-E attese. La porta non si apriva. Qualcuno voleva prendersi giuoco
-di lui. Giusto! Arrivava a puntino. Aggrottò il viso, si diresse
-risolutamente alla porta e appena ebbe tempo di aprire che si sentì
-stringere il collo da due dolci braccia ed ebbe il viso inondato di
-baci.
-
-— Zio... zio... zio... come sei cattivo con me!
-
-Era Spadarella. Spadarella sua, la gioia del suo silenzio lontano.
-
-La faccia di lui si accese subito di un radioso amore.
-
-— Come mai sei qui?
-
-— Ho avuto un bell'aspettarti in questi giorni, zio cattivo!
-
-— Ma non sai che è incominciata la lotta?
-
-— Lo so benissimo! Ma, la sera, una piccola mezz'ora potresti ben
-trovarla per Spadarella!
-
-— Ebbene, sai a che ora sono ritornato questa notte?
-
-— No. A che ora?
-
-— Alle tre e mezza!
-
-— Povero zio. E dove sei stato?
-
-— In campagna. Ma non parliamo di queste porcherie. Sei sola?
-
-— Sì.
-
-— Dov'è Spina Rosa?
-
-— A casa. L'ho lasciata a casa attorno ai fornelli... perchè...
-
-— Perchè?...
-
-Si sorrisero guardandosi negli occhi.
-
-— Hai indovinato, zio?
-
-— Credo di sì.
-
-— Vieni?...
-
-— Ma... questa mattina... — rispondeva così, e già aveva deciso di
-andarsene con lei a colazione.
-
-— No... no... no... non ci deve essere proprio niente che mi ti porti
-via, questa mattina! Sono decisissima, sai? Non ti lascio più...
-proprio, non ti lascio più!
-
-— E... se non potessi?
-
-— Devi potere!
-
-— Ma se non potessi?
-
-— Allora resterei con te. Ti pare giusto che solamente io non debba
-averti mai?
-
-Cara la sua bambina! Egli si sentiva cinque volte più forte quando
-l'aveva accanto, quando poteva ascoltare la voce di lei armoniosa e
-guardarla, quell'angiolella, che portava sempre con sè la luce dei più
-bei mattini.
-
-— Va bene. Allora resta inteso — disse lo zio Giovanni; — però, Spadi
-mia, devi avere un po' di pazienza...
-
-— Fin che vuoi, zio.
-
-— Devo mettere in ordine molte cose prima di venir con te.
-
-— Fa quello che vuoi.
-
-— Dove mi aspetterai?
-
-— Qui.
-
-— No. Va nell'orto... Hai qualche libro?
-
-— Sì. Ne ho uno.
-
-— Allora vai nell'orto; leggi e aspettami.
-
-— Sì.
-
-Egli si allontanava senza guardarla. Spadarella lo richiamò:
-
-— Zio?
-
-— Che vuoi?
-
-— Vai via così?
-
-— Perchè?
-
-— Neppure un bacio?
-
-Ritornò sorridendo, le stampò due grandi bacioni sulle guancie e partì
-che si sentiva ringiovanito di vent'anni.
-
-— Ah, Spadarella, Spadarella!... Se tu non ci fossi che ne sarebbe di
-questo povero insensato, con tutta la sua Repubblica?...
-
-
-Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi sedevano ad un tavolo e giuocavano
-a tressetti. Tanto erano intenti alla loro partita, che neppure
-l'udirono entrare. Era questa una loro particolarità. Siccome erano
-sempre insieme, il gobbo Pulizia portava con sè di continuo, in una
-delle ampissime tasche della gabbana, un mazzo di carte. Ad ogni
-sosta iniziavano una partita a tressetti. Si giuocavano un soldo a
-testa e non avevano mai aumentata la posta. Durante il giuoco usavano
-insolentirsi con abbondanza; ma, con l'ultima carta gettata sul tavolo,
-tutto era finito e dimenticato.
-
-Li chiamavano l'amico Cesare e l'amico Ciliegia. Erano repubblicani
-fino alle midolle.
-
-Il gobbo Pulizia «_e' gobb Pulizì_» si era guadagnato tale battesimo
-per la sua meticolosa cura della nettezza. Era un ossessionato della
-nettezza. Durante l'estate diventava nervoso e teneva ermeticamente
-chiuse tutte le finestre e le porte di casa perchè non entrassero
-mosche. Un cerchiolino di mosca in uno specchio o in un foglio di carta
-poteva farlo malinconico e preoccupato per una settimana intiera;
-una tela di ragno in un qualsiasi angolo della casa lo riempiva di
-tristezza. Dava la caccia alla polvere sopra e sotto ai mobili; fiutava
-le macchie sul pavimento; aveva inventato un arnese per pulir fino i
-buchi delle serrature, fino gli interstizi fra mattone e mattone. Non
-trovava fantesca che potesse reggere con lui; dopo poche settimane
-di esperimento tutte lo abbandonavano. Tanta era la cura sua di
-non insudiciare nulla che, in casa, camminava in pedùli e, prima di
-sedersi, si spazzolava il fondo dei calzoni.
-
-Data simile manìa, era più che naturale che non ricevesse nessuno
-ed in fatti anche il moro Fabrizi non compariva che rarissimamente
-benchè fosse il solo e grandissimo amico del gobbo Pulizia. Ma la
-sola idea di trovare l'ombra di un'orma sui pavimenti lucidissimi
-immalinconiva il povero gobbo il quale, d'altra parte, all'infuori di
-questa, non aveva altre manìe. Ma questa era una manìa seria che non
-si limitava alla casa, ma a tutti gli oggetti della casa, compresa
-la sua persona. Infatti il gobbo Pulizia faceva il bagno due volte
-al giorno; la mattina e la sera e portava sempre in tasca un pezzo
-di sapone da bucato e uno spazzolino di setole. A volte, durante
-la notte, si ridestava all'improvviso, colto dalla sua ossessione e
-correva a lavarsi. Nella sua stanza da letto erano sempre, per ogni
-evenienza, un mastello e tre grandi secchi ricolmi di acqua, senza
-contar le catinelle. Aveva adottato un _W. C._ di sua invenzione,
-nel quale l'acqua scorreva perpetuamente e scaturiva da ogni parte in
-getti, in cascatelle, in zampilli incrociandosi e sfrangiandosi nei
-giuochi più svariati, tanto che pareva una fontana monumentale. Non vi
-mancava che una statua e da statua funzionava il gobbo Pulizia quando
-ve lo costringevano le sue estreme nonchè umili necessità. Allora egli
-diventava una nàiade, benchè non disponesse dei vezzi di una ninfa;
-diventava una nàiade e metteva in guazzo la parte opportuna, la qual
-parte, investita da ogni banda dai festevoli giuochi d'acqua, si
-sollazzava e si purificava adempiendo al suo compito estremo. Una volta
-al moro Fabrizi, che cercò di servirsi di tale arnese senza conoscerne
-il perfetto congegno, toccò la sventura di prendere un bagno compiuto e
-di beneficiare di un discreto spavento, tanto che ebbe a soffrire, per
-il resto della sua vita, di una stitichezza ostinata.
-
-Dopo tutto quanto abbiamo detto, lo strano si era che, varcato l'uscio
-di casa sua, il gobbo Pulizia diventava un uomo come tutti gli altri e
-poteva essere altrettanto sudicio quanto l'amico suo carissimo Fabrizi;
-perchè il moro Fabrizi era fra i più grandi sudicioni della Città del
-Capricorno.
-
-Come mai l'amico Cesare e l'amico Ciliegia si fossero appaiati per
-diventare inseparabili, era un mistero nel grembo di Dio. Fatto sta
-che non si vedeva il gobbo Pulizia senza vedere il moro Fabrizi e
-viceversa.
-
-Il quale moro Fabrizi, pure essendo benestante come l'amico suo, tanto
-ostentava la trascuratezza, da sembrare quasi un pezzente. E mentre il
-gobbo Pulizia era accuratamente sbarbato ogni giorno, il moro Fabrizi
-si faceva radere una volta ogni due settimane tanto che sembrava per
-il resto del tempo un cinghiale domestico che grufolasse per i caffè
-e le osterie della Città del Capricorno. E i suoi vestiti erano unti
-e bisunti, tanto da diventare impermeabili. Del resto non li cambiava
-mai, come non cambiava mai le scarpe e il cappello e non si lavava mai
-le mani.
-
-Una volta che il gobbo Pulizia si azzardò a domandargli:
-
-— Perchè non ti lavi mai?
-
-Gli rispose:
-
-— Perchè è inutile lavarsi se ti devi insudiciare subito. Io faccio un
-bagno di pulizia ogni tre mesi, consumo due pezzi di sapone e basta.
-Questa è salute, amico mio. I nostri vecchi non si lavavano mai e
-campavano fino a cent'anni. Bisogna lavar lo stomaco con del buon vino,
-questo sì! Ma il difuori è degli sciocchi.
-
-Il gobbo Pulizia non aveva rifiatato. Del resto si trovavano d'accordo
-sulla Repubblica. Forse la Repubblica faceva loro chiuder gli occhi sul
-resto.
-
-Erano accanitissimi partigiani, ligi al verbo del Maestro e strepitanti
-per ogni pubblico ritrovo per buona parte della giornata. Il gobbo
-Pulizia disponeva di una voce acutissima e di buone argomentazioni;
-il moro Fabrizi era meno dialettico ma sosteneva il compagno con
-fede intemerata e con la forza de' suoi muscoli. Dovendo discutere di
-politica, in Romagna non è mai male disporre di buoni muscoli.
-
-Ora l'amico Cesare e l'amico Ciliegia giocavano la loro eterna partita
-a tressetti, quando il Cavaliere Mostardo entrò nella stanza.
-
-— Buongiorno amici!
-
-Piantarono le carte in asso e si levarono.
-
-— Che c'è di nuovo?
-
-Fu il gobbo Pulizia che prese la parola.
-
-— Caro Cavaliere, bisogna stare attenti. Nella città c'è un gravissimo
-scandalo.
-
-— Quale scandalo?
-
-— Per il fatto Borgnini.
-
-— Ebbene?
-
-— I socialisti ve l'hanno giurata.
-
-— A me?
-
-— Sì, a voi.
-
-— E che vogliono fare?
-
-— Dice che vi faranno la pelle. Di notte o di giorno non importa, ma ve
-la faranno.
-
-— E poi?
-
-— Poi c'è l'onorevole che non è contento.
-
-— Perchè?
-
-— Perchè dice che avete strafatto.
-
-— L'onorevole non capisce niente.
-
-— Può darsi; ma tutte le persone serie del partito, la pensano come lui.
-
-— E chi sono queste persone serie?
-
-— L'avvocato Suasia, l'avvocato Relli, l'ingegnere Fias, Girolamo
-Putti, Ildebrando Sgargi...
-
-— Ho capito: la Cattedra!... Scommetto che questa sera c'è adunanza al
-Circolo Mazzini.
-
-— Avete indovinato — disse il moro Fabrizi. — Anzi ci hanno incaricato
-di venire a dirvelo.
-
-— E chi vi ha incaricato?
-
-— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.
-
-— Va bene — fece Mostardo, che non perdeva la sua calma. — Avete
-occasione di vedere l'onorevole, uscendo di qui?
-
-— Certamente.
-
-— Allora ditegli, da parte mia, che io gli rassegno le mie dimissioni;
-e ditegli che vada a quel paese!
-
-Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi rimasero perplessi.
-
-Il Cavalier Mostardo si dette a misurare la stanza a grandi passi;
-incominciava a perdere la calma che si era imposta.
-
-— Vogliono anche sconfessarmi?... Non ci si provino! Non mi conoscono
-ancora. Ma a che giuoco si giuoca?... — e piantò gli occhi bui sui due
-amici. — Mi cacciano nel pericolo e poi non vogliono riconoscere il mio
-operato?... Si sbaglian di grosso, cari miei! Vedrete che cosa farò,
-io.
-
-— State calmo, Mostardo...
-
-— Macchè calmo!... Queste sono porcherie. Vorrei che ci si fosser
-trovati loro, questa notte, a far le schioppettate fra i campi!
-
-— Certo che non deve esser stato piacevole!
-
-— Bravo! Tutti questi cattedratici sarebber diventati tanti _fornicari_
-perchè dove c'è del fumo ci si sta male. E adesso, a cose finite,
-quando non c'è più pericolo, almeno per loro, fanno le adunanze...
-vogliono sconfessare!... Dì che si provino!...
-
-Vi fu un silenzio. Il Cavaliere passeggiava furiosamente per la stanza
-e, di tanto in tanto, ripeteva come a sè stesso:
-
-— Dì che si provino!...
-
-Allora il gobbo Pulizia disse:
-
-— Mostardo perchè inquietarsi tanto?
-
-— Secondo voi che cosa dovrei fare? Un passo di danza?
-
-— No... ma state calmo... andiamo!... A inquietarvi che cosa ci
-guadagnate?
-
-— Sicuro — soggiunse il moro Fabrizi.
-
-— Mi fate ridere... mi fate!... — riprese Mostardo. — Qui si tratta
-della mia riputazione. Se la Repubblica non cammina con me, io posso
-combinare a questi signori qualche brutto scherzo.
-
-— Ma noi non vi abbandoniamo! — disse il gobbo Pulizia.
-
-— Voi non siete la Cattedra!
-
-— Questa è una vostra fissazione...
-
-Aveva appena detto questo, il gobbo Pulizia, che il Cavalier Mostardo,
-il quale si era fermo presso una tavola, lasciò andare sulla medesima
-un violento pugno e gridò:
-
-— Non scherziamo, ragazzi!... Oggi non ne ho voglia!...
-
-I due ebbero un sussulto e allibirono.
-
-Disse il moro Fabrizi:
-
-— Ha ragione!... Oggi non importa scherzare...
-
-Poi, dopo aver discretamente bussato, entrò l'avvocato Suasia. Era
-di buon umore. Alla prima occhiata si accorse che Mostardo era in
-burrasca. Gli si accostò, gli posò una mano sulla spalla:
-
-— Che cos'ha, il nostro Mostardone?
-
-Mostardo si rivolse a guardarlo, per nulla mansuefatto dall'allegria
-dell'amico e compagno e gli domandò brusco brusco:
-
-— Che cosa sei venuto a fare?
-
-— Sono venuto a salutarti, in primo luogo. Ma, è così che si ricevono
-gli amici?
-
-— Non sei anche tu un ambasciatore dei _tamburieri_ del Circolo Mazzini?
-
-Antonio Suasia scoppiò a ridere.
-
-— Li chiami _tamburieri_?... Allora siamo ai ferri corti!
-
-— Non cascar dalle nuvole. Va là!... Chi li ha mandati questi compagni?
-— e indicò il Gobbo e il Moro.
-
-— Non io certamente! — rispose Suasia.
-
-— E allora chi vi ha mandati? — domandò Mostardo, rivolto agli
-inseparabili amici.
-
-— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.
-
-— Hai sentito? — fece Mostardo rivolto al Suasia. — E sai che cosa sono
-venuti a dirmi? Che questa sera, al Circolo Mazzini, ci deve essere una
-adunanza per giudicare il mio operato della notte scorsa! Io lavoro e
-gli altri voglion giudicare; io rischio la pelle e gli altri pretendono
-di guastarmi la riputazione... No, per Bios!... Se questa sera devo
-venire alla adunanza ci verrò, ma con la schioppa!...
-
-— Allora la tua vuol essere un'ira funesta che adduca infiniti
-lutti!... — esclamò sorridendo l'avvocato Suasia. — Ma no, Mostardone,
-non ti montare! Ho parlato io stesso all'onorevole, poco fa...
-
-— Be', e che cosa ha detto?
-
-— Ha riso con me.
-
-— Per Borgnini?
-
-— Sì, per Borgnini!
-
-— Volevo ben dire, io!... — fece Mostardo, e il suo viso si rasserenò.
-— Che male gli ho fatto?... L'ho legato a una porta. Questo è uno
-scherzo che si può fare sotto qualsiasi civiltà. E i miei uomini ti
-possono dire che non sono stato io che gli ho riempito il didietro di
-spine razze!
-
-— Gli avete ridotto il versante a bacio, come un puntaspilli,
-pover'uomo!
-
-Risero tutti quanti.
-
-— Però gli sta bene — riprese Mostardo. — Ci avevano preso fra due
-fuochi.
-
-Antonio Suasia si fece raccontare tutta la storia della spedizione
-notturna e, quando il Cavaliere ebbe finito, disse:
-
-— Incominciamo con troppi feriti!
-
-— Come vorresti fare? — domandò Mostardo. — Quando si fanno le
-schioppettate, sono inconvenienti che capitano.
-
-Sopraggiunsero altri amici: l'ingegnere Fias, l'avvocato Relli,
-Ildebrando Sgarzi, Girolamo Putti, Domokos Barbantini, Alvise
-Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e, per ultimo,
-l'onorevole, seguito da Coriolano.
-
-Il Cavalier Mostardo contò gli intervenuti; erano dieci persone: le più
-grosse teste del partito, Coriolano compreso, al quale, d'altra parte,
-non nuoceva la sua qualità di donzello del Comune. Non si viveva in
-tempi di _Democrazia Pura_? Coriolano soleva dire, con la sua voce un
-po' rauca e interrotta dall'asma e dalla balbuzie:
-
-— Da ora in avanti tu dovrai scrivere donzello col _di grande_. Così...
-_Donzello_! Perchè quando un Coriolano, che non è un uomo di corta
-misura, copre una carica qualsiasi, questa carica diventa di primissimo
-ordine.
-
-Infatti Coriolano si vantava dell'amicizia e della confidenza degli
-uomini più grandi del partito e, in genere, della Democrazia. Diceva
-che Innocenzo Cappa gli era come fratello; Barzilai lo adorava; Leonida
-Bissolati gli scriveva quasi tutte le settimane; Turati gli aveva dato
-tali e tante prove di stima che, una volta, non essendo contento, il
-suddetto Coriolano, di un atteggiamento politico assunto dal grand'uomo
-di parte, incontratolo un giorno in una trattoria di Bologna, ebbe ad
-abbordarlo con queste precise parole:
-
-— Senti, Filippo, l'ultimo tuo discorso non mi è piaciuto niente. Dai
-troppa confidenza a Giolitti. Dà retta a me: cambia strada! Giolitti è
-un uomo che ti frega!
-
-E Filippo Turati, sempre secondo Coriolano, si era alzato dalla
-seggiola e gli aveva buttato le braccia al collo dicendogli:
-
-— Come si vede che mi sei amico sincero!... Grazie, Coriolano. Seguirò
-il tuo consiglio.
-
-Quando Coriolano raccontava queste cose nei crocchi, tanto era convinto
-di dire la verità che si arrubinava dal gran piacere. E qualche
-credenzone lo trovava sempre.
-
-Ma le sue _grandi amicizie_ non si fermavano qui, perchè Claudio
-Treves, Pantano, Labriola, Mussolini, Andrea Costa, Malatesta, Oddino
-Morgan, Pietro Chiesa, Libero Merlino gli erano stati o gli erano
-_fedelissimi_ e Coriolano citava il motto dell'uno, la barzelletta
-dell'altro, l'intimità bonacciona del terzo. Tutti erano stati a
-desinare a casa sua e gli avevano lasciato testimonianza grata della
-sua ottima cucina e del suo vino piramidale.
-
-— Perchè io ho un sangiovese che ha fatto leccare i baffi perfino a
-Claudio Treves che di vino ne beve poco e male!...
-
-Questa era l'autorità di Coriolano, detto il _Donzello_ col _di_
-grande. E a forza di prendersi sul serio, pover'uomo, nonostante l'asma
-che lo ammazzava, aveva trovato molti repubblicani della Città del
-Capricorno che lo tenevano in considerazione schietta. Poi era un uomo
-utile, specialmente nei banchetti. Andavano famose le _trippe_ come
-sapeva farle cucinar lui, da un oste amico suo. Grande organizzatore di
-agapi fraterne e mangiatore monumentale era Coriolano, _Donzello della
-Democrazia_. E non v'era ritrovo ove egli non capitasse; nè scendeva
-alla Città del Capricorno uomo politico che non lo avesse alle costole
-dalla mattina alla sera, pronto a fargli da littore (senza fascio e
-senza verga!) e da galoppino; da portavoce e da paraninfo, non inteso
-nel senso di guardiano di castità. E, per tutto questo, non chiedeva
-nessun onore diverso da quello che consisteva nella possibilità di
-poter dare un consiglio a un uomo illustre. Aveva solamente questa
-debolezza, povero Donzello, e non faceva male a nessuno.
-
-Com'era naturale, nella Città del Capricorno non mancava gente arguta
-che avesse notata la cosa, rilevando anche l'inopportunità continua
-del suo intervenire e consigliare, tantochè «_i consigli di Coriolano_»
-erano passati come un modo di dire proverbiale.
-
-Di media statura, semicalvo, con una bella testa brachicefala, robusto,
-il largo rubicondo e ridente viso dei romagnoli: tale era fisicamente
-Coriolano, _il Donzello della Democrazia_. Egli soleva dire che non gli
-sarebbe mancata nessuna qualità per essere un grande uomo politico,
-solo la natura lo aveva tenuto indietro barbaramente regalandogli un
-difetto del quale non era potuto guarir mai: la balbuzie.
-
-Coriolano si sarebbe sentito oratore nato, ma la balbuzie gli tappava
-la bocca ostinatissimamente.
-
-Avendogli detto una volta, l'ingegner Fias, che Demostene aveva
-sofferto dello stesso intoppo del quale era guarito mettendosi un
-sassolino in bocca e recandosi a parlare ad altissima voce sulle rive
-del mare, Coriolano, per non essere da meno di Demostene, era stato a
-Rimini per una intiera estate e aveva urlato a più non posso, quando il
-mare era in burrasca, tenendo sempre in bocca il famoso sassolino.
-
-Gli amici suoi sapevano questo e lo aspettavano al ritorno. Quando,
-alla metà di settembre, il _Donzello della Democrazia_, fece la sua
-ricomparsa nella Piazza col pi grande, gli amici gli furono intorno e
-volevano ch'egli improvvisasse un discorso politico. Ma così rispose
-Coriolano:
-
-— Cccchhh... ccchhhh... chho... cosa vuoi ppp... pppp... parlar di
-Demostene! Mmm... mmmmm... mi sono mangiato il sassolino... chhh...
-chhh... chhhhh... che non vado più di corpo!...
-
-E la faccenda del sassolino non gli fu più perdonata, povero Coriolano;
-nè potè aprir bocca nei ritrovi, nelle adunate, nei comizi che, alle
-prime stentate parole, non lo investissero da tutte le parti e non gli
-gridassero ridendo:
-
-— Sta zitto, chè ti sei mangiato il sassolino!...
-
-Ma Coriolano era uomo di spirito e sapeva prendere con garbo anche
-questa sua nuova disgrazia.
-
-Ora egli era entrato, necessariamente, dopo l'onorevole, trascurando
-Alvise Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e suo principale
-e donno, come persona di molto minore importanza. Dove c'era un
-onorevole, Coriolano non poteva aver dubbi circa la scelta.
-
-
-Non appena il Cavalier Mostardo vide l'onorevole, sentì dolorar più
-forte la ferita inflittagli dalle parole del gobbo Pulizia e del moro
-Fabrizi e non si tenne dal dire:
-
-— Lei mi ha giudicato male, onorevole, ma ha avuto torto.
-
-— Io?... E quando vi ho giudicato male? — fece l'onorevole puntandosi
-una mano sul petto.
-
-Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi cercavano ritirarsi nell'angolo più
-oscuro della stanza.
-
-— Come?... — fece Mostardo. — Non è stato lei che mi ha mandato a dire
-che ho strafatto, che lei non è contento, eccetera eccetera?... Non è
-stato lei che ha indetto una adunanza al Circolo Mazzini, per questa
-sera?
-
-— Io?... Ma sognate, Mostardo?
-
-— Ma... scusi... — e cercò intorno con gli occhi i due inseparabili i
-quali tentavan raggiungere la via della porta — scusi non li ha mandati
-lei quei due baggiani?
-
-E indicò, col dito steso, il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi che non
-rifiatavano più.
-
-— Neanche per sogno! — rispose l'onorevole.
-
-— Allora?... — gridò il Cavaliere, rivolto al gobbo Pulizia. — Allora
-come si spiega tutta questa faccenda?
-
-— Perdonate Mostardo, noi non avevamo autorità per darvi un consiglio
-e...
-
-— E tu sei gobbo, sei!... Segnato da Dio!... Maligno e bugiardo!...
-
-A questo punto intervenne il _Donzello della Democrazia_:
-
-— Mmm... Mostardo... vvv... vvvuoi un consiglio?
-
-— Macchè consiglio!
-
-— No, Mmmm... Mmmostardo, vvv... vvvuoi un consiglio da amico?...
-Lascia andare!
-
-— Non so chi mi tenga — gridò Mostardo parlando sempre al gobbo Pulizia
-— dall'aggiungerti un'altra gobba sul davanti!... Puoi ringraziare il
-tuo dio, puoi ringraziare!...
-
-— Ma l'abbiamo fatto per il vostro bene... — riprese il gobbo Pulizia.
-
-— Amico Cccccce... amico Cesare... vvv... vuoi un consiglio?... —
-riprese Coriolano, rivolto al gobbo Pulizia. — Ssss... ssstttt... sta
-zitto!...
-
-— Ma noi stiamo zitti! — rispose il moro Fabrizi.
-
-— Stamattina, nel caffè dei socialisti, — soggiunse il gobbo Pulizia, —
-per poco non ci hanno ammazzati!
-
-— In quanto a questo, gli animi sono accesi — disse Domokos Barbantini.
-
-— Come vorreste che fossero? — domandò Mostardo. — Il giorno in cui
-si scende in piazza e si fa della polvere, tutto si accende. Questo lo
-sapevamo prima.
-
-E l'ingegnere Fias, con la sua olimpica calma:
-
-— Cercate di tener bene asciutte le vostre polveri, Mostardo.
-
-— E la testa a posto! — soggiunse l'avvocato Suasia, ridendo.
-
-— Poverino!... Il più bell'augurio che ti potessi fare — disse Mostardo
-a Suasia, — sarebbe quello di aver la mia testa.
-
-E l'ingegnere Fias:
-
-— Che è il monumento nazionale della Democrazia!
-
-Rise l'adunata, ma non già l'ingegner Fias, il quale continuò ad
-aspirare tranquillamente il fumo dalla sua pipetta di radica.
-
-— Del resto io vado per la mia strada — ribattè Mostardo un po' piccato
-— e non mi fermo a raccogliere questi fiori.
-
-— Già — continuò calmo calmo, l'ingegner Fias; — lungo il ciglio della
-vostra strada maestra voi preferite chinarvi a cogliere una gallina,
-piuttosto che un fiore!
-
-— Cosa vuol dir questo? — gridò il Cavaliere, mentre gli altri ridevano.
-
-— Mmmm... Mmmmostardo... vvvv... vvvuoi un consiglio?... — fece
-Coriolano.
-
-— Ma va all'inferno coi tuoi consigli!...
-
-— Signori!... — interruppe bruscamente l'onorevole. — Volete aver
-la bontà di far silenzio e di ascoltarmi? Il momento è grave e non
-consente queste piccole diatribe. Chiudiamo i battenti alle questioni
-personali, ed uniamoci per lavorare di comune accordo alla vittoria
-finale. Ogni esitazione, ogni ritardo, ogni discordia ci farebbe
-vergogna. I _rossi_ ci guardano e si organizzano formidabilmente.
-Le ultime notizie che ho avuto sono molto gravi. Le prime macchine
-_rosse_ sono uscite; un vero esercito di braccianti è stato mobilitato.
-I _rossi_ hanno a loro disposizione tutto quanto serve ad un vero
-e proprio assalto alle aie e non passeranno dalle strade maestre. A
-nostra volta dobbiamo mobilitare tutte le nostre forze. Ad ogni astuzia
-vuole essere contrapposta una più fine astuzia e, se sarà dolorosamente
-necessario, come si prevede, ad ogni violenza converrà contrapporre una
-più grande violenza. Dobbiamo non essere sopraffatti. La Repubblica
-cammina sullo scrimolo di un abisso. Giolitti non vuole entrare in
-causa; nel Governo prevale la dottrina e la mentalità della _lodola
-francescana_... e cioè di Luigi Luzzatti il quale ebbe, ultimamente,
-a dire che «_il Governo non si pronuncia sul diritto di scelta della
-macchina perchè un Governo liberale e costituzionale è sopra le classi
-e non è nè capitalistico, nè proletario_». Così parla l'onorevole
-Luzzatti mentre il prefetto di Ravenna ha riconosciuto ai mezzadri
-il diritto di scegliere le macchine, ritenendoli possessori di fatto.
-Questa è una enormità!
-
-Signori!... Non dobbiamo illuderci! Siamo alla vigilia di una nuova
-rivoluzione dei Ciompi. Qui non è in campo se non la più o meno palese
-bramosia di impossessarsi dell'altrui proprietà, con la violenza. Le
-_Organizzazioni Cooperative_, costituite fra braccianti, dalla libera
-offerta passano alla _IMPOSIZIONE DELLE MACCHINE_ di loro proprietà.
-Che cosa si propongono con detto tentativo di imposizione?... Una sola
-e semplice cosa si propongono le _Organizzazioni Cooperative rosse_, ed
-è questa: _LA FUTURA DOMINAZIONE DELLA TERRA!_
-
-L'adunata scattò in un urlo.
-
-— Signori! Non c'è da farsi illusioni, questa è l'ultima finalità dei
-_rossi_ i quali, non da oggi, hanno scritto sulle loro bandiere la
-minaccia che noi repubblicani, non dovremmo mai dimenticare: «_Morte
-alla mezzadria!_» E la _lodola francescana_, che non rappresenta
-certo la classe scapigliata, ha detto e ha scritto che le suddette
-Organizzazioni Cooperative, per gli studi e per le dichiarazioni di
-illustri economisti e sociologhi e socialisti forestieri, costituiscono
-_un pregio e una originalità preziosa_ per il lavoro italiano!
-
-Così parlano gli alti papaveri del Governo, quando noi ci raccogliamo
-alla lotta più aspra per salvare all'Italia uno de' suoi migliori
-istituti: la mezzadria. Ma il Governo, non intervenendo nella
-questione, aggrega alla maggioranza i socialisti i quali hanno così
-patteggiato il loro appoggio.
-
-Per ora adunque il campo è lasciato all'astuzia e alla violenza e
-_prevale il principio che la prima trebbiatrice la quale riuscirà ad
-impiantarsi in un'aia, quella avrà diritto di batter il grano di quel
-determinato podere_. Principio mostruoso che ci condurrà alla guerra
-civile. Ma noi non indietreggiamo! Sapremo difenderci, signori!...
-
-L'adunata gridò:
-
-— Lo sapremooo!...
-
-— E nonostante i boicottaggi, nonostante le minaccie più o meno
-manifeste, nonostante l'esercito mobilitato dai socialisti, sapremo
-rimanere in campo e riportar la vittoria! Io arrivo qui da una notte
-senza sonno. Ho lavorato fino alle nove di stamane. Col far della nuova
-notte, le nostre macchine e quelle dell'Agraria, partiranno e sanno già
-in quali aie impiantarsi. Ogni macchina è fornita di personale più che
-numeroso e armato. Se si vuole guerra, sarà guerra!
-
-— Guerra, guerraaa!... — gridò l'adunata.
-
-— Quindici pattuglioni di venti uomini l'uno, son già formati e
-battono le campagne per stare a guardia delle aie e preservarle da
-qualsiasi sorpresa. Sarà, per noi, un duro compito, ma i socialisti non
-troveranno facili strade. Questa notte incomincierà la battaglia...
-
-— È già incominciata! — scattò a dire Mostardo.
-
-— Sì, e per merito vostro e noi ve ne rendiamo grazie. Però, caro
-Mostardo, il vostro còmpito è appena all'inizio...
-
-— Io non sono uomo da farmi indietro, onorevole!
-
-— Voi avrete il controllo diretto su tutti i pattuglioni operanti;
-avrete i vostri informatori i quali, di ora in ora, vi daranno precise
-notizie di tutto quanto accade. Voi risponderete direttamente a me
-circa il vostro operato. Accettate, Mostardo?
-
-— Accettato!
-
-— Signori! — riprese l'onorevole. — _Alea jacta est!_ Siamo alla
-battaglia del Rubicone! Il _Blocco_ è infranto...
-
-— Bene! — gridò Mostardo.
-
-— ... non per colpa nostra! Noi avevamo tesa la mano fraterna ai
-_rossi_ e i _rossi_, mentre si valevano della nostra alleanza e
-della forza nostra, in tempo di elezioni, tentavano poi con la loro
-opera subdola, con la propaganda quotidiana, col doppio giuoco, di
-esautorarci, di assorbirci. La Repubblica doveva far da balia al
-Socialismo e morirne!... Ah, no, per Dio!... La Santa Repubblica non
-può morire! Ha troppa vitalità, è troppo necessaria, ha troppe scolte
-su gli ultimi lembi del più lontano avvenire! Noi rassodiamo il passato
-nel presente e, vagliandolo in modo che tutta la millenne ingiustizia
-ne vada dispersa, lo scagliamo verso il remoto futuro.
-
-Noi... i _gialli_!...
-
-All'inizio di questa Rivoluzione dei Ciompi, che non abbiamo voluta,
-noi ci eleviamo più saldi nell'intiera e sacrosanta coscienza del
-nostro Diritto.
-
-Compagni!
-
-Domani vi saranno dei morti da ambo le parti; nuovo sangue proletario
-scorrerà... ma questo sangue non potrà ottenebrare la coscienza
-nostra; si riverserà bensì sopra coloro che vogliono distrutto il sacro
-istituto della mezzadria.
-
-In alto i cuori, fratelli miei di fede!...
-
-Oggi, come segno augurale, nel nome della grande battaglia ingaggiata,
-vi invito a gridare con me:
-
-Evviva la Repubblica!...
-
-Dagli undici petti uscì un urlo formidabile:
-
-— Evvivaaaaa!...
-
-Poi il Cavalier Mostardo si eclissò per ritornare dopo non molto,
-seguito da Rigaglia. Questi recava un enorme vassoio con sopra
-bicchieri e bottiglie.
-
-Tutti i salmi finiscono in gloria.
-
-— _Av voi fe' sintì e' mi sansvès!_ (Vi voglio far sentire il mio
-sangiovese!) — disse Mostardo.
-
-Bevvero e brindarono. L'ultimo a brindare fu Coriolano il quale,
-fattosi innanzi, incominciò a boccheggiare e finì per dire:
-
-— Bbbb... Bbbbb... Bbbbevo alla salute... dddd... dddella Democrazia...
-ooggg... oooggg... oogggi combattente, dddomani vvvvincitrice!...
-
-
-Nel brolo cantavano le cicale e c'era un bel sole d'oro. Spadarella
-si era seduta all'ombra di un melo, aveva abbandonato il libro sulle
-ginocchia, il capo sul tronco della vecchia pianta e guardava gli
-ultimi comignoli e le nuvole sparte.
-
-Tutto un ronzio di insetti le era intorno. Una canipaiola cantava in
-una macchia. La città non c'era più; c'era solo l'estate e il verde
-dell'estate con tutti i suoi fiori, nell'ombra di un brolo.
-
-Si sentì appena una campana che chiamava forse le colombe a raduno e le
-rondini. Morì con le nuvole, nell'azzurro altissimo.
-
-Nessuno parlava intorno; nessuno intorno dava cenno di una presenza
-estranea al raccoglimento di quell'ora soave. Solo il vento arrivava
-dalla purezza del cielo, a quando a quando, a portare una carezza e un
-profumo nella placida calma.
-
-Le frutta maturavano al sole invermigliandosi; anche nell'anima
-di Spadarella, anche nel cuore di lei che era nuovo, qualcosa si
-invermigliava. Il frutto di una rama solitaria, fiorita già in un
-silenzio antelucano.
-
-Essa non parlava più con sè stessa e non leggeva più. Un poco aveva
-cantato, sommessamente, presa tutta quanta da una dolcezza tale e così
-profonda che a poco a poco le aveva serrata la gola; e il suo canto si
-era spento come il sospiro della campana, ma nell'ombra del suo cuore
-commosso.
-
-Ora si perdeva nell'aria, viveva di sole e di uno smarrimento
-ineffabile. Non pensava a Iddio e Iddio era con lei.
-
-Come se qualcuno le avesse detto: — Vieni!...
-
-Era un invito al mistero delle ore soavi che si abbandonano alle ombre
-di un giardino, di un brolo.
-
-Nelle piccole città c'è più riposo per l'anima e la giovinezza può
-esiliarsi perchè la conduce un silenzio amoroso.
-
-Non nelle metropoli regali può vivere una santità d'amore tanto grande.
-
-Spadarella sorrideva e i suoi grandi occhi belli vedevano lontano, una
-strada... una casa... Ed ella udiva una fresca parlata...
-
-— Perchè non canti ancora, Spadi?... Mi ero fermato a sentirti!... Non
-volevo più entrare!... Spadi, ho allevato un rosignolo, per te... Lo
-vuoi? Te l'avevo portato...
-
-Infatti perchè non cantava più?
-
-Il rosignolo era in una gabbia verde, di brilli, coperta da una tela
-cerata verde.
-
-— Lo vuoi?
-
-— Sì.
-
-Avevano cercato un chiodo sul muro, vicino alla porta, nella casa
-bianca, in mezzo al giardino.
-
-— Così canterà col sole e con le stelle...
-
-E c'era questo nuovo abitatore, presso i tre scalini che si salivano
-per entrare nella casa in mezzo al giardino.
-
-— Addio, Spadarella...
-
-— Grazie, Paolo...
-
-E si era avviata a riaccompagnarlo fino all'usciuolo che si apriva nel
-muro di cinta.
-
-Poi, lungo la strada, aveva raccolta una gardenia.
-
-— La vuoi?
-
-— Grazie.
-
-— Aspetta...
-
-E aveva cercato l'occhiello per il fiore e si era tolto uno spillo
-dalla veste, per fermar la gardenia, chè non dovesse perderla.
-
-Poi lentissimamente, guardando sempre nel vano, sempre più piccolo,
-aveva richiuso l'usciuolo.
-
-Girolamo e Stefano lavoravano ad un'aiuola di gigli.
-
-Ogni torre ed ogni campanile aveva una corona di rondini.
-
-In un'ora della vita si ritrova Iddio che sorride, ma non più di
-una volta perchè l'anima conosce una strada ed una sola che arrivi
-tanto lontano. E, dopo, la mente si annebbia fra le ciarlatanerie dei
-sapienti, o si estrania e si imbraca nella torpida vita senza più luce.
-
-L'amore ci insegna la strada... ma una volta sola.
-
-
-Una sera estiva.
-
-— Quando sei ritornato, Paolo?
-
-— Ier l'altro.
-
-— Ti fermerai?
-
-— Sì, fino a quest'autunno.
-
-— E dopo?
-
-— Andrò a Milano.
-
-Stefano e Girolamo passarono e si tolsero il cappello. Avevano compiuta
-la loro fatica anche per quel giorno.
-
-— Buonasera, Spadarella.
-
-— Buonasera.
-
-Se ne andarono lungo il muro, senza parlare, curvi, la giacca sopra una
-spalla.
-
-Una donna, seduta innanzi alla porta di una casa vicina, cantarellava
-una nenia a un suo bimbo che teneva sul grembo. Due comari sbraitavano,
-più lontano, con una frotta di marmocchi. Passò un carro rosso,
-trascinato da due enormi buoi; una bimba scalza li precedeva reggendo
-la corda della nasaiola; venivano dietro due contadini scamiciati,
-taciturni e gravi.
-
-Dal fondo della strada, che moriva fra gli orti, era nata la stella del
-vespero.
-
-Poi suonò l'Ave.
-
-Passò l'Angelo sopra una piccola città del mondo.
-
-Non si guardavan negli occhi; egli guardava le colline che si vestivan
-come le fanciulle a primavera, di un color di violette e di lillà.
-
-Disse:
-
-— Domani andrò a Premilcore...
-
-— Dai tuoi parenti?
-
-— Sì.
-
-Ella sentì, nell'anima accorata, una nostalgia di perdute distanze; le
-pareva che, oltre quel soavissimo smorir di colline, incominciasse la
-strada che è solamente nei sogni.
-
-L'usciuolo era dischiuso; Spadarella si appoggiava allo stipite della
-piccola porta che si apriva sul muro di cinta del suo giardino. Ogni
-tanto guardava verso il fondo della strada.
-
-— Dove sarà Spina Rosa?
-
-Egli guardò con lei, senza dir niente.
-
-Poi un brivido l'aveva fatta arrossire. Egli aveva detto all'improvviso:
-
-— Come ti sei fatta bella!...
-
-
-Poi le siepi finiscono e si apre la _larga_, la campagna sconfinata,
-tutta a grani e a lupinelle. Ed ivi non sono che allodole e nuvole; e
-sentieri che non finiscono mai.
-
-Qualche piccola casa è sul confine delle _larghe_; qualche casa con la
-sua porta rossa.
-
-Chi starà mai laggiù, sotto il sorriso del cielo?...
-
-Un giorno le fanciulle partono, attraverso le lupinelle in fiore, sotto
-il volo delle allodole e delle nuvole... solo per vedere... per sapere
-chi abiti mai, dentro la piccola casa dalla porta rossa, sotto il
-sorriso del cielo.
-
-E sono scalze... e veston di niente... e portano il loro cuore che
-canta, attraverso il mare delle lupinelle.
-
-Laggiù ma' mai!...
-
-C'è sempre un porto più lontano, per le fanciulle che migrano verso il
-loro sogno d'amore.
-
-
-Chiuse le palpebre e vide un'ombra d'oro; e in quell'ombra si immerse.
-
-Le api, i calabroni, le pecchie le ronzavano intorno.
-
-Un frutto cadde dal melo. Un frusciar dolce di foglie discendeva
-nell'ombra d'oro, con lei.
-
-Ella non avvertì più che l'estate: il caldo, il languore, la
-chiarità, la promessa dell'estate. L'essere suo si distese, si perse
-nell'universale. Ella non si sentì più nella sua vita: si sentì pari
-alle cose che non parlano e a quelle che non si vedono e sono per la
-stessa legge come noi siamo. E le parve che un sonno le sopravvenisse
-ma non era il sonno, bensì una coscienza diversa.
-
-Solo languiva e non sapeva di che; e un po' di angoscia era nel suo
-riposo. Non c'era più parola, al mondo, per la sua attenzione; c'era
-solamente una incerta attesa.
-
-Aveva pensato a una strada, a una casa, al volto di un giovane; ora
-anche queste cose eran dileguate nella profondità dell'ombra d'oro ed
-ella non pensava più e il cuore di lei era vuoto di immagini.
-
-Ma il sole aveva anche per Spadarella l'ardor che matura le frutta;
-anche per Spadarella, la calda estate recava nel grembo un segreto
-d'amore.
-
-Un segreto, ma quale?
-
-Ella si sentiva battere i polsi e non sapeva di che sorridesse; anche
-non sapeva perchè il suo volto si facesse del color dei gerani. Non
-era il caldo, era qualche altra cosa dolce, ignota e divina. Era la sua
-giovinezza.
-
-Perchè ella camminava, con la sua giovinezza, da stagione a stagione,
-e gli occhi suoi grandi erano chiari e le cose si illimpidivano,
-specchiate nella loro chiarità; ma la sua compagna, quella che teneva
-gli anni di lei fra la sera e il mattino, si era turbata di una cosa
-che non era tuttavia un desiderio, ma un presentimento e si era ferma
-nel sole come il frutto che matura per qualcuno che deve passare.
-
-Tra le siepi, sulle rame, nei pomarii e nei roveti maturan le
-frutta per l'errante desiderio del mondo e la stagione arriva per le
-fanciulle.
-
-Anche le prugnòle si fan dolci nel cuor dell'estate!
-
-Ebbene, l'anima di una vergine, ad un punto della sua giovinezza, sente
-che la purità sua non sarà guasta se l'amore arriverà ad amarla; sente
-che, sotto il confine del cielo, non v'è altra poesia ed altro più
-grande destino. E il suo desiderio arriva come una rondine che appare
-in un mattino di aprile.
-
-Essere amata!
-
-A un tratto, in un'ora della vita, questa sconfinata dolcezza si appena
-in una attesa da core:
-
-Essere amata!...
-
-Chi l'avrebbe attesa in fondo all'ombra d'oro di quell'estate regale?
-Chi avrebbe colto il primo bacio della sua bocca vermiglia? Chi
-l'avrebbe stretta fra le braccia per mormorarle le parole che si
-ascoltano ad occhi chiusi?...
-
-Ella non udiva che il frusciar delle foglie del melo e Iddio era con
-lei.
-
-Qualcuno l'aveva chiamata dalla distanza del mondo.
-
-Qualcuno che aveva detto:
-
-— Levati e cammina perchè sei giovane e bella, e prendi la pena del tuo
-cuore e vienmi ad incontrare!...
-
-Ora ella aveva ubbidito.
-
-
-— O Spadarella?... Dormi?...
-
-Ella aprì gli occhi, in sussulto. Lo zio Giovanni stava di fronte a
-lei, nel sole.
-
-— Hai tardato tanto, zio!
-
-Fu in piedi; si riassettò le vesti.
-
-— Che ore sono?
-
-— Le dodici e mezza — rispose lo zio Giovanni. — Bisognerà spicciarsi.
-Spina Rosa ci aspetterà brontolando.
-
-— Io sono pronta. Il mio cappello l'ho lasciato in camera tua. Vado a
-prenderlo, zio. Permetti?
-
-— Sì. Fai presto.
-
-Ella si avviò innanzi correndo. Il Cavalier Mostardo le teneva dietro
-passo passo. Come fu alla porta del cortile, incontrò Rigaglia.
-
-— Ci sono queste lettere per voi.
-
-— Chi le ha portate?
-
-— Il postino.
-
-Le prese le rivolse da ogni lato; non capiva chi poteva avergli scritto.
-
-Ne aprì una, guardò la firma... era una donna.
-
-— Margherita?... E chi è questa Margherita?...
-
-Perchè Spadarella non sopravvenisse, ficcò la lettera in tasca.
-
-— La leggerò dopo.
-
-Ne aprì una seconda. Incominciava:
-
- _Uomo del mio sogno_,
-
- _mi sono decisa a scrivervi dopo aver lungamente combattuto con me
- stessa, col mio dovere... eccetera, eccetera..._
-
-Era firmata Maddalena.
-
-— Maddalena? Margherita e Maddalena?... E da dove escono tutte queste
-donne?...
-
-Ficcò in tasca anche la seconda. Spadarella poteva arrivare.
-
-Aprì la terza ed ultima. Diceva:
-
- _Amore mio_,
-
- _tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto di tutti i miei sogni.
- Io ho desiderato sempre un uomo come te: forte, gagliardo,
- temerario... etcetera, etcetera..._
-
-Era firmata Claretta.
-
-— Margherita... Maddalena... Claretta?... No!... Non può essere che uno
-scherzo!... È possibile che io sia diventato il gallo della Checca?...
-
-Ficcò in tasca anche l'ultima e si fermò in mezzo al cortile ad
-aspettare Spadarella.
-
-— Per Bios! Ma che cosa mi capita in questi giorni?
-
-
-Poi, dal fondo del giardino, venne innanzi un ragazzo con una lettera.
-
-— Per chi è? — domandò Spadarella.
-
-— Per Mostardo — rispose il ragazzo.
-
-Il Cavalier Mostardo guardò di traverso il sopraggiunto.
-
-Prese la lettera, lacerò la busta, lesse:
-
- _Amico mio_,
-
- _Sono al Conventino. Devo preparare la villa. Sono sola. Se
- passaste a tenermi compagnia, mi farebbe piacere. Non mi garba di
- restare isolata in campagna, specialmente di notte. Se foste con
- me, non avrei paura. Potete arrivare quando vi piaccia: tanto di
- giorno, quanto di notte. Vi aspetterò._
-
- _La vostra_
-
- NINON FAUVÉTTE.
-
-Piegò la lettera e la pose in tasca con le altre.
-
-— E quattro! — esclamò.
-
-— Quattro, che cosa? — domandò Spadarella.
-
-— Quattro... quattro spropositi! È meglio non parlarne.
-
-
-
-
-CAPITOLO X.
-
-_Qui battagliano gli eserciti dei Rossi e dei Gialli; qui appare la
-bene organizzata Anima Economica delle moltitudini nemiche di Dio e
-parla, per la prima volta, l'Uomo Pacato._
-
-
-Alla _Camera Rossa_ era un andirivieni continuo di _compagni_ in
-bicicletta. Assoluto Malvagni, il segretario di detta _Camera_, si
-sentiva, quel giorno, l'anima precisa e concreta di un Imperatore.
-Radunava le fila; metteva in moto le moltitudini. Tutto dipendeva da un
-suo cenno.
-
-Si ha un bell'avere saldi principii democratici, ma certi poteri
-finiscono per inebbriare chi li esercita. Chiamarsi Segretario
-piuttosto che Re o Imperatore, poco importa; il tutto consiste
-nell'essere padroni del popolo.
-
-Assoluto Malvagni era padrone del popolo; o meglio, di quella parte del
-popolo che militava con lui sotto le bandiere del socialismo.
-
-Assoluto Malvagni si era fatto su Marx e, passando di _plusvalore_
-in _plusvalore_, era diventato una testa grande. Come avvocato non
-aveva assunto il patrocinio se non di un furto di galline. Riuscito
-a far condannare il ladruncolo, aveva preferito poi alle pandette la
-politica.
-
-Suo padre, integerrimo falegname, si era illuso di possedere nel
-figlio, un grand'uomo e, per condurlo agli studi universitari, dopo
-essersi indebitato fino ai capelli, aveva venduto le ultime seghe.
-
-Carpita la laurea, il povero Assoluto era ritornato alla Città
-del Capricorno nella speranza di guadagnarsi rapidamente una vasta
-clientela. Ciò non ebbe a toccargli e Assoluto se la prese dapprima con
-l'indelicata società poi con la _grassa borghesia_.
-
-Una volta entrata in ballo la _grassa borghesia_, Assoluto di Patroclo
-Malvagni sentì di aver afferrata la fortuna per le corna e si valse
-delle medesime.
-
-Andò innanzi a cornate. Questo è un mestiere che riesce bene, se uno
-non ha troppi scrupoli.
-
-Incominciò con l'avere un serio litigio col suo papà.
-
-Il suo papà, come abbiamo detto, era un repubblicano a fondo perduto,
-di schiatta legnosa. Egli stava alla sua convinzione politica come
-una cariatide al proprio sostegno e non avrebbe ammesso che il figlio
-degenerasse. Ma il figlio, di Repubblica non volle saperne. Vi furono
-litigi seri. Una volta Patroclo, afferrata una seggiola, voleva
-romperla sulla testa di Assoluto; però, non essendo Assoluto dello
-stesso parere, il vecchio Patroclo si convinse che quella non era la
-forma migliore per far entrare un'idea nelle testa del figliolo e le
-cose rimasero al punto di prima.
-
-Assoluto si buttò al socialismo. Grande oratore non era, ma sapeva dire
-quattro minchionerie con una certa foga.
-
-Poi doveva vendicare l'oltraggio che la società gli aveva fatto, non
-riconoscendolo grande avvocato.
-
-Il suo odio si vestì di ingiustizia sociale. La _grassa borghesia_
-era là, pronta ad essere presa a calci in qualsiasi parte; Assoluto
-incominciò l'operazione per conto del proletariato.
-
-Per meglio fare fondò un giornale: «_Il Faro Socialista_», e in pochi
-anni si sistemò.
-
-La borghesia finì per rispettarlo. Gli stessi che avevano deriso
-l'avvocato povero diavolo, ammirarono il direttore del _Faro
-Socialista_.
-
-Dati i quali trionfi, l'avvocato Malvagni divenne più Assoluto che mai
-e tempestò, e minacciò e scrisse come una bestia, ma con quella tale
-bestialità che è necessaria al popolo, a volerne essere amati. Fu un
-organizzatore instancabile; si prodigò in comizi e conferenze; parlò
-sempre, in qualsiasi ora del giorno o della notte e in qualunque luogo
-si trovasse. Così crebbe in importanza e in misura e dominò la massa.
-
-Ora egli predisponeva la battaglia dalla sua sede nella _Camera
-Rossa_. Aveva innanzi, una carta topografica della provincia e veniva
-riempiendola di segni cabalistici, con matite di vario colore. Riceveva
-e rimandava, con ordini brevi e precisi, i capi delle varie sezioni;
-precisava le ore dell'attacco, le strade da battere, le precauzioni da
-prendere, il numero di uomini da usare.
-
-Ora un bracciante stava presso il tavolo di lui: il cappello in testa e
-le mani in tasca.
-
-— Dunque hai capito, Giorgione?
-
-— Ho capito.
-
-L'avvocato Malvagni non alzava il capo dalle sue carte.
-
-— Dovete cominciare dall'aia dei Baten.
-
-— Va bene.
-
-— A partire da San Girolamo e ad andar di traverso pei campi,
-impiegherete tre ore...
-
-— ... buone!...
-
-— Sì, tre ore.
-
-— Ma avete pensato — riprese Zurzôn — che a battere la strada che avete
-detto voi ci son da traversare tre grandi fossi?
-
-— Ci ho pensato. E non è per questo che ho fatto seguire la macchina da
-tre carri di fascine?
-
-— Va bene.
-
-— Allora non ho altro da aggiungere.
-
-— Posso andar via?
-
-— Sì.
-
-Si lasciarono. Arrivarono gli informatori.
-
-— Ci sono incidenti?
-
-— Poca roba. Una bastonatura alla Rotta; qualche schioppettata a San
-Casciano.
-
-— Feriti?
-
-— Nessuno.
-
-— Sì — soggiunse un secondo: — due donne!
-
-— Come due donne?
-
-— Una _rossa_ e una _gialla_.
-
-— E dove?
-
-— Alla Pieve Quinta. Hanno incominciato a graffiarsi, poi si sono
-sparate contro.
-
-— Ferite gravi?
-
-— No.
-
-— Sono _dentro_?
-
-— Una è _dentro_ e l'altra è all'ospedale.
-
-— Bene. E le macchine sono in moto?
-
-— Le prime, sì.
-
-— Dove?
-
-— A San Casciano, alla Rotta, a San Pietro, a San Zaccarìa...
-
-— Gli uomini sono armati?
-
-— Armatissimi.
-
-— Si sono divisi in tre squadre?
-
-— Sì.
-
-— Avete altro da dirmi?
-
-— Ci sarebbe il caso Borgnini...
-
-— Be'?...
-
-— Il popolo vuole soddisfazione.
-
-— Il popolo aspetterà. A questo penso io.
-
-— C'è molta gente che brontola.
-
-— Qui bisogna ubbidire e non brontolare!
-
-— Però...
-
-— Non c'è _però_ che tenga!... Quando sarà tempo penseremo a Borgnini.
-La disciplina di partito assegna a ciascuno la propria responsabilità e
-un compito preciso. Andate.
-
-E anche gli informatori andarono.
-
-Assoluto Malvagni rimase al proprio lavoro, tetragono al caldo, alle
-mosche, alla stanchezza.
-
-
-Le trebbiatrici erano partite alla chetichella dal loro grande deposito
-presso la città del Capricorno e si erano sparse un po' qua un po' là
-per la campagna, fermandosi nei luoghi più opportuni a prendere l'avvio
-per muovere all'assalto delle aie. Tale dislocamento era stato studiato
-tanto dai _rossi_ quanto dai _gialli_ con minuziosa cura e, molte
-volte, i due avversari si trovavano all'agguato a poche centinaia di
-metri.
-
-In questi casi, la reciproca sorveglianza era accanita e continua.
-Ora, fra i tanti, uno dei punti di maggiore pressione era San Zaccaria,
-dove le squadre _rosse_ e le squadre _gialle_ erano più numerose, più
-agguerrite e più violente.
-
-Si avvicinava l'ora dell'attacco. Una placida sera di estate moriva
-nell'immensità di un cielo tersissimo. Pei campi, biondi di stoppie,
-non erano voci di biolchi, chè le terre non si aravano ancora; appena
-passava qualche tocco di campana raminga, chissà da quale pieve
-deserta. Una campana per le anime dei morti, non per un solo vivente,
-chè, in quelle plaghe, di Iddio e del padrone ne avevano fatto un solo
-fascio per un odio solo. E i poveri piccoli bruti, sotto la guida di
-qualche positivista o materialista di quinta mano, si gonfiavan d'aria
-e di parole, di oscenità e di penosa miseria rinegando la sola scarsa
-poesia della vita.
-
-NÈ DIO, NÈ PADRONE.
-
-Passava appena, nel cuore del silenzio campestre, un alito di campana
-moritura per le anime di un tempo, per la dolcezza e la poesia di un
-tempo.
-
-Poi anche la sera se ne andò per lasciar posto alle stelle.
-
-L'estate indiadema il cielo, apre le strade profonde per chi guarda
-lontano.
-
-Con la notte illune, le due parti si disposero all'uscita.
-
-Furono primi i _rossi_. Quattro macchine erano in pieno assetto di
-guerra, le grandi ruote fasciate di paglia.
-
-Per ingannare la sorveglianza dell'avversario conveniva sopprimere ogni
-suono e la cosa non era agevole dati gli enormi ordigni che si dovevano
-trasportare e le improvvisate strade da battere; ma i meccanici avevano
-lavorato e giorni e notti intiere a ripassare pezzo per pezzo ed
-erano corsi fiumi di lubrificanti. Ora il miracolo si era compìto. Le
-trebbiatrici dalle ruote fasciate di paglia, scivolavan nel silenzio
-trainate da tre, da quattro coppie di buoi.
-
-Si formò una colonna.
-
-Andavano innanzi gli esploratori armati, seguivano i carri con le
-fascine, poi un primo gruppo di braccianti muniti di vanghe, di zappe,
-di leve, di badili, di funi, di trivelle, di seghe, di travi: seguivan
-le macchine circondate da tutto il corpo, uomini e donne, che doveva
-farle agire: chiudeva la colonna un secondo gruppo di braccianti, più
-folto e numeroso.
-
-Torno torno sorvegliava un nugolo di informatori e di esploratori.
-
-Non appena uscita dal ricovero e spiegata sulla strada, la colonna
-sostò.
-
-Ermenegildo Casagrande, detto Pulôn, era il generale. Un vecchio
-bracciante ispido come un carciofo. Pulôn, fermata la colonna, parlò a
-bassa voce a coloro che aprivan la marcia. Nessuno si accostò che non
-fosse chiamato.
-
-Con Pulôn si raccolsero gli anziani.
-
-— Adesso — disse Pulôn — dovete voltare per quel viottolo e prendere di
-traverso per i campi.
-
-— Ci sarà da fare! — rispose Masino.
-
-E Ricôn:
-
-— Ma dove andiamo?
-
-— All'aia dei Battisti.
-
-— E non è da un'altra parte?
-
-— Tu sta zitto!
-
-Ricôn tacque perchè il _generale_ non ammetteva che gli ordini suoi
-fossero discussi.
-
-— Bene — riprese Masino — allora bisogna mandare avanti gli uomini con
-le fascine.
-
-— Quanti fossi ci sono prima di arrivare alla casa dei Fiori?
-
-— Alla casa dei Fiori?... Nessuno!
-
-— Sei sicuro?
-
-— Se ve lo dico!
-
-— E terre lavorate?
-
-— Neppure.
-
-— Allora si può andare avanti tranquilli?
-
-— Sì.
-
-Pulôn dette il comando e la colonna svoltò per la viottola.
-
-Furono alla Casa dei Fiori la quale non distava se non trecento metri
-dalla strada comunale. I Fiori erano coloni noti in tutti i dintorni
-per la loro fede socialista. La prima mossa di Pulôn non poteva destar
-sospetti nella parte _gialla_.
-
-Una macchina _rossa_ entrava in un'aia _rossa_; senonchè il piano del
-_generale_ era ben diverso.
-
-Egli fece sostare la trebbiatrice sull'aia e, come seppe dagli
-informatori che i _gialli_ non erano all'agguato nei dintorni, mandò
-innanzi il carro con le fascine ed i pontieri.
-
-— Preparate la strada attraverso ai campi. Fra tre ore, la macchina
-deve essere nell'aia dei Battisti.
-
-C'eran da traversare tre campi arati. I braccianti andarono innanzi coi
-badili e le vanghe.
-
-Aprirono la strada alla _Bandiera Rossa_!
-
-E un giorno se ne parlerà, un giorno lontano, quando fiorirà ancora
-l'ulivo per una pace più o meno transitoria e si udiranno cantare i
-terrazzani, come una volta, essendo ritornata l'anima a Dio; perchè
-dovrà ritornarvi, nonostante gli _Assoluti Economici_ e le varie
-idiozie correnti che hanno fatto del popolo una pazza bestia senza
-costume, urlante per gli sterquilinii della sua infinita miseria.
-
-Attraverso i campi arati, come per una vergine terra, la taciturna
-masnada apriva il cammino alla _Bandiera Rossa_:
-
- _Larga la strada e rossa la bandiera:_
- _La tomba la sarà per i padroni!..._
- _Ci passerà la forca e la manêra_[3]
- _Quando faremo la Rivoluzione..._
-
-La canzone vermiglia era nei cuori se non sulle bocche dell'accolta
-ostile. Il grido augurale, il programma minimo di ogni buon lavoratore,
-saturo dell'Assoluto Economico.
-
-Ammazzare!...
-
-Una qualsiasi idea di giustizia e di bontà, travagliata nei secoli,
-arriva al popolo come un mostricciattolo ambiguo senz'occhi e senza
-cervello.
-
-Come sulle porte dei macellai di campagna, la storia ha i suoi giorni
-segnati ed espone il cartello per le turbe in continuo affanno:
-
- «OGGI SI AMMAZZA!».
-
-Vi sarà carne per la fame e per lo scialo di molti, ma qualcuno rimarrà
-senza, per conservare la rossa sementa della nuova tappa più o meno
-lontana. Il progresso è solo delle esigue minoranze minacciate di
-continuo dalla barbarie che non si può snidare dalle moltitudini.
-
-In meno di un'ora i braccianti aprirono la strada fra i campi. Allora
-si fecero innanzi i pontieri seguiti dal carro carico di fascine. Si
-dovevano colmare due grandi fossi per far passare le trebbiatrici.
-Anche questa volta l'opera fu come una febbre.
-
-Poi venti uomini armati si spinsero fino all'aia dei Battisti. Si
-udiva, di lontano, il fragore e il rombo della trebbiatrice messa
-in moto. Pulôn, per ingannare i _gialli_, fingeva di trebbiare
-tranquillamente il suo grano _rosso_ con la sua macchina _rossa_.
-
-L'aia dei Battisti era deserta. Intorno intorno, dietro le siepi, per
-le callaie, lungo i fossi non era anima viva. Evidentemente i _gialli_
-avevan dimenticato i Battisti. Il colpo si presentava di sicura
-riuscita. I venti esploratori ritornarono di gran corsa. Trovaron Pulôn
-che li attendeva a mezza strada.
-
-— Va bene? — domandò Pulôn.
-
-— È la volta nostra!... Bisogna far presto!... — rispose Calisto che
-era un bracciante analfabeta e anarcoide.
-
-— Non c'è nessuno a guardia dell'aia?
-
-— Nessuno.
-
-Allora Pulôn chinò la faccia e, annodate le mani dietro le reni,
-ritornò sui suoi passi lentamente. Che avrebbe deciso? I compagni non
-osavano interrogarlo. Sulla sua faccia ossuta e fosca non si poteva
-leggere nè il bene nè il male. Ciò che passava dietro la sua piccola
-fronte rugosa, mezzo nascosta dagli incolti capelli, era un mistero
-per tutti. Pulôn non aveva amici e non conosceva abbandoni; non dava e
-non chiedeva niente; i suoi simili gli erano tutti egualmente lontani e
-indifferenti. Non aveva che da soddisfare, con cieca brutalità, un odio
-atavico. Se il destino gli avesse dato il potere, avrebbe rizzata una
-forca ad ogni bivio; un patibolo in ogni piazza. E dal patibolo avrebbe
-amministrata la sua fiera giustizia livellatrice. Niente, come una lama
-o una corda, può far scomparire le differenze fra gli uomini. Pulôn
-saliva dalla moltitudine; il cuore indurito dai secoli. Le sofferenze
-millenarie delle plebi avevano il nome e la faccia di lui. Il popolo
-doveva rifarsi. Troppo si era ammazzato nel nome della civiltà; ora la
-rossa fiumana avrebbe avuto un nome diverso.
-
-Camminò fra il silenzio della sua gente. Ad un tratto chiamò:
-
-— Pi-ross?
-
-Si fece innanzi un giovane.
-
-— Va'... corri... dì che attacchino sei paia di buoi alla macchina e
-che vengano avanti di forza. Fa presto.
-
-— Li aspettate qui?
-
-— Sì. Fa presto!
-
-Pi-ross partì come una palla da schioppo. L'ordine fu dato. Si trassero
-i buoi giganteschi dalle stalle, furono aggiogati, unendo poi l'un
-paio all'altro per mezzo delle zerle, e come la lunga fila si spiegò
-sull'aia, gli uomini, coi pungetti ne provocarono la forza. Uno
-strattone, il pesante ordegno fu spostato; i buoi si avviaron quasi di
-corsa. La trebbiatrice ondulava sussultando per le ineguaglianze della
-viottola erbosa.
-
-Sulla piattaforma, in alto, erano in piedi le donne e le ragazze
-addette a sciogliere i covoni. Un trepestìo sordo, un affanno continuo
-nei punti più difficili, quando la forza dei bovi pareva non reggesse
-all'impresa. Allora un nugolo di uomini, con leve, paletti e vanghe si
-affollava intorno alla macchina testarda e chi, puntata una spalla a
-una traversa della trebbiatrice, si inarcava nell'impeto di uno sforzo
-erculeo, chi spianava il terreno, chi accorreva con assi e fascine a
-farne letto alle ruote, chi punzecchiava i bovi; e grappoli umani, in
-un aggroviglio magnifico di membra, disposte quasi circolarmente nello
-sforzo combinato, spingevan pei raggi le ruote, ad unir forza a forza
-nella disperata energia di una volontà invincibile.
-
-Così anche i mali passi eran superati. Sul molle terreno si imprimevano
-fondi i solchi delle ruote.
-
-La chiara notte estiva era senza voce. Ad un tratto, sulla non remota
-collina, apparve un fuoco. Forse una bica che ardeva o un fuoco di
-gioia per una sagra?
-
-Le donne e le ragazze, sull'alto della trebbiatrice, si volsero a
-guardare.
-
-Una gran fiamma lontana, nel cuor della notte, ha sempre un singolar
-fascino e chiama l'anima delle genti disperse per le solitudini
-agresti, come le torme degli uccelli migratori.
-
-A mezza strada incontrarono Pulôn. I pontieri avevan compìto l'opera:
-attraverso al gran rio, pienato di fascine, si apriva una strada di
-travi e di solide assi di quercia.
-
-Pulôn esaminò l'opera e fu contento. Gridò:
-
-— Avanti!
-
-La fiumana si rimise in moto.
-
-Già apparivano, dietro gli olmi, i pagliai dell'aia dei Battisti.
-La mèta era prossima. Gli scamiciati sentivan l'ardore dell'urlo e
-dovevan tapparsi la bocca. Non si poteva. Il _Generale_ aveva imposta
-la fatica; aveva comandato il silenzio. Da filare a filare, per tre
-campi e più si distendeva l'esercito degli assalitori; il formicolìo
-degli uomini, dei buoi, dei carri e dei carretti. Pulôn guardò quel
-suo popolo in marcia: l'avvenire veniva innanzi così, per l'assalto.
-Oh! poter condurre quella gente a un improvviso assalto della Città
-del Capricorno!... Tutti i _gialli_, cianciatori di Repubblica, avevano
-pensato mai di impadronirsi del potere?... E non era difficile! Bastava
-tagliar i fili del telegrafo e del telefono; assediar la stazione,
-devastare i binari, far saltare i ponti. I guardiani della borghesia
-erano scarsi e non sarebbero usciti dalle caserme. Pochi uomini di
-buona volontà e bene organizzati potevano condur la sorpresa. Pulôn
-sentiva che il domani era in suo potere.
-
-Camminava così, sempre solo, le mani annodate dietro le reni, a fianco
-della trebbiatrice, quando si fermò ad attendere un uomo che correva a
-lui.
-
-— Che c'è di nuovo?
-
-— Hanno acceso un razzo, laggiù... dietro la strada maestra, verso i
-campi dei Tugnòla.
-
-— Ma i Tugnòla son dei nostri.
-
-— Può darsi ci chiamino in aiuto.
-
-— Vai a vedere.
-
-— Di qui ci saranno quattro chilometri.
-
-— E tu corri!
-
-— Va bene.
-
-L'uomo ripartì come era giunto.
-
-Pulôn ebbe un attimo di esitazione; poi chiamò gli anziani ed ordinò
-che la colonna fosse spinta innanzi con maggiore rapidità.
-
-Gli uomini si assiepavano intorno alla trebbiatrice che era il sacro
-palladio, il conteso carroccio.
-
-In tutti era la ferma convinzione di «_farla ai gialli_».
-
-Avanti! Avanti!... I dodici buoi puntavano affannando sotto la sferza
-dei bifolchi; la trebbiatrice traballava da buca a buca minacciando
-capovolgersi; ma eran cinquantine e centinaia che la sorvegliavano;
-era la turba d'assalto che le si raccoglieva intorno decisa piuttosto a
-farsi schiacciare anzichè vederla riversa e inutilizzata fra i campi.
-
-— Su, ragazzi, per la bandiera rossa!...
-
-Ecco l'ebbra visione, ecco l'ipnotizzante balenìo nel vento della
-battaglia!
-
-Si torcevan nello sforzo inaudito; l'ultimo tratto di strada era
-impervio. Ma, anche nella fonda notte, risplendeva sulla moltitudine,
-la vermiglia visione della bandiera rivoluzionaria; sventolava sotto le
-stelle, si spiegava sulla sacra terra da conquistare.
-
-Tutto era conquista terrena, nella legge democratica.
-
-«_Tu non avrai, innanzi a te, altro Ventre che non sia il tuo Ventre_».
-
-«_Il tuo Dio sarà nel tuo pane e nel tuo companatico e tu vivrai
-contento del tuo sterquilinio, nè cercherai, altrove, altre cose che
-non ci sono_».
-
-«_I padroni ti avevano insegnata la falsa strada di Dio. La Scienza li
-ha smascherati. Da oggi tu sai che non vi è altro Iddio innanzi a te,
-all'infuori del tuo Ventre_».
-
-Codesta ebbra predicazione arrivava alle moltitudini attraverso
-all'Assoluto Economico.
-
-Molti asini ragliavano insieme. Molte bestie addottorate danzavano i
-tresconi con la sgonnellante Scienza; e si facevano innanzi a scrutar
-l'abisso col lanternino del positivismo, del monismo, del materialismo.
-
-Conveniva sgombrare il cielo dal fantasma di Dio e negare il Mistero.
-
-Era piovuta, fra le illuminate pecore, la Causa delle Cause. L'Enigma
-era risolto. Caduto Iddio non restava che il Ventre; e l'uomo si
-avviava ad essere un più o meno ingegnoso scarabeo stercorario, nel
-risolto problema dell'Universo.
-
-
-Ora la turba era giunta a un cinquanta metri dall'aia dei Battisti,
-e Pulôn aveva spedito innanzi venti uomini chè abbattessero le siepi
-verso i campi. Non voleva passare dalla strada.
-
-Per quanto il silenzio fosse stato rispettato, data la moltitudine e
-l'opera compiuta, qualche rumore poteva esser giunto alla casa in mezzo
-all'aia; ma pareva che i Battisti dormissero il sonno della morte. Non
-un lume, non un sussurro. Ciò non era naturale. O conveniva pensare
-che i Battisti, accortisi della masnada che sopravveniva, avessero
-tale e tanta paura da non rifiatare, nascosti nelle loro buie stanze;
-o bisognava concludere che la casa fosse deserta. Ma era possibile
-che dei contadini abbandonassero così i loro beni senza neppure un
-tentativo di difesa? Perchè i Battisti non eran nè _rossi_ nè _gialli_,
-ma semplicemente clericali. Rappresentavano un anacronismo nella
-terra rivoluzionaria. Formavano una numerosa famiglia, ligia ancora
-al prete e all'altare. Per questo eran segnati a dito e vituperati
-quotidianamente nella classica terra della libertà.
-
-Ora Pulôn sapeva che i Battisti si erano accordati con l'Agraria e
-che avrebbero trebbiato il grano con una macchina _gialla_. E ciò non
-doveva essere. Dall'aia dei Battisti, e cioè _dall'aia nera_, doveva
-partire la prima affermazione di principio e il primo trionfo dei
-_rossi_.
-
-Abbattuta la siepe si trattava di far superare al Santo Carroccio della
-Democrazia gli ultimi cinquanta metri di sconvolta strada.
-
-Pulôn tolse il divieto del silenzio.
-
-— _So', rugiè burdèll, c'ai sén!_ (Su, gridate ragazzi, chè ci siamo!).
-
-Allora l'urlo contenuto per tanto tempo scoppiò dilagando, si elevò
-altissimo. Donne, ragazzi, uomini si unirono nello stesso impeto. Parve
-il mugghio del mare. Migrò lontano; si perse nella più remota distanza
-della notte.
-
-I Battisti avrebbero udito!
-
-Ma la casa rimase buia; nessuno si affacciò alle finestre.
-
-Ed eccoli a venti metri dall'aia nera, eccoli sulla soglia.
-
-Ogni cuore cantava la diana del Partito.
-
-Da cento voci si elevò il coro:
-
- _Larga la strada e rossa la bandiera;_
- _La tomba la sarà per i padroni..._
-
-Ma di un subito ogni impeto cadde e ogni tumulto. La gioia rossa fu
-troncata da una, da venti detonazioni.
-
-I Battisti non dormivano. I _gialli_ non avevano dimenticata l'_aia
-nera_!
-
-Una ragazza, sull'alto del Santo Carroccio, fu colpita e cadde riversa
-con un urlo straziante. Il miaolìo delle palle da schioppo fece sudar
-freddo a più d'uno che si era ubbriacato di vittoria. Seguì un momento
-di esitazione. Di fronte alla sorpresa, le volontà ondeggiavano
-e la salda compagine stava per disgregarsi; già molti cercavan di
-svignarsela, e qualche fosso incominciava a riempirsi di fuggiaschi.
-Ora, sorpreso sul punto di una strepitosa vittoria, Pulôn pensava ai
-casi suoi. Però, non ebbe tempo di pensar troppo perchè si accorse che,
-se indugiava ancora, tutto sarebbe stato travolto e perduto. Allora,
-raccolti gli uomini, fece allontanare donne e ragazzi.
-
-E ricominciò la solfa delle schioppettate.
-
-Ma, dall'altra parte, c'era l'indemoniato genio del Cavalier Mostardo!
-Egli aveva visto e previsto.
-
-— Ah, vuoi farmela?... Bene! Arrivi al momento giusto!
-
-Il Cavalier Mostardo ritornava dall'aver partecipato a una seduta
-al Circolo Mazzini e non era di buon umore. Si era parlato del caso
-Borgnini e i signori della Cattedra avrebbero preteso di tenere a
-mezz'aria Bucalosso.
-
-Nè fuori dal Partito, nè dentro al Partito. A questo si era opposto
-con ogni sua energia il Cavalier Mostardo e tanto aveva detto e tanto
-perorata la sua causa, che le cose erano rimaste al punto iniziale e
-nessun giudizio era stato dato e nessuna decisione presa.
-
-Ma quel voler giudicare gli uomini di azione in base ai così detti
-_principii etici_ (che cosa fossero poi questi _principii etici_, egli
-non sapeva davvero!), lo indispettiva oltre il verosimile. Il fatto sta
-che era partito verso le dieci di notte, dalla Città del Capricorno,
-con un diavolo per capello e, se non si fosse trattato della sua
-riputazione, avrebbe mandato al diavolo tutto quanto.
-
-Ma i suoi informatori lo avevano avvertito di fatti gravi e non poteva
-piantare in asso la cosa quando più si rabbuiava. E siccome sapeva che
-si sarebbe trovato di fronte a qualche centinaio di individui aveva
-mobilitato l'intiero esercito _giallo_. Egli stesso doveva dirigere
-l'azione. Si sarebbe valso di quel po' di scienza militare che aveva
-imparato guerreggiando dall'America del Sud alla Grecia, per una
-libertà che era stata sempre più grande nel cuore di lui che non nei
-fatti.
-
-Pertanto aveva dato ordine che una macchina _gialla_ fosse spedita
-innanzi sotto buona scorta; ma nessuno doveva attaccare i _rossi_ fin
-ch'egli non fosse stato presente.
-
-Impartiti gli ordini, stava per licenziare Rigaglia, quando questi
-disse:
-
-— Vengo anch'io.
-
-Il Cavaliere balzò sulla seggiola:
-
-— Tu?
-
-Era possibile che quella specie di _fornicario_ dimostrasse a un tratto
-tanto coraggio?
-
-— Tu vuoi venire?... Ma non sai che c'è da lasciarci la pelle?
-
-— Lo so.
-
-— Che cosa succede questa sera, Rigaglia?
-
-— Bella roba!... Come se non fossi stato alla guerra almeno dieci volte
-con voi!
-
-— Già, ma allora eri un altro! E ci venivi perchè non potevi farne a
-meno.
-
-— Lo dite voi! Lo so io che cosa mi è costata l'Albania!
-
-— Dovresti ringraziare il tuo Dio che ti ha salvato dall'orribile
-avvenimento del matrimonio! Be', poche chiacchiere! Se vuoi venire io
-parto subito.
-
-— Sono pronto.
-
-— Hai attaccato il cavallo?
-
-— Sì.
-
-— Allora andiamo.
-
-Ed eran partiti insieme.
-
-
-Ora il Cavalier Mostardo ispezionava il suo fronte. Vista riuscita
-la prima sorpresa, pensò di non por tempo in mezzo e di approfittare
-dell'improvviso disordine che scompigliava le fila di Pulôn.
-
-Bisognava piombare sulla macchina rossa e fare avanzare la macchina
-_gialla_ fin sull'_aia nera_.
-
-Divise le sue forze in due gruppi. Formò coi più giovani un primo
-gruppo di assalto e al secondo gruppo, degli anziani, dette ordine di
-far avanzare la trebbiatrice verso l'aia e di farvela entrare a tutti i
-costi. Postosi poi a capo dei giovani e urlando:
-
-— _Ripobblica!_
-
-Si scagliò all'assalto dei _rossi_.
-
-
-Non occorre raccontare quanto accadde in seguito. Non insistendo i
-_rossi_ nel loro proposito, vennero a un patto coi _gialli_ i quali
-permisero loro di trascinare la loro macchina altrove. Fu segnata una
-momentanea tregua. La Repubblica era generosa e Pulôn se ne andava
-con una solenne scornatura. Ma non si era che agli inizi e la lotta si
-spostava di aia in aia, di parrocchia in parrocchia, sempre più accesa.
-
-I Battisti erano comparsi tutti quanti: uomini, donne e fanciulli.
-
-Pierone, il capoccio, tentò di baciar la mano al Cavalier Mostardo che
-non si volle prestare al nefando segno della servitù antica.
-
-— Voi, Pierone, siete un galantuomo, ma avete il torto di rimanere
-attaccato alla _porcinaglia_! Siete una vittima di Ticchi Marmissi e
-del perfido clero. Vi pare che nel nostro secolo, dopo l'ottantanove e
-con gli imbrogli universali che si preparano per domani, un uomo deva
-ancora baciar la mano a un suo simile? Toglietevi quel giogo, Pirôn, e
-venite con noi, nel nome dei proclamati diritti dell'uomo e nel segno
-della santa libertà!
-
-Pierone rise e chiamò le sue donne che dessero bere a Mostardo. Si fece
-innanzi una ragazzona giovereccia che recava un enorme boccale verde
-e un bicchiere stillante. Il Cavaliere si dissetò poi volse gli occhi
-intorno a cercare Rigaglia.
-
-— Dov'è Rigaglia?
-
-— È in casa — fece Pierone.
-
-— E che fa?... Si sente male?... È ferito?
-
-— No, parla a mio fratello.
-
-— Ma che vuole?
-
-— Sbrigano un affare. Rigaglia deve avere dei danari da noi e adesso si
-accomoderà la cosa col grano.
-
-— Ecco, perchè è venuto, quel _versipelle_! — gridò Mostardo — E chi lo
-muoveva dal suo buco se non cantavano i palanconi?... Dì che mi venga
-intorno un'altra volta!... Diglielo, sì, che ritroverà quello che va
-cercando!...
-
-Poi dette ordine gli portassero il cavallo. Quando arrivò e quando
-fu seduto sul barroccino, ecco sbucar di gran corsa, dalla casa dei
-Battisti, il modesto Rigaglia.
-
-— Padrone?... Padrone?...
-
-Il Cavalier Mostardo trattenne Carlotta. Si volse a sbirciare Rigaglia
-e gli domandò bruscamente:
-
-— Cosa vuoi?
-
-— Vengo anch'io.
-
-— Dove?
-
-— A casa.
-
-— E chi va a casa?
-
-— Dove andate allora?
-
-— All'inferno! Vuoi venirci?
-
-— Cosa vuol dir questo?
-
-— Vuol dire che se mi prendi un'altra volta dal lato politico,
-per combinare i tuoi affari, ti capita tale lezione che te la devi
-ricordare per un pezzo!
-
-— Ma che cosa ho fatto?
-
-— Ne parleremo domani!
-
-E frustò la cavalla, la quale si allontanò di un balzo galoppando via
-per la strada polverosa.
-
-
-Erano le due dopo mezzanotte e Carlotta, chissà perchè, aveva
-abbandonata la strada maestra e si allontanava trotterellando per certe
-straduccie comunali che pareva conducessero a ritrovi pieni di discreto
-silenzio, sotto le stelle.
-
-Non si sentiva più niente, ma solo i grilli, i grilli e i grilli.
-
-Nelle notti estive, questi cantori dei campi conducon via la mente a
-certe fantasticherie che sciolgono il cinto di Venere a coglierne le
-grazie, il riso, i vezzi, le lusinghe, i piaceri. Un uomo si sente
-preso da una calma improvvisa, poi un desiderio gli si insinua nel
-cuore, un desiderio primevo che lo riconduce a ciò che fu fin dal primo
-principio. E nasce la donna, come nacque nella notte di Adamo: osso
-delle sue ossa, carne della sua carne.
-
-«_Or amendue, Adamo, e la sua moglie, erano ignudi, e non se ne
-vergognavano_».
-
-Anche il Cavalier Mostardo sentiva che non se ne sarebbe vergognato
-perchè ritornava ai tempi del Paradiso Terrestre.
-
-In verità di Paradisi Terrestri se ne possono trovare molto spesso, a
-sapersi contentare; e il serpente è una persona cordiale.
-
-Ora se un uomo rifà il gesto di Adamo e si pensa ignudo con una donna
-ignuda, in un paradiso di purificazione pieno di poma succose; se
-disdegna le foglie sul chiaro orizzonte del mondo, e si incammina per
-le tepide strade che conducono al frutto nascosto; se questo immagina,
-nel cuore di una notte estiva, sonnoleggiando i grilli la loro
-nenia distesa, è certo che, prima o poi, ritornato nella contingente
-disgrazia de' suoi giorni correnti, deve pensare a una mèta, deve
-vedere una soglia.
-
-Incontro a lui, senza tormento di operazioni costali, deve balzare una
-donna che è poi sempre la prima, e nello stesso paradiso.
-
-Il Cavalier Mostardo saliva in ardore così, piano piano, mentre
-la buona Carlotta lo conduceva via (chissà poi perchè?...) per le
-stradicciuole più remote, più amorose, più lontane dalla tormentata
-bufera.
-
-E immaginando e immaginando finì per sentirsi acceso e innamorato.
-
-— Bene, bene, bene!... Ho fatto anche troppo!... Adesso voglio riposare
-anch'io.
-
-E frustò Carlotta la quale incominciava ad andar troppo adagio.
-
-Ma se il desiderio pungeva il Cavaliere non arrivava più alle soglie
-del cuore della sua buscalfana la quale, sopraggiunta all'età della
-moderazione, nulla sognava ormai che non fosse placido e riposato.
-
-— Le due e mezza!...
-
-Si udiva il chiù da una selvetta. Contava gli anni di qualche romantico
-cuore.
-
-— Forse è tardi!... Dormirà?
-
-Parlava al suo turbamento.
-
-— Mi ha scritto: A qualsiasi ora!... Ma... la discrezione?
-
-E il chiù dàgli col suo verso monotono, sempre più lontano, sempre più
-sospirato.
-
-Senza nessun pensamento incominciò a contare i sospiri del chiù:
-
-— Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette... otto...
-nove...
-
-Un gattaccio nero attraversò la strada. Carlotta, che se lo trovò fra
-le zampe, ebbe uno scarto improvviso e, quasi quasi, ruzzolava nel
-fosso col barroccino e tutto.
-
-Mostardo riprese le redini:
-
-— _C'sa fètt, Carlota?_... (Cosa fai, Carlotta?...).
-
-Ma non badò al gatto nero. Non era superstizioso.
-
-Poco più innanzi si trovò ad un bivio. Bisognava decidere. Fermò la
-cavalla.
-
-— Ci vado?
-
-Il chiù continuava a cantare.
-
-— _Azzidenti a j'usèll!_... (Accidenti agli uccelli!...). Non ci
-vado?...
-
-Quando gli si sarebbe ripresentata una simile occasione?
-
-Forse mai più. La campagna, il silenzio, il colmo della notte...
-nessuno poteva vederlo e quei guastamestieri degli amici suoi non lo
-avrebbero importunato coi sottintesi, le baie e vai discorrendo.
-
-Però l'ora non gli sembrava opportuna. Sì, si trattava di amore e
-l'amore fa a meno di tante convenienze, però... Fosse stata una donna
-del suo paese, almeno! Con una donna del suo paese avrebbe potuto agire
-con maggior disinvoltura.
-
-— Insomma, ci vado o non ci vado?
-
-La Carlotta si addormentava, le froge sulla polvere.
-
-Allora arrivò ad un divisamento supremo: avrebbe lasciata la decisione
-alla sorte. Il chiù cantava ancora; avrebbe incominciato a contare; se,
-dopo tredici singhiozzi, l'uccello notturno la smetteva, sarebbe andato
-al convegno d'amore; se continuava, non ne avrebbe fatto niente.
-
-Incominciò, ma, a vero dire, non era troppo tranquillo:
-
-— ... sette... otto... nove... dieci...
-
-Si volse verso gli alberoni dai quali proveniva la notturna malinconia:
-
-— ... undici...
-
-Per Bios!
-
-— ... dodici...
-
-Non finiva più, quel versipelle?
-
-— ... tredici!...
-
-Riprese le redini; stava per avviarsi; la sorte gli era stata
-favorevole; ma in quel che si chinava per raccogliere la frusta,
-l'assiolo ricominciò la sua solfa:
-
-— ... quattordici... quindici... sedici...
-
-Ciò riempì di dispetto il Cavaliere. Dunque qualcuno poteva opporsi
-alla sua felicità? Ed egli doveva sottostare al capriccio di un
-_canta-di-notte_ qualunque? Doveva lasciarsi guidare da un uccellaccio?
-Ma neppure per sogno!
-
-— Su, Carlotta!...
-
-La buscalfana levò il muso e incespicò nell'avviarsi.
-
-— Andiamo, dunque!... Valà, Carlotta!...
-
-Carlotta aveva un sonaglio fermato al sellino. Questo sonaglio
-incominciò il suo ritmico dondolìo.
-
-_Dilìn-dlin_... _dilìn-dlin_... _dilìn-dlin_...
-
-E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.
-
-— Quanti chilometri ci saranno ancora?... Tre chilometri!... Su,
-Carlotta, da brava!...
-
-Un cane da pastore, balzato fuori da un'aia, si precipitò addosso
-all'equipaggio, la bocca spalancata.
-
-Questo cane aveva gli occhi rossi. Mostardo vide due punti fosforici
-nel buio. Prese tranquillamente la pistola dalla tasca della cacciatora
-e sparò addosso alla belva domestica, tre, quattro volte. Si udì un
-guaito acutissimo e il can da pastore ruzzolò in un fosso.
-
-_Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin..._
-
-E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.
-
-— Carlotta, ci siamo...
-
-Ecco che si apriva discretamente una porta senza far rumore.
-
-— Oh!... siete voi.
-
-— Sono io!
-
-— Perchè tanto tardi?... Entrate.
-
-— Mignon siamo in battaglia.
-
-— Lo so, caro amico...
-
-La porta si richiudeva piano piano, dolce dolce.
-
-Come vestiva di poco quell'assassina! E quanto ben fatta! Il collo
-nudo... le braccia nude... la gola nuda... il resto, quasi quasi...
-
-— Per Bios, cara Mignon, io, questa sera ho un certo convulso attorno!
-
-— Cosa avete!...
-
-— Non vi vorrei guardare, ecco!
-
-— E perchè?...
-
-Si mordeva una mano.
-
-— E mi domandate perchè, boccone di paradiso?...
-
-Mignon rideva... egli le passava un braccio sopra la vestaglia che
-c'era per modo di dire. E sentiva certi rilievi... e certe affossature!
-Poi gli sopravveniva un grandissimo caldo.
-
-— Questa notte si scoppia!
-
-— Anzi si sta bene.
-
-— Sì... si sta molto bene... moltissimo bene... benissimo!...
-
-E si volgeva a guardarla, e la faccia di lei non si discostava e
-scoppiava il primo bacio come una girandola rossa. Il sapore di
-glicerina non c'era più.
-
-— Per Bios, Mignon!... Ho il cuore che mi balla i tresconi!...
-
-— State attento al lume!
-
-— Datelo a me.
-
-E prendeva il lume; poi non ne poteva proprio più e prendeva anche lei,
-sull'altro braccio, come una bambina. E via di corsa, su per le scale.
-
-Una stanza... due stanze... quattro stanze...
-
-— Ci siamo... ci siamo, Gianni!...
-
-Rideva soffocando il suo riso contro il collo di lui. E i suoi capelli
-scompigliati gli facevano il solletico.
-
-— Quanto sei bella!
-
-C'era un gran trono dorato per starvi distesi a dormire: il trono delle
-cose discrete ed estreme.
-
-— Eccoti, regina!
-
-Ma ormai non si lasciavano più, non potevano più separarsi.
-
-Il lume si spegneva, ma della luce ce n'era anche troppa.
-
-— Amore mio!...
-
-Era lei che lo diceva, morendo:
-
-— Amore... amore mio!...
-
-Lui non diceva più niente; navigava in un delirio.
-
-E tutto era come doveva essere, senza una cosa in più, senza una cosa
-in meno. Il gran tremito delle creature che si uniscono con perfetta
-stima.
-
-Dopo tre o quattro ore egli sospirava:
-
-— Mignon...
-
-Ella sospirava:
-
-— Gianni...
-
-Ed erano come la vitalba e il biancospino... stretti stretti.
-
-Poi...
-
-_Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin..._
-
-— Su, Carlotta!... Da brava!...
-
-E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.
-
-
-Quando arrivò al Conventino erano le tre dopo mezzanotte. Il Cavalier
-Mostardo guardò l'orologio e discese dal barroccino brontolando. Legò
-Carlotta ad un albero, vicino all'ingresso della villa e si avviò a
-piedi lungo il viale principesco.
-
-Voleva fare il minor rumore possibile. Non si sapeva mai!
-
-La villa si vedeva appena, in fondo in fondo, nascosta da una gran
-macchia di alberi. Cercò di ammorzare il passo sulle ghiaie. Come fu
-giunto a un ampio piazzale, ristette. Gli sembrò di veder scivolare
-un'ombra per una bianca scalinata di marmo.
-
-Aguzzò gli occhi ma non vide cosa che si movesse. Allora si accostò
-piano piano. Il cuore gli batteva forte. Da quale parte sarebbe
-entrato, se doveva entrare? Non certo da quella scala monumentale che
-gli dava soggezione. Era la prima volta che si accostava al Conventino,
-alla famosa villa dei marchesi Alerami, e tutto quel fasto, quella
-solennità, quell'imperio di cose disposte come a comandare, non
-gli suggerivano una grande disinvoltura. Era colto dalla timidezza
-antica, dalla timidezza de' suoi quindici anni erratici. Tutto
-quanto il Cavalier Mostardo, con il suo orgoglio di uomo nuovo e di
-avvenire, non era più niente. Provava soggezione. Erano le cose che lo
-soggiogavano. I marchesi Alerami non gli avrebbero fatto nè caldo nè
-freddo; il Conventino lo raumiliava sotto una fiumana di ricordi e di
-miseria antica. Alzò gli occhi alle finestre cercando attraverso alle
-imposte, almeno uno spiraglio di luce. Tutto era buio, severamente
-buio. Possibile che la sua Mignon dormisse là dentro, in quella casa
-di maghi?... Come poteva entrar l'amore fra tanta severità arcigna?...
-L'amore che vien via ridendo e butta all'aria il mondo intiero?...
-Poteva farsi annunziare la dolce creatura di follìa? E passare innanzi
-al muso dei servi stereotipati? E fermarsi nella sala di aspetto?...
-
-Ma non c'era neppure una finestra illuminata e la villa era grande come
-un paese.
-
-— Vai pure a pescarla, in questo monumento!... Dove dormirà?...
-
-Pensosamente, pianissimamente girò intorno alla villa. E scrutò
-finestra per finestra.
-
-— Forse tu dormi e non ti vuoi destare!
-
-E, se l'avesse chiamata?
-
-— Mignon?... Piccola Mignon?... Mignonettina?...
-
-Sì!... Ma se poi c'era qualcun'altro in quel mausoleo?
-
-Se qualcun'altro sentiva e lei no?... Un servitore, per esempio?...
-
-— Accidenti ai servitori! Sempre fra i piedi! Non servono ad altro che
-a trovarsi proprio là dove non si dovrebbero trovare mai!
-
-Voltò un altro angolo. Il cuore gli dette un balzo. C'era, al secondo
-piano, una finestra illuminata. Forse Mignon vegliava ancora.
-
-— Cara!...
-
-Ma come avvertirla?
-
-Arrampicarsi fin lassù non era possibile; chiamarla non voleva... e
-allora?
-
-Ricorse al mezzo più semplice e più antico. Si chinò a raccogliere dei
-piccoli ciottoli poi, presa bene la mira, incominciò a lanciarli ad uno
-ad uno contro le imposte. Rimbalzavano sul legno; ricadevano. Parevano
-nocche che bussassero discretamente alla finestra.
-
-Attese... vide il lume spostarsi... poi la finestra si aprì e un'ombra
-apparve al davanzale.
-
-— Siete voi, Mostardo?
-
-— Sono io.
-
-— Aspettate.
-
-Come star fermo ad aspettare?
-
-— Mio Dio, ho il cuore che si gonfia!...
-
-Gli si gonfiava il cuore, sotto lo spasimo.
-
-Incominciò a camminare avanti e indietro, avanti e indietro in uno
-spazio di cinque metri. Poi contò i passi:
-
-— ... sei... sette... otto... nove... dieci...
-
-Gli mancava il respiro; aveva, per tutte le membra, certi stiramenti,
-certe ansie! Ogni tanto si soffermava a sbirciare una piccola porta.
-
-— Forse verrà per di là! Ma perchè non arriva?... Vorrà vestirsi. Ce
-n'era proprio bisogno?
-
-Ah, amore, amore!
-
-Udì stridere una serratura (gli pareva di venir meno!); intravvide uno
-spiraglio di luce; la porta si aprì.
-
-— Mostardo?
-
-— Eccomi!
-
-Di un balzo le fu vicino. Ella lo fece entrare. Era seria seria e
-vestiva correttissimamente.
-
-Be', che scherzi erano quelli?
-
-Gli fece strada; svoltò a destra senza salir le scale.
-
-Balbettò:
-
-— Vi domando scusa di essere arrivato tanto tardi!
-
-— Vi aspettavo perchè devo parlarvi di una cosa molto grave.
-
-— ... molto grave...?
-
-— Sì.
-
-— E che cos'è successo?
-
-Ninon Fauvétte, fior di Parigi, non rispose a tutta prima; continuò
-a camminare. Come fu giunta in un salotto dalle pareti rosse, posò il
-lume sulla tavola e, rivolta a Mostardo che la guardava allibito, gli
-domandò:
-
-— Non sapete quello che è successo?
-
-— Ma che cosa, in nome di Dio?
-
-— Madama la marchesa è scomparsa!
-
-Il povero Cavaliere fece un salto indietro e si lasciò uscire un:
-Porco Dacco!... che fece tremare i vetri. Poi rimase così con la più
-meravigliosa e meravigliata faccia che mai si fosse veduta. Nè, preso
-nel turbine e trasportato dall'equatore al polo nel cuor di un secondo,
-poteva in un qualsiasi modo riequilibrarsi, perchè tutto gli sarebbe
-stato agevole a pensare toltone l'enormità che gli si avventava contro
-rovinosamente.
-
-Balbettò:
-
-— La marchesa?... Scomparsa?...
-
-— Da un giorno e mezzo, caro cavaliere — riprese Ninon Fauvétte, — e,
-fino ad ora, ogni ricerca è stata vana.
-
-— Vana?
-
-— Precisamente! Tutto è stato tentato senza frutto. Ora non restate che
-voi.
-
-— Io?...
-
-— Sì, voi!
-
-Che imbroglio!... Santa Reparata, che imbroglio!... Ripensò alla
-marchesa Alerama. Una donna sulla cinquantina, magra, rugosa,
-bianchiccia, tremolante... chi poteva averla rapita?
-
-— Scusate... — incominciò Mostardo che cercava riordinar le idee — a
-che ora è scomparsa la marchesa?
-
-— È uscita di casa l'altra mattina.
-
-— E non è ritornata?
-
-— No.
-
-— E dove andava quando è uscita?
-
-— A Bologna.
-
-— A Bologna?... Ma allora i miei uomini non ne hanno colpa. Non potevo
-mica farli correre in treno, io!
-
-— Sì, ma ci è stata segnalata la sua partenza da Bologna la sera stessa.
-
-— E non è arrivata?
-
-— No.
-
-— Be', si sarà addormentata in treno. Questo può capitare anche a una
-marchesa!
-
-— Abbiamo telegrafato a tutte le stazioni inutilmente.
-
-— Ma... scusate... la marchesa non può mica essere conosciuta da tutta
-la popolazione del Regno!
-
-— Sì, ma il conte Prezzi assicura di averla veduta discendere a
-Savignano.
-
-— A Savignano?... E perchè a Savignano e non a casa sua?
-
-— Questo è il mistero!
-
-— Andiamo Mignon!... — Il Cavaliere sorrideva e incominciava ad avere
-il respiro più libero. — Perchè poi lo chiamate mistero?...
-
-— Caro cavaliere, la cosa è più seria di quanto non pensiate!
-
-— Ma io penso, Mignon, io penso che una signora che discende a un'altra
-stazione... un poco più lontano... ecco... avrà avuto un motivo per
-allontanarsi...
-
-— E quale motivo?
-
-— Oh Dio!... Una penombra...
-
-— Non capisco.
-
-— Ma sì... una distrazione! Siamo d'estate... A Savignano ci sono tante
-ville!... La marchesa guardava dal finestrino... Il controllore non le
-ha chiesto il biglietto... e, uno dimentica dove deve discendere. Un
-poco più in là può far più fresco!
-
-— Mi sembra abbiate voglia di scherzare, questa notte! Io non ne ho
-punta!...
-
-Il Cavalier Mostardo a tale risposta piuttosto arcigna si fece molto
-serio. Si levò, aprì le braccia come per dire: — Ebbene e che ci posso
-fare io?.. — Poi cercò il cappello.
-
-— Dove andate?
-
-— A casa. Ho fatto piuttosto tardi. Sono le tre e un quarto.
-
-— E... mi lasciate così?
-
-— Come dovrei lasciarvi?... Ero arrivato come una girandola...
-
-— Non mi date nessuna speranza?
-
-— Ma, cara Mignon, volete che vi dica il mio pensiero?
-
-— Sì.
-
-— Mi pare che, da un fuso, voi vogliate far nascere una rovere!
-
-— Perchè?
-
-— Ma perchè la marchesa, questa sera, discenderà al suo palazzo, fresca
-fresca!
-
-— Magari fosse vero!
-
-— Ma non crederete mica ve l'abbiano rapita?... A quell'età!...
-Andiamo!...
-
-— Eppure... una vendetta politica...
-
-— Ma no!... Cosa volete se ne facciano, i _tamburieri_, di quel
-campione!...
-
-— Un ricatto.
-
-— Impossibile. Avrebbero preso lui e non lei. Una donna strilla troppo.
-Poi, una donna di quella razza!...
-
-— E voi non farete nulla?
-
-— Vedremo. Domanderò...
-
-— E le vostre promesse?...
-
-— Già!... Ma... e le vostre?...
-
-— Mostardo!... In questi frangenti!...
-
-— E io non sono sempre fra i frangenti?... Eppure mi vedete qui che
-pare abbia vent'anni!
-
-Ninon Fauvétte sorrise, il dolce fior di Parigi.
-
-— Siete sempre un poco matto...
-
-— Io sarò un poco matto, ma voi avete una bella ritenutezza!
-
-— Che vuol dire?
-
-— Scusate, Mignon, dopo la vostra lettera?...
-
-— Ebbene?
-
-— Come: ebbene?... Io sono un uomo, mi sembra...
-
-— Chi ne dubita?
-
-— E allora?... Voi siete qui sola... io arrivo, dopo una tempesta,
-arrivo perchè non abbiate paura e voi... voi non mi date neppure il
-mezzo per consolarvi!...
-
-Ninon Fauvétte scoppiò a ridere.
-
-— Andiamo, Gianni, sedete qui...
-
-E gli fece posto sul divano.
-
-— Volete una tazza di the?
-
-— Grazie. A quest'ora non bevo.
-
-Una pausa.
-
-— Mignon?...
-
-— Cosa volete?
-
-— Non avete sonno?
-
-— Piuttosto...
-
-— Anch'io! E... questa notte non volete dormire?
-
-— Io?... Sì!...
-
-— Anch'io!... Mignon?... Fate conto che io sia una povera vecchia
-signora... Sì?... Io sono una povera vecchia signora... Voi avete tanta
-paura del buio, della solitudine!... Arriva la vostra amica e voi dite:
-— Ho un letto tanto mai grande!... Un letto di Napoleone. Possiamo
-benissimo dormirci in due!...
-
-— Scusate... per chi mi prendete?
-
-— Vi prendo solamente per me!... Parola d'onore!...
-
-Ninon Fauvétte gli si abbandonò fra le braccia.
-
-Poi il lume toccò a Mostardo. Salirono due rami di scale. Dopo,
-entrarono nella strada di Adamo ed Eva.
-
-
-Quando cantarono i galli il Cavalier Mostardo fu in piedi. Era
-raggiante. Anche Ninon Fauvétte era raggiante. Questo capita ai buoni
-camminatori, lungo la strada di Adamo ed Eva. L'ultimo bacio non era
-mai l'ultimo. O era lei che lo richiamava; o era lui che ritornava.
-Ninon Fauvétte era bella e le cose ben godute piacciono assai.
-
-— Per Bios, ho davvero vent'anni!...
-
-— Sei un amore!...
-
-Mostardo avrebbe preso il letto di Napoleone, per portarselo via,
-tant'era grande il suo cuore!
-
-— Se io sono un amore, tu sei la bandiera delle meraviglie!... Tu
-sei il campanile e la _rondinina!... Ts'i tânta béla ch'at magnarèbb
-viva!..._ (Sei tanto bella che ti mangerei viva!...).
-
-E aveva certi rinnovati impeti! Ma bisognava partire. Conchiuse:
-
-— Tutto il mondo non è che un _trocaico_! Solo per te si dovrebbe
-morire!...
-
-Ella lo abbracciò stretto stretto poi si fece promettere mille cose
-ch'egli naturalmente promise.
-
-Sulla porta si fermò ancora a guardarla. La luce dell'amore era su quel
-volto vermiglio. Ninon Fauvètte era veramente bella nel suo armonico
-abbandono.
-
-E doveva lasciarla!...
-
-Noi non abbiamo ancora definito il temperamento di un romagnolo
-puro sangue, nè lo definiremo, chè il nostro eroe si incaricherà di
-dimostrarlo per conto suo, coi fatti.
-
-Come adunque fu giunto sulla porta ed ebbe veduto, rivolgendosi,
-quale soavità era costretto a lasciare (e restar non poteva, senza
-compromettere il buon andamento di centomila cose e una!) fu tanto
-e tale il dispetto che, non potendo prendersela proprio con nessuno,
-si lasciò andare tale un violento pugno sulla testa, da traballarne.
-Poi non volle ascoltare la voce e il tenero invito di lei; non volle
-sapere più niente e, infilate le scale, si buttò giù a precipizio,
-chè gli avrebbe fatto piacere se si fosse rotto qualcosa. Ritrovatosi
-all'aperto, si accorse di aver dimenticato il cappello, ma non se ne
-curò. Infilò il viale di corsa. Era indispettito e felice. Però ad un
-tratto, impietrì.
-
-Si guardò intorno, si soffregò gli occhi.
-
-— E la Carlotta?...
-
-Non c'era più! Non c'era più traccia nè di Carlotta, nè di barroccino.
-
-— Per Bios, me l'hanno fatta!...
-
-E ritornare non poteva. E non poteva chiedere ai contadini del
-Conventino se, per caso, non si fossero sbagliati.
-
-Come fare?... Un turbine di dubbii e di sospetti gli annebbiò di un
-subito la mente. Dal Conventino alla Città del Capricorno c'erano quasi
-venti chilometri di strada. Egli non poteva percorrere la distanza a
-piedi e voleva essere a casa prima di giorno.
-
-— Figli di cani!...
-
-Pensò di andare da un contadino, amico suo, che non stava troppo
-lontano. Si sarebbe fatto ricondurre in città. Ma come spiegare le sua
-presenza in quei luoghi, così, senza cappello e senza cavalla?
-
-Be', avrebbe inventato qualche storia.
-
-— Sì, ma il _tamburiere_ che mi ha rubata la Carlotta, può ringraziare
-il suo Signore se arriva alla fine dell'anno!
-
-E, questa volta, il Cavalier Mostardo non diceva per ischerzo.
-
-Allorchè Rigaglia corse ad aprire la porta e si trovò di fronte il
-Cavalier Mostardo, così senza cavalla e biroccino, tanto fu lo stupore
-che lo vinse che ne rimase intontito; poi, quando volle aprire bocca,
-se la trovò tappata. Mostardo aveva previsto le domande del suo fido
-nemico e siccome aveva deciso di non dir niente, era ricorso alle
-misure estreme.
-
-— Guai a te se parli e se mi domandi una cosa sola!... Hai capito?...
-Guai a te!
-
-E siccome il viso di lui era tutt'altro che chiaro, Rigaglia, anche
-quando si trovò con la bocca libera, non fece parola. Però scosse il
-testone e ritornò mogio mogio nel cortile come se avesse, sulle spalle,
-il peso di tutte le disgrazie del mondo.
-
-Mostardo salì in camera sua e fece un po' di toletta; ma non seppe
-indugiare come al solito.
-
-Non una gli riusciva bene fino in fondo. Tanto amore, tanto abbandono,
-una così piena conquista, poi il disastro di Carlotta. Egli avrebbe
-sacrificato certissimamente Carlotta a Ninon Fauvétte, fior di Parigi;
-non era per il valore della bestia e del biroccino ch'egli si faceva
-oscuro, ma per il tiro che gli avevano giuocato.
-
-Chi non conosceva la Carlotta in tutta la Città del Capricorno e nel
-suo territorio? Il ladro adunque non avrebbe potuto approfittarne se
-non filando molto lontano; però era certo che non si trattava di un
-ladro volgare. Fin dal primo istante si era detto:
-
-— La Carlotta è coi _rossi_!
-
-E la Carlotta doveva essere indubbiamente in mano ai _rossi_, come
-ostaggio.
-
-— Si tratta di un furto politico!
-
-Be'! Ma ciò che gli seccava di più era la complicazione del Conventino.
-Chi aveva portato via la sua buscalfana doveva essere entrato nel
-Conventino: dunque qualcuno lo aveva pedinato e lo aveva visto entrare!
-
-Questa era la spada di Damocle sulla testa della sua riputazione!
-Perchè non si era mai detto che il Cavalier Mostardo avesse messo una
-donna in piazza. Nessuno poteva asserire di aver avuto confidenze
-indelicate da lui, circa le sue avventure amorose; egli si era
-chiuso sempre nel riserbo più immacolato. Fosse pur stata l'ultima
-_pubblicana_, dal momento che gli aveva concesso i suoi favori, gli
-diveniva sacra. E questo sapeva la gente maligna della città e del
-contado e per questo, forse, gli avevano giuocato il tiro birbone.
-Figurarsi se tutti i _tamburieri_, tutti i _versipelle_ non volevano
-approfittare della sua entrata nell'aristocrazia!... È ben vero che a
-lui restava l'intima dolcezza di essersi coricato, per trionfo d'amore,
-nel letto di Napoleone (ormai aveva fissato che il letto doveva
-essere di Napoleone!), ma tale dolcezza, per essere compiuta, doveva
-corroborarsi nella quietudine del segreto; invece....
-
-— Ah, ma, per Bios, io romperò la faccia al primo che aprirà bocca!
-
-Ed aveva risoluto di far questo senza neppur discutere, ricorrendo alla
-sua vecchia massima romagnola: — _Prema dàli, pu prumètli!..._ — (Prima
-dalle, poi promettile!).
-
-— E te, poverina (ora parlava a Ninon Fauvétte, fior di Parigi), puoi
-dormire i tuoi sonni tranquilli! Se ti ho compromessa ti dovranno
-rispettare come la Madonna del Fuoco!...
-
-Ma nicchiava in sè, il buon gigante e, in verità, era turbatissimo.
-Anche la faccenda della marchesa non gli sembrava tanto limpida.
-Perchè, almeno, avrebbe dovuto telegrafare a casa! Ma lo scomparire
-così, come una giovinetta di sedici anni che si fa rapire da un
-passerotto innamorato; quel suo dileguarsi nella sera, quel discendere
-ad una piccola stazione e squagliarsi nel silenzio, non era nè logico,
-nè naturale.
-
-— Amore?... Per Bios!... Ma una madre di famiglia che avrà quasi
-settant'anni?... Fosse una verginella con la sua pudicizia da
-custodire!... Andiamo!... A quell'età, se l'amore torna indietro, la fa
-più pulita!...
-
-Allora non rimaneva che pensare a un tiro politico.
-
-— Se hanno saputo che io la difendevo è certo che se la sono presa!
-
-Bisognava che, prima di mezzogiorno, egli parlasse con la _guardia del
-corpo_. I signori Trancia e Giovannone dovevano rendergli conto esatto
-del loro operato nelle ultime ventiquattro ore e dovevano eziandio
-rispondere dell'inopinata assenza della marchesa.
-
-Chiamò Rigaglia:
-
-— Va fuori subito. Cerca Trancia e Giovannone e falli venir qui per
-mezzogiorno in punto. Hai capito?
-
-— Sì.
-
-Rigaglia se ne andò. Il Cavaliere discese nel cortile... gettò una
-occhiata verso la stalla e ancora gli prese una grande stretta al core.
-Povera Carlotta!... Dopo tutto era una bestia tanto affezzionata e
-vivevano insieme da dodici anni!
-
-— Dove sarai, povera Carlotta?...
-
-Ma anche quella volta, invece del sommesso nitrito del domestico
-quadrupede, rispose il canto sfacciato di un'altra creatura:
-
-— _Chicchiricchii... iiiii!..._
-
-Al quale squillo, il Cavaliere si volse inviperito:
-
-— _In't ròba mìga te, bròtt vigliàch!_ (Non ruban mica te, brutto
-vigliacco!).
-
-E uscì sbattendo la porta.
-
-
-Entrò nel Caffè dei _rossi_ e sedette nel centro, battendo sul tavolo
-il suo nerbo di bue.
-
-— Cameriere?
-
-— Comandi?
-
-Ordinò un caffè e latte e si guardò intorno. Gli _amici_ che cercava
-non c'erano. C'eran però, in un angolo, Libero Bigatti, direttore
-dell'_Apocalisse_, e Ticchi Marmissi, direttore del _Sillabo_. Parlavan
-fra di loro sommessamente e con molta animazione. Il Cavalier Mostardo
-incominciò a squadrarli. Tanto, con qualcuno doveva prendersela. Voleva
-sfogarsi e vendicar la Carlotta.
-
-Quando il cameriere ritornò col caffè e latte, gli domandò, a voce
-tanto forte che fece voltar mezza sala:
-
-— Di' su, Tugnîn, se un cane celeste ti insudiciasse il fondo dei
-calzoni, che cosa faresti tu?
-
-Tugnîn, poveraccio, era analfabeta e non capì il doppio senso.
-
-— Un cane celeste?
-
-— Sì, perchè?... Non lo sai che ci sono anche i cani celesti?
-
-— Io non l'ho saputo mai!
-
-La gente, intorno, incominciava a ridere e a sogghignare.
-
-— Allora te lo dico io. I cani celesti non vanno per le strade e per le
-piazze, ma camminano fra le colonne dei giornali! Sono i valletti dei
-_tamburieri_!
-
-I giornali?... Le colonne?... I _tamburieri_?... O che farsa era
-quella?... Il povero Tugnîn scendeva da Rocca San Casciano ed era molto
-montanaro. Uno di quei camerieri che si fermano nei piccoli caffè delle
-piccole città di provincia e non ne escono più. I paria della classe
-nobilissima; si accontentano del soldino e dicono grazie. Dicono anche:
-
-— Il resto, mancia!
-
-E sono due ricchissimi soldi. Imbastiscono il loro mese disperatamente
-e vestono con gli scarti dei clienti.
-
-— Non avrebbe mica un vecchio _smoken_?... Un paio di scarpe che non
-fossero più buone a niente?... Un _fracco_?... Delle camicie, magari
-coi buchi?... Una qualche cravatta?... Un vestito _felius_?[4].
-
-E qualche volta compaiono anche col _vestito felius_, orlato da un
-nastro rossiccio; ma, molto più spesso, circolano fra i tavoli degli
-avventori, in _smoken_.
-
-Certi _smoking_ tutti patacche e frittelle, simboleggianti le
-costellazioni, da far vergogna all'ultimo rigattiere. Ma il loro
-pubblico li ama così. Li vuole così. Se facessero delle eleganze
-peregrine, li sdegnerebbe. Uno _smoken_, per democratizzarsi, deve
-essere molto sudicio; e allora va bene. Le cose nuove putono di
-borghesia.
-
-Tugnîn, adunque, rimase là con la sua faccia tonda, a guardare il
-Cavalier Mostardo. Ora deve sapersi che questo Tugnîn, nonostante
-il suo disperato mestiere, era uomo di molta quietudine e di nobile
-malinconia. Un figlio del disincanto. E in tale disincanto si rifugiava
-quando non riusciva a penetrare per entro le cose della vita più o meno
-arruffate. Professava, in tali frangenti, il suo supremo disinteresse,
-la sua lontana e tetragona indifferenza. Così quando il Cavalier
-Mostardo che, dopo tutto, non si occupava nè poco nè punto di lui, ma
-mirava a farsi avvertire dai due direttori, quando reiterò la domanda:
-— Hai capito, adesso, che cos'è un cane celeste? — Tugnîn si strinse
-nelle spalle, atteggiò il viso a una smorfia di umiltà estranea e
-disse: — Non sono cose per me. Io sono un pessimista!
-
-L'improvviso pessimismo di Tugnîn provocò l'allegria generale e
-ormai Ticchi Marmissi e Libero Bigatti credevano deviata la manifesta
-provocazione; ma il Cavalier Mostardo non rise, voleva attaccare prima
-di essere attaccato. Nel timore che la visita sua al Conventino potesse
-formare l'oggetto di troppo grandi pettegolezzi e maldicenze, voleva
-porre sull'avviso le brigate. Sopra tutto voleva intendersela coi due
-che più temeva, perchè avevano in mano la stampa aggressiva, e cioè:
-Ticchi Marmissi e Libero Bigatti.
-
-Così il nostro Cavaliere non rise, ma quando il rumor della baia al
-modesto Tugnîn, accennò a diminuire, levata la voce, e questa volta in
-tono più deciso e robusto, disse:
-
-— Il fatto sta che questi cani più o meno celesti, e questi
-rappresentanti della _porcinaglia_ mi hanno gonfiato abbastanza!... E
-potrei scoppiare!... E, se io scoppio, quei due signori che prendono il
-caffè a quel tavolo, possono fare un bel volo sulla piazza!...
-
-Ticchi Marmissi era un uomo simile a una larva. Un'ombra d'uomo
-senza muscolatura. Un ammasso di cartilagini e gelatina. Una testa
-da chierico, semicalva, sopra un corpicciuolo ammoscito e appenato di
-dover portare a spasso quella testa ideologa. Smunto, scialbo, pieno
-di tich nervosi, era un nobile, se non benigno, animale a sangue
-bianco. Ogni tanto, quando parlava, pareva dovesse guizzar via a un
-tratto, preso dalla furia fulminea di uno fra i suoi tich. Era una
-creatura polare; poteva trovarsi altrettanto bene al nord quanto al
-sud. Si attergava alle cose; le prendeva dal lato meno pericoloso e
-appariscente; cercava di lasciar un po' dappertutto le sue cacatine,
-come le sorelle mosche. Aveva due occhi tondi i quali, per essere vivi
-solo al lume delle ideologie marmissiane, apparivano sempre smarriti, o
-meravigliati, o natanti in un opaco stupore.
-
-Cotesto giovane decrepito aveva il suo sesso nel suo cervello. Sani
-impeti e travolgenti strepiti non erano affar suo. La sua immoderata
-ambizione lo faceva untuosamente servile ed altezzoso a volta a volta.
-Era sempre una specie di libellula senza le ali: una gran testa sopra
-un tremolante tubo.
-
-Ticchi Marmissi adunque, all'invettiva del Cavalier Mostardo, si
-sentì basire e, raccolto dal divano il floscio cappello, stava per
-svignarsela quando Libero Bigatti lo trattenne:
-
-— Dove vai?
-
-— Ho un affare molto urgente!
-
-— Proprio adesso?
-
-— Sì.
-
-— Lo sbrigherai dopo. Dato l'attacco di quel bestione, non possiamo
-farci questa figura da vigliacchi!
-
-— Ma che vuoi fare con quello là?
-
-— Questo è compito mio. Non ti muovere e stai a vedere.
-
-Ticchi Marmissi stette a vedere, ma non conviene dire ch'egli fosse
-soverchiamente divertito dalla cosa.
-
-Ora Libero Bigatti, lo scapigliato, era un giovane sui ventinove anni.
-Non robusto, nè tale da potersi azzardare a far fronte al Cavalier
-Mostardo, ma ardito e sfrontato. Egli calcolava sulle virtù della sua
-parola e della sua ironia. Aveva sempre preso il colosso nella pania,
-battendo l'identica strada.
-
-Lo affrontava, armato solamente della sua astuta parola e cercava
-condurlo, così, per sentieri difficili lungo i quali lo spingeva verso
-l'ostacolo che lo avrebbe abbattuto. Il giuoco, gli era riuscito sempre
-a meraviglia.
-
-Armato di tale convinzione, atteggiato il volto ad un sorriso ironico,
-si levò a mezzo dal rosso divano e, appoggiati i gomiti al tavolo, e
-sportosi un poco verso il Cavaliere, disse:
-
-— Siamo noi che abbiamo l'onore di destare l'attenzione del nostro
-Mostardo?...
-
-— Proprio voi e il vostro compagno! — fece il Cavaliere.
-
-— E, di grazia, per quale ragione?
-
-— Volete che mi spieghi con maggior chiarezza?... — e il Cavalier
-Mostardo si levò.
-
-Ahi, che le cose minacciavano di proceder piuttosto buie!
-
-— Restate comodo, Cavaliere!
-
-— No, caro signorino! C'è qualche conto da regolare, fra me e voi!
-
-— Quale conto? Volete alludere agli innocui fasti del Cane Celeste?
-
-— Io non so di tanti cani!... Chi ha la lingua, la sappia adoperare,
-e quando non sa adoperarla abbia il coraggio di assumere la
-responsabilità delle sue vigliaccherie!... Perchè, vedi, non so chi
-mi tenga, — ed era già a un passo dal tavolo di Bigatti e di Marmissi,
-— non so chi mi tenga dal prendere te, l'Apocalisse e questo pretuolo
-castrato, e dal schiantarvi le ossa a tutti quanti!... L'hai capita la
-storia?...
-
-Il pavido Marmissi la capì subito perchè, raccolta la sua modesta
-penuria, scivolò via come l'ombra, buono buono, zitto zitto, piccino
-piccino. Ma Libero Bigatti non poteva ormai più fare altrettanto.
-
-Tentò un'ultima strada. Restando sempre seduto, per dimostrare di non
-aver paura, disse:
-
-— Spero non vorrete usare della vostra forza prepotente contro chi non
-saprebbe opporvi una forza uguale.
-
-— Vedi che hai paura?... Lo vedi?... — E, rivoltosi al pubblico che
-non rifiatava: — Eccoli qua i Cavalieri dell'Apocalisse!... Abbaiano e
-scappano!... Bella gente!...
-
-— Ma, se non mi sbaglio, io non sono scappato ancora.
-
-— Ma ti raccomandi!
-
-— Non mi sembra!
-
-— Allora esci di lì e vieni a spiegarti...
-
-— Non ne vedo il bisogno. Qui si sta benissimo.
-
-— Vuoi uscire, o no?
-
-— Non ne sento l'urgenza.
-
-— Va bene!
-
-Mostardo aveva finito di parlare. Ora erano le opere che
-incominciavano. Scostato il pesante tavolo si avvicinò a Libero
-Bigatti, il quale, vistosi ormai perduto, si era rannicchiato in fondo
-al divano.
-
-— Vieni fuori!
-
-— No!
-
-Allora se lo prese fra le braccia e, come l'altro si divincolava
-disperatamente e tentava morderlo, afferratolo per la schiena e per il
-fondo dei calzoni, se lo levò sulla testa e si diresse all'uscita.
-
-Nessuno intervenne. Non era prudente. Fu il caso che salvò l'anarcoide,
-perchè, proprio in quel punto sopravveniva una comitiva di giovinastri
-_rossi_, i quali quella volta non cantavano l'Internazionale, ma una
-canzoncina di occasione che dovevano aver composto poco prima. E questa
-canzoncina diceva:
-
- _È la Carlotta, un animal cortese_
- _che sempre aspetta e sempre aspetterà,_
- _quando il padrone va dalla francese._
- _Ma qualche volta se ne stancherà..._
- _E trallalèra e trallallà..._
-
-Bene!... Oh, santo cacio sui mitici maccheroni!... Il Cavalier Mostarde
-vide, udì. La sua centrale vendetta gli veniva incontro.
-
-Posò Bigatti sul selciato della strada e gli gridò:
-
-— Va via!
-
-Bigatti non si fece ripetere l'avviso. Se ne andò ma senza affrettarsi
-come l'uomo che, disceso da una ascensione involontaria, è ancora un
-po' tonto.
-
-Mostardo si precipitò nel Caffè, prese il nerbo di bue; uscì. In due
-balzi fu addosso ai giovinastri, i quali, non attendendo il subito
-impeto, rimasero dapprima sconcertati e si sbandarono. E le bastonate
-incominciarono a volare come una fitta gragnuola. Mostardo lasciava
-andare botte alla cieca, avventandosi nel folto. Sulle prime, ammaccò
-qualche testa e qualche spalla; ma poi, la cosa, non gli continuò tanto
-facile perchè gli assaliti, vistisi in buon numero, si riorganizzarono
-e, afferrate le seggiole del Caffè, si serrarono compatti e assalirono
-a loro volta, menando già alla disperata.
-
-Vetrine, tavoli, seggiole, fanali andarono in frantumi, e, per un
-attimo, il Cavalier Mostardo dubitò della sua fortuna. La lotta era
-impari. Dodici erano i _rossi_ ed egli era solo. Ora doveva difendersi
-e non poteva aggredire. Infuriato sempre più dal dubbio di essere
-sopraffatto, teneva testa agli assalitori con tale e tanta violenza
-da renderli pensosi sul conto loro perchè ben sapevano che se per un
-attimo solo il Cavalier Mostardo riusciva a riprendere la supremazia,
-essi erano bell'e spacciati. E così cercavano di tempestare e di
-stringere sempre più da vicino il fiero avversario, allorchè il
-Cavaliere udì, dietro le spalle, una voce amica:
-
-— Mmmmo... Mmmostardo, sta fffo-fo... sta fffforte che vve... che
-vvvvengo io!...
-
-Era Coriolano, il _Donzello della Democrazia_.
-
-E Coriolano entrò in lizza, con la sua obesità, lanciandosi da destra
-a sinistra come una palla di gomma elastica. Coriolano non combatteva
-in silenzio, ma, atteggiata la faccia ai più fieri spasimi, come i
-guerrieri selvaggi, urlava e combatteva a un tempo gli uomini e il
-cielo, tant'era la girandola di bestemmie che lanciava all'aria. Ed
-ottime e risolutive erano le sue intenzioni, povero Coriolano, senonchè
-una seggiolata maligna, che gli piovve sulla testa calva, lo mise fuori
-combattimento. Colando sangue si ritirò nel Caffè dove, immersa la
-testa in un catino, continuò a bestemmiare per darsi coraggio.
-
-Nel frattempo però erano corsi al rumore molti amici di Mostardo e si
-eran gettati nell'infuriato torneamento. Fra i sopraggiunti erano i due
-inseparabili, e cioè il Moro Fabrizi e il Gobbo Pulizia.
-
-Il Gobbo Pulizia non poteva molto, ma qualcosa volle fare: avventò
-contro i _rossi_ il suo lercio compagno, poi, appostatosi dietro
-una colonna, incominciò a scagliare addosso agli avversari ciò che
-gli capitava sottomano. Così volarono bicchieri, bottiglie, tazze,
-frammenti di seggiole e vai dicendo. Faceva quel che poteva, tenuto
-conto del suo incomodo dorsale.
-
-Ma il molosso sopraggiunse e colui che doveva dar termine alla zuffa.
-
-Veniva via, Bucalosso, per la vastissima piazza deserta e piena di
-sole. Aveva la doppietta sulla spalla.
-
-Procedeva dondolon dondoloni e pareva non avvertisse il rumore della
-gran battaglia che faceva accorrere gli scarsi passanti. Non affrettava
-il passo, non alzava la faccia, invermigliata dal caldo. Ogni tanto
-levava una mano ad asciugarsi il sudore che gli colava dalla fronte.
-
-Arrivò così, pien di tranquilla serietà, al Caffè dei _rossi_, e solo
-quando fu per mettere il piede sotto il portico parve avvertisse lo
-strepito della battaglia.
-
-Allora si fece solecchio di una mano, per meglio vedere, e, senza
-perdere l'abituale calma, domandò:
-
-— _Ch's'èll tota sta cunfusiôn?_... (Che cos'è tutta questa
-confusione?).
-
-Informato dello stato delle cose, e visto il Cavalier Mostardo che
-perdeva terreno, sempre senza scomporsi, si allontanò di un trenta
-passi dal campo della lotta, poi, puntata la doppietta e prese di
-mira le gambe dei rissanti, lasciò andare due solenni schioppettate a
-pallettoni.
-
-Ne seguì un coro di urla e di strilli; si vide gente spiccar salti
-prodigiosi poi, in men che non si dica, avvenne una fuga generale.
-
-In quel punto sopravveniva di gran corsa l'onorevole, il quale, veduto
-Bucalosso che soffiava tranquillamente nelle canne della sua doppietta,
-gli si accostò di un balzo e gli chiese, trafelato:
-
-— Ma che cosa avete fatto?... Che cosa avete fatto?...
-
-Alle quali affannate parole il nostro leone levò pacatamente la faccia
-e rispose col suo più bel sorriso:
-
-— _A j'ho jatt par scumpartii!_... (L'ho fatto per dividerli!...).
-
-
-L'onorevole si trascinò via il Cavalier Mostardo, Coriolano e il Moro
-Fabrizi. Questi tre erano piuttosto malconci.
-
-— Sssss... sssi! — disse Coriolano — Mmmmm... mo-mo... mmmo le hanno
-ppppp... le hanno ppppre-pre... le hanno prese loro!...
-
-— Bel conforto! — mormorò l'onorevole.
-
-— In quanto a questo ce ne sono quattro che dovranno andare
-all'ospedale! — soggiunse Mostardo.
-
-— A Pigrènd la testa glie l'ho rotta io! — disse il Moro Fabrizi.
-
-E Coriolano:
-
-— E a Pppppph... a Ppppu-pu... a Pulìno... chhh... chhhhh... chi glie
-lo dà... il ddddd... il dddi-di... il ddito che gli ho mangiato?...
-
-Frattanto, sgombro il campo dai rissanti, sopraggiunse la pubblica
-forza. Allora anche gli ultimi curiosi si sbandarono prudentemente e,
-fra i rottami, non rimasero che Tugnîn e l'Uomo Pacato.
-
-Dell'Uomo Pacato si nasconde il nome, per non turbare, col benchè
-minimo rumore, i raccolti silenzi di questo antico goditor della carne,
-abbandonato ora, poi che, nel suo primo autunno, la vita gli ritorna in
-cenere, a interminabili meditazioni fra gli orti e i giardini della sua
-rossa Tebaide.
-
-Alle domande investigative della pubblica forza, Tugnîn si strinse fra
-le spalle e rispose:
-
-— Io non ho visto niente. Queste cose non mi interessano. Sono un
-pessimista!
-
-Ma l'Uomo Pacato parlò e disse:
-
-— Signori miei, anche se i mattoni favellassero, e le pietre, voi non
-avreste il potere di risolver la contesa. Non vogliate ingiustamente
-accusare l'omertà romagnola. Queste cose si compiono, fra di noi, da
-duemila anni e più. E sempre ce ne siamo trovati bene, se pure non
-abbiamo saputo cogliere il saggio insegnamento che poteva derivarcene.
-Io non sono un lusingatore di plebi e potete ascoltarmi. Mi chiamano
-l'Uomo pacato. Dopo una consumata vita per tutte le Corti e i Piaceri
-e le moderne Magnificenze sono ritornato al silenzio dei miei primi
-giorni. Non ho parte; o meglio non ho se non quella parte che ridonda
-in maggior e prodigo amore al mio popolo. Potete ascoltarmi. Ciò che
-qui si è consumato, non ha tragica importanza. È il frutto del luogo.
-La terra dei cocomerai si inebbria di ogni cosa rossa: così di una
-bandiera, come di un'idea e del suo sangue. Chi vorreste punire?...
-La legge non può aver luogo! Non può aver luogo se non a patto di
-deformarsi e di lasciar le cose come stanno e come sempre sono state.
-Qui si è combattuto; si vede. Prendete atto dell'avvenimento e non
-cercate di più. Il Governo della Pubblica Cosa ci venga incontro
-per altre strade. Noi anche possiamo amare esasperatamente, come
-esageratamente odiamo per aver dimenticata, in tal modo, l'immensa
-vanità che non ha più Dio. Anche fra questi rottami Iddio è morto; ma,
-se rinascesse, in Suo nome, noi, per esser fedeli all'eredità di cui
-Egli ci volle contrassegnati, spargeremmo il campo di rottami diversi
-e a Lui vorremmo consacrato il bello e folgorante vermiglio del nostro
-sangue che fiotta. La Politica è una contingenza, Signori miei. Ma,
-domani, chi sa di qual nome vorrà fregiarsi la nostra incorruttibile
-battaglia?...
-
-E l'Uomo Pacato finì di parlare, e, sempre sorridendo ai bracchi
-governativi, riprese la sua strada nel gran sole dell'estate.
-
-
-
-
-CAPITOLO XI.
-
-_Qui si fa cenno della Città del Capricorno, de' suoi abitanti, delle
-sue classi e categorie, del come e del perchè ivi venisse covato
-l'uovo gallato della Democrazia e di altre cose notevoli, insigni ed
-ammirabilissime._
-
-
-A mezzogiorno, il Cavaliere vide il Trancia e Giovannone. Si chiusero
-in camera segretissimamente.
-
-— Ora mi renderete conto di quello che avete fatto!
-
-— Dovrete ringraziarci! — rispose Giovannone.
-
-— Prima di ringraziarti, di' un po': sei informato di quanto è accaduto?
-
-— Che cosa è stato? — fece il Trancia.
-
-— Come?... non lo sapete neppure?
-
-I due si guardarono negli occhi.
-
-— Volete parlare della marchesa?
-
-— E di chi, allora?... Della signora Zabetta?...
-
-— Bene — domandò il Trancia: — che cos'è capitato alla marchesa?
-
-Mostardo balzò sulla poltrona.
-
-— Una nespola!... Ma niente!... È andata a passar le acque per
-rinfrescarsi!...
-
-— Vi sbagliate — disse Giovannone.
-
-— Come, mi sbaglio?...
-
-— La marchesa non è alle acque.
-
-— E dov'è, allora?
-
-— È in campagna.
-
-— Non è vero!
-
-Il Trancia e Giovannone dissero ad una voce:
-
-— Glie l'abbiamo mandata noi!
-
-Allora il Cavaliere appoggiò le mani ai bracciuoli della poltrona;
-spalancò due occhi come due palle da cannone; si sporse e fece:
-
-— Voooooi?...
-
-— State a sentire — disse il Trancia.
-
-Mostardo stette a sentire. Le sopracciglia inarcate; un baffo in giù
-e l'altro in su; i capelli arruffati; strappate le vesti; insanguinata
-la camicia; piena di cerotti la testa; una mano nascosta dalle bende;
-livido e tumefatto. Ma era contento perchè sapeva di aver rotto
-qualche braccio e qualche gamba, sapeva di aver cambiato i connotati
-a qualcuno: di aver soppresso il naso a Tizio; di aver riformata una
-mascella a Caio ed altre coserelle del genere. Era stato sempre lui,
-anche solo, contro dodici _versipelle_!... L'uomo che si deve guardare
-da lontano!... Questo aveva fatto osservare anche all'onorevole, il
-quale, d'altra parte, non aveva trovato che parole di elogio e di
-compiacenza per ciò che riguardava l'opera e il comportamento del Gran
-Mostardo... Solo Bucalosso... Ah, quel Bucalosso, con la sua testa da
-cioccolatino!... Ma perchè non era nato bue? Come tale avrebbe trovato
-un posto convenientissimo nella società; ma come uomo?...
-
-— Be'... racconta e fa presto!
-
-Allora il Trancia disse, mentre Giovannone veniva man mano sorridendo
-di compiacenza:
-
-— Tutti sanno che voi siete stato a far visita alla marchesa; che la
-francese è venuta qui...
-
-— E che cosa c'entra la francese?
-
-— Dicono sia la vostra amante.
-
-— Non è vero!
-
-— Lo dicono.
-
-— La francese è una donna onesta!
-
-— Be', la gente dice questo. Allora i _rossi_, dopo il fatto Borgnini,
-l'avevano pensata bella!
-
-— Che cosa avevano pensato?
-
-— Vi volevano far rubare la marchesa.
-
-— A me?
-
-— Sì, a voi.
-
-— E per che farne?
-
-— Per un ricatto, e sono venuti ad offrirci un buono da mille.
-
-— E voi l'avete preso?
-
-— State a sentire! Dunque noi andavamo in un'osteria, e in questa
-osteria ci venivano tre uomini che stavano sempre insieme a un tavolo;
-e ci guardavano, ci guardavano! Una volta dico a Giovannone: — Quelli
-là vogliono sentire il sapore delle nostre mani!... Dì che non la
-smettano e vedrai!... — E una notte che ci venivan dietro, mi fermo,
-deciso a tutto e domando: — Be'... avete niente da spartire con noi?...
-— Allora uno si fa avanti e dice: — C'è un bono da mille per te e per
-il tuo compagno. — Insomma, per farvela corta, ci dissero quello che
-ormai sapete. Noi, sulle prime, facciamo gli sdegnati, poi accettiamo.
-Allora i compari cominciano a dire: — Voi dovete fare così e così...
-— Un momento! — rispondo io. — Volete che la marchesa sia rubata?...
-— Sì!... — Va bene. E noi la ruberemo, ma vogliamo pensarci da soli.
-— Sì, dicon loro, ma chi ci assicura che non intaschiate i soldi e non
-ne facciate niente?... — Giusta! — rispondo. — Vuol dire che, quando la
-ruberemo, sarete con noi. Va bene?... — Rimanemmo d'accordo. Bisognava
-rubarla...
-
-— E allora?
-
-— Allora io domando di parlare alla marchesa e le spiffero tutto.
-Se non è morta ci è mancato poco! Le aveva preso un convulso che le
-ballavano perfino le sopracciglia! Un bel fatto!... — Non abbia paura —
-le dico — noi siamo qua per la sua salute!... — Io avevo già adocchiato
-la Spingarda.
-
-— Quale Spingarda?...
-
-— La cameriera. Ha, press'a poco, l'età della marchesa e, anche lei,
-è un bel spaventa passeri! Dico alla marchesa il mio piano... Così e
-così!... Chiamiamo la Spingarda. Arriva con una faccia da allocco che
-pareva piovuta dal cielo. — Tu devi venire con noi e devi fare quello
-che ti diremo!... — O non si mette a piangere?... Sicuro! Si mette a
-piangere che pareva una fontana! — Ma va là, che nessuno ti tocca!...
-Chi vuoi che ti tocchi?... Non ti guardi nello specchio?... Non siam
-mica bestie!... — Ma dovete sapere che la Spingarda è una _Figlia di
-Maria_ e le _Figlie di Maria_ hanno giurato di ritornare in Paradiso
-con tutte le loro cose, senza averle adoperate mai. La marchesa
-incomincia a parlarle. Dice: — Questi sono galantuomini. Quando te lo
-dico io!...
-
-Il Cavalier Mostardo scoppiò a ridere e rise anche il Trancia.
-
-— Basta: riuscimmo a convincerla. Adesso, per capir bene, dovete
-sapere che la marchesa tutte le sere, all'_Ora di notte_, esce di casa
-e non so dove vada. La gente dice che va a fare all'amore. Se ne son
-viste anche delle peggio!... Io dico ai miei uomini: — Domani sera la
-marchesa uscirà alla tale ora... passerà da questa strada dove non c'è
-mai nessuno e neppure un fanale. Noi l'aspetteremo e la porteremo via.
-— Accettato. E, la sera dopo, la Spingarda si veste coi panni della
-padrona. Ha l'ordine di non parlale, ma solamente di piangere. Arriva,
-la prendiamo... piange... Il colpo è fatto!
-
-— Ma non l'hanno riconosciuta?
-
-— No. Aveva, sulla faccia, una benda nera.
-
-— E dove l'avete portata?
-
-— In una villa, sopra Dovadola. Lassù non vanno a trovarla, no!
-
-— Ma a chi l'avete lasciata?
-
-— Ai contadini.
-
-— E i _rossi_ sono convinti che sia la marchesa Alerami?
-
-— Convintissimi!
-
-— Bene!... E avranno avvertito il clero!
-
-— Li sentirete, domani, i preti!
-
-— Naturalmente me la sono rubata io, la bella fragola!...
-
-— Sicuro, voi! Per un ricatto.
-
-— Bell'ingegno!... E chi vuoi che lo creda?...
-
-— Caro Mostardo, vi vogliono buttar giù, vi vogliono!... E tutti i
-mezzi son buoni.
-
-— Staremo a vedere. Per ora vi ringrazio. Avete agito da galantuomini.
-Sarete contenti di me. Bisognerà che la marchesa rimanga ben nascosta,
-fino a quando non le diremo di venir fuori.
-
-— Oh, non si muoverà! — disse Giovannone. — Ha troppa paura.
-
-— Ma bisogna avvertirla.
-
-— L'abbiamo fatto — soggiunse il Trancia.
-
-— Benone.
-
-Poi si separarono e tutti erano contenti; ma il Cavalier Mostardo
-vedeva il cielo del suo trionfo.
-
-Quando fu solo scrisse:
-
- _Cara Mignon del mio cuore_,
-
- _Occhio per occhio e dente per dente! Questa notte tu mi hai
- aperta la strada del Paradiso! Grazie! Grazie! Sono contento come
- una Pasqua. Mi hai dato una bella soddisfazione, per Bios! E io
- ti ho trovata la marchesa. Sì, te l'ho trovata con tutti i suoi
- ammenicoli sana e salva. Sono bravo? Ma bisogna che rimanga dov'è.
- Ti dirò poi a voce._
-
- _A morte i TAMBURIERI!_
-
- _Tu sei la mia COCCA! Allegri, Mignon! Non aver paura di niente.
- Io sono un galantuomo e so tener l'acqua in bocca! Fra noi non c'è
- stato niente. Se qualcuno parla, lo ammazzo._
-
- _Ah, quel letto di Napoleone! Quel letto di Napoleone!..._
-
-Rimase così, con la penna a mezz'aria, e guardava il soffitto. Cercava
-un'idea discreta per dir tutto e per non passare al di là. Però
-Napoleone lo disorientava un poco. Come avrebbe finito? Si prese la
-fronte fra le mani: ponzò, riflettè, rincorse l'idea. Ecco:
-
- _... L'avevano fatto per le vittorie..._
-
-Chi?... Ma il letto, evidentemente! E dopo? Forse bisognava parlar
-di battaglia. Ma non sarebbe stato troppo? E allora? Scartata
-la battaglia, che cosa rimaneva per arrivare alla vittoria?... E
-cancellare non voleva! Incominciò ad aver molto caldo. Rilesse:
-
-— Ah, quel letto di Napoleone! Quel letto di Napoleone! L'avevano fatto
-per le vittorie... Già!... L'a-ve-va-no fat-to per le vit-to-rie...
-
-Gli venne in mente, guardando intorno, la bandiera. Bene. Ecco l'idea:
-
- _... e noi ci siamo passati con la bandiera rossa del nostro amore!
- Evviva la Repubblica!_
-
- _Il tuo_: GIANNI.
-
-Chiuse la busta; scrisse l'indirizzo; ma da chi avrebbe mandato la
-lettera, per non compromettere Mignon? Non restava che impostarla. Già!
-Ma a lui premeva di far saper subito alla sua bella come stavano le
-cose.
-
-Allora Rigaglia?... Benissimo!... E per spedirlo al Conventino?
-
-La sua faccia si rabbuiò.
-
-— Ah, povera Carlotta!...
-
-Quello anche era un dramma della sua vita. Non per il valore, ma per
-la bestia. Proprio per lei, povera Carlotta, che era tanto affezionata!
-Tale e quale alla Carlotta del _Werther_.
-
-Be', avrebbe preso un asino a nolo e avrebbe mandato Rigaglia.
-
-Suonò. Ecco il domestico nemico.
-
-_Tok-tok... tok-tok... tok-tok..._
-
-Rigaglia entrò. Stette a sentire tutto quanto gli disse il suo padrone.
-Aveva capito benissimo. Ora stava per andarsene quando si sentì
-richiamare.
-
-— Rigaglia?
-
-— Eh?...
-
-— Vieni qui.
-
-Tornò indietro.
-
-— Cosa volete?
-
-— Mettiti a sedere su quella seggiola.
-
-Rigaglia guardò la seggiola, guardò Mostardo. Non capiva niente.
-Domandò:
-
-— Perchè?
-
-— Ti ho detto di metterti a sedere su quella seggiola!
-
-La faccia del colosso era molto nera.
-
-Rigaglia ubbidì senza distaccare gli occhi dalla faccia del padrone.
-E lo vide levarsi... e lo vide andargli vicino... e non ne fu molto
-rincorato.
-
-— Togliti le scarpe!
-
-Che cosa?... E perchè doveva togliersi le scarpe?... Il povero Rigaglia
-guardò i suoi scarponi, guardò il Cavalier Mostardo e domandò ancora:
-
-— Perchè?
-
-— Ti ho detto di toglierti le scarpe!
-
-Bisognava ubbidire. Si chinò a fatica; incominciò a sciogliere i lacci.
-
-— Fa presto!
-
-— Sono dure...
-
-Oh Dio che non volevano venire! Finalmente riuscì a toglierne una e
-ristette pien di fatica.
-
-— Anche l'altra! Presto, chè non ho tempo da perdere.
-
-Domandò ancora; ma con un filo di voce quasi sentimentale:
-
-— Perchè?
-
-Ma si era già inchinato ad ubbidire. Riuscì a sradicare dagli enormi
-piedi anche la seconda e la posò accuratamente vicino alla prima. E
-adesso?... Purtroppo non tardò a capire.
-
-Il Cavalier Mostardo si chinò, raccolse le scarpe di Rigaglia e prese
-risolutamente la via della finestra.
-
-— Cosa fate?
-
-Ma le adorate scarpe eran già volate nella concimaia.
-
-Allora Mostardo si voltò, con la sua faccia burbera, e disse a Rigaglia:
-
-— Così imparerai ad ubbidirmi!... Quante volte te lo dovevo dire che,
-in casa mia, non voglio vedere gli scarponi coi chiodi?... Adesso basta
-e va dove ti ho detto.
-
-E il povero Rigaglia fu costretto ad andarsene in pedùli, senza neppure
-poter rifiatare.
-
-— E mangiare?
-
-Rigaglia era partito. Eran quasi le due del pomeriggio.
-
-— Andrò da Spadarella.
-
-Gli ritornò una sconfinata allegria. Si guardò nello specchio. Le
-ammaccature e le bozze e i lividori e i gonfioni non gli deturpavano la
-faccia. Anzi gli sembrava di essere più piacente.
-
-Chissà che cosa avrebbe detto la sua bambina! Ma ci era abituata. E
-Spina Rosa?
-
-— _Jòso, la mi Madona!..._ (Gesù, Madonna mia!).
-
-— Non fate la sciocca. Sono cose che capitano a chi non sta sempre
-intorno ai fornelli e per le chiese!
-
-Ma, quel giorno, il centro del suo mondo era Mignon. Ne era ebbro. Se
-la sentiva ritornare come un profumo che dà le vertigini. E, come gli
-toccava sempre, quando era al colmo della contentezza, dovette cantare.
-
-Incominciò, mentre si aggiustava la cravatta innanzi allo specchio:
-
- _Non conooosc'... iiiil... beel suooooool..._
-
-La sua voce si liquefaceva, per la gran dolcezza, sull'ultima _o_.
-
- _... che di porpooooor'è... il cieeeeeeeel?..._
-
-Quando cantava, non badava più nè alla grammatica, nè al senso, nè a
-niente. Era l'aria!... Era il motivo musicale che l'occupava, la gran
-tenerezza della voce.
-
-Aveva scelto un'aria della _Mignon_. Sfido! Tutto il mondo era Mignon.
-
-Ora girava per la stanza non rammentando che cosa dovesse fare;
-ma continuava sempre più intenerendosi; (e aveva una bella voce,
-l'assassino!..).
-
- _... dov'il miiiirt'eeee.... l'alooooooor..._
-
-Ci metteva una sola _elle_, ma il sentimento era lo stesso. _Alloro_ o
-_aloro_ che cosa importava?... Era quel gran cane del cuore che andava
-incontro al Paradiso!
-
- ... _fann' un beel... cespiceeeeeel..._
-
-Il _cespicello_ del mirto e dell'alloro (Mostardo pronunziava
-_aloro_), era una sua invenzione. Non rammentando il verso originale ne
-sostituiva uno purchessia. Ora arrivava il gonfiore armonico!
-
- _La — giùuuuuuuu..._
- _... uuuuuuuuuuu..._
-
-E si fermò per regalare tutta l'aria che aveva nei polmoni a quell'_u_.
-
- _Vor-rei ri-tor-naaaaa... aare..._
-
-Riprese fiato.
-
- _A — maaaaaaar'-eee-moriiii-iii-iiir..._
-
-Per Bios, che roba!
-
- _Lag — giùuuuuuuuuu... Vor-rei_
- _ri-tor-naaa... aaaareeeee..._
-
-Alzò gli occhi al cielo turchino.
-
- _A — maaaaaaaaaaaaaaaaaaar_...
-
-Ma che cos'era, dunque, che saliva, con la sua voce, più su della cima
-del campanile?
-
- _eeeeeeeeee_...
-
-Ecco lo spasimo, l'amore, l'elevazione, il sublime, nello spegnimento,
-nella nota esigua, trasparente, quasi impercettibile come il filo del
-ragno, salvi i diversi orifici. Ecco...
-
- ... _eeeeeeeeeeeeeeeee_
-
-— punto e virgola —
-
- ... _moooo — riiiiiiiiiiiiiiiiiir!_...
-
-E avvenne ch'egli si trovasse, proprio agli angoli degli occhi, due
-vergognosi lacrimoni i quali ruzzolaron via presto presto per non farsi
-scorgere.
-
-Ripetette mentalmente, e l'onda del suono lo teneva tuttavia:
-
- _Amar e morir!_
-
-Ma sicuro, morire! Quand'un uomo ha dormito in un letto di Napoleone,
-può ben morire! E Mignon gli si addolciva come una creatura intravista
-attraverso gli inganni, le lusinghe, le seduzioni, le illusioni
-dell'arte e del teatro; e il povero Mostardo ne sarebbe morto. Aveva
-raccolto tanto miele che sarebbe morto senza profferire parola. C'era
-un mare e ci si buttava dentro. Ci buttava il cuore e l'animaccia
-entusiasta.
-
- _Canta sirena..._
- _la luna è piena..._
- _Elèna... Elèna..._
-
-Egli era un gran frequentatore di teatri; ma gli piaceva l'opera.
-L'opera, il canto. Allora gli si aprivan le porte del paradiso. Ne'
-suoi bei venti anni, con diciotto o venti soldi in tasca, d'inverno, e
-la neve riempiva le strade, e il freddo si faceva sempre più cane, con
-dieciotto o venti soldi in tasca, quando c'era l'opera a Ravenna, o a
-Imola, o a Cesena, o a Lugo, se ne andava a piedi, coperto solo dalla
-sua giovinezza, e percorreva trenta e quaranta chilometri per trovarsi
-alla porta del teatro al cominciare dello spettacolo. Saliva allora,
-dissanguandosi per pagare il biglietto d'ingresso, in un angolo del
-loggione, e, una volta lassù, appoggiato al parapetto, gli occhi larghi
-e la faccia estatica, dimenticava la fatica, la stanchezza, il freddo
-e la fame. Se c'era uno spettatore che si facesse portar via tutto
-quanto dall'arte dei suoni e dalla finzione scenica, questo spettatore
-era lui. Se c'era un cuore che dimenticasse tutto il resto del mondo
-per abbandonarsi alla suggestione e all'entusiasmo, questo cuore era il
-suo. E si sbracciava, e strepitava e berciava come un ossesso.
-
-— Bene!... Brava!... Bis... biiis... biiiiis!
-
-Aveva una voce che avrebbe riempito venti teatri. Lo prendevano per un
-_capo-claque_ e non era che un povero diavolo innamorato. Con tutta la
-sua miseria si trovava più ricco di un Creso, in quelle sere. Allora,
-per una prima donna o per un tenore, avrebbe fatto tranquillamente le
-coltellate. Non già che le prime donne o i tenori lo commovessero come
-tali; no, non si trattava di questo. Per lui, i celebri canterini,
-avevano la virtù di continuare a vivere sotto la veste di una _Aida_,
-di un _Trovatore_, di una _Traviata_; e non avrebbe saputo concepirli
-diversamente. Li amava sotto la specie degli eroi da ribalta, perchè
-dalla ribalta la sua esuberante giovinezza traeva il principale, se non
-il solo alimento agli entusiasmi.
-
-A spettacolo compiuto, rieccolo in via. Il freddo era più cane, la
-neve era più alta. Certe nottate in cui morivan di freddo anche le
-stelle. Aveva un cencio di _capparella_, ma non se ne serviva. Portava
-con sè il fuoco dell'arte. E, non appena fuori dalla città, in aperta
-campagna, sotto la furia dei gelidi venti, eccolo a cantare a tutti
-polmoni. Si _portava via_, a volta a volta, quasi tutta un'opera. Aveva
-un orecchio maestro.
-
-_E cammina che te cammina; e canta che te canta_, le nottate eran
-ben lunghe, ma l'alba arrivava. Arrivava l'alba e, l'allora Casadei
-Giovanni detto _e' Sparsiôn_, era ancora per strada. Ma la Città del
-Capricorno non era lontana. Vi arrivava a giorno fatto, senza più un
-soldo in saccoccia, con sessanta o ottanta chilometri sul groppone,
-con una fame diabolica e doveva andare a bottega. Andava a bottega, ma
-pestava le droghe cantando e sognando di essere Radames.
-
-Così aveva incominciato la carriera questo grande cuore, questo ultimo
-idealista, questo genuino romantico, il quale aveva trovato poi tanto
-spazio alle sue generose strampalerie, alla sua bontà che era schietta
-ed ignuda; ignuda e indifesa, di fronte al sordido egoismo e alla
-miseria bruta dei sopravvenienti.
-
-
-Il Caffè del Gatto Bianco.
-
-Un ritrovo di begli ingegni appartenenti alla più lanciata e cosciente
-Democrazia, e ad altre fedi e catechismi.
-
-Faceva caldo. Sui ciottoli della piazza erano distesi molti tavoli,
-innanzi alla bella insegna del Caffè del Gatto Bianco. Un cameriere
-nerovestito, una sudicissima salvietta sotto il braccio, gironzolava
-fra i tavoli, un po' scacciando le mosche, un po' ascoltando e
-compiacendosi delle belle parlate degli avventori.
-
-C'erano molte mosche. Questo cameriere aveva molto da fare. Si chiamava
-Girolamo; in romagnolo Zìrolum. Zìrolum esercitava una specie di
-controllo su quanto dicevano gli avventori del Caffè del Gatto Bianco
-e, se una cosa non gli andava a genio, non si peritava di entrare
-in discussione e di dar torto marcio e di trattar male colui che
-l'aveva manifestata. Zìrolum si dava molta importanza. Aveva veduto
-Garibaldi. Era un uomo con una fitta chioma bianca e ricciuta. Non
-si era addattato allo _smoking_ perchè i suoi principii non glie lo
-consentivano; vestiva di nero, ma per principio, per una manifestazione
-simbolica: portava il lutto della fallita congiura di Castrocaro:
-
-— ... quando non si volle la Repubblica e si mantenne l'Italia in
-questo stato cadaverico...
-
-Zìrolum, per sua disgrazia, si chiamava anche Savoia. Girolamo
-Savoia. Il cognome non è infrequente in Romagna. Di ciò si valevano
-gli avversari suoi, per fargli dispetto. I quali avversari andavano
-a prender una bibita al Caffè del Gatto Bianco e, quando compariva
-Zìrolum, esclamavano:
-
-— Ecco un Savoia!
-
-Alla quale esclamazione, altamente incanendosi, il nostro Zìrolum,
-rispondeva:
-
-— Vorrei che tutti fossero Savoia come me e così _smonarchizzati_!
-
-Quel giorno Zìrolum si fermava più di frequente ai tavoli ad ascoltare
-le calorosissime discussioni e più di frequente interveniva a dar torto
-ai suoi avventori.
-
-All'ultimo dei quali, a un certo Cleto Bonavia, pescivendolo, aveva
-detto, per troncar corto:
-
-— Voi siete un somaro!
-
-Il signor Cleto, candidato al Consiglio Comunale, gli aveva risposto
-che il somaro era lui e si eran chetati su tale assioma.
-
-Però faceva troppo caldo e c'eran troppe mosche.
-
-Zìrolum si asciugava il sudore.
-
-— Ah, miseria del proletariato!
-
-Si asciugava il sudore perchè c'erano molte mosche e bisognava correre
-da un tavolo all'altro a scacciarle e bisognava altresì ascoltare che
-cosa dicevano i clienti e intervenire nelle conversazioni.
-
-— Il mio è un mestiere cane!
-
- _Si suda una camicia e se ne sudan cento;_
- _poi vai a letto e non sei mai contento!_...
-
-Zìrolum era poeta. Era nato con questo estro cane! Aveva anche scritto
-un poema che aveva sempre a portata di mano: _La Mazzineide_.
-
-— È il frutto delle mie prigioni. Io sono stato un perseguitato
-politico più del nostro Maroncelli e del molto reputato Silvio Pellico.
-Il Pellico scrisse le memorie delle sue carceri; io innalzai l'anima a
-Mazzini e mi venne fuori questa _Mazzineide_. L'ho riscritta tre volte.
-Per due volte la finii e i miei aguzzini me la portaron via e la misero
-al forno. Alla terza volta la scrissi col sangue su qualche lembo della
-mia camicia. Mi ricordo sempre che, arrivato al verso:
-
- _Così Mazzin, da fiera mole assalso_...
-
-— Ma si dice: assalito!...
-
-— Non importa. Questa è una licenza poetica:
-
- _Così Mazzin, da fiera mole assalso;_
- _Visto che nulla aveva di sè prevalso_...
-
-arrivato a questo verso, non avendo più niente da scrivere, dovetti
-adoperare il rovescio delle mie scarpe, sulle quali, con una scrittura
-minuscolissima, finii l'opera. Sono cinquemilaseicentoventidue versi,
-senza i titoli.
-
-La Città del Capricorno conosceva la _Mazzineide_, se pur non si
-gloriava del poeta.
-
-— _Nemo propheta_ (Zìrolum pronunziava propeta) _in patria!_
-
-— Ma perchè dici _propeta_?
-
-— Bella sboccia!... Perchè è latino!
-
-— Ma in latino si dice profeta.
-
-— Sicuro!... Credi che non sappia leggere? L'avrò letto venti volte.
-C'è un bellissimo _pi_, con un'_acca_ che non vuol dir niente. I latini
-avevano un'altra pronunzia.
-
-Zìrolum aveva sempre ragione. Del resto, nel corso della sua vita
-inconcludente e sbalestrata, aveva veduto Garibaldi e ciò gli conferiva
-una bella autorità.
-
-— Tu sei un pitecantropo! — gli diceva Libero Bigatti.
-
-— Siamo stati tutti _pichetantropi_, caro mio, alla nostra stagione!
-Credete davvero che non sappia che l'uomo discende dalla scimmia.
-
-— E come lo sai?... Chi te l'ha detto?
-
-— La scienza.
-
-— Quale scienza?
-
-— Se volete scherzare è un'altra cosa.
-
-— No, volevo saperlo, perchè a me non è venuto a dirlo nessuno.
-
-— Sicuro!... Verranno a dirlo a voi. Ma chi credete di essere?...
-
-Bigatti rideva. Zìrolum si asciugava il sudore, allontanandosi e
-brontolava.
-
-— Vorrebbero conculcare anche il libero pensiero! Codini! Se servo il
-pubblico ho avuto anche tempo per coltivare il mio ingegno. Io sono
-autodidatta.
-
-Intorno ridevano. Zìrolum non rispondeva più. Gridava verso l'interno
-del Caffè:
-
-— Un bianco per il signor Calendoli!
-
-Poi, tergendosi la fronte:
-
-— Ah, miseria del proletariato!...
-
-C'era un grande baccano, intorno, e i tavoli erano affollati.
-
-Il sole era disceso dietro il palazzo del Comune. Molti crocchi si
-formavano qua e là per la piazza.
-
-Ora il povero Zìrolum doveva tener d'occhio più particolarmente i due
-tavoli degli _Agrari_ dai quali gli era arrivata per due volte la frase
-tipica: «_Socialistaglia luzzattiana_...». — Ma come contenersi?...
-Inveire non poteva perchè ormai gli _Agrari_ se la intendevano coi
-_gialli_; inoltre egli era sempre stato, avversissimo al _blocco_;
-ma gli _Agrari_ rappresentavano troppo sfacciatamente la borghesia,
-vittima proletaria, non poteva davvero aver simpatia per coloro che lo
-avevano preso, dopo la innocua spedizione di Monte Sassone, e, con una
-scusa qualsiasi, lo avevano ammanettato e chiuso nel fondo di una buia
-carcere per anni ed anni. Così cercava di ascoltare alla larga, senza
-compromettersi.
-
-Ora parlava, fra gli _Agrari_, l'avvocato Paolo Derni, un riccone
-sfondato, con una faccia da cuor contento che faceva dispetto a
-vederla. Una vera mostra di boni da mille!... Si leggeva la ricchezza
-in quelle guancie rotonde, in quella tranquillità patriarcale che non
-si commoveva mai. Si vedeva un uomo che sapeva sempre dove mettere i
-piedi. Aveva la terra ferma, sotto. Non si era alzato mai, nel corso
-della sua vita, con la buia pena di non saper come mettere d'accordo il
-venerdì col sabato.
-
-— E domani come si mangerà?
-
-Aveva avuto sempre le stie piene di capponi; le cantine ricche di vini
-e grano nelle soffitte e nelle fosse, e i più bravi cuochi, e le donne
-più belle, e le centinaia di migliaia alle Banche.
-
-— Porca miseria!...
-
-Savoia Girolamo, e con lui la moltitudine, noi compresi, aveva amato
-tremendamente e aveva digiunato più di San Francesco, senza farlo, come
-il gran Santo, per uno scopo spirituale.
-
-— Ah, miseria del proletariato!
-
-Bene! Ora parlava Paolo Derni, l'avvocato milionario, e rideva. Zìrolum
-si era fermato con un orecchio teso, guardando verso un punto estremo
-della piazza.
-
-— Già, secondo _loro_ — diceva il pacifico borghese, — secondo _loro_,
-noi dovremmo lasciar svolgere liberamente gli elementi del _Diritto
-nuovo_! E il _Diritto nuovo_ è quello di occupare le terre del Comune e
-dei privati, quando questo non sia consentito; quando cioè i legittimi
-proprietarii vi si oppongano. Come andrà a finire?... Io non sono un
-professore di Università, nè un filosofo umanitario, nè un deputato con
-dieci legislature, nè un uomo politico con, didietro, _le sante memorie
-della vecchia Destra_. Io sono un uomo che, quando va contro al Codice
-Civile o al Codice Penale, e si lascia cogliere sul fatto, è chiamato
-in Questura e fila dritto al Cellulare. Essendo tale, non mi assumerei
-davvero la responsabilità di coprire la carica di _Vicerè delle
-Romagne_! Fin che fossi _Vicerè_, sarei salvo; ma se la Camera facesse
-cadere il Ministero, non cadrei anch'io?... Potrei forse contare
-sull'aiuto di Giolitti? — Con quell'uomo non si è mai sicuri!... La
-prospettiva di essere processato come capo o complice dei socialisti
-romagnoli, invasori di terre, non mi sorriderebbe. Accetterei solo ad
-un patto...
-
-— Quale?
-
-— Che l'idea del _Diritto nuovo_ fosse accettata da tutti,
-pacificamente!
-
-— Bravo!...
-
-Si levò un tumulto di urla, di risate, di invettive.
-
-Ora Zìrolum ascoltava con due orecchie.
-
-— A questo ci hanno condotto le famose conquiste della Democrazia
-borghese! — esclamò Angelo Angelotti.
-
-E Floriano Borghi:
-
-— Ciò che fa più schifo è il giuoco del Governo. Associa i socialisti
-parlamentari alla maggioranza ed ha la faccia tosta di far affermare
-che questo è avvenuto per puro caso, senza alcun patto con l'_Estrema_,
-per pura simpatia!...
-
-— Bubbole! — gridò il marchese della Pipetta. — Il Governo perchè si
-prende le tasse se deve trattarci così?
-
-— Già, voi vorreste una legione di carabinieri solamente per il vostro
-palazzo! — gli rispose il conte La Perla.
-
-— Ben detto! — esclamò Zìrolum che ascoltava con tre orecchie.
-
-La discussione crepitava strepitando. Erano una quindicina, in due
-tavoli del Caffè del Gatto Bianco.
-
-Oltre i summenzionati, c'erano: Loreto Baroni, possidente; Giulio
-Fienai, possidente; il barone Lorenzo Vichelli, antico cavaliere di
-cappa e spada; Temistocle Lattonari, regio notaio; Cesare Baccicalupi,
-dottore in scienze agrarie, notevolissimo; Oreste Malnessi, giovane
-senza convinzioni, ridanciano e donnaiuolo; Peppino Locchi, perito
-agrimensore, saldo nella massoneria; Gioacchino Albati, avvocato, ben
-pensante, pieno di iniziativa e forbitissimo dialettico, ed altri di
-minore rilievo.
-
-Ora, per non poter noi seguire, nella consueta forma narrativa,
-l'intricatissima discussione, lascieremo ai nostri _Agrari_, con la
-responsabilità delle loro convinzioni, la libera parola.
-
-LORETO BARONI. — (_Agitando un giornale_):
-
-— Avete letto l'_Avanti!_?
-
-CESARE BACCICALUPI. — Chi ha cura del proprio fegato non legge certi
-fogliettacci velenosi!
-
-LORETO BARONI, GIULIO FIENAI, PEPPINO LOCCHI, GIOACCHINO ALBATI. — Non
-dire sciocchezze!... — Vuoi coprirti gli occhi per non vedere? — Questi
-sono i vostri sistemi!... E vi trovate il nemico in casa!...
-
-IL BARONE LORENZO VICHELLI. — Che cosa dice questo _Avanti!_? Sentiamo.
-
-MOLTE VOCI. — Leggi... leggi!...
-
-LORETO BARONI. — Dice... «Se nell'estate prossima i fatti si
-rinnoveranno, in Romagna, deve l'autorità politica agevolare i
-proprietari ad opporsi?»
-
-FLORIANO BORGHI. — Ormai l'autorità politica, anzi il disautorato
-Governo dei conigli, si è compromesso ignobilmente. Bissolati ha
-parlato chiaro!
-
-VOCI. — Ma lascia leggere!
-
-LORETO BARONI. — (_Continuando la lettura_) «... deve l'autorità
-politica agevolare i proprietarii ad opporsi all'entrata nei fondi
-mezzadrili, alle macchine non scelte da loro?...».
-
-FLORIANO BORGHI. — Non ci sarà questo pericolo!
-
-VOCI. — Silenzio!...
-
-FLORIANO BORGHI. — L'_Avanti!_ conclude: «_Se questa autorità si
-prestasse al capriccio dei proprietari, meriterebbe di essere presa a
-calci nel sedere_».
-
-Ne seguì un nutritissimo coro di urla, di invettive, di minaccie,
-di lampeggiante sdegno. I commenti che seguirono parevan contesti di
-polvere pirica. Molti erano i congestionati.
-
-Zìrolum ascoltava con quattro orecchie.
-
-PAOLO DERNI. — Ecco una solenne affermazione del _Diritto nuovo_! Del
-loro Diritto nuovo!
-
-IL MARCHESE DELLA PIPETTA. — Infatti le fonti di questo loro diritto,
-sono i piedi!
-
-IL CONTE LA PERLA. — E camminano!
-
-Il marchese della Pipetta. — Pare ne godiate! Ma se arrivano
-arriveranno anche per voi, sciagurato!
-
-IL CONTE LA PERLA. — E a me che importa? Bisogna vivere nello spirito
-dei tempi.
-
-IL MARCHESE DELLA PIPETTA. — Infatti si vede che cosa state facendo da
-quando siete nato!
-
-Zìrolum scacciò le mosche da un tavolo più vicino e brontolò:
-
-— Sfruttatori ereditari!... Sfruttatori per atavismo e spirito di
-casta!... Aguzzini del libero pensiero proletario!...
-
-Allora levò la voce uno che, fino a quel punto, aveva taciuto: l'ex
-onorevole Adriano Biancini, moderatissimo uomo e chiaroveggente.
-
-ADRIANO BIANCINI. — Non siamo più di venti e non riusciamo a metterci
-d'accordo. Questa è la nostra disciplina! E vorrete meravigliarvi se
-domani continueranno a vincere come hanno vinto fino ad oggi? Essi
-hanno una mèta precisa; noi non ne abbiamo nessuna. Appena ieri siamo
-riusciti ad accordarci per una difesa parziale e non perderemo, forse,
-perchè i repubblicani sono con noi. Ma credete rimarranno con noi?...
-Fra un mese saremo più soli e la minaccia si aggraverà. È cieco chi
-non vuol vedere lo spirito prettamente rivoluzionario di questi moti.
-Prepariamoci alla spogliazione per gradi o improvvisa. L'una forma o
-l'altra può dipendere da fatti imponderabili e subitanei. Del resto, la
-Rivoluzione francese, che si credeva compiuta nel ciclo che chiamerò
-dell'ottantanove, continuerà a vivere per tutto questo secolo e i
-nostri nepoti ne avranno anche per il secolo venturo. La Democrazia
-borghese è ormai sopraffatta e deve cedere il campo ai socialisti
-rivoluzionari e ai socialisti democratici. La vecchia Repubblica
-con tutti i suoi idealismi umanitari; la romantica Repubblica del
-nostro Mingozzi, quella generosa e battagliera, intorno alla quale si
-raccoglieva la migliore parte della gente nostra, dopo l'epica morte di
-Antonio Fratti, è venuta cedendo terreno di giorno in giorno ed ora può
-dirsi si riassuma nel suo ultimo epigone: il Cavalier Mostardo. Siamo
-ai traguardi, amici miei, e non avremo neppure la magra soddisfazione
-di arrivare _buoni ultimi_ se non sapremo trovare in noi la forza della
-concordia.
-
-La disputa si inasprì. Non importava preoccuparsi dell'avvenire, era
-il presente che conveniva dominare e per dominare il presente occorreva
-l'aiuto del Governo. Ma il Governo, fra Giolitti, Luzzatti, Calissano,
-Chimirri giuocava a favorire sempre più la socialistaglia prepotente,
-aggressiva, sfacciata ed incivile.
-
-— Il Governo ci ha venduti come pecore segnate! — urlò Cesare
-Baccicalupi, dottore in Agraria.
-
-E il barone Lorenzo Vichelli, antico cavaliere di cappa e spada:
-
-— Ha nominato una Commissione; manda quaggiù dei parolai, ci tiene a
-bada. E intanto lascia che tutto vada a rotoli. Al tempo antico...
-
-— Lasciate stare il tempo antico! — consigliò Gioacchino Albati,
-avvocato bempensante, che era un moderatore.
-
-Disse Adriano Biancini:
-
-— Il fatto sta che noi non sappiamo che strepitare e ce ne andiamo come
-le foglie sulle correnti di autunno.
-
-— È la nostra volta! — mormorò Oreste Malnessi, giovane senza
-convinzioni.
-
-— E non abbiamo coraggio! — aggiunse il Biancini.
-
-— In quanto a coraggio — gridò Peppino Locchi, perito agrimensore,
-saldo nella massoneria; — in quanto a coraggio ne avremmo da vendere!
-Ma siamo l'odiata minoranza e in dieci contro diecimila non si può
-combattere!
-
-— Allora cediamo il potere e faccian loro!... Tanto, peggio di così
-non potrebbe andare. — Questo disse Giulio Fienai, possidente, persona
-perbene e bennata, autorevole in famiglia e ben veduta al Circolo dei
-Nobili.
-
-Zìrolum approvò:
-
-— Dice bene, il signor Fienai!
-
-Frattanto un'altra lite si accennava fra il marchese della Pipetta e il
-conte La Perla, i quali erano sempre inveleniti l'un contro l'altro e
-non si perdonavano neppure il respiro.
-
-— Che cosa ne pensate voi, Biancini, della Commissione governativa? —
-domandò il conte Angelo Angelotti, uomo senza idee e senza pareri, ma
-_tutto di un pezzo_, come suol dirsi.
-
-— La Commissione verrà a scoprir la Romagna, farà un monte di belle
-chiacchiere; darà ragione a tutti e lascierà le cose allo _statu quo
-ante_!
-
-— E allora chi deciderà, nel caso nostro?
-
-— Decideranno i magistrati, sempre che si mantengano gli escomi ai
-contadini ribelli.
-
-— Per conto mio — disse il marchese della Pipetta, — non cederei
-neppure se dovessi rimetterci tutto!
-
-E il conte La Perla:
-
-— In quanto a questo, solo che vi dovesse venir meno un palmo di terra,
-vi calereste dieci brache!
-
-— Del resto — riprese il Biancini, — le cose andranno come devono
-andare.
-
-— Già, voi siete cultore del mito catastrofico! — esclamò Loreto Baroni.
-
-— Vi pare mi sia ingannato di molto, fino ad oggi?... E pensate davvero
-che, una volta trovata una morale della violenza, una volta negata
-cioè la barbarie insita nella violenza e giustificatene le conseguenze
-estreme, ci si debba arrestar presto?...
-
-— È quello che vedremo.
-
-E il marchese della Pipetta aveva già incominciato a dire:
-
-— Ma sapremo difenderci... — quando balzò in piedi perchè il suo
-agente di campagna lo aveva chiamato in disparte. Gli amici lo videro
-impallidire, gestire e l'udirono gridare per due volte:
-
-— Canaglie!... canaglie!...
-
-— Che cos'è stato? — gli domandarono quando ritornò verso il tavolo.
-
-— Nuove prove di civiltà!... Nuove prove di civiltà!...
-
-— Ma di che si tratta?...
-
-— Mi hanno incendiato tre _barchi_ (biche): uno a Magliano; uno a
-Malmissole e uno a Noceto!...
-
-— Oooooooh!... — fecer gli _Agrari_.
-
-— Ma non basta! Nella mia tenuta di Vecchiazzano mi hanno tagliate più
-di cinquecento viti!
-
-— Ooooooh!... — ripeteron gli _Agrari_.
-
-— Ma non basta!... Hanno saccheggiato il giardino della mia villa a San
-Pietro in Campiano e hanno incendiata la villa di mio cugino...
-
-— Quale villa?...
-
-— Il Conventino!
-
-— Per Bios!...
-
-Un uomo che si era seduto allora allora a un tavolo non discosto,
-balzò in piedi rovesciando il tavolo (vassoio, bicchiere e bottiglie
-compresi!), e gridando:
-
-— _E' fugh!... E' fugh!..._ (Il fuoco!... Il fuoco!...) si scagliò
-verso la torre del Comune.
-
-Era il nostro Mostardo.
-
-Dopo non molto la campana d'allarme suonava a martello, senza tregua,
-senza riposo, in un impeto disperato. Pareva vi si fosser posti in
-venti a tirar per la corda. Non la si era udita mai tempestar così,
-soprapossa!... Annunziava il finimondo!
-
-Dati i tempi che correvano, con quel po' po' di venticello
-rivoluzionario che spirava intorno, quella chiamata a raduno fece
-tremebondo più di un core. Suonavano al fuoco, o si voleva il popolo
-in piazza per altri scopi? Non era forse il tentativo di una rivolta
-improvvisa? Chi era che suonava?
-
-Gli _Agrari_ furono tutti in piedi, in un battibaleno, il marchese
-della Pipetta si affrettò a squagliarsi, scivolando via sotto la
-propizia ombra dei portici. Il conte La Perla voleva farsene beffe,
-ma la sua beffa avrebbe dovuto appoggiarsi a un esempio che non si
-sentiva di dare. Anche il conte La Perla, con la scusa di incuorar le
-sue donne che potevano spaventarsi, dileguò per un'altra via. L'esempio
-fu seguito dai più. I rappresentanti la classe assalita con tant'impeto
-dal popolo, si addimostravano veramente, pieni di ferma fierezza e di
-incrollabile ardire.
-
-Zìrolum rideva. Le mosche non c'erano più; c'era solamente il suo
-garibaldino core che si divertiva.
-
-Degli _Agrari_ non rimasero che l'ex-onorevole Biancini, Gioacchino
-Albati, Cesare Baccicalupi e Oreste Malnessi. Quattro persone!... E gli
-altri avevano avuto molti bisogni improvvisi e molta gamba.
-
-— Ma chi suona? Si può sapere chi suona?
-
-— Credo sia Mostardo, — rispose Zìrolum.
-
-— Mostardo? — domandò l'avvocato Albati. — E perchè?
-
-La cosa turbò molti spiriti.
-
-La borghesia vedeva il Cavalier Mostardo come un diavolo rosso. Se
-Mostardo dava l'allarme, qualche cosa di molto brutto doveva bollire in
-pentola!
-
-— Ma perchè suona? — domandò Cesare Baccicalupi. — Suona al fuoco,
-forse?
-
-Zìrolum strinse la testa fra le spalle:
-
-— Chi lo sa? — rispose.
-
-— Briscola!... — mormorò Oreste Malnessi, che era un giovane senza
-convinzioni, ridanciano e donnaiuolo.
-
-Primi ad accorrere furono i ragazzi i quali incominciarono a far tanto
-strepito quanto non ne abbisognava, a mantener la calma nei pavidi
-cuori. Poi, un uomo che apparve, correndo alla disperata, mezzo vestito
-in borghese e mezzo in divisa, con, sulla testa un grand'elmo color
-d'ottone, adorno da un ricco pennacchio rosso e blu; e si diresse
-all'entrata del Palazzo del Comune, richiamò l'attenzione di molti.
-
-— Ecco Asdrubale Tempestoni!...
-
-— Allora è il fuoco!...
-
-— Che cosa brucia?...
-
-— Dov'è il fuoco?
-
-I quattro _Agrari_ respiraron meglio.
-
-— Povero Asdrubale — sospirò Cesare Baccicalupi, dottore in Agraria,
-notevolissimo; — povero Asdrubale, è sempre pronto!... Pochi Corpi dei
-Pompieri sono organizzati come il nostro. Solo in Isvizzera...
-
-— Per carità!... Lasciami stare la Svizzera, adesso! — gridò l'avvocato
-Albati che era persona dabbene.
-
-Ma il nostro Cesare era piuttosto testardo e aveva uno spiccato debole
-per la Svizzera.
-
-— Perchè? — riprese. — I pompieri svizzeri possono servire di modello
-al mondo intiero!
-
-Nessuno gli pose mente.
-
-Asdrubale Tempestoni, come Curzio nella voragine, si scaraventò entro
-la gran tenebra del Palazzo Comunale. Gli si scagliaron dietro, a mano
-a mano, i suoi militi.
-
-Giungevan dai quattro punti cardinali, galoppando via a gambe levate,
-inseguiti da uno stuolo di ragazzaglia urlante. Sorpresi dalla campana
-di allarme, chi sul lavoro, chi al santo desco, chi in delicate
-opere d'amore: e questi affaccendato in politici affari, e quegli in
-legittima guerra con la irosa consorte, spuntavano, sospinti dalla
-furia del dovere e dell'abnegazione, in sommarii abbigliamenti, così
-come si trovavano quando il disperato appello li aveva raggiunti.
-Senza giacca, in mutande, scalzi, in pedùli, una scarpa sì e una no, ma
-sempre belli di nobile ardore. Ve n'eran di tutte le età: teste calve e
-teste ricciute; faccie pompose di giovinezza e volti scarni di anziani,
-provati ormai a tutte quante le stazioni della vita.
-
-E ciascuno pareva si trascinasse dietro, per le voci della ragazzaglia
-urlante, una vampa. A quando a quando dal nord, dal sud, dall'ovest
-arrivava un nuovo tumulto, poi ecco spuntare il milite affannoso ed
-affannato, precedente la torma dei piccoli _senza-camicia_; i quali
-piccoli, com'è proprio della natura loro, si eran già inabissati nello
-sbaraglio e, ebbri di strepito e di fialoppo, si eran creati la grande
-fantasia incendiaria onde muovere a spavento le donnine, raccolte in su
-l'usciuolo dischiuso.
-
-— _Ch' s'èll stè, e' mi Signor?_ (Che cos'è stato, Dio mio?).
-
-— _E' fugh!... E' fugh!... E' fugh!... E' fugh!_... (Il fuoco!... Il
-fuoco!... Il fuoco!... Il fuoco!...).
-
-— _Jòso, purèta me!_... (Gesù, poveretta me!).
-
-E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso, congiunte le palme, e
-la faccia improntata alla più grande costernazione, davan l'avviso alle
-ritardatarie.
-
-— _Aviv sintì, Marièta?_ (Avete sentito, Marietta?).
-
-— _Ch' s'èll, néca?_ (Che cos'è, ancora?).
-
-— _Dis cu j'è un fugh che mai piò!_... (Dicono che c'è un fuoco come
-non si è mai visto!).
-
-— _Mo indò?_ (Ma dove?).
-
-— _In l'ha dett. An sintì coma che sona la tora?_ (Non l'hanno detto.
-Non sentite come suona la torre?).
-
-— _L'è e castigh de Signor!_ (È il castigo del Signore!).
-
-— _Jòso! U s'ha d'avdè dla gran brota roba!_ (Gesù! Si devon vedere di
-novità molto brutte!).
-
-Ma, in quella, passavan di corsa, berciando, i nuovi giovani. Allora,
-la _Catarena_, si faceva animo e li interpellava.
-
-— _Dsi so, burdèll, duv'èll e' fugh?_ (Dite, ragazzi, dov'è il fuoco?).
-
-— _Mo che fughi... L'è la rivoluziôn!_... (Ma qual fuoco! È la
-rivoluzione!...).
-
-E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso, si facevano il segno
-della santa croce, fulminate dalle bestemmie e dallo spavento.
-
-— _Hai dett la rivoluziôn?_... — (Hanno detto la rivoluzione?).
-
-— _An j' avì sintì, chi asasên?_ (Non li avete sentiti, quegli
-assassini?).
-
-— _Eh?... Ach temp, la mi Catarena!_... (Eh?... Che tempi, Caterina
-mia!...).
-
-E disparivano dietro l'usciuolo, più umili che mai, più piccine che
-mai, queste povere donnine di Dio, con la loro anima raccolta fra
-l'_Ave Maria_ dell'alba e la _Benedizione_ della sera.
-
-Frattanto la gente accorreva da ogni banda, verso la Piazza, e la
-campana di allarme non dava cenno di voler tacere. Tutta la città era
-in subbuglio e in tumulto. I negozi dei signori avevan già abbassate le
-saracinesche; sulle soglie delle botteguccie minori, stavan padroni e
-clienti a guardare, a commentare.
-
-Non si era ben deciso di che si trattasse: se di un enorme incendio
-o della rivoluzione. Anche si parlava dell'uno e dell'altra insieme.
-Il contagio della paura faceva sbarrare porte e finestre. Usciva il
-popolo vero e la sottospecie dei Rigaglia. Le dame e le damigelle che
-si erano avventurate a fare la quotidiana passeggiata si rifugiavan
-per gli androni dei rari palazzi non ancora barricati. Per le chiese
-non sostavano che le piccole vecchie antichissime, le quali non udivan
-neppur più il baccano e non aspettavano che l'_ora_ su la soglia di
-Dio. Ma gli scaccini volevan disfarsene; gli scaccini volevano chiuder
-le chiese perchè temevano il popolo evoluto. Si era mobilitato un
-esercito di popolani in bicicletta. Apparivan, qua e là, le donne
-_rosse_, le più accese; le mani sui fianchi, scapigliate e imprecanti.
-Gli agenti dell'ordine pubblico, scomparsi. Se il popolo avesse voluto
-dar di mano alla scure e schiantar tutto, padronissimo di farlo.
-
-Alla Camera del Lavoro era un grandissimo affollamento, ma nessuno
-sapeva dire di che si trattasse. Un fermento improvviso veniva
-propagandosi fra la massa. Gli scontenti tempestavano. Si dovevano
-assalire palazzi e negozi e incominciar subito. Ma gli scontenti non
-avevano presa sul folto, che è sempre guidato, in Romagna, da un senso
-di giustizia e di onestà.
-
-E la campana di allarme, dagli a suonare a distesa!
-
-Ciò innervosiva anche coloro che eran leggendariamente calmi e padroni
-dei loro nervi.
-
-Si vide l'onorevole attraversar la Piazza di gran corsa. Si vide
-Coriolano tenergli dietro penosamente. Ma sarebbe morto pur di essere
-là dove era il suo onorevole, in un frangente così catastrofico.
-
-Anche il moro Fabrizi e il gobbo Pulizia correvano qua e là, l'un
-dietro l'altro.
-
-_Dan, dan, dan, dan, dan, dan_...
-
-Apparve la tribù dei molossi, guidata da Bucalosso. Rigaglia si era
-fermato, prudentemente, all'angolo di un vicolo che immetteva nella
-piazza.
-
-Ecco l'avvocato Suasia, ecco l'ingegner Fias, l'avvocato Relli, Domokos
-Barbantini, Ildebrando Sgargi, Gerolamo Putti. Ecco Borgnini e la sua
-coorte; e il conte Polpetta, seguito dai soci dell'_Isola Felice_.
-
-A una finestra del Palazzo del Comune, si affacciò il signor Sindaco:
-Alvise Alberghetti. Assoluto Malvagni si fermò sotto a un arco del
-Palazzo del Podestà; il viso fierissimo.
-
-Marmissi e Bigatti passavano da crocchio a crocchio.
-
-Contro l'androne del Palazzo del Comune, la folla si stipava
-ondeggiando. Si incrociavano le domande e le supposizioni più svariate.
-Incominciava a far nero, nell'anima della vasta raccolta.
-
-Uno gridò:
-
-— Evviva la Repubblica sociale!
-
-E un altro:
-
-— A morte la borghesia!...
-
-Quest'ultimo grido si converse nell'urlo della massa.
-
-L'avvocato Albati disse:
-
-— Ora tocca a noi!
-
-I tre compagni suoi non risposero. Erano sempre in piedi presso i
-tavoli del Caffè del Gatto Bianco. Ormai non potevano più andarsene
-senza dar troppo nell'occhio.
-
-Arrivò di gran corsa uno che aveva parlato all'onorevole. In men di un
-minuto ebbe intorno una quarantina di persone.
-
-— Ebbene?... Che cos'è?... Che cosa succede?...
-
-Il nuovo arrivato buttò là una frase che fu come un cataclisma:
-
-— A Roma e a Milano c'è la rivoluzione. Hanno proclamato la
-Repubblica!...
-
-Uno sbandamento contrito s'impossessò dell'anima dei presenti.
-
-— Ma chi l'ha detto?... L'onorevole?...
-
-— Sì, l'ha detto l'onorevole. Ha ricevuto un telegramma. L'ho visto io!
-
-— E allora perchè suonano?
-
-— Chiamano il popolo. Prima di notte sarà proclamata la Repubblica
-anche qui.
-
-— Briscola!... — mormorò Oreste Malnessi, che era un giovane
-senza convinzioni, ridanciano e donnaiuolo. Egli si era accostato
-prudentemente al crocchio e così, rimanendo alla larga, voltato di
-fianco per ascoltare meglio e per non sembrare addirittura della
-partita, aveva colte le ultime frasi. Si affrettò poi a raggiungere
-gli amici che lo aspettavano a venti passi di distanza, sempre presso i
-tavoli del Caffè, e disse loro:
-
-— Prima di notte proclameranno la Repubblica!
-
-— Ma dove? — chiese l'ex-onorevole Biancini scattando.
-
-— Qui!... A Roma e a Milano è stata già proclamata!
-
-— Una Repubblica federale come in Isvizzera? — domandò Cesare
-Baccicalupi, dottore in agraria.
-
-— Ma no! Una Repubblica plutocratica, come nel Paraguai! — riprese
-l'avvocato Albati che ancora aveva voglia di ridere.
-
-— Ma chi ha detto questa roba? chiese Biancini.
-
-— L'onorevole ha ricevuto un telegramma poco fa.
-
-— E da chi?
-
-— Ma non lo so.
-
-Allora, i quattro, udirono un tranquillo riso dietro le loro spalle e
-si volsero, non senza un certo brivido.
-
-Era l'Uomo Pacato.
-
-— Oh, siete qua voi!... — esclamò l'ex-onorevole Biancini, andandogli
-incontro con le mani tese. — Beato chi vi vede!...
-
-— Quando suonano le campane a martello, io non posso dormire fra gli
-orti! — rispose sorridendo l'Uomo Pacato.
-
-— Avete sentito che cosa si dice?
-
-— Ho sentito.
-
-— E che ne pensate?
-
-— Dico che l'Italia non è il Portogallo. Voi dimenticate sempre
-questa piccola differenza come la dimenticano, tanto volentieri, i
-nostri buoni amici francesi ed inglesi. Ma a loro può essere, in linea
-filosofica, perdonato perchè lo fanno per il loro interesse. A voi no,
-non si può perdonare. La Repubblica la proclameranno forse i nostri
-_Galli Boi_, al Circolo Mazzini, questa notte; ma sarà una Repubblica
-alla casalinga, come le tagliatelle, e sarà consumata in casa.
-
-— Dunque tutto quello che si dice...
-
-— Onorevole, avete sempre prestato fede, voi, a tutto quello che si
-dice?
-
-— No... ma, in questo caso...
-
-E il giovane Malnessi:
-
-— È arrivato un telegramma. C'è chi l'ha veduto...
-
-— L'ha veduto, lei?
-
-— Io, no.
-
-— E allora non è arrivato niente!
-
-— Ne è sicuro?
-
-— Sicurissimo.
-
-— ... e la rivoluzione a Roma e a Milano?
-
-— L'ha veduta, lei?
-
-— Io, no.
-
-— E allora non c'è stata mai!
-
-— Come mai siete tanto sicuro? — domandò l'avvocato Albati.
-
-— Per la semplice ragione che sono risalito alle fonti.
-
-— Cioè?
-
-— Ecco qua. Io passo i miei pomeriggi nell'orto mio. Un poco lavoro
-la terra; un poco mi distraggo con gli autori miei preferiti che sono
-l'ultima compagnia fedele, nel mondo che mi si è fatto ormai deserto.
-Oggi, appunto, aspettavo che il giorno morisse e stavo meditando su
-l'_Elogio degli uccelli_ di Leopardi e mi abbandonavo col libro sulle
-ginocchia, «_scosso dal cantare degli uccelli per la campagna_», come
-Amelio, filosofo solitario, quando il mio godimento e la mia gioia
-sono stati interrotti dal suono di questa campana. Ora io, pedante,
-ho incominciato a meditare su cotesto suono e me ne son venuto via
-dalla mia pace, pensando quali potevano essere le improvvise cause che
-avevano dato il farnetico al campanaio. Perchè non avevo udita ancora
-una così spietata raffica di suoni, nel cielo della mia Tebaide. Così
-sono arrivato alla porta della Torre, e, avendola trovata aperta, sono
-entrato per sapere quale minaccia gravasse sul mio pacato destino. E
-che vedo, signori miei? Vedo il più gran colosso della razza nostra,
-afferrato di gran forza alle corde, dimenarsi e tirar giù a tempesta
-la campana del Comune, tanto che si sarebbe detto averlo, il demonio,
-in suo possesso e ben saldo. Allora con la mia voce più forte, gli ho
-domandato: — O Mostardo, cosa fate? — Mi ha risposto, urlando a sua
-volta: — Brucia il Conventino! — Ed io: — Vi pare sia degno di voi
-fare tanto frastuono per una villa dell'aristocrazia?... Lasciatela
-bruciare, Mostardo, e datevi pace — Mi ha guardato losco e mi ha
-risposto: — Toglietevi dai piedi! — Il che ho fatto, per buon rispetto
-suo e mio. Da Asdrubale Tempestoni, uomo più trattabile, ho saputo il
-resto. Ora la Piazza, attaccata al cuore della sua campana, vive un'ora
-rivoluzionaria.
-
-— Allora — domandò Malnessi — tutto il resto è fantasia?
-
-— Io direi, caro giovane! Ma voi siete troppo tenerello per poter
-sapere tali cose.
-
-E l'ex-onorevole Biancini:
-
-— Però guardatevi intorno e, ditemi se, data l'eccitazione del popolo,
-non c'è da aspettarsi qualche brutta sorpresa.
-
-— Se l'ora è sinistra, onorevole mio, lo è solamente per i fanali e le
-lanterne. Fra poco, non una fra queste nobili e civilissime cose sarà
-ancora sana. I fanali costituiscono un caso tipico della nuova fobia
-proletaria.
-
-— Ben detto! — esclamò Zìrolum.
-
-Ora avvenne un fatto nuovo che attirò l'attenzione del popolo. Di un
-subito la folla che si stipava innanzi all'androne del Palazzo del
-Comune si divise in due ali, lasciò un largo spazio nel quale fu primo
-a comparire Asdrubale Tempestoni, che aveva indossata la divisa grigia
-di combattimento, sostituendo all'elmo di ottone dal pennacchio rosso e
-blu, un elmetto in cuoio nero. Era un bell'uomo e forte, con la barba
-color rame. Pareva un guerriero disceso da un vaso etrusco. Dietro di
-lui si udiva, nella tenebra del profondissimo androne, uno scatenìo, un
-rombo, un assordante tempestìo di ferramenta, sì che pareva ch'egli si
-scagliasse fuor dall'inferno e avesse lasciata la porta aperta.
-
-Il nostro Asdrubale, non appena apparve ci tenne a far palese
-l'autorità sua, per dimostrare la quale si dette a gridare con quanta
-voce aveva in corpo:
-
-— I più giovani al timoneeeee!... Via, di corsa!... Avanti la
-trombaaa!... Dov'è la trombaaaaa?... Lo squillo... suonate lo
-squillooo!...
-
-Il cuor del popolo fu subito preso da tanto apparato e da tanta energia.
-
-C'eran gli elmi, c'era il frastuono, c'era una dimostrazione di forza e
-un po' di mistero.
-
-Ma che avveniva nelle viscere del Palazzo del Comune? Tutti i vetri
-tremavano e la terra, sotto i piedi degli astanti.
-
-Asdrubale Tempestoni gridò ancora:
-
-— Pronti?...
-
-Una voce cavernosa rispose dal fondo buio:
-
-— Pronti!...
-
-— Allora suona!
-
-Si udì un rauco squillo, poi qualcosa accadde che parve, senz'altro,
-il finimondo. Da una distanza, come di voragine, salì il soffio del
-turbine, il boato del terremoto. Eran le antichissime volte del gran
-Palazzo che moltiplicavano e incupivano il suono.
-
-Asdrubale Tempestoni, e il suo aiutante trombettiere, gridavano:
-
-— Largo, largo, largo!...
-
-— Attenti ai bambini!...
-
-— State indietro!...
-
-— Indietro, perdio!...
-
-Ma la curiosità era grandissima; ma il cuore tremava nell'attesa.
-
-— Ecco... vengono! — mormorava la folla.
-
-— Eccoli, eccoli, eccoli!...
-
-— State indietro!
-
-— Se vai sotto a una ruota ti schiacciano!
-
-— Non si possono più fermare!
-
-— Sono palle da schioppo!
-
-Asdrubale Tempestoni li aspettava al varco, puntato sui muscoli saldi,
-pronti allo scatto.
-
-E allora il popolo vide il prodigio. La prima pompa, la più pesante,
-quella per la quale occorrevano dieci uomini a trascinarla, ed anche
-a gran pena, sbucò dall'androne, irruppe sulla piazza, proseguì
-sull'acciottolato trabalzando via con la velocità di un bolide. E non
-vi si erano aggiogati dieci o venti uomini, ma due soli: due petti
-poderosi e quattro braccia di ferro: i petti e le braccia del Cavalier
-Mostardo e di Bucalosso.
-
-Puntando sulla traversa del timone, aggrappati, bassa la testa come
-arieti in lotta mortale; in un turgore di tutta la possente muscolatura
-tesa al massimo rendimento, in una fissità eroica della volontà
-ipnotizzata da una sola idea, essi erano come un elemento cieco che
-s'apre una strada fra due punti nell'infinito, e quella sola conosce.
-Personificavano la bella furia che schianta e travolge; la forza con la
-quale non si ragiona; l'ardimento che deride la morte.
-
-E il popolo ama questo. Il popolo ama coloro che possono dominarlo come
-una femina.
-
-Così, quando apparvero; quando attraversaron di gran corsa, come
-trascinassero una festuca, lo spiazzo lasciato libero fra le due ali
-di popolo; quando si lanciaron per la Piazza e si videro il vuoto
-dinnanzi, un grido di ammirazione, li accolse e li seguì. Era la prima
-volta che si vedeva una cosa simile; era la prima volta, altresì, che
-il Cavalier Mostardo e Bucalosso correvano all'impazzata, aggiogati ad
-una pompa.
-
-Ma chiamava, dal fondo della campagna, una voce d'amore e, a quell'ora
-forse, una gran fiamma minacciava una creatura salita, in una sola
-notte, ai fastigi di un cuore.
-
-Asdrubale Tempestoni, per motivi tattici, rimase fra la prima e la
-seconda pompa. Ma la prima era già in fondo alla Piazza, quando la
-seconda usciva dall'androne. Il povero Coriolano, che si era provato
-a tener dietro a Mostardo e boccheggiava ora, per l'asma, strappò una
-bicicletta a un amico e, inforcata che l'ebbe, partì pedalando. I figli
-di Bucalosso, arrivati in ritardo, si scagliaron dietro al padre e
-al duce. Il moro Fabrizi era al timone della seconda pompa; il gobbo
-Pulizia per didietro. Doveva ben fare qualcosa anche lui, povero gobbo,
-per meritare il perdono di Mostardo!
-
-Ad uno ad uno usciron tutti i carri dall'androne del Comune e
-inseguirono il primo che filava come una saetta.
-
-Spettacolo superbo!... Ma dove andavano?... Non importava saperlo.
-Conveniva correre a rovina. C'era forse qualcuno da salvare, in fondo
-alla campagna. Non si chiedeva niente; era un impeto generoso: via!...
-via!... via!...
-
-La rivoluzione cambiò faccia. Fu aggiornata. Il popolo della Città
-del Capricorno aveva trovato qualcosa che gli piaceva quanto la
-Rivoluzione: il fuoco. L'anima sua si avventava al mistero del lontano
-incendio. Correre, per dieci, per venti miglia verso un gran barlume
-nel cielo notturno; correre verso chi implora, verso le donne e i
-bambini, verso gli uomini impossibilitati ad agire. Essere coloro che
-possono ancora portare la salvezza: i fratelli liberatori! Un senso
-oscuro e profondo di solidarietà umana contro il destino nemico aveva
-fatto scomparire, come per incanto, ogni ostilità, ogni fermento.
-Travolto dall'impeto dei volontari che si sottoponevano, solo per
-generosità, a una fatica mortale, il popolo volle essere pari a loro
-e si riversò per la campagna dietro i pesanti carri trainati dagli
-uomini. Se qualcuno cadeva, cento erano pronti a sostituirlo. Quando
-si accenda un simile ardore, nel cuor delle genti, ogni eroismo è
-possibile. Il Cavalier Mostardo e Bucalosso furon coloro che sgombraron
-la piazza salvando la pavida borghesia che già tremava d'orrore.
-
-Primi i monelli, poi i giovani e gli anziani fecer fiumana giù per il
-Borgo fino alle porte della città, per riversarsi sulla strada romana
-che attraversava i campi, bianca e diritta.
-
-Gli uomini tranquilli e più vecchi si avviarono a passo a passo verso
-la Porta dei Cotogni per veder se si scoprivano nel cielo le traccie
-del famoso incendio.
-
-La Piazza diventava muta e deserta. Nessuno accendeva i fanali. Forse
-i lampionai si eran lanciati, con gli altri, all'inseguimento del
-Cavalier Mostardo e di Bucalosso.
-
-Il vecchio Zìrolum, che aveva veduto Garibaldi, non poteva logicamente
-aspettare; doveva essere della partita; così indossata un'altra
-gabbana, se ne andò in bicicletta senza domandare il permesso al
-padrone.
-
-— Ah, miseria del proletariato!...
-
-E il padrone del Caffè del Gatto Bianco gli gridò dietro di non
-ritornare mai più, pur sapendo che Zìrolum sarebbe ritornato e che lo
-avrebbe ripreso senza aprir bocca.
-
-Non è facile disfarsi di un _uomo-istituzione_, in una piccola città di
-provincia.
-
-Era rimasto, impassibile e dominante, sotto l'arco del Palazzo
-del Podestà, Assoluto Malvagni, circondato dai suoi. Fra gli altri
-c'era anche il famigerato Borgnini. Assoluto Malvagni parlava molto
-gravemente, a quando a quando, atteggiando l'apostolica faccia a un
-sorriso sardonico. I compagni lo ascoltavano con riverente compunzione.
-Certo, qualcosa si veniva tramando a danno dei _gialli_.
-
-L'onorevole attraversò la Piazza, la testa bassa, le mani annodate
-dietro le reni come chi deve portare il peso di gravissimi pensieri. Lo
-accompagnavano l'avvocato Suasia e l'ingegnere Fias. Scomparvero dietro
-l'angolo della chiesa, per la Contrada Grande.
-
-Si vedeva tuttavia, oltre la Porta dei Cotogni, una grande nuvola di
-polvere entro la quale galoppava lontanando il popolo.
-
-Ora lasciamolo correre, guidato dal Cavalier Mostardo, verso l'occulta
-anima del Fuoco.
-
-
-Pochi eran rimasti ai tavoli del Caffè del Gatto Bianco, e, fra questi
-pochi, primeggiava la comitiva che abbiamo abbandonata sul punto in cui
-Asdrubale Tempestoni si era scagliato, in divisa di combattimento, fuor
-dell'androne del Palazzo del Comune.
-
-Ora l'ex-onorevole Biancini, Cesare Baccicalupi, il giovane Malnessi,
-l'avvocato Gioacchino Albati e l'Uomo Pacato, dileguata la minaccia
-di una rivolta più o meno tempestosa, seduti intorno ad un tavolo,
-conversavano.
-
-Dell'Uomo Pacato non abbiamo fatto il nome e così non cercheremo
-tracciarne un ritratto, per non porre sulle traccie di lui una
-qualsiasi curiosità, e per lasciarlo sempre più lontano, e più solo,
-per il suo silenzio che sconfina fino al cuore dell'Universo. Nè
-diremo gli anni suoi che gli pesano, benchè non sian poi tanti da
-fargli chinar la faccia o da togliere dagli occhi suoi fondi, quella
-trasparenza e luminosità e quella fiamma per la quale più grande e
-giovane appare lo spirito suo. No, non diremo i vostri anni, amico
-nostro scontroso, anche per non farvi vergogna, perchè è vergogna
-il tempo a chi sente ancora tanta giovinezza cantare, ed è solo;
-non li diremo anche se riteniamo con certa scienza, che non farebber
-spavento a chi vi ama, al bel cuore di giovinetta che v'ama e di voi
-si appassiona. Troppo le parlaste, una sera, perchè ella non vi segua
-di lontano; e troppo chiara le faceste una strada perchè sempre non
-ne senta la nostalgia! Ed ora le parole dei coetanei suoi le tornano
-sorde, aride, vuote! Ed ella vive in un piccolo paese remoto, solo per
-voi, come se vi aspettasse, e sa bene che non arriverete giammai alla
-sua distanza.
-
-Ah, Uomo Pacato, potreste ben cantarglielo un sogno che le fosse
-come un amuleto contro l'inevitabile disincanto, poi che l'avete
-ammaliata!...
-
-Ora l'Uomo Pacato taceva come se non fosse più della comitiva, ma solo
-con sè stesso, e lontano.
-
-L'ex-onorevole Biancini discuteva con l'avvocato Albati, e Malnessi e
-Baccicalupi ascoltavano come coloro che poco avean da dire, e sempre a
-torto.
-
-Fu Biancini che si rivolse all'Uomo Pacato e gli domandò:
-
-— Se non è indiscrezione, si potrebbe sapere a che pensate?
-
-L'Uomo Pacato levò gli occhi e la faccia.
-
-— Pensavo — rispose — come vi sia facile dimenticare le cose che vi
-stanno sopra; e come possiate trascorrere dalla paura più grande alla
-più limpida indifferenza, nel termine di pochi minuti.
-
-— Ma voi stesso ci avete derisi quando si temeva! — disse l'avvocato
-Albati.
-
-— Sì, perchè esageravate allora, come esagerate adesso.
-
-— E in che cosa, di grazia?
-
-— Nella valutazione di ciò che accade. Ma d'altra parte è il destino
-vostro. La combattività vostra, della classe che rappresentate, cioè,
-ha già reso tutto il possibile ed ora non può essere che superata.
-
-La cosa non consolò gli astanti, anzi li indispettì. Fu allora che
-l'ex-onorevole Biancini, punto sul vivo dai giudizi dell'Uomo Pacato,
-gli domandò, non senza una punta di acredine:
-
-— Ma scusate, a quale classe appartenete voi?... Se non siete
-proletario nè aristocratico, dove confinate il vostro destino?
-
-L'uomo Pacato sorrise.
-
-— Avete ragione. Dove confino io il mio destino? Questa domanda
-non mi è nuova perchè tante e tante mai volte io stesso me la sono
-rivolta. In tempi di materialismo economico in cui non si esaltano
-e non si ritengono utili se non i valori di immediata praticità, che
-cosa rappresento io, nella Città del Capricorno?... Zero!... Domani,
-imperando la Dittatura proletaria, io, povero uomo dalle mani senza
-calli, dovrei esulare ed abbracciare l'islamismo o il confucianesimo.
-Ammettiamo ch'io abbia ingegno; ammettiamo anche che questo mio
-ingegno possa dar vita a qualche valore spirituale, ciò, imperando la
-suddetta Dittatura, non farebbe che aumentare il mio crimine di lesa
-maestà del lavoro manuale. Oggi il mondo si divide fra coloro che
-fabbricano pentoli e coloro che posson riempirli; l'altra classe, che
-soleva romperli solamente, non può più sussistere. Oggi l'umanità non
-ha bisogno di altro cibo che non sia quello della bocca. Liberatasi,
-per modo di dire, dalla sua eredità millenaria, si rifà da capo con
-l'idea di instaurare un regno di giustizia universa che incomincia poi
-da tutte le ingiustizie e da tutte le tirannie. Be', e anche questo è
-fatale! Il fatto si è che, quando si potrà arrivare ad un assestamento,
-sempre transitorio, come tutto è transitorio ed eterno nell'Universo,
-noi non saremo più. Ma oggi come oggi, nel centro di questa Città del
-Capricorno, che è il cuor di Romagna, io appunto, caro onorevole, non
-appartengo a nessuna classe, sono uno sclassificato. Da ciò la mia
-libertà di giudizio, se così vi piaccia giudicarla. Alla fin delle
-fini, non ho nulla da perdere, nulla da guadagnare. Io non aspetto,
-accanto, alla mia malinconia, se non l'ultima sorella della nostra
-vita. E vivo in un orto. Non da principe, ve lo assicuro! Ho, con
-me, una vecchia donna ed un gatto. Mi accontento. Potevo rimanermene
-nelle metropoli tumultuanti... ho preferito il nido dal quale credetti
-allontanarmi per sempre, a sedici anni. Noi, romagnoli, soffriamo
-di nostalgia acuta. Questa nostra terra non cessa mai di chiamarci,
-anche nella estrema distanza. Quando si incomincia a sentir di morire,
-bisogna rispondere alla sua voce lontana. Val la pena di ritornare
-per ritrovar un po' dei nostri quindici anni all'angolo di una strada
-malinconica e solitaria, sulla porta di un giardinetto di beghine, al
-davanzale di una finestrella che non avrà tramutato. Ed ecco perchè io
-sono ritornato sotto lo stemma del patrio Comune, all'ombra dell'aquila
-imperiale con l'uovo gallato della Democrazia!... _Libertas!_... La
-parola è lassù, guardatela — e levò il braccio verso il fastigio del
-Palazzo Comunale. — E da più di settecent'anni il popolo nostro, per
-varie forme e concetti, parla e si ordina in Repubblica! Libertà!...
-Qui, dove era più caldo il cuore, più facilmente l'uovo dette vita
-al secolare pulcino. In altri luoghi apparve la stessa parola, ma
-l'uovo rimase infecondo; solo da noi si dischiuse al destino di una
-creatura la quale, per sua buona o mala sorte, non potè crescere
-mai a pieno sviluppo. Da ciò l'eterna giovinezza repubblicana, fra
-le nostre genti. Ora io amo questa Repubblica nostra _in fieri_ e,
-sentimentalmente, mi dichiaro repubblicano. Oggi che la sento morire,
-dopo tanti secoli, questa bella e generosa idea mi appassiona. Viene
-innanzi qualcosa che non ha il suo lume e la sua bellezza spirituale.
-Il fiero ed eroico romanticismo de' suoi ultimi epigoni, viene travolto
-da un'onda limacciosa. Una squinternata baraonda di folli estremismi
-trascina quella parte del popolo che è più cieca e brutale e io non
-vedo ancora se domani vi sarà posto per l'anima, il cuore, il gesto
-di un uomo, nella follìa collettiva dell'uniforme! Sì, vi sarà, ma per
-quali tragedie dovremo passare, innanzi che i diritti dello spirito e
-dell'individuo vengano riaffermati?...
-
-Tacque e, con lui, tacquero gli altri. Ciascuno avvertiva la stessa
-minaccia, ma non uno sapeva rispondere al quesito. Gravò su di loro
-come un incubo improvviso e il conversare non si rianimò.
-
-Si separarono.
-
-La Città del Capricorno era ritornata tranquilla, come tutte le sere:
-si raccoglieva fra i suoi scarsi fanali, cercava l'ombra del sonno.
-
-All'altro lato della Piazza sbucò una comitiva di giovani, i quali
-berciarono per un poco, bestemmiando, come coloro che si sentivano
-gravidi di avvenire e di strapotenza; poi, una voce rauca intonò
-l'_Internazionale_ e, dietro la prima, si levaron le altre, a coro.
-
-L'_Internazionale_, sì, ma sulla porta dei popoli forti e scaltri e non
-mai allo stesso banchetto!..
-
-Chi penserà a codificare la novissima rettorica delle fratellanze
-umane?...
-
-Dobbiamo credere decaduto per sempre il mito di Caino, sulla terra?...
-
-Sì, adoperiamoci, fratelli, dietro la rossa ombra di Abele, che è
-riapparsa, a guidare l'immenso gregge delle razze verso la stesso
-deserto.
-
-
-
-
-CAPITOLO XII.
-
-_Nel quale si accenna il quarto d'ora del Cavalier Mostardo; e
-Spadarella esce dal suo quieto giardino nel mondo._
-
-
-Era arrivato, era ritornato. Avean fatto bufera per domare l'incendio
-al Conventino e, dispento l'ultimo tizzone, avevan veduto che il
-danno si riassumeva in ben poca cosa. Un po' di fuoco in un'ala della
-vastissima villa: nell'ala adibita alla servitù. La gente fu molto
-delusa. I pompieri brontolavano come coloro che ben conoscevan la
-sordida avarizia dei marchesi Alerami. Intanto, dopo aver percorsi
-quasi venti chilometri, nessuno aveva pensato, o pensava, a dissetarli
-con un po' di vino generoso. Il Cavalier Mostardo pagò di tasca sua
-la bevuta. Questo anche non sarebbe stato un gran male, per lui; il
-suo malumore incominciò da quando si accorse che Mignon non era al
-Conventino. Allora la gran corsa, la gran furia che scopo avevano?
-Doveva egli difendere i beni e la vita dei signori Alerami solamente
-per i begli occhi loro? Convinto che la sua napoleonica dolcezza non
-era più nel nido della sua notte trionfale, fu preso da sì grande
-dispetto che, non che spegnere, avrebbe egli stesso dato fuoco alla
-aristocraticissima villa. Ma c'era il popolo e doveva contenersi.
-Poi aveva la testimonianza di Asdrubale Tempestoni, il quale
-sarebbe arrivato al polo, con le sue pompe, solo per il piacere di
-chiacchierare. Anzi, Mostardo pensò di ingraziarsi l'animo di Asdrubale
-e, siccome lo sapeva impresario teatrale e appassionatissimo di musica,
-in una tregua gli disse:
-
-— Sapete, Asdrubale, debbo farvi sentire mia nipote.
-
-— Chi?... Spadarella?...
-
-— Sì.
-
-— E che cosa fa? Canta?
-
-— Ha una voce, caro mio, che desterebbe un morto!
-
-— Fate per ridere?
-
-— La sentirete.
-
-— E dove debutterà?
-
-— Non so ancora. Io non vorrei che andasse sul teatro.
-
-— Perchè?... Può avere un capitale e volete lo butti via? Non è mica
-signora!
-
-— Be', ci penseremo.
-
-— Mostardo, vogliamo farla debuttare al Comunale? Ci penso _me_!
-
-Questo, del «_me_» dialettale, era un vezzo del nostro Asdrubale; ma
-altri ne aveva che scopriremo in seguito.
-
-Il Cavaliere non disse, sulle prime, nè si nè no, ma poi tanto viva
-e irruente fu l'insistenza di Asdrubale Tempestoni che finì per
-compromettersi.
-
-— Va bene, quando debutterà, vi prometto di dare l'impresa a voi.
-
-— Qua la mano!
-
-— Ecco.
-
-Patto conchiuso.
-
-— Però — aggiunse Mostardo — debutterà quando voglio io.
-
-— Sì, ma non più tardi di quest'inverno.
-
-— Vedremo.
-
-— No. Voglio la vostra parola.
-
-— Bisognerà parlare a Spadarella, prima.
-
-— Domani vengo da lei.
-
-— Domani non posso.
-
-— Be', alla fine della settimana.
-
-— D'accordo.
-
-Tempestoni non aggiunse parola e se ne andò. Il Cavalier Mostardo
-diventava di umore sempre più nero.
-
-Attese, in disparte, che tutti si fossero allontanati; solo, fece cenno
-a Bucalosso di aspettarlo.
-
-Si era seduto su di una panchina, dietro una macchia di alloro, lungo
-un viale solitario e lasciava che i suoi pensieri corressero alla
-disperata nel campo della sua preoccupazione.
-
-La notte moriva.
-
-Sui prossimi colli il cielo imbiancava, nell'alba. Una campana, da una
-pieve, suonò l'_Ave_ del giorno. Incominciavano a frusciar le foglie,
-appena appena. Si levava il respiro del chiarore e non faceva più tanto
-caldo. Un'ora soave, da starsene con l'amore e con la bocca dell'amore,
-così, perdutamente, per non vivere d'altro che di carezze. E poi
-dormire. Dormire fino alla fine di ogni suono e di ogni tempestìo,
-per sempre! Perdere tutte le pene e tutte le angherie del mondo, in un
-grande sonno.
-
-Forse... se non ci fosse stata Spadarella sua...
-
-Ma come allontanarsi e lasciar sola quella bambina?
-
-Era stanco e la stanchezza gli si convertiva in nausea del mondo.
-
-Si disse:
-
-— Bisogna davvero ch'io sia di ferro, per resistere a tanta fatica!
-
-Ma la fatica era niente. Peggio della fatica erano gli uomini. Ecco il
-castigo! Egli credeva che il Signore avesse segnata la vera tremenda
-condanna degli uomini quando incominciò a moltiplicarli sulla terra.
-
-_Crescete e moltiplicate._ Questa era la maledizione del Signore!
-
-La campana dell'alba suonava sempre. Egli vedeva, nel chiarore nuovo,
-una piccola casa bianca, levata sulla cima di un colle. Aveva, a lato,
-tre grandi pioppi che salutavano il sole. Un nido di passeri, nel
-turchino.
-
-Gli occhi suoi non sapevano distaccarsi da quella visione.
-
-Possibile che la famiglia, la quale dormiva così, sotto quella pace
-di cielo e di stelle, non dovesse avere un gran riposo in cuore? La
-invidiò. Egli aveva fatto della sua vita una bandiera e non ne valeva
-la pena. Meglio sarebbe stato andarsene per il mondo, senza mèta e
-non conoscere nessuno, oppure aver elevata una casa come quella... un
-altare bianco sui colli delle rugiade e del sole; un poco di spazio per
-un'ombra e un silenzio e per la bocca dell'amore...
-
-Il capo gli si curvò.
-
-Aveva un gran sonno. Bisognava infatti che avesse un gran sonno e fosse
-molto stanco per ragionar così, il Cavalier Mostardo.
-
-Poi non vide più la casa; non vide più gli occhi dell'alba; a poco a
-poco, a poco a poco si arrovesciò sulla panchina e si chiamò Nessuno,
-nella tenebra del suo riposo.
-
-
-Per quanto la faccenda della battitura procedesse con esito favorevole
-ai _gialli_, e per quanto l'opera del Cavalier Mostardo cominciasse ad
-esser valutata ogni giorno più, il nostro eroe non era contento, anzi
-attraversava un periodo di inconsueta tristezza.
-
-Non gli attacchi del clero e dei socialisti gli annebbiavano la vita,
-e neppure il gran sussurrìo che aveva seguito l'ultima sua avventura
-e la scomparsa di Carlotta; ma il silenzio di lei, della sua Mignon,
-dell'eroina del gaudioso sogno napoleonico de' suoi cinquantacinque
-anni.
-
-Ella era discesa nel mistero! Dalla notte dell'incendio e dalla sua
-corsa folle, attaccato ad una pompa, verso il Conventino, non ne aveva
-saputo più niente. La lettera di lui era rimasta senza risposta. Le
-sue passeggiate notturne, sotto il palazzo dei marchesi Alerami,
-non avevano avuto risultato diverso da quello di renderlo ancora
-più triste. Era la prima volta, nella sua vita battagliera, ch'egli
-soffriva così, per amore. Se gli avessero detto, un solo mese prima,
-che si sarebbe disperato per una donna bella e infedele, avrebbe messo
-alla porta, con palese sdegno, l'insolente.
-
-Ma ora, il povero Cavaliere, si curvava sotto il peso del dolore.
-
-Perchè era dolore, e di quello buono!
-
-Non dormiva quasi più; mangiava quanto un canarino.
-
-Dov'era, dov'era il nobile e robusto Cavalier Mostardo dallo stomaco
-pugnace?... Dov'era l'eroe delle cene, sempre pronto a sollazzarsi in
-strippate, scorpacciate e pappatorie? Dove smarrito, l'ubertosissimo
-colosso che si sarebbe coricato in una leccarda, ai suoi bei tempi, per
-esser pronto a satollarsi ancora, negli intervalli del sonno?...
-
-Ahi, ch'egli aveva rinnegato, ormai, le buone pietanze grasse e
-succolenti e, preso dai melanconici umori, si estraniava per le
-contrade dei sospiri!...
-
-Una grave voce interiore gli aveva detto:
-
-— Hai tu voluto provare la _cosa aristocratica_?... E ben ti sta!...
-
-Rigaglia lo guardava, scuotendo il testone. Una specie di tenerezza,
-ch'egli non sapeva neppure che gli covasse in cuore, lo faceva un
-poco più attento alla vita del padron suo. Si adoperava, intorno ai
-fornelli, per cucinare le cose che sapeva essere più grate al palato
-del Cavalier Mostardo; ma i larghi piatti e le ben capaci zuppiere
-ritornavano in cucina quasi pieni, e ciò rendeva più pensoso Rigaglia,
-il quale, d'altra parte, si guardava dall'interloquire.
-
-Solo una volta disse:
-
-— E se chiamassimo il dottore?
-
-— Per farne che?... — domandò Mostardo senza levar gli occhi.
-
-— Per farci visitare. Incominciamo ad essere vecchi...
-
-Mostardo alzò la faccia, guardò il fido seguace e rispose:
-
-— Sarai vecchio te!.. Io sono giovanissimo!..
-
-— _Lè e vera!..._ (È vero!...) — mormorò Rigaglia e se ne andò.
-
-Un'altra volta disse ancora:
-
-— _A' j'avên tropi robi par la testa!_ (Abbiamo troppe cose per la
-testa!).
-
-— Chi? — domandò Mostardo.
-
-— Noi! — rispose Rigaglia.
-
-— Io non ho nessun pensiero. Ne avrai tu!
-
-— _Oi... e sarà ichsè!..._ (Sarà così!...).
-
-E se ne era andato col dubbio tremendo di rimaner vedovo perchè «_non
-la vedeva chiara_».
-
-— _Me an la vegh cèra!_ (Io non la vedo chiara!) — aveva già detto a
-Coriolano, il giorno innanzi.
-
-— _Mo no!..._ (Ma no!...) Ssss... sss... sono sssssssph... sono
-sssssssph... sono spasimi... ddda... dddamo-mo... sono spasimi
-d'amore!...
-
-— Direte per ridere?... — aveva fatto Rigaglia, spalancando due occhi
-pieni di incitrullito stupore.
-
-— Se tttttt... se te lo dico io!...
-
-Ma Rigaglia non aveva potuto credere una cosa simile, perchè l'amore
-e la voglia dell'amore avevan preso, per lui, la via dell'esilio, in
-Albania, involontariamente sacrificati alla impubere libertà di quei
-pastori e formaggiai. Ei si era incocciutito nel suo primo pensiero
-che era quello di una malattia. Il padron suo doveva essere malato di
-qualche brutto male perchè non l'aveva veduto mai così. E, se fosse
-morto, gli avrebbe fatto dispetto. Rigaglia avrebbe sofferto di una
-vera e propria vedovanza. Con chi vivere?... Dove portare le sue
-scarabattole? Come abbandonare quella casa? A chi ubbidire? Che cosa
-mettere al posto del Cavalier Mostardo?
-
-Ormai erano assieme da troppo tempo, l'uno e l'altro, il piccolo e il
-grande; avevano attraversate troppe strade, si erano trovati in troppi
-pericoli... avevano litigato troppo!... Anche il litigio finisce per
-diventare una cara necessità, tanto la natura dell'uomo è bizzarra.
-E Rigaglia viveva in pensiero, cercando la sua minore sgarberia per
-accostare il Cavaliere che non stava bene.
-
-Ma il Cavaliere, all'opposto, si sentiva benissimo, e i sottili pasti
-e la leggera insonnia, anzichè minargli la salute, lo ringagliardivano
-perchè veniva così rinnovandosi negli umori suoi ed espellendo quei
-pochi veleni che aveva accumulati nel sangue. Solo, non sapeva più
-ridere a bocca piena, con quella tale sgangherata grazia che era un suo
-vezzo popolaresco di cui non si era saputo emendare.
-
-Ridere con un certo contegno, sorridere, erano cose troppo remote nella
-civiltà delle metropoli perchè potessero entrare nell'orbita sua di
-piena espansione e vitalissima. Così dalla sua risata, omericamente
-gagliarda, era passato al silenzio per dispiaceri di cuore.
-
-
-Che poteva avere la sua Mignon? Possibile si fosse stancata di lui,
-così di punto in bianco, dopo essersi _compromessa_?
-
-Perchè si era compromessa, e con indicibile trasporto, non gli aveva
-fatto carestia di niente, nella notte del suo napoleonico abbandono.
-Era stata veramente imperiale!
-
-Forse lo scandalo l'aveva urtata.
-
-Il furto della Carlotta; le chiacchiere per tutta la città; l'incendio
-al Conventino, (incendio doloso dovuto certamente a una vendetta
-dei _rossi_); la scomparsa della marchesa; la pubblica lotta ch'egli
-aveva sostenuto al caffè, dopo aver provocato Bigatti e Marmissi; la
-schioppettata di Bucalosso; l'escomio dato, dietro consiglio suo, alle
-famiglie coloniche dei Casaròtt e dei Fèna e le conseguenti minaccie
-di morte al signor marchese il quale, per la gran paura, aveva preso
-il treno e non si era fermato che a Taranto col pretesto di assistere
-a certi scavi; le chiacchiere messe in giro dal cameriere di Casa
-Alerami; le calunnie dei nemici suoi e infine la campagna della
-giornalaglia!... Ce n'era d'avanzo! In quanto a questo, s'egli prendeva
-a proteggere una famiglia, c'era da stare allegri!
-
-Mostardo doveva regolare molti conti, e specialmente col famigerato
-Don Palotta che aveva pubblicato sulla _Famiglia Cattolica_, certi
-trafiletti da non potersi in alcun modo tollerare; ma rimandava la
-faccenda, sempre per amore di Mignon; per non allargare lo scandalo,
-per non dar nuova esca alle chiacchiere de' suoi nemici.
-
-E sempre per l'onore e la riputazione della imperatrice sua, aveva
-escogitato e messo in opera un altro piano. Per salvare Mignon,
-bisognava deviare all'improvviso, con un bel colpo, l'attenzione del
-pubblico, far cadere i maldicenti e i nemici nella pania, prenderli
-allo zimbello dell'inganno. Fu allora che il Cavaliere pensò nobilmente
-di sacrificare se stesso all'amore di un'altra. Aveva tre innamorate in
-tasca; non gli restava che scegliere.
-
-Scartata di primo acchito la quarantenne Margherita Ruelli gli
-restavano Maddalena, che era quella dell'«_uomo del mio sogno_», e
-Claretta.
-
-Optò per Claretta. Gli piaceva il nome. La lettera di lei diceva:
-
- _Amore mio_,
-
- _tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto etcetera, etcetera_...
-
-Benissimo! Si sarebbe sacrificato a Claretta per salvare Mignon. Ma chi
-era questa Claretta?... Non gli si sarebbe presentata, putacaso, una
-qualche _ragazza smessa_?... Un donzellone che avesse dispettosamente
-trascinato il proprio pulzellaggio fino alla cinquantina, senza sapere
-poi rassegnarsi a portarselo con Dio?... Perchè, in tal caso, ah, no
-per Bios! Il pulzellaggio, se è una cosa di paradiso al tempo giusto,
-diventa, fuor di stagione, un orrendo sproposito. È buono da rispettare
-come simbolo, ma alla lontana.
-
-Però non era possibile che una donna di cinquant'anni si chiamasse
-ancora Claretta; sarebbe stato un anacronismo. Claretta non poteva
-avere più di venti o venticinque anni. Però come accertarsene?
-
-Le scrisse. Si tenne sulle generali; accusò la propria età.
-
- _Signorina_,
-
- _grazie per la sua lettera e per il suo amore, ma, purtroppo, tutto
- è illusione! Io ho 55 anni, cara mia!... Una piccola nespola! Che
- cosa ne pensa lei, coi suoi venti o venticinque annolini? Vuole
- scommettere che non mi vuole più bene adesso? L'ho sempre detto io,
- cara mia: è tutta illusione!_
-
- _Se vuole scrivermi ancora farò un salto per la contentezza._
-
- _Il suo_: C. M.
-
-E spedì; e aspettò. Dopo un giorno arrivò la risposta.
-
- _Amore mio_,
-
- _se tu avessi anche settant'anni, saresti sempre il mio eroe e
- il mio amore. Io discendo da una vecchia famiglia repubblicana.
- Pensa a questo e ti spiegherai tutto. Ho ventott'anni, tanti quanti
- bastano per farti ancora felice. Se vuoi conoscermi vieni questa
- sera alle sei alle «ferme in posta». Io domanderò una lettera per
- Claretta Clari. Avrò un grande feltro rosso sui miei capelli neri._
-
- _Ti abbraccia la tua_
-
- CLARETTA
-
-Questa signorina Clari, viaggia in direttissimo! — si disse Mostardo.
-Poi pensò a tutte le famiglie repubblicane della città del Capricorno.
-
-— Clari?... Mah!... Sarà benissimo ma io non la conosco.
-
-Però ventott'anni!... Andò, sebbene a contraggenio; ma bisognava
-salvare Mignon. Giurò a se stesso di mantenersi puro.
-
-Alle cinque era pronto, col vestito migliore e una cravatta rossa, a
-farfalla. Attraversò la Piazza, in pompa magna. Ci teneva che tutti lo
-vedessero, che tutti lo spiassero.
-
-A Coriolano che andò ad incontrarlo, disse:
-
-— Lascia che me ne vada. Ho un appuntamento.
-
-E il Donzello della Democrazia:
-
-— Un apppph... un apppph...
-
-— Sì, un appuntamento!
-
-— Dddddd... ddddd'amore?
-
-— Pare!...
-
-— Tttttth... tttttu?...
-
-— Io, sì! Perchè?...
-
-— Mmmmostardo, vvvuoi un consiglio?
-
-— Grazie, non ne ho bisogno.
-
-— No. Mostardo stttth... stta-ta... sta-sta... Porco cane!... Sta
-attento alla tua salute!
-
-Quando Coriolano imprecava, era sicuro di infilare una frase senza
-interrompersi.
-
-Il Cavalier Mostardo sorrise e se ne andò. Avendo incontrato Coriolano,
-era sicuro che, in dieci minuti, tutta la città avrebbe saputo della
-sua avventura; e ciò gli piaceva.
-
-Entrò nel Palazzo della Posta. Eccolo nella sala centrale; molta gente
-agli sportelli. Girò l'occhio intorno; un feltro rosso non c'era. Erano
-le sei precise; a Mostardo piaceva la puntualità. La signorina Clari
-incominciava male.
-
-Aprì _Il Nuovo Aristogitone_ e finse di leggere. Ad un tratto vide un
-bagliore di fiamma attraversare la sala. La faccia della giovane donna
-era nascosta dalle enormi tese del feltro rosso.
-
-Mostardo, poi che l'ebbe sbirciata, si nascose dietro _Il Nuovo
-Aristogitone_ e piano piano, lemme lemme, infilò l'uscita e se ne andò.
-Ma quando fu sotto ai portici, fu preso da un rimorso.
-
-— Andavi a cercare un'avventura, o a salvare la donna del tuo cuore?...
-Allora perchè tanti scrupoli?... Deve forse piacerti la signorina
-Claretta?... Se non è che un paracadute, per te, bisogna che tu non la
-guardi in faccia. Se è brutta, tanto meglio! Non avrai tentazioni!...
-
-Si fermò, vinto dagli scrupoli; piegò il giornale e lo mise in tasca;
-si volse, e già stava per ritornare sui suoi passi, quando...
-
-Quando, Domineiddio benigno!... Ecco il fungo rosso, ecco l'allampanata
-donzella lanciarglisi contro con le braccia tese, con le mani tese e
-gli occhi giulebbati, e la bocca che occupava buona metà della faccia:
-
-— Ah, Mostardo, Mostardo!... Sei venuto!... Sei venuto!...
-
-Parola d'onore, egli credette di avere a che fare con un'alienata. E
-quando gli fu a un palmo dal naso e potè vederla meglio, sentì un gran
-freddo.
-
-— Per Bios!...
-
-Macchè Claretta Clari!... Quella era Proletaria Sapelli, maestra
-elementare a Dovia. Lei, lei, lei!... Non potevano nascere dubbi. Lei,
-gran Dio, la nipote di Coriolano.
-
-LA NIPOTE DI CO-RIO-LANO!!!
-
-L'aveva fatta bella! E ora se lo vedevano?... Se la voce si spargeva
-per la città?... Se, putacaso, Coriolano spiava nei dintorni?... Pensò
-risolvere il gravicornuto problema assumendo un'aria paterna, un tono
-di bonarietà tranquilla e all'irruente e commossa accoglienza della
-signorina Proletaria rispose, col suo fare più pacato ed estraneo:
-
-— Oh!... È qua lei, signorina Proli!... Come sta?
-
-E le stese con semplicità cordiale la mano che ella non prese.
-
-No, ella non prese la mano del Cavaliere e il volto di lei, inondato,
-in un primo tempo, di serenamente chiarezza, affondò ad un tratto in
-una penombra dubbiosa.
-
-— Ma scusa... — fece madonna Proletaria — scusa... non eravamo
-intesi?...
-
-Al che, di rimando, con ben quadrata semplicità, il Cavalier Mostardo:
-
-— Quando è arrivata?... Si tratterrà molti giorni fra noi?
-
-Allora ella si illividì.
-
-— Che commedie son queste?
-
-— Commedie?... Che cosa intende dire, signorina Proli?
-
-— Ma... io non so se sogno o se sono desta. Scusa, perchè mi hai
-scritto?
-
-— Chi le ha scritto, signorina Proli?
-
-— Tu!
-
-— Io?... E quando, ragazza mia?... Saranno due mesi che non prendo la
-penna in mano!
-
-— Ma come? E questa... — e incominciò a frugare nella borsetta.
-
-— Già!... Due mesi o giù di lì. Ho avuto un panereccio a questo dito.
-Si figuri di vedere un paracarro, cara Proli! Si fa per dire ma le
-assicuro che sono stato male. Certe fitte!... Mi ha dato perfino la
-febbre; e un febbrone da cavalli! Ah, i panerecci! Pare così, ma sono
-faccende serie!... Uno si vede gonfiare, gonfiare che non sa dove vada
-a finire. Si addormenta con un dito e si desta con un obelisco...
-
-— Scusa... — continuò la signorina Proletaria Sapelli, che non aveva
-intesa una sola fra le tante parole pronunziate dal Cavaliere nel
-frattempo, intenta, com'era, alla ricerca; — scusa, e questa chi l'ha
-scritta?...
-
-E brandiva, alta, la lettera compromettentissima. Egli la riconobbe
-alla prima occhiata, però mantenne il punto di intransigente innocenza.
-E domandò con limpida schiettezza:
-
-— Che cos'è?...
-
-— La tua lettera.
-
-— Cara mia, questo non può essere.
-
-— Smettila di fare lo gnorri.
-
-— Lo gnorri?... Di fare lo gnorri?... — Ecco una parola che lo turbava,
-per Bios! Una parola della Cattedra. — Cara Proli, lo gnorri potremo
-farlo insieme; ma io solo, no! Mai e poi mai!...
-
-Credeva di essersi salvato con sottile astuzia; ma Proli gli rise sulla
-faccia.
-
-— Sei comico!
-
-Quanto dispetto in quelle parole e in quella risata!
-
-— Proli, non si dimentichi che siamo in una piazza.
-
-— E che cosa mi importa della piazza e della gente? Io sono figlia
-delle mie azioni e non debbo renderne conto a nessuno!
-
-— Credo che Coriolano...
-
-— Coriolano non ha niente a che fare con me. Io sono libera, libera,
-libera!...
-
-— Lo vedo, cara Proli; ma... le convenienze!... Guardi la gente come ci
-osserva.
-
-— Peggio per la gente e peggio per te!
-
-E si ostinava a trattarlo con quel pronome confidenziale, come se
-avessero succhiato il latte alla stessa mammella! Dio, che ragazza
-sguaiata!... E non giovava ch'egli la trattasse con riservato rispetto
-e con signorile paternità. Ma che cosa voleva dunque?... L'amore?...
-Sì, stava fresca!... Piuttosto sacrificarsi come Padre Origene, e
-gettar nel sepolcro le cose sue delicate, anzichè farne parte a quella
-specie di viragine urlante.
-
-Allora si risolse e le disse:
-
-— O mi stia bene a sentire, egregia signorina: la lettera che lei fa
-svolazzare così come se fosse una bandiera, non è mia. Io non posso
-averle scritto e lei lo deve capire...
-
-— E perchè, per esempio?
-
-— Ma perchè, per Bios!, le pare ch'io sia un giovine studente?
-
-— Uno studente, no; ma un vecchio satiro sì!
-
-Vecchio?... Satiro?... O quando avrebbe finito di insolentirlo? Così,
-ad occhio e croce, satiro gli suonava come il nome di un animale, ma
-non sapeva bene di quale specie o sottospecie; però non volle lasciar
-passare l'insulto invendicato e rispose:
-
-— Vecchio o non vecchio, questa è una faccenda che non la riguarda.
-C'è chi non la pensa come lei... In quanto al resto... sì, in quanto al
-resto s'io fossi un satiro, a quest'ora avrebbe visto che bello scherzo
-le avrei fatto!...
-
-Ella scoppiò in una incontenibile risata. E disse:
-
-— Ma, caro Mostardo, non mi faresti poi tanta paura!
-
-Accidenti alla Cattedra!... Finiva per non capirci più niente.
-
-Frattanto, lo aveva preso sotto braccio e voleva far la graziosa! Si
-era incamminata trascinandolo via e gli parlava languidamente, con
-un fare da piccola gatta che fa le fusa! Era ancor più brutta!... Un
-papero sarà sempre un papero, anche se lo mettono in gonnello!... E una
-brutta faccia, quando voglia angelicarsi, fa male al cuore.
-
-Spadarella, sì, poteva far le smorfiette e le stavano bene come le
-rose fra i capelli; ma Proletaria?... Ah, quella no!... Quella no!...
-La signorina Proletaria avrebbe dovuto capire che certe cose non le
-convenivano affatto.
-
-E si riempiva sempre più di angustiato dispetto. Poi quel braccio
-scheletrico che premeva contro il suo in una stretta sempre più
-insistente, gli faceva male. Ma perchè tanta confidenza?... E se
-qualcuno li vedeva?...
-
-E Proli parlava parlava:
-
-— Perchè sei tanto cattivo con la tua piccola Proli?... Perchè?...
-
-— Piccola? — pensava Mostardo. — Ed ha il voluminoso coraggio di
-chiamarsi piccola! Ma non si guarda allo specchio? Non si vede? Non ha
-la coscienza abbastanza evoluta che le possa dire: — No, no, no!...
-
-E Proli continuava:
-
-— ... perchè saremmo tanto felici insieme! Pensaci Mostardo! Tu ed io.
-La forza e l'intelligenza... Tu ed io! Avremmo tempo di volerci bene
-e di consacrare le nostre forze unite alla Repubblica. Faremmo una
-propaganda strepitosa! Se tu fossi con me dovresti prima essere sindaco
-e poi deputato. E, se i Savoia non se ne andassero, nella tua vecchiaia
-saresti senatore!...
-
-— Belle chiacchiere!
-
-— Perchè? Non lo credi?... Allora non mi conosci e non sai che cosa
-possa fare una donna innamorata!
-
-— Oh, sempre delle sciocchezze!...
-
-— Come sei volgare!
-
-— E due!
-
-— Due che cosa?
-
-— È la seconda volta che me lo dice.
-
-— Ma... scusa, non vuoi capirmi! Non senti come ti cerca il mio cuore?
-
-— Io sento un bell'imbroglio!
-
-— Cosa hai detto?
-
-— Ho detto che parlo turco.
-
-— Perchè?
-
-— Ma perchè facciamo a non capirci.
-
-— Sei tu che non vuoi capire!
-
-— Sicuro!
-
-— Che prima hai cercato di compromettermi e poi...
-
-— Non dite questo!... Vi prego di non dire questo!...
-
-Ora cambiava pronome. Ne aveva fin sopra ai capelli. Quel sentirsela
-stretta al fianco lo inaspriva troppo, e i tentativi di lei, lo
-rendevan selvaggio. Sfilò il braccio da quello di lei e, scostatosi di
-un passo, continuò:
-
-— Ch'io abbia cercato di compromettervi son chiacchiere belle e
-buone!... Io non vi ho mai detto niente che non andasse bene, e vi
-garantisco che continuerò per questa strada. Potrei anche trovarvi
-addormentata che non vi torcerei un capello!...
-
-— Come si vede che non sei più il Mostardo di un tempo!
-
-— Lo dite voi!
-
-— E tu me lo provi.
-
-— _Bella sboccia!_... Perchè sono un uomo di onore.
-
-— Quando ti conviene.
-
-— No! sempre!
-
-— Però Ninon Fauvette...
-
-— Basta!...
-
-— Ninon Fauvette ti conosce come ai tuoi bei tempi dell'_alunnato
-rivoluzionario!_
-
-— Queste sono cattiverie che non possono nascere in testa che a una
-donna! — gridò Mostardo. — E voi non siete neppure una donna!... Voi
-siete un cacume!... Sì, perchè io non ho trovato mai una linguaccia più
-perfida, neppure fra i Versipelle dei nostri giornali!...
-
-— Quanto sei carino!
-
-— Io non voglio essere niente per voi e vi prego di finirla. — Era
-diventato bianco. L'aver tirato in ballo la Mignon del suo cuore, lo
-aveva fatto uscir dalle staffe. Ora era fermamente deciso di parlar
-chiaro e di togliersi da torno quel gallinaceo invespito. Ed egli non
-era, nel fattispecie, disposto a buttar via la gallatura.
-
-Ma ragionando così e incalorendosi seco stesso, gli venne fatto di
-levar gli occhi e di considerare il luogo nel quale erano giunti
-camminando passo passo senza badare alla direzione. Guardò e impietrì.
-Erano sotto alle finestre del palazzo Alerami e vide anche, o gli parve
-vedere, la sua gioia sporgersi da un davanzale. Tale constatazione lo
-fulminò.
-
-Si era appena rivolto e, indurite le linee della faccia aveva
-incominciato a dire, con risolutezza:
-
-— Ed ora vi prego di lasciarmi andare e sia finita una buona volta per
-sempre!
-
-Appena questo aveva detto quando sentì una mano appoggiarsi
-familiarmente sulla sua spalla e vide comparire la larga e rotonda
-faccia del Donzello della Democrazia.
-
-E Coriolano sorrideva, come colui che la sa lunga e come colui il
-quale, credendo essere possessore di qualche delicato segreto, di
-qualche amoroso armeggìo sol per questo si ritiene in dovere di
-assumere un'aria paterna e protettrice.
-
-Sorrise adunque con paterna furbizia, il nostro Coriolano e disse:
-
-— So... so.. sono qua...
-
-— Bravo!... Capiti a proposito!... — gridò Mostardo.
-
-— Conoscerai questa canaglia!... — sibilò Proli che era verde.
-
-Ma Coriolano non si scompose; continuò a sorridere e disse:
-
-— Llll... llllllll... porca miseria!... L'amore comincia sempre così!
-
-— Ma va all'inferno! — gridò Mostardo.
-
-— Aaaa... aaaaaa... amico mio, vuoi un consiglio?... Chhhh...
-Chhhhhhh... chiudi un occhio!... Prrr... Prrrrrr... Prrrrrrrrr... porco
-cane!... Proli è un tesoro! siete nati per stare insieme!... L'ho detto
-sempre io!...
-
-Allora Mostardo più non si tenne.
-
-— Fra te e tua nipote mi avete annoiato anche troppo! Adesso basta
-perchè non ne posso più... Non ne posso più!... O vi togliete dai
-piedi, o vi insegno io che cosa vuol dire fidarsi troppo della mia
-pazienza! — Gridò queste ultime cose perchè potessero essere udite
-anche dalle finestre del palazzo Alerami, poi, volte le spalle, si
-allontanò a gran furia brontolando sempre.
-
-
-Proseguì a capo basso; solo, quando ritenne di esser giunto sotto il
-davanzale della sua creatura, levò gli occhi. Mignon era là!
-
-Aveva veduto tutto; ma forse non aveva udito tutto. Era là e fu
-sollecita a ritirarsi non appena lo vide. Per Bios!
-
-Si ritirò e chiuse la finestra con vivace fragore.
-
-— L'ha fatto per me!
-
-Ciò gli dette tale fitta al core che traballò.
-
-— Per Bios!... Ma che cosa le ho fatto?...
-
-Veniva innanzi un temporale catastrofico e il cielo si oscurava.
-
-Camminando così, nel grande travaglio dell'anima, prese uno scivolone
-che per poco non lo mandò ruzzoloni.
-
-— State attento! — gli disse un passante che era accorso. E Mostardo,
-pien di dispetto:
-
-— _S'a chesch, a chesch in tèra; zidenti a ch'im tö sò!..._ (Se casco,
-casco in terra; accidenti a chi mi prende su!...).
-
-E continuò la strada.
-
-Ah, Mignon!... Perchè dischiudere un napoleonico giaciglio a un gigante
-tranquillo, per poi negargli anche la grazia di un sorriso?... Era
-questo che non riusciva a capire il povero grande Mostardo!
-
-Forse non era stata che una distrazione.
-
-— Una distrazione?... Ma se è stato tutto un dare e un prendere?... Tu
-per me ed io per te! Dunque?...
-
-E non la digeriva.
-
-— No!... Anche lei mi vuole avvelenare!... _A sò un povar sgraziè!..._
-(Sono un povero disgraziato!).
-
-E l'amore, l'amore lo riduceva ai minimi termini, povero grande
-Mostardo! Perchè, nella sua schietta ed intiera semplicità, non
-riusciva a capire la donna che oggi si dona e domani ha tutto
-dimenticato. Come si possono dimenticare certe cose? Ma sono forse una
-bibita rinfrescante? Già con le donne non si ragiona. Non si ragiona!
-
-E l'affanno gli cresceva a dismisura.
-
-Incominciò un vento gelido di tempesta e suonavano lontano, per le
-campagne, le campane a scongiurare la grandine.
-
-Era la prima volta, la primissima volta, in vita sua che Mostardo
-provava il mal d'amore. E questo male lo rendeva cieco.
-
-Errò così in lungo e in largo senza saper dove andasse.
-
-
-Poi cominciò un tremendo temporale estivo fra grandine, baleni e saette.
-
-Il cielo era livido, nero. Un vento a raffiche si avventava giù dal
-cielo a rovesciare i camini, a far volare le tegole come le foglie di
-autunno.
-
-La gente fuggiva spaurita. Mostardo non se ne accorse neppure.
-
-Disse solo, rispondendo all'interno dispetto:
-
-— _Me avrèbb che piuvèss dal mesan!..._ (Io vorrei che piovesser
-macine!...).
-
-E chi lo vide passare lentamente sotto il diluvio ritenne fosse
-impazzito.
-
-Il cielo pensò a calmarlo un poco. Dopo venti minuti di irrigazione,
-riaprì l'anima alla speranza.
-
-Poteva darsi fosse stata una giornata di nervi per Mignon. Già le donne
-moderne eran tutte nervose. L'aveva sentito dire.
-
-Sperò nel giorno dopo.
-
-Poi si trovava sulla soglia del giardino di Spadarella e ritornava il
-sole.
-
-La sua speranza si illuminò raggiando.
-
-
-Ecco, fra il sole e il baglior delle foglie, attraverso all'umida
-dolcezza del giardino che rinasceva più fresco dopo il temporale, ecco
-l'incantesimo di una voce distesa. Si fermò ad ascoltare.
-
- — _Dove sei stata questa mattinella?..._
- — _Bondì, Mariù!_
- — _Dove sei stata questa mattinella?..._
-
-Era una vecchia cantata; una fra quelle cantate che aveva udito e
-imparato quando errava, ancora bambino, scalzo e scamiciato per le
-strade della sua città.
-
-Poi gli erano uscite di mente con gli anni, gli avvenimenti, le
-sofferenze; col logorio della vita. Avevano esulato tacite e raccolte
-come le cose che si portano via a mano a mano un poco del nostro core;
-un poco della nostra vita.
-
-Si erano rifugiate nel paese delle nebbie lontanissime dove si
-raccoglie l'ultimo fior dell'anima per morire; e per sempre!
-
-Ora gli ritornavano innanzi le parole e la musica, e gli riconducevano
-un dimenticato sorriso di giovinezza.
-
-Nel tempo della sua giovinezza andavano in giro quelle canzoni un poco
-monotone e soavi. Le cantavano le donne, sfaccendando: da una stanza
-buia, da una terrazza sopra le vecchie case color della ruggine. E
-portavano il ritmo di un sogno e un poco di sole a tutte le sperdute
-nel giro dei grigi e soli.
-
-Le portavano i cantanti girovaghi, nei giorni di mercato, per le
-piazze; poi prendevano il volo per tutta una terra; diventavano
-patrimonio comune; eran di tutti come le cose che si apprezzano
-solamente quando sono lontane.
-
-Mostardo sorrideva, disteso in una beatitudine di paradiso. E
-l'usignuola del suo giardino continuava a cantare.
-
-Poco alla volta, piano piano, passando da aiuola ad aiuola, Girolamo
-e Stefano si erano avvicinati; ed ora, le nere ed ossute mani puntate
-sulla vanga, la faccia inchina, immobili, stavano ad ascoltare,
-dimentichi di ogni altra opera, i poveri vecchi, presso il più bel
-fiore del loro giardino. Perchè era tanta la soavità di quel canto che
-le cose stesse vi si immergevano, trasfigurate.
-
- _Son stata a coglier l'insalatinella,_
- _mio bel marì!..._
- _Son stata a coglier l'insalatinella!_
-
-Poi, di un subito, in un'ultima nota, filata via ad estrema dolcezza
-fino a morire, fusa nella stessa armonia del silenzio, il canto si
-spense. Si spense, ma continuò nell'aria un poco; e un po' più nel
-cuore di chi l'ascoltava.
-
-Caduto l'incantesimo, il cavalier Mostardo non seppe infrenare l'impeto
-dell'entusiasmo e si dette ad applaudire e gridò con tutta l'anima,
-levando la faccia verso la piccola finestra racchiusa in un fregio di
-fior gelsomino; gridò:
-
-— Bravo il mio core!...
-
-Spadarella apparve alla finestra.
-
-— Bravo il mio core!... Bravo il mio core!...
-
-Aveva, agli angoli degli occhi, due grossi lucciconi.
-
-— Per Bios!... _Ta m'é fatt piànzar!..._ (Mi hai fatto piangere!...).
-
-Il fresco riso!... Ed anche l'ultimo sole rise con lei fra i suoi
-capelli d'oro pallido pallido. Girolamo e Stefano la guardavano senza
-parlare.
-
-— Che cos'hai fatto, zio?
-
-— Sei un angelo!...
-
-— Ma che cos'hai fatto?... Sei bagnato?...
-
-Ora si spenzolava dalla finestra, a guardarlo.
-
-— Sei bagnato?
-
-— Ma no!
-
-— Come no?... Che cos'è allora?
-
-— Avevo un diavolo per capello. Forse sarà stato il temporale!
-
-— Povero zio!... Aspetta che vengo... aspetta!...
-
-E si udì la sua corsa per la stanza, poi giù per le scale.
-
-Quando uscì nel giardino, Mostardo non si era mosso tuttavia. Stava là,
-in mezzo alla pozzanghera che aveva formato con tutta l'acqua che gli
-colava da dosso.
-
-Spadarella si fermò a guardarlo.
-
-— Ma vuoi prenderti un malanno?
-
-— Che cosa vuoi che prenda!... Sono di pelle dura!
-
-— Vieni in casa ad asciugarti.
-
-— Ma non importa!
-
-— Spina Rosa?... Spina Rosa?...
-
-La vecchietta si fece su l'uscio e, come ebbe veduto Mostardo,
-congiunse le mani e, atteggiata la faccia alla maggiore compunzione,
-esclamò:
-
-— _Jòso, la mi Madona!..._ (Gesù, Madonna mia!...).
-
-Fu acceso un gran fuoco, in cucina; lo zio Giovanni vi sedette accanto,
-ad asciugare.
-
-La finestra era aperta. C'era un profumo di rose e di erbe aromatiche e
-il paradiso era in quel luogo, con la beatitudine senza fine.
-
-Mentre lo zio Giovanni, gli occhi perduti nella fiamma, si smarriva
-nella sua quieta felicità dimenticando ogni più recente pena, Spina
-Rosa, dietro le spalle di lui, faceva di gran cenni a Spadarella. E
-Spadarella sorrideva.
-
-Dovevano fare una improvvisata a Mostardo, ma Spadarella non si
-decideva. Finalmente disse:
-
-— Abbi pazienza, zio; debbo sbrigare una piccola cosa e torno subito.
-
-— Dove vai?
-
-— Devo finire una cosa.
-
-— La finirai dopo. Rimani con me. Non stiamo mai insieme!...
-
-— Ma... era...
-
-E Spina Rosa:
-
-— Lasciatela andare, padrone.
-
-— Be', fa presto!
-
-Spadarella scivolò nella stanza attigua e lasciò la porta aperta. Spina
-Rosa, ferma presso la tavola, si riaggiustò il grembiale da cucina e
-levò la faccia in una attesa trepidante. Si udì un suono secco come se
-il coperchio di un mobile fosse stato aperto a furia.
-
-Cantavan le capinere fra le gaggìe sporte fuor dalle serre aperte, a
-fiorire. Suonaron le campane del Duomo, suonaron soave rammentando al
-cuor degli uomini che la sera si avvicinava.
-
-Spina Rosa si fece il segno della croce.
-
-Si udì il trabalzare di un plaustro sui ciottoli della strada. Il
-tralcio di una rosa rampicante, pendeva nel vano della finestra,
-assecondando il vento in un dondolìo dolce come se ninnasse i suoi
-bocci vermigli nel cuor del turchino.
-
-Scendeva piano piano, dall'eternità, l'ora delle rugiade.
-
-Spina Rosa si impazientiva guardando verso la stanza nella quale era
-scomparsa Spadarella.
-
-Lo zio Giovanni era rientrato nel regno della sua smarrita beatitudine.
-
-— Spadi?
-
-— Un momento!... — rispose la piccola bella. Spina Rosa non poteva
-trovar pace.
-
-Ad un tratto anche le capinere finiron di cantare e lo zio Giovanni
-scattò sulla seggiola e si rivolse a guardare verso la stanza nella
-quale era scomparsa Spadarella.
-
-Nel placido e amoroso tramontar della luce, come le rose fra le foglie,
-come i fior del ciliegio fra le rame, e le stelle sperdute fra le
-costellazioni, sbocciavano, a far parte dell'umano Universo, sgorgavano
-per estenuarsi nel vento e salir verso il cielo, le note di una musica
-che non aveva ancora un nome, che non aveva ancora un volto, ma nasceva
-e svaniva, per gli ascoltatori improvvisi, nel subcosciente.
-
-Sì, era Spadarella!...
-
-Era Spadarella, la bionda creatura mattutina, seduta ad un vecchio
-clavicembalo, chè altro non aveva potuto comprare coi suoi scarsi
-risparmi. E per lunghi mesi aveva serbato il segreto per giungere
-all'improvvisata di quell'ora.
-
-Spina Rosa era al colmo della felicità.
-
-Lo zio Giovanni chinò gli occhi e la faccia e non disse niente.
-
-Girolamo e Stefano, in punta di piedi, trattenendo il fiato, entrarono
-l'un dietro l'altro e si fermarono presso la porta, il capo scoperto.
-
-Non era un po' figlia loro, Spadarella?... Essi lavoravano al nido di
-lei; facevano nascere i fiori del suo giardino; la tenevano alta nella
-devozione della loro fatica.
-
-Era la loro piccola madonna; l'angelo che fa perdonare la vita ai
-poveri poverelli.
-
-E quattro anime eran rapite così nello stesso amore. Fu prima una dolce
-sonata di Frescobaldi che Spadarella eseguì sul clavicembalo dalla
-voce dispenta; poi cantò. Cantò un brano della _Traviata_; un altro dei
-_Pescatori di perle_ e la romanza della _Vally_:
-
- _... ebben ne andrò lontana..._
-
-Ma dove la toglieva, la piccola gola di usignoletta, tanta passione?...
-Da dove le derivava una così grande intensità di ardore?... Come poteva
-conoscere tanta tristezza, da far piangere le quattro creature in
-adorazione?...
-
- _... ebben ne andrò lontana_
- _come fa l'eco della mia campana..._
-
-Così tutta la nostalgia della povera umanità tribolata partiva con
-l'anima di Spadarella sul vento della sera. Ella cantava per tutti
-i cuori che si levano sul vento della sera, quando la malinconia li
-raccoglie oltre la fatica e il deserto. E la sua voce era la cosa più
-pura ed angelica che potesse levarsi sul mondo delle anime appenate.
-
-Un altro uditore entrò che si tolse il cappello e rimase fermo sulla
-soglia: Asdrubale Tempestoni. Nessuno gli pose mente.
-
-Poi scoppiò un urlo e chi gridò più forte fu lui, Tempestoni:
-
-— Questa vale dieci volte la Melba, la Patti, la Tetrazzini, _te lo
-dico me!..._
-
-E giù ad applaudire da schiantarsi le mani. Si udiva Spadarella che
-rideva nella stanza vicina.
-
-Poi incominciò un'aria del _Werther_.
-
-Il _Werther_, in Romagna, è una istituzione sociale. Hanno pianto
-più occhi per i casi di Carlotta, nella terra dei cocomerai, che non
-siano passate rondini sul Mar Africano. La musica del _Werther_ fra
-Imola e Cattolica, fra Ravenna e Rocca San Casciano, e dalle Lagune
-di Comacchio ai confini della Repubblica di San Marino, è più popolare
-dell'_Internazionale_. Tutti i teatri, grandi e piccini, hanno avuto il
-loro _Werther_.
-
- _... Signor, la casa è qui..._
- _l'ora è di riposar..._
-
-Oppure:
-
- _ — Tu mi hai detto:_
- _A Natal..._
-
-E ancora:
-
- _Come, passato il nembo,_
- _si queta il mar fremente,_
- _il cuor non soffre più..._
-
-Chi non canta questa musica? Chi non sa questa musica, per le rosse
-città della dolce terra armoniosa?...
-
-Tutta la malinconia della razza si è raccolta per le melodie
-massenettiane e di queste ha fatto la sua passione. Così quando
-Spadarella, con la sua voce soavissima, incominciò a cantare un'aria
-dell'opera prediletta, tutti si rizzaron sul torso e l'estasi si
-dipinse su quei volti rudi e passionati. Poi fu un finimondo di
-applausi e, quando la piccola comparve sulla porta, lo zio Giovanni se
-la prese fra le braccia e le disse le cose più belle che sapeva; tutte
-le cose più belle che sapeva, anche se non eran troppe.
-
-
-— Dunque — fece Tempestoni — lo facciamo questo contratto?... Ma
-sì! Deve debuttare nella sua città. Dobbiamo essere noi a tenerla a
-battesimo. Dove vorreste mandarla?... Questo settembre... al tempo
-della mia Grande Lotteria, Mostardo!... Vi preparo un teatro da leoni!
-Vi faccio anche il_ Golfo Mistico_!...
-
-— Voi fate delle chiacchiere!
-
-— No, vi faccio il _Golfo Mistico_ a mie spese, nel Teatro Comunale!
-Deve correr la gente da Milano e da Roma. Deve essere una cosa che non
-si è vista mai in Italia. Un paradosso!
-
-Asdrubale Tempestoni non aveva un linguaggio preciso e usava le parole
-con sfumature tutte sue.
-
-— Lo facciamo questo contratto?... Daremo il _Werther_, è vero
-Spadarella?
-
-La piccola sorrideva senza parlare.
-
-— Lasciatemi pensare, prima!
-
-— No, è meglio subito!
-
-— Ma lo sai bene il _Werther_? — domandò Mostardo a Spadarella.
-
-— Ho cinque opere in repertorio!
-
-— Cinque opere?
-
-— Ma se vi dico che ha fatto miracoli — disse Spina Rosa.
-
-E Tempestoni:
-
-— Dieci sere... diecimila lire!... Die-ci-mi-la belle lirone!... Eh,
-Spadarella?...
-
-— _Jòso, e' mi Signor!.._ (Gesù, Signor mio!) — mormorò Spina Rosa.
-
-— È che voi non capite niente di teatro, caro Mostardo, perchè se
-capiste accettereste le mie proposte a braccia aperte!... Solamente il
-_Golfo Mistico_!
-
-— Che cos'è questa roba?... — domandò Mostardo.
-
-— Come che cos'è... È una invenzione tedesca o di Wagner o di _Biroit_,
-non mi ricordo bene...
-
-— No, signor Asdrubale — fece Spadi, sorridendo. — Beireuth è una città
-della Baviera nella quale Riccardo Wagner fece elevare il suo famoso
-Teatro Nazionale.
-
-— Hai sentito?... — fece Tempestoni rivolto a Mostardo. — Spadarella ti
-può insegnare. Be', io ti faccio, a mie spese, il _Golfo Mistico_.
-
-— Ma, insomma, che cos'è questo _Golfo_?
-
-— È una specie di buco per l'orchestra. Wagner la sapeva lunga,
-Wagner!... Perchè vedere nel muso tutti questi smorfiosi di
-professori?... Era troppa confidenza per il pubblico! Allora ecco un
-bel buco e, dentro tutti quanti! Tromboni e contrabassi e la _Cassa_
-coi _piatti_!... Così non si sente che la musica. Poi il teatro al
-buio!.... È anche una bella economia. Oi!...
-
-— Il teatro al buio?
-
-— Sicuro! La nostra città non avrà mai veduto niente di simile. In
-quanto a questo, se ne parlerà anche all'estero. Poi, con la mia Grande
-Lotteria, in quei giorni sarà qui tutta la Romagna. Dunque volete
-firmarlo questo contratto?
-
-— Oggi no — fece Mostardo.
-
-E Spadarella:
-
-— Il maestro mi aveva già proposta una scrittura per Milano.
-
-— Per Milano?
-
-— Sì. Al _Dal Verme_!
-
-— Be', il _Dal Verme_ sarà il _Dal Verme_ — fece Asdrubale Tempestoni
-contrariato. — Però il nostro Comunale col _Golfo Mistico_...
-
-— Per adesso non voglio sentir niente! — gridò Mostardo. — Voglio
-pensarci. Non so neppure se manderò la mia bambina sul teatro. Non
-volete capire che è la mia bambina?... Domani, se qualcuno si pensasse
-di torcerle un capello, porco Dacco!... Brucio il teatro e il tuo
-_Golfo Mistico_, e tutte le scarabattole per suonare!...
-
-— In quanto a questo, non son poi tanto scarabattole! — mormorò
-Asdrubale, mortificato.
-
-— Bella roba!... Per quello che valgono!...
-
-— Sì! _Mo vacci_ te a suonare! — fece Tempestoni, offeso nel suo amor
-proprio di impresario.
-
-Poi lo zio Giovanni cedette alla dolce Spadarella. Furono combinate
-dieci recite del _Werther_ per la seconda quindicina di settembre; una
-grandissima _réclame_, il teatro messo a nuovo, il _Golfo Mistico_ e
-diecimila lire alla piccola.
-
-Stesa la bozza del contratto, Tempestoni volle lasciare una caparra
-perchè Mostardo non avesse a pentirsi.
-
-Spadarella sarebbe stata una Carlotta paradisiaca.
-
-— Una Carlotta di paradiso, sì!... — Il Cavalier Mostardo scosse il
-capo guardando i mattoni del pavimento. E un'altra Carlotta era esulata
-nel campo de' suoi vili nemici!
-
-Asdrubale Tempestoni raggiunse il colmo dell'entusiasmo.
-
-— Ma che _Scala_ e _Costanzi_!... Dovranno venire da noi, se
-vorranno sentire il primo _Werther_ del mondo!... La _Scala_!...
-Il _Costanzi_!... Aspetta che ti accomodi io il nostro teatro e poi
-vedrai!... Non ci deve essere _parangone_ neppure con l'_Opera_ di
-Parigi!... Io le so fare le cose, io!... Ti faccio un _Golfo_ che
-ci può venire il Signore a suonare! _Te lo dico me_! Ti accomodo un
-teatro che se ci porti la regina Elisabetta o Caterina Sforza, ci
-devono stare come a casa sua! Ma che cosa vuoi parlare!... Noi siamo
-sempre _estemporanei!..._ Basta che si dica la Francia, la Germania,
-l'Inghilterra!... Basta che si dica l'America e il Giappone!... E
-quello che facciamo in casa propria è sempre una porcheria!... Bella
-gente siamo! Ma chi te le ha fatte le grandi invenzioni?... E Marconi
-dove lo metti? E dove metti Michelangelo, Cagliostro, Giuseppe
-Verdi?... Dove son nati Rossini e Tamagno?... Dov'è morto Dante
-Alighieri?... Da noi!... Proprio da noi... qui, a due passi: a Ravenna,
-che era come casa sua!... Altro che storie!... E poi, se si volesse
-incominciare dai Romani non si finirebbe più.
-
-Perchè fa vergogna!... Se in casa nostra c'è un uomo d'ingegno, lo
-facciamo morir di fame!... Ma guarda Catalani, per non dir di più!
-Se fosse nato in Germania avrebbe scritto dieci _Vally_, avrebbe
-scritto!... Noi lo abbiam fatto morire che non aveva tre soldi da
-comprarsi un caffè... E chi più sparla, più ha ragione, da noi! Ai
-miei tempi i giovani imparavano ed erano pieni di entusiasmo; adesso
-imparano a dir male degli altri quando hanno ancora _i due soldi
-sull'ombelico!..._
-
-Imparate a conoscere l'Italia, imparate!... E lasciatemi stare tutte
-le Francie e le Inghilterre del mondo!... Sì, va in Francia e in
-Inghilterra a sentire quello che dicono di noi, quei Padreterni!...
-L'Italia?... Peuh!... Da buttar via!... E devono venir da noi per
-imparare! Be', vedrete adesso, che cosa vi combinerò io, che mi chiamo
-Tempestoni! Tutti a bocca aperta resterete. _Ve lo dico me!_
-
-— Addio Spadarella! —
-
-E uscì che aveva il colore dei papaveri e un'anima garibaldina, nel
-rosso crepuscolo estivo.
-
-
-Rimasero soli lo zio Giovanni e Spadarella. Sedettero all'aperto, nel
-giardino.
-
-Spadarella stava sulle ginocchia di lui che la guardava senza far
-parola. Pareva volesse dirgli qualche intima cosa e non ardisse.
-
-— Zio?...
-
-— Cosa vuole la mia bambina?
-
-— Zio... dovrei dirti una cosa...
-
-— Dilla.
-
-— Non so come incominciare!
-
-— È una cosa grande?
-
-— Credo di sì.
-
-— Una cosa molto grande?
-
-— Per me, sì!
-
-— Diavolo, diavolo, diavolo!... E che cos'è mai?
-
-— Zio...
-
-— Avanti. Ti vergogni di me? Non ti voglio bene? Hai timore che ti dica
-no?
-
-— Non è questo, zio, ma... vorrei tu indovinassi!
-
-— Mi debbo provare?
-
-— Sì, sì!
-
-— Vediamo. Di che si tratta?
-
-— Se debbo dirtelo io, allora...
-
-— No! Volevo sapere... Un momento! Si tratta di affari?
-
-— Oh, no!
-
-— Di cose che ti possono piacere... che so?... di qualche desiderio?
-
-— Neppure!
-
-— Neppure?... Allora... vediamo!... Ora credo di esserci. È una mia
-vecchia promessa?...
-
-— Non so...
-
-— Sì, bambina mia! È una mia vecchia promessa. Ma sono pronto a
-mantenerla. Del resto perchè non dirmelo? Non sai che ho solo la mia
-Spadarella al mondo, io, vecchio matto?... Non sai che se Spadarella mi
-dicesse: — Voglio il tuo cuore!... — Mi aprirei il petto, per darglielo
-questo cuore che non è più buono a niente?
-
-— Il mio zio!... — e lo baciò.
-
-— Dunque... allora resta fissato. Andremo a Rimini fra dieci giorni. Ti
-fa piacere?... Era questo che voleva la mia bambina?...
-
-— No, zio. Non era questo!
-
-— No?... E allora il povero zio Giovanni è una bella bestia! Già, ci
-vorrebbe il cuore di una mamma per capirle queste bambine!... Io?...
-Che cosa vuoi che capisca io, che sono uno scapolaccio ignorante...
-
-— Non parlare così! Sai che non voglio!
-
-— Devo provare ancora?
-
-— Sì.
-
-— Vediamo... Ahi, che ho capito Spadi!
-
-— Davvero?
-
-— Questa volta, sì! Ne sono sicuro.
-
-— Allora?... Che cos'è che voglio?...
-
-— Bambina... il grande segreto è qui — e le posò una mano sul cuore.
-
-Spadarella chinò la faccia senza rispondere.
-
-— Vedi?... Ed è una faccenda grave?
-
-— Sì.
-
-— Sei innamorata!
-
-Spadarella non rispose. Gli levò i grandi occhi celesti in volto, e
-brillarono d'amore e di gioia.
-
-— Sei innamorata... — ripetè lo zio Giovanni. — Già... era da
-prevederlo! Così bella come sei!...
-
-— Ma non voglio andarmene, zio!
-
-— In quanto a questo, il mio cuore non deve pensare ai vecchi!... I
-vecchi bisogna lasciarli nel loro cantone, come è giusto. Quando non
-servono più a niente, il Signore se li deve portar via... Lasciami
-dire. Io lo so bene come vanno le cose. E poi... credi che lo zio
-Giovanni vorrebbe proprio guastare la vita della sua bambina? Ma
-se ne andrebbe, col suo fagotto, centomila volte! Be'... lo so che
-ti dispiace... lo so che sei buona!... Di questo non parliamo. E...
-vorresti sposare?...
-
-— Io non so, zio!... Vorrei che tu mi consigliassi.
-
-— È piuttosto difficile, sai?... Ah, è piuttosto difficile!... Vedi
-bene che non sono mai riuscito a consigliar me stesso, se sono ancora
-scapolo!
-
-Spadarella rise e gli gettò le braccia al collo.
-
-— Zio... zietto... sì, tu devi consigliarmi! Tu devi consigliarmi!...
-
-— Io ti dirò quello che è giusto e niente di più: fa quello che ti dice
-il core.
-
-— Mi pare troppo presto, adesso...
-
-— Non hai torto.
-
-— ... e gli voglio bene!
-
-— Beato lui!
-
-— Vorrei aspettare.
-
-— Sì, bambina. Sei tanto giovane!
-
-— Potremmo fidanzarci.
-
-— Fidanzatevi! Però... un momento. Si può sapere il nome di lui?
-
-— Lo conosci.
-
-— Io?... No!
-
-— Sì, zio. Te l'ho detto un'altra volta.
-
-Lo zio Giovanni guardò Spadarella negli occhi, poi abbassò la faccia.
-
-— Ah!... È quello del rosignolo...
-
-Ripetè più sommessamente e più pensoso:
-
-— ... è quello del rosignolo!... Sicuro, sicuro, sicuro... È quello del
-rosignolo... Non ci avevo pensato. Già... tu me ne parlasti... e poi
-mi era passato di mente. Sfido, io!... Con l'inferno che è nella mia
-vita in questi giorni!... Si chiama, già... si chiama, si chiama... ah,
-Paolo Corani!... Sicuro, sicuro!... E, quando è ritornato?
-
-— Ritornò subito, zio.
-
-— Subito?... Già!... E... è venuto spesso a trovarti?
-
-— Ci vedevamo tutte le sere sulla porta del giardino...
-
-— Tutte le sere!... Paolo Corani... Già, il figlio della Serafina. Suo
-padre è in America. Scappò con una donnaccia e piantò qua la moglie e
-il figlio... Sicuro, sicuro...
-
-E tacque.
-
-— A che cosa pensi, zio?...
-
-— Bambina, dimmi proprio la verità; ma dimmela con gli occhi negli
-occhi e ricorda che non ho in mente se non il tuo bene. Qualsiasi
-cosa tu abbia fatto, non ti condannerò. Tu sarai sempre sempre il mio
-core!... Ricordalo... E adesso rispondimi così, come parleresti _a
-e' tu Signurèn in' t' e' zil_! (al tuo piccolo Signore nel cielo!).
-Bambina... ti sei compromessa?
-
-— No, zio.
-
-— Va bene. Ti credo. Tu non sai dirla una bugia. Poi, con me?... Che
-gusto ci sarebbe se ti perdonerei sempre?
-
-— Come sei buono!...
-
-— No... no!... Io non sono buono. Sono un vecchio catafalco io, lo
-so... Però vorrei conoscere questo tuo Paolo...
-
-— Sì, zio. Subito.
-
-— Ecco... Subito sarebbe un po' troppo! Mettiamola per domani, ti va?
-
-— Come vuoi, zio.
-
-— Io, intanto, cercherò di sapere tante cose. Però... se a te non fa
-piacere...
-
-Spadarella gli dette un gran bacio perchè tacesse.
-
-— Vedrò come stanno le cose. Non ti sembra necessario?
-
-— Sì, zio.
-
-— È necessario. Tu sei sola. Quel ragazzo potrà essere una perla, ma
-potrebbe anche darsi che non lo fosse, e allora...
-
-— Allora?...
-
-— Allora gli rompo la faccia come è vera la Repubblica!
-
-— Zio!...
-
-— Eh, no, bambina!... Eh, no!... Con certe cose non si può
-scherzare!... Perchè se quel ragazzo ha calcolato di farsi bello con
-la mia creatura, gli è passato di mente il mio nome e chi è Giovanni
-Casadei!...
-
-Ora camminavano per il giardino.
-
-Spadarella si era fatta pensosa.
-
-— Zio?... Non lo tratterai male?
-
-— Ma no, bambina!... Gli domanderò solo che intenzioni ha.
-
-Poi il Cavalier Mostardo si fermò chè vide venire innanzi fra le
-aiuole, Rigaglia.
-
-E si guardava i piedi, forse per la gioia de' suoi riconquistati
-scarponi.
-
-Quando furono a due passi l'uno dall'altro, Mostardo aggrottò le ciglia
-e domandò:
-
-— _Ch' sèll nèca_? (Che c'è ancora?).
-
-Rigaglia levò la faccia e rise.
-
-— Che cos'hai da ridere?
-
-— Ditemi grazie! — fece Rigaglia con fare misterioso.
-
-— Cosa vuol dire grazie?... _At ziral la baracòcla_? (Diventi matto?).
-
-— Dovete dirmi grazie! — ripetè Rigaglia ridendo sempre.
-
-— Non importa che tu faccia lo stupido! Di' quello che hai da dire e fa
-presto.
-
-— E io non vi dico niente!
-
-— E io ti dò un pugno che ti farà passare la voglia di ridere!
-
-— Bella maniera!...
-
-— Quella che ci vuole con te, brutto testone! Ti credi forse di potermi
-prendere in giro?
-
-— Già siete sempre voi, chè non vi si può mai parlare!
-
-— Ma vuoi prendermi per il tuo giocattolo?...
-
-Allora Rigaglia, indispettito, brontolò:
-
-— Volevo dirvi che ho ritrovato la Carlotta... ma non ve lo dico più!
-
-— Che cosa?... — gridò Mostardo accostandosi di un passo al suo fido
-nemico. — Hai ritrovato la Carlotta?
-
-Rigaglia non rispose.
-
-— Hai ritrovato la Carlotta?
-
-— Pare! — nicchiò Rigaglia.
-
-— E dov'è?
-
-— Nella stalla.
-
-— Nella nostra stalla?
-
-— E dove dunque?...
-
-Allora Mostardo si illuminò come il più alto monte quando nasce il
-sole. Si rivolse a Spadarella:
-
-— Hai sentito?... Ha ritrovato la Carlotta!...
-
-E gli ridevan gli occhi e tutta la faccia.
-
-— Ha ritrovato la Carlotta!... Vieni qua!
-
-Rigaglia non si muoveva. Col suo testone basso si ostinava a guardarsi
-gli scarponi.
-
-— Ti ho detto di venir qua! Non badi?...
-
-Rigaglia si fece innanzi un poco, come un infante impermalito.
-
-— Adesso ti dico grazie — fece Mostardo e gli posò le larghe mani sulle
-spalle. — Sì, ti dico grazie perchè sei grande!
-
-Rigaglia nicchiava sempre.
-
-— Che cos'hai da brontolare?
-
-— No!... Con voi non c'è gusto!...
-
-— Vuoi che ti chieda scusa?
-
-— Io non voglio niente!
-
-— _Vut c'at dèga un bès_? (Vuoi che ti dia un bacio?).
-
-Risero tutti tre: Spadarella, Rigaglia e Mostardo.
-
-Poi l'umile e il grande se ne andarono insieme, braccio sotto braccio,
-come due innamorati.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIII.
-
-_Come il gobbo Pulizia se ne andò a cercar Garibaldi e come gli
-anarchici dell'Isola Felice cooperarono alla felicità del Cavalier
-Mostardo._
-
-
-Era andata così, come raccontò Rigaglia, compiacendosi del busso de'
-suoi scarponi riconquistati.
-
-Una sera Rigaglia era solo ed aspettava Mostardo. Stava per apprestare
-la cena, ma prima, quasi per un presentimento, era andato nella stalla
-e aveva messo il fieno nella mangiatoia e aveva preparato un buon
-letto di paglia come se la Carlotta dovesse ritornare. Si era sentito
-una voce dentro che gli aveva comandato di far questo. Poi, compita
-l'opera, tranquillo e soddisfatto stava per salirsene in cucina quando
-avevano suonato il campanello.
-
-Chi poteva essere a quell'ora?
-
-Andò ad aprire ed ecco presentarsi un uomo che entrò senza aspettare e
-senza dir niente. Poi chiuse la porta e gli disse:
-
-— Io sono il conte Polpetta!
-
-Il conte Polpetta?... E poi?... Era quello il modo di entrare in casa
-d'altri?
-
-— Sta zitto!... Sono venuto perchè ti riporto la Carlotta.
-
-— Che vi pigli un accidente! Dite davvero?
-
-— Voglio che mi scoppi il core, se non dico la verità!
-
-— Ma dov'è?
-
-— È qui dietro, nel vicolo. Vieni ad aprire il portone. Fa presto.
-
-Rigaglia si era messo a correre. Però, prima di aprire il portone,
-aveva detto al conte Polpetta:
-
-— Non vi venga la voglia di farmi impazzire per niente, perchè questa
-sera non sono di buona luna!
-
-Il conte Polpetta aveva aperto per suo conto ed ecco il muso della
-Carlotta, ecco il muso della sua Carlotta, farsi innanzi come per dire:
-— Buonasera!
-
-Le era saltato incontro; l'aveva abbracciata. Era proprio lei, proprio
-lei!
-
-Dopo averla riposta nella stalla aveva domandato al conte Polpetta:
-
-— Be', ma come avete fatto?
-
-— Questo non devo raccontarlo a te. Di' a Mostardo che, domani, lo
-aspetto all'Isola Felice.
-
-E non aveva aggiunto altro e se ne era andato come era venuto solo
-solo, zitto zitto, magro magro.
-
-Mostardo conchiuse:
-
-— Va bene. Bisognerà che vada dal conte Polpetta.
-
-— Volete che venga anch'io?
-
-— Vieni pure.
-
-Eccoli arrivati ad una porta senza battenti.
-
-— Sarà questa la casa?
-
-Rigaglia aveva risposto:
-
-— Sarà questa!
-
-Il Cavalier Mostardo era andato innanzi. Un androne buio; un fetore di
-immondizie accumulate. Il pavimento era scivoloso.
-
-— Ma dove siamo?
-
-E Rigaglia:
-
-— Chi lo sa!
-
-— A me pare di entrare in una concimaia.
-
-— Infatti lo stabbio c'è — rispose Rigaglia.
-
-Il grande disse al piccolo:
-
-— Accendi un fiammifero.
-
-Videro allora, in fondo all'androne, una seconda porta e a quella si
-diressero. Come l'ebbero varcata, ecco un rumore di voci.
-
-— Ci siamo, per Bios!
-
-Erano entrati in una specie di sala rettangolare, illuminata
-debolissimamente da un lucernario senza più vetri. Detto lucernario
-doveva aprirsi in un angusto cortile. Lunghe tele di ragno, annerite
-dalle immondizie, gli facevan torno torno una frangia di viscidume.
-Anche la luce che riusciva a filtrare da quell'apertura pareva sudicia.
-Il fetore aumentava.
-
-— Per essere la casa degli anarchici, ci fa un bel puzzo! — esclamò
-Mostardo.
-
-Dopodichè si affacciarono sulla porta che immetteva nella ex-platea
-dell'ex-teatro e rimasero là, il piccolo e il grande, disorientati, a
-contemplare il novissimo spettacolo che si presentava ai loro occhi.
-
-Dovettero, in un primo tempo, abituarsi alla grigia penombra che teneva
-il luogo in una uguale tinta livida dalla quale non emergeva se non
-qualche sagoma nera; ma, quando si furono adattati alla luce-ambiente,
-ecco che poteron vedere di che si trattava. E si trattava davvero
-di una cosa singolarissima. L'ex-teatro era convertito in un vero e
-proprio accampamento di zingari. La loro curiosità fu subito attratta
-da un timido cinguettìo, tanto che Rigaglia, levata la faccia, domandò:
-
-— _Csa j' èl, di uséll_?... (Ci sono degli uccelli?).
-
-E infatti c'erano degli uccelli. C'era un povero canarino in una
-gabbietta bianca, appeso al parapetto di quel più grande palco che si
-trova quasi sempre al centro di ogni teatro, e che suol chiamarsi palco
-reale. Il palco reale, col suo retrobottega, serviva di appartamento
-alla contessa Penelope Tompinelli.
-
-Noi sappiamo come questa contessa, ridotta al solo possesso del vecchio
-teatro dei Battuti Verdi, che non le rendeva un soldo, e sul punto di
-disfarsene, sollecitata dall'arcimiserevole conte Polpetta, il quale
-veniva ideando, a consolazione sua e dei simili suoi diseredati,
-l'organizzazione dell'_Isola Felice_, accondiscendesse a disporre
-di quest'ultima sua proprietà a profitto del nuovo esperimento
-comunista; e, raccolta la sua miseria, in detto luogo la traslocasse,
-unitamente agli altri adepti, in attesa della felicità. Frattanto
-si era riserbata, non potendo dimenticare di essere padrona, si era
-riserbata il miglior posto, trattandosi di un teatro, e cioè il palco
-reale. Nel qual palco, oltre la gabbia di un disgraziato canarino,
-figuravano alcune casseruole di rame, una pentola, una tenda, un
-paravento in brandelli, una poltrona con lo stemma, un vaso da notte,
-un copri-polvere, una scopa e un orologio rotto. Naturalmente non solo
-le primitive decorazioni del palco erano scomparse, ma il soffitto era
-crollato e le pareti minacciavano rovina; ai quali danni la contessa
-Penelope aveva cercato porre riparo inchiodando una tenda a due
-travicelli del soffitto; e disponendo il paravento a brandelli verso
-la parete che minacciava maggior rovina. Ed era ricorsa a quest'ultimo
-rimedio per difendere il suo pudore dal pudore del conte Polpetta che
-abitava nel palco attiguo.
-
-E il palco attiguo, se così ancora poteva chiamarsi, era tutto
-un fantastico intrico di assi rotte, di travicelli fradici e di
-calcinacci. Fra tale pulverulento aggroviglio erano sei vecchie latte
-da petrolio lungo le quali erano disposte due assi e un cumulo di
-paglia tritata. Tale era il letto del conte Polpetta; letto difeso
-dalla pioggia che scendeva libera dal tetto in rovina, da un vecchio
-ombrello aperto e fermato per mezzo di cordicelle al circostante
-accatastarsi di assi in isfacelo. Al conte Polpetta altre cose non
-erano riservate, neppure un coccio per lavarsi le mani. In compenso
-egli aveva decorata la sua tana, nel prospetto, di tanti cartigli sui
-quali aveva scritto in grandi caratteri rossi, le sue massime eterne;
-o, meglio, le eterne massime del comunismo, particolare religione sua,
-e deciso costume.
-
-Tali massime attrassero l'attenzione del Cavalier Mostardo che
-incominciò a leggerle.
-
-Ecco la prima:
-
-DONNA, CHE COS'HO IO DI COMUNE CON TE?
-
-— Per Bios!... — fece Mostardo.
-
-IO SONO VENUTO A SUSCITARE L'UOMO CONTRO IL PROPRIO PADRE E LA FIGLIA
-CONTRO LA MADRE.
-
-Continuò a speculare. Eccone un'altra:
-
-IO SONO SENZA MONDO.
-
-E Mostardo guardava Rigaglia; e Rigaglia sputava.
-
-Lesse ancora:
-
-IL MIO IO È ASSORTO AL DOMINIO DEL MONDO.
-
-Ma questa non la capì. Che cos'era questo _Io_?... Il suo _Io_?... Il
-dominio del mondo?...
-
-Scaraventò per l'aria un:
-
-— Per Bios!... — che parve una saetta.
-
-— Che cosa ne dici, Rigaglia?
-
-— Io dico che c'è un bel puzzo.
-
-— Questo è vero!
-
-Nella platea c'era una lunga tavola attorniata da sgangherate panche.
-Quello, il luogo riservato ai pasti in comune. Poi torno torno, altre
-rovine di palchi ed altri accampamenti di comunisti. Qua si vedeva la
-testa di un cane; più oltre gli occhi giallo-verdi di un gatto. In un
-palchetto di quart'ordine tubavano due tortore.
-
-Ora anche Rigaglia osservò come la parte più caotica del luogo fosse
-lo spazio riservato un tempo al palcoscenico. Ivi era una garetta
-rovesciata che serviva da letto; ivi la carcassa di una vettura
-preistorica adibita a giaciglio; e vasche da bagno in disuso,
-cassapanche, un armadio sventrato, una cassa da morto.
-
-Era quello un angolo distinto dell'Isola Felice; l'angolo riservato
-agli anarchici stirneriani. Anche in detto reparto, che poteva
-chiamarsi degli agitati, non mancavano i cartigli con le diciture
-più stupefacenti. Le quali diciture si affrettò a leggere il nostro
-Mostardo che voleva istruirsi. Eccone una piuttosto lunga:
-
- _Chi agisce secondo la spontaneità del proprio dovere,_ NÈ COMMETTE
- FURTO _se si appropria le cose supposte di proprietà altrui;_ NÈ
- COMMETTE ASSASSINIO _se elimina la esistenza di quei suoi simili
- che gli appariscono turbatori della libera espansione della sua
- individualità._
-
-Il Cavalier Mostardo lesse due volte ad alta voce tale apocalittica
-sentenza, poi continuò:
-
- L'IMPURITÀ SENSUALE, _di qualunque genere essa sia, non importa
- un'infrazione ad alcuna legge morale; e, se anche così fosse, non
- vale la pena di tenerne conto!_
-
-— Ma questo è un vero _trocaico_!... E chi l'ha detto?... — gridò
-Mostardo.
-
-Allora una voce grave e roca si levò dal fondo del teatro e rispose:
-
-— Sono parole di Max Stirner!
-
-E Mostardo di rimbalzo:
-
-— Bravo il porco!... Andateglielo a dire da parte mia!...
-
-— Max Stirner è morto!
-
-— Bene!... E sulla forca, spero!
-
-— No. Sulla forca morirete voi!
-
-Stava già, il nostro Cavaliere, per lanciarsi alla rapida ricerca
-dell'ignoto insultatore, quando l'allampanata figura del conte Polpetta
-gli si parò davanti.
-
-— Siete stato puntuale — disse il conte — e ve ne ringrazio.
-
-— Macchè puntuale!... Voglio sapere...
-
-— Calmatevi Mostardo. Quello non è un comunista; è un anarchico!
-
-— È una canaglia! Un delinquente!
-
-— Bisogna capirlo!
-
-— Io non voglio capire queste immondizie!
-
-— Abbiate pazienza. Forse non sa chi siete. Avete veduto la Carlotta?
-
-Il nome del caro quadrupede ebbe la virtù di calmare il colosso.
-
-— Sì, l'ho veduta, povera bestia! Com'è dimagrita! Ma chi l'aveva?
-
-— Questo non può dirvelo che quel signore col quale stavate per
-azzuffarvi.
-
-— L'anarchico?
-
-— Sì.
-
-— È lui che l'aveva rubata?
-
-— Anzi l'ha ricuperata.
-
-— Fatemi vedere quest'uomo.
-
-— Venite.
-
-Attraversarono la platea. Si udì il busso ritmico degli scarponi di
-Rigaglia. Giunti presso il singolare accampamento dei senza-legge, il
-conte Polpetta chiamò:
-
-— _Spintàcc_?
-
-Al quale richiamo la stessa voce rispose:
-
-— Crepa!
-
-— Vieni fuori, che c'è gente che ti vuol parlare!
-
-Allora si vide uscir lentamente dalla cassa da morto, prima la testa,
-poi il torso di un uomo il quale, puntate le mani ai lati del singolare
-giaciglio, volse in giro l'orgogliosa faccia.
-
-— Chi mi vuole? — domandò aggrottando le ciglia.
-
-— Ecco il Cavalier Mostardo! — disse il conte Polpetta.
-
-Spintàcc, al nome solenne, non mutò volto; non dimostrò nè interesse,
-nè sorpresa; solo, riparati gli occhi dalla luce, col palmo della
-mano, per distinguere meglio i due sopravvenuti, domandò considerando
-a volta a volta il Cavalier Mostardo e Rigaglia; Rigaglia e il Cavalier
-Mostardo:
-
-— Quale dei due è il nominato?
-
-Il solo dubbio di poter essere confuso con Rigaglia finì di inasprire
-Mostardo, il quale disse:
-
-— È inutile vi diate tant'aria! Tanto non fate paura a nessuno, anche
-se abitate in una cassa da morto!
-
-— Allora Mostardo siete voi?
-
-— Pare!
-
-— Bravo!
-
-— Bravo un corno!
-
-— Mi fa piacere di non essermi ingannato. Vi avevo immaginato così.
-
-— Cosa vuol dire?
-
-— Vuol dire che rispondete al perfetto tipo del nuovo borghese.
-
-— Io, borghese?
-
-— Voi, appunto! E, con voi, la repubblica!
-
-— Ah, pezzo da galera! Vieni fuori di lì e finisci di fare il cadavere,
-poi vedi se te l'aggiusto io la borghesia e la repubblica su quella
-testa da pidocchi!
-
-Spintàcc, sotto il violento assalto del Cavalier Mostardo, sorrise
-pacatamente e non si mosse. Rispose senza levar la voce:
-
-— Un mio pidocchio val più di tutte le vostre decantate conquiste! E
-ve lo spiego subito. Abbiate pazienza. Da più di un secolo, durante
-tutto il vostro lungo e vano alunnato rivoluzionario, voi, fra le mille
-altre corbellerie, fra le lustre di cui avete pasciuto e pascete la
-bestialità del popolo, una ne avete posta innanzi sempre più sciocca,
-fra tutte le sciocche: la libertà, la vostra famosa libertà!... Sicuro,
-la vostra famosa libertà!... Ma che cos'è quest'araba fenice? Come
-si manifesta o si è manifestata dopo tanto frastuono, tanta guerra e
-tanto sangue? Quali intieri e reali vantaggi ha portato ai paria, ai
-diseredati del mondo?... Nessuno!... Io vi dico, nessuno!... L'egoismo
-dell'uomo, la sola sacra forza di vita e la sola rispettabile, è stato
-sempre schiavo della vostra infame concezione statale. Voi vi siete
-fermati al giusto mezzo, alla mediocrità, alla quiete. Il vostro Stato
-ha protetto la prepotenza di un gruppo di egoisti. Che cosa hanno reso
-le tanto decantate conquiste?... Niente!... Io dico niente!... _Ora
-una libertà che non dia niente, non serve a niente!_ Mettetevi bene
-in mente quanto sono per dirvi, caro signor Mostardo; _la vera libertà
-deve essere una nostra proprietà_, dobbiamo esser liberi di fare tutto
-quanto ci piace secondo il nostro egoismo e il nostro tornaconto e
-non dobbiamo riconoscere nessun'altra forza e nessun altro egoismo
-al di sopra di noi. _Ciò che io voglio è giusto; ed è giusto appunto
-perchè io lo voglio!_ Guardate che cosa è scritto lassù. Guardate. Voi
-sapete leggere. Lassù è scritto: — CIASCUNO HA IN SÈ LA PROPRIA CAUSA!
-— Ciò che vuol dire che ciascuno fa Stato a sè; nel giro di ciò che
-può compiere è più che Imperatore e più che Dio. Noi siamo finalmente
-liberi, tutti liberi perchè ci siamo disfatti fino in fondo del peso
-originale dell'umanità! Ecco dunque perchè un mio solo pidocchio val
-più di tutte le vostre belle fandonie, caro signor Mostardo!
-
-Rigaglia, a tale sfolgorante parolame, scuoteva la grossa testa a
-quando a quando e, come Spintàcc ebbe finito mormorò:
-
-— _L'ha parlè bèn._ (Ha parlato bene!).
-
-Allora Mostardo prese Rigaglia per il colletto, lo sollevò da terra due
-volte e lo sbattè a terra due volte, tanto che il tonfo degli scarponi
-fu marcatissimo. Poi gli disse:
-
-— Adesso imparerai a star zitto!
-
-Rigaglia, che si era insaccato, si raccolse, sotto l'ombra della
-sua gabbana che gli saliva fin sopra il cocuzzolo e più non rifiatò.
-Compiuta questa prima faccenda, il Cavaliere si rivolse all'oratore e
-domandò:
-
-— Hai veduto che cos'ho fatto a Rigaglia?
-
-— Sì.
-
-— Allora ho ragione io!
-
-— Perchè?
-
-— Perchè ho fatto quello che ho voluto. Non hai detto che ciascuno può
-fare quello che vuole, quando gli torni conto?
-
-— L'ho detto ed è vero!
-
-— E per te io sono un borghese?
-
-— Lo sei.
-
-— E tu sei un anarchico?
-
-— Lo sono.
-
-— Va bene. Tu sei un anarchico ed io sono un borghese. E, questo, è
-Rigaglia imbecille, che sarebbe poi il popolo che ti crede. Va bene...
-Va benone!... Dunque io ho lavorato trent'anni della mia schifosa vita
-e tu sei andato a spasso a pensare le tue vigliaccherie. Un bel giorno
-io mi sono messo assieme tre staia di grano e tu solamente i tuoi
-pidocchi. Io mi sono salvata una casa, col mio onorato sudore, e tu
-solamente la tua cassa da morto. Siamo d'accordo, è vero?... Fin qui
-siamo d'accordo!
-
-— Siamo d'accordo!
-
-— Sicuro!... E io mi chiamo Mostardo e tu ti chiami Spintàcc. Io sono
-un galantuomo e tu una canaglia. Un momento... ho sbagliato! Io sono un
-borghese e tu un anarchico. Questo è più comodo. Così, a mezza strada,
-quando io voglio mangiare il mio grano nella mia casa, arrivi tu,
-versipelle, e mi dici: — Quello che io voglio è giusto! — Poi prendi
-un fucile, mi ammazzi e ti prendi tutto perchè ti sei messo in testa di
-essere tu tutto il mondo. Non è vero?
-
-— È vero!
-
-— Ma io la penso in un altro modo. Ti pare?... Io la penso in un altro
-modo!...
-
-E Mostardo era acceso come un papavero.
-
-— Io ho questa idea... Guarda un po'!... Di prenderti... così, per
-questa zazzera pidocchiosa, di scrollarti... così, un pochino... di
-guardarti ben bene sul muso e dirti: — Sta attento e _non promettere
-agli altri quello che non vuoi sia fatto a te!_...
-
-E, parlando, aveva sollevato la cassa da morto mandando poi contenente
-e contenuto ruzzoloni per le terre.
-
-Spintàcc si rialzò, si riassettò un poco e, veduta la mala parata,
-disse:
-
-— Tu sei più anarchico di me, perchè sei più forte!
-
-Poi le cose si ricomposero. E il Cavalier Mostardo seppe come la
-Carlotta fosse stata trovata da Spintàcc in un orto che apparteneva al
-gobbo Pulizia.
-
-Quale oscura faccenda si manifestava attraverso l'avventura della
-Carlotta?
-
-Il Cavalier Mostardo volle sincerarsene e se ne andò difilato verso la
-casa del meticoloso Pulizia.
-
-
-Ecco la casa del gobbo. Una porticina verde e quattro finestrelle: due
-al pianterreno e due al primo piano; proprio una piccola casa per un
-piccolo gobbo. Le imposte delle quattro finestre erano serrate. Neppure
-una fessura, in tutta la facciata, per un poco di aria e di luce.
-
-— Vuoi scommettere che è andato in campagna?
-
-Suonò il campanello ed attese. Poi si fece in mezzo alla strada e
-chiamò:
-
-— Pulizia?
-
-Nessuno!... Forse non c'era nè l'amico Cesare, nè l'amico Ciliegia.
-
-Ad un tratto udì un passo frettoloso giù per le scale e una voce
-concitata che non era di buona promessa. La porticina si aprì d'impeto,
-rabbiosamente e, nel vano, apparve la faccia sconvolta del moro
-Fabrizi.
-
-Il moro Fabrizi, che si era preparato ad accogliere con ferocia
-l'importuno, non appena ebbe visto il Cavalier Mostardo, impietrì. E
-domandò pieno di stupore:
-
-— Da chi l'avete saputo?...
-
-Mostardo aggrottò le ciglia. Dunque arrivava a proposito! C'era
-qualcosa di grosso da scoprire.
-
-— Da chi l'ho saputo non interessa. L'importante è che lo so!
-
-Il moro Fabrizi impietriva sempre più. Ma che modi eran quelli?...
-Però, siccome si trattava di Mostardo, chiese, sempre con umiltà:
-
-— Volete vederlo?
-
-— Ma sicuro che lo voglio vedere!... Sono venuto per questo!
-
-— Allora venite con me.
-
-Il moro Fabrizi chiuse la porticina piano piano, poi si avviò innanzi
-sulla punta dei piedi, cercando di fare il minor rumore possibile.
-Mostardo lo guardò incuriosito.
-
-— Che cosa sono tutte queste delicatezze?... Chi è che dorme?...
-
-Allora il moro Fabrizi si rivolse:
-
-— Come?... Ma non lo sapete?...
-
-— E che cosa, di grazia?...
-
-— Il povero gobbo...?...
-
-— Be'?...
-
-— Muore!
-
-Mostardo fece un salto indietro.
-
-— Cosa mi dici?...
-
-— Sì. Gli è venuto l'avviso questa mattina. Adesso passa di là!
-
-— Ma non è vero!
-
-— Venite di sopra. È un po' nero in faccia: ma muore bene!
-
-— Che cos'è?... Un colpo?
-
-— Sì. Se ne va che non se ne accorge, il poveraccio!... Proprio la
-morte che meritava.
-
-— Per Bios!... Questa non me l'aspettavo!
-
-Si infilaron l'un dietro l'altro, su per le scale; e Mostardo
-tratteneva il respiro.
-
-
-Ora, nel suo letticciuolo candido, il gobbo Pulizia stava per
-accomiatarsi da questa vita.
-
-Lo assistevano: la Repubblica, la bandiera rossa, Garibaldi e Mazzini
-che lo guardavan dalle pareti, fuor da due grandi oleografie. Poi il
-moro Fabrizi, che era l'amico Cesare dell'amico Ciliegia. E nessun
-altro.
-
-Il Cavalier Mostardo era capitato là per caso, senza saper niente di
-quel supremo esilio.
-
-E, non appena entrato, constatò che ciò che aveva detto il moro Fabrizi
-era vero. Il gobbo Pulizia moriva bene. Se ne andava senza troppo
-disturbare il prossimo e senza far ribrezzo.
-
-Infatti la sua faccia era cianotica; ma non tanto da non potersi
-guardare; ed il suo respiro si era bensì convertito in un rantolo, ma
-non tale da rendersi insopportabile.
-
-Insomma rantolava con discrezione, come per non farsi sentir troppo da
-chi doveva vegliarlo. Se ne andava discretamente. Combatteva in sordina
-con la sua morte, senza opporle una troppo vivace resistenza. Pareva le
-dicesse:
-
-— Ma sì che vengo!... Aspetta ancora un poco; tanto che mi resti tempo
-di sciogliere l'ultimo nodo!
-
-Il Cavalier Mostardo sedette presso la finestra. Il moro Fabrizi al
-capezzale del moribondo.
-
-— È venuto il dottore? — domandò Mostardo.
-
-— No. E non l'ho chiamato perchè il povero gobbo non lo voleva mai. Poi
-a momenti è morto! — rispose il moro Fabrizi.
-
-— Sì; ma un po' di dottore ci voleva! Che medicina gli dai?
-
-— Niente. Dell'acqua da bere. Non è meglio?
-
-— Oi!... — fece Mostardo, che non voleva pronunziarsi.
-
-— Non ha mai preso una medicina in tutto il tempo della sua vita;
-volete che glie la dia proprio adesso che muore?...
-
-— Però poteva esserci qualcosa per farlo soffrir meno!
-
-— Ma non soffre mica! Poi non capisce più niente.
-
-— Ne sei sicuro?
-
-— Come son sicuro di vedervi!
-
-— Lo dici te; ma lui non te l'ha detto.
-
-— Volete che faccia la prova?
-
-— Fa pure.
-
-Allora il moro si chinò sul capezzale e, posata una mano sulla spalla
-del moribondo si dette a scuoterlo in malo modo e gli gridò, proprio in
-un orecchio, usando per maggior efficacia il dialetto nativo:
-
-— _Vòi gobb?... Eviva la Ripoblica!_... (Ehi, gobbo?... Evviva la
-Repubblica!).
-
-Stette in ascolto un poco; poi quando vide che il trapassante non dava
-cenno di intesa, si rivolse a Mostardo e disse:
-
-— Avete veduto?... Se avesse capito avrebbe risposto: evviva!
-
-Mostardo scosse il capo e non aggiunse parola.
-
-Aspettarono in silenzio una mezz'ora, poi Mostardo disse:
-
-— Può anche arrivare a domattina!
-
-E il moro Fabrizi:
-
-— Macchè. È questione di poco. Se avete pazienza lo vedete morire.
-
-Mostardo si guardò i piedi. Ora il gobbo Pulizia lottava più fieramente
-con la morte. A quando a quando uscivan dalle sue labbra tumefatte,
-parole incomprensibili; ma una, fra le tante, giunse ben chiara
-all'orecchio del nostro eroe, una parola sintomatica:
-
-— ... cavallo...
-
-— Ahi!... Ci siamo!... — pensò Mostardo e prestò maggiore attenzione.
-
-E il moribondo ripeteva ostinatamente fra gli ultimi rantoli:
-
-— ... cavallo... il cavallo...
-
-Era diventata ormai la sua idea fissa.
-
-— Muore con un rimorso! — pensò Mostardo.
-
-— Il cavallo!... Il cavallo!...
-
-— Ma che cos'ha! — fece Mostardo, rivolto al moro Fabrizi.
-
-— Parla con le ombre!
-
-— Però... questa idea del cavallo?...
-
-— Oi! Si vede che la morte non è arrivata a piedi, questa volta!
-
-— No. Ci deve essere un'altra ragione.
-
-— Sarà così. — rispose il moro.
-
-E il gobbo Pulizia veniva agitandosi sempre più. L'amico Ciliegia
-gli aggiunse due altri guanciali sotto alle spalle. Ora era seduto
-sul letticciuolo bianco bianco. La sua faccia si faceva sempre più
-cianotica e l'agitazione aumentava col rantolo aspro.
-
-Poi vi fu un punto in cui la piccola creatura sul limite dell'ultimo
-esilio, aprì gli occhi che aveva tenuti fino allora, ostinatamente
-chiusi; aprì gli occhi pieni di occulto terrore, li sbarrò, immobili
-verso una lontananza che egli solo sapeva e, rabbrividendo, gridò per
-tre volte a tutta voce, scandendo le sillabe:
-
-— Il cavallo di Troia!... Il cavallo di Troia!... Il cavallo di
-Troia!...
-
-Per Mostardo non c'era più dubbio. Esclusa Troia, della quale non
-conosceva il valore e l'importanza, era certo che il gobbo Pulizia
-se ne andava col rimorso della Carlotta sulla coscienza. Egli avrebbe
-appurato la cosa con l'amico Ciliegia il quale non poteva non essere
-stato a parte della faccenda. Frattanto, per mettere i piedi avanti,
-disse:
-
-— Hai sentito che ha parlato del cavallo di Troia?
-
-— Ho sentito — rispose il moro.
-
-— Questo deve essere un rimorso!... Muore con un rimorso!...
-
-— Un rimorso di Troia?... Ma no!... È stato un uomo senza vizi!
-
-— Valà! Tu mi capisci bene!
-
-— Se capisco, vorrei che mi cavassero gli occhi!
-
-— Be', tienti in mente questo cavallo. Ne riparleremo.
-
-Ma in quel punto il gobbo Pulizia se ne andava per davvero. Si rivolse
-al compagno inseparabile, lo chiamò per nome:
-
-— Moro?
-
-Poi incominciò a sbattere le palpebre.
-
-— Cosa vuoi?
-
-Afferrò una mano del compagno; la strinse forte.
-
-Allora la tenerezza dell'amico che rimaneva al mondo doveva ben trovare
-la parola del supremo conforto per l'amico che partiva, e la trovò
-il moro Fabrizi, perchè, chinatosi sul moribondo, gli disse con la
-migliore voce che si trovò in quel punto:
-
-— _Al vègh t'at mur adèss... Mo un è ignint! Ichsè t'avdirè
-Garibaldi!_... (Lo vedo che muori adesso... Ma non è niente! Così
-vedrai Garibaldi!).
-
-E dopo qualche minuto la fiera anima rossa del povero gobbo, era salita
-ai cieli del suo primo eroe.
-
-
-Poi che fu morto, con squisito senso di conseguenza, lo composero nel
-piccolo letto; gli gettaron sopra la bandiera rossa e gli adagiarono il
-capo fra un boccale e un mazzo di carte da giuoco.
-
-E così fu sepolto.
-
-A casa, il Cavalier Mostardo aveva un dizionario enciclopedico. Volle
-sapere che cos'era questo Cavallo di Troia, per potersi regolare col
-moro Fabrizi.
-
-E lesse:
-
-_Troia, città celebre della Frigia. Questa città sostenne l'assedio dei
-Greci per lo spazio di dieci anni e fu presa con il mezzo di un gran
-cavallo di legno che Pallade aveva consigliato ai Greci di fabbricare
-ed in cui molti guerrieri si rinchiusero. Dopodichè i Greci finsero di
-andarsene, ed i Troiani, a ciò indotti dagli inganni di Sinòne, fintosi
-disertore greco, rotta una parte delle mura, fecero entrare il detto
-cavallo in città. I Greci, in quello rinchiusi, ne usciron di notte e
-saccheggiarono e distrussero Troia._
-
-Chiuse il libro e si mise le mani fra i capelli.
-
-Frigia... Pallade... Sinòne... il cavallo con dentro i soldati...
-l'incendio di Troia...
-
-Povera sua testa!...
-
-E il gobbo Pulizia non poteva più dire una sola parola a rischiarare
-tanto mistero.
-
-In quel punto egli udì lo stridulo canto del gallo Francesco.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIV.
-
-_Qui si vedono molte cose stupefacenti e tali da far passare
-l'ipocondria a questo livido mondo che ha perduto il sorriso._
-
-
-Si avvicinava il tempo della lotteria e delle grandissime feste.
-Asdrubale Tempestoni era sotto pressione dalla sera al mattino.
-
-— Vedrai che roba!
-
-Aveva già gli operai al Teatro Comunale.
-
-— Vedrai che _Golfo Mistico_ ti faccio!
-
-E quando qualcuno tentava di prenderlo in giro un pochino, con
-questo _Golfo Mistico_ egli, che era sicuro di compire un'opera
-_posteritaria_, come diceva lui, e cioè tale da passare alla posterità
-più remota, rispondeva invariabilmente con una sua frase che tagliava
-corto a tutto:
-
-— _Sì, mo fallo te!_
-
-E siccome nessuno pensava a rubargli l'iniziativa, aveva sempre ragione.
-
-Aveva tappezzato tutte le città della Romagna con enormi manifesti
-rossi nei quali era scritto a caratteri cubitali:
-
- PROSSIMAMENTE
- SPADARELLA!!
-
-e, più sotto, in caratteri più modesti:
-
- _La quale debutterà al tempo
- della Grande Lotteria
- dei quattro bovi
- e delle sette vitelle!_
-
-E non faceva che parlare di Spadarella e della Lotteria che sarebbe
-stata, secondo lui, una cosa _magnetica e fracassona_. E a chi gli
-faceva osservare come non fosse precisamente il colmo della gentilezza
-per Spadarella, l'abbinarla così coi bovi e con le vitelle, rispondeva:
-
-— Bella roba!... Io lo faccio per il pubblico che non capisce niente.
-Anzi la gentaccia farà più festa a Spadarella se ci vede sotto quattro
-bovi e sette vitelle. Che cosa vuoi parlare dell'arte!... _Mo valà!_...
-L'arte non si sporca mica se ci metti vicino un po' di roba da
-mangiare!... Fa la prova di cantare, _te_, senza andare a pranzo!
-
-E non volle convincersi.
-
-I biglietti della lotteria erano a due soldi; i biglietti d'ingresso
-alla prima del _Werther_, con Spadarella e il _Golfo Mistico_, erano a
-cinque lire. Uno sproposito per i tempi che correvano.
-
-Ma Asdrubale Tempestoni era sicuro del fatto suo.
-
-
-E nel ritmo dei giorni un poco più sereni le cose venivano riprendendo
-il loro volto per far sopravvivere un'illusione di pace, in una ora del
-mondo.
-
-La feroce lotta fra _rossi_ e _gialli_ si era conchiusa con la
-vittoria di questi ultimi; ma il fermento, se pur non aveva le forme
-appariscenti e di estrema violenza del periodo acuto, continuava, sotto
-sotto, a preparare nuove e più aspre lotte. Qua e là qualche _rosso_
-ammazzava qualche _giallo_, o viceversa; ma il pubblico non ne faceva
-gran caso. Era storia antica.
-
-A festeggiare la vittoria, una sera, Bucalosso, si ubbriacò e spintosi
-fino alla Piazza, in tale stato di galante ebbrezza, si mise in testa
-di ballare i tresconi con la prima ragazza che passava. La prima
-ragazza che passò fu Proli. Bucalosso, che era un giocondo Sileno, la
-prese risolutamente alla cintola e, senza badare agli strilli di lei,
-incominciò a cantare e a ballare:
-
- _Ven iquà, Minghéta, c' at tóca,_
- _Lassa c' at tóca, ca fazz par ridar!_
- _Lassa pu ch'la mama la sgrida..._
- _Dam la strìza, c' at dagh e' gambôn!..._
-
-(Vieni qua, Minghetta, ch'io ti tocchi, — Lascia che ti tocchi che
-faccio per ridere! — Lascia pure che la mamma sgridi... — Dammi la
-ciliegia che ti dò il picciuolo!).
-
-Fu un divertimento grandissimo e uno scandalo altrettanto grande.
-Proli non fece che strepitare; ma la voce di lei fu soffocata da quella
-stentorea del molosso. E la gente rideva intorno e batteva le mani al
-ritmo indemoniato della danza campestre, mentre il feltro vermiglio
-della signorina Proletaria, non più fermato sui radi capelli di lei,
-penzolava come una cosa estranea sulle spalle della malcapitata.
-
-E lo spettacolo inatteso non finì se non quando Bucalosso ne ebbe
-abbastanza. Allora egli lasciò la preda e, inchinatosi bellamente,
-disse un: — _Grassie!_ — che rinnovò l'omerica risata del pubblico.
-
-Allora Proli partì inviperita e convinta che tale sconcio non fosse
-avvenuto se non per suggerimento dell'infame Mostardo; e giurò
-raddoppiata vendetta. Bucalosso, soddisfatto ormai l'impeto, si diresse
-al Borgo delle Torri dove aveva sua sede il Circolo Mazzini. Andava
-verso là, senza un pensiero preconcetto. Camminava e continuava a
-ridere. Era in una gioiosissima ora della sua vita.
-
-Però, giunto al palazzo del Circolo repubblicano si risovvenne che
-non poteva entrare perchè la Direzione lo aveva sospeso per due mesi,
-in seguito alla schioppettata elargita per porre termine alla baruffa
-fra il cavalier Mostardo e i _rossi_. Bucalosso si fermò a guardare
-attraverso all'inferriata. Intorno ad un gran tavolo erano adunati i
-facenti parte la Direzione. Pensò un poco, poi estratta una pistola
-a tamburo lasciò partire due colpi a un metro dalle teste dei suoi
-giudici.
-
-Fumo, urli, pandemonio, terrore.
-
-Bucalosso rimase a godersi lo spettacolo dalla finestra; e quando
-fu accostato e richiesto del perchè di quel suo gesto, rispose
-olimpicamente:
-
-— Così la _Diressione la_ si occuperà del mio caso!
-
-
-Quella sera _Il Sillabo_, _Il Faro Socialista_, _L'Apocalisse_, _La
-vera Croce_ erano pieni di ingiurie e di allusioni all'indirizzo del
-Cavalier Mostardo. Una carica a fondo. Argomento principale: la ragion
-politica e siccome tale ragione voleva essere sostenuta da molte e
-svariate cose, tema unico di sostegno, pei quattro giornali pettegoli,
-era _la francese_.
-
-_Il Sillabo_ la chiamava la Ninfa Egeria, del Cavalier Mostardo.
-
-Ecco il librone che gli serviva per chiarire le oscurità della Cattedra.
-
-«_Egeria, ninfa di singolare bellezza, che Diana cangiò in fonte,
-quando essa, per la morte di Numa Pompilio, secondo re di Roma, si
-ritirò a piangere nella Arìcia. Numa Pompilio diceva aver avuto da
-questa dea le leggi che voleva promulgare_».
-
-_Il Faro Socialista_, con la corrente volgarità adatta a' suoi lettori,
-vi accennava con le seguenti parole: «... _questa istitutrice ritinta,
-mandataci di Francia a confortare gli infami ozii dei ricchi borghesi e
-dell'aristocrazia, fra un amore e l'altro, ha trovato modo di prendere
-nelle sue scaltre reti quel tordo del Cavalier Mostardo, il quale, ne'
-suoi amori senili, finirà, come ci auguriamo, di rimbecillire_».
-
-Il giornale _L'Apocalisse_ la chiamava addirittura: «...
-_l'annosa Pasìfac che minotaurizza la innocenza dello spodestato
-poliorcète!_...».
-
-Veniva, per ultima _La vera Croce_. Ecco quanto scriveva Don Palotta:
-
-«_Il signor Casadei Giovanni, detto altrimenti, per burlesca
-riminiscenza, il Cavalier Mostardo, farebbe meglio a ricordarsi della
-sua fede di nascita, anzichè continuare a dar scandalo, coinvolgendo
-ne' suoi osceni amori, la dignità e il decoro di una illustre famiglia
-cittadina la quale non altro torto ha avuto verso di lui, se non quello
-di aprirgli le porte del suo palazzo. Ma questo succede a chi si fida
-della supposta onestà di questi villani rifatti._
-
-«_Noi ci auguriamo che a questo arruffapopoli in grande disgrazia del
-resto, sia data la severa lezione che si merita; come ci auguriamo
-che l'illustre famiglia, alla quale abbiamo accennato, provveda a
-tutelare la propria illibatezza, disfacendosi di una persona che non ha
-dimostrato di meritare la fiducia in lui riposta, non solo, ma minaccia
-di trascinare un nome incontaminato nella più vergognosa avventura_».
-
-Per intendere le quali cose, il Cavaliere Mostardo non ebbe bisogno
-dell'aiuto del suo librone.
-
-Però, in un impeto d'ira, si alzò e mandò all'aria il pesantissimo
-tavolo con tutto quanto vi era sopra.
-
-Giusto in quel punto si aprì la porta e comparve Rigaglia il quale, non
-appena ebbe veduto la rovina e la faccia del suo degno padrone, non
-attese nè un cenno nè una parola; ma, voltate le spalle, ritornò sui
-suoi passi quanto più rapidamente gli fu possibile...
-
-E il Cavalier ebbe un bel suonare il campanello; l'onesto Rigaglia non
-riapparve.
-
-Già Mostardo si disponeva ad andarne alla ricerca, quando qualcuno
-bussò all'uscio.
-
-Comparvero il Trancia e Giovannone.
-
-— Giusto voi!... — esclamò Mostardo. — Capitate a proposito.
-
-
-Ma la Spingarda era ritornata; ma la marchesa Alerama era nel suo
-palazzo nella Città del Capricorno; ma tutto filava sul più dolce vento
-della più soave primavera.
-
-Evitata ogni complicazione da questo lato, il Trancia e Giovannone
-avevano una nota di spese da presentare.
-
-— Avanti. Vediamo.
-
-Sopra un sudicio foglio erano molti scarabocchi.
-
-— Che cos'è questo?
-
-— La nota.
-
-Il Cavalier Mostardo inforcò gli occhiali.
-
-— Che cosa?... Otto-cento-sessantadue lire e ottanta centesimiii...
-Siete matti?...
-
-— Nella nota c'è scritto tutto — fece il Trancia.
-
-— No. Ci manca una piccola cosa!
-
-— E quale?
-
-— La piccola condizione che io vi pago, si; ma vi mando in galera!
-
-Il Trancia e Giovannone non rifiatarono.
-
-— Adesso vado dalla marchesa, — riprese Mostarde. — Ritornate domani
-chè faremo i conti.
-
-— Va bene.
-
-I due se ne andarono come erano venuti e Mostardo incominciò a
-passeggiar per la stanza.
-
-
-Ahi, affanno grandenissimo! L'amore e il dolore, in una stessa tresca
-confusi, gli inceppavano il passo. Eppure come si era tolto da altri
-e ben più gravi impacci, da quello doveva togliersi, prendendolo di
-fronte, alla brava, col suo più spedito intendimento.
-
-Così, senza por tempo in mezzo, incominciò ad agghindarsi, nel risoluto
-proposito di apparire signore in mezzo ai signori.
-
-Come fu bello e strigliato chiamò Rigaglia il quale apparve in aspetto
-da mugnaio, tutto pien di farina dalla faccia alle scarpe.
-
-— Che cosa facevi?
-
-— Versavo la farina nel cassone.
-
-— Vai a vestirti.
-
-— Perchè?...
-
-— Mettiti il tuo vestito nuovo!
-
-— Dove andiamo?
-
-Il Cavalier Mostardo era pensieroso. Soggiunse:
-
-— Aspetta...
-
-E, accostatosi all'armadio, lo aprì e ne trasse un vestito nero di buon
-taglio e di ottima stoffa.
-
-— Mettiti questo.
-
-L'infarinato Rigaglia guardava il vestito e il padrone, il padrone e il
-vestito, e spalancava la bocca.
-
-Domandò:
-
-— Quello?
-
-— Sì.
-
-— Ma è vostro!
-
-— Te lo regalo.
-
-— Forse... mi sarà grande!
-
-Il dubbio era logico.
-
-— Be', se ti è largo te lo accomodi con degli spilli; ma bisogna tu lo
-infili subito. E fa presto perchè devi venire con me.
-
-Rigaglia rispose:
-
-— Va bene! — e se ne andò.
-
-Nell'attesa il Cavalier Mostardo discese nel cortile. Incominciò a
-passeggiare in lungo e in largo.
-
-Egli calcolava di raccogliere, quel giorno la gratitudine della
-marchesa e di riconquistare le sfumate preferenze del suo napoleonico
-tesoro. Una volta riassestatosi nel convincimento d'amore e dissipati
-i dubbi struggenti, avrebbe poi pensato a Don Palotta e compagni
-traendoli a quella luminosa vendetta ch'egli già meditava.
-
-Veniva battendo così, come a interpunzione fra passo e passo, la sua
-mazza sul selciato del cortile, quando ecco venir innanzi Rigaglia.
-
-Come si fosse conciato costui e di quale bella apparenza disponesse
-per rendersi grato e piacente agli occhi degli osservanti, lo si può
-arguire dal natural garbo che lo sovveniva quotidianamente allorchè
-attendeva alla cura della sua persona.
-
-Nè poteva muoversi in causa alle scarpe strette, le quali scarpe
-scomparivano sotto la fiumana degli enormi pantaloni.
-
-Mostardo non si tenne dal manifestare la disapprovazione sua:
-
-— Valà che sei un bell'oracolo!
-
-Rigaglia non rifiatò. Era nell'identico smarrimento nel quale rimangono
-i cani quando i monelli li abbigliano, con fazzoletti e cappelli.
-
-Il Cavaliere cercò riparare alla meglio alla goffagine di Rigaglia; poi
-gli disse:
-
-— Adesso devi venire dietro di me, sempre a un passo di distanza. E non
-parlare mai! Anche se ti parlano, non rispondere. Hai capito?... Non
-devi rispondere mai!
-
-Rigaglia inghiottì la saliva e disse:
-
-— Sì!
-
-Poi il grande se ne andò innanzi e, dietro, il piccolo con gli occhi
-fissi ai piedi del padrone perchè si vergognava.
-
-Quando fu per entrare nell'anticamera Mostardo si rivolse a guardare
-che cosa faceva Rigaglia. Era rimasto sulla porta; sempre zitto, senza
-batter palpebra.
-
-— Vieni avanti.
-
-Avanzò.
-
-— Togliti il cappello.
-
-Si tolse il cappello.
-
-— Tu starai fermo qui e non ti muoverai per nessuna ragione e non
-risponderai a nessuno. Hai capito?
-
-— Sì.
-
-Allora, avendo disposto aristocraticamente il suo valletto il Cavalier
-Mostardo posò mazza e cappello, si guardò in uno specchio, e si avviò
-verso l'appartamento della marchesa.
-
-
-Non appena si trovò in una fastosa sala gli giunse, dispento dai
-cortinaggi, un rumore di voci e un impeto irrefrenato di risa.
-Evidentemente la marchesa si trovava da quella parte e già stava per
-aviarsi verso l'entrata dell'occulto ritrovo, quando ecco sbucare un
-piccolo coso di fra le cortine e muovergli incontro.
-
-Lo sbirciò; lo riconobbe. Era il marchese Futa o della Futa se più vi
-garba.
-
-— Egregio Cavaliere — diss'egli con la sua vocetta asprigna; — la
-marchesa mi incarica di presentarle le sue più vive scuse... ma,
-in questo momento, è veramente dolente di non poterla ricevere come
-avrebbe desiderato.
-
-Mostardo corrugò il supercilio; non strinse la mano che il marchese
-della Futa gli tendeva e domandò con rudezza:
-
-— Perchè?
-
-— Perchè ha un ricevimento e non può abbandonarlo.
-
-— Bella scusa!
-
-— Insomma, caro Cavaliere...
-
-Sì, egli doveva essere signore, così per infrenarsi, rispose:
-
-— Mi dispiace, ma non posso accettare!
-
-Alla inattesa uscita il marchese non seppe che rispondere a tutta
-prima, tanto che i due uomini rimasero là a guardarsi: stupefatto
-l'uno; aggressivo l'altro.
-
-— È una cortesia che le chiede la marchesa...
-
-— Ma io devo parlarle.
-
-— Insomma... veda...
-
-— Caro marchese è inutile insistere. Ormai sono qui e non mi muovo.
-
-— Ma queste sono prepotenze! Ella dimentica di essere in casa
-d'altri!...
-
-— Ed ella dimentica di essere un gentiluomo! — soggiunse Mostardo che
-era già in ebollizione. Che discorsi son questi? Mi credono davvero
-d'avermi preso a cottimo questi signori dell'aristocrazia?... Io dunque
-dovrei servire solamente a difenderli e non dovrei neppure avere il
-diritto di essere ricevuto?... Ebbene a questo non mi piegherò. Il
-diritto di entrare qui me lo sono guadagnato rischiando la pelle. E
-ormai ci sono e ci rimango. È inutile insistere, caro marchese. Se lo
-metta bene in testa. Ormai ci sono e ci rimango!...
-
-Disse queste ultime parole forzando la voce tanto che le cortine della
-vietata stanza ancora si sollevarono e apparve il conte Lanfranco
-d'Elmici. Avanzò questi e, senza guardare Mostardo e senza rivolgergli
-neppure un cenno di saluto, domandò al marchese Leone:
-
-— Che cosa accade?
-
-— Questo signore non vuole andarsene! — rispose il marchese Leone della
-Futa.
-
-— E perchè?
-
-— Perchè dice che si è guadagnato il diritto di rimanere.
-
-— Ma è pazzo!...
-
-Ora convien notare come tanto il conte Lanfranco quanto il marchese
-Leone fossero vecchi; il primo aveva infatti settant'anni ed il secondo
-sessanta, senzadichè non avrebbero potuto, così impunemente, sfidar
-le ire del Cavalier Mostardo il quale, deciso ormai di affrontare la
-situazione fino alla fine e postosi a guardia del suo orgoglio ferito,
-sciolse la scabra situazione con una improvvisa trovata.
-
-Si inchinò infatti, per essere sempre signore, e con risoluto garbo,
-parlò e disse:
-
-— Loro pensino o facciano quello che vogliono; io intanto vado da
-queste signore!
-
-Pronunziate le quali ultime parole si diresse alla vietata stanza. Ma
-l'inviperito conte d'Elmici ancora tentò di non essere sopraffatto
-e, fidando sull'autorevole imperio della sua vecchiaia, si pose fra
-Mostardo e la porta.
-
-— Lei non passerà di qui!
-
-— Per Bios!... — e Mostardo serrò le quadrate mascelle.
-
-— Le impongo di uscire da questa casa!
-
-— A me?
-
-— Sì, a lei!
-
-— Guardi che si sbaglia...
-
-— Glie lo impongo!
-
-E il conte Lanfranco aveva fatto la voce grossa.
-
-Allora Mostardo, sempre senza perdere la correttezza, spostò il vecchio
-nobile, poi, come fu per entrare nel luogo proibito, si rivolse e
-disse:
-
-— Giù il cappello, codini!... La Repubblica passa!...
-
-E, ampiamente dischiusi i cortinaggi, si fece largo e passò.
-
-
-Come i passeri a sera, quando si raccolgono all'albergo, si abbandonano
-a un diffuso e affannoso cinguettìo tanto che tutto il luogo ne
-risuona; e l'albero scelto ad ospitarli per il corso dell'incerta
-notte, trema tutto quanto nelle sue foglie e nei fruscoli per il
-continuo moltiplicarsi dei voli e dei frulli fin che un grido o il
-ciottolo lanciato da un monello non faccia ricader tutto in un silenzio
-improvviso; così nella querula accolta di dame e damigelle convenute
-all'ora del the nel salotto della marchesa Alerama e cinguettanti
-a simiglianza dei piccoli ospiti di un albero centenne, il sùbito
-apparire del Cavalier Mostardo fu come il ciottolo nel passeraio e fece
-seguire un gelido silenzio alla conversazione che ferveva poco prima
-animatissima.
-
-Tutti gli occhi si rivolsero alla porta sulla quale era apparso e
-ristava immobilmente il colosso.
-
-E trovarsi così, all'impensata fra quella elegantissima accolta di
-signore e signorine non valse certo a dare al nostro eroe l'assoluta
-padronanza di sè stesso; nè il sentirsi osservato con tanta intensità,
-giovò a elargirgli una grande disinvoltura. Non era quello il campo
-delle sue vittorie, ed egli, dopo tutto, benchè aspirasse alle maggiori
-raffinatezze dell'aristocrazia, finiva per non sentirsi l'anima e il
-costume di un perfetto uomo di mondo; ma ormai era entrato e non poteva
-pensare a ritirarsi; e qualcosa doveva ben fare o dire.
-
-E, per far qualcosa, si inchinò e disse:
-
-— Scusino queste signore se mi presento così!
-
-Nessuno rispose; nessuno si levò per andare ad incontrarlo non fu rotto
-il silenzio glaciale che l'aveva accolto.
-
-— Dovrei dire due parole sole alla signora marchesa...
-
-Ma la signora marchesa lo guardava senza rispondere.
-
-— ... due sole parole per un fatto che la riguarda...
-
-E, a tal punto levò gli occhi e vide, in fondo, una faccia che ghignava.
-
-Era Don Palotta, il nemico, la causa prima del suo recente discredito.
-
-— È inutile che il clero sghignazzi — soggiunse. — I conti non sono
-ancora saldati e io sarò l'ultimo a ridere!
-
-Don Palotta si inchinò con bel garbo e non rispose.
-
-Ora Mostardo era abituato ai violenti contrasti; era abituato a farsi
-largo fra gente che gli contendeva il passo, ma non agli ostili silenzi
-passivi della gente bene educata; tali silenzi lo toglievano dal centro
-del suo dominio. Vedeva egli così la situazione sua aggravarsi di
-secondo in secondo ma non poteva e non voleva cedere.
-
-Sentì che stava per giuocare tutto per tutto: la posizione, il
-prestigio, l'onor suo e l'orgoglio. La presenza di Don Palotta era la
-minaccia più grave perchè era più che certo che il venerando pettegolo
-non avrebbe lasciata sfuggire l'occasione per attaccarlo una volta
-ancora sul suo velenoso giornale.
-
-Ora egli era entrato nobilmente nel palazzo dei marchesi, facendosi
-seguire, come un gran signore dei tempi antichi, dal suo servo; e
-nobilmente doveva uscirne. Epperò era necessario infrenarsi, cercar
-le strade più delicate, far di necessità virtù, apparire come il più
-corretto fra tutti i corretti rampolli che popolavano la sala della
-signora marchesa. Arrivato a tale supremo divisamento contro ogni sua
-forza nativa e consuetudine antica, la faccia di lui si schiarì, gli
-occhi gli si illuminarono, la bocca sorrise. Ma questo non bastava.
-Sentì che doveva parlare.
-
-Avanzò pertanto di due passi nella sala e, come se parlasse a un
-pubblico radunato là per ascoltarlo, incominciò:
-
-— Signore mie, io mi sono presentato come una bomba, ma non porto la
-rivoluzione! Porto il mio cuore che è un povero bagaglio... però senza
-cattiveria. Domando scusa al clero. Io non voglio tambureggiare in
-presenza di queste signore...
-
-Si incominciarono a sentire le prime risatine represse. Forse era
-per vincere... forse vinceva! Ciò lo riempì di immenso conforto. Capì
-che l'ultimo verbo di suo conio, aveva fatto una certa impressione e
-continuò:
-
-— Ho detto tambureggiare per la correttezza che mi impongo.
-
-Diremo dunque che io presento i miei omaggi a queste belle signore...
-a destra e a sinistra... e ai cavalieri antichi... e a tutta la
-compagnia!... Non escludo i miei intimi rancori perchè i rancori io li
-tengo per quando sono solo. Qui mi presento con la coda... e... con il
-core come un garofano!
-
-Scoppiò una risata alla quale parteciparono tutti quanti. La folle
-gaiezza che avevano ridestato le sue parole, finì per rinfrescare
-Mostardo il quale non ebbe più dubbio circa il successo e proseguì
-discioltamente con bella franchezza:
-
-— Se tutte queste belle signore ridono, è segno che ho ragione. E la
-marchesa Alerama, con rispetto parlando, avrà capito perchè, nonostante
-la tergiversazione coi due cavalieri antichi qui presenti... io, con
-una certa insistenza, mi sia presentato.
-
-(_Una pausa_).
-
-— Va bene... va bene... chi ride fa buon sangue e, se queste
-signorie vorranno guardarmi, vedranno che rido anche io, perchè se
-il _fornicario_ nasconde la faccia e scappa, io ho sempre mostrato
-e sempre potrò mostrare l'onor del mento. Se non ho dietro di me i
-secoli, come tutta questa distinta nobiltà, io credo di averli davanti
-e, se ci vogliamo pensare, in fin dei conti è sempre la stessa cosa.
-Non è la posizione dei secoli che ingrandisce un uomo. Io sono nato
-senza trovare niente dietro di me, neppure un principio di madre; sono
-nato e la donna che mi partorì, rifiutò questo frutto del suo ventre
-perchè ebbe paura della _porcinaglia_. Non appena neonato, come dice
-la Cattedra, fui bandito dal novero dei figli, fui bandito dal seno
-delle madri, non ebbi il latte della mia fonte naturale, ma un latte
-mercenario... e imparai a masticare prima degli altri e, prima degli
-altri feci i denti e le unghie. Bene, io posso dire allora di esser
-nato da me stesso. Sì, signori! Io solo ho guadagnato i miei secoli che
-mi stanno davanti!...
-
-Per questo sono qui e posso vedere la loro allegria che mi fa onore.
-
-Ora volgo alla fine...
-
-(_Alcune voci: — No!... No!_...).
-
-... volgo alla fine, ma ho da dire ancora qualche coserella un poco
-meno allegra.
-
-La democrazia è un principio e un verbo... è un costume necessario...
-Sarà il gran temporale di domani. Forse questa nobiltà non si accorge
-che il popolo scrive la sua storia sui muri delle strade. Chi sa
-leggere è avvertito. Chi dice: — Me ne infischio!... — e volta la testa
-dall'altra parte, ha i ladri in casa e non li vuol sentire. Oggi non
-si possono chiudere le porte, perchè domani possono essere fracassate e
-allora guai a chi è dentro!...
-
-Io so chi è il popolo, signori!... E ora vedo che non ridete più.
-
-Eppure la signora marchesa conosceva il Cavalier Mostardo!... Sapeva
-che Mostardo promette e mantiene; che il giorno in cui ha detto: — Ci
-penso io!... — ... quando ha detto questo, non muta più, e va sempre
-dritto anche a costo di aver contro tutti, di doverci rimettere tutto.
-
-Signori, la vostra pelle voi la coltivate nel giardino degli aranci ne
-fate una cosa egregia e profumata; Signori, voi montate la guardia alla
-vostra pelle ed avete una grandissima paura che ve la tocchino e, a chi
-ve la chiedesse per favore, rispondereste buttandolo fuori della porta.
-
-Ebbene, ho fatto questo, io?... Ho data la mia parola e l'ho mantenuta;
-ho presa questa mia vita cane e l'ho messa a guardia di un interesse
-aristocratico, senza badarci, per una, diciamolo pure, generosa
-indifferenza.
-
-Io sono stato a guardia delle vostre aie, Signori del blasone; ho
-difeso il vostro sangue blu; ho attaccato i _rossi_ e li ho battuti
-fuori dalle vostre terre: ho difesa la vostra proprietà, benchè sappia
-benissimo come sia un furto!... MA ANCHE LA VITA È UN FURTO!... Sì,
-o Signori!... Ed è proprio inutile ridere. Anche la vita è un furto
-quando si attacca alla rovere, come l'edera e vuole ammazzare la rovere
-per aver tutto lei.
-
-Noi chiamiamo _e' rèll_, _il rillo_ o _l'edero_, se così puol dirsi,
-l'albero che non ha più un ramo libero, neppure un millimetro libero
-perchè l'edera, lo ha coperto tutto quanto. E quest'albero par sempre
-verde, sempre con le sue foglie verdissime fino alla cima cima... ma
-non è vero!... L'albero è morto! È tutta muffa e formiche e stabbio
-e cenere. L'edera è la sua maschera vigliacca: l'edera che lo ha
-ammazzato. Tutto quanto quel verde che brilla, nasconde un cadavere.
-L'edera si stringe al suo morto perchè ne ha bisogno: perchè il giorno
-in cui questo povero morto dovesse schiantarsi trascinerebbe con sè la
-sua assassina e tutto sarebbe finito... come finisce quando cominciano
-gli _ordini_, verso novembre, e vi pescan le anguille a Comacchio.
-Allora, una notte, arriva la bora e fa giustizia di tutto, e fracassa
-tutto... e la vigliaccheria è finita come è vero Dio!...
-
-Non so se mi sono spiegato, signori.
-
-Io intendevo dire, arrivando qui: — _Core per core!_... — E cioè: la
-mano nella mano... guardiamoci bene in faccia e amici per la vita. Voi,
-Signori dal nobile sangue, mi avete ricevuto come si riceve il cane
-rognoso.
-
-Vi siete vergognati di me e sta bene. Verrà anche il giorno in cui io
-dirò di non conoscervi e allora guai a voi!... Voi non entrerete nella
-nostra casa come io sono entrato qui, nonostante tutto.
-
-Ho finito. Signora marchesa, non ho più niente da dirle. Ora me ne vado
-perchè mi fa comodo di andarmene.
-
-E al clero, a quel falsario di Dio che mi guarda da quel cantone ed è
-tranquillo perchè si sente al sicuro fra queste nobili sottane dirò che
-mostri bene oggi la sua faccia alle sue pecorelle: che la mostri bene
-oggi e che tutti la guardino e se la ricordino perchè, domani... sì,
-domani io glie l'avrò cambiata quella sua faccia da tamburiere!... E
-questo è vero come è vero che ti vedo!... E stendo la mano... e te lo
-giuro sulla Croce di Dio!...
-
-Poi non guardò più nessuno; non sorrise più a nessuno, volte le spalle
-e senza neppure un cenno del capo, alzò i cortinaggi e se ne andò
-lasciando la nobile accolta in una discreta costernazione perchè il
-Cavalier Mostardo, quantunque se ne ridesse a quando a quando, era, in
-verità, temuto.
-
-
-Nell'anticamera trovò, nell'identica posizione nella quale lo aveva
-lasciato, Rigaglia.
-
-Solo si era rimesso il cappello in testa.
-
-Il Cavalier Mostardo si fermò a guardarlo.
-
-— Togliti quel cappello, brutto ignorante!
-
-Rigaglia ubbidì.
-
-— Vienmi dietro!
-
-Gli andò dietro.
-
-Uscirono l'uno dopo l'altro.
-
-Quando furono sul ripiano della scala il Cavalier Mostardo disse ancora:
-
-— Lascia la porta aperta.
-
-E se ne andarono senza chiuder la porta per sommo dispregio.
-
-
-E Mignon?... Dov'era Mignon, principio e culmine di tutta la sua
-tragedia?... Gli nacque un sospetto fierissimo. Ripensò all'articolo
-pubblicato da Don Palotta e concluse:
-
-— Per Bios!... L'hanno mandata via!...
-
-Allora fu colto da una disperata frenesia di rivederla; tutto il suo
-contenuto amore gli si impose come una inderogabile necessità vitale.
-Doveva rivederla, doveva parlarle per non morire.
-
-Subito guardò l'orologio poi consultò un orario delle ferrovie. Il
-primo treno che sostava alla Città di Capricorno sarebbe arrivato fra
-mezz'ora. Gli restava appena il tempo per correre alla stazione. Non
-poteva lasciarla partire. Il solo pensiero di non rivederla più lo
-toglieva di senno.
-
-Ma alla stazione non c'era nessuno. Il treno arrivò e ripartì senza
-complicare la tragedia di Mostardo, il quale se ne ritornò pedon
-pedoni, la testa bassa, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni
-immerso in una meditazione profonda.
-
-Stabilito che Mignon non era partita, bisognava sapere se si trovava
-ancora nel palazzo dei marchesi Alerami o dove aveva cercato rifugio.
-Tale ricerca non era facile.
-
-Pensò alla vecchia Tuda che era una stiratrice la quale, per la sua
-professione, aveva piede libero in tutte le case e i palazzi della
-Città di Capricorno. Non c'era che la Tuda che potesse informarlo. La
-vecchietta abitava poco lontano. Mostardo affrettò il passo. Eccolo
-all'usciolo forato, in basso, dalla gattaiola.
-
-— Si può?
-
-— Avanti!
-
-Trovò la Tuda intenta a stirare innanzi a una gran tavola coperta da un
-telo bianco. All'entrare del Cavaliere, levò la testa ed ebbe un gesto
-di sorpresa.
-
-— Chi si vede!... Siete ancora al mondo, padron Giovanni?
-
-— Si campa! — fece Mostardo guardandosi intorno per cercare una sedia.
-— E voi come state?
-
-— Si tira avanti da poveri vecchi. Com'è che siete qua, padron Giovanni?
-
-— Dobbiamo far quattro chiacchiere, Tuda.
-
-— In quello che son buona potete comandarmi sempre, padron Giovanni. Io
-mi ricordo di voi. Voi no, che mi avete dimenticata!
-
-— La mia Tuda, sono un disgraziato che non ha tempo neppure per
-respirare!
-
-— Vi siete messo nella politica...
-
-— Sfido! Quando ci sono degli interessi da difendere!
-
-— Dite bene. Poi cosa volete che ne sappiam noi donne! E io sono
-ancòra all'antica; una povera vecchia insensata. Al nostro tempo le
-donne facevan la calza; badavano alla casa fra l'arola e il telaio.
-Si stava meglio, allora. La gente si voleva più bene. Adesso... ma
-volete che sia un mondo, questo?... Questo è l'inferno!... _Josò, la
-mi Madôna!..._ Adesso si sentono i bambini che dicono certe bestemmie
-da bruciar l'aria. Non c'è più rispetto per niente. Non c'è più
-riputazione. Nella famiglia comandano tutti; le donne vivono per la
-strada, vanno alle dimostrazioni, parlano peggio degli uomini. Ma si è
-sentita mai una cosa simile?... Dove andremo a finire, padron Giovanni?
-
-Mostardo scrollò la testa.
-
-— Torneremo indietro — rispose.
-
-— Indietro?... Ma se si parla sempre di rivoluzione!
-
-— Se ne parla.
-
-— E non la faranno?
-
-— Per far la rivoluzione, bisogna pensare a morire e la gente non ne ha
-voglia. Be', Tuda, io ero venuto per domandarvi una cosa.
-
-— Dite, padron Giovanni.
-
-— Li servite voi i marchesi Alerami?
-
-— Li servo da più di trent'anni!
-
-— È un pezzo che non andate al palazzo?
-
-— C'ero ieri.
-
-— Allora potrete dirmi una cosa che mi interessa. Per certe mie ragioni
-vorrei sapere se la dama di compagnia della marchesa è sempre al
-palazzo.
-
-— Quale dama di compagnia?... Volete dir la francese?
-
-— Sì.
-
-— L'hanno mandata via su due piedi.
-
-Mostardo scattò sulla seggiola.
-
-— E perchè?
-
-— Perchè dava scandalo.
-
-— Quale scandalo?
-
-— Si è fatta trovare coi suoi amanti anche nel palazzo.
-
-— Questo non è vero! Non può essere vero!... Chi vi ha detto questo?
-
-— Cosa volete ne sappia io? Me l'han detto le cameriere. Del resto
-tutto il paese ne parla.
-
-— Il paese è canaglia; il paese sono i sudicioni che non si occupano
-che dei fatti degli altri e, quando non avrebbero niente da dire,
-inventano tutto di sana pianta; questo è il paese, cara Tuda.
-
-Ma chi sarebbe poi questo amante col quale l'hanno sorpresa nel palazzo?
-
-— Non lo sapete?... È il marchese della Pipetta!
-
-Per Bios!... Anche un avversario politico!... Si alzò. Era come un
-morto.
-
-— Vi saluto Tuda e vi ringrazio.
-
-— Ve ne andate tanto presto?
-
-— Sì.
-
-— Venite a trovarmi qualche volta. Buonasera, padron Giovanni.
-
-Uscì come un sonnambulo; prese la prima strada che gli si parò innanzi,
-a testa bassa, rasentando i muri. Non aveva mai sofferto così; non era
-stato mai tanto disperato.
-
-L'amava; e che poteva farci?... L'amava! Era una povera creatura al
-guinzaglio; si sentiva debole, impossente, rifinito, si sarebbe gettato
-sullo scalino di una porta per raccoglier la testa fra le mani e
-restarsene là con tutta la sua tristezza.
-
-Piangere un poco e in silenzio; questo gli avrebbe fatto bene.
-Lasciarsi andare alla sua desolazione. Tutto era finito; ma tutto e per
-sempre!...
-
-E non vedeva i passanti; e la sera veniva innanzi. Così camminando
-senza mèta, venne a trovarsi nel quartiere di quei caratteristici orti
-romagnoli in cui si adunano le _Compagnie_, le quali altro non sono se
-non una raccolta di buontemponi che si danno convegno in uno fra gli
-orti medesimi, per trincare del buon sangiovese o della dolce albana;
-per giuocare a bocce; per discutere dei fatti del giorno; per combinare
-qualche tremenda burla o beffa di quelle che ne usano ancora in Romagna
-fra gli scapolacci cani o fra la gente di buona digestione.
-
-
-— LA COMPAGNIA DEL BIGARONE.
-
-Ora, passando, Mostardo si sentì chiamare da un usciolo dischiuso che
-si apriva sul muretto di un orto.
-
-— Mostardo?... O Mostardo?...
-
-Finse di non aver udito ed affrettò il passo; ma i sozii non lo
-lasciarono proseguire.
-
-— O Mostardo?... Venite qui!...
-
-— Vieni a bere!...
-
-— Ci sono delle novità!...
-
-Si fermò. Si volse aggrottando le ciglia. Vide fra gli altri, il moro
-Fabrizi... gli ritornò nella mente il cavallo di Troia.
-
-— Quali novità?
-
-E il moro:
-
-— Venite che ve le dirò.
-
-— Ricordatevi che non ho voglia di ridere, questa sera!
-
-E tornò indietro, senza guardare in faccia i compagni.
-
-Non appena si presentò all'usciolo, fu accolto da un grido altissimo:
-
-— Mostardo!... Evviva Mostardooo!...
-
-— Smettetela!... Non voglio sciocchezze, questa sera!
-
-Allora si fece innanzi Patroclo Caroti, un cappellaio; calvo, rosso
-come un pomodoro. E disse:
-
-— Compagno, la nostra società ti vuole onorare con un fiasco di albana.
-Ehi, Saraca?... Porta qua un fiasco d'Albana...
-
-— Io non bevo neppure se vien Dio!... — rispose Mostardo.
-
-E Primo Torsi:
-
-— Vogliamo fare un brindisi alla Repubblica.
-
-— Lasciatemi stare anche la Repubblica!..
-
-Ora, lungo il pallottolaio, c'era una lunghissima tavola nera con,
-intorno intorno, sconquassate panche e sedie impagliate. Detta tavola
-era fiorita da ampi boccali verdi, da gotti e bicchieri; da qualche
-fiasco; larghe chiazze di vino la pezzavano e sudicissime carte da
-giuoco ne compivano la decorazione.
-
-A detta tavola fu condotto Mostardo il quale dovette sedere nonostante
-la ripugnanza. Il moro Fabrizi si pose al fianco di lui.
-
-— Be' — fece il Cavaliere — quali sono queste novità?...
-
-— Vi ricordate l'idea fissa del povero Gobbo?
-
-— Il cavallo di Troia?
-
-— Sì, il cavallo di Troia! Be' volete saperlo?
-
-— Che cosa?
-
-— Troia non c'entrava per niente!
-
-— Bella scoperta!
-
-— Come?... Vi dico che Troia ce l'aveva messa lui, prima di morire.
-
-— Io non capisco niente!
-
-— Neanch'io, ma non importa. Quello che importa è questo: quel cavallo
-era il vostro cavallo!
-
-— Lo sapevo. Era gobbo e ladro!...
-
-— Ma no, poveraccio!... Brutto, era brutto... ma ladro, no!
-
-— Come lo chiameresti tu un versipelle che ti ruba una cavalla?
-
-— Ladro!... Siamo d'accordo!... Ma il Gobbo non l'aveva rubata!...
-
-— No?... E che cosa aveva fatto allora?
-
-— L'aveva presa in prestito. Statemi a sentire. Il Gobbo aveva degli
-interessi in campagna e voleva difenderli. Per far questo partiva
-a piedi e, qualche volta faceva più di venti chilometri. Una notte
-aveva percorsa tanta strada che non stava più dritto. Era vicino al
-Conventino; fece una bella pensata. Disse: — Adesso entro nel bosco,
-mi stendo sopra un sedile e mi riposo un poco! — Entrò, e non aveva
-fatto dieci passi che vede un cavallo e un baroccino. Dice: — Questo è
-il mio caso! — E si ferma ad aspettare. Aspetta un'ora, aspettane due
-il padrone non arrivava mai; allora il Gobbo si prese il cavallo e il
-baroccino e se ne venne via pian piano verso la città. Che cosa doveva
-fare?... Ditelo voi?... Vuol dire — pensa il Gobbo — che quello che ci
-sarà da pagare lo pagherò! — E arriva. Ma non è appena entrato in città
-che uno lo ferma e gli dice: — Dov'è Mostardo?... — Il Gobbo cade dalle
-nuvole. — Mostardo?... Quale Mostardo?... — E l'altro: — Ma, scusate,
-questa è la cavalla di Mostardo?... — Il povero Gobbo si fa verde
-dalla paura: — Questa?... E chi ve l'ha detto?... — Ma la conosco!...
-Questa è la Carlotta!... — Allora il Gobbo non rispose neppure: frustò
-e prese al gran galoppo le mura. — Per diana! — pensò. — L'ho fatta
-bella!... Adesso, se lo sa Mostardo, mi accoppa!... — E, se l'aveste
-saputo, l'avreste accoppato, voi, caro mio!... Per fortuna è morto!...
-Be', che cosa doveva fare?... Ormai non c'era più rimedio. Arrivò a un
-orto; vide il cancello aperto... entrò... non c'era nessuno. Allora...
-tela!... Poi spifferò tutto, e la cosa arrivò all'orecchio dei
-socialisti.
-
-Il moro rise e soggiunse:
-
-— Perchè poi, prima di morire, ci abbia messo Troia, non lo capisco!
-Che cosa è questa Troia?
-
-— È storia greca, somarone!
-
-— Ma fatemi il piacere!...
-
-— Troia era una città della Frigia...
-
-— Sta zitto, ignorante!...
-
-
-Presentiamo alcuni fra i sozii della _Compagnia del Bigarone_.
-
-Ecco Giovanni Magnani, detto _e' Bìgul_, per una sua famosa scommessa.
-Si era mangiato, costui, per punto d'onore, due chilogrammi di
-spaghetti al sugo. Aveva vinto la scommessa ma era andato sul punto
-di morte. A riprova del suo valore gli era rimasto il nomignolo di
-_e' Bìgul_. Aveva costui un altro singolare costume quando voleva
-_accelerare il ricambio_, entrava nel Duomo «_in un'ora postuma_», come
-diceva lui; si toglieva riverentemente il cappello, sceglieva l'angolo
-più buio e, addossatosi a una polita colonna, e appoggiato il ventre
-ignudo al freddo marmo, così restava finchè non avesse ottenuto lo
-scopo prefissosi. Usciva poi a furia, per l'esuberanza del beneficio.
-
-Ecco Egisto Candiani detto l'Uccellaccio, l'_Uslazz_.
-
-Questo bel tipo possedeva un grande _omnibus_. Una volta, d'estate,
-attaccativi due cavalli, se ne andò in Piazza e, fatto sapere che
-avrebbe condotto _gratis_ al mare tutti coloro che vi fossero saliti,
-empì in un battibaleno il vecchio arnese.
-
-Eccoli in via. Un bel chiaro, un bel sole, i cavalli se ne andavano
-come il vento. E l'Uccellaccio a domandare agli ospiti suoi:
-
-— Vi divertite?
-
-E gli ospiti a espandersi, commossi, intorno alla bontà del Candiani.
-
-— Ci divertiremo di più al mare! — soggiungeva l'_Uslàzz_ sogghignando.
-
-Ed eccoli alle saline di Cervia. Fossati a destra e a sinistra della
-strada e acqua, acqua, acqua. D'improvviso l'_omnibus_ si sbandava,
-pencolava tutto da un lato. Due ruote correvano sulla riva di un
-fossato profondo. Strilli, urla, terrore delle donne e dei bambini.
-Il bel divertimento era iniziato. Il Candiani, impassibile, non
-udiva niente, ma, lanciati i cavalli da destra a sinistra, passava al
-gran galoppo da un fossato all'altro, dall'una all'altra riva sempre
-minacciando di capovolgere.
-
-— Ferma! Ferma! Ferma!
-
-Sì, chi lo teneva più?... In un fragore da cateratta il gran cassone a
-ruote percorse l'ultimo tratto di strada, attraversò Cervia, e, sempre
-perdendo qualche ospite per via, infilò il viale che conduce alla
-marina.
-
-Eccolo alla spiaggia... ecco la fine della giocondissima gita. Ma
-no... no!.. L'_Uslàzz_ non era contento ancora; bisognava godere fino
-all'ultimo!..
-
-E l'_omnibus gratuito_ continuò la sfrenata corsa verso il mare, entrò
-nel mare ed ivi si rovesciò coi disgraziati ospiti strillanti.
-
-Un'altra volta, lo stesso Candiani, andandosene in biroccino verso
-la Pineta di Ravenna, ebbe a trovare lungo la strada un ubbriaco che
-cercava invano il centro di gravità.
-
-— _Puràzz, ven cun me!_ (Poveraccio, vieni con me!).
-
-Lo prese, lo legò sotto il biroccino e, frustato il cavallo, attraversò
-per tre volte il Fosso Ghiaia. L'acqua passava sopra i mozzi delle
-ruote e il discepolo di Bacco per tre volte fu immerso nell'odiato
-liquido e per tre volte ne uscì. Non contento di questo, il Candiani
-si ficcò nel più folto della Pineta attraverso macchie di rovi e di
-ginepri e non fermò il cavallo se non quando fu giunto a Primaro. A
-Primaro disciolse l'ospite e gli domandò:
-
-— _Sit guarì_? (Sei guarito?).
-
-Ma il disgraziato non rispose. Aveva rotte, fra l'altro, due costole
-maestre.
-
-Ecco _Sulfanlè_ (Zolfanino), noto per aver indotto il parroco di
-Villagrappa a legare il proprio asinello dietro il biroccino del
-suddetto _Sulfanlè_, il quale aveva un cavallo focosissimo. Il povero
-Don Pirone non era tranquillo e andava dicendo:
-
-— Mi raccomando a voi, Zolfanellino. Per carità, andate adagio!...
-
-E Zolfanellino:
-
-— Non abbia paura il mio Don Pirone!
-
-Sulle prime andò adagio, ma poi, frustato il cavallo, via di gran
-carriera.
-
-Accadde ciò che doveva accadere: dopo poco, asino, biroccino e Don
-Pirone erano per le terre e il povero prete aveva la testa rotta.
-
-Ecco Giorgio Gelli, detto _Zurzôn_ (Giorgione), il famoso organizzatore
-del _Concerto di Russi_. Una volta, a Russi, davano una grande festa
-e _Zurzôn_ pensò di prendere a gabbo gli abitanti della piccola
-cittadina. Mandò a dire che dalla Città del Capricorno sarebbe arrivato
-a Russi, il giorno della festa, una eletta schiera di bandisti. La
-Città del Capricorno andava celebre per il suo concerto cittadino.
-Grande commozione a Russi e grande attesa. Il giorno fissato arriva.
-_Zurzôn_ affitta un _omnibus_, raccoglie venti amici buontemponi ai
-quali distribuisce trombe, tromboni e clarini, ed eccoli in via.
-
-Naturalmente, non uno fra i tanti sapeva usare lo strumento del quale
-disponeva. Grandi prove lungo la strada. _Zurzôn_ raccomandava la
-massima serietà.
-
-Ed eccoli a Russi. Enormi accoglienze, evviva, battimani. Una folla
-da impaurire. La cosa non era troppo chiara. Ma _Zurzôn_ non poteva
-ritirarsi. Furono accompagnati in piazza da una turba acclamante.
-Giunti a destinazione, l'automedonte voleva andarsene allo stallatico
-con i cavalli; _Zurzôn_ non lo permise.
-
-— Perchè?
-
-— Tu non devi saperlo. Aspettaci qui.
-
-E, fattosi cuor risoluto, disposti che ebbe in un bel semicerchio i
-suoi bandisti e afferrata la bacchetta dette il segnale di avvio.
-
-All'infernale frastuono che si liberò seguì un primo tempo di stupore,
-da parte degli ascoltatori; poi un secondo tempo di esitazione; ma,
-in un terzo tempo, lo sdegno e l'ira furono tali che i concertisti
-l'avrebbero passata brutta se salvatisi sull'_omnibus_, non si fossero
-difesi dalla furia degli assalitori accendendo e lanciando contro i
-medesimi i razzi che avevano portato per abbellire la festa notturna.
-
-Lo stesso _Zurzôn_, quando andava a caccia in Pineta, soleva salire
-sul più alto pino per imitare il verso del chiù e trarre in inganno
-i compagni. Però, scoperto bene spesso dai compagni, era preso a
-schioppettate tantochè scendeva col sedere impallinato.
-
-Lo stesso, al gobbo Pulizia, un giorno che lo trovò a dormire in un
-orto, dipinse col più rosso minio le parti vergognose. Il povero gobbo
-aveva il sonno durissimo. Quando si destò e si accorse del cambiato
-colore delle sue delicatezze fu preso da tale e tanto spavento che,
-corso da un medico, gli riferì il fatto alla disperata, soggiungendo
-con voce piangente che certo doveva trattarsi di una malattia orrenda.
-
-— Fate vedere — disse l'accigliato medico.
-
-— Oh Dio! — esclamò il gobbo Pulizia. — Come farò?... Come farò?...
-Faccia conto, dottore, faccia conto di vedere della brace!...
-
-— Ma è tutto? — domandò il medico.
-
-— Come tutto? — fece il povero gobbo, smarrito.
-
-— Sì, tutto l'apparato!
-
-— L'apparato?... Oh Dio!... Ma non è l'apparato! No, non è
-l'apparato... è qui... come si dice?... — e indicava l'esatta
-ubicazione — qui... l'organo...
-
-— Ho capito benissimo. Fate vedere.
-
-Ma il gobbo Pulizia era pudicissimo.
-
-— Non può ordinarmi qualcosa... senza...
-
-— Non sono qui per perdere tempo!
-
-— Sa?... Perchè mi fa vergogna!... È una cosa tanto brutta!...
-
-Finalmente si decise e mostrò tutto. Allora parve scintillasse al sole
-un mobile laccato della Cina.
-
-Il medico, prima guardò da lontano, poi si accostò un poco più,
-osservando con attenzione il novissimo affare. Chiese:
-
-— Che cosa ci avete messo?
-
-— Che cosa ci ho messo? — domandò il gobbo Pulizia facendo una faccia
-da nespola.
-
-— Sì, con che cosa vi siete curato?
-
-— Io?... Me ne sono accorto adesso, dottore!... Un'ora fa. Oh, Dio!...
-Si muore di questo male?...
-
-Il medico si alzò, lo guardò ben bene in faccia, poi scoppiò a ridere.
-
-— Perchè ride, dottore?
-
-— Ma perchè vi hanno dipinto!
-
-— Dipinto?
-
-— Sicuro, dipinto!... E col più bel minio del mondo!
-
-Allora il gobbo si guardò e gli parve di possedere uno di quei
-fischietti di zucchero rosso che si vendono per le fiere. Ne fu
-umiliatissimo e, se volle ridare la loro naturale apparenza alle
-coserelle sue, dovette tenerle per oltre un'ora in un bagno di
-trementina.
-
-Questi i tipi semiselvaggi che formavano l'_élite_ della _Compagnia del
-Bigarone_.
-
-
-Il Cavalier Mostardo uscì, ripreso nella morsa del suo amore. Guardò
-il pianeta Venere che era sopra ai pioppi delle mura e gli si empì
-l'anima di tal pianto che avrebbe voluto fermarsi a un angolo di
-strada, alla siepe di un orto qualsiasi e rimanersene là a soffrire
-per soffrire, con tutto il suo smarrimento. Poi gli venne in mente di
-sapere il perchè del torto patito; volle guardar negli occhi la propria
-disgrazia, esigere una spiegazione, una parola recisa, una intiera
-condanna. E prese una strada traversa.
-
-Sotto la gran corsa delle stelle correva il disperato amore del
-Cavalier Mostardo. Era ormai la notte e una notte estiva di una
-chiarità superba. Non si vedevan che stelle, stelle, stelle. A volte il
-fulgore abbagliante di un remotissimo sole o l'immobile e malinconica
-luce di qualche pianeta; una nuova tristezza ignota nel fondo degli
-abissi; una disperazione eterna nell'eterna mutazione dei mondi.
-
-Il cielo si apriva per l'anima degli uomini; ma forse solo gli alberi,
-solo i grandi alberi muti vi si affissavano estaticamente.
-
-Mostardo vide Sirio, il sole abissale dalle cento luci, l'immenso
-focolare che arde nelle inconcepibili lontananze degli spazi; vide
-Sirio e per un poco non seppe che guardare lassù, attratto da quel
-fulgore di vertigine, dal profondo mistero di quella luce spettrale
-che arriva dall'orrore infinito della tenebra nera. Che passò nel suo
-cuore?... Quale nostalgico senso di remotissima tristezza?... Quale
-avvertimento, quale sperduta voce alla sua povera umanità transitante
-nell'attimo effimero della vita?... Si passò il rovescio delle mani
-sugli occhi e, per un istante, si smarrì, non seppe neppure verso dove,
-verso quale lontananza ignota; ma non fu che un istante; subito fu
-ripreso dalla necessità, dall'urgenza del suo dolore umano, dal peso
-della sua vita quale doveva essere necessariamente nel limite segnato.
-
-E riprese il cammino fra le siepi e le case degli orti.
-
-
-Il palazzo del marchese della Pipetta era illuminato. Tutte quante le
-finestre del primo piano lanciavan nella notte illune fasci di luce
-dorata. E queste finestre erano aperte, Mostardo si fermò ad ascoltare.
-Ecco il suono di un pianoforte; ecco una eco di voci festanti. Forse
-lassù si ballava... forse c'era festa grande. Questo anche gli morse il
-cuore.
-
-Dunque Mignon, oltre il tradimento col marchese, poteva anche aver
-l'animo a feste e a balli?... E lui era conficcato nel profondo della
-sua passione e della solitudine sua, disperatissimamente!... Allora
-la sua decisione non conobbe più esitanze: a qualsiasi costo voleva e
-doveva parlare a Mignon.
-
-Il portone era aperto: le scale illuminate... Mostardo infilò l'andito
-a gran furia.
-
-
-E volle il caso che, proprio nell'attraversare la prima sala, egli si
-trovasse a viso a viso con Ninon Fauvétte, fior di Parigi.
-
-Non se l'aspettava. Il cuore di lui ebbe un gran balzo; il viso gli si
-fece bianco; e trovò solo la forza per mormorare:
-
-— Oh, Mignon!... Voi qui...
-
-Ninon Fauvétte non fu meno sorpresa e di bianca che era si fece
-vermiglia. Anch'ella mormorò:
-
-— Voi qui...
-
-— Mignon... non ne potevo proprio più... sono venuto...
-
-— Lo vedo!
-
-— Voglio parlarvi.
-
-— Ma questa non è casa mia!
-
-— Non importa.
-
-— E nessuno vi ha invitato...
-
-— Non importa.
-
-— Ma importa a me.
-
-— Vi faccio vergogna?
-
-— No... non è per questo...
-
-— Allora?
-
-— Avete dimenticato tutto?
-
-— Mignon, farò giustizia!
-
-— No, per carità, non fate niente, non vi muovete!
-
-— Ma se vi voglio tanto bene!...
-
-Ninon Fauvétte sorrise, e soggiunse:
-
-— Non mentite, Mostardo!
-
-— Mentire?...
-
-— Sì, vi prego di non mentire.
-
-— Ma fate per ridere o dite sul serio?...
-
-— Dunque sarei io che non vi amo?...
-
-— Sì, voi. Lo so. L'ho veduto.
-
-— L'avete veduto?... Mi avete veduto?... Ma dove?... Ma con chi?
-
-— Mostardo è inutile parlarne.
-
-— No... Mignon...
-
-— È inutile. Ve ne prego!...
-
-— Ma io...
-
-— Qualsiasi cosa poteste dire non mi convincerebbe.
-
-Il povero Mostardo era, di fronte all'arte femminile della simulazione,
-come un fanciullo ignudo. Non aveva difesa possibile perchè l'ingenuità
-sua non aveva confine. Poteva non credere a quel che diceva Mignon?...
-Poteva supporre ch'ella creasse tutta una storiella di infedeltà? Così,
-com'era, chiaro, espansivo, diritto e illuminato da una parte sola non
-poteva prendere le parole che per ciò che valevano nell'uso corrente
-e non poteva supporre che la menzogna gli si opponesse là dove egli
-portava lo spasimo di tutta quanta la sua vita e la verità del suo
-essere.
-
-Così al simulato sdegno e all'ironica gelosia di Ninon Fauvétte,
-fior di Parigi, egli non seppe dapprima quale cosa opporre, tanto si
-trovò sbalestrato lontano da ogni presupposta accoglienza da parte di
-lei; e, per non aver la parola pronta, ristette, per qualche istante,
-sbalordito, in atto di estrema meraviglia: la bocca aperta e le ciglia
-inarcate.
-
-Ninon Fauvétte che si trovava la vittoria fra mano molto prima di
-quel che non avesse pensato, ne volle approfittare fino alla fine, sì
-per togliersi da un punto penoso, come per disarmare il buon gigante;
-così raccolta la voce alla tonalità più amara; e fredda e impassibile
-nell'aspetto, riprese:
-
-— Non avrei mai creduto che aveste potuto dimenticarmi tanto presto!
-
-— Mi...
-
-— Perchè vorreste mentire, Mostardo... Tanto la verità non si può
-nascondere. Io vi avevo dato tutta me stessa e per voi non è stato che
-un capriccio.
-
-— Per Bios...
-
-— Sì, un capriccio!... So benissimo che siete il beniamino delle
-donne...
-
-— Io?...
-
-— ... ma avete sbagliato i vostri calcoli il giorno in cui vi siete
-pensato di trattar me alla stregua delle altre....
-
-— Le mie...
-
-— Le vostre amanti, le vostre amanti!... Chi non le conosce... Valeva
-proprio la pena di sfidar tutto per voi! Di attirarmi l'odio e il
-disprezzo dei marchesi Alerami... di perder tutto... di diventar la
-favola del paese!... Non potevate usare maggior perfidia verso di me.
-
-— Ma no!... ma no...
-
-— Mostardo, io vi chiedo per l'ultima volta, se non una prova d'amore,
-chè questa non potrei pretenderla, un gesto di amicizia. Posso sperare
-tanto?...
-
-— Ah, Mignon!... — e aveva il singhiozzo alla gola.
-
-— Datemi la mano... — gliela stese. — E adesso promettetemi...
-
-— Che cosa?...
-
-— ... di non parlare più di tutto quanto è stato. Me lo promettete?...
-
-— Non posso!
-
-— Perchè?...
-
-— Mi scoppia il core!...
-
-— Mi volete negare anche l'ultima prova di amicizia che vi chiedo?...
-
-— Ma no... ma no... Voi non capite niente, poverina!... Vi hanno
-dato ad intendere tutte queste vigliaccherie!... Vi hanno confusa la
-testa!... Non è vero!... Ma non è vero, per Bios!... Io non ho veduto
-neppure una mosca... tutte le donne mi fanno schifo... non ci siete
-che voi com'è vera l'anima di Dio, Mignon!... Perdessi sul momento gli
-occhi!...
-
-— Vi prego di non perdere niente!... — diss'ella con un tono gelido
-e con tanta ironia che Mostardo rimase là come se avesse ricevuto in
-pieno un ceffone da sbalordire.
-
-— Vedete?... — riprese. — Siete voi che non volete più saperne!
-
-— Sì, sono io! — rispose Ninon Fauvétte senza scomporsi. — Ma ve ne ho
-spiegata la ragione.
-
-— È falsa!
-
-— Be', basta, Mostardo!... Io non posso star qui fino a domani.
-
-E gli tese la mano e fece l'atto di accomiatarsi.
-
-— Ve ne andate così?... Mignon....
-
-— Vi prego... basta!...
-
-Egli prese la mano di lei.
-
-— Ma io voglio parlarvi... ho il diritto di parlarvi!
-
-— Non adesso.
-
-— Quando allora?
-
-— Non so.
-
-— Mignon, non spingetemi alla disperazione!
-
-— Non posso dirvi quando. Aspettate una mia lettera.
-
-— Una vostra lettera?... Non arriverà mai!
-
-— Se non mi credete non ho niente da aggiungere.
-
-E, tolta la mano dalla stretta di quelle di lui, gli volse le spalle e
-se ne andò.
-
-Per qualche istante il povero Cavaliere ristette a guardare la porta
-dietro la quale ella era scomparsa, poi riprese la strada piano piano:
-la testa bassa e le mani dietro le reni.
-
-Quando fu solo nella notte e ben lontano, si appoggiò a un muro, in un
-vicolo solitario e, nascosta la faccia, incominciò a singhiozzare.
-
-
-
-
-CAPITOLO XV.
-
-_Dove Spadarella vive la sua ora di felicità e il Cavalier Mostardo si
-dichiara un fuorisacco._
-
-
-Sul morir dell'estate, l'amore aveva compiuto il suo incantevole
-giardino. Fra le sante preghiere di Spina Rosa e le benedizioni di
-Girolamo e Stefano si era avverato questo miracolo.
-
-Paolo Corani non era la canaglia di cui aveva potuto sospettare il
-Cavalier Mostardo; aveva agito da galantuomo e tutte le cose erano in
-regola con le consuetudini correnti.
-
-Consacrato, nel rito del fidanzamento, l'amore dei due giovani, non
-rimaneva a Spadarella che un dubbio: avrebbe dovuto seguire la carriera
-del teatro o non era meglio abbandonarla prima ancora di cominciare?
-Lasciar da parte ogni vanità o speranza di guadagno per la quieta
-dolcezza dell'amore...
-
-Paolo non era ricco; guadagnava appena quel tanto che poteva bastare a
-una vita più che modesta; ma, d'altra parte, Spadarella si accontentava
-di ben poco ed era sempre tranquilla. Se aveva accondisceso a cantare,
-non era stato per un sogno di splendori vani. L'anima di lei non era
-turbata da scomposti desideri, ma placida e mansueta come la sua casa,
-come le azzurre colline che chiudevano l'ultimo orizzonte della sua
-casa.
-
-Ora l'estate languiva fra le braccia del giovane autunno. Ogni cosa era
-quieta e bella. Passava una tregua sul mondo. Era il tempo di volersi
-bene. Le due giovinezze vicine, si accorgevano di aver fra di loro la
-felicità. Spadarella aveva quasi paura di essere tanto contenta.
-
-— Che cosa accadrà dopo?...
-
-Perchè si sa che, al mondo, non si può stare in pace col proprio cuore
-se non per attimi. E, dopo, si sconta la dimenticanza di un giorno.
-Forse non si sconta sempre, ma si sublima nel dolore.
-
-E l'estate moriva. La Città del Capricorno era tutta quanta tappezzata
-da manifesti grandissimi. Il nome di Spadarella trionfava su tutti
-i muri, in tutti i marciapiedi insieme ai quattro buoi e alle
-sette vitelle. Asdrubale Tempestoni sfidava le critiche de' suoi
-concittadini. Siccome i manifesti li compilava lui, ne uscivano a volte
-strampalerie inaudite. Il pubblico ne faceva le matte risate, ma ciò
-non scomponeva l'organizzatore. Torno torno alla Piazza si potevano
-leggere, stampate su carta rossa, le seguenti parole:
-
- UN GOLFO MISTICO
- UNA DIVINA ARTISTA
- UNA STALLA DI BESTIAME
- POTRÀ GODERE IL VINCITORE
- DELLA
- GRANDE LOTTERIA
-
-oppure, su carta verde:
-
- OLÀ!!!
- FERMI TUTTI
- QUI NON SI FANNO CHIACCHIERE!
- QUI SI POSSONO AVERE
- SETTE VITELLE E QUATTRO BUOI
- PER SOLI DUE SOLDI!
-
-Ma intanto, facendo ridere la gente, Tempestoni arrivava al traguardo.
-I biglietti della lotteria andavano a ruba.
-
-Nello stesso tempo il Teatro Comunale era sottosopra. Il signor
-Asdrubale lo aveva riempito di operai e vi compariva venti volte
-al giorno. Egli si era fatto una cultura speciale intorno ai _Golfi
-Mistici_ e voleva che i lavori fossero condotti sui suoi disegni e
-sulle sue particolari vedute. A chi gli faceva qualche osservazione
-usava rispondere invariabilmente:
-
-— _Mo' cosa vuoi capir te! Ne hai mai fatto dei Golfi Mistici?...
-No?... E allora sta zitto. Cosa c'è da ridere? È un Golfo o non è un
-Golfo questo?... Sentirai quando ci suonano, brutto asinone! Ti viene
-su la musica come dal buco del fonografo!_...
-
-E così battagliava da mane a sera, non mai stanco, non mai avvilito,
-non mai vinto dalle risa e dalle acerbe critiche dei concittadini suoi.
-Asdrubale Tempestoni era uomo tale che, quando aveva preso una via,
-la morte sola avrebbe potuto fermarlo. E le sue imprese straordinarie
-gli andavano sempre bene appunto per tale testardaggine. E le idee gli
-turbinavano in testa senza posa.
-
-Una notte fece stampigliare tutti i marciapiedi e tutti i muri della
-Città del Capricorno con le seguenti parole:
-
- SPADARELLA LA GRANDE STELLA
-
-Un'altra volta fece prendere, sempre di notte, tutti i cani e tutti
-i gatti randagi che trovò, e stampigliò i cani e i gatti col nome
-della piccola bella dal soave giardino. Quando fu giorno, si vide, ad
-esempio, una frotta di marmocchi inseguire una cagna nera che recava
-sul dorso, in grandi caratteri rossi, il nome di
-
- SPADARELLA
-
-E questo nome diventò in pochi giorni celeberrimo. Ma dietro Spadarella
-era la lotteria e la lotteria non era da meno di Spadarella. Bisognava
-elevare alla stessa grida e l'una e l'altra; adeguarle nella curiosità
-e nell'attenzione della gente.
-
-La fucina del baccano, guidata e alimentata da Tempestoni, non aveva
-mai riposo. Bisognava porre ad effetto una trovata dietro l'altra e
-tutte dovevano essere originalissime.
-
-Una volta, il nostro Asdrubale, raccolse tutti i poveri caratteristici
-del paese: _Magnamosch_ (Mangiamosche); _e' matt d' Batèla_ (il
-matto di Batella); la _Margusòna_ (la Moccolona); _e' Zìvul_ (il
-Cefalo); _Cipolini_; _e' Gièvul_ (il Diavolo); _Parpàia_ (Farfalla);
-_e' Parsutên_ (il Prosciuttino) ecc. ecc. Li divise in tante coppie:
-un uomo e una donna. Vestì le donne da giovani spose con tanto di
-ghirlanda di zàgare intorno al velo nuziale; ingolfò gli uomini in
-grandi _frack_ dai bottoni d'oro; ficcò loro sulla testa una tuba;
-dispose tante vetture quante erano le coppie degli sposi. Formò, così,
-un corteo di dodici vetture tutte quante infiorate e addobbate con veli
-bianchi. Fece precedere il corteo da quattro uomini a cavallo, vestiti
-da valletti, col tricorno e la parrucca. Questi paggi recavano le
-trombe egiziane che avevano servito alla rappresentazione dell'_Aida_,
-e vi soffiavano dentro a più non posso. In ciascuna vettura poi,
-gli sposi, reggevano una stanga, in cima alla quale era affisso un
-cartiglio che recava una dicitura. La prima diceva:
-
- SETTE VITELLE!!!
-
-La seconda:
-
- QUATTRO BUOI!!
-
-La terza:
-
- IL GOLFO MISTICO!!!
-
-E così di seguito. Le quali frasi dovevano essere gridate a voce
-altissima, a quando a quando, dagli sposi medesimi.
-
-Fu un successone. Era giorno di mercato. Giunto sulla Piazza, il
-corteo non potè proseguire. La folla gli si stipò attorno tumultuando e
-berciando. E non furon più gli sposi soli a gridare:
-
-— Sette vitelle... Quattro bovi!... — ma tutta quanta la moltitudine
-ingaita. Naturalmente alle vitelle si aggiunsero le loro rispettabili
-madri; ai bovi le loro simboliche corna e fu un carnevale in piena
-regola.
-
-Poi un qualsiasi Balilla lanciò il primo pomodoro. E fu la festa dei
-legumi e delle ortaglie. Le vetture furono prese di assalto: le povere
-spose portate in trionfo dall'ebbra moltitudine, torno torno la Piazza.
-
-
-Ma Spadarella non sentiva niente; non sapeva niente. Viveva solo del
-suo amore che le bastava ad amar la vita.
-
-Ad ogni crepuscolo diceva a Spina Rosa:
-
-— Spina Rosa, scendo in giardino.
-
-Girolamo e Stefano l'aspettavano per darle la buonasera, prima di
-ritornarsene alle loro piccole case dietro le mura.
-
-Una volta, al suono di un _Avemaria_, chinarono il capo e tacquero
-assorti mentalmente nella loro preghiera.
-
-Anche Spadarella pregò. In mezzo al giardino, queste tre creature
-levarono l'anima a Dio, chiamate da un accenno di campana nell'aria
-della sera; ricondotte al mistero immanente dall'effimera contingenza
-del loro terreno esilio. Affondarono nell'eterno, lontanando con le
-stelle del profondo.
-
-E fu un grande silenzio.
-
-Ma ad un tratto scoppiò il fragore di una fanfara: lacerò l'aria
-violentemente: si impadronì di quell'angolo di mondo con prepotente
-volgarità.
-
-Le case si palleggiarono, come turbate, l'eco barbarica dell'aspro
-suono; gli usignuoli, le capinere, i verzellini non cantarono più.
-Ogni cosa, ogni anima affogava nella crescente marea degli armonici
-pernacchi che gli uomini traggono, soffiando, da certi imbuti di ottone
-conosciuti comunemente sotto il nome di trombe. Strepitarono adunque le
-trombe eroiche di una fanfara socialista; empirono il mondo e il cielo;
-sostituirono, nel soave declinare dell'ora mistica, il raccoglimento
-che aduna le anime a un lume ultraterreno: vollero cancellar tutto,
-essere sole, impadronirsi della Terra e di Dio.
-
-E, per l'attimo in cui tuonarono più vicine, riusciron, tanto, a
-turbare la quiete circostante; riuscirono a farsi intendere e a
-intimorire i cuori più pavidi con le minaccie della _Bandiera Rossa_;
-ma poi, allontanandosi i discepoli di Eolo e di Marx, i fucinatori di
-ghigliottine, gli ipertrofici zelatori della buia solitudine terrena,
-diminuì il loro diabolico fracasso, si spense dietro le case e le
-strade, si ridusse a niente; a gareggiare appena col tremulo verso di
-una povera raganella.
-
-Erano passati i rodomonti, gli incinti di Dio, i cannibali sociali,
-i capovergari della Giustizia Nuova. Erano trascorsi col vento delle
-loro trombe, con le pernacchianti armonie delle loro apocalittiche
-catastrofi, pieni di vuoto furore, di fosca ignoranza e di
-baldracchesca volgarità. Ed eccoli lontani, nel niente, coperti e
-derisi dal querulo lamento di una raganella sul ramo di un melo, contro
-un quarticello di luna verdigna.
-
-Si riudì l'ultimo tocco della campana dell'_Ave_. Girolamo e Stefano si
-fecero il segno della croce; e anche Spadarella. Poi si volsero intorno
-e Girolamo disse:
-
-— È tardi. Bisognerà andare.
-
-— Andiamo — rispose Stefano.
-
-Guardarono Spadarella; le sorrisero.
-
-— Felice sera, Spadarella.
-
-— Buonasera, vecchi miei; e buon riposo.
-
-Poi se ne andarono l'un dietro l'altro scantonando per i piccoli viali
-del giardino.
-
-Passava un rosso barroccio montanaro, carico di una _castellata_ piena
-di mosto. Una bella _castellata_ dai fondi graffiti e dipinti e dal
-cocchiume rilevato e contornato da pampini. Il primo mosto che entrava
-in città. L'autunno. Sul timone del barroccio era infissa una grande
-_caviglia dalle anella_. Erano sette anella lucenti che tinnivano,
-ridevano, cantavano, seguendo l'andatura dei buoi dalla grand'ombra
-nerastra sotto gli occhi immiti.
-
-E sull'alto della _castellata_ sedeva un giovinetto e cantava:
-
- _Gi so, gi so, mio ben, du vliv andare_
- _Ch'avì pulì csé ben vostar cavale?_
- _Ch'avi pulì csé ben la sala d'oro?..._
- _Gi so, gi so, mio ben, vulì ch'a mora?..._
-
-(Ditemi, ditemi, ben mio, dove volete andare — che avete pulito
-così bene il vostro cavallo, — che avete lustrato così bene la sala
-d'oro?... — Ditemi, ditemi ben mio, volete ch'io muoia?).
-
-Il dialetto montanaro si addolciva ancor più nella cantata. La musica
-era bella: semplice, vasta, di una tristezza profonda e, più che umana,
-universa. Il giovine bifolco si portava giù, col mosto, dalle montagne
-azzurre, una passione antica: sua e di cento generazioni; e passava per
-la Città del Capricorno come una cosa ormai spaesata.
-
-Il vero, il grande cuore dell'uomo fra le chincaglierie insanguinate
-della Bandiera Rossa.
-
-Si può anche morire nella farsa.
-
-Il giovine cantava il _suo canto_, quello del popolo suo, nel quale
-_era l'anima delle generazioni_ e si sentiva distaccare dalla miseria
-sua, dal suo dolore, dalla sua fatica; era uno spirito errante sotto
-alle stelle, con l'amore. Si ricongiungeva inconsciamente al mistero
-della Terra e del Cielo.
-
-Paolo e Spadarella erano appoggiati al muro di cinta del giardino,
-presso la piccola porta socchiusa. Si tenevano per mano. Parlavano;
-ma poi che il barroccio fu per la strada, col suo canto ramingo, non
-parlarono più. L'aria non più illuminata dal sole, accoglieva le luci
-dell'infinito.
-
-Ecco la notte.
-
-Ella era felice e non disse niente; era nella serena zona mattutina e
-poteva guardare e ascoltare in silenzio. Anche per le case era discesa
-l'ora del raccoglimento soave. Le più alte finestre si illuminavano
-contro la prima stella. Tutta la sofferenza pareva non dovesse avere nè
-un grido nè una bestemmia.
-
-Passarono tre rondini smarrite.
-
-— Dunque Spadarella?...
-
-Ella levò gli occhi a un tratto.
-
-— Che cosa?
-
-— Non vuoi?
-
-Arrossi ed abbassò la faccia senza rispondere.
-
-— Va bene — riprese Paolo freddamente e guardò da un'altra parte.
-
-La piccola allora gli prese una mano, glie la strinse, mormorò:
-
-— Sì... voglio...
-
-— Quando?
-
-Tacque ancora.
-
-— Domani?
-
-— Sì... domani...
-
-— Dove ti ho detto?
-
-— ... Sì...
-
-— Verrai davvero?
-
-— ... Sì...
-
-Egli allora se la strinse al petto nella gagliardia ansiosa del suo
-desiderio; ma Spadarella non rispose all'impeto di lui. Domandò:
-
-— Perchè vuoi questo?
-
-— Mi vuoi bene?
-
-— Si.
-
-— Devi provarmelo. Voglio che tu sia tutta mia.
-
-— E non sono tua?
-
-— No.
-
-— Paolo!
-
-— No no!... Io non posso sopportare questa sorveglianza. Maria Rosa è
-sempre là che ci spia.
-
-— Ma non è vero!
-
-— Se l'ho vista anche poco fa!
-
-— Ti assicuro che ti inganni.
-
-— Non mi inganno Spadarella!... Poi... fra poco il teatro ti porterà
-via.
-
-— Te l'ho già detto. Se lo desideri mando all'aria tutto.
-
-— Io non posso voler questo.
-
-— Perchè?
-
-— Perchè si tratta della tua fortuna.
-
-— Ma se io lo voglio?
-
-— Tu sola non puoi decidere.
-
-— Anzi lo posso, Paolo; e tu sai che quando voglio una cosa...
-
-— Ma non potrei assecondarti.
-
-— Dunque ti fa piacere?
-
-— No.
-
-— E allora?
-
-— Che cosa ho da offrirti in compenso? Quale vita ho da offrirti?... Il
-sacrificio!
-
-— E che mi importa? Sono stata abituata da signora, forse?... Che cosa
-desidero di più del tuo amore?
-
-— Oggi niente di più; ma domani?... Domani quando l'amore se ne sarà
-andato?
-
-Allora Spadarella scosse lentamente il capo e sospirò:
-
-— La verità è che tu non mi vuoi bene.
-
-— Ora bestemmi!
-
-— No, Paolo!... Ci vedo chiaro...
-
-Egli tolse la sua mano da quelle di lei e fece per andarsene.
-
-— Non te ne andare!... Paolo?...
-
-Si fermò; si rivolse.
-
-— Vuoi bisticciarti, Spadi?
-
-— Perdonami. Qualche volta non ti capisco.
-
-— E io neppure, sai? Perchè quando si vuole veramente bene non si hanno
-dubbi... non si pensa il male... non si guarda alle convenienze... non
-si ha paura di niente quando si vuole veramente bene!...
-
-— No ti ho detto che verrò?
-
-— Sì; ma devo crederlo?
-
-— Guarda: anche se dovessi uscire di casa per non rientrarvi mai più,
-ti ho detto che verrò e verrò!
-
-— Amore mio!
-
-— ... anche se fossi certa che lo zio Giovanni mi aspettasse all'uscita
-per stroncarmi; e avessi la convinzione di rimanere in mezzo alla
-strada solo con questi panni e maledetta da tutti verrei, Paolo. Tu non
-mi conosci. Ho paura, ho vergogna... ma ho deciso. Ti voglio bene...
-Vengo da te... fa quello che vuoi... sarà quel che sarà!...
-
-Egli la prese fra le braccia e la coprì di baci in uno spasimo
-diluviante, in una ebbrezza convulsa.
-
-— Basta... basta... basta, Paolo!... Per carità...
-
-Aveva abbandonato il capo all'indietro, gli moriva fra le braccia.
-
-
-Fu la voce del Cavalier Mostardo che li riscosse. Si udì nel giardino
-il suo vocione gridare:
-
-— Spadarella?... Spadarella?...
-
-Paolo si disciolse in fretta dall'abbraccio e disse:
-
-— Allora... a domani, Spadi!
-
-— Te ne vai?
-
-— Sì.
-
-— Tanto presto?
-
-— È più tardi delle altre sere.
-
-— Non vuoi vedere lo zio?
-
-— No.
-
-— Perchè?
-
-— È un uomo che mi urta.
-
-— Ma se è tanto buono!
-
-— Lo so... ma... debbo andare. Addio, Spadi.
-
-— Arrivederci.
-
-Si baciarono poi Paolo prese la strada di furia e scantonò. Spadarella
-non era più gaia; neppure poteva spiegarsi l'improvvisa malinconia.
-L'accoglieva con l'anima mansueta delle creature che sanno solamente
-amare.
-
-— Spadarella? Spadarella?
-
-— Sono qua, zio.
-
-— Perchè non rispondi? È un'ora che ti chiamo!
-
-— Ti aspettavo.
-
-— Che cosa fai qui?
-
-— Stavo per rientrare.
-
-— Sei sola?
-
-— Sì.
-
-— Dov'è Paolo?
-
-— Se ne è andato.
-
-— E perchè?
-
-— Aveva da fare.
-
-— A quest'ora?
-
-— ... non so...
-
-Lo zio Giovanni non aggiunse parola, ma chi avesse potuto vedere
-la faccia di lui, nascosta nell'ombra, non l'avrebbe trovata
-soverchiamente serena.
-
-Si avviarono verso casa.
-
-— Ho visto Tempestoni... — fece lo zio Giovanni.
-
-— Bene...
-
-— Ti aspetta domani.
-
-— Domani?... E dove?...
-
-— A teatro.
-
-— E perchè domani?
-
-— Cominciano le prove.
-
-— È proprio necessario ch'io vada? La mia parte la so benissimo.
-
-— Io non c'entro, bambina. Tempestoni mi ha detto che ti aspetta; ti ho
-fatto l'ambasciata. Del resto farai quello che vorrai.
-
-Camminarono per un poco in silenzio nel tepore della notte.
-
-— Che cos'hai, Spadi?
-
-— Io?... Niente! Perchè me lo domandi?
-
-— Mi pareva tu fossi scura...
-
-— No, zio.
-
-— Davvero?
-
-— Davvero!
-
-— Sarà! Però, bambina, non sei più la mia Spadi di una volta!
-
-— Ti sembro cambiata?
-
-— Ecco... cambiata, no! Non è la parola. Mi sembri più lontana...
-
-— Ma no, zio!
-
-— Lasciami dire. Io, certe cose, le sento, anche se non le capisco e...
-non mi sbaglio mai.
-
-— Però questa volta...
-
-— Questa volta tu hai qui dentro — e le toccò il core — un bel peso!
-
-— Ma ti sbagli!
-
-— Non mi sbaglio, Spadi!... No, no, non mi sbaglio! Del resto
-non voglio mica sapere i tuoi interessi. Però, se si trattasse di
-scommettere, scommetterei che vi siete bisticciati. Di un po; è
-vero?...
-
-— ...
-
-— Rispondi: è vero o no?
-
-— È vero!
-
-— Vedi?... Lo zio Giovanni ha buon fiuto, il povero zio Giovanni!...
-Ora, da quando è venuto quell'altro, non vuoi più un gran bene neppure
-a lui!
-
-— Oh, zio! Perchè dici questo? Non ti bruciano le parole?
-
-E gli si gettò al collo e lo strinse forte fra le braccia.
-
-— Mi sbaglio?
-
-— E non lo senti? — Aveva la voce di pianto. — Questa sera sono un poco
-malinconica, ecco tutto. Non capita mai a te?
-
-— Oh se mi capita!... — e trasse un grande sospiro.
-
-— E sai il perchè, tutto il perchè della tua malinconia?
-
-— Io sì che lo so!
-
-— No, zio. Forse ti sembra, ma non lo sai.
-
-— Bambina mia, lo so anche troppo!
-
-— Certe volte, forse; ma non sempre.
-
-— Sarà!... Non voglio darti torto. Però se non fosse lei... sempre
-lei... sempre, porco Dacco!, quella febbre di lei che mi prende, oh!...
-ti assicuro che, nonostante tutti i Rigaglia e tutti i versipelle, ti
-assicuro che sarei allegrissimo.
-
-— Lei?... — fece Spadarella meravigliando. — Ma chi è questa lei?...
-
-Il povero Cavaliere si morse le labbra. Gli era scappata. Tentò di fare
-lo smarrito:
-
-— Ho detto lei? Non me ne sono accorto.
-
-Spadi sorrise.
-
-— Dunque hai un segreto?
-
-— Io?... Ma neanche per sogno!... Che segreto?... Che cosa vuoi che
-abbia io, vecchio matto?
-
-— Hai qualcosa che ti fa soffrire, zio?...
-
-— Ma se sono un insensato!... Non lo crederai mica davvero ch'io sia
-diventato tanto imbecille...
-
-— Perchè?
-
-— Ma scherzi?... Io, con tutti i miei anni, innamorato!... Non farei
-ridere?...
-
-— Perchè, zio?...
-
-— Come perchè?... Ma l'amore è fatto per voialtri giovani che potete
-sempre riparare a questo grande sproposito: non per noi, vecchi, che
-non abbiam più tempo neppure per poterci pentire e ci caschiamo dentro
-da quei grandi balordi che siamo, mani e piedi legati, per ridurci come
-il campo del mercato, dove tutti sputano!...
-
-— L'amore arriva quando vuole...
-
-— Sì, con l'olio santo!
-
-— Zio... e non gli si può dire di andarsene.
-
-— Ma non si diventa stupidi alla mia età?
-
-— Perchè?
-
-— Ma perchè sì! Perchè si diventa stupidi! Si diventa la favola del
-mondo.
-
-— Che cosa c'entra il mondo? Tu sei ancora giovane.
-
-— Sì, bel moscardino!
-
-— Sei giovane... e lo sai.
-
-— Io so che, se potessi, mi prenderei la testa e la butterei in un
-fosso!
-
-— Povero zio!
-
-— Povero?... Già... povero!... hai ragione. In fin dei conti non sono
-che un disgraziato.
-
-— Non lo dire.
-
-— Un disgraziato, un disgraziato! Voglio urlarlo!... Lasciami sfogare!
-Che cosa ho, io?... A che cosa mi è servita tutta la vita?... Tutte
-le mie battaglie, tutti i miei entusiasmi, tutta la mia fatica?...
-A che cosa?... Ma a che cosa?... Avanti, dillo tu, a che cosa?... A
-niente!... Bambina, non parlare, io lo so bene: a niente!... Mi sono
-prodigato e mi è arrivato un calcio; ho combattuto per gli altri e,
-per tutto ringraziamento, mi hanno sputato addosso; ho dato del mio,
-di quel mio che mi son pur faticato, se son venuto su dalla miseria,
-e poco c'è mancato non mi chiamassero ladro!... Il popolo si chiama
-Rigaglia!... Ma sì, bambina mia!... E sono arrivato a questa età con
-tutte le mie minchionerie dei vent'anni. Me le sono portate dietro come
-un imbecille. Eccole qua tutte quante, che non ne ho perduta neppure
-una per la strada. Bel carattere! Meriterei la forca solo per questo.
-Perchè un uomo, se ha la fortuna di vivere, almeno impara a conoscere
-le carogne che si trova fra i piedi. Ed io non ho imparato niente!...
-Ho imparato ad essere un bambino quando avrei dovuto trattare il mondo
-per quel che si merita. Ho preso tutto sul serio. Oggi sono solo. E
-faccia Dio che tu mi sia sempre vicina perchè il giorno in cui mi dessi
-alla disperazione, guai agli uomini del mio paese!...
-
-— Povero zio!... Soffri tanto?...
-
-— Soffro?... No che non soffro. È la vita che è canaglia! Forse sono
-stanco, Spadi. Ma non mi domando niente. Aspetto. La mia vita non sarà
-eterna!
-
-— Proprio, questa sera, non pensi affatto alla tua Spadarella!
-
-— Hai ragione. Non so neppure quel che mi dico. Poi ho qualche cosa per
-la testa...
-
-— Che cosa?
-
-— Perchè Paolo non mi ha aspettato?
-
-— Te l'ho già detto, zio. Doveva andare...
-
-— Ma capita sempre così quando arrivo io. Ha forse paura di me?... Che
-cosa gli ho fatto?
-
-— Perchè dovrebbe aver paura? Non essere ingiusto!
-
-— È vero. Perdonami. È la mia testaccia che frulla male.
-
-— Forse se tu volessi parlare alla tua bambina, ti passerebbe.
-
-— Mi passerebbe?... Ho qui dentro una pena... tu sapessi!
-
-— E fin che la tieni chiusa ti farà più male.
-
-— È vero.
-
-— Allora sai bene che non lo racconti a nessuno, se parli a me.
-
-— Non posso. Mi fa vergogna.
-
-Erano arrivati presso la porta di casa. Si vedevano le finestre
-illuminate. Ristettero. Non avrebbero voluto interrompere la loro
-solitaria intimità e che nessuno si fosse interposto. Forse lo zio
-Giovanni aveva ancora tante cose da dire; forse Spadarella avrebbe
-amato restare nel buio del giardino e seguire la sua indefinita
-malinconia. Non era il turbamento della promessa ma alcunchè di più
-remoto, un'ombra sul sogno de' suoi anni radiosi. Che poteva accaderle?
-Era tanto felice! Ebbene, forse niente sarebbe intervenuto a turbare
-il ritmo della sua felicità, ma la malinconia si vela di una sola
-parola per tenere il cuore dei giovani. Quella era una notte del mondo
-contristata, per lei, e più non avrebbe voluto parlare nè ascoltare
-la voce e le parole semplici e ignare di Spina Rosa. Avrebbe voluto
-arrivare alla sua stanza e chiudersi dentro senza che nessuno potesse
-vederla e senza scambiar parola con nessuno. Sentiva che avrebbe pianto
-volentieri. E forse c'era la crudezza di una parola, in fondo al cuore
-di lei, e anche l'ombra di una volontà prepotente ch'ella assecondava
-ma che turbava un incantesimo. E la felicità è delicata: e di nulla si
-turba. È come lo specchio di uno stagno fra i boschi; fondo e mutevole.
-Qualcosa aveva turbato il volto della sua serena e tranquilla felicità,
-ma di questo non poteva nè voleva convenire seco stessa.
-
-E più si accorava del dolore dello zio Giovanni.
-
-Tacevano fermi così, l'uno vicino all'altra, senza guardarsi. Poi il
-Cavalier Mostardo si riscosse:
-
-— Spadarella... io non so se tu abbia capito... ma, se hai capito, mi
-raccomando a te...
-
-— Zio! E puoi credere solamente che io parli?
-
-— No, se ti ho mostrato, il cuore.
-
-— Me ne credi indegna?
-
-— Spadi!
-
-— Allora abbiam chiuso le nostre parole nello stesso silenzio.
-
-
-Stavano per entrare in casa quando udirono un passo affrettato sulla
-ghiaia del viale. Mostardo stette inorecchito. Si udiva il busso di due
-grandi piedi.
-
-— Se non mi sbaglio è Rigaglia.
-
-Si udì un grugnito.
-
-— Te l'ho detto? È lui.
-
-Spadarella sorrise.
-
-— Che cosa sei venuto a far qua?... Che cosa vuoi?...
-
-— Bisogna che veniate subito...
-
-Ansimava.
-
-— Dove?
-
-— Vi aspettano a casa...
-
-— Chi?
-
-— I compagni.
-
-— Ma quali compagni?
-
-— ... dice che muore...
-
-— Muore?... Ma chi muore?... Vuoi spiegarti o no?...
-
-— Ma non ve l'ho detto, santo Dio?... Coriolano!
-
-— Che cosa? Coriolano muore?
-
-— Sì.
-
-— E non sai dirmi chi mi aspetta a casa?
-
-— Ci son due uomini e una donna.
-
-— Una donna? E chi? Ti ricordi almeno come vestiva?
-
-— Io non l'ho guardata ma aveva un cappello rosso...
-
-— Un cappello rosso? Ne sei ben sicuro?
-
-— Sì.
-
-— Allora è lei. Non vengo.
-
-— Ma chi lei, zio?
-
-— Proli.
-
-— La signorina Proletaria?
-
-— Sì. La nipote di Coriolano. Non vengo, non vengo.
-
-— Ma perchè zio?
-
-— Il perchè è troppo lungo, bambina mia. È certo che non voglio
-trovarmi fra i piedi Proli.
-
-— Allora dirò... — riprese Rigaglia.
-
-— Ma dì tutto quello che vuoi; non mi importa niente. Io sono un
-fuorisacco!
-
-E mentre Rigaglia si allontanava nella notte, il Cavalier Mostardo si
-strinse a Spadarella ed entrò in casa.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVI.
-
-_Della morte e della cremazione di Coriolano; della scomparsa di Proli;
-degli amici di Ninon Fauvétte e di altre disparatissime cose._
-
-
-La casa era piena e Coriolano stava per esiliarsi nel mistero. Glie
-l'avevano detto, glie l'avevano predicato:
-
-— Non bere, non straviziare. Alla tua età e coi tuoi mali bisogna
-adoperar giudizio. Se vuoi rimanere al mondo non devi fare le strippate
-che fai. Bada che soffri d'asma e l'asma non perdona. Hai un cuore che
-fa ridere. Una volta o l'altra fai la capriola!
-
-Ma Coriolano duro.
-
-— Qu-qu... qu-qu... qqquando è l'ora... bu-bu... bu-bu... bbbuonanotte!
-
-— Sì, _cucù_ e _bubù!..._ Ma se la _bubù_ ti arriva addosso, sarà lei
-che farà a te _cucù_, povero idiota!
-
-— Bbbbbb... bene! E allora, porca miseria! evviva la Repubblica!
-
-E, con questo cuore aveva continuate le sue bisboccie all'_Ustarì de
-Bér_ (osteria del Montone) nella quale l'oste, che beneficiava appunto,
-e non sappiamo per quali delicati motivi, del nomignolo di _Ber_,
-andava famoso per la sua scienza nell'apprestare certi manicaretti di
-trippe, celebri in tutta la Romagna.
-
-Ora quando capitava qualche forestiero nella Città del Capricorno,
-Coriolano si affrettava a invitarlo, o a farsi invitare, alla famosa
-_Ustarì de Bér_, per fargli assaporare le trippe.
-
-Necessariamente chi mangiava più di tutti era Coriolano. Dall'antipasto
-alle frutta (e l'antipasto consisteva in mezzo chilogrammo di pane!)
-egli si trovava in prima linea, col piatto più colmo e col più vorace
-appetito. Divorava, urlava, improvvisava discorsi, si prodigava in
-allegria tenendo la brigata sempre al diapason del cordiale fracasso.
-Ma, per fucinare tali gioconde serate, occorrevano litri e litri e
-litri di Sangiovese ed era sempre Coriolano che pensava a far empire i
-bicchieri, e sempre Coriolano che gridava all'oste:
-
-— _Bér? Un'étar litar!_ (Bér? Un altro litro!)
-
-E alla fine del simposio, dopo il rituale brindisi:
-
-— Bevo alla salute della Democrazia, oggi combattente, domani
-vincitrice! — era costretto a sbottonarsi il panciotto e ad allentare
-la cintola dei pantaloni. Ma aveva mangiato bene e ciò lo ripagava
-delle possibili sofferenze alle quali andava incontro.
-
-Dopo tali strippate aveva un sacro orrore del letto e del chiuso e
-aspettava l'alba accompagnando a casa, ad uno ad uno, tutti gli amici.
-Rimasto solo, entrava nel Caffè notturno dove erano adunati i mercanti
-di buoi che stavano per andarsene verso i mercati. Sedeva in un angolo
-e incominciava a non poter più respirare.
-
-Ma, passando di eccesso in eccesso, l'organismo del Donzello finì per
-non presentare più resistenza e, un bel giorno, si fece vincere da un
-attacco cardiaco tanto da disporre l'anima al transito.
-
-Ora le gente adunata nella casa di lui non rideva più. C'era la morte.
-I romagnoli, quando sono di buono stampo, non hanno paura della morte
-ma la rispettano. Non che ne avvertano il pauroso mistero, anzi,
-per loro, tale mistero non esiste; cose astratte non sono per il
-loro palato; il loro convincimento è che, con la morte, tutto sia,
-e giustamente, finito; ora quando se la trovano fra i piedi, questa
-morte ubbriaca, si tolgono il cappello e non parlano più perchè, non
-foss'altro, avvertono che con lei non si può combattere e che è inutile
-farsi illusioni.
-
-Nella casa di Coriolano c'era adunque un grande silenzio. Si udiva
-appena un fruscio di passi guardinghi e qualche frase sommessa.
-
-Erano là, dall'Onorevole a Bucalosso, tutti i maggiori rappresentanti
-del cuore repubblicano. C'era Tempestoni, c'era il Trancia, l'avvocato
-Suasia, l'ingegner Fiat, il Sindaco, gli assessori, i pompieri, gli
-spazzini.
-
-Coriolano era un'istituzione; con lui scompariva un po' di vermiglio
-dalla bandiera repubblicana. Un po' della vecchia idealità umanitaria,
-del vecchio entusiasmo romantico, della sacra generosità strepitosa
-che negava il Re e il Clero per educare il popolo a un'Idea di universa
-giustizia e di liberi reggimenti politici, se ne andava verso il buio
-del passato con l'anima di Coriolano.
-
-Questo avvertivano gli intervenuti. La prima concezione repubblicana
-finiva con gli uomini suoi più rappresentativi. _Venivano innanzi i
-tempi di Rigaglia._ La dittatura di Rigaglia era prossima.
-
-Bucalosso si era fermo alla porta a ricevere le visite.
-
-E le stanze si empivano di popolo.
-
-
-Mostardo arrivò solo e di gran corsa.
-
-Salì gli scalini a quattro a quattro; i compagni gli fecero largo senza
-dire parola; eccolo al letto del morente.
-
-Coriolano era entrato nello stato comatoso e non lo riconobbe.
-
-Nella stanza pesava un'aria graveolente e irrespirabile.
-
-Nessuno pensava ad aprir le finestre. Tanto ce n'era per poco ancora.
-
-Si udì un rumore nella stanza vicina. Ecco Proletaria.
-
-Si diresse difilato verso il Cavalier Mostardo il quale fece la più
-brutta faccia che si fosse mai veduta.
-
-— Dov'eravate? Vi abbiamo cercato dappertutto. Abbiamo mandato in giro
-anche Rigaglia.
-
-— Lo so.
-
-— Come fate a saperlo se non vi ha trovato?
-
-— Me l'hanno detto.
-
-— E chi ve l'ha detto?
-
-— Ma non sono mica qui per rispondere a voi, cara signorina! Abbiate
-almeno un poco di rispetto per questo disgraziato che muore!
-
-Proli si morse le labbra e non aggiunse parola. Si tolse il feltro
-rosso e apparve in capelli. I suoi quattro capelli scompigliati, che le
-ricadevano a teghe sulle orecchie, la facevano ancor più brutta. Girò
-il letto e andò a porsi all'angolo opposto del capezzale guardando ora
-il morente, ora Mostardo.
-
-Che cosa meditava?
-
-Mostardo pensò:
-
-— Questa sera non ho pazienza e, se mi guarda male, scoppio!
-
-I loro occhi non si erano incontrati che una volta sola.
-
-— Eh, che disgrazia? — mormorò Proli.
-
-Mostardo grugnì senza rispondere.
-
-— Era ancora giovane, povero zio!
-
-Silenzio.
-
-— Sapeste quanto vi ha cercato; quante volte vi ha ricordato!
-
-— Già.
-
-— Adesso, forse, non potrà riconoscervi più...
-
-— Sicuro!
-
-Proli ebbe una smorfia di repressa ira.
-
-— Si direbbe, non ve ne importi niente.
-
-— Io dico che, al letto di un moribondo, sarebbe meglio star zitti.
-
-Per la seconda volta Proli dovette inghiottire e tacere; questo non le
-conferiva punto.
-
-— Siete intrattabile!
-
-— Io sarò intrattabile, ma voi siete un bel empiastro.
-
-— Ignorante!
-
-— Pettegola!
-
-Così, con perfetta cavalleria. Proli e il Cavalier Mostardo si
-incontravano al letto di un moribondo.
-
-Trascorse una tregua; troppo aspri erano stati i primi approcci.
-
-— Poveretto, non potrà vedere il Golfo Mistico! — mormorò Tempestoni.
-
-E l'avvocato Suasia:
-
-— Quando vai in scena?
-
-— Domani incominciamo le prove.
-
-— Allora fra una diecina di giorni.
-
-— Forse meno.
-
-Il maestro Riva disse sonoramente:
-
-— L'anima di questo garibaldino rimarrà nei cieli eroici del pensiero.
-
-E Coriolano non capiva più niente. Rantolava nella gran pena di non
-poter finire. Ad un tratto si riscosse ed aprì gli occhi. Proli gli si
-chinò sopra e lo chiamò:
-
-— Zio? Zio?
-
-Coriolano aveva lo sguardo vuoto di coloro che son già nella tenebra
-eterna.
-
-— Zio, c'è qui Mostardo...
-
-— Mostardo...
-
-— Sì, sì, Mostardo! È qui... guardalo è qui!
-
-— Mostardo... — balbettò Coriolano; — Mostardo...
-
-Allora il Cavaliere si levò e si chinò a sua volta sul trapassante.
-Questi ebbe un bagliore negli occhi, subito spento, ma non potè mettere
-insieme una parola in più. Solo si dette a brancolare a brancolare
-finchè non ebbe trovato una mano di Mostardo; la prese, la trasse a sè
-e continuò cercando la mano di Proli che, del resto, era già pronta.
-
-Ecco l'idea di Proletaria!... Eccolo eccolo, il tiro assassino!... La
-pelata vergine aveva addomesticato il moribondo, lo aveva istruito alla
-manovra ch'egli ora veniva compiendo in un ultimo barlume di coscienza.
-
-Mostardo cercò ritirar la mano ma non osò ricorrere alla violenza
-che sarebbe stata necessaria perchè Coriolano, e pareva impossibile,
-stringeva forte.
-
-E l'orrenda cosa si compì, sotto gli occhi degli amici, egli sentì,
-nella sua, l'ossuta mano di Proli e il moribondo badava a stringere le
-due mani come a sigillarle in una promessa eterna.
-
-Allora il maestro Egidio Riva disse:
-
-— Qui assistiamo alla tragica e commovente maestà di un rito sacro:
-l'amore nella morte!
-
-E Mostardo, di rimando:
-
-— Sei un imbecille! Questa non è che la manovra di un pover'uomo che
-non capisce più niente.
-
-— L'hai voluta? — sussurrarono gli amici.
-
-E Proli:
-
-— Siete più volgare di quanto non avessi immaginato. Non abbiate paura
-che non vi voglio! Mi fate semplicemente schifo!
-
-Al che il nostro Cavaliere replicò con corretta e breve nobiltà:
-
-— È ciò che desidero!
-
-— Siamo d'accordo!
-
-— Perfettamente!
-
-— Villanaccio!...
-
-— Regina del canapè!
-
-Allora Proli scoppiò a piangere per fare effetto, ma nessuno le badò;
-poi, in quel punto, il povero Coriolano era entrato in una grandissima
-agitazione.
-
-Tentò sollevarsi sui guanciali; corsero a sorreggerlo e, quando fu sul
-torso, riuscì a parlare. Si guardò intorno, accennò un sorriso, disse
-quanto più forte poteva:
-
-— Compagni... muoio!... Evviva la Repubblica!...
-
-Le balbuzie lo aveva abbandonato ma ormai era troppo tardi.
-
-Poi che fu morto, uno si levò nel silenzio grave e opprimente, il
-maestro Egidio Riva; si levò, atteggiò la faccia a una smorfia di
-strazio ed ebbe due sole parole, due parole monumentali, conchiusive,
-solenni come la morte:
-
-— È soccombùto!
-
-
-Aveva detto:
-
-— Badate ch'io non voglio far puzzo. La Valle di Giosafatte la lascio a
-chi ci crede. Sono stato repubblicano da vivo, voglio esserlo anche da
-morto. Mi dovete bruciare.
-
-Tale era stata l'ultima sua volontà e doveva essere rispettata. Eletti
-a porla ad effetto furono alcuni sozii della _Compagnia del Bigarone_.
-
-Nella Città del Capricorno non c'era un forno crematorio; bisognava
-prendere il morto e portarlo a Bologna. Della cosa si incaricarono:
-Bucalosso, Giovanni Magnani, detto _e' Bigul_; Catullo Rava, detto
-_'e matt d'la Pira_; Egisto Candiani, detto l'_Uslàzz_ e Giorgio Gelli
-detto _Zurzôn_.
-
-Alle spese avrebbe pensato il Circolo Mazzini.
-
-E un bel giorno costoro si presero la salma di Coriolano e la portarono
-a Bologna. Non uno fra i cinque aveva veduto in azione un forno
-crematorio e la curiosità era vivissima in tutti. Durante il viaggio
-non fecero che parlare di tale faccenda. Come sarebbe stato questo
-forno? Aperto o chiuso? E il morto si sarebbe prima arrostito e poi
-bruciato? Oppure si sarebbe bruciato senza arrostirsi?
-
-La cosa era di somma importanza e fu discussa con smodato ardore. Vi fu
-chi parteggiò per l'arrosto e chi per la bruciatura finchè Zurzôn, non
-risolse la controversia con un'uscita improvvisa:
-
-— Siete tutti matti e somari!... Ma che cosa credete che adoperino la
-legna per cremare?
-
-— E che cosa, allora?
-
-— Ma adoperano l'elettricità!
-
-— Sicuro! L'elettricità! Vuoi che gli diano la scossa?
-
-— Per farlo ridere?
-
-— È una scossa tanto forte, povero imbecille, che ti ammazzerebbe
-cinque paia di buoi senza neanche far _bàu_!
-
-— A crederci!
-
-— Come a crederci? E in America come ammazzano i condannati a morte?
-Non li ammazzano con la sedia elettrica?
-
-— Sì, ma la sedia elettrica non è un forno!
-
-— Bella ragione! Se tu metti la sedia elettrica in un forno, invece di
-ammazzare un uomo, lo bruci.
-
-— Giusta! — disse l'_Uslàzz_. — E poi l'uomo è bell'e morto.
-
-— Che cosa vuol dir questo? — gridò _e' matt d'la Pira_. — Morto o vivo
-è la stessa cosa.
-
-E _Zurzôn_:
-
-— Perchè, cosa credi tu, che un uomo vivo possa fare le forze con
-l'elettricità?
-
-Risero tutti quanti, compreso l'_Uslàzz_.
-
-— Allora lo metteranno a sedere sulla sedia elettrica? — domandò _e'
-Bìgul_.
-
-— Questo non lo so — rispose _Zurzôn_; — però credo di sì.
-
-E rimasero fermi su tale convinzione: che avrebbero posto cioè il
-povero Coriolano in una sedia elettrica, dentro un forno.
-
-— Allora deve muoversi?
-
-— Sicuro!
-
-— Sarà curioso!
-
-Si proposero di osservare come si sarebbe svolta la faccenda.
-
-Arrivati a Bologna non ebbero tempo da perdere. Il forno non era sempre
-a disposizione del pubblico; bisognava approfittare dell'ora fissata
-per sbrigarsi presto. I sozii avevano fame ma convenne rinunziare
-ad ogni idea di pasto per filar diritti verso il luogo dell'ultima
-purificazione, il quale era lontano.
-
-Giuntivi dovettero aspettare il loro turno.
-
-— E se lo lasciassimo qui — fece l'Uslàzz — e si andasse a mangiare?
-Verremmo a prenderlo poi con più comodo.
-
-Ma i compagni non furono dello stesso avviso.
-
-— Non si può abbandonare così un morto! — disse _Zurzôn_. — Dopo,
-chissà che cenere ci danno!
-
-Aspettarono. Arrivò il loro turno.
-
-Sbrigata la faccenda, fu consegnata loro una specie d'urna con,
-racchiusevi, le ceneri del defunto. Quest'urna toccò a l'_Uslàzz_ il
-quale, trovatasela fra mano, domandò:
-
-— _Ch's'èll'ste pignàtt?..._ (Che cos'è questo pentolo?).
-
-— _L'è la zèndra!_ (È la cenere) — rispose _Zurzôn_.
-
-— Quale cenere?
-
-— La cenere di Coriolano.
-
-— Briscola!
-
-E l'_Uslàzz_ volle aprire il coperchio e guardar dentro.
-
-— Ma ci hanno rubato anche nella cenere, questi ladri!... Vuoi proprio
-che ci sia tutta?... Ce ne hanno dato solo un pugnellino.
-
-— Perchè?
-
-— Non vedi?... Coriolano era un bel pezzo d'uomo e qui c'è la cenere di
-un rospo.
-
-Brontolarono ma presero ugualmente la via del ritorno perchè avevano
-una fame diabolica.
-
-— Basta; quando saremo a casa diremo che c'è tutta!
-
-Però, se non vollero perdere il treno, dovettero ripartire senza
-essersi seduti a tavola. Arrivati alla Città del Capricorno si
-infilarono nella prima osteria e incominciarono a bere e a mangiare.
-
-L'_Uslàzz_ depose l'urna sopra una seggiola e la coprì col cappello.
-
-L'oste alzò il cappello e incominciò a curiosare.
-
-— Che cosa c'è qui dentro?
-
-— _Sta férum!... U' j'è un mort!_ (Sta fermo!... C'è un morto!...).
-
-E giù a ridere. Poi bevvero che si gonfiarono come tanti otri.
-
-— Coriolano, vuoi bere?
-
-— Poveraccio! — fece _Zurzôn_ che entrava nella zona sentimentale.
-
-— Lascialo stare che dorme! — disse gravemente _e' matt d'la Pira_.
-
-E non si occuparono più del pentolo e del contenuto.
-
-A notte alta erano intenti tuttavia a giuocarsi il litro e il mezzo
-litro e tutto avevano dimenticato nei fumi del vino.
-
-Poi si presero a braccetto ed uscirono cantando e dimenandosi.
-
-Ad un tratto _Zurzôn_ domandò:
-
-— Dov'è la cenere?
-
-— Quale cenere!
-
-— La cenere di Coriolano!
-
-L'_Uslàzz_ l'aveva dimenticata all'osteria.
-
-Rifecero la strada cercando di sorreggersi a vicenda.
-
-— Bisogna far presto, chè non chiudano.
-
-Trovarono l'osteria aperta; ricuperarono l'urna e uscirono per le
-strade, cantando.
-
-Cinque ubbriachi e la cenere di un epigone.
-
-Giunti in mezzo alla Piazza, Bucalosso ebbe un'idea. Bisognava
-salutare Coriolano. Deposero l'urna sui ciotoli poi, presisi per mano
-e formato un bel circolo, incominciarono a fare il mulinello danzando e
-schiamazzando.
-
-Senza volerlo, i cinque sozii, iniziavano e consacravamo così il nuovo
-mito democratico della Morte.
-
-
-Anche quel giorno il gallo Francesco ruppe il sonno al Cavalier
-Mostardo il quale, stirandosi fra le coltri, ebbe la non lieta sorpresa
-di trovarsi ancora al mondo. La sua tristezza veniva a riprenderlo con
-la luce.
-
-Il dover riallacciare tutte le penose fila della sua angariata
-esistenza gli era grave tanto che avrebbe preferito esser ripreso
-dall'annullamento del sonno e non destarsi mai più. Che ritrovava,
-col ritorno della coscienza, se non cose avverse per l'ultimo deserto
-della vita sua? Un amore moribondo, una compiuta delusione nel campo
-politico, una seccatura stomachevole nella condotta di Proli verso di
-lui. Non sarebbe rimasta che Spadarella, ma anche la piccola più non
-era lieta e serena ed egli non poteva indovinarne il perchè. Tutto gli
-andava di traverso; e allora perchè ostinarsi a vivere?...
-
-— Solo perchè mi chiamo Mostardo e per niente di più!
-
-Ma ad andarsene veramente verso la morte, non ci pensava. Avrebbe
-voluto dormire per svegliarsi col cuore di una volta.
-
-Stava così lasciandosi portare lentamente verso lo squallido paese
-delle sue più recenti memorie, quando il gallo Francesco cantò per la
-seconda volta dal cortile.
-
-— Che ore saranno?
-
-Accese la candela; guardò l'orologio; erano le sette.
-
-Si rivolse sull'altro fianco.
-
-— È ancora presto!
-
-Stette così un poco e udì passare il suono di una campana per l'aria;
-allora gli venne fatto di pensare al Signore.
-
-A quell'ora le porte delle chiese erano aperte ed anche le porte
-dell'anima sua erano aperte. Se qualcuno lo avesse guidato con parole
-semplici e grandi, il Signore poteva entrare anche da lui. Per un
-attimo rivide la sua vita innocente degli otto, dei dieci anni e provò
-un grande commovimento; ma con l'anima sua di quel tempo ricomparve il
-clero e l'incantesimo mistico dileguò.
-
-— No!... Il Signore è un'altra cosa!
-
-E, per non sapere come risolvere il dissidio, non volle pensarvi più;
-ma il gallo Francesco cantò per la terza volta.
-
-Allora Mostardo si levò sul letto e gridò con quanta voce e con quanta
-violenza si trovò in corpo, gridò verso la porta:
-
-— Ma fatelo star zitto quel gallo!
-
-Rigaglia non era là per ubbidire; nessuno gli rispose; comunque fosse,
-quand'ebbe gridato questo, si sentì più tranquillo e si ricoricò.
-
-Verso le dieci udì il passo di Rigaglia. Si rivorse fra le lenzuola e
-brontolò:
-
-— Ecco, il testone!
-
-Udì la voce di lui dietro la porta:
-
-— _Si pòle_?
-
-— Avanti.
-
-Si rivolse a guardarlo col solito cipiglio.
-
-— Cosa vuoi?
-
-— Che cosa devo dire a quelli che vengono a cercarvi?
-
-— Chi viene a cercarmi?
-
-— La gente del vostro partito.
-
-— Ma che gente?
-
-— C'è stato il vostro deputato. Voleva che vi svegliassi. Io non mi
-sono fidato di venirvi a chiamare.
-
-— Hai fatto benone.
-
-— Credo ci siano degli imbrogli nel partito.
-
-— Lo racconti a me?... Io non c'entro più.
-
-— Avete ragione.
-
-— Io non voglio aver più niente a che fare coi versipelle e con gli
-eroi della Cattedra.
-
-— Dite bene.
-
-— Sono stanco. Buttarsi via per niente, no e poi no! Perchè se
-tu lavorassi anche duecent'anni per la _Santa Idea_, per tutto
-ringraziamento, ti farebbero morire.
-
-— Ma se ve l'ho sempre detto, io!
-
-— E se il signor Onorevole ritorna, io non ci sono.
-
-— Voi non ci siete!... Lasciate fare a me.
-
-— L'_Idea..._ l_'Idea_!... Anzi l'_Ideale!..._ Anzi l'_Ideale
-Umanitario_!... Che cosa ne dici, Rigaglia? Abbiam corso mezzo mondo
-per questo _Ideale_; sempre col cuore in mano, sempre in prima linea.
-Ti ricordi?
-
-— Altro!...
-
-— Prima era l'America che combatteva. Combatte l'America?... Ci sono
-degli oppressi da difendere?... Ti ricordi? Su, Rigaglia; facciamo
-fagotto. Si deve attraversare l'Oceano..
-
-— _Potàcchia_!...[5]
-
-— ... e attraversiamo l'Oceano! Un mese di navigazione. Un male da
-regalare l'anima ai pesci. Ci mettono lo stomaco nei piedi; i piedi
-nel cervello: tutto il mare è una porca girandola che ti macina le
-interiora. Si sputa sangue e poi si arriva. Ecco i gabbiani che
-volano... ecco l'America!... Evviva Cristoforo Colombo!... Anche
-Cristoforo Colombo era partito per l'Idea. Lui scoprì l'America;
-noi scoprimmo i versipelle di là dal mare!... Sempre loro sono, e
-dappertutto!.. Per Bios, ci vuole un bel fegato con questa umanità!...
-Ma non importa. Allora eravamo giovani. C'è da far le schioppettate?
-Eccomi qua! C'è da far saltare in aria una Corona; da dare un calcio
-a un Trono; da liberare dei fratelli da un'ingiustizia monarchica?...
-Eccoci qua, per Bios! Evviva la Repubblica! Abbasso gli oppressori! Noi
-siamo romagnoli! Ma valà, povero testone! Romagnoli? Sì, buttati via
-per la gente che ne varrà proprio la pena...
-
-— Ma io ve lo dicevo!
-
-— Tu sì, perchè sei stato sempre vigliacco.
-
-— Ma sono venuto.
-
-— Non potevi farne a meno, sfido! Ero io che ti pagavo e alla carriola
-non ci volevi ritornare. Sei venuto anche nell'Americaccia del Sud,
-questo è vero. Basta. Si sbarca... ci guardano come cani rognosi. —
-Chi siete? Cosa volete? dove andate?... Ti ricordi?... E poi pareva ci
-facessero la grazia di mandarci a fare le schioppettate! Ci guardavano
-dall'alto in basso, come a dire: — Chi è questa _maramaglia_? — E noi
-avevamo vomitato un mese intiero per l'_Ideale Umanitario_! Bene; si
-dimentica tutto; si passa sopra a tutto, c'era l'entusiasmo, c'era il
-core che gridava la sua vendetta contro gli oppressori; c'era la sete
-della libertà. Evviva!... Siamo tutti fratelli!.. Ti ricordi?
-
-— Altro!...
-
-— Sì, fratelli!... Ci mandano avanti, ci fanno soffrire la fame e per
-poco non ci fucilano. Tu, perchè sei stato sempre porco; io perchè ho
-sempre gridato contro l'ingiustizia.
-
-— Non è vero!
-
-— Sta zitto!... E un bel giorno:_ pum!..._ uno schioppettatone mi
-apre un occhiello nello stomaco. Vedo rosso... sento che mi manca
-il fiato... bisogna cadere, le gambe non stanno più diritte. —
-Fratelli!... Evviva... — Sì, evviva un corno!... Ci piantano là, tu
-ed io, come se non fossimo stati carne battezzata. Quarantott'ore a
-soffiar l'anima che non voleva andarsene! E poi, e poi tutto il resto.
-Non siamo morti, perchè c'è la razzaccia della Romagna. E basta! Se
-rinasco, voglio fare il droghiere, ma l'_Umanitario_ non lo faccio
-più! Almeno ci avessero chiamati amici, ma nossignore! Il più bel
-complimento era «_sporchi italiani_» e «_grigno!_» e di queste facezie.
-A ripensarci, il sangue mi bolle ancora!
-
-— Altro!
-
-Rigaglia assentiva senza commentare. Il Cavaliere, nell'impeto de' suoi
-ricordi, si era seduto sul letto. Era acceso nel viso, scapigliato e
-scamiciato. Nel suo collo taurino si vedevano pulsare le arterie.
-
-— E dopo? e dopo?... La lezione non era bastata. Ecco la Grecia... ecco
-l'Albania... E almeno l'Albania ci fosse stata riconoscente. Dice:
-I turchi qua... i turchi là... questi poveri albanesi se li mangiano
-vivi; ammazzano i vecchi, le donne, le vergini, i bambini, i lattanti.
-Abbasso l'Impero della mezza luna! Evviva la libertà! C'è l'Albania che
-soffre?... Ecco qua Mostardo e Rigaglia. Il nostro Oberdan, il nostro
-Orsini ci avevano insegnato la strada di combattere la gran canaglia
-coronata. Per Bios! Dieci soldi in tasca, il cappello di traverso,
-il fucile sulla spalla e via! E come cantava il cuore! Avevamo la
-faccenda dell'Austria da sbrigare: la spina di Trento e Trieste, ma
-non si poteva far niente da quella parte e combattere si doveva. _Per
-tutti gli oppressi in tutto il mondo!_ Eccola l'_Idea_, brutto testone!
-Oltre la nostra patria. Perchè... perchè siamo tutti di carne e d'ossa,
-perchè dovremmo essere tutti fratelli in questo mondaccio che ruzzola,
-perchè chi tribola soffre lo stesso male in tutto il mondo: e il dolore
-è il dolore; e la fame è la fame e la disperazione degli uomini è
-sempre disperazione, al di qua e al di là del mare!... C'erano delle
-donne che piangevano; c'erano dei bambini che morivano sotto la spada
-della soldataglia del Sultano. Domandavano aiuto. Bisognava partire.
-Evviva la libertà!...
-
-Si asciugò il sudore che gli scendeva dalla vasta fronte...
-
-— Evviva... evviva... e gli albanesi ci trattarono come gli americani.
-In più ci regalarono i pidocchi. Anche loro pensarono che fossimo
-andati là per rubare e che al nostro paese non ci volessero più. Hai
-capito?... E va a sacrificarti, adesso!... Gli uomini sono fatti così.
-Combattemmo e ritornammo a casa con qualche buco di più nella pelle. E
-due!... La terza fu la Grecia; ma è meglio non parlarne neppure...
-
-— Sì, è meglio.
-
-— Se mi ritorna in mente il povero Fratti, dritto là, con la sua
-camicia rossa, con quella sua bella faccia e buona, e piena di forza;
-se mi ritorna in mente quando si alzò per buttarsi avanti ed era nel
-sole e riluceva come per mostrare a tutti i vigliacchi del mondo che
-non aveva paura, per Dio!... Che era un italiano, un romagnolo, un
-garibaldino e gli piaceva di morire per la sua idea... ecco... bisogna
-che pianga!... E volle morire!... Glie lo volle far vedere lui, alla
-grecaglia, come ci si butta contro al pericolo, e come si bagna la
-terra di sangue quando si è garibaldini!... Domòkos... Domòkos!...
-Antonio Fratti morì a Domòkos; ma la grecaglia sporca non seppe mai chi
-fosse questo Cavaliere dell'Umanità!
-
-Rigaglia scuoteva la testa senza dir niente. Mostardo per un poco
-tacque assorto; riprese poi a voce spenta:
-
-— Be', mezza la vita l'ho spesa così. Che cosa mi rimane adesso? Lo
-scarto. E sono stato sempre e sempre sarò un disgraziato!
-
-— Non vi lamentate del giusto.
-
-— Tu non puoi capire.
-
-— Capisco magari!
-
-— E che cosa? Se non sai neppure distinguere la fava nera dalla fava
-bianca!
-
-— Anzi ho qui una lettera per voi.
-
-— Una lettera?... E quando aspettavi a darmela?
-
-— Oi... abbiamo parlato sempre!
-
-E si frugava le tasche.
-
-— L'hai perduta?
-
-— No. Eccola qua.
-
-Glie la tese. Il Cavalier Mostardo, non appena ebbe veduta la
-soprascritta, si fece bianco come un panno lavato.
-
-Era Mignon che scriveva.
-
-
-Licenziato Rigaglia e rimasto solo, saltò dal letto, corse al tavolo,
-sedette guardando sempre la lettera dalla quale si aspettava la grande
-sentenza.
-
-La palpeggiò, la rivolse per tutti i sensi.
-
-— Quanto ha scritto!
-
-Ma il cuore gli diceva che non c'eran notizie buone per lui; e non si
-fidava di aprirla. Finalmente piano piano strappò la busta. C'era un
-gran foglio con poche parole.
-
- _Caro Mostardo_,
-
- _Vedete che è inutile mentire? Vi mando la prova indiscutibile
- della vostra infedeltà. Quando io non pensavo che a voi, voi mi
- tradivate tranquillamente. Ora poi non vorrete farmi credere di
- soffrire, non è vero?_
-
- _Vivete sano e lasciatemi tranquilla. Non desidero altro da voi._
-
- NINON FAUVÉTTE
-
-Compiegata con la lettera della francese era la lettera che il
-Cavalier Mostardo aveva scritto alla signorina Proletaria. La viragine
-urlante si era vendicata, gli aveva dato il colpo di grazia. Ora egli
-sentiva per davvero che l'ultima speranza era morta. Ora si sentiva
-tremendamente solo in una vasta rovina e, dalla lontananza, non gli
-arrivava che il ghigno e la stridula risata di Proli.
-
-Si alzò e si vestì, deliberato a trovarla a qualsiasi costo. Quel
-che le avrebbe fatto non sapeva, ma certo ch'egli non voleva lasciar
-le cose al punto al quale erano giunte senza togliersi almeno la
-soddisfazione, ben magra ormai, di dimostrare una volta ancora chi
-fosse il Cavalier Mostardo.
-
-Mostardo sapeva che, dalla morte di Coriolano, madamigella Proli
-aveva abbandonato Dovia e le Scuole per andare a stabilirsi nella casa
-del suo defunto zio. Non che la casa l'avesse ereditata, chè non era
-neppure del povero Coriolano, ma questi aveva diritto di goderne ancora
-per un anno o due. Ai diritti dello zio era subentrata la nipote.
-
-Era mezzogiorno quando il Cavaliere tirò il cordone del campanello. Gli
-aprì una vecchia.
-
-— C'è la signorina Proletaria?
-
-— Non c'è più!
-
-— Non c'è più?
-
-— Non lo sapete?... È scappata.
-
-— Dite davvero?
-
-— Saranno cinque giorni! Ha rubato il testamento del povero Coriolano
-ed è scappata. Il testamento non era stato depositato dal notaio. Pare
-che Proli fosse stata diseredata dallo zio.
-
-Il Cavalier Mostardo non aggiunse parola, e non volle saper altro. Se
-ne andò come era arrivato.
-
-A lui non rimanevano che le strade squallide e deserte, buie e cineree
-della sua disperazione.
-
-Errando di strada in strada, di vicolo in vicolo si fermò, che era
-già presso il tramonto, ad un'osteria delle mura. C'era un pergolato;
-qualche tavolo sbilenco, sudicio, pieno di mosche. Si fermò nell'angolo
-più riposto, dietro una macchia di tamerici; sedette, puntò i gomiti
-sul tavolo, si prese la fronte fra le mani.
-
-Nessuno andava a chiedergli se volesse mangiare o bere. Rimase solo; si
-perdette nell'ombra della sua immensa tristezza. Arrivava, per lui, la
-notte del cuore; la più fonda e tragica.
-
-Ecco che l'idolo del popolo era caduto e una donna lo trascinava via
-fra la polvere come una immondizia della strada, appiccata a una ruota
-della sua vettura.
-
-Mostardo, Mostardo!... È finita l'estate, e la tua baldanza che
-riempiva il mondo, si risolve in una nebbia bassa e pesante che non
-lascia più neppure un lembo remoto di azzurro. La tua rossa anima si
-imbianca. Non sei più tu, Mostardo, con la tua leggenda vermiglia.
-Più non danzi i tresconi, più non gridi per le adunate, più non lanci
-il tuo cappello in mezzo a una sala da ballo ed obblighi tutti a non
-muoversi e un valzer è suonato per il tuo solo cappello, in mezzo alla
-sala, fra il circolo della gente che ti applaude ed ammira.
-
-La leggenda si sfata. Tu curvi il capo e le spalle; tu taci, ti apparti
-e piangi il tuo pianto senza rumore, mentre Rigaglia ti guarda, disceso
-dal tuo Calvario, e si appresta alla sua facile gloria che lo condurrà
-lontano.
-
-Mostardo, Mostardo!... Eran più lievi al tuo desiderio le gioconde
-donne che sapevan di buono come le mele cotogne e non avevano le labbra
-di ceralacca; arrivavano per darti la soda freschezza del loro corpo
-ben fatto e se ne andavano con un bel riso vermiglio, dopo essere state
-tutte quante tue e avere goduto con te, nel letto a due piazze, fra le
-lenzuola un po' ruvide, che sapevano di buona lavanda. Allora ti levavi
-più forte e il mondo era tuo. Allora le baciavi l'ultima volta sul
-collo ed aprivi loro la porta con gratitudine e libertà come un padrone
-contento. E dove era Mostardo era il Verbo. E la Rivoluzione potevi
-infrenarla o scatenarla quando meglio ti fosse piaciuto.
-
-Vedi vedi dove ti ha condotto una repubblicana di Francia?... Eri
-tu tale da far figura a Parigi, uomo di provincia, e solamente?...
-La tua sanità non è più che patimento. La _cosa aristocratica_ ti ha
-sconvolto. Perchè salire altre scale da quelle che ti erano destinate?
-Parigi non poteva intenderti. Un bello e grande e robusto albero ha
-bisogno dei campi e non delle vie lastricate. Le grandi vetrine fastose
-dei negozi di lusso non son fatte per i poveri fiori di campo che
-vivono solo di un po' di colore e di molto ardore. Ora sei arrivato
-alla porta dell'ultima sera e dovrai varcare la soglia. Addio!...
-
-E udiva, così stando e in tanta tristezza, il ronzio delle vespe, delle
-mosche, dei calabroni. Poi avvertì che qualcuno parlava dietro le sue
-spalle; ma non vi pose mente; solo un nome lo fece inorecchire.
-
-Certo i due conversatori non P avevano veduto e parlavano abbastanza
-forte perchè non sfuggisse a lui una sola parola.
-
-Diceva l'uno:
-
-— Che cosa vorrebbero fare?
-
-E l'altro:
-
-— Glie l'hanno giurata! _Bàgàj_ è rimasto in mezzo alla strada con
-quattro bambini, la moglie incinta e due vecchi.
-
-— Non è della Lega rossa?
-
-— Sì.
-
-— E perchè non ci pensa la Lega?
-
-— E dove si trovano i _fondi_ (poderi) per Bàgàj?... Nella sua famiglia
-non ci sono braccia! È solo a lavorare e deve prendere un garzone e
-delle opere.
-
-— E il marchese della Pipetta lo ha licenziato per questo?
-
-— No; ma perchè era nella Lega rossa.
-
-— Allora è un vigliacco.
-
-— Oh, la pagherà salata!
-
-— Sì, le parole di Bagàj!... Urla urla e poi non ammazzerebbe neppure
-una mosca.
-
-— Questa volta, no.
-
-— E perchè?
-
-— Perchè non è lui che deve ammazzarlo.
-
-— E chi allora?
-
-— Sono gli amici di Bagàj che l'hanno giurata al marchese.
-
-— Quali amici?
-
-— Gli uomini dei _Turèll_.
-
-— Buone pelli!
-
-— _Jusafin_ e _Plèdga_. Li conosci?
-
-— Chi non li conosce? Be'... ma dove lo pescano, il marchese?
-
-— Questa sera deve andare alla sua villa. Lo sanno. Lo aspetteranno per
-la strada del fiume, dietro ai canneti, _Plèdga_ se tira, non sbaglia!
-
-Non una parola del dialogo degli ignoti era sfuggita al Cavalier
-Mostardo. Ormai ne sapeva abbastanza; doveva scomparire senza essere
-veduto per non destar sospetti, per rimaner padrone del segreto carpito
-occasionalmente e poter agire come meglio gli fosse piaciuto. Si pose
-gattoni; scivolò dietro la macchia delle tamerici; arrivò al cancello
-del giardino; si allontanò trattenendo il fiato poi, al primo vicolo
-scantonò e prese la corsa.
-
-
-Ad un tratto gridò:
-
-— Spadarella?... Spadarella?...
-
-Era certo di averla veduta in fondo alla strada, in una rossa chiazza
-del sole moribondo.
-
-Non era possibile che un'altra creatura potesse assomigliare tanto
-alla sua bambina. Aveva la stessa veste, gli stessi capelli, l'identica
-andatura.
-
-— Spadarella?... Spadarella?...
-
-Ma la piccola non solo non si rivolse, anzi affrettò il passo e
-scomparve. Allora Mostardo si mise a correre per raggiungerla; ma,
-quando arrivò in capo alla strada, ebbe un bel cercare a destra e a
-sinistra!... Spadarella non c'era più.
-
-— Dove sarà andata?... È possibile non mi abbia sentito?... Forse non
-era lei!
-
-Riprese la strada; ma una nuova amarezza indefinibile gli si annidava
-nel cuore.
-
-In una stanza squallida di una casa svergognata, la povera piccola
-bionda del giardino tranquillo aveva portata la sua verginità
-all'amore. Ma ritornava senza un canto nell'anima, nella sera rossa
-come il suo bel volto atterrato.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVII.
-
-_Qui l'amore e la bontà danno scacco matto al cuor di Mostardo e
-Spadarella canta._
-
-
-Rigaglia aveva un gran daffare. Tutti i giorni, quando il Cavalier
-Mostardo ritornava a casa, verso sera, trovava il «_brutto testone_» in
-cortile, in mezzo a un crocchio di contadini. E parlava, e gestiva, e
-discuteva come un invasato, raccogliendo la ferma attenzione e il pieno
-consenso degli ascoltatori suoi.
-
-Una volta l'udì dire:
-
-— _Perchè la bassa sflicita debbono comandare; e la terra saranno di
-chi la lavora!_...
-
-Ora, per penetrare nell'ermetismo rigagliano, convien sapere che
-l'oscurissima «_bassa sflìcita_» (bassa infelicità) altro non era se
-non il popolo minuto, la plebe più in basso, la maggioranza dispersa.
-
-Forse in altri tempi, e con altro cuore, il Cavalier Mostardo si
-sarebbe fermato ad ascoltare i discorsi di Rigaglia e ne sarebbe nato
-uno fra quei contradditorii ineffabili, in cui il grande trionfava
-del piccolo non solo per virtù di logica, ma, altresì, per magnanima
-virtù muscolare e definitiva. Però, essendo tetra l'ora corrente, e
-a ben altro intesa l'anima affannata del nostro eroe, accadeva che il
-Cavaliere passasse oltre senza rifiatare.
-
-E questo era piaciuto a Rigaglia il quale moltiplicava i suoi raduni
-accrescendo sempre il numero degli ascoltatori, tanto che una sera,
-rincasando il Cavalier Mostardo, trovò il cortile talmente stipato, da
-non sapere come attraversarlo per arrivare alle scale che conducevano
-alle stanze del primo piano.
-
-E quella sera chiamò Rigaglia in disparte e gli domandò:
-
-— Mi sai dire che cosa complotti?
-
-— Niente.
-
-— Che fanno qui tutti questi contadini?
-
-— Si parla.
-
-— Ma sei tu che parli sempre!
-
-— Oi...
-
-— Be'... e che cosa dici?
-
-— Un po' di politica, così...
-
-— Con questi insensati?... Vuoi vender loro dei lunari?
-
-— Discutiamo del giusto!
-
-— Nelle tasche degli altri!
-
-— Il santo sudore dei lavoratori...
-
-— Ma va' via, chè sei un versipelle!
-
-E l'aveva piantato in asso, così, perchè tutto gli era indifferente
-ormai; e avrebbe lasciato crollare il mondo senza muovere un dito.
-
-Non voleva veder più nessuno: nè l'onorevole, nè gli altri uomini
-minori del partito; in proposito aveva dato ordini severissimi e
-inutilmente erano andati a cercarlo l'avvocato Suasia e Bucalosso;
-l'ingegnere Fias e Asdrubale Tempestoni. Egli voleva essere come morto.
-
-Di tale stato di spirito veniva approfittando, come abbiamo veduto, il
-lento e cocciuto Rigaglia il quale, avendo segretamente saputo che si
-lavorava, nei circoli repubblicani, a preparare la _Settimana rossa_,
-decisosi ad uscir dal suo guscio per entrare nel mondo dei fatti, si
-preparava gli uomini che potevano intenderlo e sostenerlo, il giorno
-in cui, stanco di essere nessuno, gli fosse piaciuto difendere gli
-interessi suoi apertamente e in forma aggressiva.
-
-Come e perchè Rigaglia fosse, arrivato a tale divisamento non sarà di
-intesa difficile quando si pensi che aveva egli accumulato tanto danaro
-da pareggiarsi, con giustizia, a un piccolo borghese; ora il solo
-timore di poter essere compreso nell'odiata classe degli sfruttatori,
-lo improvvisava e lo manteneva leone.
-
-Si avvicinavano i giorni della _Settimana rossa_ e nessuno poteva
-supporre che dalla tanto auspicata sommossa dovesse balzare alla luce
-una nuovissima farsa; molto meno poi Rigaglia testone poteva immaginar
-questo; egli anzi credeva imminente il _Regno del Popolo_; e siccome,
-per aver un certo fiuto pratico, sapeva che tale Regno si sarebbe
-iniziato con la scalata alle Banche ed alle Casse di Risparmio, voleva,
-in ogni caso, essere fra i primi a penetrare nei tanto vietati recessi:
-in primo luogo, per mettere a posto le cose; e, in secondo luogo, per
-non rimanere spogliato e disautorato.
-
-E il socialismo ch'egli veniva propalando di sera in sera alle sue
-lanose pecore, nel cortile del Cavalier Mostardo, si intonava a
-tale caotica semplicità e a tale divina ignoranza da permettergli le
-speranze e le certezze più strampalate.
-
-Tale era l'apostolo, quale l'oratore; e tale l'uomo, quale l'eterna
-bestia.
-
-
-Scrisse una lettera umile come non aveva scritto mai. Il giorno in cui,
-padrone di un segreto capitale, avrebbe potuto agire con astuzia, fu
-più ingenuo del solito. Gli doleva il core ed era schiavo del dolore
-suo che arrivava troppo tardi per esser dominato.
-
-Mostardo conosceva bene i suoi romagnoli e sapeva che il giorno in cui
-avevano stabilita la morte di qualcuno, tale morte era certa. Sapeva
-altresì che nessuno avrebbe veduto o parlato. Conosceva l'omertà della
-sua gente.
-
-Il marchese della Pipetta camminava inconscio verso l'ultima ora sua.
-Il caso gli toglieva d'attorno, all'insaputa, un rivale. Era vero. Ma
-lo stesso caso non poteva ridargli il cuore di Ninon Fauvétte. Morto il
-marchese, la bella donna crudele avrebbe forse lasciato, e per sempre,
-la Città del Capricorno. Questo non voleva Mostardo. Preferiva saperla
-in un altro napoleonico giaciglio anzichè nell'ignota e insuperabile
-distanza. Così si fece umile nella sua tristezza e scrisse a Ninon
-Fauvétte.
-
- _Cara Mignon_,
-
- _vi siete fatta ingannare da una creatura indegna. La lettera che
- mi avete spedito come prova della mia infedeltà, non ha nessun
- valore. Anche i sassi sanno che vi voglio bene e che muoio per
- voi. Provo le pene dell'inferno. Ma sarà inutile che vi racconti
- quello che non volete sentire. Però per provarvi ancora una volta
- ch'io non sono capace di far porcherie, vi dico questo. Mignon:
- state a sentire. L'uomo che amate corre un tremendo pericolo; non
- posso scrivervi quello che vi dirò a voce. Datemi un appuntamento
- subito subito. Bisogna far presto. Io non vi domando niente, non
- voglio niente, non ho bisogno di niente. Io sono un insensato che
- vi vuol bene e vuol salvare voi e il vostro uomo. Perdonatemi. Non
- so scrivere. Se sapessi scrivere vorrei buttarvi qui dentro il mio
- cuore perchè ci leggeste la malinconia. E vorrei che la carta e
- l'inchiostro si innamorassero come me per potervi parlare. Ma lo so
- che non val niente! Io non so mettere quattro parole in croce e voi
- siete di Parigi. Ah, poveretto me!... Sarebbe stato meglio se il
- Signore mi avesse fatto morire._
-
- _Rigaglia vi porterà questa lettera e aspetterà la risposta perchè
- bisogna far presto._
-
- _Addio, addio._
-
- _Il vostro_
- MOSTARDO
-
-Quand'ebbe scritto, si passò il dorso della mano sugli occhi e ristette
-immobile, immerso nel profondo del suo smarrimento. Poi si riscosse e
-chiamò:
-
-— Rigaglia?
-
-Nessuno gli rispose. Attese un poco, poi, contro il suo solito,
-non dette in escandescenze improvvise, ma si alzò e si accostò alla
-finestra che dava sul cortile.
-
-In mezzo al cortile era Rigaglia che arringava la sua tribù lanosa e
-irsuta.
-
-— ... _perchè l'ingiustissia socialle l'è il frutto della borghesia. I
-nostri bambini, le nostre mogli, i nostri vecchi padri muoiono dalla
-fame per ingrassare i patroni, i vigliacchi borghesi. L'è l'ora di
-finirla. Su fratelli... su compagni!... La «fitta schiera» sarà la
-nostra bandiera!... Perchè_,
-
-— Il libro del perchè sta sotto il culo al Papa!
-
-Rigaglia boccheggiò e alzò la faccia smarrita.
-
-— Dico a te, Patatùchi!...
-
-Rigaglia non rifiatò. Aveva visto il fiero cipiglio di Mostardo.
-
-— Su, vieni di sopra!
-
-Non si mosse.
-
-— Con chi dico?... Vuoi che venga a prenderti per il colletto?
-
-Allora Rigaglia mormorò qualche parola incomprensibile e sciolse
-l'adunata.
-
-Eccolo di fronte al Cavalier Mostardo.
-
-— Cosa volete?
-
-— Dì un po' galantuomo, hai presa la mia casa per il _Pestapévar_?[6]
-
-— _Me no!_
-
-— Allora ricordati che non voglio più avere la tua gente fra i piedi.
-Ci siamo capiti?
-
-— _Mo si!_
-
-— Va bene. E adesso prendi questa lettera e corri a casa del marchese
-della Pipetta. Devi domandare della francese e consegnarla nelle sue
-mani. Hai capito?
-
-— Sì.
-
-— E aspetta la risposta.
-
-— Sì.
-
-— Ma fa presto. Corri.
-
-Rigaglia benchè a contraggenio, partì correndo. Il Cavalier Mostardo
-uscì a passeggiare nel cortile.
-
-Non poteva attendere in pace.
-
-Quel giorno il gallo Francesco era libero per il cortile e pareva
-ne fosse padrone. Il Cavaliere se lo trovò fra i piedi tre o quattro
-volte. Finì per sistemargli un calcio nella coda.
-
-
-Rigaglia non ritornava e la sera era prossima.
-
-Se il marchese e Ninon Fauvétte erano partiti per la campagna,
-addio!... Il delitto era consumato!
-
-Perchè Jusafîn e Plèdga avrebbero mirato giusto, e un colpo poteva
-toccare anche a Mignon.
-
-Quest'ultima possibilità, che ancora non gli era balenata, gli fece
-insopportabile l'attesa.
-
-Se Mignon fosse morta era più che certo che l'ultimo domicilio di lui,
-povero grande, sarebbe stato il manicomio di Imola. Certo non avrebbe
-potuto resistere al tragico crollo del suo amore. La fine irremissibile
-lo avrebbe stroncato. Piuttosto soffrire così per lunghi anni e saperla
-fra le braccia dei rivali suoi fortunati, anzichè emigrata dal mondo,
-nell'ombra inesplicabile.
-
-Epperò tali pensieri e tali tristezze gli lancinavano l'anima; e
-camminava sempre più spedito per il cortile!
-
-Il gallo Francesco era scomparso verso il pollaio.
-
-Poi la troppo lunga attesa gli si fece insopportabile ed uscì sulla
-strada.
-
-Da qual parte sarebbe arrivato Rigaglia? Quale strada avrebbe fatto?
-
-Gli balenò un'idea luminosa: bisognava attaccare la Carlotta; tenersi
-pronto per arrivare con maggior sollecitudine dove fosse occorso.
-
-Rientrò; trasse la cavalla dal chiuso; incominciò a vestirla. In breve
-tutto fu in ordine. Allora aprì il portone e salì sul baroccino. Aveva
-appena prese le redini e stava per chinarsi a raccoglier la frusta
-quando udì per l'àndito il busso disperato degli scarponi di Rigaglia.
-
-Si rivolse. Il brutto testone arrivava di gran corsa.
-
-— Bè?... Cosa c'è di nuovo?
-
-— Sono andati via...
-
-— Ma dove?
-
-— In campagna...
-
-— Tutti due?
-
-— Sì... tutti due... il marchese e la francese...
-
-— Porco Dacco!...
-
-Partì alla disperata, lanciando la Carlotta alla gran carriera, via per
-gli acciottolati della Città del Capricorno. Lo videro saettare come
-un fulmine; fu accompagnato da urla e fischi; stritolò due cani e un
-gatto, rovesciò una carriola e il suo padrone, portò via di netto una
-ruota a un baroccino da corsa, urtò in un paracarro, salì su cinque
-o sei mucchi di ghiaia, scortecciò un albero, investì un ciclista, ma
-tutto ciò non lo scompose; ritto sul baroccino, senza cappello in testa
-non fece che urlare e frustare. La Carlotta filava via, il ventre a
-terra, le narici enormemente dilatate, soffiando come una vaporiera.
-
-E scomparvero in un nuvolone di polvere, sotto la sera rossiccia.
-
-
-Pratico di ogni strada egli pensò di arrivar prima prendendo le
-scorciatoie. In breve fu in prossimità del fiume maledetto, fra i
-canneti del quale si nascondeva l'insidia al suo amore. Allora frenò la
-Carlotta che stava per scoppiare e entrò in un'aia.
-
-Una donna era seduta presso il muro della casa colonica, sotto a una
-vite a pergolato. Girava un filarello.
-
-— _Rusina_, è in casa il vostro uomo?
-
-— Sì: è nella stalla.
-
-— Chiamatelo.
-
-_Pirôn_ uscì, in maniche di camicia; una forca fra le mani.
-
-— _Pirôn_, fatemi il piacere: staccate la cavalla e datemi la schioppa.
-
-— Cosa volete farne? Volete andare a caccia a quest'ora?
-
-— Sì; voglio andare a caccia!
-
-— Oi...
-
-E Pirôn rientrò ed uscì con la schioppa.
-
-— Badate che è carica a pallettoni!
-
-— È quello che voglio!
-
-Allora Pirôn ammiccò e chiese sottovoce:
-
-— C'è da far del fumo?
-
-— Sì.
-
-— Volete che venga anch'io?
-
-— No. Voi staccate la cavalla e aspettatemi.
-
-— Come pare a voi.
-
-Mostardo prese la schioppa e uscì correndo. Pirôn e la sua donna si
-fermarono a guardarlo ma non dissero niente.
-
-Non gli costò troppa fatica arrivare alla strada del fiume: ne era
-distante appena un cento metri; solo, quando si trovò di fronte ai
-canneti nei quali dovevano essersi nascosti Jusafîn e Pledga, gli
-nacque il dubbio che la vettura del marchese fosse trascorsa; ma, se
-era trascorsa, la strada avrebbe dovuto essere logicamente affollata
-di contadini, nel punto del misfatto; invece non vedeva nessuno;
-uguale silenzio e uguale deserto. Allora bisognava aspettare; ma dove?
-Era cosa migliore cacciarsi pei canneti e cercare i delinquenti nel
-loro agguato, o non piuttosto aspettare in quel punto la vettura del
-marchese per farla ritornare verso la città? Egli, veramente, avrebbe
-voluto fare e l'una cosa e l'altra. Nell'incertezza, optò per la prima
-e, attraversata di un balzo la strada, discese per la riva del fiume e
-si perse fra il frusciar delle canne.
-
-Il sole era andato sotto; l'ombra incominciava ad addensarsi. Egli non
-distingueva un gran che a più di tre passi di distanza.
-
-— Per Bios!...
-
-E poi bisognava fare adagio adagio adagio, perchè quelle maledette
-canne pareva avessero le sottane di seta, tanto frusciavano; e, a
-muoverne una, si muovevano in cento come se tremasser tutte quante per
-la paura, o volessero far la spia le assassine!
-
-Allora cercò i piccoli scoli che i contadini hanno cura di tracciare
-quando piantano un canneto, e si mise per quelli. Procedette curvo,
-quasi gattoni. Le canne, parlarono meno. A quando a quando si fermò ad
-ascoltare ma non sentiva niente.
-
-Sentiva solo il verso del chiù, come nella notte che l'aveva condotto
-all'amore. Quanto lontana!... E gli spasimava in cuore una pena di
-morirne.
-
-Perchè non essere come gli uomini che sanno distrarsi a scacciare
-i ricordi che ammalano?... Perchè vi sono certi ricordi malati
-che riducon la vita a una tristezza nera. E, certuni, non sanno
-distaccarsene mai più.
-
-Ora cantava il chiù, frusciavan le canne ed egli non poteva scoprire i
-manigoldi in agguato.
-
-Ma, di un subito, sostò e si disse:
-
-— Eccoli!
-
-Aveva veduto infatti muoversi un'ombra. Eran loro! Si acquattò,
-trattenne il fiato, procedette pian piano, nell'atto di puntar la
-schioppa e far fuoco. Non vedeva bene di che si trattasse, ma non
-voleva accostarsi troppo. Era necessario agir di sorpresa. Quando
-gli parve di trovarsi alla distanza opportuna inspallò lo schioppo
-gridando:
-
-— Ferma o ti sparo!
-
-Ma l'altro era già fermo; era fermo ed ebbe paura; ebbe paura e fece
-per fuggire; ma in quel che si levava avendo dimenticato i discreti
-bisogni che lo avevan condotto nel cuor del canneto, il Cavalier
-Mostardo fece fuoco e colse il bersaglio; e il bersaglio non era la
-parte più eroica dell'uomo, anzi era quella che non si mostra mai al
-nemico e che è equidistante fra i calcagni e le spalle. Ora tale parte
-sanguinava per più ferite.
-
-— Oh Dio!... Mi hanno ammazzato!...
-
-Il Cavalier Mostardo fu sopra al contadino:
-
-— Sta zitto, insensato!...
-
-— Oh Dio!... Oh Dio!...
-
-— Oh Dio, un corno!... Non vedi che non è niente?...
-
-— Mi avete scambiato per una lepre?
-
-— Peggio per te che vieni per i canneti a far certe cose!...
-
-— Sono io che devo chiedervi scusa?
-
-Il Cavalier Mostardo stava per rispondere a tono, irritato dal l'errore
-e dalla maligna sorte che, anche nell'ora più tragica della sua vita,
-lo perseguitava col ridicolo, quando sussultò allo schianto improvviso
-di tre schioppettate e a un urlo acutissimo che gli arrivò dalla
-strada. Allora si gettò attraverso il canneto schiantando tutto innanzi
-a sè come una raffica.
-
-Vide un uomo fuggire lungo il fosso; gli dedicò l'ultimo colpo che gli
-restava ma non lo colse.
-
-Fu sulla strada. Vide una vettura ferma e si dette a correre gridando:
-
-— Mignon? Mignon?...
-
-Ma appena la voce di lui si era levata che il cocchiere, frustati i
-cavalli, partì alla gran carriera.
-
-Quando arrivò sul posto non c'eran che tre o quattro contadini
-costernati.
-
-Ed uno gli disse sottovoce, accostandogli:
-
-— Cosa hai fatto, disgraziato?...
-
-— Io?...
-
-— L'hai ammazzato!...
-
-Allora Mostardo fu preso da un grandissimo furore. No! Era troppo!...
-Tutta la sua più profonda umanità si ribellava alla suprema ingiustizia
-del destino. Il suo cuore ferito non poteva sopportare più oltre il
-peso tremendo del ridicolo.
-
-Aveva perduto l'amore; aveva perduta la pace; fuori dalla mediocre e
-quotidiana ventura degli uomini si trovava ai limiti di una tragedia e
-di una farsa, sbalestrato dall'una all'altra come un cencio, una povera
-cosa nella grande bufera dell'ombra, uno zimbello del mistero, uno
-specchio di nullità impossente nel fluire dei fatti di cui si intesse
-la vita, questa pausa attonita fra i due silenzi.
-
-No, per Dio!... Egli era ancora ben vivo; aveva ancora le braccia e i
-muscoli saldi, poteva reagire almeno contro coloro che, volenti o no,
-rappresentavano in quell'istante il suo destino cane.
-
-E, afferrata la doppietta per le canne, incominciò a farla roteare per
-l'aria come una clava e a menar giù di gran colpi alla disperata.
-
-Rimase solo. Una chiarità di stelle lontane; una apparente tranquillità
-di mondi negli abissi di Dio.
-
-Si vedevano appena le chiome degli alberi e la strada bianca. Si guardò
-intorno.
-
-Una larga chiazza di sangue macchiava la strada.
-
-Vide il suo Calvario.
-
-Chinò la testa e si allontanò trascinando i passi, chè gli pareva di
-morire.
-
-
-Il teatro era tutto venduto per cinque o sei sere di seguito.
-Tempestoni aveva realizzato ottimi guadagni. Bene o male che andasse,
-si era messo al sicuro. Spadarella gli aveva portato fortuna. Il
-_Golfo Mistico_ era una realtà. La _Grande Lotteria_ dei quattro buoi
-e delle sette vitelle filava a maraviglia. Asdrubale era contento, ma
-Spadarella non sorrideva più.
-
-— Che cosa ha fatto la mia bambina?
-
-— Niente, Spina Rosa.
-
-— Ti fa tanta paura cantare in teatro?
-
-— No.
-
-— Non ti senti bene?
-
-— Mi sento bene.
-
-— Allora che cos'hai?
-
-— Non lo so neppur io. Non mi badare.
-
-— Una volta, alla tua vecchia raccontavi tutto. Adesso stai sempre
-zitta. Perchè? Credi che non sappia che l'altra notte hai pianto?
-
-— Pianto?
-
-— Si. Avevi ancora gli occhi rosa quando sei venuta da me.
-
-— Non avevo dormito.
-
-— Sempre per _lui_...
-
-— Spina Rosa, sii buona! Non ne parliamo! E Spina Rosa taceva,
-asciugandosi gli occhi col grembiale.
-
-Una sera, in una stanza squallida di una casa svergognata, la povera
-piccola bionda del giardino tranquillo, aveva portata la sua verginità
-all'amore.
-
-E non aveva trovato che la violenza insensata di un bruto. Una
-accorante volgarità.
-
-Forse Paolo, nell'immensa dolcezza che ella era per concedergli, si
-sarebbe mostrato diverso; forse le avrebbe aperto l'anima come non glie
-l'aveva aperta mai; forse le avrebbe detto le cose ch'ella sospirava
-da tanto mai tempo e la piena gioia del loro amore sarebbe nata dal
-sacrifizio di lei. Ma tutto questo non era accaduto; ma ella aveva ora
-la sensazione straziante di essersi prostituita.
-
-Tale sensazione le aveva approfondito gli occhi in un'ombra nuova.
-
-Era uscita da quella casa portando con sè la morte del suo amore.
-Irremissibilmente. Egli era ritornato con la sciocca arroganza
-dell'uomo che crede ormai potersi far forte di un diritto acquisito e
-aveva trovato il pallido sdegno di Spadarella. Ella aveva sopportato
-gli occhi di lui, fissi ne' suoi grandi occhi chiari: e non aveva
-arrossito.
-
-— Allora perchè sei venuta?
-
-— Ti volevo bene!
-
-— E adesso?
-
-— Ora è finita.
-
-— Perchè?
-
-Spadarella non rispondeva.
-
-— Ma sai quello che hai fatto?
-
-— Sì, lo so! Sono arrivata fino in fondo con una grande ansia d'amore;
-ma ciò ch'io cercavo non poteva venirmi da te!
-
-— Ora fai la romantica!
-
-— E tu non insistere. Tanto non puoi capirmi.
-
-— Oh, ti ho ben capita!...
-
-— .....
-
-— So ciò che vuoi!
-
-— .....
-
-— Hai incominciato bene la tua carriera teatrale!...
-
-Ella sapeva trattenere il singhiozzo e non rispondere.
-
-— Allora è l'addio che vuoi darmi?
-
-— Sì!
-
-— Proprio l'addio?... Proprio l'ultimo?
-
-— Proprio l'ultimo!
-
-— Ma che donna sei, tu?
-
-— .....
-
-— Perchè dicevi di volermi bene?
-
-— Oh, Paolo!... Te ne ho voluto tanto!
-
-— A parole!
-
-— E puoi dirlo anche adesso?
-
-— Se non fossero state parole, ti sembra che avresti potuto separarti
-da me tanto facilmente?
-
-— Come non puoi capire!
-
-— Non vorrai dirmi che soffri!
-
-— .....
-
-— Perchè se soffrissi davvero non saresti così fredda.
-
-— Ma perchè ti tormenti?... Tanto tu non mi hai amata mai e il tuo
-scopo l'hai raggiunto. Non ti basta?
-
-— No. Tu devi esser mia.
-
-— È inutile. Paolo. Ciò che è morto, è morto!
-
-E l'aveva lasciato così vincendo il pianto e la sconsolata delusione
-del suo sogno. Ma era forte e sapeva decidere senza pentimento. Non
-aveva più niente da chiedere; niente più da donare. Tutto si era
-inaridito nell'improvvisa tristezza.
-
-
-L'opera prescelta per il debutto di Spadarella fu il _Werther_.
-
-Se ne dovevan vedere delle lacrime, su per i palchi e in platea!...
-
- _Signor... la casa è qui_...
- _L'ora è di riposar_...
-
-Quando Spadarella cantava, si sentivan dei muggiti anche nel Golfo
-Mistico. Erano i professori di orchestra.
-
-— Bravaa... bravaaaa, bravaaaaaa!
-
-E avveniva bensì che il Golfo perdesse tutto il suo misticismo; ma,
-d'altra parte un romagnolo puro sangue non potrà mai fare del proprio
-entusiasmo una cosa tascabile.
-
-Asdrubale Tempestoni ne godeva. Qualche volta aveva le lagrime agli
-occhi.
-
-
-Or ecco il gran giorno. Per le piazze, per le strade, per i sobborghi,
-dal Campo degli Svizzeri al Ponte Schiavonìa, si vendevano le ultime
-cartelle della Grande Lotteria. Tutto il contado era disceso alla
-città del Capricorno. Le maggiori fiere non avevano raccolta mai tanta
-moltitudine di genti. Nella Piazza non si circolava; i loggiati eran
-tutti una massa immobile di persone che si pigiavano disperatamente.
-Tutti gli amori della campagna si eran dati convegno in città, quel
-giorno; e, quando i contadini fanno all'amore, si fermano e non li
-smuove più neanche una vaporiera.
-
-Bisognava farsi largo a furia di braccia e di spalle. C'era,
-dappertutto, quell'odore di selvatico che hanno gli uomini che si lavan
-poco. Ora è certo che i contadini si lavano solo durante l'estate e
-quando hanno a portata di mano un fiume o il mare.
-
-C'era un gran sole e un sereno di paradiso. Rideva il mondo, l'ora e la
-stagione.
-
-Però, in una casa taciturna, un uomo non rideva: il Cavalier Mostardo.
-Chiuso nelle sue angosciose meditazioni, non aveva voluto vedere neppur
-Rigaglia. Che cosa gli sarebbe toccato ora?...
-
-Il marchese era morto. L'aveva saputo prima di rientrare. Glie l'aveva
-detto l'avvocato Suasia, costernatissimo. La sua Mignon era serrata
-nella villa remota ed egli certo non avrebbe potuto accostarla. Dirle
-quello ch'egli aveva tentato per salvar lei e il suo amante, non era
-possibile. Non gli restava che l'ultima disperazione senza uscita. E
-poi... e poi...
-
-A quando a quando un'angoscia atroce lo profondava nella più densa
-tenebra. E s'ella avesse pensato...? E, se tutti avessero creduto...?
-
-— Ah, no... no... no!...
-
-Si alzava; gli mancava il respiro; incominciava un furioso andare e
-venire da un muro all'altro della stanza.
-
-— Perchè io... per gettare il mio cuore sotto le ruote della tua
-carrozza, Mignon... io, per gettare il mio cuore sotto le ruote della
-tua carrozza... e per questo, solo per questo avrei da avere in cambio
-tanta maledizione?... Io, Mignon? Io?...
-
-E si portava le mani alla testa; e si scompigliava i capelli; e gridava
-le sue bestemmie al soffitto, ruggendo per la impossibilità che gli
-chiudeva le strade, tutte le strade e la vita.
-
-Talvolta si fermava; gli occhi fissi nell'ombra e due grandi lucciconi
-gli tremavano fra le ciglia.
-
-— Perchè? Perchè? Perchè?...
-
-Non gli poteva rispondere che il suo cuore, e il suo povero cuore era
-deserto. Ogni più cara immagine ne era esultata e non serbava una sola
-parola che fosse di consolazione. E neppure poteva in qualche modo
-reagire; anzi, di ora in ora si aspettava il peggio. Tutto era rovina e
-precipizio.
-
-Aveva sempre innanzi agli occhi il volto livido di Mignon e il suo
-gesto di spavento quando l'aveva veduto correre verso la vettura.
-
-Dunque ella pensava davvero ch'egli fosse l'assassino? Era possibile
-una cosa tanto mostruosa? Era possibile, sì, anzi certissima.
-
-— Per Dio, mi ammazzo!
-
-Ora la disperazione gli parlava seriamente e l'idea di andarsene
-all'altro mondo non era tale da scivolar via senza lasciar traccia
-nessuna.
-
-— No, mi ammazzo!... Voglio ammazzarmi!...
-
-E incominciò col darsi cinque o sei pugni in testa. Poi si fermò a
-guardare il cielo. Ed era la sera. La sera pallida si affacciava sopra
-alle gronde con la sua malinconia e una stella. Anche l'ora gli parve
-propizia. I primi giorni di autunno muoion così, fra boschi e colline;
-e il silenzio li prende per mano. Quando appaiono le prime stelle si
-aprono le strade per le anime sconsolate: le strade eterne.
-
-Era stanco di tutto; aveva nausea di tutto.
-
-— Basta basta basta!
-
-Si accostò alla finestra. C'era il bel campanile col suo cono rossigno,
-alto alto nei cieli. E le rondini stridevano ancora.
-
-— Addio!
-
-Che avrebbe detto Spadarella? Che avrebbe fatto Spadarella sua? Quanto
-avrebbe pianto?
-
-E poi... e poi.. chi muore giace e chi vive si dà pace! Sarebbero
-ritornati i serenanti giorni della gran gioia anche per Spadarella... e
-senza lo zio Giovanni. Tanto lo zio Giovanni, _volere o volare_, doveva
-morire prima della sua bambina. Fosse stato fra trenta anni come quella
-stessa sera, la cosa non mutava gran che. La precedenza toccava a lui;
-era la legge... dunque?... Doveva ben scriverle qualcosa però... almeno
-salutarla. Sì, salutarla!
-
-— Addio, Spadarella. Il tuo povero zio non ne può più e va via. Non
-importa mica che tu pianga troppo... perchè...
-
-E il testamento? Doveva fare testamento, altrimenti che l'avrebbe
-goduta la roba sua?... Certo, il _brutto testone_!...
-
-Si accostò alla scrivania; sedette; scrisse in venti parole il
-testamento; lo firmò; lo chiuse in una busta.
-
-— Ecco fatto!
-
-Bisognava spicciarsi, adesso. Ma abbandonò un braccio ripiegato sulla
-scrivania e nascose la faccia contro il braccio.
-
-Addio dolce vita!... Fra un mare di luce e un mare di tenebre era
-l'anima del Cavalier Mostardo. E quanto più tendeva a intenebrarsi
-tanto più la chiamava una lontana luce. E la sua povera tenerezza
-affiorava dallo spasimo, dal tremendo spasimo perchè soffriva la morte,
-sul punto di scegliere l'esilio che non ha nome ancora e non ha più
-volto. Solo il brivido e la tenebra desolata.
-
-Addio povero Cavaliere dell'Umanità; addio dolce romantico e
-strampalato eroe; difensore dei deboli, degli umili, degli oppressi;
-paladino dell'Idea; innamorato di una piccola anima canora di bambina;
-addio squinternata esistenza di fede, portata per terra e per mare
-come una fiaccola fin sulle cime più in cima, sempre urlando, sempre in
-entusiasmo e in offerta, addio! Era arrivata qualcuna che si era preso
-tutto ed egli piombava giù, riverso nella sua disperazione.
-
-— Spadarella?... Spadarella?...
-
-Oh, se avesse potuto sentire almeno la sua dolce mano fra i capelli! Se
-fosse stata là... dietro alla porta...
-
-E si trovò la mano bagnata. Piangeva.
-
-— Cristo!...
-
-Balzò sul torso, di scatto. Si era dunque invigliacchito fino a quel
-punto?... Fino ad aver tanta paura?
-
-Aprì il cassetto della scrivania, ne trasse il pistolone del Papa, lo
-esaminò ben bene. Era un pezzo che non l'usava. E se il colpo avesse
-fallito?
-
-Prese di mira la finestra, tirò il grilletto.
-
-Un grande scoppio... i vetri volarono in frantumi.
-
-— Benone!
-
-Allora lentamente, meditatamente, aprì la bocca, vi infilò la
-canna della pistola, si appoggiò allo schienale della poltrona. Era
-pallidissimo, ma compiva gli ultimi preparativi con calma ed esattezza.
-
-Un secondo... due secondi... tre...
-
-Il cuore non batteva più. Pensò:
-
-— Ora conto fino a tre. Al tre mi ammazzo.
-
-Un attimo ancora poi cominciò:
-
-— Uno...
-
-Gli occhi suoi spalancati vedevan già la tenebra dell'Universo. Ma che
-avveniva nel cortile?
-
-— Due...
-
-Scendeva l'orrore e il silenzio; ma chi si avvicinava, chi gli
-correva tempestosamente incontro dal silenzio della sua morte? Uno
-starnazzare... uno strepito... un grido... Chi era?... Chi era?...
-
-Allora scoppiò improvvisamente dal cortile, con un albor di luna,
-scoppiò dal cortile e salì fino alle stelle il canto del gallo,
-l'osanna del gallo Francesco:
-
-— _Chicchirichiiiiii!_...
-
-Una risata!... Ma, nello stesso tempo, la porta parve scardinarsi e
-tutta la stanza e tutto il mondo furon pieni di un urlo; dell'urlo
-della sua bambina:
-
-— Zio... zio... zio...
-
-Iddio ritornava. Nella stessa tristezza di due anime era ritornato il
-Signore di questa povera vita.
-
-Che cosa avvenne al Teatro Comunale quella notte, lo poteva raccontare
-solo Asdrubale Tempestoni con la sua facondia esplosiva. Basti dire
-che, ad un punto, anche l'orchestra scattò su dal Golfo Mistico in
-tale clamore di applausi e di grida che l'edificio ne vibrò come per un
-terremoto.
-
-E le donne piangevano; ed anche gli uomini.
-
-Sul palcoscenico furono gettati fiori, fazzoletti, cappelli, dolci,
-binoccoli, cuscini, cravatte, guanti, borsellini, scarpette ed ogni ben
-di Dio. Canzoni e sonetti celebratorii scesero per il vano del teatro a
-centinaia, in foglietti multicolori. E volaron dai palchi alla scena,
-e dalla scena ai palchi, accecati dalle lampade: colombi, canarini,
-passerotti, fringuelli, verdoni. Dal principio del primo atto fino
-all'ultimo non fu che l'ascendere di un entusiasmo tale che finì in
-follìa collettiva.
-
-Ma la piccola Spadi era tanto bella!... E cantava come un angelo.
-Il dolore aveva aggiunto alla calda voce di lei tale profondità di
-passione, che il popolo più passionale di Italia non poteva limitarsi
-ad applaudire. Doveva erompere in una frenetica dimostrazione.
-
-Non si era udito mai un simile Werther e non lo si sarebbe udito mai
-più.
-
-Girolamo, Stefano e Spina Rosa, in un palco di terz'ordine avevan
-raggiunto l'inebetimento di coloro che non sanno più in quale mondo si
-trovino.
-
-E, alla fine dello spettacolo, Spadarella fu portata in trionfo torno
-torno la Piazza; poi, issata sul tetto di una vettura, vollero cantasse
-ancora.
-
-E cantò. La sua voce si levò alta e pura sul silenzio di diecimila
-persone. Alta e pura sulla religione di una moltitudine.
-
-Apparve pallida e bianca fra le fiaccole, tutta luminosa della sua
-divina biondezza.
-
-— Spadarella!... Spadarella!.. Spadarella!..
-
-E il Cavalier Mostardo, nascosto nell'ombra piangeva.
-
-Quella notte la strepitosa Romagna fu tutta quanta fra quei due cuori
-che cantavano e soffrivano per lo stesso dolore.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVIII.
-
-_Dove si traggono le reti e ci si raccoglie per far vela a più lontani
-porti._
-
-
-Siamo quasi giunti, Signori miei, e questa prima parte del dolce-amaro
-_Carnevale_ volge al suo fine.
-
-Ora, una sera, Rigaglia pensava già di esiliarsi e di piantare in asso
-il suo vecchio padrone che lo teneva in troppo duro dominio (erano
-prossimi i tempi della Settimana Rossa); e aveva preparato a questo
-i Compagni, e già si era eletto un nuovo domicilio presso le mura, in
-un luogo di malfamati costumi; a tale distacco veniva preparandosi il
-_brutto testone_, quando, una sera, qualcuno suonò ripetutamente il
-campanello.
-
-Mostardo era entrato proprio allora. Sì fermò nel cortile.
-
-— Chi sarà?... Va a vedere!
-
-Rigaglia si avviò per l'andito, e mentre si dirigeva alla porta di
-strada, senza affrettarsi, fu suonato ancora e con maggior violenza.
-
-— Un momento!... Che cos'è questa maniera?... Morirete?...
-
-E, indispettito dal nuovo procedere degli ignoti visitatori, aprì la
-porta con malgarbo; ma appena l'aveva aperta che indietreggiò e rimase
-là, intontito, come un povero scemo.
-
-Sei guardie di pubblica sicurezza, senza badare a lui, si scagliarono
-dentro dirigendosi di corsa al cortile.
-
-Che cosa avveniva?... Una reazione del Governo borghese?... Ebbe una
-gran paura e, per non perder tempo a ragionare, guardatosi intorno e
-vistosi libero, infilò la porta e via a gambe levate verso il vicolo
-più prossimo, raggiunto il quale, scantonò e non ebbe pace finchè non
-trovò rifugio in un retrobottega.
-
-Frattanto il Cavalier Mostardo, che si era fermo nel cortile, viste
-sopraggiungere le guardie ebbe un tuffo al core e tanto sbiancò da
-parer che morisse. Ecco che il sospetto diventava realtà. L'unico
-indiziato dell'assassinio del marchese della Pipetta non poteva
-essere che lui. E il lungo processo interiore che gli aveva tappata
-la bocca fino a quel punto (chè, se avesse parlato, ogni sua supposta
-responsabilità sarebbe stata vinta); il lungo processo interiore per il
-quale era passato, gli ritornò alla memoria.
-
-_Un buon romagnolo non fa mai la spia!_
-
-Questa la causa morale della tanto biasimata omertà romagnola.
-
-La vittima, con la morte, si esilia e travalca il limite del bene e
-del male; è una «_povera anima_»; gli assassini che debbono restare al
-mondo e sfuggire alle pene che gli uomini sanzionano per simile genìa;
-gli assassini non sono che «_disgraziati!_».
-
-Il Governo è il gran nemico della moltitudine.
-
-Tale concetto che si trascina secolarmente nelle masse e che è il
-portato della più che millenaria schiavitù e sofferenza, non potrà
-radicalmente mutare per andar di tempo, per evoluzione di popolo
-o per novità di regime. Un senso fiero di libertà, di indipendenza
-e di giustizia lo alimenta. Quando anche tutto fosse virtualmente
-pareggiato, più dura dovrebbe essere la legge e di conseguenza più
-forte il senso dell'eterna ingiustizia dal quale nasce il fermento
-dell'indisciplina. Si procederà per esperienze e adattamenti, restando
-immutate le virtù e le qualità primigenie delle razze.
-
-Così, in Romagna, un «_povero bandito_» e cioè un perseguitato dalla
-polizia, un volgare delinquente sfuggito alla sanzione della legge e
-costretto a una vita di ansie, di fughe, di travestimenti, raccoglierà
-sempre la pietà e la commiserazione del popolo. In lui non si vede
-più l'assassino; la sua colpa è cancellata dall'aspra vita che deve
-condurre; dall'essere la sua libertà insidiata di minuto in minuto;
-dal dover restarsene nascosto, durante il giorno, nelle caverne, nelle
-cantine, nei fienili, per riprendere la strada di notte.
-
-È il camminante del delitto. Trascina la sua pena e la sua colpa nella
-tenebra, domandando di che vivere ai casolari dispersi. Incute timore;
-alimenta la leggenda; asseconda l'innato romanticismo dell'anima
-popolare. Diventa _il bandito_ per antonomasia.
-
-Il Governo perseguita tutti, rappresenta, secondo la mentalità
-popolare, il male di tutti; all'opposto _il bandito_ non fa male a
-nessuno (quello che ha fatto è dimenticato) anzi rappresenta un po'
-della pena di ciascuno e la ribellione delle masse al giogo necessario,
-all'ingiustizia inevitabile.
-
-_La spia_ che lo consegnasse alla Società, sarebbe bollata dell'infamia
-e troverebbe, una volta o l'altra, la pena sanzionata dal comune
-sdegno, in una morte improvvisa.
-
-Questo il processo interiore che aveva trattenuto il Cavalier Mostardo
-dal denunziare gli esecutori del delitto.
-
-Benchè appartenessero alla _Camera rossa_, una ragione superiore,
-radicata in lui come in tutto il suo popolo, lo tratteneva dalla
-denunzia: _non voleva essere una spia!_
-
-Sentiva che il giorno in cui gli avessero potuto gettare in faccia
-l'atroce insulto, sarebbe stato per davvero, e per sempre, un uomo
-finito.
-
-Così aveva taciuto, pur avendo certezza di dover scontare una colpa non
-sua.
-
-Solo il senso doloroso di avviarsi verso il culmine del suo Calvario
-lo aveva fatto impallidire, e la solitudine di Spadarella, e la perduta
-dolcezza di Ninon Fauvétte, della sua Mignon.
-
-Ma quando le guardie furono per mettergli le mani addosso, gridò
-
-— Un momento!...
-
-Era tanto grave la faccia di lui, in quel punto, e tanto triste che lo
-lasciarono stare. Non sarebbe fuggito.
-
-Il Commissario si fece innanzi:
-
-— Abbiamo l'ordine di arrestarvi.
-
-— Lo so!
-
-— Dobbiamo condurvi via subito.
-
-— Lo so. Vi domando solo che mi accompagniate di sopra. Devo scrivere
-due lettere.
-
-Lo seguirono al primo piano della sua casa.
-
-Allora lo zio Giovanni scrisse questa lettera:
-
- _La mia Spadarella_,
-
- _mi portano dentro. Io non ho fatto niente; non ho ammazzato
- nessuno. Sono sempre un povero diavolo! Non lasciare la mia
- casa a Rigaglia, quel versipelle me la sgombrerebbe. Aspettami
- che ritornerò. Se ti faccio soffrire ti domando scusa. È una
- tribolazione troppo grande questa porca vita!_
-
- _Ti dò due grandi baci, la mia Spadarella._
-
- _il tuo_
- ZIO GIOVANNI
-
-E il Cavalier Mostardo scrisse questa seconda lettera:
-
- _Mignon del mio cuore_,
-
- _Vi ho detto sempre che per voi avrei dato anche la mia pellaccia;
- oggi faccio quello che ho sempre detto, da uomo di parola._
-
- _Però, prima che mi portino via. Mignon, ho bisogno di gridare
- contro la vostra ingiustizia._
-
- _Io non ho le mani insanguinate. Volevo salvarvi l'uomo che mi
- aveva rubato l'amore. Mi sono buttato fra i canneti, a costo
- di tutto, per salvarvelo; ma è stato troppo tardi. Ve l'hanno
- ammazzato fra le braccia e voi, che avevate in pegno il mio cuore,
- vi siete pensata che fossi stato io!_
-
- _Mignon, io vi aspettavo per farvi vedere la mia faccia di
- galantuomo. Dovete sapere che il giorno in cui avessi voluto
- domandar ragione al povero signor marchese del suo amore per voi,
- quel giorno, l'avrei aspettato in Piazza e l'avrei sfidato al tutto
- per tutto, lui ed io, guardandoci bene in faccia._
-
- _Io, i miei nemici, li ho trattati sempre così. Non sono una volpe,
- e non ho paura; ma questo non serve a niente per fare all'amore._
-
- _A voi vi piaceva il marchesato, forse, la corona ed io non sono
- che un povero Mostardo del mondo!_
-
- _Però oggi vado in prigione per voi, e ci vado volentieri, anche
- per quella sola notte del Conventino._
-
- _Perchè, e questo è il brutto, se piglio una cantonata, la piglio
- per sempre._
-
- _E se voi anche veniste in Tribunale per dire al giudice: «Sì, è
- stato lui che l'ha ammazzato!...»: vi vorrei bene lo stesso._
-
- _Vi vorrei bene lo stesso, perchè sono un insensato e lo capisco;
- ma non posso farne a meno!_
-
- _Ormai non vi domando più niente._
-
- _Addio, Mignon._
-
- _Il vostro_
-
- CAVALIER MOSTARDO
-
-Suggellò le buste; scrisse l'indirizzo. Quando ebbe fatto questo, pensò
-un poco. Non si fidava di Rigaglia. S'egli lasciava le lettere sulla
-scrivania, Rigaglia non le avrebbe portate mai a destinazione. Doveva
-impostarle.
-
-Pregò il Commissario di lasciargliele impostare.
-
-Egli stesso si incaricò della cosa.
-
-Allora si alzò e disse:
-
-— Andiamo!
-
-Due guardie gli si avvicinarono e gli presero i polsi.
-
-— Cosa volete fare?...
-
-— È l'ordine che abbiamo.
-
-— A me, le manette?...
-
-— Siete accusato di assassinio...
-
-— A me, le manette?...
-
-Anche l'ultimo oltraggio! Per un attimo pensò di valersi della sua
-forza prodigiosa; ma poi considerò la cosa e vide che sarebbe stato
-peggio.
-
-Si lasciò ammanettare. Si lasciò condur via.
-
-Fu per la strada; fu nella Piazza, fra le guardie. In breve ebbe dietro
-un gran codazzo di gente.
-
-— Il Cavalier Mostardo!... Il Cavalier Mostardo!...
-
-La voce passava come un mormorìo di bocca in bocca fra la costernazione
-generale.
-
-Pareva che la Romagna stessa andasse in prigione, ammanettata. La
-stessa Romagna, e il suo cuore che piangeva senza far rumore.
-
-Fu un corteo; una dimostrazione spontanea e muta.
-
-Tutti sapevano che Mostardo era innocente. Tutto il popolo.
-
-E quando fu per entrare in questura; quando fu per scomparire nel
-grande androne buio, dalla folla stipata si levò una voce forte che
-gridò:
-
-— Compagni, giù il cappello!..
-
-Allora tutti si tolsero il cappello e non si udì un mormorìo.
-
-E il Cavalier Mostardo passò, alto e pallido, fra la folla muta che lo
-acclamava così, senza un grido, suo Re e Padrone. Il giorno stesso in
-cui entrava in galera.
-
-
-Per espressa volontà del Cavalier Mostardo, le recite del _Werther_
-al Teatro Comunale non furono interrotte. Spadarella pianse, ma quando
-tornò dall'aver visitato lo zio Giovanni in prigione era ben risoluta
-di continuare fino alla fine nell'impegno preso. Naturalmente si ebbe
-una dimostrazione di popolo ancor più entusiastica della prima.
-
-E una sera, poi che il tenore ebbe cantato la romanza:
-
- _Come passato il nembo_,
- _si queta il mar fremente:_
- _il cuor non soffre più_....
-
-non si seppe perchè, ma, come per muta intesa, il pubblico, tutto
-il pubblico senza distinzione, scattò in piedi in una acclamazione
-frenetica al Cavalier Mostardo. Fu un delirio. Per venti minuti la
-dimostrazione si rinnovò sempre più violenta.
-
-Era l'anima rossa della Romagna che scoppiava nella sua necessità di
-giustizia. Un fiero monito e una torva minaccia a chi doveva decidere.
-
-— Evviva il Cavalier Mostardo!...
-
-— Evvivaaaa!..
-
-Dal Golfo Mistico si levaron gli inni rivoluzionari. Asdrubale
-Tempestoni improvvisò un discorso. Poi qualcuno gridò:
-
-— Lo vogliam fuori!...
-
-E tale grido fu ripetuto a furore.
-
-Il prefetto era in teatro. Tutto il pubblico gridava, rivolto al palco
-del prefetto:
-
-— Lo vogliam fuori!..
-
-E quando fu vista l'autorità governativa scuotere il capo
-affermativamente, il delirio non ebbe più limite. E dovette presentarsi
-Spadarella a far cessare l'entusiastica bufera.
-
-Spadarella esercitava ormai, sulla massa, un fascino irresistibile.
-Era adorata. L'anima collettiva si muoveva attorno a lei come nella
-luce di un altare. Ella poteva domare la gran bestia solo col suo soave
-sorriso di bambina: solo con un gesto della sua piccola mano bianca.
-Intorno a lei si faceva il silenzio. Tutti aspettavano dalla sua voce
-il godimento che transumana.
-
-Stavano ora, essendo disceso un miracoloso silenzio, tutti protesi
-verso il palcoscenico. Fra gli altri, in una barcaccia di prim'ordine,
-era l'ingegnere Fias, il quale, appoggiate le braccia al parapetto
-della barcaccia, si sporgeva verso il palcoscenico come a intendere e a
-veder meglio.
-
-Ora convien ricordare come l'ingegnere Fias beneficiasse di una
-cospicua calvizie e come il suo cranio fosse, per la massima parte,
-polito e lucente a simiglianza di un avorio. Su questo avorio che
-rifletteva le fiammelle delle lampade, tanto era terso, si appuntò la
-malnata attenzione di qualcuno che sedeva in loggione proprio sopra
-all'ingegner Fias. E questo qualcuno, in una pausa musicale, forse
-per distrarsi o per misurare la sua schietta bravura, lasciò cadere a
-perpendicolo un grosso sputo il quale, naturalmente, trovò domicilio
-nel centro della cospicua calvizie dell'ingegner Fias.
-
-Il quale ingegnere, per essere di madre anglosassone, era per sua
-natura, pacato, riflessivo e alquanto flemmatico.
-
-Avendo avvertito adunque, il Fias, il caldo ospite precipitare e
-giacersi sulla sua pelata, senza atti scomposti nè parole inutili,
-si ritirò dal parapetto della barcaccia e agli amici suoi che gli
-chiedevano:
-
-— Che cos'è stato? — rispose tranquillamente, asciugandosi il cranio
-col fazzoletto:
-
-— Una lacrima della democrazia!
-
-
-Alla libertà provvisoria seguì l'assoluzione del Cavalier Mostardo che
-fu portato in trionfo dal popolo festante.
-
-Certo un nuovo sole sarebbe nato per l'eroe nostro se Ninon Fauvétte
-non fosse partita senza neppure lasciargli un addio.
-
-Durante la prigionia di lui, la bella infedele aveva preso il volo alla
-chetichella.
-
-Era ritornata nell'ignoto dal quale era sorta un giorno, per gioia e
-disperazione del nostro Mostardo.
-
-Ormai la Città del Capricorno era un luogo squallido e desolato per il
-povero eroe ed egli non ci si poteva più vedere.
-
-Un giorno decise di seguir Spadarella. Ella aveva una scrittura per
-Milano: sarebbe andato a Milano con lei e Spina Rosa.
-
-Ora, prima di partire, volle mettere a posto alcune cose che non poteva
-lasciare dietro di sè incompiute.
-
-Una sera si dette a passeggiare per una strada dalla quale doveva
-passare Paolo Corani. Quando Paolo Corani spuntò, non appena vide
-Mostardo tentò fuggire. Non gli fu possibile. Il Cavaliere gli
-fu sopra, lo prese per un braccio e lo attanagliò tanto forte da
-stroncargli l'ossa.
-
-— Mi fate male!... Lasciatemi stare!...
-
-— Vorresti che ti facessi bene?
-
-— Cosa volete da me?
-
-— Tu non sei degno di stare al mondo!
-
-Poi non disse altro, se lo mise sotto e lo lasciò con quattro costole
-rotte. Lo lasciò che si rotolava gridando in mezzo alla strada.
-
-Non gli fece pena. Aveva avuto ciò che si meritava e Spadarella era
-vendicata.
-
-Ancora, un'altra volta, si appostò vicino a una chiesa e aspettò.
-
-Ecco don Palotta, sorridente e paffuto.
-
-— Una parola, reverendo.
-
-Il reverendo sbiancò.
-
-— Sapete voi il male che mi avete fatto con le vostre vigliaccherie?...
-Siete un cristiano, voi?...
-
-— Ma... io...
-
-— No! Voi non siete un cristiano!
-
-E gli suonò prima uno schiaffo, poi due, poi cinque... Si fermò
-avvilito.
-
-L'altro non reagiva.
-
-— Per Bios!... Non c'è neanche gusto!... È lo stesso che battere un
-materasso!...
-
-Lo lasciò là con la sua faccia da pomodoro, senza neppur dirgli
-l'insolenza finale.
-
-Così aveva pareggiato i suoi conti; ora gli pareva di non aver più
-niente da mettere a posto. Poteva partire.
-
-
-E a Bucalosso che gli diceva:
-
-— _Cumpagno, viene la rivolusione!_
-
-Rispose:
-
-— A me non piacciono gli scampoli e la tua rivoluzione non sarà che uno
-scampolo.
-
-Bucalosso non capì: ma strinse un occhio per dimostrare la sua furberia
-e soggiunse:
-
-— _Lo digo anca me!_
-
-L'onorevole gli tenne un lungo discorso per convincerlo che il prossimo
-avvenire era gravido di avvenimenti di importanza decisiva.
-
-— Voi non potete mancare, Mostardo. Si farà la Repubblica.
-
-— Sì; ritornerò quando l'avrete fatta.
-
-E all'avvocato Suasia che gli domandava:
-
-— Dunque non ci credi?
-
-— Ci credo — rispose.
-
-— E allora perchè vai via?
-
-— Perchè voglio vedere il mondo.
-
-— Proprio adesso che abbiamo bisogno di te?
-
-— Ma non vi ho detto che ritornerò?
-
-— Quando?
-
-— Quando avrete fatto la Repubblica.
-
-E non si smosse; fu tetragono ad ogni tentativo. Voleva portarsi
-lontano il suo cuore esulcerato.
-
-
-Insieme a Spina Rosa, a Girolamo e a Stefano sfoderarono tutte le
-vecchie valigie che poteron trovare fra il solaio e la cantina.
-E incominciarono a studiare ciò che avevano da prendere e ciò che
-dovevano lasciare. Fu un'opera seria e lunga nella quale Rigaglia non
-potè mai mettere parola.
-
-Poi tutte le cose furono pronte. Non rimaneva che andarsene.
-
-La casa restava in consegna a Rigaglia, ma ben chiusa in tutte le sue
-parti. Girolamo e Stefano rimanevano a guardia del dolce giardino fra
-le torri.
-
-L'ultima notte dormirono tutti insieme in casa del Cavalier Mostardo:
-anzi nessuno chiuse gli occhi. Dovevan partire la mattina presto.
-
-Alle tre, prima dell'alba, Mostardo era già pronto. Andò a svegliare
-Rigaglia.
-
-— Alzati, brutto testone!
-
-Il brutto testone si alzò grugnendo.
-
-Quando fu pronto, il Cavaliere gli dette le ultime istruzioni.
-
-— Ricordati ch'io saprò tutto quello che farai.
-
-— Sì.
-
-— Ricordati che in casa mia non voglio contadini.
-
-— Sì.
-
-— E non vender tanti lunari a chi ti crede; perchè, e pare impossibile,
-è più ignorante di te.
-
-— Sì.
-
-— Ricordati che se predichi la rivoluzione dovrai essere sempre in
-prima fila dove si faranno le schioppettate.
-
-— Sì.
-
-— Ma tu ti nasconderai perchè sei vigliacco.
-
-— Sì.
-
-— Hai il coraggio di confessarlo?
-
-— Lo dite voi.
-
-— Va bene. Allora hai capito?
-
-— Sì.
-
-— Impara da me e non far l'imbecille!
-
-Ora stavano per mettersi in via.
-
-Spina Rosa piangeva.
-
-— _Ch' s'aviv da piànzar, cazzamata?_... (Che cosa avete da piangere,
-scioccona?).
-
-Spina Rosa non rispose.
-
-Era ormai vecchia e le pareva di porsi a una cosa tremenda, solo per
-dover salire in treno.
-
-Spadarella era gaia e il Cavalier Mostardo burbero.
-
-Girolamo e Stefano carichi di un monte di valigie, non facevan che
-guardare Spadarella.
-
-Rigaglia si guardava gli scarponi.
-
-_Tok-tok... tok-tok..._
-
-E seguiva la comitiva: la testa bassa e le mani annodate dietro le reni.
-
-Quando furono sulla porta, il Cavalier Mostardo disse a Rigaglia:
-
-— Valà, va a prendere una vettura.
-
-Si fermarono ad aspettare sulla strada. Tramontavano le ultime stelle.
-
-
-Qualcuno chiamava l'alba dal cortile.
-
-Il Cavalier Mostardo ebbe un scatto nervoso e rientrò dicendo:
-
-— Aspettatemi un momento. Torno subito.
-
-Giunse Rigaglia con la vettura.
-
-— Dov'è il padrone?
-
-— Viene.
-
-Non tardò molto. Quando comparve sulla soglia aveva la faccia
-rasserenata.
-
-— Adesso possiamo andar via.
-
-Rigaglia non chiuse la porta se non quando li vide svoltare in fondo
-alla strada.
-
-Allora tirò un sospiro di liberazione e si diresse al cortile.
-
-_Tok-tok... tok-tok..._
-
-Si fermò all'improvviso. Che cosa vedevano mai gli occhi suoi?
-
-Lungo disteso in mezzo al cortile, sobbalzante ancora negli ultimi
-spasimi dell'agonia era il gallo Francesco, il suo bel gallo, l'amore
-dell'alba e della luna piena.
-
-Il Cavalier Mostardo, prima di andarsene, aveva regolato l'ultimo
-conto: gli aveva tirato il collo.
-
-
- FINE
-
-
-
-
-DELLO STESSO AUTORE
-
-
- NOVELLE
-
- _Anna Perenna_ Treves, Milano
- _I Primogeniti_ » »
- _L'Alterna vicenda_ » »
- _Le novelle della guerra_ » »
- _La vigna vendemmiata_ » »
- _Le novelle di ceppo_ (_esaurito_) Quattrini, Firenze
- _Tre bimbe a vendere!_ Vitagliano, Milano
-
- ROMANZI
-
- _Il Cantico_ Treves, Milano
-
- IL CARNEVALE DELLE DEMOCRAZIE
-
- _Gli uomini rossi_ Treves, Milano
- _Il Cavalier Mostardo_ Mondadori, Roma
-
- AL TEMPO DEL CORE
-
- _L'ombra del mandorlo_ (10º migliaio) » »
- _Fior d'oliva_ (_in preparazione_) » »
-
- I ROMANZI DELLA POVERA VITA
-
- _Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella_
- (10º migliaio) Mondadori, Roma
- _Caterina dal doppio erre_ (_in preparazione_)
-
- POESIA
-
- _Solicchio_ Treves, Milano
- _Il passante_ Mondadori, Roma
- _Storie di immagini_ Istituto Edit., Milano
-
- TEATRO
-
- _Le tre fanciulle_ (commedia)
- _La masnada_ (dramma)
- _Il Cavalier Mostardo_ (commedia)
-
- VIAGGI
-
- _Il diario di un viandante_ Treves, Milano
- _Poeti di conquista_ Taddei, Ferrara
- _Da Comacchio ad Argenta_ Arti Graf., Bergamo
- _Il Gargano_ » »
- _L'Arno_ Alinari, Firenze
- _Ravenna la Taciturna_ » »
- _Un Tempio d'amore_ Sandron, Palermo
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] _Essere dentro_, locuzione comune in Romagna, e significa: essere
-in prigione.
-
-[2] _Nella Città del Capricorno, in quel di Romagna, è vezzo corrente
-chiamar «bastardi» anche i figli legittimi. Chi sa poi perchè!_
-
-[3] Scure, mannaia.
-
-[4] Errore facile, fra gli incolti, in Romagna. Da _Stifelius_ riescono
-a _vestito felius_ perchè _vstì_, in dialetto romagnolo, vuol dire
-vestito.
-
-[5] Esclamazione romagnola intraducibile. Corrisponderebbe ad un
-dipresso, a capperi!
-
-[6] _Pestapévar_ era la maschera della Città del Capricorno e
-una specie di Arena in legno, nella quale si tenevano comizi e si
-organizzavano danze indifferentemente.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Il Cavalier Mostardo, by Antonio Beltramelli
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CAVALIER MOSTARDO ***
-
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-
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-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
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-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
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-<body>
-
-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of Il Cavalier Mostardo, by Antonio Beltramelli
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-
-Title: Il Cavalier Mostardo
-
-Author: Antonio Beltramelli
-
-Release Date: June 10, 2020 [EBook #62367]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CAVALIER MOSTARDO ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-IL CAVALIER MOSTARDO
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-ANTONIO BELTRAMELLI
-</p>
-
-<p class="pad1 u large">
-Il Carnevale delle Democrazie
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-Il Cavalier Mostardo
-</p>
-
-<p class="pad6">
-<span class="small">ROMA — MILANO</span><br />
-EDIZIONI A. MONDADORI<br />
-5º MIGLIAIO
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-<i>PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>I diritti di riproduzione e traduzione sono
-riservati per tutti i paesi, compresi
-la Svezia, la Norvegia e
-l'Olanda</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Copyright by Casa Ed. A. Mondadori</i><br />
-<i>1922</i>
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="dedica">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-</p>
-
-<p class="title">
-IL CAVALIER MOSTARDO
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>A</i> <span class="smcap">Giuseppe Fabbri</span>, <i>amico fedele dai lontani
-anni della vita mia; tanto più vicino a me
-quanto più triste fu la vicenda della mia lotta assidua,
-voglio consacrato questo libro di passione nel
-quale ride e sorride, dalla malinconia alla violenza,
-l'anima iperbolica della gente nostra.</i>
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-</p>
-
-<h2 id="lettori">AI LETTORI</h2>
-</div>
-
-<p>
-<i>Avevo compiuto e stavo per licenziare questo
-libro, quando il Cavalier Mostardo mi manda la lettera
-che segue.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>La pubblico tale e quale lasciando all'epigone
-romagnolo l'intera responsabilità di quanto vi è
-contenuto.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ancora: la parola diretta di Mostardo potrà
-servirvi a chiarire lacune ch'io posso aver lasciato
-nel corso della narrazione.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>È, forse, un necessario compimento.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Valete.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Antonio Beltramelli</span>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-</p>
-
-<h2 id="parola">DOMANDO LA PAROLA...</h2>
-</div>
-
-<p class="indl">
-<i>Compagni</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>domando la parola per fatto personale!... Ecco
-il fatto personale: oggi non sono più quello di ieri!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ho letto questo libro nel quale Beltramelli mi ha
-voluto rifare, diremo così, per la consumazione del
-popolo; l'ho letto e, siccome bisogna sempre sopportare
-nella vita, starò zitto.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Però io vorrei sapere se sia proprio un esempio
-di finezza quello di spifferare alla gente gli affari
-intimi di un galantuomo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ho amato, e va bene; ma era necessario andarlo
-a raccontare?.. Che cosa ci ho messo io di
-più di quello che non ci mettano gli altri?.. E allora
-se si tratta sempre della medesima debolezza perchè
-voler aprire le finestre che dovrebbero rimaner
-chiuse?..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E protesto poi quanto più posso contro quella
-che Beltramelli chiama la</i> «cosa aristocratica»!...
-</p>
-
-<p>
-<i>Ma che cosa e non cosa aristocratica! Queste
-sono fandonie che se le sogna lui!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Mi ero innamorato di Mignon, è vero! Ormai
-lo sanno tutti e non mi fa vergogna dirlo. Ho sofferto
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-come un'anima dannata; ho avuto l'impudicizia
-di piangere; mi sono confuso con l'ultimo tamburiere;
-mi son fatto compatire anche da Rigaglia
-testone. È vero, è vero! Ma da questo a voler
-affermare che mi ero perduto per</i> «la cosa aristocratica»,
-<i>c'è un bel divario!.. Io sono stato
-sempre un autentico democratico; anche quando
-soffrivo le pene dell'inferno. E tutto il resto è fandonia,
-è bagatella, è facezia!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>L'aristocrazia non fa per me ed io non l'avrei
-cercata neppure fra le</i> segretezze <i>di Mignon. Parola
-d'onore!.. Mi potete credere, compagni, se
-ve lo dico. E protesto altamente contro quest'atto
-di accusa che vorrebbe guastarmi la riputazione!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ho buttato il mio cuore a una donna e dovevo
-sapere che se lo sarebbe mangiato. Ecco la mia
-colpa; ma capita tutti i giorni. E basta. Solo ho
-voluto mettere le cose a posto.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E se questo libro andrà in mano a Rigaglia
-che oggi è</i> «un pezzo grosso» <i>e tambureggia sui
-giornali e si fa largo a Roma, dove l'Italia ha più
-paura che in nessun altro luogo; se andrà in mano
-a Rigaglia che è sempre testone, anche se non porta
-più le scarpe coi chiodi, voglio che il vecchio versipelle
-tanto temuto e tanto accarezzato (bel coraggio
-hanno questi liberali!...); voglio che sappia
-che il Cavalier Mostardo è stato, è e sarà sempre
-il suo padrone tanto da vicino quanto da lontano.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Valà, poverino!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Se domani mi vien voglia di rimetterti sotto e
-questo io posso fare in due e due quattro!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E qualche volta voglio smascherarti.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ci conosciamo bene!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Altro che Lenin e Trotzki e Consigli del Popolo
-e Repubblica dei Soviet e consimili chincaglierie!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>La tua Dittatura?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Sì, provaci!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Io sono quasi quasi vecchio, però fin che campa
-il Cavalier Mostardo, tu Rigaglia, tu testone, tu
-versipelle, tu ignorante demagogico, tu brigante
-da strada, tu vagabondaccio egoista, tu truffaldino,
-tu idealista nelle tasche degli altri, tu tu non
-farai niente di niente. Te lo dico io!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E vigliacco sei!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E ti chiami Rigaglia!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ma non ti conosco?..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Sei nato Rigaglia, ti chiami Rigaglia e morirai
-Rigaglia!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ecco il tuo epitaffio.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Voglio farlo stampare sul portone di casa mia.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Il popolo, il vero grande popolo sono io.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Se a Roma ti prendono sul serio, io ti prenderò
-a schiaffi!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E tu, contro di me non potrai alzare un dito.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Sì, l'ho voluta la guerra; l'ho voluta e sono
-andato a combattermela, io!.. Perchè se accetto
-un'Idea, per la mia Idea butto via ogni cosa, io!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ma tu, tu?.. Tu hai fatto sempre quello che
-ti conveniva meglio: hai fatto il porco!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E ti ci sei trovato bene. Ed è diventata la tua
-professione nobilissima, vecchio versipelle!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Di' che non è vero, se puoi!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Di' che sono un prepotente!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ora ti han conosciuto anche i socialisti, chè
-ti sei buttato al Comunismo; e domani potrai anche
-essere prete; ma starai sempre a casa tua quando
-ci sarà da combattere.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Perchè non scendi per le piazze? Tu sei bravo
-per mandarci gli illusi, ma la tua pelle la tieni in
-conserva.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ah, ridi perchè sono fascista?.. Ma fatti vedere
-allora; vieni dove si fa del fumo, dove si può
-morire.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Avanti!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ti aspetto io solo; e te coi tuoi compagni.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Questa è la mia pubblica sfida a te, Rigaglia,
-padrone di Rocca-Canaglia. Ma non verrai; lo
-so benissimo che non verrai.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Però guarda che abbiamo scoperto il tuo domicilio.
-Sta attento a quello che dici o fai scrivere
-perchè, per poco che tu soffi o brontoli, ti preparo
-tale spedizione punitiva da farti ballare i tresconi
-sopra una piuma di struzzo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Sono uomo da farlo, io, e tu lo sai.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ringrazia Mussolini se fino ad oggi hai salvata
-la tua pelle d'asino, perchè io, tanto, ho giurato
-che voglio farmene un tamburo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Un bel tamburo da fracasso, che mi accompagni
-quando canterò:</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Ecco Rigaglia, testone,</p>
-<p class="i01">che non seppe far l'o con un bicchiere...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<i>E c'è chi ti prende sul serio, poveretto me!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ma, una di queste sere, la sentirai tu la serenata:</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Giovinezza, giovinezza,</p>
-<p class="i01">primavera di bellezza...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<i>e allora vorrei tu avessi un campanello per ogni
-pelo, per sentire la sinfonia della tua paura!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Tanto sei nato Rigaglia, ti chiami Rigaglia e
-morirai Rigaglia!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ecco!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Una parola ancora, compagni, e poi ho finito.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Io voglio bene a Mussolini, prima di tutto
-perchè è della mia razza, poi perchè l'ho conosciuto
-quando portava la barba ed era un simbolo piuttosto
-pauroso.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Per Bios!.. Allora non si andava d'accordo,
-ma bisognava rispettarlo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Oggi Mussolini è il mio padrone e mi piace.
-Però, con la mia sincerità in camicia, devo dirgli
-un cosa che non mi và giù.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E la posso dire perchè io sono stato sempre
-repubblicano, e</i> Repubblicano antico!
-</p>
-
-<p>
-<i>Ho voce in capitolo come dicono i</i> Signori
-della Cattedra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Dunque che cos'è, Mussolini mio, questa</i> Repubblica
-tendenziale?..
-</p>
-
-<p>
-<i>Spieghiamoci chiaro.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>La Repubblica non è una tendenza, per Bios!..
-Io non la vedo così. Rigaglia si, che è tendenziale;
-ma la Repubblica no e poi no!...</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>La Repubblica è un fatto storico. C'è sempre
-stata; c'è e ci sarà!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Domani la vedremo a Roma; e questo è vero
-come è vero Dio!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Dunque non è una tendenza.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Uno può tendere fin che vuole verso una cosa
-e non arrivarci mai.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ecco l'errore, Mussolini mio!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ma noi siamo arrivati.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Domani se io non ti dò più retta e mi metto
-in testa di far la Repubblica, per Bios se la
-faccio!..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Non sono mica più i tempi di una volta!..</i>
-</p>
-
-<p>
-La Repubblica è un'imminenza!
-</p>
-
-<p>
-<i>Non ti pare?..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Allora non sarebbe molto meglio dire:</i> Repubblica
-Imminenziale?
-</p>
-
-<p>
-<i>La parola sarà brutta, ma chi se ne importa?..</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Il fatto resta fatto!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E perdona al tuo vecchio Cavalier Mostardo,
-ma questa cosa dovevo dirtela.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Se non la dicevo, scoppiavo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Addio, compagni, ho finito.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Il vostro</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Cavalier Mostardo</span>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap1">CAPITOLO I.
-<span class="smaller"><i>Qui si riprende contatto con la vecchia coorte e si
-ritrovano Mostardo e Rigaglia.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Pochi eran rimasti della vecchia coorte. I più
-anziani avevano finito di banchettare e se n'eran
-iti alla morte, al riposo. Chiuso il libro del dare
-e dell'avere come privati, se non come uomini
-di caldo avvenire, avevano compiuta la traiettoria
-rapidamente, da quei bravi che si eran dimostrati
-nel mondo, secondo le dottrine loro.
-Non troppe smorfie e meno indugi. Morire bisognava;
-dunque fosse rapida la morte e tranquilli
-coloro ai quali restavano altri anni da vivere nel
-bel mondo armonioso. Dal più al meno erano stati
-sodisfatti nel loro legittimo desiderio.
-</p>
-
-<p>
-Bortolo Sangiovese se n'era andato una sera,
-dopo aver bevuto e mangiato a gozzoviglia. Ebbe
-un primo avviso in casa di amici; avvertì che un
-ingranaggio non agiva; notò la cosa ridendo ma
-rise di traverso. La bocca non gli tornò a posto.
-Si era fermata in una smorfia quasi tragica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gli domandarono:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa avete?
-</p>
-
-<p>
-Rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Ho... ho... credo di aver finito!...
-</p>
-
-<p>
-E aveva ragione. Gli amici attesero, un po'
-sconcertati; ma era festa e si beveva. Continuarono
-a bere. Solo le donne ebbero paura.
-</p>
-
-<p>
-— E se muore qui?
-</p>
-
-<p>
-— Ma non muore! Ha la pelle dura!
-</p>
-
-<p>
-Dissero questo ma vedevano che dentro gli
-occhi del vecchio celibe c'era un'ombra nuova e
-il riso di lui incominciava ad essere tetro. Mezza
-la faccia era già da spavento, per le donne. Allora
-decisero di condurlo via.
-</p>
-
-<p>
-Lo presero in due sotto le ascelle.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, Bortolo!
-</p>
-
-<p>
-— Dove mi conducete?
-</p>
-
-<p>
-— A casa. Avete bisogno di riposare questa
-sera.
-</p>
-
-<p>
-Bortolo guardò gli amici e rise ancòra; ma la
-tonda faccia era cianotica. Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Addio a tutti!... Ce ne andiamo!...
-</p>
-
-<p>
-Risposero:
-</p>
-
-<p>
-— Arrivederci!
-</p>
-
-<p>
-— No!... Arrivederci più!... Ce ne andiamo!...
-</p>
-
-<p>
-E gettava le gambe a caso come le avesse
-cionche. Ma era tranquillo e avrebbe voluto apparire
-sereno anche se la lingua non scolpiva più le
-parole e la voce gli gorgogliava in gola.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-</p>
-
-<p>
-Uscì senza cappello. Una donna lo rincorse
-e glie lo tese:
-</p>
-
-<p>
-— Prenda, signor Bortolo.
-</p>
-
-<p>
-— Tenetelo voi — rispose. — Io non ne ho
-più bisogno!
-</p>
-
-<p>
-Svoltarono per la lunga viottola che conduceva
-al suo villino.
-</p>
-
-<p>
-— Ci muore per strada! — disse uno.
-</p>
-
-<p>
-E Bortolo:
-</p>
-
-<p>
-— Fatevi core!...
-</p>
-
-<p>
-Smeraldina corse su l'uscio e si fece bianca.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è?... Signor padrone?...
-</p>
-
-<p>
-— Niente... niente!...
-</p>
-
-<p>
-Lo portarono su. Chiamarono un contadino
-perchè li aiutasse. Un'ora dopo, la cosa era spacciata.
-Bortolo Sangiovese aveva passata la linea.
-</p>
-
-<p>
-Be', e questo non destò che non mormorìo tra
-gli uomini della sua tempra e del suo sangue. Bartolomeo
-Campana disse:
-</p>
-
-<p>
-— Oggi a me, domani a te!
-</p>
-
-<p>
-E infatti il fato fu giusto perchè all'indomani
-toccò proprio a lui.
-</p>
-
-<p>
-Dopo il Campana fu Gian Battifiore ed altri
-molti. L'antica coorte si disperdeva. Veniva innanzi
-gente nuova: i ragazzi del giorno prima.
-Gente che aveva studiato e che portava un concetto
-diverso nella lotta.
-</p>
-
-<p>
-Poi il socialismo aveva fatto passi da gigante.
-Mezze le campagne ne erano inquinate e la repubblica,
-se voleva vivere, doveva acconciarsi alle
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-nuove esigenze, anche a costo di non essere più
-repubblica.
-</p>
-
-<p>
-Questo vedeva il Cavalier Mostardo, uomo
-di antica tradizione e, quando il mutamento avvenne,
-egli era sui suoi cinquantacinque anni.
-</p>
-
-<p>
-Cinquantacinque anni e un bivio! Un'ora centrale
-nella vita di un uomo par suo.
-</p>
-
-<p>
-Fino a quel giorno, o meglio, fino a qualche
-anno prima egli aveva signoreggiato e spadroneggiato.
-Il partito era nelle sue mani; ne disponeva
-come di un cavallo e di una femmina maligna
-perchè era un uomo forte. La sua forza era la sua
-virtù; la sua prepotenza, il suo diritto. Ed egli
-inoltre aveva imparato dai suoi maggiori, ad esser
-repubblicano senza preoccuparsi troppo del contenuto
-dell'idea repubblicana. La repubblica era una
-convinzione e una gioia e non un tormento come la
-riducevano i nuovi. Così ragionava.
-</p>
-
-<p>
-— Una volta... Eh, sì!... Una volta c'era
-meno Cattedra!... (Ecco la parola nuova che aveva
-conquistata; e gli serviva a derisione contro tutto
-ciò che non riusciva a capire). Meno Cattedra
-c'era!... La Repubblica!... Ecco quello che volevamo.
-Oggi si fan troppo chiacchiere. E quel socialismo?...
-Uomini senza passato. Vengon su dalla
-bottega... domani sono capipopolo. Peuh!... E i
-contadini, questa razza egoista che vede lume solamente
-attraverso ai baiocchi?... I contadini ci tradiscono
-perchè promettiamo meno dei socialisti.
-Ma dobbiam tener sodo. Mazzini e Garibaldi ci
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-insegnano. Poi non si arriva al socialismo se non
-attraverso alla Repubblica sociale. Hai capito?...
-</p>
-
-<p>
-Ed era sodisfatto; aveva detto quel che poteva,
-ma ormai era nato il dubbio anche nell'anima sua
-gioconda. Se i giovani del Circolo Mazzini lo trattavano
-con una certa superiorità non priva di disprezzo;
-se non era più chiamato ai segreti consigli,
-se anche nelle ultime elezioni comunali lo avevano
-bocciato mentre era riuscito consigliere un qualsiasi
-villano sceso da una parrocchia dei colli, doveva
-esservi indubbiamente una profonda causa. Altri
-forse si sarebbe rassegnato alla propria sorte; ma
-il Cavalier Mostardo, no. Come uomo egli apparteneva
-alla specie politica (specie tanto diffusa in
-Romagna) e a tutto avrebbe rinunziato fuorchè al
-potere. Così siccome molto si parlava di studio in
-quei tempi, il Cavalier Mostardo si decise a studiare:
-</p>
-
-<p>
-E anche questa era cosa più difficile a farsi che
-a dire.
-</p>
-
-<p>
-Consigliarsi non voleva. Ne' suoi cinquantacinque
-anni di vita aveva imparato che, a non voler
-far sapere una cosa, bisognava tenersela dentro. Se
-egli, puta caso, avesse chiesto in gran segretezza
-a Popolini o a qualcuno del conio, un consiglio
-circa i progettati studi, ne avrebbe avuto forse un
-consiglio ma anche la beffe al caffè e per le adunate
-serali. Poi avrebbe voluto prepararsi in silenzio,
-uscire un bel giorno con un discorso strabiliante,
-pieno di tutte le oscure cose che non riusciva
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-tuttavia nonchè a stabilire, a intravvedere; avrebbe
-voluto vendicarsi della sfacciata superiorità dei giovani
-e dimostrare che il suo ingegno anzichè spaventarsi
-di fronte alle nuove bazzecole, se n'era impadronito,
-le aveva superate. Oh, la gioia!... Ed
-esser solo in una grande assemblea, solo sul palco
-degli oratori, e la voce forte riempie la sala e i
-cuori; ritorna con gli applausi e gli evviva. Ah, la
-pienezza di un simile trionfo!... E in mente si costruiva
-brani di un discorso, parole calde, balzate
-dall'entusiasmo; e diceva e gestiva e s'investiva
-della sua parte, tanto in casa quanto per le strade,
-finchè qualcuno non lo ridestava ridendo.
-</p>
-
-<p>
-Alle domande degli amici rispondeva allora
-con una frase unica:
-</p>
-
-<p>
-— Ho dei pensieri!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo aveva dei pensieri! Nel
-paese se ne parlava e i curiosi andavano investigando
-per saper s'egli fosse per fallire. Tale gioia era
-vietata ai maligni. Gli affari del Cavaliere andavan
-franchi e spediti.
-</p>
-
-<p>
-La sua decisione allora dovè maturare e compiersi
-nel silenzio.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E il Cavalier Mostardo si dette a sfogliare
-i vecchi libri che aveva da anni ed anni in fondo
-a una cassa e dei quali non si era occupato mai.
-</p>
-
-<p>
-Una sera, dopo aver bene serrata la porta della
-stanza, incominciò, al lume di una candela, a studiare
-i frontespizi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-</p>
-
-<p>
-I titoli lo sorpresero; lo fecer meditabondo.
-Ecco: <i>il Conte di Montecristo</i>, <i>I tre moschettieri</i>,
-<i>La monaca di Monza</i>.
-</p>
-
-<p>
-Certo ne aveva sentito parlare; ma dove e
-quando?... Inoltre potevano quelle opere oscure
-giovare al suo compito?... Comunque fosse, le mise
-da parte e continuò l'esame.
-</p>
-
-<p>
-Ristette ad un tratto chè gli parve di non aver
-letto bene. Girò un libriccino da un canto e dall'altro,
-ne rilesse il titolo: <i>Il libro delli Re!</i>...
-Ma che roba è questa?...
-</p>
-
-<p>
-Era possibile che in casa di un repubblicano
-par suo potesse trovarsi un'opera simile?... Stette
-in dubbio e pensò a qualche brutto scherzo de'
-suoi compagni, per comprometterlo. Ma certo!...
-Perchè, puta caso, se la polizia avesse fatto una
-perquisizione in casa sua e fosse venuto alla luce
-quell'arnese, chi avrebbe tenuto i compagni suoi
-maligni dall'affermare ch'egli aveva trame segrete
-con la Monarchia? Però si incuriosì e volle vedere
-di che si trattava. Sfogliò le prime pagine. La
-stampa era un vituperio, tanto appariva minuscola.
-Rilesse:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Il primo libro delli Re</i>... — rimase pensoso
-e soggiunse: — Guarda che roba!...
-</p>
-
-<p>
-Continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Or il re David... — Il Re David?... Ma
-di quale nazione era re David se sui giornali non
-se ne sentiva parlare mai?... Egli ricordava vagamente
-un certo David che tirava i sassi... ma era
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-roba da sacra dottrina!... Non poteva trattarsi dello
-stesso signore. Continuò sempre più perplesso:
-</p>
-
-<p>
-— Or il re David divenne vecchio, e molto
-attempato: e, benchè lo coprissero di panni, non
-però si riscaldava...
-</p>
-
-<p>
-— Be' — fece il Cavalier Mostardo interrompendo
-la lettura — e che cosa vuol dir questo?...
-Maledetti monarchici!... Guardate qua, si preoccupano
-anche se il re ha freddo!...
-</p>
-
-<p>
-E scosse il capo gravemente a commiserazione.
-Ma continuò.
-</p>
-
-<p>
-— Laonde i suoi servitori gli dissero: Cerchisi
-al re, nostro signore, una fanciulla vergine...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo a questo punto scattò;
-e parlava a sè stesso:
-</p>
-
-<p>
-— Eh?... Di quali colpe si macchiano questi
-cani?... Come la chiameremmo noi, repubblicani,
-un'azione simile?... Ma dov'è il Presidente di
-repubblica al quale abbiamo mai cercato una vergine,
-noi?...
-</p>
-
-<p>
-Però, nonostante il suo furore, la cosa lo interessava
-chè voleva sapere come si sarebbe compiuto
-il fatto. Riprese:
-</p>
-
-<p>
-— ... una fanciulla vergine, la quale stia
-davanti al re, e lo governi, e ti giaccia in seno...
-</p>
-
-<p>
-Levò gli occhi dal libro e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Hai capito?...
-</p>
-
-<p>
-— ... e ti giaccia in seno, acciocchè il re, mio
-signore, si riscaldi.
-</p>
-
-<p>
-Commentò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma sicuro!...
-</p>
-
-<p>
-— Cercarono adunque per tutte le contrade
-d'Israel, una bella fanciulla: e trovarono Abisag
-Sunamita, e la condussero al re.
-</p>
-
-<p>
-«E la fanciulla era bellissima e governava
-il re...».
-</p>
-
-<p>
-A tal punto gettò il libro da parte e gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Questa è una porcheria!... Hai capito a
-che cosa riducono il governo questi monarchici?...
-Ma se un repubblicano scrivesse cose simili, per
-poco che potesse toccargli sarebbe la prigione per
-oltraggio al pudore!...
-</p>
-
-<p>
-Scostò con disgusto i libri, si tolse gli occhiali
-e uscì. Ma l'aria, ma la notte, ma il silenzio non
-vinsero le sue preoccupazioni. Ormai era preda di
-un assillo continuo: studiare, istruirsi. Doveva leggere,
-leggere. Tornò a casa e per tutta quella notte
-lesse.
-</p>
-
-<p>
-Lesse tutta la notte e consumò tre lunghe candele,
-ma quando ebbe finito <i>Il Conte di Montecristo</i>
-si domandò:
-</p>
-
-<p>
-— E adesso?...
-</p>
-
-<p>
-Infatti gli pareva di non saperne molto più di
-prima. Però bisognava convenisse seco stesso che si
-era divertito. Il diletto lo spinse a continuare. Così
-accadde che il Cavalier Mostardo, per prepararsi
-a una maggior vita politica, fosse gran lettore di
-romanzi. Ne lesse d'ogni risma e di ogni virtù;
-occupò in tale faccenda quasi tutte le sue notti.
-E non ebbe predilezioni, non si preoccupò di autori
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-o di generi; con la stessa agilità passò da Walter
-Scott a Guido da Verona; da Gabriele D'Annunzio
-a Castelvecchio. Gli piacquero tanto le avventure
-poliziesche quanto gli idillii; ma, dopo un
-mese di tale ginnastica, dovè fronteggiare una nuova
-crisi.
-</p>
-
-<p>
-Spuntò sul suo orizzonte la donna.
-</p>
-
-<p>
-Fino a quel tempo aveva vissuto come un <i>fuori
-sacco</i>. La parola era sua; o meglio l'aveva tolta
-dall'uso postale a significare la specialissima condizione
-di coloro che non s'adattano agli usi correnti.
-Fuori sacco era un ribelle, un anarca, un refrattario,
-uno sperduto, un vagabondo; fuori sacco era l'uomo
-che non accetta ciecamente ogni imposizione e
-coercizione sociale ma sì bene ritraesi in disparte
-e disapprova; non entra, insomma, nel sacco delle
-lettere commiste, ma viaggia per proprio conto in
-privilegiato disdegno.
-</p>
-
-<p>
-Come tale era passato adunque il Cavalier
-Mostardo nella vita, curando la donna solo per
-quella piccola parte che gli poteva convenire. Si
-era accorto sì e no della esistenza di lei. Oltre la
-politica, gli affari lo avevan tutto assorbito e sempre.
-A cinquantacinque anni egli era tuttavia celibe
-e forte. Doveva aprire e conoscere ancòra quella
-parte del libro della vita nella quale si ragiona e
-si canta d'amore.
-</p>
-
-<p>
-Troppo tardi? Il dubbio poteva preoccupare
-forse un uomo corrotto ed esperto, non lui.
-</p>
-
-<p>
-Cinquantacinque anni erano ancòra primavera
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-al Cavalier Mostardo. Gli occhi suoi lampeggiavano;
-i capelli e i mustacchi erano genuinamente
-neri; il corpo saldo; la mente pronta e la volontà
-e la forza. Ciò che faceva a venticinque e a trenta
-poteva fare a cinquantacinque anni. Non v'era fior
-di giovine che gli stesse a paro. Determinato il
-potere e nella coscienza sua e in quella del popolo,
-gli anni, il triste novero degli anni era svalorizzato,
-evaporava.
-</p>
-
-<p>
-Ciò ch'egli era nel tempo, era. Un buon querciolo
-con tutte le sue rame in ordine. E se strizzava
-l'occhio a qualche squillante ragazzona, sorpreso
-da un ondulare di lunate anche, se questo faceva,
-poffarbacco! che le gioconde non s'affibbiavan la
-gonna, nè torcevan la faccia! Sì ch'egli poteva
-fecondare una vergine, in comune gioia, al cospetto
-del popolo sovrano! E Mostardo era un segno popolaresco
-nella terra dagli enormi buoi.
-</p>
-
-<p>
-Ma questo era un giuoco. Un esempio sporadico.
-</p>
-
-<p>
-Compiuta la cosa, con lei si compiva la giornata
-ed ogni conseguenza. Le gioconde riprendevan
-la via della notte o dell'alba, senza bagattelle,
-senza parole spente. Un bel rossore sulla faccia
-e il cuore in pace. Pareggiato il dare all'avere;
-conti resi e pari e patta. Niente più. Il giorno dopo
-si riparlava di politica e ciò ch'era avvenuto nella
-notte era affare d'ombre e di stelle. Cosa secondaria,
-eccedente dalla serietà quotidiana.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma ora doveva essere cosa diversa. A quel
-punto della sua vita; date le nuove condizioni della
-lotta politica e la necessità di trionfarne, il Cavalier
-Mostardo sentiva di aver bisogno della donna
-scoperta nei romanzi. Gli ci voleva la donna guida
-e decorazione. Egli pensava che una bella ed elegante
-compagna avrebbe rialzato il suo prestigio,
-la dignità sua di fronte al popolo, poi anche un
-tardo istinto di perdizione lo spingeva al cimento.
-E voleva assaporare il frutto nuovo; sapere intimamente
-com'era... la cosa aristocratica.
-</p>
-
-<p>
-Poi nella fusione del suo sangue con quello di
-una donna superiore, non poteva esservi un principio
-di saggia politica... Un assaggio?...
-</p>
-
-<p>
-Sì, doveva tentare; era necessario.
-</p>
-
-<p>
-Inoltre quante mai cose nuove, insospettate, gli
-erano apparse attraverso ai suoi dolci romanzi. E
-che vita aveva egli vissuto se non aveva neppure immaginato
-l'esistenza di tanto miele?... Le belle
-parole, i bei pleniluni, le ville, i giardini, le angoscie...
-L'amore, insomma l'amore!...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ora il Cavaliere si teneva in casa da vent'anni
-e più un uomo che gli era servo e compagno, chiamato
-senza ragione e senza necessità Rigaglia.
-Puffone, il padre di lui, niente aveva a che fare
-coi visceri dei volatili. Perchè al figliuolo fosse
-toccato il battesimo di Rigaglia nessuno sapeva.
-Mistero nel grembo del fato. Nelle quotidiane
-contingenze l'uomo cinquantenne era per tutti
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-Rigaglia di Puffone; o meglio, nel patrio dialetto:
-Rigaja d'Puffôn. E si era acconciato al suo popolare
-battesimo.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia era contadino, figlio di contadini:
-pura razza intatta. Parlava di bestie e di raccolti e
-più spesso taceva. La politica gli si era incuneata
-nel duro cranio come un diritto, accanto alla superstizione
-e alla sorella ignoranza. Nemico di Dio,
-aveva inserito nell'angusto spazio occupato dalla
-divinità: <i>e' pòpul!</i> Il popolo: ciò è a dire <i>tutto</i>!
-Il popolo doveva impadronirsi dei campi e dei forzieri,
-questo il suo concetto. Ad antitesi del Popolo,
-i signori. Per Rigaglia era signore chiunque non
-vestisse alla sua foggia.
-</p>
-
-<p>
-Quest'uomo era battagliero nella massa; vigliacco
-nel caso sporadico. Da solo, si acconciava a
-discutere e ad aver torto; nella massa era un dannato
-eroe. Dannato eroe, ecco Rigaglia di Puffone
-dalla spessa fronte rugosa e dal grifo di porco.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo se l'era tratto dietro nei
-bei tempi della sua lotta più aspra, quando ancora
-lo spregevole moderatume accettava di combattere.
-Se l'era tratto dietro a guisa di cane, dalle campagne
-e gli era rimasto in casa.
-</p>
-
-<p>
-Due uomini in una grande casa deserta. Allora
-il Cavaliere, oltre alla politica, pensava ad
-arricchire. Trafficava in buoi, in cavalli, in granaglie;
-comprava e rivendeva case e poderi. Rigaglia
-gli fu necessario ne' suoi traffici: era uomo
-astuto e senza troppi scrupoli. Braccava l'occasione:
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-il fallimento, il dissesto e suggeriva l'affare.
-Molte volte fungeva da interposta persona
-quanto meno chiara era la cosa. Siccome anche
-il suo particolare peculio aumentava, aveva una
-spietata iniziativa. La pietà è virtù dei falliti
-senza dolo: Rigaglia non ne sapeva l'esistenza.
-Molte volte il Cavalier Mostardo doveva fermarlo
-per un residuo di pudore. Avrebbe venduto anche
-<i>e' pòpul</i>, se in ciò fosse stato il suo tornaconto.
-Così incominciò a rispettare la Cassa di Risparmio
-e gli piacque.
-</p>
-
-<p>
-E il Cavalier Mostardo arricchì. Vi fu giorno
-in cui potè contare su varie centinaia di migliaia di
-lire. Ciò gli fece sempre più affezionato Rigaglia
-che non pensava più ai campi e a Puffone, agricoltore
-di molto pelo. Anzi si allontanò dal padre
-perchè una volta gli chiese venti scudi.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia aveva il governo della casa: era
-cuoco, cantiniere, massaia, tutto. Ciò implicava un
-sistematico furto casalingo; ma il Cavalier Mostardo
-sapeva e taceva.
-</p>
-
-<p>
-Erano insieme da vent'anni e più; il piccolo
-e il grande, e insieme avevano fatto la fortuna loro.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap2">CAPITOLO II.
-<span class="smaller"><i>Il Cavalier Mostardo prende contatto con l'aristocrazia
-e sogna una nobile innamorata.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-— Dunque — disse il Cavalier Mostardo — mi
-aspetterai fino a mezzanotte; se a mezzanotte
-non sono ritornato va a letto.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene — rispose Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si squadrò nello specchio.
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuti i tappezzieri?
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuti.
-</p>
-
-<p>
-— Hanno messo in ordine le stanze?
-</p>
-
-<p>
-— Non lo so.
-</p>
-
-<p>
-— Come non lo sai?
-</p>
-
-<p>
-— Ma cosa volete m'intenda io di certe
-cose?... Hanno fatto del rumore lassù. Ecco!
-</p>
-
-<p>
-— Non hai veduto i mobili?
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho veduto niente.
-</p>
-
-<p>
-— Come?... Non sei stato presente?...
-</p>
-
-<p>
-— No!... Perchè non posso veder sciupare
-tanti quattrini!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo sorrise e si sorrise. Si
-vedeva tutto quanto nel grande specchio, in un'immensa
-cornice dorata. Si era vestito a nuovo. Abiti
-giunti quella stessa sera, di purissimo taglio inglese.
-Un solo vestito gli costava duecentocinquanta
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-lire!... Uno sproposito!... Però quale differenza!...
-Eccolo là, in fondo allo specchio, rinnovato!
-Un uomo distinto, veramente. Gli pareva
-di esser nato il giorno prima, anzi la stessa sera.
-E sotto lo sgargiante vestito, quale, ma quale
-cuore!... Tutte le quattro stagioni in un sogno!...
-Quattro stagioni e quattro primavere: quattro porte
-spalancate.
-</p>
-
-<p>
-— Venite... Venite, Cavalier Mostardo!...
-Ed eccolo in mezzo ai balli e fra le donne gentili.
-</p>
-
-<p>
-Eccolo ad ascoltare i sussurri:
-</p>
-
-<p>
-— Che bell'uomo!...
-</p>
-
-<p>
-— Quale portamento!...
-</p>
-
-<p>
-E c'era una strada per la sua fortuna, proprio
-nel mezzo del mondo, nel cuore dell'Universo.
-</p>
-
-<p>
-— Lo faranno deputato!...
-</p>
-
-<p>
-— Sarà ministro!...
-</p>
-
-<p>
-Ah!... E s'ingrandiva s'ingrandiva in fondo
-allo specchio, al centro della immensa cornice
-d'oro.
-</p>
-
-<p>
-— Quello che ho fatto, ho fatto!... Quello
-che ho voluto, ho voluto!...
-</p>
-
-<p>
-Parlava dentro di sè come in un teatro vuoto.
-Le sue parole risuonavano nell'area. Si ripercotevano
-nelle volte.
-</p>
-
-<p>
-— Quello che ho voluto, ho voluto!...
-</p>
-
-<p>
-Uno sciame di belle donne scollate, profumate,
-con certe mani e certi scarpini!...
-</p>
-
-<p>
-— Cavaliere!...
-</p>
-
-<p>
-— Cavaliere!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-</p>
-
-<p>
-Davvero! E sarebbe stato commendatore e
-più, perchè al mondo si può tutto.
-</p>
-
-<p>
-— Posso andar via? — domandò Rigaglia
-e interruppe l'incantesimo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, va via, va via! — gli rispose rudemente
-il Cavalier Mostardo. — Va via: togliti
-d'attorno!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non rifiatò; il viso atterrato, come soleva
-sempre, il capo curvo fra le grosse spalle se
-ne andò scarpicciando.
-</p>
-
-<p>
-— E domani cambiati le scarpe — aggiunse
-indignato il Cavaliere. — In casa mia non voglio
-vedere le scarpe coi chiodi.
-</p>
-
-<p>
-Impresse forza alle ultime parole. Incominciava
-a sentirsi grande.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Si tolse il cappello sulla marmorea soglia, non
-appena premette il bottone del campanello elettrico.
-Aveva fatto le scale pian piano, pian piano
-guardando le statue e le lampade.
-</p>
-
-<p>
-Chi glie lo avesse detto vent'anni prima!...
-</p>
-
-<p>
-— Tu, in casa dei marchesi Alerami... vicino
-alla signora...
-</p>
-
-<p>
-La porta si aprì. Ecco il cameriere gallonato.
-Lo conosceva bene, ma finse di non ravvisarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi... chi cerca?...
-</p>
-
-<p>
-— Sono in casa le signore?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Chi debbo annunziare?
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere stava per dire il suo nome, ma si
-trattenne. Offrì un biglietto da visita largo una
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-spanna. Allora, con poco tatto e con mal celato
-disprezzo, il cameriere lesse il nome:
-</p>
-
-<p>
-— Giovanni Casadei...
-</p>
-
-<p>
-Mostardo sentì un gelo improvviso. Non era
-più abituato al suo umile triste nome! Nessuno lo
-chiamava così: egli era per il popolo e per l'aristocrazia
-il Cavalier Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Certo in quel punto sentì ridestarsi i suoi fieri,
-impetuosi istinti di eroe popolare e si sentì prudere
-le indelicate mani. Ebbe un tuffo al cuore,
-arrossì, squadrò l'uomo dalla livrea e gli chiese
-in pretto italiano, non senza dignità di tono e di
-aspetto:
-</p>
-
-<p>
-— Chi vi ha insegnato a leggere i biglietti
-che vi danno?
-</p>
-
-<p>
-Il cameriere levò la faccia e sorrise con sufficiente
-malgarbo. Rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Se debbo sapere chi siete!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si contenne ancora, ma
-fece un passo innanzi.
-</p>
-
-<p>
-— Non è necessario lo sappiate voi, in primo
-luogo. In secondo luogo dovete darmi del lei!...
-</p>
-
-<p>
-Il cameriere aveva un risolino perfido. Domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?..
-</p>
-
-<p>
-— Perchè è il vostro dovere!
-</p>
-
-<p>
-— Io vi ho sempre dato del voi. Non siete
-il Cavalier Mostardo?
-</p>
-
-<p>
-— Io sono chi sono, hai capito?... E tu devi
-darmi del lei, altrimenti...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tese una mano, ma i suoi centri inibitori la
-trattennero a tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Be' — riprese — meno chiacchiere. Vai
-a dire alla signora che sono qui.
-</p>
-
-<p>
-Allora il cameriere volle giuocare il ripicco.
-Non solo non si staccò dalla porta, ma, intonata la
-voce alla maggior freddezza, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Questa sera la marchesa non riceve!
-</p>
-
-<p>
-Tentò di richiudere i battenti, ma proprio in
-quel punto una nodosa mano lo afferrò per il colletto
-della giacca, lo sollevò, lo trasse nel ripiano
-delle scale.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo, il colosso, lo teneva sospeso
-così a mezz'aria, a braccio teso.
-</p>
-
-<p>
-— Non muoverti — gli disse — e guardami
-bene!... E ricorda che se anche mi vedi vestito
-così, io sono sempre un fuorisacco!...
-</p>
-
-<p>
-Lo posò in disparte e varcò solennemente la
-contesa soglia. Tale fu l'entrata del Cavalier Mostardo
-nel palazzo dei marchesi Alerami.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Aprì la porta, fece un grande inchino e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Scusino se mi presento così!
-</p>
-
-<p>
-Fu accolto gaiamente come si conveniva a persona
-par sua.
-</p>
-
-<p>
-La marchesa Alerama disse:
-</p>
-
-<p>
-— Ha voluto incomodarsi subito...
-</p>
-
-<p>
-— Si figuri...
-</p>
-
-<p>
-— Si accomodi.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sedette e guardò.
-</p>
-
-<p>
-Erano circostanti cinque persone: tre signore
-e due signori. Fra le dame una sola era giovine
-e bella, ma il Cavalier Mostardo non la conosceva.
-</p>
-
-<p>
-Gli uomini gli eran noti. Li aveva avuti avversari
-politici molti anni prima, quando l'esecrabile
-clero pretendeva ancora di scendere in campo
-e chiamava i seguaci a raduno. Era primo il più
-vecchio, un certo conte Lanfranco d'Elmici, uomo
-sulla settantina, materialmente e moralmente intelito,
-dal naso a tagliacarte; anzi era tutto sottile
-e puntuto come un parafulmine; nella scala zoologica
-assomigliava al topo. Il secondo era battezzato
-nei libri araldici come Leone marchese della
-Futa e più semplicemente il marchese Futa: cognome
-insigne nei fasti cittadini dell'età di mezzo,
-ma non per questo meno pericoloso in tempi di furor
-democratico. Il popolo birbante e privo del
-delicatissimo senso correttivo che frena gli impulsi,
-non tornandogli grato quel Futa era ricorso a una
-parola quasi sorella, ma indegna, veramente!...
-Parola popolaresca, di vecchio conio, sguaiata e
-tonda.
-</p>
-
-<p>
-In compenso la classe ironicamente cortese, il
-medio ceto cittadino aveva corretto l'eccesso popolare
-ricorrendo alla cosmografia egizia e chiamava
-il nobil uomo col nome del dio che rappresenta il
-fuoco creatore, ciò è a dire Fta: il marchese Fta.
-Sottile distinzione fra il nome e il derivato.
-</p>
-
-<p>
-Orbene, costesto marchese Fta Leone aveva
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-sessant'anni ed era uomo di fierissimi propositi retrogradi,
-senonchè all'alta dignità della sua convinta
-essenza nuoceva un suo vezzo di raccontar
-come vere le cose sognate e di aumentar le vissute.
-Usando un termine volgare, lo si sarebbe detto bugiardo;
-ma, per non macchiare con tale parola
-il santo usbergo della sua tradizione, il suddetto
-medio ceto cittadino lo chiamava superatore. Sì,
-perchè superava la realtà; era oltre l'umile, vilissima
-verità dei fatti come sono e non come dovrebbero
-essere.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese Futa superava i fatti ed era naturalmente
-un superatore.
-</p>
-
-<p>
-In quanto a ingegno, nessuno si sentiva in grado
-di giudicarne. La sua misura e il saggio tacere e
-e la non mai offuscata dignità di volto e di persona
-lo ponevano a mezz'aria fra la pianura e la
-collina come uomo degno. Aveva sì una enorme
-biblioteca e un archivio di prim'ordine, ma ne era
-gelosissimo come della sua cultura della quale
-non parlava mai, che non dimostrava mai. E chi
-asseriva essere il marchese Leone un ignorante, o
-meglio un assente in cose di scienza, mentiva per
-la gola. Il marchese Leone, ad esempio, sapeva
-benissimo chi era Copernico e l'aveva detto una
-volta al «club»:
-</p>
-
-<p>
-— Copernico fu un arcidiacono che inventò
-il lunario!
-</p>
-
-<p>
-Meno male. La cultura conferiva dignità alla
-classe. Comunque fosse, fra il Cavalier Mostardo
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-e i due nobili, fu scambiato un freddo inchino e
-niente più.
-</p>
-
-<p>
-Più cortesi furono donna Alerama e la baronessa
-Judici. Quest'ultima anzi non si stancò di
-fissare con l'occhialetto il Cavaliere; e lo esaminava
-compiaciuta, sorridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Desidera un the? — domandò donna Alerama.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie — rispose Mostardo inchinandosi.
-</p>
-
-<p>
-Allora donna Alerama parlò alla dama più
-bella che stava in disparte e sfogliava un libro, ma
-le parlò in una satanica lingua della quale il nostro
-dabben uomo non riuscì a cogliere che un arruffio
-di molte consonanti fra qualche vocale. E pensava:
-</p>
-
-<p>
-— Però, come si parla diverso fuori di qui!...
-</p>
-
-<p>
-Poi donna Alberica, che era quella dell'occhialetto,
-gli rivolse la parola sempre sorridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Allora lei è un gran capopopolo?... È
-vero?...
-</p>
-
-<p>
-Quella domanda così a bruciapelo sconcertò
-il Cavaliere il quale, per non guardare in faccia
-donna Alberica, si guardò i calzoni e leggermente
-spolverandoli rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Oh dio... cosa vuole?... si fa quel che
-si può!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere non ebbe a notare in quel punto
-un sorriso maligno dei due gentiluomini.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì — riprese donna Alberica — lo
-sappiamo! La sua fama è giunta anche a noi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Fama?... — soggiunse il Cavalier Mostardo
-dubbiando. — Forse sarà anche fama...
-</p>
-
-<p>
-— E sappiamo benissimo come ella possa fare
-e disfare.
-</p>
-
-<p>
-— Fosse stato una volta!... — esclamò ingenuamente
-il Cavaliere e appena aveva pronunciato
-la frase che già ne era pentito.
-</p>
-
-<p>
-Donna Alerama frattanto sorvegliava, senza
-parere, la bella donna affaccendata intorno alla
-teiera.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè una volta? — domandò sempre
-sorridendo donna Alberica.
-</p>
-
-<p>
-E quel sorriso continuo, quasi esigente, puntato
-su di lui come una investigazione, finiva per
-turbarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto così — rispose — perchè una
-volta ero più giovane.
-</p>
-
-<p>
-— Ma lei non è vecchio!... — insinuò con
-dolcezza donna Alberica.
-</p>
-
-<p>
-Nel frattempo la bella creatura bionda gli si
-avvicinò e gli porse una tazza di the. Il Cavaliere
-la raccolse dalle bianche mani, compiaciuto. Già
-stava per accostarla alla bocca, quando con accento
-strano la dolce ignota gli domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Prego... latte?...
-</p>
-
-<p>
-— Oh dio... sì! — rispose il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Zucchero?...
-</p>
-
-<p>
-— Anche zucchero!
-</p>
-
-<p>
-— Quanti pezzi?
-</p>
-
-<p>
-— Ma... due... tre... quattro...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E «toast»?...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere guardò smarrito gli astanti e conchiuse:
-</p>
-
-<p>
-— Senta!... Metta tutto quel che vuole!...
-Per me fa lo stesso!...
-</p>
-
-<p>
-La dichiarazione impensierì le due dame e fece
-ridere la bella.
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto che fa lo stesso — soggiunse Mostardo — perchè
-sono di buona bocca!
-</p>
-
-<p>
-Passò un silenzio.
-</p>
-
-<p>
-Con un panino imburrato in una mano e la
-tazza nell'altra, circonfuso di tenerezza e di timore,
-il nostro eroe ristette e più non avrebbe parlato,
-se donna Alerama non gli si fosse accostata
-con soave garbo per dirgli:
-</p>
-
-<p>
-— Lei non sa ancora perchè ci siamo permessi
-di recarle disturbo invitandola qui...
-</p>
-
-<p>
-— Oh... non lo dica, marchesa!... — interruppe
-Mostardo. — Solamente l'onore!...
-</p>
-
-<p>
-E volle dar forza al discorso, secondo la consuetudine
-sua espansiva, levando un braccio; ma
-la tazza se ne risentì e il liquido spruzzò nei dintorni.
-</p>
-
-<p>
-— Non si preoccupi — fece donna Alerama. — Piuttosto
-vuol darmi la tazza?... Guardi... la
-metta qui...
-</p>
-
-<p>
-— Grazie — rispose Mostardo umiliatissimo — ma
-sono sempre un salame!...
-</p>
-
-<p>
-Per quanto il buon repubblicano cercasse affinare
-il linguaggio, non riusciva a disfarsi delle
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-parole centrali, necessarie al suo corredo come l'acqua
-alla vita.
-</p>
-
-<p>
-Le dame e i gentiluomini finsero non aver
-udito e donna Alerama continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Noi volevamo domandarle un grande favore.
-Vorrà farcelo?...
-</p>
-
-<p>
-— Ma per Bios!... E me lo domanda?
-</p>
-
-<p>
-— Noi siamo in un grave impiccio... — continuò
-donna Alerama. — Mio marito, che è partito
-poco fa per Roma, ha ricevuto in questi giorni
-molte lettere minatorie nelle quali lo si minaccia
-nella vita e negli averi... pensi, signore!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma cosa mi dice?... — fece il Cavaliere
-e si sporse puntando le mani sulle ginocchia e arcuando
-spropositatamente le ciglia.
-</p>
-
-<p>
-— Pensi!... Vivere sotto questa continua minaccia!...
-</p>
-
-<p>
-— Tempi nuovi!... — mormorò il marchese
-Futa.
-</p>
-
-<p>
-E il conte Lanfranco:
-</p>
-
-<p>
-— È la civiltà!... La più recente civiltà...
-</p>
-
-<p>
-— È un incubo dal quale ella, con la sua influenza — sottolineò
-donna Alerama; — col suo
-potere dovrebbe toglierci!
-</p>
-
-<p>
-— Per quel che son buono, signora marchesa,
-eccomi qua!... E faccia conto di parlare a un
-amico!
-</p>
-
-<p>
-— Grazie, signore!... Ero già informata
-della sua gentilezza a tutta prova!...
-</p>
-
-<p>
-— Già... Saremo del basso popolo, noi...
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-ma in quanto a cuore... — e si posò a fede e coscienza
-la larga mano sul più largo petto — in
-quanto a cuore... ce n'è qui... dentro la cassa!...
-</p>
-
-<p>
-— Ora il favore che vorremmo da lei consisterebbe...
-</p>
-
-<p>
-A tal punto il marchese Futa si fece innanzi
-e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Scusi se l'interrompo, donna Alerama, ma
-ella forse dimentica che i suoi coloni sono socialisti,
-mentre... il signore... — e indicò Mostardo — ... il
-signore, se non erro, è repubblicano...
-</p>
-
-<p>
-— Sì!... repubblicano antico... — confermò
-il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-E, come vide che la bella bionda, nel suo angolo
-taciturno, sorrideva, soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto antico perchè i moderni sono
-troppo cattedratici. Ora si fa la repubblica con le
-parole... noi la facevamo coi fatti...
-</p>
-
-<p>
-— Già, la spedizione di Castrocaro e di
-Monte Sassone... — chiarì Lanfranco D'Elmici
-e sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Eravamo tutti decisi a morire!... — interruppe
-il Cavalier Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Data la differenza di partito — continuò
-il marchese Futa — non so se il signore... potrà...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si sentì offeso dal dubbio
-e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Loro lascino fare a me!
-</p>
-
-<p>
-— Allora si tratta di questo — continuò donna
-Alerama — Ella conoscerà forse la nostra tenuta
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-di Badia... Abbiamo in quella tenuta, due contadini
-che la nostra coscienza, e anche l'interesse,
-non possono più oltre tollerare. Leghisti...
-</p>
-
-<p>
-E il Futa:
-</p>
-
-<p>
-— Irreligiosi!...
-</p>
-
-<p>
-— ... prepotenti, bestemmiatori, insopportabili
-insomma. Ora il nostro agente ha mandato il commiato...
-</p>
-
-<p>
-— Come ne aveva diritto!... — soggiunse il
-Futa.
-</p>
-
-<p>
-— ... e il commiato è stato giudiziario...
-</p>
-
-<p>
-— Benone!... — marcò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma crede sia giovato?... Quei manigoldi
-sostengono che non abbandoneranno i poderi,
-non solo, ma il nostro agente non può più
-presentarsi sull'aia perchè lo minacciano con gli
-schioppi!...
-</p>
-
-<p>
-— Ah, i tedeschi!... — sospirò il conte Lanfranco.
-</p>
-
-<p>
-— Un mese di tedeschi per questa gente e le
-cose sarebbero a posto!... — soggiunse il Futa.
-</p>
-
-<p>
-— Almeno non fatevi sentire!... — disse
-donna Alberica e riprese l'occhialetto a investigare
-il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Siamo a questo punto, signore mio! — riprese
-donna Alerama. — Le minaccie si aggiungono
-alle minaccie. Se faremo sfrattare i contadini
-dalla forza, le leghe ci boicotteranno i poderi e lei
-sa che cosa voglia dir questo!... Lei sa che tutte le
-viti saranno tagliate, gli alberi atterrati, sfregiate
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-le bestie, senza contare che nessuno vorrà più coltivare
-quelle povere terre...
-</p>
-
-<p>
-— E per paura!... — esclamò il Futa.
-</p>
-
-<p>
-— Paura o no, il fatto è questo. E d'altra
-parte come non mantenere il commiato?... Non
-parlo della dignità nostra, del nostro decoro...
-</p>
-
-<p>
-E il Futa:
-</p>
-
-<p>
-— Che deve andare sempre in prima linea!...
-</p>
-
-<p>
-— ... del nostro decoro; ma lei capirà che
-quella gente, che ormai si è fatta padrona in casa
-nostra...
-</p>
-
-<p>
-E il Futa con terribile ironia:
-</p>
-
-<p>
-— Ma è la lotta fra capitale e lavoro!...
-</p>
-
-<p>
-— Mi lasci continuare, Leone!... Il signore
-non capirà niente, così!...
-</p>
-
-<p>
-— Capisco capisco!... — fece il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Quella gente, dicevo, non solo non ci
-rispetterebbe più, ma si terrebbe tutti i frutti dei
-poderi.
-</p>
-
-<p>
-— Logica!... — conchiuse il Futa.
-</p>
-
-<p>
-— Poi non si tratta più dell'agente, ora, si
-tratta anche di noi. La nostra villa... sa?... Il
-Conventino?... è rimasta chiusa perchè in queste
-condizioni chi può arrischiarsi di andare in campagna?
-I contadini hanno giurato di incendiarla
-e hanno giurato di uccidere mio marito, o prima o
-dopo, di notte o di giorno, quando piacerà loro.
-Denunziarli alla Questura?... Il rimedio sarebbe
-peggiore del male, poi non potremmo avere sempre
-attorno i carabinieri o le guardie di pubblica sicurezza.
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-Farli arrestare?... Ma dietro di loro c'è
-tutta la lega e la Camera di lavoro e il Comitato
-centrale o che so io!... Sarebbe peggio. E allora?...
-Come fare?... Quale via scegliere per
-uscire da questa terribile situazione?... Ecco come
-ho pensato a lei!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere trasse un respiro e disse un:
-</p>
-
-<p>
-— Già!... — pieno di meditazione.
-</p>
-
-<p>
-— Abbiamo pensato a lei!... — soggiunse
-donna Alberica. — Solamente lei può toglierci da
-questa situazione penosa.
-</p>
-
-<p>
-— Ma, donna Alberica — disse il Futa — lei
-non pensa forse che il signore è repubblicano...
-</p>
-
-<p>
-— Oh!... Ma per Bios!... — esclamò Mostardo,
-seccato dal ritornello. — Quando lei
-ha detto repubblicano non ha poi mica scoperta la
-luna!... E se sono repubblicano, crede non mi
-sappia far rispettare?...
-</p>
-
-<p>
-— Il signore mi ha frainteso...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, alla fin dei conti, se mi ci metto...
-</p>
-
-<p>
-— Ecco! — insinuò donna Alberica — Era
-appunto quello di cui volevamo pregarla!
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerebbe convincerli... — disse mitemente
-il conte Lanfranco.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà difficile!... — mormorò Mostardo. — C'è
-la Lega!...
-</p>
-
-<p>
-— L'associazione a delinquere! — chiosò il
-Futa.
-</p>
-
-<p>
-— Come si chiamano i suoi contadini, signora
-marchesa?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dica lei, Lanfranco. Sono nomi tanto
-esotici!
-</p>
-
-<p>
-— Sono i Casaròt e i Féna — disse il conte.
-</p>
-
-<p>
-— Li conosce? — domandò donna Alberica.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, benissimo!... — rispose il Cavaliere. — E
-so chi sono. Naturalmente — soggiunse — non
-si saranno accordati per la mietitura.
-</p>
-
-<p>
-— Può immaginarlo!
-</p>
-
-<p>
-— E non vorranno la macchina dei gialli!...
-Si capisce!... Ma noi metteremo la guardia all'aia!...
-</p>
-
-<p>
-— La guardia?... — domandarono le signore.
-La bella bionda, la creatura che non parlava
-mai, alla quale nessuno rivolgeva mai la parola,
-che non pareva di questo mondo, si accostò
-di qualche passo e guardava sempre più intensamente
-il Cavaliere che era inebbriato da quello
-sguardo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, la guardia! — riprese. — Dieci uomini
-con lo schioppo, pronti a sparare anche se vedessero
-D... acco!... Oh!... Li ho scelti io!...
-Sono pellaccie. Decisi a tutto. Veri e propri fuorisacco.
-E le nostre biche le batteremo noi con le
-nostre macchine. I rossi non entreranno. Si farà
-battaglia.
-</p>
-
-<p>
-Donna Alerama disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sta bene, ma come convinceremo i nostri
-coloni ad abbandonare il podere?...
-</p>
-
-<p>
-— Ah! ma non ci sarà tanto da convincere!...
-Se vogliono far sul serio, si farà sul serio!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che vuol dire?...
-</p>
-
-<p>
-— Si capisce! L'incarico me lo prendo io!...
-</p>
-
-<p>
-— Per carità, signore!... Non intenderà compromettersi,
-spero!...
-</p>
-
-<p>
-— Il Cavalier Mostardo non si compromette,
-signora marchesa! Il Cavalier Mostardo non ha
-niente da perdere. Poi c'è il caso che mi conoscano
-e sappiano chi sono!
-</p>
-
-<p>
-— Questo sì! — disse il Futa.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... Lo sa lei?... — domandò
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Se anche non lo sapessi sarebbe facile indovinare.
-Basta vederla!...
-</p>
-
-<p>
-L'ignota bionda, per la prima volta interloquì
-e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Davvero!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo la guardò fin nei precordi,
-nel centro della vita, per dirle: — Tu sei la creatura
-che io cerco!... E bella sei, moscardina!...
-</p>
-
-<p>
-Ma il tempo passava. Oh, quanto leggero e
-pieno di vezzi!... Via si portava, il buon tempo,
-quell'ora inenarrabile, pavida sulla soglia di un
-grande avvenire. Perchè il Cavalier Mostardo
-aveva tutto veduto e considerato e si era fatto un
-suo piano di netti termini fra i quattro punti cardinali.
-</p>
-
-<p>
-Ecco, e ritornavano i suoi bei tempi quando
-Gian Battifiore reggeva i destini della gaia città
-del piano e Europa e Didino nascondevano i loro
-perplessi amori nella montagna, sotto le ali del
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-clero! Risorgeva nel mondo un sole repubblicano
-a massima gloria; e «rossi» e «gialli» maturavan
-la prova nella silenziosa vigilia.
-</p>
-
-<p>
-Ah, giovinezza, giovinezza!... Il cuore era
-grande come un'aia per ogni amorosa fecondazione
-e per ogni gioia e se v'eran passati cinquantacinque
-anni, lontane erano ancora le porte del secolo.
-Buon capitano si sentiva tuttavia il nostro Cavaliere
-ed amatore in compiuto assetto. Possibile ch'egli
-non dovesse vincere in ambo i campi?... E quella
-che lo guardava, misteriosa biondezza, quella creatura
-coi fiocchi, che guai a immaginarla ignuda, non
-era forse convinta della opportunità della cosa?...
-Sì, che gli occhi parlavano, lucernette celesti!...
-E aveva un certo ondeggiare del seno, nel bene
-assestato respiro, la bricconcella!... Pareva che,
-respirando, si ricamasse il desiderio di chi la guardava.
-Ah, maligni pertugi dischiusi sulle orografie
-del seno!... Perchè gli occhi sono cani e braccano
-sulla traccia dell'ombra. Ma giuocare a nasconderello
-con la propria santa dovizia non era bene. Un
-pover'uomo come lui doveva andarsene per le
-strade con certi spropositi battaglieri!... Ah, una
-chiara notte e loro soli!... Una discreta notte con
-una piccola lucerna!...
-</p>
-
-<p>
-— Carezza... soffiamo sul lume!...
-</p>
-
-<p>
-Ebbe un brivido e si destò alla voce petulante
-di donna Alerama. Fra un paravento ed un tavolo,
-nella più dolce penombra, la bella donna gli sorrideva
-ancora.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Allora... il signore se ne occuperà?... — domandò
-donna Alerama.
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti. L'ho promesso!
-</p>
-
-<p>
-— E quando avremo il piacere di rivederla?...
-</p>
-
-<p>
-— Non verrà a trovarci?... — soggiunse
-donna Alberica.
-</p>
-
-<p>
-Si levò e si distese i panni.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie. Verrò.
-</p>
-
-<p>
-— Per carità, signore, non si comprometta!...
-Non vorremmo essere causa...
-</p>
-
-<p>
-— Non abbiano paura. So dove vado.
-</p>
-
-<p>
-Tutti si levarono, furono scambiati i saluti, ma
-la bellezza misteriosa non si mosse, non pronunciò
-parola, accontentandosi di un leggero inchino.
-</p>
-
-<p>
-E, quando fu per le scale, il Cavalier Mostardo
-pensava ancora a questo e si disse:
-</p>
-
-<p>
-— Però che strana donna!... Non ha detto
-una parola. Qualcosa ci deve essere sotto... Ma
-chi sa che?...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap3">CAPITOLO III.
-<span class="smaller"><i>Dove Mostardo incomincia la lotta fierissima per
-l'Idea.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Rigaglia non approvò. Non calcolando il rischio
-bisognava por mente alla inutilità della cosa.
-</p>
-
-<p>
-— E quando vi siate messo nel pericolo cosa
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-guadagnerete?... E se vi danno una schioppettata?...
-Se nasce un sacrifizio?...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere, specchio più puro e schietto della
-razza, ripugnava dalla mentalità di Rigaglia.
-L'inutilità?... E sta bene. Anche s'egli non avesse
-impalmata la bionda misteriosa (o, senza impalmarla,
-goduta); se non avesse tratto altro vantaggio
-dalla cosa se non quello di far liete Alerama ed Alberica
-non sarebbe forse stato più Cavalier Mostardo
-che mai?... Era forse poco riconoscersi una
-volta ancora in sè stesso?... Aumentare Mostardo
-entro Mostardo riaffermando un sangue e un principio?...
-Era nato così, non c'era verso, e il suo
-popolo l'aveva amato così, riconoscendosi in lui.
-</p>
-
-<p>
-Ma queste cose non entravano nella zucca di
-Rigaglia. Rigaglia era contadino, uomo statico
-per altro e cocciuto, fermo a riconoscere quel che
-materialmente lo convinceva e niente più. Altro ci
-voleva a smuoverlo che non un'idea, se pur questa
-idea non si convertiva praticamente in un valore
-afferrabile a breve scadenza: mangiare o poter
-mangiare; supermangiare negli anni, e basta. Razzaccia!...
-</p>
-
-<p>
-Utile e inutile, che voleva dir questo?... Se
-al mondo c'era un Cavalier Mostardo non bastava?...
-Ed era Mostardo che digeriva il mondo,
-come colui che vi passava da padrone.
-</p>
-
-<p>
-Caspita, sarà poco!...
-</p>
-
-<p>
-Un Cavalier Mostardo nel mondo era già tutta
-una utilità. Affermazione di principii; lotta per i
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-medesimi; repubblica balenante; avvenire emergente...
-</p>
-
-<p>
-La morte?... Una capriola!... L'avevano
-fatta in tanti!... Dopo tutto erano più i morti che
-i vivi... dunque?... Se da tanti mai anni gli uomini
-si erano acconciati a nascere e a morire, non
-c'era davvero nessun bisogno di impressionarsi della
-cosa dopo tanto tempo. In ogni caso avrebbero dovuto
-pensarci i primi, coloro che eran comparsi
-sulla terra millanta e più anni fa! Coloro che si
-erano accorti, innanzi tutto, che bisognava andarsene
-e adattarsi ancora a star sepolti. Se la cosa non
-conveniva perchè continuare? Via, un bell'urlo e
-tutte le pecore nel burrone! Se c'era un Dio gli
-si poteva dire: «Gli uomini se ne sono andati
-perchè hanno visto che è tutto inutile!...»
-</p>
-
-<p>
-Macchè!... E dopo Mostardo sarebbe venuto
-Mostardino (il suo sogno!...); e Mostardino
-avrebbe avuti gli occhi di Mostardo! Non si è
-sempre vivi, perdio?
-</p>
-
-<p>
-Dice: ma finirà anche il mondo!... Sicuro!...
-Anche le carriole si consumano! Viene un bel
-giorno che dopo aver cigolato tanto e aver portato
-tanto mai sabbione, non ruzzolano più e si buttan
-via; ma non se ne fan forse di nuove?... È finita la
-razza delle carriole perchè se ne sono consumate
-a milioni?...
-</p>
-
-<p>
-Dice: ma di noi non rimarrà più niente; e la
-nostra fatica?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ecco!... La zuccaccia di Rigaglia!... E il
-guadagno?... E la mia fatica?...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo ci s'imbizziva.
-</p>
-
-<p>
-Ma che fatica!... O volete dunque avere un
-conto in partita doppia per tutto quel che fate?...
-Allora non si dovrà vivere perchè non si conosce
-l'amministratore della vita! E se Iddio si mettesse
-a pagare il sabato per far dispetto al clero, che cosa
-inventereste di nuovo?... Poi se Iddio non ci fosse
-e ci fossero solamente un Cavalier Mostardo e un
-marchese Futa? E se anche, per partita compiuta,
-il primo e il secondo non dovessero e non potessero
-far più delle loro mostarderie e futerie e tutto fosse
-finito?
-</p>
-
-<p>
-Bene, bisogna acconciarsi a far quel che si può,
-tutto quel che si può!...
-</p>
-
-<p>
-Che Mostardo viva e, se vive davvero, dietro
-di lui ne vivran diecimila perchè si è fatto un bel
-largo intorno!... Se vive Mostardo, la Romagna
-è dietro di lui, toltone gli inevitabili Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Andiamo avanti, da buoni soldati.
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzi, ci son io!...
-</p>
-
-<p>
-Ed era sì pieno di buona fede, nel mondo, che
-i ragazzi lo seguivan davvero.
-</p>
-
-<p>
-Egli non conosceva le estreme parole accorate,
-là dove non è che fosco perchè non è spirito ardente,
-e di sè faceva schermo a tutto, della grossolana
-materialità che ride.
-</p>
-
-<p>
-Ma era forte in sè racchiudeva uno scrigio.
-</p>
-
-<p>
-Qualche fulgore nella spessa ganga.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non si convinse, ma Mostardo sapeva
-già per qual via associarselo, pertanto non si curò
-di lui. Stava per attaccare la cavalla e andar a
-saggiare il terreno direttamente, quando riudì il
-tonfo degli scarponi di Rigaglia. (E non se li era
-tolti gli scarponi coi chiodi!...).
-</p>
-
-<p>
-— Signor padrone?
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è?...
-</p>
-
-<p>
-— C'è il signor Antonio.
-</p>
-
-<p>
-— Chi?
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato.
-</p>
-
-<p>
-— Fallo entrare.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Antonio Suasia? E che poteva
-volere da lui se da cinque anni ormai lo rifuggiva?...
-E le loro relazioni erano troncate. Non
-era forse dei <i>nuovi</i> il giovane avvocato elegante?
-E non aveva rinnegato, in lui, gli antichi sistemi;
-il cavallottismo ecc. ecc.?...
-</p>
-
-<p>
-Traversò il cortile e poco dopo furono di fronte.
-</p>
-
-<p>
-— Caro Mostardo...
-</p>
-
-<p>
-— Caro Suasia...
-</p>
-
-<p>
-— Toh!... — si disse Mostardo. — Siamo
-ancora amici!
-</p>
-
-<p>
-Si trattarono infatti come se avessero dormito
-nello stesso letto.
-</p>
-
-<p>
-— Sai perchè sono venuto?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna che tu ci aiuti!
-</p>
-
-<p>
-— Io?
-</p>
-
-<p>
-— Già...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E che posso fare?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto, amico mio, tutto!... Per noi ci vuole
-un uomo come te: risoluto, attivo, entusiasta.
-Anche iersera se ne parlava con l'onorevole...
-</p>
-
-<p>
-— È ritornato?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ier l'altro. Se ne parlava e abbiamo
-dovuto convenire che, all'infuori del nostro vecchio
-Mostardo, non c'è nessuno che faccia al caso
-nostro.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non avete pensato se Mostardo era disposto
-ad accettare!
-</p>
-
-<p>
-— Lo sappiamo che ora sei ricco e potresti
-anche vivertene in pace infischiandoti di tutto; ma
-sappiamo anche come il nostro vecchio Mostardo
-non diserti il campo nei momenti difficili!
-</p>
-
-<p>
-— Disertare no... ma...
-</p>
-
-<p>
-Voleva compiacersi, insomma, dell'inatteso
-trionfo. Dopo tanti anni, erano costretti ancora a
-rivolgersi a lui, al vecchio portabandiera.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Suasia gli battè una mano sulla
-spalla:
-</p>
-
-<p>
-— Mostardone mio, ora non mi fare il prezioso!
-</p>
-
-<p>
-— Tu mi conosci. Io sarò sempre in prima
-linea quando si tratti dell'<i>Idea</i>!...
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, e si tratta appunto di questo!
-</p>
-
-<p>
-— La battitura... — susurrò il Cavalier Mostardo
-strizzando un occhio.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Avevo indovinato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Posdomani usciranno le nostre macchine...
-</p>
-
-<p>
-— Sta zitto! — fece il Cavaliere ponendogli,
-ad amichevole vezzo, una mano sulla bocca. — Zitto!...
-Ho già pensato a tutto!
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu non sai...
-</p>
-
-<p>
-— Come non so?... Non mi conosci più
-forse?...
-</p>
-
-<p>
-— ... le condizioni di lotta...
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo non ha bisogno di essere guidato.
-Senza di voi ero già all'avanguardia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... i mezzi...
-</p>
-
-<p>
-— I mezzi?... Pfff! — e scoppiò in una risata. — Quali
-mezzi?... Che cosa vuoi dire?...
-</p>
-
-<p>
-— Se non mi lasci parlare...
-</p>
-
-<p>
-— Non importa. Ho già capito. Lasciate fare
-a me. Farò bufera!...
-</p>
-
-<p>
-— Hai organizzate le difese?
-</p>
-
-<p>
-— E per chi mi prendi?... Credi ch'io parli
-per parlare? Ho fatto tutto, ti dico!... Tutto
-quanto era possibile fare e non c'è testa di ferro che
-la spunti, te lo dico io!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma sai quante macchine usciranno?
-</p>
-
-<p>
-— Ventisette.
-</p>
-
-<p>
-— No, sono trentanove.
-</p>
-
-<p>
-— Be'... una più una meno...
-</p>
-
-<p>
-— Sai da quali aie si comincerà?...
-</p>
-
-<p>
-— Ho i miei informatori. Guarda... — e si
-frugò nelle tasche... — ecco qua il piano!
-</p>
-
-<p>
-Spiegò sotto gli occhi dell'avvocato Suasia una
-carta sdrucita e riprese:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che ne dici... eh?... Ci sono tutti?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì... tutti!...
-</p>
-
-<p>
-— Vedi se avevo preparato?...
-</p>
-
-<p>
-— Ma che farai?...
-</p>
-
-<p>
-— Lo saprete.
-</p>
-
-<p>
-— E non vuoi vedere l'onorevole?... Vorrebbe
-parlarti.
-</p>
-
-<p>
-— Lo vedrò dopo.
-</p>
-
-<p>
-— No, senti: questa sera ceneremo insieme.
-</p>
-
-<p>
-— Non posso!
-</p>
-
-<p>
-— È necessario! Bisogna intendersi...
-</p>
-
-<p>
-— Ti dico che non posso!...
-</p>
-
-<p>
-— Allora vuoi proprio troncati i ponti fra te
-e noi...
-</p>
-
-<p>
-— Va bene... quando sia per questo... accetto!!
-Ma ad una condizione.
-</p>
-
-<p>
-— Quale?
-</p>
-
-<p>
-— Che il mio piano sia rispettato!
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì!...
-</p>
-
-<p>
-— Che non mi si venga fuori con la cattedra...
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Suasia scoppiò in una risata:
-</p>
-
-<p>
-— La tua fobia!...
-</p>
-
-<p>
-— Ridi ridi, ma so quel che mi dico!
-</p>
-
-<p>
-— Allora a questa sera?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, a questa sera!...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Si fregò forte le mani e sputò. Purtroppo era
-un antico vezzo che gli era rimasto; un vezzo espressivo
-perchè lo sputo è qualcosa che si scaccia come
-un residuo di malumore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si trovò Rigaglia fra i piedi. Erano nel cortile.
-</p>
-
-<p>
-— Rigaglia?...
-</p>
-
-<p>
-— Eh?... — e non si volse. Guardava pensosamente
-la concimaia.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, un corno!... È questo il modo di
-rispondere?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ho detto?... — fece il meravigliato.
-</p>
-
-<p>
-— Hai detto... che sei un villanaccio!...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia tacque. Le parole non lo commuovevano;
-forse le busse e se eran sode.
-</p>
-
-<p>
-— Quando ti chiamo non si risponde: eh?...:
-si risponde: comandi?... Hai capito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo tentennò il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Già sei di razza di contadini!... — E,
-rifacendogli il verso: — <i>Sì!</i>... Sissignore, si
-dice!...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia pensava al concime. Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Lo volete vendere?...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Lo stàbbio.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ho il compratore.
-</p>
-
-<p>
-— Ne parleremo. Adesso devi andare dal
-Trancia e devi dirgli che venga qui con gli uomini.
-E fa presto.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si avviò adagio adagio tentennando
-il capo. Grugnì:
-</p>
-
-<p>
-— È una brutta faccenda!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che faccenda?... Che cos'hai da brontolare?...
-</p>
-
-<p>
-— Fate pure quel che volete, ma vi mettete
-in dei brutti passi!...
-</p>
-
-<p>
-— Tu sta zitto e... gamba!...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non pose mente all'avviso; continuò
-tranquillo, pacato, facendo risuonare i suoi scarponi
-sui ciottoli. Il qual suono richiamò l'attenzione
-di Mostardo:
-</p>
-
-<p>
-— E non se li è mica tolti ancora, gli scarponi
-coi chiodi, quel testone!...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il Trancia giunse e giunsero con lui: il Secco,
-l'Affogato, il Mosca, Giovannone della Piva, il
-Giovinaccio, Stangone di Meldola e il Cieco di
-Civitella.
-</p>
-
-<p>
-In tutto otto uomini e otto mascheroni da farsa
-e da tragedia.
-</p>
-
-<p>
-— Bravi! — fece Mostardo — E dov'è Polpetta?...
-</p>
-
-<p>
-— È andato a uccelli — rispose il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— E Granello?
-</p>
-
-<p>
-— Granello è dentro!<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>
-</p>
-
-<p>
-— Cos'ha fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Ieri sera aveva bevuto. Lasciò andare uno
-scapaccione a una guardia.
-</p>
-
-<p>
-La compagnia commentò l'impresa col suo
-spampanato riso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo di sopra — fece Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Si chiusero dentro a doppia mandata.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque voi, Trancia, vi fate responsabile
-di tutto?
-</p>
-
-<p>
-— Responsabile, sicuro... se non ci mettono
-le manette!...
-</p>
-
-<p>
-— I carabinieri non c'entreranno. È una lotta
-fra capitale e lavoro; siam fuori dalla legge. Ci
-aggiusteremo fra di noi. Però io non voglio che si
-sappia chi siete e quello che fate!
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuol dire?... — fece Giovannone
-della Piva. — Noi siamo gente onorata!...
-</p>
-
-<p>
-— Lasciamo andare!... — continuò Mostardo: — Ci
-conosciamo tutti, e qui non c'è nessuno!...
-</p>
-
-<p>
-— Ha ragione! — esclamò il Trancia. — Non
-ci conosciamo tutti?...
-</p>
-
-<p>
-— Be'! — riprese Mostardo. — Se sapessero
-il vostro mestiere...
-</p>
-
-<p>
-— Ma noi siamo... — ribattè Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! finiamola!... — gridò Mostardo. — Uno
-per uno vi posso dire quanto avete rubato,
-dove avete rubato, chi vi ha tenuto mano; e proprio
-te, Giovannone della Piva, te che frigni,
-avresti ragione di star più zitto perchè si sa benissimo
-chi aspettò dietro la siepe il fattore dei Soligni
-e chi gli sparò nella schiena!... E quella
-sera fosti veduto, anche se nessuno rifiatò, dopo!...
-</p>
-
-<p>
-Silenzio. Le parole di Mostardo cadevano in
-pieno nella coscienza degli otto ceffi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dunque parliamoci da amici e meno chiacchiere!
-Io vi ho fatto venire da lontano perchè
-non volevo che in città foste conosciuti. Voi non
-dovete essere chi siete, ma dei padroni!...
-</p>
-
-<p>
-Gli uomini si guardarono in faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Ho qui dei vestiti nuovi. Bisogna che vi
-togliate gli stracci che avete addosso e vi vestiate
-per bene.
-</p>
-
-<p>
-— D'accordo!... — fece l'Affogato.
-</p>
-
-<p>
-— Dovete capire che, trattandosi di un episodio
-della lotta fra capitale e lavoro, non voglio
-si possa credere che noi repubblicani, per scacciare
-le macchine rosse, ci appoggiamo su gentaccia come
-siete voi. Perchè voi non siete contadini e neppure
-operai... Dunque farete la parte dei padroni...
-Ognuno di voi avrà un podere da difendere... Formerete
-il primo pattuglione... l'esempio!... Vi
-daremo uno schioppo e una bicicletta. Batterete
-le strade e starete a guardia delle aie.
-</p>
-
-<p>
-— Intendiamoci bene! — soggiunse Mostardo. — La
-bicicletta e lo schioppo debbono essere
-restituiti. Non importa che qualcuno sogni di
-prendere il volo.
-</p>
-
-<p>
-— Permettete una parola? — fece il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— Dì pure.
-</p>
-
-<p>
-— I carabinieri ci lascieranno portare lo
-schioppo?
-</p>
-
-<p>
-— Giusta! Ma ho il permesso in ordine. Sono
-stato dal prefetto. Il mio pattuglione è legalmente
-costituito. Insomma si tratta di incoraggiare questi
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-padroni. Questi signori padroni che hanno paura.
-Se aveste un podere voi... eh, Trancia?...
-</p>
-
-<p>
-Un solfeggio di bestemmie commentò la cosa
-impossibile.
-</p>
-
-<p>
-Disse il Cieco di Civitella:
-</p>
-
-<p>
-— Noi siamo scarti!... Un osso e sotto la
-tavola!...
-</p>
-
-<p>
-— E questa rivoluzione quando si fa?... — domandò
-Stangone di Meldola.
-</p>
-
-<p>
-— Per adesso non importa parlarne — fece
-Mostardo. — La rivoluzione è una cosa grossa,
-cari miei!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma voi! — fece il Mosca — voi ci avrete
-detto venti volte che non passava l'anno e si faceva!
-</p>
-
-<p>
-— L'avrò anche detto... ma non potete capire
-tante cose perchè siete ignoranti. C'erano delle
-possibilità e sono passate. Bisognerà aspettarne
-un'altra... Quando si presenterà. Poi la rivoluzione
-non è mica un affare!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè... — domandò l'Affogato.
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè... perchè si sa!... Tu credi
-che, se farai la rivoluzione diventerai un signore,
-è vero?...
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!...
-</p>
-
-<p>
-— Già!... Guardate che liberale!... Ma la
-rivoluzione si fa per l'idea!...
-</p>
-
-<p>
-— E che cos'è questo?... — domandò l'Affogato.
-</p>
-
-<p>
-— È che tu non puoi capir niente!... Ma è
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-l'idea, cari miei. Sicuro, l'idea!... Voi non vedete
-che i quattrini... sempre i quattrini.
-</p>
-
-<p>
-— Intanto ve li siete messi da parte voi, i
-quattrini!... — fece il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— E tu fa altrettanto se ci riesci!... Poi che
-c'entra?... Si sa che si traffica al mondo! Questo
-è lavoro.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciamo andare! — fece il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— E sarà meglio!... — soggiunse il Mosca.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo li squadrò accigliato, si rizzò un poco
-sulla poltrona, battè l'enorme pugno sulla scrivania.
-</p>
-
-<p>
-— Si faceva per dire... — mormorò il Trancia,
-che sotto la bufera batteva in ritirata.
-</p>
-
-<p>
-— E te, avanzo di galera, tieni bene fra i
-denti la tua lingua!... E non ti venga voglia di
-dire una parola di più!... Tu sai quel che c'è di
-nuovo, altrimenti!... È perchè voglio aiutarvi, che
-fate questi discorsi, canaglie?...
-</p>
-
-<p>
-— Avrete capito male... — sussurrò il Mosca.
-</p>
-
-<p>
-— Io non voglio aver capito! Chè, se avessi
-capito, a quest'ora ti avrei incollato al muro con
-uno schiaffo!... Poi, qui, esigo la disciplina e
-pochi discorsi!... Se vi piace rimanete; altrimenti...
-fuori!...
-</p>
-
-<p>
-E distese con tanta forza il braccio verso la
-porta che gli otto ceffi chinaron la testa.
-</p>
-
-<p>
-— Ha ragione!... — mormorò il Cieco di
-Civitella.
-</p>
-
-<p>
-Ecco un giusto silenzio. Mostardo si riassettò
-e disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Adesso andate via!
-</p>
-
-<p>
-Qualcuno si mosse, altri no.
-</p>
-
-<p>
-— Non avete più bisogno di noi? — chiese
-il Trancia, umilmente.
-</p>
-
-<p>
-— Tornate questa sera alle nove. Intendiamoci:
-senza rumore e uno alla volta.
-</p>
-
-<p>
-Soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— E che nessuno abbia bevuto!... Gli ubbriachi
-li caccerò in istrada!...
-</p>
-
-<p>
-La mandra tacque e dileguò muta. Il Cavalier
-Mostardo sapeva ben condurre i suoi malandrini!
-Non per niente li aveva organizzati lanciandoli nel
-numero degli evoluti e coscienti.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-— E adesso a noi... — fece il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-E scese e attaccò la cavalla da solo, per non
-veder Rigaglia co' suoi scarponi.
-</p>
-
-<p>
-Già quell'uomo incominciava a pesargli. Zuccone,
-ignorante, con le sue quattro idee a girandola
-e sempre quelle!... Perchè avere in casa un
-uomo di quel genere, sempre in contrasto quando
-si trattava di progredire, di svecchiarsi, era un
-inciampo. E quella sua faccia da Re di coppe?...
-E l'impossibilità di raffinarlo un poco... di trascinarlo
-verso la civiltà? Macchè! Sempre sudicio
-che si covava la sua loja come una virtù primigenia.
-E voleva mangiare seduto sulle scale, col muso
-dentro la scodella, quel porcellone!... Come non
-sentire l'intima necessità di certe delicatezze?...
-Sedere a tavola, spiegare il tovagliolo sulle ginocchia,
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-non sorbire la minestra con quel fracasso da
-cateratta che eccitava i nervi fino allo spasimo?...
-Ma Rigaglia era una radice piantata dentro la terra
-co' suoi mille tentacoli; e tu stronchi la ceppaia
-ma il radicione cocciuto rimane là, conficcato nel
-duro, anche se non ha più l'albero sulle spalle.
-Che cosa gli si poteva insegnare?... Era terra da
-pentoli, quella!... Diceva sempre sì e no da quel
-fantoccione imbecille che era. Sì e no... e pensava
-ai suoi palanconi.
-</p>
-
-<p>
-Due paoli, tre paoli, quattro scudi, venti marenghi!...
-La sua scala andava dal paolo al marengo
-e non sapeva che quella. Su tali note si
-combinava le sue suonate. E che suonate erano!...
-Poveri marcantoni che le stavano a sentire!...
-</p>
-
-<p>
-Già l'aveva battezzato altra volta l'<i>uomo dal
-trombone</i>, alludendo al famoso Passatore. Ma il
-Passatore era un delicato brigante di fronte a Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Be', e bisognava decidersi a sbarazzarsene. Poi
-gli ci voleva veramente un cameriere col vestito
-nero, che sapesse aprir la porta a un signore... a
-una signora...
-</p>
-
-<p>
-E frattanto la cavalla trotterellava per conto
-suo, senza direzione prestabilita.
-</p>
-
-<p>
-— Ma dove mi conduci?... — fece ad un
-tratto Mostardo trattenendo la bestia.
-</p>
-
-<p>
-Era per la strada di Meldola, giusto verso i
-poderi della marchesa Alerami. Però non seppe se
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-tentar prima una via traversa. Pensò un poco e
-spinse poi la bestia a gran trotto.
-</p>
-
-<p>
-Si disse:
-</p>
-
-<p>
-— Prima bisogna sapere che cosa ha deciso
-Salvatore. Andremo da Salvatore.
-</p>
-
-<p>
-Svoltò per le piccole strade.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E le piccole strade sono fra il bacio dei campi,
-in quel di Romagna; e hanno due verdi gale lungo
-i fossatelli e anche un sentiero.
-</p>
-
-<p>
-Perdervisi!...
-</p>
-
-<p>
-C'è sempre l'ombra di un vecchio quercione
-e un casolare antico. Piane e tranquille, sono. Il
-paradiso dei cavalli stanchi. Vanno e si volgono,
-si aprono su quietudini di aie solitarie, si affratellano
-alle viottole senza ghiaie con due solchi di
-ruote fra l'erba. Vi passano i secoli come poveri
-col sacco del pane... e qualche cane abbaia. Anche
-certi canti di uccelli che non s'odono altrove...
-Anche certi richiami che s'udiron da bimbi, senza
-saper chi cantasse ma solo la chiarità. Forse la
-malinconia della terra... Forse il fervore della terra
-con la malinconia del cielo!... E dietro le canape,
-fra gli olmi... il lamento degli uccelli che non
-s'odono altrove.
-</p>
-
-<p>
-Lo spirito dei morti è là, nei campi orientati
-al meriggio, in tutta la terra foggiata secondo un
-pensiero, e in quel libro dell'uomo e della solitudine.
-</p>
-
-<p>
-Sei solo e con tutti. Ciò che è vita e tragedia
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-è pace. E il Tempio delle tue genti è di fronte a
-te, sconfinato. L'opera favolosa... Iddio!... E si
-allontana di filare in filare una piccola ombra che
-canta... Gli scalzi non fan rumore sulla nuda terra.
-Si conoscon nomi e nomi e nomi... e le piccole
-strade non ne hanno. C'è la casa di un uomo; c'è
-il campo di un uomo, c'è come in chiesa, quando
-sei solo: il tuo cuore e il tuo spirito e un barlume
-immemoriale, come dal principio del mondo, fino
-a te.
-</p>
-
-<p>
-Epperò chi passa sogguarda e raro è che le
-piccole strade si turbino. C'è un silenzio da core
-accanto all'umiltà della fatica. E le case e i quercioni
-segnano le tappe dell'uomo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Perchè si ricordò di Spadarella?... Eran sei
-giorni che non la vedeva quel campanellino, quella
-piccola cosa del suo cuore.
-</p>
-
-<p>
-Si ricordò di Spadarella. Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà che le compri un vestito, poverina!...
-</p>
-
-<p>
-E fissò in mente il negozio dove sarebbe andato
-e quanto avrebbe speso.
-</p>
-
-<p>
-Già... Spadarella!... Anche lei era ritornata
-dalla piccola strada nella sua memoria. Quando
-si vedono delle cose dolci e un po' tristi ritornano
-in mente le creature che non fan rumore.
-</p>
-
-<p>
-Se l'era quasi dimenticata fra tanti affari! ma
-lei, zitta, per non far credere di esser troppo esigente!...
-Zitta nella sua casina co' suoi diciassette
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-anni. E che cosa le aveva promesso ancora?... Ah,
-un ombrellino da sole... Rosso?... Sì, doveva
-essere rosso! Evviva sempre la repubblica!
-</p>
-
-<p>
-Già doveva prendersela sotto braccio una bella
-mattina e dirle:
-</p>
-
-<p>
-— Via, andiamo a fare le nostre spese!...
-</p>
-
-<p>
-Che cosa avrebbe risposto?... Bisogna sorridere
-quando si pensa a una gran gioia per così
-poco!...
-</p>
-
-<p>
-Spadarella faceva tesoro della sua gioia per
-venti, per trenta giorni, poi la liberava come se
-fosse una rondine. Bastava aprisse gli occhi a
-quel volo!... Allora non aveva più una parola
-che le restasse nel core. Doveva dirle tutte quante
-le sue parole, doveva ridere per venti, per trenta
-giorni. Era la sua domenica.
-</p>
-
-<p>
-Oh, ma che festa!... Anche a portarle un
-regalo di poca spesa vi saltava al collo, vi si appendeva
-al collo, vi carezzava come se foste la sua
-grande bambola alla quale confidava le sue cose
-più segrete. Perchè aveva ancora una bambola
-e non voleva metterla nell'armadio, come sarebbe
-stato giusto alla sua età.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciamela, zio!... Bisogna pure ch'io
-abbia un'amica!...
-</p>
-
-<p>
-— E tienla!...
-</p>
-
-<p>
-Cosa dire?... Dopo tutto doveva avere una
-amica.
-</p>
-
-<p>
-Da quando suo padre era rimasto laggiù, in
-Grecia, non aveva avuto più compagnia. Le vicine
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-di casa, sì; Spina Rosa anche, benchè fosse vecchia,
-povera Spina Rosa. Le restava un giardino
-per vivere... e vedeva gli avventori.
-</p>
-
-<p>
-Ma compagnia... quel qualcuno che ci è vicino
-la sera e la notte, che si chiama nel bisogno e nella
-paura... no, non ne aveva più, povero campanellino.
-</p>
-
-<p>
-Per quel visetto un po' bianco e per quelle sue
-mani di soffio era proprio una pena.
-</p>
-
-<p>
-Bisogna dargliela sempre una madre ad una
-bambina!... E il Venturi non ci aveva pensato.
-</p>
-
-<p>
-L'aveva lasciata in mezzo a un giardino come
-un fiore, senza accorgersi che sono appunto i fiori
-che hanno più bisogno di qualcuno.
-</p>
-
-<p>
-Lui?... che poteva far lui?... Se l'era presa
-a core come una figlia benchè il Venturi non glie
-l'avesse affidata prima di andarsene a morire, ecco
-tutto. Ma come si fa?... Certe cose non si possono
-vedere!... Non poteva mica pensare lui, forte e
-tranquillo, che quella bambina non avesse più nessuno.
-Chi le avrebbe detto:
-</p>
-
-<p>
-— Sentite, figliuola, queste e queste cose non
-si possono fare. Bisogna passar di qui, figliuola, e
-allegri!...
-</p>
-
-<p>
-E l'aveva lasciata, sì, con Spina Rosa ma con
-l'ordine di ricorrere sempre a lui per qualsiasi bisogno.
-</p>
-
-<p>
-E di tanto in tanto le portava la gioia. Ma era
-contenta di così poco, Spadarella!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<p>
-E la cavalla voltò nel giardinetto di Salvatore
-perchè da quella vecchia bestia assuefatta a tutte
-le strade sapeva che quella era la sosta.
-</p>
-
-<p>
-Una casa intima e serena.
-</p>
-
-<p>
-Una donna era seduta presso il muro e aveva
-una sedia innanzi a sè, con sopra il lavoro. Levò
-gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, Mostardo!...
-</p>
-
-<p>
-— Buongiorno, sposa!... C'è Salvatore?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì. È in casa che fa i conti.
-</p>
-
-<p>
-— Volete chiamarlo?...
-</p>
-
-<p>
-Mostardo non discese dal biroccino. La cavalla
-brucò la gramigna.
-</p>
-
-<p>
-Salvatore fu sulla soglia. Un uomo tarchiato;
-vermiglio e gioviale. Era in maniche di camicia,
-senza cappello.
-</p>
-
-<p>
-— Volevate parlarmi, Mostardo?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì... una parola.
-</p>
-
-<p>
-Salvatore si accostò al biroccino e si appoggiò
-al parafango.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è di nuovo?
-</p>
-
-<p>
-— Sono stato dalla marchesa...
-</p>
-
-<p>
-— Voi?... — fece Salvatore, e rise, stupito.
-</p>
-
-<p>
-— Mi ha mandato a chiamare!
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna accomodare la cosa dei Casaròtt
-e dei Féna!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà difficile.
-</p>
-
-<p>
-— A questo penso io. Voi dovete dirmi solo
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-se avete stabilito qualche cosa circa la faccenda
-delle macchine.
-</p>
-
-<p>
-— Io ho battuto sempre con le macchine gialle.
-</p>
-
-<p>
-— E quest'anno?
-</p>
-
-<p>
-— Quest'anno farò come gli anni scorsi.
-</p>
-
-<p>
-— Giustissimo!... Ma i Casaròtt e i Féna?...
-Che cosa dicono?...
-</p>
-
-<p>
-— Che non le vogliono.
-</p>
-
-<p>
-— Benone!... Ecco quello che volevo sapere.
-</p>
-
-<p>
-— E voi credete di riuscire?
-</p>
-
-<p>
-— Perdio!
-</p>
-
-<p>
-— Lo crederò quando avrò visto. Io avevo
-già disposta una somma perchè i carabinieri...
-</p>
-
-<p>
-— Non ci sarà bisogno dei carabinieri. Addio,
-Salvatore. Grazie.
-</p>
-
-<p>
-— Ma voi — insistè l'agente seguendo a
-passo il biroccino fin sulla strada; — voi, che cosa
-pensate di fare?...
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe lunga a contarvela. Vedrete.
-</p>
-
-<p>
-— State attento, Mostardo!
-</p>
-
-<p>
-— Amico mio, prima di tutto l'idea, poi la
-pelle!
-</p>
-
-<p>
-— Dite bene! — fece Salvatore ridendo. E
-rimase in mezzo alla strada a guardare Mostardo
-che si allontanava al trotto della sua buscalfana,
-fra le siepi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap4">CAPITOLO IV.
-<span class="smaller"><i>Il Cavalier Mostardo rientra trionfalmente fra gli
-eroi della Cattedra.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-L'onorevole gli aveva parlato a lungo, con
-decoroso riguardo. Gli aveva stretto la mano con
-fermezza. Gli aveva detto:
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo! — ma con una intonazione
-particolare come a condir la parola, di profonda
-stima e di inalterabile amicizia.
-</p>
-
-<p>
-Ora il Cavalier Mostardo era forastico se lo
-carezzavan contro pelo; ma se lo lisciavano pel
-verso giusto diventava tutto color di rosa e trasparente.
-Anche questo si doveva al suo terribile dubbio
-perchè era giunta l'ora per lui di misurarsi ben
-diversamente che non coi suoi metodi da ciclope.
-E il dubbio lo teneva perplesso e non sapeva se
-desistere o gettarsi a capofitto nell'avventura. In
-tale peritanza, tutto che poteva fargli capire di
-essere ben al di sopra di Rigaglia, lo illimpidiva,
-lo burrificava.
-</p>
-
-<p>
-L'onorevole aveva concorso all'opera degna e
-con gli atti e con le parole e con le considerazioni
-altissime, esposte con quel tale garbo fiero e meditativo
-il quale vi concentra nel «sì!» prima ancora
-di aver inteso. Perchè i pensieri vanno via vestiti
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-a incontrare la testa degli uomini e, se veston bene,
-chi li riceve li ha per solenni anche se non sa chi
-siano e che vogliano.
-</p>
-
-<p>
-Ecco, l'onorevole licenziava i suoi pensieri così.
-Erano come chiese addobbate con molti addobbi.
-Diceva certe parole veramente politiche che Mostardo
-gli invidiava come una bella donna. Ed era
-concentrato (il nostro Cavaliere ne studiava le
-forme) chiuso in una interiorità insondabile. Tutto
-ciò metteva in volume la sua affettuosa deferenza.
-</p>
-
-<p>
-Però Mostardo si sentiva maligno un poco, per
-quella minimissima parte satanica della quale poteva
-disporre. Pensava s'egli avrebbe saputo sostenere
-quella parte e, guardando così a occhio e croce,
-gli pareva che sì. Alla Camera la cosa non era
-diversa. Bastava parlar poco o mai, o buttar via,
-di quando in quando, e sopratutto nei tumulti, una
-frase clamorosa. Ad esempio:
-</p>
-
-<p>
-— Evviva l'ottantanove!...
-</p>
-
-<p>
-Oppure:
-</p>
-
-<p>
-— A morte l'Austria!...
-</p>
-
-<p>
-L'Austria?... Si poteva dire a morte l'Austria,
-dentro la Camera?... E se non si poteva, tanto
-meglio. Per Bios!... A morte l'Austria!...
-</p>
-
-<p>
-Veramente l'onorevole non si era mai lasciato
-andare a un grido simile, ma lo avrebbe lanciato
-lui, lui genuino cuore di piazza e di popolo, illustre
-per oscura discendenza, principio e cacume.
-</p>
-
-<p>
-Questa anche era una parola del suo corredo.
-Trovatala un giorno in un romanzo, gli era parsa
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-di corrotta origine, ma, chiarito il dubbio sul vocabolario,
-l'aveva accolta con entusiasmo e se ne
-serviva anche nel parlar comune quando voleva far
-fede della propria coltura.
-</p>
-
-<p>
-Nonostante tutto questo (è ben giusto che un
-uomo pubblico pensi di raggiungere un seggio fra
-la masnada di Montecitorio) egli fu il più docile
-uomo e il più disposto a patire per l'uman bene.
-</p>
-
-<p>
-Doveva sacrificarsi?... Eccolo pronto!
-</p>
-
-<p>
-— Onorevole, son qua come una volta, quando
-il partito aveva bisogno di me!...
-</p>
-
-<p>
-L'onorevole sorrise e ammiccando incominciò:
-</p>
-
-<p>
-<i> — Ecco Mostardo, nobilissimo conduttiere et
-capitano di ventura...</i>
-</p>
-
-<p>
-La brigata rise e l'avvocato Suasia continuò:
-</p>
-
-<p>
-— ... <i>homo molto pronto et valoroso. Lo quale
-si gloriava che nelle battaglie diverse aveva avuto
-cento ferite nel suo corpo, delle quali mostrava le
-cicatrici; tanto fu animoso che non istimava pericolo
-di morte, et a la sua forza non credeva altri
-fesse resistenza, et più et più volte combattè a corpo
-a corpo...</i>
-</p>
-
-<p>
-Concluse l'ingegnere Fias:
-</p>
-
-<p>
-— ... <i>et sempre vinse!...</i>
-</p>
-
-<p>
-Seguirono svariati commenti interpuntati da
-risa.
-</p>
-
-<p>
-— E mi sapete dire — fece Mostardo accettando
-lo scherzo — se questo capitano ci sia stato
-davvero?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Come?... — fece l'avvocato Suasia. — E
-vorresti mettere in dubbio l'esistenza di colui
-dal quale discendi per li rami?...
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo detto altrimenti Mostarda!... Perilio
-Mostarda!... Il sepolcro di questo vostro antenato — disse
-pacatamente l'ingegnere Fias — è
-a Roma, in San Pietro, dove fu sepolto a grande
-pompa.
-</p>
-
-<p>
-— Dite davvero?
-</p>
-
-<p>
-— E lasciò nei suoi buoni castelli della Marca,
-due figliuoli: Lodovico e Giovanni. È da costoro
-che voi discendete.
-</p>
-
-<p>
-— Ma scusi — fece Mostardo — io mi
-chiamo...
-</p>
-
-<p>
-— Vostra madre è stata l'ultima Mostarda
-della Romagna. Era povera... commise un fallo...
-</p>
-
-<p>
-— Bubbole!...
-</p>
-
-<p>
-— Questa è storia!... Commise un fallo e vi
-partorì. Dopo, non avendo mezzi per nutrirvi, vi
-portò alla ruota.
-</p>
-
-<p>
-— E allora perchè mi han chiamato Casadei?...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè la pentita volle rimanere nell'ombra.
-Posso assicurarvi che il vostro vero nome è
-Perilio Mostardo come l'antenato vostro glorioso.
-</p>
-
-<p>
-Come non credere all'ingegnere Fias, corretto,
-flemmatico come un inglese di buon sangue?... Ed
-era calvo per giunta, ciò che conferiva alla sua
-serietà un'augusta platea. Imperturbabile nel gesto,
-nel tono della voce, sempre spenta, nella linea del
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-viso adorno da una barbetta a punta, fin anche nel
-modo di reggere la piccola pipa di radica, veniva
-catechizzando il nostro gigante che più non sapeva
-se era luce od ombra quella che gli si muoveva
-intorno. E domandò peritando:
-</p>
-
-<p>
-— Lei... ha forse qualche documento...
-</p>
-
-<p>
-Un sommesso riso corse la stanza.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho detto, io!... — fece Mostardo trionfante. — L'ho
-detto che sono bubbole!..
-</p>
-
-<p>
-— Bene — riprese sempre serio l'ingegnere
-Fias. — Quando vorrete ne parleremo all'avvocato
-Relli che raccoglie ogni memoria cittadina.
-L'avvocato saprà mostrarvi anche i documenti.
-</p>
-
-<p>
-— Sì!... Lo avvisi che li tenga pronti!...
-</p>
-
-<p>
-— Meriteresti davvero di essere un qualsiasi
-Casadei — disse l'avvocato Suasia — e di avere
-nel tuo stesso nome il marchio del clero!
-</p>
-
-<p>
-— Che marchio? che clero?... — fece Mostardo
-punto dall'inopportuna allusione.
-</p>
-
-<p>
-— È chiaro. <i>Casa dei</i>, casa di Dio... la
-chiesa.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo rimase pensieroso. Disse, dopo una
-pausa:
-</p>
-
-<p>
-— Però che infamie si commettono su dei
-poveri innocenti!...
-</p>
-
-<p>
-Anche l'onorevole rise.
-</p>
-
-<p>
-— Del resto a te che importa? — riprese
-Suasia — Tu sei sempre stato e sempre rimarrai
-Mostardo Perilio, ovvero il Cavalier Mostardo, a
-gloria e onore della Romagna.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Avete nei fasti della vostra famiglia gloriosissime
-imprese. Voi foste encomiato come liberatore
-d'Italia e restauratore dell'antica disciplina
-dell'armi e dell'italico valore dopo la disfatta che
-infliggeste ai bretoni nel 1378. Voi affrontaste l'imponente
-esercito di Lodovico d'Angiò nel 1382
-mentre tutta l'Italia era impaurita. Voi conquistaste
-alla Chiesa...
-</p>
-
-<p>
-— Ah, questo no!... — gridò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— ... conquistaste alla Chiesa le città di Ascoli
-e di Assisi. Infine...
-</p>
-
-<p>
-— Ma che c'entro io?...
-</p>
-
-<p>
-— ... infine, combattendo con gli Orsini contro
-i Colonna espelleste da Roma Re Ladislao.
-Fin d'allora si rivelava l'anima repubblicana della
-vostra schiatta. Scacciaste un Cesare da Roma e
-vi aleggiò sulla grande testa il prisco spirito di
-Bruto. S'intende — riprese Fias — non sulla
-vostra, ma sulla grande testa della famiglia.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo un poco nicchiò, un poco rise ma,
-in fondo, vagheggiava tale illustre discendenza.
-</p>
-
-<p>
-— Del resto — fece l'onorevole — non sono
-gli antenati che fanno l'uomo di valore, ma le
-opere sue. Voi siete stato e sarete certo, nel prossimo
-e nel futuro, più Mostardo del vostro predecessore.
-</p>
-
-<p>
-— Ora sì che dite bene!... — esclamò il
-cavaliere. — Ognuno è quello che è... fa quello
-che fa... come un cavallo. I padri sono i padri e
-i figli, i figli!... Ma voler giudicare un figlio da
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-un padre non è mai giusto. Voler poi far grande
-il figlio dalle opere che non appartengono al figlio,
-sarebbe un vero cacume!...
-</p>
-
-<p>
-La risata che rintronò, coprì il Cavalier Mostardo
-come di un battesimo vermiglio.
-</p>
-
-<p>
-La parola sulla quale aveva calcolato per l'effetto
-doveva essere per davvero una qualche porcheriola
-indegna.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... che cosa ho detto?... — domandò
-pieno di smarrita imperizia. — Non si dice
-cacume?...
-</p>
-
-<p>
-E come gli altri continuavano nella loro solfa,
-pensò di uscir dall'imbarazzo ritornando quello che
-sempre era stato, il gaudioso colosso in fervore ed
-in sete; e, per non più smarrirsi ed essere certo
-del fatto suo, interloquì, questa volta, in dialetto:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Sò... dasìm da bé' e fasìla curta!...</i> (Su...
-datemi bere, e fatela corta!...).
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Poi le cose volsero al grave. Si parlò grave
-con noccoluta sapienza. Si discusse di un nuovo
-partito e l'onorevole lo definì: «<i>un fermento di
-letteratume</i>». Mostardo drizzò le orecchie. Ecco
-i punti oscuri e le strade per Roma!... Bisognava
-penetrare, intendere, impadronirsi. Il mondo non
-finiva certo nella Città del Capricorno. (Il Capricorno
-è casa di Saturno ed esaltazione di Marte;
-l'uno dà la speculativa, l'altro il valore).
-</p>
-
-<p>
-— Questi poeti!... — fece l'onorevole (oh,
-di quanto disprezzo si inturgidì la parola!...). — Questi
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-poeti perdigiorno che per essere stati nulli
-anche in quella misera cosa che è la letteratura,
-passano con disinvolta facezia alla politica e creano
-un partito...
-</p>
-
-<p>
-— Veramente non hanno creato niente di
-nuovo — fece l'avvocato Suasia. — In Francia
-il nazionalismo non è di oggi.
-</p>
-
-<p>
-— Sono degli irresponsabili — disse l'ingegnere
-Fias.
-</p>
-
-<p>
-— Rappresentano l'ultima decadenza borghese!...
-</p>
-
-<p>
-— Li spazzeremo via alla prima occasione.
-</p>
-
-<p>
-— Ma il più bello è — fece il Suasia — che
-qualcuno di questi ingenui crede sinceramente di
-essere rivoluzionario!...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, rivoluzionari guerrafondai!... Vorrebbero
-trascinare il paese all'avventura!...
-</p>
-
-<p>
-— Avete letto le relazioni del loro ultimo
-Congresso? — riprese l'onorevole. — Sapete che
-cosa ne risulta di veramente chiaro, oltre il mare di
-stolte chiacchiere e l'assenza di qualsiasi originalità
-di programma?... La guerra... l'avventura!...
-Trascinare il paese nel non mai abbastanza
-deprecato orrore della guerra!...
-</p>
-
-<p>
-— Non bisogna prenderli sul serio.
-</p>
-
-<p>
-— Ma fan molto rumore! — replicò il Suasia. — E
-il molto rumore ha sempre efficacia in
-Italia.
-</p>
-
-<p>
-— Tanto è vero che trovan già le simpatie del
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-Grande Partito Liberale!... — disse Gerolamo
-Putti che fino allora aveva taciuto.
-</p>
-
-<p>
-L'onorevole si volse verso il Putti:
-</p>
-
-<p>
-— Il Grande Partito Liberale?... E dove è
-quest'araba fenice?... Dove e come vive?... Quali
-i suoi capi e i suoi programmi categorici e gli adattamenti
-alle quotidiane contingenze?... La borghesia
-non ha più partito. È una massa incosciente
-che non vede il suo bene se non nel traffico e nelle
-crescenti ricchezze. Non c'è un vero e proprio partito
-liberale come non c'è un'anima nella borghesia!...
-</p>
-
-<p>
-— Bene!... — fece il Cavalier Mostardo — e
-incrociò le braccia sulla tavola.
-</p>
-
-<p>
-— Appunto perchè è privo di contenuto — replicò
-il Suasia — va cercando chi possa dargliene
-uno!...
-</p>
-
-<p>
-— E tu credi che i nazionalisti?...
-</p>
-
-<p>
-— I nazionalisti, dopo tutto, sono giovani e
-battaglieri.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cosa possono costruire di solido?
-</p>
-
-<p>
-— D'accordo! Niente di solido. Ma sono un
-eccitante all'ultima senilità del partito.
-</p>
-
-<p>
-— Fanno una impalcatura di sciocche parole
-per tesservi una coscienza nazionale! — esclamò
-l'ingegnere Fias.
-</p>
-
-<p>
-— Riprendono il vecchio tema patriottico per
-le loro colascionate! — gridò Ildebrando Sgargi.
-</p>
-
-<p>
-— Colascionate!... Benone!... — tuonò Mostardo.
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-E, a voce più spenta, rivolgendosi al vicino
-soggiunse: — Dice bene!...
-</p>
-
-<p>
-— Infine quale sarebbe il loro scopo?... — riprese
-l'onorevole. — Quello di distrarre anche
-minime forze dal duro ed enorme compito della
-lotta di classe; quello di annebbiare con decrepite
-ideologie, felicemente sorpassate, la superiore civiltà
-che si delinea attraverso all'Internazionale. Un
-passo indietro, insomma, un tentativo di retrogradi
-conservatori, di codini guerrafondai «rimpiangenti
-le barbarie del militarismo.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... — fece Mostardo e battè il
-pugno sulla tavola.
-</p>
-
-<p>
-E Ildebrando Sgargi:
-</p>
-
-<p>
-— Leggete il loro giornale?
-</p>
-
-<p>
-— Per conto mio, no! — rispose l'onorevole.
-</p>
-
-<p>
-— Fate male. Potreste apprezzarli meglio.
-</p>
-
-<p>
-— Io ne ho già abbastanza delle vere quarantottate
-del quarantotto per aggiungervi queste scimmiottature
-fuori stagione!
-</p>
-
-<p>
-— Auff!... Questa letteratura patriottarda!... — grugnì
-a dispetto Gerolamo Putti.
-</p>
-
-<p>
-— E per rifare una così detta coscienza nazionale
-vanno accattando cavilli a destra e a sinistra
-e pretenderebbero creare noie allo Stato per ogni
-minimo incidente; per ogni sciocco diverbio nato
-fra un nostro commesso viaggiatore qualsiasi ed
-un turco, ad esempio! — disse Ildebrando Sgargi.
-</p>
-
-<p>
-— Già!... I turchi!... — mormorò Mostardo. — Ne
-ho sentito parlare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma se noi abbiamo rinunziato, o quasi,
-alla vecchia pregiudiziale irredentista per dedicarci
-a un compito più umano e universale, come prendere
-sul serio certi isterismi?... — domandò l'onorevole.
-</p>
-
-<p>
-— E, dopo tutto, i turchi — fece un nuovo
-interloquente, Domokos Barbantini, impiegato di
-concetto al Comune — i turchi si sono mostrati
-più civili di noi con la loro rivoluzione pacifica!
-</p>
-
-<p>
-— Staremo a vedere... — mormorò Suasia.
-</p>
-
-<p>
-E allora si fece vivo uno che fino a tal punto
-era stato in ascolto, tutto arruffato e meditabondo.
-Quest'uno si chiamava Libero Bigatti ed era un
-repubblicano anarcoide così, per incidenza e predilezione.
-Era tollerato perchè temuto. In più liberi
-tempi sarebbe stato tranquillamente soppresso con
-una piccola dose di piombo in luogo opportuno.
-</p>
-
-<p>
-Il Bigatti, agli ultimi accenni alla Turchia si
-ricompose sulla sedia.
-</p>
-
-<p>
-— Già... la rivoluzione giovane turca! — ghignò
-fissando l'onorevole. — E chi non sa che
-è un trucco massonico?...
-</p>
-
-<p>
-La brigata discese immediatamente sotto zero.
-Silenzio! Solo Mostardo ribattè:
-</p>
-
-<p>
-— Oh!... Ma lo dice lei!...
-</p>
-
-<p>
-Il Bigatti guardò Mostardo con tale ironico
-sorriso che il buon Cavaliere non potè non osservare.
-</p>
-
-<p>
-Domandò:
-</p>
-
-<p>
-— E adesso perchè ride?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Bigatti non rispose.
-</p>
-
-<p>
-— Crede di farmi paura?...
-</p>
-
-<p>
-— A lei no! — rispose il Bigatti, tranquillo. — Lei
-è innocente!
-</p>
-
-<p>
-O che diamine voleva dir questo?... Mostardo
-speculò dentro sè stesso per fermar il valore preciso
-della parola innocente, per trovarvi un significato
-nella sua vita. Ma non trovò se non tempi di infanzia
-e di scuola e un equivoco sentore di prima
-comunione e di corporale nonchè spirituale castità.
-Niente più. Innocenti erano i marmocchi alla poppa
-e i fantolini alla cresima ciò è a dire irresponsabili.
-Innocenza è eguale a irresponsabilità. Un irresponsabile
-è quasi un imbecille, se ha superata l'infanzia.
-Egli era fuori dall'infanzia. Nessun dubbio.
-Il Bigatti aveva voluto offenderlo. La lenta ma
-nobile convinzione gli passò dalla mente al cuore
-e accese la fucina della collera. Ma si fermò a un
-centro inibitorio. Doveva ancora figurare come persona
-corretta. Disse, stringendo i denti:
-</p>
-
-<p>
-— Si spieghi!...
-</p>
-
-<p>
-— Oh, ma non importa!... — rispose il Bigatti. — Non
-dia peso a una parola futile!...
-</p>
-
-<p>
-— No!... Non deve andar così... — affermò
-risoluto il Cavaliere. — Io sono un gentiluomo,
-sa!... E con me è inutile venire avanti con parole
-difficili. Se lei ha voluto offendermi, è un vigliacco!...
-E se non ha voluto offendermi è un
-vigliacco lo stesso perchè non si è spiegato!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poi la furia che già si levava a formar catapulta
-sul malcapitato Bigatti fu d'improvviso frenata
-e semispenta dal riso sollevato intorno dalle
-sue parole.
-</p>
-
-<p>
-Tale era il compito di Mostardo Perilio nelle
-brigate. Solutore di continuità nei punti scabrosi e
-porto di gioconda unione. — Evviva il Cavalier
-Mostardo!... — gridò la brigata.
-</p>
-
-<p>
-— Evvivaaaa!...
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà tu ne parli a Giolitti — disse
-l'avvocato Suasia, all'onorevole. — Giolitti non
-sa di avere nel suo regno un uomo simile!...
-</p>
-
-<p>
-E l'ingegner Fias:
-</p>
-
-<p>
-— Vi piacerebbe, Mostardo, di essere nominato
-Governatore della Colonia Eritrea?...
-</p>
-
-<p>
-— Io sono per il piede di casa — rispose
-Mostardo passandosi una mano sulla fronte perchè
-aveva sudato.
-</p>
-
-<p>
-— Governatore, no!... Ma... sottoprefetto?
-Eh... Mostardo?
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere scrollò le spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Per l'intelligenza che ci vuole potrei esserlo
-anch'io!
-</p>
-
-<p>
-— Chissà... la cosa non è poi impossibile — riprese
-Fias. — Secondo come vi comporterete
-nelle prossime elezioni. Giolitti ha fama di essere
-generoso con gli amici.
-</p>
-
-<p>
-— Ora poi, col suffragio universale, sarai davvero
-una potenza! — soggiunse l'avvocato Suasia. — Tu
-e Bucalosso, il tuo aiutante...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bucalosso non ha niente a che fare con me! — ribattè
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-E i discorsi imbastardirono dalla loro prima
-purezza. E bello fu il ridere, come il ragionare di
-donne e di vergini. La città del Capricorno fu corsa
-ne' suoi chiusi e mai non fu visto, con la fantasia,
-maggior corteo di bellezze intorno a una tavola di
-prodi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Dopo la mezzanotte rimasero in tre; l'onorevole,
-l'avvocato Suasia e lui, il poliorcète.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo nel mio studio — disse l'onorevole.
-</p>
-
-<p>
-Si chiusero nello studio e sedettero intorno alla
-scrivania.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — disse l'onorevole — il fato è
-compiuto. L'inevitabile scissione ci ha condotti alle
-conseguenze estreme. Non dovremo più subire imposizioni
-di sorta.
-</p>
-
-<p>
-— Era tempo! — mormorò Suasia.
-</p>
-
-<p>
-— La nuova Camera di lavoro funziona perfettamente.
-Non abbiamo una defezione. Però la
-guerra si annuncia asprissima.
-</p>
-
-<p>
-— La sopporteremo — fece Suasia. — La
-Agraria è con noi.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non così il prefetto — soggiunse Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Era da prevederlo — riprese l'onorevole. — Le
-istruzioni dall'alto sono precise. Astenersi
-dalla lotta fin che sia possibile e, in caso d'inevitabile
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-intervento dei pubblici poteri, favorire in
-qualsiasi modo i socialisti.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre lui, quel Giolittaccio!... — imprecò
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma Giolitti non figura — disse il Suasia.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, tanto peggio! Quello è un uomo
-pericoloso anche se dorme!...
-</p>
-
-<p>
-I tre tacquero meditabondi.
-</p>
-
-<p>
-— Il peggio è — riprese Suasia — che ci
-accuseranno di tener mano all'Agraria, di esserci
-associati alla borghesia.
-</p>
-
-<p>
-L'onorevole non rispose subito. Con un tagliacarte
-scandiva sulla scrivania un suo tempo di marcia,
-la fronte appoggiata sul palmo della mano
-sinistra. Disse poi:
-</p>
-
-<p>
-— Noi dobbiamo tener sodo, ecco tutto! Non
-lasciarci intimidire nè fuorviare dalle prepotenze.
-So che sono incominciati i boicottaggi e che ogni
-genere di violenza è all'ordine del giorno. Non
-importa. La nostra massa è compatta. Tutti i coloni
-sono con noi, repubblicani della più bell'acqua. E
-se ci hanno battezzati <i>gialli</i>, tanto meglio. Un <i>giallo</i>
-varrà sempre un <i>rosso</i>. <i>Gialli</i> noi, repubblicani;
-<i>rossi</i> loro, socialisti! Ed ora si vedrà a quale, fra
-i due valori, arriderà la vittoria.
-</p>
-
-<p>
-— Insomma, alla fin delle fini — fece Suasia — quei
-signori vogliono morta la mezzadria!
-</p>
-
-<p>
-— Non precipitiamo! — fece l'onorevole che
-vedeva in tale possibilità la fine di ogni suo impero. — Per
-ora siamo molto, ma molto lontani da una
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-simile sovversione. È certo però che il presunto diritto
-proclamato dai braccianti socialisti, ogniqualvolta
-fosse accettato porterebbe troppo lontano. Oggi
-si tratta delle macchine trebbiatrici; domani il
-principio dovrebbe estendersi a tutte le industrie. Noi
-braccianti uniti in cooperativa — essi dicono — dobbiamo
-essere proprietarii degli strumenti di produzione
-perchè siamo noi che li facciamo funzionare.
-Cara, la gherminella!... E pensano, codesti
-signori, che nessuno veda chiaro nel loro procedere?
-Credono che noi si sia tutti una manica di semplicioni
-scervellati...
-</p>
-
-<p>
-— Si direbbe quasi che tu difendessi l'Agraria!... — fece
-il Suasia sorridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Purtroppo in questo caso — riprese l'onorevole —,
-gli interessi dei nostri collimano con
-quelli dell'Agraria. Ma non importa. Il fatto è
-che la grandissima maggioranza dei contadini, ed
-anche qualche bracciante, è con noi. Questa è
-una specie di tregua di Dio, di fronte all'Agraria.
-Domani ricominceremo la lotta sospesa e le giuste
-rivendicazioni saranno poste ancora sulla bilancia.
-Per ora pace e silenzio. Se l'Agraria ci aiuterà,
-tanto meglio. Piuttosto sapete dirmi di quante macchine
-trebbiatrici si è fornita la Camera rossa?
-</p>
-
-<p>
-— Ne ha una ventina — rispose Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Tante?... E come le ha pagate?...
-</p>
-
-<p>
-— Le pagherà quando e come potrà! — disse
-sorridendo l'avvocato Suasia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sarà un fallimento!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Niente paura!.. — esclamò Mostardo. — Delle
-strade ce n'è mille per scappare. Poi che
-cos'è questa Cooperativa?... Io non l'ho mai
-capito!... La Cooperativa compra... la Cooperativa
-vende... Bene!... Ma di dietro chi c'è?...
-Dieci briganti che non hanno un soldo!... Dieci
-Rigaglia o dieci Puffoni, non importa. Sempre
-loro sono! Questi versipelle!... La Cooperativa!...
-Bella invenzione!... Un branco di nullatenenti e
-un capo brigante!... E domani dettano legge!...
-Ma i nostri vecchi come le chiamavano queste associazioni?
-Le chiamavano bande!... E chi erano
-i loro capi?... Uomini di fegato erano!... E si
-chiamavano il Passatore, Lasagna, <i>e' Gagîn</i> e
-pagavano di persona. Ma ora usano i briganti della
-cattedra, usano!... Non hanno più il trombone,
-hanno la penna; non assaltano per le strade ma
-sul loro giornale. Ah, per Bios, se fossi ministro
-solo per un giorno!...
-</p>
-
-<p>
-— Lo diventerai!... — insinuò Suasia ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Farei una legge. Via!... Fuori questi
-generi sporchi!... Perchè la Cooperativa è immorale
-come un letto sul quale fosse costretta a dormire
-tutta quanta la società.
-</p>
-
-<p>
-E l'individuo?... — continuò fra la gaiezza
-dei sozii — Dove finiscono i diritti dell'individuo?...
-Tutto è conculcato, tutto è sottosopra.
-Non ridete!... Che cosa conta un uomo, oggi?
-Niente! Lo prendono e lo immagazzinano con gli
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-altri; ne fanno una collezione: ecco qua la Cooperativa!...
-Oggi non c'è più un bastone, c'è una
-fascina; non c'è più l'uomo, c'è la Lega! Per
-Bios, e bada come parli perchè uno comanda per
-tutti! E chi è questo uno?... Dove lo trovi il generale?...
-Nessuno ti sa dire dove sia e chi sia. Sarà
-il Signore, dico io. Siamo scappati dai preti e abbiamo
-trovato il Gran Prete. È proprio così! Il
-Gran Prete è dappertutto e dorme nel tuo letto con
-te e sta attento a quello che dici, a quello che
-mangi, a quello che fai. E per Bios, per esempio,
-tutti siamo deboli di natura, si sa... l'uomo tende
-alla donna e viceversa. Ma il Gran Prete non vuole;
-se hai un'amorosa prima deve metterci il naso lui...
-ecco!... E bisogna che la Cooperativa sia contenta!...
-E vi pare che si chiami esser uomini
-così?... No, figli!... Noi siamo burattini!... E si
-va avanti perchè ogni calcio fa fare un passo!...
-</p>
-
-<p>
-Tacque. L'avevan lasciato parlare. Si era sfogato.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque tu sei un ultra-individualista? — gli
-domandò l'avvocato Suasia.
-</p>
-
-<p>
-— E mi son mai domandato, io, chi sia? Che
-cosa mi importa dei vostri nomi e delle vostre cabale?
-Io mi chiamo il Cavalier Mostardo!...
-</p>
-
-<p>
-Seguì una sosta. L'onorevole sfogliava alcune
-carte che aveva innanzi e pareva concentrasse, nell'operazione,
-un'attenzione rigorosa. L'ora era
-tarda. Nel silenzio non si udì che il crepitar del
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-lume. Le strade della città erano deserte. Un gallo
-cantò quando l'onorevole chiese a Mostardo:
-</p>
-
-<p>
-— Sapete dirmi quanti siano i coloni dissidenti?...
-</p>
-
-<p>
-— Come?... — fece Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti sono i contadini che vogliono le
-macchine rosse? — chiarì l'avvocato Suasia.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, ecco qua la nota! — E Mostardo
-trasse dalla tasca un gran foglio che spiegò innanzi
-all'onorevole.
-</p>
-
-<p>
-— Quando avete compilato questa nota?
-</p>
-
-<p>
-— Pochi giorni fa.
-</p>
-
-<p>
-— È esatta?...
-</p>
-
-<p>
-— Esattissima.
-</p>
-
-<p>
-— E sapete se i proprietari siano disposti a
-dare l'escomio?...
-</p>
-
-<p>
-— A dar commiato ai contadini — chiarì il
-Suasia.
-</p>
-
-<p>
-— Questo non lo so — rispose Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna informarsene.
-</p>
-
-<p>
-Altra pausa meditabonda.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque fra tre giorni — riprese l'onorevole,
-e sempre sfogliava le carte — fra tre giorni
-usciranno le nostre macchine. Che avete fatto voi,
-Mostardo, per il nostro trionfo?...
-</p>
-
-<p>
-— Vedrà — rispose Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Ci tenete al segreto?... Non si può sapere?...
-</p>
-
-<p>
-— Se io le assicuro la vittoria non basta?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Badate che bisogna sorvegliare nello stesso
-tempo venti, trenta aie...
-</p>
-
-<p>
-— Ci ho pensato!...
-</p>
-
-<p>
-— Che i rossi tenteranno atti di sabotaggio...
-</p>
-
-<p>
-— Ci ho pensato!...
-</p>
-
-<p>
-— Che verranno armati e in grandi masse...
-</p>
-
-<p>
-— Ci ho pensato!...
-</p>
-
-<p>
-— Che il prefetto è dalla loro e, in caso di
-sconfitta, non solo ne va del nostro onore, ma dell'avvenire
-del partito.
-</p>
-
-<p>
-— Onorevole, può dormire tranquillo!... C'è
-Mostardo che sta desto!...
-</p>
-
-<p>
-— Bene. Allora fidiamo in voi. Badate Mostardo!...
-Vi assumete una responsabilità enorme!..
-</p>
-
-<p>
-— So quello che faccio. Per me personalmente
-non ho paura... poi, mi conoscono! Ho la
-doppietta, io!...
-</p>
-
-<p>
-Si levarono. Il segreto convegno era finito.
-L'onorevole accompagnò Mostardo fin sulla porta
-e quando fu sulla porta gli strinse forte la mano:
-</p>
-
-<p>
-— Allora all'opera, Mostardo, e con giudizio!...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Adelante Pedro...</i> — commentò il Suasia.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo non capì, ma la notte era serena e
-piena di stelle.
-</p>
-
-<p>
-Ancora. Quando, poco dopo, fu per rimboccar
-le coltri, il nostro eroe udì un gallo cantare.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap5">CAPITOLO V.
-<span class="smaller"><i>Ed ecco che il buon gigante ridiventa lo zio Giovanni,
-nel giardino di Spadarella.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Rigaglia passeggiava nel cortile.
-</p>
-
-<p>
-<i>Tok... tok... tok... tok!...</i>
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo non aprì gli occhi ma
-vide il lume dell'alba e il suo nemico domestico.
-Ecco un tonfo sordo di scarponi ferrati, giù, nel
-cortile: la sua sveglia quotidiana. E pensare che
-egli poteva dirsi ormai una persona perbene e aveva
-tuttavia alle costole quel giannizzero!... E disfarsene
-non poteva.
-</p>
-
-<p>
-Il passo si avvicinò. Rigaglia bussava alla porta.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è?
-</p>
-
-<p>
-— Io.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuoi?...
-</p>
-
-<p>
-— Oggi è lunedì. Andiamo al mercato?
-</p>
-
-<p>
-— Ma va all'inferno!...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non parlò più. Ristette un poco e poi
-si udì ancora, e questa volta per l'entrata, un:
-</p>
-
-<p>
-<i>Tok... tok... tok... tok!...
-</i>
-Il suono dei suoi scarponi fenati. Tornò il silenzio.
-Mostardo volle saper l'ora. Erano le quattro
-e il sole era sui tetti. Da uomo sollecito non pensò
-a riprender sonno, pensò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ora vado da Spadarella! O la trovo nel
-giardino o la desto.
-</p>
-
-<p>
-Volle cominciare serenamente; dimenticare,
-per un mattino, la lotta che doveva sostenere.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Aveva nel pollaio (anzi era Rigaglia che lo
-manteneva) un maledetto gallo; un gallo rosso con
-due occhi da straniero. Mostardo aveva visto una
-volta, nel patrio zuccherificio, uno straniero che
-aveva gli occhi del suo gallo. Tondi e impertinenti.
-Per quell'uomo il mondo era un pollaio. L'uovo
-gli apparteneva ancora più della gallina.
-</p>
-
-<p>
-Era disceso da un paese lontano a insegnar
-l'arte di cavar zucchero dalle barbabietole e trattava
-gli operai della Città del Capricorno come
-ottentotti e bassi zulù. E quest'uomo tuonava nella
-sua parlata da raffreddore. Tuonava e camminava
-con gli stessi piedi di Rigaglia, molto grandi e
-solidi. Ma il passo dello straniero era vasto. Fra
-gamba e gamba ci passava il mondo.
-</p>
-
-<p>
-Se ne era andato presto perchè, in Romagna,
-non faceva fortuna; ma a Mostardo era rimasto, a
-ricordarglielo, il gallo rosso. E cantava con gola
-da fliscorno in tutte le ore del giorno. Nel mondo
-c'era solamente lui, il gallo, il divin tabernacolo
-del seme!...
-</p>
-
-<p>
-Anche l'invitta bestia era una passione di Rigaglia
-tanto che al Cavaliere non era riuscito mai
-di farle fare la nobile fine che spetta ad ogni domestico
-volatile.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco che cantava. Mostardo aprì la finestra.
-Era là impalato, con quel suo petto da vecchia
-tartana, la cresta a parafulmini e i bargigli... due
-enormi bargigli come se portasse il suo sesso sotto
-la gola!... Si arrotò gli speroni e raspò.
-</p>
-
-<p>
-— Va là, brutta bestia — gridò Mostardo. — Te
-la farò fare io la fine che ti meriti!...
-</p>
-
-<p>
-E si ritrasse.
-</p>
-
-<p>
-Ora questo gallo si chiamava Francesco.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il giardino di Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-La porticciuola si apriva nel muro di cinta,
-vicina a una torre medioevale.
-</p>
-
-<p>
-Siccome le case digradavano intorno ed erano,
-le più prossime, a un solo piano, una corona di
-torri e di campanili campeggiava nel cielo.
-</p>
-
-<p>
-Al centro il giardino con la sua casa bianca.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo entrò e si accorse alla prima occhiata
-che Spadarella non c'era.
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-Nessuno rispose, ma la casa era aperta. Vicino
-alle serre lavoravano due uomini: Gerolamo
-e Stefano, i vecchi giardinieri. Mostardo si diresse
-a loro:
-</p>
-
-<p>
-— Buongiorno, gente!...
-</p>
-
-<p>
-I vecchi si levaron sul torso nodoso, un po'
-gobbi.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, buongiorno, padron Giovanni!
-</p>
-
-<p>
-Gerolamo si terse le mani ai panni. Disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Molto presto?... Si è levato a buon'ora,
-stamattina!...
-</p>
-
-<p>
-— Avete visto Spadarella? — domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Era là adesso — fece Stefano. — Però
-non so se sia uscita.
-</p>
-
-<p>
-— E Spina Rosa?...
-</p>
-
-<p>
-— È alla messa — rispose Gerolamo.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo guardò per il giardino; chiamò ancora:
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-Due rondini sfiorarono i roseti e si udì il loro
-strido.
-</p>
-
-<p>
-— Vada a vedere se è in casa — disse Gerolamo.
-</p>
-
-<p>
-— Credo sia uscita. Era là adesso — fece
-Stefano. E ripresero il lavoro, vicino alle serre,
-nella grande zona azzurra dell'ombra mattinale.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo si diresse alla casa bianca e guardava
-le aiuole ben tenute e i garofani e i gerani rossi.
-Come giunse innanzi alla casa vide, presso la porta,
-una sedia e, sopravi, un libro aperto. Certo si era
-levata come avevano detto i due vecchi. Entrò,
-sbirciò per le porte. Sul tavolo della cucina c'era
-una provvista di ortaggi e di frutta e la brace, fra
-gli alari.
-</p>
-
-<p>
-— E dove sarà? — fece Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Ma ecco una corsa nel giardino e la voce
-di lei:
-</p>
-
-<p>
-— Zio?... Zio?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<p>
-Perchè quando si hanno cinquantacinque anni,
-e non si è vecchi ancora, due cose entran nel core
-con gran furia gioiosa: il mattino e la giovinezza.
-Le strade si abbreviano allora; ogni giorno reca
-il segno del confine, ed anche la più grossolana
-materialità non supera la malinconia, talvolta, e
-l'ombra della inutilità.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco, se ancora c'è un usciuolo ed un pertugio
-per un occhio di sole, la buia stanza si illumina,
-s'empie di vastità, fa gran festa.
-</p>
-
-<p>
-Oh, campane di gioia nelle contrade del mattino!
-I giovani non sono con voi, strepitano e sognano
-le lunghe strade... voi cantate per colui che
-discende l'opposta riva.
-</p>
-
-<p>
-L'uomo compiuto! Per nessuno, come per lui,
-ridono i ruscelli e s'illumina il mondo; nessuno, in
-tanta dolcezza d'amore vive e compenetra. Egli
-è fermo... aspetta!... Ormai ha saputo... ma
-niente!... Niente più di un silenzio. Ed ecco che
-può ascoltarvi, campane e giovinezze! E sostare
-come un pellegrino innanzi alla purità vostra.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il gigante si fermò sulla porta come un fanciullo
-contento, che ride. Ella correva nel giardino.
-Una nube attraverso alle foglie.
-</p>
-
-<p>
-Sentì i baci di Spadarella e le sue braccia che
-gli cingevano il collo.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sei stata?
-</p>
-
-<p>
-— Ero nella strada. Aspettavo Spina Rosa.
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-E tu zio?... Rimani con noi?... Pranzi con
-noi?...
-</p>
-
-<p>
-— Ne parleremo.
-</p>
-
-<p>
-— Hai molto da fare, zio?...
-</p>
-
-<p>
-Egli non era veramente nè zio nè parente di
-lei, ma l'affetto aveva creata la parentela e il piccolo
-nome dolce. Perchè Mostardo tramutava vicino
-alla piccola, ed era solamente Giovanni: un
-Casadei fra i tanti nati da nessuno.
-</p>
-
-<p>
-La sua Romagna battagliera, eccessiva, strepitosa
-si rifugiava fra le cose serie, svaniva per un
-piccolo lume. Egli doventava un uomo con la sua
-bambina: lo zio Giovanni!
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi una tazza di caffè, zio?
-</p>
-
-<p>
-— Grazie.
-</p>
-
-<p>
-Entrarono nella cucina.
-</p>
-
-<p>
-— Qui, no!... Aspettami in salotto.
-</p>
-
-<p>
-— Va'... non fare storie, Spadarella!... Qui
-si sta bene!
-</p>
-
-<p>
-Entrò Girolamo.
-</p>
-
-<p>
-— Signorina... c'è gente in giardino.
-</p>
-
-<p>
-— Che gente?...
-</p>
-
-<p>
-— Vogliono dei fiori...
-</p>
-
-<p>
-— Servili.
-</p>
-
-<p>
-— Stefano dice che Spina Rosa ha detto...
-</p>
-
-<p>
-— Be'?
-</p>
-
-<p>
-— Sa?... le ghirlande per don Petronio?...
-Fiori non ce n'è...
-</p>
-
-<p>
-— Allora non ce n'è!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<p>
-Girolamo ristette incerto come se la cosa non
-gli sembrasse risoluta, poi si volse e uscì senza aggiungere
-altro.
-</p>
-
-<p>
-— Si è convinto! — fece Spadarella e rise. — Sai
-che ce ne vuole, zio, a far entrare qualcosa
-in quelle teste!... E sono uguali come due fratelli.
-Non sanno le vie spiccie. Stanno a parlare per ore,
-di niente, non si decidono mai. Tu li sentissi con
-Spina Rosa... Quanto zucchero, zio?
-</p>
-
-<p>
-— Poco...
-</p>
-
-<p>
-— E tu hai deciso?...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Rimani?
-</p>
-
-<p>
-— A questo penseremo. Adesso va a vestirti.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella si accostò. Gli occhi suoi si fecer
-più grandi; la sua giovinezza vi si raccolse, risplendè
-della sua gioia.
-</p>
-
-<p>
-— Dove andiamo?...
-</p>
-
-<p>
-— Vedrai!
-</p>
-
-<p>
-— Debbo vestirmi bene?...
-</p>
-
-<p>
-Mostardo posò la tazza, guardò la giovinetta.
-</p>
-
-<p>
-— Sì... fatti bella!...
-</p>
-
-<p>
-Ella non disse niente, gli dette un gran bacio,
-fuggì.
-</p>
-
-<p>
-Eccola di sopra, nelle sue stanze chiare. Pesticchiava
-su e giù. Correva; forse dall'armadio allo
-specchio.
-</p>
-
-<p>
-I pensieri di lui, i gravi pensieri vestiti di nero,
-se ne andavano ad aspettarlo altrove. La trebbiatura,
-i manigoldi fatti venir di lontano, i pattuglioni,
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-le difese, l'onorevole, il compito politico,
-la candidatura, il potere, tutto era scialbo ed inutile
-in quel mattino. Egli era lo zio Giovanni, in
-casa della sua bambina. Ed anche la sua larga faccia
-e i mustacchi avevano un'aria diversa: avevano
-la rotonda beatitudine del nido... per due occhi
-in pace!
-</p>
-
-<p>
-Il sole e un pesco pensavano alla finestra ch'egli
-aveva innanzi. Sulla tavola e sul muro bianco tremavano
-ombre di foglie... Su, nella stanza chiara,
-Spadarella cantava.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Viveva un tempo, in Normandia,</i></p>
-<p class="i01"><i>un prénce illustre pel suo valor...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Un motivo vecchio come gli anni di lui; un'opera
-ormai dimenticata.
-</p>
-
-<p>
-Che bella, che fresca voce!... Anche Girolamo
-e Lorenzo si levarono sul torso nodoso, un
-po' gobbi, e Lorenzo disse:
-</p>
-
-<p>
-— È lei!...
-</p>
-
-<p>
-Girolamo si asciugò la fronte e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare un angelo!
-</p>
-
-<p>
-Poi piegaron la testa, silenziosi, appoggiati
-alla vanga come se una preghiera senza nome scendesse
-in loro dal cuor del mattino.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Spina Rosa entrò in cucina senza far rumore
-e trovò Mostardo seduto contro la tavola, la faccia
-fra le mani e gli occhi smarriti contro la finestra.
-Il canto continuava tuttavia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando Mostardo intravide Spina Rosa, non
-si mosse ma sussurrò:
-</p>
-
-<p>
-— La sentite?...
-</p>
-
-<p>
-— È un angelo!... — disse Spina Rosa. E
-si tolse lo scialle nero entro il quale si era nascosta
-la testa e la fronte come in un'ombra mistica.
-</p>
-
-<p>
-— Chi l'ha sentita — riprese —, si meraviglia
-perchè non la fate studiare. Con la voce che
-ha, padron Giovanni, con la voce che ha!... Pensate!...
-</p>
-
-<p>
-— E siete voi che dite questo?... — fece
-Mostardo senza muoversi.
-</p>
-
-<p>
-— Anche lei si strugge. Vorrebbe dirvelo e
-non si azzarda.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non sta bene così?... Perchè cantare?...
-Ha il suo giardino... la sua casa... non
-le manca niente...
-</p>
-
-<p>
-— E quando noi saremo morti?...
-</p>
-
-<p>
-— Eh!... di qui a allora!... Poi non prenderà
-marito?...
-</p>
-
-<p>
-— Non ne vuole.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!... A quest'ora avrà già l'amoroso!...
-</p>
-
-<p>
-— Non lo dite, padron Giovanni!... Una
-figliola così...
-</p>
-
-<p>
-— Ma cosa volete chiacchierare!... Una figliola
-così non ne avrà uno, ne avrà dieci!... È
-troppo bella. Li vorreste aver voi che siete vecchia?...
-Intendiamoci bene — soggiunse — del
-male non ne farà... ne son troppo sicuro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non ci mancherebbe altro! — fece Spina
-Rosa.
-</p>
-
-<p>
-— ... del male non ne farà!... La conosco
-bene. Però... mandarla sul teatro... no... non mi
-entra in testa!
-</p>
-
-<p>
-— E se fosse la sua vocazione?...
-</p>
-
-<p>
-— Se proprio fosse la sua vocazione. Ma
-scommetto che siete voi, vecchia matta, che le mettete
-in mente certe idee.
-</p>
-
-<p>
-— Non è un tesoro che si perde? — domandò
-Spina Rosa rivolgendosi. — Non potrebbe
-diventare una signora?... Guardate quelli che cantano,
-quanti soldi si sono messi da parte.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma il resto lo perdono!... Specialmente
-le donne.
-</p>
-
-<p>
-— Per la mia Spadarella sarei sicura!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuri non si può essere mai, vecchia! Le
-occasioni sono le occasioni e... una bambina come
-quella!... Cosa ne dite voi, Spina Rosa?... Siete
-stata giovane anche voi!...
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho conosciuto che il mio povero
-uomo...
-</p>
-
-<p>
-— Va bene, ma intanto l'avete conosciuto. E
-basta incominciarle certe conoscenze!... Poi voi
-eravate brutta, mi ricordo, e Spadarella potrebbe
-stare sugli altari... potrebbe stare!... Mi minchionate?...
-Farla cantare!...
-</p>
-
-<p>
-— Le darete un gran dispiacere, padron Giovanni!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mostardo non rispose. Si volse a guardar la
-finestra, pensoso. Soggiunse come parlasse a sè
-stesso:
-</p>
-
-<p>
-— Poi bisognerebbe mandarla via...
-</p>
-
-<p>
-Spina Rosa non rispose.
-</p>
-
-<p>
-— Qui non si studia... — continuò. — Bisognerebbe
-mandarla a Pesaro... sola... e noi potremmo
-star tranquilli che non la vedremmo più...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... — fece timidamente Spina
-Rosa.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo alzò la voce questa volta, irritato:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... Ma vorreste andarle dietro voi,
-forse? O io?... Vorreste proprio finire i vostri
-giorni sul teatro, vecchia matta?...
-</p>
-
-<p>
-Spina Rosa si spaventò, si fece il segno della
-croce e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Dio me ne guardi!
-</p>
-
-<p>
-— Vedete che ho ragione?... — soggiunse
-Mostardo. E tacque, ma non era soddisfatto. Combattuto
-fra i dubbi, le gambe accavallate, batteva
-con un piede il ritmo a una sua solfa interiore.
-</p>
-
-<p>
-— Già... facevo meglio a non venire!... — borbottò.
-Ma Spadarella era entrata e aveva udito.
-Domandò accostandosi:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, zio?...
-</p>
-
-<p>
-— Ah, siete qui! — fece Mostardo. — Allora
-avrete sentito quello che abbiamo detto.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella allargò gli occhi in volto a Spina
-Rosa in una domanda muta. L'essere trattata col
-voi le indicava una burrasca nell'animo dello zio
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-Giovanni. Spina Rosa, timorata, le fe' cenno di
-tacere.
-</p>
-
-<p>
-— Non fatevi tanti segni! Io vedo tutto! — disse
-Mostardo. Poi come vide un poco impallidire
-il viso della sua piccola, si levò, se la trasse
-fra le braccia.
-</p>
-
-<p>
-— E adesso che cosa avete ancora?... Perchè
-fate quegli occhi?... Vi ho sentita cantare... Vi
-ho sentita!... Avete una bella voce e... so tutto!
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa sai, zio?... — e l'ansia era in
-quegli occhi mattutini.
-</p>
-
-<p>
-— Non fatemi inquietare ancora! Ma bisognerà
-parlarne!
-</p>
-
-<p>
-— Di che? — domandò Spadarella e guardava
-Spina Rosa, ostinatamente muta presso i suoi
-fornelli.
-</p>
-
-<p>
-— A Pesaro, no! Ve lo dico subito; a Pesaro
-no!... Ma cercheremo di trovarvi un maestro
-qui!...
-</p>
-
-<p>
-Poco dopo se ne andarono attraverso il giardino
-e passarono dalle vecchie serre, sotto il nido
-delle rondini.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Invece di uno, le comprò tre vestiti e anche voleva
-comprarle tre ombrelli da sole se Spadarella
-non si fosse opposta.
-</p>
-
-<p>
-La gente li salutava; la gente si fermava a
-guardarli, e i giovani potevan dire:
-</p>
-
-<p>
-— Come si è fatta bella!... — ma niente più
-perchè c'era Mostardo. E si sapeva che il Cavaliere,
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-quand'era con Spadarella, non ammetteva
-complimenti, apprezzamenti e investigazioni. Una
-volta aveva scrollato un giovinetto e un'altra volta
-un uomo. Sempre senza dir niente. Una scrollatina
-contro il muro e i galanti se ne erano iti malconci
-e pesti. La sua forza era prodigiosa e lo
-si sapeva. Chiacchiere nessuna. Si prende l'impertinente
-e lo si accosta al muro con una certa violenza
-poi lo si lascia andare pel suo destino. Così
-s'impara a vivere. Questo lo si fa per tre volte forse.
-Dopo non ce n'è più bisogno. Perchè la gente è
-ragionevole e si convince.
-</p>
-
-<p>
-Quando passava Mostardo con Spadarella, gli
-occhi sì, parlavano, ma gli occhi solamente.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella guardava sempre diritto.
-</p>
-
-<p>
-E bella, era, come la luna nuova fra i giovani
-peschi e come una fontanella nell'agosto bruciato.
-Pareva muovesse la frescura come il mattino. Pari
-a una nuvola sola, bianchissima. Attraversa il
-cielo sopra la terra che guarda.
-</p>
-
-<p>
-Sottile e forte. Tipo certo di Romagna. La
-sua castità era ridente. Vergine consapevole senza
-stolte finzioni.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella, il gladïolo dei grani. <i>Gladïolus
-vulgaris</i> dice la scienza; ma i nostri uomini dei
-campi presero il nome dalla sua forma: <i>spadarell</i>.
-</p>
-
-<p>
-Così ella si chiamò come il piccolo gladïolo
-e un po' selvatica era con coloro che non le andavano
-a genio.
-</p>
-
-<p>
-Un grande amore per lo zio Giovanni e fasci
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-di speranze proiettati nell'avvenire. Gioia piena e
-costumanze semplici. Come le piante del suo giardino.
-Non poteva amare perchè non s'era ferma a
-un porto. C'era, negli occhi suoi, la lusinga delle
-belle creature. E se cantava, il fondo passionale
-della sua razza metteva nella bella voce un fascino
-caldo e avvincente, una malia di indefinibili sogni
-e di amore. Questo, in Romagna, si apprezza più
-che un tesoro, più che danaro contante.
-</p>
-
-<p>
-La gente rude e battagliera, la gente pratica
-ama e si esalta nel canto, nel canto coglie il suo
-sogno e il suo amore, vuole questo ed apre i forzieri
-e gli entusiasmi travolgenti per una bianca gola di
-rosignolo. Morire non importa: cantare bisogna!
-E anche dal fondo malinconico della razza nasce
-tale passione come un ponte verso un oblio. Al
-di là di tutto!
-</p>
-
-<p>
-Spadarella sapeva la sua virtù grande; non per
-niente vedeva anche i due vecchi levarsi dal lavoro
-per ascoltare tutti curvi finch'ella cantasse. E la
-loro fronte era più serena.
-</p>
-
-<p>
-Ripassarono nel giardino, presso le vecchie
-serre, sotto il nido delle rondini.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella era carica di doni e a Mostardo pareva
-di non averle dato niente.
-</p>
-
-<p>
-A mezzo il giardino videro una signora bionda
-che conversava con Spina Rosa.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo ebbe un moto di sorpresa
-e fece un profondo saluto.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è quella signora?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ah... niente!...
-</p>
-
-<p>
-— La conosci?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E non sai come si chiama?...
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare di non ricordarmi...
-</p>
-
-<p>
-— Si chiama Ninon Fauvétte.
-</p>
-
-<p>
-— Guarda!...
-</p>
-
-<p>
-— Ed è dama di compagnia...
-</p>
-
-<p>
-— ... della marchesa Alerama, lo so! Bella
-donna, è vero?...
-</p>
-
-<p>
-— Ma è vecchia!...
-</p>
-
-<p>
-— Vecchia?... Cosa dici?... Al massimo
-avrà trentacinque anni!...
-</p>
-
-<p>
-Sì, ma Spadarella ne aveva diciassette! Non
-era possibile l'apprezzamento da parte sua.
-</p>
-
-<p>
-Non dissero altro; ma il Cavalier Mostardo era
-pensieroso.
-</p>
-
-<p>
-La signora bionda non aveva comprato fiori.
-Che era venuta a fare nel giardino?... e che cosa
-aveva detto a Spina Rosa?...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap6">CAPITOLO VI.
-<span class="smaller"><i>Qui si vede Bucalosso, dragon di Romagna.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Bucalosso non era di nobile origine; ci duole
-per i cuori adorni, ma la colpa non era sua nè
-nostra. D'altra parte lo stesso nome lo rivela: Bucalosso.
-Dal qual nome si potrebbe anche arguire
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-ch'egli avesse non ignobile parte in qualche sala
-anatomica; ed infatti di anatomia si intendeva, ma
-alla pratica, per le quotidiane contingenze. Era
-un sezionatore di gran vaglia, ma non si esercitava
-sui bipedi, preferiva i quadrupedi.
-</p>
-
-<p>
-Quaranta, de' suoi cinquant'anni, li aveva spesi
-al macello: ecco tutto. Tale professione necessaria,
-perchè l'umanità nobilissima tanto più si eleva nello
-spirito del mondo quanto più si sazia di carne, lo
-aveva fatto torvo. Quadrato e muscoloso, anche,
-come tutti gli uomini dell'arte sua.
-</p>
-
-<p>
-Ora nella Città del Capricorno, Bucalosso era
-una istituzione, insieme ai figli. Ne aveva sei: Libero
-di Bucalosso, Alvaro detto Tripoli, il Cagnaccio,
-Mazzini detto la Vigna, Danton detto
-il Pantalone e Garibaldo. Quest'ultimo era biondo
-mentre tutti gli altri erano neri. Strano! Il figlio
-biondo di Bucalosso aveva anche, nelle fattezze,
-qualcosa del Cavaliere dell'Umanità. Si spiegava
-il fatto col dire che la madre di lui, Angelica (oh,
-povera fante nel covo dei molossi!), avesse avuto,
-durante la lunga e laboriosa gestazione, sempre
-innanzi agli occhi una oleografia del Duce leonino.
-Il figlio nascituro si era venuto foggiando su tale
-immagine per un misterioso processo di assorbimento
-quotidiano. Cosa ammissibile anche questa. Così
-si possono riprodurre i grandi uomini.
-</p>
-
-<p>
-Però la cosa non era indiscussa. Le donnacole
-petulanti avevano un'altra versione molto meno originale,
-nella quale il processo di assorbimento subiva
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-una lieve sfumatura. Si sarebbe trattato di una
-facezia sentimentale della povera fante Angelica,
-dimessa madre. Questa <i>avrebbe fatto uno sbaglio</i>.
-Lo sbaglio di un'ora solamente, come un pisolino.
-Ma Garibaldo aspettava appunto quel pisolino
-perchè Angelica era feconda. Quando si dice la
-fatalità!... Ella conosceva un uomo; quest'uomo
-un giorno di agosto, era entrato da lei per dissetarsi
-e si era dissetato come è umano che avvenga.
-Poi aveva varcata la soglia per sempre; ma, dietro
-di lui, era rimasto il germe di un fantolino. Naturalmente
-Bucalosso non aveva mai sospettato neppur
-l'ombra di una simile facezia chè, altrimenti,
-la povera Angelica, umilissima fante, avrebbe saputo
-le vie senza ritorno. Bucalosso era di coscienza
-intemerata e bastava dicesse: — Voi siete una
-donna!... — per aver detto tutto. Ora, nonostante
-la deviazione di Garibaldo, il biondo, Bucalosso
-era ugualmente una istituzione e a nessuno sarebbe
-mai passato per la mente di fargli osservare che fra
-i suoi figli c'era un dubbio. Guai al maligno!...
-Bucalosso aveva la tempra delle sue coltella e ricamava,
-il virtuoso anatomico! Si diceva ch'egli
-avesse dispensato venti <i>occhielli</i> fra amici e nemici
-e sempre l'aveva passata liscia. I giudici si lamentavano
-dell'omertà romagnola, ma bisogna pensare
-che Bucalosso aveva, ne' suoi figli, sei aiutanti.
-</p>
-
-<p>
-Il solo che avesse potuto affrontarlo ed accusarlo
-era il Cavalier Mostardo, ma Bucalosso, con
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-ogni mezzo, aveva tentato e tentava di farselo
-amico. Poi erano repubblicani ambidue.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Vestito per bene: la camicia nera e molle, una
-gran sciarpa rossa, il cappelluccio a cencio (<i>sgumarlîn</i>
-si chiama pittorescamente in Romagna) lanciato
-fra la nuca e l'orecchio come un accessorio
-birbante, una giacchettina a scacchi, rossa e marrone,
-un nerbo di bue e cinque anelli nelle grosse
-dita, senza considerare la catena dell'orologio,
-tutta d'oro massiccio, Bucalosso si presentò alla
-casa di Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-La porta era aperta. Entrò e attraversò il cortile.
-Trovò Rigaglia sulle scale.
-</p>
-
-<p>
-— Dove andate?
-</p>
-
-<p>
-— Dal <i>patrone</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Mi ha detto di non far passare nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Chévat di lè!</i> (Togliti di lì!).
-</p>
-
-<p>
-Nel gesto che fece Bucalosso per scansare Rigaglia,
-tutti i cinque anelli mandarono un bagliore
-vivissimo. Erano brillanti. Migliaia di lire sulle
-dita di un uomo. Linguaggio chiaro; manifestazione
-imperativa di ricchezza. Ed anche di questo, Bucalosso,
-era soddisfatto.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia notò lo scintillìo e si ritrasse.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Orco, ch' fugarèna!</i>... (Caspita, che fiammata!...) — disse
-fra sè.
-</p>
-
-<p>
-E Bucalosso salì le scale.
-</p>
-
-<p>
-Non bisogna creder ch'egli, a quando a quando,
-non si guardasse le dita. I suoi brillanti erano come
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-il vino e la paprica al suo cuore e li adorava pensando
-alla gente. Infatti la maggior parte degli uomini
-ha le dita disadorne.
-</p>
-
-<p>
-— Si può?
-</p>
-
-<p>
-Mostardo rispose male dal di dentro, ma credeva
-fosse Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— No... sono io... Bucalosso!...
-</p>
-
-<p>
-Mostardo aprì e riempì di sè stesso il vano della
-porta.
-</p>
-
-<p>
-— Ah!... siete voi, Bucalosso!... Venite
-avanti.
-</p>
-
-<p>
-L'uno qui e l'altro là, seduti in differenti pose:
-il primo da signore, l'altro da così così.
-</p>
-
-<p>
-Si guardarono.
-</p>
-
-<p>
-— <i>As truvên sémpar par la ripobblica!</i> — incominciò
-Bucalosso in dialetto. Poi si corresse: — <i>Si
-truviame sempri per la ripobblica!</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è di nuovo?... — domandò Mostardo
-senza concedersi all'ospite.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Av'e' dmand a vo'!... Lu domando a
-vogli!</i> — rispose Bucalosso riprendendosi in correttissimo
-italiano, come al solito.
-</p>
-
-<p>
-— A me?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro! Ieri sera Mazzini... <i>mo sé, la
-Vegna!</i>... La Vigna, il mio <i>bastardo</i>!...<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> (<i>Un's
-ciáma Mazzini?</i>... Non si <i>ciama</i> Mazzini?...) Ieri
-viene a casa <i>e fa e dice</i>: — <i>Bab, uv zerca Zvan</i>...
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-<i>vi zierca Giuvàni</i>... <i>A' fazz me</i>... <i>fazzo</i> io: — L'hai
-<i>viduto</i>?... — <i>Mo inveci l'era il depotato</i>
-che gli aveva detto che <i>vinissi a ciaccarare</i> con voi.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo aggrottò la faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Dite sul serio?...
-</p>
-
-<p>
-— Altro!...
-</p>
-
-<p>
-Francesco cantava nel cortile, il gallo Francesco.
-</p>
-
-<p>
-— Io credo che la Vigna avesse bevuto! — fece
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Mazzini non beve!... <i>L'è innamuré int' l'acqua</i>...
-è innamorato dell'acqua.
-</p>
-
-<p>
-Poi siccome Mostardo dimostrava di non gradire
-troppo la presenza dell'ospite policromo, questi
-soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Del resto <i>anca me</i> sono buono a <i>quaicosa</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Siete buono a troppa roba, voi!
-</p>
-
-<p>
-La frase risoluta fu scagliata come una pietra
-sul capo dell'assalitore.
-</p>
-
-<p>
-— E siete anche un guastamestieri! — aggiunse
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... — Bucalosso faceva gli occhi
-piccini della umiltà curiosa.
-</p>
-
-<p>
-— A fidarsi di voi, c'è da andare diritti in
-Corte d'Assise!
-</p>
-
-<p>
-— Ci sono stato mai? — domandò Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-— Avete avuto fortuna.
-</p>
-
-<p>
-— Ma ci sono stato mai?... — ribattè il cocciuto. — <i>Bsogna
-guardér a quest!</i> Bisogna guardare
-a questo!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bé!... Ma io non ho niente da farvi fare!...
-</p>
-
-<p>
-Bucalosso aveva la fronte ampia come un righello;
-qualche centimetro quadro, senza contare
-il cuoio capelluto, ragion per la quale le sue sensazioni
-si perdevano nel medesimo e tardavano a
-manifestarsi nell'indice dell'umana nobiltà. Questa
-volta però il dolore del reciso rifiuto uscì dalla zona
-dei capelli e apparve fra le tre grosse rughe che
-attraversavano la fronte in tutta la latitudine sua.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene — disse. — Vuol dire che, se
-non mi volete, <i>am srandèll cun i ross</i>! Mi <i>srandello</i>
-coi rossi!...
-</p>
-
-<p>
-— Ci ricorderemo anche di questo! — rispose
-Mostardo e si levò.
-</p>
-
-<p>
-Bucalosso afferrò il suo cappelluccio che aveva
-posato con bel garbo proprio sulla cima di un ginocchio;
-lo afferrò e lo fece scomparire nel gran
-pugno, sotto l'origemmante filza dei tozzi anelli.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Angua d'... mio!</i>... — Questa volta non
-tradusse.
-</p>
-
-<p>
-Non conveniva spiegare una bestemmia, fermata
-a mezzo d'altra parte. Ben altro ribolliva nell'angusta
-oscurità della sua anima gialla. Giunse
-alla porta, la piccola testa quasi sepolta fra le
-smisurate spalle in una muscolatura di mostro. Le
-maniche della giacchettina scoppiavano pel soverchio
-contenuto, ma ciò metteva in maggior risalto
-gli scacchettini rossi e marroni.
-</p>
-
-<p>
-Ah, policrome fantasie birbone!... E vestiti
-galeotti alle domenicali condiscendenze!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sulla porta si fermò guardandosi le scarpe dalle
-stringhe verdi. Infilò il cappelluccio (<i>e' sgumarlin</i>)
-sul nerbo di bue (un bel nerbo alla copale nera e
-diritto... Domine giusto!...) e ancora guardò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Del resto voi non sapete quello che so io!...
-</p>
-
-<p>
-— Cosa sapete?...
-</p>
-
-<p>
-Bucalosso ritornò.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Me a ve dégh parchè a só lièl!</i> (Ve lo dico
-perchè sono leale!)
-</p>
-
-<p>
-— Avanti.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Al cnusiv Burgnini</i>... conoscete Borgnini
-Epaminonda?... <i>Quel dla seda?</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Il mercante di seta?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro. <i>Hai savùto</i> che questa notte Borgnini
-<i>mandirà</i> in giro <i>i suoi vuomini</i> a far <i>pavura</i> ai
-<i>cuntadèn</i>!...
-</p>
-
-<p>
-— No!...
-</p>
-
-<p>
-— <i>C'an véga piò la faza di mi burdèll!</i>... Che
-non <i>vèga piò la fazzia</i> dei miei <i>bordelli</i>!
-</p>
-
-<p>
-— E dove li manderà?
-</p>
-
-<p>
-— Dalla collina alla valle.
-</p>
-
-<p>
-— Troppa roba.
-</p>
-
-<p>
-— Sono in <i>biciacletta</i> e <i>hano</i> la <i>schioppa</i>!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si concentrò. La lotta si
-delineava sempre più aspra. Ora si ricorreva all'intimidazione.
-I contadini, presi ad uno alla volta,
-non avrebbero certo resistito, si sarebbero compromessi
-e Mostardo voleva salvarne sopra tutto la compagine.
-Non ch'egli avesse soverchia fede in quella
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-massa statica, ma era questione di principio. Il
-principio!... L'idea!... E sebbene nel suo remoto
-fondo di uomo onesto e idealista sentisse che anche
-la nuova battaglia poco aveva a che fare con le
-pure fonti alle quali aveva abbeverata la sua giovinezza,
-sebbene fosse convinto che <i>gli uomini della
-Cattedra</i>, i nuovissimi dirigenti del partito facessero
-quotidiano strazio di quella repubblica vagheggiata
-già negli anni come fine supremo, egli non abbandonava
-il campo. Taceva ed agiva. Intanto si trattava
-di rompere l'odiosa alleanza dei partiti popolari.
-</p>
-
-<p>
-L'unione annegava la repubblica nel socialismo.
-</p>
-
-<p>
-— Tutto per loro e niente per noi, quei versipelle!...
-Sì, fratelli!... Fratelli un corno!... Egli
-era per le vie separate.
-</p>
-
-<p>
-Comunque fosse, bisognava dimostrarsi, data
-l'occasione, più abili, più pronti e più forti.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene — riprese. — E voi dove sarete
-questa notte?...
-</p>
-
-<p>
-Finalmente Bucalosso si sentì fiero e contento.
-</p>
-
-<p>
-— Sarò <i>indove</i> mi <i>mandirete</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Mi promettete di non far sciocchezze?...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Zvan al savì</i>... lo sapete... basta la parola!
-</p>
-
-<p>
-— Quanti uomini potete avere con voi?
-</p>
-
-<p>
-— I miei <i>bastardi</i>. Siamo in sette...
-</p>
-
-<p>
-— Basteranno?...
-</p>
-
-<p>
-— Giovanni!!! — fece Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-— Avete la bicicletta?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Tutti!
-</p>
-
-<p>
-— E lo schioppo?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Abbiame la schioppa e la biciacletta!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Allora ci pensate voi?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Quà la mân!</i>... — esclamò Bucalosso tendendo
-la sua ceppaia inanellata.
-</p>
-
-<p>
-— Badate che non venga morto qualcuno. È
-troppo presto, adesso!...
-</p>
-
-<p>
-— <i>A me dsì cun me?</i>... Me lo <i>dicete con io</i>?
-</p>
-
-<p>
-— Con voi, sì! Non vi ho detto che non voglio
-sciocchezze?
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo si levò per accompagnare Bucalosso.
-Quando furono sulla porta il Cavaliere
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Vi aspetto domattina, all'alba, quando
-tornerete dal giro. Prudenza, eh?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, <i>prudenzia</i>!... <i>Mo si l'averano</i> loro,
-<i>pardio</i>!...
-</p>
-
-<p>
-E si strinsero l'enorme mano dabbene, con relativi
-anelli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap7">CAPITOLO VII.
-<span class="smaller"><i>E qui agisce per la prima volta la consumata Ninon
-Fauvétte, fior di Parigi.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Da tutte le chiese della Città del Capricorno
-suonò l'avemaria. Si udiva stridere qualche rondine.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere passeggiava pensosamente lungo il
-cortile: le mani dietro le reni e il capo basso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per Bios!... La faccenda si faceva seria! Gli
-avevano riportato ciò che stavano preparando i braccianti
-e non c'era da stare allegri. Bisognava giuocare
-tutto per tutto; buttarsi nel l'impresa corpo ed
-anima; rischiar la pelle.
-</p>
-
-<p>
-La pelle se l'era giuocata quaranta volte forse,
-ma in tempi diversi. Ora che stava per cogliere i
-frutti della sua fatica, gli seccava un pocolino di
-fare l'ultima capriola.
-</p>
-
-<p>
-Morire per l'Idea?... Ottimamente, ma se
-fosse stato possibile farne a meno era forse cosa
-migliore.
-</p>
-
-<p>
-L'Idea lo aveva trovato sempre discepolo fervido
-e pronto; dunque?... C'era forse qualcuno
-che potesse affermare ch'egli avesse mai cambiato
-gabbana?... Questo qualcuno non esisteva nella
-Città del Capricorno e altrove. Il Cavalier Mostardo
-e la Repubblica eran tutt'uno; chi diceva
-Repubblica diceva Cavalier Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Per Bios, l'Idea!...
-</p>
-
-<p>
-— <i>A soia un vigliach, me?</i>
-</p>
-
-<p>
-Sono un vigliacco, io?... Dal fondo della sua
-coscienza saliva un «<i>No!</i>» monumentale. Non
-era egli stato sempre in prima linea, sempre un
-<i>fuorisacco</i> autentico?... E se c'era stato da gridare: — Abbasso
-il Re! — chi l'aveva gridato
-per primo?... Lui! Sempre lui!... Questi sono titoli!
-E nelle <i>confusioni</i>, nei tentativi di rivolta, chi
-aveva preso la doppietta ed era disceso in piazza
-per primo? Il Cavalier Mostardo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Hóia fatt par ridar?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ho fatto per ridere?</i>... C'era tutto un passato
-luminoso. Egli era una tradizione. Ma ora le cose
-si complicavano un poco troppo. Non c'era più
-da combattere con l'insulso moderatume e con l'odiato
-clero: veniva innanzi una forza nuova, bene
-organizzata, violentissima: le Leghe rosse, la Camera
-rossa, il Socialismo insomma.
-</p>
-
-<p>
-Il Socialismo!... Quante volte aveva meditato
-su questo <i>partito dei versipelle</i> e aveva sempre
-conchiuso:
-</p>
-
-<p>
-— <i>L'è una bela vigliacarì!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>È una bella vigliaccheria!</i>... Perchè se lui,
-putacaso, fosse stato <i>grasso borghese</i> glie l'avrebbe
-fatto vedere, ai socialisti, come si faceva a metterli
-a posto!...
-</p>
-
-<p>
-— Ah, tu vuoi venire dove sto io?... Ah, tu
-vuoi prenderti la roba mia e vuoi anche impiccarmi
-alla lanterna?... Ah, io sono un ladro?... E tu
-che cosa sei, allora, se vuoi portarmi via quello
-che ho?... Vuoi fare ai pugni?... Avanti! Vuoi
-fare alle coltellate?... Avanti!
-</p>
-
-<p>
-Così si doveva dire e in piazza e nei comizi,
-per Bios! Ma il borghese era una viltà consacrata;
-un pidocchiume sentimentale. Non aveva imparato
-che l'arte di tremare e di raccomandarsi al Governo.
-</p>
-
-<p>
-— <i>E Gvéran?... Chsèll e Gvéran?</i>
-</p>
-
-<p>
-Il Governo?... Che cos'è il Governo?... Ma
-se domani, porco Dacco! io sono in casa mia e
-vogliono venire a mandarmi via, devo forse aspettare
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-il Governo in mezzo alla strada? Ma nossignori,
-ma nossignori! Si prende la sua brava
-schioppa e si tira nel petto ai versipelle! Così si
-fa, quando si ha un po' di coraggio civile!...
-Ma i borghesi, per scappar sempre, per aver sempre
-paura, avevano fatto diventar leoni anche le pecore.
-</p>
-
-<p>
-Anche Rigaglia!
-</p>
-
-<p>
-E il Cavaliere rise nella quietudine del suo cortile.
-</p>
-
-<p>
-Ormai era buio. Sentì la cavalla annitrire.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi scommettere che non le ha dato da
-bere?
-</p>
-
-<p>
-Si infilò nel piccolo andito che conduceva alla
-stalla. Quando aprì la porta, la cavalla annitrì di
-bel nuovo.
-</p>
-
-<p>
-— Hai sete, povera Carlotta?...
-</p>
-
-<p>
-L'aveva chiamata Carlotta, in onore di una sua
-donna che gli era stata in casa tre mesi.
-</p>
-
-<p>
-Aveva sete. Le portò due grandi secchie d'acqua.
-Poi le mise innanzi una bella bracciata d'erba.
-</p>
-
-<p>
-— To', mangia, poverina!...
-</p>
-
-<p>
-Ritornò nel cortile. Ma che cosa faceva Rigaglia?
-Dov'era il brutto testone? Ci si poteva
-dimenticare di Carlotta in quel modo?... E si
-propose di dargli una lezione non appena lo avesse
-veduto.
-</p>
-
-<p>
-Ricominciò la passeggiata da muro a muro. Fra
-poco sarebbero giunti il Trancia ed i sette sozii.
-Tutto era pronto: vestiti, schioppi, biciclette. A
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-quell'ora aveva anticipato cinquemile lire che il
-Partito doveva rimborsargli.
-</p>
-
-<p>
-Ma per il danaro poco gli importava; era sicuro
-del fatto suo; era l'incerto domani che lo rendeva
-pensoso. Perchè bastava che i <i>rossi</i> fossero
-riusciti ad impiantarsi con una trebbiatrice <i>rossa</i>
-in un'aia dei <i>gialli</i> e la vittoria era perduta. Ed
-egli sapeva che i <i>rossi</i> avevano organizzato un vero
-esercito pronto a qualsiasi battaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non importa! Dì che vengano avanti!
-</p>
-
-<p>
-Trinciò l'aria con un gran gesto e pronunziò
-ben forte queste ultime parole. Così si dava coraggio.
-Poi voleva uscire da quello stato di dubbiosità
-infelice.
-</p>
-
-<p>
-— Io non sono disposto a farmi montare sui
-piedi! Porco Dacco!... <i>As guardarên in tla
-faza!</i>... (Ci guarderemo in faccia!)
-</p>
-
-<p>
-In quel momento entrava Rigaglia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Rigaglia aprì la porta del cortile e si fermò
-inebetito a sentire che il Cavaliere parlava ad alta
-voce. Lo guardò un poco e scoppiò a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ch' sit da ridar, brott insansè?</i> (Perchè
-ridi brutto imbecille?)
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia chiuse la porta e fece due passi nel
-cortile. I suoi scarponi ferrati stridettero sui ciottoli.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo lo squadrò dal capo alle
-piante.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sei stato?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Rispondi! Dove sei stato?
-</p>
-
-<p>
-— Oi, ero qui dalla Mezzalana.
-</p>
-
-<p>
-— A far che?
-</p>
-
-<p>
-— Ho bevuto.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo il porco!
-</p>
-
-<p>
-— Oi, non si può bere un mezzo litro?
-</p>
-
-<p>
-— Ma prima di ubbriacarti...
-</p>
-
-<p>
-— Io non sono ubbriaco!
-</p>
-
-<p>
-— ... prima di ubbriacarti dovevi pensare alla
-Carlotta!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia tacque.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi farla morire quella bestia?
-</p>
-
-<p>
-Uguale silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— È meglio tu stia zitto, sì!... Guardate in
-che stato si presenta?... Ubbriaco duro!... Non
-ti vergogni?
-</p>
-
-<p>
-Infatti Rigaglia andava pensosamente in cerca
-del suo centro di gravità.
-</p>
-
-<p>
-— Solo per chi ti vede!... Io non so chi mi
-tenga dal prenderti per il colletto e dal buttarti in
-mezzo alla strada!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si guardava gli scarponi.
-</p>
-
-<p>
-— Non te l'ho già detto che non voglio? Con
-chi parlo io, eh?... Non mi capisci? Te lo devo
-spiegare in un altro modo? Vuoi che prenda un
-bastone e te lo rompa sulle spalle?
-</p>
-
-<p>
-E Rigaglia sempre zitto. Quando aveva bevuto,
-il figlio di Puffone, parlava ancora meno di quando
-era schietto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Be'... va via!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si avviò ma il Cavalier Mostardo lo
-fermò a mezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Dimmi un po': chi è che comanda in casa
-mia?... Sei tu o sono io?... Rispondi: chi è che
-comanda?...
-</p>
-
-<p>
-L'aveva preso per la giacca e lo scuoteva come
-se fosse stato uno scendiletto.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi stare...
-</p>
-
-<p>
-— Rispondi dunque!... Chi è che comanda?
-</p>
-
-<p>
-— Siete voi!
-</p>
-
-<p>
-— E se sono io, allora, brutto testone, quante
-volte te lo devo dire che non voglio vederti con le
-scarpe coi chiodi!...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si guardò le scarpe e mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Sono pur belle!
-</p>
-
-<p>
-— E non lo vuol mica capire che la mia casa
-non è una stalla!... Bada che non te lo debba
-ripetere un'altra volta perchè lo sai che non ho
-troppa pazienza!... Lo sai!...
-</p>
-
-<p>
-Come Rigaglia si sentì libero, riprese la strada
-della porta.
-</p>
-
-<p>
-— Hai capito? — gli gridò dietro Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia scosse il testone grugnendo:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mo</i> sì!
-</p>
-
-<p>
-— E allora se hai capito vai a togliertele subito,
-perchè questo è un vero cacume!
-</p>
-
-<p>
-Allora Rigaglia s'inchinò ancor più a guardarsi
-gli scarponi e, scuotendo la grande testa a
-disapprovare, mormorò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Un'è vera c'al sia un cacume!</i>
-</p>
-
-<p>
-E si tirò dietro l'uscio chè sentiva una troppo
-fiera tempesta sopravvenire.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo ristette un poco a guardar
-l'uscio che si era richiuso dietro l'ombra del
-suo domestico nemico e, per la terza volta, riprese
-la passeggiata da muro a muro.
-</p>
-
-<p>
-Ormai si faceva notte. Il Trancia e i sette manigoldi
-poco potevan tardare. Mostardo stava in
-pensiero:
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios, questa volta mi sono messo in
-un brutto impiccio!...
-</p>
-
-<p>
-E, con la notte, la sua peritanza acquistava
-sempre maggior volume. Gli venne in mente Spadarella.
-Che avrebbe fatto la povera bambina se
-lo zio Giovanni fosse morto? Sola fra le insidie
-del mondo, come un uccellino quando casca dal
-nido..
-</p>
-
-<p>
-Mah!... Ormai non si poteva più rimediare.
-Era troppo tardi.
-</p>
-
-<p>
-— Però... però... — pensò il Cavalier Mostardo — però
-potrei sempre ammalarmi! Alla
-mia età ci si può ammalare! Rimango a letto...
-Mi viene una bella sciatica... e chi si è visto, si
-è visto!...
-</p>
-
-<p>
-L'idea gli parve buona. Una bella sciatica
-poteva salvarlo e perchè non farsela venire?... Allungò
-i passi; il cortile gli era diventata una gabbia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<p>
-La luna spuntò di sopra ai tetti. Faceva tanto
-chiaro che pareva nascesse l'alba.
-</p>
-
-<p>
-Dopo tutto, anche se il Partito mormorava,
-poteva anche infischiarsene del Partito. Non aveva
-bisogno di nessuno, lui; era ricco. Ma perchè doveva
-essere sempre il Cavalier Mostardo nelle peste?
-Perchè sempre lui dove c'era da prendere una
-schioppettata o da darla?... L'onorevole, no, che
-non si metteva in tali arrischi; e nemmeno l'avvocato
-Suasia, nè tutti gli altri signori della Cattedra.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa sono io: il somaro della compagnia?
-</p>
-
-<p>
-E quasi quasi aveva deciso e stabilito tutto il
-piano della solenne ritirata, quando ad un tratto,
-essendo la luna più alta e più illuminato il cortile,
-un sonorissimo:
-</p>
-
-<p>
-— Chicchiricchiiiii!...
-</p>
-
-<p>
-lo scosse e lo tolse bruscamente dalla sua meditazione.
-Il gallo Francesco aveva cantato: il discepolo
-di Rigaglia. Però il Cavalier Mostardo pensò
-a un altro canto di gallo; pensò a un celebre tradimento
-e si vergognò!
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios, dovrei nascondermi mille miglia
-sotto terra!...
-</p>
-
-<p>
-Rifece a ritroso la strada percorsa e si insolentì
-con opulenza.
-</p>
-
-<p>
-— Sono un porco! Sono una grandissima
-carogna!... Dovrebbero prendermi e svergognarmi;
-dovrebbero mostrarmi alla gente come il più
-gran vigliacco del mondo! Sono discorsi da fare?
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-Ho data o non ho data la parola?... E allora se
-hai data la parola devi mantenerla! Ti chiami
-Rigaglia o Mostardo? E non ti vergogni di ragionare
-come hai ragionato? Non ti vergogni di far
-vedere che hai paura? Non importa che tu cerchi
-scuse: hai avuto paura!... E adesso poche chiacchiere:
-avanti, e succeda quel che vuol succedere!
-Tu sarai sempre in prima fila. Si dovrà dire: — È
-stato il Cavalier Mostardo!
-</p>
-
-<p>
-Così si veniva catechizzando quando il gallo
-Francesco cantò per la seconda volta. Allora il
-Cavaliere si rivolse indispettito, tese un braccio
-verso il pollaio e gridò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Cânta, cânta!</i>... <i>Ai pinsarò me a tirètt e'
-coll!</i>... (Canta, canta!... Ci penserò io a tirarti
-il collo!...)
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Stava per rientrare. La porta del cortile si riaprì
-e comparve Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa c'è di nuovo?
-</p>
-
-<p>
-— C'è una donna.
-</p>
-
-<p>
-— Una donna? E quale donna?
-</p>
-
-<p>
-— Io non lo so.
-</p>
-
-<p>
-— Non ti ha detto il nome?
-</p>
-
-<p>
-— Ha masticato qualche cosa che non ho
-capito.
-</p>
-
-<p>
-— Sfido, io... Sei ubbriaco!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mo</i> che cosa c'entra?... È una donna che
-parla <i>foresto</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Parla forestiero?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo incominciò per allibire,
-poi si mise le mani fra i capelli.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cosa mi hai fatto ancora?... Dove
-l'hai lasciata?
-</p>
-
-<p>
-— È sulle scale.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non perdeva mai la sua calma.
-</p>
-
-<p>
-— Sulle scale?... — urlò Mostardo — Una
-signora forestiera me la lasci sulle scale?...
-</p>
-
-<p>
-— Dove volevate la portassi se non capivo
-niente?
-</p>
-
-<p>
-— C'è bisogno di capire, brutto somaro? Per
-chi l'ho fatto io il salotto: per te, forse?... L'ho
-fatto per la tua sudiceria?...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia, vistosi in pericolo, infilò l'uscio e
-scomparve.
-</p>
-
-<p>
-Ed ora bisognava rimediare alle bestialità di
-lui; bisognava che la signora forestiera, piantata
-là, in mezzo alle scale come una qualsiasi mendicante,
-si facesse un concetto ben diverso della
-casa del Cavalier Mostardo. In un secondo ebbe
-stabilito un piano e lo pose in esecuzione. Infilò
-di gran corsa la scaletta di servizio alla quale si
-accedeva dal cortile; attraverso, sempre al buio,
-tre o quattro stanze; rovesciò un tavolo, mandò in
-frantumi un magnifico servizio di porcellana per il
-the (l'aveva comprato dopo la visita in casa dei
-marchesi Alerami); fracassò una seggiola; si ammaccò
-il costato contro lo spigolo di una porta;
-battè la testa contro un muro; inciampò in un
-tappeto; si tirò dietro un porta ombrelli; rovesciò
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-la gabbia del pappagallo; fracassò un vaso da fiori
-e giunse alla porta delle scale maestre. Allora
-accese il lume. Il suo passaggio era stato simile a
-quello di un ciclone. Aveva lasciato dietro di sè
-una solenne rovina.
-</p>
-
-<p>
-Non pensò a niente, non si curò di niente. Si
-sbirciò nello specchio per riassettarsi un poco; girò
-la chiave della luce che illuminava le scale e aprì
-la porta.
-</p>
-
-<p>
-Attese un secondo... si fece nel vano, poi sul
-pianerottolo, ma non vide anima viva.
-</p>
-
-<p>
-Certo, la signora forestiera se ne era andata
-piena di sdegno per vedersi accolta in quel modo!
-</p>
-
-<p>
-Si precipitò giù per le scale, giunse al pianterreno,
-chiamò forte:
-</p>
-
-<p>
-— Signora?... Signora?...
-</p>
-
-<p>
-E udì cigolar la porta di strada. Stava per
-andarsene.
-</p>
-
-<p>
-— Signora?... Madama?... — chiamò più
-forte.
-</p>
-
-<p>
-Allora udì un fresco riso, nell'andito.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... È lei!...
-</p>
-
-<p>
-Gli ritornavan, con la luna estiva, i suoi fieri
-vent'anni! Si ricompose; si arricciò i mustacchi;
-ritrovò il sorriso delle grandi occasioni. Poi, passo
-passo, si dirisse all'incontro.
-</p>
-
-<p>
-Eccola!... Perdinci, era lei!... Lei, la bella
-ignota che aveva veduta una prima volta in casa
-dei marchesi Alerami e una seconda volta nel giardino
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-di Spadarella! E sembrava la Madonna di
-Loreto!...
-</p>
-
-<p>
-Rimase senza saper più che dire. Abbozzò e
-mormorò un:
-</p>
-
-<p>
-— Madama!... — pieno di mille significati.
-Almeno ce li metteva lui.
-</p>
-
-<p>
-La biondissima creatura si fece innanzi con
-disinvolta grazia e gli tese la mano. Egli la strinse
-e soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Buonasera!
-</p>
-
-<p>
-Che cosa doveva dire?... Riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Si accomodi!
-</p>
-
-<p>
-Poi la bella signora dai capelli del color dei
-marenghi incominciò a parlare in un suo strano
-modo come se gorgogliasse e il Cavaliere fece gli
-occhi tondi:
-</p>
-
-<p>
-— Forse vi <i>derangio</i>?
-</p>
-
-<p>
-Ora anche lei parlava difficile! E mostrare di
-non aver capito non poteva! Ebbe una smorfia di
-dubbio significato; allargò il palmo della mano
-e tutte le cinque dita e fece il gesto del «così
-così!...». Rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio... non c'è male... ecco!...
-</p>
-
-<p>
-La bella dama scoppiò a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Voi non parlate francese?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuole... è una lingua della Cattedra!...
-Non ci arrivo!...
-</p>
-
-<p>
-— È un vero <i>domaggio</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà anche un <i>domaggio</i>... ma non ne ho
-colpa io!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-</p>
-
-<p>
-La bella dama non poteva trattenere la folle
-onda del riso; più cercava frenarsi e più l'impeto
-della subita gaiezza le premeva dentro con tanta
-forza che doveva abbandonarvisi. Più non poteva
-dire quanto avrebbe voluto e, ferma in mezzo alle
-scale, si asciugava gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo, sulle prime, non seppe
-quale atteggiamento assumere: se impermalirsi, o
-preferire un tono di uomo superiore; poi, fra i due
-corni del dilemma, scelse una terza via: quella
-della galanteria, tantochè, atteggiato il volto a un
-garbo assassino, si chinò un poco verso di lei e
-mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Come siete bella quando ridete!...
-</p>
-
-<p>
-Poi si incamminarono in silenzio. Eccoli nel
-salotto.
-</p>
-
-<p>
-Quando la bella dama fu seduta, aveva ripreso
-il compiuto dominio di sè stessa. Il Cavalier Mostardo
-la guardava arricciandosi i baffi.
-</p>
-
-<p>
-— Voi non sapete ancora il mio nome... — disse
-l'ignota con tale garbo che il nostro Mostardo
-le avrebbe schioccato un bacio.
-</p>
-
-<p>
-— Questo è vero. Ma del resto si vede che
-dovete avere un bel nome!
-</p>
-
-<p>
-— Io mi chiamo Ninon Fauvétte... e voi siete
-il Cavalier Mostardo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... madama!
-</p>
-
-<p>
-— Vi ho già veduto una volta...
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io!
-</p>
-
-<p>
-— In casa della marchesa Alerami...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente.
-</p>
-
-<p>
-— ... e mi sono ricordata di voi...
-</p>
-
-<p>
-— Oh, anch'io!...
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuta, questa sera, <i>per la parte</i> della
-marchesa Alerami.
-</p>
-
-<p>
-— Ah?... Guarda!
-</p>
-
-<p>
-— Sì! <i>Madama la marchesa vorrebbe avere
-da voi</i> una grandissima cortesia!
-</p>
-
-<p>
-— Sempre pronto a servirla... — e soggiunse
-strizzando un occhio: — Ma... per voi!... Solamente
-per voi!...
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte finse di non capire il sottinteso
-e continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Voi sapete che è molto <i>difficìle</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Difficile... — corresse Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— ... poter vivere, per una famiglia <i>aristocratìca</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Aristocratica! — corresse Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— ... <i>e alora, madama la marchesa vodrebbe</i>
-che voi non <i>bugiaste</i>...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo, questa volta, si rizzò sul
-torso e fece il viso dell'arme.
-</p>
-
-<p>
-— Che io non <i>bugii</i>?... Cosa vuol dir questo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... Voi dovreste <i>niente dire</i> di essere
-stato <i>appellato</i> dalla marchesa...
-</p>
-
-<p>
-— Volete dir «chiamato»?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, chiamato!
-</p>
-
-<p>
-— E perchè non dovrei dir niente?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Per non la compromettere!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte lo guardava sorridendo dolce.
-Il Cavalier Mostardo si mosse sulla seggiola.
-</p>
-
-<p>
-Ma quella pretesa gli sembrava piuttosto grossa!
-Come? Mi mandate a chiamare, volete che vi
-difenda, debbo arrischiare la mia pellaccia per voi
-e poi non volete neppure che io dica di essere stato
-in casa vostra?... Avete bisogno di Mostardo e vi
-vergognate di Mostardo?... Lo chiamate e lo rinnegate?...
-Ah no, per Bios!... E allora perchè
-non ricorrere al clero?... Lui dunque, che gli Alerami
-e i non Alerami se ne dovessero vergognare?...
-Se era un fuorisacco ebbene, non era forse questo
-un titolo di superiore nobiltà? <i>Fuorisacco</i> equivaleva
-a marchese; anzi era più di marchese; ma
-molto, molto di più! Egli aveva un orgoglio più
-regolare di mille alberi genealogici!
-</p>
-
-<p>
-Frattanto si atteggiò a persona ferita nella
-dignità, e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Ah no, madama!... Questo mi sembra piuttosto
-un cacume!
-</p>
-
-<p>
-— Forse non mi spiego — mormorò Ninon
-Fauvétte.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, lei si spiega! Ho capito benissimo
-anche se parla difficile. Ma qui si tratta di principio,
-cara madama. È il principio che va innanzi
-a tutto. E il principio insegna che, oggi, ognuno è
-figlio delle proprie azioni. Uno nasce marchese,
-l'altro nasce, putacaso, verniciatore. Ma, dico io,
-se il verniciatore non ha le mani del marchese, può
-avere però una coscienza centuplicata. Mi spiego?...
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-Il verniciatore può elevarsi dalla sua bassa statura
-e crescere più del marchese. Il principio è questo!
-Ora non si nasce più con un'eredità; l'eredità
-l'uomo se la busca campando, se la confeziona;
-è lui che non vernicia più le porte e le finestre degli
-altri, ma si vernicia la propria coscienza. Ha capito,
-madama?... Siamo tutti quanti figli dell'ottantanove!
-Mi guardi qui, per esempio, questi <i>Conti
-del Papa</i>. Quando l'esecrato clero comandava su
-la Romagna, capitava che, se un qualsiasi Marcantonio
-faceva un piacere alla Chiesa, eccoti il Papa
-che lo creava conte. Tutta la Romagna è piena di
-questi conti che non contano niente. Noi li chiamiamo
-i <i>cunt de Pepa</i>! Non hanno un soldo, non
-fanno niente, qualcheduno mostra il sedere fuori
-dai calzoni. È nobiltà questa? dica lei, madama,
-è nobiltà?... Così il popolo ride di questi nobili
-e li ha ribattezzati con un soprannome. Qui abbiamo:
-il conte Polpetta; il conte Piscione; il conte
-Cacadubbi; il conte Tremarella; il conte Bragone
-e via di seguito. Il Papa li ha fatti conti, ma sono
-meno del verniciatore. Il verniciatore ha la sua testa
-e questi conti non ne hanno. La nobiltà sta nella
-testa. L'albero genealogico è nella scatola del cervello,
-mi spiego?... Un momento... mi lasci finire.
-Così io mi chiamo Cavalier Mostardo; io ho fatto
-tutto da per me... io sono un nobile!... <i>C'è poco
-da dire!</i>... Quando il marchese o la marchesa
-Alerami mi mandano a chiamare non si abbassano
-mica!... Il Cavalier Mostardo potrebbe stare anche
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-alla Corte, se non fosse repubblicano antico! Noi
-abbiamo combattuto sempre per l'Idea e ci siamo
-creati la nostra nobiltà, cara madama!... Era forse
-conte o marchese, Garibaldi?... Dica lei!... Era
-il leone dell'Idea, come Mazzini! E adesso sono
-per tutte le piazze. Altro che nobiltà!... Dunque
-deve dire alla marchesa Alerami che il Cavalier
-Mostardo, per generosità, dimentica tutto, ma che
-non vorrà mai più sentir parlare di lei.
-</p>
-
-<p>
-Dopo la solenne tirata, la povera Ninon Fauvétte,
-fior di Parigi, fece il più raumiliato e compunto
-viso che si potesse e mormorò un:
-</p>
-
-<p>
-— Mi scusi!... — che avrebbe commosso,
-nonchè il Cavalier Mostardo, il più fiero brigante
-dell'età eroica.
-</p>
-
-<p>
-E il nostro Mostardo, che era tenero di natura
-e molto più tenero poi, nel particolar caso della
-bella madama, si affrettò a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Oh, ma lei non c'entra mica!... Lei è
-l'ambasciatore e non porta pena. Poi... — e si
-riaggiustò i polsi della camicia — poi... per madama
-Mignon...
-</p>
-
-<p>
-— Ninon! — corresse la bella.
-</p>
-
-<p>
-— Già!... Per madama Mignon... il Cavalier
-Mostardo sarebbe capace di fare anche... — si
-chinò innanzi, fece schioccar le dita e conchiuse
-con un sorriso birbone — ... sì, anche una minchioneria!...
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte colse la palla al balzo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Allora, se voi siete così gentile, perchè non
-mi aiutate?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, per voi, madama, è un'altra cosa!
-</p>
-
-<p>
-E accostò un poco più la seggiola a quella
-di lei.
-</p>
-
-<p>
-— Madama la marchesa anzi vuole invitarvi
-a pranzo.
-</p>
-
-<p>
-— A pranzo?
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì!
-</p>
-
-<p>
-— E allora perchè...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ella vuole solamente che in questi giorni
-qui voi non bugiate parce que ella ha paura per
-la sua vita!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ma non ci sono io?
-</p>
-
-<p>
-— Voi non potete fare l'impossibile.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io faccio anche l'ottantanove, se voglio
-farlo!
-</p>
-
-<p>
-— Veramente?
-</p>
-
-<p>
-— Madama, voi siete forestiera; ma domandatelo
-a chi mi conosce!
-</p>
-
-<p>
-— Se voi potete assicurarmi...
-</p>
-
-<p>
-— Cosa dite?
-</p>
-
-<p>
-— Potete?...
-</p>
-
-<p>
-Dio, che occhi e che sguardo a succhiello!...
-Ella si lavorava quella sua voce come <i>e' Zaclên</i>
-il suo violino. Ricamava le parole sopra un flauto
-e aveva sempre ragione lei! Un'anima nuda come
-quella di Mostardo, si sentiva portar via, si sentiva
-tutta e nobilmente solleticata. Quelle erano donne,
-per Bios! E lui che era arrivato, ai suoi cinquantacinque
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-anni senza conoscerne neppure l'esistenza?...
-Ma guardatela, pare che reciti sempre!...
-Si sta a sentire con gli occhi e la bocca
-aperti... e, quando ha finito di parlare e di muoversi,
-ti rimane dentro un certo nonsocchè... una
-cosa così curiosa...
-</p>
-
-<p>
-Belle donne quelle che aveva conosciute lui!...
-Pane e formaggio! Erano un surrogato della Vispa
-Teresa. Venivano a prendere la farfalletta e se
-ne andavano via. Non c'era complicazione... non
-c'era la donna, ecco, la donna!... La donna che
-vi fa rimanere come un'oca, là, a guardarla, a
-sentirla...
-</p>
-
-<p>
-Ella aveva pronunziato quel «<i>Potete?</i>...»
-come se gli avesse data la scossa elettrica. E poi
-gli aveva messo gli occhi addosso, che se li sentiva
-camminare dappertutto!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo guardò la porta. L'aveva
-chiusa o no? Sì, l'aveva chiusa.
-</p>
-
-<p>
-Allora si chinò ancora più verso la sua bella
-e mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Io posso tutto!...
-</p>
-
-<p>
-— Potete garantirmi la vita di madama la
-marchesa?
-</p>
-
-<p>
-— E... se ve la garantissi?...
-</p>
-
-<p>
-— Allora...
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!...
-</p>
-
-<p>
-Si alzò perchè il sangue gli saliva alla testa e
-stava per commettere una grande sciocchezza. Voleva
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-mostrarsi gentiluomo. Non poteva mica così,
-su due piedi...
-</p>
-
-<p>
-Fece un giro per la stanza; si rivolse. Ninon
-Fauvétte continuava a sorridergli nello stesso modo,
-per nulla turbata dal turbamento di lui. Questa
-allora si chiamava una provocazione bella e buona!
-Però poteva anche sbagliarsi nel giudizio. Dopo
-tutto, quella donna era, per lui, un perfetto mistero.
-Quel sorriso poteva essere anche una forma di educazione
-e niente più. Che figura ci avrebbe fatta
-se si fosse lanciato nel vortice delle audacie? E se
-avesse dovuto ritornarsene come un can bastonato?...
-Il nostro Mostardo non aveva pratica di
-donne forestiere e non si voleva mettere allo sbaraglio
-là dove non riusciva neppure a spiegarsi.
-Poi voleva che ella avesse la sensazione di aver a
-che fare con un vero signore e non con un villanaccio.
-Non voleva essere confuso con Rigaglia, il
-Cavalier Mostardo! — Fra me e lui c'è una bella
-differenza! — Così girò attorno alla situazione ambigua
-e, per voler apparire di un'estrema correttezza,
-scostò la seggiola senza parere e chiese,
-ritornando al suo posto:
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, di che paese è lei?
-</p>
-
-<p>
-— Io sono nata a Parigi.
-</p>
-
-<p>
-— È parigina?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, signore.
-</p>
-
-<p>
-— Allora, francese?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, signore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios! Allora è repubblicana! Qua la
-mano!
-</p>
-
-<p>
-E tese il suo manone monumentale nel quale
-scomparve la piccola mano di lei.
-</p>
-
-<p>
-Dio, gli pareva di stringere un'allodola, un
-beccafico! Sentiva una cosa tanto tepida e morbida
-che se la sarebbe mangiata! E non si decideva
-ad abbandonar quella mano che Ninon Fauvétte
-non aveva, d'altra parte, nessuna fretta di ritirare.
-</p>
-
-<p>
-Così stando le cose, l'orizzonte, per un attimo
-schiarito, si rabbuiò in un baleno. Il nostro Cavaliere
-accostò ancora la seggiola. Ma, per Dacco!
-Se non scappa lei devo forse scappar io?... Qui
-non si tratta più di educazione. Non è poi mica
-una verginella di quindici anni!... Lo saprà pure
-come siamo fatti noi altri uomini! Io sono un gentiluomo,
-sì, sono un gentiluomo, ma non ho mica
-fatto voto di castità. Il pepe è sempre pepe, e questa
-parigina ne ha parecchio. Se lei si guarda,
-ebbene, io mi guarderò; ma se lei non si guarda,
-non mi guarderò neppur io...
-</p>
-
-<p>
-Così veniva ragionando e invermigliandosi il
-Cavalier Mostardo e la bella Fauvétte l'osservava
-e si divertiva. Ella sentiva già di averlo tutto in suo
-potere; era certa di poter disporre di quel colosso,
-come meglio le fosse piaciuto.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — riprese modulando la voce alle
-più penetranti tonalità: — dunque, voi potete assicurarmi
-la vita della marchesa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mostardo si sporse ancor più. Ora erano quasi
-a viso a viso. Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sentite... io vi assicuro tutto... tutto quanto
-volete! Da questa notte metterò una guardia al
-palazzo e una guardia alla persona della marchesa.
-Due fra i miei uomini più fidati. La marchesa potrà
-andare, venire di giorno e di notte, sicurissima che
-nessuno le torcerà neppure un capello. Ve lo garantisco
-io! Però... io non domando nessuna ricompensa...
-io non sono un sensale!... Io domando
-solamente la vostra amicizia!
-</p>
-
-<p>
-— La mia amicizia?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... la vostra amicizia!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mais vous l'avez déjà, mon cher Mostardò!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Non chiamatemi Mostardo...
-</p>
-
-<p>
-— Come, allora?
-</p>
-
-<p>
-— Chiamatemi Giovanni... Gianni... come
-volete.
-</p>
-
-<p>
-— Allora vi chiamerò Jean... <i>tout court!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Sì... così va bene!
-</p>
-
-<p>
-Però come si lasciava andare! Non si poteva
-proprio dire che fosse una di quelle donne sentimentali
-che vi fanno dannare per niente... e poi se
-l'hanno a male se non vi accorgete di loro!
-</p>
-
-<p>
-— Sentite, Mignon...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?...
-</p>
-
-<p>
-— Io vorrei, da voi, una promessa...
-</p>
-
-<p>
-— Quale?
-</p>
-
-<p>
-— La promessa che verrete a trovarmi ancora.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non siamo buoni amici?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ora gli pareva che esagerasse un poco troppo
-con l'amicizia.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ecco... cioè... amici proprio...
-</p>
-
-<p>
-— Non vi piace?
-</p>
-
-<p>
-— Mi piacerebbe... Sapete, fra uomini e
-donne, per me, l'amicizia è quasi un cacume!
-</p>
-
-<p>
-— Voi vorreste correre troppo!
-</p>
-
-<p>
-— Non corro, no! Faccio così per dire. Però
-voi siete tanto bella...
-</p>
-
-<p>
-— Vi sembra?
-</p>
-
-<p>
-— Siete tanto bella che... per Bios!...
-</p>
-
-<p>
-E dentro era terribilmente combattuto. E si
-diceva: — Glie lo dò?... Non glie lo do?... — Erano
-proprio accosto accosto; bastava ch'egli si
-sporgesse ancora di quattro o cinque centimetri e
-la cosa era spacciata; e quei quattro o cinque centimetri
-costituivano, per lui, un tremendo problema.
-Non si era sentito mai tanto timido in vita sua;
-mai aveva sofferto di tanta peritanza di fronte a una
-donna.
-</p>
-
-<p>
-— Mignon... io provo, per voi, un nobile sentimento.
-</p>
-
-<p>
-Ella non rifiatò. Era piuttosto vermiglia.
-</p>
-
-<p>
-— ... un nobile sentimento, e...
-</p>
-
-<p>
-E i quattro centimetri furono superati ed egli
-sentì, sulle prime, la delizia del bacio di lei.
-</p>
-
-<p>
-Sulle prime, sì, perchè, dopo, ebbe in bocca
-un certo sapore...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È permesso?
-</p>
-
-<p>
-Qualcuno bussava alla porta.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è ancora questo seccatore?
-</p>
-
-<p>
-Si accostò all'uscio e gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Chi è?
-</p>
-
-<p>
-Una voce rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Siamo noi!
-</p>
-
-<p>
-— Voi, chi?
-</p>
-
-<p>
-— Trancia e compagnia.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Vengo subito.
-</p>
-
-<p>
-— Fate il vostro comodo.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere ritornò presso Ninon Fauvétte.
-</p>
-
-<p>
-— Mi perdonate?... Sono giorni terribili, per
-me. Non potrò dormire per una settimana intiera.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mon pauvre Jean! Je m'en vais... je
-m'en vais.</i>
-</p>
-
-<p>
-E raccolse da una seggiola i guanti e il ventaglio.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo non poteva risponderle perchè non
-aveva capito niente.
-</p>
-
-<p>
-— Spero rivedervi molto presto.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, verrò.
-</p>
-
-<p>
-— Quando?
-</p>
-
-<p>
-— Verrò, verrò...
-</p>
-
-<p>
-E fece per avviarsi verso la porta dalla quale
-era entrata.
-</p>
-
-<p>
-— Non di lì! — gridò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? — domandò Ninon Fauvétte meravigliando.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè da quella parte ci sono gli uomini!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quali uomini?
-</p>
-
-<p>
-— I miei uomini. Quelli che adopererò questa
-notte.
-</p>
-
-<p>
-— E non si possono vedere?
-</p>
-
-<p>
-— Per carità! Non ci mancherebbe altro!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Sono gentaccia. Non voglio che vi vedano.
-</p>
-
-<p>
-— Ma vorrei ben vederli io!
-</p>
-
-<p>
-— Un'altra volta... sì... un'altra volta! Oggi
-è troppo tardi; poi non c'è da fidarsi! Venite,
-venite per di qua.
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte non potè insistere e seguì Mostardo
-che la fece uscire per una porticina, poi la
-condusse per mano attraverso qualche stanza buia
-finchè non si trovarono alla porta delle scale.
-</p>
-
-<p>
-Prima di lasciarla il Cavalier Mostardo volle
-essere ancora corretto; si inchinò con bel garbo e
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Vi ringrazio di essere venuta... Spero ritornerete
-presto... Ricordatevi ch'io vi tengo in mezzo
-al cuore!...
-</p>
-
-<p>
-— Voi siete ben gentile!... — rispose sorridendo
-Ninon e abbandonò ambo le mani fra quelle
-poderose di Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Allora egli la trasse a sè un poco più, sempre
-un poco più fin ch'ella non gli si abbandonò sul
-petto.
-</p>
-
-<p>
-La bocca di lui ritrovò quella di lei e fu un
-pateracchio combinato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-</p>
-
-<p>
-E stavano così bellamente dimenticando l'intero
-universo, assorti nel particolare còmpito del
-bacio, quando i sette manigoldi, che si eran fermi
-nella stanza vicina, incominciarono a berciare, a
-strepitare, a bestemmiare che pareva dovessero
-finirsi fra di loro in men che non si dica ave.
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte fece un viso pien di spavento
-e, aggrappatasi al nostro Mostardo, gli domandò
-tremando:
-</p>
-
-<p>
-— Mio Dio, che cosa succede?
-</p>
-
-<p>
-Allora egli l'abbracciò stretta e tenendola così,
-la faccia inchina su quella sua dolce creatura, le
-mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— No, poverina, non aver paura che non è
-niente!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non sentite?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... sono i miei uomini.
-</p>
-
-<p>
-— Si ammazzano!
-</p>
-
-<p>
-— Ma no, poverina!... Discorrono. Forse
-parleranno di politica!
-</p>
-
-<p>
-Ed, ahi! che il discorso dei manigoldi degenerò
-di un subito in un qualcosa che al Cavalier
-Mostardo parve tremendo!
-</p>
-
-<p>
-Infatti, in un momento in cui le voci stavan
-per volgere alla calma, si udirono prima due, poi
-quattro, poi sei suoni che chiameremo assolutamente
-ingiustificati ed altrettanto inarticolati. Suoni plebei,
-se così vuol dirsi, di non dubbia origine e imputati
-a vergogna dalle persone civili. Il povero Mostardo
-non avrebbe voluto aver udito; si invermigliò
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-fin sulla fronte; tossì, guardò il soffitto. Urlò verso
-la stanza attigua un:
-</p>
-
-<p>
-— Vergogna!... — che parve un terremoto;
-poi, presa sotto braccio Ninon Fauvétte, le disse:
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo... andiamo...
-</p>
-
-<p>
-E la trascinò giù per le scale.
-</p>
-
-<p>
-Egli sapeva bene di che fossero capaci quegli
-avanzi di galera. E proprio il giorno in cui incominciava
-a costruire la sua nobile vita gli capitava
-una simile porcheria! Che ne avrebbe pensato Ninon?...
-Non si arrischiava neppure di levarle gli
-occhi in volto.
-</p>
-
-<p>
-— Perdonatemi, Mignon...
-</p>
-
-<p>
-Ella lo guardò con la più semplice aria del
-mondo e la più pura:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè dovrei perdonarvi?...
-</p>
-
-<p>
-— Proprio... non ne ho colpa io...
-</p>
-
-<p>
-— Ma di che?...
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio!... di tutto quello che abbiamo
-sentito...
-</p>
-
-<p>
-— Ma io non ho sentito niente!
-</p>
-
-<p>
-La guardò ammirato. Come si capiva che era
-di razza! Quale educazione!... Ella non aveva
-sentito perchè non doveva aver sentito. Dopo tutto,
-era un riguardo verso di lui. E lui, sempre bestia
-che non capiva certe sfumature!...
-</p>
-
-<p>
-— Capisco, è una bella finezza... — mormorò — e
-ve ne sono grato. Però vi prego di non
-credere che la mia casa sia così tutti i giorni...
-</p>
-
-<p>
-Ella scoppiò a ridere. Ciò gli dette tanto conforto
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-che si chinò a baciarla ancora e più lungamente.
-</p>
-
-<p>
-Poi le aprì la porta e la fece scivolare nell'ombra.
-</p>
-
-<p>
-Quando fu partita, si passò una mano sulla
-bocca e sputò.
-</p>
-
-<p>
-Curiosa!... Non aveva mai dato o ricevuto
-baci che gli avessero lasciato un sapore simile...
-</p>
-
-<p>
-Sapevano di glicerina!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Chiuse la porta e, chi ti vide quando si rivolse?
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia!...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia era piantato là, in mezzo all'entrata
-e sorrideva ammiccando.
-</p>
-
-<p>
-La cosa non piacque punto a Mostardo. Chiese
-al suo domestico nemico, con l'aria più burbera che
-si avesse:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa facevi là?
-</p>
-
-<p>
-— La cena è pronta — rispose Rigaglia, tranquillo
-tranquillo.
-</p>
-
-<p>
-— E avevi bisogno di venir qui a dirmelo?
-</p>
-
-<p>
-— Vi ho cercato dappertutto...
-</p>
-
-<p>
-— Questa non è una buona ragione! Poi sapevi
-che avevo una visita!
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E allora?
-</p>
-
-<p>
-— Allora credevo che cenaste insieme!
-</p>
-
-<p>
-— Tu non devi creder niente, hai capito?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa c'è di male?
-</p>
-
-<p>
-— E non devi aver veduto niente!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bella roba! Per un bacio...
-</p>
-
-<p>
-— Ma non devi aver veduto niente!
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo fece qualche passo.
-</p>
-
-<p>
-— E non ti venga più voglia di venire a chiamarmi
-a cena quando sono con delle signore!
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Sì un corno!... Si dice sissignore!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia annuì col testone. Domandò poco
-dopo:
-</p>
-
-<p>
-— Cenate questa sera?
-</p>
-
-<p>
-— Adesso non ho tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma la roba va a male...
-</p>
-
-<p>
-— Lascia che vada all'inferno!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere salì le scale. Rigaglia proseguì
-per l'entrata. Disse quest'ultimo, quando fu tutto
-solo:
-</p>
-
-<p>
-— Quell'uomo, fra le donne e la politica, si
-ammazza. Bel gusto, proprio adesso che è un signore!...
-</p>
-
-<p>
-Ma Rigaglia non concepiva l'Idea.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Entrò nella stanza sbattendo l'uscio con tale
-violenta che poco mancò non lo riducesse in pezzi.
-</p>
-
-<p>
-Gli otto sozii videro la bufera e si affrettarono
-a non far più parola.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo non levò gli occhi in faccia a nessuno;
-si diresse alla scrivania e sedette.
-</p>
-
-<p>
-Trascorse un silenzio che pesava più che
-piombo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io vi domando solo, dove credete di essere?...
-</p>
-
-<p>
-Gli otto sozii si guardarono in faccia e non
-capirono.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? — domandò timidamente il
-Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— Rispondetemi. Dove credete di essere?
-</p>
-
-<p>
-— Ma... in casa vostra...
-</p>
-
-<p>
-— In casa mia, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— In casa di una persona bene educata?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E allora, se sapete di essere in casa di una
-persona bene educata, perchè vi comportate come
-se foste nelle stalle dove siete nati?
-</p>
-
-<p>
-I sozii non capivano o facevan le finte.
-</p>
-
-<p>
-— C'è proprio bisogno che mi spieghi?... — E
-aperto il cassetto della scrivania ne estrasse un
-pistolone del tempo del Papa. — C'è bisogno che
-mi spieghi?... — ripetè oscurandosi talmente in
-viso che il Trancia tese una mano verso la pistola
-e mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— No... non c'è bisogno!...
-</p>
-
-<p>
-— Adesso fate gli umili, è vero?... Adesso!...
-Ma quando ero di là con una signora eravate arroganti,
-allora!... e avete convertita la mia casa in
-un porcile!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cosa abbiamo fatto? — domandò
-il Giovinaccio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi anche saperlo? — e Mostardo si
-alzò dalla poltrona.
-</p>
-
-<p>
-Di un balzo fu sul malcapitato, lo afferrò per
-le braccia, lo sollevò come se fosse uno sigaro, lo
-fece girar per l'aria due volte e si accostò alla finestra
-aperta.
-</p>
-
-<p>
-I sozii guardavano impietriti e non osavano
-aprir bocca. Essi sapevano bene di che fosse capace
-il Cavalier Mostardo quando una cosa gli andava
-di traverso; conoscevano la sua forza prodigiosa
-e si guardavan dall'intervenire. Mostardo era buono
-a spacciarli tutti quanti se lo acciecava la sua violenza;
-era adunque meglio lasciarlo fare e raccomandarsi
-a Dio per l'anima del Giovinaccio.
-</p>
-
-<p>
-Ora la finestra di quella stanza si apriva sopra
-un'ampia e ben colma concimaia.
-</p>
-
-<p>
-In un balzo Mostardo fu alla finestra, tenendo
-saldo fra le mani robuste l'uomo che si divincolava
-e urlava. Ad un tratto lo sollevò e lo tenne sospeso
-nel vuoto per il solo tempo in cui gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Guardala!... Quella è la tua casa!...
-</p>
-
-<p>
-Poi lo scagliò nel vuoto.
-</p>
-
-<p>
-Si udì un tonfo sordo e le voci dei sozii che
-mormoravano:
-</p>
-
-<p>
-— L'ha ammazzato!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo ristette un attimo a guardare.
-Quando fu certo del fatto suo, si rivolse
-e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sta meglio di me e di voi. Gli ho data
-la lezione che si meritava.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-</p>
-
-<p>
-E ritornò alla scrivania, e sedette in pace,
-contento ormai di essersi spiegato. I sette restanti
-eran doventati come tanti agnelli.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo aveva bisogno di essere
-ubbidito e sapeva come farsi ubbidire.
-</p>
-
-<p>
-— Venite fuori voi, Trancia, e voi Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-I due uomini si tolser dal gruppo con mirabile
-prestezza.
-</p>
-
-<p>
-— Voi dovete rendermi un servizio particolare.
-</p>
-
-<p>
-— Anche cento! — risposero ad una voce
-Trancia e Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-— No, basta uno. Ed ora vi dirò di che si
-tratta.
-</p>
-
-<p>
-Premette lungamente il bottone del campanello
-elettrico che aveva a portata di mano.
-</p>
-
-<p>
-Si presentò Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Avete suonato?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Portami qua i due vestiti neri e le due
-pistole che sono nella camera dei forestieri.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia uscì e ritornò con i vestiti e le pistole
-</p>
-
-<p>
-— C'è tutto? — domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Posa lì, sul sofà.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si ritrasse in un angolo.
-</p>
-
-<p>
-— Trancia e Giovannone, quella roba è vostra.
-Vestitevi.
-</p>
-
-<p>
-Il Trancia e Giovannon della Piva non se lo
-fecero dir due volte. Si scambiarono un'occhiata
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-soddisfatta e in un baleno furono nudi. Fecero un
-involto dei cenci che si erano tolti d'addosso e lo
-gettarono fuori dalla finestra.
-</p>
-
-<p>
-— Ed ora a noi! — fece Mostardo rivolto
-ai restanti compagni. — Ora voi andrete con Rigaglia.
-Troverete nella camera dove vi condurrà tutti
-i vestiti pronti. Perchè non nascano contestazioni,
-ogni vestito ha un cartello e un nome. Tu, Rigaglia,
-li chiamerai ad uno ad uno e darai loro il
-vestito che ho loro destinato. Troverete anche
-l'acqua per lavarvi. Fate presto. Via!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si mise alla testa e la masnada dietro.
-Erano appena usciti che la porta si riaprì e comparve
-il Giovinaccio. Forse Giobbe sullo sterquilinio
-non aveva un aspetto diverso.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo lo guardò e scoppiò in una risata.
-Poi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Va' di là coi tuoi compagni. Marsc!
-</p>
-
-<p>
-Il Giovinaccio scomparve fra le risa del Trancia
-e di Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-Fu fatto silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Sentite, ragazzi — riprese Mostardo. — Voi
-dovete rendermi il servizio più grande!
-</p>
-
-<p>
-— Per quello che siam buoni, eccoci qua!
-</p>
-
-<p>
-— Io ho preso un impegno; un impegno di
-onore e voglio far fronte alla parola che ho data.
-Se voi saprete fare, sarete contenti di me. Conoscete
-la marchesa Alerami?
-</p>
-
-<p>
-— Chi, la clericale?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Clericale o no, questo a voi non deve importare,
-per adesso! — e sottolineò le ultime parole. — Per
-adesso noi non vogliamo vedere che una
-signora, e cioè una donna. Mi spiego?... Dunque
-questa donna è stata minacciata nella vita, forse
-dai suoi contadini <i>rossi</i>. Può darsi che qualcheduno
-abbia intenzione di spararle nel petto e questo non
-deve essere! Capite, ragazzi? <i>Non deve essere!</i>
-Io ho pensato a voi. Voi non avrete, in questi
-giorni, altra occupazione se non quella di guardare
-il palazzo Alerami e di seguire la marchesa o il
-marchese quando usciranno dal palazzo.
-Ci sono due biciclette a vostra disposizione e, tanto
-per cominciare, venite qua...
-</p>
-
-<p>
-Tolse dal portafoglio due biglietti da cento e
-continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Questo è per te, Trancia... e questo è per
-te, Giovannone. Va bene?...
-</p>
-
-<p>
-— Cavaliere — fece il Trancia — non c'è
-<i>rosso</i> che tenga!... Se non ci ammazzano, alla
-marchesa non debbono guardare neppure alla polvere
-delle scarpe!
-</p>
-
-<p>
-— E voi sapete chi siamo! — soggiunse Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-— Così mi piace! — riprese Mostardo. — E,
-adesso, non una parola ai compagni di quanto ho
-detto. Siamo intesi?
-</p>
-
-<p>
-— Va bene.
-</p>
-
-<p>
-Si levò dalla scrivania e si accostò ai due sozii.
-</p>
-
-<p>
-— Fatemi vedere come state, vestiti a nuovo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-</p>
-
-<p>
-Li sbirciò dal capo alle piante, li fece rivolgere
-da tutti i lati e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è male. Non siete stati mai tanto
-belli in tutta la vostra vita!
-</p>
-
-<p>
-— Ce lo lascerete questo vestito?
-</p>
-
-<p>
-— Secondo come vi porterete.
-</p>
-
-<p>
-— Se è solamente per questo! — fece Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-— E quando dobbiamo incominciare il servizio? — domandò
-il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— Subito.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Possiamo darci un turno?
-</p>
-
-<p>
-— Fate voi. La responsabilità è vostra.
-</p>
-
-<p>
-— D'accordo.
-</p>
-
-<p>
-— Resta inteso che ogni sera verrete a farmi
-rapporto.
-</p>
-
-<p>
-— D'accordo. Ma se ci capita di sparare,
-dobbiamo sparare?
-</p>
-
-<p>
-— Senza pietà!
-</p>
-
-<p>
-— E... non ci condurranno <i>dentro</i>?
-</p>
-
-<p>
-— A questo penserò io. Mi rendo garante
-della vostra libertà. Non potranno farvi niente
-perchè non sarà che un episodio della lotta fra Capitale
-e Lavoro.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Arrivederci.
-</p>
-
-<p>
-— Arrivederci. Le biciclette le troverete vicino
-alla stalla, nel cortile.
-</p>
-
-<p>
-— Dobbiamo prenderle?
-</p>
-
-<p>
-— Prendetele. Un momento. Non pensate di
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-involarvi perchè io sono uomo da raggiungervi
-anche in America!
-</p>
-
-<p>
-— Cavaliere...
-</p>
-
-<p>
-— Bene, bene!... Adesso filate.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Come i due sozii furono scomparsi, il Cavalier
-Mostardo uscì dallo studio, serrò la porta a chiave
-e si diresse alla stanza dov'era raccolto il resto
-della brigata. Entrò che i bei compagni facevano
-un baccano indiavolato. Non appena comparve
-Mostardo regnò un silenzio da chiesa.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa è stato? — domandò il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Niente.
-</p>
-
-<p>
-— Siete pronti?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Allora andiamo.
-</p>
-
-<p>
-A vederli così vestiti: chi col fondo dei pantaloni
-che gli scendeva come una borsa; chi con
-certe braghesse nelle quali diguazzava come in un
-pallone; chi annegato in una giacca monumentale
-o costretto in un farsettino tanto striminzito da non
-potervisi rimuovere, chi li avesse veduti, quei bei
-campioni, non avrebbe trattenuto le risa. Ma Mostardo
-aveva ben altro per il capo. Si avviò innanzi
-e la masnada gli tenne dietro in silenzio. Furono
-in una stanza a terreno. Mostardo distribuì le biciclette,
-gli schioppi e le cartucciere; poi si armò
-a sua volta.
-</p>
-
-<p>
-— Venite anche voi? — chiese l'Affogato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì — rispose Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Bene! Allora sì che faremo bufera!
-</p>
-
-<p>
-Uscirono nel buio. Mostardo ebbe cura di spegnere
-tutti i lumi. Mandò fuori i sozii e, prima di
-chiudere la porta, disse a Rigaglia:
-</p>
-
-<p>
-— Se viene qualcuno a cercarmi, io sono a
-letto e dormo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì signori... — fece Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Poco dopo filavano in bicicletta nel buio della
-notte.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap8">CAPITOLO VIII.
-<span class="smaller"><i>E qui si vede come si iniziasse la battaglia
-delle aie.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Non appena furono sulla Piazza col Pi grande,
-il Cavalier Mostardo, sempre agile, saltò dalla
-bicicletta e, levando un braccio, gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Alt!
-</p>
-
-<p>
-I sei sozii furono fermi di botto.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso — incominciò Mostardo — prima
-di buttarci alla campagna, bisogna sapere che cosa
-ha fatto Borgnini.
-</p>
-
-<p>
-— Chi?... Epaminonda?... — domandò il
-Secco.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio lui! — rispose Mostardo. — Di
-Borgnini non bisogna fidarsi. Quello può farci
-qualche brutta improvvisata. Te, Affogato, vien
-fuori. Andremo insieme all'Osteria del Gallo.
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-Voi altri aspettateci sotto al campanile. Senza
-muovervi, siamo intesi? Potremo tardare mezz'ora.
-</p>
-
-<p>
-— E se vi aspettassimo all'Osteria del Tacchino? — domandò
-il Cieco di Civitella.
-</p>
-
-<p>
-— Già! Per prendere una sbornia e, dopo,
-la faccio io la ronda, è vero?... Sotto al campanile
-c'è da mettersi a sedere. Aspettateci là. Noi
-vi lasciamo anche le nostre biciclette. Di qui all'Osteria
-del Gallo ci sono due passi e andremo
-a piedi.
-</p>
-
-<p>
-Si spiccarono dal gruppo e se ne andarono via.
-</p>
-
-<p>
-La notte era chiara. Dalla Torre del Comune
-suonarono le ore. Il Cavalier Mostardo incominciò
-a contare:
-</p>
-
-<p>
-— Uno... due... tre... — E, quando l'orologio
-ebbe battuto l'ultimo tocco, conchiuse: — Porco
-Dacco, sono le dieci!... È tardi e bisogna
-spicciarsi!
-</p>
-
-<p>
-— Che bisogno c'è di far presto? — domandò
-l'Affogato.
-</p>
-
-<p>
-— C'è il bisogno che c'è! O per Bios!... Se
-te lo dico io, è segno che lo so!
-</p>
-
-<p>
-Mostardo abusava di simili risposte piene di
-convinzione. L'Affogato si accorse che non c'era
-altro da domandare. Però ebbe un dubbio ancora:
-</p>
-
-<p>
-— Scusate... andiamo all'osteria con lo
-schioppo?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!... Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè... non diranno...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E che devono dire?... Lo schioppo l'abbiamo
-preso per farlo vedere e non per nasconderlo.
-</p>
-
-<p>
-— Già... ma può essere una provocazione.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco!... Precisamente!... Una provocazione!...
-E non è quello che voglio?... Di un
-po': andiamo a caccia di beccafichi o siamo fuori
-per tirar nel petto alla gente, se ce ne è bisogno?
-</p>
-
-<p>
-— Lo saprete voi!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro! E perchè lo so io ti dico che, se
-hai paura, puoi prendere su il tuo trentuno e andar
-a pescare i ranocchi.
-</p>
-
-<p>
-— Io, paura?
-</p>
-
-<p>
-— Benone! E allora avanti e forza!
-</p>
-
-<p>
-Erano giunti alla porta dell'osteria. Mostardo
-si fermò prima di entrare.
-</p>
-
-<p>
-Speculò qualche minuto dietro i sudici vetri,
-per vedere chi era dentro. Raccolse le mani agli
-angoli degli occhi; mormorò qualche incomprensibile
-parola. L'Affogato aspettava, senza dir
-niente. Dopo un lungo e maturo esame, il Cavalier
-Mostardo si levò sul torso e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ci sono tutti!
-</p>
-
-<p>
-— Tutti, chi?
-</p>
-
-<p>
-— Borgnini e i suoi compagni. È certo che
-combinano il piano per questa notte. È meglio che
-io non mi faccia vedere e te neppure...
-</p>
-
-<p>
-— Allora?
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere pensò un poco e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerebbe mandare Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E perchè Rigaglia?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè quello non dà sospetti. È sempre
-per le osterie.
-</p>
-
-<p>
-— Volete che vada a chiamarlo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... no, aspetta. È meglio che vada io.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè volete andar voi?
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu non conosci Rigaglia! Quel testone
-è buono di non volersi muovere se non vado io.
-Ha paura di compromettersi. Vieni con me. Mi
-aspetterai sulla porta. Siamo a quattro passi.
-</p>
-
-<p>
-Andarono. Mostardo trovò Rigaglia che era
-nella sua tana e si disponeva a ficcarsi fra le lenzuola.
-</p>
-
-<p>
-— Ho bisogno di te.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete?
-</p>
-
-<p>
-— Devi venir fuori.
-</p>
-
-<p>
-— Io?... — Inarcò le ciglia, spalancò i piccoli
-occhi, si puntò una mano sul petto. Apparve
-pien di timorosa peritanza.
-</p>
-
-<p>
-— Non importa che tu abbia paura, vigliaccaccio!
-Non ti porto a far le schioppettate, va' là!
-Non ti ci porto. Farei un bell'affare! Ma ho bisogno
-di te. Presto, vien via!
-</p>
-
-<p>
-— Ma io sono stanco!
-</p>
-
-<p>
-— Ti ho detto di venir via!... Vuoi che ti
-prenda per il bavero della gabbana?...
-</p>
-
-<p>
-Allora Rigaglia per non poter far altro,
-scagliò contro il muro una scarpaccia che aveva in
-mano e, col permesso delle timorate persone, borbottò
-la classica bestemmia romagnola, la bestemmia
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-base e cardine, la quale non ha neppur più
-valore di blasfema, ma non è che un indice esclamativo
-di esuberanza, nel paese delle strampalerie.
-</p>
-
-<p>
-Disse Rigaglia:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Boia de Signor!...</i>
-</p>
-
-<p>
-Allora il Cavalier Mostardo gli si accostò di
-un passo; squadrò, dalla sua rispettabile altezza,
-il tozzo arnese domestico e gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Ormai dovresti saperlo che, con me, è inutile
-brontolare. Te lo devo dire ancora?
-</p>
-
-<p>
-— Ma io sono stanco e ho sonno.
-</p>
-
-<p>
-— Va' là, che ti pagherò da bere!
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?... Andiamo a bere?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non me l'avete detto subito?
-</p>
-
-<p>
-— Ma guardate che bel liberale!... Se si
-tratta di ubbriacarti, non sei più stanco, è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Nei vostri imbrogli io non voglio entrarci.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè hai paura!
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero. Se si trattasse del popolo
-sarei sempre in prima fila!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, fra le botti!
-</p>
-
-<p>
-— Io sono socialista.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei un pantalone!
-</p>
-
-<p>
-— Il socialismo è per il popolo.
-</p>
-
-<p>
-— E tu sei per la tua pancia!... Infilati la
-gabbana... fa presto!... Non crederai mica ch'io
-voglia discutere di politica con te, brutto testone!...
-Ma che socialismo e non socialismo...
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-tu sei un versipelle, sei! E ladro!... Ruberesti
-il fumo alle pipe, ruberesti!... Dì che non è vero,
-adesso!... Che cos'è questo socialismo?... Lo
-sai, tu? Lo sai che cos'è?... Avanti... dillo!...
-</p>
-
-<p>
-— Il socialismo l'è la giustizia de <i>pópul!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Bravo l'asino!... Avanti... infilati quella
-gabbana, chè non ho tempo da perdere!... Hai
-finito?... Sei pronto?... Andiamo...
-</p>
-
-<p>
-E lo precedette. Rigaglia lo seguì scarpicciando.
-</p>
-
-<p>
-E Mostardo continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Siete tutti quanti buone firme! Va' là,
-che lo sappiamo!... Ci conosciamo, mascherina!
-Ma che cosa credi di aver detto poi, quando
-hai detto «<i>e pópul</i>»? Che cos'è questo popolo?
-Chi è il popolo?... Sei tu o sono io?...
-</p>
-
-<p>
-— Il popolo sono io!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!... Come se non sapessero tutti che
-tu sei una canaglia!... Avanti, socialista: tu hai
-settantamila lire alla Cassa dei Risparmi....
-avanti... va, prendile e dividile tra il popolo...
-</p>
-
-<p>
-— Bella ragione!
-</p>
-
-<p>
-— Hai visto?... È che tu sei boia, sei!...
-Questo sì. Ma che cosa vuoi saper te?... Che
-cosa vuoi capire se non sai fare un'o con un bicchiere?...
-Socialismo!... E l'Idea?... Dove la
-metti l'Idea, povero testone?
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è quest'idea?
-</p>
-
-<p>
-— Lascia parlare chi ne sa più di te. Credi
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-forse di poter saltare nel socialismo come salteresti
-nel letto?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo. E come faresti?
-</p>
-
-<p>
-— Con la rivoluzione.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro. E chi deve fare la rivoluzione?
-</p>
-
-<p>
-— Il popolo.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo. Dunque tu sei il popolo... non
-l'hai detto poco fa?... tu sei il popolo... ma sei
-vigliacco e la rivoluzione non la farai!
-</p>
-
-<p>
-— Lo dite voi!
-</p>
-
-<p>
-— E chi deve dirlo? Chi non ti conosce?
-</p>
-
-<p>
-— Del resto voi eravate della mia idea.
-</p>
-
-<p>
-— Non dico di no; e potrò esserlo ancora se
-le nespole saranno mature. Ma io so ragionare e
-tu non capisci niente. Io so che cosa vuol dire: — <i>fare
-la rivoluzione.</i> — Ma tu, se senti solo
-un petardo, con rispetto parlando, te la fai addosso!...
-È vero o non è vero?... Va' là, mascherina!...
-Poi che cosa sai tu di Nazione, di
-Stato, di Politica, di Rapporti Internazionali, di
-Equilibrio del Mediterraneo e di tutti questi cacumi?...
-Che cosa ci capisci in tutta questa chincaglieria?...
-Povero merlo!... Fai la Rivoluzione!
-E poi?... Quando hai buttato in terra
-una colonna dove l'hai la colonna nuova da mettere
-a posto?... Vorresti andarci tu a comandare?
-Tu, il popolo?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa c'entra?
-</p>
-
-<p>
-— C'entra benissimo, c'entra!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma non è vero.
-</p>
-
-<p>
-— È tanto vero che, se non stai zitto, ti dò
-un calcio tale che il secondo te lo dà il muro!
-</p>
-
-<p>
-E Rigaglia non rifiatò.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo soleva conchiudere così
-le discussioni che non gli andavano a genio.
-</p>
-
-<p>
-Erano per la strada; proseguirono di buon
-passo senza più far parola. Quando furono alla
-porta dell'osteria del Gallo, Mostardo trasse Rigaglia
-nell'ombra e incominciò a parlare.
-</p>
-
-<p>
-— Tu lo conosci Borgnini, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Be', Borgnini è là dentro con i suoi uomini.
-Queste sono dieci lire... Vai, bevi, stai attento
-a ciò che dicono e vieni fuori a ripetere quello
-che hai sentito. Va bene?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Io ti aspetto sotto il campanile della
-piazza. Voglio sapere dove vanno questa notte.
-Hai capito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Allora siamo intesi.
-</p>
-
-<p>
-E il Cavaliere si avviò per l'ombra della
-strada con l'Affogato, mentre Rigaglia entrava
-nell'osteria.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo e i sozii aspettarono una buona mezz'ora.
-Rigaglia non ritornava. Il tempo era prezioso.
-</p>
-
-<p>
-Già il nostro Cavaliere stava per mandare in
-ricognizione il Mosca, quando dall'ombra della
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-grande piazza si udì giungere un sibilo acutissimo.
-Tutti si inorecchirono.
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è questo?
-</p>
-
-<p>
-— Poi una voce domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Ci sono ancora?
-</p>
-
-<p>
-E un'altra, più lontana, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo si avviò verso il cuore della
-Piazza e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sono dei nostri!
-</p>
-
-<p>
-Aveva riconosciuto le voci. Poco dopo, eccolo
-a parlamentare con Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-Bucalosso e i suoi figliuoli erano fermi in mezzo
-alla piazza, in pieno assetto di guerra.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa fate qui? — domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Mazzini, detto la Vigna, si fece innanzi perchè
-era quello che prendeva sempre la parola
-quando la famiglia dei molossi era riunita per ragioni
-di partito. Mazzini disse:
-</p>
-
-<p>
-— Aspettiamo Danton. Danton è all'osteria
-del Gallo e deve darci il segno quando Borgnini
-e i suoi uomini prenderanno la strada delle campagne.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Soia</i> stato di parola? — domandò Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — fece Mostardo e rimase pensoso.
-</p>
-
-<p>
-Doveva o non doveva lasciarla a Bucalosso
-l'impresa di sorvegliare Borgnini? E se quel beccaio
-gli combinava una strage? Perchè non bisognava
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-escludere tale possibilità dato l'uomo e la
-figliuolanza. Però gli sarebbe tornato comodo
-disimpegnarsi da tale faccenda e dedicarsi ad un
-compito diverso. Daffare ce n'era per mille. Allora
-gli venne in mente di parlamentare col rappresentante
-della famiglia.
-</p>
-
-<p>
-— Mazzini — disse. — Voi mi sembrate un
-giovane come va...
-</p>
-
-<p>
-— Si fa quel che si può...
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi dire!... Mi sembrate un giovane
-come va ed io voglio, da voi, una promessa.
-</p>
-
-<p>
-— Anche cento!
-</p>
-
-<p>
-— Vostro padre lo conoscete meglio di me:
-se perde il lume dagli occhi non c'è più Signore
-che lo tenga, e voi capite, Mazzini, che in queste
-circostanze, la prima cosa da aver bene a posto
-è la testa!
-</p>
-
-<p>
-— Ben detto! — fece Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque... io, di Bucalosso, non mi fido
-troppo...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non mi <i>conosciete</i>!... — fece Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-— State zitto, babbo! — mormorarono i figli.
-</p>
-
-<p>
-— In quanto a questo vi conosco benissimo! — riprese
-Mostardo. — E, appunto perchè vi
-conosco, voglio dare la responsabilità della spedizione
-a Mazzini. Accettate Mazzini?
-</p>
-
-<p>
-— Accettato! — rispose il giovanotto.
-</p>
-
-<p>
-— Bene. Allora io ero qui coi miei uomini
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-per sorvegliare quello della seta... Voi sapete di
-chi parlo!
-</p>
-
-<p>
-— Ci capiamo!
-</p>
-
-<p>
-— Io non me ne occupo più. Lascio la cosa a
-voi, Mazzini. Mi garantite la massima prudenza
-e mi promettete di non sparare proprio se non sarete
-costretti a farlo?
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo, lasciate fare a me.
-</p>
-
-<p>
-— Mi date la vostra parola?
-</p>
-
-<p>
-— Ecco la mano!
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Ora sono tranquillo.
-</p>
-
-<p>
-Bucalosso, dopo tutto, gongolava perchè il
-vedere così apprezzato un suo figliuolo, provocava
-la soddisfazione sua più intima, tanto che disse:
-</p>
-
-<p>
-— Eh?... Che figli ho <i>me</i>?
-</p>
-
-<p>
-In quella si udì un altro sibilo dal fondo della
-Piazza e il rumore di una corsa.
-</p>
-
-<p>
-— È Danton! — fece Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-Infatti, poco dopo, appariva l'ombra trafelata
-di Danton.
-</p>
-
-<p>
-Disse:
-</p>
-
-<p>
-— <i>I va vi!... Bsogna fe' prest!</i>... (Vanno
-via!... Bisogna far presto!...).
-</p>
-
-<p>
-— Forza! — gridò Mazzini che era ormai
-il comandante la spedizione.
-</p>
-
-<p>
-Avevano, tutti quanti, il fucile, la bicicletta
-e un coltello alla cintura. Saltarono sulla macchina
-leggera e incominciarono a pedalare a gran
-furia. Ultimo rimase Bucalosso che era piuttosto
-corpulento e non trovava un pedale. Per un poco
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-strepitò, poi, sbuffando come un toro, si cacciò
-nella notte dietro l'ombra dei suoi figli.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si fregò le mani. Anche
-quella era fatta. Ora bisognava pensare alla
-parte sua.
-</p>
-
-<p>
-Nel cielo c'eran le stelle e il campanile della
-Piazza col <i>pi</i> grande pareva facesse la guardia
-alle lucciole del cielo altissimo.
-</p>
-
-<p>
-C'erano molte stelle quella notte e al Cavaliere
-venne fatto di guardarle. Poi faceva dolco.
-Poi si sa che anche nel cuore di un uomo in lotta
-c'è sempre un angolo di pace dove può rifugiarsi
-una cosa diversa. Questa diversa cosa fu per il
-Cavalier Mostardo, quella notte, Ninon Fauvétte,
-fior di Parigi.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Guarda che bel seren con quante stelle!</i></p>
-<p class="i01"><i>Questa è la notte da rubà le donne...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Canticchiò e vide Sirio che civettava in mezzo
-al cielo come un pavone. Le stelle... il cuore...
-la dolcezza dell'aria... Ninon Fauvétte, fior di
-Parigi... Già, i baci di lei sapevano un poco
-di glicerina (curiosa!...); però aveva una bocca
-tale che avrebbe fatto perdere cinquanta staffe,
-anzi tutte le staffe del mondo! Una donna da
-mangiarla a grandi bocconi, come una pietanza
-golosa.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Chi ruba donne non si chiaman ladri...</i></p>
-<p class="i01"><i>Si chiaman giovinotti innamoratiiiii...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questa volta cantò a tutta voce. La gran
-civetta del cielo, Sirio, gli brillava proprio nel
-centro del cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzi, sono qua!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo?
-</p>
-
-<p>
-— Un momento...
-</p>
-
-<p>
-Si dette a pensare. Da dove avrebbero incominciato?...
-Gli nacque all'improvviso un'idea
-luminosa, perchè aveva sempre in mente Ninon
-Fauvétte, fior di Parigi.
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzi, questa notte bisogna far paura
-ai socialisti!
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — esclamarono i sozii.
-</p>
-
-<p>
-— Terrete fermo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì!
-</p>
-
-<p>
-— Posso fidarmi?
-</p>
-
-<p>
-— Sì!
-</p>
-
-<p>
-— Vogliamo andare dai contadini rossi!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo!
-</p>
-
-<p>
-— E avranno a che fare con noi. Un giallo
-val sempre tre rossi!
-</p>
-
-<p>
-— Altro!
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!...
-</p>
-
-<p>
-Detta la quale ultima cosa come suggello di
-convinzione e di matura riflessione, il Cavaliere
-partì pedalando forte, seguito dal serrato gruppo
-dei sozii.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Eccoli per la campagna. Case buie e raccolte;
-strade deserte, con solo le ombre degli olmi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere faceva da battistrada; era un
-ciclista di prim'ordine. In certi campi c'erano ancora
-i covoni; in certi altri solamente le stoppie.
-Sotto il bagliore delle stelle luceva, per le grandi
-distese, un oro pallido.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo e gli uomini suoi, pedalavano senza
-parlare. A volte, sotto l'ombra dei canepai, si
-udiva il subito pigolìo di qualche uccello spaventato.
-Da lontano, da una distesa di lupinelle,
-arrivò il verso di una quaglia. Poi un abbaiar di
-cani, intermesso dalle aie deserte.
-</p>
-
-<p>
-La strada era lunga. Mostardo voleva arrivare
-al podere dei Casaròtt.
-</p>
-
-<p>
-Proseguivano così, da mezz'ora, senza parlare,
-curvi sul manubrio della bicicletta, intenti
-a schivar le carreggiate, quando, superata appena
-una curva della strada, erano vicini ad una macchia
-di roveri, udirono una voce che gridava:
-</p>
-
-<p>
-— Alt... Chi va là?
-</p>
-
-<p>
-In un battibaleno furono tutti a terra; il fucile
-spianato.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo, sorpreso dall'improvviso
-arresto, non seppe a tutta prima che rispondere;
-poi, fattosi innanzi in mezzo alla strada,
-gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Chi siete?
-</p>
-
-<p>
-Il silenzio regnò, questa volta, dall'altra parte;
-e non si vedeva nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— Gialli o rossi? — domandò ancora Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-</p>
-
-<p>
-Uguale silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Repubblicani o socialisti?
-</p>
-
-<p>
-Niente! Allora il nostro Cavaliere perdette
-la calma che si era imposta.
-</p>
-
-<p>
-— O rispondete, o spariamo!...
-</p>
-
-<p>
-In quell'istante si vide un'ombra sorgere dal
-fondo di un fosso e tentare di darsela a gambe;
-ma una prima schioppettata partì, alla quale fece
-seguito un grido di dolore:
-</p>
-
-<p>
-— Ahiahi!... Ahiahi!...
-</p>
-
-<p>
-Mostardo si lanciò innanzi, seguito dalla masnada.
-Un uomo era sdraiato sul margine del fosso,
-la faccia sulla polvere, e si lamentava, una mano
-su quella parte del corpo che si chiama più nobilmente
-sedere, appunto per l'uso al quale serve.
-</p>
-
-<p>
-— Chi sei? — gli domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Lo sconosciuto continuava a lamentarsi senza
-dar segno di avere inteso.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sei ferito?
-</p>
-
-<p>
-— Non lo vedete? — disse il Cieco di Civitella. — La
-mano non l'ho mica sul cuore!...
-</p>
-
-<p>
-— Si tappa là dove sente male! — aggiunse
-lo Stangone.
-</p>
-
-<p>
-E il Secco:
-</p>
-
-<p>
-— Avete fatto un bel centro!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo che si era chinato sul
-ferito, si rizzò, e, rivolto al Secco, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Accendi la lanterna cieca.
-</p>
-
-<p>
-Fu fatto. Ma anche quando la rossa luce della
-lanterna investì l'uomo disteso e dolorante, non
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-venne fatto di ravvisarlo di un subito. Lo sconosciuto
-si ostinava a nasconder la faccia. Allora
-il Secco gli si accostò e, costrettolo a piegarsi da
-lato, lo investì in pieno con il suo fascio di luce.
-</p>
-
-<p>
-Primo a riconoscere il ferito fu il Cavalier
-Mostardo, il quale, fra il gaio e il dubbioso, si
-domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Ma non è il conte Polpetta?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì!... È il conte Polpetta!... — gridò
-la masnada e scoppiò in una risata sonorissima.
-</p>
-
-<p>
-Allora, vistosi scoperto, il povero conte pensò
-che era, per lui, cosa assai migliore quella di non
-starsene più supino sulla strada, sì che, levatosi,
-prima in ginocchio, poi sulle tremanti piote, senza
-pur mai distaccar la mano dalla parte lesa, ristette
-pien di dubbio e di timore dinanzi a coloro che
-egli riteneva fierissimi nemici, pronti a fare di lui
-lo scempio più orrendo.
-</p>
-
-<p>
-E così stando, senza trovar parola, continuava
-nella sua dolorante solfa:
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio... Ahiahi!... Ahiahi!... oh Dio!
-</p>
-
-<p>
-I sozii, immensamente divertiti dallo inatteso
-episodio, non la finivano dal ridere. Fu Mostardo
-che, imposto il silenzio alla masnada, si fece più
-vicino al conte Polpetta e gli domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Ma vi ho fatto, dunque, tanto male?
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio... sì!
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— Qua...
-</p>
-
-<p>
-— Nel didietro?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Credo di sì!
-</p>
-
-<p>
-— Fate vedere. Vi cureremo.
-</p>
-
-<p>
-Il conte Polpetta si ritrasse pien di spavento.
-</p>
-
-<p>
-— No... per carità! Non fate!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè avete tanta vergogna? Non
-siamo tutti uomini?
-</p>
-
-<p>
-— Io non posso!...
-</p>
-
-<p>
-— Non potete?...
-</p>
-
-<p>
-Fra l'abbaiar dei cani e le risate dei sozii
-pareva festa grande.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non potete?... — riprese Mostardo. — Avete
-i calzoni in muratura?
-</p>
-
-<p>
-— Non posso!... Oh Dio... ahiahi!... Non
-posso...
-</p>
-
-<p>
-— Via, meno smorfie! — fece Mostardo
-muovendo un passo innanzi. — Se vi ho ferito,
-voglio vedere l'entità della ferita.
-</p>
-
-<p>
-Allora il conte Polpetta atteggiò la faccia a
-tale smorfia di comico terrore che anche il Cavaliere
-non potè trattener le risa.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, conte!... Siete o non siete un
-uomo?...
-</p>
-
-<p>
-Il conte Polpetta, rassicurato meno che mai,
-continuava a nicchiare.
-</p>
-
-<p>
-— Vi assicuro — continuò Mostardo — che
-nessuno vi torcerà un capello. Ve ne dò la mia
-parola d'onore. Via... comportatevi da uomo!
-</p>
-
-<p>
-— Ma un par mio, non può offendere il proprio
-pudore anche per una ferita mortale!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-</p>
-
-<p>
-Eccelso fu il baccano che seguì alla risposta
-del nobile Polpetta e ciò che disse la brigata non
-è decentemente riferibile. Certo che se Mostardo
-non avesse comandato ai sozii, il povero nobile
-avrebbe passato un brutto quarto d'ora; ma il Cavaliere
-si impose e la cosa non ebbe il seguito che
-già lo sventurato conte Polpetta si attendeva. Nè
-ingiustificato era il suo timore, perchè la masnada
-aveva già lanciato il grido:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Facciamolo Papa!</i>
-</p>
-
-<p>
-E sapeva ben lui quale scherzo si fosse quello
-di <i>far Papa</i> un pover'uomo! Basti dire che le parti
-le quali entravano in giuoco erano fra le più delicate
-e preziose, nonchè vergognose.
-</p>
-
-<p>
-Il conte Polpetta la scampò perchè il Cavalier
-Mostardo non volle fosse fatto pubblico scempio
-dei più o meno utili accessori del povero nobile
-e di tale delicata attenzione il suddetto Polpetta
-si mostrò grato al suo protettore, tanto da perdonargli
-la schioppettata, che si era avuta, d'altra
-parte, il suo fiero e sconsiderato coraggio.
-</p>
-
-<p>
-Quando il duce ottenne un po' di calma;
-quando tacquero le risate e i lazzi osceni, l'interrogatorio
-ricominciò:
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, se non volete mostrarmi la ferita,
-salvo sempre il vostro pudore, vorrete almeno
-dirmi che cosa facevate a quest'ora in campagna
-e perchè ci avete dato l'<i>alt, chi va là!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ho difeso il nostro grano — rispose il
-conte Polpetta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il vostro grano?... E dov'è?... Avete
-dei poderi, voi?
-</p>
-
-<p>
-— Io no; ma la comunità...
-</p>
-
-<p>
-— E che cos'è la comunità?
-</p>
-
-<p>
-— Sono i nobili dell'<i>Isola Felice</i>!
-</p>
-
-<p>
-— E voi siete il loro amministratore? — domandò
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Io, sì!
-</p>
-
-<p>
-— E... scusate se non vi capisco... da chi
-volevate difenderlo il vostro grano?
-</p>
-
-<p>
-— Dai socialisti.
-</p>
-
-<p>
-— Bene. Ma, col coraggio che avete, che
-cosa pretendevate fare, se fossero venuti i rossi?
-</p>
-
-<p>
-— Ero deciso a tutto!
-</p>
-
-<p>
-— Infatti si è visto! Ma non importa; questo
-riguarda solamente voi. Ora ditemi un'altra cosa.
-Con quali macchine volete battere voi? Con le
-macchine <i>gialle</i>?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— E allora?
-</p>
-
-<p>
-— Noi vogliamo battere coi coreggiati.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo spalancò gli occhi e chiese
-curvandosi un poco per intender meglio:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, i coreggiati che sono poi le vostre
-<i>cerchie</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Volete battere con le <i>cerchie</i>? E come
-si chiamano i vostri contadini? E quanto grano
-raccogliete?
-</p>
-
-<p>
-— Tre staia!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-</p>
-
-<p>
-Povero modesto conte Polpetta, con le sue
-tre staia di grano!... Un'altra tempesta di risa lo
-stordì.
-</p>
-
-<p>
-Ma il Cavalier Mostardo non rise più, d'improvviso
-avvertì la tragica miseria di quel povero
-uomo che si condannava, nonostante la sua tremenda
-paura, a passar le notti all'aperto a
-guardia della sua poca sementa, la quale gli rappresentava
-forse lo scarso pane di tutto l'anno;
-che sfidava le ire dei rossi e dei gialli e fermava
-i pattuglioni, da solo, raccogliendone le belle conseguenze
-che stava esperimentando, e non volle
-che nessuno più si prendesse giuoco di lui. Divenne
-implacabile; sentì che aggiungere la beffa e lo
-scherno a quella povertà che tentava coprirsi degnamente
-con gli ultimi suoi cenci, era vile, e da assalitore
-si tramutò in protettore. Il senso di giustizia
-che regolava ogni sua azione non poteva consentirgli
-di veder maltrattato un povero e un debole, si
-chiamasse pure conte Polpetta. No, si doveva rispettare
-la misera creatura a guardia di un mucchietto
-di grano e, per far valere la volontà sua
-cisa, incominciò con l'afferrare il Cieco di Civitella,
-il quale accostatosi al povero conte, si divertiva
-a punzecchiarlo e a fargli paura, e, afferrato
-che l'ebbe, a gettarlo lungo disteso in mezzo alla
-strada.
-</p>
-
-<p>
-Il silenzio fu immediato. Allora Mostardo
-parlò.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Se non foste figli di <i>buone donne</i> e se
-aveste un cuore, dovreste fare di volontà vostra
-quello che farò io e cioè prendere sotto la vostra
-tutela il poco grano di questo magro galantuomo.
-Se non lo farete vi mantenete pezzi da forca come
-siete sempre stati fino ad oggi. Avete capito?...
-Perchè qui non c'è più partito, qui c'è solo un
-cacume! A me non importa sapere come si chiami
-questo signore: è un povero diavolo! Volevate
-<i>farlo Papa</i>! Guai a chi si proverà! Dovete sapere
-che, da oggi, il conte Polpetta è sotto la mia protezione.
-E basta!
-</p>
-
-<p>
-— <i>L'ha rasôn!</i> — mormorarono i sozii.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro che ho ragione! Che cosa sono tre
-staia di grano? Non rappresentano neppure il pane
-per un anno! Poi guardatelo!... Questo è il coraggio
-del Papa!... Ti crea un nobile e lo fa
-morir di fame!...
-</p>
-
-<p>
-In così dire, il Cavalier Mostardo aveva tolta
-la lanterna cieca di mano al Secco e, rivoltala
-sul pover'uomo, lo illuminò in pieno.
-</p>
-
-<p>
-Il conte Polpetta abbassò gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Allora lo si vide tutto quanto. Vestiva una
-palandrana rossigna, tutta a congegnati rammendi,
-striminzita, slabbrata, sfilacciata ai bordi, con
-due bottoni mancanti. E camicia non ne aveva,
-ma portava, con dignitosa cura, un colletto di
-gomma e un fazzoletto nero che gli teneva ufficio
-di cravatta e di camicia coprendo quel poco di
-sparato che la palandrana non poteva coprire.
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-Naturalmente tale colletto, non avendo nessun
-punto di presa, gli saliva verso la nuca e il povero
-conte era costretto, a quando a quando, a rimetterlo
-a posto. I pantaloni avevan le frangie e, per
-quanto tentassero raggiungere le scarpe, non vi
-riuscivano, tantochè fra il loro finire e il cominciar
-della scarpa rimaneva lo stinco ignudo perchè di
-calze il povero conte non ne aveva. Aveva però
-le scarpe che erano una rovina veneranda non serbando
-intatti se non i tiranti che sporgevano come
-due speroni fuori posto.
-</p>
-
-<p>
-Compiva l'abbigliamento una vecchia paglietta
-rosicchiata dai topi.
-</p>
-
-<p>
-Sulla lunga e spettrale magrezza di codest'uomo
-non erano altri indumenti.
-</p>
-
-<p>
-La sua povera faccia rossigna e scarnita non
-era contrassegnata che da un lunghissimo naso e
-da un pizzo grigio tenuto con ogni cura. Due
-occhietti affondati nell'orbita, sotto due folte
-sopracciglia caratterizzavano quel suo volto fra
-malinconico e spaurito, con lampi di vecchio orgoglio,
-soggiogato ormai dalla troppa povertà e dal
-troppo timor della vita.
-</p>
-
-<p>
-Tale era il conte Ildebrando Poldi, detto altrimenti
-il conte Polpetta.
-</p>
-
-<p>
-— L'avete veduto? — domandò il Cavalier
-Mostardo. — E vi pare sia giusto maltrattare quest'uomo?
-</p>
-
-<p>
-— <i>L'ha rasôn!</i> — mormorarono i sozii.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro che ho ragione! — Poi, rivolto al
-conte Ildebrando, domandò: — Dove sono le
-vostre terre?
-</p>
-
-<p>
-— Sono qui.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti campi sono?
-</p>
-
-<p>
-— Un campo e mezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Chi lo lavora?
-</p>
-
-<p>
-— Siamo in quattro!
-</p>
-
-<p>
-— E vi dividete tre staia di grano in quattro?
-</p>
-
-<p>
-— No, in venticinque!...
-</p>
-
-<p>
-— Hai capito? — gridò Mostardo. — E
-siete in venticinque a mangiare, solo con questo
-po' di roba?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... ma ci si <i>arrangia</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Vivete insieme?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Nel teatro.
-</p>
-
-<p>
-— Nel teatro?...
-</p>
-
-<p>
-— Non lo sapete? — domandò il conte Ildebrando,
-pieno di meraviglia. — Come?... Se è
-un'invenzione mia!
-</p>
-
-<p>
-— Un'invenzione? — domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Ma la parte lesa continuava a dolorare al
-povero Ildebrando il quale, senza pur mai distaccarne
-la mano, usciva a quando a quando in un
-appenato:
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio... Ahiahi!...
-</p>
-
-<p>
-Però non era tanto schiavo del dolore che,
-posto di fronte a quella che egli chiamava «<i>la
-sua invenzione</i>», non si risentisse tutto, inalberandosi
-come un cavallo di buon sangue.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Voi sapete — riprese il conte Polpetta
-di fronte alla masnada che ascoltava muta — sapete
-come <i>la borghesia abbia creato i suoi becchini</i>;
-questo l'ha detto Marx. E Proudhon che
-cosa chiede al proletariato?... Di avere un'idea
-e di saperla <i>realizzare</i>. Ecco il fulcro!... Per
-cui... Realizzare un'idea vuol dire far camminare
-il popolo. Il popolo è contro alle caste, e il popolo
-è la verginità della natura... Ebbene noi, discendenti
-dell'aristocrazia, diseredati e paria, ritorniamo
-in seno al popolo; noi portiamo il nostro
-tesoro mentale ad ausilio del popolo, noi prendiamo
-la luminosa idea e ne facciamo una realtà
-contingente. Nobili di nascita, teniamo alla nostra
-nobiltà la quale si rinverginizza in un principio
-di comun bene. La nostra idea non è nuova: è
-nata da trenta secoli!... Ma questo non monta.
-Trenta secoli per un'idea sono come cinquecentomila
-anni nella storia della terra! Un sospiro...
-Per cui!... I più bei genii dell'umanità, da Minosse
-a Pitagora; da Campanella a Owen sono
-con noi. L'inevitabile palingenesi sarà nel comunismo.
-Con la scuola del Lussemburgo noi ci
-dichiariamo contro qualsiasi «<i>aristocrazia delle
-capacità</i>» sempre dannosa come certissima fontana
-di nuove disuguaglianze. Noi, pur serbando
-l'avita nobiltà come ultima innocua tradizione,
-anzi come segno di novella aurora, ci schieriamo
-coi Platoni, coi Cabet, coi Sismondi, coi Saint-Simon,
-infine con il prodigioso insuperabile Carlo
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-Fourier... per cui!... Carlo Fourier ha ideato il
-<i>falansterio</i> ma gli uomini, al suo tempo, non erano
-maturi per la realizzazione di questa divina trovata.
-Noi siamo maturi! Noi abbiamo il nostro <i>falansterio</i>
-e, da dieci anni, viviamo avendo tutto in comune...
-Sì, anche la donna!... Anche la donna!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo stava gonfiando le gote,
-però, volendo serbarsi nella linea pura del suo
-dispregio per tutto ciò che non riusciva a intender
-bene, mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito. Anche voi siete uno della Cattedra!
-</p>
-
-<p>
-— Io sono un innovatore! — ribattè il conte
-Ildebrando.
-</p>
-
-<p>
-— Ma scusa, che cosa rinnovi, se hai detto
-che da trenta secoli le tue idee passeggiano per le
-piazze?
-</p>
-
-<p>
-— Sì da trenta secoli e Cristo è con noi!
-</p>
-
-<p>
-— Quale Cristo?
-</p>
-
-<p>
-— Gesù di Galilea. Uno dei Santi Padri del
-comunismo.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si limitò a stringersi fra
-le spalle e a rispondere:
-</p>
-
-<p>
-— Avrai anche ragione, ma siamo sempre fra
-le quisquilie della Cattedra.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco l'esempio — riprese il conte Ildebrando. — Eravamo
-tutti poveri; ora abbiamo fondata
-l'<i>Isola Felice</i>. Con le nostre forze unite diamo
-insegnamento. L'idea fu mia. La contessa Penelope
-Tompinelli possedeva un vecchio teatro chiuso
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-al pubblico da una trentina d'anni: il teatro dei
-Battuti verdi; e la contessa non aveva altro e <i>con
-quello</i> non poteva vivere. Allora io pensai: — Ebbene
-<i>vivrà su quello</i> e con lei vivremo quanti siamo,
-paria della classe nobiliare. Detto teatro era affittato
-come magazzino. Lanciai l'idea fra i miei consimili
-nel nome di Carlo Fourier e per la Grande
-Idea. Fummo molti ben presto. Ciascuno portò
-ciò che aveva: danaro, terre, oggetti. Ora siamo
-venticinque e possediamo un campo e mezzo e molte
-altre cose. Cioè non possediamo niente. Noi si
-scompare nella Comunità. E il Teatro dei Battuti
-verdi è stato ribattezzato l'<i>Isola Felice</i>. Cavaliere,
-io vi prego, in nome mio e de' miei compagni, di
-volerci onorare della vostra presenza.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Verrò, — rispose Mostardo. Poi
-fu ripreso dalla sua spensierata gaiezza e soggiunse: — E,
-di grazia, il vostro pudore non vi fa più
-male?
-</p>
-
-<p>
-— Mi fa male, sì — disse il conte Polpetta; — ma,
-per me, è una gloria!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà una gloria; ma non diremo abbia scelto
-un bel soggiorno!
-</p>
-
-<p>
-— I miei compagni potranno vedere che ho
-difeso i beni della comunità... per cui...
-</p>
-
-<p>
-— Ben detto, caro conte!... Allora qua la
-mano e... senza rancore, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Senza rancore!...
-</p>
-
-<p>
-— E... se qualche giorno... che so... non mi
-sembrate proprio grasso come un parroco!... Se
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-qualche giorno aveste bisogno del Cavalier Mostardo,
-ricordate che Mostardo ha un debito con voi.
-</p>
-
-<p>
-— Un debito? E quale debito?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, quello di avervi offeso nelle parti vereconde,
-salvo sempre il vostro pudore! Dunque se
-può occorrervi qualche cosa, sapete dove sto.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! — rispose Ildebrando dei conti
-Poldi. — Tante grazie.
-</p>
-
-<p>
-— Ed ora addio. E state attento, con la gente
-che batte in queste notti le campagne! Volete un
-mio consiglio disinteressato?
-</p>
-
-<p>
-— Dite.
-</p>
-
-<p>
-— Prendete su il vostro trent'uno e filate verso
-casa. E cercate di seguire le vie traverse perchè,
-e Dio non voglia, se vi incontrate con la compagnia
-di Bucalosso o con quella di Borgnini, possono
-essere guai seri. Un Cavalier Mostardo non lo trovate
-mica dappertutto!
-</p>
-
-<p>
-— Lo so.
-</p>
-
-<p>
-— Allora vi saluto e... prudenza!
-</p>
-
-<p>
-— Buonanotte.
-</p>
-
-<p>
-Prima fu Mostardo a salire in bicicletta poi gli
-altri si avviarono dietro il duce, non senza prima
-aver lanciato un saluto al conte Ildebrando.
-</p>
-
-<p>
-Questi per un attimo restò solo, la mano sulla
-sua ferita, fermo sul margine di un fosso; poi, come
-udì sopraggiungere, da non molto lontano, un suon
-di voci, non seppe nè più volle saper niente nè di
-terre, nè di grano, nè di comunismo; ma, trovata
-una inconsueta agilità, saltò il fosso di un solo
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-balzo, e, forzata la siepe, fuggì a tutta corsa pei
-campi come se avesse alle calcagna una muda di
-molossi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Conchiuso che fu l'incidente col conte Ildebrando
-e cessati i commenti varii sull'impallinatura
-che aveva convertito il didietro del campione comunista
-in una rosa di tiro, la comitiva proseguì in
-silenzio per la sua destinata strada e il Cavalier
-Mostardo battè il passo alla virtuosa canaglia.
-</p>
-
-<p>
-Si erano dilungati dalla città del Capricorno e
-avevan sentito giungere sul vento i tocchi della
-campana della Torre del Comune. Suonava la
-mezzanotte.
-</p>
-
-<p>
-— Giungeremo in tempo — disse Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma saranno tutti a letto! — ribattè il
-Cieco di Civitella.
-</p>
-
-<p>
-— Magari!... Ma non aver paura, chè li troveremo
-a guardia dell'aia.
-</p>
-
-<p>
-La campagna odorava forte. La brezza notturna
-aumentava la lena dei pedalatori. Sarebbe stato un
-bell'andare così, per le strade dei campi, nella
-dolce notte di giugno, se il cuore fosse stato in pace,
-se non si fosse dovuto pensare ad altro che a godersi
-quelle ore di vita placida fra stelle e grilli, in un
-disteso riposo. Ma era ben altro il compito di Mostardo
-ed egli doveva porre, nel suo preventivo di
-battaglia, anche la possibilità di buscarsi una bella
-schioppettata nel petto e di andarsene via rantolando,
-verso un qualsiasi fosso ad esalarvi l'animaccia
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-sua. Quella sua animaccia che aveva sfidato
-tante volte la morte nell'America del Sud, in Grecia,
-in Albania sempre fedele all'Idea, alla Santa
-Carabina, all'Umanitarismo.
-</p>
-
-<p>
-Libertà, libertà per tutti e abbasso i Troni e
-gli Altari!
-</p>
-
-<p>
-Ah, giovinezza su metereolitica, per le atmosfere
-delle varie terre! E perchè aveva voluto combattere
-per gli altri, perchè si era offerto disinteressatamente
-solo per il trionfo dell'Idea, era stato
-maltrattato da coloro che avrebber dovuto accoglierlo
-come un fratello. Mondo cane! E una
-volta, sì, aveva steso di traverso due greci, e aveva
-stretto la mano a un turco (c'era anche Rigaglia!),
-ma il turco era un galantuomo e i due greci avevan
-preso Mostardo per qualche insensato di alta montagna.
-</p>
-
-<p>
-Be', ma quelli erano altri tempi, altre vicende
-erano, e si partiva per morire. Che cosa importava
-la pelle?... Anche la morte poteva entrare nella
-piazza del cuore, allora, ma vestita di bianco, la
-moscardina! e avvolta nella bandiera rossa.
-</p>
-
-<p>
-Erano i giorni in cui si andava sotto al muso
-ai questurini a cantare:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Trento, Trieste!...</i></p>
-<p class="i02"> <i>vogliam marciar!...</i></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Trento, Trieste!...</i></p>
-<p class="i02"> <i>vogliam marciar!...</i></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Con il focilo!...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-</p>
-
-<p>
-E si marciava, per Bios!... E come si marciava!...
-Lui si era buscato tre ferite di prim'ordine
-e a Rigaglia mancavano due dita della mano sinistra,
-un orecchio e un accessorio di cui si farà parola
-in seguito. Non occorreva indagare come Rigaglia
-avesse perduto tali parti della sua degna persona;
-il fatto si era che non le aveva più. Aveva seminato
-un po' del suo corpo dall'America del Sud alla
-Albania, sempre a contraggenio; ma l'aveva seminato.
-Solo dopo i trent'anni era diventato quello
-sporco versipelle che si manteneva tuttavia!
-</p>
-
-<p>
-Bene... ma adesso?... I Casaròtt... lo sapeva
-ben lui che razza di gente fossero i Casaròtt! Si
-erano buttati con la <i>Camera rossa</i>; erano socialisti
-anarcoidi. Bei mezzadri, che non capivano neppure
-la necessità economica di rompere il blocco e di
-separarsi dai braccianti!
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi stare coi <i>rossi</i>? Te ne accorgerai nel
-dormire!
-</p>
-
-<p>
-E fra poco, certo, avrebber dovuto fare un bel
-fumo perchè erano schioppettate immancabili.
-</p>
-
-<p>
-Alla fin delle fini poi, gli sarebbe importato
-ben poco; ma Spadarella? Povera la sua lodoletta,
-in fondo al bianco giardino fra le torri medioevali!
-</p>
-
-<p>
-Perchè nei punti culminanti della sua vita,
-quando si avvicinavano le ore che potevano essere
-anche quelle che segnano il punto fermo e per sempre,
-egli ridiventava lo zio Giovanni, il grande e
-buono e semplice zio Giovanni nel giardino della
-sua piccola bella.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bene, se la scamperò — si disse — e se
-la lotta politica mi darà un po' di respiro, questo
-agosto voglio condurla per quindici giorni a Rimini,
-chè faccia un po' di bagni di mare, povero uccellino!...
-E che canti per la contentezza!... Anzi
-domani voglio dirglielo... domani voglio fare colazione
-con lei...
-</p>
-
-<p>
-Frattanto pedalava senza sapere ormai più dove
-andasse, quando una voce venne a toglierlo dal suo
-sognare e a ricondurlo alla dura realtà dell'ora.
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo, ci siamo!... — Era il Giovinaccio
-che aveva parlato.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si riscosse e scese dalla
-bicicletta.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è la casa?
-</p>
-
-<p>
-— È laggiù, fra le roveri.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. — E rimase un attimo sospeso,
-chè pensava a un piano di attacco.
-</p>
-
-<p>
-Gli sarebbe convenuto più assalire o parlamentare?
-</p>
-
-<p>
-Optò subito per la seconda misura, giudicandola
-più civile, pur disponendo gli uomini in modo
-da esser pronti all'assalto, se il parlamentare non
-avesse ottenuto il risultato che si era proposto e
-cioè l'intimidazione.
-</p>
-
-<p>
-Chiamò i sozii e dette loro l'ordine di appostarsi
-vicino all'entrata dell'aia e lungo le siepi
-della medesima; poi avanzò solo ed entrò risolutamente
-non senza guardarsi intorno e tenersi
-pronto a sparare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un gran silenzio. Pareva, in verità, che la
-famiglia dei Casaròtt fosse immersa nel sonno più
-profondo. Muta la casa e buia; neppure il cane
-abbaiava. Ciò lo insospettì. Egli sapeva che i
-Casaròtt avevano un can da pastore che era una
-bestia feroce; sapeva che dovevano tenerlo quasi
-sempre alla catena per evitare serii guai: ora
-dov'era il famigerato Reno, il quadrupede mordace?
-Era possibile se ne fossero disfatti nei giorni
-in cui poteva esser loro più utile? Allora, invece
-di procedere, retrocesse tenendosi sempre pronto
-a sparare e, come fu sull'entrata dell'aia, gridò:
-</p>
-
-<p>
-— O gente?... Uomini della casa?...
-</p>
-
-<p>
-Sulle prime non udì risposta; udì ad un tratto,
-il sordo mugolìo di Reno e vide gli occhi fosforescenti
-del cane, fra verdastri e rossigni, a cinque
-passi di distanza.
-</p>
-
-<p>
-— Va alla cuccia!
-</p>
-
-<p>
-Reno gli girava intorno senza abbaiare.
-</p>
-
-<p>
-— Uomini della casa?... Chiamate il cane o
-l'ammazzo!...
-</p>
-
-<p>
-Nessuno rispose. Allora Mostardo puntò gli
-occhi rossi e sparò. Come era di intesa, al primo
-risposero gli spari dei sozii. Il fuoco di fucileria
-durò qualche secondo. Nonostante tutto l'aia rimase
-deserta; la casa muta.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios! — pensò Mostardo — Qui vogliono
-farcela grossa!
-</p>
-
-<p>
-Mandò un fischio di intesa; susurrò un:
-</p>
-
-<p>
-— Attenti ragazzi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ed appena ebbe il tempo di acquattarsi dentro
-un fosso, che una diecina di schioppettate gli miaularono
-intorno. Li avevano presi alle spalle. Infatti
-i colpi non arrivavan dall'aia, ma dai campi opposti.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Burdell i sl'ha fata!...</i> — urlò. — <i>Dasii
-sota!</i> (Ragazzi ce l'hanno fatta!... Dateci sotto!).
-</p>
-
-<p>
-E incominciò un nutritissimo fuoco di fucileria.
-</p>
-
-<p>
-Fu in una pausa che il Cavalier Mostardo udì
-gridare dalla parte opposta:
-</p>
-
-<p>
-— <i>L'è Burgnini c'ut saluta</i> (È Borgnini che
-ti saluta!).
-</p>
-
-<p>
-Borgnini? E dov'era Bucalosso? E quanti
-uomini aveva Borgnini a sua disposizione?
-</p>
-
-<p>
-Così pensava, senza interrompere il fuoco di
-fila, quando la già ingarbugliata matassa si arruffò
-ancor più: i Casaròtt incominciarono a sparare dall'aia.
-Si trovarono fra due fuochi. Il Cavalier Mostardo
-aveva, da parte sua, un uomo fuori combattimento:
-Giovinaccio, che era ferito a una
-spalla. Vide subito il pericolo e prese una decisione
-repentina: ritirarsi lungo il fosso in modo da
-non essere circondato. Si gettò innanzi per primo.
-</p>
-
-<p>
-— Venitemi dietro e non sparate più!
-</p>
-
-<p>
-Ma il Giovinaccio non poteva camminare. Se
-lo caricò sulle spalle. E via!... In due salti furon
-lontani un cento metri dalla casa.
-</p>
-
-<p>
-— Alt! — comandò Mostardo. — Non vogliamo
-farci prendere in trappola, ma non si deve
-dire che siamo scappati!
-</p>
-
-<p>
-Frattanto gli altri continuavano a sparare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Si tirano contro! — disse il Cieco di Civitella.
-</p>
-
-<p>
-Infatti non poteva essere altrimenti. Il fuoco di
-fucileria continuava più nutrito che mai.
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — gridò Mostardo. — La fortuna
-ci aiuta. Buttiamoci per i campi. Il Giovinaccio
-lo lascieremo qui e verremo a prenderlo dopo. Ti
-par di morire? — domandò rivolto al Giovinaccio.
-</p>
-
-<p>
-— Morire, no; ma mi brucia!
-</p>
-
-<p>
-— Abbi pazienza! Adesso non possiamo
-curarti. Buttati in fondo al fosso. Ti hanno fatto
-un buco?
-</p>
-
-<p>
-— Mi hanno ridotto come un setaccio!
-</p>
-
-<p>
-— Va là, che non è niente! Aspetta ancora
-un poco e poi ti curerò io che sono bravo! Ragazzi
-andiamo!
-</p>
-
-<p>
-Saltarono sulla strada ad uno ad uno, l'attraversaron
-di corsa, si gettarono nel fosso opposto, forzarono
-la siepe ed eccoli nei campi. C'era un basso
-filare di viti e di gelsi; vi si ficcaron sotto. Gli altri
-sparavano sempre.
-</p>
-
-<p>
-— Si ammazzano com'è vero Dio! — disse
-il Mosca.
-</p>
-
-<p>
-Di un subito Mostardo gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Sono qua! — e si acquattò dietro un gelso.
-I compagni lo imitarono.
-</p>
-
-<p>
-Si vedevano alcune ombre venir innanzi pian
-piano, quatte quatte, dietro un filare di olmi e di
-viti.
-</p>
-
-<p>
-Poi si fermarono.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-</p>
-
-<p>
-Trascorse qualche minuto nell'incertezza, poi
-una voce gridò, dall'altra parte:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ripobblica!</i>
-</p>
-
-<p>
-E Mostardo rispose:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ripobblica!</i>
-</p>
-
-<p>
-Tutti furono in piedi e vicini, in un battibaleno.
-Era Bucalosso con i figli suoi. Avevano smarrite
-le traccie di Borgnini, attraverso ai campi; ora
-accorrevano al rumore degli spari. Il Cavalier Mostardo,
-a sua volta, raccontò quello che gli era toccato;
-poi, con Mazzini, combinarono un nuovo piano
-di attacco.
-</p>
-
-<p>
-Si lanciarono via per le terre arate e le stoppie.
-Bucalosso cadde e se la prese con le undicimila
-vergini del martirologio. I figli lo trasser su di peso.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, andiamo!
-</p>
-
-<p>
-— Fermi tutti! — comandò Mazzini a voce
-spenta.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo ansava forte.
-</p>
-
-<p>
-— Te, Libero, e te, Garibaldo, venite con me!
-</p>
-
-<p>
-— E noi? — domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi fare.
-</p>
-
-<p>
-I tre scomparvero nel buio, agili e presti. Si
-udiva un sommesso parlucchiare e qualche lamento.
-Erano i feriti della parte rossa che si era mitragliata
-a poche diecine di metri: da una siepe a un'aia.
-</p>
-
-<p>
-Ora i sozii attendevano l'esito dell'iniziativa di
-Mazzini e una certa ansietà era in tutti. Non sapevano
-come la faccenda si sarebbe risolta e si tenevano,
-comunque fosse, pronti all'offesa o alla difesa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vorrà fare? — domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-In quel punto si udì un urlo, uno sparo e un
-busso di piedi che si allontanavano in corsa. Poi
-la voce di Mazzini gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Correte a darmi mano, ragazzi!
-</p>
-
-<p>
-In un impeto subitaneo la massa si lanciò innanzi
-e superò di un balzo la breve distanza. Allora si
-vide un uomo dibattersi nella stretta poderosa di
-Mazzini. Le forze non erano pari ma anche il sopraffatto
-non era tale da lasciarsi vincere a facil
-giuoco e, quantunque fosse prono e abbattuto, tempestava
-tuttavia in una furia scomposta tentando
-disperatamente di resistere alla serrata morsa.
-</p>
-
-<p>
-— Presto, datemi mano!
-</p>
-
-<p>
-Tre uomini si lanciarono sul riverso e n'ebber
-ragione in un baleno. Fu trovata una corda; fu
-legato a doppie ritorte, poi lo levarono e lo posero
-sui suoi piedi.
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo e Bucalosso lo riconobbero:
-era Borgnini!
-</p>
-
-<p>
-Ora l'uomo vinto si attendeva forse il dileggio
-e la beffa, ma i <i>gialli</i> voller mostrarsi civili; lo
-guardarono e non dissero niente; solo Bucalosso
-si limitò a sputare.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sono Libero e Garibaldo?
-</p>
-
-<p>
-— Eccoli! — rispose una voce dall'ombra e
-i due molossi comparvero.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa avete fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Li abbiam fatti scappare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Senza <i>sacrifizi</i>?
-</p>
-
-<p>
-— Io non lo so... — rispose Libero.
-</p>
-
-<p>
-E Garibaldo:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, uno!
-</p>
-
-<p>
-— Porco Dacco!... — gridò Mostardo. — Lo
-sapevo. È morto?
-</p>
-
-<p>
-— È laggiù! — soggiunse Libero.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo a vedere, per Bios!... Lo sapevo!...
-Me ne dovevate fare una delle vostre!... E
-ti avevo pregato, Mazzini!...
-</p>
-
-<p>
-Mazzini si strinse nelle spalle. Il Cavaliere
-riprese, rivolto al Secco:
-</p>
-
-<p>
-— Dammi la lanterna.
-</p>
-
-<p>
-Se l'ebbe, l'accese e se ne andò per le stoppie.
-Ed ecco, fra le stoppie, un uomo riverso che rantolava.
-</p>
-
-<p>
-— Porco Dacco, l'hai ammazzato!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si chinò sul ferito e, con
-lui, Bucalosso che se ne intendeva. Questi stette
-un bel po' intento a considerar la cosa, poi, come
-ebbe compiuto l'esame, si levò e, passandosi una
-mano dalla fronte alla nuca, esclamò, rivolto ai
-suoi figli:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Burdéll, vni a vdè ch'bela curtlè!</i> (Ragazzi
-venite a vedere che bella coltellata!...).
-</p>
-
-<p>
-Così Bucalosso impartiva, ai molossi della sua
-famiglia, i principi di una nuova estetica.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ora dovevano mettere a posto i Casaròtt. Era
-la cosa principale, nè Mostardo poteva rinunziarvi.
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-Dalla casa, al di là della strada, non arrivava
-voce. Questa volta il Cavaliere non si sarebbe fermato
-sul limitare dell'aia: aveva con sè la muda
-dei molossi.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo!
-</p>
-
-<p>
-Mazzini gli si pose alle costole e Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-Disse al Mosca e al Secco:
-</p>
-
-<p>
-— Voi rimanete qui con questo galantuomo — e
-indicava l'impacchettato Borgnini. — Se urla
-mettetegli uno spino nel sedere.
-</p>
-
-<p>
-Disse quest'ultima cosa ridendo come se avesse
-avuto una bella trovata di nessuna importanza e
-se ne andò.
-</p>
-
-<p>
-Eccoli all'uscio della casa dei Casaròtt. Ormai
-Reno non poteva più far paura. Aveva raggiunto
-Cerbero nel lontanissimo paese delle larve. Mostardo
-picchiò ben forte all'uscio.
-</p>
-
-<p>
-— Ehi, dalla casa?
-</p>
-
-<p>
-Si udì un tramestìo al piano superiore e voci
-dispente di donne impaurite.
-</p>
-
-<p>
-— Volete aprire o no?
-</p>
-
-<p>
-— Volete che vi bruciamo i pagliai? — soggiunse
-Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Vo' stasi zett, babb!</i> (Voi state zitto,
-babbo!) — Ammonì Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-Una rossa imposta, al piano superiore, si aprì.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è? — domandò una voce maschia.
-</p>
-
-<p>
-— Venite di sotto che vogliamo parlarvi — disse
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cos'è che volete?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È meglio veniate di sotto!
-</p>
-
-<p>
-L'altro si ritirò e chiuse la finestra bestemmiando.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, fa il cattivo e poi <i>vidarai</i>! — esclamò
-Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-— State zitto, babbo! — riprese Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-Si udì un passo per le scale, poi i serrami dell'uscio
-venner rimossi. Giungeva sempre, dall'interno,
-il fiottìo delle femmine terrorizzate.
-</p>
-
-<p>
-L'uscio si aprì e apparve Giuseppe di Casaròtt,
-il capoccio.
-</p>
-
-<p>
-Era un omone nero e squadrato a disgrazia,
-con certe mani scimmiesche ed irsute da sembrar
-arnesi da fucina.
-</p>
-
-<p>
-Egli non appariva nè turbato, nè intimidito.
-Sostava da padrone sulla soglia di casa sua, guardando
-i sopraggiunti più con aria di sfida che con
-remissione. Fu il primo a parlare.
-</p>
-
-<p>
-— Be' che cosa volete?... Che cosa avete
-da dirmi?
-</p>
-
-<p>
-— Non ci conoscete? — domandò a sua volta
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— C'è poco da conoscere!... Che cos'è che
-volete?
-</p>
-
-<p>
-— Non importa alziate la voce. Sarà meglio
-per voi se vorrete ragionare.
-</p>
-
-<p>
-— Allora ragioniamo!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Jusèf</i>, voi non siete dei nostri e avete torto... — riprese
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuol dir questo? — fece l'irsuto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vuol dire che siete un contadino e che non
-lavorate per il vostro bene.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè state coi <i>rossi</i> e i <i>rossi</i> non possono
-fare il vostro interesse. Scusate, Jusèf, voi non
-siete nato ieri, non è vero? E allora perchè non
-voler capire che i socialisti vogliono distruggere la
-classe dei contadini?
-</p>
-
-<p>
-— Questo lo dite voi!
-</p>
-
-<p>
-— Lo dice chi ne capisce più di te e di me
-che siamo due ignoranti. <i>Povr'insansé!</i> Povero
-insensato, ma non vedi che vogliono distruggere
-la mezzadria per avervi in mano tutti quanti?...
-Non lo vedi?... Domani se dai retta ai <i>rossi</i>
-perderai il <i>fondo</i> e diventerai un bracciante come
-tutti gli altri, un salariato!
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-— Bella risposta! Cosa vuol dir — non è
-vero? — Vuoi saperne più di me, tu che hai
-tenuta sempre la zappa fra le mani?
-</p>
-
-<p>
-— Verrà anche la mia volta!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro! Che cosa ti credi di poter fare, il
-vescovo, domani?
-</p>
-
-<p>
-— Farò quello che devo fare contro i signori!
-</p>
-
-<p>
-— Questa è un'altra faccenda! Tu adesso
-parli di giustizia. Per i signori siamo d'accordo tutti
-quanti. Ma oggi come oggi...
-</p>
-
-<p>
-L'irsuto lo interruppe bruscamente:
-</p>
-
-<p>
-— Ma vorreste forse farmi cambiare gabbana?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Si parla per il vostro bene — fece Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-— Al mio bene ci penso io.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non capisci niente! — replicò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Peggio per me. Avete finito?
-</p>
-
-<p>
-— Dammi retta, Giuseppe... — ora non lo
-chiamava più dialettalmente, per dare alle parole
-un valore più cattedratico — non fare il testardo...
-</p>
-
-<p>
-— O volete saperla?... — scattò a dire l'irsuto — Io
-faccio quel che mi pare e batterò il
-mio grano con le macchine <i>rosse</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, è così che parli? — ribattè Mostardo
-pien di veleno — E allora vedremo se ci riuscirai!
-</p>
-
-<p>
-— Nella mia aia comando io!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Bum!</i> — fece in coro la compagnia dei
-molossi!
-</p>
-
-<p>
-— Ed io ti dico — riprese Mostardo — che
-se una macchina rossa entra nella tua aia, tu vai
-a ridere con le lucertole nel camposanto.
-</p>
-
-<p>
-— State attento di non arrivarci prima voi!
-</p>
-
-<p>
-— Non aver paura, galantuomo!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Vói, burdèll!</i>... (Ehi, ragazzo!...) — gridò
-Bucalosso e si era già scagliato all'assalto;
-ma l'altro fu pronto a serrare la porta e a barricarsi
-dentro. Si levò un coro di contumelie all'indirizzo
-di Jusèf. Bucalosso propose di appiccare il fuoco
-a tutti i pagliai. Mostardo non volle. Attraversarono
-l'aia; ritornarono dove li attendevano gli
-altri sozii. Come ebbero superata la siepe, furono
-colpiti da un lamento sommesso; però chi vi pose
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-mente fu Mostardo. Arrivato al punto di sosta della
-brigata, non tardò ad accorgersi che chi si lamentava
-non era altri che l'impacchettato e cioè il suo
-avversario politico e nemico acerrimo Epaminonda
-Borgnini. Gli si accostò e chiese ai presenti:
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'ha fatto?... Perchè si lamenta?
-</p>
-
-<p>
-I sozii dieron nel ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Rispondete! — gridò Mostardo. — Che
-cosa gli avete fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Quello che avete detto voi! — rispose il
-Secco.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo allibì. Si rammentò delle parole che
-aveva pronunciato scherzando... ma la <i>maramaglia</i>
-le aveva prese sul serio. Allora, aperta la lanterna
-cieca e chinatosi a guardare, potè convincersi che
-il lamento di Borgnini non era ingiustificato. Gli
-avevan empito il didietro di spine razze.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Furono unite, a due a due, sei biciclette e così
-si improvvisarono tre barelle; in una di queste fu
-deposto Borgnini; nelle altre presero posto i feriti.
-E la masnada ritornò, gloriosa e trionfante, alla
-Città del Capricorno.
-</p>
-
-<p>
-— Che ne faremo di Borgnini?
-</p>
-
-<p>
-Mostardo non rispondeva.
-</p>
-
-<p>
-Entrarono in città che, all'oriente, era la prima
-chiaria.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo fece da battistrada.
-</p>
-
-<p>
-— Dove andiamo?
-</p>
-
-<p>
-— Zitti!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-</p>
-
-<p>
-Attraversarono la Piazza. I primi spazzini, i
-primi lattivendoli si fermarono a guardarli passare.
-L'apparato delle barelle e i feriti faceva nascere
-le prime leggende.
-</p>
-
-<p>
-Un lampionaio che andava intorno, con la sua
-stanga, a spengere le pallide fiammelle del gas,
-gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo, avete fatto caccia grossa?
-</p>
-
-<p>
-Nessuno gli rispose. Da un caffè notturno, tre
-fattori si affacciaron a sbirciare. Più innanzi fu
-Coriolano, il donzello del Comune, che si mise a
-rincorrere le biciclette e a gridare:
-</p>
-
-<p>
-— Cavalier Mostardo?... Cavalier Mostardo?...
-</p>
-
-<p>
-Ma il povero Coriolano, oltre ad essere attempato,
-soffriva d'asma e dovette darsi per vinto.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo si fermò e discese innanzi ad una
-casa modesta, in un vicolo. Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Ci siamo!
-</p>
-
-<p>
-— Lo lasciamo qui? — chiese Mazzini indicando
-l'impacchettato.
-</p>
-
-<p>
-— Sì! — rispose Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Erano alla <i>Camera Rossa</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Chi ha un foglio? — domandò il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Eccolo, — rispose Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo prese un lapis e scrisse a lettere
-cubitali:
-</p>
-
-<p class="cen">
-<i>Evviva la Repubblica!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-</p>
-
-<p>
-Puntò il cartiglio sul petto dell'avversario suo;
-fece legare quest'ultimo alla porta della <i>Camera
-rossa</i> e dileguò con la brigata.
-</p>
-
-<p>
-Nasceva l'alba.
-</p>
-
-<p>
-Giustizia era fatta.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap9">CAPITOLO IX.
-<span class="smaller"><i>Dove, fra l'altro, si spiega quale valore desse, il
-Nostro Cavaliere, alla parola «versipelle»; e
-di nuove venture che gli toccarono.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Ora il Cavalier Mostardo dormiva nel suo gran
-letto di quercia massiccia, fra un ritratto di Mazzini
-ed uno di Garibaldi. Aveva, appeso al muro,
-sopra il tavolo da notte, dove la gente religiosa
-tiene l'acquasantiera, una vecchia carabina; la
-<i>Santa Carabina</i>; e, sul tavolo da notte, invece della
-bottiglia e del bicchiere per l'acqua, era posato
-un ampio boccale verde con sopravi la dicitura
-consueta: «<i>Evviva la Repubblica!</i>». E la Repubblica
-abitava con lui in quel suo stanzone severo,
-inelegante, dal mobilio spaiato, dalle pareti squallide;
-la Repubblica occhieggiava attraverso una
-grande bandiera rossa, appoggiata in un angolo;
-sorrideva da un berretto frigio; strepitava in una
-serie di disegni allegorici incollati al muro; minacciava
-in una collezione rilegata del vecchio giornale
-«<i>Aristogitone</i>»; si umanizzava in una statuetta
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-simbolica in coccio, sopra il canterale; si divinizzava
-nei trionfi dell'ottantanove, matroneggiando
-in disegni e oleografie sparsi qua e là per la
-stanza.
-</p>
-
-<p>
-L'alba batteva alle finestre; ma il Cavalier
-Mostardo dormiva e la Repubblica con lui. E
-benchè Innocenzo Cappa, a capo del letto, in una
-fotografia disposta con bell'arte sotto la <i>Santa
-Carabina</i>, vegliasse con quel suo tipico sorriso
-fra la malinconia e disincanto, bonariamente
-guardando quella sua romagnola forma di fede
-repubblicana, in realtà tutto il simboleggiato strepito
-cadeva con le immagini e le forme nel sonno
-del Cavaliere. Questi riposava come un sant'uomo
-che ha diritto a una tregua, nè il reiterato canto
-del gallo Francesco, nel cortile; nè il <i>tok, tok...</i>
-degli scarponi ferrati di Rigaglia avevano il potere
-di rompere quel profondo e compiuto riposo.
-</p>
-
-<p>
-Batterono le ore, il sole avanzò nel cielo,
-suonarono le messe ai vari campanili della Città
-del Capricorno, ricominciò il fragore dei veicoli
-trabalzanti sull'ineguale acciottolato delle strade,
-ma il Cavalier Mostardo tenne duro.
-</p>
-
-<p>
-Aveva avuto una notte combattuta e, benchè
-ne fosse uscito trionfatore, doveva trovare, nel
-sonno, un compenso alle consumate energie.
-</p>
-
-<p>
-Eran forse le nove e il gallo Francesco cantava
-ancora scuotendo i lunghi bargigli e la cresta a
-parafulmini, quando il nostro eroe, ad un tratto,
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-ebbe un sussulto improvviso, un grugnito e balzò
-a sedere sul letto...
-</p>
-
-<p>
-— Porco Dacco!... Che cos'è stato?
-</p>
-
-<p>
-Che cos'era stato?... Certo non potevan rispondergli
-nè Innocenzo Cappa, nè la Repubblica,
-effigiata come una matrona, con molte mammelle;
-egli solo poteva rispondersi, ricercando fra le ultime
-nebbie del suo dileguante sogno mattutino, la
-ragione dell'improvviso risveglio.
-</p>
-
-<p>
-Che cos'era stato?...
-</p>
-
-<p>
-Si passò una mano sulla fronte, si soffregò gli
-occhi... Ah, ecco!...
-</p>
-
-<p>
-Aveva sognato che Libero Bigatti, il repubblicano
-anarcoide del quale aveva avuto ragione di
-dolersi, durante l'ultima riunione in casa dell'Onorevole,
-nel Caffè della Piazza col più grande, si
-era preso giuoco di lui.
-</p>
-
-<p>
-Erano in crocchio; c'era la meglio gente della
-Città del Capricorno; egli parlava tenendo desta
-l'attenzione di tutti, quand'eccoti saltar fuori il
-signor Libero Bigatti!... La perfidia della Cattedra!...
-Sorrideva con una malignità da sacrosanti
-ceffoni come se il Cavaliere non stesse raccontando
-che panzane e strampalerie; sorrideva
-e nicchiava, il signor Padre Eterno, e Mostardo
-aveva deciso di metterlo a posto una volta per
-tutte, allorchè, nell'impeto della giusta collera,
-il sonno gli si era rotto ed egli balzato sulle coltri
-senza saper più che accadesse. Ora si guardò attorno
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-smarrito, poi discese dal letto, aprì le finestre.
-Un gran sole fu per la stanza.
-</p>
-
-<p>
-— Che ore saranno? — si chiese il Cavaliere. — Debbo
-aver dormito molto!... — Poi chiamò: — Rigaglia?...
-O Rigaglia?
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia comparve.
-</p>
-
-<p>
-— Portami i giornali.
-</p>
-
-<p>
-— Eccoli.
-</p>
-
-<p>
-Incominciò a scorrerli. Ecco «<i>Il nuovo Aristogitone</i>»,
-l'organo del suo partito. Lesse i titoli;
-non c'era niente che potesse interessarlo; le solite
-cose. Ecco «<i>Il Faro Socialista</i>».: vituperi, insolenze,
-minaccie! Sempre le stesse parole: riscossa,
-rivoluzione, masse proletarie, borghesia, diritti del
-popolo, lotta di classe, sindacati, federazioni...
-un pasticcio monumentale, una Babilonia, un mercato
-del mondo! Il pascolo di Rigaglia!... Cosa
-poteva capirci, quel testone, in tanta fanfara? Che
-cos'è un Sindacato?... Che cosa vuol dire «evoluto
-e cosciente»?... Perchè ti chiami proletario?...
-</p>
-
-<p>
-Da dieci o quindici anni egli leggeva le stesse
-cose senza capir niente, ma era sempre più convinto
-di essere un buon socialista con la sua brava rivoluzione
-in saccoccia, a un tanto al braccio e con
-un centigrammo di evoluzione giornaliera!... Più
-campava, più si faceva duro e più diventava
-cosciente. Era un bel miracolo!
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco, a forza di sentirsi dire: — Tu
-sei!... Tu hai diritto!... Il mondo è nelle tue
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-mani!... La forza è tua!... E tu qua... e tu là!... — si
-era messo in mente per davvero di essere un
-qualche cacume!
-</p>
-
-<p>
-E chi poteva convincerlo ora a rientrare nell'orticello
-della modestia; nella casolina della santa
-umiltà; nella serena strada del giusto mezzo?...
-Rigaglia era uscito per le piazze con un grande
-pennacchio, come un bandista, e folgorava, nel
-suo cocciuto sudiciume, come la più bella testa
-dell'Universo.
-</p>
-
-<p>
-E il Cavalier Mostardo se la prendeva con
-Turati e con Treves, coi due magni pastori che
-dovevan ben dargliela un po' di educazione a Rigaglia,
-prima di mettergli in mente certe cose e
-mandarlo per le piazze con un pennacchio rosso,
-come un bandista di Scaricalasino! Ora quel testone
-diceva:
-</p>
-
-<p>
-— <i>E' pòpul!</i>...
-</p>
-
-<p>
-E tanto gonfiava che, una volta o l'altra,
-sarebbe scoppiato certissimamente.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro Cavaliere mise da parte anche «<i>Il
-Faro socialista</i>»; non volle legger cose che gli
-avrebbero avvelenato il sangue.
-</p>
-
-<p>
-Aprì un terzo giornale: «<i>Il Sillabo</i>». Lo
-spiegò e ristette sogghignando.
-</p>
-
-<p>
-— Il sillabo?... — si chiese con ironia. — Incominciano
-con uno sproposito!... Io ho sempre
-saputo che si dice: <i>la sillaba</i> e non <i>il sillabo</i>...
-Poi che cosa c'entra la sillaba con il clero?...
-Forse avranno inteso dire che questo giornale è
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-come un abbecedario del partito clericale. Bella
-trovata!... Già basta vedere il giornalista per giudicare
-l'organo. Roba sporca!... Via!...
-</p>
-
-<p>
-E gettò anche quello. Ecco «<i>La Forca</i>»,
-«<i>La Lanterna</i>», «<i>L'Apocalissi!</i>...». Si fermò
-a quest'ultimo ebdomadario, dubbiando. Che voleva
-dire <i>Apocalissi</i>? Scese dal letto, si accostò
-alla cassa dei libri, estrasse un volume e incominciò
-a sfogliarlo.
-</p>
-
-<p>
-— <i>A... a elle... a emme... a pi...</i> Eccolo... — e
-incominciò a leggere: — Apiario... Apice...
-Apistico... <i>Apocalisse e Apocalissi</i>: Visione di
-San Giovanni Evangelista — Libro di questa visione.
-<i>Parere il cavallo dell'Apocalisse.</i> Essere un cavallo
-grande e rifinito. — Poi, più sotto, lesse ancora: — Apocalisse,
-s. f. <i>Cavaliere dell'Apocalisse.</i>
-Setta religiosa romana del secolo XVII.
-</p>
-
-<p>
-Chiuse il librone e rimase pensoso. Ne capiva
-meno di prima. Ciò non gli dava un soverchio turbamento
-perchè, a vero dire, la cosa non era
-infrequente. Riaprì il giornale, gettò un'occhiata
-alla prima pagina; si trattava di un giornale nuovo
-ch'egli non aveva ancora esaminato. Ad un tratto
-ebbe una vampa al viso... aveva letto il nome del
-direttore: Libero Bigatti, il suo personale nemico
-e detrattore. La cosa lo lasciò alquanto turbato.
-Se Libero Bigatti stampava un giornale, molto probabilmente
-la pace di Mostardo era finita. Ebbe il
-presentimento di un attacco e incominciò a scorrere
-i titoli dei varii articoli e trafiletti. Ecco, in
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-terza pagina, il suo nome stampato in grassetto.
-Ne ebbe soddisfazione e timore: soddisfazione perchè
-fa sempre piacere veder stampato il proprio
-nome in un giornale; timore perchè chissà che cosa
-diceva di lui quel <i>Cavaliere dell'Apocalisse</i>!
-</p>
-
-<p>
-Lesse:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<i>SI DOMANDA AL CAVALIER MOSTARDO — uomo
-di prontissimo ingegno e di
-bella e varia coltura, — quale valore dia alla
-parola «versipelle» della quale fa sì abbondante
-uso. E gli si domanda ancora in quale pregio egli
-tenga l'astuzia e cioè se l'astuzia sia, per il Cavalier
-Mostardo, una cosa spregevole o apprezzabile.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Se il Cavalier Mostardo vorrà usarci la delicata
-attenzione di rispondere, e vorrà toglierci dal nostro
-tormentoso dubbio, pubblicheremo la sua risposta
-con ogni onore e senza commenti.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Il cane celeste.</span>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Il buon Mostardo si passò una mano sulla fronte
-perchè sudava. Faceva caldo e la prosa del <i>Cane
-celeste</i> non era refrigerante. In un primo tempo
-cercò, in detta prosa, gli estremi che giustificassero
-la risoluzione della faccenda per le vie
-più spiccie, così avrebbe fatto i conti col signor
-Bigatti una volta per sempre; ma tali estremi non
-c'erano, bisognava convenirne, e non è facile intendere
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-l'ironia. Allora... <i>versipelle</i>... Ritornò al suo
-librone, lo aprì alla lettera <i>vu</i>, sfogliò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Versiero... Versino... Versione...</i> Ecco,
-ecco: <i>VERSIPELLE, agg. T. lett. Astutissimo.</i>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Dunque versipelle non voleva dire che astutissimo?...
-E perchè mai?... Egli aveva dato alla
-parola un valore ben più ampio. L'aveva riconiata
-nel suo sentimento e per i bisogni suoi; era diventata
-tutta sua. Il dizionario era un arnese della
-Cattedra, aveva la mentalità di un clerico-moderato,
-il dizionario. Un conservatorume di vecchia specie.
-Perchè «<i>versipelle</i>» non doveva significare che
-«<i>astutissimo</i>»? Chi aveva comandato questo?
-Era possibile, in tempi di Rivoluzione, voler fare
-anche delle parole una specie di proprietà privata?
-Non erano di tutti, le parole, come le strade?
-Ebbene, se eran di tutti, ognuno poteva servirsene
-secondo i propri bisogni, ed egli, repubblicano
-antico, aveva pieno diritto di far questo! <i>Versipelle</i>
-gli suonava bene. Le bestie della Cattedra non
-usa per il suono e non per altro. Ammesso che la
-parlata fosse una banda, bisognava convenire che
-c'era molta differenza fra il suono di un ottavino
-e quello di un corno inglese: ebbene, egli, per
-esprimere il disprezzo, la disistima; per bollare il
-prossimo nemico adoperava il corno inglese così
-come usava l'ottavino quando parlava a Spadarella.
-Non era chiaro tutto questo?... Nella banda
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-delle parole, «<i>versipelle</i>» era una nota del corno
-inglese; e un'altra era «<i>cacume</i>»!
-</p>
-
-<p>
-— Io posso dire benissimo <i>fornicario</i>, al
-vigliacco; posso dire <i>pistola</i>, all'imbecille; <i>pubblicana</i>,
-alla donna di mestiere; <i>porcinaglia</i>, al
-clero e ai suoi costumi; <i>tamburiere</i>, all'uomo politico
-disonesto; <i>tritone</i>, a Ticchi Marmissi, direttore
-del <i>Sillabo</i>; <i>trocaico</i>, alla porcheria manifesta;
-<i>cacume</i>, a tutti gli eccessi e <i>Versipelle</i>, al voltagabbana,
-all'imbroglione, alla canaglia, a chi mi
-pare, ecco! C'è o non c'è <i>il suono</i>, in queste
-parole?... Il suono c'è e basta. Il resto ce lo
-metto io. Non sono padrone di far questo?
-</p>
-
-<p>
-E il Cavalier Mostardo, di sillogismo in sillogismo,
-si era costruito una torre in muratura. Come
-si sentì ben murato a difesa, quando gli parve che
-nessuno più avrebbe potuto attaccarlo con tanta
-ignobiltà di intenti, saltò dal letto e così, in camicia,
-corse al tavolo dove c'era una seconda statuetta
-della Repubblica in cotto. Cercò un foglio di carta,
-una penna, puntò un gomito sul tavolo, appoggiò
-la fronte sul palmo della mano e si dette a meditare.
-Poco dopo scrisse quanto segue:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<i>SI RISPONDE AL CANE CELESTE. — Un
-repubblicano antico potrebbe star zitto e non
-rispondere a un Cavaliere dell'Apocalisse. Non
-c'è tempo da perdere, oggi, per le baggianate.
-Oggi ci sono le conquiste sociali e la GIUSTIZIA
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-PURA! Però siccome il Cane celeste vuole aver
-le sue, gli daremo le sue con la penna, riservandoci
-ampia libertà di usare un altro strumento quando
-ci venga in mente di farlo. Il Cavalier Mostardo si
-ritiene padrone di adoperare tutti i «versipelle»
-che gli fan bisogno, senza renderne conto a nessuno.
-Un figlio dell'ottantanove ha ben altri diritti! Ma
-però, siccome non vuol cadere, per la porcinaglia,
-nell'ASTUTISSIMA rete tesagli dal Cane Celeste,
-gli dice che versipelle è lui, ed anche pistola
-guercia!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Il Cavalier Mostardo non si lascia prendere in
-un simile TROCAICO!</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-I. C. M.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Rilesse; fu contento della partorita risposta;
-piegò il foglio, l'infilò in una busta, scrisse l'indirizzo
-e premette il bottone del campanello elettrico.
-Rigaglia comparve.
-</p>
-
-<p>
-— Va subito a impostare questa lettera.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia prese la busta e incominciò a leggere
-l'indirizzo. Mostardo alzò la voce, inquieto:
-</p>
-
-<p>
-— Te l'ho data da leggere o da impostare?
-</p>
-
-<p>
-— Da impostare...
-</p>
-
-<p>
-— E allora perchè la leggi, brutto somaro?
-</p>
-
-<p>
-— Guardavo...
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è niente da guardare! Va via.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia, fece due passi e, giunto all'uscio,
-si rivolse e disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Disotto ci sono il gobbo Pulizia e il moro
-Fabrizi.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vogliono?
-</p>
-
-<p>
-— Hanno detto che vogliono parlarvi.
-</p>
-
-<p>
-— Dì che aspettino.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-E il nostro Cavaliere incominciò a farsi bello.
-Era contento. Sentiva che le cose gli andavano col
-vento in poppa, nell'amore, nella politica, nel giornalismo.
-Per Bios, avrebbero visto, i nemici suoi,
-dove poteva arrivare un Cavalier Mostardo quando
-ci si metteva di buzzo buono! Intanto, quel giorno
-stesso, voleva trovarsi con Mignon per renderle
-conto del suo operato e per averne un qualche
-compenso in natura, se fosse stato possibile. Lo
-scherzo fatto a Borgnini, legato alla porta della
-<i>Camera rossa</i>, a quell'ora doveva già correre i
-quattro canti della Città del Capricorno e Ninon
-Fauvétte, fior di Parigi, doveva averne sentito
-parlare. Nel pomeriggio si sarebbe presentato in
-pompa magna al palazzo dei marchesi ed avrebbe
-chiesto di lei. Dovevano intendersi. Egli pretendeva
-di riscuotere il premio della sua prestazione
-d'opera. Però si sentiva anche abbastanza generoso
-per non insistere così, sui due piedi. Poi...
-chissà quale putiferio e quale fiumana di vendette
-gli avrebbe procurata l'impresa della notte trascorsa.
-I <i>rossi</i> non si sarebbero dati per vinti. Gli
-conveniva star sull'avviso per non avere qualche
-improvvisata di cattivo genere. Avrebbe sguinzagliato
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-subito i suoi informatori per la Città del Capricorno
-e dintorni. Giusto il gobbo Pulizia e il
-moro Fabrizi capitavano a proposito. Ascoltare,
-indagare, riferire!
-</p>
-
-<p>
-— Si giuoca una partita grossa. Ne va di
-mezzo tutto quanto l'avvenire.
-</p>
-
-<p>
-Si affacciò alla finestra annodandosi la cravatta.
-Dall'orto, dietro il cortile, cantavano le cicale. Il
-sole era alto. Intorno al cono del gran campanile
-stridevano le rondini nere; le rondini nere col
-panciotto bianco. Alzò gli occhi a guardarle e fu
-rasserenato solo da quel po' di cielo turchino, dalla
-rossa maestà del campanile e dal volo dei balestrucci.
-Era un giorno di Dio, di una chiarezza
-profonda. La bella e bionda estate non domandava
-agli uomini che un po' di fatica e per questa fatica
-portava un gran dono di pace. E gli uomini si
-mangiavan fra di loro e si avvelenavano non solo
-l'estate, ma tutte le quattro stagioni.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo trasse un grande sospiro;
-mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Poveretto me!
-</p>
-
-<p>
-E si ritrasse dalla finestra. Aveva pensato a
-Spadarella. Dall'oasi più dolce del suo cuore era
-sorta, con la nostalgia del riposo, l'immagine della
-sua bambina. Divenne malinconico; dal Cavalier
-Mostardo rinacque Giovanni Casadei... lo zio Giovanni.
-</p>
-
-<p>
-Ora non era neppure più padrone del suo
-tempo e del suo amore; doveva sacrificar tutto...
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-tutto!... Sfuggire l'ombra quando è più soave;
-sfuggire il riposo di un giardino quando più lo
-desiderava; non vedere la sua piccola creatura
-quanto più la sentiva lontana! E perchè poi?...
-Per sentirsi prendere in giro sui giornali.
-</p>
-
-<p>
-Se ricordava la sua fanciullezza trascorsa fra
-l'officina di un fabbro ed il retrobottega di una
-farmacia; se si rivedeva così, povero e erratico, come
-il cane di nessuno; senza una casa: un po' accolto
-dall'uno, un po' dall'altro e maltrattato da tutti;
-se si rivedeva giovane e senza altra gioia all'infuori
-di quella di andarsene, nei pomeriggi delle domeniche,
-lungo i greti del fiume a respirare un po'
-di campagna, un po' di silenzio e di pace e sempre
-stretto dal bisogno, tanto che quasi metà della
-sua vita non si era riassunta che nel verbo penare;
-se ripensava alla sua triste ventura e al suo
-cuore più timido e solitario che aveva sempre desiderato
-ciò che non gli era stato concesso a tempo,
-dal fondo della sua più schietta anima, che era
-quella di un buon campagnuolo innamorato perdutamente
-delle cose candide e eterne, saliva la muta
-malinconia che in sè si accora e non cerca parole,
-e non vuole palesarsi perchè è fatta vergognosa dal
-mondo che non potrebbe intenderla. Di tale malinconia,
-che è un po' di tutti i romagnoli di razza,
-egli era schiavo e geloso, e, quando la sentiva
-arrivare dal fondo di una memoria lontana, come
-un canto nostalgico su di un vento di primavera,
-al crepuscolo, quando la sentiva arrivare scantonava
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-per le strade degli orti, se era in città; e, se
-era in campagna, dimenticava tutto e tutti e se
-ne andava lungo un filare di olmi e di viti, l'orecchio
-attento ai più lontani e tenui e dolci suoni,
-l'anima persa nell'attesa misteriosa della vita. Non
-sapeva neppure lui perchè questo gli accadesse e
-non si domandava perchè gli accadeva; condotto
-dal suo cuore andava così, alla deriva, e in questi
-silenzi suoi, in cui si perdeva un pianto interiore
-senza parole e senza volto preciso, era la sua
-musica e la sua poesia, le due sole cose del mondo
-per cui l'uomo può chiamarsi tale e sentirsi migliore
-a volte.
-</p>
-
-<p>
-Non si guardò più allo specchio; finì di
-vestirsi, il volto atterrato. Pensava lontano. E non
-pensava precisamente: sentiva una volontà, una
-necessità imperiosa di scantonare per la prima
-strada, per non saper più niente, per non udir più
-niente, ma forse solo lo stridìo armonioso di un
-verzellino, dall'ombra di un brolo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Qualcuno bussò alla porta, ma con discrezione.
-Certo non era Rigaglia. Rigaglia entrava senza
-domandare permesso; era sempre in casa sua. Chi
-poteva essere mai? Guardò un poco la porta prima
-di rispondere, poi domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Chi è?... — ma la sua voce non fu gradevole
-e di buon invito.
-</p>
-
-<p>
-— Sono io!... — Un falsetto sottile. Che
-voce era quella?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io, chi?
-</p>
-
-<p>
-— Io!...
-</p>
-
-<p>
-Si accostò all'uscio; disse:
-</p>
-
-<p>
-— Avanti...
-</p>
-
-<p>
-E attese. La porta non si apriva. Qualcuno
-voleva prendersi giuoco di lui. Giusto! Arrivava
-a puntino. Aggrottò il viso, si diresse risolutamente
-alla porta e appena ebbe tempo di aprire che si
-sentì stringere il collo da due dolci braccia ed ebbe
-il viso inondato di baci.
-</p>
-
-<p>
-— Zio... zio... zio... come sei cattivo con
-me!
-</p>
-
-<p>
-Era Spadarella. Spadarella sua, la gioia del
-suo silenzio lontano.
-</p>
-
-<p>
-La faccia di lui si accese subito di un radioso
-amore.
-</p>
-
-<p>
-— Come mai sei qui?
-</p>
-
-<p>
-— Ho avuto un bell'aspettarti in questi giorni,
-zio cattivo!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non sai che è incominciata la lotta?
-</p>
-
-<p>
-— Lo so benissimo! Ma, la sera, una piccola
-mezz'ora potresti ben trovarla per Spadarella!
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, sai a che ora sono ritornato questa
-notte?
-</p>
-
-<p>
-— No. A che ora?
-</p>
-
-<p>
-— Alle tre e mezza!
-</p>
-
-<p>
-— Povero zio. E dove sei stato?
-</p>
-
-<p>
-— In campagna. Ma non parliamo di queste
-porcherie. Sei sola?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è Spina Rosa?
-</p>
-
-<p>
-— A casa. L'ho lasciata a casa attorno ai
-fornelli... perchè...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-Si sorrisero guardandosi negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Hai indovinato, zio?
-</p>
-
-<p>
-— Credo di sì.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni?...
-</p>
-
-<p>
-— Ma... questa mattina... — rispondeva così,
-e già aveva deciso di andarsene con lei a colazione.
-</p>
-
-<p>
-— No... no... no... non ci deve essere proprio
-niente che mi ti porti via, questa mattina!
-Sono decisissima, sai? Non ti lascio più... proprio,
-non ti lascio più!
-</p>
-
-<p>
-— E... se non potessi?
-</p>
-
-<p>
-— Devi potere!
-</p>
-
-<p>
-— Ma se non potessi?
-</p>
-
-<p>
-— Allora resterei con te. Ti pare giusto che
-solamente io non debba averti mai?
-</p>
-
-<p>
-Cara la sua bambina! Egli si sentiva cinque
-volte più forte quando l'aveva accanto, quando
-poteva ascoltare la voce di lei armoniosa e guardarla,
-quell'angiolella, che portava sempre con sè
-la luce dei più bei mattini.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Allora resta inteso — disse lo
-zio Giovanni; — però, Spadi mia, devi avere un
-po' di pazienza...
-</p>
-
-<p>
-— Fin che vuoi, zio.
-</p>
-
-<p>
-— Devo mettere in ordine molte cose prima
-di venir con te.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Fa quello che vuoi.
-</p>
-
-<p>
-— Dove mi aspetterai?
-</p>
-
-<p>
-— Qui.
-</p>
-
-<p>
-— No. Va nell'orto... Hai qualche libro?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Ne ho uno.
-</p>
-
-<p>
-— Allora vai nell'orto; leggi e aspettami.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Egli si allontanava senza guardarla. Spadarella
-lo richiamò:
-</p>
-
-<p>
-— Zio?
-</p>
-
-<p>
-— Che vuoi?
-</p>
-
-<p>
-— Vai via così?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Neppure un bacio?
-</p>
-
-<p>
-Ritornò sorridendo, le stampò due grandi bacioni
-sulle guancie e partì che si sentiva ringiovanito
-di vent'anni.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, Spadarella, Spadarella!... Se tu non
-ci fossi che ne sarebbe di questo povero insensato,
-con tutta la sua Repubblica?...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi sedevano
-ad un tavolo e giuocavano a tressetti. Tanto erano
-intenti alla loro partita, che neppure l'udirono
-entrare. Era questa una loro particolarità. Siccome
-erano sempre insieme, il gobbo Pulizia portava con
-sè di continuo, in una delle ampissime tasche della
-gabbana, un mazzo di carte. Ad ogni sosta
-iniziavano una partita a tressetti. Si giuocavano un
-soldo a testa e non avevano mai aumentata la posta.
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-Durante il giuoco usavano insolentirsi con abbondanza;
-ma, con l'ultima carta gettata sul tavolo,
-tutto era finito e dimenticato.
-</p>
-
-<p>
-Li chiamavano l'amico Cesare e l'amico Ciliegia.
-Erano repubblicani fino alle midolle.
-</p>
-
-<p>
-Il gobbo Pulizia «<i>e' gobb Pulizì</i>» si era guadagnato
-tale battesimo per la sua meticolosa cura
-della nettezza. Era un ossessionato della nettezza.
-Durante l'estate diventava nervoso e teneva ermeticamente
-chiuse tutte le finestre e le porte di casa
-perchè non entrassero mosche. Un cerchiolino di
-mosca in uno specchio o in un foglio di carta poteva
-farlo malinconico e preoccupato per una settimana
-intiera; una tela di ragno in un qualsiasi
-angolo della casa lo riempiva di tristezza. Dava
-la caccia alla polvere sopra e sotto ai mobili;
-fiutava le macchie sul pavimento; aveva inventato
-un arnese per pulir fino i buchi delle serrature, fino
-gli interstizi fra mattone e mattone. Non trovava
-fantesca che potesse reggere con lui; dopo poche
-settimane di esperimento tutte lo abbandonavano.
-Tanta era la cura sua di non insudiciare nulla che,
-in casa, camminava in pedùli e, prima di sedersi,
-si spazzolava il fondo dei calzoni.
-</p>
-
-<p>
-Data simile manìa, era più che naturale che
-non ricevesse nessuno ed in fatti anche il moro
-Fabrizi non compariva che rarissimamente benchè
-fosse il solo e grandissimo amico del gobbo Pulizia.
-Ma la sola idea di trovare l'ombra di un'orma sui
-pavimenti lucidissimi immalinconiva il povero gobbo
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-il quale, d'altra parte, all'infuori di questa, non
-aveva altre manìe. Ma questa era una manìa seria
-che non si limitava alla casa, ma a tutti gli oggetti
-della casa, compresa la sua persona. Infatti il gobbo
-Pulizia faceva il bagno due volte al giorno; la
-mattina e la sera e portava sempre in tasca un
-pezzo di sapone da bucato e uno spazzolino di
-setole. A volte, durante la notte, si ridestava
-all'improvviso, colto dalla sua ossessione e correva
-a lavarsi. Nella sua stanza da letto erano sempre,
-per ogni evenienza, un mastello e tre grandi secchi
-ricolmi di acqua, senza contar le catinelle. Aveva
-adottato un <i>W. C.</i> di sua invenzione, nel quale
-l'acqua scorreva perpetuamente e scaturiva da ogni
-parte in getti, in cascatelle, in zampilli incrociandosi
-e sfrangiandosi nei giuochi più svariati, tanto
-che pareva una fontana monumentale. Non vi mancava
-che una statua e da statua funzionava il gobbo
-Pulizia quando ve lo costringevano le sue estreme
-nonchè umili necessità. Allora egli diventava una
-nàiade, benchè non disponesse dei vezzi di una
-ninfa; diventava una nàiade e metteva in guazzo
-la parte opportuna, la qual parte, investita da ogni
-banda dai festevoli giuochi d'acqua, si sollazzava
-e si purificava adempiendo al suo compito estremo.
-Una volta al moro Fabrizi, che cercò di servirsi di
-tale arnese senza conoscerne il perfetto congegno,
-toccò la sventura di prendere un bagno compiuto
-e di beneficiare di un discreto spavento, tanto che
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-ebbe a soffrire, per il resto della sua vita, di una
-stitichezza ostinata.
-</p>
-
-<p>
-Dopo tutto quanto abbiamo detto, lo strano
-si era che, varcato l'uscio di casa sua, il gobbo
-Pulizia diventava un uomo come tutti gli altri e
-poteva essere altrettanto sudicio quanto l'amico suo
-carissimo Fabrizi; perchè il moro Fabrizi era fra
-i più grandi sudicioni della Città del Capricorno.
-</p>
-
-<p>
-Come mai l'amico Cesare e l'amico Ciliegia si
-fossero appaiati per diventare inseparabili, era un
-mistero nel grembo di Dio. Fatto sta che non si
-vedeva il gobbo Pulizia senza vedere il moro Fabrizi
-e viceversa.
-</p>
-
-<p>
-Il quale moro Fabrizi, pure essendo benestante
-come l'amico suo, tanto ostentava la trascuratezza,
-da sembrare quasi un pezzente. E mentre il gobbo
-Pulizia era accuratamente sbarbato ogni giorno,
-il moro Fabrizi si faceva radere una volta ogni
-due settimane tanto che sembrava per il resto del
-tempo un cinghiale domestico che grufolasse per i
-caffè e le osterie della Città del Capricorno. E i
-suoi vestiti erano unti e bisunti, tanto da diventare
-impermeabili. Del resto non li cambiava mai, come
-non cambiava mai le scarpe e il cappello e non si
-lavava mai le mani.
-</p>
-
-<p>
-Una volta che il gobbo Pulizia si azzardò a
-domandargli:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non ti lavi mai?
-</p>
-
-<p>
-Gli rispose:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè è inutile lavarsi se ti devi insudiciare
-subito. Io faccio un bagno di pulizia ogni
-tre mesi, consumo due pezzi di sapone e basta.
-Questa è salute, amico mio. I nostri vecchi non si
-lavavano mai e campavano fino a cent'anni. Bisogna
-lavar lo stomaco con del buon vino, questo
-sì! Ma il difuori è degli sciocchi.
-</p>
-
-<p>
-Il gobbo Pulizia non aveva rifiatato. Del resto
-si trovavano d'accordo sulla Repubblica. Forse la
-Repubblica faceva loro chiuder gli occhi sul resto.
-</p>
-
-<p>
-Erano accanitissimi partigiani, ligi al verbo del
-Maestro e strepitanti per ogni pubblico ritrovo per
-buona parte della giornata. Il gobbo Pulizia disponeva
-di una voce acutissima e di buone argomentazioni;
-il moro Fabrizi era meno dialettico ma
-sosteneva il compagno con fede intemerata e con
-la forza de' suoi muscoli. Dovendo discutere di
-politica, in Romagna non è mai male disporre di
-buoni muscoli.
-</p>
-
-<p>
-Ora l'amico Cesare e l'amico Ciliegia giocavano
-la loro eterna partita a tressetti, quando il
-Cavaliere Mostardo entrò nella stanza.
-</p>
-
-<p>
-— Buongiorno amici!
-</p>
-
-<p>
-Piantarono le carte in asso e si levarono.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è di nuovo?
-</p>
-
-<p>
-Fu il gobbo Pulizia che prese la parola.
-</p>
-
-<p>
-— Caro Cavaliere, bisogna stare attenti. Nella
-città c'è un gravissimo scandalo.
-</p>
-
-<p>
-— Quale scandalo?
-</p>
-
-<p>
-— Per il fatto Borgnini.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene?
-</p>
-
-<p>
-— I socialisti ve l'hanno giurata.
-</p>
-
-<p>
-— A me?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, a voi.
-</p>
-
-<p>
-— E che vogliono fare?
-</p>
-
-<p>
-— Dice che vi faranno la pelle. Di notte o
-di giorno non importa, ma ve la faranno.
-</p>
-
-<p>
-— E poi?
-</p>
-
-<p>
-— Poi c'è l'onorevole che non è contento.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè dice che avete strafatto.
-</p>
-
-<p>
-— L'onorevole non capisce niente.
-</p>
-
-<p>
-— Può darsi; ma tutte le persone serie del
-partito, la pensano come lui.
-</p>
-
-<p>
-— E chi sono queste persone serie?
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato Suasia, l'avvocato Relli, l'ingegnere
-Fias, Girolamo Putti, Ildebrando Sgargi...
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito: la Cattedra!... Scommetto
-che questa sera c'è adunanza al Circolo Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-— Avete indovinato — disse il moro Fabrizi. — Anzi
-ci hanno incaricato di venire a dirvelo.
-</p>
-
-<p>
-— E chi vi ha incaricato?
-</p>
-
-<p>
-— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene — fece Mostardo, che non perdeva
-la sua calma. — Avete occasione di vedere l'onorevole,
-uscendo di qui?
-</p>
-
-<p>
-— Certamente.
-</p>
-
-<p>
-— Allora ditegli, da parte mia, che io gli
-rassegno le mie dimissioni; e ditegli che vada a
-quel paese!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi rimasero
-perplessi.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si dette a misurare la
-stanza a grandi passi; incominciava a perdere la
-calma che si era imposta.
-</p>
-
-<p>
-— Vogliono anche sconfessarmi?... Non ci
-si provino! Non mi conoscono ancora. Ma a che
-giuoco si giuoca?... — e piantò gli occhi bui sui
-due amici. — Mi cacciano nel pericolo e poi non
-vogliono riconoscere il mio operato?... Si sbaglian
-di grosso, cari miei! Vedrete che cosa farò, io.
-</p>
-
-<p>
-— State calmo, Mostardo...
-</p>
-
-<p>
-— Macchè calmo!... Queste sono porcherie.
-Vorrei che ci si fosser trovati loro, questa notte,
-a far le schioppettate fra i campi!
-</p>
-
-<p>
-— Certo che non deve esser stato piacevole!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! Tutti questi cattedratici sarebber
-diventati tanti <i>fornicari</i> perchè dove c'è del fumo
-ci si sta male. E adesso, a cose finite, quando non
-c'è più pericolo, almeno per loro, fanno le adunanze...
-vogliono sconfessare!... Dì che si provino!...
-</p>
-
-<p>
-Vi fu un silenzio. Il Cavaliere passeggiava
-furiosamente per la stanza e, di tanto in tanto,
-ripeteva come a sè stesso:
-</p>
-
-<p>
-— Dì che si provino!...
-</p>
-
-<p>
-Allora il gobbo Pulizia disse:
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo perchè inquietarsi tanto?
-</p>
-
-<p>
-— Secondo voi che cosa dovrei fare? Un
-passo di danza?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No... ma state calmo... andiamo!... A
-inquietarvi che cosa ci guadagnate?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro — soggiunse il moro Fabrizi.
-</p>
-
-<p>
-— Mi fate ridere... mi fate!... — riprese
-Mostardo. — Qui si tratta della mia riputazione.
-Se la Repubblica non cammina con me, io posso
-combinare a questi signori qualche brutto scherzo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma noi non vi abbandoniamo! — disse il
-gobbo Pulizia.
-</p>
-
-<p>
-— Voi non siete la Cattedra!
-</p>
-
-<p>
-— Questa è una vostra fissazione...
-</p>
-
-<p>
-Aveva appena detto questo, il gobbo Pulizia,
-che il Cavalier Mostardo, il quale si era fermo
-presso una tavola, lasciò andare sulla medesima
-un violento pugno e gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Non scherziamo, ragazzi!... Oggi non ne
-ho voglia!...
-</p>
-
-<p>
-I due ebbero un sussulto e allibirono.
-</p>
-
-<p>
-Disse il moro Fabrizi:
-</p>
-
-<p>
-— Ha ragione!... Oggi non importa scherzare...
-</p>
-
-<p>
-Poi, dopo aver discretamente bussato, entrò
-l'avvocato Suasia. Era di buon umore. Alla prima
-occhiata si accorse che Mostardo era in burrasca.
-Gli si accostò, gli posò una mano sulla spalla:
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'ha, il nostro Mostardone?
-</p>
-
-<p>
-Mostardo si rivolse a guardarlo, per nulla mansuefatto
-dall'allegria dell'amico e compagno e gli
-domandò brusco brusco:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa sei venuto a fare?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuto a salutarti, in primo luogo.
-Ma, è così che si ricevono gli amici?
-</p>
-
-<p>
-— Non sei anche tu un ambasciatore dei <i>tamburieri</i>
-del Circolo Mazzini?
-</p>
-
-<p>
-Antonio Suasia scoppiò a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Li chiami <i>tamburieri</i>?... Allora siamo ai
-ferri corti!
-</p>
-
-<p>
-— Non cascar dalle nuvole. Va là!... Chi
-li ha mandati questi compagni? — e indicò il
-Gobbo e il Moro.
-</p>
-
-<p>
-— Non io certamente! — rispose Suasia.
-</p>
-
-<p>
-— E allora chi vi ha mandati? — domandò
-Mostardo, rivolto agli inseparabili amici.
-</p>
-
-<p>
-— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.
-</p>
-
-<p>
-— Hai sentito? — fece Mostardo rivolto al
-Suasia. — E sai che cosa sono venuti a dirmi?
-Che questa sera, al Circolo Mazzini, ci deve essere
-una adunanza per giudicare il mio operato della
-notte scorsa! Io lavoro e gli altri voglion giudicare;
-io rischio la pelle e gli altri pretendono di guastarmi
-la riputazione... No, per Bios!... Se questa
-sera devo venire alla adunanza ci verrò, ma con la
-schioppa!...
-</p>
-
-<p>
-— Allora la tua vuol essere un'ira funesta
-che adduca infiniti lutti!... — esclamò sorridendo
-l'avvocato Suasia. — Ma no, Mostardone, non
-ti montare! Ho parlato io stesso all'onorevole,
-poco fa...
-</p>
-
-<p>
-— Be', e che cosa ha detto?
-</p>
-
-<p>
-— Ha riso con me.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Per Borgnini?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, per Borgnini!
-</p>
-
-<p>
-— Volevo ben dire, io!... — fece Mostardo,
-e il suo viso si rasserenò. — Che male gli ho
-fatto?... L'ho legato a una porta. Questo è uno
-scherzo che si può fare sotto qualsiasi civiltà. E
-i miei uomini ti possono dire che non sono stato
-io che gli ho riempito il didietro di spine razze!
-</p>
-
-<p>
-— Gli avete ridotto il versante a bacio, come
-un puntaspilli, pover'uomo!
-</p>
-
-<p>
-Risero tutti quanti.
-</p>
-
-<p>
-— Però gli sta bene — riprese Mostardo. — Ci
-avevano preso fra due fuochi.
-</p>
-
-<p>
-Antonio Suasia si fece raccontare tutta la storia
-della spedizione notturna e, quando il Cavaliere
-ebbe finito, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Incominciamo con troppi feriti!
-</p>
-
-<p>
-— Come vorresti fare? — domandò Mostardo. — Quando
-si fanno le schioppettate, sono
-inconvenienti che capitano.
-</p>
-
-<p>
-Sopraggiunsero altri amici: l'ingegnere Fias,
-l'avvocato Relli, Ildebrando Sgarzi, Girolamo
-Putti, Domokos Barbantini, Alvise Alberghetti,
-sindaco della Città del Capricorno e, per ultimo,
-l'onorevole, seguito da Coriolano.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo contò gli intervenuti;
-erano dieci persone: le più grosse teste del partito,
-Coriolano compreso, al quale, d'altra parte, non
-nuoceva la sua qualità di donzello del Comune.
-Non si viveva in tempi di <i>Democrazia Pura</i>? Coriolano
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-soleva dire, con la sua voce un po' rauca
-e interrotta dall'asma e dalla balbuzie:
-</p>
-
-<p>
-— Da ora in avanti tu dovrai scrivere donzello
-col <i>di grande</i>. Così... <i>Donzello</i>! Perchè quando
-un Coriolano, che non è un uomo di corta misura,
-copre una carica qualsiasi, questa carica diventa di
-primissimo ordine.
-</p>
-
-<p>
-Infatti Coriolano si vantava dell'amicizia e
-della confidenza degli uomini più grandi del partito
-e, in genere, della Democrazia. Diceva che Innocenzo
-Cappa gli era come fratello; Barzilai lo
-adorava; Leonida Bissolati gli scriveva quasi tutte
-le settimane; Turati gli aveva dato tali e tante
-prove di stima che, una volta, non essendo contento,
-il suddetto Coriolano, di un atteggiamento politico
-assunto dal grand'uomo di parte, incontratolo un
-giorno in una trattoria di Bologna, ebbe ad abbordarlo
-con queste precise parole:
-</p>
-
-<p>
-— Senti, Filippo, l'ultimo tuo discorso non
-mi è piaciuto niente. Dai troppa confidenza a Giolitti.
-Dà retta a me: cambia strada! Giolitti è
-un uomo che ti frega!
-</p>
-
-<p>
-E Filippo Turati, sempre secondo Coriolano,
-si era alzato dalla seggiola e gli aveva buttato le
-braccia al collo dicendogli:
-</p>
-
-<p>
-— Come si vede che mi sei amico sincero!...
-Grazie, Coriolano. Seguirò il tuo consiglio.
-</p>
-
-<p>
-Quando Coriolano raccontava queste cose nei
-crocchi, tanto era convinto di dire la verità che
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-si arrubinava dal gran piacere. E qualche credenzone
-lo trovava sempre.
-</p>
-
-<p>
-Ma le sue <i>grandi amicizie</i> non si fermavano
-qui, perchè Claudio Treves, Pantano, Labriola,
-Mussolini, Andrea Costa, Malatesta, Oddino Morgan,
-Pietro Chiesa, Libero Merlino gli erano stati
-o gli erano <i>fedelissimi</i> e Coriolano citava il motto
-dell'uno, la barzelletta dell'altro, l'intimità bonacciona
-del terzo. Tutti erano stati a desinare a casa
-sua e gli avevano lasciato testimonianza grata della
-sua ottima cucina e del suo vino piramidale.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè io ho un sangiovese che ha fatto
-leccare i baffi perfino a Claudio Treves che di vino
-ne beve poco e male!...
-</p>
-
-<p>
-Questa era l'autorità di Coriolano, detto il
-<i>Donzello</i> col <i>di</i> grande. E a forza di prendersi sul
-serio, pover'uomo, nonostante l'asma che lo ammazzava,
-aveva trovato molti repubblicani della
-Città del Capricorno che lo tenevano in considerazione
-schietta. Poi era un uomo utile, specialmente
-nei banchetti. Andavano famose le <i>trippe</i>
-come sapeva farle cucinar lui, da un oste amico
-suo. Grande organizzatore di agapi fraterne e mangiatore
-monumentale era Coriolano, <i>Donzello della
-Democrazia</i>. E non v'era ritrovo ove egli non capitasse;
-nè scendeva alla Città del Capricorno uomo
-politico che non lo avesse alle costole dalla mattina
-alla sera, pronto a fargli da littore (senza fascio
-e senza verga!) e da galoppino; da portavoce e da
-paraninfo, non inteso nel senso di guardiano di
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-castità. E, per tutto questo, non chiedeva nessun
-onore diverso da quello che consisteva nella possibilità
-di poter dare un consiglio a un uomo illustre.
-Aveva solamente questa debolezza, povero Donzello,
-e non faceva male a nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Com'era naturale, nella Città del Capricorno
-non mancava gente arguta che avesse notata la
-cosa, rilevando anche l'inopportunità continua del
-suo intervenire e consigliare, tantochè «<i>i consigli
-di Coriolano</i>» erano passati come un modo di dire
-proverbiale.
-</p>
-
-<p>
-Di media statura, semicalvo, con una bella
-testa brachicefala, robusto, il largo rubicondo e
-ridente viso dei romagnoli: tale era fisicamente Coriolano,
-<i>il Donzello della Democrazia</i>. Egli soleva
-dire che non gli sarebbe mancata nessuna qualità
-per essere un grande uomo politico, solo la natura
-lo aveva tenuto indietro barbaramente regalandogli
-un difetto del quale non era potuto guarir mai: la
-balbuzie.
-</p>
-
-<p>
-Coriolano si sarebbe sentito oratore nato, ma
-la balbuzie gli tappava la bocca ostinatissimamente.
-</p>
-
-<p>
-Avendogli detto una volta, l'ingegner Fias,
-che Demostene aveva sofferto dello stesso intoppo
-del quale era guarito mettendosi un sassolino in
-bocca e recandosi a parlare ad altissima voce sulle
-rive del mare, Coriolano, per non essere da meno
-di Demostene, era stato a Rimini per una intiera
-estate e aveva urlato a più non posso, quando il
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-mare era in burrasca, tenendo sempre in bocca il
-famoso sassolino.
-</p>
-
-<p>
-Gli amici suoi sapevano questo e lo aspettavano
-al ritorno. Quando, alla metà di settembre,
-il <i>Donzello della Democrazia</i>, fece la sua ricomparsa
-nella Piazza col pi grande, gli amici gli furono
-intorno e volevano ch'egli improvvisasse un discorso
-politico. Ma così rispose Coriolano:
-</p>
-
-<p>
-— Cccchhh... ccchhhh... chho... cosa vuoi
-ppp... pppp... parlar di Demostene! Mmm...
-mmmmm... mi sono mangiato il sassolino... chhh...
-chhh... chhhhh... che non vado più di corpo!...
-</p>
-
-<p>
-E la faccenda del sassolino non gli fu più
-perdonata, povero Coriolano; nè potè aprir bocca
-nei ritrovi, nelle adunate, nei comizi che, alle prime
-stentate parole, non lo investissero da tutte le parti
-e non gli gridassero ridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Sta zitto, chè ti sei mangiato il sassolino!...
-</p>
-
-<p>
-Ma Coriolano era uomo di spirito e sapeva
-prendere con garbo anche questa sua nuova disgrazia.
-</p>
-
-<p>
-Ora egli era entrato, necessariamente, dopo
-l'onorevole, trascurando Alvise Alberghetti, sindaco
-della Città del Capricorno e suo principale e
-donno, come persona di molto minore importanza.
-Dove c'era un onorevole, Coriolano non poteva
-aver dubbi circa la scelta.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Non appena il Cavalier Mostardo vide l'onorevole,
-sentì dolorar più forte la ferita inflittagli
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-dalle parole del gobbo Pulizia e del moro Fabrizi
-e non si tenne dal dire:
-</p>
-
-<p>
-— Lei mi ha giudicato male, onorevole, ma
-ha avuto torto.
-</p>
-
-<p>
-— Io?... E quando vi ho giudicato male? — fece
-l'onorevole puntandosi una mano sul petto.
-</p>
-
-<p>
-Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi cercavano
-ritirarsi nell'angolo più oscuro della stanza.
-</p>
-
-<p>
-— Come?... — fece Mostardo. — Non è
-stato lei che mi ha mandato a dire che ho strafatto,
-che lei non è contento, eccetera eccetera?... Non
-è stato lei che ha indetto una adunanza al Circolo
-Mazzini, per questa sera?
-</p>
-
-<p>
-— Io?... Ma sognate, Mostardo?
-</p>
-
-<p>
-— Ma... scusi... — e cercò intorno con gli
-occhi i due inseparabili i quali tentavan raggiungere
-la via della porta — scusi non li ha mandati lei
-quei due baggiani?
-</p>
-
-<p>
-E indicò, col dito steso, il gobbo Pulizia e il
-moro Fabrizi che non rifiatavano più.
-</p>
-
-<p>
-— Neanche per sogno! — rispose l'onorevole.
-</p>
-
-<p>
-— Allora?... — gridò il Cavaliere, rivolto
-al gobbo Pulizia. — Allora come si spiega tutta
-questa faccenda?
-</p>
-
-<p>
-— Perdonate Mostardo, noi non avevamo autorità
-per darvi un consiglio e...
-</p>
-
-<p>
-— E tu sei gobbo, sei!... Segnato da Dio!...
-Maligno e bugiardo!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-</p>
-
-<p>
-A questo punto intervenne il <i>Donzello della
-Democrazia</i>:
-</p>
-
-<p>
-— Mmm... Mostardo... vvv... vvvuoi un
-consiglio?
-</p>
-
-<p>
-— Macchè consiglio!
-</p>
-
-<p>
-— No, Mmmm... Mmmostardo, vvv... vvvuoi
-un consiglio da amico?... Lascia andare!
-</p>
-
-<p>
-— Non so chi mi tenga — gridò Mostardo
-parlando sempre al gobbo Pulizia — dall'aggiungerti
-un'altra gobba sul davanti!... Puoi ringraziare
-il tuo dio, puoi ringraziare!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma l'abbiamo fatto per il vostro bene... — riprese
-il gobbo Pulizia.
-</p>
-
-<p>
-— Amico Cccccce... amico Cesare... vvv...
-vuoi un consiglio?... — riprese Coriolano, rivolto
-al gobbo Pulizia. — Ssss... ssstttt... sta zitto!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma noi stiamo zitti! — rispose il moro
-Fabrizi.
-</p>
-
-<p>
-— Stamattina, nel caffè dei socialisti, — soggiunse
-il gobbo Pulizia, — per poco non ci hanno
-ammazzati!
-</p>
-
-<p>
-— In quanto a questo, gli animi sono accesi — disse
-Domokos Barbantini.
-</p>
-
-<p>
-— Come vorreste che fossero? — domandò
-Mostardo. — Il giorno in cui si scende in piazza
-e si fa della polvere, tutto si accende. Questo lo
-sapevamo prima.
-</p>
-
-<p>
-E l'ingegnere Fias, con la sua olimpica calma:
-</p>
-
-<p>
-— Cercate di tener bene asciutte le vostre
-polveri, Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E la testa a posto! — soggiunse l'avvocato
-Suasia, ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Poverino!... Il più bell'augurio che ti
-potessi fare — disse Mostardo a Suasia, — sarebbe
-quello di aver la mia testa.
-</p>
-
-<p>
-E l'ingegnere Fias:
-</p>
-
-<p>
-— Che è il monumento nazionale della Democrazia!
-</p>
-
-<p>
-Rise l'adunata, ma non già l'ingegner Fias, il
-quale continuò ad aspirare tranquillamente il fumo
-dalla sua pipetta di radica.
-</p>
-
-<p>
-— Del resto io vado per la mia strada — ribattè
-Mostardo un po' piccato — e non mi fermo
-a raccogliere questi fiori.
-</p>
-
-<p>
-— Già — continuò calmo calmo, l'ingegner
-Fias; — lungo il ciglio della vostra strada maestra
-voi preferite chinarvi a cogliere una gallina, piuttosto
-che un fiore!
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuol dir questo? — gridò il Cavaliere,
-mentre gli altri ridevano.
-</p>
-
-<p>
-— Mmmm... Mmmmostardo... vvvv... vvvuoi
-un consiglio?... — fece Coriolano.
-</p>
-
-<p>
-— Ma va all'inferno coi tuoi consigli!...
-</p>
-
-<p>
-— Signori!... — interruppe bruscamente l'onorevole. — Volete
-aver la bontà di far silenzio
-e di ascoltarmi? Il momento è grave e non consente
-queste piccole diatribe. Chiudiamo i battenti
-alle questioni personali, ed uniamoci per lavorare
-di comune accordo alla vittoria finale. Ogni esitazione,
-ogni ritardo, ogni discordia ci farebbe vergogna.
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-I <i>rossi</i> ci guardano e si organizzano formidabilmente.
-Le ultime notizie che ho avuto sono
-molto gravi. Le prime macchine <i>rosse</i> sono uscite;
-un vero esercito di braccianti è stato mobilitato.
-I <i>rossi</i> hanno a loro disposizione tutto quanto serve
-ad un vero e proprio assalto alle aie e non passeranno
-dalle strade maestre. A nostra volta dobbiamo
-mobilitare tutte le nostre forze. Ad ogni
-astuzia vuole essere contrapposta una più fine
-astuzia e, se sarà dolorosamente necessario, come
-si prevede, ad ogni violenza converrà contrapporre
-una più grande violenza. Dobbiamo non essere sopraffatti.
-La Repubblica cammina sullo scrimolo
-di un abisso. Giolitti non vuole entrare in causa;
-nel Governo prevale la dottrina e la mentalità della
-<i>lodola francescana</i>... e cioè di Luigi Luzzatti il
-quale ebbe, ultimamente, a dire che «<i>il Governo
-non si pronuncia sul diritto di scelta della macchina
-perchè un Governo liberale e costituzionale è sopra
-le classi e non è nè capitalistico, nè proletario</i>».
-Così parla l'onorevole Luzzatti mentre il prefetto
-di Ravenna ha riconosciuto ai mezzadri il diritto
-di scegliere le macchine, ritenendoli possessori di
-fatto. Questa è una enormità!
-</p>
-
-<p>
-Signori!... Non dobbiamo illuderci! Siamo
-alla vigilia di una nuova rivoluzione dei Ciompi.
-Qui non è in campo se non la più o meno
-palese bramosia di impossessarsi dell'altrui proprietà,
-con la violenza. Le <i>Organizzazioni Cooperative</i>,
-costituite fra braccianti, dalla libera offerta
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-passano alla <i>IMPOSIZIONE DELLE MACCHINE</i>
-di loro proprietà. Che cosa si propongono
-con detto tentativo di imposizione?... Una sola e
-semplice cosa si propongono le <i>Organizzazioni Cooperative
-rosse</i>, ed è questa: <i>LA FUTURA DOMINAZIONE
-DELLA TERRA!</i>
-</p>
-
-<p>
-L'adunata scattò in un urlo.
-</p>
-
-<p>
-— Signori! Non c'è da farsi illusioni, questa
-è l'ultima finalità dei <i>rossi</i> i quali, non da oggi,
-hanno scritto sulle loro bandiere la minaccia che
-noi repubblicani, non dovremmo mai dimenticare:
-«<i>Morte alla mezzadria!</i>» E la <i>lodola francescana</i>,
-che non rappresenta certo la classe scapigliata,
-ha detto e ha scritto che le suddette Organizzazioni
-Cooperative, per gli studi e per le dichiarazioni
-di illustri economisti e sociologhi e socialisti
-forestieri, costituiscono <i>un pregio e una originalità
-preziosa</i> per il lavoro italiano!
-</p>
-
-<p>
-Così parlano gli alti papaveri del Governo,
-quando noi ci raccogliamo alla lotta più aspra per
-salvare all'Italia uno de' suoi migliori istituti: la
-mezzadria. Ma il Governo, non intervenendo nella
-questione, aggrega alla maggioranza i socialisti i
-quali hanno così patteggiato il loro appoggio.
-</p>
-
-<p>
-Per ora adunque il campo è lasciato all'astuzia
-e alla violenza e <i>prevale il principio che la prima
-trebbiatrice la quale riuscirà ad impiantarsi in
-un'aia, quella avrà diritto di batter il grano di quel
-determinato podere</i>. Principio mostruoso che ci condurrà
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-alla guerra civile. Ma noi non indietreggiamo!
-Sapremo difenderci, signori!...
-</p>
-
-<p>
-L'adunata gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapremooo!...
-</p>
-
-<p>
-— E nonostante i boicottaggi, nonostante le
-minaccie più o meno manifeste, nonostante l'esercito
-mobilitato dai socialisti, sapremo rimanere in
-campo e riportar la vittoria! Io arrivo qui da una
-notte senza sonno. Ho lavorato fino alle nove di
-stamane. Col far della nuova notte, le nostre macchine
-e quelle dell'Agraria, partiranno e sanno già
-in quali aie impiantarsi. Ogni macchina è fornita
-di personale più che numeroso e armato. Se si vuole
-guerra, sarà guerra!
-</p>
-
-<p>
-— Guerra, guerraaa!... — gridò l'adunata.
-</p>
-
-<p>
-— Quindici pattuglioni di venti uomini l'uno,
-son già formati e battono le campagne per stare a
-guardia delle aie e preservarle da qualsiasi sorpresa.
-Sarà, per noi, un duro compito, ma i socialisti
-non troveranno facili strade. Questa notte incomincierà
-la battaglia...
-</p>
-
-<p>
-— È già incominciata! — scattò a dire Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, e per merito vostro e noi ve ne rendiamo
-grazie. Però, caro Mostardo, il vostro còmpito
-è appena all'inizio...
-</p>
-
-<p>
-— Io non sono uomo da farmi indietro, onorevole!
-</p>
-
-<p>
-— Voi avrete il controllo diretto su tutti i pattuglioni
-operanti; avrete i vostri informatori i quali,
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-di ora in ora, vi daranno precise notizie di tutto
-quanto accade. Voi risponderete direttamente a
-me circa il vostro operato. Accettate, Mostardo?
-</p>
-
-<p>
-— Accettato!
-</p>
-
-<p>
-— Signori! — riprese l'onorevole. — <i>Alea
-jacta est!</i> Siamo alla battaglia del Rubicone! Il
-<i>Blocco</i> è infranto...
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — gridò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— ... non per colpa nostra! Noi avevamo tesa
-la mano fraterna ai <i>rossi</i> e i <i>rossi</i>, mentre si valevano
-della nostra alleanza e della forza nostra, in
-tempo di elezioni, tentavano poi con la loro opera
-subdola, con la propaganda quotidiana, col doppio
-giuoco, di esautorarci, di assorbirci. La Repubblica
-doveva far da balia al Socialismo e morirne!...
-Ah, no, per Dio!... La Santa Repubblica non
-può morire! Ha troppa vitalità, è troppo necessaria,
-ha troppe scolte su gli ultimi lembi del più
-lontano avvenire! Noi rassodiamo il passato nel
-presente e, vagliandolo in modo che tutta la millenne
-ingiustizia ne vada dispersa, lo scagliamo
-verso il remoto futuro.
-</p>
-
-<p>
-Noi... i <i>gialli</i>!...
-</p>
-
-<p>
-All'inizio di questa Rivoluzione dei Ciompi,
-che non abbiamo voluta, noi ci eleviamo più saldi
-nell'intiera e sacrosanta coscienza del nostro Diritto.
-</p>
-
-<p>
-Compagni!
-</p>
-
-<p>
-Domani vi saranno dei morti da ambo le parti;
-nuovo sangue proletario scorrerà... ma questo
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-sangue non potrà ottenebrare la coscienza nostra;
-si riverserà bensì sopra coloro che vogliono distrutto
-il sacro istituto della mezzadria.
-</p>
-
-<p>
-In alto i cuori, fratelli miei di fede!...
-</p>
-
-<p>
-Oggi, come segno augurale, nel nome della
-grande battaglia ingaggiata, vi invito a gridare
-con me:
-</p>
-
-<p>
-Evviva la Repubblica!...
-</p>
-
-<p>
-Dagli undici petti uscì un urlo formidabile:
-</p>
-
-<p>
-— Evvivaaaaa!...
-</p>
-
-<p>
-Poi il Cavalier Mostardo si eclissò per ritornare
-dopo non molto, seguito da Rigaglia. Questi recava
-un enorme vassoio con sopra bicchieri e bottiglie.
-</p>
-
-<p>
-Tutti i salmi finiscono in gloria.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Av voi fe' sintì e' mi sansvès!</i> (Vi voglio
-far sentire il mio sangiovese!) — disse Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Bevvero e brindarono. L'ultimo a brindare fu
-Coriolano il quale, fattosi innanzi, incominciò a
-boccheggiare e finì per dire:
-</p>
-
-<p>
-— Bbbb... Bbbbb... Bbbbevo alla salute...
-dddd... dddella Democrazia... ooggg... oooggg...
-oogggi combattente, dddomani vvvvincitrice!...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Nel brolo cantavano le cicale e c'era un bel
-sole d'oro. Spadarella si era seduta all'ombra di
-un melo, aveva abbandonato il libro sulle ginocchia,
-il capo sul tronco della vecchia pianta e
-guardava gli ultimi comignoli e le nuvole sparte.
-</p>
-
-<p>
-Tutto un ronzio di insetti le era intorno. Una
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-canipaiola cantava in una macchia. La città non
-c'era più; c'era solo l'estate e il verde dell'estate
-con tutti i suoi fiori, nell'ombra di un brolo.
-</p>
-
-<p>
-Si sentì appena una campana che chiamava
-forse le colombe a raduno e le rondini. Morì con
-le nuvole, nell'azzurro altissimo.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno parlava intorno; nessuno intorno dava
-cenno di una presenza estranea al raccoglimento
-di quell'ora soave. Solo il vento arrivava dalla
-purezza del cielo, a quando a quando, a portare
-una carezza e un profumo nella placida calma.
-</p>
-
-<p>
-Le frutta maturavano al sole invermigliandosi;
-anche nell'anima di Spadarella, anche nel cuore
-di lei che era nuovo, qualcosa si invermigliava.
-Il frutto di una rama solitaria, fiorita già in un silenzio
-antelucano.
-</p>
-
-<p>
-Essa non parlava più con sè stessa e non leggeva
-più. Un poco aveva cantato, sommessamente,
-presa tutta quanta da una dolcezza tale e così
-profonda che a poco a poco le aveva serrata la
-gola; e il suo canto si era spento come il sospiro
-della campana, ma nell'ombra del suo cuore commosso.
-</p>
-
-<p>
-Ora si perdeva nell'aria, viveva di sole e di
-uno smarrimento ineffabile. Non pensava a Iddio
-e Iddio era con lei.
-</p>
-
-<p>
-Come se qualcuno le avesse detto: — Vieni!...
-</p>
-
-<p>
-Era un invito al mistero delle ore soavi che si
-abbandonano alle ombre di un giardino, di un
-brolo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nelle piccole città c'è più riposo per l'anima
-e la giovinezza può esiliarsi perchè la conduce un
-silenzio amoroso.
-</p>
-
-<p>
-Non nelle metropoli regali può vivere una santità
-d'amore tanto grande.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella sorrideva e i suoi grandi occhi belli
-vedevano lontano, una strada... una casa... Ed ella
-udiva una fresca parlata...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non canti ancora, Spadi?... Mi
-ero fermato a sentirti!... Non volevo più entrare!...
-Spadi, ho allevato un rosignolo, per te... Lo vuoi?
-Te l'avevo portato...
-</p>
-
-<p>
-Infatti perchè non cantava più?
-</p>
-
-<p>
-Il rosignolo era in una gabbia verde, di brilli,
-coperta da una tela cerata verde.
-</p>
-
-<p>
-— Lo vuoi?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Avevano cercato un chiodo sul muro, vicino
-alla porta, nella casa bianca, in mezzo al giardino.
-</p>
-
-<p>
-— Così canterà col sole e con le stelle...
-</p>
-
-<p>
-E c'era questo nuovo abitatore, presso i tre
-scalini che si salivano per entrare nella casa in
-mezzo al giardino.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, Spadarella...
-</p>
-
-<p>
-— Grazie, Paolo...
-</p>
-
-<p>
-E si era avviata a riaccompagnarlo fino all'usciuolo
-che si apriva nel muro di cinta.
-</p>
-
-<p>
-Poi, lungo la strada, aveva raccolta una gardenia.
-</p>
-
-<p>
-— La vuoi?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Grazie.
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta...
-</p>
-
-<p>
-E aveva cercato l'occhiello per il fiore e si era
-tolto uno spillo dalla veste, per fermar la gardenia,
-chè non dovesse perderla.
-</p>
-
-<p>
-Poi lentissimamente, guardando sempre nel
-vano, sempre più piccolo, aveva richiuso l'usciuolo.
-</p>
-
-<p>
-Girolamo e Stefano lavoravano ad un'aiuola
-di gigli.
-</p>
-
-<p>
-Ogni torre ed ogni campanile aveva una corona
-di rondini.
-</p>
-
-<p>
-In un'ora della vita si ritrova Iddio che sorride,
-ma non più di una volta perchè l'anima conosce
-una strada ed una sola che arrivi tanto lontano.
-E, dopo, la mente si annebbia fra le ciarlatanerie
-dei sapienti, o si estrania e si imbraca nella
-torpida vita senza più luce.
-</p>
-
-<p>
-L'amore ci insegna la strada... ma una volta
-sola.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Una sera estiva.
-</p>
-
-<p>
-— Quando sei ritornato, Paolo?
-</p>
-
-<p>
-— Ier l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Ti fermerai?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, fino a quest'autunno.
-</p>
-
-<p>
-— E dopo?
-</p>
-
-<p>
-— Andrò a Milano.
-</p>
-
-<p>
-Stefano e Girolamo passarono e si tolsero il
-cappello. Avevano compiuta la loro fatica anche
-per quel giorno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Buonasera, Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-— Buonasera.
-</p>
-
-<p>
-Se ne andarono lungo il muro, senza parlare,
-curvi, la giacca sopra una spalla.
-</p>
-
-<p>
-Una donna, seduta innanzi alla porta di una
-casa vicina, cantarellava una nenia a un suo bimbo
-che teneva sul grembo. Due comari sbraitavano,
-più lontano, con una frotta di marmocchi. Passò
-un carro rosso, trascinato da due enormi buoi; una
-bimba scalza li precedeva reggendo la corda della
-nasaiola; venivano dietro due contadini scamiciati,
-taciturni e gravi.
-</p>
-
-<p>
-Dal fondo della strada, che moriva fra gli orti,
-era nata la stella del vespero.
-</p>
-
-<p>
-Poi suonò l'Ave.
-</p>
-
-<p>
-Passò l'Angelo sopra una piccola città del
-mondo.
-</p>
-
-<p>
-Non si guardavan negli occhi; egli guardava
-le colline che si vestivan come le fanciulle a primavera,
-di un color di violette e di lillà.
-</p>
-
-<p>
-Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Domani andrò a Premilcore...
-</p>
-
-<p>
-— Dai tuoi parenti?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Ella sentì, nell'anima accorata, una nostalgia
-di perdute distanze; le pareva che, oltre quel soavissimo
-smorir di colline, incominciasse la strada
-che è solamente nei sogni.
-</p>
-
-<p>
-L'usciuolo era dischiuso; Spadarella si appoggiava
-allo stipite della piccola porta che si apriva
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-sul muro di cinta del suo giardino. Ogni tanto guardava
-verso il fondo della strada.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sarà Spina Rosa?
-</p>
-
-<p>
-Egli guardò con lei, senza dir niente.
-</p>
-
-<p>
-Poi un brivido l'aveva fatta arrossire. Egli
-aveva detto all'improvviso:
-</p>
-
-<p>
-— Come ti sei fatta bella!...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Poi le siepi finiscono e si apre la <i>larga</i>, la campagna
-sconfinata, tutta a grani e a lupinelle. Ed
-ivi non sono che allodole e nuvole; e sentieri che
-non finiscono mai.
-</p>
-
-<p>
-Qualche piccola casa è sul confine delle <i>larghe</i>;
-qualche casa con la sua porta rossa.
-</p>
-
-<p>
-Chi starà mai laggiù, sotto il sorriso del cielo?...
-</p>
-
-<p>
-Un giorno le fanciulle partono, attraverso le
-lupinelle in fiore, sotto il volo delle allodole e delle
-nuvole... solo per vedere... per sapere chi abiti
-mai, dentro la piccola casa dalla porta rossa, sotto
-il sorriso del cielo.
-</p>
-
-<p>
-E sono scalze... e veston di niente... e portano
-il loro cuore che canta, attraverso il mare delle
-lupinelle.
-</p>
-
-<p>
-Laggiù ma' mai!...
-</p>
-
-<p>
-C'è sempre un porto più lontano, per le fanciulle
-che migrano verso il loro sogno d'amore.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Chiuse le palpebre e vide un'ombra d'oro; e
-in quell'ombra si immerse.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le api, i calabroni, le pecchie le ronzavano
-intorno.
-</p>
-
-<p>
-Un frutto cadde dal melo. Un frusciar dolce
-di foglie discendeva nell'ombra d'oro, con lei.
-</p>
-
-<p>
-Ella non avvertì più che l'estate: il caldo, il
-languore, la chiarità, la promessa dell'estate. L'essere
-suo si distese, si perse nell'universale. Ella non
-si sentì più nella sua vita: si sentì pari alle cose
-che non parlano e a quelle che non si vedono e
-sono per la stessa legge come noi siamo. E le parve
-che un sonno le sopravvenisse ma non era il sonno,
-bensì una coscienza diversa.
-</p>
-
-<p>
-Solo languiva e non sapeva di che; e un po' di
-angoscia era nel suo riposo. Non c'era più parola,
-al mondo, per la sua attenzione; c'era solamente
-una incerta attesa.
-</p>
-
-<p>
-Aveva pensato a una strada, a una casa, al
-volto di un giovane; ora anche queste cose eran
-dileguate nella profondità dell'ombra d'oro ed ella
-non pensava più e il cuore di lei era vuoto di immagini.
-</p>
-
-<p>
-Ma il sole aveva anche per Spadarella l'ardor
-che matura le frutta; anche per Spadarella, la
-calda estate recava nel grembo un segreto d'amore.
-</p>
-
-<p>
-Un segreto, ma quale?
-</p>
-
-<p>
-Ella si sentiva battere i polsi e non sapeva di
-che sorridesse; anche non sapeva perchè il suo volto
-si facesse del color dei gerani. Non era il caldo,
-era qualche altra cosa dolce, ignota e divina. Era
-la sua giovinezza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-</p>
-
-<p>
-Perchè ella camminava, con la sua giovinezza,
-da stagione a stagione, e gli occhi suoi grandi erano
-chiari e le cose si illimpidivano, specchiate nella loro
-chiarità; ma la sua compagna, quella che teneva
-gli anni di lei fra la sera e il mattino, si era turbata
-di una cosa che non era tuttavia un desiderio, ma
-un presentimento e si era ferma nel sole come il
-frutto che matura per qualcuno che deve passare.
-</p>
-
-<p>
-Tra le siepi, sulle rame, nei pomarii e nei roveti
-maturan le frutta per l'errante desiderio del
-mondo e la stagione arriva per le fanciulle.
-</p>
-
-<p>
-Anche le prugnòle si fan dolci nel cuor dell'estate!
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, l'anima di una vergine, ad un punto
-della sua giovinezza, sente che la purità sua non
-sarà guasta se l'amore arriverà ad amarla; sente
-che, sotto il confine del cielo, non v'è altra poesia
-ed altro più grande destino. E il suo desiderio arriva
-come una rondine che appare in un mattino di
-aprile.
-</p>
-
-<p>
-Essere amata!
-</p>
-
-<p>
-A un tratto, in un'ora della vita, questa sconfinata
-dolcezza si appena in una attesa da core:
-</p>
-
-<p>
-Essere amata!...
-</p>
-
-<p>
-Chi l'avrebbe attesa in fondo all'ombra d'oro
-di quell'estate regale? Chi avrebbe colto il primo
-bacio della sua bocca vermiglia? Chi l'avrebbe
-stretta fra le braccia per mormorarle le parole che
-si ascoltano ad occhi chiusi?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ella non udiva che il frusciar delle foglie del
-melo e Iddio era con lei.
-</p>
-
-<p>
-Qualcuno l'aveva chiamata dalla distanza del
-mondo.
-</p>
-
-<p>
-Qualcuno che aveva detto:
-</p>
-
-<p>
-— Levati e cammina perchè sei giovane e
-bella, e prendi la pena del tuo cuore e vienmi ad
-incontrare!...
-</p>
-
-<p>
-Ora ella aveva ubbidito.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-— O Spadarella?... Dormi?...
-</p>
-
-<p>
-Ella aprì gli occhi, in sussulto. Lo zio Giovanni
-stava di fronte a lei, nel sole.
-</p>
-
-<p>
-— Hai tardato tanto, zio!
-</p>
-
-<p>
-Fu in piedi; si riassettò le vesti.
-</p>
-
-<p>
-— Che ore sono?
-</p>
-
-<p>
-— Le dodici e mezza — rispose lo zio Giovanni. — Bisognerà
-spicciarsi. Spina Rosa ci
-aspetterà brontolando.
-</p>
-
-<p>
-— Io sono pronta. Il mio cappello l'ho lasciato
-in camera tua. Vado a prenderlo, zio. Permetti?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Fai presto.
-</p>
-
-<p>
-Ella si avviò innanzi correndo. Il Cavalier Mostardo
-le teneva dietro passo passo. Come fu alla
-porta del cortile, incontrò Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Ci sono queste lettere per voi.
-</p>
-
-<p>
-— Chi le ha portate?
-</p>
-
-<p>
-— Il postino.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le prese le rivolse da ogni lato; non capiva
-chi poteva avergli scritto.
-</p>
-
-<p>
-Ne aprì una, guardò la firma... era una donna.
-</p>
-
-<p>
-— Margherita?... E chi è questa Margherita?...
-</p>
-
-<p>
-Perchè Spadarella non sopravvenisse, ficcò la
-lettera in tasca.
-</p>
-
-<p>
-— La leggerò dopo.
-</p>
-
-<p>
-Ne aprì una seconda. Incominciava:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Uomo del mio sogno</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>mi sono decisa a scrivervi dopo aver lungamente
-combattuto con me stessa, col mio dovere... eccetera,
-eccetera...</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Era firmata Maddalena.
-</p>
-
-<p>
-— Maddalena? Margherita e Maddalena?...
-E da dove escono tutte queste donne?...
-</p>
-
-<p>
-Ficcò in tasca anche la seconda. Spadarella
-poteva arrivare.
-</p>
-
-<p>
-Aprì la terza ed ultima. Diceva:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Amore mio</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto di tutti
-i miei sogni. Io ho desiderato sempre un uomo come
-te: forte, gagliardo, temerario... etcetera, etcetera...</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Era firmata Claretta.
-</p>
-
-<p>
-— Margherita... Maddalena... Claretta?...
-No!... Non può essere che uno scherzo!... È possibile
-che io sia diventato il gallo della Checca?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ficcò in tasca anche l'ultima e si fermò in
-mezzo al cortile ad aspettare Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios! Ma che cosa mi capita in questi
-giorni?
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Poi, dal fondo del giardino, venne innanzi un
-ragazzo con una lettera.
-</p>
-
-<p>
-— Per chi è? — domandò Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-— Per Mostardo — rispose il ragazzo.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo guardò di traverso il sopraggiunto.
-</p>
-
-<p>
-Prese la lettera, lacerò la busta, lesse:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Amico mio</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>Sono al Conventino. Devo preparare la villa.
-Sono sola. Se passaste a tenermi compagnia, mi
-farebbe piacere. Non mi garba di restare isolata
-in campagna, specialmente di notte. Se foste
-con me, non avrei paura. Potete arrivare quando
-vi piaccia: tanto di giorno, quanto di notte. Vi
-aspetterò.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>La vostra</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Ninon Fauvétte</span>.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Piegò la lettera e la pose in tasca con le altre.
-</p>
-
-<p>
-— E quattro! — esclamò.
-</p>
-
-<p>
-— Quattro, che cosa? — domandò Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-— Quattro... quattro spropositi! È meglio non
-parlarne.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap10">CAPITOLO X.
-<span class="smaller"><i>Qui battagliano gli eserciti dei Rossi e dei Gialli;
-qui appare la bene organizzata Anima Economica
-delle moltitudini nemiche di Dio e parla,
-per la prima volta, l'Uomo Pacato.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Alla <i>Camera Rossa</i> era un andirivieni continuo
-di <i>compagni</i> in bicicletta. Assoluto Malvagni, il
-segretario di detta <i>Camera</i>, si sentiva, quel giorno,
-l'anima precisa e concreta di un Imperatore. Radunava
-le fila; metteva in moto le moltitudini.
-Tutto dipendeva da un suo cenno.
-</p>
-
-<p>
-Si ha un bell'avere saldi principii democratici,
-ma certi poteri finiscono per inebbriare chi li esercita.
-Chiamarsi Segretario piuttosto che Re o Imperatore,
-poco importa; il tutto consiste nell'essere
-padroni del popolo.
-</p>
-
-<p>
-Assoluto Malvagni era padrone del popolo;
-o meglio, di quella parte del popolo che militava
-con lui sotto le bandiere del socialismo.
-</p>
-
-<p>
-Assoluto Malvagni si era fatto su Marx e, passando
-di <i>plusvalore</i> in <i>plusvalore</i>, era diventato una
-testa grande. Come avvocato non aveva assunto il
-patrocinio se non di un furto di galline. Riuscito
-a far condannare il ladruncolo, aveva preferito poi
-alle pandette la politica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-</p>
-
-<p>
-Suo padre, integerrimo falegname, si era illuso
-di possedere nel figlio, un grand'uomo e, per condurlo
-agli studi universitari, dopo essersi indebitato
-fino ai capelli, aveva venduto le ultime seghe.
-</p>
-
-<p>
-Carpita la laurea, il povero Assoluto era ritornato
-alla Città del Capricorno nella speranza di
-guadagnarsi rapidamente una vasta clientela. Ciò
-non ebbe a toccargli e Assoluto se la prese dapprima
-con l'indelicata società poi con la <i>grassa
-borghesia</i>.
-</p>
-
-<p>
-Una volta entrata in ballo la <i>grassa borghesia</i>,
-Assoluto di Patroclo Malvagni sentì di aver afferrata
-la fortuna per le corna e si valse delle medesime.
-</p>
-
-<p>
-Andò innanzi a cornate. Questo è un mestiere
-che riesce bene, se uno non ha troppi scrupoli.
-</p>
-
-<p>
-Incominciò con l'avere un serio litigio col
-suo papà.
-</p>
-
-<p>
-Il suo papà, come abbiamo detto, era un repubblicano
-a fondo perduto, di schiatta legnosa.
-Egli stava alla sua convinzione politica come una
-cariatide al proprio sostegno e non avrebbe ammesso
-che il figlio degenerasse. Ma il figlio, di Repubblica
-non volle saperne. Vi furono litigi seri.
-Una volta Patroclo, afferrata una seggiola, voleva
-romperla sulla testa di Assoluto; però, non essendo
-Assoluto dello stesso parere, il vecchio Patroclo
-si convinse che quella non era la forma
-migliore per far entrare un'idea nelle testa del
-figliolo e le cose rimasero al punto di prima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-</p>
-
-<p>
-Assoluto si buttò al socialismo. Grande oratore
-non era, ma sapeva dire quattro minchionerie
-con una certa foga.
-</p>
-
-<p>
-Poi doveva vendicare l'oltraggio che la società
-gli aveva fatto, non riconoscendolo grande avvocato.
-</p>
-
-<p>
-Il suo odio si vestì di ingiustizia sociale. La
-<i>grassa borghesia</i> era là, pronta ad essere presa a
-calci in qualsiasi parte; Assoluto incominciò l'operazione
-per conto del proletariato.
-</p>
-
-<p>
-Per meglio fare fondò un giornale: «<i>Il Faro
-Socialista</i>», e in pochi anni si sistemò.
-</p>
-
-<p>
-La borghesia finì per rispettarlo. Gli stessi che
-avevano deriso l'avvocato povero diavolo, ammirarono
-il direttore del <i>Faro Socialista</i>.
-</p>
-
-<p>
-Dati i quali trionfi, l'avvocato Malvagni divenne
-più Assoluto che mai e tempestò, e minacciò
-e scrisse come una bestia, ma con quella tale bestialità
-che è necessaria al popolo, a volerne essere
-amati. Fu un organizzatore instancabile; si prodigò
-in comizi e conferenze; parlò sempre, in qualsiasi
-ora del giorno o della notte e in qualunque luogo
-si trovasse. Così crebbe in importanza e in misura
-e dominò la massa.
-</p>
-
-<p>
-Ora egli predisponeva la battaglia dalla sua
-sede nella <i>Camera Rossa</i>. Aveva innanzi, una carta
-topografica della provincia e veniva riempiendola
-di segni cabalistici, con matite di vario colore. Riceveva
-e rimandava, con ordini brevi e precisi, i
-capi delle varie sezioni; precisava le ore dell'attacco,
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-le strade da battere, le precauzioni da prendere,
-il numero di uomini da usare.
-</p>
-
-<p>
-Ora un bracciante stava presso il tavolo di
-lui: il cappello in testa e le mani in tasca.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque hai capito, Giorgione?
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Malvagni non alzava il capo dalle
-sue carte.
-</p>
-
-<p>
-— Dovete cominciare dall'aia dei Baten.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene.
-</p>
-
-<p>
-— A partire da San Girolamo e ad andar di
-traverso pei campi, impiegherete tre ore...
-</p>
-
-<p>
-— ... buone!...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, tre ore.
-</p>
-
-<p>
-— Ma avete pensato — riprese Zurzôn — che
-a battere la strada che avete detto voi ci son
-da traversare tre grandi fossi?
-</p>
-
-<p>
-— Ci ho pensato. E non è per questo che ho
-fatto seguire la macchina da tre carri di fascine?
-</p>
-
-<p>
-— Va bene.
-</p>
-
-<p>
-— Allora non ho altro da aggiungere.
-</p>
-
-<p>
-— Posso andar via?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Si lasciarono. Arrivarono gli informatori.
-</p>
-
-<p>
-— Ci sono incidenti?
-</p>
-
-<p>
-— Poca roba. Una bastonatura alla Rotta;
-qualche schioppettata a San Casciano.
-</p>
-
-<p>
-— Feriti?
-</p>
-
-<p>
-— Nessuno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì — soggiunse un secondo: — due
-donne!
-</p>
-
-<p>
-— Come due donne?
-</p>
-
-<p>
-— Una <i>rossa</i> e una <i>gialla</i>.
-</p>
-
-<p>
-— E dove?
-</p>
-
-<p>
-— Alla Pieve Quinta. Hanno incominciato a
-graffiarsi, poi si sono sparate contro.
-</p>
-
-<p>
-— Ferite gravi?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— Sono <i>dentro</i>?
-</p>
-
-<p>
-— Una è <i>dentro</i> e l'altra è all'ospedale.
-</p>
-
-<p>
-— Bene. E le macchine sono in moto?
-</p>
-
-<p>
-— Le prime, sì.
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— A San Casciano, alla Rotta, a San Pietro,
-a San Zaccarìa...
-</p>
-
-<p>
-— Gli uomini sono armati?
-</p>
-
-<p>
-— Armatissimi.
-</p>
-
-<p>
-— Si sono divisi in tre squadre?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Avete altro da dirmi?
-</p>
-
-<p>
-— Ci sarebbe il caso Borgnini...
-</p>
-
-<p>
-— Be'?...
-</p>
-
-<p>
-— Il popolo vuole soddisfazione.
-</p>
-
-<p>
-— Il popolo aspetterà. A questo penso io.
-</p>
-
-<p>
-— C'è molta gente che brontola.
-</p>
-
-<p>
-— Qui bisogna ubbidire e non brontolare!
-</p>
-
-<p>
-— Però...
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è <i>però</i> che tenga!... Quando sarà
-tempo penseremo a Borgnini. La disciplina di partito
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-assegna a ciascuno la propria responsabilità e
-un compito preciso. Andate.
-</p>
-
-<p>
-E anche gli informatori andarono.
-</p>
-
-<p>
-Assoluto Malvagni rimase al proprio lavoro,
-tetragono al caldo, alle mosche, alla stanchezza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Le trebbiatrici erano partite alla chetichella
-dal loro grande deposito presso la città del Capricorno
-e si erano sparse un po' qua un po' là per
-la campagna, fermandosi nei luoghi più opportuni
-a prendere l'avvio per muovere all'assalto delle
-aie. Tale dislocamento era stato studiato tanto dai
-<i>rossi</i> quanto dai <i>gialli</i> con minuziosa cura e, molte
-volte, i due avversari si trovavano all'agguato a
-poche centinaia di metri.
-</p>
-
-<p>
-In questi casi, la reciproca sorveglianza era accanita
-e continua. Ora, fra i tanti, uno dei punti
-di maggiore pressione era San Zaccaria, dove le
-squadre <i>rosse</i> e le squadre <i>gialle</i> erano più numerose,
-più agguerrite e più violente.
-</p>
-
-<p>
-Si avvicinava l'ora dell'attacco. Una placida
-sera di estate moriva nell'immensità di un cielo
-tersissimo. Pei campi, biondi di stoppie, non erano
-voci di biolchi, chè le terre non si aravano ancora;
-appena passava qualche tocco di campana raminga,
-chissà da quale pieve deserta. Una campana per
-le anime dei morti, non per un solo vivente, chè,
-in quelle plaghe, di Iddio e del padrone ne avevano
-fatto un solo fascio per un odio solo. E i
-poveri piccoli bruti, sotto la guida di qualche positivista
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-o materialista di quinta mano, si gonfiavan
-d'aria e di parole, di oscenità e di penosa miseria
-rinegando la sola scarsa poesia della vita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Nè Dio, nè padrone.</span>
-</p>
-
-<p>
-Passava appena, nel cuore del silenzio campestre,
-un alito di campana moritura per le anime di
-un tempo, per la dolcezza e la poesia di un tempo.
-</p>
-
-<p>
-Poi anche la sera se ne andò per lasciar posto
-alle stelle.
-</p>
-
-<p>
-L'estate indiadema il cielo, apre le strade profonde
-per chi guarda lontano.
-</p>
-
-<p>
-Con la notte illune, le due parti si disposero
-all'uscita.
-</p>
-
-<p>
-Furono primi i <i>rossi</i>. Quattro macchine erano
-in pieno assetto di guerra, le grandi ruote fasciate
-di paglia.
-</p>
-
-<p>
-Per ingannare la sorveglianza dell'avversario
-conveniva sopprimere ogni suono e la cosa non era
-agevole dati gli enormi ordigni che si dovevano trasportare
-e le improvvisate strade da battere; ma i
-meccanici avevano lavorato e giorni e notti intiere
-a ripassare pezzo per pezzo ed erano corsi fiumi di
-lubrificanti. Ora il miracolo si era compìto. Le trebbiatrici
-dalle ruote fasciate di paglia, scivolavan
-nel silenzio trainate da tre, da quattro coppie di buoi.
-</p>
-
-<p>
-Si formò una colonna.
-</p>
-
-<p>
-Andavano innanzi gli esploratori armati, seguivano
-i carri con le fascine, poi un primo gruppo
-di braccianti muniti di vanghe, di zappe, di leve,
-di badili, di funi, di trivelle, di seghe, di travi:
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-seguivan le macchine circondate da tutto il corpo,
-uomini e donne, che doveva farle agire: chiudeva
-la colonna un secondo gruppo di braccianti, più
-folto e numeroso.
-</p>
-
-<p>
-Torno torno sorvegliava un nugolo di informatori
-e di esploratori.
-</p>
-
-<p>
-Non appena uscita dal ricovero e spiegata sulla
-strada, la colonna sostò.
-</p>
-
-<p>
-Ermenegildo Casagrande, detto Pulôn, era il
-generale. Un vecchio bracciante ispido come un
-carciofo. Pulôn, fermata la colonna, parlò a bassa
-voce a coloro che aprivan la marcia. Nessuno si
-accostò che non fosse chiamato.
-</p>
-
-<p>
-Con Pulôn si raccolsero gli anziani.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso — disse Pulôn — dovete voltare
-per quel viottolo e prendere di traverso per i campi.
-</p>
-
-<p>
-— Ci sarà da fare! — rispose Masino.
-</p>
-
-<p>
-E Ricôn:
-</p>
-
-<p>
-— Ma dove andiamo?
-</p>
-
-<p>
-— All'aia dei Battisti.
-</p>
-
-<p>
-— E non è da un'altra parte?
-</p>
-
-<p>
-— Tu sta zitto!
-</p>
-
-<p>
-Ricôn tacque perchè il <i>generale</i> non ammetteva
-che gli ordini suoi fossero discussi.
-</p>
-
-<p>
-— Bene — riprese Masino — allora bisogna
-mandare avanti gli uomini con le fascine.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti fossi ci sono prima di arrivare alla
-casa dei Fiori?
-</p>
-
-<p>
-— Alla casa dei Fiori?... Nessuno!
-</p>
-
-<p>
-— Sei sicuro?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Se ve lo dico!
-</p>
-
-<p>
-— E terre lavorate?
-</p>
-
-<p>
-— Neppure.
-</p>
-
-<p>
-— Allora si può andare avanti tranquilli?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Pulôn dette il comando e la colonna svoltò per
-la viottola.
-</p>
-
-<p>
-Furono alla Casa dei Fiori la quale non distava
-se non trecento metri dalla strada comunale.
-I Fiori erano coloni noti in tutti i dintorni per la
-loro fede socialista. La prima mossa di Pulôn non
-poteva destar sospetti nella parte <i>gialla</i>.
-</p>
-
-<p>
-Una macchina <i>rossa</i> entrava in un'aia <i>rossa</i>;
-senonchè il piano del <i>generale</i> era ben diverso.
-</p>
-
-<p>
-Egli fece sostare la trebbiatrice sull'aia e,
-come seppe dagli informatori che i <i>gialli</i> non erano
-all'agguato nei dintorni, mandò innanzi il carro
-con le fascine ed i pontieri.
-</p>
-
-<p>
-— Preparate la strada attraverso ai campi.
-Fra tre ore, la macchina deve essere nell'aia dei
-Battisti.
-</p>
-
-<p>
-C'eran da traversare tre campi arati. I braccianti
-andarono innanzi coi badili e le vanghe.
-</p>
-
-<p>
-Aprirono la strada alla <i>Bandiera Rossa</i>!
-</p>
-
-<p>
-E un giorno se ne parlerà, un giorno lontano,
-quando fiorirà ancora l'ulivo per una pace più o
-meno transitoria e si udiranno cantare i terrazzani,
-come una volta, essendo ritornata l'anima a Dio;
-perchè dovrà ritornarvi, nonostante gli <i>Assoluti
-Economici</i> e le varie idiozie correnti che hanno
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-fatto del popolo una pazza bestia senza costume,
-urlante per gli sterquilinii della sua infinita miseria.
-</p>
-
-<p>
-Attraverso i campi arati, come per una vergine
-terra, la taciturna masnada apriva il cammino alla
-<i>Bandiera Rossa</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Larga la strada e rossa la bandiera:</i></p>
-<p class="i01"><i>La tomba la sarà per i padroni!...</i></p>
-<p class="i01"><i>Ci passerà la forca e la manêra</i><a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a></p>
-<p class="i01"><i>Quando faremo la Rivoluzione...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-La canzone vermiglia era nei cuori se non sulle
-bocche dell'accolta ostile. Il grido augurale, il
-programma minimo di ogni buon lavoratore, saturo
-dell'Assoluto Economico.
-</p>
-
-<p>
-Ammazzare!...
-</p>
-
-<p>
-Una qualsiasi idea di giustizia e di bontà, travagliata
-nei secoli, arriva al popolo come un mostricciattolo
-ambiguo senz'occhi e senza cervello.
-</p>
-
-<p>
-Come sulle porte dei macellai di campagna,
-la storia ha i suoi giorni segnati ed espone il cartello
-per le turbe in continuo affanno:
-</p>
-
-<p class="cen">
-«OGGI SI AMMAZZA!».
-</p>
-
-<p>
-Vi sarà carne per la fame e per lo scialo di
-molti, ma qualcuno rimarrà senza, per conservare
-la rossa sementa della nuova tappa più o meno
-lontana. Il progresso è solo delle esigue minoranze
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-minacciate di continuo dalla barbarie che non si
-può snidare dalle moltitudini.
-</p>
-
-<p>
-In meno di un'ora i braccianti aprirono la strada
-fra i campi. Allora si fecero innanzi i pontieri
-seguiti dal carro carico di fascine. Si dovevano
-colmare due grandi fossi per far passare le trebbiatrici.
-Anche questa volta l'opera fu come una
-febbre.
-</p>
-
-<p>
-Poi venti uomini armati si spinsero fino all'aia
-dei Battisti. Si udiva, di lontano, il fragore e il
-rombo della trebbiatrice messa in moto. Pulôn, per
-ingannare i <i>gialli</i>, fingeva di trebbiare tranquillamente
-il suo grano <i>rosso</i> con la sua macchina <i>rossa</i>.
-</p>
-
-<p>
-L'aia dei Battisti era deserta. Intorno intorno,
-dietro le siepi, per le callaie, lungo i fossi non
-era anima viva. Evidentemente i <i>gialli</i> avevan
-dimenticato i Battisti. Il colpo si presentava di sicura
-riuscita. I venti esploratori ritornarono di gran corsa.
-Trovaron Pulôn che li attendeva a mezza strada.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene? — domandò Pulôn.
-</p>
-
-<p>
-— È la volta nostra!... Bisogna far presto!... — rispose
-Calisto che era un bracciante analfabeta
-e anarcoide.
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è nessuno a guardia dell'aia?
-</p>
-
-<p>
-— Nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Allora Pulôn chinò la faccia e, annodate le
-mani dietro le reni, ritornò sui suoi passi lentamente.
-Che avrebbe deciso? I compagni non
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-osavano interrogarlo. Sulla sua faccia ossuta e fosca
-non si poteva leggere nè il bene nè il male. Ciò
-che passava dietro la sua piccola fronte rugosa,
-mezzo nascosta dagli incolti capelli, era un mistero
-per tutti. Pulôn non aveva amici e non conosceva
-abbandoni; non dava e non chiedeva niente; i suoi
-simili gli erano tutti egualmente lontani e indifferenti.
-Non aveva che da soddisfare, con cieca brutalità,
-un odio atavico. Se il destino gli avesse dato
-il potere, avrebbe rizzata una forca ad ogni bivio;
-un patibolo in ogni piazza. E dal patibolo avrebbe
-amministrata la sua fiera giustizia livellatrice.
-Niente, come una lama o una corda, può far scomparire
-le differenze fra gli uomini. Pulôn saliva
-dalla moltitudine; il cuore indurito dai secoli. Le
-sofferenze millenarie delle plebi avevano il nome e
-la faccia di lui. Il popolo doveva rifarsi. Troppo
-si era ammazzato nel nome della civiltà; ora la
-rossa fiumana avrebbe avuto un nome diverso.
-</p>
-
-<p>
-Camminò fra il silenzio della sua gente. Ad
-un tratto chiamò:
-</p>
-
-<p>
-— Pi-ross?
-</p>
-
-<p>
-Si fece innanzi un giovane.
-</p>
-
-<p>
-— Va'... corri... dì che attacchino sei paia
-di buoi alla macchina e che vengano avanti di
-forza. Fa presto.
-</p>
-
-<p>
-— Li aspettate qui?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Fa presto!
-</p>
-
-<p>
-Pi-ross partì come una palla da schioppo.
-L'ordine fu dato. Si trassero i buoi giganteschi
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-dalle stalle, furono aggiogati, unendo poi l'un paio
-all'altro per mezzo delle zerle, e come la lunga
-fila si spiegò sull'aia, gli uomini, coi pungetti ne
-provocarono la forza. Uno strattone, il pesante ordegno
-fu spostato; i buoi si avviaron quasi di corsa.
-La trebbiatrice ondulava sussultando per le ineguaglianze
-della viottola erbosa.
-</p>
-
-<p>
-Sulla piattaforma, in alto, erano in piedi le
-donne e le ragazze addette a sciogliere i covoni.
-Un trepestìo sordo, un affanno continuo nei punti
-più difficili, quando la forza dei bovi pareva non
-reggesse all'impresa. Allora un nugolo di uomini,
-con leve, paletti e vanghe si affollava intorno alla
-macchina testarda e chi, puntata una spalla a una
-traversa della trebbiatrice, si inarcava nell'impeto
-di uno sforzo erculeo, chi spianava il terreno, chi
-accorreva con assi e fascine a farne letto alle ruote,
-chi punzecchiava i bovi; e grappoli umani, in un
-aggroviglio magnifico di membra, disposte quasi
-circolarmente nello sforzo combinato, spingevan pei
-raggi le ruote, ad unir forza a forza nella disperata
-energia di una volontà invincibile.
-</p>
-
-<p>
-Così anche i mali passi eran superati. Sul molle
-terreno si imprimevano fondi i solchi delle ruote.
-</p>
-
-<p>
-La chiara notte estiva era senza voce. Ad un
-tratto, sulla non remota collina, apparve un fuoco.
-Forse una bica che ardeva o un fuoco di gioia per
-una sagra?
-</p>
-
-<p>
-Le donne e le ragazze, sull'alto della trebbiatrice,
-si volsero a guardare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-</p>
-
-<p>
-Una gran fiamma lontana, nel cuor della notte,
-ha sempre un singolar fascino e chiama l'anima
-delle genti disperse per le solitudini agresti, come
-le torme degli uccelli migratori.
-</p>
-
-<p>
-A mezza strada incontrarono Pulôn. I pontieri
-avevan compìto l'opera: attraverso al gran rio,
-pienato di fascine, si apriva una strada di travi e
-di solide assi di quercia.
-</p>
-
-<p>
-Pulôn esaminò l'opera e fu contento. Gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Avanti!
-</p>
-
-<p>
-La fiumana si rimise in moto.
-</p>
-
-<p>
-Già apparivano, dietro gli olmi, i pagliai dell'aia
-dei Battisti. La mèta era prossima. Gli scamiciati
-sentivan l'ardore dell'urlo e dovevan tapparsi
-la bocca. Non si poteva. Il <i>Generale</i> aveva imposta
-la fatica; aveva comandato il silenzio. Da filare
-a filare, per tre campi e più si distendeva l'esercito
-degli assalitori; il formicolìo degli uomini,
-dei buoi, dei carri e dei carretti. Pulôn guardò
-quel suo popolo in marcia: l'avvenire veniva innanzi
-così, per l'assalto. Oh! poter condurre quella
-gente a un improvviso assalto della Città del Capricorno!...
-Tutti i <i>gialli</i>, cianciatori di Repubblica,
-avevano pensato mai di impadronirsi del
-potere?... E non era difficile! Bastava tagliar i
-fili del telegrafo e del telefono; assediar la stazione,
-devastare i binari, far saltare i ponti. I guardiani
-della borghesia erano scarsi e non sarebbero
-usciti dalle caserme. Pochi uomini di buona volontà
-e bene organizzati potevano condur la sorpresa.
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-Pulôn sentiva che il domani era in suo
-potere.
-</p>
-
-<p>
-Camminava così, sempre solo, le mani annodate
-dietro le reni, a fianco della trebbiatrice,
-quando si fermò ad attendere un uomo che correva
-a lui.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è di nuovo?
-</p>
-
-<p>
-— Hanno acceso un razzo, laggiù... dietro la
-strada maestra, verso i campi dei Tugnòla.
-</p>
-
-<p>
-— Ma i Tugnòla son dei nostri.
-</p>
-
-<p>
-— Può darsi ci chiamino in aiuto.
-</p>
-
-<p>
-— Vai a vedere.
-</p>
-
-<p>
-— Di qui ci saranno quattro chilometri.
-</p>
-
-<p>
-— E tu corri!
-</p>
-
-<p>
-— Va bene.
-</p>
-
-<p>
-L'uomo ripartì come era giunto.
-</p>
-
-<p>
-Pulôn ebbe un attimo di esitazione; poi chiamò
-gli anziani ed ordinò che la colonna fosse spinta
-innanzi con maggiore rapidità.
-</p>
-
-<p>
-Gli uomini si assiepavano intorno alla trebbiatrice
-che era il sacro palladio, il conteso carroccio.
-</p>
-
-<p>
-In tutti era la ferma convinzione di «<i>farla
-ai gialli</i>».
-</p>
-
-<p>
-Avanti! Avanti!... I dodici buoi puntavano
-affannando sotto la sferza dei bifolchi; la trebbiatrice
-traballava da buca a buca minacciando capovolgersi;
-ma eran cinquantine e centinaia che
-la sorvegliavano; era la turba d'assalto che le si
-raccoglieva intorno decisa piuttosto a farsi schiacciare
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-anzichè vederla riversa e inutilizzata fra i
-campi.
-</p>
-
-<p>
-— Su, ragazzi, per la bandiera rossa!...
-</p>
-
-<p>
-Ecco l'ebbra visione, ecco l'ipnotizzante balenìo
-nel vento della battaglia!
-</p>
-
-<p>
-Si torcevan nello sforzo inaudito; l'ultimo tratto
-di strada era impervio. Ma, anche nella fonda
-notte, risplendeva sulla moltitudine, la vermiglia
-visione della bandiera rivoluzionaria; sventolava
-sotto le stelle, si spiegava sulla sacra terra da
-conquistare.
-</p>
-
-<p>
-Tutto era conquista terrena, nella legge democratica.
-</p>
-
-<p>
-«<i>Tu non avrai, innanzi a te, altro Ventre che
-non sia il tuo Ventre</i>».
-</p>
-
-<p>
-«<i>Il tuo Dio sarà nel tuo pane e nel tuo companatico
-e tu vivrai contento del tuo sterquilinio,
-nè cercherai, altrove, altre cose che non ci sono</i>».
-</p>
-
-<p>
-«<i>I padroni ti avevano insegnata la falsa strada
-di Dio. La Scienza li ha smascherati. Da oggi tu
-sai che non vi è altro Iddio innanzi a te, all'infuori
-del tuo Ventre</i>».
-</p>
-
-<p>
-Codesta ebbra predicazione arrivava alle moltitudini
-attraverso all'Assoluto Economico.
-</p>
-
-<p>
-Molti asini ragliavano insieme. Molte bestie
-addottorate danzavano i tresconi con la sgonnellante
-Scienza; e si facevano innanzi a scrutar l'abisso
-col lanternino del positivismo, del monismo, del
-materialismo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-</p>
-
-<p>
-Conveniva sgombrare il cielo dal fantasma di
-Dio e negare il Mistero.
-</p>
-
-<p>
-Era piovuta, fra le illuminate pecore, la Causa
-delle Cause. L'Enigma era risolto. Caduto Iddio
-non restava che il Ventre; e l'uomo si avviava ad
-essere un più o meno ingegnoso scarabeo stercorario,
-nel risolto problema dell'Universo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ora la turba era giunta a un cinquanta metri
-dall'aia dei Battisti, e Pulôn aveva spedito innanzi
-venti uomini chè abbattessero le siepi verso i campi.
-Non voleva passare dalla strada.
-</p>
-
-<p>
-Per quanto il silenzio fosse stato rispettato, data
-la moltitudine e l'opera compiuta, qualche rumore
-poteva esser giunto alla casa in mezzo all'aia; ma
-pareva che i Battisti dormissero il sonno della
-morte. Non un lume, non un sussurro. Ciò non era
-naturale. O conveniva pensare che i Battisti, accortisi
-della masnada che sopravveniva, avessero tale e
-tanta paura da non rifiatare, nascosti nelle loro
-buie stanze; o bisognava concludere che la casa
-fosse deserta. Ma era possibile che dei contadini
-abbandonassero così i loro beni senza neppure un
-tentativo di difesa? Perchè i Battisti non eran nè
-<i>rossi</i> nè <i>gialli</i>, ma semplicemente clericali. Rappresentavano
-un anacronismo nella terra rivoluzionaria.
-Formavano una numerosa famiglia, ligia ancora al
-prete e all'altare. Per questo eran segnati a dito
-e vituperati quotidianamente nella classica terra
-della libertà.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ora Pulôn sapeva che i Battisti si erano accordati
-con l'Agraria e che avrebbero trebbiato il
-grano con una macchina <i>gialla</i>. E ciò non doveva
-essere. Dall'aia dei Battisti, e cioè <i>dall'aia nera</i>,
-doveva partire la prima affermazione di principio
-e il primo trionfo dei <i>rossi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Abbattuta la siepe si trattava di far superare
-al Santo Carroccio della Democrazia gli ultimi
-cinquanta metri di sconvolta strada.
-</p>
-
-<p>
-Pulôn tolse il divieto del silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— <i>So', rugiè burdèll, c'ai sén!</i> (Su, gridate
-ragazzi, chè ci siamo!).
-</p>
-
-<p>
-Allora l'urlo contenuto per tanto tempo scoppiò
-dilagando, si elevò altissimo. Donne, ragazzi,
-uomini si unirono nello stesso impeto. Parve il
-mugghio del mare. Migrò lontano; si perse nella
-più remota distanza della notte.
-</p>
-
-<p>
-I Battisti avrebbero udito!
-</p>
-
-<p>
-Ma la casa rimase buia; nessuno si affacciò
-alle finestre.
-</p>
-
-<p>
-Ed eccoli a venti metri dall'aia nera, eccoli
-sulla soglia.
-</p>
-
-<p>
-Ogni cuore cantava la diana del Partito.
-</p>
-
-<p>
-Da cento voci si elevò il coro:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Larga la strada e rossa la bandiera;</i></p>
-<p class="i01"><i>La tomba la sarà per i padroni...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma di un subito ogni impeto cadde e ogni tumulto.
-La gioia rossa fu troncata da una, da venti
-detonazioni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-</p>
-
-<p>
-I Battisti non dormivano. I <i>gialli</i> non avevano
-dimenticata l'<i>aia nera</i>!
-</p>
-
-<p>
-Una ragazza, sull'alto del Santo Carroccio, fu
-colpita e cadde riversa con un urlo straziante. Il
-miaolìo delle palle da schioppo fece sudar freddo
-a più d'uno che si era ubbriacato di vittoria. Seguì
-un momento di esitazione. Di fronte alla sorpresa,
-le volontà ondeggiavano e la salda compagine stava
-per disgregarsi; già molti cercavan di svignarsela,
-e qualche fosso incominciava a riempirsi di fuggiaschi.
-Ora, sorpreso sul punto di una strepitosa
-vittoria, Pulôn pensava ai casi suoi. Però, non
-ebbe tempo di pensar troppo perchè si accorse che,
-se indugiava ancora, tutto sarebbe stato travolto e
-perduto. Allora, raccolti gli uomini, fece allontanare
-donne e ragazzi.
-</p>
-
-<p>
-E ricominciò la solfa delle schioppettate.
-</p>
-
-<p>
-Ma, dall'altra parte, c'era l'indemoniato genio
-del Cavalier Mostardo! Egli aveva visto e previsto.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, vuoi farmela?... Bene! Arrivi al
-momento giusto!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo ritornava dall'aver partecipato
-a una seduta al Circolo Mazzini e non era
-di buon umore. Si era parlato del caso Borgnini
-e i signori della Cattedra avrebbero preteso di tenere
-a mezz'aria Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-Nè fuori dal Partito, nè dentro al Partito. A
-questo si era opposto con ogni sua energia il Cavalier
-Mostardo e tanto aveva detto e tanto perorata
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-la sua causa, che le cose erano rimaste al punto
-iniziale e nessun giudizio era stato dato e nessuna
-decisione presa.
-</p>
-
-<p>
-Ma quel voler giudicare gli uomini di azione
-in base ai così detti <i>principii etici</i> (che cosa fossero
-poi questi <i>principii etici</i>, egli non sapeva davvero!),
-lo indispettiva oltre il verosimile. Il fatto
-sta che era partito verso le dieci di notte, dalla
-Città del Capricorno, con un diavolo per capello
-e, se non si fosse trattato della sua riputazione,
-avrebbe mandato al diavolo tutto quanto.
-</p>
-
-<p>
-Ma i suoi informatori lo avevano avvertito di
-fatti gravi e non poteva piantare in asso la cosa
-quando più si rabbuiava. E siccome sapeva che
-si sarebbe trovato di fronte a qualche centinaio di
-individui aveva mobilitato l'intiero esercito <i>giallo</i>.
-Egli stesso doveva dirigere l'azione. Si sarebbe
-valso di quel po' di scienza militare che aveva imparato
-guerreggiando dall'America del Sud alla
-Grecia, per una libertà che era stata sempre più
-grande nel cuore di lui che non nei fatti.
-</p>
-
-<p>
-Pertanto aveva dato ordine che una macchina
-<i>gialla</i> fosse spedita innanzi sotto buona scorta; ma
-nessuno doveva attaccare i <i>rossi</i> fin ch'egli non
-fosse stato presente.
-</p>
-
-<p>
-Impartiti gli ordini, stava per licenziare Rigaglia,
-quando questi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Vengo anch'io.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere balzò sulla seggiola:
-</p>
-
-<p>
-— Tu?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-</p>
-
-<p>
-Era possibile che quella specie di <i>fornicario</i>
-dimostrasse a un tratto tanto coraggio?
-</p>
-
-<p>
-— Tu vuoi venire?... Ma non sai che c'è da
-lasciarci la pelle?
-</p>
-
-<p>
-— Lo so.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa succede questa sera, Rigaglia?
-</p>
-
-<p>
-— Bella roba!... Come se non fossi stato
-alla guerra almeno dieci volte con voi!
-</p>
-
-<p>
-— Già, ma allora eri un altro! E ci venivi
-perchè non potevi farne a meno.
-</p>
-
-<p>
-— Lo dite voi! Lo so io che cosa mi è costata
-l'Albania!
-</p>
-
-<p>
-— Dovresti ringraziare il tuo Dio che ti ha
-salvato dall'orribile avvenimento del matrimonio!
-Be', poche chiacchiere! Se vuoi venire io parto
-subito.
-</p>
-
-<p>
-— Sono pronto.
-</p>
-
-<p>
-— Hai attaccato il cavallo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Allora andiamo.
-</p>
-
-<p>
-Ed eran partiti insieme.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ora il Cavalier Mostardo ispezionava il suo
-fronte. Vista riuscita la prima sorpresa, pensò di
-non por tempo in mezzo e di approfittare dell'improvviso
-disordine che scompigliava le fila di Pulôn.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava piombare sulla macchina rossa e fare
-avanzare la macchina <i>gialla</i> fin sull'<i>aia nera</i>.
-</p>
-
-<p>
-Divise le sue forze in due gruppi. Formò coi
-più giovani un primo gruppo di assalto e al secondo
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-gruppo, degli anziani, dette ordine di far avanzare
-la trebbiatrice verso l'aia e di farvela entrare a
-tutti i costi. Postosi poi a capo dei giovani e urlando:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ripobblica!</i>
-</p>
-
-<p>
-Si scagliò all'assalto dei <i>rossi</i>.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Non occorre raccontare quanto accadde in
-seguito. Non insistendo i <i>rossi</i> nel loro proposito,
-vennero a un patto coi <i>gialli</i> i quali permisero loro
-di trascinare la loro macchina altrove. Fu segnata
-una momentanea tregua. La Repubblica era generosa
-e Pulôn se ne andava con una solenne scornatura.
-Ma non si era che agli inizi e la lotta si
-spostava di aia in aia, di parrocchia in parrocchia,
-sempre più accesa.
-</p>
-
-<p>
-I Battisti erano comparsi tutti quanti: uomini,
-donne e fanciulli.
-</p>
-
-<p>
-Pierone, il capoccio, tentò di baciar la mano
-al Cavalier Mostardo che non si volle prestare al
-nefando segno della servitù antica.
-</p>
-
-<p>
-— Voi, Pierone, siete un galantuomo, ma
-avete il torto di rimanere attaccato alla <i>porcinaglia</i>!
-Siete una vittima di Ticchi Marmissi e del perfido
-clero. Vi pare che nel nostro secolo, dopo l'ottantanove
-e con gli imbrogli universali che si preparano
-per domani, un uomo deva ancora baciar la
-mano a un suo simile? Toglietevi quel giogo, Pirôn,
-e venite con noi, nel nome dei proclamati diritti
-dell'uomo e nel segno della santa libertà!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pierone rise e chiamò le sue donne che dessero
-bere a Mostardo. Si fece innanzi una ragazzona
-giovereccia che recava un enorme boccale verde
-e un bicchiere stillante. Il Cavaliere si dissetò poi
-volse gli occhi intorno a cercare Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è Rigaglia?
-</p>
-
-<p>
-— È in casa — fece Pierone.
-</p>
-
-<p>
-— E che fa?... Si sente male?... È ferito?
-</p>
-
-<p>
-— No, parla a mio fratello.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che vuole?
-</p>
-
-<p>
-— Sbrigano un affare. Rigaglia deve avere
-dei danari da noi e adesso si accomoderà la cosa
-col grano.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, perchè è venuto, quel <i>versipelle</i>! — gridò
-Mostardo — E chi lo muoveva dal suo
-buco se non cantavano i palanconi?... Dì che mi
-venga intorno un'altra volta!... Diglielo, sì, che
-ritroverà quello che va cercando!...
-</p>
-
-<p>
-Poi dette ordine gli portassero il cavallo.
-Quando arrivò e quando fu seduto sul barroccino,
-ecco sbucar di gran corsa, dalla casa dei Battisti,
-il modesto Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Padrone?... Padrone?...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo trattenne Carlotta. Si
-volse a sbirciare Rigaglia e gli domandò bruscamente:
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuoi?
-</p>
-
-<p>
-— Vengo anch'io.
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— A casa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E chi va a casa?
-</p>
-
-<p>
-— Dove andate allora?
-</p>
-
-<p>
-— All'inferno! Vuoi venirci?
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuol dir questo?
-</p>
-
-<p>
-— Vuol dire che se mi prendi un'altra volta
-dal lato politico, per combinare i tuoi affari, ti
-capita tale lezione che te la devi ricordare per
-un pezzo!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cosa ho fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Ne parleremo domani!
-</p>
-
-<p>
-E frustò la cavalla, la quale si allontanò di
-un balzo galoppando via per la strada polverosa.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Erano le due dopo mezzanotte e Carlotta,
-chissà perchè, aveva abbandonata la strada maestra
-e si allontanava trotterellando per certe straduccie
-comunali che pareva conducessero a ritrovi
-pieni di discreto silenzio, sotto le stelle.
-</p>
-
-<p>
-Non si sentiva più niente, ma solo i grilli, i
-grilli e i grilli.
-</p>
-
-<p>
-Nelle notti estive, questi cantori dei campi
-conducon via la mente a certe fantasticherie che
-sciolgono il cinto di Venere a coglierne le grazie,
-il riso, i vezzi, le lusinghe, i piaceri. Un uomo si
-sente preso da una calma improvvisa, poi un desiderio
-gli si insinua nel cuore, un desiderio primevo
-che lo riconduce a ciò che fu fin dal primo principio.
-E nasce la donna, come nacque nella notte
-di Adamo: osso delle sue ossa, carne della sua
-carne.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-</p>
-
-<p>
-«<i>Or amendue, Adamo, e la sua moglie, erano
-ignudi, e non se ne vergognavano</i>».
-</p>
-
-<p>
-Anche il Cavalier Mostardo sentiva che non
-se ne sarebbe vergognato perchè ritornava ai tempi
-del Paradiso Terrestre.
-</p>
-
-<p>
-In verità di Paradisi Terrestri se ne possono
-trovare molto spesso, a sapersi contentare; e il
-serpente è una persona cordiale.
-</p>
-
-<p>
-Ora se un uomo rifà il gesto di Adamo e si
-pensa ignudo con una donna ignuda, in un paradiso
-di purificazione pieno di poma succose; se
-disdegna le foglie sul chiaro orizzonte del mondo,
-e si incammina per le tepide strade che conducono
-al frutto nascosto; se questo immagina, nel cuore
-di una notte estiva, sonnoleggiando i grilli la loro
-nenia distesa, è certo che, prima o poi, ritornato
-nella contingente disgrazia de' suoi giorni correnti,
-deve pensare a una mèta, deve vedere una soglia.
-</p>
-
-<p>
-Incontro a lui, senza tormento di operazioni
-costali, deve balzare una donna che è poi sempre
-la prima, e nello stesso paradiso.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo saliva in ardore così,
-piano piano, mentre la buona Carlotta lo conduceva
-via (chissà poi perchè?...) per le stradicciuole
-più remote, più amorose, più lontane dalla tormentata
-bufera.
-</p>
-
-<p>
-E immaginando e immaginando finì per sentirsi
-acceso e innamorato.
-</p>
-
-<p>
-— Bene, bene, bene!... Ho fatto anche troppo!...
-Adesso voglio riposare anch'io.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-</p>
-
-<p>
-E frustò Carlotta la quale incominciava ad
-andar troppo adagio.
-</p>
-
-<p>
-Ma se il desiderio pungeva il Cavaliere non
-arrivava più alle soglie del cuore della sua buscalfana
-la quale, sopraggiunta all'età della moderazione,
-nulla sognava ormai che non fosse placido
-e riposato.
-</p>
-
-<p>
-— Le due e mezza!...
-</p>
-
-<p>
-Si udiva il chiù da una selvetta. Contava gli
-anni di qualche romantico cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Forse è tardi!... Dormirà?
-</p>
-
-<p>
-Parlava al suo turbamento.
-</p>
-
-<p>
-— Mi ha scritto: A qualsiasi ora!... Ma...
-la discrezione?
-</p>
-
-<p>
-E il chiù dàgli col suo verso monotono, sempre
-più lontano, sempre più sospirato.
-</p>
-
-<p>
-Senza nessun pensamento incominciò a contare
-i sospiri del chiù:
-</p>
-
-<p>
-— Uno... due... tre... quattro... cinque...
-sei... sette... otto... nove...
-</p>
-
-<p>
-Un gattaccio nero attraversò la strada. Carlotta,
-che se lo trovò fra le zampe, ebbe uno scarto
-improvviso e, quasi quasi, ruzzolava nel fosso col
-barroccino e tutto.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo riprese le redini:
-</p>
-
-<p>
-— <i>C'sa fètt, Carlota?</i>... (Cosa fai, Carlotta?...).
-</p>
-
-<p>
-Ma non badò al gatto nero. Non era superstizioso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poco più innanzi si trovò ad un bivio. Bisognava
-decidere. Fermò la cavalla.
-</p>
-
-<p>
-— Ci vado?
-</p>
-
-<p>
-Il chiù continuava a cantare.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Azzidenti a j'usèll!</i>... (Accidenti agli
-uccelli!...). Non ci vado?...
-</p>
-
-<p>
-Quando gli si sarebbe ripresentata una simile
-occasione?
-</p>
-
-<p>
-Forse mai più. La campagna, il silenzio, il
-colmo della notte... nessuno poteva vederlo e quei
-guastamestieri degli amici suoi non lo avrebbero
-importunato coi sottintesi, le baie e vai discorrendo.
-</p>
-
-<p>
-Però l'ora non gli sembrava opportuna. Sì, si
-trattava di amore e l'amore fa a meno di tante convenienze,
-però... Fosse stata una donna del suo
-paese, almeno! Con una donna del suo paese
-avrebbe potuto agire con maggior disinvoltura.
-</p>
-
-<p>
-— Insomma, ci vado o non ci vado?
-</p>
-
-<p>
-La Carlotta si addormentava, le froge sulla
-polvere.
-</p>
-
-<p>
-Allora arrivò ad un divisamento supremo:
-avrebbe lasciata la decisione alla sorte. Il chiù
-cantava ancora; avrebbe incominciato a contare;
-se, dopo tredici singhiozzi, l'uccello notturno la
-smetteva, sarebbe andato al convegno d'amore; se
-continuava, non ne avrebbe fatto niente.
-</p>
-
-<p>
-Incominciò, ma, a vero dire, non era troppo
-tranquillo:
-</p>
-
-<p>
-— ... sette... otto... nove... dieci...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si volse verso gli alberoni dai quali proveniva
-la notturna malinconia:
-</p>
-
-<p>
-— ... undici...
-</p>
-
-<p>
-Per Bios!
-</p>
-
-<p>
-— ... dodici...
-</p>
-
-<p>
-Non finiva più, quel versipelle?
-</p>
-
-<p>
-— ... tredici!...
-</p>
-
-<p>
-Riprese le redini; stava per avviarsi; la sorte
-gli era stata favorevole; ma in quel che si chinava
-per raccogliere la frusta, l'assiolo ricominciò la sua
-solfa:
-</p>
-
-<p>
-— ... quattordici... quindici... sedici...
-</p>
-
-<p>
-Ciò riempì di dispetto il Cavaliere. Dunque
-qualcuno poteva opporsi alla sua felicità? Ed egli
-doveva sottostare al capriccio di un <i>canta-di-notte</i>
-qualunque? Doveva lasciarsi guidare da un uccellaccio?
-Ma neppure per sogno!
-</p>
-
-<p>
-— Su, Carlotta!...
-</p>
-
-<p>
-La buscalfana levò il muso e incespicò nell'avviarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, dunque!... Valà, Carlotta!...
-</p>
-
-<p>
-Carlotta aveva un sonaglio fermato al sellino.
-Questo sonaglio incominciò il suo ritmico dondolìo.
-</p>
-
-<p>
-<i>Dilìn-dlin</i>... <i>dilìn-dlin</i>... <i>dilìn-dlin</i>...
-</p>
-
-<p>
-E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente
-i grilli.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti chilometri ci saranno ancora?...
-Tre chilometri!... Su, Carlotta, da brava!...
-</p>
-
-<p>
-Un cane da pastore, balzato fuori da un'aia,
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-si precipitò addosso all'equipaggio, la bocca spalancata.
-</p>
-
-<p>
-Questo cane aveva gli occhi rossi. Mostardo
-vide due punti fosforici nel buio. Prese tranquillamente
-la pistola dalla tasca della cacciatora e
-sparò addosso alla belva domestica, tre, quattro
-volte. Si udì un guaito acutissimo e il can da
-pastore ruzzolò in un fosso.
-</p>
-
-<p>
-<i>Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin...</i>
-</p>
-
-<p>
-E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente
-i grilli.
-</p>
-
-<p>
-— Carlotta, ci siamo...
-</p>
-
-<p>
-Ecco che si apriva discretamente una porta
-senza far rumore.
-</p>
-
-<p>
-— Oh!... siete voi.
-</p>
-
-<p>
-— Sono io!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè tanto tardi?... Entrate.
-</p>
-
-<p>
-— Mignon siamo in battaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so, caro amico...
-</p>
-
-<p>
-La porta si richiudeva piano piano, dolce dolce.
-</p>
-
-<p>
-Come vestiva di poco quell'assassina! E quanto
-ben fatta! Il collo nudo... le braccia nude... la
-gola nuda... il resto, quasi quasi...
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios, cara Mignon, io, questa sera
-ho un certo convulso attorno!
-</p>
-
-<p>
-— Cosa avete!...
-</p>
-
-<p>
-— Non vi vorrei guardare, ecco!
-</p>
-
-<p>
-— E perchè?...
-</p>
-
-<p>
-Si mordeva una mano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E mi domandate perchè, boccone di paradiso?...
-</p>
-
-<p>
-Mignon rideva... egli le passava un braccio
-sopra la vestaglia che c'era per modo di dire. E
-sentiva certi rilievi... e certe affossature! Poi gli
-sopravveniva un grandissimo caldo.
-</p>
-
-<p>
-— Questa notte si scoppia!
-</p>
-
-<p>
-— Anzi si sta bene.
-</p>
-
-<p>
-— Sì... si sta molto bene... moltissimo bene...
-benissimo!...
-</p>
-
-<p>
-E si volgeva a guardarla, e la faccia di lei
-non si discostava e scoppiava il primo bacio come
-una girandola rossa. Il sapore di glicerina non
-c'era più.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios, Mignon!... Ho il cuore che mi
-balla i tresconi!...
-</p>
-
-<p>
-— State attento al lume!
-</p>
-
-<p>
-— Datelo a me.
-</p>
-
-<p>
-E prendeva il lume; poi non ne poteva proprio
-più e prendeva anche lei, sull'altro braccio, come
-una bambina. E via di corsa, su per le scale.
-</p>
-
-<p>
-Una stanza... due stanze... quattro stanze...
-</p>
-
-<p>
-— Ci siamo... ci siamo, Gianni!...
-</p>
-
-<p>
-Rideva soffocando il suo riso contro il collo
-di lui. E i suoi capelli scompigliati gli facevano
-il solletico.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto sei bella!
-</p>
-
-<p>
-C'era un gran trono dorato per starvi distesi
-a dormire: il trono delle cose discrete ed estreme.
-</p>
-
-<p>
-— Eccoti, regina!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma ormai non si lasciavano più, non potevano
-più separarsi.
-</p>
-
-<p>
-Il lume si spegneva, ma della luce ce n'era
-anche troppa.
-</p>
-
-<p>
-— Amore mio!...
-</p>
-
-<p>
-Era lei che lo diceva, morendo:
-</p>
-
-<p>
-— Amore... amore mio!...
-</p>
-
-<p>
-Lui non diceva più niente; navigava in un
-delirio.
-</p>
-
-<p>
-E tutto era come doveva essere, senza una
-cosa in più, senza una cosa in meno. Il gran tremito
-delle creature che si uniscono con perfetta stima.
-</p>
-
-<p>
-Dopo tre o quattro ore egli sospirava:
-</p>
-
-<p>
-— Mignon...
-</p>
-
-<p>
-Ella sospirava:
-</p>
-
-<p>
-— Gianni...
-</p>
-
-<p>
-Ed erano come la vitalba e il biancospino...
-stretti stretti.
-</p>
-
-<p>
-Poi...
-</p>
-
-<p>
-<i>Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin...</i>
-</p>
-
-<p>
-— Su, Carlotta!... Da brava!...
-</p>
-
-<p>
-E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente
-i grilli.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Quando arrivò al Conventino erano le tre dopo
-mezzanotte. Il Cavalier Mostardo guardò l'orologio
-e discese dal barroccino brontolando. Legò
-Carlotta ad un albero, vicino all'ingresso della
-villa e si avviò a piedi lungo il viale principesco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-</p>
-
-<p>
-Voleva fare il minor rumore possibile. Non si
-sapeva mai!
-</p>
-
-<p>
-La villa si vedeva appena, in fondo in fondo,
-nascosta da una gran macchia di alberi. Cercò di
-ammorzare il passo sulle ghiaie. Come fu giunto
-a un ampio piazzale, ristette. Gli sembrò di veder
-scivolare un'ombra per una bianca scalinata di
-marmo.
-</p>
-
-<p>
-Aguzzò gli occhi ma non vide cosa che si
-movesse. Allora si accostò piano piano. Il cuore
-gli batteva forte. Da quale parte sarebbe entrato,
-se doveva entrare? Non certo da quella scala monumentale
-che gli dava soggezione. Era la prima
-volta che si accostava al Conventino, alla famosa
-villa dei marchesi Alerami, e tutto quel fasto,
-quella solennità, quell'imperio di cose disposte
-come a comandare, non gli suggerivano una grande
-disinvoltura. Era colto dalla timidezza antica,
-dalla timidezza de' suoi quindici anni erratici. Tutto
-quanto il Cavalier Mostardo, con il suo orgoglio
-di uomo nuovo e di avvenire, non era più niente.
-Provava soggezione. Erano le cose che lo soggiogavano.
-I marchesi Alerami non gli avrebbero
-fatto nè caldo nè freddo; il Conventino lo raumiliava
-sotto una fiumana di ricordi e di miseria
-antica. Alzò gli occhi alle finestre cercando attraverso
-alle imposte, almeno uno spiraglio di luce.
-Tutto era buio, severamente buio. Possibile che
-la sua Mignon dormisse là dentro, in quella casa
-di maghi?... Come poteva entrar l'amore fra tanta
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-severità arcigna?... L'amore che vien via ridendo
-e butta all'aria il mondo intiero?... Poteva farsi
-annunziare la dolce creatura di follìa? E passare
-innanzi al muso dei servi stereotipati? E fermarsi
-nella sala di aspetto?...
-</p>
-
-<p>
-Ma non c'era neppure una finestra illuminata
-e la villa era grande come un paese.
-</p>
-
-<p>
-— Vai pure a pescarla, in questo monumento!...
-Dove dormirà?...
-</p>
-
-<p>
-Pensosamente, pianissimamente girò intorno alla
-villa. E scrutò finestra per finestra.
-</p>
-
-<p>
-— Forse tu dormi e non ti vuoi destare!
-</p>
-
-<p>
-E, se l'avesse chiamata?
-</p>
-
-<p>
-— Mignon?... Piccola Mignon?... Mignonettina?...
-</p>
-
-<p>
-Sì!... Ma se poi c'era qualcun'altro in quel
-mausoleo?
-</p>
-
-<p>
-Se qualcun'altro sentiva e lei no?... Un servitore,
-per esempio?...
-</p>
-
-<p>
-— Accidenti ai servitori! Sempre fra i piedi!
-Non servono ad altro che a trovarsi proprio là
-dove non si dovrebbero trovare mai!
-</p>
-
-<p>
-Voltò un altro angolo. Il cuore gli dette un
-balzo. C'era, al secondo piano, una finestra illuminata.
-Forse Mignon vegliava ancora.
-</p>
-
-<p>
-— Cara!...
-</p>
-
-<p>
-Ma come avvertirla?
-</p>
-
-<p>
-Arrampicarsi fin lassù non era possibile; chiamarla
-non voleva... e allora?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ricorse al mezzo più semplice e più antico.
-Si chinò a raccogliere dei piccoli ciottoli poi, presa
-bene la mira, incominciò a lanciarli ad uno ad uno
-contro le imposte. Rimbalzavano sul legno; ricadevano.
-Parevano nocche che bussassero discretamente
-alla finestra.
-</p>
-
-<p>
-Attese... vide il lume spostarsi... poi la finestra
-si aprì e un'ombra apparve al davanzale.
-</p>
-
-<p>
-— Siete voi, Mostardo?
-</p>
-
-<p>
-— Sono io.
-</p>
-
-<p>
-— Aspettate.
-</p>
-
-<p>
-Come star fermo ad aspettare?
-</p>
-
-<p>
-— Mio Dio, ho il cuore che si gonfia!...
-</p>
-
-<p>
-Gli si gonfiava il cuore, sotto lo spasimo.
-</p>
-
-<p>
-Incominciò a camminare avanti e indietro,
-avanti e indietro in uno spazio di cinque metri. Poi
-contò i passi:
-</p>
-
-<p>
-— ... sei... sette... otto... nove... dieci...
-</p>
-
-<p>
-Gli mancava il respiro; aveva, per tutte le
-membra, certi stiramenti, certe ansie! Ogni tanto
-si soffermava a sbirciare una piccola porta.
-</p>
-
-<p>
-— Forse verrà per di là! Ma perchè non
-arriva?... Vorrà vestirsi. Ce n'era proprio bisogno?
-</p>
-
-<p>
-Ah, amore, amore!
-</p>
-
-<p>
-Udì stridere una serratura (gli pareva di venir
-meno!); intravvide uno spiraglio di luce; la porta
-si aprì.
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo?
-</p>
-
-<p>
-— Eccomi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-</p>
-
-<p>
-Di un balzo le fu vicino. Ella lo fece entrare.
-Era seria seria e vestiva correttissimamente.
-</p>
-
-<p>
-Be', che scherzi erano quelli?
-</p>
-
-<p>
-Gli fece strada; svoltò a destra senza salir
-le scale.
-</p>
-
-<p>
-Balbettò:
-</p>
-
-<p>
-— Vi domando scusa di essere arrivato tanto
-tardi!
-</p>
-
-<p>
-— Vi aspettavo perchè devo parlarvi di una
-cosa molto grave.
-</p>
-
-<p>
-— ... molto grave...?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E che cos'è successo?
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte, fior di Parigi, non rispose
-a tutta prima; continuò a camminare. Come fu
-giunta in un salotto dalle pareti rosse, posò il
-lume sulla tavola e, rivolta a Mostardo che la guardava
-allibito, gli domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Non sapete quello che è successo?
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cosa, in nome di Dio?
-</p>
-
-<p>
-— Madama la marchesa è scomparsa!
-</p>
-
-<p>
-Il povero Cavaliere fece un salto indietro e si
-lasciò uscire un: Porco Dacco!... che fece tremare
-i vetri. Poi rimase così con la più meravigliosa
-e meravigliata faccia che mai si fosse veduta. Nè,
-preso nel turbine e trasportato dall'equatore al
-polo nel cuor di un secondo, poteva in un qualsiasi
-modo riequilibrarsi, perchè tutto gli sarebbe
-stato agevole a pensare toltone l'enormità che gli
-si avventava contro rovinosamente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-</p>
-
-<p>
-Balbettò:
-</p>
-
-<p>
-— La marchesa?... Scomparsa?...
-</p>
-
-<p>
-— Da un giorno e mezzo, caro cavaliere — riprese
-Ninon Fauvétte, — e, fino ad ora, ogni
-ricerca è stata vana.
-</p>
-
-<p>
-— Vana?
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente! Tutto è stato tentato senza
-frutto. Ora non restate che voi.
-</p>
-
-<p>
-— Io?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, voi!
-</p>
-
-<p>
-Che imbroglio!... Santa Reparata, che imbroglio!...
-Ripensò alla marchesa Alerama. Una
-donna sulla cinquantina, magra, rugosa, bianchiccia,
-tremolante... chi poteva averla rapita?
-</p>
-
-<p>
-— Scusate... — incominciò Mostardo che
-cercava riordinar le idee — a che ora è scomparsa
-la marchesa?
-</p>
-
-<p>
-— È uscita di casa l'altra mattina.
-</p>
-
-<p>
-— E non è ritornata?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— E dove andava quando è uscita?
-</p>
-
-<p>
-— A Bologna.
-</p>
-
-<p>
-— A Bologna?... Ma allora i miei uomini
-non ne hanno colpa. Non potevo mica farli correre
-in treno, io!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma ci è stata segnalata la sua partenza
-da Bologna la sera stessa.
-</p>
-
-<p>
-— E non è arrivata?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Be', si sarà addormentata in treno. Questo
-può capitare anche a una marchesa!
-</p>
-
-<p>
-— Abbiamo telegrafato a tutte le stazioni inutilmente.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... scusate... la marchesa non può mica
-essere conosciuta da tutta la popolazione del
-Regno!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma il conte Prezzi assicura di averla
-veduta discendere a Savignano.
-</p>
-
-<p>
-— A Savignano?... E perchè a Savignano
-e non a casa sua?
-</p>
-
-<p>
-— Questo è il mistero!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo Mignon!... — Il Cavaliere sorrideva
-e incominciava ad avere il respiro più libero. — Perchè
-poi lo chiamate mistero?...
-</p>
-
-<p>
-— Caro cavaliere, la cosa è più seria di quanto
-non pensiate!
-</p>
-
-<p>
-— Ma io penso, Mignon, io penso che una
-signora che discende a un'altra stazione... un poco
-più lontano... ecco... avrà avuto un motivo per
-allontanarsi...
-</p>
-
-<p>
-— E quale motivo?
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio!... Una penombra...
-</p>
-
-<p>
-— Non capisco.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì... una distrazione! Siamo d'estate...
-A Savignano ci sono tante ville!... La marchesa
-guardava dal finestrino... Il controllore non le ha
-chiesto il biglietto... e, uno dimentica dove deve
-discendere. Un poco più in là può far più fresco!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Mi sembra abbiate voglia di scherzare,
-questa notte! Io non ne ho punta!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo a tale risposta piuttosto
-arcigna si fece molto serio. Si levò, aprì le braccia
-come per dire: — Ebbene e che ci posso fare
-io?.. — Poi cercò il cappello.
-</p>
-
-<p>
-— Dove andate?
-</p>
-
-<p>
-— A casa. Ho fatto piuttosto tardi. Sono le
-tre e un quarto.
-</p>
-
-<p>
-— E... mi lasciate così?
-</p>
-
-<p>
-— Come dovrei lasciarvi?... Ero arrivato
-come una girandola...
-</p>
-
-<p>
-— Non mi date nessuna speranza?
-</p>
-
-<p>
-— Ma, cara Mignon, volete che vi dica il mio
-pensiero?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare che, da un fuso, voi vogliate far
-nascere una rovere!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè la marchesa, questa sera, discenderà
-al suo palazzo, fresca fresca!
-</p>
-
-<p>
-— Magari fosse vero!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non crederete mica ve l'abbiano rapita?...
-A quell'età!... Andiamo!...
-</p>
-
-<p>
-— Eppure... una vendetta politica...
-</p>
-
-<p>
-— Ma no!... Cosa volete se ne facciano, i
-<i>tamburieri</i>, di quel campione!...
-</p>
-
-<p>
-— Un ricatto.
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile. Avrebbero preso lui e non lei.
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-Una donna strilla troppo. Poi, una donna di quella
-razza!...
-</p>
-
-<p>
-— E voi non farete nulla?
-</p>
-
-<p>
-— Vedremo. Domanderò...
-</p>
-
-<p>
-— E le vostre promesse?...
-</p>
-
-<p>
-— Già!... Ma... e le vostre?...
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo!... In questi frangenti!...
-</p>
-
-<p>
-— E io non sono sempre fra i frangenti?...
-Eppure mi vedete qui che pare abbia vent'anni!
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte sorrise, il dolce fior di Parigi.
-</p>
-
-<p>
-— Siete sempre un poco matto...
-</p>
-
-<p>
-— Io sarò un poco matto, ma voi avete una
-bella ritenutezza!
-</p>
-
-<p>
-— Che vuol dire?
-</p>
-
-<p>
-— Scusate, Mignon, dopo la vostra lettera?...
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene?
-</p>
-
-<p>
-— Come: ebbene?... Io sono un uomo, mi
-sembra...
-</p>
-
-<p>
-— Chi ne dubita?
-</p>
-
-<p>
-— E allora?... Voi siete qui sola... io arrivo,
-dopo una tempesta, arrivo perchè non abbiate paura
-e voi... voi non mi date neppure il mezzo per consolarvi!...
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte scoppiò a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, Gianni, sedete qui...
-</p>
-
-<p>
-E gli fece posto sul divano.
-</p>
-
-<p>
-— Volete una tazza di the?
-</p>
-
-<p>
-— Grazie. A quest'ora non bevo.
-</p>
-
-<p>
-Una pausa.
-</p>
-
-<p>
-— Mignon?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete?
-</p>
-
-<p>
-— Non avete sonno?
-</p>
-
-<p>
-— Piuttosto...
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io! E... questa notte non volete
-dormire?
-</p>
-
-<p>
-— Io?... Sì!...
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io!... Mignon?... Fate conto che
-io sia una povera vecchia signora... Sì?... Io sono
-una povera vecchia signora... Voi avete tanta paura
-del buio, della solitudine!... Arriva la vostra
-amica e voi dite: — Ho un letto tanto mai
-grande!... Un letto di Napoleone. Possiamo benissimo
-dormirci in due!...
-</p>
-
-<p>
-— Scusate... per chi mi prendete?
-</p>
-
-<p>
-— Vi prendo solamente per me!... Parola
-d'onore!...
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte gli si abbandonò fra le braccia.
-</p>
-
-<p>
-Poi il lume toccò a Mostardo. Salirono due
-rami di scale. Dopo, entrarono nella strada di
-Adamo ed Eva.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Quando cantarono i galli il Cavalier Mostardo
-fu in piedi. Era raggiante. Anche Ninon Fauvétte
-era raggiante. Questo capita ai buoni camminatori,
-lungo la strada di Adamo ed Eva. L'ultimo bacio
-non era mai l'ultimo. O era lei che lo richiamava;
-o era lui che ritornava. Ninon Fauvétte era bella
-e le cose ben godute piacciono assai.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios, ho davvero vent'anni!...
-</p>
-
-<p>
-— Sei un amore!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mostardo avrebbe preso il letto di Napoleone,
-per portarselo via, tant'era grande il suo cuore!
-</p>
-
-<p>
-— Se io sono un amore, tu sei la bandiera
-delle meraviglie!... Tu sei il campanile e la <i>rondinina!...
-Ts'i tânta béla ch'at magnarèbb viva!...</i>
-(Sei tanto bella che ti mangerei viva!...).
-</p>
-
-<p>
-E aveva certi rinnovati impeti! Ma bisognava
-partire. Conchiuse:
-</p>
-
-<p>
-— Tutto il mondo non è che un <i>trocaico</i>!
-Solo per te si dovrebbe morire!...
-</p>
-
-<p>
-Ella lo abbracciò stretto stretto poi si fece promettere
-mille cose ch'egli naturalmente promise.
-</p>
-
-<p>
-Sulla porta si fermò ancora a guardarla. La
-luce dell'amore era su quel volto vermiglio. Ninon
-Fauvètte era veramente bella nel suo armonico abbandono.
-</p>
-
-<p>
-E doveva lasciarla!...
-</p>
-
-<p>
-Noi non abbiamo ancora definito il temperamento
-di un romagnolo puro sangue, nè lo definiremo,
-chè il nostro eroe si incaricherà di dimostrarlo
-per conto suo, coi fatti.
-</p>
-
-<p>
-Come adunque fu giunto sulla porta ed ebbe
-veduto, rivolgendosi, quale soavità era costretto a
-lasciare (e restar non poteva, senza compromettere
-il buon andamento di centomila cose e una!) fu
-tanto e tale il dispetto che, non potendo prendersela
-proprio con nessuno, si lasciò andare tale un
-violento pugno sulla testa, da traballarne. Poi non
-volle ascoltare la voce e il tenero invito di lei; non
-volle sapere più niente e, infilate le scale, si buttò
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-giù a precipizio, chè gli avrebbe fatto piacere se
-si fosse rotto qualcosa. Ritrovatosi all'aperto, si
-accorse di aver dimenticato il cappello, ma non se
-ne curò. Infilò il viale di corsa. Era indispettito e
-felice. Però ad un tratto, impietrì.
-</p>
-
-<p>
-Si guardò intorno, si soffregò gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— E la Carlotta?...
-</p>
-
-<p>
-Non c'era più! Non c'era più traccia nè di
-Carlotta, nè di barroccino.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios, me l'hanno fatta!...
-</p>
-
-<p>
-E ritornare non poteva. E non poteva chiedere
-ai contadini del Conventino se, per caso, non si
-fossero sbagliati.
-</p>
-
-<p>
-Come fare?... Un turbine di dubbii e di sospetti
-gli annebbiò di un subito la mente. Dal Conventino
-alla Città del Capricorno c'erano quasi
-venti chilometri di strada. Egli non poteva percorrere
-la distanza a piedi e voleva essere a casa prima
-di giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Figli di cani!...
-</p>
-
-<p>
-Pensò di andare da un contadino, amico suo,
-che non stava troppo lontano. Si sarebbe fatto ricondurre
-in città. Ma come spiegare le sua presenza
-in quei luoghi, così, senza cappello e senza cavalla?
-</p>
-
-<p>
-Be', avrebbe inventato qualche storia.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma il <i>tamburiere</i> che mi ha rubata
-la Carlotta, può ringraziare il suo Signore se arriva
-alla fine dell'anno!
-</p>
-
-<p>
-E, questa volta, il Cavalier Mostardo non diceva
-per ischerzo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allorchè Rigaglia corse ad aprire la porta e
-si trovò di fronte il Cavalier Mostardo, così senza
-cavalla e biroccino, tanto fu lo stupore che lo
-vinse che ne rimase intontito; poi, quando volle
-aprire bocca, se la trovò tappata. Mostardo aveva
-previsto le domande del suo fido nemico e siccome
-aveva deciso di non dir niente, era ricorso alle misure
-estreme.
-</p>
-
-<p>
-— Guai a te se parli e se mi domandi una
-cosa sola!... Hai capito?... Guai a te!
-</p>
-
-<p>
-E siccome il viso di lui era tutt'altro che chiaro,
-Rigaglia, anche quando si trovò con la bocca libera,
-non fece parola. Però scosse il testone e
-ritornò mogio mogio nel cortile come se avesse,
-sulle spalle, il peso di tutte le disgrazie del mondo.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo salì in camera sua e fece un po' di
-toletta; ma non seppe indugiare come al solito.
-</p>
-
-<p>
-Non una gli riusciva bene fino in fondo. Tanto
-amore, tanto abbandono, una così piena conquista,
-poi il disastro di Carlotta. Egli avrebbe sacrificato
-certissimamente Carlotta a Ninon Fauvétte, fior di
-Parigi; non era per il valore della bestia e del biroccino
-ch'egli si faceva oscuro, ma per il tiro che
-gli avevano giuocato.
-</p>
-
-<p>
-Chi non conosceva la Carlotta in tutta la Città
-del Capricorno e nel suo territorio? Il ladro adunque
-non avrebbe potuto approfittarne se non filando
-molto lontano; però era certo che non si trattava
-di un ladro volgare. Fin dal primo istante si
-era detto:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La Carlotta è coi <i>rossi</i>!
-</p>
-
-<p>
-E la Carlotta doveva essere indubbiamente in
-mano ai <i>rossi</i>, come ostaggio.
-</p>
-
-<p>
-— Si tratta di un furto politico!
-</p>
-
-<p>
-Be'! Ma ciò che gli seccava di più era la complicazione
-del Conventino. Chi aveva portato via
-la sua buscalfana doveva essere entrato nel Conventino:
-dunque qualcuno lo aveva pedinato e lo
-aveva visto entrare!
-</p>
-
-<p>
-Questa era la spada di Damocle sulla testa
-della sua riputazione! Perchè non si era mai detto
-che il Cavalier Mostardo avesse messo una donna
-in piazza. Nessuno poteva asserire di aver avuto
-confidenze indelicate da lui, circa le sue avventure
-amorose; egli si era chiuso sempre nel riserbo più
-immacolato. Fosse pur stata l'ultima <i>pubblicana</i>,
-dal momento che gli aveva concesso i suoi favori,
-gli diveniva sacra. E questo sapeva la gente maligna
-della città e del contado e per questo, forse,
-gli avevano giuocato il tiro birbone. Figurarsi se
-tutti i <i>tamburieri</i>, tutti i <i>versipelle</i> non volevano
-approfittare della sua entrata nell'aristocrazia!...
-È ben vero che a lui restava l'intima dolcezza di
-essersi coricato, per trionfo d'amore, nel letto di
-Napoleone (ormai aveva fissato che il letto doveva
-essere di Napoleone!), ma tale dolcezza, per essere
-compiuta, doveva corroborarsi nella quietudine
-del segreto; invece....
-</p>
-
-<p>
-— Ah, ma, per Bios, io romperò la faccia al
-primo che aprirà bocca!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ed aveva risoluto di far questo senza neppur
-discutere, ricorrendo alla sua vecchia massima romagnola: — <i>Prema
-dàli, pu prumètli!...</i> — (Prima
-dalle, poi promettile!).
-</p>
-
-<p>
-— E te, poverina (ora parlava a Ninon Fauvétte,
-fior di Parigi), puoi dormire i tuoi sonni
-tranquilli! Se ti ho compromessa ti dovranno rispettare
-come la Madonna del Fuoco!...
-</p>
-
-<p>
-Ma nicchiava in sè, il buon gigante e, in verità,
-era turbatissimo. Anche la faccenda della marchesa
-non gli sembrava tanto limpida. Perchè, almeno,
-avrebbe dovuto telegrafare a casa! Ma lo scomparire
-così, come una giovinetta di sedici anni che
-si fa rapire da un passerotto innamorato; quel
-suo dileguarsi nella sera, quel discendere ad una
-piccola stazione e squagliarsi nel silenzio, non era
-nè logico, nè naturale.
-</p>
-
-<p>
-— Amore?... Per Bios!... Ma una madre
-di famiglia che avrà quasi settant'anni?... Fosse
-una verginella con la sua pudicizia da custodire!...
-Andiamo!... A quell'età, se l'amore torna indietro,
-la fa più pulita!...
-</p>
-
-<p>
-Allora non rimaneva che pensare a un tiro
-politico.
-</p>
-
-<p>
-— Se hanno saputo che io la difendevo è
-certo che se la sono presa!
-</p>
-
-<p>
-Bisognava che, prima di mezzogiorno, egli
-parlasse con la <i>guardia del corpo</i>. I signori Trancia
-e Giovannone dovevano rendergli conto esatto del
-loro operato nelle ultime ventiquattro ore e dovevano
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-eziandio rispondere dell'inopinata assenza
-della marchesa.
-</p>
-
-<p>
-Chiamò Rigaglia:
-</p>
-
-<p>
-— Va fuori subito. Cerca Trancia e Giovannone
-e falli venir qui per mezzogiorno in punto.
-Hai capito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia se ne andò. Il Cavaliere discese nel
-cortile... gettò una occhiata verso la stalla e ancora
-gli prese una grande stretta al core. Povera Carlotta!...
-Dopo tutto era una bestia tanto affezzionata
-e vivevano insieme da dodici anni!
-</p>
-
-<p>
-— Dove sarai, povera Carlotta?...
-</p>
-
-<p>
-Ma anche quella volta, invece del sommesso
-nitrito del domestico quadrupede, rispose il canto
-sfacciato di un'altra creatura:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Chicchiricchii... iiiii!...</i>
-</p>
-
-<p>
-Al quale squillo, il Cavaliere si volse inviperito:
-</p>
-
-<p>
-— <i>In't ròba mìga te, bròtt vigliàch!</i> (Non ruban
-mica te, brutto vigliacco!).
-</p>
-
-<p>
-E uscì sbattendo la porta.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Entrò nel Caffè dei <i>rossi</i> e sedette nel centro,
-battendo sul tavolo il suo nerbo di bue.
-</p>
-
-<p>
-— Cameriere?
-</p>
-
-<p>
-— Comandi?
-</p>
-
-<p>
-Ordinò un caffè e latte e si guardò intorno. Gli
-<i>amici</i> che cercava non c'erano. C'eran però, in un
-angolo, Libero Bigatti, direttore dell'<i>Apocalisse</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-e Ticchi Marmissi, direttore del <i>Sillabo</i>. Parlavan
-fra di loro sommessamente e con molta animazione.
-Il Cavalier Mostardo incominciò a squadrarli.
-Tanto, con qualcuno doveva prendersela. Voleva
-sfogarsi e vendicar la Carlotta.
-</p>
-
-<p>
-Quando il cameriere ritornò col caffè e latte,
-gli domandò, a voce tanto forte che fece voltar
-mezza sala:
-</p>
-
-<p>
-— Di' su, Tugnîn, se un cane celeste ti insudiciasse
-il fondo dei calzoni, che cosa faresti tu?
-</p>
-
-<p>
-Tugnîn, poveraccio, era analfabeta e non capì
-il doppio senso.
-</p>
-
-<p>
-— Un cane celeste?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, perchè?... Non lo sai che ci sono
-anche i cani celesti?
-</p>
-
-<p>
-— Io non l'ho saputo mai!
-</p>
-
-<p>
-La gente, intorno, incominciava a ridere e a
-sogghignare.
-</p>
-
-<p>
-— Allora te lo dico io. I cani celesti non
-vanno per le strade e per le piazze, ma camminano
-fra le colonne dei giornali! Sono i valletti dei <i>tamburieri</i>!
-</p>
-
-<p>
-I giornali?... Le colonne?... I <i>tamburieri</i>?...
-O che farsa era quella?... Il povero Tugnîn scendeva
-da Rocca San Casciano ed era molto montanaro.
-Uno di quei camerieri che si fermano nei
-piccoli caffè delle piccole città di provincia e non
-ne escono più. I paria della classe nobilissima; si
-accontentano del soldino e dicono grazie. Dicono
-anche:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il resto, mancia!
-</p>
-
-<p>
-E sono due ricchissimi soldi. Imbastiscono il
-loro mese disperatamente e vestono con gli scarti
-dei clienti.
-</p>
-
-<p>
-— Non avrebbe mica un vecchio <i>smoken</i>?...
-Un paio di scarpe che non fossero più buone a
-niente?... Un <i>fracco</i>?... Delle camicie, magari
-coi buchi?... Una qualche cravatta?... Un vestito
-<i>felius</i>?<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>.
-</p>
-
-<p>
-E qualche volta compaiono anche col <i>vestito
-felius</i>, orlato da un nastro rossiccio; ma, molto più
-spesso, circolano fra i tavoli degli avventori, in
-<i>smoken</i>.
-</p>
-
-<p>
-Certi <i>smoking</i> tutti patacche e frittelle, simboleggianti
-le costellazioni, da far vergogna all'ultimo
-rigattiere. Ma il loro pubblico li ama così.
-Li vuole così. Se facessero delle eleganze peregrine,
-li sdegnerebbe. Uno <i>smoken</i>, per democratizzarsi,
-deve essere molto sudicio; e allora va
-bene. Le cose nuove putono di borghesia.
-</p>
-
-<p>
-Tugnîn, adunque, rimase là con la sua faccia
-tonda, a guardare il Cavalier Mostardo. Ora deve
-sapersi che questo Tugnîn, nonostante il suo disperato
-mestiere, era uomo di molta quietudine e di
-nobile malinconia. Un figlio del disincanto. E in
-tale disincanto si rifugiava quando non riusciva a
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-penetrare per entro le cose della vita più o meno
-arruffate. Professava, in tali frangenti, il suo supremo
-disinteresse, la sua lontana e tetragona indifferenza.
-Così quando il Cavalier Mostardo che,
-dopo tutto, non si occupava nè poco nè punto di
-lui, ma mirava a farsi avvertire dai due direttori,
-quando reiterò la domanda: — Hai capito, adesso,
-che cos'è un cane celeste? — Tugnîn si strinse
-nelle spalle, atteggiò il viso a una smorfia di umiltà
-estranea e disse: — Non sono cose per me. Io sono
-un pessimista!
-</p>
-
-<p>
-L'improvviso pessimismo di Tugnîn provocò
-l'allegria generale e ormai Ticchi Marmissi e Libero
-Bigatti credevano deviata la manifesta provocazione;
-ma il Cavalier Mostardo non rise, voleva
-attaccare prima di essere attaccato. Nel timore che
-la visita sua al Conventino potesse formare l'oggetto
-di troppo grandi pettegolezzi e maldicenze, voleva
-porre sull'avviso le brigate. Sopra tutto voleva
-intendersela coi due che più temeva, perchè avevano
-in mano la stampa aggressiva, e cioè: Ticchi
-Marmissi e Libero Bigatti.
-</p>
-
-<p>
-Così il nostro Cavaliere non rise, ma quando il
-rumor della baia al modesto Tugnîn, accennò a
-diminuire, levata la voce, e questa volta in tono
-più deciso e robusto, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Il fatto sta che questi cani più o meno
-celesti, e questi rappresentanti della <i>porcinaglia</i>
-mi hanno gonfiato abbastanza!... E potrei scoppiare!...
-E, se io scoppio, quei due signori che
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-prendono il caffè a quel tavolo, possono fare un
-bel volo sulla piazza!...
-</p>
-
-<p>
-Ticchi Marmissi era un uomo simile a una
-larva. Un'ombra d'uomo senza muscolatura. Un
-ammasso di cartilagini e gelatina. Una testa da
-chierico, semicalva, sopra un corpicciuolo ammoscito
-e appenato di dover portare a spasso quella
-testa ideologa. Smunto, scialbo, pieno di tich nervosi,
-era un nobile, se non benigno, animale a
-sangue bianco. Ogni tanto, quando parlava, pareva
-dovesse guizzar via a un tratto, preso dalla furia
-fulminea di uno fra i suoi tich. Era una creatura
-polare; poteva trovarsi altrettanto bene al nord
-quanto al sud. Si attergava alle cose; le prendeva
-dal lato meno pericoloso e appariscente; cercava
-di lasciar un po' dappertutto le sue cacatine, come
-le sorelle mosche. Aveva due occhi tondi i quali,
-per essere vivi solo al lume delle ideologie marmissiane,
-apparivano sempre smarriti, o meravigliati,
-o natanti in un opaco stupore.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto giovane decrepito aveva il suo sesso nel
-suo cervello. Sani impeti e travolgenti strepiti non
-erano affar suo. La sua immoderata ambizione lo
-faceva untuosamente servile ed altezzoso a volta a
-volta. Era sempre una specie di libellula senza le
-ali: una gran testa sopra un tremolante tubo.
-</p>
-
-<p>
-Ticchi Marmissi adunque, all'invettiva del
-Cavalier Mostardo, si sentì basire e, raccolto dal
-divano il floscio cappello, stava per svignarsela
-quando Libero Bigatti lo trattenne:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dove vai?
-</p>
-
-<p>
-— Ho un affare molto urgente!
-</p>
-
-<p>
-— Proprio adesso?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sbrigherai dopo. Dato l'attacco di quel
-bestione, non possiamo farci questa figura da vigliacchi!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che vuoi fare con quello là?
-</p>
-
-<p>
-— Questo è compito mio. Non ti muovere e
-stai a vedere.
-</p>
-
-<p>
-Ticchi Marmissi stette a vedere, ma non conviene
-dire ch'egli fosse soverchiamente divertito
-dalla cosa.
-</p>
-
-<p>
-Ora Libero Bigatti, lo scapigliato, era un
-giovane sui ventinove anni. Non robusto, nè tale da
-potersi azzardare a far fronte al Cavalier Mostardo,
-ma ardito e sfrontato. Egli calcolava sulle virtù
-della sua parola e della sua ironia. Aveva sempre
-preso il colosso nella pania, battendo l'identica
-strada.
-</p>
-
-<p>
-Lo affrontava, armato solamente della sua
-astuta parola e cercava condurlo, così, per sentieri
-difficili lungo i quali lo spingeva verso l'ostacolo
-che lo avrebbe abbattuto. Il giuoco, gli era riuscito
-sempre a meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-Armato di tale convinzione, atteggiato il volto
-ad un sorriso ironico, si levò a mezzo dal rosso divano
-e, appoggiati i gomiti al tavolo, e sportosi
-un poco verso il Cavaliere, disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Siamo noi che abbiamo l'onore di destare
-l'attenzione del nostro Mostardo?...
-</p>
-
-<p>
-— Proprio voi e il vostro compagno! — fece
-il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— E, di grazia, per quale ragione?
-</p>
-
-<p>
-— Volete che mi spieghi con maggior chiarezza?... — e
-il Cavalier Mostardo si levò.
-</p>
-
-<p>
-Ahi, che le cose minacciavano di proceder
-piuttosto buie!
-</p>
-
-<p>
-— Restate comodo, Cavaliere!
-</p>
-
-<p>
-— No, caro signorino! C'è qualche conto da
-regolare, fra me e voi!
-</p>
-
-<p>
-— Quale conto? Volete alludere agli innocui
-fasti del Cane Celeste?
-</p>
-
-<p>
-— Io non so di tanti cani!... Chi ha la lingua,
-la sappia adoperare, e quando non sa adoperarla
-abbia il coraggio di assumere la responsabilità delle
-sue vigliaccherie!... Perchè, vedi, non so chi mi
-tenga, — ed era già a un passo dal tavolo di
-Bigatti e di Marmissi, — non so chi mi tenga dal
-prendere te, l'Apocalisse e questo pretuolo castrato,
-e dal schiantarvi le ossa a tutti quanti!... L'hai
-capita la storia?...
-</p>
-
-<p>
-Il pavido Marmissi la capì subito perchè, raccolta
-la sua modesta penuria, scivolò via come
-l'ombra, buono buono, zitto zitto, piccino piccino.
-Ma Libero Bigatti non poteva ormai più fare altrettanto.
-</p>
-
-<p>
-Tentò un'ultima strada. Restando sempre
-seduto, per dimostrare di non aver paura, disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Spero non vorrete usare della vostra forza
-prepotente contro chi non saprebbe opporvi una
-forza uguale.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi che hai paura?... Lo vedi?... — E,
-rivoltosi al pubblico che non rifiatava: — Eccoli
-qua i Cavalieri dell'Apocalisse!... Abbaiano e
-scappano!... Bella gente!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma, se non mi sbaglio, io non sono scappato
-ancora.
-</p>
-
-<p>
-— Ma ti raccomandi!
-</p>
-
-<p>
-— Non mi sembra!
-</p>
-
-<p>
-— Allora esci di lì e vieni a spiegarti...
-</p>
-
-<p>
-— Non ne vedo il bisogno. Qui si sta benissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi uscire, o no?
-</p>
-
-<p>
-— Non ne sento l'urgenza.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene!
-</p>
-
-<p>
-Mostardo aveva finito di parlare. Ora erano le
-opere che incominciavano. Scostato il pesante tavolo
-si avvicinò a Libero Bigatti, il quale, vistosi ormai
-perduto, si era rannicchiato in fondo al divano.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni fuori!
-</p>
-
-<p>
-— No!
-</p>
-
-<p>
-Allora se lo prese fra le braccia e, come l'altro
-si divincolava disperatamente e tentava morderlo,
-afferratolo per la schiena e per il fondo dei calzoni,
-se lo levò sulla testa e si diresse all'uscita.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno intervenne. Non era prudente. Fu il caso
-che salvò l'anarcoide, perchè, proprio in quel punto
-sopravveniva una comitiva di giovinastri <i>rossi</i>, i
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-quali quella volta non cantavano l'Internazionale,
-ma una canzoncina di occasione che dovevano aver
-composto poco prima. E questa canzoncina diceva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>È la Carlotta, un animal cortese</i></p>
-<p class="i01"><i>che sempre aspetta e sempre aspetterà,</i></p>
-<p class="i01"><i>quando il padrone va dalla francese.</i></p>
-<p class="i01"><i>Ma qualche volta se ne stancherà...</i></p>
-<p class="i01"><i>E trallalèra e trallallà...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Bene!... Oh, santo cacio sui mitici maccheroni!...
-Il Cavalier Mostarde vide, udì. La sua
-centrale vendetta gli veniva incontro.
-</p>
-
-<p>
-Posò Bigatti sul selciato della strada e gli gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Va via!
-</p>
-
-<p>
-Bigatti non si fece ripetere l'avviso. Se ne andò
-ma senza affrettarsi come l'uomo che, disceso da
-una ascensione involontaria, è ancora un po' tonto.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo si precipitò nel Caffè, prese il nerbo
-di bue; uscì. In due balzi fu addosso ai giovinastri,
-i quali, non attendendo il subito impeto, rimasero
-dapprima sconcertati e si sbandarono. E le bastonate
-incominciarono a volare come una fitta gragnuola.
-Mostardo lasciava andare botte alla cieca,
-avventandosi nel folto. Sulle prime, ammaccò
-qualche testa e qualche spalla; ma poi, la cosa,
-non gli continuò tanto facile perchè gli assaliti,
-vistisi in buon numero, si riorganizzarono e, afferrate
-le seggiole del Caffè, si serrarono compatti e assalirono
-a loro volta, menando già alla disperata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-</p>
-
-<p>
-Vetrine, tavoli, seggiole, fanali andarono in
-frantumi, e, per un attimo, il Cavalier Mostardo
-dubitò della sua fortuna. La lotta era impari. Dodici
-erano i <i>rossi</i> ed egli era solo. Ora doveva difendersi
-e non poteva aggredire. Infuriato sempre più
-dal dubbio di essere sopraffatto, teneva testa agli
-assalitori con tale e tanta violenza da renderli pensosi
-sul conto loro perchè ben sapevano che se per
-un attimo solo il Cavalier Mostardo riusciva a riprendere
-la supremazia, essi erano bell'e spacciati.
-E così cercavano di tempestare e di stringere sempre
-più da vicino il fiero avversario, allorchè il Cavaliere
-udì, dietro le spalle, una voce amica:
-</p>
-
-<p>
-— Mmmmo... Mmmostardo, sta fffo-fo... sta
-fffforte che vve... che vvvvengo io!...
-</p>
-
-<p>
-Era Coriolano, il <i>Donzello della Democrazia</i>.
-</p>
-
-<p>
-E Coriolano entrò in lizza, con la sua obesità,
-lanciandosi da destra a sinistra come una palla di
-gomma elastica. Coriolano non combatteva in silenzio,
-ma, atteggiata la faccia ai più fieri spasimi,
-come i guerrieri selvaggi, urlava e combatteva a un
-tempo gli uomini e il cielo, tant'era la girandola
-di bestemmie che lanciava all'aria. Ed ottime e
-risolutive erano le sue intenzioni, povero Coriolano,
-senonchè una seggiolata maligna, che gli
-piovve sulla testa calva, lo mise fuori combattimento.
-Colando sangue si ritirò nel Caffè dove,
-immersa la testa in un catino, continuò a bestemmiare
-per darsi coraggio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nel frattempo però erano corsi al rumore molti
-amici di Mostardo e si eran gettati nell'infuriato
-torneamento. Fra i sopraggiunti erano i due inseparabili,
-e cioè il Moro Fabrizi e il Gobbo Pulizia.
-</p>
-
-<p>
-Il Gobbo Pulizia non poteva molto, ma qualcosa
-volle fare: avventò contro i <i>rossi</i> il suo lercio
-compagno, poi, appostatosi dietro una colonna,
-incominciò a scagliare addosso agli avversari ciò
-che gli capitava sottomano. Così volarono bicchieri,
-bottiglie, tazze, frammenti di seggiole e vai dicendo.
-Faceva quel che poteva, tenuto conto del
-suo incomodo dorsale.
-</p>
-
-<p>
-Ma il molosso sopraggiunse e colui che doveva
-dar termine alla zuffa.
-</p>
-
-<p>
-Veniva via, Bucalosso, per la vastissima piazza
-deserta e piena di sole. Aveva la doppietta sulla
-spalla.
-</p>
-
-<p>
-Procedeva dondolon dondoloni e pareva non avvertisse
-il rumore della gran battaglia che faceva
-accorrere gli scarsi passanti. Non affrettava il passo,
-non alzava la faccia, invermigliata dal caldo. Ogni
-tanto levava una mano ad asciugarsi il sudore che
-gli colava dalla fronte.
-</p>
-
-<p>
-Arrivò così, pien di tranquilla serietà, al Caffè
-dei <i>rossi</i>, e solo quando fu per mettere il piede
-sotto il portico parve avvertisse lo strepito della
-battaglia.
-</p>
-
-<p>
-Allora si fece solecchio di una mano, per
-meglio vedere, e, senza perdere l'abituale calma,
-domandò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ch's'èll tota sta cunfusiôn?</i>... (Che cos'è
-tutta questa confusione?).
-</p>
-
-<p>
-Informato dello stato delle cose, e visto il Cavalier
-Mostardo che perdeva terreno, sempre senza
-scomporsi, si allontanò di un trenta passi dal campo
-della lotta, poi, puntata la doppietta e prese di
-mira le gambe dei rissanti, lasciò andare due solenni
-schioppettate a pallettoni.
-</p>
-
-<p>
-Ne seguì un coro di urla e di strilli; si vide
-gente spiccar salti prodigiosi poi, in men che non
-si dica, avvenne una fuga generale.
-</p>
-
-<p>
-In quel punto sopravveniva di gran corsa l'onorevole,
-il quale, veduto Bucalosso che soffiava
-tranquillamente nelle canne della sua doppietta, gli
-si accostò di un balzo e gli chiese, trafelato:
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cosa avete fatto?... Che cosa avete
-fatto?...
-</p>
-
-<p>
-Alle quali affannate parole il nostro leone levò
-pacatamente la faccia e rispose col suo più bel
-sorriso:
-</p>
-
-<p>
-— <i>A j'ho jatt par scumpartii!</i>... (L'ho fatto
-per dividerli!...).
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-L'onorevole si trascinò via il Cavalier Mostardo,
-Coriolano e il Moro Fabrizi. Questi tre
-erano piuttosto malconci.
-</p>
-
-<p>
-— Sssss... sssi! — disse Coriolano — Mmmmm...
-mo-mo... mmmo le hanno ppppp...
-le hanno ppppre-pre... le hanno prese loro!...
-</p>
-
-<p>
-— Bel conforto! — mormorò l'onorevole.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-</p>
-
-<p>
-— In quanto a questo ce ne sono quattro che
-dovranno andare all'ospedale! — soggiunse Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— A Pigrènd la testa glie l'ho rotta io! — disse
-il Moro Fabrizi.
-</p>
-
-<p>
-E Coriolano:
-</p>
-
-<p>
-— E a Pppppph... a Ppppu-pu... a Pulìno...
-chhh... chhhhh... chi glie lo dà... il ddddd... il
-dddi-di... il ddito che gli ho mangiato?...
-</p>
-
-<p>
-Frattanto, sgombro il campo dai rissanti, sopraggiunse
-la pubblica forza. Allora anche gli
-ultimi curiosi si sbandarono prudentemente e, fra
-i rottami, non rimasero che Tugnîn e l'Uomo
-Pacato.
-</p>
-
-<p>
-Dell'Uomo Pacato si nasconde il nome, per
-non turbare, col benchè minimo rumore, i raccolti
-silenzi di questo antico goditor della carne, abbandonato
-ora, poi che, nel suo primo autunno, la vita
-gli ritorna in cenere, a interminabili meditazioni
-fra gli orti e i giardini della sua rossa Tebaide.
-</p>
-
-<p>
-Alle domande investigative della pubblica
-forza, Tugnîn si strinse fra le spalle e rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho visto niente. Queste cose non
-mi interessano. Sono un pessimista!
-</p>
-
-<p>
-Ma l'Uomo Pacato parlò e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Signori miei, anche se i mattoni favellassero,
-e le pietre, voi non avreste il potere di risolver
-la contesa. Non vogliate ingiustamente accusare
-l'omertà romagnola. Queste cose si compiono, fra
-di noi, da duemila anni e più. E sempre ce ne siamo
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-trovati bene, se pure non abbiamo saputo cogliere il
-saggio insegnamento che poteva derivarcene. Io non
-sono un lusingatore di plebi e potete ascoltarmi. Mi
-chiamano l'Uomo pacato. Dopo una consumata vita
-per tutte le Corti e i Piaceri e le moderne Magnificenze
-sono ritornato al silenzio dei miei primi giorni.
-Non ho parte; o meglio non ho se non quella parte
-che ridonda in maggior e prodigo amore al mio
-popolo. Potete ascoltarmi. Ciò che qui si è consumato,
-non ha tragica importanza. È il frutto del
-luogo. La terra dei cocomerai si inebbria di ogni
-cosa rossa: così di una bandiera, come di un'idea
-e del suo sangue. Chi vorreste punire?... La legge
-non può aver luogo! Non può aver luogo se non a
-patto di deformarsi e di lasciar le cose come stanno
-e come sempre sono state. Qui si è combattuto;
-si vede. Prendete atto dell'avvenimento e non
-cercate di più. Il Governo della Pubblica Cosa
-ci venga incontro per altre strade. Noi anche possiamo
-amare esasperatamente, come esageratamente
-odiamo per aver dimenticata, in tal modo, l'immensa
-vanità che non ha più Dio. Anche fra questi
-rottami Iddio è morto; ma, se rinascesse, in Suo
-nome, noi, per esser fedeli all'eredità di cui Egli
-ci volle contrassegnati, spargeremmo il campo di
-rottami diversi e a Lui vorremmo consacrato il bello
-e folgorante vermiglio del nostro sangue che fiotta.
-La Politica è una contingenza, Signori miei. Ma,
-domani, chi sa di qual nome vorrà fregiarsi la
-nostra incorruttibile battaglia?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-</p>
-
-<p>
-E l'Uomo Pacato finì di parlare, e, sempre
-sorridendo ai bracchi governativi, riprese la sua
-strada nel gran sole dell'estate.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap11">CAPITOLO XI.
-<span class="smaller"><i>Qui si fa cenno della Città del Capricorno, de'
-suoi abitanti, delle sue classi e categorie, del
-come e del perchè ivi venisse covato l'uovo
-gallato della Democrazia e di altre cose notevoli,
-insigni ed ammirabilissime.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-A mezzogiorno, il Cavaliere vide il Trancia
-e Giovannone. Si chiusero in camera segretissimamente.
-</p>
-
-<p>
-— Ora mi renderete conto di quello che avete
-fatto!
-</p>
-
-<p>
-— Dovrete ringraziarci! — rispose Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-— Prima di ringraziarti, di' un po': sei informato
-di quanto è accaduto?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa è stato? — fece il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— Come?... non lo sapete neppure?
-</p>
-
-<p>
-I due si guardarono negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Volete parlare della marchesa?
-</p>
-
-<p>
-— E di chi, allora?... Della signora Zabetta?...
-</p>
-
-<p>
-— Bene — domandò il Trancia: — che cos'è
-capitato alla marchesa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mostardo balzò sulla poltrona.
-</p>
-
-<p>
-— Una nespola!... Ma niente!... È andata
-a passar le acque per rinfrescarsi!...
-</p>
-
-<p>
-— Vi sbagliate — disse Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-— Come, mi sbaglio?...
-</p>
-
-<p>
-— La marchesa non è alle acque.
-</p>
-
-<p>
-— E dov'è, allora?
-</p>
-
-<p>
-— È in campagna.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-Il Trancia e Giovannone dissero ad una voce:
-</p>
-
-<p>
-— Glie l'abbiamo mandata noi!
-</p>
-
-<p>
-Allora il Cavaliere appoggiò le mani ai bracciuoli
-della poltrona; spalancò due occhi come due
-palle da cannone; si sporse e fece:
-</p>
-
-<p>
-— Voooooi?...
-</p>
-
-<p>
-— State a sentire — disse il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo stette a sentire. Le sopracciglia inarcate;
-un baffo in giù e l'altro in su; i capelli
-arruffati; strappate le vesti; insanguinata la camicia;
-piena di cerotti la testa; una mano nascosta
-dalle bende; livido e tumefatto. Ma era contento
-perchè sapeva di aver rotto qualche braccio e qualche
-gamba, sapeva di aver cambiato i connotati a qualcuno:
-di aver soppresso il naso a Tizio; di aver riformata
-una mascella a Caio ed altre coserelle del genere.
-Era stato sempre lui, anche solo, contro dodici
-<i>versipelle</i>!... L'uomo che si deve guardare
-da lontano!... Questo aveva fatto osservare anche
-all'onorevole, il quale, d'altra parte, non aveva
-trovato che parole di elogio e di compiacenza per
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-ciò che riguardava l'opera e il comportamento del
-Gran Mostardo... Solo Bucalosso... Ah, quel Bucalosso,
-con la sua testa da cioccolatino!... Ma
-perchè non era nato bue? Come tale avrebbe trovato
-un posto convenientissimo nella società; ma come
-uomo?...
-</p>
-
-<p>
-— Be'... racconta e fa presto!
-</p>
-
-<p>
-Allora il Trancia disse, mentre Giovannone
-veniva man mano sorridendo di compiacenza:
-</p>
-
-<p>
-— Tutti sanno che voi siete stato a far visita
-alla marchesa; che la francese è venuta qui...
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa c'entra la francese?
-</p>
-
-<p>
-— Dicono sia la vostra amante.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-— Lo dicono.
-</p>
-
-<p>
-— La francese è una donna onesta!
-</p>
-
-<p>
-— Be', la gente dice questo. Allora i <i>rossi</i>,
-dopo il fatto Borgnini, l'avevano pensata bella!
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa avevano pensato?
-</p>
-
-<p>
-— Vi volevano far rubare la marchesa.
-</p>
-
-<p>
-— A me?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, a voi.
-</p>
-
-<p>
-— E per che farne?
-</p>
-
-<p>
-— Per un ricatto, e sono venuti ad offrirci un
-buono da mille.
-</p>
-
-<p>
-— E voi l'avete preso?
-</p>
-
-<p>
-— State a sentire! Dunque noi andavamo
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-in un'osteria, e in questa osteria ci venivano tre
-uomini che stavano sempre insieme a un tavolo; e
-ci guardavano, ci guardavano! Una volta dico a
-Giovannone: — Quelli là vogliono sentire il sapore
-delle nostre mani!... Dì che non la smettano e
-vedrai!... — E una notte che ci venivan dietro, mi
-fermo, deciso a tutto e domando: — Be'... avete
-niente da spartire con noi?... — Allora uno si fa
-avanti e dice: — C'è un bono da mille per te e per
-il tuo compagno. — Insomma, per farvela corta, ci
-dissero quello che ormai sapete. Noi, sulle prime,
-facciamo gli sdegnati, poi accettiamo. Allora i
-compari cominciano a dire: — Voi dovete fare
-così e così... — Un momento! — rispondo io. — Volete
-che la marchesa sia rubata?... — Sì!... — Va
-bene. E noi la ruberemo, ma vogliamo
-pensarci da soli. — Sì, dicon loro, ma chi ci
-assicura che non intaschiate i soldi e non ne facciate
-niente?... — Giusta! — rispondo. — Vuol dire
-che, quando la ruberemo, sarete con noi. Va
-bene?... — Rimanemmo d'accordo. Bisognava
-rubarla...
-</p>
-
-<p>
-— E allora?
-</p>
-
-<p>
-— Allora io domando di parlare alla marchesa
-e le spiffero tutto. Se non è morta ci è
-mancato poco! Le aveva preso un convulso che le
-ballavano perfino le sopracciglia! Un bel fatto!... — Non
-abbia paura — le dico — noi siamo qua
-per la sua salute!... — Io avevo già adocchiato
-la Spingarda.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quale Spingarda?...
-</p>
-
-<p>
-— La cameriera. Ha, press'a poco, l'età
-della marchesa e, anche lei, è un bel spaventa
-passeri! Dico alla marchesa il mio piano... Così
-e così!... Chiamiamo la Spingarda. Arriva con
-una faccia da allocco che pareva piovuta dal cielo. — Tu
-devi venire con noi e devi fare quello che ti
-diremo!... — O non si mette a piangere?... Sicuro!
-Si mette a piangere che pareva una fontana! — Ma
-va là, che nessuno ti tocca!... Chi
-vuoi che ti tocchi?... Non ti guardi nello specchio?...
-Non siam mica bestie!... — Ma dovete
-sapere che la Spingarda è una <i>Figlia di Maria</i> e
-le <i>Figlie di Maria</i> hanno giurato di ritornare in
-Paradiso con tutte le loro cose, senza averle adoperate
-mai. La marchesa incomincia a parlarle.
-Dice: — Questi sono galantuomini. Quando te lo
-dico io!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo scoppiò a ridere e rise
-anche il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— Basta: riuscimmo a convincerla. Adesso,
-per capir bene, dovete sapere che la marchesa tutte
-le sere, all'<i>Ora di notte</i>, esce di casa e non so
-dove vada. La gente dice che va a fare all'amore.
-Se ne son viste anche delle peggio!... Io dico ai
-miei uomini: — Domani sera la marchesa uscirà
-alla tale ora... passerà da questa strada dove non
-c'è mai nessuno e neppure un fanale. Noi l'aspetteremo
-e la porteremo via. — Accettato. E, la sera
-dopo, la Spingarda si veste coi panni della padrona.
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-Ha l'ordine di non parlale, ma solamente di piangere.
-Arriva, la prendiamo... piange... Il colpo
-è fatto!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non l'hanno riconosciuta?
-</p>
-
-<p>
-— No. Aveva, sulla faccia, una benda nera.
-</p>
-
-<p>
-— E dove l'avete portata?
-</p>
-
-<p>
-— In una villa, sopra Dovadola. Lassù non
-vanno a trovarla, no!
-</p>
-
-<p>
-— Ma a chi l'avete lasciata?
-</p>
-
-<p>
-— Ai contadini.
-</p>
-
-<p>
-— E i <i>rossi</i> sono convinti che sia la marchesa
-Alerami?
-</p>
-
-<p>
-— Convintissimi!
-</p>
-
-<p>
-— Bene!... E avranno avvertito il clero!
-</p>
-
-<p>
-— Li sentirete, domani, i preti!
-</p>
-
-<p>
-— Naturalmente me la sono rubata io, la bella
-fragola!...
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, voi! Per un ricatto.
-</p>
-
-<p>
-— Bell'ingegno!... E chi vuoi che lo
-creda?...
-</p>
-
-<p>
-— Caro Mostardo, vi vogliono buttar giù, vi
-vogliono!... E tutti i mezzi son buoni.
-</p>
-
-<p>
-— Staremo a vedere. Per ora vi ringrazio.
-Avete agito da galantuomini. Sarete contenti di
-me. Bisognerà che la marchesa rimanga ben nascosta,
-fino a quando non le diremo di venir fuori.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, non si muoverà! — disse Giovannone. — Ha
-troppa paura.
-</p>
-
-<p>
-— Ma bisogna avvertirla.
-</p>
-
-<p>
-— L'abbiamo fatto — soggiunse il Trancia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Benone.
-</p>
-
-<p>
-Poi si separarono e tutti erano contenti; ma il
-Cavalier Mostardo vedeva il cielo del suo trionfo.
-</p>
-
-<p>
-Quando fu solo scrisse:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Cara Mignon del mio cuore</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>Occhio per occhio e dente per dente! Questa
-notte tu mi hai aperta la strada del Paradiso!
-Grazie! Grazie! Sono contento come una Pasqua.
-Mi hai dato una bella soddisfazione, per Bios!
-E io ti ho trovata la marchesa. Sì, te l'ho trovata
-con tutti i suoi ammenicoli sana e salva. Sono
-bravo? Ma bisogna che rimanga dov'è. Ti dirò
-poi a voce.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>A morte i TAMBURIERI!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Tu sei la mia COCCA! Allegri, Mignon!
-Non aver paura di niente. Io sono un galantuomo
-e so tener l'acqua in bocca! Fra noi non c'è stato
-niente. Se qualcuno parla, lo ammazzo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ah, quel letto di Napoleone! Quel letto di Napoleone!...</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Rimase così, con la penna a mezz'aria, e
-guardava il soffitto. Cercava un'idea discreta per
-dir tutto e per non passare al di là. Però Napoleone
-lo disorientava un poco. Come avrebbe finito? Si
-prese la fronte fra le mani: ponzò, riflettè, rincorse
-l'idea. Ecco:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<i>... L'avevano fatto per le vittorie...</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-</p>
-
-<p>
-Chi?... Ma il letto, evidentemente! E dopo?
-Forse bisognava parlar di battaglia. Ma non sarebbe
-stato troppo? E allora? Scartata la battaglia,
-che cosa rimaneva per arrivare alla vittoria?...
-E cancellare non voleva! Incominciò ad
-aver molto caldo. Rilesse:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, quel letto di Napoleone! Quel letto
-di Napoleone! L'avevano fatto per le vittorie...
-Già!... L'a-ve-va-no fat-to per le vit-to-rie...
-</p>
-
-<p>
-Gli venne in mente, guardando intorno, la
-bandiera. Bene. Ecco l'idea:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<i>... e noi ci siamo passati con la bandiera rossa
-del nostro amore! Evviva la Repubblica!</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<i>Il tuo</i>: <span class="smcap">Gianni</span>.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Chiuse la busta; scrisse l'indirizzo; ma da
-chi avrebbe mandato la lettera, per non compromettere
-Mignon? Non restava che impostarla. Già!
-Ma a lui premeva di far saper subito alla sua bella
-come stavano le cose.
-</p>
-
-<p>
-Allora Rigaglia?... Benissimo!... E per spedirlo
-al Conventino?
-</p>
-
-<p>
-La sua faccia si rabbuiò.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, povera Carlotta!...
-</p>
-
-<p>
-Quello anche era un dramma della sua vita.
-Non per il valore, ma per la bestia. Proprio per
-lei, povera Carlotta, che era tanto affezionata!
-Tale e quale alla Carlotta del <i>Werther</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-</p>
-
-<p>
-Be', avrebbe preso un asino a nolo e avrebbe
-mandato Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Suonò. Ecco il domestico nemico.
-</p>
-
-<p>
-<i>Tok-tok... tok-tok... tok-tok...</i>
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia entrò. Stette a sentire tutto quanto gli
-disse il suo padrone. Aveva capito benissimo. Ora
-stava per andarsene quando si sentì richiamare.
-</p>
-
-<p>
-— Rigaglia?
-</p>
-
-<p>
-— Eh?...
-</p>
-
-<p>
-— Vieni qui.
-</p>
-
-<p>
-Tornò indietro.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete?
-</p>
-
-<p>
-— Mettiti a sedere su quella seggiola.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia guardò la seggiola, guardò Mostardo.
-Non capiva niente. Domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Ti ho detto di metterti a sedere su quella
-seggiola!
-</p>
-
-<p>
-La faccia del colosso era molto nera.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia ubbidì senza distaccare gli occhi dalla
-faccia del padrone. E lo vide levarsi... e lo vide
-andargli vicino... e non ne fu molto rincorato.
-</p>
-
-<p>
-— Togliti le scarpe!
-</p>
-
-<p>
-Che cosa?... E perchè doveva togliersi le
-scarpe?... Il povero Rigaglia guardò i suoi scarponi,
-guardò il Cavalier Mostardo e domandò
-ancora:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Ti ho detto di toglierti le scarpe!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-</p>
-
-<p>
-Bisognava ubbidire. Si chinò a fatica; incominciò
-a sciogliere i lacci.
-</p>
-
-<p>
-— Fa presto!
-</p>
-
-<p>
-— Sono dure...
-</p>
-
-<p>
-Oh Dio che non volevano venire! Finalmente
-riuscì a toglierne una e ristette pien di fatica.
-</p>
-
-<p>
-— Anche l'altra! Presto, chè non ho tempo
-da perdere.
-</p>
-
-<p>
-Domandò ancora; ma con un filo di voce quasi
-sentimentale:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-Ma si era già inchinato ad ubbidire. Riuscì a
-sradicare dagli enormi piedi anche la seconda e la
-posò accuratamente vicino alla prima. E adesso?...
-Purtroppo non tardò a capire.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si chinò, raccolse le
-scarpe di Rigaglia e prese risolutamente la via
-della finestra.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa fate?
-</p>
-
-<p>
-Ma le adorate scarpe eran già volate nella
-concimaia.
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo si voltò, con la sua faccia
-burbera, e disse a Rigaglia:
-</p>
-
-<p>
-— Così imparerai ad ubbidirmi!... Quante
-volte te lo dovevo dire che, in casa mia, non
-voglio vedere gli scarponi coi chiodi?... Adesso
-basta e va dove ti ho detto.
-</p>
-
-<p>
-E il povero Rigaglia fu costretto ad andarsene
-in pedùli, senza neppure poter rifiatare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E mangiare?
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia era partito. Eran quasi le due del
-pomeriggio.
-</p>
-
-<p>
-— Andrò da Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-Gli ritornò una sconfinata allegria. Si guardò
-nello specchio. Le ammaccature e le bozze e i
-lividori e i gonfioni non gli deturpavano la faccia.
-Anzi gli sembrava di essere più piacente.
-</p>
-
-<p>
-Chissà che cosa avrebbe detto la sua bambina!
-Ma ci era abituata. E Spina Rosa?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Jòso, la mi Madona!...</i> (Gesù, Madonna
-mia!).
-</p>
-
-<p>
-— Non fate la sciocca. Sono cose che capitano
-a chi non sta sempre intorno ai fornelli e per
-le chiese!
-</p>
-
-<p>
-Ma, quel giorno, il centro del suo mondo era
-Mignon. Ne era ebbro. Se la sentiva ritornare come
-un profumo che dà le vertigini. E, come gli toccava
-sempre, quando era al colmo della contentezza,
-dovette cantare.
-</p>
-
-<p>
-Incominciò, mentre si aggiustava la cravatta
-innanzi allo specchio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Non conooosc'... iiiil... beel suooooool...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-La sua voce si liquefaceva, per la gran dolcezza,
-sull'ultima <i>o</i>.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>... che di porpooooor'è... il cieeeeeeeel?...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quando cantava, non badava più nè alla grammatica,
-nè al senso, nè a niente. Era l'aria!... Era
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-il motivo musicale che l'occupava, la gran tenerezza
-della voce.
-</p>
-
-<p>
-Aveva scelto un'aria della <i>Mignon</i>. Sfido!
-Tutto il mondo era Mignon.
-</p>
-
-<p>
-Ora girava per la stanza non rammentando che
-cosa dovesse fare; ma continuava sempre più intenerendosi;
-(e aveva una bella voce, l'assassino!..).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>... dov'il miiiirt'eeee.... l'alooooooor...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ci metteva una sola <i>elle</i>, ma il sentimento era
-lo stesso. <i>Alloro</i> o <i>aloro</i> che cosa importava?...
-Era quel gran cane del cuore che andava incontro
-al Paradiso!
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">... <i>fann' un beel... cespiceeeeeel...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il <i>cespicello</i> del mirto e dell'alloro (Mostardo
-pronunziava <i>aloro</i>), era una sua invenzione. Non
-rammentando il verso originale ne sostituiva uno
-purchessia. Ora arrivava il gonfiore armonico!
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>La — giùuuuuuuu...</i></p>
-<p class="i01"><i>... uuuuuuuuuuu...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E si fermò per regalare tutta l'aria che aveva
-nei polmoni a quell'<i>u</i>.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Vor-rei ri-tor-naaaaa... aare...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Riprese fiato.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>A — maaaaaaar'-eee-moriiii-iii-iiir...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Per Bios, che roba!
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Lag — giùuuuuuuuuu... Vor-rei</i></p>
-<p class="i03"> <i>ri-tor-naaa... aaaareeeee...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-</p>
-
-<p>
-Alzò gli occhi al cielo turchino.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>A — maaaaaaaaaaaaaaaaaaar</i>...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma che cos'era, dunque, che saliva, con la
-sua voce, più su della cima del campanile?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>eeeeeeeeee</i>...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ecco lo spasimo, l'amore, l'elevazione, il
-sublime, nello spegnimento, nella nota esigua, trasparente,
-quasi impercettibile come il filo del ragno,
-salvi i diversi orifici. Ecco...
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">... <i>eeeeeeeeeeeeeeeee</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-— punto e virgola&nbsp;—
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">... <i>moooo — riiiiiiiiiiiiiiiiiir!</i>...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E avvenne ch'egli si trovasse, proprio agli
-angoli degli occhi, due vergognosi lacrimoni i quali
-ruzzolaron via presto presto per non farsi scorgere.
-</p>
-
-<p>
-Ripetette mentalmente, e l'onda del suono lo
-teneva tuttavia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Amar e morir!</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma sicuro, morire! Quand'un uomo ha dormito
-in un letto di Napoleone, può ben morire!
-E Mignon gli si addolciva come una creatura intravista
-attraverso gli inganni, le lusinghe, le seduzioni,
-le illusioni dell'arte e del teatro; e il povero
-Mostardo ne sarebbe morto. Aveva raccolto tanto
-miele che sarebbe morto senza profferire parola.
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-C'era un mare e ci si buttava dentro. Ci buttava
-il cuore e l'animaccia entusiasta.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Canta sirena...</i></p>
-<p class="i03"> <i>la luna è piena...</i></p>
-<p class="i05"> <i>Elèna... Elèna...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Egli era un gran frequentatore di teatri; ma
-gli piaceva l'opera. L'opera, il canto. Allora gli
-si aprivan le porte del paradiso. Ne' suoi bei venti
-anni, con diciotto o venti soldi in tasca, d'inverno,
-e la neve riempiva le strade, e il freddo si faceva
-sempre più cane, con dieciotto o venti soldi in
-tasca, quando c'era l'opera a Ravenna, o a Imola,
-o a Cesena, o a Lugo, se ne andava a piedi,
-coperto solo dalla sua giovinezza, e percorreva
-trenta e quaranta chilometri per trovarsi alla porta
-del teatro al cominciare dello spettacolo. Saliva
-allora, dissanguandosi per pagare il biglietto d'ingresso,
-in un angolo del loggione, e, una volta
-lassù, appoggiato al parapetto, gli occhi larghi e
-la faccia estatica, dimenticava la fatica, la stanchezza,
-il freddo e la fame. Se c'era uno spettatore
-che si facesse portar via tutto quanto dall'arte dei
-suoni e dalla finzione scenica, questo spettatore era
-lui. Se c'era un cuore che dimenticasse tutto il
-resto del mondo per abbandonarsi alla suggestione
-e all'entusiasmo, questo cuore era il suo. E si sbracciava,
-e strepitava e berciava come un ossesso.
-</p>
-
-<p>
-— Bene!... Brava!... Bis... biiis... biiiiis!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-</p>
-
-<p>
-Aveva una voce che avrebbe riempito venti
-teatri. Lo prendevano per un <i>capo-claque</i> e non
-era che un povero diavolo innamorato. Con tutta
-la sua miseria si trovava più ricco di un Creso,
-in quelle sere. Allora, per una prima donna o per
-un tenore, avrebbe fatto tranquillamente le coltellate.
-Non già che le prime donne o i tenori lo
-commovessero come tali; no, non si trattava di
-questo. Per lui, i celebri canterini, avevano la
-virtù di continuare a vivere sotto la veste di una
-<i>Aida</i>, di un <i>Trovatore</i>, di una <i>Traviata</i>; e non
-avrebbe saputo concepirli diversamente. Li amava
-sotto la specie degli eroi da ribalta, perchè dalla
-ribalta la sua esuberante giovinezza traeva il principale,
-se non il solo alimento agli entusiasmi.
-</p>
-
-<p>
-A spettacolo compiuto, rieccolo in via. Il
-freddo era più cane, la neve era più alta. Certe nottate
-in cui morivan di freddo anche le stelle. Aveva
-un cencio di <i>capparella</i>, ma non se ne serviva. Portava
-con sè il fuoco dell'arte. E, non appena fuori
-dalla città, in aperta campagna, sotto la furia dei
-gelidi venti, eccolo a cantare a tutti polmoni. Si
-<i>portava via</i>, a volta a volta, quasi tutta un'opera.
-Aveva un orecchio maestro.
-</p>
-
-<p>
-<i>E cammina che te cammina; e canta che te
-canta</i>, le nottate eran ben lunghe, ma l'alba arrivava.
-Arrivava l'alba e, l'allora Casadei Giovanni
-detto <i>e' Sparsiôn</i>, era ancora per strada.
-Ma la Città del Capricorno non era lontana. Vi
-arrivava a giorno fatto, senza più un soldo in saccoccia,
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-con sessanta o ottanta chilometri sul groppone,
-con una fame diabolica e doveva andare a
-bottega. Andava a bottega, ma pestava le droghe
-cantando e sognando di essere Radames.
-</p>
-
-<p>
-Così aveva incominciato la carriera questo
-grande cuore, questo ultimo idealista, questo genuino
-romantico, il quale aveva trovato poi tanto
-spazio alle sue generose strampalerie, alla sua bontà
-che era schietta ed ignuda; ignuda e indifesa, di
-fronte al sordido egoismo e alla miseria bruta dei
-sopravvenienti.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il Caffè del Gatto Bianco.
-</p>
-
-<p>
-Un ritrovo di begli ingegni appartenenti alla
-più lanciata e cosciente Democrazia, e ad altre
-fedi e catechismi.
-</p>
-
-<p>
-Faceva caldo. Sui ciottoli della piazza erano
-distesi molti tavoli, innanzi alla bella insegna del
-Caffè del Gatto Bianco. Un cameriere nerovestito,
-una sudicissima salvietta sotto il braccio, gironzolava
-fra i tavoli, un po' scacciando le mosche, un po'
-ascoltando e compiacendosi delle belle parlate degli
-avventori.
-</p>
-
-<p>
-C'erano molte mosche. Questo cameriere aveva
-molto da fare. Si chiamava Girolamo; in romagnolo
-Zìrolum. Zìrolum esercitava una specie di
-controllo su quanto dicevano gli avventori del Caffè
-del Gatto Bianco e, se una cosa non gli andava a
-genio, non si peritava di entrare in discussione e di
-dar torto marcio e di trattar male colui che l'aveva
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-manifestata. Zìrolum si dava molta importanza.
-Aveva veduto Garibaldi. Era un uomo con una
-fitta chioma bianca e ricciuta. Non si era addattato
-allo <i>smoking</i> perchè i suoi principii non glie lo
-consentivano; vestiva di nero, ma per principio, per
-una manifestazione simbolica: portava il lutto della
-fallita congiura di Castrocaro:
-</p>
-
-<p>
-— ... quando non si volle la Repubblica e
-si mantenne l'Italia in questo stato cadaverico...
-</p>
-
-<p>
-Zìrolum, per sua disgrazia, si chiamava anche
-Savoia. Girolamo Savoia. Il cognome non è infrequente
-in Romagna. Di ciò si valevano gli avversari
-suoi, per fargli dispetto. I quali avversari andavano
-a prender una bibita al Caffè del Gatto Bianco e,
-quando compariva Zìrolum, esclamavano:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco un Savoia!
-</p>
-
-<p>
-Alla quale esclamazione, altamente incanendosi,
-il nostro Zìrolum, rispondeva:
-</p>
-
-<p>
-— Vorrei che tutti fossero Savoia come me
-e così <i>smonarchizzati</i>!
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno Zìrolum si fermava più di frequente
-ai tavoli ad ascoltare le calorosissime discussioni
-e più di frequente interveniva a dar torto ai
-suoi avventori.
-</p>
-
-<p>
-All'ultimo dei quali, a un certo Cleto Bonavia,
-pescivendolo, aveva detto, per troncar corto:
-</p>
-
-<p>
-— Voi siete un somaro!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Cleto, candidato al Consiglio Comunale,
-gli aveva risposto che il somaro era lui e si
-eran chetati su tale assioma.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-</p>
-
-<p>
-Però faceva troppo caldo e c'eran troppe
-mosche.
-</p>
-
-<p>
-Zìrolum si asciugava il sudore.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, miseria del proletariato!
-</p>
-
-<p>
-Si asciugava il sudore perchè c'erano molte
-mosche e bisognava correre da un tavolo all'altro
-a scacciarle e bisognava altresì ascoltare che cosa
-dicevano i clienti e intervenire nelle conversazioni.
-</p>
-
-<p>
-— Il mio è un mestiere cane!
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Si suda una camicia e se ne sudan cento;</i></p>
-<p class="i01"><i>poi vai a letto e non sei mai contento!</i>...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Zìrolum era poeta. Era nato con questo estro
-cane! Aveva anche scritto un poema che aveva
-sempre a portata di mano: <i>La Mazzineide</i>.
-</p>
-
-<p>
-— È il frutto delle mie prigioni. Io sono stato
-un perseguitato politico più del nostro Maroncelli
-e del molto reputato Silvio Pellico. Il Pellico
-scrisse le memorie delle sue carceri; io innalzai
-l'anima a Mazzini e mi venne fuori questa <i>Mazzineide</i>.
-L'ho riscritta tre volte. Per due volte la
-finii e i miei aguzzini me la portaron via e la misero
-al forno. Alla terza volta la scrissi col sangue su
-qualche lembo della mia camicia. Mi ricordo sempre
-che, arrivato al verso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Così Mazzin, da fiera mole assalso</i>...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-— Ma si dice: assalito!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non importa. Questa è una licenza poetica:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Così Mazzin, da fiera mole assalso;</i></p>
-<p class="i01"><i>Visto che nulla aveva di sè prevalso</i>...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-arrivato a questo verso, non avendo più niente da
-scrivere, dovetti adoperare il rovescio delle mie
-scarpe, sulle quali, con una scrittura minuscolissima,
-finii l'opera. Sono cinquemilaseicentoventidue
-versi, senza i titoli.
-</p>
-
-<p>
-La Città del Capricorno conosceva la <i>Mazzineide</i>,
-se pur non si gloriava del poeta.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Nemo propheta</i> (Zìrolum pronunziava propeta)
-<i>in patria!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè dici <i>propeta</i>?
-</p>
-
-<p>
-— Bella sboccia!... Perchè è latino!
-</p>
-
-<p>
-— Ma in latino si dice profeta.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!... Credi che non sappia leggere?
-L'avrò letto venti volte. C'è un bellissimo <i>pi</i>, con
-un'<i>acca</i> che non vuol dir niente. I latini avevano
-un'altra pronunzia.
-</p>
-
-<p>
-Zìrolum aveva sempre ragione. Del resto, nel
-corso della sua vita inconcludente e sbalestrata,
-aveva veduto Garibaldi e ciò gli conferiva una bella
-autorità.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei un pitecantropo! — gli diceva Libero
-Bigatti.
-</p>
-
-<p>
-— Siamo stati tutti <i>pichetantropi</i>, caro mio,
-alla nostra stagione! Credete davvero che non sappia
-che l'uomo discende dalla scimmia.
-</p>
-
-<p>
-— E come lo sai?... Chi te l'ha detto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La scienza.
-</p>
-
-<p>
-— Quale scienza?
-</p>
-
-<p>
-— Se volete scherzare è un'altra cosa.
-</p>
-
-<p>
-— No, volevo saperlo, perchè a me non è
-venuto a dirlo nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!... Verranno a dirlo a voi. Ma
-chi credete di essere?...
-</p>
-
-<p>
-Bigatti rideva. Zìrolum si asciugava il sudore,
-allontanandosi e brontolava.
-</p>
-
-<p>
-— Vorrebbero conculcare anche il libero pensiero!
-Codini! Se servo il pubblico ho avuto anche
-tempo per coltivare il mio ingegno. Io sono autodidatta.
-</p>
-
-<p>
-Intorno ridevano. Zìrolum non rispondeva più.
-Gridava verso l'interno del Caffè:
-</p>
-
-<p>
-— Un bianco per il signor Calendoli!
-</p>
-
-<p>
-Poi, tergendosi la fronte:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, miseria del proletariato!...
-</p>
-
-<p>
-C'era un grande baccano, intorno, e i tavoli
-erano affollati.
-</p>
-
-<p>
-Il sole era disceso dietro il palazzo del Comune.
-Molti crocchi si formavano qua e là per la piazza.
-</p>
-
-<p>
-Ora il povero Zìrolum doveva tener d'occhio
-più particolarmente i due tavoli degli <i>Agrari</i> dai
-quali gli era arrivata per due volte la frase tipica:
-«<i>Socialistaglia luzzattiana</i>...». — Ma come contenersi?...
-Inveire non poteva perchè ormai gli
-<i>Agrari</i> se la intendevano coi <i>gialli</i>; inoltre egli
-era sempre stato, avversissimo al <i>blocco</i>; ma gli
-<i>Agrari</i> rappresentavano troppo sfacciatamente la borghesia,
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-vittima proletaria, non poteva davvero aver
-simpatia per coloro che lo avevano preso, dopo la
-innocua spedizione di Monte Sassone, e, con una
-scusa qualsiasi, lo avevano ammanettato e chiuso nel
-fondo di una buia carcere per anni ed anni. Così
-cercava di ascoltare alla larga, senza compromettersi.
-</p>
-
-<p>
-Ora parlava, fra gli <i>Agrari</i>, l'avvocato Paolo
-Derni, un riccone sfondato, con una faccia da cuor
-contento che faceva dispetto a vederla. Una vera
-mostra di boni da mille!... Si leggeva la ricchezza
-in quelle guancie rotonde, in quella tranquillità patriarcale
-che non si commoveva mai. Si vedeva un
-uomo che sapeva sempre dove mettere i piedi. Aveva
-la terra ferma, sotto. Non si era alzato mai, nel
-corso della sua vita, con la buia pena di non saper
-come mettere d'accordo il venerdì col sabato.
-</p>
-
-<p>
-— E domani come si mangerà?
-</p>
-
-<p>
-Aveva avuto sempre le stie piene di capponi; le
-cantine ricche di vini e grano nelle soffitte e nelle
-fosse, e i più bravi cuochi, e le donne più belle, e
-le centinaia di migliaia alle Banche.
-</p>
-
-<p>
-— Porca miseria!...
-</p>
-
-<p>
-Savoia Girolamo, e con lui la moltitudine, noi
-compresi, aveva amato tremendamente e aveva
-digiunato più di San Francesco, senza farlo, come
-il gran Santo, per uno scopo spirituale.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, miseria del proletariato!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-</p>
-
-<p>
-Bene! Ora parlava Paolo Derni, l'avvocato
-milionario, e rideva. Zìrolum si era fermato con
-un orecchio teso, guardando verso un punto estremo
-della piazza.
-</p>
-
-<p>
-— Già, secondo <i>loro</i> — diceva il pacifico
-borghese, — secondo <i>loro</i>, noi dovremmo lasciar
-svolgere liberamente gli elementi del <i>Diritto nuovo</i>!
-E il <i>Diritto nuovo</i> è quello di occupare le terre del
-Comune e dei privati, quando questo non sia consentito;
-quando cioè i legittimi proprietarii vi si
-oppongano. Come andrà a finire?... Io non sono
-un professore di Università, nè un filosofo umanitario,
-nè un deputato con dieci legislature, nè
-un uomo politico con, didietro, <i>le sante memorie
-della vecchia Destra</i>. Io sono un uomo che, quando
-va contro al Codice Civile o al Codice Penale, e
-si lascia cogliere sul fatto, è chiamato in Questura
-e fila dritto al Cellulare. Essendo tale, non mi
-assumerei davvero la responsabilità di coprire la
-carica di <i>Vicerè delle Romagne</i>! Fin che fossi
-<i>Vicerè</i>, sarei salvo; ma se la Camera facesse cadere
-il Ministero, non cadrei anch'io?... Potrei forse
-contare sull'aiuto di Giolitti? — Con quell'uomo
-non si è mai sicuri!... La prospettiva di essere processato
-come capo o complice dei socialisti romagnoli,
-invasori di terre, non mi sorriderebbe. Accetterei
-solo ad un patto...
-</p>
-
-<p>
-— Quale?
-</p>
-
-<p>
-— Che l'idea del <i>Diritto nuovo</i> fosse accettata
-da tutti, pacificamente!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bravo!...
-</p>
-
-<p>
-Si levò un tumulto di urla, di risate, di invettive.
-</p>
-
-<p>
-Ora Zìrolum ascoltava con due orecchie.
-</p>
-
-<p>
-— A questo ci hanno condotto le famose conquiste
-della Democrazia borghese! — esclamò
-Angelo Angelotti.
-</p>
-
-<p>
-E Floriano Borghi:
-</p>
-
-<p>
-— Ciò che fa più schifo è il giuoco del Governo.
-Associa i socialisti parlamentari alla maggioranza
-ed ha la faccia tosta di far affermare che
-questo è avvenuto per puro caso, senza alcun patto
-con l'<i>Estrema</i>, per pura simpatia!...
-</p>
-
-<p>
-— Bubbole! — gridò il marchese della Pipetta. — Il
-Governo perchè si prende le tasse se
-deve trattarci così?
-</p>
-
-<p>
-— Già, voi vorreste una legione di carabinieri
-solamente per il vostro palazzo! — gli rispose il
-conte La Perla.
-</p>
-
-<p>
-— Ben detto! — esclamò Zìrolum che ascoltava
-con tre orecchie.
-</p>
-
-<p>
-La discussione crepitava strepitando. Erano
-una quindicina, in due tavoli del Caffè del Gatto
-Bianco.
-</p>
-
-<p>
-Oltre i summenzionati, c'erano: Loreto Baroni,
-possidente; Giulio Fienai, possidente; il barone
-Lorenzo Vichelli, antico cavaliere di cappa
-e spada; Temistocle Lattonari, regio notaio; Cesare
-Baccicalupi, dottore in scienze agrarie, notevolissimo;
-Oreste Malnessi, giovane senza convinzioni,
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-ridanciano e donnaiuolo; Peppino Locchi,
-perito agrimensore, saldo nella massoneria; Gioacchino
-Albati, avvocato, ben pensante, pieno di
-iniziativa e forbitissimo dialettico, ed altri di minore
-rilievo.
-</p>
-
-<p>
-Ora, per non poter noi seguire, nella consueta
-forma narrativa, l'intricatissima discussione, lascieremo
-ai nostri <i>Agrari</i>, con la responsabilità delle
-loro convinzioni, la libera parola.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Loreto Baroni</span>. — (<i>Agitando un giornale</i>):
-</p>
-
-<p>
-— Avete letto l'<i>Avanti!</i>?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Cesare Baccicalupi</span>. — Chi ha cura del
-proprio fegato non legge certi fogliettacci velenosi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Loreto Baroni, Giulio Fienai, Peppino
-Locchi, Gioacchino Albati</span>. — Non dire sciocchezze!... — Vuoi
-coprirti gli occhi per non vedere? — Questi
-sono i vostri sistemi!... E vi
-trovate il nemico in casa!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Il barone Lorenzo Vichelli</span>. — Che cosa
-dice questo <i>Avanti!</i>? Sentiamo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Molte voci</span>. — Leggi... leggi!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Loreto Baroni</span>. — Dice... «Se nell'estate
-prossima i fatti si rinnoveranno, in Romagna, deve
-l'autorità politica agevolare i proprietari ad opporsi?»
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Floriano Borghi</span>. — Ormai l'autorità politica,
-anzi il disautorato Governo dei conigli, si è
-compromesso ignobilmente. Bissolati ha parlato
-chiaro!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Voci</span>. — Ma lascia leggere!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Loreto Baroni</span>. — (<i>Continuando la lettura</i>)
-«... deve l'autorità politica agevolare i proprietarii
-ad opporsi all'entrata nei fondi mezzadrili, alle
-macchine non scelte da loro?...».
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Floriano Borghi</span>. — Non ci sarà questo
-pericolo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Voci</span>. — Silenzio!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Floriano Borghi</span>. — L'<i>Avanti!</i> conclude:
-«<i>Se questa autorità si prestasse al capriccio dei
-proprietari, meriterebbe di essere presa a calci nel
-sedere</i>».
-</p>
-
-<p>
-Ne seguì un nutritissimo coro di urla, di invettive,
-di minaccie, di lampeggiante sdegno. I commenti
-che seguirono parevan contesti di polvere
-pirica. Molti erano i congestionati.
-</p>
-
-<p>
-Zìrolum ascoltava con quattro orecchie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Paolo Derni</span>. — Ecco una solenne affermazione
-del <i>Diritto nuovo</i>! Del loro Diritto nuovo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Il marchese della Pipetta</span>. — Infatti le
-fonti di questo loro diritto, sono i piedi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Il conte La Perla</span>. — E camminano!
-</p>
-
-<p>
-Il marchese della Pipetta. — Pare ne
-godiate! Ma se arrivano arriveranno anche per voi,
-sciagurato!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Il conte La Perla</span>. — E a me che importa?
-Bisogna vivere nello spirito dei tempi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Il marchese della Pipetta</span>. — Infatti si
-vede che cosa state facendo da quando siete nato!
-</p>
-
-<p>
-Zìrolum scacciò le mosche da un tavolo più
-vicino e brontolò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sfruttatori ereditari!... Sfruttatori per atavismo
-e spirito di casta!... Aguzzini del libero
-pensiero proletario!...
-</p>
-
-<p>
-Allora levò la voce uno che, fino a quel punto,
-aveva taciuto: l'ex onorevole Adriano Biancini,
-moderatissimo uomo e chiaroveggente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Adriano Biancini</span>. — Non siamo più di venti
-e non riusciamo a metterci d'accordo. Questa è
-la nostra disciplina! E vorrete meravigliarvi se domani
-continueranno a vincere come hanno vinto
-fino ad oggi? Essi hanno una mèta precisa; noi
-non ne abbiamo nessuna. Appena ieri siamo riusciti
-ad accordarci per una difesa parziale e non perderemo,
-forse, perchè i repubblicani sono con noi.
-Ma credete rimarranno con noi?... Fra un mese
-saremo più soli e la minaccia si aggraverà. È cieco
-chi non vuol vedere lo spirito prettamente rivoluzionario
-di questi moti. Prepariamoci alla spogliazione
-per gradi o improvvisa. L'una forma o l'altra
-può dipendere da fatti imponderabili e subitanei.
-Del resto, la Rivoluzione francese, che si credeva
-compiuta nel ciclo che chiamerò dell'ottantanove,
-continuerà a vivere per tutto questo secolo e i nostri
-nepoti ne avranno anche per il secolo venturo. La
-Democrazia borghese è ormai sopraffatta e deve
-cedere il campo ai socialisti rivoluzionari e ai socialisti
-democratici. La vecchia Repubblica con tutti
-i suoi idealismi umanitari; la romantica Repubblica
-del nostro Mingozzi, quella generosa e battagliera,
-intorno alla quale si raccoglieva la migliore parte
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-della gente nostra, dopo l'epica morte di Antonio
-Fratti, è venuta cedendo terreno di giorno in giorno
-ed ora può dirsi si riassuma nel suo ultimo epigone:
-il Cavalier Mostardo. Siamo ai traguardi, amici
-miei, e non avremo neppure la magra soddisfazione
-di arrivare <i>buoni ultimi</i> se non sapremo trovare in
-noi la forza della concordia.
-</p>
-
-<p>
-La disputa si inasprì. Non importava preoccuparsi
-dell'avvenire, era il presente che conveniva
-dominare e per dominare il presente occorreva
-l'aiuto del Governo. Ma il Governo, fra Giolitti,
-Luzzatti, Calissano, Chimirri giuocava a favorire
-sempre più la socialistaglia prepotente, aggressiva,
-sfacciata ed incivile.
-</p>
-
-<p>
-— Il Governo ci ha venduti come pecore segnate! — urlò
-Cesare Baccicalupi, dottore in
-Agraria.
-</p>
-
-<p>
-E il barone Lorenzo Vichelli, antico cavaliere
-di cappa e spada:
-</p>
-
-<p>
-— Ha nominato una Commissione; manda
-quaggiù dei parolai, ci tiene a bada. E intanto
-lascia che tutto vada a rotoli. Al tempo antico...
-</p>
-
-<p>
-— Lasciate stare il tempo antico! — consigliò
-Gioacchino Albati, avvocato bempensante, che era
-un moderatore.
-</p>
-
-<p>
-Disse Adriano Biancini:
-</p>
-
-<p>
-— Il fatto sta che noi non sappiamo che strepitare
-e ce ne andiamo come le foglie sulle correnti
-di autunno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È la nostra volta! — mormorò Oreste
-Malnessi, giovane senza convinzioni.
-</p>
-
-<p>
-— E non abbiamo coraggio! — aggiunse il
-Biancini.
-</p>
-
-<p>
-— In quanto a coraggio — gridò Peppino
-Locchi, perito agrimensore, saldo nella massoneria; — in
-quanto a coraggio ne avremmo da vendere!
-Ma siamo l'odiata minoranza e in dieci contro
-diecimila non si può combattere!
-</p>
-
-<p>
-— Allora cediamo il potere e faccian loro!...
-Tanto, peggio di così non potrebbe andare. — Questo
-disse Giulio Fienai, possidente, persona perbene
-e bennata, autorevole in famiglia e ben veduta
-al Circolo dei Nobili.
-</p>
-
-<p>
-Zìrolum approvò:
-</p>
-
-<p>
-— Dice bene, il signor Fienai!
-</p>
-
-<p>
-Frattanto un'altra lite si accennava fra il marchese
-della Pipetta e il conte La Perla, i quali
-erano sempre inveleniti l'un contro l'altro e non si
-perdonavano neppure il respiro.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ne pensate voi, Biancini, della
-Commissione governativa? — domandò il conte
-Angelo Angelotti, uomo senza idee e senza pareri,
-ma <i>tutto di un pezzo</i>, come suol dirsi.
-</p>
-
-<p>
-— La Commissione verrà a scoprir la Romagna,
-farà un monte di belle chiacchiere; darà
-ragione a tutti e lascierà le cose allo <i>statu quo ante</i>!
-</p>
-
-<p>
-— E allora chi deciderà, nel caso nostro?
-</p>
-
-<p>
-— Decideranno i magistrati, sempre che si
-mantengano gli escomi ai contadini ribelli.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Per conto mio — disse il marchese della
-Pipetta, — non cederei neppure se dovessi rimetterci
-tutto!
-</p>
-
-<p>
-E il conte La Perla:
-</p>
-
-<p>
-— In quanto a questo, solo che vi dovesse venir
-meno un palmo di terra, vi calereste dieci brache!
-</p>
-
-<p>
-— Del resto — riprese il Biancini, — le cose
-andranno come devono andare.
-</p>
-
-<p>
-— Già, voi siete cultore del mito catastrofico! — esclamò
-Loreto Baroni.
-</p>
-
-<p>
-— Vi pare mi sia ingannato di molto, fino ad
-oggi?... E pensate davvero che, una volta trovata
-una morale della violenza, una volta negata cioè
-la barbarie insita nella violenza e giustificatene le
-conseguenze estreme, ci si debba arrestar presto?...
-</p>
-
-<p>
-— È quello che vedremo.
-</p>
-
-<p>
-E il marchese della Pipetta aveva già incominciato
-a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Ma sapremo difenderci... — quando balzò
-in piedi perchè il suo agente di campagna lo aveva
-chiamato in disparte. Gli amici lo videro impallidire,
-gestire e l'udirono gridare per due volte:
-</p>
-
-<p>
-— Canaglie!... canaglie!...
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è stato? — gli domandarono
-quando ritornò verso il tavolo.
-</p>
-
-<p>
-— Nuove prove di civiltà!... Nuove prove di
-civiltà!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma di che si tratta?...
-</p>
-
-<p>
-— Mi hanno incendiato tre <i>barchi</i> (biche):
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-uno a Magliano; uno a Malmissole e uno a Noceto!...
-</p>
-
-<p>
-— Oooooooh!... — fecer gli <i>Agrari</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non basta! Nella mia tenuta di Vecchiazzano
-mi hanno tagliate più di cinquecento
-viti!
-</p>
-
-<p>
-— Ooooooh!... — ripeteron gli <i>Agrari</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non basta!... Hanno saccheggiato il
-giardino della mia villa a San Pietro in Campiano
-e hanno incendiata la villa di mio cugino...
-</p>
-
-<p>
-— Quale villa?...
-</p>
-
-<p>
-— Il Conventino!
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!...
-</p>
-
-<p>
-Un uomo che si era seduto allora allora a un
-tavolo non discosto, balzò in piedi rovesciando il
-tavolo (vassoio, bicchiere e bottiglie compresi!),
-e gridando:
-</p>
-
-<p>
-— <i>E' fugh!... E' fugh!...</i> (Il fuoco!... Il
-fuoco!...) si scagliò verso la torre del Comune.
-</p>
-
-<p>
-Era il nostro Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Dopo non molto la campana d'allarme suonava
-a martello, senza tregua, senza riposo, in un impeto
-disperato. Pareva vi si fosser posti in venti a tirar
-per la corda. Non la si era udita mai tempestar
-così, soprapossa!... Annunziava il finimondo!
-</p>
-
-<p>
-Dati i tempi che correvano, con quel po' po'
-di venticello rivoluzionario che spirava intorno,
-quella chiamata a raduno fece tremebondo più di
-un core. Suonavano al fuoco, o si voleva il popolo
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-in piazza per altri scopi? Non era forse il tentativo
-di una rivolta improvvisa? Chi era che suonava?
-</p>
-
-<p>
-Gli <i>Agrari</i> furono tutti in piedi, in un battibaleno,
-il marchese della Pipetta si affrettò a squagliarsi,
-scivolando via sotto la propizia ombra dei
-portici. Il conte La Perla voleva farsene beffe, ma
-la sua beffa avrebbe dovuto appoggiarsi a un esempio
-che non si sentiva di dare. Anche il conte La
-Perla, con la scusa di incuorar le sue donne che
-potevano spaventarsi, dileguò per un'altra via.
-L'esempio fu seguito dai più. I rappresentanti la
-classe assalita con tant'impeto dal popolo, si addimostravano
-veramente, pieni di ferma fierezza e
-di incrollabile ardire.
-</p>
-
-<p>
-Zìrolum rideva. Le mosche non c'erano più;
-c'era solamente il suo garibaldino core che si
-divertiva.
-</p>
-
-<p>
-Degli <i>Agrari</i> non rimasero che l'ex-onorevole
-Biancini, Gioacchino Albati, Cesare Baccicalupi
-e Oreste Malnessi. Quattro persone!... E gli altri
-avevano avuto molti bisogni improvvisi e molta
-gamba.
-</p>
-
-<p>
-— Ma chi suona? Si può sapere chi suona?
-</p>
-
-<p>
-— Credo sia Mostardo, — rispose Zìrolum.
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo? — domandò l'avvocato Albati. — E
-perchè?
-</p>
-
-<p>
-La cosa turbò molti spiriti.
-</p>
-
-<p>
-La borghesia vedeva il Cavalier Mostardo come
-un diavolo rosso. Se Mostardo dava l'allarme,
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-qualche cosa di molto brutto doveva bollire in pentola!
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè suona? — domandò Cesare
-Baccicalupi. — Suona al fuoco, forse?
-</p>
-
-<p>
-Zìrolum strinse la testa fra le spalle:
-</p>
-
-<p>
-— Chi lo sa? — rispose.
-</p>
-
-<p>
-— Briscola!... — mormorò Oreste Malnessi,
-che era un giovane senza convinzioni, ridanciano
-e donnaiuolo.
-</p>
-
-<p>
-Primi ad accorrere furono i ragazzi i quali incominciarono
-a far tanto strepito quanto non ne abbisognava,
-a mantener la calma nei pavidi cuori. Poi,
-un uomo che apparve, correndo alla disperata,
-mezzo vestito in borghese e mezzo in divisa, con,
-sulla testa un grand'elmo color d'ottone, adorno
-da un ricco pennacchio rosso e blu; e si diresse
-all'entrata del Palazzo del Comune, richiamò l'attenzione
-di molti.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco Asdrubale Tempestoni!...
-</p>
-
-<p>
-— Allora è il fuoco!...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa brucia?...
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è il fuoco?
-</p>
-
-<p>
-I quattro <i>Agrari</i> respiraron meglio.
-</p>
-
-<p>
-— Povero Asdrubale — sospirò Cesare Baccicalupi,
-dottore in Agraria, notevolissimo; — povero
-Asdrubale, è sempre pronto!... Pochi Corpi
-dei Pompieri sono organizzati come il nostro. Solo
-in Isvizzera...
-</p>
-
-<p>
-— Per carità!... Lasciami stare la Svizzera,
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-adesso! — gridò l'avvocato Albati che era persona
-dabbene.
-</p>
-
-<p>
-Ma il nostro Cesare era piuttosto testardo e
-aveva uno spiccato debole per la Svizzera.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? — riprese. — I pompieri svizzeri
-possono servire di modello al mondo intiero!
-</p>
-
-<p>
-Nessuno gli pose mente.
-</p>
-
-<p>
-Asdrubale Tempestoni, come Curzio nella voragine,
-si scaraventò entro la gran tenebra del
-Palazzo Comunale. Gli si scagliaron dietro, a
-mano a mano, i suoi militi.
-</p>
-
-<p>
-Giungevan dai quattro punti cardinali, galoppando
-via a gambe levate, inseguiti da uno stuolo
-di ragazzaglia urlante. Sorpresi dalla campana di
-allarme, chi sul lavoro, chi al santo desco, chi in
-delicate opere d'amore: e questi affaccendato in
-politici affari, e quegli in legittima guerra con la
-irosa consorte, spuntavano, sospinti dalla furia del
-dovere e dell'abnegazione, in sommarii abbigliamenti,
-così come si trovavano quando il disperato
-appello li aveva raggiunti. Senza giacca, in mutande,
-scalzi, in pedùli, una scarpa sì e una no,
-ma sempre belli di nobile ardore. Ve n'eran di
-tutte le età: teste calve e teste ricciute; faccie
-pompose di giovinezza e volti scarni di anziani,
-provati ormai a tutte quante le stazioni della vita.
-</p>
-
-<p>
-E ciascuno pareva si trascinasse dietro, per
-le voci della ragazzaglia urlante, una vampa. A
-quando a quando dal nord, dal sud, dall'ovest
-arrivava un nuovo tumulto, poi ecco spuntare il
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-milite affannoso ed affannato, precedente la torma
-dei piccoli <i>senza-camicia</i>; i quali piccoli, com'è
-proprio della natura loro, si eran già inabissati nello
-sbaraglio e, ebbri di strepito e di fialoppo, si eran
-creati la grande fantasia incendiaria onde muovere
-a spavento le donnine, raccolte in su l'usciuolo
-dischiuso.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ch' s'èll stè, e' mi Signor?</i> (Che cos'è
-stato, Dio mio?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>E' fugh!... E' fugh!... E' fugh!... E'
-fugh!</i>... (Il fuoco!... Il fuoco!... Il fuoco!...
-Il fuoco!...).
-</p>
-
-<p>
-— <i>Jòso, purèta me!</i>... (Gesù, poveretta me!).
-</p>
-
-<p>
-E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso,
-congiunte le palme, e la faccia improntata alla più
-grande costernazione, davan l'avviso alle ritardatarie.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Aviv sintì, Marièta?</i> (Avete sentito, Marietta?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ch' s'èll, néca?</i> (Che cos'è, ancora?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>Dis cu j'è un fugh che mai piò!</i>... (Dicono
-che c'è un fuoco come non si è mai visto!).
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mo indò?</i> (Ma dove?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>In l'ha dett. An sintì coma che sona la
-tora?</i> (Non l'hanno detto. Non sentite come suona
-la torre?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>L'è e castigh de Signor!</i> (È il castigo del
-Signore!).
-</p>
-
-<p>
-— <i>Jòso! U s'ha d'avdè dla gran brota roba!</i>
-(Gesù! Si devon vedere di novità molto brutte!).
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma, in quella, passavan di corsa, berciando,
-i nuovi giovani. Allora, la <i>Catarena</i>, si faceva
-animo e li interpellava.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Dsi so, burdèll, duv'èll e' fugh?</i> (Dite,
-ragazzi, dov'è il fuoco?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mo che fughi... L'è la rivoluziôn!</i>... (Ma
-qual fuoco! È la rivoluzione!...).
-</p>
-
-<p>
-E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso,
-si facevano il segno della santa croce, fulminate
-dalle bestemmie e dallo spavento.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Hai dett la rivoluziôn?</i>... — (Hanno detto
-la rivoluzione?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>An j' avì sintì, chi asasên?</i> (Non li avete
-sentiti, quegli assassini?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>Eh?... Ach temp, la mi Catarena!</i>...
-(Eh?... Che tempi, Caterina mia!...).
-</p>
-
-<p>
-E disparivano dietro l'usciuolo, più umili che
-mai, più piccine che mai, queste povere donnine
-di Dio, con la loro anima raccolta fra l'<i>Ave Maria</i>
-dell'alba e la <i>Benedizione</i> della sera.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto la gente accorreva da ogni banda,
-verso la Piazza, e la campana di allarme non dava
-cenno di voler tacere. Tutta la città era in subbuglio
-e in tumulto. I negozi dei signori avevan già
-abbassate le saracinesche; sulle soglie delle botteguccie
-minori, stavan padroni e clienti a guardare,
-a commentare.
-</p>
-
-<p>
-Non si era ben deciso di che si trattasse: se
-di un enorme incendio o della rivoluzione. Anche
-si parlava dell'uno e dell'altra insieme. Il contagio
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-della paura faceva sbarrare porte e finestre. Usciva
-il popolo vero e la sottospecie dei Rigaglia. Le
-dame e le damigelle che si erano avventurate a
-fare la quotidiana passeggiata si rifugiavan per gli
-androni dei rari palazzi non ancora barricati. Per
-le chiese non sostavano che le piccole vecchie antichissime,
-le quali non udivan neppur più il baccano
-e non aspettavano che l'<i>ora</i> su la soglia di
-Dio. Ma gli scaccini volevan disfarsene; gli scaccini
-volevano chiuder le chiese perchè temevano
-il popolo evoluto. Si era mobilitato un esercito di
-popolani in bicicletta. Apparivan, qua e là, le
-donne <i>rosse</i>, le più accese; le mani sui fianchi,
-scapigliate e imprecanti. Gli agenti dell'ordine
-pubblico, scomparsi. Se il popolo avesse voluto dar
-di mano alla scure e schiantar tutto, padronissimo
-di farlo.
-</p>
-
-<p>
-Alla Camera del Lavoro era un grandissimo
-affollamento, ma nessuno sapeva dire di che si trattasse.
-Un fermento improvviso veniva propagandosi
-fra la massa. Gli scontenti tempestavano. Si
-dovevano assalire palazzi e negozi e incominciar
-subito. Ma gli scontenti non avevano presa sul folto,
-che è sempre guidato, in Romagna, da un senso di
-giustizia e di onestà.
-</p>
-
-<p>
-E la campana di allarme, dagli a suonare a
-distesa!
-</p>
-
-<p>
-Ciò innervosiva anche coloro che eran leggendariamente
-calmi e padroni dei loro nervi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si vide l'onorevole attraversar la Piazza di
-gran corsa. Si vide Coriolano tenergli dietro penosamente.
-Ma sarebbe morto pur di essere là dove
-era il suo onorevole, in un frangente così catastrofico.
-</p>
-
-<p>
-Anche il moro Fabrizi e il gobbo Pulizia correvano
-qua e là, l'un dietro l'altro.
-</p>
-
-<p>
-<i>Dan, dan, dan, dan, dan, dan</i>...
-</p>
-
-<p>
-Apparve la tribù dei molossi, guidata da Bucalosso.
-Rigaglia si era fermato, prudentemente,
-all'angolo di un vicolo che immetteva nella piazza.
-</p>
-
-<p>
-Ecco l'avvocato Suasia, ecco l'ingegner Fias,
-l'avvocato Relli, Domokos Barbantini, Ildebrando
-Sgargi, Gerolamo Putti. Ecco Borgnini e la sua
-coorte; e il conte Polpetta, seguito dai soci dell'<i>Isola
-Felice</i>.
-</p>
-
-<p>
-A una finestra del Palazzo del Comune, si
-affacciò il signor Sindaco: Alvise Alberghetti.
-Assoluto Malvagni si fermò sotto a un arco del
-Palazzo del Podestà; il viso fierissimo.
-</p>
-
-<p>
-Marmissi e Bigatti passavano da crocchio a
-crocchio.
-</p>
-
-<p>
-Contro l'androne del Palazzo del Comune, la
-folla si stipava ondeggiando. Si incrociavano le
-domande e le supposizioni più svariate. Incominciava
-a far nero, nell'anima della vasta raccolta.
-</p>
-
-<p>
-Uno gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Evviva la Repubblica sociale!
-</p>
-
-<p>
-E un altro:
-</p>
-
-<p>
-— A morte la borghesia!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quest'ultimo grido si converse nell'urlo della
-massa.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Albati disse:
-</p>
-
-<p>
-— Ora tocca a noi!
-</p>
-
-<p>
-I tre compagni suoi non risposero. Erano sempre
-in piedi presso i tavoli del Caffè del Gatto
-Bianco. Ormai non potevano più andarsene senza
-dar troppo nell'occhio.
-</p>
-
-<p>
-Arrivò di gran corsa uno che aveva parlato
-all'onorevole. In men di un minuto ebbe intorno
-una quarantina di persone.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene?... Che cos'è?... Che cosa succede?...
-</p>
-
-<p>
-Il nuovo arrivato buttò là una frase che fu come
-un cataclisma:
-</p>
-
-<p>
-— A Roma e a Milano c'è la rivoluzione.
-Hanno proclamato la Repubblica!...
-</p>
-
-<p>
-Uno sbandamento contrito s'impossessò dell'anima
-dei presenti.
-</p>
-
-<p>
-— Ma chi l'ha detto?... L'onorevole?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, l'ha detto l'onorevole. Ha ricevuto un
-telegramma. L'ho visto io!
-</p>
-
-<p>
-— E allora perchè suonano?
-</p>
-
-<p>
-— Chiamano il popolo. Prima di notte sarà
-proclamata la Repubblica anche qui.
-</p>
-
-<p>
-— Briscola!... — mormorò Oreste Malnessi,
-che era un giovane senza convinzioni, ridanciano
-e donnaiuolo. Egli si era accostato prudentemente
-al crocchio e così, rimanendo alla larga, voltato
-di fianco per ascoltare meglio e per non sembrare
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-addirittura della partita, aveva colte le ultime frasi.
-Si affrettò poi a raggiungere gli amici che lo aspettavano
-a venti passi di distanza, sempre presso i
-tavoli del Caffè, e disse loro:
-</p>
-
-<p>
-— Prima di notte proclameranno la Repubblica!
-</p>
-
-<p>
-— Ma dove? — chiese l'ex-onorevole Biancini
-scattando.
-</p>
-
-<p>
-— Qui!... A Roma e a Milano è stata già
-proclamata!
-</p>
-
-<p>
-— Una Repubblica federale come in Isvizzera? — domandò
-Cesare Baccicalupi, dottore in
-agraria.
-</p>
-
-<p>
-— Ma no! Una Repubblica plutocratica,
-come nel Paraguai! — riprese l'avvocato Albati
-che ancora aveva voglia di ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Ma chi ha detto questa roba? chiese
-Biancini.
-</p>
-
-<p>
-— L'onorevole ha ricevuto un telegramma
-poco fa.
-</p>
-
-<p>
-— E da chi?
-</p>
-
-<p>
-— Ma non lo so.
-</p>
-
-<p>
-Allora, i quattro, udirono un tranquillo riso
-dietro le loro spalle e si volsero, non senza un
-certo brivido.
-</p>
-
-<p>
-Era l'Uomo Pacato.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, siete qua voi!... — esclamò l'ex-onorevole
-Biancini, andandogli incontro con le mani
-tese. — Beato chi vi vede!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quando suonano le campane a martello,
-io non posso dormire fra gli orti! — rispose sorridendo
-l'Uomo Pacato.
-</p>
-
-<p>
-— Avete sentito che cosa si dice?
-</p>
-
-<p>
-— Ho sentito.
-</p>
-
-<p>
-— E che ne pensate?
-</p>
-
-<p>
-— Dico che l'Italia non è il Portogallo. Voi
-dimenticate sempre questa piccola differenza come
-la dimenticano, tanto volentieri, i nostri buoni amici
-francesi ed inglesi. Ma a loro può essere, in linea
-filosofica, perdonato perchè lo fanno per il loro
-interesse. A voi no, non si può perdonare. La
-Repubblica la proclameranno forse i nostri <i>Galli
-Boi</i>, al Circolo Mazzini, questa notte; ma sarà
-una Repubblica alla casalinga, come le tagliatelle,
-e sarà consumata in casa.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque tutto quello che si dice...
-</p>
-
-<p>
-— Onorevole, avete sempre prestato fede, voi,
-a tutto quello che si dice?
-</p>
-
-<p>
-— No... ma, in questo caso...
-</p>
-
-<p>
-E il giovane Malnessi:
-</p>
-
-<p>
-— È arrivato un telegramma. C'è chi l'ha
-veduto...
-</p>
-
-<p>
-— L'ha veduto, lei?
-</p>
-
-<p>
-— Io, no.
-</p>
-
-<p>
-— E allora non è arrivato niente!
-</p>
-
-<p>
-— Ne è sicuro?
-</p>
-
-<p>
-— Sicurissimo.
-</p>
-
-<p>
-— ... e la rivoluzione a Roma e a Milano?
-</p>
-
-<p>
-— L'ha veduta, lei?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io, no.
-</p>
-
-<p>
-— E allora non c'è stata mai!
-</p>
-
-<p>
-— Come mai siete tanto sicuro? — domandò
-l'avvocato Albati.
-</p>
-
-<p>
-— Per la semplice ragione che sono risalito
-alle fonti.
-</p>
-
-<p>
-— Cioè?
-</p>
-
-<p>
-— Ecco qua. Io passo i miei pomeriggi nell'orto
-mio. Un poco lavoro la terra; un poco mi
-distraggo con gli autori miei preferiti che sono
-l'ultima compagnia fedele, nel mondo che mi si
-è fatto ormai deserto. Oggi, appunto, aspettavo che
-il giorno morisse e stavo meditando su l'<i>Elogio degli
-uccelli</i> di Leopardi e mi abbandonavo col libro
-sulle ginocchia, «<i>scosso dal cantare degli uccelli
-per la campagna</i>», come Amelio, filosofo solitario,
-quando il mio godimento e la mia gioia sono stati
-interrotti dal suono di questa campana. Ora io,
-pedante, ho incominciato a meditare su cotesto
-suono e me ne son venuto via dalla mia pace, pensando
-quali potevano essere le improvvise cause che
-avevano dato il farnetico al campanaio. Perchè
-non avevo udita ancora una così spietata raffica
-di suoni, nel cielo della mia Tebaide. Così sono
-arrivato alla porta della Torre, e, avendola trovata
-aperta, sono entrato per sapere quale minaccia
-gravasse sul mio pacato destino. E che
-vedo, signori miei? Vedo il più gran colosso della
-razza nostra, afferrato di gran forza alle corde,
-dimenarsi e tirar giù a tempesta la campana del
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-Comune, tanto che si sarebbe detto averlo, il demonio,
-in suo possesso e ben saldo. Allora con la
-mia voce più forte, gli ho domandato: — O Mostardo,
-cosa fate? — Mi ha risposto, urlando a
-sua volta: — Brucia il Conventino! — Ed io: — Vi
-pare sia degno di voi fare tanto frastuono
-per una villa dell'aristocrazia?... Lasciatela bruciare,
-Mostardo, e datevi pace — Mi ha guardato
-losco e mi ha risposto: — Toglietevi dai piedi! — Il
-che ho fatto, per buon rispetto suo e mio.
-Da Asdrubale Tempestoni, uomo più trattabile,
-ho saputo il resto. Ora la Piazza, attaccata al cuore
-della sua campana, vive un'ora rivoluzionaria.
-</p>
-
-<p>
-— Allora — domandò Malnessi — tutto il
-resto è fantasia?
-</p>
-
-<p>
-— Io direi, caro giovane! Ma voi siete troppo
-tenerello per poter sapere tali cose.
-</p>
-
-<p>
-E l'ex-onorevole Biancini:
-</p>
-
-<p>
-— Però guardatevi intorno e, ditemi se, data
-l'eccitazione del popolo, non c'è da aspettarsi qualche
-brutta sorpresa.
-</p>
-
-<p>
-— Se l'ora è sinistra, onorevole mio, lo è
-solamente per i fanali e le lanterne. Fra poco, non
-una fra queste nobili e civilissime cose sarà ancora
-sana. I fanali costituiscono un caso tipico della
-nuova fobia proletaria.
-</p>
-
-<p>
-— Ben detto! — esclamò Zìrolum.
-</p>
-
-<p>
-Ora avvenne un fatto nuovo che attirò l'attenzione
-del popolo. Di un subito la folla che si
-stipava innanzi all'androne del Palazzo del Comune
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-si divise in due ali, lasciò un largo spazio nel
-quale fu primo a comparire Asdrubale Tempestoni,
-che aveva indossata la divisa grigia di
-combattimento, sostituendo all'elmo di ottone dal
-pennacchio rosso e blu, un elmetto in cuoio nero.
-Era un bell'uomo e forte, con la barba color rame.
-Pareva un guerriero disceso da un vaso etrusco.
-Dietro di lui si udiva, nella tenebra del profondissimo
-androne, uno scatenìo, un rombo, un assordante
-tempestìo di ferramenta, sì che pareva ch'egli
-si scagliasse fuor dall'inferno e avesse lasciata la
-porta aperta.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro Asdrubale, non appena apparve ci
-tenne a far palese l'autorità sua, per dimostrare la
-quale si dette a gridare con quanta voce aveva
-in corpo:
-</p>
-
-<p>
-— I più giovani al timoneeeee!... Via, di
-corsa!... Avanti la trombaaa!... Dov'è la trombaaaaa?...
-Lo squillo... suonate lo squillooo!...
-</p>
-
-<p>
-Il cuor del popolo fu subito preso da tanto
-apparato e da tanta energia.
-</p>
-
-<p>
-C'eran gli elmi, c'era il frastuono, c'era una
-dimostrazione di forza e un po' di mistero.
-</p>
-
-<p>
-Ma che avveniva nelle viscere del Palazzo del
-Comune? Tutti i vetri tremavano e la terra, sotto
-i piedi degli astanti.
-</p>
-
-<p>
-Asdrubale Tempestoni gridò ancora:
-</p>
-
-<p>
-— Pronti?...
-</p>
-
-<p>
-Una voce cavernosa rispose dal fondo buio:
-</p>
-
-<p>
-— Pronti!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Allora suona!
-</p>
-
-<p>
-Si udì un rauco squillo, poi qualcosa accadde
-che parve, senz'altro, il finimondo. Da una distanza,
-come di voragine, salì il soffio del turbine,
-il boato del terremoto. Eran le antichissime volte
-del gran Palazzo che moltiplicavano e incupivano
-il suono.
-</p>
-
-<p>
-Asdrubale Tempestoni, e il suo aiutante trombettiere,
-gridavano:
-</p>
-
-<p>
-— Largo, largo, largo!...
-</p>
-
-<p>
-— Attenti ai bambini!...
-</p>
-
-<p>
-— State indietro!...
-</p>
-
-<p>
-— Indietro, perdio!...
-</p>
-
-<p>
-Ma la curiosità era grandissima; ma il cuore
-tremava nell'attesa.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco... vengono! — mormorava la folla.
-</p>
-
-<p>
-— Eccoli, eccoli, eccoli!...
-</p>
-
-<p>
-— State indietro!
-</p>
-
-<p>
-— Se vai sotto a una ruota ti schiacciano!
-</p>
-
-<p>
-— Non si possono più fermare!
-</p>
-
-<p>
-— Sono palle da schioppo!
-</p>
-
-<p>
-Asdrubale Tempestoni li aspettava al varco,
-puntato sui muscoli saldi, pronti allo scatto.
-</p>
-
-<p>
-E allora il popolo vide il prodigio. La prima
-pompa, la più pesante, quella per la quale occorrevano
-dieci uomini a trascinarla, ed anche a gran
-pena, sbucò dall'androne, irruppe sulla piazza,
-proseguì sull'acciottolato trabalzando via con la
-velocità di un bolide. E non vi si erano aggiogati
-dieci o venti uomini, ma due soli: due petti poderosi
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-e quattro braccia di ferro: i petti e le braccia
-del Cavalier Mostardo e di Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-Puntando sulla traversa del timone, aggrappati,
-bassa la testa come arieti in lotta mortale; in
-un turgore di tutta la possente muscolatura tesa al
-massimo rendimento, in una fissità eroica della
-volontà ipnotizzata da una sola idea, essi erano
-come un elemento cieco che s'apre una strada fra
-due punti nell'infinito, e quella sola conosce. Personificavano
-la bella furia che schianta e travolge;
-la forza con la quale non si ragiona; l'ardimento
-che deride la morte.
-</p>
-
-<p>
-E il popolo ama questo. Il popolo ama coloro
-che possono dominarlo come una femina.
-</p>
-
-<p>
-Così, quando apparvero; quando attraversaron
-di gran corsa, come trascinassero una festuca,
-lo spiazzo lasciato libero fra le due ali di popolo;
-quando si lanciaron per la Piazza e si videro il
-vuoto dinnanzi, un grido di ammirazione, li accolse
-e li seguì. Era la prima volta che si vedeva una cosa
-simile; era la prima volta, altresì, che il Cavalier
-Mostardo e Bucalosso correvano all'impazzata, aggiogati
-ad una pompa.
-</p>
-
-<p>
-Ma chiamava, dal fondo della campagna, una
-voce d'amore e, a quell'ora forse, una gran fiamma
-minacciava una creatura salita, in una sola notte,
-ai fastigi di un cuore.
-</p>
-
-<p>
-Asdrubale Tempestoni, per motivi tattici, rimase
-fra la prima e la seconda pompa. Ma la prima
-era già in fondo alla Piazza, quando la seconda
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-usciva dall'androne. Il povero Coriolano, che si
-era provato a tener dietro a Mostardo e boccheggiava
-ora, per l'asma, strappò una bicicletta a
-un amico e, inforcata che l'ebbe, partì pedalando.
-I figli di Bucalosso, arrivati in ritardo, si scagliaron
-dietro al padre e al duce. Il moro Fabrizi era al
-timone della seconda pompa; il gobbo Pulizia per
-didietro. Doveva ben fare qualcosa anche lui, povero
-gobbo, per meritare il perdono di Mostardo!
-</p>
-
-<p>
-Ad uno ad uno usciron tutti i carri dall'androne
-del Comune e inseguirono il primo che filava come
-una saetta.
-</p>
-
-<p>
-Spettacolo superbo!... Ma dove andavano?...
-Non importava saperlo. Conveniva correre a rovina.
-C'era forse qualcuno da salvare, in fondo alla
-campagna. Non si chiedeva niente; era un impeto
-generoso: via!... via!... via!...
-</p>
-
-<p>
-La rivoluzione cambiò faccia. Fu aggiornata.
-Il popolo della Città del Capricorno aveva trovato
-qualcosa che gli piaceva quanto la Rivoluzione: il
-fuoco. L'anima sua si avventava al mistero del
-lontano incendio. Correre, per dieci, per venti miglia
-verso un gran barlume nel cielo notturno; correre
-verso chi implora, verso le donne e i bambini,
-verso gli uomini impossibilitati ad agire. Essere
-coloro che possono ancora portare la salvezza: i
-fratelli liberatori! Un senso oscuro e profondo di
-solidarietà umana contro il destino nemico aveva
-fatto scomparire, come per incanto, ogni ostilità,
-ogni fermento. Travolto dall'impeto dei volontari
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-che si sottoponevano, solo per generosità, a una
-fatica mortale, il popolo volle essere pari a loro e
-si riversò per la campagna dietro i pesanti carri
-trainati dagli uomini. Se qualcuno cadeva, cento
-erano pronti a sostituirlo. Quando si accenda un
-simile ardore, nel cuor delle genti, ogni eroismo è
-possibile. Il Cavalier Mostardo e Bucalosso furon
-coloro che sgombraron la piazza salvando la pavida
-borghesia che già tremava d'orrore.
-</p>
-
-<p>
-Primi i monelli, poi i giovani e gli anziani fecer
-fiumana giù per il Borgo fino alle porte della città,
-per riversarsi sulla strada romana che attraversava
-i campi, bianca e diritta.
-</p>
-
-<p>
-Gli uomini tranquilli e più vecchi si avviarono
-a passo a passo verso la Porta dei Cotogni per
-veder se si scoprivano nel cielo le traccie del famoso
-incendio.
-</p>
-
-<p>
-La Piazza diventava muta e deserta. Nessuno
-accendeva i fanali. Forse i lampionai si eran lanciati,
-con gli altri, all'inseguimento del Cavalier
-Mostardo e di Bucalosso.
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio Zìrolum, che aveva veduto Garibaldi,
-non poteva logicamente aspettare; doveva
-essere della partita; così indossata un'altra gabbana,
-se ne andò in bicicletta senza domandare il
-permesso al padrone.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, miseria del proletariato!...
-</p>
-
-<p>
-E il padrone del Caffè del Gatto Bianco gli
-gridò dietro di non ritornare mai più, pur sapendo
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-che Zìrolum sarebbe ritornato e che lo avrebbe
-ripreso senza aprir bocca.
-</p>
-
-<p>
-Non è facile disfarsi di un <i>uomo-istituzione</i>, in
-una piccola città di provincia.
-</p>
-
-<p>
-Era rimasto, impassibile e dominante, sotto
-l'arco del Palazzo del Podestà, Assoluto Malvagni,
-circondato dai suoi. Fra gli altri c'era anche
-il famigerato Borgnini. Assoluto Malvagni parlava
-molto gravemente, a quando a quando, atteggiando
-l'apostolica faccia a un sorriso sardonico. I compagni
-lo ascoltavano con riverente compunzione.
-Certo, qualcosa si veniva tramando a danno dei
-<i>gialli</i>.
-</p>
-
-<p>
-L'onorevole attraversò la Piazza, la testa bassa,
-le mani annodate dietro le reni come chi deve portare
-il peso di gravissimi pensieri. Lo accompagnavano
-l'avvocato Suasia e l'ingegnere Fias.
-Scomparvero dietro l'angolo della chiesa, per la
-Contrada Grande.
-</p>
-
-<p>
-Si vedeva tuttavia, oltre la Porta dei Cotogni,
-una grande nuvola di polvere entro la quale galoppava
-lontanando il popolo.
-</p>
-
-<p>
-Ora lasciamolo correre, guidato dal Cavalier
-Mostardo, verso l'occulta anima del Fuoco.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Pochi eran rimasti ai tavoli del Caffè del Gatto
-Bianco, e, fra questi pochi, primeggiava la comitiva
-che abbiamo abbandonata sul punto in cui
-Asdrubale Tempestoni si era scagliato, in divisa
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-di combattimento, fuor dell'androne del Palazzo
-del Comune.
-</p>
-
-<p>
-Ora l'ex-onorevole Biancini, Cesare Baccicalupi,
-il giovane Malnessi, l'avvocato Gioacchino
-Albati e l'Uomo Pacato, dileguata la minaccia
-di una rivolta più o meno tempestosa, seduti intorno
-ad un tavolo, conversavano.
-</p>
-
-<p>
-Dell'Uomo Pacato non abbiamo fatto il nome
-e così non cercheremo tracciarne un ritratto, per
-non porre sulle traccie di lui una qualsiasi curiosità,
-e per lasciarlo sempre più lontano, e più solo, per
-il suo silenzio che sconfina fino al cuore dell'Universo.
-Nè diremo gli anni suoi che gli pesano,
-benchè non sian poi tanti da fargli chinar la faccia
-o da togliere dagli occhi suoi fondi, quella trasparenza
-e luminosità e quella fiamma per la quale
-più grande e giovane appare lo spirito suo. No,
-non diremo i vostri anni, amico nostro scontroso,
-anche per non farvi vergogna, perchè è vergogna
-il tempo a chi sente ancora tanta giovinezza cantare,
-ed è solo; non li diremo anche se riteniamo con
-certa scienza, che non farebber spavento a chi vi
-ama, al bel cuore di giovinetta che v'ama e di voi
-si appassiona. Troppo le parlaste, una sera, perchè
-ella non vi segua di lontano; e troppo chiara le
-faceste una strada perchè sempre non ne senta
-la nostalgia! Ed ora le parole dei coetanei suoi le
-tornano sorde, aride, vuote! Ed ella vive in un
-piccolo paese remoto, solo per voi, come se vi
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-aspettasse, e sa bene che non arriverete giammai
-alla sua distanza.
-</p>
-
-<p>
-Ah, Uomo Pacato, potreste ben cantarglielo
-un sogno che le fosse come un amuleto contro l'inevitabile
-disincanto, poi che l'avete ammaliata!...
-</p>
-
-<p>
-Ora l'Uomo Pacato taceva come se non fosse
-più della comitiva, ma solo con sè stesso, e lontano.
-</p>
-
-<p>
-L'ex-onorevole Biancini discuteva con l'avvocato
-Albati, e Malnessi e Baccicalupi ascoltavano
-come coloro che poco avean da dire, e sempre a
-torto.
-</p>
-
-<p>
-Fu Biancini che si rivolse all'Uomo Pacato e
-gli domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Se non è indiscrezione, si potrebbe sapere
-a che pensate?
-</p>
-
-<p>
-L'Uomo Pacato levò gli occhi e la faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Pensavo — rispose — come vi sia facile
-dimenticare le cose che vi stanno sopra; e come
-possiate trascorrere dalla paura più grande alla più
-limpida indifferenza, nel termine di pochi minuti.
-</p>
-
-<p>
-— Ma voi stesso ci avete derisi quando si
-temeva! — disse l'avvocato Albati.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, perchè esageravate allora, come esagerate
-adesso.
-</p>
-
-<p>
-— E in che cosa, di grazia?
-</p>
-
-<p>
-— Nella valutazione di ciò che accade. Ma
-d'altra parte è il destino vostro. La combattività
-vostra, della classe che rappresentate, cioè, ha già
-reso tutto il possibile ed ora non può essere che
-superata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-</p>
-
-<p>
-La cosa non consolò gli astanti, anzi li indispettì.
-Fu allora che l'ex-onorevole Biancini, punto
-sul vivo dai giudizi dell'Uomo Pacato, gli domandò,
-non senza una punta di acredine:
-</p>
-
-<p>
-— Ma scusate, a quale classe appartenete
-voi?... Se non siete proletario nè aristocratico,
-dove confinate il vostro destino?
-</p>
-
-<p>
-L'uomo Pacato sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Avete ragione. Dove confino io il mio destino?
-Questa domanda non mi è nuova perchè
-tante e tante mai volte io stesso me la sono rivolta.
-In tempi di materialismo economico in cui non si
-esaltano e non si ritengono utili se non i valori di
-immediata praticità, che cosa rappresento io, nella
-Città del Capricorno?... Zero!... Domani, imperando
-la Dittatura proletaria, io, povero uomo
-dalle mani senza calli, dovrei esulare ed abbracciare
-l'islamismo o il confucianesimo. Ammettiamo
-ch'io abbia ingegno; ammettiamo anche che questo
-mio ingegno possa dar vita a qualche valore spirituale,
-ciò, imperando la suddetta Dittatura, non
-farebbe che aumentare il mio crimine di lesa maestà
-del lavoro manuale. Oggi il mondo si divide fra
-coloro che fabbricano pentoli e coloro che posson
-riempirli; l'altra classe, che soleva romperli
-solamente, non può più sussistere. Oggi l'umanità
-non ha bisogno di altro cibo che non sia
-quello della bocca. Liberatasi, per modo di dire,
-dalla sua eredità millenaria, si rifà da capo con
-l'idea di instaurare un regno di giustizia universa
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-che incomincia poi da tutte le ingiustizie e da tutte le
-tirannie. Be', e anche questo è fatale! Il fatto si
-è che, quando si potrà arrivare ad un assestamento,
-sempre transitorio, come tutto è transitorio ed
-eterno nell'Universo, noi non saremo più. Ma
-oggi come oggi, nel centro di questa Città del Capricorno,
-che è il cuor di Romagna, io appunto,
-caro onorevole, non appartengo a nessuna classe,
-sono uno sclassificato. Da ciò la mia libertà di giudizio,
-se così vi piaccia giudicarla. Alla fin delle
-fini, non ho nulla da perdere, nulla da guadagnare.
-Io non aspetto, accanto, alla mia malinconia, se non
-l'ultima sorella della nostra vita. E vivo in un orto.
-Non da principe, ve lo assicuro! Ho, con me, una
-vecchia donna ed un gatto. Mi accontento. Potevo
-rimanermene nelle metropoli tumultuanti... ho preferito
-il nido dal quale credetti allontanarmi per
-sempre, a sedici anni. Noi, romagnoli, soffriamo
-di nostalgia acuta. Questa nostra terra non cessa
-mai di chiamarci, anche nella estrema distanza.
-Quando si incomincia a sentir di morire, bisogna
-rispondere alla sua voce lontana. Val la pena di
-ritornare per ritrovar un po' dei nostri quindici anni
-all'angolo di una strada malinconica e solitaria,
-sulla porta di un giardinetto di beghine, al davanzale
-di una finestrella che non avrà tramutato. Ed
-ecco perchè io sono ritornato sotto lo stemma del
-patrio Comune, all'ombra dell'aquila imperiale con
-l'uovo gallato della Democrazia!... <i>Libertas!</i>...
-La parola è lassù, guardatela — e levò il braccio
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-verso il fastigio del Palazzo Comunale. — E da
-più di settecent'anni il popolo nostro, per varie
-forme e concetti, parla e si ordina in Repubblica!
-Libertà!... Qui, dove era più caldo il cuore, più
-facilmente l'uovo dette vita al secolare pulcino. In
-altri luoghi apparve la stessa parola, ma l'uovo rimase
-infecondo; solo da noi si dischiuse al destino
-di una creatura la quale, per sua buona o mala
-sorte, non potè crescere mai a pieno sviluppo. Da
-ciò l'eterna giovinezza repubblicana, fra le nostre
-genti. Ora io amo questa Repubblica nostra <i>in fieri</i>
-e, sentimentalmente, mi dichiaro repubblicano.
-Oggi che la sento morire, dopo tanti secoli, questa
-bella e generosa idea mi appassiona. Viene innanzi
-qualcosa che non ha il suo lume e la sua bellezza
-spirituale. Il fiero ed eroico romanticismo de' suoi
-ultimi epigoni, viene travolto da un'onda limacciosa.
-Una squinternata baraonda di folli estremismi
-trascina quella parte del popolo che è più cieca
-e brutale e io non vedo ancora se domani vi sarà
-posto per l'anima, il cuore, il gesto di un uomo,
-nella follìa collettiva dell'uniforme! Sì, vi sarà, ma
-per quali tragedie dovremo passare, innanzi che i
-diritti dello spirito e dell'individuo vengano riaffermati?...
-</p>
-
-<p>
-Tacque e, con lui, tacquero gli altri. Ciascuno
-avvertiva la stessa minaccia, ma non uno sapeva rispondere
-al quesito. Gravò su di loro come un incubo
-improvviso e il conversare non si rianimò.
-</p>
-
-<p>
-Si separarono.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-</p>
-
-<p>
-La Città del Capricorno era ritornata tranquilla,
-come tutte le sere: si raccoglieva fra i suoi
-scarsi fanali, cercava l'ombra del sonno.
-</p>
-
-<p>
-All'altro lato della Piazza sbucò una comitiva
-di giovani, i quali berciarono per un poco, bestemmiando,
-come coloro che si sentivano gravidi di avvenire
-e di strapotenza; poi, una voce rauca intonò
-l'<i>Internazionale</i> e, dietro la prima, si levaron le
-altre, a coro.
-</p>
-
-<p>
-L'<i>Internazionale</i>, sì, ma sulla porta dei popoli
-forti e scaltri e non mai allo stesso banchetto!..
-</p>
-
-<p>
-Chi penserà a codificare la novissima rettorica
-delle fratellanze umane?...
-</p>
-
-<p>
-Dobbiamo credere decaduto per sempre il mito
-di Caino, sulla terra?...
-</p>
-
-<p>
-Sì, adoperiamoci, fratelli, dietro la rossa ombra
-di Abele, che è riapparsa, a guidare l'immenso
-gregge delle razze verso la stesso deserto.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap12">CAPITOLO XII.
-<span class="smaller"><i>Nel quale si accenna il quarto d'ora del Cavalier
-Mostardo; e Spadarella esce dal suo quieto
-giardino nel mondo.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Era arrivato, era ritornato. Avean fatto bufera
-per domare l'incendio al Conventino e, dispento
-l'ultimo tizzone, avevan veduto che il danno
-si riassumeva in ben poca cosa. Un po' di fuoco
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-in un'ala della vastissima villa: nell'ala adibita
-alla servitù. La gente fu molto delusa. I pompieri
-brontolavano come coloro che ben conoscevan la
-sordida avarizia dei marchesi Alerami. Intanto,
-dopo aver percorsi quasi venti chilometri, nessuno
-aveva pensato, o pensava, a dissetarli con un po' di
-vino generoso. Il Cavalier Mostardo pagò di tasca
-sua la bevuta. Questo anche non sarebbe stato un
-gran male, per lui; il suo malumore incominciò
-da quando si accorse che Mignon non era al Conventino.
-Allora la gran corsa, la gran furia che
-scopo avevano? Doveva egli difendere i beni
-e la vita dei signori Alerami solamente per i begli
-occhi loro? Convinto che la sua napoleonica dolcezza
-non era più nel nido della sua notte trionfale,
-fu preso da sì grande dispetto che, non che spegnere,
-avrebbe egli stesso dato fuoco alla aristocraticissima
-villa. Ma c'era il popolo e doveva contenersi.
-Poi aveva la testimonianza di Asdrubale
-Tempestoni, il quale sarebbe arrivato al polo, con
-le sue pompe, solo per il piacere di chiacchierare.
-Anzi, Mostardo pensò di ingraziarsi l'animo di
-Asdrubale e, siccome lo sapeva impresario teatrale
-e appassionatissimo di musica, in una tregua
-gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sapete, Asdrubale, debbo farvi sentire mia
-nipote.
-</p>
-
-<p>
-— Chi?... Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa fa? Canta?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ha una voce, caro mio, che desterebbe un
-morto!
-</p>
-
-<p>
-— Fate per ridere?
-</p>
-
-<p>
-— La sentirete.
-</p>
-
-<p>
-— E dove debutterà?
-</p>
-
-<p>
-— Non so ancora. Io non vorrei che andasse
-sul teatro.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... Può avere un capitale e volete
-lo butti via? Non è mica signora!
-</p>
-
-<p>
-— Be', ci penseremo.
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo, vogliamo farla debuttare al Comunale?
-Ci penso <i>me</i>!
-</p>
-
-<p>
-Questo, del «<i>me</i>» dialettale, era un vezzo
-del nostro Asdrubale; ma altri ne aveva che scopriremo
-in seguito.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere non disse, sulle prime, nè si nè no,
-ma poi tanto viva e irruente fu l'insistenza di Asdrubale
-Tempestoni che finì per compromettersi.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene, quando debutterà, vi prometto di
-dare l'impresa a voi.
-</p>
-
-<p>
-— Qua la mano!
-</p>
-
-<p>
-— Ecco.
-</p>
-
-<p>
-Patto conchiuso.
-</p>
-
-<p>
-— Però — aggiunse Mostardo — debutterà
-quando voglio io.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma non più tardi di quest'inverno.
-</p>
-
-<p>
-— Vedremo.
-</p>
-
-<p>
-— No. Voglio la vostra parola.
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà parlare a Spadarella, prima.
-</p>
-
-<p>
-— Domani vengo da lei.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Domani non posso.
-</p>
-
-<p>
-— Be', alla fine della settimana.
-</p>
-
-<p>
-— D'accordo.
-</p>
-
-<p>
-Tempestoni non aggiunse parola e se ne andò.
-Il Cavalier Mostardo diventava di umore sempre
-più nero.
-</p>
-
-<p>
-Attese, in disparte, che tutti si fossero allontanati;
-solo, fece cenno a Bucalosso di aspettarlo.
-</p>
-
-<p>
-Si era seduto su di una panchina, dietro una
-macchia di alloro, lungo un viale solitario e lasciava
-che i suoi pensieri corressero alla disperata nel
-campo della sua preoccupazione.
-</p>
-
-<p>
-La notte moriva.
-</p>
-
-<p>
-Sui prossimi colli il cielo imbiancava, nell'alba.
-Una campana, da una pieve, suonò l'<i>Ave</i> del
-giorno. Incominciavano a frusciar le foglie, appena
-appena. Si levava il respiro del chiarore e non faceva
-più tanto caldo. Un'ora soave, da starsene con
-l'amore e con la bocca dell'amore, così, perdutamente,
-per non vivere d'altro che di carezze. E poi
-dormire. Dormire fino alla fine di ogni suono e di
-ogni tempestìo, per sempre! Perdere tutte le pene
-e tutte le angherie del mondo, in un grande sonno.
-</p>
-
-<p>
-Forse... se non ci fosse stata Spadarella sua...
-</p>
-
-<p>
-Ma come allontanarsi e lasciar sola quella
-bambina?
-</p>
-
-<p>
-Era stanco e la stanchezza gli si convertiva in
-nausea del mondo.
-</p>
-
-<p>
-Si disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna davvero ch'io sia di ferro, per resistere
-a tanta fatica!
-</p>
-
-<p>
-Ma la fatica era niente. Peggio della fatica
-erano gli uomini. Ecco il castigo! Egli credeva che
-il Signore avesse segnata la vera tremenda condanna
-degli uomini quando incominciò a moltiplicarli
-sulla terra.
-</p>
-
-<p>
-<i>Crescete e moltiplicate.</i> Questa era la maledizione
-del Signore!
-</p>
-
-<p>
-La campana dell'alba suonava sempre. Egli
-vedeva, nel chiarore nuovo, una piccola casa bianca,
-levata sulla cima di un colle. Aveva, a lato, tre
-grandi pioppi che salutavano il sole. Un nido di
-passeri, nel turchino.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi suoi non sapevano distaccarsi da quella
-visione.
-</p>
-
-<p>
-Possibile che la famiglia, la quale dormiva così,
-sotto quella pace di cielo e di stelle, non dovesse
-avere un gran riposo in cuore? La invidiò. Egli
-aveva fatto della sua vita una bandiera e non ne
-valeva la pena. Meglio sarebbe stato andarsene
-per il mondo, senza mèta e non conoscere nessuno,
-oppure aver elevata una casa come quella... un altare
-bianco sui colli delle rugiade e del sole; un
-poco di spazio per un'ombra e un silenzio e per
-la bocca dell'amore...
-</p>
-
-<p>
-Il capo gli si curvò.
-</p>
-
-<p>
-Aveva un gran sonno. Bisognava infatti che
-avesse un gran sonno e fosse molto stanco per ragionar
-così, il Cavalier Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poi non vide più la casa; non vide più gli occhi
-dell'alba; a poco a poco, a poco a poco si arrovesciò
-sulla panchina e si chiamò Nessuno, nella
-tenebra del suo riposo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Per quanto la faccenda della battitura procedesse
-con esito favorevole ai <i>gialli</i>, e per quanto
-l'opera del Cavalier Mostardo cominciasse ad esser
-valutata ogni giorno più, il nostro eroe non era contento,
-anzi attraversava un periodo di inconsueta
-tristezza.
-</p>
-
-<p>
-Non gli attacchi del clero e dei socialisti gli
-annebbiavano la vita, e neppure il gran sussurrìo
-che aveva seguito l'ultima sua avventura e la scomparsa
-di Carlotta; ma il silenzio di lei, della sua
-Mignon, dell'eroina del gaudioso sogno napoleonico
-de' suoi cinquantacinque anni.
-</p>
-
-<p>
-Ella era discesa nel mistero! Dalla notte dell'incendio
-e dalla sua corsa folle, attaccato ad una
-pompa, verso il Conventino, non ne aveva saputo
-più niente. La lettera di lui era rimasta senza risposta.
-Le sue passeggiate notturne, sotto il palazzo
-dei marchesi Alerami, non avevano avuto
-risultato diverso da quello di renderlo ancora più
-triste. Era la prima volta, nella sua vita battagliera,
-ch'egli soffriva così, per amore. Se gli avessero
-detto, un solo mese prima, che si sarebbe disperato
-per una donna bella e infedele, avrebbe messo
-alla porta, con palese sdegno, l'insolente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma ora, il povero Cavaliere, si curvava sotto il
-peso del dolore.
-</p>
-
-<p>
-Perchè era dolore, e di quello buono!
-</p>
-
-<p>
-Non dormiva quasi più; mangiava quanto un
-canarino.
-</p>
-
-<p>
-Dov'era, dov'era il nobile e robusto Cavalier
-Mostardo dallo stomaco pugnace?... Dov'era
-l'eroe delle cene, sempre pronto a sollazzarsi in
-strippate, scorpacciate e pappatorie? Dove smarrito,
-l'ubertosissimo colosso che si sarebbe coricato
-in una leccarda, ai suoi bei tempi, per esser pronto
-a satollarsi ancora, negli intervalli del sonno?...
-</p>
-
-<p>
-Ahi, ch'egli aveva rinnegato, ormai, le buone
-pietanze grasse e succolenti e, preso dai melanconici
-umori, si estraniava per le contrade dei sospiri!...
-</p>
-
-<p>
-Una grave voce interiore gli aveva detto:
-</p>
-
-<p>
-— Hai tu voluto provare la <i>cosa aristocratica</i>?...
-E ben ti sta!...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia lo guardava, scuotendo il testone. Una
-specie di tenerezza, ch'egli non sapeva neppure che
-gli covasse in cuore, lo faceva un poco più attento
-alla vita del padron suo. Si adoperava, intorno ai
-fornelli, per cucinare le cose che sapeva essere più
-grate al palato del Cavalier Mostardo; ma i larghi
-piatti e le ben capaci zuppiere ritornavano in cucina
-quasi pieni, e ciò rendeva più pensoso Rigaglia, il
-quale, d'altra parte, si guardava dall'interloquire.
-</p>
-
-<p>
-Solo una volta disse:
-</p>
-
-<p>
-— E se chiamassimo il dottore?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Per farne che?... — domandò Mostardo
-senza levar gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Per farci visitare. Incominciamo ad essere
-vecchi...
-</p>
-
-<p>
-Mostardo alzò la faccia, guardò il fido seguace
-e rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Sarai vecchio te!.. Io sono giovanissimo!..
-</p>
-
-<p>
-— <i>Lè e vera!...</i> (È vero!...) — mormorò
-Rigaglia e se ne andò.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra volta disse ancora:
-</p>
-
-<p>
-— <i>A' j'avên tropi robi par la testa!</i> (Abbiamo
-troppe cose per la testa!).
-</p>
-
-<p>
-— Chi? — domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Noi! — rispose Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho nessun pensiero. Ne avrai tu!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Oi... e sarà ichsè!...</i> (Sarà così!...).
-</p>
-
-<p>
-E se ne era andato col dubbio tremendo di
-rimaner vedovo perchè «<i>non la vedeva chiara</i>».
-</p>
-
-<p>
-— <i>Me an la vegh cèra!</i> (Io non la vedo
-chiara!) — aveva già detto a Coriolano, il giorno
-innanzi.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mo no!...</i> (Ma no!...) Ssss... sss... sono
-sssssssph... sono sssssssph... sono spasimi... ddda...
-dddamo-mo... sono spasimi d'amore!...
-</p>
-
-<p>
-— Direte per ridere?... — aveva fatto Rigaglia,
-spalancando due occhi pieni di incitrullito
-stupore.
-</p>
-
-<p>
-— Se tttttt... se te lo dico io!...
-</p>
-
-<p>
-Ma Rigaglia non aveva potuto credere una cosa
-simile, perchè l'amore e la voglia dell'amore avevan
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-preso, per lui, la via dell'esilio, in Albania, involontariamente
-sacrificati alla impubere libertà di
-quei pastori e formaggiai. Ei si era incocciutito nel
-suo primo pensiero che era quello di una malattia.
-Il padron suo doveva essere malato di qualche brutto
-male perchè non l'aveva veduto mai così. E, se
-fosse morto, gli avrebbe fatto dispetto. Rigaglia
-avrebbe sofferto di una vera e propria vedovanza.
-Con chi vivere?... Dove portare le sue scarabattole?
-Come abbandonare quella casa? A chi ubbidire?
-Che cosa mettere al posto del Cavalier
-Mostardo?
-</p>
-
-<p>
-Ormai erano assieme da troppo tempo, l'uno e
-l'altro, il piccolo e il grande; avevano attraversate
-troppe strade, si erano trovati in troppi pericoli...
-avevano litigato troppo!... Anche il litigio finisce
-per diventare una cara necessità, tanto la natura
-dell'uomo è bizzarra. E Rigaglia viveva in pensiero,
-cercando la sua minore sgarberia per accostare
-il Cavaliere che non stava bene.
-</p>
-
-<p>
-Ma il Cavaliere, all'opposto, si sentiva benissimo,
-e i sottili pasti e la leggera insonnia, anzichè
-minargli la salute, lo ringagliardivano perchè veniva
-così rinnovandosi negli umori suoi ed espellendo
-quei pochi veleni che aveva accumulati nel
-sangue. Solo, non sapeva più ridere a bocca piena,
-con quella tale sgangherata grazia che era un suo
-vezzo popolaresco di cui non si era saputo emendare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ridere con un certo contegno, sorridere, erano
-cose troppo remote nella civiltà delle metropoli perchè
-potessero entrare nell'orbita sua di piena espansione
-e vitalissima. Così dalla sua risata, omericamente
-gagliarda, era passato al silenzio per dispiaceri
-di cuore.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Che poteva avere la sua Mignon? Possibile
-si fosse stancata di lui, così di punto in bianco,
-dopo essersi <i>compromessa</i>?
-</p>
-
-<p>
-Perchè si era compromessa, e con indicibile trasporto,
-non gli aveva fatto carestia di niente, nella
-notte del suo napoleonico abbandono. Era stata
-veramente imperiale!
-</p>
-
-<p>
-Forse lo scandalo l'aveva urtata.
-</p>
-
-<p>
-Il furto della Carlotta; le chiacchiere per tutta
-la città; l'incendio al Conventino, (incendio doloso
-dovuto certamente a una vendetta dei <i>rossi</i>); la
-scomparsa della marchesa; la pubblica lotta ch'egli
-aveva sostenuto al caffè, dopo aver provocato Bigatti
-e Marmissi; la schioppettata di Bucalosso;
-l'escomio dato, dietro consiglio suo, alle famiglie
-coloniche dei Casaròtt e dei Fèna e le conseguenti
-minaccie di morte al signor marchese il quale, per
-la gran paura, aveva preso il treno e non si era
-fermato che a Taranto col pretesto di assistere a
-certi scavi; le chiacchiere messe in giro dal cameriere
-di Casa Alerami; le calunnie dei nemici suoi
-e infine la campagna della giornalaglia!... Ce
-n'era d'avanzo! In quanto a questo, s'egli prendeva
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-a proteggere una famiglia, c'era da stare
-allegri!
-</p>
-
-<p>
-Mostardo doveva regolare molti conti, e specialmente
-col famigerato Don Palotta che aveva
-pubblicato sulla <i>Famiglia Cattolica</i>, certi trafiletti
-da non potersi in alcun modo tollerare; ma rimandava
-la faccenda, sempre per amore di Mignon;
-per non allargare lo scandalo, per non dar nuova
-esca alle chiacchiere de' suoi nemici.
-</p>
-
-<p>
-E sempre per l'onore e la riputazione della
-imperatrice sua, aveva escogitato e messo in opera
-un altro piano. Per salvare Mignon, bisognava deviare
-all'improvviso, con un bel colpo, l'attenzione
-del pubblico, far cadere i maldicenti e i nemici
-nella pania, prenderli allo zimbello dell'inganno.
-Fu allora che il Cavaliere pensò nobilmente di sacrificare
-se stesso all'amore di un'altra. Aveva tre
-innamorate in tasca; non gli restava che scegliere.
-</p>
-
-<p>
-Scartata di primo acchito la quarantenne Margherita
-Ruelli gli restavano Maddalena, che era
-quella dell'«<i>uomo del mio sogno</i>», e Claretta.
-</p>
-
-<p>
-Optò per Claretta. Gli piaceva il nome. La
-lettera di lei diceva:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Amore mio</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto etcetera,
-etcetera</i>...
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Benissimo! Si sarebbe sacrificato a Claretta
-per salvare Mignon. Ma chi era questa Claretta?...
-Non gli si sarebbe presentata, putacaso, una qualche
-<i>ragazza smessa</i>?... Un donzellone che avesse
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-dispettosamente trascinato il proprio pulzellaggio
-fino alla cinquantina, senza sapere poi rassegnarsi a
-portarselo con Dio?... Perchè, in tal caso, ah, no
-per Bios! Il pulzellaggio, se è una cosa di paradiso
-al tempo giusto, diventa, fuor di stagione, un orrendo
-sproposito. È buono da rispettare come simbolo,
-ma alla lontana.
-</p>
-
-<p>
-Però non era possibile che una donna di cinquant'anni
-si chiamasse ancora Claretta; sarebbe
-stato un anacronismo. Claretta non poteva avere più
-di venti o venticinque anni. Però come accertarsene?
-</p>
-
-<p>
-Le scrisse. Si tenne sulle generali; accusò la
-propria età.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Signorina</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>grazie per la sua lettera e per il suo amore,
-ma, purtroppo, tutto è illusione! Io ho 55 anni, cara
-mia!... Una piccola nespola! Che cosa ne pensa
-lei, coi suoi venti o venticinque annolini? Vuole
-scommettere che non mi vuole più bene adesso?
-L'ho sempre detto io, cara mia: è tutta illusione!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Se vuole scrivermi ancora farò un salto per la
-contentezza.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<i>Il suo</i>: C. M.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-E spedì; e aspettò. Dopo un giorno arrivò la
-risposta.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Amore mio</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>se tu avessi anche settant'anni, saresti sempre
-il mio eroe e il mio amore. Io discendo da una vecchia
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-famiglia repubblicana. Pensa a questo e ti
-spiegherai tutto. Ho ventott'anni, tanti quanti bastano
-per farti ancora felice. Se vuoi conoscermi
-vieni questa sera alle sei alle «ferme in posta».
-Io domanderò una lettera per Claretta Clari. Avrò
-un grande feltro rosso sui miei capelli neri.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ti abbraccia la tua</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Claretta</span>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Questa signorina Clari, viaggia in direttissimo! — si
-disse Mostardo. Poi pensò a tutte le famiglie
-repubblicane della città del Capricorno.
-</p>
-
-<p>
-— Clari?... Mah!... Sarà benissimo ma io
-non la conosco.
-</p>
-
-<p>
-Però ventott'anni!... Andò, sebbene a contraggenio;
-ma bisognava salvare Mignon. Giurò
-a se stesso di mantenersi puro.
-</p>
-
-<p>
-Alle cinque era pronto, col vestito migliore e
-una cravatta rossa, a farfalla. Attraversò la Piazza,
-in pompa magna. Ci teneva che tutti lo vedessero,
-che tutti lo spiassero.
-</p>
-
-<p>
-A Coriolano che andò ad incontrarlo, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Lascia che me ne vada. Ho un appuntamento.
-</p>
-
-<p>
-E il Donzello della Democrazia:
-</p>
-
-<p>
-— Un apppph... un apppph...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, un appuntamento!
-</p>
-
-<p>
-— Dddddd... ddddd'amore?
-</p>
-
-<p>
-— Pare!...
-</p>
-
-<p>
-— Tttttth... tttttu?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io, sì! Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-— Mmmmostardo, vvvuoi un consiglio?
-</p>
-
-<p>
-— Grazie, non ne ho bisogno.
-</p>
-
-<p>
-— No. Mostardo stttth... stta-ta... sta-sta...
-Porco cane!... Sta attento alla tua salute!
-</p>
-
-<p>
-Quando Coriolano imprecava, era sicuro di infilare
-una frase senza interrompersi.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo sorrise e se ne andò.
-Avendo incontrato Coriolano, era sicuro che, in
-dieci minuti, tutta la città avrebbe saputo della sua
-avventura; e ciò gli piaceva.
-</p>
-
-<p>
-Entrò nel Palazzo della Posta. Eccolo nella
-sala centrale; molta gente agli sportelli. Girò l'occhio
-intorno; un feltro rosso non c'era. Erano le
-sei precise; a Mostardo piaceva la puntualità. La
-signorina Clari incominciava male.
-</p>
-
-<p>
-Aprì <i>Il Nuovo Aristogitone</i> e finse di leggere.
-Ad un tratto vide un bagliore di fiamma attraversare
-la sala. La faccia della giovane donna era
-nascosta dalle enormi tese del feltro rosso.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo, poi che l'ebbe sbirciata, si nascose
-dietro <i>Il Nuovo Aristogitone</i> e piano piano, lemme
-lemme, infilò l'uscita e se ne andò. Ma quando fu
-sotto ai portici, fu preso da un rimorso.
-</p>
-
-<p>
-— Andavi a cercare un'avventura, o a salvare
-la donna del tuo cuore?... Allora perchè tanti
-scrupoli?... Deve forse piacerti la signorina Claretta?...
-Se non è che un paracadute, per te, bisogna
-che tu non la guardi in faccia. Se è brutta,
-tanto meglio! Non avrai tentazioni!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si fermò, vinto dagli scrupoli; piegò il giornale
-e lo mise in tasca; si volse, e già stava per
-ritornare sui suoi passi, quando...
-</p>
-
-<p>
-Quando, Domineiddio benigno!... Ecco il
-fungo rosso, ecco l'allampanata donzella lanciarglisi
-contro con le braccia tese, con le mani tese
-e gli occhi giulebbati, e la bocca che occupava
-buona metà della faccia:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, Mostardo, Mostardo!... Sei venuto!...
-Sei venuto!...
-</p>
-
-<p>
-Parola d'onore, egli credette di avere a che
-fare con un'alienata. E quando gli fu a un palmo
-dal naso e potè vederla meglio, sentì un gran
-freddo.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!...
-</p>
-
-<p>
-Macchè Claretta Clari!... Quella era Proletaria
-Sapelli, maestra elementare a Dovia. Lei,
-lei, lei!... Non potevano nascere dubbi. Lei, gran
-Dio, la nipote di Coriolano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">La nipote di Co-rio-lano!!!</span>
-</p>
-
-<p>
-L'aveva fatta bella! E ora se lo vedevano?...
-Se la voce si spargeva per la città?... Se, putacaso,
-Coriolano spiava nei dintorni?... Pensò risolvere
-il gravicornuto problema assumendo un'aria
-paterna, un tono di bonarietà tranquilla e all'irruente
-e commossa accoglienza della signorina Proletaria
-rispose, col suo fare più pacato ed estraneo:
-</p>
-
-<p>
-— Oh!... È qua lei, signorina Proli!...
-Come sta?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-</p>
-
-<p>
-E le stese con semplicità cordiale la mano che
-ella non prese.
-</p>
-
-<p>
-No, ella non prese la mano del Cavaliere e
-il volto di lei, inondato, in un primo tempo, di
-serenamente chiarezza, affondò ad un tratto in una
-penombra dubbiosa.
-</p>
-
-<p>
-— Ma scusa... — fece madonna Proletaria — scusa...
-non eravamo intesi?...
-</p>
-
-<p>
-Al che, di rimando, con ben quadrata semplicità,
-il Cavalier Mostardo:
-</p>
-
-<p>
-— Quando è arrivata?... Si tratterrà molti
-giorni fra noi?
-</p>
-
-<p>
-Allora ella si illividì.
-</p>
-
-<p>
-— Che commedie son queste?
-</p>
-
-<p>
-— Commedie?... Che cosa intende dire, signorina
-Proli?
-</p>
-
-<p>
-— Ma... io non so se sogno o se sono desta.
-Scusa, perchè mi hai scritto?
-</p>
-
-<p>
-— Chi le ha scritto, signorina Proli?
-</p>
-
-<p>
-— Tu!
-</p>
-
-<p>
-— Io?... E quando, ragazza mia?... Saranno
-due mesi che non prendo la penna in mano!
-</p>
-
-<p>
-— Ma come? E questa... — e incominciò a
-frugare nella borsetta.
-</p>
-
-<p>
-— Già!... Due mesi o giù di lì. Ho avuto
-un panereccio a questo dito. Si figuri di vedere un
-paracarro, cara Proli! Si fa per dire ma le assicuro
-che sono stato male. Certe fitte!... Mi ha
-dato perfino la febbre; e un febbrone da cavalli!
-Ah, i panerecci! Pare così, ma sono faccende
-<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span>
-serie!... Uno si vede gonfiare, gonfiare che non
-sa dove vada a finire. Si addormenta con un dito
-e si desta con un obelisco...
-</p>
-
-<p>
-— Scusa... — continuò la signorina Proletaria
-Sapelli, che non aveva intesa una sola fra le
-tante parole pronunziate dal Cavaliere nel frattempo,
-intenta, com'era, alla ricerca; — scusa,
-e questa chi l'ha scritta?...
-</p>
-
-<p>
-E brandiva, alta, la lettera compromettentissima.
-Egli la riconobbe alla prima occhiata, però
-mantenne il punto di intransigente innocenza. E
-domandò con limpida schiettezza:
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è?...
-</p>
-
-<p>
-— La tua lettera.
-</p>
-
-<p>
-— Cara mia, questo non può essere.
-</p>
-
-<p>
-— Smettila di fare lo gnorri.
-</p>
-
-<p>
-— Lo gnorri?... Di fare lo gnorri?... — Ecco
-una parola che lo turbava, per Bios! Una
-parola della Cattedra. — Cara Proli, lo gnorri
-potremo farlo insieme; ma io solo, no! Mai e
-poi mai!...
-</p>
-
-<p>
-Credeva di essersi salvato con sottile astuzia;
-ma Proli gli rise sulla faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Sei comico!
-</p>
-
-<p>
-Quanto dispetto in quelle parole e in quella
-risata!
-</p>
-
-<p>
-— Proli, non si dimentichi che siamo in una
-piazza.
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa mi importa della piazza e della
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-gente? Io sono figlia delle mie azioni e non debbo
-renderne conto a nessuno!
-</p>
-
-<p>
-— Credo che Coriolano...
-</p>
-
-<p>
-— Coriolano non ha niente a che fare con
-me. Io sono libera, libera, libera!...
-</p>
-
-<p>
-— Lo vedo, cara Proli; ma... le convenienze!...
-Guardi la gente come ci osserva.
-</p>
-
-<p>
-— Peggio per la gente e peggio per te!
-</p>
-
-<p>
-E si ostinava a trattarlo con quel pronome confidenziale,
-come se avessero succhiato il latte alla
-stessa mammella! Dio, che ragazza sguaiata!...
-E non giovava ch'egli la trattasse con riservato
-rispetto e con signorile paternità. Ma che cosa
-voleva dunque?... L'amore?... Sì, stava fresca!...
-Piuttosto sacrificarsi come Padre Origene,
-e gettar nel sepolcro le cose sue delicate, anzichè
-farne parte a quella specie di viragine urlante.
-</p>
-
-<p>
-Allora si risolse e le disse:
-</p>
-
-<p>
-— O mi stia bene a sentire, egregia signorina:
-la lettera che lei fa svolazzare così come se
-fosse una bandiera, non è mia. Io non posso averle
-scritto e lei lo deve capire...
-</p>
-
-<p>
-— E perchè, per esempio?
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè, per Bios!, le pare ch'io sia
-un giovine studente?
-</p>
-
-<p>
-— Uno studente, no; ma un vecchio satiro sì!
-</p>
-
-<p>
-Vecchio?... Satiro?... O quando avrebbe
-finito di insolentirlo? Così, ad occhio e croce,
-satiro gli suonava come il nome di un animale,
-ma non sapeva bene di quale specie o sottospecie;
-<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span>
-però non volle lasciar passare l'insulto invendicato
-e rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Vecchio o non vecchio, questa è una faccenda
-che non la riguarda. C'è chi non la pensa
-come lei... In quanto al resto... sì, in quanto al resto
-s'io fossi un satiro, a quest'ora avrebbe visto che
-bello scherzo le avrei fatto!...
-</p>
-
-<p>
-Ella scoppiò in una incontenibile risata. E
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Ma, caro Mostardo, non mi faresti poi
-tanta paura!
-</p>
-
-<p>
-Accidenti alla Cattedra!... Finiva per non
-capirci più niente.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto, lo aveva preso sotto braccio e voleva
-far la graziosa! Si era incamminata trascinandolo
-via e gli parlava languidamente, con un
-fare da piccola gatta che fa le fusa! Era ancor
-più brutta!... Un papero sarà sempre un papero,
-anche se lo mettono in gonnello!... E una brutta
-faccia, quando voglia angelicarsi, fa male al cuore.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella, sì, poteva far le smorfiette e le
-stavano bene come le rose fra i capelli; ma Proletaria?...
-Ah, quella no!... Quella no!... La signorina
-Proletaria avrebbe dovuto capire che certe
-cose non le convenivano affatto.
-</p>
-
-<p>
-E si riempiva sempre più di angustiato dispetto.
-Poi quel braccio scheletrico che premeva contro
-il suo in una stretta sempre più insistente, gli faceva
-male. Ma perchè tanta confidenza?... E se qualcuno
-li vedeva?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span>
-</p>
-
-<p>
-E Proli parlava parlava:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè sei tanto cattivo con la tua piccola
-Proli?... Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-— Piccola? — pensava Mostardo. — Ed
-ha il voluminoso coraggio di chiamarsi piccola!
-Ma non si guarda allo specchio? Non si vede?
-Non ha la coscienza abbastanza evoluta che le possa
-dire: — No, no, no!...
-</p>
-
-<p>
-E Proli continuava:
-</p>
-
-<p>
-— ... perchè saremmo tanto felici insieme!
-Pensaci Mostardo! Tu ed io. La forza e l'intelligenza...
-Tu ed io! Avremmo tempo di volerci
-bene e di consacrare le nostre forze unite alla Repubblica.
-Faremmo una propaganda strepitosa! Se
-tu fossi con me dovresti prima essere sindaco e poi
-deputato. E, se i Savoia non se ne andassero, nella
-tua vecchiaia saresti senatore!...
-</p>
-
-<p>
-— Belle chiacchiere!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? Non lo credi?... Allora non mi
-conosci e non sai che cosa possa fare una donna
-innamorata!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, sempre delle sciocchezze!...
-</p>
-
-<p>
-— Come sei volgare!
-</p>
-
-<p>
-— E due!
-</p>
-
-<p>
-— Due che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— È la seconda volta che me lo dice.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... scusa, non vuoi capirmi! Non senti
-come ti cerca il mio cuore?
-</p>
-
-<p>
-— Io sento un bell'imbroglio!
-</p>
-
-<p>
-— Cosa hai detto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto che parlo turco.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè facciamo a non capirci.
-</p>
-
-<p>
-— Sei tu che non vuoi capire!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!
-</p>
-
-<p>
-— Che prima hai cercato di compromettermi
-e poi...
-</p>
-
-<p>
-— Non dite questo!... Vi prego di non dire
-questo!...
-</p>
-
-<p>
-Ora cambiava pronome. Ne aveva fin sopra
-ai capelli. Quel sentirsela stretta al fianco lo inaspriva
-troppo, e i tentativi di lei, lo rendevan selvaggio.
-Sfilò il braccio da quello di lei e, scostatosi
-di un passo, continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Ch'io abbia cercato di compromettervi son
-chiacchiere belle e buone!... Io non vi ho mai
-detto niente che non andasse bene, e vi garantisco
-che continuerò per questa strada. Potrei anche trovarvi
-addormentata che non vi torcerei un capello!...
-</p>
-
-<p>
-— Come si vede che non sei più il Mostardo
-di un tempo!
-</p>
-
-<p>
-— Lo dite voi!
-</p>
-
-<p>
-— E tu me lo provi.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Bella sboccia!</i>... Perchè sono un uomo di
-onore.
-</p>
-
-<p>
-— Quando ti conviene.
-</p>
-
-<p>
-— No! sempre!
-</p>
-
-<p>
-— Però Ninon Fauvette...
-</p>
-
-<p>
-— Basta!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ninon Fauvette ti conosce come ai tuoi
-bei tempi dell'<i>alunnato rivoluzionario!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Queste sono cattiverie che non possono nascere
-in testa che a una donna! — gridò Mostardo. — E
-voi non siete neppure una donna!... Voi
-siete un cacume!... Sì, perchè io non ho trovato
-mai una linguaccia più perfida, neppure fra i Versipelle
-dei nostri giornali!...
-</p>
-
-<p>
-— Quanto sei carino!
-</p>
-
-<p>
-— Io non voglio essere niente per voi e vi
-prego di finirla. — Era diventato bianco. L'aver
-tirato in ballo la Mignon del suo cuore, lo aveva
-fatto uscir dalle staffe. Ora era fermamente deciso
-di parlar chiaro e di togliersi da torno quel gallinaceo
-invespito. Ed egli non era, nel fattispecie,
-disposto a buttar via la gallatura.
-</p>
-
-<p>
-Ma ragionando così e incalorendosi seco stesso,
-gli venne fatto di levar gli occhi e di considerare
-il luogo nel quale erano giunti camminando passo
-passo senza badare alla direzione. Guardò e impietrì.
-Erano sotto alle finestre del palazzo Alerami
-e vide anche, o gli parve vedere, la sua gioia
-sporgersi da un davanzale. Tale constatazione lo
-fulminò.
-</p>
-
-<p>
-Si era appena rivolto e, indurite le linee della
-faccia aveva incominciato a dire, con risolutezza:
-</p>
-
-<p>
-— Ed ora vi prego di lasciarmi andare e sia
-finita una buona volta per sempre!
-</p>
-
-<p>
-Appena questo aveva detto quando sentì una
-mano appoggiarsi familiarmente sulla sua spalla e
-<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span>
-vide comparire la larga e rotonda faccia del Donzello
-della Democrazia.
-</p>
-
-<p>
-E Coriolano sorrideva, come colui che la sa
-lunga e come colui il quale, credendo essere possessore
-di qualche delicato segreto, di qualche amoroso
-armeggìo sol per questo si ritiene in dovere di
-assumere un'aria paterna e protettrice.
-</p>
-
-<p>
-Sorrise adunque con paterna furbizia, il nostro
-Coriolano e disse:
-</p>
-
-<p>
-— So... so.. sono qua...
-</p>
-
-<p>
-— Bravo!... Capiti a proposito!... — gridò
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Conoscerai questa canaglia!... — sibilò
-Proli che era verde.
-</p>
-
-<p>
-Ma Coriolano non si scompose; continuò a sorridere
-e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Llll... llllllll... porca miseria!... L'amore
-comincia sempre così!
-</p>
-
-<p>
-— Ma va all'inferno! — gridò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Aaaa... aaaaaa... amico mio, vuoi un
-consiglio?... Chhhh... Chhhhhhh... chiudi un
-occhio!... Prrr... Prrrrrr... Prrrrrrrrr... porco
-cane!... Proli è un tesoro! siete nati per stare
-insieme!... L'ho detto sempre io!...
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo più non si tenne.
-</p>
-
-<p>
-— Fra te e tua nipote mi avete annoiato anche
-troppo! Adesso basta perchè non ne posso più...
-Non ne posso più!... O vi togliete dai piedi, o vi
-insegno io che cosa vuol dire fidarsi troppo della
-mia pazienza! — Gridò queste ultime cose perchè
-<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span>
-potessero essere udite anche dalle finestre del palazzo
-Alerami, poi, volte le spalle, si allontanò a
-gran furia brontolando sempre.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Proseguì a capo basso; solo, quando ritenne di
-esser giunto sotto il davanzale della sua creatura,
-levò gli occhi. Mignon era là!
-</p>
-
-<p>
-Aveva veduto tutto; ma forse non aveva udito
-tutto. Era là e fu sollecita a ritirarsi non appena
-lo vide. Per Bios!
-</p>
-
-<p>
-Si ritirò e chiuse la finestra con vivace fragore.
-</p>
-
-<p>
-— L'ha fatto per me!
-</p>
-
-<p>
-Ciò gli dette tale fitta al core che traballò.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... Ma che cosa le ho fatto?...
-</p>
-
-<p>
-Veniva innanzi un temporale catastrofico e il
-cielo si oscurava.
-</p>
-
-<p>
-Camminando così, nel grande travaglio dell'anima,
-prese uno scivolone che per poco non lo
-mandò ruzzoloni.
-</p>
-
-<p>
-— State attento! — gli disse un passante che
-era accorso. E Mostardo, pien di dispetto:
-</p>
-
-<p>
-— <i>S'a chesch, a chesch in tèra; zidenti a
-ch'im tö sò!...</i> (Se casco, casco in terra; accidenti
-a chi mi prende su!...).
-</p>
-
-<p>
-E continuò la strada.
-</p>
-
-<p>
-Ah, Mignon!... Perchè dischiudere un napoleonico
-giaciglio a un gigante tranquillo, per poi
-negargli anche la grazia di un sorriso?... Era questo
-che non riusciva a capire il povero grande Mostardo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span>
-</p>
-
-<p>
-Forse non era stata che una distrazione.
-</p>
-
-<p>
-— Una distrazione?... Ma se è stato tutto un
-dare e un prendere?... Tu per me ed io per te!
-Dunque?...
-</p>
-
-<p>
-E non la digeriva.
-</p>
-
-<p>
-— No!... Anche lei mi vuole avvelenare!...
-<i>A sò un povar sgraziè!...</i> (Sono un povero disgraziato!).
-</p>
-
-<p>
-E l'amore, l'amore lo riduceva ai minimi termini,
-povero grande Mostardo! Perchè, nella sua
-schietta ed intiera semplicità, non riusciva a capire
-la donna che oggi si dona e domani ha tutto dimenticato.
-Come si possono dimenticare certe cose?
-Ma sono forse una bibita rinfrescante? Già con
-le donne non si ragiona. Non si ragiona!
-</p>
-
-<p>
-E l'affanno gli cresceva a dismisura.
-</p>
-
-<p>
-Incominciò un vento gelido di tempesta e suonavano
-lontano, per le campagne, le campane a
-scongiurare la grandine.
-</p>
-
-<p>
-Era la prima volta, la primissima volta, in vita
-sua che Mostardo provava il mal d'amore. E questo
-male lo rendeva cieco.
-</p>
-
-<p>
-Errò così in lungo e in largo senza saper dove
-andasse.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Poi cominciò un tremendo temporale estivo fra
-grandine, baleni e saette.
-</p>
-
-<p>
-Il cielo era livido, nero. Un vento a raffiche
-si avventava giù dal cielo a rovesciare i camini, a
-far volare le tegole come le foglie di autunno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span>
-</p>
-
-<p>
-La gente fuggiva spaurita. Mostardo non se
-ne accorse neppure.
-</p>
-
-<p>
-Disse solo, rispondendo all'interno dispetto:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Me avrèbb che piuvèss dal mesan!...</i> (Io
-vorrei che piovesser macine!...).
-</p>
-
-<p>
-E chi lo vide passare lentamente sotto il diluvio
-ritenne fosse impazzito.
-</p>
-
-<p>
-Il cielo pensò a calmarlo un poco. Dopo venti
-minuti di irrigazione, riaprì l'anima alla speranza.
-</p>
-
-<p>
-Poteva darsi fosse stata una giornata di nervi
-per Mignon. Già le donne moderne eran tutte nervose.
-L'aveva sentito dire.
-</p>
-
-<p>
-Sperò nel giorno dopo.
-</p>
-
-<p>
-Poi si trovava sulla soglia del giardino di Spadarella
-e ritornava il sole.
-</p>
-
-<p>
-La sua speranza si illuminò raggiando.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ecco, fra il sole e il baglior delle foglie,
-attraverso all'umida dolcezza del giardino che rinasceva
-più fresco dopo il temporale, ecco l'incantesimo
-di una voce distesa. Si fermò ad ascoltare.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">— <i>Dove sei stata questa mattinella?...</i></p>
-<p class="i08"> — <i>Bondì, Mariù!</i></p>
-<p class="i01">— <i>Dove sei stata questa mattinella?...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Era una vecchia cantata; una fra quelle cantate
-che aveva udito e imparato quando errava,
-ancora bambino, scalzo e scamiciato per le strade
-della sua città.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poi gli erano uscite di mente con gli anni, gli
-avvenimenti, le sofferenze; col logorio della vita.
-Avevano esulato tacite e raccolte come le cose che
-si portano via a mano a mano un poco del nostro
-core; un poco della nostra vita.
-</p>
-
-<p>
-Si erano rifugiate nel paese delle nebbie lontanissime
-dove si raccoglie l'ultimo fior dell'anima
-per morire; e per sempre!
-</p>
-
-<p>
-Ora gli ritornavano innanzi le parole e la musica,
-e gli riconducevano un dimenticato sorriso di
-giovinezza.
-</p>
-
-<p>
-Nel tempo della sua giovinezza andavano in
-giro quelle canzoni un poco monotone e soavi. Le
-cantavano le donne, sfaccendando: da una stanza
-buia, da una terrazza sopra le vecchie case color
-della ruggine. E portavano il ritmo di un sogno e
-un poco di sole a tutte le sperdute nel giro dei
-grigi e soli.
-</p>
-
-<p>
-Le portavano i cantanti girovaghi, nei giorni
-di mercato, per le piazze; poi prendevano il volo
-per tutta una terra; diventavano patrimonio comune;
-eran di tutti come le cose che si apprezzano
-solamente quando sono lontane.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo sorrideva, disteso in una beatitudine
-di paradiso. E l'usignuola del suo giardino continuava
-a cantare.
-</p>
-
-<p>
-Poco alla volta, piano piano, passando da
-aiuola ad aiuola, Girolamo e Stefano si erano avvicinati;
-ed ora, le nere ed ossute mani puntate sulla
-vanga, la faccia inchina, immobili, stavano ad
-<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span>
-ascoltare, dimentichi di ogni altra opera, i poveri
-vecchi, presso il più bel fiore del loro giardino.
-Perchè era tanta la soavità di quel canto che le
-cose stesse vi si immergevano, trasfigurate.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Son stata a coglier l'insalatinella,</i></p>
-<p class="i08"> <i>mio bel marì!...</i></p>
-<p class="i01"><i>Son stata a coglier l'insalatinella!</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Poi, di un subito, in un'ultima nota, filata via
-ad estrema dolcezza fino a morire, fusa nella stessa
-armonia del silenzio, il canto si spense. Si spense,
-ma continuò nell'aria un poco; e un po' più nel
-cuore di chi l'ascoltava.
-</p>
-
-<p>
-Caduto l'incantesimo, il cavalier Mostardo non
-seppe infrenare l'impeto dell'entusiasmo e si dette
-ad applaudire e gridò con tutta l'anima, levando
-la faccia verso la piccola finestra racchiusa in un
-fregio di fior gelsomino; gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Bravo il mio core!...
-</p>
-
-<p>
-Spadarella apparve alla finestra.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo il mio core!... Bravo il mio core!...
-</p>
-
-<p>
-Aveva, agli angoli degli occhi, due grossi
-lucciconi.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... <i>Ta m'é fatt piànzar!...</i> (Mi
-hai fatto piangere!...).
-</p>
-
-<p>
-Il fresco riso!... Ed anche l'ultimo sole rise
-con lei fra i suoi capelli d'oro pallido pallido. Girolamo
-e Stefano la guardavano senza parlare.
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'hai fatto, zio?
-</p>
-
-<p>
-— Sei un angelo!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cos'hai fatto?... Sei bagnato?...
-</p>
-
-<p>
-Ora si spenzolava dalla finestra, a guardarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Sei bagnato?
-</p>
-
-<p>
-— Ma no!
-</p>
-
-<p>
-— Come no?... Che cos'è allora?
-</p>
-
-<p>
-— Avevo un diavolo per capello. Forse sarà
-stato il temporale!
-</p>
-
-<p>
-— Povero zio!... Aspetta che vengo...
-aspetta!...
-</p>
-
-<p>
-E si udì la sua corsa per la stanza, poi giù per
-le scale.
-</p>
-
-<p>
-Quando uscì nel giardino, Mostardo non si
-era mosso tuttavia. Stava là, in mezzo alla pozzanghera
-che aveva formato con tutta l'acqua che gli
-colava da dosso.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella si fermò a guardarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma vuoi prenderti un malanno?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuoi che prenda!... Sono di
-pelle dura!
-</p>
-
-<p>
-— Vieni in casa ad asciugarti.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non importa!
-</p>
-
-<p>
-— Spina Rosa?... Spina Rosa?...
-</p>
-
-<p>
-La vecchietta si fece su l'uscio e, come ebbe
-veduto Mostardo, congiunse le mani e, atteggiata la
-faccia alla maggiore compunzione, esclamò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Jòso, la mi Madona!...</i> (Gesù, Madonna
-mia!...).
-</p>
-
-<p>
-Fu acceso un gran fuoco, in cucina; lo zio
-Giovanni vi sedette accanto, ad asciugare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span>
-</p>
-
-<p>
-La finestra era aperta. C'era un profumo di
-rose e di erbe aromatiche e il paradiso era in quel
-luogo, con la beatitudine senza fine.
-</p>
-
-<p>
-Mentre lo zio Giovanni, gli occhi perduti nella
-fiamma, si smarriva nella sua quieta felicità dimenticando
-ogni più recente pena, Spina Rosa,
-dietro le spalle di lui, faceva di gran cenni a Spadarella.
-E Spadarella sorrideva.
-</p>
-
-<p>
-Dovevano fare una improvvisata a Mostardo,
-ma Spadarella non si decideva. Finalmente disse:
-</p>
-
-<p>
-— Abbi pazienza, zio; debbo sbrigare una
-piccola cosa e torno subito.
-</p>
-
-<p>
-— Dove vai?
-</p>
-
-<p>
-— Devo finire una cosa.
-</p>
-
-<p>
-— La finirai dopo. Rimani con me. Non
-stiamo mai insieme!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma... era...
-</p>
-
-<p>
-E Spina Rosa:
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatela andare, padrone.
-</p>
-
-<p>
-— Be', fa presto!
-</p>
-
-<p>
-Spadarella scivolò nella stanza attigua e lasciò
-la porta aperta. Spina Rosa, ferma presso la tavola,
-si riaggiustò il grembiale da cucina e levò la
-faccia in una attesa trepidante. Si udì un suono
-secco come se il coperchio di un mobile fosse stato
-aperto a furia.
-</p>
-
-<p>
-Cantavan le capinere fra le gaggìe sporte fuor
-dalle serre aperte, a fiorire. Suonaron le campane
-del Duomo, suonaron soave rammentando al cuor
-degli uomini che la sera si avvicinava.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span>
-</p>
-
-<p>
-Spina Rosa si fece il segno della croce.
-</p>
-
-<p>
-Si udì il trabalzare di un plaustro sui ciottoli
-della strada. Il tralcio di una rosa rampicante, pendeva
-nel vano della finestra, assecondando il vento
-in un dondolìo dolce come se ninnasse i suoi bocci
-vermigli nel cuor del turchino.
-</p>
-
-<p>
-Scendeva piano piano, dall'eternità, l'ora delle
-rugiade.
-</p>
-
-<p>
-Spina Rosa si impazientiva guardando verso la
-stanza nella quale era scomparsa Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-Lo zio Giovanni era rientrato nel regno della
-sua smarrita beatitudine.
-</p>
-
-<p>
-— Spadi?
-</p>
-
-<p>
-— Un momento!... — rispose la piccola
-bella. Spina Rosa non poteva trovar pace.
-</p>
-
-<p>
-Ad un tratto anche le capinere finiron di cantare
-e lo zio Giovanni scattò sulla seggiola e si
-rivolse a guardare verso la stanza nella quale era
-scomparsa Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-Nel placido e amoroso tramontar della luce,
-come le rose fra le foglie, come i fior del ciliegio
-fra le rame, e le stelle sperdute fra le costellazioni,
-sbocciavano, a far parte dell'umano Universo,
-sgorgavano per estenuarsi nel vento e salir verso il
-cielo, le note di una musica che non aveva ancora
-un nome, che non aveva ancora un volto, ma nasceva
-e svaniva, per gli ascoltatori improvvisi, nel
-subcosciente.
-</p>
-
-<p>
-Sì, era Spadarella!...
-</p>
-
-<p>
-Era Spadarella, la bionda creatura mattutina,
-<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span>
-seduta ad un vecchio clavicembalo, chè altro non
-aveva potuto comprare coi suoi scarsi risparmi. E
-per lunghi mesi aveva serbato il segreto per giungere
-all'improvvisata di quell'ora.
-</p>
-
-<p>
-Spina Rosa era al colmo della felicità.
-</p>
-
-<p>
-Lo zio Giovanni chinò gli occhi e la faccia
-e non disse niente.
-</p>
-
-<p>
-Girolamo e Stefano, in punta di piedi, trattenendo
-il fiato, entrarono l'un dietro l'altro e si
-fermarono presso la porta, il capo scoperto.
-</p>
-
-<p>
-Non era un po' figlia loro, Spadarella?... Essi
-lavoravano al nido di lei; facevano nascere i fiori
-del suo giardino; la tenevano alta nella devozione
-della loro fatica.
-</p>
-
-<p>
-Era la loro piccola madonna; l'angelo che fa
-perdonare la vita ai poveri poverelli.
-</p>
-
-<p>
-E quattro anime eran rapite così nello stesso
-amore. Fu prima una dolce sonata di Frescobaldi
-che Spadarella eseguì sul clavicembalo dalla voce
-dispenta; poi cantò. Cantò un brano della <i>Traviata</i>;
-un altro dei <i>Pescatori di perle</i> e la romanza
-della <i>Vally</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>... ebben ne andrò lontana...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma dove la toglieva, la piccola gola di usignoletta,
-tanta passione?... Da dove le derivava
-una così grande intensità di ardore?... Come poteva
-conoscere tanta tristezza, da far piangere
-le quattro creature in adorazione?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>... ebben ne andrò lontana</i></p>
-<p class="i01"><i>come fa l'eco della mia campana...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Così tutta la nostalgia della povera umanità
-tribolata partiva con l'anima di Spadarella sul
-vento della sera. Ella cantava per tutti i cuori che
-si levano sul vento della sera, quando la malinconia
-li raccoglie oltre la fatica e il deserto. E la sua
-voce era la cosa più pura ed angelica che potesse
-levarsi sul mondo delle anime appenate.
-</p>
-
-<p>
-Un altro uditore entrò che si tolse il cappello
-e rimase fermo sulla soglia: Asdrubale Tempestoni.
-Nessuno gli pose mente.
-</p>
-
-<p>
-Poi scoppiò un urlo e chi gridò più forte fu
-lui, Tempestoni:
-</p>
-
-<p>
-— Questa vale dieci volte la Melba, la Patti,
-la Tetrazzini, <i>te lo dico me!...</i>
-</p>
-
-<p>
-E giù ad applaudire da schiantarsi le mani.
-Si udiva Spadarella che rideva nella stanza vicina.
-</p>
-
-<p>
-Poi incominciò un'aria del <i>Werther</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Werther</i>, in Romagna, è una istituzione sociale.
-Hanno pianto più occhi per i casi di Carlotta,
-nella terra dei cocomerai, che non siano passate
-rondini sul Mar Africano. La musica del
-<i>Werther</i> fra Imola e Cattolica, fra Ravenna e
-Rocca San Casciano, e dalle Lagune di Comacchio
-ai confini della Repubblica di San Marino, è
-più popolare dell'<i>Internazionale</i>. Tutti i teatri,
-grandi e piccini, hanno avuto il loro <i>Werther</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>... Signor, la casa è qui...</i></p>
-<p class="i01"><i>l'ora è di riposar...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Oppure:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i> — Tu mi hai detto:</i></p>
-<p class="i05"> <i>A Natal...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E ancora:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Come, passato il nembo,</i></p>
-<p class="i01"><i>si queta il mar fremente,</i></p>
-<p class="i01"><i>il cuor non soffre più...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Chi non canta questa musica? Chi non sa questa
-musica, per le rosse città della dolce terra armoniosa?...
-</p>
-
-<p>
-Tutta la malinconia della razza si è raccolta
-per le melodie massenettiane e di queste ha fatto
-la sua passione. Così quando Spadarella, con la
-sua voce soavissima, incominciò a cantare un'aria
-dell'opera prediletta, tutti si rizzaron sul torso e
-l'estasi si dipinse su quei volti rudi e passionati.
-Poi fu un finimondo di applausi e, quando la piccola
-comparve sulla porta, lo zio Giovanni se la
-prese fra le braccia e le disse le cose più belle
-che sapeva; tutte le cose più belle che sapeva,
-anche se non eran troppe.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-— Dunque — fece Tempestoni — lo facciamo
-questo contratto?... Ma sì! Deve debuttare
-nella sua città. Dobbiamo essere noi a tenerla
-a battesimo. Dove vorreste mandarla?... Questo
-<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span>
-settembre... al tempo della mia Grande Lotteria,
-Mostardo!... Vi preparo un teatro da leoni! Vi
-faccio anche il<i> Golfo Mistico</i>!...
-</p>
-
-<p>
-— Voi fate delle chiacchiere!
-</p>
-
-<p>
-— No, vi faccio il <i>Golfo Mistico</i> a mie
-spese, nel Teatro Comunale! Deve correr la gente
-da Milano e da Roma. Deve essere una cosa che
-non si è vista mai in Italia. Un paradosso!
-</p>
-
-<p>
-Asdrubale Tempestoni non aveva un linguaggio
-preciso e usava le parole con sfumature tutte sue.
-</p>
-
-<p>
-— Lo facciamo questo contratto?... Daremo
-il <i>Werther</i>, è vero Spadarella?
-</p>
-
-<p>
-La piccola sorrideva senza parlare.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi pensare, prima!
-</p>
-
-<p>
-— No, è meglio subito!
-</p>
-
-<p>
-— Ma lo sai bene il <i>Werther</i>? — domandò
-Mostardo a Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-— Ho cinque opere in repertorio!
-</p>
-
-<p>
-— Cinque opere?
-</p>
-
-<p>
-— Ma se vi dico che ha fatto miracoli — disse
-Spina Rosa.
-</p>
-
-<p>
-E Tempestoni:
-</p>
-
-<p>
-— Dieci sere... diecimila lire!... Die-ci-mi-la
-belle lirone!... Eh, Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Jòso, e' mi Signor!..</i> (Gesù, Signor mio!) — mormorò
-Spina Rosa.
-</p>
-
-<p>
-— È che voi non capite niente di teatro, caro
-Mostardo, perchè se capiste accettereste le mie
-proposte a braccia aperte!... Solamente il <i>Golfo
-Mistico</i>!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è questa roba?... — domandò
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Come che cos'è... È una invenzione tedesca
-o di Wagner o di <i>Biroit</i>, non mi ricordo
-bene...
-</p>
-
-<p>
-— No, signor Asdrubale — fece Spadi, sorridendo. — Beireuth
-è una città della Baviera
-nella quale Riccardo Wagner fece elevare il suo
-famoso Teatro Nazionale.
-</p>
-
-<p>
-— Hai sentito?... — fece Tempestoni rivolto
-a Mostardo. — Spadarella ti può insegnare. Be',
-io ti faccio, a mie spese, il <i>Golfo Mistico</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Ma, insomma, che cos'è questo <i>Golfo</i>?
-</p>
-
-<p>
-— È una specie di buco per l'orchestra. Wagner
-la sapeva lunga, Wagner!... Perchè vedere
-nel muso tutti questi smorfiosi di professori?...
-Era troppa confidenza per il pubblico! Allora ecco
-un bel buco e, dentro tutti quanti! Tromboni e
-contrabassi e la <i>Cassa</i> coi <i>piatti</i>!... Così non si
-sente che la musica. Poi il teatro al buio!.... È
-anche una bella economia. Oi!...
-</p>
-
-<p>
-— Il teatro al buio?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro! La nostra città non avrà mai veduto
-niente di simile. In quanto a questo, se ne parlerà
-anche all'estero. Poi, con la mia Grande Lotteria,
-in quei giorni sarà qui tutta la Romagna.
-Dunque volete firmarlo questo contratto?
-</p>
-
-<p>
-— Oggi no — fece Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-E Spadarella:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il maestro mi aveva già proposta una scrittura
-per Milano.
-</p>
-
-<p>
-— Per Milano?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Al <i>Dal Verme</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Be', il <i>Dal Verme</i> sarà il <i>Dal Verme</i> — fece
-Asdrubale Tempestoni contrariato. — Però
-il nostro Comunale col <i>Golfo Mistico</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Per adesso non voglio sentir niente! — gridò
-Mostardo. — Voglio pensarci. Non so neppure
-se manderò la mia bambina sul teatro. Non
-volete capire che è la mia bambina?... Domani,
-se qualcuno si pensasse di torcerle un capello,
-porco Dacco!... Brucio il teatro e il tuo <i>Golfo
-Mistico</i>, e tutte le scarabattole per suonare!...
-</p>
-
-<p>
-— In quanto a questo, non son poi tanto scarabattole! — mormorò
-Asdrubale, mortificato.
-</p>
-
-<p>
-— Bella roba!... Per quello che valgono!...
-</p>
-
-<p>
-— Sì! <i>Mo vacci</i> te a suonare! — fece Tempestoni,
-offeso nel suo amor proprio di impresario.
-</p>
-
-<p>
-Poi lo zio Giovanni cedette alla dolce Spadarella.
-Furono combinate dieci recite del <i>Werther</i>
-per la seconda quindicina di settembre; una grandissima
-<i>réclame</i>, il teatro messo a nuovo, il <i>Golfo
-Mistico</i> e diecimila lire alla piccola.
-</p>
-
-<p>
-Stesa la bozza del contratto, Tempestoni volle
-lasciare una caparra perchè Mostardo non avesse
-a pentirsi.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella sarebbe stata una Carlotta paradisiaca.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Una Carlotta di paradiso, sì!... — Il Cavalier
-Mostardo scosse il capo guardando i mattoni
-del pavimento. E un'altra Carlotta era esulata nel
-campo de' suoi vili nemici!
-</p>
-
-<p>
-Asdrubale Tempestoni raggiunse il colmo dell'entusiasmo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che <i>Scala</i> e <i>Costanzi</i>!... Dovranno
-venire da noi, se vorranno sentire il primo <i>Werther</i>
-del mondo!... La <i>Scala</i>!... Il <i>Costanzi</i>!...
-Aspetta che ti accomodi io il nostro teatro e poi
-vedrai!... Non ci deve essere <i>parangone</i> neppure
-con l'<i>Opera</i> di Parigi!... Io le so fare le cose,
-io!... Ti faccio un <i>Golfo</i> che ci può venire
-il Signore a suonare! <i>Te lo dico me</i>! Ti accomodo
-un teatro che se ci porti la regina Elisabetta
-o Caterina Sforza, ci devono stare come a
-casa sua! Ma che cosa vuoi parlare!... Noi siamo
-sempre <i>estemporanei!...</i> Basta che si dica la Francia,
-la Germania, l'Inghilterra!... Basta che si
-dica l'America e il Giappone!... E quello che
-facciamo in casa propria è sempre una porcheria!...
-Bella gente siamo! Ma chi te le ha fatte le grandi
-invenzioni?... E Marconi dove lo metti? E
-dove metti Michelangelo, Cagliostro, Giuseppe
-Verdi?... Dove son nati Rossini e Tamagno?...
-Dov'è morto Dante Alighieri?... Da noi!... Proprio
-da noi... qui, a due passi: a Ravenna, che
-era come casa sua!... Altro che storie!... E poi,
-se si volesse incominciare dai Romani non si finirebbe
-più.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span>
-</p>
-
-<p>
-Perchè fa vergogna!... Se in casa nostra c'è
-un uomo d'ingegno, lo facciamo morir di fame!...
-Ma guarda Catalani, per non dir di più! Se fosse
-nato in Germania avrebbe scritto dieci <i>Vally</i>,
-avrebbe scritto!... Noi lo abbiam fatto morire che
-non aveva tre soldi da comprarsi un caffè... E chi
-più sparla, più ha ragione, da noi! Ai miei tempi i
-giovani imparavano ed erano pieni di entusiasmo;
-adesso imparano a dir male degli altri quando hanno
-ancora <i>i due soldi sull'ombelico!...</i>
-</p>
-
-<p>
-Imparate a conoscere l'Italia, imparate!... E
-lasciatemi stare tutte le Francie e le Inghilterre del
-mondo!... Sì, va in Francia e in Inghilterra a sentire
-quello che dicono di noi, quei Padreterni!...
-L'Italia?... Peuh!... Da buttar via!... E devono
-venir da noi per imparare! Be', vedrete adesso,
-che cosa vi combinerò io, che mi chiamo Tempestoni!
-Tutti a bocca aperta resterete. <i>Ve lo dico
-me!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Addio Spadarella!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E uscì che aveva il colore dei papaveri e
-un'anima garibaldina, nel rosso crepuscolo estivo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Rimasero soli lo zio Giovanni e Spadarella.
-Sedettero all'aperto, nel giardino.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella stava sulle ginocchia di lui che la
-guardava senza far parola. Pareva volesse dirgli
-qualche intima cosa e non ardisse.
-</p>
-
-<p>
-— Zio?...
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuole la mia bambina?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Zio... dovrei dirti una cosa...
-</p>
-
-<p>
-— Dilla.
-</p>
-
-<p>
-— Non so come incominciare!
-</p>
-
-<p>
-— È una cosa grande?
-</p>
-
-<p>
-— Credo di sì.
-</p>
-
-<p>
-— Una cosa molto grande?
-</p>
-
-<p>
-— Per me, sì!
-</p>
-
-<p>
-— Diavolo, diavolo, diavolo!... E che cos'è
-mai?
-</p>
-
-<p>
-— Zio...
-</p>
-
-<p>
-— Avanti. Ti vergogni di me? Non ti voglio
-bene? Hai timore che ti dica no?
-</p>
-
-<p>
-— Non è questo, zio, ma... vorrei tu indovinassi!
-</p>
-
-<p>
-— Mi debbo provare?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì!
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo. Di che si tratta?
-</p>
-
-<p>
-— Se debbo dirtelo io, allora...
-</p>
-
-<p>
-— No! Volevo sapere... Un momento! Si
-tratta di affari?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, no!
-</p>
-
-<p>
-— Di cose che ti possono piacere... che
-so?... di qualche desiderio?
-</p>
-
-<p>
-— Neppure!
-</p>
-
-<p>
-— Neppure?... Allora... vediamo!... Ora
-credo di esserci. È una mia vecchia promessa?...
-</p>
-
-<p>
-— Non so...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, bambina mia! È una mia vecchia promessa.
-Ma sono pronto a mantenerla. Del resto
-perchè non dirmelo? Non sai che ho solo la mia
-<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span>
-Spadarella al mondo, io, vecchio matto?... Non
-sai che se Spadarella mi dicesse: — Voglio il tuo
-cuore!... — Mi aprirei il petto, per darglielo questo
-cuore che non è più buono a niente?
-</p>
-
-<p>
-— Il mio zio!... — e lo baciò.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque... allora resta fissato. Andremo
-a Rimini fra dieci giorni. Ti fa piacere?... Era
-questo che voleva la mia bambina?...
-</p>
-
-<p>
-— No, zio. Non era questo!
-</p>
-
-<p>
-— No?... E allora il povero zio Giovanni è
-una bella bestia! Già, ci vorrebbe il cuore di una
-mamma per capirle queste bambine!... Io?...
-Che cosa vuoi che capisca io, che sono uno scapolaccio
-ignorante...
-</p>
-
-<p>
-— Non parlare così! Sai che non voglio!
-</p>
-
-<p>
-— Devo provare ancora?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo... Ahi, che ho capito Spadi!
-</p>
-
-<p>
-— Davvero?
-</p>
-
-<p>
-— Questa volta, sì! Ne sono sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— Allora?... Che cos'è che voglio?...
-</p>
-
-<p>
-— Bambina... il grande segreto è qui — e le
-posò una mano sul cuore.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella chinò la faccia senza rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi?... Ed è una faccenda grave?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Sei innamorata!
-</p>
-
-<p>
-Spadarella non rispose. Gli levò i grandi occhi
-celesti in volto, e brillarono d'amore e di gioia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sei innamorata... — ripetè lo zio Giovanni. — Già...
-era da prevederlo! Così bella
-come sei!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma non voglio andarmene, zio!
-</p>
-
-<p>
-— In quanto a questo, il mio cuore non deve
-pensare ai vecchi!... I vecchi bisogna lasciarli
-nel loro cantone, come è giusto. Quando non servono
-più a niente, il Signore se li deve portar via...
-Lasciami dire. Io lo so bene come vanno le cose.
-E poi... credi che lo zio Giovanni vorrebbe proprio
-guastare la vita della sua bambina? Ma se
-ne andrebbe, col suo fagotto, centomila volte!
-Be'... lo so che ti dispiace... lo so che sei
-buona!... Di questo non parliamo. E... vorresti
-sposare?...
-</p>
-
-<p>
-— Io non so, zio!... Vorrei che tu mi consigliassi.
-</p>
-
-<p>
-— È piuttosto difficile, sai?... Ah, è piuttosto
-difficile!... Vedi bene che non sono mai riuscito
-a consigliar me stesso, se sono ancora scapolo!
-</p>
-
-<p>
-Spadarella rise e gli gettò le braccia al collo.
-</p>
-
-<p>
-— Zio... zietto... sì, tu devi consigliarmi!
-Tu devi consigliarmi!...
-</p>
-
-<p>
-— Io ti dirò quello che è giusto e niente di
-più: fa quello che ti dice il core.
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare troppo presto, adesso...
-</p>
-
-<p>
-— Non hai torto.
-</p>
-
-<p>
-— ... e gli voglio bene!
-</p>
-
-<p>
-— Beato lui!
-</p>
-
-<p>
-— Vorrei aspettare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì, bambina. Sei tanto giovane!
-</p>
-
-<p>
-— Potremmo fidanzarci.
-</p>
-
-<p>
-— Fidanzatevi! Però... un momento. Si può
-sapere il nome di lui?
-</p>
-
-<p>
-— Lo conosci.
-</p>
-
-<p>
-— Io?... No!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, zio. Te l'ho detto un'altra volta.
-</p>
-
-<p>
-Lo zio Giovanni guardò Spadarella negli occhi,
-poi abbassò la faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Ah!... È quello del rosignolo...
-</p>
-
-<p>
-Ripetè più sommessamente e più pensoso:
-</p>
-
-<p>
-— ... è quello del rosignolo!... Sicuro, sicuro,
-sicuro... È quello del rosignolo... Non ci
-avevo pensato. Già... tu me ne parlasti... e poi
-mi era passato di mente. Sfido, io!... Con l'inferno
-che è nella mia vita in questi giorni!... Si
-chiama, già... si chiama, si chiama... ah, Paolo
-Corani!... Sicuro, sicuro!... E, quando è ritornato?
-</p>
-
-<p>
-— Ritornò subito, zio.
-</p>
-
-<p>
-— Subito?... Già!... E... è venuto spesso
-a trovarti?
-</p>
-
-<p>
-— Ci vedevamo tutte le sere sulla porta del
-giardino...
-</p>
-
-<p>
-— Tutte le sere!... Paolo Corani... Già, il
-figlio della Serafina. Suo padre è in America.
-Scappò con una donnaccia e piantò qua la moglie
-e il figlio... Sicuro, sicuro...
-</p>
-
-<p>
-E tacque.
-</p>
-
-<p>
-— A che cosa pensi, zio?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bambina, dimmi proprio la verità; ma dimmela
-con gli occhi negli occhi e ricorda che non ho
-in mente se non il tuo bene. Qualsiasi cosa tu abbia
-fatto, non ti condannerò. Tu sarai sempre sempre
-il mio core!... Ricordalo... E adesso rispondimi
-così, come parleresti <i>a e' tu Signurèn in' t' e' zil</i>!
-(al tuo piccolo Signore nel cielo!). Bambina... ti
-sei compromessa?
-</p>
-
-<p>
-— No, zio.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Ti credo. Tu non sai dirla una
-bugia. Poi, con me?... Che gusto ci sarebbe se
-ti perdonerei sempre?
-</p>
-
-<p>
-— Come sei buono!...
-</p>
-
-<p>
-— No... no!... Io non sono buono. Sono un
-vecchio catafalco io, lo so... Però vorrei conoscere
-questo tuo Paolo...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, zio. Subito.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco... Subito sarebbe un po' troppo!
-Mettiamola per domani, ti va?
-</p>
-
-<p>
-— Come vuoi, zio.
-</p>
-
-<p>
-— Io, intanto, cercherò di sapere tante cose.
-Però... se a te non fa piacere...
-</p>
-
-<p>
-Spadarella gli dette un gran bacio perchè tacesse.
-</p>
-
-<p>
-— Vedrò come stanno le cose. Non ti sembra
-necessario?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, zio.
-</p>
-
-<p>
-— È necessario. Tu sei sola. Quel ragazzo
-potrà essere una perla, ma potrebbe anche darsi
-che non lo fosse, e allora...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Allora?...
-</p>
-
-<p>
-— Allora gli rompo la faccia come è vera la
-Repubblica!
-</p>
-
-<p>
-— Zio!...
-</p>
-
-<p>
-— Eh, no, bambina!... Eh, no!... Con certe
-cose non si può scherzare!... Perchè se quel ragazzo
-ha calcolato di farsi bello con la mia creatura,
-gli è passato di mente il mio nome e chi è
-Giovanni Casadei!...
-</p>
-
-<p>
-Ora camminavano per il giardino.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella si era fatta pensosa.
-</p>
-
-<p>
-— Zio?... Non lo tratterai male?
-</p>
-
-<p>
-— Ma no, bambina!... Gli domanderò solo
-che intenzioni ha.
-</p>
-
-<p>
-Poi il Cavalier Mostardo si fermò chè vide
-venire innanzi fra le aiuole, Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-E si guardava i piedi, forse per la gioia de'
-suoi riconquistati scarponi.
-</p>
-
-<p>
-Quando furono a due passi l'uno dall'altro,
-Mostardo aggrottò le ciglia e domandò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ch' sèll nèca</i>? (Che c'è ancora?).
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia levò la faccia e rise.
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'hai da ridere?
-</p>
-
-<p>
-— Ditemi grazie! — fece Rigaglia con fare
-misterioso.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuol dire grazie?... <i>At ziral la baracòcla</i>?
-(Diventi matto?).
-</p>
-
-<p>
-— Dovete dirmi grazie! — ripetè Rigaglia
-ridendo sempre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non importa che tu faccia lo stupido! Di'
-quello che hai da dire e fa presto.
-</p>
-
-<p>
-— E io non vi dico niente!
-</p>
-
-<p>
-— E io ti dò un pugno che ti farà passare
-la voglia di ridere!
-</p>
-
-<p>
-— Bella maniera!...
-</p>
-
-<p>
-— Quella che ci vuole con te, brutto testone!
-Ti credi forse di potermi prendere in giro?
-</p>
-
-<p>
-— Già siete sempre voi, chè non vi si può
-mai parlare!
-</p>
-
-<p>
-— Ma vuoi prendermi per il tuo giocattolo?...
-</p>
-
-<p>
-Allora Rigaglia, indispettito, brontolò:
-</p>
-
-<p>
-— Volevo dirvi che ho ritrovato la Carlotta...
-ma non ve lo dico più!
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?... — gridò Mostardo accostandosi
-di un passo al suo fido nemico. — Hai ritrovato
-la Carlotta?
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non rispose.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ritrovato la Carlotta?
-</p>
-
-<p>
-— Pare! — nicchiò Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— E dov'è?
-</p>
-
-<p>
-— Nella stalla.
-</p>
-
-<p>
-— Nella nostra stalla?
-</p>
-
-<p>
-— E dove dunque?...
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo si illuminò come il più alto
-monte quando nasce il sole. Si rivolse a Spadarella:
-</p>
-
-<p>
-— Hai sentito?... Ha ritrovato la Carlotta!...
-</p>
-
-<p>
-E gli ridevan gli occhi e tutta la faccia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ha ritrovato la Carlotta!... Vieni qua!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non si muoveva. Col suo testone
-basso si ostinava a guardarsi gli scarponi.
-</p>
-
-<p>
-— Ti ho detto di venir qua! Non badi?...
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si fece innanzi un poco, come un infante
-impermalito.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso ti dico grazie — fece Mostardo e
-gli posò le larghe mani sulle spalle. — Sì, ti dico
-grazie perchè sei grande!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia nicchiava sempre.
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'hai da brontolare?
-</p>
-
-<p>
-— No!... Con voi non c'è gusto!...
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi che ti chieda scusa?
-</p>
-
-<p>
-— Io non voglio niente!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Vut c'at dèga un bès</i>? (Vuoi che ti dia
-un bacio?).
-</p>
-
-<p>
-Risero tutti tre: Spadarella, Rigaglia e Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Poi l'umile e il grande se ne andarono insieme,
-braccio sotto braccio, come due innamorati.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap13">CAPITOLO XIII.
-<span class="smaller"><i>Come il gobbo Pulizia se ne andò a cercar Garibaldi
-e come gli anarchici dell'Isola Felice cooperarono
-alla felicità del Cavalier Mostardo.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Era andata così, come raccontò Rigaglia, compiacendosi
-del busso de' suoi scarponi riconquistati.
-</p>
-
-<p>
-Una sera Rigaglia era solo ed aspettava Mostardo.
-Stava per apprestare la cena, ma prima,
-quasi per un presentimento, era andato nella
-stalla e aveva messo il fieno nella mangiatoia e
-aveva preparato un buon letto di paglia come se
-la Carlotta dovesse ritornare. Si era sentito una
-voce dentro che gli aveva comandato di far questo.
-Poi, compita l'opera, tranquillo e soddisfatto
-stava per salirsene in cucina quando avevano suonato
-il campanello.
-</p>
-
-<p>
-Chi poteva essere a quell'ora?
-</p>
-
-<p>
-Andò ad aprire ed ecco presentarsi un uomo
-che entrò senza aspettare e senza dir niente. Poi
-chiuse la porta e gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Io sono il conte Polpetta!
-</p>
-
-<p>
-Il conte Polpetta?... E poi?... Era quello il
-modo di entrare in casa d'altri?
-</p>
-
-<p>
-— Sta zitto!... Sono venuto perchè ti riporto
-la Carlotta.
-</p>
-
-<p>
-— Che vi pigli un accidente! Dite davvero?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Voglio che mi scoppi il core, se non dico
-la verità!
-</p>
-
-<p>
-— Ma dov'è?
-</p>
-
-<p>
-— È qui dietro, nel vicolo. Vieni ad aprire
-il portone. Fa presto.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si era messo a correre. Però, prima
-di aprire il portone, aveva detto al conte Polpetta:
-</p>
-
-<p>
-— Non vi venga la voglia di farmi impazzire
-per niente, perchè questa sera non sono di buona
-luna!
-</p>
-
-<p>
-Il conte Polpetta aveva aperto per suo conto
-ed ecco il muso della Carlotta, ecco il muso della
-sua Carlotta, farsi innanzi come per dire: — Buonasera!
-</p>
-
-<p>
-Le era saltato incontro; l'aveva abbracciata.
-Era proprio lei, proprio lei!
-</p>
-
-<p>
-Dopo averla riposta nella stalla aveva domandato
-al conte Polpetta:
-</p>
-
-<p>
-— Be', ma come avete fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Questo non devo raccontarlo a te. Di' a
-Mostardo che, domani, lo aspetto all'Isola Felice.
-</p>
-
-<p>
-E non aveva aggiunto altro e se ne era andato
-come era venuto solo solo, zitto zitto, magro
-magro.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo conchiuse:
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Bisognerà che vada dal conte
-Polpetta.
-</p>
-
-<p>
-— Volete che venga anch'io?
-</p>
-
-<p>
-— Vieni pure.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span>
-</p>
-
-<p>
-Eccoli arrivati ad una porta senza battenti.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà questa la casa?
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia aveva risposto:
-</p>
-
-<p>
-— Sarà questa!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo era andato innanzi. Un
-androne buio; un fetore di immondizie accumulate.
-Il pavimento era scivoloso.
-</p>
-
-<p>
-— Ma dove siamo?
-</p>
-
-<p>
-E Rigaglia:
-</p>
-
-<p>
-— Chi lo sa!
-</p>
-
-<p>
-— A me pare di entrare in una concimaia.
-</p>
-
-<p>
-— Infatti lo stabbio c'è — rispose Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Il grande disse al piccolo:
-</p>
-
-<p>
-— Accendi un fiammifero.
-</p>
-
-<p>
-Videro allora, in fondo all'androne, una seconda
-porta e a quella si diressero. Come l'ebbero
-varcata, ecco un rumore di voci.
-</p>
-
-<p>
-— Ci siamo, per Bios!
-</p>
-
-<p>
-Erano entrati in una specie di sala rettangolare,
-illuminata debolissimamente da un lucernario senza
-più vetri. Detto lucernario doveva aprirsi in un
-angusto cortile. Lunghe tele di ragno, annerite
-dalle immondizie, gli facevan torno torno una frangia
-di viscidume. Anche la luce che riusciva a filtrare
-da quell'apertura pareva sudicia. Il fetore aumentava.
-</p>
-
-<p>
-— Per essere la casa degli anarchici, ci fa un
-bel puzzo! — esclamò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Dopodichè si affacciarono sulla porta che immetteva
-nella ex-platea dell'ex-teatro e rimasero
-<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span>
-là, il piccolo e il grande, disorientati, a contemplare
-il novissimo spettacolo che si presentava ai
-loro occhi.
-</p>
-
-<p>
-Dovettero, in un primo tempo, abituarsi alla
-grigia penombra che teneva il luogo in una uguale
-tinta livida dalla quale non emergeva se non qualche
-sagoma nera; ma, quando si furono adattati
-alla luce-ambiente, ecco che poteron vedere di che
-si trattava. E si trattava davvero di una cosa singolarissima.
-L'ex-teatro era convertito in un vero e
-proprio accampamento di zingari. La loro curiosità
-fu subito attratta da un timido cinguettìo, tanto che
-Rigaglia, levata la faccia, domandò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Csa j' èl, di uséll</i>?... (Ci sono degli uccelli?).
-</p>
-
-<p>
-E infatti c'erano degli uccelli. C'era un povero
-canarino in una gabbietta bianca, appeso al
-parapetto di quel più grande palco che si trova
-quasi sempre al centro di ogni teatro, e che suol
-chiamarsi palco reale. Il palco reale, col suo retrobottega,
-serviva di appartamento alla contessa
-Penelope Tompinelli.
-</p>
-
-<p>
-Noi sappiamo come questa contessa, ridotta al
-solo possesso del vecchio teatro dei Battuti Verdi,
-che non le rendeva un soldo, e sul punto di disfarsene,
-sollecitata dall'arcimiserevole conte Polpetta,
-il quale veniva ideando, a consolazione sua e dei
-simili suoi diseredati, l'organizzazione dell'<i>Isola
-Felice</i>, accondiscendesse a disporre di quest'ultima
-sua proprietà a profitto del nuovo esperimento comunista;
-<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span>
-e, raccolta la sua miseria, in detto luogo
-la traslocasse, unitamente agli altri adepti, in attesa
-della felicità. Frattanto si era riserbata, non potendo
-dimenticare di essere padrona, si era riserbata
-il miglior posto, trattandosi di un teatro, e cioè
-il palco reale. Nel qual palco, oltre la gabbia di
-un disgraziato canarino, figuravano alcune casseruole
-di rame, una pentola, una tenda, un paravento
-in brandelli, una poltrona con lo stemma, un vaso
-da notte, un copri-polvere, una scopa e un orologio
-rotto. Naturalmente non solo le primitive decorazioni
-del palco erano scomparse, ma il soffitto
-era crollato e le pareti minacciavano rovina;
-ai quali danni la contessa Penelope aveva cercato
-porre riparo inchiodando una tenda a due travicelli
-del soffitto; e disponendo il paravento a brandelli
-verso la parete che minacciava maggior rovina.
-Ed era ricorsa a quest'ultimo rimedio per
-difendere il suo pudore dal pudore del conte Polpetta
-che abitava nel palco attiguo.
-</p>
-
-<p>
-E il palco attiguo, se così ancora poteva chiamarsi,
-era tutto un fantastico intrico di assi rotte,
-di travicelli fradici e di calcinacci. Fra tale pulverulento
-aggroviglio erano sei vecchie latte da petrolio
-lungo le quali erano disposte due assi e un
-cumulo di paglia tritata. Tale era il letto del conte
-Polpetta; letto difeso dalla pioggia che scendeva
-libera dal tetto in rovina, da un vecchio ombrello
-aperto e fermato per mezzo di cordicelle al circostante
-accatastarsi di assi in isfacelo. Al conte Polpetta
-<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span>
-altre cose non erano riservate, neppure un
-coccio per lavarsi le mani. In compenso egli aveva
-decorata la sua tana, nel prospetto, di tanti cartigli
-sui quali aveva scritto in grandi caratteri rossi, le
-sue massime eterne; o, meglio, le eterne massime
-del comunismo, particolare religione sua, e deciso
-costume.
-</p>
-
-<p>
-Tali massime attrassero l'attenzione del Cavalier
-Mostardo che incominciò a leggerle.
-</p>
-
-<p>
-Ecco la prima:
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Donna, che cos'ho io di comune con te?</span>
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... — fece Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Io sono venuto a suscitare l'uomo
-contro il proprio padre e la figlia contro
-la madre.</span>
-</p>
-
-<p>
-Continuò a speculare. Eccone un'altra:
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Io sono senza mondo.</span>
-</p>
-
-<p>
-E Mostardo guardava Rigaglia; e Rigaglia
-sputava.
-</p>
-
-<p>
-Lesse ancora:
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Il mio io è assorto al dominio del mondo.</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma questa non la capì. Che cos'era questo
-<i>Io</i>?... Il suo <i>Io</i>?... Il dominio del mondo?...
-</p>
-
-<p>
-Scaraventò per l'aria un:
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... — che parve una saetta.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ne dici, Rigaglia?
-</p>
-
-<p>
-— Io dico che c'è un bel puzzo.
-</p>
-
-<p>
-— Questo è vero!
-</p>
-
-<p>
-Nella platea c'era una lunga tavola attorniata
-da sgangherate panche. Quello, il luogo riservato
-<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span>
-ai pasti in comune. Poi torno torno, altre rovine
-di palchi ed altri accampamenti di comunisti. Qua
-si vedeva la testa di un cane; più oltre gli occhi
-giallo-verdi di un gatto. In un palchetto di quart'ordine
-tubavano due tortore.
-</p>
-
-<p>
-Ora anche Rigaglia osservò come la parte più
-caotica del luogo fosse lo spazio riservato un tempo
-al palcoscenico. Ivi era una garetta rovesciata che
-serviva da letto; ivi la carcassa di una vettura preistorica
-adibita a giaciglio; e vasche da bagno in
-disuso, cassapanche, un armadio sventrato, una
-cassa da morto.
-</p>
-
-<p>
-Era quello un angolo distinto dell'Isola Felice;
-l'angolo riservato agli anarchici stirneriani. Anche
-in detto reparto, che poteva chiamarsi degli agitati,
-non mancavano i cartigli con le diciture più stupefacenti.
-Le quali diciture si affrettò a leggere il
-nostro Mostardo che voleva istruirsi. Eccone una
-piuttosto lunga:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<i>Chi agisce secondo la spontaneità del proprio
-dovere,</i> <span class="smcap lowercase">NÈ COMMETTE FURTO</span> <i>se si appropria
-le cose supposte di proprietà altrui;</i>
-<span class="smcap lowercase">NÈ COMMETTE ASSASSINIO</span> <i>se elimina la esistenza
-di quei suoi simili che gli appariscono
-turbatori della libera espansione della sua individualità.</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo lesse due volte ad alta
-voce tale apocalittica sentenza, poi continuò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span>
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<span class="smcap">L'impurità sensuale,</span> <i>di qualunque genere
-essa sia, non importa un'infrazione ad
-alcuna legge morale; e, se anche così fosse,
-non vale la pena di tenerne conto!</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-— Ma questo è un vero <i>trocaico</i>!... E chi
-l'ha detto?... — gridò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Allora una voce grave e roca si levò dal fondo
-del teatro e rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Sono parole di Max Stirner!
-</p>
-
-<p>
-E Mostardo di rimbalzo:
-</p>
-
-<p>
-— Bravo il porco!... Andateglielo a dire da
-parte mia!...
-</p>
-
-<p>
-— Max Stirner è morto!
-</p>
-
-<p>
-— Bene!... E sulla forca, spero!
-</p>
-
-<p>
-— No. Sulla forca morirete voi!
-</p>
-
-<p>
-Stava già, il nostro Cavaliere, per lanciarsi
-alla rapida ricerca dell'ignoto insultatore, quando
-l'allampanata figura del conte Polpetta gli si parò
-davanti.
-</p>
-
-<p>
-— Siete stato puntuale — disse il conte — e
-ve ne ringrazio.
-</p>
-
-<p>
-— Macchè puntuale!... Voglio sapere...
-</p>
-
-<p>
-— Calmatevi Mostardo. Quello non è un comunista;
-è un anarchico!
-</p>
-
-<p>
-— È una canaglia! Un delinquente!
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna capirlo!
-</p>
-
-<p>
-— Io non voglio capire queste immondizie!
-</p>
-
-<p>
-— Abbiate pazienza. Forse non sa chi siete.
-Avete veduto la Carlotta?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il nome del caro quadrupede ebbe la virtù di
-calmare il colosso.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, l'ho veduta, povera bestia! Com'è dimagrita!
-Ma chi l'aveva?
-</p>
-
-<p>
-— Questo non può dirvelo che quel signore
-col quale stavate per azzuffarvi.
-</p>
-
-<p>
-— L'anarchico?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— È lui che l'aveva rubata?
-</p>
-
-<p>
-— Anzi l'ha ricuperata.
-</p>
-
-<p>
-— Fatemi vedere quest'uomo.
-</p>
-
-<p>
-— Venite.
-</p>
-
-<p>
-Attraversarono la platea. Si udì il busso ritmico
-degli scarponi di Rigaglia. Giunti presso
-il singolare accampamento dei senza-legge, il conte
-Polpetta chiamò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Spintàcc</i>?
-</p>
-
-<p>
-Al quale richiamo la stessa voce rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Crepa!
-</p>
-
-<p>
-— Vieni fuori, che c'è gente che ti vuol parlare!
-</p>
-
-<p>
-Allora si vide uscir lentamente dalla cassa da
-morto, prima la testa, poi il torso di un uomo il
-quale, puntate le mani ai lati del singolare giaciglio,
-volse in giro l'orgogliosa faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Chi mi vuole? — domandò aggrottando
-le ciglia.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco il Cavalier Mostardo! — disse il
-conte Polpetta.
-</p>
-
-<p>
-Spintàcc, al nome solenne, non mutò volto;
-<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span>
-non dimostrò nè interesse, nè sorpresa; solo, riparati
-gli occhi dalla luce, col palmo della mano,
-per distinguere meglio i due sopravvenuti, domandò
-considerando a volta a volta il Cavalier Mostardo
-e Rigaglia; Rigaglia e il Cavalier Mostardo:
-</p>
-
-<p>
-— Quale dei due è il nominato?
-</p>
-
-<p>
-Il solo dubbio di poter essere confuso con Rigaglia
-finì di inasprire Mostardo, il quale disse:
-</p>
-
-<p>
-— È inutile vi diate tant'aria! Tanto non
-fate paura a nessuno, anche se abitate in una cassa
-da morto!
-</p>
-
-<p>
-— Allora Mostardo siete voi?
-</p>
-
-<p>
-— Pare!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo un corno!
-</p>
-
-<p>
-— Mi fa piacere di non essermi ingannato. Vi
-avevo immaginato così.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuol dire?
-</p>
-
-<p>
-— Vuol dire che rispondete al perfetto tipo
-del nuovo borghese.
-</p>
-
-<p>
-— Io, borghese?
-</p>
-
-<p>
-— Voi, appunto! E, con voi, la repubblica!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, pezzo da galera! Vieni fuori di lì e
-finisci di fare il cadavere, poi vedi se te l'aggiusto
-io la borghesia e la repubblica su quella testa da
-pidocchi!
-</p>
-
-<p>
-Spintàcc, sotto il violento assalto del Cavalier
-Mostardo, sorrise pacatamente e non si mosse. Rispose
-senza levar la voce:
-</p>
-
-<p>
-— Un mio pidocchio val più di tutte le vostre
-<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span>
-decantate conquiste! E ve lo spiego subito. Abbiate
-pazienza. Da più di un secolo, durante tutto
-il vostro lungo e vano alunnato rivoluzionario, voi,
-fra le mille altre corbellerie, fra le lustre di cui
-avete pasciuto e pascete la bestialità del popolo,
-una ne avete posta innanzi sempre più sciocca, fra
-tutte le sciocche: la libertà, la vostra famosa libertà!...
-Sicuro, la vostra famosa libertà!... Ma
-che cos'è quest'araba fenice? Come si manifesta o
-si è manifestata dopo tanto frastuono, tanta guerra
-e tanto sangue? Quali intieri e reali vantaggi ha
-portato ai paria, ai diseredati del mondo?... Nessuno!...
-Io vi dico, nessuno!... L'egoismo dell'uomo,
-la sola sacra forza di vita e la sola rispettabile,
-è stato sempre schiavo della vostra infame
-concezione statale. Voi vi siete fermati al giusto
-mezzo, alla mediocrità, alla quiete. Il vostro Stato
-ha protetto la prepotenza di un gruppo di egoisti.
-Che cosa hanno reso le tanto decantate conquiste?...
-Niente!... Io dico niente!... <i>Ora una libertà
-che non dia niente, non serve a niente!</i> Mettetevi
-bene in mente quanto sono per dirvi, caro
-signor Mostardo; <i>la vera libertà deve essere una
-nostra proprietà</i>, dobbiamo esser liberi di fare tutto
-quanto ci piace secondo il nostro egoismo e il nostro
-tornaconto e non dobbiamo riconoscere nessun'altra
-forza e nessun altro egoismo al di sopra di noi.
-<i>Ciò che io voglio è giusto; ed è giusto appunto
-perchè io lo voglio!</i> Guardate che cosa è scritto
-lassù. Guardate. Voi sapete leggere. Lassù è
-<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span>
-scritto: — <span class="smcap">Ciascuno ha in sè la propria
-causa!</span> — Ciò che vuol dire che ciascuno fa
-Stato a sè; nel giro di ciò che può compiere è più
-che Imperatore e più che Dio. Noi siamo finalmente
-liberi, tutti liberi perchè ci siamo disfatti fino
-in fondo del peso originale dell'umanità! Ecco
-dunque perchè un mio solo pidocchio val più di
-tutte le vostre belle fandonie, caro signor Mostardo!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia, a tale sfolgorante parolame, scuoteva
-la grossa testa a quando a quando e, come Spintàcc
-ebbe finito mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>L'ha parlè bèn.</i> (Ha parlato bene!).
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo prese Rigaglia per il colletto,
-lo sollevò da terra due volte e lo sbattè a
-terra due volte, tanto che il tonfo degli scarponi
-fu marcatissimo. Poi gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Adesso imparerai a star zitto!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia, che si era insaccato, si raccolse,
-sotto l'ombra della sua gabbana che gli saliva fin
-sopra il cocuzzolo e più non rifiatò. Compiuta
-questa prima faccenda, il Cavaliere si rivolse all'oratore
-e domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Hai veduto che cos'ho fatto a Rigaglia?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Allora ho ragione io!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ho fatto quello che ho voluto. Non
-hai detto che ciascuno può fare quello che vuole,
-quando gli torni conto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'ho detto ed è vero!
-</p>
-
-<p>
-— E per te io sono un borghese?
-</p>
-
-<p>
-— Lo sei.
-</p>
-
-<p>
-— E tu sei un anarchico?
-</p>
-
-<p>
-— Lo sono.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Tu sei un anarchico ed io sono
-un borghese. E, questo, è Rigaglia imbecille, che
-sarebbe poi il popolo che ti crede. Va bene...
-Va benone!... Dunque io ho lavorato trent'anni
-della mia schifosa vita e tu sei andato a spasso
-a pensare le tue vigliaccherie. Un bel giorno io
-mi sono messo assieme tre staia di grano e tu solamente
-i tuoi pidocchi. Io mi sono salvata una
-casa, col mio onorato sudore, e tu solamente la
-tua cassa da morto. Siamo d'accordo, è vero?...
-Fin qui siamo d'accordo!
-</p>
-
-<p>
-— Siamo d'accordo!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!... E io mi chiamo Mostardo e tu
-ti chiami Spintàcc. Io sono un galantuomo e tu una
-canaglia. Un momento... ho sbagliato! Io sono
-un borghese e tu un anarchico. Questo è più comodo.
-Così, a mezza strada, quando io voglio
-mangiare il mio grano nella mia casa, arrivi tu,
-versipelle, e mi dici: — Quello che io voglio è
-giusto! — Poi prendi un fucile, mi ammazzi e ti
-prendi tutto perchè ti sei messo in testa di essere
-tu tutto il mondo. Non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— È vero!
-</p>
-
-<p>
-— Ma io la penso in un altro modo. Ti
-pare?... Io la penso in un altro modo!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span>
-</p>
-
-<p>
-E Mostardo era acceso come un papavero.
-</p>
-
-<p>
-— Io ho questa idea... Guarda un po'!... Di
-prenderti... così, per questa zazzera pidocchiosa,
-di scrollarti... così, un pochino... di guardarti ben
-bene sul muso e dirti: — Sta attento e <i>non promettere
-agli altri quello che non vuoi sia fatto
-a te!</i>...
-</p>
-
-<p>
-E, parlando, aveva sollevato la cassa da morto
-mandando poi contenente e contenuto ruzzoloni
-per le terre.
-</p>
-
-<p>
-Spintàcc si rialzò, si riassettò un poco e, veduta
-la mala parata, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei più anarchico di me, perchè sei più
-forte!
-</p>
-
-<p>
-Poi le cose si ricomposero. E il Cavalier Mostardo
-seppe come la Carlotta fosse stata trovata
-da Spintàcc in un orto che apparteneva al gobbo
-Pulizia.
-</p>
-
-<p>
-Quale oscura faccenda si manifestava attraverso
-l'avventura della Carlotta?
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo volle sincerarsene e se
-ne andò difilato verso la casa del meticoloso Pulizia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ecco la casa del gobbo. Una porticina verde
-e quattro finestrelle: due al pianterreno e due al
-primo piano; proprio una piccola casa per un piccolo
-gobbo. Le imposte delle quattro finestre erano
-serrate. Neppure una fessura, in tutta la facciata,
-per un poco di aria e di luce.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi scommettere che è andato in campagna?
-</p>
-
-<p>
-Suonò il campanello ed attese. Poi si fece in
-mezzo alla strada e chiamò:
-</p>
-
-<p>
-— Pulizia?
-</p>
-
-<p>
-Nessuno!... Forse non c'era nè l'amico Cesare,
-nè l'amico Ciliegia.
-</p>
-
-<p>
-Ad un tratto udì un passo frettoloso giù per le
-scale e una voce concitata che non era di buona
-promessa. La porticina si aprì d'impeto, rabbiosamente
-e, nel vano, apparve la faccia sconvolta
-del moro Fabrizi.
-</p>
-
-<p>
-Il moro Fabrizi, che si era preparato ad accogliere
-con ferocia l'importuno, non appena ebbe
-visto il Cavalier Mostardo, impietrì. E domandò
-pieno di stupore:
-</p>
-
-<p>
-— Da chi l'avete saputo?...
-</p>
-
-<p>
-Mostardo aggrottò le ciglia. Dunque arrivava
-a proposito! C'era qualcosa di grosso da scoprire.
-</p>
-
-<p>
-— Da chi l'ho saputo non interessa. L'importante
-è che lo so!
-</p>
-
-<p>
-Il moro Fabrizi impietriva sempre più. Ma che
-modi eran quelli?... Però, siccome si trattava di
-Mostardo, chiese, sempre con umiltà:
-</p>
-
-<p>
-— Volete vederlo?
-</p>
-
-<p>
-— Ma sicuro che lo voglio vedere!... Sono
-venuto per questo!
-</p>
-
-<p>
-— Allora venite con me.
-</p>
-
-<p>
-Il moro Fabrizi chiuse la porticina piano piano,
-poi si avviò innanzi sulla punta dei piedi, cercando
-<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span>
-di fare il minor rumore possibile. Mostardo lo
-guardò incuriosito.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa sono tutte queste delicatezze?...
-Chi è che dorme?...
-</p>
-
-<p>
-Allora il moro Fabrizi si rivolse:
-</p>
-
-<p>
-— Come?... Ma non lo sapete?...
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa, di grazia?...
-</p>
-
-<p>
-— Il povero gobbo...?...
-</p>
-
-<p>
-— Be'?...
-</p>
-
-<p>
-— Muore!
-</p>
-
-<p>
-Mostardo fece un salto indietro.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa mi dici?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Gli è venuto l'avviso questa mattina.
-Adesso passa di là!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non è vero!
-</p>
-
-<p>
-— Venite di sopra. È un po' nero in faccia:
-ma muore bene!
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è?... Un colpo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Se ne va che non se ne accorge, il
-poveraccio!... Proprio la morte che meritava.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... Questa non me l'aspettavo!
-</p>
-
-<p>
-Si infilaron l'un dietro l'altro, su per le scale;
-e Mostardo tratteneva il respiro.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ora, nel suo letticciuolo candido, il gobbo
-Pulizia stava per accomiatarsi da questa vita.
-</p>
-
-<p>
-Lo assistevano: la Repubblica, la bandiera
-rossa, Garibaldi e Mazzini che lo guardavan dalle
-pareti, fuor da due grandi oleografie. Poi il moro
-<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span>
-Fabrizi, che era l'amico Cesare dell'amico Ciliegia.
-E nessun altro.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo era capitato là per caso,
-senza saper niente di quel supremo esilio.
-</p>
-
-<p>
-E, non appena entrato, constatò che ciò che
-aveva detto il moro Fabrizi era vero. Il gobbo
-Pulizia moriva bene. Se ne andava senza troppo
-disturbare il prossimo e senza far ribrezzo.
-</p>
-
-<p>
-Infatti la sua faccia era cianotica; ma non tanto
-da non potersi guardare; ed il suo respiro si era
-bensì convertito in un rantolo, ma non tale da rendersi
-insopportabile.
-</p>
-
-<p>
-Insomma rantolava con discrezione, come per
-non farsi sentir troppo da chi doveva vegliarlo.
-Se ne andava discretamente. Combatteva in sordina
-con la sua morte, senza opporle una troppo
-vivace resistenza. Pareva le dicesse:
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì che vengo!... Aspetta ancora un
-poco; tanto che mi resti tempo di sciogliere l'ultimo
-nodo!
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo sedette presso la finestra.
-Il moro Fabrizi al capezzale del moribondo.
-</p>
-
-<p>
-— È venuto il dottore? — domandò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— No. E non l'ho chiamato perchè il povero
-gobbo non lo voleva mai. Poi a momenti è morto! — rispose
-il moro Fabrizi.
-</p>
-
-<p>
-— Sì; ma un po' di dottore ci voleva! Che
-medicina gli dai?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Niente. Dell'acqua da bere. Non è
-meglio?
-</p>
-
-<p>
-— Oi!... — fece Mostardo, che non voleva
-pronunziarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Non ha mai preso una medicina in tutto
-il tempo della sua vita; volete che glie la dia
-proprio adesso che muore?...
-</p>
-
-<p>
-— Però poteva esserci qualcosa per farlo
-soffrir meno!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non soffre mica! Poi non capisce più
-niente.
-</p>
-
-<p>
-— Ne sei sicuro?
-</p>
-
-<p>
-— Come son sicuro di vedervi!
-</p>
-
-<p>
-— Lo dici te; ma lui non te l'ha detto.
-</p>
-
-<p>
-— Volete che faccia la prova?
-</p>
-
-<p>
-— Fa pure.
-</p>
-
-<p>
-Allora il moro si chinò sul capezzale e, posata
-una mano sulla spalla del moribondo si dette
-a scuoterlo in malo modo e gli gridò, proprio
-in un orecchio, usando per maggior efficacia il
-dialetto nativo:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Vòi gobb?... Eviva la Ripoblica!</i>...
-(Ehi, gobbo?... Evviva la Repubblica!).
-</p>
-
-<p>
-Stette in ascolto un poco; poi quando vide che
-il trapassante non dava cenno di intesa, si rivolse
-a Mostardo e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Avete veduto?... Se avesse capito avrebbe
-risposto: evviva!
-</p>
-
-<p>
-Mostardo scosse il capo e non aggiunse parola.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span>
-</p>
-
-<p>
-Aspettarono in silenzio una mezz'ora, poi
-Mostardo disse:
-</p>
-
-<p>
-— Può anche arrivare a domattina!
-</p>
-
-<p>
-E il moro Fabrizi:
-</p>
-
-<p>
-— Macchè. È questione di poco. Se avete
-pazienza lo vedete morire.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo si guardò i piedi. Ora il gobbo Pulizia
-lottava più fieramente con la morte. A quando
-a quando uscivan dalle sue labbra tumefatte, parole
-incomprensibili; ma una, fra le tante, giunse ben
-chiara all'orecchio del nostro eroe, una parola
-sintomatica:
-</p>
-
-<p>
-— ... cavallo...
-</p>
-
-<p>
-— Ahi!... Ci siamo!... — pensò Mostardo
-e prestò maggiore attenzione.
-</p>
-
-<p>
-E il moribondo ripeteva ostinatamente fra gli
-ultimi rantoli:
-</p>
-
-<p>
-— ... cavallo... il cavallo...
-</p>
-
-<p>
-Era diventata ormai la sua idea fissa.
-</p>
-
-<p>
-— Muore con un rimorso! — pensò Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Il cavallo!... Il cavallo!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma che cos'ha! — fece Mostardo, rivolto
-al moro Fabrizi.
-</p>
-
-<p>
-— Parla con le ombre!
-</p>
-
-<p>
-— Però... questa idea del cavallo?...
-</p>
-
-<p>
-— Oi! Si vede che la morte non è arrivata
-a piedi, questa volta!
-</p>
-
-<p>
-— No. Ci deve essere un'altra ragione.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà così. — rispose il moro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span>
-</p>
-
-<p>
-E il gobbo Pulizia veniva agitandosi sempre
-più. L'amico Ciliegia gli aggiunse due altri guanciali
-sotto alle spalle. Ora era seduto sul letticciuolo
-bianco bianco. La sua faccia si faceva sempre più
-cianotica e l'agitazione aumentava col rantolo aspro.
-</p>
-
-<p>
-Poi vi fu un punto in cui la piccola creatura
-sul limite dell'ultimo esilio, aprì gli occhi che aveva
-tenuti fino allora, ostinatamente chiusi; aprì gli
-occhi pieni di occulto terrore, li sbarrò, immobili
-verso una lontananza che egli solo sapeva e, rabbrividendo,
-gridò per tre volte a tutta voce, scandendo
-le sillabe:
-</p>
-
-<p>
-— Il cavallo di Troia!... Il cavallo di
-Troia!... Il cavallo di Troia!...
-</p>
-
-<p>
-Per Mostardo non c'era più dubbio. Esclusa
-Troia, della quale non conosceva il valore e l'importanza,
-era certo che il gobbo Pulizia se ne andava
-col rimorso della Carlotta sulla coscienza. Egli
-avrebbe appurato la cosa con l'amico Ciliegia il
-quale non poteva non essere stato a parte della faccenda.
-Frattanto, per mettere i piedi avanti, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Hai sentito che ha parlato del cavallo di
-Troia?
-</p>
-
-<p>
-— Ho sentito — rispose il moro.
-</p>
-
-<p>
-— Questo deve essere un rimorso!... Muore
-con un rimorso!...
-</p>
-
-<p>
-— Un rimorso di Troia?... Ma no!... È
-stato un uomo senza vizi!
-</p>
-
-<p>
-— Valà! Tu mi capisci bene!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Se capisco, vorrei che mi cavassero gli
-occhi!
-</p>
-
-<p>
-— Be', tienti in mente questo cavallo. Ne
-riparleremo.
-</p>
-
-<p>
-Ma in quel punto il gobbo Pulizia se ne andava
-per davvero. Si rivolse al compagno inseparabile,
-lo chiamò per nome:
-</p>
-
-<p>
-— Moro?
-</p>
-
-<p>
-Poi incominciò a sbattere le palpebre.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuoi?
-</p>
-
-<p>
-Afferrò una mano del compagno; la strinse forte.
-</p>
-
-<p>
-Allora la tenerezza dell'amico che rimaneva al
-mondo doveva ben trovare la parola del supremo
-conforto per l'amico che partiva, e la trovò il
-moro Fabrizi, perchè, chinatosi sul moribondo,
-gli disse con la migliore voce che si trovò in quel
-punto:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Al vègh t'at mur adèss... Mo un è ignint!
-Ichsè t'avdirè Garibaldi!</i>... (Lo vedo che muori
-adesso... Ma non è niente! Così vedrai Garibaldi!).
-</p>
-
-<p>
-E dopo qualche minuto la fiera anima rossa
-del povero gobbo, era salita ai cieli del suo primo
-eroe.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Poi che fu morto, con squisito senso di conseguenza,
-lo composero nel piccolo letto; gli gettaron
-sopra la bandiera rossa e gli adagiarono il
-capo fra un boccale e un mazzo di carte da giuoco.
-</p>
-
-<p>
-E così fu sepolto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span>
-</p>
-
-<p>
-A casa, il Cavalier Mostardo aveva un dizionario
-enciclopedico. Volle sapere che cos'era questo
-Cavallo di Troia, per potersi regolare col moro
-Fabrizi.
-</p>
-
-<p>
-E lesse:
-</p>
-
-<p>
-<i>Troia, città celebre della Frigia. Questa città
-sostenne l'assedio dei Greci per lo spazio di dieci
-anni e fu presa con il mezzo di un gran cavallo di
-legno che Pallade aveva consigliato ai Greci di
-fabbricare ed in cui molti guerrieri si rinchiusero.
-Dopodichè i Greci finsero di andarsene, ed i Troiani,
-a ciò indotti dagli inganni di Sinòne, fintosi
-disertore greco, rotta una parte delle mura, fecero
-entrare il detto cavallo in città. I Greci, in quello
-rinchiusi, ne usciron di notte e saccheggiarono e distrussero
-Troia.</i>
-</p>
-
-<p>
-Chiuse il libro e si mise le mani fra i capelli.
-</p>
-
-<p>
-Frigia... Pallade... Sinòne... il cavallo con
-dentro i soldati... l'incendio di Troia...
-</p>
-
-<p>
-Povera sua testa!...
-</p>
-
-<p>
-E il gobbo Pulizia non poteva più dire una
-sola parola a rischiarare tanto mistero.
-</p>
-
-<p>
-In quel punto egli udì lo stridulo canto del
-gallo Francesco.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap14">CAPITOLO XIV.
-<span class="smaller"><i>Qui si vedono molte cose stupefacenti e tali da far
-passare l'ipocondria a questo livido mondo che
-ha perduto il sorriso.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Si avvicinava il tempo della lotteria e delle
-grandissime feste. Asdrubale Tempestoni era sotto
-pressione dalla sera al mattino.
-</p>
-
-<p>
-— Vedrai che roba!
-</p>
-
-<p>
-Aveva già gli operai al Teatro Comunale.
-</p>
-
-<p>
-— Vedrai che <i>Golfo Mistico</i> ti faccio!
-</p>
-
-<p>
-E quando qualcuno tentava di prenderlo in giro
-un pochino, con questo <i>Golfo Mistico</i> egli, che
-era sicuro di compire un'opera <i>posteritaria</i>, come
-diceva lui, e cioè tale da passare alla posterità
-più remota, rispondeva invariabilmente con una
-sua frase che tagliava corto a tutto:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Sì, mo fallo te!</i>
-</p>
-
-<p>
-E siccome nessuno pensava a rubargli l'iniziativa,
-aveva sempre ragione.
-</p>
-
-<p>
-Aveva tappezzato tutte le città della Romagna
-con enormi manifesti rossi nei quali era scritto
-a caratteri cubitali:
-</p>
-
-<p class="cen">
-PROSSIMAMENTE<br />
-SPADARELLA!!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span>
-</p>
-
-<p>
-e, più sotto, in caratteri più modesti:
-</p>
-
-<p class="cen">
-<i>La quale debutterà al tempo<br />
-della Grande Lotteria<br />
-dei quattro bovi<br />
-e delle sette vitelle!</i>
-</p>
-
-<p>
-E non faceva che parlare di Spadarella e della
-Lotteria che sarebbe stata, secondo lui, una cosa
-<i>magnetica e fracassona</i>. E a chi gli faceva osservare
-come non fosse precisamente il colmo della
-gentilezza per Spadarella, l'abbinarla così coi
-bovi e con le vitelle, rispondeva:
-</p>
-
-<p>
-— Bella roba!... Io lo faccio per il pubblico
-che non capisce niente. Anzi la gentaccia farà
-più festa a Spadarella se ci vede sotto quattro
-bovi e sette vitelle. Che cosa vuoi parlare dell'arte!...
-<i>Mo valà!</i>... L'arte non si sporca mica
-se ci metti vicino un po' di roba da mangiare!...
-Fa la prova di cantare, <i>te</i>, senza andare a pranzo!
-</p>
-
-<p>
-E non volle convincersi.
-</p>
-
-<p>
-I biglietti della lotteria erano a due soldi; i
-biglietti d'ingresso alla prima del <i>Werther</i>, con
-Spadarella e il <i>Golfo Mistico</i>, erano a cinque lire.
-Uno sproposito per i tempi che correvano.
-</p>
-
-<p>
-Ma Asdrubale Tempestoni era sicuro del fatto
-suo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E nel ritmo dei giorni un poco più sereni le
-cose venivano riprendendo il loro volto per far sopravvivere
-<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span>
-un'illusione di pace, in una ora del
-mondo.
-</p>
-
-<p>
-La feroce lotta fra <i>rossi</i> e <i>gialli</i> si era conchiusa
-con la vittoria di questi ultimi; ma il fermento, se
-pur non aveva le forme appariscenti e di estrema
-violenza del periodo acuto, continuava, sotto sotto,
-a preparare nuove e più aspre lotte. Qua e là qualche
-<i>rosso</i> ammazzava qualche <i>giallo</i>, o viceversa;
-ma il pubblico non ne faceva gran caso. Era storia
-antica.
-</p>
-
-<p>
-A festeggiare la vittoria, una sera, Bucalosso,
-si ubbriacò e spintosi fino alla Piazza, in tale stato
-di galante ebbrezza, si mise in testa di ballare i
-tresconi con la prima ragazza che passava. La prima
-ragazza che passò fu Proli. Bucalosso, che era un
-giocondo Sileno, la prese risolutamente alla cintola
-e, senza badare agli strilli di lei, incominciò a
-cantare e a ballare:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ven iquà, Minghéta, c' at tóca,</i></p>
-<p class="i01"><i>Lassa c' at tóca, ca fazz par ridar!</i></p>
-<p class="i01"><i>Lassa pu ch'la mama la sgrida...</i></p>
-<p class="i01"><i>Dam la strìza, c' at dagh e' gambôn!...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-(Vieni qua, Minghetta, ch'io ti tocchi, — Lascia
-che ti tocchi che faccio per ridere! — Lascia
-pure che la mamma sgridi... — Dammi la ciliegia
-che ti dò il picciuolo!).
-</p>
-
-<p>
-Fu un divertimento grandissimo e uno scandalo
-altrettanto grande. Proli non fece che strepitare;
-ma la voce di lei fu soffocata da quella
-<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span>
-stentorea del molosso. E la gente rideva intorno e
-batteva le mani al ritmo indemoniato della danza
-campestre, mentre il feltro vermiglio della signorina
-Proletaria, non più fermato sui radi capelli di
-lei, penzolava come una cosa estranea sulle spalle
-della malcapitata.
-</p>
-
-<p>
-E lo spettacolo inatteso non finì se non quando
-Bucalosso ne ebbe abbastanza. Allora egli lasciò
-la preda e, inchinatosi bellamente, disse un: — <i>Grassie!</i> — che
-rinnovò l'omerica risata del pubblico.
-</p>
-
-<p>
-Allora Proli partì inviperita e convinta che
-tale sconcio non fosse avvenuto se non per suggerimento
-dell'infame Mostardo; e giurò raddoppiata
-vendetta. Bucalosso, soddisfatto ormai l'impeto, si
-diresse al Borgo delle Torri dove aveva sua sede
-il Circolo Mazzini. Andava verso là, senza un pensiero
-preconcetto. Camminava e continuava a ridere.
-Era in una gioiosissima ora della sua vita.
-</p>
-
-<p>
-Però, giunto al palazzo del Circolo repubblicano
-si risovvenne che non poteva entrare perchè
-la Direzione lo aveva sospeso per due mesi, in seguito
-alla schioppettata elargita per porre termine
-alla baruffa fra il cavalier Mostardo e i <i>rossi</i>.
-Bucalosso si fermò a guardare attraverso all'inferriata.
-Intorno ad un gran tavolo erano adunati i
-facenti parte la Direzione. Pensò un poco, poi
-estratta una pistola a tamburo lasciò partire due
-colpi a un metro dalle teste dei suoi giudici.
-</p>
-
-<p>
-Fumo, urli, pandemonio, terrore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span>
-</p>
-
-<p>
-Bucalosso rimase a godersi lo spettacolo dalla
-finestra; e quando fu accostato e richiesto del perchè
-di quel suo gesto, rispose olimpicamente:
-</p>
-
-<p>
-— Così la <i>Diressione la</i> si occuperà del mio
-caso!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Quella sera <i>Il Sillabo</i>, <i>Il Faro Socialista</i>,
-<i>L'Apocalisse</i>, <i>La vera Croce</i> erano pieni di ingiurie
-e di allusioni all'indirizzo del Cavalier Mostardo.
-Una carica a fondo. Argomento principale:
-la ragion politica e siccome tale ragione voleva
-essere sostenuta da molte e svariate cose, tema unico
-di sostegno, pei quattro giornali pettegoli, era <i>la
-francese</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Il Sillabo</i> la chiamava la Ninfa Egeria, del
-Cavalier Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Ecco il librone che gli serviva per chiarire le
-oscurità della Cattedra.
-</p>
-
-<p>
-«<i>Egeria, ninfa di singolare bellezza, che
-Diana cangiò in fonte, quando essa, per la morte
-di Numa Pompilio, secondo re di Roma, si ritirò
-a piangere nella Arìcia. Numa Pompilio diceva
-aver avuto da questa dea le leggi che voleva promulgare</i>».
-</p>
-
-<p>
-<i>Il Faro Socialista</i>, con la corrente volgarità
-adatta a' suoi lettori, vi accennava con le seguenti
-parole: «... <i>questa istitutrice ritinta, mandataci
-di Francia a confortare gli infami ozii dei ricchi borghesi
-e dell'aristocrazia, fra un amore e l'altro, ha
-trovato modo di prendere nelle sue scaltre reti quel
-<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span>
-tordo del Cavalier Mostardo, il quale, ne' suoi
-amori senili, finirà, come ci auguriamo, di rimbecillire</i>».
-</p>
-
-<p>
-Il giornale <i>L'Apocalisse</i> la chiamava addirittura:
-«... <i>l'annosa Pasìfac che minotaurizza la
-innocenza dello spodestato poliorcète!</i>...».
-</p>
-
-<p>
-Veniva, per ultima <i>La vera Croce</i>. Ecco
-quanto scriveva Don Palotta:
-</p>
-
-<p>
-«<i>Il signor Casadei Giovanni, detto altrimenti,
-per burlesca riminiscenza, il Cavalier Mostardo,
-farebbe meglio a ricordarsi della sua fede di nascita,
-anzichè continuare a dar scandalo, coinvolgendo
-ne' suoi osceni amori, la dignità e il decoro
-di una illustre famiglia cittadina la quale non altro
-torto ha avuto verso di lui, se non quello di aprirgli
-le porte del suo palazzo. Ma questo succede a
-chi si fida della supposta onestà di questi villani
-rifatti.</i>
-</p>
-
-<p>
-«<i>Noi ci auguriamo che a questo arruffapopoli
-in grande disgrazia del resto, sia data la severa lezione
-che si merita; come ci auguriamo che l'illustre
-famiglia, alla quale abbiamo accennato, provveda
-a tutelare la propria illibatezza, disfacendosi
-di una persona che non ha dimostrato di meritare la
-fiducia in lui riposta, non solo, ma minaccia di trascinare
-un nome incontaminato nella più vergognosa
-avventura</i>».
-</p>
-
-<p>
-Per intendere le quali cose, il Cavaliere Mostardo
-non ebbe bisogno dell'aiuto del suo librone.
-</p>
-
-<p>
-Però, in un impeto d'ira, si alzò e mandò all'aria
-<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span>
-il pesantissimo tavolo con tutto quanto vi
-era sopra.
-</p>
-
-<p>
-Giusto in quel punto si aprì la porta e comparve
-Rigaglia il quale, non appena ebbe veduto la rovina
-e la faccia del suo degno padrone, non attese
-nè un cenno nè una parola; ma, voltate le spalle,
-ritornò sui suoi passi quanto più rapidamente gli
-fu possibile...
-</p>
-
-<p>
-E il Cavalier ebbe un bel suonare il campanello;
-l'onesto Rigaglia non riapparve.
-</p>
-
-<p>
-Già Mostardo si disponeva ad andarne alla
-ricerca, quando qualcuno bussò all'uscio.
-</p>
-
-<p>
-Comparvero il Trancia e Giovannone.
-</p>
-
-<p>
-— Giusto voi!... — esclamò Mostardo. — Capitate
-a proposito.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma la Spingarda era ritornata; ma la marchesa
-Alerama era nel suo palazzo nella Città del Capricorno;
-ma tutto filava sul più dolce vento della
-più soave primavera.
-</p>
-
-<p>
-Evitata ogni complicazione da questo lato, il
-Trancia e Giovannone avevano una nota di spese
-da presentare.
-</p>
-
-<p>
-— Avanti. Vediamo.
-</p>
-
-<p>
-Sopra un sudicio foglio erano molti scarabocchi.
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è questo?
-</p>
-
-<p>
-— La nota.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo inforcò gli occhiali.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?... Otto-cento-sessantadue lire
-e ottanta centesimiii... Siete matti?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Nella nota c'è scritto tutto — fece il
-Trancia.
-</p>
-
-<p>
-— No. Ci manca una piccola cosa!
-</p>
-
-<p>
-— E quale?
-</p>
-
-<p>
-— La piccola condizione che io vi pago, si;
-ma vi mando in galera!
-</p>
-
-<p>
-Il Trancia e Giovannone non rifiatarono.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso vado dalla marchesa, — riprese
-Mostarde. — Ritornate domani chè faremo i conti.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene.
-</p>
-
-<p>
-I due se ne andarono come erano venuti e Mostardo
-incominciò a passeggiar per la stanza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ahi, affanno grandenissimo! L'amore e il
-dolore, in una stessa tresca confusi, gli inceppavano
-il passo. Eppure come si era tolto da altri e
-ben più gravi impacci, da quello doveva togliersi,
-prendendolo di fronte, alla brava, col suo più
-spedito intendimento.
-</p>
-
-<p>
-Così, senza por tempo in mezzo, incominciò
-ad agghindarsi, nel risoluto proposito di apparire
-signore in mezzo ai signori.
-</p>
-
-<p>
-Come fu bello e strigliato chiamò Rigaglia il
-quale apparve in aspetto da mugnaio, tutto pien
-di farina dalla faccia alle scarpe.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa facevi?
-</p>
-
-<p>
-— Versavo la farina nel cassone.
-</p>
-
-<p>
-— Vai a vestirti.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-— Mettiti il tuo vestito nuovo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dove andiamo?
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo era pensieroso. Soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta...
-</p>
-
-<p>
-E, accostatosi all'armadio, lo aprì e ne trasse
-un vestito nero di buon taglio e di ottima stoffa.
-</p>
-
-<p>
-— Mettiti questo.
-</p>
-
-<p>
-L'infarinato Rigaglia guardava il vestito e il
-padrone, il padrone e il vestito, e spalancava la
-bocca.
-</p>
-
-<p>
-Domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Quello?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Ma è vostro!
-</p>
-
-<p>
-— Te lo regalo.
-</p>
-
-<p>
-— Forse... mi sarà grande!
-</p>
-
-<p>
-Il dubbio era logico.
-</p>
-
-<p>
-— Be', se ti è largo te lo accomodi con degli
-spilli; ma bisogna tu lo infili subito. E fa presto
-perchè devi venire con me.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Va bene! — e se ne andò.
-</p>
-
-<p>
-Nell'attesa il Cavalier Mostardo discese nel
-cortile. Incominciò a passeggiare in lungo e in
-largo.
-</p>
-
-<p>
-Egli calcolava di raccogliere, quel giorno la
-gratitudine della marchesa e di riconquistare le sfumate
-preferenze del suo napoleonico tesoro. Una
-volta riassestatosi nel convincimento d'amore e dissipati
-i dubbi struggenti, avrebbe poi pensato a
-<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span>
-Don Palotta e compagni traendoli a quella luminosa
-vendetta ch'egli già meditava.
-</p>
-
-<p>
-Veniva battendo così, come a interpunzione
-fra passo e passo, la sua mazza sul selciato del
-cortile, quando ecco venir innanzi Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Come si fosse conciato costui e di quale bella
-apparenza disponesse per rendersi grato e piacente
-agli occhi degli osservanti, lo si può arguire dal natural
-garbo che lo sovveniva quotidianamente allorchè
-attendeva alla cura della sua persona.
-</p>
-
-<p>
-Nè poteva muoversi in causa alle scarpe strette,
-le quali scarpe scomparivano sotto la fiumana degli
-enormi pantaloni.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo non si tenne dal manifestare la disapprovazione
-sua:
-</p>
-
-<p>
-— Valà che sei un bell'oracolo!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non rifiatò. Era nell'identico smarrimento
-nel quale rimangono i cani quando i monelli
-li abbigliano, con fazzoletti e cappelli.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere cercò riparare alla meglio alla
-goffagine di Rigaglia; poi gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Adesso devi venire dietro di me, sempre
-a un passo di distanza. E non parlare mai! Anche
-se ti parlano, non rispondere. Hai capito?... Non
-devi rispondere mai!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia inghiottì la saliva e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sì!
-</p>
-
-<p>
-Poi il grande se ne andò innanzi e, dietro, il
-piccolo con gli occhi fissi ai piedi del padrone perchè
-si vergognava.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando fu per entrare nell'anticamera Mostardo
-si rivolse a guardare che cosa faceva Rigaglia.
-Era rimasto sulla porta; sempre zitto, senza
-batter palpebra.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni avanti.
-</p>
-
-<p>
-Avanzò.
-</p>
-
-<p>
-— Togliti il cappello.
-</p>
-
-<p>
-Si tolse il cappello.
-</p>
-
-<p>
-— Tu starai fermo qui e non ti muoverai per
-nessuna ragione e non risponderai a nessuno. Hai
-capito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Allora, avendo disposto aristocraticamente il
-suo valletto il Cavalier Mostardo posò mazza e
-cappello, si guardò in uno specchio, e si avviò
-verso l'appartamento della marchesa.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Non appena si trovò in una fastosa sala gli
-giunse, dispento dai cortinaggi, un rumore di voci
-e un impeto irrefrenato di risa. Evidentemente la
-marchesa si trovava da quella parte e già stava per
-aviarsi verso l'entrata dell'occulto ritrovo, quando
-ecco sbucare un piccolo coso di fra le cortine e
-muovergli incontro.
-</p>
-
-<p>
-Lo sbirciò; lo riconobbe. Era il marchese Futa
-o della Futa se più vi garba.
-</p>
-
-<p>
-— Egregio Cavaliere — diss'egli con la sua
-vocetta asprigna; — la marchesa mi incarica di
-presentarle le sue più vive scuse... ma, in questo
-<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span>
-momento, è veramente dolente di non poterla ricevere
-come avrebbe desiderato.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo corrugò il supercilio; non strinse la
-mano che il marchese della Futa gli tendeva e
-domandò con rudezza:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ha un ricevimento e non può abbandonarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Bella scusa!
-</p>
-
-<p>
-— Insomma, caro Cavaliere...
-</p>
-
-<p>
-Sì, egli doveva essere signore, così per infrenarsi,
-rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Mi dispiace, ma non posso accettare!
-</p>
-
-<p>
-Alla inattesa uscita il marchese non seppe che
-rispondere a tutta prima, tanto che i due uomini
-rimasero là a guardarsi: stupefatto l'uno; aggressivo
-l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— È una cortesia che le chiede la marchesa...
-</p>
-
-<p>
-— Ma io devo parlarle.
-</p>
-
-<p>
-— Insomma... veda...
-</p>
-
-<p>
-— Caro marchese è inutile insistere. Ormai
-sono qui e non mi muovo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma queste sono prepotenze! Ella dimentica
-di essere in casa d'altri!...
-</p>
-
-<p>
-— Ed ella dimentica di essere un gentiluomo! — soggiunse
-Mostardo che era già in ebollizione.
-Che discorsi son questi? Mi credono davvero
-d'avermi preso a cottimo questi signori dell'aristocrazia?...
-Io dunque dovrei servire solamente a
-difenderli e non dovrei neppure avere il diritto di
-<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span>
-essere ricevuto?... Ebbene a questo non mi piegherò.
-Il diritto di entrare qui me lo sono guadagnato
-rischiando la pelle. E ormai ci sono e ci
-rimango. È inutile insistere, caro marchese. Se lo
-metta bene in testa. Ormai ci sono e ci rimango!...
-</p>
-
-<p>
-Disse queste ultime parole forzando la voce
-tanto che le cortine della vietata stanza ancora si
-sollevarono e apparve il conte Lanfranco d'Elmici.
-Avanzò questi e, senza guardare Mostardo e senza
-rivolgergli neppure un cenno di saluto, domandò
-al marchese Leone:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa accade?
-</p>
-
-<p>
-— Questo signore non vuole andarsene! — rispose
-il marchese Leone della Futa.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè dice che si è guadagnato il diritto
-di rimanere.
-</p>
-
-<p>
-— Ma è pazzo!...
-</p>
-
-<p>
-Ora convien notare come tanto il conte Lanfranco
-quanto il marchese Leone fossero vecchi; il
-primo aveva infatti settant'anni ed il secondo sessanta,
-senzadichè non avrebbero potuto, così impunemente,
-sfidar le ire del Cavalier Mostardo il
-quale, deciso ormai di affrontare la situazione fino
-alla fine e postosi a guardia del suo orgoglio ferito,
-sciolse la scabra situazione con una improvvisa trovata.
-</p>
-
-<p>
-Si inchinò infatti, per essere sempre signore, e
-con risoluto garbo, parlò e disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Loro pensino o facciano quello che vogliono;
-io intanto vado da queste signore!
-</p>
-
-<p>
-Pronunziate le quali ultime parole si diresse
-alla vietata stanza. Ma l'inviperito conte d'Elmici
-ancora tentò di non essere sopraffatto e, fidando sull'autorevole
-imperio della sua vecchiaia, si pose fra
-Mostardo e la porta.
-</p>
-
-<p>
-— Lei non passerà di qui!
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... — e Mostardo serrò le quadrate
-mascelle.
-</p>
-
-<p>
-— Le impongo di uscire da questa casa!
-</p>
-
-<p>
-— A me?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, a lei!
-</p>
-
-<p>
-— Guardi che si sbaglia...
-</p>
-
-<p>
-— Glie lo impongo!
-</p>
-
-<p>
-E il conte Lanfranco aveva fatto la voce grossa.
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo, sempre senza perdere la correttezza,
-spostò il vecchio nobile, poi, come fu per
-entrare nel luogo proibito, si rivolse e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Giù il cappello, codini!... La Repubblica
-passa!...
-</p>
-
-<p>
-E, ampiamente dischiusi i cortinaggi, si fece
-largo e passò.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Come i passeri a sera, quando si raccolgono
-all'albergo, si abbandonano a un diffuso e affannoso
-cinguettìo tanto che tutto il luogo ne risuona; e l'albero
-scelto ad ospitarli per il corso dell'incerta
-notte, trema tutto quanto nelle sue foglie e nei fruscoli
-per il continuo moltiplicarsi dei voli e dei
-<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span>
-frulli fin che un grido o il ciottolo lanciato da un
-monello non faccia ricader tutto in un silenzio improvviso;
-così nella querula accolta di dame e damigelle
-convenute all'ora del the nel salotto della
-marchesa Alerama e cinguettanti a simiglianza dei
-piccoli ospiti di un albero centenne, il sùbito apparire
-del Cavalier Mostardo fu come il ciottolo nel
-passeraio e fece seguire un gelido silenzio alla conversazione
-che ferveva poco prima animatissima.
-</p>
-
-<p>
-Tutti gli occhi si rivolsero alla porta sulla
-quale era apparso e ristava immobilmente il colosso.
-</p>
-
-<p>
-E trovarsi così, all'impensata fra quella elegantissima
-accolta di signore e signorine non valse certo
-a dare al nostro eroe l'assoluta padronanza di sè
-stesso; nè il sentirsi osservato con tanta intensità,
-giovò a elargirgli una grande disinvoltura. Non era
-quello il campo delle sue vittorie, ed egli, dopo
-tutto, benchè aspirasse alle maggiori raffinatezze
-dell'aristocrazia, finiva per non sentirsi l'anima e
-il costume di un perfetto uomo di mondo; ma ormai
-era entrato e non poteva pensare a ritirarsi; e qualcosa
-doveva ben fare o dire.
-</p>
-
-<p>
-E, per far qualcosa, si inchinò e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Scusino queste signore se mi presento così!
-</p>
-
-<p>
-Nessuno rispose; nessuno si levò per andare ad
-incontrarlo non fu rotto il silenzio glaciale che l'aveva
-accolto.
-</p>
-
-<p>
-— Dovrei dire due parole sole alla signora
-marchesa...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma la signora marchesa lo guardava senza rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— ... due sole parole per un fatto che la riguarda...
-</p>
-
-<p>
-E, a tal punto levò gli occhi e vide, in fondo,
-una faccia che ghignava.
-</p>
-
-<p>
-Era Don Palotta, il nemico, la causa prima
-del suo recente discredito.
-</p>
-
-<p>
-— È inutile che il clero sghignazzi — soggiunse. — I
-conti non sono ancora saldati e io sarò
-l'ultimo a ridere!
-</p>
-
-<p>
-Don Palotta si inchinò con bel garbo e non rispose.
-</p>
-
-<p>
-Ora Mostardo era abituato ai violenti contrasti;
-era abituato a farsi largo fra gente che gli contendeva
-il passo, ma non agli ostili silenzi passivi della
-gente bene educata; tali silenzi lo toglievano dal
-centro del suo dominio. Vedeva egli così la situazione
-sua aggravarsi di secondo in secondo ma non
-poteva e non voleva cedere.
-</p>
-
-<p>
-Sentì che stava per giuocare tutto per tutto: la
-posizione, il prestigio, l'onor suo e l'orgoglio. La
-presenza di Don Palotta era la minaccia più grave
-perchè era più che certo che il venerando pettegolo
-non avrebbe lasciata sfuggire l'occasione per
-attaccarlo una volta ancora sul suo velenoso giornale.
-</p>
-
-<p>
-Ora egli era entrato nobilmente nel palazzo dei
-marchesi, facendosi seguire, come un gran signore
-dei tempi antichi, dal suo servo; e nobilmente doveva
-<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span>
-uscirne. Epperò era necessario infrenarsi, cercar
-le strade più delicate, far di necessità virtù, apparire
-come il più corretto fra tutti i corretti rampolli
-che popolavano la sala della signora marchesa.
-Arrivato a tale supremo divisamento contro ogni sua
-forza nativa e consuetudine antica, la faccia di lui
-si schiarì, gli occhi gli si illuminarono, la bocca sorrise.
-Ma questo non bastava. Sentì che doveva
-parlare.
-</p>
-
-<p>
-Avanzò pertanto di due passi nella sala e, come
-se parlasse a un pubblico radunato là per ascoltarlo,
-incominciò:
-</p>
-
-<p>
-— Signore mie, io mi sono presentato come
-una bomba, ma non porto la rivoluzione! Porto il
-mio cuore che è un povero bagaglio... però senza
-cattiveria. Domando scusa al clero. Io non voglio
-tambureggiare in presenza di queste signore...
-</p>
-
-<p>
-Si incominciarono a sentire le prime risatine represse.
-Forse era per vincere... forse vinceva! Ciò
-lo riempì di immenso conforto. Capì che l'ultimo
-verbo di suo conio, aveva fatto una certa impressione
-e continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto tambureggiare per la correttezza
-che mi impongo.
-</p>
-
-<p>
-Diremo dunque che io presento i miei omaggi
-a queste belle signore... a destra e a sinistra... e
-ai cavalieri antichi... e a tutta la compagnia!...
-Non escludo i miei intimi rancori perchè i rancori
-io li tengo per quando sono solo. Qui mi presento
-con la coda... e... con il core come un garofano!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_442">[442]</span>
-</p>
-
-<p>
-Scoppiò una risata alla quale parteciparono tutti
-quanti. La folle gaiezza che avevano ridestato le
-sue parole, finì per rinfrescare Mostardo il quale
-non ebbe più dubbio circa il successo e proseguì
-discioltamente con bella franchezza:
-</p>
-
-<p>
-— Se tutte queste belle signore ridono, è segno
-che ho ragione. E la marchesa Alerama, con rispetto
-parlando, avrà capito perchè, nonostante la
-tergiversazione coi due cavalieri antichi qui presenti...
-io, con una certa insistenza, mi sia presentato.
-</p>
-
-<p>
-(<i>Una pausa</i>).
-</p>
-
-<p>
-— Va bene... va bene... chi ride fa buon sangue
-e, se queste signorie vorranno guardarmi, vedranno
-che rido anche io, perchè se il <i>fornicario</i>
-nasconde la faccia e scappa, io ho sempre mostrato
-e sempre potrò mostrare l'onor del mento. Se
-non ho dietro di me i secoli, come tutta questa
-distinta nobiltà, io credo di averli davanti e, se
-ci vogliamo pensare, in fin dei conti è sempre la
-stessa cosa. Non è la posizione dei secoli che ingrandisce
-un uomo. Io sono nato senza trovare
-niente dietro di me, neppure un principio di madre;
-sono nato e la donna che mi partorì, rifiutò
-questo frutto del suo ventre perchè ebbe paura
-della <i>porcinaglia</i>. Non appena neonato, come dice
-la Cattedra, fui bandito dal novero dei figli, fui
-bandito dal seno delle madri, non ebbi il latte
-della mia fonte naturale, ma un latte mercenario...
-e imparai a masticare prima degli altri e,
-<span class="pagenum" id="Page_443">[443]</span>
-prima degli altri feci i denti e le unghie. Bene, io
-posso dire allora di esser nato da me stesso. Sì,
-signori! Io solo ho guadagnato i miei secoli che mi
-stanno davanti!...
-</p>
-
-<p>
-Per questo sono qui e posso vedere la loro
-allegria che mi fa onore.
-</p>
-
-<p>
-Ora volgo alla fine...
-</p>
-
-<p>
-(<i>Alcune voci: — No!... No!</i>...).
-</p>
-
-<p>
-... volgo alla fine, ma ho da dire ancora
-qualche coserella un poco meno allegra.
-</p>
-
-<p>
-La democrazia è un principio e un verbo... è
-un costume necessario... Sarà il gran temporale di
-domani. Forse questa nobiltà non si accorge che
-il popolo scrive la sua storia sui muri delle strade.
-Chi sa leggere è avvertito. Chi dice: — Me ne
-infischio!... — e volta la testa dall'altra parte,
-ha i ladri in casa e non li vuol sentire. Oggi
-non si possono chiudere le porte, perchè domani
-possono essere fracassate e allora guai a chi è
-dentro!...
-</p>
-
-<p>
-Io so chi è il popolo, signori!... E ora vedo
-che non ridete più.
-</p>
-
-<p>
-Eppure la signora marchesa conosceva il Cavalier
-Mostardo!... Sapeva che Mostardo promette
-e mantiene; che il giorno in cui ha detto: — Ci
-penso io!... — ... quando ha detto questo, non
-muta più, e va sempre dritto anche a costo di aver
-contro tutti, di doverci rimettere tutto.
-</p>
-
-<p>
-Signori, la vostra pelle voi la coltivate nel
-giardino degli aranci ne fate una cosa egregia e
-<span class="pagenum" id="Page_444">[444]</span>
-profumata; Signori, voi montate la guardia alla
-vostra pelle ed avete una grandissima paura che ve
-la tocchino e, a chi ve la chiedesse per favore,
-rispondereste buttandolo fuori della porta.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, ho fatto questo, io?... Ho data la
-mia parola e l'ho mantenuta; ho presa questa mia
-vita cane e l'ho messa a guardia di un interesse
-aristocratico, senza badarci, per una, diciamolo
-pure, generosa indifferenza.
-</p>
-
-<p>
-Io sono stato a guardia delle vostre aie, Signori
-del blasone; ho difeso il vostro sangue blu; ho attaccato
-i <i>rossi</i> e li ho battuti fuori dalle vostre
-terre: ho difesa la vostra proprietà, benchè sappia
-benissimo come sia un furto!... MA ANCHE LA
-VITA È UN FURTO!... Sì, o Signori!... Ed
-è proprio inutile ridere. Anche la vita è un furto
-quando si attacca alla rovere, come l'edera e vuole
-ammazzare la rovere per aver tutto lei.
-</p>
-
-<p>
-Noi chiamiamo <i>e' rèll</i>, <i>il rillo</i> o <i>l'edero</i>, se
-così puol dirsi, l'albero che non ha più un
-ramo libero, neppure un millimetro libero perchè
-l'edera, lo ha coperto tutto quanto. E quest'albero
-par sempre verde, sempre con le sue foglie
-verdissime fino alla cima cima... ma non è vero!...
-L'albero è morto! È tutta muffa e formiche e
-stabbio e cenere. L'edera è la sua maschera vigliacca:
-l'edera che lo ha ammazzato. Tutto
-quanto quel verde che brilla, nasconde un cadavere.
-<span class="pagenum" id="Page_445">[445]</span>
-L'edera si stringe al suo morto perchè ne ha
-bisogno: perchè il giorno in cui questo povero
-morto dovesse schiantarsi trascinerebbe con sè la
-sua assassina e tutto sarebbe finito... come finisce
-quando cominciano gli <i>ordini</i>, verso novembre, e
-vi pescan le anguille a Comacchio. Allora, una
-notte, arriva la bora e fa giustizia di tutto, e fracassa
-tutto... e la vigliaccheria è finita come è vero
-Dio!...
-</p>
-
-<p>
-Non so se mi sono spiegato, signori.
-</p>
-
-<p>
-Io intendevo dire, arrivando qui: — <i>Core per
-core!</i>... — E cioè: la mano nella mano... guardiamoci
-bene in faccia e amici per la vita. Voi,
-Signori dal nobile sangue, mi avete ricevuto come
-si riceve il cane rognoso.
-</p>
-
-<p>
-Vi siete vergognati di me e sta bene. Verrà
-anche il giorno in cui io dirò di non conoscervi e
-allora guai a voi!... Voi non entrerete nella nostra
-casa come io sono entrato qui, nonostante tutto.
-</p>
-
-<p>
-Ho finito. Signora marchesa, non ho più niente
-da dirle. Ora me ne vado perchè mi fa comodo
-di andarmene.
-</p>
-
-<p>
-E al clero, a quel falsario di Dio che mi
-guarda da quel cantone ed è tranquillo perchè si
-sente al sicuro fra queste nobili sottane dirò che
-mostri bene oggi la sua faccia alle sue pecorelle:
-che la mostri bene oggi e che tutti la guardino e
-se la ricordino perchè, domani... sì, domani io
-glie l'avrò cambiata quella sua faccia da tamburiere!...
-E questo è vero come è vero che ti
-<span class="pagenum" id="Page_446">[446]</span>
-vedo!... E stendo la mano... e te lo giuro sulla
-Croce di Dio!...
-</p>
-
-<p>
-Poi non guardò più nessuno; non sorrise più
-a nessuno, volte le spalle e senza neppure un
-cenno del capo, alzò i cortinaggi e se ne andò
-lasciando la nobile accolta in una discreta costernazione
-perchè il Cavalier Mostardo, quantunque
-se ne ridesse a quando a quando, era, in verità,
-temuto.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Nell'anticamera trovò, nell'identica posizione
-nella quale lo aveva lasciato, Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Solo si era rimesso il cappello in testa.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo si fermò a guardarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Togliti quel cappello, brutto ignorante!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia ubbidì.
-</p>
-
-<p>
-— Vienmi dietro!
-</p>
-
-<p>
-Gli andò dietro.
-</p>
-
-<p>
-Uscirono l'uno dopo l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Quando furono sul ripiano della scala il Cavalier
-Mostardo disse ancora:
-</p>
-
-<p>
-— Lascia la porta aperta.
-</p>
-
-<p>
-E se ne andarono senza chiuder la porta per
-sommo dispregio.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E Mignon?... Dov'era Mignon, principio e
-culmine di tutta la sua tragedia?... Gli nacque un
-sospetto fierissimo. Ripensò all'articolo pubblicato
-da Don Palotta e concluse:
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... L'hanno mandata via!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_447">[447]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora fu colto da una disperata frenesia di
-rivederla; tutto il suo contenuto amore gli si impose
-come una inderogabile necessità vitale. Doveva
-rivederla, doveva parlarle per non morire.
-</p>
-
-<p>
-Subito guardò l'orologio poi consultò un orario
-delle ferrovie. Il primo treno che sostava alla
-Città di Capricorno sarebbe arrivato fra mezz'ora.
-Gli restava appena il tempo per correre alla stazione.
-Non poteva lasciarla partire. Il solo pensiero
-di non rivederla più lo toglieva di senno.
-</p>
-
-<p>
-Ma alla stazione non c'era nessuno. Il treno
-arrivò e ripartì senza complicare la tragedia di
-Mostardo, il quale se ne ritornò pedon pedoni,
-la testa bassa, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni
-immerso in una meditazione profonda.
-</p>
-
-<p>
-Stabilito che Mignon non era partita, bisognava
-sapere se si trovava ancora nel palazzo dei
-marchesi Alerami o dove aveva cercato rifugio.
-Tale ricerca non era facile.
-</p>
-
-<p>
-Pensò alla vecchia Tuda che era una stiratrice
-la quale, per la sua professione, aveva piede libero
-in tutte le case e i palazzi della Città di Capricorno.
-Non c'era che la Tuda che potesse informarlo.
-La vecchietta abitava poco lontano. Mostardo
-affrettò il passo. Eccolo all'usciolo forato,
-in basso, dalla gattaiola.
-</p>
-
-<p>
-— Si può?
-</p>
-
-<p>
-— Avanti!
-</p>
-
-<p>
-Trovò la Tuda intenta a stirare innanzi a una
-gran tavola coperta da un telo bianco. All'entrare
-<span class="pagenum" id="Page_448">[448]</span>
-del Cavaliere, levò la testa ed ebbe un gesto
-di sorpresa.
-</p>
-
-<p>
-— Chi si vede!... Siete ancora al mondo, padron
-Giovanni?
-</p>
-
-<p>
-— Si campa! — fece Mostardo guardandosi
-intorno per cercare una sedia. — E voi come state?
-</p>
-
-<p>
-— Si tira avanti da poveri vecchi. Com'è che
-siete qua, padron Giovanni?
-</p>
-
-<p>
-— Dobbiamo far quattro chiacchiere, Tuda.
-</p>
-
-<p>
-— In quello che son buona potete comandarmi
-sempre, padron Giovanni. Io mi ricordo di voi.
-Voi no, che mi avete dimenticata!
-</p>
-
-<p>
-— La mia Tuda, sono un disgraziato che non
-ha tempo neppure per respirare!
-</p>
-
-<p>
-— Vi siete messo nella politica...
-</p>
-
-<p>
-— Sfido! Quando ci sono degli interessi da
-difendere!
-</p>
-
-<p>
-— Dite bene. Poi cosa volete che ne sappiam
-noi donne! E io sono ancòra all'antica;
-una povera vecchia insensata. Al nostro tempo le
-donne facevan la calza; badavano alla casa fra
-l'arola e il telaio. Si stava meglio, allora. La
-gente si voleva più bene. Adesso... ma volete che
-sia un mondo, questo?... Questo è l'inferno!...
-<i>Josò, la mi Madôna!...</i> Adesso si sentono i bambini
-che dicono certe bestemmie da bruciar l'aria.
-Non c'è più rispetto per niente. Non c'è più riputazione.
-Nella famiglia comandano tutti; le donne
-vivono per la strada, vanno alle dimostrazioni, parlano
-peggio degli uomini. Ma si è sentita mai una
-<span class="pagenum" id="Page_449">[449]</span>
-cosa simile?... Dove andremo a finire, padron
-Giovanni?
-</p>
-
-<p>
-Mostardo scrollò la testa.
-</p>
-
-<p>
-— Torneremo indietro — rispose.
-</p>
-
-<p>
-— Indietro?... Ma se si parla sempre di rivoluzione!
-</p>
-
-<p>
-— Se ne parla.
-</p>
-
-<p>
-— E non la faranno?
-</p>
-
-<p>
-— Per far la rivoluzione, bisogna pensare a
-morire e la gente non ne ha voglia. Be', Tuda,
-io ero venuto per domandarvi una cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Dite, padron Giovanni.
-</p>
-
-<p>
-— Li servite voi i marchesi Alerami?
-</p>
-
-<p>
-— Li servo da più di trent'anni!
-</p>
-
-<p>
-— È un pezzo che non andate al palazzo?
-</p>
-
-<p>
-— C'ero ieri.
-</p>
-
-<p>
-— Allora potrete dirmi una cosa che mi interessa.
-Per certe mie ragioni vorrei sapere se la
-dama di compagnia della marchesa è sempre al
-palazzo.
-</p>
-
-<p>
-— Quale dama di compagnia?... Volete dir
-la francese?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— L'hanno mandata via su due piedi.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo scattò sulla seggiola.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè dava scandalo.
-</p>
-
-<p>
-— Quale scandalo?
-</p>
-
-<p>
-— Si è fatta trovare coi suoi amanti anche
-nel palazzo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_450">[450]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Questo non è vero! Non può essere vero!...
-Chi vi ha detto questo?
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete ne sappia io? Me l'han detto
-le cameriere. Del resto tutto il paese ne parla.
-</p>
-
-<p>
-— Il paese è canaglia; il paese sono i sudicioni
-che non si occupano che dei fatti degli altri e,
-quando non avrebbero niente da dire, inventano
-tutto di sana pianta; questo è il paese, cara Tuda.
-</p>
-
-<p>
-Ma chi sarebbe poi questo amante col quale
-l'hanno sorpresa nel palazzo?
-</p>
-
-<p>
-— Non lo sapete?... È il marchese della
-Pipetta!
-</p>
-
-<p>
-Per Bios!... Anche un avversario politico!...
-Si alzò. Era come un morto.
-</p>
-
-<p>
-— Vi saluto Tuda e vi ringrazio.
-</p>
-
-<p>
-— Ve ne andate tanto presto?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Venite a trovarmi qualche volta. Buonasera,
-padron Giovanni.
-</p>
-
-<p>
-Uscì come un sonnambulo; prese la prima
-strada che gli si parò innanzi, a testa bassa, rasentando
-i muri. Non aveva mai sofferto così; non
-era stato mai tanto disperato.
-</p>
-
-<p>
-L'amava; e che poteva farci?... L'amava!
-Era una povera creatura al guinzaglio; si sentiva
-debole, impossente, rifinito, si sarebbe gettato sullo
-scalino di una porta per raccoglier la testa fra le
-mani e restarsene là con tutta la sua tristezza.
-</p>
-
-<p>
-Piangere un poco e in silenzio; questo gli
-<span class="pagenum" id="Page_451">[451]</span>
-avrebbe fatto bene. Lasciarsi andare alla sua desolazione.
-Tutto era finito; ma tutto e per sempre!...
-</p>
-
-<p>
-E non vedeva i passanti; e la sera veniva innanzi.
-Così camminando senza mèta, venne a trovarsi
-nel quartiere di quei caratteristici orti romagnoli
-in cui si adunano le <i>Compagnie</i>, le quali
-altro non sono se non una raccolta di buontemponi
-che si danno convegno in uno fra gli orti medesimi,
-per trincare del buon sangiovese o della dolce albana;
-per giuocare a bocce; per discutere dei fatti
-del giorno; per combinare qualche tremenda burla
-o beffa di quelle che ne usano ancora in Romagna
-fra gli scapolacci cani o fra la gente di buona
-digestione.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-— <span class="smcap">La compagnia del bigarone.</span>
-</p>
-
-<p>
-Ora, passando, Mostardo si sentì chiamare da
-un usciolo dischiuso che si apriva sul muretto di
-un orto.
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo?... O Mostardo?...
-</p>
-
-<p>
-Finse di non aver udito ed affrettò il passo; ma i
-sozii non lo lasciarono proseguire.
-</p>
-
-<p>
-— O Mostardo?... Venite qui!...
-</p>
-
-<p>
-— Vieni a bere!...
-</p>
-
-<p>
-— Ci sono delle novità!...
-</p>
-
-<p>
-Si fermò. Si volse aggrottando le ciglia. Vide
-fra gli altri, il moro Fabrizi... gli ritornò nella
-mente il cavallo di Troia.
-</p>
-
-<p>
-— Quali novità?
-</p>
-
-<p>
-E il moro:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_452">[452]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Venite che ve le dirò.
-</p>
-
-<p>
-— Ricordatevi che non ho voglia di ridere,
-questa sera!
-</p>
-
-<p>
-E tornò indietro, senza guardare in faccia i compagni.
-</p>
-
-<p>
-Non appena si presentò all'usciolo, fu accolto
-da un grido altissimo:
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo!... Evviva Mostardooo!...
-</p>
-
-<p>
-— Smettetela!... Non voglio sciocchezze,
-questa sera!
-</p>
-
-<p>
-Allora si fece innanzi Patroclo Caroti, un cappellaio;
-calvo, rosso come un pomodoro. E disse:
-</p>
-
-<p>
-— Compagno, la nostra società ti vuole onorare
-con un fiasco di albana. Ehi, Saraca?...
-Porta qua un fiasco d'Albana...
-</p>
-
-<p>
-— Io non bevo neppure se vien Dio!... — rispose
-Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-E Primo Torsi:
-</p>
-
-<p>
-— Vogliamo fare un brindisi alla Repubblica.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi stare anche la Repubblica!..
-</p>
-
-<p>
-Ora, lungo il pallottolaio, c'era una lunghissima
-tavola nera con, intorno intorno, sconquassate
-panche e sedie impagliate. Detta tavola era fiorita
-da ampi boccali verdi, da gotti e bicchieri; da
-qualche fiasco; larghe chiazze di vino la pezzavano
-e sudicissime carte da giuoco ne compivano la decorazione.
-</p>
-
-<p>
-A detta tavola fu condotto Mostardo il quale
-dovette sedere nonostante la ripugnanza. Il moro
-Fabrizi si pose al fianco di lui.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_453">[453]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Be' — fece il Cavaliere — quali sono
-queste novità?...
-</p>
-
-<p>
-— Vi ricordate l'idea fissa del povero Gobbo?
-</p>
-
-<p>
-— Il cavallo di Troia?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, il cavallo di Troia! Be' volete saperlo?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Troia non c'entrava per niente!
-</p>
-
-<p>
-— Bella scoperta!
-</p>
-
-<p>
-— Come?... Vi dico che Troia ce l'aveva
-messa lui, prima di morire.
-</p>
-
-<p>
-— Io non capisco niente!
-</p>
-
-<p>
-— Neanch'io, ma non importa. Quello che
-importa è questo: quel cavallo era il vostro
-cavallo!
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapevo. Era gobbo e ladro!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma no, poveraccio!... Brutto, era brutto...
-ma ladro, no!
-</p>
-
-<p>
-— Come lo chiameresti tu un versipelle che
-ti ruba una cavalla?
-</p>
-
-<p>
-— Ladro!... Siamo d'accordo!... Ma il
-Gobbo non l'aveva rubata!...
-</p>
-
-<p>
-— No?... E che cosa aveva fatto allora?
-</p>
-
-<p>
-— L'aveva presa in prestito. Statemi a sentire.
-Il Gobbo aveva degli interessi in campagna e voleva
-difenderli. Per far questo partiva a piedi e,
-qualche volta faceva più di venti chilometri. Una
-notte aveva percorsa tanta strada che non stava più
-dritto. Era vicino al Conventino; fece una bella
-pensata. Disse: — Adesso entro nel bosco, mi
-stendo sopra un sedile e mi riposo un poco! — Entrò,
-<span class="pagenum" id="Page_454">[454]</span>
-e non aveva fatto dieci passi che vede un
-cavallo e un baroccino. Dice: — Questo è il
-mio caso! — E si ferma ad aspettare. Aspetta
-un'ora, aspettane due il padrone non arrivava
-mai; allora il Gobbo si prese il cavallo e il
-baroccino e se ne venne via pian piano verso la
-città. Che cosa doveva fare?... Ditelo voi?...
-Vuol dire — pensa il Gobbo — che quello che
-ci sarà da pagare lo pagherò! — E arriva. Ma
-non è appena entrato in città che uno lo ferma
-e gli dice: — Dov'è Mostardo?... — Il Gobbo
-cade dalle nuvole. — Mostardo?... Quale Mostardo?... — E
-l'altro: — Ma, scusate, questa
-è la cavalla di Mostardo?... — Il povero Gobbo
-si fa verde dalla paura: — Questa?... E chi
-ve l'ha detto?... — Ma la conosco!... Questa
-è la Carlotta!... — Allora il Gobbo non rispose
-neppure: frustò e prese al gran galoppo le mura. — Per
-diana! — pensò. — L'ho fatta bella!...
-Adesso, se lo sa Mostardo, mi accoppa!... — E,
-se l'aveste saputo, l'avreste accoppato, voi,
-caro mio!... Per fortuna è morto!... Be', che cosa
-doveva fare?... Ormai non c'era più rimedio. Arrivò
-a un orto; vide il cancello aperto... entrò...
-non c'era nessuno. Allora... tela!... Poi spifferò
-tutto, e la cosa arrivò all'orecchio dei socialisti.
-</p>
-
-<p>
-Il moro rise e soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè poi, prima di morire, ci abbia messo
-Troia, non lo capisco! Che cosa è questa Troia?
-</p>
-
-<p>
-— È storia greca, somarone!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_455">[455]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma fatemi il piacere!...
-</p>
-
-<p>
-— Troia era una città della Frigia...
-</p>
-
-<p>
-— Sta zitto, ignorante!...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Presentiamo alcuni fra i sozii della <i>Compagnia
-del Bigarone</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ecco Giovanni Magnani, detto <i>e' Bìgul</i>, per
-una sua famosa scommessa. Si era mangiato, costui,
-per punto d'onore, due chilogrammi di spaghetti
-al sugo. Aveva vinto la scommessa ma era
-andato sul punto di morte. A riprova del suo valore
-gli era rimasto il nomignolo di <i>e' Bìgul</i>. Aveva
-costui un altro singolare costume quando voleva
-<i>accelerare il ricambio</i>, entrava nel Duomo «<i>in
-un'ora postuma</i>», come diceva lui; si toglieva riverentemente
-il cappello, sceglieva l'angolo più buio
-e, addossatosi a una polita colonna, e appoggiato
-il ventre ignudo al freddo marmo, così restava finchè
-non avesse ottenuto lo scopo prefissosi. Usciva poi
-a furia, per l'esuberanza del beneficio.
-</p>
-
-<p>
-Ecco Egisto Candiani detto l'Uccellaccio,
-l'<i>Uslazz</i>.
-</p>
-
-<p>
-Questo bel tipo possedeva un grande <i>omnibus</i>.
-Una volta, d'estate, attaccativi due cavalli, se
-ne andò in Piazza e, fatto sapere che avrebbe condotto
-<i>gratis</i> al mare tutti coloro che vi fossero saliti,
-empì in un battibaleno il vecchio arnese.
-</p>
-
-<p>
-Eccoli in via. Un bel chiaro, un bel sole, i
-cavalli se ne andavano come il vento. E l'Uccellaccio
-a domandare agli ospiti suoi:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_456">[456]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vi divertite?
-</p>
-
-<p>
-E gli ospiti a espandersi, commossi, intorno
-alla bontà del Candiani.
-</p>
-
-<p>
-— Ci divertiremo di più al mare! — soggiungeva
-l'<i>Uslàzz</i> sogghignando.
-</p>
-
-<p>
-Ed eccoli alle saline di Cervia. Fossati a destra
-e a sinistra della strada e acqua, acqua, acqua.
-D'improvviso l'<i>omnibus</i> si sbandava, pencolava
-tutto da un lato. Due ruote correvano sulla
-riva di un fossato profondo. Strilli, urla, terrore
-delle donne e dei bambini. Il bel divertimento era
-iniziato. Il Candiani, impassibile, non udiva niente,
-ma, lanciati i cavalli da destra a sinistra, passava
-al gran galoppo da un fossato all'altro, dall'una
-all'altra riva sempre minacciando di capovolgere.
-</p>
-
-<p>
-— Ferma! Ferma! Ferma!
-</p>
-
-<p>
-Sì, chi lo teneva più?... In un fragore da cateratta
-il gran cassone a ruote percorse l'ultimo tratto
-di strada, attraversò Cervia, e, sempre perdendo
-qualche ospite per via, infilò il viale che conduce
-alla marina.
-</p>
-
-<p>
-Eccolo alla spiaggia... ecco la fine della giocondissima
-gita. Ma no... no!.. L'<i>Uslàzz</i> non era
-contento ancora; bisognava godere fino all'ultimo!..
-</p>
-
-<p>
-E l'<i>omnibus gratuito</i> continuò la sfrenata corsa
-verso il mare, entrò nel mare ed ivi si rovesciò coi
-disgraziati ospiti strillanti.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra volta, lo stesso Candiani, andandosene
-in biroccino verso la Pineta di Ravenna, ebbe
-<span class="pagenum" id="Page_457">[457]</span>
-a trovare lungo la strada un ubbriaco che cercava
-invano il centro di gravità.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Puràzz, ven cun me!</i> (Poveraccio, vieni
-con me!).
-</p>
-
-<p>
-Lo prese, lo legò sotto il biroccino e, frustato
-il cavallo, attraversò per tre volte il Fosso Ghiaia.
-L'acqua passava sopra i mozzi delle ruote e il discepolo
-di Bacco per tre volte fu immerso nell'odiato
-liquido e per tre volte ne uscì. Non contento di
-questo, il Candiani si ficcò nel più folto della Pineta
-attraverso macchie di rovi e di ginepri e non
-fermò il cavallo se non quando fu giunto a Primaro.
-A Primaro disciolse l'ospite e gli domandò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Sit guarì</i>? (Sei guarito?).
-</p>
-
-<p>
-Ma il disgraziato non rispose. Aveva rotte, fra
-l'altro, due costole maestre.
-</p>
-
-<p>
-Ecco <i>Sulfanlè</i> (Zolfanino), noto per aver indotto
-il parroco di Villagrappa a legare il proprio
-asinello dietro il biroccino del suddetto <i>Sulfanlè</i>,
-il quale aveva un cavallo focosissimo. Il povero
-Don Pirone non era tranquillo e andava dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Mi raccomando a voi, Zolfanellino. Per
-carità, andate adagio!...
-</p>
-
-<p>
-E Zolfanellino:
-</p>
-
-<p>
-— Non abbia paura il mio Don Pirone!
-</p>
-
-<p>
-Sulle prime andò adagio, ma poi, frustato il
-cavallo, via di gran carriera.
-</p>
-
-<p>
-Accadde ciò che doveva accadere: dopo poco,
-asino, biroccino e Don Pirone erano per le terre e
-il povero prete aveva la testa rotta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_458">[458]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ecco Giorgio Gelli, detto <i>Zurzôn</i> (Giorgione),
-il famoso organizzatore del <i>Concerto di Russi</i>. Una
-volta, a Russi, davano una grande festa e <i>Zurzôn</i>
-pensò di prendere a gabbo gli abitanti della piccola
-cittadina. Mandò a dire che dalla Città del
-Capricorno sarebbe arrivato a Russi, il giorno della
-festa, una eletta schiera di bandisti. La Città del
-Capricorno andava celebre per il suo concerto cittadino.
-Grande commozione a Russi e grande attesa.
-Il giorno fissato arriva. <i>Zurzôn</i> affitta un <i>omnibus</i>,
-raccoglie venti amici buontemponi ai quali
-distribuisce trombe, tromboni e clarini, ed eccoli
-in via.
-</p>
-
-<p>
-Naturalmente, non uno fra i tanti sapeva usare
-lo strumento del quale disponeva. Grandi prove
-lungo la strada. <i>Zurzôn</i> raccomandava la massima
-serietà.
-</p>
-
-<p>
-Ed eccoli a Russi. Enormi accoglienze, evviva,
-battimani. Una folla da impaurire. La cosa non era
-troppo chiara. Ma <i>Zurzôn</i> non poteva ritirarsi. Furono
-accompagnati in piazza da una turba acclamante.
-Giunti a destinazione, l'automedonte voleva
-andarsene allo stallatico con i cavalli; <i>Zurzôn</i> non
-lo permise.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Tu non devi saperlo. Aspettaci qui.
-</p>
-
-<p>
-E, fattosi cuor risoluto, disposti che ebbe in
-un bel semicerchio i suoi bandisti e afferrata la bacchetta
-dette il segnale di avvio.
-</p>
-
-<p>
-All'infernale frastuono che si liberò seguì un
-<span class="pagenum" id="Page_459">[459]</span>
-primo tempo di stupore, da parte degli ascoltatori;
-poi un secondo tempo di esitazione; ma, in un terzo
-tempo, lo sdegno e l'ira furono tali che i concertisti
-l'avrebbero passata brutta se salvatisi sull'<i>omnibus</i>,
-non si fossero difesi dalla furia degli assalitori
-accendendo e lanciando contro i medesimi i razzi
-che avevano portato per abbellire la festa notturna.
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso <i>Zurzôn</i>, quando andava a caccia in
-Pineta, soleva salire sul più alto pino per imitare
-il verso del chiù e trarre in inganno i compagni.
-Però, scoperto bene spesso dai compagni, era preso
-a schioppettate tantochè scendeva col sedere impallinato.
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso, al gobbo Pulizia, un giorno che lo
-trovò a dormire in un orto, dipinse col più rosso
-minio le parti vergognose. Il povero gobbo aveva
-il sonno durissimo. Quando si destò e si accorse
-del cambiato colore delle sue delicatezze fu preso
-da tale e tanto spavento che, corso da un medico,
-gli riferì il fatto alla disperata, soggiungendo con
-voce piangente che certo doveva trattarsi di una
-malattia orrenda.
-</p>
-
-<p>
-— Fate vedere — disse l'accigliato medico.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio! — esclamò il gobbo Pulizia. — Come
-farò?... Come farò?... Faccia conto, dottore,
-faccia conto di vedere della brace!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma è tutto? — domandò il medico.
-</p>
-
-<p>
-— Come tutto? — fece il povero gobbo,
-smarrito.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, tutto l'apparato!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_460">[460]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'apparato?... Oh Dio!... Ma non è
-l'apparato! No, non è l'apparato... è qui... come
-si dice?... — e indicava l'esatta ubicazione — qui...
-l'organo...
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito benissimo. Fate vedere.
-</p>
-
-<p>
-Ma il gobbo Pulizia era pudicissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Non può ordinarmi qualcosa... senza...
-</p>
-
-<p>
-— Non sono qui per perdere tempo!
-</p>
-
-<p>
-— Sa?... Perchè mi fa vergogna!... È una
-cosa tanto brutta!...
-</p>
-
-<p>
-Finalmente si decise e mostrò tutto. Allora
-parve scintillasse al sole un mobile laccato della
-Cina.
-</p>
-
-<p>
-Il medico, prima guardò da lontano, poi si
-accostò un poco più, osservando con attenzione il
-novissimo affare. Chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ci avete messo?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ci ho messo? — domandò il
-gobbo Pulizia facendo una faccia da nespola.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, con che cosa vi siete curato?
-</p>
-
-<p>
-— Io?... Me ne sono accorto adesso, dottore!...
-Un'ora fa. Oh, Dio!... Si muore di
-questo male?...
-</p>
-
-<p>
-Il medico si alzò, lo guardò ben bene in faccia,
-poi scoppiò a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ride, dottore?
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè vi hanno dipinto!
-</p>
-
-<p>
-— Dipinto?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, dipinto!... E col più bel minio del
-mondo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_461">[461]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora il gobbo si guardò e gli parve di possedere
-uno di quei fischietti di zucchero rosso che
-si vendono per le fiere. Ne fu umiliatissimo e, se
-volle ridare la loro naturale apparenza alle coserelle
-sue, dovette tenerle per oltre un'ora in un
-bagno di trementina.
-</p>
-
-<p>
-Questi i tipi semiselvaggi che formavano l'<i>élite</i>
-della <i>Compagnia del Bigarone</i>.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo uscì, ripreso nella morsa
-del suo amore. Guardò il pianeta Venere che era
-sopra ai pioppi delle mura e gli si empì l'anima
-di tal pianto che avrebbe voluto fermarsi a un angolo
-di strada, alla siepe di un orto qualsiasi e
-rimanersene là a soffrire per soffrire, con tutto il
-suo smarrimento. Poi gli venne in mente di sapere
-il perchè del torto patito; volle guardar negli occhi
-la propria disgrazia, esigere una spiegazione, una
-parola recisa, una intiera condanna. E prese una
-strada traversa.
-</p>
-
-<p>
-Sotto la gran corsa delle stelle correva il disperato
-amore del Cavalier Mostardo. Era ormai
-la notte e una notte estiva di una chiarità superba.
-Non si vedevan che stelle, stelle, stelle. A volte
-il fulgore abbagliante di un remotissimo sole o l'immobile
-e malinconica luce di qualche pianeta; una
-nuova tristezza ignota nel fondo degli abissi; una
-disperazione eterna nell'eterna mutazione dei mondi.
-</p>
-
-<p>
-Il cielo si apriva per l'anima degli uomini; ma
-<span class="pagenum" id="Page_462">[462]</span>
-forse solo gli alberi, solo i grandi alberi muti vi si
-affissavano estaticamente.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo vide Sirio, il sole abissale dalle
-cento luci, l'immenso focolare che arde nelle inconcepibili
-lontananze degli spazi; vide Sirio e per
-un poco non seppe che guardare lassù, attratto
-da quel fulgore di vertigine, dal profondo mistero
-di quella luce spettrale che arriva dall'orrore infinito
-della tenebra nera. Che passò nel suo cuore?...
-Quale nostalgico senso di remotissima tristezza?...
-Quale avvertimento, quale sperduta voce alla sua
-povera umanità transitante nell'attimo effimero della
-vita?... Si passò il rovescio delle mani sugli
-occhi e, per un istante, si smarrì, non seppe neppure
-verso dove, verso quale lontananza ignota;
-ma non fu che un istante; subito fu ripreso dalla
-necessità, dall'urgenza del suo dolore umano, dal
-peso della sua vita quale doveva essere necessariamente
-nel limite segnato.
-</p>
-
-<p>
-E riprese il cammino fra le siepi e le case degli
-orti.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il palazzo del marchese della Pipetta era illuminato.
-Tutte quante le finestre del primo piano
-lanciavan nella notte illune fasci di luce dorata. E
-queste finestre erano aperte, Mostardo si fermò
-ad ascoltare. Ecco il suono di un pianoforte; ecco
-una eco di voci festanti. Forse lassù si ballava...
-forse c'era festa grande. Questo anche gli morse
-il cuore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_463">[463]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dunque Mignon, oltre il tradimento col marchese,
-poteva anche aver l'animo a feste e a
-balli?... E lui era conficcato nel profondo della
-sua passione e della solitudine sua, disperatissimamente!...
-Allora la sua decisione non conobbe più
-esitanze: a qualsiasi costo voleva e doveva parlare
-a Mignon.
-</p>
-
-<p>
-Il portone era aperto: le scale illuminate...
-Mostardo infilò l'andito a gran furia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E volle il caso che, proprio nell'attraversare la
-prima sala, egli si trovasse a viso a viso con Ninon
-Fauvétte, fior di Parigi.
-</p>
-
-<p>
-Non se l'aspettava. Il cuore di lui ebbe un
-gran balzo; il viso gli si fece bianco; e trovò solo
-la forza per mormorare:
-</p>
-
-<p>
-— Oh, Mignon!... Voi qui...
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte non fu meno sorpresa e di
-bianca che era si fece vermiglia. Anch'ella mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Voi qui...
-</p>
-
-<p>
-— Mignon... non ne potevo proprio più...
-sono venuto...
-</p>
-
-<p>
-— Lo vedo!
-</p>
-
-<p>
-— Voglio parlarvi.
-</p>
-
-<p>
-— Ma questa non è casa mia!
-</p>
-
-<p>
-— Non importa.
-</p>
-
-<p>
-— E nessuno vi ha invitato...
-</p>
-
-<p>
-— Non importa.
-</p>
-
-<p>
-— Ma importa a me.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_464">[464]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vi faccio vergogna?
-</p>
-
-<p>
-— No... non è per questo...
-</p>
-
-<p>
-— Allora?
-</p>
-
-<p>
-— Avete dimenticato tutto?
-</p>
-
-<p>
-— Mignon, farò giustizia!
-</p>
-
-<p>
-— No, per carità, non fate niente, non vi
-muovete!
-</p>
-
-<p>
-— Ma se vi voglio tanto bene!...
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte sorrise, e soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Non mentite, Mostardo!
-</p>
-
-<p>
-— Mentire?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, vi prego di non mentire.
-</p>
-
-<p>
-— Ma fate per ridere o dite sul serio?...
-</p>
-
-<p>
-— Dunque sarei io che non vi amo?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, voi. Lo so. L'ho veduto.
-</p>
-
-<p>
-— L'avete veduto?... Mi avete veduto?...
-Ma dove?... Ma con chi?
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo è inutile parlarne.
-</p>
-
-<p>
-— No... Mignon...
-</p>
-
-<p>
-— È inutile. Ve ne prego!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma io...
-</p>
-
-<p>
-— Qualsiasi cosa poteste dire non mi convincerebbe.
-</p>
-
-<p>
-Il povero Mostardo era, di fronte all'arte femminile
-della simulazione, come un fanciullo ignudo.
-Non aveva difesa possibile perchè l'ingenuità sua
-non aveva confine. Poteva non credere a quel che
-diceva Mignon?... Poteva supporre ch'ella creasse
-tutta una storiella di infedeltà? Così, com'era,
-chiaro, espansivo, diritto e illuminato da una parte
-<span class="pagenum" id="Page_465">[465]</span>
-sola non poteva prendere le parole che per ciò che
-valevano nell'uso corrente e non poteva supporre
-che la menzogna gli si opponesse là dove egli portava
-lo spasimo di tutta quanta la sua vita e la
-verità del suo essere.
-</p>
-
-<p>
-Così al simulato sdegno e all'ironica gelosia di
-Ninon Fauvétte, fior di Parigi, egli non seppe
-dapprima quale cosa opporre, tanto si trovò sbalestrato
-lontano da ogni presupposta accoglienza da
-parte di lei; e, per non aver la parola pronta,
-ristette, per qualche istante, sbalordito, in atto
-di estrema meraviglia: la bocca aperta e le ciglia
-inarcate.
-</p>
-
-<p>
-Ninon Fauvétte che si trovava la vittoria fra
-mano molto prima di quel che non avesse pensato,
-ne volle approfittare fino alla fine, sì per togliersi
-da un punto penoso, come per disarmare il buon
-gigante; così raccolta la voce alla tonalità più
-amara; e fredda e impassibile nell'aspetto, riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Non avrei mai creduto che aveste potuto
-dimenticarmi tanto presto!
-</p>
-
-<p>
-— Mi...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè vorreste mentire, Mostardo... Tanto
-la verità non si può nascondere. Io vi avevo dato
-tutta me stessa e per voi non è stato che un capriccio.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, un capriccio!... So benissimo che siete
-il beniamino delle donne...
-</p>
-
-<p>
-— Io?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_466">[466]</span>
-</p>
-
-<p>
-— ... ma avete sbagliato i vostri calcoli il
-giorno in cui vi siete pensato di trattar me alla
-stregua delle altre....
-</p>
-
-<p>
-— Le mie...
-</p>
-
-<p>
-— Le vostre amanti, le vostre amanti!... Chi
-non le conosce... Valeva proprio la pena di sfidar
-tutto per voi! Di attirarmi l'odio e il disprezzo
-dei marchesi Alerami... di perder tutto... di diventar
-la favola del paese!... Non potevate usare
-maggior perfidia verso di me.
-</p>
-
-<p>
-— Ma no!... ma no...
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo, io vi chiedo per l'ultima volta,
-se non una prova d'amore, chè questa non potrei
-pretenderla, un gesto di amicizia. Posso sperare
-tanto?...
-</p>
-
-<p>
-— Ah, Mignon!... — e aveva il singhiozzo
-alla gola.
-</p>
-
-<p>
-— Datemi la mano... — gliela stese. — E
-adesso promettetemi...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?...
-</p>
-
-<p>
-— ... di non parlare più di tutto quanto è
-stato. Me lo promettete?...
-</p>
-
-<p>
-— Non posso!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-— Mi scoppia il core!...
-</p>
-
-<p>
-— Mi volete negare anche l'ultima prova di
-amicizia che vi chiedo?...
-</p>
-
-<p>
-— Ma no... ma no... Voi non capite niente,
-poverina!... Vi hanno dato ad intendere tutte queste
-vigliaccherie!... Vi hanno confusa la testa!...
-<span class="pagenum" id="Page_467">[467]</span>
-Non è vero!... Ma non è vero, per Bios!... Io
-non ho veduto neppure una mosca... tutte le donne
-mi fanno schifo... non ci siete che voi com'è vera
-l'anima di Dio, Mignon!... Perdessi sul momento
-gli occhi!...
-</p>
-
-<p>
-— Vi prego di non perdere niente!... — diss'ella
-con un tono gelido e con tanta ironia che
-Mostardo rimase là come se avesse ricevuto in
-pieno un ceffone da sbalordire.
-</p>
-
-<p>
-— Vedete?... — riprese. — Siete voi che
-non volete più saperne!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sono io! — rispose Ninon Fauvétte
-senza scomporsi. — Ma ve ne ho spiegata la ragione.
-</p>
-
-<p>
-— È falsa!
-</p>
-
-<p>
-— Be', basta, Mostardo!... Io non posso star
-qui fino a domani.
-</p>
-
-<p>
-E gli tese la mano e fece l'atto di accomiatarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Ve ne andate così?... Mignon....
-</p>
-
-<p>
-— Vi prego... basta!...
-</p>
-
-<p>
-Egli prese la mano di lei.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io voglio parlarvi... ho il diritto di
-parlarvi!
-</p>
-
-<p>
-— Non adesso.
-</p>
-
-<p>
-— Quando allora?
-</p>
-
-<p>
-— Non so.
-</p>
-
-<p>
-— Mignon, non spingetemi alla disperazione!
-</p>
-
-<p>
-— Non posso dirvi quando. Aspettate una mia
-lettera.
-</p>
-
-<p>
-— Una vostra lettera?... Non arriverà mai!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_468">[468]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Se non mi credete non ho niente da aggiungere.
-</p>
-
-<p>
-E, tolta la mano dalla stretta di quelle di
-lui, gli volse le spalle e se ne andò.
-</p>
-
-<p>
-Per qualche istante il povero Cavaliere ristette
-a guardare la porta dietro la quale ella era scomparsa,
-poi riprese la strada piano piano: la testa
-bassa e le mani dietro le reni.
-</p>
-
-<p>
-Quando fu solo nella notte e ben lontano, si
-appoggiò a un muro, in un vicolo solitario e, nascosta
-la faccia, incominciò a singhiozzare.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap15">CAPITOLO XV.
-<span class="smaller"><i>Dove Spadarella vive la sua ora di felicità e il Cavalier
-Mostardo si dichiara un fuorisacco.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Sul morir dell'estate, l'amore aveva compiuto
-il suo incantevole giardino. Fra le sante preghiere
-di Spina Rosa e le benedizioni di Girolamo
-e Stefano si era avverato questo miracolo.
-</p>
-
-<p>
-Paolo Corani non era la canaglia di cui aveva
-potuto sospettare il Cavalier Mostardo; aveva agito
-da galantuomo e tutte le cose erano in regola con
-le consuetudini correnti.
-</p>
-
-<p>
-Consacrato, nel rito del fidanzamento, l'amore
-dei due giovani, non rimaneva a Spadarella che
-un dubbio: avrebbe dovuto seguire la carriera
-<span class="pagenum" id="Page_469">[469]</span>
-del teatro o non era meglio abbandonarla prima
-ancora di cominciare? Lasciar da parte ogni vanità
-o speranza di guadagno per la quieta dolcezza
-dell'amore...
-</p>
-
-<p>
-Paolo non era ricco; guadagnava appena quel
-tanto che poteva bastare a una vita più che modesta;
-ma, d'altra parte, Spadarella si accontentava
-di ben poco ed era sempre tranquilla. Se aveva
-accondisceso a cantare, non era stato per un sogno
-di splendori vani. L'anima di lei non era turbata
-da scomposti desideri, ma placida e mansueta
-come la sua casa, come le azzurre colline che chiudevano
-l'ultimo orizzonte della sua casa.
-</p>
-
-<p>
-Ora l'estate languiva fra le braccia del giovane
-autunno. Ogni cosa era quieta e bella. Passava
-una tregua sul mondo. Era il tempo di volersi
-bene. Le due giovinezze vicine, si accorgevano di
-aver fra di loro la felicità. Spadarella aveva quasi
-paura di essere tanto contenta.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa accadrà dopo?...
-</p>
-
-<p>
-Perchè si sa che, al mondo, non si può stare
-in pace col proprio cuore se non per attimi. E,
-dopo, si sconta la dimenticanza di un giorno. Forse
-non si sconta sempre, ma si sublima nel dolore.
-</p>
-
-<p>
-E l'estate moriva. La Città del Capricorno era
-tutta quanta tappezzata da manifesti grandissimi.
-Il nome di Spadarella trionfava su tutti i muri, in
-tutti i marciapiedi insieme ai quattro buoi e alle
-sette vitelle. Asdrubale Tempestoni sfidava le critiche
-de' suoi concittadini. Siccome i manifesti li
-<span class="pagenum" id="Page_470">[470]</span>
-compilava lui, ne uscivano a volte strampalerie inaudite.
-Il pubblico ne faceva le matte risate, ma ciò
-non scomponeva l'organizzatore. Torno torno alla
-Piazza si potevano leggere, stampate su carta rossa,
-le seguenti parole:
-</p>
-
-<p class="cen">
-UN GOLFO MISTICO<br />
-UNA DIVINA ARTISTA<br />
-UNA STALLA DI BESTIAME<br />
-POTRÀ GODERE IL VINCITORE<br />
-DELLA<br />
-GRANDE LOTTERIA
-</p>
-
-<p>
-oppure, su carta verde:
-</p>
-
-<p class="cen">
-OLÀ!!!<br />
-FERMI TUTTI<br />
-QUI NON SI FANNO CHIACCHIERE!<br />
-QUI SI POSSONO AVERE<br />
-SETTE VITELLE E QUATTRO BUOI<br />
-PER SOLI DUE SOLDI!
-</p>
-
-<p>
-Ma intanto, facendo ridere la gente, Tempestoni
-arrivava al traguardo. I biglietti della lotteria
-andavano a ruba.
-</p>
-
-<p>
-Nello stesso tempo il Teatro Comunale era
-sottosopra. Il signor Asdrubale lo aveva riempito
-di operai e vi compariva venti volte al giorno.
-Egli si era fatto una cultura speciale intorno ai
-<i>Golfi Mistici</i> e voleva che i lavori fossero condotti
-sui suoi disegni e sulle sue particolari vedute.
-<span class="pagenum" id="Page_471">[471]</span>
-A chi gli faceva qualche osservazione usava rispondere
-invariabilmente:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mo' cosa vuoi capir te! Ne hai mai fatto
-dei Golfi Mistici?... No?... E allora sta zitto.
-Cosa c'è da ridere? È un Golfo o non è un Golfo
-questo?... Sentirai quando ci suonano, brutto asinone!
-Ti viene su la musica come dal buco del
-fonografo!</i>...
-</p>
-
-<p>
-E così battagliava da mane a sera, non mai
-stanco, non mai avvilito, non mai vinto dalle risa
-e dalle acerbe critiche dei concittadini suoi. Asdrubale
-Tempestoni era uomo tale che, quando aveva
-preso una via, la morte sola avrebbe potuto fermarlo.
-E le sue imprese straordinarie gli andavano
-sempre bene appunto per tale testardaggine. E le
-idee gli turbinavano in testa senza posa.
-</p>
-
-<p>
-Una notte fece stampigliare tutti i marciapiedi
-e tutti i muri della Città del Capricorno con le
-seguenti parole:
-</p>
-
-<p class="cen">
-SPADARELLA LA GRANDE STELLA
-</p>
-
-<p>
-Un'altra volta fece prendere, sempre di notte,
-tutti i cani e tutti i gatti randagi che trovò, e stampigliò
-i cani e i gatti col nome della piccola bella
-dal soave giardino. Quando fu giorno, si vide, ad
-esempio, una frotta di marmocchi inseguire una
-cagna nera che recava sul dorso, in grandi caratteri
-rossi, il nome di
-</p>
-
-<p class="cen">
-SPADARELLA
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_472">[472]</span>
-</p>
-
-<p>
-E questo nome diventò in pochi giorni celeberrimo.
-Ma dietro Spadarella era la lotteria e la
-lotteria non era da meno di Spadarella. Bisognava
-elevare alla stessa grida e l'una e l'altra; adeguarle
-nella curiosità e nell'attenzione della gente.
-</p>
-
-<p>
-La fucina del baccano, guidata e alimentata
-da Tempestoni, non aveva mai riposo. Bisognava
-porre ad effetto una trovata dietro l'altra e tutte
-dovevano essere originalissime.
-</p>
-
-<p>
-Una volta, il nostro Asdrubale, raccolse tutti
-i poveri caratteristici del paese: <i>Magnamosch</i> (Mangiamosche);
-<i>e' matt d' Batèla</i> (il matto di Batella);
-la <i>Margusòna</i> (la Moccolona); <i>e' Zìvul</i> (il Cefalo);
-<i>Cipolini</i>; <i>e' Gièvul</i> (il Diavolo); <i>Parpàia</i> (Farfalla);
-<i>e' Parsutên</i> (il Prosciuttino) ecc. ecc. Li
-divise in tante coppie: un uomo e una donna. Vestì
-le donne da giovani spose con tanto di ghirlanda
-di zàgare intorno al velo nuziale; ingolfò gli uomini
-in grandi <i>frack</i> dai bottoni d'oro; ficcò loro
-sulla testa una tuba; dispose tante vetture quante
-erano le coppie degli sposi. Formò, così, un corteo
-di dodici vetture tutte quante infiorate e addobbate
-con veli bianchi. Fece precedere il corteo da quattro
-uomini a cavallo, vestiti da valletti, col tricorno
-e la parrucca. Questi paggi recavano le trombe egiziane
-che avevano servito alla rappresentazione dell'<i>Aida</i>,
-e vi soffiavano dentro a più non posso.
-In ciascuna vettura poi, gli sposi, reggevano una
-stanga, in cima alla quale era affisso un cartiglio
-che recava una dicitura. La prima diceva:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_473">[473]</span>
-</p>
-
-<p class="cen">
-SETTE VITELLE!!!
-</p>
-
-<p>
-La seconda:
-</p>
-
-<p class="cen">
-QUATTRO BUOI!!
-</p>
-
-<p>
-La terza:
-</p>
-
-<p class="cen">
-IL GOLFO MISTICO!!!
-</p>
-
-<p>
-E così di seguito. Le quali frasi dovevano essere
-gridate a voce altissima, a quando a quando,
-dagli sposi medesimi.
-</p>
-
-<p>
-Fu un successone. Era giorno di mercato.
-Giunto sulla Piazza, il corteo non potè proseguire.
-La folla gli si stipò attorno tumultuando e berciando.
-E non furon più gli sposi soli a gridare:
-</p>
-
-<p>
-— Sette vitelle... Quattro bovi!... — ma
-tutta quanta la moltitudine ingaita. Naturalmente
-alle vitelle si aggiunsero le loro rispettabili madri;
-ai bovi le loro simboliche corna e fu un carnevale
-in piena regola.
-</p>
-
-<p>
-Poi un qualsiasi Balilla lanciò il primo pomodoro.
-E fu la festa dei legumi e delle ortaglie.
-Le vetture furono prese di assalto: le povere spose
-portate in trionfo dall'ebbra moltitudine, torno
-torno la Piazza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma Spadarella non sentiva niente; non sapeva
-niente. Viveva solo del suo amore che le bastava
-ad amar la vita.
-</p>
-
-<p>
-Ad ogni crepuscolo diceva a Spina Rosa:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_474">[474]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Spina Rosa, scendo in giardino.
-</p>
-
-<p>
-Girolamo e Stefano l'aspettavano per darle
-la buonasera, prima di ritornarsene alle loro piccole
-case dietro le mura.
-</p>
-
-<p>
-Una volta, al suono di un <i>Avemaria</i>, chinarono
-il capo e tacquero assorti mentalmente nella
-loro preghiera.
-</p>
-
-<p>
-Anche Spadarella pregò. In mezzo al giardino,
-queste tre creature levarono l'anima a Dio,
-chiamate da un accenno di campana nell'aria della
-sera; ricondotte al mistero immanente dall'effimera
-contingenza del loro terreno esilio. Affondarono
-nell'eterno, lontanando con le stelle del profondo.
-</p>
-
-<p>
-E fu un grande silenzio.
-</p>
-
-<p>
-Ma ad un tratto scoppiò il fragore di una fanfara:
-lacerò l'aria violentemente: si impadronì di
-quell'angolo di mondo con prepotente volgarità.
-</p>
-
-<p>
-Le case si palleggiarono, come turbate, l'eco
-barbarica dell'aspro suono; gli usignuoli, le capinere,
-i verzellini non cantarono più. Ogni cosa, ogni
-anima affogava nella crescente marea degli armonici
-pernacchi che gli uomini traggono, soffiando, da
-certi imbuti di ottone conosciuti comunemente sotto
-il nome di trombe. Strepitarono adunque le trombe
-eroiche di una fanfara socialista; empirono il mondo
-e il cielo; sostituirono, nel soave declinare dell'ora
-mistica, il raccoglimento che aduna le anime a un
-lume ultraterreno: vollero cancellar tutto, essere
-sole, impadronirsi della Terra e di Dio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_475">[475]</span>
-</p>
-
-<p>
-E, per l'attimo in cui tuonarono più vicine,
-riusciron, tanto, a turbare la quiete circostante;
-riuscirono a farsi intendere e a intimorire i cuori
-più pavidi con le minaccie della <i>Bandiera Rossa</i>;
-ma poi, allontanandosi i discepoli di Eolo e di
-Marx, i fucinatori di ghigliottine, gli ipertrofici zelatori
-della buia solitudine terrena, diminuì il loro
-diabolico fracasso, si spense dietro le case e le
-strade, si ridusse a niente; a gareggiare appena
-col tremulo verso di una povera raganella.
-</p>
-
-<p>
-Erano passati i rodomonti, gli incinti di Dio,
-i cannibali sociali, i capovergari della Giustizia
-Nuova. Erano trascorsi col vento delle loro trombe,
-con le pernacchianti armonie delle loro apocalittiche
-catastrofi, pieni di vuoto furore, di fosca ignoranza
-e di baldracchesca volgarità. Ed eccoli lontani,
-nel niente, coperti e derisi dal querulo lamento
-di una raganella sul ramo di un melo, contro un
-quarticello di luna verdigna.
-</p>
-
-<p>
-Si riudì l'ultimo tocco della campana dell'<i>Ave</i>.
-Girolamo e Stefano si fecero il segno della
-croce; e anche Spadarella. Poi si volsero intorno
-e Girolamo disse:
-</p>
-
-<p>
-— È tardi. Bisognerà andare.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo — rispose Stefano.
-</p>
-
-<p>
-Guardarono Spadarella; le sorrisero.
-</p>
-
-<p>
-— Felice sera, Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-— Buonasera, vecchi miei; e buon riposo.
-</p>
-
-<p>
-Poi se ne andarono l'un dietro l'altro scantonando
-per i piccoli viali del giardino.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_476">[476]</span>
-</p>
-
-<p>
-Passava un rosso barroccio montanaro, carico di
-una <i>castellata</i> piena di mosto. Una bella <i>castellata</i>
-dai fondi graffiti e dipinti e dal cocchiume rilevato
-e contornato da pampini. Il primo mosto che entrava
-in città. L'autunno. Sul timone del barroccio
-era infissa una grande <i>caviglia dalle anella</i>. Erano
-sette anella lucenti che tinnivano, ridevano, cantavano,
-seguendo l'andatura dei buoi dalla grand'ombra
-nerastra sotto gli occhi immiti.
-</p>
-
-<p>
-E sull'alto della <i>castellata</i> sedeva un giovinetto
-e cantava:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Gi so, gi so, mio ben, du vliv andare</i></p>
-<p class="i01"><i>Ch'avì pulì csé ben vostar cavale?</i></p>
-<p class="i01"><i>Ch'avi pulì csé ben la sala d'oro?...</i></p>
-<p class="i01"><i>Gi so, gi so, mio ben, vulì ch'a mora?...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-(Ditemi, ditemi, ben mio, dove volete andare — che
-avete pulito così bene il vostro cavallo, — che
-avete lustrato così bene la sala d'oro?... — Ditemi,
-ditemi ben mio, volete ch'io muoia?).
-</p>
-
-<p>
-Il dialetto montanaro si addolciva ancor più
-nella cantata. La musica era bella: semplice, vasta,
-di una tristezza profonda e, più che umana, universa.
-Il giovine bifolco si portava giù, col mosto,
-dalle montagne azzurre, una passione antica: sua
-e di cento generazioni; e passava per la Città del
-Capricorno come una cosa ormai spaesata.
-</p>
-
-<p>
-Il vero, il grande cuore dell'uomo fra le chincaglierie
-insanguinate della Bandiera Rossa.
-</p>
-
-<p>
-Si può anche morire nella farsa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_477">[477]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il giovine cantava il <i>suo canto</i>, quello del popolo
-suo, nel quale <i>era l'anima delle generazioni</i>
-e si sentiva distaccare dalla miseria sua, dal suo
-dolore, dalla sua fatica; era uno spirito errante
-sotto alle stelle, con l'amore. Si ricongiungeva inconsciamente
-al mistero della Terra e del Cielo.
-</p>
-
-<p>
-Paolo e Spadarella erano appoggiati al muro
-di cinta del giardino, presso la piccola porta socchiusa.
-Si tenevano per mano. Parlavano; ma poi
-che il barroccio fu per la strada, col suo canto ramingo,
-non parlarono più. L'aria non più illuminata
-dal sole, accoglieva le luci dell'infinito.
-</p>
-
-<p>
-Ecco la notte.
-</p>
-
-<p>
-Ella era felice e non disse niente; era nella
-serena zona mattutina e poteva guardare e ascoltare
-in silenzio. Anche per le case era discesa l'ora
-del raccoglimento soave. Le più alte finestre si illuminavano
-contro la prima stella. Tutta la sofferenza
-pareva non dovesse avere nè un grido nè una bestemmia.
-</p>
-
-<p>
-Passarono tre rondini smarrite.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-Ella levò gli occhi a un tratto.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Non vuoi?
-</p>
-
-<p>
-Arrossi ed abbassò la faccia senza rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene — riprese Paolo freddamente e
-guardò da un'altra parte.
-</p>
-
-<p>
-La piccola allora gli prese una mano, glie la
-strinse, mormorò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_478">[478]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì... voglio...
-</p>
-
-<p>
-— Quando?
-</p>
-
-<p>
-Tacque ancora.
-</p>
-
-<p>
-— Domani?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... domani...
-</p>
-
-<p>
-— Dove ti ho detto?
-</p>
-
-<p>
-— ... Sì...
-</p>
-
-<p>
-— Verrai davvero?
-</p>
-
-<p>
-— ... Sì...
-</p>
-
-<p>
-Egli allora se la strinse al petto nella gagliardia
-ansiosa del suo desiderio; ma Spadarella non rispose
-all'impeto di lui. Domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè vuoi questo?
-</p>
-
-<p>
-— Mi vuoi bene?
-</p>
-
-<p>
-— Si.
-</p>
-
-<p>
-— Devi provarmelo. Voglio che tu sia tutta
-mia.
-</p>
-
-<p>
-— E non sono tua?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— Paolo!
-</p>
-
-<p>
-— No no!... Io non posso sopportare questa
-sorveglianza. Maria Rosa è sempre là che ci spia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non è vero!
-</p>
-
-<p>
-— Se l'ho vista anche poco fa!
-</p>
-
-<p>
-— Ti assicuro che ti inganni.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi inganno Spadarella!... Poi... fra
-poco il teatro ti porterà via.
-</p>
-
-<p>
-— Te l'ho già detto. Se lo desideri mando
-all'aria tutto.
-</p>
-
-<p>
-— Io non posso voler questo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_479">[479]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè si tratta della tua fortuna.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se io lo voglio?
-</p>
-
-<p>
-— Tu sola non puoi decidere.
-</p>
-
-<p>
-— Anzi lo posso, Paolo; e tu sai che quando
-voglio una cosa...
-</p>
-
-<p>
-— Ma non potrei assecondarti.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque ti fa piacere?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— E allora?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ho da offrirti in compenso? Quale
-vita ho da offrirti?... Il sacrificio!
-</p>
-
-<p>
-— E che mi importa? Sono stata abituata da
-signora, forse?... Che cosa desidero di più del tuo
-amore?
-</p>
-
-<p>
-— Oggi niente di più; ma domani?... Domani
-quando l'amore se ne sarà andato?
-</p>
-
-<p>
-Allora Spadarella scosse lentamente il capo e
-sospirò:
-</p>
-
-<p>
-— La verità è che tu non mi vuoi bene.
-</p>
-
-<p>
-— Ora bestemmi!
-</p>
-
-<p>
-— No, Paolo!... Ci vedo chiaro...
-</p>
-
-<p>
-Egli tolse la sua mano da quelle di lei e fece
-per andarsene.
-</p>
-
-<p>
-— Non te ne andare!... Paolo?...
-</p>
-
-<p>
-Si fermò; si rivolse.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi bisticciarti, Spadi?
-</p>
-
-<p>
-— Perdonami. Qualche volta non ti capisco.
-</p>
-
-<p>
-— E io neppure, sai? Perchè quando si vuole
-veramente bene non si hanno dubbi... non si pensa
-<span class="pagenum" id="Page_480">[480]</span>
-il male... non si guarda alle convenienze... non
-si ha paura di niente quando si vuole veramente
-bene!...
-</p>
-
-<p>
-— No ti ho detto che verrò?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; ma devo crederlo?
-</p>
-
-<p>
-— Guarda: anche se dovessi uscire di casa
-per non rientrarvi mai più, ti ho detto che verrò
-e verrò!
-</p>
-
-<p>
-— Amore mio!
-</p>
-
-<p>
-— ... anche se fossi certa che lo zio Giovanni
-mi aspettasse all'uscita per stroncarmi; e avessi la
-convinzione di rimanere in mezzo alla strada solo
-con questi panni e maledetta da tutti verrei, Paolo.
-Tu non mi conosci. Ho paura, ho vergogna... ma
-ho deciso. Ti voglio bene... Vengo da te... fa
-quello che vuoi... sarà quel che sarà!...
-</p>
-
-<p>
-Egli la prese fra le braccia e la coprì di baci
-in uno spasimo diluviante, in una ebbrezza convulsa.
-</p>
-
-<p>
-— Basta... basta... basta, Paolo!... Per
-carità...
-</p>
-
-<p>
-Aveva abbandonato il capo all'indietro, gli
-moriva fra le braccia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Fu la voce del Cavalier Mostardo che li riscosse.
-Si udì nel giardino il suo vocione gridare:
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella?... Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-Paolo si disciolse in fretta dall'abbraccio e
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Allora... a domani, Spadi!
-</p>
-
-<p>
-— Te ne vai?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_481">[481]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Tanto presto?
-</p>
-
-<p>
-— È più tardi delle altre sere.
-</p>
-
-<p>
-— Non vuoi vedere lo zio?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— È un uomo che mi urta.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se è tanto buono!
-</p>
-
-<p>
-— Lo so... ma... debbo andare. Addio,
-Spadi.
-</p>
-
-<p>
-— Arrivederci.
-</p>
-
-<p>
-Si baciarono poi Paolo prese la strada di furia
-e scantonò. Spadarella non era più gaia; neppure
-poteva spiegarsi l'improvvisa malinconia. L'accoglieva
-con l'anima mansueta delle creature che
-sanno solamente amare.
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella? Spadarella?
-</p>
-
-<p>
-— Sono qua, zio.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non rispondi? È un'ora che ti
-chiamo!
-</p>
-
-<p>
-— Ti aspettavo.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa fai qui?
-</p>
-
-<p>
-— Stavo per rientrare.
-</p>
-
-<p>
-— Sei sola?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è Paolo?
-</p>
-
-<p>
-— Se ne è andato.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Aveva da fare.
-</p>
-
-<p>
-— A quest'ora?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_482">[482]</span>
-</p>
-
-<p>
-— ... non so...
-</p>
-
-<p>
-Lo zio Giovanni non aggiunse parola, ma chi
-avesse potuto vedere la faccia di lui, nascosta nell'ombra,
-non l'avrebbe trovata soverchiamente
-serena.
-</p>
-
-<p>
-Si avviarono verso casa.
-</p>
-
-<p>
-— Ho visto Tempestoni... — fece lo zio Giovanni.
-</p>
-
-<p>
-— Bene...
-</p>
-
-<p>
-— Ti aspetta domani.
-</p>
-
-<p>
-— Domani?... E dove?...
-</p>
-
-<p>
-— A teatro.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè domani?
-</p>
-
-<p>
-— Cominciano le prove.
-</p>
-
-<p>
-— È proprio necessario ch'io vada? La mia
-parte la so benissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Io non c'entro, bambina. Tempestoni mi ha
-detto che ti aspetta; ti ho fatto l'ambasciata. Del
-resto farai quello che vorrai.
-</p>
-
-<p>
-Camminarono per un poco in silenzio nel tepore
-della notte.
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'hai, Spadi?
-</p>
-
-<p>
-— Io?... Niente! Perchè me lo domandi?
-</p>
-
-<p>
-— Mi pareva tu fossi scura...
-</p>
-
-<p>
-— No, zio.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero?
-</p>
-
-<p>
-— Davvero!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà! Però, bambina, non sei più la mia
-Spadi di una volta!
-</p>
-
-<p>
-— Ti sembro cambiata?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_483">[483]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ecco... cambiata, no! Non è la parola.
-Mi sembri più lontana...
-</p>
-
-<p>
-— Ma no, zio!
-</p>
-
-<p>
-— Lasciami dire. Io, certe cose, le sento,
-anche se non le capisco e... non mi sbaglio mai.
-</p>
-
-<p>
-— Però questa volta...
-</p>
-
-<p>
-— Questa volta tu hai qui dentro — e le toccò
-il core — un bel peso!
-</p>
-
-<p>
-— Ma ti sbagli!
-</p>
-
-<p>
-— Non mi sbaglio, Spadi!... No, no, non
-mi sbaglio! Del resto non voglio mica sapere i tuoi
-interessi. Però, se si trattasse di scommettere, scommetterei
-che vi siete bisticciati. Di un po; è
-vero?...
-</p>
-
-<p>
-— ...
-</p>
-
-<p>
-— Rispondi: è vero o no?
-</p>
-
-<p>
-— È vero!
-</p>
-
-<p>
-— Vedi?... Lo zio Giovanni ha buon fiuto, il
-povero zio Giovanni!... Ora, da quando è venuto
-quell'altro, non vuoi più un gran bene neppure a
-lui!
-</p>
-
-<p>
-— Oh, zio! Perchè dici questo? Non ti bruciano
-le parole?
-</p>
-
-<p>
-E gli si gettò al collo e lo strinse forte fra le
-braccia.
-</p>
-
-<p>
-— Mi sbaglio?
-</p>
-
-<p>
-— E non lo senti? — Aveva la voce di
-pianto. — Questa sera sono un poco malinconica,
-ecco tutto. Non capita mai a te?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_484">[484]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Oh se mi capita!... — e trasse un grande
-sospiro.
-</p>
-
-<p>
-— E sai il perchè, tutto il perchè della tua
-malinconia?
-</p>
-
-<p>
-— Io sì che lo so!
-</p>
-
-<p>
-— No, zio. Forse ti sembra, ma non lo sai.
-</p>
-
-<p>
-— Bambina mia, lo so anche troppo!
-</p>
-
-<p>
-— Certe volte, forse; ma non sempre.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà!... Non voglio darti torto. Però se
-non fosse lei... sempre lei... sempre, porco Dacco!,
-quella febbre di lei che mi prende, oh!... ti assicuro
-che, nonostante tutti i Rigaglia e tutti i versipelle,
-ti assicuro che sarei allegrissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Lei?... — fece Spadarella meravigliando. — Ma
-chi è questa lei?...
-</p>
-
-<p>
-Il povero Cavaliere si morse le labbra. Gli era
-scappata. Tentò di fare lo smarrito:
-</p>
-
-<p>
-— Ho detto lei? Non me ne sono accorto.
-</p>
-
-<p>
-Spadi sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque hai un segreto?
-</p>
-
-<p>
-— Io?... Ma neanche per sogno!... Che segreto?...
-Che cosa vuoi che abbia io, vecchio
-matto?
-</p>
-
-<p>
-— Hai qualcosa che ti fa soffrire, zio?...
-</p>
-
-<p>
-— Ma se sono un insensato!... Non lo crederai
-mica davvero ch'io sia diventato tanto imbecille...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Ma scherzi?... Io, con tutti i miei anni,
-innamorato!... Non farei ridere?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_485">[485]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, zio?...
-</p>
-
-<p>
-— Come perchè?... Ma l'amore è fatto per
-voialtri giovani che potete sempre riparare a questo
-grande sproposito: non per noi, vecchi, che non
-abbiam più tempo neppure per poterci pentire e ci
-caschiamo dentro da quei grandi balordi che siamo,
-mani e piedi legati, per ridurci come il campo del
-mercato, dove tutti sputano!...
-</p>
-
-<p>
-— L'amore arriva quando vuole...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, con l'olio santo!
-</p>
-
-<p>
-— Zio... e non gli si può dire di andarsene.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non si diventa stupidi alla mia età?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè sì! Perchè si diventa stupidi!
-Si diventa la favola del mondo.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa c'entra il mondo? Tu sei ancora
-giovane.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, bel moscardino!
-</p>
-
-<p>
-— Sei giovane... e lo sai.
-</p>
-
-<p>
-— Io so che, se potessi, mi prenderei la testa
-e la butterei in un fosso!
-</p>
-
-<p>
-— Povero zio!
-</p>
-
-<p>
-— Povero?... Già... povero!... hai ragione.
-In fin dei conti non sono che un disgraziato.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo dire.
-</p>
-
-<p>
-— Un disgraziato, un disgraziato! Voglio urlarlo!...
-Lasciami sfogare! Che cosa ho, io?...
-A che cosa mi è servita tutta la vita?... Tutte le
-mie battaglie, tutti i miei entusiasmi, tutta la mia
-fatica?... A che cosa?... Ma a che cosa?...
-<span class="pagenum" id="Page_486">[486]</span>
-Avanti, dillo tu, a che cosa?... A niente!... Bambina,
-non parlare, io lo so bene: a niente!... Mi
-sono prodigato e mi è arrivato un calcio; ho combattuto
-per gli altri e, per tutto ringraziamento,
-mi hanno sputato addosso; ho dato del mio, di quel
-mio che mi son pur faticato, se son venuto su dalla
-miseria, e poco c'è mancato non mi chiamassero
-ladro!... Il popolo si chiama Rigaglia!... Ma sì,
-bambina mia!... E sono arrivato a questa età con
-tutte le mie minchionerie dei vent'anni. Me le sono
-portate dietro come un imbecille. Eccole qua tutte
-quante, che non ne ho perduta neppure una per
-la strada. Bel carattere! Meriterei la forca solo per
-questo. Perchè un uomo, se ha la fortuna di vivere,
-almeno impara a conoscere le carogne che si trova
-fra i piedi. Ed io non ho imparato niente!... Ho
-imparato ad essere un bambino quando avrei dovuto
-trattare il mondo per quel che si merita. Ho
-preso tutto sul serio. Oggi sono solo. E faccia Dio
-che tu mi sia sempre vicina perchè il giorno in cui
-mi dessi alla disperazione, guai agli uomini del
-mio paese!...
-</p>
-
-<p>
-— Povero zio!... Soffri tanto?...
-</p>
-
-<p>
-— Soffro?... No che non soffro. È la vita
-che è canaglia! Forse sono stanco, Spadi. Ma non
-mi domando niente. Aspetto. La mia vita non sarà
-eterna!
-</p>
-
-<p>
-— Proprio, questa sera, non pensi affatto alla
-tua Spadarella!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_487">[487]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione. Non so neppure quel che mi
-dico. Poi ho qualche cosa per la testa...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè Paolo non mi ha aspettato?
-</p>
-
-<p>
-— Te l'ho già detto, zio. Doveva andare...
-</p>
-
-<p>
-— Ma capita sempre così quando arrivo io.
-Ha forse paura di me?... Che cosa gli ho fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè dovrebbe aver paura? Non essere
-ingiusto!
-</p>
-
-<p>
-— È vero. Perdonami. È la mia testaccia che
-frulla male.
-</p>
-
-<p>
-— Forse se tu volessi parlare alla tua bambina,
-ti passerebbe.
-</p>
-
-<p>
-— Mi passerebbe?... Ho qui dentro una
-pena... tu sapessi!
-</p>
-
-<p>
-— E fin che la tieni chiusa ti farà più male.
-</p>
-
-<p>
-— È vero.
-</p>
-
-<p>
-— Allora sai bene che non lo racconti a nessuno,
-se parli a me.
-</p>
-
-<p>
-— Non posso. Mi fa vergogna.
-</p>
-
-<p>
-Erano arrivati presso la porta di casa. Si
-vedevano le finestre illuminate. Ristettero. Non
-avrebbero voluto interrompere la loro solitaria intimità
-e che nessuno si fosse interposto. Forse lo
-zio Giovanni aveva ancora tante cose da dire; forse
-Spadarella avrebbe amato restare nel buio del giardino
-e seguire la sua indefinita malinconia. Non
-era il turbamento della promessa ma alcunchè di
-più remoto, un'ombra sul sogno de' suoi anni radiosi.
-Che poteva accaderle? Era tanto felice!
-<span class="pagenum" id="Page_488">[488]</span>
-Ebbene, forse niente sarebbe intervenuto a turbare
-il ritmo della sua felicità, ma la malinconia si vela
-di una sola parola per tenere il cuore dei giovani.
-Quella era una notte del mondo contristata, per
-lei, e più non avrebbe voluto parlare nè ascoltare
-la voce e le parole semplici e ignare di Spina
-Rosa. Avrebbe voluto arrivare alla sua stanza e
-chiudersi dentro senza che nessuno potesse vederla
-e senza scambiar parola con nessuno. Sentiva che
-avrebbe pianto volentieri. E forse c'era la crudezza
-di una parola, in fondo al cuore di lei, e
-anche l'ombra di una volontà prepotente ch'ella
-assecondava ma che turbava un incantesimo. E la
-felicità è delicata: e di nulla si turba. È come lo
-specchio di uno stagno fra i boschi; fondo e mutevole.
-Qualcosa aveva turbato il volto della sua
-serena e tranquilla felicità, ma di questo non poteva
-nè voleva convenire seco stessa.
-</p>
-
-<p>
-E più si accorava del dolore dello zio Giovanni.
-</p>
-
-<p>
-Tacevano fermi così, l'uno vicino all'altra,
-senza guardarsi. Poi il Cavalier Mostardo si riscosse:
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella... io non so se tu abbia capito...
-ma, se hai capito, mi raccomando a te...
-</p>
-
-<p>
-— Zio! E puoi credere solamente che io
-parli?
-</p>
-
-<p>
-— No, se ti ho mostrato, il cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Me ne credi indegna?
-</p>
-
-<p>
-— Spadi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_489">[489]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Allora abbiam chiuso le nostre parole nello
-stesso silenzio.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Stavano per entrare in casa quando udirono
-un passo affrettato sulla ghiaia del viale. Mostardo
-stette inorecchito. Si udiva il busso di due grandi
-piedi.
-</p>
-
-<p>
-— Se non mi sbaglio è Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Si udì un grugnito.
-</p>
-
-<p>
-— Te l'ho detto? È lui.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa sei venuto a far qua?... Che cosa
-vuoi?...
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna che veniate subito...
-</p>
-
-<p>
-Ansimava.
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— Vi aspettano a casa...
-</p>
-
-<p>
-— Chi?
-</p>
-
-<p>
-— I compagni.
-</p>
-
-<p>
-— Ma quali compagni?
-</p>
-
-<p>
-— ... dice che muore...
-</p>
-
-<p>
-— Muore?... Ma chi muore?... Vuoi spiegarti
-o no?...
-</p>
-
-<p>
-— Ma non ve l'ho detto, santo Dio?... Coriolano!
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa? Coriolano muore?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E non sai dirmi chi mi aspetta a casa?
-</p>
-
-<p>
-— Ci son due uomini e una donna.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_490">[490]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Una donna? E chi? Ti ricordi almeno
-come vestiva?
-</p>
-
-<p>
-— Io non l'ho guardata ma aveva un cappello
-rosso...
-</p>
-
-<p>
-— Un cappello rosso? Ne sei ben sicuro?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Allora è lei. Non vengo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma chi lei, zio?
-</p>
-
-<p>
-— Proli.
-</p>
-
-<p>
-— La signorina Proletaria?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. La nipote di Coriolano. Non vengo,
-non vengo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè zio?
-</p>
-
-<p>
-— Il perchè è troppo lungo, bambina mia.
-È certo che non voglio trovarmi fra i piedi Proli.
-</p>
-
-<p>
-— Allora dirò... — riprese Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma dì tutto quello che vuoi; non mi importa
-niente. Io sono un fuorisacco!
-</p>
-
-<p>
-E mentre Rigaglia si allontanava nella notte, il
-Cavalier Mostardo si strinse a Spadarella ed entrò
-in casa.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap16">CAPITOLO XVI.
-<span class="smaller"><i>Della morte e della cremazione di Coriolano; della
-scomparsa di Proli; degli amici di Ninon Fauvétte
-e di altre disparatissime cose.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-La casa era piena e Coriolano stava per esiliarsi
-nel mistero. Glie l'avevano detto, glie l'avevano
-predicato:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_491">[491]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non bere, non straviziare. Alla tua età
-e coi tuoi mali bisogna adoperar giudizio. Se vuoi
-rimanere al mondo non devi fare le strippate che
-fai. Bada che soffri d'asma e l'asma non perdona.
-Hai un cuore che fa ridere. Una volta o l'altra fai
-la capriola!
-</p>
-
-<p>
-Ma Coriolano duro.
-</p>
-
-<p>
-— Qu-qu... qu-qu... qqquando è l'ora... bu-bu...
-bu-bu... bbbuonanotte!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, <i>cucù</i> e <i>bubù!...</i> Ma se la <i>bubù</i> ti arriva
-addosso, sarà lei che farà a te <i>cucù</i>, povero
-idiota!
-</p>
-
-<p>
-— Bbbbbb... bene! E allora, porca miseria!
-evviva la Repubblica!
-</p>
-
-<p>
-E, con questo cuore aveva continuate le sue
-bisboccie all'<i>Ustarì de Bér</i> (osteria del Montone)
-nella quale l'oste, che beneficiava appunto, e non
-sappiamo per quali delicati motivi, del nomignolo
-di <i>Ber</i>, andava famoso per la sua scienza nell'apprestare
-certi manicaretti di trippe, celebri in tutta
-la Romagna.
-</p>
-
-<p>
-Ora quando capitava qualche forestiero nella
-Città del Capricorno, Coriolano si affrettava a invitarlo,
-o a farsi invitare, alla famosa <i>Ustarì de Bér</i>,
-per fargli assaporare le trippe.
-</p>
-
-<p>
-Necessariamente chi mangiava più di tutti era
-Coriolano. Dall'antipasto alle frutta (e l'antipasto
-consisteva in mezzo chilogrammo di pane!) egli si
-trovava in prima linea, col piatto più colmo e col
-più vorace appetito. Divorava, urlava, improvvisava
-<span class="pagenum" id="Page_492">[492]</span>
-discorsi, si prodigava in allegria tenendo la
-brigata sempre al diapason del cordiale fracasso.
-Ma, per fucinare tali gioconde serate, occorrevano
-litri e litri e litri di Sangiovese ed era sempre Coriolano
-che pensava a far empire i bicchieri, e sempre
-Coriolano che gridava all'oste:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Bér? Un'étar litar!</i> (Bér? Un altro litro!)
-</p>
-
-<p>
-E alla fine del simposio, dopo il rituale brindisi:
-</p>
-
-<p>
-— Bevo alla salute della Democrazia, oggi
-combattente, domani vincitrice! — era costretto
-a sbottonarsi il panciotto e ad allentare la cintola
-dei pantaloni. Ma aveva mangiato bene e ciò lo
-ripagava delle possibili sofferenze alle quali andava
-incontro.
-</p>
-
-<p>
-Dopo tali strippate aveva un sacro orrore del
-letto e del chiuso e aspettava l'alba accompagnando
-a casa, ad uno ad uno, tutti gli amici. Rimasto
-solo, entrava nel Caffè notturno dove erano adunati
-i mercanti di buoi che stavano per andarsene
-verso i mercati. Sedeva in un angolo e incominciava
-a non poter più respirare.
-</p>
-
-<p>
-Ma, passando di eccesso in eccesso, l'organismo
-del Donzello finì per non presentare più resistenza
-e, un bel giorno, si fece vincere da un attacco
-cardiaco tanto da disporre l'anima al transito.
-</p>
-
-<p>
-Ora le gente adunata nella casa di lui non
-rideva più. C'era la morte. I romagnoli, quando
-sono di buono stampo, non hanno paura della morte
-ma la rispettano. Non che ne avvertano il pauroso
-<span class="pagenum" id="Page_493">[493]</span>
-mistero, anzi, per loro, tale mistero non esiste; cose
-astratte non sono per il loro palato; il loro convincimento
-è che, con la morte, tutto sia, e giustamente,
-finito; ora quando se la trovano fra i piedi,
-questa morte ubbriaca, si tolgono il cappello e non
-parlano più perchè, non foss'altro, avvertono che
-con lei non si può combattere e che è inutile farsi
-illusioni.
-</p>
-
-<p>
-Nella casa di Coriolano c'era adunque un
-grande silenzio. Si udiva appena un fruscio di passi
-guardinghi e qualche frase sommessa.
-</p>
-
-<p>
-Erano là, dall'Onorevole a Bucalosso, tutti i
-maggiori rappresentanti del cuore repubblicano.
-C'era Tempestoni, c'era il Trancia, l'avvocato
-Suasia, l'ingegner Fiat, il Sindaco, gli assessori, i
-pompieri, gli spazzini.
-</p>
-
-<p>
-Coriolano era un'istituzione; con lui scompariva
-un po' di vermiglio dalla bandiera repubblicana.
-Un po' della vecchia idealità umanitaria, del
-vecchio entusiasmo romantico, della sacra generosità
-strepitosa che negava il Re e il Clero per educare
-il popolo a un'Idea di universa giustizia e di
-liberi reggimenti politici, se ne andava verso il buio
-del passato con l'anima di Coriolano.
-</p>
-
-<p>
-Questo avvertivano gli intervenuti. La prima
-concezione repubblicana finiva con gli uomini suoi
-più rappresentativi. <i>Venivano innanzi i tempi di
-Rigaglia.</i> La dittatura di Rigaglia era prossima.
-</p>
-
-<p>
-Bucalosso si era fermo alla porta a ricevere
-le visite.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_494">[494]</span>
-</p>
-
-<p>
-E le stanze si empivano di popolo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Mostardo arrivò solo e di gran corsa.
-</p>
-
-<p>
-Salì gli scalini a quattro a quattro; i compagni
-gli fecero largo senza dire parola; eccolo al letto
-del morente.
-</p>
-
-<p>
-Coriolano era entrato nello stato comatoso e
-non lo riconobbe.
-</p>
-
-<p>
-Nella stanza pesava un'aria graveolente e irrespirabile.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno pensava ad aprir le finestre. Tanto
-ce n'era per poco ancora.
-</p>
-
-<p>
-Si udì un rumore nella stanza vicina. Ecco
-Proletaria.
-</p>
-
-<p>
-Si diresse difilato verso il Cavalier Mostardo
-il quale fece la più brutta faccia che si fosse mai
-veduta.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'eravate? Vi abbiamo cercato dappertutto.
-Abbiamo mandato in giro anche Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so.
-</p>
-
-<p>
-— Come fate a saperlo se non vi ha trovato?
-</p>
-
-<p>
-— Me l'hanno detto.
-</p>
-
-<p>
-— E chi ve l'ha detto?
-</p>
-
-<p>
-— Ma non sono mica qui per rispondere a
-voi, cara signorina! Abbiate almeno un poco di rispetto
-per questo disgraziato che muore!
-</p>
-
-<p>
-Proli si morse le labbra e non aggiunse parola.
-Si tolse il feltro rosso e apparve in capelli. I suoi
-quattro capelli scompigliati, che le ricadevano a
-teghe sulle orecchie, la facevano ancor più brutta.
-<span class="pagenum" id="Page_495">[495]</span>
-Girò il letto e andò a porsi all'angolo opposto
-del capezzale guardando ora il morente, ora Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa meditava?
-</p>
-
-<p>
-Mostardo pensò:
-</p>
-
-<p>
-— Questa sera non ho pazienza e, se mi
-guarda male, scoppio!
-</p>
-
-<p>
-I loro occhi non si erano incontrati che una
-volta sola.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, che disgrazia? — mormorò Proli.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo grugnì senza rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— Era ancora giovane, povero zio!
-</p>
-
-<p>
-Silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Sapeste quanto vi ha cercato; quante volte
-vi ha ricordato!
-</p>
-
-<p>
-— Già.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso, forse, non potrà riconoscervi più...
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!
-</p>
-
-<p>
-Proli ebbe una smorfia di repressa ira.
-</p>
-
-<p>
-— Si direbbe, non ve ne importi niente.
-</p>
-
-<p>
-— Io dico che, al letto di un moribondo, sarebbe
-meglio star zitti.
-</p>
-
-<p>
-Per la seconda volta Proli dovette inghiottire
-e tacere; questo non le conferiva punto.
-</p>
-
-<p>
-— Siete intrattabile!
-</p>
-
-<p>
-— Io sarò intrattabile, ma voi siete un bel
-empiastro.
-</p>
-
-<p>
-— Ignorante!
-</p>
-
-<p>
-— Pettegola!
-</p>
-
-<p>
-Così, con perfetta cavalleria. Proli e il Cavalier
-<span class="pagenum" id="Page_496">[496]</span>
-Mostardo si incontravano al letto di un moribondo.
-</p>
-
-<p>
-Trascorse una tregua; troppo aspri erano stati
-i primi approcci.
-</p>
-
-<p>
-— Poveretto, non potrà vedere il Golfo Mistico! — mormorò
-Tempestoni.
-</p>
-
-<p>
-E l'avvocato Suasia:
-</p>
-
-<p>
-— Quando vai in scena?
-</p>
-
-<p>
-— Domani incominciamo le prove.
-</p>
-
-<p>
-— Allora fra una diecina di giorni.
-</p>
-
-<p>
-— Forse meno.
-</p>
-
-<p>
-Il maestro Riva disse sonoramente:
-</p>
-
-<p>
-— L'anima di questo garibaldino rimarrà nei
-cieli eroici del pensiero.
-</p>
-
-<p>
-E Coriolano non capiva più niente. Rantolava
-nella gran pena di non poter finire. Ad un tratto
-si riscosse ed aprì gli occhi. Proli gli si chinò sopra
-e lo chiamò:
-</p>
-
-<p>
-— Zio? Zio?
-</p>
-
-<p>
-Coriolano aveva lo sguardo vuoto di coloro che
-son già nella tenebra eterna.
-</p>
-
-<p>
-— Zio, c'è qui Mostardo...
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì, Mostardo! È qui... guardalo è qui!
-</p>
-
-<p>
-— Mostardo... — balbettò Coriolano; — Mostardo...
-</p>
-
-<p>
-Allora il Cavaliere si levò e si chinò a sua volta
-sul trapassante. Questi ebbe un bagliore negli occhi,
-subito spento, ma non potè mettere insieme una
-parola in più. Solo si dette a brancolare a brancolare
-<span class="pagenum" id="Page_497">[497]</span>
-finchè non ebbe trovato una mano di Mostardo;
-la prese, la trasse a sè e continuò cercando
-la mano di Proli che, del resto, era già pronta.
-</p>
-
-<p>
-Ecco l'idea di Proletaria!... Eccolo eccolo,
-il tiro assassino!... La pelata vergine aveva addomesticato
-il moribondo, lo aveva istruito alla manovra
-ch'egli ora veniva compiendo in un ultimo
-barlume di coscienza.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo cercò ritirar la mano ma non osò ricorrere
-alla violenza che sarebbe stata necessaria
-perchè Coriolano, e pareva impossibile, stringeva
-forte.
-</p>
-
-<p>
-E l'orrenda cosa si compì, sotto gli occhi degli
-amici, egli sentì, nella sua, l'ossuta mano di Proli
-e il moribondo badava a stringere le due mani
-come a sigillarle in una promessa eterna.
-</p>
-
-<p>
-Allora il maestro Egidio Riva disse:
-</p>
-
-<p>
-— Qui assistiamo alla tragica e commovente
-maestà di un rito sacro: l'amore nella morte!
-</p>
-
-<p>
-E Mostardo, di rimando:
-</p>
-
-<p>
-— Sei un imbecille! Questa non è che la manovra
-di un pover'uomo che non capisce più niente.
-</p>
-
-<p>
-— L'hai voluta? — sussurrarono gli amici.
-</p>
-
-<p>
-E Proli:
-</p>
-
-<p>
-— Siete più volgare di quanto non avessi immaginato.
-Non abbiate paura che non vi voglio!
-Mi fate semplicemente schifo!
-</p>
-
-<p>
-Al che il nostro Cavaliere replicò con corretta
-e breve nobiltà:
-</p>
-
-<p>
-— È ciò che desidero!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_498">[498]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Siamo d'accordo!
-</p>
-
-<p>
-— Perfettamente!
-</p>
-
-<p>
-— Villanaccio!...
-</p>
-
-<p>
-— Regina del canapè!
-</p>
-
-<p>
-Allora Proli scoppiò a piangere per fare effetto,
-ma nessuno le badò; poi, in quel punto, il povero
-Coriolano era entrato in una grandissima agitazione.
-</p>
-
-<p>
-Tentò sollevarsi sui guanciali; corsero a sorreggerlo
-e, quando fu sul torso, riuscì a parlare.
-Si guardò intorno, accennò un sorriso, disse quanto
-più forte poteva:
-</p>
-
-<p>
-— Compagni... muoio!... Evviva la Repubblica!...
-</p>
-
-<p>
-Le balbuzie lo aveva abbandonato ma ormai
-era troppo tardi.
-</p>
-
-<p>
-Poi che fu morto, uno si levò nel silenzio grave
-e opprimente, il maestro Egidio Riva; si levò,
-atteggiò la faccia a una smorfia di strazio ed ebbe
-due sole parole, due parole monumentali, conchiusive,
-solenni come la morte:
-</p>
-
-<p>
-— È soccombùto!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Aveva detto:
-</p>
-
-<p>
-— Badate ch'io non voglio far puzzo. La
-Valle di Giosafatte la lascio a chi ci crede. Sono
-stato repubblicano da vivo, voglio esserlo anche da
-morto. Mi dovete bruciare.
-</p>
-
-<p>
-Tale era stata l'ultima sua volontà e doveva
-essere rispettata. Eletti a porla ad effetto furono
-alcuni sozii della <i>Compagnia del Bigarone</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_499">[499]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nella Città del Capricorno non c'era un forno
-crematorio; bisognava prendere il morto e portarlo
-a Bologna. Della cosa si incaricarono: Bucalosso,
-Giovanni Magnani, detto <i>e' Bigul</i>; Catullo Rava,
-detto <i>'e matt d'la Pira</i>; Egisto Candiani, detto
-l'<i>Uslàzz</i> e Giorgio Gelli detto <i>Zurzôn</i>.
-</p>
-
-<p>
-Alle spese avrebbe pensato il Circolo Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-E un bel giorno costoro si presero la salma di
-Coriolano e la portarono a Bologna. Non uno fra
-i cinque aveva veduto in azione un forno crematorio
-e la curiosità era vivissima in tutti. Durante
-il viaggio non fecero che parlare di tale faccenda.
-Come sarebbe stato questo forno? Aperto o chiuso?
-E il morto si sarebbe prima arrostito e poi bruciato?
-Oppure si sarebbe bruciato senza arrostirsi?
-</p>
-
-<p>
-La cosa era di somma importanza e fu discussa
-con smodato ardore. Vi fu chi parteggiò per l'arrosto
-e chi per la bruciatura finchè Zurzôn, non
-risolse la controversia con un'uscita improvvisa:
-</p>
-
-<p>
-— Siete tutti matti e somari!... Ma che cosa
-credete che adoperino la legna per cremare?
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa, allora?
-</p>
-
-<p>
-— Ma adoperano l'elettricità!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro! L'elettricità! Vuoi che gli diano
-la scossa?
-</p>
-
-<p>
-— Per farlo ridere?
-</p>
-
-<p>
-— È una scossa tanto forte, povero imbecille,
-che ti ammazzerebbe cinque paia di buoi senza
-neanche far <i>bàu</i>!
-</p>
-
-<p>
-— A crederci!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_500">[500]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Come a crederci? E in America come ammazzano
-i condannati a morte? Non li ammazzano
-con la sedia elettrica?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma la sedia elettrica non è un forno!
-</p>
-
-<p>
-— Bella ragione! Se tu metti la sedia elettrica
-in un forno, invece di ammazzare un uomo,
-lo bruci.
-</p>
-
-<p>
-— Giusta! — disse l'<i>Uslàzz</i>. — E poi
-l'uomo è bell'e morto.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vuol dir questo? — gridò <i>e' matt
-d'la Pira</i>. — Morto o vivo è la stessa cosa.
-</p>
-
-<p>
-E <i>Zurzôn</i>:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, cosa credi tu, che un uomo vivo
-possa fare le forze con l'elettricità?
-</p>
-
-<p>
-Risero tutti quanti, compreso l'<i>Uslàzz</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Allora lo metteranno a sedere sulla sedia
-elettrica? — domandò <i>e' Bìgul</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Questo non lo so — rispose <i>Zurzôn</i>; — però
-credo di sì.
-</p>
-
-<p>
-E rimasero fermi su tale convinzione: che
-avrebbero posto cioè il povero Coriolano in una
-sedia elettrica, dentro un forno.
-</p>
-
-<p>
-— Allora deve muoversi?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà curioso!
-</p>
-
-<p>
-Si proposero di osservare come si sarebbe svolta
-la faccenda.
-</p>
-
-<p>
-Arrivati a Bologna non ebbero tempo da perdere.
-Il forno non era sempre a disposizione del
-pubblico; bisognava approfittare dell'ora fissata
-<span class="pagenum" id="Page_501">[501]</span>
-per sbrigarsi presto. I sozii avevano fame ma convenne
-rinunziare ad ogni idea di pasto per filar
-diritti verso il luogo dell'ultima purificazione, il
-quale era lontano.
-</p>
-
-<p>
-Giuntivi dovettero aspettare il loro turno.
-</p>
-
-<p>
-— E se lo lasciassimo qui — fece l'Uslàzz — e
-si andasse a mangiare? Verremmo a prenderlo
-poi con più comodo.
-</p>
-
-<p>
-Ma i compagni non furono dello stesso avviso.
-</p>
-
-<p>
-— Non si può abbandonare così un morto! — disse
-<i>Zurzôn</i>. — Dopo, chissà che cenere ci danno!
-</p>
-
-<p>
-Aspettarono. Arrivò il loro turno.
-</p>
-
-<p>
-Sbrigata la faccenda, fu consegnata loro una
-specie d'urna con, racchiusevi, le ceneri del defunto.
-Quest'urna toccò a l'<i>Uslàzz</i> il quale, trovatasela
-fra mano, domandò:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ch's'èll'ste pignàtt?...</i> (Che cos'è questo
-pentolo?).
-</p>
-
-<p>
-— <i>L'è la zèndra!</i> (È la cenere) — rispose
-<i>Zurzôn</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Quale cenere?
-</p>
-
-<p>
-— La cenere di Coriolano.
-</p>
-
-<p>
-— Briscola!
-</p>
-
-<p>
-E l'<i>Uslàzz</i> volle aprire il coperchio e guardar
-dentro.
-</p>
-
-<p>
-— Ma ci hanno rubato anche nella cenere,
-questi ladri!... Vuoi proprio che ci sia tutta?...
-Ce ne hanno dato solo un pugnellino.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_502">[502]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non vedi?... Coriolano era un bel pezzo
-d'uomo e qui c'è la cenere di un rospo.
-</p>
-
-<p>
-Brontolarono ma presero ugualmente la via del
-ritorno perchè avevano una fame diabolica.
-</p>
-
-<p>
-— Basta; quando saremo a casa diremo che
-c'è tutta!
-</p>
-
-<p>
-Però, se non vollero perdere il treno, dovettero
-ripartire senza essersi seduti a tavola. Arrivati
-alla Città del Capricorno si infilarono nella prima
-osteria e incominciarono a bere e a mangiare.
-</p>
-
-<p>
-L'<i>Uslàzz</i> depose l'urna sopra una seggiola e
-la coprì col cappello.
-</p>
-
-<p>
-L'oste alzò il cappello e incominciò a curiosare.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa c'è qui dentro?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Sta férum!... U' j'è un mort!</i> (Sta fermo!...
-C'è un morto!...).
-</p>
-
-<p>
-E giù a ridere. Poi bevvero che si gonfiarono
-come tanti otri.
-</p>
-
-<p>
-— Coriolano, vuoi bere?
-</p>
-
-<p>
-— Poveraccio! — fece <i>Zurzôn</i> che entrava
-nella zona sentimentale.
-</p>
-
-<p>
-— Lascialo stare che dorme! — disse gravemente
-<i>e' matt d'la Pira</i>.
-</p>
-
-<p>
-E non si occuparono più del pentolo e del contenuto.
-</p>
-
-<p>
-A notte alta erano intenti tuttavia a giuocarsi
-il litro e il mezzo litro e tutto avevano dimenticato
-nei fumi del vino.
-</p>
-
-<p>
-Poi si presero a braccetto ed uscirono cantando
-e dimenandosi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_503">[503]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ad un tratto <i>Zurzôn</i> domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è la cenere?
-</p>
-
-<p>
-— Quale cenere!
-</p>
-
-<p>
-— La cenere di Coriolano!
-</p>
-
-<p>
-L'<i>Uslàzz</i> l'aveva dimenticata all'osteria.
-</p>
-
-<p>
-Rifecero la strada cercando di sorreggersi a
-vicenda.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna far presto, chè non chiudano.
-</p>
-
-<p>
-Trovarono l'osteria aperta; ricuperarono l'urna
-e uscirono per le strade, cantando.
-</p>
-
-<p>
-Cinque ubbriachi e la cenere di un epigone.
-</p>
-
-<p>
-Giunti in mezzo alla Piazza, Bucalosso ebbe
-un'idea. Bisognava salutare Coriolano. Deposero
-l'urna sui ciotoli poi, presisi per mano e formato
-un bel circolo, incominciarono a fare il mulinello
-danzando e schiamazzando.
-</p>
-
-<p>
-Senza volerlo, i cinque sozii, iniziavano e consacravamo
-così il nuovo mito democratico della
-Morte.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Anche quel giorno il gallo Francesco ruppe il
-sonno al Cavalier Mostardo il quale, stirandosi fra
-le coltri, ebbe la non lieta sorpresa di trovarsi ancora
-al mondo. La sua tristezza veniva a riprenderlo
-con la luce.
-</p>
-
-<p>
-Il dover riallacciare tutte le penose fila della
-sua angariata esistenza gli era grave tanto che
-avrebbe preferito esser ripreso dall'annullamento
-del sonno e non destarsi mai più. Che ritrovava, col
-ritorno della coscienza, se non cose avverse per
-<span class="pagenum" id="Page_504">[504]</span>
-l'ultimo deserto della vita sua? Un amore moribondo,
-una compiuta delusione nel campo politico,
-una seccatura stomachevole nella condotta di Proli
-verso di lui. Non sarebbe rimasta che Spadarella,
-ma anche la piccola più non era lieta e serena ed
-egli non poteva indovinarne il perchè. Tutto gli
-andava di traverso; e allora perchè ostinarsi a vivere?...
-</p>
-
-<p>
-— Solo perchè mi chiamo Mostardo e per
-niente di più!
-</p>
-
-<p>
-Ma ad andarsene veramente verso la morte,
-non ci pensava. Avrebbe voluto dormire per svegliarsi
-col cuore di una volta.
-</p>
-
-<p>
-Stava così lasciandosi portare lentamente verso
-lo squallido paese delle sue più recenti memorie,
-quando il gallo Francesco cantò per la seconda
-volta dal cortile.
-</p>
-
-<p>
-— Che ore saranno?
-</p>
-
-<p>
-Accese la candela; guardò l'orologio; erano
-le sette.
-</p>
-
-<p>
-Si rivolse sull'altro fianco.
-</p>
-
-<p>
-— È ancora presto!
-</p>
-
-<p>
-Stette così un poco e udì passare il suono di
-una campana per l'aria; allora gli venne fatto di
-pensare al Signore.
-</p>
-
-<p>
-A quell'ora le porte delle chiese erano aperte
-ed anche le porte dell'anima sua erano aperte. Se
-qualcuno lo avesse guidato con parole semplici e
-grandi, il Signore poteva entrare anche da lui. Per
-un attimo rivide la sua vita innocente degli otto,
-<span class="pagenum" id="Page_505">[505]</span>
-dei dieci anni e provò un grande commovimento;
-ma con l'anima sua di quel tempo ricomparve il
-clero e l'incantesimo mistico dileguò.
-</p>
-
-<p>
-— No!... Il Signore è un'altra cosa!
-</p>
-
-<p>
-E, per non sapere come risolvere il dissidio,
-non volle pensarvi più; ma il gallo Francesco cantò
-per la terza volta.
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo si levò sul letto e gridò con
-quanta voce e con quanta violenza si trovò in corpo,
-gridò verso la porta:
-</p>
-
-<p>
-— Ma fatelo star zitto quel gallo!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non era là per ubbidire; nessuno gli
-rispose; comunque fosse, quand'ebbe gridato questo,
-si sentì più tranquillo e si ricoricò.
-</p>
-
-<p>
-Verso le dieci udì il passo di Rigaglia. Si rivorse
-fra le lenzuola e brontolò:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, il testone!
-</p>
-
-<p>
-Udì la voce di lui dietro la porta:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Si pòle</i>?
-</p>
-
-<p>
-— Avanti.
-</p>
-
-<p>
-Si rivolse a guardarlo col solito cipiglio.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuoi?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa devo dire a quelli che vengono
-a cercarvi?
-</p>
-
-<p>
-— Chi viene a cercarmi?
-</p>
-
-<p>
-— La gente del vostro partito.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che gente?
-</p>
-
-<p>
-— C'è stato il vostro deputato. Voleva che
-vi svegliassi. Io non mi sono fidato di venirvi a
-chiamare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_506">[506]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto benone.
-</p>
-
-<p>
-— Credo ci siano degli imbrogli nel partito.
-</p>
-
-<p>
-— Lo racconti a me?... Io non c'entro più.
-</p>
-
-<p>
-— Avete ragione.
-</p>
-
-<p>
-— Io non voglio aver più niente a che fare
-coi versipelle e con gli eroi della Cattedra.
-</p>
-
-<p>
-— Dite bene.
-</p>
-
-<p>
-— Sono stanco. Buttarsi via per niente, no
-e poi no! Perchè se tu lavorassi anche duecent'anni
-per la <i>Santa Idea</i>, per tutto ringraziamento, ti farebbero
-morire.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se ve l'ho sempre detto, io!
-</p>
-
-<p>
-— E se il signor Onorevole ritorna, io non
-ci sono.
-</p>
-
-<p>
-— Voi non ci siete!... Lasciate fare a me.
-</p>
-
-<p>
-— L'<i>Idea...</i> l<i>'Idea</i>!... Anzi l'<i>Ideale!...</i>
-Anzi l'<i>Ideale Umanitario</i>!... Che cosa ne dici,
-Rigaglia? Abbiam corso mezzo mondo per questo
-<i>Ideale</i>; sempre col cuore in mano, sempre in prima
-linea. Ti ricordi?
-</p>
-
-<p>
-— Altro!...
-</p>
-
-<p>
-— Prima era l'America che combatteva.
-Combatte l'America?... Ci sono degli oppressi
-da difendere?... Ti ricordi? Su, Rigaglia; facciamo
-fagotto. Si deve attraversare l'Oceano..
-</p>
-
-<p>
-— <i>Potàcchia</i>!...<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>
-</p>
-
-<p>
-— ... e attraversiamo l'Oceano! Un mese di
-navigazione. Un male da regalare l'anima ai pesci.
-<span class="pagenum" id="Page_507">[507]</span>
-Ci mettono lo stomaco nei piedi; i piedi nel cervello:
-tutto il mare è una porca girandola che ti
-macina le interiora. Si sputa sangue e poi si arriva.
-Ecco i gabbiani che volano... ecco l'America!...
-Evviva Cristoforo Colombo!... Anche
-Cristoforo Colombo era partito per l'Idea. Lui
-scoprì l'America; noi scoprimmo i versipelle di
-là dal mare!... Sempre loro sono, e dappertutto!..
-Per Bios, ci vuole un bel fegato con questa umanità!...
-Ma non importa. Allora eravamo giovani.
-C'è da far le schioppettate? Eccomi qua! C'è
-da far saltare in aria una Corona; da dare un calcio
-a un Trono; da liberare dei fratelli da un'ingiustizia
-monarchica?... Eccoci qua, per Bios! Evviva
-la Repubblica! Abbasso gli oppressori! Noi
-siamo romagnoli! Ma valà, povero testone! Romagnoli?
-Sì, buttati via per la gente che ne varrà
-proprio la pena...
-</p>
-
-<p>
-— Ma io ve lo dicevo!
-</p>
-
-<p>
-— Tu sì, perchè sei stato sempre vigliacco.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sono venuto.
-</p>
-
-<p>
-— Non potevi farne a meno, sfido! Ero io
-che ti pagavo e alla carriola non ci volevi ritornare.
-Sei venuto anche nell'Americaccia del Sud, questo
-è vero. Basta. Si sbarca... ci guardano come
-cani rognosi. — Chi siete? Cosa volete? dove
-andate?... Ti ricordi?... E poi pareva ci facessero
-la grazia di mandarci a fare le schioppettate!
-Ci guardavano dall'alto in basso, come a dire: — Chi
-è questa <i>maramaglia</i>? — E noi avevamo
-<span class="pagenum" id="Page_508">[508]</span>
-vomitato un mese intiero per l'<i>Ideale Umanitario</i>!
-Bene; si dimentica tutto; si passa sopra a tutto,
-c'era l'entusiasmo, c'era il core che gridava la sua
-vendetta contro gli oppressori; c'era la sete della
-libertà. Evviva!... Siamo tutti fratelli!.. Ti ricordi?
-</p>
-
-<p>
-— Altro!...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, fratelli!... Ci mandano avanti, ci fanno
-soffrire la fame e per poco non ci fucilano. Tu,
-perchè sei stato sempre porco; io perchè ho sempre
-gridato contro l'ingiustizia.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-— Sta zitto!... E un bel giorno:<i> pum!...</i> uno
-schioppettatone mi apre un occhiello nello stomaco.
-Vedo rosso... sento che mi manca il fiato... bisogna
-cadere, le gambe non stanno più diritte. — Fratelli!...
-Evviva... — Sì, evviva un corno!... Ci
-piantano là, tu ed io, come se non fossimo stati
-carne battezzata. Quarantott'ore a soffiar l'anima
-che non voleva andarsene! E poi, e poi tutto il
-resto. Non siamo morti, perchè c'è la razzaccia
-della Romagna. E basta! Se rinasco, voglio fare
-il droghiere, ma l'<i>Umanitario</i> non lo faccio più!
-Almeno ci avessero chiamati amici, ma nossignore!
-Il più bel complimento era «<i>sporchi italiani</i>» e
-«<i>grigno!</i>» e di queste facezie. A ripensarci, il
-sangue mi bolle ancora!
-</p>
-
-<p>
-— Altro!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia assentiva senza commentare. Il Cavaliere,
-nell'impeto de' suoi ricordi, si era seduto
-<span class="pagenum" id="Page_509">[509]</span>
-sul letto. Era acceso nel viso, scapigliato e scamiciato.
-Nel suo collo taurino si vedevano pulsare
-le arterie.
-</p>
-
-<p>
-— E dopo? e dopo?... La lezione non era
-bastata. Ecco la Grecia... ecco l'Albania... E
-almeno l'Albania ci fosse stata riconoscente.
-Dice: I turchi qua... i turchi là... questi poveri
-albanesi se li mangiano vivi; ammazzano i vecchi,
-le donne, le vergini, i bambini, i lattanti.
-Abbasso l'Impero della mezza luna! Evviva la
-libertà! C'è l'Albania che soffre?... Ecco qua
-Mostardo e Rigaglia. Il nostro Oberdan, il nostro
-Orsini ci avevano insegnato la strada di combattere
-la gran canaglia coronata. Per Bios! Dieci
-soldi in tasca, il cappello di traverso, il fucile sulla
-spalla e via! E come cantava il cuore! Avevamo
-la faccenda dell'Austria da sbrigare: la spina di
-Trento e Trieste, ma non si poteva far niente da
-quella parte e combattere si doveva. <i>Per tutti gli
-oppressi in tutto il mondo!</i> Eccola l'<i>Idea</i>, brutto
-testone! Oltre la nostra patria. Perchè... perchè
-siamo tutti di carne e d'ossa, perchè dovremmo essere
-tutti fratelli in questo mondaccio che ruzzola,
-perchè chi tribola soffre lo stesso male in tutto il
-mondo: e il dolore è il dolore; e la fame è la fame
-e la disperazione degli uomini è sempre disperazione,
-al di qua e al di là del mare!... C'erano
-delle donne che piangevano; c'erano dei bambini
-che morivano sotto la spada della soldataglia del
-<span class="pagenum" id="Page_510">[510]</span>
-Sultano. Domandavano aiuto. Bisognava partire.
-Evviva la libertà!...
-</p>
-
-<p>
-Si asciugò il sudore che gli scendeva dalla vasta
-fronte...
-</p>
-
-<p>
-— Evviva... evviva... e gli albanesi ci trattarono
-come gli americani. In più ci regalarono i
-pidocchi. Anche loro pensarono che fossimo andati
-là per rubare e che al nostro paese non ci volessero
-più. Hai capito?... E va a sacrificarti,
-adesso!... Gli uomini sono fatti così. Combattemmo
-e ritornammo a casa con qualche buco di
-più nella pelle. E due!... La terza fu la Grecia;
-ma è meglio non parlarne neppure...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, è meglio.
-</p>
-
-<p>
-— Se mi ritorna in mente il povero Fratti,
-dritto là, con la sua camicia rossa, con quella sua
-bella faccia e buona, e piena di forza; se mi ritorna
-in mente quando si alzò per buttarsi avanti
-ed era nel sole e riluceva come per mostrare a tutti
-i vigliacchi del mondo che non aveva paura, per
-Dio!... Che era un italiano, un romagnolo, un
-garibaldino e gli piaceva di morire per la sua idea...
-ecco... bisogna che pianga!... E volle morire!...
-Glie lo volle far vedere lui, alla grecaglia, come
-ci si butta contro al pericolo, e come si bagna la
-terra di sangue quando si è garibaldini!... Domòkos...
-Domòkos!... Antonio Fratti morì a Domòkos;
-ma la grecaglia sporca non seppe mai chi
-fosse questo Cavaliere dell'Umanità!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia scuoteva la testa senza dir niente.
-<span class="pagenum" id="Page_511">[511]</span>
-Mostardo per un poco tacque assorto; riprese poi
-a voce spenta:
-</p>
-
-<p>
-— Be', mezza la vita l'ho spesa così. Che
-cosa mi rimane adesso? Lo scarto. E sono stato
-sempre e sempre sarò un disgraziato!
-</p>
-
-<p>
-— Non vi lamentate del giusto.
-</p>
-
-<p>
-— Tu non puoi capire.
-</p>
-
-<p>
-— Capisco magari!
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa? Se non sai neppure distinguere
-la fava nera dalla fava bianca!
-</p>
-
-<p>
-— Anzi ho qui una lettera per voi.
-</p>
-
-<p>
-— Una lettera?... E quando aspettavi a darmela?
-</p>
-
-<p>
-— Oi... abbiamo parlato sempre!
-</p>
-
-<p>
-E si frugava le tasche.
-</p>
-
-<p>
-— L'hai perduta?
-</p>
-
-<p>
-— No. Eccola qua.
-</p>
-
-<p>
-Glie la tese. Il Cavalier Mostardo, non appena
-ebbe veduta la soprascritta, si fece bianco
-come un panno lavato.
-</p>
-
-<p>
-Era Mignon che scriveva.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Licenziato Rigaglia e rimasto solo, saltò dal
-letto, corse al tavolo, sedette guardando sempre
-la lettera dalla quale si aspettava la grande sentenza.
-</p>
-
-<p>
-La palpeggiò, la rivolse per tutti i sensi.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto ha scritto!
-</p>
-
-<p>
-Ma il cuore gli diceva che non c'eran notizie
-buone per lui; e non si fidava di aprirla. Finalmente
-<span class="pagenum" id="Page_512">[512]</span>
-piano piano strappò la busta. C'era un gran
-foglio con poche parole.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Caro Mostardo</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>Vedete che è inutile mentire? Vi mando la
-prova indiscutibile della vostra infedeltà. Quando
-io non pensavo che a voi, voi mi tradivate tranquillamente.
-Ora poi non vorrete farmi credere di
-soffrire, non è vero?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Vivete sano e lasciatemi tranquilla. Non desidero
-altro da voi.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Ninon Fauvétte</span>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Compiegata con la lettera della francese era
-la lettera che il Cavalier Mostardo aveva scritto
-alla signorina Proletaria. La viragine urlante si era
-vendicata, gli aveva dato il colpo di grazia. Ora
-egli sentiva per davvero che l'ultima speranza era
-morta. Ora si sentiva tremendamente solo in una
-vasta rovina e, dalla lontananza, non gli arrivava
-che il ghigno e la stridula risata di Proli.
-</p>
-
-<p>
-Si alzò e si vestì, deliberato a trovarla a qualsiasi
-costo. Quel che le avrebbe fatto non sapeva,
-ma certo ch'egli non voleva lasciar le cose al punto
-al quale erano giunte senza togliersi almeno la soddisfazione,
-ben magra ormai, di dimostrare una
-volta ancora chi fosse il Cavalier Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo sapeva che, dalla morte di Coriolano,
-madamigella Proli aveva abbandonato Dovia
-e le Scuole per andare a stabilirsi nella casa del
-<span class="pagenum" id="Page_513">[513]</span>
-suo defunto zio. Non che la casa l'avesse ereditata,
-chè non era neppure del povero Coriolano, ma
-questi aveva diritto di goderne ancora per un anno
-o due. Ai diritti dello zio era subentrata la nipote.
-</p>
-
-<p>
-Era mezzogiorno quando il Cavaliere tirò il
-cordone del campanello. Gli aprì una vecchia.
-</p>
-
-<p>
-— C'è la signorina Proletaria?
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è più!
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è più?
-</p>
-
-<p>
-— Non lo sapete?... È scappata.
-</p>
-
-<p>
-— Dite davvero?
-</p>
-
-<p>
-— Saranno cinque giorni! Ha rubato il testamento
-del povero Coriolano ed è scappata. Il testamento
-non era stato depositato dal notaio. Pare
-che Proli fosse stata diseredata dallo zio.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo non aggiunse parola, e
-non volle saper altro. Se ne andò come era arrivato.
-</p>
-
-<p>
-A lui non rimanevano che le strade squallide
-e deserte, buie e cineree della sua disperazione.
-</p>
-
-<p>
-Errando di strada in strada, di vicolo in vicolo
-si fermò, che era già presso il tramonto, ad
-un'osteria delle mura. C'era un pergolato; qualche
-tavolo sbilenco, sudicio, pieno di mosche. Si fermò
-nell'angolo più riposto, dietro una macchia di tamerici;
-sedette, puntò i gomiti sul tavolo, si prese
-la fronte fra le mani.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno andava a chiedergli se volesse mangiare
-o bere. Rimase solo; si perdette nell'ombra
-<span class="pagenum" id="Page_514">[514]</span>
-della sua immensa tristezza. Arrivava, per lui, la
-notte del cuore; la più fonda e tragica.
-</p>
-
-<p>
-Ecco che l'idolo del popolo era caduto e una
-donna lo trascinava via fra la polvere come una immondizia
-della strada, appiccata a una ruota della
-sua vettura.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo, Mostardo!... È finita l'estate, e la
-tua baldanza che riempiva il mondo, si risolve in
-una nebbia bassa e pesante che non lascia più neppure
-un lembo remoto di azzurro. La tua rossa
-anima si imbianca. Non sei più tu, Mostardo, con
-la tua leggenda vermiglia. Più non danzi i tresconi,
-più non gridi per le adunate, più non lanci
-il tuo cappello in mezzo a una sala da ballo ed
-obblighi tutti a non muoversi e un valzer è suonato
-per il tuo solo cappello, in mezzo alla sala, fra il
-circolo della gente che ti applaude ed ammira.
-</p>
-
-<p>
-La leggenda si sfata. Tu curvi il capo e le
-spalle; tu taci, ti apparti e piangi il tuo pianto
-senza rumore, mentre Rigaglia ti guarda, disceso dal
-tuo Calvario, e si appresta alla sua facile gloria
-che lo condurrà lontano.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo, Mostardo!... Eran più lievi al tuo
-desiderio le gioconde donne che sapevan di buono
-come le mele cotogne e non avevano le labbra di
-ceralacca; arrivavano per darti la soda freschezza
-del loro corpo ben fatto e se ne andavano con un
-bel riso vermiglio, dopo essere state tutte quante
-tue e avere goduto con te, nel letto a due piazze,
-fra le lenzuola un po' ruvide, che sapevano di
-<span class="pagenum" id="Page_515">[515]</span>
-buona lavanda. Allora ti levavi più forte e il mondo
-era tuo. Allora le baciavi l'ultima volta sul collo
-ed aprivi loro la porta con gratitudine e libertà
-come un padrone contento. E dove era Mostardo
-era il Verbo. E la Rivoluzione potevi infrenarla o
-scatenarla quando meglio ti fosse piaciuto.
-</p>
-
-<p>
-Vedi vedi dove ti ha condotto una repubblicana
-di Francia?... Eri tu tale da far figura a
-Parigi, uomo di provincia, e solamente?... La
-tua sanità non è più che patimento. La <i>cosa aristocratica</i>
-ti ha sconvolto. Perchè salire altre scale
-da quelle che ti erano destinate? Parigi non poteva
-intenderti. Un bello e grande e robusto albero ha
-bisogno dei campi e non delle vie lastricate. Le
-grandi vetrine fastose dei negozi di lusso non son
-fatte per i poveri fiori di campo che vivono solo di
-un po' di colore e di molto ardore. Ora sei arrivato
-alla porta dell'ultima sera e dovrai varcare
-la soglia. Addio!...
-</p>
-
-<p>
-E udiva, così stando e in tanta tristezza, il
-ronzio delle vespe, delle mosche, dei calabroni.
-Poi avvertì che qualcuno parlava dietro le sue
-spalle; ma non vi pose mente; solo un nome lo
-fece inorecchire.
-</p>
-
-<p>
-Certo i due conversatori non P avevano veduto
-e parlavano abbastanza forte perchè non sfuggisse
-a lui una sola parola.
-</p>
-
-<p>
-Diceva l'uno:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vorrebbero fare?
-</p>
-
-<p>
-E l'altro:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_516">[516]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Glie l'hanno giurata! <i>Bàgàj</i> è rimasto in
-mezzo alla strada con quattro bambini, la moglie
-incinta e due vecchi.
-</p>
-
-<p>
-— Non è della Lega rossa?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè non ci pensa la Lega?
-</p>
-
-<p>
-— E dove si trovano i <i>fondi</i> (poderi) per Bàgàj?...
-Nella sua famiglia non ci sono braccia!
-È solo a lavorare e deve prendere un garzone e
-delle opere.
-</p>
-
-<p>
-— E il marchese della Pipetta lo ha licenziato
-per questo?
-</p>
-
-<p>
-— No; ma perchè era nella Lega rossa.
-</p>
-
-<p>
-— Allora è un vigliacco.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, la pagherà salata!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, le parole di Bagàj!... Urla urla e poi
-non ammazzerebbe neppure una mosca.
-</p>
-
-<p>
-— Questa volta, no.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non è lui che deve ammazzarlo.
-</p>
-
-<p>
-— E chi allora?
-</p>
-
-<p>
-— Sono gli amici di Bagàj che l'hanno giurata
-al marchese.
-</p>
-
-<p>
-— Quali amici?
-</p>
-
-<p>
-— Gli uomini dei <i>Turèll</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Buone pelli!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Jusafin</i> e <i>Plèdga</i>. Li conosci?
-</p>
-
-<p>
-— Chi non li conosce? Be'... ma dove lo pescano,
-il marchese?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_517">[517]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Questa sera deve andare alla sua villa.
-Lo sanno. Lo aspetteranno per la strada del fiume,
-dietro ai canneti, <i>Plèdga</i> se tira, non sbaglia!
-</p>
-
-<p>
-Non una parola del dialogo degli ignoti era
-sfuggita al Cavalier Mostardo. Ormai ne sapeva
-abbastanza; doveva scomparire senza essere veduto
-per non destar sospetti, per rimaner padrone del
-segreto carpito occasionalmente e poter agire come
-meglio gli fosse piaciuto. Si pose gattoni; scivolò
-dietro la macchia delle tamerici; arrivò al cancello
-del giardino; si allontanò trattenendo il fiato poi,
-al primo vicolo scantonò e prese la corsa.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ad un tratto gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella?... Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-Era certo di averla veduta in fondo alla strada,
-in una rossa chiazza del sole moribondo.
-</p>
-
-<p>
-Non era possibile che un'altra creatura potesse
-assomigliare tanto alla sua bambina. Aveva
-la stessa veste, gli stessi capelli, l'identica andatura.
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella?... Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-Ma la piccola non solo non si rivolse, anzi
-affrettò il passo e scomparve. Allora Mostardo si
-mise a correre per raggiungerla; ma, quando arrivò
-in capo alla strada, ebbe un bel cercare a destra
-e a sinistra!... Spadarella non c'era più.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sarà andata?... È possibile non mi
-abbia sentito?... Forse non era lei!
-</p>
-
-<p>
-Riprese la strada; ma una nuova amarezza indefinibile
-gli si annidava nel cuore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_518">[518]</span>
-</p>
-
-<p>
-In una stanza squallida di una casa svergognata,
-la povera piccola bionda del giardino tranquillo
-aveva portata la sua verginità all'amore. Ma ritornava
-senza un canto nell'anima, nella sera rossa
-come il suo bel volto atterrato.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap17">CAPITOLO XVII.
-<span class="smaller"><i>Qui l'amore e la bontà danno scacco matto al cuor
-di Mostardo e Spadarella canta.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Rigaglia aveva un gran daffare. Tutti i giorni,
-quando il Cavalier Mostardo ritornava a casa, verso
-sera, trovava il «<i>brutto testone</i>» in cortile, in
-mezzo a un crocchio di contadini. E parlava, e gestiva,
-e discuteva come un invasato, raccogliendo
-la ferma attenzione e il pieno consenso degli ascoltatori
-suoi.
-</p>
-
-<p>
-Una volta l'udì dire:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Perchè la bassa sflicita debbono comandare;
-e la terra saranno di chi la lavora!</i>...
-</p>
-
-<p>
-Ora, per penetrare nell'ermetismo rigagliano,
-convien sapere che l'oscurissima «<i>bassa sflìcita</i>»
-(bassa infelicità) altro non era se non il popolo minuto,
-la plebe più in basso, la maggioranza dispersa.
-</p>
-
-<p>
-Forse in altri tempi, e con altro cuore, il Cavalier
-Mostardo si sarebbe fermato ad ascoltare
-<span class="pagenum" id="Page_519">[519]</span>
-i discorsi di Rigaglia e ne sarebbe nato uno fra
-quei contradditorii ineffabili, in cui il grande trionfava
-del piccolo non solo per virtù di logica, ma,
-altresì, per magnanima virtù muscolare e definitiva.
-Però, essendo tetra l'ora corrente, e a ben
-altro intesa l'anima affannata del nostro eroe, accadeva
-che il Cavaliere passasse oltre senza rifiatare.
-</p>
-
-<p>
-E questo era piaciuto a Rigaglia il quale moltiplicava
-i suoi raduni accrescendo sempre il numero
-degli ascoltatori, tanto che una sera, rincasando
-il Cavalier Mostardo, trovò il cortile talmente
-stipato, da non sapere come attraversarlo
-per arrivare alle scale che conducevano alle stanze
-del primo piano.
-</p>
-
-<p>
-E quella sera chiamò Rigaglia in disparte e
-gli domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Mi sai dire che cosa complotti?
-</p>
-
-<p>
-— Niente.
-</p>
-
-<p>
-— Che fanno qui tutti questi contadini?
-</p>
-
-<p>
-— Si parla.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sei tu che parli sempre!
-</p>
-
-<p>
-— Oi...
-</p>
-
-<p>
-— Be'... e che cosa dici?
-</p>
-
-<p>
-— Un po' di politica, così...
-</p>
-
-<p>
-— Con questi insensati?... Vuoi vender loro
-dei lunari?
-</p>
-
-<p>
-— Discutiamo del giusto!
-</p>
-
-<p>
-— Nelle tasche degli altri!
-</p>
-
-<p>
-— Il santo sudore dei lavoratori...
-</p>
-
-<p>
-— Ma va' via, chè sei un versipelle!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_520">[520]</span>
-</p>
-
-<p>
-E l'aveva piantato in asso, così, perchè tutto
-gli era indifferente ormai; e avrebbe lasciato crollare
-il mondo senza muovere un dito.
-</p>
-
-<p>
-Non voleva veder più nessuno: nè l'onorevole,
-nè gli altri uomini minori del partito; in
-proposito aveva dato ordini severissimi e inutilmente
-erano andati a cercarlo l'avvocato Suasia
-e Bucalosso; l'ingegnere Fias e Asdrubale Tempestoni.
-Egli voleva essere come morto.
-</p>
-
-<p>
-Di tale stato di spirito veniva approfittando,
-come abbiamo veduto, il lento e cocciuto Rigaglia
-il quale, avendo segretamente saputo che si
-lavorava, nei circoli repubblicani, a preparare la
-<i>Settimana rossa</i>, decisosi ad uscir dal suo guscio
-per entrare nel mondo dei fatti, si preparava gli
-uomini che potevano intenderlo e sostenerlo, il
-giorno in cui, stanco di essere nessuno, gli fosse
-piaciuto difendere gli interessi suoi apertamente e
-in forma aggressiva.
-</p>
-
-<p>
-Come e perchè Rigaglia fosse, arrivato a tale
-divisamento non sarà di intesa difficile quando si
-pensi che aveva egli accumulato tanto danaro da
-pareggiarsi, con giustizia, a un piccolo borghese;
-ora il solo timore di poter essere compreso nell'odiata
-classe degli sfruttatori, lo improvvisava
-e lo manteneva leone.
-</p>
-
-<p>
-Si avvicinavano i giorni della <i>Settimana rossa</i>
-e nessuno poteva supporre che dalla tanto auspicata
-sommossa dovesse balzare alla luce una nuovissima
-farsa; molto meno poi Rigaglia testone
-<span class="pagenum" id="Page_521">[521]</span>
-poteva immaginar questo; egli anzi credeva imminente
-il <i>Regno del Popolo</i>; e siccome, per aver
-un certo fiuto pratico, sapeva che tale Regno si
-sarebbe iniziato con la scalata alle Banche ed alle
-Casse di Risparmio, voleva, in ogni caso, essere
-fra i primi a penetrare nei tanto vietati recessi: in
-primo luogo, per mettere a posto le cose; e, in
-secondo luogo, per non rimanere spogliato e disautorato.
-</p>
-
-<p>
-E il socialismo ch'egli veniva propalando di
-sera in sera alle sue lanose pecore, nel cortile del
-Cavalier Mostardo, si intonava a tale caotica semplicità
-e a tale divina ignoranza da permettergli le
-speranze e le certezze più strampalate.
-</p>
-
-<p>
-Tale era l'apostolo, quale l'oratore; e tale
-l'uomo, quale l'eterna bestia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Scrisse una lettera umile come non aveva scritto
-mai. Il giorno in cui, padrone di un segreto capitale,
-avrebbe potuto agire con astuzia, fu più
-ingenuo del solito. Gli doleva il core ed era schiavo
-del dolore suo che arrivava troppo tardi per esser
-dominato.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo conosceva bene i suoi romagnoli e
-sapeva che il giorno in cui avevano stabilita la
-morte di qualcuno, tale morte era certa. Sapeva
-altresì che nessuno avrebbe veduto o parlato. Conosceva
-l'omertà della sua gente.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese della Pipetta camminava inconscio
-verso l'ultima ora sua. Il caso gli toglieva d'attorno,
-<span class="pagenum" id="Page_522">[522]</span>
-all'insaputa, un rivale. Era vero. Ma lo
-stesso caso non poteva ridargli il cuore di Ninon
-Fauvétte. Morto il marchese, la bella donna crudele
-avrebbe forse lasciato, e per sempre, la Città
-del Capricorno. Questo non voleva Mostardo. Preferiva
-saperla in un altro napoleonico giaciglio anzichè
-nell'ignota e insuperabile distanza. Così si
-fece umile nella sua tristezza e scrisse a Ninon
-Fauvétte.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Cara Mignon</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>vi siete fatta ingannare da una creatura indegna.
-La lettera che mi avete spedito come prova della
-mia infedeltà, non ha nessun valore. Anche i sassi
-sanno che vi voglio bene e che muoio per voi.
-Provo le pene dell'inferno. Ma sarà inutile che
-vi racconti quello che non volete sentire. Però per
-provarvi ancora una volta ch'io non sono capace
-di far porcherie, vi dico questo. Mignon: state
-a sentire. L'uomo che amate corre un tremendo pericolo;
-non posso scrivervi quello che vi dirò a
-voce. Datemi un appuntamento subito subito. Bisogna
-far presto. Io non vi domando niente, non
-voglio niente, non ho bisogno di niente. Io sono
-un insensato che vi vuol bene e vuol salvare voi
-e il vostro uomo. Perdonatemi. Non so scrivere.
-Se sapessi scrivere vorrei buttarvi qui dentro il
-mio cuore perchè ci leggeste la malinconia. E vorrei
-che la carta e l'inchiostro si innamorassero come
-me per potervi parlare. Ma lo so che non val
-<span class="pagenum" id="Page_523">[523]</span>
-niente! Io non so mettere quattro parole in croce
-e voi siete di Parigi. Ah, poveretto me!... Sarebbe
-stato meglio se il Signore mi avesse fatto
-morire.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Rigaglia vi porterà questa lettera e aspetterà
-la risposta perchè bisogna far presto.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Addio, addio.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<i>Il vostro</i>
-<span class="smcap">Mostardo</span>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Quand'ebbe scritto, si passò il dorso della
-mano sugli occhi e ristette immobile, immerso nel
-profondo del suo smarrimento. Poi si riscosse e
-chiamò:
-</p>
-
-<p>
-— Rigaglia?
-</p>
-
-<p>
-Nessuno gli rispose. Attese un poco, poi, contro
-il suo solito, non dette in escandescenze improvvise,
-ma si alzò e si accostò alla finestra che dava
-sul cortile.
-</p>
-
-<p>
-In mezzo al cortile era Rigaglia che arringava
-la sua tribù lanosa e irsuta.
-</p>
-
-<p>
-— ... <i>perchè l'ingiustissia socialle l'è il frutto
-della borghesia. I nostri bambini, le nostre mogli,
-i nostri vecchi padri muoiono dalla fame per ingrassare
-i patroni, i vigliacchi borghesi. L'è l'ora di
-finirla. Su fratelli... su compagni!... La «fitta
-schiera» sarà la nostra bandiera!... Perchè</i>,
-</p>
-
-<p>
-— Il libro del perchè sta sotto il culo al Papa!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia boccheggiò e alzò la faccia smarrita.
-</p>
-
-<p>
-— Dico a te, Patatùchi!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_524">[524]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non rifiatò. Aveva visto il fiero cipiglio
-di Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Su, vieni di sopra!
-</p>
-
-<p>
-Non si mosse.
-</p>
-
-<p>
-— Con chi dico?... Vuoi che venga a prenderti
-per il colletto?
-</p>
-
-<p>
-Allora Rigaglia mormorò qualche parola incomprensibile
-e sciolse l'adunata.
-</p>
-
-<p>
-Eccolo di fronte al Cavalier Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete?
-</p>
-
-<p>
-— Dì un po' galantuomo, hai presa la mia
-casa per il <i>Pestapévar</i>?<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Me no!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Allora ricordati che non voglio più avere
-la tua gente fra i piedi. Ci siamo capiti?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mo si!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. E adesso prendi questa lettera
-e corri a casa del marchese della Pipetta. Devi
-domandare della francese e consegnarla nelle sue
-mani. Hai capito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E aspetta la risposta.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Ma fa presto. Corri.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia benchè a contraggenio, partì correndo.
-Il Cavalier Mostardo uscì a passeggiare nel
-cortile.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_525">[525]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non poteva attendere in pace.
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno il gallo Francesco era libero per
-il cortile e pareva ne fosse padrone. Il Cavaliere
-se lo trovò fra i piedi tre o quattro volte. Finì
-per sistemargli un calcio nella coda.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Rigaglia non ritornava e la sera era prossima.
-</p>
-
-<p>
-Se il marchese e Ninon Fauvétte erano partiti
-per la campagna, addio!... Il delitto era consumato!
-</p>
-
-<p>
-Perchè Jusafîn e Plèdga avrebbero mirato
-giusto, e un colpo poteva toccare anche a Mignon.
-</p>
-
-<p>
-Quest'ultima possibilità, che ancora non gli era
-balenata, gli fece insopportabile l'attesa.
-</p>
-
-<p>
-Se Mignon fosse morta era più che certo che
-l'ultimo domicilio di lui, povero grande, sarebbe
-stato il manicomio di Imola. Certo non avrebbe
-potuto resistere al tragico crollo del suo amore. La
-fine irremissibile lo avrebbe stroncato. Piuttosto
-soffrire così per lunghi anni e saperla fra le braccia
-dei rivali suoi fortunati, anzichè emigrata dal
-mondo, nell'ombra inesplicabile.
-</p>
-
-<p>
-Epperò tali pensieri e tali tristezze gli lancinavano
-l'anima; e camminava sempre più spedito
-per il cortile!
-</p>
-
-<p>
-Il gallo Francesco era scomparso verso il pollaio.
-</p>
-
-<p>
-Poi la troppo lunga attesa gli si fece insopportabile
-ed uscì sulla strada.
-</p>
-
-<p>
-Da qual parte sarebbe arrivato Rigaglia?
-Quale strada avrebbe fatto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_526">[526]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gli balenò un'idea luminosa: bisognava attaccare
-la Carlotta; tenersi pronto per arrivare con
-maggior sollecitudine dove fosse occorso.
-</p>
-
-<p>
-Rientrò; trasse la cavalla dal chiuso; incominciò
-a vestirla. In breve tutto fu in ordine. Allora
-aprì il portone e salì sul baroccino. Aveva
-appena prese le redini e stava per chinarsi a raccoglier
-la frusta quando udì per l'àndito il busso
-disperato degli scarponi di Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-Si rivolse. Il brutto testone arrivava di gran
-corsa.
-</p>
-
-<p>
-— Bè?... Cosa c'è di nuovo?
-</p>
-
-<p>
-— Sono andati via...
-</p>
-
-<p>
-— Ma dove?
-</p>
-
-<p>
-— In campagna...
-</p>
-
-<p>
-— Tutti due?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... tutti due... il marchese e la francese...
-</p>
-
-<p>
-— Porco Dacco!...
-</p>
-
-<p>
-Partì alla disperata, lanciando la Carlotta alla
-gran carriera, via per gli acciottolati della Città
-del Capricorno. Lo videro saettare come un fulmine;
-fu accompagnato da urla e fischi; stritolò
-due cani e un gatto, rovesciò una carriola e il suo
-padrone, portò via di netto una ruota a un baroccino
-da corsa, urtò in un paracarro, salì su cinque
-o sei mucchi di ghiaia, scortecciò un albero, investì
-un ciclista, ma tutto ciò non lo scompose; ritto
-sul baroccino, senza cappello in testa non fece che
-urlare e frustare. La Carlotta filava via, il ventre
-<span class="pagenum" id="Page_527">[527]</span>
-a terra, le narici enormemente dilatate, soffiando
-come una vaporiera.
-</p>
-
-<p>
-E scomparvero in un nuvolone di polvere, sotto
-la sera rossiccia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Pratico di ogni strada egli pensò di arrivar
-prima prendendo le scorciatoie. In breve fu in prossimità
-del fiume maledetto, fra i canneti del quale
-si nascondeva l'insidia al suo amore. Allora frenò
-la Carlotta che stava per scoppiare e entrò in un'aia.
-</p>
-
-<p>
-Una donna era seduta presso il muro della casa
-colonica, sotto a una vite a pergolato. Girava un
-filarello.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Rusina</i>, è in casa il vostro uomo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì: è nella stalla.
-</p>
-
-<p>
-— Chiamatelo.
-</p>
-
-<p>
-<i>Pirôn</i> uscì, in maniche di camicia; una forca
-fra le mani.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Pirôn</i>, fatemi il piacere: staccate la cavalla
-e datemi la schioppa.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete farne? Volete andare a caccia
-a quest'ora?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; voglio andare a caccia!
-</p>
-
-<p>
-— Oi...
-</p>
-
-<p>
-E Pirôn rientrò ed uscì con la schioppa.
-</p>
-
-<p>
-— Badate che è carica a pallettoni!
-</p>
-
-<p>
-— È quello che voglio!
-</p>
-
-<p>
-Allora Pirôn ammiccò e chiese sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-— C'è da far del fumo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_528">[528]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Volete che venga anch'io?
-</p>
-
-<p>
-— No. Voi staccate la cavalla e aspettatemi.
-</p>
-
-<p>
-— Come pare a voi.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo prese la schioppa e uscì correndo.
-Pirôn e la sua donna si fermarono a guardarlo ma
-non dissero niente.
-</p>
-
-<p>
-Non gli costò troppa fatica arrivare alla strada
-del fiume: ne era distante appena un cento metri;
-solo, quando si trovò di fronte ai canneti nei quali
-dovevano essersi nascosti Jusafîn e Pledga, gli
-nacque il dubbio che la vettura del marchese fosse
-trascorsa; ma, se era trascorsa, la strada avrebbe
-dovuto essere logicamente affollata di contadini,
-nel punto del misfatto; invece non vedeva nessuno;
-uguale silenzio e uguale deserto. Allora bisognava
-aspettare; ma dove? Era cosa migliore cacciarsi
-pei canneti e cercare i delinquenti nel loro agguato,
-o non piuttosto aspettare in quel punto la vettura
-del marchese per farla ritornare verso la città?
-Egli, veramente, avrebbe voluto fare e l'una cosa
-e l'altra. Nell'incertezza, optò per la prima e, attraversata
-di un balzo la strada, discese per la riva
-del fiume e si perse fra il frusciar delle canne.
-</p>
-
-<p>
-Il sole era andato sotto; l'ombra incominciava
-ad addensarsi. Egli non distingueva un gran che a
-più di tre passi di distanza.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!...
-</p>
-
-<p>
-E poi bisognava fare adagio adagio adagio,
-perchè quelle maledette canne pareva avessero le
-sottane di seta, tanto frusciavano; e, a muoverne
-<span class="pagenum" id="Page_529">[529]</span>
-una, si muovevano in cento come se tremasser tutte
-quante per la paura, o volessero far la spia le assassine!
-</p>
-
-<p>
-Allora cercò i piccoli scoli che i contadini
-hanno cura di tracciare quando piantano un canneto,
-e si mise per quelli. Procedette curvo, quasi
-gattoni. Le canne, parlarono meno. A quando a
-quando si fermò ad ascoltare ma non sentiva niente.
-</p>
-
-<p>
-Sentiva solo il verso del chiù, come nella notte
-che l'aveva condotto all'amore. Quanto lontana!...
-E gli spasimava in cuore una pena di morirne.
-</p>
-
-<p>
-Perchè non essere come gli uomini che sanno
-distrarsi a scacciare i ricordi che ammalano?...
-Perchè vi sono certi ricordi malati che riducon la
-vita a una tristezza nera. E, certuni, non sanno
-distaccarsene mai più.
-</p>
-
-<p>
-Ora cantava il chiù, frusciavan le canne ed
-egli non poteva scoprire i manigoldi in agguato.
-</p>
-
-<p>
-Ma, di un subito, sostò e si disse:
-</p>
-
-<p>
-— Eccoli!
-</p>
-
-<p>
-Aveva veduto infatti muoversi un'ombra. Eran
-loro! Si acquattò, trattenne il fiato, procedette
-pian piano, nell'atto di puntar la schioppa e far
-fuoco. Non vedeva bene di che si trattasse, ma
-non voleva accostarsi troppo. Era necessario agir
-di sorpresa. Quando gli parve di trovarsi alla distanza
-opportuna inspallò lo schioppo gridando:
-</p>
-
-<p>
-— Ferma o ti sparo!
-</p>
-
-<p>
-Ma l'altro era già fermo; era fermo ed ebbe
-paura; ebbe paura e fece per fuggire; ma in quel
-<span class="pagenum" id="Page_530">[530]</span>
-che si levava avendo dimenticato i discreti bisogni
-che lo avevan condotto nel cuor del canneto, il
-Cavalier Mostardo fece fuoco e colse il bersaglio;
-e il bersaglio non era la parte più eroica dell'uomo,
-anzi era quella che non si mostra mai al nemico e
-che è equidistante fra i calcagni e le spalle. Ora
-tale parte sanguinava per più ferite.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio!... Mi hanno ammazzato!...
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo fu sopra al contadino:
-</p>
-
-<p>
-— Sta zitto, insensato!...
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio!... Oh Dio!...
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio, un corno!... Non vedi che non
-è niente?...
-</p>
-
-<p>
-— Mi avete scambiato per una lepre?
-</p>
-
-<p>
-— Peggio per te che vieni per i canneti a far
-certe cose!...
-</p>
-
-<p>
-— Sono io che devo chiedervi scusa?
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo stava per rispondere a
-tono, irritato dal l'errore e dalla maligna sorte che,
-anche nell'ora più tragica della sua vita, lo perseguitava
-col ridicolo, quando sussultò allo schianto
-improvviso di tre schioppettate e a un urlo acutissimo
-che gli arrivò dalla strada. Allora si gettò
-attraverso il canneto schiantando tutto innanzi a sè
-come una raffica.
-</p>
-
-<p>
-Vide un uomo fuggire lungo il fosso; gli dedicò
-l'ultimo colpo che gli restava ma non lo colse.
-</p>
-
-<p>
-Fu sulla strada. Vide una vettura ferma e si
-dette a correre gridando:
-</p>
-
-<p>
-— Mignon? Mignon?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_531">[531]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma appena la voce di lui si era levata che il
-cocchiere, frustati i cavalli, partì alla gran carriera.
-</p>
-
-<p>
-Quando arrivò sul posto non c'eran che tre o
-quattro contadini costernati.
-</p>
-
-<p>
-Ed uno gli disse sottovoce, accostandogli:
-</p>
-
-<p>
-— Cosa hai fatto, disgraziato?...
-</p>
-
-<p>
-— Io?...
-</p>
-
-<p>
-— L'hai ammazzato!...
-</p>
-
-<p>
-Allora Mostardo fu preso da un grandissimo
-furore. No! Era troppo!... Tutta la sua più profonda
-umanità si ribellava alla suprema ingiustizia
-del destino. Il suo cuore ferito non poteva sopportare
-più oltre il peso tremendo del ridicolo.
-</p>
-
-<p>
-Aveva perduto l'amore; aveva perduta la
-pace; fuori dalla mediocre e quotidiana ventura
-degli uomini si trovava ai limiti di una tragedia e
-di una farsa, sbalestrato dall'una all'altra come un
-cencio, una povera cosa nella grande bufera dell'ombra,
-uno zimbello del mistero, uno specchio
-di nullità impossente nel fluire dei fatti di cui si
-intesse la vita, questa pausa attonita fra i due
-silenzi.
-</p>
-
-<p>
-No, per Dio!... Egli era ancora ben vivo;
-aveva ancora le braccia e i muscoli saldi, poteva
-reagire almeno contro coloro che, volenti o no, rappresentavano
-in quell'istante il suo destino cane.
-</p>
-
-<p>
-E, afferrata la doppietta per le canne, incominciò
-a farla roteare per l'aria come una clava
-e a menar giù di gran colpi alla disperata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_532">[532]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rimase solo. Una chiarità di stelle lontane;
-una apparente tranquillità di mondi negli abissi
-di Dio.
-</p>
-
-<p>
-Si vedevano appena le chiome degli alberi e
-la strada bianca. Si guardò intorno.
-</p>
-
-<p>
-Una larga chiazza di sangue macchiava la
-strada.
-</p>
-
-<p>
-Vide il suo Calvario.
-</p>
-
-<p>
-Chinò la testa e si allontanò trascinando i passi,
-chè gli pareva di morire.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il teatro era tutto venduto per cinque o sei sere
-di seguito. Tempestoni aveva realizzato ottimi guadagni.
-Bene o male che andasse, si era messo al
-sicuro. Spadarella gli aveva portato fortuna. Il
-<i>Golfo Mistico</i> era una realtà. La <i>Grande Lotteria</i>
-dei quattro buoi e delle sette vitelle filava a maraviglia.
-Asdrubale era contento, ma Spadarella
-non sorrideva più.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ha fatto la mia bambina?
-</p>
-
-<p>
-— Niente, Spina Rosa.
-</p>
-
-<p>
-— Ti fa tanta paura cantare in teatro?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— Non ti senti bene?
-</p>
-
-<p>
-— Mi sento bene.
-</p>
-
-<p>
-— Allora che cos'hai?
-</p>
-
-<p>
-— Non lo so neppur io. Non mi badare.
-</p>
-
-<p>
-— Una volta, alla tua vecchia raccontavi
-tutto. Adesso stai sempre zitta. Perchè? Credi che
-non sappia che l'altra notte hai pianto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_533">[533]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Pianto?
-</p>
-
-<p>
-— Si. Avevi ancora gli occhi rosa quando sei
-venuta da me.
-</p>
-
-<p>
-— Non avevo dormito.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre per <i>lui</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Spina Rosa, sii buona! Non ne parliamo!
-E Spina Rosa taceva, asciugandosi gli occhi
-col grembiale.
-</p>
-
-<p>
-Una sera, in una stanza squallida di una casa
-svergognata, la povera piccola bionda del giardino
-tranquillo, aveva portata la sua verginità all'amore.
-</p>
-
-<p>
-E non aveva trovato che la violenza insensata
-di un bruto. Una accorante volgarità.
-</p>
-
-<p>
-Forse Paolo, nell'immensa dolcezza che ella
-era per concedergli, si sarebbe mostrato diverso;
-forse le avrebbe aperto l'anima come non glie
-l'aveva aperta mai; forse le avrebbe detto le cose
-ch'ella sospirava da tanto mai tempo e la piena
-gioia del loro amore sarebbe nata dal sacrifizio di
-lei. Ma tutto questo non era accaduto; ma ella
-aveva ora la sensazione straziante di essersi prostituita.
-</p>
-
-<p>
-Tale sensazione le aveva approfondito gli occhi
-in un'ombra nuova.
-</p>
-
-<p>
-Era uscita da quella casa portando con sè la
-morte del suo amore. Irremissibilmente. Egli era
-ritornato con la sciocca arroganza dell'uomo che
-crede ormai potersi far forte di un diritto acquisito
-e aveva trovato il pallido sdegno di Spadarella.
-<span class="pagenum" id="Page_534">[534]</span>
-Ella aveva sopportato gli occhi di lui, fissi
-ne' suoi grandi occhi chiari: e non aveva arrossito.
-</p>
-
-<p>
-— Allora perchè sei venuta?
-</p>
-
-<p>
-— Ti volevo bene!
-</p>
-
-<p>
-— E adesso?
-</p>
-
-<p>
-— Ora è finita.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-Spadarella non rispondeva.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sai quello che hai fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, lo so! Sono arrivata fino in fondo con
-una grande ansia d'amore; ma ciò ch'io cercavo
-non poteva venirmi da te!
-</p>
-
-<p>
-— Ora fai la romantica!
-</p>
-
-<p>
-— E tu non insistere. Tanto non puoi capirmi.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, ti ho ben capita!...
-</p>
-
-<p>
-— .....
-</p>
-
-<p>
-— So ciò che vuoi!
-</p>
-
-<p>
-— .....
-</p>
-
-<p>
-— Hai incominciato bene la tua carriera teatrale!...
-</p>
-
-<p>
-Ella sapeva trattenere il singhiozzo e non rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— Allora è l'addio che vuoi darmi?
-</p>
-
-<p>
-— Sì!
-</p>
-
-<p>
-— Proprio l'addio?... Proprio l'ultimo?
-</p>
-
-<p>
-— Proprio l'ultimo!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che donna sei, tu?
-</p>
-
-<p>
-— .....
-</p>
-
-<p>
-— Perchè dicevi di volermi bene?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, Paolo!... Te ne ho voluto tanto!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_535">[535]</span>
-</p>
-
-<p>
-— A parole!
-</p>
-
-<p>
-— E puoi dirlo anche adesso?
-</p>
-
-<p>
-— Se non fossero state parole, ti sembra che
-avresti potuto separarti da me tanto facilmente?
-</p>
-
-<p>
-— Come non puoi capire!
-</p>
-
-<p>
-— Non vorrai dirmi che soffri!
-</p>
-
-<p>
-— .....
-</p>
-
-<p>
-— Perchè se soffrissi davvero non saresti così
-fredda.
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè ti tormenti?... Tanto tu non
-mi hai amata mai e il tuo scopo l'hai raggiunto.
-Non ti basta?
-</p>
-
-<p>
-— No. Tu devi esser mia.
-</p>
-
-<p>
-— È inutile. Paolo. Ciò che è morto, è morto!
-</p>
-
-<p>
-E l'aveva lasciato così vincendo il pianto e la
-sconsolata delusione del suo sogno. Ma era forte
-e sapeva decidere senza pentimento. Non aveva
-più niente da chiedere; niente più da donare. Tutto
-si era inaridito nell'improvvisa tristezza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-L'opera prescelta per il debutto di Spadarella
-fu il <i>Werther</i>.
-</p>
-
-<p>
-Se ne dovevan vedere delle lacrime, su per i
-palchi e in platea!...
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Signor... la casa è qui</i>...</p>
-<p class="i01"><i>L'ora è di riposar</i>...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quando Spadarella cantava, si sentivan dei
-muggiti anche nel Golfo Mistico. Erano i professori
-di orchestra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_536">[536]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bravaa... bravaaaa, bravaaaaaa!
-</p>
-
-<p>
-E avveniva bensì che il Golfo perdesse tutto il
-suo misticismo; ma, d'altra parte un romagnolo
-puro sangue non potrà mai fare del proprio entusiasmo
-una cosa tascabile.
-</p>
-
-<p>
-Asdrubale Tempestoni ne godeva. Qualche
-volta aveva le lagrime agli occhi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Or ecco il gran giorno. Per le piazze, per le
-strade, per i sobborghi, dal Campo degli Svizzeri al
-Ponte Schiavonìa, si vendevano le ultime cartelle
-della Grande Lotteria. Tutto il contado era disceso
-alla città del Capricorno. Le maggiori fiere non avevano
-raccolta mai tanta moltitudine di genti. Nella
-Piazza non si circolava; i loggiati eran tutti una
-massa immobile di persone che si pigiavano disperatamente.
-Tutti gli amori della campagna si eran
-dati convegno in città, quel giorno; e, quando
-i contadini fanno all'amore, si fermano e non li
-smuove più neanche una vaporiera.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava farsi largo a furia di braccia e di
-spalle. C'era, dappertutto, quell'odore di selvatico
-che hanno gli uomini che si lavan poco. Ora
-è certo che i contadini si lavano solo durante l'estate
-e quando hanno a portata di mano un fiume o il
-mare.
-</p>
-
-<p>
-C'era un gran sole e un sereno di paradiso.
-Rideva il mondo, l'ora e la stagione.
-</p>
-
-<p>
-Però, in una casa taciturna, un uomo non rideva:
-il Cavalier Mostardo. Chiuso nelle sue angosciose
-<span class="pagenum" id="Page_537">[537]</span>
-meditazioni, non aveva voluto vedere neppur
-Rigaglia. Che cosa gli sarebbe toccato ora?...
-</p>
-
-<p>
-Il marchese era morto. L'aveva saputo prima
-di rientrare. Glie l'aveva detto l'avvocato Suasia,
-costernatissimo. La sua Mignon era serrata nella
-villa remota ed egli certo non avrebbe potuto accostarla.
-Dirle quello ch'egli aveva tentato per
-salvar lei e il suo amante, non era possibile. Non
-gli restava che l'ultima disperazione senza uscita.
-E poi... e poi...
-</p>
-
-<p>
-A quando a quando un'angoscia atroce lo profondava
-nella più densa tenebra. E s'ella avesse
-pensato...? E, se tutti avessero creduto...?
-</p>
-
-<p>
-— Ah, no... no... no!...
-</p>
-
-<p>
-Si alzava; gli mancava il respiro; incominciava
-un furioso andare e venire da un muro all'altro
-della stanza.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè io... per gettare il mio cuore sotto
-le ruote della tua carrozza, Mignon... io, per gettare
-il mio cuore sotto le ruote della tua carrozza...
-e per questo, solo per questo avrei da avere in
-cambio tanta maledizione?... Io, Mignon? Io?...
-</p>
-
-<p>
-E si portava le mani alla testa; e si scompigliava
-i capelli; e gridava le sue bestemmie al soffitto,
-ruggendo per la impossibilità che gli chiudeva
-le strade, tutte le strade e la vita.
-</p>
-
-<p>
-Talvolta si fermava; gli occhi fissi nell'ombra
-e due grandi lucciconi gli tremavano fra le ciglia.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? Perchè? Perchè?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_538">[538]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non gli poteva rispondere che il suo cuore, e
-il suo povero cuore era deserto. Ogni più cara immagine
-ne era esultata e non serbava una sola parola
-che fosse di consolazione. E neppure poteva
-in qualche modo reagire; anzi, di ora in ora si
-aspettava il peggio. Tutto era rovina e precipizio.
-</p>
-
-<p>
-Aveva sempre innanzi agli occhi il volto livido
-di Mignon e il suo gesto di spavento quando l'aveva
-veduto correre verso la vettura.
-</p>
-
-<p>
-Dunque ella pensava davvero ch'egli fosse l'assassino?
-Era possibile una cosa tanto mostruosa?
-Era possibile, sì, anzi certissima.
-</p>
-
-<p>
-— Per Dio, mi ammazzo!
-</p>
-
-<p>
-Ora la disperazione gli parlava seriamente e
-l'idea di andarsene all'altro mondo non era tale
-da scivolar via senza lasciar traccia nessuna.
-</p>
-
-<p>
-— No, mi ammazzo!... Voglio ammazzarmi!...
-</p>
-
-<p>
-E incominciò col darsi cinque o sei pugni in
-testa. Poi si fermò a guardare il cielo. Ed era la
-sera. La sera pallida si affacciava sopra alle gronde
-con la sua malinconia e una stella. Anche l'ora
-gli parve propizia. I primi giorni di autunno muoion
-così, fra boschi e colline; e il silenzio li prende
-per mano. Quando appaiono le prime stelle si
-aprono le strade per le anime sconsolate: le strade
-eterne.
-</p>
-
-<p>
-Era stanco di tutto; aveva nausea di tutto.
-</p>
-
-<p>
-— Basta basta basta!
-</p>
-
-<p>
-Si accostò alla finestra. C'era il bel campanile
-<span class="pagenum" id="Page_539">[539]</span>
-col suo cono rossigno, alto alto nei cieli. E le rondini
-stridevano ancora.
-</p>
-
-<p>
-— Addio!
-</p>
-
-<p>
-Che avrebbe detto Spadarella? Che avrebbe
-fatto Spadarella sua? Quanto avrebbe pianto?
-</p>
-
-<p>
-E poi... e poi.. chi muore giace e chi vive si
-dà pace! Sarebbero ritornati i serenanti giorni della
-gran gioia anche per Spadarella... e senza lo zio
-Giovanni. Tanto lo zio Giovanni, <i>volere o volare</i>,
-doveva morire prima della sua bambina. Fosse
-stato fra trenta anni come quella stessa sera, la cosa
-non mutava gran che. La precedenza toccava a lui;
-era la legge... dunque?... Doveva ben scriverle
-qualcosa però... almeno salutarla. Sì, salutarla!
-</p>
-
-<p>
-— Addio, Spadarella. Il tuo povero zio non
-ne può più e va via. Non importa mica che tu
-pianga troppo... perchè...
-</p>
-
-<p>
-E il testamento? Doveva fare testamento, altrimenti
-che l'avrebbe goduta la roba sua?... Certo,
-il <i>brutto testone</i>!...
-</p>
-
-<p>
-Si accostò alla scrivania; sedette; scrisse in
-venti parole il testamento; lo firmò; lo chiuse in
-una busta.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco fatto!
-</p>
-
-<p>
-Bisognava spicciarsi, adesso. Ma abbandonò
-un braccio ripiegato sulla scrivania e nascose la
-faccia contro il braccio.
-</p>
-
-<p>
-Addio dolce vita!... Fra un mare di luce e
-un mare di tenebre era l'anima del Cavalier Mostardo.
-E quanto più tendeva a intenebrarsi tanto
-<span class="pagenum" id="Page_540">[540]</span>
-più la chiamava una lontana luce. E la sua povera
-tenerezza affiorava dallo spasimo, dal tremendo
-spasimo perchè soffriva la morte, sul punto di scegliere
-l'esilio che non ha nome ancora e non ha più
-volto. Solo il brivido e la tenebra desolata.
-</p>
-
-<p>
-Addio povero Cavaliere dell'Umanità; addio
-dolce romantico e strampalato eroe; difensore dei
-deboli, degli umili, degli oppressi; paladino dell'Idea;
-innamorato di una piccola anima canora
-di bambina; addio squinternata esistenza di fede,
-portata per terra e per mare come una fiaccola fin
-sulle cime più in cima, sempre urlando, sempre in
-entusiasmo e in offerta, addio! Era arrivata qualcuna
-che si era preso tutto ed egli piombava giù,
-riverso nella sua disperazione.
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella?... Spadarella?...
-</p>
-
-<p>
-Oh, se avesse potuto sentire almeno la sua dolce
-mano fra i capelli! Se fosse stata là... dietro alla
-porta...
-</p>
-
-<p>
-E si trovò la mano bagnata. Piangeva.
-</p>
-
-<p>
-— Cristo!...
-</p>
-
-<p>
-Balzò sul torso, di scatto. Si era dunque invigliacchito
-fino a quel punto?... Fino ad aver tanta
-paura?
-</p>
-
-<p>
-Aprì il cassetto della scrivania, ne trasse il pistolone
-del Papa, lo esaminò ben bene. Era un
-pezzo che non l'usava. E se il colpo avesse fallito?
-</p>
-
-<p>
-Prese di mira la finestra, tirò il grilletto.
-</p>
-
-<p>
-Un grande scoppio... i vetri volarono in frantumi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_541">[541]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Benone!
-</p>
-
-<p>
-Allora lentamente, meditatamente, aprì la
-bocca, vi infilò la canna della pistola, si appoggiò
-allo schienale della poltrona. Era pallidissimo, ma
-compiva gli ultimi preparativi con calma ed esattezza.
-</p>
-
-<p>
-Un secondo... due secondi... tre...
-</p>
-
-<p>
-Il cuore non batteva più. Pensò:
-</p>
-
-<p>
-— Ora conto fino a tre. Al tre mi ammazzo.
-</p>
-
-<p>
-Un attimo ancora poi cominciò:
-</p>
-
-<p>
-— Uno...
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi suoi spalancati vedevan già la tenebra
-dell'Universo. Ma che avveniva nel cortile?
-</p>
-
-<p>
-— Due...
-</p>
-
-<p>
-Scendeva l'orrore e il silenzio; ma chi si avvicinava,
-chi gli correva tempestosamente incontro
-dal silenzio della sua morte? Uno starnazzare...
-uno strepito... un grido... Chi era?... Chi era?...
-</p>
-
-<p>
-Allora scoppiò improvvisamente dal cortile, con
-un albor di luna, scoppiò dal cortile e salì fino alle
-stelle il canto del gallo, l'osanna del gallo Francesco:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Chicchirichiiiiii!</i>...
-</p>
-
-<p>
-Una risata!... Ma, nello stesso tempo, la porta
-parve scardinarsi e tutta la stanza e tutto il mondo
-furon pieni di un urlo; dell'urlo della sua bambina:
-</p>
-
-<p>
-— Zio... zio... zio...
-</p>
-
-<p>
-Iddio ritornava. Nella stessa tristezza di due
-anime era ritornato il Signore di questa povera vita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_542">[542]</span>
-</p>
-
-<p>
-Che cosa avvenne al Teatro Comunale quella
-notte, lo poteva raccontare solo Asdrubale Tempestoni
-con la sua facondia esplosiva. Basti dire
-che, ad un punto, anche l'orchestra scattò su dal
-Golfo Mistico in tale clamore di applausi e di
-grida che l'edificio ne vibrò come per un terremoto.
-</p>
-
-<p>
-E le donne piangevano; ed anche gli uomini.
-</p>
-
-<p>
-Sul palcoscenico furono gettati fiori, fazzoletti,
-cappelli, dolci, binoccoli, cuscini, cravatte, guanti,
-borsellini, scarpette ed ogni ben di Dio. Canzoni
-e sonetti celebratorii scesero per il vano del teatro
-a centinaia, in foglietti multicolori. E volaron dai
-palchi alla scena, e dalla scena ai palchi, accecati
-dalle lampade: colombi, canarini, passerotti, fringuelli,
-verdoni. Dal principio del primo atto fino
-all'ultimo non fu che l'ascendere di un entusiasmo
-tale che finì in follìa collettiva.
-</p>
-
-<p>
-Ma la piccola Spadi era tanto bella!... E cantava
-come un angelo. Il dolore aveva aggiunto alla
-calda voce di lei tale profondità di passione, che
-il popolo più passionale di Italia non poteva limitarsi
-ad applaudire. Doveva erompere in una frenetica
-dimostrazione.
-</p>
-
-<p>
-Non si era udito mai un simile Werther e non
-lo si sarebbe udito mai più.
-</p>
-
-<p>
-Girolamo, Stefano e Spina Rosa, in un palco
-di terz'ordine avevan raggiunto l'inebetimento di
-coloro che non sanno più in quale mondo si trovino.
-</p>
-
-<p>
-E, alla fine dello spettacolo, Spadarella fu
-portata in trionfo torno torno la Piazza; poi,
-<span class="pagenum" id="Page_543">[543]</span>
-issata sul tetto di una vettura, vollero cantasse
-ancora.
-</p>
-
-<p>
-E cantò. La sua voce si levò alta e pura sul
-silenzio di diecimila persone. Alta e pura sulla religione
-di una moltitudine.
-</p>
-
-<p>
-Apparve pallida e bianca fra le fiaccole, tutta
-luminosa della sua divina biondezza.
-</p>
-
-<p>
-— Spadarella!... Spadarella!.. Spadarella!..
-</p>
-
-<p>
-E il Cavalier Mostardo, nascosto nell'ombra
-piangeva.
-</p>
-
-<p>
-Quella notte la strepitosa Romagna fu tutta
-quanta fra quei due cuori che cantavano e soffrivano
-per lo stesso dolore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap18">CAPITOLO XVIII.
-<span class="smaller"><i>Dove si traggono le reti e ci si raccoglie per far
-vela a più lontani porti.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Siamo quasi giunti, Signori miei, e questa
-prima parte del dolce-amaro <i>Carnevale</i> volge al
-suo fine.
-</p>
-
-<p>
-Ora, una sera, Rigaglia pensava già di esiliarsi
-e di piantare in asso il suo vecchio padrone
-che lo teneva in troppo duro dominio (erano prossimi
-i tempi della Settimana Rossa); e aveva preparato
-a questo i Compagni, e già si era eletto un
-nuovo domicilio presso le mura, in un luogo di
-<span class="pagenum" id="Page_544">[544]</span>
-malfamati costumi; a tale distacco veniva preparandosi
-il <i>brutto testone</i>, quando, una sera, qualcuno
-suonò ripetutamente il campanello.
-</p>
-
-<p>
-Mostardo era entrato proprio allora. Sì fermò
-nel cortile.
-</p>
-
-<p>
-— Chi sarà?... Va a vedere!
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si avviò per l'andito, e mentre si dirigeva
-alla porta di strada, senza affrettarsi, fu suonato
-ancora e con maggior violenza.
-</p>
-
-<p>
-— Un momento!... Che cos'è questa maniera?...
-Morirete?...
-</p>
-
-<p>
-E, indispettito dal nuovo procedere degli ignoti
-visitatori, aprì la porta con malgarbo; ma appena
-l'aveva aperta che indietreggiò e rimase là, intontito,
-come un povero scemo.
-</p>
-
-<p>
-Sei guardie di pubblica sicurezza, senza badare
-a lui, si scagliarono dentro dirigendosi di
-corsa al cortile.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa avveniva?... Una reazione del Governo
-borghese?... Ebbe una gran paura e, per
-non perder tempo a ragionare, guardatosi intorno
-e vistosi libero, infilò la porta e via a gambe levate
-verso il vicolo più prossimo, raggiunto il quale,
-scantonò e non ebbe pace finchè non trovò rifugio
-in un retrobottega.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto il Cavalier Mostardo, che si era
-fermo nel cortile, viste sopraggiungere le guardie
-ebbe un tuffo al core e tanto sbiancò da parer che
-morisse. Ecco che il sospetto diventava realtà.
-L'unico indiziato dell'assassinio del marchese della
-<span class="pagenum" id="Page_545">[545]</span>
-Pipetta non poteva essere che lui. E il lungo processo
-interiore che gli aveva tappata la bocca fino
-a quel punto (chè, se avesse parlato, ogni sua supposta
-responsabilità sarebbe stata vinta); il lungo
-processo interiore per il quale era passato, gli ritornò
-alla memoria.
-</p>
-
-<p>
-<i>Un buon romagnolo non fa mai la spia!</i>
-</p>
-
-<p>
-Questa la causa morale della tanto biasimata
-omertà romagnola.
-</p>
-
-<p>
-La vittima, con la morte, si esilia e travalca
-il limite del bene e del male; è una «<i>povera
-anima</i>»; gli assassini che debbono restare al mondo
-e sfuggire alle pene che gli uomini sanzionano per
-simile genìa; gli assassini non sono che «<i>disgraziati!</i>».
-</p>
-
-<p>
-Il Governo è il gran nemico della moltitudine.
-</p>
-
-<p>
-Tale concetto che si trascina secolarmente nelle
-masse e che è il portato della più che millenaria
-schiavitù e sofferenza, non potrà radicalmente mutare
-per andar di tempo, per evoluzione di popolo
-o per novità di regime. Un senso fiero di libertà,
-di indipendenza e di giustizia lo alimenta. Quando
-anche tutto fosse virtualmente pareggiato, più dura
-dovrebbe essere la legge e di conseguenza più forte
-il senso dell'eterna ingiustizia dal quale nasce il
-fermento dell'indisciplina. Si procederà per esperienze
-e adattamenti, restando immutate le virtù e
-le qualità primigenie delle razze.
-</p>
-
-<p>
-Così, in Romagna, un «<i>povero bandito</i>» e
-cioè un perseguitato dalla polizia, un volgare delinquente
-<span class="pagenum" id="Page_546">[546]</span>
-sfuggito alla sanzione della legge e costretto
-a una vita di ansie, di fughe, di travestimenti,
-raccoglierà sempre la pietà e la commiserazione del
-popolo. In lui non si vede più l'assassino; la sua
-colpa è cancellata dall'aspra vita che deve condurre;
-dall'essere la sua libertà insidiata di minuto
-in minuto; dal dover restarsene nascosto, durante
-il giorno, nelle caverne, nelle cantine, nei fienili,
-per riprendere la strada di notte.
-</p>
-
-<p>
-È il camminante del delitto. Trascina la sua
-pena e la sua colpa nella tenebra, domandando
-di che vivere ai casolari dispersi. Incute timore;
-alimenta la leggenda; asseconda l'innato romanticismo
-dell'anima popolare. Diventa <i>il bandito</i>
-per antonomasia.
-</p>
-
-<p>
-Il Governo perseguita tutti, rappresenta, secondo
-la mentalità popolare, il male di tutti; all'opposto
-<i>il bandito</i> non fa male a nessuno (quello
-che ha fatto è dimenticato) anzi rappresenta un
-po' della pena di ciascuno e la ribellione delle
-masse al giogo necessario, all'ingiustizia inevitabile.
-</p>
-
-<p>
-<i>La spia</i> che lo consegnasse alla Società, sarebbe
-bollata dell'infamia e troverebbe, una volta
-o l'altra, la pena sanzionata dal comune sdegno,
-in una morte improvvisa.
-</p>
-
-<p>
-Questo il processo interiore che aveva trattenuto
-il Cavalier Mostardo dal denunziare gli esecutori
-del delitto.
-</p>
-
-<p>
-Benchè appartenessero alla <i>Camera rossa</i>, una
-ragione superiore, radicata in lui come in tutto il
-<span class="pagenum" id="Page_547">[547]</span>
-suo popolo, lo tratteneva dalla denunzia: <i>non voleva
-essere una spia!</i>
-</p>
-
-<p>
-Sentiva che il giorno in cui gli avessero potuto
-gettare in faccia l'atroce insulto, sarebbe stato per
-davvero, e per sempre, un uomo finito.
-</p>
-
-<p>
-Così aveva taciuto, pur avendo certezza di
-dover scontare una colpa non sua.
-</p>
-
-<p>
-Solo il senso doloroso di avviarsi verso il culmine
-del suo Calvario lo aveva fatto impallidire,
-e la solitudine di Spadarella, e la perduta dolcezza
-di Ninon Fauvétte, della sua Mignon.
-</p>
-
-<p>
-Ma quando le guardie furono per mettergli le
-mani addosso, gridò
-</p>
-
-<p>
-— Un momento!...
-</p>
-
-<p>
-Era tanto grave la faccia di lui, in quel punto,
-e tanto triste che lo lasciarono stare. Non sarebbe
-fuggito.
-</p>
-
-<p>
-Il Commissario si fece innanzi:
-</p>
-
-<p>
-— Abbiamo l'ordine di arrestarvi.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so!
-</p>
-
-<p>
-— Dobbiamo condurvi via subito.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so. Vi domando solo che mi accompagniate
-di sopra. Devo scrivere due lettere.
-</p>
-
-<p>
-Lo seguirono al primo piano della sua casa.
-</p>
-
-<p>
-Allora lo zio Giovanni scrisse questa lettera:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>La mia Spadarella</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>mi portano dentro. Io non ho fatto niente; non
-ho ammazzato nessuno. Sono sempre un povero
-diavolo! Non lasciare la mia casa a Rigaglia, quel
-<span class="pagenum" id="Page_548">[548]</span>
-versipelle me la sgombrerebbe. Aspettami che ritornerò.
-Se ti faccio soffrire ti domando scusa. È
-una tribolazione troppo grande questa porca vita!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ti dò due grandi baci, la mia Spadarella.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="indr1"><i>il tuo</i></span><br />
-<span class="smcap">Zio Giovanni</span>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-E il Cavalier Mostardo scrisse questa seconda
-lettera:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>Mignon del mio cuore</i>,
-</p>
-
-<p>
-<i>Vi ho detto sempre che per voi avrei dato anche
-la mia pellaccia; oggi faccio quello che ho sempre
-detto, da uomo di parola.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Però, prima che mi portino via. Mignon, ho
-bisogno di gridare contro la vostra ingiustizia.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Io non ho le mani insanguinate. Volevo salvarvi
-l'uomo che mi aveva rubato l'amore. Mi
-sono buttato fra i canneti, a costo di tutto, per
-salvarvelo; ma è stato troppo tardi. Ve l'hanno
-ammazzato fra le braccia e voi, che avevate in
-pegno il mio cuore, vi siete pensata che fossi
-stato io!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Mignon, io vi aspettavo per farvi vedere la mia
-faccia di galantuomo. Dovete sapere che il giorno
-in cui avessi voluto domandar ragione al povero
-signor marchese del suo amore per voi, quel giorno,
-l'avrei aspettato in Piazza e l'avrei sfidato al tutto
-per tutto, lui ed io, guardandoci bene in faccia.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_549">[549]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Io, i miei nemici, li ho trattati sempre così.
-Non sono una volpe, e non ho paura; ma questo
-non serve a niente per fare all'amore.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>A voi vi piaceva il marchesato, forse, la corona
-ed io non sono che un povero Mostardo del
-mondo!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Però oggi vado in prigione per voi, e ci vado
-volentieri, anche per quella sola notte del Conventino.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Perchè, e questo è il brutto, se piglio una cantonata,
-la piglio per sempre.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>E se voi anche veniste in Tribunale per dire
-al giudice: «Sì, è stato lui che l'ha ammazzato!...»:
-vi vorrei bene lo stesso.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Vi vorrei bene lo stesso, perchè sono un insensato
-e lo capisco; ma non posso farne a meno!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ormai non vi domando più niente.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Addio, Mignon.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Il vostro</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Cavalier Mostardo</span>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Suggellò le buste; scrisse l'indirizzo. Quando
-ebbe fatto questo, pensò un poco. Non si fidava
-di Rigaglia. S'egli lasciava le lettere sulla scrivania,
-Rigaglia non le avrebbe portate mai a destinazione.
-Doveva impostarle.
-</p>
-
-<p>
-Pregò il Commissario di lasciargliele impostare.
-</p>
-
-<p>
-Egli stesso si incaricò della cosa.
-</p>
-
-<p>
-Allora si alzò e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_550">[550]</span>
-</p>
-
-<p>
-Due guardie gli si avvicinarono e gli presero
-i polsi.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete fare?...
-</p>
-
-<p>
-— È l'ordine che abbiamo.
-</p>
-
-<p>
-— A me, le manette?...
-</p>
-
-<p>
-— Siete accusato di assassinio...
-</p>
-
-<p>
-— A me, le manette?...
-</p>
-
-<p>
-Anche l'ultimo oltraggio! Per un attimo pensò
-di valersi della sua forza prodigiosa; ma poi considerò
-la cosa e vide che sarebbe stato peggio.
-</p>
-
-<p>
-Si lasciò ammanettare. Si lasciò condur via.
-</p>
-
-<p>
-Fu per la strada; fu nella Piazza, fra le guardie.
-In breve ebbe dietro un gran codazzo di gente.
-</p>
-
-<p>
-— Il Cavalier Mostardo!... Il Cavalier Mostardo!...
-</p>
-
-<p>
-La voce passava come un mormorìo di bocca
-in bocca fra la costernazione generale.
-</p>
-
-<p>
-Pareva che la Romagna stessa andasse in prigione,
-ammanettata. La stessa Romagna, e il suo
-cuore che piangeva senza far rumore.
-</p>
-
-<p>
-Fu un corteo; una dimostrazione spontanea e
-muta.
-</p>
-
-<p>
-Tutti sapevano che Mostardo era innocente.
-Tutto il popolo.
-</p>
-
-<p>
-E quando fu per entrare in questura; quando
-fu per scomparire nel grande androne buio, dalla
-folla stipata si levò una voce forte che gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Compagni, giù il cappello!..
-</p>
-
-<p>
-Allora tutti si tolsero il cappello e non si udì
-un mormorìo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_551">[551]</span>
-</p>
-
-<p>
-E il Cavalier Mostardo passò, alto e pallido,
-fra la folla muta che lo acclamava così, senza un
-grido, suo Re e Padrone. Il giorno stesso in cui
-entrava in galera.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Per espressa volontà del Cavalier Mostardo,
-le recite del <i>Werther</i> al Teatro Comunale non furono
-interrotte. Spadarella pianse, ma quando
-tornò dall'aver visitato lo zio Giovanni in prigione
-era ben risoluta di continuare fino alla fine nell'impegno
-preso. Naturalmente si ebbe una dimostrazione
-di popolo ancor più entusiastica della prima.
-</p>
-
-<p>
-E una sera, poi che il tenore ebbe cantato la
-romanza:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Come passato il nembo</i>,</p>
-<p class="i01"><i>si queta il mar fremente:</i></p>
-<p class="i01"><i>il cuor non soffre più</i>....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-non si seppe perchè, ma, come per muta intesa, il
-pubblico, tutto il pubblico senza distinzione, scattò
-in piedi in una acclamazione frenetica al Cavalier
-Mostardo. Fu un delirio. Per venti minuti la dimostrazione
-si rinnovò sempre più violenta.
-</p>
-
-<p>
-Era l'anima rossa della Romagna che scoppiava
-nella sua necessità di giustizia. Un fiero monito
-e una torva minaccia a chi doveva decidere.
-</p>
-
-<p>
-— Evviva il Cavalier Mostardo!...
-</p>
-
-<p>
-— Evvivaaaa!..
-</p>
-
-<p>
-Dal Golfo Mistico si levaron gli inni rivoluzionari.
-Asdrubale Tempestoni improvvisò un discorso.
-Poi qualcuno gridò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_552">[552]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lo vogliam fuori!...
-</p>
-
-<p>
-E tale grido fu ripetuto a furore.
-</p>
-
-<p>
-Il prefetto era in teatro. Tutto il pubblico gridava,
-rivolto al palco del prefetto:
-</p>
-
-<p>
-— Lo vogliam fuori!..
-</p>
-
-<p>
-E quando fu vista l'autorità governativa scuotere
-il capo affermativamente, il delirio non ebbe
-più limite. E dovette presentarsi Spadarella a far
-cessare l'entusiastica bufera.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella esercitava ormai, sulla massa, un fascino
-irresistibile. Era adorata. L'anima collettiva si
-muoveva attorno a lei come nella luce di un altare.
-Ella poteva domare la gran bestia solo col suo
-soave sorriso di bambina: solo con un gesto della
-sua piccola mano bianca. Intorno a lei si faceva
-il silenzio. Tutti aspettavano dalla sua voce il godimento
-che transumana.
-</p>
-
-<p>
-Stavano ora, essendo disceso un miracoloso silenzio,
-tutti protesi verso il palcoscenico. Fra gli
-altri, in una barcaccia di prim'ordine, era l'ingegnere
-Fias, il quale, appoggiate le braccia al parapetto
-della barcaccia, si sporgeva verso il palcoscenico
-come a intendere e a veder meglio.
-</p>
-
-<p>
-Ora convien ricordare come l'ingegnere Fias
-beneficiasse di una cospicua calvizie e come il suo
-cranio fosse, per la massima parte, polito e lucente
-a simiglianza di un avorio. Su questo avorio che
-rifletteva le fiammelle delle lampade, tanto era
-terso, si appuntò la malnata attenzione di qualcuno
-che sedeva in loggione proprio sopra all'ingegner
-<span class="pagenum" id="Page_553">[553]</span>
-Fias. E questo qualcuno, in una pausa musicale,
-forse per distrarsi o per misurare la sua schietta
-bravura, lasciò cadere a perpendicolo un grosso
-sputo il quale, naturalmente, trovò domicilio nel
-centro della cospicua calvizie dell'ingegner Fias.
-</p>
-
-<p>
-Il quale ingegnere, per essere di madre anglosassone,
-era per sua natura, pacato, riflessivo e alquanto
-flemmatico.
-</p>
-
-<p>
-Avendo avvertito adunque, il Fias, il caldo
-ospite precipitare e giacersi sulla sua pelata, senza
-atti scomposti nè parole inutili, si ritirò dal parapetto
-della barcaccia e agli amici suoi che gli
-chiedevano:
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è stato? — rispose tranquillamente,
-asciugandosi il cranio col fazzoletto:
-</p>
-
-<p>
-— Una lacrima della democrazia!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Alla libertà provvisoria seguì l'assoluzione del
-Cavalier Mostardo che fu portato in trionfo dal
-popolo festante.
-</p>
-
-<p>
-Certo un nuovo sole sarebbe nato per l'eroe
-nostro se Ninon Fauvétte non fosse partita senza
-neppure lasciargli un addio.
-</p>
-
-<p>
-Durante la prigionia di lui, la bella infedele
-aveva preso il volo alla chetichella.
-</p>
-
-<p>
-Era ritornata nell'ignoto dal quale era sorta
-un giorno, per gioia e disperazione del nostro Mostardo.
-</p>
-
-<p>
-Ormai la Città del Capricorno era un luogo
-<span class="pagenum" id="Page_554">[554]</span>
-squallido e desolato per il povero eroe ed egli non
-ci si poteva più vedere.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno decise di seguir Spadarella. Ella
-aveva una scrittura per Milano: sarebbe andato a
-Milano con lei e Spina Rosa.
-</p>
-
-<p>
-Ora, prima di partire, volle mettere a posto
-alcune cose che non poteva lasciare dietro di sè
-incompiute.
-</p>
-
-<p>
-Una sera si dette a passeggiare per una strada
-dalla quale doveva passare Paolo Corani. Quando
-Paolo Corani spuntò, non appena vide Mostardo
-tentò fuggire. Non gli fu possibile. Il Cavaliere gli
-fu sopra, lo prese per un braccio e lo attanagliò
-tanto forte da stroncargli l'ossa.
-</p>
-
-<p>
-— Mi fate male!... Lasciatemi stare!...
-</p>
-
-<p>
-— Vorresti che ti facessi bene?
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete da me?
-</p>
-
-<p>
-— Tu non sei degno di stare al mondo!
-</p>
-
-<p>
-Poi non disse altro, se lo mise sotto e lo lasciò
-con quattro costole rotte. Lo lasciò che si rotolava
-gridando in mezzo alla strada.
-</p>
-
-<p>
-Non gli fece pena. Aveva avuto ciò che si meritava
-e Spadarella era vendicata.
-</p>
-
-<p>
-Ancora, un'altra volta, si appostò vicino a
-una chiesa e aspettò.
-</p>
-
-<p>
-Ecco don Palotta, sorridente e paffuto.
-</p>
-
-<p>
-— Una parola, reverendo.
-</p>
-
-<p>
-Il reverendo sbiancò.
-</p>
-
-<p>
-— Sapete voi il male che mi avete fatto con le
-vostre vigliaccherie?... Siete un cristiano, voi?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_555">[555]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma... io...
-</p>
-
-<p>
-— No! Voi non siete un cristiano!
-</p>
-
-<p>
-E gli suonò prima uno schiaffo, poi due, poi
-cinque... Si fermò avvilito.
-</p>
-
-<p>
-L'altro non reagiva.
-</p>
-
-<p>
-— Per Bios!... Non c'è neanche gusto!...
-È lo stesso che battere un materasso!...
-</p>
-
-<p>
-Lo lasciò là con la sua faccia da pomodoro,
-senza neppur dirgli l'insolenza finale.
-</p>
-
-<p>
-Così aveva pareggiato i suoi conti; ora gli
-pareva di non aver più niente da mettere a posto.
-Poteva partire.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E a Bucalosso che gli diceva:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Cumpagno, viene la rivolusione!</i>
-</p>
-
-<p>
-Rispose:
-</p>
-
-<p>
-— A me non piacciono gli scampoli e la tua
-rivoluzione non sarà che uno scampolo.
-</p>
-
-<p>
-Bucalosso non capì: ma strinse un occhio per
-dimostrare la sua furberia e soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Lo digo anca me!</i>
-</p>
-
-<p>
-L'onorevole gli tenne un lungo discorso per
-convincerlo che il prossimo avvenire era gravido
-di avvenimenti di importanza decisiva.
-</p>
-
-<p>
-— Voi non potete mancare, Mostardo. Si
-farà la Repubblica.
-</p>
-
-<p>
-— Sì; ritornerò quando l'avrete fatta.
-</p>
-
-<p>
-E all'avvocato Suasia che gli domandava:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque non ci credi?
-</p>
-
-<p>
-— Ci credo — rispose.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_556">[556]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E allora perchè vai via?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè voglio vedere il mondo.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio adesso che abbiamo bisogno di te?
-</p>
-
-<p>
-— Ma non vi ho detto che ritornerò?
-</p>
-
-<p>
-— Quando?
-</p>
-
-<p>
-— Quando avrete fatto la Repubblica.
-</p>
-
-<p>
-E non si smosse; fu tetragono ad ogni tentativo.
-Voleva portarsi lontano il suo cuore esulcerato.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Insieme a Spina Rosa, a Girolamo e a Stefano
-sfoderarono tutte le vecchie valigie che poteron trovare
-fra il solaio e la cantina. E incominciarono a
-studiare ciò che avevano da prendere e ciò che
-dovevano lasciare. Fu un'opera seria e lunga nella
-quale Rigaglia non potè mai mettere parola.
-</p>
-
-<p>
-Poi tutte le cose furono pronte. Non rimaneva
-che andarsene.
-</p>
-
-<p>
-La casa restava in consegna a Rigaglia, ma
-ben chiusa in tutte le sue parti. Girolamo e Stefano
-rimanevano a guardia del dolce giardino fra
-le torri.
-</p>
-
-<p>
-L'ultima notte dormirono tutti insieme in casa
-del Cavalier Mostardo: anzi nessuno chiuse gli
-occhi. Dovevan partire la mattina presto.
-</p>
-
-<p>
-Alle tre, prima dell'alba, Mostardo era già
-pronto. Andò a svegliare Rigaglia.
-</p>
-
-<p>
-— Alzati, brutto testone!
-</p>
-
-<p>
-Il brutto testone si alzò grugnendo.
-</p>
-
-<p>
-Quando fu pronto, il Cavaliere gli dette le
-ultime istruzioni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_557">[557]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ricordati ch'io saprò tutto quello che farai.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Ricordati che in casa mia non voglio contadini.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— E non vender tanti lunari a chi ti crede;
-perchè, e pare impossibile, è più ignorante di te.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Ricordati che se predichi la rivoluzione
-dovrai essere sempre in prima fila dove si faranno
-le schioppettate.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu ti nasconderai perchè sei vigliacco.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Hai il coraggio di confessarlo?
-</p>
-
-<p>
-— Lo dite voi.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Allora hai capito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Impara da me e non far l'imbecille!
-</p>
-
-<p>
-Ora stavano per mettersi in via.
-</p>
-
-<p>
-Spina Rosa piangeva.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ch' s'aviv da piànzar, cazzamata?</i>... (Che
-cosa avete da piangere, scioccona?).
-</p>
-
-<p>
-Spina Rosa non rispose.
-</p>
-
-<p>
-Era ormai vecchia e le pareva di porsi a una
-cosa tremenda, solo per dover salire in treno.
-</p>
-
-<p>
-Spadarella era gaia e il Cavalier Mostardo
-burbero.
-</p>
-
-<p>
-Girolamo e Stefano carichi di un monte di valigie,
-non facevan che guardare Spadarella.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_558">[558]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia si guardava gli scarponi.
-</p>
-
-<p>
-<i>Tok-tok... tok-tok...</i>
-</p>
-
-<p>
-E seguiva la comitiva: la testa bassa e le mani
-annodate dietro le reni.
-</p>
-
-<p>
-Quando furono sulla porta, il Cavalier Mostardo
-disse a Rigaglia:
-</p>
-
-<p>
-— Valà, va a prendere una vettura.
-</p>
-
-<p>
-Si fermarono ad aspettare sulla strada. Tramontavano
-le ultime stelle.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Qualcuno chiamava l'alba dal cortile.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo ebbe un scatto nervoso e
-rientrò dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Aspettatemi un momento. Torno subito.
-</p>
-
-<p>
-Giunse Rigaglia con la vettura.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è il padrone?
-</p>
-
-<p>
-— Viene.
-</p>
-
-<p>
-Non tardò molto. Quando comparve sulla soglia
-aveva la faccia rasserenata.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso possiamo andar via.
-</p>
-
-<p>
-Rigaglia non chiuse la porta se non quando li
-vide svoltare in fondo alla strada.
-</p>
-
-<p>
-Allora tirò un sospiro di liberazione e si diresse
-al cortile.
-</p>
-
-<p>
-<i>Tok-tok... tok-tok...</i>
-</p>
-
-<p>
-Si fermò all'improvviso. Che cosa vedevano
-mai gli occhi suoi?
-</p>
-
-<p>
-Lungo disteso in mezzo al cortile, sobbalzante
-ancora negli ultimi spasimi dell'agonia era il gallo
-<span class="pagenum" id="Page_559">[559]</span>
-Francesco, il suo bel gallo, l'amore dell'alba e
-della luna piena.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavalier Mostardo, prima di andarsene,
-aveva regolato l'ultimo conto: gli aveva tirato il
-collo.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE
-</p>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="opere">
-<p>
-DELLO STESSO AUTORE
-</p>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="3" class="center">NOVELLE</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Anna Perenna</i></td> <td>Treves,</td> <td>Milano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>I Primogeniti</i></td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>L'Alterna vicenda</i></td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Le novelle della guerra</i></td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>La vigna vendemmiata</i></td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Le novelle di ceppo</i> (<i>esaurito</i>)</td> <td>Quattrini,</td> <td>Firenze</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Tre bimbe a vendere!</i></td> <td>Vitagliano,</td> <td>Milano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center">ROMANZI</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Il Cantico</i></td> <td>Treves,</td> <td>Milano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center">IL CARNEVALE DELLE DEMOCRAZIE</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Gli uomini rossi</i></td> <td>Treves,</td> <td>Milano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Il Cavalier Mostardo</i></td> <td>Mondadori,</td> <td>Roma</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center">AL TEMPO DEL CORE</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>L'ombra del mandorlo</i> (10º migliaio)</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Fior d'oliva</i> (<i>in preparazione</i>)</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center">I ROMANZI DELLA POVERA VITA</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella</i> (10º migliaio)</td> <td>Mondadori,</td> <td>Roma</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2"><i>Caterina dal doppio erre</i> (<i>in preparazione</i>)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center">POESIA</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Solicchio</i></td> <td>Treves,</td> <td>Milano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Il passante</i></td> <td>Mondadori,</td> <td>Roma</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Storie di immagini</i></td> <td><span class="nospace">Istituto Edit.,</span></td> <td>Milano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center">TEATRO</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Le tre fanciulle</i></td> <td>(commedia)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>La masnada</i></td> <td>(dramma)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Il Cavalier Mostardo</i></td> <td>(commedia)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center">VIAGGI</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Il diario di un viandante</i></td> <td>Treves,</td> <td>Milano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Poeti di conquista</i></td> <td>Taddei,</td> <td>Ferrara</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Da Comacchio ad Argenta</i></td> <td>Arti Graf.,</td> <td>Bergamo</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Il Gargano</i></td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>L'Arno</i></td> <td>Alinari,</td> <td>Firenze</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Ravenna la Taciturna</i></td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Un Tempio d'amore</i></td> <td>Sandron,</td> <td>Palermo</td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Essere dentro</i>, locuzione comune in Romagna, e significa:
-essere in prigione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nella Città del Capricorno, in quel di Romagna, è vezzo
-corrente chiamar «bastardi» anche i figli legittimi. Chi sa poi perchè!</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scure, mannaia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Errore facile, fra gli incolti, in Romagna. Da <i>Stifelius</i>
-riescono a <i>vestito felius</i> perchè <i>vstì</i>, in dialetto romagnolo, vuol
-dire vestito.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Esclamazione romagnola intraducibile. Corrisponderebbe ad
-un dipresso, a capperi!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pestapévar</i> era la maschera della Città del Capricorno e una
-specie di Arena in legno, nella quale si tenevano comizi e si organizzavano
-danze indifferentemente.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Il Cavalier Mostardo, by Antonio Beltramelli
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CAVALIER MOSTARDO ***
-
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-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
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-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
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