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-Project Gutenberg's Ricordi d'infanzia e di scuola, by Edmondo De Amicis
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-
-Title: Ricordi d'infanzia e di scuola
-
-Author: Edmondo De Amicis
-
-Release Date: April 21, 2020 [EBook #61885]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA ***
-
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-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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- EDMONDO DE AMICIS
-
-
- RICORDI
- d'INFANZIA
- e di SCUOLA
-
- SEGUÌTI DA
-
- BAMBOLE E MARIONETTE — GENTE MINIMA
- PICCOLI STUDENTI — ADOLESCENTI
- DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1913
-
- Quattordicesimo migliaio.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA.
-
- _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
- tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
-
- Tip. Fratelli Treves.
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-AL DOTTORE ANGELO BOCCA SINDACO DI CUNEO
-
-CARO AMICO DEI MIEI PRIMI ANNI INSEPARABILE NELL'ANIMO MIO DALLA
-MEMORIA DELLA CITTÀ ILLUSTRE E BELLA A CUI MI LEGA AMORE E REVERENZA DI
-FIGLIO.
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-RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA.
-
-
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-
-I primi anni.
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-La traccia più remota ch'io trovi in me della mia coscienza è quella
-d'un giorno che stavo giocando sopra un mucchio di sabbia con un mio
-fratellino, maggiore di me di due anni, il quale morì quand'io n'avevo
-quattro, non lasciandomi neppure una vaga reminiscenza del suo viso.
-In che maniera mi sia rimasta l'immagine di lui in quel punto, e non
-l'ombra d'un ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua morte, che
-avrebbe dovuto lasciarmi un'impressione profonda, è uno di quei tanti
-misteri della memoria, che tenta invano il nostro pensiero. E non è
-meno misteriosa per me la certezza assoluta che ebbi sempre, che quella
-larva con cui giocavo quel giorno era mio fratello, quantunque non
-abbia nessuna ragione d'esserne certo. A me pare che la mia esistenza
-sia incominciata in quel momento. Ma dopo di questo ricomincian le
-tenebre, e non ritrovo più il lume d'una ricordanza che molto tempo di
-poi: quello d'avere una volta, scendendo la scala di casa, contato i
-miei anni, che eran cinque, sulla punta delle dita, e d'aver pensato
-che mi sarei potuto chiamar grande quando per contar la mia età
-mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. D'allora in poi gli
-avvenimenti di cui mi rammento, benchè separati ancora da molti spazi
-oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui monti, sono chiari nella
-mia memoria come quelli dei periodi più recenti della mia vita.
-
- *
-
-Mio padre, genovese, era banchiere regio dei sali e tabacchi in una
-piccola città del Piemonte, che è per il sito e per i dintorni una
-delle più belle d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano,
-che si protende a punta e sovrasta al confluente d'un fiume e d'un
-torrente, i quali la cingono come d'un abbraccio; e di là dalle rive
-si stende, ascendendo ad anfiteatro, una campagna floridissima, tutta
-macchie e vigneti, coronata dalle Alpi imminenti. Tutti i ricordi
-dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde vivo di quella
-campagna, sull'azzurro chiaro di quelle acque, sulla neve luminosa di
-quelle alte montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che guardava
-da una parte sul fiume, e aveva a terreno l'ufficio e i magazzini,
-e davanti un giardino, un orto, due grandi pergolati, e un vasto
-cortile; il quale si riempiva due volte la settimana dei carri dei
-rivenditori, discesi a far le provviste fin dai villaggi più lontani
-del circondario; e quei giorni era un moto, un traffico, un rumorìo
-di mercato, nel quale io mi tuffavo con gran piacere, correndo qua
-e là fra le bestie e la gente e su per i sacchi e le casse, curioso
-e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal pensiero che tutto
-quell'affaccendamento mettesse capo a mio padre, che mi pareva un
-personaggio più potente d'un ministro. Ma le impressioni più belle
-e più forti di quei primi anni furono quelle che ebbi dalla natura:
-tanto belle che, ripensando a quel tempo, mi pare che non ci siano
-più stati al mondo splendori di sole così sfolgoranti, lumi di luna
-così limpidi, primavere così fresche e così odorose; tanto forti che
-anche ora il piacere che mi dànno l'aurora, il tramonto, la pioggia, la
-neve, l'odor della terra e il profumo delle rose e delle viole, deriva
-in gran parte dal ricordo delle sensazioni che tutte quelle cose mi
-destavano allora. Per il luogo e per le circostanze in cui trascorsi la
-mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. Mi è sempre stato
-un conforto dolcissimo il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di
-quella vasta bellezza alpina, in quella casa grande e sonora, inondata
-di luce e scossa dai venti, tra il verde di quel giardino che mi pareva
-immenso, in mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, di lavoro
-e di grida, che metteva in moto ogni momento la mia immaginazione e le
-mie gambe, e mi faceva vivere una vita intensa e varia, tra cittadina
-e campestre, un po' da figliuol di signore e un po' da ragazzo
-d'officina, libera e vigorosa come l'aria purissima che respiravo.
-
- *
-
-Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora sorridere, è la
-condizione singolare in cui mi trovavo davanti a mia madre e a mio
-padre in riguardo del linguaggio. Portato via, che non avevo ancor
-due anni, da Oneglia, dov'ero nato e cominciavo a balbettare il
-genovese, e trapiantato in una città dove si parlava un dialetto
-diversissimo, avevo scordato quello affatto, e imparato questo dalle
-persone di servizio e dai miei nuovi concittadini coetanei avanti che
-i miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; perchè ai bambini
-il linguaggio che intendono dai compagni di gioco e dagli inferiori
-ossequiosi si attacca più prontamente di quello che sentono in casa.
-Ne seguì che per un bel pezzo mia madre ed io ci capimmo poco o punto;
-ed eran scene comiche, che facevan ridere tutti i presenti, quando
-essa mi dava una lavatina di testa in genovese ed io mi giustificavo e
-protestavo in piemontese, e la disputa andava per le lunghe, essendo
-grammatica tedesca per ciascuna parte le argomentazioni dell'altra;
-tanto che molte volte, per finirla, bisognava chiamare per interprete
-uno dei miei fratelli. E così a tavola due volte il giorno, essendo io
-il solo che parlasse il nuovo dialetto e non capisse l'altro, feci per
-molto tempo la figura d'un forestiero intruso, d'un trovatello raccolto
-nella città nuova, impacciato a chieder molte cose e costretto spesso
-al silenzio, come quei viaggiatori che si trovano solitari a una tavola
-rotonda d'albergo in mezzo a commensali di un'altra nazione. Non fu che
-anni dopo che cominciai a parlare in casa il mio dialetto d'origine,
-che ora posseggo quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il colore
-del concio piemontese, e però son sempre rimasto il più piemontese
-della famiglia; benchè, passata la prima gioventù, mi sia nato e andato
-crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente delle memorie
-familiari, un affetto dolce e profondo per la mia regione nativa.
-
- *
-
-Fra le memorie della mia infanzia tiene un posto di principessa,
-accanto a mia madre regina, una vecchia serva, uno dei cuori più
-buoni e più dolci ch'io abbia conosciuto al mondo; della quale ho
-davanti agli occhi, lucidissimo, il piccolo viso sorridente, vero
-specchio dell'anima, e sento ancora la voce amorosa e tremola, di
-cui si diceva in casa che pareva la voce d'un'anima del purgatorio.
-Si chiamava Maddalena. Era come una seconda madre per me: nascondeva
-le mie piccole malefatte, si rallegrava come una bambina d'ogni mia
-gioia, s'affannava d'ogni mia sbucciatura come d'una grande disgrazia,
-e mi dava dei santi consigli dalla mattina alla sera; ed io le volevo
-bene come un figliuolo, le stavo appiccicato alle sottane ore intere,
-a farmi raccontar cento volte le stesse storielle, che mi parevan
-portenti di fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere al suono del
-suo canto lamentevole, che somigliava alle nenie degli Arabi. Posso
-dire che le ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare che,
-se c'è un mondo di là, dove dobbiamo rivedere le persone care, sarà
-lei una delle prime che cercherò nello sciame bianco, e di quelle a
-cui volerò incontro con un remeggio d'ali più vigoroso. Strani giochi
-della memoria! Perchè essa mi condusse una sera con altri ragazzi a
-fare i rotoloni giù per una china, verso il fiume, dov'erano moltissime
-lucciole, la sua immagine mi si presenta quasi sempre coronata di
-lucciole, come la Madonna di stelle; e perchè fu lei che m'insegnò
-a intrecciar coroncine coi fiori rossi e azzurri che fanno tra il
-grano, oggi ancora mi balena davanti il suo viso ogni volta che vedo
-accoppiati, o in natura o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta
-impressa così addentro nel cuore quella buona donna, che anche al
-presente, quando sogno qualche mio grande dolore, vedo qualche volta
-lei, con la rocca infilata nella cintura del grembiale, che mi guarda
-con viso ansioso, come faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la
-sua voce dolce che mi dice parole confuse di compassione e di conforto.
-Ah! se la rivedessi viva, quando mi risveglio da quei sogni, come darei
-ancora il capo bianco alle sue braccia, con che dolcezza piangerei
-ancora sulle ginocchia della mia vecchia Maddalena!
-
- *
-
-Non per altro che per ignoranza, con l'intento di ricrearmi, fu lei che
-fece di me per un certo tempo una delle vittime più compassionevoli,
-che siano state mai, del terrore dei fantasmi; e questo con un solo
-racconto, che essa disse sbadatamente, filando — me ne ricordo bene —
-e dando ogni tanto un'occhiata alla pentola, dove bolliva la minestra
-per la cena. Era la storia della Morte, che, beffata da un ragazzo,
-gli annunzia che verrà a pigliarlo nel letto la notte; e il ragazzo, la
-notte, sente prima il passo di lei per la strada, poi all'uscio della
-camera, poi dentro; e infine la Morte se lo porta via. Questa storia
-mi diede una vera malattia di paura. D'immaginazione viva com'ero, io
-sentivo veramente, da letto, il passo della Morte, e rabbrividivo,
-sudavo freddo, tremavo da battere i denti; saltai più d'una volta
-giù dal letto e corsi nella camera di mia madre, gridando aiuto. E da
-quello mi nacquero cento altri terrori. Per molti giorni mi atterrì
-la solitudine anche di giorno; tremai alla vista improvvisa d'un
-lenzuolo steso, che mi pareva il mantello dello spettro; ebbi paura
-d'un vecchio allampanato, che da una finestra d'un ospizio di cronici,
-che prospettava la mia casa, mi guardava lungamente, quando giocavo
-nel cortile; e credo che mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato
-di fibra molto robusta. È ancora così forte in me il ricordo di quei
-tormenti che quando in una casa o in un giardino pubblico vedo una
-governante nell'atto di raccontare una favola a dei bambini, provo un
-senso d'inquietudine, e son tentato d'avvicinarmele, per assicurarmi
-che non racconti loro nulla di terribile, e per pregarla di smettere,
-quando ciò fosse. Povera Maddalena! Essa rimase più spaventata di
-me degli effetti della sua imprudenza, e fece punto fermo coi suoi
-racconti, inesorabilmente; ciò che le alleggerì di molto le fatiche del
-servizio, perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla tortura il
-suo povero cervello, che non era quello del Dumas padre, sebbene io le
-concedessi un uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! mai più! —
-rispondeva alle mie preghiere. — Che nostro Signore mi perdoni, povera
-testa _voida_ che sono stata!
-
- *
-
-I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno dei nostri facchini,
-il quale abitava in una casetta accanto al portone del cortile, e
-faceva anche da portinaio. Erano una tribù di ciabattoni, che facevano
-scala, come le canne degli organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne
-saltava fuori dalla casetta uno nuovo. Per me, figliuolo del padrone,
-avevano un certo ossequio di servitorelli, e mi ricordo che inclinavo
-ad abusarne. Ma su questo punto mio padre e mia madre erano severi,
-non me ne lasciavano passar una, ed è una delle cose di cui son loro
-più grato. Non si lasciavano sfuggire un'occasione di rintuzzare in me
-l'orgoglio signorile, d'inculcarmi il sentimento dell'uguaglianza e il
-rispetto della povertà. In ogni litigio che nascesse fra me e i piccoli
-mangiatori di polenta, se io non avevo proprio della ragione da buttar
-via, mi davano torto. E quando commettevo qualche grossa prepotenza,
-mia madre aveva un modo particolare di farmi ravvedere e chieder scusa:
-coglieva quel momento per fare alla famiglia uno dei regali soliti
-di biancheria o d'abiti smessi, che per quella povera gente era tanta
-manna, e voleva che portassi io stesso la roba, non accompagnato. Con
-la soddisfazione del compiere l'atto benefico m'entrava nel cuore
-il pentimento del sopruso, e con questo la vergogna; la quale alle
-volte mi teneva un pezzo titubante e mi faceva fare molti zig zag nel
-cortile, prima di presentarmi; e provavo poi un grande piacere quando,
-nel porger l'involto alla mamma, vedevo il piccolo offeso sorridermi,
-facendo capolino di dietro all'uscio, dove s'era rimpiattato al mio
-apparire. Il mio prediletto era Franceschino, un trippettino biondo,
-d'un par d'anni più di me, gran cacciatore di lumache al cospetto
-di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle crepe dei muri, e le faceva
-arrostire a modo suo, per semplice formalità, con un fiammifero. Un
-giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte da un sasso ch'egli aveva
-lanciato in aria alla cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse mia
-madre, e un momento dopo la portinaia, che s'avventò sul ragazzo come
-una furia per pestargli le ossa. Questi, scappando in giro come una
-rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia madre l'arrestò, e mentre
-m'aspettavo che facesse lei le mie vendette, gli mise le mani sul capo
-e se lo strinse al petto, per difenderlo, dicendo alla donna: — Non
-l'ha fatto apposta, non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi cacciò
-dall'animo come per incanto ogni risentimento, e quasi non sentii più
-il dolore. Questo si chiama educare.
-
- *
-
-Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo dipinto a fresco sulla
-vôlta d'una cappella del duomo, dove andavo la domenica a sentir la
-messa con la famiglia: un'alta figura alata, ravvolta in un camicione
-bianco, di viso soavissimo, che pareva mi guardasse coi suoi grandi
-occhi azzurri. Fu quella figura che mi destò il primo sentimento
-religioso, facendomi pensare quanto fosse dolce il vivere dopo la
-morte in mezzo a migliaia di creature così belle, buone e bianche,
-seduto sopra le nuvole, dentro una gran luce rosata, in un'aria odorosa
-d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che pensavo a quell'angiolo
-ogni sera, mentre dicevo il _Paternoster_ e l'_Avemaria_, prima di
-andare a letto, e che davo con l'immaginazione la sua forma all'angelo
-custode che credetti fermamente, per un pezzo, mi venisse accanto dalla
-mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo che sovente, nei miei
-giochi, m'interrompevo, per domandarmi dov'egli stesse in quel momento,
-se davanti a me o alle spalle o dai lati, se vicinissimo o un po'
-discosto, se con l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo attorno,
-qualche volta, con la vaga idea, se non di veder lui in persona, almeno
-qualche indizio della sua presenza, alcun che di bianco, una forma
-vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo la fede, se così può chiamarsi
-quello che allora sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto paura
-dell'inferno, al quale quasi neppur pensavo, come a una cosa che non
-riguardasse i ragazzi. La religione era per me come la visione confusa
-d'una grande bellezza e un sentimento indeterminato di tenerezza e di
-bontà per tutti e per tutto, fin per i più piccoli insetti, che nei
-giorni di zelo più vivo badavo a scansare coi piedi. Dal che seguì
-che quando ebbi in chiesa le prime lezioni di catechismo dal parroco,
-che non ci metteva nè miele nè fiori, mi parve che m'avessero mutata
-la materia, e, senza rendermene chiara ragione, rimasi male, come uno
-che, aprendo un libro con l'idea di leggere un poema, si ritrovi sotto
-gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special modo, senza però
-turbarmi, quel nodoso dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto
-di minacciare le pene eterne. Quando facevo a mia madre qualche domanda
-relativa alla religione, non la interrogavo mai che sul paradiso, che
-era per me l'oggetto d'una curiosità vivissima, e intorno al quale
-pensavo che i grandi avessero delle cognizioni molto più precise che
-i bambini. E quando udivo dire d'una persona morta: — È andata in
-paradiso, — credevo che si dicesse per aver visto veramente qualche
-cosa di quella persona, come un'ombra o una fiamma, volare in alto e
-perdersi nell'azzurro. Quel pensiero del paradiso fu così forte allora
-nella mia mente, che mi attrassero poi sempre, anche nell'età matura, e
-mi dilettarono vivamente l'immaginazione tutte quelle scene di teatro,
-anche rappresentate alla peggio, nelle quali per uno squarcio delle
-nuvole, a traverso a un velo bianco trasparente, si vedono in un fondo
-luminoso delle vaghe figure celesti, sedute in vari ordini di seggi,
-come nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il paradiso in una
-baracca di burattini ci ho altrettanto piacere che il più piccolo degli
-spettatori.
-
- *
-
-L'angelo custode non mi guardò dal crup, al quale scampai per miracolo,
-dopo che il medico m'aveva dato per perso. Non ho memoria alcuna
-dei patimenti provati, che furono atroci, come seppi poi da mia
-madre, poichè, già soffocato a mezzo, durai per ore a rantolare e ad
-annaspar con le mani, come un naufrago, rimovendo da me chiunque mi
-s'accostasse, come se mi rubassero l'aria, e supplicando coi cenni
-che si spalancasse la finestra. Ricordo soltanto che stavo spesso con
-l'orecchio teso per sentire se cantasse il corvo di fuori, perchè
-m'aveva detto Franceschino che il giorno prima della morte di mio
-fratello s'era sentito cantare un corvo sul tetto della casa. Ricordo
-d'aver visto per un momento ritta accanto al mio letto la forma nera
-del parroco. E un'altra cosa m'è rimasta in mente, che ancora mi fa
-fremere. Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, mio padre
-e mia madre l'accompagnarono nella stanza accanto; donde mi venne
-all'orecchio un suono di voci sommesse, e poi un'esclamazione terribile
-di mio padre: — _Anche questo!_ —; terribile al mio cuore in appresso,
-quando seppi che significava: — Anche questo figliuolo mi è tolto, —
-poichè il medico gli aveva levata in quel punto ogni speranza; ma non
-già allora, perchè non compresi. E così non compresi perchè mio padre,
-poco dopo, si sedesse a un piccolo tavolino accosto al letto, e menasse
-la matita sopra un foglio di carta, guardandomi spesso attentamente.
-Mi fu detto poi che, compiendo uno sforzo eroico, egli m'aveva fatto
-il ritratto a matita, per avere almeno quella memoria del mio viso,
-non ci essendo ancora in città, a quel tempo, nessun fotografo. Povero
-padre mio! Conservo ancora quel ritratto che mi fu lasciato da mia
-madre, e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, a pensare
-con quale strazio nell'animo furono fatti da lui tutti quei tratti
-minutissimi, che paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente
-quell'arruffio di riccioli bruni, sui quali egli era già preparato a
-darmi l'ultimo bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei parenti,
-la convalescenza, tutto è svanito dalla mia mente. Non mi rammento che
-la prima volta che fui riportato nel giardino, con un cuffietto in capo
-e un fazzoletto al collo, accompagnato a festa da tutti i miei, seguiti
-dalla povera Maddalena che piangeva dalla consolazione; rammento che
-era una mattina di primavera, e che provai un piacere delizioso, come
-se m'apparisse per la prima volta ogni cosa, al riveder la luce del
-sole, gli alberi fioriti, e il gatto, che si arrestò a guardarmi,
-stupito.
-
- *
-
-Fra quella e la prima impressione della scuola ne ricordo un'altra,
-che ebbi dalla prima cognizione d'un grande dolore umano, e che vorrei
-poter cancellare dalla mia memoria, in cui è incisa come una ferita
-nella carne. C'era accanto alla nostra casa l'ospedale militare, e
-davanti a questo una casetta, dove abitava l'amministratore, tenente
-di fanteria, con sua moglie: una coppia simpatica alla città intera,
-che parevano fratello e sorella, e che io vedevo spesso dalla finestra
-passare sul viale dei bastioni, con due bambini bellissimi, fra i
-quattro e i sei anni, che tutti ammiravano. Una mattina, tornando
-con Maddalena da una passeggiata, vedemmo molta gente che s'affollava
-davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai bersaglieri di guardia,
-tutti col viso alzato verso le finestre della piccola casa, dalle
-quali, tra varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo di
-donna violento, strozzato, disperato, più somigliante all'urlo che
-al pianto, e che a molti della folla strappava le lacrime. Maddalena
-interrogò qualcuno. La risposta gelò il sangue a me pure, benchè
-bambino. Era accaduto questo: che il farmacista dell'ospedale, dovendo
-mandare della santonina per i due bimbi malati, aveva mandato invece
-della stricnina, e le due povere creature, prese le polveri a un tempo,
-erano morte quasi nello stesso punto fra le braccia del padre e della
-madre. La buona Maddalena si cacciò le mani nei capelli e si diede a
-esclamare senza fine, piangendo dirotto: — Ah povera gente! Ah povera
-gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo sull'uscio di casa, che era
-l'ora di desinare, mi raccomandò in fretta di non dir nulla alla mamma,
-chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena entrata, al veder mia madre
-seduta, che piangeva, con la fronte nelle mani, comprendendo che già
-sapeva, proruppe in un'esclamazione d'angoscia quasi collerica, che mi
-scosse il cuore, benchè io non capissi ancora che era un'eco del grido
-eterno dell'umanità flagellata: — Signore Iddio misericordioso, come
-possono accadere di queste cose!
-
-
-
-
-La prima scuola.
-
-
-Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro
-che teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano
-ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai
-volentieri; m'hanno sempre attratto fortemente tutte le cose nuove:
-se la natura m'avesse dato la virtù del persistere pari all'ardore
-dell'incominciare, sarei forse diventato un pezzo grosso. Il maestro
-era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato, una figura
-di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che covava in quel tempo
-l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una ragazza ventenne; la
-quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui stava ritto
-sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di farsi
-beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva
-insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la
-scuola piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso
-un gran numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con
-colori chiassosi, e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima
-sui ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine, con scene
-relative a tutti i mestieri, animate da molte figure d'uomini e
-d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e che ricordo
-con una chiarezza maravigliosa, mi fecero un'impressione così viva
-e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura
-(Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.
-
- *
-
-Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due
-file di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni,
-l'altra per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno
-grigio. La distinzione non era soltanto nel posto e nel vestire; ma
-anche nel trattamento che usava il maestro, il quale faceva ancora una
-seconda distinzione fra gli esterni di famiglia cospicua e quelli della
-piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce per i signori, agrodolce
-per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava a ceffoni,
-scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo
-all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il
-figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti;
-intorno al quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra
-in casa sua, facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando
-assediati e assedianti con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran
-marenghi e i generali doppie di Genova, e i proiettili fiammiferi
-accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che
-compariva alla scuola a quando a quando, vestita con gran lusso; sulla
-quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei
-commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa non
-era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel
-povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi
-pareva allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un
-giudice di tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare
-dai carabinieri, e mi ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che
-un giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, il maestro,
-infuriato, afferrò il colpevole per un orecchio, e scotendogli il
-capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma non sai,
-di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che cose! Che
-tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata d'orecchi,
-forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.
-
- *
-
-Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non
-meno presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi
-didattici. Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica,
-in casa, avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro
-di lettura per vedere a che punto fossi, rimase maravigliato che io
-leggessi già quasi corrente, e ne diede la notizia a mio padre e a
-mia madre, i quali se ne rallegrarono come di cosa inaspettata. Mi
-rallegrai anch'io di quel riconoscimento ufficiale della mia uscita
-dalla classe illetterata; ma per una mia ragione particolare, da cui
-mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato che bastasse
-saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque libro,
-come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno
-medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi
-misi a leggere. Era il libro _Della tirannide_ di Vittorio Alfieri.
-Lessi una mezza pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento:
-non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico. E non me ne potevo
-capacitare. — O come va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano,
-so leggere, e non intendo nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un
-libro difficile: ne presi un altro. Era il _Primato_ del Gioberti.
-Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire allora che mi
-rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel regno della
-letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non
-confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il
-ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio,
-salito in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un
-tavolino, ne compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che
-sapeva leggere; ma lesse: — _Opere schelte._ — Io lo corressi, si
-persuase, e mi ringraziò. Fu per me una viva soddisfazione d'amor
-proprio che mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso agli
-“studi„.
-
- *
-
-Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il
-ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a
-Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di
-zio: una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di
-vagoni e di diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio
-e di tempo, che mi paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi;
-e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima, particolari di nessun
-conto, come un gatto visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso a
-una finestra, e dei via vai d'ombre umane senza viso, e suoni vaghi
-di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il sentimento
-provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della mia
-scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi
-guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea
-di vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un
-ammasso enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si
-disegnassero nel cielo come una cresta alpina, mostrando le bocche di
-mille cannoni e le baionette di un esercito di sentinelle. Credo che la
-mia passione di girare il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie
-che ebbi in quel viaggio; durante il quale mi rammento che mia madre
-doveva frenare di continuo le mie impazienze, ritenermi per un braccio
-quando mi lanciavo allo sportello, e farmi cenno di parlare più basso
-quando esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni a voce alta, che
-facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo per il diletto che
-provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai parenti per
-l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma
-anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel
-breve viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto
-che, tornato a scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi
-fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo
-ogni viaggio un rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi
-ritrovai in uno stato di coscienza intellettuale somigliante a quello
-che ci è frequente nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a
-considerare ciò che eravamo poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà,
-come dello stato d'un essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a
-una grande distanza.
-
- *
-
-Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo
-incancellabile. Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio
-mi diedero la notizia che era morto il giorno avanti un loro e mio
-condiscepolo, del quale ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono se
-lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente, e condotto da uno di
-essi, m'andai a affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno, dov'era
-disteso in letto il cadavere, col capo scoperto. Quel viso immobile e
-bianco, con gli occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore
-sovrumano, mi fece un senso così profondo di terrore e di ribrezzo,
-che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a casa,
-mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e non dissi
-una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi stava
-davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che
-sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio
-stato d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse,
-insistendo, a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità
-che m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da questo il discorso,
-impietosendosi per quel povero ragazzo morto in un ospizio di poveri,
-senza padre nè madre, che forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna
-assistenza amorosa, non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto
-senza un fiore sul feretro, e non ricordato da anima viva. Quelle
-parole mi destarono in cuore un senso di compassione e di tenerezza,
-che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò assai, e quasi coperse d'un
-velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei pensieri; a traverso
-ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo aspetto, più
-doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale della
-sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo
-dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin
-che fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che
-velavano di bianco ai miei occhi il fantasma della morte.
-
- *
-
-Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto
-faticosa, grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico
-di quel tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso la
-capacità cerebrale dei fanciulli. E fu sul finire del second'anno
-che incominciai a leggere qualche libro, e a comprendere. La prima
-commozione profonda che ebbi dalla lettura me la diede un capitolo
-del _Giannetto_ dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo
-protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure, ritrovandosi solo
-in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento,
-mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto fra
-i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il
-libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor
-mio che mai, mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda
-avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una
-sull'altra, egualmente profonde, due impressioni di natura opposta, e
-che potenza maravigliosa ha sulla fantasia fanciullesca ogni finzione!
-La mia seconda lettura fu la _Vita d'un bandito_: un vecchio libro
-ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca di casa, e che poi
-andò perduto; con mio grande rammarico, poichè ebbi più tardi cento
-volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte scossa che
-n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di che tempo
-fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste rubando
-e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi,
-dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo che
-mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e
-tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare
-in segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo
-consentisse, e che m'infervorai a tal punto in questo sogno che già
-dalle finestre di casa mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale
-via avrei preso per la fuga, e su quale delle alture lontane avrei
-fatto il mio primo bivacco brigantesco, e forse affrontato per la prima
-volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto male, se m'avesse
-potuto veder nell'animo, il povero autore del _Giannetto_!
-
- *
-
-Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì
-un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile
-carriera che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al
-quale volevo un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie
-ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come
-un cagnolino, e gli legai al collo una corda, con un nodo largo e
-fermo, che non gli desse noia, e non si potesse stringere. Ma, fatto
-appena il nodo, egli mi scappò, e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo
-rividi più per quel giorno. La mattina dopo, giocando nel giardino, lo
-vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come appostato, nell'atto
-d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse. Mi feci sotto
-l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi
-fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo come
-un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi
-a confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di
-non dir nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre
-mi perdonò e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto,
-nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento terribile quando mio padre,
-a tavola, uscì a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto
-rosso, che non si vede più? — Non debbono esser sonate più terribili al
-primo fratricida le parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo
-fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino. Non potei reggere
-allo sguardo di mio padre, che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di
-sentirmi poco bene per scappar da tavola, e m'andai a chiudere nella
-mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore oppresso dalla paura
-e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la _Vita d'un bandito_. Al
-veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di aver mai
-l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica professione
-che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a questa
-conclusione: — No. Tu che sei ridotto in questo stato per la morte d'un
-gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo
-di ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole
-più riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello.
-E rinunziai da quel momento alla vita del brigante, e ridivenni
-_Giannetto_.
-
- *
-
-Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre
-inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro,
-dove una povera compagnia drammatica rappresentava il _Tartufo_ del
-Molière. Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia
-non appannò nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il
-bellissimo nulla. Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando
-Tartufo, torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla signora:
-— _Voi avete certe armi!_ — tutto il teatro diede in una risata,
-della quale non compresi il perchè, non vedendo indosso all'attrice
-nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali sono queste
-armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo una breve
-esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la bellezza,
-la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma
-per me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine
-dei palchi, il lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il
-telone dipinto, che rappresentava una rivolta di popolo contro un
-feudatario del medioevo: la commedia non mi parve che un accessorio
-di quelle maraviglie. E all'uscita feci rider mio padre esclamando
-con entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon padre mio!
-Anche privando sè di molte cose, egli ci procurava ogni specie di
-divertimenti, e quando mia madre gli faceva qualche osservazione sulla
-spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri figliuoli; abbelliamo loro
-la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il loro avvenire?
-Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.
-
-Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu
-sempre turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva
-distolto, morendo, dalla via della violenza e del sangue.
-
-
-
-
-Qui, quae, quod.
-
-
-Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole
-pubbliche, in _Prima Grammatica_, come si chiamava allora il primo
-corso di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri
-che hanno la smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre
-il palio, come se la loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da
-una infinità di casi intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto
-ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi studi un anno o due
-avanti gli altri non conta il minimo che. Questa smania non aveva già
-mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma l'esperimento,
-benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo
-presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità,
-che pure erano allora meno difficili d'adesso.
-
-Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella
-grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o
-quattro anni più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di
-reverenza paurosa quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito,
-che torreggiava sopra i banchi come un castello feudale sopra le
-casipole d'un villaggio. Il professore, un uomo sulla quarantina, di
-viso aristocratico e grave, sempre insaccato in una gran palandrana
-oscura, che pareva un prete spretato, ci faceva dire le preghiere in
-coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse da sei
-anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra, picchiava spesso e
-sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più volentieri sui panni
-rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle mani, era un
-buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo potere
-di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di
-tutto quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate,
-di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del
-giorno onomastico del professore, che si soleva festeggiare allora,
-in tutte le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per il quale
-la scolaresca si dava moto quindici giorni avanti. Il regalo fu fatto
-quell'anno in un modo comicissimo, che mette conto d'accennare, per
-dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. Si mise trenta soldi
-ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin
-di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne
-per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò
-che avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon
-diversi, si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa
-d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi
-che il professore aveva da quindici giorni la tosse, propose di
-coronare il regalo con otto soldi di gomma arabica. E come fu portata
-la roba! _Coram populo_, di pieno giorno, come il Santo Sacramento, da
-tutta la compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa, portato
-dal più alto della classe; poi uno col mazzo, tenuto su come un
-flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in
-mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una processione
-rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente che
-si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di
-Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un
-ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente,
-e da certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece
-di gomma arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor
-da dire: la scena della presentazione fu assai più amena. Era presente
-la signora. Tutto era già stato offerto, il professore aveva già fatto
-il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli il nostro amore con lo
-studio invece che col vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando
-il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare il suo presente, si fece
-innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città,
-disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora questo! — e poichè
-quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse,
-signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che per
-alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione
-delle pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo
-il _qui quae quod_ riprese tutta l'asprezza dell'antico impero,
-ricominciarono a grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo
-droghiere dovette riconoscere che non serve la gomma arabica a mutar
-l'andamento delle cose umane.
-
-
-
-
-I bersaglieri.
-
-
-Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che
-ebbe un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici
-anni dopo in un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che
-finisce forse con queste pagine: la passione per i soldati. O a dir
-meglio: per i bersaglieri, che erano il solo presidio della città;
-chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son certo che quella
-passione sarebbe stata assai men forte, avendo principalmente giovato
-a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del tempo e con la
-mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza
-degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La
-Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in
-alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole
-assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera
-frenesia, che non valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè
-danni. In tutti i giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo
-le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai
-pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle
-marcie in campagna, allontanandomi di parecchie miglia, anche sotto
-la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da impietosire i
-sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia,
-non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle
-finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo,
-lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche
-volta in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai
-presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi,
-i segnali delle trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di
-quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali
-della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano,
-chiamandomi per nome, come un cagnolino familiare. E non ero un
-semplice dilettante, che si contentasse di guardare: negli intervalli
-di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i
-crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi: andavo
-ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un
-soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a
-spolverar le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi
-davano di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in
-terra per lo sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando
-a quel tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento
-veramente, come se lo aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle
-uose, e quello delle cartucce rotte e del fumo delle schioppettate,
-e fino i vapori caldi della zuppa che venivano su dalle cucine della
-caserma. A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato e col capo
-nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un cialtroncello scappato
-dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era mio padre,
-ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo già
-una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato
-dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla
-più parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni
-di simpatia, che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la
-voce, le diverse pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso,
-e persino l'andatura! E ricordo pure che in quelle mie corse al suon
-delle trombe e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione
-la mia immaginazione era in continuo lavorio febbrile, tutto visioni
-di accampamenti e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni specie,
-nelle quali mettevo in azione, sempre vincitori ed eroici, i miei
-soldati prediletti. Fu così viva quella passione che oggi ancora la
-campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua che
-la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano
-sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle
-baionette dei bersaglieri.
-
-Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome,
-e ho ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora
-subalterni, che raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea,
-a San Martino, a Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un
-grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con
-timida curiosità, perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie,
-per punizione, ed era vero; il famoso tenente negro, Amatore; il
-figliuolo di Sebastiano Tecchio, allora sottotenente, ancora imberbe,
-che pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste infiorate; il tenente
-Franchini che, quando fu maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il
-famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello che poi, colonnello,
-arrestò Garibaldi a Aspromonte, e che io vidi una mattina, andando a
-scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente ferito al ventre
-in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il giorno
-dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo:
-— Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie
-budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono
-le mie relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale
-dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la
-_bassa forza_, come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e
-di rispetto, e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando
-davanti a certi vicoli, in cui non entravano le donne oneste, vedevo
-qualcuno dei miei amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo un
-senso penoso, un misto d'accoramento e di vergogna, che mi lasciava poi
-per un pezzo scontento, come per la perdita d'una cara illusione.
-
-
-
-
-Il caporale Martinotti.
-
-
-Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più
-cari ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere,
-nativo di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media,
-robusto e svelto, un vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio;
-ma pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; che si chiamava
-Martinotti. Prese simpatia per me a forza di vedermi galoppare, con la
-lingua fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo relazione in piazza
-d'armi. Poi cominciammo a passeggiare insieme nelle ore ch'egli era
-libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava come un uomo; il che
-m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di gratitudine. Mi parlava
-della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi raccontava la
-cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande gravità,
-e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa
-non discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli
-chiamavano “il generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi
-del tu; ma non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per la strada
-accanto a lui era un trionfo per me, e quando mi conduceva al caffè
-a bere la gazosa, andavo in gloria: non mi sarei insuperbito di più
-se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi chiamava col nome di
-battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è, troppo lungo, e
-di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò
-un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li portai a casa
-come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della giacchetta, e con
-quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino, che era un
-latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia adorazione per
-lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e fischiavo dalla
-mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso ai suoi
-trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella felicità.
-So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il Martinotti
-dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del mio
-cuore. Finì invece bruscamente.
-
-Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, incontrandomi sui
-bastioni, egli mi disse:
-
-— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non
-capivo, soggiunse: — Vado in Crimea.
-
-Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come,
-non m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui.
-Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione,
-guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi
-dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica
-ammazzar tutti. E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino,
-coraggio. Ci rivedremo.
-
-Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e
-poi scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce
-d'un superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato,
-diedi a mia madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il
-caporale Martinotti.... va alla guerra!
-
-— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi,
-che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione.
-
-La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il
-battaglione era partito la mattina.
-
-E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le
-rotaie luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo
-con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di
-mistero, donde pensavo che non sarebbe tornato mai più.
-
-
-
-
-La guerra di Crimea e i miei amici poveri.
-
-
-La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi
-qualche traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse,
-che ne stupisco, considerando che avevo già allora quasi nove anni, e
-che le grandi cose delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero
-dovuto lasciarmi impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto
-quello che precedette la spedizione non ricordo altro che una frase: —
-Stiamo a vedere come si dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio
-padre, dal direttore delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel
-punto, in un angolo della sala da desinare, con una gamba sull'altra,
-e un braccio ciondoloni dietro la spalliera della seggiola. Della
-partenza delle truppe, dopo quella del battaglione del caporale, non
-rammento che un episodio, che si riduce nell'immagine d'una giovine
-contadina; la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando, col busto
-spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio disperato di
-dolore, gridava gli ultimi: — _Ciao! Ciao!_ — al treno fuggente sul
-ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni
-i pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la
-_Gazzetta del Popolo_ fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla
-commozione, la lettura della descrizione dell'incendio del _Croesus_,
-salpato pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo
-che durò la guerra non ho più altro nella memoria che una nebbia, in
-mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi scamiciati, raggruppati in
-fondo al mio cortile, che cantano in coro una canzone guerresca: vedo
-la bocca squarciata e torta di uno di essi, che si chiamava Clemente,
-e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in mente una
-strofetta di quella canzone, da cui si può argomentare che non ci fosse
-allora in una parte del popolino un'idea molto chiara delle nostre
-alleanze, poichè diceva:
-
- La caserma degl'Inglesi
- È situata in mezzo al mar,
- Napoleone coi suoi cannoni
- La faranno sprofondar.
-
-Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano,
-e che dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri
-rimasti, come se egli avesse portato via con sè tutta la poesia del suo
-Corpo e tutti gli entusiasmi del mio cuore.
-
- *
-
-Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei compagni di gioco di
-quel tempo, fra i quali ritorno spesso e mi trattengo lungamente col
-pensiero, poichè trovo in loro il primo perchè di molte idee, tendenze
-e simpatie, che ho conservate per tutta la vita. Essendo sempre aperto
-il grande cortile della casa, era il luogo di convegno e il campo di
-gioco di tutta la ragazzaglia del vicinato; onde mi trovai mescolato
-fin da bambino con ragazzi d'ogni condizione, la più parte figliuoli
-d'operai e di rivenduglioli; alcuni dei quali poverissimi, che
-perdevano i panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi dell'anno. Con
-questi ebbi per anni una famigliarità fraterna, cementata da scappate
-comuni in campagna, da scambi di busse e di regali, da rotture e
-rimpaciamenti, e da migliaia di partite di palla e di pila e croce e
-di piccole monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno che mi
-si lasciava troppa libertà, che quella compagnia non mi poteva riuscir
-che perniciosa. Ebbene, io son grato invece a mio padre e a mia madre
-d'avermi lasciato così la briglia sul collo, d'aver permesso che mi
-tuffassi così liberamente in quello stracciume (dal quale, del resto,
-date le condizioni della casa, non avrebbero potuto separarmi che
-segregandomi), poichè ho capito allora della vita e dell'animo della
-gente povera tante cose, che non capirà mai chi non è stato da ragazzo
-in mezzo a coetanei di quella classe sociale, chi non ha osservato
-in germe, per così dire, il popolo minuto, da cui ci separano più
-tardi troppi preconcetti e troppe diffidenze reciproche; perchè fu
-quella promiscuità coi piccoli scamiciati che mi fece nascere per la
-poveraglia una simpatia affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse
-poi sempre in mezzo agli umili, con sentimento d'amico, negli anni
-posteriori; poichè furono quelle amicizie che non lasciarono crescere
-nel mio cuore certe vanità e superbiole di “giovin signore„ le quali,
-svolgendosi col tempo, chiudono in molti le porte dell'animo a certi
-sentimenti d'umanità e di giustizia, che picchiano per entrare, troppo
-tardi. E quanto all'infezione morale, come dicono ora gli educatori,
-l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè ho a questo riguardo dei
-ricordi molto chiari: ricordo che fra i ragazzi del mio ceto, che
-conoscevo alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero dovuto infettare
-nel cortile, non c'era alcuna differenza nè in materia di cognizioni,
-nè in materia di linguaggio, nè in altro che si riferisse a cose
-proibite; che, anzi, se una differenza c'era, stava in questo: che i
-ben vestiti, ai quali l'agiatezza dava maggior libertà di spirito,
-e il buon nutrimento più vivacità d'immaginazione, lavoravano con
-questa intorno agli argomenti interdetti assai più continuamente e
-più volentieri che i poveri, distratti molto spesso dall'appetito
-insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, e dalle busse paterne,
-materne e fraterne.
-
- *
-
-Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun di loro dopo che
-lasciai la città; ma essi vivono, parlano ancora nella mia memoria,
-dopo più di quarant'anni, come se li avessi lasciati ieri: vedo ancora,
-oltre che i visi, i vestiti di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani,
-i rammendi delle camicie rozze, gli scarponi girati loro dai fratelli,
-e le capigliature inesplorate dal pettine, e le crepature dei geloni
-alle mani, e quasi sento ancora l'odore che portava ciascuno con sè del
-mestiere di suo padre. Ho conosciuto poi nella vita centinaia di uomini
-d'altre classi sociali, che corrispondevano mirabilmente nell'indole
-ai tipi diversi ch'eran tra di essi; posso dire anzi d'aver incontrato
-ben poche persone così originali di carattere, che non mi paresse
-d'averle già conosciute in embrione in qualcuno di quei piccoli “mal
-nutriti„; poichè noi possiamo cambiare quanto vogliamo e il tenor di
-vita e il cerchio degli amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre
-presso a poco in mezzo alla stessa compagnia drammatica, con quei certi
-personaggi e maschere inevitabili, che la natura ripete senza fine.
-Ricordo Tonino, figliuolo d'un carrettiere, che portava due cerchietti
-d'ottone agli orecchi, uno spirito satirico, che metteva tutti in
-canzonella, ma di cuor buono e d'un buon senso precoce, e dotato di
-molte piccole abilità meccaniche, che invidiavo e ammiravo; col quale
-m'era un piacere indicibile, un vero tripudio, nei giorni di pioggia,
-il far cuocere le castagne in un pentolino di terracotta, sotto una
-tettoia in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser stato colto
-dal temporale in un bosco, e d'essermi rifugiato in un antro, senza
-saper quando mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, un viso
-d'arabo, figliuolo d'un pescatore, invitto giocatore a castellina, che
-non lasciava una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, con
-cui nessuno la poteva nella lotta delle ingiurie, e che insolentiva
-qualche volta a pagamento: capace di durarla una mezza giornata
-per quattro fichi secchi; Tommasino, figliuolo del pollivendolo, un
-pallidino con un fil di voce, di animo mite, che piangeva per nulla,
-e che tutti si divertivano a tormentare; Giacometto, figliuolo della
-lattaia, piccolo e tarchiato, buon diavolaccio, e un po' melenso, ma
-che quando lo mettevano a un puntaccio dava in vere furie di torello,
-che facevano scappare tutti quanti. E il povero Andrea, che fine avrà
-fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un panattiere, che
-tutti picchiavano nella panatteria, così per spasso; un vero sacco da
-botte, e pure fresco sempre e pien d'allegria, come se i manrovesci e
-le pedate gli facessero l'effetto di docce igieniche: insuperabile a
-far saltare i soldi con la trottola e a saltare sui muriccioli a piedi
-giunti. E dove sarà il _frate_, figliuolo del cenciaio, a cui s'era
-dato quel soprannome perchè da bambino, per un voto fatto, era andato
-un pezzo vestito da fraticello; quel piccolo _frate_ che aveva un così
-bel testone di filosofo piantato per traverso sopra due spalle gibbose,
-e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi del vicinato, il più
-astuto e più ciarliero della compagnia, e tanto buffo da farci scoppiar
-dal ridere al solo suo apparire? E Gigetto, il ciabattino, gran
-rapinatore di nidi d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava
-in tutte le corse avventurose per la campagna, e che era regolarmente
-scapaccionato da sua madre ad ogni ritorno, perchè ritornava sempre
-mostrando una natica per un grande squarcio dei calzoni? E il piccolo
-Savoiardo, quel bel ragazzo biondo, sempre serio, orfano d'un oste,
-che i ragazzi più grandi tormentavano con certe allusioni misteriose a
-una sua sorella, sulle quali poi io meditavo lungamente.... Mi ricordo
-sempre d'una volta che essa venne a cercarlo nel cortile, tutta ben
-vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura di cuoio alla
-vita: mi ricordo che mandava un odore acuto d'essenza di violetta,
-e che per molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione quei
-riccioli ogni volta che sentii quell'odore.
-
-Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso è un ragazzo sotto
-i dieci, che si chiamava Clemente, quello della _Crinea_, figliuolo
-d'un'erbivendola, un tipo di monello compiuto, nel quale era il germe
-del delinquente. È il ricordo di costui che, prima ch'io leggessi
-alcun libro di Cesare Lombroso, mi persuase che ci sono dei delinquenti
-di nascita. Era un piccolo Don Chisciotte del delitto. Il suo ideale
-supremo era di diventare un farabutto famoso, e si gloriava d'esser già
-tale, con una impudenza da pestargli la faccia. Portava sempre in tasca
-un coltelluccio spuntato, per impaurirci, minacciando ogni momento di
-servirsene. Menava vanto d'esser tenuto d'occhio dalla polizia, di non
-aver paura dei carabinieri, di essere anzi già sfuggito più d'una volta
-dalle loro mani, e diceva che per arrestar lui due non bastavano. A
-sentirlo, andava in giro tutta la notte, e ogni notte compiva qualche
-prodezza, alla quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un occhio e
-appuntandosi con due dita uno dei baffi che non aveva. Ebbe un giorno
-la faccia tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi sul ciottolato
-certe macchie che egli diceva di sangue, sparso là da un uomo, da un
-prepotente, al quale egli aveva data una lezione; e un'altra volta,
-accennandomi la porta d'una stanza a terreno dell'ospedale civico, dove
-si esponevano i cadaveri degli assassinati, mi mormorò all'orecchio:
-— Sai? Ce n'ho già mandati un bel numero lì dentro! — Io sospettavo
-la smargiassata; ma che qualche cosa di vero ci fosse non dubitavo.
-E avevo di lui un gran terrore, che cercavo di nascondere, e me lo
-propiziavo regalandogli quasi ogni giorno le frutta di cui mi privavo a
-tavola, e anche roba che non mi spettava. Per questo egli s'atteggiava
-a mio protettore, e per buscar dell'altro mi dava a bere che avevo dei
-nemici, delle canaglie che mi volevan fare la pelle, e si vantava ogni
-tanto d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi e cacciati in
-fuga col suo coltello, mentre s'aggiravano in atto sinistro intorno
-a casa mia. E io facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica per
-ricompensare i suoi finti servigi di brigante amico.
-
-Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza nulla di grave;
-non era ancora che uno spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro
-che aveva già incominciato la carriera. Non veniva che di rado nel
-cortile, perchè abitava lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo;
-forse di nessuno. Era sempre in giro; passava più notti al lume
-della luna che sotto i travicelli, se pure aveva un tetto. Era un
-ladruncolo di mestiere, specialista delle frutta. Passando accanto
-a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, in presenza di chi si
-fosse, agguantava una pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con
-una tal velocità che non c'erano gambe che lo potessero raggiungere:
-era un ladro alato. Aveva una faccia trista. E come l'avrebbe potuta
-aver buona, povero ragazzo, cresciuto come una fiera in un bosco? Ma
-io non potevo allora sentirne la pietà che ne sento adesso. Temevo
-assai più lui di quell'altro, e per questo l'accoglievo con particolar
-cortesia quando onorava i miei poderi d'una sua visita. Un giorno,
-dopo avermi guadagnato un soldo al gioco delle bocce (lo lasciavo
-sempre guadagnare), egli infilò la strada per andarsene, ed io stavo
-osservandolo dalla soglia del portone. Passò in quel punto davanti
-a me un brigadiere della polizia, — un perticone alto due metri, con
-una durlindana che non finiva più; — il quale, vedendo il ragazzo alle
-spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce l'ho finalmente! — e
-slanciatosi di corsa in punta di piedi, a passi corti e rapidissimi,
-lo raggiunse e lo ghermì per un braccio. Quegli si mise a urlare
-come un disperato, chiedendo pietà e misericordia; ma il brigadiere
-tenne duro, e lo tirò via. Io rimasi agghiacciato dalla paura, con
-la coscienza d'un complice, a cui dovesse toccare la stessa sorte fra
-poco; e rientrato in casa pallido e tremante, stetti rintanato tutto il
-giorno, spiando tratto tratto dalla finestra, col tremacuore di veder
-comparire da un momento all'altro il brigadiere lungo, in aria di dire:
-— All'altro, adesso! — Non vidi più quel ragazzo dopo quel giorno.
-
-Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, tutti gli altri
-erano in fondo buoni figliuoli, incapaci d'una birbonata vera, alcuni
-affezionatissimi e già utili alle loro famiglie; e mi volevan tutti
-bene, nonostante i battibecchi frequenti, perchè, non tanto per
-proposito quanto per affetto, io non facevo sentir loro in alcun modo
-la mia superiorità di condizione. Il che non toglieva che facessi
-qualche volta il prepotente, per impulso d'istinto; ma ricordo che
-quando mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) ch'io facevo
-così perchè ero un signore, queste parole mi ferivano al cuore, e ne
-rimanevo umiliato e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare con ogni
-specie di cortesie, e anche d'adulazioni.
-
-
-
-
-Sul campo dell'onore.
-
-
-La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda
-di mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli,
-li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie
-militari con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo
-sempre con loro d'un nemico immaginario, col quale un giorno o
-l'altro ci saremmo dovuti misurare, e contro il quale essi s'andavano
-accendendo di giorno in giorno di generosa ira guerriera: tanto è
-facile montar la testa alle moltitudini coi fantasmi dell'onore e
-della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E veramente io
-vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova, senza
-saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione.
-L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città
-un altro piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola
-di Modena ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava
-pure un piccolo esercito contro un nemico creato dalla sua fantasia.
-Apprender l'esistenza l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar
-necessario il cozzo delle due schiere, fu una cosa sola. S'era bene
-italiani da una parte e dall'altra, e cittadini della stessa città,
-e in un tempo in cui la patria comune era impegnata in una guerra
-contro la Russia; ma si apparteneva a due parrocchie diverse, e questo
-bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo con disprezzo:
-— Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano con disdegno: — Quelli
-di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale e quale, e anche
-fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole della
-diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per
-iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una
-ventina di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta,
-dai loro accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate.
-Io m'ero messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo
-d'una vecchia tenda di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata
-di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo
-formidabile. Ma quando vidi apparire in fondo alla strada, alla testa
-dei suoi, il generale nemico, riconobbi con umiliazione ch'egli era
-assai più fieramente armato di me, poichè aveva in capo un vero e
-proprio cappello di bersagliere, con tanto di sottogola, un vero zaino
-sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani. A un segnale
-dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero incontro.
-Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata,
-come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali
-non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse
-stata decisa dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma
-fu vittima d'una illusione: scambiò con una lama vera il mio brando
-di legno inargentato, mi credette risoluto al sangue, die' indietro
-ai primi colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la via della
-sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio davanti ai Curiazi. Io gli
-detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava a
-guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A un certo punto,
-il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse con una
-mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il
-proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato
-dall'ira, mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me,
-sparì come un razzo. Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con
-la scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo
-rimasti noi padroni del terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato
-in due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre
-che era un colpo d'aria. Ma la galloria, ma il vampo che menammo di
-quel trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare. Per tutto quel
-giorno, e per qualche giorno appresso, non parlammo d'altro; tutti
-raccontavano episodi, tutti avevano fatto prodezze da Orlando; tale e
-quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già cessato da un pezzo il
-dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando inflesso come un
-arco, per far durare la gloria della ferita. Quante volte, molti anni
-dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io ricordammo quella
-famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo
-colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando lavorano i
-muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio di
-mattoni!
-
-
-
-
-Primi palpiti....
-
-
-Trovo a questo punto il ricordo di quel primo sentimento confuso e
-soavissimo, che si può chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la
-parola non può render che malamente, come il pennello il primo barlume
-dell'alba. Una sera, tornando da una passeggiata col portinaio, ci
-fermammo in una piazzetta dove dava spettacolo una famiglia di poveri
-saltimbanchi, e danzava in quel punto sopra una corda, con le sottanine
-corte e il bilanciere in mano, una ragazzina della mia età, di forme
-graziose e di viso dolce e triste, accompagnata da un organetto che
-suonava un'aria lamentevole. Le batteva in viso la luce d'un lampione;
-vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime: era forse stata battuta,
-o era digiuna o malata, e la facevano ballare per forza. Non so ben
-dire, ma ricordo bene quello che provai: un sentimento nuovo per me,
-una simpatia viva, dolcissima, piena di tenerezza e di pietà, diversa
-affatto da quanto avessi mai sentito fino allora in presenza dell'altro
-sesso; una commozione gentile e grave ad un tempo, della quale sentivo
-non so quale alterezza, e che mi lasciò pensieroso per tutta la sera,
-come d'un mistero, e compreso di quella malinconia che ci viene dalla
-solitudine della campagna all'ora del tramonto; ma non turbato neppure
-dall'ombra d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni di scuola
-e di gioco mi fosse già passata per gli orecchi molta parte dello
-scibile; anzi rifuggente con ribrezzo da ogni immagine impura che mi
-balenasse appena alla mente. Ciò che prova per me che non è quella
-peste incurabile che si crede la cognizione precoce (d'altra parte
-inevitabile, che che si faccia) di certe cose, poichè l'amore è più
-forte di lei, e quando si leva spazza via dall'anima, come un colpo
-di vento, ogni pensiero immondo. Disparve presto quella immagine;
-ma non rimase più vuoto il posto che ella aveva occupato: nel quale
-sottentrarono via via le piccole signorine più belle e più note della
-città, che usavano ballar tra di loro ogni domenica in una piazzetta
-del passeggio pubblico, mentre suonava la banda municipale; e tutti
-quegli amori furon della natura del primo, affettuosi e puri, tutti
-del cuore e della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe di gloria,
-da immaginazioni poetiche di nozze premature, di fughe avventurose,
-d'incontri romanzeschi in foreste e in deserti, di colloqui
-appassionati e sommessi nel silenzio delle notti stellate. Che sciocco
-errore è di far colpa ai ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di
-quei primi moti della passione, che sono invece la sola forza intima
-che possa preservarli dalla corruzione! Io ricordo che tutte quelle
-ragazzine m'apparivano come ravvolte in una infinità di veli, di cui il
-mio pensiero non raggiungeva mai l'ultimo; che le tenevo come creature
-sovrumane, le quali non avessero di fanciullesco che l'aspetto, così
-che restavo stupito, quasi deluso, quando nel passare accanto a loro,
-mentre discorrevano con le governanti o coi fratelli piccoli, le udivo
-dire qualche sciocchezza, come ne dicevano tutti i ragazzi della mia
-età. E avrei sentito una vergogna mortale se esse avessero potuto udire
-certi discorsi che facevamo fra di noi, e ogni allusione volgare che si
-fosse fatta a quella che per il momento stava sull'altare, m'avrebbe
-offeso nell'anima. Ma da quei discorsi, per quanto stava in me, esse
-rimanevano sempre fuori, come esseri inaccessibili alle volgarità di
-questa terra. Le nostre immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi
-avevan per oggetto persone d'altra età e d'altra condizione, nelle
-quali non si guardava nè a bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva
-che vedere la simpatia; e anche correva un lungo tratto tra l'audacia
-impudente delle parole e la vera capacità morale di peccare. Benchè il
-mio sentimento religioso fosse molto vago, e andasse soggetto a molte
-intermittenze, quello di cui si parlava così allegramente m'appariva
-pur sempre un peccato enorme, di conseguenze grandi e terribili
-nell'altra vita ed in questa; la prima delle quali pensavo che fosse
-un'immediata e profonda trasformazione morale, un'entrata violenta e
-pericolosa di tutto l'essere nella virilità, lo scoprimento istantaneo
-di molti misteri solenni della vita, una sazietà improvvisa di tutti
-i giochi e di tutti i piaceri della fanciullezza, e la morte d'ogni
-amore allo studio. Tanto è vero che, essendosi vantato con me quel tal
-Clemente, d'aver conosciuto l'albero del bene e del male, e avendomi
-raccontato che la sera della sua prima colpa era stato accompagnato
-fino a casa da una voce cupa e continua che veniva di sottoterra, io la
-bevetti come me la diede, e ne serbai per molto tempo un senso segreto
-di terrore.
-
-
-
-
-Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea.
-
-
-Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; del quale non
-conservo altro ricordo netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io
-feci in una traduzione dal latino a un esame mensile, il più sformato
-farfallone, il più buffo e scandaloso quiproquo che sia mai stato
-preso, credo, nelle scuole d'Italia, da che vi s'insegna la lingua di
-Cicerone, e che rimase meritamente celebre tra la scolaresca per tutta
-la durata del corso. Era.... Ma no, non lo dico, perchè non sarebbe
-creduto, perchè si penserebbe certamente ch'io l'avessi inventato per
-rallegrar la materia e per vantarmi d'aver superato in qualche cosa i
-confini dell'immaginazione umana: la memoria d'una tale scelleratezza
-deve scender con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il mio ricordo più
-vivo di quell'anno fu il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. Già,
-quand'era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova,
-avevo pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle
-battaglie e al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato
-il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava
-alle trincee di Sebastopoli? E se era vivo, sarebbe ritornato nella
-piccola città dove l'avevo conosciuto? Il giorno che si sparse la voce:
-— Arrivano due battaglioni domattina — fui fuor di me dal piacere e
-dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, credette di dovermi preparare
-a una delusione. — Bada — mi disse — ne son morti tanti! E poi, chi ti
-dice che non sia rimasto a Genova, o che non debba rimanere a Torino?
-— Quest'avvertimento mi rese pensieroso. Mi svegliai non di meno la
-mattina dopo con l'allegra certezza di rivederlo. Accorse ad aspettare
-i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano
-dalla stazione, sul margine d'un largo viale che saliva dalla strada
-ferrata ai bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra
-i primi spettatori.
-
-Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di
-tromba, e vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni!
-Ma che soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri.
-Eran tutti neri come beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi,
-con certe miserie di pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci
-dai cappelli logori: più fieri all'aspetto, senza dubbio, più belli
-cento volte di com'eran partiti; ma mi parevan soldati d'un esercito
-straniero, che dovessero parlare un'altra lingua, e di cui nessuno
-m'avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi
-della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che
-mi dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il
-mio caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore
-più forte. Ah! eccolo, ecco Martinotti.... Ahimè, fu l'illusione d'un
-momento. Il caporale era un altro. Martinotti non c'era. I trombettieri
-passarono. Rimasi col cuore oppresso. Guardai tutti i gallonati della
-colonna: non lo vidi. Ah! è morto — pensai — il mio buon caporale
-è morto! O è forse rimasto a Torino o a Genova, come mi disse mia
-madre, e non lo rivedrò mai più, come se fosse morto. — Non restava
-più da passare che una compagnia, e io stavo osservando un vecchio
-capitano che aveva una grande cicatrice a una guancia, quando udii a
-due passi da me una voce allegra: — O Mondino! — Mi voltai, come a una
-scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni di sergente, in serrafile,
-col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso abbronzato,
-dimagrito, un po' invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto come
-avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon
-sorriso d'una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con
-un: — Ah! — che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi
-cacciai tra le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi gridò,
-e non ebbe tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra
-gli applausi e gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe
-dietro alla colonna per accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno
-dopo, con che festa si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò
-più salda di prima. Ma, cosa strana, non ricordo assolutamente nulla
-delle molte cose della guerra ch'egli mi deve aver raccontate quel
-giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente alcun particolare delle
-nostre relazioni dopo il suo ritorno. La sola cosa che ricordo, dopo
-quell'avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i soldati
-nella piazza d'armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime
-tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato. Ma anche di questo
-non conservo che un'immagine confusa, come d'uno spettacolo visto di
-sfuggita, e a traverso un velo di vapori.
-
-
-
-
-Il furore della pittura.
-
-
-La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè,
-indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar
-carta coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero
-furore di maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si
-tratta d'una piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi.
-Me l'attaccò un grande quadro, non ancor finito, rappresentante la
-battaglia della Cernaia, che mio padre mi condusse a vedere nello
-studio d'un bravo pittore lombardo (il Borgocarati, un eroe delle
-Cinque giornate) che era stabilito da anni nella nostra città. Fra
-gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo purpureo
-d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della
-tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista
-famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva
-quel grido. Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni,
-per aver fatto uno scarabocchio di battaglia, il quale era parso una
-maraviglia al mio buon padre, che l'aveva messo in un quadro, come una
-manifestazione non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno!
-Faceva tanto più onore al suo cuor di padre quell'errore perchè,
-senza aver fatto studi regolari, egli era intendentissimo d'arte, e
-disegnava, miniava e modellava con gusto squisito. Vadano pur cauti i
-padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè non avranno
-mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento vivissimo dei
-colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la
-musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti
-a una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti
-a un quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento
-che non si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me
-quello che avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano
-invece col menar la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia
-d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva neppur lampeggiare
-alla mia mente. Sciupai dozzine di scatole di colori a tingere risme
-di carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da confettiera
-al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più che altro la
-pittura militare; alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre,
-col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non
-si son combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della
-terra quante io ne scombiccherai in sei mesi col mio granatino della
-malora. Ne buttavo giù fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica
-di carnificine dipinte. Non si possono immaginare gli orrori che ho
-messi in acquarello. E siccome regalavo i miei lavori, come Massimo
-d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti, venne un tempo in cui
-ne fu invasa la città, e se ne vedevano appiccicati ai muri per la
-strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci delle stalle.
-Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli, perchè non
-mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza. Quante
-volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah! _di
-quanto mal fu matre_ quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera
-si moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal
-mio pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che
-il primo; non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso
-conio di famiglia; tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni,
-che lanciavo all'assalto sulla carta di protocollo, gridavano in coro
-contro il piccolo assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente,
-e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non son mica malcontento,
-ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di criminalità
-pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e
-deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili,
-fu quella rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da
-qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere
-effetti più gravi che lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura
-cittadine.
-
-
-
-
-Il regno del terrore.
-
-
-Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi
-rese quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia
-sbarbata e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due
-occhi chiari e freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non
-picchiava; ma era peggio che se picchiasse, perchè si serviva del
-latino come d'una frusta metallica, con cui ci faceva frullare come
-i mezzani di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli. Ci caricava
-di lavoro, ci oberava di pensi, non ci lasciava girar gli occhi, nè
-allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a una funzione funebre.
-Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne dovevamo tener
-dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle
-due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la
-mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria,
-che non ci dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente
-spietato. E il linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A
-ogni errore di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la
-sua famiglia — Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera
-— Questo è uno sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla
-cacciare in prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti
-ridotti un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del
-_nuovo metodo_, imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al
-suono del comando: — Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento
-delle dieci lezioni quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel
-gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava
-lo stato di tutti! Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta
-nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un respiro di mantice; ma un
-respiro solo, perchè egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a
-sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa, che comparve il
-primo giorno in divisa di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla
-parete, accanto alla cattedra. Credendolo della stoffa dell'altro, di
-cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto armato per far fuoco
-sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che ci restituì alla
-vita umana. Ma quel paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali il
-tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con
-raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando.
-
-Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora
-stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non
-temesse Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica,
-che rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto
-di ribellione. Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con
-risposte o atti insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo
-disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà di non studiare;
-e non c'era rimprovero nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè
-_piegar sua costa_. Egli affrontava i fulmini fissando negli occhi al
-professore uno sguardo da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo.
-Il professore castigava i rei facendoli stare in ginocchio
-sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava
-inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte
-alta, in un atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica,
-nel quale grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo.
-Il tiranno si rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla
-scuola egli abbia passato più tempo in ginocchio che seduto, e che,
-se è tuttora in vita, debba avere ancora i calli alle giunture, come
-quei maomettani fanatici che hanno fatto il viaggio alla Mecca carponi.
-O anima altera e disdegnosa! Dovunque tu sia, possa raggiungerti
-questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno di schiavitù e
-d'inginocchiatura.
-
-L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto,
-di viso precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da
-Saluzzo, mi pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che
-gli allentava la briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo
-tutti con certa ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente
-della sua libertà; ci appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica,
-come un eroe del Byron, e poichè, diffidando di noi, non accennava che
-velatamente, e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle sue poche
-parole oscure cento interpretazioni fantastiche, assai più ardite e
-profonde del suo pensiero. Risento ancora la commozione della scena
-solenne che seguì una mattina, quando il professore, informato non so
-da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca
-davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un presidente di Tribunale
-statario, gli disse: — Nefande cose ho saputo sul conto suo, signor....
-tal dei tali!
-
-E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte!
-
-E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del
-consorzio civile!
-
-E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve!
-
-E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!
-
-Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse;
-durò per un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica,
-veramente. Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve come
-l'immagine incarnata di tutte le corruttele e di tutti i delitti della
-decadenza di Roma.
-
-Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo
-solo che c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia
-eterna, e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe fuori con
-voce cavernosa e roteando gli occhi in modo da dar la terzana, e che,
-finita la lezione, non per ribrezzo di lui, ma per terrore del tiranno,
-sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore come un maledetto da Dio.
-
-Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio
-notaio, figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che
-aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a
-musaico, a furia di frasi raccattate qua e là con una pazienza di
-santo, e messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte
-proprio con la forza, a marcio dispetto della logica e del senso
-comune, che per lui non contavan nulla, purchè la lingua e lo stile,
-come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo ancora
-davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi
-intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.
-
-Il professore gli disse: — Ma io non capisco.
-
-— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine.
-
-— Ma che frasi sono, che io non le intendo?
-
-— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa.
-Capire alla prima è impossibile!
-
-E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si rimise a sedere
-scoraggiato, facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso:
-il vero latino non è più inteso.
-
-Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che
-fu il primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi _Una
-lotta fra il leone e la tigre_: argomento in armonia con la mia natura,
-si capisce. Ricordo che incominciava con la frase: _Sul rosseggiar del
-cielo_, ed era tutto uno stridío di parole terribili, scelte tra le più
-ricche di erre e di esse, una musica infernale di ruggiti e di rantoli,
-una lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi, che finiva
-in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo, quando fui chiamato
-a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo, che risero
-insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile
-del Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E
-questo fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è adesso per me
-un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento che fruttò ai miei compagni
-di servaggio e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità collettiva
-ch'essi abbiano avuto in quella scuola dolorosa.
-
-Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter
-reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per
-l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e
-farneticare come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena
-se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi
-dalla scuola e di non rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi
-l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e
-uscii dai lavori forzati.
-
-
-
-
-Il maestro prete.
-
-
-Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far ripetizione di latino da
-un prete, un'ora il giorno, a casa sua, dov'egli stava con sua madre e
-una zia; le quali m'aprivano l'uscio pian piano, e scomparivano senza
-dir nulla, come due larve. Era un bel pretino biondo, fresco come una
-rosa, con due occhi azzurri vivissimi; i quali potevano far presagire
-agli accorti che presto o tardi egli avrebbe gettato il collare sur
-un fico; come lo gettò infatti pochi anni dopo per mettersi al collo
-una collana vivente. Ma, ahimè! il giovine maestro non aveva più
-voglia d'insegnarmi il latino di quello che n'avessi io d'impararlo.
-Il ricordo di quell'esperienza m'ha fatto poi avversario risoluto
-dell'insegnamento a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante e
-alunno siano due miracoli di buon volere), poichè quasi sempre manca
-all'uno e all'altro ogni stimolo; quando nella scuola collettiva,
-invece, lasciando anche da parte l'emulazione, s'avvivano e s'acuiscono
-le facoltà intellettuali del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro,
-per effetto della comunione che si stabilisce fra le menti, le quali
-quasi operano insieme, illuminandosi a vicenda. Sotto il tiranno
-Ezzelino ero ammazzato dalla fatica; col prete morivo dall'uggia. Per
-un po' di giorni simulammo tutti e due: egli lo zelo, io l'attenzione.
-Poscia più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento reciproco.
-Ci guardavamo alle volte l'un l'altro con due grand'occhi fissi, che a
-poco a poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi cade in deliquio;
-poi aprivamo la bocca insieme e ci tiravamo in faccia uno sbadiglio
-sgangherato, enorme, interminabile, in cui pareva che esalassimo fino
-agli ultimi _cuius_ tutto il latino che avevamo in corpo.... e non
-c'era molto di più nel suo che nel mio.
-
-Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita
-fra di noi, e infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una
-traccia profonda nella mia memoria. Era allora attivissima l'opera
-ecclesiastica per il riscatto dell'infanzia chinese abbandonata. _Ex
-abrupto_, il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi mi domandò se
-avrei accettato l'ufficio di raccoglier fra i ragazzi di mia conoscenza
-sottoscrizioni di dodici soldi l'anno, allo scopo di salvar dalla
-morte e dalla perdizione migliaia di poveri bambini del Celeste Impero,
-ch'eran buttati via come cenci o venduti come bestie; e aggiunse ch'io
-avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore, che tutti
-i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro
-di essi, due ragazzi e due ragazze, _scelti fra i più avvenenti_,
-avrebbero avuto l'onore di far la questua in una funzione solenne
-che si doveva celebrare in una chiesa della parrocchia; per la quale
-egli aveva composto i versi e la musica d'un inno, da cantarsi dalle
-voci migliori, fra cui poteva esser la mia. Fu come avvicinare una
-fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei bambini, l'ambizione
-dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del vescovo
-m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era misto
-di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò
-l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito,
-non sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale,
-troppo astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di
-utilità pubblica, che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili,
-stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e insegnerebbe con
-la dottrina la vita? Non mi pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo
-innanzi.
-
-Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato
-compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si
-ridestò in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a
-dire le preghiere la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi
-amore alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio d'imparar a
-servir la messa, e per questo mi diedi a frequentare una chiesa vicina
-a casa mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi di sacrestia,
-e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che mi regalava delle
-immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni, vedo
-arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par di
-respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi,
-il sapore d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi,
-una dolcezza quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che
-svaniscono se v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica
-che ci suonano alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in
-note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete.
-
-Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di peccato in quella serenità
-serafica. Il pretino dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa
-sua tutti i collettori e le collettrici, una ventina all'incirca,
-me compreso, per insegnarci l'inno da cantare in chiesa; il quale
-ricordo che incominciava col verso: — _Là nella Cina inospite._
-— Le collettrici eran quasi tutte signorine della mia età, alcune
-bellissime. La loro presenza mi produsse un vivo eccitamento. Quando
-mi ci trovai in mezzo non pensai più nè alla China, nè al vescovo,
-nè alla chiesa; non ebbi più anima e senso che per loro. C'era nella
-stanza del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto di quindici
-anni, figliuolo d'un organista, provava la musica dell'inno, fra
-l'ammirazione di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a cagione
-delle ammiratrici. A un certo punto, non potendomi più contenere,
-pregai il suonatore, con poca buona grazia, di lasciar suonare me
-pure. Parrà incredibile una tale ignoranza a quell'età; ma è un fatto
-ch'io credevo ancora che per suonare il pianoforte bastasse sapere il
-motivo che si voleva suonare, e picchiar le mani sulla tastiera, così a
-dettatura d'orecchio, come si fischia un'aria. Con questa sciocca idea
-insistetti tanto che il ragazzo, credendo ch'io sapessi di musica, mi
-cedette il posto per un momento. Immaginate quale fu alla prova il mio
-stupore e la mia vergogna. Una vergogna tale che, anche ora, dopo quel
-po' di primavere che son passate, quando mi ricordo tutt'a un tratto di
-quella bella figura, perchè non me ne torni a gola tutta l'amarezza,
-bisogna ch'io mi ragioni, e faccia onta a me stesso del mio orgoglio,
-ancora palpitante quando dovrebbe esser morto e sotterrato.
-
-Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci in quel periodo
-ecclesiastico della mia fanciullezza, e ricordo anche la peggiore per
-il gusto di schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. Venne
-il giorno della funzione solenne. La chiesa era piena come un ovo. Ai
-due collettori e alle due collettrici, che dovevano andare attorno con
-una borsina elegante a raccogliere le offerte, era stato assegnato un
-banco vicino all'altare. Modestia a parte, erano due bei ragazzi e due
-belle ragazzine. Di una di queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi
-moglie d'un Direttore della Banca Nazionale, e il mio collega diventò
-un avvocato celebre. Eravamo vestiti come principini, impomatati e
-inguantati: quattro splendori. Ci erano state indicate prima le file
-dei banchi dove doveva passare ciascuno. Durante la funzione io commisi
-il peccato di pensar troppo intensamente alla mia vicina, la futura
-banchiera, che era vestita d'un abito bianco, del quale sentiva la
-carezza il mio abito nero. Il cenno del prete che ci disse: — Vadano —
-mi sopraccolse in quel pensiero. Preso così all'improvviso a una così
-gran distanza dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, oltrepassato
-appena il primo banco, dove tutti, mi diedero un soldo, sbagliai, e
-invece di proseguire come dovevo, mi cacciai fra gli altri banchi,
-davanti ai quali era già passata una delle ragazze, e dove non ebbi
-più il becco d'un quattrino. Quella sequela inaspettata di rifiuti, che
-mi parve effetto d'antipatia personale, mi fece perder la bussola; non
-vidi più nulla; non compresi i cenni con cui si cercava di rimettermi
-sulla buona via; andai errando di banco in banco, alla cieca,
-impacciato e goffo, con una faccia di ebete, che invece di stimolar la
-carità provocava l'allegria, e dopo un pellegrinaggio interminabile,
-che fu una tortura mortale, ritornai al banco dei collettori,
-convertito per me in banco della berlina, con sette soldi nella
-borsa. Ahi, dura terra! Che cosa sono le impressioni di quell'età!
-Sta per morire il secolo che era allora a mezza strada, e ancora non
-posso sentir pronunciare la parola _collettore_, senza che una voce
-sarcastica mi mormori all'orecchio: — Sette soldi, signor collettore!
-Sette soldi, e che figurona!
-
-Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche dalle più grandi
-cadute. L'umiliazione patita in chiesa non tolse che fosse un giorno
-di festa per me quello in cui il nostro prete mi condusse con tutto
-il drappello dei colleghi e delle colleghe a far visita al vescovo.
-Questi era un vecchio tutto bianco, già curvo, di viso grave e dolce.
-C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi il Padre quaresimalista,
-che predicava allora nel duomo; un bell'uomo bruno, coi capelli lunghi
-e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno scienziato; la cui presenza
-impreveduta mi turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito
-un'invettiva terribile contro certi peccatori, con voce tonante e gesto
-minaccioso, egli aveva per caso fissato sopra di me, che stavo davanti
-al pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva messo i brividi. Il
-vescovo domandò a ciascuno di noi come ci chiamassimo. Quando fu la
-mia volta, il predicatore disse non so che scherzo sulla latinità del
-mio nome, con accento e sorriso benevolo, e quello scherzo, che mi fece
-l'effetto di un'assoluzione, mi dissipò dall'animo ogni terrore. Delle
-parole del vescovo non ricordo che un complimento che rivolse al mio
-prete, sorridendo: — Lei è la colonna dell'istituzione, — e ricordo
-la gioia che sfolgorò sul viso del lodato, pari a quella che davano ai
-granatieri della Guardia gli encomî di Napoleone. Eh, povera colonna,
-che doveva piegar tra poco come un giunco sotto una manina scomunicata!
-E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin dalla prima volta che ho
-letto i _Promessi Sposi_ ho sempre dato al cardinal Federico il viso
-di quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, potrei riprodurre
-fedelmente, mettendo al suo punto preciso il piccolo neo che aveva
-accanto alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare i miei
-fratelli, che dicevan per celia che era finto.
-
-In che maniera tutto quel mio fervore religioso si sia andato
-spegnendo, non saprei dire. C'è a questo punto nella mia memoria, come
-in altri punti, uno squarcio. Pare che quel piccolo mondo ecclesiastico
-sia sparito dalla mia vita come una meteora. Mi ricordo peraltro che il
-mio ufficio di collettore si veniva facendo di mese in mese più duro,
-poichè era sempre più difficile strappare ai sottoscrittori poveri il
-soldo promesso; e che un giorno tornai a casa quasi piangente perchè
-la pollivendola, dandomi il soldo di mal garbo, dopo aver frugato in
-tasca mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: — Ma.... questi
-soldi vanno poi tutti per davvero dove dovrebbero andare? — Rinunciai
-all'ufficio quel giorno.
-
-Proprio, non fui più fortunato io con la China di quello che doveva
-essere quarant'anni dopo il Governo del mio paese.
-
-
-
-
-Davanti al tribunale.
-
-
-Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere
-la Terza Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno
-di più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva
-dell'anno avanti. M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò
-non ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi una memoranda
-occasione d'esser terribile.
-
-L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo
-amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni.
-Uno dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto
-impiegato delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una
-signorina della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e
-tornava ogni giorno da non so che scuola privata con una sua piccola
-amica, figliuola d'un notaro, passando per le strade che pigliavamo
-noi per tornare a casa. Io m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio
-nacque dall'uniformità dei due orari scolastici. Andavamo tutti i
-giorni ad aspettar la coppia gentile a una cantonata, all'uscir dalla
-scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi
-a un tratto quando apparivano in fondo alla strada, tremanti come due
-cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga della nostra
-passione non andava più in là di qualche esclamazione petrarchesca che
-spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle orecchie,
-quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini,
-sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e
-due, l'uno incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla
-paura dello stivale notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento
-con chiacchiere interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi.
-
-Questo giochetto innocente durò un paio di mesi, senza variazioni
-notevoli, e senza tristi conseguenze.
-
-Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno traduceva a voce
-alta un distico delle _Georgiche_, entrò il bidello con una lettera
-per il professore. Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando
-le sopracciglia, e poi diede un lungo sguardo a me e un altro al mio
-amico, che sedeva in un banco del lato opposto. Quei due sguardi furono
-per noi come due lampi rivelatori della verità tremenda. Ci guardammo:
-l'uno lesse in viso all'altro il proprio pensiero: ci sentimmo perduti.
-Vedo ancora la faccia pallida e spaventata del mio complice, che doveva
-essere il riflesso della mia.
-
-Il professore non interruppe la lezione; ma fu più feroce che se ci
-avesse fulminati subito in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi
-accorto che avevamo capito, ci tormentò spietatamente per un'ora con
-ogni specie d'allusioni avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia
-virgiliana; l'ultima delle quali: — _Ci son altri che amano!_ — a
-proposito della frase: — Le viti amano il sole —, smozzicata fra i
-denti e accompagnata da due sguardi fulminei, fu così manifesta, che
-molti compagni si voltarono a guardarci, raddoppiando in quel modo il
-nostro terrore.
-
-Venne finalmente il momento fatale. — Il tale e il tale si fermino —
-disse il professore, quando entrò il bidello a dare il _finis_.
-
-Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla cattedra col passo di due
-condannati alla corda.
-
-Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, piantandoci ogni
-parola nel cuore. Non era firmata. Era una denuncia anonima dei nostri
-amori; la quale conteneva una calunnia, perchè parlava di “regali fatti
-e ricevuti„, quando noi potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata
-che il nostro amore non ci costava un soldo, e terminava esortando il
-professore a intimarci di smetterla se non volevamo “pagare amaramente
-il fio„ della nostra audacia.
-
-Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei due padri; il che non era
-verosimile per la ragione che v'erano accusate le ragazze d'averci
-fatto dei regali. Solo molto tempo dopo sospettammo d'un alunno di
-filosofia, nostro amico e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase
-sempre un mistero.
-
-Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare amaramente il fio,„ che
-lasciava spaziare l'immaginazione fra una pedata e un colpo di pistola,
-ci fece allibire.
-
-Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. Se avessimo rapite
-e portate in Svizzera quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe
-potuto dire di peggio. Ci trattò come due marci libertini, spavento
-delle famiglie e disonore della città; ci parlò di tribunali; ci
-parlò pure, com'era suo solito, della giustizia eterna, citando il
-Canto quinto dell'_Inferno_, con la bufera che mena nella sua rapina
-i peccator carnali; ce ne disse tante, insomma, e con un tal cipiglio
-e un tale accento, che finimmo con scoppiare in pianto tutti e due;
-anche il mio amico, che si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per
-intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati in uno:
-
- Sta come torre e lascia dir le genti.
-
-Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei
-peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti
-altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era
-nulla d'ignobile. S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta,
-ma contentandosi di dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a
-posteggiare ai canti due ragazzine oneste e sole, come due birichine
-vagabonde, noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti. Trattati
-invece in quella maniera, passata che fu la prima paura, ci invanimmo
-quasi d'aver avuto la temerità di calpestare a quel modo tutte le
-leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto valutammo giusto il
-piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve una buffonata, e
-il riprensore un inetto e uno sciocco.
-
-Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per
-tornare a casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo
-con furore alla palla di gomma elastica.
-
-
-
-
-Sulla mala via.
-
-
-Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un
-quarto d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per
-tutta la vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e
-i muri, la terra mi vacillò sotto i piedi, mi si velarono gli occhi,
-mi si oscurò la mente, e preso da un senso di stanchezza infinita, non
-potendo più reggermi ritto, mi distesi per terra ed aspettai la morte.
-Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando come un ferito, mi
-trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la verità a mia
-madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece fiutare
-dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così
-presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo!
-
-E io ci ricaddi, pur troppo.
-
-Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo alla prima prova, avessi
-potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto,
-a che padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre;
-se avessi potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del
-corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute,
-di quante ore di stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia
-tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe stato cagione
-l'abito malaugurato che stavo per contrarre; se avessi preveduto
-ch'io sarei stato un giorno certissimo, come ora sono, che infinite
-ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e radure
-e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise
-dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà
-d'abbracciar con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un
-effetto di quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire quante volte
-avrei fuggito villanamente delle compagnie gentili o rinunziato
-a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti intellettuali
-fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che
-stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello,
-condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger
-libri e a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati
-dell'odore del mio vizio; se avessi potuto antivedere, infine,
-quante dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura, avrei dovuto
-sostenere per liberarmi da quel vizio, destinate a finir tutte quante,
-dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione al nemico,
-non lasciandomi altro conforto che quello di veder immuni dalla
-mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso
-d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro guance
-dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con
-che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro
-che stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi
-brucia ancora la bocca e la coscienza!
-
- *
-
-Ma già anche prima del sigaro io ero da un po' di tempo sur un brutto
-sdrucciolo. Proprio, venivo pigliando la piega del cattivo soggetto.
-Che era stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, ammucchiandosi a
-poco a poco e andando in fermento, cominciavano a dar fuori; di quei
-germi che son come nell'aria e che tutti i ragazzi assorbiscono, salvo
-che sien tenuti sott'olio come le sardelle. Scatti di ribellione,
-bugiarderia, secchezza d'animo, volgarità di linguaggio, predilezione
-pei compagni sbarazzini, e propositi, più che altro, di bricconate;
-ma anche qualche piccola bricconata che, sebbene commessa in casa,
-avrebbe meritato qualche settimana di carcere correzionale, furono
-le prime manifestazioni del serpentello maligno che m'era entrato
-in corpo. Fors'anche perchè quell'anno era stato per me un anno di
-cresciuta straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva alla virtù
-dello spirito l'animalità imbaldanzita. Ma il male non era veramente
-profondo, poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi duro e
-arrogante anche a mia madre, pure i suoi rimproveri m'entravano sempre
-nel cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava il contegno di mio
-padre, che s'era mutato con me: il suo aspetto severo e freddo, il
-proposito manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi la parola
-e di non incontrare il mio sguardo mi facevano soffrire così nel vivo,
-che mangiavo in furia molte volte e scappavo da tavola il più presto
-possibile, col cuore serrato. Non ebbi nessun castigo, e credo che sia
-stato meglio. Credo che tutti i ragazzi passino per crisi somiglianti,
-le quali son per l'animo ciò che la tosse asinina e i bachi per il
-corpo, e che i parenti non se ne debbano spaventare, nè ricorrere ai
-grandi mezzi di correzione, lasciando invece che il male, fatto il
-suo sfogo, se ne vada da sè; che è ciò che segue sempre, quando la
-natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual caso valgon poco o
-punto i castighi. Quello che mantenne vivo e cocente in me per tutta
-la vita il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia madre in quel
-periodo fu appunto il fatto di non esser stato punito da loro come
-meritavo. A poco a poco lo stato violento di coscienza in cui vivevo
-mi divenne insopportabile. Ero già preparato a un pieno ravvedimento:
-non occorreva più che una spinta, e il caso me la diede. Mia madre fu
-presa una notte da un grave malore, si mandò per il medico, la casa
-fu sottosopra; io la intesi gridare dalla mia camera con accento di
-dolore disperato: — Ah mio Dio, morire! Lasciare quel figliuolo ancora
-così ragazzo! — Quel grido mi snodò il cuore, scoppiai in pianto,
-m'inginocchiai sul letto, ridissi la preghiera che non dicevo più da un
-pezzo, supplicando Iddio che non mi togliesse la mamma, — e quando essa
-fu fuor di pericolo, io era uscito di malattia.
-
- *
-
-Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, come accade prima o
-poi a ogni ragazzo, il furore delle letture romanzesche; se pure si
-può chiamar “leggere„ il divorar l'un sull'altro decine di romanzi,
-dalla mattina alla sera, senz'un'ora di respiro, fino ad averne la
-mente e la vista offuscate, fino a passar più giorni di fila, come
-a me accadeva, senza veder nè le Alpi nè il cielo, sempre coi pugni
-sul libro, col mento sui pugni e con gli occhi sul foglio. Cascai
-prima sui romanzi del Dumas padre, e il primo di questi fu il _Conte
-di Montecristo_, che rimase sempre il mio preferito, non solo perchè
-mi parve e mi pare ancora il più maraviglioso per la favola e il più
-attraente per l'arte del racconto, ma anche per il fatto che mia madre
-mi aveva dato pensatamente il nome di battesimo del protagonista,
-per aver letto con molto piacere quel romanzo mentre stava aspettando
-ch'io venissi al mondo. Seguirono a quello non so quanti altri, che
-poi mi si confusero tutti nella mente in un solo romanzo enorme di
-migliaia di personaggi e di avventure d'ogni tempo e d'ogni paese. Ma
-questa furia s'arrestò ad un tratto, fortunatamente, per effetto della
-lettura d'un libro, che doveva aver poi un influsso straordinario sul
-mio pensiero e sul mio cuore, per tutta la vita. Non avevo letto sino
-allora dei _Promessi Sposi_ che poche pagine sparse per le Antologie
-scolastiche. Non ricordo che alcun professore delle prime scuole ce
-ne consigliasse con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano
-sul romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di Firenze, del 1827, in
-tre volumi, che conservo ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu
-maraviglioso. Mi sentii come preso da mille uncini e da mille lacci
-sottilissimi, che mi avvolsero e mi strinsero, penetrandomi fin nel più
-profondo dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, non interrotto
-punto, nè quasi scemato dalle digressioni storiche e dalle descrizioni
-minute che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso da commozioni
-violente, che mi strappavano il pianto, accompagnato dal principio
-alla fine da un consenso pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti e di
-tutti i pensieri. Non distinguevo l'un dall'altro, mi ricordo bene,
-ma sentivo confusi tutti insieme gli effetti di quell'arte profonda
-e semplice, dell'armonia delle facoltà, della misura sapiente, della
-logica finissima, della trasparenza cristallina dello stile, di quella
-musica grave e delicata, e quasi segreta, che par che venga più dal
-pensiero che dalla parola, e suoni nell'anima senza che l'orecchio la
-senta. Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; ma la simpatia
-fu tale da non poter più crescere. Presentii fin dalla prima lettura
-che avrei riletto quel libro mille volte, anche da uomo. Una quantità
-d'immagini, di sentenze e di frasi mi s'impressero subito e per sempre
-nella memoria. Mi rimase nell'animo una serenità, una pace, quasi una
-compostezza, che m'era prima sconosciuta; quasi un'armonia sommessa,
-alla quale s'intonò per un pezzo la voce di tutto il mio essere. Mi
-parve che entrasse nella mia vita un amico, un maestro aspettato da
-lungo tempo, e il cuore mi diceva che non ne sarebbe uscito mai più.
-Posso dire che la lettura di quel libro segnò per me il passaggio dalla
-fanciullezza all'adolescenza.
-
- *
-
-Riandando col pensiero quei primi anni, sono sempre ricondotto, per
-ciò che riguarda l'educazione dei figliuoli, alle stesse conclusioni;
-non nuove per certo, ma, a mio avviso, non mai abbastanza stampate. Son
-persuaso che c'è meno pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà,
-ed anche una libertà larga, che a tenerli a catena, perchè riconobbi
-che gl'incatenati, che son come anime compresse, non solo non riescon
-migliori, ma peggiori dei liberi, non foss'altro per l'arte più fine
-della simulazione, che suole poi essere cagione ai parenti di grandi
-disinganni. Son persuaso che è fatica perduta affatto quella gran cura
-che metton molti a mantenerli nell'ignoranza di certe cose, delle quali
-essi acquistano in ogni modo, per mille vie impossibili a precludersi,
-la cognizione precoce; e che, ciò essendo, è perniciosissimo e stupido
-il tenere in presenza loro certi discorsi, come quasi tutti fanno,
-con parole coperte, nella fiducia che essi non li intendano, poichè
-o li intendono, o capiscono se non altro che i loro parenti tengono
-dei discorsi che non dovrebbero, ma da cui non sanno astenersi, perchè
-ci trovan piacere; onde questi scadono nella loro stima, facendo per
-giunta davanti a loro una figura ridicola. Son persuaso che non ci sia
-nulla di più dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi che il
-costringerli, per mandarli avanti presto, a studi prematuri, perchè,
-se anche ci reggono da principio, scontano immancabilmente lo sforzo
-più tardi, uscendone con le facoltà fiaccate e spuntate, compresi
-d'una sorda avversione per la scuola, e non più sospinti dal bisogno di
-leggere e di studiare da sè, per curiosità e per diletto. Son persuaso
-che lo spettacolo più nocivo all'educazione loro, il più funesto per il
-loro cuore e il loro carattere sia quello della discordia, degli urti
-anche più leggieri tra padre e madre, nei quali si sbriciola l'autorità
-di tutti e due, ledendo nel ragazzo il concetto della santità
-della famiglia, e lasciandogli dei ricordi incancellabili che gli
-offuscano più tardi nel cuore le loro immagini, e vi diventan radici
-inestirpabili di scetticismo. Son persuaso che è sacrosanta verità
-la sentenza del Capponi, che le cose udite, non le insegnate, formano
-l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò che di buono e di gentile essi
-intendono, che è detto in presenza loro spontaneamente, senza pensare a
-loro, per impulso d'istinto e di coscienza; e che perciò ammonimenti,
-consigli, prediche, e anche castighi, tutto è fiato e rigore sprecato
-se essi non vedono che nei loro parenti corrispondano perfettamente ai
-precetti il carattere, la vita, lo spirito dei discorsi impremeditati
-e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta e sempre alle cure della
-famiglia, scevra d'ogni vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi,
-impietosita d'ogni sventura altrui, caritatevole ai poveri, facile al
-perdono con tutti; ho visto mio padre lavorar dalla mattina alla sera
-con uno zelo d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti i ritagli di
-tempo dei suoi figliuoli, e studiare, quanto gli era concesso, tutta
-la vita per coltivare il proprio spirito; ho intuito sin da bambino
-che mia madre era una donna buona e onesta e che mio padre era un
-uomo retto e generoso: questi sono stati gl'insegnamenti più efficaci
-ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio che mi diedero che mi ritenne
-sulla buona via ogni volta che fui sul punto d'uscirne; fu il ricordo
-delle loro opere che mi fece sempre ripentire e ravvedere d'ogni atto
-insensato e ignobile. Tutto il resto, nel campo dell'educazione, è
-vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve fingere coi figliuoli,
-e far due parti, l'una per loro e l'altra secondo il comodo proprio;
-è anzi meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi nostri difetti
-e con le nostre debolezze; chè, se non altro, così mostrandoci, siamo
-stimati sinceri. V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. Ma è
-difficile, si capisce.
-
-
-
-
-In _Umanità_.
-
-
-Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica
-quando invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno
-d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale significato fosse usata
-quella parola; anzi appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche
-fra i grandi.
-
-Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori,
-la più parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che
-corrispondeva alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore
-di lettere italiane e latine non era nè giovane nè bravo, sebbene
-non mancasse nè di coltura nè di buon volere; era uno di quei molti
-insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento, rara
-a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran levatura, come le
-voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato un buon
-professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto l'ispirazione,
-ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda, l'avrebbero
-chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e
-perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe
-insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia
-letteraria, nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure
-un momento dalla sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia
-della sua voce che rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire,
-nè la placidità immobile del suo buon faccione di padre guardiano.
-E in questa maniera otteneva effetti maravigliosi. Pareva che con
-la sua voce si espandesse nella scuola un'esalazione continua di
-cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci, domava a poco a poco
-i temperamenti più irrequieti e otteneva una disciplina di convento. In
-anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti della stessa natura;
-ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice. Era contento di
-noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido: egli ci
-recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio
-immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina
-servite in una tal salsa di papavero.
-
-C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore d'aritmetica,
-un omino tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo,
-pieno d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle
-matematiche. Questi insegnava mirabilmente; ma era impaziente come
-un poledro stallino e rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per
-la sua natura violenta a picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed
-anche dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa
-di mezzo tra la percossa, che era proibita, e gli epiteti forti, che
-non gli bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice, che sarebbe
-stato una bazza: una specie di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro
-chiamato alla lavagna non capiva le sue spiegazioni, egli s'alzava,
-gli afferrava il braccio sotto alla spalla con l'indice e il pollice, e
-stringeva e torceva fin che quegli capisse. In quell'esercizio, ch'egli
-faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano acquistato una forza
-di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si dovesse inoculare in
-quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di scuola eravamo quasi
-tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci andavamo a bagnare
-nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli delle altre
-classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si
-poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione
-e intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che
-avevan per la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè
-del suo insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder
-le stelle, ma anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè
-pizzicottava signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al
-mondo l'avremmo voluto cambiare con un professore di mano più dolce, ma
-di metodo didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica
-a chi le agevola lo studio, anche martirizzandole le carni.
-
-Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia;
-il quale provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di
-tener la disciplina sia la fermezza del carattere e la dignità delle
-maniere. Egli aveva tutti i giorni lo stesso viso e lo stesso umore,
-come un uomo in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava, non
-gridava, quasi non rimproverava neppure: e non di meno, credo che se
-ci avesse fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe ottenuto
-maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato lui nella scuola, non
-rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a rimettere a
-dovere i più audaci; non lo udimmo dire in tutto l'anno una parola più
-forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente
-colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria. A
-renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto,
-poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane
-bellissimo, di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre
-con grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba
-d'un biondo d'oro, che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e
-l'invidia di tutta la gioventù brillante della città; e non lasciava
-trasparire per questo il menomo segno di compiacenza vanitosa o
-d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era quello di non
-rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli scherzi,
-rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di
-magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui,
-tanto che una sua parola di lode, un semplice _bene_ o anche solo un
-cenno approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione
-grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla
-vergogna una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva
-informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e
-che da quel giorno stetti in iscuola come una statua.
-
-Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di
-francese, un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato
-e sanguigno, che non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi
-tormentavamo barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno
-al suo tavolino, con la grammatica in mano, col pretesto scellerato
-di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo apposta tutti insieme ad
-alta voce. Quando capiva il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi,
-e si metteva a sprangar calci da tutte le parti e a inseguir l'uno
-dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la scuola
-come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola
-sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero
-professore! E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di
-montanaro, che ci sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci
-le traccie dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non
-ci faceva entrare il francese da nessuna parte. Colpa meno sua che
-della consuetudine stupida, non ancora smessa affatto, di non dare
-nelle scuole la grande importanza dovuta allo studio di quella lingua
-necessaria a tutti; la quale moltissimi debbono studiare in furia più
-tardi sotto la stretta del bisogno, imparandola male per sempre, e dopo
-aver fatto una lunga serie di figure ridicole.
-
-
-
-
-Tenorino fallito.
-
-
-Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in quell'inverno l'illusione
-risuscitata d'avere una bella voce di tenore, in grazia della quale
-avrei dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi alla musica;
-e l'idea del cambiamento non mi atterriva. È quello l'episodio della
-mia adolescenza che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente
-d'ogni altro alle mie proprie spalle. Illusione “risuscitata„ ho
-detto, perchè l'avevo avuta già tempo prima, essendomi inteso dire fin
-da piccino che avevo una bella voce, in special modo da mia madre,
-che spesso mi faceva cantare; ma non m'ero mai curato gran fatto di
-quel supposto dono della natura. Mi nacque la passione del canto e la
-speranza di poter far fortuna con l'ugola soltanto in quell'inverno,
-nel quale mio padre mi condusse varie volte a sentir l'opera in musica;
-e fu una frenesia vera, come quella dei soldati e della pittura,
-e che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta la giornata, in casa e
-per la strada, e per le scale della scuola, e perfino nel teatro,
-mentre cantavano i miei maestri, e in tutti i luoghi e i momenti in
-cui potessi non essere udito cantavo con quanta voce avevo in canna,
-come se mi fossero già pagate le note un marengo l'una. Una vocina
-passabile l'avevo; ma una miseria, e mancavo d'orecchio: stonavo
-come un ubbriaco. E capivo bene che, così come era, la mia voce non
-meritava nemmeno di esser coltivata per spasso, nè per metallo, nè per
-estensione. Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi sempre d'ingannar
-me stesso mi persuadevo che da una settimana all'altra, per effetto
-di cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come la volevo. Dicevo:
-— Mi verrà quando smetterò di fumare; — poi: — quando non berrò più
-che acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, che son quelli che
-mi rovinano, non altro, — e quantunque dopo ciascuna prova seguitassi
-a strillare come un uccello spennato vivo, pure persistevo a sperare,
-accagionando il difetto ora a un raffreddore, ora a una infiammazione
-di gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E questa passione
-tirava con sè un corteo di altre piccole ridicolaggini. Non solo facevo
-dei gargarismi dalla mattina alla sera, ma imitavo il passo e il gesto
-dei cantanti; non solo imparavo a memoria, ma mi copiavo in bella
-calligrafia i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, ma
-per sfogare più sfrenatamente le mie forze vocali facevo apposta delle
-corse in campagna, dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, e
-mettevo in fuga uccelli da tutte le parti. Ma, ahi! (l'interiezione è
-imitativa) non ci guadagnavano nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi
-s'andava anzi sciupando sempre peggio quel filo di voce, che non era
-al tutto sgradevole prima ch'io fissassi il chiodo di fare il tenore.
-Infine, mi sentii tanto trattare dai miei compagni di chiavistello
-arrugginito e di galletto strozzato, e vidi anche nella mia famiglia
-dei così manifesti segni di sazietà di quel diluvio di stecche false di
-cui empivo la casa, che mi persuasi di dover rinunziare alla “carriera
-lirica„ e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione riguardo
-alla voce, mi rimase sempre un gusto così vivo, anzi una passione
-così calda per il canto, che anche ora una nota dolce e potente mi fa
-impallidire dalla commozione, e una voce bella udita di sera per la
-strada mi fa pedinare il cantante anche per un miglio, ed è quello il
-dono di natura che, dopo il dono dell'ingegno, invidio di più a chi lo
-possiede, e ritengo il canto uno dei mezzi più efficaci di educazione
-dell'animo, e l'ho per uno dei più dolci conforti della vita.
-
-
-
-
-Il Cinquantanove.
-
-
-Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben più potente distrazione
-dagli studi; la quale, per fortuna dell'Italia, durò assai più lungo
-tempo dell'altra. Il colpo più funesto al latino lo diede in quell'anno
-scolastico Vittorio Emanuele, e per l'appunto il primo di gennaio,
-col discorso memorabile del “grido di dolore„. Entrò da quel giorno
-nella scolaresca uno spirito di divagazione patriottica, che non
-riuscirono a frenare neppure i professori più autorevoli; chè anzi
-lo sovreccitarono spesso, anche facendo scuola, con allusioni agli
-avvenimenti, e con digressioni politiche, che scappavan loro di bocca
-come il vino spumante dalla bottiglia. Era come diffuso per l'aria un
-odor di polvere; il suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano
-vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli occhi e fiorir sotto la penna
-agitata le sgrammaticature; anche i vecchi professori più sconquassati
-prendevan nell'andatura qualche cosa di belligero, e noi non ridevamo
-più per la strada nemmeno delle guardie nazionali panciute, che
-facevano tre passi sur un mattone. Crebbe ancora il fermento sulla fine
-di febbraio, quando nella nostra piccola città, fatta sede del maggior
-deposito dei Cacciatori delle Alpi, cominciarono ad arrivare a frotte
-i giovani emigrati, la più parte lombardi e veneti, di ogni condizione
-sociale; i quali portarono come un'onda di sangue ardente nella vita
-cittadina, e diedero quasi un nuovo aspetto alle strade, ai caffè, a
-tutti i luoghi di ritrovo pubblico, dove a ogni passo s'incontrava un
-viso sconosciuto e s'incrociava lo sguardo con due occhi scintillanti
-d'alterezza e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei quali erano
-predestinati all'onore del marmo e del bronzo, mi sono rimasti scolpiti
-nella memoria come visi d'amici intimi. C'erano fra quel migliaio e
-più di nuovi venuti dei campioni della guerra del '48 e della difesa di
-Roma; c'erano dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano,
-il De Albertis; c'erano il Cairoli e il Bertani, e il De Cristoforis,
-del quale dovevo legger poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il
-_Trattato della guerra_. Ma non ricordo d'aver inteso allora i loro
-nomi, che erano ancora fiori di gloria in boccio. Il solo nome che
-correva sulla bocca di tutti era quello del Cosenz, comandante, che
-rammento d'aver visto più volte in Piazza d'Armi, quando i volontari
-non vestivano ancora l'uniforme, comandare gli esercizi col tubino
-e col soprabito nero, come un capo di barricate: una figura svelta e
-dritta come uno stocco, con un viso grave di filosofo, che molti per
-le vie salutavano rispettosamente, ricordando le sue prodezze eroiche
-di Venezia. E anche rammento, quando scomparve sotto il cappotto bigio
-ogni apparente differenza di condizione sociale fra gli emigrati,
-lo strano effetto che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno e
-dell'altro di quei soldati semplici: — Questo è un avvocato. — Quello
-è un medico. — Quello là è un professore. — Quello lì è un signorone.
-— Ciò che valeva più d'ogni discorso o articolo di giornale a dare
-alla gente incolta un'idea della grandezza degli avvenimenti che si
-preparavano, e faceva rivolgere dalle signorine a quei rozzi cappotti
-certi sguardi di curiosità romantica, dei quali prima d'allora non
-avevano onorato mai la “bassa forza„. Beati giorni, che risplendono
-come zaffiri nella corona delle nostre più care memorie.
-
- *
-
-L'agitazione della scolaresca giunse al colmo nel marzo, quando,
-richiamati alle armi i _contingenti_, si videro arrivare i bersaglieri
-delle classi congedate, uomini fatti, anneriti dal sole dei campi, con
-le tuniche logore, coi cappelli spelati, con le scarpe contadinesche,
-molti con le medaglie di Crimea dai nastri sbiaditi: d'aspetto così
-grave la più parte, che parevano i padri dei soldati in servizio, di
-cui venivano a ingrossare le file. E qui mi ricordo d'un fatto, che
-mi fece un gran senso, e che prova come neanche in Piemonte, e neppure
-per le guerre più popolari, ci sia mai stato un grande ardore guerresco
-nei vecchi soldati che erano strappati ai figliuoli e ai loro campi e
-mandati a farsi ammazzare; quantunque poi, per sentimento del dovere,
-si portassero così bravamente che l'entusiasmo non avrebbe potuto fare
-di più. Era una sera di domenica. Un gran numero di quei richiamati,
-ancora senz'armi, passeggiavano a coppie e a drappelli per la strada
-principale, affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare
-una bandiera, aprirsi la folla e venire avanti un folto stuolo di
-cittadini, ordinati in quattro file, che cantavano l'inno del Mameli;
-tutti signori in cilindro e in pastrano, fra i quali riconobbi con
-piacere alcuni dei professori del Ginnasio: quello di matematica il
-primo. Mentre mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi bersaglieri
-che mi stava accanto uscì qualche apostrofe a voce alta, in tuono di
-sarcasmo: — Già, è comodo di cantare! — Loro cantano e noi andiamo a
-dare la pelle. — Vengano con noi a battersi invece di far del baccano.
-— Il drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti risposero;
-s'attaccarono vari battibecchi vivaci. Alcuni dei signori, risentiti,
-rinfacciavano ai soldati di mancar d'amor di patria; altri, più
-pacati, cercavano di rabbonirli, persuadendoli che non tutti avevano
-il dovere, che non a tutti era possibile d'andare alla guerra, e
-qualcuno diceva loro che s'era battuto anche lui nel '48 e nel '49. Ma
-i soldati parevano poco persuasi, rispondevano brontolando e alzando
-le spalle. Ciò che mi fece più maraviglia in quel contrasto doloroso fu
-la bella disinvoltura con cui alcuni dimostranti brizzolati e panciuti
-assicuravano, picchiandosi la mano sul petto, che sarebbero andati alla
-guerra essi pure, mentre si capiva dai loro faccioni pacifici che non
-si sognavano neppure una mattata compagna. E ripetevano con calore:
-— Ci rivedremo al campo! Ci rivedremo al campo! — Vedo ancora gli
-sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano le loro rotondità,
-come se domandassero a sè stessi in quale campo avrebbero mai potuto
-rivederli, non stimando che fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri.
-Il litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti, alla vista dei
-quali i bersaglieri si sbandarono. Povera gente, chi sa che alcuni di
-loro non siano caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto
-di San Martino! Quella scena mi lasciò addolorato e turbato da molti
-pensieri confusi; da questo fra gli altri: che, perchè una guerra fosse
-veramente nazionale, si dovrebbe andare a battere molta gente la quale
-rimane a casa, e che, in ogni modo, sarebbe delicatezza e prudenza che
-quelli che rimangono non cantassero troppo forte passando davanti a
-quelli che partono.
-
- *
-
-Un altro mio ricordo vivissimo è quello della venuta di Garibaldi;
-ma mescolato d'un forte amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in
-rivista i Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto, avendo pregato
-prima che non si annunciasse la sua venuta, e non si trattenne tra noi
-che poche ore. Da noi scolari non si seppe ch'era in città che quando
-aveva già fatto la rivista e smesso la divisa di generale. Ero con
-un compagno sur un viale della Piazza d'Armi quando alcuni ragazzi,
-accennando una carrozza che passava di corsa, si misero a strillare: —
-Garibaldi! Garibaldi! — e noi dietro a tutte gambe.
-
- .... Come s'andava un lo poi rede'.
-
-Si fece non so quanta strada battendoci le mele coi tacchi, finchè ci
-mancarono le forze e cascammo sulla proda d'un fosso, anelando, come
-due levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la corsa, il Generale era
-già all'albergo a desinare, e il desinare chiamava a casa anche noi:
-egli partì la sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura da morderci
-i gomiti. Il giorno dopo ripassammo per tutte le strade dov'egli
-era passato, come per fiutare le sue tracce. Ci fu detto che era
-andato a visitare una rivenditrice di commestibili, soprannominata
-la Pasqualina, che aveva bottega sotto i portici; un pezzo di donna
-tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e rispettava perchè
-uno dei suoi figliuoli, Paolo Ramorino, era stato commilitone e
-amico di Garibaldi in America, ed era morto eroicamente alla difesa
-di Roma, combattendo al fianco di Luciano Manara. Arrivammo subito
-dalla Pasqualina, e la trovammo là davanti alla bottega, attorniata
-da molti curiosi, ai quali accennava un sacco di riso sul quale
-s'era seduto Garibaldi il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah,
-fortunata Pasqualina! Come ci parve bella e gloriosa! Stemmo là un
-pezzo a contemplar lei e il suo sacco, e poichè avevo qualche soldo in
-tasca, mi balenò l'idea di comprare un _etto_ di quel riso memorando,
-che aveva avuto l'onore di far da cuscino all'Eroe di Sant'Antonio.
-Ma il mio compagno, che conosceva l'umore della brava donna, me ne
-distolse, osservando che ella avrebbe potuto pigliare la cosa come una
-canzonatura e risponderci con una ceffata, che non sarebbe stata di
-natura femminile. E così, miseramente, terminò la nostra spedizione;
-la quale fu anche più sventurata ch'io non potessi allora pensare,
-perchè non mi si doveva offrir modo mai più d'appagare il mio ardente
-desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una serie di accidenti e
-di contrattempi maledetti, qualche volta per il ritardo d'un minuto,
-qualche altra volta per un impedimento materiale futilissimo, quella
-sfortuna si ripetè dieci volte nella mia vita. Ho un rimpianto nel
-cuore e lo confesso con un sentimento di vergogna, come una colpa: non
-vidi mai Garibaldi!
-
- *
-
-Mi stupisce come non mi sia rimasto alcun ricordo della forte
-impressione che mi fecero certamente le descrizioni dell'arrivo dei
-Francesi a Torino e le prime notizie delle battaglie di Montebello, di
-Palestro, di San Martino. Su questi ricordi, che debbo aver serbati
-vivi per un pezzo, s'è distesa, non so quando nè come, una nuvola
-fitta, che non m'è riuscito mai di diradare. Mi rammento solo del primo
-annunzio della vittoria di Magenta, che mi fu dato da mio padre, su
-per la scala, con una esclamazione enfatica, tendendo un braccio in
-alto, e sclamando: — Siamo a Milano! — Ma non c'è da meravigliarsi,
-chi ci rifletta, di queste eclissi di certi grandi avvenimenti nella
-nostra memoria, perchè è una illusione quella per cui pensiamo che noi
-risentissimo allora al loro annuncio, noi, come tutta l'altra gente,
-una commozione infinitamente maggiore di quella che ci desta il loro
-ricordo, e che dovessimo quasi non viver d'altro, in quel periodo di
-tempo, che di quelle commozioni. Come, guardando una fuga di colonne
-da un capo della via, non vediamo gl'intervalli che separano quelle
-lontane, che ci appaiono congiunte, così non vediamo più fra quegli
-avvenimenti passati i larghi spazi di tempo, durante i quali eravamo
-tutti assorti, come nei tempi ordinari, nelle nostre faccende e nei
-nostri piaceri, che avevano pur sempre in noi il sopravvento sui nostri
-pensieri e affetti di cittadini; e neppure consideriamo, d'altra parte,
-che la lunga aspettazione e la frequenza stessa di quei grandi fatti
-ci avevano come stancata la facoltà sensitiva, e reso l'animo in certo
-grado indifferente anche alle cose più straordinarie.
-
-Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo dei frequenti _Te Deum_ che
-si cantavano nel Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità
-e in abito di gala tutte le autorità civili e militari; fra le
-quali spiccava la bella testa bruna del nuovo provveditore degli
-studi, venuto quell'anno, Domenico Carbone, che è rimasto una delle
-memorie più luminose e più care della mia adolescenza. Quanto bene,
-anche fuor dell'insegnamento diretto, può fare a una scolaresca un
-uomo d'intelligenza eletta e di alto carattere! La venuta di quel
-provveditore, coronato della doppia gloria di poeta e di combattente
-volontario del 1848, e preceduto dalla fama d'uomo integro e buono,
-ancor giovane, bello della persona, amorevole e severo ad un tempo, e
-pieno di nobiltà nelle parole e negli atti, aveva portato come un'onda
-d'aria pura e vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli
-entrasse e discorresse, lasciava un ardore di buona volontà e di nobile
-ambizione, e quasi un profumo di gentilezza, che penetrava in fondo
-agli animi. Egli fece dei miracoli: convertì dei discoli che nessuno
-aveva mai domati, svegliò delle volontà che parevano addormentate per
-sempre. Tutti i poveri angariati, che sono in ogni scolaresca, tutte
-le vittime derise della prepotenza dei compagni e dall'antipatia dei
-maestri, anche prima d'aver esperimentato la sua bontà, si sentivano
-protetti dalla sola sua presenza, e prevenivano, pronunciando solo il
-suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate. Tutti lo amavano e lo
-riverivano. Ci affollavamo sui pianerottoli per vederlo passare; per la
-strada, facevamo apposta delle corse e dei giri per passargli davanti e
-salutarlo; e quando nel Duomo, ai _Te Deum_, egli compariva primo nel
-banco dei professori e girava sugli scolari accalcati quei due grandi
-occhi austeri e leali, con quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei
-figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con un fremito di simpatia
-e d'alterezza. Se si potessero fabbricare degli uomini simili invece di
-rimpastar programmi e regolamenti!
-
- *
-
-Racconto un fatterello che lo riguarda, non tanto per far onore a lui,
-quanto per far ridere a mie spese; chè ci provo piacere ormai, come i
-flagellanti d'un tempo a farsi frizzare la pelle.
-
-Avevamo da anni un viceprovveditore prete, caldo più di _morbin_ che di
-ardor cattolico, che portava la tonaca come una camicia di forza: non
-punto cattivo in fondo, ma assai piccoso, e invasato dalla smania di
-fare il terribile; ciò che otteneva più che altro con certe minaccie
-piene di mistero e con certe stralunature d'occhi da Luigi undecimo
-da arena. Contro costui aveva scritto una poesia satirica, che girava
-per le scuole, un alunno di filosofia, che io bazzicavo, essendo in
-relazione d'amicizia le nostre famiglie. Smanioso di legger la satira,
-il reverendo pensò di strapparla a me spaventandomi, e, mandatomi a
-chiamare in provveditoria, a un'ora che non c'era nessuno, m'ingiunse
-con parole solenni di portargli il corpo del reato, pena la bocciatura
-agli esami finali, prefiggendomi per giunta il giorno e l'ora della
-consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio con la tremarella in
-corpo, egualmente sgomentato dalla minaccia della vendetta e dall'idea
-dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a commettere, e passai
-la giornata intera in uno stato d'incertezza angosciosa. Ma il giorno
-dopo mi lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico Carbone! — Ero ben
-certo che egli avrebbe disapprovato l'atto del prete e non condannato
-la mia disobbedienza; nè avevo bisogno di far grave la cosa, ricorrendo
-a lui formalmente. Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli era
-sempre in ufficio, col mio babau e col segretario, pensai che se avessi
-esposto il mio rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita,
-in modo da farmi sentire da lui e da costringerlo a domandare di che
-si trattasse, io sarei stato salvo e l'amico nelle peste. Eureka! In
-verità, per un ragazzo di tredici anni, non c'era male. E non solo
-mi sentii salvo da quel momento, ma, confondendo le carte nella mia
-coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali casi, mi parve d'essere
-un'anima spartana, e preparai nella mente una risposta eroica, un
-“pistolotto„ da primo attore, che mettesse in luce gloriosa la nobiltà
-del mio carattere.
-
-All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i tacchi, come per far
-suonare gli sproni. Erano seduti a un grande tavolo, da una parte il
-Carbone e il segretario, che discorrevano fra di loro, dalla parte
-opposta lo spaventaragazzi, che in quel momento mi fece pietà. Questi
-mi fece cenno che m'avvicinassi, e mi domandò sotto voce “se avevo
-portato„.
-
-M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando dalla parte del
-provveditore, risposi con voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che
-avrei commesso un'azione....
-
-— Basta, basta — disse il prete, accennandomi con la mano che tacessi.
-
-E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato che avrei commesso
-un'azione.... un'azione....
-
-— Ma basta, le ripeto; non occorre altro....
-
-Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore s'era voltato, volevo
-fare il colpo a ogni costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione
-indegna.... tradito un amico....
-
-— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito e rosso in viso. —
-Poichè le ho detto che non occorre altro, vada una buona volta....
-
-Allora me n'andai, ma lentamente, e a passi maestosi, come dev'essere
-uscito Pier Capponi dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora
-di sull'uscio a guardare il vinto, che mi lanciò un'occhiata da darmi
-il fuoco.
-
-Non seppi poi mai se il provveditore avesse chiesto e avuto spiegazione
-della cosa; ma non c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica.
-Il fatto è che non ebbi più molestie per quella faccenda, e che agli
-esami, benchè a scappellotto, come al solito, fui promosso. Ed ecco
-come fra tante altre buone azioni l'autore del _Re Tentenna_, senza
-saperlo, fece anche quella di non lasciarmi commettere una birbonata.
-
- *
-
- Cavalier che hai bianca fede
- Come bianca è la tua croce,
- Tu d'eroi gagliardo erede,
- Tu all'oppresso amica voce,
- Tu sgomento all'oppressor....
-
-Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio Emanuele che
-pubblicò il Carbone in quell'anno, e che tutti gli scolari impararono
-a memoria. La guerra aveva dato la stura, anche in quella piccola
-città subalpina, a un torrente di lirica patriottica. Professori,
-impiegati della prefettura, avvocati, ufficiali dei bersaglieri, tutti
-sfornavano rime guerresche. Non si raccoglievano venti cittadini
-intorno a un risotto alla milanese senza che qualcuno trombettasse
-una filastrocca di strofe, che poi andavano attorno manoscritte o
-stampate, a rinfiammar in molti l'odio contro l'Austria, in alcuni
-l'odio contro le Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel vespaio
-di poeti m'è rimasto nella memoria. Lasciate che io ve lo presenti, ve
-ne prego, perchè il ricordo di lui, che è un conforto della mia vita,
-potrà mettere qualche dolcezza anche nella vostra. Era il professore
-di filosofia, uno dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato
-le scuole del Regno, un cinquantenne zazzeruto, con mezzo il capo
-sempre insaccato in una tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata
-sul cranio, e vestito tutto l'anno d'un certo biracchio nero che gli
-dava alle ginocchia e mostrava l'ordito; un uomo che sarebbe divenuto
-famoso nella città non per altro che per un suo gesto abituale
-comicissimo, che era di ripiegare un braccio in alto col pugno chiuso,
-e di battersi dei gran colpi sul gomito con l'altra mano, come....
-se volesse sculacciare la propria immagine; un curioso professore e
-educatore, il quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più sodi
-dei pareri amichevoli intorno al modo di regolarsi con una vedova
-ch'egli corteggiava, e che non sapeva decidersi a sposare, perchè
-aveva un orario di pasti che non s'accordava col suo; il più clamoroso
-dei filosofi, come lo chiamavano i suoi colleghi, perchè urlava la
-filosofia con una tal potenza di polmoni da coprir la voce di tutti i
-professori delle classi vicine. Ma non son nulla tutte queste stranezze
-appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi versi, che tutti i suoi
-scolari recitavano, facendoci delle risate da slogarsi le mascelle. Che
-peccato non averne più copia! Ma non li ho tutti dimenticati, grazie al
-cielo. Ricordo una strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva:
-
- Natura ti diè nome
- Petitti, ma sei grande
- E il nome tuo si spande
- Per l'aula elettoral;
-
-due versi in lode a Garibaldi:
-
- Tua venuta a queste sponde
- Bianca in pietra fia segnata;
-
-e pochi versi d'un'altra poesia in onore della città di Bene, la quale
-si distende, a quanto egli diceva, sopra sette colli; ciò che dava
-al poeta il pretesto di farle quest'ardito complimento: che Roma era
-stata eletta in luogo di lei capitale d'Italia per un equivoco. Era
-vaticinato, diceva.
-
- Che d'Italia fia regina
- Tal cittade, che sia posta
- Sopra sei e una collina,
- E Cavour la credè Roma,
- Ignorando i sette in Bene
- Colli aprichi, e la gran soma
- Di virtù che ascose tiene.
-
-Sulla qual modestia della città insisteva con quest'amore di strofa:
-
- Bene fa, e n'ha più merito
- Perchè tien nascosto il bene;
- Chi rimira il suo preterito
- Forse ciò a capir non viene....
-
-Come potesse insegnar la filosofia un professore che trattava la poesia
-in questa maniera, benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce;
-eppure dicevano che non c'era gran male. Misteri della mente umana.
-Povero poeta dei sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui
-molti anni fa, a Torino, dove mi dissero che, avendo ricorso per non so
-che affare a certi falsi spiritisti birboni, costoro, per spillargli
-dei quattrini, lo avevan fatto bastonare dallo spirito che aveva
-evocato, e non già con un bastone spirituale, ma con un vero e nodoso
-ramo di frassino, che l'aveva messo a letto per una settimana.
-
-_Petitti_ guai della filosofia.
-
-
-
-
-Attore drammatico.
-
-
-La poesia patriottica aveva invaso quell'anno anche il teatro, dove,
-succeduta all'opera la commedia, non passava quasi settimana che non
-fosse declamata dal primo attore qualche lirica d'argomento nazionale,
-accolta sempre con applausi frenetici. E così m'entrò anche l'assillo
-della declamazione. Avevo creduto d'esser nato pittore, e poi tenore;
-credetti pure per un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica.
-Ero in questa illusione più scusabile perchè, se non avevo voce per
-cantare, per declamare n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio.
-Fu anche questo un furore da far desiderare che fossi nato afono.
-Sceglievo i passi delle tragedie in cui occorresse un maggiore sforzo
-di mantice, e di preferenza quelli in cui il personaggio delira, come
-il soliloquio di _Saul_ e quello di _Aristodemo_ nell'ultim'atto,
-per poter tonare più forte. La mia specialità, come ora si dice,
-era il delirio dei re. Si sottintende che ero un cane. Ci accozzammo
-parecchi compagni, tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme
-tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora dell'altro, e spesso anche
-nel ghiareto del torrente e del fiume, dove le pietre, per nostra
-fortuna, non si potevano muovere. Ma il nostro teatro preferito,
-poichè ci potevamo sbraitare senz'essere uditi, era veramente degno
-dell'arte nostra: era una stalla in fondo al cortile di casa mia,
-dove i tabaccai dei villaggi riparavano durante il giorno i muli e i
-cavalli. Disgraziato Alfieri! E infelice Berchet! Poichè s'espettorava
-pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi credevo chiamato a una
-grande carriera tragica. E mi frullavano sotto i capelli le idee più
-temerarie: di dare un saggio di declamazione nel Teatro Civico, di
-smetter gli studi e di entrare in una compagnia drammatica, di formare
-io stesso una compagnia unisessuale coi miei quattro sbraitoni e di
-trovar dei “capitalisti„ per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe
-stato strano che fra tante idee matte non mi fosse saltata anche quella
-di scrivere un dramma. L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale soggetto
-avessi escogitato: ricordo soltanto che era un dramma cruento, e che
-la parte del protagonista l'avrei dovuta far io: condizione _sine qua
-non_, da imporsi al capocomico che avesse avuto l'onore di metterlo in
-scena. Caso senza esempio, credo, nella storia degli autori drammatici:
-anche prima di mettermi a scrivere il dramma io feci il cartellone — un
-annunzio in caratteri cubitali sopra un lenzuolo di carta — per avere
-un'idea dell'effetto che avrebbe fatto alle cantonate, e m'esercitai a
-emettere certe grida di disperazione e di terrore, che non sapevo ancor
-bene a che proposito, ma dovevan sonare assolutamente in certe scene,
-e (voglio esser sincero fino in fondo) feci molte prove del passo con
-cui mi sarei presentato alla ribalta e dell'atteggiamento modesto
-e dignitoso ad un tempo, col quale avrei ringraziato il pubblico
-strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in fine: non restava
-che un accessorio: quello di scrivere il dramma. Dio m'assistè: non ne
-scrissi che la prima scena. Ma non cadde l'illusione dell'attore con la
-lena del drammaturgo: il mio vaneggiamento e il mio abbaio drammatico
-continuarono fino all'apertura del nuovo anno scolastico. I primi
-freddi e i primi pensi, non so come, mi levarono dal capo per sempre
-il ruzzo della recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi e Tommaso
-Salvini da una vecchiaia avvilita.
-
-
-
-
-Nuove amicizie e nuove grullerie.
-
-
-Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima mattina una sorpresa
-gradita. Nel far la chiamata degli alunni il professore lesse un
-nome che ci fece voltar tutti con viva curiosità verso il chiamato: —
-Angelo Brofferio. — Gli domandò il professore se fosse figliuolo del
-Brofferio deputato: rispose di sì. Fummo tutti colpiti dalla grande
-rassomiglianza che egli aveva col padre, che noi conoscevamo, più che
-dalle fotografie, dalle caricature frequentissime del _Fischietto_
-e del _Pasquino_: di profilo era tale e quale. Aveva una testa molto
-grossa, che pareva anche più grossa in confronto del corpo piccolino;
-un viso lungo, di lineamenti e d'espressione virili, rocchio bruno, la
-bocca arguta, un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si mostrò fin
-dai primi giorni d'ingegno aperto e pronto, e parlatore facile, con
-alcun che d'avvocatesco nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo
-coi compagni, non punto orgoglioso della fama del padre, che era allora
-popolarissimo, in specie per le canzoni piemontesi; molte delle quali,
-cantate per i caffè e per le strade, noi sapevamo tutti a memoria.
-Finito quel corso, andò a compiere gli studi altrove, e io non n'ebbi
-più notizia che dopo circa trent'anni, quando, professore di filosofia
-a Milano, se non erro, egli pubblicò un libro dotto e brillante sullo
-_Spiritismo_, che fece molto rumore. Ricordo che, bravo in letteratura,
-egli aveva pure un'attitudine particolare alle matematiche. E m'illusi
-d'avercela anch'io in quell'anno, che era l'anno dell'algebra.
-Avendo avuto mio padre la buona idea di mandarmi durante le vacanze
-a prender lezioni d'algebra da un geometra suo conoscente, io ero
-entrato nel corso già infarinato della materia; in grazia di che avevo
-nei primi mesi riportato qualche successo onorevole alla prova della
-lavagna, salvandomi dai pizzicotti professorali. Questo era bastato
-a farmi credere che mi fosse dato fuori a un tratto il bernoccolo
-della matematica, e lo credetti tanto che ebbi l'audacia di fondare
-un periodico bisettimanale (di tiratura modesta, poichè n'usciva un
-numero solo, manoscritto), nel quale rifacevo le lezioni ad uso dei
-pizzicottati. Ma quest'illusione durò anche meno dell'altre perchè,
-non avendo studiato nelle vacanze che fino all'estrazione delle radici
-cubiche, quando si arrivò a questo punto del programma mi ritrovai
-da capo al livello degli altri.... e i pizzicotti ricominciarono.
-Ricominciando i pizzicotti, cessò il giornale. Ma non importa:
-consiglierò sempre ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi
-agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, perchè anche
-la più leggiera preparazione riesce loro di giovamento grandissimo,
-preservandoli dal danno grave di rimanere addietro al primo intoppo.
-
-Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra troppe cose mi dovevano
-distrarre quell'anno. Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo
-per la statura, che era d'un uomo, io andavo allargando di giorno
-in giorno il cerchio delle mie amicizie, e le nuove erano assai più
-pericolose delle altre, perchè eran fuori del giro della scuola. Le
-prime di queste, e le più care, furon le amicizie militari. C'erano
-allora fra i bersaglieri volontari, e anche fra quelli di leva, molti
-giovani di famiglia signorile: studenti smessi, laureati, artisti
-drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e tutti
-caldi d'un entusiasmo patriottico, che dava un'impronta di nobiltà
-d'animo anche ai caratteri più leggieri. Stretta relazione con uno di
-essi, venivan gli altri come le ciliege. Con questi conobbi la prima
-volta il piacere e l'alterezza dell'amicizia virile. Nascondevo con
-loro i miei tredici anni; mi davo l'aria d'uno studente già esperto
-del mondo; ero tutto contento di farmi vedere alla passeggiata in loro
-compagnia, appoggiando il braccio sopra un braccio gallonato, con la
-tesa del cappello accarezzata dagli svolazzi d'un grande pennacchio, e
-mi pareva di fare una prodezza di brillante scapigliato trattenendomi
-mezz'ora con essi davanti a un caffè, all'uscita del teatro, come se
-tutti i passanti avessero dovuto dire: — Chi sa mai dove passerà la
-notte quel collorotto? — Di una di quelle sere mi ricordo in particolar
-modo perchè fui presentato da un sergente a un bel giovanotto, alto e
-elegante, impiegato al Commissariato militare; il quale si chiamava Ugo
-Iginio Tarchetti. Era il futuro autore dei _Drammi della vita militare_
-e di _Tosca_, il poeta forte e triste, che doveva morir nel fior
-dell'età, appena baciato dalla gloria. Chi m'avrebbe predetto allora
-ch'io avrei scritto dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto
-al suo, che saremmo stati citati mille volte come due antagonisti, e
-che, dopo averlo tenuto in conto d'un nemico mentr'era vivo, io l'avrei
-amato, morto, come un fratello!
-
- *
-
-Entrai allora in quel breve periodo il quale corrisponde negli
-adolescenti a quello in cui le ragazze cominciano a stringersi il
-busto e a mettersi dei fiori nei capelli: il periodo in cui diventa il
-mobile più importante della casa lo specchio. Per quanto sia in vena
-di confessioni non oso di dire fino a quale altezza di grulleria io
-sia salito in quella fase di luna, quanto tempo ci mettessi a farmi
-il nodo della cravatta, quante volte tornassi indietro a raggiustarmi
-il cappello davanti alla specchiera prima d'uscire di casa, e quale
-sciupio abbia fatto delle pomate e delle acque d'odore delle mie
-sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione di san Crispino
-per fare il piedino aristocratico. Molti padri e madri, quando i loro
-figliuoli piglian quella passione, credono di guarirli mettendoli
-in ridicolo e trattandoli dalla mattina alla sera d'imbecilli. È
-una sciocchezza, che i miei non commisero, comprendendo che era
-una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo: finsero invece di
-non badarvi, non scambiandosi che qualche sorriso discreto quando
-io chiedevo una cravatta nuova o un paio di scarpe di marocchino;
-sorriso che non mi sfuggiva. E li lodo ora di quella indulgenza, che
-non fu l'ultima delle cause per cui la malattia non fu lunga, perchè,
-umiliandomi, l'avrebbero inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura
-di paino e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia non miravano a
-guadagnarmi le grazie dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo
-periodo degli innamoramenti platonici, spinti fino alle passeggiate
-sotto le finestre e alle “pedinature„ furtive e alla contemplazione
-estatica dei palchetti del teatro: amori repentini, languidi e
-mutevoli, anzi procedenti non di rado a coppie, e anche a triadi,
-facilissimi alle più insensate illusioni, pasciuti per settimane d'uno
-sguardo incontrato a caso o d'un sorriso forse più di canzonatura che
-di simpatia, e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre tristezze,
-imparate nei libri. Ah, che bell'attore! Mi è uno spasso il ricordare
-le mie avventure d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi più
-amori io che don Juan Tenorio e Luis Mendía messi insieme. Il mio cuore
-ospitò più bellezze che il serraglio imperiale del Bosforo. E i miei
-sospiri amorosi si levavano a tutte le altezze: una settimana era la
-figliuola del prefetto, un'altra la moglie del professore; succedeva
-alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice d'una casa
-nobile la vedova d'un colonnello. E con le adorazioni del passeggio e
-del teatro andavano di passo le adorazioni di casa. Quando veniva una
-bella signora a far visita a mia madre, non scappavo più in cortile,
-come per il passato, per sfuggire alla noia dei discorsi soliti:
-stavo lì ribadito sur una seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della
-visitatrice con gli occhi come due lampioni, e con una immobilità
-di magnetizzato, di cui non sfuggiva il senso alle più accorte; le
-quali scansavano il mio sguardo indiscreto con un sorriso a fior di
-labbra, e, stringendomi la mano all'atto di andarsene, mi dicevano con
-una rapida occhiata indulgente: — Ho capito, piccolo impertinente;
-faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, avevo un debole per
-le donne maritate, e più per quelle che portavano indosso una parte
-maggiore dello stipendio del marito. È incredibile il numero di mariti
-rispettabili che ho oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori di
-fantasia avessero avuto effetto, e mi fossi dovuto battere, avrei avuto
-un duello ogni settimana, e a andar bene bene, mi sarei ridotto un
-crivello ambulante avanti d'aver finito il ginnasio. E non nel cuore,
-ma nel cervello, erano così vivi, benchè rapidissimi, questi amori,
-che n'avevo spesso la coscienza turbata, come di colpe vere; arrossivo
-fino ai capelli incontrando per la via certe coppie coniugali; mi
-pareva alle volte d'essere veramente un dissoluto senza freno nè legge,
-insidiatore di talami e scandalo della gente onesta, di reputazione
-perduta, e ne sentivo non di meno una vanagloria segreta, come se
-soltanto con una coscienza così fatta uno si potesse vantare d'esser
-uomo.
-
- *
-
-L'uomo, peraltro, non era ancora che un lungo bambino, il quale
-seguitava a baloccarsi per ore intere con tutti i giocattoli che gli
-eran rimasti dell'età infantile, coi fantocci, con le trottole, con
-le palline di vetro e perfino con le oche di carta. Per darmi questi
-spassi mi nascondevo, e quando mi coglieva sul fatto qualcuno della
-famiglia, riponevo ogni cosa in furia, vergognandomi, e fingendo
-d'aver tirato fuori quelle carabattole per curiosità di filosofo,
-amante di meditare sul proprio passato. Ma non mi vergogno ora che
-conosco il mondo e la vita, di dire che quell'amore dei trastulli
-fanciulleschi mi rinacque a quando a quando fin quasi ai trent'anni,
-che, già reo di parecchi libri, mi divertivo per delle mezz'ore
-a far saltare sul tavolino di quei ranocchi di legno, che hanno
-sotto il filo attorto e la bacchettina cerata, e che pure adesso,
-qualche volta, passando davanti a una bottega di giocattoli, sento
-delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne dovrei vergognare?
-Gli uomini non sono che ragazzi invecchiati, che nascondono la loro
-fanciullaggine sotto un'apparenza di gravità, e che ogni qualvolta
-possono, di nascosto, ci si abbandonano con un piacere infinito. E in
-fondo, poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle cose strane e
-impossibili, ma ardentemente desiderate, non è che un baloccarsi con
-idee ed immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo e l'altro
-scarabocchia dei pupazzetti o fa delle greche sui margini, si balocca
-come un ragazzo; e si balocca il ministro di Stato che nei momenti
-d'ozio piega e ripiega in dieci forme un giornale o suona il tamburo
-sul banco col tagliacarte, come faceva il conte Cavour, durante i
-discorsi dei deputati seccatori. Io credo che a chiudere in una stanza
-nuda l'uomo più serio del mondo con una scatola di soldatini di piombo,
-viene il momento che li tira fuori, e li schiera, e li fa armeggiare
-come un bambino di sei anni. Quella passione persistente dei trastulli
-infantili giovò a divagarmi alquanto dagli amori, e fu per me un
-calmante salutare. Ah, se una di quelle molte signore a cui facevo gli
-occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature da trovatore,
-m'avesse visto far correre sul tavolino per tutta una mattinata delle
-file di noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti di carta
-dorata, per rappresentare gli stati maggiori degli eserciti combattenti
-in Lombardia, che bella risata argentina m'avrebbe data in faccia,
-e che bel colpo d'ombrellino, forse m'avrebbe assestato sulla nuca!
-Ma si guardino le mamme dal ridere e dal far vergogna ai figliuoli
-grandi quando li vedono occupati in trastulli che credono indegni della
-loro età, e indizio di poco cervello; chè quello è anzi segno d'una
-semplicità d'animo, d'una vivacità d'immaginazione, d'una facoltà di
-dar corpo a dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un mondo
-foggiato da loro, che saranno anche negli anni più tardi un grande
-conforto, un rifugio dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, e
-quasi una fiammella inestinguibile di gioventù; la quale gioverà molto
-a tener vive in essi tutte quelle altre passioni e illusioni, senza
-di cui la vita non sarebbe per il più degli uomini che un desiderio
-continuo della morte.
-
- *
-
-Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una distrazione dagli studi
-ben più potente che non fossero gli amici bersaglieri e gli amori
-sospirosi. Come nel 1859 aveva dato un colpo mortale al latino Vittorio
-Emanuele, così fu Garibaldi nel 1860 il peggior nemico del greco;
-poichè in quell'anno appunto fu istituito nel Ginnasio lo studio del
-greco, riconosciuto di necessità urgente per affrettare la liberazione
-d'Italia. La partenza dei Mille da Quarto fu come un segnale convenuto
-fra Garibaldi e la scolaresca perchè smettessimo d'affaticarci troppo
-il cervello sui libri di testo. Partivano per la Sicilia, a frotte,
-giovani d'ogni condizione, e fin dei mostriciattoli, che erano lo
-zimbello pubblico: fra i quali ricordo un piccolo sarto gobbo, con le
-gambe arcate come due fette di popone, che fu salutato alla partenza da
-una tempesta di risa e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi s'accese
-nella testa una nuova girandola: quella della politica. Ero stretto
-allora d'amicizia fraterna con due compagni di scuola, tutti e due di
-principî rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un mazziniano, l'altro
-perchè ribelle per istinto a ogni autorità, cominciando da Senofonte e
-venendo fino agli ultimi classici. Io ero figliuolo d'un monarchico, e
-non rivoluzionario per natura; ma tale m'aveva fatto a poco a poco la
-lettura quotidiana del _Diritto_, a cui mio padre s'era abbonato per
-simpatia letteraria. Tutti e tre, fanatici di Garibaldi, concertammo
-una fuga clandestina per “accorrere in suo aiuto„; la quale non ci
-riuscì, come raccontai altrove; e quel tentativo fallito esasperò
-la nostra passione patriottica. Diventammo nemici implacabili del
-conte di Cavour, che intralciava l'impresa di Garibaldi con “le arti
-subdole di una politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. La
-cessione di Nizza e di Savoia alla Francia ci mise su tutte le furie.
-In tutte le nostre conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro
-uno strazio miserando. Leggevamo i suoi discorsi nei giornali con un
-sorriso di sarcasmo feroce. E conciammo secondo i suoi meriti anche
-Napoleone _il piccolo_, che conoscevamo a fondo, grazie al libro di
-Vittor Hugo. Attaccavamo intorno all'uno e all'altro delle discussioni
-furiose coi nostri compagni “moderati„ i quali ci accusavano di
-“metter dei bastoni fra le ruote alla politica del Governo„. — Sì, —
-rispondevamo in coro tutti e tre, — noi combatteremo il governo con
-tutte le nostre forze; non gli daremo tregua mai; noi non vogliamo la
-politica dell'asservimento allo straniero; chi non è con noi, è contro
-l'Italia. — Quando poi andò a armeggiare in Sicilia il La Farina,
-uscimmo addirittura dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa come una
-sfida gettataci in faccia dal venditore di Nizza e Savoia, e parlammo
-di fondare un giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano fremere
-i giudizi che davan di Garibaldi certi vecchi impiegati, cavuriani
-marci, che frequentavano casa mia: uno fra gli altri, un ispettore
-di non so che cosa, un gigante canuto, con due grandi solini a vela,
-il quale parlava con una lentezza insopportabile, come se ad ogni
-parola che gli usciva dalla bocca gli scappasse uno scudo dalla borsa.
-Quando lo sentivo parlare di Garibaldi come d'un guastamestieri della
-politica di Torino, d'un perturbatore importuno del mondo, fortunato
-per disgrazia nostra, con quella solita chiusa sinistra, che faceva
-scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà del filo da torcere, vedrete,
-vedrete! — io gli saettavo delle guardatacce da passarlo da parte a
-parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E quella febbre garibaldina
-durò allo stato acuto fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come siano
-andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno scolastico si può
-immaginare: come gli affari del re di Napoli, presso a poco. Ma per
-essere promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe bastato il
-gridare: “-Viva l'Italia!„ e fui promosso io pure. Pochi giorno dopo
-l'esame, passando per un vicolo vicino a casa mia, vidi molte donne
-affollate intorno a una merciaia, che stava seduta sullo sporto della
-sua botteguccia, coi gomiti sulle ginocchia e il capo fra le mani,
-piangendo dirottamente. Domandai perchè. Mi rispose una donna: — Gli
-hanno ammazzato il figliuolo a _Milass_. — Il mio primo senso fu di
-pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo) di vergogna. Sentii dentro
-una voce che mi disse: — Quello ha combattuto ed è morto, e tu da tre
-mesi in qua non hai fatto che sbraitare, buffone! — E da quel giorno
-feci un po' meno lo smargiasso contro il conte di Cavour.
-
-
-
-
-Professori di liceo.
-
-
-Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu istituito quell'anno in
-luogo dei due corsi di filosofia, dovemmo fare un esame di greco in
-iscritto, il quale si ridusse alla declinazione di qualche sostantivo;
-ma parve che scrivessimo un greco, dirò così, garibaldino, poichè
-fummo quasi tutti rimandati; e fu la nostra salvezza l'essere in
-tanti, avendo deciso il Ministero, perchè il Liceo non restasse vuoto,
-d'insaccarvici tutti a ogni modo.
-
-E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così
-mirabile d'una razza particolare di professori di lettere che fu assai
-numerosa in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo
-l'unificazione della patria, un tipo così perfetto e così ameno di
-mangiapaga a tradimento e di spandichiacchiere scansafatiche, che non
-posso resistere alla tentazione di farne la fotografia. Era venuto
-nella nostra città, non so di dove, quell'anno stesso, con una gran
-pancia e una gran sicumera, accompagnate da una grandissima voglia di
-non far nulla. Era professore di letteratura italiana. Ma di questa non
-discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre dell'Italia e dei
-fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque argomento.
-Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli, e passo
-passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni
-specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato
-i suoi stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano;
-poichè, fra le altre fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli
-uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto
-alla politica, per entrar nell'argomento non pigliava vie traverse:
-entrava addirittura nella scuola col _Diritto_ spiegato fra le mani, e
-ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei deputati; dichiarando peraltro
-che non ce li leggeva per il contenuto, che non aveva che far con la
-scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi più efficaci e più
-eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna, tra l'una
-e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto
-un monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i
-locali scolastici. Quando non parlava di sè e della patria, ci leggeva
-svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia
-letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il
-molto in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo
-v'era ridotto in quattro o cinque paginette: una vera quintessenza
-di rose; ed era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di
-carriera: si sarebbe corsa la storia universale in un trimestre. Tutto
-il suo lavoro era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato
-per dei mesi che avrebbe fatto “una campagna giornalistica„ contro
-il Municipio, per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra
-sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere righe
-non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho
-combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli
-si credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che
-veniva proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul
-tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine
-a battere così la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento
-tutta l'anima sua, che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la
-vita„ per noi. Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi
-sempre di cose allegre, soventissimo di musica, perchè da giovane
-aveva suonato il violino, e del _Barbiere di Siviglia_ in particolar
-modo, del quale era matto ammiratore; tanto che ogni volta che trovava
-in un testo italiano la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera,
-raccontando invariabilmente le peripezie della prima rappresentazione
-di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la vita del
-Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè,
-o di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano
-tutti a un modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria
-dello stipendio. — Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un
-obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo
-egualmente il nostro dovere... — E rientrava nel dovere in questa
-forma, per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la serenata del conte
-d'Almaviva fu composta dal tenore Garcia. Ebbene....
-
-
-
-
-Un rimorso.
-
-
-Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon
-fratoccio; il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo
-intermezzo renderci assai più piacevole il suo insegnamento, poichè
-si diceva che avesse una bellissima voce di tenore, e che cantasse
-con garbo; eccellente il professore di lettere latine, un coso
-risecchito, ma pien di vita, che parlava con una correttezza e con una
-precisione, da parer che recitasse a memoria delle lezioni scritte con
-cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di filosofia.
-Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino:
-il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato,
-d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo
-di renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in
-specie alla natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo
-rammento per infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine
-mingherlino, di viso fine e pallido, un professore improvvisato, credo,
-come eran molti in quegli anni, il quale studiava forse giorno per
-giorno la storia che c'insegnava, e aveva la parola fioca e restia, e
-una timidità fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma faceva
-ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci trattava come compagni,
-e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo avessimo incoraggiato
-dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci facevamo beffe di
-lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio con ogni
-specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno
-dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non
-comprendo come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo
-un grande affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto
-il ricordare, oltre che per altri, per il preside del liceo: un degno
-prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione squisita; ma che
-con noi non aveva punto che fare, e a me non aveva dato nessun segno
-particolare di benevolenza; ciò che prova che animo affatto cattivo
-non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni casa, il canto della
-spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa dose di malvagità
-che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo bassamente
-contro un giovane mite e debole, che sapevo incapace di farmela
-ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte
-nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io
-tenni con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire
-di più. Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico
-che gli passò sul viso una volta che gli feci in piena scuola un
-atto irriverente, per il quale non mi disse neppure una parola di
-rimprovero, e al sorger di quell'immagine sento sempre uno strizzone al
-cuore e un moto d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo
-tanto tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io
-lo vidi abbia compreso che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in
-un'altra città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui. Spero che
-sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà questa pagina, sappia che
-l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni che son
-trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho dimenticato mai, e
-gli ho voluto sempre bene.
-
-
-
-
-I liceisti.
-
-
-La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta
-in gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di
-giovanotti che avrebbero potuto portar sulle spalle i professori.
-Molti erano convittori d'un Collegio Civico, separato dal Liceo, che
-venivano a scuola con un berretto militare, e portavano i giorni di
-festa una divisa somigliante a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i
-più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia meno agiata, figliuoli
-di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che facevano duri
-sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che
-anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più
-lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere.
-
-Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli,
-furon quelli gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta
-la vita, poichè in quell'anno soltanto cominciarono a stringermi ai
-miei condiscepoli dei legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi
-vicino un futuro Conservatore delle ipoteche, un generale avvenire, un
-vescovo in erba e un rettore predestinato di quello stesso collegio,
-del quale era collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni ed
-esemplare nell'osservanza della disciplina, quanto poi fu amorevole
-coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale
-avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia sinistra. Era uno dei
-più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto robusto, coi
-capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti
-di vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano
-due fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà
-infantile. Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio,
-il metallo della sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e
-rivedo le sue grosse labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei
-mulatti, delle quali osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi,
-recitava la lezione al professore, ed io gli facevo da suggeritore,
-com'egli faceva a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva spesso fra
-gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o per un libro
-buttato sotto il banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma non
-seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo
-d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo
-ancora col suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un
-pennacchio azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile.
-Quante risate abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni
-del banco davanti, quando il professore di lettere italiane attaccava
-il ritornello solito del _Barbiere_ e dello stipendio; di quelle risate
-deliziose, che hanno il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la
-facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno che ci possa gridare:
-— La smetta —! Mi rammento che un giorno il professore di lettere fece
-recitare a lui la poesia del Guidi, _Alla Fortuna_, della quale non ho
-più in mente che un verso:
-
- Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.
-
-In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon
-compagno, che si chiamava Giuseppe Arimondi.
-
-
-
-
-Il bimbo del Consigliere.
-
-
-Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, allora ancor bambino,
-predestinato alla fama in tutt'altro campo.
-
-I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, erano in
-quel periodo mutati spessissimo. Nei pochi anni che trascorsero dalla
-guerra di Crimea alla liberazione di Napoli ne passarono in quella
-piccola città non so quanti, che ho dimenticati, tranne il Bellati,
-governatore, il quale aveva fama di letterato per una bella traduzione
-del poema del Milton, e un Consigliere lombardo, il cui nome, che
-allora sapevo senza dubbio, m'uscì poi dalla mente, e non lo riseppi
-che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa — una giovane signora
-d'aspetto buono e di modi schietti e gentili — veniva qualche volta a
-casa nostra a render visita a mia madre, conducendo sempre con sè un
-figliuoletto di tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi
-nella memoria gli occhietti vivaci e la forma singolare del viso, dal
-mento fuggente a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura di
-cappotto color nocciola, che gli stava dipinto, e gli dava l'aria d'un
-ometto. È probabile ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, con
-la condiscendenza d'un fratello maggiore, per liberarlo dalla noia che
-son sempre per i ragazzi le visite. Ma non rammento altro che la sua
-personcina e le feste che gli soleva fare mia madre, complimentandolo
-per quel cappottino prematuro di zerbinotto, che non dimenticò mai
-più neppur essa. Chi m'avesse profetato che cosa dovea diventare quel
-bambino, e quale influsso esercitar con la sua penna sul mio pensiero,
-e che ansie dolorose farmi provare per lui in un momento terribile
-della sua vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu così. Quel
-figliuoletto d'un consigliere di prefettura, che poi fu prefetto,
-divenuto trent'anni dopo un pubblicista originale e potente, d'una
-arte dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto punte e incavi, dal
-quale sprizzano le idee fitte e lucide come baleni da un'armatura a
-scaglie d'acciaio, ed escon mille suoni acuti e minacciosi come da un
-fascio di spade agitate, mi doveva prima e più d'ogni altro accendere
-e persuadere dell'Idea, alla quale egli dedicò tutto il suo ingegno e
-tutta la sua vita, e che lo condusse ammanettato davanti a un tribunale
-di guerra, e dal tribunale all'ergastolo, condannato a dodici anni
-di reclusione per un delitto politico, a cui ripugnavano con egual
-forza la sua ragione e la sua natura. Ma soltanto assai tempo dopo
-ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano una sola persona il direttore
-della _Critica sociale_ e quel bambino; non lo seppi che il giorno in
-cui mia madre mi domandò: — Ma questo Turati che hanno condannato è
-forse figliuolo del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh
-come sentii più forte l'affetto d'amico e di compagno di fede che mi
-stringeva a lui, quando si legarono nella mia mente quel cappottino
-color nocciola e la casacca grigia del galeotto!
-
-
-
-
-La resa di Gaeta.
-
-
-La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i
-nostri bollori patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però
-farci andare di miglior voglia agli esercizi militari, che erano stati
-istituiti di fresco per tutte le scolaresche del Regno: esercizi che
-noi ci ostinavamo a non prender sul serio, benchè studiassimo logica
-e ci dichiarassimo pronti a combattere per la patria; come se per
-ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto di saper
-caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un modo e in
-un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo. C'era
-un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone
-che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare
-la caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù
-delle scuole, perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque
-ragazzo o giovine, che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare
-con lui in tono familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli
-consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque liceisti con lui
-davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui
-durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli con un sorriso
-compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai presa, dovete sapere.
-Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che ci si ruppero le
-corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i Saraceni. Poi
-se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con la forza
-delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il
-principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E
-ci vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper
-quell'osso. Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve
-lo dico: per anni! — Proprio in quel punto passò di corsa un giovane
-impiegato della prefettura, che ci gridò senza arrestarsi, col viso
-radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti verso il professore,
-mettendo fuori in coro un _ah!_ di trionfo, per godere della sua
-confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse neanche
-un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca il suo
-pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio, guardò
-in giro per aria come per vedere che tempo facesse, poi disse con la
-bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se
-n'andò via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva
-esser quello il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi
-rimanemmo mal soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al
-teatro, dove si rappresentava la _Gemma di Vergy_, con illuminazione
-“a giorno„ per festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro
-fece al pubblico una lieta sorpresa. Al momento di cantar l'_a solo_
-
- Mi toglieste al sole ardente,
- Ai deserti, alle foreste,
-
-si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere sguinzagliato, e
-invece di dire i versi del libretto, cantò una strofa d'occasione,
-composta da lui, che m'è rimasta in mente tutta intera, e che voglio
-regalare alla storia della lirica italiana:
-
- Là sui merli di Gaeta
- Splende l'italo vessillo,
- Delle trombe il fiero squillo
- Chiama Italia a libertà;
- Sulla rupe del Tarpeo
- Sorge unanime una voce:
- Vien Vittorio, vien veloce,
- E l'Italia è fatta già!
-
-Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar la strofa tre volte; fini
-alla terza con una stecca; ma fu attribuita alla commozione, e coronò
-il suo trionfo. Felici giorni, anche per i tenori.
-
-
-
-
-Un pericolo e un lutto.
-
-
-Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che più ci commossero furono
-la lettera famosa che scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la
-gran burrasca parlamentare dell'aprile, e la morte del conte di Cavour.
-Benchè anche la parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in grazia
-il vincitore di Castelfidardo non meno per la prosa poetica dei suoi
-proclami che per le sue vittorie, pure quella lettera male ispirata,
-la quale svelava un sentimento acre di gelosia e sonava più che
-ammonimento d'avversario provocazione di nemico, ci mise il sangue in
-rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un duello. Ricordo le dispute
-tempestose che avemmo nella scuola coi compagni devoti al Governo, e
-al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e le risposte clamorose:
-— È una infamia. — È una lezione meritata. — Raccoglieremo il guanto!
-— Vi piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie, gravide di guerra
-civile, che ci lanciammo in faccia per tutta una serata, picchiando
-i pugni sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; e
-ricordo pure il senso di viva soddisfazione che produsse in tutti
-la risposta pacata e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e
-dissipò ogni pericolo. Quanto alla morte del conte di Cavour, son lieto
-di poter dire che anche la triade garibaldina, che aveva combattuto
-con tanto furore la sua politica, ne fu addolorata sinceramente. Già
-fin dal marzo ci eravamo alquanto riconciliati con lui per effetto dei
-discorsi stupendi ch'egli aveva pronunciati intorno alla questione di
-Roma: avevamo riconosciuto onestamente che non gli si poteva negare
-l'ingegno, e che forse, a modo suo, amava anche lui il suo paese. Non
-s'andava d'accordo; ma, da leali avversari, si ammetteva che avesse
-reso all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non c'era per il
-momento un altro uomo di pari levatura che gli potesse succedere: la
-passione di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser giusti. Ed era
-di questa opinione anche il professore d'italiano, quantunque per la
-sua rassomiglianza con Gustavo Modena egli si credesse in dovere di
-professare le idee della Sinistra estrema; ammirò egli pure — in morte
-— il gran ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci in scuola,
-invece di far lezione, le più eloquenti necrologie che si pubblicarono
-in quei giorni dolorosi; non solo per rendere l'onore dovuto al grande
-morto — diceva — ma per farci imparar lo stile degli elogi funebri,
-che erano un genere a parte, come chi dicesse la musica sacra rispetto
-alla musica drammatica; al qual proposito citò lo _Stabat Mater_ del
-Rossini, che lo condusse a discorrere del _Barbiere di Siviglia_....
-
-
-
-
-Primi studi di lingua.
-
-
-In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un
-piccolo avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria,
-e che noto soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali
-appunto mi par necessaria una breve prefazione.
-
-Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso
-proprio della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto
-d'esser nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla,
-o come se bastassero a farla imparare quelle poche letture di scrittori
-italiani, disordinate, frammentarie e superficiali, che si facevano
-a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni semplice lettura, resta
-tanto meno di lingua nella memoria quanto più è assorbita l'attenzione
-dal contenuto. I professori ci correggevano nei componimenti gli
-errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da sostituire al
-modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni autori:
-e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da
-nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure
-dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti
-piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque
-altra regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario
-molto più ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non
-altro. Che un ragazzo non nato in Toscana, e più se nato ai piedi
-delle Alpi, non potesse imparare in altro modo la lingua italiana, non
-parlata da alcuno intorno a lui, che studiandola come avrebbe fatto
-d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco a poco, per via di
-ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi e di costrutti,
-da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di sentenze,
-non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe in
-classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza
-di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a
-rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico
-che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano
-misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senz'alcun
-sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare,
-come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo che avesse studiato la
-nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi
-capire senza far ridere.
-
-Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto
-gli occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in
-capo una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi
-toscani — e mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. —
-Del Giusti non avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le
-_Crestomazie_ scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima
-all'ultima. Fu come una festa. Non saprei paragonare il piacere che
-n'ebbi se non a quello che si prova da fanciulli quando ci è messa
-in mano la prima scatola di colori o il primo strumento di musica;
-un piacere puramente artistico, e questo quasi tutto filologico, nel
-quale non entrava che in minima parte il pensiero satirico e politico
-del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella grande
-ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella
-varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di
-legature eleganti e flessibili fra idea e idea, quella profusione
-di gemme e di perle fini, infilate l'una sull'altra, incastonate nel
-verso con quel garbo, fatte come saltar nelle mani con quella lestezza
-e con quella grazia; che esprimevano mirabilmente mille cose ch'io
-non avrei saputo neppure adombrare con la parola, e ch'erano come
-risposte inaspettate a mille domande curiose accumulate da un pezzo
-nella mia mente, mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole,
-quelle frasi mi risplendevano agli occhi come fuochi di mille colori,
-mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di voci argentine,
-mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come sguardi e
-lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel pensiero
-a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle
-dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una
-pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per
-la lingua nacque da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato
-dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore o dalla speranza
-d'acquistarle, chè a questo allora non pensavo punto: fu come la
-passione di chi raccoglie monete preziose o conchiglie rare per il solo
-piacere di osservarle e di palparle, senza neppur pensare di mostrarle
-agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi cominciai a far
-delle note; feci lo spoglio di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto
-il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le
-ore come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una
-lingua nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che
-una nozione confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e
-pittura, e di diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello
-studio, più intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte
-aveva in quella passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora
-una ben chiara coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il
-bisogno di correggere la mia pronunzia, giovandomi della conversazione
-d'un bersagliere, nativo di Siena, poeta improvvisatore e caporale:
-altra piccola miseria, questa della pronunzia italiana, di cui non
-si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere; ai quali si poteva
-leggere un verso del Petrarca nel seguente modo, per citare un esempio:
-
- Giuvine dona soto un frasco louro,
-
-senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione
-della lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia
-del Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul
-Guerrazzi, del quale avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto
-con l'occhio del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi delle
-invettive contro i tiranni da innestare nei componimenti d'effetto.
-Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile immaginoso e forte, non
-mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte, portavo via
-il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine intere,
-che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano
-nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in
-quell'esercizio gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a
-menadito tutti i più bei passi dell'_Assedio di Firenze_, e li diceva
-con un garbo squisito. Poi feci nella passione della lingua delle
-volate come quelle che facevo nell'amore. Passai dal Guerrazzi al
-Guadagnoli....
-
-
-
-
-Furori ginnastici.
-
-
-Ma che mosca senza capo è mai un uomo di quindici anni. Figurarsi
-che quella gran passione filologica fu troncata di colpo, a metà
-delle vacanze, dall'apparizione dei fratelli Guillaume. Non era mai
-venuta nella città una grande Compagnia equestre: tutto quell'apparato
-spettacoloso di cavalli, di attrezzi, di maglie e di vestiti variopinti
-m'infiammò d'entusiasmo per l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena
-fanciullezza. Il mio buon padre, che mi contentava in ogni cosa, mi
-fece fare un trampolino, e mi comperò corde, anelli, trapezi e cerchi,
-come s'io avessi dovuto rizzar baracca di saltimbanco. E questo feci,
-a un di presso. Chiamai a raccolta tutti i miei compagni che avevano
-tendenze d'acrobati, e mi diedi con loro allo _sport_ circense con
-una passione sfrenata. Furono esercizi e camiciate da pazzi, con
-conseguenti capitomboli, ammaccature, torsioni e rotture di testa e
-scalmane da cavalli. Ma era anche quello “furor di gloria,„ poichè,
-facendo le mie prodezze, m'immaginavo sempre di “agire„ davanti a una
-moltitudine spettatrice, che io vedevo e di cui sentivo gli applausi,
-come un allucinato. Sul serio, covai per qualche tempo l'ambizione di
-diventare un direttore di circo equestre. Mio padre mi rimproverava
-d'andare all'eccesso. Io gli rispondevo: — _Mens sana in corpore sano_;
-— al che egli ribatteva argutamente che, intanto, era un principio
-bell'e buono d'insania di mente il rompersi la testa per sanificare
-il resto del corpo. E il corpo, infatti, salvo le enfiagioni e le
-sbucciature, era sano: crescevo come un girasole, ero un lupo a tavola,
-un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini del Banco, per bravata, a
-portar dei sacchi di sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato
-il mio professore di filosofia. Ma quanto a nutrir la _mente sana_
-di studi, era un altro discorso: non mi ricordo d'aver mai avuto in
-tanta avversione la carta stampata quanto in quel periodo: ero sulla
-via di diventare un fortissimo e agilissimo cretino. Ma è proprio
-vero che le malattie della vanità guariscono da sè stesse: poichè
-non era altro, per tre quarti, quella mia smania di ballar per aria.
-Ed ecco come guarii, con molta soddisfazione di mia madre, che stava
-sempre col batticuore di vedermi portare in casa a quattro braccia. Il
-mio esercizio prediletto era quello del salto col trampolino; la mia
-ambizione suprema, quella di riuscire a saltare una diligenza, come
-avevo visto fare a un pagliaccio del circolo Guillaume (un semidio). Ma
-per arrivare a tanto bisognava imparare a far il salto mortale, come
-il semidio lo faceva, ed io smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci
-provavo, perchè non c'era da scherzare: era troppo facile di rompersi
-il nodo del collo. Un giorno, nella compagnia solita dei miei fratelli
-d'arte, fra i quali m'arrogavo il primato, che m'era concesso, come a
-proprietario degli attrezzi, s'imbrancò un mio condiscepolo, assai più
-svelto e più ardito di me, che si provò a fare quel salto. Ci riuscì
-alla prima, fra l'ammirazione di tutti; io fui ricacciato fra gli
-artisti di second'ordine, e n'ebbi una gelosia mortale. Cento volte,
-da me solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto per dei quarti
-d'ora sull'alto del trampolino, coi pugni chiusi e con gli occhi fissi
-sulla sabbia sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo in calzoni
-sul punto di fare il gran tonfo, aspettando l'impulso del coraggio, e
-dandomi delle spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma l'impulso
-non venne mai. Tutto ben considerato, avevo una sola spina dorsale, e
-non conveniva arrischiarne l'integrità. E allora mi persi d'animo, e
-smisi. Smisi le gare con gli amici e le ambizioni di gloria ginnica;
-ma non perdetti l'amore degli esercizi fisici; i quali accompagnai
-sempre, non di meno, con l'immagine del circo e della folla plaudente,
-composta specialmente di signore e di signorine. E quell'amore mi durò
-per tutta la prima giovinezza, pigliando molte forme diverse, fra le
-quali quella del gioco del pallone, della palla e delle boccie; del che
-fui così soddisfatto da benedire anche quelle prime pazzie, perchè son
-fermamente persuaso di dover in gran parte alla ginnastica la salute
-vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi la rara serenità di
-spirito, la maravigliosa facilità di godere d'ogni più piccola cosa
-e di pigliare la vita lietamente, e d'esser contento di vivere in
-qualunque stato: serenità che non mi lasciò mai, se non a rarissimi e
-brevissimi intervalli, finchè non fui colpito da quelle grandi sventure
-che sconvolgono anche i temperamenti più sani, come gli uragani
-atterrano anche gli alberi più forti.
-
-
-
-
-Fisica e storia.
-
-
-C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un anno straordinario,
-che, quando ripensiamo a quel tempo nell'età matura, ci si presenta
-alla mente come all'occhio dell'oratore pubblico uno di quei volti
-singolari, i quali attirano la sua attenzione fra gli altri mille
-dell'uditorio e lo costringono a riguardarli cento volte, come se
-s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati d'una luce
-più viva. Tale è per me il secondo anno di liceo, che incominciò nel
-novembre del 1861.
-
-Principiò bene in grazia di due nuovi professori, che m'è sempre grato
-ricordare, e che nomino per sentimento di gratitudine e per dovere di
-cittadino, perchè nel campo ristretto del loro ufficio fecero tanto
-bene a tanta gioventù da meritare che chiunque possa, anche dopo mezzo
-secolo, li onori pubblicamente. Erano molto giovani tutti e due; l'uno
-professore di fisica, l'altro di storia.
-
-Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo sanguigno, forte e sano
-come una pianta di montagna, d'un viso aperto e simpatico, che diceva
-a primo aspetto l'animo e l'ingegno, era un insegnante impareggiabile,
-nato fatto, come direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare idee
-dalla propria “nell'altrui recipiente testa.„ Il far lezione era per
-lui un vero godimento dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva
-scintillar gli occhi, vibrar la voce e scattare il gesto come a un
-oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione un ordine matematico e
-una chiarezza cristallina, sentiva la poesia della sua scienza e ne
-trasfondeva il sentimento nella scolaresca, ci rendeva amena la fisica,
-quanto la letteratura, con un'eloquenza viva, colorita, ondulata,
-direi, per esprimere la varietà piacevole delle sue intonazioni;
-eloquenza, per altro, che anche quando scoppiettava in motti
-arguti, non usciva mai un momento dal suo soggetto. Ed era modesto
-senz'affettazione, indulgente senza debolezza, familiare con noi, senza
-incoraggiarci alla licenza, buono e fermo, sempre sereno ad un modo,
-tutti i giorni dell'anno, come se, salendo sulla cattedra, gli fuggisse
-dalla mente ogni pensiero e dall'animo ogni sentimento che non fosse
-quello della sua scienza e del suo dovere.
-
-L'altro, una figura smilza e pallida di abatino patrizio, era
-meno vivace nell'insegnamento; ma anch'egli, in forma diversa,
-efficacissimo. Faceva lezione come avrebbe celebrato la messa, con una
-dignità sacerdotale che c'imponeva rispetto e c'ingrandiva mirabilmente
-il concetto dell'importanza della storia. Quando ci esponeva le
-condizioni d'un grande trattato di pace o d'alleanza, lo faceva con
-una tale gravità di viso e d'accento, che stavamo tutti ad ascoltarlo
-raccolti e silenziosi, come compresi della solennità del momento
-storico, come se avessimo visto in mezzo alla scuola i principi e
-gli ambasciatori dei vari Stati, seduti intorno al tappeto verde, a
-discutere le sorti dell'Europa. Annunziava le dichiarazioni di guerra
-in maniera che ci faceva battere il cuore come alla lettura della
-scena dell'_Adelchi_, dove il messo di re Carlo lancia il guanto a
-Desiderio, e quasi esclamare in cuor nostro: — Che necessità tremenda!
-Quanto sangue umano si sta per versare! — In fine, trasportava così
-bene la nostra immaginazione nei luoghi e nei tempi remoti, che,
-dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti di dieci secoli
-fa come su fatti di storia contemporanea, accalorandoci per Federico
-Barbarossa e per Giovanni delle Bande Nere come per Napoleone III e per
-Garibaldi. Non scherzava mai; teneva lo sguardo raccolto come un prete
-all'altare, parlava sotto voce come se ci confidasse dei gelosissimi
-segreti politici, e non lodava mai chi sapeva, restringendosi a fare
-col capo un atto lento d'approvazione, come per dire: — Non spetta a
-me di lodarla; ella ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene
-saranno riconoscenti. — E non c'è da riderne, perchè era un'arte che ci
-teneva attenti e ci faceva studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana.
-Non ne ho più saputo nulla dopo quell'anno; ma non ho mai aperto un
-libro di storia senza che mi sorgesse davanti l'immagine di lui, col
-viso grave e con gli occhi bassi, nell'atto di “celebrar„ la lezione.
-Posso dire in tutta coscienza che se non son diventato uno storico
-illustre la colpa è d'un altro; non sua.
-
-
-
-
-Avvocato!
-
-
-A quel professore di storia debbo le mie prime soddisfazioni di
-vendiparole. Egli ci aveva esortati a far di quando in quando
-dei “lavori di diligenza„ che dovevano essere sunti narrativi di
-un periodo storico, chiusi da qualche considerazione generale.
-L'ambizione d'entrargli in grazia era così viva in tutti che i “lavori
-di diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine sul suo tavolino,
-e gareggiando fra di noi a chi scrivesse più roba, c'era chi gli
-rovesciava addosso delle mezze risme di carta, ch'egli mandava a
-prendere dal bidello; il quale usciva qualche volta carico come un
-somaro. L'aria del tempo voleva che ogni scritto scolaresco terminasse
-con una sonata patriottica. Io feci al primo di quei lavori una chiusa
-di questo genere, che ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè vari
-compagni ricorressero a me abitualmente per farsi fare la tirata finale
-del loro “sunto„. Le richieste mi titillarono l'amor proprio, divenni
-un fabbricante di _chiuse_: chiuse rimbombanti d'amor di patria, tirate
-con le mani e coi piedi, code di frasoni cucite ai lavori non con
-filo bianco, ma con spago da imballatura, veri petardi di rettorica,
-furfanterie letterarie da non averne un'idea. Con l'esercizio continuo
-acquistai in questo mestiere indegno una destrezza spaventevole: avrei
-potuto aprir bottega e guadagnarmi il pane. Ne insuperbii. Ma è strano
-che da questo buon successo non nacquero punto in me la speranza e il
-proposito di diventare uno scrittore; ma sorse invece l'idea d'aver la
-vocazione dell'avvocatura.
-
-Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da improvvisatore che
-da letterato, apparteneva esclusivamente al genere oratorio, e al più
-basso. L'idea, a poco a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. Sì,
-ero nato per tuonare alla sbarra, per grandeggiare nel foro; nessun
-dubbio oramai; mi maravigliavo d'aver sentito così tardi la voce
-della natura. Era quella, dunque, la mia nona incarnazione: prima
-bandito, poi soldato, pittore, prete, tenore, matematico, commediante,
-direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai la nuova
-illusione con lo stesso ardore con cui avevo abbracciato le altre otto.
-Ricordandomi il gran colpo che m'aveva fatto il discorso in difesa
-del generale Ramorino dell'avvocato Brofferio, mi diedi a leggere i
-_Miei tempi_ (che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui stile
-oratorio mi pareva giustamente il meglio atto a formar l'eloquenza
-d'un aspirante alla toga, e studiai a memoria tutti i frammenti di
-discorsi parlamentari che l'autore riferisce in quell'opera, e li andai
-recitando nel giardino e nel cortile, con una gran mimica curialesca,
-fingendo che fossero arringhe in difesa di accusati, e vedendo, dico
-vedendo proprio la gabbia, i giudici, l'uditorio, i carabinieri, tutti
-rintontiti dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte d'Assise,
-e marinai una volta la scuola per andar a sentire il vecchio avvocato
-Sineo, venuto da Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi a fare
-delle arringhe per conto mio, in difesa di mascalzoni immaginari e
-di Ramorini ideali. M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno
-dichiarai il mio pensiero a mio padre: avevo scelto la mia carriera,
-non avevo più bisogno che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser
-stato un po' sopra pensiero, acconsentì, dicendomi che agli studi
-universitari, in ogni modo, io ero destinato, che potevo studiar leggi,
-se tale era mio desiderio. — Va bene — concluse — sarai avvocato. —
-Mi parve di esser laureato in quel punto, e che dovesse cominciare il
-giorno dopo ad affluir la clientela. Diedi l'annunzio ai miei compagni,
-come d'una cosa fatta, e cominciai, nel discuter con loro, a fare i
-gesti avvocateschi di sciogliere il braccio dalla toga e di aggiustarmi
-sul petto le facciuole, e in casa, nei momenti d'ozio, a palpare
-con amorevole familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente,
-avevo trovato la mia strada! E intanto, per esercitarmi sempre più
-all'improvvisazione, giù “chiuse„ a rifascio.
-
-
-
-
-I profughi Polacchi.
-
-
-“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della
-Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione,
-che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le
-tre precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza
-la vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola
-militare di Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati
-in Italia e venuti a stabilire nella nostra città, per aspettarvi
-l'occasione e il modo di ritornare a combattere per il loro popolo.
-Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi robusti, di viso ardito
-e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria lontana e
-della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la più parte
-sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza,
-a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi morti
-generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero
-nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia
-feroce data ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata
-provocata, li circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle
-cortesie essi rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero
-una prova gentile, in occasione della morte del sindaco, portando
-con le proprie braccia il feretro al camposanto. Di molti di quei
-giovani votati alla morte ho ancora nella mente l'immagine, che mi si
-presenta sempre accompagnata dal suono armonioso della loro lingua,
-di cui raccoglievo curiosamente qualche parola passando accanto ai
-loro crocchi, mentre commentavano le notizie giornaliere della guerra
-santa che li aspettava. Di uno in special modo mi ricordo, che nessuna
-mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato: la figura più
-bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla amorosa: un
-viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato d'una
-maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima,
-non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia
-del corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta
-troppo rapida: perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore
-di bellezza e d'eleganza femminea, austero non di meno, che pareva
-anche più delicato appetto alle altre forti piante della Vistola, in
-mezzo alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi
-una sera al teatro, in sedia chiusa, solo, tutto intento alla commedia,
-di cui forse non capiva una parola: alcune giovani signore, che gli
-stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la sua attenzione,
-e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non diede
-segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro;
-stette sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone,
-come assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo,
-doveva esser seguito nella sua famiglia lontana. Egli pensava forse a
-suo padre che si trascinava in catene per le vie della Siberia, o a un
-fratello, soldato forzato, che si struggeva dall'ira tra le rupi del
-Caucaso, o a sua madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda,
-in cui le soldatesche del governatore Wielopolski, sguinzagliate come
-branchi di briganti, avevano strappato alla Polonia il fiore dei suoi
-figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve, che la guerra
-insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba,
-lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.
-
-
-
-
-Giorni d'ebbrezza.
-
-
-Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò per aria ad un tratto, e la
-fisica e la storia con loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui
-il sole sfolgorava come se si fosse avvicinato alla terra, e la luna
-mi guardava e mi parlava, e le Alpi eran così bianche e la campagna
-così verde come non erano state mai nè mai più saranno; giorni in cui i
-fiori del mio giardino, mandandomi un'ondata di profumo, mi dicevano;
-— A te, bel ragazzo! — e ogni musica che suonava nell'aria pareva che
-suonasse in onor mio, per accompagnare il canto di trionfo del mio
-cuore; giorni in cui la gente affollata al passeggio, che io fendevo
-guizzando come un pesce nell'onda e cercando intorno con gli occhi, mi
-pareva una moltitudine d'infelici che non avessero ragione d'esistere,
-e tutte le cure della vita e gli aspetti umani e le cose vicine e
-lontane m'apparivano come a traverso i vapori rossi d'un incendio
-che avvampasse l'universo. E v'era nella città una povera strada dove
-tutte le case mi parevano templi e palazzi d'un'architettura di sogno,
-e in quella strada una casa, che aveva per me la vita e l'espressione
-d'un enorme viso umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire
-fissandomi con l'occhio d'una finestra che mi pareva accesa, e in
-quella casa una scala dove vedevo oscurarsi l'aria e danzare i muri
-e sentivo tremare le pietre sotto i miei piedi come per una scossa
-di terremoto. E v'era un'immagine che m'accompagnava da per tutto, e
-mi pareva a un tempo gentile come un fiore e immensa come un mondo,
-dolce insieme e terribile, familiare all'occhio e al pensiero, e pure
-ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile, in cui si smarriva la
-fantasia, come lo sguardo in un abisso di tenebre. E in quei giorni
-sdegnavo ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi, cercavo
-le braccia di mia madre; mi risaliva la preghiera dal cuore alle
-labbra, mossa dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente
-buono potesse aver fatto il cuore umano capace della dolcezza infinita
-che m'inebbriava; e mentre adoravo la vita, vedevo bella anche
-l'immagine della morte, perchè mi pareva che neppur essa avrebbe potuto
-spegnere la fiamma onnipotente che m'ardeva, e che la vita futura non
-potesse esser altro che l'appagamento assoluto e il trionfo immortale
-della passione che mi sollevava da terra. E questo basta, perchè, fra
-molte altre cose, non ho mai capito come un uomo possa raccontare al
-pubblico il suo primo amore.
-
-
-
-
-Un grande dolore.
-
-
-Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine.
-
-Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola con noi, si lasciò cascar
-dalle mani la forchetta; si sforzò due volte di riprenderla, non potè;
-disse: — Non mi sento bene, — e alzatosi a fatica, si mise a sedere sul
-sofà, dove rimase qualche tempo immobile, con gli occhi fissi, senza
-parlare. Poi volle andare a letto, e v'andò a stento, trascinandosi,
-sorretto da mia madre e da uno dei miei fratelli. Si mandò a chiamare
-il medico, che accorse subito.
-
-Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile.
-
-Era perduto.
-
-Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta la parte destra del corpo,
-e offeso il cervello.
-
-Così si spegneva a un tratto, come una fiamma soffocata, quella mente
-acuta e lucida, dotata d'una ragione potente e di squisite facoltà
-artistiche, aperta a ogni idea bella e atta a ogni maniera di studio
-e di disciplina; così finivano cinquant'anni di lavoro utile, di vita
-onesta e feconda, di cure e di sacrifici affettuosi e continui perla
-famiglia, prima ch'egli potesse avere alcuna ricompensa dalla buona
-riuscita dei suoi figliuoli; finivano con lo sgomento e con l'angoscia
-di lasciarci quando avevamo ancor bisogno di lui, e di rigettarci,
-lasciandoci, da una condizione agiata nelle angustie e nell'incertezza
-dell'avvenire, come se egli non avesse faticato, lottato per tanto
-tempo che per renderci più funesta la sua fine!
-
-Da quel giorno la nostra casa non fu più che una tomba, nella quale,
-ancor vivo, egli era già come sepolto, già separato da noi più
-terribilmente che dalla morte, poichè non avevamo più padre, e ci
-rimaneva ancora davanti, come l'immagine stessa della nostra sventura,
-la sua larva dolorosa. Parlava ancora, ma con parole sconnesse e
-insensate, che ci laceravano il cuore più che il silenzio della morte;
-ricordava ancora i nostri nomi, ma dava all'uno quello dell'altro,
-come se non vedesse più in noi che delle ombre, e ci ascoltava
-con lo sguardo fisso e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo
-intenso e lungo per raccogliere e riconnettere i congegni spezzati
-dell'intelligenza; ma non ci comprendeva più, come se gli avessimo
-parlato una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale non gli
-toccasse più altro che l'udito. E se qualche volta, per pochi momenti,
-gli ritornava un barlume d'intelligenza, eran quelli i momenti di
-maggiore angoscia per noi, poichè, avendo come a lampi coscienza della
-sua sventura, si batteva la mano sulla fronte in atto disperato, ed
-esprimeva il desiderio di morire, il rammarico di esser ridotto per
-noi un “fastidio„ e un “ingombro„, il tormento che lo straziava di non
-poter più parlarci ed intenderci; e questo esprimeva con esclamazioni
-rotte e violente e con scoppi di pianto sconsolato, che ci facevano
-fuggir singhiozzando.
-
-Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie lunghe ore pensierose,
-riandando il passato, io compresi tutta la sua bontà, tutte le sue
-virtù d'uomo e di padre. Il suo amore per noi avea qualche cosa
-d'austero: egli ci amava, ma non ci adorava, e in questo pure era
-saggio, e per questo la sua carezza, benchè frequente, ci faceva
-l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. Egli era stato per tutti
-noi il primo maestro. Quand'eravamo ancora bambini, ci conduceva a far
-delle lunghe passeggiate in campagna, che per noi erano una festa,
-e, strada facendo, ci diceva sempre in forma dilettevole qualche
-cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, insegnandoci
-i nomi delle piante, stimolando e appagando in mille modi arguti la
-nostra curiosità infantile. Egli ci tracciava delle tavole sinottiche
-per facilitarci lo studio del latino, c'insegnava il francese, che
-sapeva benissimo, e la calligrafia, in cui era maestro, ci faceva dei
-quadretti coloriti per farci imparare la nomenclatura italiana degli
-oggetti domestici, e ci disegnava delle carte geografiche con un metodo
-suo proprio, che gli costavano settimane di fatica. Dotato di molte
-e finissime abilità meccaniche, le esercitava continuamente a nostro
-vantaggio: ci legava i libri, ci faceva dei giocattoli, ci fabbricava
-dei piccoli mobili, ci scolpiva le teste delle marionette, ci dipingeva
-gli scenari per il teatrino. E pure essendo padre così operoso e
-pieno di pensieri estranei al suo ufficio, era un impiegato, più che
-diligente, ardente di zelo; tanto da mandare ogni anno al Ministero
-dei grandi progetti di riforme computistiche, intorno a cui lavorava
-per mesi e mesi. E non restringeva la sua vita intellettuale nel
-cerchio dell'ufficio e della casa: leggeva libri nuovi d'ogni genere,
-sapeva a memoria un gran numero di poesie, che recitava mirabilmente,
-aveva un'ammirazione appassionata per i grandi scienziati e i grandi
-artisti, visitava studi di pittori e stabilimenti industriali, andava
-a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi merito, il quale passasse
-per la nostra città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello
-d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. Non ho di lui altra
-immagine che quella d'un uomo bianco di capelli e di barba; così mi
-sembra d'averlo sempre veduto; eppure non mi pareva vecchio, e non mi
-passava mai per la mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi un
-uomo fatto, tanto era sano, vigoroso, vivace, anche nei suoi discorsi
-in famiglia, pieni di ricordi e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi
-ricordo che provavo un gran piacere, come a un segno ch'egli mi desse
-di dover vivere lungamente, quando, mettendo io nella sua larga mano
-tutt'e due le mie, egli, per scherzo, me le serrava come in una morsa,
-fino a farmi cacciare uno strillo, che esageravo, per dargli un'idea
-più grande della sua forza. Visse lungamente, sì, ma morì troppo presto
-per noi, e per il premio a cui gli dava diritto la sua nobilissima
-vita. Povero padre mio, mio maestro e mio amico, che m'hai dato
-l'esempio di tutte le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io non
-ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza pubblica, io che,
-certamente, essendo l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso,
-il più disperato dei tuoi ultimi pensieri!
-
-E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, sentivo nella camera
-accanto il suo vaneggiamento compassionevole, delle esclamazioni
-affannose e senza senso, che m'entravan nel cuore come colpi di
-pugnale, e le parole dolci e tristi di mia madre che lo vegliava; le
-quali mi facevano soffrire anche più delle sue. Che terribili notti, e
-che terribili giorni!
-
-
-
-
-Cambiamento di rotta.
-
-
-Ma tanta è la forza della vita a quindici anni che l'animo non rimane
-prostrato a lungo neppur dai più grandi dolori; dai quali si divincola,
-per rialzarsi impetuosamente, come il getto d'acqua vigoroso che
-respinge la mano da cui è compresso. Così avvenne a me dopo pochi
-giorni. Della condizione mutata della famiglia, in ciò che riguardava
-i mezzi economici, non ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno
-pensiero: eppure era mutata per modo ch'io non avrei più potuto far
-gli studi universitari senza sacrifizi gravi di mia madre e dei miei
-fratelli. Erano disposti a farli, e li avrebbero fatti lietamente;
-lo compresi, e me lo dissero; ma compresi pure che era mio dovere
-di prendere spontaneamente una deliberazione che li liberasse da
-quell'obbligo; di scegliere, cioè, una carriera che mi mettesse in
-grado al più presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, sognati
-trionfi del foro! Ma rinunziai al foro senz'alcun rammarico, come
-avevo rinunziato al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi
-patriottici erano ancora caldi, il periodo delle guerre nazionali
-ancora aperto, la mia passione per l'esercito non del tutto spenta:
-scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro che avrei finito
-ancora il secondo corso del Liceo, e che ai primi dell'anno prossimo
-sarei entrato in un collegio a Torino, per prepararmi agli esami
-d'ammissione alla scuola di Modena. E il buon volere, anzi l'allegrezza
-con cui presi quella decisione non fu punto turbata dal fatto, che
-acquistassi proprio in quei giorni, lucida e ferma, destinata a non più
-cadere, la coscienza di poter riuscire, comunque fosse, uno scrittore.
-
-Fu per un caso, come quasi sempre avviene, che mi s'accese quella nuova
-girandola, a fuoco perpetuo.
-
-Una mattina il professore di lettere italiane ci fece fare in scuola
-un componimento sul tema: _I Promessi Sposi_. Due giorni dopo, avendo
-letto tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare che il meno peggio
-era il mio; ma con una frase assai più cortese di questa, seguita da
-vari commenti, che terminavano con una falsa profezia. E fu proprio
-quella falsa profezia che decise del mio destino. Avrei forse presa,
-più tardi, la medesima strada, anche se non mi ci avesse spinto
-allora quel piccolo avvenimento; ma è un fatto che soltanto dopo quel
-giorno cominciai a studiare e a scrivere col proposito determinato e
-con la speranza viva di riuscire a qualche cosa con la penna, e che
-da quel momento in poi la mia passione per la letteratura non ebbe
-più intermittenze. Le prime cose che scrissi furono dissertazioni in
-forma di lettere, dirette ora all'uno ora all'altro dei miei amici;
-ma lettere che mi sarebbero costate un occhio se le avessi mandate per
-la posta, e che nessuno avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il
-coraggio di regalarle a chi mi era servito di bersaglio per scriverle.
-Eran quaderni, e trattavano di tutto, senza dir propriamente nulla,
-girigogoli di frasi, fughe interminabili di parole, cascate fluviali
-di periodi, non altro che esercizi d'immaginazione e di stile, nei
-quali cacciavo a forza tutte le mie reminiscenze di letture, e facevo
-dei larghi giri di falco per venire a una data immagine o a una data
-locuzione, quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore o una perla,
-e anche votavo addirittura delle sacca di roba altrui, tinta soltanto
-dei colori della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte perchè si
-confondesse meglio con la merce dei miei magazzini. Ma c'era pure in
-quella prosa di cicalone e di ladro qualche cosa di personale, ed era
-la musica, che s'è mutata poco d'allora in poi. Con quegli esercizi
-mi sfranchivo la mano a scrivere, imparavo a tradurre in parole il
-sentimento quale mi spirava nell'animo, a esprimere in modi diversi il
-mio pensiero, a snodare e a annodar fra loro i periodi, a maneggiare
-con destrezza il materiale di lingua che avevo già accumulato nella
-memoria. E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi, perchè credevo
-fermamente d'avere tutti i bernoccoli letterari. Avevo letto la prima
-volta nella primavera di quell'anno le liriche e le ballate del Prati,
-e quell'onda sonora di rime, quel barbaglio di lampi e di colori
-m'aveva prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane la prima
-vista d'una grande sala da ballo sfarzosa, in cui turbini una folla
-di belle signore infiorate e gemmate. E le mie poesie erano tutte
-un'imitazione quasi plagiaria del “superbo signore dei colori e dei
-suoni„ tirate via con una facilità di versaiolo estemporaneo, sonore
-come concerti di campane e luminose come fuochi di Bengala; inni e
-ballate d'un Prati rimbambito. Ma non posso dire il piacere che godevo
-in quelle lunghe ore di scribacchiamento diurno e notturno, in cui
-mi giungeva importuna l'ora del desinare e della cena, e mi coglieva
-come improvvisa la sera, e non avevo più quasi alcun senso della vita
-esteriore. E fu una provvidenza per me quella specie di febbrone
-letterario perchè, tenendomi così assorto continuamente, mi faceva
-vivere fuori della grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, e
-quasi dimenticar la sventura. Solo di quando in quando mi s'alzava
-davanti tutt'a un tratto l'immagine del povero vecchio che giaceva
-immobile in un letto all'estremità opposta della casa, e il pensiero
-ch'egli non sapeva nulla di quella mia nuova felicità, che non avrebbe
-mai letto nulla nè di quello che scrivevo allora, nè di quanto avrei
-scritto nell'avvenire, mi faceva posare la penna e restare un pezzo
-meditabondo, con gli occhi pieni di lacrime. Ah, come avrei voluto
-ch'egli venisse ancora, come faceva nel passato, a portarmi a copiare
-qualche tavola dei suoi progetti di riforma amministrativa, e come mi
-pentivo amaramente di non avergli qualche volta nascosta la mala voglia
-con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo, come mi pareva
-odiosa in quei momenti la mia ingratitudine, e con che parole dolorose
-e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua memoria!
-
-
-
-
-Aspromonte.
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-Da quella furia di scribacchino mi fece uscire per qualche giorno,
-nel mese d'agosto, Garibaldi. Il grido di _Roma o Morte_ ridestò
-improvvisamente la fiamma delle mie passioni politiche e mi ricacciò
-in mezzo ai miei compagni rivoluzionari a fremere e a vociare
-contro “l'uomo di Novara„ e “la sfinge di Parigi„. Noi volevamo, si
-sottintende, andare a Roma a qua-lun-que co-sto, e non dubitavamo
-neppur per sogno che Garibaldi, il quale moveva allora verso Catania
-coi suoi volontari, ci sarebbe arrivato, a dispetto di tutti i diavoli
-e di tutti i santi. E non volevamo intender ragioni. A chi ci diceva:
-— E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E noi faremo la guerra
-alla Francia. — E se ci salta addosso l'Austria? — E ne daremo anche
-all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, a morte tutti. Il giorno
-che venne la notizia d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina in
-una trattoria, presieduti da un reduce garibaldino del sessanta, uno
-sbarbatello indemoniato, che per l'occasione s'era messo in capo il
-suo vecchio berretto rosso sdruscito, e, scovata in casa dell'oste una
-bandiera stinta e sbrindellata, che non aveva mai visto che il fuoco
-della marmitta e pareva un avanzo di venti battaglie, percorremmo la
-città cantando l'inno del Mercantini e urlando _Roma o Morte_, fra
-lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di riprovazione dei cittadini
-pacifici, a cui facevamo l'effetto d'un branco di evasi dal manicomio.
-Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello Pallavicini, che era
-partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare ad assumere
-il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all'assalto
-d'Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla
-fatale che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo a morte
-con quel colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno„
-per tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità
-cittadina„ a quel modo, mordendo a sangue il nostro dio. Qualcuno
-parlò di fargli la festa, se avesse avuto la fronte di ritornar fra
-noi. La sua promozione a generale inasprì anche di più le nostre
-ire, come una provocazione aggiunta all'offese. Si ventilò l'idea
-di comprare una sua grande fotografia, che era esposta nella vetrina
-d'un libraio, per farne un _auto da fè_ davanti alla Prefettura; ma
-ne volevano cinque lire, e preferimmo di spenderle in birra. Salì poi
-al colmo la nostra indignazione (e, fuor di scherzo, fu una grande
-tristezza) quando vedemmo passare per le vie della città una colonna di
-garibaldini prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi. Come
-m'è rimasto impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio,
-fiancheggiati da due file di bersaglieri: i primi in camicia rossa,
-uomini maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi, e col petto
-scintillante di medaglie, figure belle e superbe che camminavano
-a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri
-ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e triste, che diceva
-una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti,
-più che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ si
-voltavano a guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come
-se cercassero del pane. Ah, che furiose discussioni quella sera, al
-caffè, coi nostri amici bersaglieri, che ci chiamavano i _Romaomorti_
-e si burlavano dei liberatori di Roma senza scarpe e inneggiavano al
-“vincitore di Aspromonte!„ S'affollò gente nella sala, accorse il
-padrone, s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il nostro nemico, il
-vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai una sera a buio, sotto i
-portici, vestito da borghese, che andava a passo spedito, guardando
-verso la strada, come per raggiungere qualcuno. Gli cedetti il passo,
-fremendo, e gli lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: aveva
-ben altro per il capo. Voltandomi indietro, lo vidi poco dopo uscir di
-sotto le arcate e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava
-una bella signora. Le due teste si avvicinarono, la carrozza partì, io
-rimasi come un grullo, e Aspromonte restò invendicato.
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-Un fiume d'inchiostro.
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-Rientrai allora nella mia fucina letteraria e non ne uscii più per
-il rimanente di quell'anno. Ebbi solo qualche giorno di malinconia,
-all'aprirsi dell'anno scolastico, pensando ai miei antichi compagni che
-entravano nel terzo corso del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un
-sentimento come di nostalgia della scuola, ch'io lasciavo prima d'aver
-compiuti gli studi, e più che altro di rimpianto degli studi classici
-abbandonati, come d'uno scadimento della mia dignità intellettuale.
-Ma fu una malinconia presto soverchiata dall'ardor del lavoro, se
-può darsi questo nome a quella mia eruzione di parole, che riprese
-dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa e più violenta che mai. Rimasi
-veramente stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai in fondo a un
-cassone i miei manoscritti di quel tempo, d'aver potuto rovesciar
-sulla carta in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: racconti,
-dialoghi, satire, paralleli di scrittori, pappolate filosofiche: una
-specie di _Decamerone_, fra le altre cose, che Dio e il Boccaccio me
-lo perdonino. La mia passione prese davvero in quell'ultimo periodo
-il carattere d'una malattia mentale, degenerando di letteraria in
-libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di vedere i miei parti
-in forma di volumi stampati e legati, con gran lusso calligrafico
-d'intestazioni, di indici e di fregi, e ciò che è più strano, immuni
-di correzioni quanto più fosse possibile; tanto che ci lasciavo spesso
-intatti dei grossi spropositi per non deturpare la pagina con un
-frego. E come non mi spiego da che mi nascesse quella fisima, poichè
-non davo a leggere le mie “opere„ neppure agli amici più stretti, non
-capisco neppure il perchè di quella smodata produzione, non pensando io
-neppur per ombra a dare alle stampe quelle bracciate di prosa. Avevo
-bisogno di scrivere, credo, come avevo avuto l'anno avanti il bisogno
-di saltare e di arrampicare; erano umori del cervello che dovevan dar
-fuori; bisognava che m'affaticassi le facoltà eccitate per castigarle
-e renderle atte più tardi a un lavoro pensato e tranquillo. Nondimeno,
-mi vergogno ancora un poco, quando ci ripenso, di quella lunga orgia
-di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi ancora male a buon
-senso in quell'anno, quantunque mi cominciassero a spuntare i baffi. Mi
-conforta solo il ricordare che non mi facevo grandi illusioni intorno
-al valore intrinseco dei miei finti libri; dei quali, per mia fortuna,
-ero io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, che io avessi
-la certezza, ma proprio la certezza assoluta di riuscire un giorno a
-qualche cosa, la previsione netta e sicura che la carriera militare non
-sarebbe stata che un episodio della mia vita, che la mia vera ed unica
-vocazione fosse quella di metter del nero sul bianco a beneficio del
-genere umano. Non era una certezza fondata sui saggi che davo di me a
-me medesimo in quel periodo di esercitazione letteraria meccanica; ma
-sul presentimento di facoltà che sarebbero poi sorte nella mia mente,
-su promesse confuse della coscienza, su non so quale armonia che mi
-suonava dentro, non ancor formulata in idee, vaga, profonda, dolce,
-continua, su non so che cosa che mi sentivo correre per le vene e
-per le fibre e brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io pensavo
-sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo di fuoco per effetto d'un
-avvenimento inaspettato, dello spettacolo d'una città nuova, della
-compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal dischiudersi delle
-porte dorate della gioventù, di cui stavo per varcare la soglia.
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-La partenza.
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-Venne finalmente il giorno della partenza per Torino. Parrebbe ch'io
-avessi dovuto lasciar con dolore quella casa dov'ero entrato bambino e
-donde partivo giovinetto, e quella piccola città, che era per me come
-la città nativa, dov'ero vissuto quattordici anni, dov'ero cresciuto
-così sano e forte e lasciavo tante memorie. Eppure questo non fu. La
-prima età ha di questi momenti di duro egoismo, in cui la furia d'uscir
-del guscio, l'ebbrezza di mutare orizzonti e di slanciarsi nella vita
-preme con tanta forza su tutti gli altri affetti, da cacciarli quasi
-dal cuore. Quella città, che doveva diventarmi poi così cara, mi si
-era fatta in ultimo intollerabile. Vi conoscevo tutti i visi, avevo
-impresse nella mente le facciate di tutte le case, potevo rammentare
-per ordine tutte le botteghe di tutte le strade, e questa conoscenza
-di tutto mi dava un senso di sazietà d'ogni cosa: perfino dall'aspetto
-dei dintorni bellissimi, che m'erano stampati nel cervello sentiero
-per sentiero e albero per albero, mi veniva un tedio infinito: mi
-dibattevo fra quelle mura come un falchetto in una stia da uccellino;
-sentivo una tale smania d'andarmene che il solo odore del fumo della
-strada ferrata, alle volte, mi faceva fremere come fa l'amante al
-profumo d'un fiore regalatogli dalla sua bella. E ciò non ostante
-non m'è rimasta nella memoria alcuna traccia dei particolari della
-partenza: non mi ricordo neppure degli addii dati in casa, nè di chi
-m'abbia accompagnato alla stazione, nè dello stato d'animo, triste o
-lieto, in cui mi ritrovavo all'ultimo momento. Mi ricordo soltanto che
-il giorno prima della partenza chiamai a raccolta nel cortile quelli
-che rimanevano dei miei antichi compagni scamiciati di gioco e di
-milizia, e che distribuii fra tutti, perchè ne facessero un regalo ai
-loro fratelli piccoli, quanto mi era restato in casa dei miei trastulli
-della fanciullezza: stampe colorite, che rappresentavano soldati
-francesi e italiani, casette e figurine di presepio, e trombe e daghe
-di legno dei miei tempi bellicosi. Solo allora, quando vidi portar via
-quella roba che m'era stata un tempo così preziosa, provai un senso
-di tenerezza e di mestizia, come se in quel punto si fosse spezzato
-il legame che teneva ancora unito in me il giovinetto al fanciullo,
-e quei giocattoli fossero stati una parte viva di me, che morisse in
-quel punto, e la portassero a seppellire. V'è da quel momento un buio
-nella mia memoria fino a quello in cui mi trovai solo in un vagone, sul
-treno che andava a Torino, con una grande sacca coricata sul sedile,
-dentro la quale c'era tutta la compagnia dei grossi burattini dalle
-teste di legno, scolpite dal mio buon padre, che avevan deliziato non
-solo la mia, ma anche la fanciullezza dei miei fratelli, e che mia
-madre m'aveva affidati con molte raccomandazioni perchè li portassi
-a un mio nipotino di Torino. Vedo ancora quella vecchia sacca da
-viaggio ricamata a colori vistosi, e quasi risento sotto le mani le
-teste dure di quegli antichi amici, che facevan gobba da tutte le
-parti. E a questo ricordo mi vien sulle labbra un sorriso d'ironia
-malinconica. Sì, proprio, in quella sacca era chiusa l'immagine del
-mio avvenire. Ahimè! Che cosa ho fatto altro nella vita che far ballare
-dei burattini? E non ho nemmeno la coscienza d'essere stato un grande
-burattinaio. Eccomi qui, coi capelli bianchi, già preparato a un'altra
-partenza, e mi pare d'aver di nuovo accanto quella sacca. Allora
-c'era chiuso il mio avvenire, ora c'è chiuso il mio passato. _Vanitas
-vanitatum_: ecco il fondo delle cose, e la conclusione di tutto. Quando
-queste parole, che sogliono rattristar l'animo e offender l'orgoglio
-dell'uomo, gli son diventate un conforto, vuol dire che il suo cammino
-è finito.
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-Un mistero.
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-Quella città, non più riveduta che due volte in trentaquattro anni,
-e non ricordata che raramente, e di sfuggita, e senz'affetto, nel
-tempo della gioventù, ha preso poi nel mio spirito, nell'età matura,
-una vita intensa e quasi risplendente, mi è diventata oggetto fino
-a questi giorni di sempre più frequenti e più vive riflessioni. E in
-questo non è nulla di singolare, perchè, meditando l'uomo sul mistero
-di sè medesimo, via via che invecchia, sempre più assiduamente, è
-naturale che risalga sempre più spesso col pensiero ai propri principi,
-e quindi ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma singolare è che a quella
-città io ritorni sempre più sovente nei sogni, e strano, inesplicabile
-per me che questi sogni siano tutti lo svolgimento d'uno stesso fatto
-doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi ritrovo nella strada maestra,
-fiancheggiata da un capo all'altro da un doppio ordine di portici
-bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè di notte, poichè i portici
-è la strada sono qui oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo,
-altrove come ingombri d'una nebbia fitta, che ora si squarcia, ora si
-riaddensa; ma è l'ora della passeggiata domenicale, poichè va e viene
-gente da tutte le parti, e le botteghe son chiuse. In ogni sogno sono
-arrivato allora allora, con un vivo desiderio di ritrovare gli antichi
-amici molti dei quali vivono ancora; mi caccio tra la folla, e vo
-innanzi cercandoli con lo sguardo, curioso e impaziente. Ma cammino
-e cammino, e non ne incontro nessuno, e non rivedo neppure, fra tutta
-quella gente, uno solo dei tanti visi noti, che mi si presenterebbero
-nella realtà, e che dovrei incontrare per questo anche in sogno.
-Invano ricorro da un capo all'altro i portici di destra e di sinistra,
-osservando i crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano e i
-gruppi che stan fermi alle cantonate, dove sempre ne vedevo qualcuno,
-quando vi passavo da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta una
-popolazione sconosciuta, come mi sarebbe quella d'una città dove non
-fossi mai stato. Vedo spesso venir verso di me, in quella luce incerta
-di foresta, una persona che mi par di quelle ch'io cerco, e dico tra
-me, rallegrandomi: — È il tal dei tali! — ma, andandogli incontro,
-m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, un ignoto. A poco a poco la
-folla si dirada, percorro lunghi tratti deserti, fiancheggiati da
-edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza o di carcere, da
-case e da muri di cinta in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna,
-solo; rientro un'altra volta sotto i portici, dove non suona più il
-passo che di pochi solitari: corro dietro all'uno, corro incontro
-all'altro: nessun amico, nessun conoscente; nessuno mi riconosce,
-nessuno mi guarda; chi svolta a destra, chi svolta a sinistra, tutti
-scompaiono. Corro a casa degli amici più stretti, agli uffici dove
-sono impiegati, a quella tal farmacia, in quel dato caffè che so che
-frequentano: non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; suono, picchio,
-chiamo, domando ad alta voce: — Il tale? Il tal altro? — Nessuno sa
-nulla. Affannato, addolorato, mi rimetto a correre per la via maestra,
-infilo i vicoli laterali, giro e rigiro in mezzo a case che riconosco,
-non so come, benchè non sian più quelle d'una volta, per crocicchi e
-per piazzette che si allargano e si restringono come se gli edifizi
-dintorno danzassero, per vicoli che s'allungano e si perdon nelle
-tenebre, intorno a vecchie chiese che si trasformano al mio avvicinarsi
-in cattedrali enormi, e da per tutto incontro, fiancheggio, raggiungo
-delle ombre umane; ma da nessuna parte rivedo un amico, un conoscente,
-un viso del passato. E questa corsa angosciosa dura fin che mi
-risveglio, col cuore pieno di tristezza. Da anni e anni faccio sempre,
-con poche variazioni, questo medesimo sogno. È impossibile che non ci
-sia una ragione. L'ho cercata molte volte, meditando a lungo; ho anche
-letto dei libri di onirologia scientifica, con la speranza di cavarne
-qualche lume a scoprire il mistero: non ci ho trovato nulla che mi
-giovasse. Eppure, dico, una ragione ci ha da essere, nella mia vita,
-nella mia coscienza, che so io? una ragione che dispero di ritrovare,
-ma che son persuaso non possa essere che triste, e legata strettamente
-con altri misteri dell'anima, tristi del pari, che non mi saranno
-svelati mai. Per questo non la cerco più da qualche tempo. Ora se una
-voce soprannaturale mi dicesse: — La so, — e mi domandasse: — La vuoi
-sapere? — risponderei: — Voglio ignorarla. — Sarà una superstizione
-indegna d'un uomo; ma è così. _Ho paura non so di che_, come l'Osvaldo
-dell'Ibsen. E non di meno desidero sempre di rifare quel sogno, tanto
-è cara al mio cuore, tanto mi par bella anche non popolata che di
-spettri, tanto mi attira e mi affascina quella piccola città alpina,
-dove l'età più felice della mia vita si chiuse con la morte del più
-saggio e dolce amico ch'io abbia avuto sopra la terra. Cuneo è la
-città, e pronuncio con sentimento di riverenza e di gratitudine questo
-nome, il quale mi desta la visione d'una città immensamente lontana,
-posta quasi ai confini del mondo, che si disegna in contorni azzurri
-sulla bianchezza d'un'alba luminosa.
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-BAMBOLE E MARIONETTE
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-IL “RE DELLE BAMBOLE„.
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-Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti, ed è Gerardo Bonini,
-inventore, fabbricante e negoziante di bambine inanimate, che ha la
-bottega in via Roma. Non è difficile trovarla perchè vi si vede davanti
-a tutte le ore del giorno una schiera di ragazzine del popolo che,
-ammirando le vetrine, si scordano dell'involto, del cavolo o delle
-pagnotte che debbono portare a casa, per abbandonarsi a un'orgia di
-desideri. E tutte le signorine piccole che passan di là, condotte per
-mano dalla mamma o dalla governante, per una ventina di passi tirano
-l'accompagnatrice, sporgendo il viso innanzi, e per un'altra ventina di
-passi si fanno tirare, torcendo il capo indietro.
-
-Passando di là una mattina, mi ricordai d'un giorno che, avendo detto
-in casa mia, in presenza della figlioletta d'una nostra vicina: — _A
-momenti verrà il Bonini_ (un mio amico ufficiale), — quella, illusa
-dall'omonimia, diede uno scatto sulla seggiola, come se avessi detto:
-— A momenti verrà l'Imperatore di tutte le Russie; — e quel ricordo mi
-destò curiosità di conoscer l'uomo e le sue opere.
-
-Pensai di presentarmi senz'altro. — Ho lavorato anch'io per i bambini,
-— dissi tra me; — non sdegnerà di ricevermi come un collega. — Ed
-entrai in quella bottega stretta, lunghissima, male rischiarata;
-ma che alla fantasia di bambine innumerevoli appare più vasta e più
-sfolgorante del palazzo imperiale degl'Incas.
-
-Il Bonini stava in fondo alla sua reggia piena di tesori visibili
-e invisibili, leggendo la _Gazzetta del popolo_, come uno oscuro
-cittadino qualsiasi. È un ometto sui cinquanta, di viso intelligente e
-benevolo, dotato di quella dolcezza particolare di modi che è propria
-di tutti coloro che hanno una clientela fanciullesca signorile, siano
-essi bottegai, sarti, medici o ripetitori. Temetti non di meno, per un
-momento, che il suo aspetto mi avesse ingannato perchè, appena inteso
-lo scopo della mia visita, afferrò per i piedi una delle sue bambole, e
-a modo dell'Eviradnus di Victor Hugo col cadavere del piccolo Ladislao,
-si mise a picchiar botte da orbo sul banco, come se fosse irritato
-dalla mia presenza. Mi ricredetti subito, peraltro. Era quella una
-delle sue _bambole infrangibili_, benedette dai padri di famiglia, ed
-egli ne faceva quel mal governo per provarmi l'invulnerabilità delle
-sue creature.
-
-Poi, alzando le sottanine alla bambola, mi fece osservare come fossero
-ben riprodotte le forme anche delle gambe; ciò che una volta non si
-faceva. Erano due belle gambe, infatti, ma di donna, non di bimba; anzi
-così bene imitate che l'atto del Bonini sarebbe potuto parer disonesto.
-
-E prese a discorrere familiarmente. Riconobbi subito l'artista al
-modo con cui mi raccontò, colorandosi in viso, come egli e sua moglie
-avessero fatto un viaggio a Parigi per visitare i grandi magazzini
-di bambole, e _rubare_ — è la sua espressione — _con gli occhi_.
-Scopersi poi sotto l'artista il filosofo quando, dicendomi che le
-mamme preferiscono le bambole “vestite da bimba„ a quelle “vestite da
-signora„ perchè queste “svegliano nelle ragazze delle idee ambiziose„
-fece un fine sorriso, che voleva dire evidentemente: — Ha capito?
-Lei credeva forse che fosse il lusso delle mamme quello che sveglia
-l'ambizione nelle figliuole.... Si disinganni; è il lusso delle
-bambole. —
-
-Conosciuto l'uomo, decisi di fare un interrogatorio minuto, tanto
-più che, piovendo, non si era disturbati dagli avventori. La grande
-affluenza, del resto, è dopo mezzogiorno, e sopra tutto in dicembre,
-sotto Natale. Allora la bottega è affollata dalla mattina alla sera,
-il numero raddoppiato dei commessi basta appena al servizio, son
-tutti costretti qualche giorno a far di meno della colazione, e dopo
-chiusa la bottega, il lavoro dura ancora nel laboratorio, dove molte
-ragazze passano le notti intere ad allestir corredi straordinari; e si
-succedono così le giornate fra un tal rimescolìo e una tal confusione
-di bambole e di bimbe, di vocine naturali e di vocine meccaniche, di
-braccini di carne e di braccini di legno, gesticolanti ad un tempo,
-e d'occhietti viventi e d'occhietti di vetro luccicanti da tutte le
-parti, che in qualche momento, dice il Bonini, stanco di corpo e di
-mente e come preso da un'allucinazione, egli è sul punto di confondere
-la merce con la clientela, di rivolger la parola a una puppattola e di
-dar la corda a una signorina.
-
- *
-
-— In tanti anni — gli dissi — avrà potuto fare sulla sua clientela
-molte osservazioni preziose.
-
-Sì, ne fece molte e curiose. La prima è che, rispetto alle bambole, le
-clienti si possono dividere in tre famiglie: quelle che le desiderano e
-le amano moderatamente, le appassionate ardenti, e quelle indifferenti
-o quasi, o per precocità d'altri gusti o per apatìa di natura.
-Quest'ultime, però, sono assai rare.
-
-E corrugando le ciglia, dopo un breve silenzio, come per interporre
-uno spazio, che impedisse il sospetto d'un accordo interessato tra il
-fabbricante e il filosofo, soggiunse: — Difficilmente queste riescono
-buone madri.
-
-— Anch'io lo credo, — risposi, e stavo per citare sbadatamente il
-proverbio “chi non ama le bestie non ama i cristiani„, ma tacqui perchè
-mi parve un'offesa all'arte.
-
-— Lei dovrebbe vedere, — rispose il Bonini, — è un divertimento. — E
-parlò delle “appassionate„. Ce n'è di quelle che entrano nella bottega
-con la febbre, che prorompono in grida di ammirazione, in esclamazioni
-di gioia, in risa, in trilli di piacere, da parer che ammattiscano.
-Alcune, non di meno, si mostran poi ragionevoli, si contentano o,
-meglio, si rassegnano a _quella_ che conviene alla borsa del padre o
-della madre. Ma altre no, e fanno scene di tragedia, singhiozzando e
-pestando i piedi, fino a buttarsi sul pavimento e a rivoltolarvisi,
-menando in aria le _piote_, come frenetiche. — Ma anche quelle che si
-rassegnano, se vedesse che sguardi lanciano alle bambole a cui debbono
-rinunziare; sguardi d'amore, sospiri, se sentisse, addii, col capo
-rivolto indietro, con certe espressioni di tenerezza e di struggimento,
-che nessuna attrice drammatica sarebbe capace di rifarle. Mi fa pena a
-vederle, qualche volta, glie l'assicuro.
-
-Fra le “appassionate„ poi, v'è una “categoria„ particolare,
-interessantissima. Son le dignitose che entrano col manifesto proposito
-di dissimulare la propria passione. E a parole si mostran tranquille,
-non spiccicando che monosillabi, non esprimendo con la voce nè
-curiosità nè meraviglia: a chi non le osservi bene posson parere quasi
-indifferenti. Ma tremano e fremono, si fanno pallide e rosse, schizzano
-scintille dagli occhi, e al momento di metter la mano sulla bambola
-desiderata e ottenuta, ma non sperata, quasi tutte si tradiscono.
-Bisogna veder le mosse, lo slancio con cui alcune se ne impossessano e
-se le serrano al petto: tigrette affamate che abbrancano la preda. — E
-non vogliono a nessun patto che io mandi loro la bambola a casa: se la
-vogliono portare da sè, anche se è pesante, a braccia incrociate, viso
-contro viso, girando gli occhi diffidenti, scansando ogni bimba che
-incontrano per la strada, “per paura di un colpo di mano„.
-
-E le astute! Anche queste fanno delle scenette impagabili. Ce n'è delle
-piccolissime che hanno già la finezza di fingere di non capire che
-una certa bambola sia più cara d'un'altra, e cercan di dare alla loro
-scelta una ragione diversa dalla vera, che paia anche una prova della
-loro gentilezza di cuore: non vogliono quella tale perchè è più grande
-e meglio abbigliata; ma perchè _ha l'aria più buona_. Altre credono
-di pigliare all'amo i parenti con certi sotterfugi di un'evidenza
-comicissima: vogliono una bambola da trenta lire, per esempio, invece
-di una da cinque; ma quella si contentano di prenderla in camicia,
-mentre questa è vestita; perchè c'è compenso, secondo loro. E bisogna
-sentire qualche altra, quando la mamma, mentre contratta una bambola
-già quasi accettata, cerca, movendosi, di non lasciargliene vedere
-una più cara, che potrebbe far rifiutare la prima, bisogna sentire con
-che tuono le dicono: — Eh, mamma, non serve che tu ti metta in mezzo:
-l'ho già vista. Tu cerchi di pararla perchè costa di più. Ah, vedi che
-diventi rossa! Ebbene, è quella lì appunto che io voglio. —
-
-Fra le astute ci sono le ostinate impassibili, che sono un “genere„
-tremendo; ed hanno tutte un procedimento uguale, come se l'avessero
-imparato tutte da una sola. Si vede alle volte una intera famiglia,
-disposta in cerchio intorno a una bimba alta un palmo, scalmanarsi
-un'ora inutilmente, con le buone e con le brusche, per indurla a
-cedere; e quella rimane là in mezzo immobile, incocciata a volere la
-bambola preferita, dura e muta come un paracarro. Conosce i suoi polli,
-ha fatto i suoi conti; sa per prova che, a tener duro, la spunterà,
-senza darsi l'incomodo di piangere e di strepitare: le basta tacere
-e non muoversi, respingendo a colpi di gomito ben assestati le mani
-carezzevoli che tentano di posarsele sulle spalle per rabbonirla.
-Non c'è che pigliarla in braccio e portarla via come un pacco. Ma le
-bimbe che fanno così hanno dei parenti incapaci di quegli atti eroici.
-Falliti i negoziati e sciupate le minacce, il padre o la madre finisce
-con rassegnarsi e munger la borsa, con la magra consolazione — qualche
-volta espressa a voce alta — di pensar che la sua figliuola _è un
-carattere_.
-
-Domandai al Bonini che parte egli rappresentasse in questi piccoli
-drammi. — Una parte odiosa, — rispose sorridendo, — quasi sempre. — E
-mi raccontò un fatterello divertente. Anni fa, gli venne in bottega,
-con la mamma e una zia, una bella bimba, una ricciolina bruna, di
-quelle “tragiche„; la quale fece tali furie perchè non le volevan
-comprare una bambola delle più care, si mise a strillare e a dimenarsi
-con tale frenesia, che la madre, sgomenta, affannata dal timore che
-le pigliassero le convulsioni, si diede a gridare quasi piangendo: —
-Dio mio! Che cosa fare! M'aiuti lei! Trovi qualche modo! — E il Bonini
-trovò: agguantò la bambola desiderata, corse in fondo alla bottega,
-fece mostra di ravvolgerla in un panno, dove mise invece quella scelta
-dalla signora, ingrossando il volume con una dozzina di giornali, legò
-l'involto traditore in fretta e in furia, e portatolo alla bimba, le
-disse: — Prenda, se la porti a casa, aggiusteremo i conti un'altra
-volta. — Ah, buon Dio! — esclamò; — seppi poi quello che era accaduto
-a casa, all'apertura dell'involto: una tempesta, un inferno tale, caro
-signore, che ebbi rimorso dell'opera mia.
-
-— E poi? — domandai.
-
-— E poi.... La bimba è tornata qui altre volte.... Da anni non ci
-vien più, è una signorina da marito, la vedo qualche volta passar per
-via Roma: ebbene, lo vuol credere? Lo capisco dalle occhiate che mi
-tira.... Non mi ha ancor perdonato!
-
-Gli domandai fino a che età venissero le ragazze a comperar bambole.
-Sorrise, e rispose sottovoce: — Alcune vengono fino a un'età....
-incredibile. — E si mostrò osservatore fine ed artista parlando
-del come certe ragazze grandi si presentano, nelle ore che non c'è
-nessuno, un po' impacciate, con due rose vive sulle guance, sorridendo
-e vergognandosi a un tempo: graziosissime, veramente. E qualche volta
-egli s'avvede benissimo della commediola concertata che recitano
-insieme, per salvare la dignità, la figliuola e la mamma; le quali
-esaminano la merce discorrendo fra loro come se la compera fosse
-destinata ad una sorella più piccola, di cui non esiste l'effigie.
-Quante ne ha viste passare in ventidue anni! Quante ne riconosce
-ancora, che hanno preso marito e son madri! Per alcune, tra l'ultima
-bambola che comprarono per sè e la prima che vengono a comperare per la
-loro bambina, non passano che cinque o sei anni. Vedendole comparire,
-dopo qualche tempo, con una governante che ha un batuffolo in braccio,
-gli par che vengano a restituire l'ultimo acquisto che hanno fatto
-nella sua bottega. Qualcuna gli dice scherzando: — Quando le comperavo
-per me, non tirava i prezzi a questo modo. — E spesso egli vede la
-bambina far le medesime scenate che fece la madre, e quando questa le
-dice: — Ma che modi son questi? Ma non hai vergogna a farti sentire?
-Ma non vedi che tutti ti guardano, ecc. — si ricorda che eran proprio
-quelle stesse parole che la nonna diceva a lei, pochi anni addietro,
-e proprio sulle stesse pianelle del pavimento, e con lo stessissimo
-frutto; e ha buona speranza di veder ancor ripetere la scena dalla
-bambina presente con una bambina futura.
-
- *
-
-Di un gran numero delle sue clienti serba i nomi in un registro
-“a figlia e matrice„ dove sono segnate le riparazioni da fare
-alle bambole: poichè egli non è meno rinomato raccomodatore che
-fabbricatore, e fa l'agevolezza del pagamento cumulativo in fin d'anno,
-come i medici. Diedi un'occhiata all'ultimo libro: in poco più d'un
-anno quasi tremila riparazioni: è un bel rompere. Si trovano in quei
-fogli i nomi d'un gran numero di famiglie note dell'aristocrazia,
-dell'alta industria, dell'alta finanza e della politica, e le
-registrazioni sono fatte in modo che, a legger quel libro altrove,
-senza sapere a chi appartiene, si fremerebbe d'orrore e di pietà, e
-si riderebbe anche cordialmente. Figuratevi! — Signorina A. B. _le
-gambe rotte_ — Contessa S. D. R. _perduti gli occhi_ — Marchesa D. O.
-T. — _una parrucca_ — Signora E. Z. — _cambiarle le calze_; e avanti
-così. A una baronessa va _rinnovato il meccanismo_, un'altra signora
-ha _perduto la voce_, un'altra _ha perduto la testa_. Ma in realtà non
-c'è da ridere, perchè molte delle clienti vengono a portar la bambola
-con gli occhi ancora lagrimosi, addolorate come d'una disgrazia vera,
-e, lasciandola, fanno raccomandazioni su raccomandazioni, con voce
-commossa, come la madre al chirurgo che deve operare il figliuolo.
-E la sala delle operazioni è là presso, tutta ingombra di ferri, di
-pinze, di fili, di piccoli congegni per tener unite le membra avulse,
-di boccette di colori per ritingere i visi slavati, di vasetti di
-pasta per curare le scoriazioni e le piaghe; e vi si vedono sui
-tavoli, sulle seggiole, sul davanzale delle finestre, buttate in
-tutti gli atteggiamenti, grandi bambole nude, con le capigliature
-tragicamente arrovesciate, con “gli occhi mobili„ stralunati, con
-le “bocche parlanti„ spalancate, le une cieche, le altre zoppe, le
-altre mutilate, teste separate dal busto, tronchi con le braccia tese,
-braccia e gambe disperse; uno spettacolo orrendo, che mi ricordò un
-cert'antro fantastico di _Jack lo squartatore_, visto in un baraccone
-di Piazza Vittorio Emanuele, nel carnevale passato. Ma v'è in un angolo
-un cassone che dà anche meglio l'idea di tutti gli strazi che possono
-fare di un simulacro fragile di corpo umano quegli artiglietti così
-industriosi e pazienti nel lavoro di distruzione che son le manine
-fanciullesche eccitate dalla curiosità istintiva dell'anatomia del
-giocattolo: un cassone che vi richiamerebbe alla mente il carnaio
-della casa di Sédan, descritto dallo Zola, dov'era ammucchiato tutto
-quello che cadeva dalle tavole d'operazione del dottore Bouroche. È
-una miscela miseranda di pezzi di cranio, di mezze facce, di occhi
-divelti, di frammenti d'arti superiori e inferiori, di manine e di
-piedini recisi, e di nasetti staccati e di chiome bruciate, che fanno
-pensare a mille accidenti domestici e pianti e dolori e scenate e
-diverbi coniugali conseguenti.... — Sei tu che l'hai avvezzata male. —
-Ma se ha il tuo carattere per l'appunto! — Non è il mio carattere, è la
-tua educazione. — Ma come?... — Ma certo!... — Ah, che esistenza, Dio
-mio!...
-
- *
-
-Merce ve n'è da contentare il bel sesso di tutte le scuole elementari
-della penisola: cassetti sopra cassetti, casse dietro casse, strati
-sopra strati, collegi, folle, generazioni di bambole; e poichè le
-straniere, per scemar le spese della dogana, che prende due lire il
-chilogramma per le bambole intere, si fanno venire divise in due, e
-anche le indigene, per occupar meno spazio, si dividono, così ci sono
-casse piene di corpi senza testa, e casse piene di teste scompagnate,
-in modo che le clienti possono metter la testa che vogliono sul corpo
-che loro piace: operazione che scongiurerebbe tanti guai se si potesse
-fare nei matrimoni! E poichè pagano di meno le teste senz'occhi, ci
-sono casse piene di teste con le occhiaie vuote e casse piene d'occhi
-di tutti i colori, che, al levar del coperchio, vi fissano in viso
-cento sguardi interrogatori, come stupiti della luce improvvisa. E
-poi ancora scatole sopra scatole piene di piccole capigliature bionde,
-brune, castagne, arricciolate, increspate, ondulate, incipriate, che
-danno l'immagine di tanti cofanetti di don Giovanni, contenenti le
-ciocche delle cento belle sedotte. Ma quelle cassette di teste, con
-quei cartellini scritti a grossi caratteri, quanto fanno pensare di
-più! Ce n'è tanta varietà quanta ne può offrire una Camera di deputati:
-_Teste di legno — Teste di ferro — Teste di cera — Teste infrangibili
-— Teste piccole — Teste grandi — Teste fini_.... — E v'è accanto a
-questo un altro grande compartimento, quello delle marionette, che sono
-pure una “specialità„ del Bonini; altri scatoloni innumerevoli, con
-certi strani accoppiamenti di nomi sulle etichette, come _vecchie e
-streghe — monache e diavoli — fantasmi e garibaldini_, — e fra le più
-appariscenti, tre scatole che si toccano, su cui è scritto: — _dottori
-— assassini — sindaci._ — E poi bambole da capo, il compartimento
-dei corredi, dove sono maraviglie di piccolissime calze di tutte le
-tinte, con legaccioli che paiono anelli da dito, di camicine trinate,
-di ombrellini, di manicotti in cui non entra il mignolo, di piccoli
-corredi compiuti, che costano lo stipendio d'un anno di molti maestri
-elementari del regno d'Italia; e poi il magazzino delle stoviglie
-da tavola e da lavamani, che un tempo venivan tutte di fuori e ora
-si fabbricano con molto gusto e a mite prezzo a Laveno; e in fine
-la sezione dei mobili, dove ai prodotti di fabbrica sono frammiste
-tavole e seggiole minuscole, fatte pazientemente a mano da lavoratori
-solitari, da giovani artisti senza impiego, e anche da vecchi servitori
-dello Stato pensionati e cavalieri, che, serbando l'incognito, si
-guadagnano con quei gingilli il tabacco da naso.
-
- *
-
-Il Bonini mi mostrò le bambole più belle, chiomate e vestite, chiuse
-in una scatola, e le scoperse come fa con le piccole clienti, levando
-il coperchio con un gesto rapido e presentando la scatola ritta, in
-modo che la bambola apparisca tutt'a un tratto, come sur un uscio
-spalancato, in tutta la sua virtù seduttrice. E si capisce come, così
-presentate, facciano colpo. Alcune appariscono con un braccio teso,
-come per porgere la mano alla compratrice; altre con un piede alzato,
-come per slanciarsi verso di lei; questa con la testina inclinata
-da una parte, come per vezzo; quella con gli “occhi mobili„ voltati
-in su come se dicesse: — Sia ringraziato il cielo! Son libera! —
-E altre ancora in atteggiamenti drammatici, tutte con quel visetto
-fatto a pesca, con quella bocca a botton di rosa, con quegli occhi
-grandi e freddi di damine senza cuore e di _cocottes_ senza pensieri.
-E vedendole così passare pensavo al loro diverso destino, ai mille
-scopi diversi con cui sarebbero state comprate. — Per questa, forse,
-la compratrice è già per la strada, gongolante, e sarà qui a momenti;
-per quella, o sta per nascere o non è ancor concepita; e quest'altra
-apparterrà a una bambina che, per ottenerla, sta stillandosi il
-cervello sull'aritmetica e sulla geografia. E quante serviranno a
-strappare il consenso all'estrazione d'un dente o alla trafittura degli
-orecchi per le piccole búccole! L'una dormirà la notte di Natale sotto
-un cuscino da letto, l'altra la sua prima notte libera sulla strada
-ferrata, e parecchie saranno regalate alla figliuola per ripagare d'un
-favore il babbo, o serviranno a distrarre la bimba mentre il donatore
-parlerà nell'orecchio alla mamma. Ed altre son destinate a rallegrar
-la convalescenza di piccole inferme, e forse più d'una ad esser pôrta,
-soffocando i singhiozzi, da una madre desolata, ultimo conforto a
-una malattia senza speranza, e a cadere un giorno dalla piccola mano
-scarnita, e a spezzarsi sul pavimento nel punto che la sua mammina
-adottiva chiuderà gli occhi per sempre. E quante carezze amorose,
-quante parole gentili, quanti teneri baci avranno questi corpicini
-insensibili, quanti piccoli cuori palpiteranno contro questi brevi
-petti pieni di tritura di sughero, su quante innocenti e soavi nudità
-premeranno queste fantoccie i loro labbruzzi freddi di porcellana,
-strette fra due braccini candidi e scaldate da un alito odoroso,
-dentro un lettuccio visitato da sogni azzurri! — Eh, sì; ma molte
-si buscheranno anche delle pacche secche, poichè è sempre in vigore,
-m'immagino, quel bell'uso materno, così sapientemente educativo, di
-consolar la bimba che cade picchiando la bambola ch'essa ha fatto
-cadere con sè; e poi perchè.... _où il y a des femmes il y a des
-claques_, come dice il proverbio dei nostri amici.
-
- *
-
-Vidi infine le rarità: prima fra queste una piccola montanara di
-Varallo, dove nacque il “re delle bambole„, vestita di tutto punto come
-le sue compaesane vive, con quei ricami variopinti, che paiono mazzetti
-di fiori, con quei calzoncini di panno nero, con quelle treccie solide,
-con quegli ori antichi: una bella maschiotta bionda, che costò al
-Bonini e a sua moglie mesi di lavoro, e fece furore all'Esposizione
-di Palermo; per il che è conservata in bottega come una gloria di
-famiglia. — Questa non si vende, — mi disse l'autore de' suoi giorni.
-Infatti, aveva un'aria onesta. Ma le altre “rarità„ che rappresentano
-contadine sarde, romane e napolitane, si vendono; ed è curioso che
-sono quasi tutti viaggiatori stranieri quelli che le comprano, non
-come giocattoli, ma come esemplari di vestiari italiani, per non
-comprare un quadro del Michetti, del Quadrone o del Corelli; facendo
-così una economia non disprezzabile. Domandai al Bonini se avesse delle
-bambole col fonografo dentro. Mi rispose che n'aveva avute; ma che non
-ne possedeva più. — Il modello che avevo fatto venire — soggiunse —
-cantava una strofetta francese e poi faceva una risata.... Ma sa, di
-quelle risate sguaiate, da canzonettiste parigine, che in una famiglia
-per bene fanno un brutto sentire.... — Bambole corrotte, — osservai; —
-ha fatto bene a farle fuori, perchè.... basta alle volte una sola anche
-in un grande magazzino.... — Ed ero sul punto d'aggiungere: —.... per
-guastare tutte le altre, — ma rinvenni a tempo dalla mia distrazione e
-fermai al volo lo sproposito.
-
- *
-
-Ma ora viene il meglio, un vero _finale_ da teatro. Stavo ancora
-amoreggiando con la bella varallese, quando mi vedo buttar sul banco
-una grossa bambola che agita le braccia e le gambe, gnaulando, come un
-bimbo in culla, con una tale apparenza di vita, che mi desta quasi un
-senso di ripugnanza. Mentre sto in ammirazione di quello sgambettìo,
-sentendomi toccare una polpa, guardo giù, e vedo un'altra puppattolona
-con la veste lunga, che mi fa intorno un giro di valzer. Non mi sono
-ancora scansato, ed ecco un'altra bambola enorme, che alterna dei passi
-sul pavimento, tenuta per le mani da un commesso, tale e quale come
-un bimbo che impara a camminare. Un'altra bambola tanto fatta, nello
-stesso tempo, mi viene incontro sul banco a passi risoluti, diritta,
-gettando delle strida di galletto, come per domandarmi qualche cosa,
-e, voltandomi a un leggero rumore, vedo dall'altra parte un'altra
-fantocciona paffuta, in camicia, che succhia il poppaiolo a tutta
-forza, come divorata dalla fame. Non so dire lo strano senso di stupore
-e quasi d'inquietudine che provai in mezzo a quell'inaspettata eruzione
-di vita artificiale, accompagnata da un ronzìo sordo di congegni
-nascosti, somigliante ai borborigmi dei bimbi malati; tanto che mi
-parve ad un tempo di trovarmi al teatro Regio a una scena del ballo
-_Puppenfee_ e in una sala della Maternità in un momento di scompiglio.
-E non badai a pregare il Bonini di non dar la corda ad altri automi, e
-lasciai che dèsse un secondo giro anche ai primi, così che finii con
-trovarmi in mezzo a un girìo e a uno sbracciamento di corpiciattoli
-e a un concerto di miagolii, di gemiti e di strilli, che mi facevano
-voltare in fretta di qua e di là, quasi inconsciamente, come se
-m'avessero chiamato per nome da cento parti. Ma all'improvviso mi prese
-un dubbio, che mi fece subito scrutare i miei sentimenti e interrogar
-la coscienza, quasi diffidando, con curiosità viva ed attenta.... E
-dissi tra me: — Come?... Sarebbe vero?... dopo quasi un mezzo secolo?
-— Ed era proprio vero. — _Oh rossor!_ — come dice l'Alfieri — O vecchio
-rimbambito! Insomma.... mi divertivo.
-
- *
-
-E scappai fuori per non cedere alla tentazione di comprare. Ma per
-un pezzo, per la strada, non potei staccare il pensiero da quanto
-avevo veduto, perchè la vista dei passanti, invece di distrarmi, mi
-riconduceva la mente a quello spettacolo. Ed era ben naturale, tante
-son le rassomiglianze che corrono fra questo bel mondo e la bottega del
-signor Bonini! Persone senza il capo sulle spalle, occhi fissi che non
-vedono, bocche aperte che non mangiano, e crani vuoti e facce pitturate
-e parrucche, se ne vedono a ogni passo. E i bei visetti a prezzo fisso,
-e i personaggi di gomma elastica, e gli uomini che hanno nel ventre
-il principio motore d'ogni passo e d'ogni atteggiamento, e le donnine
-eleganti che non hanno in corpo che tritura di sughero, non si contano.
-E se son rare le creature femminine _infrangibili_, quanti non sono
-gli uomini pubblici che s'agitano e gridano per un'idea, soltanto
-fin che dura la corda che ha dato loro il padrone, e quanti i poveri
-disgraziati che delle manine di bimba carezzano e spezzano per un
-capriccio, e quante le belle signore che ballano il valzer allegramente
-mentre il bambino abbandonato succhia del latte di vacca freddo da una
-mammella di vetro!
-
-E v'è anche questa rassomiglianza, che come delle accomodature delle
-bambole malmenate dalle bambine non sono queste che fanno le spese,
-così avviene quasi sempre nel mondo degli uomini, che rompono gli uni e
-pagano gli altri.
-
-
-
-
-UN PICCOLO TEATRO CELEBRE.
-
-
-Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo, verso le tre dopo
-mezzogiorno, un concorso straordinario al teatro dei fratelli Lupi,
-dove si rappresentava _Le sette meraviglie del mondo_. La ressa era
-tale che s'eran dovute mettere due guardie municipali ai due lati della
-porta per impedire che seguissero disgrazie. La gente formava sulla
-piccola scalinata esteriore un monte di teste, a cui sovrastavano i
-visi ansiosi dei ragazzini tenuti in collo; alcuni dei quali, piangendo
-per il timore di non poter entrare, tendevano le braccia verso lo
-sportello del bullettinaio con un atto d'invocazione supplichevole,
-che metteva pietà e faceva ridere. La strada era per un buon tratto
-affollata, d'una folla diversa dalle solite: eran famiglie numerose
-strette in gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una falange di
-governanti, di balie, di servitori, soldati di fanteria e bersaglieri,
-gente di campagna, donne del popolo. Alcune di queste, vicino a
-me, tenevano in mano il programma dello spettacolo, e lo leggevano
-forte, compitando, masticando quelle misteriose parole: _Il mausoleo
-d'Artemisia, gli orti pensili di Babilonia_, con un viso di divote
-che sentissero nominare un miracoloso santuario sconosciuto. Intesi
-un operaio, che aveva un po' d'accollo, dire in accento di trionfo
-ai vicini, mostrando un suo ragazzetto con la medaglia delle scuole
-municipali: — Questo non paga. I premiati hanno diritto. Ah, quei
-Lupi, che uomini! — Da ogni parte, girando fra la folla, sentivo
-commentare il programma, predir maraviglie della rappresentazione e
-decantar la “compagnia„. C'erano ragazzi che saltavano dalla gioia,
-che strepitavano dall'impazienza, che si cacciavano fra le gambe
-alla gente come cani, e si facevan largo a gomitate e a capate; e
-n'arrivavano altri continuamente, precedendo di corsa le loro famiglie,
-ansanti e col viso rosso; e al veder la porta affollata qualcuno si
-batteva il pugno sulla fronte in atto di disperazione. A un certo
-punto arrivarono i musicanti che, dopo aver tentato invano di aprirsi
-il passo, ritornando indietro per entrar dalla piazza Carlina, si
-soffermarono intorno a un signore alto, in giacchetta e cappello alla
-calabrese, fermo a una cantonata. In quel punto un ragazzo accanto
-a me, accennando con la mano quel signore, esclamò con accento
-appassionato d'ammirazione e di riverenza: — È lui!... Luigi Lupi! —
-Fu quell'esclamazione che mi diede l'ultima spinta a scriver queste
-pagine.
-
- *
-
-Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato a Ferrara, che cominciò
-in qualità di garzone o, come si dice in linguaggio teatrale, di
-“personaggio„ d'un marionettista rinomato, il quale girava per le
-città del Piemonte e veniva ogni anno a “far la stagione di carnevale„
-a Torino. Vennero per molti anni al _Teatro Paesana_, nel palazzo dei
-Conti di Paesana, in via della Consolata; poi il Lupi mise su teatro
-da sè, e seguitando a girare come il suo maestro, continuò a venire a
-Torino l'inverno, non più al _Paesana_, al _San Martiniano_, dove gli
-succedette il figliuolo Enrico. Era un piccolo teatro senza facciata,
-posto al crocicchio di due strade uggiose della vecchia Torino, e così
-si chiamava dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu abbattuta
-quando s'aprì la nuova via Pietro Micca. Ricordo che vent'anni fa,
-abitando là accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del ballo e
-qualche volta scoppi d'applausi e fucilate; ma senza badarci, perchè
-non ci attirano le marionette se non quando ci danno una immagine del
-mondo che non si conosce ancora o quando ci rappresentano la caricatura
-della vita di cui s'è fatto esperienza. Quel nome del compagno di
-martirio di San Processo fece per trent'anni battere il cuore di tutti
-i ragazzi torinesi d'ogni condizione: non credo che ci sia un mio
-concittadino della mia generazione a cui esso non desti un ricordo
-confuso di vivi desideri e di vivi piaceri, e che, passando davanti
-a quella casa e dando uno sguardo a quella porta, sormontata ora da
-un'insegna di tappezziere, non ci veda riflessa come in uno specchio
-la sua immagine di fanciullo. In quel teatrino, che vide più volte nei
-suoi palchetti Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti celebri,
-dove recitò un prologo col capo nelle “nuvole„ Leopoldo Marenco, e di
-cui furono frequentatori, nella fanciullezza, la principessa Margherita
-e il duca di Genova, vennero su i due figliuoli di Enrico Lupi, ora
-proprietari e direttori; i quali, prevedendo che quella casa sarebbe
-caduta prima o poi sotto il piccone del conte di Sambuy, ne sloggiarono
-nel 1884, e, comperato il _D'Angennes_, un tempo primo teatro della
-commedia dopo il _Carignano_, andarono a installare il Gianduja e
-Giacometta dove avevano recitato Gustavo Modena e Adelaide Ristori.
-Ebbero per un pezzo un rivale formidabile nel _Teatro Gianduja_,
-fondato e diretto da un marionettista argutissimo, Giambattista Sales,
-che fu il primo a metter sulla scena la maschera di quel nome, e con
-questo sostennero una lotta accanita, tirando a superarlo nella varietà
-e nella ricchezza degli spettacoli; ma con la morte del Sales il
-_Gianduja_ decadde e, dopo aver tentato inutilmente di rialzarsi con
-la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865 scomparve. D'allora in
-poi, ossia da circa trent'anni, i Lupi non hanno più rivali a Torino,
-e poichè nessuna delle altre buone “compagnie„ italiane, essendo tutte
-girovaghe, può disporre di un copioso e vario materiale di scena com'è
-quello che essi possedono, si può dire che non hanno più emuli neppure
-in Italia.
-
- *
-
-Il primo e più forte impulso al perfezionamento del piccolo teatro lo
-diede il padre Enrico, che fu uomo singolare per vivacità d'ingegno
-e vigore di volontà, non fornito di coltura scolastica, ma ricco di
-cognizioni d'ogni ordine acquistate leggendo avidamente ogni specie
-di libri, studiando gli uomini e la vita in tutte le classi sociali,
-intervenendo, anche vecchio, a conferenze, a riunioni pubbliche, a
-lezioni universitarie, e bazzicando pubblicisti, artisti, professori,
-con lo spirito sempre inteso all'osservazione e pronto a trar partito
-d'ogni cosa. I suoi due figliuoli ereditarono tutte le sue facoltà.
-Hanno nome Luigi tutt'e due e si firmano Luigi I e Luigi II, come
-due monarchi, padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono, come i
-fratelli Goncourt, due lavoratori intellettuali associati, fra cui
-esiste un accordo perfetto. Ciascuno, peraltro, ha attribuzioni sue
-proprie. Il maggiore cerca i soggetti, compone, traduce, riduce,
-dirige l'andamento del teatro; l'altro provvede alla messa in scena,
-alla fattura dei personaggi, ai vestiari, a tutti i particolari della
-rappresentazione. Il primo, che ha passato la cinquantina, è il più
-originale della coppia. Uno dei caratteri più notevoli della sua
-originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato nell'ufficio
-di polizia del municipio di Torino. È un uomo d'alta statura, di testa
-grossa e di membra robuste, che, visto una volta, non si dimentica più:
-la fronte ostinata, il naso audace, la bocca comica, gli occhi vivi e
-risoluti d'un uomo immaginoso e operoso, il collo e la voce ingrossati
-dall'esercizio della recitazione a voce forzata, gli atteggiamenti
-e i modi d'un artista. E d'artista ha pure il linguaggio scolpito
-e colorito, e correttamente italiano, come il suo modo di scrivere;
-ma attraente più che altro per la passione che lo scalda quand'egli
-discorre delle cose sue. A sentirlo parlare delle vicende corse dalla
-sua compagnia, ch'egli portò a Napoli, a Montevideo, a Buenos Aires,
-delle rappresentazioni che andava a dare con suo padre al castello
-di Moncalieri per il piccolo principe Oddone e per la principessa
-Maria Pia, dei viaggi ch'egli fece a Londra, a Parigi, a Chicago, a
-Vienna, a Berlino, in Danimarca per studiare i progressi della sua
-arte e osservare le grandi Esposizioni che voleva riprodurre sul suo
-teatro; ma sopra tutto a udirlo giudicare, dal lato dell'opportunità
-e dell'adattamento alle sue scene, le grandi opere drammatiche e
-liriche e gli avvenimenti politici e guerreschi d'ogni paese, ai
-quali egli tien dietro con attenzione assidua spiando ai quattro canti
-dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o questione “teatrabile„ pare
-d'aver dinanzi un grande impresario autore attore e direttore d'una
-grande compagnia di prosa, di canto e di ballo, che pensi e lavori
-per il gran pubblico, e si riman poi maravigliati, girando lo sguardo
-intorno, di veder appesi alle pareti degli artisti di legno. E non
-si può disconoscere che nel cogliere i punti culminanti d'un periodo
-storico o della vita d'un uomo avventuroso e famoso, nell'intrecciare
-a qualunque soggetto i piccoli casi della sua marionetta protagonista,
-nella scelta delle situazioni drammatiche e dei quadri finali, ed anche
-nella condotta dei dialoghi appassionati ed arguti, e in special modo
-nelle “riviste„ egli dia prova di facoltà teatrali singolarissime; fra
-le quali primeggia una immaginazione ardente, temeraria, diabolica, ma
-sempre corretta, — se questo participio si può congiungere a quegli
-aggettivi, — da un buon senso raro, che anche nelle sue corse più
-stravaganti la tien legata per un filo sottilissimo a un sano intento
-morale e a un severo rispetto della decenza.
-
- *
-
-Domanderete di che si componga il suo repertorio.
-
-È una domanda che sgomenta. Per rispondervi dovrei scrivere un volume.
-È un repertorio che, fra drammi, commedie, farse, riviste, balli e
-fantasie, abbraccia in tempo e in spazio l'universo; va dal diluvio
-universale all'assedio di Makallè, comprende la mitologia, la storia
-patria e la cronaca cittadina, si stende dalla China alla California,
-dalla Cafreria alla Groenlandia, dalle regioni dell'etere agli
-abissi dell'oceano, dai cerchi del paradiso alle bolge dell'inferno.
-C'entrano le vecchie commedie dell'arte, drammi raffazzonati di tutte
-le letterature, i balli del Pratesi e del Manzotti, le opere del
-Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della nazione dalla
-battaglia di Goito alla occupazione di Roma, tutti i congressi,
-i terremoti, le epidemie, le inondazioni, le incoronazioni, le
-esposizioni, le grandi scoperte che si succedettero sulla faccia dei
-due continenti negli ultimi cinquant'anni. Tutti i sovrani, tutti i
-grandi statisti e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri in
-qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 ai nostri giorni,
-passarono su quel palcoscenico, non di nome soltanto, ma nella loro
-effigie, scolpiti apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti
-come vestivano, riprodotti perfino, quanto era possibile, nei gesti
-e nella voce, presentati negli atti più importanti della loro vita
-pubblica e nei particolari più noti della loro vita privata. Il teatro
-dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra nuova vita nazionale.
-Gianduia arrischiò il carcere quando la parola non era libera, sfidò
-le polizie, preconizzò la rivoluzione, congiurò, fu tribuno, soffiò
-negli entusiasmi, glorificò i martiri, celebrò le vittorie, pianse
-sulle sventure patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia
-dei governi e dei popoli. Con un tal repertorio, pensate al cumulo
-dei copioni che debbono dormire nei suoi magazzini: s'avvicinano al
-migliaio. E per rappresentare tutta questa roba immaginate quello che
-deve aver visto quel palco di vestiari di tutte le fogge, d'armi di
-tutte le forme, d'edifizi mobili di tutte le architetture, di onde
-e di rocce, di piante e di ponti, di treni e di troni, di animali da
-tiro, da corsa e da soma, domestici e selvatici, asiatici ed europei,
-immaginari e reali, dall'asino e dal bue di Betlemme ai cammelli
-della colonia Eritrea, dal cerbero della _Divina Commedia_ ai draghi
-del Celeste Impero; figuratevi le sacca di polvere da schioppo e
-di Bengala, di licopodio e di magnesio che vi debbono essere state
-bruciate, e i miriagrammi di legno e di cartapesta che vi debbono esser
-passati in sembianza umana.
-
- *
-
-Le teste, appunto. Voi certo non immaginate (nè io l'immaginavo) che
-le teste degli attori di legno possano dare ai fratelli Lupi assai più
-pensieri che non ne diano ai capocomici le teste degli attori in carne
-ed ossa. Ed è così, poichè essi vogliono una rassomiglianza perfetta
-nelle teste dei personaggi illustri, morti o vivi che siano, e in
-quelle di tutti gli altri una corrispondenza rigorosa della fisonomia
-col carattere; e non è cosa facile agli artisti il soddisfare a una
-tale esigenza attenendosi ad un tempo all'esagerazione dei lineamenti
-voluta dall'ottica teatrale, senza spinger neppure questa esagerazione
-oltre il limite d'una caricatura discreta. Vi furono in questo genere
-due scultori genovesi, i fratelli Pittaluga, morti da circa trenta
-anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte da loro servono ancora
-di modello e son riprodotte, con poche modificazioni, in centinaia di
-esemplari. Ma altre moltissime debbono esser fatte d'immaginazione,
-e non riuscendo alla prima, rifatte, e fino a tre o quattro volte
-rimodellate in creta, prese nel gesso, gittate in cartapesta, colorite
-a olio, con cura e fatica infinita di chi le ordina e di chi le forma.
-E così negli scenari, dopo il vecchio Morgari, che fu insuperabile,
-son rari i pittori che ottengano gli effetti speciali voluti da certe
-rappresentazioni fantastiche d'un teatro di marionette. E per il
-vestiario e per tutto ciò che vi si connette è il medesimo: è difficile
-trovar lavoratori che abbiano l'abilità e il buon volere di far degli
-stivali minuscoli perfetti in ogni loro parte, delle scarpettine
-di signora lunghe quanto un dito, delle parrucche grandi come la
-mano, brizzolate, architettate, disordinate con arte, e una quantità
-innumerevole di piccoli oggetti, come parasoli, panierini, portafogli,
-valigette, attorno a cui le dita più agili e più delicate si stancano e
-s'impazientano. E ad ogni nuova produzione spettacolosa c'è un esercito
-d'attori, d'attrici, di comparse grandi e piccole da vestire, calzare,
-incappellare, armare e ingioiellare, secondo l'uso di vari tempi e
-paesi, consultando album di costumi, studiando quadri, facendo ricerche
-di figurini, utilizzando vestiari smessi; di modo che non bastano
-all'opera la signora Lupi e le sue figliuole, e vi s'aggiungono modiste
-e crestaine e stiratrici, e qualche volta per un solo spettacolo dura
-il lavoro per un mese intero. Durante il quale è bellissimo a vedere il
-laboratorio, dov'è uno sfoggio di manti regali, di strascichi di dame,
-di sottanine di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione di
-piccole cose strane, graziose e pompose, un barbaglio di colori e di
-splendori, da impazzirci un collegio di bambine e uno sciame di gazze.
-
- *
-
-Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli, la moglie e
-i figliuoli del primo: quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra
-i diciannove e i ventidue anni. E bisogna vederli tutti là, tranne
-i due più piccoli, appollaiati sul ponte, o appoggiatoio, come lo
-chiamano, sovrastante al palcoscenico, durante la rappresentazione.
-Ecco il soggetto d'un quadro originale per un pittore ardito. La
-prima volta che, stando sul palco, vidi di profilo quelle otto teste
-d'uomini e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da quella specie
-d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su, ora parlanti ad
-una ad una, ora tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle
-labbra e di strane intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso
-a quella di soprano in falsetto, mentre le sedici mani movevano con
-un centinaio di fili una folla di personcine di sotto, mi parve di
-vedere una famiglia di numi sorretti da una nuvola che dirigessero
-le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola umanità agitantesi
-sopra il polo d'un asteroide. Ma riconobbi subito che il fare i
-numi a quel modo non doveva essere una delizia. Stare delle ore in
-quell'atteggiamento contratto, col calore di tutti quei lumi nel
-viso, forzare e variare continuamente la voce, lavorando a un tempo
-con le dieci dita e consultando con lo sguardo obliquo il copione
-posto nel mezzo che fa l'ufficio di suggeritore, e mentre si parla
-e s'opera in alto invigilare e dar ordini a chi lavora in basso e
-ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un rompicollo di scaletta
-da bastimento quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche dei
-numi. Non mi maravigliai, quando calò la tela, di vederli scendere
-dall'Olimpo, in maniche di camicia e con le braccia nude, bagnati di
-sudore e anelanti, come scendono gli acrobati dai trapezi. E allora
-soltanto m'accorsi che le due signorine portavano un vestito maschile,
-camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere due
-operai; ma due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe
-tollerato qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi
-alle multe. Ma il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi
-ci sale la prima volta, è pieno di altre sorprese piacevoli. Stando
-accanto alle quinte mi veniva fatto di scansarmi con un leggiero
-inchino, come si fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di
-scena una signora, e rimanevo poi stupito al vederla tutt'a un tratto
-sollevarsi in aria, invece d'andare al suo camerino, e restarmi appesa
-in faccia come un salcicciotto. E così avevo un'illusione amenissima
-al veder tra le quinte del lato opposto una delle signorine Lupi
-che dava gli ultimi ritocchi all'abbigliamento dei personaggi prima
-che si presentassero al pubblico, accomodando a uno una spilla,
-stirando a un altro il vestito, aggiustando a un terzo il cappello,
-come si fa ai bambini filodrammatici, con atti lesti e carezzevoli,
-a cui quelli rispondevano, appunto come i bambini, con gesti che
-parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta che li reggeva
-dall'alto. E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi pareva
-che ragionassero davvero degli affari propri, come fanno gli attori
-fra due battute, quei due altri più piccoli che le altre due ragazze,
-voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeggiare
-e gestire pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena. E
-quella confusione che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità,
-di personaggi della commedia che stava per finire e dello spettacolo
-coreografico che stava per cominciare, di ballerine, di mime, di dame
-scollate, di marionette in giubba e in uniforme, con la tuba e con
-l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura, mi dava quasi
-l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande teatro quando
-finisce l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci era solo questa
-differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero
-allora, non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a
-combattere in nome della moralità la dotazione del Teatro Regio.
-
- *
-
-Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte e la valentìa della
-famiglia Lupi bisogna vederla all'opera in una giornata campale.
-Lo spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso e terribile
-osservato dalle scene che visto dalla platea. Già è bellissimo
-veder gli apprestamenti della battaglia: le masse d'armati raccolti
-nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; i
-cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli
-carichi di munizioni che s'allungano in fila ai due lati del palco;
-i comandanti con la spada sguainata che aspettano dalle due parti
-il gran momento, coi grandi occhi sporgenti e fissi davanti a sè,
-come spianti il doppio mistero dell'orizzonte e della morte. Quando
-l'istante solenne è vicino, i direttori danno gli ultimi consigli,
-lanciano gli ordini supremi. Le truppe son pronte? Pronte. I cannoni
-sono in batteria? Sono. Le miccie sono accese? Sì. E allora avanti
-e Dio ci guardi! Le avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi
-cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono il capo di cartapesta
-sul palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rialzarsi tra poco
-più indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per
-imitare il tuono del cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove
-la macchina che fa correre in lontananza un reggimento, un quarto
-galoppa intorno al palco accendendo i razzi fissi alle quinte che
-rendon lo strepito del fuoco di fila.
-
-I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie
-feroci, un cozzar di teste e di petti, un grandinar di colpi, un
-mulinìo di lame,
-
- un incalzar di cavalli accorrenti,
-
-di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e
-dalle rocce, con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio,
-i fratelli Lupi, coi figliuoli, agitano le braccia furiosamente
-cacciando urli, minaccie, gemiti, grida di soccorso, frammiste a
-comandi e ad avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto; questi
-e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni atto è preciso,
-ogni passo misurato, ogni secondo contato, corrono e ricorrono fra le
-quinte e le pareti, staccano le marionette, le porgono, le riprendono,
-le riappendono, le riporgono, raccattando di volo armi, elmi, giberne,
-bandiere, turbinando come fantasmi in una nuvola densa di fumo e in un
-odore acre di zolfo. E quando credete che il pandemonio sia per finire,
-non è che un artificio per crescer l'effetto: la battaglia riattacca
-più ardente, raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa il
-fumo, s'accelera il turbinìo; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i
-clamori della platea, con gli urli d'ira dei combattenti si confondono
-le grida di entusiasmo dei ragazzi; è una furia febbrile e crescente
-d'uomini che salgono e che scendono, di lumi che girano, di marionette
-che volano, di fili di ferro che s'incrocian per aria, è un moto
-vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di braccia, di attrezzi,
-una tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta, un
-rovinìo, un casa del diavolo che, quando cala la tela e tutto si queta,
-vi lascia sbalorditi, intronati come all'uscir da un manicomio dove
-siano scoppiati insieme una ribellione e un incendio.
-
- *
-
-Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame del “personale„
-artistico. La prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima
-volta il palco scenico, fu la statura dei personaggi, che visti dalla
-platea paiono poco più alti d'un palmo, e son più di mezzo metro,
-come bimbi. E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin superflua,
-dei vestimenti. Non crediate che sian fatti soltanto per ingannar
-l'occhio da lontano, chè possono affrontar l'analisi della lente. Ecco,
-per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è vestito di panni
-logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie d'unto,
-spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a
-corda, la camicia di tela rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e
-crepate. Il signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro
-ai polsini e allo sparato, e la catenella dell'orologio che gli pende
-dal taschino della sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato, con
-un cappello cilindrico che mostra dieci anni di servizio, gli occhiali
-sulle orecchie, e una palandrana d'un color di ragno arrabbiato,
-che farebbe venir l'acquolina in bocca a Ermete Novelli. Ma le più
-belle son le signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con un gusto
-squisito, dai fiori del cappellino agli stivaletti, che son piccole
-meraviglie, con spille, orecchini, anelli, borsa, ventaglio, con
-capelli veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano col
-pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e
-insaldate, perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda
-che son vestite di tutto punto, da signore per bene. E la proporzione
-delle loro forme è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi, braccia
-di donnine vere, tanto che è un diletto il voltarle e rivoltarle fra
-le mani, e col pretesto di vedere come son vestite vi lasciate andare
-a prolungar l'analisi con un sentimento di curiosità colpevole. E
-la varietà dei tipi! La prima volta che fui sul palco, di giorno,
-il signor Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore della sua
-aristocrazia, tutte giovani e eleganti, appendendole l'una accanto
-all'altra per il loro fil di ferro lungo due metri a una spranghetta
-che mi stava sopra il capo, e definendo in due parole ciascuna: — Ecco
-un tipo sentimentale — Quest'altra è più bella, ma meno simpatica.
-— Veda questa, che aria _distinta_! — E quando me le vidi schierate
-davanti, come un comitato di patronesse d'opera pia, aspettanti la
-visita d'un pezzo grosso, tutte impettite, con quegli occhi larghi
-e luccicanti, che volete? sentii una certa suggezione, mi parve di
-dover dir qualche cosa, poco mancò che non dimandassi loro se avevano
-sofferto il mal di mare nel viaggio in America.
-
- *
-
-Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene fra gli attori d'un teatro
-simile segue un caso psichico curiosissimo, il quale non avviene a
-chi visita un magazzino di bambole, sian pure stupendamente formate;
-avendo queste tutte lo stesso viso, la stessa età e un vestimento
-convenzionale. Fra quelle marionette, invece, che rappresentano una
-grande varietà di tipi, ed età, ceti, professioni, caratteri diversi,
-con una riproduzione così perfetta, oltre che degli aspetti fisici,
-di tutti i particolari del vestire, la nostra immaginazione è presa
-a poco a poco in un inganno che, distraendola dalla considerazione
-della grandezza, finisce con fargliele vedere e considerare come
-persone vive. Riesce maggiore l'illusione quando s'è fatto l'occhio
-all'esagerazione dei lineamenti e dell'espressione dei visi, non
-sensibile a lungo perchè comune a tutti, e non mai spinta oltre quel
-segno che pure nel vero è possibile; la quale, poi, produce quest'altro
-strano effetto che, uscendo di là, ci paiono mancanti di rilievo, di
-vigore, d'espressione, quasi facce appena abbozzate, i primi visi umani
-che ci si paran dinanzi; come accade a chi vive tra i pazzi, che quando
-rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito e monotono il
-loro linguaggio sensato e pacato. Ed è appunto questa illusione che
-rende piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo dei fratelli
-Lupi. Io mi ci son divertito, non dico “come„ ma assai più d'un
-ragazzo. Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è innumerevole.
-Per lo spiraglio d'un guardaroba socchiuso, dietro a una tenda che il
-Lupi solleva, negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri delle
-pareti, da per tutto vedete crocchi di signore, pattuglie d'armati,
-conciliaboli di facce equivoche, personaggi di corte sfolgoranti
-d'oro, barboni misteriosi, occhioni che vi scrutano, bocche spalancate
-come per cacciare un grido, rattenuto al vostro apparire, frotte di
-popolani, brigate di signori in abito nero, gruppi di ballerine in
-maglie color di carne. Una di queste mi diede nell'occhio: il Lupi
-stese la mano per prenderla. Stavo per dire: — Non la disturbi, — ma
-era già sull'impiantito, che faceva le sue piroette, voltando il busto
-e il capo dalla parte opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine
-trasparenti tempestate di pagliuole d'argento, e _pubblicando_, come
-dice l'Aleardi, _le arcane forme_ pienotte con tanta vivacità e tanta
-grazia, che non mi parve più una stravaganza quel romanzetto di Felice
-Govean, nel quale il protagonista s'innamora perdutamente della prima
-ballerina del _Gianduja_. Non fo celia: metteva voglia di prenderla
-per la vita e di portarsela via: un impertinente avrebbe domandato
-al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa più amena è che fra un
-così gran numero di visi verosimili vi occorre ogni tanto di trovarne
-uno che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza straordinaria
-con qualche persona che conoscete. Ho trovato là, _fra color che son
-sospesi_, due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino di casa;
-e qualche altro di cui riconobbi il viso, senza ricordare chi fosse,
-ma che mi fece dire senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato.
-— E, punto dalla curiosità, continuai a cercare, e feci anche delle
-scoperte sgradevoli. Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi
-scappò un'esclamazione: — La regina Taitù! — Era lei pretta sputata.
-Un po' più in là trovai Menelik, Maconnen, Mangascià, il generale
-Baratieri, con la sua uniforme d'Africa, somigliantissimo, ma ancora
-con l'aria scipionica, perchè era stato modellato dopo Senafè. Il Lupi
-alzò una mano, sollevò un personaggio e disse con accento di rispetto:
-— Il maggiore Toselli. — Ebbene, nessuno ne avrebbe sorriso, e non mi
-parve una profanazione. Era anch'essa una forma di gloria quel piccolo
-simulacro che aveva scosso il cuore e fatto batter le mani a tanti
-fanciulli e strappato qualche lagrima anche a dei grandi, e pensai
-che se il bravo soldato l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso
-dolcemente, come un trionfatore che senta fra il plauso d'un popolo
-gridare il suo nome da un bambino.
-
- *
-
-Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi perfettamente uguali:
-che rappresentino i _Menecmi_ di Plauto o i _Gemelli_ del Goldoni? No.
-Il protagonista è uno solo; ma vuole il dramma che a un dato punto egli
-si tolga la berretta sulla scena: operazione impossibile a cagione
-del filo che regge i suoi destini: e non c'è altro che sostituire a
-lui, con uno stratagemma di cui non s'avveda il pubblico, un _alter
-ego_ con la berretta in mano: una sberrettata che costa ai signori
-Lupi venticinque lire. Trovate qui un personaggio col viso fresco e
-coi capelli neri; poco discosto il medesimo col viso rugoso e col pelo
-grigio; un po' più oltre ancora lo stesso, con la faccia decrepita
-e il cranio pelato: è un personaggio che deve apparir nel dramma
-in tre età diverse; e se è vero che nel corpo umano si rinnovano di
-continuo le cellule, in modo ch'esso è tutto intero rinnovato ogni
-tanto tempo, la marionetta non rappresenta forse più il vero che
-l'attore? Così, per rappresentare l'epopea garibaldina, che ebbe un
-successo strepitoso, i Lupi fecero fare una famiglia di Garibaldi, da
-Garibaldi bambino a Garibaldi morente, e d'uno stesso Garibaldi vari
-esemplari, grandi e piccoli, per mostrarlo sul proscenio, a qualche
-distanza, e lontanissimo. Così crede il pubblico di vedere tre fratelli
-Girard, che fanno i giochi maravigliosi, e ne vede quindici. Di
-Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia di ogni età e di ogni altezza,
-Gianduia ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti,
-contraffatti; come si richiede per un personaggio che è contemporaneo
-e cooperatore degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti. Le
-teste storiche o di viventi illustri, che potrebbero abbisognare altre
-volte, i Lupi le conservano: ne hanno piene delle scatole da petrolio,
-ammontate a parte in un magazzino. Luigi Lupi ne aperse una piena di
-teste di Gesù, modellate assai bene, e levandole e presentandomele
-rapidamente l'una dopo l'altra, mi produsse un'illusione singolare,
-somigliante a quella che dà il cinematografo: mi parve di veder
-lo stesso viso, da prima sorridente, rattristarsi, balenar d'ira,
-rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi da capo, impallidire, stillar
-sangue, alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile nella morte.
-Le teste di Cristo, badate, sono le sole che non son mescolate con
-altre. Ma che bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani nelle altre
-scatole! — To', Maino della Spinetta — To', Tommaso Villa — La regina
-Vittoria — Davide Lazzaretti. — Mi venne in mano una testa che mi destò
-una vaga reminiscenza, ma non accompagnata da un nome. Domandai: era
-Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta, mi spiegò il
-Lupi, perchè, volendosi fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto
-alterare il contorno inferiore del viso; del che si mostrò dolente.
-Ma l'effetto di quella mostra di teste ha qualcosa di repugnante: vi
-fa pensare ai cestoni orrendi della ghigliottina del Terrore. Corrono
-un'altra sorte, però, le teste degli uomini notevoli di second'ordine,
-pei quali è improbabile che ritorni un'altra ora di celebrità dopo
-quella accidentale che li portò sul palco scenico: le teste di questi,
-opportunamente svisate, rimangono in servizio sotto altri nomi, passano
-sulle spalle di altri personaggi. A quali marionette saranno toccate
-le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni, di consiglieri
-comunali e di regi prefetti, che vedemmo passare, salutate dagli
-applausi, sulle scene del teatrino di Gianduia? Forse gli stessi
-Lupi non le riconoscono più. Saranno diventate teste di portinai, di
-mercanti, di lacchè, di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice!
-
- *
-
-V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che serve insieme da magazzino
-di vestiari e da laboratorio. Al primo entrare vi si presenta uno
-spettacolo tremendo. Pendono in un angolo centinaia di corpi ignudi
-d'impiccati, col capo nascosto in un cappuccio da fratelli della
-Misericordia, ma bianco e tirato fin sulle spalle, come l'orrido
-berretto da notte che si metteva un tempo ai condannati a morte. Vi
-par di vedere lo spaventevole _verger du roi Louis_ che descrive
-il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta davanti, a
-Luigi undicesimo. È il dormitorio delle marionette provvisoriamente
-disoccupate. Là potete far degli studi anatomici, ammirare la bella
-proporzione delle membra, la perfezione delle giunture, la delicata
-fattura dei piedi e delle mani, le polpe delle regine e delle
-servette, i toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi trovate
-anche pance di Falstaff, schiene di Rigoletti, gambe di Quasimodi,
-corpiciattoli di nani, tutte le deformità miserande d'un ospizio di
-“incurabili„. Ma non si può immaginare come tormenti la curiosità la
-vista di tutti quei cappucci lugubri sotto i quali l'immaginazione
-si raffigura dei visi contratti dagli spasimi dell'agonia o composti
-nella quiete solenne dell'eternità. Domandai al Lupi se fosse lecito,
-per amor dell'arte, violare il segreto della morte. Egli fece un cenno
-d'assenso. Io scopersi una testa....
-
- Oh via dagli occhi miei,
- Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi,
-
-come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai una più spaurevole faccia
-di vecchio pazzo e feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore
-delle sue ispirazioni infernali, nè da quella del Goya nel tracciare a
-ludibrio dell'uomo le caricature spietate della sua maschera. Mi balenò
-un ricordo. Era forse _lui_. Non poteva essere altri che _lui_. Ed era
-_lui_ infatti, me lo disse il Lupi. Era un vecchio alchimista matto e
-solitario della parodia di _Giulietta e Romeo_, il quale, pochi mesi
-addietro, aveva fatto una così profonda impressione al bambino d'un mio
-amico, che se l'era sognato di notte e il padre aveva dovuto scender
-dal letto per quetare il suo terrore. Con mano peritosa scopersi un
-altro impeso, vicino a quello, e prima che ne apparisse il viso, mi
-lambì la mano una ciocca morbida di bellissimi capelli biondi. O _nuovo
-miracolo gentile_! Era un angiolo, un viso bianco e puro di Margherita,
-con due grandi occhi innocenti e un sorriso da pargolo che sogna gli
-splendori del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di vernice perchè
-gli aveva sciupato una guancia un colpo di trombone dei briganti in un
-assalto dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai a scoperchiare
-teste, e vidi facce così superlativamente buffe che mi fecero
-scoppiare in una risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte
-di Cassazione, musi incartapecoriti d'usurai senza viscere, grinte di
-megere furibonde, _rictus_ di Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti
-dei miracoli e da galera, frontespizi di bricconi così insolenti, così
-cinici e odiosi da spendere volentieri qualche franco, come dice il
-_sor Camola_, per pagare il piacere _de dagh una martelada_. E anche
-dei visi di uomini onesti e simpatici; ma quegli altri erano i più
-anche là, come nel mondo.
-
- *
-
-Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi dietro a quelle
-scene vedresti ben altre maraviglie. Ce n'è una a ogni passo:
-locomotive di strada ferrata che potrebbero far servizio negli
-imperi di Blefuscu e di Liliput, carrozze di gala da piccole fate,
-batterie di cannoni che sembrano uscite dalla vetrina dei modelli
-dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni di velluto, con le
-gambe e le spalliere scolpite, con rilievi di vero bronzo e candelabri
-che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra una mensa di principi;
-poichè i fratelli Lupi vogliono la riproduzione del vero, anche nelle
-cose minime, più esatta assai di quanto sia richiesto dall'effetto
-teatrale e dai più difficili spettatori; e ciò non per altro che per
-amor dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza, come quei
-raffinati che mettono il lusso anche nelle cose che non si vedono.
-Nè tutto è qui: ecco una flotta di corazzate con le artiglierie, di
-piroscafi coi passeggieri, di bastimenti mercantili col carico, di
-barche d'ogni forma coi rematori: quanto occorre per rappresentare
-splendidamente la gran festa d'inaugurazione del canale di Suez. Ecco
-un castello che si sfascia a pezzo a pezzo sotto le percosse degli
-arieti o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una mina, come per
-un crollo di terremoto. Ecco cavalli che scalpitano e s'impennano,
-elefanti che mulinano la proboscide, leoni che squassano la giubba,
-scimmie che s'arrampicano su per gli alberi come scimmie vive, serpenti
-che strisciano e si rizzano sulla coda da metterti i brividi. Cerca
-con la fantasia quanto puoi desiderare di più prezioso per regalo
-di capo d'anno e lo troverai qui più grande e più seducente di come
-l'immagini. E qui puoi anche vedere con che ingegnosa industria di
-fili a una marionetta è fatto levare il portamonete dalla tasca interna
-del soprabito con un gesto spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra
-cavar la spada dal fodero con la vivace eleganza d'un ufficialetto di
-cavalleria, a una terza spegnere una lampada con l'apparenza ch'essa
-sia spenta dal suo soffio: una delle prodezze marionettistiche più
-freneticamente applaudite. E ti puoi anche fare un'idea dell'attenzione
-e della destrezza che si richiedono per fare con garbo tutti quei
-movimenti delle gambe, delle braccia, del capo, degli occhi, della
-bocca; per evitare quei mille accidenti, così facili, di fili che
-s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano, d'ingombri, di contrattempi
-e di cozzi, dei quali basta uno solo a mandar a male una scena od un
-quadro; per guardarsi, in mezzo ad attori di natura così accensibile,
-a un tal cumulo di tela, di legno e di carta, a tanto fuoco di lumi,
-di razzi, di lampi, d'esplosioni e di fiammate, da una svista, da una
-distrazione momentanea che muterebbe a un tratto tutto quel palazzo
-magico in un falò spaventoso. Vedi quanta fatica, quante cure costa a
-chi ti diverte quello spettacolo che forse tu credi sia anche per loro
-uno spasso; vedi che ardua cosa è il governare anche il più facile dei
-popoli, un popolo che non mangia e non parla.
-
- *
-
-Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o piccolo lettore, avresti
-anche molte delusioni; le quali, per altro, ti sarebbero compensate da
-una più viva ammirazione dell'ingegno e dell'arte con cui le illusioni
-ti sono prodotte. Vedi, per esempio: quei cavalieri e quelle dame in
-gran gala che nel _Napoleone a Mosca_ ballano con ebbrezza spensierata
-in fondo a un salone del Kremlino già morso ai fianchi dall'incendio,
-e che ti fecero un effetto così fantastico, non ballano: sono fantocci
-tutti d'un pezzo confitti in un disco invisibile che gira come la
-ruota d'un arcolaio. Quelle contraddanze così intricate e precise
-di zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder l'opera di cento
-mani, non sono che il movimento d'una delle così dette scalette, un
-apparecchio contrattile di regoli di legno, su cui è piantato il corpo
-di ballo, maneggiato da due mani sole. Quelle ballerine innumerevoli
-che ne _La coda del gatto_ scendono sul palco come un'onda umana
-inesauribile, e che ti strapparono un grido d'ammirazione, non son
-che una cinquantina di bambole infitte in un tamburo rotante, il quale
-te le ripresenta continuamente, come uno scrittore povero le medesime
-frasi e le medesime immagini da un capo all'altro del libro. E anche
-quella calata dei mille lumi dell'esercito abissino sopra Amba-Alagi,
-che ti scosse quasi come la vista della realtà, non è che l'effetto
-di un moccolo acceso fatto passare dietro a uno scenario bucherellato
-come un crivello. E non son più vere le belle cascate d'acqua, che
-ti fanno batter le mani dall'allegrezza: sono cascate di sabbia
-bianca mista con pezzetti di cristallo, che un apparecchio raccoglie
-e rimanda in secchielli alla sorgente, senza disperderne un grano. E
-quel tuono così bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute
-quasi sgomento, ahimè! non è che un rumore di ciottoli cascanti dentro
-a un cassone, mossi dalla stessa mano che produce il sibilo del vento
-nella foresta per mezzo d'una confricazione di grossi fili di ferro.
-E quel mare azzurro, in fine, quel bel mare ondeggiante, che ti pare
-debba soverchiare da un momento all'altro le sponde e irrompere nella
-platea, non è che un saliscendi di pezzi di legno congiunti a cerniera
-che scote dietro le quinte un ragazzo della tua età, il piccolo
-Edmondo Lupi; il quale comincia la sua carriera _facendo le onde_ e
-rappresentando il _Colosso di Rodi_ nelle _Sette meraviglie del mondo_,
-come la cominciarono suo padre e suo nonno, e come la comincieranno, è
-da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo, non isvelar questi
-segreti ai tuoi compagni, perchè a questo mondo, vedi, non bisogna
-togliere alla gente che le illusioni pericolose: strapparle quelle
-che, senza danno, ci fanno più belle le cose e più vive le commozioni
-piacevoli, è una brutalità, come sciupare i fiori.
-
- *
-
-I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni, non si diverton
-meno dei piccoli che gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte
-del pubblico. È improprio, in fatti, chiamar teatro dei bambini il
-teatro Lupi, nel quale, fuor che i giorni di festa, otto su dieci
-spettatori sono adulti. E un buon numero di questi, uomini maturi e
-vecchi, e anche gente colta, sono frequentatori assidui. Per effetto
-di quali vicende, di quali rivolgimenti psichici si saranno ridotti
-al teatro delle marionette? In molti, senza dubbio, non è altra causa
-che la semplicità dell'animo; ma in altri dev'essere una castrazione
-volontaria della fantasia, desiderosa di diletto, ma amante della
-quiete; una repugnanza, nata da un'esperienza amara della vita, alla
-rappresentazione troppo verosimile delle miserie e dei dolori umani,
-quale si fa nel teatro vero; un ritornare indietro di proposito, un
-rifugiarsi nel mondo della fanciullezza per sazietà o per aborrimento
-di quello degli uomini; e c'è forse in loro una stretta corrispondenza
-fra la passione per le marionette e l'indole delle letture preferite e
-di tutti gli altri passatempi: son forse di quei signori che passano
-ore ed ore, sui sedili dei giardini pubblici, a veder giocare i
-bambini. Ma è singolare come questi bambini con la barba non cerchino
-soltanto in quel teatro una ricreazione amena, come prediligano anzi i
-drammoni di grande effetto, e brontolino alle commediole e alle farse,
-giudicandole quasi una degradazione dell'arte, e paragonino e discutano
-quelle produzioni come drammi del Dumas e del Sardou, e propongano
-perfino dei soggetti ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie.
-E bisogna vedere con che serietà assistono allo spettacolo, come
-s'impazientano agli applausi e alle risa intempestive dei ragazzi che
-turbano la rappresentazione, e con che sdegno zittiscono gli sbadati
-che lascian cascare la canna, come se rompessero una frase dello
-Shakespeare in bocca a Tommaso Salvini. A vederli, ci vien sulle labbra
-un sorriso di pietà; ma a pensarci bene, non è questo il senso che ci
-dovrebbero ispirare. Che uomini i quali hanno vissuto più d'un mezzo
-secolo, lottato, sofferto, visto mille casi strani e terribili; e che
-hanno ancora passioni, dolori, cure gravi, possano prestar per tre
-ore alla conversazione di dieci pupi di legno un'attenzione che non
-presterebbero alla disputa d'un Consiglio di ministri intorno agli
-interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe destar piuttosto,
-confortandoci, un sentimento d'ammirazione per la miracolosa facoltà
-che ha la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di consolarsi con
-dei fantasmi e dei sogni delle sue miserie infinite?
-
- *
-
-Le sere dei giorni feriali la sala non ha un aspetto diverso da quello
-degli altri teatri. Per vederla nella singolarità della sua bellezza
-bisogna andare alla rappresentazione diurna della domenica, quando
-centinaia di ragazzi e di bambini riempiono le sedie e le panche e
-formano in platea e nei palchetti come tanti mazzi, ghirlande, aiuole
-di teste bionde, e la varietà dei colori chiari e vivi dei vestiti le
-dà l'apparenza d'una sala infiorata e imbandierata per una festa. Anche
-prima che s'alzi il sipario v'è in quella piccola folla oricrinita
-l'agitazione, il rimescolìo d'una gabbiata d'uccelli digiuni al
-momento che si mette il panico nelle cassette. Gli uni son seduti,
-altri inginocchiati, altri ritti sulle panche o sulle ginocchia delle
-mamme o delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle sedie davanti,
-pigiati nei palchetti in doppia, triplice fila di teste, che fanno
-scala, le più alte col mento posato sulle teste più basse, e queste
-col mento sul parapetto, come disposte da un fotografo per il ritratto.
-All'alzarsi del sipario, si può dire che cominciano due spettacoli. È
-delizioso, durante una scena spettacolosa, vedere tutti quegli occhi
-spalancati come a un'apparizione dell'altro mondo, quelle espressioni
-di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita, quelle piccole
-bocche aperte in forma di O, di anelli e di semicircoli, quelle piccole
-fronti nivee corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione
-filosofica, che si riscotono poi bruscamente come al destarsi da un
-sogno. Poi, tutt'a un tratto, a una scena comica, a una risposta o a un
-atto buffo d'un personaggio, file intere di corpicini si torcono dal
-ridere, schiere di teste si arrovesciano indietro, scrollando matasse
-di riccioli, scoprendo i piccoli colli bianchi, schiudendo le bocchine
-come scrignetti rossi pieni di perle minute, e nell'impeto della gioia
-alcuni abbracciano il fratello o la sorella, altri si abbandonano
-fra le braccia della mamma, e molti dei più piccoli si buttano sulla
-sedia con le gambe all'aria, mostrando innocentemente la biancheria
-più segreta. E vedere come nel rapimento dell'ammirazione respingono
-furiosamente il fazzoletto importuno che cerca il loro nasino o
-ammollano una ceffata senza prefazione a chi para loro la vista del
-palcoscenico. Sono trecento paia di mani che applaudono con tutte le
-forze e non fanno fra tutte lo strepito di quattro mani virili: par di
-vedere e di sentire il frullo di centinaia di alette rosate, rattenute
-da altrettanti fili alle panche. E vi sono anche gli spettatori
-indifferenti, i ghiottoni piccolissimi che non voltano il viso verso il
-palco se non quando sentono delle fucilate; ma per riattaccarlo subito
-alla poppa con un giro risoluto del capo, come dicendo: — Corbellerie!
-Io ci ho di meglio! — Ma al rumor delle fucilate altri si spaventano e
-strillano, a certe scene tragiche qualcuno scoppia in pianto e tende le
-braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non piangono, ma, celando
-il viso in seno alla mamma, guardano il restante della scena con un
-occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche, è una gioia
-a sentirle. Allo scoprirsi improvviso di certi quadri, all'apparire di
-certi agnelli o asinelli o porcellini che paion vivi, sono scoppi di
-_oh!_, lunghi mormorii di maraviglia, a cui tien dietro quasi sempre
-qualche esclamazione solitaria d'una vocina sottile, che risuona nel
-silenzio come un vagito in una chiesa, un: — _Ah com'è bello!_ — che
-prorompe d'infondo all'anima, che esprime una pienezza di contento,
-una beatitudine celeste. Ma è sempre Gianduia quello che produce
-gli effetti più grandi. Son qualche volta accessi di riso convulso,
-cori di singhiozzi e di trilli, risate acute, cantanti, prolungate,
-inestinguibili, che fanno voltar tutti gli adulti, col viso sorridente,
-verso le panche, come se gli attori fossero saltati dal palco nella
-platea, e che quando si smorzano in modo da lasciar riprender la parola
-alla famiglia Lupi, lasciano ancora qua e là qualche strascico sonoro,
-qualche piccino piegato in due, che non può smettere nè frenarsi, che
-col capo chino e col viso nelle mani seguita a ridere e a ridere,
-perdendo le lacrime e la saliva, sfinito; ma non acquietato nè da
-rimproveri nè da carezze, inebbriato e soffocato dal proprio riso, non
-ridotto al silenzio che quando la mamma gli mette un braccio intorno al
-collo e gli preme la pezzuola sulla bocca.
-
- *
-
-Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza, anzi un seguito
-di scoppi, quasi senza interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo
-a traverso la tela, affiochiti e confusi come se venissero di lontano,
-fanno un effetto insolito, vanno anche più diritti al cuore che a
-sentirli dalla sala. Pareva di udire un suono di cascatelle d'acqua,
-il canto di mille uccelli in un bosco, e ogni scroscio di risa finiva
-in un lungo sospiro di voluttà, simile al mormorio d'una onda larga e
-lenta che viene a morir sulla riva. Si rappresentava _L'ultima notte
-dell'anno_. Era un successo così straordinario che gli stessi fratelli
-Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio, costretti ogni momento a
-interrompere la recitazione, mostravano nei visi accesi e sudanti una
-viva compiacenza dell'opera loro. Ed io pensavo, guardandoli, quanti
-ragazzi e bambini essi avevano divertiti e commossi, quanti piccoli
-dolori avevano consolati; pensavo quanto migliaia di piccole creature,
-grazie a loro, s'erano svegliate la mattina d'un giorno di festa
-gettando un'esclamazione di contentezza: — È quest'oggi! — e immaginavo
-i tanti scolaretti poveri che avevano studiato per un pezzo fino a
-notte avanzata per guadagnar la medaglia che dà l'entrata gratuita, e
-vedevo i tanti visetti smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un
-sorriso alla promessa d'esser condotti a quel teatro. E, pensando a
-questo, l'opera loro m'appariva in un aspetto così gentile, la loro
-famiglia in una luce così amabile! Non pensavo più che anche per essi
-il primo scopo del lavoro era la vita, non vedevo più in loro che dei
-benefattori della fanciullezza. Mi pareva che i due fratelli Luigi
-avessero qualche cosa di paterno per quella grande famiglia rumorosa
-che sentivo e non vedevo, e guardando quelle due belle ragazze,
-inginocchiate in alto, mentre agitavano i fili con atti graziosi, rosse
-nel viso come se le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori,
-mi compiacevo a far passare col pensiero sui loro capelli tutte quelle
-manine bianche che applaudivano e sulla loro fronte tutte quelle bocche
-vermiglie che ridevano. Oh quelle risa argentine, quel riso fresco
-e beato, la più dolce delle musiche della terra, quel riso che ci fa
-rivivere nell'infanzia e rivedere il volto di nostra madre giovane,
-quel riso che dice innocenza e speranza, ignoranza della vita e gioia
-di vivere, che si diffonde intorno nelle anime come una virtù feconda e
-consolatrice, sia benedetto chi lo ride e ringraziato chi lo desta.
-
-
-
-
-GENTE MINIMA
-
-
-
-
-GREMBIULINI BIANCHI.
-
-
-Erano dieci anni che non vedevo più un asilo infantile. Mi ricevette
-la direttrice, una monaca sui quarant'anni, di persona esile, col viso
-scolorito e gli occhi chiari, d'una espressione giovanile e dolcissima.
-Mi fece entrare in una vasta scuola, dov'eran raccolti trecento fra
-bambine e bambini in lunghi ordini di banchi, messi a gradinata,
-in modo che s'abbracciavano tutti con uno sguardo. Avevan tutti un
-grembiule bianco, pulitissimo; erano quasi tutti biondi. Entrava una
-luce viva per tre grandi porte vetrate. Era una bellezza da innamorare
-l'aspetto di quelle trecento piccole creature, strette le une alle
-altre come gli uccelletti sulle bacchette delle gabbie, e disposte
-come i fiori nei tepidari, a file sopra file, ciascuna delle quali
-presentava come tre striscie di colori, il bianco dei grembiulini, il
-rosa dei visi e l'oro dei capelli. Si capiva, davanti a quel quadro,
-come la mente umana non abbia potuto raffigurarsi il paradiso senza
-bimbi. A un certo momento, la direttrice disse uno scherzo, e io vidi
-aprirsi trecento bocciuoli di fiori rossi e brillarvi dentro migliaia
-di perle bianche.
-
- *
-
-Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione. Uscirono tutti a
-due a due, guidati da tre maestre monache e da una laica, ed entrarono
-in tre stanze nude; una delle quali, la più ampia, fu occupata dalle
-“signorine„ l'altre dai “giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle
-pareti i canestrini rotondi, che avevan portati da casa col loro
-becchime per la mattina, e fui maravigliato della rapidità con cui le
-monache li distribuirono, senza leggere i nomi sulle piastrine, e senza
-fare uno sbaglio, come se fosse dipinto sopra ogni canestro il ritratto
-del proprietario. In pochi secondi furono tutti serviti. E allora
-cominciò lo spettacolo sempre nuovo e sempre bello dei mangia panini a
-tradimento.
-
-Si misero a sedere, parte su panchettine, lungo le pareti, parte
-sull'impiantito, a file e a cerchi, che davan l'immagine di corone e
-di spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran dei piccoli
-“Taddei„ che, volendo fare il loro manducamento in santa pace, si
-cercavano un posto solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi
-minuziosi e lenti che facevano alcuni, con la serietà di vecchi
-gastronomi, come per un pasto che dovesse durare tre ore. Altri,
-spiriti contemplativi, stavano col canestrino chiuso fra le ginocchia,
-guardando per aria, col pensiero chi sa dove, e bisognava che le
-maestre li eccitassero a mangiare, agitando il bocconcino davanti
-alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti di nido. Le femmine,
-mangiando, cinguettavano; i maschi, più placidi, sgranocchiavano in
-silenzio: in una delle stanze occupate da questi sgranocchiatori
-non si sentiva una voce, tanto che, stando all'uscio, credevo che
-non ci fosse nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder là dentro
-quaranta ganascine al lavoro. Tutti quelli che avevan nel canestro
-qualche cosa di dolce, mangiavano prima tutto il dolce, rimanendo
-poi a pane asciutto; come fanno spesso, in altre cose della vita,
-anche i grandi. Le maestre vigilavano perchè questi privilegiati non
-facessero dei contratti birboni coi loro compagni, poichè accadeva
-sovente, mi dissero, che per un pezzettino minuscolo di cioccolata o
-di confetto alcuni dessero allegramente tutte le loro provvigioni, con
-la giunta d'un bacio di gratitudine. Parecchi, invece di mangiare, si
-facevano del cibo un balocco. Una bimba, che aveva un bocconcino di
-carne in salsa dentro una ciotola, pestò nella salsa il formaggio, il
-biscottino e le ciliege, e ne fece con molta cura una pasta d'un solo
-colore, che poi si mise a leccare col raccoglimento di chi assapora
-una ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in una esclamazione di
-piacere. Vedendo un bambino che faceva correre sull'impiantito una
-pallottola, domandai a una maestra se fossero permessi i giocattoli:
-quella guardò ed accorse subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La
-pallottola era un rosso d'ovo sodo, annerito dalla polvere: il bimbo
-si scusò, dicendo che l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità
-con cui le bambine che avevano una colazione abbondante ne facevan
-parte alle compagne mal provvedute: ad alcune le monache dovevano
-far riprendere quello che avevan dato perchè non rimanessero affatto
-digiune. Di tratto in tratto se n'alzava una e correva ad offrire un
-pinocchio o un acino d'uva secca o una ciliegia alla direttrice; la
-quale accettava ogni cosa ringraziando, ma per render tutto un minuto
-dopo; e le donatrici accettavano la roba resa con una compiacenza così
-manifesta da far capire che avevan fatto il regalo _pro forma_, con
-la certezza di rientrar nel proprio. Una bambina stava mangiando un
-pezzetto di carne in umido: una monaca le domandò: — Con che cosa è
-fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse di che cosa fosse
-fatta, e dopo un momento di riflessione rispose: — _La carne è fatta di
-sangue._ — A un'altra che aveva un pezzetto di frittata, la direttrice
-domandò: — Chi t'ha fatto quella frittata? — E la bimba, come avrebbe
-nominato una persona celebre, che tutti dovessero conoscere, rispose:
-— _Pinota_ (Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota? Non ci fu
-modo di farglielo dire: parve che fosse offesa dalla nostra ignoranza
-nel suo sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una sola bimba, alla
-quale si permetteva di portare all'asilo una piccola boccetta di vino
-annacquato, perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto mentre ne
-dava da bere un sorso, di nascosto, a una compagna più piccina di lei,
-dicendole con gravità materna: — _Tira giù, che ti rinforza._
-
- *
-
-Via via che finivan di mangiare venivano intorno alla direttrice, che
-rivolgeva a tutte delle interrogazioni, con molto acume e molto garbo,
-per esercitarle a discorrere. Ma era oppressa dalle loro carezze. Si
-vedeva che l'adoravano. Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai
-panni, con le guancie strette alla sua vita, facendole così una cintura
-di testine bionde, che confondevano le capigliature, e la costringevano
-a tener le braccia levate, e le impedivano di muoversi; e tutte le
-altre tendevano verso di lei le manine aperte somiglianti a grandi
-margherite agitate dal vento. Un quadro incantevole quella monaca dal
-viso pallido e dal vestito nero, baciata da tutta quella fanciullezza
-rosata e bianca, che le faceva salire al viso la fiamma dell'amor
-materno, più vermiglia e più bella che non possa apparire in viso a
-una mamma vera. Una delle più graziose bambine che l'abbracciavano
-mi parve, dal rossore della palpebra, che avesse un occhio malato:
-seppi poi che quell'occhio era di vetro; ma che in un anno da che essa
-veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se n'era accorta, e che
-le maestre badavano attentamente a prevenire tra lei e l'altre ogni
-gioco che potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino bellissimo,
-di famiglia povera, che aveva una grande capigliatura dorata e
-arricciolata, e domandai perchè facesse eccezione quello solo alla
-regola dei capelli corti per i maschi. Mi rispose la direttrice che
-quando aveva detto alla mamma di farlo rapare, questa s'era battuta la
-mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh povera me! — con un accento
-di così profondo dolore, che a lei era mancato il coraggio d'insistere.
-Poi mi furono presentate tre sorelline brune e pallide, dall'aria
-triste: una di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni e mezzo.
-Avevan perduto la madre da pochi mesi. A tutte tre s'era fatto credere
-ch'essa era partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe ritornata. Un
-mese dopo, vedendo la bambina maggiore sempre addolorata, la direttrice
-le aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline, che giuocano con
-le compagne. — Ed essa aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle,
-che son piccole, non capiscono ancora che cosa vuol dire aver la mamma
-lontana. — Lei, poveretta, credeva di capire, e l'aspettava!
-
- *
-
-Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi e poi i più piccoli, e
-fecero parecchi giri per il cortile, in processione. Mi fermai in uno
-dei punti dove svoltavano, per vederli sfilare. Quante forme diverse di
-testine e di pettinature, quante espressioni variate di sguardo e di
-sorriso! Alcuni mi sorridevano con un'aria di famigliarità scherzosa,
-come se fossimo stretti amici da un anno. I bimbi salutavano mettendo
-la mano tesa contro la fronte, le bimbe facendo un piccolo inchino
-brusco del capo, come se ricevessero l'una dopo l'altra da una mano
-invisibile una pacchina sulla nuca. Quando carezzavo il capo o prendevo
-la mano ad uno, cinque o sei mi porgevano la manina o la zucchetta,
-e tutti gli accarezzati, quando mi ripassavano davanti dopo fatto il
-giro, domandavano la carezza un'altra volta. Qualcuno usciva dalle
-file per venirmi ad afferrare la mano o il braccio, e vi posava su
-il viso, e non si voleva più staccare. A momenti ne passava come
-un'ondata, tutti belli e biondi della stessa sfumatura, come se fossero
-stati scelti e messi insieme per far bellezza. Molti portavano il
-nome trapunto in grandi caratteri sulla cintura o inciso sui fermagli
-metallici, come colli viventi da spedirsi per la strada ferrata; e mi
-fu detto che alcuni di questi, dimandati del loro nome, per non darsi
-la noia di rispondere, indicavano col dito la propria pancia. Le bimbe,
-per la maggior parte, eran più pulite: alcune s'arrestavano qua e là
-per spolverarsi il grembiule o il vestito: cosa che i maschietti non
-facevano mai. Fra le une e gli altri notai molti visi seri, ma d'una
-serietà singolare, come di persone grandi occupate da pensieri gravi.
-Alle volte ne passavano parecchi in un gruppo, che mi guardavan tutti
-con la coda dell'occhio, senza alzar la testa, sorridendo furtivamente,
-come per farmi un segno d'intelligenza di nascosto alla direttrice.
-Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla schiera, mi si venne a
-piantar dinanzi, si tirò su a due mani il grembiale e il vestito, come
-davanti a un medico, e stette guardandomi: io non capivo: la direttrice
-m'illuminò: voleva che guardassi le sue calze nuove. Eran due giorni
-che, per quella vanità, ogni momento, senza badare al sesso degli
-spettatori, alzava il sipario.
-
- *
-
-La processione si sciolse sotto un porticato, dove cominciò la
-“ricreazione„. Chiudendo gli occhi, avrei creduto di trovarmi in un
-bosco dove cantassero mille uccelli e mille fontane. Dalla parte delle
-bimbe c'era meno rimescolìo e meno strepito; dall'altra si vedevano
-girare e saltare le teste come le palline di midollo di sambuco nella
-danza elettrica. Nacque qualche litigio, subito sedato. Domandai a una
-monaca se si picchiassero spesso. Dopo una breve esitazione, mi rispose
-di sì, sorridendo, e soggiunse: — I bimbi, per solito, danno dei pugni;
-le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale satirico in quel _già_,
-detto da una monaca!
-
-Una bimba venne a mostrare alla direttrice un ditino graffiato.
-Questa chiamò la gatta avversaria e le ordinò di baciare la compagna.
-Non scorderò mai il sorrisetto finissimamente femmineo con cui la
-colpevole, ancora indispettita, accolse il comando, nè il bacio rapido
-e secco, un vero bacio di ribelle, che diede alla compagna, voltandole
-quasi ad un punto le spalle, come un automa girante sopra sè stesso. —
-Una panca segnava il confine fra i due sessi. Una bambina di tre anni
-lo passò, ed entrò fra i maschi. Uno di questi, della stessa età, le
-si piantò davanti con un'impostatura di padre guardiano, e fissandola
-negli occhi, le disse con voce burbera: — Che fai tu qui? Non è il
-tuo posto.... _fila!_ — Domandai alla direttrice se tutte le bimbe
-sconfinanti fossero ricevute con quella forma di galanteria. — No, —
-rispose sorridendo; — _va a simpatie_. — Del resto, c'è anche fra di
-loro spirito di gentilezza. I nuovi entrati, per esempio, e in specie i
-più piccoli, sono ben ricevuti da tutti; ai convalescenti che rientrano
-tutti fanno festa; non c'è uno sciancato o un malaticcio che non
-trovi qualche piccolo protettore. Provai a rivolgere qualche domanda a
-qualcuno; ma a me non osavano rispondere: rispondevano alla direttrice,
-e bisognava ch'io mettessi l'orecchio alla loro bocca per raccogliere
-il filo tenuissimo di voce che ne usciva a stento. Ma un momento
-dopo, da quella stessa bocca lasciata libera uscivano degli squilli di
-trombetta da passare i timpani. Domandai a una bambina piccolissima
-dove stesse di casa. La bambina, che stava rivolta verso il cortile,
-appuntò davanti a sè un ditino microscopico, che invece di indicare
-una qualunque parte di Torino pareva che accennasse a un bottone del
-mio vestito, e rispose con voce appena intelligibile: — _Giù di lì._
-— L'informazione è precisa, — mi disse ridendo una monaca; — lei può
-trovar la casa a occhi chiusi.
-
- *
-
-Tra il diletto che mi davano i bambini e l'ammirazione che mi destava
-la direttrice non saprei dire quale fosse il sentimento più vivo. Essa
-parlava con me; ma aveva l'occhio a tutti e a tutto; non le sfuggiva,
-in mezzo a quella folla agitata e rumorosa, nè una voce di lamento
-nè una mossa scomposta; di tutti sapeva il nome e la condizione di
-famiglia; non diceva una parola ad alcuno che non avesse uno scopo
-d'insegnamento; era dolce e grave, affabile e ferma ad un tempo;
-parlava continuamente e pensava sempre. — Da ogni bambino — mi diceva
-— imparo ogni giorno qualche cosa. — Io credevo d'aver fatto molte
-osservazioni sulla fanciullezza; ma non una gliene potei dire, ch'ella
-non avesse già fatta, e me ne disse cento, che mi riuscirono nuove e
-che mi parvero acutissime. Benchè monaca, come conosceva, o meglio
-come capiva il mondo! E la sua bontà era più ammirabile perchè non
-si fondava sopra le liete illusioni che addolciscono l'animo; ma era
-fortificata appunto da quella cognizione della tristizia umana, che
-in tanti altri cuori la scema. Aveva spesso occasione di andar nelle
-case dei suoi bimbi poveri, e mi diceva, mettendosi una mano sulla
-fronte: — Che cosa ci si vede, alle volte! Come si capisce che tante
-povere creature non hanno alcuna colpa di esser malvagie! Come si
-diventa indulgenti! — Ma la serenità che le veniva dalla coscienza
-della sua vita operosa e benefica non la lasciava insistere in alcun
-triste pensiero. Essa interruppe il discorso triste per accennarmi
-con un sorriso una bambina di quattro anni, di mente molto sveglia
-e di carattere un po' difficile, la quale, pochi giorni prima, aveva
-fatto una amenissima ammonizione alla mamma. Questa, una mattina che
-la sua figliuola aveva fatto le bizze in casa, s'era raccomandata
-alla direttrice perchè, senza accennare a lei, raccontasse il caso in
-iscuola e desse un avvertimento generale che giovasse alla colpevole. E
-la bimba, ritornata a casa la sera, aveva detto alla madre, fissandola
-con due occhi scrutatori e tentennando il capo: — Stamani la direttrice
-ha raccontato un caso che pareva proprio quello avvenuto fra me e
-te.... Non vorrei che _qualcuno_ avesse parlato.... Ma se vengo a
-scoprire!
-
- *
-
-Dopo la ricreazione, rientrarono tutti nella scuola, in quei banchi
-disposti a scala, che presentavano la piccola scolaresca come affollata
-sulla gradinata d'un tempio. La direttrice, con una voce armoniosa e
-modulata mirabilmente, intonò un canto che diceva con molta proprietà
-ed efficacia di termini tutti gli usi e le virtù della mano. I
-bambini fecero coro, prima con un po' di titubanza, poi con un accordo
-straordinario per l'età loro. Al canto era accompagnata la mimica e
-la ginnastica. Ora alzavan le braccia agitando le mani, e pareva di
-veder per aria trecento “rondinelle della vergine„, che battessero
-le ali, rattenute ai banchi da altrettanti fili; ora s'inchinavan
-tutti da una parte come i fiori di un'aiuola sotto un soffio di
-vento; ora si pigliavan per mano, intrecciando le braccia, in modo
-da formare una sola ghirlanda da un capo all'altro dei banchi; ora
-posavan sui banchi la fronte, tutti a un punto, in atto di dormire,
-e mettevano il desiderio di far correre la bocca su quelle file
-di testine come la mano sopra una tastiera. E si sentivano in quel
-canto note di usignuoli, suoni di violino e di flauto, tintinnii di
-campanelli, mormorii di rigagnoli e sospiri di vento fra gli alberi,
-e certe smorzature prolungate (corrispondenti a un'incertezza o
-all'aspettazione d'un suggerimento della direttrice) d'una soavità e
-d'una grazia da non parer suoni di voci umane. Una giornata intera
-sarei stato là a vederli e a sentirli. Via via che procedevano nel
-canto, non perdendo mai d'occhio il viso e il gesto della direttrice,
-s'eccitavano e si accaloravano, e la buona monaca pure s'eccitava:
-le sue guancie smagrite si facevano color rosa, i suoi occhi chiari
-splendevano, la sua bella voce vibrava, le sue mani sottili tagliavan
-l'aria con gesti larghi e vigorosi, tutto il suo corpo esile fremeva
-come quello d'una giovane poetessa ispirata. E quanta poesia spirava
-in lei, e intorno a lei, da tutti quei visi fiorenti, da tutta quella
-innocenza, dal misterioso avvenire che aleggiava intorno a quelle
-trecento fronti serene, dalla beata gioia di vivere che si espandeva
-in quelle trecento voci argentine, fra le pareti bianche di quella
-scuola inondata di luce e di armonia! O benedetti bambini, seminatori
-eterni di speranza! Noi possiamo ben credere, quando non vi vediamo,
-che un giorno sarete tormentati voi pure dalle tristi passioni che
-ci tormentano, e macchiati degli stessi vizi e delle stesse colpe;
-ma quando ci state dinanzi in una scuola, quando guardiamo le vostre
-fronti non velate d'un'ombra, i vostri occhi in cui non brilla un
-pensiero che dobbiate nascondere e le vostre bocche da cui non è uscita
-ancora una parola d'odio, allora l'illusione che sarete migliori di noi
-ci rinasce irresistibilmente nell'animo; ed è questa cara illusione,
-è questa santa speranza, rinascente in ogni padre con ogni nuovo
-figliuolo e nella umanità ad ogni nuova generazione, quella che più
-fortemente ci aiuta a vivere e ci impedisce d'intristire.
-
- *
-
-Osservando la direttrice mentre cantava coi bambini, mi ricordai d'aver
-inteso dire da qualche visitatore di quell'asilo ch'ella s'affaticava
-senza alcun riguardo alla propria salute, e anche nell'eccitazione di
-quel momento il suo aspetto confermava quel giudizio. Io glielo dissi,
-uscendo, dopo averle espresso con parole riverenti la mia più viva
-ammirazione. Essa sorrise con una leggiera espressione di tristezza, e
-rispose con un gesto vago della mano, che voleva dire: — Che importa!
-Spendo la vita per i bambini e morirò contenta. — Quando rimasi solo
-sull'uscio, sentii che ritornava alla scuola correndo, per riguadagnare
-qualche secondo del tempo che le avevo fatto perdere. Un minuto dopo,
-infatti, mi raggiunse per la via il canto affiochito e dolce dei suoi
-trecento figliuoli.
-
-
-
-
-PERSONAGGI INFANTILI.
-
-
-I.
-
-Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei lunghe file di panchetti
-bassi, in modo che parevano accocolati sul pavimento e presentavan
-l'aspetto, così fitti com'erano, d'una nidiata enorme di uccelli; i
-quali, al mio entrar nel camerone, voltarono il becco tutti insieme,
-rallentando il canto e mostrandomi duecento bocche aperte, come se
-aspettassero l'imbeccata. Quando fui davanti a loro, accanto alla
-direttrice, ebbi per un momento tutti quegli occhi addosso spalancati
-e fissi; ma, con mio rammarico, riconobbi subito di non aver quello
-sguardo affascinatore dei fanciulli, del quale certi ispettori si
-vantano, perchè vidi che tutti quegli occhi non erano attirati dalla
-virtù della mia pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna.
-Che imprudenza! Se non avessi portato la canna non avrei perduto
-l'illusione....
-
-Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini che mi fa ogni volta lo
-stesso effetto quasi di stupore, come d'un canto che venga di lontano,
-di fra le nuvole, da creature in cui rimanga la memoria, ma non più
-il senso delle passioni umane, e che sempre mi si traduce agli occhi
-nell'immagine d'un'alba limpida che imbianca una terra sconosciuta....
-
-Poi andai intorno per osservare ad una ad una quella messe di teste
-che, al primo sguardo, m'eran parse tutte compagne. Ah quando si dice:
-il tipo regionale! In ogni folla di bambini è rappresentata l'umanità
-intera. C'erano là teste di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi,
-d'inglesi, di giapponesi, d'indiani; e più di piemontesi, certo; ma chi
-le avrebbe riconosciute a Milano? E là pure, come in tutti gli asili
-infantili, non c'era viso che non portasse qualche segno della lotta
-quotidiana con gli uomini, con gli animali e con le cose: tracce di
-graffiature umane o feline, lividi, ammaccature, scottature, gonfietti,
-come se li avessero marcati a uno a uno per riconoscerli. E così quelle
-voci, che parevan tutte eguali nel canto, come suonarono diverse quando
-la direttrice fece alzare l'uno dopo l'altro a dire i numeri! Fu come
-far correre la mano sopra una tastiera: una rapida manifestazione
-d'animi e di temperamenti fisici distinti, che alla mia fantasia
-trasformava istantaneamente quei bimbi negli uomini e nelle donne
-avvenire, sospinti da mille disparate passioni per mille vie dolorose a
-diversi destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito.
-
-
-II.
-
-Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e si sparsero per il
-camerone aspettando che smettesse di piovere per andar nel giardino.
-
-Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„.
-
-Il primo fu un bimbo di poco più di cinque anni, figliolo d'un gasista,
-un faccione pacato e serio di bimbo precoce che pensi agli affari di
-casa. — Questo — mi disse una maestra — lo chiamammo _il papà_. — Era
-un originale amabile, che aveva l'istinto della protezione dei piccoli
-e del mantenimento dell'ordine pubblico. Quando un bambino piangeva
-egli andava a consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli il
-viso con la sua pezzuola, che non sempre glielo puliva; denunciava alle
-maestre i torti fatti a questo o a quello; quando nasceva una lite,
-si cercava sempre lui come paciere. Ma il curioso, mi dissero, era
-la gravità con cui compiva il suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione
-di tenerezza, consolando con buone ragioni, esortando con un certo
-frasario pedagogico. Quando qualcuno l'andava avvertire che c'era in
-qualche parte una vittima, egli diceva gravemente: — _Vado mi_ — e
-s'avviava col passo e con l'aria d'una guardia civica chiamata a far
-rispettare la legge.
-
-Mentre facevo i miei complimenti a questo brav'uomo me ne indicarono
-un altro che passava, un musetto di topo, con due piccoli occhi
-scintillanti e una bocca aguzza di ghiottone. — Questa è la gola più
-lunga della compagnia — mi dissero — e uno scroccone di prima forza,
-che si sfrega sempre intorno a quelli che hanno qualche cosa di buono
-nel panierino. Quando lo vediamo seduto accanto a un altro bimbo,
-non c'è da sbagliare: è certo che questo ha un boccone scelto. I ben
-provvisti egli li conosce tutti, li trova al fiuto, e non bazzica che
-con loro. Non può immaginare con che costanza li seguita, con che arte
-li loda, li liscia e li serve, con che fine garbo di cortigiano riesce
-a farsi dare la ghiottoneria su cui ha messo gli occhi, e con che
-trovate astute, qualche volta, a pigliarsela. È capace di “lavorare„
-il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: ora par cucito a quel
-bambino col vestito verde: è sicuro che quello gli confidò d'aver nel
-panierino qualche cosa di prelibato. — Infatti, una maestra ci andò a
-guardare e ritornò dicendo: — Un pacchetto di zucchero biondo. Aspetti,
-e lo vedrà all'opera all'ora della colazione.
-
-Quello che mi mostrarono dopo era uno dei bambini più strani ch'io
-abbia mai conosciuto. Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni
-rimpicciolito: tutto faccia e pancia; un viso di buffone accorto,
-che nel ridere strizzava un'occhio, e torceva la bocca da una parte,
-corrugandosi tutto in un modo così lepido, con uno sguardo così
-astutamente e comicamente canzonatorio, che quando mi fissò restai lì
-stupito, sospettando che si burlasse di me. In verità se m'avesse detto
-a chiare note: — Tal dei tali, ti conosco e non ti piglio sul serio,
-— non mi avrebbe fatto una più strana impressione; tanto che arrestai
-la mano già stesa a fargli una carezza e non mi riuscì di dirgli una
-parola, parendomi che m'avrebbe risposto con una ghignata. Mi fece
-l'effetto d'un nano burlone confuso per sbaglio con dei bambini.
-E seguitava a guardarmi sorridendo a quel modo come se gli paressi
-il frontespizio più buffo del mondo. Un caso singolarissimo, — più
-apparente che reale, voglio credere, — di precocità di senso critico e
-di malizia beffarda.
-
-
-III.
-
-Con troppa presunzione mi volli provare ad argomentar dall'aspetto
-d'alcuni le facoltà intellettuali e il carattere. Vedendo una bambina
-con gli occhi neri e pieni di vita e di fisonomia mobilissima, espressi
-a una maestra la mia ammirazione per la sua bellezza, e stavo per
-soggiungere: — dev'essere intelligentissima — quando essa m'interruppe:
-— sì, è una bella bimba; ma non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse;
-ma confermò. Proprio, la più dura di mente, forse, di tutto l'asilo;
-anche nel parlare era addietro d'un anno da tutte le sue coetanee; una
-lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed io registrai il mio primo
-granchio.
-
-E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso di madonnina, bianco e
-dolcissimo, di quei visi che fanno dire alle donnicciole: — È una bimba
-troppo buona, non farà vita lunga. — Questa dev'essere un angioletto, —
-dissi alla maestra. — Un angioletto, costei? — mi rispose maravigliata.
-— È un serpentino a sonagli che se ce ne fossero dieci compagne ci
-sarebbe da perder la testa.
-
-Possibile! E voltandomi ad altre bambine che facevano cerchio: — Non è
-vero, — domandai, — che questa ragazzina è buona?
-
-Tutte insieme scossero fortemente la testa in atto negativo.
-
-— E che cosa fa per non esser buona?
-
-Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda. Poi una disse
-risolutamente: — Picchia. — E allora tutte le altre, preso animo, la
-servirono di barba e di parrucca:
-
-— Graffia.
-
-— Strappa i capelli.
-
-— Tira calci.
-
-— Dà dei _titoli_.
-
-E come in una scarica di plotone c'è sempre il colpo che parte in
-ritardo, dopo un breve silenzio ci fu una che soggiunse: — E morde
-anche.
-
-E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata restò sorridente,
-girando sulle accusatrici il suo dolce sguardo di santerella, come se
-le avessero fatto un panegirico. — O povero illuso, — dissi in cuor
-mio, — che pretendi di legger nelle anime a traverso ai visi! Che
-povera scienza è la tua!
-
-In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima e sformata d'un
-ragazzo che mi mostrava le spalle, ed essendosi egli voltato nel punto
-stesso, fui colpito, quasi con un senso di ribrezzo, dalla strana
-rassomiglianza che presentava il suo viso con la faccia orribile messa
-dal Lombroso sulla copertina del suo _Uomo delinquente_. Ma questa
-volta non mi potevo ingannare. In quel viso mostruoso, che si stringeva
-dal basso all'alto come un trapezio, sotto quella fronte bassissima,
-irta di setole, dalla quale sporgevano due grandi orecchi che parevano
-i manichi d'una pentola deforme, brillavano due occhi di grandezza
-ineguale e sporgenti dall'orbita, ma così angelicamente buoni e
-amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio quando la maestra, chiamatolo
-e messagli una mano sul capo, mi disse: — Questo, vede, è un angelo;
-la più dolce, la più cara creatura che sia stata qui da molti anni. —
-Allungai la mano per prendergli il mento, e mi commosse, mi diede quasi
-una stretta al cuore l'atto pronto con cui egli l'afferrò, come un
-affamato afferra un pane, e la grazia affettuosa con cui se la mise sul
-capo, chiudendo gli occhi, come per raccogliersi tutto nel sentimento
-di quella carezza....
-
-
-IV.
-
-Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, dove vidi molte
-scenette curiosissime.
-
-I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno con una mano
-appoggiata sulla spalla di quello che lo precedeva, andavano e venivano
-per i sentieri, pestando i piedi e cantando una strofetta. In un
-angolo, lungo il muro, c'erano poche fragole che sarebbero state tutte
-sulla palma della mano. Ogni volta che' una delle file cantanti passava
-di là, tutti, come se obbedissero a un comando, voltavano il viso
-verso quelle tentazioni porporine, rallentando il passo e smorzando
-la voce, e seguitavano così col collo torto e con gli occhi rivolti
-verso il frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come fa una
-pattuglia di soldati quando passa davanti a una bella ragazza; e in
-quel passaggio sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo,
-che, a vederli, si ridestavano in me pure, come un vago ricordo, gli
-stimoli antichi del palato infantile, e mi pareva di ringiovanire in
-quel senso. Oh, gli asili infantili, che case di cura sarebbero per i
-malati di disappetenza! Mentre quei cori giravano, si formavano qua
-e là gruppi in ginocchio attorno a un bimbo o a una bimba che aveva
-trovato una lumaca o un'ape o una pietruzza luccicante, corone di
-teste rapate o capellute, chinate e strette, che non si vedeva più
-un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, come si vedono nei mercati
-d'erbaggi, appiccicate le une alle altre in maniera che le maestre
-le dovevan separare a forza perchè pigliassero un po' di respiro. E
-intanto io ammiravo l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine,
-benchè di famiglia povera, facevano alle signore che si rendon visita:
-— Venga avanti — Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il favore
-d'accomodarsi. — Era tanto tempo che desideravo di rivederla!... —
-E mille riverenze da contraddanza e sorrisi di damine in solluchero.
-E mentre da una parte seguiva questo scambio di cerimonie, vedevo di
-sbieco dall'altra una piccola baruffa, non so se finta o vera, in cui
-le “damine„ si ricambiavano con voci angeliche la parola del Cambronne
-e si voltavan la schiena battendosi la manina sulle mele minuscole, con
-un atto di disprezzo che, senza dubbio, avevano preso dal vero.
-
-Le mie osservazioni furono interrotte in quel momento dalle grida di
-cinque o sei piccini che accorrevano ad annunciare alla direttrice, col
-viso spaventato: — C'è un bambino che ha perduto un braccio!
-
-La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, al quale la mamma, perchè
-non movesse un braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva
-stretto al busto con una fascia, di sotto alla giacchettina, di cui
-ciondolava vuota la manica; e per questo gli s'era fatta intorno una
-folla, che lo guardava e lo tastava, facendo mille commenti terribili.
-
-
-V.
-
-La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due
-sessi: prima una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo
-bianco di diavoletti, messile dalla mamma, per mandarla arricciolata
-a una processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel
-sobborgo. Era una bambina celebre per un motto pronunciato un mese
-innanzi in casa sua; dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del
-desinare e piangendo tutta la famiglia senza mettersi a tavola, lei,
-che non capiva la morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo, e
-all'osservazione del babbo — che era ora di piangere e non di mangiare
-— aveva risposto: — _ma prima mangiamo e poi piangeremo_ — ma con tale
-accento di franchezza, con così manifesta coscienza di dire una cosa
-ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere, anche nel dolore. Io
-le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse
-la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, dopo uno sforzo mentale
-visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio padre s'è
-tagliato i capelli.
-
-Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata
-un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva
-le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre
-e di madre, — mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica;
-non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno il _papà_, che le stava
-accanto in quel momento, era riuscito a rasserenarla. Teneva la testina
-chinata sopra una spalla in un atteggiamento d'abbandono stanco, come
-una malata, e pareva che non vedesse e non udisse nessuno; pareva un
-viso su cui, per natura, non potesse spuntare il sorriso. Mi dissero
-che aveva un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei, ma che era
-allegro, e giocava con gli altri. La direttrice mandò una maestra a
-cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non si può
-dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli occhi alla
-sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli
-s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al
-collo, come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una
-moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar
-più, non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo.
-
-La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi,
-una figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto
-ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: —
-Ha degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e,
-tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da
-capo. Punto dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi
-che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa
-ha detto quel signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva
-inteso. — Per prudenza, essa le aveva risposto: — M'ha detto che si
-vede dai tuoi occhi che devi esser buona. — Ma era stata prudenza
-inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto che una ripetizione,
-approvata dall'autorità, del complimento.
-
-E non fu quella la sola osservazione che potei fare sulla precocità
-della vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi
-presentarono, — assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da
-parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan risposto alle domande
-solite del nome e dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il
-complimento solito; si vedeva dalla sospensione d'animo che sollevava
-un poco il loro piccolo petto e dal tenue flusso di sangue che il
-palpito affrettato del coricino mandava alle loro guance contratte da
-un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per questo io non
-dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una vaga ombra
-di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele
-d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.
-
-
-VI.
-
-Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: una bimba con la
-capigliatura nera strisciata d'oro; conciata a quel modo dalla mamma
-che, incaponita di tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava qualche
-volta a mezzo l'operazione e la mandava fuori così, chiomata del
-bicolore austriaco; un'altra che quasi nascondeva il visetto sotto
-un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa stupenda di anelli
-di velluto corvino, in cui tutte le compagne cacciavan le mani per
-diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa del capo come animati da
-mille spiritelli irrequieti; e infine il bimbo dai cinque panciotti,
-imbottito in quella forma dalla mamma per un suo terrore morboso dei'
-raffreddori di petto, e che, oppresso da quella rigatteria, camminava
-annaspando con le braccia larghe come se invocasse soccorso. Ah, c'era
-da divertirsi, e anche da commoversi, non altro che ad osservare in
-quei bimbi la varietà dei prodotti dell'industria domestica, e in un
-solo capo di vestiario. Una collezione di calzoncini, per esempio, da
-far rimpiangere di non esser andati là con una _istantanea_: tutti i
-più strani saggi di taglio a cui possano riuscire le forbici inesperte
-e affrettate d'una povera donna del popolo che ha le faccende a gola
-e che utilizza senza scrupoli artistici quanti avanzi di stoffa le
-cascano nelle mani, con la certezza che la vittima inconsapevole
-accetterà qualunque ludibrio. Calzoni di due colori e di più di due,
-raccorciati con filze, allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti
-di tende da letto, di federe di guanciali e di scialli logori, con
-borsoni posteriori capaci quattro volte del contenuto, con spaccature
-somiglianti a finestre a sesto acuto: mezze brachine della forma
-d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di sacchetti da ricotta, che
-mettevano su quei corpicini delle apparenze buffe di fianchi, di pancie
-e di deretani enormi e spostati, o li serravano, per scarsità di panno,
-come maglie chirurgiche, facendo schizzar per di dietro, a ogni più
-piccolo movimento, degli spicchi di carne rosata, impazienti della
-prigionia, impudicamente ribelli all'avarizia tiranna della sarta:
-una raccolta di figurini di fantasia da farne una sezione umoristica a
-parte nella prossima Esposizione nazionale.
-
-Ma da queste osservazioni ero continuamente ricondotto a quella della
-varietà dei caratteri che si manifestava nei modi molto diversi di
-ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto,
-parecchi quasi repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte
-del capo dov'era stato baciato, come se non capisse che cosa io gli
-avessi fatto. Ma i più si mostravano contenti e grati, e fra questi
-alcuni che si riscotevano e brillavano sotto la carezza come per la
-soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo, e che ritornavan poco dopo
-a prendermi la mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto il mento
-e a strisciarmisi attorno come gattini, guardandomi di sotto in su con
-una espressione di grande dolcezza; quello dalla testa deforme, fra
-gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino piccolissimo, nato
-con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più
-spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche quand'eran
-lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi,
-che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna,
-propria della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le
-stature ed ha per tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso.
-
-E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del
-bimbo burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi
-capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto
-strizzato, che gli parevo ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi
-che in un moccicoso di quell'età non poteva corrispondere il pensiero
-all'espressione della maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele
-mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si
-fa qualche volta in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone
-sconosciute, che par che ci frughino con lo sguardo nell'anima e
-pensino di noi roba da chiodi.
-
-
-VII.
-
-Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti nel camerone
-e presero posto, in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era
-scodellata la minestra di riso e fagioli. Fu un divertimento a vedere
-come gingillavano tutte quelle manine per annodarsi sotto la nuca le
-fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a incrociarle; molte
-bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non facevano
-che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da
-zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile.
-Non vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non
-aveva appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi
-si pentì e rivolle la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio
-emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno, scese a patti,
-e gli offri, generosamente, un fagiolo — uno solo — che il primo
-respinse con sdegno, invocando a grida la maestra. A capo della stessa
-tavola vidi un banchettante che si ribeveva le lacrime, ma nel senso
-materiale della parola, poichè mangiava avidamente e piangeva insieme
-a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel gran
-dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca
-col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella
-per consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli
-occhi ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena
-tre anni; era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale
-di disperazione che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al
-petto una medaglia; e s'era quetato come per miracolo. Nel momento
-che gli passavo accanto egli spalancava la bocca per ricevere il fatto
-suo: eppure, in quello stesso momento, senza neanche torcere il capo,
-guardandomi con la coda dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese
-la medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno
-sopprimere le onorificenze ufficiali?
-
-
-VIII.
-
-Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i
-panierini e tutti si sparsero per quella e per l'altre stanze per
-riunirsi da capo, qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte
-sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato, a
-mangiare in libertà quello che s'eran portati da casa. La direttrice
-mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che leticavano e —
-Veda che caso — mi disse: — questi due fratelli hanno il panierino in
-comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente, s'accapigliano
-per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol prender
-tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è
-così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che
-incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me
-pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca
-mia, l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.
-
-M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava fisso, e gli domandai
-che cosa gli avesse dato la mamma per colazione. Mi rispose con una
-grossa voce: — Un pesce!
-
-Al modo come lo disse pareva che dovesse essere un salmone. Lo pregai
-di farmelo vedere. E mi mostrò il pugno da cui spuntavano le estremità
-d'una mezza acciuga, ridotta non più che un filo dalle vigorose
-fregagioni che — come mi fu detto da un'assistente — egli aveva
-liberalmente concesso alle pagnotte circonvicine.
-
-Venne in quel punto una maestra a dirmi che andassi a vedere all'opera
-lo “scroccone„. Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, col
-suo muso di topo sul petto, tutto intento a levar la crosta a un
-panino. Finita la scrostatura, si mise a leccar la mollica da tutte
-le parti, con grande cura, come se la volesse inumidir tutta quanta
-prima d'addentarla. — Ne prepara qualcuna delle sue, senza dubbio, —
-disse la maestra. — Infatti, dopo che ebbe condito bene il suo pane,
-si voltò verso un gruppo di bimbi che assediavano il possessore dello
-zucchero biondo e, cavallerescamente, liberò l'assediato, facendo in
-là gl'importuni che volevano intingere il dito nella sua proprietà.
-Poi gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli disse nell'orecchio
-non so che cosa, a cui quegli acconsentì, porgendo il pacchetto aperto.
-Povero ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con un pane asciutto, che
-avrebbe fatto poco danno. Era invece un pane traditore che, maneggiato
-da una mano abile, girando rapidamente come un buratto.... produsse un
-vuoto spaventoso;
-
- _onde_ sospiri e pianti ed alti guai.
-
-
-IX.
-
-Entrammo poi in una “classe„ dove non c'erano, sparsi per i banchi,
-che sei o sette bambini; due dei quali dormivano così saporitamente,
-con le testine rase appoggiate sui gomiti, che nemmeno scossi a più
-riprese non si destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri la
-maestra rivolse alcune delle solite domande scolastiche, a cui diedero
-le risposte solite; comicissime alcune per il contrasto che faceva
-la solennità della loro forma letteraria col viso di putto di chi le
-pronunciava.
-
-A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni domandò tutt'a un
-tratto: — Che cos'è l'Italia?
-
-Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato me e la maestra con due
-occhi spauriti, mandò giù la saliva e rispose solennemente: — _È la mia
-terra._
-
-Un altro, che stava rodendo una ciambella, dopo che la maestra gli ebbe
-detto nell'orecchio il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando
-in aria le due piccole braccia e spalancando la bocca impastata,
-mise fuori un _O_ sonoro, come alla vista d'un fuoco d'artifizio
-maraviglioso, un _O_ così prolungato ch'io ebbi tutto il tempo di
-domandare a me stesso e di cercare con la fantasia quale cosa al mondo
-potess'essere degno oggetto di quella stupefacente invocazione. E venne
-fuori finalmente....
-
- Oooooo tricolor bandiera,
- Sventola sopra i monti,
- Sui petti e sulle fronti,
- Sull'armi e sugli altar....
-
-Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: gli s'enfiava il
-collo, gli uscivan gli occhi dal capo, una parola sì e una no gli
-restava in gola per mancanza di fiato: pareva la caricatura d'un
-tribuno che arringasse un popolo. Tutto quell'entusiasmo, però, si
-spense d'un colpo. Espettorata appena l'ultima sillaba, ricadde sul
-banco e riaddentò la ciambella.
-
-Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli suggerì il titolo d'una
-poesia: egli si alzò e cominciò:
-
- Una goccia, o nuvoletta....
-
-e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e seguitò a gocciolare
-senza andare avanti. Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise
-al naso come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli disse la maestra,
-— il sangue dal naso ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un
-po' vedere. — Ma quegli fece un gesto con la manina libera, come per
-dire: — Aspetta, aspetta, che deve venire, — un gesto così comicamente
-affannato e affettato, che la maestra diede in uno scoppio di risa,
-e si contentò della goccia. — Ma vede che malizia, — disse poi
-allontanandosi, mentre quello continuava la commedia. — Ah, le dico che
-ci abbiamo certi artisti!
-
-
-X.
-
-Di là rientrai nella sala grande, dove quasi tutti si trovavan
-raccolti, ed era un gran moto, un ronzìo, un pio pio, quasi un
-ribollimento di suoni rotti, acuti e sommessi, quale si può dare
-soltanto in una folla di creature non ferme mai un minuto in un solo
-pensiero e che parlano un linguaggio ancora monco e spezzato come i
-loro pensieri. E guardando quello spettacolo feci anche quella volta
-il proposito, che si fa sempre all'uscire da un di quei luoghi, di
-tornarvi al più presto, e che non si mantiene quasi mai; ma che in
-quel momento è sincero e vivissimo, ispirato quasi da un istinto
-di protezione, come se quelle deboli creature, a cui bastò un'ora a
-legarci, avessero bisogno di noi e fosse durezza il separarsene per
-non rivederle mai più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il _papà_,
-la bimba dai diavoletti e tutti gli altri più espansivi a domandar la
-carezza d'addio, tendendo le loro manine che stringevano ancora dei
-pezzetti di pane e dei torsi di mela, e dicendomi cento _Ciao_, su
-tutti i toni, come a una persona della loro famiglia che partisse per
-un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, accarezzandoli, ch'eran
-loro, invece, che partivano per un lungo viaggio, per il viaggio
-misterioso della vita, nel quale, appunto perchè eran di natura più
-dolce e più affettuosa degli altri, chi sa quanto avrebbero avuto più
-degli altri da soffrire e da piangere ed anche più spesso desiderato la
-fine....
-
-Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono, sentii ancora nella mia una
-piccola mano che ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi,
-e sollevando il mento a quell'ultimo accompagnatore, riconobbi il
-piccolo disgraziato che somigliava alla figura del libro del Lombroso,
-quello a cui la natura aveva così crudelmente smentito sul viso la
-bontà angelica dell'anima. E lo fissai per qualche momento in quei
-piccoli occhi ineguali e sporgenti che dicevano così umilmente: — Son
-brutto; ma son buono; non mi guardate; ma amatemi, — e mi domandai nel
-cuore, con tristezza, quante umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe
-costata nella vita quella menzogna spietata della natura; e stretto
-fra le mani il suo capo deforme, fui costretto a prolungare il bacio
-che gli stampai sulla fronte, — mentre egli mi s'attaccava al bavero
-con le manine, — per avere il tempo di scomporre sulla mia faccia
-l'espressione di profonda pietà che temevo egli potesse comprendere....
-
-Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver l'ultima stoccata da
-quella strana faccia canzonatoria di mefistofeluccio, che era lì a due
-passi, e che mi guardava socchiudendo un occhio e torcendo la bocca,
-con l'aria di dirmi: — Ti conosco, e non me ne vendi. — Non poteva
-essere, lo capisco bene; ma tant'è, l'orgoglio è irragionevole: se non
-c'era lì la direttrice, gli allungavo una pacca.
-
-
-
-
-I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO.
-
-
-Una delle più care bellezze dell'alta valle di Andorno sono i bambini;
-per i quali io credo che il Correggio redivivo, se li vedesse una
-volta, andrebbe a villeggiare ogni anno a Campiglia. Salendo dalla
-Balma a Piedicavallo, se ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati,
-fra i pietroni del Cervo, su per i sentieri che salgono e si perdono
-fra i faggi e i castagni, e a mucchi e a processioni in ogni villaggio:
-tanto numerosi da far pensare che non ci sia altra valle in Italia così
-prolifica. E poichè d'estate, emigrando quasi tutta la popolazione
-maschile (composta in gran parte di muratori e di scalpellini), è
-rarissimo incontrare dalla Balma in su un uomo giovane o maturo, ne
-segue che al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde provenga
-tutta quella razza minuta: se sia una produzione spontanea della terra,
-o merce importata, per la stagione estiva, da altri paesi. Sono tutti
-floridi e biondi, di tutte le sfumature dell'oro monetato e delle
-barbe di pannocchia di meliga: teste d'inglesi e di scandinavi d'una
-carnagione maravigliosa di colorito e di freschezza, con occhi di tutte
-le gradazioni dell'azzurro, da quello forte delle loro Alpi a quello
-chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante come i cieli
-del Veronese: alcuni con biancori di latte sulla fronte, dietro le
-orecchie e nel collo; e tutti segnati di due rose rosse sulle guance,
-eguali di forma e di tono in quasi tutti, come quelle delle bambole
-che l'artefice imporpora una dopo l'altra con lo stesso tocco meccanico
-del pennello. E non solo per i capelli e per i colori, sono belli anche
-per i lineamenti fini, per la forma gentile della bocca, per la grazia
-scultoria di tutte le forme: e più belli appariscono per il risalto
-che dà alle loro capigliature aurine scompigliate dall'aria viva e
-ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo della vegetazione
-su cui si disegnano per solito le loro personcine rotondeggianti,
-quando, dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie, in gruppi
-o in schiere immobili, coi piedi nudi nell'erba, stanno a vedere il
-forestiere che vien su lentamente in carrozza per lo stradone della
-valle.
-
-V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli e sorelle; ci son
-famiglie numerose in cui tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano
-una serie di edizioni in formato vario dello stesso libro, non riveduto
-nè corretto: tanto rassomiglianti che, incontrandoli per via, a una
-certa distanza, l'un dopo l'altro, vi pare di vedere sempre lo stesso
-bimbo, ora ingrandito ora rimpicciolito, ora maschio ora femmina,
-come se cambiasse di statura e di sesso a modo d'un personaggio dei
-racconti fantastici dell'Hoffman. Ci diranno i fisiologi se questo
-possa derivare dall'essere stati tutti concepiti nelle condizioni
-medesime, nei ritorni periodici e a data fissa dei padri emigrati, i
-quali riportano a casa quella quantità solita di risparmi di danaro e
-di castità, a cui corrisponde sempre fra i due coniugi, con gli stessi
-pensieri e gli stessi discorsi, la stessa misura d'allegrezza domestica
-e d'impulso generativo.
-
-A loro l'ardua sentenza.
-
-Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi bei fiori montanini
-nati di rudi lavoratori pratici e positivi in sommo grado, dei quali
-è ultima qualità lo spirito poetico, si distinguono per nomi classici
-e romantici, che paiono stati scelti da padri letterati e da madri
-poetesse; benchè, in realtà, non sia invalsa la consuetudine di quei
-nomi insoliti che per ovviare alla confusione dei cognomi, diventati
-comuni a un gran numero di famiglie per effetto della rete fitta di
-parentele che allaccia i valligiani, devoti al proverbio del “moglie
-e buoi„. La sera, all'udir le mamme chiamar di sull'uscio la prole
-dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par di udir invocare gli
-eroi e le eroine della storia e della poesia di ogni paese e d'ogni
-secolo. Dante vi passa accanto piegato in due sotto una fascina che lo
-nasconde tutto; Clorinda, settenne, raccatta per la strada le reliquie
-fecondatrici dell'orto; qui stimola i porci Temistocle; là sferza le
-vacche Tarquinio; Rinaldo strascica il sedere sui ciottoli con una
-fetta di polenta fra le mani, e
-
- Erminia intanto fra le ombrose piante
-
-si soffia il nasino con la camicia.
-
-Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è
-generalmente placida e prudente. Il forestiere, che passa per la
-prima volta, essi guardano con occhio intento e scrutatore, come se
-prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto o una vendita: con
-occhio scrutatore, ma rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti
-abituali, che sogliono salutare in modo originale, pronunciando il
-loro nome, quando li incontrano, e fissandoli, come fanno i soldati
-coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco rissosi,
-come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata
-che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il
-mondo, e attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari
-di quella terra divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla
-quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono
-dignitosi: nessuna di quelle piccole mani, neanche dei più poveri, si
-stende a chiedere il soldo al passante; e quando uno ne stringono,
-non c'è caso che lo sciupino o lo perdano; somigliantissimi pure in
-questo ai loro genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente
-l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun altro luogo vidi mai i
-ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini e condotti
-d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per ore
-ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai
-disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo
-e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana
-d'un opificio.
-
-Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori,
-portando nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par
-di mattoni per volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave
-d'operaie adulte. Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una
-mattinata, per trastullo, sulla proda d'una strada, a picchiare con
-un chiodo e un martello un pezzo di sienite, come se avessero preso il
-lavoro a cottimo, senza alzare una volta in un quarto d'ora la testina
-bionda, dardeggiata dal sole.
-
-Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio
-precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la
-strada dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che
-non possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono
-sempre incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati
-di rispondervi nella lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla
-meglio quelle venti parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una
-e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi e tedeschi, con
-una flemma di filologi scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra
-impazienza, non intesi ad altro, con tutte le forze del cervello, che a
-scansare gli spropositi.
-
-Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a
-Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona
-d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa
-curiosa frase di suo conio: — _L'hanno fatto passar cavaliere_ — ma
-con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho cercata
-un pezzo, ma l'ho trovata bene. — E hanno delle trovate singolari, da
-montanari sottili, diverse in questo da quelle degli altri bimbi, che
-vengon fuori in una forma di gravità comicamente impropria all'età
-loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè la dividesse in
-parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli stavano al
-fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte
-del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto,
-e poi disse solennemente alle sorelle: — _Qui non si fa niente senza
-il coltello_, — e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il
-comodo suo; ma con l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri
-pensieri, per distornare, s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano
-invece in certezza gli sguardi obliqui e indagatori di cui ogni tanto
-mi saettava.
-
-E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo
-di men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta
-della Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò
-con le manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in
-fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette,
-le esaminò ad una ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa
-parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì
-a far rientrare la linguetta nel taglio e, dopo essersi assicurato col
-pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla palma della mano e ve
-la premè colla sua zampetta come per farmi prender atto che era fatta
-in tutte le regole la restituzione della mercanzia.
-
-Questi ragazzi, che sentono parlare in casa di tutti i paesi d'Europa
-e d'Africa e d'Oriente e d'America, dove i loro padri lavorarono e
-lavorano, viaggiano un po' coll'immaginazione, anche prima d'uscire
-dal guscio, per il mondo intero. Appena sono in forza da portar la
-secchia della calce, la più parte vanno a fare il tirocinio di muratori
-nelle città grandi, e, compiuto questo, emigrano dall'Italia. Ma
-le separazioni della famiglia si fanno senza lagrime, e quasi senza
-commozione, perchè tutti ci hanno il cuore preparato fin dall'infanzia.
-Non senza tristezza, però, quando li vedo giocar per le strade così
-rosei e sereni, io me li raffiguro giovinetti, curvi sotto il carico
-su per le alte scale oscillanti degli edifici in costruzione, o
-ammucchiati nelle soffitte, dove essi stessi si fanno da mangiare e si
-rimendano i panni, stillando ogni sorta di più duro risparmio; e poi,
-più grandi, soli in terre straniere, in mezzo a gente di cui ignorano
-la lingua, invisi quasi sempre ai concorrenti indigeni per il loro
-accanimento al lavoro e per la loro parsimonia spartana, e vittime
-qualche volta di persecuzioni crudeli.
-
-Ma mi conforta il pensiero che darà saldo coraggio a tutti l'immagine
-della valle nativa a cui sempre pensano, e che, se campano, li riavrà
-tutti quanti certissimamente, arricchiti o poveri, stretti a lei fino
-alla morte. Quanti sono già dispersi per il mondo che vidi bambini fare
-i castelli coi sassi e scheggiar la sienite col chiodo, coi capelli
-biondi dorati dal sole e agitati dal vento!
-
-Ogni anno leva il volo una schiera di questi miei antichi amici, e i
-loro nomi e i loro visi prima si confondono, poi svaniscono nella mia
-memoria.
-
-Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando nella valle vi trovo
-ogni anno nuove capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove guance
-vermiglie, un drappello nuovo di Danti, di Temistocli e di Goffredi,
-figliuoli di padri lontani che non vidi e non vedrò mai; e questi
-nuovi eroi nascono e crescono così somiglianti, sotto ogni aspetto,
-ai partiti, che, insomma, mi par di ritrovarmi sempre in mezzo alla
-stessa popolazione infantile. Bella e strana popolazione di piccoli
-impresari in forma di cherubini, di futuri capomastri, che paiono putti
-scappati dai quadri del Rubens, di scalpellini e di muratori in erba
-a cui possono invidiare le rose e i gigli del viso i figliuoli dei
-principi: innocenti sì, e amabili come tutti i bambini; ma che pure
-hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella parola da far credere
-che nella notte di Natale, quando sognano la scarpetta che hanno messo
-sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro dei dolci, ma una
-cedola del Consolidato 5%.
-
-
-
-
-PICCOLI STUDENTI
-
-
-
-
-MOMENTI SOLENNI.
-
-
-Il regolamento delle scuole municipali dice che gli esami orali sono
-“pubblici„. Non feci dunque che esercitare uno dei miei diritti di
-cittadino chiedendo d'assistere agli esami degli alunni della 1ª
-elementare della scuola “Giuseppe Grassi.„ Desideravo di vedere con che
-animo e con che aspetto i miei concittadini di sette anni affrontavano
-la prima prova del fuoco sul campo di battaglia della scienza.
-
-Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi di alunni e d'alunne,
-trovai molte mamme, che davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o
-stavano aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con l'aria paziente
-e rassegnata di postulanti d'anticamera; altre che andavan su e giù,
-col viso ansioso, come se aspettassero il risultato d'un'operazione
-chirurgica. E pensai a quanti altri milioni di madri, in quei giorni,
-erano, come quelle, prese per una fibra del cuore nei congegni di
-quella macchina immensa dell'istruzione pubblica, che lavora il
-cervello delle generazioni crescenti in tutti i paesi civili.
-
-Salito al primo piano, entrai in una stanza ariosa e chiara, dove
-quattro maestre e due maestri sedevano intorno a una gran tavola
-coperta d'un tappeto verde, ciascuno rivolto verso un piccolo alunno,
-che gli stava accanto, in piedi. Il direttore, — un omone dal viso
-barbuto e benigno, — girava attorno alla tavola, usciva, rientrava,
-assentendo col capo alle risposte giuste e corrugando la fronte ai
-farfalloni che coglieva a volo. A quella vista il mio pensiero fece
-un improvviso salto indietro di quarant'anni, e sentii come il vago
-ridestarsi d'un terrore antico, che era già quasi morto anche nella mia
-memoria. Mi ricordai, come in sogno, d'aver avuto una forte tremarella
-in una stanza di quello stesso colore, davanti a una tavola verde come
-quella, in presenza di un'altra gran barba nera di direttore, di faccia
-a un altro finestrone con le tende bianche, dal quale veniva dentro
-lo stesso raggio di sole, lo stesso odore di fiori d'acacia, lo stesso
-silenzio di strada solitaria, che sentivo in quel punto. E mi rallegrai
-veramente al pensare che non ero là per essere esaminato.
-
-Oltre agli esaminati v'era in un angolo un gruppetto d'esaminandi,
-che al vedermi entrare, credendomi un'autorità scolastica, si scossero
-tutti a un tempo come una nidiata di passeri spauriti e mi piantarono
-gli occhi addosso con l'aria di domandarmi qual particolare ufficio
-di aiutante aguzzino io venissi a fare in quella stanza di tortura;
-e quando mi videro tirar fuori una matita dilatarono gli occhi anche
-di più, come se avessi cavato di tasca un par di tanaglie. Io sorrisi
-amichevolmente, per rassicurarli; ma dovettero pensare che il mio
-sorriso significasse: — Ora v'accomodo io, — o qualcos'altro di simile,
-perchè non si rasserenarono punto; anzi mi parve che si turbassero
-peggio. E allora rimisi la matita in tasca.... _per non farli più
-tristi_.
-
-Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai capelli bianchi,
-che dava l'esame di lingua. Gli esaminatori erano divisi in tre
-coppie; in ciascuna delle quali uno esaminava sulla lingua, l'altro
-sull'aritmetica. Essendo stati promossi senza esami gli alunni
-migliori, gli esaminandi non erano che gli “scadenti„ o, per parlare
-col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca.
-
-Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando un visetto di poco
-più di sette anni, così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto
-cuore di “bocciarlo„ neanche se avesse straziato la grammatica come una
-tigre. Ma pareva che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per aria
-l'ultima domanda, che era di letteratura storica: — Quali sono i colori
-della bandiera italiana?
-
-— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento di titubanza: — verde.
-
-— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. Si cominciava bene. N'ebbi
-piacere.
-
-Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in quella confusione
-di domande e di risposte che mi venivano all'orecchio, a frammenti,
-da varie parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? —
-_Pere cite_ (pietre piccole). — Il sa-crifi-cio di Le-o-nida.... —
-Quattordici, tredici, dodici.... — Il maiale grugnisce. — Ma bene,
-quattro nocciole e tre nocciole fa nove nocciole: si raccolgono i
-frutti dell'annata.... — Quadrupede, dunque, significa.... — _La mia
-patria m'ha dato il Signore, Mio pensiero, mia fede_.... — E scrivi
-venti con due zeri? Mariuolo!...
-
-A questo punto ci fu un intervallo di silenzio, dopo il quale udii
-distintamente la voce grave d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa
-il bue?
-
-E una voce argentina e franca rispose: — Il bue ci dà il latte.
-
-Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi chinar la fronte sotto due
-occhi fulminei.
-
-Debbo dire che la maggior parte mostravano assai meno timore di quello
-che m'aspettassi. Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo per
-tutti. Li riconoscevo, dopo che avevan dato una risposta, dal movimento
-forzato di deglutizione che facevan tutti, allungando il piccolo
-collo come se mandassero giù un osso di pesca. A più d'uno tremavano
-le mani e le labbra. Si vedeva su certe fronti lo sforzo violento
-dell'intelligenza tesa a tutta possa, quasi con l'espressione d'un
-dolore fisico, che si mutava tutt'a un tratto in serenità a un: — Bene
-— dell'esaminatore, come la contrazione del viso d'un assetato a una
-sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per comprender meglio, si cacciavan
-sotto, col viso voltato in su, quasi fra le ginocchia del maestro,
-quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo negli occhi con gli
-occhi spalancati, acconsentendo col capo a tutti i movimenti del suo
-capo, riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti del suo viso, come
-ipnotizzati. E a che grado di tenuità si riducevano per la paura certe
-voci! Erano bisbigli di confessionale, gemiti d'aurette, mormorii di
-fili d'acqua, sospiri moribondi d'anime in pena. Parecchi eran così
-piccoli che arrivavano appena col mento all'orlo della tavola, in modo
-che, quando leggevano col viso spinto innanzi, non mostrando nè spalle
-nè collo, pareva che la loro zucchina rapata posasse sul tappeto verde
-come divisa dal busto, e quando scrivevano con la penna del maestro,
-iperbolicamente lunga per loro, la quale, tenuta ritta, sorpassava di
-quattro dita il loro capo, pareva che scrivessero con uno spiede.
-
-— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò un maestro.
-
-L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero, rispose
-prontamente, come chi non ha il minimo dubbio sull'ordine razionale
-dell'enumerazione: — La polenta, le patate, l'insalata....
-
-La stessa domanda era rivolta quasi nello stesso tempo a un altro
-alunno, che, confondendola con un'altra domanda usuale di suono simile,
-rispose con scioltezza: — Gli alimenti principali dell'uomo sono la
-testa, il collo, le spalle....
-
-Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò mai, un
-viso sorridente e ardito, con due occhi chiari di ribelle sereno,
-inaccessibile per indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva dire
-a tutta la Commissione esaminatrice: — Ma non sapete che io non ho
-neppure un pelo che si dia pensiero di voi, dell'esame, del ministero
-dell'istruzione pubblica e di tutto lo scibile umano? —
-
-Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi tutti con le dita per
-rispondere alle domande d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni
-mentali. Alcuni, per dignità, facevano il calcolo di nascosto, sotto
-la tavola o dietro la schiena; altri, senza un riguardo al mondo,
-calcolavano con le mani sotto il naso dell'esaminatore, afferrando
-successivamente le dita della mano sinistra col pollice e con l'indice
-della destra e scotendole a tutta forza come per provare la saldezza
-delle articolazioni, e nel contare battevano fitto le labbra e le
-palpebre come le divote che recitano il rosario. A uno di questi
-matematici “prestidigitatori„ un morettino di sette anni, il maestro
-domandò quanti anni avrebbe avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto
-armeggiato con le mani sotto la tavola, egli rispose trionfalmente:
-— Quarantanove. — E, _secondo il suo modo di vedere_, come dice
-il Ferravilla dell'orso bianco che incanutisce in nero, egli aveva
-calcolato giusto: solo che aveva moltiplicato, invece di sommare. Un
-semplice malinteso.
-
-Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi minuti! Per la grande
-finestra aperta si vedeva il cielo, qualche vetta d'albero, degli
-uccelli che roteavano nerazzurro; e i poveri ragazzi, nei momenti
-d'incertezza o di smarrimento, rivolgevano quasi tutti lo sguardo
-da quella parte, verso l'aria pura e la libertà, con un sentimento
-d'invidia — si capiva — per quell'altre piccole creature volanti, che
-non conoscono nè grammatica nè numeri; e quel sentimento era compreso
-da più d'una maestra che, impietosita, per richiamare all'attenzione
-l'alunno, lo pigliava dolcemente per un orecchio o pel mento e gli
-faceva voltare il capo verso di sè, — come si fa girare un mappamondo
-sferico sul suo asse, — dissimulando un sorriso.
-
-Dopo un quarto d'ora ch'ero là il mio atteggiamento di “potenza
-neutrale„ aveva rassicurato anche i più timorosi. Non solo non mi
-guardavan più con terrore; ma qualcuno dei più vicini, in certi
-momenti critici, cercando ansiosamente una risposta, mi rivolgeva
-uno sguardo che implorava soccorso. E avrei suggerito volentieri;
-fui anzi tentato più volte di far dei segni salvatori dietro le
-spalle del vecchio maestro; ma oltre che il rispetto per questo,
-che era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo dico sul
-serio — una considerazione di alta politica, il pensiero della mia
-fede nell'avvenire d'un ordinamento sociale, in cui, essendo aperto a
-tutti il concorso nel campo degli uffici intellettuali, la selezione
-delle intelligenze dovrà essere anche più severa, e quindi la prova
-degli esami anche più rigorosa che al presente. — Sii logico, — dissi
-a me stesso, — ed ebbi la forza di non fare un cenno nemmeno a un
-povero ragazzo col naso ammaccato, che, sul punto d'affogare in una
-sottrazione, volgendomi uno sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse
-il verso di Dante:
-
- Non hai tu spirto di pietade alcuno?
-
-Ah! come la politica indurisce il cuore.
-
-— LA MORTE DI SOCRATE!
-
-Queste parole solenni, dette da una bella voce di contralto, mi fecero
-voltare bruscamente verso l'angolo opposto della tavola: era una
-giovane maestra, dagli occhi severi e dal naso aristocratico, che le
-aveva dette a un ragazzo minuscolo, presentatosi in quel momento, con
-un visino smarrito, che pareva una mela lessa. — La morte di Socrate!
-— pensai. — E che potrà mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma,
-con mia maraviglia, l'ometto era ferrato sull'argomento. La morte di
-Socrate non era che un raccontino di poche righe, compreso nel libretto
-delle _Prime letture_, e imparato a mente dagli alunni nel corso
-dell'anno. L'ometto si fece onore. Disse anzi la chiusa: — _Ammirabile
-risposta!_ — (la risposta di Socrate) — con un accento di gravità
-filosofica, che fece ottimo effetto.
-
-Si presentò poco dopo al maestro mio vicino uno scolaretto poveramente
-vestito, rosso in viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco
-prima un pugilato con un suo compagno, perchè gli spenzolava il bottone
-dal collo della camicia, e mostrava il petto nudo: un povero petto
-scarnito e incavato, dal quale e dagli occhi pallidi, e come stanchi,
-si capiva che nell'annata egli doveva contar più giornate che pasti.
-Alla prima interrogazione, di vermiglio che era, si fece smorto: aveva
-una gran paura, e gli si leggeva in viso ch'era paura d'una cosa
-lontana più che del maestro presente; ahimè! delle botte materne e
-paterne, forse, che avrebbero suggellato un esame infelice. Mi fece
-una grande pietà. — Ah, questa volta — pensai — vada al diavolo la
-logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione e con stupore
-del maestro, il piccolo pugilatore fece un “esamone„. Superato il
-primo intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo a tutte le
-domande, nel secondo esame come nel primo, senza incagliare una volta
-sola. Ed era commovente il vedere come quel povero viso a grado a grado
-s'illuminava, come quel piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di
-lode, come sotto una carezza. L'esaminatrice d'aritmetica, contenta,
-gli disse terminando: — Bene. Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il
-numero _cento_? — E quegli, trionfante oramai, stirato prima il braccio
-in aria con l'atto d'uno schermitore che sta per impugnare la spada,
-prese la penna, piantò i gomiti sulla tavola con un far da padrone, e
-scrisse in mezzo al foglio un 100 enorme, in vere cifre da lotteria,
-inappuntabile. Poi buttò la penna da parte, e alzò il viso baldamente,
-come dicendo: — Si vuol altro da me?... Son qui pronto!
-
-Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli fece i rallegramenti,
-e disse al maestro: — Lo proporremo per la villa Genèro.
-
-Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa ridente, sulla bella
-collina di Torino, in mezzo agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli
-occhi e le Alpi di fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli occhi due
-raggi di sole....
-
-Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto malinconico, a cui la
-mamma aveva annodato con molta cura una cravattina nuova, che metteva
-più in vista la giacchetta trita. Fattegli alcune domande, il maestro
-dai capelli bianchi gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che
-rappresentava una signora con la sua figliuola, vestita riccamente,
-la quale tendeva la mano a una ragazza povera, accompagnata dalla
-sua mamma vestita a bruno; e c'era scritto, sotto la stampa: — _La
-figliuola della vedova._ — Interrogato, il ragazzo pose il dito prima
-sull'una e poi sull'altra figura, e disse: — Questa è la fanciulla
-ricca, questa è la povera.
-
-— Perchè, — gli domandò l'esaminatore, — dici che questa è la povera? —
-e aspettava che gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il ragazzo
-rispose invece, con certo accento di mestizia: — Perchè non ha più suo
-padre.
-
-Il maestro parve stupito e commosso da quella risposta, e, fatto cenno
-a me che quel ragazzo appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti,
-gli rispose con sapiente delicatezza, passandogli una mano sul capo: —
-Hai ragione.... In fatti.... un bimbo non è mai povero fin che ha suo
-padre.
-
-E altri ne passarono: visi umili che domandavano misericordia, faccine
-toste che parea che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi
-in disdetta che non ne azzeccavano una, bricconcelli fortunati che le
-infilavano tutte, e bocchine slattate da un lustro che dicevano quattro
-e sette fa dieci con una grazia adorabile, e anche più d'un becco roseo
-invermigliato di sugo di ciliegie. Ne venne uno che per leggere il nome
-di Epaminonda preparò i muscoli labiali con un movimento comicissimo,
-come se avesse dovuto imboccare un trombone smisurato; poi un altro,
-un biondino tutto sgomento, il quale balbettò il nome di Cincinnato
-con tanti _cin_, da parere che imitasse il suono dei piatti turchi,
-mettendo a duro cimento la serietà di tutto il corpo esaminante; e
-dopo di lui un meschinello che a non so qual domanda difficile, dopo
-un lungo silenzio, non trovò altra risposta che due lacrime. E vidi
-ancora far molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno dei quali,
-avendogli detto la maestra: — Ma che cosa ci hai in quella testa? —
-si passò una mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo dietro
-alle letture del _Complemento del sillabario_, feci molte volate
-vertiginose da Mosè a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico il
-Grande a Orazio Coclite, a Giobbe, a Scipione, a Emanuele Filiberto,
-divertendomi a immaginare la ridda matta che dovevan ballare quei
-grandi personaggi nell'oscurità di quelle piccole teste; e dopo la
-solita formula: — Va pure, — sentii certi
-
- possenti aneliti
- d'una seconda vita.
-
-che non credo se ne sentano di più profondi e di più dolci nelle aule
-dei tribunali regi alla lettura dei verdetti d'assoluzione.
-
-L'ultimo che si presentò alla maestra che avevo accanto fu il più
-lepido della processione. Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva
-aver sette anni al più; un viso di nulla, che somigliava una miniatura.
-La maestra gli fece una domanda, e, tardando la risposta, gli disse,
-un po' impazientita, con l'occhio rivolto altrove: — Su via! — Quegli
-credette che quel _via_ significasse _vattene_, e, non desiderando
-di meglio, girò senz'altro sui talloni e se la diede a gambe. Quando
-l'esaminatrice si voltò, e non lo vide più, restò a bocca aperta un
-momento; poi s'alzò di scatto e corse nel corridoio, dove lo raggiunse,
-e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente accorto del
-disinganno.
-
-E questo innocente “tentativo d'evasione„ fu l'ultimo episodio notevole
-a cui assistetti. Uscito prima che si sciogliesse la Commissione,
-trovai ancora nel corridoio del primo piano e in quello a terreno
-un buon numero di mamme, di nonne e di zie, che aspettavano con
-santa pazienza da un paio d'ore, e vidi gli abbracciamenti con cui
-alcune accoglievano “gli usciti fuor del pelago„ sommettendoli a
-un interrogatorio concitato, seguito da un arruffio di risposte,
-che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano più inquiete
-di prima. Non tutti, peraltro, si mostravano incerti o modesti. Un
-piccolo spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria con un gesto
-di capitan Fracassa: — Ho saputo tutto! — Intesi un altro trionfatore
-che si vantava; ma la mamma, una donna del popolo, gli tagliò in
-bocca le vanterie, dicendogli: — Sta zitto, vanerello, che è stato
-sant'Antonio: tu non sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era un gruppo
-di donne che circondavano un bimbo d'un'altra classe, del quale si
-diceva che avesse fatto maraviglie, e tutti ci facevano dei commenti
-laudativi, lavorando di fantasia: — qualche cosa di non mai visto
-nè inteso, — gli esaminatori trasecolati, — un vero portento, — e
-guardavano il marmottino da capo a piedi, con grande ammirazione, come
-se gli vedessero già in dosso l'uniforme di Presidente dei Ministri.
-Un po' più in là raccolsi un frammento di dialogo di due popolane,
-una delle quali si lagnava, dicendo: — L'hanno interrogato su tutte le
-_combinazioni_ più difficili. Già questi maestri e maestre, agli esami,
-si sa, _vanno tutti per protezione_. — E domandandole l'altra perchè
-non fosse andata ad assistere agli esami, che erano _a piede libero_:
-— Eh, cosa ci sarei andata a fare, — rispose, — _io che non conosco
-l'errore_!
-
-M'ero soffermato in quel momento a pochi passi dal portone della
-Scuola, davanti al quale stavano affollati una cinquantina tra scolari
-e scolare delle prime due classi, che facevano un cicaleccio vivissimo.
-A un tratto tutti tacquero, e li vidi dividersi rispettosamente in due
-ali, guardando tutti verso il mezzo (dove io non vedevo), con gli occhi
-scintillanti come di simpatia e d'ammirazione. Certo, entrava qualche
-personaggio autorevole, l'Ispettore governativo, il Provveditore, che
-so io? il Sindaco di Torino. — Che ragazzi bene educati, — pensai; —
-buoni piccoli piemontesi, in cui pare innata, in cui è così profonda la
-reverenza dell'Autorità, che dimenticano, all'apparire d'un Superiore,
-ogni divertimento, ogni cura....
-
-Non avevo finito di dir questo che il personaggio entrò.
-
-Era un cameriere di caffè che portava un gelato.
-
-
-
-
-PICCOLI SCRITTORI.
-
-
-Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque alunni della seconda
-elementare d'una scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette
-agli otto anni, di tutte le classi sociali. Chi non ha mai letto una
-raccolta di “prose„ di questo genere non immagina quanto ci sia da
-divertirsi e da meditare.
-
-Si noti che il componimento fu fatto nella scuola, senza brutta copia,
-sotto gli occhi della maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse
-alcun suggerimento, e che perciò questi lavori sono la schietta
-manifestazione dell'animo e della capacità intellettuale degli alunni.
-
-Il tema era: — dite quali siano le occupazioni del vostro babbo, della
-vostra mamma, di ogni persona della vostra casa. —
-
-Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. Noto di volo,
-soltanto, che gli errori grammaticali sono quasi tutti i medesimi,
-derivando la maggior parte o da anomalie della lingua, come quello
-frequentissimo di scrivere al nominativo _miei fratelli_ perchè si
-dice al singolare _mio fratello_, o dalla suggestione del dialetto,
-come quello del dativo _gli_ in vece di _le_; nel che non si può
-supporre che i miei piccoli scrittori intendessero di seguire la teoria
-manzoniana. Quanto all'ortografia, sono pecche comuni (e la ragione
-si capisce) l'orrore della virgola, il disprezzo dell'apostrofe,
-l'appiccicatura degli articoli ai sostantivi, e la cattiva
-amministrazione delle consonanti, risparmiate o spese a sproposito,
-per non aver la norma della pronunzia esatta. Lo scoglio in cui
-tutti battono è l'acca del verbo avere. Io credo che molti ragazzi la
-sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano di scriverla; ma
-quegli altri che, ricordandosi che ci vuole, senza sapere ben dove,
-la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo così il verbo
-in un'interiezione, — _ah_, — la quale in certi punti fa un effetto
-comico, come se volesse dire: son stufo. E degli errori di senso è il
-più ovvio quello che proviene dall'intromettersi d'un pensiero in un
-altro pensiero, il quale rimane così troncato nella mente del fanciullo
-ed espresso a metà sulla carta, come uno di quegli avvisi pubblici
-a cui si sovrappone in parte un altro avviso. Nella correttezza
-grammaticale, del resto, come nella regolarità calligrafica, vi sono
-tra i lavori grandi differenze; non tutte riferibili al vario grado
-di capacità degli alunni, poichè molte derivano dal loro umore della
-giornata; che è come dire dalla rottura d'un balocco o dalla perdita
-d'un soldo o dalla soppressione del caffè e latte mattutino. Ma dei
-dispiaceri di questa natura si risente molte volte anche lo stile degli
-scrittori di quarant'anni.
-
- *
-
-Restringo le mie osservazioni al campo morale, che è più fecondo e più
-vario. Ricavo per prima cosa da questi componimenti che la maggior
-parte delle famiglie si occupano dei loro piccoli scolari assai più
-di quanto non si soglia credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di
-questi trentacinque, anche di quelli di più umile condizione (e non
-c'è ragione di sospettare che non sian veritieri), il quale non dica
-che il padre o la madre o un fratello o una sorella gli fa recitare
-ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, e tutti quanti accennano
-il particolare, che, ogni volta che escon di casa per andar a scuola,
-la mamma guarda loro nel zaino per veder se ci hanno ogni cosa. Mi
-par questo un segno certo di progredita istruzione popolare, poichè
-non credo che nelle famiglie povere di trent'anni addietro si facesse
-altrettanto. Quasi tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di
-tutti i loro parenti. E da questo e da altri accenni a consuetudini
-domestiche si capisce la vita ordinata e operosa di molte famiglie,
-in cui tutti si levano all'alba e lavorano tutta la giornata, e si
-aiutano e si ricreano insieme nel breve tempo che passano uniti; e
-appariscono vagamente figure di madri ammirabili, e sventure nobilmente
-sopportate, e case di piccoli “borghesi„ nelle quali il decoro visibile
-è mantenuto a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata dalla
-buona armonia e dalla buona coscienza. E per questo rispetto la lettura
-dei componimenti m'ha rallegrato.
-
-Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe a una mia
-opinione, ma che, potendo essere un semplice caso, non basta a
-distruggerla; ed è questa, che dalla classificazione dei componimenti
-non resulta che i ragazzi di famiglie popolane siano inferiori, per
-il minor aiuto intellettuale che hanno in casa, a quelli di famiglie
-agiate, poichè degli undici, sui trentacinque, che ebbero i punti
-migliori, sei sono figliuoli di povera gente.
-
-Notevole è pure che sono figliuoli del popolo quelli che scrissero
-espressioni più vive di affetto e di gratitudine per i loro parenti; il
-che può derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare per la famiglia
-in una forma più sensibile che non sia quella del lavoro della mente,
-e sono indotti più degli altri alla riflessione dall'austerità della
-vita, e comprendono e valutano meglio le privazioni che s'impongono per
-loro il padre e la madre, per effetto dell'esperienza dolorosa che ne
-fanno sovente essi pure.
-
-Curioso è che i tre alunni più affettuosi della classe sono tutti e tre
-figliuoli di cuochi.
-
- *
-
-Uno di questi chiude il componimento colle parole seguenti, che
-trascrivo alla lettera: — _Oh se potessi essere al posto di mio babbo,
-e non farlo più lavorare! Io penso che ha cinquant'anni! Io penso alla
-mia povera mamma che è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia!_
-— Il figliuolo d'una lavandaia, orfano del padre, scrive: — _Io non ho
-il babbo, ma dico che cosa fa la mamma._ — E dice la sua lunga giornata
-di lavoro. — _Viene a casa tanto stanca che nemmeno mangia la cena.
-È molto buona e fa tutto quello che può per me, mi guarda perchè i
-vestiti siano puliti, mi fa la colazione, mi pettina e ha cura di me._
-— Originale e bella è questa chiusa del figliuolo d'un fabbro ferraio:
-— _Oh bambini, obbedite sempre i vostri genitori. Essi sono gli
-angioli. Ti anno allevato, ti mantennero ti mandano a scuola ordinato
-e pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare._ — Questo
-_ti fecero camminare_ non è bellissimo? Non è men bella quest'altra
-chiusa, del figliuolo d'un carbonaio: — _Povero babbo a durar fatica
-dalle 5 alle 9 e mezza. Povera sorella che dura fatica a lavorare.
-Povero fratello, è ammalato e molto._ — Ma la più singolare mi par
-quella del figliuolo d'un conciatore, che dice: — _Quanto sono carini i
-miei genitori! Quando noi gli chiediamo qualche cosa non osano dir di
-no, dicono di sì. Anno proprio compassione di noi. Il padre si chiama
-Antonio Lotta, la madre si chiama Maria Lotta, io mi chiamo Giulio
-Lotta._ — E come è semplice e graziosa questa frase del figliuolo
-d'un lavorante orefice: — _Il babbo è molto buono, la mamma è buona
-come il babbo_ —;e quest'altra: — _La mamma pensa a tutti e a tutto.
-La sorella, quando la madre è fuori, essa fa da madre._ — È una perla
-quell'_essa_.
-
- *
-
-Due caratteri principali si riscontrano in questi piccoli scrittori:
-i riserbati e laconici, che dicono il meno possibile, restringendosi
-a indicar secco secco le ore in cui le persone della famiglia si
-levano, mangiano, e vanno a dormire, e gli espansivi, che profondono
-le notizie e le confidenze. Questi parlano in special modo dei
-fratelli e delle sorelle, e si possono dividere alla volta loro in
-“affettuosi„ e in “critici„. La maggior parte dei primi ricordano con
-molta tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò che conferma
-la massima pericolosa d'un mio amico, padre molto prolifico, secondo
-il quale bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino, perchè
-ingentilisce il cuore dei figliuoli grandi. Dice uno: — _Quando la
-mamma mi lascia da guardare il fratellino più piccolo sono molto
-contento perchè gli do anche da mangiare._ — Un altro fa l'elogio del
-fratellino, che _studia molto_, e dice di sua sorella minore: — _Mi
-diverto in tutte le maniere con lei._ — Un terzo scrive: — _Maria è la
-mia gioia la faccio saltare e qualche volta fa le bizze. E allora_ —
-soggiunge come la cosa più naturale del mondo — _la mamma mi batte._
-— Dice il medesimo un quarto: — _Io o anche la sorellina che a appena
-cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento, e quando ho fatto
-il lavoro mi diverto e lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar
-dalla mamma._ — È un destino!... Un altro butta là nel mezzo del
-componimento, senz'alcuna attaccatura col resto, questa frase curiosa:
-— _Mio fratello qualche volta mi fa dei piaceri._
-
-I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti, qualche volta. Ve n'è
-uno che giudica in questo modo le sue tre sorelle: — _Ada è buona,
-ma un po' capricciosa; quella che si chiama Teresa va solamente a
-scuola all'asilo_ (come si sente in quel solamente l'orgoglio dello
-scienziato!), _Adelaide è un po' cattiva._ — Altri fanno a carico dei
-loro fratelli rivelazioni più gravi, come quelle che seguono:
-
-— _Poi ho un fratellino che ha appena due anni, e è un biricchino di
-prima riga._
-
-— _Ho un fratellino di 7 anni che va a scuola, non vuole saperne di
-studiare._
-
-— _Ho un fratello grande che è bocciato._
-
-Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli più minuti, in una forma
-amenissima: — _Il mio fratello più grande non studia abbastanza, ma fa
-dannare il babbo e la mamma. Torna a casa con un castigo da fare per la
-maestra. Il babbo e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei castighi
-da fare e lui dice di no e ha vergogna di dir di sì._
-
-E che dire di un cervello sodo di sette anni e mezzo, il quale scrive:
-— _Ho due fratelli, il maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta
-giudizio_?
-
- *
-
-Molte cose strane e oscure dicono riguardo alla professione e alle
-occupazioni del padre. La professione alcuni non l'accennano; altri
-pare che non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice uno: — _mio padre
-è impiegato fuori di porta_ — senz'altro: provatevi a indovinare. Un
-altro definisce la professione paterna in questo modo singolare, un po'
-indeterminato, mi sembra: — _Il babbo va via alle 7 per guadagnarsi il
-pane col sudore della sua fronte._ — Altrettanto singolare e non molto
-più lucida è quest'altra definizione: — _L'occupazione del padre è di
-pensare molto ai colori per fare i quadri con dei fiori e altre cose._
-— Il figliuolo di un “impiegato al gas„ dice: — _Mio padre a mezzanotte
-va a spegnere i ceri._ — Definisce un altro in questa ardita forma
-grammaticale l'occupazione di sua madre: — _L'occupazione di mia madre
-è che pensa alla roba di non perderla._ — Il più originale, per altro,
-e il più misterioso è quello che, dopo aver detto: — _L'occupazione del
-mio babbo è di fare il benestante_, — soggiunge: — _cioè 5 o 6 giorni
-sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in campagna a lavorare, e quei 5 o 6
-giorni che è a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà all'ufficio,
-insomma ha tanto da lavorare che un'ora è in casa e un'altra è fuori._
-— Un benestante, come si vede, che non poltrisce sulle sue rendite. Ne
-cito ancor uno che fra le occupazioni del padre registra questa: — _poi
-il babbo viene a casa e sta due ore a leggere il popolo_ (la Gazzetta
-del popolo) — e un altro che fa questa straordinaria rivelazione: — _Il
-babbo va a letto la sera alle 11 e non si alza più che alla mattina._
-
- *
-
-Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano in questi pochi
-componimenti, se volessi citarle tutte, riempirebbero troppe pagine.
-Non si direbbe che è un epigramma pensato questa doppia proposizione:
-— _Mio fratello va al ginnasio, ma studia?_ — E come è ben resa la
-varia operosità d'una brava ragazza di casa con questi due tocchi: —
-_Mia sorella mi corregge il lavoro e scopa il negozio._ — E che fior di
-logica semplicità v'è in questa frase: — _Allora i genitori mi fanno
-ripetere la lezione, se la so mi dànno la merenda e se non la so non
-me la dànno_ — e nella seguente: — _la mamma mi lava i vestiti se sono
-sporchi, me li cucisce se sono stracciati_. — Dopo aver accennato le
-occupazioni dei parenti, uno passa a dire le proprie con questo ingenuo
-avvertimento: — _Vengo a parlare di me._ — Un altro: — _Adesso parlo
-di me._ — E un terzo, più solenne: — _Ed ora parlo di me stesso._ —
-Questi me ne rammenta un quarto che notifica in una forma nuova affatto
-la composizione della propria famiglia: — _A casa mia ho il babbo, la
-mamma, la sorella e me._
-
-Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le seguenti, che paiono state
-cercate per ottenere un “effetto finale„:
-
-— _Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi._
-
-— _Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza._
-
-— _Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi levo alle 7._
-
-Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante notizia; la quale,
-per quanto concerne lui, è certamente una piccola spacconata: — _Dopo
-cena qualche volta andiamo al caffè a bere dei liquori._
-
-Da un periodo arruffato d'un altro si capisce che in casa sua sono
-incaricati i ragazzi di apparecchiar la tavola; ma sentite con quali
-restrizioni, e come giudiziosamente e ordinatamente specificate: — _Ma
-mettono solamente il tovagliolo e le tovaglie perchè se mettono i tondi
-li rompono e le posate si tagliano o cadono per terra e possono fargli
-del male sugli occhi dentro alla bocca sulla fronte._
-
-Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa maravigliosa uscita,
-che a qualcuno farà dare un balzo sulla seggiola: — _Il babbo viene
-a casa ed è l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato usciamo._ — Si
-capisce che voleva dir ceniamo; ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva
-forse in mente per l'espressione d'un pensiero d'affetto alla chiusa,
-essendosi cacciato avanti tutt'a un tratto, gli cascò sulla carta
-invece dell'altro.
-
-Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo d'un muratore, per
-intender la quale conviene sapere che una società di filantropi
-torinesi fondò delle “colonie alpine„ dove son mandati ogni anno
-a passar l'estate un certo numero di fanciulli poveri delle scuole
-municipali, scelti fra i più deboli di salute. Il povero ragazzo scrive
-che a casa sta coi piedi nudi per non sciupare le scarpe, _perchè ho da
-andare alle colonie alpine, e così ci vuole un paio di scarpe buone_,
-— ed enumera dopo questo gli altri oggetti di corredo richiesti,
-soggiungendo con una esclamazione di gioia: — _E io ho già tutto!_
-
-Ma la più saporita l'ho serbata per la fine. Dice un ragazzo: —
-_L'occupazione di mio fratello maggiore è di levarsi la mattina alle 3
-e di andare a Chieri al passo di corsa._ — Dêi del cielo, ci son venti
-chilometri! — E che dannata professione sarà mai questa? — mi domandai
-leggendo; ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì di scoprirla.
-Seppi poi dalla maestra che quel fratello è “volontario d'un anno„
-nei bersaglieri, e che l'alunno aveva inteso d'accennare a una “marcia
-di resistenza„ fatta dal reggimento; ma s'era espresso in modo, come
-si vede, da far scambiare la fatica straordinaria con una occupazione
-quotidiana — spaventevole.
-
- *
-
-Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti, che non si
-troverebbe in una grande raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti
-elementari, che l'insegnarono a me, quanto ci sia da imparare spingendo
-l'analisi di questi lavori oltre l'ortografia e la grammatica. Ma
-mi arrischio a dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro
-che studiano il cuore e la mente umana; poichè credo fermamente che
-i fanciulli, a studiarli profondamente e con amore, siano, dopo gli
-scrittori di genio, i migliori maestri dell'uomo.
-
-
-
-
-I DESIDERI DEI RAGAZZI.
-
-
-Non sono immaginazione mia: li manifestarono per scritto trentacinque
-alunni d'una seconda classe elementare delle scuole municipali di
-Torino, ai quali la maestra diede per tema: _I miei desideri_, e fece
-fare il componimento nella scuola, senza brutta copia, concedendo
-un'ora di tempo. La maggior parte sono ragazzi dai sette agli otto
-anni, che venti mesi fa non leggevano ancora l'alfabeto, e diciotto
-sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho fra le mani i loro
-componimenti, — un mucchio di foglietti di carta rigata, coperti d'ogni
-forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta alla pura e pretta
-raspatura di gallina, e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e
-piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e non so risolvermi
-a buttarli in un canto, prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori
-più belli per offrirli agli studiosi e ai dilettanti di letteratura
-fanciullesca.
-
- *
-
-Prima di principiare a leggere pensai che questi componimenti non
-potessero essere che elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a
-un dipresso, come le vetrine dei venditori di giocattoli; non pensai,
-fra l'altre cose, che potesse essere così generale, come lo riscontrai,
-in ragazzi di quell'età il desiderio dei viaggi; il quale poteva dare,
-come dà infatti, ai loro lavori una varietà inaspettata e dilettevole;
-e sono appunto le espressioni diverse di questo desiderio ciò che mi
-divertì sopra tutto e che mi parve più meritevole d'osservazione nei
-periodi bizzarramente scarmigliati e claudicanti dei miei piccoli
-prosatori.
-
- *
-
-Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, il desiderio di viaggiare,
-e nominano le città che preferirebbero di vedere. Le città più
-“desiderate„ sono, per ordine di voti, Milano, Napoli e Roma. Penso
-che abbia il primato Milano per la ragione che, essendo la più vicina
-a Torino, è quella di cui i ragazzi sentono parlare più spesso. Quelli
-che vorrebbero andare a Roma son quattro, e due di questi paiono
-mossi da sentimenti politici opposti, perchè l'uno vorrebbe andarvi
-soltanto “_per vedere dove abita il papa_„, l'altro, _per vedere quel
-bel palazzo dove ci sta Umberto I_. Il terzo, indifferente al monarca
-e al pontefice, dice che desidera di andar a Roma non per altro che
-perchè “_c'è stato il suo padrino_„, ed è dubbio il quarto perchè
-scrive che vorrebbe andare “_sul bastimento a rona_„ e può darsi che
-abbia inteso di scrivere a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, del
-resto, che parla d'andare “_col bastimento_„ a Milano. Per Firenze
-non ci sono che due aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. Ce
-n'è sette, invece, per l'America; ma è da notarsi che i più di questi
-dicono l'America perchè ci ebbero o ci hanno qualche parente; ed è
-lo stesso dei tre che desiderano d'andare in Francia. Due soli hanno
-desideri senza confini; uno che vorrebbe _visitare tutto il mondo_, e
-un altro che desidera di _viaggiare tutti i paesi_; e altri due sognano
-viaggi avventurosi di scoperte e di lotte. _Il mio desiderio, sarebbe
-di attraversare il mare e di cercar le oasi_ (voleva dir le isole
-forse), e il secondo: _Mi piacerebbe visitare i deserti dove c'è le
-bestie feroci._ C'è anche un originale che vorrebbe non solo andare,
-ma _stare in Asia_; in quale parte non lo dice; si può intendere fra
-Gerusalemme e Pechino; e la ragione della sua scelta è un po' vaga:
-— _perchè è molto bello e mi piace molto e c'è un sole molto caldo._
-— Invitato dalla maestra a spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio
-pien di mistero. Più comprensibile è uno dei sette già rammentati, che
-vorrebbe visitare _quella grande città d'America_ (non dice quale)
-_perchè ci sono quelle grosse piante, quei tronchi che sono di una
-grandezza straordinaria_; ed esprime in questa forma ingenua la sua
-ammirazione per la fecondità della natura: — _E poi da quelle piante
-piccole a venire e quelle piante straordinariamente grosse!_ — E gli
-accozzamenti delle grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi.
-Uno vorrebbe veder _Milano, Firenze, Castellamonte_; un altro vorrebbe
-_andare in America, e poi a Crescentino_, un comune della provincia di
-Novara, dove dice che è “_puro il cielo_„. Ma la cosa più amena sono
-le ragioni che adducono, gli scopi particolari che si prefiggono alcuni
-al loro viaggio. Quello che dice: — _vorrei andare a Genova a pigliare
-i bagni di mare, ma ho un po' paura della burrasca_ — si capisce; ma
-quello che vorrebbe andare a Firenze! Non pensate che sia per veder
-Santa Croce, i musei, i monumenti: si può dare in mille a indovinare.
-— _Per bere il latte che è squisito!_ — Donde gli sarà mai venuto un
-così straordinario concetto del latte fiorentino? Può fare il paio con
-quell'altro che desidera d'andare a Napoli, oltre che per vedere il
-_vulcano o vesuvio_, sapete perchè? _Perchè si mangiano dei maccheroni
-napoletani;_ e questo passi; ma soggiunge il sudicioncello: — _e sono
-molto buoni e non si prendono col cucchiaio ma si mangiano con le
-mani._ — Chiedo scusa per costui, come cittadino torinese, ai miei
-compaesani di Napoli, e li assicuro che si tratta d'un'opinione affatto
-personale dello scrittore.
-
- *
-
-Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole che quasi tutti quelli
-che v'accennano desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno di
-progredita cultura igienica? Perchè non uno su trenta scolaretti di
-Torino, quando io ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio;
-certo, non ci avrebbe pensato nessun ragazzo di famiglia povera.
-L'immagine più poetica, riguardo al mare, è quella del figliuolo
-d'un operaio, il quale dice: — _Mi piacerebbe andare sugli alti mari
-dove si vede per tutto acqua e celo;_ — ma vorrebbe avere con sè la
-mamma, la zia e un cugino “_per dividere i pericoli_„. Sono anche di
-più quelli che desiderano di andare in montagna; ed è naturale anche
-questo poichè vivono tutti davanti allo spettacolo incantevole delle
-Alpi. Uno dice che vorrebbe andare in montagna _per vedere i buoi_;
-un altro _per stare molti giorni ad una certa altezza numerosa_; un
-bel traslato ardito, se lo volle riferire, come pare, al numero dei
-metri d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso desiderio
-con una frase semplice e triste che tocca il cuore: — _Vorrei andare
-sulle più alte montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non sono
-mai andato in nessun paese._ — Andare a passar l'estate in campagna,
-senza determinazione di luoghi, è il desiderio più comune; più vivo
-in quelli che non lo possono soddisfare, ed espresso da tutti con
-un'insistenza e un calore di parola, in cui si sente un bisogno vero
-del corpo e dello spirito, un fremito d'uccelletti ingabbiati, assetati
-d'aria e di verde. Conviene anche dire, peraltro, che quanto a viaggi
-e a escursioni i desideri di una buona parte sono assai moderati,
-arrestandosi in alcuni ai Santuari d'Oropa e di Graglia, e in altri a
-villaggi dei dintorni di Torino e alla basilica di Superga; nella quale
-uno degli scrittori vorrebbe andare a vedere “_quei sotterranei dove
-è morto il re_„. Parecchi sono anche più modesti: non desiderano che
-“_una passeggiata nel Corso Palestro_„ che vedono ogni giorno, poichè è
-a un passo dalla loro scuola, o _una di quelle passeggiate in via Po_
-(chi sa quali?), o fino alla _succursale_ (niente di meno), che è una
-stazione minuscola della strada ferrata di Milano, dentro la cinta.
-Ce n'è uno, poi, che non vuol andare in nessun luogo, e manifesta per
-i viaggi un'avversione assoluta; dicendo che vorrebbe star _tutta
-la vita a Torino_, per una ragione che siete mille miglia lontani
-dall'immaginare: p_erchè c'è aria fina_. E neppure potete immaginare
-la ragione, tanto è semplice, che adduce un altro del non poter fare
-i grandi viaggi che vorrebbe. — _Ma fare tutti questi viaggi non
-posso-_-dice — _perchè o da frequentar la scuola tutte le mattine._
-
- *
-
-Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La propaganda per
-la pace ha recato qualche frutto? Si può riconoscere in codesti
-componimenti uno scemato spirito guerresco nel desiderio scemato di
-quei giocattoli che rappresentano strumenti e idee di guerra e di
-morte? — Mi manca, per dare una risposta, il termine di paragone;
-ma temo che, se anche l'avessi, non potrei dare una risposta molto
-consolante. Su trentacinque sono undici che desiderano trombe, soldati
-di piombo, fucili, sciabole, pistole, un intero arsenale. Credo
-soltanto minore di quello che sarebbe stata trent'anni fa la richiesta
-dei tamburi (due soli ne chiedono) perchè, non usandosi più il tamburo
-nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È vero, peraltro, che
-uno solo di quegli undici esprime chiaramente delle idee belligere, e
-anche in senso puramente difensivo, dicendo: — _Vorrei essere vestito
-da soldato per andare in guerra a combattere contro il nemico e salvar
-la mia patria._ — Quasi tutti gli altri non chiedono armi che per
-giocare. Ce n'è uno, anzi, che confessa la propria avversione alla
-guerra in un modo assai comico, ed è di quelli che vorrebbero viaggiare
-in Africa. — _Ma andare in Africa_ — soggiunge — _non mi piace perchè
-c'è la battaglia, ma io vado quando non fanno la battaglia._ — E dice
-anche, contraddicendosi, che non gli piace d'andare in Africa, _perchè
-vi sono neri gli Abissini_.
-
- *
-
-Più delle armi sono desiderati gli animali, naturalmente, poichè dopo
-l'uomo — primo oggetto d'osservazione pei fanciulli, — son quello che
-più gli rassomiglia; e fra gli animali, per la bellezza delle forme, e
-per la vivacità delle mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più
-desiderato è il cavallo. Sedici alunni vorrebbero averne uno, ma due
-soli specificano: _un cavallino sardo_. Poi viene il cane, desiderato
-da cinque: uno dei quali vorrebbe _uno di quei cani inglesi_, e un
-altro, _un bel can barbone_; ma per licenziare la serva, parrebbe:
-_perchè_ — dice — _il can barbone è docile e serve a far la spesa ai
-padroni_. Sono desiderati da altri una _pecora_, una _pecorella viva_,
-un _asinetto_, ed altri animali domestici; di uccelli non è nominato
-che il canarino. Anche il gatto ha un voto solo; forse perchè quasi
-tutti ne hanno uno da tormentare in casa propria. Ma a proposito di
-bestie il più saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe “_un bel
-cane e un cagnolino da guardia_: sentite se si può essere più assennati
-e più previdenti; par che ripeta un discorsetto di suo nonno: — _Ma con
-questi due cani_ — dice — _uno piccolo, e l'altro grosso, non vorrei
-che fossero invidiosi, che non si mordessero malamente, come fanno
-certi cani, e non mi piacerebbe niente se venissero arrabbiati, allora
-poi li farei uccidere perchè senò si uccidono tra loro_....„
-
- *
-
-Tra le cose inanimate quelle che destano più desideri sono la
-lavagnetta col gesso e il teatro coi burattini; ma perchè l'una e
-l'altro servono all'imitazione della vita. Anche la lavagnetta, in
-fatti, benchè dicano quasi tutti — le mascherine — di desiderarla per
-esercitarsi alle operazioni aritmetiche (che suol essere il pretesto
-con cui se la fanno comperare), in realtà la vogliono per rabescarvi
-su dei fantocci. Quattro desiderano _una biblioteca_, senza dir
-altro; uno eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche molto
-discrete, poichè la vorrebbe composta di _tutti e cinque i libri di
-lettura_ delle cinque classi elementari e di _una bella storia sacra
-per leggere la venuta dei magi_. Di altri libri che si desiderino
-non trovo accennati che due l_ibri di preghiere_ e _un bel libro di
-preghiere a Gesù Bambino_. Opere d'arte ne desidera uno solo, che
-vorrebbe _una statua_, e non aggiunge parola: la prima statua venuta.
-Non metto fra gli oggetti d'arte _i due quadri, uno del re e uno della
-regina_, a cui accenna un altro, perchè possono essere desiderati
-per sentimento di devozione alla monarchia; come forse per sentimento
-religioso desiderano altri tre un _bel crocifisso, un bel quadro della
-Madonna, una Madonna dipinta_. Un solo filarmonico si palesa, uno che
-vorrebbe _un pianoforte per imparare a sonarlo molto bene_. Fra gli
-oggetti di desiderio più singolari noto _una bell'arnia e un servizio
-da caffè_. Ma come badano tutti, quando può nascere equivoco, a far
-ben capire che vogliono oggetti da grandi, e non dei trastulli. —
-_Vorrei un bell'orologio_ — dice uno — _ma non di quelli da cinque
-centesimi, e che vada._ Un altro vorrebbe una barca — _ma proprio di
-quelle da metterci noi dentro e partire;_ — l'espressione potrebbe
-essere forse più elegante, ma non più chiara. E uno di quelli che
-desiderano un cavallo spiega bene: — _un cavallo, ma da andare in
-groppa._ Un quarto mette in un mazzo, come tre cose affini, questi
-tre desideri: _un teatro, una gallina, una spada._ È strano come
-non uno di questi trentacinque ragazzi, di cui la più parte sono di
-famiglia povera, esprima il desiderio d'un bel vestito, d'un oggetto
-d'ornamento, d'una qualunque cosa che dimostri la vanità di volersi
-distinguere esteriormente. Qualcuno si stupirà che non sia stata ancor
-nominata la bicicletta, e ci sarebbe davvero da stupire se non l'avesse
-rammentata nessuno. I desiderosi del nuovo “locomobile„ come lo chiama
-prosaicamente il regolamento municipale, o del _ferreo corsiero_, come
-lo chiama poeticamente Lorenzo Stecchetti, son cinque; uno dei quali
-espone il suo desiderio con questa piccola spampanata: — _Mi piacerebbe
-andare a Napoli a traversare il mare che è veramente bello; ma se io
-avevo una bicicletta sarei già andato._
-
- *
-
-Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ i desideri son pochi,
-e non irragionevoli. La proprietà più ambita è il giardino — _un
-giardino con molti fiori — un giardino tutto fiorito di rose_ — ed
-altri, definiti brevemente, con immagini graziose, che esprimono un
-desiderio vivo. V'è un solo ragazzo, più pratico, chè vorrebbe “_un
-campo pieno di frumento_„. Tre desiderano una casa, che uno chiama _una
-costruzione_, e la vorrebbe mobiliare a modo suo, col proponimento,
-pare, di rimaner celibe, perchè scrive: _una piccola casetta per
-mettervi un lettuccio, un sofà, un guardaroba, con alcune seggiole e un
-seggiolone_. Più numerosi son quelli che desiderano indeterminatamente
-la ricchezza; ma quasi tutti (e in questo è evidente che esprimono
-un'idea inculcata loro alla scuola più che un sentimento spontaneo)
-dicono di desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere i poveri.
-Uno solo determina l'ammontare del patrimonio che vorrebbe avere,
-aggiungendo quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — _Vorrei
-avere una lira per fare elemosina agli infelici, cioè come lo storpio,
-il cieco e il monchino_. Desideri riguardo all'avvenire, e in specie
-alla carriera, tre soltanto ne espongono: uno che vorrebbe esser
-_marinaio_, e due che vogliono far l'_avvocato_. E pare che uno di
-questi faccia conto di pescar nel Foro fior di quattrini perchè dice:
-— _I miei desideri sono pure, quando sarò già avvocato, due bellissimi
-cavalli e una magnifica carrozza, e quando avremo voglia d'andare a
-cavallo, io e il mio papà, andremo, e quando avremo voglia di andare
-in carrozza, andremo._ — E perchè no? Non si direbbe che c'è sotto
-una sfida ai socialisti? Un altro, meno ambizioso, dice di desiderare
-_un caffè_; ma non si capisce se sia per “esercitare il negozio„ o
-solamente per vuotare a suo libito le bocce e le zuccheriere; che è
-forse la versione più ragionevole. Osservo, a questo proposito, che non
-ci sono in tutti e trentacinque i componimenti se non pochissimi indizi
-di ghiottoneria. Quattro soli desiderano dei dolci, pochi altri delle
-frutta; e dice uno di questi che vorrebbe andare in America _perchè c'è
-lo zucchero_ e in Africa _perchè c'è i datteri_. Cito ancora ad onore
-un ragazzo sobrio che vorrebbe _fare una bella cena in un giardino, e
-bevere un pochino, ma non bevere molto_, e un altro capetto scarico, il
-quale desidera che i suoi genitori diano un pranzo in casa, e numera
-le persone che vorrebbe invitate, una caterva di parenti, congiunti,
-padrini, madrine ed amici, da dar fondo alle dispense dell'_Albergo
-d'Europa_.
-
- *
-
-Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee,
-per un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno
-parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che
-lavori di scuola; e danno perciò a conoscere in parte, l'indole dello
-scrittore; la quale rimane affatto nascosta in tutti gli altri, segnati
-d'una comune impronta scolastica. Quattro di questi scrittori originali
-mi colpirono in particolar modo.
-
-Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà
-al componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui
-frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri
-desideri parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua
-maestra; alla quale dà del _lei_ e del _tu_, espandendo l'anima lirica
-con una concitazione di stile singolarissima: — _Io vorrei andare a
-Roma_ — scrive, salvo i peccati mortali d'ortografia — _stare due mesi
-in campagna, ma che lei venisse a vedermi, vorrei giocare alla palla e
-pregherò per te che non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio molto
-bene e vorrei andar nel mare, e guardi di venire a vedermi, che saremo
-felici, e guardi di non esser mai malata, a me piace d'andare a giocare
-e guardi di venire al più presto che puoi._ Ma l'adoratore rientra in
-sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: — _Con tutta
-stima la riverisco._
-
-Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime
-rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli
-effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con
-disordine pensato immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in
-villeggiatura, a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul
-_vapore_, in vettura, in _tram_, in pallone, e dopo aver aggiunto che
-vorrebbe _stare in un gran palazzo_ e che gli _piacerebbe d'essere il
-re_, e accennato altre sue vaste aspirazioni e splendidi sogni, finisce
-il componimento esprimendo il desiderio modestissimo di _pigliare un
-bagno_.
-
-Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con
-l'affetto e con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè
-medesimo per darsi delle ammonizioni e dei consigli, coloriti di
-canzonatura. Dopo aver significato il desiderio d'andare in campagna
-per mangiar frutta, dice: — _Ma per te, mio Cesarino, non ci andrai
-che quando le scuole saranno al fin dell'anno;_ — e poi enumera le
-uve che mangierà — _l'uva bianca, l'uva nera, l'uva mericana_, ecc., e
-soggiunge paternamente a sè stesso: — _Ma io ti dirò, caro Cesarino,
-che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e fa
-perfino venire mal di gola;_ e infine si dà questo memento gentile:
-— _Tu mangierai le frutta, ma le viole le governi per portarle alla
-maestra, che è tanto buona e gentile coi bambini della sua classe._
-
-L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e
-grasso vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe
-d'andar l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — _a
-spassarmela in campagna_ — dice — _perchè là si sta molto bene, si
-mangia, si beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta uva, c'è di
-tutto e questi sono i miei più cari desideri_. E dopo aver detto che
-andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già suo compagno di
-scuola (_antico_ compagno, lo chiama), _che se ne sta coricato nella
-sabbia calda dal sole_, esce in questa impagabile frase esclamativa, di
-cui rispetto l'ortografia: _E!! — ne son ben malcontento di non poterci
-far parte!_ — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che parla
-del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero
-operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del
-componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma
-che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza
-di spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in
-un senso.... terribile: _non posso più trattenermi._
-
- *
-
-V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di
-desideri, meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe
-più proprio chiamar propositi, di studiare, di esser buoni, di
-migliorarsi. Quasi tutti li esprimono: molti, certo, più per sentimento
-di convenienza che per impulso dell'animo, o anche per forza di
-consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della sincerità
-d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro
-linguaggio. Dice uno: — _mi piacerebbe che la madonna mi facesse essere
-buono a scuola e a casa._ — Un altro: — _Io voglio ancora studiare con
-tanta voglia e con tanta bontà_ (non è bellissimo?) _e poi darò ancora
-1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai
-miei superiori._ C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — _Il
-mio più bel desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto
-buona, di non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto.
-E adesso guarderò di fare tutto quello che posso per star buono._ E
-carino è l'esordio che fa un altro al componimento: — _Io farò tutto
-quello che so per farlo bene e per scriverlo bene_ (senza dir che
-cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei quali è di
-possedere _una penna d'avorio_, e il secondo è espresso candidamente,
-così: — _Io vorrei che mio padre e mia madre non mi sgridassero mai._
-— E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di buona condotta
-addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un cortile per
-giocare “_ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino
-si fa sempre di chiasso_„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il
-terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione
-d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri,
-mostrando di capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non
-potrà aver mai, dice che si contenterebbe d'andare alle _Colonie
-alpine_ dei ragazzi poveri, e soggiunge: — _Ma i miei genitori non
-vogliono perchè dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così._
-
- *
-
-E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano
-nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene
-trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non
-soltanto il ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui
-nessuno dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili,
-sono appagati, e che, non comprendendo ancora che cosa veramente
-sia l'esser poveri, non comprendono che i genitori _non possono_,
-e pensano che _non vogliano_, e dicono come quello: — _E sia così!_
-— rassegnatamente, ma col cuore di chi si rassegna ad un torto. Ah,
-i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo una delle più care e
-delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una delle più
-dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle amarezze
-peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente quei
-fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici.
-Accanto alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia
-bisogno, ci dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa
-desidera; dietro la mano che gli dà un pane, una mano che gli porga
-un trastullo; perchè non basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli
-sorrida; perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso si prepara
-l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà e che odierà i suoi simili
-per vendetta
-
-
-
-
-IL GAROFANO ROSSO.
-
-
-Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava ancora su per le scale
-con la cartella del disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello
-e, appena le fu aperto, si slanciò nella sala da desinare, dove
-l'aspettavano il padre e la madre, coi regali pel suo giorno natalizio.
-
-In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il mazzo di fiori, l'anello,
-il libro illustrato e il canestrino da lavoro, disposti sulla tavola
-apparecchiata, su cui brillava un raggio di sole; poi, ringraziando e
-ridendo, abbracciò e baciò con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si
-lasciò guardare.
-
-Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli ondulati e i suoi
-grandi occhi parevan più neri del solito, e il bel garofano rosso,
-contornato di violette, che le usciva dall'abbottonatura del giubbetto
-bianco, non reggeva al confronto della sua piccola bocca capricciosa e
-imperiosa.
-
-Suo padre stette un minuto in adorazione davanti a lei; e i suoi occhi
-pieni di tenerezza facevano un contrasto singolare coi minacciosi baffi
-grigi che gli andavan dalla bocca alle orecchie. Sarebbe bastato uno
-sguardo a chi che sia per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor
-Mazzi, dalla faccia di vecchio soldato e dalle mani d'antico operaio,
-più temuto che amato dai duecento cinquanta lavoratori della sua grande
-fabbrica d'ombrelli e di bardature, una delle più fiorenti di Torino,
-non era che il servitore umilissimo di quella ragazzina di dodici anni,
-in cui pareva che si fosse affinato ancora il sangue signorile della
-mamma. Bella, figliuola unica, delicata di salute: aveva tutto quello
-che ci voleva per far la tiranna. Una lunga malattia sofferta da lei
-due anni innanzi, a cagion della quale, perduto un anno, ripeteva
-l'ultimo corso elementare nelle scuole del Municipio, aveva ancor
-rinsaldato il suo impero. A ogni sua nuova prepotenza giurava bensì
-il signor Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando un'altra volta
-la vedeva addolorarsi d'una ripulsa o ricorrere all'arma terribile
-del digiuno per far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto,
-le vedeva gonfiar per la collera quel bel collo esile e bianco, come
-se fosse sul punto di schiattare, ogni forza alla lotta gli mancava.
-Faceva ancora un'ultima mostra di resistenza invocando il soccorso
-della signora Mazzi, che con la sua mollezza di bionda grassa e
-linfatica gli consigliava di cedere per la pace, e poi.... cedeva per
-la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo d'Alba una fitta e
-intricata vegetazione di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro,
-non aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà, nato in lei
-e mantenuto vivo da una precoce e quasi maravigliosa intuizione delle
-miserie e dei dolori del mondo che non conosceva.
-
-Quando si credette ammirata abbastanza, disse:
-
-— Papà, ti ho da domandare un favore.
-
-Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio la cameriera ad
-annunziare che il signor Boleri, avvocato criminale e radicale,
-brillante ed entrante, buon amico di casa Mazzi, desiderava dir due
-parole al padrone.
-
-Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina che, fra gli altri
-difetti, aveva anche quello d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò
-all'uscio socchiuso per ascoltare. Ma il dialogo non le arrivò
-all'orecchio che a frammenti.
-
-Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo solito accento gioviale,
-il Mazzi rispose con tutt'altro accento: — Mi rincresce, non posso.
-
-— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai far scomparire il presidente
-onorario della _Fratellanza artigiana_, a cui quel povero diavolo s'è
-raccomandato. È un buon operaio, alla fin dei conti; ha lavorato per
-due anni nella tua fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene.
-
-Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle ragioni che la ragazza
-non intese.
-
-L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta sul serio: — Sta bene,
-— disse; — ma pensa che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova; che
-chiedendoti d'esser riammesso, fa ammenda del suo torto, se pure ti
-fece un torto, e che ha famiglia.... e fame.
-
-Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando. Doveva dare un
-esempio. Avrebbe voluto dir di sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno
-voluto lottare, — concluse, — lui e gli altri della combriccola, e
-hanno perso: tanto peggio per loro. È una guerra a oltranza che si
-combatte fra loro e noi. Io non do tregua. Faccio come essi fanno: mi
-servo di tutte le armi che sono in mia mano.
-
-— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè il Boleri, — contro un
-vinto, che ti chiede grazia.
-
-— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi domani. È inutile che tu
-insista. Ho deciso.
-
-— È la tua ultima parola?
-
-— Me ne dispiace per te, che hai preso la cosa a cuore. È l'ultima.
-
-— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi per uscire, — ti credevo non
-soltanto più pietoso, ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati
-questa, e buon pro ti faccia. Darai alla bambina questo mazzetto. Tanti
-saluti.
-
- *
-
-Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare col viso rannuvolato e
-porse ad Alba il mazzo di fiori.
-
-— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi quell'operaio.
-
-— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì subito di quella durezza,
-e soggiunse benevolmente: — Parliamo d'altro, Albina mia. Avevi un
-favore da domandarmi, m'hai detto?
-
-— Era quello.
-
-— Come, quello? — domandò il padre, stupito, fermandosi in mezzo alla
-sala.
-
-— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a poco a poco, continuando:
-— era quello, appunto; Maria Cinzano, una mia compagna di scuola,
-figliuola di quel tuo operaio; è lei che me n'ha parlato questa
-mattina; m'ha detto: — verrà un avvocato da tuo padre, per raccomandar
-mio padre. Io mi raccomando a te. Faglielo riprendere. È senza lavoro.
-Siamo nella miseria. — E m'ha dato questo mazzettino per la mia festa,
-un garofano rosso. Io le ho detto di sì. Mi puoi dir di no, tu, il
-giorno della mia festa?
-
-E gli saltò al collo.
-
-Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise.
-
-— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso serio, — perchè hai buon
-cuore; non te ne faccio rimprovero. Ma non posso contentarti.
-
-— Ma perchè?
-
-— Il perchè non lo puoi capire.
-
-— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti al signor Boleri. Ma
-non è un buon perchè. E poi.... come ho da fare a andar a dire alla
-mia compagna che m'hai detto di no? E oggi appunto ho da fare un
-componimento sopra un signore caritatevole che salva dalla miseria
-una povera famiglia! In che maniera ho da trovar le idee? Perchè sono
-nella miseria, hai da sapere. Ah! ora capisco. È un mese che la vedo
-cambiata, è dimagrita, chi sa come mangia; vive forse di pan nero; non
-studia più; viene a scuola con gli occhi rossi. Ho da andarle a dire
-che tu vuoi che muoia di fame?
-
-— Non voglio questo, — rispose burbero il padre. — Basta così, e
-mettiamoci a tavola.
-
-— Ebbene, — disse la ragazza, — se non mangia lei, non mangio io.
-
-— Alba!... Ti castigo.
-
-— Castigami!
-
-Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto, voltandosi verso sua
-moglie che stava seduta sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che
-questa ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è mai vista un'audacia
-simile! — E tornò a voltarsi verso la figliuola: — Ma che obblighi ho
-io verso un briccone che mi piantò da un'ora all'altra, quando avevo
-bisogno di lui, e che adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi
-offre un lavoro.... di cui non so che fare? — Poi si voltò da capo alla
-moglie: — Figurati! Un presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato,
-mi mette su una decina di compagni.... fanno tutto il loro armeggio
-sott'acqua.... imbastiscono una specie di Cooperativa.... Poi, un bel
-giorno, si licenziano, e con che arie! Vanno a offrire i loro servizi
-ai miei clienti, brigano al Municipio, fanno parlare i giornali....
-In capo a un anno, si capisce, sono andati a gambe all'aria e ci han
-rimesso quel po' di fondi raggruzzolati non so come.... E io dovrei
-riprendere il caporione! Per far piacere a quel gran protettore di
-tutti i cialtroni disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E si voltò
-un'altra volta verso la ragazza: — Tu non conosci gli operai, povera
-ingenua. Tu non sai che razza di cani son tutti quanti.
-
-— Sei stato operaio anche tu, — rispose la ragazza.
-
-— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli altri; ma per questo li
-conosco, e li tratto come si meritano.
-
-— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti mica diventato ricco tu,
-se non avessero lavorato per te.
-
-Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere che m'hanno fatto una
-grazia. Essi danno a me il loro lavoro; io do loro il mio danaro.
-
-La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma essi te ne fanno
-guadagnare molto più di quanto ne dai.
-
-A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa dici? Chi t'ha
-insegnato a metter fuori di queste ragioni? — E, dopo un momento di
-riflessione, riprese con maggior collera: — Questa non è farina del
-tuo sacco.... È forse la maestra che t'imbecca di codesta roba?... A
-questi lumi di luna, non ci sarebbe da stupire.... Dimmi un po': ho
-indovinato?... Ah, bene! Andrò io a dirle due parole all'orecchio, alla
-tua maestra.
-
-— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza.
-
-— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?... O mi dici chi è, o
-vo dalla maestra domani mattina.
-
-— L'ho letto.
-
-— Dove l'hai letto?
-
-— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando animo; — l'ho letto nei
-libretti che hai tu, che hai portato tu a casa.
-
-— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò il signor
-Mazzi, fremente.
-
-Ed entrò a passi concitati nella stanza accanto, seguitato dalla
-figliuola, la quale, senza ombra di timore, andò difilata a una
-libreria, si chinò e tirò fuori dallo scaffale più basso, di sotto
-a un grande album di disegni di macchine, e porse al padre alcuni
-opuscoletti impolverati. Erano il _Catechismo dell'operaio_, _I
-diritti del lavoro_, _Riflessioni d'un disoccupato_, che il signor
-Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di mano a certi giovani operai
-della sua fabbrica. Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto come
-roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità, li aveva scovati e
-sfogliati.
-
-Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche a te si doveva attaccare
-questa infezione! — gridò, — non ci mancava altro! — E fece a pezzi
-gli opuscoli e li buttò a pedate in un angolo della stanza. — Ed ora,
-— soggiunse, agitando l'indice della destra, — non più una parola al
-proposito, nè ora nè mai! Siamo intesi, o saran cose serie. A tavola,
-signorina.
-
- *
-
-Sedettero a tavola. La figliuola quasi non mangiò. Il padre, risoluto
-a tener duro, finse di non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse
-fermo una volta se non voleva diventare addirittura lo strofinacciolo
-di quella monella. E non disse parola. Ma via via che il desinare
-procedeva ed egli la vedeva ostinata a non mangiare, nonostante le
-placide esortazioni di sua madre, gli andava succedendo nell'animo allo
-sdegno il dolore. Vedete un po'! Una giornata ch'egli si era immaginata
-così allegra! Gli altri anni, in quel giorno, soleva riandare a
-tavola la breve storia della sua figliuola, rammentare le sue amabili
-bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i suoi motti più arguti, i
-primi piccoli trionfi della sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan
-fatto palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre stato una festa
-per lui. Ed ora, doveva vederla digiunare, imbronciata e triste, e
-ingozzare egli stesso un pane avvelenato, col cuore gonfio di dispetto.
-E la guardava di sfuggita, quasi timidamente, perchè conosceva la sua
-caparbietà, e sapeva che era capace, per un punto, di stare a pane
-asciutto una settimana, facendogli soffrir le pene dell'inferno e
-rischiando di buscarsi una malattia. E tutto questo per la bella faccia
-di quel mascalzone di trinciapelli che gli aveva già dato tanti altri
-fastidi! Poter del mondo! Al pensare che pel fatto di costui essa gli
-faceva una tal scena, al ricordar le ragionacce che aveva pescate in
-quegli scellerati libricciattoli per gettargliele in viso con quella
-petulanza, egli non sentiva più alcuna pietà, e si raffermava con tutte
-le forze nella sua risoluzione, e fissava gli occhi su quel visetto
-pallido, contornato di capelli neri, quasi in atto di sfida, come
-per esercitarsi alla resistenza in cui avrebbe dovuto persistere per
-qualche giorno, per restaurare la sua autorità paterna in rovina.
-
- *
-
-Il desinare finì com'era cominciato, tristamente. Finito appena,
-il signor Mazzi uscì a passi risonanti, e la ragazza che, essendo
-giovedì, non aveva scuola dopo mezzogiorno, rimase a casa a far con
-mille stenti il suo esercizio di composizione sull'argomento della
-famiglia indigente e del ricco benefico. La sera, la cena non fu più
-gaia del desinare. La signorina mangiò appena una foglia di lattuga e
-un bocconcino di pane, che finse d'inghiottire a gran fatica, e rimase
-muta e cocciuta. A un certo punto, però, il padre perdè la pazienza, e
-l'attaccò con la signora: — Ma scotiti dunque! Come puoi tollerare...?
-Non hai nulla da dire a un'impertinente che digiuna apposta per
-torturare suo padre?
-
-— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la signora. — Sai pure che
-con questa benedetta creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E
-poi.... insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala una volta, e che
-sia finita. È la più spiccia, mi pare.
-
-Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa! Un bel sistema
-d'educazione! La madre che ha anche meno giudizio della figliuola! Ma
-non capisci che se ripigliassi quello dovrei ripigliare gli altri, e
-che sarebbe un disdoro in faccia a tutti, un atto di debolezza che
-mi toglierebbe ogni autorità nella fabbrica! Ma è possibile che tu
-non intenda mai nulla di queste cose?... Son io, dunque, che ho il
-torto!... Ah, che belle consolazioni mi dà la famiglia!
-
-E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò nella sua stanza, dove
-sedette, al buio, e restò a masticar la sua rabbia; con l'orecchio
-teso, però, aspettando di sentire da un momento all'altro il passo
-della figliuola. Voleva un po' vedere se non sarebbe venuta, come tutte
-le sere, a dargli la buona notte. E, in fondo, egli sperava che in
-quel momento, che è quello della tenerezza, quando tutto s'accomoda fra
-padre e figliuoli, ella avrebbe domandato perdono. Trascorsa mezz'ora,
-infatti, udì il suo passo nell'oscurità, e si drizzò sul busto, come
-per mettersi sulle difese, e non perdonare alla prima. Ma perdette
-un poco della sua forza sentendo che il passo, invece che incerto
-e timido come sperava, era risoluto. Quando si vide davanti l'ombra
-graziosa della sua figliuola, spiccante nel chiarore crepuscolare della
-finestra, fu sul punto di afferrarla e di serrarsela al petto. Ma si
-rattenne.
-
-Essa disse con voce fredda: — Buona notte, papà.
-
-— Non hai altro da dirmi? — domandò il padre.
-
-La ragazza titubò un momento; poi rispose:
-
-— Riprendi il Cinzano.
-
-— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando in piedi. — Ah, questo
-è troppo!... No! Hai inteso? No, mai! mai al mondo, se anche tu
-digiunassi per un mese!... Va a letto.
-
-La ragazza se n'andò, senza rispondere, a passi di ribelle.
-
- *
-
-Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per la casa, il signor Mazzi
-si soffermò, col lume in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba, e
-pose l'orecchio al buco della serratura. Sentì il suo respiro regolare:
-dormiva. Nondimeno dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio
-pian piano e, mettendo una mano davanti alla fiammella della candela,
-entrò in punta di piedi. La ragazza stava supina sul letto, con tutto
-il busto coperto. Non gli era mai parsa così bella e così gentile. Ma
-sul suo viso assopito era ancora dipinta la tristezza; il suo labbro
-inferiore sporgeva un poco, nell'atteggiamento della bocca dei bambini,
-quando si lagnano d'un torto e son lì per piangere; il suo respiro gli
-parve affannoso. E a un tratto egli rabbrividì, osservando che aveva le
-braccia incrociate sul petto, come una morta. Alla sua immaginazione
-eccitata sembrò che quel nasino si fosse assottigliato, che quel
-viso fosse già dimagrito, da mezzogiorno in poi. Ansioso, le prese
-delicatamente le mani, per disgiungerle, che non le facessero pressione
-sul cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto, vedendo fra le sue
-dita una macchia rossa, che pareva di sangue. Guardò meglio e riconobbe
-il garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase pensieroso. Povera
-Alba! Si teneva il fiore dell'amica sul cuore. Era pure affettuosa e
-buona! E gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza che, pure in
-quel momento, dormiva forse anche essa col respiro affannoso, agitata
-in sogno da una dolce speranza o da un presentimento sinistro. Ma si
-ribellò subito alla pietà che stava per vincerlo e gli prese un nuovo
-senso di sdegno al pensare che quei bricconi avevano scaltramente
-abusato della bontà della sua figliuola per giungere al loro fine, e
-turbata la pace della sua casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma essa
-pure.... aver di quelle idee, alla sua età, nella sua condizione!
-Infetta di socialismo.... la sua creatura! E pensò di levarle quel
-fiore contagioso dalle mani per rimetterlo nel bicchier d'acqua ch'era
-sul tavolino da notte. Ma un senso di delicatezza lo rattenne. E dopo
-averla guardata affettuosamente un altro po', usci adagio adagio,
-e se n'andò a dormire...; ma vedendosi ancora dinanzi la bambina
-addormentata, con quella macchietta rossa sul petto, che pareva una
-ferita al cuore.
-
- *
-
-La mattina dopo egli non andò, come di solito, a darle il buon giorno
-a letto. Alba ne fu afflitta, perchè sperava che col bacio mattutino
-egli le avrebbe portato il consenso desiderato. E si levò col fermo
-proponimento di proseguire la lotta. Andò nella sala da desinare, dove
-l'aspettava il caffè e latte, mise sulla tavola, come un'insegna di
-guerra, il bicchiere d'acqua col garofano rosso, sedette davanti alla
-tazza fumante, fece in là il pane con la mano, e stette aspettando che
-s'affacciasse all'uscio suo padre per fargli vedere che persisteva nel
-digiuno provocatore. Suo padre s'affacciò, in fatti; e data un'occhiata
-obliqua al pane intatto, corrugò la fronte e richiuse l'uscio. Allora
-Alba sbattè il cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma sperava
-ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine di cogliere ogni mattina un
-fiore dai vasi del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello del
-soprabito perchè uscisse con un suo ricordo. Sarebbe uscito, quella
-mattina, senza il fiore?... Pareva di sì, pur troppo, perchè l'ora
-della scuola s'avvicinava ed egli non ricompariva. Infine, si dovette
-risolvere ad andare a prendere i libri nella sua camera. Suo padre ne
-uscì mentr'essa v'entrava. Era forse andato, come altre volte, a legger
-di nascosto il suo componimento italiano. Le parve un buon segno.
-Tossì. Ma quegli non rispose. Oh! come si sarebbe piegata a supplicarlo
-con le più dolci parole per non dover andare alla scuola con la
-vergogna di quel _no_ sulla fronte! Ma conosceva addentro suo padre,
-la machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo certo di spuntarla
-con lui non era quello di deporre le armi e di chinare la testa. E
-non si mosse. Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto, con
-un'ultima speranza.... Ahimè! Il passo paterno s'allontanò, l'uscio di
-casa s'aperse e si richiuse, e la sua ultima speranza si spense.
-
- *
-
-S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera, col cuore pieno di
-tristezza e di confusione, rallentando il passo e soffermandosi a ogni
-tratto per giunger tardi, quando tutte le sue compagne fossero già
-nei banchi e Maria Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E diceva
-tra sè, amaramente: — O non sa ancor nulla, e mi verrà incontro piena
-di speranza, col viso buono e sorridente, e allora con che cuore le
-darò la triste notizia? O le han già dato la notizia, e la vedrò più
-pallida del solito, scoraggiata, con gli occhi pieni di lacrime, e come
-potrò reggere a quella vista? — Ma la ragazza non le si presentò nè con
-l'uno nè con l'altro di quei due aspetti. Entrando nella scuola, nel
-punto che v'entrava la maestra, essa la vide seduta al suo posto, nel
-primo banco, e incontrò subito i suoi occhi, che l'aspettavano. Come le
-trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo, sarcastico, quasi feroce,
-che quella le vibrò di sotto in su, mordendo l'asticciuola della
-penna! Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso bieco d'una
-nemica, la dichiarazione d'una guerra sorda e implacabile, che non le
-avrebbe lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per sentimento
-d'alterezza, si fece forza, e dovendo passar davanti alla compagna per
-andare al suo banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore. Fu
-peggio per lei. Maria Cinzano, quand'essa le passò accanto, ebbe il
-tempo di dirle all'orecchio, con voce soffocata e fischiante: — Tuo
-padre non ha cuore.
-
-Alba sentì come un colpo di stile che le forasse la tempia, e andò
-ai posto a passi ineguali, smorta, con gli occhi offuscati come da
-una nebbia. La maestra incominciò la lezione; ma essa non sentì.
-Le risonavano di continuo all'orecchio, come un fischio mordente,
-ripetuto mille volte, quelle terribili parole. Provava un sentimento di
-pietà amara per suo padre, un misto di avvilimento e di rabbia, e una
-tristezza profonda. Lanciava ogni tanto uno sguardo alla sua nemica,
-che le voltava la schiena, curva sul banco, e sentiva a vicenda un
-violento bisogno di vendicarsi e una viva e triste pietà alla vista di
-quelle spalle ossute e di quel collo sottile, che la facevan pensare
-alle privazioni e agli stenti a cui il padre suo la condannava. E si
-stringeva il capo fra le mani e faceva un grande sforzo per non dare in
-uno scoppio di pianto.
-
-La maestra, — una buona madre di famiglia, che, di nascosto, mentre
-faceva lezione, rimendava i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò,
-a traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso mutato della ragazza,
-e per distrarla dalla tristezza, senza domandargliene la cagione, la
-chiamò a leggere il componimento sul quaderno, come solevan far tutte,
-accanto al proprio tavolino, mentre essa seguiva la lettura sulla bella
-copia.
-
-Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco, dove la maestra
-troneggiava. Le mancaron quasi le forze quando si trovò là, sola, in
-faccia alla scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era un nuovo
-e peggior supplizio per lei il dover leggere ad alta voce, a un passo
-dal primo banco, quasi sul viso di Maria Cinzano, quel componimento
-malaugurato, in cui si decantava un signore benefico, che con un atto
-generoso e delicato salvava dalla disperazione una famiglia povera ad
-era colmato di grazie e di benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò
-a leggere con voce fioca e con gli occhi velati, come avrebbe letto un
-atto d'accusa contro di sè e contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva
-lo sguardo iroso della sua compagna confitto nel suo viso, sentiva
-che a ciascuna delle sue frasi sulla carità e sulla gentilezza del
-signore immaginario, guizzava un sorriso di scherno su quella bocca a
-cui suo padre rifiutava il pane. A un certo punto, forzata da non so
-qual curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento dalla lettura, e
-vide quello sguardo, vide quel sorriso. La voce le si spense, le salì
-al viso un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le dita. Si vinse,
-nondimeno, e riprese a leggere col viso sempre più pallido, con la voce
-sempre più fioca. Ma, ad un tratto, quando voltò la pagina per leggere
-le ultime righe, i suoi occhi si fissarono, dilatati, sulla facciata
-di destra, dove non c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di
-inaspettato, che risplendesse.
-
-— Vada avanti, — disse la maestra.
-
-Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono, il suo viso
-s'accese, il suo petto si gonfiò. All'improvviso, con un atto
-impetuoso strappò il foglio dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano,
-che, stupita, lo afferrò per aria e lo fermò sul banco. La maestra,
-maravigliata, stette a vedere. Quella lesse, e rimase un momento come
-trasognata; poi pose un braccio a traverso il foglio, chinò la fronte
-sul braccio, e si mise a piangere. Allora Alba saltò giù dal palco e
-baciò la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio intorno al collo
-e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami.
-
-Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — _Dirai a
-Maria Cinzano che suo padre può ritornare alla fabbrica e che sarà il
-benvenuto._
-
- *
-
-Palpitando di gioia e di gratitudine, appena finita la scuola, Alba
-divorò la strada di casa sua, facendo trafelare la cameriera che la
-seguiva. Per poco non strappò il cordone del campanello, entrò nella
-sala da desinare come un colpo di vento, si gettò d'un salto sul
-petto di suo padre, e gli coperse il viso di baci, senza parlare, con
-una foga che gli mozzò il fiato e gli fece brillar due lacrime negli
-occhi. Dopo l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale dell'avvocato
-Boleri, con cui il signor Mazzi, che aveva anticipato il pranzo, stava
-per uscire.
-
-— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma non credere che
-siano le tue scenate d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E la
-madre, con la sua dolcezza flemmatica, soggiunse sorridendo: — È stato
-il mazzetto che t'ha visto fra le mani, mentre dormivi.
-
-— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò la ragazza, battendo le
-mani.
-
-— Come, _una buona idea_? — domandò il padre meravigliato.
-
-— Ma sì! — rispose Alba, con un sorriso fine; — l'idea del mazzetto.
-Io sentii che ronzavi attorno all'uscio; sapevo bene che avresti
-finito con entrare. Adora presi il mazzetto di Maria Cinzano e finsi
-di dormire. Pensai: Papà è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul
-cuore s'intenerirà.... e farà quello che voglio.
-
-L'avvocato Boleri diede in una risata.
-
-Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah! questo è male! È
-stata una finzione! Questo mi amareggia tutto il piacere!
-
-— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non hai tu detto che volevi
-combatter gli operai con qualunque arma? La tua figliuola ha messo in
-pratica il tuo principio, per il suo fine.
-
-— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli le braccia, — non mi far
-quel viso, poichè sei stato così buono. Ora tu sei in collera e io non
-voglio. — E slanciatasi in un canto della sala, prese dal bicchiere
-il garofano dell'amica, glielo infilò nell'occhiello e gli disse: — Va
-alla fabbrica di buon umore. Ci troverai il Cinzano. Trattalo bene come
-hai promesso sul quaderno; pensa che hai sul cuore il fiore della sua
-figliuola.
-
-Il padre la guardò un momento, e poi le diede un bacio sulla fronte.
-
-Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a denti stretti, la sua
-frase solita:
-
-— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che la vince.
-
-— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è la prima! Voglio
-dire che è la prima di una nuova serie di vittorie.... come la tua
-figliuola è forse la prima di una nuova generazione di signorine. Tutte
-le grandi lotte sociali, caro mio, cominciano in scaramucce tra padri
-e figliuoli. La famiglia è il primo laboratorio d'ogni idea nuova. Che
-ci vuoi fare? Tu credi che la tua figliuola sia soltanto più buona di
-te; è invece anche più giusta, e vede più lontano. Tu sei il secolo
-decimono; lei è il ventesimo; _l'un contro l'altro armato._ E poi, si
-chiama Alba. Le hai dato un nome profetico, caro mio. Preparati alla
-lotta, e confortati pensando che in mille altre famiglie come la tua
-seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè, in questa lotta, non
-saranno i vecchi quelli che vinceranno.
-
-— Sciocchezze! — ribattè il Mazzi, aggrottando le sopracciglia, e, come
-per distrazione, fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello.
-
-— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli la mano, — non
-sarebbe gentile.... E poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane
-socialista.
-
-Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, e ritenne il fiore.
-
-
-
-
-ADOLESCENTI
-
-
-
-
-SUI BANCHI DEL GINNASIO
-
-(Frammento).
-
-
- . . . . . . .
-
-Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, tutto tappezzato di
-carte geografiche e d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo
-in mezzo a due lunghissime file di cappotti appesi alle pareti, che
-davano al ginnasio l'aspetto d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio
-secondo il suo solito, come se portasse in corpo tutta la scienza che
-s'era insegnata da vent'anni nelle stanze affidate alla sua scopa.
-
-A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di sè, si voltò in tronco,
-e fece un saluto dignitoso al professore Carati che andava alla sua
-classe.
-
-Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno spintone i battenti, e
-in quattro passi impetuosi, come se pigliasse la rincorsa per un salto,
-salì sulla cattedra.
-
-La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da due finestroni, tutta
-bianca e nuda, fuorchè dalla parte della cattedra, dove pendevano alla
-parete un crocifisso e il ritratto del re, tra una grande lavagna e un
-planisferio, — era occupata da dieci banchi neri, divisi da una corsia,
-tutti pieni di alunni. In un banco a sinistra del professore c'erano
-quattro ragazze. Nei due penultimi spiccavano le uniformi orlate
-di rosso e luccicanti di bottoni metallici di dieci convittori del
-_Vittorio Emanuele_. Erano in tutto una cinquantina di scolari, cento
-occhi vivi, ridenti, petulanti, curiosi, paurosi, fissi negli occhi
-d'un solo.
-
-Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali un par di pupille
-piccolissime e nerissime, che, quando le fissava in faccia a qualcuno,
-gli faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e freddo come un
-succhiello. Quella mattina aveva l'occhio sinistro ammaccato da un
-librone cadutogli sul viso da uno scaffale alto della sua libreria. Era
-un ometto di media statura, con un naso ardito, con una bocca a taglio
-di rasoio, con certe mandibole rilevate come se ci avesse due noci tra
-pelle e pelle; piantato su due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando
-era ritto, presentavan di profilo la forma di due archi rientranti
-inflessibili. Egli era venuto su fin da ragazzo per forza d'una
-volontà indomata, conquistando tutti i posti gratuiti dal Convitto
-_Vittorio Emanuele_ al Collegio delle Province, ed era allora, oltre
-che professore al Ginnasio, libero docente all'Università e ufficiale
-di complemento degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto per le
-lunghe marce in salita, e per la lotta con le bufere. Come non aveva
-mai avuto indulgenza per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava
-gli scolari come soldati d'una compagnia di disciplina; giusto,
-risoluto, e dopo che aveva deciso, inesorabile. Le sue punizioni erano
-fulmini senza tuoni e senza lampi. E in tutto agiva così a scatto
-di molla. Moveva delle domande improvvise che facean l'effetto di
-stoccate in pieno petto; diceva dei _no_, dei _mai_, dei _via_, che
-facevan trasaltare la scolaresca come lo scoppio d'un petardo. Per
-far sentire la forza del latino pronunziava certe frasi, una di Livio
-specialmente: _exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et spoliat;
-duce ostium occiso urbem primo impetu capit_, in modo che pareva di
-sentir scalpitare dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva
-_bocciare_ e _bocciato_ con tante ci che ai paurosi degli esami metteva
-un brivido per le ossa. Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un
-occhio di lince e un udito di gatto; si spiegava con grande chiarezza,
-senza una parola superflua; e, terminata la lezione con un taglio
-netto, andava via di volo, cacciando da sè interrogatori, adulatori,
-parenti, e in special modo le mamme appiccichine, come uno sciame di
-mosche. Aveva — come dicevano — _il latino nero_, — e trentadue anni.
-
-Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, fece raccogliere i
-lavori dai caposquadra, e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce
-alta: — Votini! —
-
-Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, figliuolo d'un
-banchiere, s'alzò stentatamente, coi muscoli ancora indolenziti da
-una lunga corsa sul velocipede, e rimase piegato a mezzo, con le mani
-appoggiate al banco, come per iscomodarsi il meno possibile.
-
-— La lezione, — disse il professore.
-
-Eran quattro regole sull'uso dei casi.
-
-Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, rimase in asso.
-
-— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. Mi scriverà quaranta
-volte queste regole per posdomani.
-
-Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo della bocca al suo vicino,
-per mostrare che s'infischiava del latino e dei suoi ministri.
-
-— Annina Rosetti, — disse il professore.
-
-Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso il banco delle
-ragazze per vedere se il professore avrebbe usato delle preferenze.
-E d'in fondo al banco s'alzò una ragazzina di undici anni, vestita
-a lutto, piccolina, con un viso gentile e timido, che si coprì di
-rossore. Capiron tutti che non era sicura del fatto suo.
-
-La ragazza, infatti, espose con voce tremante, poco bene, le due prime
-regole, — tartagliò la terza, — storpiò la quarta.
-
-Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti
-i ragazzi si guardarono, scambiando un sorriso di approvazione:
-riconoscevan la giustizia. La ragazza sedette, con le lacrime agli
-occhi.
-
-Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran tutti fondati
-sull'esame bimensile, che non avrebbe lasciato al professore il tempo
-d'interrogare.
-
-Il professore chiuse il registro con un colpo secco; poi, con un
-accento che faceva d'ogni parola una frustata, disse: — Poltroni:
-non avete vergogna a mangiare il pane dei vostri parenti? Voi, per le
-vostre famiglie, non siete che animali domestici; e ancora.... questi
-servono a qualche cosa. Vi dovreste coprir la faccia con le mani quando
-incontrate per la strada i ragazzi del popolo che lavorano dieci
-ore il giorno nelle officine. Voi dite: Gli uni lavorano, gli altri
-studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate voi da mettere in
-confronto con le loro fatiche? Voi convertite in una ingiustizia odiosa
-la superiorità di condizione sociale in cui vi ha messi la fortuna. La
-vostra poltroneria è un insulto alla fanciullezza povera che stenta e
-lavora. E osate parlar di patria nei vostri componimenti! La patria ha
-bisogno d'intelligenze colte e utili, e voi le preparate dei parassiti
-ignoranti. Non avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma, badate:
-cadrete nella mota a mezza via, e i valorosi vi passeranno sul ventre.
-Intanto, non sperate compassione in fin d'anno, nei giorni in cui i
-codardi piangono. Io vi schiaccierò. Scrivete.
-
-E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema d'esame: un passo di
-Cornelio da voltare in italiano e due periodi italiani da tradurre in
-latino.
-
-Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger prima attentamente il
-passo da tradurre per veder di coglierne il senso generale, si buttaron
-subito sui vocabolari a cercar le parole della prima frase, anche
-quelle che sapevano. E per un pezzo non si sentì più nella scuola che
-il fruscìo dei libroni scartabellati.
-
-La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi, coi suoi lineamenti
-regolari di santina di frate Angelico, sui quali non si vedeva mai
-l'espressione d'uno sforzo intellettuale. Quando intoppava in una
-difficoltà, posava la penna, e, fissati gli occhi chiarissimi sulla
-finestra, cominciava a riflettere, a girare lentamente col pensiero
-intorno al punto difficile, come un ufficiale con lo sguardo attorno
-a una fortezza nemica; e se qualche rumore la scoteva, si voltava a
-guardare, stupita quasi che ci fossero altri che lei nella scuola. Vico
-Nelli, suo vicino di banco ed amico, la guardava tratto tratto, dal
-secondo banco di destra, pensando con invidia a quella mente pacata
-in cui tutte le idee si posavano pronte e nette come le immagini sur
-uno specchio; mentre lui, come gli diceva sua madre, capiva, è vero,
-e ricordava, ma tutto a mezzo, e aveva la testa piena di nozioni
-indeterminate e ondeggianti, come il linguaggio della musica, che
-studiava da due anni; e passandosi sulla fronte la mano larga e
-pallida, cercava di mettere in atto il consiglio di sua madre, la
-quale imparava il latino con lui: “non passar mai alla traduzione
-d'una proposizione secondaria senza esser certo d'aver tradotto bene la
-principale, per non correr pericolo di frantenderle tutte.„ E ripeteva
-tra sè: — vediamo; vediamo; — ma il motivo della fantasia dell'Alard,
-che il maestro di violino gli aveva data per lezione, non gli lasciava
-raccogliere le idee. Ma il più agitato di tutti era un certo Morelli,
-seduto all'altra estremità dello stesso banco, — figliuolo d'un
-impiegato del Registro, — timido per natura, e affetto per giunta d'una
-malattia particolare, tutta scolastica, che i medici hanno ancora
-da definire, — un terrore degli esami, degli studi, dei professori,
-di tutto quanto avesse relazione con la scuola, — terrore che
-gl'ingigantiva il concetto di tutte le difficoltà, che gli scompigliava
-in capo davanti alla cattedra la lezione saputa perfettamente fino a
-un minuto innanzi, che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza,
-nel momento della prova, alla idea più semplice, alla domanda più
-chiara. Passato a stento dalla 1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento
-addosso del pericolo corso, come uno scampato a un eccidio, e a otto
-mesi di distanza gli opprimeva già l'anima il pensiero dei nuovi
-esami. Arrestato da una difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli
-cominciava ad affannarsi, come sempre, sfogliando con mano concitata
-dizionari, Esercizi e grammatica, e lanciando da ogni parte delle
-occhiate di naufrago che invoca soccorso.
-
-I due veri principi della classe, superbamente sicuri del fatto
-proprio, erano il Derossi e il Carpini, seduti alle estremità di
-due banchi vicini, in modo che la corsia soltanto li separava.
-Erano differentissimi fra di loro, sotto ogni aspetto. Il Derossi,
-figliuolo d'un ricco fabbricante di seta, biondo, bello e riboccante
-di vita, aveva un'intelligenza larga e brillante, riscaldata da un
-cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione. Il Carpini,
-per contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una figura secca, che
-mostrava più anni di quelli che aveva, con una testa piccola e fatta
-a punta, coperta di capelli neri appiccicati come se si fosse tuffato
-nell'acqua, con due occhi grigi e freddi, un po' loschi, nei quali
-non passava che a momenti un vivo balenìo, aveva un ingegno meno
-pronto e meno vasto, ma più fermo e più esatto di quello del Derossi.
-Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente che la sua carriera
-d'ingegnere: contava già sulle dita ogni giorno gli anni del ginnasio,
-del liceo, dell'Università e del Valentino, meditando dei salti e
-delle scorciatoie; e non gli premeva tanto di levarsi in alto quanto
-d'arrivar lontano, e il più presto che avesse potuto. Trattava già i
-suoi compagni come concorrenti; non aiutava nessuno; non amava nessuno;
-avrebbe, potendo, rubato le frasi latine e le regole al cervello dei
-suoi colleghi, non tanto per arricchir sè quanto per spogliar loro;
-combatteva già, senza scrupoli, la lotta per la vita, con un intuito
-precoce delle durezze del mondo, e con la coscienza sicura che nella
-società egli sarebbe stato coi lupi e non fra gli agnelli. Fin dai
-primi giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi l'uno di fronte
-all'altro, come due campioni che si sarebbero disputati la primazia; ed
-essi, indovinatisi a vicenda, non s'erano ancora scambiati una parola
-in due mesi, benchè due volte la settimana si trovassero insieme a
-tirar di scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove andava pure il
-Votini. Ma il Carpini, che all'ammirazione dei compagni non teneva gran
-fatto, non si appassionava punto in quella specie di rivalità pubblica;
-mentre l'altro, caldo di natura, abituato a primeggiare e un po'
-gonfiato da sua madre, era gelosissimo, e si preparava a combattere con
-tutte le forze. Questo si vedeva benissimo dal loro contegno, quella
-mattina. Il Carpini lavorava quieto e raccolto; il Derossi era eccitato
-e, scrivendo, sbirciava a ogni poco il vicino, con un sorriso nel quale
-già si riconosceva il difetto che gli andava crescendo nell'anima da un
-anno: la vanagloria.
-
-Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo di nome Pitto, passato dalla
-1ª alla 2ª per un miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, —
-lo zimbello della scuola, — una di quelle povere creature assolutamente
-inette agli studi, — le quali dicono e scrivono gli spropositi enormi
-che passano in tradizione — che imparan la lezione senza intenderla
-e traducono a caso — vittime innocenti della scuola, instupidite e
-schiacciate ogni giorno di più dalle difficoltà che s'accumulano, e
-come perduti in un caos tenebroso di idee e di parole, in cui vanno
-brancolando alla cieca fin che un professore abbia l'onesto coraggio
-di consigliare i loro parenti a liberarli da quel supplizio inumano. Il
-povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima parola, domandava tratto
-tratto una spiegazione al Carpini, il quale gli rispondeva in fretta,
-senza curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio come prima,
-guardava per aria, con l'espressione rassegnata e indifferente d'uno
-assuefatto a quegli impicci, e che non spera nè teme più nulla. Ogni
-tanto, mosso a compassione, gli suggeriva una parola o una frase un
-convittore, che stava nel banco dietro al suo.
-
-Costui, di nome Borzini, era il bello spirito della classe, uno dei
-diavoli più indiavolati del _Vittorio Emanuele_, che aveva sempre
-qualche ammaccatura, o lividura, o gonfio, o graffio, o una mano o
-la testa fasciata, in conseguenza di pugilati o di cadute che gli
-fruttava la ginnastica temeraria e matta a cui s'abbandonava durante
-le ricreazioni. Il suo ideale era di diventare ufficiale d'artiglieria.
-Caricaturista, imitatore di voci e di gesti, motteggiatore terribile, —
-studiava poco; ma con certe sue furberie e industrie, che gli giovavano
-molto; e aveva una grande immaginazione sregolata, che gli faceva tirar
-giù dei componimenti interminabili, pieni di scorrezioni e di idee
-e frasi originali, per lo più comiche; e una memoria maravigliosa,
-ma non sorretta dalla riflessione; nella quale, come in un magazzino
-di strada ferrata, entrava affollatamente una gran quantità di
-roba da una porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora dopo la
-dettatura del tema, egli non aveva ancora tradotto che una frase:
-stava facendo la caricatura d'un certo Pantone, suo compagno, il quale
-ripeteva la 2ª dopo aver ripetuta la 1ª ginnasio e la 4ª elementare:
-e lo rappresentava vecchio come l'alleluia, ancora alunno della 5ª
-ginnasiale, che accompagnava a scuola i suoi figliuoli, già liceisti.
-
-Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in mezzo agli altri ripetenti,
-era il più attempato della classe: un ragazzone sonnolento e molle, che
-incretiniva lentamente e dolcemente, rattrappito dentro a una scorza
-d'indifferenza così spessa, che nessun rimprovero di professore o di
-parente arrivava neppur più a passargli la prima pelle. Vorace come
-un bufalo, egli si consolava di qualunque più clamorosa “topica„ con
-la idea d'una data pietanza o minestra che avrebbe mangiato la sera, o
-con la gioia infantile di poter aggiungere un oggetto nuovo a una sua
-strana collezione, composta di pelli di topo, di bottelli di scatole
-di Liebig, di caratteri tipografici, di calamite, di prismi di vetro,
-di carte asciuganti di tutti i colori, che non usava, e che serbava
-pulitissime. Egli se ne stava lì inerte, con la schiena arrotondata,
-come un grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione
-prediletta di sforacchiarsi con la punta d'una penna la pelle della
-mano, che s'era ridotta come la mano d'un crocifisso; e aspettava le
-dieci per risolversi a copiare il lavoro da un altro.
-
-Un altro bel personaggio era un ragazzo di nome Fossotto, seduto in
-fondo al primo banco di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e
-sano di montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di Val Vermenagna,
-dove stava suo padre, capomastro, che aveva rammucchiato qualche
-migliaio di lire e voleva far del figliuolo “un uomo di scienza„ mentre
-questi, invece, aveva per aspirazione suprema di essere un giorno
-impiegato postale del “servizio mobile„ e ciò per aver visto una
-volta, durante una fermata di treni, l'interno d'un _vagone-posta_,
-con l'impiegato dentro, che scriveva e fumava. Era un testone ben
-costrutto, un piccolo studente posato, che rivoltava adagio adagio
-e per tutti i versi le frasi latine, e le metteva le une sulle altre
-con gran riguardo, come già aveva fatto coi pietroni da bimbo, nella
-sua valle nativa, quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli a
-fabbricar muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmente _risurte per li
-rami_ le virtù manuali del padre. Questi l'aveva messo a una magra
-dozzina da una vedova sua conoscente; pretendeva che, per esercizio,
-gli scrivesse le lettere in latino, ch'egli si faceva tradurre dal
-parroco; e veniva a Torino una volta al mese ad aspettarlo all'uscita
-della mattina davanti alla porta del Ginnasio, dove lanciava occhiate
-furibonde ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle spalle delle
-studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti che passavano sul
-corso Siccardi. Il figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del
-padre, la testa rapata, delle grosse camicie di fil di canapa, e un par
-di scarpacce, che si guardava ogni momento per verificarne lo stato.
-Ed era diligente nello studio, benchè non leggesse nè scrivesse una
-sillaba più del necessario; pien di buon senso; punto affettuoso con
-gli amici; ma incapace d'un'impostura. L'unico suo tormento era quello
-d'esser canzonato dalla scolaresca per la sua barbarissima pronunzia
-italiana: perchè pronunziava come se avesse la bocca piena di pasta,
-e i muscoli labiali ribelli alle parole lunghe, e gli era negata dalla
-natura l'_esse ci_; tanto che il convittore Borzini gli aveva messo il
-soprannome di _vovo al gussio_.
-
-A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il suo rovescio, figliuolo
-d'un padre troppo buono, che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto
-di vizi; fannullone, mellifluo, adulatore, impostore, invidioso; una
-vera mela marcia messa a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte,
-un curioso originale, figliuolo d'un illustre professore d'anatomia,
-una faccia rugosa di vecchio commediante, che il convittore Borzini
-aveva soprannominato l'_astro spento_, perchè era stato un fanciullo
-miracoloso nella 3ª e 4ª elementare, aveva avuto sei mesi di celebrità
-nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto — come se gli si fosse spezzata
-la molla della volontà sotto la pressione delle lodi, — non aveva
-più fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i mediocri, e da
-questi fra gli ultimi, non conservando più dell'antica grandezza che
-un perpetuo sorriso tra minaccioso e sprezzante, che diceva: — Guai se
-volessi! — Pover a voi se mi ci rimetto! — Ma non ci si rimetteva mai,
-e non era più che una superba rovina intellettuale.
-
-Nel banco delle ragazze, — tra Maria Bianchi, che toccava i quattordici
-anni, e Annina Rosetti, una sensitiva, che diventava smorta a veder
-leticare due compagni all'uscita e s'imporporava a ogni interrogazione
-del professore, — c'erano due alunne che facevano un vivo contrasto
-tra di loro. Una certa Italia Marri, rossa di capelli, fatticcia della
-persona, diritta come un colonnino, di voce e di mosse maschili, —
-sempre rannuvolata con le compagne — imperterrita davanti al professore
-— e facile ad irritarsi con tutti; alla quale il Borzini aveva posto
-il soprannome di _russa_ per la sua somiglianza con una studentessa
-russa dell'Università di Zurigo, di cui aveva visto la fotografia;
-e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria, una bella ragazza
-vanerella, che s'era data agli studi classici per questa sola ragione,
-che le aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa studentessa
-di legge, la quale aveva sostenuto gli esami pubblici di laurea, due
-anni prima, con un vestito nero che le stava dipinto. Comparire un
-giorno in quella stessa aula universitaria, vestita in quella maniera,
-in mezzo agli applausi, era da due anni la passione, il sogno della
-sua vita. Ma la signorina studiava pochino, aveva il vezzo di fare
-tutti i sostantivi femminili, e una repugnanza innata al corretto uso
-del soggiuntivo. In compenso, rideva a ogni proposito e sproposito,
-per mostrare il doppio giro dei chicchi bianchi; rideva tanto che, se
-ogni volta che apriva la bocca le fosse entrata dentro una regola di
-grammatica, eh! ne avrebbe potuto insegnare a Tommaso Vallauri. Ed era
-questa illusione forse che le faceva guardare dall'alto al basso il suo
-sesso — _digiuno di studi classici:_ — una sua frase prediletta, che
-aveva trovato in un articolo bibliografico del giornale l'_Eleganza_.
-
-Questi erano i personaggi principali della classe; gli altri, i soliti.
-Qualche ragazzo d'ingegno, che aveva poca volontà; alcune intelligenze
-mediocri, molto studiose; dei giovanetti poveri e buoni; dei signorini
-villani; parecchi somarelli di nascita, una decina di mascalzoni, e il
-resto, nè carne nè pesce.
-
-Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora e mezzo. Poi molti
-cominciarono a lanciar occhiate al Derossi e al Carpini, curiosi di
-vedere chi dei due avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per il primo,
-in faccia alla classe, il giudizio del professore; perchè l'aver fatto
-meglio in minor tempo sarebbe stato una doppia vittoria.
-
-Il Derossi, avendo perso un po' di tempo ad aiutare i vicini, era
-rimasto un po' indietro. Ma quando vide, con la coda dell'occhio, che
-il Carpini stava per finire la copiatura, piccato, s'affrettò, e riuscì
-a terminar la pagina mentre l'altro ci scriveva su il nome.
-
-Tutti e due scesero dal banco nello stesso punto, in modo che si
-toccarono con le spalle, andarono tutti e due insieme alla cattedra,
-e porsero tutti e due a un tempo il lavoro, l'uno a destra e l'altro
-a sinistra; poi tornarono l'uno accanto all'altro al loro posto, il
-Derossi col viso acceso, il Carpini indifferente, — senza guardarsi.
-
-Il professore si mise a leggere i due lavori.
-
-Tutti alzarono il capo e stettero attenti per indovinare il giudizio
-dal suo viso. Ma, terminata la lettura, il viso del professore rimase
-impassibile.
-
-Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti consultando a ogni
-minuto l'orologio (c'erano nella classe tredici orologi); e in pochi
-minuti quasi tutti finirono e rimisero il foglio. Una delle prime fu la
-_russa_, che il professore rimproverò per un grosso sgorbio che aveva
-fatto nel margine.
-
-— M'è cascata la penna, — disse la ragazza, un po' secco.
-
-— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose il professore sullo stesso
-tono.
-
-E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è un delitto.
-
-Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa.
-
-Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise a dare la pagina con
-parecchie righe lasciate in bianco, e la diede con l'aria avvilita e
-triste del colpevole che fornisce volontariamente al giudice le prove
-del suo delitto. Poi fu il Morelli, preso da un tale affanno che,
-avvicinandosi alla cattedra, incespicò e dovette afferrarsi a un banco,
-fra le risa sommesse di tutti i compagni: eccettuata Annina Rosetti,
-che gli diede uno sguardo furtivo, pieno di pietà e di simpatia. E
-dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva per massima di esser sempre
-uno degli ultimi, e se era possibile, l'ultimo — per prudenza. Ma
-quella mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti col viso
-scarlatto, in punta di piedi, così timida e leggiera, che pareva
-dovesse svanire da un momento all'altro come una larva. In quel punto
-comparve sull'uscio il bidello e diede con accento grave il solito
-_finis_; a cui seguì immediatamente un rimescolio affrettato di tele
-cerate, di zaini e d'assicelle, e un rumor sordo di quaderni e di libri
-sbattuti; al di sopra del quale si sentì, come sempre, lo strepito
-indecente che faceva Pantone. Perchè questo bertuccione intorpidito e
-sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio al momento di riporre
-i libri, e metteva in quell'operazione tutta la vitalità che gli
-rimaneva; premeva i volumi stringendo i denti, serrava le cinghie con
-vigore erculeo, pareva che provasse un diabolico piacere a stroncare lì
-dentro Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per vendicarsi
-dei tormenti e delle umiliazioni che gli avevano inflitte per il
-passato; ed era così furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci
-si sbucciava le mani.
-
-Un gesto del professore ristabilì all'improvviso il silenzio. Egli
-assegnò la lezione e il lavoro, triplo di quel del dì precedente.
-Poi, per finire con un monito soldatesco, com'era suo solito, disse, o
-piuttosto _sparò_ queste parole: — Studiate, dunque, faticate. Siate
-brutali con voi stessi. Giù dal letto avanti giorno, — una tuffata
-del capo nell'acqua fredda, — quattro rotazioni delle braccia, — e
-al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è dura per tutti. A nulla si
-riesce senza soffrire. L'hanno bandita i fiacchi la sentenza che la
-vita degli studi è la vita della quiete e della sicurezza. Anche negli
-studi i valorosi cimentano la salute e la vita, e molti ne muoiono
-— onoratamente. Si può anche sul banco della scuola essere eroi.
-Scotetevi, se avete dell'alterezza e del sangue....
-
-Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di parlare invano, e disse con
-accento sdegnoso, accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono, in
-silenzio.
-
-Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita, il Votini s'avvicinò
-al Derossi, e gli domandò se sapeva dove stesse dì casa Garotti, il
-loro antico compagno delle elementari, che copiava i pensi a pagamento.
-— Non so, — rispose quello —,ma so dove sta il Garrone, che è alle
-tecniche con lui, Via delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! —
-rispose il Votini. — Otto minuti di velocipede.
-
-Nel corridoio c'erano quella mattina molte signore, alcune ben vestite,
-altre assai dimessamente, come beghinette; studenti di liceo, che
-aspettavano i fratelli del ginnasio; padri, cameriere, servitori. Fra
-gli altri, il padre e la madre del Pitto, che venivano sempre agli
-esami bimensili; lui, un notaro in riposo, piccolo e curvo; lei pure
-piccola e incartocciata, sempre l'uno stretto all'altro, attenti a
-salutare con inchini ossequiosi tutti i professori, e come smarriti
-fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano da tutte le parti;
-dentro ai quali andavan cercando il loro piccolo martire, con gli
-occhi ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I ragazzi si
-staccavan dalle file via via che vedevano i loro parenti. Alcuni di
-questi s'avvicinavano ai professori, e li interrogavano. Ma nessuno
-osò abbordare il Carati, che passò a naso ritto, facendo sonare i
-tacchi come un carabiniere in servizio. In coda alle file, a una
-certa distanza, venivano a coppie e a gruppi le ragazze delle varie
-classi, lentamente, aspettando che sfuriasse l'onda mascolina, la
-quale fiottava giù per le scale, e allagava la strada. Qui, appena
-usciti, qualche studente di liceo accendeva il sigaro; e alcuni
-del ginnasio pure, ma guardandosi attorno con sospetto, e facendosi
-schermo del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava il bidello,
-con le braccia incrociate sul petto. Una cameriera gli si avvicinò
-rispettosamente e gli domandò: — Scusi: c'è ginnastica stasera per il
-ginnasio? — Egli la guardò da capo a piedi, e rispose severamente: —
-Consulti gli orari.
-
-E proprio a destra e a sinistra del portone stavano aspettando, in
-mezzo ad altre, la signora Derossi e la signora Carpini, che non
-si conoscevano ancora fra di loro, ma di cui ciascuna conosceva il
-figliuolo dell'altra; e ciascuna rassomigliava al proprio: la signora
-Derossi, grassa, bionda e elegante; la Carpini asciutta e bruna, con
-due occhi grigi e freddi, vestita di scuro.
-
-Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie dell'esame bimensile.
-
-Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero, e si scambiarono
-uno sguardo.
-
-La guerra era dichiarata.
-
- . . . . . . .
-
-Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor Carati, il quale,
-vedendo un gruppo di scolari che ingombravano il passo, disse forte:
-_Ite in crucem, popelli!_[1]
-
-E, data un'occhiata di traverso alle mamme, soggiunse fra i denti: _Et
-vos, femellae dicaces!_[2]
-
-— Ha inteso? — domandò dolcemente a una sua vicina la signora Derossi,
-a voce bassa, ma con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da lui: —
-quello parla bene il latino!
-
- . . . . . . .
-
-
-
-
-I COMMEDIANTI E I RAGAZZI.
-
-
-.... Era una gran festa per molti dei miei compagni di scuola, e per
-me, quel cartellone che annunziava l'arrivo della compagnia drammatica.
-La città era piccola; non ci veniva che una compagnia all'anno, dai
-primi di novembre ai primi di dicembre; una compagnia povera e canina,
-si sottintende. Ma ci parevano tutti grandi attori. Un'ora dopo
-ch'erano arrivati, sapevamo a che albergo eran discesi. — La prima
-donna e il brillante sono alla _Sbarra di ferro_. — Il prim'uomo è alla
-_Corona_. — È stato visto il padre nobile al _Caffè dell'Unione_. —
-Prima che cominciassero a recitare, li conoscevamo di vista dal primo
-all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; li esaminavamo
-profondamente, al _Caffè d'Italia_, guardando le loro immagini negli
-specchi, per non farci scorgere. Quanti ne ho visti passare, dei primi
-attori impomatati, col soprabito nero stretto alla vita e spelato
-ai gomiti; delle prime donne pallide e tristi, vestite di cenci
-zingareschi; dei tirannelli gialli, insaccati in certi casacconi verdi
-e imbacuccati in grandi scialli grigi; e dei poveri diavoli d'amorosi
-allampanati, tutti cilindro e mantello, che parevan lo spettro della
-fame. Nelle città piccole si va poco alla commedia: qualche volta il
-teatro si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; la compagnia
-non aveva più quattrini nè per rimanere nè per andarsene, e i cittadini
-dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava mica la nostra
-ammirazione per gli artisti. Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri
-occhi, in quella miseria, vittime dell'ignoranza e della barbarie
-pubblica; e per lungo tempo dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo,
-ricordando i loro atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo che i
-signori della nostra città erano un branco d'ignoranti e di pitocchi.
-
- *
-
-Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano erano così
-maravigliose, che dovevan parerci animali senza cervello e senza cuore
-coloro che non le provavano. Gli effetti della finzione drammatica,
-nei ragazzi, sono poco meno profondi che gli effetti della realtà; al
-che giova pure il non conoscere affatto, nemmeno per intuito, la classe
-degli attori; i quali paiono creature quasi sovrumane, e il mistero che
-li avvolge duplica la loro potenza. Anche i peggiori cani, allora, ci
-facevano tremare, strepitare dall'entusiasmo, assai più che non abbian
-fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del mondo. Come stavamo
-immobili, inchiodati sulla panca, col respiro sospeso, col cuore che
-ci saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione come
-d'una mano che ci serrasse alla strozza, quando il dialogo concitato
-di due personaggi accennava a finire in una risoluzione disperata
-o in un colpo di spada! Non dimenticherò mai, vivessi cent'anni,
-l'effetto che mi fece una scena di _Margherita Pusterla_, una sera
-ch'ero in palco con la famiglia, tutto contento, dopo aver fatto il
-mio lavoro di quarta elementare. Quando Alpinolo afferrò per il collo
-quel _boia_ di Luchino Visconti, e gli appuntò il pugnale sul viso,
-caricandolo di contumelie, fremetti e risi di gioia, sprofondando le
-unghie nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge, Luchino (che era
-un pezzo d'omo, con un vocione spaventevole) si slancia alla finestra,
-urlando: — Inseguitelo! — accenna le vicende dell'inseguimento,
-grida: — Lo raggiungono.... si salva.... no.... gli son vicini....
-sfugge.... è raggiunto! — Quella terribile parola _è raggiunto_ mi
-fece scoppiare in un singhiozzo convulso, che fui appena in tempo a
-soffocare col fazzoletto. Mio padre mi condusse fuori del palco, nel
-corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio arrivava ancora la
-voce stentorea di Luchino; capii che Alpinolo gli era stato ricondotto
-davanti, legato; era una cosa orribile; ricominciai a singhiozzare;
-mio padre dovette accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là
-ancora rimbombava quella formidabile voce; fui costretto a uscire
-nella strada; ero inconsolabile, avevo il petto rotto, e continuai
-a disperarmi per un bel pezzo, in mezzo al cerchio dei monelli che
-aspettavan le cicche, non piangendo più, ma singhiozzando ancora, con
-quel tiranno esecrato davanti agli occhi.
-
- *
-
-Naturalmente, a noi pareva che quegli attori avessero anche fuori
-del teatro l'importanza, la potenza affascinatrice dei personaggi che
-rappresentavano sulle scene. Ci pareva che nessun banchiere milionario
-avrebbe osato rifiutar la mano della sua figliuola a quel bel primo
-attore, ardente e superbo, che aveva fatto così bene _Francesco primo_
-la settimana passata; e non eravamo lontani dal credere che, assalito
-da una banda d'assassini, il tiranno non avrebbe avuto che a gridare
-con quella sua voce sibilante: — Indietro, miiiiseee....rabili! — come
-gridava nel dramma _Il delitto misterioso_, per vederli sparire come
-uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del Presidente del Consiglio e
-l'amicizia del caratterista, avremmo scelto questa, senza un momento
-di esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto che sentii per un
-mio zio burlone, dopo una sera che, rientrando in casa, disse d'aver
-giocato una partita al biliardo col brillante. Quanto alle prime
-donne bastava che non fossero mostri: ne eravamo tutti cotti; era un
-innamoramento all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre,
-regolare e inevitabile, come la pioggia d'autunno. Ne ricordo ancora
-una mezza dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone con
-una voce di bombarda; una mingherlina, gobbina, che pareva sempre
-che piangesse; una bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre
-incinta di molti mesi, poveretta; e dell'altre, tozzotte, belloccie,
-malaticcie, bruttine, con certe voci stridule e certe pronuncie
-dell'altro mondo; ma che ci rapivano in estasi, quando comparivano sul
-palco scenico, coi capelli sciolti per le spalle, facendo le pazze col
-solito spediente del piantoriso. Ah! Dio grande! Essere amati da una
-prima donna! Era la suprema delle felicità e delle glorie umane! Come
-dovevano essere superiori a tutte le miserie della vita, che sovrumano
-linguaggio dovevan parlare, come ci parevano scolorite e prosaiche
-tutte le altre donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi avrebbe
-osato sperare neppure uno sguardo da una di quelle creature arcane e
-sfolgoranti, che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria Stuarda
-e di Diana di Poitiers. Incontrandole per la strada, arrossivamo; e
-una loro parola che cogliessimo a volo mentre passavano, una frase
-straordinaria e misteriosa, come: Ho aspettato la sarta fino alle
-sette.... oppure: — Ci hanno portato i bagagli al _Bue rosso_.... — ci
-sonava nel capo per tutta la giornata, come il suono d'un'arpa celeste.
-
- *
-
-Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione più profonda, perchè,
-a quell'età, si ammira più il grandioso e il terribile di quello che
-non s'ami il tenero e il gentile. La nostra grande passione erano le
-scene in cui un personaggio coraggioso e generoso, invasato dall'ira,
-incalzava un altro personaggio a traverso al palco scenico, gridandogli
-sul viso. — Codardo, sciagurato, infame, miserabile, assassino del
-sangue tuo, oppure del sangue mio. — Quanto più ne sputava, tanto più
-applaudivamo. E in queste scene, bisogna dirlo, anche i più tangheri
-avevano dei momenti felici. Ma sopra tutte ci entusiasmavano le scene
-culminanti dei drammi patriottici, che in quegli anni avevano gran
-voga. Erano i bei tempi dei _Martiri del 21_, del _Fanciullo Mortara_,
-dei _Processi di Mantova_, se non sbaglio il titolo, e di altri drammi
-pieni di congiurati, di commissarii di polizia, di sgherri papali,
-di gendarmi austriaci: — drammi mediocri, per quanto mi ricordo,
-come lavori d'arte, — ma d'efficacia maravigliosa sui giovanetti,
-specialmente per le tirate degli oppressi contro gli oppressori, alcune
-delle quali non mancavano davvero di eloquenza. Noi pestavamo i piedi,
-battevamo i pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle espressioni
-clamorose d'amor di patria, nelle quali gli attori ci apparivano
-venerabili e gloriosi quanto gli eroi medesimi che rappresentavano.
-C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il quale avremmo dato metà del
-nostro sangue. E sì che allora le tirate patriottiche erano fatte in
-maniera da toglier qualunque illusione artistica. Arrivato a quel
-punto, l'attore si voltava addirittura verso la platea, come per
-arringare il pubblico, e recitava la sua filastrocca, come un pezzo
-staccato dal dramma, cambiando voce e intonazione, con lo sguardo come
-perduto verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava! Eran sublimi.
-E se qualche volta uno spettatore scettico e impertinente, accanto a
-noi, esclamava a mezza voce: — Che cani! — era bell'e giudicato, da
-noi altri: non poteva essere che un _asino_ e un _vile_. Che belle,
-indimenticabili serate! Ci fermavamo alla porta per veder uscire il
-Confalonieri, Silvio Pellico, il vecchio Schiller. — Son loro, — ci
-dicevamo nell'orecchio: — eccoli qui. — E ci pareva un nuovo e maggiore
-indizio di grandezza quell'aria stracca, e così tra sprezzante e
-burlona, con la quale uscivano dal tempio della loro gloria, accendendo
-un mezzo sigaro e tirandosi il bavero sugli orecchi, come il comune dei
-mortali.
-
- *
-
-Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi disegnare, tanto
-mi son rimasti stampati, cesellati nella memoria. Uno m'entusiasmò
-principalmente, un primo attore romagnolo, giovane, il quale, a quel
-che dicevano, imitava Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso.
-Ripensandoci ora, mi sembra che dovess'essere un birbaccione: smaniava
-come un ossesso, e aveva una voce arrantolata da metter paura ai
-bambini. Ma quando faceva il _Bravo di Venezia_, nell'ultim'atto,
-gli avrei gettato sul palcoscenico una bracciata di cartelle del
-Debito pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere terribili
-e grottesche, delle figure che mi parevano modelli insuperabili di
-bellezza e d'eleganza, dei colossi dal passo elefantino, una varietà
-infinita di gambe, soprattutto, gambe vestite di maglie di tutti i
-colori, gambe sottili e maligne di Luigi undecimi e di Filippi secondi,
-ristecchite dalle fatiche continue della caccia al desinare; gamboni
-idropici di Don Marzi, gambe torte e bitorzolute di Paoli e di Romei,
-belle gambe scultorie di Cesari di Bazan, alle quali paragonavo con
-invidia le mie seste ginocchiute di scolaretto cresciuto precocemente.
-Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella mente, è un tiranno,
-— lombardo, mi pare; — quello stesso che faceva il Luchino Visconti
-in quella serata terribile. Ma faceva pure delle parti buone, — le
-parti di gran forza, — nei drammi patriottici. Era un curiosissimo
-originale: di media statura, tarchiato come un atleta, un po' panciuto,
-con un gran naso a gancio, senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di
-trentacinque anni, o press'a poco. Capiva pochissimo quello che diceva:
-l'ho capito dopo; recitava con una monotonia micidiale; faceva il duca
-d'Alba e il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva un organo vocale
-di tal potenza, quel buon bestione, che, nelle tirate patriottiche, in
-special modo, quando la sprigionava tutta quanta _dalle spaziose atre
-caverne_, faceva tremare il teatro, e suscitava un uragano d'applausi.
-No, nessuna parola può dare un'idea di quella voce; non ne ho mai più
-udita una simile. Aveva un organo di cattedrale, un cannone, un leone,
-il corno d'Astolfo nel corpo; avrebbe coperto lo strepito d'un arsenale
-col suo mostruoso vocione. Non so più in quale dramma, nominando per
-caso gli Svizzeri, faceva una sfuriata contro gli Svizzeri mercenari.
-Me ne ricordo sempre. Diceva a voce bassa, naturalmente, terminando
-un periodo: — .... come usano gli Svizzeri; — e poi, tutt'a un tratto,
-esplodendo come un mortaio: — Oooooh gli Svizzeri! Caaarne ven-du-ta!
-Oooooh se l'ombra di Guglielmo Tell potesse levarsi dal suo sepolcro,
-ecc. — Pareva di sentire il fragore del tuono in una valle delle Alpi.
-E non se la pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il suo accento
-non aveva neppure un leggerissimo tremito, la sua faccia rimaneva
-impassibile; egli metteva fuori tutta quell'ira di Dio senza scomporsi
-menomamente, come se avesse chiacchierato con un amico con la tromba a
-volano. Ma come resistere a quella voce? Io me la sentivo rombare poi
-nella camera per tutta la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo
-che gonfiare il collo, declamando: — Oooooh Svizzeri! Caarne venduta!
-— con un entusiasmo.... del quale si risentiva poi miseramente la mia
-composizione latina.
-
- *
-
-Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani, allora, dall'immaginare le
-miserie e i dolori che nascondevano sotto i loro manti di re e sotto
-i loro giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che dovessero essere
-tutti felici, fortunati in amore, cercati, festeggiati per tutto dove
-si presentavano. Non c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora di
-far l'artista drammatico. — La famiglia ci farà un po' di opposizione
-sulle prime, — pensavamo — ma poi, quando riconoscerà la vocazione,
-e proverà l'ebbrezza degli applausi, acconsentirà, e come! — Intanto
-c'ingegnavamo d'imitare gli attori. Copiavamo la pettinatura del
-prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il brillante, imitavamo la
-pronunzia, il passo, il modo di ridere ora dell'uno ora dell'altro,
-avremmo voluto poterci vestire sul loro modello. Quel certo primo
-attore romagnolo aveva un cappotto di mezza stagione, color caffè e
-latte, che gli stava come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma una
-bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra. Mi pareva che passeggiar per
-la città con quel cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera
-innanzi il _Bravo di Venezia_ com'egli lo recitava, dovesse essere il
-più dolce dei trionfi umani: lui, invece, modesto, si fermava delle
-mezze ore davanti alle vetrine dei salumai. Noi sapevamo i fatti
-loro, come spie, da tanto che n'eravamo curiosi, e con tanto ardore
-ne accattavamo notizie da ogni parte. Luigi undecimo faceva cucina in
-casa: chi lo avrebbe mai pensato! La prima donna sonava la chitarra.
-L'attore che faceva così bene Carlo Quinto aveva detto una sera, nel
-_Caffè della rotonda_, ad alta voce: — Val più un pelo dello Shakspeare
-che tutta la parrucca di Vittorio Alfieri! — L'amoroso fumava tabacco
-turco. E in quei quaranta giorni di convivenza spirituale con loro,
-mettevamo un certo affetto a tutti; quando qualcheduno era fischiato,
-ne provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo della loro partenza,
-si era sempre un po' malinconici come se fossero partiti con loro
-mille idee, mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa
-dei personaggi storici e delle creature immaginarie che essi avevano
-incarnato sulla scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta in un
-silenzio stupido e uggioso.
-
- *
-
-E ora, — mi domando sovente, — dove saranno andati a finire quei
-commedianti, che vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, con
-le loro fisonomie, con la loro voce, coi loro vestiti? I padri nobili,
-poveretti, saran morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, è
-sfumato un quarto di secolo dopo quegli anni; più d'un tiranno avrà
-chiusi gli occhi all'ospedale, pur troppo; altri avranno corso le più
-bizzarre avventure; celebre, tra i giovani, non è diventato nessuno,
-ch'io sappia. E quelle povere prime attrici? Io le vedo confusamente
-proseguire il loro pellegrinaggio faticoso di piccola città in
-piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati e semioscuri, piangere
-nelle camere nude degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate,
-spossate; e ne sento una grande pietà, come se a quel tempo le avessi
-amate davvero, non come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, esse
-hanno rallegrato e commosso la nostra prima età, e sono come vecchie
-amiche perdute, per noi altri. Come possiamo ricordarle senza affetto
-e senza gratitudine? Qualche volta, assistendo a una rappresentazione
-drammatica nel teatro d'una piccola città dove sono andato a passar
-ventiquattr'ore con un amico, riconosco uno di quegli antichi attori,
-invecchiato, sfiatato, caduto nelle parti secondarie, con la storia di
-venticinque anni di stenti scritta sul viso. Non lo riconosco subito,
-naturalmente; bisogna che gli si presenti l'opportunità di fare quel
-certo gesto o di metter fuori quel dato grido, per il quale la sua
-immagine è viva nel mio capo; allora, alla terza o alla quarta scena,
-per lo più, ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il marito di
-Maria Giovanna dei tempi antichi, il Conte di Montecristo che mi fece
-tornare a casa per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. Che
-piacere, un poco triste, ma vivo, riprovo sempre in quel momento! Con
-che profonda attenzione lo ascolto allora, quante cose rivedo e risento
-al suono della sua voce! E come andrei ad aspettarlo all'uscita del
-teatro, per fargli festa, e parlare con lui del _nostro buon tempo_,
-se non temessi di esser preso per un burlone o per un matto! Non più
-di sei mesi fa, per esempio (è il ricordo che mi ispirò di scrivere
-l'articoletto), ne feci uno graditissimo di questi riconoscimenti.
-Passeggiando col professore D'Ovidio in piazza Solferino, mi vedo
-camminar davanti, a una decina di passi, un poco di sbieco, un signore
-grasso, largo di spalle, vestito alla diavola, ma pulito, con una
-grossa canna in mano; una figura che mi ridesta una lontanissima
-reminiscenza. — Possibile! dico tra me. Che sia proprio lui! Ancora
-lui, così saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il passo, guardo
-curiosamente quel viso.... Era lui, — lui in corpo e in anima, —
-Luchino Visconti, la voce di cannone, quello della _carne venduta_, il
-formidabile tiranno che m'aveva fatto scappar dal teatro, soffocato
-dai singhiozzi. Il mio primo impulso sarebbe stato di fermarlo, di
-dirgli: — Ma come, lei qui? Ma come va? Ma dov'è stato? Ma venga....
-— Sai chi è quello lì? dissi al D'Ovidio, e gli raccontai la storia.
-— Fermiamolo dunque, — rispose egli ridendo; e mi sospinse verso di
-lui. Ma il solito timore di parere un cervello balzano mi trattenne.
-Che sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata, avrei desinato
-con lui, avrei inteso la storia di chi sa che strane vicende, gli avrei
-fatto piacere a raccontargli le mie commozioni di ragazzo, e dopo aver
-votato parecchie bottiglie, ci saremmo forse alzati da tavola vociando
-insieme: — Ooooooh Svizzeri! Caaaarne venduta! — E invece non feci che
-accompagnarlo con lo sguardo finchè svoltò a una cantonata....
-
-Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera e profonda simpatia,
-mandandogli un saluto dal più vivo del cuore, e salutando
-affettuosamente con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi,
-vivi e morti, amorosi e tiranni, bravi attori e poveri cani....
-idoli della mia infanzia, cari ricordi della mia gioventù, fantasmi
-dolcemente tristi della mia età matura....
-
-
-
-
-UN'ASCENSIONE IN PALLONE.
-
-
-Era una promessa fatta a due giovani studenti, miei compagni di viaggio
-carissimi; ma speravo di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero
-pentito d'aver promesso quando da un piroscafo del lago avevo visto
-sospesa nel cielo di Ginevra quella palla color di patata, grossa
-quanto un'arancia, e al pensiero di doverci andar dentro il giorno dopo
-m'era preso un principio di capogiro. Il giorno dopo fui fortunato:
-trovammo scritto sulla porta del recinto: — _Vent trop fort, ascensions
-suspendues_; — e sperai nella continuazione del vento. Ma la mattina
-seguente il cielo era limpido, l'aria immobile, il fato ineluttabile.
-— Sia fatta la vostra volontà — dissi — così in cielo come in terra, —
-e m'avviai alla stazione di partenza per le regioni eteree con un buon
-umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, da una curiosità
-vivissima della sensazione nuova che avrei provata.
-
- *
-
-Vicino al recinto incontrai un mio buon amico di Torino e lo invitai
-a fare l'ascensione con noi. Credette che parlassi di montagne.
-— No — gli dissi — sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu
-vuoi scherzare, — mi rispose, e pestando un piede in terra: — Io amo
-questa, — soggiunse. E mi disse la ragione della sua ripugnanza. Era
-un ricordo di ventisette anni fa. Un suo conoscente, a Firenze, s'era
-voluto levare il capriccio, spendendo un centinaio di lire, di fare
-un'ascensione areostatica con altri tre o quattro signori. Ma aveva
-fatto assegnamento sopra un “coraggio fisico„ che non aveva. Partito
-appena il pallone, con la rapidità d'una freccia, dal Politeama
-Vittorio Emanuele, egli era impallidito come un morto, s'era accucciato
-nella navicella come un cane, e stando così, stravolto e tremante, non
-aveva fatto che ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per tutta
-la durata del viaggio; terminato il quale, portato a casa in carrozza,
-s'era cacciato in letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai l'amico
-dell'incoraggiamento amichevole, pagai a uno sportello (caruccio) il
-bel piacere che m'aspettava, e, passato tra i ferri d'un contatore,
-mi trovai di faccia all'enorme sfera di seta chinese, chiusa in una
-rete di quattrocento corde e gonfia di tremila cinquecento metri cubi
-d'idrogeno, che doveva portarmi dove non desideravo di andare.
-
- *
-
-Siamo appena entrati che sopraggiunge una folla di gente d'ogni paese,
-fra cui molte signore e signorine impennacchiate, molto più impazienti
-di me di levarsi a volo; le quali discutono in dieci lingue della forza
-di resistenza della seta e delle corde, delle valvole automatiche e
-del palloncino compensatore, come se avessero fatto un corso compiuto
-d'areostatica. — Ma noi abbiamo la _fortuna_, — così dicono i miei
-due compagni, — d'essere della prima infornata. — I fortunati sono
-undici, non contando il capitano; poichè c'è un capitano, col berretto
-gallonato, un grosso svizzero biondo e flemmatico, a cui saranno
-affidate le nostre vite. E ci stringiamo tutti in un gruppo, col
-nostro biglietto numerato alla mano, che fa nascer subito fra di noi
-una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono due rotonde signore
-quarantenni, due piccole immagini dell'areostato, e il marito d'una
-di esse, che sento chiamare da altri viaggiatori _monsieur Charles_,
-sferico come la sua compagna, un viso di buon diavolo angustiato,
-che mostra una passione per la navigazione aerea anche meno ardente
-della mia. Dagli sguardi inquieti che rivolge a tutti i suoi compagni
-di viaggio capisco il suo pensiero. Par che il caso abbia raccolto
-nella nostra infornata, — fatta eccezione dei miei figliuoli, — le più
-maestose moli umane di Ginevra. Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente
-la forza di resistenza di duecento chilogrammi che ha ciascuna delle
-quattrocento corde? Questa domanda si legge nei suoi occhi, e negli
-occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come per pesarsi. Il
-colosso, un giovine svizzero burlone, dice forte: — Dove andremo a
-cascare? In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? O ci andremo a
-infilare nei pini del Brünig? Il cuore non mi dice nulla di buono. —
-_Tu l'entends?_ — domanda monsieur Charles alla signora; ed io colgo
-a volo un _tais-toi, c'est ridicule_, che mi dice chiaro che è lei,
-con quel becco imperioso di pappagallo, che _vuole_ far l'ascensione,
-e ch'egli s'è deciso ad avventurarsi nel cielo per evitare una
-battaglia sulla terra. Un altro, — un grosso tedesco giallognolo, —
-non mi par più smanioso di lui di abbandonare il globo terracqueo.
-— _Souffrez-fous le fertige?_ — mi domanda nell'orecchio. — Più del
-necessario per divertirmi, — rispondo. Finalmente cade la catena che
-chiude il passaggio, e per un ponte mobile montiamo sulla navicella,
-dove il capitano distribuisce le nostre gravità in modo da mantener
-l'equilibrio. Una voce grida: — _Attention!_ — Tutti si voltano da una
-parte, dove scopro la principale ragione per cui molti si decidono a
-quel viaggio: una grande macchina fotografica rivolta verso di noi.
-Tutti prendono delle impostature d'areonauti temerari. — _C'est fait!_
-— grida il fotografo. Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano
-dà un fischio, sei inservienti in uniforme staccano a un punto dagli
-anelli le sei corde che ci agganciavano al pianeta.... e il pallone si
-solleva.
-
- *
-
-Non è che questo? È una delizia. L'ascensione è lenta. Non par di
-salire. Io mi trovo fra il colosso e monsieur Charles, che mi volta le
-spalle, mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che par la fotografia
-animata dello Sgomento. Questo mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io
-guardo lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado allargando.
-Ma a un certo punto commetto l'imprudenza di chinare il viso sul largo
-foro centrale della navicella e di guardar giù, proprio a filo sotto
-i miei piedi, misurando con un'occhiata tutto lo spazio — l'altezza
-d'un par di torri di Giotto — che ci separa già dalla terra. Mi fo
-indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine m'ha acciuffato. Fu
-un minuto solo; ma.... lungo. Una tentazione vergognosa mi prese
-d'accoccolarmi dolcemente fra i due parapetti della navicella, chinando
-il capo e chiudendo gli occhi. Ma uno sguardo mi salvò: vidi la mano
-con cui monsieur Charles stringeva una delle corde, e la violenza
-compassionevole della commozione che indicavano i muscoli gonfiati e
-tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, mi rinfrancò.
-Mi rimase un malessere, non di meno, nuovo affatto, e difficile a
-esprimere: una maledetta voglia di sedere, un sentimento di solitudine
-fisica, un senso fastidioso del mio peso, quasi un ribrezzo della
-cedevolezza dei vimini di quel cestone odioso, a cui m'appoggiavo col
-fianco.... — _Parfaitement dêsagréable_ — intesi dire da una delle
-due signore, che non vedevo. — _C'est ça_, risposi tra me; era pure
-la mia opinione. È strano: non avevo quasi coscienza in quel momento
-della legge fisica in virtù della quale salivamo, nè dell'apparecchio
-macchinoso che ci portava: mi pareva che ci levasse in alto qualche
-smisurato uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. La navicella
-non faceva il minimo moto, nè le corde il più leggiero fruscìo: avrei
-giurato che stavamo immobili nello spazio. — _C'est égal; ce ne sera
-jamais mon métier_, — disse una voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che
-si dice del mare! È un elemento infido; ma vi sentite sotto qualche
-cosa, su cui in qualche modo ci si può reggere; ma l'aria.... l'aria
-non è niente. No, non sarà mai questo il mio genere di sport, se ne
-dovrò scegliere uno. Cento volte meglio la bicicletta. — E tutti
-quei modi coi quali si suole esprimere un sentimento di gioia o
-d'entusiasmo: — “parersi sollevato al disopra della terra„ — “sorvolare
-a questo basso mondo„ — “sentirsi rapito in alto„ — mi parevano
-smargiassate rettoriche. In verità, non avevo creduto mai di essere
-così strettamente affezionato, come mi sentivo in quel quarto d'ora, al
-mio pianeta nativo.
-
- *
-
-Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, le case scatole,
-i parchi aiuole, gli uomini insetti come se una forza mostruosa
-stringesse, raccorciasse, rattrappisse ogni cosa. Che mirabile
-spettacolo! Ginevra dorata dal sole, l'Arve e il Rodano inargentati,
-una vasta corona di colline seminate di borghi e di ville, la grande
-mezzaluna color celeste del lago di Leman, i monti verdi del Giura
-e le rocce grigie della Savoja, la catena superba del Monte Bianco,
-un'immensità d'azzurro, di verzura e di neve, fatta per lo sguardo
-d'un'aquila. In quella immensità splendida le due signore si davan la
-briga di cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del Voltaire.
-Altri due sentivo che discutevano sul confine della Francia. — _Voilà
-le capitaine qui lit son journal_ — disse il colosso. Infatti, il
-capitano leggeva tranquillamente la _Tribune de Genève_, come se
-fosse stato in una sala del _Cafè du nord_. Quest'osservazione parve
-che tranquillasse un poco monsieur Charles che tentò d'abbozzare un
-sorriso. Se il capitano leggeva il giornale, pericolo imminente d'un
-disastro non c'era. Ma una voce che disse: — _Nous dévions_ — lo turbò
-da capo. S'era levata veramente un po' d'aria; la grande bandiera
-svizzera attaccata al polo inferiore dell'areostato s'agitava; il
-pallone era deviato alquanto fuor della direzione del recinto da
-cui era partito. Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur Charles
-osservava con uno sguardo obliquo il dinamometro appeso all'anello
-d'acciaio, come se gli indicasse il grado variante del pericolo, e non
-ne staccava gli occhi che per gettare qualche rapida occhiata dentro
-la cinta dell'Esposizione. Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza!
-Paiono quello che sono in realtà: trastulli di popoli. Vedevo una
-piccola città carnevalesca, divisa in due da un ruscello, simmetrica
-da un lato, disordinata dall'altro, variata di cento architetture di
-mille colori, che innalzavan le cupole, le guglie, le torri, i frontoni
-dipinti, i tetti a cono e a piramide, luccicanti e imbandierati,
-sopra un labirinto di giardini e di boschetti, biancheggianti di
-zampilli e di cascate, e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli
-che entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano per le vie
-larghe un dito e per le piazze grandi come la mano, come un popolo di
-formiche affaccendate. Vidi passare sur uno dei due ponti dell'Arve
-il tranvai elettrico che faceva il giro della Mostra. Che miseria! Uno
-scarabeo giallo fuggente sopra un fuscello a traverso un fil d'acqua.
-Mi diede nell'occhio, a un'estremità della cinta, un qualche cosa della
-grandezza e della forma d'un mezzo guscio d'ovo tagliato pel lungo:
-era il grande circo per le giostre e per le feste ginnastiche, posto
-sulla riva del fiume, di là dal “villaggio svizzero„. E il grande
-villaggio, la maraviglia e il trionfo dell'Esposizione, pareva formato
-di _châlets_ tolti dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una cosa da
-raccattarsi con due mani e da porgersi per balocco a un bambino. Sulla
-piazzetta della chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini
-rossi e bianchi. Dovevano essere le belle ragazze svizzere che si
-preparavano per le danze nazionali. Com'era mai credibile che per uno
-di quei puntini rossi uomini tanto fatti potessero perder la pace?
-
- *
-
-— _Nous descendons, monsieur?_ — mi domandò monsieur Charles, senza
-guardarmi.
-
-— _Non, nous montons toujours._
-
-— _Diable!_
-
-A lui pareva già d'averne per più di quanto aveva pagato. Ma se
-io dicessi che mi sentivo ancora in credito non direi la verità
-vera. Stavo molto meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso
-quest'osservazione: — Che bisogno c'è di stringer così forte la corda
-con la mano destra? — E allentai la mano.... un poco. E m'arrischiai
-a guardare un'altra volta per l'apertura del mezzo — un'occhiata
-sola, rispettosamente sfuggevole — quanto mi bastò per veder giù — a
-una profondità d'abisso — la folla dei viaggiatori aspettanti — una
-macchia scura punteggiata di rosa dai visi che guardavano in alto,
-verso il piccolo mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, con
-un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi raccolsi nell'ammirazione
-del lago di Ginevra, una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi
-piroscafi apparivano come moscherini anneganti che si dibattessero
-senza far cammino, e la lunga fila dei villaggi e delle ville della
-riva settentrionale sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli
-multicolori, raggruppati in ghirlande e in mazzetti, con gli steli
-immersi nell'acqua. Che dolce silenzio! Nè il rumore della galleria
-delle macchine, nè lo scampanìo festoso, nè il muggito degli armenti
-del villaggio svizzero, nè la musica barbara dell'accampamento dei
-negri, nè gli strilli degli arabi venditori del “caffè delle fate„ non
-arrivavano più alla nostra “superba altezza„ dove un'aria purissima,
-dilatandoci i polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte le vene,
-e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. Oh tutti gli altri modi di
-viaggio inventati dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua
-e sulla terra, tra il fumo, lo strepito e la polvere, molestati
-dall'immagine d'uno sforzo continuo delle cose, come ci parevano rozzi,
-faticosi ed umili, appetto a quell'ascensione dolce e muta di nuvola
-carezzata dall'aria, di cui non si sentiva e non si vedeva il moto,
-come se non noi ci movessimo, ma si allontanasse la terra! Nessuno
-parlava più, nè badava ai suoi vicini. Ciascuno, da quella terrazza
-aerea, beveva da solo, come un ingordo, la grande bellezza, non dicendo
-una parola per non perdere un sorso, in un atteggiamento d'ammirazione
-immobile, che pareva uno stupore profondo.
-
- *
-
-Ma qui sento un lettore impaziente che mi domanda: — Ebbene, e poi?
-Che cosa provaste quando non vedeste più la faccia della terra? Quando
-cominciaste a sentir difficoltà di respiro? Quando l'uscita del sangue
-dagli orecchi? Quando i primi deliqui?
-
-A questo punto, per chi non ha ancora capito, debbo fare una
-dichiarazione.... molto dolorosa alla mia vanità. Debbo dire che
-attaccata al pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un diametro
-da trent'uno a ventinove millimetri, tessuta di canapa di Napoli, di
-qualità sopraffina, capace di sostenere uno sforzo di più di novemila
-chilogrammi, e che questa corda — debbo dire anche questo — scendeva
-fino a terra, dove s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso da una
-macchina a vapore della forza di venticinque cavalli, la quale....
-Insomma, il pallone era frenato. — È detta.
-
-Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; ma a venir giù
-dall'altezza di sei mila o di cinquecento metri mi pare che la patta
-sarebbe stata a un di presso la stessa. E questo è quanto. Ed era certo
-del medesimo parere monsieur Charles, il quale mi domandò ancora una
-volta, senza voltare il capo: — _Nous montons toujours? — Nous montons
-toujours._ — E allora perdette la santa pazienza: — _Eh qu'est-ce
-qu'il f.... donc ce capitaine avec son f....u journal?_ — Non credevo
-di poter fare una risata a quell'altezza; ma il fenomeno avvenne.
-— _On nous a trompé_ — esclamò il colosso, per ispassarsi del pover
-uomo; — _il n'y a plus de cable; c'est une ascension libre que nous
-faisons!_ — Un _nom de dieu_ inimitabile gli rispose, che il buon Dio
-deve aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione che a
-una bestemmia. E lo scherzo crudele del mio vicino sarebbe continuato
-se non si fosse sentita una voce dall'altra parte della navicella, che
-disse forte: — _Wir gehen hinunter_ (noi discendiamo). — Dolce lingua
-tedesca! Ma era vero? Non ci accorgevamo di discendere più che non
-ci fossimo accorti di salire. Qualcuno anzi sosteneva che si saliva
-ancora; altri diceva che s'era immobili. Si discendeva così a rilento,
-in ogni modo, che non ce ne poteva accertare l'ingrandirsi delle cose
-sottostanti, non apparente ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza
-fu breve. Dato uno sguardo in basso, vidi Ginevra più vasta, l'Arve
-dilatato, le architetture dell'Esposizione ingrandite, tutto il
-formicolìo nero sparso per il labirinto delle vie e delle piazzette,
-che cominciava a riprender l'aspetto d'una moltitudine umana. Poi la
-discesa si fece ogni momento più sensibile. Sotto, sui frontoni del
-palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, dentro alle aiuole, nei
-giardini, pareva che le statue crescessero, che le pitture pigliassero
-vita, che i fiori sbocciassero, che gli zampilli s'innalzassero a
-salti; un ronzìo confuso, soverchiato da mille suoni sparsi di voci,
-d'acque, di ruote, di musiche, ci giungeva crescendo agli orecchi;
-e guardando per il foro della navicella giù nel recinto le piccole
-facce voltate in su della folla che ci aspettava, simili a una gran
-canestrata di mele rosee, cominciai a distinguervi i cerchietti degli
-occhi e i buchi neri delle bocche aperte. Ancora un minuto, ed ecco
-i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che accorrono, eccoci
-riattaccati da sei solidi ganci alla superficie terrestre.
-
-O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente il viver lontano da te;
-ma non al di sopra! Non sono superbo. E non fui degli ultimi a passare
-il ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità camminante. Il
-primo, s'intende, fu monsieur Charles, col viso ancora rannuvolato.
-Vari conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. Egli
-lanciò loro, passando, un'occhiata a colpo di falce, e rispose con voce
-rauca: — _Délicieux._
-
-— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei due giovani compagni. —
-Un'altra volta faremo un'ascensione libera....
-
-— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma soggiunsi in cuor mio:
-— Sì, all'Esposizione internazionale di Carmagnola.
-
-
-
-
-DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
-
-RACCONTO
-
-
-
-
-DUE DI SPADE E DUE DI CUORI.
-
-
-Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione particolare della
-gola; per esempio, il Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per
-i maccheroni, il Niccolini per le radici: era dunque scusabile il
-non illustre Arturo Pironi, appena dodicenne, d'avere egli pure la
-sua, che era per il gelato di crema. Se fosse stato re, avrebbe dato
-qualche volta il suo regno per un sorbetto giallo. E bisogna dire che
-il piacere di mandar giù quella dolcezza, com'egli faceva, sei volte
-la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore della fronte. Suo
-padre gli dava ogni mattina otto soldi per far le quattro corse in
-tranvai fra piazza San Martino, dove stavan di casa, e il lontano
-Ginnasio Gioberti, dov'egli l'aveva messo perchè c'era professore di
-lettere un suo cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva alla
-Società elettrica che venti centesimi. Andava e tornava la mattina
-con le sue sante gambe, correndo come uno struzzo; tornava a casa di
-galoppo anche la sera, sputando un'ala di polmone, perchè, sebbene
-vivacissimo, era di complessione delicata; e faceva in tranvai la sola
-prima corsa pomeridiana, che rompeva in due, per saltar giù a spendere
-i suoi risparmi in un gelato canarino, al caffè del Teatro Alfieri, a
-mezza strada. A quell'ora non c'era quasi mai nessuno: egli entrava per
-la porta piccola, sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio della
-sala del biliardo, ordinava con un accento che voleva dire: — _Propere
-propera;_ — vuotava il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino
-con la lingua, e poi via, come chi scappa senza pagare. Ma durante la
-dolce operazione dava tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri
-stavan lì a guardarlo, godendosela, come a veder mangiare un affamato,
-e qualche volta anche la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata
-sorridente a quel bel ragazzo biondo, a cui pareva che ogni cucchiaiata
-di gelato facesse l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna, e gli
-andasse in tanto sangue. Lo chiamavano fra di loro: _il gelato di
-crema_.
-
- *
-
-Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che si metteva a sedere
-nel posto solito, egli udì nella sala del biliardo le voci di
-vari giocatori; uno dei quali pronunciò un nome che attirò la sua
-attenzione. Era il nome dell'avvocato Bussi, un amico di suo padre,
-che non veniva più in casa da un pezzo, ma ch'egli sentiva rammentar
-sovente.
-
-— Il Bussi, — diceva uno dei giocatori, — è un tiratore. Siamo andati
-sei mesi insieme alla sala Gandolfi; poi io smisi, egli seguitò. L'ho
-visto tirare due anni fa al Teatro Scribe, nell'accademia a beneficio
-dell'Ospedaletto: ha un polso di ferro, ed è un tempista. Dell'altro
-non so; ma non vorrei essere nel suo soprabito... Tiro al rinterzo....
-otto a sei.
-
-— Si accomoderanno, — disse un altro, — fra avvocati!
-
-— Tu mi canzoni, — ribattè il primo. — Una presa di sciocco in pieno
-caffè San Filippo, in mezzo a una corona di colto pubblico.... Sei
-impallato: oggi non è il tuo giorno.... L'avvocato Bussi non è uomo da
-tirarla giù come un ovo fresco. E poi, quando c'entra la politica! Sta
-certo che si batteranno, se non si son già battuti questa mattina.
-
-— Impossibile, — disse un terzo. — La scenata è seguìta ieri sera alle
-undici. Non possono aver regolato tutto nella notte. Son cose che vanno
-per le lunghe. Al più presto si batteranno oggi. Quanto alza la rossa?
-
-— Oggi no, — rispose un quarto. — Alza due dita. Oggi il Bussi ci
-ha la causa del gobbo di Vanchiglia alle Assise. Questa mattina era
-all'udienza, deve fare oggi la sua arringa. Si batteranno domattina, a
-giorno.
-
-— Ho paura, — tornò a dire il primo, — che il complimento sarà pagato
-caro.
-
-— Chi sa mai! — esclamò un altro, che non aveva ancora parlato. —
-Non sempre chi maneggia meglio la sciabola è quello che dà la botta.
-L'avvocato Pironi....
-
-Il ragazzo lasciò cadere il cucchiaino e restò senza fiato.
-
-— L'avvocato Pironi, — continuò il parlatore invisibile, — è un uomo di
-sangue caldo, di quelli che sul “terreno„ perdono il lume degli occhi
-e si caccian sotto per persi. Costoro alle volte sconcertano anche
-un bravo tiratore, che si becca una sciabolata senza capir nè come nè
-perchè.... Steccaccia da capo! Non gioco più! Sono una sbercia.
-
-— Eh, s'ammazzino pure, — disse quello di prima. — Ce ne son troppi.
-Sapete che n'abbiamo seicento dentro la cinta di Torino?... Questi
-son calci, o signori! Ventiquattro. Si fa la rivincita?... Morto un
-avvocato, ne nascon dodici....
-
-Il povero ragazzo non udì più altro: pagò, senza finire il gelato,
-si cacciò i libri sotto il braccio, si slanciò fuori del caffè come
-da una casa incendiata, corse fino in mezzo a piazza Solferino, dove
-s'arrestò ad un tratto, coi piedi come inchiodati alla terra, e là
-ebbe una visione così lucida e terribile di suo padre disteso al suolo,
-immobile e sanguinante da un'orrenda ferita, che gli venne su dal cuore
-un singhiozzo, gli ondeggiarono agli occhi gli alberi e le case, e gli
-mancarono sotto le ginocchia....
-
-Ma fu un momento. Egli era delicato di fibra, ma gagliardo d'animo.
-Subito si sentì come scattar dentro una molla d'acciaio che lo rizzò
-sul busto e gli fece alzare la fronte in atto di risoluzione virile.
-— No! — disse tra sè, — non perderò mio padre.... mio padre non si
-batterà.... non me lo uccideranno, ci dovessi lasciare la vita!
-
- *
-
-S'andò a buttare sur un sedile del giardino pubblico, vicino al
-monumento del generale De Sonnaz, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e
-il capo fra le mani, e si mise a pensare.
-
-Ma la commozione e lo stupore gl'impedirono per un po' di tempo di
-raccapezzarsi. Era possibile? Suo padre battersi in duello col Bussi!
-Un tempo erano stati amici. Pochi anni addietro il Bussi veniva qualche
-volta a casa sua, con la moglie e col figliuolo: un ragazzetto della
-sua età, che era lo spasso di tutti, e giocavano insieme. Poi, fra la
-signora Bussi e la mamma, senza ch'egli ne sapesse il perchè, s'era
-rotta ogni relazione; ma non fra suo padre e il marito di lei, che
-egli aveva visti ancora insieme molte volte per le strade di Torino.
-Come avevano potuto tutt'a un tratto, in un luogo pubblico, venire a
-un diverbio violento, insultarsi e sfidarsi come due nemici mortali?
-Capiva allora perchè suo padre avesse quella mattina desinato fuori,
-dicendo che era invitato da un collega, con cui doveva parlar d'affari.
-Aveva dovuto andar fuori per trattare coi padrini, che non voleva
-ricevere in casa sua, per non destare sospetti. Oh! povero babbo!
-Chi sa che ore tristi d'ansietà, chi sa che dolorosa giornata era
-quella per lui, costretto a fingere con la famiglia, a prepararsi al
-cimento terribile, senza una parola di conforto dei suoi, senza poter
-espandere l'animo suo, come se fosse solo al mondo, e la sua vita non
-premesse a nessuno! La prima idea che gli venne fu di correre a casa
-del nemico, di gettarsi ai suoi piedi e di supplicarlo, abbracciandogli
-le ginocchia e piangendo, d'aver pietà di lui, di risparmiar la vita a
-suo padre, di perdonare l'offesa.... Ma respinse sull'atto quell'idea.
-Quel Bussi, che gli voleva uccidere il babbo, gli si presentava
-nell'aspetto d'un uomo fremente d'ira e di vendetta, d'un assassino
-feroce e inesorabile, che nessuna preghiera avrebbe potuto rimovere
-dal suo proposito; gli metteva orrore e ribrezzo; gli pareva che
-al solo vederlo si sarebbe sentito gelare il sangue e morir la voce
-nella gola. Gli venne un altro pensiero: di dir tutto alla mamma. Ma
-rigettò anche questo, comprendendo che sarebbe stato un passo peggio
-che inutile. A che pro gettare il terrore e la disperazione in cuore
-alla sua povera madre, che avrebbe passato una giornata e una notte
-d'angoscie di morte? Sarebbe forse riuscita a impedire che suo padre
-s'andasse a battere? Egli aveva bene un'idea, benchè confusa, di che
-cosa fosse per un uomo della classe signorile il sentimento così detto
-dell'onore, e capiva che se per questo suo padre arrischiava la vita,
-non c'era da sperare che s'inducesse a soffocarlo per amore della
-famiglia. Poi pensò a un altro mezzo: ad avvertire la Polizia. Sapeva
-di molti casi in cui la Polizia, avvertita che due signori si dovevan
-battere, era arrivata in tempo sul luogo per impedire il duello.... Ma
-neppur questo mezzo gli parve da scegliersi. E se suo padre fosse stato
-arrestato? E se, risapendo dopo che la Polizia era stata avvertita da
-lui, l'avvocato Bussi avesse sospettato che egli fosse stato spinto
-a quell'atto da suo padre stesso, per paura di battersi? Gli balenò
-infine un'idea, che gli parve la meglio di tutte: d'impedire il
-duello egli medesimo. Svolse nella mente questa idea con un sentimento
-crescente di speranza e di conforto. — Per andarsi a battere, — pensò,
-— mio padre uscirà la mattina molto presto. Io veglio la notte, senza
-spogliarmi, per sentire quando s'alza ed esser pronto a uscir subito
-dopo di lui; gli tengo dietro per la strada, di lontano, fin dove
-si dovrà battere; si batteranno in campagna, come s'usa; mi nascondo
-dietro un albero o una siepe; quando li vedo l'uno di fronte all'altro
-salto su, mi getto in mezzo, m'avvinghio al babbo, supplico, grido....
-Voglio vedere se l'altro avrà il coraggio di ferir mio padre che non
-si potrà difendere; mio padre non riuscirà a svincolarsi da me; tutti
-si commuoveranno, sentiranno pietà.... — Ma appunto questa parola
-_pietà_, che gli suonò quasi all'orecchio come se l'avesse pronunciata
-a voce alta, gli fece cader dall'animo anche quel proposito. No, non
-era possibile. Egli avrebbe potuto impietosire suo padre: ma l'altro!
-E che figura ci avrebbe fatta suo padre? E se anche in questo caso si
-fosse sospettato che egli stesso avesse suggerito al figliuolo quel
-passo, per vigliaccheria? Non trovando risposta a queste domande, non
-venendogli altre idee, e disperando che gliene venisse, egli fu invaso
-dallo sgomento, rivide l'immagine del babbo disteso a terra nel sangue,
-e si mise a piangere a calde lacrime nel cavo delle mani, scrollando il
-capo in atto sconsolato....
-
-All'improvviso, come se una mano vigorosa lo sollevasse dal sedile,
-egli balzò in piedi col viso illuminato da un pensiero, s'asciugò in
-fretta le lacrime, riafferrò i suoi libri e ritornò al caffè quasi di
-corsa.
-
- *
-
-— Un altro gelato? — gli domandò sorridendo il cameriere. — No, —
-rispose il ragazzo, con voce concitata; — la _Guida di Torino_. — Il
-cameriere gli portò un grosso libro, che egli conosceva, perchè l'aveva
-nello studio suo padre. Lo aperse, cercò l'elenco degli avvocati, vide
-dove stava di casa l'avvocato Bussi, ringraziò e tirò via. Stava in via
-San Domenico. Egli vi arrivò in un batter d'ali, s'affacciò all'uscio
-di uno sgabuzzino del portone, dove stava rattoppando una scarpa un
-vecchio ciabattino con gli occhiali, e gli domandò se stesse lì di
-casa l'avvocato Bussi. Ci stava: al secondo piano. Domandò ancora:
-— A che scuola va il suo figliuolo? — La seconda domanda dovè parere
-indiscreta all'ombroso Crispino, il quale gli rispose con mal garbo: —
-A scuola non ce l'ho messo io: vada a chiedere le informazioni in casa.
-— Ma il ragazzo ridomandò: — A che scuola va il suo figliuolo? — con
-un accento così commosso di preghiera, d'impazienza e d'affanno, che
-quegli rispose quasi a suo malgrado, come a un comando, guardandolo
-con due grand'occhi stupiti: — Qua vicino, al Ginnasio Balbo, in via
-Porta Palatina. — Non aveva ancor detto la via che il ragazzo era
-già scappato. Svoltò in via Milano, infilò via della Basilica, riuscì
-in via Palatina e arrivò trafelato davanti alla porta del Ginnasio,
-dove stava ritto il custode — un ometto sbilenco dal muso volpino —
-il quale, vistogli i libri sotto il braccio, gli lanciò un'occhiata
-severa, dicendo tra sè: — Ecco un monello che ha marinato la scuola,
-e che viene ad aspettare un altro poco di buono, per andare insieme a
-batter le strade. Che grinta! Questo deve dar delle belle consolazioni,
-a suo padre!...
-
-All'uscita degli scolari Arturo si piantò nel mezzo della soglia e
-cominciò a chiamare: — Bussi — Bussi — Bussi, cercando a destra e a
-sinistra il viso del suo piccolo amico d'un tempo, che non era certo di
-riconoscere. Non n'eran passati trenta che una voce gli rispose: — Son
-qui — e gli si parò davanti un ragazzo, il quale, guardatolo appena,
-gli domandò con accento di stupore, sorridendo: — Pironi?
-
-Era un ragazzo assai più alto e più robusto di lui, benchè non avesse
-che un anno di più: bruno di pelo e di pelle, e d'aspetto piacente;
-benchè di una espressione precocemente ferma, quasi d'un uomo, e
-leggermente beffarda; la quale gli avrebbe fatto cattivo senso s'egli
-avesse avuto l'occhio meno velato dalla passione. Ma Arturo non ci
-badò, lo prese per mano, lo tirò dall'altra parte della strada e gli
-disse affannosamente: — Senti.... domani mattina.... mio padre e tuo
-padre.... si battono in duello....
-
-La notizia non produsse l'effetto ch'egli s'aspettava. Quegli non fece
-che un leggiero segno di stupore, dicendo:
-
-— Oh, diavolo!... E perchè mai?
-
-Arturo gli disse in furia quello che sapeva, e come l'aveva saputo,
-e soggiunse con voce rotta: — Ora noi dobbiamo impedire, capisci, a
-qualunque costo. Mio padre può uccidere il tuo, o restar ucciso. Questo
-non dev'essere. È un orrore. Son venuto da te. Aiutami tu. Tentiamo
-insieme. Noi soli possiamo impedire una tremenda disgrazia.
-
-Il ragazzo si grattò il mento con un dito; poi rispose tranquillamente:
-— Impedire.... va bene. Ma in che maniera?
-
-Arturo gli espose il suo disegno. Il duello si sarebbe fatto senza
-dubbio la mattina prestissimo. Dovevano vegliar tutti e due, attenti
-a quando il babbo uscisse di casa, e uscir dopo di lui, senza farsi
-sentire. Certamente, secondo l'uso, l'uno e l'altro sarebbero stati
-aspettati dai padrini sulla strada, con una carrozza. Essi si dovevano
-attaccare dietro alla carrozza, e non lasciarla più. Così, senza
-gran fatica, potevano arrivare al luogo fissato per il duello. Là
-si sarebbero facilmente ritrovati, e nascosti insieme, in qualche
-modo, ad aspettare il momento. Giunto il momento, si sarebbe gettato
-ciascuno ai piedi del proprio padre, supplicandolo di non battersi. Non
-avrebbero osato, per certo, di battersi in presenza dei loro figliuoli,
-si sarebbero commossi tutti e due, lasciati persuadere dai padrini a
-desistere, forse riconciliati. — È questo l'unico mezzo, — concluse.
-— Io solo non impedirei nulla. Mi raccomando a te. Non lasciarmi solo.
-Aiutami, per quanto hai di più caro al mondo. Te ne scongiuro!
-
-L'altro rimase un poco sopra pensiero; ma con un sorriso sulle labbra,
-come se fosse più allettato dalla novità bizzarra dell'impresa che
-commosso dall'idea del pericolo paterno e della gentilezza dell'azione.
-Poi rispose con molta placidità: — L'idea è buona; ma.... quanto
-alla riuscita, ho i miei dubbi. Per quello che riguarda mio padre,
-intanto, io sono certo d'una cosa, come se fosse già avvenuta, ed è
-che, quando mi vedrà comparire, invece di commoversi, mi ammollerà una
-piattonata sulla schiena. Mi vuol bene; ma.... me l'ammollerà. Me la
-sento. Ma questo non vorrebbe dire. Il male è che si farebbe un buco
-nell'acqua.... credo. Dimmi un po': e se non ne facessimo nulla? Non
-bisogna poi montarsi la testa. Non tireranno mica a finirsi. Tutti i
-giorni seguono dei duelli senz'altra conseguenza che una scalfittura
-al braccio o una sdrucitura al capo: il medico ci dà qualche punto, i
-duellanti si stringon la mano, e poi.... vanno insieme a far colazione.
-
-— No! no! — esclamò Arturo, col pianto nella gola; — non dir così,
-te ne supplico. Tuo padre è stato offeso, il mio è impetuoso. Quando
-hanno le armi alla mano perdon la testa. E poi, chi lo sa? E se si
-battono con la pistola? Uno dei due può morire. Pensa che rimorso, che
-disperazione ne avremmo tutti e due! Pensa alla tua povera mamma! Pensa
-che domani mattina, fra poche ore, tu potresti non aver più padre, o
-potrei non averlo io! E questo per una parola! È una cosa orrenda! Tu
-scherzi; ma sei buono. Abbiamo giuocato insieme da bambini, ci volevamo
-bene. Aiutiamoci come due fratelli. Non lasciarmi solo. Io ci vado
-solo, se tu non vieni, anche a costo di cascar morto per la strada.
-E allora direbbero tutti: — Perchè non ci è andato anche l'altro?
-Penserebbero male di te.... Oh, vieni, vieni.... Come ti chiami?...
-Carlo? Sì, ora mi ricordo. Vieni, Carlo, te ne prego; m'inginocchio qui
-sulla strada, se non mi dici di sì; ho bisogno di te; tu puoi salvar la
-vita a mio padre; te ne scongiuro in nome di mia madre, e della tua;
-e se mi aiuti, ti vorrò bene sempre, anche quando sarò grande, sarò
-sempre per te quello che tu vorrai, pronto a darti anche la mia vita,
-se me la chiedessi! — E così dicendo, gli mise le mani tremanti sulle
-spalle e il viso contro il viso.
-
-Carlo, che aveva sorriso alle prime, parole, cessò di sorridere alle
-ultime, lo fissò, e gli disse con un accento di pietà, da fratello
-maggiore: — Povero Arturo!
-
-Questi gli strinse le spalle più forte, aspettando la risposta, con
-tutta l'anima negli occhi.
-
-Carlo rispose: — Verrò.
-
-Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al collo e gli baciò le due
-guance; e domandò ancora: — Me lo prometti?
-
-— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente. Poi, sorridendo da capo in
-aria di canzonatura: — Ma dimmi un po'.... E se andassero a battersi a
-Rivoli? Avremmo una dozzina di chilometri da fare dietro la carrozza.
-Sarebbero lunghetti.
-
-Arturo fece un gesto risoluto come per dire che a qualunque distanza
-egli avrebbe avuto la forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli
-occhi: — Mi hai promesso! Mi fido di te!
-
-E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia parola.
-
-Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con tutta l'anima: —
-Grazie! — e s'allontanò correndo; senz'accorgersi che Carlo lo stava
-osservando, come fanno gli scommettitori coi cavalli da corsa, per
-vedere se avesse gambe pari all'impresa. Poi anche Carlo se n'andò,
-col suo passo solito, dicendo tra sè: — Le seste le ha buone; vedremo i
-polmoni. Mio padre si batte! Oh diavolo.... diavolo. Non so se la darà
-al signor Pironi; ma a me la darà, di sicuro. Si tratta d'aver prima
-buone gambe, e poi.... buona schiena. _Macte virtute, Carole._ Sarà una
-scarrozzata di nuovo genere. Purchè non vadano a Rivoli!
-
- *
-
-Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a dissimulare il suo stato
-d'animo alla mamma; la quale era ancora assai giovane, e d'indole così
-espansiva, e così familiare con lui, che gli pareva alle volte, più
-che una madre, una sorella. E quel giorno era più allegra del solito;
-il che gli fece più pena, e gli rese più difficile la dissimulazione.
-All'ora del desinare, quando sentì la scampanellata di suo padre,
-tremò, non ebbe cuore d'andargli incontro, sedette a tavola a
-aspettarlo, tutto trepidante.
-
-Ma riprese animo quando lo vide comparire con l'aspetto consueto,
-e più quando egli cominciò a discorrere, come faceva sempre, dei
-casi occorsigli nella giornata, non solo senz'alcuna apparenza di
-turbamento, ma con una vivacità insolita, e in un tono anche più
-affabile dell'usato. Gli pareva solo qualche volta che, dopo aver
-fatto una domanda, non ponesse mente alla risposta, come se avesse
-interrogato così per parlare, e che di tratto in tratto, quando fissava
-lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse assorto un momento
-come se vedesse in lontananza, per aria, qualche cosa di singolare.
-Ma a quel modo egli aveva fatto altre volte. Il ragazzo si tranquillò
-alquanto, a poco a poco; non solo, ma a un certo punto una risata
-improvvisa che diede suo padre a uno scherzo della mamma gli fece
-brillare una speranza, che gli aperse il cuore.
-
-— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli aveva inteso
-dire più d'una volta di “quistioni d'onore„ — come le chiamavano, —
-composte dai padrini amichevolmente; aveva visto in qualche gazzetta
-qualcuno dei così detti “verbali„ sottoscritti da quattro persone, le
-quali dichiaravano, dopo aver esaminato il caso, non esservi ragione di
-battersi fra due signori, che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè
-non potevano essersi riconciliati, per intromissione degli amici, suo
-padre e l'avvocato Bussi? Come avrebbe potuto suo padre mostrarsi
-così tranquillo, se avesse dovuto il giorno dopo rischiar la vita?
-— E s'afferrò con tutte le forze a questa speranza, nella quale ogni
-sorriso di suo padre lo riconfortava, e si sentì crescere in cuore, a
-grado a grado, una gioia immensa.
-
-Tutt'a un tratto suo padre si battè una mano sulla fronte e sclamò: —
-Che smemorato! — Poi, rivolto alla mamma: — Mi scordavo di dirti che
-domattina devo partire per Vercelli.
-
-Al ragazzo corse un brivido per le vene.
-
-— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse suo
-padre. — Ritornerò la sera. Parto col primo treno.
-
-— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non m'avevi detto che la
-causa era rimandata al mese venturo?
-
-— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma fu anticipato il
-dibattimento, perchè ne fu rinviato un altro, che lo doveva precedere.
-Ho ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo che mi secca.
-Ma non c'è che fare.
-
-— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò la signora, senza
-un'ombra di sospetto.
-
-— Certissimo. È un affare di poche ore. Non mi porto neppure la
-valigietta. Non t'avrai nemmeno da svegliare.
-
-Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso dallo sgomento e
-dall'affanno, non udì più nulla. Si levò da tavola appena finito di
-desinare, andò nella sua camera, accese il lume e sedette a tavolino,
-fingendo di fare il suo lavoro di scuola. A una cert'ora suo padre si
-affacciò all'uscio e gli disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo;
-non mi disturbare; ti do fin d'ora la buona notte.
-
-— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo con voce soffocata, e rimase
-là atterrito, agghiacciato dal pensiero che potesse esser quella
-l'ultima volta ch'egli si sentiva dir: — Buona notte, — da quella
-voce....
-
- *
-
-Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense il lume, e restò con
-gli occhi aperti nel buio e con l'orecchio teso, per sentire quando
-suo padre andasse a dormire. Scoccarono le undici, e non aveva ancora
-udito il suo passo. Che cosa poteva mai fare fino a quell'ora così
-tarda, poichè non era possibile che avesse l'animo tanto tranquillo da
-occuparsi dei suoi affari d'ufficio?
-
-Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre più viva, quella
-domanda: — Che cosa sta facendo?
-
-Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive il suo testamento!
-
-Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli faceva quella cosa
-terribile. Suo padre aveva il presentimento della morte, e si preparava
-a morire. E a quel pensiero lo prese una pietà e una tenerezza
-infinita. Suo padre, ancora così giovane, e così buono, che aveva
-circondato la sua infanzia di tante cure, che aveva tanto lavorato per
-lui, che dedicava ogni suo momento libero a istruirlo e a ricrearlo, e
-che cercava e trovava ogni giorno qualche nuovo modo di rendergli più
-bella la vita! E di ricordo in ricordo, risalendo fino al principio
-della sua memoria, riandò tutte le prove d'affetto che gli aveva
-date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui gli era apparso
-più rispettabile e più amabile, rivide i suoi sorrisi, riudì le sue
-parole, risentì le sue carezze, e, giunto al termine di quella corsa
-del pensiero, ritrovandosi dinanzi l'immagine di lui disteso a terra
-insanguinato, fu oppresso da una stretta di dolore più violenta ancora
-di quella che aveva risentito la mattina al primo intender la notizia
-funesta, e scoppiò in dirottissimo pianto. Ma, infine, la stanchezza
-lasciata in lui dalle commozioni profonde della giornata fu più forte
-dell'affanno, e nonostante tutti i suoi sforzi per resistere al sonno,
-si assopì leggermente.
-
-E sognò.
-
-Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava. Egli era solo in
-casa; ma in una stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono e l'altro,
-e qualche volta confusa col tuono, sentiva la voce di suo padre, che lo
-chiamava, come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Ma
-egli non capiva donde venisse quella voce, poichè pareva ad un tempo
-vicina e lontana, che venisse dal piano di sopra e da quel di sotto,
-di dentro ai muri, di sotto ai mobili, e di fuori, dai terrazzini,
-o dall'aria. Si slanciò nella stanza accanto: la risentì: — Arturo!
-Arturo! Figliuol mio! — Gli parve che la voce fuggisse davanti a lui.
-Si diede a girare di stanza in stanza, correndo, per un labirinto
-di stanze sconosciute, ora oscure come sotterranei, ora illuminate
-dai lampi, per lunghi anditi, per sale vastissime, di cui il tuono
-incessante faceva tremar le vetrate, e dove, con suo grande stupore,
-inciampava in cespugli e in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi
-sotto i suoi piedi; e sempre si udiva chiamare: — Arturo! Arturo!
-Figliuol mio! — da una voce sempre più supplichevole, sempre più fioca,
-sempre più lontana. Lo prese la disperazione, si mise a correre con più
-furia, singhiozzando: — Babbo! Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine
-il tuono cessò, seguì un silenzio profondo, e nell'oscurità muta, non
-più rotta dai lampi, egli sentì un passo leggiero che s'avvicinava....
-
-Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno, e sentì ancora quel
-passo....
-
-Fece appena in tempo a tirarsi addosso le coperte: suo padre era sulla
-soglia dell'uscio.
-
-Veniva a dargli il bacio d'addio.
-
-Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava in punta di piedi al suo
-capezzale.
-
-Lo assalì una tentazione violenta di gettargli le braccia al collo.
-Ma capì che se l'avesse fatto sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe
-tradito il suo secreto. Con uno sforzo vigoroso di tutto l'animo e di
-tutti i nervi, si contenne, e simulò il respiro fitto e regolare del
-sonno.
-
-Sentì la bocca di suo padre sulla fronte.
-
-Tremò tutto; ma si vinse.
-
-Suo padre s'allontanò come un'ombra.
-
- *
-
-Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo, finito di vestirsi in
-un lampo, si trovava già sul pianerottolo. Al momento che suo padre
-usciva dal portone, egli scendeva l'ultimo scalino, e di là, sporgendo
-il capo, vide nella luce incerta dell'alba una carrozza ferma vicino
-al marciapiede, e tre signori ritti accanto allo sportello; i quali
-salutarono suo padre, e salirono dentro con lui. Il fiaccheraio
-frustò il cavallo, la carrozza partì, ed egli vi si cacciò dietro,
-afferrandosi all'asse delle ruote posteriori.
-
-Il cavallo andava di trotto lento: lo poteva seguitare senza fatica.
-La carrozza svoltò in via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso
-Vinzaglio. Il suo primo pensiero fu chi potesse essere il terzo di
-quei signori che erano saliti nel legno con suo padre. Che lo dovessero
-accompagnare due padrini, lo sapeva; ma chi era il terzo? Non gli venne
-in mente che fosse il medico. Ma non insistè in quel pensiero. Era una
-bella mattinata di primavera, limpida e piena di fragranze di campagna.
-Ma la città, ancora dormente, con le vie deserte e le botteghe chiuse,
-presentava l'aspetto triste d'una città disabitata, e le pedate del
-cavallo e il rumore delle ruote echeggiavano in quella solitudine
-silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile. Al crocicchio di
-Corso Oporto attraversò la via un'altra carrozza, il cui fiaccheraio
-gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata! ne porti uno gratis!
-— e quasi nello stesso punto Arturo fu colpito alla guancia dallo
-sverzino della frusta, che il “camerata„ aveva menata con un giro del
-braccio all'indietro. Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò di più
-la vergogna. Cominciava a passare qualche operaio, ad aprirsi qualche
-finestra: gli pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo per
-uno straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta di dietro! —
-Correva per lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo i passanti e
-gli alberi che come ombre fuggenti, inzaccherandosi nelle pozzanghere
-che aveva fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel numero
-della carrozza come per raccogliere in quello tutta la sua mente, e
-non pensare ad altro. Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso Duca di
-Genova il cavallo prese un trotto più rapido, ed egli cominciò a sentir
-la stanchezza, e a filar grosse goccie dalla fronte e dalle tempie.
-Lo affaticava sopra tutto lo star chino con le mani sull'asse, che era
-troppo basso; provò a tenersi alle molle, ma s'affaticò anche di più,
-perchè doveva star colle braccia troppo aperte, e quell'atteggiamento
-gli opprimeva il respiro; tornò ad appoggiarsi come prima. Quando la
-carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli principiò a temere che
-non gli bastassero le forze per proseguire lungamente. Ma raccolse
-tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò a correre. Gli
-pareva che se si fosse arrestato sarebbe stato un presagio sinistro,
-che se suo padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe andato
-certamente a morire. Ma oramai grondava di sudore, gli saltava il cuore
-nel petto, gli usciva il respiro come un soffio di mantice. Pensare
-che il suo povero babbo era lì, a tre palmi dal suo capo, che c'era
-solo fra di loro una sottile parete di legno, e che pure gli pareva
-tanto lontano, e come separato da lui da una muraglia enorme e da un
-abisso insuperabile! E domandava a sè stesso se egli pensasse a lui
-in quel momento, e immaginava i tristi pensieri e l'affanno doloroso
-che lo dovevano opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni scossa della
-carrozza, movendo continuamente le mani dall'asse alle molle e da
-queste all'asse, piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi
-con uno sforzo sempre più penoso, ripeteva tra sè: — No, no, non ti
-abbandonerò, padre mio.... non ti lascierò ferire.... cadrò prima
-sfinito in mezzo alla strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio,
-babbo mio! Il tuo Arturo è con te.... Senti il mio cuore che batte
-vicino al tuo.... Senti il respiro del tuo figliuolo che ti accompagna!
-
- *
-
-Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva e pensava. Gli stava
-seduto accanto il medico, un biondone corpulento, che sonnecchiava, e
-gli sedevano in faccia i due padrini, due avvocati sulla quarantina,
-barbuti e gravi; ma di quella falsa gravità con cui i padrini cercano
-per solito di dissimulare agli altri e a sè stessi la coscienza
-inquieta d'esser complici di un atto insensato e incivile. L'avvocato
-Pironi pensava alla moglie, che aveva ingannata, al ragazzo, al quale
-aveva dato quasi a tradimento forse l'ultimo bacio; pensava che era
-fuggito di casa come un ladro, e che forse egli era un ladro veramente;
-perchè poteva essere che, uscendo di nascosto da quella casa, ne
-avesse portato via la felicità, la pace, l'agiatezza, l'avvenire del
-figliuolo, e anche la salute, e anche la vita della madre. E per la
-prima volta domandò alla propria coscienza se egli avesse diritto di
-disporre a quel modo dell'esistenza e della fortuna della donna che
-aveva legata alla propria sorte e del fanciullo che aveva messo al
-mondo, giurando sull'onor suo di proteggerli e di consacrare a loro
-tutto sè stesso. E una voce solenne della coscienza gli rispose: —
-No, tu non hai questo diritto, perchè la tua vita non è tua! No, tu
-non dovevi fare quello che hai fatto, non dovresti fare quello che
-farai, perchè è un'azione sleale e crudele verso i tuoi, barbara
-verso la civiltà, stolta davanti alla ragione, iniqua davanti alla
-legge di Cristo. — E che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi
-dalla coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare l'amico. — Ma l'ho
-oltraggiato, e gli dovevo una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una; ma
-era quella di umiliare, di punire il tuo orgoglio, da cui era uscito
-l'oltraggio; non quella di mettere in gioco due vite che sono strette
-alla tua, ma non son cosa tua; no, non per altro che per salvare il
-tuo orgoglio, tu metti l'una e l'altra a cimento; perchè ti manca il
-nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il coraggio scellerato di
-gettar la disperazione nella tua casa; per parere un uomo coraggioso
-non t'importa d'essere un marito e un padre spietato; copri con la
-maschera del gentiluomo un egoismo feroce; il tuo coraggio non è che
-debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario che generoso;
-prostituisci l'anima per salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti,
-fatti ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo scontino per
-tutta la vita con la miseria e col pianto una parola insolente che
-t'è sfuggita nell'ira, e che tu non volesti ritirare per superbia.
-Vigliacco! — A queste parole non trovò più obbiezioni, chiuse gli
-occhi, fingendo d'appisolarsi, e pensò con profonda tristezza al
-figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un ragazzo ha maggior
-bisogno del consiglio e degli aiuti del padre; che era intelligente
-e studioso, ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione troppo
-eccitabile; e sano e bello, e di carattere vigoroso e risoluto, ma di
-complessione non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto preservare
-con gran riguardo da ogni commozione troppo forte, che gli sarebbe
-potuta riuscir funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni forte
-commozione, e stava per dargli quella terribile di vedersi portare a
-casa suo padre con una mano recisa o con la fronte spaccata, e forse
-moribondo, e forse morto! Un atroce rimorso gli passò il cuore a quel
-pensiero, e aprendo gli occhi giusto in quel punto a uno scossone della
-carrozza, e vedendo la nuova piazza d'armi, lungo la quale correvano,
-egli si ricordò delle tante volte che aveva portato a scorrazzare su
-quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli tornarono vivi alla mente
-il suo aspetto infantile, i suoi atti graziosi, le voci d'allegrezza e
-il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che balbettava allora, e
-la grande gioia ch'egli provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo
-in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e a quei ricordi gli
-venne su dal cuore come una ondata di tenerezza e di pietà così
-improvvisa e impetuosa, che si dovè addentare le labbra per ricacciar
-giù le lacrime, di cui si sarebbe vergognato. E giurò in cuor suo che,
-se fosse scampato da quel duello, mai più, mai più nella vita avrebbe
-rimesso i suoi cari a una così triste prova, nè l'animo proprio a una
-così crudele tortura. — Perdonami questa volta — disse tra sè; — una
-sola volta m'avrai da perdonare, figliuol mio! Mai più tuo padre non
-giocherà sulla punta della spada la tua salute e il tuo cuore! E questa
-volta Dio mi protegga per amor tuo, mio buono, mio adorato, mio povero
-Arturo! —
-
- *
-
-Mentre questo diceva il padre, la carrozza, correndo sempre più
-rapidamente, svoltava sul corso Peschiera, e il povero Arturo era
-all'estremo delle sue forze. Eran già quasi due miglia ch'egli aveva
-fatto di corsa, e per un ragazzo come lui, di petto debole, eran già
-troppe. Avrebbe resistito di più se si fosse messo alla prova fresco di
-lena; ma ci s'era messo già affaticato dagli affanni del giorno avanti,
-e dalla notte insonne e travagliata, e dal digiuno: solo uno sforzo
-enorme della volontà l'aveva sorretto fino a quel punto. Era tutto in
-acqua, aveva i muscoli sfiniti, il cuore gli saltava alla gola, gli
-martellavano le tempie, gli tremavano le braccia, gli si aggranchivano
-le mani, la vista gli s'intorbidiva, le idee gli si confondevano; la
-sua respirazione non era più che un anelito continuo e doloroso; andava
-avanti quasi senza conoscenza, come spinto da un impulso di dentro, che
-si veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre perdendo sangue
-da una piaga; si sentiva mancare non solo il vigore, ma il pensiero e
-la vita. La carrozza infilò il corso Sommeiller, e poi svoltò a destra.
-Come a traverso una nebbia egli riconobbe gli olmi e le case del viale
-di Stupinigi, e disse quasi inconsciamente, come un'eco: — Stupinigi!
-— Poi balenò nella sua mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti
-duelli si facevano nei boschi di Stupinigi. Non c'era dubbio. Suo padre
-andava là. C'erano dieci chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la
-speranza di poter resistere, lo abbandonò l'ultimo resto del vigore.
-Le gambe gli piegavano, si lasciò trascinare; non gli restò che un po'
-di forza nelle mani, con cui si teneva rabbiosamente stretto all'asse
-delle ruote. Ma gettando a destra uno sguardo di naufrago, vide la
-facciata dell'ospedale Mauriziano, ed ebbe nel punto stesso quasi
-l'apparizione viva di suo padre portato là da quattro uomini, col
-viso bianco e le braccia ciondoloni. A quella visione perdè la testa,
-allentò le mani, e cadde nel mezzo della strada, appena oltrepassato
-l'ospedale, mandando un gemito, e dicendo disperatamente: — Addio,
-babbo! addio! addio! — E impotente a rimettersi in piedi, riuscì ancora
-a trascinarsi carponi fino alla proda del viale, dove andò giù disteso,
-come un corpo morto.
-
- *
-
-Pochi momenti dopo, come in un sogno, udì il rumore d'una carrozza che
-passava, e quasi ad un tempo il suono del suo nome.
-
-Aperse gli occhi: vide Carlo Bussi inginocchiato davanti a lui.
-
-— Pironi! — esclamò quegli, pigliandogli una mano. — Pironi!... Che
-hai? Cos'è stato?
-
-— .... Non posso più, — rispose Arturo.
-
-— Alzati! — gli disse concitato il compagno — fatti forza! Siamo ancora
-in tempo. La carrozza di mio padre è passata ora. T'ho visto passando.
-T'ho creduto morto. Su, Arturo, su! Possiamo ancora raggiungerli. Non
-andranno lontano. La carrozza va adagio. Guarda.... Oh che fortuna! S'è
-fermata!
-
-A un centinaio di passi più oltre, infatti, la carrozza s'era fermata
-per aspettare che passasse il treno della strada ferrata, la quale
-attraversava il viale di Stupinigi in quel punto. Doveva passare il
-treno di Milano, partito allora dalla stazione di Porta Nuova. Il
-cantoniere aveva chiuso le due barriere.
-
-— Coraggio! — ripetè Carlo, aiutando l'amico a mettersi a sedere e
-facendogli appoggiar la schiena a un paracarri. — Ecco il tuo berretto.
-Abbiamo cinque minuti di vantaggio. Hai il tempo di riprender fiato.
-Su, Pironetto, su. Vuoi darla vinta a un ronzino da trenta soldi l'ora?
-Ci ho delle pasticche di menta: ingollane una, chè ti rimetterà in
-gamba. Hai fatto il più: fa ancora un ultimo sforzo. Fino a Stupinigi
-non ci vanno; ho inteso dire al cocchiere il nome d'una villa. Ci
-arriveremo e non li lascieremo battersi. Vedrai come mi buscherò la
-piattonata del genitore! Che credi che non abbia faticato anch'io?
-Nella furia di scappare ho infilato nell'anticamera le scarpe del
-servitore. Guarda che torpediniere! Ho dovuto far miracoli per portarle
-a salvamento. Credevo di lasciarne una davanti al Municipio. Lèvati
-presto. Non avrai più da correre. Io ti metto a sedere sull'asse
-delle ruote, tu ti appoggi con le mani alle mie spalle, e vai come un
-milionario. Su, su, senti il treno che arriva. Andiamo subito. Vedrai
-che tutto andrà bene. Ma non perdiamo più un momento!
-
-A quelle parole Arturo si sentì nel petto come un nuovo soffio di vita,
-si levò in piedi, e ciondolando un poco, ma a passi spediti, tirato
-per la mano da Carlo, arrivò sin dietro alla carrozza, nel momento che
-passava il treno con un fracasso di tuono.
-
-— Riaprono! — disse Carlo. — Su, Arturo, in sella!
-
-E, preso l'amico fra le braccia, lo pose a sedere sull'asse, si fece
-metter le mani sulle spalle, e s'afferrò al ferro con le sue, l'una a
-destra e l'altra a sinistra, pronto alla corsa.
-
-La frusta schioccò; la carrozza si mise in moto.
-
-— Ci stai bene? — domandò Carlo.
-
-Arturo accennò di sì.
-
-— Fa conto di far gli esercizii alla sbarra fissa. Ma agguantami forte,
-e attento ai sobbalzi. Non aver paura, però. Non s'andrà molto lesti.
-Mi sono accorto che il fiaccheraio è sborniato. E non darti pensiero di
-me. Io ho i polmoni del Bargozzi. Vedrai che avremo fortuna....
-
- *
-
-Proprio in quel momento, nella carrozza, uno dei padrini, — un signore
-lungo e secco, con due occhi di gatto e un pizzo di barba grigia
-— dava gli ultimi consigli all'avvocato Bussi, seduto dirimpetto a
-lui, intorno al modo di regolarsi nel duello. — Dunque, siamo intesi.
-L'avversario è fuor d'esercizio, si stancherà dopo la prima furia. Tu
-aspetta che molli, e allora fa quello che t'ho detto: — così — così —
-e là! — E sarà servito. — E rifece con la mano ossuta l'accenno di due
-finte e d'un colpo di bandoliera, strizzando l'occhio felino.
-
-L'avvocato Bussi non rispose. Aveva l'aria d'un uomo seccato. Volgeva
-in mente da un po' di tempo dei pensieri assai discordanti dalla
-conversazione; i quali s'esprimevano in un sorriso sarcastico sulle sue
-labbra taglienti, usate alla canzonatura. — Curioso — diceva tra sè —
-questo bravo signore, che si vanta di credere in Dio, e che m'insegna
-tranquillamente a sgozzare il prossimo, come mi darebbe una ricetta
-per una salsa! E quest'altro palloncino pien di vento, che non riesce
-a nascondere la felicità d'esser per la prima volta padrino in un
-duello, come se fosse una delle imprese d'Ercole, e schizza dagli occhi
-l'impazienza d'andarlo a strombettare ai quattro canti di Torino! E
-questi due armadi a ruote che portan via di nascosto me e quell'altro
-come due ragazze rapite, e quel signore che c'impresta cortesemente la
-villa perchè ci possiamo ammazzare a nostro comodo, e il medico che
-ci accompagna con l'ago e col filo per rimendarci la pelle.... tutto
-questo m'ha l'aria d'una lugubre buffonata. Vorrei sapere perchè mi
-vado a battere. Quando il Pironi mi regalò quell'epiteto, io ero ben
-certo che tale non mi credeva, e che quanti eran lì eran certi della
-stessa cosa, e che capivano ch'egli m'aveva lanciato quella parola
-perchè l'avevo messo al muro e non sapeva più che altro rispondermi.
-Avrei dovuto ridergli in faccia, senz'altro. Io mi batto dunque per
-dimostrare che non son uomo da lasciarmi dire delle impertinenze. Ma se
-egli mi ferisce, a che servirà l'aver dimostrato che non mi lascio dire
-delle impertinenze, se dimostrerò ad un tempo che mi lascio dare delle
-sciabolate? Che corbelleria! Ma è una corbelleria che può finire....
-con la fine d'uno dei due. Si può essere più bestialmente matti?...
-Basta: purchè non ci sian là a vederci dei contadini. È il mio pensiero
-fisso da ieri: un pensiero che mi dà una noia.... da non credersi. Mi
-pare che mi vergognerei, e che buscherei una botta per effetto della
-distrazione. E perchè me ne vergognerei?... Perchè la gente del popolo
-ride del duello. È certo per questo. Ma perchè, se io vedo due popolani
-che rissano col coltello, non rido, ed essi ridono quando vedono due
-di noi che si battono con la sciabola? Vediamo un poco. Forse....
-perchè essi non si battono che in un accesso di furore, il quale, se
-non giustifica la rissa, la spiega, e le dà almeno un aspetto tragico;
-quando il nostro combattimento condotto con tutte le regole, — dopo uno
-scambio di saluti, con le debite pause, in presenza di quattro signori,
-in un luogo prestabilito, senza neanche la giustificazione apparente
-dell'ira — è veramente una cosa buffa e antipatica. E io me ne
-vergognerei anche perchè quella gente, vedendo un duello, comprendono
-che è assurda la distinzione enorme che noi facciamo fra le nostre
-risse e le loro, e godono di coglierci in una contraddizione stupida
-e odiosa fra la nostra ferocia di duellanti e le nostre vanterie di
-gente civile e gentile; contraddizione tanto più odiosa in quanto ad
-ammazzare essi non imparano, e noi ci esercitiamo per molti anni. Ah,
-buffoni, buffoni, buffoni! Ma dunque non si arriverà mai a questa villa
-del malanno?
-
- *
-
-In quel momento, i due ragazzi sentirono uscir dalla carrozza un grido
-soldatesco: — Ferma!
-
-— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci subito. — Arturo
-si buttò giù dall'asse, corse dietro all'amico e saltò con lui dentro
-al fosso che fiancheggiava la strada; dove tutt'e due s'accucciarono,
-levandosi il cappello e sporgendo il capo al disopra della proda appena
-quanto occorreva per veder ciò che avveniva.
-
-La carrozza si fermò davanti alla cancellata d'una villa signorile,
-della quale appariva il tetto di là dagli alberi d'un vasto giardino,
-cinto d'un muro. La cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata da una
-mano invisibile, la carrozza entrò, i battenti si chiusero.
-
-— Siamo perduti! — esclamò Arturo.
-
-— Neppur per sogno, — rispose Carlo.
-
-— Come faremo ad entrare?
-
-— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar per la porta. Vieni con
-me, ma lesto.
-
-Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò, si gettò di
-corsa, seguito da Arturo, in un campo accanto alla villa, arrivò fino
-ai piedi del muro di cinta, lo misurò con uno sguardo, e disse al
-compagno: — Scavalchiamolo.
-
-— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo affannato. — Intanto si
-batteranno!
-
-— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi son lunghi. Fa a modo
-mio.
-
-Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece piantar forte i piedi e
-incrociare le mani a seggiolino, e dettogli: — Tien saldo! — gli pose
-un piede sulle mani, afferrandosi alle sue braccia, prese una spinta
-con l'altro piede, gli salì ritto sulle spalle e tastò con le dita la
-sommità del muro.
-
-— Accidenti al proprietario! — esclamò, e ricadde a terra.
-
-— Che cosa c'è? — domandò Arturo, sgomento.
-
-— C'è che la cresta del muro è incrostata di schegge di vetro, a
-servizio dei galantuomini. Bisogna sacrificar le giacchette. Dammi la
-tua.
-
-Se le tolsero tutt'e due, Carlo le prese fra i denti, e, risalito sulle
-spalle del compagno, gettò l'una sopra l'altra sul sommo del muro,
-vi piantò le mani come due artigli, si tirò su, si rigirò verso il
-compagno appoggiandosi sul ventre, tese le braccia verso di lui, e gli
-disse: — Afferrati, punta i piedi contro le sporgenze e vien su senza
-paura: ho le pale solide.
-
-In quella maniera, facendo uno sforzo di piccolo atleta, tirò a sè il
-compagno come un secchio.
-
-— Bada a non bucarti! — gli disse quando Arturo s'attaccò alle
-giacchette.
-
-Arturo mise un grido.
-
-— Che c'è?
-
-— Nulla; una puntura.
-
-— Io salto dentro. Tu aspetta.
-
-Carlo saltò giù nel giardino, e tese le braccia allargate verso Arturo,
-dicendogli: — A te, ora!
-
-Questi si lascio andar giù e gli cadde fra le braccia.
-
-— Bene arrivato! — esclamò Carlo, — siamo nella fortezza!
-
-Si trovavano all'estremità d'un lungo sentiero che andava diritto in
-mezzo a due fughe di piccole aiuole, divise da altri sentieri, fino a
-una siepe altissima di mortelle; la quale attraversava il giardino come
-un muro divisorio, aperta qua e là in vani arcati dalla forma di porte.
-
-— Si battono là dietro! — disse Arturo. — Corriamo!
-
-E tutt'e due scamiciati, grondanti di sudore, trafelanti, si lanciaron
-di corsa verso il muro verde....
-
- *
-
-Appena entrato nella villa e sceso di carrozza vicino alla porta, dove
-stava già l'altro legno, l'avvocato Bussi s'era trovato davanti a un
-largo viale, fiancheggiato da due alte pareti di mortelle e chiuso in
-fondo dalla facciata della palazzina. Al capo opposto del viale, c'era
-l'avvocato Pironi col medico e co' suoi padrini. Questi e quelli del
-Bussi s'erano subito mossi gli uni verso gli altri, e, incontratisi a
-mezza via, avevano fissato lì il campo del duello, e tracciato delle
-linee sulla terra con la punta delle canne. Poi avevano levato dalle
-fodere e dato le sciabole al medico, che le aveva asperse d'acido
-fenico, dopo aver preparato bende, pinze e boccette sopra un sediletto
-di legno, vicino a una delle aperture di fianco.
-
-Mentre i due ragazzi stavano scalando il muro, i due avversari,
-chiamati dai padrini, si avvicinavano, si levavano il cappello e
-il vestito, si rimboccavano la manica della camicia sul braccio, si
-facevano fasciar la mano con un fazzoletto, e, impugnate le sciabole,
-si mettevano l'uno di fronte all'altro, avendo ciascuno i proprii
-padrini a destra e a sinistra. Uno dei padrini del Bussi, quello dal
-pizzo grigio, che aveva pure una sciabola in mano, faceva da direttore
-del combattimento.
-
-Tutt'e due avevano il viso pallido, ma risoluto. Tutti gli altri
-tacevano. Non si sentiva che un cinguettìo allegro d'uccelli e il
-latrato lontano d'un cane. Il sole batteva il primo raggio sulla
-facciata rosea della palazzina.
-
-A un cenno dei padrini, i due avversari fecero il saluto con la
-sciabola.
-
-Il signore del pizzo gridò: — A voi!
-
-Era il segnale dell'assalto.
-
-Si misero in guardia e incrociarono le lame....
-
-In quel punto, di là dalla parete delle mortelle, suonò un grido acuto
-e doloroso: — Aiuto!
-
-L'avvocato Bussi s'arrestò il primo, stupefatto, come se avesse
-riconosciuto quella voce, ma incredulo, come se gli paresse
-un'illusione.
-
-La voce ripetè con un grido più lungo e più supplichevole: — Aiuto!
-
-Era il suo Carlo. Il Bussi non sentì più altro, gittò un'occhiata
-intorno, vide il vano della siepe, vi si lanciò, tutti lo seguirono.
-
-Fatti appena venti passi, s'arrestarono.
-
-Arturo giaceva in terra, disceso a traverso a un sentiero, tutto
-insanguinato e fuor dei sensi; Carlo, inginocchiato accanto a lui,
-atterrito e tremante, gli sorreggeva il capo con una mano, e con
-l'altra, rossa di sangue, gli stringeva un braccio intorno al polso;
-lungo il sentiero serpeggiava una striscia sanguigna.
-
-L'avvocato Pironi mise un grido disperato: — Mio figlio è morto! — e
-gli si gittò accanto in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il
-braccio; tutti gli altri affollarono Carlo di domande.
-
-Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando. Disse com'eran venuti
-là, per impedire ai loro padri di battersi, e come avevano scavalcato
-il muro, incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi, Arturo
-s'era ferito al polso. Non se n'era accorto subito. Poi, correndo a
-traverso al giardino, sentendosi mancar le forze, aveva scoperto la
-ferita; aveva perduto molto sangue; era caduto là, fra le sue braccia.
-
-— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore, me lo salvi!
-
-Il dottore, che aveva esaminato il braccio e lo stava fasciando,
-lo rassicurò, dicendo, che era stata ferita l'arteria radiale, ma
-leggermente, che il compagno, comprimendola, aveva arrestato in tempo
-l'effusione del sangue, e che non c'era pericolo.
-
-Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo il figliuolo dar segno
-di vita, non gli credette, e gridò più affannosamente: — Mi muore! mi
-muore! ma non lo vede che mi muore?
-
-— No, — rispose il medico, avvicinando alle nari del ferito una
-boccetta, — ecco che rivive.
-
-Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre, gli sorrise, e alzando il
-braccio illeso fece l'atto di mettergli la mano sulla spalla.
-
-Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse la fronte di baci,
-singhiozzando.
-
-— Babbo —, mormorò Arturo appena potè raccogliere la voce —, è
-stato Carlo.... Io ero caduto per la strada..., mi rialzò, mi fece
-coraggio.... È lui che mi ha tirato su pel muro.... Senza di lui
-non sarei qui.... Egli m'ha fermato il sangue.... È lui che ha fatto
-tutto....
-
-Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava ritto al fianco,
-lo fissò negli occhi, e gli disse: — Tu sei un uomo! — e lo baciò sul
-cuore.
-
-Poi balzò in piedi, raccolse la sciabola che aveva buttata via, e
-voltatosi verso il Bussi, che stava immobile a pochi passi, gli disse
-con un accento risoluto, che discordava dallo sguardo, sfavillante di
-gratitudine per il suo figliuolo:
-
-— Son pronto!
-
-— Io pure! — rispose fieramente il Bussi, e gettò la sciabola a terra.
-
-Il Pironi gli s'avventò al collo, e mentre s'abbracciavano, gli disse
-nell'orecchio: — Dimentica! — Poi, svincolandosi, a voce alta, perchè
-tutti sentissero: — Perdonami!
-
-Pochi minuti dopo, il ragazzo ferito, sorretto sulle braccia dai due
-padri, sulle cui spalle appoggiava le mani ancora insanguinate, facendo
-fra l'uno e l'altro come un vincolo vivo, e il suo bravo compagno,
-sollevato anch'egli da terra, in sogno di festa, da due padrini,
-furono portati alle carrozze, fra gli applausi e gli evviva, come in
-trionfo....
-
- . . . . . . .
-
-Ma l'avvocato Pironi non doveva arrivare a casa senz'aver provato un
-nuovo affanno. Nella carrozza, dove entrarono il Bussi e il medico
-con lui e con Arturo, questi, dopo esser rimasto un pezzo assopito,
-ridestatosi, volle rispondere a tutte le domande che gli eran rivolte,
-e s'affaticò per modo che, nel punto che stavano per sboccare da via
-Sacchi sul corso Vittorio Emanuele, ebbe un leggero deliquio. — Che
-cos'è questo? — domandò il Pironi spaventato. Era debolezza. Il medico
-consigliò un cordiale. Il Pironi gridò: — Ferma! — La carrozza si fermò
-all'angolo del caffè Mogna. Dissero tutti e tre insieme: — Un cognac?
-— Del vino chinato? — Un Marsala? — Arturo aperse gli occhi languidi e
-mormorò sorridendo: — No.... un gelato di crema.
-
-Poi soggiunse, richiudendo gli occhi: — Doppio.
-
-
-
-
-INDICE.
-
-
- DEDICA Pag. VII
-
- RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA
- [da pag. 1 a 188].
-
- I primi anni Pag. 3
- La prima scuola 18
- Qui, quae, quod 30
- I bersaglieri 34
- Il caporale Martinotti 39
- La guerra di Crimea e i miei amici poveri 42
- Sul campo dell'onore 52
- Primi palpiti 56
- Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea 60
- Il furore della pittura 64
- Il regno del terrore 67
- Il maestro prete 73
- Davanti al tribunale 81
- Sulla mala via 86
- In _Umanità_ 95
- Tenorino fallito 100
- Il Cinquantanove 103
- Attore drammatico 118
- Nuove amicizie e nuove grullerie 121
- Professori di liceo 132
- Un rimorso 135
- I liceisti 138
- Il bimbo del Consigliere 140
- La resa di Gaeta 143
- Un pericolo e un lutto 146
- Primi studi di lingua 148
- Furori ginnastici 153
- Fisica e storia 156
- Avvocato! 159
- I profughi polacchi 162
- Giorni d'ebbrezza 164
- Un grande dolore 166
- Cambiamento di rotta 171
- Aspromonte 175
- Un fiume d'inchiostro 178
- La partenza 181
- Un mistero 184
-
- BAMBOLE E MARIONETTE.
-
- Il “Re delle bambole„ 191
- Un piccolo teatro celebre 210
-
- GENTE MINIMA.
-
- Grembiulini bianchi 247
- Personaggi infantili 261
- I bambini di Val d'Andorno 283
-
- PICCOLI STUDENTI.
-
- Momenti solenni 293
- Piccoli scrittori 307
- I desideri dei ragazzi 318
- Il garofano rosso, racconto 335
-
- ADOLESCENTI.
-
- Sui banchi del Ginnasio 357
- I commedianti e i ragazzi 376
- Un'ascensione in pallone 389
-
- DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
- racconto
- [da pag. 403 a 442].
-
-
-
-
-[Ed. Treves.] OPERE DI E. DE AMICIS [Ed. Treves.]
-
-
- IN-16.
-
- _La vita militare._ 67.ª impressione della edizione del
- 1880, rifusa dall'autore, con l'aggiunta di due bozzetti L. 4 —
- — — edizione popolare. 55.º migliaio 1 —
- _Pagine sparse._ Nuova edizione economica con prefazione
- di =Salvatore Farina= 2 —
- _Marocco._ 23.ª edizione 5 —
- _Novelle._ 28.ª impressione della nuova edizione del
- 1878, riveduta e ampliata dall'autore. Illustrata da 7
- incis. di Bignami 4 —
- _Olanda._ 22.ª edizione riveduta dall'autore 4 —
- _Costantinopoli._ 32.º migliaio. Nuova edizione 5 —
- _Ricordi di Londra._ 27.ª edizione con 21 disegni 1 50
- _Ricordi di Parigi._ 23.ª edizione 1 —
- _Ritratti letterari._ 7.ª edizione 2 —
- _Poesie._ 13.ª edizione 4 —
- _Gli Amici._ 24.ª edizione. Due volumi 2 —
- _Cuore._ Libro per i ragazzi. 610.º migliaio 2 —
- Del 500.º migliaio fu fatta un'edizione speciale a L. 4 —
- La medesima rilegata in gran lusso 20 —
- _Alle Porte d'Italia._ 18.ª impressione della nuova
- edizione del 1888, completamente rifusa e ampliata
- dall'autore 3 50
- _Sull'Oceano._ 32.ª edizione 5 —
- _Il romanzo d'un maestro._ 11.ª edizione 5 —
- — — Edizione economica in due volumi. 33.ª edizione 2 —
- _Fra scuola e casa_, racconti e bozzetti. 12.ª edizione 4 —
- _La maestrina degli operai._ Racconto. 5.ª edizione bijou 3 —
- _Ai ragazzi_, discorsi. 16.ª edizione 1 —
- — — Legato in tela e oro 5 — Legato uso antico 8 —
- _La carrozza di tutti._ 25.ª edizione 4 —
- _Memorie._ 12.ª edizione 3 50
- _Ricordi d'Infanzia e di Scuola._ 14.ª edizione 4 —
- _Capo d'anno_, Pagine parlate. 7.ª edizione 3 50
- _Nel Regno del Cervino_, nuovi racconti e bozzetti.
- 10.ª ediz. 3 50
- _L'Idioma Gentile._ 57.ª edizione 3 50
- _Pagine allegre._ 11.ª edizione 4 —
- _Nel Regno dell'Amore._ 12.º e 13.º migliaio 5 —
- _Lotte Civili_ (Edizione postuma) 2 —
- _Speranze e Glorie — Le tre Capitali_ (Torino-Firenze-Roma) 2 —
-
- IN-8 ILLUSTRATE.
-
- _Marocco_ 10 — _Sull'Oceano_ 10 —
- _Costantinopoli_ 10 — _Alle Porte d'Italia_ 10 —
- _La Vita Militare_ 6 — _Novelle_ 6 —
- — — Edizione popolare 2 50 _Gli Amici_ 4 —
- _Olanda_ 10 — _La lettera anonima_ 4 —
- _Cuore_ 5 — _Nel Regno dell'Amore_ 7 —
-
- ULTIME PAGINE (1908).
-
- I. Nuovi Ritratti Letterari ed Artistici. 4.º migliaio 3 50
- II. Nuovi Racconti e Bozzetti. 4.º migliaio 4 —
- III. Cinematografo Cerebrale. 4.º migliaio 3 50
-
- ANTOLOGIA DE AMICIS.
-
- Alla Gioventù. =Letture scelte= dalle opere di EDMONDO
- DE AMICIS. Antologia scolastica e famigliare per cura di
- DINO MANTOVANI. 27.º migliaio 2 —
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Andate sulla forca, canaglie.
-
-[2] E anche voi, femminucce pettegole.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Ricordi d'infanzia e di scuola, by
-Edmondo De Amicis
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA ***
-
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-<pre>
-
-Project Gutenberg's Ricordi d'infanzia e di scuola, by Edmondo De Amicis
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
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-
-Title: Ricordi d'infanzia e di scuola
-
-Author: Edmondo De Amicis
-
-Release Date: April 21, 2020 [EBook #61885]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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-
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-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-<span class="smcap">Edmondo De AMICIS</span>
-</p>
-
-<p class="main-t pad1">
-RICORDI<br />
-d'INFANZIA<br />
-e di SCUOLA
-</p>
-
-<p class="pad2 x-small">
-SEGUÌTI DA
-</p>
-
-<p class="pad1 large">
-BAMBOLE E MARIONETTE — GENTE MINIMA<br />
-PICCOLI STUDENTI — ADOLESCENTI<br />
-DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="g">MILANO</span><br />
-<span class="x-small">FRATELLI TREVES, EDITORI</span><br />
-1913<br />
-—<br />
-<b>Quattordicesimo migliaio.</b>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-<span class="smcap">Proprietà letteraria ed artistica.</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
-tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.</i>
-</p>
-
-<p>
-Tip. Fratelli Treves.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="dedica">
-<p>
-<a id="dedica"></a><span class="smcap">Al dottore ANGELO BOCCA<br />
-Sindaco di Cuneo</span><br />
-<span class="smcap lowercase">CARO AMICO DEI MIEI PRIMI ANNI<br />
-INSEPARABILE NELL'ANIMO MIO<br />
-DALLA MEMORIA DELLA CITTÀ ILLUSTRE E BELLA<br />
-A CUI MI LEGA AMORE E REVERENZA<br />
-DI FIGLIO.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<h2 id="ricordi">RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA.</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-</p>
-
-<h3 id="primianni">I primi anni.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La traccia più remota ch'io trovi in me della
-mia coscienza è quella d'un giorno che stavo
-giocando sopra un mucchio di sabbia con un
-mio fratellino, maggiore di me di due anni, il
-quale morì quand'io n'avevo quattro, non lasciandomi
-neppure una vaga reminiscenza del
-suo viso. In che maniera mi sia rimasta l'immagine
-di lui in quel punto, e non l'ombra d'un
-ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua
-morte, che avrebbe dovuto lasciarmi un'impressione
-profonda, è uno di quei tanti misteri della
-memoria, che tenta invano il nostro pensiero.
-E non è meno misteriosa per me la certezza
-assoluta che ebbi sempre, che quella larva con
-cui giocavo quel giorno era mio fratello, quantunque
-non abbia nessuna ragione d'esserne
-certo. A me pare che la mia esistenza sia incominciata
-in quel momento. Ma dopo di questo
-ricomincian le tenebre, e non ritrovo più il lume
-d'una ricordanza che molto tempo di poi: quello
-d'avere una volta, scendendo la scala di casa,
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-contato i miei anni, che eran cinque, sulla punta
-delle dita, e d'aver pensato che mi sarei potuto
-chiamar grande quando per contar la mia età
-mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano.
-D'allora in poi gli avvenimenti di cui mi rammento,
-benchè separati ancora da molti spazi
-oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui
-monti, sono chiari nella mia memoria come
-quelli dei periodi più recenti della mia vita.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Mio padre, genovese, era banchiere regio dei
-sali e tabacchi in una piccola città del Piemonte,
-che è per il sito e per i dintorni una delle più
-belle d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano,
-che si protende a punta e sovrasta al
-confluente d'un fiume e d'un torrente, i quali
-la cingono come d'un abbraccio; e di là dalle
-rive si stende, ascendendo ad anfiteatro, una
-campagna floridissima, tutta macchie e vigneti,
-coronata dalle Alpi imminenti. Tutti i ricordi
-dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde
-vivo di quella campagna, sull'azzurro chiaro di
-quelle acque, sulla neve luminosa di quelle alte
-montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che
-guardava da una parte sul fiume, e aveva a
-terreno l'ufficio e i magazzini, e davanti un
-giardino, un orto, due grandi pergolati, e un
-vasto cortile; il quale si riempiva due volte la
-settimana dei carri dei rivenditori, discesi a far
-le provviste fin dai villaggi più lontani del circondario;
-e quei giorni era un moto, un traffico,
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-un rumorìo di mercato, nel quale io mi tuffavo
-con gran piacere, correndo qua e là fra le bestie
-e la gente e su per i sacchi e le casse, curioso
-e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal
-pensiero che tutto quell'affaccendamento mettesse
-capo a mio padre, che mi pareva un
-personaggio più potente d'un ministro. Ma le
-impressioni più belle e più forti di quei primi
-anni furono quelle che ebbi dalla natura: tanto
-belle che, ripensando a quel tempo, mi pare
-che non ci siano più stati al mondo splendori
-di sole così sfolgoranti, lumi di luna così limpidi,
-primavere così fresche e così odorose;
-tanto forti che anche ora il piacere che mi dànno
-l'aurora, il tramonto, la pioggia, la neve, l'odor
-della terra e il profumo delle rose e delle viole,
-deriva in gran parte dal ricordo delle sensazioni
-che tutte quelle cose mi destavano allora.
-Per il luogo e per le circostanze in cui trascorsi
-la mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato.
-Mi è sempre stato un conforto dolcissimo
-il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di quella
-vasta bellezza alpina, in quella casa grande e
-sonora, inondata di luce e scossa dai venti, tra
-il verde di quel giardino che mi pareva immenso,
-in mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze,
-di lavoro e di grida, che metteva in moto
-ogni momento la mia immaginazione e le mie
-gambe, e mi faceva vivere una vita intensa e
-varia, tra cittadina e campestre, un po' da figliuol
-di signore e un po' da ragazzo d'officina, libera
-e vigorosa come l'aria purissima che respiravo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora
-sorridere, è la condizione singolare in cui
-mi trovavo davanti a mia madre e a mio padre
-in riguardo del linguaggio. Portato via, che non
-avevo ancor due anni, da Oneglia, dov'ero nato
-e cominciavo a balbettare il genovese, e trapiantato
-in una città dove si parlava un dialetto
-diversissimo, avevo scordato quello affatto, e
-imparato questo dalle persone di servizio e dai
-miei nuovi concittadini coetanei avanti che i
-miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare;
-perchè ai bambini il linguaggio che intendono
-dai compagni di gioco e dagli inferiori ossequiosi
-si attacca più prontamente di quello che
-sentono in casa. Ne seguì che per un bel pezzo
-mia madre ed io ci capimmo poco o punto; ed
-eran scene comiche, che facevan ridere tutti i
-presenti, quando essa mi dava una lavatina di
-testa in genovese ed io mi giustificavo e protestavo
-in piemontese, e la disputa andava per
-le lunghe, essendo grammatica tedesca per ciascuna
-parte le argomentazioni dell'altra; tanto
-che molte volte, per finirla, bisognava chiamare
-per interprete uno dei miei fratelli. E così a tavola
-due volte il giorno, essendo io il solo che
-parlasse il nuovo dialetto e non capisse l'altro,
-feci per molto tempo la figura d'un forestiero
-intruso, d'un trovatello raccolto nella città nuova,
-impacciato a chieder molte cose e costretto
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-spesso al silenzio, come quei viaggiatori che si
-trovano solitari a una tavola rotonda d'albergo
-in mezzo a commensali di un'altra nazione. Non
-fu che anni dopo che cominciai a parlare in
-casa il mio dialetto d'origine, che ora posseggo
-quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il
-colore del concio piemontese, e però son sempre
-rimasto il più piemontese della famiglia; benchè,
-passata la prima gioventù, mi sia nato e andato
-crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente
-delle memorie familiari, un affetto dolce
-e profondo per la mia regione nativa.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Fra le memorie della mia infanzia tiene un
-posto di principessa, accanto a mia madre regina,
-una vecchia serva, uno dei cuori più buoni
-e più dolci ch'io abbia conosciuto al mondo;
-della quale ho davanti agli occhi, lucidissimo,
-il piccolo viso sorridente, vero specchio dell'anima,
-e sento ancora la voce amorosa e tremola,
-di cui si diceva in casa che pareva la
-voce d'un'anima del purgatorio. Si chiamava
-Maddalena. Era come una seconda madre per
-me: nascondeva le mie piccole malefatte, si
-rallegrava come una bambina d'ogni mia gioia,
-s'affannava d'ogni mia sbucciatura come d'una
-grande disgrazia, e mi dava dei santi consigli
-dalla mattina alla sera; ed io le volevo bene
-come un figliuolo, le stavo appiccicato alle sottane
-ore intere, a farmi raccontar cento volte
-le stesse storielle, che mi parevan portenti di
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere
-al suono del suo canto lamentevole, che somigliava
-alle nenie degli Arabi. Posso dire che le
-ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare
-che, se c'è un mondo di là, dove dobbiamo
-rivedere le persone care, sarà lei una delle prime
-che cercherò nello sciame bianco, e di quelle
-a cui volerò incontro con un remeggio d'ali
-più vigoroso. Strani giochi della memoria! Perchè
-essa mi condusse una sera con altri ragazzi
-a fare i rotoloni giù per una china, verso il
-fiume, dov'erano moltissime lucciole, la sua
-immagine mi si presenta quasi sempre coronata
-di lucciole, come la Madonna di stelle; e
-perchè fu lei che m'insegnò a intrecciar coroncine
-coi fiori rossi e azzurri che fanno tra il
-grano, oggi ancora mi balena davanti il suo
-viso ogni volta che vedo accoppiati, o in natura
-o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta impressa
-così addentro nel cuore quella buona
-donna, che anche al presente, quando sogno
-qualche mio grande dolore, vedo qualche volta
-lei, con la rocca infilata nella cintura del grembiale,
-che mi guarda con viso ansioso, come
-faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la
-sua voce dolce che mi dice parole confuse di
-compassione e di conforto. Ah! se la rivedessi
-viva, quando mi risveglio da quei sogni, come
-darei ancora il capo bianco alle sue braccia,
-con che dolcezza piangerei ancora sulle ginocchia
-della mia vecchia Maddalena!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Non per altro che per ignoranza, con l'intento
-di ricrearmi, fu lei che fece di me per un certo
-tempo una delle vittime più compassionevoli,
-che siano state mai, del terrore dei fantasmi;
-e questo con un solo racconto, che essa disse
-sbadatamente, filando — me ne ricordo bene — e
-dando ogni tanto un'occhiata alla pentola,
-dove bolliva la minestra per la cena. Era la
-storia della Morte, che, beffata da un ragazzo,
-gli annunzia che verrà a pigliarlo nel letto la
-notte; e il ragazzo, la notte, sente prima il passo
-di lei per la strada, poi all'uscio della camera,
-poi dentro; e infine la Morte se lo porta via.
-Questa storia mi diede una vera malattia di
-paura. D'immaginazione viva com'ero, io sentivo
-veramente, da letto, il passo della Morte, e rabbrividivo,
-sudavo freddo, tremavo da battere i
-denti; saltai più d'una volta giù dal letto e corsi
-nella camera di mia madre, gridando aiuto. E
-da quello mi nacquero cento altri terrori. Per
-molti giorni mi atterrì la solitudine anche di
-giorno; tremai alla vista improvvisa d'un lenzuolo
-steso, che mi pareva il mantello dello
-spettro; ebbi paura d'un vecchio allampanato,
-che da una finestra d'un ospizio di cronici, che
-prospettava la mia casa, mi guardava lungamente,
-quando giocavo nel cortile; e credo che
-mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato
-di fibra molto robusta. È ancora così forte in
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-me il ricordo di quei tormenti che quando in
-una casa o in un giardino pubblico vedo una
-governante nell'atto di raccontare una favola a
-dei bambini, provo un senso d'inquietudine, e
-son tentato d'avvicinarmele, per assicurarmi
-che non racconti loro nulla di terribile, e per
-pregarla di smettere, quando ciò fosse. Povera
-Maddalena! Essa rimase più spaventata di me
-degli effetti della sua imprudenza, e fece punto
-fermo coi suoi racconti, inesorabilmente; ciò
-che le alleggerì di molto le fatiche del servizio,
-perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla
-tortura il suo povero cervello, che non era quello
-del Dumas padre, sebbene io le concedessi un
-uso larghissimo della ripetizione. — Mai più!
-mai più! — rispondeva alle mie preghiere. — Che
-nostro Signore mi perdoni, povera testa
-<i>voida</i> che sono stata!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno
-dei nostri facchini, il quale abitava in una casetta
-accanto al portone del cortile, e faceva
-anche da portinaio. Erano una tribù di ciabattoni,
-che facevano scala, come le canne degli
-organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne
-saltava fuori dalla casetta uno nuovo. Per me,
-figliuolo del padrone, avevano un certo ossequio
-di servitorelli, e mi ricordo che inclinavo
-ad abusarne. Ma su questo punto mio
-padre e mia madre erano severi, non me ne
-lasciavano passar una, ed è una delle cose di
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-cui son loro più grato. Non si lasciavano sfuggire
-un'occasione di rintuzzare in me l'orgoglio
-signorile, d'inculcarmi il sentimento dell'uguaglianza
-e il rispetto della povertà. In ogni litigio
-che nascesse fra me e i piccoli mangiatori
-di polenta, se io non avevo proprio della
-ragione da buttar via, mi davano torto. E quando
-commettevo qualche grossa prepotenza, mia
-madre aveva un modo particolare di farmi
-ravvedere e chieder scusa: coglieva quel momento
-per fare alla famiglia uno dei regali
-soliti di biancheria o d'abiti smessi, che per
-quella povera gente era tanta manna, e voleva
-che portassi io stesso la roba, non accompagnato.
-Con la soddisfazione del compiere l'atto
-benefico m'entrava nel cuore il pentimento del
-sopruso, e con questo la vergogna; la quale
-alle volte mi teneva un pezzo titubante e mi
-faceva fare molti zig zag nel cortile, prima di
-presentarmi; e provavo poi un grande piacere
-quando, nel porger l'involto alla mamma, vedevo
-il piccolo offeso sorridermi, facendo capolino
-di dietro all'uscio, dove s'era rimpiattato
-al mio apparire. Il mio prediletto era Franceschino,
-un trippettino biondo, d'un par d'anni
-più di me, gran cacciatore di lumache al cospetto
-di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle
-crepe dei muri, e le faceva arrostire a modo
-suo, per semplice formalità, con un fiammifero.
-Un giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte
-da un sasso ch'egli aveva lanciato in aria alla
-cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse mia
-madre, e un momento dopo la portinaia, che
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-s'avventò sul ragazzo come una furia per pestargli
-le ossa. Questi, scappando in giro come
-una rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia
-madre l'arrestò, e mentre m'aspettavo che facesse
-lei le mie vendette, gli mise le mani sul
-capo e se lo strinse al petto, per difenderlo,
-dicendo alla donna: — Non l'ha fatto apposta,
-non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi
-cacciò dall'animo come per incanto ogni risentimento,
-e quasi non sentii più il dolore. Questo
-si chiama educare.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo
-dipinto a fresco sulla vôlta d'una cappella
-del duomo, dove andavo la domenica a sentir
-la messa con la famiglia: un'alta figura alata,
-ravvolta in un camicione bianco, di viso soavissimo,
-che pareva mi guardasse coi suoi
-grandi occhi azzurri. Fu quella figura che mi
-destò il primo sentimento religioso, facendomi
-pensare quanto fosse dolce il vivere dopo la
-morte in mezzo a migliaia di creature così
-belle, buone e bianche, seduto sopra le nuvole,
-dentro una gran luce rosata, in un'aria odorosa
-d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che
-pensavo a quell'angiolo ogni sera, mentre dicevo
-il <i>Paternoster</i> e l'<i>Avemaria</i>, prima di andare
-a letto, e che davo con l'immaginazione
-la sua forma all'angelo custode che credetti
-fermamente, per un pezzo, mi venisse accanto
-dalla mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-che sovente, nei miei giochi, m'interrompevo,
-per domandarmi dov'egli stesse in quel
-momento, se davanti a me o alle spalle o dai
-lati, se vicinissimo o un po' discosto, se con
-l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo
-attorno, qualche volta, con la vaga idea, se non
-di veder lui in persona, almeno qualche indizio
-della sua presenza, alcun che di bianco, una
-forma vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo
-la fede, se così può chiamarsi quello che allora
-sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto
-paura dell'inferno, al quale quasi neppur pensavo,
-come a una cosa che non riguardasse i
-ragazzi. La religione era per me come la visione
-confusa d'una grande bellezza e un sentimento
-indeterminato di tenerezza e di bontà
-per tutti e per tutto, fin per i più piccoli insetti,
-che nei giorni di zelo più vivo badavo a
-scansare coi piedi. Dal che seguì che quando
-ebbi in chiesa le prime lezioni di catechismo
-dal parroco, che non ci metteva nè miele nè
-fiori, mi parve che m'avessero mutata la
-materia, e, senza rendermene chiara ragione,
-rimasi male, come uno che, aprendo un libro
-con l'idea di leggere un poema, si ritrovi sotto
-gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special
-modo, senza però turbarmi, quel nodoso
-dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto
-di minacciare le pene eterne. Quando facevo a
-mia madre qualche domanda relativa alla religione,
-non la interrogavo mai che sul paradiso,
-che era per me l'oggetto d'una curiosità
-vivissima, e intorno al quale pensavo che i
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-grandi avessero delle cognizioni molto più precise
-che i bambini. E quando udivo dire d'una
-persona morta: — È andata in paradiso, — credevo
-che si dicesse per aver visto veramente
-qualche cosa di quella persona, come un'ombra
-o una fiamma, volare in alto e perdersi nell'azzurro.
-Quel pensiero del paradiso fu così
-forte allora nella mia mente, che mi attrassero
-poi sempre, anche nell'età matura, e mi dilettarono
-vivamente l'immaginazione tutte quelle
-scene di teatro, anche rappresentate alla peggio,
-nelle quali per uno squarcio delle nuvole,
-a traverso a un velo bianco trasparente, si vedono
-in un fondo luminoso delle vaghe figure
-celesti, sedute in vari ordini di seggi, come
-nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il
-paradiso in una baracca di burattini ci ho altrettanto
-piacere che il più piccolo degli spettatori.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-L'angelo custode non mi guardò dal crup, al
-quale scampai per miracolo, dopo che il medico
-m'aveva dato per perso. Non ho memoria
-alcuna dei patimenti provati, che furono atroci,
-come seppi poi da mia madre, poichè, già soffocato
-a mezzo, durai per ore a rantolare e ad
-annaspar con le mani, come un naufrago, rimovendo
-da me chiunque mi s'accostasse, come
-se mi rubassero l'aria, e supplicando coi cenni
-che si spalancasse la finestra. Ricordo soltanto
-che stavo spesso con l'orecchio teso per sentire
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-se cantasse il corvo di fuori, perchè m'aveva
-detto Franceschino che il giorno prima
-della morte di mio fratello s'era sentito cantare
-un corvo sul tetto della casa. Ricordo d'aver
-visto per un momento ritta accanto al mio letto
-la forma nera del parroco. E un'altra cosa m'è
-rimasta in mente, che ancora mi fa fremere.
-Uscendo una mattina il medico dalla mia camera,
-mio padre e mia madre l'accompagnarono
-nella stanza accanto; donde mi venne all'orecchio
-un suono di voci sommesse, e poi
-un'esclamazione terribile di mio padre: — <i>Anche
-questo!</i> —; terribile al mio cuore in appresso,
-quando seppi che significava: — Anche
-questo figliuolo mi è tolto, — poichè il medico
-gli aveva levata in quel punto ogni speranza;
-ma non già allora, perchè non compresi. E
-così non compresi perchè mio padre, poco
-dopo, si sedesse a un piccolo tavolino accosto
-al letto, e menasse la matita sopra un foglio
-di carta, guardandomi spesso attentamente. Mi
-fu detto poi che, compiendo uno sforzo eroico,
-egli m'aveva fatto il ritratto a matita, per avere
-almeno quella memoria del mio viso, non ci
-essendo ancora in città, a quel tempo, nessun
-fotografo. Povero padre mio! Conservo ancora
-quel ritratto che mi fu lasciato da mia madre,
-e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo,
-a pensare con quale strazio nell'animo furono
-fatti da lui tutti quei tratti minutissimi, che
-paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente
-quell'arruffio di riccioli bruni, sui
-quali egli era già preparato a darmi l'ultimo
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei
-parenti, la convalescenza, tutto è svanito dalla
-mia mente. Non mi rammento che la prima
-volta che fui riportato nel giardino, con un
-cuffietto in capo e un fazzoletto al collo, accompagnato
-a festa da tutti i miei, seguiti dalla
-povera Maddalena che piangeva dalla consolazione;
-rammento che era una mattina di primavera,
-e che provai un piacere delizioso, come
-se m'apparisse per la prima volta ogni cosa, al
-riveder la luce del sole, gli alberi fioriti, e il
-gatto, che si arrestò a guardarmi, stupito.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Fra quella e la prima impressione della scuola
-ne ricordo un'altra, che ebbi dalla prima cognizione
-d'un grande dolore umano, e che vorrei
-poter cancellare dalla mia memoria, in cui è
-incisa come una ferita nella carne. C'era accanto
-alla nostra casa l'ospedale militare, e
-davanti a questo una casetta, dove abitava
-l'amministratore, tenente di fanteria, con sua
-moglie: una coppia simpatica alla città intera,
-che parevano fratello e sorella, e che io vedevo
-spesso dalla finestra passare sul viale dei
-bastioni, con due bambini bellissimi, fra i quattro
-e i sei anni, che tutti ammiravano. Una
-mattina, tornando con Maddalena da una passeggiata,
-vedemmo molta gente che s'affollava
-davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai
-bersaglieri di guardia, tutti col viso alzato verso
-le finestre della piccola casa, dalle quali, tra
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo
-di donna violento, strozzato, disperato,
-più somigliante all'urlo che al pianto, e che a
-molti della folla strappava le lacrime. Maddalena
-interrogò qualcuno. La risposta gelò il
-sangue a me pure, benchè bambino. Era accaduto
-questo: che il farmacista dell'ospedale,
-dovendo mandare della santonina per i due
-bimbi malati, aveva mandato invece della stricnina,
-e le due povere creature, prese le polveri
-a un tempo, erano morte quasi nello stesso
-punto fra le braccia del padre e della madre.
-La buona Maddalena si cacciò le mani nei capelli
-e si diede a esclamare senza fine, piangendo
-dirotto: — Ah povera gente! Ah povera
-gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo
-sull'uscio di casa, che era l'ora di desinare, mi
-raccomandò in fretta di non dir nulla alla
-mamma, chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena
-entrata, al veder mia madre seduta, che
-piangeva, con la fronte nelle mani, comprendendo
-che già sapeva, proruppe in un'esclamazione
-d'angoscia quasi collerica, che mi
-scosse il cuore, benchè io non capissi ancora
-che era un'eco del grido eterno dell'umanità flagellata: — Signore
-Iddio misericordioso, come
-possono accadere di queste cose!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-</p>
-
-<h3 id="primascuola">La prima scuola.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Prima dei sei anni fui mandato a imparar
-l'alfabeto da un maestro che teneva scuola in
-un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano
-ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie
-agiate. V'andai volentieri; m'hanno sempre
-attratto fortemente tutte le cose nuove: se
-la natura m'avesse dato la virtù del persistere
-pari all'ardore dell'incominciare, sarei forse
-diventato un pezzo grosso. Il maestro era un
-uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato,
-una figura di vecchio barbiere; ma di
-umor vivace, tanto che covava in quel tempo
-l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con
-una ragazza ventenne; la quale era cagione di
-certe sue giornate radiose, in cui stava ritto
-sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna,
-come in atto di farsi beffa dell'altra. Non
-aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva
-insegnare, che è una virtù assai rara fra
-gl'insegnanti, e render la scuola piacevole. Per
-insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-un gran numero di cartelloni, nei quali erano
-disegnati e dipinti con colori chiassosi, e con
-cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima sui
-ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine,
-con scene relative a tutti i mestieri, animate
-da molte figure d'uomini e d'animali; e
-quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e
-che ricordo con una chiarezza maravigliosa,
-mi fecero un'impressione così viva e piacevole,
-che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura
-(Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Nella scuola, lunga e nuda come un camerone
-di caserma, v'erano due file di rozzi tavoloni
-congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra
-per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti
-di panno grigio. La distinzione non era soltanto
-nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento
-che usava il maestro, il quale faceva
-ancora una seconda distinzione fra gli esterni
-di famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia.
-Egli aveva la voce dolce per i signori,
-agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri:
-questi castigava a ceffoni, scrollava gli altri
-per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo
-all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi
-(come lo rivedo!) il figliuolo d'un banchiere,
-guardato con rispetto profondo da tutti; intorno
-al quale correva la leggenda favolosa che giocasse
-alla guerra in casa sua, facendo delle
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati
-e assedianti con lire d'argento, fra cui gli
-ufficiali eran marenghi e i generali doppie di
-Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più
-fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che
-compariva alla scuola a quando a quando, vestita
-con gran lusso; sulla quale i ragazzi più
-grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei
-commenti, ch'io non capii che anni dopo,
-quando seppi che essa non era in regola con
-lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè
-quel povero ragazzo piangesse qualche volta di
-certi scherzi, di cui mi pareva allora che
-avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo
-d'un giudice di tribunale, che ci minacciava
-spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi
-ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un
-giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio,
-il maestro, infuriato, afferrò il colpevole
-per un orecchio, e scotendogli il capo violentemente,
-gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma
-non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo
-d'un giudice? — Che cose! Che tempi! Il vecchietto
-zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata
-d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe
-più la frase.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato
-a leggere. Credo non meno presto di quello
-che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi
-didattici. Ma ho ben presente alla memoria
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-che una mattina di domenica, in casa, avendomi
-un mio fratello messo sotto gli occhi un libro
-di lettura per vedere a che punto fossi, rimase
-maravigliato che io leggessi già quasi corrente,
-e ne diede la notizia a mio padre e a mia madre,
-i quali se ne rallegrarono come di cosa
-inaspettata. Mi rallegrai anch'io di quel riconoscimento
-ufficiale della mia uscita dalla classe
-illetterata; ma per una mia ragione particolare,
-da cui mi derivò un disinganno spiacevole. Io
-m'ero immaginato che bastasse saper leggere
-le parole per divertirsi alla lettura di qualunque
-libro, come vedevo che facevano i grandi.
-Con questa illusione, quel giorno medesimo,
-tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio
-padre, e mi misi a leggere. Era il libro <i>Della
-tirannide</i> di Vittorio Alfieri. Lessi una mezza
-pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento:
-non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico.
-E non me ne potevo capacitare. — O come
-va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano,
-so leggere, e non intendo nulla! — Pensai
-d'esser cascato sopra un libro difficile: ne presi
-un altro. Era il <i>Primato</i> del Gioberti. Rifeci la
-prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire
-allora che mi rimaneva molt'altra strada da
-fare prima di entrar nel regno della letteratura,
-e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare,
-non confessando ad alcuno la mia delusione,
-di cui sentivo vagamente il ridicolo. Ma pochi
-giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio,
-salito in casa per pigliare un mobile,
-vedendo un libro sopra un tavolino, ne compitò
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-il titolo, a voce alta, per farmi sentire che
-sapeva leggere; ma lesse: — <i>Opere schelte.</i> — Io
-lo corressi, si persuase, e mi ringraziò. Fu per
-me una viva soddisfazione d'amor proprio che
-mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso
-agli “studi„.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Furono interrotti i miei studi da un grande
-viaggio, del quale serbo il ricordo come d'un
-sogno stupendo: un viaggio che feci con mia
-madre a Valenza, dove una sorella m'aveva
-innalzato alla dignità prematura di zio: una
-visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in
-finestrini di vagoni e di diligenze; nella quale
-sono grandi lacune nere di spazio e di tempo,
-che mi paiono corrispondere a lunghi sopori
-misteriosi; e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima,
-particolari di nessun conto, come un gatto
-visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso
-a una finestra, e dei via vai d'ombre umane
-senza viso, e suoni vaghi di campane sconosciute,
-il cui ricordo mi ridesta il sentimento
-provato allora, d'una lontananza immensa della
-mia casa e della mia scuola. Uno dei ricordi
-più netti è la curiosità ardente con cui mi
-guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria,
-con l'idea di vedere all'orizzonte
-una specie di gran muraglia della China, un
-ammasso enorme e intricato di bastioni e di
-torri merlate, che si disegnassero nel cielo
-come una cresta alpina, mostrando le bocche
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-di mille cannoni e le baionette di un esercito
-di sentinelle. Credo che la mia passione di girare
-il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie
-che ebbi in quel viaggio; durante il
-quale mi rammento che mia madre doveva frenare
-di continuo le mie impazienze, ritenermi
-per un braccio quando mi lanciavo allo sportello,
-e farmi cenno di parlare più basso quando
-esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni
-a voce alta, che facevano ridere tutti i viaggiatori.
-E non solo per il diletto che provai ho
-sempre creduto che i denari meglio impiegati
-dai parenti per l'educazione dei fanciulli siano
-quelli spesi a farli viaggiare; ma anche, e più,
-perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei)
-che quel breve viaggio fece fare quasi un salto
-alla mia intelligenza; tanto che, tornato a scuola,
-feci più profitto in un mese che non ne avessi
-fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso,
-risentii dopo ogni viaggio un rinvigorimento
-di tutte le facoltà dello spirito, mi ritrovai
-in uno stato di coscienza intellettuale
-somigliante a quello che ci è frequente nell'adolescenza,
-quando, voltandoci indietro a considerare
-ciò che eravamo poco tempo avanti,
-ne sentiamo quasi pietà, come dello stato d'un
-essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a
-una grande distanza.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo
-un ricordo incancellabile. Prima che
-entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio mi
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-diedero la notizia che era morto il giorno
-avanti un loro e mio condiscepolo, del quale
-ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono
-se lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente,
-e condotto da uno di essi, m'andai a
-affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno,
-dov'era disteso in letto il cadavere, col capo
-scoperto. Quel viso immobile e bianco, con gli
-occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore
-sovrumano, mi fece un senso così profondo
-di terrore e di ribrezzo, che per quanto
-durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a
-casa, mandai giù a stento due bocconi per non
-farmi scorgere, e non dissi una parola; assorto
-sempre nell'immagine di quel viso, che mi
-stava davanti, solenne, misterioso, terribile,
-come il viso d'uno spettro che sorgesse da terra
-dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il
-mio stato d'animo agli occhi di mia madre, che
-m'interrogò, e mi indusse, insistendo, a dirle
-il vero. Mi fece rimprovero della curiosità che
-m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da
-questo il discorso, impietosendosi per quel povero
-ragazzo morto in un ospizio di poveri,
-senza padre nè madre, che forse non aveva
-mai conosciuti, senz'alcuna assistenza amorosa,
-non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto
-senza un fiore sul feretro, e non ricordato
-da anima viva. Quelle parole mi destarono
-in cuore un senso di compassione e di tenerezza,
-che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò
-assai, e quasi coperse d'un velo il terrore, volgendo
-a un altro corso i miei pensieri; a traverso
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-ai quali quel viso bianco mi apparve sotto
-un nuovo aspetto, più doloroso che spaurevole,
-come ingentilito dall'aureola ideale della sventura.
-Ma per tutto quel giorno scansai sempre
-di trovarmi solo dove si fosse, e la sera volli
-che mia madre mi stesse al capezzale fin che
-fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore
-e di pietà, che velavano di bianco ai
-miei occhi il fantasma della morte.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Stetti quasi due anni a quella scuola, che non
-mi riuscì punto faticosa, grazie al buon senso
-del maestro, e anche all'uso didattico di quel
-tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso
-la capacità cerebrale dei fanciulli. E fu
-sul finire del second'anno che incominciai a
-leggere qualche libro, e a comprendere. La
-prima commozione profonda che ebbi dalla
-lettura me la diede un capitolo del <i>Giannetto</i>
-dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo
-protagonista, il quale, dopo varie corse e
-avventure, ritrovandosi solo in campagna al
-calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento,
-mentre sta per darsi alla disperazione,
-è ritrovato e ricondotto fra i suoi. Tremai e
-piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il
-libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia
-madre, giurando in cuor mio che mai, mai al
-mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda
-avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi,
-che può ricevere l'una sull'altra, egualmente
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-profonde, due impressioni di natura opposta, e
-che potenza maravigliosa ha sulla fantasia
-fanciullesca ogni finzione! La mia seconda lettura
-fu la <i>Vita d'un bandito</i>: un vecchio libro
-ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca
-di casa, e che poi andò perduto; con mio grande
-rammarico, poichè ebbi più tardi cento volte
-il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte
-scossa che n'avevo avuto da bambino. Non ricordo
-di qual paese nè di che tempo fosse quel
-soggetto da galera che correva i monti e le
-foreste rubando e accoppando, e uscendo sempre
-vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi, dalle
-sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„
-Ricordo solo che mi appassionai per lui come
-per un eroe, che la sua vita errante e tempestosa
-mi parve così bella e desiderabile da
-farmi vagheggiare in segreto il disegno di
-darmi alla macchia non appena l'età me lo
-consentisse, e che m'infervorai a tal punto in
-questo sogno che già dalle finestre di casa mia
-cercavo con lo sguardo per la campagna quale
-via avrei preso per la fuga, e su quale delle
-alture lontane avrei fatto il mio primo bivacco
-brigantesco, e forse affrontato per la prima
-volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto
-male, se m'avesse potuto veder nell'animo,
-il povero autore del <i>Giannetto</i>!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi
-criminali mi seguì un'avventura che mi fece
-rinunziare di punto in bianco alla nobile carriera
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-che vagheggiavo. Avevamo in casa un
-vecchio gatto rosso, al quale volevo un gran
-bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie
-ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di
-condurlo a spasso come un cagnolino, e gli legai
-al collo una corda, con un nodo largo e fermo,
-che non gli desse noia, e non si potesse stringere.
-Ma, fatto appena il nodo, egli mi scappò,
-e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo rividi
-più per quel giorno. La mattina dopo, giocando
-nel giardino, lo vidi per di dietro fra i rami d'un
-albero, come appostato, nell'atto d'avventarsi
-sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse.
-Mi feci sotto l'albero, per guardarlo nel muso.
-Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi fra i rami,
-la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al
-collo come un serpente, e l'aveva soffocato. Pien
-di spavento e di dolore, corsi a confessare il
-mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola
-di non dir nulla a mio padre, al quale
-il gatto era carissimo. Mia madre mi perdonò
-e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto,
-nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento
-terribile quando mio padre, a tavola, uscì
-a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto
-rosso, che non si vede più? — Non debbono
-esser sonate più terribili al primo fratricida le
-parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo
-fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino.
-Non potei reggere allo sguardo di mio padre,
-che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di sentirmi
-poco bene per scappar da tavola, e m'andai
-a chiudere nella mia camera, dove mi buttai
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-sul letto, col cuore oppresso dalla paura e dal
-rimorso. C'era sul tavolino da notte la <i>Vita d'un
-bandito</i>. Al veder quel libro mi balenò un pensiero
-salutare; il dubbio di aver mai l'animo
-così forte da potermi dare con fortuna alla poetica
-professione che avevo scelta. Meditai alquanto
-su quel problema. E venni a questa conclusione: — No.
-Tu che sei ridotto in questo
-stato per la morte d'un gatto, che pure non morì
-di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo di
-ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era
-espresso in parole più riguardose per il mio
-amor proprio; ma, insomma, era quello. E rinunziai
-da quel momento alla vita del brigante,
-e ridivenni <i>Giannetto</i>.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Fu una sera di quell'anno stesso che il mio
-buon padre, sempre inconsapevole della corda,
-mi condusse la prima volta al teatro, dove una
-povera compagnia drammatica rappresentava
-il <i>Tartufo</i> del Molière. Prevengo la disapprovazione
-degli scrupolosi: la commedia non appannò
-nemmeno la mia purità infantile, perchè
-non ne capii il bellissimo nulla. Una sola frase
-richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo,
-torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla
-signora: — <i>Voi avete certe armi!</i> — tutto il
-teatro diede in una risata, della quale non compresi
-il perchè, non vedendo indosso all'attrice
-nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali
-sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-una mano sui baffi, e dopo una breve
-esitazione rispose: — Per armi, in questo caso,
-s'intende la bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne
-capii poco più di prima. Ma per me furono
-uno spettacolo incantevole la sala, il triplice
-ordine dei palchi, il lampadario, i lumi
-della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che
-rappresentava una rivolta di popolo contro un
-feudatario del medioevo: la commedia non mi
-parve che un accessorio di quelle maraviglie.
-E all'uscita feci rider mio padre esclamando con
-entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon
-padre mio! Anche privando sè di molte
-cose, egli ci procurava ogni specie di divertimenti,
-e quando mia madre gli faceva qualche
-osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh,
-poveri figliuoli; abbelliamo loro la vita
-quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il
-loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo
-dei loro primi anni.
-</p>
-
-<p>
-Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti
-a mio padre mi fu sempre turbato dall'immagine
-di quel povero gatto, il quale mi aveva
-distolto, morendo, dalla via della violenza e del
-sangue.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span></p>
-
-<h3 id="quiquaequod">Qui, quae, quod.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Non avevo ancora otto anni quando fui messo
-al latino, nelle scuole pubbliche, in <i>Prima Grammatica</i>,
-come si chiamava allora il primo corso
-di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere
-con me i padri che hanno la smania di
-far correre le scuole ai figliuoli come si corre
-il palio, come se la loro buona riuscita nel
-mondo non dipendesse da una infinità di casi
-intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto
-ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi
-studi un anno o due avanti gli altri non conta
-il minimo che. Questa smania non aveva già
-mio padre, che volle far soltanto un esperimento;
-ma l'esperimento, benchè non subito,
-fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo
-presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre
-primi anni di latinità, che pure erano allora
-meno difficili d'adesso.
-</p>
-
-<p>
-Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai
-la prima volta, quella grande scuola affollata
-di ragazzi, molti dei quali avevano tre o
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-quattro anni più di me, e mi parevano uomini,
-e mi destò un senso di reverenza paurosa quella
-cattedra enorme, della forma d'un pulpito, che
-torreggiava sopra i banchi come un castello
-feudale sopra le casipole d'un villaggio. Il professore,
-un uomo sulla quarantina, di viso aristocratico
-e grave, sempre insaccato in una gran
-palandrana oscura, che pareva un prete spretato,
-ci faceva dire le preghiere in coro al principio
-e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse
-da sei anni lo Statuto, fra una declinazione e
-l'altra, picchiava spesso e sodo; ma egli pure,
-come il mio primo maestro, più volentieri sui
-panni rozzi che sui panni fini. Salvo questa
-parzialità delle mani, era un buon diavolo, e
-insegnava con buon metodo; ma non era in suo
-potere di far digerire il latino a uno stomaco
-di sette anni e mezzo. Di tutto quell'anno m'è
-rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate,
-di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo
-lieto è quello del giorno onomastico del professore,
-che si soleva festeggiare allora, in tutte
-le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per
-il quale la scolaresca si dava moto quindici
-giorni avanti. Il regalo fu fatto quell'anno in un
-modo comicissimo, che mette conto d'accennare,
-per dare un'idea degli usi scolareschi del tempo.
-Si mise trenta soldi ciascuno, e si comprò un
-pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin
-di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima
-adunanza che si tenne per la strada, il collettore
-generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò
-che avanzavano della somma otto soldi. Che
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-cosa farne? I pareri furon diversi, si discusse:
-fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa
-d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi,
-il quale, rammentandosi che il professore aveva
-da quindici giorni la tosse, propose di coronare
-il regalo con otto soldi di gomma arabica. E
-come fu portata la roba! <i>Coram populo</i>, di pieno
-giorno, come il Santo Sacramento, da tutta la
-compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa,
-portato dal più alto della classe; poi uno col
-mazzo, tenuto su come un flabello papale; poi
-altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in
-mano; infine, il latore della gomma, e dietro di
-lui una processione rumorosa, che percorse le
-vie principali, in mezzo alla gente che si soffermava
-a guardare e diceva a voce alta: — Sono
-gli scolari di Prima Grammatica che portano
-la festa al professore tal dei tali. — Un ludibrio!
-Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente,
-e da certuni soltanto, e dai padri
-invece che dai figliuoli, e invece di gomma arabica
-si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho
-ancor da dire: la scena della presentazione fu
-assai più amena. Era presente la signora. Tutto
-era già stato offerto, il professore aveva già
-fatto il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli
-il nostro amore con lo studio invece che col
-vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando
-il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare
-il suo presente, si fece innanzi, e porgendo il
-pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città,
-disse solennemente: — Signor professore, c'è
-ancora questo! — e poichè quegli non capiva,
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse,
-signor professore! — Giornata felice! Dopo la
-quale ricordo che per alcuni giorni suonò più
-mite il latino e fu sospesa la distribuzione delle
-pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La
-settimana dopo il <i>qui quae quod</i> riprese tutta
-l'asprezza dell'antico impero, ricominciarono a
-grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo
-droghiere dovette riconoscere che non serve
-la gomma arabica a mutar l'andamento delle
-cose umane.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span></p>
-
-<h3 id="bersaglieri">I bersaglieri.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente
-una passione, che ebbe un effetto notevole
-nella mia vita, poichè si effuse quattordici
-anni dopo in un libro, il quale fu la prima
-mossa del viaggio che finisce forse con queste
-pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio:
-per i bersaglieri, che erano il solo presidio
-della città; chè se ci fosse stata invece fanteria
-di linea, son certo che quella passione sarebbe
-stata assai men forte, avendo principalmente
-giovato a farla nascere, insieme con lo spirito
-guerresco del tempo e con la mia natura disposta
-all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza
-degli esercizi e la prestanza personale dei
-“figliuoli di Alessandro La Marmora„. Fu una
-passione quale credo non sia stata mai più ardente
-in alcun ragazzo di quegli anni, neanche
-in quelli che erano per indole assai più fortemente
-inclinati di me alla vita militare: una
-vera frenesia, che non valsero a frenare nè
-esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti i
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti
-e dopo le lezioni, io scappavo di casa a tutte
-le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza
-d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle
-marcie in campagna, allontanandomi di parecchie
-miglia, anche sotto la pioggia, dalla città,
-dove ritornavo in uno stato da impietosire i
-sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette
-trombe sotto casa mia, non c'era più
-forza che mi tenesse; mi sarei calato con una
-fune dalle finestre, se m'avessero chiuso la
-porta; e tiravo via come mi trovavo, lasciando
-lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta,
-qualche volta in maniche di camicia,
-come un ladruncolo inseguito. Imparai presto
-a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico
-delle armi, i segnali delle trombe, l'orario,
-tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi
-la maggior parte dei sergenti e dei caporali
-della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano
-e mi salutavano, chiamandomi per
-nome, come un cagnolino familiare. E non ero
-un semplice dilettante, che si contentasse di
-guardare: negli intervalli di riposo, in piazza
-d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i crocchi
-per sentire i discorsi e rendere dei piccoli
-servizi: andavo ad attinger acqua nelle gamelle
-o a comprar per l'uno o per l'altro un soldo
-d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli
-zaini e aiutavo a spolverar le mantelline, e m'era
-un gran compenso il permesso che mi davano
-di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar
-le carabine in terra per lo sperone che avevano
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-allora infisso nel calcio. Ripensando a quel
-tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi,
-e sento veramente, come se lo aspirassi,
-l'odor di cuoio dei centurini e delle uose,
-e quello delle cartucce rotte e del fumo delle
-schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa
-che venivano su dalle cucine della caserma.
-A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato
-e col capo nudo, molti bersaglieri mi
-pigliavano per un cialtroncello scappato dall'officina
-o dalla bottega, e quando dicevo chi era
-mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra
-loro che per la mia età avevo già una bella
-disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto
-infatuato dell'“arma„ che non m'avevo per
-male neppur delle beffe; e poi dalla più parte,
-dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni
-di simpatia, che m'intenerivano.
-Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse
-pronuncie dialettali, e gl'intercalari del
-discorso, e persino l'andatura! E ricordo pure
-che in quelle mie corse al suon delle trombe
-e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione
-la mia immaginazione era in continuo
-lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti
-e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni
-specie, nelle quali mettevo in azione, sempre
-vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu
-così viva quella passione che oggi ancora la
-campagna circostante alla città e le rive dei
-due corsi d'acqua che la fiancheggiano e tutte
-le strade che vi fanno capo mi si presentano
-sempre alla mente picchiettate di nero dalle
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-divise e d'argento dalle baionette dei bersaglieri.
-</p>
-
-<p>
-Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo
-di viso e di nome, e ho ancora presente l'immagine
-giovanile di molti di essi, allora subalterni,
-che raggiunsero poi i più alti gradi, o
-morirono in Crimea, a San Martino, a Custoza,
-o combattendo contro i briganti. Ricordo un
-grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che
-io guardavo sempre con timida curiosità, perchè
-si diceva che mettesse i ferri a sua moglie,
-per punizione, ed era vero; il famoso tenente
-negro, Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio,
-allora sottotenente, ancora imberbe, che
-pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste
-infiorate; il tenente Franchini che, quando fu
-maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il
-famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello
-che poi, colonnello, arrestò Garibaldi a Aspromonte,
-e che io vidi una mattina, andando a
-scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente
-ferito al ventre in un duello, all'ospedale
-militare; dove riseppi dai soldati il giorno
-dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita,
-aveva detto sorridendo: — Oh diavolo! Non
-avrei mai pensato di dover vedere il colore delle
-mie budella! —; e molti altri. Ma fino a questi
-personaggi non s'alzarono le mie relazioni, nè
-sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale
-dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio
-affetto era tutto per la <i>bassa forza</i>, come allora
-si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto,
-e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-davanti a certi vicoli, in cui non entravano
-le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei
-amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo
-un senso penoso, un misto d'accoramento e di
-vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo
-scontento, come per la perdita d'una cara illusione.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span></p>
-
-<h3 id="martinotti">Il caporale Martinotti.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che
-è rimasta uno dei più cari ricordi della mia
-fanciullezza. Era un caporale trombettiere, nativo
-di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto
-di statura media, robusto e svelto, un vero
-tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma
-pieno di bontà, e di modi semplici e amabili;
-che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per
-me a forza di vedermi galoppare, con la lingua
-fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo
-relazione in piazza d'armi. Poi cominciammo a
-passeggiare insieme nelle ore ch'egli era libero,
-intorno a casa mia. Egli mi trattava come un
-uomo; il che m'inorgogliva, e rincalzava il mio
-affetto di gratitudine. Mi parlava della sua famiglia,
-del servizio e dei superiori, mi raccontava
-la cronaca del quartiere, con molti particolari
-e con grande gravità, e io lo stavo a
-sentire con un raccoglimento di divoto. In casa
-non discorrevo più che del caporale Martinotti,
-che i miei fratelli chiamavano “il generale„ per
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-canzonarmi. Egli voleva che gli dessi del tu; ma
-non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per
-la strada accanto a lui era un trionfo per me,
-e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa,
-andavo in gloria: non mi sarei insuperbito
-di più se mi ci avesse condotto il conte
-di Cavour. Mi chiamava col nome di battesimo,
-ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è,
-troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva
-Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò
-un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla:
-io li portai a casa come un tesoro, me li cucii
-da me alle maniche della giacchetta, e con
-quei galloni feci per molto tempo i miei lavori
-di latino, che era un latino da caporale, veramente.
-Arrivò a tal punto la mia adorazione
-per lui che imitavo la sua andatura e la sua
-pronuncia, e fischiavo dalla mattina alla sera
-le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso
-ai suoi trombettieri. Non ricordo bene quanti
-mesi sia durata quella felicità. So che mi pareva
-che non avesse mai da finire, come se
-il Martinotti dovesse invecchiar caporale in
-quella città, per gl'interessi del mio cuore. Finì
-invece bruscamente.
-</p>
-
-<p>
-Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata,
-incontrandomi sui bastioni, egli mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E
-come io non capivo, soggiunse: — Vado
-in Crimea.
-</p>
-
-<p>
-Da un pezzo sentivo parlare della guerra di
-Crimea; ma, non so come, non m'era mai passato
-per la mente che ci potesse andare anche
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-lui. Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli
-sorrise della mia commozione, guardandomi in
-aria compassionevole. E credette di consolarmi
-dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi.
-Non ci vorranno mica ammazzar tutti. E se
-scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino,
-coraggio. Ci rivedremo.
-</p>
-
-<p>
-Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò
-un poco, serio serio, e poi scappò di corsa,
-come se l'avesse chiamato all'improvviso la
-voce d'un superiore. Io tornai a casa col cuore
-stretto, e appena entrato, diedi a mia madre la
-gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il
-caporale Martinotti.... va alla guerra!
-</p>
-
-<p>
-— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse
-subito, per confortarmi, che avrei fatto
-bene a andarlo a salutare alla stazione.
-</p>
-
-<p>
-La sera del giorno dopo corsi alla stazione:
-non c'era nessuno. Il battaglione era partito la
-mattina.
-</p>
-
-<p>
-E io rimasi là un pezzo a guardar con gli
-occhi pieni di lacrime le rotaie luccicanti sulle
-quali era fuggito il mio amico, inseguendolo
-con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno
-di terrori e di mistero, donde pensavo che non
-sarebbe tornato mai più.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span></p>
-
-<h3 id="crimea">La guerra di Crimea
-e i miei amici poveri.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La guerra di Crimea è il primo avvenimento
-pubblico di cui trovi qualche traccia nella mia
-memoria; ma son tracce così rare e sparse,
-che ne stupisco, considerando che avevo già
-allora quasi nove anni, e che le grandi cose
-delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero
-dovuto lasciarmi impressioni assai più
-fitte e più vive. Di tutto quello che precedette
-la spedizione non ricordo altro che una frase: — Stiamo
-a vedere come si dispone l'Austria — detta
-in casa mia, a mio padre, dal direttore
-delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel
-punto, in un angolo della sala da desinare, con
-una gamba sull'altra, e un braccio ciondoloni
-dietro la spalliera della seggiola. Della partenza
-delle truppe, dopo quella del battaglione del
-caporale, non rammento che un episodio, che
-si riduce nell'immagine d'una giovine contadina;
-la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando,
-col busto spinto innanzi e con le braccia
-tese in uno slancio disperato di dolore, gridava
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-gli ultimi: — <i>Ciao! Ciao!</i> — al treno fuggente
-sul ponte lontano, dove si vedevano ancora
-ondeggiare fuor dei vagoni i pennacchi dei bersaglieri.
-Poi ricordo mia madre che, con la
-<i>Gazzetta del Popolo</i> fra le mani, interrompe a
-mezzo, soffocata dalla commozione, la lettura
-della descrizione dell'incendio del <i>Croesus</i>, salpato
-pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati.
-Di tutto il tempo che durò la guerra non
-ho più altro nella memoria che una nebbia, in
-mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi
-scamiciati, raggruppati in fondo al mio cortile,
-che cantano in coro una canzone guerresca:
-vedo la bocca squarciata e torta di uno di essi,
-che si chiamava Clemente, e che pronunciava
-Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in
-mente una strofetta di quella canzone, da cui
-si può argomentare che non ci fosse allora in
-una parte del popolino un'idea molto chiara
-delle nostre alleanze, poichè diceva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La caserma degl'Inglesi</p>
-<p class="i01">È situata in mezzo al mar,</p>
-<p class="i01">Napoleone coi suoi cannoni</p>
-<p class="i01">La faranno sprofondar.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al
-mio caporale lontano, e che dopo la sua partenza
-cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri
-rimasti, come se egli avesse portato via con sè
-tutta la poesia del suo Corpo e tutti gli entusiasmi
-del mio cuore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei
-compagni di gioco di quel tempo, fra i quali
-ritorno spesso e mi trattengo lungamente col
-pensiero, poichè trovo in loro il primo perchè
-di molte idee, tendenze e simpatie, che ho conservate
-per tutta la vita. Essendo sempre aperto
-il grande cortile della casa, era il luogo di convegno
-e il campo di gioco di tutta la ragazzaglia
-del vicinato; onde mi trovai mescolato
-fin da bambino con ragazzi d'ogni condizione,
-la più parte figliuoli d'operai e di rivenduglioli;
-alcuni dei quali poverissimi, che perdevano i
-panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi
-dell'anno. Con questi ebbi per anni una famigliarità
-fraterna, cementata da scappate comuni
-in campagna, da scambi di busse e di regali,
-da rotture e rimpaciamenti, e da migliaia di
-partite di palla e di pila e croce e di piccole
-monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno
-che mi si lasciava troppa libertà, che
-quella compagnia non mi poteva riuscir che
-perniciosa. Ebbene, io son grato invece a mio
-padre e a mia madre d'avermi lasciato così la
-briglia sul collo, d'aver permesso che mi tuffassi
-così liberamente in quello stracciume (dal
-quale, del resto, date le condizioni della casa,
-non avrebbero potuto separarmi che segregandomi),
-poichè ho capito allora della vita e dell'animo
-della gente povera tante cose, che non
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-capirà mai chi non è stato da ragazzo in mezzo
-a coetanei di quella classe sociale, chi non ha
-osservato in germe, per così dire, il popolo
-minuto, da cui ci separano più tardi troppi preconcetti
-e troppe diffidenze reciproche; perchè
-fu quella promiscuità coi piccoli scamiciati che
-mi fece nascere per la poveraglia una simpatia
-affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse
-poi sempre in mezzo agli umili, con sentimento
-d'amico, negli anni posteriori; poichè furono
-quelle amicizie che non lasciarono crescere
-nel mio cuore certe vanità e superbiole di
-“giovin signore„ le quali, svolgendosi col
-tempo, chiudono in molti le porte dell'animo a
-certi sentimenti d'umanità e di giustizia, che
-picchiano per entrare, troppo tardi. E quanto
-all'infezione morale, come dicono ora gli educatori,
-l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè
-ho a questo riguardo dei ricordi molto chiari:
-ricordo che fra i ragazzi del mio ceto, che conoscevo
-alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero
-dovuto infettare nel cortile, non c'era
-alcuna differenza nè in materia di cognizioni,
-nè in materia di linguaggio, nè in altro che si
-riferisse a cose proibite; che, anzi, se una differenza
-c'era, stava in questo: che i ben vestiti,
-ai quali l'agiatezza dava maggior libertà di spirito,
-e il buon nutrimento più vivacità d'immaginazione,
-lavoravano con questa intorno agli argomenti
-interdetti assai più continuamente e più
-volentieri che i poveri, distratti molto spesso dall'appetito
-insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici,
-e dalle busse paterne, materne e fraterne.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun
-di loro dopo che lasciai la città; ma essi
-vivono, parlano ancora nella mia memoria,
-dopo più di quarant'anni, come se li avessi
-lasciati ieri: vedo ancora, oltre che i visi, i vestiti
-di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani,
-i rammendi delle camicie rozze, gli scarponi
-girati loro dai fratelli, e le capigliature inesplorate
-dal pettine, e le crepature dei geloni alle
-mani, e quasi sento ancora l'odore che portava
-ciascuno con sè del mestiere di suo padre. Ho
-conosciuto poi nella vita centinaia di uomini
-d'altre classi sociali, che corrispondevano mirabilmente
-nell'indole ai tipi diversi ch'eran
-tra di essi; posso dire anzi d'aver incontrato
-ben poche persone così originali di carattere,
-che non mi paresse d'averle già conosciute in
-embrione in qualcuno di quei piccoli “mal nutriti„;
-poichè noi possiamo cambiare quanto
-vogliamo e il tenor di vita e il cerchio degli
-amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre
-presso a poco in mezzo alla stessa compagnia
-drammatica, con quei certi personaggi
-e maschere inevitabili, che la natura ripete
-senza fine. Ricordo Tonino, figliuolo d'un carrettiere,
-che portava due cerchietti d'ottone agli
-orecchi, uno spirito satirico, che metteva tutti
-in canzonella, ma di cuor buono e d'un buon
-senso precoce, e dotato di molte piccole abilità
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-meccaniche, che invidiavo e ammiravo; col quale
-m'era un piacere indicibile, un vero tripudio,
-nei giorni di pioggia, il far cuocere le castagne
-in un pentolino di terracotta, sotto una tettoia
-in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser
-stato colto dal temporale in un bosco, e d'essermi
-rifugiato in un antro, senza saper quando
-mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio,
-un viso d'arabo, figliuolo d'un pescatore,
-invitto giocatore a castellina, che non lasciava
-una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno,
-con cui nessuno la poteva nella lotta delle
-ingiurie, e che insolentiva qualche volta a pagamento:
-capace di durarla una mezza giornata
-per quattro fichi secchi; Tommasino, figliuolo
-del pollivendolo, un pallidino con un fil
-di voce, di animo mite, che piangeva per nulla,
-e che tutti si divertivano a tormentare; Giacometto,
-figliuolo della lattaia, piccolo e tarchiato,
-buon diavolaccio, e un po' melenso, ma che
-quando lo mettevano a un puntaccio dava in
-vere furie di torello, che facevano scappare
-tutti quanti. E il povero Andrea, che fine avrà
-fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un
-panattiere, che tutti picchiavano nella panatteria,
-così per spasso; un vero sacco da botte,
-e pure fresco sempre e pien d'allegria, come
-se i manrovesci e le pedate gli facessero l'effetto
-di docce igieniche: insuperabile a far saltare
-i soldi con la trottola e a saltare sui muriccioli
-a piedi giunti. E dove sarà il <i>frate</i>,
-figliuolo del cenciaio, a cui s'era dato quel soprannome
-perchè da bambino, per un voto fatto,
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-era andato un pezzo vestito da fraticello; quel
-piccolo <i>frate</i> che aveva un così bel testone di
-filosofo piantato per traverso sopra due spalle
-gibbose, e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi
-del vicinato, il più astuto e più ciarliero
-della compagnia, e tanto buffo da farci
-scoppiar dal ridere al solo suo apparire? E
-Gigetto, il ciabattino, gran rapinatore di nidi
-d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava
-in tutte le corse avventurose per la
-campagna, e che era regolarmente scapaccionato
-da sua madre ad ogni ritorno, perchè
-ritornava sempre mostrando una natica per
-un grande squarcio dei calzoni? E il piccolo
-Savoiardo, quel bel ragazzo biondo, sempre serio,
-orfano d'un oste, che i ragazzi più grandi
-tormentavano con certe allusioni misteriose a
-una sua sorella, sulle quali poi io meditavo
-lungamente.... Mi ricordo sempre d'una volta
-che essa venne a cercarlo nel cortile, tutta ben
-vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura
-di cuoio alla vita: mi ricordo che mandava un
-odore acuto d'essenza di violetta, e che per
-molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione
-quei riccioli ogni volta che sentii quell'odore.
-</p>
-
-<p>
-Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso
-è un ragazzo sotto i dieci, che si chiamava
-Clemente, quello della <i>Crinea</i>, figliuolo
-d'un'erbivendola, un tipo di monello compiuto,
-nel quale era il germe del delinquente. È il
-ricordo di costui che, prima ch'io leggessi
-alcun libro di Cesare Lombroso, mi persuase
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-che ci sono dei delinquenti di nascita. Era un
-piccolo Don Chisciotte del delitto. Il suo ideale
-supremo era di diventare un farabutto famoso,
-e si gloriava d'esser già tale, con una impudenza
-da pestargli la faccia. Portava sempre
-in tasca un coltelluccio spuntato, per impaurirci,
-minacciando ogni momento di servirsene. Menava
-vanto d'esser tenuto d'occhio dalla polizia,
-di non aver paura dei carabinieri, di essere
-anzi già sfuggito più d'una volta dalle loro mani,
-e diceva che per arrestar lui due non bastavano.
-A sentirlo, andava in giro tutta la notte,
-e ogni notte compiva qualche prodezza, alla
-quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un
-occhio e appuntandosi con due dita uno dei
-baffi che non aveva. Ebbe un giorno la faccia
-tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi
-sul ciottolato certe macchie che egli diceva di
-sangue, sparso là da un uomo, da un prepotente,
-al quale egli aveva data una lezione; e
-un'altra volta, accennandomi la porta d'una
-stanza a terreno dell'ospedale civico, dove si
-esponevano i cadaveri degli assassinati, mi mormorò
-all'orecchio: — Sai? Ce n'ho già mandati
-un bel numero lì dentro! — Io sospettavo la smargiassata;
-ma che qualche cosa di vero ci fosse
-non dubitavo. E avevo di lui un gran terrore,
-che cercavo di nascondere, e me lo propiziavo
-regalandogli quasi ogni giorno le frutta di cui
-mi privavo a tavola, e anche roba che non
-mi spettava. Per questo egli s'atteggiava a mio
-protettore, e per buscar dell'altro mi dava a
-bere che avevo dei nemici, delle canaglie che
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-mi volevan fare la pelle, e si vantava ogni tanto
-d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi
-e cacciati in fuga col suo coltello, mentre
-s'aggiravano in atto sinistro intorno a casa mia.
-E io facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica
-per ricompensare i suoi finti servigi di
-brigante amico.
-</p>
-
-<p>
-Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza
-nulla di grave; non era ancora che uno
-spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro
-che aveva già incominciato la carriera. Non
-veniva che di rado nel cortile, perchè abitava
-lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo; forse
-di nessuno. Era sempre in giro; passava più
-notti al lume della luna che sotto i travicelli,
-se pure aveva un tetto. Era un ladruncolo di
-mestiere, specialista delle frutta. Passando accanto
-a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno,
-in presenza di chi si fosse, agguantava una
-pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con
-una tal velocità che non c'erano gambe che lo
-potessero raggiungere: era un ladro alato. Aveva
-una faccia trista. E come l'avrebbe potuta aver
-buona, povero ragazzo, cresciuto come una fiera
-in un bosco? Ma io non potevo allora sentirne
-la pietà che ne sento adesso. Temevo assai più
-lui di quell'altro, e per questo l'accoglievo con
-particolar cortesia quando onorava i miei poderi
-d'una sua visita. Un giorno, dopo avermi
-guadagnato un soldo al gioco delle bocce (lo
-lasciavo sempre guadagnare), egli infilò la strada
-per andarsene, ed io stavo osservandolo dalla
-soglia del portone. Passò in quel punto davanti
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-a me un brigadiere della polizia, — un perticone
-alto due metri, con una durlindana che non finiva
-più; — il quale, vedendo il ragazzo alle
-spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce
-l'ho finalmente! — e slanciatosi di corsa in
-punta di piedi, a passi corti e rapidissimi, lo
-raggiunse e lo ghermì per un braccio. Quegli
-si mise a urlare come un disperato, chiedendo
-pietà e misericordia; ma il brigadiere tenne
-duro, e lo tirò via. Io rimasi agghiacciato dalla
-paura, con la coscienza d'un complice, a cui
-dovesse toccare la stessa sorte fra poco; e rientrato
-in casa pallido e tremante, stetti rintanato
-tutto il giorno, spiando tratto tratto dalla finestra,
-col tremacuore di veder comparire da
-un momento all'altro il brigadiere lungo, in
-aria di dire: — All'altro, adesso! — Non vidi
-più quel ragazzo dopo quel giorno.
-</p>
-
-<p>
-Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo,
-tutti gli altri erano in fondo buoni figliuoli, incapaci
-d'una birbonata vera, alcuni affezionatissimi
-e già utili alle loro famiglie; e mi volevan
-tutti bene, nonostante i battibecchi frequenti,
-perchè, non tanto per proposito quanto per affetto,
-io non facevo sentir loro in alcun modo
-la mia superiorità di condizione. Il che non toglieva
-che facessi qualche volta il prepotente,
-per impulso d'istinto; ma ricordo che quando
-mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi)
-ch'io facevo così perchè ero un signore, queste
-parole mi ferivano al cuore, e ne rimanevo umiliato
-e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare
-con ogni specie di cortesie, e anche d'adulazioni.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span></p>
-
-<h3 id="conore">Sul campo dell'onore.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La mia passione per i soldati trovò un grande
-sfogo in questa banda di mocciosi, coi quali
-potevo fare il generale. Li armavo di randelli,
-li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo
-fuori a far delle marcie militari con trombette
-di latta e con bandiere di carta, discorrendo
-sempre con loro d'un nemico immaginario, col
-quale un giorno o l'altro ci saremmo dovuti
-misurare, e contro il quale essi s'andavano accendendo
-di giorno in giorno di generosa ira
-guerriera: tanto è facile montar la testa alle
-moltitudini coi fantasmi dell'onore e della gloria,
-anche contro un nemico che non esiste. E veramente
-io vivevo nell'aspettazione continua di
-qualche grande prova, senza saper da che parte
-nè come se ne potesse presentar l'occasione.
-L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere
-della città un altro piccolo Bonaparte, che
-fu poi mio compagno nella Scuola di Modena
-ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava
-pure un piccolo esercito contro un nemico
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-creato dalla sua fantasia. Apprender l'esistenza
-l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar
-necessario il cozzo delle due schiere,
-fu una cosa sola. S'era bene italiani da una
-parte e dall'altra, e cittadini della stessa città,
-e in un tempo in cui la patria comune era impegnata
-in una guerra contro la Russia; ma si
-apparteneva a due parrocchie diverse, e questo
-bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo
-con disprezzo: — Quelli di Sant'Ambrogio —;questi
-dicevano con disdegno: — Quelli
-di Santa Maria —; come accade fra gli uomini,
-tale e quale, e anche fra i popoli, presso a poco.
-Si procedette con tutte le regole della diplomazia.
-Ci fu una formale dichiarazione di guerra
-portata per iscritto da due commissari in ciabatte.
-I due eserciti, composti d'una ventina di
-cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora
-convenuta, dai loro accampamenti, movendo
-l'un verso l'altro per vie designate. Io m'ero
-messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di
-bianco, avanzo d'una vecchia tenda di finestra,
-e brandivo una daga di legno, fasciata
-di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio
-fratello: mi credevo formidabile. Ma quando vidi
-apparire in fondo alla strada, alla testa dei suoi,
-il generale nemico, riconobbi con umiliazione
-ch'egli era assai più fieramente armato di me,
-poichè aveva in capo un vero e proprio cappello
-di bersagliere, con tanto di sottogola, un
-vero zaino sulle spalle, e un simulacro di carabina
-fra le mani. A un segnale dato da un
-dei miei con un imbuto, le due osti si corsero
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-incontro. Non saprei ridire l'andamento della
-battaglia, che dev'esser stata, come le battaglie
-antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali
-non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria,
-se questa non fosse stata decisa dal duello dei
-capitani. Il mio avversario era ardito; ma fu
-vittima d'una illusione: scambiò con una lama
-vera il mio brando di legno inargentato, mi
-credette risoluto al sangue, die' indietro ai primi
-colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la
-via della sua parrocchia. Ma era una fuga da
-Orazio davanti ai Curiazi. Io gli detti dietro; corremmo
-un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava
-a guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A
-un certo punto, il generale fuggente,
-visto in terra un mattone, lo raccolse con una
-mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il
-busto per scansare il proiettile, e me lo presi
-in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato dall'ira,
-mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano,
-più lesto di me, sparì come un razzo. Insomma,
-il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con la
-scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era
-dileguato; eravamo rimasti noi padroni del terreno,
-noi i vincitori. Tornai a casa piegato in
-due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito;
-dissi a mia madre che era un colpo d'aria. Ma
-la galloria, ma il vampo che menammo di quel
-trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare.
-Per tutto quel giorno, e per qualche giorno
-appresso, non parlammo d'altro; tutti raccontavano
-episodi, tutti avevano fatto prodezze da
-Orlando; tale e quale come i “reduci„ ai banchetti.
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-E m'era già cessato da un pezzo il dolore
-al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando
-inflesso come un arco, per far durare
-la gloria della ferita. Quante volte, molti anni
-dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico
-ed io ricordammo quella famosa giornata, e la
-nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo
-colonnello non se ne ricordi ancora qualche
-volta, quando lavorano i muratori nella sua
-caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio
-di mattoni!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span></p>
-
-<h3 id="primipal">Primi palpiti....</h3>
-</div>
-
-<p>
-Trovo a questo punto il ricordo di quel primo
-sentimento confuso e soavissimo, che si può
-chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la parola
-non può render che malamente, come il
-pennello il primo barlume dell'alba. Una sera,
-tornando da una passeggiata col portinaio, ci
-fermammo in una piazzetta dove dava spettacolo
-una famiglia di poveri saltimbanchi, e danzava
-in quel punto sopra una corda, con le sottanine
-corte e il bilanciere in mano, una ragazzina
-della mia età, di forme graziose e di viso dolce
-e triste, accompagnata da un organetto che suonava
-un'aria lamentevole. Le batteva in viso la
-luce d'un lampione; vidi che aveva gli occhi
-pieni di lacrime: era forse stata battuta, o era
-digiuna o malata, e la facevano ballare per forza.
-Non so ben dire, ma ricordo bene quello che
-provai: un sentimento nuovo per me, una simpatia
-viva, dolcissima, piena di tenerezza e di
-pietà, diversa affatto da quanto avessi mai sentito
-fino allora in presenza dell'altro sesso; una
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-commozione gentile e grave ad un tempo, della
-quale sentivo non so quale alterezza, e che mi
-lasciò pensieroso per tutta la sera, come d'un
-mistero, e compreso di quella malinconia che
-ci viene dalla solitudine della campagna all'ora
-del tramonto; ma non turbato neppure dall'ombra
-d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni
-di scuola e di gioco mi fosse già passata per
-gli orecchi molta parte dello scibile; anzi rifuggente
-con ribrezzo da ogni immagine impura
-che mi balenasse appena alla mente. Ciò che
-prova per me che non è quella peste incurabile
-che si crede la cognizione precoce (d'altra parte
-inevitabile, che che si faccia) di certe cose, poichè
-l'amore è più forte di lei, e quando si leva
-spazza via dall'anima, come un colpo di vento,
-ogni pensiero immondo. Disparve presto quella
-immagine; ma non rimase più vuoto il posto
-che ella aveva occupato: nel quale sottentrarono
-via via le piccole signorine più belle e
-più note della città, che usavano ballar tra di
-loro ogni domenica in una piazzetta del passeggio
-pubblico, mentre suonava la banda municipale;
-e tutti quegli amori furon della natura
-del primo, affettuosi e puri, tutti del cuore e
-della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe
-di gloria, da immaginazioni poetiche di nozze
-premature, di fughe avventurose, d'incontri romanzeschi
-in foreste e in deserti, di colloqui
-appassionati e sommessi nel silenzio delle notti
-stellate. Che sciocco errore è di far colpa ai
-ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di
-quei primi moti della passione, che sono invece
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-la sola forza intima che possa preservarli dalla
-corruzione! Io ricordo che tutte quelle ragazzine
-m'apparivano come ravvolte in una infinità
-di veli, di cui il mio pensiero non raggiungeva
-mai l'ultimo; che le tenevo come creature
-sovrumane, le quali non avessero di fanciullesco
-che l'aspetto, così che restavo stupito,
-quasi deluso, quando nel passare accanto a loro,
-mentre discorrevano con le governanti o coi
-fratelli piccoli, le udivo dire qualche sciocchezza,
-come ne dicevano tutti i ragazzi della mia età.
-E avrei sentito una vergogna mortale se esse
-avessero potuto udire certi discorsi che facevamo
-fra di noi, e ogni allusione volgare che
-si fosse fatta a quella che per il momento stava
-sull'altare, m'avrebbe offeso nell'anima. Ma da
-quei discorsi, per quanto stava in me, esse rimanevano
-sempre fuori, come esseri inaccessibili
-alle volgarità di questa terra. Le nostre
-immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi avevan
-per oggetto persone d'altra età e d'altra
-condizione, nelle quali non si guardava nè a
-bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva che
-vedere la simpatia; e anche correva un lungo
-tratto tra l'audacia impudente delle parole e la
-vera capacità morale di peccare. Benchè il mio
-sentimento religioso fosse molto vago, e andasse
-soggetto a molte intermittenze, quello di
-cui si parlava così allegramente m'appariva
-pur sempre un peccato enorme, di conseguenze
-grandi e terribili nell'altra vita ed in questa;
-la prima delle quali pensavo che fosse un'immediata
-e profonda trasformazione morale, un'entrata
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-violenta e pericolosa di tutto l'essere nella
-virilità, lo scoprimento istantaneo di molti misteri
-solenni della vita, una sazietà improvvisa
-di tutti i giochi e di tutti i piaceri della fanciullezza,
-e la morte d'ogni amore allo studio. Tanto
-è vero che, essendosi vantato con me quel tal
-Clemente, d'aver conosciuto l'albero del bene e
-del male, e avendomi raccontato che la sera
-della sua prima colpa era stato accompagnato
-fino a casa da una voce cupa e continua che
-veniva di sottoterra, io la bevetti come me la
-diede, e ne serbai per molto tempo un senso
-segreto di terrore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span></p>
-
-<h3 id="ritornobers">Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica;
-del quale non conservo altro ricordo
-netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io
-feci in una traduzione dal latino a un esame
-mensile, il più sformato farfallone, il più buffo
-e scandaloso quiproquo che sia mai stato preso,
-credo, nelle scuole d'Italia, da che vi s'insegna
-la lingua di Cicerone, e che rimase meritamente
-celebre tra la scolaresca per tutta la durata del
-corso. Era.... Ma no, non lo dico, perchè non
-sarebbe creduto, perchè si penserebbe certamente
-ch'io l'avessi inventato per rallegrar la
-materia e per vantarmi d'aver superato in qualche
-cosa i confini dell'immaginazione umana:
-la memoria d'una tale scelleratezza deve scender
-con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il
-mio ricordo più vivo di quell'anno fu il ritorno
-dei bersaglieri dalla Crimea. Già, quand'era venuta
-la notizia del primo sbarco delle truppe a
-Genova, avevo pensato subito al mio caporale
-Martinotti. Era egli scampato alle battaglie e al
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-colera, o era una delle tante vittime che aveva
-lasciato il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa
-dal porto di Balaclava alle trincee di Sebastopoli?
-E se era vivo, sarebbe ritornato nella
-piccola città dove l'avevo conosciuto? Il giorno
-che si sparse la voce: — Arrivano due battaglioni
-domattina — fui fuor di me dal piacere
-e dall'impazienza. Ma mia madre, prudente,
-credette di dovermi preparare a una delusione. — Bada — mi
-disse — ne son morti tanti! E
-poi, chi ti dice che non sia rimasto a Genova,
-o che non debba rimanere a Torino? — Quest'avvertimento
-mi rese pensieroso. Mi svegliai
-non di meno la mattina dopo con l'allegra certezza
-di rivederlo. Accorse ad aspettare i soldati
-una gran folla, per modo che dovetti restare
-assai lontano dalla stazione, sul margine d'un
-largo viale che saliva dalla strada ferrata ai
-bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un
-posto fra i primi spettatori.
-</p>
-
-<p>
-Che cavallone mi fece il sangue quando sentii
-i primi squilli di tromba, e vidi schierarsi in
-colonna giù sul piazzale i primi plotoni! Ma che
-soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei
-bersaglieri. Eran tutti neri come beduini, vestiti
-di lunghi cappotti grigi, con certe miserie di
-pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci
-dai cappelli logori: più fieri all'aspetto, senza
-dubbio, più belli cento volte di com'eran partiti;
-ma mi parevan soldati d'un esercito straniero,
-che dovessero parlare un'altra lingua, e
-di cui nessuno m'avesse più a riconoscere. La
-colonna si mosse, fra gli applausi della moltitudine.
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-La precedeva un grosso stuolo di trombettieri,
-che mi dovevano passare proprio sui
-piedi. Ci doveva essere tra quelli il mio caporale;
-a ogni passo che facevano avanti, mi batteva
-il cuore più forte. Ah! eccolo, ecco Martinotti....
-Ahimè, fu l'illusione d'un momento. Il
-caporale era un altro. Martinotti non c'era. I
-trombettieri passarono. Rimasi col cuore oppresso.
-Guardai tutti i gallonati della colonna:
-non lo vidi. Ah! è morto — pensai — il mio
-buon caporale è morto! O è forse rimasto a
-Torino o a Genova, come mi disse mia madre,
-e non lo rivedrò mai più, come se fosse morto. — Non
-restava più da passare che una compagnia,
-e io stavo osservando un vecchio capitano
-che aveva una grande cicatrice a una
-guancia, quando udii a due passi da me una
-voce allegra: — O Mondino! — Mi voltai, come
-a una scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni
-di sergente, in serrafile, col cappotto grigio e
-tre penne sul cappello, col viso abbronzato, dimagrito,
-un po' invecchiato, mi parve, ma diritto
-e svelto come avanti la guerra, lui che mi salutava
-con la mano nera e con quel buon sorriso
-d'una volta, che non avevo mai dimenticato.
-Gli risposi con un: — Ah! — che fu come uno
-squillo di trombetta, e per poco non mi cacciai
-tra le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi
-gridò, e non ebbe tempo di dir altro; gli
-ultimi due plotoni passarono fra gli applausi e
-gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe
-dietro alla colonna per accompagnarla al
-quartiere. Lo rividi il giorno dopo, con che festa
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò
-più salda di prima. Ma, cosa strana, non ricordo
-assolutamente nulla delle molte cose della
-guerra ch'egli mi deve aver raccontate quel
-giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente
-alcun particolare delle nostre relazioni dopo il
-suo ritorno. La sola cosa che ricordo, dopo
-quell'avvenimento, è un gran banchetto che
-fu dato a tutti i soldati nella piazza d'armi, dove
-eran disposte a raggiera molte lunghissime tavole,
-sotto un vasto padiglione imbandierato.
-Ma anche di questo non conservo che un'immagine
-confusa, come d'uno spettacolo visto di
-sfuggita, e a traverso un velo di vapori.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span></p>
-
-<h3 id="furorepit">Il furore della pittura.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza
-triste in casa mia, poichè, indirettamente, fu la
-causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar
-carta coi colori; la quale diventò e fu
-per un certo tempo un vero furore di maniaco.
-Non mi pare inutile di farne un cenno poiché
-si tratta d'una piccola malattia per cui passano
-quasi tutti i ragazzi. Me l'attaccò un grande
-quadro, non ancor finito, rappresentante la battaglia
-della Cernaia, che mio padre mi condusse
-a vedere nello studio d'un bravo pittore lombardo
-(il Borgocarati, un eroe delle Cinque giornate)
-che era stabilito da anni nella nostra
-città. Fra gli altri particolari, mi colpì così vivamente
-lo sfolgorìo purpureo d'uno squadrone
-di cavalleria inglese galoppante sul davanti
-della tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come
-quel tale artista famoso, ma
-sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva
-quel grido. Era questa un'illusione che
-covavo fin dai sei anni, per aver fatto uno
-scarabocchio di battaglia, il quale era parso
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-una maraviglia al mio buon padre, che l'aveva
-messo in un quadro, come una manifestazione
-non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor
-paterno! Faceva tanto più onore al suo cuor di
-padre quell'errore perchè, senza aver fatto studi
-regolari, egli era intendentissimo d'arte, e disegnava,
-miniava e modellava con gusto squisito.
-Vadano pur cauti i padri amorosi a profetar
-Raffaelli in casa propria, chè non avranno
-mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento
-vivissimo dei colori, che mi davano
-piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la
-musica, tanto da tenermi in contemplazione
-per delle mezz'ore davanti a una stoffa, a
-un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come
-davanti a un quadro che rappresentasse una
-scena umana. Ma era un sentimento che non
-si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli.
-Avvenne a me quello che avviene a molti nati
-alla pittura, i quali cominciano invece col menar
-la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia
-d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva
-neppur lampeggiare alla mia mente. Sciupai
-dozzine di scatole di colori a tingere risme di
-carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da
-confettiera al quadro storico da cartellon dei
-burattini, ma più che altro la pittura militare;
-alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre,
-col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui
-era caldo ammiratore. Non si son combattute
-tante battaglie nel secolo sopra la faccia della
-terra quante io ne scombiccherai in sei mesi
-col mio granatino della malora. Ne buttavo giù
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica
-di carnificine dipinte. Non si possono immaginare
-gli orrori che ho messi in acquarello. E
-siccome regalavo i miei lavori, come Massimo
-d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti,
-venne un tempo in cui ne fu invasa la città, e
-se ne vedevano appiccicati ai muri per la strada,
-nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci
-delle stalle. Il caso aggravante era che avevo
-la faccia di firmarli, perchè non mi potessero
-rubare la gloria degli artisti senza coscienza.
-Quante volte il mio povero padre, vedendoli,
-deve aver detto tra sè: — Ah! <i>di quanto mal
-fu matre</i> quella benedetta inquadratura! — Perchè
-l'opera si moltiplicava senza migliorarsi;
-il decimillesimo soldato uscito dal mio pennello
-non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai
-medici che il primo; non figliavo che mostricini
-tutti improntati dello stesso conio di famiglia;
-tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni,
-che lanciavo all'assalto sulla carta di
-protocollo, gridavano in coro contro il piccolo
-assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente,
-e mi sdiedi a poco a poco dalla strage.
-Ma non son mica malcontento, ripensandoci, d'esser
-passato per quel periodo di criminalità pittorica,
-poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale
-uscii sazio e deluso, che mi distolse dal mettermi
-più tardi ad altre prove inutili, fu quella rosolìa
-artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da
-qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale
-avrebbe potuto avere effetti più gravi che lo sciupio
-dei colori e l'imbratto delle mura cittadine.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span></p>
-
-<h3 id="terrore">Il regno del terrore.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore
-terribile, che mi rese quell'anno memorando.
-Era un uomo tarchiato, con una gran
-faccia sbarbata e pallida da Padre Inquisitore,
-nella quale luccicavano due occhi chiari e
-freddi, che parevano due pallottole di cristallo.
-Non picchiava; ma era peggio che se picchiasse,
-perchè si serviva del latino come d'una frusta
-metallica, con cui ci faceva frullare come i mezzani
-di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli.
-Ci caricava di lavoro, ci oberava di pensi, non
-ci lasciava girar gli occhi, nè allungar le gambe,
-faceva somigliar la scuola a una funzione funebre.
-Aveva il furore dei quaderni di bella copia:
-ne dovevamo tener dodici: per le frasi
-italiane e per le latine, per le regole delle due
-grammatiche, per le sentenze morali, per le
-similitudini, per la mitologia, e via discorrendo:
-una vera amministrazione letteraria, che non
-ci dava respiro. Non montava mai in collera,
-era pacatamente spietato. E il linguaggio feroce
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-che usava così a sangue freddo! A ogni errore
-di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma
-lei disonora la sua famiglia — Lei tradisce la
-patria — Lei andrà a finire in galera — Questo
-è uno sproposito ignominioso — Questa è una
-sintassi da farla cacciare in prigione.... — Dopo
-due mesi di questo regime eravamo tutti ridotti
-un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri
-martiri del <i>nuovo metodo</i>, imbecilliti dai verbi
-difettivi, che impallidivano al suono del comando: — Mi
-coniughi — e non dormivano
-più dallo spavento delle dieci lezioni quotidiane
-che dovevamo mandare a memoria. Oh quel
-gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra,
-come simboleggiava lo stato di tutti!
-Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una
-volta nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un
-respiro di mantice; ma un respiro solo, perchè
-egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a
-sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa,
-che comparve il primo giorno in divisa
-di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla
-parete, accanto alla cattedra. Credendolo della
-stoffa dell'altro, di cui era amico intimo, pensammo
-che fosse venuto armato per far fuoco
-sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo,
-che ci restituì alla vita umana. Ma quel
-paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali
-il tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo
-la fronte, con raddoppiato terrore,
-sotto il giogo nefando.
-</p>
-
-<p>
-Tre personaggi straordinari di quella mandra
-atterrita mi sono ancora stampati nella memoria.
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-Uno era un certo Gatti, il solo che non temesse
-Ezzelino, e che noi ammiravamo per
-questo come un'anima eroica, che rappresentava
-in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto
-di ribellione. Egli faceva audacemente le
-nostre vendette, non con risposte o atti insolenti,
-ma con l'ostentazione costante d'un freddo
-disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà
-di non studiare; e non c'era rimprovero
-nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè
-<i>piegar sua costa</i>. Egli affrontava i fulmini fissando
-negli occhi al professore uno sguardo
-da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo.
-Il professore castigava i rei facendoli stare
-in ginocchio sull'impiantito accanto alla cattedra,
-e quel “magnanimo„ stava inginocchiato
-per mattinate intere, col busto eretto e con la
-fronte alta, in un atteggiamento superbo di angelo
-ribelle alla Grammatica, nel quale grandeggiava
-ai nostri occhi come una statua di
-Michelangelo. Il tiranno si rodeva; ma egli non
-chiedeva mai grazia. Credo che alla scuola egli
-abbia passato più tempo in ginocchio che seduto,
-e che, se è tuttora in vita, debba avere ancora
-i calli alle giunture, come quei maomettani
-fanatici che hanno fatto il viaggio alla
-Mecca carponi. O anima altera e disdegnosa!
-Dovunque tu sia, possa raggiungerti questo
-tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno
-di schiavitù e d'inginocchiatura.
-</p>
-
-<p>
-L'altro era il più attempato della classe, un
-ragazzotto robusto, di viso precocemente grave,
-poco familiare coi compagni: venuto da Saluzzo,
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-mi pare, e tenuto a dozzina da una zia
-di manica larga, che gli allentava la briglia e
-non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo
-tutti con certa ammirazione perchè si diceva
-che abusasse virilmente della sua libertà; ci
-appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica,
-come un eroe del Byron, e poichè, diffidando
-di noi, non accennava che velatamente,
-e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle
-sue poche parole oscure cento interpretazioni
-fantastiche, assai più ardite e profonde del suo
-pensiero. Risento ancora la commozione della
-scena solenne che seguì una mattina, quando
-il professore, informato non so da chi delle sue
-sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca
-davanti alla cattedra, e con viso e voce
-d'un presidente di Tribunale statario, gli disse: — Nefande
-cose ho saputo sul conto suo, signor....
-tal dei tali!
-</p>
-
-<p>
-E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno
-di notte!
-</p>
-
-<p>
-E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica
-con la feccia del consorzio civile!
-</p>
-
-<p>
-E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella
-beve!
-</p>
-
-<p>
-E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!
-</p>
-
-<p>
-Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che
-nessuno respirasse; durò per un minuto un silenzio
-di morte. Fu una scena tragica, veramente.
-Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve
-come l'immagine incarnata di tutte le corruttele
-e di tutti i delitti della decadenza di Roma.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi
-il professore: ricordo solo che c'entrarono la
-giustizia divina e la umana, e l'infamia eterna,
-e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe
-fuori con voce cavernosa e roteando gli occhi
-in modo da dar la terzana, e che, finita la lezione,
-non per ribrezzo di lui, ma per terrore
-del tiranno, sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore
-come un maledetto da Dio.
-</p>
-
-<p>
-Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino,
-con un viso di vecchio notaio, figliuolo d'una
-bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che
-aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva
-i componimenti a musaico, a furia di frasi raccattate
-qua e là con una pazienza di santo, e
-messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte
-proprio con la forza, a marcio dispetto
-della logica e del senso comune, che per lui non
-contavan nulla, purchè la lingua e lo stile, come
-egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo
-ancora davanti, un giorno che leggeva al professore
-uno dei suoi periodi intricatissimi, al
-quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.
-</p>
-
-<p>
-Il professore gli disse: — Ma io non capisco.
-</p>
-
-<p>
-— Lo credo bene — rispose — qui ci son
-delle frasi peregrine.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che frasi sono, che io non le intendo?
-</p>
-
-<p>
-— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato.
-Si sa. Capire alla prima è impossibile!
-</p>
-
-<p>
-E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si
-rimise a sedere scoraggiato, facendo un atto
-del capo come per dire: — È tempo perso: il
-vero latino non è più inteso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dei fatti miei rammento una composizione
-italiana a tema libero, che fu il primo mio parto
-letterario, di cui serbi memoria. Descrissi <i>Una
-lotta fra il leone e la tigre</i>: argomento in armonia
-con la mia natura, si capisce. Ricordo
-che incominciava con la frase: <i>Sul rosseggiar
-del cielo</i>, ed era tutto uno stridío di parole terribili,
-scelte tra le più ricche di erre e di esse,
-una musica infernale di ruggiti e di rantoli, una
-lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi,
-che finiva in un lago di sangue. Mi aspettavo
-un trionfo, quando fui chiamato a leggere:
-fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo,
-che risero insieme il professore e la scolaresca,
-e forse l'ombra invisibile del Padre Corticelli,
-che era il nostro grammatico ufficiale. E questo
-fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è
-adesso per me un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento
-che fruttò ai miei compagni di servaggio
-e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità
-collettiva ch'essi abbiano avuto in quella scuola
-dolorosa.
-</p>
-
-<p>
-Dolorosa per me in ispecial modo perchè non
-ero ancora in età da poter reggere a quelle fatiche,
-e tra per lo strapazzo intellettuale e per
-l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva
-sobbalzare la notte e farneticare come un allucinato,
-la mia salute se ne risentiva. Appena
-se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero
-d'accordo di levarmi dalla scuola e di non
-rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi
-l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno
-mi fu fatta la grazia e uscii dai lavori forzati.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p>
-
-<h3 id="maestroprete">Il maestro prete.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far
-ripetizione di latino da un prete, un'ora il giorno,
-a casa sua, dov'egli stava con sua madre e una
-zia; le quali m'aprivano l'uscio pian piano, e
-scomparivano senza dir nulla, come due larve.
-Era un bel pretino biondo, fresco come una rosa,
-con due occhi azzurri vivissimi; i quali potevano
-far presagire agli accorti che presto o
-tardi egli avrebbe gettato il collare sur un fico;
-come lo gettò infatti pochi anni dopo per mettersi
-al collo una collana vivente. Ma, ahimè!
-il giovine maestro non aveva più voglia d'insegnarmi
-il latino di quello che n'avessi io
-d'impararlo. Il ricordo di quell'esperienza m'ha
-fatto poi avversario risoluto dell'insegnamento
-a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante
-e alunno siano due miracoli di buon volere),
-poichè quasi sempre manca all'uno e all'altro
-ogni stimolo; quando nella scuola collettiva,
-invece, lasciando anche da parte l'emulazione,
-s'avvivano e s'acuiscono le facoltà intellettuali
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro,
-per effetto della comunione che si stabilisce fra
-le menti, le quali quasi operano insieme, illuminandosi
-a vicenda. Sotto il tiranno Ezzelino
-ero ammazzato dalla fatica; col prete morivo
-dall'uggia. Per un po' di giorni simulammo
-tutti e due: egli lo zelo, io l'attenzione. Poscia
-più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento
-reciproco. Ci guardavamo alle volte l'un
-l'altro con due grand'occhi fissi, che a poco a
-poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi
-cade in deliquio; poi aprivamo la bocca insieme
-e ci tiravamo in faccia uno sbadiglio sgangherato,
-enorme, interminabile, in cui pareva che
-esalassimo fino agli ultimi <i>cuius</i> tutto il latino
-che avevamo in corpo.... e non c'era molto di
-più nel suo che nel mio.
-</p>
-
-<p>
-Ma un giorno egli fece un'uscita che mise
-come un soffio di vita fra di noi, e infuse in
-me una passione nuova, la quale lasciò una
-traccia profonda nella mia memoria. Era allora
-attivissima l'opera ecclesiastica per il riscatto
-dell'infanzia chinese abbandonata. <i>Ex abrupto</i>,
-il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi
-mi domandò se avrei accettato l'ufficio di raccoglier
-fra i ragazzi di mia conoscenza sottoscrizioni
-di dodici soldi l'anno, allo scopo di
-salvar dalla morte e dalla perdizione migliaia
-di poveri bambini del Celeste Impero, ch'eran
-buttati via come cenci o venduti come bestie;
-e aggiunse ch'io avrei assunto il titolo, ambito
-da molti, di collettore, che tutti i collettori sarebbero
-stati presentati al vescovo, e che quattro
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-di essi, due ragazzi e due ragazze, <i>scelti fra
-i più avvenenti</i>, avrebbero avuto l'onore di far
-la questua in una funzione solenne che si doveva
-celebrare in una chiesa della parrocchia;
-per la quale egli aveva composto i versi e la
-musica d'un inno, da cantarsi dalle voci migliori,
-fra cui poteva esser la mia. Fu come
-avvicinare una fiammella ad un razzo. L'idea
-del salvamento dei bambini, l'ambizione dell'ufficio,
-la patente d'avvenenza e l'immagine del
-vescovo m'accesero improvvisamente d'uno zelo,
-non dirò santo, perchè era misto di troppi sentimenti
-profani, ma benefico per me, perchè mi
-risvegliò l'animo e la mente, che s'erano addormentati
-nel latino. E a proposito, non sarebbe
-una buona cosa quella di dare all'educazione
-intellettuale, troppo astratta, della fanciullezza,
-il rincalzo di qualche azione di utilità pubblica,
-che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili,
-stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e
-insegnerebbe con la dottrina la vita? Non mi
-pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo innanzi.
-</p>
-
-<p>
-Il sentimento religioso, che non s'era spento
-in me, ma era solo stato compresso, come ogni
-altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si ridestò
-in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa;
-ricominciai a dire le preghiere la sera e la
-mattina, andai alla benedizione, ripresi amore
-alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio
-d'imparar a servir la messa, e per questo mi
-diedi a frequentare una chiesa vicina a casa
-mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi
-di sacrestia, e entrai in grazia di qualche vecchio
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-prete, che mi regalava delle immagini. Ogni
-volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni,
-vedo arder ceri e scintillar pianete, sento le note
-dell'organo, mi par di respirare nell'aria un
-odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, il
-sapore d'un certo stato di coscienza, non più
-esperimentato di poi, una dolcezza quieta del
-cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che
-svaniscono se v'insisto troppo col pensiero,
-come quei motivi di musica che ci suonano alla
-mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli
-in note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea
-di farmi prete.
-</p>
-
-<p>
-Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di
-peccato in quella serenità serafica. Il pretino
-dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa
-sua tutti i collettori e le collettrici, una ventina
-all'incirca, me compreso, per insegnarci l'inno
-da cantare in chiesa; il quale ricordo che incominciava
-col verso: — <i>Là nella Cina inospite.</i> — Le
-collettrici eran quasi tutte signorine della
-mia età, alcune bellissime. La loro presenza mi
-produsse un vivo eccitamento. Quando mi ci
-trovai in mezzo non pensai più nè alla China,
-nè al vescovo, nè alla chiesa; non ebbi più
-anima e senso che per loro. C'era nella stanza
-del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto
-di quindici anni, figliuolo d'un organista,
-provava la musica dell'inno, fra l'ammirazione
-di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a
-cagione delle ammiratrici. A un certo punto,
-non potendomi più contenere, pregai il suonatore,
-con poca buona grazia, di lasciar suonare
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-me pure. Parrà incredibile una tale ignoranza
-a quell'età; ma è un fatto ch'io credevo ancora
-che per suonare il pianoforte bastasse sapere
-il motivo che si voleva suonare, e picchiar le
-mani sulla tastiera, così a dettatura d'orecchio,
-come si fischia un'aria. Con questa sciocca
-idea insistetti tanto che il ragazzo, credendo
-ch'io sapessi di musica, mi cedette il posto per
-un momento. Immaginate quale fu alla prova
-il mio stupore e la mia vergogna. Una vergogna
-tale che, anche ora, dopo quel po' di primavere
-che son passate, quando mi ricordo
-tutt'a un tratto di quella bella figura, perchè
-non me ne torni a gola tutta l'amarezza, bisogna
-ch'io mi ragioni, e faccia onta a me
-stesso del mio orgoglio, ancora palpitante
-quando dovrebbe esser morto e sotterrato.
-</p>
-
-<p>
-Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci
-in quel periodo ecclesiastico della mia fanciullezza,
-e ricordo anche la peggiore per il gusto
-di schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria.
-Venne il giorno della funzione solenne.
-La chiesa era piena come un ovo. Ai due collettori
-e alle due collettrici, che dovevano andare
-attorno con una borsina elegante a raccogliere
-le offerte, era stato assegnato un banco
-vicino all'altare. Modestia a parte, erano due
-bei ragazzi e due belle ragazzine. Di una di
-queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi moglie
-d'un Direttore della Banca Nazionale, e il
-mio collega diventò un avvocato celebre. Eravamo
-vestiti come principini, impomatati e inguantati:
-quattro splendori. Ci erano state indicate
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-prima le file dei banchi dove doveva passare
-ciascuno. Durante la funzione io commisi il
-peccato di pensar troppo intensamente alla mia
-vicina, la futura banchiera, che era vestita d'un
-abito bianco, del quale sentiva la carezza il mio
-abito nero. Il cenno del prete che ci disse: — Vadano — mi
-sopraccolse in quel pensiero.
-Preso così all'improvviso a una così gran distanza
-dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e,
-oltrepassato appena il primo banco, dove tutti,
-mi diedero un soldo, sbagliai, e invece di proseguire
-come dovevo, mi cacciai fra gli altri
-banchi, davanti ai quali era già passata una
-delle ragazze, e dove non ebbi più il becco
-d'un quattrino. Quella sequela inaspettata di
-rifiuti, che mi parve effetto d'antipatia personale,
-mi fece perder la bussola; non vidi più
-nulla; non compresi i cenni con cui si cercava
-di rimettermi sulla buona via; andai errando
-di banco in banco, alla cieca, impacciato e
-goffo, con una faccia di ebete, che invece di
-stimolar la carità provocava l'allegria, e dopo
-un pellegrinaggio interminabile, che fu una
-tortura mortale, ritornai al banco dei collettori,
-convertito per me in banco della berlina, con
-sette soldi nella borsa. Ahi, dura terra! Che cosa
-sono le impressioni di quell'età! Sta per morire
-il secolo che era allora a mezza strada, e ancora
-non posso sentir pronunciare la parola
-<i>collettore</i>, senza che una voce sarcastica mi
-mormori all'orecchio: — Sette soldi, signor collettore!
-Sette soldi, e che figurona!
-</p>
-
-<p>
-Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-dalle più grandi cadute. L'umiliazione patita
-in chiesa non tolse che fosse un giorno di
-festa per me quello in cui il nostro prete mi
-condusse con tutto il drappello dei colleghi e
-delle colleghe a far visita al vescovo. Questi era
-un vecchio tutto bianco, già curvo, di viso grave
-e dolce. C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi
-il Padre quaresimalista, che predicava
-allora nel duomo; un bell'uomo bruno, coi capelli
-lunghi e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno
-scienziato; la cui presenza impreveduta mi
-turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito
-un'invettiva terribile contro certi peccatori,
-con voce tonante e gesto minaccioso, egli aveva
-per caso fissato sopra di me, che stavo davanti
-al pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva
-messo i brividi. Il vescovo domandò a ciascuno
-di noi come ci chiamassimo. Quando fu la mia
-volta, il predicatore disse non so che scherzo
-sulla latinità del mio nome, con accento e sorriso
-benevolo, e quello scherzo, che mi fece
-l'effetto di un'assoluzione, mi dissipò dall'animo
-ogni terrore. Delle parole del vescovo non ricordo
-che un complimento che rivolse al mio
-prete, sorridendo: — Lei è la colonna dell'istituzione, — e
-ricordo la gioia che sfolgorò sul
-viso del lodato, pari a quella che davano ai
-granatieri della Guardia gli encomî di Napoleone.
-Eh, povera colonna, che doveva piegar tra poco
-come un giunco sotto una manina scomunicata!
-E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin
-dalla prima volta che ho letto i <i>Promessi Sposi</i>
-ho sempre dato al cardinal Federico il viso di
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore,
-potrei riprodurre fedelmente, mettendo al suo
-punto preciso il piccolo neo che aveva accanto
-alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare
-i miei fratelli, che dicevan per celia
-che era finto.
-</p>
-
-<p>
-In che maniera tutto quel mio fervore religioso
-si sia andato spegnendo, non saprei dire.
-C'è a questo punto nella mia memoria, come
-in altri punti, uno squarcio. Pare che quel
-piccolo mondo ecclesiastico sia sparito dalla
-mia vita come una meteora. Mi ricordo peraltro
-che il mio ufficio di collettore si veniva facendo
-di mese in mese più duro, poichè era sempre
-più difficile strappare ai sottoscrittori poveri il
-soldo promesso; e che un giorno tornai a casa
-quasi piangente perchè la pollivendola, dandomi
-il soldo di mal garbo, dopo aver frugato in tasca
-mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: — Ma....
-questi soldi vanno poi tutti per davvero
-dove dovrebbero andare? — Rinunciai all'ufficio
-quel giorno.
-</p>
-
-<p>
-Proprio, non fui più fortunato io con la China
-di quello che doveva essere quarant'anni dopo
-il Governo del mio paese.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span></p>
-
-<h3 id="tribunale">Davanti al tribunale.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno,
-dovetti riprendere la Terza Grammatica, sotto
-il tiranno; ma, riprendendola con un anno di
-più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì
-assai meno oppressiva dell'anno avanti. M'ispirava
-sempre un gran terrore Ezzelino, ciò non
-ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi
-una memoranda occasione d'esser terribile.
-</p>
-
-<p>
-L'occasione fu, non dico il mio primo amore,
-ma il mio primo amoreggiamento, poichè non
-credo che si possa amare a undici anni. Uno
-dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che
-ora è un alto impiegato delle Poste, s'innamorò
-a modo suo, che poi fu il mio, d'una signorina
-della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale
-andava e tornava ogni giorno da non so che
-scuola privata con una sua piccola amica, figliuola
-d'un notaro, passando per le strade che
-pigliavamo noi per tornare a casa. Io m'innamorai
-dell'amica. Il doppio incendio nacque dall'uniformità
-dei due orari scolastici. Andavamo
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-tutti i giorni ad aspettar la coppia gentile a una
-cantonata, all'uscir dalla scuola: ardimentosi
-come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi
-a un tratto quando apparivano in fondo
-alla strada, tremanti come due cani immollati
-quand'erano a due passi. E tutta la foga
-della nostra passione non andava più in là di
-qualche esclamazione petrarchesca che spiccicavamo
-a stento dalle labbra, arrossendo fino
-alle orecchie, quando esse ci passavano davanti
-col capo e cogli occhi chini, sorridenti al ciottolato.
-Dopo di che ce la davamo a gambe tutti
-e due, l'uno incalzato dal terrore del bastone
-avvocatesco, l'altro dalla paura dello stivale
-notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento
-con chiacchiere interminabili, come una
-prodezza di cavalieri antichi.
-</p>
-
-<p>
-Questo giochetto innocente durò un paio di
-mesi, senza variazioni notevoli, e senza tristi
-conseguenze.
-</p>
-
-<p>
-Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno
-traduceva a voce alta un distico delle <i>Georgiche</i>,
-entrò il bidello con una lettera per il professore.
-Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando
-le sopracciglia, e poi diede un lungo
-sguardo a me e un altro al mio amico, che sedeva
-in un banco del lato opposto. Quei due
-sguardi furono per noi come due lampi rivelatori
-della verità tremenda. Ci guardammo:
-l'uno lesse in viso all'altro il proprio pensiero:
-ci sentimmo perduti. Vedo ancora la faccia pallida
-e spaventata del mio complice, che doveva
-essere il riflesso della mia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il professore non interruppe la lezione; ma
-fu più feroce che se ci avesse fulminati subito
-in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi
-accorto che avevamo capito, ci tormentò spietatamente
-per un'ora con ogni specie d'allusioni
-avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia virgiliana;
-l'ultima delle quali: — <i>Ci son altri che
-amano!</i> — a proposito della frase: — Le viti
-amano il sole —, smozzicata fra i denti e accompagnata
-da due sguardi fulminei, fu così
-manifesta, che molti compagni si voltarono a
-guardarci, raddoppiando in quel modo il nostro
-terrore.
-</p>
-
-<p>
-Venne finalmente il momento fatale. — Il tale
-e il tale si fermino — disse il professore, quando
-entrò il bidello a dare il <i>finis</i>.
-</p>
-
-<p>
-Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla
-cattedra col passo di due condannati alla corda.
-</p>
-
-<p>
-Il professore ci lesse la lettera adagio adagio,
-piantandoci ogni parola nel cuore. Non era firmata.
-Era una denuncia anonima dei nostri
-amori; la quale conteneva una calunnia, perchè
-parlava di “regali fatti e ricevuti„, quando noi
-potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata
-che il nostro amore non ci costava un soldo,
-e terminava esortando il professore a intimarci
-di smetterla se non volevamo “pagare amaramente
-il fio„ della nostra audacia.
-</p>
-
-<p>
-Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei
-due padri; il che non era verosimile per la ragione
-che v'erano accusate le ragazze d'averci
-fatto dei regali. Solo molto tempo dopo sospettammo
-d'un alunno di filosofia, nostro amico
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase sempre
-un mistero.
-</p>
-
-<p>
-Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare
-amaramente il fio,„ che lasciava spaziare
-l'immaginazione fra una pedata e un colpo di
-pistola, ci fece allibire.
-</p>
-
-<p>
-Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno.
-Se avessimo rapite e portate in Svizzera
-quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe
-potuto dire di peggio. Ci trattò come due marci
-libertini, spavento delle famiglie e disonore della
-città; ci parlò di tribunali; ci parlò pure, com'era
-suo solito, della giustizia eterna, citando
-il Canto quinto dell'<i>Inferno</i>, con la bufera che
-mena nella sua rapina i peccator carnali; ce
-ne disse tante, insomma, e con un tal cipiglio
-e un tale accento, che finimmo con scoppiare
-in pianto tutti e due; anche il mio amico, che
-si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per
-intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati
-in uno:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Sta come torre e lascia dir le genti.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Così morì ammazzato il nostro amore. Ma
-non con la correzione dei peccatori, appunto
-perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti
-altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine
-in cui non era nulla d'ignobile. S'egli ci
-avesse dato anche una brava polpetta, ma contentandosi
-di dimostrarci la grave sconvenienza
-d'andar a posteggiare ai canti due ragazzine
-oneste e sole, come due birichine vagabonde,
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti.
-Trattati invece in quella maniera, passata che
-fu la prima paura, ci invanimmo quasi d'aver
-avuto la temerità di calpestare a quel modo
-tutte le leggi umane e divine, e poi, quando ad
-animo quieto valutammo giusto il piccolo fallo
-e la riprensione enorme, questa ci parve una
-buffonata, e il riprensore un inetto e uno sciocco.
-</p>
-
-<p>
-Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo
-un'altra strada per tornare a casa, e per consolarci
-dell'amore andato a picco, ci demmo
-con furore alla palla di gomma elastica.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span></p>
-
-<h3 id="malavia">Sulla mala via.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Fu in quel giro di tempo che, stando una sera
-nel giardino, ebbi un quarto d'ora terribile, del
-quale ho risentito gli effetti funesti per tutta la
-vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno
-gli alberi e i muri, la terra mi vacillò sotto i
-piedi, mi si velarono gli occhi, mi si oscurò la
-mente, e preso da un senso di stanchezza infinita,
-non potendo più reggermi ritto, mi distesi
-per terra ed aspettai la morte. Poi, rialzatomi
-con un grande sforzo, barcollando come
-un ferito, mi trascinai a casa, dove mi buttai
-sul letto e confessai la verità a mia madre; che,
-spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi
-fece fiutare dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto
-ragazzo! Anche tu! E così presto!...
-Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del
-cielo!
-</p>
-
-<p>
-E io ci ricaddi, pur troppo.
-</p>
-
-<p>
-Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo
-alla prima prova, avessi potuto prevedere a
-quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto,
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-a che padrone tirannico, brutale e stupido
-dato in potere per sempre; se avessi potuto
-prevedere di quale enorme disperdimento di
-forze del corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti
-maligni della salute, di quante ore di
-stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia
-tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe
-stato cagione l'abito malaugurato che
-stavo per contrarre; se avessi preveduto ch'io
-sarei stato un giorno certissimo, come ora sono,
-che infinite ineguaglianze e fiacchezze del mio
-stile di scrittore, e radure e garbugli del tessuto
-sottile delle idee, e mancanze improvvise dell'acume
-critico e della flessibilità del pensiero
-e della facoltà d'abbracciar con la mente vasti
-spazi, non sarebbero state che un effetto di
-quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire
-quante volte avrei fuggito villanamente delle
-compagnie gentili o rinunziato a spettacoli d'arte
-desiderati e a trattenimenti intellettuali fecondi,
-non per altro che per soddisfare il bisogno volgare
-che stavo per imporre irrimediabilmente
-alla mia gola e al mio cervello, condannandomi
-per tutta la vita a respirare un'aria impura e
-a legger libri e a vestir panni e a mandar pel
-mondo dei fogli impregnati dell'odore del mio
-vizio; se avessi potuto antivedere, infine, quante
-dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura,
-avrei dovuto sostenere per liberarmi da quel
-vizio, destinate a finir tutte quante, dopo giorni
-e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione
-al nemico, non lasciandomi altro conforto che
-quello di veder immuni dalla mia tabe i miei
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso
-d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di
-stampar sulle loro guance dei baci attossicati;
-ah, se avessi presagito allora tutto questo, con
-che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato
-mozzicone di sigaro che stavo per cacciarmi
-fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi brucia
-ancora la bocca e la coscienza!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma già anche prima del sigaro io ero da un
-po' di tempo sur un brutto sdrucciolo. Proprio,
-venivo pigliando la piega del cattivo soggetto.
-Che era stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là,
-ammucchiandosi a poco a poco e andando in
-fermento, cominciavano a dar fuori; di quei
-germi che son come nell'aria e che tutti i ragazzi
-assorbiscono, salvo che sien tenuti sott'olio
-come le sardelle. Scatti di ribellione, bugiarderia,
-secchezza d'animo, volgarità di linguaggio,
-predilezione pei compagni sbarazzini,
-e propositi, più che altro, di bricconate; ma anche
-qualche piccola bricconata che, sebbene
-commessa in casa, avrebbe meritato qualche
-settimana di carcere correzionale, furono le
-prime manifestazioni del serpentello maligno
-che m'era entrato in corpo. Fors'anche perchè
-quell'anno era stato per me un anno di cresciuta
-straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva
-alla virtù dello spirito l'animalità imbaldanzita.
-Ma il male non era veramente profondo,
-poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-duro e arrogante anche a mia madre,
-pure i suoi rimproveri m'entravano sempre nel
-cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava
-il contegno di mio padre, che s'era mutato con
-me: il suo aspetto severo e freddo, il proposito
-manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi
-la parola e di non incontrare il mio
-sguardo mi facevano soffrire così nel vivo, che
-mangiavo in furia molte volte e scappavo da
-tavola il più presto possibile, col cuore serrato.
-Non ebbi nessun castigo, e credo che sia stato
-meglio. Credo che tutti i ragazzi passino per
-crisi somiglianti, le quali son per l'animo ciò che
-la tosse asinina e i bachi per il corpo, e che
-i parenti non se ne debbano spaventare, nè ricorrere
-ai grandi mezzi di correzione, lasciando
-invece che il male, fatto il suo sfogo, se ne vada
-da sè; che è ciò che segue sempre, quando la
-natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual
-caso valgon poco o punto i castighi. Quello che
-mantenne vivo e cocente in me per tutta la vita
-il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia
-madre in quel periodo fu appunto il fatto di
-non esser stato punito da loro come meritavo.
-A poco a poco lo stato violento di coscienza in
-cui vivevo mi divenne insopportabile. Ero già
-preparato a un pieno ravvedimento: non occorreva
-più che una spinta, e il caso me la
-diede. Mia madre fu presa una notte da un grave
-malore, si mandò per il medico, la casa fu sottosopra;
-io la intesi gridare dalla mia camera
-con accento di dolore disperato: — Ah mio Dio,
-morire! Lasciare quel figliuolo ancora così ragazzo! — Quel
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-grido mi snodò il cuore, scoppiai
-in pianto, m'inginocchiai sul letto, ridissi
-la preghiera che non dicevo più da un pezzo,
-supplicando Iddio che non mi togliesse la
-mamma, — e quando essa fu fuor di pericolo,
-io era uscito di malattia.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora,
-come accade prima o poi a ogni ragazzo,
-il furore delle letture romanzesche; se pure si
-può chiamar “leggere„ il divorar l'un sull'altro
-decine di romanzi, dalla mattina alla sera, senz'un'ora
-di respiro, fino ad averne la mente e la
-vista offuscate, fino a passar più giorni di fila,
-come a me accadeva, senza veder nè le Alpi
-nè il cielo, sempre coi pugni sul libro, col mento
-sui pugni e con gli occhi sul foglio. Cascai prima
-sui romanzi del Dumas padre, e il primo di
-questi fu il <i>Conte di Montecristo</i>, che rimase
-sempre il mio preferito, non solo perchè mi
-parve e mi pare ancora il più maraviglioso per
-la favola e il più attraente per l'arte del racconto,
-ma anche per il fatto che mia madre mi
-aveva dato pensatamente il nome di battesimo
-del protagonista, per aver letto con molto piacere
-quel romanzo mentre stava aspettando
-ch'io venissi al mondo. Seguirono a quello non
-so quanti altri, che poi mi si confusero tutti
-nella mente in un solo romanzo enorme di migliaia
-di personaggi e di avventure d'ogni tempo
-e d'ogni paese. Ma questa furia s'arrestò ad un
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-tratto, fortunatamente, per effetto della lettura
-d'un libro, che doveva aver poi un influsso
-straordinario sul mio pensiero e sul mio cuore,
-per tutta la vita. Non avevo letto sino allora dei
-<i>Promessi Sposi</i> che poche pagine sparse per
-le Antologie scolastiche. Non ricordo che alcun
-professore delle prime scuole ce ne consigliasse
-con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano
-sul romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di
-Firenze, del 1827, in tre volumi, che conservo
-ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu maraviglioso.
-Mi sentii come preso da mille uncini
-e da mille lacci sottilissimi, che mi avvolsero
-e mi strinsero, penetrandomi fin nel più profondo
-dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo,
-non interrotto punto, nè quasi scemato
-dalle digressioni storiche e dalle descrizioni
-minute che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso
-da commozioni violente, che mi strappavano il
-pianto, accompagnato dal principio alla fine da
-un consenso pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti
-e di tutti i pensieri. Non distinguevo
-l'un dall'altro, mi ricordo bene, ma sentivo confusi
-tutti insieme gli effetti di quell'arte profonda
-e semplice, dell'armonia delle facoltà,
-della misura sapiente, della logica finissima,
-della trasparenza cristallina dello stile, di quella
-musica grave e delicata, e quasi segreta, che par
-che venga più dal pensiero che dalla parola, e
-suoni nell'anima senza che l'orecchio la senta.
-Non poteva essere compiuta la mia ammirazione;
-ma la simpatia fu tale da non poter più
-crescere. Presentii fin dalla prima lettura che
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-avrei riletto quel libro mille volte, anche da
-uomo. Una quantità d'immagini, di sentenze e
-di frasi mi s'impressero subito e per sempre
-nella memoria. Mi rimase nell'animo una
-serenità, una pace, quasi una compostezza, che
-m'era prima sconosciuta; quasi un'armonia
-sommessa, alla quale s'intonò per un pezzo la
-voce di tutto il mio essere. Mi parve che entrasse
-nella mia vita un amico, un maestro
-aspettato da lungo tempo, e il cuore mi diceva
-che non ne sarebbe uscito mai più. Posso dire
-che la lettura di quel libro segnò per me il passaggio
-dalla fanciullezza all'adolescenza.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Riandando col pensiero quei primi anni, sono
-sempre ricondotto, per ciò che riguarda l'educazione
-dei figliuoli, alle stesse conclusioni; non
-nuove per certo, ma, a mio avviso, non mai
-abbastanza stampate. Son persuaso che c'è meno
-pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà,
-ed anche una libertà larga, che a tenerli a catena,
-perchè riconobbi che gl'incatenati, che
-son come anime compresse, non solo non riescon
-migliori, ma peggiori dei liberi, non foss'altro
-per l'arte più fine della simulazione, che
-suole poi essere cagione ai parenti di grandi
-disinganni. Son persuaso che è fatica perduta
-affatto quella gran cura che metton molti a mantenerli
-nell'ignoranza di certe cose, delle quali
-essi acquistano in ogni modo, per mille vie
-impossibili a precludersi, la cognizione precoce;
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-e che, ciò essendo, è perniciosissimo e stupido
-il tenere in presenza loro certi discorsi, come
-quasi tutti fanno, con parole coperte, nella fiducia
-che essi non li intendano, poichè o li intendono,
-o capiscono se non altro che i loro parenti tengono
-dei discorsi che non dovrebbero, ma da
-cui non sanno astenersi, perchè ci trovan piacere;
-onde questi scadono nella loro stima, facendo
-per giunta davanti a loro una figura ridicola.
-Son persuaso che non ci sia nulla di più
-dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi
-che il costringerli, per mandarli avanti presto,
-a studi prematuri, perchè, se anche ci reggono
-da principio, scontano immancabilmente
-lo sforzo più tardi, uscendone con le facoltà
-fiaccate e spuntate, compresi d'una sorda avversione
-per la scuola, e non più sospinti dal
-bisogno di leggere e di studiare da sè, per curiosità
-e per diletto. Son persuaso che lo spettacolo
-più nocivo all'educazione loro, il più
-funesto per il loro cuore e il loro carattere sia
-quello della discordia, degli urti anche più leggieri
-tra padre e madre, nei quali si sbriciola
-l'autorità di tutti e due, ledendo nel ragazzo il
-concetto della santità della famiglia, e lasciandogli
-dei ricordi incancellabili che gli offuscano
-più tardi nel cuore le loro immagini, e vi diventan
-radici inestirpabili di scetticismo. Son
-persuaso che è sacrosanta verità la sentenza
-del Capponi, che le cose udite, non le insegnate,
-formano l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò
-che di buono e di gentile essi intendono, che è
-detto in presenza loro spontaneamente, senza
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-pensare a loro, per impulso d'istinto e di coscienza;
-e che perciò ammonimenti, consigli,
-prediche, e anche castighi, tutto è fiato e rigore
-sprecato se essi non vedono che nei loro parenti
-corrispondano perfettamente ai precetti il carattere,
-la vita, lo spirito dei discorsi impremeditati
-e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta
-e sempre alle cure della famiglia, scevra d'ogni
-vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi, impietosita
-d'ogni sventura altrui, caritatevole ai
-poveri, facile al perdono con tutti; ho visto mio
-padre lavorar dalla mattina alla sera con uno
-zelo d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti
-i ritagli di tempo dei suoi figliuoli, e studiare,
-quanto gli era concesso, tutta la vita per coltivare
-il proprio spirito; ho intuito sin da bambino
-che mia madre era una donna buona e
-onesta e che mio padre era un uomo retto e
-generoso: questi sono stati gl'insegnamenti più
-efficaci ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio
-che mi diedero che mi ritenne sulla buona via
-ogni volta che fui sul punto d'uscirne; fu il ricordo
-delle loro opere che mi fece sempre ripentire
-e ravvedere d'ogni atto insensato e ignobile.
-Tutto il resto, nel campo dell'educazione,
-è vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve
-fingere coi figliuoli, e far due parti, l'una per
-loro e l'altra secondo il comodo proprio; è anzi
-meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi
-nostri difetti e con le nostre debolezze; chè, se
-non altro, così mostrandoci, siamo stimati sinceri.
-V'è un modo solo di educare: vivere degnamente.
-Ma è difficile, si capisce.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span></p>
-
-<h3 id="umanita">In <i>Umanità</i>.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Mi parve di aver fatto un gran salto in su
-nella gerarchia scolastica quando invece di
-alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno
-d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale
-significato fosse usata quella parola; anzi appunto
-perchè non lo capivo: cosa frequente anche
-fra i grandi.
-</p>
-
-<p>
-Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata
-di nuovi professori, la più parte giovani
-e bravi; tre dei quali nella mia classe, che corrispondeva
-alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo
-professore di lettere italiane e latine non era nè
-giovane nè bravo, sebbene non mancasse nè di
-coltura nè di buon volere; era uno di quei molti
-insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento,
-rara a trovarsi perfetta, anche
-fra gli uomini di gran levatura, come le voci
-di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe
-stato un buon professore di Liceo. A quello poi
-non mancava soltanto l'ispirazione, ma addirittura
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-il calorico animale; una tinca fredda,
-l'avrebbero chiamato in Toscana. Per questo
-rispetto era un vero originale, e perciò ne faccio
-lo schizzo. Egli insegnava letteratura come
-avrebbe insegnato computisteria; nessuna quistione
-d'arte o di storia letteraria, nessuna bellezza
-poetica lo faceva mai uscire neppure un
-momento dalla sua quiete beata, nè alterava la
-grave monotonia della sua voce che rassomigliava
-al rumore d'una macchina da cucire, nè
-la placidità immobile del suo buon faccione di
-padre guardiano. E in questa maniera otteneva
-effetti maravigliosi. Pareva che con la sua voce
-si espandesse nella scuola un'esalazione continua
-di cloroformio, che assopiva gli spiriti più
-vivaci, domava a poco a poco i temperamenti
-più irrequieti e otteneva una disciplina di convento.
-In anni posteriori conobbi parecchi altri
-insegnanti della stessa natura; ma nessuno dotato
-d'una tal potenza addormentatrice. Era contento
-di noi, diceva che eravamo una scolaresca
-tranquilla. E sfido: egli ci recideva ogni forza
-di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio
-immaginare che buon pro facessero la letteratura
-italiana e la latina servite in una tal salsa
-di papavero.
-</p>
-
-<p>
-C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore
-d'aritmetica, un omino tutto nervi, con
-una bella testa riccioluta, elegantissimo, pieno
-d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi
-un nome nelle matematiche. Questi insegnava
-mirabilmente; ma era impaziente come un poledro
-stallino e rabbioso come un gallo andaluso.
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-Inclinato per la sua natura violenta a picchiare,
-ma rattenuto dalla prudenza, ed anche
-dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi,
-qualche cosa di mezzo tra la percossa,
-che era proibita, e gli epiteti forti, che non gli
-bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice,
-che sarebbe stato una bazza: una specie
-di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro chiamato
-alla lavagna non capiva le sue spiegazioni,
-egli s'alzava, gli afferrava il braccio sotto alla
-spalla con l'indice e il pollice, e stringeva e torceva
-fin che quegli capisse. In quell'esercizio,
-ch'egli faceva certo da parecchi anni, le sue
-dita avevano acquistato una forza di tanaglie.
-Era un'idea sua che la matematica si dovesse
-inoculare in quella maniera, come il vaccino.
-Dopo due mesi di scuola eravamo quasi tutti
-segnati, tanto che ai primi calori, quando ci
-andavamo a bagnare nel torrente, i suoi alunni
-si riconoscevano fra quelli delle altre classi, alla
-bollatura, come i giumenti delle mandre argentine,
-e si poteva anche distinguere fra di essi,
-alla maggiore o minore estensione e intensità
-di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione
-che avevan per la scienza. E ciò non
-ostante, gli volevan tutti bene perchè del suo
-insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci
-faceva veder le stelle, ma anche capir l'aritmetica,
-ed era anche giusto, perchè pizzicottava
-signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per
-nulla al mondo l'avremmo voluto cambiare con
-un professore di mano più dolce, ma di metodo
-didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-scolastica a chi le agevola lo studio, anche
-martirizzandole le carni.
-</p>
-
-<p>
-Un altro professore valentissimo, anzi perfetto,
-era quello di storia; il quale provava mirabilmente
-col fatto come il miglior mezzo di tener
-la disciplina sia la fermezza del carattere e la
-dignità delle maniere. Egli aveva tutti i giorni
-lo stesso viso e lo stesso umore, come un uomo
-in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava,
-non gridava, quasi non rimproverava
-neppure: e non di meno, credo che se ci avesse
-fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe
-ottenuto maggior silenzio e maggior rispetto.
-Entrato lui nella scuola, non rifiatava più nessuno;
-un suo sguardo severo bastava a rimettere
-a dovere i più audaci; non lo udimmo dire
-in tutto l'anno una parola più forte dell'altre.
-E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente
-colorite di rettorica e fatte con intonazione
-un po' predicatoria. A renderlo autorevole
-e simpatico giovava molto anche il suo aspetto,
-poichè era il più prestante professore della famiglia,
-un giovane bellissimo, di statura alta e
-di portamento maestoso, vestito sempre con
-grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura
-e d'una barba d'un biondo d'oro, che eran
-l'ammirazione di tutto il bel sesso e l'invidia
-di tutta la gioventù brillante della città; e non
-lasciava trasparire per questo il menomo segno
-di compiacenza vanitosa o d'orgoglio, chè anzi,
-s'egli aveva un difetto, era quello di non rallegrar
-mai la scuola con un sorriso, e di dire
-anche gli scherzi, rarissimi, e sempre relativi
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-alla sua storia, con una gravità di magistrato.
-Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo
-per lui, tanto che una sua parola di lode,
-un semplice <i>bene</i> o anche solo un cenno approvativo
-del capo davano pure ai più apatici una
-soddisfazione grandissima. Mi ricordo che fui
-veramente afflitto e morso dalla vergogna una
-volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva
-informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio
-buono, è tanto distratto! — e che da quel giorno
-stetti in iscuola come una statua.
-</p>
-
-<p>
-Proprio l'opposto di lui era una povera anima
-di professor di francese, un'effigie di fattor di
-campagna cinquantenne, tarchiato e sanguigno,
-che non riusciva a farci chetare un minuto, e
-che noi tormentavamo barbaramente, andando
-alle volte otto o dieci intorno al suo tavolino,
-con la grammatica in mano, col pretesto scellerato
-di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo
-apposta tutti insieme ad alta voce. Quando capiva
-il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi,
-e si metteva a sprangar calci da tutte le parti
-e a inseguir l'uno dopo l'altro per darci il resto,
-saltando in giro per la scuola come un mulo
-infuriato, fin che andava a ricader sulla sua
-seggiola sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi
-e di banditi. Povero professore! E portava
-per nostra meritata disgrazia degli scarponi
-di montanaro, che ci sollevavano da terra come
-palle di gomma, lasciandoci le traccie dell'inchiodatura
-nei dintorni dell'osso sacro. Ma non
-ci faceva entrare il francese da nessuna parte.
-Colpa meno sua che della consuetudine stupida,
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-non ancora smessa affatto, di non dare nelle
-scuole la grande importanza dovuta allo studio
-di quella lingua necessaria a tutti; la quale moltissimi
-debbono studiare in furia più tardi sotto
-la stretta del bisogno, imparandola male per
-sempre, e dopo aver fatto una lunga serie di
-figure ridicole.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="tenorino">Tenorino fallito.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in
-quell'inverno l'illusione risuscitata d'avere una
-bella voce di tenore, in grazia della quale avrei
-dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi
-alla musica; e l'idea del cambiamento non mi
-atterriva. È quello l'episodio della mia adolescenza
-che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente
-d'ogni altro alle mie proprie spalle.
-Illusione “risuscitata„ ho detto, perchè l'avevo
-avuta già tempo prima, essendomi inteso dire
-fin da piccino che avevo una bella voce, in
-special modo da mia madre, che spesso mi faceva
-cantare; ma non m'ero mai curato gran
-fatto di quel supposto dono della natura. Mi
-nacque la passione del canto e la speranza di
-poter far fortuna con l'ugola soltanto in quell'inverno,
-nel quale mio padre mi condusse varie
-volte a sentir l'opera in musica; e fu una frenesia
-vera, come quella dei soldati e della pittura,
-e che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-la giornata, in casa e per la strada, e per le
-scale della scuola, e perfino nel teatro, mentre
-cantavano i miei maestri, e in tutti i luoghi e
-i momenti in cui potessi non essere udito cantavo
-con quanta voce avevo in canna, come se
-mi fossero già pagate le note un marengo l'una.
-Una vocina passabile l'avevo; ma una miseria,
-e mancavo d'orecchio: stonavo come un ubbriaco.
-E capivo bene che, così come era, la
-mia voce non meritava nemmeno di esser coltivata
-per spasso, nè per metallo, nè per estensione.
-Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi
-sempre d'ingannar me stesso mi persuadevo
-che da una settimana all'altra, per effetto di
-cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come
-la volevo. Dicevo: — Mi verrà quando smetterò
-di fumare; — poi: — quando non berrò più che
-acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci,
-che son quelli che mi rovinano, non altro, — e
-quantunque dopo ciascuna prova seguitassi a
-strillare come un uccello spennato vivo, pure
-persistevo a sperare, accagionando il difetto ora
-a un raffreddore, ora a una infiammazione di
-gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E
-questa passione tirava con sè un corteo di altre
-piccole ridicolaggini. Non solo facevo dei gargarismi
-dalla mattina alla sera, ma imitavo il
-passo e il gesto dei cantanti; non solo imparavo
-a memoria, ma mi copiavo in bella calligrafia
-i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città,
-ma per sfogare più sfrenatamente le mie forze
-vocali facevo apposta delle corse in campagna,
-dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora,
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-e mettevo in fuga uccelli da tutte le parti. Ma,
-ahi! (l'interiezione è imitativa) non ci guadagnavano
-nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi
-s'andava anzi sciupando sempre peggio quel
-filo di voce, che non era al tutto sgradevole
-prima ch'io fissassi il chiodo di fare il tenore.
-Infine, mi sentii tanto trattare dai miei compagni
-di chiavistello arrugginito e di galletto strozzato,
-e vidi anche nella mia famiglia dei così
-manifesti segni di sazietà di quel diluvio di
-stecche false di cui empivo la casa, che mi persuasi
-di dover rinunziare alla “carriera lirica„
-e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione
-riguardo alla voce, mi rimase sempre un
-gusto così vivo, anzi una passione così calda
-per il canto, che anche ora una nota dolce e
-potente mi fa impallidire dalla commozione, e
-una voce bella udita di sera per la strada mi
-fa pedinare il cantante anche per un miglio, ed
-è quello il dono di natura che, dopo il dono
-dell'ingegno, invidio di più a chi lo possiede, e
-ritengo il canto uno dei mezzi più efficaci di
-educazione dell'animo, e l'ho per uno dei più
-dolci conforti della vita.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span></p>
-
-<h3 id="cinquantanove">Il Cinquantanove.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben
-più potente distrazione dagli studi; la quale, per
-fortuna dell'Italia, durò assai più lungo tempo
-dell'altra. Il colpo più funesto al latino lo diede
-in quell'anno scolastico Vittorio Emanuele, e
-per l'appunto il primo di gennaio, col discorso
-memorabile del “grido di dolore„. Entrò da
-quel giorno nella scolaresca uno spirito di divagazione
-patriottica, che non riuscirono a frenare
-neppure i professori più autorevoli; chè
-anzi lo sovreccitarono spesso, anche facendo
-scuola, con allusioni agli avvenimenti, e con
-digressioni politiche, che scappavan loro di
-bocca come il vino spumante dalla bottiglia. Era
-come diffuso per l'aria un odor di polvere; il
-suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano
-vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli
-occhi e fiorir sotto la penna agitata le sgrammaticature;
-anche i vecchi professori più sconquassati
-prendevan nell'andatura qualche cosa
-di belligero, e noi non ridevamo più per la strada
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-nemmeno delle guardie nazionali panciute, che
-facevano tre passi sur un mattone. Crebbe ancora
-il fermento sulla fine di febbraio, quando
-nella nostra piccola città, fatta sede del maggior
-deposito dei Cacciatori delle Alpi, cominciarono
-ad arrivare a frotte i giovani emigrati, la più
-parte lombardi e veneti, di ogni condizione sociale;
-i quali portarono come un'onda di sangue
-ardente nella vita cittadina, e diedero quasi un
-nuovo aspetto alle strade, ai caffè, a tutti i luoghi
-di ritrovo pubblico, dove a ogni passo s'incontrava
-un viso sconosciuto e s'incrociava lo
-sguardo con due occhi scintillanti d'alterezza
-e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei
-quali erano predestinati all'onore del marmo e
-del bronzo, mi sono rimasti scolpiti nella memoria
-come visi d'amici intimi. C'erano fra quel
-migliaio e più di nuovi venuti dei campioni della
-guerra del '48 e della difesa di Roma; c'erano
-dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano,
-il De Albertis; c'erano il Cairoli e il Bertani,
-e il De Cristoforis, del quale dovevo legger
-poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il
-<i>Trattato della guerra</i>. Ma non ricordo d'aver
-inteso allora i loro nomi, che erano ancora fiori
-di gloria in boccio. Il solo nome che correva
-sulla bocca di tutti era quello del Cosenz, comandante,
-che rammento d'aver visto più volte
-in Piazza d'Armi, quando i volontari non vestivano
-ancora l'uniforme, comandare gli esercizi
-col tubino e col soprabito nero, come un capo
-di barricate: una figura svelta e dritta come uno
-stocco, con un viso grave di filosofo, che molti
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-per le vie salutavano rispettosamente, ricordando
-le sue prodezze eroiche di Venezia. E anche
-rammento, quando scomparve sotto il cappotto
-bigio ogni apparente differenza di condizione
-sociale fra gli emigrati, lo strano effetto
-che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno
-e dell'altro di quei soldati semplici: — Questo
-è un avvocato. — Quello è un medico. — Quello
-là è un professore. — Quello lì è un signorone. — Ciò
-che valeva più d'ogni discorso o articolo
-di giornale a dare alla gente incolta un'idea
-della grandezza degli avvenimenti che si preparavano,
-e faceva rivolgere dalle signorine a quei
-rozzi cappotti certi sguardi di curiosità romantica,
-dei quali prima d'allora non avevano onorato
-mai la “bassa forza„. Beati giorni, che
-risplendono come zaffiri nella corona delle nostre più
-care memorie.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-L'agitazione della scolaresca giunse al colmo
-nel marzo, quando, richiamati alle armi i <i>contingenti</i>,
-si videro arrivare i bersaglieri delle
-classi congedate, uomini fatti, anneriti dal sole
-dei campi, con le tuniche logore, coi cappelli spelati,
-con le scarpe contadinesche, molti con le
-medaglie di Crimea dai nastri sbiaditi: d'aspetto
-così grave la più parte, che parevano i padri
-dei soldati in servizio, di cui venivano a ingrossare
-le file. E qui mi ricordo d'un fatto, che
-mi fece un gran senso, e che prova come neanche
-in Piemonte, e neppure per le guerre più
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-popolari, ci sia mai stato un grande ardore guerresco
-nei vecchi soldati che erano strappati ai
-figliuoli e ai loro campi e mandati a farsi ammazzare;
-quantunque poi, per sentimento del
-dovere, si portassero così bravamente che l'entusiasmo
-non avrebbe potuto fare di più. Era
-una sera di domenica. Un gran numero di quei
-richiamati, ancora senz'armi, passeggiavano a
-coppie e a drappelli per la strada principale,
-affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare
-una bandiera, aprirsi la folla e venire avanti
-un folto stuolo di cittadini, ordinati in quattro
-file, che cantavano l'inno del Mameli; tutti signori
-in cilindro e in pastrano, fra i quali riconobbi
-con piacere alcuni dei professori del
-Ginnasio: quello di matematica il primo. Mentre
-mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi
-bersaglieri che mi stava accanto uscì qualche
-apostrofe a voce alta, in tuono di sarcasmo: — Già,
-è comodo di cantare! — Loro cantano
-e noi andiamo a dare la pelle. — Vengano con
-noi a battersi invece di far del baccano. — Il
-drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti
-risposero; s'attaccarono vari battibecchi vivaci.
-Alcuni dei signori, risentiti, rinfacciavano ai
-soldati di mancar d'amor di patria; altri, più
-pacati, cercavano di rabbonirli, persuadendoli
-che non tutti avevano il dovere, che non a tutti
-era possibile d'andare alla guerra, e qualcuno
-diceva loro che s'era battuto anche lui nel '48
-e nel '49. Ma i soldati parevano poco persuasi,
-rispondevano brontolando e alzando le spalle.
-Ciò che mi fece più maraviglia in quel contrasto
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-doloroso fu la bella disinvoltura con cui alcuni
-dimostranti brizzolati e panciuti assicuravano,
-picchiandosi la mano sul petto, che sarebbero
-andati alla guerra essi pure, mentre si capiva
-dai loro faccioni pacifici che non si sognavano
-neppure una mattata compagna. E ripetevano
-con calore: — Ci rivedremo al campo!
-Ci rivedremo al campo! — Vedo ancora gli
-sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano
-le loro rotondità, come se domandassero
-a sè stessi in quale campo avrebbero
-mai potuto rivederli, non stimando che
-fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri. Il
-litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti,
-alla vista dei quali i bersaglieri si sbandarono.
-Povera gente, chi sa che alcuni di loro non siano
-caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto
-di San Martino! Quella scena mi lasciò
-addolorato e turbato da molti pensieri confusi;
-da questo fra gli altri: che, perchè una guerra
-fosse veramente nazionale, si dovrebbe andare
-a battere molta gente la quale rimane a casa,
-e che, in ogni modo, sarebbe delicatezza e prudenza
-che quelli che rimangono non cantassero
-troppo forte passando davanti a quelli che
-partono.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Un altro mio ricordo vivissimo è quello della
-venuta di Garibaldi; ma mescolato d'un forte
-amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in
-rivista i Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto,
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-avendo pregato prima che non si annunciasse
-la sua venuta, e non si trattenne tra
-noi che poche ore. Da noi scolari non si seppe
-ch'era in città che quando aveva già fatto la
-rivista e smesso la divisa di generale. Ero con
-un compagno sur un viale della Piazza d'Armi
-quando alcuni ragazzi, accennando una carrozza
-che passava di corsa, si misero a strillare: — Garibaldi!
-Garibaldi! — e noi dietro a tutte
-gambe.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">.... Come s'andava un lo poi rede'.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Si fece non so quanta strada battendoci le mele
-coi tacchi, finchè ci mancarono le forze e cascammo
-sulla proda d'un fosso, anelando, come
-due levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la
-corsa, il Generale era già all'albergo a desinare,
-e il desinare chiamava a casa anche noi: egli
-partì la sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura
-da morderci i gomiti. Il giorno dopo ripassammo
-per tutte le strade dov'egli era passato,
-come per fiutare le sue tracce. Ci fu detto
-che era andato a visitare una rivenditrice di
-commestibili, soprannominata la Pasqualina, che
-aveva bottega sotto i portici; un pezzo di donna
-tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e
-rispettava perchè uno dei suoi figliuoli, Paolo
-Ramorino, era stato commilitone e amico di Garibaldi
-in America, ed era morto eroicamente
-alla difesa di Roma, combattendo al fianco di
-Luciano Manara. Arrivammo subito dalla Pasqualina,
-e la trovammo là davanti alla bottega,
-attorniata da molti curiosi, ai quali accennava
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-un sacco di riso sul quale s'era seduto Garibaldi
-il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah,
-fortunata Pasqualina! Come ci parve bella e
-gloriosa! Stemmo là un pezzo a contemplar lei
-e il suo sacco, e poichè avevo qualche soldo
-in tasca, mi balenò l'idea di comprare un <i>etto</i>
-di quel riso memorando, che aveva avuto l'onore
-di far da cuscino all'Eroe di Sant'Antonio.
-Ma il mio compagno, che conosceva l'umore
-della brava donna, me ne distolse, osservando
-che ella avrebbe potuto pigliare la cosa come
-una canzonatura e risponderci con una ceffata,
-che non sarebbe stata di natura femminile.
-E così, miseramente, terminò la nostra spedizione;
-la quale fu anche più sventurata ch'io non
-potessi allora pensare, perchè non mi si doveva
-offrir modo mai più d'appagare il mio ardente
-desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una
-serie di accidenti e di contrattempi maledetti,
-qualche volta per il ritardo d'un minuto, qualche
-altra volta per un impedimento materiale
-futilissimo, quella sfortuna si ripetè dieci volte
-nella mia vita. Ho un rimpianto nel cuore e lo
-confesso con un sentimento di vergogna, come
-una colpa: non vidi mai Garibaldi!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Mi stupisce come non mi sia rimasto alcun
-ricordo della forte impressione che mi fecero
-certamente le descrizioni dell'arrivo dei Francesi
-a Torino e le prime notizie delle battaglie
-di Montebello, di Palestro, di San Martino. Su
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-questi ricordi, che debbo aver serbati vivi per
-un pezzo, s'è distesa, non so quando nè come,
-una nuvola fitta, che non m'è riuscito mai di
-diradare. Mi rammento solo del primo annunzio
-della vittoria di Magenta, che mi fu dato da mio
-padre, su per la scala, con una esclamazione
-enfatica, tendendo un braccio in alto, e sclamando: — Siamo
-a Milano! — Ma non c'è da
-meravigliarsi, chi ci rifletta, di queste eclissi di
-certi grandi avvenimenti nella nostra memoria,
-perchè è una illusione quella per cui pensiamo
-che noi risentissimo allora al loro annuncio, noi,
-come tutta l'altra gente, una commozione infinitamente
-maggiore di quella che ci desta il
-loro ricordo, e che dovessimo quasi non viver
-d'altro, in quel periodo di tempo, che di quelle
-commozioni. Come, guardando una fuga di colonne
-da un capo della via, non vediamo gl'intervalli
-che separano quelle lontane, che ci appaiono
-congiunte, così non vediamo più fra
-quegli avvenimenti passati i larghi spazi di
-tempo, durante i quali eravamo tutti assorti, come
-nei tempi ordinari, nelle nostre faccende e nei
-nostri piaceri, che avevano pur sempre in noi
-il sopravvento sui nostri pensieri e affetti di
-cittadini; e neppure consideriamo, d'altra parte,
-che la lunga aspettazione e la frequenza stessa
-di quei grandi fatti ci avevano come stancata
-la facoltà sensitiva, e reso l'animo in certo grado
-indifferente anche alle cose più straordinarie.
-</p>
-
-<p>
-Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo
-dei frequenti <i>Te Deum</i> che si cantavano nel
-Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-e in abito di gala tutte le autorità civili
-e militari; fra le quali spiccava la bella testa
-bruna del nuovo provveditore degli studi, venuto
-quell'anno, Domenico Carbone, che è rimasto
-una delle memorie più luminose e più
-care della mia adolescenza. Quanto bene, anche
-fuor dell'insegnamento diretto, può fare a una
-scolaresca un uomo d'intelligenza eletta e di
-alto carattere! La venuta di quel provveditore,
-coronato della doppia gloria di poeta e di combattente
-volontario del 1848, e preceduto dalla
-fama d'uomo integro e buono, ancor giovane,
-bello della persona, amorevole e severo ad un
-tempo, e pieno di nobiltà nelle parole e negli
-atti, aveva portato come un'onda d'aria pura e
-vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli
-entrasse e discorresse, lasciava un ardore di
-buona volontà e di nobile ambizione, e quasi
-un profumo di gentilezza, che penetrava in fondo
-agli animi. Egli fece dei miracoli: convertì dei
-discoli che nessuno aveva mai domati, svegliò
-delle volontà che parevano addormentate per
-sempre. Tutti i poveri angariati, che sono in
-ogni scolaresca, tutte le vittime derise della
-prepotenza dei compagni e dall'antipatia dei
-maestri, anche prima d'aver esperimentato la
-sua bontà, si sentivano protetti dalla sola sua
-presenza, e prevenivano, pronunciando solo il
-suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate.
-Tutti lo amavano e lo riverivano. Ci affollavamo
-sui pianerottoli per vederlo passare; per la
-strada, facevamo apposta delle corse e dei giri
-per passargli davanti e salutarlo; e quando nel
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-Duomo, ai <i>Te Deum</i>, egli compariva primo nel
-banco dei professori e girava sugli scolari accalcati
-quei due grandi occhi austeri e leali, con
-quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei
-figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con
-un fremito di simpatia e d'alterezza. Se si potessero
-fabbricare degli uomini simili invece di
-rimpastar programmi e regolamenti!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Racconto un fatterello che lo riguarda, non
-tanto per far onore a lui, quanto per far ridere
-a mie spese; chè ci provo piacere ormai,
-come i flagellanti d'un tempo a farsi frizzare
-la pelle.
-</p>
-
-<p>
-Avevamo da anni un viceprovveditore prete,
-caldo più di <i>morbin</i> che di ardor cattolico, che
-portava la tonaca come una camicia di forza:
-non punto cattivo in fondo, ma assai piccoso,
-e invasato dalla smania di fare il terribile; ciò
-che otteneva più che altro con certe minaccie
-piene di mistero e con certe stralunature d'occhi
-da Luigi undecimo da arena. Contro costui
-aveva scritto una poesia satirica, che girava
-per le scuole, un alunno di filosofia, che io
-bazzicavo, essendo in relazione d'amicizia le
-nostre famiglie. Smanioso di legger la satira, il
-reverendo pensò di strapparla a me spaventandomi,
-e, mandatomi a chiamare in provveditoria,
-a un'ora che non c'era nessuno, m'ingiunse
-con parole solenni di portargli il corpo
-del reato, pena la bocciatura agli esami finali,
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-prefiggendomi per giunta il giorno e l'ora della
-consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio
-con la tremarella in corpo, egualmente sgomentato
-dalla minaccia della vendetta e dall'idea
-dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a
-commettere, e passai la giornata intera in uno
-stato d'incertezza angosciosa. Ma il giorno dopo
-mi lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico
-Carbone! — Ero ben certo che egli avrebbe disapprovato
-l'atto del prete e non condannato la
-mia disobbedienza; nè avevo bisogno di far
-grave la cosa, ricorrendo a lui formalmente.
-Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli
-era sempre in ufficio, col mio babau e col segretario,
-pensai che se avessi esposto il mio
-rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita,
-in modo da farmi sentire da lui e da costringerlo
-a domandare di che si trattasse, io
-sarei stato salvo e l'amico nelle peste. Eureka!
-In verità, per un ragazzo di tredici anni, non
-c'era male. E non solo mi sentii salvo da quel
-momento, ma, confondendo le carte nella mia
-coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali
-casi, mi parve d'essere un'anima spartana, e
-preparai nella mente una risposta eroica, un
-“pistolotto„ da primo attore, che mettesse in
-luce gloriosa la nobiltà del mio carattere.
-</p>
-
-<p>
-All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i
-tacchi, come per far suonare gli sproni. Erano
-seduti a un grande tavolo, da una parte il Carbone
-e il segretario, che discorrevano fra di
-loro, dalla parte opposta lo spaventaragazzi,
-che in quel momento mi fece pietà. Questi mi
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-fece cenno che m'avvicinassi, e mi domandò
-sotto voce “se avevo portato„.
-</p>
-
-<p>
-M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando
-dalla parte del provveditore, risposi con
-voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che
-avrei commesso un'azione....
-</p>
-
-<p>
-— Basta, basta — disse il prete, accennandomi
-con la mano che tacessi.
-</p>
-
-<p>
-E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato
-che avrei commesso un'azione.... un'azione....
-</p>
-
-<p>
-— Ma basta, le ripeto; non occorre altro....
-</p>
-
-<p>
-Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore
-s'era voltato, volevo fare il colpo a ogni
-costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione
-indegna.... tradito un amico....
-</p>
-
-<p>
-— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito
-e rosso in viso. — Poichè le ho detto che
-non occorre altro, vada una buona volta....
-</p>
-
-<p>
-Allora me n'andai, ma lentamente, e a passi
-maestosi, come dev'essere uscito Pier Capponi
-dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora
-di sull'uscio a guardare il vinto, che mi
-lanciò un'occhiata da darmi il fuoco.
-</p>
-
-<p>
-Non seppi poi mai se il provveditore avesse
-chiesto e avuto spiegazione della cosa; ma non
-c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica.
-Il fatto è che non ebbi più molestie per
-quella faccenda, e che agli esami, benchè a scappellotto,
-come al solito, fui promosso. Ed ecco
-come fra tante altre buone azioni l'autore del
-<i>Re Tentenna</i>, senza saperlo, fece anche quella
-di non lasciarmi commettere una birbonata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cavalier che hai bianca fede</p>
-<p class="i01">Come bianca è la tua croce,</p>
-<p class="i01">Tu d'eroi gagliardo erede,</p>
-<p class="i01">Tu all'oppresso amica voce,</p>
-<p class="i01">Tu sgomento all'oppressor....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio
-Emanuele che pubblicò il Carbone in quell'anno,
-e che tutti gli scolari impararono a memoria.
-La guerra aveva dato la stura, anche in
-quella piccola città subalpina, a un torrente di
-lirica patriottica. Professori, impiegati della prefettura,
-avvocati, ufficiali dei bersaglieri, tutti
-sfornavano rime guerresche. Non si raccoglievano
-venti cittadini intorno a un risotto alla
-milanese senza che qualcuno trombettasse una
-filastrocca di strofe, che poi andavano attorno
-manoscritte o stampate, a rinfiammar in molti
-l'odio contro l'Austria, in alcuni l'odio contro le
-Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel
-vespaio di poeti m'è rimasto nella memoria.
-Lasciate che io ve lo presenti, ve ne prego,
-perchè il ricordo di lui, che è un conforto della
-mia vita, potrà mettere qualche dolcezza anche
-nella vostra. Era il professore di filosofia, uno
-dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato
-le scuole del Regno, un cinquantenne zazzeruto,
-con mezzo il capo sempre insaccato in
-una tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata
-sul cranio, e vestito tutto l'anno d'un certo biracchio
-nero che gli dava alle ginocchia e mostrava
-l'ordito; un uomo che sarebbe divenuto
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-famoso nella città non per altro che per un suo
-gesto abituale comicissimo, che era di ripiegare
-un braccio in alto col pugno chiuso, e di battersi
-dei gran colpi sul gomito con l'altra mano,
-come.... se volesse sculacciare la propria immagine;
-un curioso professore e educatore, il
-quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più
-sodi dei pareri amichevoli intorno al modo di
-regolarsi con una vedova ch'egli corteggiava,
-e che non sapeva decidersi a sposare, perchè
-aveva un orario di pasti che non s'accordava
-col suo; il più clamoroso dei filosofi, come lo
-chiamavano i suoi colleghi, perchè urlava la
-filosofia con una tal potenza di polmoni da coprir
-la voce di tutti i professori delle classi vicine.
-Ma non son nulla tutte queste stranezze
-appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi
-versi, che tutti i suoi scolari recitavano, facendoci
-delle risate da slogarsi le mascelle. Che
-peccato non averne più copia! Ma non li ho
-tutti dimenticati, grazie al cielo. Ricordo una
-strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Natura ti diè nome</p>
-<p class="i01">Petitti, ma sei grande</p>
-<p class="i01">E il nome tuo si spande</p>
-<p class="i01">Per l'aula elettoral;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-due versi in lode a Garibaldi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tua venuta a queste sponde</p>
-<p class="i01">Bianca in pietra fia segnata;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e pochi versi d'un'altra poesia in onore della
-città di Bene, la quale si distende, a quanto egli
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-diceva, sopra sette colli; ciò che dava al poeta
-il pretesto di farle quest'ardito complimento:
-che Roma era stata eletta in luogo di lei capitale
-d'Italia per un equivoco. Era vaticinato, diceva.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che d'Italia fia regina</p>
-<p class="i01">Tal cittade, che sia posta</p>
-<p class="i01">Sopra sei e una collina,</p>
-<p class="i01">E Cavour la credè Roma,</p>
-<p class="i01">Ignorando i sette in Bene</p>
-<p class="i01">Colli aprichi, e la gran soma</p>
-<p class="i01">Di virtù che ascose tiene.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sulla qual modestia della città insisteva con
-quest'amore di strofa:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Bene fa, e n'ha più merito</p>
-<p class="i01">Perchè tien nascosto il bene;</p>
-<p class="i01">Chi rimira il suo preterito</p>
-<p class="i01">Forse ciò a capir non viene....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Come potesse insegnar la filosofia un professore
-che trattava la poesia in questa maniera,
-benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce;
-eppure dicevano che non c'era gran male.
-Misteri della mente umana. Povero poeta dei
-sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui
-molti anni fa, a Torino, dove mi dissero che,
-avendo ricorso per non so che affare a certi
-falsi spiritisti birboni, costoro, per spillargli dei
-quattrini, lo avevan fatto bastonare dallo spirito
-che aveva evocato, e non già con un bastone spirituale,
-ma con un vero e nodoso ramo di frassino,
-che l'aveva messo a letto per una settimana.
-</p>
-
-<p>
-<i>Petitti</i> guai della filosofia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span></p>
-
-<h3 id="attore">Attore drammatico.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La poesia patriottica aveva invaso quell'anno
-anche il teatro, dove, succeduta all'opera la
-commedia, non passava quasi settimana che
-non fosse declamata dal primo attore qualche
-lirica d'argomento nazionale, accolta sempre
-con applausi frenetici. E così m'entrò anche
-l'assillo della declamazione. Avevo creduto d'esser
-nato pittore, e poi tenore; credetti pure per
-un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica.
-Ero in questa illusione più scusabile
-perchè, se non avevo voce per cantare, per declamare
-n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio.
-Fu anche questo un furore da far desiderare
-che fossi nato afono. Sceglievo i passi
-delle tragedie in cui occorresse un maggiore
-sforzo di mantice, e di preferenza quelli in cui
-il personaggio delira, come il soliloquio di <i>Saul</i>
-e quello di <i>Aristodemo</i> nell'ultim'atto, per poter
-tonare più forte. La mia specialità, come ora si
-dice, era il delirio dei re. Si sottintende che ero
-un cane. Ci accozzammo parecchi compagni,
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme
-tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora
-dell'altro, e spesso anche nel ghiareto del torrente
-e del fiume, dove le pietre, per nostra fortuna,
-non si potevano muovere. Ma il nostro
-teatro preferito, poichè ci potevamo sbraitare
-senz'essere uditi, era veramente degno dell'arte
-nostra: era una stalla in fondo al cortile di casa
-mia, dove i tabaccai dei villaggi riparavano durante
-il giorno i muli e i cavalli. Disgraziato
-Alfieri! E infelice Berchet! Poichè s'espettorava
-pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi
-credevo chiamato a una grande carriera tragica.
-E mi frullavano sotto i capelli le idee più temerarie:
-di dare un saggio di declamazione nel
-Teatro Civico, di smetter gli studi e di entrare
-in una compagnia drammatica, di formare io
-stesso una compagnia unisessuale coi miei
-quattro sbraitoni e di trovar dei “capitalisti„
-per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe
-stato strano che fra tante idee matte non mi
-fosse saltata anche quella di scrivere un dramma.
-L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale
-soggetto avessi escogitato: ricordo soltanto che
-era un dramma cruento, e che la parte del protagonista
-l'avrei dovuta far io: condizione <i>sine
-qua non</i>, da imporsi al capocomico che avesse
-avuto l'onore di metterlo in scena. Caso senza
-esempio, credo, nella storia degli autori drammatici:
-anche prima di mettermi a scrivere il
-dramma io feci il cartellone — un annunzio in
-caratteri cubitali sopra un lenzuolo di carta — per
-avere un'idea dell'effetto che avrebbe fatto
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-alle cantonate, e m'esercitai a emettere certe
-grida di disperazione e di terrore, che non sapevo
-ancor bene a che proposito, ma dovevan
-sonare assolutamente in certe scene, e (voglio
-esser sincero fino in fondo) feci molte prove del
-passo con cui mi sarei presentato alla ribalta
-e dell'atteggiamento modesto e dignitoso ad un
-tempo, col quale avrei ringraziato il pubblico
-strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in
-fine: non restava che un accessorio: quello di
-scrivere il dramma. Dio m'assistè: non ne scrissi
-che la prima scena. Ma non cadde l'illusione
-dell'attore con la lena del drammaturgo: il mio
-vaneggiamento e il mio abbaio drammatico continuarono
-fino all'apertura del nuovo anno scolastico.
-I primi freddi e i primi pensi, non so
-come, mi levarono dal capo per sempre il ruzzo
-della recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi
-e Tommaso Salvini da una vecchiaia avvilita.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span></p>
-
-<h3 id="grullerie">Nuove amicizie e nuove grullerie.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima
-mattina una sorpresa gradita. Nel far la chiamata
-degli alunni il professore lesse un nome
-che ci fece voltar tutti con viva curiosità verso
-il chiamato: — Angelo Brofferio. — Gli domandò
-il professore se fosse figliuolo del Brofferio deputato:
-rispose di sì. Fummo tutti colpiti dalla
-grande rassomiglianza che egli aveva col padre,
-che noi conoscevamo, più che dalle fotografie,
-dalle caricature frequentissime del <i>Fischietto</i>
-e del <i>Pasquino</i>: di profilo era tale e
-quale. Aveva una testa molto grossa, che pareva
-anche più grossa in confronto del corpo
-piccolino; un viso lungo, di lineamenti e d'espressione
-virili, rocchio bruno, la bocca arguta,
-un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si
-mostrò fin dai primi giorni d'ingegno aperto e
-pronto, e parlatore facile, con alcun che d'avvocatesco
-nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo
-coi compagni, non punto orgoglioso
-della fama del padre, che era allora popolarissimo,
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-in specie per le canzoni piemontesi; molte
-delle quali, cantate per i caffè e per le strade,
-noi sapevamo tutti a memoria. Finito quel corso,
-andò a compiere gli studi altrove, e io non
-n'ebbi più notizia che dopo circa trent'anni,
-quando, professore di filosofia a Milano, se non
-erro, egli pubblicò un libro dotto e brillante
-sullo <i>Spiritismo</i>, che fece molto rumore. Ricordo
-che, bravo in letteratura, egli aveva pure
-un'attitudine particolare alle matematiche. E
-m'illusi d'avercela anch'io in quell'anno, che
-era l'anno dell'algebra. Avendo avuto mio padre
-la buona idea di mandarmi durante le vacanze
-a prender lezioni d'algebra da un geometra suo
-conoscente, io ero entrato nel corso già infarinato
-della materia; in grazia di che avevo nei
-primi mesi riportato qualche successo onorevole
-alla prova della lavagna, salvandomi dai
-pizzicotti professorali. Questo era bastato a farmi
-credere che mi fosse dato fuori a un tratto il
-bernoccolo della matematica, e lo credetti tanto
-che ebbi l'audacia di fondare un periodico bisettimanale
-(di tiratura modesta, poichè n'usciva
-un numero solo, manoscritto), nel quale rifacevo
-le lezioni ad uso dei pizzicottati. Ma quest'illusione
-durò anche meno dell'altre perchè, non
-avendo studiato nelle vacanze che fino all'estrazione
-delle radici cubiche, quando si arrivò a
-questo punto del programma mi ritrovai da
-capo al livello degli altri.... e i pizzicotti ricominciarono.
-Ricominciando i pizzicotti, cessò il
-giornale. Ma non importa: consiglierò sempre
-ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-agli studi più difficili del nuovo anno scolastico,
-perchè anche la più leggiera preparazione riesce
-loro di giovamento grandissimo, preservandoli
-dal danno grave di rimanere addietro al primo
-intoppo.
-</p>
-
-<p>
-Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra
-troppe cose mi dovevano distrarre quell'anno.
-Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo per
-la statura, che era d'un uomo, io andavo allargando
-di giorno in giorno il cerchio delle mie
-amicizie, e le nuove erano assai più pericolose
-delle altre, perchè eran fuori del giro della
-scuola. Le prime di queste, e le più care, furon
-le amicizie militari. C'erano allora fra i bersaglieri
-volontari, e anche fra quelli di leva, molti
-giovani di famiglia signorile: studenti smessi,
-laureati, artisti drammatici, pittori, tutti più o
-meno intinti di letteratura, e tutti caldi d'un entusiasmo
-patriottico, che dava un'impronta di
-nobiltà d'animo anche ai caratteri più leggieri.
-Stretta relazione con uno di essi, venivan gli
-altri come le ciliege. Con questi conobbi la
-prima volta il piacere e l'alterezza dell'amicizia
-virile. Nascondevo con loro i miei tredici anni;
-mi davo l'aria d'uno studente già esperto del
-mondo; ero tutto contento di farmi vedere alla
-passeggiata in loro compagnia, appoggiando il
-braccio sopra un braccio gallonato, con la tesa
-del cappello accarezzata dagli svolazzi d'un
-grande pennacchio, e mi pareva di fare una
-prodezza di brillante scapigliato trattenendomi
-mezz'ora con essi davanti a un caffè, all'uscita
-del teatro, come se tutti i passanti avessero dovuto
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-dire: — Chi sa mai dove passerà la notte
-quel collorotto? — Di una di quelle sere mi ricordo
-in particolar modo perchè fui presentato
-da un sergente a un bel giovanotto, alto e elegante,
-impiegato al Commissariato militare; il
-quale si chiamava Ugo Iginio Tarchetti. Era il
-futuro autore dei <i>Drammi della vita militare</i> e
-di <i>Tosca</i>, il poeta forte e triste, che doveva morir
-nel fior dell'età, appena baciato dalla gloria.
-Chi m'avrebbe predetto allora ch'io avrei scritto
-dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto
-al suo, che saremmo stati citati mille
-volte come due antagonisti, e che, dopo averlo
-tenuto in conto d'un nemico mentr'era vivo, io
-l'avrei amato, morto, come un fratello!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Entrai allora in quel breve periodo il quale
-corrisponde negli adolescenti a quello in cui le
-ragazze cominciano a stringersi il busto e a
-mettersi dei fiori nei capelli: il periodo in cui
-diventa il mobile più importante della casa lo
-specchio. Per quanto sia in vena di confessioni
-non oso di dire fino a quale altezza di grulleria
-io sia salito in quella fase di luna, quanto
-tempo ci mettessi a farmi il nodo della cravatta,
-quante volte tornassi indietro a raggiustarmi
-il cappello davanti alla specchiera prima
-d'uscire di casa, e quale sciupio abbia fatto
-delle pomate e delle acque d'odore delle mie
-sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione
-di san Crispino per fare il piedino aristocratico.
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-Molti padri e madri, quando i loro
-figliuoli piglian quella passione, credono di guarirli
-mettendoli in ridicolo e trattandoli dalla
-mattina alla sera d'imbecilli. È una sciocchezza,
-che i miei non commisero, comprendendo che
-era una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo:
-finsero invece di non badarvi, non scambiandosi
-che qualche sorriso discreto quando
-io chiedevo una cravatta nuova o un paio di
-scarpe di marocchino; sorriso che non mi sfuggiva.
-E li lodo ora di quella indulgenza, che
-non fu l'ultima delle cause per cui la malattia
-non fu lunga, perchè, umiliandomi, l'avrebbero
-inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura di
-paino e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia
-non miravano a guadagnarmi le grazie
-dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo
-periodo degli innamoramenti platonici, spinti
-fino alle passeggiate sotto le finestre e alle “pedinature„
-furtive e alla contemplazione estatica
-dei palchetti del teatro: amori repentini,
-languidi e mutevoli, anzi procedenti non di
-rado a coppie, e anche a triadi, facilissimi alle
-più insensate illusioni, pasciuti per settimane
-d'uno sguardo incontrato a caso o d'un sorriso
-forse più di canzonatura che di simpatia,
-e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre
-tristezze, imparate nei libri. Ah, che bell'attore!
-Mi è uno spasso il ricordare le mie avventure
-d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi
-più amori io che don Juan Tenorio e Luis
-Mendía messi insieme. Il mio cuore ospitò più
-bellezze che il serraglio imperiale del Bosforo.
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-E i miei sospiri amorosi si levavano a tutte le
-altezze: una settimana era la figliuola del prefetto,
-un'altra la moglie del professore; succedeva
-alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice
-d'una casa nobile la vedova d'un
-colonnello. E con le adorazioni del passeggio e
-del teatro andavano di passo le adorazioni di
-casa. Quando veniva una bella signora a far
-visita a mia madre, non scappavo più in cortile,
-come per il passato, per sfuggire alla noia
-dei discorsi soliti: stavo lì ribadito sur una
-seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della visitatrice
-con gli occhi come due lampioni, e
-con una immobilità di magnetizzato, di cui non
-sfuggiva il senso alle più accorte; le quali scansavano
-il mio sguardo indiscreto con un sorriso
-a fior di labbra, e, stringendomi la mano
-all'atto di andarsene, mi dicevano con una rapida
-occhiata indulgente: — Ho capito, piccolo
-impertinente; faresti meglio a studiare il latino. — Proprio,
-avevo un debole per le donne maritate,
-e più per quelle che portavano indosso una
-parte maggiore dello stipendio del marito. È incredibile
-il numero di mariti rispettabili che ho
-oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori
-di fantasia avessero avuto effetto, e mi fossi
-dovuto battere, avrei avuto un duello ogni settimana,
-e a andar bene bene, mi sarei ridotto
-un crivello ambulante avanti d'aver finito il ginnasio.
-E non nel cuore, ma nel cervello, erano
-così vivi, benchè rapidissimi, questi amori, che
-n'avevo spesso la coscienza turbata, come di
-colpe vere; arrossivo fino ai capelli incontrando
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-per la via certe coppie coniugali; mi pareva
-alle volte d'essere veramente un dissoluto senza
-freno nè legge, insidiatore di talami e scandalo
-della gente onesta, di reputazione perduta, e ne
-sentivo non di meno una vanagloria segreta,
-come se soltanto con una coscienza così fatta
-uno si potesse vantare d'esser uomo.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-L'uomo, peraltro, non era ancora che un
-lungo bambino, il quale seguitava a baloccarsi
-per ore intere con tutti i giocattoli che gli eran
-rimasti dell'età infantile, coi fantocci, con le
-trottole, con le palline di vetro e perfino con le
-oche di carta. Per darmi questi spassi mi nascondevo,
-e quando mi coglieva sul fatto qualcuno
-della famiglia, riponevo ogni cosa in furia,
-vergognandomi, e fingendo d'aver tirato
-fuori quelle carabattole per curiosità di filosofo,
-amante di meditare sul proprio passato. Ma non
-mi vergogno ora che conosco il mondo e la
-vita, di dire che quell'amore dei trastulli fanciulleschi
-mi rinacque a quando a quando fin
-quasi ai trent'anni, che, già reo di parecchi libri,
-mi divertivo per delle mezz'ore a far saltare
-sul tavolino di quei ranocchi di legno, che
-hanno sotto il filo attorto e la bacchettina cerata,
-e che pure adesso, qualche volta, passando
-davanti a una bottega di giocattoli, sento
-delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne
-dovrei vergognare? Gli uomini non sono che
-ragazzi invecchiati, che nascondono la loro fanciullaggine
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-sotto un'apparenza di gravità, e che
-ogni qualvolta possono, di nascosto, ci si abbandonano
-con un piacere infinito. E in fondo,
-poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle
-cose strane e impossibili, ma ardentemente desiderate,
-non è che un baloccarsi con idee ed
-immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo
-e l'altro scarabocchia dei pupazzetti o fa
-delle greche sui margini, si balocca come un
-ragazzo; e si balocca il ministro di Stato che
-nei momenti d'ozio piega e ripiega in dieci
-forme un giornale o suona il tamburo sul banco
-col tagliacarte, come faceva il conte Cavour, durante
-i discorsi dei deputati seccatori. Io credo
-che a chiudere in una stanza nuda l'uomo più
-serio del mondo con una scatola di soldatini di
-piombo, viene il momento che li tira fuori, e li
-schiera, e li fa armeggiare come un bambino
-di sei anni. Quella passione persistente dei trastulli
-infantili giovò a divagarmi alquanto dagli
-amori, e fu per me un calmante salutare. Ah,
-se una di quelle molte signore a cui facevo gli
-occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature
-da trovatore, m'avesse visto far correre
-sul tavolino per tutta una mattinata delle file
-di noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti
-di carta dorata, per rappresentare gli stati
-maggiori degli eserciti combattenti in Lombardia,
-che bella risata argentina m'avrebbe data
-in faccia, e che bel colpo d'ombrellino, forse
-m'avrebbe assestato sulla nuca! Ma si guardino
-le mamme dal ridere e dal far vergogna
-ai figliuoli grandi quando li vedono occupati in
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-trastulli che credono indegni della loro età, e
-indizio di poco cervello; chè quello è anzi segno
-d'una semplicità d'animo, d'una vivacità
-d'immaginazione, d'una facoltà di dar corpo a
-dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un
-mondo foggiato da loro, che saranno anche negli
-anni più tardi un grande conforto, un rifugio
-dello spirito oppresso dalle realtà dolorose,
-e quasi una fiammella inestinguibile di
-gioventù; la quale gioverà molto a tener vive
-in essi tutte quelle altre passioni e illusioni,
-senza di cui la vita non sarebbe per il più
-degli uomini che un desiderio continuo della
-morte.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una
-distrazione dagli studi ben più potente che non
-fossero gli amici bersaglieri e gli amori sospirosi.
-Come nel 1859 aveva dato un colpo mortale
-al latino Vittorio Emanuele, così fu Garibaldi
-nel 1860 il peggior nemico del greco; poichè
-in quell'anno appunto fu istituito nel Ginnasio
-lo studio del greco, riconosciuto di necessità
-urgente per affrettare la liberazione d'Italia. La
-partenza dei Mille da Quarto fu come un segnale
-convenuto fra Garibaldi e la scolaresca
-perchè smettessimo d'affaticarci troppo il cervello
-sui libri di testo. Partivano per la Sicilia,
-a frotte, giovani d'ogni condizione, e fin dei mostriciattoli,
-che erano lo zimbello pubblico: fra
-i quali ricordo un piccolo sarto gobbo, con le
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-gambe arcate come due fette di popone, che fu
-salutato alla partenza da una tempesta di risa
-e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi s'accese
-nella testa una nuova girandola: quella della
-politica. Ero stretto allora d'amicizia fraterna
-con due compagni di scuola, tutti e due di principî
-rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un
-mazziniano, l'altro perchè ribelle per istinto a
-ogni autorità, cominciando da Senofonte e venendo
-fino agli ultimi classici. Io ero figliuolo
-d'un monarchico, e non rivoluzionario per natura;
-ma tale m'aveva fatto a poco a poco la
-lettura quotidiana del <i>Diritto</i>, a cui mio padre
-s'era abbonato per simpatia letteraria. Tutti e
-tre, fanatici di Garibaldi, concertammo una fuga
-clandestina per “accorrere in suo aiuto„; la
-quale non ci riuscì, come raccontai altrove; e
-quel tentativo fallito esasperò la nostra passione
-patriottica. Diventammo nemici implacabili
-del conte di Cavour, che intralciava l'impresa
-di Garibaldi con “le arti subdole di una
-politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente.
-La cessione di Nizza e di Savoia alla
-Francia ci mise su tutte le furie. In tutte le nostre
-conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro
-uno strazio miserando. Leggevamo i suoi
-discorsi nei giornali con un sorriso di sarcasmo
-feroce. E conciammo secondo i suoi meriti
-anche Napoleone <i>il piccolo</i>, che conoscevamo
-a fondo, grazie al libro di Vittor Hugo.
-Attaccavamo intorno all'uno e all'altro delle discussioni
-furiose coi nostri compagni “moderati„
-i quali ci accusavano di “metter dei bastoni
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-fra le ruote alla politica del Governo„. — Sì, — rispondevamo
-in coro tutti e tre, — noi combatteremo
-il governo con tutte le nostre forze; non
-gli daremo tregua mai; noi non vogliamo la politica
-dell'asservimento allo straniero; chi non è
-con noi, è contro l'Italia. — Quando poi andò a
-armeggiare in Sicilia il La Farina, uscimmo addirittura
-dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa
-come una sfida gettataci in faccia dal venditore
-di Nizza e Savoia, e parlammo di fondare un
-giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano
-fremere i giudizi che davan di Garibaldi
-certi vecchi impiegati, cavuriani marci,
-che frequentavano casa mia: uno fra gli altri,
-un ispettore di non so che cosa, un gigante canuto,
-con due grandi solini a vela, il quale parlava
-con una lentezza insopportabile, come se
-ad ogni parola che gli usciva dalla bocca gli
-scappasse uno scudo dalla borsa. Quando lo
-sentivo parlare di Garibaldi come d'un guastamestieri
-della politica di Torino, d'un perturbatore
-importuno del mondo, fortunato per disgrazia
-nostra, con quella solita chiusa sinistra, che faceva
-scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà
-del filo da torcere, vedrete, vedrete! — io gli
-saettavo delle guardatacce da passarlo da parte
-a parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E
-quella febbre garibaldina durò allo stato acuto
-fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come siano
-andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno
-scolastico si può immaginare: come gli affari
-del re di Napoli, presso a poco. Ma per essere
-promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-bastato il gridare: “-Viva l'Italia!„ e fui
-promosso io pure. Pochi giorno dopo l'esame,
-passando per un vicolo vicino a casa mia, vidi
-molte donne affollate intorno a una merciaia,
-che stava seduta sullo sporto della sua botteguccia,
-coi gomiti sulle ginocchia e il capo fra
-le mani, piangendo dirottamente. Domandai perchè.
-Mi rispose una donna: — Gli hanno ammazzato
-il figliuolo a <i>Milass</i>. — Il mio primo
-senso fu di pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo)
-di vergogna. Sentii dentro una voce che
-mi disse: — Quello ha combattuto ed è morto,
-e tu da tre mesi in qua non hai fatto che sbraitare,
-buffone! — E da quel giorno feci un po'
-meno lo smargiasso contro il conte di Cavour.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="liceo">Professori di liceo.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu
-istituito quell'anno in luogo dei due corsi di filosofia,
-dovemmo fare un esame di greco in
-iscritto, il quale si ridusse alla declinazione di
-qualche sostantivo; ma parve che scrivessimo
-un greco, dirò così, garibaldino, poichè fummo
-quasi tutti rimandati; e fu la nostra salvezza
-l'essere in tanti, avendo deciso il Ministero, perchè
-il Liceo non restasse vuoto, d'insaccarvici
-tutti a ogni modo.
-</p>
-
-<p>
-E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un
-esemplare così mirabile d'una razza particolare
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-di professori di lettere che fu assai numerosa
-in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto
-perduta dopo l'unificazione della patria, un tipo
-così perfetto e così ameno di mangiapaga a tradimento
-e di spandichiacchiere scansafatiche,
-che non posso resistere alla tentazione di farne
-la fotografia. Era venuto nella nostra città, non
-so di dove, quell'anno stesso, con una gran
-pancia e una gran sicumera, accompagnate da
-una grandissima voglia di non far nulla. Era
-professore di letteratura italiana. Ma di questa
-non discorreva che per incidente. Parlava quasi
-sempre dell'Italia e dei fatti propri. A parlare
-di sè gli dava pretesto qualunque argomento.
-Partiva da un verso di Dante o da una sentenza
-del Machiavelli, e passo passo, legando un'idea
-all'altra, per salvare le apparenze, con ogni specie
-d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che
-aveva pagato i suoi stivali o a farci osservare
-la bellezza della propria mano; poichè, fra le
-altre fisime, aveva quella di credersi uno dei
-più begli uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare
-a Gustavo Modena. Quanto alla politica,
-per entrar nell'argomento non pigliava vie
-traverse: entrava addirittura nella scuola col
-<i>Diritto</i> spiegato fra le mani, e ci leggeva i rendiconti
-dei discorsi dei deputati; dichiarando
-peraltro che non ce li leggeva per il contenuto,
-che non aveva che far con la scuola, ma per
-la forma, per farci notare le frasi più efficaci e
-più eleganti; il che non gl'impediva poi di batter
-la campagna, tra l'una e l'altra frase, dicendo
-corna del Ministero, che gli aveva fatto
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-un monte di torti, e del Municipio, che lasciava
-in cattivo stato i locali scolastici. Quando non
-parlava di sè e della patria, ci leggeva svogliatamente
-qualche cosa d'un suo sunto manoscritto
-della storia letteraria, nel quale affermava
-d'avere stretto tacitescamente “il molto
-in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più
-d'un secolo v'era ridotto in quattro o cinque
-paginette: una vera quintessenza di rose; ed
-era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava
-di carriera: si sarebbe corsa la storia
-universale in un trimestre. Tutto il suo lavoro
-era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato
-per dei mesi che avrebbe fatto “una
-campagna giornalistica„ contro il Municipio,
-per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra
-sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci
-povere righe non firmate; per le quali poi gridò
-tutto l'anno: — Ho scritto, ho combattuto, ho
-tempestato sui giornali.... — E il curioso era
-ch'egli si credeva sul serio un lavoratore infaticabile:
-con una voce che veniva proprio dal
-fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul
-tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo
-dei mostri d'ingratitudine a battere così la fiaccona
-con un professore che dava all'insegnamento
-tutta l'anima sua, che “sudava,„ che
-“vegliava,„ che “s'accorciava la vita„ per noi.
-Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava
-quasi sempre di cose allegre, soventissimo di
-musica, perchè da giovane aveva suonato il
-violino, e del <i>Barbiere di Siviglia</i> in particolar
-modo, del quale era matto ammiratore; tanto
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-che ogni volta che trovava in un testo italiano
-la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera,
-raccontando invariabilmente le peripezie della
-prima rappresentazione di Roma; donde prendeva
-le mosse per ricorrere tutta la vita del
-Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa
-parlasse, poi, o di sè, o di politica, o di musica,
-o di letteratura, i suoi discorsi finivano tutti a
-un modo come i salmi: in una querimonia
-amara per la miseria dello stipendio. — Siamo
-pagati come dei portinai! — urlava. — È un
-obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa....
-Noi facciamo egualmente il nostro dovere... — E
-rientrava nel dovere in questa forma,
-per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la
-serenata del conte d'Almaviva fu composta dal
-tenore Garcia. Ebbene....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="rimorso">Un rimorso.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Bravo era il professore di matematica, una
-figura rotonda di buon fratoccio; il quale, peraltro,
-avrebbe potuto con qualche piccolo intermezzo
-renderci assai più piacevole il suo
-insegnamento, poichè si diceva che avesse una
-bellissima voce di tenore, e che cantasse con
-garbo; eccellente il professore di lettere latine,
-un coso risecchito, ma pien di vita, che parlava
-con una correttezza e con una precisione, da
-parer che recitasse a memoria delle lezioni
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-scritte con cura diligentissima; e migliore di
-tutti il professore di filosofia. Il cantore del generale
-Petitti aveva portato la sua lira a Torino:
-il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo
-grave e compassato, d'ingegno acuto e di parola
-scolpita e lucida, che faceva il miracolo di
-renderci facile la scienza più contraria alla natura
-umana, e in specie alla natura giovanile:
-la logica. Il professore di storia lo rammento
-per infliggermi pubblicamente un castigo. Era
-un giovine mingherlino, di viso fine e pallido,
-un professore improvvisato, credo, come eran
-molti in quegli anni, il quale studiava forse
-giorno per giorno la storia che c'insegnava, e
-aveva la parola fioca e restia, e una timidità
-fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma
-faceva ogni suo sforzo per far bene, era buono,
-ci trattava come compagni, e avrebbe certo insegnato
-molto meglio se lo avessimo incoraggiato
-dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci
-facevamo beffe di lui e gli rendevamo la scuola
-una berlina e un supplizio con ogni specie di
-scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui
-uno dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so
-spiegare nemmen ora; non comprendo come
-potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un
-tempo un grande affetto, una reverenza proprio
-filiale, che m'è un conforto il ricordare, oltre
-che per altri, per il preside del liceo: un degno
-prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione
-squisita; ma che con noi non aveva punto che
-fare, e a me non aveva dato nessun segno particolare
-di benevolenza; ciò che prova che animo
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-affatto cattivo non avevo. Ma c'è in ogni animo,
-come in ogni casa, il canto della spazzatura.
-Bisogna dire che avessi dentro una certa dose
-di malvagità che voleva a ogni costo il suo
-sfogo, e io la sfogavo bassamente contro un
-giovane mite e debole, che sapevo incapace di
-farmela ringozzare. Ma posso ben dire d'averla
-scontata, perchè tra le molte nequizie giovanili,
-di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io
-tenni con quel buon professore è una di quelle
-che mi fecero soffrire di più. Riveggo ogni tanto
-l'espressione di stupore e di rammarico che gli
-passò sul viso una volta che gli feci in piena
-scuola un atto irriverente, per il quale non mi
-disse neppure una parola di rimprovero, e al
-sorger di quell'immagine sento sempre uno
-strizzone al cuore e un moto d'indignazione
-contro me medesimo: oggi ancora, dopo tanto
-tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima
-volta ch'io lo vidi abbia compreso che
-m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in un'altra
-città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui.
-Spero che sia ancora in vita. Se per caso egli
-leggerà questa pagina, sappia che l'ho scritta
-con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni
-che son trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro,
-non l'ho dimenticato mai, e gli ho voluto
-sempre bene.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span></p>
-
-<h3 id="liceisti">I liceisti.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La scolaresca di quel primo corso liceale,
-molto numerosa, era composta in gran parte
-di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi
-di giovanotti che avrebbero potuto portar sulle
-spalle i professori. Molti erano convittori d'un
-Collegio Civico, separato dal Liceo, che venivano
-a scuola con un berretto militare, e portavano
-i giorni di festa una divisa somigliante
-a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i più tenacemente
-studiosi eran quelli di famiglia meno
-agiata, figliuoli di piccoli bottegai e di piccoli
-proprietari rurali, che facevano duri sacrifici
-per avviarli alle professioni liberali; il che prova
-che anche nel campo scolastico, come nel campo
-sociale, ha più ardore e più lena chi combatte
-per salire che chi lotta soltanto per non discendere.
-</p>
-
-<p>
-Fu quella la classe in cui contrassi le prime
-amicizie durevoli, furon quelli gli amici che rividi
-sempre con maggior piacere per tutta la
-vita, poichè in quell'anno soltanto cominciarono
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-a stringermi ai miei condiscepoli dei legami intellettuali.
-Per tutto un inverno ebbi vicino un
-futuro Conservatore delle ipoteche, un generale
-avvenire, un vescovo in erba e un rettore predestinato
-di quello stesso collegio, del quale era
-collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni
-ed esemplare nell'osservanza della disciplina,
-quanto poi fu amorevole coi suoi sottoposti
-e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale
-avvenire sedeva proprio nel mio banco,
-alla mia sinistra. Era uno dei più quieti e dei
-più amabili della classe, un giovinotto robusto,
-coi capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni
-e dolci, sfavillanti di vita, con due guancie piene
-e floride che, quando rideva, formavano due
-fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione
-di bontà infantile. Sento ancora nella
-mente, come se mi suonasse all'orecchio, il metallo
-della sua voce, che pareva quella d'un
-uomo raffreddato, e rivedo le sue grosse labbra
-vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei mulatti,
-delle quali osservavo tutti i moti quando,
-ritto in piedi, recitava la lezione al professore,
-ed io gli facevo da suggeritore, com'egli faceva
-a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva
-spesso fra gli altri di bisticciarsi per un disparere
-letterario o per un libro buttato sotto il
-banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma
-non seguiva mai con lui, tanto era d'indole
-mite e arrendevole, e giocondo d'umore, e affabile
-di maniere. Era alunno del convitto, e lo
-vedo ancora col suo cappello da bersagliere
-messo un po' di traverso, con un pennacchio
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla
-già virile. Quante risate abbiamo fatte insieme,
-nascondendoci dietro i compagni del banco davanti,
-quando il professore di lettere italiane
-attaccava il ritornello solito del <i>Barbiere</i> e dello
-stipendio; di quelle risate deliziose, che hanno
-il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la
-facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno
-che ci possa gridare: — La smetta —! Mi rammento
-che un giorno il professore di lettere
-fece recitare a lui la poesia del Guidi, <i>Alla Fortuna</i>,
-della quale non ho più in mente che un
-verso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-In quella parola “Affrica„ era segnato il destino
-del mio buon compagno, che si chiamava
-Giuseppe Arimondi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="bimbo">Il bimbo del Consigliere.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro,
-allora ancor bambino, predestinato alla fama in
-tutt'altro campo.
-</p>
-
-<p>
-I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura,
-erano in quel periodo mutati spessissimo.
-Nei pochi anni che trascorsero dalla guerra
-di Crimea alla liberazione di Napoli ne passarono
-in quella piccola città non so quanti, che
-ho dimenticati, tranne il Bellati, governatore, il
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-quale aveva fama di letterato per una bella traduzione
-del poema del Milton, e un Consigliere
-lombardo, il cui nome, che allora sapevo senza
-dubbio, m'uscì poi dalla mente, e non lo riseppi
-che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa — una
-giovane signora d'aspetto buono e di
-modi schietti e gentili — veniva qualche volta
-a casa nostra a render visita a mia madre,
-conducendo sempre con sè un figliuoletto di
-tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi
-nella memoria gli occhietti vivaci e la
-forma singolare del viso, dal mento fuggente
-a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura
-di cappotto color nocciola, che gli stava
-dipinto, e gli dava l'aria d'un ometto. È probabile
-ch'io abbia giocato più d'una volta con lui,
-con la condiscendenza d'un fratello maggiore,
-per liberarlo dalla noia che son sempre per i
-ragazzi le visite. Ma non rammento altro che
-la sua personcina e le feste che gli soleva fare
-mia madre, complimentandolo per quel cappottino
-prematuro di zerbinotto, che non dimenticò
-mai più neppur essa. Chi m'avesse profetato
-che cosa dovea diventare quel bambino, e
-quale influsso esercitar con la sua penna sul
-mio pensiero, e che ansie dolorose farmi provare
-per lui in un momento terribile della sua
-vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu
-così. Quel figliuoletto d'un consigliere di prefettura,
-che poi fu prefetto, divenuto trent'anni
-dopo un pubblicista originale e potente, d'una
-arte dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto
-punte e incavi, dal quale sprizzano le idee fitte
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-e lucide come baleni da un'armatura a scaglie
-d'acciaio, ed escon mille suoni acuti e minacciosi
-come da un fascio di spade agitate, mi
-doveva prima e più d'ogni altro accendere e
-persuadere dell'Idea, alla quale egli dedicò tutto
-il suo ingegno e tutta la sua vita, e che lo condusse
-ammanettato davanti a un tribunale di
-guerra, e dal tribunale all'ergastolo, condannato
-a dodici anni di reclusione per un delitto politico,
-a cui ripugnavano con egual forza la sua
-ragione e la sua natura. Ma soltanto assai tempo
-dopo ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano
-una sola persona il direttore della <i>Critica sociale</i>
-e quel bambino; non lo seppi che il giorno
-in cui mia madre mi domandò: — Ma questo
-Turati che hanno condannato è forse figliuolo
-del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh
-come sentii più forte l'affetto d'amico e
-di compagno di fede che mi stringeva a lui,
-quando si legarono nella mia mente quel cappottino
-color nocciola e la casacca grigia del
-galeotto!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span></p>
-
-<h3 id="gaeta">La resa di Gaeta.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di
-quell'anno, ridestò i nostri bollori patriottici,
-dati giù da qualche tempo, senza però farci andare
-di miglior voglia agli esercizi militari, che
-erano stati istituiti di fresco per tutte le scolaresche
-del Regno: esercizi che noi ci ostinavamo
-a non prender sul serio, benchè studiassimo
-logica e ci dichiarassimo pronti a combattere
-per la patria; come se per ammazzare
-gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto
-di saper caricare il fucile. Ebbi la notizia del
-grande fatto in un modo e in un momento comico,
-di cui si rise nella scuola per un pezzo.
-C'era un professore d'istituto privato, noto a
-tutti, un vecchio gamberone che pareva un palo
-del telegrafo, codino fino al punto da lamentare
-la caduta dei Borboni; ma generalmente
-ben visto dalla gioventù delle scuole, perchè
-usava accompagnarsi per la strada con qualunque
-ragazzo o giovine, che avesse aspetto
-di scolaro, e di chiacchierare con lui in tono
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli
-consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque
-liceisti con lui davanti a un caffè, un dopo
-pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui durava
-l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli
-con un sorriso compassionevole — non cadrà.
-Gaeta non fu mai presa, dovete sapere. Ricorriamo
-la storia, signorini miei. Noi vediamo
-che ci si ruppero le corna i Barbari, che l'assalirono
-invano i Longobardi e i Saraceni. Poi
-se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli,
-ma non con la forza delle armi. Vi resistette
-per sei mesi, sul principio del secolo, il principe
-Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito
-del Massena. E ci vogliono altri denti che quelli
-del generale Cialdini per romper quell'osso. Per
-anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve
-lo dico: per anni! — Proprio in quel punto
-passò di corsa un giovane impiegato della prefettura,
-che ci gridò senza arrestarsi, col viso
-radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti
-verso il professore, mettendo fuori in coro un
-<i>ah!</i> di trionfo, per godere della sua confusione.
-Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse
-neanche un muscolo, come se non avesse inteso
-nulla. Cavò di tasca il suo pezzolone turchino
-intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio,
-guardò in giro per aria come per vedere
-che tempo facesse, poi disse con la bonarietà
-solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la
-schiena, se n'andò via tranquillamente, con una
-mano nell'altra sulle reni. Doveva esser quello
-il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-avversi. Noi rimanemmo mal soddisfatti, si capisce.
-Ma fummo compensati la sera al teatro,
-dove si rappresentava la <i>Gemma di Vergy</i>, con
-illuminazione “a giorno„ per festeggiare la vittoria.
-Nel primo atto il tenore negro fece al pubblico
-una lieta sorpresa. Al momento di cantar
-l'<i>a solo</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Mi toglieste al sole ardente,</p>
-<p class="i01">Ai deserti, alle foreste,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere
-sguinzagliato, e invece di dire i versi del libretto,
-cantò una strofa d'occasione, composta
-da lui, che m'è rimasta in mente tutta intera,
-e che voglio regalare alla storia della lirica
-italiana:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Là sui merli di Gaeta</p>
-<p class="i01">Splende l'italo vessillo,</p>
-<p class="i01">Delle trombe il fiero squillo</p>
-<p class="i01">Chiama Italia a libertà;</p>
-<p class="i01">Sulla rupe del Tarpeo</p>
-<p class="i01">Sorge unanime una voce:</p>
-<p class="i01">Vien Vittorio, vien veloce,</p>
-<p class="i01">E l'Italia è fatta già!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar
-la strofa tre volte; fini alla terza con una stecca;
-ma fu attribuita alla commozione, e coronò il
-suo trionfo. Felici giorni, anche per i tenori.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span></p>
-
-<h3 id="perilutto">Un pericolo e un lutto.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che
-più ci commossero furono la lettera famosa che
-scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la
-gran burrasca parlamentare dell'aprile, e la
-morte del conte di Cavour. Benchè anche la
-parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in
-grazia il vincitore di Castelfidardo non meno
-per la prosa poetica dei suoi proclami che per
-le sue vittorie, pure quella lettera male ispirata,
-la quale svelava un sentimento acre di gelosia
-e sonava più che ammonimento d'avversario
-provocazione di nemico, ci mise il sangue in
-rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un
-duello. Ricordo le dispute tempestose che avemmo
-nella scuola coi compagni devoti al Governo,
-e al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e
-le risposte clamorose: — È una infamia. — È
-una lezione meritata. — Raccoglieremo il guanto! — Vi
-piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie,
-gravide di guerra civile, che ci lanciammo in
-faccia per tutta una serata, picchiando i pugni
-sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere;
-e ricordo pure il senso di viva soddisfazione
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-che produsse in tutti la risposta pacata
-e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e
-dissipò ogni pericolo. Quanto alla morte del conte
-di Cavour, son lieto di poter dire che anche la
-triade garibaldina, che aveva combattuto con
-tanto furore la sua politica, ne fu addolorata
-sinceramente. Già fin dal marzo ci eravamo alquanto
-riconciliati con lui per effetto dei discorsi
-stupendi ch'egli aveva pronunciati intorno alla
-questione di Roma: avevamo riconosciuto onestamente
-che non gli si poteva negare l'ingegno,
-e che forse, a modo suo, amava anche lui
-il suo paese. Non s'andava d'accordo; ma, da
-leali avversari, si ammetteva che avesse reso
-all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non
-c'era per il momento un altro uomo di pari
-levatura che gli potesse succedere: la passione
-di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser
-giusti. Ed era di questa opinione anche il professore
-d'italiano, quantunque per la sua rassomiglianza
-con Gustavo Modena egli si credesse
-in dovere di professare le idee della Sinistra
-estrema; ammirò egli pure — in morte — il
-gran ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci
-in scuola, invece di far lezione, le più
-eloquenti necrologie che si pubblicarono in quei
-giorni dolorosi; non solo per rendere l'onore
-dovuto al grande morto — diceva — ma per farci
-imparar lo stile degli elogi funebri, che erano un
-genere a parte, come chi dicesse la musica sacra
-rispetto alla musica drammatica; al qual proposito
-citò lo <i>Stabat Mater</i> del Rossini, che lo condusse
-a discorrere del <i>Barbiere di Siviglia</i>....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span></p>
-
-<h3 id="studilingua">Primi studi di lingua.</h3>
-</div>
-
-<p>
-In quello stesso mese di giugno seguì nella
-mia vita di studente un piccolo avvenimento,
-che ebbe per me una importanza straordinaria,
-e che noto soltanto per i miei lettori di quindici
-anni; per i quali appunto mi par necessaria una
-breve prefazione.
-</p>
-
-<p>
-Nelle scuole classiche, allora come ora, non
-s'insegnava, nel senso proprio della parola, la
-lingua italiana, come se per il solo fatto d'esser
-nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente
-saperla, o come se bastassero a
-farla imparare quelle poche letture di scrittori
-italiani, disordinate, frammentarie e superficiali,
-che si facevano a scuola e in casa; delle quali,
-come d'ogni semplice lettura, resta tanto meno
-di lingua nella memoria quanto più è assorbita
-l'attenzione dal contenuto. I professori ci
-correggevano nei componimenti gli errori grossi,
-suggerendoci la frase e la parola da sostituire
-al modo errato, e consigliandoci ogni tanto di
-leggere i buoni autori: e questo era quanto facevano
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-per insegnarci quella lingua, che da
-nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo
-imparare. E neppure dalla loro bocca non
-potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo
-tutti piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se
-fossero stati di qualunque altra regione, fuorchè
-toscani), essi non possedevano un vocabolario
-molto più ricco che non fosse il nostro;
-parlavano corretto e non altro. Che un ragazzo
-non nato in Toscana, e più se nato ai piedi
-delle Alpi, non potesse imparare in altro modo
-la lingua italiana, non parlata da alcuno intorno
-a lui, che studiandola come avrebbe fatto
-d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco
-a poco, per via di ricerche e d'appunti, un corredo
-di vocaboli, di frasi e di costrutti, da imprimersi
-nella memoria a uno a uno, a modo
-di date e di sentenze, non passava per il capo
-a nessuno. Procedendo dunque di classe in
-classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi;
-ma quanto a ricchezza di lingua non si
-faceva quasi nessun acquisto, e si continuava
-a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso
-materiale linguistico che s'era usato nelle prime
-scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito,
-rachitico, senza forza e senza finezza, e
-senz'alcun sentore di distinzione fra il linguaggio
-accademico e il familiare, come lo scriverebbe
-un francese o uno spagnuolo che avesse
-studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che
-è necessario per capire e farsi capire senza far
-ridere.
-</p>
-
-<p>
-Mi trovavo a questi termini quando mio fratello
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-maggiore mi mise sotto gli occhi le Poesie
-del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva
-in capo una prefazione del Correnti e in coda
-un dizionarietto di modi toscani — e mi disse: — Leggi
-questo, se vuoi imparare la lingua. — Del
-Giusti non avevo ancora letto che due o tre
-poesie, sparse per le <i>Crestomazie</i> scolastiche. Le
-lessi per la prima volta dalla prima all'ultima.
-Fu come una festa. Non saprei paragonare il
-piacere che n'ebbi se non a quello che si prova
-da fanciulli quando ci è messa in mano la prima
-scatola di colori o il primo strumento di musica;
-un piacere puramente artistico, e questo
-quasi tutto filologico, nel quale non entrava che
-in minima parte il pensiero satirico e politico
-del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro.
-Quella grande ricchezza di modi nuovi per me,
-familiari ed efficacissimi, quella varietà di scorci
-e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di legature
-eleganti e flessibili fra idea e idea, quella
-profusione di gemme e di perle fini, infilate
-l'una sull'altra, incastonate nel verso con quel
-garbo, fatte come saltar nelle mani con quella
-lestezza e con quella grazia; che esprimevano
-mirabilmente mille cose ch'io non avrei saputo
-neppure adombrare con la parola, e ch'erano
-come risposte inaspettate a mille domande curiose
-accumulate da un pezzo nella mia mente,
-mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole,
-quelle frasi mi risplendevano agli occhi
-come fuochi di mille colori, mi suonavano all'orecchio
-come le note d'un coro di voci argentine,
-mi si imprimevano nella memoria, e
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-quasi nell'animo, come sguardi e lineamenti di
-creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel
-pensiero a una a una, come per cercarne la virtù
-segreta; godevo a staccarle dalla strofa e ad assaporarle
-pure, come a spiccare dei fiori da
-una pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi
-chiusi. Il mio amore per la lingua nacque da
-quella lettura. E fu un amore non punto eccitato
-dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore
-o dalla speranza d'acquistarle, chè a questo
-allora non pensavo punto: fu come la passione
-di chi raccoglie monete preziose o conchiglie
-rare per il solo piacere di osservarle e di palparle,
-senza neppur pensare di mostrarle agli
-amici. Mi comprai un grosso quaderno legato,
-e vi cominciai a far delle note; feci lo spoglio
-di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto il dizionario;
-in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi
-passavano le ore come minuti in quel lavoro
-piacevolissimo, come a studiare una lingua
-nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto
-fino allora che una nozione confusa. Mi pareva
-d'imparare ad un tempo lingua, musica, e pittura,
-e di diventare da un giorno all'altro, per
-effetto di quello studio, più intimamente, più
-patriotticamente italiano. E tanta parte aveva in
-quella passione questo sentimento, benchè non
-ne avessi allora una ben chiara coscienza, che
-sentii la prima volta in quei giorni il bisogno
-di correggere la mia pronunzia, giovandomi della
-conversazione d'un bersagliere, nativo di Siena,
-poeta improvvisatore e caporale: altra piccola
-miseria, questa della pronunzia italiana, di cui
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-non si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere;
-ai quali si poteva leggere un verso del Petrarca
-nel seguente modo, per citare un esempio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Giuvine dona soto un frasco louro,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente,
-poichè la passione della lingua era mossa,
-il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia del
-Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per
-mia ventura sul Guerrazzi, del quale avevo già
-letto bensì vari libri, ma soltanto con l'occhio
-del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi
-delle invettive contro i tiranni da innestare nei
-componimenti d'effetto. Ma dal Guerrazzi, preso
-all'amo del suo stile immaginoso e forte, non
-mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando
-forte, portavo via il pezzo, e oltre al trascrivere,
-mandavo a memoria pagine intere, che
-recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora
-guerrazziano nell'anima, ora sindaco della
-città da ventitrè anni; il quale in quell'esercizio
-gareggiava con me, e mi vinceva, perchè
-sapeva a menadito tutti i più bei passi dell'<i>Assedio
-di Firenze</i>, e li diceva con un garbo squisito.
-Poi feci nella passione della lingua delle
-volate come quelle che facevo nell'amore. Passai
-dal Guerrazzi al Guadagnoli....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span></p>
-
-<h3 id="ginnici">Furori ginnastici.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Ma che mosca senza capo è mai un uomo di
-quindici anni. Figurarsi che quella gran passione
-filologica fu troncata di colpo, a metà delle
-vacanze, dall'apparizione dei fratelli Guillaume.
-Non era mai venuta nella città una grande
-Compagnia equestre: tutto quell'apparato spettacoloso
-di cavalli, di attrezzi, di maglie e di
-vestiti variopinti m'infiammò d'entusiasmo per
-l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena fanciullezza.
-Il mio buon padre, che mi contentava
-in ogni cosa, mi fece fare un trampolino, e mi
-comperò corde, anelli, trapezi e cerchi, come
-s'io avessi dovuto rizzar baracca di saltimbanco.
-E questo feci, a un di presso. Chiamai a
-raccolta tutti i miei compagni che avevano tendenze
-d'acrobati, e mi diedi con loro allo <i>sport</i>
-circense con una passione sfrenata. Furono esercizi
-e camiciate da pazzi, con conseguenti capitomboli,
-ammaccature, torsioni e rotture di
-testa e scalmane da cavalli. Ma era anche quello
-“furor di gloria,„ poichè, facendo le mie prodezze,
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-m'immaginavo sempre di “agire„ davanti
-a una moltitudine spettatrice, che io vedevo
-e di cui sentivo gli applausi, come un allucinato.
-Sul serio, covai per qualche tempo
-l'ambizione di diventare un direttore di circo
-equestre. Mio padre mi rimproverava d'andare
-all'eccesso. Io gli rispondevo: — <i>Mens sana in
-corpore sano</i>; — al che egli ribatteva argutamente
-che, intanto, era un principio bell'e buono
-d'insania di mente il rompersi la testa per sanificare
-il resto del corpo. E il corpo, infatti,
-salvo le enfiagioni e le sbucciature, era sano:
-crescevo come un girasole, ero un lupo a tavola,
-un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini
-del Banco, per bravata, a portar dei sacchi di
-sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato
-il mio professore di filosofia. Ma quanto a
-nutrir la <i>mente sana</i> di studi, era un altro discorso:
-non mi ricordo d'aver mai avuto in tanta
-avversione la carta stampata quanto in quel periodo:
-ero sulla via di diventare un fortissimo
-e agilissimo cretino. Ma è proprio vero che le
-malattie della vanità guariscono da sè stesse:
-poichè non era altro, per tre quarti, quella mia
-smania di ballar per aria. Ed ecco come guarii,
-con molta soddisfazione di mia madre, che stava
-sempre col batticuore di vedermi portare in casa
-a quattro braccia. Il mio esercizio prediletto era
-quello del salto col trampolino; la mia ambizione
-suprema, quella di riuscire a saltare una
-diligenza, come avevo visto fare a un pagliaccio
-del circolo Guillaume (un semidio). Ma per
-arrivare a tanto bisognava imparare a far il
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-salto mortale, come il semidio lo faceva, ed io
-smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci provavo,
-perchè non c'era da scherzare: era troppo
-facile di rompersi il nodo del collo. Un giorno,
-nella compagnia solita dei miei fratelli d'arte,
-fra i quali m'arrogavo il primato, che m'era concesso,
-come a proprietario degli attrezzi, s'imbrancò
-un mio condiscepolo, assai più svelto e
-più ardito di me, che si provò a fare quel salto.
-Ci riuscì alla prima, fra l'ammirazione di tutti;
-io fui ricacciato fra gli artisti di second'ordine,
-e n'ebbi una gelosia mortale. Cento volte, da me
-solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto
-per dei quarti d'ora sull'alto del trampolino,
-coi pugni chiusi e con gli occhi fissi sulla sabbia
-sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo
-in calzoni sul punto di fare il gran tonfo, aspettando
-l'impulso del coraggio, e dandomi delle
-spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma
-l'impulso non venne mai. Tutto ben considerato,
-avevo una sola spina dorsale, e non conveniva
-arrischiarne l'integrità. E allora mi persi
-d'animo, e smisi. Smisi le gare con gli amici e
-le ambizioni di gloria ginnica; ma non perdetti
-l'amore degli esercizi fisici; i quali accompagnai
-sempre, non di meno, con l'immagine del
-circo e della folla plaudente, composta specialmente
-di signore e di signorine. E quell'amore
-mi durò per tutta la prima giovinezza, pigliando
-molte forme diverse, fra le quali quella del
-gioco del pallone, della palla e delle boccie; del
-che fui così soddisfatto da benedire anche quelle
-prime pazzie, perchè son fermamente persuaso
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-di dover in gran parte alla ginnastica la salute
-vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi
-la rara serenità di spirito, la maravigliosa facilità
-di godere d'ogni più piccola cosa e di pigliare
-la vita lietamente, e d'esser contento di
-vivere in qualunque stato: serenità che non mi
-lasciò mai, se non a rarissimi e brevissimi intervalli,
-finchè non fui colpito da quelle grandi
-sventure che sconvolgono anche i temperamenti
-più sani, come gli uragani atterrano anche gli
-alberi più forti.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="fisica">Fisica e storia.</h3>
-</div>
-
-<p>
-C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un
-anno straordinario, che, quando ripensiamo a
-quel tempo nell'età matura, ci si presenta alla
-mente come all'occhio dell'oratore pubblico uno
-di quei volti singolari, i quali attirano la sua
-attenzione fra gli altri mille dell'uditorio e lo
-costringono a riguardarli cento volte, come se
-s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati
-d'una luce più viva. Tale è per me il
-secondo anno di liceo, che incominciò nel novembre
-del 1861.
-</p>
-
-<p>
-Principiò bene in grazia di due nuovi professori,
-che m'è sempre grato ricordare, e che
-nomino per sentimento di gratitudine e per dovere
-di cittadino, perchè nel campo ristretto del
-loro ufficio fecero tanto bene a tanta gioventù
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-da meritare che chiunque possa, anche dopo
-mezzo secolo, li onori pubblicamente. Erano
-molto giovani tutti e due; l'uno professore di
-fisica, l'altro di storia.
-</p>
-
-<p>
-Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo
-sanguigno, forte e sano come una pianta di
-montagna, d'un viso aperto e simpatico, che
-diceva a primo aspetto l'animo e l'ingegno, era
-un insegnante impareggiabile, nato fatto, come
-direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare
-idee dalla propria “nell'altrui recipiente testa.„
-Il far lezione era per lui un vero godimento
-dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva scintillar
-gli occhi, vibrar la voce e scattare il gesto
-come a un oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione
-un ordine matematico e una chiarezza
-cristallina, sentiva la poesia della sua scienza
-e ne trasfondeva il sentimento nella scolaresca,
-ci rendeva amena la fisica, quanto la letteratura,
-con un'eloquenza viva, colorita, ondulata, direi,
-per esprimere la varietà piacevole delle sue
-intonazioni; eloquenza, per altro, che anche
-quando scoppiettava in motti arguti, non usciva
-mai un momento dal suo soggetto. Ed era modesto
-senz'affettazione, indulgente senza debolezza,
-familiare con noi, senza incoraggiarci
-alla licenza, buono e fermo, sempre sereno
-ad un modo, tutti i giorni dell'anno, come se,
-salendo sulla cattedra, gli fuggisse dalla mente
-ogni pensiero e dall'animo ogni sentimento che
-non fosse quello della sua scienza e del suo
-dovere.
-</p>
-
-<p>
-L'altro, una figura smilza e pallida di abatino
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-patrizio, era meno vivace nell'insegnamento;
-ma anch'egli, in forma diversa, efficacissimo.
-Faceva lezione come avrebbe celebrato la messa,
-con una dignità sacerdotale che c'imponeva rispetto
-e c'ingrandiva mirabilmente il concetto
-dell'importanza della storia. Quando ci esponeva
-le condizioni d'un grande trattato di pace o d'alleanza,
-lo faceva con una tale gravità di viso
-e d'accento, che stavamo tutti ad ascoltarlo raccolti
-e silenziosi, come compresi della solennità
-del momento storico, come se avessimo visto
-in mezzo alla scuola i principi e gli ambasciatori
-dei vari Stati, seduti intorno al tappeto
-verde, a discutere le sorti dell'Europa. Annunziava
-le dichiarazioni di guerra in maniera che
-ci faceva battere il cuore come alla lettura della
-scena dell'<i>Adelchi</i>, dove il messo di re Carlo
-lancia il guanto a Desiderio, e quasi esclamare
-in cuor nostro: — Che necessità tremenda!
-Quanto sangue umano si sta per versare! — In
-fine, trasportava così bene la nostra immaginazione
-nei luoghi e nei tempi remoti, che,
-dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti
-di dieci secoli fa come su fatti di storia
-contemporanea, accalorandoci per Federico Barbarossa
-e per Giovanni delle Bande Nere come
-per Napoleone III e per Garibaldi. Non scherzava
-mai; teneva lo sguardo raccolto come un
-prete all'altare, parlava sotto voce come se ci
-confidasse dei gelosissimi segreti politici, e
-non lodava mai chi sapeva, restringendosi a
-fare col capo un atto lento d'approvazione, come
-per dire: — Non spetta a me di lodarla; ella
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene
-saranno riconoscenti. — E non c'è da riderne,
-perchè era un'arte che ci teneva attenti e ci
-faceva studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana.
-Non ne ho più saputo nulla dopo quell'anno;
-ma non ho mai aperto un libro di storia
-senza che mi sorgesse davanti l'immagine
-di lui, col viso grave e con gli occhi
-bassi, nell'atto di “celebrar„ la lezione. Posso
-dire in tutta coscienza che se non son diventato
-uno storico illustre la colpa è d'un altro;
-non sua.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="avvocato">Avvocato!</h3>
-</div>
-
-<p>
-A quel professore di storia debbo le mie prime
-soddisfazioni di vendiparole. Egli ci aveva esortati
-a far di quando in quando dei “lavori di
-diligenza„ che dovevano essere sunti narrativi
-di un periodo storico, chiusi da qualche considerazione
-generale. L'ambizione d'entrargli in
-grazia era così viva in tutti che i “lavori di
-diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine
-sul suo tavolino, e gareggiando fra di noi a chi
-scrivesse più roba, c'era chi gli rovesciava addosso
-delle mezze risme di carta, ch'egli mandava
-a prendere dal bidello; il quale usciva
-qualche volta carico come un somaro. L'aria
-del tempo voleva che ogni scritto scolaresco
-terminasse con una sonata patriottica. Io feci
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-al primo di quei lavori una chiusa di questo
-genere, che ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè
-vari compagni ricorressero a me abitualmente
-per farsi fare la tirata finale del loro
-“sunto„. Le richieste mi titillarono l'amor proprio,
-divenni un fabbricante di <i>chiuse</i>: chiuse
-rimbombanti d'amor di patria, tirate con le mani
-e coi piedi, code di frasoni cucite ai lavori non
-con filo bianco, ma con spago da imballatura,
-veri petardi di rettorica, furfanterie letterarie
-da non averne un'idea. Con l'esercizio continuo
-acquistai in questo mestiere indegno una destrezza
-spaventevole: avrei potuto aprir bottega
-e guadagnarmi il pane. Ne insuperbii. Ma è
-strano che da questo buon successo non nacquero
-punto in me la speranza e il proposito
-di diventare uno scrittore; ma sorse invece
-l'idea d'aver la vocazione dell'avvocatura.
-</p>
-
-<p>
-Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da
-improvvisatore che da letterato, apparteneva
-esclusivamente al genere oratorio, e al più basso.
-L'idea, a poco a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa.
-Sì, ero nato per tuonare alla sbarra,
-per grandeggiare nel foro; nessun dubbio oramai;
-mi maravigliavo d'aver sentito così tardi
-la voce della natura. Era quella, dunque, la mia
-nona incarnazione: prima bandito, poi soldato,
-pittore, prete, tenore, matematico, commediante,
-direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai
-la nuova illusione con lo stesso ardore
-con cui avevo abbracciato le altre otto. Ricordandomi
-il gran colpo che m'aveva fatto il discorso
-in difesa del generale Ramorino dell'avvocato
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-Brofferio, mi diedi a leggere i <i>Miei tempi</i>
-(che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui
-stile oratorio mi pareva giustamente il meglio
-atto a formar l'eloquenza d'un aspirante alla
-toga, e studiai a memoria tutti i frammenti di
-discorsi parlamentari che l'autore riferisce in
-quell'opera, e li andai recitando nel giardino e
-nel cortile, con una gran mimica curialesca, fingendo
-che fossero arringhe in difesa di accusati,
-e vedendo, dico vedendo proprio la gabbia,
-i giudici, l'uditorio, i carabinieri, tutti rintontiti
-dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte
-d'Assise, e marinai una volta la scuola per andar
-a sentire il vecchio avvocato Sineo, venuto da
-Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi
-a fare delle arringhe per conto mio, in difesa
-di mascalzoni immaginari e di Ramorini ideali.
-M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno
-dichiarai il mio pensiero a mio padre: avevo
-scelto la mia carriera, non avevo più bisogno
-che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser
-stato un po' sopra pensiero, acconsentì, dicendomi
-che agli studi universitari, in ogni modo,
-io ero destinato, che potevo studiar leggi, se
-tale era mio desiderio. — Va bene — concluse — sarai
-avvocato. — Mi parve di esser laureato
-in quel punto, e che dovesse cominciare il giorno
-dopo ad affluir la clientela. Diedi l'annunzio ai
-miei compagni, come d'una cosa fatta, e cominciai,
-nel discuter con loro, a fare i gesti
-avvocateschi di sciogliere il braccio dalla toga
-e di aggiustarmi sul petto le facciuole, e in casa,
-nei momenti d'ozio, a palpare con amorevole
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente,
-avevo trovato la mia strada! E intanto,
-per esercitarmi sempre più all'improvvisazione,
-giù “chiuse„ a rifascio.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="polacchi">I profughi Polacchi.</h3>
-</div>
-
-<p>
-“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione
-all'Europa in pro della Polonia, dov'era scoppiata
-nel gennaio quella disperata insurrezione,
-che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu
-poi soffocata, come le tre precedenti, in un mare
-di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza la
-vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi
-d'una Scuola militare di Varsavia, i quali,
-dopo una rivolta, s'eran rifugiati in Italia e venuti
-a stabilire nella nostra città, per aspettarvi
-l'occasione e il modo di ritornare a combattere
-per il loro popolo. Eran tutti di famiglia signorile,
-bei biondi robusti, di viso ardito e grave,
-su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria
-lontana e della morte prossima: pochi mesi
-dopo, infatti, caddero la più parte sotto il piombo
-russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza,
-a cui ciascuno di essi richiamava al
-pensiero i molti Polacchi morti generosamente
-per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero
-nella loro famiglia o fra i loro amici una
-vittima di quella caccia feroce data ai colpiti
-dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-provocata, li circondava di rispetto e li colmava
-di cortesie. E alle cortesie essi rispondevano
-con viva gratitudine; della quale diedero una
-prova gentile, in occasione della morte del sindaco,
-portando con le proprie braccia il feretro
-al camposanto. Di molti di quei giovani votati
-alla morte ho ancora nella mente l'immagine,
-che mi si presenta sempre accompagnata dal
-suono armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo
-curiosamente qualche parola passando
-accanto ai loro crocchi, mentre commentavano
-le notizie giornaliere della guerra santa che li
-aspettava. Di uno in special modo mi ricordo,
-che nessuna mia concittadina di quel tempo
-può aver dimenticato: la figura più bella e più
-poetica che abbia mai sognato una fanciulla
-amorosa: un viso che pareva uscito da un quadro
-di frate Angelico, coronato d'una maravigliosa
-capigliatura bionda, d'un'espressione triste
-e dolcissima, non mai rischiarata da un
-sorriso; al quale corrispondeva la grazia del
-corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto
-d'una cresciuta troppo rapida: perchè aveva
-appena diciassett'anni, dicevano: un fiore di
-bellezza e d'eleganza femminea, austero non
-di meno, che pareva anche più delicato appetto
-alle altre forti piante della Vistola, in mezzo
-alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio.
-Lo vidi una sera al teatro, in sedia chiusa,
-solo, tutto intento alla commedia, di cui forse
-non capiva una parola: alcune giovani signore,
-che gli stavan sedute intorno, facevan di tutto
-per attirar la sua attenzione, e altre lo guardavano
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-col cannocchiale dai palchi: egli non
-diede segno d'avvedersene, nè durante la recita,
-nè fra un atto e l'altro; stette sempre seduto
-con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, come
-assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa
-di tragico, certo, doveva esser seguito nella sua
-famiglia lontana. Egli pensava forse a suo padre
-che si trascinava in catene per le vie della Siberia,
-o a un fratello, soldato forzato, che si struggeva
-dall'ira tra le rupi del Caucaso, o a sua
-madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda,
-in cui le soldatesche del governatore
-Wielopolski, sguinzagliate come branchi di briganti,
-avevano strappato alla Polonia il fiore
-dei suoi figli. E forse egli vedeva nell'oscurità
-delle selve, che la guerra insanguinava, il suo
-bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba,
-lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="ebbrezza">Giorni d'ebbrezza.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò
-per aria ad un tratto, e la fisica e la storia con
-loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui il
-sole sfolgorava come se si fosse avvicinato alla
-terra, e la luna mi guardava e mi parlava, e le
-Alpi eran così bianche e la campagna così verde
-come non erano state mai nè mai più saranno;
-giorni in cui i fiori del mio giardino, mandandomi
-un'ondata di profumo, mi dicevano; — A
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-te, bel ragazzo! — e ogni musica che suonava
-nell'aria pareva che suonasse in onor mio, per
-accompagnare il canto di trionfo del mio cuore;
-giorni in cui la gente affollata al passeggio, che
-io fendevo guizzando come un pesce nell'onda
-e cercando intorno con gli occhi, mi pareva
-una moltitudine d'infelici che non avessero ragione
-d'esistere, e tutte le cure della vita e gli
-aspetti umani e le cose vicine e lontane m'apparivano
-come a traverso i vapori rossi d'un
-incendio che avvampasse l'universo. E v'era
-nella città una povera strada dove tutte le case
-mi parevano templi e palazzi d'un'architettura
-di sogno, e in quella strada una casa, che aveva
-per me la vita e l'espressione d'un enorme viso
-umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire
-fissandomi con l'occhio d'una finestra che mi
-pareva accesa, e in quella casa una scala dove
-vedevo oscurarsi l'aria e danzare i muri e sentivo
-tremare le pietre sotto i miei piedi come
-per una scossa di terremoto. E v'era un'immagine
-che m'accompagnava da per tutto, e mi
-pareva a un tempo gentile come un fiore e immensa
-come un mondo, dolce insieme e terribile,
-familiare all'occhio e al pensiero, e pure
-ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile,
-in cui si smarriva la fantasia, come lo sguardo
-in un abisso di tenebre. E in quei giorni sdegnavo
-ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi,
-cercavo le braccia di mia madre; mi
-risaliva la preghiera dal cuore alle labbra, mossa
-dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente
-buono potesse aver fatto il cuore
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-umano capace della dolcezza infinita che m'inebbriava;
-e mentre adoravo la vita, vedevo
-bella anche l'immagine della morte, perchè mi
-pareva che neppur essa avrebbe potuto spegnere
-la fiamma onnipotente che m'ardeva, e
-che la vita futura non potesse esser altro che
-l'appagamento assoluto e il trionfo immortale
-della passione che mi sollevava da terra. E
-questo basta, perchè, fra molte altre cose, non
-ho mai capito come un uomo possa raccontare
-al pubblico il suo primo amore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="grandolore">Un grande dolore.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine.
-</p>
-
-<p>
-Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola
-con noi, si lasciò cascar dalle mani la forchetta;
-si sforzò due volte di riprenderla, non
-potè; disse: — Non mi sento bene, — e alzatosi
-a fatica, si mise a sedere sul sofà, dove
-rimase qualche tempo immobile, con gli occhi
-fissi, senza parlare. Poi volle andare a letto, e
-v'andò a stento, trascinandosi, sorretto da mia
-madre e da uno dei miei fratelli. Si mandò a
-chiamare il medico, che accorse subito.
-</p>
-
-<p>
-Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile.
-</p>
-
-<p>
-Era perduto.
-</p>
-
-<p>
-Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta
-la parte destra del corpo, e offeso il cervello.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-</p>
-
-<p>
-Così si spegneva a un tratto, come una fiamma
-soffocata, quella mente acuta e lucida, dotata
-d'una ragione potente e di squisite facoltà artistiche,
-aperta a ogni idea bella e atta a ogni
-maniera di studio e di disciplina; così finivano
-cinquant'anni di lavoro utile, di vita onesta e
-feconda, di cure e di sacrifici affettuosi e continui
-perla famiglia, prima ch'egli potesse avere
-alcuna ricompensa dalla buona riuscita dei suoi
-figliuoli; finivano con lo sgomento e con l'angoscia
-di lasciarci quando avevamo ancor bisogno
-di lui, e di rigettarci, lasciandoci, da una
-condizione agiata nelle angustie e nell'incertezza
-dell'avvenire, come se egli non avesse
-faticato, lottato per tanto tempo che per renderci
-più funesta la sua fine!
-</p>
-
-<p>
-Da quel giorno la nostra casa non fu più che
-una tomba, nella quale, ancor vivo, egli era già
-come sepolto, già separato da noi più terribilmente
-che dalla morte, poichè non avevamo
-più padre, e ci rimaneva ancora davanti, come
-l'immagine stessa della nostra sventura, la sua
-larva dolorosa. Parlava ancora, ma con parole
-sconnesse e insensate, che ci laceravano il cuore
-più che il silenzio della morte; ricordava ancora
-i nostri nomi, ma dava all'uno quello dell'altro,
-come se non vedesse più in noi che
-delle ombre, e ci ascoltava con lo sguardo fisso
-e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo
-intenso e lungo per raccogliere e riconnettere
-i congegni spezzati dell'intelligenza; ma non ci
-comprendeva più, come se gli avessimo parlato
-una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-non gli toccasse più altro che l'udito. E se qualche
-volta, per pochi momenti, gli ritornava un
-barlume d'intelligenza, eran quelli i momenti di
-maggiore angoscia per noi, poichè, avendo come
-a lampi coscienza della sua sventura, si batteva
-la mano sulla fronte in atto disperato,
-ed esprimeva il desiderio di morire, il rammarico
-di esser ridotto per noi un “fastidio„ e
-un “ingombro„, il tormento che lo straziava
-di non poter più parlarci ed intenderci; e questo
-esprimeva con esclamazioni rotte e violente
-e con scoppi di pianto sconsolato, che ci facevano
-fuggir singhiozzando.
-</p>
-
-<p>
-Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie
-lunghe ore pensierose, riandando il passato, io
-compresi tutta la sua bontà, tutte le sue virtù
-d'uomo e di padre. Il suo amore per noi avea
-qualche cosa d'austero: egli ci amava, ma non
-ci adorava, e in questo pure era saggio, e per
-questo la sua carezza, benchè frequente, ci faceva
-l'effetto benefico d'una ricompensa ambita.
-Egli era stato per tutti noi il primo maestro.
-Quand'eravamo ancora bambini, ci conduceva
-a far delle lunghe passeggiate in campagna,
-che per noi erano una festa, e, strada facendo,
-ci diceva sempre in forma dilettevole qualche
-cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio,
-insegnandoci i nomi delle piante, stimolando
-e appagando in mille modi arguti la
-nostra curiosità infantile. Egli ci tracciava delle
-tavole sinottiche per facilitarci lo studio del latino,
-c'insegnava il francese, che sapeva benissimo,
-e la calligrafia, in cui era maestro, ci faceva
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-dei quadretti coloriti per farci imparare
-la nomenclatura italiana degli oggetti domestici,
-e ci disegnava delle carte geografiche con un
-metodo suo proprio, che gli costavano settimane
-di fatica. Dotato di molte e finissime
-abilità meccaniche, le esercitava continuamente
-a nostro vantaggio: ci legava i libri, ci faceva
-dei giocattoli, ci fabbricava dei piccoli mobili,
-ci scolpiva le teste delle marionette, ci dipingeva
-gli scenari per il teatrino. E pure essendo
-padre così operoso e pieno di pensieri estranei
-al suo ufficio, era un impiegato, più che diligente,
-ardente di zelo; tanto da mandare ogni
-anno al Ministero dei grandi progetti di riforme
-computistiche, intorno a cui lavorava per mesi
-e mesi. E non restringeva la sua vita intellettuale
-nel cerchio dell'ufficio e della casa: leggeva
-libri nuovi d'ogni genere, sapeva a memoria
-un gran numero di poesie, che recitava
-mirabilmente, aveva un'ammirazione appassionata
-per i grandi scienziati e i grandi artisti,
-visitava studi di pittori e stabilimenti industriali,
-andava a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi
-merito, il quale passasse per la nostra
-città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello
-d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico.
-Non ho di lui altra immagine che quella d'un
-uomo bianco di capelli e di barba; così mi sembra
-d'averlo sempre veduto; eppure non mi
-pareva vecchio, e non mi passava mai per la
-mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi
-un uomo fatto, tanto era sano, vigoroso, vivace,
-anche nei suoi discorsi in famiglia, pieni di ricordi
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi
-ricordo che provavo un gran piacere, come a
-un segno ch'egli mi desse di dover vivere lungamente,
-quando, mettendo io nella sua larga
-mano tutt'e due le mie, egli, per scherzo, me
-le serrava come in una morsa, fino a farmi
-cacciare uno strillo, che esageravo, per dargli
-un'idea più grande della sua forza. Visse lungamente,
-sì, ma morì troppo presto per noi, e
-per il premio a cui gli dava diritto la sua nobilissima
-vita. Povero padre mio, mio maestro
-e mio amico, che m'hai dato l'esempio di tutte
-le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io non
-ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza
-pubblica, io che, certamente, essendo
-l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso, il
-più disperato dei tuoi ultimi pensieri!
-</p>
-
-<p>
-E mentre dicevo tra me queste cose, di notte,
-sentivo nella camera accanto il suo vaneggiamento
-compassionevole, delle esclamazioni affannose
-e senza senso, che m'entravan nel
-cuore come colpi di pugnale, e le parole dolci
-e tristi di mia madre che lo vegliava; le quali
-mi facevano soffrire anche più delle sue. Che
-terribili notti, e che terribili giorni!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span></p>
-
-<h3 id="dirotta">Cambiamento di rotta.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Ma tanta è la forza della vita a quindici anni
-che l'animo non rimane prostrato a lungo neppur
-dai più grandi dolori; dai quali si divincola,
-per rialzarsi impetuosamente, come il getto
-d'acqua vigoroso che respinge la mano da cui
-è compresso. Così avvenne a me dopo pochi
-giorni. Della condizione mutata della famiglia,
-in ciò che riguardava i mezzi economici, non
-ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno
-pensiero: eppure era mutata per modo ch'io
-non avrei più potuto far gli studi universitari
-senza sacrifizi gravi di mia madre e dei miei
-fratelli. Erano disposti a farli, e li avrebbero
-fatti lietamente; lo compresi, e me lo dissero;
-ma compresi pure che era mio dovere di prendere
-spontaneamente una deliberazione che li
-liberasse da quell'obbligo; di scegliere, cioè,
-una carriera che mi mettesse in grado al più
-presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque,
-sognati trionfi del foro! Ma rinunziai al foro
-senz'alcun rammarico, come avevo rinunziato
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi
-patriottici erano ancora caldi, il periodo
-delle guerre nazionali ancora aperto, la mia
-passione per l'esercito non del tutto spenta:
-scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro
-che avrei finito ancora il secondo corso del
-Liceo, e che ai primi dell'anno prossimo sarei
-entrato in un collegio a Torino, per prepararmi
-agli esami d'ammissione alla scuola di Modena.
-E il buon volere, anzi l'allegrezza con cui presi
-quella decisione non fu punto turbata dal fatto,
-che acquistassi proprio in quei giorni, lucida
-e ferma, destinata a non più cadere, la coscienza
-di poter riuscire, comunque fosse, uno
-scrittore.
-</p>
-
-<p>
-Fu per un caso, come quasi sempre avviene,
-che mi s'accese quella nuova girandola, a fuoco
-perpetuo.
-</p>
-
-<p>
-Una mattina il professore di lettere italiane
-ci fece fare in scuola un componimento sul
-tema: <i>I Promessi Sposi</i>. Due giorni dopo, avendo
-letto tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare
-che il meno peggio era il mio; ma con una frase
-assai più cortese di questa, seguita da vari
-commenti, che terminavano con una falsa profezia.
-E fu proprio quella falsa profezia che decise
-del mio destino. Avrei forse presa, più tardi,
-la medesima strada, anche se non mi ci avesse
-spinto allora quel piccolo avvenimento; ma è
-un fatto che soltanto dopo quel giorno cominciai
-a studiare e a scrivere col proposito determinato
-e con la speranza viva di riuscire a qualche
-cosa con la penna, e che da quel momento
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-in poi la mia passione per la letteratura non
-ebbe più intermittenze. Le prime cose che scrissi
-furono dissertazioni in forma di lettere, dirette
-ora all'uno ora all'altro dei miei amici; ma lettere
-che mi sarebbero costate un occhio se le
-avessi mandate per la posta, e che nessuno
-avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il
-coraggio di regalarle a chi mi era servito di
-bersaglio per scriverle. Eran quaderni, e trattavano
-di tutto, senza dir propriamente nulla,
-girigogoli di frasi, fughe interminabili di parole,
-cascate fluviali di periodi, non altro che esercizi
-d'immaginazione e di stile, nei quali cacciavo
-a forza tutte le mie reminiscenze di letture,
-e facevo dei larghi giri di falco per venire
-a una data immagine o a una data locuzione,
-quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore
-o una perla, e anche votavo addirittura delle
-sacca di roba altrui, tinta soltanto dei colori
-della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte
-perchè si confondesse meglio con la merce dei
-miei magazzini. Ma c'era pure in quella prosa
-di cicalone e di ladro qualche cosa di personale,
-ed era la musica, che s'è mutata poco
-d'allora in poi. Con quegli esercizi mi sfranchivo
-la mano a scrivere, imparavo a tradurre
-in parole il sentimento quale mi spirava nell'animo,
-a esprimere in modi diversi il mio pensiero,
-a snodare e a annodar fra loro i periodi,
-a maneggiare con destrezza il materiale di lingua
-che avevo già accumulato nella memoria.
-E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi,
-perchè credevo fermamente d'avere tutti i bernoccoli
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-letterari. Avevo letto la prima volta
-nella primavera di quell'anno le liriche e le
-ballate del Prati, e quell'onda sonora di rime,
-quel barbaglio di lampi e di colori m'aveva
-prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane
-la prima vista d'una grande sala da ballo sfarzosa,
-in cui turbini una folla di belle signore
-infiorate e gemmate. E le mie poesie erano
-tutte un'imitazione quasi plagiaria del “superbo
-signore dei colori e dei suoni„ tirate via
-con una facilità di versaiolo estemporaneo, sonore
-come concerti di campane e luminose come
-fuochi di Bengala; inni e ballate d'un Prati rimbambito.
-Ma non posso dire il piacere che godevo
-in quelle lunghe ore di scribacchiamento
-diurno e notturno, in cui mi giungeva importuna
-l'ora del desinare e della cena, e mi coglieva
-come improvvisa la sera, e non avevo
-più quasi alcun senso della vita esteriore. E fu
-una provvidenza per me quella specie di febbrone
-letterario perchè, tenendomi così assorto
-continuamente, mi faceva vivere fuori della
-grande tristezza che pesava sulla mia famiglia,
-e quasi dimenticar la sventura. Solo di quando
-in quando mi s'alzava davanti tutt'a un tratto
-l'immagine del povero vecchio che giaceva immobile
-in un letto all'estremità opposta della
-casa, e il pensiero ch'egli non sapeva nulla di
-quella mia nuova felicità, che non avrebbe mai
-letto nulla nè di quello che scrivevo allora, nè
-di quanto avrei scritto nell'avvenire, mi faceva
-posare la penna e restare un pezzo meditabondo,
-con gli occhi pieni di lacrime. Ah, come
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-avrei voluto ch'egli venisse ancora, come faceva
-nel passato, a portarmi a copiare qualche
-tavola dei suoi progetti di riforma amministrativa,
-e come mi pentivo amaramente di non
-avergli qualche volta nascosta la mala voglia
-con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo,
-come mi pareva odiosa in quei momenti
-la mia ingratitudine, e con che parole dolorose
-e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua
-memoria!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="aspromonte">Aspromonte.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Da quella furia di scribacchino mi fece uscire
-per qualche giorno, nel mese d'agosto, Garibaldi.
-Il grido di <i>Roma o Morte</i> ridestò improvvisamente
-la fiamma delle mie passioni politiche
-e mi ricacciò in mezzo ai miei compagni
-rivoluzionari a fremere e a vociare contro
-“l'uomo di Novara„ e “la sfinge di Parigi„.
-Noi volevamo, si sottintende, andare a Roma a
-qua-lun-que co-sto, e non dubitavamo neppur
-per sogno che Garibaldi, il quale moveva allora
-verso Catania coi suoi volontari, ci sarebbe
-arrivato, a dispetto di tutti i diavoli e di tutti i
-santi. E non volevamo intender ragioni. A chi ci
-diceva: — E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E
-noi faremo la guerra alla Francia. — E
-se ci salta addosso l'Austria? — E ne
-daremo anche all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra,
-a morte tutti. Il giorno che venne la notizia
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina
-in una trattoria, presieduti da un reduce
-garibaldino del sessanta, uno sbarbatello indemoniato,
-che per l'occasione s'era messo in
-capo il suo vecchio berretto rosso sdruscito, e,
-scovata in casa dell'oste una bandiera stinta e
-sbrindellata, che non aveva mai visto che il
-fuoco della marmitta e pareva un avanzo di
-venti battaglie, percorremmo la città cantando
-l'inno del Mercantini e urlando <i>Roma o Morte</i>,
-fra lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di riprovazione
-dei cittadini pacifici, a cui facevamo
-l'effetto d'un branco di evasi dal manicomio.
-Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello
-Pallavicini, che era partito pochi giorni
-avanti dalla nostra città per andare ad assumere
-il comando dei bersaglieri, condotti poi da
-lui stesso all'assalto d'Aspromonte; di quei suoi
-bersaglieri dai quali era partita la palla fatale
-che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo
-a morte con quel colonnello Pallavicini,
-che ci eravamo “scaldato in seno„ per
-tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra
-“ospitalità cittadina„ a quel modo, mordendo
-a sangue il nostro dio. Qualcuno parlò di fargli
-la festa, se avesse avuto la fronte di ritornar
-fra noi. La sua promozione a generale inasprì
-anche di più le nostre ire, come una provocazione
-aggiunta all'offese. Si ventilò l'idea di
-comprare una sua grande fotografia, che era
-esposta nella vetrina d'un libraio, per farne un
-<i>auto da fè</i> davanti alla Prefettura; ma ne volevano
-cinque lire, e preferimmo di spenderle
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-in birra. Salì poi al colmo la nostra indignazione
-(e, fuor di scherzo, fu una grande tristezza)
-quando vedemmo passare per le vie
-della città una colonna di garibaldini prigionieri,
-che eran condotti a un forte delle Alpi.
-Come m'è rimasto impresso quello spettacolo!
-Saranno stati un centinaio, fiancheggiati da due
-file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, uomini
-maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi,
-e col petto scintillante di medaglie, figure belle
-e superbe che camminavano a fronte alta e a
-passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri
-ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e
-triste, che diceva una storia miseranda di digiuni
-e di stenti; figure di mendicanti, più che
-di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„
-si voltavano a guardarci con aria attonita,
-girando gli occhi intorno come se cercassero
-del pane. Ah, che furiose discussioni
-quella sera, al caffè, coi nostri amici bersaglieri,
-che ci chiamavano i <i>Romaomorti</i> e si
-burlavano dei liberatori di Roma senza scarpe
-e inneggiavano al “vincitore di Aspromonte!„
-S'affollò gente nella sala, accorse il padrone,
-s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il nostro
-nemico, il vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai
-una sera a buio, sotto i portici, vestito
-da borghese, che andava a passo spedito, guardando
-verso la strada, come per raggiungere
-qualcuno. Gli cedetti il passo, fremendo, e gli
-lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse:
-aveva ben altro per il capo. Voltandomi indietro,
-lo vidi poco dopo uscir di sotto le arcate
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava
-una bella signora. Le due teste si avvicinarono,
-la carrozza partì, io rimasi come un
-grullo, e Aspromonte restò invendicato.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3 id="fiumedin">Un fiume d'inchiostro.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Rientrai allora nella mia fucina letteraria e
-non ne uscii più per il rimanente di quell'anno.
-Ebbi solo qualche giorno di malinconia, all'aprirsi
-dell'anno scolastico, pensando ai miei antichi
-compagni che entravano nel terzo corso
-del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un sentimento
-come di nostalgia della scuola, ch'io
-lasciavo prima d'aver compiuti gli studi, e più
-che altro di rimpianto degli studi classici abbandonati,
-come d'uno scadimento della mia dignità
-intellettuale. Ma fu una malinconia presto
-soverchiata dall'ardor del lavoro, se può darsi
-questo nome a quella mia eruzione di parole,
-che riprese dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa
-e più violenta che mai. Rimasi veramente
-stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai
-in fondo a un cassone i miei manoscritti
-di quel tempo, d'aver potuto rovesciar sulla
-carta in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro:
-racconti, dialoghi, satire, paralleli di scrittori,
-pappolate filosofiche: una specie di <i>Decamerone</i>,
-fra le altre cose, che Dio e il Boccaccio
-me lo perdonino. La mia passione prese davvero
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-in quell'ultimo periodo il carattere d'una
-malattia mentale, degenerando di letteraria in
-libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di
-vedere i miei parti in forma di volumi stampati
-e legati, con gran lusso calligrafico d'intestazioni,
-di indici e di fregi, e ciò che è più
-strano, immuni di correzioni quanto più fosse
-possibile; tanto che ci lasciavo spesso intatti dei
-grossi spropositi per non deturpare la pagina
-con un frego. E come non mi spiego da che
-mi nascesse quella fisima, poichè non davo a
-leggere le mie “opere„ neppure agli amici più
-stretti, non capisco neppure il perchè di quella
-smodata produzione, non pensando io neppur
-per ombra a dare alle stampe quelle bracciate
-di prosa. Avevo bisogno di scrivere, credo,
-come avevo avuto l'anno avanti il bisogno di
-saltare e di arrampicare; erano umori del cervello
-che dovevan dar fuori; bisognava che
-m'affaticassi le facoltà eccitate per castigarle e
-renderle atte più tardi a un lavoro pensato e
-tranquillo. Nondimeno, mi vergogno ancora un
-poco, quando ci ripenso, di quella lunga orgia
-di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi
-ancora male a buon senso in quell'anno, quantunque
-mi cominciassero a spuntare i baffi. Mi
-conforta solo il ricordare che non mi facevo
-grandi illusioni intorno al valore intrinseco dei
-miei finti libri; dei quali, per mia fortuna, ero
-io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro,
-che io avessi la certezza, ma proprio la certezza
-assoluta di riuscire un giorno a qualche
-cosa, la previsione netta e sicura che la carriera
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-militare non sarebbe stata che un episodio
-della mia vita, che la mia vera ed unica
-vocazione fosse quella di metter del nero sul
-bianco a beneficio del genere umano. Non era
-una certezza fondata sui saggi che davo di me
-a me medesimo in quel periodo di esercitazione
-letteraria meccanica; ma sul presentimento
-di facoltà che sarebbero poi sorte nella
-mia mente, su promesse confuse della coscienza,
-su non so quale armonia che mi suonava dentro,
-non ancor formulata in idee, vaga, profonda,
-dolce, continua, su non so che cosa che
-mi sentivo correre per le vene e per le fibre e
-brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io pensavo
-sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo
-di fuoco per effetto d'un avvenimento inaspettato,
-dello spettacolo d'una città nuova, della
-compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal
-dischiudersi delle porte dorate della gioventù,
-di cui stavo per varcare la soglia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span></p>
-
-<h3 id="partenza">La partenza.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Venne finalmente il giorno della partenza per
-Torino. Parrebbe ch'io avessi dovuto lasciar
-con dolore quella casa dov'ero entrato bambino
-e donde partivo giovinetto, e quella piccola città,
-che era per me come la città nativa, dov'ero
-vissuto quattordici anni, dov'ero cresciuto così
-sano e forte e lasciavo tante memorie. Eppure
-questo non fu. La prima età ha di questi momenti
-di duro egoismo, in cui la furia d'uscir
-del guscio, l'ebbrezza di mutare orizzonti e di
-slanciarsi nella vita preme con tanta forza su
-tutti gli altri affetti, da cacciarli quasi dal cuore.
-Quella città, che doveva diventarmi poi così
-cara, mi si era fatta in ultimo intollerabile. Vi
-conoscevo tutti i visi, avevo impresse nella
-mente le facciate di tutte le case, potevo rammentare
-per ordine tutte le botteghe di tutte le
-strade, e questa conoscenza di tutto mi dava
-un senso di sazietà d'ogni cosa: perfino dall'aspetto
-dei dintorni bellissimi, che m'erano
-stampati nel cervello sentiero per sentiero e albero
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-per albero, mi veniva un tedio infinito:
-mi dibattevo fra quelle mura come un falchetto
-in una stia da uccellino; sentivo una tale smania
-d'andarmene che il solo odore del fumo
-della strada ferrata, alle volte, mi faceva fremere
-come fa l'amante al profumo d'un fiore
-regalatogli dalla sua bella. E ciò non ostante
-non m'è rimasta nella memoria alcuna traccia
-dei particolari della partenza: non mi ricordo
-neppure degli addii dati in casa, nè di chi m'abbia
-accompagnato alla stazione, nè dello stato
-d'animo, triste o lieto, in cui mi ritrovavo all'ultimo
-momento. Mi ricordo soltanto che il
-giorno prima della partenza chiamai a raccolta
-nel cortile quelli che rimanevano dei miei antichi
-compagni scamiciati di gioco e di milizia,
-e che distribuii fra tutti, perchè ne facessero
-un regalo ai loro fratelli piccoli, quanto mi era
-restato in casa dei miei trastulli della fanciullezza:
-stampe colorite, che rappresentavano soldati
-francesi e italiani, casette e figurine di presepio,
-e trombe e daghe di legno dei miei tempi
-bellicosi. Solo allora, quando vidi portar via
-quella roba che m'era stata un tempo così preziosa,
-provai un senso di tenerezza e di mestizia,
-come se in quel punto si fosse spezzato
-il legame che teneva ancora unito in me il giovinetto
-al fanciullo, e quei giocattoli fossero stati
-una parte viva di me, che morisse in quel punto,
-e la portassero a seppellire. V'è da quel momento
-un buio nella mia memoria fino a quello in cui
-mi trovai solo in un vagone, sul treno che andava
-a Torino, con una grande sacca coricata
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-sul sedile, dentro la quale c'era tutta la compagnia
-dei grossi burattini dalle teste di legno,
-scolpite dal mio buon padre, che avevan deliziato
-non solo la mia, ma anche la fanciullezza
-dei miei fratelli, e che mia madre m'aveva affidati
-con molte raccomandazioni perchè li portassi
-a un mio nipotino di Torino. Vedo ancora
-quella vecchia sacca da viaggio ricamata a colori
-vistosi, e quasi risento sotto le mani le
-teste dure di quegli antichi amici, che facevan
-gobba da tutte le parti. E a questo ricordo mi
-vien sulle labbra un sorriso d'ironia malinconica.
-Sì, proprio, in quella sacca era chiusa
-l'immagine del mio avvenire. Ahimè! Che cosa
-ho fatto altro nella vita che far ballare dei burattini?
-E non ho nemmeno la coscienza d'essere
-stato un grande burattinaio. Eccomi qui,
-coi capelli bianchi, già preparato a un'altra partenza,
-e mi pare d'aver di nuovo accanto quella
-sacca. Allora c'era chiuso il mio avvenire, ora
-c'è chiuso il mio passato. <i>Vanitas vanitatum</i>:
-ecco il fondo delle cose, e la conclusione di
-tutto. Quando queste parole, che sogliono rattristar
-l'animo e offender l'orgoglio dell'uomo,
-gli son diventate un conforto, vuol dire che il
-suo cammino è finito.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span></p>
-
-<h3 id="mistero">Un mistero.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Quella città, non più riveduta che due volte
-in trentaquattro anni, e non ricordata che raramente,
-e di sfuggita, e senz'affetto, nel tempo
-della gioventù, ha preso poi nel mio spirito,
-nell'età matura, una vita intensa e quasi risplendente,
-mi è diventata oggetto fino a questi
-giorni di sempre più frequenti e più vive riflessioni.
-E in questo non è nulla di singolare,
-perchè, meditando l'uomo sul mistero di sè medesimo,
-via via che invecchia, sempre più assiduamente,
-è naturale che risalga sempre più
-spesso col pensiero ai propri principi, e quindi
-ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma singolare è
-che a quella città io ritorni sempre più sovente
-nei sogni, e strano, inesplicabile per me che questi
-sogni siano tutti lo svolgimento d'uno stesso
-fatto doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi
-ritrovo nella strada maestra, fiancheggiata da
-un capo all'altro da un doppio ordine di portici
-bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè
-di notte, poichè i portici è la strada sono qui
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo,
-altrove come ingombri d'una nebbia fitta, che
-ora si squarcia, ora si riaddensa; ma è l'ora
-della passeggiata domenicale, poichè va e viene
-gente da tutte le parti, e le botteghe son chiuse.
-In ogni sogno sono arrivato allora allora, con
-un vivo desiderio di ritrovare gli antichi amici
-molti dei quali vivono ancora; mi caccio tra la
-folla, e vo innanzi cercandoli con lo sguardo,
-curioso e impaziente. Ma cammino e cammino,
-e non ne incontro nessuno, e non rivedo neppure,
-fra tutta quella gente, uno solo dei tanti
-visi noti, che mi si presenterebbero nella realtà,
-e che dovrei incontrare per questo anche in
-sogno. Invano ricorro da un capo all'altro i
-portici di destra e di sinistra, osservando i
-crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano
-e i gruppi che stan fermi alle cantonate, dove
-sempre ne vedevo qualcuno, quando vi passavo
-da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta
-una popolazione sconosciuta, come mi sarebbe
-quella d'una città dove non fossi mai stato.
-Vedo spesso venir verso di me, in quella luce
-incerta di foresta, una persona che mi par di
-quelle ch'io cerco, e dico tra me, rallegrandomi: — È
-il tal dei tali! — ma, andandogli
-incontro, m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro,
-un ignoto. A poco a poco la folla si dirada,
-percorro lunghi tratti deserti, fiancheggiati da
-edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza
-o di carcere, da case e da muri di cinta
-in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna,
-solo; rientro un'altra volta sotto i portici, dove
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-non suona più il passo che di pochi solitari:
-corro dietro all'uno, corro incontro all'altro:
-nessun amico, nessun conoscente; nessuno
-mi riconosce, nessuno mi guarda; chi svolta
-a destra, chi svolta a sinistra, tutti scompaiono.
-Corro a casa degli amici più stretti,
-agli uffici dove sono impiegati, a quella tal farmacia,
-in quel dato caffè che so che frequentano:
-non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti;
-suono, picchio, chiamo, domando ad alta voce: — Il
-tale? Il tal altro? — Nessuno sa nulla. Affannato,
-addolorato, mi rimetto a correre per la
-via maestra, infilo i vicoli laterali, giro e rigiro
-in mezzo a case che riconosco, non so
-come, benchè non sian più quelle d'una volta,
-per crocicchi e per piazzette che si allargano
-e si restringono come se gli edifizi dintorno
-danzassero, per vicoli che s'allungano e si perdon
-nelle tenebre, intorno a vecchie chiese che
-si trasformano al mio avvicinarsi in cattedrali
-enormi, e da per tutto incontro, fiancheggio,
-raggiungo delle ombre umane; ma da nessuna
-parte rivedo un amico, un conoscente, un viso
-del passato. E questa corsa angosciosa dura
-fin che mi risveglio, col cuore pieno di tristezza.
-Da anni e anni faccio sempre, con poche
-variazioni, questo medesimo sogno. È impossibile
-che non ci sia una ragione. L'ho cercata
-molte volte, meditando a lungo; ho anche letto
-dei libri di onirologia scientifica, con la speranza
-di cavarne qualche lume a scoprire il
-mistero: non ci ho trovato nulla che mi giovasse.
-Eppure, dico, una ragione ci ha da essere,
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-nella mia vita, nella mia coscienza, che
-so io? una ragione che dispero di ritrovare,
-ma che son persuaso non possa essere che triste,
-e legata strettamente con altri misteri dell'anima,
-tristi del pari, che non mi saranno svelati
-mai. Per questo non la cerco più da qualche
-tempo. Ora se una voce soprannaturale mi
-dicesse: — La so, — e mi domandasse: — La
-vuoi sapere? — risponderei: — Voglio ignorarla. — Sarà
-una superstizione indegna d'un
-uomo; ma è così. <i>Ho paura non so di che</i>,
-come l'Osvaldo dell'Ibsen. E non di meno desidero
-sempre di rifare quel sogno, tanto è
-cara al mio cuore, tanto mi par bella anche
-non popolata che di spettri, tanto mi attira e
-mi affascina quella piccola città alpina, dove
-l'età più felice della mia vita si chiuse con la
-morte del più saggio e dolce amico ch'io abbia
-avuto sopra la terra. Cuneo è la città, e pronuncio
-con sentimento di riverenza e di gratitudine
-questo nome, il quale mi desta la visione
-d'una città immensamente lontana, posta
-quasi ai confini del mondo, che si disegna in
-contorni azzurri sulla bianchezza d'un'alba luminosa.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-</p>
-
-<h2 id="bambole">BAMBOLE E MARIONETTE</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span></p>
-
-<h3 id="rebamb">IL “RE DELLE BAMBOLE„.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti,
-ed è Gerardo Bonini, inventore, fabbricante e
-negoziante di bambine inanimate, che ha la bottega
-in via Roma. Non è difficile trovarla perchè
-vi si vede davanti a tutte le ore del giorno
-una schiera di ragazzine del popolo che, ammirando
-le vetrine, si scordano dell'involto, del
-cavolo o delle pagnotte che debbono portare a
-casa, per abbandonarsi a un'orgia di desideri.
-E tutte le signorine piccole che passan di là,
-condotte per mano dalla mamma o dalla governante,
-per una ventina di passi tirano l'accompagnatrice,
-sporgendo il viso innanzi, e per
-un'altra ventina di passi si fanno tirare, torcendo
-il capo indietro.
-</p>
-
-<p>
-Passando di là una mattina, mi ricordai d'un
-giorno che, avendo detto in casa mia, in presenza
-della figlioletta d'una nostra vicina: — <i>A
-momenti verrà il Bonini</i> (un mio amico ufficiale), — quella,
-illusa dall'omonimia, diede uno
-scatto sulla seggiola, come se avessi detto:
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-— A momenti verrà l'Imperatore di tutte le
-Russie; — e quel ricordo mi destò curiosità di
-conoscer l'uomo e le sue opere.
-</p>
-
-<p>
-Pensai di presentarmi senz'altro. — Ho lavorato
-anch'io per i bambini, — dissi tra me; — non
-sdegnerà di ricevermi come un collega. — Ed
-entrai in quella bottega stretta, lunghissima,
-male rischiarata; ma che alla fantasia di bambine
-innumerevoli appare più vasta e più sfolgorante
-del palazzo imperiale degl'Incas.
-</p>
-
-<p>
-Il Bonini stava in fondo alla sua reggia piena
-di tesori visibili e invisibili, leggendo la <i>Gazzetta
-del popolo</i>, come uno oscuro cittadino qualsiasi.
-È un ometto sui cinquanta, di viso intelligente
-e benevolo, dotato di quella dolcezza particolare
-di modi che è propria di tutti coloro che
-hanno una clientela fanciullesca signorile, siano
-essi bottegai, sarti, medici o ripetitori. Temetti
-non di meno, per un momento, che il suo aspetto
-mi avesse ingannato perchè, appena inteso lo
-scopo della mia visita, afferrò per i piedi una
-delle sue bambole, e a modo dell'Eviradnus di
-Victor Hugo col cadavere del piccolo Ladislao,
-si mise a picchiar botte da orbo sul banco, come
-se fosse irritato dalla mia presenza. Mi ricredetti
-subito, peraltro. Era quella una delle sue <i>bambole
-infrangibili</i>, benedette dai padri di famiglia,
-ed egli ne faceva quel mal governo per provarmi
-l'invulnerabilità delle sue creature.
-</p>
-
-<p>
-Poi, alzando le sottanine alla bambola, mi
-fece osservare come fossero ben riprodotte le
-forme anche delle gambe; ciò che una volta non
-si faceva. Erano due belle gambe, infatti, ma
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-di donna, non di bimba; anzi così bene imitate
-che l'atto del Bonini sarebbe potuto parer
-disonesto.
-</p>
-
-<p>
-E prese a discorrere familiarmente. Riconobbi
-subito l'artista al modo con cui mi raccontò,
-colorandosi in viso, come egli e sua moglie
-avessero fatto un viaggio a Parigi per visitare
-i grandi magazzini di bambole, e <i>rubare</i> — è
-la sua espressione — <i>con gli occhi</i>. Scopersi poi
-sotto l'artista il filosofo quando, dicendomi che
-le mamme preferiscono le bambole “vestite da
-bimba„ a quelle “vestite da signora„ perchè
-queste “svegliano nelle ragazze delle idee ambiziose„
-fece un fine sorriso, che voleva dire
-evidentemente: — Ha capito? Lei credeva forse
-che fosse il lusso delle mamme quello che sveglia
-l'ambizione nelle figliuole.... Si disinganni;
-è il lusso delle bambole.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Conosciuto l'uomo, decisi di fare un interrogatorio
-minuto, tanto più che, piovendo, non si
-era disturbati dagli avventori. La grande affluenza,
-del resto, è dopo mezzogiorno, e sopra
-tutto in dicembre, sotto Natale. Allora la bottega
-è affollata dalla mattina alla sera, il numero
-raddoppiato dei commessi basta appena al servizio,
-son tutti costretti qualche giorno a far di
-meno della colazione, e dopo chiusa la bottega,
-il lavoro dura ancora nel laboratorio, dove molte
-ragazze passano le notti intere ad allestir corredi
-straordinari; e si succedono così le giornate fra
-un tal rimescolìo e una tal confusione di bambole
-e di bimbe, di vocine naturali e di vocine meccaniche,
-di braccini di carne e di braccini di
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-legno, gesticolanti ad un tempo, e d'occhietti viventi
-e d'occhietti di vetro luccicanti da tutte le
-parti, che in qualche momento, dice il Bonini,
-stanco di corpo e di mente e come preso da
-un'allucinazione, egli è sul punto di confondere
-la merce con la clientela, di rivolger la parola
-a una puppattola e di dar la corda a una signorina.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-— In tanti anni — gli dissi — avrà potuto
-fare sulla sua clientela molte osservazioni preziose.
-</p>
-
-<p>
-Sì, ne fece molte e curiose. La prima è che,
-rispetto alle bambole, le clienti si possono dividere
-in tre famiglie: quelle che le desiderano
-e le amano moderatamente, le appassionate ardenti,
-e quelle indifferenti o quasi, o per precocità
-d'altri gusti o per apatìa di natura. Quest'ultime,
-però, sono assai rare.
-</p>
-
-<p>
-E corrugando le ciglia, dopo un breve silenzio,
-come per interporre uno spazio, che impedisse
-il sospetto d'un accordo interessato tra il fabbricante
-e il filosofo, soggiunse: — Difficilmente
-queste riescono buone madri.
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io lo credo, — risposi, e stavo per
-citare sbadatamente il proverbio “chi non ama
-le bestie non ama i cristiani„, ma tacqui perchè
-mi parve un'offesa all'arte.
-</p>
-
-<p>
-— Lei dovrebbe vedere, — rispose il Bonini, — è
-un divertimento. — E parlò delle “appassionate„.
-Ce n'è di quelle che entrano nella bottega
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-con la febbre, che prorompono in grida di
-ammirazione, in esclamazioni di gioia, in risa,
-in trilli di piacere, da parer che ammattiscano.
-Alcune, non di meno, si mostran poi ragionevoli,
-si contentano o, meglio, si rassegnano a
-<i>quella</i> che conviene alla borsa del padre o della
-madre. Ma altre no, e fanno scene di tragedia,
-singhiozzando e pestando i piedi, fino a buttarsi
-sul pavimento e a rivoltolarvisi, menando
-in aria le <i>piote</i>, come frenetiche. — Ma anche
-quelle che si rassegnano, se vedesse che sguardi
-lanciano alle bambole a cui debbono rinunziare;
-sguardi d'amore, sospiri, se sentisse, addii, col
-capo rivolto indietro, con certe espressioni di
-tenerezza e di struggimento, che nessuna attrice
-drammatica sarebbe capace di rifarle. Mi
-fa pena a vederle, qualche volta, glie l'assicuro.
-</p>
-
-<p>
-Fra le “appassionate„ poi, v'è una “categoria„
-particolare, interessantissima. Son le dignitose
-che entrano col manifesto proposito di
-dissimulare la propria passione. E a parole si
-mostran tranquille, non spiccicando che monosillabi,
-non esprimendo con la voce nè curiosità
-nè meraviglia: a chi non le osservi bene
-posson parere quasi indifferenti. Ma tremano e
-fremono, si fanno pallide e rosse, schizzano
-scintille dagli occhi, e al momento di metter la
-mano sulla bambola desiderata e ottenuta, ma
-non sperata, quasi tutte si tradiscono. Bisogna
-veder le mosse, lo slancio con cui alcune se ne
-impossessano e se le serrano al petto: tigrette
-affamate che abbrancano la preda. — E non vogliono
-a nessun patto che io mandi loro la bambola
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-a casa: se la vogliono portare da sè, anche
-se è pesante, a braccia incrociate, viso contro
-viso, girando gli occhi diffidenti, scansando
-ogni bimba che incontrano per la strada, “per
-paura di un colpo di mano„.
-</p>
-
-<p>
-E le astute! Anche queste fanno delle scenette
-impagabili. Ce n'è delle piccolissime che
-hanno già la finezza di fingere di non capire
-che una certa bambola sia più cara d'un'altra,
-e cercan di dare alla loro scelta una ragione
-diversa dalla vera, che paia anche una prova
-della loro gentilezza di cuore: non vogliono
-quella tale perchè è più grande e meglio abbigliata;
-ma perchè <i>ha l'aria più buona</i>. Altre
-credono di pigliare all'amo i parenti con certi
-sotterfugi di un'evidenza comicissima: vogliono
-una bambola da trenta lire, per esempio, invece
-di una da cinque; ma quella si contentano
-di prenderla in camicia, mentre questa è
-vestita; perchè c'è compenso, secondo loro. E
-bisogna sentire qualche altra, quando la mamma,
-mentre contratta una bambola già quasi
-accettata, cerca, movendosi, di non lasciargliene
-vedere una più cara, che potrebbe far rifiutare
-la prima, bisogna sentire con che tuono le dicono: — Eh,
-mamma, non serve che tu ti metta
-in mezzo: l'ho già vista. Tu cerchi di pararla
-perchè costa di più. Ah, vedi che diventi rossa!
-Ebbene, è quella lì appunto che io voglio.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Fra le astute ci sono le ostinate impassibili,
-che sono un “genere„ tremendo; ed hanno
-tutte un procedimento uguale, come se l'avessero
-imparato tutte da una sola. Si vede alle
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-volte una intera famiglia, disposta in cerchio
-intorno a una bimba alta un palmo, scalmanarsi
-un'ora inutilmente, con le buone e con le
-brusche, per indurla a cedere; e quella rimane
-là in mezzo immobile, incocciata a volere la
-bambola preferita, dura e muta come un paracarro.
-Conosce i suoi polli, ha fatto i suoi conti;
-sa per prova che, a tener duro, la spunterà,
-senza darsi l'incomodo di piangere e di strepitare:
-le basta tacere e non muoversi, respingendo
-a colpi di gomito ben assestati le mani
-carezzevoli che tentano di posarsele sulle spalle
-per rabbonirla. Non c'è che pigliarla in braccio
-e portarla via come un pacco. Ma le bimbe che
-fanno così hanno dei parenti incapaci di quegli
-atti eroici. Falliti i negoziati e sciupate le minacce,
-il padre o la madre finisce con rassegnarsi
-e munger la borsa, con la magra consolazione — qualche
-volta espressa a voce alta — di
-pensar che la sua figliuola <i>è un carattere</i>.
-</p>
-
-<p>
-Domandai al Bonini che parte egli rappresentasse
-in questi piccoli drammi. — Una parte
-odiosa, — rispose sorridendo, — quasi sempre. — E
-mi raccontò un fatterello divertente. Anni
-fa, gli venne in bottega, con la mamma e una
-zia, una bella bimba, una ricciolina bruna, di
-quelle “tragiche„; la quale fece tali furie perchè
-non le volevan comprare una bambola delle
-più care, si mise a strillare e a dimenarsi con
-tale frenesia, che la madre, sgomenta, affannata
-dal timore che le pigliassero le convulsioni,
-si diede a gridare quasi piangendo: — Dio
-mio! Che cosa fare! M'aiuti lei! Trovi
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-qualche modo! — E il Bonini trovò: agguantò
-la bambola desiderata, corse in fondo alla bottega,
-fece mostra di ravvolgerla in un panno,
-dove mise invece quella scelta dalla signora,
-ingrossando il volume con una dozzina di giornali,
-legò l'involto traditore in fretta e in furia,
-e portatolo alla bimba, le disse: — Prenda, se
-la porti a casa, aggiusteremo i conti un'altra
-volta. — Ah, buon Dio! — esclamò; — seppi
-poi quello che era accaduto a casa, all'apertura
-dell'involto: una tempesta, un inferno tale, caro
-signore, che ebbi rimorso dell'opera mia.
-</p>
-
-<p>
-— E poi? — domandai.
-</p>
-
-<p>
-— E poi.... La bimba è tornata qui altre volte....
-Da anni non ci vien più, è una signorina da
-marito, la vedo qualche volta passar per via
-Roma: ebbene, lo vuol credere? Lo capisco
-dalle occhiate che mi tira.... Non mi ha ancor
-perdonato!
-</p>
-
-<p>
-Gli domandai fino a che età venissero le ragazze
-a comperar bambole. Sorrise, e rispose
-sottovoce: — Alcune vengono fino a un'età....
-incredibile. — E si mostrò osservatore fine ed
-artista parlando del come certe ragazze grandi
-si presentano, nelle ore che non c'è nessuno,
-un po' impacciate, con due rose vive sulle guance,
-sorridendo e vergognandosi a un tempo: graziosissime,
-veramente. E qualche volta egli s'avvede
-benissimo della commediola concertata
-che recitano insieme, per salvare la dignità, la
-figliuola e la mamma; le quali esaminano la
-merce discorrendo fra loro come se la compera
-fosse destinata ad una sorella più piccola,
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-di cui non esiste l'effigie. Quante ne ha viste
-passare in ventidue anni! Quante ne riconosce
-ancora, che hanno preso marito e son madri!
-Per alcune, tra l'ultima bambola che comprarono
-per sè e la prima che vengono a comperare
-per la loro bambina, non passano che
-cinque o sei anni. Vedendole comparire, dopo
-qualche tempo, con una governante che ha un
-batuffolo in braccio, gli par che vengano a restituire
-l'ultimo acquisto che hanno fatto nella sua
-bottega. Qualcuna gli dice scherzando: — Quando
-le comperavo per me, non tirava i prezzi a
-questo modo. — E spesso egli vede la bambina
-far le medesime scenate che fece la madre, e
-quando questa le dice: — Ma che modi son
-questi? Ma non hai vergogna a farti sentire?
-Ma non vedi che tutti ti guardano, ecc. — si
-ricorda che eran proprio quelle stesse parole
-che la nonna diceva a lei, pochi anni addietro,
-e proprio sulle stesse pianelle del pavimento, e
-con lo stessissimo frutto; e ha buona speranza
-di veder ancor ripetere la scena dalla
-bambina presente con una bambina futura.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Di un gran numero delle sue clienti serba i
-nomi in un registro “a figlia e matrice„ dove
-sono segnate le riparazioni da fare alle bambole:
-poichè egli non è meno rinomato raccomodatore
-che fabbricatore, e fa l'agevolezza del
-pagamento cumulativo in fin d'anno, come i medici.
-Diedi un'occhiata all'ultimo libro: in poco
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-più d'un anno quasi tremila riparazioni: è un
-bel rompere. Si trovano in quei fogli i nomi
-d'un gran numero di famiglie note dell'aristocrazia,
-dell'alta industria, dell'alta finanza e
-della politica, e le registrazioni sono fatte in
-modo che, a legger quel libro altrove, senza sapere
-a chi appartiene, si fremerebbe d'orrore e
-di pietà, e si riderebbe anche cordialmente. Figuratevi! — Signorina
-A. B. <i>le gambe rotte</i> — Contessa
-S. D. R. <i>perduti gli occhi</i> — Marchesa
-D. O. T. — <i>una parrucca</i> — Signora E. Z. — <i>cambiarle
-le calze</i>; e avanti così. A una baronessa
-va <i>rinnovato il meccanismo</i>, un'altra signora
-ha <i>perduto la voce</i>, un'altra <i>ha perduto
-la testa</i>. Ma in realtà non c'è da ridere, perchè
-molte delle clienti vengono a portar la bambola
-con gli occhi ancora lagrimosi, addolorate
-come d'una disgrazia vera, e, lasciandola,
-fanno raccomandazioni su raccomandazioni, con
-voce commossa, come la madre al chirurgo che
-deve operare il figliuolo. E la sala delle operazioni
-è là presso, tutta ingombra di ferri, di
-pinze, di fili, di piccoli congegni per tener unite
-le membra avulse, di boccette di colori per ritingere
-i visi slavati, di vasetti di pasta per curare
-le scoriazioni e le piaghe; e vi si vedono
-sui tavoli, sulle seggiole, sul davanzale delle
-finestre, buttate in tutti gli atteggiamenti, grandi
-bambole nude, con le capigliature tragicamente
-arrovesciate, con “gli occhi mobili„ stralunati,
-con le “bocche parlanti„ spalancate, le une
-cieche, le altre zoppe, le altre mutilate, teste separate
-dal busto, tronchi con le braccia tese,
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-braccia e gambe disperse; uno spettacolo orrendo,
-che mi ricordò un cert'antro fantastico
-di <i>Jack lo squartatore</i>, visto in un baraccone
-di Piazza Vittorio Emanuele, nel carnevale passato.
-Ma v'è in un angolo un cassone che dà
-anche meglio l'idea di tutti gli strazi che possono
-fare di un simulacro fragile di corpo
-umano quegli artiglietti così industriosi e pazienti
-nel lavoro di distruzione che son le manine
-fanciullesche eccitate dalla curiosità istintiva
-dell'anatomia del giocattolo: un cassone
-che vi richiamerebbe alla mente il carnaio della
-casa di Sédan, descritto dallo Zola, dov'era ammucchiato
-tutto quello che cadeva dalle tavole
-d'operazione del dottore Bouroche. È una miscela
-miseranda di pezzi di cranio, di mezze
-facce, di occhi divelti, di frammenti d'arti superiori
-e inferiori, di manine e di piedini recisi,
-e di nasetti staccati e di chiome bruciate,
-che fanno pensare a mille accidenti domestici
-e pianti e dolori e scenate e diverbi coniugali
-conseguenti.... — Sei tu che l'hai avvezzata male. — Ma
-se ha il tuo carattere per l'appunto! — Non
-è il mio carattere, è la tua educazione. — Ma
-come?... — Ma certo!... — Ah, che esistenza,
-Dio mio!...
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Merce ve n'è da contentare il bel sesso di
-tutte le scuole elementari della penisola: cassetti
-sopra cassetti, casse dietro casse, strati
-sopra strati, collegi, folle, generazioni di bambole;
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-e poichè le straniere, per scemar le spese
-della dogana, che prende due lire il chilogramma
-per le bambole intere, si fanno venire divise
-in due, e anche le indigene, per occupar meno
-spazio, si dividono, così ci sono casse piene di
-corpi senza testa, e casse piene di teste scompagnate,
-in modo che le clienti possono metter la
-testa che vogliono sul corpo che loro piace: operazione
-che scongiurerebbe tanti guai se si potesse
-fare nei matrimoni! E poichè pagano di
-meno le teste senz'occhi, ci sono casse piene di
-teste con le occhiaie vuote e casse piene d'occhi
-di tutti i colori, che, al levar del coperchio,
-vi fissano in viso cento sguardi interrogatori,
-come stupiti della luce improvvisa. E poi ancora
-scatole sopra scatole piene di piccole capigliature
-bionde, brune, castagne, arricciolate,
-increspate, ondulate, incipriate, che danno l'immagine
-di tanti cofanetti di don Giovanni, contenenti
-le ciocche delle cento belle sedotte. Ma
-quelle cassette di teste, con quei cartellini scritti
-a grossi caratteri, quanto fanno pensare di più!
-Ce n'è tanta varietà quanta ne può offrire una
-Camera di deputati: <i>Teste di legno — Teste di
-ferro — Teste di cera — Teste infrangibili — Teste
-piccole — Teste grandi — Teste fini</i>.... — E
-v'è accanto a questo un altro grande compartimento,
-quello delle marionette, che sono
-pure una “specialità„ del Bonini; altri scatoloni
-innumerevoli, con certi strani accoppiamenti
-di nomi sulle etichette, come <i>vecchie e
-streghe — monache e diavoli — fantasmi e garibaldini</i>, — e
-fra le più appariscenti, tre scatole
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-che si toccano, su cui è scritto: — <i>dottori — assassini — sindaci.</i> — E
-poi bambole da
-capo, il compartimento dei corredi, dove sono
-maraviglie di piccolissime calze di tutte le tinte,
-con legaccioli che paiono anelli da dito, di camicine
-trinate, di ombrellini, di manicotti in cui
-non entra il mignolo, di piccoli corredi compiuti,
-che costano lo stipendio d'un anno di
-molti maestri elementari del regno d'Italia; e
-poi il magazzino delle stoviglie da tavola e da
-lavamani, che un tempo venivan tutte di fuori
-e ora si fabbricano con molto gusto e a mite
-prezzo a Laveno; e in fine la sezione dei mobili,
-dove ai prodotti di fabbrica sono frammiste
-tavole e seggiole minuscole, fatte pazientemente
-a mano da lavoratori solitari, da giovani artisti
-senza impiego, e anche da vecchi servitori dello
-Stato pensionati e cavalieri, che, serbando l'incognito,
-si guadagnano con quei gingilli il tabacco
-da naso.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Il Bonini mi mostrò le bambole più belle, chiomate
-e vestite, chiuse in una scatola, e le scoperse
-come fa con le piccole clienti, levando
-il coperchio con un gesto rapido e presentando
-la scatola ritta, in modo che la bambola apparisca
-tutt'a un tratto, come sur un uscio spalancato,
-in tutta la sua virtù seduttrice. E si capisce
-come, così presentate, facciano colpo. Alcune
-appariscono con un braccio teso, come
-per porgere la mano alla compratrice; altre
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-con un piede alzato, come per slanciarsi verso
-di lei; questa con la testina inclinata da una
-parte, come per vezzo; quella con gli “occhi
-mobili„ voltati in su come se dicesse: — Sia
-ringraziato il cielo! Son libera! — E altre ancora
-in atteggiamenti drammatici, tutte con quel
-visetto fatto a pesca, con quella bocca a botton
-di rosa, con quegli occhi grandi e freddi di damine
-senza cuore e di <i>cocottes</i> senza pensieri.
-E vedendole così passare pensavo al loro diverso
-destino, ai mille scopi diversi con cui sarebbero
-state comprate. — Per questa, forse, la
-compratrice è già per la strada, gongolante, e
-sarà qui a momenti; per quella, o sta per nascere
-o non è ancor concepita; e quest'altra apparterrà
-a una bambina che, per ottenerla, sta stillandosi
-il cervello sull'aritmetica e sulla geografia.
-E quante serviranno a strappare il consenso
-all'estrazione d'un dente o alla trafittura
-degli orecchi per le piccole búccole! L'una dormirà
-la notte di Natale sotto un cuscino da
-letto, l'altra la sua prima notte libera sulla
-strada ferrata, e parecchie saranno regalate
-alla figliuola per ripagare d'un favore il babbo,
-o serviranno a distrarre la bimba mentre il donatore
-parlerà nell'orecchio alla mamma. Ed
-altre son destinate a rallegrar la convalescenza
-di piccole inferme, e forse più d'una ad esser
-pôrta, soffocando i singhiozzi, da una madre
-desolata, ultimo conforto a una malattia senza
-speranza, e a cadere un giorno dalla piccola
-mano scarnita, e a spezzarsi sul pavimento nel
-punto che la sua mammina adottiva chiuderà
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-gli occhi per sempre. E quante carezze amorose,
-quante parole gentili, quanti teneri baci
-avranno questi corpicini insensibili, quanti piccoli
-cuori palpiteranno contro questi brevi petti
-pieni di tritura di sughero, su quante innocenti
-e soavi nudità premeranno queste fantoccie i
-loro labbruzzi freddi di porcellana, strette fra
-due braccini candidi e scaldate da un alito odoroso,
-dentro un lettuccio visitato da sogni azzurri! — Eh,
-sì; ma molte si buscheranno anche
-delle pacche secche, poichè è sempre in
-vigore, m'immagino, quel bell'uso materno, così
-sapientemente educativo, di consolar la bimba
-che cade picchiando la bambola ch'essa ha fatto
-cadere con sè; e poi perchè.... <i>où il y a des
-femmes il y a des claques</i>, come dice il proverbio
-dei nostri amici.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Vidi infine le rarità: prima fra queste una piccola
-montanara di Varallo, dove nacque il “re
-delle bambole„, vestita di tutto punto come
-le sue compaesane vive, con quei ricami variopinti,
-che paiono mazzetti di fiori, con quei
-calzoncini di panno nero, con quelle treccie solide,
-con quegli ori antichi: una bella maschiotta
-bionda, che costò al Bonini e a sua moglie mesi
-di lavoro, e fece furore all'Esposizione di Palermo;
-per il che è conservata in bottega come
-una gloria di famiglia. — Questa non si vende, — mi
-disse l'autore de' suoi giorni. Infatti, aveva
-un'aria onesta. Ma le altre “rarità„ che rappresentano
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-contadine sarde, romane e napolitane,
-si vendono; ed è curioso che sono quasi
-tutti viaggiatori stranieri quelli che le comprano,
-non come giocattoli, ma come esemplari di vestiari
-italiani, per non comprare un quadro del
-Michetti, del Quadrone o del Corelli; facendo
-così una economia non disprezzabile. Domandai
-al Bonini se avesse delle bambole col fonografo
-dentro. Mi rispose che n'aveva avute; ma che
-non ne possedeva più. — Il modello che avevo
-fatto venire — soggiunse — cantava una strofetta
-francese e poi faceva una risata.... Ma sa,
-di quelle risate sguaiate, da canzonettiste parigine,
-che in una famiglia per bene fanno un
-brutto sentire.... — Bambole corrotte, — osservai; — ha
-fatto bene a farle fuori, perchè.... basta
-alle volte una sola anche in un grande magazzino.... — Ed
-ero sul punto d'aggiungere: —.... per
-guastare tutte le altre, — ma rinvenni
-a tempo dalla mia distrazione e fermai al volo
-lo sproposito.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma ora viene il meglio, un vero <i>finale</i> da
-teatro. Stavo ancora amoreggiando con la bella
-varallese, quando mi vedo buttar sul banco una
-grossa bambola che agita le braccia e le gambe,
-gnaulando, come un bimbo in culla, con una
-tale apparenza di vita, che mi desta quasi un
-senso di ripugnanza. Mentre sto in ammirazione
-di quello sgambettìo, sentendomi toccare
-una polpa, guardo giù, e vedo un'altra puppattolona
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-con la veste lunga, che mi fa intorno
-un giro di valzer. Non mi sono ancora scansato,
-ed ecco un'altra bambola enorme, che alterna
-dei passi sul pavimento, tenuta per le
-mani da un commesso, tale e quale come un
-bimbo che impara a camminare. Un'altra bambola
-tanto fatta, nello stesso tempo, mi viene
-incontro sul banco a passi risoluti, diritta, gettando
-delle strida di galletto, come per domandarmi
-qualche cosa, e, voltandomi a un leggero
-rumore, vedo dall'altra parte un'altra
-fantocciona paffuta, in camicia, che succhia il
-poppaiolo a tutta forza, come divorata dalla
-fame. Non so dire lo strano senso di stupore e
-quasi d'inquietudine che provai in mezzo a quell'inaspettata
-eruzione di vita artificiale, accompagnata
-da un ronzìo sordo di congegni nascosti,
-somigliante ai borborigmi dei bimbi malati;
-tanto che mi parve ad un tempo di trovarmi al
-teatro Regio a una scena del ballo <i>Puppenfee</i>
-e in una sala della Maternità in un momento
-di scompiglio. E non badai a pregare il Bonini
-di non dar la corda ad altri automi, e lasciai
-che dèsse un secondo giro anche ai primi, così
-che finii con trovarmi in mezzo a un girìo e a
-uno sbracciamento di corpiciattoli e a un concerto
-di miagolii, di gemiti e di strilli, che mi
-facevano voltare in fretta di qua e di là, quasi inconsciamente,
-come se m'avessero chiamato
-per nome da cento parti. Ma all'improvviso mi
-prese un dubbio, che mi fece subito scrutare i
-miei sentimenti e interrogar la coscienza, quasi
-diffidando, con curiosità viva ed attenta.... E
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-dissi tra me: — Come?... Sarebbe vero?... dopo
-quasi un mezzo secolo? — Ed era proprio vero. — <i>Oh
-rossor!</i> — come dice l'Alfieri — O vecchio
-rimbambito! Insomma.... mi divertivo.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-E scappai fuori per non cedere alla tentazione
-di comprare. Ma per un pezzo, per la
-strada, non potei staccare il pensiero da quanto
-avevo veduto, perchè la vista dei passanti, invece
-di distrarmi, mi riconduceva la mente a
-quello spettacolo. Ed era ben naturale, tante
-son le rassomiglianze che corrono fra questo
-bel mondo e la bottega del signor Bonini! Persone
-senza il capo sulle spalle, occhi fissi che
-non vedono, bocche aperte che non mangiano,
-e crani vuoti e facce pitturate e parrucche, se
-ne vedono a ogni passo. E i bei visetti a prezzo
-fisso, e i personaggi di gomma elastica, e gli
-uomini che hanno nel ventre il principio motore
-d'ogni passo e d'ogni atteggiamento, e le
-donnine eleganti che non hanno in corpo che
-tritura di sughero, non si contano. E se son
-rare le creature femminine <i>infrangibili</i>, quanti
-non sono gli uomini pubblici che s'agitano e
-gridano per un'idea, soltanto fin che dura la
-corda che ha dato loro il padrone, e quanti i
-poveri disgraziati che delle manine di bimba
-carezzano e spezzano per un capriccio, e quante
-le belle signore che ballano il valzer allegramente
-mentre il bambino abbandonato succhia
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-del latte di vacca freddo da una mammella di
-vetro!
-</p>
-
-<p>
-E v'è anche questa rassomiglianza, che come
-delle accomodature delle bambole malmenate
-dalle bambine non sono queste che fanno le
-spese, così avviene quasi sempre nel mondo
-degli uomini, che rompono gli uni e pagano gli
-altri.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span></p>
-
-<h3 id="picteatro">UN PICCOLO TEATRO CELEBRE.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo,
-verso le tre dopo mezzogiorno, un concorso
-straordinario al teatro dei fratelli Lupi, dove si
-rappresentava <i>Le sette meraviglie del mondo</i>.
-La ressa era tale che s'eran dovute mettere due
-guardie municipali ai due lati della porta per
-impedire che seguissero disgrazie. La gente
-formava sulla piccola scalinata esteriore un
-monte di teste, a cui sovrastavano i visi ansiosi
-dei ragazzini tenuti in collo; alcuni dei quali,
-piangendo per il timore di non poter entrare,
-tendevano le braccia verso lo sportello del bullettinaio
-con un atto d'invocazione supplichevole,
-che metteva pietà e faceva ridere. La strada era
-per un buon tratto affollata, d'una folla diversa
-dalle solite: eran famiglie numerose strette in
-gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una
-falange di governanti, di balie, di servitori, soldati
-di fanteria e bersaglieri, gente di campagna,
-donne del popolo. Alcune di queste, vicino a
-me, tenevano in mano il programma dello spettacolo,
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-e lo leggevano forte, compitando, masticando
-quelle misteriose parole: <i>Il mausoleo
-d'Artemisia, gli orti pensili di Babilonia</i>, con
-un viso di divote che sentissero nominare un
-miracoloso santuario sconosciuto. Intesi un operaio,
-che aveva un po' d'accollo, dire in accento
-di trionfo ai vicini, mostrando un suo ragazzetto
-con la medaglia delle scuole municipali: — Questo
-non paga. I premiati hanno diritto.
-Ah, quei Lupi, che uomini! — Da ogni parte,
-girando fra la folla, sentivo commentare il programma,
-predir maraviglie della rappresentazione
-e decantar la “compagnia„. C'erano ragazzi
-che saltavano dalla gioia, che strepitavano
-dall'impazienza, che si cacciavano fra le
-gambe alla gente come cani, e si facevan largo
-a gomitate e a capate; e n'arrivavano altri continuamente,
-precedendo di corsa le loro famiglie,
-ansanti e col viso rosso; e al veder la
-porta affollata qualcuno si batteva il pugno
-sulla fronte in atto di disperazione. A un certo
-punto arrivarono i musicanti che, dopo aver
-tentato invano di aprirsi il passo, ritornando
-indietro per entrar dalla piazza Carlina, si soffermarono
-intorno a un signore alto, in giacchetta
-e cappello alla calabrese, fermo a una
-cantonata. In quel punto un ragazzo accanto
-a me, accennando con la mano quel signore,
-esclamò con accento appassionato d'ammirazione
-e di riverenza: — È lui!... Luigi Lupi! — Fu
-quell'esclamazione che mi diede l'ultima
-spinta a scriver queste pagine.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato
-a Ferrara, che cominciò in qualità di garzone
-o, come si dice in linguaggio teatrale, di “personaggio„
-d'un marionettista rinomato, il quale
-girava per le città del Piemonte e veniva ogni
-anno a “far la stagione di carnevale„ a Torino.
-Vennero per molti anni al <i>Teatro Paesana</i>,
-nel palazzo dei Conti di Paesana, in via della
-Consolata; poi il Lupi mise su teatro da sè, e
-seguitando a girare come il suo maestro, continuò
-a venire a Torino l'inverno, non più al
-<i>Paesana</i>, al <i>San Martiniano</i>, dove gli succedette
-il figliuolo Enrico. Era un piccolo teatro senza
-facciata, posto al crocicchio di due strade uggiose
-della vecchia Torino, e così si chiamava
-dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu
-abbattuta quando s'aprì la nuova via Pietro
-Micca. Ricordo che vent'anni fa, abitando là
-accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del
-ballo e qualche volta scoppi d'applausi e fucilate;
-ma senza badarci, perchè non ci attirano
-le marionette se non quando ci danno una immagine
-del mondo che non si conosce ancora
-o quando ci rappresentano la caricatura della
-vita di cui s'è fatto esperienza. Quel nome del
-compagno di martirio di San Processo fece per
-trent'anni battere il cuore di tutti i ragazzi torinesi
-d'ogni condizione: non credo che ci sia
-un mio concittadino della mia generazione a
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-cui esso non desti un ricordo confuso di vivi
-desideri e di vivi piaceri, e che, passando davanti
-a quella casa e dando uno sguardo a
-quella porta, sormontata ora da un'insegna di
-tappezziere, non ci veda riflessa come in uno
-specchio la sua immagine di fanciullo. In quel
-teatrino, che vide più volte nei suoi palchetti
-Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti
-celebri, dove recitò un prologo col capo nelle
-“nuvole„ Leopoldo Marenco, e di cui furono
-frequentatori, nella fanciullezza, la principessa
-Margherita e il duca di Genova, vennero su i
-due figliuoli di Enrico Lupi, ora proprietari e
-direttori; i quali, prevedendo che quella casa
-sarebbe caduta prima o poi sotto il piccone del
-conte di Sambuy, ne sloggiarono nel 1884, e,
-comperato il <i>D'Angennes</i>, un tempo primo teatro
-della commedia dopo il <i>Carignano</i>, andarono
-a installare il Gianduja e Giacometta dove
-avevano recitato Gustavo Modena e Adelaide
-Ristori. Ebbero per un pezzo un rivale formidabile
-nel <i>Teatro Gianduja</i>, fondato e diretto
-da un marionettista argutissimo, Giambattista
-Sales, che fu il primo a metter sulla scena la
-maschera di quel nome, e con questo sostennero
-una lotta accanita, tirando a superarlo
-nella varietà e nella ricchezza degli spettacoli;
-ma con la morte del Sales il <i>Gianduja</i> decadde
-e, dopo aver tentato inutilmente di rialzarsi con
-la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865
-scomparve. D'allora in poi, ossia da circa trent'anni,
-i Lupi non hanno più rivali a Torino, e
-poichè nessuna delle altre buone “compagnie„
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-italiane, essendo tutte girovaghe, può disporre
-di un copioso e vario materiale di scena com'è
-quello che essi possedono, si può dire che non
-hanno più emuli neppure in Italia.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Il primo e più forte impulso al perfezionamento
-del piccolo teatro lo diede il padre Enrico,
-che fu uomo singolare per vivacità d'ingegno
-e vigore di volontà, non fornito di coltura
-scolastica, ma ricco di cognizioni d'ogni
-ordine acquistate leggendo avidamente ogni
-specie di libri, studiando gli uomini e la vita
-in tutte le classi sociali, intervenendo, anche
-vecchio, a conferenze, a riunioni pubbliche, a
-lezioni universitarie, e bazzicando pubblicisti,
-artisti, professori, con lo spirito sempre inteso
-all'osservazione e pronto a trar partito d'ogni
-cosa. I suoi due figliuoli ereditarono tutte le
-sue facoltà. Hanno nome Luigi tutt'e due e si
-firmano Luigi I e Luigi II, come due monarchi,
-padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono,
-come i fratelli Goncourt, due lavoratori intellettuali
-associati, fra cui esiste un accordo perfetto.
-Ciascuno, peraltro, ha attribuzioni sue proprie.
-Il maggiore cerca i soggetti, compone, traduce,
-riduce, dirige l'andamento del teatro;
-l'altro provvede alla messa in scena, alla fattura
-dei personaggi, ai vestiari, a tutti i particolari
-della rappresentazione. Il primo, che ha
-passato la cinquantina, è il più originale della
-coppia. Uno dei caratteri più notevoli della sua
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato
-nell'ufficio di polizia del municipio di
-Torino. È un uomo d'alta statura, di testa grossa
-e di membra robuste, che, visto una volta,
-non si dimentica più: la fronte ostinata, il naso
-audace, la bocca comica, gli occhi vivi e risoluti
-d'un uomo immaginoso e operoso, il collo
-e la voce ingrossati dall'esercizio della recitazione
-a voce forzata, gli atteggiamenti e i modi
-d'un artista. E d'artista ha pure il linguaggio
-scolpito e colorito, e correttamente italiano,
-come il suo modo di scrivere; ma attraente più
-che altro per la passione che lo scalda quand'egli
-discorre delle cose sue. A sentirlo parlare
-delle vicende corse dalla sua compagnia,
-ch'egli portò a Napoli, a Montevideo, a Buenos
-Aires, delle rappresentazioni che andava a dare
-con suo padre al castello di Moncalieri per il
-piccolo principe Oddone e per la principessa
-Maria Pia, dei viaggi ch'egli fece a Londra, a
-Parigi, a Chicago, a Vienna, a Berlino, in Danimarca
-per studiare i progressi della sua arte
-e osservare le grandi Esposizioni che voleva
-riprodurre sul suo teatro; ma sopra tutto a
-udirlo giudicare, dal lato dell'opportunità e dell'adattamento
-alle sue scene, le grandi opere
-drammatiche e liriche e gli avvenimenti politici
-e guerreschi d'ogni paese, ai quali egli tien
-dietro con attenzione assidua spiando ai quattro
-canti dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o
-questione “teatrabile„ pare d'aver dinanzi un
-grande impresario autore attore e direttore d'una
-grande compagnia di prosa, di canto e di ballo,
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-che pensi e lavori per il gran pubblico, e si
-riman poi maravigliati, girando lo sguardo intorno,
-di veder appesi alle pareti degli artisti
-di legno. E non si può disconoscere che nel
-cogliere i punti culminanti d'un periodo storico
-o della vita d'un uomo avventuroso e famoso,
-nell'intrecciare a qualunque soggetto i piccoli
-casi della sua marionetta protagonista, nella
-scelta delle situazioni drammatiche e dei quadri
-finali, ed anche nella condotta dei dialoghi appassionati
-ed arguti, e in special modo nelle
-“riviste„ egli dia prova di facoltà teatrali singolarissime;
-fra le quali primeggia una immaginazione
-ardente, temeraria, diabolica, ma sempre
-corretta, — se questo participio si può congiungere
-a quegli aggettivi, — da un buon senso
-raro, che anche nelle sue corse più stravaganti
-la tien legata per un filo sottilissimo a un sano
-intento morale e a un severo rispetto della
-decenza.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Domanderete di che si componga il suo repertorio.
-</p>
-
-<p>
-È una domanda che sgomenta. Per rispondervi
-dovrei scrivere un volume. È un repertorio
-che, fra drammi, commedie, farse, riviste,
-balli e fantasie, abbraccia in tempo e in spazio
-l'universo; va dal diluvio universale all'assedio
-di Makallè, comprende la mitologia, la storia
-patria e la cronaca cittadina, si stende dalla
-China alla California, dalla Cafreria alla Groenlandia,
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-dalle regioni dell'etere agli abissi dell'oceano,
-dai cerchi del paradiso alle bolge dell'inferno.
-C'entrano le vecchie commedie dell'arte,
-drammi raffazzonati di tutte le letterature,
-i balli del Pratesi e del Manzotti, le opere del
-Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della
-nazione dalla battaglia di Goito alla occupazione
-di Roma, tutti i congressi, i terremoti, le epidemie,
-le inondazioni, le incoronazioni, le esposizioni,
-le grandi scoperte che si succedettero
-sulla faccia dei due continenti negli ultimi cinquant'anni.
-Tutti i sovrani, tutti i grandi statisti
-e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri in
-qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821
-ai nostri giorni, passarono su quel palcoscenico,
-non di nome soltanto, ma nella loro effigie, scolpiti
-apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti
-come vestivano, riprodotti perfino, quanto
-era possibile, nei gesti e nella voce, presentati
-negli atti più importanti della loro vita pubblica
-e nei particolari più noti della loro vita privata.
-Il teatro dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra
-nuova vita nazionale. Gianduia arrischiò
-il carcere quando la parola non era libera, sfidò
-le polizie, preconizzò la rivoluzione, congiurò,
-fu tribuno, soffiò negli entusiasmi, glorificò i
-martiri, celebrò le vittorie, pianse sulle sventure
-patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia
-dei governi e dei popoli. Con un tal repertorio,
-pensate al cumulo dei copioni che debbono dormire
-nei suoi magazzini: s'avvicinano al migliaio.
-E per rappresentare tutta questa roba
-immaginate quello che deve aver visto quel
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-palco di vestiari di tutte le fogge, d'armi di tutte
-le forme, d'edifizi mobili di tutte le architetture,
-di onde e di rocce, di piante e di ponti, di treni
-e di troni, di animali da tiro, da corsa e da
-soma, domestici e selvatici, asiatici ed europei,
-immaginari e reali, dall'asino e dal bue di Betlemme
-ai cammelli della colonia Eritrea, dal
-cerbero della <i>Divina Commedia</i> ai draghi del
-Celeste Impero; figuratevi le sacca di polvere
-da schioppo e di Bengala, di licopodio e di magnesio
-che vi debbono essere state bruciate, e
-i miriagrammi di legno e di cartapesta che vi
-debbono esser passati in sembianza umana.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Le teste, appunto. Voi certo non immaginate
-(nè io l'immaginavo) che le teste degli attori di
-legno possano dare ai fratelli Lupi assai più
-pensieri che non ne diano ai capocomici le teste
-degli attori in carne ed ossa. Ed è così, poichè
-essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle
-teste dei personaggi illustri, morti o vivi che
-siano, e in quelle di tutti gli altri una corrispondenza
-rigorosa della fisonomia col carattere;
-e non è cosa facile agli artisti il soddisfare
-a una tale esigenza attenendosi ad un tempo
-all'esagerazione dei lineamenti voluta dall'ottica
-teatrale, senza spinger neppure questa esagerazione
-oltre il limite d'una caricatura discreta.
-Vi furono in questo genere due scultori genovesi,
-i fratelli Pittaluga, morti da circa trenta
-anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-da loro servono ancora di modello e son riprodotte,
-con poche modificazioni, in centinaia
-di esemplari. Ma altre moltissime debbono esser
-fatte d'immaginazione, e non riuscendo alla
-prima, rifatte, e fino a tre o quattro volte rimodellate
-in creta, prese nel gesso, gittate in
-cartapesta, colorite a olio, con cura e fatica
-infinita di chi le ordina e di chi le forma. E
-così negli scenari, dopo il vecchio Morgari,
-che fu insuperabile, son rari i pittori che ottengano
-gli effetti speciali voluti da certe rappresentazioni
-fantastiche d'un teatro di marionette.
-E per il vestiario e per tutto ciò che vi
-si connette è il medesimo: è difficile trovar lavoratori
-che abbiano l'abilità e il buon volere
-di far degli stivali minuscoli perfetti in ogni loro
-parte, delle scarpettine di signora lunghe quanto
-un dito, delle parrucche grandi come la mano,
-brizzolate, architettate, disordinate con arte, e
-una quantità innumerevole di piccoli oggetti,
-come parasoli, panierini, portafogli, valigette,
-attorno a cui le dita più agili e più delicate si
-stancano e s'impazientano. E ad ogni nuova
-produzione spettacolosa c'è un esercito d'attori,
-d'attrici, di comparse grandi e piccole da vestire,
-calzare, incappellare, armare e ingioiellare,
-secondo l'uso di vari tempi e paesi, consultando
-album di costumi, studiando quadri,
-facendo ricerche di figurini, utilizzando vestiari
-smessi; di modo che non bastano all'opera la
-signora Lupi e le sue figliuole, e vi s'aggiungono
-modiste e crestaine e stiratrici, e qualche
-volta per un solo spettacolo dura il lavoro per
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-un mese intero. Durante il quale è bellissimo
-a vedere il laboratorio, dov'è uno sfoggio di
-manti regali, di strascichi di dame, di sottanine
-di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione
-di piccole cose strane, graziose e pompose,
-un barbaglio di colori e di splendori, da
-impazzirci un collegio di bambine e uno sciame
-di gazze.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due
-fratelli, la moglie e i figliuoli del primo: quattro
-maschi e tre ragazze, di cui due fra i diciannove
-e i ventidue anni. E bisogna vederli tutti
-là, tranne i due più piccoli, appollaiati sul ponte,
-o appoggiatoio, come lo chiamano, sovrastante
-al palcoscenico, durante la rappresentazione.
-Ecco il soggetto d'un quadro originale per un
-pittore ardito. La prima volta che, stando sul
-palco, vidi di profilo quelle otto teste d'uomini
-e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da
-quella specie d'inginocchiatoio aereo, illuminate
-di sotto in su, ora parlanti ad una ad una, ora
-tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti
-delle labbra e di strane intonazioni di voce,
-da quella di basso cavernoso a quella di soprano
-in falsetto, mentre le sedici mani movevano
-con un centinaio di fili una folla di personcine
-di sotto, mi parve di vedere una famiglia
-di numi sorretti da una nuvola che dirigessero
-le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola
-umanità agitantesi sopra il polo d'un asteroide.
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-Ma riconobbi subito che il fare i numi a quel
-modo non doveva essere una delizia. Stare delle
-ore in quell'atteggiamento contratto, col calore
-di tutti quei lumi nel viso, forzare e variare
-continuamente la voce, lavorando a un tempo
-con le dieci dita e consultando con lo sguardo
-obliquo il copione posto nel mezzo che fa l'ufficio
-di suggeritore, e mentre si parla e s'opera
-in alto invigilare e dar ordini a chi lavora in
-basso e ruzzolare e arrampicarsi ogni momento
-per un rompicollo di scaletta da bastimento
-quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche
-dei numi. Non mi maravigliai, quando calò
-la tela, di vederli scendere dall'Olimpo, in maniche
-di camicia e con le braccia nude, bagnati
-di sudore e anelanti, come scendono gli acrobati
-dai trapezi. E allora soltanto m'accorsi che
-le due signorine portavano un vestito maschile,
-camicino e calzoni di traliccio grigio, che le
-facevano parere due operai; ma due operai dai
-quali il più terribile capo fabbrica avrebbe tollerato
-qualunque infrazione al regolamento, sostituendo
-dei sorrisi alle multe. Ma il dietro
-scena d'un teatro di marionette, per chi ci sale
-la prima volta, è pieno di altre sorprese piacevoli.
-Stando accanto alle quinte mi veniva fatto
-di scansarmi con un leggiero inchino, come si
-fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di
-scena una signora, e rimanevo poi stupito al
-vederla tutt'a un tratto sollevarsi in aria, invece
-d'andare al suo camerino, e restarmi appesa
-in faccia come un salcicciotto. E così
-avevo un'illusione amenissima al veder tra
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-le quinte del lato opposto una delle signorine
-Lupi che dava gli ultimi ritocchi all'abbigliamento
-dei personaggi prima che si presentassero
-al pubblico, accomodando a uno una
-spilla, stirando a un altro il vestito, aggiustando
-a un terzo il cappello, come si fa ai bambini
-filodrammatici, con atti lesti e carezzevoli, a
-cui quelli rispondevano, appunto come i bambini,
-con gesti che parevano d'impazienza, mossi
-dalla mano irrequieta che li reggeva dall'alto.
-E mentre vari personaggi agivano alla ribalta,
-mi pareva che ragionassero davvero degli affari
-propri, come fanno gli attori fra due battute,
-quei due altri più piccoli che le altre due
-ragazze, voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio,
-facevano passeggiare e gestire pacatamente
-in fondo al palco, per dar vita alla scena.
-E quella confusione che si vedeva lungo i muri,
-in una mezza oscurità, di personaggi della commedia
-che stava per finire e dello spettacolo
-coreografico che stava per cominciare, di ballerine,
-di mime, di dame scollate, di marionette
-in giubba e in uniforme, con la tuba e con
-l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura,
-mi dava quasi l'illusione di trovarmi sul
-palcoscenico di un grande teatro quando finisce
-l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci
-era solo questa differenza, che nella mia qualità
-di consigliere comunale, com'ero allora, non potevo
-trovare là nessun argomento che mi servisse
-a combattere in nome della moralità la
-dotazione del Teatro Regio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte
-e la valentìa della famiglia Lupi bisogna vederla
-all'opera in una giornata campale. Lo
-spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso
-e terribile osservato dalle scene che visto dalla
-platea. Già è bellissimo veder gli apprestamenti
-della battaglia: le masse d'armati raccolti nell'oscurità,
-rotta dai lampi delle baionette e delle
-lance; i cavalieri appostati dietro le quinte,
-come alla vedetta; i muli carichi di munizioni
-che s'allungano in fila ai due lati del palco; i
-comandanti con la spada sguainata che aspettano
-dalle due parti il gran momento, coi grandi
-occhi sporgenti e fissi davanti a sè, come spianti
-il doppio mistero dell'orizzonte e della morte.
-Quando l'istante solenne è vicino, i direttori
-danno gli ultimi consigli, lanciano gli ordini
-supremi. Le truppe son pronte? Pronte. I cannoni
-sono in batteria? Sono. Le miccie sono
-accese? Sì. E allora avanti e Dio ci guardi! Le
-avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi
-cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono
-il capo di cartapesta sul palco, e giacciono irrigiditi;
-ma alcuni per rialzarsi tra poco più
-indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte
-la grancassa per imitare il tuono del cannone,
-un altro dà nella tromba, un terzo muove la
-macchina che fa correre in lontananza un reggimento,
-un quarto galoppa intorno al palco
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-accendendo i razzi fissi alle quinte che rendon
-lo strepito del fuoco di fila.
-</p>
-
-<p>
-I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi
-tumultuoso di mischie feroci, un cozzar di teste
-e di petti, un grandinar di colpi, un mulinìo di
-lame,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">un incalzar di cavalli accorrenti,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano
-dai ponti e dalle rocce, con un fracasso
-d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio,
-i fratelli Lupi, coi figliuoli, agitano le braccia
-furiosamente cacciando urli, minaccie, gemiti,
-grida di soccorso, frammiste a comandi e ad
-avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto;
-questi e le ragazze, con una rapidità fulminea
-in cui ogni atto è preciso, ogni passo misurato,
-ogni secondo contato, corrono e ricorrono
-fra le quinte e le pareti, staccano le marionette,
-le porgono, le riprendono, le riappendono, le
-riporgono, raccattando di volo armi, elmi, giberne,
-bandiere, turbinando come fantasmi in
-una nuvola densa di fumo e in un odore acre
-di zolfo. E quando credete che il pandemonio
-sia per finire, non è che un artificio per crescer
-l'effetto: la battaglia riattacca più ardente,
-raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa
-il fumo, s'accelera il turbinìo; ai fragori del palcoscenico
-s'uniscono i clamori della platea, con
-gli urli d'ira dei combattenti si confondono le
-grida di entusiasmo dei ragazzi; è una furia
-febbrile e crescente d'uomini che salgono e che
-scendono, di lumi che girano, di marionette che
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-volano, di fili di ferro che s'incrocian per aria,
-è un moto vertiginoso di ombre, di bagliori, di
-teste, di braccia, di attrezzi, una tempesta di
-schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta,
-un rovinìo, un casa del diavolo che, quando
-cala la tela e tutto si queta, vi lascia sbalorditi,
-intronati come all'uscir da un manicomio dove
-siano scoppiati insieme una ribellione e un
-incendio.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame
-del “personale„ artistico. La prima cosa che
-mi stupì, quando visitai per la prima volta il
-palco scenico, fu la statura dei personaggi, che
-visti dalla platea paiono poco più alti d'un
-palmo, e son più di mezzo metro, come bimbi.
-E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin
-superflua, dei vestimenti. Non crediate che sian
-fatti soltanto per ingannar l'occhio da lontano,
-chè possono affrontar l'analisi della lente. Ecco,
-per esempio, un povero diavolo di vagabondo:
-egli è vestito di panni logori, pieni di sbrani,
-di rimendature, di toppe, di macchie d'unto,
-spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano,
-e ha la cravatta a corda, la camicia di tela
-rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e crepate.
-Il signore elegante ha il solino di moda,
-i bottoncini d'oro ai polsini e allo sparato, e la
-catenella dell'orologio che gli pende dal taschino
-della sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato,
-con un cappello cilindrico che mostra
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-dieci anni di servizio, gli occhiali sulle orecchie,
-e una palandrana d'un color di ragno
-arrabbiato, che farebbe venir l'acquolina in
-bocca a Ermete Novelli. Ma le più belle son le
-signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con
-un gusto squisito, dai fiori del cappellino agli
-stivaletti, che son piccole meraviglie, con spille,
-orecchini, anelli, borsa, ventaglio, con capelli
-veri, pettinati all'usanza del giorno, che si
-ravviano col pettine al momento dell'andata in
-scena, con le sottanine ricamate e insaldate,
-perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico
-veda che son vestite di tutto punto, da
-signore per bene. E la proporzione delle loro
-forme è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi,
-braccia di donnine vere, tanto che è un
-diletto il voltarle e rivoltarle fra le mani, e col
-pretesto di vedere come son vestite vi lasciate
-andare a prolungar l'analisi con un sentimento
-di curiosità colpevole. E la varietà dei tipi! La
-prima volta che fui sul palco, di giorno, il signor
-Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore
-della sua aristocrazia, tutte giovani e eleganti,
-appendendole l'una accanto all'altra per il loro
-fil di ferro lungo due metri a una spranghetta
-che mi stava sopra il capo, e definendo in due
-parole ciascuna: — Ecco un tipo sentimentale — Quest'altra
-è più bella, ma meno simpatica. — Veda
-questa, che aria <i>distinta</i>! — E quando
-me le vidi schierate davanti, come un comitato
-di patronesse d'opera pia, aspettanti la visita
-d'un pezzo grosso, tutte impettite, con quegli
-occhi larghi e luccicanti, che volete? sentii una
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-certa suggezione, mi parve di dover dir qualche
-cosa, poco mancò che non dimandassi loro se
-avevano sofferto il mal di mare nel viaggio in
-America.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene
-fra gli attori d'un teatro simile segue un caso
-psichico curiosissimo, il quale non avviene a
-chi visita un magazzino di bambole, sian pure
-stupendamente formate; avendo queste tutte lo
-stesso viso, la stessa età e un vestimento convenzionale.
-Fra quelle marionette, invece, che
-rappresentano una grande varietà di tipi, ed
-età, ceti, professioni, caratteri diversi, con una
-riproduzione così perfetta, oltre che degli aspetti
-fisici, di tutti i particolari del vestire, la nostra
-immaginazione è presa a poco a poco in un
-inganno che, distraendola dalla considerazione
-della grandezza, finisce con fargliele vedere e
-considerare come persone vive. Riesce maggiore
-l'illusione quando s'è fatto l'occhio all'esagerazione
-dei lineamenti e dell'espressione
-dei visi, non sensibile a lungo perchè comune
-a tutti, e non mai spinta oltre quel segno che
-pure nel vero è possibile; la quale, poi, produce
-quest'altro strano effetto che, uscendo di
-là, ci paiono mancanti di rilievo, di vigore,
-d'espressione, quasi facce appena abbozzate,
-i primi visi umani che ci si paran dinanzi;
-come accade a chi vive tra i pazzi, che quando
-rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-e monotono il loro linguaggio sensato e
-pacato. Ed è appunto questa illusione che rende
-piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo
-dei fratelli Lupi. Io mi ci son divertito,
-non dico “come„ ma assai più d'un ragazzo.
-Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è
-innumerevole. Per lo spiraglio d'un guardaroba
-socchiuso, dietro a una tenda che il Lupi solleva,
-negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri
-delle pareti, da per tutto vedete crocchi di signore,
-pattuglie d'armati, conciliaboli di facce
-equivoche, personaggi di corte sfolgoranti d'oro,
-barboni misteriosi, occhioni che vi scrutano,
-bocche spalancate come per cacciare un grido,
-rattenuto al vostro apparire, frotte di popolani,
-brigate di signori in abito nero, gruppi di ballerine
-in maglie color di carne. Una di queste
-mi diede nell'occhio: il Lupi stese la mano per
-prenderla. Stavo per dire: — Non la disturbi, — ma
-era già sull'impiantito, che faceva le sue
-piroette, voltando il busto e il capo dalla parte
-opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine
-trasparenti tempestate di pagliuole d'argento,
-e <i>pubblicando</i>, come dice l'Aleardi, <i>le
-arcane forme</i> pienotte con tanta vivacità e tanta
-grazia, che non mi parve più una stravaganza
-quel romanzetto di Felice Govean, nel quale il
-protagonista s'innamora perdutamente della
-prima ballerina del <i>Gianduja</i>. Non fo celia: metteva
-voglia di prenderla per la vita e di portarsela
-via: un impertinente avrebbe domandato
-al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa più
-amena è che fra un così gran numero di visi verosimili
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-vi occorre ogni tanto di trovarne uno
-che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza
-straordinaria con qualche persona che conoscete.
-Ho trovato là, <i>fra color che son sospesi</i>,
-due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino
-di casa; e qualche altro di cui riconobbi il viso,
-senza ricordare chi fosse, ma che mi fece dire
-senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato. — E,
-punto dalla curiosità, continuai a
-cercare, e feci anche delle scoperte sgradevoli.
-Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi
-scappò un'esclamazione: — La regina Taitù! — Era
-lei pretta sputata. Un po' più in là trovai
-Menelik, Maconnen, Mangascià, il generale
-Baratieri, con la sua uniforme d'Africa, somigliantissimo,
-ma ancora con l'aria scipionica,
-perchè era stato modellato dopo Senafè. Il Lupi
-alzò una mano, sollevò un personaggio e disse
-con accento di rispetto: — Il maggiore Toselli. — Ebbene,
-nessuno ne avrebbe sorriso, e non mi
-parve una profanazione. Era anch'essa una
-forma di gloria quel piccolo simulacro che
-aveva scosso il cuore e fatto batter le mani a
-tanti fanciulli e strappato qualche lagrima anche
-a dei grandi, e pensai che se il bravo soldato
-l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso
-dolcemente, come un trionfatore che senta fra il
-plauso d'un popolo gridare il suo nome da un
-bambino.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi
-perfettamente uguali: che rappresentino i
-<i>Menecmi</i> di Plauto o i <i>Gemelli</i> del Goldoni? No.
-Il protagonista è uno solo; ma vuole il dramma
-che a un dato punto egli si tolga la berretta
-sulla scena: operazione impossibile a cagione
-del filo che regge i suoi destini: e non c'è altro
-che sostituire a lui, con uno stratagemma
-di cui non s'avveda il pubblico, un <i>alter ego</i>
-con la berretta in mano: una sberrettata che
-costa ai signori Lupi venticinque lire. Trovate
-qui un personaggio col viso fresco e coi capelli
-neri; poco discosto il medesimo col viso rugoso
-e col pelo grigio; un po' più oltre ancora lo
-stesso, con la faccia decrepita e il cranio pelato:
-è un personaggio che deve apparir nel
-dramma in tre età diverse; e se è vero che nel
-corpo umano si rinnovano di continuo le cellule,
-in modo ch'esso è tutto intero rinnovato
-ogni tanto tempo, la marionetta non rappresenta
-forse più il vero che l'attore? Così, per rappresentare
-l'epopea garibaldina, che ebbe un successo
-strepitoso, i Lupi fecero fare una famiglia
-di Garibaldi, da Garibaldi bambino a Garibaldi
-morente, e d'uno stesso Garibaldi vari esemplari,
-grandi e piccoli, per mostrarlo sul proscenio,
-a qualche distanza, e lontanissimo. Così
-crede il pubblico di vedere tre fratelli Girard,
-che fanno i giochi maravigliosi, e ne vede quindici.
-Di Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-di ogni età e di ogni altezza, Gianduia
-ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti,
-contraffatti; come si richiede per un personaggio
-che è contemporaneo e cooperatore
-degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti.
-Le teste storiche o di viventi illustri, che potrebbero
-abbisognare altre volte, i Lupi le conservano:
-ne hanno piene delle scatole da petrolio,
-ammontate a parte in un magazzino.
-Luigi Lupi ne aperse una piena di teste di Gesù,
-modellate assai bene, e levandole e presentandomele
-rapidamente l'una dopo l'altra, mi produsse
-un'illusione singolare, somigliante a
-quella che dà il cinematografo: mi parve di veder
-lo stesso viso, da prima sorridente, rattristarsi,
-balenar d'ira, rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi
-da capo, impallidire, stillar sangue,
-alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile
-nella morte. Le teste di Cristo, badate, sono le
-sole che non son mescolate con altre. Ma che
-bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani
-nelle altre scatole! — To', Maino della Spinetta — To',
-Tommaso Villa — La regina Vittoria — Davide
-Lazzaretti. — Mi venne in mano una
-testa che mi destò una vaga reminiscenza, ma
-non accompagnata da un nome. Domandai: era
-Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta,
-mi spiegò il Lupi, perchè, volendosi
-fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto
-alterare il contorno inferiore del viso; del che
-si mostrò dolente. Ma l'effetto di quella mostra
-di teste ha qualcosa di repugnante: vi fa
-pensare ai cestoni orrendi della ghigliottina
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-del Terrore. Corrono un'altra sorte, però, le
-teste degli uomini notevoli di second'ordine,
-pei quali è improbabile che ritorni un'altra
-ora di celebrità dopo quella accidentale che li
-portò sul palco scenico: le teste di questi, opportunamente
-svisate, rimangono in servizio
-sotto altri nomi, passano sulle spalle di altri
-personaggi. A quali marionette saranno toccate
-le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni,
-di consiglieri comunali e di regi prefetti,
-che vedemmo passare, salutate dagli applausi,
-sulle scene del teatrino di Gianduia?
-Forse gli stessi Lupi non le riconoscono più.
-Saranno diventate teste di portinai, di mercanti,
-di lacchè, di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che
-serve insieme da magazzino di vestiari e da
-laboratorio. Al primo entrare vi si presenta
-uno spettacolo tremendo. Pendono in un angolo
-centinaia di corpi ignudi d'impiccati, col capo
-nascosto in un cappuccio da fratelli della Misericordia,
-ma bianco e tirato fin sulle spalle,
-come l'orrido berretto da notte che si metteva
-un tempo ai condannati a morte. Vi par di vedere
-lo spaventevole <i>verger du roi Louis</i> che descrive
-il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta
-davanti, a Luigi undicesimo. È il dormitorio delle
-marionette provvisoriamente disoccupate. Là
-potete far degli studi anatomici, ammirare la
-bella proporzione delle membra, la perfezione
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-delle giunture, la delicata fattura dei piedi e delle
-mani, le polpe delle regine e delle servette, i
-toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi
-trovate anche pance di Falstaff, schiene di Rigoletti,
-gambe di Quasimodi, corpiciattoli di
-nani, tutte le deformità miserande d'un ospizio
-di “incurabili„. Ma non si può immaginare come
-tormenti la curiosità la vista di tutti quei cappucci
-lugubri sotto i quali l'immaginazione si
-raffigura dei visi contratti dagli spasimi dell'agonia
-o composti nella quiete solenne dell'eternità.
-Domandai al Lupi se fosse lecito, per
-amor dell'arte, violare il segreto della morte.
-Egli fece un cenno d'assenso. Io scopersi una
-testa....
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> Oh via dagli occhi miei,</p>
-<p class="i01">Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai
-una più spaurevole faccia di vecchio pazzo e
-feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore
-delle sue ispirazioni infernali, nè da quella del
-Goya nel tracciare a ludibrio dell'uomo le caricature
-spietate della sua maschera. Mi balenò
-un ricordo. Era forse <i>lui</i>. Non poteva essere
-altri che <i>lui</i>. Ed era <i>lui</i> infatti, me lo disse il Lupi.
-Era un vecchio alchimista matto e solitario
-della parodia di <i>Giulietta e Romeo</i>, il quale,
-pochi mesi addietro, aveva fatto una così profonda
-impressione al bambino d'un mio amico,
-che se l'era sognato di notte e il padre aveva
-dovuto scender dal letto per quetare il suo terrore.
-Con mano peritosa scopersi un altro impeso,
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-vicino a quello, e prima che ne apparisse
-il viso, mi lambì la mano una ciocca morbida
-di bellissimi capelli biondi. O <i>nuovo miracolo
-gentile</i>! Era un angiolo, un viso bianco e puro
-di Margherita, con due grandi occhi innocenti
-e un sorriso da pargolo che sogna gli splendori
-del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di
-vernice perchè gli aveva sciupato una guancia
-un colpo di trombone dei briganti in un assalto
-dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai
-a scoperchiare teste, e vidi facce così superlativamente
-buffe che mi fecero scoppiare in una
-risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte
-di Cassazione, musi incartapecoriti d'usurai
-senza viscere, grinte di megere furibonde, <i>rictus</i>
-di Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti dei
-miracoli e da galera, frontespizi di bricconi
-così insolenti, così cinici e odiosi da spendere
-volentieri qualche franco, come dice il <i>sor Camola</i>,
-per pagare il piacere <i>de dagh una martelada</i>.
-E anche dei visi di uomini onesti e
-simpatici; ma quegli altri erano i più anche là,
-come nel mondo.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi
-dietro a quelle scene vedresti ben altre
-maraviglie. Ce n'è una a ogni passo: locomotive
-di strada ferrata che potrebbero far servizio
-negli imperi di Blefuscu e di Liliput,
-carrozze di gala da piccole fate, batterie di cannoni
-che sembrano uscite dalla vetrina dei
-modelli dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-di velluto, con le gambe e le spalliere
-scolpite, con rilievi di vero bronzo e candelabri
-che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra
-una mensa di principi; poichè i fratelli Lupi
-vogliono la riproduzione del vero, anche nelle
-cose minime, più esatta assai di quanto sia
-richiesto dall'effetto teatrale e dai più difficili
-spettatori; e ciò non per altro che per amor
-dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza,
-come quei raffinati che mettono il lusso
-anche nelle cose che non si vedono. Nè tutto
-è qui: ecco una flotta di corazzate con le artiglierie,
-di piroscafi coi passeggieri, di bastimenti
-mercantili col carico, di barche d'ogni forma
-coi rematori: quanto occorre per rappresentare
-splendidamente la gran festa d'inaugurazione
-del canale di Suez. Ecco un castello che si sfascia
-a pezzo a pezzo sotto le percosse degli arieti
-o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una
-mina, come per un crollo di terremoto. Ecco
-cavalli che scalpitano e s'impennano, elefanti
-che mulinano la proboscide, leoni che squassano
-la giubba, scimmie che s'arrampicano su
-per gli alberi come scimmie vive, serpenti che
-strisciano e si rizzano sulla coda da metterti
-i brividi. Cerca con la fantasia quanto puoi
-desiderare di più prezioso per regalo di capo
-d'anno e lo troverai qui più grande e più seducente
-di come l'immagini. E qui puoi anche
-vedere con che ingegnosa industria di fili a
-una marionetta è fatto levare il portamonete
-dalla tasca interna del soprabito con un gesto
-spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra cavar
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-la spada dal fodero con la vivace eleganza
-d'un ufficialetto di cavalleria, a una terza spegnere
-una lampada con l'apparenza ch'essa
-sia spenta dal suo soffio: una delle prodezze
-marionettistiche più freneticamente applaudite.
-E ti puoi anche fare un'idea dell'attenzione e
-della destrezza che si richiedono per fare con
-garbo tutti quei movimenti delle gambe, delle
-braccia, del capo, degli occhi, della bocca; per
-evitare quei mille accidenti, così facili, di fili
-che s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano,
-d'ingombri, di contrattempi e di cozzi, dei
-quali basta uno solo a mandar a male una
-scena od un quadro; per guardarsi, in mezzo
-ad attori di natura così accensibile, a un tal
-cumulo di tela, di legno e di carta, a tanto fuoco
-di lumi, di razzi, di lampi, d'esplosioni e di
-fiammate, da una svista, da una distrazione
-momentanea che muterebbe a un tratto tutto
-quel palazzo magico in un falò spaventoso.
-Vedi quanta fatica, quante cure costa a chi ti
-diverte quello spettacolo che forse tu credi sia
-anche per loro uno spasso; vedi che ardua
-cosa è il governare anche il più facile dei popoli,
-un popolo che non mangia e non parla.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o
-piccolo lettore, avresti anche molte delusioni; le
-quali, per altro, ti sarebbero compensate da una
-più viva ammirazione dell'ingegno e dell'arte con
-cui le illusioni ti sono prodotte. Vedi, per esempio:
-quei cavalieri e quelle dame in gran gala
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-che nel <i>Napoleone a Mosca</i> ballano con ebbrezza
-spensierata in fondo a un salone del Kremlino
-già morso ai fianchi dall'incendio, e che ti fecero
-un effetto così fantastico, non ballano:
-sono fantocci tutti d'un pezzo confitti in un disco
-invisibile che gira come la ruota d'un arcolaio.
-Quelle contraddanze così intricate e precise di
-zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder
-l'opera di cento mani, non sono che il movimento
-d'una delle così dette scalette, un apparecchio
-contrattile di regoli di legno, su cui è
-piantato il corpo di ballo, maneggiato da due
-mani sole. Quelle ballerine innumerevoli che ne
-<i>La coda del gatto</i> scendono sul palco come
-un'onda umana inesauribile, e che ti strapparono
-un grido d'ammirazione, non son che una
-cinquantina di bambole infitte in un tamburo
-rotante, il quale te le ripresenta continuamente,
-come uno scrittore povero le medesime frasi e
-le medesime immagini da un capo all'altro del
-libro. E anche quella calata dei mille lumi dell'esercito
-abissino sopra Amba-Alagi, che ti
-scosse quasi come la vista della realtà, non è
-che l'effetto di un moccolo acceso fatto passare
-dietro a uno scenario bucherellato come un
-crivello. E non son più vere le belle cascate
-d'acqua, che ti fanno batter le mani dall'allegrezza:
-sono cascate di sabbia bianca mista
-con pezzetti di cristallo, che un apparecchio
-raccoglie e rimanda in secchielli alla sorgente,
-senza disperderne un grano. E quel tuono così
-bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute
-quasi sgomento, ahimè! non è che un rumore
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-di ciottoli cascanti dentro a un cassone,
-mossi dalla stessa mano che produce il sibilo
-del vento nella foresta per mezzo d'una confricazione
-di grossi fili di ferro. E quel mare azzurro,
-in fine, quel bel mare ondeggiante, che
-ti pare debba soverchiare da un momento all'altro
-le sponde e irrompere nella platea, non
-è che un saliscendi di pezzi di legno congiunti
-a cerniera che scote dietro le quinte un ragazzo
-della tua età, il piccolo Edmondo Lupi; il quale
-comincia la sua carriera <i>facendo le onde</i> e rappresentando
-il <i>Colosso di Rodi</i> nelle <i>Sette meraviglie
-del mondo</i>, come la cominciarono suo
-padre e suo nonno, e come la comincieranno,
-è da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo,
-non isvelar questi segreti ai tuoi compagni,
-perchè a questo mondo, vedi, non bisogna
-togliere alla gente che le illusioni pericolose:
-strapparle quelle che, senza danno, ci fanno più
-belle le cose e più vive le commozioni piacevoli,
-è una brutalità, come sciupare i fiori.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni,
-non si diverton meno dei piccoli che
-gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte
-del pubblico. È improprio, in fatti, chiamar teatro
-dei bambini il teatro Lupi, nel quale, fuor
-che i giorni di festa, otto su dieci spettatori
-sono adulti. E un buon numero di questi, uomini
-maturi e vecchi, e anche gente colta, sono
-frequentatori assidui. Per effetto di quali vicende,
-di quali rivolgimenti psichici si saranno
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-ridotti al teatro delle marionette? In molti, senza
-dubbio, non è altra causa che la semplicità dell'animo;
-ma in altri dev'essere una castrazione
-volontaria della fantasia, desiderosa di diletto,
-ma amante della quiete; una repugnanza, nata
-da un'esperienza amara della vita, alla rappresentazione
-troppo verosimile delle miserie e dei
-dolori umani, quale si fa nel teatro vero; un
-ritornare indietro di proposito, un rifugiarsi
-nel mondo della fanciullezza per sazietà o per
-aborrimento di quello degli uomini; e c'è forse
-in loro una stretta corrispondenza fra la passione
-per le marionette e l'indole delle letture
-preferite e di tutti gli altri passatempi: son forse
-di quei signori che passano ore ed ore, sui sedili
-dei giardini pubblici, a veder giocare i bambini.
-Ma è singolare come questi bambini con
-la barba non cerchino soltanto in quel teatro
-una ricreazione amena, come prediligano anzi
-i drammoni di grande effetto, e brontolino alle
-commediole e alle farse, giudicandole quasi una
-degradazione dell'arte, e paragonino e discutano
-quelle produzioni come drammi del Dumas e
-del Sardou, e propongano perfino dei soggetti
-ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie.
-E bisogna vedere con che serietà assistono allo
-spettacolo, come s'impazientano agli applausi e
-alle risa intempestive dei ragazzi che turbano
-la rappresentazione, e con che sdegno zittiscono
-gli sbadati che lascian cascare la canna, come
-se rompessero una frase dello Shakespeare in
-bocca a Tommaso Salvini. A vederli, ci vien
-sulle labbra un sorriso di pietà; ma a pensarci
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-bene, non è questo il senso che ci dovrebbero
-ispirare. Che uomini i quali hanno vissuto più
-d'un mezzo secolo, lottato, sofferto, visto mille
-casi strani e terribili; e che hanno ancora passioni,
-dolori, cure gravi, possano prestar per
-tre ore alla conversazione di dieci pupi di legno
-un'attenzione che non presterebbero alla
-disputa d'un Consiglio di ministri intorno agli
-interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe
-destar piuttosto, confortandoci, un sentimento
-d'ammirazione per la miracolosa facoltà che ha
-la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di
-consolarsi con dei fantasmi e dei sogni delle
-sue miserie infinite?
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Le sere dei giorni feriali la sala non ha un
-aspetto diverso da quello degli altri teatri. Per
-vederla nella singolarità della sua bellezza bisogna
-andare alla rappresentazione diurna della
-domenica, quando centinaia di ragazzi e di bambini
-riempiono le sedie e le panche e formano
-in platea e nei palchetti come tanti mazzi, ghirlande,
-aiuole di teste bionde, e la varietà dei
-colori chiari e vivi dei vestiti le dà l'apparenza
-d'una sala infiorata e imbandierata per una
-festa. Anche prima che s'alzi il sipario v'è in
-quella piccola folla oricrinita l'agitazione, il rimescolìo
-d'una gabbiata d'uccelli digiuni al
-momento che si mette il panico nelle cassette.
-Gli uni son seduti, altri inginocchiati, altri ritti
-sulle panche o sulle ginocchia delle mamme o
-delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-sedie davanti, pigiati nei palchetti in doppia,
-triplice fila di teste, che fanno scala, le più alte
-col mento posato sulle teste più basse, e queste
-col mento sul parapetto, come disposte da
-un fotografo per il ritratto. All'alzarsi del sipario,
-si può dire che cominciano due spettacoli.
-È delizioso, durante una scena spettacolosa,
-vedere tutti quegli occhi spalancati come a un'apparizione
-dell'altro mondo, quelle espressioni
-di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita,
-quelle piccole bocche aperte in forma di O, di
-anelli e di semicircoli, quelle piccole fronti nivee
-corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione
-filosofica, che si riscotono poi bruscamente
-come al destarsi da un sogno. Poi, tutt'a
-un tratto, a una scena comica, a una risposta
-o a un atto buffo d'un personaggio, file intere
-di corpicini si torcono dal ridere, schiere di teste
-si arrovesciano indietro, scrollando matasse
-di riccioli, scoprendo i piccoli colli bianchi,
-schiudendo le bocchine come scrignetti rossi
-pieni di perle minute, e nell'impeto della gioia
-alcuni abbracciano il fratello o la sorella, altri
-si abbandonano fra le braccia della mamma,
-e molti dei più piccoli si buttano sulla sedia con
-le gambe all'aria, mostrando innocentemente la
-biancheria più segreta. E vedere come nel rapimento
-dell'ammirazione respingono furiosamente
-il fazzoletto importuno che cerca il loro
-nasino o ammollano una ceffata senza prefazione
-a chi para loro la vista del palcoscenico.
-Sono trecento paia di mani che applaudono con
-tutte le forze e non fanno fra tutte lo strepito
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-di quattro mani virili: par di vedere e di
-sentire il frullo di centinaia di alette rosate,
-rattenute da altrettanti fili alle panche. E vi sono
-anche gli spettatori indifferenti, i ghiottoni piccolissimi
-che non voltano il viso verso il palco
-se non quando sentono delle fucilate; ma per
-riattaccarlo subito alla poppa con un giro risoluto
-del capo, come dicendo: — Corbellerie!
-Io ci ho di meglio! — Ma al rumor delle fucilate
-altri si spaventano e strillano, a certe scene
-tragiche qualcuno scoppia in pianto e tende le
-braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non
-piangono, ma, celando il viso in seno alla mamma,
-guardano il restante della scena con un
-occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche,
-è una gioia a sentirle. Allo scoprirsi
-improvviso di certi quadri, all'apparire di certi
-agnelli o asinelli o porcellini che paion vivi,
-sono scoppi di <i>oh!</i>, lunghi mormorii di maraviglia,
-a cui tien dietro quasi sempre qualche
-esclamazione solitaria d'una vocina sottile, che
-risuona nel silenzio come un vagito in una
-chiesa, un: — <i>Ah com'è bello!</i> — che prorompe
-d'infondo all'anima, che esprime una pienezza
-di contento, una beatitudine celeste. Ma è sempre
-Gianduia quello che produce gli effetti più
-grandi. Son qualche volta accessi di riso convulso,
-cori di singhiozzi e di trilli, risate acute,
-cantanti, prolungate, inestinguibili, che fanno
-voltar tutti gli adulti, col viso sorridente, verso
-le panche, come se gli attori fossero saltati dal
-palco nella platea, e che quando si smorzano
-in modo da lasciar riprender la parola alla famiglia
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-Lupi, lasciano ancora qua e là qualche
-strascico sonoro, qualche piccino piegato in due,
-che non può smettere nè frenarsi, che col capo
-chino e col viso nelle mani seguita a ridere e
-a ridere, perdendo le lacrime e la saliva, sfinito;
-ma non acquietato nè da rimproveri nè da carezze,
-inebbriato e soffocato dal proprio riso,
-non ridotto al silenzio che quando la mamma
-gli mette un braccio intorno al collo e gli preme
-la pezzuola sulla bocca.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza,
-anzi un seguito di scoppi, quasi senza
-interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo
-a traverso la tela, affiochiti e confusi come se
-venissero di lontano, fanno un effetto insolito,
-vanno anche più diritti al cuore che a sentirli
-dalla sala. Pareva di udire un suono di cascatelle
-d'acqua, il canto di mille uccelli in un
-bosco, e ogni scroscio di risa finiva in un lungo
-sospiro di voluttà, simile al mormorio d'una
-onda larga e lenta che viene a morir sulla riva.
-Si rappresentava <i>L'ultima notte dell'anno</i>. Era
-un successo così straordinario che gli stessi fratelli
-Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio,
-costretti ogni momento a interrompere la recitazione,
-mostravano nei visi accesi e sudanti
-una viva compiacenza dell'opera loro. Ed io
-pensavo, guardandoli, quanti ragazzi e bambini
-essi avevano divertiti e commossi, quanti piccoli
-dolori avevano consolati; pensavo quanto
-migliaia di piccole creature, grazie a loro, s'erano
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-svegliate la mattina d'un giorno di festa gettando
-un'esclamazione di contentezza: — È
-quest'oggi! — e immaginavo i tanti scolaretti
-poveri che avevano studiato per un pezzo fino
-a notte avanzata per guadagnar la medaglia
-che dà l'entrata gratuita, e vedevo i tanti visetti
-smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un
-sorriso alla promessa d'esser condotti a quel
-teatro. E, pensando a questo, l'opera loro m'appariva
-in un aspetto così gentile, la loro famiglia
-in una luce così amabile! Non pensavo più
-che anche per essi il primo scopo del lavoro
-era la vita, non vedevo più in loro che dei benefattori
-della fanciullezza. Mi pareva che i due
-fratelli Luigi avessero qualche cosa di paterno
-per quella grande famiglia rumorosa che sentivo
-e non vedevo, e guardando quelle due belle
-ragazze, inginocchiate in alto, mentre agitavano
-i fili con atti graziosi, rosse nel viso come se
-le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori,
-mi compiacevo a far passare col pensiero sui
-loro capelli tutte quelle manine bianche che applaudivano
-e sulla loro fronte tutte quelle bocche
-vermiglie che ridevano. Oh quelle risa argentine,
-quel riso fresco e beato, la più dolce delle
-musiche della terra, quel riso che ci fa rivivere
-nell'infanzia e rivedere il volto di nostra madre
-giovane, quel riso che dice innocenza e speranza,
-ignoranza della vita e gioia di vivere, che si
-diffonde intorno nelle anime come una virtù
-feconda e consolatrice, sia benedetto chi lo ride
-e ringraziato chi lo desta.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-</p>
-
-<h2 id="gente">GENTE MINIMA</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span></p>
-
-<h3 id="grembiuli">GREMBIULINI BIANCHI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Erano dieci anni che non vedevo più un asilo
-infantile. Mi ricevette la direttrice, una monaca
-sui quarant'anni, di persona esile, col viso scolorito
-e gli occhi chiari, d'una espressione giovanile
-e dolcissima. Mi fece entrare in una vasta
-scuola, dov'eran raccolti trecento fra bambine
-e bambini in lunghi ordini di banchi, messi a
-gradinata, in modo che s'abbracciavano tutti
-con uno sguardo. Avevan tutti un grembiule
-bianco, pulitissimo; erano quasi tutti biondi.
-Entrava una luce viva per tre grandi porte vetrate.
-Era una bellezza da innamorare l'aspetto
-di quelle trecento piccole creature, strette le
-une alle altre come gli uccelletti sulle bacchette
-delle gabbie, e disposte come i fiori nei tepidari,
-a file sopra file, ciascuna delle quali presentava
-come tre striscie di colori, il bianco dei
-grembiulini, il rosa dei visi e l'oro dei capelli.
-Si capiva, davanti a quel quadro, come la mente
-umana non abbia potuto raffigurarsi il paradiso
-senza bimbi. A un certo momento, la direttrice
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-disse uno scherzo, e io vidi aprirsi trecento
-bocciuoli di fiori rossi e brillarvi dentro migliaia
-di perle bianche.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione.
-Uscirono tutti a due a due, guidati da
-tre maestre monache e da una laica, ed entrarono
-in tre stanze nude; una delle quali, la più
-ampia, fu occupata dalle “signorine„ l'altre
-dai “giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle
-pareti i canestrini rotondi, che avevan portati
-da casa col loro becchime per la mattina, e
-fui maravigliato della rapidità con cui le monache
-li distribuirono, senza leggere i nomi
-sulle piastrine, e senza fare uno sbaglio, come
-se fosse dipinto sopra ogni canestro il ritratto
-del proprietario. In pochi secondi furono tutti
-serviti. E allora cominciò lo spettacolo sempre
-nuovo e sempre bello dei mangia panini a tradimento.
-</p>
-
-<p>
-Si misero a sedere, parte su panchettine,
-lungo le pareti, parte sull'impiantito, a file e a
-cerchi, che davan l'immagine di corone e di
-spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran
-dei piccoli “Taddei„ che, volendo fare il loro
-manducamento in santa pace, si cercavano un
-posto solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi
-minuziosi e lenti che facevano alcuni,
-con la serietà di vecchi gastronomi, come per un
-pasto che dovesse durare tre ore. Altri, spiriti contemplativi,
-stavano col canestrino chiuso fra le
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-ginocchia, guardando per aria, col pensiero chi
-sa dove, e bisognava che le maestre li eccitassero
-a mangiare, agitando il bocconcino davanti
-alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti
-di nido. Le femmine, mangiando, cinguettavano;
-i maschi, più placidi, sgranocchiavano
-in silenzio: in una delle stanze occupate da
-questi sgranocchiatori non si sentiva una voce,
-tanto che, stando all'uscio, credevo che non ci
-fosse nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder
-là dentro quaranta ganascine al lavoro.
-Tutti quelli che avevan nel canestro qualche
-cosa di dolce, mangiavano prima tutto il dolce,
-rimanendo poi a pane asciutto; come fanno
-spesso, in altre cose della vita, anche i grandi.
-Le maestre vigilavano perchè questi privilegiati
-non facessero dei contratti birboni coi loro compagni,
-poichè accadeva sovente, mi dissero, che
-per un pezzettino minuscolo di cioccolata o di
-confetto alcuni dessero allegramente tutte le
-loro provvigioni, con la giunta d'un bacio di
-gratitudine. Parecchi, invece di mangiare, si facevano
-del cibo un balocco. Una bimba, che
-aveva un bocconcino di carne in salsa dentro
-una ciotola, pestò nella salsa il formaggio, il biscottino
-e le ciliege, e ne fece con molta cura
-una pasta d'un solo colore, che poi si mise a
-leccare col raccoglimento di chi assapora una
-ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in
-una esclamazione di piacere. Vedendo un bambino
-che faceva correre sull'impiantito una pallottola,
-domandai a una maestra se fossero permessi
-i giocattoli: quella guardò ed accorse
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La
-pallottola era un rosso d'ovo sodo, annerito
-dalla polvere: il bimbo si scusò, dicendo che
-l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità
-con cui le bambine che avevano una colazione
-abbondante ne facevan parte alle compagne
-mal provvedute: ad alcune le monache dovevano
-far riprendere quello che avevan dato
-perchè non rimanessero affatto digiune. Di tratto
-in tratto se n'alzava una e correva ad offrire un
-pinocchio o un acino d'uva secca o una ciliegia
-alla direttrice; la quale accettava ogni cosa ringraziando,
-ma per render tutto un minuto dopo;
-e le donatrici accettavano la roba resa con una
-compiacenza così manifesta da far capire che
-avevan fatto il regalo <i>pro forma</i>, con la certezza
-di rientrar nel proprio. Una bambina
-stava mangiando un pezzetto di carne in umido:
-una monaca le domandò: — Con che cosa è
-fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse
-di che cosa fosse fatta, e dopo un
-momento di riflessione rispose: — <i>La carne è
-fatta di sangue.</i> — A un'altra che aveva un
-pezzetto di frittata, la direttrice domandò: — Chi
-t'ha fatto quella frittata? — E la bimba,
-come avrebbe nominato una persona celebre,
-che tutti dovessero conoscere, rispose: — <i>Pinota</i>
-(Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota?
-Non ci fu modo di farglielo dire: parve
-che fosse offesa dalla nostra ignoranza nel suo
-sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una
-sola bimba, alla quale si permetteva di portare
-all'asilo una piccola boccetta di vino annacquato,
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto
-mentre ne dava da bere un sorso, di nascosto,
-a una compagna più piccina di lei, dicendole
-con gravità materna: — <i>Tira giù, che ti rinforza.</i>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Via via che finivan di mangiare venivano intorno
-alla direttrice, che rivolgeva a tutte delle
-interrogazioni, con molto acume e molto garbo,
-per esercitarle a discorrere. Ma era oppressa
-dalle loro carezze. Si vedeva che l'adoravano.
-Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai
-panni, con le guancie strette alla sua vita, facendole
-così una cintura di testine bionde, che
-confondevano le capigliature, e la costringevano
-a tener le braccia levate, e le impedivano di
-muoversi; e tutte le altre tendevano verso di
-lei le manine aperte somiglianti a grandi margherite
-agitate dal vento. Un quadro incantevole
-quella monaca dal viso pallido e dal vestito
-nero, baciata da tutta quella fanciullezza rosata
-e bianca, che le faceva salire al viso la fiamma
-dell'amor materno, più vermiglia e più bella che
-non possa apparire in viso a una mamma vera.
-Una delle più graziose bambine che l'abbracciavano
-mi parve, dal rossore della palpebra, che
-avesse un occhio malato: seppi poi che quell'occhio
-era di vetro; ma che in un anno da che essa
-veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se
-n'era accorta, e che le maestre badavano attentamente
-a prevenire tra lei e l'altre ogni gioco
-che potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-bellissimo, di famiglia povera, che aveva
-una grande capigliatura dorata e arricciolata,
-e domandai perchè facesse eccezione quello
-solo alla regola dei capelli corti per i maschi.
-Mi rispose la direttrice che quando aveva detto
-alla mamma di farlo rapare, questa s'era battuta
-la mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh
-povera me! — con un accento di così
-profondo dolore, che a lei era mancato il coraggio
-d'insistere. Poi mi furono presentate tre
-sorelline brune e pallide, dall'aria triste: una
-di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni
-e mezzo. Avevan perduto la madre da pochi
-mesi. A tutte tre s'era fatto credere ch'essa era
-partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe
-ritornata. Un mese dopo, vedendo la bambina
-maggiore sempre addolorata, la direttrice le
-aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline,
-che giuocano con le compagne. — Ed essa
-aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle,
-che son piccole, non capiscono ancora che cosa
-vuol dire aver la mamma lontana. — Lei, poveretta,
-credeva di capire, e l'aspettava!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi
-e poi i più piccoli, e fecero parecchi giri per
-il cortile, in processione. Mi fermai in uno dei
-punti dove svoltavano, per vederli sfilare. Quante
-forme diverse di testine e di pettinature, quante
-espressioni variate di sguardo e di sorriso! Alcuni
-mi sorridevano con un'aria di famigliarità
-scherzosa, come se fossimo stretti amici da un
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-anno. I bimbi salutavano mettendo la mano
-tesa contro la fronte, le bimbe facendo un piccolo
-inchino brusco del capo, come se ricevessero
-l'una dopo l'altra da una mano invisibile
-una pacchina sulla nuca. Quando carezzavo il
-capo o prendevo la mano ad uno, cinque o sei
-mi porgevano la manina o la zucchetta, e tutti
-gli accarezzati, quando mi ripassavano davanti
-dopo fatto il giro, domandavano la carezza un'altra
-volta. Qualcuno usciva dalle file per venirmi
-ad afferrare la mano o il braccio, e vi posava
-su il viso, e non si voleva più staccare. A momenti
-ne passava come un'ondata, tutti belli e
-biondi della stessa sfumatura, come se fossero
-stati scelti e messi insieme per far bellezza.
-Molti portavano il nome trapunto in grandi caratteri
-sulla cintura o inciso sui fermagli metallici,
-come colli viventi da spedirsi per la
-strada ferrata; e mi fu detto che alcuni di questi,
-dimandati del loro nome, per non darsi la
-noia di rispondere, indicavano col dito la propria
-pancia. Le bimbe, per la maggior parte,
-eran più pulite: alcune s'arrestavano qua e là
-per spolverarsi il grembiule o il vestito: cosa
-che i maschietti non facevano mai. Fra le une
-e gli altri notai molti visi seri, ma d'una serietà
-singolare, come di persone grandi occupate
-da pensieri gravi. Alle volte ne passavano
-parecchi in un gruppo, che mi guardavan tutti
-con la coda dell'occhio, senza alzar la testa,
-sorridendo furtivamente, come per farmi un
-segno d'intelligenza di nascosto alla direttrice.
-Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-schiera, mi si venne a piantar dinanzi, si tirò
-su a due mani il grembiale e il vestito, come
-davanti a un medico, e stette guardandomi: io
-non capivo: la direttrice m'illuminò: voleva
-che guardassi le sue calze nuove. Eran due
-giorni che, per quella vanità, ogni momento,
-senza badare al sesso degli spettatori, alzava
-il sipario.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-La processione si sciolse sotto un porticato,
-dove cominciò la “ricreazione„. Chiudendo gli
-occhi, avrei creduto di trovarmi in un bosco
-dove cantassero mille uccelli e mille fontane.
-Dalla parte delle bimbe c'era meno rimescolìo
-e meno strepito; dall'altra si vedevano girare
-e saltare le teste come le palline di midollo di
-sambuco nella danza elettrica. Nacque qualche
-litigio, subito sedato. Domandai a una monaca
-se si picchiassero spesso. Dopo una breve esitazione,
-mi rispose di sì, sorridendo, e soggiunse: — I
-bimbi, per solito, danno dei pugni;
-le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale
-satirico in quel <i>già</i>, detto da una monaca!
-</p>
-
-<p>
-Una bimba venne a mostrare alla direttrice
-un ditino graffiato. Questa chiamò la gatta avversaria
-e le ordinò di baciare la compagna.
-Non scorderò mai il sorrisetto finissimamente
-femmineo con cui la colpevole, ancora indispettita,
-accolse il comando, nè il bacio rapido e
-secco, un vero bacio di ribelle, che diede alla
-compagna, voltandole quasi ad un punto le
-spalle, come un automa girante sopra sè stesso.
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-— Una panca segnava il confine fra i due sessi.
-Una bambina di tre anni lo passò, ed entrò fra
-i maschi. Uno di questi, della stessa età, le si
-piantò davanti con un'impostatura di padre
-guardiano, e fissandola negli occhi, le disse
-con voce burbera: — Che fai tu qui? Non è
-il tuo posto.... <i>fila!</i> — Domandai alla direttrice
-se tutte le bimbe sconfinanti fossero ricevute
-con quella forma di galanteria. — No, — rispose
-sorridendo; — <i>va a simpatie</i>. — Del
-resto, c'è anche fra di loro spirito di gentilezza.
-I nuovi entrati, per esempio, e in specie i più
-piccoli, sono ben ricevuti da tutti; ai convalescenti
-che rientrano tutti fanno festa; non c'è
-uno sciancato o un malaticcio che non trovi
-qualche piccolo protettore. Provai a rivolgere
-qualche domanda a qualcuno; ma a me non
-osavano rispondere: rispondevano alla direttrice,
-e bisognava ch'io mettessi l'orecchio alla
-loro bocca per raccogliere il filo tenuissimo di
-voce che ne usciva a stento. Ma un momento
-dopo, da quella stessa bocca lasciata libera
-uscivano degli squilli di trombetta da passare
-i timpani. Domandai a una bambina piccolissima
-dove stesse di casa. La bambina, che stava
-rivolta verso il cortile, appuntò davanti a sè un
-ditino microscopico, che invece di indicare una
-qualunque parte di Torino pareva che accennasse
-a un bottone del mio vestito, e rispose
-con voce appena intelligibile: — <i>Giù di lì.</i> — L'informazione
-è precisa, — mi disse ridendo
-una monaca; — lei può trovar la casa a occhi
-chiusi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Tra il diletto che mi davano i bambini e
-l'ammirazione che mi destava la direttrice non
-saprei dire quale fosse il sentimento più vivo.
-Essa parlava con me; ma aveva l'occhio a tutti
-e a tutto; non le sfuggiva, in mezzo a quella
-folla agitata e rumorosa, nè una voce di lamento
-nè una mossa scomposta; di tutti sapeva
-il nome e la condizione di famiglia; non diceva
-una parola ad alcuno che non avesse uno scopo
-d'insegnamento; era dolce e grave, affabile e
-ferma ad un tempo; parlava continuamente e
-pensava sempre. — Da ogni bambino — mi
-diceva — imparo ogni giorno qualche cosa. — Io
-credevo d'aver fatto molte osservazioni sulla
-fanciullezza; ma non una gliene potei dire,
-ch'ella non avesse già fatta, e me ne disse
-cento, che mi riuscirono nuove e che mi parvero
-acutissime. Benchè monaca, come conosceva,
-o meglio come capiva il mondo! E la
-sua bontà era più ammirabile perchè non si
-fondava sopra le liete illusioni che addolciscono
-l'animo; ma era fortificata appunto da
-quella cognizione della tristizia umana, che in
-tanti altri cuori la scema. Aveva spesso occasione
-di andar nelle case dei suoi bimbi poveri,
-e mi diceva, mettendosi una mano sulla fronte: — Che
-cosa ci si vede, alle volte! Come si capisce
-che tante povere creature non hanno alcuna
-colpa di esser malvagie! Come si diventa
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-indulgenti! — Ma la serenità che le veniva dalla
-coscienza della sua vita operosa e benefica non
-la lasciava insistere in alcun triste pensiero.
-Essa interruppe il discorso triste per accennarmi
-con un sorriso una bambina di quattro
-anni, di mente molto sveglia e di carattere un
-po' difficile, la quale, pochi giorni prima, aveva
-fatto una amenissima ammonizione alla mamma.
-Questa, una mattina che la sua figliuola
-aveva fatto le bizze in casa, s'era raccomandata
-alla direttrice perchè, senza accennare a
-lei, raccontasse il caso in iscuola e desse un
-avvertimento generale che giovasse alla colpevole.
-E la bimba, ritornata a casa la sera, aveva
-detto alla madre, fissandola con due occhi scrutatori
-e tentennando il capo: — Stamani la direttrice
-ha raccontato un caso che pareva proprio
-quello avvenuto fra me e te.... Non vorrei
-che <i>qualcuno</i> avesse parlato.... Ma se vengo a
-scoprire!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Dopo la ricreazione, rientrarono tutti nella
-scuola, in quei banchi disposti a scala, che presentavano
-la piccola scolaresca come affollata
-sulla gradinata d'un tempio. La direttrice, con
-una voce armoniosa e modulata mirabilmente,
-intonò un canto che diceva con molta proprietà
-ed efficacia di termini tutti gli usi e le virtù
-della mano. I bambini fecero coro, prima con
-un po' di titubanza, poi con un accordo straordinario
-per l'età loro. Al canto era accompagnata
-la mimica e la ginnastica. Ora alzavan
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-le braccia agitando le mani, e pareva di veder
-per aria trecento “rondinelle della vergine„,
-che battessero le ali, rattenute ai banchi da altrettanti
-fili; ora s'inchinavan tutti da una parte
-come i fiori di un'aiuola sotto un soffio di vento;
-ora si pigliavan per mano, intrecciando le braccia,
-in modo da formare una sola ghirlanda da
-un capo all'altro dei banchi; ora posavan sui
-banchi la fronte, tutti a un punto, in atto di
-dormire, e mettevano il desiderio di far correre
-la bocca su quelle file di testine come la mano
-sopra una tastiera. E si sentivano in quel canto
-note di usignuoli, suoni di violino e di flauto,
-tintinnii di campanelli, mormorii di rigagnoli e
-sospiri di vento fra gli alberi, e certe smorzature
-prolungate (corrispondenti a un'incertezza
-o all'aspettazione d'un suggerimento della direttrice)
-d'una soavità e d'una grazia da non
-parer suoni di voci umane. Una giornata intera
-sarei stato là a vederli e a sentirli. Via via che
-procedevano nel canto, non perdendo mai d'occhio
-il viso e il gesto della direttrice, s'eccitavano
-e si accaloravano, e la buona monaca
-pure s'eccitava: le sue guancie smagrite si facevano
-color rosa, i suoi occhi chiari splendevano,
-la sua bella voce vibrava, le sue mani
-sottili tagliavan l'aria con gesti larghi e vigorosi,
-tutto il suo corpo esile fremeva come quello
-d'una giovane poetessa ispirata. E quanta poesia
-spirava in lei, e intorno a lei, da tutti quei visi
-fiorenti, da tutta quella innocenza, dal misterioso
-avvenire che aleggiava intorno a quelle
-trecento fronti serene, dalla beata gioia di vivere
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-che si espandeva in quelle trecento voci
-argentine, fra le pareti bianche di quella scuola
-inondata di luce e di armonia! O benedetti bambini,
-seminatori eterni di speranza! Noi possiamo
-ben credere, quando non vi vediamo,
-che un giorno sarete tormentati voi pure dalle
-tristi passioni che ci tormentano, e macchiati
-degli stessi vizi e delle stesse colpe; ma quando
-ci state dinanzi in una scuola, quando guardiamo
-le vostre fronti non velate d'un'ombra,
-i vostri occhi in cui non brilla un pensiero che
-dobbiate nascondere e le vostre bocche da cui
-non è uscita ancora una parola d'odio, allora
-l'illusione che sarete migliori di noi ci rinasce
-irresistibilmente nell'animo; ed è questa cara
-illusione, è questa santa speranza, rinascente
-in ogni padre con ogni nuovo figliuolo e nella
-umanità ad ogni nuova generazione, quella che
-più fortemente ci aiuta a vivere e ci impedisce
-d'intristire.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Osservando la direttrice mentre cantava coi
-bambini, mi ricordai d'aver inteso dire da qualche
-visitatore di quell'asilo ch'ella s'affaticava
-senza alcun riguardo alla propria salute, e
-anche nell'eccitazione di quel momento il suo
-aspetto confermava quel giudizio. Io glielo dissi,
-uscendo, dopo averle espresso con parole riverenti
-la mia più viva ammirazione. Essa sorrise
-con una leggiera espressione di tristezza,
-e rispose con un gesto vago della mano, che
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-voleva dire: — Che importa! Spendo la vita
-per i bambini e morirò contenta. — Quando
-rimasi solo sull'uscio, sentii che ritornava alla
-scuola correndo, per riguadagnare qualche secondo
-del tempo che le avevo fatto perdere.
-Un minuto dopo, infatti, mi raggiunse per la
-via il canto affiochito e dolce dei suoi trecento
-figliuoli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span></p>
-
-<h3 id="personaggi">PERSONAGGI INFANTILI.</h3>
-</div>
-
-<h4>I.</h4>
-
-<p>
-Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei
-lunghe file di panchetti bassi, in modo che parevano
-accocolati sul pavimento e presentavan
-l'aspetto, così fitti com'erano, d'una nidiata
-enorme di uccelli; i quali, al mio entrar nel
-camerone, voltarono il becco tutti insieme, rallentando
-il canto e mostrandomi duecento bocche
-aperte, come se aspettassero l'imbeccata.
-Quando fui davanti a loro, accanto alla direttrice,
-ebbi per un momento tutti quegli occhi
-addosso spalancati e fissi; ma, con mio rammarico,
-riconobbi subito di non aver quello sguardo
-affascinatore dei fanciulli, del quale certi ispettori
-si vantano, perchè vidi che tutti quegli
-occhi non erano attirati dalla virtù della mia
-pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna.
-Che imprudenza! Se non avessi portato la canna
-non avrei perduto l'illusione....
-</p>
-
-<p>
-Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini
-che mi fa ogni volta lo stesso effetto quasi
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-di stupore, come d'un canto che venga di lontano,
-di fra le nuvole, da creature in cui rimanga
-la memoria, ma non più il senso delle
-passioni umane, e che sempre mi si traduce agli
-occhi nell'immagine d'un'alba limpida che imbianca
-una terra sconosciuta....
-</p>
-
-<p>
-Poi andai intorno per osservare ad una ad
-una quella messe di teste che, al primo sguardo,
-m'eran parse tutte compagne. Ah quando si
-dice: il tipo regionale! In ogni folla di bambini
-è rappresentata l'umanità intera. C'erano là teste
-di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi,
-d'inglesi, di giapponesi, d'indiani; e più di piemontesi,
-certo; ma chi le avrebbe riconosciute
-a Milano? E là pure, come in tutti gli asili infantili,
-non c'era viso che non portasse qualche
-segno della lotta quotidiana con gli uomini,
-con gli animali e con le cose: tracce di graffiature
-umane o feline, lividi, ammaccature,
-scottature, gonfietti, come se li avessero marcati
-a uno a uno per riconoscerli. E così quelle
-voci, che parevan tutte eguali nel canto, come
-suonarono diverse quando la direttrice fece alzare
-l'uno dopo l'altro a dire i numeri! Fu come
-far correre la mano sopra una tastiera: una
-rapida manifestazione d'animi e di temperamenti
-fisici distinti, che alla mia fantasia trasformava
-istantaneamente quei bimbi negli uomini
-e nelle donne avvenire, sospinti da mille
-disparate passioni per mille vie dolorose a diversi
-destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-</p>
-
-<h4>II.</h4>
-
-<p>
-Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e
-si sparsero per il camerone aspettando che
-smettesse di piovere per andar nel giardino.
-</p>
-
-<p>
-Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„.
-</p>
-
-<p>
-Il primo fu un bimbo di poco più di cinque
-anni, figliolo d'un gasista, un faccione pacato e
-serio di bimbo precoce che pensi agli affari di
-casa. — Questo — mi disse una maestra — lo
-chiamammo <i>il papà</i>. — Era un originale amabile,
-che aveva l'istinto della protezione dei piccoli
-e del mantenimento dell'ordine pubblico.
-Quando un bambino piangeva egli andava a
-consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli
-il viso con la sua pezzuola, che non
-sempre glielo puliva; denunciava alle maestre
-i torti fatti a questo o a quello; quando nasceva
-una lite, si cercava sempre lui come paciere.
-Ma il curioso, mi dissero, era la gravità con
-cui compiva il suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione
-di tenerezza, consolando con buone
-ragioni, esortando con un certo frasario pedagogico.
-Quando qualcuno l'andava avvertire che
-c'era in qualche parte una vittima, egli diceva
-gravemente: — <i>Vado mi</i> — e s'avviava col
-passo e con l'aria d'una guardia civica chiamata
-a far rispettare la legge.
-</p>
-
-<p>
-Mentre facevo i miei complimenti a questo
-brav'uomo me ne indicarono un altro che passava,
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-un musetto di topo, con due piccoli occhi
-scintillanti e una bocca aguzza di ghiottone. — Questa
-è la gola più lunga della compagnia — mi
-dissero — e uno scroccone di prima
-forza, che si sfrega sempre intorno a quelli che
-hanno qualche cosa di buono nel panierino.
-Quando lo vediamo seduto accanto a un altro
-bimbo, non c'è da sbagliare: è certo che questo
-ha un boccone scelto. I ben provvisti egli
-li conosce tutti, li trova al fiuto, e non bazzica
-che con loro. Non può immaginare con che costanza
-li seguita, con che arte li loda, li liscia
-e li serve, con che fine garbo di cortigiano
-riesce a farsi dare la ghiottoneria su cui ha
-messo gli occhi, e con che trovate astute, qualche
-volta, a pigliarsela. È capace di “lavorare„
-il suo uomo per una intera mattinata. Guardi:
-ora par cucito a quel bambino col vestito verde:
-è sicuro che quello gli confidò d'aver nel panierino
-qualche cosa di prelibato. — Infatti, una
-maestra ci andò a guardare e ritornò dicendo: — Un
-pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, e
-lo vedrà all'opera all'ora della colazione.
-</p>
-
-<p>
-Quello che mi mostrarono dopo era uno dei
-bambini più strani ch'io abbia mai conosciuto.
-Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni
-rimpicciolito: tutto faccia e pancia; un viso di
-buffone accorto, che nel ridere strizzava un'occhio,
-e torceva la bocca da una parte, corrugandosi
-tutto in un modo così lepido, con uno
-sguardo così astutamente e comicamente canzonatorio,
-che quando mi fissò restai lì stupito,
-sospettando che si burlasse di me. In verità
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-se m'avesse detto a chiare note: — Tal dei tali,
-ti conosco e non ti piglio sul serio, — non mi
-avrebbe fatto una più strana impressione; tanto
-che arrestai la mano già stesa a fargli una carezza
-e non mi riuscì di dirgli una parola, parendomi
-che m'avrebbe risposto con una ghignata.
-Mi fece l'effetto d'un nano burlone confuso
-per sbaglio con dei bambini. E seguitava
-a guardarmi sorridendo a quel modo come se
-gli paressi il frontespizio più buffo del mondo.
-Un caso singolarissimo, — più apparente che
-reale, voglio credere, — di precocità di senso
-critico e di malizia beffarda.
-</p>
-
-<h4>III.</h4>
-
-<p>
-Con troppa presunzione mi volli provare ad
-argomentar dall'aspetto d'alcuni le facoltà intellettuali
-e il carattere. Vedendo una bambina
-con gli occhi neri e pieni di vita e di fisonomia
-mobilissima, espressi a una maestra la mia
-ammirazione per la sua bellezza, e stavo per
-soggiungere: — dev'essere intelligentissima — quando
-essa m'interruppe: — sì, è una bella
-bimba; ma non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse;
-ma confermò. Proprio, la più dura di
-mente, forse, di tutto l'asilo; anche nel parlare
-era addietro d'un anno da tutte le sue coetanee;
-una lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed
-io registrai il mio primo granchio.
-</p>
-
-<p>
-E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso
-di madonnina, bianco e dolcissimo, di quei visi
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-che fanno dire alle donnicciole: — È una bimba
-troppo buona, non farà vita lunga. — Questa
-dev'essere un angioletto, — dissi alla maestra. — Un
-angioletto, costei? — mi rispose maravigliata. — È
-un serpentino a sonagli che se
-ce ne fossero dieci compagne ci sarebbe da
-perder la testa.
-</p>
-
-<p>
-Possibile! E voltandomi ad altre bambine che
-facevano cerchio: — Non è vero, — domandai, — che
-questa ragazzina è buona?
-</p>
-
-<p>
-Tutte insieme scossero fortemente la testa in
-atto negativo.
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa fa per non esser buona?
-</p>
-
-<p>
-Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda.
-Poi una disse risolutamente: — Picchia. — E allora
-tutte le altre, preso animo, la servirono di
-barba e di parrucca:
-</p>
-
-<p>
-— Graffia.
-</p>
-
-<p>
-— Strappa i capelli.
-</p>
-
-<p>
-— Tira calci.
-</p>
-
-<p>
-— Dà dei <i>titoli</i>.
-</p>
-
-<p>
-E come in una scarica di plotone c'è sempre
-il colpo che parte in ritardo, dopo un breve silenzio
-ci fu una che soggiunse: — E morde
-anche.
-</p>
-
-<p>
-E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata
-restò sorridente, girando sulle accusatrici
-il suo dolce sguardo di santerella, come
-se le avessero fatto un panegirico. — O povero
-illuso, — dissi in cuor mio, — che pretendi di
-legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera
-scienza è la tua!
-</p>
-
-<p>
-In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-e sformata d'un ragazzo che mi mostrava
-le spalle, ed essendosi egli voltato nel
-punto stesso, fui colpito, quasi con un senso
-di ribrezzo, dalla strana rassomiglianza che
-presentava il suo viso con la faccia orribile
-messa dal Lombroso sulla copertina del suo
-<i>Uomo delinquente</i>. Ma questa volta non mi potevo
-ingannare. In quel viso mostruoso, che si
-stringeva dal basso all'alto come un trapezio,
-sotto quella fronte bassissima, irta di setole,
-dalla quale sporgevano due grandi orecchi che
-parevano i manichi d'una pentola deforme, brillavano
-due occhi di grandezza ineguale e sporgenti
-dall'orbita, ma così angelicamente buoni
-e amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio
-quando la maestra, chiamatolo e messagli una
-mano sul capo, mi disse: — Questo, vede, è un
-angelo; la più dolce, la più cara creatura che
-sia stata qui da molti anni. — Allungai la mano
-per prendergli il mento, e mi commosse, mi
-diede quasi una stretta al cuore l'atto pronto
-con cui egli l'afferrò, come un affamato afferra
-un pane, e la grazia affettuosa con cui se la
-mise sul capo, chiudendo gli occhi, come per
-raccogliersi tutto nel sentimento di quella carezza....
-</p>
-
-<h4>IV.</h4>
-
-<p>
-Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino,
-dove vidi molte scenette curiosissime.
-</p>
-
-<p>
-I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-con una mano appoggiata sulla spalla
-di quello che lo precedeva, andavano e venivano
-per i sentieri, pestando i piedi e cantando
-una strofetta. In un angolo, lungo il muro,
-c'erano poche fragole che sarebbero state tutte
-sulla palma della mano. Ogni volta che' una
-delle file cantanti passava di là, tutti, come se
-obbedissero a un comando, voltavano il viso
-verso quelle tentazioni porporine, rallentando
-il passo e smorzando la voce, e seguitavano
-così col collo torto e con gli occhi rivolti verso il
-frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come
-fa una pattuglia di soldati quando passa davanti
-a una bella ragazza; e in quel passaggio
-sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo,
-che, a vederli, si ridestavano in me pure, come
-un vago ricordo, gli stimoli antichi del palato
-infantile, e mi pareva di ringiovanire in quel
-senso. Oh, gli asili infantili, che case di cura
-sarebbero per i malati di disappetenza! Mentre
-quei cori giravano, si formavano qua e là gruppi
-in ginocchio attorno a un bimbo o a una bimba
-che aveva trovato una lumaca o un'ape o una
-pietruzza luccicante, corone di teste rapate o
-capellute, chinate e strette, che non si vedeva
-più un viso, veri mucchi di zucchine d'oro,
-come si vedono nei mercati d'erbaggi, appiccicate
-le une alle altre in maniera che le maestre
-le dovevan separare a forza perchè pigliassero
-un po' di respiro. E intanto io ammiravo
-l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine,
-benchè di famiglia povera, facevano alle signore
-che si rendon visita: — Venga avanti
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-— Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il
-favore d'accomodarsi. — Era tanto tempo che
-desideravo di rivederla!... — E mille riverenze
-da contraddanza e sorrisi di damine in solluchero.
-E mentre da una parte seguiva questo
-scambio di cerimonie, vedevo di sbieco dall'altra
-una piccola baruffa, non so se finta o
-vera, in cui le “damine„ si ricambiavano con
-voci angeliche la parola del Cambronne e si
-voltavan la schiena battendosi la manina sulle
-mele minuscole, con un atto di disprezzo che,
-senza dubbio, avevano preso dal vero.
-</p>
-
-<p>
-Le mie osservazioni furono interrotte in quel
-momento dalle grida di cinque o sei piccini che
-accorrevano ad annunciare alla direttrice, col
-viso spaventato: — C'è un bambino che ha
-perduto un braccio!
-</p>
-
-<p>
-La direttrice corse a vedere. Era un bimbo,
-al quale la mamma, perchè non movesse un
-braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva
-stretto al busto con una fascia, di sotto
-alla giacchettina, di cui ciondolava vuota la
-manica; e per questo gli s'era fatta intorno
-una folla, che lo guardava e lo tastava, facendo
-mille commenti terribili.
-</p>
-
-<h4>V.</h4>
-
-<p>
-La direttrice mi presentò varii altri personaggi
-notevoli dei due sessi: prima una bambina
-bionda, piccolissima, che aveva tutto il
-capo bianco di diavoletti, messile dalla mamma,
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-per mandarla arricciolata a una processione
-di non so che Santo che si doveva far la sera
-nel sobborgo. Era una bambina celebre per un
-motto pronunciato un mese innanzi in casa
-sua; dove, essendo morto un suo zio verso
-l'ora del desinare e piangendo tutta la famiglia
-senza mettersi a tavola, lei, che non capiva la
-morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo,
-e all'osservazione del babbo — che era
-ora di piangere e non di mangiare — aveva
-risposto: — <i>ma prima mangiamo e poi piangeremo</i> — ma
-con tale accento di franchezza,
-con così manifesta coscienza di dire una cosa
-ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere,
-anche nel dolore. Io le rivolsi qualche
-domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse
-la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora,
-dopo uno sforzo mentale visibilissimo, essa mi
-disse con un filo di voce: — Mio padre s'è tagliato
-i capelli.
-</p>
-
-<p>
-Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento
-quando me ne fu presentata un'altra, un triennio
-ambulante, bruna come una gitanella, che
-aveva le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È
-orfana di padre e di madre, — mi
-dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica;
-non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno
-il <i>papà</i>, che le stava accanto in quel momento,
-era riuscito a rasserenarla. Teneva la
-testina chinata sopra una spalla in un atteggiamento
-d'abbandono stanco, come una malata,
-e pareva che non vedesse e non udisse nessuno;
-pareva un viso su cui, per natura, non
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-potesse spuntare il sorriso. Mi dissero che aveva
-un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei,
-ma che era allegro, e giocava con gli altri. La
-direttrice mandò una maestra a cercarlo, e questa
-ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non
-si può dire la dolcezza del sorriso sfuggevole
-che brillò negli occhi alla sorella al primo vederlo,
-nè la grazia amorosa e triste con cui gli
-s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli
-un braccio al collo, come se lo ritrovasse
-dopo una lunga separazione in mezzo a
-una moltitudine di gente sconosciuta, e volesse
-dirgli: — Non te n'andar più, non lasciarmi più
-sola, non ho che te a questo mondo.
-</p>
-
-<p>
-La maestra mi presentò una bimba con due
-occhi celesti splendidi, una figurina di poetessa
-ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto
-ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con
-voce anche più bassa: — Ha degli occhi bellissimi. — Quella
-se n'andò; ma tornò poco dopo,
-e, tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio;
-poi scomparve da capo. Punto dalla
-curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi
-che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi
-domandò: che cosa ha detto quel
-signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè
-l'aveva inteso. — Per prudenza, essa le aveva
-risposto: — M'ha detto che si vede dai tuoi occhi
-che devi esser buona. — Ma era stata prudenza
-inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto
-che una ripetizione, approvata dall'autorità, del
-complimento.
-</p>
-
-<p>
-E non fu quella la sola osservazione che potei
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-fare sulla precocità della vanità femminile, poichè
-tutte le bambine belle che mi presentarono, — assuefatte
-come son tutte a sentirsi dir belle
-da parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan
-risposto alle domande solite del nome e
-dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il
-complimento solito; si vedeva dalla sospensione
-d'animo che sollevava un poco il loro piccolo
-petto e dal tenue flusso di sangue che il palpito
-affrettato del coricino mandava alle loro
-guance contratte da un leggerissimo sorriso
-forzato. E perchè appunto per questo io non
-dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se
-n'andavano, una vaga ombra di delusione. E
-me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele
-d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.
-</p>
-
-<h4>VI.</h4>
-
-<p>
-Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo:
-una bimba con la capigliatura nera strisciata
-d'oro; conciata a quel modo dalla mamma che,
-incaponita di tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava
-qualche volta a mezzo l'operazione e la
-mandava fuori così, chiomata del bicolore austriaco;
-un'altra che quasi nascondeva il visetto
-sotto un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa
-stupenda di anelli di velluto corvino, in
-cui tutte le compagne cacciavan le mani per
-diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa
-del capo come animati da mille spiritelli irrequieti;
-e infine il bimbo dai cinque panciotti,
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-imbottito in quella forma dalla mamma per un
-suo terrore morboso dei' raffreddori di petto, e
-che, oppresso da quella rigatteria, camminava
-annaspando con le braccia larghe come se invocasse
-soccorso. Ah, c'era da divertirsi, e anche
-da commoversi, non altro che ad osservare in
-quei bimbi la varietà dei prodotti dell'industria
-domestica, e in un solo capo di vestiario. Una
-collezione di calzoncini, per esempio, da far
-rimpiangere di non esser andati là con una
-<i>istantanea</i>: tutti i più strani saggi di taglio a cui
-possano riuscire le forbici inesperte e affrettate
-d'una povera donna del popolo che ha le faccende
-a gola e che utilizza senza scrupoli artistici
-quanti avanzi di stoffa le cascano nelle
-mani, con la certezza che la vittima inconsapevole
-accetterà qualunque ludibrio. Calzoni di
-due colori e di più di due, raccorciati con filze,
-allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti di
-tende da letto, di federe di guanciali e di scialli
-logori, con borsoni posteriori capaci quattro
-volte del contenuto, con spaccature somiglianti
-a finestre a sesto acuto: mezze brachine della
-forma d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di
-sacchetti da ricotta, che mettevano su quei corpicini
-delle apparenze buffe di fianchi, di pancie
-e di deretani enormi e spostati, o li serravano,
-per scarsità di panno, come maglie chirurgiche,
-facendo schizzar per di dietro, a ogni più piccolo
-movimento, degli spicchi di carne rosata,
-impazienti della prigionia, impudicamente ribelli
-all'avarizia tiranna della sarta: una raccolta
-di figurini di fantasia da farne una sezione
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-umoristica a parte nella prossima Esposizione
-nazionale.
-</p>
-
-<p>
-Ma da queste osservazioni ero continuamente
-ricondotto a quella della varietà dei caratteri
-che si manifestava nei modi molto diversi di
-ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti
-affatto, parecchi quasi repugnanti,
-qualcuno stupito, che si toccava la parte del
-capo dov'era stato baciato, come se non capisse
-che cosa io gli avessi fatto. Ma i più si mostravano
-contenti e grati, e fra questi alcuni che
-si riscotevano e brillavano sotto la carezza come
-per la soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo,
-e che ritornavan poco dopo a prendermi la
-mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto
-il mento e a strisciarmisi attorno come gattini,
-guardandomi di sotto in su con una espressione
-di grande dolcezza; quello dalla testa deforme,
-fra gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino
-piccolissimo, nato con un orecchio solo,
-con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più
-spropositato par di brachesse della collezione.
-Ed anche quand'eran lontani, incontravo di tanto
-in tanto, qua e là, i loro occhi soavi, che mi
-sorridevano con quella espressione di familiarità
-fraterna, propria della infanzia, che dà del
-tu a tutte le età e a tutte le stature ed ha per
-tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso.
-</p>
-
-<p>
-E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo
-pure lo sguardo del bimbo burlone, che parea
-che osservasse ogni mio atto e volesse farmi
-capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso
-e col suo occhietto strizzato, che gli parevo
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi
-che in un moccicoso di quell'età non poteva
-corrispondere il pensiero all'espressione della
-maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele
-mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo,
-badavo a scansarlo, come si fa qualche volta
-in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone
-sconosciute, che par che ci frughino con
-lo sguardo nell'anima e pensino di noi roba da
-chiodi.
-</p>
-
-<h4>VII.</h4>
-
-<p>
-Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti
-nel camerone e presero posto, in piedi, a due
-tavole lunghissime, su cui era scodellata la minestra
-di riso e fagioli. Fu un divertimento a
-vedere come gingillavano tutte quelle manine
-per annodarsi sotto la nuca le fettucce del tovagliolo:
-i più non riuscivano a incrociarle;
-molte bimbe, per sbaglio, se le legavano alla
-treccia; altre non facevano che annaspar nel
-vuoto con mille movimenti strani e graziosi da
-zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette
-con ordine ammirabile. Non vi fu che un “incidente„
-da lamentare: un bimbo, dicendo che
-non aveva appetito, rovesciò la sua scodella in
-quella del vicino; poi si pentì e rivolle la sua
-minestra; ma l'altro, che era un minestraio
-emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno,
-scese a patti, e gli offri, generosamente, un
-fagiolo — uno solo — che il primo respinse con
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-sdegno, invocando a grida la maestra. A capo
-della stessa tavola vidi un banchettante che si
-ribeveva le lacrime, ma nel senso materiale
-della parola, poichè mangiava avidamente e
-piangeva insieme a goccioloni fitti, che gli piovevano
-nella minestra, e quel gran dolore manducante
-riusciva più comico perchè gli stava
-dietro la cuoca col cucchiaione brandito, pronta
-à riempirgli da capo la scodella per consolargli
-l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte,
-con gli occhi ancora rossi di pianto, imboccato
-da una maestra. Aveva appena tre anni; era
-entrato nell'asilo quella mattina facendo una
-scena tale di disperazione che, per veder di
-quetarlo, gli avevano attaccata al petto una
-medaglia; e s'era quetato come per miracolo.
-Nel momento che gli passavo accanto egli spalancava
-la bocca per ricevere il fatto suo: eppure,
-in quello stesso momento, senza neanche
-torcere il capo, guardandomi con la coda dell'occhio
-e ingoiando la cucchiaiata, prese la
-medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè!
-Quando mai si potranno sopprimere le onorificenze
-ufficiali?
-</p>
-
-<h4>VIII.</h4>
-
-<p>
-Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre
-distribuirono i panierini e tutti si sparsero per
-quella e per l'altre stanze per riunirsi da capo,
-qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte
-sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato,
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-a mangiare in libertà quello che
-s'eran portati da casa. La direttrice mi condusse
-in un angolo dov'eran due fratelli che
-leticavano e — Veda che caso — mi disse: — questi
-due fratelli hanno il panierino in comune.
-Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente,
-s'accapigliano per la divisione del mangiare;
-ogni mattina il più grande vuol prender tutto
-per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia
-cedere. La lite è così certa e preveduta che gli
-altri bimbi vengono a vedere prima che incominci.
-Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente,
-a me pareva l'istinto del furto;
-ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca mia,
-l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.
-</p>
-
-<p>
-M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava
-fisso, e gli domandai che cosa gli avesse
-dato la mamma per colazione. Mi rispose con
-una grossa voce: — Un pesce!
-</p>
-
-<p>
-Al modo come lo disse pareva che dovesse
-essere un salmone. Lo pregai di farmelo vedere.
-E mi mostrò il pugno da cui spuntavano
-le estremità d'una mezza acciuga, ridotta non
-più che un filo dalle vigorose fregagioni che — come
-mi fu detto da un'assistente — egli
-aveva liberalmente concesso alle pagnotte circonvicine.
-</p>
-
-<p>
-Venne in quel punto una maestra a dirmi
-che andassi a vedere all'opera lo “scroccone„.
-Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo,
-col suo muso di topo sul petto, tutto intento a
-levar la crosta a un panino. Finita la scrostatura,
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-si mise a leccar la mollica da tutte le
-parti, con grande cura, come se la volesse inumidir
-tutta quanta prima d'addentarla. — Ne
-prepara qualcuna delle sue, senza dubbio, — disse
-la maestra. — Infatti, dopo che ebbe condito
-bene il suo pane, si voltò verso un gruppo
-di bimbi che assediavano il possessore dello
-zucchero biondo e, cavallerescamente, liberò
-l'assediato, facendo in là gl'importuni che volevano
-intingere il dito nella sua proprietà. Poi
-gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli
-disse nell'orecchio non so che cosa, a cui quegli
-acconsentì, porgendo il pacchetto aperto. Povero
-ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con
-un pane asciutto, che avrebbe fatto poco danno.
-Era invece un pane traditore che, maneggiato
-da una mano abile, girando rapidamente come
-un buratto.... produsse un vuoto spaventoso;
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>onde</i> sospiri e pianti ed alti guai.</p>
-</div></div>
-
-<h4>IX.</h4>
-
-<p>
-Entrammo poi in una “classe„ dove non
-c'erano, sparsi per i banchi, che sei o sette
-bambini; due dei quali dormivano così saporitamente,
-con le testine rase appoggiate sui gomiti,
-che nemmeno scossi a più riprese non si
-destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri
-la maestra rivolse alcune delle solite domande
-scolastiche, a cui diedero le risposte solite; comicissime
-alcune per il contrasto che faceva
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-la solennità della loro forma letteraria col viso
-di putto di chi le pronunciava.
-</p>
-
-<p>
-A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni
-domandò tutt'a un tratto: — Che cos'è
-l'Italia?
-</p>
-
-<p>
-Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato
-me e la maestra con due occhi spauriti, mandò
-giù la saliva e rispose solennemente: — <i>È la
-mia terra.</i>
-</p>
-
-<p>
-Un altro, che stava rodendo una ciambella,
-dopo che la maestra gli ebbe detto nell'orecchio
-il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando in
-aria le due piccole braccia e spalancando la
-bocca impastata, mise fuori un <i>O</i> sonoro, come
-alla vista d'un fuoco d'artifizio maraviglioso,
-un <i>O</i> così prolungato ch'io ebbi tutto il tempo
-di domandare a me stesso e di cercare con la
-fantasia quale cosa al mondo potess'essere degno
-oggetto di quella stupefacente invocazione.
-E venne fuori finalmente....
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Oooooo tricolor bandiera,</p>
-<p class="i01">Sventola sopra i monti,</p>
-<p class="i01">Sui petti e sulle fronti,</p>
-<p class="i01">Sull'armi e sugli altar....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere:
-gli s'enfiava il collo, gli uscivan gli occhi
-dal capo, una parola sì e una no gli restava in
-gola per mancanza di fiato: pareva la caricatura
-d'un tribuno che arringasse un popolo.
-Tutto quell'entusiasmo, però, si spense d'un
-colpo. Espettorata appena l'ultima sillaba, ricadde
-sul banco e riaddentò la ciambella.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli
-suggerì il titolo d'una poesia: egli si alzò e cominciò:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Una goccia, o nuvoletta....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e
-seguitò a gocciolare senza andare avanti.
-Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise
-al naso come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli
-disse la maestra, — il sangue dal naso
-ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un
-po' vedere. — Ma quegli fece un gesto con la
-manina libera, come per dire: — Aspetta, aspetta,
-che deve venire, — un gesto così comicamente
-affannato e affettato, che la maestra diede in
-uno scoppio di risa, e si contentò della goccia. — Ma
-vede che malizia, — disse poi allontanandosi,
-mentre quello continuava la commedia. — Ah,
-le dico che ci abbiamo certi artisti!
-</p>
-
-<h4>X.</h4>
-
-<p>
-Di là rientrai nella sala grande, dove quasi
-tutti si trovavan raccolti, ed era un gran moto,
-un ronzìo, un pio pio, quasi un ribollimento di
-suoni rotti, acuti e sommessi, quale si può dare
-soltanto in una folla di creature non ferme mai
-un minuto in un solo pensiero e che parlano
-un linguaggio ancora monco e spezzato come
-i loro pensieri. E guardando quello spettacolo
-feci anche quella volta il proposito, che si fa
-sempre all'uscire da un di quei luoghi, di tornarvi
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-al più presto, e che non si mantiene quasi
-mai; ma che in quel momento è sincero e vivissimo,
-ispirato quasi da un istinto di protezione,
-come se quelle deboli creature, a cui
-bastò un'ora a legarci, avessero bisogno di noi
-e fosse durezza il separarsene per non rivederle
-mai più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il
-<i>papà</i>, la bimba dai diavoletti e tutti gli altri
-più espansivi a domandar la carezza d'addio,
-tendendo le loro manine che stringevano ancora
-dei pezzetti di pane e dei torsi di mela, e
-dicendomi cento <i>Ciao</i>, su tutti i toni, come a
-una persona della loro famiglia che partisse
-per un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo,
-accarezzandoli, ch'eran loro, invece, che partivano
-per un lungo viaggio, per il viaggio misterioso
-della vita, nel quale, appunto perchè
-eran di natura più dolce e più affettuosa degli
-altri, chi sa quanto avrebbero avuto più degli
-altri da soffrire e da piangere ed anche più
-spesso desiderato la fine....
-</p>
-
-<p>
-Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono,
-sentii ancora nella mia una piccola mano che
-ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi,
-e sollevando il mento a quell'ultimo
-accompagnatore, riconobbi il piccolo disgraziato
-che somigliava alla figura del libro del Lombroso,
-quello a cui la natura aveva così crudelmente
-smentito sul viso la bontà angelica
-dell'anima. E lo fissai per qualche momento in
-quei piccoli occhi ineguali e sporgenti che dicevano
-così umilmente: — Son brutto; ma son
-buono; non mi guardate; ma amatemi, — e
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-mi domandai nel cuore, con tristezza, quante
-umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe costata
-nella vita quella menzogna spietata della
-natura; e stretto fra le mani il suo capo deforme,
-fui costretto a prolungare il bacio che gli
-stampai sulla fronte, — mentre egli mi s'attaccava
-al bavero con le manine, — per avere il
-tempo di scomporre sulla mia faccia l'espressione
-di profonda pietà che temevo egli potesse
-comprendere....
-</p>
-
-<p>
-Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver
-l'ultima stoccata da quella strana faccia canzonatoria
-di mefistofeluccio, che era lì a due
-passi, e che mi guardava socchiudendo un occhio
-e torcendo la bocca, con l'aria di dirmi: — Ti
-conosco, e non me ne vendi. — Non poteva
-essere, lo capisco bene; ma tant'è, l'orgoglio
-è irragionevole: se non c'era lì la direttrice,
-gli allungavo una pacca.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span></p>
-
-<h3 id="andorno">I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Una delle più care bellezze dell'alta valle di
-Andorno sono i bambini; per i quali io credo
-che il Correggio redivivo, se li vedesse una
-volta, andrebbe a villeggiare ogni anno a Campiglia.
-Salendo dalla Balma a Piedicavallo, se
-ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati,
-fra i pietroni del Cervo, su per i sentieri che
-salgono e si perdono fra i faggi e i castagni,
-e a mucchi e a processioni in ogni villaggio:
-tanto numerosi da far pensare che non ci sia
-altra valle in Italia così prolifica. E poichè d'estate,
-emigrando quasi tutta la popolazione maschile
-(composta in gran parte di muratori e di
-scalpellini), è rarissimo incontrare dalla Balma
-in su un uomo giovane o maturo, ne segue che
-al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde
-provenga tutta quella razza minuta: se sia una
-produzione spontanea della terra, o merce importata,
-per la stagione estiva, da altri paesi.
-Sono tutti floridi e biondi, di tutte le sfumature
-dell'oro monetato e delle barbe di pannocchia
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-di meliga: teste d'inglesi e di scandinavi d'una
-carnagione maravigliosa di colorito e di freschezza,
-con occhi di tutte le gradazioni dell'azzurro,
-da quello forte delle loro Alpi a quello
-chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante
-come i cieli del Veronese: alcuni con
-biancori di latte sulla fronte, dietro le orecchie
-e nel collo; e tutti segnati di due rose
-rosse sulle guance, eguali di forma e di tono
-in quasi tutti, come quelle delle bambole che l'artefice
-imporpora una dopo l'altra con lo stesso
-tocco meccanico del pennello. E non solo per
-i capelli e per i colori, sono belli anche per i
-lineamenti fini, per la forma gentile della bocca,
-per la grazia scultoria di tutte le forme: e più
-belli appariscono per il risalto che dà alle loro
-capigliature aurine scompigliate dall'aria viva
-e ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo
-della vegetazione su cui si disegnano per
-solito le loro personcine rotondeggianti, quando,
-dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie,
-in gruppi o in schiere immobili, coi piedi
-nudi nell'erba, stanno a vedere il forestiere che
-vien su lentamente in carrozza per lo stradone
-della valle.
-</p>
-
-<p>
-V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli
-e sorelle; ci son famiglie numerose in cui
-tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano una
-serie di edizioni in formato vario dello stesso
-libro, non riveduto nè corretto: tanto rassomiglianti
-che, incontrandoli per via, a una certa
-distanza, l'un dopo l'altro, vi pare di vedere
-sempre lo stesso bimbo, ora ingrandito ora
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-rimpicciolito, ora maschio ora femmina, come
-se cambiasse di statura e di sesso a modo d'un
-personaggio dei racconti fantastici dell'Hoffman.
-Ci diranno i fisiologi se questo possa derivare
-dall'essere stati tutti concepiti nelle condizioni
-medesime, nei ritorni periodici e a data fissa
-dei padri emigrati, i quali riportano a casa
-quella quantità solita di risparmi di danaro e
-di castità, a cui corrisponde sempre fra i due
-coniugi, con gli stessi pensieri e gli stessi discorsi,
-la stessa misura d'allegrezza domestica
-e d'impulso generativo.
-</p>
-
-<p>
-A loro l'ardua sentenza.
-</p>
-
-<p>
-Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi
-bei fiori montanini nati di rudi lavoratori pratici
-e positivi in sommo grado, dei quali è ultima
-qualità lo spirito poetico, si distinguono
-per nomi classici e romantici, che paiono stati
-scelti da padri letterati e da madri poetesse;
-benchè, in realtà, non sia invalsa la consuetudine
-di quei nomi insoliti che per ovviare alla
-confusione dei cognomi, diventati comuni a un
-gran numero di famiglie per effetto della rete
-fitta di parentele che allaccia i valligiani, devoti
-al proverbio del “moglie e buoi„. La sera, all'udir
-le mamme chiamar di sull'uscio la prole
-dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par
-di udir invocare gli eroi e le eroine della storia
-e della poesia di ogni paese e d'ogni secolo.
-Dante vi passa accanto piegato in due sotto
-una fascina che lo nasconde tutto; Clorinda,
-settenne, raccatta per la strada le reliquie fecondatrici
-dell'orto; qui stimola i porci Temistocle;
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-là sferza le vacche Tarquinio; Rinaldo
-strascica il sedere sui ciottoli con una fetta di
-polenta fra le mani, e
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Erminia intanto fra le ombrose piante</p>
-</div></div>
-
-<p>
-si soffia il nasino con la camicia.
-</p>
-
-<p>
-Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda
-l'indole, che è generalmente placida e prudente.
-Il forestiere, che passa per la prima volta, essi
-guardano con occhio intento e scrutatore, come
-se prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto
-o una vendita: con occhio scrutatore, ma
-rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti abituali,
-che sogliono salutare in modo originale,
-pronunciando il loro nome, quando li incontrano,
-e fissandoli, come fanno i soldati coi superiori,
-senza inchinare la testa. Sono anche
-poco rissosi, come se volessero serbare le forze
-battagliere per la lotta disperata che combatteranno
-un giorno coi lavoratori concorrenti di
-tutto il mondo, e attendere a leticar fra di loro
-quando saranno proprietari di quella terra divisa
-in mille scacchi e in mille striscie, sulla
-quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro
-parenti. E sono dignitosi: nessuna di quelle
-piccole mani, neanche dei più poveri, si stende
-a chiedere il soldo al passante; e quando uno
-ne stringono, non c'è caso che lo sciupino o lo
-perdano; somigliantissimi pure in questo ai loro
-genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente
-l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun
-altro luogo vidi mai i ragazzi costrurre muricciuoli
-e casette di sassi, mulini e condotti
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-d'acqua con arte così esperta e con diligenza così
-paziente, per ore ed ore, in silenzio, concordi fra
-molti all'opera come squadre d'operai disciplinati,
-prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo
-e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa,
-come al suono della campana d'un opificio.
-</p>
-
-<p>
-Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma
-ai lavori muratori, portando nella loro gerla
-minuscola quattro manate di sabbia o un par
-di mattoni per volta, con la serietà muta e col
-passo lungo e grave d'operaie adulte. Bambini,
-alti un palmo, stanno seduti tutta una mattinata,
-per trastullo, sulla proda d'una strada, a
-picchiare con un chiodo e un martello un pezzo
-di sienite, come se avessero preso il lavoro a
-cottimo, senza alzare una volta in un quarto
-d'ora la testina bionda, dardeggiata dal sole.
-</p>
-
-<p>
-Questa forza tranquilla di volontà, congiunta
-a un amor proprio precocemente guardingo,
-dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la strada
-dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima
-elementare, che non possiedono un vocabolario
-di più di venti sostantivi (i verbi sono sempre
-incerti); ma che, se gli interrogate in italiano,
-incapati di rispondervi nella lingua nazionale,
-s'ingegnano d'accozzare alla meglio quelle venti
-parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una
-e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi
-e tedeschi, con una flemma di filologi
-scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra
-impazienza, non intesi ad altro, con tutte le
-forze del cervello, che a scansare gli spropositi.
-</p>
-
-<p>
-Ricordo uno di questi che, domandato da me
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-di un suo zio impresario a Torino, volendomi
-dar la notizia che era stato decorato della Corona
-d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione,
-mise fuori questa curiosa frase di suo
-conio: — <i>L'hanno fatto passar cavaliere</i> — ma
-con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho
-cercata un pezzo, ma l'ho trovata
-bene. — E hanno delle trovate singolari,
-da montanari sottili, diverse in questo da quelle
-degli altri bimbi, che vengon fuori in una forma
-di gravità comicamente impropria all'età loro.
-Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè
-la dividesse in parti uguali fra sè e le
-due sorelle più piccole che gli stavano al fianco,
-volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi
-la parte del leone, stette pensieroso un pezzo con
-gli occhi fissi sul frutto, e poi disse solennemente
-alle sorelle: — <i>Qui non si fa niente senza il coltello</i>, — e
-con questo pretesto si diresse verso
-casa per fare il comodo suo; ma con l'incesso
-e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri pensieri,
-per distornare, s'intende, il mio sospetto; il
-quale mutavano invece in certezza gli sguardi
-obliqui e indagatori di cui ogni tanto mi saettava.
-</p>
-
-<p>
-E come un bell'esempio di posatezza e di
-precisione rammento un bimbo di men di tre
-anni, bellissimo, che, avendogli io porto una
-scatoletta della Regia su cui fissava lo sguardo
-con grande curiosità, la rivoltò con le manine
-per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò
-in fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo
-l'altra tre sigarette, le esaminò ad una ad una,
-le rimise dentro adagio adagio dalla stessa
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo
-con le dita finchè riuscì a far rientrare la linguetta
-nel taglio e, dopo essersi assicurato col
-pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla
-palma della mano e ve la premè colla sua zampetta
-come per farmi prender atto che era fatta
-in tutte le regole la restituzione della mercanzia.
-</p>
-
-<p>
-Questi ragazzi, che sentono parlare in casa
-di tutti i paesi d'Europa e d'Africa e d'Oriente
-e d'America, dove i loro padri lavorarono e
-lavorano, viaggiano un po' coll'immaginazione,
-anche prima d'uscire dal guscio, per il mondo
-intero. Appena sono in forza da portar la secchia
-della calce, la più parte vanno a fare
-il tirocinio di muratori nelle città grandi, e,
-compiuto questo, emigrano dall'Italia. Ma le separazioni
-della famiglia si fanno senza lagrime,
-e quasi senza commozione, perchè tutti ci hanno
-il cuore preparato fin dall'infanzia. Non senza
-tristezza, però, quando li vedo giocar per le
-strade così rosei e sereni, io me li raffiguro
-giovinetti, curvi sotto il carico su per le alte
-scale oscillanti degli edifici in costruzione, o
-ammucchiati nelle soffitte, dove essi stessi si
-fanno da mangiare e si rimendano i panni, stillando
-ogni sorta di più duro risparmio; e poi, più
-grandi, soli in terre straniere, in mezzo a gente
-di cui ignorano la lingua, invisi quasi sempre ai
-concorrenti indigeni per il loro accanimento al
-lavoro e per la loro parsimonia spartana, e vittime
-qualche volta di persecuzioni crudeli.
-</p>
-
-<p>
-Ma mi conforta il pensiero che darà saldo
-coraggio a tutti l'immagine della valle nativa
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-a cui sempre pensano, e che, se campano, li
-riavrà tutti quanti certissimamente, arricchiti
-o poveri, stretti a lei fino alla morte. Quanti
-sono già dispersi per il mondo che vidi bambini
-fare i castelli coi sassi e scheggiar la sienite
-col chiodo, coi capelli biondi dorati dal
-sole e agitati dal vento!
-</p>
-
-<p>
-Ogni anno leva il volo una schiera di questi
-miei antichi amici, e i loro nomi e i loro visi
-prima si confondono, poi svaniscono nella mia
-memoria.
-</p>
-
-<p>
-Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando
-nella valle vi trovo ogni anno nuove
-capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove
-guance vermiglie, un drappello nuovo di Danti,
-di Temistocli e di Goffredi, figliuoli di padri lontani
-che non vidi e non vedrò mai; e questi nuovi
-eroi nascono e crescono così somiglianti, sotto
-ogni aspetto, ai partiti, che, insomma, mi par
-di ritrovarmi sempre in mezzo alla stessa popolazione
-infantile. Bella e strana popolazione
-di piccoli impresari in forma di cherubini, di
-futuri capomastri, che paiono putti scappati dai
-quadri del Rubens, di scalpellini e di muratori
-in erba a cui possono invidiare le rose e i
-gigli del viso i figliuoli dei principi: innocenti
-sì, e amabili come tutti i bambini; ma che pure
-hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella
-parola da far credere che nella notte di Natale,
-quando sognano la scarpetta che hanno messo
-sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro
-dei dolci, ma una cedola del Consolidato 5%.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-</p>
-
-<h2 id="studenti">PICCOLI STUDENTI</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span></p>
-
-<h3 id="solenni">MOMENTI SOLENNI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Il regolamento delle scuole municipali dice
-che gli esami orali sono “pubblici„. Non feci
-dunque che esercitare uno dei miei diritti di
-cittadino chiedendo d'assistere agli esami degli
-alunni della 1ª elementare della scuola “Giuseppe
-Grassi.„ Desideravo di vedere con che
-animo e con che aspetto i miei concittadini di
-sette anni affrontavano la prima prova del fuoco
-sul campo di battaglia della scienza.
-</p>
-
-<p>
-Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi
-di alunni e d'alunne, trovai molte mamme, che
-davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o stavano
-aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con
-l'aria paziente e rassegnata di postulanti d'anticamera;
-altre che andavan su e giù, col viso
-ansioso, come se aspettassero il risultato d'un'operazione
-chirurgica. E pensai a quanti altri
-milioni di madri, in quei giorni, erano, come
-quelle, prese per una fibra del cuore nei congegni
-di quella macchina immensa dell'istruzione
-pubblica, che lavora il cervello delle generazioni
-crescenti in tutti i paesi civili.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-</p>
-
-<p>
-Salito al primo piano, entrai in una stanza
-ariosa e chiara, dove quattro maestre e due
-maestri sedevano intorno a una gran tavola
-coperta d'un tappeto verde, ciascuno rivolto
-verso un piccolo alunno, che gli stava accanto,
-in piedi. Il direttore, — un omone dal viso barbuto
-e benigno, — girava attorno alla tavola,
-usciva, rientrava, assentendo col capo alle risposte
-giuste e corrugando la fronte ai farfalloni
-che coglieva a volo. A quella vista il mio
-pensiero fece un improvviso salto indietro di
-quarant'anni, e sentii come il vago ridestarsi
-d'un terrore antico, che era già quasi morto
-anche nella mia memoria. Mi ricordai, come
-in sogno, d'aver avuto una forte tremarella in
-una stanza di quello stesso colore, davanti a
-una tavola verde come quella, in presenza di
-un'altra gran barba nera di direttore, di faccia
-a un altro finestrone con le tende bianche, dal
-quale veniva dentro lo stesso raggio di sole,
-lo stesso odore di fiori d'acacia, lo stesso silenzio
-di strada solitaria, che sentivo in quel
-punto. E mi rallegrai veramente al pensare
-che non ero là per essere esaminato.
-</p>
-
-<p>
-Oltre agli esaminati v'era in un angolo un
-gruppetto d'esaminandi, che al vedermi entrare,
-credendomi un'autorità scolastica, si scossero
-tutti a un tempo come una nidiata di passeri
-spauriti e mi piantarono gli occhi addosso con
-l'aria di domandarmi qual particolare ufficio di
-aiutante aguzzino io venissi a fare in quella
-stanza di tortura; e quando mi videro tirar
-fuori una matita dilatarono gli occhi anche di
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-più, come se avessi cavato di tasca un par di
-tanaglie. Io sorrisi amichevolmente, per rassicurarli;
-ma dovettero pensare che il mio sorriso
-significasse: — Ora v'accomodo io, — o
-qualcos'altro di simile, perchè non si rasserenarono
-punto; anzi mi parve che si turbassero
-peggio. E allora rimisi la matita in tasca.... <i>per
-non farli più tristi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai
-capelli bianchi, che dava l'esame di lingua. Gli
-esaminatori erano divisi in tre coppie; in ciascuna
-delle quali uno esaminava sulla lingua,
-l'altro sull'aritmetica. Essendo stati promossi
-senza esami gli alunni migliori, gli esaminandi
-non erano che gli “scadenti„ o, per parlare
-col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca.
-</p>
-
-<p>
-Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando
-un visetto di poco più di sette anni,
-così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto
-cuore di “bocciarlo„ neanche se avesse straziato
-la grammatica come una tigre. Ma pareva
-che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per
-aria l'ultima domanda, che era di letteratura
-storica: — Quali sono i colori della bandiera
-italiana?
-</p>
-
-<p>
-— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento
-di titubanza: — verde.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo, — disse il maestro. Era promosso.
-Si cominciava bene. N'ebbi piacere.
-</p>
-
-<p>
-Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in
-quella confusione di domande e di risposte che
-mi venivano all'orecchio, a frammenti, da varie
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? — <i>Pere
-cite</i> (pietre piccole). — Il sa-crifi-cio
-di Le-o-nida.... — Quattordici, tredici, dodici.... — Il
-maiale grugnisce. — Ma bene, quattro
-nocciole e tre nocciole fa nove nocciole: si
-raccolgono i frutti dell'annata.... — Quadrupede,
-dunque, significa.... — <i>La mia patria m'ha dato
-il Signore, Mio pensiero, mia fede</i>.... — E scrivi
-venti con due zeri? Mariuolo!...
-</p>
-
-<p>
-A questo punto ci fu un intervallo di silenzio,
-dopo il quale udii distintamente la voce grave
-d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa
-il bue?
-</p>
-
-<p>
-E una voce argentina e franca rispose: — Il
-bue ci dà il latte.
-</p>
-
-<p>
-Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi
-chinar la fronte sotto due occhi fulminei.
-</p>
-
-<p>
-Debbo dire che la maggior parte mostravano
-assai meno timore di quello che m'aspettassi.
-Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo
-per tutti. Li riconoscevo, dopo che avevan dato
-una risposta, dal movimento forzato di deglutizione
-che facevan tutti, allungando il piccolo
-collo come se mandassero giù un osso di pesca.
-A più d'uno tremavano le mani e le labbra. Si
-vedeva su certe fronti lo sforzo violento dell'intelligenza
-tesa a tutta possa, quasi con l'espressione
-d'un dolore fisico, che si mutava tutt'a un
-tratto in serenità a un: — Bene — dell'esaminatore,
-come la contrazione del viso d'un assetato
-a una sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per
-comprender meglio, si cacciavan sotto, col viso
-voltato in su, quasi fra le ginocchia del maestro,
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo
-negli occhi con gli occhi spalancati,
-acconsentendo col capo a tutti i movimenti del
-suo capo, riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti
-del suo viso, come ipnotizzati. E a che
-grado di tenuità si riducevano per la paura
-certe voci! Erano bisbigli di confessionale, gemiti
-d'aurette, mormorii di fili d'acqua, sospiri
-moribondi d'anime in pena. Parecchi eran così
-piccoli che arrivavano appena col mento all'orlo
-della tavola, in modo che, quando leggevano
-col viso spinto innanzi, non mostrando nè spalle
-nè collo, pareva che la loro zucchina rapata
-posasse sul tappeto verde come divisa dal
-busto, e quando scrivevano con la penna del
-maestro, iperbolicamente lunga per loro, la
-quale, tenuta ritta, sorpassava di quattro dita
-il loro capo, pareva che scrivessero con uno
-spiede.
-</p>
-
-<p>
-— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò
-un maestro.
-</p>
-
-<p>
-L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero,
-rispose prontamente, come chi non ha il
-minimo dubbio sull'ordine razionale dell'enumerazione: — La
-polenta, le patate, l'insalata....
-</p>
-
-<p>
-La stessa domanda era rivolta quasi nello
-stesso tempo a un altro alunno, che, confondendola
-con un'altra domanda usuale di suono
-simile, rispose con scioltezza: — Gli alimenti
-principali dell'uomo sono la testa, il collo, le
-spalle....
-</p>
-
-<p>
-Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò
-mai, un viso sorridente e ardito, con
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-due occhi chiari di ribelle sereno, inaccessibile
-per indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva
-dire a tutta la Commissione esaminatrice: — Ma
-non sapete che io non ho neppure
-un pelo che si dia pensiero di voi, dell'esame,
-del ministero dell'istruzione pubblica e di tutto
-lo scibile umano?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi
-tutti con le dita per rispondere alle domande
-d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni
-mentali. Alcuni, per dignità, facevano il calcolo
-di nascosto, sotto la tavola o dietro la schiena;
-altri, senza un riguardo al mondo, calcolavano
-con le mani sotto il naso dell'esaminatore, afferrando
-successivamente le dita della mano sinistra
-col pollice e con l'indice della destra e
-scotendole a tutta forza come per provare la
-saldezza delle articolazioni, e nel contare battevano
-fitto le labbra e le palpebre come le divote
-che recitano il rosario. A uno di questi matematici
-“prestidigitatori„ un morettino di sette
-anni, il maestro domandò quanti anni avrebbe
-avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto armeggiato
-con le mani sotto la tavola, egli rispose
-trionfalmente: — Quarantanove. — E,
-<i>secondo il suo modo di vedere</i>, come dice il Ferravilla
-dell'orso bianco che incanutisce in nero,
-egli aveva calcolato giusto: solo che aveva moltiplicato,
-invece di sommare. Un semplice malinteso.
-</p>
-
-<p>
-Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi
-minuti! Per la grande finestra aperta si vedeva
-il cielo, qualche vetta d'albero, degli uccelli
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-che roteavano nerazzurro; e i poveri ragazzi,
-nei momenti d'incertezza o di smarrimento,
-rivolgevano quasi tutti lo sguardo da quella
-parte, verso l'aria pura e la libertà, con un sentimento
-d'invidia — si capiva — per quell'altre
-piccole creature volanti, che non conoscono
-nè grammatica nè numeri; e quel sentimento
-era compreso da più d'una maestra che, impietosita,
-per richiamare all'attenzione l'alunno, lo
-pigliava dolcemente per un orecchio o pel mento
-e gli faceva voltare il capo verso di sè, — come
-si fa girare un mappamondo sferico sul suo
-asse, — dissimulando un sorriso.
-</p>
-
-<p>
-Dopo un quarto d'ora ch'ero là il mio atteggiamento
-di “potenza neutrale„ aveva rassicurato
-anche i più timorosi. Non solo non mi guardavan
-più con terrore; ma qualcuno dei più
-vicini, in certi momenti critici, cercando ansiosamente
-una risposta, mi rivolgeva uno sguardo
-che implorava soccorso. E avrei suggerito volentieri;
-fui anzi tentato più volte di far dei
-segni salvatori dietro le spalle del vecchio maestro;
-ma oltre che il rispetto per questo, che
-era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo
-dico sul serio — una considerazione di
-alta politica, il pensiero della mia fede nell'avvenire
-d'un ordinamento sociale, in cui, essendo
-aperto a tutti il concorso nel campo degli uffici
-intellettuali, la selezione delle intelligenze dovrà
-essere anche più severa, e quindi la prova degli
-esami anche più rigorosa che al presente. — Sii
-logico, — dissi a me stesso, — ed ebbi la
-forza di non fare un cenno nemmeno a un povero
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-ragazzo col naso ammaccato, che, sul punto
-d'affogare in una sottrazione, volgendomi uno
-sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse il
-verso di Dante:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Non hai tu spirto di pietade alcuno?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ah! come la politica indurisce il cuore.
-</p>
-
-<p>
-— <span class="smcap">La morte di Socrate!</span>
-</p>
-
-<p>
-Queste parole solenni, dette da una bella voce
-di contralto, mi fecero voltare bruscamente verso
-l'angolo opposto della tavola: era una giovane
-maestra, dagli occhi severi e dal naso aristocratico,
-che le aveva dette a un ragazzo minuscolo,
-presentatosi in quel momento, con un
-visino smarrito, che pareva una mela lessa. — La
-morte di Socrate! — pensai. — E che potrà
-mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma,
-con mia maraviglia, l'ometto era ferrato sull'argomento.
-La morte di Socrate non era che
-un raccontino di poche righe, compreso nel libretto
-delle <i>Prime letture</i>, e imparato a mente
-dagli alunni nel corso dell'anno. L'ometto si fece
-onore. Disse anzi la chiusa: — <i>Ammirabile risposta!</i> — (la
-risposta di Socrate) — con un accento
-di gravità filosofica, che fece ottimo effetto.
-</p>
-
-<p>
-Si presentò poco dopo al maestro mio vicino
-uno scolaretto poveramente vestito, rosso in
-viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco
-prima un pugilato con un suo compagno, perchè
-gli spenzolava il bottone dal collo della camicia,
-e mostrava il petto nudo: un povero petto
-scarnito e incavato, dal quale e dagli occhi pallidi,
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-e come stanchi, si capiva che nell'annata
-egli doveva contar più giornate che pasti. Alla
-prima interrogazione, di vermiglio che era, si fece
-smorto: aveva una gran paura, e gli si leggeva
-in viso ch'era paura d'una cosa lontana più che
-del maestro presente; ahimè! delle botte materne
-e paterne, forse, che avrebbero suggellato un
-esame infelice. Mi fece una grande pietà. — Ah,
-questa volta — pensai — vada al diavolo la
-logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione
-e con stupore del maestro, il piccolo
-pugilatore fece un “esamone„. Superato il primo
-intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo
-a tutte le domande, nel secondo esame
-come nel primo, senza incagliare una volta sola.
-Ed era commovente il vedere come quel povero
-viso a grado a grado s'illuminava, come quel
-piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di
-lode, come sotto una carezza. L'esaminatrice
-d'aritmetica, contenta, gli disse terminando: — Bene.
-Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il
-numero <i>cento</i>? — E quegli, trionfante oramai,
-stirato prima il braccio in aria con l'atto d'uno
-schermitore che sta per impugnare la spada,
-prese la penna, piantò i gomiti sulla tavola con
-un far da padrone, e scrisse in mezzo al foglio
-un 100 enorme, in vere cifre da lotteria, inappuntabile.
-Poi buttò la penna da parte, e alzò
-il viso baldamente, come dicendo: — Si vuol
-altro da me?... Son qui pronto!
-</p>
-
-<p>
-Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli
-fece i rallegramenti, e disse al maestro: — Lo
-proporremo per la villa Genèro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa
-ridente, sulla bella collina di Torino, in mezzo
-agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli occhi e le
-Alpi di fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli
-occhi due raggi di sole....
-</p>
-
-<p>
-Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto
-malinconico, a cui la mamma aveva annodato
-con molta cura una cravattina nuova, che metteva
-più in vista la giacchetta trita. Fattegli
-alcune domande, il maestro dai capelli bianchi
-gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che
-rappresentava una signora con la sua figliuola,
-vestita riccamente, la quale tendeva la mano a
-una ragazza povera, accompagnata dalla sua
-mamma vestita a bruno; e c'era scritto, sotto la
-stampa: — <i>La figliuola della vedova.</i> — Interrogato,
-il ragazzo pose il dito prima sull'una e
-poi sull'altra figura, e disse: — Questa è la fanciulla
-ricca, questa è la povera.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, — gli domandò l'esaminatore, — dici
-che questa è la povera? — e aspettava che
-gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il
-ragazzo rispose invece, con certo accento di
-mestizia: — Perchè non ha più suo padre.
-</p>
-
-<p>
-Il maestro parve stupito e commosso da quella
-risposta, e, fatto cenno a me che quel ragazzo
-appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti,
-gli rispose con sapiente delicatezza, passandogli
-una mano sul capo: — Hai ragione.... In fatti....
-un bimbo non è mai povero fin che ha suo
-padre.
-</p>
-
-<p>
-E altri ne passarono: visi umili che domandavano
-misericordia, faccine toste che parea
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi
-in disdetta che non ne azzeccavano una,
-bricconcelli fortunati che le infilavano tutte, e
-bocchine slattate da un lustro che dicevano
-quattro e sette fa dieci con una grazia adorabile,
-e anche più d'un becco roseo invermigliato
-di sugo di ciliegie. Ne venne uno che per leggere
-il nome di Epaminonda preparò i muscoli
-labiali con un movimento comicissimo, come
-se avesse dovuto imboccare un trombone smisurato;
-poi un altro, un biondino tutto sgomento,
-il quale balbettò il nome di Cincinnato
-con tanti <i>cin</i>, da parere che imitasse il suono
-dei piatti turchi, mettendo a duro cimento la
-serietà di tutto il corpo esaminante; e dopo di
-lui un meschinello che a non so qual domanda
-difficile, dopo un lungo silenzio, non trovò altra
-risposta che due lacrime. E vidi ancora far
-molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno
-dei quali, avendogli detto la maestra: — Ma
-che cosa ci hai in quella testa? — si passò una
-mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo
-dietro alle letture del <i>Complemento del
-sillabario</i>, feci molte volate vertiginose da Mosè
-a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico
-il Grande a Orazio Coclite, a Giobbe, a
-Scipione, a Emanuele Filiberto, divertendomi
-a immaginare la ridda matta che dovevan ballare
-quei grandi personaggi nell'oscurità di
-quelle piccole teste; e dopo la solita formula: — Va
-pure, — sentii certi
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> possenti aneliti</p>
-<p class="i01">d'una seconda vita.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-</p>
-
-<p>
-che non credo se ne sentano di più profondi e
-di più dolci nelle aule dei tribunali regi alla lettura
-dei verdetti d'assoluzione.
-</p>
-
-<p>
-L'ultimo che si presentò alla maestra che
-avevo accanto fu il più lepido della processione.
-Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva aver
-sette anni al più; un viso di nulla, che somigliava
-una miniatura. La maestra gli fece una
-domanda, e, tardando la risposta, gli disse, un
-po' impazientita, con l'occhio rivolto altrove: — Su
-via! — Quegli credette che quel <i>via</i> significasse
-<i>vattene</i>, e, non desiderando di meglio,
-girò senz'altro sui talloni e se la diede a gambe.
-Quando l'esaminatrice si voltò, e non lo vide
-più, restò a bocca aperta un momento; poi s'alzò
-di scatto e corse nel corridoio, dove lo raggiunse,
-e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente
-accorto del disinganno.
-</p>
-
-<p>
-E questo innocente “tentativo d'evasione„
-fu l'ultimo episodio notevole a cui assistetti.
-Uscito prima che si sciogliesse la Commissione,
-trovai ancora nel corridoio del primo piano e
-in quello a terreno un buon numero di mamme,
-di nonne e di zie, che aspettavano con santa
-pazienza da un paio d'ore, e vidi gli abbracciamenti
-con cui alcune accoglievano “gli usciti
-fuor del pelago„ sommettendoli a un interrogatorio
-concitato, seguito da un arruffio di risposte,
-che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano
-più inquiete di prima. Non tutti, peraltro,
-si mostravano incerti o modesti. Un piccolo
-spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria
-con un gesto di capitan Fracassa: — Ho saputo
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-tutto! — Intesi un altro trionfatore che si vantava;
-ma la mamma, una donna del popolo, gli
-tagliò in bocca le vanterie, dicendogli: — Sta
-zitto, vanerello, che è stato sant'Antonio: tu
-non sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era
-un gruppo di donne che circondavano un
-bimbo d'un'altra classe, del quale si diceva che
-avesse fatto maraviglie, e tutti ci facevano dei
-commenti laudativi, lavorando di fantasia: — qualche
-cosa di non mai visto nè inteso, — gli
-esaminatori trasecolati, — un vero portento, — e
-guardavano il marmottino da capo a piedi,
-con grande ammirazione, come se gli vedessero
-già in dosso l'uniforme di Presidente dei Ministri.
-Un po' più in là raccolsi un frammento di
-dialogo di due popolane, una delle quali si lagnava,
-dicendo: — L'hanno interrogato su tutte
-le <i>combinazioni</i> più difficili. Già questi maestri
-e maestre, agli esami, si sa, <i>vanno tutti per
-protezione</i>. — E domandandole l'altra perchè
-non fosse andata ad assistere agli esami, che
-erano <i>a piede libero</i>: — Eh, cosa ci sarei andata
-a fare, — rispose, — <i>io che non conosco
-l'errore</i>!
-</p>
-
-<p>
-M'ero soffermato in quel momento a pochi
-passi dal portone della Scuola, davanti al quale
-stavano affollati una cinquantina tra scolari e
-scolare delle prime due classi, che facevano un
-cicaleccio vivissimo. A un tratto tutti tacquero,
-e li vidi dividersi rispettosamente in due ali,
-guardando tutti verso il mezzo (dove io non vedevo),
-con gli occhi scintillanti come di simpatia
-e d'ammirazione. Certo, entrava qualche personaggio
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-autorevole, l'Ispettore governativo, il
-Provveditore, che so io? il Sindaco di Torino. — Che
-ragazzi bene educati, — pensai; — buoni
-piccoli piemontesi, in cui pare innata, in cui è
-così profonda la reverenza dell'Autorità, che dimenticano,
-all'apparire d'un Superiore, ogni divertimento,
-ogni cura....
-</p>
-
-<p>
-Non avevo finito di dir questo che il personaggio
-entrò.
-</p>
-
-<p>
-Era un cameriere di caffè che portava un
-gelato.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span></p>
-
-<h3 id="piccoliscr">PICCOLI SCRITTORI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque
-alunni della seconda elementare d'una
-scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette
-agli otto anni, di tutte le classi sociali. Chi non
-ha mai letto una raccolta di “prose„ di questo
-genere non immagina quanto ci sia da divertirsi
-e da meditare.
-</p>
-
-<p>
-Si noti che il componimento fu fatto nella
-scuola, senza brutta copia, sotto gli occhi della
-maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse
-alcun suggerimento, e che perciò questi lavori
-sono la schietta manifestazione dell'animo e della
-capacità intellettuale degli alunni.
-</p>
-
-<p>
-Il tema era: — dite quali siano le occupazioni
-del vostro babbo, della vostra mamma, di
-ogni persona della vostra casa.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia.
-Noto di volo, soltanto, che gli errori
-grammaticali sono quasi tutti i medesimi, derivando
-la maggior parte o da anomalie della
-lingua, come quello frequentissimo di scrivere
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-al nominativo <i>miei fratelli</i> perchè si dice al singolare
-<i>mio fratello</i>, o dalla suggestione del dialetto,
-come quello del dativo <i>gli</i> in vece di <i>le</i>;
-nel che non si può supporre che i miei piccoli
-scrittori intendessero di seguire la teoria manzoniana.
-Quanto all'ortografia, sono pecche comuni
-(e la ragione si capisce) l'orrore della virgola,
-il disprezzo dell'apostrofe, l'appiccicatura degli
-articoli ai sostantivi, e la cattiva amministrazione
-delle consonanti, risparmiate o spese a sproposito,
-per non aver la norma della pronunzia
-esatta. Lo scoglio in cui tutti battono è l'acca
-del verbo avere. Io credo che molti ragazzi la
-sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano
-di scriverla; ma quegli altri che, ricordandosi
-che ci vuole, senza sapere ben dove,
-la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo
-così il verbo in un'interiezione, — <i>ah</i>, — la
-quale in certi punti fa un effetto comico,
-come se volesse dire: son stufo. E degli errori
-di senso è il più ovvio quello che proviene dall'intromettersi
-d'un pensiero in un altro pensiero,
-il quale rimane così troncato nella mente
-del fanciullo ed espresso a metà sulla carta,
-come uno di quegli avvisi pubblici a cui si sovrappone
-in parte un altro avviso. Nella correttezza
-grammaticale, del resto, come nella
-regolarità calligrafica, vi sono tra i lavori grandi
-differenze; non tutte riferibili al vario grado di
-capacità degli alunni, poichè molte derivano dal
-loro umore della giornata; che è come dire dalla
-rottura d'un balocco o dalla perdita d'un soldo
-o dalla soppressione del caffè e latte mattutino.
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-Ma dei dispiaceri di questa natura si risente
-molte volte anche lo stile degli scrittori di quarant'anni.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Restringo le mie osservazioni al campo morale,
-che è più fecondo e più vario. Ricavo per
-prima cosa da questi componimenti che la maggior
-parte delle famiglie si occupano dei loro
-piccoli scolari assai più di quanto non si soglia
-credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di questi
-trentacinque, anche di quelli di più umile condizione
-(e non c'è ragione di sospettare che non
-sian veritieri), il quale non dica che il padre o
-la madre o un fratello o una sorella gli fa recitare
-ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro,
-e tutti quanti accennano il particolare,
-che, ogni volta che escon di casa per andar a
-scuola, la mamma guarda loro nel zaino per
-veder se ci hanno ogni cosa. Mi par questo un
-segno certo di progredita istruzione popolare,
-poichè non credo che nelle famiglie povere di
-trent'anni addietro si facesse altrettanto. Quasi
-tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di
-tutti i loro parenti. E da questo e da altri accenni
-a consuetudini domestiche si capisce la vita ordinata
-e operosa di molte famiglie, in cui tutti
-si levano all'alba e lavorano tutta la giornata,
-e si aiutano e si ricreano insieme nel breve
-tempo che passano uniti; e appariscono vagamente
-figure di madri ammirabili, e sventure
-nobilmente sopportate, e case di piccoli “borghesi„
-nelle quali il decoro visibile è mantenuto
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata
-dalla buona armonia e dalla buona coscienza.
-E per questo rispetto la lettura dei componimenti
-m'ha rallegrato.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe
-a una mia opinione, ma che, potendo
-essere un semplice caso, non basta a distruggerla;
-ed è questa, che dalla classificazione
-dei componimenti non resulta che i ragazzi di
-famiglie popolane siano inferiori, per il minor
-aiuto intellettuale che hanno in casa, a quelli
-di famiglie agiate, poichè degli undici, sui trentacinque,
-che ebbero i punti migliori, sei sono
-figliuoli di povera gente.
-</p>
-
-<p>
-Notevole è pure che sono figliuoli del popolo
-quelli che scrissero espressioni più vive di affetto
-e di gratitudine per i loro parenti; il che
-può derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare
-per la famiglia in una forma più sensibile che
-non sia quella del lavoro della mente, e sono
-indotti più degli altri alla riflessione dall'austerità
-della vita, e comprendono e valutano meglio
-le privazioni che s'impongono per loro il padre
-e la madre, per effetto dell'esperienza dolorosa
-che ne fanno sovente essi pure.
-</p>
-
-<p>
-Curioso è che i tre alunni più affettuosi della
-classe sono tutti e tre figliuoli di cuochi.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Uno di questi chiude il componimento colle
-parole seguenti, che trascrivo alla lettera: — <i>Oh
-se potessi essere al posto di mio babbo, e non
-farlo più lavorare! Io penso che ha cinquant'anni!
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-Io penso alla mia povera mamma che
-è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia!</i> — Il
-figliuolo d'una lavandaia, orfano
-del padre, scrive: — <i>Io non ho il babbo, ma
-dico che cosa fa la mamma.</i> — E dice la sua
-lunga giornata di lavoro. — <i>Viene a casa tanto
-stanca che nemmeno mangia la cena. È molto
-buona e fa tutto quello che può per me, mi guarda
-perchè i vestiti siano puliti, mi fa la colazione,
-mi pettina e ha cura di me.</i> — Originale e bella
-è questa chiusa del figliuolo d'un fabbro ferraio: — <i>Oh
-bambini, obbedite sempre i vostri
-genitori. Essi sono gli angioli. Ti anno allevato,
-ti mantennero ti mandano a scuola ordinato e
-pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare.</i> — Questo
-<i>ti fecero camminare</i> non è bellissimo?
-Non è men bella quest'altra chiusa, del
-figliuolo d'un carbonaio: — <i>Povero babbo a durar
-fatica dalle 5 alle 9 e mezza. Povera sorella
-che dura fatica a lavorare. Povero fratello, è
-ammalato e molto.</i> — Ma la più singolare mi
-par quella del figliuolo d'un conciatore, che dice: — <i>Quanto
-sono carini i miei genitori! Quando
-noi gli chiediamo qualche cosa non osano dir di
-no, dicono di sì. Anno proprio compassione di noi.
-Il padre si chiama Antonio Lotta, la madre si
-chiama Maria Lotta, io mi chiamo Giulio Lotta.</i> — E
-come è semplice e graziosa questa frase del
-figliuolo d'un lavorante orefice: — <i>Il babbo è
-molto buono, la mamma è buona come il babbo</i> —;e
-quest'altra: — <i>La mamma pensa a tutti e a
-tutto. La sorella, quando la madre è fuori, essa
-fa da madre.</i> — È una perla quell'<i>essa</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Due caratteri principali si riscontrano in questi
-piccoli scrittori: i riserbati e laconici, che
-dicono il meno possibile, restringendosi a indicar
-secco secco le ore in cui le persone della famiglia
-si levano, mangiano, e vanno a dormire, e
-gli espansivi, che profondono le notizie e le confidenze.
-Questi parlano in special modo dei fratelli
-e delle sorelle, e si possono dividere alla
-volta loro in “affettuosi„ e in “critici„. La
-maggior parte dei primi ricordano con molta
-tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò
-che conferma la massima pericolosa d'un mio
-amico, padre molto prolifico, secondo il quale
-bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino,
-perchè ingentilisce il cuore dei figliuoli
-grandi. Dice uno: — <i>Quando la mamma mi lascia
-da guardare il fratellino più piccolo sono molto
-contento perchè gli do anche da mangiare.</i> — Un
-altro fa l'elogio del fratellino, che <i>studia
-molto</i>, e dice di sua sorella minore: — <i>Mi diverto
-in tutte le maniere con lei.</i> — Un terzo
-scrive: — <i>Maria è la mia gioia la faccio saltare
-e qualche volta fa le bizze. E allora</i> — soggiunge
-come la cosa più naturale del mondo — <i>la
-mamma mi batte.</i> — Dice il medesimo un
-quarto: — <i>Io o anche la sorellina che a appena
-cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento,
-e quando ho fatto il lavoro mi diverto e
-lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar dalla
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-mamma.</i> — È un destino!... Un altro butta là
-nel mezzo del componimento, senz'alcuna attaccatura
-col resto, questa frase curiosa: — <i>Mio
-fratello qualche volta mi fa dei piaceri.</i>
-</p>
-
-<p>
-I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti,
-qualche volta. Ve n'è uno che giudica in
-questo modo le sue tre sorelle: — <i>Ada è buona,
-ma un po' capricciosa; quella che si chiama
-Teresa va solamente a scuola all'asilo</i> (come si
-sente in quel solamente l'orgoglio dello scienziato!),
-<i>Adelaide è un po' cattiva.</i> — Altri fanno
-a carico dei loro fratelli rivelazioni più gravi,
-come quelle che seguono:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Poi ho un fratellino che ha appena due
-anni, e è un biricchino di prima riga.</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ho un fratellino di 7 anni che va a scuola,
-non vuole saperne di studiare.</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Ho un fratello grande che è bocciato.</i>
-</p>
-
-<p>
-Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli
-più minuti, in una forma amenissima: — <i>Il mio
-fratello più grande non studia abbastanza, ma
-fa dannare il babbo e la mamma. Torna a casa
-con un castigo da fare per la maestra. Il babbo
-e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei
-castighi da fare e lui dice di no e ha vergogna
-di dir di sì.</i>
-</p>
-
-<p>
-E che dire di un cervello sodo di sette anni
-e mezzo, il quale scrive: — <i>Ho due fratelli, il
-maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta
-giudizio</i>?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Molte cose strane e oscure dicono riguardo
-alla professione e alle occupazioni del padre. La
-professione alcuni non l'accennano; altri pare
-che non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice
-uno: — <i>mio padre è impiegato fuori di porta</i> — senz'altro:
-provatevi a indovinare. Un altro
-definisce la professione paterna in questo modo
-singolare, un po' indeterminato, mi sembra: — <i>Il
-babbo va via alle 7 per guadagnarsi il pane
-col sudore della sua fronte.</i> — Altrettanto singolare
-e non molto più lucida è quest'altra definizione: — <i>L'occupazione
-del padre è di pensare
-molto ai colori per fare i quadri con dei
-fiori e altre cose.</i> — Il figliuolo di un “impiegato
-al gas„ dice: — <i>Mio padre a mezzanotte
-va a spegnere i ceri.</i> — Definisce un altro in questa
-ardita forma grammaticale l'occupazione di
-sua madre: — <i>L'occupazione di mia madre è che
-pensa alla roba di non perderla.</i> — Il più originale,
-per altro, e il più misterioso è quello che,
-dopo aver detto: — <i>L'occupazione del mio babbo
-è di fare il benestante</i>, — soggiunge: — <i>cioè 5 o
-6 giorni sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in
-campagna a lavorare, e quei 5 o 6 giorni che è
-a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà
-all'ufficio, insomma ha tanto da lavorare che
-un'ora è in casa e un'altra è fuori.</i> — Un benestante,
-come si vede, che non poltrisce sulle sue
-rendite. Ne cito ancor uno che fra le occupazioni
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-del padre registra questa: — <i>poi il babbo viene a
-casa e sta due ore a leggere il popolo</i> (la Gazzetta
-del popolo) — e un altro che fa questa
-straordinaria rivelazione: — <i>Il babbo va a letto
-la sera alle 11 e non si alza più che alla mattina.</i>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano
-in questi pochi componimenti, se volessi
-citarle tutte, riempirebbero troppe pagine. Non
-si direbbe che è un epigramma pensato questa
-doppia proposizione: — <i>Mio fratello va al ginnasio,
-ma studia?</i> — E come è ben resa la varia
-operosità d'una brava ragazza di casa con questi
-due tocchi: — <i>Mia sorella mi corregge il lavoro
-e scopa il negozio.</i> — E che fior di logica semplicità
-v'è in questa frase: — <i>Allora i genitori
-mi fanno ripetere la lezione, se la so mi dànno
-la merenda e se non la so non me la dànno</i> — e
-nella seguente: — <i>la mamma mi lava i vestiti se
-sono sporchi, me li cucisce se sono stracciati</i>. — Dopo
-aver accennato le occupazioni dei parenti,
-uno passa a dire le proprie con questo ingenuo
-avvertimento: — <i>Vengo a parlare di me.</i> — Un
-altro: — <i>Adesso parlo di me.</i> — E un terzo, più
-solenne: — <i>Ed ora parlo di me stesso.</i> — Questi
-me ne rammenta un quarto che notifica in una
-forma nuova affatto la composizione della propria
-famiglia: — <i>A casa mia ho il babbo, la
-mamma, la sorella e me.</i>
-</p>
-
-<p>
-Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le
-seguenti, che paiono state cercate per ottenere
-un “effetto finale„:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi.</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza.</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi
-levo alle 7.</i>
-</p>
-
-<p>
-Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante
-notizia; la quale, per quanto concerne lui, è certamente
-una piccola spacconata: — <i>Dopo cena
-qualche volta andiamo al caffè a bere dei liquori.</i>
-</p>
-
-<p>
-Da un periodo arruffato d'un altro si capisce
-che in casa sua sono incaricati i ragazzi di apparecchiar
-la tavola; ma sentite con quali restrizioni,
-e come giudiziosamente e ordinatamente
-specificate: — <i>Ma mettono solamente il tovagliolo
-e le tovaglie perchè se mettono i tondi li
-rompono e le posate si tagliano o cadono per
-terra e possono fargli del male sugli occhi dentro
-alla bocca sulla fronte.</i>
-</p>
-
-<p>
-Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa
-maravigliosa uscita, che a qualcuno farà dare un
-balzo sulla seggiola: — <i>Il babbo viene a casa ed
-è l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato
-usciamo.</i> — Si capisce che voleva dir ceniamo;
-ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva forse in
-mente per l'espressione d'un pensiero d'affetto
-alla chiusa, essendosi cacciato avanti tutt'a un
-tratto, gli cascò sulla carta invece dell'altro.
-</p>
-
-<p>
-Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo
-d'un muratore, per intender la quale conviene
-sapere che una società di filantropi torinesi
-fondò delle “colonie alpine„ dove son mandati
-ogni anno a passar l'estate un certo numero di
-fanciulli poveri delle scuole municipali, scelti fra
-i più deboli di salute. Il povero ragazzo scrive
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-che a casa sta coi piedi nudi per non sciupare le
-scarpe, <i>perchè ho da andare alle colonie alpine,
-e così ci vuole un paio di scarpe buone</i>, — ed
-enumera dopo questo gli altri oggetti di corredo
-richiesti, soggiungendo con una esclamazione di
-gioia: — <i>E io ho già tutto!</i>
-</p>
-
-<p>
-Ma la più saporita l'ho serbata per la fine.
-Dice un ragazzo: — <i>L'occupazione di mio fratello
-maggiore è di levarsi la mattina alle 3 e di
-andare a Chieri al passo di corsa.</i> — Dêi del
-cielo, ci son venti chilometri! — E che dannata
-professione sarà mai questa? — mi domandai leggendo;
-ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì
-di scoprirla. Seppi poi dalla maestra che quel
-fratello è “volontario d'un anno„ nei bersaglieri,
-e che l'alunno aveva inteso d'accennare a una
-“marcia di resistenza„ fatta dal reggimento;
-ma s'era espresso in modo, come si vede, da far
-scambiare la fatica straordinaria con una occupazione
-quotidiana — spaventevole.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti,
-che non si troverebbe in una grande
-raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti elementari,
-che l'insegnarono a me, quanto ci sia da
-imparare spingendo l'analisi di questi lavori oltre
-l'ortografia e la grammatica. Ma mi arrischio a
-dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro
-che studiano il cuore e la mente umana; poichè
-credo fermamente che i fanciulli, a studiarli profondamente
-e con amore, siano, dopo gli scrittori
-di genio, i migliori maestri dell'uomo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span></p>
-
-<h3 id="desideri">I DESIDERI DEI RAGAZZI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Non sono immaginazione mia: li manifestarono
-per scritto trentacinque alunni d'una seconda
-classe elementare delle scuole municipali
-di Torino, ai quali la maestra diede per tema:
-<i>I miei desideri</i>, e fece fare il componimento
-nella scuola, senza brutta copia, concedendo
-un'ora di tempo. La maggior parte sono ragazzi
-dai sette agli otto anni, che venti mesi
-fa non leggevano ancora l'alfabeto, e diciotto
-sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho
-fra le mani i loro componimenti, — un mucchio
-di foglietti di carta rigata, coperti d'ogni
-forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta
-alla pura e pretta raspatura di gallina,
-e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e
-piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e
-non so risolvermi a buttarli in un canto,
-prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori
-più belli per offrirli agli studiosi e ai dilettanti
-di letteratura fanciullesca.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Prima di principiare a leggere pensai che
-questi componimenti non potessero essere che
-elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a
-un dipresso, come le vetrine dei venditori di
-giocattoli; non pensai, fra l'altre cose, che potesse
-essere così generale, come lo riscontrai,
-in ragazzi di quell'età il desiderio dei viaggi;
-il quale poteva dare, come dà infatti, ai loro
-lavori una varietà inaspettata e dilettevole; e
-sono appunto le espressioni diverse di questo
-desiderio ciò che mi divertì sopra tutto e che
-mi parve più meritevole d'osservazione nei periodi
-bizzarramente scarmigliati e claudicanti
-dei miei piccoli prosatori.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro,
-il desiderio di viaggiare, e nominano le città
-che preferirebbero di vedere. Le città più “desiderate„
-sono, per ordine di voti, Milano, Napoli
-e Roma. Penso che abbia il primato Milano
-per la ragione che, essendo la più vicina a Torino,
-è quella di cui i ragazzi sentono parlare
-più spesso. Quelli che vorrebbero andare a
-Roma son quattro, e due di questi paiono mossi
-da sentimenti politici opposti, perchè l'uno vorrebbe
-andarvi soltanto “<i>per vedere dove abita
-il papa</i>„, l'altro, <i>per vedere quel bel palazzo
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-dove ci sta Umberto I</i>. Il terzo, indifferente al
-monarca e al pontefice, dice che desidera di
-andar a Roma non per altro che perchè “<i>c'è
-stato il suo padrino</i>„, ed è dubbio il quarto perchè
-scrive che vorrebbe andare “<i>sul bastimento
-a rona</i>„ e può darsi che abbia inteso di scrivere
-a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro,
-del resto, che parla d'andare “<i>col bastimento</i>„
-a Milano. Per Firenze non ci sono che due
-aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia.
-Ce n'è sette, invece, per l'America; ma è da
-notarsi che i più di questi dicono l'America
-perchè ci ebbero o ci hanno qualche parente;
-ed è lo stesso dei tre che desiderano d'andare
-in Francia. Due soli hanno desideri senza confini;
-uno che vorrebbe <i>visitare tutto il mondo</i>,
-e un altro che desidera di <i>viaggiare tutti i paesi</i>;
-e altri due sognano viaggi avventurosi di scoperte
-e di lotte. <i>Il mio desiderio, sarebbe di attraversare
-il mare e di cercar le oasi</i> (voleva
-dir le isole forse), e il secondo: <i>Mi piacerebbe visitare
-i deserti dove c'è le bestie feroci.</i> C'è anche
-un originale che vorrebbe non solo andare,
-ma <i>stare in Asia</i>; in quale parte non lo dice;
-si può intendere fra Gerusalemme e Pechino;
-e la ragione della sua scelta è un po' vaga: — <i>perchè
-è molto bello e mi piace molto e c'è un
-sole molto caldo.</i> — Invitato dalla maestra a
-spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio pien
-di mistero. Più comprensibile è uno dei sette
-già rammentati, che vorrebbe visitare <i>quella
-grande città d'America</i> (non dice quale) <i>perchè
-ci sono quelle grosse piante, quei tronchi che sono
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-di una grandezza straordinaria</i>; ed esprime in
-questa forma ingenua la sua ammirazione per
-la fecondità della natura: — <i>E poi da quelle
-piante piccole a venire e quelle piante straordinariamente
-grosse!</i> — E gli accozzamenti delle
-grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi.
-Uno vorrebbe veder <i>Milano, Firenze, Castellamonte</i>;
-un altro vorrebbe <i>andare in America,
-e poi a Crescentino</i>, un comune della provincia
-di Novara, dove dice che è “<i>puro il cielo</i>„.
-Ma la cosa più amena sono le ragioni che adducono,
-gli scopi particolari che si prefiggono
-alcuni al loro viaggio. Quello che dice: — <i>vorrei
-andare a Genova a pigliare i bagni di mare,
-ma ho un po' paura della burrasca</i> — si capisce;
-ma quello che vorrebbe andare a Firenze!
-Non pensate che sia per veder Santa
-Croce, i musei, i monumenti: si può dare in
-mille a indovinare. — <i>Per bere il latte che è
-squisito!</i> — Donde gli sarà mai venuto un così
-straordinario concetto del latte fiorentino? Può
-fare il paio con quell'altro che desidera d'andare
-a Napoli, oltre che per vedere il <i>vulcano
-o vesuvio</i>, sapete perchè? <i>Perchè si mangiano
-dei maccheroni napoletani;</i> e questo passi; ma
-soggiunge il sudicioncello: — <i>e sono molto buoni
-e non si prendono col cucchiaio ma si mangiano
-con le mani.</i> — Chiedo scusa per costui, come
-cittadino torinese, ai miei compaesani di Napoli,
-e li assicuro che si tratta d'un'opinione
-affatto personale dello scrittore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole
-che quasi tutti quelli che v'accennano
-desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno
-di progredita cultura igienica? Perchè non
-uno su trenta scolaretti di Torino, quando io
-ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio;
-certo, non ci avrebbe pensato nessun
-ragazzo di famiglia povera. L'immagine più
-poetica, riguardo al mare, è quella del figliuolo
-d'un operaio, il quale dice: — <i>Mi piacerebbe
-andare sugli alti mari dove si vede per tutto
-acqua e celo;</i> — ma vorrebbe avere con sè la
-mamma, la zia e un cugino “<i>per dividere i
-pericoli</i>„. Sono anche di più quelli che desiderano
-di andare in montagna; ed è naturale
-anche questo poichè vivono tutti davanti allo
-spettacolo incantevole delle Alpi. Uno dice che
-vorrebbe andare in montagna <i>per vedere i buoi</i>;
-un altro <i>per stare molti giorni ad una certa
-altezza numerosa</i>; un bel traslato ardito, se lo
-volle riferire, come pare, al numero dei metri
-d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso
-desiderio con una frase semplice e triste che
-tocca il cuore: — <i>Vorrei andare sulle più alte
-montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non
-sono mai andato in nessun paese.</i> — Andare a
-passar l'estate in campagna, senza determinazione
-di luoghi, è il desiderio più comune; più
-vivo in quelli che non lo possono soddisfare,
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-ed espresso da tutti con un'insistenza e un calore
-di parola, in cui si sente un bisogno vero
-del corpo e dello spirito, un fremito d'uccelletti
-ingabbiati, assetati d'aria e di verde. Conviene
-anche dire, peraltro, che quanto a viaggi e a escursioni
-i desideri di una buona parte sono assai
-moderati, arrestandosi in alcuni ai Santuari
-d'Oropa e di Graglia, e in altri a villaggi dei dintorni
-di Torino e alla basilica di Superga; nella
-quale uno degli scrittori vorrebbe andare a
-vedere “<i>quei sotterranei dove è morto il re</i>„.
-Parecchi sono anche più modesti: non desiderano
-che “<i>una passeggiata nel Corso Palestro</i>„
-che vedono ogni giorno, poichè è a un passo
-dalla loro scuola, o <i>una di quelle passeggiate
-in via Po</i> (chi sa quali?), o fino alla <i>succursale</i>
-(niente di meno), che è una stazione minuscola
-della strada ferrata di Milano, dentro la cinta.
-Ce n'è uno, poi, che non vuol andare in nessun
-luogo, e manifesta per i viaggi un'avversione
-assoluta; dicendo che vorrebbe star <i>tutta
-la vita a Torino</i>, per una ragione che siete
-mille miglia lontani dall'immaginare: p<i>erchè
-c'è aria fina</i>. E neppure potete immaginare la
-ragione, tanto è semplice, che adduce un altro
-del non poter fare i grandi viaggi che vorrebbe. — <i>Ma
-fare tutti questi viaggi non posso-</i>-dice — <i>perchè
-o da frequentar la scuola tutte le
-mattine.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
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-<p>
-Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La
-propaganda per la pace ha recato
-qualche frutto? Si può riconoscere in codesti
-componimenti uno scemato spirito guerresco
-nel desiderio scemato di quei giocattoli che
-rappresentano strumenti e idee di guerra e di
-morte? — Mi manca, per dare una risposta, il
-termine di paragone; ma temo che, se anche
-l'avessi, non potrei dare una risposta molto
-consolante. Su trentacinque sono undici che
-desiderano trombe, soldati di piombo, fucili,
-sciabole, pistole, un intero arsenale. Credo soltanto
-minore di quello che sarebbe stata trent'anni
-fa la richiesta dei tamburi (due soli ne
-chiedono) perchè, non usandosi più il tamburo
-nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È
-vero, peraltro, che uno solo di quegli undici
-esprime chiaramente delle idee belligere, e anche
-in senso puramente difensivo, dicendo: — <i>Vorrei
-essere vestito da soldato per andare in
-guerra a combattere contro il nemico e salvar
-la mia patria.</i> — Quasi tutti gli altri non chiedono
-armi che per giocare. Ce n'è uno, anzi,
-che confessa la propria avversione alla guerra
-in un modo assai comico, ed è di quelli che
-vorrebbero viaggiare in Africa. — <i>Ma andare
-in Africa</i> — soggiunge — <i>non mi piace perchè
-c'è la battaglia, ma io vado quando non fanno
-la battaglia.</i> — E dice anche, contraddicendosi,
-che non gli piace d'andare in Africa, <i>perchè vi
-sono neri gli Abissini</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Più delle armi sono desiderati gli animali,
-naturalmente, poichè dopo l'uomo — primo oggetto
-d'osservazione pei fanciulli, — son quello
-che più gli rassomiglia; e fra gli animali, per
-la bellezza delle forme, e per la vivacità delle
-mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più
-desiderato è il cavallo. Sedici alunni vorrebbero
-averne uno, ma due soli specificano: <i>un
-cavallino sardo</i>. Poi viene il cane, desiderato da
-cinque: uno dei quali vorrebbe <i>uno di quei cani
-inglesi</i>, e un altro, <i>un bel can barbone</i>; ma per
-licenziare la serva, parrebbe: <i>perchè</i> — dice — <i>il
-can barbone è docile e serve a far la spesa
-ai padroni</i>. Sono desiderati da altri una <i>pecora</i>,
-una <i>pecorella viva</i>, un <i>asinetto</i>, ed altri animali
-domestici; di uccelli non è nominato che il canarino.
-Anche il gatto ha un voto solo; forse
-perchè quasi tutti ne hanno uno da tormentare
-in casa propria. Ma a proposito di bestie il più
-saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe
-“<i>un bel cane e un cagnolino da guardia</i>: sentite
-se si può essere più assennati e più previdenti;
-par che ripeta un discorsetto di suo
-nonno: — <i>Ma con questi due cani</i> — dice — <i>uno
-piccolo, e l'altro grosso, non vorrei che fossero
-invidiosi, che non si mordessero malamente,
-come fanno certi cani, e non mi piacerebbe
-niente se venissero arrabbiati, allora poi
-li farei uccidere perchè senò si uccidono tra
-loro</i>....„
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Tra le cose inanimate quelle che destano più
-desideri sono la lavagnetta col gesso e il teatro
-coi burattini; ma perchè l'una e l'altro servono
-all'imitazione della vita. Anche la lavagnetta,
-in fatti, benchè dicano quasi tutti — le mascherine — di
-desiderarla per esercitarsi alle operazioni
-aritmetiche (che suol essere il pretesto
-con cui se la fanno comperare), in realtà la
-vogliono per rabescarvi su dei fantocci. Quattro
-desiderano <i>una biblioteca</i>, senza dir altro; uno
-eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche
-molto discrete, poichè la vorrebbe composta di
-<i>tutti e cinque i libri di lettura</i> delle cinque classi
-elementari e di <i>una bella storia sacra per leggere
-la venuta dei magi</i>. Di altri libri che si desiderino
-non trovo accennati che due l<i>ibri di
-preghiere</i> e <i>un bel libro di preghiere a Gesù
-Bambino</i>. Opere d'arte ne desidera uno solo,
-che vorrebbe <i>una statua</i>, e non aggiunge parola:
-la prima statua venuta. Non metto fra gli
-oggetti d'arte <i>i due quadri, uno del re e uno
-della regina</i>, a cui accenna un altro, perchè
-possono essere desiderati per sentimento di devozione
-alla monarchia; come forse per sentimento
-religioso desiderano altri tre un <i>bel crocifisso,
-un bel quadro della Madonna, una Madonna
-dipinta</i>. Un solo filarmonico si palesa,
-uno che vorrebbe <i>un pianoforte per imparare
-a sonarlo molto bene</i>. Fra gli oggetti di desiderio
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-più singolari noto <i>una bell'arnia e un servizio
-da caffè</i>. Ma come badano tutti, quando può
-nascere equivoco, a far ben capire che vogliono
-oggetti da grandi, e non dei trastulli. — <i>Vorrei
-un bell'orologio</i> — dice uno — <i>ma non di quelli
-da cinque centesimi, e che vada.</i> Un altro vorrebbe
-una barca — <i>ma proprio di quelle da metterci
-noi dentro e partire;</i> — l'espressione potrebbe
-essere forse più elegante, ma non più
-chiara. E uno di quelli che desiderano un cavallo
-spiega bene: — <i>un cavallo, ma da andare
-in groppa.</i> Un quarto mette in un mazzo, come
-tre cose affini, questi tre desideri: <i>un teatro,
-una gallina, una spada.</i> È strano come non uno
-di questi trentacinque ragazzi, di cui la più
-parte sono di famiglia povera, esprima il desiderio
-d'un bel vestito, d'un oggetto d'ornamento,
-d'una qualunque cosa che dimostri la
-vanità di volersi distinguere esteriormente. Qualcuno
-si stupirà che non sia stata ancor nominata
-la bicicletta, e ci sarebbe davvero da stupire
-se non l'avesse rammentata nessuno. I desiderosi
-del nuovo “locomobile„ come lo chiama
-prosaicamente il regolamento municipale, o del
-<i>ferreo corsiero</i>, come lo chiama poeticamente
-Lorenzo Stecchetti, son cinque; uno dei quali
-espone il suo desiderio con questa piccola spampanata: — <i>Mi
-piacerebbe andare a Napoli a traversare
-il mare che è veramente bello; ma se io
-avevo una bicicletta sarei già andato.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„
-i desideri son pochi, e non irragionevoli.
-La proprietà più ambita è il giardino — <i>un giardino
-con molti fiori — un giardino tutto fiorito
-di rose</i> — ed altri, definiti brevemente, con immagini
-graziose, che esprimono un desiderio
-vivo. V'è un solo ragazzo, più pratico, chè vorrebbe
-“<i>un campo pieno di frumento</i>„. Tre desiderano
-una casa, che uno chiama <i>una costruzione</i>,
-e la vorrebbe mobiliare a modo suo, col
-proponimento, pare, di rimaner celibe, perchè
-scrive: <i>una piccola casetta per mettervi un lettuccio,
-un sofà, un guardaroba, con alcune seggiole
-e un seggiolone</i>. Più numerosi son quelli
-che desiderano indeterminatamente la ricchezza;
-ma quasi tutti (e in questo è evidente
-che esprimono un'idea inculcata loro alla scuola
-più che un sentimento spontaneo) dicono di
-desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere
-i poveri. Uno solo determina l'ammontare del
-patrimonio che vorrebbe avere, aggiungendo
-quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — <i>Vorrei
-avere una lira per fare elemosina
-agli infelici, cioè come lo storpio, il cieco e
-il monchino</i>. Desideri riguardo all'avvenire, e
-in specie alla carriera, tre soltanto ne espongono:
-uno che vorrebbe esser <i>marinaio</i>, e
-due che vogliono far l'<i>avvocato</i>. E pare che
-uno di questi faccia conto di pescar nel Foro
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-fior di quattrini perchè dice: — <i>I miei desideri
-sono pure, quando sarò già avvocato, due bellissimi
-cavalli e una magnifica carrozza, e
-quando avremo voglia d'andare a cavallo, io e il
-mio papà, andremo, e quando avremo voglia di
-andare in carrozza, andremo.</i> — E perchè no?
-Non si direbbe che c'è sotto una sfida ai socialisti?
-Un altro, meno ambizioso, dice di desiderare
-<i>un caffè</i>; ma non si capisce se sia per
-“esercitare il negozio„ o solamente per vuotare
-a suo libito le bocce e le zuccheriere; che
-è forse la versione più ragionevole. Osservo, a
-questo proposito, che non ci sono in tutti e
-trentacinque i componimenti se non pochissimi
-indizi di ghiottoneria. Quattro soli desiderano
-dei dolci, pochi altri delle frutta; e dice uno di
-questi che vorrebbe andare in America <i>perchè
-c'è lo zucchero</i> e in Africa <i>perchè c'è i datteri</i>.
-Cito ancora ad onore un ragazzo sobrio che
-vorrebbe <i>fare una bella cena in un giardino,
-e bevere un pochino, ma non bevere molto</i>, e
-un altro capetto scarico, il quale desidera che
-i suoi genitori diano un pranzo in casa, e numera
-le persone che vorrebbe invitate, una
-caterva di parenti, congiunti, padrini, madrine
-ed amici, da dar fondo alle dispense dell'<i>Albergo
-d'Europa</i>.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Alcuni di questi componimenti si distinguono
-per un'abbondanza d'idee, per un'effusione di
-sentimento e un colore di sincerità, che li fanno
-parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-dell'animo, più che lavori di scuola; e danno
-perciò a conoscere in parte, l'indole dello scrittore;
-la quale rimane affatto nascosta in tutti
-gli altri, segnati d'una comune impronta scolastica.
-Quattro di questi scrittori originali mi colpirono
-in particolar modo.
-</p>
-
-<p>
-Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente
-e tenero„. Egli dà al componimento la
-forma d'una lettera, disordinata e oscura, in
-cui frammette, come un ritornello poetico, all'espressione
-dei propri desideri parole di caldo
-affetto, note quasi d'amore, per la sua maestra;
-alla quale dà del <i>lei</i> e del <i>tu</i>, espandendo l'anima
-lirica con una concitazione di stile singolarissima: — <i>Io
-vorrei andare a Roma</i> — scrive,
-salvo i peccati mortali d'ortografia — <i>stare due
-mesi in campagna, ma che lei venisse a vedermi,
-vorrei giocare alla palla e pregherò per te che
-non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio
-molto bene e vorrei andar nel mare, e guardi
-di venire a vedermi, che saremo felici, e guardi
-di non esser mai malata, a me piace d'andare
-a giocare e guardi di venire al più presto che
-puoi.</i> Ma l'adoratore rientra in sè tutt'a un tratto
-alla chiusa, e dice rispettosamente: — <i>Con tutta
-stima la riverisco.</i>
-</p>
-
-<p>
-Il secondo è un'immaginazione effervescente
-e sfrenata, che esprime rapidamente una quantità
-di desideri diversi, come se cercasse degli
-effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca
-di affollare con disordine pensato immagini disparatissime.
-Egli vorrebbe andare in villeggiatura,
-a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco,
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-a Parigi, sul <i>vapore</i>, in vettura, in <i>tram</i>, in pallone,
-e dopo aver aggiunto che vorrebbe <i>stare
-in un gran palazzo</i> e che gli <i>piacerebbe d'essere
-il re</i>, e accennato altre sue vaste aspirazioni
-e splendidi sogni, finisce il componimento
-esprimendo il desiderio modestissimo di <i>pigliare
-un bagno</i>.
-</p>
-
-<p>
-Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola
-la lepidezza con l'affetto e con l'ironia,
-rivolgendo tratto tratto la parola a sè medesimo
-per darsi delle ammonizioni e dei consigli,
-coloriti di canzonatura. Dopo aver significato
-il desiderio d'andare in campagna per
-mangiar frutta, dice: — <i>Ma per te, mio Cesarino,
-non ci andrai che quando le scuole saranno
-al fin dell'anno;</i> — e poi enumera le uve
-che mangierà — <i>l'uva bianca, l'uva nera, l'uva
-mericana</i>, ecc., e soggiunge paternamente a sè
-stesso: — <i>Ma io ti dirò, caro Cesarino, che a
-mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche
-la salute, e fa perfino venire mal di gola;</i>
-e infine si dà questo memento gentile: — <i>Tu
-mangierai le frutta, ma le viole le governi per
-portarle alla maestra, che è tanto buona e gentile
-coi bambini della sua classe.</i>
-</p>
-
-<p>
-L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio,
-amante del quieto e grasso vivere. Sentite che
-beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe d'andar
-l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — <i>a
-spassarmela in campagna</i> — dice — <i>perchè
-là si sta molto bene, si mangia, si
-beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta
-uva, c'è di tutto e questi sono i miei più cari
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-desideri</i>. E dopo aver detto che andrebbe volentieri
-ad Alassio, dove ha un amico, già suo
-compagno di scuola (<i>antico</i> compagno, lo chiama),
-<i>che se ne sta coricato nella sabbia calda
-dal sole</i>, esce in questa impagabile frase esclamativa,
-di cui rispetto l'ortografia: <i>E!! — ne
-son ben malcontento di non poterci far parte!</i> — Ma
-il più curioso è che questo allegro ragazzo,
-che parla del paese di Cuccagna come
-d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero operaio,
-il quale non ha ombra di casa nè di poderi.
-E la chiusa del componimento è una
-gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro,
-ma che, essendo arrivato in fondo al
-foglio, deve far punto per mancanza di spazio,
-butta là questa espressione equivoca che può
-esser presa in un senso.... terribile: <i>non posso
-più trattenermi.</i>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-V'è ancora espresso, in queste pagine, un
-ordine particolare di desideri, meritevoli d'un
-cenno a parte: desideri, che sarebbe più proprio
-chiamar propositi, di studiare, di esser
-buoni, di migliorarsi. Quasi tutti li esprimono:
-molti, certo, più per sentimento di convenienza
-che per impulso dell'animo, o anche per forza
-di consuetudine, o per dare buon concetto di
-sè; ma della sincerità d'alcuni è impossibile
-dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro
-linguaggio. Dice uno: — <i>mi piacerebbe che la
-madonna mi facesse essere buono a scuola e a
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-casa.</i> — Un altro: — <i>Io voglio ancora studiare
-con tanta voglia e con tanta bontà</i> (non è bellissimo?)
-<i>e poi darò ancora 1000 e poi ancora 1000
-consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai
-miei superiori.</i> C'è uno che fa un vero atto di
-contrizione: — <i>Il mio più bel desiderio è di studiar
-bene, che la Sig. Maestra è tanto buona, di
-non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come
-ho fatto. E adesso guarderò di fare tutto quello
-che posso per star buono.</i> E carino è l'esordio che
-fa un altro al componimento: — <i>Io farò tutto
-quello che so per farlo bene e per scriverlo bene</i>
-(senza dir che cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi
-desideri, il primo dei quali è di possedere <i>una
-penna d'avorio</i>, e il secondo è espresso candidamente,
-così: — <i>Io vorrei che mio padre e mia
-madre non mi sgridassero mai.</i> — E ci sono anche
-quelli che si propongono un ideale di buona
-condotta addirittura disperato, come uno che
-vorrebbe avere un cortile per giocare “<i>ma non
-di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino
-si fa sempre di chiasso</i>„. — Che delicatezza! E
-in casa sarà forse il terremoto. Il più commovente,
-in fine, è l'atto di mesta rassegnazione
-d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto
-molti desideri, mostrando di capire che per
-lui sono cose dell'altro mondo, che non potrà
-aver mai, dice che si contenterebbe d'andare
-alle <i>Colonie alpine</i> dei ragazzi poveri, e soggiunge: — <i>Ma
-i miei genitori non vogliono perchè
-dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-E queste ultime parole, che paiono un lamento
-compresso, mi turbano nell'animo la giocondità
-che m'avevan messo tante altre cose amene
-trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano
-al pensiero non soltanto il ragazzo che le
-scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui nessuno
-dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno
-i più umili, sono appagati, e che, non
-comprendendo ancora che cosa veramente sia
-l'esser poveri, non comprendono che i genitori
-<i>non possono</i>, e pensano che <i>non vogliano</i>, e dicono
-come quello: — <i>E sia così!</i> — rassegnatamente,
-ma col cuore di chi si rassegna ad
-un torto. Ah, i desideri dei ragazzi! Essi sono
-ad un tempo una delle più care e delle più
-tristi cose del mondo. Poterli appagare è una
-delle più dolci soddisfazioni della ricchezza;
-non potere è una delle amarezze peggiori della
-povertà. Questo dovrebbero aver sempre in
-mente quei fortunati ai quali è concessa la
-grande gioia di essere benefici. Accanto alla
-carità che domanda al ragazzo povero di che
-cosa abbia bisogno, ci dovrebbe esser sempre
-la carità che gli domanda che cosa desidera;
-dietro la mano che gli dà un pane, una mano
-che gli porga un trastullo; perchè non basta
-ch'egli non pianga, bisogna ch'egli sorrida;
-perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso
-si prepara l'uomo che tratterà i fanciulli
-senza pietà e che odierà i suoi simili per vendetta
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span></p>
-
-<h3 id="garofano">IL GAROFANO ROSSO.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava
-ancora su per le scale con la cartella del
-disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello
-e, appena le fu aperto, si slanciò nella sala da
-desinare, dove l'aspettavano il padre e la madre,
-coi regali pel suo giorno natalizio.
-</p>
-
-<p>
-In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il
-mazzo di fiori, l'anello, il libro illustrato e il
-canestrino da lavoro, disposti sulla tavola apparecchiata,
-su cui brillava un raggio di sole;
-poi, ringraziando e ridendo, abbracciò e baciò
-con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si
-lasciò guardare.
-</p>
-
-<p>
-Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli
-ondulati e i suoi grandi occhi parevan
-più neri del solito, e il bel garofano rosso, contornato
-di violette, che le usciva dall'abbottonatura
-del giubbetto bianco, non reggeva al confronto
-della sua piccola bocca capricciosa e imperiosa.
-</p>
-
-<p>
-Suo padre stette un minuto in adorazione davanti
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-a lei; e i suoi occhi pieni di tenerezza
-facevano un contrasto singolare coi minacciosi
-baffi grigi che gli andavan dalla bocca alle orecchie.
-Sarebbe bastato uno sguardo a chi che sia
-per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor
-Mazzi, dalla faccia di vecchio soldato e dalle
-mani d'antico operaio, più temuto che amato
-dai duecento cinquanta lavoratori della sua
-grande fabbrica d'ombrelli e di bardature, una
-delle più fiorenti di Torino, non era che il servitore
-umilissimo di quella ragazzina di dodici
-anni, in cui pareva che si fosse affinato ancora
-il sangue signorile della mamma. Bella, figliuola
-unica, delicata di salute: aveva tutto quello che
-ci voleva per far la tiranna. Una lunga malattia
-sofferta da lei due anni innanzi, a cagion
-della quale, perduto un anno, ripeteva l'ultimo
-corso elementare nelle scuole del Municipio,
-aveva ancor rinsaldato il suo impero. A ogni
-sua nuova prepotenza giurava bensì il signor
-Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando
-un'altra volta la vedeva addolorarsi d'una ripulsa
-o ricorrere all'arma terribile del digiuno per
-far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto,
-le vedeva gonfiar per la collera quel bel collo
-esile e bianco, come se fosse sul punto di schiattare,
-ogni forza alla lotta gli mancava. Faceva
-ancora un'ultima mostra di resistenza invocando
-il soccorso della signora Mazzi, che con la sua
-mollezza di bionda grassa e linfatica gli consigliava
-di cedere per la pace, e poi.... cedeva
-per la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo
-d'Alba una fitta e intricata vegetazione
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro, non
-aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà,
-nato in lei e mantenuto vivo da una precoce
-e quasi maravigliosa intuizione delle miserie e
-dei dolori del mondo che non conosceva.
-</p>
-
-<p>
-Quando si credette ammirata abbastanza,
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Papà, ti ho da domandare un favore.
-</p>
-
-<p>
-Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio
-la cameriera ad annunziare che il signor Boleri,
-avvocato criminale e radicale, brillante ed
-entrante, buon amico di casa Mazzi, desiderava
-dir due parole al padrone.
-</p>
-
-<p>
-Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina
-che, fra gli altri difetti, aveva anche quello
-d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò all'uscio
-socchiuso per ascoltare. Ma il dialogo non le
-arrivò all'orecchio che a frammenti.
-</p>
-
-<p>
-Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo
-solito accento gioviale, il Mazzi rispose con tutt'altro
-accento: — Mi rincresce, non posso.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai
-far scomparire il presidente onorario della <i>Fratellanza
-artigiana</i>, a cui quel povero diavolo
-s'è raccomandato. È un buon operaio, alla fin
-dei conti; ha lavorato per due anni nella tua
-fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene.
-</p>
-
-<p>
-Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle
-ragioni che la ragazza non intese.
-</p>
-
-<p>
-L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta
-sul serio: — Sta bene, — disse; — ma pensa
-che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova;
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-che chiedendoti d'esser riammesso, fa ammenda
-del suo torto, se pure ti fece un torto, e che ha
-famiglia.... e fame.
-</p>
-
-<p>
-Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando.
-Doveva dare un esempio. Avrebbe voluto dir di
-sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno voluto
-lottare, — concluse, — lui e gli altri della
-combriccola, e hanno perso: tanto peggio per
-loro. È una guerra a oltranza che si combatte
-fra loro e noi. Io non do tregua. Faccio come
-essi fanno: mi servo di tutte le armi che sono
-in mia mano.
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè
-il Boleri, — contro un vinto, che ti chiede
-grazia.
-</p>
-
-<p>
-— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi
-domani. È inutile che tu insista. Ho deciso.
-</p>
-
-<p>
-— È la tua ultima parola?
-</p>
-
-<p>
-— Me ne dispiace per te, che hai preso la
-cosa a cuore. È l'ultima.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi
-per uscire, — ti credevo non soltanto più pietoso,
-ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati
-questa, e buon pro ti faccia. Darai alla bambina
-questo mazzetto. Tanti saluti.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare
-col viso rannuvolato e porse ad Alba il mazzo
-di fiori.
-</p>
-
-<p>
-— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi
-quell'operaio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì
-subito di quella durezza, e soggiunse benevolmente: — Parliamo
-d'altro, Albina mia. Avevi
-un favore da domandarmi, m'hai detto?
-</p>
-
-<p>
-— Era quello.
-</p>
-
-<p>
-— Come, quello? — domandò il padre, stupito,
-fermandosi in mezzo alla sala.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a
-poco a poco, continuando: — era quello, appunto;
-Maria Cinzano, una mia compagna di
-scuola, figliuola di quel tuo operaio; è lei che
-me n'ha parlato questa mattina; m'ha detto: — verrà
-un avvocato da tuo padre, per raccomandar
-mio padre. Io mi raccomando a te. Faglielo
-riprendere. È senza lavoro. Siamo nella
-miseria. — E m'ha dato questo mazzettino per la
-mia festa, un garofano rosso. Io le ho detto di
-sì. Mi puoi dir di no, tu, il giorno della mia
-festa?
-</p>
-
-<p>
-E gli saltò al collo.
-</p>
-
-<p>
-Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso
-serio, — perchè hai buon cuore; non te ne faccio
-rimprovero. Ma non posso contentarti.
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Il perchè non lo puoi capire.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti
-al signor Boleri. Ma non è un buon perchè.
-E poi.... come ho da fare a andar a dire
-alla mia compagna che m'hai detto di no? E
-oggi appunto ho da fare un componimento sopra
-un signore caritatevole che salva dalla miseria
-una povera famiglia! In che maniera ho
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-da trovar le idee? Perchè sono nella miseria,
-hai da sapere. Ah! ora capisco. È un mese che
-la vedo cambiata, è dimagrita, chi sa come
-mangia; vive forse di pan nero; non studia più;
-viene a scuola con gli occhi rossi. Ho da andarle
-a dire che tu vuoi che muoia di fame?
-</p>
-
-<p>
-— Non voglio questo, — rispose burbero il
-padre. — Basta così, e mettiamoci a tavola.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, — disse la ragazza, — se non
-mangia lei, non mangio io.
-</p>
-
-<p>
-— Alba!... Ti castigo.
-</p>
-
-<p>
-— Castigami!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto,
-voltandosi verso sua moglie che stava seduta
-sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che
-questa ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è
-mai vista un'audacia simile! — E tornò a voltarsi
-verso la figliuola: — Ma che obblighi ho
-io verso un briccone che mi piantò da un'ora
-all'altra, quando avevo bisogno di lui, e che
-adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi
-offre un lavoro.... di cui non so che fare? — Poi
-si voltò da capo alla moglie: — Figurati!
-Un presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato,
-mi mette su una decina di compagni.... fanno
-tutto il loro armeggio sott'acqua.... imbastiscono
-una specie di Cooperativa.... Poi, un bel giorno,
-si licenziano, e con che arie! Vanno a offrire i
-loro servizi ai miei clienti, brigano al Municipio,
-fanno parlare i giornali.... In capo a un anno,
-si capisce, sono andati a gambe all'aria e ci han
-rimesso quel po' di fondi raggruzzolati non so
-come.... E io dovrei riprendere il caporione! Per
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-far piacere a quel gran protettore di tutti i cialtroni
-disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E
-si voltò un'altra volta verso la ragazza: — Tu
-non conosci gli operai, povera ingenua. Tu non
-sai che razza di cani son tutti quanti.
-</p>
-
-<p>
-— Sei stato operaio anche tu, — rispose la
-ragazza.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli
-altri; ma per questo li conosco, e li tratto come
-si meritano.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti
-mica diventato ricco tu, se non avessero lavorato
-per te.
-</p>
-
-<p>
-Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere
-che m'hanno fatto una grazia. Essi danno a me
-il loro lavoro; io do loro il mio danaro.
-</p>
-
-<p>
-La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma
-essi te ne fanno guadagnare molto
-più di quanto ne dai.
-</p>
-
-<p>
-A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa
-dici? Chi t'ha insegnato a metter fuori di queste
-ragioni? — E, dopo un momento di riflessione,
-riprese con maggior collera: — Questa non è
-farina del tuo sacco.... È forse la maestra che
-t'imbecca di codesta roba?... A questi lumi di
-luna, non ci sarebbe da stupire.... Dimmi un po':
-ho indovinato?... Ah, bene! Andrò io a dirle
-due parole all'orecchio, alla tua maestra.
-</p>
-
-<p>
-— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza.
-</p>
-
-<p>
-— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?...
-O mi dici chi è, o vo dalla maestra
-domani mattina.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'ho letto.
-</p>
-
-<p>
-— Dove l'hai letto?
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando
-animo; — l'ho letto nei libretti che hai tu, che
-hai portato tu a casa.
-</p>
-
-<p>
-— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò
-il signor Mazzi, fremente.
-</p>
-
-<p>
-Ed entrò a passi concitati nella stanza accanto,
-seguitato dalla figliuola, la quale, senza
-ombra di timore, andò difilata a una libreria, si
-chinò e tirò fuori dallo scaffale più basso, di
-sotto a un grande album di disegni di macchine,
-e porse al padre alcuni opuscoletti impolverati.
-Erano il <i>Catechismo dell'operaio</i>, <i>I diritti del
-lavoro</i>, <i>Riflessioni d'un disoccupato</i>, che il signor
-Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di
-mano a certi giovani operai della sua fabbrica.
-Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto
-come roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità,
-li aveva scovati e sfogliati.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche
-a te si doveva attaccare questa infezione! — gridò, — non
-ci mancava altro! — E fece a
-pezzi gli opuscoli e li buttò a pedate in un angolo
-della stanza. — Ed ora, — soggiunse, agitando
-l'indice della destra, — non più una parola
-al proposito, nè ora nè mai! Siamo intesi,
-o saran cose serie. A tavola, signorina.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Sedettero a tavola. La figliuola quasi non
-mangiò. Il padre, risoluto a tener duro, finse di
-non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-fermo una volta se non voleva diventare addirittura
-lo strofinacciolo di quella monella. E non
-disse parola. Ma via via che il desinare procedeva
-ed egli la vedeva ostinata a non mangiare,
-nonostante le placide esortazioni di sua madre,
-gli andava succedendo nell'animo allo sdegno il
-dolore. Vedete un po'! Una giornata ch'egli si
-era immaginata così allegra! Gli altri anni, in
-quel giorno, soleva riandare a tavola la breve
-storia della sua figliuola, rammentare le sue amabili
-bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i
-suoi motti più arguti, i primi piccoli trionfi della
-sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan fatto
-palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre
-stato una festa per lui. Ed ora, doveva vederla
-digiunare, imbronciata e triste, e ingozzare egli
-stesso un pane avvelenato, col cuore gonfio di
-dispetto. E la guardava di sfuggita, quasi timidamente,
-perchè conosceva la sua caparbietà,
-e sapeva che era capace, per un punto, di
-stare a pane asciutto una settimana, facendogli
-soffrir le pene dell'inferno e rischiando di buscarsi
-una malattia. E tutto questo per la bella
-faccia di quel mascalzone di trinciapelli che gli
-aveva già dato tanti altri fastidi! Poter del
-mondo! Al pensare che pel fatto di costui essa
-gli faceva una tal scena, al ricordar le ragionacce
-che aveva pescate in quegli scellerati libricciattoli
-per gettargliele in viso con quella
-petulanza, egli non sentiva più alcuna pietà, e
-si raffermava con tutte le forze nella sua risoluzione,
-e fissava gli occhi su quel visetto pallido,
-contornato di capelli neri, quasi in atto di
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-sfida, come per esercitarsi alla resistenza in cui
-avrebbe dovuto persistere per qualche giorno, per
-restaurare la sua autorità paterna in rovina.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Il desinare finì com'era cominciato, tristamente.
-Finito appena, il signor Mazzi uscì a
-passi risonanti, e la ragazza che, essendo giovedì,
-non aveva scuola dopo mezzogiorno, rimase
-a casa a far con mille stenti il suo esercizio
-di composizione sull'argomento della famiglia
-indigente e del ricco benefico. La sera, la
-cena non fu più gaia del desinare. La signorina
-mangiò appena una foglia di lattuga e un bocconcino
-di pane, che finse d'inghiottire a gran
-fatica, e rimase muta e cocciuta. A un certo
-punto, però, il padre perdè la pazienza, e l'attaccò
-con la signora: — Ma scotiti dunque! Come
-puoi tollerare...? Non hai nulla da dire a un'impertinente
-che digiuna apposta per torturare suo
-padre?
-</p>
-
-<p>
-— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la
-signora. — Sai pure che con questa benedetta
-creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E
-poi.... insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala
-una volta, e che sia finita. È la più
-spiccia, mi pare.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa!
-Un bel sistema d'educazione! La madre
-che ha anche meno giudizio della figliuola!
-Ma non capisci che se ripigliassi quello dovrei
-ripigliare gli altri, e che sarebbe un disdoro in
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-faccia a tutti, un atto di debolezza che mi toglierebbe
-ogni autorità nella fabbrica! Ma è possibile
-che tu non intenda mai nulla di queste
-cose?... Son io, dunque, che ho il torto!... Ah,
-che belle consolazioni mi dà la famiglia!
-</p>
-
-<p>
-E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò
-nella sua stanza, dove sedette, al buio, e restò
-a masticar la sua rabbia; con l'orecchio teso,
-però, aspettando di sentire da un momento all'altro
-il passo della figliuola. Voleva un po' vedere
-se non sarebbe venuta, come tutte le sere,
-a dargli la buona notte. E, in fondo, egli sperava
-che in quel momento, che è quello della
-tenerezza, quando tutto s'accomoda fra padre e
-figliuoli, ella avrebbe domandato perdono. Trascorsa
-mezz'ora, infatti, udì il suo passo nell'oscurità,
-e si drizzò sul busto, come per mettersi
-sulle difese, e non perdonare alla prima. Ma perdette
-un poco della sua forza sentendo che il
-passo, invece che incerto e timido come sperava,
-era risoluto. Quando si vide davanti l'ombra graziosa
-della sua figliuola, spiccante nel chiarore
-crepuscolare della finestra, fu sul punto di afferrarla
-e di serrarsela al petto. Ma si rattenne.
-</p>
-
-<p>
-Essa disse con voce fredda: — Buona notte,
-papà.
-</p>
-
-<p>
-— Non hai altro da dirmi? — domandò il
-padre.
-</p>
-
-<p>
-La ragazza titubò un momento; poi rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Riprendi il Cinzano.
-</p>
-
-<p>
-— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando
-in piedi. — Ah, questo è troppo!... No! Hai inteso?
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-No, mai! mai al mondo, se anche tu digiunassi
-per un mese!... Va a letto.
-</p>
-
-<p>
-La ragazza se n'andò, senza rispondere, a
-passi di ribelle.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per
-la casa, il signor Mazzi si soffermò, col lume
-in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba,
-e pose l'orecchio al buco della serratura. Sentì
-il suo respiro regolare: dormiva. Nondimeno
-dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio
-pian piano e, mettendo una mano davanti alla
-fiammella della candela, entrò in punta di piedi.
-La ragazza stava supina sul letto, con tutto il busto
-coperto. Non gli era mai parsa così bella e
-così gentile. Ma sul suo viso assopito era ancora
-dipinta la tristezza; il suo labbro inferiore sporgeva
-un poco, nell'atteggiamento della bocca dei
-bambini, quando si lagnano d'un torto e son lì
-per piangere; il suo respiro gli parve affannoso.
-E a un tratto egli rabbrividì, osservando che
-aveva le braccia incrociate sul petto, come una
-morta. Alla sua immaginazione eccitata sembrò
-che quel nasino si fosse assottigliato, che quel
-viso fosse già dimagrito, da mezzogiorno in poi.
-Ansioso, le prese delicatamente le mani, per
-disgiungerle, che non le facessero pressione sul
-cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto,
-vedendo fra le sue dita una macchia rossa, che
-pareva di sangue. Guardò meglio e riconobbe il
-garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase
-pensieroso. Povera Alba! Si teneva il fiore dell'amica
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-sul cuore. Era pure affettuosa e buona! E
-gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza
-che, pure in quel momento, dormiva forse anche
-essa col respiro affannoso, agitata in sogno da
-una dolce speranza o da un presentimento sinistro.
-Ma si ribellò subito alla pietà che stava
-per vincerlo e gli prese un nuovo senso di sdegno
-al pensare che quei bricconi avevano scaltramente
-abusato della bontà della sua figliuola
-per giungere al loro fine, e turbata la pace della
-sua casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma
-essa pure.... aver di quelle idee, alla sua età,
-nella sua condizione! Infetta di socialismo.... la
-sua creatura! E pensò di levarle quel fiore contagioso
-dalle mani per rimetterlo nel bicchier
-d'acqua ch'era sul tavolino da notte. Ma un senso
-di delicatezza lo rattenne. E dopo averla guardata
-affettuosamente un altro po', usci adagio
-adagio, e se n'andò a dormire...; ma vedendosi
-ancora dinanzi la bambina addormentata, con
-quella macchietta rossa sul petto, che pareva
-una ferita al cuore.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-La mattina dopo egli non andò, come di solito,
-a darle il buon giorno a letto. Alba ne fu afflitta,
-perchè sperava che col bacio mattutino
-egli le avrebbe portato il consenso desiderato.
-E si levò col fermo proponimento di proseguire
-la lotta. Andò nella sala da desinare, dove l'aspettava
-il caffè e latte, mise sulla tavola, come
-un'insegna di guerra, il bicchiere d'acqua col
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-garofano rosso, sedette davanti alla tazza fumante,
-fece in là il pane con la mano, e stette
-aspettando che s'affacciasse all'uscio suo padre
-per fargli vedere che persisteva nel digiuno provocatore.
-Suo padre s'affacciò, in fatti; e data
-un'occhiata obliqua al pane intatto, corrugò la
-fronte e richiuse l'uscio. Allora Alba sbattè il
-cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma
-sperava ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine
-di cogliere ogni mattina un fiore dai vasi
-del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello
-del soprabito perchè uscisse con un suo ricordo.
-Sarebbe uscito, quella mattina, senza il fiore?...
-Pareva di sì, pur troppo, perchè l'ora della scuola
-s'avvicinava ed egli non ricompariva. Infine,
-si dovette risolvere ad andare a prendere i libri
-nella sua camera. Suo padre ne uscì mentr'essa
-v'entrava. Era forse andato, come altre
-volte, a legger di nascosto il suo componimento
-italiano. Le parve un buon segno. Tossì. Ma quegli
-non rispose. Oh! come si sarebbe piegata a
-supplicarlo con le più dolci parole per non dover
-andare alla scuola con la vergogna di quel <i>no</i>
-sulla fronte! Ma conosceva addentro suo padre, la
-machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo
-certo di spuntarla con lui non era quello di deporre
-le armi e di chinare la testa. E non si mosse.
-Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto,
-con un'ultima speranza.... Ahimè! Il passo paterno
-s'allontanò, l'uscio di casa s'aperse e si
-richiuse, e la sua ultima speranza si spense.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera,
-col cuore pieno di tristezza e di confusione,
-rallentando il passo e soffermandosi a
-ogni tratto per giunger tardi, quando tutte le
-sue compagne fossero già nei banchi e Maria
-Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E
-diceva tra sè, amaramente: — O non sa ancor
-nulla, e mi verrà incontro piena di speranza, col
-viso buono e sorridente, e allora con che cuore
-le darò la triste notizia? O le han già dato la
-notizia, e la vedrò più pallida del solito, scoraggiata,
-con gli occhi pieni di lacrime, e come
-potrò reggere a quella vista? — Ma la ragazza
-non le si presentò nè con l'uno nè con l'altro
-di quei due aspetti. Entrando nella scuola, nel
-punto che v'entrava la maestra, essa la vide
-seduta al suo posto, nel primo banco, e incontrò
-subito i suoi occhi, che l'aspettavano. Come
-le trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo,
-sarcastico, quasi feroce, che quella le vibrò di
-sotto in su, mordendo l'asticciuola della penna!
-Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso
-bieco d'una nemica, la dichiarazione d'una
-guerra sorda e implacabile, che non le avrebbe
-lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per
-sentimento d'alterezza, si fece forza, e dovendo
-passar davanti alla compagna per andare al suo
-banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore.
-Fu peggio per lei. Maria Cinzano, quand'essa
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-le passò accanto, ebbe il tempo di dirle
-all'orecchio, con voce soffocata e fischiante: — Tuo
-padre non ha cuore.
-</p>
-
-<p>
-Alba sentì come un colpo di stile che le forasse
-la tempia, e andò ai posto a passi ineguali,
-smorta, con gli occhi offuscati come da
-una nebbia. La maestra incominciò la lezione;
-ma essa non sentì. Le risonavano di continuo
-all'orecchio, come un fischio mordente, ripetuto
-mille volte, quelle terribili parole. Provava un
-sentimento di pietà amara per suo padre, un
-misto di avvilimento e di rabbia, e una tristezza
-profonda. Lanciava ogni tanto uno sguardo alla
-sua nemica, che le voltava la schiena, curva sul
-banco, e sentiva a vicenda un violento bisogno
-di vendicarsi e una viva e triste pietà alla vista
-di quelle spalle ossute e di quel collo sottile,
-che la facevan pensare alle privazioni e agli
-stenti a cui il padre suo la condannava. E si stringeva
-il capo fra le mani e faceva un grande
-sforzo per non dare in uno scoppio di pianto.
-</p>
-
-<p>
-La maestra, — una buona madre di famiglia,
-che, di nascosto, mentre faceva lezione, rimendava
-i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò,
-a traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso
-mutato della ragazza, e per distrarla dalla tristezza,
-senza domandargliene la cagione, la
-chiamò a leggere il componimento sul quaderno,
-come solevan far tutte, accanto al proprio tavolino,
-mentre essa seguiva la lettura sulla bella
-copia.
-</p>
-
-<p>
-Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco,
-dove la maestra troneggiava. Le mancaron quasi
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-le forze quando si trovò là, sola, in faccia alla
-scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era
-un nuovo e peggior supplizio per lei il dover
-leggere ad alta voce, a un passo dal primo
-banco, quasi sul viso di Maria Cinzano, quel
-componimento malaugurato, in cui si decantava
-un signore benefico, che con un atto generoso
-e delicato salvava dalla disperazione una famiglia
-povera ad era colmato di grazie e di
-benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò a
-leggere con voce fioca e con gli occhi velati,
-come avrebbe letto un atto d'accusa contro di
-sè e contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva
-lo sguardo iroso della sua compagna confitto
-nel suo viso, sentiva che a ciascuna delle sue
-frasi sulla carità e sulla gentilezza del signore
-immaginario, guizzava un sorriso di scherno
-su quella bocca a cui suo padre rifiutava il
-pane. A un certo punto, forzata da non so qual
-curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento
-dalla lettura, e vide quello sguardo, vide quel
-sorriso. La voce le si spense, le salì al viso
-un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le
-dita. Si vinse, nondimeno, e riprese a leggere col
-viso sempre più pallido, con la voce sempre più
-fioca. Ma, ad un tratto, quando voltò la pagina
-per leggere le ultime righe, i suoi occhi si fissarono,
-dilatati, sulla facciata di destra, dove non
-c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di
-inaspettato, che risplendesse.
-</p>
-
-<p>
-— Vada avanti, — disse la maestra.
-</p>
-
-<p>
-Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono,
-il suo viso s'accese, il suo petto si gonfiò.
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-All'improvviso, con un atto impetuoso strappò
-il foglio dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano,
-che, stupita, lo afferrò per aria e lo fermò
-sul banco. La maestra, maravigliata, stette a
-vedere. Quella lesse, e rimase un momento come
-trasognata; poi pose un braccio a traverso il
-foglio, chinò la fronte sul braccio, e si mise a
-piangere. Allora Alba saltò giù dal palco e baciò
-la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio
-intorno al collo e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami.
-</p>
-
-<p>
-Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — <i>Dirai
-a Maria Cinzano che suo padre
-può ritornare alla fabbrica e che sarà il
-benvenuto.</i>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Palpitando di gioia e di gratitudine, appena
-finita la scuola, Alba divorò la strada di casa
-sua, facendo trafelare la cameriera che la seguiva.
-Per poco non strappò il cordone del campanello,
-entrò nella sala da desinare come un
-colpo di vento, si gettò d'un salto sul petto di
-suo padre, e gli coperse il viso di baci, senza
-parlare, con una foga che gli mozzò il fiato e
-gli fece brillar due lacrime negli occhi. Dopo
-l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale dell'avvocato
-Boleri, con cui il signor Mazzi, che
-aveva anticipato il pranzo, stava per uscire.
-</p>
-
-<p>
-— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma
-non credere che siano le tue scenate
-d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-la madre, con la sua dolcezza flemmatica,
-soggiunse sorridendo: — È stato il mazzetto che
-t'ha visto fra le mani, mentre dormivi.
-</p>
-
-<p>
-— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò
-la ragazza, battendo le mani.
-</p>
-
-<p>
-— Come, <i>una buona idea</i>? — domandò il padre
-meravigliato.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì! — rispose Alba, con un sorriso
-fine; — l'idea del mazzetto. Io sentii che ronzavi
-attorno all'uscio; sapevo bene che avresti
-finito con entrare. Adora presi il mazzetto di
-Maria Cinzano e finsi di dormire. Pensai: Papà
-è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul
-cuore s'intenerirà.... e farà quello che voglio.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Boleri diede in una risata.
-</p>
-
-<p>
-Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah!
-questo è male! È stata una finzione!
-Questo mi amareggia tutto il piacere!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non
-hai tu detto che volevi combatter gli operai con
-qualunque arma? La tua figliuola ha messo in
-pratica il tuo principio, per il suo fine.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli
-le braccia, — non mi far quel viso, poichè sei
-stato così buono. Ora tu sei in collera e io non
-voglio. — E slanciatasi in un canto della sala,
-prese dal bicchiere il garofano dell'amica, glielo
-infilò nell'occhiello e gli disse: — Va alla fabbrica
-di buon umore. Ci troverai il Cinzano.
-Trattalo bene come hai promesso sul quaderno;
-pensa che hai sul cuore il fiore della sua figliuola.
-</p>
-
-<p>
-Il padre la guardò un momento, e poi le diede
-un bacio sulla fronte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a
-denti stretti, la sua frase solita:
-</p>
-
-<p>
-— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che
-la vince.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è
-la prima! Voglio dire che è la
-prima di una nuova serie di vittorie.... come la
-tua figliuola è forse la prima di una nuova generazione
-di signorine. Tutte le grandi lotte sociali,
-caro mio, cominciano in scaramucce tra
-padri e figliuoli. La famiglia è il primo laboratorio
-d'ogni idea nuova. Che ci vuoi fare? Tu
-credi che la tua figliuola sia soltanto più buona
-di te; è invece anche più giusta, e vede più
-lontano. Tu sei il secolo decimono; lei è il ventesimo;
-<i>l'un contro l'altro armato.</i> E poi, si
-chiama Alba. Le hai dato un nome profetico,
-caro mio. Preparati alla lotta, e confortati pensando
-che in mille altre famiglie come la tua
-seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè,
-in questa lotta, non saranno i vecchi quelli che
-vinceranno.
-</p>
-
-<p>
-— Sciocchezze! — ribattè il Mazzi, aggrottando
-le sopracciglia, e, come per distrazione,
-fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello.
-</p>
-
-<p>
-— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli
-la mano, — non sarebbe gentile.... E
-poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane socialista.
-</p>
-
-<p>
-Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise,
-e ritenne il fiore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="adolescenti">ADOLESCENTI</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span></p>
-
-<h3 id="ginnasio">SUI BANCHI DEL GINNASIO
-<span class="smaller">(Frammento).</span></h3>
-</div>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio,
-tutto tappezzato di carte geografiche e
-d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo
-in mezzo a due lunghissime file di cappotti appesi
-alle pareti, che davano al ginnasio l'aspetto
-d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio secondo
-il suo solito, come se portasse in corpo
-tutta la scienza che s'era insegnata da vent'anni
-nelle stanze affidate alla sua scopa.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di
-sè, si voltò in tronco, e fece un saluto dignitoso
-al professore Carati che andava alla sua classe.
-</p>
-
-<p>
-Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno
-spintone i battenti, e in quattro passi impetuosi,
-come se pigliasse la rincorsa per un salto, salì
-sulla cattedra.
-</p>
-
-<p>
-La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da
-due finestroni, tutta bianca e nuda, fuorchè dalla
-parte della cattedra, dove pendevano alla parete
-un crocifisso e il ritratto del re, tra una grande
-lavagna e un planisferio, — era occupata da dieci
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-banchi neri, divisi da una corsia, tutti pieni di
-alunni. In un banco a sinistra del professore
-c'erano quattro ragazze. Nei due penultimi spiccavano
-le uniformi orlate di rosso e luccicanti
-di bottoni metallici di dieci convittori del <i>Vittorio
-Emanuele</i>. Erano in tutto una cinquantina
-di scolari, cento occhi vivi, ridenti, petulanti,
-curiosi, paurosi, fissi negli occhi d'un solo.
-</p>
-
-<p>
-Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali
-un par di pupille piccolissime e nerissime,
-che, quando le fissava in faccia a qualcuno, gli
-faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e
-freddo come un succhiello. Quella mattina aveva
-l'occhio sinistro ammaccato da un librone cadutogli
-sul viso da uno scaffale alto della sua
-libreria. Era un ometto di media statura, con
-un naso ardito, con una bocca a taglio di rasoio,
-con certe mandibole rilevate come se ci
-avesse due noci tra pelle e pelle; piantato su
-due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando
-era ritto, presentavan di profilo la forma di due
-archi rientranti inflessibili. Egli era venuto su
-fin da ragazzo per forza d'una volontà indomata,
-conquistando tutti i posti gratuiti dal Convitto
-<i>Vittorio Emanuele</i> al Collegio delle Province, ed
-era allora, oltre che professore al Ginnasio, libero
-docente all'Università e ufficiale di complemento
-degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto
-per le lunghe marce in salita, e per la lotta con
-le bufere. Come non aveva mai avuto indulgenza
-per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava gli
-scolari come soldati d'una compagnia di disciplina;
-giusto, risoluto, e dopo che aveva deciso,
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-inesorabile. Le sue punizioni erano fulmini senza
-tuoni e senza lampi. E in tutto agiva così a
-scatto di molla. Moveva delle domande improvvise
-che facean l'effetto di stoccate in pieno petto;
-diceva dei <i>no</i>, dei <i>mai</i>, dei <i>via</i>, che facevan trasaltare
-la scolaresca come lo scoppio d'un petardo.
-Per far sentire la forza del latino pronunziava
-certe frasi, una di Livio specialmente:
-<i>exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et
-spoliat; duce ostium occiso urbem primo impetu
-capit</i>, in modo che pareva di sentir scalpitare
-dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva
-<i>bocciare</i> e <i>bocciato</i> con tante ci che ai paurosi
-degli esami metteva un brivido per le ossa.
-Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un
-occhio di lince e un udito di gatto; si spiegava
-con grande chiarezza, senza una parola superflua;
-e, terminata la lezione con un taglio netto,
-andava via di volo, cacciando da sè interrogatori,
-adulatori, parenti, e in special modo le mamme
-appiccichine, come uno sciame di mosche.
-Aveva — come dicevano — <i>il latino nero</i>, — e
-trentadue anni.
-</p>
-
-<p>
-Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette,
-fece raccogliere i lavori dai caposquadra,
-e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce
-alta: — Votini!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico,
-figliuolo d'un banchiere, s'alzò stentatamente,
-coi muscoli ancora indolenziti da una
-lunga corsa sul velocipede, e rimase piegato a
-mezzo, con le mani appoggiate al banco, come
-per iscomodarsi il meno possibile.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La lezione, — disse il professore.
-</p>
-
-<p>
-Eran quattro regole sull'uso dei casi.
-</p>
-
-<p>
-Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò,
-rimase in asso.
-</p>
-
-<p>
-— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo.
-Mi scriverà quaranta volte queste regole
-per posdomani.
-</p>
-
-<p>
-Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo
-della bocca al suo vicino, per mostrare che s'infischiava
-del latino e dei suoi ministri.
-</p>
-
-<p>
-— Annina Rosetti, — disse il professore.
-</p>
-
-<p>
-Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso
-il banco delle ragazze per vedere se il professore
-avrebbe usato delle preferenze. E d'in fondo
-al banco s'alzò una ragazzina di undici anni,
-vestita a lutto, piccolina, con un viso gentile e
-timido, che si coprì di rossore. Capiron tutti che
-non era sicura del fatto suo.
-</p>
-
-<p>
-La ragazza, infatti, espose con voce tremante,
-poco bene, le due prime regole, — tartagliò la
-terza, — storpiò la quarta.
-</p>
-
-<p>
-Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti
-i ragazzi si guardarono,
-scambiando un sorriso di approvazione: riconoscevan
-la giustizia. La ragazza sedette, con le
-lacrime agli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran
-tutti fondati sull'esame bimensile, che non avrebbe
-lasciato al professore il tempo d'interrogare.
-</p>
-
-<p>
-Il professore chiuse il registro con un colpo
-secco; poi, con un accento che faceva d'ogni parola
-una frustata, disse: — Poltroni: non avete
-vergogna a mangiare il pane dei vostri parenti?
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-Voi, per le vostre famiglie, non siete che animali
-domestici; e ancora.... questi servono a
-qualche cosa. Vi dovreste coprir la faccia con
-le mani quando incontrate per la strada i ragazzi
-del popolo che lavorano dieci ore il giorno
-nelle officine. Voi dite: Gli uni lavorano, gli altri
-studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate
-voi da mettere in confronto con le loro fatiche?
-Voi convertite in una ingiustizia odiosa la superiorità
-di condizione sociale in cui vi ha messi
-la fortuna. La vostra poltroneria è un insulto alla
-fanciullezza povera che stenta e lavora. E osate
-parlar di patria nei vostri componimenti! La
-patria ha bisogno d'intelligenze colte e utili, e
-voi le preparate dei parassiti ignoranti. Non
-avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma,
-badate: cadrete nella mota a mezza via, e i valorosi
-vi passeranno sul ventre. Intanto, non sperate
-compassione in fin d'anno, nei giorni in cui
-i codardi piangono. Io vi schiaccierò. Scrivete.
-</p>
-
-<p>
-E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema
-d'esame: un passo di Cornelio da voltare in italiano
-e due periodi italiani da tradurre in latino.
-</p>
-
-<p>
-Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger
-prima attentamente il passo da tradurre per
-veder di coglierne il senso generale, si buttaron
-subito sui vocabolari a cercar le parole della
-prima frase, anche quelle che sapevano. E per
-un pezzo non si sentì più nella scuola che il
-fruscìo dei libroni scartabellati.
-</p>
-
-<p>
-La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi,
-coi suoi lineamenti regolari di santina di frate
-Angelico, sui quali non si vedeva mai l'espressione
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-d'uno sforzo intellettuale. Quando intoppava
-in una difficoltà, posava la penna, e, fissati
-gli occhi chiarissimi sulla finestra, cominciava a
-riflettere, a girare lentamente col pensiero intorno
-al punto difficile, come un ufficiale con lo
-sguardo attorno a una fortezza nemica; e se
-qualche rumore la scoteva, si voltava a guardare,
-stupita quasi che ci fossero altri che lei
-nella scuola. Vico Nelli, suo vicino di banco ed
-amico, la guardava tratto tratto, dal secondo
-banco di destra, pensando con invidia a quella
-mente pacata in cui tutte le idee si posavano
-pronte e nette come le immagini sur uno specchio;
-mentre lui, come gli diceva sua madre,
-capiva, è vero, e ricordava, ma tutto a mezzo,
-e aveva la testa piena di nozioni indeterminate
-e ondeggianti, come il linguaggio della musica,
-che studiava da due anni; e passandosi sulla
-fronte la mano larga e pallida, cercava di mettere
-in atto il consiglio di sua madre, la quale
-imparava il latino con lui: “non passar mai
-alla traduzione d'una proposizione secondaria
-senza esser certo d'aver tradotto bene la principale,
-per non correr pericolo di frantenderle
-tutte.„ E ripeteva tra sè: — vediamo; vediamo; — ma
-il motivo della fantasia dell'Alard, che il
-maestro di violino gli aveva data per lezione,
-non gli lasciava raccogliere le idee. Ma il più
-agitato di tutti era un certo Morelli, seduto all'altra
-estremità dello stesso banco, — figliuolo
-d'un impiegato del Registro, — timido per natura,
-e affetto per giunta d'una malattia particolare,
-tutta scolastica, che i medici hanno ancora da
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-definire, — un terrore degli esami, degli studi,
-dei professori, di tutto quanto avesse relazione
-con la scuola, — terrore che gl'ingigantiva il
-concetto di tutte le difficoltà, che gli scompigliava
-in capo davanti alla cattedra la lezione
-saputa perfettamente fino a un minuto innanzi,
-che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza,
-nel momento della prova, alla idea più semplice,
-alla domanda più chiara. Passato a stento dalla
-1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento addosso
-del pericolo corso, come uno scampato a un eccidio,
-e a otto mesi di distanza gli opprimeva già
-l'anima il pensiero dei nuovi esami. Arrestato da
-una difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli
-cominciava ad affannarsi, come sempre, sfogliando
-con mano concitata dizionari, Esercizi e
-grammatica, e lanciando da ogni parte delle occhiate
-di naufrago che invoca soccorso.
-</p>
-
-<p>
-I due veri principi della classe, superbamente
-sicuri del fatto proprio, erano il Derossi e il Carpini,
-seduti alle estremità di due banchi vicini, in
-modo che la corsia soltanto li separava. Erano
-differentissimi fra di loro, sotto ogni aspetto. Il
-Derossi, figliuolo d'un ricco fabbricante di seta,
-biondo, bello e riboccante di vita, aveva un'intelligenza
-larga e brillante, riscaldata da un
-cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione.
-Il Carpini, per contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una
-figura secca, che mostrava più
-anni di quelli che aveva, con una testa piccola
-e fatta a punta, coperta di capelli neri appiccicati
-come se si fosse tuffato nell'acqua, con
-due occhi grigi e freddi, un po' loschi, nei quali
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-non passava che a momenti un vivo balenìo,
-aveva un ingegno meno pronto e meno vasto,
-ma più fermo e più esatto di quello del Derossi.
-Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente
-che la sua carriera d'ingegnere: contava già
-sulle dita ogni giorno gli anni del ginnasio, del
-liceo, dell'Università e del Valentino, meditando
-dei salti e delle scorciatoie; e non gli premeva
-tanto di levarsi in alto quanto d'arrivar lontano,
-e il più presto che avesse potuto. Trattava
-già i suoi compagni come concorrenti; non
-aiutava nessuno; non amava nessuno; avrebbe,
-potendo, rubato le frasi latine e le regole al
-cervello dei suoi colleghi, non tanto per arricchir
-sè quanto per spogliar loro; combatteva
-già, senza scrupoli, la lotta per la vita, con un
-intuito precoce delle durezze del mondo, e con
-la coscienza sicura che nella società egli sarebbe
-stato coi lupi e non fra gli agnelli. Fin dai primi
-giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi
-l'uno di fronte all'altro, come due campioni che
-si sarebbero disputati la primazia; ed essi, indovinatisi
-a vicenda, non s'erano ancora scambiati
-una parola in due mesi, benchè due volte
-la settimana si trovassero insieme a tirar di
-scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove
-andava pure il Votini. Ma il Carpini, che all'ammirazione
-dei compagni non teneva gran
-fatto, non si appassionava punto in quella specie
-di rivalità pubblica; mentre l'altro, caldo
-di natura, abituato a primeggiare e un po' gonfiato
-da sua madre, era gelosissimo, e si preparava
-a combattere con tutte le forze. Questo si
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-vedeva benissimo dal loro contegno, quella mattina.
-Il Carpini lavorava quieto e raccolto; il Derossi
-era eccitato e, scrivendo, sbirciava a ogni
-poco il vicino, con un sorriso nel quale già si
-riconosceva il difetto che gli andava crescendo
-nell'anima da un anno: la vanagloria.
-</p>
-
-<p>
-Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo
-di nome Pitto, passato dalla 1ª alla 2ª per un
-miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, — lo
-zimbello della scuola, — una di quelle povere
-creature assolutamente inette agli studi, — le
-quali dicono e scrivono gli spropositi
-enormi che passano in tradizione — che imparan
-la lezione senza intenderla e traducono a
-caso — vittime innocenti della scuola, instupidite
-e schiacciate ogni giorno di più dalle difficoltà
-che s'accumulano, e come perduti in un
-caos tenebroso di idee e di parole, in cui vanno
-brancolando alla cieca fin che un professore
-abbia l'onesto coraggio di consigliare i loro parenti
-a liberarli da quel supplizio inumano. Il
-povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima
-parola, domandava tratto tratto una spiegazione
-al Carpini, il quale gli rispondeva in fretta, senza
-curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio
-come prima, guardava per aria, con l'espressione
-rassegnata e indifferente d'uno assuefatto
-a quegli impicci, e che non spera nè teme più
-nulla. Ogni tanto, mosso a compassione, gli
-suggeriva una parola o una frase un convittore,
-che stava nel banco dietro al suo.
-</p>
-
-<p>
-Costui, di nome Borzini, era il bello spirito
-della classe, uno dei diavoli più indiavolati del
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-<i>Vittorio Emanuele</i>, che aveva sempre qualche
-ammaccatura, o lividura, o gonfio, o graffio, o
-una mano o la testa fasciata, in conseguenza
-di pugilati o di cadute che gli fruttava la ginnastica
-temeraria e matta a cui s'abbandonava
-durante le ricreazioni. Il suo ideale era di diventare
-ufficiale d'artiglieria. Caricaturista, imitatore
-di voci e di gesti, motteggiatore terribile, — studiava
-poco; ma con certe sue furberie e
-industrie, che gli giovavano molto; e aveva una
-grande immaginazione sregolata, che gli faceva
-tirar giù dei componimenti interminabili, pieni
-di scorrezioni e di idee e frasi originali, per lo
-più comiche; e una memoria maravigliosa, ma
-non sorretta dalla riflessione; nella quale, come
-in un magazzino di strada ferrata, entrava affollatamente
-una gran quantità di roba da una
-porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora
-dopo la dettatura del tema, egli non aveva ancora
-tradotto che una frase: stava facendo la
-caricatura d'un certo Pantone, suo compagno,
-il quale ripeteva la 2ª dopo aver ripetuta la 1ª
-ginnasio e la 4ª elementare: e lo rappresentava
-vecchio come l'alleluia, ancora alunno della 5ª
-ginnasiale, che accompagnava a scuola i suoi
-figliuoli, già liceisti.
-</p>
-
-<p>
-Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in
-mezzo agli altri ripetenti, era il più attempato
-della classe: un ragazzone sonnolento e molle,
-che incretiniva lentamente e dolcemente, rattrappito
-dentro a una scorza d'indifferenza così
-spessa, che nessun rimprovero di professore o di
-parente arrivava neppur più a passargli la prima
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-pelle. Vorace come un bufalo, egli si consolava
-di qualunque più clamorosa “topica„ con la
-idea d'una data pietanza o minestra che avrebbe
-mangiato la sera, o con la gioia infantile di poter
-aggiungere un oggetto nuovo a una sua
-strana collezione, composta di pelli di topo, di
-bottelli di scatole di Liebig, di caratteri tipografici,
-di calamite, di prismi di vetro, di
-carte asciuganti di tutti i colori, che non usava,
-e che serbava pulitissime. Egli se ne stava lì
-inerte, con la schiena arrotondata, come un
-grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione
-prediletta di sforacchiarsi con la punta
-d'una penna la pelle della mano, che s'era ridotta
-come la mano d'un crocifisso; e aspettava le
-dieci per risolversi a copiare il lavoro da un altro.
-</p>
-
-<p>
-Un altro bel personaggio era un ragazzo di
-nome Fossotto, seduto in fondo al primo banco
-di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e sano
-di montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di
-Val Vermenagna, dove stava suo padre, capomastro,
-che aveva rammucchiato qualche migliaio
-di lire e voleva far del figliuolo “un
-uomo di scienza„ mentre questi, invece, aveva
-per aspirazione suprema di essere un giorno
-impiegato postale del “servizio mobile„ e ciò
-per aver visto una volta, durante una fermata
-di treni, l'interno d'un <i>vagone-posta</i>, con l'impiegato
-dentro, che scriveva e fumava. Era un
-testone ben costrutto, un piccolo studente posato,
-che rivoltava adagio adagio e per tutti i
-versi le frasi latine, e le metteva le une sulle
-altre con gran riguardo, come già aveva fatto
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-coi pietroni da bimbo, nella sua valle nativa,
-quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli
-a fabbricar muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmente
-<i>risurte per li rami</i> le virtù manuali del
-padre. Questi l'aveva messo a una magra dozzina
-da una vedova sua conoscente; pretendeva
-che, per esercizio, gli scrivesse le lettere in
-latino, ch'egli si faceva tradurre dal parroco;
-e veniva a Torino una volta al mese ad aspettarlo
-all'uscita della mattina davanti alla porta
-del Ginnasio, dove lanciava occhiate furibonde
-ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle spalle
-delle studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti
-che passavano sul corso Siccardi. Il
-figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del
-padre, la testa rapata, delle grosse camicie di
-fil di canapa, e un par di scarpacce, che si guardava
-ogni momento per verificarne lo stato.
-Ed era diligente nello studio, benchè non leggesse
-nè scrivesse una sillaba più del necessario;
-pien di buon senso; punto affettuoso con
-gli amici; ma incapace d'un'impostura. L'unico
-suo tormento era quello d'esser canzonato dalla
-scolaresca per la sua barbarissima pronunzia
-italiana: perchè pronunziava come se avesse
-la bocca piena di pasta, e i muscoli labiali ribelli
-alle parole lunghe, e gli era negata dalla
-natura l'<i>esse ci</i>; tanto che il convittore Borzini
-gli aveva messo il soprannome di <i>vovo al gussio</i>.
-</p>
-
-<p>
-A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il
-suo rovescio, figliuolo d'un padre troppo buono,
-che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto
-di vizi; fannullone, mellifluo, adulatore, impostore,
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-invidioso; una vera mela marcia messa
-a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte,
-un curioso originale, figliuolo d'un illustre professore
-d'anatomia, una faccia rugosa di vecchio
-commediante, che il convittore Borzini
-aveva soprannominato l'<i>astro spento</i>, perchè
-era stato un fanciullo miracoloso nella 3ª e 4ª
-elementare, aveva avuto sei mesi di celebrità
-nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto — come
-se gli si fosse spezzata la molla della volontà
-sotto la pressione delle lodi, — non aveva più
-fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i
-mediocri, e da questi fra gli ultimi, non conservando
-più dell'antica grandezza che un perpetuo
-sorriso tra minaccioso e sprezzante, che
-diceva: — Guai se volessi! — Pover a voi se
-mi ci rimetto! — Ma non ci si rimetteva mai,
-e non era più che una superba rovina intellettuale.
-</p>
-
-<p>
-Nel banco delle ragazze, — tra Maria Bianchi,
-che toccava i quattordici anni, e Annina Rosetti,
-una sensitiva, che diventava smorta a
-veder leticare due compagni all'uscita e s'imporporava
-a ogni interrogazione del professore, — c'erano
-due alunne che facevano un vivo
-contrasto tra di loro. Una certa Italia Marri,
-rossa di capelli, fatticcia della persona, diritta
-come un colonnino, di voce e di mosse maschili, — sempre
-rannuvolata con le compagne — imperterrita
-davanti al professore — e facile ad
-irritarsi con tutti; alla quale il Borzini aveva
-posto il soprannome di <i>russa</i> per la sua somiglianza
-con una studentessa russa dell'Università
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-di Zurigo, di cui aveva visto la fotografia;
-e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria,
-una bella ragazza vanerella, che s'era data agli
-studi classici per questa sola ragione, che le
-aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa
-studentessa di legge, la quale aveva sostenuto
-gli esami pubblici di laurea, due anni
-prima, con un vestito nero che le stava dipinto.
-Comparire un giorno in quella stessa aula universitaria,
-vestita in quella maniera, in mezzo
-agli applausi, era da due anni la passione, il
-sogno della sua vita. Ma la signorina studiava
-pochino, aveva il vezzo di fare tutti i sostantivi
-femminili, e una repugnanza innata al corretto
-uso del soggiuntivo. In compenso, rideva
-a ogni proposito e sproposito, per mostrare il
-doppio giro dei chicchi bianchi; rideva tanto
-che, se ogni volta che apriva la bocca le fosse
-entrata dentro una regola di grammatica, eh!
-ne avrebbe potuto insegnare a Tommaso Vallauri.
-Ed era questa illusione forse che le faceva
-guardare dall'alto al basso il suo sesso — <i>digiuno
-di studi classici:</i> — una sua frase prediletta,
-che aveva trovato in un articolo bibliografico
-del giornale l'<i>Eleganza</i>.
-</p>
-
-<p>
-Questi erano i personaggi principali della
-classe; gli altri, i soliti. Qualche ragazzo d'ingegno,
-che aveva poca volontà; alcune intelligenze
-mediocri, molto studiose; dei giovanetti
-poveri e buoni; dei signorini villani; parecchi
-somarelli di nascita, una decina di mascalzoni,
-e il resto, nè carne nè pesce.
-</p>
-
-<p>
-Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora e
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-mezzo. Poi molti cominciarono a lanciar occhiate
-al Derossi e al Carpini, curiosi di vedere chi dei
-due avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per
-il primo, in faccia alla classe, il giudizio del
-professore; perchè l'aver fatto meglio in minor
-tempo sarebbe stato una doppia vittoria.
-</p>
-
-<p>
-Il Derossi, avendo perso un po' di tempo ad
-aiutare i vicini, era rimasto un po' indietro. Ma
-quando vide, con la coda dell'occhio, che il Carpini
-stava per finire la copiatura, piccato, s'affrettò,
-e riuscì a terminar la pagina mentre
-l'altro ci scriveva su il nome.
-</p>
-
-<p>
-Tutti e due scesero dal banco nello stesso
-punto, in modo che si toccarono con le spalle,
-andarono tutti e due insieme alla cattedra, e
-porsero tutti e due a un tempo il lavoro, l'uno
-a destra e l'altro a sinistra; poi tornarono l'uno
-accanto all'altro al loro posto, il Derossi col viso
-acceso, il Carpini indifferente, — senza guardarsi.
-</p>
-
-<p>
-Il professore si mise a leggere i due lavori.
-</p>
-
-<p>
-Tutti alzarono il capo e stettero attenti per
-indovinare il giudizio dal suo viso. Ma, terminata
-la lettura, il viso del professore rimase
-impassibile.
-</p>
-
-<p>
-Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti
-consultando a ogni minuto l'orologio (c'erano
-nella classe tredici orologi); e in pochi minuti
-quasi tutti finirono e rimisero il foglio. Una
-delle prime fu la <i>russa</i>, che il professore rimproverò
-per un grosso sgorbio che aveva fatto
-nel margine.
-</p>
-
-<p>
-— M'è cascata la penna, — disse la ragazza,
-un po' secco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose
-il professore sullo stesso tono.
-</p>
-
-<p>
-E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è
-un delitto.
-</p>
-
-<p>
-Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa.
-</p>
-
-<p>
-Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise
-a dare la pagina con parecchie righe lasciate
-in bianco, e la diede con l'aria avvilita
-e triste del colpevole che fornisce volontariamente
-al giudice le prove del suo delitto. Poi
-fu il Morelli, preso da un tale affanno che, avvicinandosi
-alla cattedra, incespicò e dovette afferrarsi
-a un banco, fra le risa sommesse di
-tutti i compagni: eccettuata Annina Rosetti, che
-gli diede uno sguardo furtivo, pieno di pietà e di
-simpatia. E dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva
-per massima di esser sempre uno degli ultimi, e se
-era possibile, l'ultimo — per prudenza. Ma quella
-mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti
-col viso scarlatto, in punta di piedi, così timida
-e leggiera, che pareva dovesse svanire da un
-momento all'altro come una larva. In quel punto
-comparve sull'uscio il bidello e diede con accento
-grave il solito <i>finis</i>; a cui seguì immediatamente
-un rimescolio affrettato di tele cerate, di zaini
-e d'assicelle, e un rumor sordo di quaderni e di
-libri sbattuti; al di sopra del quale si sentì,
-come sempre, lo strepito indecente che faceva
-Pantone. Perchè questo bertuccione intorpidito e
-sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio
-al momento di riporre i libri, e metteva in quell'operazione
-tutta la vitalità che gli rimaneva;
-premeva i volumi stringendo i denti, serrava
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-le cinghie con vigore erculeo, pareva che provasse
-un diabolico piacere a stroncare lì dentro
-Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per
-vendicarsi dei tormenti e delle umiliazioni che
-gli avevano inflitte per il passato; ed era così
-furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci
-si sbucciava le mani.
-</p>
-
-<p>
-Un gesto del professore ristabilì all'improvviso
-il silenzio. Egli assegnò la lezione e il lavoro,
-triplo di quel del dì precedente. Poi, per
-finire con un monito soldatesco, com'era suo solito,
-disse, o piuttosto <i>sparò</i> queste parole: — Studiate,
-dunque, faticate. Siate brutali con voi stessi.
-Giù dal letto avanti giorno, — una tuffata del capo
-nell'acqua fredda, — quattro rotazioni delle braccia, — e
-al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è
-dura per tutti. A nulla si riesce senza soffrire.
-L'hanno bandita i fiacchi la sentenza che la vita
-degli studi è la vita della quiete e della sicurezza.
-Anche negli studi i valorosi cimentano la salute
-e la vita, e molti ne muoiono — onoratamente.
-Si può anche sul banco della scuola essere eroi.
-Scotetevi, se avete dell'alterezza e del sangue....
-</p>
-
-<p>
-Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di
-parlare invano, e disse con accento sdegnoso,
-accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono,
-in silenzio.
-</p>
-
-<p>
-Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita,
-il Votini s'avvicinò al Derossi, e gli domandò se
-sapeva dove stesse dì casa Garotti, il loro antico
-compagno delle elementari, che copiava i pensi
-a pagamento. — Non so, — rispose quello —,ma
-so dove sta il Garrone, che è alle tecniche
-<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span>
-con lui, Via delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! — rispose
-il Votini. — Otto minuti di velocipede.
-</p>
-
-<p>
-Nel corridoio c'erano quella mattina molte
-signore, alcune ben vestite, altre assai dimessamente,
-come beghinette; studenti di liceo,
-che aspettavano i fratelli del ginnasio; padri,
-cameriere, servitori. Fra gli altri, il padre e la
-madre del Pitto, che venivano sempre agli esami
-bimensili; lui, un notaro in riposo, piccolo e
-curvo; lei pure piccola e incartocciata, sempre
-l'uno stretto all'altro, attenti a salutare con inchini
-ossequiosi tutti i professori, e come smarriti
-fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano
-da tutte le parti; dentro ai quali andavan
-cercando il loro piccolo martire, con gli occhi
-ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I
-ragazzi si staccavan dalle file via via che vedevano
-i loro parenti. Alcuni di questi s'avvicinavano
-ai professori, e li interrogavano. Ma nessuno
-osò abbordare il Carati, che passò a naso
-ritto, facendo sonare i tacchi come un carabiniere
-in servizio. In coda alle file, a una certa
-distanza, venivano a coppie e a gruppi le ragazze
-delle varie classi, lentamente, aspettando
-che sfuriasse l'onda mascolina, la quale fiottava
-giù per le scale, e allagava la strada. Qui, appena
-usciti, qualche studente di liceo accendeva
-il sigaro; e alcuni del ginnasio pure, ma guardandosi
-attorno con sospetto, e facendosi schermo
-del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava
-il bidello, con le braccia incrociate sul
-petto. Una cameriera gli si avvicinò rispettosamente
-<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span>
-e gli domandò: — Scusi: c'è ginnastica
-stasera per il ginnasio? — Egli la guardò da
-capo a piedi, e rispose severamente: — Consulti
-gli orari.
-</p>
-
-<p>
-E proprio a destra e a sinistra del portone
-stavano aspettando, in mezzo ad altre, la signora
-Derossi e la signora Carpini, che non si conoscevano
-ancora fra di loro, ma di cui ciascuna
-conosceva il figliuolo dell'altra; e ciascuna rassomigliava
-al proprio: la signora Derossi, grassa,
-bionda e elegante; la Carpini asciutta e bruna,
-con due occhi grigi e freddi, vestita di scuro.
-</p>
-
-<p>
-Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie
-dell'esame bimensile.
-</p>
-
-<p>
-Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero,
-e si scambiarono uno sguardo.
-</p>
-
-<p>
-La guerra era dichiarata.
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor
-Carati, il quale, vedendo un gruppo di
-scolari che ingombravano il passo, disse forte:
-<i>Ite in crucem, popelli!</i><a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>
-</p>
-
-<p>
-E, data un'occhiata di traverso alle mamme,
-soggiunse fra i denti: <i>Et vos, femellae dicaces!</i><a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>
-</p>
-
-<p>
-— Ha inteso? — domandò dolcemente a una
-sua vicina la signora Derossi, a voce bassa, ma
-con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da
-lui: — quello parla bene il latino!
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span></p>
-
-<h3 id="commedianti">I COMMEDIANTI E I RAGAZZI.</h3>
-</div>
-
-<p>
-.... Era una gran festa per molti dei miei compagni
-di scuola, e per me, quel cartellone che
-annunziava l'arrivo della compagnia drammatica.
-La città era piccola; non ci veniva che una
-compagnia all'anno, dai primi di novembre ai
-primi di dicembre; una compagnia povera e
-canina, si sottintende. Ma ci parevano tutti grandi
-attori. Un'ora dopo ch'erano arrivati, sapevamo a
-che albergo eran discesi. — La prima donna e il
-brillante sono alla <i>Sbarra di ferro</i>. — Il prim'uomo
-è alla <i>Corona</i>. — È stato visto il padre nobile
-al <i>Caffè dell'Unione</i>. — Prima che cominciassero
-a recitare, li conoscevamo di vista dal primo
-all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano;
-li esaminavamo profondamente, al <i>Caffè
-d'Italia</i>, guardando le loro immagini negli specchi,
-per non farci scorgere. Quanti ne ho visti
-passare, dei primi attori impomatati, col soprabito
-nero stretto alla vita e spelato ai gomiti;
-delle prime donne pallide e tristi, vestite di
-cenci zingareschi; dei tirannelli gialli, insaccati
-<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span>
-in certi casacconi verdi e imbacuccati in grandi
-scialli grigi; e dei poveri diavoli d'amorosi allampanati,
-tutti cilindro e mantello, che parevan
-lo spettro della fame. Nelle città piccole si
-va poco alla commedia: qualche volta il teatro
-si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione;
-la compagnia non aveva più quattrini
-nè per rimanere nè per andarsene, e i cittadini
-dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava
-mica la nostra ammirazione per gli artisti.
-Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri
-occhi, in quella miseria, vittime dell'ignoranza
-e della barbarie pubblica; e per lungo tempo
-dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo, ricordando
-i loro atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo
-che i signori della nostra città erano un
-branco d'ignoranti e di pitocchi.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano
-erano così maravigliose, che dovevan parerci
-animali senza cervello e senza cuore coloro
-che non le provavano. Gli effetti della finzione
-drammatica, nei ragazzi, sono poco meno profondi
-che gli effetti della realtà; al che giova
-pure il non conoscere affatto, nemmeno per
-intuito, la classe degli attori; i quali paiono
-creature quasi sovrumane, e il mistero che li
-avvolge duplica la loro potenza. Anche i peggiori
-cani, allora, ci facevano tremare, strepitare
-dall'entusiasmo, assai più che non abbian
-fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del
-<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span>
-mondo. Come stavamo immobili, inchiodati sulla
-panca, col respiro sospeso, col cuore che ci
-saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione
-come d'una mano che ci serrasse
-alla strozza, quando il dialogo concitato di due
-personaggi accennava a finire in una risoluzione
-disperata o in un colpo di spada! Non
-dimenticherò mai, vivessi cent'anni, l'effetto che
-mi fece una scena di <i>Margherita Pusterla</i>, una
-sera ch'ero in palco con la famiglia, tutto contento,
-dopo aver fatto il mio lavoro di quarta
-elementare. Quando Alpinolo afferrò per il collo
-quel <i>boia</i> di Luchino Visconti, e gli appuntò il
-pugnale sul viso, caricandolo di contumelie, fremetti
-e risi di gioia, sprofondando le unghie
-nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge,
-Luchino (che era un pezzo d'omo, con un vocione
-spaventevole) si slancia alla finestra, urlando: — Inseguitelo! — accenna
-le vicende
-dell'inseguimento, grida: — Lo raggiungono....
-si salva.... no.... gli son vicini.... sfugge.... è raggiunto! — Quella
-terribile parola <i>è raggiunto</i>
-mi fece scoppiare in un singhiozzo convulso,
-che fui appena in tempo a soffocare col fazzoletto.
-Mio padre mi condusse fuori del palco,
-nel corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio
-arrivava ancora la voce stentorea di Luchino;
-capii che Alpinolo gli era stato ricondotto
-davanti, legato; era una cosa orribile; ricominciai
-a singhiozzare; mio padre dovette
-accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là
-ancora rimbombava quella formidabile voce;
-fui costretto a uscire nella strada; ero inconsolabile,
-<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span>
-avevo il petto rotto, e continuai a disperarmi
-per un bel pezzo, in mezzo al cerchio
-dei monelli che aspettavan le cicche, non piangendo
-più, ma singhiozzando ancora, con quel
-tiranno esecrato davanti agli occhi.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Naturalmente, a noi pareva che quegli attori
-avessero anche fuori del teatro l'importanza, la
-potenza affascinatrice dei personaggi che rappresentavano
-sulle scene. Ci pareva che nessun
-banchiere milionario avrebbe osato rifiutar
-la mano della sua figliuola a quel bel primo attore,
-ardente e superbo, che aveva fatto così bene
-<i>Francesco primo</i> la settimana passata; e non eravamo
-lontani dal credere che, assalito da una
-banda d'assassini, il tiranno non avrebbe avuto
-che a gridare con quella sua voce sibilante: — Indietro,
-miiiiseee....rabili! — come gridava nel
-dramma <i>Il delitto misterioso</i>, per vederli sparire
-come uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del Presidente
-del Consiglio e l'amicizia del caratterista,
-avremmo scelto questa, senza un momento di
-esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto
-che sentii per un mio zio burlone, dopo una
-sera che, rientrando in casa, disse d'aver giocato
-una partita al biliardo col brillante. Quanto
-alle prime donne bastava che non fossero mostri:
-ne eravamo tutti cotti; era un innamoramento
-all'anno, dai primi di novembre ai primi
-di dicembre, regolare e inevitabile, come la pioggia
-d'autunno. Ne ricordo ancora una mezza
-<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span>
-dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone
-con una voce di bombarda; una mingherlina,
-gobbina, che pareva sempre che piangesse;
-una bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre
-incinta di molti mesi, poveretta; e dell'altre,
-tozzotte, belloccie, malaticcie, bruttine, con certe
-voci stridule e certe pronuncie dell'altro mondo;
-ma che ci rapivano in estasi, quando comparivano
-sul palco scenico, coi capelli sciolti per
-le spalle, facendo le pazze col solito spediente del
-piantoriso. Ah! Dio grande! Essere amati da
-una prima donna! Era la suprema delle felicità
-e delle glorie umane! Come dovevano essere
-superiori a tutte le miserie della vita, che sovrumano
-linguaggio dovevan parlare, come ci
-parevano scolorite e prosaiche tutte le altre
-donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi
-avrebbe osato sperare neppure uno sguardo
-da una di quelle creature arcane e sfolgoranti,
-che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria
-Stuarda e di Diana di Poitiers. Incontrandole
-per la strada, arrossivamo; e una loro parola
-che cogliessimo a volo mentre passavano, una
-frase straordinaria e misteriosa, come: Ho
-aspettato la sarta fino alle sette.... oppure: — Ci
-hanno portato i bagagli al <i>Bue rosso</i>.... — ci
-sonava nel capo per tutta la giornata, come il
-suono d'un'arpa celeste.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione
-più profonda, perchè, a quell'età, si ammira
-più il grandioso e il terribile di quello che
-<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span>
-non s'ami il tenero e il gentile. La nostra grande
-passione erano le scene in cui un personaggio coraggioso
-e generoso, invasato dall'ira, incalzava
-un altro personaggio a traverso al palco scenico,
-gridandogli sul viso. — Codardo, sciagurato,
-infame, miserabile, assassino del sangue tuo,
-oppure del sangue mio. — Quanto più ne sputava,
-tanto più applaudivamo. E in queste scene, bisogna
-dirlo, anche i più tangheri avevano dei
-momenti felici. Ma sopra tutte ci entusiasmavano
-le scene culminanti dei drammi patriottici, che
-in quegli anni avevano gran voga. Erano i bei
-tempi dei <i>Martiri del 21</i>, del <i>Fanciullo Mortara</i>,
-dei <i>Processi di Mantova</i>, se non sbaglio il titolo,
-e di altri drammi pieni di congiurati, di commissarii
-di polizia, di sgherri papali, di gendarmi
-austriaci: — drammi mediocri, per quanto
-mi ricordo, come lavori d'arte, — ma d'efficacia
-maravigliosa sui giovanetti, specialmente per
-le tirate degli oppressi contro gli oppressori,
-alcune delle quali non mancavano davvero di
-eloquenza. Noi pestavamo i piedi, battevamo i
-pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle
-espressioni clamorose d'amor di patria, nelle
-quali gli attori ci apparivano venerabili e gloriosi
-quanto gli eroi medesimi che rappresentavano.
-C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il
-quale avremmo dato metà del nostro sangue.
-E sì che allora le tirate patriottiche erano fatte
-in maniera da toglier qualunque illusione artistica.
-Arrivato a quel punto, l'attore si voltava
-addirittura verso la platea, come per arringare
-il pubblico, e recitava la sua filastrocca,
-<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span>
-come un pezzo staccato dal dramma, cambiando
-voce e intonazione, con lo sguardo come perduto
-verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava!
-Eran sublimi. E se qualche volta uno
-spettatore scettico e impertinente, accanto a
-noi, esclamava a mezza voce: — Che cani! — era
-bell'e giudicato, da noi altri: non poteva
-essere che un <i>asino</i> e un <i>vile</i>. Che belle, indimenticabili
-serate! Ci fermavamo alla porta
-per veder uscire il Confalonieri, Silvio Pellico,
-il vecchio Schiller. — Son loro, — ci dicevamo
-nell'orecchio: — eccoli qui. — E ci pareva un
-nuovo e maggiore indizio di grandezza quell'aria
-stracca, e così tra sprezzante e burlona,
-con la quale uscivano dal tempio della loro gloria,
-accendendo un mezzo sigaro e tirandosi il bavero
-sugli orecchi, come il comune dei mortali.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi
-disegnare, tanto mi son rimasti stampati, cesellati
-nella memoria. Uno m'entusiasmò principalmente,
-un primo attore romagnolo, giovane,
-il quale, a quel che dicevano, imitava
-Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso.
-Ripensandoci ora, mi sembra che dovess'essere
-un birbaccione: smaniava come un ossesso,
-e aveva una voce arrantolata da metter paura
-ai bambini. Ma quando faceva il <i>Bravo di Venezia</i>,
-nell'ultim'atto, gli avrei gettato sul palcoscenico
-una bracciata di cartelle del Debito
-pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere
-<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span>
-terribili e grottesche, delle figure che mi parevano
-modelli insuperabili di bellezza e d'eleganza,
-dei colossi dal passo elefantino, una varietà
-infinita di gambe, soprattutto, gambe vestite
-di maglie di tutti i colori, gambe sottili e
-maligne di Luigi undecimi e di Filippi secondi,
-ristecchite dalle fatiche continue della caccia
-al desinare; gamboni idropici di Don Marzi,
-gambe torte e bitorzolute di Paoli e di Romei,
-belle gambe scultorie di Cesari di Bazan, alle
-quali paragonavo con invidia le mie seste ginocchiute
-di scolaretto cresciuto precocemente.
-Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella
-mente, è un tiranno, — lombardo, mi pare; — quello
-stesso che faceva il Luchino Visconti
-in quella serata terribile. Ma faceva pure delle
-parti buone, — le parti di gran forza, — nei
-drammi patriottici. Era un curiosissimo originale:
-di media statura, tarchiato come un atleta,
-un po' panciuto, con un gran naso a gancio,
-senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di trentacinque
-anni, o press'a poco. Capiva pochissimo
-quello che diceva: l'ho capito dopo; recitava con
-una monotonia micidiale; faceva il duca d'Alba
-e il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva
-un organo vocale di tal potenza, quel buon bestione,
-che, nelle tirate patriottiche, in special
-modo, quando la sprigionava tutta quanta <i>dalle
-spaziose atre caverne</i>, faceva tremare il teatro,
-e suscitava un uragano d'applausi. No, nessuna
-parola può dare un'idea di quella voce; non ne ho
-mai più udita una simile. Aveva un organo di cattedrale,
-un cannone, un leone, il corno d'Astolfo
-<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span>
-nel corpo; avrebbe coperto lo strepito d'un arsenale
-col suo mostruoso vocione. Non so più in
-quale dramma, nominando per caso gli Svizzeri,
-faceva una sfuriata contro gli Svizzeri mercenari.
-Me ne ricordo sempre. Diceva a voce
-bassa, naturalmente, terminando un periodo:
-— .... come usano gli Svizzeri; — e poi, tutt'a un
-tratto, esplodendo come un mortaio: — Oooooh
-gli Svizzeri! Caaarne ven-du-ta! Oooooh se l'ombra
-di Guglielmo Tell potesse levarsi dal suo
-sepolcro, ecc. — Pareva di sentire il fragore
-del tuono in una valle delle Alpi. E non se la
-pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il
-suo accento non aveva neppure un leggerissimo
-tremito, la sua faccia rimaneva impassibile;
-egli metteva fuori tutta quell'ira di Dio
-senza scomporsi menomamente, come se avesse
-chiacchierato con un amico con la tromba a
-volano. Ma come resistere a quella voce? Io me
-la sentivo rombare poi nella camera per tutta
-la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo
-che gonfiare il collo, declamando: — Oooooh
-Svizzeri! Caarne venduta! — con un entusiasmo....
-del quale si risentiva poi miseramente
-la mia composizione latina.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani,
-allora, dall'immaginare le miserie e i dolori che
-nascondevano sotto i loro manti di re e sotto i
-loro giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che
-dovessero essere tutti felici, fortunati in amore,
-<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span>
-cercati, festeggiati per tutto dove si presentavano.
-Non c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora
-di far l'artista drammatico. — La famiglia ci
-farà un po' di opposizione sulle prime, — pensavamo — ma
-poi, quando riconoscerà la vocazione,
-e proverà l'ebbrezza degli applausi, acconsentirà,
-e come! — Intanto c'ingegnavamo
-d'imitare gli attori. Copiavamo la pettinatura del
-prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il
-brillante, imitavamo la pronunzia, il passo, il
-modo di ridere ora dell'uno ora dell'altro, avremmo
-voluto poterci vestire sul loro modello. Quel
-certo primo attore romagnolo aveva un cappotto
-di mezza stagione, color caffè e latte, che gli stava
-come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma
-una bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra.
-Mi pareva che passeggiar per la città con quel
-cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera
-innanzi il <i>Bravo di Venezia</i> com'egli lo recitava,
-dovesse essere il più dolce dei trionfi umani:
-lui, invece, modesto, si fermava delle mezze
-ore davanti alle vetrine dei salumai. Noi sapevamo
-i fatti loro, come spie, da tanto che n'eravamo
-curiosi, e con tanto ardore ne accattavamo
-notizie da ogni parte. Luigi undecimo faceva cucina
-in casa: chi lo avrebbe mai pensato! La
-prima donna sonava la chitarra. L'attore che
-faceva così bene Carlo Quinto aveva detto una
-sera, nel <i>Caffè della rotonda</i>, ad alta voce: — Val
-più un pelo dello Shakspeare che tutta la parrucca
-di Vittorio Alfieri! — L'amoroso fumava tabacco
-turco. E in quei quaranta giorni di convivenza
-spirituale con loro, mettevamo un certo affetto
-<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span>
-a tutti; quando qualcheduno era fischiato, ne
-provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo
-della loro partenza, si era sempre un po' malinconici
-come se fossero partiti con loro mille idee,
-mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa
-dei personaggi storici e delle creature
-immaginarie che essi avevano incarnato sulla
-scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta
-in un silenzio stupido e uggioso.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-E ora, — mi domando sovente, — dove saranno
-andati a finire quei commedianti, che
-vivono ancora così tenacemente nella mia memoria,
-con le loro fisonomie, con la loro voce,
-coi loro vestiti? I padri nobili, poveretti, saran
-morti quasi tutti, poichè, volere o non volere,
-è sfumato un quarto di secolo dopo quegli anni;
-più d'un tiranno avrà chiusi gli occhi all'ospedale,
-pur troppo; altri avranno corso le più bizzarre
-avventure; celebre, tra i giovani, non è
-diventato nessuno, ch'io sappia. E quelle povere
-prime attrici? Io le vedo confusamente proseguire
-il loro pellegrinaggio faticoso di piccola
-città in piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati
-e semioscuri, piangere nelle camere nude
-degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate,
-spossate; e ne sento una grande pietà, come
-se a quel tempo le avessi amate davvero, non
-come un fanciullo, ma come un uomo. Infine,
-esse hanno rallegrato e commosso la nostra
-prima età, e sono come vecchie amiche perdute,
-<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span>
-per noi altri. Come possiamo ricordarle senza
-affetto e senza gratitudine? Qualche volta, assistendo
-a una rappresentazione drammatica nel
-teatro d'una piccola città dove sono andato a
-passar ventiquattr'ore con un amico, riconosco
-uno di quegli antichi attori, invecchiato, sfiatato,
-caduto nelle parti secondarie, con la storia di
-venticinque anni di stenti scritta sul viso. Non
-lo riconosco subito, naturalmente; bisogna che
-gli si presenti l'opportunità di fare quel certo
-gesto o di metter fuori quel dato grido, per il
-quale la sua immagine è viva nel mio capo;
-allora, alla terza o alla quarta scena, per lo più,
-ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il
-marito di Maria Giovanna dei tempi antichi, il
-Conte di Montecristo che mi fece tornare a casa
-per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione.
-Che piacere, un poco triste, ma vivo,
-riprovo sempre in quel momento! Con che profonda
-attenzione lo ascolto allora, quante cose
-rivedo e risento al suono della sua voce! E come
-andrei ad aspettarlo all'uscita del teatro, per
-fargli festa, e parlare con lui del <i>nostro buon
-tempo</i>, se non temessi di esser preso per un
-burlone o per un matto! Non più di sei mesi
-fa, per esempio (è il ricordo che mi ispirò di
-scrivere l'articoletto), ne feci uno graditissimo di
-questi riconoscimenti. Passeggiando col professore
-D'Ovidio in piazza Solferino, mi vedo camminar
-davanti, a una decina di passi, un poco
-di sbieco, un signore grasso, largo di spalle,
-vestito alla diavola, ma pulito, con una grossa
-canna in mano; una figura che mi ridesta una
-<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span>
-lontanissima reminiscenza. — Possibile! dico
-tra me. Che sia proprio lui! Ancora lui, così
-saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il
-passo, guardo curiosamente quel viso.... Era
-lui, — lui in corpo e in anima, — Luchino Visconti,
-la voce di cannone, quello della <i>carne
-venduta</i>, il formidabile tiranno che m'aveva
-fatto scappar dal teatro, soffocato dai singhiozzi.
-Il mio primo impulso sarebbe stato di fermarlo,
-di dirgli: — Ma come, lei qui? Ma come va? Ma
-dov'è stato? Ma venga.... — Sai chi è quello lì?
-dissi al D'Ovidio, e gli raccontai la storia. — Fermiamolo
-dunque, — rispose egli ridendo; e
-mi sospinse verso di lui. Ma il solito timore di
-parere un cervello balzano mi trattenne. Che
-sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata,
-avrei desinato con lui, avrei inteso la storia
-di chi sa che strane vicende, gli avrei fatto
-piacere a raccontargli le mie commozioni di
-ragazzo, e dopo aver votato parecchie bottiglie,
-ci saremmo forse alzati da tavola vociando insieme: — Ooooooh
-Svizzeri! Caaaarne venduta! — E
-invece non feci che accompagnarlo con lo
-sguardo finchè svoltò a una cantonata....
-</p>
-
-<p>
-Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera
-e profonda simpatia, mandandogli un saluto dal
-più vivo del cuore, e salutando affettuosamente
-con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi,
-vivi e morti, amorosi e tiranni, bravi attori
-e poveri cani.... idoli della mia infanzia, cari ricordi
-della mia gioventù, fantasmi dolcemente
-tristi della mia età matura....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span></p>
-
-<h3 id="pallone">UN'ASCENSIONE IN PALLONE.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Era una promessa fatta a due giovani studenti,
-miei compagni di viaggio carissimi; ma speravo
-di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero
-pentito d'aver promesso quando da un piroscafo
-del lago avevo visto sospesa nel cielo di Ginevra
-quella palla color di patata, grossa quanto un'arancia,
-e al pensiero di doverci andar dentro il
-giorno dopo m'era preso un principio di capogiro.
-Il giorno dopo fui fortunato: trovammo scritto
-sulla porta del recinto: — <i>Vent trop fort, ascensions
-suspendues</i>; — e sperai nella continuazione
-del vento. Ma la mattina seguente il cielo era
-limpido, l'aria immobile, il fato ineluttabile. — Sia
-fatta la vostra volontà — dissi — così in cielo
-come in terra, — e m'avviai alla stazione di
-partenza per le regioni eteree con un buon
-umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro,
-da una curiosità vivissima della sensazione
-nuova che avrei provata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Vicino al recinto incontrai un mio buon amico
-di Torino e lo invitai a fare l'ascensione con noi.
-Credette che parlassi di montagne. — No — gli
-dissi — sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu
-vuoi scherzare, — mi rispose, e pestando
-un piede in terra: — Io amo questa, — soggiunse.
-E mi disse la ragione della sua ripugnanza.
-Era un ricordo di ventisette anni fa. Un
-suo conoscente, a Firenze, s'era voluto levare
-il capriccio, spendendo un centinaio di lire, di
-fare un'ascensione areostatica con altri tre o
-quattro signori. Ma aveva fatto assegnamento
-sopra un “coraggio fisico„ che non aveva. Partito
-appena il pallone, con la rapidità d'una
-freccia, dal Politeama Vittorio Emanuele, egli
-era impallidito come un morto, s'era accucciato
-nella navicella come un cane, e stando
-così, stravolto e tremante, non aveva fatto che
-ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per
-tutta la durata del viaggio; terminato il
-quale, portato a casa in carrozza, s'era cacciato
-in letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai
-l'amico dell'incoraggiamento amichevole, pagai
-a uno sportello (caruccio) il bel piacere che
-m'aspettava, e, passato tra i ferri d'un contatore,
-mi trovai di faccia all'enorme sfera di seta
-chinese, chiusa in una rete di quattrocento corde
-e gonfia di tremila cinquecento metri cubi d'idrogeno,
-che doveva portarmi dove non desideravo
-di andare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Siamo appena entrati che sopraggiunge una
-folla di gente d'ogni paese, fra cui molte signore
-e signorine impennacchiate, molto più impazienti
-di me di levarsi a volo; le quali discutono in
-dieci lingue della forza di resistenza della seta
-e delle corde, delle valvole automatiche e del
-palloncino compensatore, come se avessero fatto
-un corso compiuto d'areostatica. — Ma noi abbiamo
-la <i>fortuna</i>, — così dicono i miei due compagni, — d'essere
-della prima infornata. — I fortunati
-sono undici, non contando il capitano;
-poichè c'è un capitano, col berretto gallonato,
-un grosso svizzero biondo e flemmatico, a cui
-saranno affidate le nostre vite. E ci stringiamo
-tutti in un gruppo, col nostro biglietto numerato
-alla mano, che fa nascer subito fra di noi
-una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono
-due rotonde signore quarantenni, due piccole
-immagini dell'areostato, e il marito d'una di esse,
-che sento chiamare da altri viaggiatori <i>monsieur
-Charles</i>, sferico come la sua compagna, un viso
-di buon diavolo angustiato, che mostra una passione
-per la navigazione aerea anche meno ardente
-della mia. Dagli sguardi inquieti che rivolge
-a tutti i suoi compagni di viaggio capisco
-il suo pensiero. Par che il caso abbia raccolto
-nella nostra infornata, — fatta eccezione dei miei
-figliuoli, — le più maestose moli umane di Ginevra.
-Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente
-la forza di resistenza di duecento chilogrammi
-<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span>
-che ha ciascuna delle quattrocento corde? Questa
-domanda si legge nei suoi occhi, e negli
-occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come
-per pesarsi. Il colosso, un giovine svizzero burlone,
-dice forte: — Dove andremo a cascare?
-In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago?
-O ci andremo a infilare nei pini del Brünig? Il
-cuore non mi dice nulla di buono. — <i>Tu l'entends?</i> — domanda
-monsieur Charles alla signora;
-ed io colgo a volo un <i>tais-toi, c'est ridicule</i>,
-che mi dice chiaro che è lei, con quel
-becco imperioso di pappagallo, che <i>vuole</i> far
-l'ascensione, e ch'egli s'è deciso ad avventurarsi
-nel cielo per evitare una battaglia sulla
-terra. Un altro, — un grosso tedesco giallognolo, — non
-mi par più smanioso di lui di abbandonare
-il globo terracqueo. — <i>Souffrez-fous le
-fertige?</i> — mi domanda nell'orecchio. — Più
-del necessario per divertirmi, — rispondo. Finalmente
-cade la catena che chiude il passaggio,
-e per un ponte mobile montiamo sulla navicella,
-dove il capitano distribuisce le nostre
-gravità in modo da mantener l'equilibrio. Una
-voce grida: — <i>Attention!</i> — Tutti si voltano da
-una parte, dove scopro la principale ragione
-per cui molti si decidono a quel viaggio: una
-grande macchina fotografica rivolta verso di
-noi. Tutti prendono delle impostature d'areonauti
-temerari. — <i>C'est fait!</i> — grida il fotografo.
-Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano dà
-un fischio, sei inservienti in uniforme staccano
-a un punto dagli anelli le sei corde che ci agganciavano
-al pianeta.... e il pallone si solleva.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Non è che questo? È una delizia. L'ascensione
-è lenta. Non par di salire. Io mi trovo fra il colosso
-e monsieur Charles, che mi volta le spalle,
-mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che
-par la fotografia animata dello Sgomento. Questo
-mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io guardo
-lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado
-allargando. Ma a un certo punto commetto l'imprudenza
-di chinare il viso sul largo foro centrale
-della navicella e di guardar giù, proprio
-a filo sotto i miei piedi, misurando con un'occhiata
-tutto lo spazio — l'altezza d'un par di torri
-di Giotto — che ci separa già dalla terra. Mi fo
-indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine
-m'ha acciuffato. Fu un minuto solo; ma.... lungo.
-Una tentazione vergognosa mi prese d'accoccolarmi
-dolcemente fra i due parapetti della
-navicella, chinando il capo e chiudendo gli occhi.
-Ma uno sguardo mi salvò: vidi la mano
-con cui monsieur Charles stringeva una delle
-corde, e la violenza compassionevole della commozione
-che indicavano i muscoli gonfiati e
-tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi,
-mi rinfrancò. Mi rimase un malessere,
-non di meno, nuovo affatto, e difficile a esprimere:
-una maledetta voglia di sedere, un sentimento
-di solitudine fisica, un senso fastidioso
-del mio peso, quasi un ribrezzo della cedevolezza
-dei vimini di quel cestone odioso, a cui
-m'appoggiavo col fianco.... — <i>Parfaitement dêsagréable</i> — intesi
-<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span>
-dire da una delle due signore,
-che non vedevo. — <i>C'est ça</i>, risposi tra
-me; era pure la mia opinione. È strano: non
-avevo quasi coscienza in quel momento della
-legge fisica in virtù della quale salivamo, nè
-dell'apparecchio macchinoso che ci portava:
-mi pareva che ci levasse in alto qualche smisurato
-uccello di rapina, a volo lento e silenzioso.
-La navicella non faceva il minimo moto,
-nè le corde il più leggiero fruscìo: avrei giurato
-che stavamo immobili nello spazio. — <i>C'est
-égal; ce ne sera jamais mon métier</i>, — disse una
-voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che si dice
-del mare! È un elemento infido; ma vi sentite
-sotto qualche cosa, su cui in qualche modo ci
-si può reggere; ma l'aria.... l'aria non è niente.
-No, non sarà mai questo il mio genere di sport,
-se ne dovrò scegliere uno. Cento volte meglio
-la bicicletta. — E tutti quei modi coi quali si
-suole esprimere un sentimento di gioia o d'entusiasmo: — “parersi
-sollevato al disopra della
-terra„ — “sorvolare a questo basso mondo„ — “sentirsi
-rapito in alto„ — mi parevano
-smargiassate rettoriche. In verità, non avevo
-creduto mai di essere così strettamente affezionato,
-come mi sentivo in quel quarto d'ora,
-al mio pianeta nativo.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli,
-le case scatole, i parchi aiuole, gli uomini insetti
-come se una forza mostruosa stringesse, raccorciasse,
-rattrappisse ogni cosa. Che mirabile spettacolo!
-<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span>
-Ginevra dorata dal sole, l'Arve e il Rodano
-inargentati, una vasta corona di colline
-seminate di borghi e di ville, la grande mezzaluna
-color celeste del lago di Leman, i monti
-verdi del Giura e le rocce grigie della Savoja,
-la catena superba del Monte Bianco, un'immensità
-d'azzurro, di verzura e di neve, fatta per
-lo sguardo d'un'aquila. In quella immensità
-splendida le due signore si davan la briga di
-cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del
-Voltaire. Altri due sentivo che discutevano sul
-confine della Francia. — <i>Voilà le capitaine qui
-lit son journal</i> — disse il colosso. Infatti, il capitano
-leggeva tranquillamente la <i>Tribune de
-Genève</i>, come se fosse stato in una sala del
-<i>Cafè du nord</i>. Quest'osservazione parve che
-tranquillasse un poco monsieur Charles che
-tentò d'abbozzare un sorriso. Se il capitano leggeva
-il giornale, pericolo imminente d'un disastro
-non c'era. Ma una voce che disse: — <i>Nous
-dévions</i> — lo turbò da capo. S'era levata veramente
-un po' d'aria; la grande bandiera svizzera
-attaccata al polo inferiore dell'areostato
-s'agitava; il pallone era deviato alquanto fuor
-della direzione del recinto da cui era partito.
-Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur
-Charles osservava con uno sguardo obliquo il
-dinamometro appeso all'anello d'acciaio, come
-se gli indicasse il grado variante del pericolo,
-e non ne staccava gli occhi che per gettare
-qualche rapida occhiata dentro la cinta dell'Esposizione.
-Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza!
-Paiono quello che sono in realtà: trastulli
-<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span>
-di popoli. Vedevo una piccola città carnevalesca,
-divisa in due da un ruscello, simmetrica
-da un lato, disordinata dall'altro, variata di cento
-architetture di mille colori, che innalzavan le
-cupole, le guglie, le torri, i frontoni dipinti, i
-tetti a cono e a piramide, luccicanti e imbandierati,
-sopra un labirinto di giardini e di boschetti,
-biancheggianti di zampilli e di cascate,
-e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli che
-entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano
-per le vie larghe un dito e per le piazze
-grandi come la mano, come un popolo di formiche
-affaccendate. Vidi passare sur uno dei
-due ponti dell'Arve il tranvai elettrico che faceva
-il giro della Mostra. Che miseria! Uno
-scarabeo giallo fuggente sopra un fuscello a
-traverso un fil d'acqua. Mi diede nell'occhio,
-a un'estremità della cinta, un qualche cosa della
-grandezza e della forma d'un mezzo guscio
-d'ovo tagliato pel lungo: era il grande circo per
-le giostre e per le feste ginnastiche, posto sulla
-riva del fiume, di là dal “villaggio svizzero„.
-E il grande villaggio, la maraviglia e il trionfo
-dell'Esposizione, pareva formato di <i>châlets</i> tolti
-dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una cosa
-da raccattarsi con due mani e da porgersi per
-balocco a un bambino. Sulla piazzetta della
-chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini
-rossi e bianchi. Dovevano essere le belle
-ragazze svizzere che si preparavano per le
-danze nazionali. Com'era mai credibile che per
-uno di quei puntini rossi uomini tanto fatti potessero
-perder la pace?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-— <i>Nous descendons, monsieur?</i> — mi domandò
-monsieur Charles, senza guardarmi.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Non, nous montons toujours.</i>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Diable!</i>
-</p>
-
-<p>
-A lui pareva già d'averne per più di quanto
-aveva pagato. Ma se io dicessi che mi sentivo
-ancora in credito non direi la verità vera. Stavo
-molto meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso
-quest'osservazione: — Che bisogno c'è di stringer
-così forte la corda con la mano destra? — E
-allentai la mano.... un poco. E m'arrischiai a
-guardare un'altra volta per l'apertura del mezzo — un'occhiata
-sola, rispettosamente sfuggevole — quanto
-mi bastò per veder giù — a una profondità
-d'abisso — la folla dei viaggiatori aspettanti — una
-macchia scura punteggiata di rosa
-dai visi che guardavano in alto, verso il piccolo
-mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro,
-con un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi
-raccolsi nell'ammirazione del lago di Ginevra,
-una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi piroscafi
-apparivano come moscherini anneganti che
-si dibattessero senza far cammino, e la lunga fila
-dei villaggi e delle ville della riva settentrionale
-sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli
-multicolori, raggruppati in ghirlande e in mazzetti,
-con gli steli immersi nell'acqua. Che dolce
-silenzio! Nè il rumore della galleria delle macchine,
-nè lo scampanìo festoso, nè il muggito
-degli armenti del villaggio svizzero, nè la musica
-<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span>
-barbara dell'accampamento dei negri, nè
-gli strilli degli arabi venditori del “caffè delle
-fate„ non arrivavano più alla nostra “superba
-altezza„ dove un'aria purissima, dilatandoci i
-polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte
-le vene, e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito.
-Oh tutti gli altri modi di viaggio inventati
-dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua
-e sulla terra, tra il fumo, lo strepito e
-la polvere, molestati dall'immagine d'uno sforzo
-continuo delle cose, come ci parevano rozzi,
-faticosi ed umili, appetto a quell'ascensione
-dolce e muta di nuvola carezzata dall'aria, di
-cui non si sentiva e non si vedeva il moto,
-come se non noi ci movessimo, ma si allontanasse
-la terra! Nessuno parlava più, nè badava
-ai suoi vicini. Ciascuno, da quella terrazza aerea,
-beveva da solo, come un ingordo, la grande
-bellezza, non dicendo una parola per non perdere
-un sorso, in un atteggiamento d'ammirazione
-immobile, che pareva uno stupore profondo.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma qui sento un lettore impaziente che mi
-domanda: — Ebbene, e poi? Che cosa provaste
-quando non vedeste più la faccia della terra?
-Quando cominciaste a sentir difficoltà di respiro?
-Quando l'uscita del sangue dagli orecchi? Quando
-i primi deliqui?
-</p>
-
-<p>
-A questo punto, per chi non ha ancora capito,
-debbo fare una dichiarazione.... molto dolorosa
-alla mia vanità. Debbo dire che attaccata
-<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span>
-al pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un
-diametro da trent'uno a ventinove millimetri,
-tessuta di canapa di Napoli, di qualità sopraffina,
-capace di sostenere uno sforzo di più di
-novemila chilogrammi, e che questa corda — debbo
-dire anche questo — scendeva fino a terra,
-dove s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso
-da una macchina a vapore della forza di venticinque
-cavalli, la quale.... Insomma, il pallone
-era frenato. — È detta.
-</p>
-
-<p>
-Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace;
-ma a venir giù dall'altezza di sei mila o di cinquecento
-metri mi pare che la patta sarebbe
-stata a un di presso la stessa. E questo è quanto.
-Ed era certo del medesimo parere monsieur
-Charles, il quale mi domandò ancora una volta,
-senza voltare il capo: — <i>Nous montons toujours? — Nous
-montons toujours.</i> — E allora perdette
-la santa pazienza: — <i>Eh qu'est-ce qu'il f.... donc
-ce capitaine avec son f....u journal?</i> — Non credevo
-di poter fare una risata a quell'altezza;
-ma il fenomeno avvenne. — <i>On nous a trompé</i> — esclamò
-il colosso, per ispassarsi del pover
-uomo; — <i>il n'y a plus de cable; c'est une ascension
-libre que nous faisons!</i> — Un <i>nom de dieu</i>
-inimitabile gli rispose, che il buon Dio deve
-aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione
-che a una bestemmia. E lo scherzo
-crudele del mio vicino sarebbe continuato se non
-si fosse sentita una voce dall'altra parte della
-navicella, che disse forte: — <i>Wir gehen hinunter</i>
-(noi discendiamo). — Dolce lingua tedesca! Ma
-era vero? Non ci accorgevamo di discendere
-<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span>
-più che non ci fossimo accorti di salire. Qualcuno
-anzi sosteneva che si saliva ancora; altri
-diceva che s'era immobili. Si discendeva così a
-rilento, in ogni modo, che non ce ne poteva accertare
-l'ingrandirsi delle cose sottostanti, non
-apparente ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza
-fu breve. Dato uno sguardo in basso,
-vidi Ginevra più vasta, l'Arve dilatato, le architetture
-dell'Esposizione ingrandite, tutto il formicolìo
-nero sparso per il labirinto delle vie e
-delle piazzette, che cominciava a riprender l'aspetto
-d'una moltitudine umana. Poi la discesa
-si fece ogni momento più sensibile. Sotto, sui
-frontoni del palazzo delle Belle Arti, sulle facciate,
-dentro alle aiuole, nei giardini, pareva che
-le statue crescessero, che le pitture pigliassero
-vita, che i fiori sbocciassero, che gli zampilli
-s'innalzassero a salti; un ronzìo confuso, soverchiato
-da mille suoni sparsi di voci, d'acque, di
-ruote, di musiche, ci giungeva crescendo agli
-orecchi; e guardando per il foro della navicella
-giù nel recinto le piccole facce voltate in su
-della folla che ci aspettava, simili a una gran
-canestrata di mele rosee, cominciai a distinguervi
-i cerchietti degli occhi e i buchi neri
-delle bocche aperte. Ancora un minuto, ed ecco
-i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che
-accorrono, eccoci riattaccati da sei solidi ganci
-alla superficie terrestre.
-</p>
-
-<p>
-O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente
-il viver lontano da te; ma non al di sopra! Non
-sono superbo. E non fui degli ultimi a passare
-il ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità
-<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span>
-camminante. Il primo, s'intende, fu monsieur
-Charles, col viso ancora rannuvolato. Vari
-conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande.
-Egli lanciò loro, passando, un'occhiata
-a colpo di falce, e rispose con voce rauca: — <i>Délicieux.</i>
-</p>
-
-<p>
-— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei
-due giovani compagni. — Un'altra volta faremo
-un'ascensione libera....
-</p>
-
-<p>
-— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma
-soggiunsi in cuor mio: — Sì, all'Esposizione
-internazionale di Carmagnola.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span>
-</p>
-
-<h2 id="spadecuori">DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
-<span class="smaller">RACCONTO</span></h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span>
-</p>
-
-<p class="title">
-DUE DI SPADE E DUE DI CUORI.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione
-particolare della gola; per esempio, il
-Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per i maccheroni,
-il Niccolini per le radici: era dunque
-scusabile il non illustre Arturo Pironi, appena
-dodicenne, d'avere egli pure la sua, che era
-per il gelato di crema. Se fosse stato re, avrebbe
-dato qualche volta il suo regno per un sorbetto
-giallo. E bisogna dire che il piacere di mandar
-giù quella dolcezza, com'egli faceva, sei volte
-la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore
-della fronte. Suo padre gli dava ogni mattina
-otto soldi per far le quattro corse in tranvai
-fra piazza San Martino, dove stavan di casa,
-e il lontano Ginnasio Gioberti, dov'egli l'aveva
-messo perchè c'era professore di lettere un suo
-cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva
-alla Società elettrica che venti centesimi. Andava
-e tornava la mattina con le sue sante
-gambe, correndo come uno struzzo; tornava a
-casa di galoppo anche la sera, sputando un'ala
-di polmone, perchè, sebbene vivacissimo, era
-di complessione delicata; e faceva in tranvai
-<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span>
-la sola prima corsa pomeridiana, che rompeva
-in due, per saltar giù a spendere i suoi risparmi
-in un gelato canarino, al caffè del Teatro Alfieri,
-a mezza strada. A quell'ora non c'era quasi
-mai nessuno: egli entrava per la porta piccola,
-sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio
-della sala del biliardo, ordinava con un accento
-che voleva dire: — <i>Propere propera;</i> — vuotava
-il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino
-con la lingua, e poi via, come chi scappa senza
-pagare. Ma durante la dolce operazione dava
-tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri
-stavan lì a guardarlo, godendosela, come a veder
-mangiare un affamato, e qualche volta anche
-la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata
-sorridente a quel bel ragazzo biondo, a
-cui pareva che ogni cucchiaiata di gelato facesse
-l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna,
-e gli andasse in tanto sangue. Lo chiamavano
-fra di loro: <i>il gelato di crema</i>.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che
-si metteva a sedere nel posto solito, egli udì
-nella sala del biliardo le voci di vari giocatori;
-uno dei quali pronunciò un nome che attirò la
-sua attenzione. Era il nome dell'avvocato Bussi,
-un amico di suo padre, che non veniva più in
-casa da un pezzo, ma ch'egli sentiva rammentar
-sovente.
-</p>
-
-<p>
-— Il Bussi, — diceva uno dei giocatori, — è
-un tiratore. Siamo andati sei mesi insieme alla
-sala Gandolfi; poi io smisi, egli seguitò. L'ho
-<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span>
-visto tirare due anni fa al Teatro Scribe, nell'accademia
-a beneficio dell'Ospedaletto: ha un
-polso di ferro, ed è un tempista. Dell'altro non
-so; ma non vorrei essere nel suo soprabito...
-Tiro al rinterzo.... otto a sei.
-</p>
-
-<p>
-— Si accomoderanno, — disse un altro, — fra
-avvocati!
-</p>
-
-<p>
-— Tu mi canzoni, — ribattè il primo. — Una
-presa di sciocco in pieno caffè San Filippo, in
-mezzo a una corona di colto pubblico.... Sei impallato:
-oggi non è il tuo giorno.... L'avvocato
-Bussi non è uomo da tirarla giù come un ovo
-fresco. E poi, quando c'entra la politica! Sta
-certo che si batteranno, se non si son già battuti
-questa mattina.
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile, — disse un terzo. — La scenata
-è seguìta ieri sera alle undici. Non possono
-aver regolato tutto nella notte. Son cose
-che vanno per le lunghe. Al più presto si batteranno
-oggi. Quanto alza la rossa?
-</p>
-
-<p>
-— Oggi no, — rispose un quarto. — Alza due
-dita. Oggi il Bussi ci ha la causa del gobbo di
-Vanchiglia alle Assise. Questa mattina era all'udienza,
-deve fare oggi la sua arringa. Si batteranno
-domattina, a giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Ho paura, — tornò a dire il primo, — che
-il complimento sarà pagato caro.
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa mai! — esclamò un altro, che non
-aveva ancora parlato. — Non sempre chi maneggia
-meglio la sciabola è quello che dà la
-botta. L'avvocato Pironi....
-</p>
-
-<p>
-Il ragazzo lasciò cadere il cucchiaino e restò
-senza fiato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato Pironi, — continuò il parlatore
-invisibile, — è un uomo di sangue caldo, di
-quelli che sul “terreno„ perdono il lume degli
-occhi e si caccian sotto per persi. Costoro alle
-volte sconcertano anche un bravo tiratore, che
-si becca una sciabolata senza capir nè come
-nè perchè.... Steccaccia da capo! Non gioco più!
-Sono una sbercia.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, s'ammazzino pure, — disse quello di
-prima. — Ce ne son troppi. Sapete che n'abbiamo
-seicento dentro la cinta di Torino?...
-Questi son calci, o signori! Ventiquattro. Si fa
-la rivincita?... Morto un avvocato, ne nascon
-dodici....
-</p>
-
-<p>
-Il povero ragazzo non udì più altro: pagò,
-senza finire il gelato, si cacciò i libri sotto il
-braccio, si slanciò fuori del caffè come da una
-casa incendiata, corse fino in mezzo a piazza
-Solferino, dove s'arrestò ad un tratto, coi piedi
-come inchiodati alla terra, e là ebbe una visione
-così lucida e terribile di suo padre disteso al
-suolo, immobile e sanguinante da un'orrenda
-ferita, che gli venne su dal cuore un singhiozzo,
-gli ondeggiarono agli occhi gli alberi e le case,
-e gli mancarono sotto le ginocchia....
-</p>
-
-<p>
-Ma fu un momento. Egli era delicato di fibra,
-ma gagliardo d'animo. Subito si sentì come
-scattar dentro una molla d'acciaio che lo rizzò
-sul busto e gli fece alzare la fronte in atto di
-risoluzione virile. — No! — disse tra sè, — non
-perderò mio padre.... mio padre non si batterà....
-non me lo uccideranno, ci dovessi lasciare la
-vita!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-S'andò a buttare sur un sedile del giardino
-pubblico, vicino al monumento del generale De
-Sonnaz, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e il
-capo fra le mani, e si mise a pensare.
-</p>
-
-<p>
-Ma la commozione e lo stupore gl'impedirono
-per un po' di tempo di raccapezzarsi. Era possibile?
-Suo padre battersi in duello col Bussi!
-Un tempo erano stati amici. Pochi anni addietro
-il Bussi veniva qualche volta a casa sua, con
-la moglie e col figliuolo: un ragazzetto della
-sua età, che era lo spasso di tutti, e giocavano
-insieme. Poi, fra la signora Bussi e la mamma,
-senza ch'egli ne sapesse il perchè, s'era rotta
-ogni relazione; ma non fra suo padre e il marito
-di lei, che egli aveva visti ancora insieme
-molte volte per le strade di Torino. Come avevano
-potuto tutt'a un tratto, in un luogo pubblico,
-venire a un diverbio violento, insultarsi
-e sfidarsi come due nemici mortali? Capiva allora
-perchè suo padre avesse quella mattina
-desinato fuori, dicendo che era invitato da un
-collega, con cui doveva parlar d'affari. Aveva
-dovuto andar fuori per trattare coi padrini, che
-non voleva ricevere in casa sua, per non destare
-sospetti. Oh! povero babbo! Chi sa che
-ore tristi d'ansietà, chi sa che dolorosa giornata
-era quella per lui, costretto a fingere con
-la famiglia, a prepararsi al cimento terribile,
-senza una parola di conforto dei suoi, senza
-poter espandere l'animo suo, come se fosse solo
-<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span>
-al mondo, e la sua vita non premesse a nessuno!
-La prima idea che gli venne fu di correre
-a casa del nemico, di gettarsi ai suoi piedi
-e di supplicarlo, abbracciandogli le ginocchia e
-piangendo, d'aver pietà di lui, di risparmiar
-la vita a suo padre, di perdonare l'offesa.... Ma
-respinse sull'atto quell'idea. Quel Bussi, che gli
-voleva uccidere il babbo, gli si presentava nell'aspetto
-d'un uomo fremente d'ira e di vendetta,
-d'un assassino feroce e inesorabile, che nessuna
-preghiera avrebbe potuto rimovere dal
-suo proposito; gli metteva orrore e ribrezzo;
-gli pareva che al solo vederlo si sarebbe sentito
-gelare il sangue e morir la voce nella gola.
-Gli venne un altro pensiero: di dir tutto alla
-mamma. Ma rigettò anche questo, comprendendo
-che sarebbe stato un passo peggio che
-inutile. A che pro gettare il terrore e la disperazione
-in cuore alla sua povera madre, che
-avrebbe passato una giornata e una notte d'angoscie
-di morte? Sarebbe forse riuscita a impedire
-che suo padre s'andasse a battere? Egli
-aveva bene un'idea, benchè confusa, di che
-cosa fosse per un uomo della classe signorile
-il sentimento così detto dell'onore, e capiva che
-se per questo suo padre arrischiava la vita, non
-c'era da sperare che s'inducesse a soffocarlo
-per amore della famiglia. Poi pensò a un altro
-mezzo: ad avvertire la Polizia. Sapeva di molti
-casi in cui la Polizia, avvertita che due signori
-si dovevan battere, era arrivata in tempo sul
-luogo per impedire il duello.... Ma neppur questo
-mezzo gli parve da scegliersi. E se suo padre
-<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span>
-fosse stato arrestato? E se, risapendo dopo
-che la Polizia era stata avvertita da lui, l'avvocato
-Bussi avesse sospettato che egli fosse
-stato spinto a quell'atto da suo padre stesso,
-per paura di battersi? Gli balenò infine un'idea,
-che gli parve la meglio di tutte: d'impedire il
-duello egli medesimo. Svolse nella mente questa
-idea con un sentimento crescente di speranza
-e di conforto. — Per andarsi a battere, — pensò, — mio
-padre uscirà la mattina molto
-presto. Io veglio la notte, senza spogliarmi, per
-sentire quando s'alza ed esser pronto a uscir
-subito dopo di lui; gli tengo dietro per la strada,
-di lontano, fin dove si dovrà battere; si batteranno
-in campagna, come s'usa; mi nascondo
-dietro un albero o una siepe; quando li vedo
-l'uno di fronte all'altro salto su, mi getto in
-mezzo, m'avvinghio al babbo, supplico, grido....
-Voglio vedere se l'altro avrà il coraggio di ferir
-mio padre che non si potrà difendere; mio padre
-non riuscirà a svincolarsi da me; tutti si commuoveranno,
-sentiranno pietà.... — Ma appunto
-questa parola <i>pietà</i>, che gli suonò quasi all'orecchio
-come se l'avesse pronunciata a voce alta,
-gli fece cader dall'animo anche quel proposito.
-No, non era possibile. Egli avrebbe potuto impietosire
-suo padre: ma l'altro! E che figura ci
-avrebbe fatta suo padre? E se anche in questo
-caso si fosse sospettato che egli stesso avesse
-suggerito al figliuolo quel passo, per vigliaccheria?
-Non trovando risposta a queste domande,
-non venendogli altre idee, e disperando che
-gliene venisse, egli fu invaso dallo sgomento,
-<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span>
-rivide l'immagine del babbo disteso a terra nel
-sangue, e si mise a piangere a calde lacrime
-nel cavo delle mani, scrollando il capo in atto
-sconsolato....
-</p>
-
-<p>
-All'improvviso, come se una mano vigorosa
-lo sollevasse dal sedile, egli balzò in piedi col
-viso illuminato da un pensiero, s'asciugò in
-fretta le lacrime, riafferrò i suoi libri e ritornò
-al caffè quasi di corsa.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-— Un altro gelato? — gli domandò sorridendo
-il cameriere. — No, — rispose il ragazzo, con
-voce concitata; — la <i>Guida di Torino</i>. — Il cameriere
-gli portò un grosso libro, che egli conosceva,
-perchè l'aveva nello studio suo padre.
-Lo aperse, cercò l'elenco degli avvocati, vide
-dove stava di casa l'avvocato Bussi, ringraziò
-e tirò via. Stava in via San Domenico. Egli vi
-arrivò in un batter d'ali, s'affacciò all'uscio di
-uno sgabuzzino del portone, dove stava rattoppando
-una scarpa un vecchio ciabattino con
-gli occhiali, e gli domandò se stesse lì di casa
-l'avvocato Bussi. Ci stava: al secondo piano.
-Domandò ancora: — A che scuola va il suo
-figliuolo? — La seconda domanda dovè parere
-indiscreta all'ombroso Crispino, il quale gli rispose
-con mal garbo: — A scuola non ce l'ho
-messo io: vada a chiedere le informazioni in
-casa. — Ma il ragazzo ridomandò: — A che
-scuola va il suo figliuolo? — con un accento così
-commosso di preghiera, d'impazienza e d'affanno,
-<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span>
-che quegli rispose quasi a suo malgrado,
-come a un comando, guardandolo con due
-grand'occhi stupiti: — Qua vicino, al Ginnasio
-Balbo, in via Porta Palatina. — Non aveva ancor
-detto la via che il ragazzo era già scappato.
-Svoltò in via Milano, infilò via della Basilica,
-riuscì in via Palatina e arrivò trafelato
-davanti alla porta del Ginnasio, dove stava
-ritto il custode — un ometto sbilenco dal muso
-volpino — il quale, vistogli i libri sotto il braccio,
-gli lanciò un'occhiata severa, dicendo tra
-sè: — Ecco un monello che ha marinato la
-scuola, e che viene ad aspettare un altro poco
-di buono, per andare insieme a batter le strade.
-Che grinta! Questo deve dar delle belle consolazioni,
-a suo padre!...
-</p>
-
-<p>
-All'uscita degli scolari Arturo si piantò nel
-mezzo della soglia e cominciò a chiamare: — Bussi — Bussi — Bussi,
-cercando a destra e a
-sinistra il viso del suo piccolo amico d'un tempo,
-che non era certo di riconoscere. Non n'eran
-passati trenta che una voce gli rispose: — Son
-qui — e gli si parò davanti un ragazzo, il quale,
-guardatolo appena, gli domandò con accento
-di stupore, sorridendo: — Pironi?
-</p>
-
-<p>
-Era un ragazzo assai più alto e più robusto
-di lui, benchè non avesse che un anno di più:
-bruno di pelo e di pelle, e d'aspetto piacente;
-benchè di una espressione precocemente ferma,
-quasi d'un uomo, e leggermente beffarda; la
-quale gli avrebbe fatto cattivo senso s'egli
-avesse avuto l'occhio meno velato dalla passione.
-Ma Arturo non ci badò, lo prese per
-<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span>
-mano, lo tirò dall'altra parte della strada e gli
-disse affannosamente: — Senti.... domani mattina....
-mio padre e tuo padre.... si battono in
-duello....
-</p>
-
-<p>
-La notizia non produsse l'effetto ch'egli s'aspettava.
-Quegli non fece che un leggiero segno di
-stupore, dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Oh, diavolo!... E perchè mai?
-</p>
-
-<p>
-Arturo gli disse in furia quello che sapeva,
-e come l'aveva saputo, e soggiunse con voce
-rotta: — Ora noi dobbiamo impedire, capisci,
-a qualunque costo. Mio padre può uccidere il
-tuo, o restar ucciso. Questo non dev'essere. È
-un orrore. Son venuto da te. Aiutami tu. Tentiamo
-insieme. Noi soli possiamo impedire una
-tremenda disgrazia.
-</p>
-
-<p>
-Il ragazzo si grattò il mento con un dito; poi
-rispose tranquillamente: — Impedire.... va bene.
-Ma in che maniera?
-</p>
-
-<p>
-Arturo gli espose il suo disegno. Il duello si
-sarebbe fatto senza dubbio la mattina prestissimo.
-Dovevano vegliar tutti e due, attenti a
-quando il babbo uscisse di casa, e uscir dopo
-di lui, senza farsi sentire. Certamente, secondo
-l'uso, l'uno e l'altro sarebbero stati aspettati dai
-padrini sulla strada, con una carrozza. Essi si
-dovevano attaccare dietro alla carrozza, e non
-lasciarla più. Così, senza gran fatica, potevano
-arrivare al luogo fissato per il duello. Là si sarebbero
-facilmente ritrovati, e nascosti insieme,
-in qualche modo, ad aspettare il momento.
-Giunto il momento, si sarebbe gettato ciascuno
-ai piedi del proprio padre, supplicandolo di non
-<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span>
-battersi. Non avrebbero osato, per certo, di battersi
-in presenza dei loro figliuoli, si sarebbero
-commossi tutti e due, lasciati persuadere dai
-padrini a desistere, forse riconciliati. — È questo
-l'unico mezzo, — concluse. — Io solo non
-impedirei nulla. Mi raccomando a te. Non lasciarmi
-solo. Aiutami, per quanto hai di più
-caro al mondo. Te ne scongiuro!
-</p>
-
-<p>
-L'altro rimase un poco sopra pensiero; ma
-con un sorriso sulle labbra, come se fosse più
-allettato dalla novità bizzarra dell'impresa che
-commosso dall'idea del pericolo paterno e della
-gentilezza dell'azione. Poi rispose con molta placidità: — L'idea
-è buona; ma.... quanto alla
-riuscita, ho i miei dubbi. Per quello che riguarda
-mio padre, intanto, io sono certo d'una
-cosa, come se fosse già avvenuta, ed è che,
-quando mi vedrà comparire, invece di commoversi,
-mi ammollerà una piattonata sulla
-schiena. Mi vuol bene; ma.... me l'ammollerà.
-Me la sento. Ma questo non vorrebbe dire. Il
-male è che si farebbe un buco nell'acqua....
-credo. Dimmi un po': e se non ne facessimo
-nulla? Non bisogna poi montarsi la testa. Non
-tireranno mica a finirsi. Tutti i giorni seguono
-dei duelli senz'altra conseguenza che una scalfittura
-al braccio o una sdrucitura al capo: il
-medico ci dà qualche punto, i duellanti si stringon
-la mano, e poi.... vanno insieme a far colazione.
-</p>
-
-<p>
-— No! no! — esclamò Arturo, col pianto nella
-gola; — non dir così, te ne supplico. Tuo padre
-è stato offeso, il mio è impetuoso. Quando hanno
-<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span>
-le armi alla mano perdon la testa. E poi, chi
-lo sa? E se si battono con la pistola? Uno dei
-due può morire. Pensa che rimorso, che disperazione
-ne avremmo tutti e due! Pensa alla tua
-povera mamma! Pensa che domani mattina,
-fra poche ore, tu potresti non aver più padre,
-o potrei non averlo io! E questo per una parola!
-È una cosa orrenda! Tu scherzi; ma sei
-buono. Abbiamo giuocato insieme da bambini,
-ci volevamo bene. Aiutiamoci come due fratelli.
-Non lasciarmi solo. Io ci vado solo, se tu
-non vieni, anche a costo di cascar morto per
-la strada. E allora direbbero tutti: — Perchè
-non ci è andato anche l'altro? Penserebbero
-male di te.... Oh, vieni, vieni.... Come ti chiami?...
-Carlo? Sì, ora mi ricordo. Vieni, Carlo, te ne
-prego; m'inginocchio qui sulla strada, se non
-mi dici di sì; ho bisogno di te; tu puoi salvar
-la vita a mio padre; te ne scongiuro in nome
-di mia madre, e della tua; e se mi aiuti, ti vorrò
-bene sempre, anche quando sarò grande, sarò
-sempre per te quello che tu vorrai, pronto a
-darti anche la mia vita, se me la chiedessi! — E
-così dicendo, gli mise le mani tremanti
-sulle spalle e il viso contro il viso.
-</p>
-
-<p>
-Carlo, che aveva sorriso alle prime, parole,
-cessò di sorridere alle ultime, lo fissò, e gli disse
-con un accento di pietà, da fratello maggiore: — Povero
-Arturo!
-</p>
-
-<p>
-Questi gli strinse le spalle più forte, aspettando
-la risposta, con tutta l'anima negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Carlo rispose: — Verrò.
-</p>
-
-<p>
-Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al
-<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span>
-collo e gli baciò le due guance; e domandò ancora: — Me
-lo prometti?
-</p>
-
-<p>
-— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente.
-Poi, sorridendo da capo in aria di canzonatura: — Ma
-dimmi un po'.... E se andassero a
-battersi a Rivoli? Avremmo una dozzina di chilometri
-da fare dietro la carrozza. Sarebbero
-lunghetti.
-</p>
-
-<p>
-Arturo fece un gesto risoluto come per dire
-che a qualunque distanza egli avrebbe avuto la
-forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli
-occhi: — Mi hai promesso! Mi fido di te!
-</p>
-
-<p>
-E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia
-parola.
-</p>
-
-<p>
-Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con
-tutta l'anima: — Grazie! — e s'allontanò correndo;
-senz'accorgersi che Carlo lo stava osservando,
-come fanno gli scommettitori coi cavalli
-da corsa, per vedere se avesse gambe pari all'impresa.
-Poi anche Carlo se n'andò, col suo
-passo solito, dicendo tra sè: — Le seste le ha
-buone; vedremo i polmoni. Mio padre si batte!
-Oh diavolo.... diavolo. Non so se la darà al
-signor Pironi; ma a me la darà, di sicuro. Si
-tratta d'aver prima buone gambe, e poi.... buona
-schiena. <i>Macte virtute, Carole.</i> Sarà una scarrozzata
-di nuovo genere. Purchè non vadano
-a Rivoli!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a
-dissimulare il suo stato d'animo alla mamma;
-la quale era ancora assai giovane, e d'indole
-<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span>
-così espansiva, e così familiare con lui, che gli
-pareva alle volte, più che una madre, una sorella.
-E quel giorno era più allegra del solito;
-il che gli fece più pena, e gli rese più difficile
-la dissimulazione. All'ora del desinare, quando
-sentì la scampanellata di suo padre, tremò, non
-ebbe cuore d'andargli incontro, sedette a tavola
-a aspettarlo, tutto trepidante.
-</p>
-
-<p>
-Ma riprese animo quando lo vide comparire
-con l'aspetto consueto, e più quando egli cominciò
-a discorrere, come faceva sempre, dei
-casi occorsigli nella giornata, non solo senz'alcuna
-apparenza di turbamento, ma con una vivacità
-insolita, e in un tono anche più affabile
-dell'usato. Gli pareva solo qualche volta che,
-dopo aver fatto una domanda, non ponesse
-mente alla risposta, come se avesse interrogato
-così per parlare, e che di tratto in tratto, quando
-fissava lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse
-assorto un momento come se vedesse
-in lontananza, per aria, qualche cosa di singolare.
-Ma a quel modo egli aveva fatto altre
-volte. Il ragazzo si tranquillò alquanto, a poco
-a poco; non solo, ma a un certo punto una risata
-improvvisa che diede suo padre a uno
-scherzo della mamma gli fece brillare una speranza,
-che gli aperse il cuore.
-</p>
-
-<p>
-— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli
-aveva inteso dire più d'una volta di
-“quistioni d'onore„ — come le chiamavano, — composte
-dai padrini amichevolmente; aveva visto
-in qualche gazzetta qualcuno dei così detti
-“verbali„ sottoscritti da quattro persone, le
-<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span>
-quali dichiaravano, dopo aver esaminato il caso,
-non esservi ragione di battersi fra due signori,
-che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè non
-potevano essersi riconciliati, per intromissione
-degli amici, suo padre e l'avvocato Bussi? Come
-avrebbe potuto suo padre mostrarsi così tranquillo,
-se avesse dovuto il giorno dopo rischiar
-la vita? — E s'afferrò con tutte le forze a questa
-speranza, nella quale ogni sorriso di suo padre
-lo riconfortava, e si sentì crescere in cuore,
-a grado a grado, una gioia immensa.
-</p>
-
-<p>
-Tutt'a un tratto suo padre si battè una mano
-sulla fronte e sclamò: — Che smemorato! — Poi,
-rivolto alla mamma: — Mi scordavo di
-dirti che domattina devo partire per Vercelli.
-</p>
-
-<p>
-Al ragazzo corse un brivido per le vene.
-</p>
-
-<p>
-— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse
-suo padre. — Ritornerò la
-sera. Parto col primo treno.
-</p>
-
-<p>
-— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non
-m'avevi detto che la causa era rimandata
-al mese venturo?
-</p>
-
-<p>
-— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma
-fu anticipato il dibattimento, perchè ne fu
-rinviato un altro, che lo doveva precedere. Ho
-ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo
-che mi secca. Ma non c'è che fare.
-</p>
-
-<p>
-— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò
-la signora, senza un'ombra di sospetto.
-</p>
-
-<p>
-— Certissimo. È un affare di poche ore. Non
-mi porto neppure la valigietta. Non t'avrai
-nemmeno da svegliare.
-</p>
-
-<p>
-Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso
-<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span>
-dallo sgomento e dall'affanno, non udì più
-nulla. Si levò da tavola appena finito di desinare,
-andò nella sua camera, accese il lume e sedette a
-tavolino, fingendo di fare il suo lavoro di scuola.
-A una cert'ora suo padre si affacciò all'uscio e gli
-disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo;
-non mi disturbare; ti do fin d'ora la buona notte.
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo
-con voce soffocata, e rimase là atterrito, agghiacciato
-dal pensiero che potesse esser quella
-l'ultima volta ch'egli si sentiva dir: — Buona
-notte, — da quella voce....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense
-il lume, e restò con gli occhi aperti nel buio e
-con l'orecchio teso, per sentire quando suo padre
-andasse a dormire. Scoccarono le undici, e
-non aveva ancora udito il suo passo. Che cosa
-poteva mai fare fino a quell'ora così tarda,
-poichè non era possibile che avesse l'animo
-tanto tranquillo da occuparsi dei suoi affari
-d'ufficio?
-</p>
-
-<p>
-Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre
-più viva, quella domanda: — Che cosa sta
-facendo?
-</p>
-
-<p>
-Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive
-il suo testamento!
-</p>
-
-<p>
-Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli
-faceva quella cosa terribile. Suo padre aveva il
-presentimento della morte, e si preparava a
-morire. E a quel pensiero lo prese una pietà e
-una tenerezza infinita. Suo padre, ancora così
-<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span>
-giovane, e così buono, che aveva circondato la
-sua infanzia di tante cure, che aveva tanto lavorato
-per lui, che dedicava ogni suo momento
-libero a istruirlo e a ricrearlo, e che cercava e
-trovava ogni giorno qualche nuovo modo di rendergli
-più bella la vita! E di ricordo in ricordo,
-risalendo fino al principio della sua memoria,
-riandò tutte le prove d'affetto che gli aveva
-date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui
-gli era apparso più rispettabile e più amabile,
-rivide i suoi sorrisi, riudì le sue parole, risentì
-le sue carezze, e, giunto al termine di quella
-corsa del pensiero, ritrovandosi dinanzi l'immagine
-di lui disteso a terra insanguinato, fu
-oppresso da una stretta di dolore più violenta
-ancora di quella che aveva risentito la mattina
-al primo intender la notizia funesta, e scoppiò
-in dirottissimo pianto. Ma, infine, la stanchezza
-lasciata in lui dalle commozioni profonde della
-giornata fu più forte dell'affanno, e nonostante
-tutti i suoi sforzi per resistere al sonno, si assopì
-leggermente.
-</p>
-
-<p>
-E sognò.
-</p>
-
-<p>
-Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava.
-Egli era solo in casa; ma in una
-stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono
-e l'altro, e qualche volta confusa col tuono, sentiva
-la voce di suo padre, che lo chiamava,
-come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo!
-Figliuol mio! — Ma egli non capiva donde venisse
-quella voce, poichè pareva ad un tempo
-vicina e lontana, che venisse dal piano di sopra
-e da quel di sotto, di dentro ai muri, di sotto
-<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span>
-ai mobili, e di fuori, dai terrazzini, o dall'aria.
-Si slanciò nella stanza accanto: la risentì: — Arturo!
-Arturo! Figliuol mio! — Gli parve
-che la voce fuggisse davanti a lui. Si diede a
-girare di stanza in stanza, correndo, per un labirinto
-di stanze sconosciute, ora oscure come
-sotterranei, ora illuminate dai lampi, per lunghi
-anditi, per sale vastissime, di cui il tuono
-incessante faceva tremar le vetrate, e dove, con
-suo grande stupore, inciampava in cespugli e
-in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi sotto
-i suoi piedi; e sempre si udiva chiamare: — Arturo!
-Arturo! Figliuol mio! — da una voce
-sempre più supplichevole, sempre più fioca,
-sempre più lontana. Lo prese la disperazione,
-si mise a correre con più furia, singhiozzando: — Babbo!
-Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine
-il tuono cessò, seguì un silenzio profondo,
-e nell'oscurità muta, non più rotta dai lampi,
-egli sentì un passo leggiero che s'avvicinava....
-</p>
-
-<p>
-Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno,
-e sentì ancora quel passo....
-</p>
-
-<p>
-Fece appena in tempo a tirarsi addosso le
-coperte: suo padre era sulla soglia dell'uscio.
-</p>
-
-<p>
-Veniva a dargli il bacio d'addio.
-</p>
-
-<p>
-Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava
-in punta di piedi al suo capezzale.
-</p>
-
-<p>
-Lo assalì una tentazione violenta di gettargli
-le braccia al collo. Ma capì che se l'avesse fatto
-sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe tradito il
-suo secreto. Con uno sforzo vigoroso di tutto
-l'animo e di tutti i nervi, si contenne, e simulò
-il respiro fitto e regolare del sonno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sentì la bocca di suo padre sulla fronte.
-</p>
-
-<p>
-Tremò tutto; ma si vinse.
-</p>
-
-<p>
-Suo padre s'allontanò come un'ombra.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo,
-finito di vestirsi in un lampo, si trovava
-già sul pianerottolo. Al momento che suo padre
-usciva dal portone, egli scendeva l'ultimo scalino,
-e di là, sporgendo il capo, vide nella luce
-incerta dell'alba una carrozza ferma vicino al
-marciapiede, e tre signori ritti accanto allo
-sportello; i quali salutarono suo padre, e salirono
-dentro con lui. Il fiaccheraio frustò il cavallo,
-la carrozza partì, ed egli vi si cacciò
-dietro, afferrandosi all'asse delle ruote posteriori.
-</p>
-
-<p>
-Il cavallo andava di trotto lento: lo poteva
-seguitare senza fatica. La carrozza svoltò in
-via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso
-Vinzaglio. Il suo primo pensiero fu chi potesse
-essere il terzo di quei signori che erano saliti
-nel legno con suo padre. Che lo dovessero accompagnare
-due padrini, lo sapeva; ma chi era
-il terzo? Non gli venne in mente che fosse il
-medico. Ma non insistè in quel pensiero. Era
-una bella mattinata di primavera, limpida e
-piena di fragranze di campagna. Ma la città,
-ancora dormente, con le vie deserte e le botteghe
-chiuse, presentava l'aspetto triste d'una
-città disabitata, e le pedate del cavallo e il rumore
-delle ruote echeggiavano in quella solitudine
-silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile.
-Al crocicchio di Corso Oporto attraversò
-<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span>
-la via un'altra carrozza, il cui fiaccheraio
-gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata!
-ne porti uno gratis! — e quasi nello
-stesso punto Arturo fu colpito alla guancia
-dallo sverzino della frusta, che il “camerata„
-aveva menata con un giro del braccio all'indietro.
-Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò
-di più la vergogna. Cominciava a passare qualche
-operaio, ad aprirsi qualche finestra: gli
-pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo
-per uno straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta
-di dietro! — Correva per
-lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo
-i passanti e gli alberi che come ombre fuggenti,
-inzaccherandosi nelle pozzanghere che aveva
-fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel
-numero della carrozza come per raccogliere in
-quello tutta la sua mente, e non pensare ad
-altro. Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso
-Duca di Genova il cavallo prese un trotto più
-rapido, ed egli cominciò a sentir la stanchezza,
-e a filar grosse goccie dalla fronte e dalle tempie.
-Lo affaticava sopra tutto lo star chino con
-le mani sull'asse, che era troppo basso; provò
-a tenersi alle molle, ma s'affaticò anche di più,
-perchè doveva star colle braccia troppo aperte,
-e quell'atteggiamento gli opprimeva il respiro;
-tornò ad appoggiarsi come prima. Quando la
-carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli
-principiò a temere che non gli bastassero le
-forze per proseguire lungamente. Ma raccolse
-tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò
-a correre. Gli pareva che se si fosse arrestato
-<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span>
-sarebbe stato un presagio sinistro, che se suo
-padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe
-andato certamente a morire. Ma oramai grondava
-di sudore, gli saltava il cuore nel petto,
-gli usciva il respiro come un soffio di mantice.
-Pensare che il suo povero babbo era lì, a tre
-palmi dal suo capo, che c'era solo fra di loro
-una sottile parete di legno, e che pure gli pareva
-tanto lontano, e come separato da lui da
-una muraglia enorme e da un abisso insuperabile!
-E domandava a sè stesso se egli pensasse
-a lui in quel momento, e immaginava i
-tristi pensieri e l'affanno doloroso che lo dovevano
-opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni
-scossa della carrozza, movendo continuamente
-le mani dall'asse alle molle e da queste all'asse,
-piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi
-con uno sforzo sempre più penoso, ripeteva
-tra sè: — No, no, non ti abbandonerò, padre mio....
-non ti lascierò ferire.... cadrò prima sfinito in
-mezzo alla strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio,
-babbo mio! Il tuo Arturo è con te.... Senti
-il mio cuore che batte vicino al tuo.... Senti il respiro
-del tuo figliuolo che ti accompagna!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva
-e pensava. Gli stava seduto accanto il medico,
-un biondone corpulento, che sonnecchiava, e
-gli sedevano in faccia i due padrini, due avvocati
-sulla quarantina, barbuti e gravi; ma
-di quella falsa gravità con cui i padrini cercano
-per solito di dissimulare agli altri e a sè
-<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span>
-stessi la coscienza inquieta d'esser complici di
-un atto insensato e incivile. L'avvocato Pironi
-pensava alla moglie, che aveva ingannata, al
-ragazzo, al quale aveva dato quasi a tradimento
-forse l'ultimo bacio; pensava che era fuggito
-di casa come un ladro, e che forse egli era un
-ladro veramente; perchè poteva essere che,
-uscendo di nascosto da quella casa, ne avesse
-portato via la felicità, la pace, l'agiatezza, l'avvenire
-del figliuolo, e anche la salute, e anche
-la vita della madre. E per la prima volta domandò
-alla propria coscienza se egli avesse
-diritto di disporre a quel modo dell'esistenza
-e della fortuna della donna che aveva legata
-alla propria sorte e del fanciullo che aveva
-messo al mondo, giurando sull'onor suo di proteggerli
-e di consacrare a loro tutto sè stesso.
-E una voce solenne della coscienza gli rispose: — No,
-tu non hai questo diritto, perchè la tua
-vita non è tua! No, tu non dovevi fare quello
-che hai fatto, non dovresti fare quello che farai,
-perchè è un'azione sleale e crudele verso i tuoi,
-barbara verso la civiltà, stolta davanti alla ragione,
-iniqua davanti alla legge di Cristo. — E
-che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi
-dalla coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare
-l'amico. — Ma l'ho oltraggiato, e gli dovevo
-una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una;
-ma era quella di umiliare, di punire il tuo
-orgoglio, da cui era uscito l'oltraggio; non quella
-di mettere in gioco due vite che sono strette
-alla tua, ma non son cosa tua; no, non per
-altro che per salvare il tuo orgoglio, tu metti
-<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span>
-l'una e l'altra a cimento; perchè ti manca
-il nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il
-coraggio scellerato di gettar la disperazione
-nella tua casa; per parere un uomo coraggioso
-non t'importa d'essere un marito e un padre
-spietato; copri con la maschera del gentiluomo
-un egoismo feroce; il tuo coraggio non è che
-debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario
-che generoso; prostituisci l'anima per
-salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti,
-fatti ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo
-scontino per tutta la vita con la miseria
-e col pianto una parola insolente che t'è sfuggita
-nell'ira, e che tu non volesti ritirare per
-superbia. Vigliacco! — A queste parole non
-trovò più obbiezioni, chiuse gli occhi, fingendo
-d'appisolarsi, e pensò con profonda tristezza al
-figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un
-ragazzo ha maggior bisogno del consiglio e degli
-aiuti del padre; che era intelligente e studioso,
-ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione
-troppo eccitabile; e sano e bello, e di carattere
-vigoroso e risoluto, ma di complessione
-non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto
-preservare con gran riguardo da ogni commozione
-troppo forte, che gli sarebbe potuta riuscir
-funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni
-forte commozione, e stava per dargli quella terribile
-di vedersi portare a casa suo padre con
-una mano recisa o con la fronte spaccata, e forse
-moribondo, e forse morto! Un atroce rimorso
-gli passò il cuore a quel pensiero, e aprendo
-gli occhi giusto in quel punto a uno scossone
-<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span>
-della carrozza, e vedendo la nuova piazza d'armi,
-lungo la quale correvano, egli si ricordò delle
-tante volte che aveva portato a scorrazzare su
-quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli
-tornarono vivi alla mente il suo aspetto infantile,
-i suoi atti graziosi, le voci d'allegrezza e
-il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che
-balbettava allora, e la grande gioia ch'egli
-provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo
-in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e
-a quei ricordi gli venne su dal cuore come una
-ondata di tenerezza e di pietà così improvvisa e
-impetuosa, che si dovè addentare le labbra per
-ricacciar giù le lacrime, di cui si sarebbe vergognato.
-E giurò in cuor suo che, se fosse scampato
-da quel duello, mai più, mai più nella vita
-avrebbe rimesso i suoi cari a una così triste
-prova, nè l'animo proprio a una così crudele
-tortura. — Perdonami questa volta — disse
-tra sè; — una sola volta m'avrai da perdonare,
-figliuol mio! Mai più tuo padre non giocherà
-sulla punta della spada la tua salute e il tuo
-cuore! E questa volta Dio mi protegga per
-amor tuo, mio buono, mio adorato, mio povero
-Arturo!&nbsp;—
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Mentre questo diceva il padre, la carrozza,
-correndo sempre più rapidamente, svoltava sul
-corso Peschiera, e il povero Arturo era all'estremo
-delle sue forze. Eran già quasi due miglia
-ch'egli aveva fatto di corsa, e per un ragazzo
-come lui, di petto debole, eran già troppe.
-<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span>
-Avrebbe resistito di più se si fosse messo alla
-prova fresco di lena; ma ci s'era messo già affaticato
-dagli affanni del giorno avanti, e dalla
-notte insonne e travagliata, e dal digiuno: solo
-uno sforzo enorme della volontà l'aveva sorretto
-fino a quel punto. Era tutto in acqua, aveva i
-muscoli sfiniti, il cuore gli saltava alla gola, gli
-martellavano le tempie, gli tremavano le braccia,
-gli si aggranchivano le mani, la vista gli s'intorbidiva,
-le idee gli si confondevano; la sua respirazione
-non era più che un anelito continuo
-e doloroso; andava avanti quasi senza conoscenza,
-come spinto da un impulso di dentro, che si
-veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre
-perdendo sangue da una piaga; si sentiva
-mancare non solo il vigore, ma il pensiero e la
-vita. La carrozza infilò il corso Sommeiller, e
-poi svoltò a destra. Come a traverso una nebbia
-egli riconobbe gli olmi e le case del viale di
-Stupinigi, e disse quasi inconsciamente, come
-un'eco: — Stupinigi! — Poi balenò nella sua
-mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti
-duelli si facevano nei boschi di Stupinigi. Non
-c'era dubbio. Suo padre andava là. C'erano dieci
-chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la speranza
-di poter resistere, lo abbandonò l'ultimo
-resto del vigore. Le gambe gli piegavano, si lasciò
-trascinare; non gli restò che un po' di forza
-nelle mani, con cui si teneva rabbiosamente
-stretto all'asse delle ruote. Ma gettando a destra
-uno sguardo di naufrago, vide la facciata dell'ospedale
-Mauriziano, ed ebbe nel punto stesso
-quasi l'apparizione viva di suo padre portato là
-<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span>
-da quattro uomini, col viso bianco e le braccia
-ciondoloni. A quella visione perdè la testa, allentò
-le mani, e cadde nel mezzo della strada,
-appena oltrepassato l'ospedale, mandando un gemito,
-e dicendo disperatamente: — Addio, babbo!
-addio! addio! — E impotente a rimettersi in
-piedi, riuscì ancora a trascinarsi carponi fino
-alla proda del viale, dove andò giù disteso, come
-un corpo morto.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Pochi momenti dopo, come in un sogno, udì
-il rumore d'una carrozza che passava, e quasi
-ad un tempo il suono del suo nome.
-</p>
-
-<p>
-Aperse gli occhi: vide Carlo Bussi inginocchiato
-davanti a lui.
-</p>
-
-<p>
-— Pironi! — esclamò quegli, pigliandogli una
-mano. — Pironi!... Che hai? Cos'è stato?
-</p>
-
-<p>
-— .... Non posso più, — rispose Arturo.
-</p>
-
-<p>
-— Alzati! — gli disse concitato il compagno — fatti
-forza! Siamo ancora in tempo. La carrozza
-di mio padre è passata ora. T'ho visto passando.
-T'ho creduto morto. Su, Arturo, su! Possiamo
-ancora raggiungerli. Non andranno lontano.
-La carrozza va adagio. Guarda.... Oh che
-fortuna! S'è fermata!
-</p>
-
-<p>
-A un centinaio di passi più oltre, infatti, la
-carrozza s'era fermata per aspettare che passasse
-il treno della strada ferrata, la quale attraversava
-il viale di Stupinigi in quel punto. Doveva passare
-il treno di Milano, partito allora dalla stazione
-di Porta Nuova. Il cantoniere aveva chiuso
-le due barriere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio! — ripetè Carlo, aiutando l'amico
-a mettersi a sedere e facendogli appoggiar la
-schiena a un paracarri. — Ecco il tuo berretto.
-Abbiamo cinque minuti di vantaggio. Hai il tempo
-di riprender fiato. Su, Pironetto, su. Vuoi darla
-vinta a un ronzino da trenta soldi l'ora? Ci ho
-delle pasticche di menta: ingollane una, chè ti
-rimetterà in gamba. Hai fatto il più: fa ancora
-un ultimo sforzo. Fino a Stupinigi non ci vanno;
-ho inteso dire al cocchiere il nome d'una villa.
-Ci arriveremo e non li lascieremo battersi. Vedrai
-come mi buscherò la piattonata del genitore!
-Che credi che non abbia faticato anch'io? Nella
-furia di scappare ho infilato nell'anticamera le
-scarpe del servitore. Guarda che torpediniere!
-Ho dovuto far miracoli per portarle a salvamento.
-Credevo di lasciarne una davanti al Municipio.
-Lèvati presto. Non avrai più da correre. Io ti
-metto a sedere sull'asse delle ruote, tu ti appoggi
-con le mani alle mie spalle, e vai come un milionario.
-Su, su, senti il treno che arriva. Andiamo
-subito. Vedrai che tutto andrà bene. Ma
-non perdiamo più un momento!
-</p>
-
-<p>
-A quelle parole Arturo si sentì nel petto come
-un nuovo soffio di vita, si levò in piedi, e ciondolando
-un poco, ma a passi spediti, tirato per
-la mano da Carlo, arrivò sin dietro alla carrozza,
-nel momento che passava il treno con un fracasso
-di tuono.
-</p>
-
-<p>
-— Riaprono! — disse Carlo. — Su, Arturo,
-in sella!
-</p>
-
-<p>
-E, preso l'amico fra le braccia, lo pose a sedere
-sull'asse, si fece metter le mani sulle spalle,
-<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span>
-e s'afferrò al ferro con le sue, l'una a destra e
-l'altra a sinistra, pronto alla corsa.
-</p>
-
-<p>
-La frusta schioccò; la carrozza si mise in
-moto.
-</p>
-
-<p>
-— Ci stai bene? — domandò Carlo.
-</p>
-
-<p>
-Arturo accennò di sì.
-</p>
-
-<p>
-— Fa conto di far gli esercizii alla sbarra
-fissa. Ma agguantami forte, e attento ai sobbalzi.
-Non aver paura, però. Non s'andrà molto lesti.
-Mi sono accorto che il fiaccheraio è sborniato.
-E non darti pensiero di me. Io ho i polmoni
-del Bargozzi. Vedrai che avremo fortuna....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Proprio in quel momento, nella carrozza, uno
-dei padrini, — un signore lungo e secco, con
-due occhi di gatto e un pizzo di barba grigia — dava
-gli ultimi consigli all'avvocato Bussi,
-seduto dirimpetto a lui, intorno al modo di regolarsi
-nel duello. — Dunque, siamo intesi. L'avversario
-è fuor d'esercizio, si stancherà dopo
-la prima furia. Tu aspetta che molli, e allora
-fa quello che t'ho detto: — così — così — e là! — E
-sarà servito. — E rifece con la mano ossuta
-l'accenno di due finte e d'un colpo di bandoliera,
-strizzando l'occhio felino.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Bussi non rispose. Aveva l'aria d'un
-uomo seccato. Volgeva in mente da un po' di
-tempo dei pensieri assai discordanti dalla conversazione;
-i quali s'esprimevano in un sorriso
-sarcastico sulle sue labbra taglienti, usate alla
-canzonatura. — Curioso — diceva tra sè — questo
-bravo signore, che si vanta di credere in
-<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span>
-Dio, e che m'insegna tranquillamente a sgozzare
-il prossimo, come mi darebbe una ricetta
-per una salsa! E quest'altro palloncino pien di
-vento, che non riesce a nascondere la felicità
-d'esser per la prima volta padrino in un duello,
-come se fosse una delle imprese d'Ercole, e
-schizza dagli occhi l'impazienza d'andarlo a
-strombettare ai quattro canti di Torino! E questi
-due armadi a ruote che portan via di nascosto
-me e quell'altro come due ragazze rapite,
-e quel signore che c'impresta cortesemente la
-villa perchè ci possiamo ammazzare a nostro
-comodo, e il medico che ci accompagna con l'ago
-e col filo per rimendarci la pelle.... tutto questo
-m'ha l'aria d'una lugubre buffonata. Vorrei sapere
-perchè mi vado a battere. Quando il Pironi
-mi regalò quell'epiteto, io ero ben certo
-che tale non mi credeva, e che quanti eran lì
-eran certi della stessa cosa, e che capivano ch'egli
-m'aveva lanciato quella parola perchè l'avevo
-messo al muro e non sapeva più che altro rispondermi.
-Avrei dovuto ridergli in faccia, senz'altro.
-Io mi batto dunque per dimostrare che
-non son uomo da lasciarmi dire delle impertinenze.
-Ma se egli mi ferisce, a che servirà l'aver
-dimostrato che non mi lascio dire delle impertinenze,
-se dimostrerò ad un tempo che mi
-lascio dare delle sciabolate? Che corbelleria! Ma
-è una corbelleria che può finire.... con la fine
-d'uno dei due. Si può essere più bestialmente
-matti?... Basta: purchè non ci sian là a vederci
-dei contadini. È il mio pensiero fisso da ieri:
-un pensiero che mi dà una noia.... da non credersi.
-<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span>
-Mi pare che mi vergognerei, e che buscherei
-una botta per effetto della distrazione.
-E perchè me ne vergognerei?... Perchè la gente
-del popolo ride del duello. È certo per questo.
-Ma perchè, se io vedo due popolani che rissano
-col coltello, non rido, ed essi ridono quando vedono
-due di noi che si battono con la sciabola?
-Vediamo un poco. Forse.... perchè essi non si battono
-che in un accesso di furore, il quale, se non
-giustifica la rissa, la spiega, e le dà almeno un
-aspetto tragico; quando il nostro combattimento
-condotto con tutte le regole, — dopo uno scambio
-di saluti, con le debite pause, in presenza di
-quattro signori, in un luogo prestabilito, senza
-neanche la giustificazione apparente dell'ira — è
-veramente una cosa buffa e antipatica. E io me
-ne vergognerei anche perchè quella gente, vedendo
-un duello, comprendono che è assurda la
-distinzione enorme che noi facciamo fra le nostre
-risse e le loro, e godono di coglierci in una
-contraddizione stupida e odiosa fra la nostra ferocia
-di duellanti e le nostre vanterie di gente
-civile e gentile; contraddizione tanto più odiosa
-in quanto ad ammazzare essi non imparano, e
-noi ci esercitiamo per molti anni. Ah, buffoni,
-buffoni, buffoni! Ma dunque non si arriverà mai
-a questa villa del malanno?
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-In quel momento, i due ragazzi sentirono uscir
-dalla carrozza un grido soldatesco: — Ferma!
-</p>
-
-<p>
-— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci
-subito. — Arturo si buttò giù dall'asse,
-<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span>
-corse dietro all'amico e saltò con lui dentro
-al fosso che fiancheggiava la strada; dove
-tutt'e due s'accucciarono, levandosi il cappello
-e sporgendo il capo al disopra della proda appena
-quanto occorreva per veder ciò che avveniva.
-</p>
-
-<p>
-La carrozza si fermò davanti alla cancellata
-d'una villa signorile, della quale appariva il tetto
-di là dagli alberi d'un vasto giardino, cinto d'un
-muro. La cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata
-da una mano invisibile, la carrozza entrò,
-i battenti si chiusero.
-</p>
-
-<p>
-— Siamo perduti! — esclamò Arturo.
-</p>
-
-<p>
-— Neppur per sogno, — rispose Carlo.
-</p>
-
-<p>
-— Come faremo ad entrare?
-</p>
-
-<p>
-— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar
-per la porta. Vieni con me, ma lesto.
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò,
-si gettò di corsa, seguito da Arturo, in
-un campo accanto alla villa, arrivò fino ai piedi
-del muro di cinta, lo misurò con uno sguardo,
-e disse al compagno: — Scavalchiamolo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo
-affannato. — Intanto si batteranno!
-</p>
-
-<p>
-— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi
-son lunghi. Fa a modo mio.
-</p>
-
-<p>
-Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece
-piantar forte i piedi e incrociare le mani a seggiolino,
-e dettogli: — Tien saldo! — gli pose
-un piede sulle mani, afferrandosi alle sue braccia,
-prese una spinta con l'altro piede, gli salì
-ritto sulle spalle e tastò con le dita la sommità
-del muro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Accidenti al proprietario! — esclamò, e ricadde
-a terra.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa c'è? — domandò Arturo, sgomento.
-</p>
-
-<p>
-— C'è che la cresta del muro è incrostata di
-schegge di vetro, a servizio dei galantuomini.
-Bisogna sacrificar le giacchette. Dammi la tua.
-</p>
-
-<p>
-Se le tolsero tutt'e due, Carlo le prese fra i
-denti, e, risalito sulle spalle del compagno, gettò
-l'una sopra l'altra sul sommo del muro, vi piantò
-le mani come due artigli, si tirò su, si rigirò
-verso il compagno appoggiandosi sul ventre, tese
-le braccia verso di lui, e gli disse: — Afferrati,
-punta i piedi contro le sporgenze e vien su
-senza paura: ho le pale solide.
-</p>
-
-<p>
-In quella maniera, facendo uno sforzo di piccolo
-atleta, tirò a sè il compagno come un
-secchio.
-</p>
-
-<p>
-— Bada a non bucarti! — gli disse quando
-Arturo s'attaccò alle giacchette.
-</p>
-
-<p>
-Arturo mise un grido.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è?
-</p>
-
-<p>
-— Nulla; una puntura.
-</p>
-
-<p>
-— Io salto dentro. Tu aspetta.
-</p>
-
-<p>
-Carlo saltò giù nel giardino, e tese le braccia
-allargate verso Arturo, dicendogli: — A te, ora!
-</p>
-
-<p>
-Questi si lascio andar giù e gli cadde fra le
-braccia.
-</p>
-
-<p>
-— Bene arrivato! — esclamò Carlo, — siamo
-nella fortezza!
-</p>
-
-<p>
-Si trovavano all'estremità d'un lungo sentiero
-che andava diritto in mezzo a due fughe di piccole
-aiuole, divise da altri sentieri, fino a una
-<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span>
-siepe altissima di mortelle; la quale attraversava
-il giardino come un muro divisorio, aperta qua
-e là in vani arcati dalla forma di porte.
-</p>
-
-<p>
-— Si battono là dietro! — disse Arturo. — Corriamo!
-</p>
-
-<p>
-E tutt'e due scamiciati, grondanti di sudore,
-trafelanti, si lanciaron di corsa verso il muro
-verde....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Appena entrato nella villa e sceso di carrozza
-vicino alla porta, dove stava già l'altro legno,
-l'avvocato Bussi s'era trovato davanti a un largo
-viale, fiancheggiato da due alte pareti di mortelle
-e chiuso in fondo dalla facciata della palazzina.
-Al capo opposto del viale, c'era l'avvocato
-Pironi col medico e co' suoi padrini. Questi
-e quelli del Bussi s'erano subito mossi gli uni
-verso gli altri, e, incontratisi a mezza via, avevano
-fissato lì il campo del duello, e tracciato
-delle linee sulla terra con la punta delle canne.
-Poi avevano levato dalle fodere e dato le sciabole
-al medico, che le aveva asperse d'acido fenico,
-dopo aver preparato bende, pinze e boccette
-sopra un sediletto di legno, vicino a una
-delle aperture di fianco.
-</p>
-
-<p>
-Mentre i due ragazzi stavano scalando il muro,
-i due avversari, chiamati dai padrini, si avvicinavano,
-si levavano il cappello e il vestito, si
-rimboccavano la manica della camicia sul braccio,
-si facevano fasciar la mano con un fazzoletto,
-e, impugnate le sciabole, si mettevano
-l'uno di fronte all'altro, avendo ciascuno i proprii
-<span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span>
-padrini a destra e a sinistra. Uno dei padrini
-del Bussi, quello dal pizzo grigio, che aveva
-pure una sciabola in mano, faceva da direttore
-del combattimento.
-</p>
-
-<p>
-Tutt'e due avevano il viso pallido, ma risoluto.
-Tutti gli altri tacevano. Non si sentiva che
-un cinguettìo allegro d'uccelli e il latrato lontano
-d'un cane. Il sole batteva il primo raggio
-sulla facciata rosea della palazzina.
-</p>
-
-<p>
-A un cenno dei padrini, i due avversari fecero
-il saluto con la sciabola.
-</p>
-
-<p>
-Il signore del pizzo gridò: — A voi!
-</p>
-
-<p>
-Era il segnale dell'assalto.
-</p>
-
-<p>
-Si misero in guardia e incrociarono le lame....
-</p>
-
-<p>
-In quel punto, di là dalla parete delle mortelle,
-suonò un grido acuto e doloroso: — Aiuto!
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Bussi s'arrestò il primo, stupefatto,
-come se avesse riconosciuto quella voce, ma incredulo,
-come se gli paresse un'illusione.
-</p>
-
-<p>
-La voce ripetè con un grido più lungo e più
-supplichevole: — Aiuto!
-</p>
-
-<p>
-Era il suo Carlo. Il Bussi non sentì più altro,
-gittò un'occhiata intorno, vide il vano della siepe,
-vi si lanciò, tutti lo seguirono.
-</p>
-
-<p>
-Fatti appena venti passi, s'arrestarono.
-</p>
-
-<p>
-Arturo giaceva in terra, disceso a traverso a
-un sentiero, tutto insanguinato e fuor dei sensi;
-Carlo, inginocchiato accanto a lui, atterrito e
-tremante, gli sorreggeva il capo con una mano,
-e con l'altra, rossa di sangue, gli stringeva un
-braccio intorno al polso; lungo il sentiero serpeggiava
-una striscia sanguigna.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Pironi mise un grido disperato:
-<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span>
-— Mio figlio è morto! — e gli si gittò accanto
-in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il
-braccio; tutti gli altri affollarono Carlo di domande.
-</p>
-
-<p>
-Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando.
-Disse com'eran venuti là, per impedire ai loro
-padri di battersi, e come avevano scavalcato il
-muro, incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi,
-Arturo s'era ferito al polso. Non se n'era
-accorto subito. Poi, correndo a traverso al giardino,
-sentendosi mancar le forze, aveva scoperto
-la ferita; aveva perduto molto sangue; era caduto
-là, fra le sue braccia.
-</p>
-
-<p>
-— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore,
-me lo salvi!
-</p>
-
-<p>
-Il dottore, che aveva esaminato il braccio e
-lo stava fasciando, lo rassicurò, dicendo, che era
-stata ferita l'arteria radiale, ma leggermente,
-che il compagno, comprimendola, aveva arrestato
-in tempo l'effusione del sangue, e che non
-c'era pericolo.
-</p>
-
-<p>
-Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo
-il figliuolo dar segno di vita, non gli credette,
-e gridò più affannosamente: — Mi muore!
-mi muore! ma non lo vede che mi muore?
-</p>
-
-<p>
-— No, — rispose il medico, avvicinando alle
-nari del ferito una boccetta, — ecco che rivive.
-</p>
-
-<p>
-Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre,
-gli sorrise, e alzando il braccio illeso fece l'atto
-di mettergli la mano sulla spalla.
-</p>
-
-<p>
-Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse
-la fronte di baci, singhiozzando.
-</p>
-
-<p>
-— Babbo —, mormorò Arturo appena potè
-<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span>
-raccogliere la voce —, è stato Carlo.... Io ero caduto
-per la strada..., mi rialzò, mi fece coraggio....
-È lui che mi ha tirato su pel muro....
-Senza di lui non sarei qui.... Egli m'ha fermato
-il sangue.... È lui che ha fatto tutto....
-</p>
-
-<p>
-Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava
-ritto al fianco, lo fissò negli occhi, e gli disse: — Tu
-sei un uomo! — e lo baciò sul cuore.
-</p>
-
-<p>
-Poi balzò in piedi, raccolse la sciabola che
-aveva buttata via, e voltatosi verso il Bussi,
-che stava immobile a pochi passi, gli disse con
-un accento risoluto, che discordava dallo sguardo,
-sfavillante di gratitudine per il suo figliuolo:
-</p>
-
-<p>
-— Son pronto!
-</p>
-
-<p>
-— Io pure! — rispose fieramente il Bussi, e
-gettò la sciabola a terra.
-</p>
-
-<p>
-Il Pironi gli s'avventò al collo, e mentre s'abbracciavano,
-gli disse nell'orecchio: — Dimentica! — Poi,
-svincolandosi, a voce alta, perchè
-tutti sentissero: — Perdonami!
-</p>
-
-<p>
-Pochi minuti dopo, il ragazzo ferito, sorretto
-sulle braccia dai due padri, sulle cui spalle appoggiava
-le mani ancora insanguinate, facendo
-fra l'uno e l'altro come un vincolo vivo, e il suo
-bravo compagno, sollevato anch'egli da terra, in
-sogno di festa, da due padrini, furono portati
-alle carrozze, fra gli applausi e gli evviva, come
-in trionfo....
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Ma l'avvocato Pironi non doveva arrivare a
-casa senz'aver provato un nuovo affanno. Nella
-carrozza, dove entrarono il Bussi e il medico con
-lui e con Arturo, questi, dopo esser rimasto un
-<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span>
-pezzo assopito, ridestatosi, volle rispondere a
-tutte le domande che gli eran rivolte, e s'affaticò
-per modo che, nel punto che stavano per
-sboccare da via Sacchi sul corso Vittorio Emanuele,
-ebbe un leggero deliquio. — Che cos'è
-questo? — domandò il Pironi spaventato. Era
-debolezza. Il medico consigliò un cordiale. Il
-Pironi gridò: — Ferma! — La carrozza si fermò
-all'angolo del caffè Mogna. Dissero tutti e tre
-insieme: — Un cognac? — Del vino chinato? — Un
-Marsala? — Arturo aperse gli occhi languidi
-e mormorò sorridendo: — No.... un gelato
-di crema.
-</p>
-
-<p>
-Poi soggiunse, richiudendo gli occhi: — Doppio.
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_443">[443]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE.</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><span class="smcap">Dedica</span></td> <td>Pag. <a href="#dedica"><span class="smcap lowercase">VII</span></a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><a href="#ricordi">RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA</a><br />[da pag. 1 a 188].</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I primi anni</td> <td class="pag"><a href="#primianni">Pag. 3</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La prima scuola</td> <td class="pag"><a href="#primascuola">18</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Qui, quae, quod</td> <td class="pag"><a href="#quiquaequod">30</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I bersaglieri</td> <td class="pag"><a href="#bersaglieri">34</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il caporale Martinotti</td> <td class="pag"><a href="#martinotti">39</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La guerra di Crimea e i miei amici poveri</td> <td class="pag"><a href="#crimea">42</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Sul campo dell'onore</td> <td class="pag"><a href="#conore">52</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Primi palpiti</td> <td class="pag"><a href="#primipal">56</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea</td> <td class="pag"><a href="#ritornobers">60</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il furore della pittura</td> <td class="pag"><a href="#furorepit">64</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il regno del terrore</td> <td class="pag"><a href="#terrore">67</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il maestro prete</td> <td class="pag"><a href="#maestroprete">73</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Davanti al tribunale</td> <td class="pag"><a href="#tribunale">81</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Sulla mala via</td> <td class="pag"><a href="#malavia">86</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>In <i>Umanità</i></td> <td class="pag"><a href="#umanita">95</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Tenorino fallito</td> <td class="pag"><a href="#tenorino">100</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il Cinquantanove</td> <td class="pag"><a href="#cinquantanove">103</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Attore drammatico</td> <td class="pag"><a href="#attore">118</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Nuove amicizie e nuove grullerie</td> <td class="pag"><a href="#grullerie">121</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Professori di liceo</td> <td class="pag"><a href="#liceo">132</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un rimorso</td> <td class="pag"><a href="#rimorso">135</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I liceisti</td> <td class="pag"><a href="#liceisti">138</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il bimbo del Consigliere</td> <td class="pag"><a href="#bimbo">140</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La resa di Gaeta</td> <td class="pag"><a href="#gaeta">143</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un pericolo e un lutto</td> <td class="pag"><a href="#perilutto">146</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Primi studi di lingua</td> <td class="pag"><a href="#studilingua">148</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Furori ginnastici</td> <td class="pag"><a href="#ginnici">153</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Fisica e storia</td> <td class="pag"><a href="#fisica">156</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Avvocato!</td> <td class="pag"><a href="#avvocato">159</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I profughi polacchi</td> <td class="pag"><a href="#polacchi">162</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Giorni d'ebbrezza</td> <td class="pag"><a href="#ebbrezza">164</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un grande dolore</td> <td class="pag"><a href="#grandolore">166</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Cambiamento di rotta</td> <td class="pag"><a href="#dirotta">171</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Aspromonte</td> <td class="pag"><a href="#aspromonte">175</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un fiume d'inchiostro</td> <td class="pag"><a href="#fiumedin">178</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La partenza</td> <td class="pag"><a href="#partenza">181</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un mistero</td> <td class="pag"><a href="#mistero">184</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_444">[444]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><a href="#bambole">BAMBOLE E MARIONETTE.</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il “Re delle bambole„</td> <td class="pag"><a href="#rebamb">191</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un piccolo teatro celebre</td> <td class="pag"><a href="#picteatro">210</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><a href="#gente">GENTE MINIMA.</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Grembiulini bianchi</td> <td class="pag"><a href="#grembiuli">247</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Personaggi infantili</td> <td class="pag"><a href="#personaggi">261</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I bambini di Val d'Andorno</td> <td class="pag"><a href="#andorno">283</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><a href="#studenti">PICCOLI STUDENTI.</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Momenti solenni</td> <td class="pag"><a href="#solenni">293</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Piccoli scrittori</td> <td class="pag"><a href="#piccoliscr">307</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I desideri dei ragazzi</td> <td class="pag"><a href="#desideri">318</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il garofano rosso, racconto</td> <td class="pag"><a href="#garofano">335</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><a href="#adolescenti">ADOLESCENTI.</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Sui banchi del Ginnasio</td> <td class="pag"><a href="#ginnasio">357</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I commedianti e i ragazzi</td> <td class="pag"><a href="#commedianti">376</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un'ascensione in pallone</td> <td class="pag"><a href="#pallone">389</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><a href="#spadecuori">DUE DI SPADE E DUE DI CUORI</a><br />racconto<br />[da pag. 403 a 442].</td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-
-</div>
-
-<div class="opere">
-<p class="center large">
-[Ed. Treves.] <span class="smcap">OPERE di E. DE AMICIS</span> [Ed. Treves.]
-</p>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="4" class="center">IN-16.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>La vita militare.</i> 67.ª impressione della edizione del 1880, rifusa dall'autore, con l'aggiunta di due bozzetti</td> <td class="pag">L. 4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">— — edizione popolare. 55.º migliaio</td> <td class="pag">1&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Pagine sparse.</i> Nuova edizione economica con prefazione di <b>Salvatore Farina</b></td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Marocco.</i> 23.ª edizione</td> <td class="pag">5&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Novelle.</i> 28.ª impressione della nuova edizione del 1878, riveduta e ampliata dall'autore. Illustrata da 7 incis. di Bignami</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Olanda.</i> 22.ª edizione riveduta dall'autore</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Costantinopoli.</i> 32.º migliaio. Nuova edizione</td> <td class="pag">5&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Ricordi di Londra.</i> 27.ª edizione con 21 disegni</td> <td class="pag">1 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Ricordi di Parigi.</i> 23.ª edizione</td> <td class="pag">1&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Ritratti letterari.</i> 7.ª edizione</td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Poesie.</i> 13.ª edizione</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Gli Amici.</i> 24.ª edizione. Due volumi</td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Cuore.</i> Libro per i ragazzi. 610.º migliaio</td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><span class="spaced1">Del</span> 500.º migliaio fu fatta un'edizione speciale a</td> <td class="pag">L. 4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><span class="spaced1">La</span> medesima rilegata in gran lusso</td> <td class="pag">20&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Alle Porte d'Italia.</i> 18.ª impressione della nuova edizione del 1888, completamente rifusa e ampliata dall'autore</td> <td class="pag">3 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Sull'Oceano.</i> 32.ª edizione</td> <td class="pag">5&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Il romanzo d'un maestro.</i> 11.ª edizione</td> <td class="pag">5&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">— — Edizione economica in due volumi. 33.ª edizione</td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Fra scuola e casa</i>, racconti e bozzetti. 12.ª edizione</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>La maestrina degli operai.</i> Racconto. 5.ª edizione bijou</td> <td class="pag">3&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Ai ragazzi</i>, discorsi. 16.ª edizione</td> <td class="pag">1&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">— — Legato in tela e oro 5 — Legato uso antico</td> <td class="pag">8&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>La carrozza di tutti.</i> 25.ª edizione</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Memorie.</i> 12.ª edizione</td> <td class="pag">3 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Ricordi d'Infanzia e di Scuola.</i> 14.ª edizione</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Capo d'anno</i>, Pagine parlate. 7.ª edizione</td> <td class="pag">3 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Nel Regno del Cervino</i>, nuovi racconti e bozzetti. 10.ª ediz.</td> <td class="pag">3 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>L'Idioma Gentile.</i> 57.ª edizione</td> <td class="pag">3 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Pagine allegre.</i> 11.ª edizione</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Nel Regno dell'Amore.</i> 12.º e 13.º migliaio</td> <td class="pag">5&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Lotte Civili</i> (Edizione postuma)</td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><i>Speranze e Glorie — Le tre Capitali</i> (Torino-Firenze-Roma)</td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4" class="center">IN-8 ILLUSTRATE.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Marocco</i></td> <td class="pag sp">10 —</td> <td><i>Sull'Oceano</i></td> <td class="pag">10&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Costantinopoli</i></td> <td class="pag sp">10 —</td> <td><i>Alle Porte d'Italia</i></td> <td class="pag">10&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>La Vita Militare</i></td> <td class="pag sp">6 —</td> <td><i>Novelle</i></td> <td class="pag">6&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— — Edizione popolare</td> <td class="pag sp">2 50</td> <td><i>Gli Amici</i></td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Olanda</i></td> <td class="pag sp">10 —</td> <td><i>La lettera anonima</i></td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Cuore</i></td> <td class="pag sp">5 —</td> <td><i>Nel Regno dell'Amore</i></td> <td class="pag">7&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4" class="center">ULTIME PAGINE (1908).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">I. Nuovi Ritratti Letterari ed Artistici. 4.º migliaio</td> <td class="pag">3 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">II. Nuovi Racconti e Bozzetti. 4.º migliaio</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">III. Cinematografo Cerebrale. 4.º migliaio</td> <td class="pag">3 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4" class="center">ANTOLOGIA DE AMICIS.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3">Alla Gioventù. <b>Letture scelte</b> dalle opere di EDMONDO DE AMICIS. Antologia scolastica e famigliare per cura di <span class="smcap">Dino Mantovani</span>. 27.º migliaio</td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Andate sulla forca, canaglie.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E anche voi, femminucce pettegole.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Ricordi d'infanzia e di scuola, by
-Edmondo De Amicis
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA ***
-
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