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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Ricordi d'infanzia e di scuola - -Author: Edmondo De Amicis - -Release Date: April 21, 2020 [EBook #61885] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - EDMONDO DE AMICIS - - - RICORDI - d'INFANZIA - e di SCUOLA - - SEGUÌTI DA - - BAMBOLE E MARIONETTE — GENTE MINIMA - PICCOLI STUDENTI — ADOLESCENTI - DUE DI SPADE E DUE DI CUORI - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - 1913 - - Quattordicesimo migliaio. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA. - - _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per - tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._ - - Tip. Fratelli Treves. - - - - -AL DOTTORE ANGELO BOCCA SINDACO DI CUNEO - -CARO AMICO DEI MIEI PRIMI ANNI INSEPARABILE NELL'ANIMO MIO DALLA -MEMORIA DELLA CITTÀ ILLUSTRE E BELLA A CUI MI LEGA AMORE E REVERENZA DI -FIGLIO. - - - - -RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA. - - - - -I primi anni. - - -La traccia più remota ch'io trovi in me della mia coscienza è quella -d'un giorno che stavo giocando sopra un mucchio di sabbia con un mio -fratellino, maggiore di me di due anni, il quale morì quand'io n'avevo -quattro, non lasciandomi neppure una vaga reminiscenza del suo viso. -In che maniera mi sia rimasta l'immagine di lui in quel punto, e non -l'ombra d'un ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua morte, che -avrebbe dovuto lasciarmi un'impressione profonda, è uno di quei tanti -misteri della memoria, che tenta invano il nostro pensiero. E non è -meno misteriosa per me la certezza assoluta che ebbi sempre, che quella -larva con cui giocavo quel giorno era mio fratello, quantunque non -abbia nessuna ragione d'esserne certo. A me pare che la mia esistenza -sia incominciata in quel momento. Ma dopo di questo ricomincian le -tenebre, e non ritrovo più il lume d'una ricordanza che molto tempo di -poi: quello d'avere una volta, scendendo la scala di casa, contato i -miei anni, che eran cinque, sulla punta delle dita, e d'aver pensato -che mi sarei potuto chiamar grande quando per contar la mia età -mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. D'allora in poi gli -avvenimenti di cui mi rammento, benchè separati ancora da molti spazi -oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui monti, sono chiari nella -mia memoria come quelli dei periodi più recenti della mia vita. - - * - -Mio padre, genovese, era banchiere regio dei sali e tabacchi in una -piccola città del Piemonte, che è per il sito e per i dintorni una -delle più belle d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano, -che si protende a punta e sovrasta al confluente d'un fiume e d'un -torrente, i quali la cingono come d'un abbraccio; e di là dalle rive -si stende, ascendendo ad anfiteatro, una campagna floridissima, tutta -macchie e vigneti, coronata dalle Alpi imminenti. Tutti i ricordi -dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde vivo di quella -campagna, sull'azzurro chiaro di quelle acque, sulla neve luminosa di -quelle alte montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che guardava -da una parte sul fiume, e aveva a terreno l'ufficio e i magazzini, -e davanti un giardino, un orto, due grandi pergolati, e un vasto -cortile; il quale si riempiva due volte la settimana dei carri dei -rivenditori, discesi a far le provviste fin dai villaggi più lontani -del circondario; e quei giorni era un moto, un traffico, un rumorìo -di mercato, nel quale io mi tuffavo con gran piacere, correndo qua -e là fra le bestie e la gente e su per i sacchi e le casse, curioso -e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal pensiero che tutto -quell'affaccendamento mettesse capo a mio padre, che mi pareva un -personaggio più potente d'un ministro. Ma le impressioni più belle -e più forti di quei primi anni furono quelle che ebbi dalla natura: -tanto belle che, ripensando a quel tempo, mi pare che non ci siano -più stati al mondo splendori di sole così sfolgoranti, lumi di luna -così limpidi, primavere così fresche e così odorose; tanto forti che -anche ora il piacere che mi dànno l'aurora, il tramonto, la pioggia, la -neve, l'odor della terra e il profumo delle rose e delle viole, deriva -in gran parte dal ricordo delle sensazioni che tutte quelle cose mi -destavano allora. Per il luogo e per le circostanze in cui trascorsi la -mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. Mi è sempre stato -un conforto dolcissimo il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di -quella vasta bellezza alpina, in quella casa grande e sonora, inondata -di luce e scossa dai venti, tra il verde di quel giardino che mi pareva -immenso, in mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, di lavoro -e di grida, che metteva in moto ogni momento la mia immaginazione e le -mie gambe, e mi faceva vivere una vita intensa e varia, tra cittadina -e campestre, un po' da figliuol di signore e un po' da ragazzo -d'officina, libera e vigorosa come l'aria purissima che respiravo. - - * - -Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora sorridere, è la -condizione singolare in cui mi trovavo davanti a mia madre e a mio -padre in riguardo del linguaggio. Portato via, che non avevo ancor -due anni, da Oneglia, dov'ero nato e cominciavo a balbettare il -genovese, e trapiantato in una città dove si parlava un dialetto -diversissimo, avevo scordato quello affatto, e imparato questo dalle -persone di servizio e dai miei nuovi concittadini coetanei avanti che -i miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; perchè ai bambini -il linguaggio che intendono dai compagni di gioco e dagli inferiori -ossequiosi si attacca più prontamente di quello che sentono in casa. -Ne seguì che per un bel pezzo mia madre ed io ci capimmo poco o punto; -ed eran scene comiche, che facevan ridere tutti i presenti, quando -essa mi dava una lavatina di testa in genovese ed io mi giustificavo e -protestavo in piemontese, e la disputa andava per le lunghe, essendo -grammatica tedesca per ciascuna parte le argomentazioni dell'altra; -tanto che molte volte, per finirla, bisognava chiamare per interprete -uno dei miei fratelli. E così a tavola due volte il giorno, essendo io -il solo che parlasse il nuovo dialetto e non capisse l'altro, feci per -molto tempo la figura d'un forestiero intruso, d'un trovatello raccolto -nella città nuova, impacciato a chieder molte cose e costretto spesso -al silenzio, come quei viaggiatori che si trovano solitari a una tavola -rotonda d'albergo in mezzo a commensali di un'altra nazione. Non fu che -anni dopo che cominciai a parlare in casa il mio dialetto d'origine, -che ora posseggo quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il colore -del concio piemontese, e però son sempre rimasto il più piemontese -della famiglia; benchè, passata la prima gioventù, mi sia nato e andato -crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente delle memorie -familiari, un affetto dolce e profondo per la mia regione nativa. - - * - -Fra le memorie della mia infanzia tiene un posto di principessa, -accanto a mia madre regina, una vecchia serva, uno dei cuori più -buoni e più dolci ch'io abbia conosciuto al mondo; della quale ho -davanti agli occhi, lucidissimo, il piccolo viso sorridente, vero -specchio dell'anima, e sento ancora la voce amorosa e tremola, di -cui si diceva in casa che pareva la voce d'un'anima del purgatorio. -Si chiamava Maddalena. Era come una seconda madre per me: nascondeva -le mie piccole malefatte, si rallegrava come una bambina d'ogni mia -gioia, s'affannava d'ogni mia sbucciatura come d'una grande disgrazia, -e mi dava dei santi consigli dalla mattina alla sera; ed io le volevo -bene come un figliuolo, le stavo appiccicato alle sottane ore intere, -a farmi raccontar cento volte le stesse storielle, che mi parevan -portenti di fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere al suono del -suo canto lamentevole, che somigliava alle nenie degli Arabi. Posso -dire che le ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare che, -se c'è un mondo di là, dove dobbiamo rivedere le persone care, sarà -lei una delle prime che cercherò nello sciame bianco, e di quelle a -cui volerò incontro con un remeggio d'ali più vigoroso. Strani giochi -della memoria! Perchè essa mi condusse una sera con altri ragazzi a -fare i rotoloni giù per una china, verso il fiume, dov'erano moltissime -lucciole, la sua immagine mi si presenta quasi sempre coronata di -lucciole, come la Madonna di stelle; e perchè fu lei che m'insegnò -a intrecciar coroncine coi fiori rossi e azzurri che fanno tra il -grano, oggi ancora mi balena davanti il suo viso ogni volta che vedo -accoppiati, o in natura o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta -impressa così addentro nel cuore quella buona donna, che anche al -presente, quando sogno qualche mio grande dolore, vedo qualche volta -lei, con la rocca infilata nella cintura del grembiale, che mi guarda -con viso ansioso, come faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la -sua voce dolce che mi dice parole confuse di compassione e di conforto. -Ah! se la rivedessi viva, quando mi risveglio da quei sogni, come darei -ancora il capo bianco alle sue braccia, con che dolcezza piangerei -ancora sulle ginocchia della mia vecchia Maddalena! - - * - -Non per altro che per ignoranza, con l'intento di ricrearmi, fu lei che -fece di me per un certo tempo una delle vittime più compassionevoli, -che siano state mai, del terrore dei fantasmi; e questo con un solo -racconto, che essa disse sbadatamente, filando — me ne ricordo bene — -e dando ogni tanto un'occhiata alla pentola, dove bolliva la minestra -per la cena. Era la storia della Morte, che, beffata da un ragazzo, -gli annunzia che verrà a pigliarlo nel letto la notte; e il ragazzo, la -notte, sente prima il passo di lei per la strada, poi all'uscio della -camera, poi dentro; e infine la Morte se lo porta via. Questa storia -mi diede una vera malattia di paura. D'immaginazione viva com'ero, io -sentivo veramente, da letto, il passo della Morte, e rabbrividivo, -sudavo freddo, tremavo da battere i denti; saltai più d'una volta -giù dal letto e corsi nella camera di mia madre, gridando aiuto. E da -quello mi nacquero cento altri terrori. Per molti giorni mi atterrì -la solitudine anche di giorno; tremai alla vista improvvisa d'un -lenzuolo steso, che mi pareva il mantello dello spettro; ebbi paura -d'un vecchio allampanato, che da una finestra d'un ospizio di cronici, -che prospettava la mia casa, mi guardava lungamente, quando giocavo -nel cortile; e credo che mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato -di fibra molto robusta. È ancora così forte in me il ricordo di quei -tormenti che quando in una casa o in un giardino pubblico vedo una -governante nell'atto di raccontare una favola a dei bambini, provo un -senso d'inquietudine, e son tentato d'avvicinarmele, per assicurarmi -che non racconti loro nulla di terribile, e per pregarla di smettere, -quando ciò fosse. Povera Maddalena! Essa rimase più spaventata di -me degli effetti della sua imprudenza, e fece punto fermo coi suoi -racconti, inesorabilmente; ciò che le alleggerì di molto le fatiche del -servizio, perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla tortura il -suo povero cervello, che non era quello del Dumas padre, sebbene io le -concedessi un uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! mai più! — -rispondeva alle mie preghiere. — Che nostro Signore mi perdoni, povera -testa _voida_ che sono stata! - - * - -I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno dei nostri facchini, -il quale abitava in una casetta accanto al portone del cortile, e -faceva anche da portinaio. Erano una tribù di ciabattoni, che facevano -scala, come le canne degli organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne -saltava fuori dalla casetta uno nuovo. Per me, figliuolo del padrone, -avevano un certo ossequio di servitorelli, e mi ricordo che inclinavo -ad abusarne. Ma su questo punto mio padre e mia madre erano severi, -non me ne lasciavano passar una, ed è una delle cose di cui son loro -più grato. Non si lasciavano sfuggire un'occasione di rintuzzare in me -l'orgoglio signorile, d'inculcarmi il sentimento dell'uguaglianza e il -rispetto della povertà. In ogni litigio che nascesse fra me e i piccoli -mangiatori di polenta, se io non avevo proprio della ragione da buttar -via, mi davano torto. E quando commettevo qualche grossa prepotenza, -mia madre aveva un modo particolare di farmi ravvedere e chieder scusa: -coglieva quel momento per fare alla famiglia uno dei regali soliti -di biancheria o d'abiti smessi, che per quella povera gente era tanta -manna, e voleva che portassi io stesso la roba, non accompagnato. Con -la soddisfazione del compiere l'atto benefico m'entrava nel cuore -il pentimento del sopruso, e con questo la vergogna; la quale alle -volte mi teneva un pezzo titubante e mi faceva fare molti zig zag nel -cortile, prima di presentarmi; e provavo poi un grande piacere quando, -nel porger l'involto alla mamma, vedevo il piccolo offeso sorridermi, -facendo capolino di dietro all'uscio, dove s'era rimpiattato al mio -apparire. Il mio prediletto era Franceschino, un trippettino biondo, -d'un par d'anni più di me, gran cacciatore di lumache al cospetto -di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle crepe dei muri, e le faceva -arrostire a modo suo, per semplice formalità, con un fiammifero. Un -giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte da un sasso ch'egli aveva -lanciato in aria alla cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse mia -madre, e un momento dopo la portinaia, che s'avventò sul ragazzo come -una furia per pestargli le ossa. Questi, scappando in giro come una -rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia madre l'arrestò, e mentre -m'aspettavo che facesse lei le mie vendette, gli mise le mani sul capo -e se lo strinse al petto, per difenderlo, dicendo alla donna: — Non -l'ha fatto apposta, non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi cacciò -dall'animo come per incanto ogni risentimento, e quasi non sentii più -il dolore. Questo si chiama educare. - - * - -Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo dipinto a fresco sulla -vôlta d'una cappella del duomo, dove andavo la domenica a sentir la -messa con la famiglia: un'alta figura alata, ravvolta in un camicione -bianco, di viso soavissimo, che pareva mi guardasse coi suoi grandi -occhi azzurri. Fu quella figura che mi destò il primo sentimento -religioso, facendomi pensare quanto fosse dolce il vivere dopo la -morte in mezzo a migliaia di creature così belle, buone e bianche, -seduto sopra le nuvole, dentro una gran luce rosata, in un'aria odorosa -d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che pensavo a quell'angiolo -ogni sera, mentre dicevo il _Paternoster_ e l'_Avemaria_, prima di -andare a letto, e che davo con l'immaginazione la sua forma all'angelo -custode che credetti fermamente, per un pezzo, mi venisse accanto dalla -mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo che sovente, nei miei -giochi, m'interrompevo, per domandarmi dov'egli stesse in quel momento, -se davanti a me o alle spalle o dai lati, se vicinissimo o un po' -discosto, se con l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo attorno, -qualche volta, con la vaga idea, se non di veder lui in persona, almeno -qualche indizio della sua presenza, alcun che di bianco, una forma -vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo la fede, se così può chiamarsi -quello che allora sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto paura -dell'inferno, al quale quasi neppur pensavo, come a una cosa che non -riguardasse i ragazzi. La religione era per me come la visione confusa -d'una grande bellezza e un sentimento indeterminato di tenerezza e di -bontà per tutti e per tutto, fin per i più piccoli insetti, che nei -giorni di zelo più vivo badavo a scansare coi piedi. Dal che seguì -che quando ebbi in chiesa le prime lezioni di catechismo dal parroco, -che non ci metteva nè miele nè fiori, mi parve che m'avessero mutata -la materia, e, senza rendermene chiara ragione, rimasi male, come uno -che, aprendo un libro con l'idea di leggere un poema, si ritrovi sotto -gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special modo, senza però -turbarmi, quel nodoso dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto -di minacciare le pene eterne. Quando facevo a mia madre qualche domanda -relativa alla religione, non la interrogavo mai che sul paradiso, che -era per me l'oggetto d'una curiosità vivissima, e intorno al quale -pensavo che i grandi avessero delle cognizioni molto più precise che -i bambini. E quando udivo dire d'una persona morta: — È andata in -paradiso, — credevo che si dicesse per aver visto veramente qualche -cosa di quella persona, come un'ombra o una fiamma, volare in alto e -perdersi nell'azzurro. Quel pensiero del paradiso fu così forte allora -nella mia mente, che mi attrassero poi sempre, anche nell'età matura, e -mi dilettarono vivamente l'immaginazione tutte quelle scene di teatro, -anche rappresentate alla peggio, nelle quali per uno squarcio delle -nuvole, a traverso a un velo bianco trasparente, si vedono in un fondo -luminoso delle vaghe figure celesti, sedute in vari ordini di seggi, -come nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il paradiso in una -baracca di burattini ci ho altrettanto piacere che il più piccolo degli -spettatori. - - * - -L'angelo custode non mi guardò dal crup, al quale scampai per miracolo, -dopo che il medico m'aveva dato per perso. Non ho memoria alcuna -dei patimenti provati, che furono atroci, come seppi poi da mia -madre, poichè, già soffocato a mezzo, durai per ore a rantolare e ad -annaspar con le mani, come un naufrago, rimovendo da me chiunque mi -s'accostasse, come se mi rubassero l'aria, e supplicando coi cenni -che si spalancasse la finestra. Ricordo soltanto che stavo spesso con -l'orecchio teso per sentire se cantasse il corvo di fuori, perchè -m'aveva detto Franceschino che il giorno prima della morte di mio -fratello s'era sentito cantare un corvo sul tetto della casa. Ricordo -d'aver visto per un momento ritta accanto al mio letto la forma nera -del parroco. E un'altra cosa m'è rimasta in mente, che ancora mi fa -fremere. Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, mio padre -e mia madre l'accompagnarono nella stanza accanto; donde mi venne -all'orecchio un suono di voci sommesse, e poi un'esclamazione terribile -di mio padre: — _Anche questo!_ —; terribile al mio cuore in appresso, -quando seppi che significava: — Anche questo figliuolo mi è tolto, — -poichè il medico gli aveva levata in quel punto ogni speranza; ma non -già allora, perchè non compresi. E così non compresi perchè mio padre, -poco dopo, si sedesse a un piccolo tavolino accosto al letto, e menasse -la matita sopra un foglio di carta, guardandomi spesso attentamente. -Mi fu detto poi che, compiendo uno sforzo eroico, egli m'aveva fatto -il ritratto a matita, per avere almeno quella memoria del mio viso, -non ci essendo ancora in città, a quel tempo, nessun fotografo. Povero -padre mio! Conservo ancora quel ritratto che mi fu lasciato da mia -madre, e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, a pensare -con quale strazio nell'animo furono fatti da lui tutti quei tratti -minutissimi, che paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente -quell'arruffio di riccioli bruni, sui quali egli era già preparato a -darmi l'ultimo bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei parenti, -la convalescenza, tutto è svanito dalla mia mente. Non mi rammento che -la prima volta che fui riportato nel giardino, con un cuffietto in capo -e un fazzoletto al collo, accompagnato a festa da tutti i miei, seguiti -dalla povera Maddalena che piangeva dalla consolazione; rammento che -era una mattina di primavera, e che provai un piacere delizioso, come -se m'apparisse per la prima volta ogni cosa, al riveder la luce del -sole, gli alberi fioriti, e il gatto, che si arrestò a guardarmi, -stupito. - - * - -Fra quella e la prima impressione della scuola ne ricordo un'altra, -che ebbi dalla prima cognizione d'un grande dolore umano, e che vorrei -poter cancellare dalla mia memoria, in cui è incisa come una ferita -nella carne. C'era accanto alla nostra casa l'ospedale militare, e -davanti a questo una casetta, dove abitava l'amministratore, tenente -di fanteria, con sua moglie: una coppia simpatica alla città intera, -che parevano fratello e sorella, e che io vedevo spesso dalla finestra -passare sul viale dei bastioni, con due bambini bellissimi, fra i -quattro e i sei anni, che tutti ammiravano. Una mattina, tornando -con Maddalena da una passeggiata, vedemmo molta gente che s'affollava -davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai bersaglieri di guardia, -tutti col viso alzato verso le finestre della piccola casa, dalle -quali, tra varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo di -donna violento, strozzato, disperato, più somigliante all'urlo che -al pianto, e che a molti della folla strappava le lacrime. Maddalena -interrogò qualcuno. La risposta gelò il sangue a me pure, benchè -bambino. Era accaduto questo: che il farmacista dell'ospedale, dovendo -mandare della santonina per i due bimbi malati, aveva mandato invece -della stricnina, e le due povere creature, prese le polveri a un tempo, -erano morte quasi nello stesso punto fra le braccia del padre e della -madre. La buona Maddalena si cacciò le mani nei capelli e si diede a -esclamare senza fine, piangendo dirotto: — Ah povera gente! Ah povera -gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo sull'uscio di casa, che era -l'ora di desinare, mi raccomandò in fretta di non dir nulla alla mamma, -chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena entrata, al veder mia madre -seduta, che piangeva, con la fronte nelle mani, comprendendo che già -sapeva, proruppe in un'esclamazione d'angoscia quasi collerica, che mi -scosse il cuore, benchè io non capissi ancora che era un'eco del grido -eterno dell'umanità flagellata: — Signore Iddio misericordioso, come -possono accadere di queste cose! - - - - -La prima scuola. - - -Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro -che teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano -ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai -volentieri; m'hanno sempre attratto fortemente tutte le cose nuove: -se la natura m'avesse dato la virtù del persistere pari all'ardore -dell'incominciare, sarei forse diventato un pezzo grosso. Il maestro -era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato, una figura -di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che covava in quel tempo -l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una ragazza ventenne; la -quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui stava ritto -sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di farsi -beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva -insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la -scuola piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso -un gran numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con -colori chiassosi, e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima -sui ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine, con scene -relative a tutti i mestieri, animate da molte figure d'uomini e -d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e che ricordo -con una chiarezza maravigliosa, mi fecero un'impressione così viva -e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura -(Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso. - - * - -Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due -file di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni, -l'altra per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno -grigio. La distinzione non era soltanto nel posto e nel vestire; ma -anche nel trattamento che usava il maestro, il quale faceva ancora una -seconda distinzione fra gli esterni di famiglia cospicua e quelli della -piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce per i signori, agrodolce -per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava a ceffoni, -scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo -all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il -figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti; -intorno al quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra -in casa sua, facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando -assediati e assedianti con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran -marenghi e i generali doppie di Genova, e i proiettili fiammiferi -accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che -compariva alla scuola a quando a quando, vestita con gran lusso; sulla -quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei -commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa non -era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel -povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi -pareva allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un -giudice di tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare -dai carabinieri, e mi ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che -un giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, il maestro, -infuriato, afferrò il colpevole per un orecchio, e scotendogli il -capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma non sai, -di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che cose! Che -tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata d'orecchi, -forse anche più forte; ma non direbbe più la frase. - - * - -Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non -meno presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi -didattici. Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica, -in casa, avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro -di lettura per vedere a che punto fossi, rimase maravigliato che io -leggessi già quasi corrente, e ne diede la notizia a mio padre e a -mia madre, i quali se ne rallegrarono come di cosa inaspettata. Mi -rallegrai anch'io di quel riconoscimento ufficiale della mia uscita -dalla classe illetterata; ma per una mia ragione particolare, da cui -mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato che bastasse -saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque libro, -come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno -medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi -misi a leggere. Era il libro _Della tirannide_ di Vittorio Alfieri. -Lessi una mezza pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento: -non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico. E non me ne potevo -capacitare. — O come va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano, -so leggere, e non intendo nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un -libro difficile: ne presi un altro. Era il _Primato_ del Gioberti. -Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire allora che mi -rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel regno della -letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non -confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il -ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio, -salito in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un -tavolino, ne compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che -sapeva leggere; ma lesse: — _Opere schelte._ — Io lo corressi, si -persuase, e mi ringraziò. Fu per me una viva soddisfazione d'amor -proprio che mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso agli -“studi„. - - * - -Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il -ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a -Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di -zio: una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di -vagoni e di diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio -e di tempo, che mi paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi; -e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima, particolari di nessun -conto, come un gatto visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso a -una finestra, e dei via vai d'ombre umane senza viso, e suoni vaghi -di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il sentimento -provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della mia -scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi -guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea -di vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un -ammasso enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si -disegnassero nel cielo come una cresta alpina, mostrando le bocche di -mille cannoni e le baionette di un esercito di sentinelle. Credo che la -mia passione di girare il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie -che ebbi in quel viaggio; durante il quale mi rammento che mia madre -doveva frenare di continuo le mie impazienze, ritenermi per un braccio -quando mi lanciavo allo sportello, e farmi cenno di parlare più basso -quando esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni a voce alta, che -facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo per il diletto che -provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai parenti per -l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma -anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel -breve viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto -che, tornato a scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi -fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo -ogni viaggio un rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi -ritrovai in uno stato di coscienza intellettuale somigliante a quello -che ci è frequente nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a -considerare ciò che eravamo poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà, -come dello stato d'un essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a -una grande distanza. - - * - -Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo -incancellabile. Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio -mi diedero la notizia che era morto il giorno avanti un loro e mio -condiscepolo, del quale ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono se -lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente, e condotto da uno di -essi, m'andai a affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno, dov'era -disteso in letto il cadavere, col capo scoperto. Quel viso immobile e -bianco, con gli occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore -sovrumano, mi fece un senso così profondo di terrore e di ribrezzo, -che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a casa, -mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e non dissi -una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi stava -davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che -sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio -stato d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse, -insistendo, a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità -che m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da questo il discorso, -impietosendosi per quel povero ragazzo morto in un ospizio di poveri, -senza padre nè madre, che forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna -assistenza amorosa, non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto -senza un fiore sul feretro, e non ricordato da anima viva. Quelle -parole mi destarono in cuore un senso di compassione e di tenerezza, -che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò assai, e quasi coperse d'un -velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei pensieri; a traverso -ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo aspetto, più -doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale della -sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo -dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin -che fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che -velavano di bianco ai miei occhi il fantasma della morte. - - * - -Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto -faticosa, grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico -di quel tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso la -capacità cerebrale dei fanciulli. E fu sul finire del second'anno -che incominciai a leggere qualche libro, e a comprendere. La prima -commozione profonda che ebbi dalla lettura me la diede un capitolo -del _Giannetto_ dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo -protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure, ritrovandosi solo -in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento, -mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto fra -i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il -libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor -mio che mai, mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda -avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una -sull'altra, egualmente profonde, due impressioni di natura opposta, e -che potenza maravigliosa ha sulla fantasia fanciullesca ogni finzione! -La mia seconda lettura fu la _Vita d'un bandito_: un vecchio libro -ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca di casa, e che poi -andò perduto; con mio grande rammarico, poichè ebbi più tardi cento -volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte scossa che -n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di che tempo -fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste rubando -e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi, -dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo che -mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e -tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare -in segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo -consentisse, e che m'infervorai a tal punto in questo sogno che già -dalle finestre di casa mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale -via avrei preso per la fuga, e su quale delle alture lontane avrei -fatto il mio primo bivacco brigantesco, e forse affrontato per la prima -volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto male, se m'avesse -potuto veder nell'animo, il povero autore del _Giannetto_! - - * - -Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì -un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile -carriera che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al -quale volevo un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie -ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come -un cagnolino, e gli legai al collo una corda, con un nodo largo e -fermo, che non gli desse noia, e non si potesse stringere. Ma, fatto -appena il nodo, egli mi scappò, e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo -rividi più per quel giorno. La mattina dopo, giocando nel giardino, lo -vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come appostato, nell'atto -d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse. Mi feci sotto -l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi -fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo come -un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi -a confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di -non dir nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre -mi perdonò e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto, -nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento terribile quando mio padre, -a tavola, uscì a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto -rosso, che non si vede più? — Non debbono esser sonate più terribili al -primo fratricida le parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo -fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino. Non potei reggere -allo sguardo di mio padre, che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di -sentirmi poco bene per scappar da tavola, e m'andai a chiudere nella -mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore oppresso dalla paura -e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la _Vita d'un bandito_. Al -veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di aver mai -l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica professione -che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a questa -conclusione: — No. Tu che sei ridotto in questo stato per la morte d'un -gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo -di ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole -più riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello. -E rinunziai da quel momento alla vita del brigante, e ridivenni -_Giannetto_. - - * - -Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre -inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro, -dove una povera compagnia drammatica rappresentava il _Tartufo_ del -Molière. Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia -non appannò nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il -bellissimo nulla. Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando -Tartufo, torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla signora: -— _Voi avete certe armi!_ — tutto il teatro diede in una risata, -della quale non compresi il perchè, non vedendo indosso all'attrice -nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali sono queste -armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo una breve -esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la bellezza, -la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma -per me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine -dei palchi, il lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il -telone dipinto, che rappresentava una rivolta di popolo contro un -feudatario del medioevo: la commedia non mi parve che un accessorio -di quelle maraviglie. E all'uscita feci rider mio padre esclamando -con entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon padre mio! -Anche privando sè di molte cose, egli ci procurava ogni specie di -divertimenti, e quando mia madre gli faceva qualche osservazione sulla -spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri figliuoli; abbelliamo loro -la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il loro avvenire? -Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni. - -Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu -sempre turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva -distolto, morendo, dalla via della violenza e del sangue. - - - - -Qui, quae, quod. - - -Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole -pubbliche, in _Prima Grammatica_, come si chiamava allora il primo -corso di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri -che hanno la smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre -il palio, come se la loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da -una infinità di casi intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto -ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi studi un anno o due -avanti gli altri non conta il minimo che. Questa smania non aveva già -mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma l'esperimento, -benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo -presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità, -che pure erano allora meno difficili d'adesso. - -Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella -grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o -quattro anni più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di -reverenza paurosa quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito, -che torreggiava sopra i banchi come un castello feudale sopra le -casipole d'un villaggio. Il professore, un uomo sulla quarantina, di -viso aristocratico e grave, sempre insaccato in una gran palandrana -oscura, che pareva un prete spretato, ci faceva dire le preghiere in -coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse da sei -anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra, picchiava spesso e -sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più volentieri sui panni -rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle mani, era un -buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo potere -di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di -tutto quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate, -di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del -giorno onomastico del professore, che si soleva festeggiare allora, -in tutte le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per il quale -la scolaresca si dava moto quindici giorni avanti. Il regalo fu fatto -quell'anno in un modo comicissimo, che mette conto d'accennare, per -dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. Si mise trenta soldi -ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin -di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne -per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò -che avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon -diversi, si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa -d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi -che il professore aveva da quindici giorni la tosse, propose di -coronare il regalo con otto soldi di gomma arabica. E come fu portata -la roba! _Coram populo_, di pieno giorno, come il Santo Sacramento, da -tutta la compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa, portato -dal più alto della classe; poi uno col mazzo, tenuto su come un -flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in -mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una processione -rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente che -si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di -Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un -ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente, -e da certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece -di gomma arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor -da dire: la scena della presentazione fu assai più amena. Era presente -la signora. Tutto era già stato offerto, il professore aveva già fatto -il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli il nostro amore con lo -studio invece che col vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando -il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare il suo presente, si fece -innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città, -disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora questo! — e poichè -quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse, -signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che per -alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione -delle pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo -il _qui quae quod_ riprese tutta l'asprezza dell'antico impero, -ricominciarono a grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo -droghiere dovette riconoscere che non serve la gomma arabica a mutar -l'andamento delle cose umane. - - - - -I bersaglieri. - - -Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che -ebbe un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici -anni dopo in un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che -finisce forse con queste pagine: la passione per i soldati. O a dir -meglio: per i bersaglieri, che erano il solo presidio della città; -chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son certo che quella -passione sarebbe stata assai men forte, avendo principalmente giovato -a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del tempo e con la -mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza -degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La -Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in -alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole -assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera -frenesia, che non valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè -danni. In tutti i giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo -le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai -pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle -marcie in campagna, allontanandomi di parecchie miglia, anche sotto -la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da impietosire i -sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia, -non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle -finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo, -lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche -volta in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai -presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, -i segnali delle trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di -quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali -della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano, -chiamandomi per nome, come un cagnolino familiare. E non ero un -semplice dilettante, che si contentasse di guardare: negli intervalli -di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i -crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi: andavo -ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un -soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a -spolverar le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi -davano di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in -terra per lo sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando -a quel tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento -veramente, come se lo aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle -uose, e quello delle cartucce rotte e del fumo delle schioppettate, -e fino i vapori caldi della zuppa che venivano su dalle cucine della -caserma. A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato e col capo -nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un cialtroncello scappato -dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era mio padre, -ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo già -una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato -dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla -più parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni -di simpatia, che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la -voce, le diverse pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso, -e persino l'andatura! E ricordo pure che in quelle mie corse al suon -delle trombe e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione -la mia immaginazione era in continuo lavorio febbrile, tutto visioni -di accampamenti e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni specie, -nelle quali mettevo in azione, sempre vincitori ed eroici, i miei -soldati prediletti. Fu così viva quella passione che oggi ancora la -campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua che -la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano -sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle -baionette dei bersaglieri. - -Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome, -e ho ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora -subalterni, che raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea, -a San Martino, a Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un -grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con -timida curiosità, perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie, -per punizione, ed era vero; il famoso tenente negro, Amatore; il -figliuolo di Sebastiano Tecchio, allora sottotenente, ancora imberbe, -che pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste infiorate; il tenente -Franchini che, quando fu maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il -famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello che poi, colonnello, -arrestò Garibaldi a Aspromonte, e che io vidi una mattina, andando a -scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente ferito al ventre -in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il giorno -dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo: -— Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie -budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono -le mie relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale -dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la -_bassa forza_, come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e -di rispetto, e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando -davanti a certi vicoli, in cui non entravano le donne oneste, vedevo -qualcuno dei miei amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo un -senso penoso, un misto d'accoramento e di vergogna, che mi lasciava poi -per un pezzo scontento, come per la perdita d'una cara illusione. - - - - -Il caporale Martinotti. - - -Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più -cari ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere, -nativo di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media, -robusto e svelto, un vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; -ma pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; che si chiamava -Martinotti. Prese simpatia per me a forza di vedermi galoppare, con la -lingua fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo relazione in piazza -d'armi. Poi cominciammo a passeggiare insieme nelle ore ch'egli era -libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava come un uomo; il che -m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di gratitudine. Mi parlava -della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi raccontava la -cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande gravità, -e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa -non discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli -chiamavano “il generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi -del tu; ma non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per la strada -accanto a lui era un trionfo per me, e quando mi conduceva al caffè -a bere la gazosa, andavo in gloria: non mi sarei insuperbito di più -se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi chiamava col nome di -battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è, troppo lungo, e -di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò -un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li portai a casa -come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della giacchetta, e con -quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino, che era un -latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia adorazione per -lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e fischiavo dalla -mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso ai suoi -trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella felicità. -So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il Martinotti -dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del mio -cuore. Finì invece bruscamente. - -Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, incontrandomi sui -bastioni, egli mi disse: - -— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non -capivo, soggiunse: — Vado in Crimea. - -Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come, -non m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui. -Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione, -guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi -dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica -ammazzar tutti. E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, -coraggio. Ci rivedremo. - -Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e -poi scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce -d'un superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato, -diedi a mia madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il -caporale Martinotti.... va alla guerra! - -— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi, -che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione. - -La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il -battaglione era partito la mattina. - -E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le -rotaie luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo -con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di -mistero, donde pensavo che non sarebbe tornato mai più. - - - - -La guerra di Crimea e i miei amici poveri. - - -La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi -qualche traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse, -che ne stupisco, considerando che avevo già allora quasi nove anni, e -che le grandi cose delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero -dovuto lasciarmi impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto -quello che precedette la spedizione non ricordo altro che una frase: — -Stiamo a vedere come si dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio -padre, dal direttore delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel -punto, in un angolo della sala da desinare, con una gamba sull'altra, -e un braccio ciondoloni dietro la spalliera della seggiola. Della -partenza delle truppe, dopo quella del battaglione del caporale, non -rammento che un episodio, che si riduce nell'immagine d'una giovine -contadina; la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando, col busto -spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio disperato di -dolore, gridava gli ultimi: — _Ciao! Ciao!_ — al treno fuggente sul -ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni -i pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la -_Gazzetta del Popolo_ fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla -commozione, la lettura della descrizione dell'incendio del _Croesus_, -salpato pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo -che durò la guerra non ho più altro nella memoria che una nebbia, in -mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi scamiciati, raggruppati in -fondo al mio cortile, che cantano in coro una canzone guerresca: vedo -la bocca squarciata e torta di uno di essi, che si chiamava Clemente, -e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in mente una -strofetta di quella canzone, da cui si può argomentare che non ci fosse -allora in una parte del popolino un'idea molto chiara delle nostre -alleanze, poichè diceva: - - La caserma degl'Inglesi - È situata in mezzo al mar, - Napoleone coi suoi cannoni - La faranno sprofondar. - -Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano, -e che dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri -rimasti, come se egli avesse portato via con sè tutta la poesia del suo -Corpo e tutti gli entusiasmi del mio cuore. - - * - -Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei compagni di gioco di -quel tempo, fra i quali ritorno spesso e mi trattengo lungamente col -pensiero, poichè trovo in loro il primo perchè di molte idee, tendenze -e simpatie, che ho conservate per tutta la vita. Essendo sempre aperto -il grande cortile della casa, era il luogo di convegno e il campo di -gioco di tutta la ragazzaglia del vicinato; onde mi trovai mescolato -fin da bambino con ragazzi d'ogni condizione, la più parte figliuoli -d'operai e di rivenduglioli; alcuni dei quali poverissimi, che -perdevano i panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi dell'anno. Con -questi ebbi per anni una famigliarità fraterna, cementata da scappate -comuni in campagna, da scambi di busse e di regali, da rotture e -rimpaciamenti, e da migliaia di partite di palla e di pila e croce e -di piccole monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno che mi -si lasciava troppa libertà, che quella compagnia non mi poteva riuscir -che perniciosa. Ebbene, io son grato invece a mio padre e a mia madre -d'avermi lasciato così la briglia sul collo, d'aver permesso che mi -tuffassi così liberamente in quello stracciume (dal quale, del resto, -date le condizioni della casa, non avrebbero potuto separarmi che -segregandomi), poichè ho capito allora della vita e dell'animo della -gente povera tante cose, che non capirà mai chi non è stato da ragazzo -in mezzo a coetanei di quella classe sociale, chi non ha osservato -in germe, per così dire, il popolo minuto, da cui ci separano più -tardi troppi preconcetti e troppe diffidenze reciproche; perchè fu -quella promiscuità coi piccoli scamiciati che mi fece nascere per la -poveraglia una simpatia affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse -poi sempre in mezzo agli umili, con sentimento d'amico, negli anni -posteriori; poichè furono quelle amicizie che non lasciarono crescere -nel mio cuore certe vanità e superbiole di “giovin signore„ le quali, -svolgendosi col tempo, chiudono in molti le porte dell'animo a certi -sentimenti d'umanità e di giustizia, che picchiano per entrare, troppo -tardi. E quanto all'infezione morale, come dicono ora gli educatori, -l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè ho a questo riguardo dei -ricordi molto chiari: ricordo che fra i ragazzi del mio ceto, che -conoscevo alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero dovuto infettare -nel cortile, non c'era alcuna differenza nè in materia di cognizioni, -nè in materia di linguaggio, nè in altro che si riferisse a cose -proibite; che, anzi, se una differenza c'era, stava in questo: che i -ben vestiti, ai quali l'agiatezza dava maggior libertà di spirito, -e il buon nutrimento più vivacità d'immaginazione, lavoravano con -questa intorno agli argomenti interdetti assai più continuamente e -più volentieri che i poveri, distratti molto spesso dall'appetito -insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, e dalle busse paterne, -materne e fraterne. - - * - -Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun di loro dopo che -lasciai la città; ma essi vivono, parlano ancora nella mia memoria, -dopo più di quarant'anni, come se li avessi lasciati ieri: vedo ancora, -oltre che i visi, i vestiti di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani, -i rammendi delle camicie rozze, gli scarponi girati loro dai fratelli, -e le capigliature inesplorate dal pettine, e le crepature dei geloni -alle mani, e quasi sento ancora l'odore che portava ciascuno con sè del -mestiere di suo padre. Ho conosciuto poi nella vita centinaia di uomini -d'altre classi sociali, che corrispondevano mirabilmente nell'indole -ai tipi diversi ch'eran tra di essi; posso dire anzi d'aver incontrato -ben poche persone così originali di carattere, che non mi paresse -d'averle già conosciute in embrione in qualcuno di quei piccoli “mal -nutriti„; poichè noi possiamo cambiare quanto vogliamo e il tenor di -vita e il cerchio degli amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre -presso a poco in mezzo alla stessa compagnia drammatica, con quei certi -personaggi e maschere inevitabili, che la natura ripete senza fine. -Ricordo Tonino, figliuolo d'un carrettiere, che portava due cerchietti -d'ottone agli orecchi, uno spirito satirico, che metteva tutti in -canzonella, ma di cuor buono e d'un buon senso precoce, e dotato di -molte piccole abilità meccaniche, che invidiavo e ammiravo; col quale -m'era un piacere indicibile, un vero tripudio, nei giorni di pioggia, -il far cuocere le castagne in un pentolino di terracotta, sotto una -tettoia in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser stato colto -dal temporale in un bosco, e d'essermi rifugiato in un antro, senza -saper quando mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, un viso -d'arabo, figliuolo d'un pescatore, invitto giocatore a castellina, che -non lasciava una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, con -cui nessuno la poteva nella lotta delle ingiurie, e che insolentiva -qualche volta a pagamento: capace di durarla una mezza giornata -per quattro fichi secchi; Tommasino, figliuolo del pollivendolo, un -pallidino con un fil di voce, di animo mite, che piangeva per nulla, -e che tutti si divertivano a tormentare; Giacometto, figliuolo della -lattaia, piccolo e tarchiato, buon diavolaccio, e un po' melenso, ma -che quando lo mettevano a un puntaccio dava in vere furie di torello, -che facevano scappare tutti quanti. E il povero Andrea, che fine avrà -fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un panattiere, che -tutti picchiavano nella panatteria, così per spasso; un vero sacco da -botte, e pure fresco sempre e pien d'allegria, come se i manrovesci e -le pedate gli facessero l'effetto di docce igieniche: insuperabile a -far saltare i soldi con la trottola e a saltare sui muriccioli a piedi -giunti. E dove sarà il _frate_, figliuolo del cenciaio, a cui s'era -dato quel soprannome perchè da bambino, per un voto fatto, era andato -un pezzo vestito da fraticello; quel piccolo _frate_ che aveva un così -bel testone di filosofo piantato per traverso sopra due spalle gibbose, -e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi del vicinato, il più -astuto e più ciarliero della compagnia, e tanto buffo da farci scoppiar -dal ridere al solo suo apparire? E Gigetto, il ciabattino, gran -rapinatore di nidi d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava -in tutte le corse avventurose per la campagna, e che era regolarmente -scapaccionato da sua madre ad ogni ritorno, perchè ritornava sempre -mostrando una natica per un grande squarcio dei calzoni? E il piccolo -Savoiardo, quel bel ragazzo biondo, sempre serio, orfano d'un oste, -che i ragazzi più grandi tormentavano con certe allusioni misteriose a -una sua sorella, sulle quali poi io meditavo lungamente.... Mi ricordo -sempre d'una volta che essa venne a cercarlo nel cortile, tutta ben -vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura di cuoio alla -vita: mi ricordo che mandava un odore acuto d'essenza di violetta, -e che per molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione quei -riccioli ogni volta che sentii quell'odore. - -Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso è un ragazzo sotto -i dieci, che si chiamava Clemente, quello della _Crinea_, figliuolo -d'un'erbivendola, un tipo di monello compiuto, nel quale era il germe -del delinquente. È il ricordo di costui che, prima ch'io leggessi -alcun libro di Cesare Lombroso, mi persuase che ci sono dei delinquenti -di nascita. Era un piccolo Don Chisciotte del delitto. Il suo ideale -supremo era di diventare un farabutto famoso, e si gloriava d'esser già -tale, con una impudenza da pestargli la faccia. Portava sempre in tasca -un coltelluccio spuntato, per impaurirci, minacciando ogni momento di -servirsene. Menava vanto d'esser tenuto d'occhio dalla polizia, di non -aver paura dei carabinieri, di essere anzi già sfuggito più d'una volta -dalle loro mani, e diceva che per arrestar lui due non bastavano. A -sentirlo, andava in giro tutta la notte, e ogni notte compiva qualche -prodezza, alla quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un occhio e -appuntandosi con due dita uno dei baffi che non aveva. Ebbe un giorno -la faccia tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi sul ciottolato -certe macchie che egli diceva di sangue, sparso là da un uomo, da un -prepotente, al quale egli aveva data una lezione; e un'altra volta, -accennandomi la porta d'una stanza a terreno dell'ospedale civico, dove -si esponevano i cadaveri degli assassinati, mi mormorò all'orecchio: -— Sai? Ce n'ho già mandati un bel numero lì dentro! — Io sospettavo -la smargiassata; ma che qualche cosa di vero ci fosse non dubitavo. -E avevo di lui un gran terrore, che cercavo di nascondere, e me lo -propiziavo regalandogli quasi ogni giorno le frutta di cui mi privavo a -tavola, e anche roba che non mi spettava. Per questo egli s'atteggiava -a mio protettore, e per buscar dell'altro mi dava a bere che avevo dei -nemici, delle canaglie che mi volevan fare la pelle, e si vantava ogni -tanto d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi e cacciati in -fuga col suo coltello, mentre s'aggiravano in atto sinistro intorno -a casa mia. E io facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica per -ricompensare i suoi finti servigi di brigante amico. - -Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza nulla di grave; -non era ancora che uno spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro -che aveva già incominciato la carriera. Non veniva che di rado nel -cortile, perchè abitava lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo; -forse di nessuno. Era sempre in giro; passava più notti al lume -della luna che sotto i travicelli, se pure aveva un tetto. Era un -ladruncolo di mestiere, specialista delle frutta. Passando accanto -a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, in presenza di chi si -fosse, agguantava una pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con -una tal velocità che non c'erano gambe che lo potessero raggiungere: -era un ladro alato. Aveva una faccia trista. E come l'avrebbe potuta -aver buona, povero ragazzo, cresciuto come una fiera in un bosco? Ma -io non potevo allora sentirne la pietà che ne sento adesso. Temevo -assai più lui di quell'altro, e per questo l'accoglievo con particolar -cortesia quando onorava i miei poderi d'una sua visita. Un giorno, -dopo avermi guadagnato un soldo al gioco delle bocce (lo lasciavo -sempre guadagnare), egli infilò la strada per andarsene, ed io stavo -osservandolo dalla soglia del portone. Passò in quel punto davanti -a me un brigadiere della polizia, — un perticone alto due metri, con -una durlindana che non finiva più; — il quale, vedendo il ragazzo alle -spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce l'ho finalmente! — e -slanciatosi di corsa in punta di piedi, a passi corti e rapidissimi, -lo raggiunse e lo ghermì per un braccio. Quegli si mise a urlare -come un disperato, chiedendo pietà e misericordia; ma il brigadiere -tenne duro, e lo tirò via. Io rimasi agghiacciato dalla paura, con -la coscienza d'un complice, a cui dovesse toccare la stessa sorte fra -poco; e rientrato in casa pallido e tremante, stetti rintanato tutto il -giorno, spiando tratto tratto dalla finestra, col tremacuore di veder -comparire da un momento all'altro il brigadiere lungo, in aria di dire: -— All'altro, adesso! — Non vidi più quel ragazzo dopo quel giorno. - -Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, tutti gli altri -erano in fondo buoni figliuoli, incapaci d'una birbonata vera, alcuni -affezionatissimi e già utili alle loro famiglie; e mi volevan tutti -bene, nonostante i battibecchi frequenti, perchè, non tanto per -proposito quanto per affetto, io non facevo sentir loro in alcun modo -la mia superiorità di condizione. Il che non toglieva che facessi -qualche volta il prepotente, per impulso d'istinto; ma ricordo che -quando mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) ch'io facevo -così perchè ero un signore, queste parole mi ferivano al cuore, e ne -rimanevo umiliato e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare con ogni -specie di cortesie, e anche d'adulazioni. - - - - -Sul campo dell'onore. - - -La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda -di mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli, -li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie -militari con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo -sempre con loro d'un nemico immaginario, col quale un giorno o -l'altro ci saremmo dovuti misurare, e contro il quale essi s'andavano -accendendo di giorno in giorno di generosa ira guerriera: tanto è -facile montar la testa alle moltitudini coi fantasmi dell'onore e -della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E veramente io -vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova, senza -saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione. -L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città -un altro piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola -di Modena ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava -pure un piccolo esercito contro un nemico creato dalla sua fantasia. -Apprender l'esistenza l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar -necessario il cozzo delle due schiere, fu una cosa sola. S'era bene -italiani da una parte e dall'altra, e cittadini della stessa città, -e in un tempo in cui la patria comune era impegnata in una guerra -contro la Russia; ma si apparteneva a due parrocchie diverse, e questo -bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo con disprezzo: -— Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano con disdegno: — Quelli -di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale e quale, e anche -fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole della -diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per -iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una -ventina di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta, -dai loro accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate. -Io m'ero messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo -d'una vecchia tenda di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata -di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo -formidabile. Ma quando vidi apparire in fondo alla strada, alla testa -dei suoi, il generale nemico, riconobbi con umiliazione ch'egli era -assai più fieramente armato di me, poichè aveva in capo un vero e -proprio cappello di bersagliere, con tanto di sottogola, un vero zaino -sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani. A un segnale -dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero incontro. -Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata, -come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali -non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse -stata decisa dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma -fu vittima d'una illusione: scambiò con una lama vera il mio brando -di legno inargentato, mi credette risoluto al sangue, die' indietro -ai primi colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la via della -sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio davanti ai Curiazi. Io gli -detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava a -guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A un certo punto, -il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse con una -mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il -proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato -dall'ira, mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me, -sparì come un razzo. Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con -la scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo -rimasti noi padroni del terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato -in due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre -che era un colpo d'aria. Ma la galloria, ma il vampo che menammo di -quel trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare. Per tutto quel -giorno, e per qualche giorno appresso, non parlammo d'altro; tutti -raccontavano episodi, tutti avevano fatto prodezze da Orlando; tale e -quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già cessato da un pezzo il -dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando inflesso come un -arco, per far durare la gloria della ferita. Quante volte, molti anni -dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io ricordammo quella -famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo -colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando lavorano i -muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio di -mattoni! - - - - -Primi palpiti.... - - -Trovo a questo punto il ricordo di quel primo sentimento confuso e -soavissimo, che si può chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la -parola non può render che malamente, come il pennello il primo barlume -dell'alba. Una sera, tornando da una passeggiata col portinaio, ci -fermammo in una piazzetta dove dava spettacolo una famiglia di poveri -saltimbanchi, e danzava in quel punto sopra una corda, con le sottanine -corte e il bilanciere in mano, una ragazzina della mia età, di forme -graziose e di viso dolce e triste, accompagnata da un organetto che -suonava un'aria lamentevole. Le batteva in viso la luce d'un lampione; -vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime: era forse stata battuta, -o era digiuna o malata, e la facevano ballare per forza. Non so ben -dire, ma ricordo bene quello che provai: un sentimento nuovo per me, -una simpatia viva, dolcissima, piena di tenerezza e di pietà, diversa -affatto da quanto avessi mai sentito fino allora in presenza dell'altro -sesso; una commozione gentile e grave ad un tempo, della quale sentivo -non so quale alterezza, e che mi lasciò pensieroso per tutta la sera, -come d'un mistero, e compreso di quella malinconia che ci viene dalla -solitudine della campagna all'ora del tramonto; ma non turbato neppure -dall'ombra d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni di scuola -e di gioco mi fosse già passata per gli orecchi molta parte dello -scibile; anzi rifuggente con ribrezzo da ogni immagine impura che mi -balenasse appena alla mente. Ciò che prova per me che non è quella -peste incurabile che si crede la cognizione precoce (d'altra parte -inevitabile, che che si faccia) di certe cose, poichè l'amore è più -forte di lei, e quando si leva spazza via dall'anima, come un colpo -di vento, ogni pensiero immondo. Disparve presto quella immagine; -ma non rimase più vuoto il posto che ella aveva occupato: nel quale -sottentrarono via via le piccole signorine più belle e più note della -città, che usavano ballar tra di loro ogni domenica in una piazzetta -del passeggio pubblico, mentre suonava la banda municipale; e tutti -quegli amori furon della natura del primo, affettuosi e puri, tutti -del cuore e della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe di gloria, -da immaginazioni poetiche di nozze premature, di fughe avventurose, -d'incontri romanzeschi in foreste e in deserti, di colloqui -appassionati e sommessi nel silenzio delle notti stellate. Che sciocco -errore è di far colpa ai ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di -quei primi moti della passione, che sono invece la sola forza intima -che possa preservarli dalla corruzione! Io ricordo che tutte quelle -ragazzine m'apparivano come ravvolte in una infinità di veli, di cui il -mio pensiero non raggiungeva mai l'ultimo; che le tenevo come creature -sovrumane, le quali non avessero di fanciullesco che l'aspetto, così -che restavo stupito, quasi deluso, quando nel passare accanto a loro, -mentre discorrevano con le governanti o coi fratelli piccoli, le udivo -dire qualche sciocchezza, come ne dicevano tutti i ragazzi della mia -età. E avrei sentito una vergogna mortale se esse avessero potuto udire -certi discorsi che facevamo fra di noi, e ogni allusione volgare che si -fosse fatta a quella che per il momento stava sull'altare, m'avrebbe -offeso nell'anima. Ma da quei discorsi, per quanto stava in me, esse -rimanevano sempre fuori, come esseri inaccessibili alle volgarità di -questa terra. Le nostre immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi -avevan per oggetto persone d'altra età e d'altra condizione, nelle -quali non si guardava nè a bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva -che vedere la simpatia; e anche correva un lungo tratto tra l'audacia -impudente delle parole e la vera capacità morale di peccare. Benchè il -mio sentimento religioso fosse molto vago, e andasse soggetto a molte -intermittenze, quello di cui si parlava così allegramente m'appariva -pur sempre un peccato enorme, di conseguenze grandi e terribili -nell'altra vita ed in questa; la prima delle quali pensavo che fosse -un'immediata e profonda trasformazione morale, un'entrata violenta e -pericolosa di tutto l'essere nella virilità, lo scoprimento istantaneo -di molti misteri solenni della vita, una sazietà improvvisa di tutti -i giochi e di tutti i piaceri della fanciullezza, e la morte d'ogni -amore allo studio. Tanto è vero che, essendosi vantato con me quel tal -Clemente, d'aver conosciuto l'albero del bene e del male, e avendomi -raccontato che la sera della sua prima colpa era stato accompagnato -fino a casa da una voce cupa e continua che veniva di sottoterra, io la -bevetti come me la diede, e ne serbai per molto tempo un senso segreto -di terrore. - - - - -Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. - - -Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; del quale non -conservo altro ricordo netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io -feci in una traduzione dal latino a un esame mensile, il più sformato -farfallone, il più buffo e scandaloso quiproquo che sia mai stato -preso, credo, nelle scuole d'Italia, da che vi s'insegna la lingua di -Cicerone, e che rimase meritamente celebre tra la scolaresca per tutta -la durata del corso. Era.... Ma no, non lo dico, perchè non sarebbe -creduto, perchè si penserebbe certamente ch'io l'avessi inventato per -rallegrar la materia e per vantarmi d'aver superato in qualche cosa i -confini dell'immaginazione umana: la memoria d'una tale scelleratezza -deve scender con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il mio ricordo più -vivo di quell'anno fu il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. Già, -quand'era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova, -avevo pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle -battaglie e al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato -il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava -alle trincee di Sebastopoli? E se era vivo, sarebbe ritornato nella -piccola città dove l'avevo conosciuto? Il giorno che si sparse la voce: -— Arrivano due battaglioni domattina — fui fuor di me dal piacere e -dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, credette di dovermi preparare -a una delusione. — Bada — mi disse — ne son morti tanti! E poi, chi ti -dice che non sia rimasto a Genova, o che non debba rimanere a Torino? -— Quest'avvertimento mi rese pensieroso. Mi svegliai non di meno la -mattina dopo con l'allegra certezza di rivederlo. Accorse ad aspettare -i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano -dalla stazione, sul margine d'un largo viale che saliva dalla strada -ferrata ai bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra -i primi spettatori. - -Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di -tromba, e vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni! -Ma che soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri. -Eran tutti neri come beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi, -con certe miserie di pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci -dai cappelli logori: più fieri all'aspetto, senza dubbio, più belli -cento volte di com'eran partiti; ma mi parevan soldati d'un esercito -straniero, che dovessero parlare un'altra lingua, e di cui nessuno -m'avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi -della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che -mi dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il -mio caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore -più forte. Ah! eccolo, ecco Martinotti.... Ahimè, fu l'illusione d'un -momento. Il caporale era un altro. Martinotti non c'era. I trombettieri -passarono. Rimasi col cuore oppresso. Guardai tutti i gallonati della -colonna: non lo vidi. Ah! è morto — pensai — il mio buon caporale -è morto! O è forse rimasto a Torino o a Genova, come mi disse mia -madre, e non lo rivedrò mai più, come se fosse morto. — Non restava -più da passare che una compagnia, e io stavo osservando un vecchio -capitano che aveva una grande cicatrice a una guancia, quando udii a -due passi da me una voce allegra: — O Mondino! — Mi voltai, come a una -scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni di sergente, in serrafile, -col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso abbronzato, -dimagrito, un po' invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto come -avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon -sorriso d'una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con -un: — Ah! — che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi -cacciai tra le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi gridò, -e non ebbe tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra -gli applausi e gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe -dietro alla colonna per accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno -dopo, con che festa si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò -più salda di prima. Ma, cosa strana, non ricordo assolutamente nulla -delle molte cose della guerra ch'egli mi deve aver raccontate quel -giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente alcun particolare delle -nostre relazioni dopo il suo ritorno. La sola cosa che ricordo, dopo -quell'avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i soldati -nella piazza d'armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime -tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato. Ma anche di questo -non conservo che un'immagine confusa, come d'uno spettacolo visto di -sfuggita, e a traverso un velo di vapori. - - - - -Il furore della pittura. - - -La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè, -indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar -carta coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero -furore di maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si -tratta d'una piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi. -Me l'attaccò un grande quadro, non ancor finito, rappresentante la -battaglia della Cernaia, che mio padre mi condusse a vedere nello -studio d'un bravo pittore lombardo (il Borgocarati, un eroe delle -Cinque giornate) che era stabilito da anni nella nostra città. Fra -gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo purpureo -d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della -tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista -famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva -quel grido. Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni, -per aver fatto uno scarabocchio di battaglia, il quale era parso una -maraviglia al mio buon padre, che l'aveva messo in un quadro, come una -manifestazione non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno! -Faceva tanto più onore al suo cuor di padre quell'errore perchè, -senza aver fatto studi regolari, egli era intendentissimo d'arte, e -disegnava, miniava e modellava con gusto squisito. Vadano pur cauti i -padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè non avranno -mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento vivissimo dei -colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la -musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti -a una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti -a un quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento -che non si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me -quello che avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano -invece col menar la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia -d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva neppur lampeggiare -alla mia mente. Sciupai dozzine di scatole di colori a tingere risme -di carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da confettiera -al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più che altro la -pittura militare; alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre, -col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non -si son combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della -terra quante io ne scombiccherai in sei mesi col mio granatino della -malora. Ne buttavo giù fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica -di carnificine dipinte. Non si possono immaginare gli orrori che ho -messi in acquarello. E siccome regalavo i miei lavori, come Massimo -d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti, venne un tempo in cui -ne fu invasa la città, e se ne vedevano appiccicati ai muri per la -strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci delle stalle. -Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli, perchè non -mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza. Quante -volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah! _di -quanto mal fu matre_ quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera -si moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal -mio pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che -il primo; non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso -conio di famiglia; tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni, -che lanciavo all'assalto sulla carta di protocollo, gridavano in coro -contro il piccolo assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente, -e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non son mica malcontento, -ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di criminalità -pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e -deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili, -fu quella rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da -qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere -effetti più gravi che lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura -cittadine. - - - - -Il regno del terrore. - - -Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi -rese quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia -sbarbata e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due -occhi chiari e freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non -picchiava; ma era peggio che se picchiasse, perchè si serviva del -latino come d'una frusta metallica, con cui ci faceva frullare come -i mezzani di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli. Ci caricava -di lavoro, ci oberava di pensi, non ci lasciava girar gli occhi, nè -allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a una funzione funebre. -Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne dovevamo tener -dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle -due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la -mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria, -che non ci dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente -spietato. E il linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A -ogni errore di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la -sua famiglia — Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera -— Questo è uno sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla -cacciare in prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti -ridotti un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del -_nuovo metodo_, imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al -suono del comando: — Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento -delle dieci lezioni quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel -gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava -lo stato di tutti! Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta -nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un respiro di mantice; ma un -respiro solo, perchè egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a -sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa, che comparve il -primo giorno in divisa di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla -parete, accanto alla cattedra. Credendolo della stoffa dell'altro, di -cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto armato per far fuoco -sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che ci restituì alla -vita umana. Ma quel paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali il -tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con -raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando. - -Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora -stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non -temesse Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica, -che rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto -di ribellione. Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con -risposte o atti insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo -disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà di non studiare; -e non c'era rimprovero nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè -_piegar sua costa_. Egli affrontava i fulmini fissando negli occhi al -professore uno sguardo da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo. -Il professore castigava i rei facendoli stare in ginocchio -sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava -inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte -alta, in un atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica, -nel quale grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo. -Il tiranno si rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla -scuola egli abbia passato più tempo in ginocchio che seduto, e che, -se è tuttora in vita, debba avere ancora i calli alle giunture, come -quei maomettani fanatici che hanno fatto il viaggio alla Mecca carponi. -O anima altera e disdegnosa! Dovunque tu sia, possa raggiungerti -questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno di schiavitù e -d'inginocchiatura. - -L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto, -di viso precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da -Saluzzo, mi pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che -gli allentava la briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo -tutti con certa ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente -della sua libertà; ci appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica, -come un eroe del Byron, e poichè, diffidando di noi, non accennava che -velatamente, e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle sue poche -parole oscure cento interpretazioni fantastiche, assai più ardite e -profonde del suo pensiero. Risento ancora la commozione della scena -solenne che seguì una mattina, quando il professore, informato non so -da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca -davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un presidente di Tribunale -statario, gli disse: — Nefande cose ho saputo sul conto suo, signor.... -tal dei tali! - -E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte! - -E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del -consorzio civile! - -E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve! - -E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato! - -Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse; -durò per un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica, -veramente. Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve come -l'immagine incarnata di tutte le corruttele e di tutti i delitti della -decadenza di Roma. - -Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo -solo che c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia -eterna, e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe fuori con -voce cavernosa e roteando gli occhi in modo da dar la terzana, e che, -finita la lezione, non per ribrezzo di lui, ma per terrore del tiranno, -sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore come un maledetto da Dio. - -Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio -notaio, figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che -aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a -musaico, a furia di frasi raccattate qua e là con una pazienza di -santo, e messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte -proprio con la forza, a marcio dispetto della logica e del senso -comune, che per lui non contavan nulla, purchè la lingua e lo stile, -come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo ancora -davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi -intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte. - -Il professore gli disse: — Ma io non capisco. - -— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine. - -— Ma che frasi sono, che io non le intendo? - -— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa. -Capire alla prima è impossibile! - -E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si rimise a sedere -scoraggiato, facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso: -il vero latino non è più inteso. - -Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che -fu il primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi _Una -lotta fra il leone e la tigre_: argomento in armonia con la mia natura, -si capisce. Ricordo che incominciava con la frase: _Sul rosseggiar del -cielo_, ed era tutto uno stridío di parole terribili, scelte tra le più -ricche di erre e di esse, una musica infernale di ruggiti e di rantoli, -una lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi, che finiva -in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo, quando fui chiamato -a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo, che risero -insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile -del Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E -questo fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è adesso per me -un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento che fruttò ai miei compagni -di servaggio e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità collettiva -ch'essi abbiano avuto in quella scuola dolorosa. - -Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter -reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per -l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e -farneticare come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena -se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi -dalla scuola e di non rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi -l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e -uscii dai lavori forzati. - - - - -Il maestro prete. - - -Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far ripetizione di latino da -un prete, un'ora il giorno, a casa sua, dov'egli stava con sua madre e -una zia; le quali m'aprivano l'uscio pian piano, e scomparivano senza -dir nulla, come due larve. Era un bel pretino biondo, fresco come una -rosa, con due occhi azzurri vivissimi; i quali potevano far presagire -agli accorti che presto o tardi egli avrebbe gettato il collare sur -un fico; come lo gettò infatti pochi anni dopo per mettersi al collo -una collana vivente. Ma, ahimè! il giovine maestro non aveva più -voglia d'insegnarmi il latino di quello che n'avessi io d'impararlo. -Il ricordo di quell'esperienza m'ha fatto poi avversario risoluto -dell'insegnamento a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante e -alunno siano due miracoli di buon volere), poichè quasi sempre manca -all'uno e all'altro ogni stimolo; quando nella scuola collettiva, -invece, lasciando anche da parte l'emulazione, s'avvivano e s'acuiscono -le facoltà intellettuali del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro, -per effetto della comunione che si stabilisce fra le menti, le quali -quasi operano insieme, illuminandosi a vicenda. Sotto il tiranno -Ezzelino ero ammazzato dalla fatica; col prete morivo dall'uggia. Per -un po' di giorni simulammo tutti e due: egli lo zelo, io l'attenzione. -Poscia più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento reciproco. -Ci guardavamo alle volte l'un l'altro con due grand'occhi fissi, che a -poco a poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi cade in deliquio; -poi aprivamo la bocca insieme e ci tiravamo in faccia uno sbadiglio -sgangherato, enorme, interminabile, in cui pareva che esalassimo fino -agli ultimi _cuius_ tutto il latino che avevamo in corpo.... e non -c'era molto di più nel suo che nel mio. - -Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita -fra di noi, e infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una -traccia profonda nella mia memoria. Era allora attivissima l'opera -ecclesiastica per il riscatto dell'infanzia chinese abbandonata. _Ex -abrupto_, il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi mi domandò se -avrei accettato l'ufficio di raccoglier fra i ragazzi di mia conoscenza -sottoscrizioni di dodici soldi l'anno, allo scopo di salvar dalla -morte e dalla perdizione migliaia di poveri bambini del Celeste Impero, -ch'eran buttati via come cenci o venduti come bestie; e aggiunse ch'io -avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore, che tutti -i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro -di essi, due ragazzi e due ragazze, _scelti fra i più avvenenti_, -avrebbero avuto l'onore di far la questua in una funzione solenne -che si doveva celebrare in una chiesa della parrocchia; per la quale -egli aveva composto i versi e la musica d'un inno, da cantarsi dalle -voci migliori, fra cui poteva esser la mia. Fu come avvicinare una -fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei bambini, l'ambizione -dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del vescovo -m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era misto -di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò -l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito, -non sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale, -troppo astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di -utilità pubblica, che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili, -stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e insegnerebbe con -la dottrina la vita? Non mi pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo -innanzi. - -Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato -compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si -ridestò in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a -dire le preghiere la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi -amore alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio d'imparar a -servir la messa, e per questo mi diedi a frequentare una chiesa vicina -a casa mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi di sacrestia, -e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che mi regalava delle -immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni, vedo -arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par di -respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, -il sapore d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi, -una dolcezza quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che -svaniscono se v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica -che ci suonano alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in -note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete. - -Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di peccato in quella serenità -serafica. Il pretino dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa -sua tutti i collettori e le collettrici, una ventina all'incirca, -me compreso, per insegnarci l'inno da cantare in chiesa; il quale -ricordo che incominciava col verso: — _Là nella Cina inospite._ -— Le collettrici eran quasi tutte signorine della mia età, alcune -bellissime. La loro presenza mi produsse un vivo eccitamento. Quando -mi ci trovai in mezzo non pensai più nè alla China, nè al vescovo, -nè alla chiesa; non ebbi più anima e senso che per loro. C'era nella -stanza del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto di quindici -anni, figliuolo d'un organista, provava la musica dell'inno, fra -l'ammirazione di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a cagione -delle ammiratrici. A un certo punto, non potendomi più contenere, -pregai il suonatore, con poca buona grazia, di lasciar suonare me -pure. Parrà incredibile una tale ignoranza a quell'età; ma è un fatto -ch'io credevo ancora che per suonare il pianoforte bastasse sapere il -motivo che si voleva suonare, e picchiar le mani sulla tastiera, così a -dettatura d'orecchio, come si fischia un'aria. Con questa sciocca idea -insistetti tanto che il ragazzo, credendo ch'io sapessi di musica, mi -cedette il posto per un momento. Immaginate quale fu alla prova il mio -stupore e la mia vergogna. Una vergogna tale che, anche ora, dopo quel -po' di primavere che son passate, quando mi ricordo tutt'a un tratto di -quella bella figura, perchè non me ne torni a gola tutta l'amarezza, -bisogna ch'io mi ragioni, e faccia onta a me stesso del mio orgoglio, -ancora palpitante quando dovrebbe esser morto e sotterrato. - -Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci in quel periodo -ecclesiastico della mia fanciullezza, e ricordo anche la peggiore per -il gusto di schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. Venne -il giorno della funzione solenne. La chiesa era piena come un ovo. Ai -due collettori e alle due collettrici, che dovevano andare attorno con -una borsina elegante a raccogliere le offerte, era stato assegnato un -banco vicino all'altare. Modestia a parte, erano due bei ragazzi e due -belle ragazzine. Di una di queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi -moglie d'un Direttore della Banca Nazionale, e il mio collega diventò -un avvocato celebre. Eravamo vestiti come principini, impomatati e -inguantati: quattro splendori. Ci erano state indicate prima le file -dei banchi dove doveva passare ciascuno. Durante la funzione io commisi -il peccato di pensar troppo intensamente alla mia vicina, la futura -banchiera, che era vestita d'un abito bianco, del quale sentiva la -carezza il mio abito nero. Il cenno del prete che ci disse: — Vadano — -mi sopraccolse in quel pensiero. Preso così all'improvviso a una così -gran distanza dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, oltrepassato -appena il primo banco, dove tutti, mi diedero un soldo, sbagliai, e -invece di proseguire come dovevo, mi cacciai fra gli altri banchi, -davanti ai quali era già passata una delle ragazze, e dove non ebbi -più il becco d'un quattrino. Quella sequela inaspettata di rifiuti, che -mi parve effetto d'antipatia personale, mi fece perder la bussola; non -vidi più nulla; non compresi i cenni con cui si cercava di rimettermi -sulla buona via; andai errando di banco in banco, alla cieca, -impacciato e goffo, con una faccia di ebete, che invece di stimolar la -carità provocava l'allegria, e dopo un pellegrinaggio interminabile, -che fu una tortura mortale, ritornai al banco dei collettori, -convertito per me in banco della berlina, con sette soldi nella -borsa. Ahi, dura terra! Che cosa sono le impressioni di quell'età! -Sta per morire il secolo che era allora a mezza strada, e ancora non -posso sentir pronunciare la parola _collettore_, senza che una voce -sarcastica mi mormori all'orecchio: — Sette soldi, signor collettore! -Sette soldi, e che figurona! - -Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche dalle più grandi -cadute. L'umiliazione patita in chiesa non tolse che fosse un giorno -di festa per me quello in cui il nostro prete mi condusse con tutto -il drappello dei colleghi e delle colleghe a far visita al vescovo. -Questi era un vecchio tutto bianco, già curvo, di viso grave e dolce. -C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi il Padre quaresimalista, -che predicava allora nel duomo; un bell'uomo bruno, coi capelli lunghi -e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno scienziato; la cui presenza -impreveduta mi turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito -un'invettiva terribile contro certi peccatori, con voce tonante e gesto -minaccioso, egli aveva per caso fissato sopra di me, che stavo davanti -al pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva messo i brividi. Il -vescovo domandò a ciascuno di noi come ci chiamassimo. Quando fu la -mia volta, il predicatore disse non so che scherzo sulla latinità del -mio nome, con accento e sorriso benevolo, e quello scherzo, che mi fece -l'effetto di un'assoluzione, mi dissipò dall'animo ogni terrore. Delle -parole del vescovo non ricordo che un complimento che rivolse al mio -prete, sorridendo: — Lei è la colonna dell'istituzione, — e ricordo -la gioia che sfolgorò sul viso del lodato, pari a quella che davano ai -granatieri della Guardia gli encomî di Napoleone. Eh, povera colonna, -che doveva piegar tra poco come un giunco sotto una manina scomunicata! -E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin dalla prima volta che ho -letto i _Promessi Sposi_ ho sempre dato al cardinal Federico il viso -di quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, potrei riprodurre -fedelmente, mettendo al suo punto preciso il piccolo neo che aveva -accanto alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare i miei -fratelli, che dicevan per celia che era finto. - -In che maniera tutto quel mio fervore religioso si sia andato -spegnendo, non saprei dire. C'è a questo punto nella mia memoria, come -in altri punti, uno squarcio. Pare che quel piccolo mondo ecclesiastico -sia sparito dalla mia vita come una meteora. Mi ricordo peraltro che il -mio ufficio di collettore si veniva facendo di mese in mese più duro, -poichè era sempre più difficile strappare ai sottoscrittori poveri il -soldo promesso; e che un giorno tornai a casa quasi piangente perchè -la pollivendola, dandomi il soldo di mal garbo, dopo aver frugato in -tasca mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: — Ma.... questi -soldi vanno poi tutti per davvero dove dovrebbero andare? — Rinunciai -all'ufficio quel giorno. - -Proprio, non fui più fortunato io con la China di quello che doveva -essere quarant'anni dopo il Governo del mio paese. - - - - -Davanti al tribunale. - - -Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere -la Terza Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno -di più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva -dell'anno avanti. M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò -non ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi una memoranda -occasione d'esser terribile. - -L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo -amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni. -Uno dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto -impiegato delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una -signorina della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e -tornava ogni giorno da non so che scuola privata con una sua piccola -amica, figliuola d'un notaro, passando per le strade che pigliavamo -noi per tornare a casa. Io m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio -nacque dall'uniformità dei due orari scolastici. Andavamo tutti i -giorni ad aspettar la coppia gentile a una cantonata, all'uscir dalla -scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi -a un tratto quando apparivano in fondo alla strada, tremanti come due -cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga della nostra -passione non andava più in là di qualche esclamazione petrarchesca che -spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle orecchie, -quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini, -sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e -due, l'uno incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla -paura dello stivale notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento -con chiacchiere interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi. - -Questo giochetto innocente durò un paio di mesi, senza variazioni -notevoli, e senza tristi conseguenze. - -Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno traduceva a voce -alta un distico delle _Georgiche_, entrò il bidello con una lettera -per il professore. Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando -le sopracciglia, e poi diede un lungo sguardo a me e un altro al mio -amico, che sedeva in un banco del lato opposto. Quei due sguardi furono -per noi come due lampi rivelatori della verità tremenda. Ci guardammo: -l'uno lesse in viso all'altro il proprio pensiero: ci sentimmo perduti. -Vedo ancora la faccia pallida e spaventata del mio complice, che doveva -essere il riflesso della mia. - -Il professore non interruppe la lezione; ma fu più feroce che se ci -avesse fulminati subito in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi -accorto che avevamo capito, ci tormentò spietatamente per un'ora con -ogni specie d'allusioni avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia -virgiliana; l'ultima delle quali: — _Ci son altri che amano!_ — a -proposito della frase: — Le viti amano il sole —, smozzicata fra i -denti e accompagnata da due sguardi fulminei, fu così manifesta, che -molti compagni si voltarono a guardarci, raddoppiando in quel modo il -nostro terrore. - -Venne finalmente il momento fatale. — Il tale e il tale si fermino — -disse il professore, quando entrò il bidello a dare il _finis_. - -Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla cattedra col passo di due -condannati alla corda. - -Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, piantandoci ogni -parola nel cuore. Non era firmata. Era una denuncia anonima dei nostri -amori; la quale conteneva una calunnia, perchè parlava di “regali fatti -e ricevuti„, quando noi potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata -che il nostro amore non ci costava un soldo, e terminava esortando il -professore a intimarci di smetterla se non volevamo “pagare amaramente -il fio„ della nostra audacia. - -Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei due padri; il che non era -verosimile per la ragione che v'erano accusate le ragazze d'averci -fatto dei regali. Solo molto tempo dopo sospettammo d'un alunno di -filosofia, nostro amico e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase -sempre un mistero. - -Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare amaramente il fio,„ che -lasciava spaziare l'immaginazione fra una pedata e un colpo di pistola, -ci fece allibire. - -Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. Se avessimo rapite -e portate in Svizzera quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe -potuto dire di peggio. Ci trattò come due marci libertini, spavento -delle famiglie e disonore della città; ci parlò di tribunali; ci -parlò pure, com'era suo solito, della giustizia eterna, citando il -Canto quinto dell'_Inferno_, con la bufera che mena nella sua rapina -i peccator carnali; ce ne disse tante, insomma, e con un tal cipiglio -e un tale accento, che finimmo con scoppiare in pianto tutti e due; -anche il mio amico, che si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per -intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati in uno: - - Sta come torre e lascia dir le genti. - -Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei -peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti -altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era -nulla d'ignobile. S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta, -ma contentandosi di dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a -posteggiare ai canti due ragazzine oneste e sole, come due birichine -vagabonde, noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti. Trattati -invece in quella maniera, passata che fu la prima paura, ci invanimmo -quasi d'aver avuto la temerità di calpestare a quel modo tutte le -leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto valutammo giusto il -piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve una buffonata, e -il riprensore un inetto e uno sciocco. - -Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per -tornare a casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo -con furore alla palla di gomma elastica. - - - - -Sulla mala via. - - -Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un -quarto d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per -tutta la vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e -i muri, la terra mi vacillò sotto i piedi, mi si velarono gli occhi, -mi si oscurò la mente, e preso da un senso di stanchezza infinita, non -potendo più reggermi ritto, mi distesi per terra ed aspettai la morte. -Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando come un ferito, mi -trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la verità a mia -madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece fiutare -dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così -presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo! - -E io ci ricaddi, pur troppo. - -Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo alla prima prova, avessi -potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto, -a che padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre; -se avessi potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del -corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute, -di quante ore di stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia -tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe stato cagione -l'abito malaugurato che stavo per contrarre; se avessi preveduto -ch'io sarei stato un giorno certissimo, come ora sono, che infinite -ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e radure -e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise -dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà -d'abbracciar con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un -effetto di quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire quante volte -avrei fuggito villanamente delle compagnie gentili o rinunziato -a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti intellettuali -fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che -stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello, -condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger -libri e a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati -dell'odore del mio vizio; se avessi potuto antivedere, infine, -quante dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura, avrei dovuto -sostenere per liberarmi da quel vizio, destinate a finir tutte quante, -dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione al nemico, -non lasciandomi altro conforto che quello di veder immuni dalla -mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso -d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro guance -dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con -che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro -che stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi -brucia ancora la bocca e la coscienza! - - * - -Ma già anche prima del sigaro io ero da un po' di tempo sur un brutto -sdrucciolo. Proprio, venivo pigliando la piega del cattivo soggetto. -Che era stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, ammucchiandosi a -poco a poco e andando in fermento, cominciavano a dar fuori; di quei -germi che son come nell'aria e che tutti i ragazzi assorbiscono, salvo -che sien tenuti sott'olio come le sardelle. Scatti di ribellione, -bugiarderia, secchezza d'animo, volgarità di linguaggio, predilezione -pei compagni sbarazzini, e propositi, più che altro, di bricconate; -ma anche qualche piccola bricconata che, sebbene commessa in casa, -avrebbe meritato qualche settimana di carcere correzionale, furono -le prime manifestazioni del serpentello maligno che m'era entrato -in corpo. Fors'anche perchè quell'anno era stato per me un anno di -cresciuta straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva alla virtù -dello spirito l'animalità imbaldanzita. Ma il male non era veramente -profondo, poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi duro e -arrogante anche a mia madre, pure i suoi rimproveri m'entravano sempre -nel cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava il contegno di mio -padre, che s'era mutato con me: il suo aspetto severo e freddo, il -proposito manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi la parola -e di non incontrare il mio sguardo mi facevano soffrire così nel vivo, -che mangiavo in furia molte volte e scappavo da tavola il più presto -possibile, col cuore serrato. Non ebbi nessun castigo, e credo che sia -stato meglio. Credo che tutti i ragazzi passino per crisi somiglianti, -le quali son per l'animo ciò che la tosse asinina e i bachi per il -corpo, e che i parenti non se ne debbano spaventare, nè ricorrere ai -grandi mezzi di correzione, lasciando invece che il male, fatto il -suo sfogo, se ne vada da sè; che è ciò che segue sempre, quando la -natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual caso valgon poco o -punto i castighi. Quello che mantenne vivo e cocente in me per tutta -la vita il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia madre in quel -periodo fu appunto il fatto di non esser stato punito da loro come -meritavo. A poco a poco lo stato violento di coscienza in cui vivevo -mi divenne insopportabile. Ero già preparato a un pieno ravvedimento: -non occorreva più che una spinta, e il caso me la diede. Mia madre fu -presa una notte da un grave malore, si mandò per il medico, la casa -fu sottosopra; io la intesi gridare dalla mia camera con accento di -dolore disperato: — Ah mio Dio, morire! Lasciare quel figliuolo ancora -così ragazzo! — Quel grido mi snodò il cuore, scoppiai in pianto, -m'inginocchiai sul letto, ridissi la preghiera che non dicevo più da un -pezzo, supplicando Iddio che non mi togliesse la mamma, — e quando essa -fu fuor di pericolo, io era uscito di malattia. - - * - -Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, come accade prima o -poi a ogni ragazzo, il furore delle letture romanzesche; se pure si -può chiamar “leggere„ il divorar l'un sull'altro decine di romanzi, -dalla mattina alla sera, senz'un'ora di respiro, fino ad averne la -mente e la vista offuscate, fino a passar più giorni di fila, come -a me accadeva, senza veder nè le Alpi nè il cielo, sempre coi pugni -sul libro, col mento sui pugni e con gli occhi sul foglio. Cascai -prima sui romanzi del Dumas padre, e il primo di questi fu il _Conte -di Montecristo_, che rimase sempre il mio preferito, non solo perchè -mi parve e mi pare ancora il più maraviglioso per la favola e il più -attraente per l'arte del racconto, ma anche per il fatto che mia madre -mi aveva dato pensatamente il nome di battesimo del protagonista, -per aver letto con molto piacere quel romanzo mentre stava aspettando -ch'io venissi al mondo. Seguirono a quello non so quanti altri, che -poi mi si confusero tutti nella mente in un solo romanzo enorme di -migliaia di personaggi e di avventure d'ogni tempo e d'ogni paese. Ma -questa furia s'arrestò ad un tratto, fortunatamente, per effetto della -lettura d'un libro, che doveva aver poi un influsso straordinario sul -mio pensiero e sul mio cuore, per tutta la vita. Non avevo letto sino -allora dei _Promessi Sposi_ che poche pagine sparse per le Antologie -scolastiche. Non ricordo che alcun professore delle prime scuole ce -ne consigliasse con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano -sul romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di Firenze, del 1827, in -tre volumi, che conservo ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu -maraviglioso. Mi sentii come preso da mille uncini e da mille lacci -sottilissimi, che mi avvolsero e mi strinsero, penetrandomi fin nel più -profondo dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, non interrotto -punto, nè quasi scemato dalle digressioni storiche e dalle descrizioni -minute che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso da commozioni -violente, che mi strappavano il pianto, accompagnato dal principio -alla fine da un consenso pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti e di -tutti i pensieri. Non distinguevo l'un dall'altro, mi ricordo bene, -ma sentivo confusi tutti insieme gli effetti di quell'arte profonda -e semplice, dell'armonia delle facoltà, della misura sapiente, della -logica finissima, della trasparenza cristallina dello stile, di quella -musica grave e delicata, e quasi segreta, che par che venga più dal -pensiero che dalla parola, e suoni nell'anima senza che l'orecchio la -senta. Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; ma la simpatia -fu tale da non poter più crescere. Presentii fin dalla prima lettura -che avrei riletto quel libro mille volte, anche da uomo. Una quantità -d'immagini, di sentenze e di frasi mi s'impressero subito e per sempre -nella memoria. Mi rimase nell'animo una serenità, una pace, quasi una -compostezza, che m'era prima sconosciuta; quasi un'armonia sommessa, -alla quale s'intonò per un pezzo la voce di tutto il mio essere. Mi -parve che entrasse nella mia vita un amico, un maestro aspettato da -lungo tempo, e il cuore mi diceva che non ne sarebbe uscito mai più. -Posso dire che la lettura di quel libro segnò per me il passaggio dalla -fanciullezza all'adolescenza. - - * - -Riandando col pensiero quei primi anni, sono sempre ricondotto, per -ciò che riguarda l'educazione dei figliuoli, alle stesse conclusioni; -non nuove per certo, ma, a mio avviso, non mai abbastanza stampate. Son -persuaso che c'è meno pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà, -ed anche una libertà larga, che a tenerli a catena, perchè riconobbi -che gl'incatenati, che son come anime compresse, non solo non riescon -migliori, ma peggiori dei liberi, non foss'altro per l'arte più fine -della simulazione, che suole poi essere cagione ai parenti di grandi -disinganni. Son persuaso che è fatica perduta affatto quella gran cura -che metton molti a mantenerli nell'ignoranza di certe cose, delle quali -essi acquistano in ogni modo, per mille vie impossibili a precludersi, -la cognizione precoce; e che, ciò essendo, è perniciosissimo e stupido -il tenere in presenza loro certi discorsi, come quasi tutti fanno, -con parole coperte, nella fiducia che essi non li intendano, poichè -o li intendono, o capiscono se non altro che i loro parenti tengono -dei discorsi che non dovrebbero, ma da cui non sanno astenersi, perchè -ci trovan piacere; onde questi scadono nella loro stima, facendo per -giunta davanti a loro una figura ridicola. Son persuaso che non ci sia -nulla di più dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi che il -costringerli, per mandarli avanti presto, a studi prematuri, perchè, -se anche ci reggono da principio, scontano immancabilmente lo sforzo -più tardi, uscendone con le facoltà fiaccate e spuntate, compresi -d'una sorda avversione per la scuola, e non più sospinti dal bisogno di -leggere e di studiare da sè, per curiosità e per diletto. Son persuaso -che lo spettacolo più nocivo all'educazione loro, il più funesto per il -loro cuore e il loro carattere sia quello della discordia, degli urti -anche più leggieri tra padre e madre, nei quali si sbriciola l'autorità -di tutti e due, ledendo nel ragazzo il concetto della santità -della famiglia, e lasciandogli dei ricordi incancellabili che gli -offuscano più tardi nel cuore le loro immagini, e vi diventan radici -inestirpabili di scetticismo. Son persuaso che è sacrosanta verità -la sentenza del Capponi, che le cose udite, non le insegnate, formano -l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò che di buono e di gentile essi -intendono, che è detto in presenza loro spontaneamente, senza pensare a -loro, per impulso d'istinto e di coscienza; e che perciò ammonimenti, -consigli, prediche, e anche castighi, tutto è fiato e rigore sprecato -se essi non vedono che nei loro parenti corrispondano perfettamente ai -precetti il carattere, la vita, lo spirito dei discorsi impremeditati -e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta e sempre alle cure della -famiglia, scevra d'ogni vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi, -impietosita d'ogni sventura altrui, caritatevole ai poveri, facile al -perdono con tutti; ho visto mio padre lavorar dalla mattina alla sera -con uno zelo d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti i ritagli di -tempo dei suoi figliuoli, e studiare, quanto gli era concesso, tutta -la vita per coltivare il proprio spirito; ho intuito sin da bambino -che mia madre era una donna buona e onesta e che mio padre era un -uomo retto e generoso: questi sono stati gl'insegnamenti più efficaci -ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio che mi diedero che mi ritenne -sulla buona via ogni volta che fui sul punto d'uscirne; fu il ricordo -delle loro opere che mi fece sempre ripentire e ravvedere d'ogni atto -insensato e ignobile. Tutto il resto, nel campo dell'educazione, è -vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve fingere coi figliuoli, -e far due parti, l'una per loro e l'altra secondo il comodo proprio; -è anzi meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi nostri difetti -e con le nostre debolezze; chè, se non altro, così mostrandoci, siamo -stimati sinceri. V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. Ma è -difficile, si capisce. - - - - -In _Umanità_. - - -Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica -quando invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno -d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale significato fosse usata -quella parola; anzi appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche -fra i grandi. - -Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori, -la più parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che -corrispondeva alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore -di lettere italiane e latine non era nè giovane nè bravo, sebbene -non mancasse nè di coltura nè di buon volere; era uno di quei molti -insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento, rara -a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran levatura, come le -voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato un buon -professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto l'ispirazione, -ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda, l'avrebbero -chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e -perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe -insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia -letteraria, nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure -un momento dalla sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia -della sua voce che rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire, -nè la placidità immobile del suo buon faccione di padre guardiano. -E in questa maniera otteneva effetti maravigliosi. Pareva che con -la sua voce si espandesse nella scuola un'esalazione continua di -cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci, domava a poco a poco -i temperamenti più irrequieti e otteneva una disciplina di convento. In -anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti della stessa natura; -ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice. Era contento di -noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido: egli ci -recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio -immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina -servite in una tal salsa di papavero. - -C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore d'aritmetica, -un omino tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo, -pieno d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle -matematiche. Questi insegnava mirabilmente; ma era impaziente come -un poledro stallino e rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per -la sua natura violenta a picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed -anche dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa -di mezzo tra la percossa, che era proibita, e gli epiteti forti, che -non gli bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice, che sarebbe -stato una bazza: una specie di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro -chiamato alla lavagna non capiva le sue spiegazioni, egli s'alzava, -gli afferrava il braccio sotto alla spalla con l'indice e il pollice, e -stringeva e torceva fin che quegli capisse. In quell'esercizio, ch'egli -faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano acquistato una forza -di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si dovesse inoculare in -quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di scuola eravamo quasi -tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci andavamo a bagnare -nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli delle altre -classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si -poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione -e intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che -avevan per la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè -del suo insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder -le stelle, ma anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè -pizzicottava signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al -mondo l'avremmo voluto cambiare con un professore di mano più dolce, ma -di metodo didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica -a chi le agevola lo studio, anche martirizzandole le carni. - -Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia; -il quale provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di -tener la disciplina sia la fermezza del carattere e la dignità delle -maniere. Egli aveva tutti i giorni lo stesso viso e lo stesso umore, -come un uomo in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava, non -gridava, quasi non rimproverava neppure: e non di meno, credo che se -ci avesse fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe ottenuto -maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato lui nella scuola, non -rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a rimettere a -dovere i più audaci; non lo udimmo dire in tutto l'anno una parola più -forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente -colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria. A -renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto, -poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane -bellissimo, di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre -con grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba -d'un biondo d'oro, che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e -l'invidia di tutta la gioventù brillante della città; e non lasciava -trasparire per questo il menomo segno di compiacenza vanitosa o -d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era quello di non -rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli scherzi, -rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di -magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui, -tanto che una sua parola di lode, un semplice _bene_ o anche solo un -cenno approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione -grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla -vergogna una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva -informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e -che da quel giorno stetti in iscuola come una statua. - -Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di -francese, un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato -e sanguigno, che non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi -tormentavamo barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno -al suo tavolino, con la grammatica in mano, col pretesto scellerato -di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo apposta tutti insieme ad -alta voce. Quando capiva il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi, -e si metteva a sprangar calci da tutte le parti e a inseguir l'uno -dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la scuola -come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola -sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero -professore! E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di -montanaro, che ci sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci -le traccie dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non -ci faceva entrare il francese da nessuna parte. Colpa meno sua che -della consuetudine stupida, non ancora smessa affatto, di non dare -nelle scuole la grande importanza dovuta allo studio di quella lingua -necessaria a tutti; la quale moltissimi debbono studiare in furia più -tardi sotto la stretta del bisogno, imparandola male per sempre, e dopo -aver fatto una lunga serie di figure ridicole. - - - - -Tenorino fallito. - - -Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in quell'inverno l'illusione -risuscitata d'avere una bella voce di tenore, in grazia della quale -avrei dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi alla musica; -e l'idea del cambiamento non mi atterriva. È quello l'episodio della -mia adolescenza che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente -d'ogni altro alle mie proprie spalle. Illusione “risuscitata„ ho -detto, perchè l'avevo avuta già tempo prima, essendomi inteso dire fin -da piccino che avevo una bella voce, in special modo da mia madre, -che spesso mi faceva cantare; ma non m'ero mai curato gran fatto di -quel supposto dono della natura. Mi nacque la passione del canto e la -speranza di poter far fortuna con l'ugola soltanto in quell'inverno, -nel quale mio padre mi condusse varie volte a sentir l'opera in musica; -e fu una frenesia vera, come quella dei soldati e della pittura, -e che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta la giornata, in casa e -per la strada, e per le scale della scuola, e perfino nel teatro, -mentre cantavano i miei maestri, e in tutti i luoghi e i momenti in -cui potessi non essere udito cantavo con quanta voce avevo in canna, -come se mi fossero già pagate le note un marengo l'una. Una vocina -passabile l'avevo; ma una miseria, e mancavo d'orecchio: stonavo -come un ubbriaco. E capivo bene che, così come era, la mia voce non -meritava nemmeno di esser coltivata per spasso, nè per metallo, nè per -estensione. Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi sempre d'ingannar -me stesso mi persuadevo che da una settimana all'altra, per effetto -di cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come la volevo. Dicevo: -— Mi verrà quando smetterò di fumare; — poi: — quando non berrò più -che acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, che son quelli che -mi rovinano, non altro, — e quantunque dopo ciascuna prova seguitassi -a strillare come un uccello spennato vivo, pure persistevo a sperare, -accagionando il difetto ora a un raffreddore, ora a una infiammazione -di gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E questa passione -tirava con sè un corteo di altre piccole ridicolaggini. Non solo facevo -dei gargarismi dalla mattina alla sera, ma imitavo il passo e il gesto -dei cantanti; non solo imparavo a memoria, ma mi copiavo in bella -calligrafia i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, ma -per sfogare più sfrenatamente le mie forze vocali facevo apposta delle -corse in campagna, dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, e -mettevo in fuga uccelli da tutte le parti. Ma, ahi! (l'interiezione è -imitativa) non ci guadagnavano nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi -s'andava anzi sciupando sempre peggio quel filo di voce, che non era -al tutto sgradevole prima ch'io fissassi il chiodo di fare il tenore. -Infine, mi sentii tanto trattare dai miei compagni di chiavistello -arrugginito e di galletto strozzato, e vidi anche nella mia famiglia -dei così manifesti segni di sazietà di quel diluvio di stecche false di -cui empivo la casa, che mi persuasi di dover rinunziare alla “carriera -lirica„ e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione riguardo -alla voce, mi rimase sempre un gusto così vivo, anzi una passione -così calda per il canto, che anche ora una nota dolce e potente mi fa -impallidire dalla commozione, e una voce bella udita di sera per la -strada mi fa pedinare il cantante anche per un miglio, ed è quello il -dono di natura che, dopo il dono dell'ingegno, invidio di più a chi lo -possiede, e ritengo il canto uno dei mezzi più efficaci di educazione -dell'animo, e l'ho per uno dei più dolci conforti della vita. - - - - -Il Cinquantanove. - - -Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben più potente distrazione -dagli studi; la quale, per fortuna dell'Italia, durò assai più lungo -tempo dell'altra. Il colpo più funesto al latino lo diede in quell'anno -scolastico Vittorio Emanuele, e per l'appunto il primo di gennaio, -col discorso memorabile del “grido di dolore„. Entrò da quel giorno -nella scolaresca uno spirito di divagazione patriottica, che non -riuscirono a frenare neppure i professori più autorevoli; chè anzi -lo sovreccitarono spesso, anche facendo scuola, con allusioni agli -avvenimenti, e con digressioni politiche, che scappavan loro di bocca -come il vino spumante dalla bottiglia. Era come diffuso per l'aria un -odor di polvere; il suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano -vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli occhi e fiorir sotto la penna -agitata le sgrammaticature; anche i vecchi professori più sconquassati -prendevan nell'andatura qualche cosa di belligero, e noi non ridevamo -più per la strada nemmeno delle guardie nazionali panciute, che -facevano tre passi sur un mattone. Crebbe ancora il fermento sulla fine -di febbraio, quando nella nostra piccola città, fatta sede del maggior -deposito dei Cacciatori delle Alpi, cominciarono ad arrivare a frotte -i giovani emigrati, la più parte lombardi e veneti, di ogni condizione -sociale; i quali portarono come un'onda di sangue ardente nella vita -cittadina, e diedero quasi un nuovo aspetto alle strade, ai caffè, a -tutti i luoghi di ritrovo pubblico, dove a ogni passo s'incontrava un -viso sconosciuto e s'incrociava lo sguardo con due occhi scintillanti -d'alterezza e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei quali erano -predestinati all'onore del marmo e del bronzo, mi sono rimasti scolpiti -nella memoria come visi d'amici intimi. C'erano fra quel migliaio e -più di nuovi venuti dei campioni della guerra del '48 e della difesa di -Roma; c'erano dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano, -il De Albertis; c'erano il Cairoli e il Bertani, e il De Cristoforis, -del quale dovevo legger poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il -_Trattato della guerra_. Ma non ricordo d'aver inteso allora i loro -nomi, che erano ancora fiori di gloria in boccio. Il solo nome che -correva sulla bocca di tutti era quello del Cosenz, comandante, che -rammento d'aver visto più volte in Piazza d'Armi, quando i volontari -non vestivano ancora l'uniforme, comandare gli esercizi col tubino -e col soprabito nero, come un capo di barricate: una figura svelta e -dritta come uno stocco, con un viso grave di filosofo, che molti per -le vie salutavano rispettosamente, ricordando le sue prodezze eroiche -di Venezia. E anche rammento, quando scomparve sotto il cappotto bigio -ogni apparente differenza di condizione sociale fra gli emigrati, -lo strano effetto che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno e -dell'altro di quei soldati semplici: — Questo è un avvocato. — Quello -è un medico. — Quello là è un professore. — Quello lì è un signorone. -— Ciò che valeva più d'ogni discorso o articolo di giornale a dare -alla gente incolta un'idea della grandezza degli avvenimenti che si -preparavano, e faceva rivolgere dalle signorine a quei rozzi cappotti -certi sguardi di curiosità romantica, dei quali prima d'allora non -avevano onorato mai la “bassa forza„. Beati giorni, che risplendono -come zaffiri nella corona delle nostre più care memorie. - - * - -L'agitazione della scolaresca giunse al colmo nel marzo, quando, -richiamati alle armi i _contingenti_, si videro arrivare i bersaglieri -delle classi congedate, uomini fatti, anneriti dal sole dei campi, con -le tuniche logore, coi cappelli spelati, con le scarpe contadinesche, -molti con le medaglie di Crimea dai nastri sbiaditi: d'aspetto così -grave la più parte, che parevano i padri dei soldati in servizio, di -cui venivano a ingrossare le file. E qui mi ricordo d'un fatto, che -mi fece un gran senso, e che prova come neanche in Piemonte, e neppure -per le guerre più popolari, ci sia mai stato un grande ardore guerresco -nei vecchi soldati che erano strappati ai figliuoli e ai loro campi e -mandati a farsi ammazzare; quantunque poi, per sentimento del dovere, -si portassero così bravamente che l'entusiasmo non avrebbe potuto fare -di più. Era una sera di domenica. Un gran numero di quei richiamati, -ancora senz'armi, passeggiavano a coppie e a drappelli per la strada -principale, affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare -una bandiera, aprirsi la folla e venire avanti un folto stuolo di -cittadini, ordinati in quattro file, che cantavano l'inno del Mameli; -tutti signori in cilindro e in pastrano, fra i quali riconobbi con -piacere alcuni dei professori del Ginnasio: quello di matematica il -primo. Mentre mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi bersaglieri -che mi stava accanto uscì qualche apostrofe a voce alta, in tuono di -sarcasmo: — Già, è comodo di cantare! — Loro cantano e noi andiamo a -dare la pelle. — Vengano con noi a battersi invece di far del baccano. -— Il drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti risposero; -s'attaccarono vari battibecchi vivaci. Alcuni dei signori, risentiti, -rinfacciavano ai soldati di mancar d'amor di patria; altri, più -pacati, cercavano di rabbonirli, persuadendoli che non tutti avevano -il dovere, che non a tutti era possibile d'andare alla guerra, e -qualcuno diceva loro che s'era battuto anche lui nel '48 e nel '49. Ma -i soldati parevano poco persuasi, rispondevano brontolando e alzando -le spalle. Ciò che mi fece più maraviglia in quel contrasto doloroso fu -la bella disinvoltura con cui alcuni dimostranti brizzolati e panciuti -assicuravano, picchiandosi la mano sul petto, che sarebbero andati alla -guerra essi pure, mentre si capiva dai loro faccioni pacifici che non -si sognavano neppure una mattata compagna. E ripetevano con calore: -— Ci rivedremo al campo! Ci rivedremo al campo! — Vedo ancora gli -sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano le loro rotondità, -come se domandassero a sè stessi in quale campo avrebbero mai potuto -rivederli, non stimando che fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri. -Il litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti, alla vista dei -quali i bersaglieri si sbandarono. Povera gente, chi sa che alcuni di -loro non siano caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto -di San Martino! Quella scena mi lasciò addolorato e turbato da molti -pensieri confusi; da questo fra gli altri: che, perchè una guerra fosse -veramente nazionale, si dovrebbe andare a battere molta gente la quale -rimane a casa, e che, in ogni modo, sarebbe delicatezza e prudenza che -quelli che rimangono non cantassero troppo forte passando davanti a -quelli che partono. - - * - -Un altro mio ricordo vivissimo è quello della venuta di Garibaldi; -ma mescolato d'un forte amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in -rivista i Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto, avendo pregato -prima che non si annunciasse la sua venuta, e non si trattenne tra noi -che poche ore. Da noi scolari non si seppe ch'era in città che quando -aveva già fatto la rivista e smesso la divisa di generale. Ero con -un compagno sur un viale della Piazza d'Armi quando alcuni ragazzi, -accennando una carrozza che passava di corsa, si misero a strillare: — -Garibaldi! Garibaldi! — e noi dietro a tutte gambe. - - .... Come s'andava un lo poi rede'. - -Si fece non so quanta strada battendoci le mele coi tacchi, finchè ci -mancarono le forze e cascammo sulla proda d'un fosso, anelando, come -due levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la corsa, il Generale era -già all'albergo a desinare, e il desinare chiamava a casa anche noi: -egli partì la sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura da morderci -i gomiti. Il giorno dopo ripassammo per tutte le strade dov'egli -era passato, come per fiutare le sue tracce. Ci fu detto che era -andato a visitare una rivenditrice di commestibili, soprannominata -la Pasqualina, che aveva bottega sotto i portici; un pezzo di donna -tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e rispettava perchè -uno dei suoi figliuoli, Paolo Ramorino, era stato commilitone e -amico di Garibaldi in America, ed era morto eroicamente alla difesa -di Roma, combattendo al fianco di Luciano Manara. Arrivammo subito -dalla Pasqualina, e la trovammo là davanti alla bottega, attorniata -da molti curiosi, ai quali accennava un sacco di riso sul quale -s'era seduto Garibaldi il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah, -fortunata Pasqualina! Come ci parve bella e gloriosa! Stemmo là un -pezzo a contemplar lei e il suo sacco, e poichè avevo qualche soldo in -tasca, mi balenò l'idea di comprare un _etto_ di quel riso memorando, -che aveva avuto l'onore di far da cuscino all'Eroe di Sant'Antonio. -Ma il mio compagno, che conosceva l'umore della brava donna, me ne -distolse, osservando che ella avrebbe potuto pigliare la cosa come una -canzonatura e risponderci con una ceffata, che non sarebbe stata di -natura femminile. E così, miseramente, terminò la nostra spedizione; -la quale fu anche più sventurata ch'io non potessi allora pensare, -perchè non mi si doveva offrir modo mai più d'appagare il mio ardente -desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una serie di accidenti e -di contrattempi maledetti, qualche volta per il ritardo d'un minuto, -qualche altra volta per un impedimento materiale futilissimo, quella -sfortuna si ripetè dieci volte nella mia vita. Ho un rimpianto nel -cuore e lo confesso con un sentimento di vergogna, come una colpa: non -vidi mai Garibaldi! - - * - -Mi stupisce come non mi sia rimasto alcun ricordo della forte -impressione che mi fecero certamente le descrizioni dell'arrivo dei -Francesi a Torino e le prime notizie delle battaglie di Montebello, di -Palestro, di San Martino. Su questi ricordi, che debbo aver serbati -vivi per un pezzo, s'è distesa, non so quando nè come, una nuvola -fitta, che non m'è riuscito mai di diradare. Mi rammento solo del primo -annunzio della vittoria di Magenta, che mi fu dato da mio padre, su -per la scala, con una esclamazione enfatica, tendendo un braccio in -alto, e sclamando: — Siamo a Milano! — Ma non c'è da meravigliarsi, -chi ci rifletta, di queste eclissi di certi grandi avvenimenti nella -nostra memoria, perchè è una illusione quella per cui pensiamo che noi -risentissimo allora al loro annuncio, noi, come tutta l'altra gente, -una commozione infinitamente maggiore di quella che ci desta il loro -ricordo, e che dovessimo quasi non viver d'altro, in quel periodo di -tempo, che di quelle commozioni. Come, guardando una fuga di colonne -da un capo della via, non vediamo gl'intervalli che separano quelle -lontane, che ci appaiono congiunte, così non vediamo più fra quegli -avvenimenti passati i larghi spazi di tempo, durante i quali eravamo -tutti assorti, come nei tempi ordinari, nelle nostre faccende e nei -nostri piaceri, che avevano pur sempre in noi il sopravvento sui nostri -pensieri e affetti di cittadini; e neppure consideriamo, d'altra parte, -che la lunga aspettazione e la frequenza stessa di quei grandi fatti -ci avevano come stancata la facoltà sensitiva, e reso l'animo in certo -grado indifferente anche alle cose più straordinarie. - -Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo dei frequenti _Te Deum_ che -si cantavano nel Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità -e in abito di gala tutte le autorità civili e militari; fra le -quali spiccava la bella testa bruna del nuovo provveditore degli -studi, venuto quell'anno, Domenico Carbone, che è rimasto una delle -memorie più luminose e più care della mia adolescenza. Quanto bene, -anche fuor dell'insegnamento diretto, può fare a una scolaresca un -uomo d'intelligenza eletta e di alto carattere! La venuta di quel -provveditore, coronato della doppia gloria di poeta e di combattente -volontario del 1848, e preceduto dalla fama d'uomo integro e buono, -ancor giovane, bello della persona, amorevole e severo ad un tempo, e -pieno di nobiltà nelle parole e negli atti, aveva portato come un'onda -d'aria pura e vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli -entrasse e discorresse, lasciava un ardore di buona volontà e di nobile -ambizione, e quasi un profumo di gentilezza, che penetrava in fondo -agli animi. Egli fece dei miracoli: convertì dei discoli che nessuno -aveva mai domati, svegliò delle volontà che parevano addormentate per -sempre. Tutti i poveri angariati, che sono in ogni scolaresca, tutte -le vittime derise della prepotenza dei compagni e dall'antipatia dei -maestri, anche prima d'aver esperimentato la sua bontà, si sentivano -protetti dalla sola sua presenza, e prevenivano, pronunciando solo il -suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate. Tutti lo amavano e lo -riverivano. Ci affollavamo sui pianerottoli per vederlo passare; per la -strada, facevamo apposta delle corse e dei giri per passargli davanti e -salutarlo; e quando nel Duomo, ai _Te Deum_, egli compariva primo nel -banco dei professori e girava sugli scolari accalcati quei due grandi -occhi austeri e leali, con quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei -figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con un fremito di simpatia -e d'alterezza. Se si potessero fabbricare degli uomini simili invece di -rimpastar programmi e regolamenti! - - * - -Racconto un fatterello che lo riguarda, non tanto per far onore a lui, -quanto per far ridere a mie spese; chè ci provo piacere ormai, come i -flagellanti d'un tempo a farsi frizzare la pelle. - -Avevamo da anni un viceprovveditore prete, caldo più di _morbin_ che di -ardor cattolico, che portava la tonaca come una camicia di forza: non -punto cattivo in fondo, ma assai piccoso, e invasato dalla smania di -fare il terribile; ciò che otteneva più che altro con certe minaccie -piene di mistero e con certe stralunature d'occhi da Luigi undecimo -da arena. Contro costui aveva scritto una poesia satirica, che girava -per le scuole, un alunno di filosofia, che io bazzicavo, essendo in -relazione d'amicizia le nostre famiglie. Smanioso di legger la satira, -il reverendo pensò di strapparla a me spaventandomi, e, mandatomi a -chiamare in provveditoria, a un'ora che non c'era nessuno, m'ingiunse -con parole solenni di portargli il corpo del reato, pena la bocciatura -agli esami finali, prefiggendomi per giunta il giorno e l'ora della -consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio con la tremarella in -corpo, egualmente sgomentato dalla minaccia della vendetta e dall'idea -dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a commettere, e passai -la giornata intera in uno stato d'incertezza angosciosa. Ma il giorno -dopo mi lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico Carbone! — Ero ben -certo che egli avrebbe disapprovato l'atto del prete e non condannato -la mia disobbedienza; nè avevo bisogno di far grave la cosa, ricorrendo -a lui formalmente. Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli era -sempre in ufficio, col mio babau e col segretario, pensai che se avessi -esposto il mio rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita, -in modo da farmi sentire da lui e da costringerlo a domandare di che -si trattasse, io sarei stato salvo e l'amico nelle peste. Eureka! In -verità, per un ragazzo di tredici anni, non c'era male. E non solo -mi sentii salvo da quel momento, ma, confondendo le carte nella mia -coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali casi, mi parve d'essere -un'anima spartana, e preparai nella mente una risposta eroica, un -“pistolotto„ da primo attore, che mettesse in luce gloriosa la nobiltà -del mio carattere. - -All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i tacchi, come per far -suonare gli sproni. Erano seduti a un grande tavolo, da una parte il -Carbone e il segretario, che discorrevano fra di loro, dalla parte -opposta lo spaventaragazzi, che in quel momento mi fece pietà. Questi -mi fece cenno che m'avvicinassi, e mi domandò sotto voce “se avevo -portato„. - -M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando dalla parte del -provveditore, risposi con voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che -avrei commesso un'azione.... - -— Basta, basta — disse il prete, accennandomi con la mano che tacessi. - -E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato che avrei commesso -un'azione.... un'azione.... - -— Ma basta, le ripeto; non occorre altro.... - -Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore s'era voltato, volevo -fare il colpo a ogni costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione -indegna.... tradito un amico.... - -— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito e rosso in viso. — -Poichè le ho detto che non occorre altro, vada una buona volta.... - -Allora me n'andai, ma lentamente, e a passi maestosi, come dev'essere -uscito Pier Capponi dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora -di sull'uscio a guardare il vinto, che mi lanciò un'occhiata da darmi -il fuoco. - -Non seppi poi mai se il provveditore avesse chiesto e avuto spiegazione -della cosa; ma non c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica. -Il fatto è che non ebbi più molestie per quella faccenda, e che agli -esami, benchè a scappellotto, come al solito, fui promosso. Ed ecco -come fra tante altre buone azioni l'autore del _Re Tentenna_, senza -saperlo, fece anche quella di non lasciarmi commettere una birbonata. - - * - - Cavalier che hai bianca fede - Come bianca è la tua croce, - Tu d'eroi gagliardo erede, - Tu all'oppresso amica voce, - Tu sgomento all'oppressor.... - -Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio Emanuele che -pubblicò il Carbone in quell'anno, e che tutti gli scolari impararono -a memoria. La guerra aveva dato la stura, anche in quella piccola -città subalpina, a un torrente di lirica patriottica. Professori, -impiegati della prefettura, avvocati, ufficiali dei bersaglieri, tutti -sfornavano rime guerresche. Non si raccoglievano venti cittadini -intorno a un risotto alla milanese senza che qualcuno trombettasse -una filastrocca di strofe, che poi andavano attorno manoscritte o -stampate, a rinfiammar in molti l'odio contro l'Austria, in alcuni -l'odio contro le Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel vespaio -di poeti m'è rimasto nella memoria. Lasciate che io ve lo presenti, ve -ne prego, perchè il ricordo di lui, che è un conforto della mia vita, -potrà mettere qualche dolcezza anche nella vostra. Era il professore -di filosofia, uno dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato -le scuole del Regno, un cinquantenne zazzeruto, con mezzo il capo -sempre insaccato in una tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata -sul cranio, e vestito tutto l'anno d'un certo biracchio nero che gli -dava alle ginocchia e mostrava l'ordito; un uomo che sarebbe divenuto -famoso nella città non per altro che per un suo gesto abituale -comicissimo, che era di ripiegare un braccio in alto col pugno chiuso, -e di battersi dei gran colpi sul gomito con l'altra mano, come.... -se volesse sculacciare la propria immagine; un curioso professore e -educatore, il quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più sodi -dei pareri amichevoli intorno al modo di regolarsi con una vedova -ch'egli corteggiava, e che non sapeva decidersi a sposare, perchè -aveva un orario di pasti che non s'accordava col suo; il più clamoroso -dei filosofi, come lo chiamavano i suoi colleghi, perchè urlava la -filosofia con una tal potenza di polmoni da coprir la voce di tutti i -professori delle classi vicine. Ma non son nulla tutte queste stranezze -appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi versi, che tutti i suoi -scolari recitavano, facendoci delle risate da slogarsi le mascelle. Che -peccato non averne più copia! Ma non li ho tutti dimenticati, grazie al -cielo. Ricordo una strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva: - - Natura ti diè nome - Petitti, ma sei grande - E il nome tuo si spande - Per l'aula elettoral; - -due versi in lode a Garibaldi: - - Tua venuta a queste sponde - Bianca in pietra fia segnata; - -e pochi versi d'un'altra poesia in onore della città di Bene, la quale -si distende, a quanto egli diceva, sopra sette colli; ciò che dava -al poeta il pretesto di farle quest'ardito complimento: che Roma era -stata eletta in luogo di lei capitale d'Italia per un equivoco. Era -vaticinato, diceva. - - Che d'Italia fia regina - Tal cittade, che sia posta - Sopra sei e una collina, - E Cavour la credè Roma, - Ignorando i sette in Bene - Colli aprichi, e la gran soma - Di virtù che ascose tiene. - -Sulla qual modestia della città insisteva con quest'amore di strofa: - - Bene fa, e n'ha più merito - Perchè tien nascosto il bene; - Chi rimira il suo preterito - Forse ciò a capir non viene.... - -Come potesse insegnar la filosofia un professore che trattava la poesia -in questa maniera, benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce; -eppure dicevano che non c'era gran male. Misteri della mente umana. -Povero poeta dei sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui -molti anni fa, a Torino, dove mi dissero che, avendo ricorso per non so -che affare a certi falsi spiritisti birboni, costoro, per spillargli -dei quattrini, lo avevan fatto bastonare dallo spirito che aveva -evocato, e non già con un bastone spirituale, ma con un vero e nodoso -ramo di frassino, che l'aveva messo a letto per una settimana. - -_Petitti_ guai della filosofia. - - - - -Attore drammatico. - - -La poesia patriottica aveva invaso quell'anno anche il teatro, dove, -succeduta all'opera la commedia, non passava quasi settimana che non -fosse declamata dal primo attore qualche lirica d'argomento nazionale, -accolta sempre con applausi frenetici. E così m'entrò anche l'assillo -della declamazione. Avevo creduto d'esser nato pittore, e poi tenore; -credetti pure per un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica. -Ero in questa illusione più scusabile perchè, se non avevo voce per -cantare, per declamare n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio. -Fu anche questo un furore da far desiderare che fossi nato afono. -Sceglievo i passi delle tragedie in cui occorresse un maggiore sforzo -di mantice, e di preferenza quelli in cui il personaggio delira, come -il soliloquio di _Saul_ e quello di _Aristodemo_ nell'ultim'atto, -per poter tonare più forte. La mia specialità, come ora si dice, -era il delirio dei re. Si sottintende che ero un cane. Ci accozzammo -parecchi compagni, tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme -tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora dell'altro, e spesso anche -nel ghiareto del torrente e del fiume, dove le pietre, per nostra -fortuna, non si potevano muovere. Ma il nostro teatro preferito, -poichè ci potevamo sbraitare senz'essere uditi, era veramente degno -dell'arte nostra: era una stalla in fondo al cortile di casa mia, -dove i tabaccai dei villaggi riparavano durante il giorno i muli e i -cavalli. Disgraziato Alfieri! E infelice Berchet! Poichè s'espettorava -pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi credevo chiamato a una -grande carriera tragica. E mi frullavano sotto i capelli le idee più -temerarie: di dare un saggio di declamazione nel Teatro Civico, di -smetter gli studi e di entrare in una compagnia drammatica, di formare -io stesso una compagnia unisessuale coi miei quattro sbraitoni e di -trovar dei “capitalisti„ per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe -stato strano che fra tante idee matte non mi fosse saltata anche quella -di scrivere un dramma. L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale soggetto -avessi escogitato: ricordo soltanto che era un dramma cruento, e che -la parte del protagonista l'avrei dovuta far io: condizione _sine qua -non_, da imporsi al capocomico che avesse avuto l'onore di metterlo in -scena. Caso senza esempio, credo, nella storia degli autori drammatici: -anche prima di mettermi a scrivere il dramma io feci il cartellone — un -annunzio in caratteri cubitali sopra un lenzuolo di carta — per avere -un'idea dell'effetto che avrebbe fatto alle cantonate, e m'esercitai a -emettere certe grida di disperazione e di terrore, che non sapevo ancor -bene a che proposito, ma dovevan sonare assolutamente in certe scene, -e (voglio esser sincero fino in fondo) feci molte prove del passo con -cui mi sarei presentato alla ribalta e dell'atteggiamento modesto -e dignitoso ad un tempo, col quale avrei ringraziato il pubblico -strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in fine: non restava -che un accessorio: quello di scrivere il dramma. Dio m'assistè: non ne -scrissi che la prima scena. Ma non cadde l'illusione dell'attore con la -lena del drammaturgo: il mio vaneggiamento e il mio abbaio drammatico -continuarono fino all'apertura del nuovo anno scolastico. I primi -freddi e i primi pensi, non so come, mi levarono dal capo per sempre -il ruzzo della recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi e Tommaso -Salvini da una vecchiaia avvilita. - - - - -Nuove amicizie e nuove grullerie. - - -Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima mattina una sorpresa -gradita. Nel far la chiamata degli alunni il professore lesse un -nome che ci fece voltar tutti con viva curiosità verso il chiamato: — -Angelo Brofferio. — Gli domandò il professore se fosse figliuolo del -Brofferio deputato: rispose di sì. Fummo tutti colpiti dalla grande -rassomiglianza che egli aveva col padre, che noi conoscevamo, più che -dalle fotografie, dalle caricature frequentissime del _Fischietto_ -e del _Pasquino_: di profilo era tale e quale. Aveva una testa molto -grossa, che pareva anche più grossa in confronto del corpo piccolino; -un viso lungo, di lineamenti e d'espressione virili, rocchio bruno, la -bocca arguta, un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si mostrò fin -dai primi giorni d'ingegno aperto e pronto, e parlatore facile, con -alcun che d'avvocatesco nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo -coi compagni, non punto orgoglioso della fama del padre, che era allora -popolarissimo, in specie per le canzoni piemontesi; molte delle quali, -cantate per i caffè e per le strade, noi sapevamo tutti a memoria. -Finito quel corso, andò a compiere gli studi altrove, e io non n'ebbi -più notizia che dopo circa trent'anni, quando, professore di filosofia -a Milano, se non erro, egli pubblicò un libro dotto e brillante sullo -_Spiritismo_, che fece molto rumore. Ricordo che, bravo in letteratura, -egli aveva pure un'attitudine particolare alle matematiche. E m'illusi -d'avercela anch'io in quell'anno, che era l'anno dell'algebra. -Avendo avuto mio padre la buona idea di mandarmi durante le vacanze -a prender lezioni d'algebra da un geometra suo conoscente, io ero -entrato nel corso già infarinato della materia; in grazia di che avevo -nei primi mesi riportato qualche successo onorevole alla prova della -lavagna, salvandomi dai pizzicotti professorali. Questo era bastato -a farmi credere che mi fosse dato fuori a un tratto il bernoccolo -della matematica, e lo credetti tanto che ebbi l'audacia di fondare -un periodico bisettimanale (di tiratura modesta, poichè n'usciva un -numero solo, manoscritto), nel quale rifacevo le lezioni ad uso dei -pizzicottati. Ma quest'illusione durò anche meno dell'altre perchè, -non avendo studiato nelle vacanze che fino all'estrazione delle radici -cubiche, quando si arrivò a questo punto del programma mi ritrovai -da capo al livello degli altri.... e i pizzicotti ricominciarono. -Ricominciando i pizzicotti, cessò il giornale. Ma non importa: -consiglierò sempre ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi -agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, perchè anche -la più leggiera preparazione riesce loro di giovamento grandissimo, -preservandoli dal danno grave di rimanere addietro al primo intoppo. - -Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra troppe cose mi dovevano -distrarre quell'anno. Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo -per la statura, che era d'un uomo, io andavo allargando di giorno -in giorno il cerchio delle mie amicizie, e le nuove erano assai più -pericolose delle altre, perchè eran fuori del giro della scuola. Le -prime di queste, e le più care, furon le amicizie militari. C'erano -allora fra i bersaglieri volontari, e anche fra quelli di leva, molti -giovani di famiglia signorile: studenti smessi, laureati, artisti -drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e tutti -caldi d'un entusiasmo patriottico, che dava un'impronta di nobiltà -d'animo anche ai caratteri più leggieri. Stretta relazione con uno di -essi, venivan gli altri come le ciliege. Con questi conobbi la prima -volta il piacere e l'alterezza dell'amicizia virile. Nascondevo con -loro i miei tredici anni; mi davo l'aria d'uno studente già esperto -del mondo; ero tutto contento di farmi vedere alla passeggiata in loro -compagnia, appoggiando il braccio sopra un braccio gallonato, con la -tesa del cappello accarezzata dagli svolazzi d'un grande pennacchio, e -mi pareva di fare una prodezza di brillante scapigliato trattenendomi -mezz'ora con essi davanti a un caffè, all'uscita del teatro, come se -tutti i passanti avessero dovuto dire: — Chi sa mai dove passerà la -notte quel collorotto? — Di una di quelle sere mi ricordo in particolar -modo perchè fui presentato da un sergente a un bel giovanotto, alto e -elegante, impiegato al Commissariato militare; il quale si chiamava Ugo -Iginio Tarchetti. Era il futuro autore dei _Drammi della vita militare_ -e di _Tosca_, il poeta forte e triste, che doveva morir nel fior -dell'età, appena baciato dalla gloria. Chi m'avrebbe predetto allora -ch'io avrei scritto dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto -al suo, che saremmo stati citati mille volte come due antagonisti, e -che, dopo averlo tenuto in conto d'un nemico mentr'era vivo, io l'avrei -amato, morto, come un fratello! - - * - -Entrai allora in quel breve periodo il quale corrisponde negli -adolescenti a quello in cui le ragazze cominciano a stringersi il -busto e a mettersi dei fiori nei capelli: il periodo in cui diventa il -mobile più importante della casa lo specchio. Per quanto sia in vena -di confessioni non oso di dire fino a quale altezza di grulleria io -sia salito in quella fase di luna, quanto tempo ci mettessi a farmi -il nodo della cravatta, quante volte tornassi indietro a raggiustarmi -il cappello davanti alla specchiera prima d'uscire di casa, e quale -sciupio abbia fatto delle pomate e delle acque d'odore delle mie -sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione di san Crispino -per fare il piedino aristocratico. Molti padri e madri, quando i loro -figliuoli piglian quella passione, credono di guarirli mettendoli -in ridicolo e trattandoli dalla mattina alla sera d'imbecilli. È -una sciocchezza, che i miei non commisero, comprendendo che era -una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo: finsero invece di -non badarvi, non scambiandosi che qualche sorriso discreto quando -io chiedevo una cravatta nuova o un paio di scarpe di marocchino; -sorriso che non mi sfuggiva. E li lodo ora di quella indulgenza, che -non fu l'ultima delle cause per cui la malattia non fu lunga, perchè, -umiliandomi, l'avrebbero inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura -di paino e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia non miravano a -guadagnarmi le grazie dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo -periodo degli innamoramenti platonici, spinti fino alle passeggiate -sotto le finestre e alle “pedinature„ furtive e alla contemplazione -estatica dei palchetti del teatro: amori repentini, languidi e -mutevoli, anzi procedenti non di rado a coppie, e anche a triadi, -facilissimi alle più insensate illusioni, pasciuti per settimane d'uno -sguardo incontrato a caso o d'un sorriso forse più di canzonatura che -di simpatia, e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre tristezze, -imparate nei libri. Ah, che bell'attore! Mi è uno spasso il ricordare -le mie avventure d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi più -amori io che don Juan Tenorio e Luis Mendía messi insieme. Il mio cuore -ospitò più bellezze che il serraglio imperiale del Bosforo. E i miei -sospiri amorosi si levavano a tutte le altezze: una settimana era la -figliuola del prefetto, un'altra la moglie del professore; succedeva -alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice d'una casa -nobile la vedova d'un colonnello. E con le adorazioni del passeggio e -del teatro andavano di passo le adorazioni di casa. Quando veniva una -bella signora a far visita a mia madre, non scappavo più in cortile, -come per il passato, per sfuggire alla noia dei discorsi soliti: -stavo lì ribadito sur una seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della -visitatrice con gli occhi come due lampioni, e con una immobilità -di magnetizzato, di cui non sfuggiva il senso alle più accorte; le -quali scansavano il mio sguardo indiscreto con un sorriso a fior di -labbra, e, stringendomi la mano all'atto di andarsene, mi dicevano con -una rapida occhiata indulgente: — Ho capito, piccolo impertinente; -faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, avevo un debole per -le donne maritate, e più per quelle che portavano indosso una parte -maggiore dello stipendio del marito. È incredibile il numero di mariti -rispettabili che ho oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori di -fantasia avessero avuto effetto, e mi fossi dovuto battere, avrei avuto -un duello ogni settimana, e a andar bene bene, mi sarei ridotto un -crivello ambulante avanti d'aver finito il ginnasio. E non nel cuore, -ma nel cervello, erano così vivi, benchè rapidissimi, questi amori, -che n'avevo spesso la coscienza turbata, come di colpe vere; arrossivo -fino ai capelli incontrando per la via certe coppie coniugali; mi -pareva alle volte d'essere veramente un dissoluto senza freno nè legge, -insidiatore di talami e scandalo della gente onesta, di reputazione -perduta, e ne sentivo non di meno una vanagloria segreta, come se -soltanto con una coscienza così fatta uno si potesse vantare d'esser -uomo. - - * - -L'uomo, peraltro, non era ancora che un lungo bambino, il quale -seguitava a baloccarsi per ore intere con tutti i giocattoli che gli -eran rimasti dell'età infantile, coi fantocci, con le trottole, con -le palline di vetro e perfino con le oche di carta. Per darmi questi -spassi mi nascondevo, e quando mi coglieva sul fatto qualcuno della -famiglia, riponevo ogni cosa in furia, vergognandomi, e fingendo -d'aver tirato fuori quelle carabattole per curiosità di filosofo, -amante di meditare sul proprio passato. Ma non mi vergogno ora che -conosco il mondo e la vita, di dire che quell'amore dei trastulli -fanciulleschi mi rinacque a quando a quando fin quasi ai trent'anni, -che, già reo di parecchi libri, mi divertivo per delle mezz'ore -a far saltare sul tavolino di quei ranocchi di legno, che hanno -sotto il filo attorto e la bacchettina cerata, e che pure adesso, -qualche volta, passando davanti a una bottega di giocattoli, sento -delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne dovrei vergognare? -Gli uomini non sono che ragazzi invecchiati, che nascondono la loro -fanciullaggine sotto un'apparenza di gravità, e che ogni qualvolta -possono, di nascosto, ci si abbandonano con un piacere infinito. E in -fondo, poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle cose strane e -impossibili, ma ardentemente desiderate, non è che un baloccarsi con -idee ed immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo e l'altro -scarabocchia dei pupazzetti o fa delle greche sui margini, si balocca -come un ragazzo; e si balocca il ministro di Stato che nei momenti -d'ozio piega e ripiega in dieci forme un giornale o suona il tamburo -sul banco col tagliacarte, come faceva il conte Cavour, durante i -discorsi dei deputati seccatori. Io credo che a chiudere in una stanza -nuda l'uomo più serio del mondo con una scatola di soldatini di piombo, -viene il momento che li tira fuori, e li schiera, e li fa armeggiare -come un bambino di sei anni. Quella passione persistente dei trastulli -infantili giovò a divagarmi alquanto dagli amori, e fu per me un -calmante salutare. Ah, se una di quelle molte signore a cui facevo gli -occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature da trovatore, -m'avesse visto far correre sul tavolino per tutta una mattinata delle -file di noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti di carta -dorata, per rappresentare gli stati maggiori degli eserciti combattenti -in Lombardia, che bella risata argentina m'avrebbe data in faccia, -e che bel colpo d'ombrellino, forse m'avrebbe assestato sulla nuca! -Ma si guardino le mamme dal ridere e dal far vergogna ai figliuoli -grandi quando li vedono occupati in trastulli che credono indegni della -loro età, e indizio di poco cervello; chè quello è anzi segno d'una -semplicità d'animo, d'una vivacità d'immaginazione, d'una facoltà di -dar corpo a dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un mondo -foggiato da loro, che saranno anche negli anni più tardi un grande -conforto, un rifugio dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, e -quasi una fiammella inestinguibile di gioventù; la quale gioverà molto -a tener vive in essi tutte quelle altre passioni e illusioni, senza -di cui la vita non sarebbe per il più degli uomini che un desiderio -continuo della morte. - - * - -Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una distrazione dagli studi -ben più potente che non fossero gli amici bersaglieri e gli amori -sospirosi. Come nel 1859 aveva dato un colpo mortale al latino Vittorio -Emanuele, così fu Garibaldi nel 1860 il peggior nemico del greco; -poichè in quell'anno appunto fu istituito nel Ginnasio lo studio del -greco, riconosciuto di necessità urgente per affrettare la liberazione -d'Italia. La partenza dei Mille da Quarto fu come un segnale convenuto -fra Garibaldi e la scolaresca perchè smettessimo d'affaticarci troppo -il cervello sui libri di testo. Partivano per la Sicilia, a frotte, -giovani d'ogni condizione, e fin dei mostriciattoli, che erano lo -zimbello pubblico: fra i quali ricordo un piccolo sarto gobbo, con le -gambe arcate come due fette di popone, che fu salutato alla partenza da -una tempesta di risa e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi s'accese -nella testa una nuova girandola: quella della politica. Ero stretto -allora d'amicizia fraterna con due compagni di scuola, tutti e due di -principî rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un mazziniano, l'altro -perchè ribelle per istinto a ogni autorità, cominciando da Senofonte e -venendo fino agli ultimi classici. Io ero figliuolo d'un monarchico, e -non rivoluzionario per natura; ma tale m'aveva fatto a poco a poco la -lettura quotidiana del _Diritto_, a cui mio padre s'era abbonato per -simpatia letteraria. Tutti e tre, fanatici di Garibaldi, concertammo -una fuga clandestina per “accorrere in suo aiuto„; la quale non ci -riuscì, come raccontai altrove; e quel tentativo fallito esasperò -la nostra passione patriottica. Diventammo nemici implacabili del -conte di Cavour, che intralciava l'impresa di Garibaldi con “le arti -subdole di una politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. La -cessione di Nizza e di Savoia alla Francia ci mise su tutte le furie. -In tutte le nostre conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro -uno strazio miserando. Leggevamo i suoi discorsi nei giornali con un -sorriso di sarcasmo feroce. E conciammo secondo i suoi meriti anche -Napoleone _il piccolo_, che conoscevamo a fondo, grazie al libro di -Vittor Hugo. Attaccavamo intorno all'uno e all'altro delle discussioni -furiose coi nostri compagni “moderati„ i quali ci accusavano di -“metter dei bastoni fra le ruote alla politica del Governo„. — Sì, — -rispondevamo in coro tutti e tre, — noi combatteremo il governo con -tutte le nostre forze; non gli daremo tregua mai; noi non vogliamo la -politica dell'asservimento allo straniero; chi non è con noi, è contro -l'Italia. — Quando poi andò a armeggiare in Sicilia il La Farina, -uscimmo addirittura dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa come una -sfida gettataci in faccia dal venditore di Nizza e Savoia, e parlammo -di fondare un giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano fremere -i giudizi che davan di Garibaldi certi vecchi impiegati, cavuriani -marci, che frequentavano casa mia: uno fra gli altri, un ispettore -di non so che cosa, un gigante canuto, con due grandi solini a vela, -il quale parlava con una lentezza insopportabile, come se ad ogni -parola che gli usciva dalla bocca gli scappasse uno scudo dalla borsa. -Quando lo sentivo parlare di Garibaldi come d'un guastamestieri della -politica di Torino, d'un perturbatore importuno del mondo, fortunato -per disgrazia nostra, con quella solita chiusa sinistra, che faceva -scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà del filo da torcere, vedrete, -vedrete! — io gli saettavo delle guardatacce da passarlo da parte a -parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E quella febbre garibaldina -durò allo stato acuto fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come siano -andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno scolastico si può -immaginare: come gli affari del re di Napoli, presso a poco. Ma per -essere promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe bastato il -gridare: “-Viva l'Italia!„ e fui promosso io pure. Pochi giorno dopo -l'esame, passando per un vicolo vicino a casa mia, vidi molte donne -affollate intorno a una merciaia, che stava seduta sullo sporto della -sua botteguccia, coi gomiti sulle ginocchia e il capo fra le mani, -piangendo dirottamente. Domandai perchè. Mi rispose una donna: — Gli -hanno ammazzato il figliuolo a _Milass_. — Il mio primo senso fu di -pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo) di vergogna. Sentii dentro -una voce che mi disse: — Quello ha combattuto ed è morto, e tu da tre -mesi in qua non hai fatto che sbraitare, buffone! — E da quel giorno -feci un po' meno lo smargiasso contro il conte di Cavour. - - - - -Professori di liceo. - - -Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu istituito quell'anno in -luogo dei due corsi di filosofia, dovemmo fare un esame di greco in -iscritto, il quale si ridusse alla declinazione di qualche sostantivo; -ma parve che scrivessimo un greco, dirò così, garibaldino, poichè -fummo quasi tutti rimandati; e fu la nostra salvezza l'essere in -tanti, avendo deciso il Ministero, perchè il Liceo non restasse vuoto, -d'insaccarvici tutti a ogni modo. - -E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così -mirabile d'una razza particolare di professori di lettere che fu assai -numerosa in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo -l'unificazione della patria, un tipo così perfetto e così ameno di -mangiapaga a tradimento e di spandichiacchiere scansafatiche, che non -posso resistere alla tentazione di farne la fotografia. Era venuto -nella nostra città, non so di dove, quell'anno stesso, con una gran -pancia e una gran sicumera, accompagnate da una grandissima voglia di -non far nulla. Era professore di letteratura italiana. Ma di questa non -discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre dell'Italia e dei -fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque argomento. -Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli, e passo -passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni -specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato -i suoi stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano; -poichè, fra le altre fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli -uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto -alla politica, per entrar nell'argomento non pigliava vie traverse: -entrava addirittura nella scuola col _Diritto_ spiegato fra le mani, e -ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei deputati; dichiarando peraltro -che non ce li leggeva per il contenuto, che non aveva che far con la -scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi più efficaci e più -eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna, tra l'una -e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto -un monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i -locali scolastici. Quando non parlava di sè e della patria, ci leggeva -svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia -letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il -molto in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo -v'era ridotto in quattro o cinque paginette: una vera quintessenza -di rose; ed era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di -carriera: si sarebbe corsa la storia universale in un trimestre. Tutto -il suo lavoro era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato -per dei mesi che avrebbe fatto “una campagna giornalistica„ contro -il Municipio, per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra -sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere righe -non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho -combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli -si credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che -veniva proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul -tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine -a battere così la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento -tutta l'anima sua, che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la -vita„ per noi. Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi -sempre di cose allegre, soventissimo di musica, perchè da giovane -aveva suonato il violino, e del _Barbiere di Siviglia_ in particolar -modo, del quale era matto ammiratore; tanto che ogni volta che trovava -in un testo italiano la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera, -raccontando invariabilmente le peripezie della prima rappresentazione -di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la vita del -Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè, -o di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano -tutti a un modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria -dello stipendio. — Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un -obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo -egualmente il nostro dovere... — E rientrava nel dovere in questa -forma, per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la serenata del conte -d'Almaviva fu composta dal tenore Garcia. Ebbene.... - - - - -Un rimorso. - - -Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon -fratoccio; il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo -intermezzo renderci assai più piacevole il suo insegnamento, poichè -si diceva che avesse una bellissima voce di tenore, e che cantasse -con garbo; eccellente il professore di lettere latine, un coso -risecchito, ma pien di vita, che parlava con una correttezza e con una -precisione, da parer che recitasse a memoria delle lezioni scritte con -cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di filosofia. -Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino: -il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato, -d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo -di renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in -specie alla natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo -rammento per infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine -mingherlino, di viso fine e pallido, un professore improvvisato, credo, -come eran molti in quegli anni, il quale studiava forse giorno per -giorno la storia che c'insegnava, e aveva la parola fioca e restia, e -una timidità fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma faceva -ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci trattava come compagni, -e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo avessimo incoraggiato -dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci facevamo beffe di -lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio con ogni -specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno -dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non -comprendo come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo -un grande affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto -il ricordare, oltre che per altri, per il preside del liceo: un degno -prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione squisita; ma che -con noi non aveva punto che fare, e a me non aveva dato nessun segno -particolare di benevolenza; ciò che prova che animo affatto cattivo -non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni casa, il canto della -spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa dose di malvagità -che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo bassamente -contro un giovane mite e debole, che sapevo incapace di farmela -ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte -nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io -tenni con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire -di più. Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico -che gli passò sul viso una volta che gli feci in piena scuola un -atto irriverente, per il quale non mi disse neppure una parola di -rimprovero, e al sorger di quell'immagine sento sempre uno strizzone al -cuore e un moto d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo -tanto tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io -lo vidi abbia compreso che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in -un'altra città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui. Spero che -sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà questa pagina, sappia che -l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni che son -trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho dimenticato mai, e -gli ho voluto sempre bene. - - - - -I liceisti. - - -La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta -in gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di -giovanotti che avrebbero potuto portar sulle spalle i professori. -Molti erano convittori d'un Collegio Civico, separato dal Liceo, che -venivano a scuola con un berretto militare, e portavano i giorni di -festa una divisa somigliante a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i -più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia meno agiata, figliuoli -di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che facevano duri -sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che -anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più -lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere. - -Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli, -furon quelli gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta -la vita, poichè in quell'anno soltanto cominciarono a stringermi ai -miei condiscepoli dei legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi -vicino un futuro Conservatore delle ipoteche, un generale avvenire, un -vescovo in erba e un rettore predestinato di quello stesso collegio, -del quale era collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni ed -esemplare nell'osservanza della disciplina, quanto poi fu amorevole -coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale -avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia sinistra. Era uno dei -più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto robusto, coi -capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti -di vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano -due fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà -infantile. Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio, -il metallo della sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e -rivedo le sue grosse labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei -mulatti, delle quali osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi, -recitava la lezione al professore, ed io gli facevo da suggeritore, -com'egli faceva a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva spesso fra -gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o per un libro -buttato sotto il banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma non -seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo -d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo -ancora col suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un -pennacchio azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile. -Quante risate abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni -del banco davanti, quando il professore di lettere italiane attaccava -il ritornello solito del _Barbiere_ e dello stipendio; di quelle risate -deliziose, che hanno il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la -facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno che ci possa gridare: -— La smetta —! Mi rammento che un giorno il professore di lettere fece -recitare a lui la poesia del Guidi, _Alla Fortuna_, della quale non ho -più in mente che un verso: - - Affrica trassi sul Tarpeo cattiva. - -In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon -compagno, che si chiamava Giuseppe Arimondi. - - - - -Il bimbo del Consigliere. - - -Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, allora ancor bambino, -predestinato alla fama in tutt'altro campo. - -I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, erano in -quel periodo mutati spessissimo. Nei pochi anni che trascorsero dalla -guerra di Crimea alla liberazione di Napoli ne passarono in quella -piccola città non so quanti, che ho dimenticati, tranne il Bellati, -governatore, il quale aveva fama di letterato per una bella traduzione -del poema del Milton, e un Consigliere lombardo, il cui nome, che -allora sapevo senza dubbio, m'uscì poi dalla mente, e non lo riseppi -che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa — una giovane signora -d'aspetto buono e di modi schietti e gentili — veniva qualche volta a -casa nostra a render visita a mia madre, conducendo sempre con sè un -figliuoletto di tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi -nella memoria gli occhietti vivaci e la forma singolare del viso, dal -mento fuggente a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura di -cappotto color nocciola, che gli stava dipinto, e gli dava l'aria d'un -ometto. È probabile ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, con -la condiscendenza d'un fratello maggiore, per liberarlo dalla noia che -son sempre per i ragazzi le visite. Ma non rammento altro che la sua -personcina e le feste che gli soleva fare mia madre, complimentandolo -per quel cappottino prematuro di zerbinotto, che non dimenticò mai -più neppur essa. Chi m'avesse profetato che cosa dovea diventare quel -bambino, e quale influsso esercitar con la sua penna sul mio pensiero, -e che ansie dolorose farmi provare per lui in un momento terribile -della sua vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu così. Quel -figliuoletto d'un consigliere di prefettura, che poi fu prefetto, -divenuto trent'anni dopo un pubblicista originale e potente, d'una -arte dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto punte e incavi, dal -quale sprizzano le idee fitte e lucide come baleni da un'armatura a -scaglie d'acciaio, ed escon mille suoni acuti e minacciosi come da un -fascio di spade agitate, mi doveva prima e più d'ogni altro accendere -e persuadere dell'Idea, alla quale egli dedicò tutto il suo ingegno e -tutta la sua vita, e che lo condusse ammanettato davanti a un tribunale -di guerra, e dal tribunale all'ergastolo, condannato a dodici anni -di reclusione per un delitto politico, a cui ripugnavano con egual -forza la sua ragione e la sua natura. Ma soltanto assai tempo dopo -ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano una sola persona il direttore -della _Critica sociale_ e quel bambino; non lo seppi che il giorno in -cui mia madre mi domandò: — Ma questo Turati che hanno condannato è -forse figliuolo del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh -come sentii più forte l'affetto d'amico e di compagno di fede che mi -stringeva a lui, quando si legarono nella mia mente quel cappottino -color nocciola e la casacca grigia del galeotto! - - - - -La resa di Gaeta. - - -La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i -nostri bollori patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però -farci andare di miglior voglia agli esercizi militari, che erano stati -istituiti di fresco per tutte le scolaresche del Regno: esercizi che -noi ci ostinavamo a non prender sul serio, benchè studiassimo logica -e ci dichiarassimo pronti a combattere per la patria; come se per -ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto di saper -caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un modo e in -un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo. C'era -un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone -che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare -la caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù -delle scuole, perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque -ragazzo o giovine, che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare -con lui in tono familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli -consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque liceisti con lui -davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui -durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli con un sorriso -compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai presa, dovete sapere. -Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che ci si ruppero le -corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i Saraceni. Poi -se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con la forza -delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il -principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E -ci vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper -quell'osso. Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve -lo dico: per anni! — Proprio in quel punto passò di corsa un giovane -impiegato della prefettura, che ci gridò senza arrestarsi, col viso -radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti verso il professore, -mettendo fuori in coro un _ah!_ di trionfo, per godere della sua -confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse neanche -un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca il suo -pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio, guardò -in giro per aria come per vedere che tempo facesse, poi disse con la -bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se -n'andò via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva -esser quello il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi -rimanemmo mal soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al -teatro, dove si rappresentava la _Gemma di Vergy_, con illuminazione -“a giorno„ per festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro -fece al pubblico una lieta sorpresa. Al momento di cantar l'_a solo_ - - Mi toglieste al sole ardente, - Ai deserti, alle foreste, - -si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere sguinzagliato, e -invece di dire i versi del libretto, cantò una strofa d'occasione, -composta da lui, che m'è rimasta in mente tutta intera, e che voglio -regalare alla storia della lirica italiana: - - Là sui merli di Gaeta - Splende l'italo vessillo, - Delle trombe il fiero squillo - Chiama Italia a libertà; - Sulla rupe del Tarpeo - Sorge unanime una voce: - Vien Vittorio, vien veloce, - E l'Italia è fatta già! - -Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar la strofa tre volte; fini -alla terza con una stecca; ma fu attribuita alla commozione, e coronò -il suo trionfo. Felici giorni, anche per i tenori. - - - - -Un pericolo e un lutto. - - -Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che più ci commossero furono -la lettera famosa che scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la -gran burrasca parlamentare dell'aprile, e la morte del conte di Cavour. -Benchè anche la parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in grazia -il vincitore di Castelfidardo non meno per la prosa poetica dei suoi -proclami che per le sue vittorie, pure quella lettera male ispirata, -la quale svelava un sentimento acre di gelosia e sonava più che -ammonimento d'avversario provocazione di nemico, ci mise il sangue in -rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un duello. Ricordo le dispute -tempestose che avemmo nella scuola coi compagni devoti al Governo, e -al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e le risposte clamorose: -— È una infamia. — È una lezione meritata. — Raccoglieremo il guanto! -— Vi piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie, gravide di guerra -civile, che ci lanciammo in faccia per tutta una serata, picchiando -i pugni sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; e -ricordo pure il senso di viva soddisfazione che produsse in tutti -la risposta pacata e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e -dissipò ogni pericolo. Quanto alla morte del conte di Cavour, son lieto -di poter dire che anche la triade garibaldina, che aveva combattuto -con tanto furore la sua politica, ne fu addolorata sinceramente. Già -fin dal marzo ci eravamo alquanto riconciliati con lui per effetto dei -discorsi stupendi ch'egli aveva pronunciati intorno alla questione di -Roma: avevamo riconosciuto onestamente che non gli si poteva negare -l'ingegno, e che forse, a modo suo, amava anche lui il suo paese. Non -s'andava d'accordo; ma, da leali avversari, si ammetteva che avesse -reso all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non c'era per il -momento un altro uomo di pari levatura che gli potesse succedere: la -passione di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser giusti. Ed era -di questa opinione anche il professore d'italiano, quantunque per la -sua rassomiglianza con Gustavo Modena egli si credesse in dovere di -professare le idee della Sinistra estrema; ammirò egli pure — in morte -— il gran ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci in scuola, -invece di far lezione, le più eloquenti necrologie che si pubblicarono -in quei giorni dolorosi; non solo per rendere l'onore dovuto al grande -morto — diceva — ma per farci imparar lo stile degli elogi funebri, -che erano un genere a parte, come chi dicesse la musica sacra rispetto -alla musica drammatica; al qual proposito citò lo _Stabat Mater_ del -Rossini, che lo condusse a discorrere del _Barbiere di Siviglia_.... - - - - -Primi studi di lingua. - - -In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un -piccolo avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria, -e che noto soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali -appunto mi par necessaria una breve prefazione. - -Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso -proprio della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto -d'esser nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla, -o come se bastassero a farla imparare quelle poche letture di scrittori -italiani, disordinate, frammentarie e superficiali, che si facevano -a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni semplice lettura, resta -tanto meno di lingua nella memoria quanto più è assorbita l'attenzione -dal contenuto. I professori ci correggevano nei componimenti gli -errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da sostituire al -modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni autori: -e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da -nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure -dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti -piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque -altra regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario -molto più ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non -altro. Che un ragazzo non nato in Toscana, e più se nato ai piedi -delle Alpi, non potesse imparare in altro modo la lingua italiana, non -parlata da alcuno intorno a lui, che studiandola come avrebbe fatto -d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco a poco, per via di -ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi e di costrutti, -da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di sentenze, -non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe in -classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza -di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a -rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico -che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano -misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senz'alcun -sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare, -come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo che avesse studiato la -nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi -capire senza far ridere. - -Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto -gli occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in -capo una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi -toscani — e mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. — -Del Giusti non avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le -_Crestomazie_ scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima -all'ultima. Fu come una festa. Non saprei paragonare il piacere che -n'ebbi se non a quello che si prova da fanciulli quando ci è messa -in mano la prima scatola di colori o il primo strumento di musica; -un piacere puramente artistico, e questo quasi tutto filologico, nel -quale non entrava che in minima parte il pensiero satirico e politico -del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella grande -ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella -varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di -legature eleganti e flessibili fra idea e idea, quella profusione -di gemme e di perle fini, infilate l'una sull'altra, incastonate nel -verso con quel garbo, fatte come saltar nelle mani con quella lestezza -e con quella grazia; che esprimevano mirabilmente mille cose ch'io -non avrei saputo neppure adombrare con la parola, e ch'erano come -risposte inaspettate a mille domande curiose accumulate da un pezzo -nella mia mente, mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole, -quelle frasi mi risplendevano agli occhi come fuochi di mille colori, -mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di voci argentine, -mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come sguardi e -lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel pensiero -a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle -dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una -pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per -la lingua nacque da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato -dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore o dalla speranza -d'acquistarle, chè a questo allora non pensavo punto: fu come la -passione di chi raccoglie monete preziose o conchiglie rare per il solo -piacere di osservarle e di palparle, senza neppur pensare di mostrarle -agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi cominciai a far -delle note; feci lo spoglio di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto -il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le -ore come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una -lingua nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che -una nozione confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e -pittura, e di diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello -studio, più intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte -aveva in quella passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora -una ben chiara coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il -bisogno di correggere la mia pronunzia, giovandomi della conversazione -d'un bersagliere, nativo di Siena, poeta improvvisatore e caporale: -altra piccola miseria, questa della pronunzia italiana, di cui non -si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere; ai quali si poteva -leggere un verso del Petrarca nel seguente modo, per citare un esempio: - - Giuvine dona soto un frasco louro, - -senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione -della lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia -del Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul -Guerrazzi, del quale avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto -con l'occhio del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi delle -invettive contro i tiranni da innestare nei componimenti d'effetto. -Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile immaginoso e forte, non -mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte, portavo via -il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine intere, -che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano -nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in -quell'esercizio gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a -menadito tutti i più bei passi dell'_Assedio di Firenze_, e li diceva -con un garbo squisito. Poi feci nella passione della lingua delle -volate come quelle che facevo nell'amore. Passai dal Guerrazzi al -Guadagnoli.... - - - - -Furori ginnastici. - - -Ma che mosca senza capo è mai un uomo di quindici anni. Figurarsi -che quella gran passione filologica fu troncata di colpo, a metà -delle vacanze, dall'apparizione dei fratelli Guillaume. Non era mai -venuta nella città una grande Compagnia equestre: tutto quell'apparato -spettacoloso di cavalli, di attrezzi, di maglie e di vestiti variopinti -m'infiammò d'entusiasmo per l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena -fanciullezza. Il mio buon padre, che mi contentava in ogni cosa, mi -fece fare un trampolino, e mi comperò corde, anelli, trapezi e cerchi, -come s'io avessi dovuto rizzar baracca di saltimbanco. E questo feci, -a un di presso. Chiamai a raccolta tutti i miei compagni che avevano -tendenze d'acrobati, e mi diedi con loro allo _sport_ circense con -una passione sfrenata. Furono esercizi e camiciate da pazzi, con -conseguenti capitomboli, ammaccature, torsioni e rotture di testa e -scalmane da cavalli. Ma era anche quello “furor di gloria,„ poichè, -facendo le mie prodezze, m'immaginavo sempre di “agire„ davanti a una -moltitudine spettatrice, che io vedevo e di cui sentivo gli applausi, -come un allucinato. Sul serio, covai per qualche tempo l'ambizione di -diventare un direttore di circo equestre. Mio padre mi rimproverava -d'andare all'eccesso. Io gli rispondevo: — _Mens sana in corpore sano_; -— al che egli ribatteva argutamente che, intanto, era un principio -bell'e buono d'insania di mente il rompersi la testa per sanificare -il resto del corpo. E il corpo, infatti, salvo le enfiagioni e le -sbucciature, era sano: crescevo come un girasole, ero un lupo a tavola, -un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini del Banco, per bravata, a -portar dei sacchi di sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato -il mio professore di filosofia. Ma quanto a nutrir la _mente sana_ -di studi, era un altro discorso: non mi ricordo d'aver mai avuto in -tanta avversione la carta stampata quanto in quel periodo: ero sulla -via di diventare un fortissimo e agilissimo cretino. Ma è proprio -vero che le malattie della vanità guariscono da sè stesse: poichè -non era altro, per tre quarti, quella mia smania di ballar per aria. -Ed ecco come guarii, con molta soddisfazione di mia madre, che stava -sempre col batticuore di vedermi portare in casa a quattro braccia. Il -mio esercizio prediletto era quello del salto col trampolino; la mia -ambizione suprema, quella di riuscire a saltare una diligenza, come -avevo visto fare a un pagliaccio del circolo Guillaume (un semidio). Ma -per arrivare a tanto bisognava imparare a far il salto mortale, come -il semidio lo faceva, ed io smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci -provavo, perchè non c'era da scherzare: era troppo facile di rompersi -il nodo del collo. Un giorno, nella compagnia solita dei miei fratelli -d'arte, fra i quali m'arrogavo il primato, che m'era concesso, come a -proprietario degli attrezzi, s'imbrancò un mio condiscepolo, assai più -svelto e più ardito di me, che si provò a fare quel salto. Ci riuscì -alla prima, fra l'ammirazione di tutti; io fui ricacciato fra gli -artisti di second'ordine, e n'ebbi una gelosia mortale. Cento volte, -da me solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto per dei quarti -d'ora sull'alto del trampolino, coi pugni chiusi e con gli occhi fissi -sulla sabbia sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo in calzoni -sul punto di fare il gran tonfo, aspettando l'impulso del coraggio, e -dandomi delle spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma l'impulso -non venne mai. Tutto ben considerato, avevo una sola spina dorsale, e -non conveniva arrischiarne l'integrità. E allora mi persi d'animo, e -smisi. Smisi le gare con gli amici e le ambizioni di gloria ginnica; -ma non perdetti l'amore degli esercizi fisici; i quali accompagnai -sempre, non di meno, con l'immagine del circo e della folla plaudente, -composta specialmente di signore e di signorine. E quell'amore mi durò -per tutta la prima giovinezza, pigliando molte forme diverse, fra le -quali quella del gioco del pallone, della palla e delle boccie; del che -fui così soddisfatto da benedire anche quelle prime pazzie, perchè son -fermamente persuaso di dover in gran parte alla ginnastica la salute -vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi la rara serenità di -spirito, la maravigliosa facilità di godere d'ogni più piccola cosa -e di pigliare la vita lietamente, e d'esser contento di vivere in -qualunque stato: serenità che non mi lasciò mai, se non a rarissimi e -brevissimi intervalli, finchè non fui colpito da quelle grandi sventure -che sconvolgono anche i temperamenti più sani, come gli uragani -atterrano anche gli alberi più forti. - - - - -Fisica e storia. - - -C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un anno straordinario, -che, quando ripensiamo a quel tempo nell'età matura, ci si presenta -alla mente come all'occhio dell'oratore pubblico uno di quei volti -singolari, i quali attirano la sua attenzione fra gli altri mille -dell'uditorio e lo costringono a riguardarli cento volte, come se -s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati d'una luce -più viva. Tale è per me il secondo anno di liceo, che incominciò nel -novembre del 1861. - -Principiò bene in grazia di due nuovi professori, che m'è sempre grato -ricordare, e che nomino per sentimento di gratitudine e per dovere di -cittadino, perchè nel campo ristretto del loro ufficio fecero tanto -bene a tanta gioventù da meritare che chiunque possa, anche dopo mezzo -secolo, li onori pubblicamente. Erano molto giovani tutti e due; l'uno -professore di fisica, l'altro di storia. - -Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo sanguigno, forte e sano -come una pianta di montagna, d'un viso aperto e simpatico, che diceva -a primo aspetto l'animo e l'ingegno, era un insegnante impareggiabile, -nato fatto, come direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare idee -dalla propria “nell'altrui recipiente testa.„ Il far lezione era per -lui un vero godimento dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva -scintillar gli occhi, vibrar la voce e scattare il gesto come a un -oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione un ordine matematico e -una chiarezza cristallina, sentiva la poesia della sua scienza e ne -trasfondeva il sentimento nella scolaresca, ci rendeva amena la fisica, -quanto la letteratura, con un'eloquenza viva, colorita, ondulata, -direi, per esprimere la varietà piacevole delle sue intonazioni; -eloquenza, per altro, che anche quando scoppiettava in motti -arguti, non usciva mai un momento dal suo soggetto. Ed era modesto -senz'affettazione, indulgente senza debolezza, familiare con noi, senza -incoraggiarci alla licenza, buono e fermo, sempre sereno ad un modo, -tutti i giorni dell'anno, come se, salendo sulla cattedra, gli fuggisse -dalla mente ogni pensiero e dall'animo ogni sentimento che non fosse -quello della sua scienza e del suo dovere. - -L'altro, una figura smilza e pallida di abatino patrizio, era -meno vivace nell'insegnamento; ma anch'egli, in forma diversa, -efficacissimo. Faceva lezione come avrebbe celebrato la messa, con una -dignità sacerdotale che c'imponeva rispetto e c'ingrandiva mirabilmente -il concetto dell'importanza della storia. Quando ci esponeva le -condizioni d'un grande trattato di pace o d'alleanza, lo faceva con -una tale gravità di viso e d'accento, che stavamo tutti ad ascoltarlo -raccolti e silenziosi, come compresi della solennità del momento -storico, come se avessimo visto in mezzo alla scuola i principi e -gli ambasciatori dei vari Stati, seduti intorno al tappeto verde, a -discutere le sorti dell'Europa. Annunziava le dichiarazioni di guerra -in maniera che ci faceva battere il cuore come alla lettura della -scena dell'_Adelchi_, dove il messo di re Carlo lancia il guanto a -Desiderio, e quasi esclamare in cuor nostro: — Che necessità tremenda! -Quanto sangue umano si sta per versare! — In fine, trasportava così -bene la nostra immaginazione nei luoghi e nei tempi remoti, che, -dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti di dieci secoli -fa come su fatti di storia contemporanea, accalorandoci per Federico -Barbarossa e per Giovanni delle Bande Nere come per Napoleone III e per -Garibaldi. Non scherzava mai; teneva lo sguardo raccolto come un prete -all'altare, parlava sotto voce come se ci confidasse dei gelosissimi -segreti politici, e non lodava mai chi sapeva, restringendosi a fare -col capo un atto lento d'approvazione, come per dire: — Non spetta a -me di lodarla; ella ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene -saranno riconoscenti. — E non c'è da riderne, perchè era un'arte che ci -teneva attenti e ci faceva studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana. -Non ne ho più saputo nulla dopo quell'anno; ma non ho mai aperto un -libro di storia senza che mi sorgesse davanti l'immagine di lui, col -viso grave e con gli occhi bassi, nell'atto di “celebrar„ la lezione. -Posso dire in tutta coscienza che se non son diventato uno storico -illustre la colpa è d'un altro; non sua. - - - - -Avvocato! - - -A quel professore di storia debbo le mie prime soddisfazioni di -vendiparole. Egli ci aveva esortati a far di quando in quando -dei “lavori di diligenza„ che dovevano essere sunti narrativi di -un periodo storico, chiusi da qualche considerazione generale. -L'ambizione d'entrargli in grazia era così viva in tutti che i “lavori -di diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine sul suo tavolino, -e gareggiando fra di noi a chi scrivesse più roba, c'era chi gli -rovesciava addosso delle mezze risme di carta, ch'egli mandava a -prendere dal bidello; il quale usciva qualche volta carico come un -somaro. L'aria del tempo voleva che ogni scritto scolaresco terminasse -con una sonata patriottica. Io feci al primo di quei lavori una chiusa -di questo genere, che ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè vari -compagni ricorressero a me abitualmente per farsi fare la tirata finale -del loro “sunto„. Le richieste mi titillarono l'amor proprio, divenni -un fabbricante di _chiuse_: chiuse rimbombanti d'amor di patria, tirate -con le mani e coi piedi, code di frasoni cucite ai lavori non con -filo bianco, ma con spago da imballatura, veri petardi di rettorica, -furfanterie letterarie da non averne un'idea. Con l'esercizio continuo -acquistai in questo mestiere indegno una destrezza spaventevole: avrei -potuto aprir bottega e guadagnarmi il pane. Ne insuperbii. Ma è strano -che da questo buon successo non nacquero punto in me la speranza e il -proposito di diventare uno scrittore; ma sorse invece l'idea d'aver la -vocazione dell'avvocatura. - -Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da improvvisatore che -da letterato, apparteneva esclusivamente al genere oratorio, e al più -basso. L'idea, a poco a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. Sì, -ero nato per tuonare alla sbarra, per grandeggiare nel foro; nessun -dubbio oramai; mi maravigliavo d'aver sentito così tardi la voce -della natura. Era quella, dunque, la mia nona incarnazione: prima -bandito, poi soldato, pittore, prete, tenore, matematico, commediante, -direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai la nuova -illusione con lo stesso ardore con cui avevo abbracciato le altre otto. -Ricordandomi il gran colpo che m'aveva fatto il discorso in difesa -del generale Ramorino dell'avvocato Brofferio, mi diedi a leggere i -_Miei tempi_ (che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui stile -oratorio mi pareva giustamente il meglio atto a formar l'eloquenza -d'un aspirante alla toga, e studiai a memoria tutti i frammenti di -discorsi parlamentari che l'autore riferisce in quell'opera, e li andai -recitando nel giardino e nel cortile, con una gran mimica curialesca, -fingendo che fossero arringhe in difesa di accusati, e vedendo, dico -vedendo proprio la gabbia, i giudici, l'uditorio, i carabinieri, tutti -rintontiti dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte d'Assise, -e marinai una volta la scuola per andar a sentire il vecchio avvocato -Sineo, venuto da Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi a fare -delle arringhe per conto mio, in difesa di mascalzoni immaginari e -di Ramorini ideali. M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno -dichiarai il mio pensiero a mio padre: avevo scelto la mia carriera, -non avevo più bisogno che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser -stato un po' sopra pensiero, acconsentì, dicendomi che agli studi -universitari, in ogni modo, io ero destinato, che potevo studiar leggi, -se tale era mio desiderio. — Va bene — concluse — sarai avvocato. — -Mi parve di esser laureato in quel punto, e che dovesse cominciare il -giorno dopo ad affluir la clientela. Diedi l'annunzio ai miei compagni, -come d'una cosa fatta, e cominciai, nel discuter con loro, a fare i -gesti avvocateschi di sciogliere il braccio dalla toga e di aggiustarmi -sul petto le facciuole, e in casa, nei momenti d'ozio, a palpare -con amorevole familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente, -avevo trovato la mia strada! E intanto, per esercitarmi sempre più -all'improvvisazione, giù “chiuse„ a rifascio. - - - - -I profughi Polacchi. - - -“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della -Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione, -che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le -tre precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza -la vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola -militare di Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati -in Italia e venuti a stabilire nella nostra città, per aspettarvi -l'occasione e il modo di ritornare a combattere per il loro popolo. -Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi robusti, di viso ardito -e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria lontana e -della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la più parte -sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza, -a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi morti -generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero -nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia -feroce data ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata -provocata, li circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle -cortesie essi rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero -una prova gentile, in occasione della morte del sindaco, portando -con le proprie braccia il feretro al camposanto. Di molti di quei -giovani votati alla morte ho ancora nella mente l'immagine, che mi si -presenta sempre accompagnata dal suono armonioso della loro lingua, -di cui raccoglievo curiosamente qualche parola passando accanto ai -loro crocchi, mentre commentavano le notizie giornaliere della guerra -santa che li aspettava. Di uno in special modo mi ricordo, che nessuna -mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato: la figura più -bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla amorosa: un -viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato d'una -maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima, -non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia -del corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta -troppo rapida: perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore -di bellezza e d'eleganza femminea, austero non di meno, che pareva -anche più delicato appetto alle altre forti piante della Vistola, in -mezzo alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi -una sera al teatro, in sedia chiusa, solo, tutto intento alla commedia, -di cui forse non capiva una parola: alcune giovani signore, che gli -stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la sua attenzione, -e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non diede -segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro; -stette sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, -come assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo, -doveva esser seguito nella sua famiglia lontana. Egli pensava forse a -suo padre che si trascinava in catene per le vie della Siberia, o a un -fratello, soldato forzato, che si struggeva dall'ira tra le rupi del -Caucaso, o a sua madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda, -in cui le soldatesche del governatore Wielopolski, sguinzagliate come -branchi di briganti, avevano strappato alla Polonia il fiore dei suoi -figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve, che la guerra -insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba, -lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore. - - - - -Giorni d'ebbrezza. - - -Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò per aria ad un tratto, e la -fisica e la storia con loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui -il sole sfolgorava come se si fosse avvicinato alla terra, e la luna -mi guardava e mi parlava, e le Alpi eran così bianche e la campagna -così verde come non erano state mai nè mai più saranno; giorni in cui i -fiori del mio giardino, mandandomi un'ondata di profumo, mi dicevano; -— A te, bel ragazzo! — e ogni musica che suonava nell'aria pareva che -suonasse in onor mio, per accompagnare il canto di trionfo del mio -cuore; giorni in cui la gente affollata al passeggio, che io fendevo -guizzando come un pesce nell'onda e cercando intorno con gli occhi, mi -pareva una moltitudine d'infelici che non avessero ragione d'esistere, -e tutte le cure della vita e gli aspetti umani e le cose vicine e -lontane m'apparivano come a traverso i vapori rossi d'un incendio -che avvampasse l'universo. E v'era nella città una povera strada dove -tutte le case mi parevano templi e palazzi d'un'architettura di sogno, -e in quella strada una casa, che aveva per me la vita e l'espressione -d'un enorme viso umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire -fissandomi con l'occhio d'una finestra che mi pareva accesa, e in -quella casa una scala dove vedevo oscurarsi l'aria e danzare i muri -e sentivo tremare le pietre sotto i miei piedi come per una scossa -di terremoto. E v'era un'immagine che m'accompagnava da per tutto, e -mi pareva a un tempo gentile come un fiore e immensa come un mondo, -dolce insieme e terribile, familiare all'occhio e al pensiero, e pure -ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile, in cui si smarriva la -fantasia, come lo sguardo in un abisso di tenebre. E in quei giorni -sdegnavo ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi, cercavo -le braccia di mia madre; mi risaliva la preghiera dal cuore alle -labbra, mossa dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente -buono potesse aver fatto il cuore umano capace della dolcezza infinita -che m'inebbriava; e mentre adoravo la vita, vedevo bella anche -l'immagine della morte, perchè mi pareva che neppur essa avrebbe potuto -spegnere la fiamma onnipotente che m'ardeva, e che la vita futura non -potesse esser altro che l'appagamento assoluto e il trionfo immortale -della passione che mi sollevava da terra. E questo basta, perchè, fra -molte altre cose, non ho mai capito come un uomo possa raccontare al -pubblico il suo primo amore. - - - - -Un grande dolore. - - -Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine. - -Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola con noi, si lasciò cascar -dalle mani la forchetta; si sforzò due volte di riprenderla, non potè; -disse: — Non mi sento bene, — e alzatosi a fatica, si mise a sedere sul -sofà, dove rimase qualche tempo immobile, con gli occhi fissi, senza -parlare. Poi volle andare a letto, e v'andò a stento, trascinandosi, -sorretto da mia madre e da uno dei miei fratelli. Si mandò a chiamare -il medico, che accorse subito. - -Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile. - -Era perduto. - -Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta la parte destra del corpo, -e offeso il cervello. - -Così si spegneva a un tratto, come una fiamma soffocata, quella mente -acuta e lucida, dotata d'una ragione potente e di squisite facoltà -artistiche, aperta a ogni idea bella e atta a ogni maniera di studio -e di disciplina; così finivano cinquant'anni di lavoro utile, di vita -onesta e feconda, di cure e di sacrifici affettuosi e continui perla -famiglia, prima ch'egli potesse avere alcuna ricompensa dalla buona -riuscita dei suoi figliuoli; finivano con lo sgomento e con l'angoscia -di lasciarci quando avevamo ancor bisogno di lui, e di rigettarci, -lasciandoci, da una condizione agiata nelle angustie e nell'incertezza -dell'avvenire, come se egli non avesse faticato, lottato per tanto -tempo che per renderci più funesta la sua fine! - -Da quel giorno la nostra casa non fu più che una tomba, nella quale, -ancor vivo, egli era già come sepolto, già separato da noi più -terribilmente che dalla morte, poichè non avevamo più padre, e ci -rimaneva ancora davanti, come l'immagine stessa della nostra sventura, -la sua larva dolorosa. Parlava ancora, ma con parole sconnesse e -insensate, che ci laceravano il cuore più che il silenzio della morte; -ricordava ancora i nostri nomi, ma dava all'uno quello dell'altro, -come se non vedesse più in noi che delle ombre, e ci ascoltava -con lo sguardo fisso e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo -intenso e lungo per raccogliere e riconnettere i congegni spezzati -dell'intelligenza; ma non ci comprendeva più, come se gli avessimo -parlato una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale non gli -toccasse più altro che l'udito. E se qualche volta, per pochi momenti, -gli ritornava un barlume d'intelligenza, eran quelli i momenti di -maggiore angoscia per noi, poichè, avendo come a lampi coscienza della -sua sventura, si batteva la mano sulla fronte in atto disperato, ed -esprimeva il desiderio di morire, il rammarico di esser ridotto per -noi un “fastidio„ e un “ingombro„, il tormento che lo straziava di non -poter più parlarci ed intenderci; e questo esprimeva con esclamazioni -rotte e violente e con scoppi di pianto sconsolato, che ci facevano -fuggir singhiozzando. - -Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie lunghe ore pensierose, -riandando il passato, io compresi tutta la sua bontà, tutte le sue -virtù d'uomo e di padre. Il suo amore per noi avea qualche cosa -d'austero: egli ci amava, ma non ci adorava, e in questo pure era -saggio, e per questo la sua carezza, benchè frequente, ci faceva -l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. Egli era stato per tutti -noi il primo maestro. Quand'eravamo ancora bambini, ci conduceva a far -delle lunghe passeggiate in campagna, che per noi erano una festa, -e, strada facendo, ci diceva sempre in forma dilettevole qualche -cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, insegnandoci -i nomi delle piante, stimolando e appagando in mille modi arguti la -nostra curiosità infantile. Egli ci tracciava delle tavole sinottiche -per facilitarci lo studio del latino, c'insegnava il francese, che -sapeva benissimo, e la calligrafia, in cui era maestro, ci faceva dei -quadretti coloriti per farci imparare la nomenclatura italiana degli -oggetti domestici, e ci disegnava delle carte geografiche con un metodo -suo proprio, che gli costavano settimane di fatica. Dotato di molte -e finissime abilità meccaniche, le esercitava continuamente a nostro -vantaggio: ci legava i libri, ci faceva dei giocattoli, ci fabbricava -dei piccoli mobili, ci scolpiva le teste delle marionette, ci dipingeva -gli scenari per il teatrino. E pure essendo padre così operoso e -pieno di pensieri estranei al suo ufficio, era un impiegato, più che -diligente, ardente di zelo; tanto da mandare ogni anno al Ministero -dei grandi progetti di riforme computistiche, intorno a cui lavorava -per mesi e mesi. E non restringeva la sua vita intellettuale nel -cerchio dell'ufficio e della casa: leggeva libri nuovi d'ogni genere, -sapeva a memoria un gran numero di poesie, che recitava mirabilmente, -aveva un'ammirazione appassionata per i grandi scienziati e i grandi -artisti, visitava studi di pittori e stabilimenti industriali, andava -a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi merito, il quale passasse -per la nostra città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello -d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. Non ho di lui altra -immagine che quella d'un uomo bianco di capelli e di barba; così mi -sembra d'averlo sempre veduto; eppure non mi pareva vecchio, e non mi -passava mai per la mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi un -uomo fatto, tanto era sano, vigoroso, vivace, anche nei suoi discorsi -in famiglia, pieni di ricordi e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi -ricordo che provavo un gran piacere, come a un segno ch'egli mi desse -di dover vivere lungamente, quando, mettendo io nella sua larga mano -tutt'e due le mie, egli, per scherzo, me le serrava come in una morsa, -fino a farmi cacciare uno strillo, che esageravo, per dargli un'idea -più grande della sua forza. Visse lungamente, sì, ma morì troppo presto -per noi, e per il premio a cui gli dava diritto la sua nobilissima -vita. Povero padre mio, mio maestro e mio amico, che m'hai dato -l'esempio di tutte le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io non -ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza pubblica, io che, -certamente, essendo l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso, -il più disperato dei tuoi ultimi pensieri! - -E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, sentivo nella camera -accanto il suo vaneggiamento compassionevole, delle esclamazioni -affannose e senza senso, che m'entravan nel cuore come colpi di -pugnale, e le parole dolci e tristi di mia madre che lo vegliava; le -quali mi facevano soffrire anche più delle sue. Che terribili notti, e -che terribili giorni! - - - - -Cambiamento di rotta. - - -Ma tanta è la forza della vita a quindici anni che l'animo non rimane -prostrato a lungo neppur dai più grandi dolori; dai quali si divincola, -per rialzarsi impetuosamente, come il getto d'acqua vigoroso che -respinge la mano da cui è compresso. Così avvenne a me dopo pochi -giorni. Della condizione mutata della famiglia, in ciò che riguardava -i mezzi economici, non ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno -pensiero: eppure era mutata per modo ch'io non avrei più potuto far -gli studi universitari senza sacrifizi gravi di mia madre e dei miei -fratelli. Erano disposti a farli, e li avrebbero fatti lietamente; -lo compresi, e me lo dissero; ma compresi pure che era mio dovere -di prendere spontaneamente una deliberazione che li liberasse da -quell'obbligo; di scegliere, cioè, una carriera che mi mettesse in -grado al più presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, sognati -trionfi del foro! Ma rinunziai al foro senz'alcun rammarico, come -avevo rinunziato al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi -patriottici erano ancora caldi, il periodo delle guerre nazionali -ancora aperto, la mia passione per l'esercito non del tutto spenta: -scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro che avrei finito -ancora il secondo corso del Liceo, e che ai primi dell'anno prossimo -sarei entrato in un collegio a Torino, per prepararmi agli esami -d'ammissione alla scuola di Modena. E il buon volere, anzi l'allegrezza -con cui presi quella decisione non fu punto turbata dal fatto, che -acquistassi proprio in quei giorni, lucida e ferma, destinata a non più -cadere, la coscienza di poter riuscire, comunque fosse, uno scrittore. - -Fu per un caso, come quasi sempre avviene, che mi s'accese quella nuova -girandola, a fuoco perpetuo. - -Una mattina il professore di lettere italiane ci fece fare in scuola -un componimento sul tema: _I Promessi Sposi_. Due giorni dopo, avendo -letto tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare che il meno peggio -era il mio; ma con una frase assai più cortese di questa, seguita da -vari commenti, che terminavano con una falsa profezia. E fu proprio -quella falsa profezia che decise del mio destino. Avrei forse presa, -più tardi, la medesima strada, anche se non mi ci avesse spinto -allora quel piccolo avvenimento; ma è un fatto che soltanto dopo quel -giorno cominciai a studiare e a scrivere col proposito determinato e -con la speranza viva di riuscire a qualche cosa con la penna, e che -da quel momento in poi la mia passione per la letteratura non ebbe -più intermittenze. Le prime cose che scrissi furono dissertazioni in -forma di lettere, dirette ora all'uno ora all'altro dei miei amici; -ma lettere che mi sarebbero costate un occhio se le avessi mandate per -la posta, e che nessuno avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il -coraggio di regalarle a chi mi era servito di bersaglio per scriverle. -Eran quaderni, e trattavano di tutto, senza dir propriamente nulla, -girigogoli di frasi, fughe interminabili di parole, cascate fluviali -di periodi, non altro che esercizi d'immaginazione e di stile, nei -quali cacciavo a forza tutte le mie reminiscenze di letture, e facevo -dei larghi giri di falco per venire a una data immagine o a una data -locuzione, quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore o una perla, -e anche votavo addirittura delle sacca di roba altrui, tinta soltanto -dei colori della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte perchè si -confondesse meglio con la merce dei miei magazzini. Ma c'era pure in -quella prosa di cicalone e di ladro qualche cosa di personale, ed era -la musica, che s'è mutata poco d'allora in poi. Con quegli esercizi -mi sfranchivo la mano a scrivere, imparavo a tradurre in parole il -sentimento quale mi spirava nell'animo, a esprimere in modi diversi il -mio pensiero, a snodare e a annodar fra loro i periodi, a maneggiare -con destrezza il materiale di lingua che avevo già accumulato nella -memoria. E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi, perchè credevo -fermamente d'avere tutti i bernoccoli letterari. Avevo letto la prima -volta nella primavera di quell'anno le liriche e le ballate del Prati, -e quell'onda sonora di rime, quel barbaglio di lampi e di colori -m'aveva prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane la prima -vista d'una grande sala da ballo sfarzosa, in cui turbini una folla -di belle signore infiorate e gemmate. E le mie poesie erano tutte -un'imitazione quasi plagiaria del “superbo signore dei colori e dei -suoni„ tirate via con una facilità di versaiolo estemporaneo, sonore -come concerti di campane e luminose come fuochi di Bengala; inni e -ballate d'un Prati rimbambito. Ma non posso dire il piacere che godevo -in quelle lunghe ore di scribacchiamento diurno e notturno, in cui -mi giungeva importuna l'ora del desinare e della cena, e mi coglieva -come improvvisa la sera, e non avevo più quasi alcun senso della vita -esteriore. E fu una provvidenza per me quella specie di febbrone -letterario perchè, tenendomi così assorto continuamente, mi faceva -vivere fuori della grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, e -quasi dimenticar la sventura. Solo di quando in quando mi s'alzava -davanti tutt'a un tratto l'immagine del povero vecchio che giaceva -immobile in un letto all'estremità opposta della casa, e il pensiero -ch'egli non sapeva nulla di quella mia nuova felicità, che non avrebbe -mai letto nulla nè di quello che scrivevo allora, nè di quanto avrei -scritto nell'avvenire, mi faceva posare la penna e restare un pezzo -meditabondo, con gli occhi pieni di lacrime. Ah, come avrei voluto -ch'egli venisse ancora, come faceva nel passato, a portarmi a copiare -qualche tavola dei suoi progetti di riforma amministrativa, e come mi -pentivo amaramente di non avergli qualche volta nascosta la mala voglia -con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo, come mi pareva -odiosa in quei momenti la mia ingratitudine, e con che parole dolorose -e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua memoria! - - - - -Aspromonte. - - -Da quella furia di scribacchino mi fece uscire per qualche giorno, -nel mese d'agosto, Garibaldi. Il grido di _Roma o Morte_ ridestò -improvvisamente la fiamma delle mie passioni politiche e mi ricacciò -in mezzo ai miei compagni rivoluzionari a fremere e a vociare -contro “l'uomo di Novara„ e “la sfinge di Parigi„. Noi volevamo, si -sottintende, andare a Roma a qua-lun-que co-sto, e non dubitavamo -neppur per sogno che Garibaldi, il quale moveva allora verso Catania -coi suoi volontari, ci sarebbe arrivato, a dispetto di tutti i diavoli -e di tutti i santi. E non volevamo intender ragioni. A chi ci diceva: -— E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E noi faremo la guerra -alla Francia. — E se ci salta addosso l'Austria? — E ne daremo anche -all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, a morte tutti. Il giorno -che venne la notizia d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina in -una trattoria, presieduti da un reduce garibaldino del sessanta, uno -sbarbatello indemoniato, che per l'occasione s'era messo in capo il -suo vecchio berretto rosso sdruscito, e, scovata in casa dell'oste una -bandiera stinta e sbrindellata, che non aveva mai visto che il fuoco -della marmitta e pareva un avanzo di venti battaglie, percorremmo la -città cantando l'inno del Mercantini e urlando _Roma o Morte_, fra -lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di riprovazione dei cittadini -pacifici, a cui facevamo l'effetto d'un branco di evasi dal manicomio. -Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello Pallavicini, che era -partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare ad assumere -il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all'assalto -d'Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla -fatale che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo a morte -con quel colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno„ -per tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità -cittadina„ a quel modo, mordendo a sangue il nostro dio. Qualcuno -parlò di fargli la festa, se avesse avuto la fronte di ritornar fra -noi. La sua promozione a generale inasprì anche di più le nostre -ire, come una provocazione aggiunta all'offese. Si ventilò l'idea -di comprare una sua grande fotografia, che era esposta nella vetrina -d'un libraio, per farne un _auto da fè_ davanti alla Prefettura; ma -ne volevano cinque lire, e preferimmo di spenderle in birra. Salì poi -al colmo la nostra indignazione (e, fuor di scherzo, fu una grande -tristezza) quando vedemmo passare per le vie della città una colonna di -garibaldini prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi. Come -m'è rimasto impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio, -fiancheggiati da due file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, -uomini maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi, e col petto -scintillante di medaglie, figure belle e superbe che camminavano -a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri -ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e triste, che diceva -una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti, -più che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ si -voltavano a guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come -se cercassero del pane. Ah, che furiose discussioni quella sera, al -caffè, coi nostri amici bersaglieri, che ci chiamavano i _Romaomorti_ -e si burlavano dei liberatori di Roma senza scarpe e inneggiavano al -“vincitore di Aspromonte!„ S'affollò gente nella sala, accorse il -padrone, s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il nostro nemico, il -vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai una sera a buio, sotto i -portici, vestito da borghese, che andava a passo spedito, guardando -verso la strada, come per raggiungere qualcuno. Gli cedetti il passo, -fremendo, e gli lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: aveva -ben altro per il capo. Voltandomi indietro, lo vidi poco dopo uscir di -sotto le arcate e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava -una bella signora. Le due teste si avvicinarono, la carrozza partì, io -rimasi come un grullo, e Aspromonte restò invendicato. - - - - -Un fiume d'inchiostro. - - -Rientrai allora nella mia fucina letteraria e non ne uscii più per -il rimanente di quell'anno. Ebbi solo qualche giorno di malinconia, -all'aprirsi dell'anno scolastico, pensando ai miei antichi compagni che -entravano nel terzo corso del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un -sentimento come di nostalgia della scuola, ch'io lasciavo prima d'aver -compiuti gli studi, e più che altro di rimpianto degli studi classici -abbandonati, come d'uno scadimento della mia dignità intellettuale. -Ma fu una malinconia presto soverchiata dall'ardor del lavoro, se -può darsi questo nome a quella mia eruzione di parole, che riprese -dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa e più violenta che mai. Rimasi -veramente stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai in fondo a un -cassone i miei manoscritti di quel tempo, d'aver potuto rovesciar -sulla carta in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: racconti, -dialoghi, satire, paralleli di scrittori, pappolate filosofiche: una -specie di _Decamerone_, fra le altre cose, che Dio e il Boccaccio me -lo perdonino. La mia passione prese davvero in quell'ultimo periodo -il carattere d'una malattia mentale, degenerando di letteraria in -libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di vedere i miei parti -in forma di volumi stampati e legati, con gran lusso calligrafico -d'intestazioni, di indici e di fregi, e ciò che è più strano, immuni -di correzioni quanto più fosse possibile; tanto che ci lasciavo spesso -intatti dei grossi spropositi per non deturpare la pagina con un -frego. E come non mi spiego da che mi nascesse quella fisima, poichè -non davo a leggere le mie “opere„ neppure agli amici più stretti, non -capisco neppure il perchè di quella smodata produzione, non pensando io -neppur per ombra a dare alle stampe quelle bracciate di prosa. Avevo -bisogno di scrivere, credo, come avevo avuto l'anno avanti il bisogno -di saltare e di arrampicare; erano umori del cervello che dovevan dar -fuori; bisognava che m'affaticassi le facoltà eccitate per castigarle -e renderle atte più tardi a un lavoro pensato e tranquillo. Nondimeno, -mi vergogno ancora un poco, quando ci ripenso, di quella lunga orgia -di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi ancora male a buon -senso in quell'anno, quantunque mi cominciassero a spuntare i baffi. Mi -conforta solo il ricordare che non mi facevo grandi illusioni intorno -al valore intrinseco dei miei finti libri; dei quali, per mia fortuna, -ero io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, che io avessi -la certezza, ma proprio la certezza assoluta di riuscire un giorno a -qualche cosa, la previsione netta e sicura che la carriera militare non -sarebbe stata che un episodio della mia vita, che la mia vera ed unica -vocazione fosse quella di metter del nero sul bianco a beneficio del -genere umano. Non era una certezza fondata sui saggi che davo di me a -me medesimo in quel periodo di esercitazione letteraria meccanica; ma -sul presentimento di facoltà che sarebbero poi sorte nella mia mente, -su promesse confuse della coscienza, su non so quale armonia che mi -suonava dentro, non ancor formulata in idee, vaga, profonda, dolce, -continua, su non so che cosa che mi sentivo correre per le vene e -per le fibre e brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io pensavo -sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo di fuoco per effetto d'un -avvenimento inaspettato, dello spettacolo d'una città nuova, della -compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal dischiudersi delle -porte dorate della gioventù, di cui stavo per varcare la soglia. - - - - -La partenza. - - -Venne finalmente il giorno della partenza per Torino. Parrebbe ch'io -avessi dovuto lasciar con dolore quella casa dov'ero entrato bambino e -donde partivo giovinetto, e quella piccola città, che era per me come -la città nativa, dov'ero vissuto quattordici anni, dov'ero cresciuto -così sano e forte e lasciavo tante memorie. Eppure questo non fu. La -prima età ha di questi momenti di duro egoismo, in cui la furia d'uscir -del guscio, l'ebbrezza di mutare orizzonti e di slanciarsi nella vita -preme con tanta forza su tutti gli altri affetti, da cacciarli quasi -dal cuore. Quella città, che doveva diventarmi poi così cara, mi si -era fatta in ultimo intollerabile. Vi conoscevo tutti i visi, avevo -impresse nella mente le facciate di tutte le case, potevo rammentare -per ordine tutte le botteghe di tutte le strade, e questa conoscenza -di tutto mi dava un senso di sazietà d'ogni cosa: perfino dall'aspetto -dei dintorni bellissimi, che m'erano stampati nel cervello sentiero -per sentiero e albero per albero, mi veniva un tedio infinito: mi -dibattevo fra quelle mura come un falchetto in una stia da uccellino; -sentivo una tale smania d'andarmene che il solo odore del fumo della -strada ferrata, alle volte, mi faceva fremere come fa l'amante al -profumo d'un fiore regalatogli dalla sua bella. E ciò non ostante -non m'è rimasta nella memoria alcuna traccia dei particolari della -partenza: non mi ricordo neppure degli addii dati in casa, nè di chi -m'abbia accompagnato alla stazione, nè dello stato d'animo, triste o -lieto, in cui mi ritrovavo all'ultimo momento. Mi ricordo soltanto che -il giorno prima della partenza chiamai a raccolta nel cortile quelli -che rimanevano dei miei antichi compagni scamiciati di gioco e di -milizia, e che distribuii fra tutti, perchè ne facessero un regalo ai -loro fratelli piccoli, quanto mi era restato in casa dei miei trastulli -della fanciullezza: stampe colorite, che rappresentavano soldati -francesi e italiani, casette e figurine di presepio, e trombe e daghe -di legno dei miei tempi bellicosi. Solo allora, quando vidi portar via -quella roba che m'era stata un tempo così preziosa, provai un senso -di tenerezza e di mestizia, come se in quel punto si fosse spezzato -il legame che teneva ancora unito in me il giovinetto al fanciullo, -e quei giocattoli fossero stati una parte viva di me, che morisse in -quel punto, e la portassero a seppellire. V'è da quel momento un buio -nella mia memoria fino a quello in cui mi trovai solo in un vagone, sul -treno che andava a Torino, con una grande sacca coricata sul sedile, -dentro la quale c'era tutta la compagnia dei grossi burattini dalle -teste di legno, scolpite dal mio buon padre, che avevan deliziato non -solo la mia, ma anche la fanciullezza dei miei fratelli, e che mia -madre m'aveva affidati con molte raccomandazioni perchè li portassi -a un mio nipotino di Torino. Vedo ancora quella vecchia sacca da -viaggio ricamata a colori vistosi, e quasi risento sotto le mani le -teste dure di quegli antichi amici, che facevan gobba da tutte le -parti. E a questo ricordo mi vien sulle labbra un sorriso d'ironia -malinconica. Sì, proprio, in quella sacca era chiusa l'immagine del -mio avvenire. Ahimè! Che cosa ho fatto altro nella vita che far ballare -dei burattini? E non ho nemmeno la coscienza d'essere stato un grande -burattinaio. Eccomi qui, coi capelli bianchi, già preparato a un'altra -partenza, e mi pare d'aver di nuovo accanto quella sacca. Allora -c'era chiuso il mio avvenire, ora c'è chiuso il mio passato. _Vanitas -vanitatum_: ecco il fondo delle cose, e la conclusione di tutto. Quando -queste parole, che sogliono rattristar l'animo e offender l'orgoglio -dell'uomo, gli son diventate un conforto, vuol dire che il suo cammino -è finito. - - - - -Un mistero. - - -Quella città, non più riveduta che due volte in trentaquattro anni, -e non ricordata che raramente, e di sfuggita, e senz'affetto, nel -tempo della gioventù, ha preso poi nel mio spirito, nell'età matura, -una vita intensa e quasi risplendente, mi è diventata oggetto fino -a questi giorni di sempre più frequenti e più vive riflessioni. E in -questo non è nulla di singolare, perchè, meditando l'uomo sul mistero -di sè medesimo, via via che invecchia, sempre più assiduamente, è -naturale che risalga sempre più spesso col pensiero ai propri principi, -e quindi ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma singolare è che a quella -città io ritorni sempre più sovente nei sogni, e strano, inesplicabile -per me che questi sogni siano tutti lo svolgimento d'uno stesso fatto -doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi ritrovo nella strada maestra, -fiancheggiata da un capo all'altro da un doppio ordine di portici -bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè di notte, poichè i portici -è la strada sono qui oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo, -altrove come ingombri d'una nebbia fitta, che ora si squarcia, ora si -riaddensa; ma è l'ora della passeggiata domenicale, poichè va e viene -gente da tutte le parti, e le botteghe son chiuse. In ogni sogno sono -arrivato allora allora, con un vivo desiderio di ritrovare gli antichi -amici molti dei quali vivono ancora; mi caccio tra la folla, e vo -innanzi cercandoli con lo sguardo, curioso e impaziente. Ma cammino -e cammino, e non ne incontro nessuno, e non rivedo neppure, fra tutta -quella gente, uno solo dei tanti visi noti, che mi si presenterebbero -nella realtà, e che dovrei incontrare per questo anche in sogno. -Invano ricorro da un capo all'altro i portici di destra e di sinistra, -osservando i crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano e i -gruppi che stan fermi alle cantonate, dove sempre ne vedevo qualcuno, -quando vi passavo da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta una -popolazione sconosciuta, come mi sarebbe quella d'una città dove non -fossi mai stato. Vedo spesso venir verso di me, in quella luce incerta -di foresta, una persona che mi par di quelle ch'io cerco, e dico tra -me, rallegrandomi: — È il tal dei tali! — ma, andandogli incontro, -m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, un ignoto. A poco a poco la -folla si dirada, percorro lunghi tratti deserti, fiancheggiati da -edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza o di carcere, da -case e da muri di cinta in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna, -solo; rientro un'altra volta sotto i portici, dove non suona più il -passo che di pochi solitari: corro dietro all'uno, corro incontro -all'altro: nessun amico, nessun conoscente; nessuno mi riconosce, -nessuno mi guarda; chi svolta a destra, chi svolta a sinistra, tutti -scompaiono. Corro a casa degli amici più stretti, agli uffici dove -sono impiegati, a quella tal farmacia, in quel dato caffè che so che -frequentano: non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; suono, picchio, -chiamo, domando ad alta voce: — Il tale? Il tal altro? — Nessuno sa -nulla. Affannato, addolorato, mi rimetto a correre per la via maestra, -infilo i vicoli laterali, giro e rigiro in mezzo a case che riconosco, -non so come, benchè non sian più quelle d'una volta, per crocicchi e -per piazzette che si allargano e si restringono come se gli edifizi -dintorno danzassero, per vicoli che s'allungano e si perdon nelle -tenebre, intorno a vecchie chiese che si trasformano al mio avvicinarsi -in cattedrali enormi, e da per tutto incontro, fiancheggio, raggiungo -delle ombre umane; ma da nessuna parte rivedo un amico, un conoscente, -un viso del passato. E questa corsa angosciosa dura fin che mi -risveglio, col cuore pieno di tristezza. Da anni e anni faccio sempre, -con poche variazioni, questo medesimo sogno. È impossibile che non ci -sia una ragione. L'ho cercata molte volte, meditando a lungo; ho anche -letto dei libri di onirologia scientifica, con la speranza di cavarne -qualche lume a scoprire il mistero: non ci ho trovato nulla che mi -giovasse. Eppure, dico, una ragione ci ha da essere, nella mia vita, -nella mia coscienza, che so io? una ragione che dispero di ritrovare, -ma che son persuaso non possa essere che triste, e legata strettamente -con altri misteri dell'anima, tristi del pari, che non mi saranno -svelati mai. Per questo non la cerco più da qualche tempo. Ora se una -voce soprannaturale mi dicesse: — La so, — e mi domandasse: — La vuoi -sapere? — risponderei: — Voglio ignorarla. — Sarà una superstizione -indegna d'un uomo; ma è così. _Ho paura non so di che_, come l'Osvaldo -dell'Ibsen. E non di meno desidero sempre di rifare quel sogno, tanto -è cara al mio cuore, tanto mi par bella anche non popolata che di -spettri, tanto mi attira e mi affascina quella piccola città alpina, -dove l'età più felice della mia vita si chiuse con la morte del più -saggio e dolce amico ch'io abbia avuto sopra la terra. Cuneo è la -città, e pronuncio con sentimento di riverenza e di gratitudine questo -nome, il quale mi desta la visione d'una città immensamente lontana, -posta quasi ai confini del mondo, che si disegna in contorni azzurri -sulla bianchezza d'un'alba luminosa. - - - - -BAMBOLE E MARIONETTE - - - - -IL “RE DELLE BAMBOLE„. - - -Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti, ed è Gerardo Bonini, -inventore, fabbricante e negoziante di bambine inanimate, che ha la -bottega in via Roma. Non è difficile trovarla perchè vi si vede davanti -a tutte le ore del giorno una schiera di ragazzine del popolo che, -ammirando le vetrine, si scordano dell'involto, del cavolo o delle -pagnotte che debbono portare a casa, per abbandonarsi a un'orgia di -desideri. E tutte le signorine piccole che passan di là, condotte per -mano dalla mamma o dalla governante, per una ventina di passi tirano -l'accompagnatrice, sporgendo il viso innanzi, e per un'altra ventina di -passi si fanno tirare, torcendo il capo indietro. - -Passando di là una mattina, mi ricordai d'un giorno che, avendo detto -in casa mia, in presenza della figlioletta d'una nostra vicina: — _A -momenti verrà il Bonini_ (un mio amico ufficiale), — quella, illusa -dall'omonimia, diede uno scatto sulla seggiola, come se avessi detto: -— A momenti verrà l'Imperatore di tutte le Russie; — e quel ricordo mi -destò curiosità di conoscer l'uomo e le sue opere. - -Pensai di presentarmi senz'altro. — Ho lavorato anch'io per i bambini, -— dissi tra me; — non sdegnerà di ricevermi come un collega. — Ed -entrai in quella bottega stretta, lunghissima, male rischiarata; -ma che alla fantasia di bambine innumerevoli appare più vasta e più -sfolgorante del palazzo imperiale degl'Incas. - -Il Bonini stava in fondo alla sua reggia piena di tesori visibili -e invisibili, leggendo la _Gazzetta del popolo_, come uno oscuro -cittadino qualsiasi. È un ometto sui cinquanta, di viso intelligente e -benevolo, dotato di quella dolcezza particolare di modi che è propria -di tutti coloro che hanno una clientela fanciullesca signorile, siano -essi bottegai, sarti, medici o ripetitori. Temetti non di meno, per un -momento, che il suo aspetto mi avesse ingannato perchè, appena inteso -lo scopo della mia visita, afferrò per i piedi una delle sue bambole, e -a modo dell'Eviradnus di Victor Hugo col cadavere del piccolo Ladislao, -si mise a picchiar botte da orbo sul banco, come se fosse irritato -dalla mia presenza. Mi ricredetti subito, peraltro. Era quella una -delle sue _bambole infrangibili_, benedette dai padri di famiglia, ed -egli ne faceva quel mal governo per provarmi l'invulnerabilità delle -sue creature. - -Poi, alzando le sottanine alla bambola, mi fece osservare come fossero -ben riprodotte le forme anche delle gambe; ciò che una volta non si -faceva. Erano due belle gambe, infatti, ma di donna, non di bimba; anzi -così bene imitate che l'atto del Bonini sarebbe potuto parer disonesto. - -E prese a discorrere familiarmente. Riconobbi subito l'artista al -modo con cui mi raccontò, colorandosi in viso, come egli e sua moglie -avessero fatto un viaggio a Parigi per visitare i grandi magazzini -di bambole, e _rubare_ — è la sua espressione — _con gli occhi_. -Scopersi poi sotto l'artista il filosofo quando, dicendomi che le -mamme preferiscono le bambole “vestite da bimba„ a quelle “vestite da -signora„ perchè queste “svegliano nelle ragazze delle idee ambiziose„ -fece un fine sorriso, che voleva dire evidentemente: — Ha capito? -Lei credeva forse che fosse il lusso delle mamme quello che sveglia -l'ambizione nelle figliuole.... Si disinganni; è il lusso delle -bambole. — - -Conosciuto l'uomo, decisi di fare un interrogatorio minuto, tanto -più che, piovendo, non si era disturbati dagli avventori. La grande -affluenza, del resto, è dopo mezzogiorno, e sopra tutto in dicembre, -sotto Natale. Allora la bottega è affollata dalla mattina alla sera, -il numero raddoppiato dei commessi basta appena al servizio, son -tutti costretti qualche giorno a far di meno della colazione, e dopo -chiusa la bottega, il lavoro dura ancora nel laboratorio, dove molte -ragazze passano le notti intere ad allestir corredi straordinari; e si -succedono così le giornate fra un tal rimescolìo e una tal confusione -di bambole e di bimbe, di vocine naturali e di vocine meccaniche, di -braccini di carne e di braccini di legno, gesticolanti ad un tempo, -e d'occhietti viventi e d'occhietti di vetro luccicanti da tutte le -parti, che in qualche momento, dice il Bonini, stanco di corpo e di -mente e come preso da un'allucinazione, egli è sul punto di confondere -la merce con la clientela, di rivolger la parola a una puppattola e di -dar la corda a una signorina. - - * - -— In tanti anni — gli dissi — avrà potuto fare sulla sua clientela -molte osservazioni preziose. - -Sì, ne fece molte e curiose. La prima è che, rispetto alle bambole, le -clienti si possono dividere in tre famiglie: quelle che le desiderano e -le amano moderatamente, le appassionate ardenti, e quelle indifferenti -o quasi, o per precocità d'altri gusti o per apatìa di natura. -Quest'ultime, però, sono assai rare. - -E corrugando le ciglia, dopo un breve silenzio, come per interporre -uno spazio, che impedisse il sospetto d'un accordo interessato tra il -fabbricante e il filosofo, soggiunse: — Difficilmente queste riescono -buone madri. - -— Anch'io lo credo, — risposi, e stavo per citare sbadatamente il -proverbio “chi non ama le bestie non ama i cristiani„, ma tacqui perchè -mi parve un'offesa all'arte. - -— Lei dovrebbe vedere, — rispose il Bonini, — è un divertimento. — E -parlò delle “appassionate„. Ce n'è di quelle che entrano nella bottega -con la febbre, che prorompono in grida di ammirazione, in esclamazioni -di gioia, in risa, in trilli di piacere, da parer che ammattiscano. -Alcune, non di meno, si mostran poi ragionevoli, si contentano o, -meglio, si rassegnano a _quella_ che conviene alla borsa del padre o -della madre. Ma altre no, e fanno scene di tragedia, singhiozzando e -pestando i piedi, fino a buttarsi sul pavimento e a rivoltolarvisi, -menando in aria le _piote_, come frenetiche. — Ma anche quelle che si -rassegnano, se vedesse che sguardi lanciano alle bambole a cui debbono -rinunziare; sguardi d'amore, sospiri, se sentisse, addii, col capo -rivolto indietro, con certe espressioni di tenerezza e di struggimento, -che nessuna attrice drammatica sarebbe capace di rifarle. Mi fa pena a -vederle, qualche volta, glie l'assicuro. - -Fra le “appassionate„ poi, v'è una “categoria„ particolare, -interessantissima. Son le dignitose che entrano col manifesto proposito -di dissimulare la propria passione. E a parole si mostran tranquille, -non spiccicando che monosillabi, non esprimendo con la voce nè -curiosità nè meraviglia: a chi non le osservi bene posson parere quasi -indifferenti. Ma tremano e fremono, si fanno pallide e rosse, schizzano -scintille dagli occhi, e al momento di metter la mano sulla bambola -desiderata e ottenuta, ma non sperata, quasi tutte si tradiscono. -Bisogna veder le mosse, lo slancio con cui alcune se ne impossessano e -se le serrano al petto: tigrette affamate che abbrancano la preda. — E -non vogliono a nessun patto che io mandi loro la bambola a casa: se la -vogliono portare da sè, anche se è pesante, a braccia incrociate, viso -contro viso, girando gli occhi diffidenti, scansando ogni bimba che -incontrano per la strada, “per paura di un colpo di mano„. - -E le astute! Anche queste fanno delle scenette impagabili. Ce n'è delle -piccolissime che hanno già la finezza di fingere di non capire che -una certa bambola sia più cara d'un'altra, e cercan di dare alla loro -scelta una ragione diversa dalla vera, che paia anche una prova della -loro gentilezza di cuore: non vogliono quella tale perchè è più grande -e meglio abbigliata; ma perchè _ha l'aria più buona_. Altre credono -di pigliare all'amo i parenti con certi sotterfugi di un'evidenza -comicissima: vogliono una bambola da trenta lire, per esempio, invece -di una da cinque; ma quella si contentano di prenderla in camicia, -mentre questa è vestita; perchè c'è compenso, secondo loro. E bisogna -sentire qualche altra, quando la mamma, mentre contratta una bambola -già quasi accettata, cerca, movendosi, di non lasciargliene vedere -una più cara, che potrebbe far rifiutare la prima, bisogna sentire con -che tuono le dicono: — Eh, mamma, non serve che tu ti metta in mezzo: -l'ho già vista. Tu cerchi di pararla perchè costa di più. Ah, vedi che -diventi rossa! Ebbene, è quella lì appunto che io voglio. — - -Fra le astute ci sono le ostinate impassibili, che sono un “genere„ -tremendo; ed hanno tutte un procedimento uguale, come se l'avessero -imparato tutte da una sola. Si vede alle volte una intera famiglia, -disposta in cerchio intorno a una bimba alta un palmo, scalmanarsi -un'ora inutilmente, con le buone e con le brusche, per indurla a -cedere; e quella rimane là in mezzo immobile, incocciata a volere la -bambola preferita, dura e muta come un paracarro. Conosce i suoi polli, -ha fatto i suoi conti; sa per prova che, a tener duro, la spunterà, -senza darsi l'incomodo di piangere e di strepitare: le basta tacere -e non muoversi, respingendo a colpi di gomito ben assestati le mani -carezzevoli che tentano di posarsele sulle spalle per rabbonirla. -Non c'è che pigliarla in braccio e portarla via come un pacco. Ma le -bimbe che fanno così hanno dei parenti incapaci di quegli atti eroici. -Falliti i negoziati e sciupate le minacce, il padre o la madre finisce -con rassegnarsi e munger la borsa, con la magra consolazione — qualche -volta espressa a voce alta — di pensar che la sua figliuola _è un -carattere_. - -Domandai al Bonini che parte egli rappresentasse in questi piccoli -drammi. — Una parte odiosa, — rispose sorridendo, — quasi sempre. — E -mi raccontò un fatterello divertente. Anni fa, gli venne in bottega, -con la mamma e una zia, una bella bimba, una ricciolina bruna, di -quelle “tragiche„; la quale fece tali furie perchè non le volevan -comprare una bambola delle più care, si mise a strillare e a dimenarsi -con tale frenesia, che la madre, sgomenta, affannata dal timore che -le pigliassero le convulsioni, si diede a gridare quasi piangendo: — -Dio mio! Che cosa fare! M'aiuti lei! Trovi qualche modo! — E il Bonini -trovò: agguantò la bambola desiderata, corse in fondo alla bottega, -fece mostra di ravvolgerla in un panno, dove mise invece quella scelta -dalla signora, ingrossando il volume con una dozzina di giornali, legò -l'involto traditore in fretta e in furia, e portatolo alla bimba, le -disse: — Prenda, se la porti a casa, aggiusteremo i conti un'altra -volta. — Ah, buon Dio! — esclamò; — seppi poi quello che era accaduto -a casa, all'apertura dell'involto: una tempesta, un inferno tale, caro -signore, che ebbi rimorso dell'opera mia. - -— E poi? — domandai. - -— E poi.... La bimba è tornata qui altre volte.... Da anni non ci -vien più, è una signorina da marito, la vedo qualche volta passar per -via Roma: ebbene, lo vuol credere? Lo capisco dalle occhiate che mi -tira.... Non mi ha ancor perdonato! - -Gli domandai fino a che età venissero le ragazze a comperar bambole. -Sorrise, e rispose sottovoce: — Alcune vengono fino a un'età.... -incredibile. — E si mostrò osservatore fine ed artista parlando -del come certe ragazze grandi si presentano, nelle ore che non c'è -nessuno, un po' impacciate, con due rose vive sulle guance, sorridendo -e vergognandosi a un tempo: graziosissime, veramente. E qualche volta -egli s'avvede benissimo della commediola concertata che recitano -insieme, per salvare la dignità, la figliuola e la mamma; le quali -esaminano la merce discorrendo fra loro come se la compera fosse -destinata ad una sorella più piccola, di cui non esiste l'effigie. -Quante ne ha viste passare in ventidue anni! Quante ne riconosce -ancora, che hanno preso marito e son madri! Per alcune, tra l'ultima -bambola che comprarono per sè e la prima che vengono a comperare per la -loro bambina, non passano che cinque o sei anni. Vedendole comparire, -dopo qualche tempo, con una governante che ha un batuffolo in braccio, -gli par che vengano a restituire l'ultimo acquisto che hanno fatto -nella sua bottega. Qualcuna gli dice scherzando: — Quando le comperavo -per me, non tirava i prezzi a questo modo. — E spesso egli vede la -bambina far le medesime scenate che fece la madre, e quando questa le -dice: — Ma che modi son questi? Ma non hai vergogna a farti sentire? -Ma non vedi che tutti ti guardano, ecc. — si ricorda che eran proprio -quelle stesse parole che la nonna diceva a lei, pochi anni addietro, -e proprio sulle stesse pianelle del pavimento, e con lo stessissimo -frutto; e ha buona speranza di veder ancor ripetere la scena dalla -bambina presente con una bambina futura. - - * - -Di un gran numero delle sue clienti serba i nomi in un registro -“a figlia e matrice„ dove sono segnate le riparazioni da fare -alle bambole: poichè egli non è meno rinomato raccomodatore che -fabbricatore, e fa l'agevolezza del pagamento cumulativo in fin d'anno, -come i medici. Diedi un'occhiata all'ultimo libro: in poco più d'un -anno quasi tremila riparazioni: è un bel rompere. Si trovano in quei -fogli i nomi d'un gran numero di famiglie note dell'aristocrazia, -dell'alta industria, dell'alta finanza e della politica, e le -registrazioni sono fatte in modo che, a legger quel libro altrove, -senza sapere a chi appartiene, si fremerebbe d'orrore e di pietà, e -si riderebbe anche cordialmente. Figuratevi! — Signorina A. B. _le -gambe rotte_ — Contessa S. D. R. _perduti gli occhi_ — Marchesa D. O. -T. — _una parrucca_ — Signora E. Z. — _cambiarle le calze_; e avanti -così. A una baronessa va _rinnovato il meccanismo_, un'altra signora -ha _perduto la voce_, un'altra _ha perduto la testa_. Ma in realtà non -c'è da ridere, perchè molte delle clienti vengono a portar la bambola -con gli occhi ancora lagrimosi, addolorate come d'una disgrazia vera, -e, lasciandola, fanno raccomandazioni su raccomandazioni, con voce -commossa, come la madre al chirurgo che deve operare il figliuolo. -E la sala delle operazioni è là presso, tutta ingombra di ferri, di -pinze, di fili, di piccoli congegni per tener unite le membra avulse, -di boccette di colori per ritingere i visi slavati, di vasetti di -pasta per curare le scoriazioni e le piaghe; e vi si vedono sui -tavoli, sulle seggiole, sul davanzale delle finestre, buttate in -tutti gli atteggiamenti, grandi bambole nude, con le capigliature -tragicamente arrovesciate, con “gli occhi mobili„ stralunati, con -le “bocche parlanti„ spalancate, le une cieche, le altre zoppe, le -altre mutilate, teste separate dal busto, tronchi con le braccia tese, -braccia e gambe disperse; uno spettacolo orrendo, che mi ricordò un -cert'antro fantastico di _Jack lo squartatore_, visto in un baraccone -di Piazza Vittorio Emanuele, nel carnevale passato. Ma v'è in un angolo -un cassone che dà anche meglio l'idea di tutti gli strazi che possono -fare di un simulacro fragile di corpo umano quegli artiglietti così -industriosi e pazienti nel lavoro di distruzione che son le manine -fanciullesche eccitate dalla curiosità istintiva dell'anatomia del -giocattolo: un cassone che vi richiamerebbe alla mente il carnaio -della casa di Sédan, descritto dallo Zola, dov'era ammucchiato tutto -quello che cadeva dalle tavole d'operazione del dottore Bouroche. È -una miscela miseranda di pezzi di cranio, di mezze facce, di occhi -divelti, di frammenti d'arti superiori e inferiori, di manine e di -piedini recisi, e di nasetti staccati e di chiome bruciate, che fanno -pensare a mille accidenti domestici e pianti e dolori e scenate e -diverbi coniugali conseguenti.... — Sei tu che l'hai avvezzata male. — -Ma se ha il tuo carattere per l'appunto! — Non è il mio carattere, è la -tua educazione. — Ma come?... — Ma certo!... — Ah, che esistenza, Dio -mio!... - - * - -Merce ve n'è da contentare il bel sesso di tutte le scuole elementari -della penisola: cassetti sopra cassetti, casse dietro casse, strati -sopra strati, collegi, folle, generazioni di bambole; e poichè le -straniere, per scemar le spese della dogana, che prende due lire il -chilogramma per le bambole intere, si fanno venire divise in due, e -anche le indigene, per occupar meno spazio, si dividono, così ci sono -casse piene di corpi senza testa, e casse piene di teste scompagnate, -in modo che le clienti possono metter la testa che vogliono sul corpo -che loro piace: operazione che scongiurerebbe tanti guai se si potesse -fare nei matrimoni! E poichè pagano di meno le teste senz'occhi, ci -sono casse piene di teste con le occhiaie vuote e casse piene d'occhi -di tutti i colori, che, al levar del coperchio, vi fissano in viso -cento sguardi interrogatori, come stupiti della luce improvvisa. E -poi ancora scatole sopra scatole piene di piccole capigliature bionde, -brune, castagne, arricciolate, increspate, ondulate, incipriate, che -danno l'immagine di tanti cofanetti di don Giovanni, contenenti le -ciocche delle cento belle sedotte. Ma quelle cassette di teste, con -quei cartellini scritti a grossi caratteri, quanto fanno pensare di -più! Ce n'è tanta varietà quanta ne può offrire una Camera di deputati: -_Teste di legno — Teste di ferro — Teste di cera — Teste infrangibili -— Teste piccole — Teste grandi — Teste fini_.... — E v'è accanto a -questo un altro grande compartimento, quello delle marionette, che sono -pure una “specialità„ del Bonini; altri scatoloni innumerevoli, con -certi strani accoppiamenti di nomi sulle etichette, come _vecchie e -streghe — monache e diavoli — fantasmi e garibaldini_, — e fra le più -appariscenti, tre scatole che si toccano, su cui è scritto: — _dottori -— assassini — sindaci._ — E poi bambole da capo, il compartimento -dei corredi, dove sono maraviglie di piccolissime calze di tutte le -tinte, con legaccioli che paiono anelli da dito, di camicine trinate, -di ombrellini, di manicotti in cui non entra il mignolo, di piccoli -corredi compiuti, che costano lo stipendio d'un anno di molti maestri -elementari del regno d'Italia; e poi il magazzino delle stoviglie -da tavola e da lavamani, che un tempo venivan tutte di fuori e ora -si fabbricano con molto gusto e a mite prezzo a Laveno; e in fine -la sezione dei mobili, dove ai prodotti di fabbrica sono frammiste -tavole e seggiole minuscole, fatte pazientemente a mano da lavoratori -solitari, da giovani artisti senza impiego, e anche da vecchi servitori -dello Stato pensionati e cavalieri, che, serbando l'incognito, si -guadagnano con quei gingilli il tabacco da naso. - - * - -Il Bonini mi mostrò le bambole più belle, chiomate e vestite, chiuse -in una scatola, e le scoperse come fa con le piccole clienti, levando -il coperchio con un gesto rapido e presentando la scatola ritta, in -modo che la bambola apparisca tutt'a un tratto, come sur un uscio -spalancato, in tutta la sua virtù seduttrice. E si capisce come, così -presentate, facciano colpo. Alcune appariscono con un braccio teso, -come per porgere la mano alla compratrice; altre con un piede alzato, -come per slanciarsi verso di lei; questa con la testina inclinata -da una parte, come per vezzo; quella con gli “occhi mobili„ voltati -in su come se dicesse: — Sia ringraziato il cielo! Son libera! — -E altre ancora in atteggiamenti drammatici, tutte con quel visetto -fatto a pesca, con quella bocca a botton di rosa, con quegli occhi -grandi e freddi di damine senza cuore e di _cocottes_ senza pensieri. -E vedendole così passare pensavo al loro diverso destino, ai mille -scopi diversi con cui sarebbero state comprate. — Per questa, forse, -la compratrice è già per la strada, gongolante, e sarà qui a momenti; -per quella, o sta per nascere o non è ancor concepita; e quest'altra -apparterrà a una bambina che, per ottenerla, sta stillandosi il -cervello sull'aritmetica e sulla geografia. E quante serviranno a -strappare il consenso all'estrazione d'un dente o alla trafittura degli -orecchi per le piccole búccole! L'una dormirà la notte di Natale sotto -un cuscino da letto, l'altra la sua prima notte libera sulla strada -ferrata, e parecchie saranno regalate alla figliuola per ripagare d'un -favore il babbo, o serviranno a distrarre la bimba mentre il donatore -parlerà nell'orecchio alla mamma. Ed altre son destinate a rallegrar -la convalescenza di piccole inferme, e forse più d'una ad esser pôrta, -soffocando i singhiozzi, da una madre desolata, ultimo conforto a -una malattia senza speranza, e a cadere un giorno dalla piccola mano -scarnita, e a spezzarsi sul pavimento nel punto che la sua mammina -adottiva chiuderà gli occhi per sempre. E quante carezze amorose, -quante parole gentili, quanti teneri baci avranno questi corpicini -insensibili, quanti piccoli cuori palpiteranno contro questi brevi -petti pieni di tritura di sughero, su quante innocenti e soavi nudità -premeranno queste fantoccie i loro labbruzzi freddi di porcellana, -strette fra due braccini candidi e scaldate da un alito odoroso, -dentro un lettuccio visitato da sogni azzurri! — Eh, sì; ma molte -si buscheranno anche delle pacche secche, poichè è sempre in vigore, -m'immagino, quel bell'uso materno, così sapientemente educativo, di -consolar la bimba che cade picchiando la bambola ch'essa ha fatto -cadere con sè; e poi perchè.... _où il y a des femmes il y a des -claques_, come dice il proverbio dei nostri amici. - - * - -Vidi infine le rarità: prima fra queste una piccola montanara di -Varallo, dove nacque il “re delle bambole„, vestita di tutto punto come -le sue compaesane vive, con quei ricami variopinti, che paiono mazzetti -di fiori, con quei calzoncini di panno nero, con quelle treccie solide, -con quegli ori antichi: una bella maschiotta bionda, che costò al -Bonini e a sua moglie mesi di lavoro, e fece furore all'Esposizione -di Palermo; per il che è conservata in bottega come una gloria di -famiglia. — Questa non si vende, — mi disse l'autore de' suoi giorni. -Infatti, aveva un'aria onesta. Ma le altre “rarità„ che rappresentano -contadine sarde, romane e napolitane, si vendono; ed è curioso che -sono quasi tutti viaggiatori stranieri quelli che le comprano, non -come giocattoli, ma come esemplari di vestiari italiani, per non -comprare un quadro del Michetti, del Quadrone o del Corelli; facendo -così una economia non disprezzabile. Domandai al Bonini se avesse delle -bambole col fonografo dentro. Mi rispose che n'aveva avute; ma che non -ne possedeva più. — Il modello che avevo fatto venire — soggiunse — -cantava una strofetta francese e poi faceva una risata.... Ma sa, di -quelle risate sguaiate, da canzonettiste parigine, che in una famiglia -per bene fanno un brutto sentire.... — Bambole corrotte, — osservai; — -ha fatto bene a farle fuori, perchè.... basta alle volte una sola anche -in un grande magazzino.... — Ed ero sul punto d'aggiungere: —.... per -guastare tutte le altre, — ma rinvenni a tempo dalla mia distrazione e -fermai al volo lo sproposito. - - * - -Ma ora viene il meglio, un vero _finale_ da teatro. Stavo ancora -amoreggiando con la bella varallese, quando mi vedo buttar sul banco -una grossa bambola che agita le braccia e le gambe, gnaulando, come un -bimbo in culla, con una tale apparenza di vita, che mi desta quasi un -senso di ripugnanza. Mentre sto in ammirazione di quello sgambettìo, -sentendomi toccare una polpa, guardo giù, e vedo un'altra puppattolona -con la veste lunga, che mi fa intorno un giro di valzer. Non mi sono -ancora scansato, ed ecco un'altra bambola enorme, che alterna dei passi -sul pavimento, tenuta per le mani da un commesso, tale e quale come -un bimbo che impara a camminare. Un'altra bambola tanto fatta, nello -stesso tempo, mi viene incontro sul banco a passi risoluti, diritta, -gettando delle strida di galletto, come per domandarmi qualche cosa, -e, voltandomi a un leggero rumore, vedo dall'altra parte un'altra -fantocciona paffuta, in camicia, che succhia il poppaiolo a tutta -forza, come divorata dalla fame. Non so dire lo strano senso di stupore -e quasi d'inquietudine che provai in mezzo a quell'inaspettata eruzione -di vita artificiale, accompagnata da un ronzìo sordo di congegni -nascosti, somigliante ai borborigmi dei bimbi malati; tanto che mi -parve ad un tempo di trovarmi al teatro Regio a una scena del ballo -_Puppenfee_ e in una sala della Maternità in un momento di scompiglio. -E non badai a pregare il Bonini di non dar la corda ad altri automi, e -lasciai che dèsse un secondo giro anche ai primi, così che finii con -trovarmi in mezzo a un girìo e a uno sbracciamento di corpiciattoli -e a un concerto di miagolii, di gemiti e di strilli, che mi facevano -voltare in fretta di qua e di là, quasi inconsciamente, come se -m'avessero chiamato per nome da cento parti. Ma all'improvviso mi prese -un dubbio, che mi fece subito scrutare i miei sentimenti e interrogar -la coscienza, quasi diffidando, con curiosità viva ed attenta.... E -dissi tra me: — Come?... Sarebbe vero?... dopo quasi un mezzo secolo? -— Ed era proprio vero. — _Oh rossor!_ — come dice l'Alfieri — O vecchio -rimbambito! Insomma.... mi divertivo. - - * - -E scappai fuori per non cedere alla tentazione di comprare. Ma per -un pezzo, per la strada, non potei staccare il pensiero da quanto -avevo veduto, perchè la vista dei passanti, invece di distrarmi, mi -riconduceva la mente a quello spettacolo. Ed era ben naturale, tante -son le rassomiglianze che corrono fra questo bel mondo e la bottega del -signor Bonini! Persone senza il capo sulle spalle, occhi fissi che non -vedono, bocche aperte che non mangiano, e crani vuoti e facce pitturate -e parrucche, se ne vedono a ogni passo. E i bei visetti a prezzo fisso, -e i personaggi di gomma elastica, e gli uomini che hanno nel ventre -il principio motore d'ogni passo e d'ogni atteggiamento, e le donnine -eleganti che non hanno in corpo che tritura di sughero, non si contano. -E se son rare le creature femminine _infrangibili_, quanti non sono -gli uomini pubblici che s'agitano e gridano per un'idea, soltanto -fin che dura la corda che ha dato loro il padrone, e quanti i poveri -disgraziati che delle manine di bimba carezzano e spezzano per un -capriccio, e quante le belle signore che ballano il valzer allegramente -mentre il bambino abbandonato succhia del latte di vacca freddo da una -mammella di vetro! - -E v'è anche questa rassomiglianza, che come delle accomodature delle -bambole malmenate dalle bambine non sono queste che fanno le spese, -così avviene quasi sempre nel mondo degli uomini, che rompono gli uni e -pagano gli altri. - - - - -UN PICCOLO TEATRO CELEBRE. - - -Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo, verso le tre dopo -mezzogiorno, un concorso straordinario al teatro dei fratelli Lupi, -dove si rappresentava _Le sette meraviglie del mondo_. La ressa era -tale che s'eran dovute mettere due guardie municipali ai due lati della -porta per impedire che seguissero disgrazie. La gente formava sulla -piccola scalinata esteriore un monte di teste, a cui sovrastavano i -visi ansiosi dei ragazzini tenuti in collo; alcuni dei quali, piangendo -per il timore di non poter entrare, tendevano le braccia verso lo -sportello del bullettinaio con un atto d'invocazione supplichevole, -che metteva pietà e faceva ridere. La strada era per un buon tratto -affollata, d'una folla diversa dalle solite: eran famiglie numerose -strette in gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una falange di -governanti, di balie, di servitori, soldati di fanteria e bersaglieri, -gente di campagna, donne del popolo. Alcune di queste, vicino a -me, tenevano in mano il programma dello spettacolo, e lo leggevano -forte, compitando, masticando quelle misteriose parole: _Il mausoleo -d'Artemisia, gli orti pensili di Babilonia_, con un viso di divote -che sentissero nominare un miracoloso santuario sconosciuto. Intesi -un operaio, che aveva un po' d'accollo, dire in accento di trionfo -ai vicini, mostrando un suo ragazzetto con la medaglia delle scuole -municipali: — Questo non paga. I premiati hanno diritto. Ah, quei -Lupi, che uomini! — Da ogni parte, girando fra la folla, sentivo -commentare il programma, predir maraviglie della rappresentazione e -decantar la “compagnia„. C'erano ragazzi che saltavano dalla gioia, -che strepitavano dall'impazienza, che si cacciavano fra le gambe -alla gente come cani, e si facevan largo a gomitate e a capate; e -n'arrivavano altri continuamente, precedendo di corsa le loro famiglie, -ansanti e col viso rosso; e al veder la porta affollata qualcuno si -batteva il pugno sulla fronte in atto di disperazione. A un certo -punto arrivarono i musicanti che, dopo aver tentato invano di aprirsi -il passo, ritornando indietro per entrar dalla piazza Carlina, si -soffermarono intorno a un signore alto, in giacchetta e cappello alla -calabrese, fermo a una cantonata. In quel punto un ragazzo accanto -a me, accennando con la mano quel signore, esclamò con accento -appassionato d'ammirazione e di riverenza: — È lui!... Luigi Lupi! — -Fu quell'esclamazione che mi diede l'ultima spinta a scriver queste -pagine. - - * - -Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato a Ferrara, che cominciò -in qualità di garzone o, come si dice in linguaggio teatrale, di -“personaggio„ d'un marionettista rinomato, il quale girava per le -città del Piemonte e veniva ogni anno a “far la stagione di carnevale„ -a Torino. Vennero per molti anni al _Teatro Paesana_, nel palazzo dei -Conti di Paesana, in via della Consolata; poi il Lupi mise su teatro -da sè, e seguitando a girare come il suo maestro, continuò a venire a -Torino l'inverno, non più al _Paesana_, al _San Martiniano_, dove gli -succedette il figliuolo Enrico. Era un piccolo teatro senza facciata, -posto al crocicchio di due strade uggiose della vecchia Torino, e così -si chiamava dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu abbattuta -quando s'aprì la nuova via Pietro Micca. Ricordo che vent'anni fa, -abitando là accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del ballo e -qualche volta scoppi d'applausi e fucilate; ma senza badarci, perchè -non ci attirano le marionette se non quando ci danno una immagine del -mondo che non si conosce ancora o quando ci rappresentano la caricatura -della vita di cui s'è fatto esperienza. Quel nome del compagno di -martirio di San Processo fece per trent'anni battere il cuore di tutti -i ragazzi torinesi d'ogni condizione: non credo che ci sia un mio -concittadino della mia generazione a cui esso non desti un ricordo -confuso di vivi desideri e di vivi piaceri, e che, passando davanti -a quella casa e dando uno sguardo a quella porta, sormontata ora da -un'insegna di tappezziere, non ci veda riflessa come in uno specchio -la sua immagine di fanciullo. In quel teatrino, che vide più volte nei -suoi palchetti Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti celebri, -dove recitò un prologo col capo nelle “nuvole„ Leopoldo Marenco, e di -cui furono frequentatori, nella fanciullezza, la principessa Margherita -e il duca di Genova, vennero su i due figliuoli di Enrico Lupi, ora -proprietari e direttori; i quali, prevedendo che quella casa sarebbe -caduta prima o poi sotto il piccone del conte di Sambuy, ne sloggiarono -nel 1884, e, comperato il _D'Angennes_, un tempo primo teatro della -commedia dopo il _Carignano_, andarono a installare il Gianduja e -Giacometta dove avevano recitato Gustavo Modena e Adelaide Ristori. -Ebbero per un pezzo un rivale formidabile nel _Teatro Gianduja_, -fondato e diretto da un marionettista argutissimo, Giambattista Sales, -che fu il primo a metter sulla scena la maschera di quel nome, e con -questo sostennero una lotta accanita, tirando a superarlo nella varietà -e nella ricchezza degli spettacoli; ma con la morte del Sales il -_Gianduja_ decadde e, dopo aver tentato inutilmente di rialzarsi con -la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865 scomparve. D'allora in -poi, ossia da circa trent'anni, i Lupi non hanno più rivali a Torino, -e poichè nessuna delle altre buone “compagnie„ italiane, essendo tutte -girovaghe, può disporre di un copioso e vario materiale di scena com'è -quello che essi possedono, si può dire che non hanno più emuli neppure -in Italia. - - * - -Il primo e più forte impulso al perfezionamento del piccolo teatro lo -diede il padre Enrico, che fu uomo singolare per vivacità d'ingegno -e vigore di volontà, non fornito di coltura scolastica, ma ricco di -cognizioni d'ogni ordine acquistate leggendo avidamente ogni specie -di libri, studiando gli uomini e la vita in tutte le classi sociali, -intervenendo, anche vecchio, a conferenze, a riunioni pubbliche, a -lezioni universitarie, e bazzicando pubblicisti, artisti, professori, -con lo spirito sempre inteso all'osservazione e pronto a trar partito -d'ogni cosa. I suoi due figliuoli ereditarono tutte le sue facoltà. -Hanno nome Luigi tutt'e due e si firmano Luigi I e Luigi II, come -due monarchi, padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono, come i -fratelli Goncourt, due lavoratori intellettuali associati, fra cui -esiste un accordo perfetto. Ciascuno, peraltro, ha attribuzioni sue -proprie. Il maggiore cerca i soggetti, compone, traduce, riduce, -dirige l'andamento del teatro; l'altro provvede alla messa in scena, -alla fattura dei personaggi, ai vestiari, a tutti i particolari della -rappresentazione. Il primo, che ha passato la cinquantina, è il più -originale della coppia. Uno dei caratteri più notevoli della sua -originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato nell'ufficio -di polizia del municipio di Torino. È un uomo d'alta statura, di testa -grossa e di membra robuste, che, visto una volta, non si dimentica più: -la fronte ostinata, il naso audace, la bocca comica, gli occhi vivi e -risoluti d'un uomo immaginoso e operoso, il collo e la voce ingrossati -dall'esercizio della recitazione a voce forzata, gli atteggiamenti -e i modi d'un artista. E d'artista ha pure il linguaggio scolpito -e colorito, e correttamente italiano, come il suo modo di scrivere; -ma attraente più che altro per la passione che lo scalda quand'egli -discorre delle cose sue. A sentirlo parlare delle vicende corse dalla -sua compagnia, ch'egli portò a Napoli, a Montevideo, a Buenos Aires, -delle rappresentazioni che andava a dare con suo padre al castello -di Moncalieri per il piccolo principe Oddone e per la principessa -Maria Pia, dei viaggi ch'egli fece a Londra, a Parigi, a Chicago, a -Vienna, a Berlino, in Danimarca per studiare i progressi della sua -arte e osservare le grandi Esposizioni che voleva riprodurre sul suo -teatro; ma sopra tutto a udirlo giudicare, dal lato dell'opportunità -e dell'adattamento alle sue scene, le grandi opere drammatiche e -liriche e gli avvenimenti politici e guerreschi d'ogni paese, ai -quali egli tien dietro con attenzione assidua spiando ai quattro canti -dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o questione “teatrabile„ pare -d'aver dinanzi un grande impresario autore attore e direttore d'una -grande compagnia di prosa, di canto e di ballo, che pensi e lavori -per il gran pubblico, e si riman poi maravigliati, girando lo sguardo -intorno, di veder appesi alle pareti degli artisti di legno. E non -si può disconoscere che nel cogliere i punti culminanti d'un periodo -storico o della vita d'un uomo avventuroso e famoso, nell'intrecciare -a qualunque soggetto i piccoli casi della sua marionetta protagonista, -nella scelta delle situazioni drammatiche e dei quadri finali, ed anche -nella condotta dei dialoghi appassionati ed arguti, e in special modo -nelle “riviste„ egli dia prova di facoltà teatrali singolarissime; fra -le quali primeggia una immaginazione ardente, temeraria, diabolica, ma -sempre corretta, — se questo participio si può congiungere a quegli -aggettivi, — da un buon senso raro, che anche nelle sue corse più -stravaganti la tien legata per un filo sottilissimo a un sano intento -morale e a un severo rispetto della decenza. - - * - -Domanderete di che si componga il suo repertorio. - -È una domanda che sgomenta. Per rispondervi dovrei scrivere un volume. -È un repertorio che, fra drammi, commedie, farse, riviste, balli e -fantasie, abbraccia in tempo e in spazio l'universo; va dal diluvio -universale all'assedio di Makallè, comprende la mitologia, la storia -patria e la cronaca cittadina, si stende dalla China alla California, -dalla Cafreria alla Groenlandia, dalle regioni dell'etere agli -abissi dell'oceano, dai cerchi del paradiso alle bolge dell'inferno. -C'entrano le vecchie commedie dell'arte, drammi raffazzonati di tutte -le letterature, i balli del Pratesi e del Manzotti, le opere del -Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della nazione dalla -battaglia di Goito alla occupazione di Roma, tutti i congressi, -i terremoti, le epidemie, le inondazioni, le incoronazioni, le -esposizioni, le grandi scoperte che si succedettero sulla faccia dei -due continenti negli ultimi cinquant'anni. Tutti i sovrani, tutti i -grandi statisti e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri in -qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 ai nostri giorni, -passarono su quel palcoscenico, non di nome soltanto, ma nella loro -effigie, scolpiti apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti -come vestivano, riprodotti perfino, quanto era possibile, nei gesti -e nella voce, presentati negli atti più importanti della loro vita -pubblica e nei particolari più noti della loro vita privata. Il teatro -dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra nuova vita nazionale. -Gianduia arrischiò il carcere quando la parola non era libera, sfidò -le polizie, preconizzò la rivoluzione, congiurò, fu tribuno, soffiò -negli entusiasmi, glorificò i martiri, celebrò le vittorie, pianse -sulle sventure patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia -dei governi e dei popoli. Con un tal repertorio, pensate al cumulo -dei copioni che debbono dormire nei suoi magazzini: s'avvicinano al -migliaio. E per rappresentare tutta questa roba immaginate quello che -deve aver visto quel palco di vestiari di tutte le fogge, d'armi di -tutte le forme, d'edifizi mobili di tutte le architetture, di onde -e di rocce, di piante e di ponti, di treni e di troni, di animali da -tiro, da corsa e da soma, domestici e selvatici, asiatici ed europei, -immaginari e reali, dall'asino e dal bue di Betlemme ai cammelli -della colonia Eritrea, dal cerbero della _Divina Commedia_ ai draghi -del Celeste Impero; figuratevi le sacca di polvere da schioppo e -di Bengala, di licopodio e di magnesio che vi debbono essere state -bruciate, e i miriagrammi di legno e di cartapesta che vi debbono esser -passati in sembianza umana. - - * - -Le teste, appunto. Voi certo non immaginate (nè io l'immaginavo) che -le teste degli attori di legno possano dare ai fratelli Lupi assai più -pensieri che non ne diano ai capocomici le teste degli attori in carne -ed ossa. Ed è così, poichè essi vogliono una rassomiglianza perfetta -nelle teste dei personaggi illustri, morti o vivi che siano, e in -quelle di tutti gli altri una corrispondenza rigorosa della fisonomia -col carattere; e non è cosa facile agli artisti il soddisfare a una -tale esigenza attenendosi ad un tempo all'esagerazione dei lineamenti -voluta dall'ottica teatrale, senza spinger neppure questa esagerazione -oltre il limite d'una caricatura discreta. Vi furono in questo genere -due scultori genovesi, i fratelli Pittaluga, morti da circa trenta -anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte da loro servono ancora -di modello e son riprodotte, con poche modificazioni, in centinaia di -esemplari. Ma altre moltissime debbono esser fatte d'immaginazione, -e non riuscendo alla prima, rifatte, e fino a tre o quattro volte -rimodellate in creta, prese nel gesso, gittate in cartapesta, colorite -a olio, con cura e fatica infinita di chi le ordina e di chi le forma. -E così negli scenari, dopo il vecchio Morgari, che fu insuperabile, -son rari i pittori che ottengano gli effetti speciali voluti da certe -rappresentazioni fantastiche d'un teatro di marionette. E per il -vestiario e per tutto ciò che vi si connette è il medesimo: è difficile -trovar lavoratori che abbiano l'abilità e il buon volere di far degli -stivali minuscoli perfetti in ogni loro parte, delle scarpettine -di signora lunghe quanto un dito, delle parrucche grandi come la -mano, brizzolate, architettate, disordinate con arte, e una quantità -innumerevole di piccoli oggetti, come parasoli, panierini, portafogli, -valigette, attorno a cui le dita più agili e più delicate si stancano e -s'impazientano. E ad ogni nuova produzione spettacolosa c'è un esercito -d'attori, d'attrici, di comparse grandi e piccole da vestire, calzare, -incappellare, armare e ingioiellare, secondo l'uso di vari tempi e -paesi, consultando album di costumi, studiando quadri, facendo ricerche -di figurini, utilizzando vestiari smessi; di modo che non bastano -all'opera la signora Lupi e le sue figliuole, e vi s'aggiungono modiste -e crestaine e stiratrici, e qualche volta per un solo spettacolo dura -il lavoro per un mese intero. Durante il quale è bellissimo a vedere il -laboratorio, dov'è uno sfoggio di manti regali, di strascichi di dame, -di sottanine di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione di -piccole cose strane, graziose e pompose, un barbaglio di colori e di -splendori, da impazzirci un collegio di bambine e uno sciame di gazze. - - * - -Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli, la moglie e -i figliuoli del primo: quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra -i diciannove e i ventidue anni. E bisogna vederli tutti là, tranne -i due più piccoli, appollaiati sul ponte, o appoggiatoio, come lo -chiamano, sovrastante al palcoscenico, durante la rappresentazione. -Ecco il soggetto d'un quadro originale per un pittore ardito. La -prima volta che, stando sul palco, vidi di profilo quelle otto teste -d'uomini e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da quella specie -d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su, ora parlanti ad -una ad una, ora tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle -labbra e di strane intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso -a quella di soprano in falsetto, mentre le sedici mani movevano con -un centinaio di fili una folla di personcine di sotto, mi parve di -vedere una famiglia di numi sorretti da una nuvola che dirigessero -le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola umanità agitantesi -sopra il polo d'un asteroide. Ma riconobbi subito che il fare i -numi a quel modo non doveva essere una delizia. Stare delle ore in -quell'atteggiamento contratto, col calore di tutti quei lumi nel -viso, forzare e variare continuamente la voce, lavorando a un tempo -con le dieci dita e consultando con lo sguardo obliquo il copione -posto nel mezzo che fa l'ufficio di suggeritore, e mentre si parla -e s'opera in alto invigilare e dar ordini a chi lavora in basso e -ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un rompicollo di scaletta -da bastimento quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche dei -numi. Non mi maravigliai, quando calò la tela, di vederli scendere -dall'Olimpo, in maniche di camicia e con le braccia nude, bagnati di -sudore e anelanti, come scendono gli acrobati dai trapezi. E allora -soltanto m'accorsi che le due signorine portavano un vestito maschile, -camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere due -operai; ma due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe -tollerato qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi -alle multe. Ma il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi -ci sale la prima volta, è pieno di altre sorprese piacevoli. Stando -accanto alle quinte mi veniva fatto di scansarmi con un leggiero -inchino, come si fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di -scena una signora, e rimanevo poi stupito al vederla tutt'a un tratto -sollevarsi in aria, invece d'andare al suo camerino, e restarmi appesa -in faccia come un salcicciotto. E così avevo un'illusione amenissima -al veder tra le quinte del lato opposto una delle signorine Lupi -che dava gli ultimi ritocchi all'abbigliamento dei personaggi prima -che si presentassero al pubblico, accomodando a uno una spilla, -stirando a un altro il vestito, aggiustando a un terzo il cappello, -come si fa ai bambini filodrammatici, con atti lesti e carezzevoli, -a cui quelli rispondevano, appunto come i bambini, con gesti che -parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta che li reggeva -dall'alto. E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi pareva -che ragionassero davvero degli affari propri, come fanno gli attori -fra due battute, quei due altri più piccoli che le altre due ragazze, -voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeggiare -e gestire pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena. E -quella confusione che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità, -di personaggi della commedia che stava per finire e dello spettacolo -coreografico che stava per cominciare, di ballerine, di mime, di dame -scollate, di marionette in giubba e in uniforme, con la tuba e con -l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura, mi dava quasi -l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande teatro quando -finisce l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci era solo questa -differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero -allora, non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a -combattere in nome della moralità la dotazione del Teatro Regio. - - * - -Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte e la valentìa della -famiglia Lupi bisogna vederla all'opera in una giornata campale. -Lo spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso e terribile -osservato dalle scene che visto dalla platea. Già è bellissimo -veder gli apprestamenti della battaglia: le masse d'armati raccolti -nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; i -cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli -carichi di munizioni che s'allungano in fila ai due lati del palco; -i comandanti con la spada sguainata che aspettano dalle due parti -il gran momento, coi grandi occhi sporgenti e fissi davanti a sè, -come spianti il doppio mistero dell'orizzonte e della morte. Quando -l'istante solenne è vicino, i direttori danno gli ultimi consigli, -lanciano gli ordini supremi. Le truppe son pronte? Pronte. I cannoni -sono in batteria? Sono. Le miccie sono accese? Sì. E allora avanti -e Dio ci guardi! Le avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi -cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono il capo di cartapesta -sul palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rialzarsi tra poco -più indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per -imitare il tuono del cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove -la macchina che fa correre in lontananza un reggimento, un quarto -galoppa intorno al palco accendendo i razzi fissi alle quinte che -rendon lo strepito del fuoco di fila. - -I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie -feroci, un cozzar di teste e di petti, un grandinar di colpi, un -mulinìo di lame, - - un incalzar di cavalli accorrenti, - -di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e -dalle rocce, con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio, -i fratelli Lupi, coi figliuoli, agitano le braccia furiosamente -cacciando urli, minaccie, gemiti, grida di soccorso, frammiste a -comandi e ad avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto; questi -e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni atto è preciso, -ogni passo misurato, ogni secondo contato, corrono e ricorrono fra le -quinte e le pareti, staccano le marionette, le porgono, le riprendono, -le riappendono, le riporgono, raccattando di volo armi, elmi, giberne, -bandiere, turbinando come fantasmi in una nuvola densa di fumo e in un -odore acre di zolfo. E quando credete che il pandemonio sia per finire, -non è che un artificio per crescer l'effetto: la battaglia riattacca -più ardente, raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa il -fumo, s'accelera il turbinìo; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i -clamori della platea, con gli urli d'ira dei combattenti si confondono -le grida di entusiasmo dei ragazzi; è una furia febbrile e crescente -d'uomini che salgono e che scendono, di lumi che girano, di marionette -che volano, di fili di ferro che s'incrocian per aria, è un moto -vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di braccia, di attrezzi, -una tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta, un -rovinìo, un casa del diavolo che, quando cala la tela e tutto si queta, -vi lascia sbalorditi, intronati come all'uscir da un manicomio dove -siano scoppiati insieme una ribellione e un incendio. - - * - -Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame del “personale„ -artistico. La prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima -volta il palco scenico, fu la statura dei personaggi, che visti dalla -platea paiono poco più alti d'un palmo, e son più di mezzo metro, -come bimbi. E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin superflua, -dei vestimenti. Non crediate che sian fatti soltanto per ingannar -l'occhio da lontano, chè possono affrontar l'analisi della lente. Ecco, -per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è vestito di panni -logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie d'unto, -spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a -corda, la camicia di tela rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e -crepate. Il signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro -ai polsini e allo sparato, e la catenella dell'orologio che gli pende -dal taschino della sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato, con -un cappello cilindrico che mostra dieci anni di servizio, gli occhiali -sulle orecchie, e una palandrana d'un color di ragno arrabbiato, -che farebbe venir l'acquolina in bocca a Ermete Novelli. Ma le più -belle son le signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con un gusto -squisito, dai fiori del cappellino agli stivaletti, che son piccole -meraviglie, con spille, orecchini, anelli, borsa, ventaglio, con -capelli veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano col -pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e -insaldate, perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda -che son vestite di tutto punto, da signore per bene. E la proporzione -delle loro forme è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi, braccia -di donnine vere, tanto che è un diletto il voltarle e rivoltarle fra -le mani, e col pretesto di vedere come son vestite vi lasciate andare -a prolungar l'analisi con un sentimento di curiosità colpevole. E -la varietà dei tipi! La prima volta che fui sul palco, di giorno, -il signor Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore della sua -aristocrazia, tutte giovani e eleganti, appendendole l'una accanto -all'altra per il loro fil di ferro lungo due metri a una spranghetta -che mi stava sopra il capo, e definendo in due parole ciascuna: — Ecco -un tipo sentimentale — Quest'altra è più bella, ma meno simpatica. -— Veda questa, che aria _distinta_! — E quando me le vidi schierate -davanti, come un comitato di patronesse d'opera pia, aspettanti la -visita d'un pezzo grosso, tutte impettite, con quegli occhi larghi -e luccicanti, che volete? sentii una certa suggezione, mi parve di -dover dir qualche cosa, poco mancò che non dimandassi loro se avevano -sofferto il mal di mare nel viaggio in America. - - * - -Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene fra gli attori d'un teatro -simile segue un caso psichico curiosissimo, il quale non avviene a -chi visita un magazzino di bambole, sian pure stupendamente formate; -avendo queste tutte lo stesso viso, la stessa età e un vestimento -convenzionale. Fra quelle marionette, invece, che rappresentano una -grande varietà di tipi, ed età, ceti, professioni, caratteri diversi, -con una riproduzione così perfetta, oltre che degli aspetti fisici, -di tutti i particolari del vestire, la nostra immaginazione è presa -a poco a poco in un inganno che, distraendola dalla considerazione -della grandezza, finisce con fargliele vedere e considerare come -persone vive. Riesce maggiore l'illusione quando s'è fatto l'occhio -all'esagerazione dei lineamenti e dell'espressione dei visi, non -sensibile a lungo perchè comune a tutti, e non mai spinta oltre quel -segno che pure nel vero è possibile; la quale, poi, produce quest'altro -strano effetto che, uscendo di là, ci paiono mancanti di rilievo, di -vigore, d'espressione, quasi facce appena abbozzate, i primi visi umani -che ci si paran dinanzi; come accade a chi vive tra i pazzi, che quando -rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito e monotono il -loro linguaggio sensato e pacato. Ed è appunto questa illusione che -rende piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo dei fratelli -Lupi. Io mi ci son divertito, non dico “come„ ma assai più d'un -ragazzo. Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è innumerevole. -Per lo spiraglio d'un guardaroba socchiuso, dietro a una tenda che il -Lupi solleva, negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri delle -pareti, da per tutto vedete crocchi di signore, pattuglie d'armati, -conciliaboli di facce equivoche, personaggi di corte sfolgoranti -d'oro, barboni misteriosi, occhioni che vi scrutano, bocche spalancate -come per cacciare un grido, rattenuto al vostro apparire, frotte di -popolani, brigate di signori in abito nero, gruppi di ballerine in -maglie color di carne. Una di queste mi diede nell'occhio: il Lupi -stese la mano per prenderla. Stavo per dire: — Non la disturbi, — ma -era già sull'impiantito, che faceva le sue piroette, voltando il busto -e il capo dalla parte opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine -trasparenti tempestate di pagliuole d'argento, e _pubblicando_, come -dice l'Aleardi, _le arcane forme_ pienotte con tanta vivacità e tanta -grazia, che non mi parve più una stravaganza quel romanzetto di Felice -Govean, nel quale il protagonista s'innamora perdutamente della prima -ballerina del _Gianduja_. Non fo celia: metteva voglia di prenderla -per la vita e di portarsela via: un impertinente avrebbe domandato -al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa più amena è che fra un -così gran numero di visi verosimili vi occorre ogni tanto di trovarne -uno che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza straordinaria -con qualche persona che conoscete. Ho trovato là, _fra color che son -sospesi_, due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino di casa; -e qualche altro di cui riconobbi il viso, senza ricordare chi fosse, -ma che mi fece dire senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato. -— E, punto dalla curiosità, continuai a cercare, e feci anche delle -scoperte sgradevoli. Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi -scappò un'esclamazione: — La regina Taitù! — Era lei pretta sputata. -Un po' più in là trovai Menelik, Maconnen, Mangascià, il generale -Baratieri, con la sua uniforme d'Africa, somigliantissimo, ma ancora -con l'aria scipionica, perchè era stato modellato dopo Senafè. Il Lupi -alzò una mano, sollevò un personaggio e disse con accento di rispetto: -— Il maggiore Toselli. — Ebbene, nessuno ne avrebbe sorriso, e non mi -parve una profanazione. Era anch'essa una forma di gloria quel piccolo -simulacro che aveva scosso il cuore e fatto batter le mani a tanti -fanciulli e strappato qualche lagrima anche a dei grandi, e pensai -che se il bravo soldato l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso -dolcemente, come un trionfatore che senta fra il plauso d'un popolo -gridare il suo nome da un bambino. - - * - -Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi perfettamente uguali: -che rappresentino i _Menecmi_ di Plauto o i _Gemelli_ del Goldoni? No. -Il protagonista è uno solo; ma vuole il dramma che a un dato punto egli -si tolga la berretta sulla scena: operazione impossibile a cagione -del filo che regge i suoi destini: e non c'è altro che sostituire a -lui, con uno stratagemma di cui non s'avveda il pubblico, un _alter -ego_ con la berretta in mano: una sberrettata che costa ai signori -Lupi venticinque lire. Trovate qui un personaggio col viso fresco e -coi capelli neri; poco discosto il medesimo col viso rugoso e col pelo -grigio; un po' più oltre ancora lo stesso, con la faccia decrepita -e il cranio pelato: è un personaggio che deve apparir nel dramma -in tre età diverse; e se è vero che nel corpo umano si rinnovano di -continuo le cellule, in modo ch'esso è tutto intero rinnovato ogni -tanto tempo, la marionetta non rappresenta forse più il vero che -l'attore? Così, per rappresentare l'epopea garibaldina, che ebbe un -successo strepitoso, i Lupi fecero fare una famiglia di Garibaldi, da -Garibaldi bambino a Garibaldi morente, e d'uno stesso Garibaldi vari -esemplari, grandi e piccoli, per mostrarlo sul proscenio, a qualche -distanza, e lontanissimo. Così crede il pubblico di vedere tre fratelli -Girard, che fanno i giochi maravigliosi, e ne vede quindici. Di -Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia di ogni età e di ogni altezza, -Gianduia ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti, -contraffatti; come si richiede per un personaggio che è contemporaneo -e cooperatore degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti. Le -teste storiche o di viventi illustri, che potrebbero abbisognare altre -volte, i Lupi le conservano: ne hanno piene delle scatole da petrolio, -ammontate a parte in un magazzino. Luigi Lupi ne aperse una piena di -teste di Gesù, modellate assai bene, e levandole e presentandomele -rapidamente l'una dopo l'altra, mi produsse un'illusione singolare, -somigliante a quella che dà il cinematografo: mi parve di veder -lo stesso viso, da prima sorridente, rattristarsi, balenar d'ira, -rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi da capo, impallidire, stillar -sangue, alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile nella morte. -Le teste di Cristo, badate, sono le sole che non son mescolate con -altre. Ma che bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani nelle altre -scatole! — To', Maino della Spinetta — To', Tommaso Villa — La regina -Vittoria — Davide Lazzaretti. — Mi venne in mano una testa che mi destò -una vaga reminiscenza, ma non accompagnata da un nome. Domandai: era -Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta, mi spiegò il -Lupi, perchè, volendosi fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto -alterare il contorno inferiore del viso; del che si mostrò dolente. -Ma l'effetto di quella mostra di teste ha qualcosa di repugnante: vi -fa pensare ai cestoni orrendi della ghigliottina del Terrore. Corrono -un'altra sorte, però, le teste degli uomini notevoli di second'ordine, -pei quali è improbabile che ritorni un'altra ora di celebrità dopo -quella accidentale che li portò sul palco scenico: le teste di questi, -opportunamente svisate, rimangono in servizio sotto altri nomi, passano -sulle spalle di altri personaggi. A quali marionette saranno toccate -le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni, di consiglieri -comunali e di regi prefetti, che vedemmo passare, salutate dagli -applausi, sulle scene del teatrino di Gianduia? Forse gli stessi -Lupi non le riconoscono più. Saranno diventate teste di portinai, di -mercanti, di lacchè, di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice! - - * - -V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che serve insieme da magazzino -di vestiari e da laboratorio. Al primo entrare vi si presenta uno -spettacolo tremendo. Pendono in un angolo centinaia di corpi ignudi -d'impiccati, col capo nascosto in un cappuccio da fratelli della -Misericordia, ma bianco e tirato fin sulle spalle, come l'orrido -berretto da notte che si metteva un tempo ai condannati a morte. Vi -par di vedere lo spaventevole _verger du roi Louis_ che descrive -il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta davanti, a -Luigi undicesimo. È il dormitorio delle marionette provvisoriamente -disoccupate. Là potete far degli studi anatomici, ammirare la bella -proporzione delle membra, la perfezione delle giunture, la delicata -fattura dei piedi e delle mani, le polpe delle regine e delle -servette, i toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi trovate -anche pance di Falstaff, schiene di Rigoletti, gambe di Quasimodi, -corpiciattoli di nani, tutte le deformità miserande d'un ospizio di -“incurabili„. Ma non si può immaginare come tormenti la curiosità la -vista di tutti quei cappucci lugubri sotto i quali l'immaginazione -si raffigura dei visi contratti dagli spasimi dell'agonia o composti -nella quiete solenne dell'eternità. Domandai al Lupi se fosse lecito, -per amor dell'arte, violare il segreto della morte. Egli fece un cenno -d'assenso. Io scopersi una testa.... - - Oh via dagli occhi miei, - Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi, - -come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai una più spaurevole faccia -di vecchio pazzo e feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore -delle sue ispirazioni infernali, nè da quella del Goya nel tracciare a -ludibrio dell'uomo le caricature spietate della sua maschera. Mi balenò -un ricordo. Era forse _lui_. Non poteva essere altri che _lui_. Ed era -_lui_ infatti, me lo disse il Lupi. Era un vecchio alchimista matto e -solitario della parodia di _Giulietta e Romeo_, il quale, pochi mesi -addietro, aveva fatto una così profonda impressione al bambino d'un mio -amico, che se l'era sognato di notte e il padre aveva dovuto scender -dal letto per quetare il suo terrore. Con mano peritosa scopersi un -altro impeso, vicino a quello, e prima che ne apparisse il viso, mi -lambì la mano una ciocca morbida di bellissimi capelli biondi. O _nuovo -miracolo gentile_! Era un angiolo, un viso bianco e puro di Margherita, -con due grandi occhi innocenti e un sorriso da pargolo che sogna gli -splendori del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di vernice perchè -gli aveva sciupato una guancia un colpo di trombone dei briganti in un -assalto dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai a scoperchiare -teste, e vidi facce così superlativamente buffe che mi fecero -scoppiare in una risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte -di Cassazione, musi incartapecoriti d'usurai senza viscere, grinte di -megere furibonde, _rictus_ di Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti -dei miracoli e da galera, frontespizi di bricconi così insolenti, così -cinici e odiosi da spendere volentieri qualche franco, come dice il -_sor Camola_, per pagare il piacere _de dagh una martelada_. E anche -dei visi di uomini onesti e simpatici; ma quegli altri erano i più -anche là, come nel mondo. - - * - -Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi dietro a quelle -scene vedresti ben altre maraviglie. Ce n'è una a ogni passo: -locomotive di strada ferrata che potrebbero far servizio negli -imperi di Blefuscu e di Liliput, carrozze di gala da piccole fate, -batterie di cannoni che sembrano uscite dalla vetrina dei modelli -dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni di velluto, con le -gambe e le spalliere scolpite, con rilievi di vero bronzo e candelabri -che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra una mensa di principi; -poichè i fratelli Lupi vogliono la riproduzione del vero, anche nelle -cose minime, più esatta assai di quanto sia richiesto dall'effetto -teatrale e dai più difficili spettatori; e ciò non per altro che per -amor dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza, come quei -raffinati che mettono il lusso anche nelle cose che non si vedono. -Nè tutto è qui: ecco una flotta di corazzate con le artiglierie, di -piroscafi coi passeggieri, di bastimenti mercantili col carico, di -barche d'ogni forma coi rematori: quanto occorre per rappresentare -splendidamente la gran festa d'inaugurazione del canale di Suez. Ecco -un castello che si sfascia a pezzo a pezzo sotto le percosse degli -arieti o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una mina, come per -un crollo di terremoto. Ecco cavalli che scalpitano e s'impennano, -elefanti che mulinano la proboscide, leoni che squassano la giubba, -scimmie che s'arrampicano su per gli alberi come scimmie vive, serpenti -che strisciano e si rizzano sulla coda da metterti i brividi. Cerca -con la fantasia quanto puoi desiderare di più prezioso per regalo -di capo d'anno e lo troverai qui più grande e più seducente di come -l'immagini. E qui puoi anche vedere con che ingegnosa industria di -fili a una marionetta è fatto levare il portamonete dalla tasca interna -del soprabito con un gesto spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra -cavar la spada dal fodero con la vivace eleganza d'un ufficialetto di -cavalleria, a una terza spegnere una lampada con l'apparenza ch'essa -sia spenta dal suo soffio: una delle prodezze marionettistiche più -freneticamente applaudite. E ti puoi anche fare un'idea dell'attenzione -e della destrezza che si richiedono per fare con garbo tutti quei -movimenti delle gambe, delle braccia, del capo, degli occhi, della -bocca; per evitare quei mille accidenti, così facili, di fili che -s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano, d'ingombri, di contrattempi -e di cozzi, dei quali basta uno solo a mandar a male una scena od un -quadro; per guardarsi, in mezzo ad attori di natura così accensibile, -a un tal cumulo di tela, di legno e di carta, a tanto fuoco di lumi, -di razzi, di lampi, d'esplosioni e di fiammate, da una svista, da una -distrazione momentanea che muterebbe a un tratto tutto quel palazzo -magico in un falò spaventoso. Vedi quanta fatica, quante cure costa a -chi ti diverte quello spettacolo che forse tu credi sia anche per loro -uno spasso; vedi che ardua cosa è il governare anche il più facile dei -popoli, un popolo che non mangia e non parla. - - * - -Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o piccolo lettore, avresti -anche molte delusioni; le quali, per altro, ti sarebbero compensate da -una più viva ammirazione dell'ingegno e dell'arte con cui le illusioni -ti sono prodotte. Vedi, per esempio: quei cavalieri e quelle dame in -gran gala che nel _Napoleone a Mosca_ ballano con ebbrezza spensierata -in fondo a un salone del Kremlino già morso ai fianchi dall'incendio, -e che ti fecero un effetto così fantastico, non ballano: sono fantocci -tutti d'un pezzo confitti in un disco invisibile che gira come la -ruota d'un arcolaio. Quelle contraddanze così intricate e precise -di zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder l'opera di cento -mani, non sono che il movimento d'una delle così dette scalette, un -apparecchio contrattile di regoli di legno, su cui è piantato il corpo -di ballo, maneggiato da due mani sole. Quelle ballerine innumerevoli -che ne _La coda del gatto_ scendono sul palco come un'onda umana -inesauribile, e che ti strapparono un grido d'ammirazione, non son -che una cinquantina di bambole infitte in un tamburo rotante, il quale -te le ripresenta continuamente, come uno scrittore povero le medesime -frasi e le medesime immagini da un capo all'altro del libro. E anche -quella calata dei mille lumi dell'esercito abissino sopra Amba-Alagi, -che ti scosse quasi come la vista della realtà, non è che l'effetto -di un moccolo acceso fatto passare dietro a uno scenario bucherellato -come un crivello. E non son più vere le belle cascate d'acqua, che -ti fanno batter le mani dall'allegrezza: sono cascate di sabbia -bianca mista con pezzetti di cristallo, che un apparecchio raccoglie -e rimanda in secchielli alla sorgente, senza disperderne un grano. E -quel tuono così bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute -quasi sgomento, ahimè! non è che un rumore di ciottoli cascanti dentro -a un cassone, mossi dalla stessa mano che produce il sibilo del vento -nella foresta per mezzo d'una confricazione di grossi fili di ferro. -E quel mare azzurro, in fine, quel bel mare ondeggiante, che ti pare -debba soverchiare da un momento all'altro le sponde e irrompere nella -platea, non è che un saliscendi di pezzi di legno congiunti a cerniera -che scote dietro le quinte un ragazzo della tua età, il piccolo -Edmondo Lupi; il quale comincia la sua carriera _facendo le onde_ e -rappresentando il _Colosso di Rodi_ nelle _Sette meraviglie del mondo_, -come la cominciarono suo padre e suo nonno, e come la comincieranno, è -da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo, non isvelar questi -segreti ai tuoi compagni, perchè a questo mondo, vedi, non bisogna -togliere alla gente che le illusioni pericolose: strapparle quelle -che, senza danno, ci fanno più belle le cose e più vive le commozioni -piacevoli, è una brutalità, come sciupare i fiori. - - * - -I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni, non si diverton -meno dei piccoli che gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte -del pubblico. È improprio, in fatti, chiamar teatro dei bambini il -teatro Lupi, nel quale, fuor che i giorni di festa, otto su dieci -spettatori sono adulti. E un buon numero di questi, uomini maturi e -vecchi, e anche gente colta, sono frequentatori assidui. Per effetto -di quali vicende, di quali rivolgimenti psichici si saranno ridotti -al teatro delle marionette? In molti, senza dubbio, non è altra causa -che la semplicità dell'animo; ma in altri dev'essere una castrazione -volontaria della fantasia, desiderosa di diletto, ma amante della -quiete; una repugnanza, nata da un'esperienza amara della vita, alla -rappresentazione troppo verosimile delle miserie e dei dolori umani, -quale si fa nel teatro vero; un ritornare indietro di proposito, un -rifugiarsi nel mondo della fanciullezza per sazietà o per aborrimento -di quello degli uomini; e c'è forse in loro una stretta corrispondenza -fra la passione per le marionette e l'indole delle letture preferite e -di tutti gli altri passatempi: son forse di quei signori che passano -ore ed ore, sui sedili dei giardini pubblici, a veder giocare i -bambini. Ma è singolare come questi bambini con la barba non cerchino -soltanto in quel teatro una ricreazione amena, come prediligano anzi i -drammoni di grande effetto, e brontolino alle commediole e alle farse, -giudicandole quasi una degradazione dell'arte, e paragonino e discutano -quelle produzioni come drammi del Dumas e del Sardou, e propongano -perfino dei soggetti ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie. -E bisogna vedere con che serietà assistono allo spettacolo, come -s'impazientano agli applausi e alle risa intempestive dei ragazzi che -turbano la rappresentazione, e con che sdegno zittiscono gli sbadati -che lascian cascare la canna, come se rompessero una frase dello -Shakespeare in bocca a Tommaso Salvini. A vederli, ci vien sulle labbra -un sorriso di pietà; ma a pensarci bene, non è questo il senso che ci -dovrebbero ispirare. Che uomini i quali hanno vissuto più d'un mezzo -secolo, lottato, sofferto, visto mille casi strani e terribili; e che -hanno ancora passioni, dolori, cure gravi, possano prestar per tre -ore alla conversazione di dieci pupi di legno un'attenzione che non -presterebbero alla disputa d'un Consiglio di ministri intorno agli -interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe destar piuttosto, -confortandoci, un sentimento d'ammirazione per la miracolosa facoltà -che ha la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di consolarsi con -dei fantasmi e dei sogni delle sue miserie infinite? - - * - -Le sere dei giorni feriali la sala non ha un aspetto diverso da quello -degli altri teatri. Per vederla nella singolarità della sua bellezza -bisogna andare alla rappresentazione diurna della domenica, quando -centinaia di ragazzi e di bambini riempiono le sedie e le panche e -formano in platea e nei palchetti come tanti mazzi, ghirlande, aiuole -di teste bionde, e la varietà dei colori chiari e vivi dei vestiti le -dà l'apparenza d'una sala infiorata e imbandierata per una festa. Anche -prima che s'alzi il sipario v'è in quella piccola folla oricrinita -l'agitazione, il rimescolìo d'una gabbiata d'uccelli digiuni al -momento che si mette il panico nelle cassette. Gli uni son seduti, -altri inginocchiati, altri ritti sulle panche o sulle ginocchia delle -mamme o delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle sedie davanti, -pigiati nei palchetti in doppia, triplice fila di teste, che fanno -scala, le più alte col mento posato sulle teste più basse, e queste -col mento sul parapetto, come disposte da un fotografo per il ritratto. -All'alzarsi del sipario, si può dire che cominciano due spettacoli. È -delizioso, durante una scena spettacolosa, vedere tutti quegli occhi -spalancati come a un'apparizione dell'altro mondo, quelle espressioni -di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita, quelle piccole -bocche aperte in forma di O, di anelli e di semicircoli, quelle piccole -fronti nivee corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione -filosofica, che si riscotono poi bruscamente come al destarsi da un -sogno. Poi, tutt'a un tratto, a una scena comica, a una risposta o a un -atto buffo d'un personaggio, file intere di corpicini si torcono dal -ridere, schiere di teste si arrovesciano indietro, scrollando matasse -di riccioli, scoprendo i piccoli colli bianchi, schiudendo le bocchine -come scrignetti rossi pieni di perle minute, e nell'impeto della gioia -alcuni abbracciano il fratello o la sorella, altri si abbandonano -fra le braccia della mamma, e molti dei più piccoli si buttano sulla -sedia con le gambe all'aria, mostrando innocentemente la biancheria -più segreta. E vedere come nel rapimento dell'ammirazione respingono -furiosamente il fazzoletto importuno che cerca il loro nasino o -ammollano una ceffata senza prefazione a chi para loro la vista del -palcoscenico. Sono trecento paia di mani che applaudono con tutte le -forze e non fanno fra tutte lo strepito di quattro mani virili: par di -vedere e di sentire il frullo di centinaia di alette rosate, rattenute -da altrettanti fili alle panche. E vi sono anche gli spettatori -indifferenti, i ghiottoni piccolissimi che non voltano il viso verso il -palco se non quando sentono delle fucilate; ma per riattaccarlo subito -alla poppa con un giro risoluto del capo, come dicendo: — Corbellerie! -Io ci ho di meglio! — Ma al rumor delle fucilate altri si spaventano e -strillano, a certe scene tragiche qualcuno scoppia in pianto e tende le -braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non piangono, ma, celando -il viso in seno alla mamma, guardano il restante della scena con un -occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche, è una gioia -a sentirle. Allo scoprirsi improvviso di certi quadri, all'apparire di -certi agnelli o asinelli o porcellini che paion vivi, sono scoppi di -_oh!_, lunghi mormorii di maraviglia, a cui tien dietro quasi sempre -qualche esclamazione solitaria d'una vocina sottile, che risuona nel -silenzio come un vagito in una chiesa, un: — _Ah com'è bello!_ — che -prorompe d'infondo all'anima, che esprime una pienezza di contento, -una beatitudine celeste. Ma è sempre Gianduia quello che produce -gli effetti più grandi. Son qualche volta accessi di riso convulso, -cori di singhiozzi e di trilli, risate acute, cantanti, prolungate, -inestinguibili, che fanno voltar tutti gli adulti, col viso sorridente, -verso le panche, come se gli attori fossero saltati dal palco nella -platea, e che quando si smorzano in modo da lasciar riprender la parola -alla famiglia Lupi, lasciano ancora qua e là qualche strascico sonoro, -qualche piccino piegato in due, che non può smettere nè frenarsi, che -col capo chino e col viso nelle mani seguita a ridere e a ridere, -perdendo le lacrime e la saliva, sfinito; ma non acquietato nè da -rimproveri nè da carezze, inebbriato e soffocato dal proprio riso, non -ridotto al silenzio che quando la mamma gli mette un braccio intorno al -collo e gli preme la pezzuola sulla bocca. - - * - -Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza, anzi un seguito -di scoppi, quasi senza interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo -a traverso la tela, affiochiti e confusi come se venissero di lontano, -fanno un effetto insolito, vanno anche più diritti al cuore che a -sentirli dalla sala. Pareva di udire un suono di cascatelle d'acqua, -il canto di mille uccelli in un bosco, e ogni scroscio di risa finiva -in un lungo sospiro di voluttà, simile al mormorio d'una onda larga e -lenta che viene a morir sulla riva. Si rappresentava _L'ultima notte -dell'anno_. Era un successo così straordinario che gli stessi fratelli -Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio, costretti ogni momento a -interrompere la recitazione, mostravano nei visi accesi e sudanti una -viva compiacenza dell'opera loro. Ed io pensavo, guardandoli, quanti -ragazzi e bambini essi avevano divertiti e commossi, quanti piccoli -dolori avevano consolati; pensavo quanto migliaia di piccole creature, -grazie a loro, s'erano svegliate la mattina d'un giorno di festa -gettando un'esclamazione di contentezza: — È quest'oggi! — e immaginavo -i tanti scolaretti poveri che avevano studiato per un pezzo fino a -notte avanzata per guadagnar la medaglia che dà l'entrata gratuita, e -vedevo i tanti visetti smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un -sorriso alla promessa d'esser condotti a quel teatro. E, pensando a -questo, l'opera loro m'appariva in un aspetto così gentile, la loro -famiglia in una luce così amabile! Non pensavo più che anche per essi -il primo scopo del lavoro era la vita, non vedevo più in loro che dei -benefattori della fanciullezza. Mi pareva che i due fratelli Luigi -avessero qualche cosa di paterno per quella grande famiglia rumorosa -che sentivo e non vedevo, e guardando quelle due belle ragazze, -inginocchiate in alto, mentre agitavano i fili con atti graziosi, rosse -nel viso come se le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori, -mi compiacevo a far passare col pensiero sui loro capelli tutte quelle -manine bianche che applaudivano e sulla loro fronte tutte quelle bocche -vermiglie che ridevano. Oh quelle risa argentine, quel riso fresco -e beato, la più dolce delle musiche della terra, quel riso che ci fa -rivivere nell'infanzia e rivedere il volto di nostra madre giovane, -quel riso che dice innocenza e speranza, ignoranza della vita e gioia -di vivere, che si diffonde intorno nelle anime come una virtù feconda e -consolatrice, sia benedetto chi lo ride e ringraziato chi lo desta. - - - - -GENTE MINIMA - - - - -GREMBIULINI BIANCHI. - - -Erano dieci anni che non vedevo più un asilo infantile. Mi ricevette -la direttrice, una monaca sui quarant'anni, di persona esile, col viso -scolorito e gli occhi chiari, d'una espressione giovanile e dolcissima. -Mi fece entrare in una vasta scuola, dov'eran raccolti trecento fra -bambine e bambini in lunghi ordini di banchi, messi a gradinata, -in modo che s'abbracciavano tutti con uno sguardo. Avevan tutti un -grembiule bianco, pulitissimo; erano quasi tutti biondi. Entrava una -luce viva per tre grandi porte vetrate. Era una bellezza da innamorare -l'aspetto di quelle trecento piccole creature, strette le une alle -altre come gli uccelletti sulle bacchette delle gabbie, e disposte -come i fiori nei tepidari, a file sopra file, ciascuna delle quali -presentava come tre striscie di colori, il bianco dei grembiulini, il -rosa dei visi e l'oro dei capelli. Si capiva, davanti a quel quadro, -come la mente umana non abbia potuto raffigurarsi il paradiso senza -bimbi. A un certo momento, la direttrice disse uno scherzo, e io vidi -aprirsi trecento bocciuoli di fiori rossi e brillarvi dentro migliaia -di perle bianche. - - * - -Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione. Uscirono tutti a -due a due, guidati da tre maestre monache e da una laica, ed entrarono -in tre stanze nude; una delle quali, la più ampia, fu occupata dalle -“signorine„ l'altre dai “giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle -pareti i canestrini rotondi, che avevan portati da casa col loro -becchime per la mattina, e fui maravigliato della rapidità con cui le -monache li distribuirono, senza leggere i nomi sulle piastrine, e senza -fare uno sbaglio, come se fosse dipinto sopra ogni canestro il ritratto -del proprietario. In pochi secondi furono tutti serviti. E allora -cominciò lo spettacolo sempre nuovo e sempre bello dei mangia panini a -tradimento. - -Si misero a sedere, parte su panchettine, lungo le pareti, parte -sull'impiantito, a file e a cerchi, che davan l'immagine di corone e -di spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran dei piccoli -“Taddei„ che, volendo fare il loro manducamento in santa pace, si -cercavano un posto solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi -minuziosi e lenti che facevano alcuni, con la serietà di vecchi -gastronomi, come per un pasto che dovesse durare tre ore. Altri, -spiriti contemplativi, stavano col canestrino chiuso fra le ginocchia, -guardando per aria, col pensiero chi sa dove, e bisognava che le -maestre li eccitassero a mangiare, agitando il bocconcino davanti -alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti di nido. Le femmine, -mangiando, cinguettavano; i maschi, più placidi, sgranocchiavano in -silenzio: in una delle stanze occupate da questi sgranocchiatori -non si sentiva una voce, tanto che, stando all'uscio, credevo che -non ci fosse nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder là dentro -quaranta ganascine al lavoro. Tutti quelli che avevan nel canestro -qualche cosa di dolce, mangiavano prima tutto il dolce, rimanendo -poi a pane asciutto; come fanno spesso, in altre cose della vita, -anche i grandi. Le maestre vigilavano perchè questi privilegiati non -facessero dei contratti birboni coi loro compagni, poichè accadeva -sovente, mi dissero, che per un pezzettino minuscolo di cioccolata o -di confetto alcuni dessero allegramente tutte le loro provvigioni, con -la giunta d'un bacio di gratitudine. Parecchi, invece di mangiare, si -facevano del cibo un balocco. Una bimba, che aveva un bocconcino di -carne in salsa dentro una ciotola, pestò nella salsa il formaggio, il -biscottino e le ciliege, e ne fece con molta cura una pasta d'un solo -colore, che poi si mise a leccare col raccoglimento di chi assapora -una ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in una esclamazione di -piacere. Vedendo un bambino che faceva correre sull'impiantito una -pallottola, domandai a una maestra se fossero permessi i giocattoli: -quella guardò ed accorse subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La -pallottola era un rosso d'ovo sodo, annerito dalla polvere: il bimbo -si scusò, dicendo che l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità -con cui le bambine che avevano una colazione abbondante ne facevan -parte alle compagne mal provvedute: ad alcune le monache dovevano -far riprendere quello che avevan dato perchè non rimanessero affatto -digiune. Di tratto in tratto se n'alzava una e correva ad offrire un -pinocchio o un acino d'uva secca o una ciliegia alla direttrice; la -quale accettava ogni cosa ringraziando, ma per render tutto un minuto -dopo; e le donatrici accettavano la roba resa con una compiacenza così -manifesta da far capire che avevan fatto il regalo _pro forma_, con -la certezza di rientrar nel proprio. Una bambina stava mangiando un -pezzetto di carne in umido: una monaca le domandò: — Con che cosa è -fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse di che cosa fosse -fatta, e dopo un momento di riflessione rispose: — _La carne è fatta di -sangue._ — A un'altra che aveva un pezzetto di frittata, la direttrice -domandò: — Chi t'ha fatto quella frittata? — E la bimba, come avrebbe -nominato una persona celebre, che tutti dovessero conoscere, rispose: -— _Pinota_ (Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota? Non ci fu -modo di farglielo dire: parve che fosse offesa dalla nostra ignoranza -nel suo sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una sola bimba, alla -quale si permetteva di portare all'asilo una piccola boccetta di vino -annacquato, perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto mentre ne -dava da bere un sorso, di nascosto, a una compagna più piccina di lei, -dicendole con gravità materna: — _Tira giù, che ti rinforza._ - - * - -Via via che finivan di mangiare venivano intorno alla direttrice, che -rivolgeva a tutte delle interrogazioni, con molto acume e molto garbo, -per esercitarle a discorrere. Ma era oppressa dalle loro carezze. Si -vedeva che l'adoravano. Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai -panni, con le guancie strette alla sua vita, facendole così una cintura -di testine bionde, che confondevano le capigliature, e la costringevano -a tener le braccia levate, e le impedivano di muoversi; e tutte le -altre tendevano verso di lei le manine aperte somiglianti a grandi -margherite agitate dal vento. Un quadro incantevole quella monaca dal -viso pallido e dal vestito nero, baciata da tutta quella fanciullezza -rosata e bianca, che le faceva salire al viso la fiamma dell'amor -materno, più vermiglia e più bella che non possa apparire in viso a -una mamma vera. Una delle più graziose bambine che l'abbracciavano -mi parve, dal rossore della palpebra, che avesse un occhio malato: -seppi poi che quell'occhio era di vetro; ma che in un anno da che essa -veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se n'era accorta, e che -le maestre badavano attentamente a prevenire tra lei e l'altre ogni -gioco che potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino bellissimo, -di famiglia povera, che aveva una grande capigliatura dorata e -arricciolata, e domandai perchè facesse eccezione quello solo alla -regola dei capelli corti per i maschi. Mi rispose la direttrice che -quando aveva detto alla mamma di farlo rapare, questa s'era battuta la -mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh povera me! — con un accento -di così profondo dolore, che a lei era mancato il coraggio d'insistere. -Poi mi furono presentate tre sorelline brune e pallide, dall'aria -triste: una di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni e mezzo. -Avevan perduto la madre da pochi mesi. A tutte tre s'era fatto credere -ch'essa era partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe ritornata. Un -mese dopo, vedendo la bambina maggiore sempre addolorata, la direttrice -le aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline, che giuocano con -le compagne. — Ed essa aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle, -che son piccole, non capiscono ancora che cosa vuol dire aver la mamma -lontana. — Lei, poveretta, credeva di capire, e l'aspettava! - - * - -Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi e poi i più piccoli, e -fecero parecchi giri per il cortile, in processione. Mi fermai in uno -dei punti dove svoltavano, per vederli sfilare. Quante forme diverse di -testine e di pettinature, quante espressioni variate di sguardo e di -sorriso! Alcuni mi sorridevano con un'aria di famigliarità scherzosa, -come se fossimo stretti amici da un anno. I bimbi salutavano mettendo -la mano tesa contro la fronte, le bimbe facendo un piccolo inchino -brusco del capo, come se ricevessero l'una dopo l'altra da una mano -invisibile una pacchina sulla nuca. Quando carezzavo il capo o prendevo -la mano ad uno, cinque o sei mi porgevano la manina o la zucchetta, -e tutti gli accarezzati, quando mi ripassavano davanti dopo fatto il -giro, domandavano la carezza un'altra volta. Qualcuno usciva dalle -file per venirmi ad afferrare la mano o il braccio, e vi posava su -il viso, e non si voleva più staccare. A momenti ne passava come -un'ondata, tutti belli e biondi della stessa sfumatura, come se fossero -stati scelti e messi insieme per far bellezza. Molti portavano il -nome trapunto in grandi caratteri sulla cintura o inciso sui fermagli -metallici, come colli viventi da spedirsi per la strada ferrata; e mi -fu detto che alcuni di questi, dimandati del loro nome, per non darsi -la noia di rispondere, indicavano col dito la propria pancia. Le bimbe, -per la maggior parte, eran più pulite: alcune s'arrestavano qua e là -per spolverarsi il grembiule o il vestito: cosa che i maschietti non -facevano mai. Fra le une e gli altri notai molti visi seri, ma d'una -serietà singolare, come di persone grandi occupate da pensieri gravi. -Alle volte ne passavano parecchi in un gruppo, che mi guardavan tutti -con la coda dell'occhio, senza alzar la testa, sorridendo furtivamente, -come per farmi un segno d'intelligenza di nascosto alla direttrice. -Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla schiera, mi si venne a -piantar dinanzi, si tirò su a due mani il grembiale e il vestito, come -davanti a un medico, e stette guardandomi: io non capivo: la direttrice -m'illuminò: voleva che guardassi le sue calze nuove. Eran due giorni -che, per quella vanità, ogni momento, senza badare al sesso degli -spettatori, alzava il sipario. - - * - -La processione si sciolse sotto un porticato, dove cominciò la -“ricreazione„. Chiudendo gli occhi, avrei creduto di trovarmi in un -bosco dove cantassero mille uccelli e mille fontane. Dalla parte delle -bimbe c'era meno rimescolìo e meno strepito; dall'altra si vedevano -girare e saltare le teste come le palline di midollo di sambuco nella -danza elettrica. Nacque qualche litigio, subito sedato. Domandai a una -monaca se si picchiassero spesso. Dopo una breve esitazione, mi rispose -di sì, sorridendo, e soggiunse: — I bimbi, per solito, danno dei pugni; -le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale satirico in quel _già_, -detto da una monaca! - -Una bimba venne a mostrare alla direttrice un ditino graffiato. -Questa chiamò la gatta avversaria e le ordinò di baciare la compagna. -Non scorderò mai il sorrisetto finissimamente femmineo con cui la -colpevole, ancora indispettita, accolse il comando, nè il bacio rapido -e secco, un vero bacio di ribelle, che diede alla compagna, voltandole -quasi ad un punto le spalle, come un automa girante sopra sè stesso. — -Una panca segnava il confine fra i due sessi. Una bambina di tre anni -lo passò, ed entrò fra i maschi. Uno di questi, della stessa età, le -si piantò davanti con un'impostatura di padre guardiano, e fissandola -negli occhi, le disse con voce burbera: — Che fai tu qui? Non è il -tuo posto.... _fila!_ — Domandai alla direttrice se tutte le bimbe -sconfinanti fossero ricevute con quella forma di galanteria. — No, — -rispose sorridendo; — _va a simpatie_. — Del resto, c'è anche fra di -loro spirito di gentilezza. I nuovi entrati, per esempio, e in specie i -più piccoli, sono ben ricevuti da tutti; ai convalescenti che rientrano -tutti fanno festa; non c'è uno sciancato o un malaticcio che non -trovi qualche piccolo protettore. Provai a rivolgere qualche domanda a -qualcuno; ma a me non osavano rispondere: rispondevano alla direttrice, -e bisognava ch'io mettessi l'orecchio alla loro bocca per raccogliere -il filo tenuissimo di voce che ne usciva a stento. Ma un momento -dopo, da quella stessa bocca lasciata libera uscivano degli squilli di -trombetta da passare i timpani. Domandai a una bambina piccolissima -dove stesse di casa. La bambina, che stava rivolta verso il cortile, -appuntò davanti a sè un ditino microscopico, che invece di indicare -una qualunque parte di Torino pareva che accennasse a un bottone del -mio vestito, e rispose con voce appena intelligibile: — _Giù di lì._ -— L'informazione è precisa, — mi disse ridendo una monaca; — lei può -trovar la casa a occhi chiusi. - - * - -Tra il diletto che mi davano i bambini e l'ammirazione che mi destava -la direttrice non saprei dire quale fosse il sentimento più vivo. Essa -parlava con me; ma aveva l'occhio a tutti e a tutto; non le sfuggiva, -in mezzo a quella folla agitata e rumorosa, nè una voce di lamento -nè una mossa scomposta; di tutti sapeva il nome e la condizione di -famiglia; non diceva una parola ad alcuno che non avesse uno scopo -d'insegnamento; era dolce e grave, affabile e ferma ad un tempo; -parlava continuamente e pensava sempre. — Da ogni bambino — mi diceva -— imparo ogni giorno qualche cosa. — Io credevo d'aver fatto molte -osservazioni sulla fanciullezza; ma non una gliene potei dire, ch'ella -non avesse già fatta, e me ne disse cento, che mi riuscirono nuove e -che mi parvero acutissime. Benchè monaca, come conosceva, o meglio -come capiva il mondo! E la sua bontà era più ammirabile perchè non -si fondava sopra le liete illusioni che addolciscono l'animo; ma era -fortificata appunto da quella cognizione della tristizia umana, che -in tanti altri cuori la scema. Aveva spesso occasione di andar nelle -case dei suoi bimbi poveri, e mi diceva, mettendosi una mano sulla -fronte: — Che cosa ci si vede, alle volte! Come si capisce che tante -povere creature non hanno alcuna colpa di esser malvagie! Come si -diventa indulgenti! — Ma la serenità che le veniva dalla coscienza -della sua vita operosa e benefica non la lasciava insistere in alcun -triste pensiero. Essa interruppe il discorso triste per accennarmi -con un sorriso una bambina di quattro anni, di mente molto sveglia -e di carattere un po' difficile, la quale, pochi giorni prima, aveva -fatto una amenissima ammonizione alla mamma. Questa, una mattina che -la sua figliuola aveva fatto le bizze in casa, s'era raccomandata -alla direttrice perchè, senza accennare a lei, raccontasse il caso in -iscuola e desse un avvertimento generale che giovasse alla colpevole. E -la bimba, ritornata a casa la sera, aveva detto alla madre, fissandola -con due occhi scrutatori e tentennando il capo: — Stamani la direttrice -ha raccontato un caso che pareva proprio quello avvenuto fra me e -te.... Non vorrei che _qualcuno_ avesse parlato.... Ma se vengo a -scoprire! - - * - -Dopo la ricreazione, rientrarono tutti nella scuola, in quei banchi -disposti a scala, che presentavano la piccola scolaresca come affollata -sulla gradinata d'un tempio. La direttrice, con una voce armoniosa e -modulata mirabilmente, intonò un canto che diceva con molta proprietà -ed efficacia di termini tutti gli usi e le virtù della mano. I -bambini fecero coro, prima con un po' di titubanza, poi con un accordo -straordinario per l'età loro. Al canto era accompagnata la mimica e -la ginnastica. Ora alzavan le braccia agitando le mani, e pareva di -veder per aria trecento “rondinelle della vergine„, che battessero -le ali, rattenute ai banchi da altrettanti fili; ora s'inchinavan -tutti da una parte come i fiori di un'aiuola sotto un soffio di -vento; ora si pigliavan per mano, intrecciando le braccia, in modo -da formare una sola ghirlanda da un capo all'altro dei banchi; ora -posavan sui banchi la fronte, tutti a un punto, in atto di dormire, -e mettevano il desiderio di far correre la bocca su quelle file -di testine come la mano sopra una tastiera. E si sentivano in quel -canto note di usignuoli, suoni di violino e di flauto, tintinnii di -campanelli, mormorii di rigagnoli e sospiri di vento fra gli alberi, -e certe smorzature prolungate (corrispondenti a un'incertezza o -all'aspettazione d'un suggerimento della direttrice) d'una soavità e -d'una grazia da non parer suoni di voci umane. Una giornata intera -sarei stato là a vederli e a sentirli. Via via che procedevano nel -canto, non perdendo mai d'occhio il viso e il gesto della direttrice, -s'eccitavano e si accaloravano, e la buona monaca pure s'eccitava: -le sue guancie smagrite si facevano color rosa, i suoi occhi chiari -splendevano, la sua bella voce vibrava, le sue mani sottili tagliavan -l'aria con gesti larghi e vigorosi, tutto il suo corpo esile fremeva -come quello d'una giovane poetessa ispirata. E quanta poesia spirava -in lei, e intorno a lei, da tutti quei visi fiorenti, da tutta quella -innocenza, dal misterioso avvenire che aleggiava intorno a quelle -trecento fronti serene, dalla beata gioia di vivere che si espandeva -in quelle trecento voci argentine, fra le pareti bianche di quella -scuola inondata di luce e di armonia! O benedetti bambini, seminatori -eterni di speranza! Noi possiamo ben credere, quando non vi vediamo, -che un giorno sarete tormentati voi pure dalle tristi passioni che -ci tormentano, e macchiati degli stessi vizi e delle stesse colpe; -ma quando ci state dinanzi in una scuola, quando guardiamo le vostre -fronti non velate d'un'ombra, i vostri occhi in cui non brilla un -pensiero che dobbiate nascondere e le vostre bocche da cui non è uscita -ancora una parola d'odio, allora l'illusione che sarete migliori di noi -ci rinasce irresistibilmente nell'animo; ed è questa cara illusione, -è questa santa speranza, rinascente in ogni padre con ogni nuovo -figliuolo e nella umanità ad ogni nuova generazione, quella che più -fortemente ci aiuta a vivere e ci impedisce d'intristire. - - * - -Osservando la direttrice mentre cantava coi bambini, mi ricordai d'aver -inteso dire da qualche visitatore di quell'asilo ch'ella s'affaticava -senza alcun riguardo alla propria salute, e anche nell'eccitazione di -quel momento il suo aspetto confermava quel giudizio. Io glielo dissi, -uscendo, dopo averle espresso con parole riverenti la mia più viva -ammirazione. Essa sorrise con una leggiera espressione di tristezza, e -rispose con un gesto vago della mano, che voleva dire: — Che importa! -Spendo la vita per i bambini e morirò contenta. — Quando rimasi solo -sull'uscio, sentii che ritornava alla scuola correndo, per riguadagnare -qualche secondo del tempo che le avevo fatto perdere. Un minuto dopo, -infatti, mi raggiunse per la via il canto affiochito e dolce dei suoi -trecento figliuoli. - - - - -PERSONAGGI INFANTILI. - - -I. - -Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei lunghe file di panchetti -bassi, in modo che parevano accocolati sul pavimento e presentavan -l'aspetto, così fitti com'erano, d'una nidiata enorme di uccelli; i -quali, al mio entrar nel camerone, voltarono il becco tutti insieme, -rallentando il canto e mostrandomi duecento bocche aperte, come se -aspettassero l'imbeccata. Quando fui davanti a loro, accanto alla -direttrice, ebbi per un momento tutti quegli occhi addosso spalancati -e fissi; ma, con mio rammarico, riconobbi subito di non aver quello -sguardo affascinatore dei fanciulli, del quale certi ispettori si -vantano, perchè vidi che tutti quegli occhi non erano attirati dalla -virtù della mia pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna. -Che imprudenza! Se non avessi portato la canna non avrei perduto -l'illusione.... - -Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini che mi fa ogni volta lo -stesso effetto quasi di stupore, come d'un canto che venga di lontano, -di fra le nuvole, da creature in cui rimanga la memoria, ma non più -il senso delle passioni umane, e che sempre mi si traduce agli occhi -nell'immagine d'un'alba limpida che imbianca una terra sconosciuta.... - -Poi andai intorno per osservare ad una ad una quella messe di teste -che, al primo sguardo, m'eran parse tutte compagne. Ah quando si dice: -il tipo regionale! In ogni folla di bambini è rappresentata l'umanità -intera. C'erano là teste di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi, -d'inglesi, di giapponesi, d'indiani; e più di piemontesi, certo; ma chi -le avrebbe riconosciute a Milano? E là pure, come in tutti gli asili -infantili, non c'era viso che non portasse qualche segno della lotta -quotidiana con gli uomini, con gli animali e con le cose: tracce di -graffiature umane o feline, lividi, ammaccature, scottature, gonfietti, -come se li avessero marcati a uno a uno per riconoscerli. E così quelle -voci, che parevan tutte eguali nel canto, come suonarono diverse quando -la direttrice fece alzare l'uno dopo l'altro a dire i numeri! Fu come -far correre la mano sopra una tastiera: una rapida manifestazione -d'animi e di temperamenti fisici distinti, che alla mia fantasia -trasformava istantaneamente quei bimbi negli uomini e nelle donne -avvenire, sospinti da mille disparate passioni per mille vie dolorose a -diversi destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito. - - -II. - -Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e si sparsero per il -camerone aspettando che smettesse di piovere per andar nel giardino. - -Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„. - -Il primo fu un bimbo di poco più di cinque anni, figliolo d'un gasista, -un faccione pacato e serio di bimbo precoce che pensi agli affari di -casa. — Questo — mi disse una maestra — lo chiamammo _il papà_. — Era -un originale amabile, che aveva l'istinto della protezione dei piccoli -e del mantenimento dell'ordine pubblico. Quando un bambino piangeva -egli andava a consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli il -viso con la sua pezzuola, che non sempre glielo puliva; denunciava alle -maestre i torti fatti a questo o a quello; quando nasceva una lite, -si cercava sempre lui come paciere. Ma il curioso, mi dissero, era -la gravità con cui compiva il suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione -di tenerezza, consolando con buone ragioni, esortando con un certo -frasario pedagogico. Quando qualcuno l'andava avvertire che c'era in -qualche parte una vittima, egli diceva gravemente: — _Vado mi_ — e -s'avviava col passo e con l'aria d'una guardia civica chiamata a far -rispettare la legge. - -Mentre facevo i miei complimenti a questo brav'uomo me ne indicarono -un altro che passava, un musetto di topo, con due piccoli occhi -scintillanti e una bocca aguzza di ghiottone. — Questa è la gola più -lunga della compagnia — mi dissero — e uno scroccone di prima forza, -che si sfrega sempre intorno a quelli che hanno qualche cosa di buono -nel panierino. Quando lo vediamo seduto accanto a un altro bimbo, -non c'è da sbagliare: è certo che questo ha un boccone scelto. I ben -provvisti egli li conosce tutti, li trova al fiuto, e non bazzica che -con loro. Non può immaginare con che costanza li seguita, con che arte -li loda, li liscia e li serve, con che fine garbo di cortigiano riesce -a farsi dare la ghiottoneria su cui ha messo gli occhi, e con che -trovate astute, qualche volta, a pigliarsela. È capace di “lavorare„ -il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: ora par cucito a quel -bambino col vestito verde: è sicuro che quello gli confidò d'aver nel -panierino qualche cosa di prelibato. — Infatti, una maestra ci andò a -guardare e ritornò dicendo: — Un pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, -e lo vedrà all'opera all'ora della colazione. - -Quello che mi mostrarono dopo era uno dei bambini più strani ch'io -abbia mai conosciuto. Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni -rimpicciolito: tutto faccia e pancia; un viso di buffone accorto, -che nel ridere strizzava un'occhio, e torceva la bocca da una parte, -corrugandosi tutto in un modo così lepido, con uno sguardo così -astutamente e comicamente canzonatorio, che quando mi fissò restai lì -stupito, sospettando che si burlasse di me. In verità se m'avesse detto -a chiare note: — Tal dei tali, ti conosco e non ti piglio sul serio, -— non mi avrebbe fatto una più strana impressione; tanto che arrestai -la mano già stesa a fargli una carezza e non mi riuscì di dirgli una -parola, parendomi che m'avrebbe risposto con una ghignata. Mi fece -l'effetto d'un nano burlone confuso per sbaglio con dei bambini. -E seguitava a guardarmi sorridendo a quel modo come se gli paressi -il frontespizio più buffo del mondo. Un caso singolarissimo, — più -apparente che reale, voglio credere, — di precocità di senso critico e -di malizia beffarda. - - -III. - -Con troppa presunzione mi volli provare ad argomentar dall'aspetto -d'alcuni le facoltà intellettuali e il carattere. Vedendo una bambina -con gli occhi neri e pieni di vita e di fisonomia mobilissima, espressi -a una maestra la mia ammirazione per la sua bellezza, e stavo per -soggiungere: — dev'essere intelligentissima — quando essa m'interruppe: -— sì, è una bella bimba; ma non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse; -ma confermò. Proprio, la più dura di mente, forse, di tutto l'asilo; -anche nel parlare era addietro d'un anno da tutte le sue coetanee; una -lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed io registrai il mio primo -granchio. - -E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso di madonnina, bianco e -dolcissimo, di quei visi che fanno dire alle donnicciole: — È una bimba -troppo buona, non farà vita lunga. — Questa dev'essere un angioletto, — -dissi alla maestra. — Un angioletto, costei? — mi rispose maravigliata. -— È un serpentino a sonagli che se ce ne fossero dieci compagne ci -sarebbe da perder la testa. - -Possibile! E voltandomi ad altre bambine che facevano cerchio: — Non è -vero, — domandai, — che questa ragazzina è buona? - -Tutte insieme scossero fortemente la testa in atto negativo. - -— E che cosa fa per non esser buona? - -Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda. Poi una disse -risolutamente: — Picchia. — E allora tutte le altre, preso animo, la -servirono di barba e di parrucca: - -— Graffia. - -— Strappa i capelli. - -— Tira calci. - -— Dà dei _titoli_. - -E come in una scarica di plotone c'è sempre il colpo che parte in -ritardo, dopo un breve silenzio ci fu una che soggiunse: — E morde -anche. - -E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata restò sorridente, -girando sulle accusatrici il suo dolce sguardo di santerella, come se -le avessero fatto un panegirico. — O povero illuso, — dissi in cuor -mio, — che pretendi di legger nelle anime a traverso ai visi! Che -povera scienza è la tua! - -In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima e sformata d'un -ragazzo che mi mostrava le spalle, ed essendosi egli voltato nel punto -stesso, fui colpito, quasi con un senso di ribrezzo, dalla strana -rassomiglianza che presentava il suo viso con la faccia orribile messa -dal Lombroso sulla copertina del suo _Uomo delinquente_. Ma questa -volta non mi potevo ingannare. In quel viso mostruoso, che si stringeva -dal basso all'alto come un trapezio, sotto quella fronte bassissima, -irta di setole, dalla quale sporgevano due grandi orecchi che parevano -i manichi d'una pentola deforme, brillavano due occhi di grandezza -ineguale e sporgenti dall'orbita, ma così angelicamente buoni e -amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio quando la maestra, chiamatolo -e messagli una mano sul capo, mi disse: — Questo, vede, è un angelo; -la più dolce, la più cara creatura che sia stata qui da molti anni. — -Allungai la mano per prendergli il mento, e mi commosse, mi diede quasi -una stretta al cuore l'atto pronto con cui egli l'afferrò, come un -affamato afferra un pane, e la grazia affettuosa con cui se la mise sul -capo, chiudendo gli occhi, come per raccogliersi tutto nel sentimento -di quella carezza.... - - -IV. - -Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, dove vidi molte -scenette curiosissime. - -I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno con una mano -appoggiata sulla spalla di quello che lo precedeva, andavano e venivano -per i sentieri, pestando i piedi e cantando una strofetta. In un -angolo, lungo il muro, c'erano poche fragole che sarebbero state tutte -sulla palma della mano. Ogni volta che' una delle file cantanti passava -di là, tutti, come se obbedissero a un comando, voltavano il viso -verso quelle tentazioni porporine, rallentando il passo e smorzando -la voce, e seguitavano così col collo torto e con gli occhi rivolti -verso il frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come fa una -pattuglia di soldati quando passa davanti a una bella ragazza; e in -quel passaggio sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo, -che, a vederli, si ridestavano in me pure, come un vago ricordo, gli -stimoli antichi del palato infantile, e mi pareva di ringiovanire in -quel senso. Oh, gli asili infantili, che case di cura sarebbero per i -malati di disappetenza! Mentre quei cori giravano, si formavano qua -e là gruppi in ginocchio attorno a un bimbo o a una bimba che aveva -trovato una lumaca o un'ape o una pietruzza luccicante, corone di -teste rapate o capellute, chinate e strette, che non si vedeva più -un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, come si vedono nei mercati -d'erbaggi, appiccicate le une alle altre in maniera che le maestre -le dovevan separare a forza perchè pigliassero un po' di respiro. E -intanto io ammiravo l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine, -benchè di famiglia povera, facevano alle signore che si rendon visita: -— Venga avanti — Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il favore -d'accomodarsi. — Era tanto tempo che desideravo di rivederla!... — -E mille riverenze da contraddanza e sorrisi di damine in solluchero. -E mentre da una parte seguiva questo scambio di cerimonie, vedevo di -sbieco dall'altra una piccola baruffa, non so se finta o vera, in cui -le “damine„ si ricambiavano con voci angeliche la parola del Cambronne -e si voltavan la schiena battendosi la manina sulle mele minuscole, con -un atto di disprezzo che, senza dubbio, avevano preso dal vero. - -Le mie osservazioni furono interrotte in quel momento dalle grida di -cinque o sei piccini che accorrevano ad annunciare alla direttrice, col -viso spaventato: — C'è un bambino che ha perduto un braccio! - -La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, al quale la mamma, perchè -non movesse un braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva -stretto al busto con una fascia, di sotto alla giacchettina, di cui -ciondolava vuota la manica; e per questo gli s'era fatta intorno una -folla, che lo guardava e lo tastava, facendo mille commenti terribili. - - -V. - -La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due -sessi: prima una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo -bianco di diavoletti, messile dalla mamma, per mandarla arricciolata -a una processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel -sobborgo. Era una bambina celebre per un motto pronunciato un mese -innanzi in casa sua; dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del -desinare e piangendo tutta la famiglia senza mettersi a tavola, lei, -che non capiva la morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo, e -all'osservazione del babbo — che era ora di piangere e non di mangiare -— aveva risposto: — _ma prima mangiamo e poi piangeremo_ — ma con tale -accento di franchezza, con così manifesta coscienza di dire una cosa -ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere, anche nel dolore. Io -le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse -la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, dopo uno sforzo mentale -visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio padre s'è -tagliato i capelli. - -Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata -un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva -le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre -e di madre, — mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica; -non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno il _papà_, che le stava -accanto in quel momento, era riuscito a rasserenarla. Teneva la testina -chinata sopra una spalla in un atteggiamento d'abbandono stanco, come -una malata, e pareva che non vedesse e non udisse nessuno; pareva un -viso su cui, per natura, non potesse spuntare il sorriso. Mi dissero -che aveva un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei, ma che era -allegro, e giocava con gli altri. La direttrice mandò una maestra a -cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non si può -dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli occhi alla -sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli -s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al -collo, come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una -moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar -più, non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo. - -La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi, -una figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto -ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: — -Ha degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e, -tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da -capo. Punto dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi -che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa -ha detto quel signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva -inteso. — Per prudenza, essa le aveva risposto: — M'ha detto che si -vede dai tuoi occhi che devi esser buona. — Ma era stata prudenza -inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto che una ripetizione, -approvata dall'autorità, del complimento. - -E non fu quella la sola osservazione che potei fare sulla precocità -della vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi -presentarono, — assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da -parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan risposto alle domande -solite del nome e dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il -complimento solito; si vedeva dalla sospensione d'animo che sollevava -un poco il loro piccolo petto e dal tenue flusso di sangue che il -palpito affrettato del coricino mandava alle loro guance contratte da -un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per questo io non -dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una vaga ombra -di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele -d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto. - - -VI. - -Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: una bimba con la -capigliatura nera strisciata d'oro; conciata a quel modo dalla mamma -che, incaponita di tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava qualche -volta a mezzo l'operazione e la mandava fuori così, chiomata del -bicolore austriaco; un'altra che quasi nascondeva il visetto sotto -un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa stupenda di anelli -di velluto corvino, in cui tutte le compagne cacciavan le mani per -diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa del capo come animati da -mille spiritelli irrequieti; e infine il bimbo dai cinque panciotti, -imbottito in quella forma dalla mamma per un suo terrore morboso dei' -raffreddori di petto, e che, oppresso da quella rigatteria, camminava -annaspando con le braccia larghe come se invocasse soccorso. Ah, c'era -da divertirsi, e anche da commoversi, non altro che ad osservare in -quei bimbi la varietà dei prodotti dell'industria domestica, e in un -solo capo di vestiario. Una collezione di calzoncini, per esempio, da -far rimpiangere di non esser andati là con una _istantanea_: tutti i -più strani saggi di taglio a cui possano riuscire le forbici inesperte -e affrettate d'una povera donna del popolo che ha le faccende a gola -e che utilizza senza scrupoli artistici quanti avanzi di stoffa le -cascano nelle mani, con la certezza che la vittima inconsapevole -accetterà qualunque ludibrio. Calzoni di due colori e di più di due, -raccorciati con filze, allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti -di tende da letto, di federe di guanciali e di scialli logori, con -borsoni posteriori capaci quattro volte del contenuto, con spaccature -somiglianti a finestre a sesto acuto: mezze brachine della forma -d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di sacchetti da ricotta, che -mettevano su quei corpicini delle apparenze buffe di fianchi, di pancie -e di deretani enormi e spostati, o li serravano, per scarsità di panno, -come maglie chirurgiche, facendo schizzar per di dietro, a ogni più -piccolo movimento, degli spicchi di carne rosata, impazienti della -prigionia, impudicamente ribelli all'avarizia tiranna della sarta: -una raccolta di figurini di fantasia da farne una sezione umoristica a -parte nella prossima Esposizione nazionale. - -Ma da queste osservazioni ero continuamente ricondotto a quella della -varietà dei caratteri che si manifestava nei modi molto diversi di -ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto, -parecchi quasi repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte -del capo dov'era stato baciato, come se non capisse che cosa io gli -avessi fatto. Ma i più si mostravano contenti e grati, e fra questi -alcuni che si riscotevano e brillavano sotto la carezza come per la -soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo, e che ritornavan poco dopo -a prendermi la mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto il mento -e a strisciarmisi attorno come gattini, guardandomi di sotto in su con -una espressione di grande dolcezza; quello dalla testa deforme, fra -gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino piccolissimo, nato -con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più -spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche quand'eran -lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi, -che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna, -propria della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le -stature ed ha per tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso. - -E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del -bimbo burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi -capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto -strizzato, che gli parevo ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi -che in un moccicoso di quell'età non poteva corrispondere il pensiero -all'espressione della maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele -mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si -fa qualche volta in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone -sconosciute, che par che ci frughino con lo sguardo nell'anima e -pensino di noi roba da chiodi. - - -VII. - -Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti nel camerone -e presero posto, in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era -scodellata la minestra di riso e fagioli. Fu un divertimento a vedere -come gingillavano tutte quelle manine per annodarsi sotto la nuca le -fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a incrociarle; molte -bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non facevano -che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da -zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile. -Non vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non -aveva appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi -si pentì e rivolle la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio -emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno, scese a patti, -e gli offri, generosamente, un fagiolo — uno solo — che il primo -respinse con sdegno, invocando a grida la maestra. A capo della stessa -tavola vidi un banchettante che si ribeveva le lacrime, ma nel senso -materiale della parola, poichè mangiava avidamente e piangeva insieme -a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel gran -dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca -col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella -per consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli -occhi ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena -tre anni; era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale -di disperazione che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al -petto una medaglia; e s'era quetato come per miracolo. Nel momento -che gli passavo accanto egli spalancava la bocca per ricevere il fatto -suo: eppure, in quello stesso momento, senza neanche torcere il capo, -guardandomi con la coda dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese -la medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno -sopprimere le onorificenze ufficiali? - - -VIII. - -Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i -panierini e tutti si sparsero per quella e per l'altre stanze per -riunirsi da capo, qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte -sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato, a -mangiare in libertà quello che s'eran portati da casa. La direttrice -mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che leticavano e — -Veda che caso — mi disse: — questi due fratelli hanno il panierino in -comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente, s'accapigliano -per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol prender -tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è -così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che -incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me -pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca -mia, l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„. - -M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava fisso, e gli domandai -che cosa gli avesse dato la mamma per colazione. Mi rispose con una -grossa voce: — Un pesce! - -Al modo come lo disse pareva che dovesse essere un salmone. Lo pregai -di farmelo vedere. E mi mostrò il pugno da cui spuntavano le estremità -d'una mezza acciuga, ridotta non più che un filo dalle vigorose -fregagioni che — come mi fu detto da un'assistente — egli aveva -liberalmente concesso alle pagnotte circonvicine. - -Venne in quel punto una maestra a dirmi che andassi a vedere all'opera -lo “scroccone„. Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, col -suo muso di topo sul petto, tutto intento a levar la crosta a un -panino. Finita la scrostatura, si mise a leccar la mollica da tutte -le parti, con grande cura, come se la volesse inumidir tutta quanta -prima d'addentarla. — Ne prepara qualcuna delle sue, senza dubbio, — -disse la maestra. — Infatti, dopo che ebbe condito bene il suo pane, -si voltò verso un gruppo di bimbi che assediavano il possessore dello -zucchero biondo e, cavallerescamente, liberò l'assediato, facendo in -là gl'importuni che volevano intingere il dito nella sua proprietà. -Poi gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli disse nell'orecchio -non so che cosa, a cui quegli acconsentì, porgendo il pacchetto aperto. -Povero ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con un pane asciutto, che -avrebbe fatto poco danno. Era invece un pane traditore che, maneggiato -da una mano abile, girando rapidamente come un buratto.... produsse un -vuoto spaventoso; - - _onde_ sospiri e pianti ed alti guai. - - -IX. - -Entrammo poi in una “classe„ dove non c'erano, sparsi per i banchi, -che sei o sette bambini; due dei quali dormivano così saporitamente, -con le testine rase appoggiate sui gomiti, che nemmeno scossi a più -riprese non si destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri la -maestra rivolse alcune delle solite domande scolastiche, a cui diedero -le risposte solite; comicissime alcune per il contrasto che faceva -la solennità della loro forma letteraria col viso di putto di chi le -pronunciava. - -A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni domandò tutt'a un -tratto: — Che cos'è l'Italia? - -Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato me e la maestra con due -occhi spauriti, mandò giù la saliva e rispose solennemente: — _È la mia -terra._ - -Un altro, che stava rodendo una ciambella, dopo che la maestra gli ebbe -detto nell'orecchio il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando -in aria le due piccole braccia e spalancando la bocca impastata, -mise fuori un _O_ sonoro, come alla vista d'un fuoco d'artifizio -maraviglioso, un _O_ così prolungato ch'io ebbi tutto il tempo di -domandare a me stesso e di cercare con la fantasia quale cosa al mondo -potess'essere degno oggetto di quella stupefacente invocazione. E venne -fuori finalmente.... - - Oooooo tricolor bandiera, - Sventola sopra i monti, - Sui petti e sulle fronti, - Sull'armi e sugli altar.... - -Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: gli s'enfiava il -collo, gli uscivan gli occhi dal capo, una parola sì e una no gli -restava in gola per mancanza di fiato: pareva la caricatura d'un -tribuno che arringasse un popolo. Tutto quell'entusiasmo, però, si -spense d'un colpo. Espettorata appena l'ultima sillaba, ricadde sul -banco e riaddentò la ciambella. - -Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli suggerì il titolo d'una -poesia: egli si alzò e cominciò: - - Una goccia, o nuvoletta.... - -e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e seguitò a gocciolare -senza andare avanti. Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise -al naso come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli disse la maestra, -— il sangue dal naso ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un -po' vedere. — Ma quegli fece un gesto con la manina libera, come per -dire: — Aspetta, aspetta, che deve venire, — un gesto così comicamente -affannato e affettato, che la maestra diede in uno scoppio di risa, -e si contentò della goccia. — Ma vede che malizia, — disse poi -allontanandosi, mentre quello continuava la commedia. — Ah, le dico che -ci abbiamo certi artisti! - - -X. - -Di là rientrai nella sala grande, dove quasi tutti si trovavan -raccolti, ed era un gran moto, un ronzìo, un pio pio, quasi un -ribollimento di suoni rotti, acuti e sommessi, quale si può dare -soltanto in una folla di creature non ferme mai un minuto in un solo -pensiero e che parlano un linguaggio ancora monco e spezzato come i -loro pensieri. E guardando quello spettacolo feci anche quella volta -il proposito, che si fa sempre all'uscire da un di quei luoghi, di -tornarvi al più presto, e che non si mantiene quasi mai; ma che in -quel momento è sincero e vivissimo, ispirato quasi da un istinto -di protezione, come se quelle deboli creature, a cui bastò un'ora a -legarci, avessero bisogno di noi e fosse durezza il separarsene per -non rivederle mai più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il _papà_, -la bimba dai diavoletti e tutti gli altri più espansivi a domandar la -carezza d'addio, tendendo le loro manine che stringevano ancora dei -pezzetti di pane e dei torsi di mela, e dicendomi cento _Ciao_, su -tutti i toni, come a una persona della loro famiglia che partisse per -un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, accarezzandoli, ch'eran -loro, invece, che partivano per un lungo viaggio, per il viaggio -misterioso della vita, nel quale, appunto perchè eran di natura più -dolce e più affettuosa degli altri, chi sa quanto avrebbero avuto più -degli altri da soffrire e da piangere ed anche più spesso desiderato la -fine.... - -Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono, sentii ancora nella mia una -piccola mano che ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi, -e sollevando il mento a quell'ultimo accompagnatore, riconobbi il -piccolo disgraziato che somigliava alla figura del libro del Lombroso, -quello a cui la natura aveva così crudelmente smentito sul viso la -bontà angelica dell'anima. E lo fissai per qualche momento in quei -piccoli occhi ineguali e sporgenti che dicevano così umilmente: — Son -brutto; ma son buono; non mi guardate; ma amatemi, — e mi domandai nel -cuore, con tristezza, quante umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe -costata nella vita quella menzogna spietata della natura; e stretto -fra le mani il suo capo deforme, fui costretto a prolungare il bacio -che gli stampai sulla fronte, — mentre egli mi s'attaccava al bavero -con le manine, — per avere il tempo di scomporre sulla mia faccia -l'espressione di profonda pietà che temevo egli potesse comprendere.... - -Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver l'ultima stoccata da -quella strana faccia canzonatoria di mefistofeluccio, che era lì a due -passi, e che mi guardava socchiudendo un occhio e torcendo la bocca, -con l'aria di dirmi: — Ti conosco, e non me ne vendi. — Non poteva -essere, lo capisco bene; ma tant'è, l'orgoglio è irragionevole: se non -c'era lì la direttrice, gli allungavo una pacca. - - - - -I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO. - - -Una delle più care bellezze dell'alta valle di Andorno sono i bambini; -per i quali io credo che il Correggio redivivo, se li vedesse una -volta, andrebbe a villeggiare ogni anno a Campiglia. Salendo dalla -Balma a Piedicavallo, se ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati, -fra i pietroni del Cervo, su per i sentieri che salgono e si perdono -fra i faggi e i castagni, e a mucchi e a processioni in ogni villaggio: -tanto numerosi da far pensare che non ci sia altra valle in Italia così -prolifica. E poichè d'estate, emigrando quasi tutta la popolazione -maschile (composta in gran parte di muratori e di scalpellini), è -rarissimo incontrare dalla Balma in su un uomo giovane o maturo, ne -segue che al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde provenga -tutta quella razza minuta: se sia una produzione spontanea della terra, -o merce importata, per la stagione estiva, da altri paesi. Sono tutti -floridi e biondi, di tutte le sfumature dell'oro monetato e delle -barbe di pannocchia di meliga: teste d'inglesi e di scandinavi d'una -carnagione maravigliosa di colorito e di freschezza, con occhi di tutte -le gradazioni dell'azzurro, da quello forte delle loro Alpi a quello -chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante come i cieli -del Veronese: alcuni con biancori di latte sulla fronte, dietro le -orecchie e nel collo; e tutti segnati di due rose rosse sulle guance, -eguali di forma e di tono in quasi tutti, come quelle delle bambole -che l'artefice imporpora una dopo l'altra con lo stesso tocco meccanico -del pennello. E non solo per i capelli e per i colori, sono belli anche -per i lineamenti fini, per la forma gentile della bocca, per la grazia -scultoria di tutte le forme: e più belli appariscono per il risalto -che dà alle loro capigliature aurine scompigliate dall'aria viva e -ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo della vegetazione -su cui si disegnano per solito le loro personcine rotondeggianti, -quando, dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie, in gruppi -o in schiere immobili, coi piedi nudi nell'erba, stanno a vedere il -forestiere che vien su lentamente in carrozza per lo stradone della -valle. - -V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli e sorelle; ci son -famiglie numerose in cui tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano -una serie di edizioni in formato vario dello stesso libro, non riveduto -nè corretto: tanto rassomiglianti che, incontrandoli per via, a una -certa distanza, l'un dopo l'altro, vi pare di vedere sempre lo stesso -bimbo, ora ingrandito ora rimpicciolito, ora maschio ora femmina, -come se cambiasse di statura e di sesso a modo d'un personaggio dei -racconti fantastici dell'Hoffman. Ci diranno i fisiologi se questo -possa derivare dall'essere stati tutti concepiti nelle condizioni -medesime, nei ritorni periodici e a data fissa dei padri emigrati, i -quali riportano a casa quella quantità solita di risparmi di danaro e -di castità, a cui corrisponde sempre fra i due coniugi, con gli stessi -pensieri e gli stessi discorsi, la stessa misura d'allegrezza domestica -e d'impulso generativo. - -A loro l'ardua sentenza. - -Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi bei fiori montanini -nati di rudi lavoratori pratici e positivi in sommo grado, dei quali -è ultima qualità lo spirito poetico, si distinguono per nomi classici -e romantici, che paiono stati scelti da padri letterati e da madri -poetesse; benchè, in realtà, non sia invalsa la consuetudine di quei -nomi insoliti che per ovviare alla confusione dei cognomi, diventati -comuni a un gran numero di famiglie per effetto della rete fitta di -parentele che allaccia i valligiani, devoti al proverbio del “moglie -e buoi„. La sera, all'udir le mamme chiamar di sull'uscio la prole -dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par di udir invocare gli -eroi e le eroine della storia e della poesia di ogni paese e d'ogni -secolo. Dante vi passa accanto piegato in due sotto una fascina che lo -nasconde tutto; Clorinda, settenne, raccatta per la strada le reliquie -fecondatrici dell'orto; qui stimola i porci Temistocle; là sferza le -vacche Tarquinio; Rinaldo strascica il sedere sui ciottoli con una -fetta di polenta fra le mani, e - - Erminia intanto fra le ombrose piante - -si soffia il nasino con la camicia. - -Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è -generalmente placida e prudente. Il forestiere, che passa per la -prima volta, essi guardano con occhio intento e scrutatore, come se -prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto o una vendita: con -occhio scrutatore, ma rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti -abituali, che sogliono salutare in modo originale, pronunciando il -loro nome, quando li incontrano, e fissandoli, come fanno i soldati -coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco rissosi, -come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata -che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il -mondo, e attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari -di quella terra divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla -quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono -dignitosi: nessuna di quelle piccole mani, neanche dei più poveri, si -stende a chiedere il soldo al passante; e quando uno ne stringono, -non c'è caso che lo sciupino o lo perdano; somigliantissimi pure in -questo ai loro genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente -l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun altro luogo vidi mai i -ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini e condotti -d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per ore -ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai -disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo -e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana -d'un opificio. - -Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori, -portando nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par -di mattoni per volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave -d'operaie adulte. Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una -mattinata, per trastullo, sulla proda d'una strada, a picchiare con -un chiodo e un martello un pezzo di sienite, come se avessero preso il -lavoro a cottimo, senza alzare una volta in un quarto d'ora la testina -bionda, dardeggiata dal sole. - -Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio -precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la -strada dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che -non possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono -sempre incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati -di rispondervi nella lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla -meglio quelle venti parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una -e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi e tedeschi, con -una flemma di filologi scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra -impazienza, non intesi ad altro, con tutte le forze del cervello, che a -scansare gli spropositi. - -Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a -Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona -d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa -curiosa frase di suo conio: — _L'hanno fatto passar cavaliere_ — ma -con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho cercata -un pezzo, ma l'ho trovata bene. — E hanno delle trovate singolari, da -montanari sottili, diverse in questo da quelle degli altri bimbi, che -vengon fuori in una forma di gravità comicamente impropria all'età -loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè la dividesse in -parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli stavano al -fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte -del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto, -e poi disse solennemente alle sorelle: — _Qui non si fa niente senza -il coltello_, — e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il -comodo suo; ma con l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri -pensieri, per distornare, s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano -invece in certezza gli sguardi obliqui e indagatori di cui ogni tanto -mi saettava. - -E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo -di men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta -della Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò -con le manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in -fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette, -le esaminò ad una ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa -parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì -a far rientrare la linguetta nel taglio e, dopo essersi assicurato col -pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla palma della mano e ve -la premè colla sua zampetta come per farmi prender atto che era fatta -in tutte le regole la restituzione della mercanzia. - -Questi ragazzi, che sentono parlare in casa di tutti i paesi d'Europa -e d'Africa e d'Oriente e d'America, dove i loro padri lavorarono e -lavorano, viaggiano un po' coll'immaginazione, anche prima d'uscire -dal guscio, per il mondo intero. Appena sono in forza da portar la -secchia della calce, la più parte vanno a fare il tirocinio di muratori -nelle città grandi, e, compiuto questo, emigrano dall'Italia. Ma -le separazioni della famiglia si fanno senza lagrime, e quasi senza -commozione, perchè tutti ci hanno il cuore preparato fin dall'infanzia. -Non senza tristezza, però, quando li vedo giocar per le strade così -rosei e sereni, io me li raffiguro giovinetti, curvi sotto il carico -su per le alte scale oscillanti degli edifici in costruzione, o -ammucchiati nelle soffitte, dove essi stessi si fanno da mangiare e si -rimendano i panni, stillando ogni sorta di più duro risparmio; e poi, -più grandi, soli in terre straniere, in mezzo a gente di cui ignorano -la lingua, invisi quasi sempre ai concorrenti indigeni per il loro -accanimento al lavoro e per la loro parsimonia spartana, e vittime -qualche volta di persecuzioni crudeli. - -Ma mi conforta il pensiero che darà saldo coraggio a tutti l'immagine -della valle nativa a cui sempre pensano, e che, se campano, li riavrà -tutti quanti certissimamente, arricchiti o poveri, stretti a lei fino -alla morte. Quanti sono già dispersi per il mondo che vidi bambini fare -i castelli coi sassi e scheggiar la sienite col chiodo, coi capelli -biondi dorati dal sole e agitati dal vento! - -Ogni anno leva il volo una schiera di questi miei antichi amici, e i -loro nomi e i loro visi prima si confondono, poi svaniscono nella mia -memoria. - -Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando nella valle vi trovo -ogni anno nuove capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove guance -vermiglie, un drappello nuovo di Danti, di Temistocli e di Goffredi, -figliuoli di padri lontani che non vidi e non vedrò mai; e questi -nuovi eroi nascono e crescono così somiglianti, sotto ogni aspetto, -ai partiti, che, insomma, mi par di ritrovarmi sempre in mezzo alla -stessa popolazione infantile. Bella e strana popolazione di piccoli -impresari in forma di cherubini, di futuri capomastri, che paiono putti -scappati dai quadri del Rubens, di scalpellini e di muratori in erba -a cui possono invidiare le rose e i gigli del viso i figliuoli dei -principi: innocenti sì, e amabili come tutti i bambini; ma che pure -hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella parola da far credere -che nella notte di Natale, quando sognano la scarpetta che hanno messo -sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro dei dolci, ma una -cedola del Consolidato 5%. - - - - -PICCOLI STUDENTI - - - - -MOMENTI SOLENNI. - - -Il regolamento delle scuole municipali dice che gli esami orali sono -“pubblici„. Non feci dunque che esercitare uno dei miei diritti di -cittadino chiedendo d'assistere agli esami degli alunni della 1ª -elementare della scuola “Giuseppe Grassi.„ Desideravo di vedere con che -animo e con che aspetto i miei concittadini di sette anni affrontavano -la prima prova del fuoco sul campo di battaglia della scienza. - -Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi di alunni e d'alunne, -trovai molte mamme, che davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o -stavano aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con l'aria paziente -e rassegnata di postulanti d'anticamera; altre che andavan su e giù, -col viso ansioso, come se aspettassero il risultato d'un'operazione -chirurgica. E pensai a quanti altri milioni di madri, in quei giorni, -erano, come quelle, prese per una fibra del cuore nei congegni di -quella macchina immensa dell'istruzione pubblica, che lavora il -cervello delle generazioni crescenti in tutti i paesi civili. - -Salito al primo piano, entrai in una stanza ariosa e chiara, dove -quattro maestre e due maestri sedevano intorno a una gran tavola -coperta d'un tappeto verde, ciascuno rivolto verso un piccolo alunno, -che gli stava accanto, in piedi. Il direttore, — un omone dal viso -barbuto e benigno, — girava attorno alla tavola, usciva, rientrava, -assentendo col capo alle risposte giuste e corrugando la fronte ai -farfalloni che coglieva a volo. A quella vista il mio pensiero fece -un improvviso salto indietro di quarant'anni, e sentii come il vago -ridestarsi d'un terrore antico, che era già quasi morto anche nella mia -memoria. Mi ricordai, come in sogno, d'aver avuto una forte tremarella -in una stanza di quello stesso colore, davanti a una tavola verde come -quella, in presenza di un'altra gran barba nera di direttore, di faccia -a un altro finestrone con le tende bianche, dal quale veniva dentro -lo stesso raggio di sole, lo stesso odore di fiori d'acacia, lo stesso -silenzio di strada solitaria, che sentivo in quel punto. E mi rallegrai -veramente al pensare che non ero là per essere esaminato. - -Oltre agli esaminati v'era in un angolo un gruppetto d'esaminandi, -che al vedermi entrare, credendomi un'autorità scolastica, si scossero -tutti a un tempo come una nidiata di passeri spauriti e mi piantarono -gli occhi addosso con l'aria di domandarmi qual particolare ufficio -di aiutante aguzzino io venissi a fare in quella stanza di tortura; -e quando mi videro tirar fuori una matita dilatarono gli occhi anche -di più, come se avessi cavato di tasca un par di tanaglie. Io sorrisi -amichevolmente, per rassicurarli; ma dovettero pensare che il mio -sorriso significasse: — Ora v'accomodo io, — o qualcos'altro di simile, -perchè non si rasserenarono punto; anzi mi parve che si turbassero -peggio. E allora rimisi la matita in tasca.... _per non farli più -tristi_. - -Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai capelli bianchi, -che dava l'esame di lingua. Gli esaminatori erano divisi in tre -coppie; in ciascuna delle quali uno esaminava sulla lingua, l'altro -sull'aritmetica. Essendo stati promossi senza esami gli alunni -migliori, gli esaminandi non erano che gli “scadenti„ o, per parlare -col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca. - -Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando un visetto di poco -più di sette anni, così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto -cuore di “bocciarlo„ neanche se avesse straziato la grammatica come una -tigre. Ma pareva che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per aria -l'ultima domanda, che era di letteratura storica: — Quali sono i colori -della bandiera italiana? - -— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento di titubanza: — verde. - -— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. Si cominciava bene. N'ebbi -piacere. - -Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in quella confusione -di domande e di risposte che mi venivano all'orecchio, a frammenti, -da varie parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? — -_Pere cite_ (pietre piccole). — Il sa-crifi-cio di Le-o-nida.... — -Quattordici, tredici, dodici.... — Il maiale grugnisce. — Ma bene, -quattro nocciole e tre nocciole fa nove nocciole: si raccolgono i -frutti dell'annata.... — Quadrupede, dunque, significa.... — _La mia -patria m'ha dato il Signore, Mio pensiero, mia fede_.... — E scrivi -venti con due zeri? Mariuolo!... - -A questo punto ci fu un intervallo di silenzio, dopo il quale udii -distintamente la voce grave d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa -il bue? - -E una voce argentina e franca rispose: — Il bue ci dà il latte. - -Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi chinar la fronte sotto due -occhi fulminei. - -Debbo dire che la maggior parte mostravano assai meno timore di quello -che m'aspettassi. Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo per -tutti. Li riconoscevo, dopo che avevan dato una risposta, dal movimento -forzato di deglutizione che facevan tutti, allungando il piccolo -collo come se mandassero giù un osso di pesca. A più d'uno tremavano -le mani e le labbra. Si vedeva su certe fronti lo sforzo violento -dell'intelligenza tesa a tutta possa, quasi con l'espressione d'un -dolore fisico, che si mutava tutt'a un tratto in serenità a un: — Bene -— dell'esaminatore, come la contrazione del viso d'un assetato a una -sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per comprender meglio, si cacciavan -sotto, col viso voltato in su, quasi fra le ginocchia del maestro, -quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo negli occhi con gli -occhi spalancati, acconsentendo col capo a tutti i movimenti del suo -capo, riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti del suo viso, come -ipnotizzati. E a che grado di tenuità si riducevano per la paura certe -voci! Erano bisbigli di confessionale, gemiti d'aurette, mormorii di -fili d'acqua, sospiri moribondi d'anime in pena. Parecchi eran così -piccoli che arrivavano appena col mento all'orlo della tavola, in modo -che, quando leggevano col viso spinto innanzi, non mostrando nè spalle -nè collo, pareva che la loro zucchina rapata posasse sul tappeto verde -come divisa dal busto, e quando scrivevano con la penna del maestro, -iperbolicamente lunga per loro, la quale, tenuta ritta, sorpassava di -quattro dita il loro capo, pareva che scrivessero con uno spiede. - -— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò un maestro. - -L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero, rispose -prontamente, come chi non ha il minimo dubbio sull'ordine razionale -dell'enumerazione: — La polenta, le patate, l'insalata.... - -La stessa domanda era rivolta quasi nello stesso tempo a un altro -alunno, che, confondendola con un'altra domanda usuale di suono simile, -rispose con scioltezza: — Gli alimenti principali dell'uomo sono la -testa, il collo, le spalle.... - -Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò mai, un -viso sorridente e ardito, con due occhi chiari di ribelle sereno, -inaccessibile per indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva dire -a tutta la Commissione esaminatrice: — Ma non sapete che io non ho -neppure un pelo che si dia pensiero di voi, dell'esame, del ministero -dell'istruzione pubblica e di tutto lo scibile umano? — - -Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi tutti con le dita per -rispondere alle domande d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni -mentali. Alcuni, per dignità, facevano il calcolo di nascosto, sotto -la tavola o dietro la schiena; altri, senza un riguardo al mondo, -calcolavano con le mani sotto il naso dell'esaminatore, afferrando -successivamente le dita della mano sinistra col pollice e con l'indice -della destra e scotendole a tutta forza come per provare la saldezza -delle articolazioni, e nel contare battevano fitto le labbra e le -palpebre come le divote che recitano il rosario. A uno di questi -matematici “prestidigitatori„ un morettino di sette anni, il maestro -domandò quanti anni avrebbe avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto -armeggiato con le mani sotto la tavola, egli rispose trionfalmente: -— Quarantanove. — E, _secondo il suo modo di vedere_, come dice -il Ferravilla dell'orso bianco che incanutisce in nero, egli aveva -calcolato giusto: solo che aveva moltiplicato, invece di sommare. Un -semplice malinteso. - -Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi minuti! Per la grande -finestra aperta si vedeva il cielo, qualche vetta d'albero, degli -uccelli che roteavano nerazzurro; e i poveri ragazzi, nei momenti -d'incertezza o di smarrimento, rivolgevano quasi tutti lo sguardo -da quella parte, verso l'aria pura e la libertà, con un sentimento -d'invidia — si capiva — per quell'altre piccole creature volanti, che -non conoscono nè grammatica nè numeri; e quel sentimento era compreso -da più d'una maestra che, impietosita, per richiamare all'attenzione -l'alunno, lo pigliava dolcemente per un orecchio o pel mento e gli -faceva voltare il capo verso di sè, — come si fa girare un mappamondo -sferico sul suo asse, — dissimulando un sorriso. - -Dopo un quarto d'ora ch'ero là il mio atteggiamento di “potenza -neutrale„ aveva rassicurato anche i più timorosi. Non solo non mi -guardavan più con terrore; ma qualcuno dei più vicini, in certi -momenti critici, cercando ansiosamente una risposta, mi rivolgeva -uno sguardo che implorava soccorso. E avrei suggerito volentieri; -fui anzi tentato più volte di far dei segni salvatori dietro le -spalle del vecchio maestro; ma oltre che il rispetto per questo, -che era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo dico sul -serio — una considerazione di alta politica, il pensiero della mia -fede nell'avvenire d'un ordinamento sociale, in cui, essendo aperto a -tutti il concorso nel campo degli uffici intellettuali, la selezione -delle intelligenze dovrà essere anche più severa, e quindi la prova -degli esami anche più rigorosa che al presente. — Sii logico, — dissi -a me stesso, — ed ebbi la forza di non fare un cenno nemmeno a un -povero ragazzo col naso ammaccato, che, sul punto d'affogare in una -sottrazione, volgendomi uno sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse -il verso di Dante: - - Non hai tu spirto di pietade alcuno? - -Ah! come la politica indurisce il cuore. - -— LA MORTE DI SOCRATE! - -Queste parole solenni, dette da una bella voce di contralto, mi fecero -voltare bruscamente verso l'angolo opposto della tavola: era una -giovane maestra, dagli occhi severi e dal naso aristocratico, che le -aveva dette a un ragazzo minuscolo, presentatosi in quel momento, con -un visino smarrito, che pareva una mela lessa. — La morte di Socrate! -— pensai. — E che potrà mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma, -con mia maraviglia, l'ometto era ferrato sull'argomento. La morte di -Socrate non era che un raccontino di poche righe, compreso nel libretto -delle _Prime letture_, e imparato a mente dagli alunni nel corso -dell'anno. L'ometto si fece onore. Disse anzi la chiusa: — _Ammirabile -risposta!_ — (la risposta di Socrate) — con un accento di gravità -filosofica, che fece ottimo effetto. - -Si presentò poco dopo al maestro mio vicino uno scolaretto poveramente -vestito, rosso in viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco -prima un pugilato con un suo compagno, perchè gli spenzolava il bottone -dal collo della camicia, e mostrava il petto nudo: un povero petto -scarnito e incavato, dal quale e dagli occhi pallidi, e come stanchi, -si capiva che nell'annata egli doveva contar più giornate che pasti. -Alla prima interrogazione, di vermiglio che era, si fece smorto: aveva -una gran paura, e gli si leggeva in viso ch'era paura d'una cosa -lontana più che del maestro presente; ahimè! delle botte materne e -paterne, forse, che avrebbero suggellato un esame infelice. Mi fece -una grande pietà. — Ah, questa volta — pensai — vada al diavolo la -logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione e con stupore -del maestro, il piccolo pugilatore fece un “esamone„. Superato il -primo intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo a tutte le -domande, nel secondo esame come nel primo, senza incagliare una volta -sola. Ed era commovente il vedere come quel povero viso a grado a grado -s'illuminava, come quel piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di -lode, come sotto una carezza. L'esaminatrice d'aritmetica, contenta, -gli disse terminando: — Bene. Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il -numero _cento_? — E quegli, trionfante oramai, stirato prima il braccio -in aria con l'atto d'uno schermitore che sta per impugnare la spada, -prese la penna, piantò i gomiti sulla tavola con un far da padrone, e -scrisse in mezzo al foglio un 100 enorme, in vere cifre da lotteria, -inappuntabile. Poi buttò la penna da parte, e alzò il viso baldamente, -come dicendo: — Si vuol altro da me?... Son qui pronto! - -Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli fece i rallegramenti, -e disse al maestro: — Lo proporremo per la villa Genèro. - -Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa ridente, sulla bella -collina di Torino, in mezzo agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli -occhi e le Alpi di fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli occhi due -raggi di sole.... - -Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto malinconico, a cui la -mamma aveva annodato con molta cura una cravattina nuova, che metteva -più in vista la giacchetta trita. Fattegli alcune domande, il maestro -dai capelli bianchi gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che -rappresentava una signora con la sua figliuola, vestita riccamente, -la quale tendeva la mano a una ragazza povera, accompagnata dalla -sua mamma vestita a bruno; e c'era scritto, sotto la stampa: — _La -figliuola della vedova._ — Interrogato, il ragazzo pose il dito prima -sull'una e poi sull'altra figura, e disse: — Questa è la fanciulla -ricca, questa è la povera. - -— Perchè, — gli domandò l'esaminatore, — dici che questa è la povera? — -e aspettava che gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il ragazzo -rispose invece, con certo accento di mestizia: — Perchè non ha più suo -padre. - -Il maestro parve stupito e commosso da quella risposta, e, fatto cenno -a me che quel ragazzo appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti, -gli rispose con sapiente delicatezza, passandogli una mano sul capo: — -Hai ragione.... In fatti.... un bimbo non è mai povero fin che ha suo -padre. - -E altri ne passarono: visi umili che domandavano misericordia, faccine -toste che parea che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi -in disdetta che non ne azzeccavano una, bricconcelli fortunati che le -infilavano tutte, e bocchine slattate da un lustro che dicevano quattro -e sette fa dieci con una grazia adorabile, e anche più d'un becco roseo -invermigliato di sugo di ciliegie. Ne venne uno che per leggere il nome -di Epaminonda preparò i muscoli labiali con un movimento comicissimo, -come se avesse dovuto imboccare un trombone smisurato; poi un altro, -un biondino tutto sgomento, il quale balbettò il nome di Cincinnato -con tanti _cin_, da parere che imitasse il suono dei piatti turchi, -mettendo a duro cimento la serietà di tutto il corpo esaminante; e -dopo di lui un meschinello che a non so qual domanda difficile, dopo -un lungo silenzio, non trovò altra risposta che due lacrime. E vidi -ancora far molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno dei quali, -avendogli detto la maestra: — Ma che cosa ci hai in quella testa? — -si passò una mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo dietro -alle letture del _Complemento del sillabario_, feci molte volate -vertiginose da Mosè a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico il -Grande a Orazio Coclite, a Giobbe, a Scipione, a Emanuele Filiberto, -divertendomi a immaginare la ridda matta che dovevan ballare quei -grandi personaggi nell'oscurità di quelle piccole teste; e dopo la -solita formula: — Va pure, — sentii certi - - possenti aneliti - d'una seconda vita. - -che non credo se ne sentano di più profondi e di più dolci nelle aule -dei tribunali regi alla lettura dei verdetti d'assoluzione. - -L'ultimo che si presentò alla maestra che avevo accanto fu il più -lepido della processione. Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva -aver sette anni al più; un viso di nulla, che somigliava una miniatura. -La maestra gli fece una domanda, e, tardando la risposta, gli disse, -un po' impazientita, con l'occhio rivolto altrove: — Su via! — Quegli -credette che quel _via_ significasse _vattene_, e, non desiderando -di meglio, girò senz'altro sui talloni e se la diede a gambe. Quando -l'esaminatrice si voltò, e non lo vide più, restò a bocca aperta un -momento; poi s'alzò di scatto e corse nel corridoio, dove lo raggiunse, -e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente accorto del -disinganno. - -E questo innocente “tentativo d'evasione„ fu l'ultimo episodio notevole -a cui assistetti. Uscito prima che si sciogliesse la Commissione, -trovai ancora nel corridoio del primo piano e in quello a terreno -un buon numero di mamme, di nonne e di zie, che aspettavano con -santa pazienza da un paio d'ore, e vidi gli abbracciamenti con cui -alcune accoglievano “gli usciti fuor del pelago„ sommettendoli a -un interrogatorio concitato, seguito da un arruffio di risposte, -che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano più inquiete -di prima. Non tutti, peraltro, si mostravano incerti o modesti. Un -piccolo spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria con un gesto -di capitan Fracassa: — Ho saputo tutto! — Intesi un altro trionfatore -che si vantava; ma la mamma, una donna del popolo, gli tagliò in -bocca le vanterie, dicendogli: — Sta zitto, vanerello, che è stato -sant'Antonio: tu non sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era un gruppo -di donne che circondavano un bimbo d'un'altra classe, del quale si -diceva che avesse fatto maraviglie, e tutti ci facevano dei commenti -laudativi, lavorando di fantasia: — qualche cosa di non mai visto -nè inteso, — gli esaminatori trasecolati, — un vero portento, — e -guardavano il marmottino da capo a piedi, con grande ammirazione, come -se gli vedessero già in dosso l'uniforme di Presidente dei Ministri. -Un po' più in là raccolsi un frammento di dialogo di due popolane, -una delle quali si lagnava, dicendo: — L'hanno interrogato su tutte le -_combinazioni_ più difficili. Già questi maestri e maestre, agli esami, -si sa, _vanno tutti per protezione_. — E domandandole l'altra perchè -non fosse andata ad assistere agli esami, che erano _a piede libero_: -— Eh, cosa ci sarei andata a fare, — rispose, — _io che non conosco -l'errore_! - -M'ero soffermato in quel momento a pochi passi dal portone della -Scuola, davanti al quale stavano affollati una cinquantina tra scolari -e scolare delle prime due classi, che facevano un cicaleccio vivissimo. -A un tratto tutti tacquero, e li vidi dividersi rispettosamente in due -ali, guardando tutti verso il mezzo (dove io non vedevo), con gli occhi -scintillanti come di simpatia e d'ammirazione. Certo, entrava qualche -personaggio autorevole, l'Ispettore governativo, il Provveditore, che -so io? il Sindaco di Torino. — Che ragazzi bene educati, — pensai; — -buoni piccoli piemontesi, in cui pare innata, in cui è così profonda la -reverenza dell'Autorità, che dimenticano, all'apparire d'un Superiore, -ogni divertimento, ogni cura.... - -Non avevo finito di dir questo che il personaggio entrò. - -Era un cameriere di caffè che portava un gelato. - - - - -PICCOLI SCRITTORI. - - -Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque alunni della seconda -elementare d'una scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette -agli otto anni, di tutte le classi sociali. Chi non ha mai letto una -raccolta di “prose„ di questo genere non immagina quanto ci sia da -divertirsi e da meditare. - -Si noti che il componimento fu fatto nella scuola, senza brutta copia, -sotto gli occhi della maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse -alcun suggerimento, e che perciò questi lavori sono la schietta -manifestazione dell'animo e della capacità intellettuale degli alunni. - -Il tema era: — dite quali siano le occupazioni del vostro babbo, della -vostra mamma, di ogni persona della vostra casa. — - -Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. Noto di volo, -soltanto, che gli errori grammaticali sono quasi tutti i medesimi, -derivando la maggior parte o da anomalie della lingua, come quello -frequentissimo di scrivere al nominativo _miei fratelli_ perchè si -dice al singolare _mio fratello_, o dalla suggestione del dialetto, -come quello del dativo _gli_ in vece di _le_; nel che non si può -supporre che i miei piccoli scrittori intendessero di seguire la teoria -manzoniana. Quanto all'ortografia, sono pecche comuni (e la ragione -si capisce) l'orrore della virgola, il disprezzo dell'apostrofe, -l'appiccicatura degli articoli ai sostantivi, e la cattiva -amministrazione delle consonanti, risparmiate o spese a sproposito, -per non aver la norma della pronunzia esatta. Lo scoglio in cui -tutti battono è l'acca del verbo avere. Io credo che molti ragazzi la -sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano di scriverla; ma -quegli altri che, ricordandosi che ci vuole, senza sapere ben dove, -la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo così il verbo -in un'interiezione, — _ah_, — la quale in certi punti fa un effetto -comico, come se volesse dire: son stufo. E degli errori di senso è il -più ovvio quello che proviene dall'intromettersi d'un pensiero in un -altro pensiero, il quale rimane così troncato nella mente del fanciullo -ed espresso a metà sulla carta, come uno di quegli avvisi pubblici -a cui si sovrappone in parte un altro avviso. Nella correttezza -grammaticale, del resto, come nella regolarità calligrafica, vi sono -tra i lavori grandi differenze; non tutte riferibili al vario grado -di capacità degli alunni, poichè molte derivano dal loro umore della -giornata; che è come dire dalla rottura d'un balocco o dalla perdita -d'un soldo o dalla soppressione del caffè e latte mattutino. Ma dei -dispiaceri di questa natura si risente molte volte anche lo stile degli -scrittori di quarant'anni. - - * - -Restringo le mie osservazioni al campo morale, che è più fecondo e più -vario. Ricavo per prima cosa da questi componimenti che la maggior -parte delle famiglie si occupano dei loro piccoli scolari assai più -di quanto non si soglia credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di -questi trentacinque, anche di quelli di più umile condizione (e non -c'è ragione di sospettare che non sian veritieri), il quale non dica -che il padre o la madre o un fratello o una sorella gli fa recitare -ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, e tutti quanti accennano -il particolare, che, ogni volta che escon di casa per andar a scuola, -la mamma guarda loro nel zaino per veder se ci hanno ogni cosa. Mi -par questo un segno certo di progredita istruzione popolare, poichè -non credo che nelle famiglie povere di trent'anni addietro si facesse -altrettanto. Quasi tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di -tutti i loro parenti. E da questo e da altri accenni a consuetudini -domestiche si capisce la vita ordinata e operosa di molte famiglie, -in cui tutti si levano all'alba e lavorano tutta la giornata, e si -aiutano e si ricreano insieme nel breve tempo che passano uniti; e -appariscono vagamente figure di madri ammirabili, e sventure nobilmente -sopportate, e case di piccoli “borghesi„ nelle quali il decoro visibile -è mantenuto a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata dalla -buona armonia e dalla buona coscienza. E per questo rispetto la lettura -dei componimenti m'ha rallegrato. - -Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe a una mia -opinione, ma che, potendo essere un semplice caso, non basta a -distruggerla; ed è questa, che dalla classificazione dei componimenti -non resulta che i ragazzi di famiglie popolane siano inferiori, per -il minor aiuto intellettuale che hanno in casa, a quelli di famiglie -agiate, poichè degli undici, sui trentacinque, che ebbero i punti -migliori, sei sono figliuoli di povera gente. - -Notevole è pure che sono figliuoli del popolo quelli che scrissero -espressioni più vive di affetto e di gratitudine per i loro parenti; il -che può derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare per la famiglia -in una forma più sensibile che non sia quella del lavoro della mente, -e sono indotti più degli altri alla riflessione dall'austerità della -vita, e comprendono e valutano meglio le privazioni che s'impongono per -loro il padre e la madre, per effetto dell'esperienza dolorosa che ne -fanno sovente essi pure. - -Curioso è che i tre alunni più affettuosi della classe sono tutti e tre -figliuoli di cuochi. - - * - -Uno di questi chiude il componimento colle parole seguenti, che -trascrivo alla lettera: — _Oh se potessi essere al posto di mio babbo, -e non farlo più lavorare! Io penso che ha cinquant'anni! Io penso alla -mia povera mamma che è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia!_ -— Il figliuolo d'una lavandaia, orfano del padre, scrive: — _Io non ho -il babbo, ma dico che cosa fa la mamma._ — E dice la sua lunga giornata -di lavoro. — _Viene a casa tanto stanca che nemmeno mangia la cena. -È molto buona e fa tutto quello che può per me, mi guarda perchè i -vestiti siano puliti, mi fa la colazione, mi pettina e ha cura di me._ -— Originale e bella è questa chiusa del figliuolo d'un fabbro ferraio: -— _Oh bambini, obbedite sempre i vostri genitori. Essi sono gli -angioli. Ti anno allevato, ti mantennero ti mandano a scuola ordinato -e pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare._ — Questo -_ti fecero camminare_ non è bellissimo? Non è men bella quest'altra -chiusa, del figliuolo d'un carbonaio: — _Povero babbo a durar fatica -dalle 5 alle 9 e mezza. Povera sorella che dura fatica a lavorare. -Povero fratello, è ammalato e molto._ — Ma la più singolare mi par -quella del figliuolo d'un conciatore, che dice: — _Quanto sono carini i -miei genitori! Quando noi gli chiediamo qualche cosa non osano dir di -no, dicono di sì. Anno proprio compassione di noi. Il padre si chiama -Antonio Lotta, la madre si chiama Maria Lotta, io mi chiamo Giulio -Lotta._ — E come è semplice e graziosa questa frase del figliuolo -d'un lavorante orefice: — _Il babbo è molto buono, la mamma è buona -come il babbo_ —;e quest'altra: — _La mamma pensa a tutti e a tutto. -La sorella, quando la madre è fuori, essa fa da madre._ — È una perla -quell'_essa_. - - * - -Due caratteri principali si riscontrano in questi piccoli scrittori: -i riserbati e laconici, che dicono il meno possibile, restringendosi -a indicar secco secco le ore in cui le persone della famiglia si -levano, mangiano, e vanno a dormire, e gli espansivi, che profondono -le notizie e le confidenze. Questi parlano in special modo dei -fratelli e delle sorelle, e si possono dividere alla volta loro in -“affettuosi„ e in “critici„. La maggior parte dei primi ricordano con -molta tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò che conferma -la massima pericolosa d'un mio amico, padre molto prolifico, secondo -il quale bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino, perchè -ingentilisce il cuore dei figliuoli grandi. Dice uno: — _Quando la -mamma mi lascia da guardare il fratellino più piccolo sono molto -contento perchè gli do anche da mangiare._ — Un altro fa l'elogio del -fratellino, che _studia molto_, e dice di sua sorella minore: — _Mi -diverto in tutte le maniere con lei._ — Un terzo scrive: — _Maria è la -mia gioia la faccio saltare e qualche volta fa le bizze. E allora_ — -soggiunge come la cosa più naturale del mondo — _la mamma mi batte._ -— Dice il medesimo un quarto: — _Io o anche la sorellina che a appena -cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento, e quando ho fatto -il lavoro mi diverto e lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar -dalla mamma._ — È un destino!... Un altro butta là nel mezzo del -componimento, senz'alcuna attaccatura col resto, questa frase curiosa: -— _Mio fratello qualche volta mi fa dei piaceri._ - -I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti, qualche volta. Ve n'è -uno che giudica in questo modo le sue tre sorelle: — _Ada è buona, -ma un po' capricciosa; quella che si chiama Teresa va solamente a -scuola all'asilo_ (come si sente in quel solamente l'orgoglio dello -scienziato!), _Adelaide è un po' cattiva._ — Altri fanno a carico dei -loro fratelli rivelazioni più gravi, come quelle che seguono: - -— _Poi ho un fratellino che ha appena due anni, e è un biricchino di -prima riga._ - -— _Ho un fratellino di 7 anni che va a scuola, non vuole saperne di -studiare._ - -— _Ho un fratello grande che è bocciato._ - -Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli più minuti, in una forma -amenissima: — _Il mio fratello più grande non studia abbastanza, ma fa -dannare il babbo e la mamma. Torna a casa con un castigo da fare per la -maestra. Il babbo e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei castighi -da fare e lui dice di no e ha vergogna di dir di sì._ - -E che dire di un cervello sodo di sette anni e mezzo, il quale scrive: -— _Ho due fratelli, il maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta -giudizio_? - - * - -Molte cose strane e oscure dicono riguardo alla professione e alle -occupazioni del padre. La professione alcuni non l'accennano; altri -pare che non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice uno: — _mio padre -è impiegato fuori di porta_ — senz'altro: provatevi a indovinare. Un -altro definisce la professione paterna in questo modo singolare, un po' -indeterminato, mi sembra: — _Il babbo va via alle 7 per guadagnarsi il -pane col sudore della sua fronte._ — Altrettanto singolare e non molto -più lucida è quest'altra definizione: — _L'occupazione del padre è di -pensare molto ai colori per fare i quadri con dei fiori e altre cose._ -— Il figliuolo di un “impiegato al gas„ dice: — _Mio padre a mezzanotte -va a spegnere i ceri._ — Definisce un altro in questa ardita forma -grammaticale l'occupazione di sua madre: — _L'occupazione di mia madre -è che pensa alla roba di non perderla._ — Il più originale, per altro, -e il più misterioso è quello che, dopo aver detto: — _L'occupazione del -mio babbo è di fare il benestante_, — soggiunge: — _cioè 5 o 6 giorni -sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in campagna a lavorare, e quei 5 o 6 -giorni che è a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà all'ufficio, -insomma ha tanto da lavorare che un'ora è in casa e un'altra è fuori._ -— Un benestante, come si vede, che non poltrisce sulle sue rendite. Ne -cito ancor uno che fra le occupazioni del padre registra questa: — _poi -il babbo viene a casa e sta due ore a leggere il popolo_ (la Gazzetta -del popolo) — e un altro che fa questa straordinaria rivelazione: — _Il -babbo va a letto la sera alle 11 e non si alza più che alla mattina._ - - * - -Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano in questi pochi -componimenti, se volessi citarle tutte, riempirebbero troppe pagine. -Non si direbbe che è un epigramma pensato questa doppia proposizione: -— _Mio fratello va al ginnasio, ma studia?_ — E come è ben resa la -varia operosità d'una brava ragazza di casa con questi due tocchi: — -_Mia sorella mi corregge il lavoro e scopa il negozio._ — E che fior di -logica semplicità v'è in questa frase: — _Allora i genitori mi fanno -ripetere la lezione, se la so mi dànno la merenda e se non la so non -me la dànno_ — e nella seguente: — _la mamma mi lava i vestiti se sono -sporchi, me li cucisce se sono stracciati_. — Dopo aver accennato le -occupazioni dei parenti, uno passa a dire le proprie con questo ingenuo -avvertimento: — _Vengo a parlare di me._ — Un altro: — _Adesso parlo -di me._ — E un terzo, più solenne: — _Ed ora parlo di me stesso._ — -Questi me ne rammenta un quarto che notifica in una forma nuova affatto -la composizione della propria famiglia: — _A casa mia ho il babbo, la -mamma, la sorella e me._ - -Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le seguenti, che paiono state -cercate per ottenere un “effetto finale„: - -— _Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi._ - -— _Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza._ - -— _Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi levo alle 7._ - -Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante notizia; la quale, -per quanto concerne lui, è certamente una piccola spacconata: — _Dopo -cena qualche volta andiamo al caffè a bere dei liquori._ - -Da un periodo arruffato d'un altro si capisce che in casa sua sono -incaricati i ragazzi di apparecchiar la tavola; ma sentite con quali -restrizioni, e come giudiziosamente e ordinatamente specificate: — _Ma -mettono solamente il tovagliolo e le tovaglie perchè se mettono i tondi -li rompono e le posate si tagliano o cadono per terra e possono fargli -del male sugli occhi dentro alla bocca sulla fronte._ - -Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa maravigliosa uscita, -che a qualcuno farà dare un balzo sulla seggiola: — _Il babbo viene -a casa ed è l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato usciamo._ — Si -capisce che voleva dir ceniamo; ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva -forse in mente per l'espressione d'un pensiero d'affetto alla chiusa, -essendosi cacciato avanti tutt'a un tratto, gli cascò sulla carta -invece dell'altro. - -Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo d'un muratore, per -intender la quale conviene sapere che una società di filantropi -torinesi fondò delle “colonie alpine„ dove son mandati ogni anno -a passar l'estate un certo numero di fanciulli poveri delle scuole -municipali, scelti fra i più deboli di salute. Il povero ragazzo scrive -che a casa sta coi piedi nudi per non sciupare le scarpe, _perchè ho da -andare alle colonie alpine, e così ci vuole un paio di scarpe buone_, -— ed enumera dopo questo gli altri oggetti di corredo richiesti, -soggiungendo con una esclamazione di gioia: — _E io ho già tutto!_ - -Ma la più saporita l'ho serbata per la fine. Dice un ragazzo: — -_L'occupazione di mio fratello maggiore è di levarsi la mattina alle 3 -e di andare a Chieri al passo di corsa._ — Dêi del cielo, ci son venti -chilometri! — E che dannata professione sarà mai questa? — mi domandai -leggendo; ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì di scoprirla. -Seppi poi dalla maestra che quel fratello è “volontario d'un anno„ -nei bersaglieri, e che l'alunno aveva inteso d'accennare a una “marcia -di resistenza„ fatta dal reggimento; ma s'era espresso in modo, come -si vede, da far scambiare la fatica straordinaria con una occupazione -quotidiana — spaventevole. - - * - -Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti, che non si -troverebbe in una grande raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti -elementari, che l'insegnarono a me, quanto ci sia da imparare spingendo -l'analisi di questi lavori oltre l'ortografia e la grammatica. Ma -mi arrischio a dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro -che studiano il cuore e la mente umana; poichè credo fermamente che -i fanciulli, a studiarli profondamente e con amore, siano, dopo gli -scrittori di genio, i migliori maestri dell'uomo. - - - - -I DESIDERI DEI RAGAZZI. - - -Non sono immaginazione mia: li manifestarono per scritto trentacinque -alunni d'una seconda classe elementare delle scuole municipali di -Torino, ai quali la maestra diede per tema: _I miei desideri_, e fece -fare il componimento nella scuola, senza brutta copia, concedendo -un'ora di tempo. La maggior parte sono ragazzi dai sette agli otto -anni, che venti mesi fa non leggevano ancora l'alfabeto, e diciotto -sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho fra le mani i loro -componimenti, — un mucchio di foglietti di carta rigata, coperti d'ogni -forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta alla pura e pretta -raspatura di gallina, e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e -piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e non so risolvermi -a buttarli in un canto, prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori -più belli per offrirli agli studiosi e ai dilettanti di letteratura -fanciullesca. - - * - -Prima di principiare a leggere pensai che questi componimenti non -potessero essere che elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a -un dipresso, come le vetrine dei venditori di giocattoli; non pensai, -fra l'altre cose, che potesse essere così generale, come lo riscontrai, -in ragazzi di quell'età il desiderio dei viaggi; il quale poteva dare, -come dà infatti, ai loro lavori una varietà inaspettata e dilettevole; -e sono appunto le espressioni diverse di questo desiderio ciò che mi -divertì sopra tutto e che mi parve più meritevole d'osservazione nei -periodi bizzarramente scarmigliati e claudicanti dei miei piccoli -prosatori. - - * - -Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, il desiderio di viaggiare, -e nominano le città che preferirebbero di vedere. Le città più -“desiderate„ sono, per ordine di voti, Milano, Napoli e Roma. Penso -che abbia il primato Milano per la ragione che, essendo la più vicina -a Torino, è quella di cui i ragazzi sentono parlare più spesso. Quelli -che vorrebbero andare a Roma son quattro, e due di questi paiono -mossi da sentimenti politici opposti, perchè l'uno vorrebbe andarvi -soltanto “_per vedere dove abita il papa_„, l'altro, _per vedere quel -bel palazzo dove ci sta Umberto I_. Il terzo, indifferente al monarca -e al pontefice, dice che desidera di andar a Roma non per altro che -perchè “_c'è stato il suo padrino_„, ed è dubbio il quarto perchè -scrive che vorrebbe andare “_sul bastimento a rona_„ e può darsi che -abbia inteso di scrivere a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, del -resto, che parla d'andare “_col bastimento_„ a Milano. Per Firenze -non ci sono che due aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. Ce -n'è sette, invece, per l'America; ma è da notarsi che i più di questi -dicono l'America perchè ci ebbero o ci hanno qualche parente; ed è -lo stesso dei tre che desiderano d'andare in Francia. Due soli hanno -desideri senza confini; uno che vorrebbe _visitare tutto il mondo_, e -un altro che desidera di _viaggiare tutti i paesi_; e altri due sognano -viaggi avventurosi di scoperte e di lotte. _Il mio desiderio, sarebbe -di attraversare il mare e di cercar le oasi_ (voleva dir le isole -forse), e il secondo: _Mi piacerebbe visitare i deserti dove c'è le -bestie feroci._ C'è anche un originale che vorrebbe non solo andare, -ma _stare in Asia_; in quale parte non lo dice; si può intendere fra -Gerusalemme e Pechino; e la ragione della sua scelta è un po' vaga: -— _perchè è molto bello e mi piace molto e c'è un sole molto caldo._ -— Invitato dalla maestra a spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio -pien di mistero. Più comprensibile è uno dei sette già rammentati, che -vorrebbe visitare _quella grande città d'America_ (non dice quale) -_perchè ci sono quelle grosse piante, quei tronchi che sono di una -grandezza straordinaria_; ed esprime in questa forma ingenua la sua -ammirazione per la fecondità della natura: — _E poi da quelle piante -piccole a venire e quelle piante straordinariamente grosse!_ — E gli -accozzamenti delle grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi. -Uno vorrebbe veder _Milano, Firenze, Castellamonte_; un altro vorrebbe -_andare in America, e poi a Crescentino_, un comune della provincia di -Novara, dove dice che è “_puro il cielo_„. Ma la cosa più amena sono -le ragioni che adducono, gli scopi particolari che si prefiggono alcuni -al loro viaggio. Quello che dice: — _vorrei andare a Genova a pigliare -i bagni di mare, ma ho un po' paura della burrasca_ — si capisce; ma -quello che vorrebbe andare a Firenze! Non pensate che sia per veder -Santa Croce, i musei, i monumenti: si può dare in mille a indovinare. -— _Per bere il latte che è squisito!_ — Donde gli sarà mai venuto un -così straordinario concetto del latte fiorentino? Può fare il paio con -quell'altro che desidera d'andare a Napoli, oltre che per vedere il -_vulcano o vesuvio_, sapete perchè? _Perchè si mangiano dei maccheroni -napoletani;_ e questo passi; ma soggiunge il sudicioncello: — _e sono -molto buoni e non si prendono col cucchiaio ma si mangiano con le -mani._ — Chiedo scusa per costui, come cittadino torinese, ai miei -compaesani di Napoli, e li assicuro che si tratta d'un'opinione affatto -personale dello scrittore. - - * - -Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole che quasi tutti quelli -che v'accennano desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno di -progredita cultura igienica? Perchè non uno su trenta scolaretti di -Torino, quando io ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio; -certo, non ci avrebbe pensato nessun ragazzo di famiglia povera. -L'immagine più poetica, riguardo al mare, è quella del figliuolo -d'un operaio, il quale dice: — _Mi piacerebbe andare sugli alti mari -dove si vede per tutto acqua e celo;_ — ma vorrebbe avere con sè la -mamma, la zia e un cugino “_per dividere i pericoli_„. Sono anche di -più quelli che desiderano di andare in montagna; ed è naturale anche -questo poichè vivono tutti davanti allo spettacolo incantevole delle -Alpi. Uno dice che vorrebbe andare in montagna _per vedere i buoi_; -un altro _per stare molti giorni ad una certa altezza numerosa_; un -bel traslato ardito, se lo volle riferire, come pare, al numero dei -metri d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso desiderio -con una frase semplice e triste che tocca il cuore: — _Vorrei andare -sulle più alte montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non sono -mai andato in nessun paese._ — Andare a passar l'estate in campagna, -senza determinazione di luoghi, è il desiderio più comune; più vivo -in quelli che non lo possono soddisfare, ed espresso da tutti con -un'insistenza e un calore di parola, in cui si sente un bisogno vero -del corpo e dello spirito, un fremito d'uccelletti ingabbiati, assetati -d'aria e di verde. Conviene anche dire, peraltro, che quanto a viaggi -e a escursioni i desideri di una buona parte sono assai moderati, -arrestandosi in alcuni ai Santuari d'Oropa e di Graglia, e in altri a -villaggi dei dintorni di Torino e alla basilica di Superga; nella quale -uno degli scrittori vorrebbe andare a vedere “_quei sotterranei dove -è morto il re_„. Parecchi sono anche più modesti: non desiderano che -“_una passeggiata nel Corso Palestro_„ che vedono ogni giorno, poichè è -a un passo dalla loro scuola, o _una di quelle passeggiate in via Po_ -(chi sa quali?), o fino alla _succursale_ (niente di meno), che è una -stazione minuscola della strada ferrata di Milano, dentro la cinta. -Ce n'è uno, poi, che non vuol andare in nessun luogo, e manifesta per -i viaggi un'avversione assoluta; dicendo che vorrebbe star _tutta -la vita a Torino_, per una ragione che siete mille miglia lontani -dall'immaginare: p_erchè c'è aria fina_. E neppure potete immaginare -la ragione, tanto è semplice, che adduce un altro del non poter fare -i grandi viaggi che vorrebbe. — _Ma fare tutti questi viaggi non -posso-_-dice — _perchè o da frequentar la scuola tutte le mattine._ - - * - -Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La propaganda per -la pace ha recato qualche frutto? Si può riconoscere in codesti -componimenti uno scemato spirito guerresco nel desiderio scemato di -quei giocattoli che rappresentano strumenti e idee di guerra e di -morte? — Mi manca, per dare una risposta, il termine di paragone; -ma temo che, se anche l'avessi, non potrei dare una risposta molto -consolante. Su trentacinque sono undici che desiderano trombe, soldati -di piombo, fucili, sciabole, pistole, un intero arsenale. Credo -soltanto minore di quello che sarebbe stata trent'anni fa la richiesta -dei tamburi (due soli ne chiedono) perchè, non usandosi più il tamburo -nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È vero, peraltro, che -uno solo di quegli undici esprime chiaramente delle idee belligere, e -anche in senso puramente difensivo, dicendo: — _Vorrei essere vestito -da soldato per andare in guerra a combattere contro il nemico e salvar -la mia patria._ — Quasi tutti gli altri non chiedono armi che per -giocare. Ce n'è uno, anzi, che confessa la propria avversione alla -guerra in un modo assai comico, ed è di quelli che vorrebbero viaggiare -in Africa. — _Ma andare in Africa_ — soggiunge — _non mi piace perchè -c'è la battaglia, ma io vado quando non fanno la battaglia._ — E dice -anche, contraddicendosi, che non gli piace d'andare in Africa, _perchè -vi sono neri gli Abissini_. - - * - -Più delle armi sono desiderati gli animali, naturalmente, poichè dopo -l'uomo — primo oggetto d'osservazione pei fanciulli, — son quello che -più gli rassomiglia; e fra gli animali, per la bellezza delle forme, e -per la vivacità delle mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più -desiderato è il cavallo. Sedici alunni vorrebbero averne uno, ma due -soli specificano: _un cavallino sardo_. Poi viene il cane, desiderato -da cinque: uno dei quali vorrebbe _uno di quei cani inglesi_, e un -altro, _un bel can barbone_; ma per licenziare la serva, parrebbe: -_perchè_ — dice — _il can barbone è docile e serve a far la spesa ai -padroni_. Sono desiderati da altri una _pecora_, una _pecorella viva_, -un _asinetto_, ed altri animali domestici; di uccelli non è nominato -che il canarino. Anche il gatto ha un voto solo; forse perchè quasi -tutti ne hanno uno da tormentare in casa propria. Ma a proposito di -bestie il più saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe “_un bel -cane e un cagnolino da guardia_: sentite se si può essere più assennati -e più previdenti; par che ripeta un discorsetto di suo nonno: — _Ma con -questi due cani_ — dice — _uno piccolo, e l'altro grosso, non vorrei -che fossero invidiosi, che non si mordessero malamente, come fanno -certi cani, e non mi piacerebbe niente se venissero arrabbiati, allora -poi li farei uccidere perchè senò si uccidono tra loro_....„ - - * - -Tra le cose inanimate quelle che destano più desideri sono la -lavagnetta col gesso e il teatro coi burattini; ma perchè l'una e -l'altro servono all'imitazione della vita. Anche la lavagnetta, in -fatti, benchè dicano quasi tutti — le mascherine — di desiderarla per -esercitarsi alle operazioni aritmetiche (che suol essere il pretesto -con cui se la fanno comperare), in realtà la vogliono per rabescarvi -su dei fantocci. Quattro desiderano _una biblioteca_, senza dir -altro; uno eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche molto -discrete, poichè la vorrebbe composta di _tutti e cinque i libri di -lettura_ delle cinque classi elementari e di _una bella storia sacra -per leggere la venuta dei magi_. Di altri libri che si desiderino -non trovo accennati che due l_ibri di preghiere_ e _un bel libro di -preghiere a Gesù Bambino_. Opere d'arte ne desidera uno solo, che -vorrebbe _una statua_, e non aggiunge parola: la prima statua venuta. -Non metto fra gli oggetti d'arte _i due quadri, uno del re e uno della -regina_, a cui accenna un altro, perchè possono essere desiderati -per sentimento di devozione alla monarchia; come forse per sentimento -religioso desiderano altri tre un _bel crocifisso, un bel quadro della -Madonna, una Madonna dipinta_. Un solo filarmonico si palesa, uno che -vorrebbe _un pianoforte per imparare a sonarlo molto bene_. Fra gli -oggetti di desiderio più singolari noto _una bell'arnia e un servizio -da caffè_. Ma come badano tutti, quando può nascere equivoco, a far -ben capire che vogliono oggetti da grandi, e non dei trastulli. — -_Vorrei un bell'orologio_ — dice uno — _ma non di quelli da cinque -centesimi, e che vada._ Un altro vorrebbe una barca — _ma proprio di -quelle da metterci noi dentro e partire;_ — l'espressione potrebbe -essere forse più elegante, ma non più chiara. E uno di quelli che -desiderano un cavallo spiega bene: — _un cavallo, ma da andare in -groppa._ Un quarto mette in un mazzo, come tre cose affini, questi -tre desideri: _un teatro, una gallina, una spada._ È strano come -non uno di questi trentacinque ragazzi, di cui la più parte sono di -famiglia povera, esprima il desiderio d'un bel vestito, d'un oggetto -d'ornamento, d'una qualunque cosa che dimostri la vanità di volersi -distinguere esteriormente. Qualcuno si stupirà che non sia stata ancor -nominata la bicicletta, e ci sarebbe davvero da stupire se non l'avesse -rammentata nessuno. I desiderosi del nuovo “locomobile„ come lo chiama -prosaicamente il regolamento municipale, o del _ferreo corsiero_, come -lo chiama poeticamente Lorenzo Stecchetti, son cinque; uno dei quali -espone il suo desiderio con questa piccola spampanata: — _Mi piacerebbe -andare a Napoli a traversare il mare che è veramente bello; ma se io -avevo una bicicletta sarei già andato._ - - * - -Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ i desideri son pochi, -e non irragionevoli. La proprietà più ambita è il giardino — _un -giardino con molti fiori — un giardino tutto fiorito di rose_ — ed -altri, definiti brevemente, con immagini graziose, che esprimono un -desiderio vivo. V'è un solo ragazzo, più pratico, chè vorrebbe “_un -campo pieno di frumento_„. Tre desiderano una casa, che uno chiama _una -costruzione_, e la vorrebbe mobiliare a modo suo, col proponimento, -pare, di rimaner celibe, perchè scrive: _una piccola casetta per -mettervi un lettuccio, un sofà, un guardaroba, con alcune seggiole e un -seggiolone_. Più numerosi son quelli che desiderano indeterminatamente -la ricchezza; ma quasi tutti (e in questo è evidente che esprimono -un'idea inculcata loro alla scuola più che un sentimento spontaneo) -dicono di desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere i poveri. -Uno solo determina l'ammontare del patrimonio che vorrebbe avere, -aggiungendo quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — _Vorrei -avere una lira per fare elemosina agli infelici, cioè come lo storpio, -il cieco e il monchino_. Desideri riguardo all'avvenire, e in specie -alla carriera, tre soltanto ne espongono: uno che vorrebbe esser -_marinaio_, e due che vogliono far l'_avvocato_. E pare che uno di -questi faccia conto di pescar nel Foro fior di quattrini perchè dice: -— _I miei desideri sono pure, quando sarò già avvocato, due bellissimi -cavalli e una magnifica carrozza, e quando avremo voglia d'andare a -cavallo, io e il mio papà, andremo, e quando avremo voglia di andare -in carrozza, andremo._ — E perchè no? Non si direbbe che c'è sotto -una sfida ai socialisti? Un altro, meno ambizioso, dice di desiderare -_un caffè_; ma non si capisce se sia per “esercitare il negozio„ o -solamente per vuotare a suo libito le bocce e le zuccheriere; che è -forse la versione più ragionevole. Osservo, a questo proposito, che non -ci sono in tutti e trentacinque i componimenti se non pochissimi indizi -di ghiottoneria. Quattro soli desiderano dei dolci, pochi altri delle -frutta; e dice uno di questi che vorrebbe andare in America _perchè c'è -lo zucchero_ e in Africa _perchè c'è i datteri_. Cito ancora ad onore -un ragazzo sobrio che vorrebbe _fare una bella cena in un giardino, e -bevere un pochino, ma non bevere molto_, e un altro capetto scarico, il -quale desidera che i suoi genitori diano un pranzo in casa, e numera -le persone che vorrebbe invitate, una caterva di parenti, congiunti, -padrini, madrine ed amici, da dar fondo alle dispense dell'_Albergo -d'Europa_. - - * - -Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee, -per un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno -parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che -lavori di scuola; e danno perciò a conoscere in parte, l'indole dello -scrittore; la quale rimane affatto nascosta in tutti gli altri, segnati -d'una comune impronta scolastica. Quattro di questi scrittori originali -mi colpirono in particolar modo. - -Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà -al componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui -frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri -desideri parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua -maestra; alla quale dà del _lei_ e del _tu_, espandendo l'anima lirica -con una concitazione di stile singolarissima: — _Io vorrei andare a -Roma_ — scrive, salvo i peccati mortali d'ortografia — _stare due mesi -in campagna, ma che lei venisse a vedermi, vorrei giocare alla palla e -pregherò per te che non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio molto -bene e vorrei andar nel mare, e guardi di venire a vedermi, che saremo -felici, e guardi di non esser mai malata, a me piace d'andare a giocare -e guardi di venire al più presto che puoi._ Ma l'adoratore rientra in -sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: — _Con tutta -stima la riverisco._ - -Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime -rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli -effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con -disordine pensato immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in -villeggiatura, a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul -_vapore_, in vettura, in _tram_, in pallone, e dopo aver aggiunto che -vorrebbe _stare in un gran palazzo_ e che gli _piacerebbe d'essere il -re_, e accennato altre sue vaste aspirazioni e splendidi sogni, finisce -il componimento esprimendo il desiderio modestissimo di _pigliare un -bagno_. - -Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con -l'affetto e con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè -medesimo per darsi delle ammonizioni e dei consigli, coloriti di -canzonatura. Dopo aver significato il desiderio d'andare in campagna -per mangiar frutta, dice: — _Ma per te, mio Cesarino, non ci andrai -che quando le scuole saranno al fin dell'anno;_ — e poi enumera le -uve che mangierà — _l'uva bianca, l'uva nera, l'uva mericana_, ecc., e -soggiunge paternamente a sè stesso: — _Ma io ti dirò, caro Cesarino, -che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e fa -perfino venire mal di gola;_ e infine si dà questo memento gentile: -— _Tu mangierai le frutta, ma le viole le governi per portarle alla -maestra, che è tanto buona e gentile coi bambini della sua classe._ - -L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e -grasso vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe -d'andar l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — _a -spassarmela in campagna_ — dice — _perchè là si sta molto bene, si -mangia, si beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta uva, c'è di -tutto e questi sono i miei più cari desideri_. E dopo aver detto che -andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già suo compagno di -scuola (_antico_ compagno, lo chiama), _che se ne sta coricato nella -sabbia calda dal sole_, esce in questa impagabile frase esclamativa, di -cui rispetto l'ortografia: _E!! — ne son ben malcontento di non poterci -far parte!_ — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che parla -del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero -operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del -componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma -che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza -di spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in -un senso.... terribile: _non posso più trattenermi._ - - * - -V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di -desideri, meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe -più proprio chiamar propositi, di studiare, di esser buoni, di -migliorarsi. Quasi tutti li esprimono: molti, certo, più per sentimento -di convenienza che per impulso dell'animo, o anche per forza di -consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della sincerità -d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro -linguaggio. Dice uno: — _mi piacerebbe che la madonna mi facesse essere -buono a scuola e a casa._ — Un altro: — _Io voglio ancora studiare con -tanta voglia e con tanta bontà_ (non è bellissimo?) _e poi darò ancora -1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai -miei superiori._ C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — _Il -mio più bel desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto -buona, di non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto. -E adesso guarderò di fare tutto quello che posso per star buono._ E -carino è l'esordio che fa un altro al componimento: — _Io farò tutto -quello che so per farlo bene e per scriverlo bene_ (senza dir che -cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei quali è di -possedere _una penna d'avorio_, e il secondo è espresso candidamente, -così: — _Io vorrei che mio padre e mia madre non mi sgridassero mai._ -— E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di buona condotta -addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un cortile per -giocare “_ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino -si fa sempre di chiasso_„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il -terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione -d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri, -mostrando di capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non -potrà aver mai, dice che si contenterebbe d'andare alle _Colonie -alpine_ dei ragazzi poveri, e soggiunge: — _Ma i miei genitori non -vogliono perchè dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così._ - - * - -E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano -nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene -trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non -soltanto il ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui -nessuno dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili, -sono appagati, e che, non comprendendo ancora che cosa veramente -sia l'esser poveri, non comprendono che i genitori _non possono_, -e pensano che _non vogliano_, e dicono come quello: — _E sia così!_ -— rassegnatamente, ma col cuore di chi si rassegna ad un torto. Ah, -i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo una delle più care e -delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una delle più -dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle amarezze -peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente quei -fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici. -Accanto alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia -bisogno, ci dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa -desidera; dietro la mano che gli dà un pane, una mano che gli porga -un trastullo; perchè non basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli -sorrida; perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso si prepara -l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà e che odierà i suoi simili -per vendetta - - - - -IL GAROFANO ROSSO. - - -Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava ancora su per le scale -con la cartella del disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello -e, appena le fu aperto, si slanciò nella sala da desinare, dove -l'aspettavano il padre e la madre, coi regali pel suo giorno natalizio. - -In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il mazzo di fiori, l'anello, -il libro illustrato e il canestrino da lavoro, disposti sulla tavola -apparecchiata, su cui brillava un raggio di sole; poi, ringraziando e -ridendo, abbracciò e baciò con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si -lasciò guardare. - -Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli ondulati e i suoi -grandi occhi parevan più neri del solito, e il bel garofano rosso, -contornato di violette, che le usciva dall'abbottonatura del giubbetto -bianco, non reggeva al confronto della sua piccola bocca capricciosa e -imperiosa. - -Suo padre stette un minuto in adorazione davanti a lei; e i suoi occhi -pieni di tenerezza facevano un contrasto singolare coi minacciosi baffi -grigi che gli andavan dalla bocca alle orecchie. Sarebbe bastato uno -sguardo a chi che sia per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor -Mazzi, dalla faccia di vecchio soldato e dalle mani d'antico operaio, -più temuto che amato dai duecento cinquanta lavoratori della sua grande -fabbrica d'ombrelli e di bardature, una delle più fiorenti di Torino, -non era che il servitore umilissimo di quella ragazzina di dodici anni, -in cui pareva che si fosse affinato ancora il sangue signorile della -mamma. Bella, figliuola unica, delicata di salute: aveva tutto quello -che ci voleva per far la tiranna. Una lunga malattia sofferta da lei -due anni innanzi, a cagion della quale, perduto un anno, ripeteva -l'ultimo corso elementare nelle scuole del Municipio, aveva ancor -rinsaldato il suo impero. A ogni sua nuova prepotenza giurava bensì -il signor Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando un'altra volta -la vedeva addolorarsi d'una ripulsa o ricorrere all'arma terribile -del digiuno per far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto, -le vedeva gonfiar per la collera quel bel collo esile e bianco, come -se fosse sul punto di schiattare, ogni forza alla lotta gli mancava. -Faceva ancora un'ultima mostra di resistenza invocando il soccorso -della signora Mazzi, che con la sua mollezza di bionda grassa e -linfatica gli consigliava di cedere per la pace, e poi.... cedeva per -la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo d'Alba una fitta e -intricata vegetazione di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro, -non aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà, nato in lei -e mantenuto vivo da una precoce e quasi maravigliosa intuizione delle -miserie e dei dolori del mondo che non conosceva. - -Quando si credette ammirata abbastanza, disse: - -— Papà, ti ho da domandare un favore. - -Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio la cameriera ad -annunziare che il signor Boleri, avvocato criminale e radicale, -brillante ed entrante, buon amico di casa Mazzi, desiderava dir due -parole al padrone. - -Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina che, fra gli altri -difetti, aveva anche quello d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò -all'uscio socchiuso per ascoltare. Ma il dialogo non le arrivò -all'orecchio che a frammenti. - -Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo solito accento gioviale, -il Mazzi rispose con tutt'altro accento: — Mi rincresce, non posso. - -— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai far scomparire il presidente -onorario della _Fratellanza artigiana_, a cui quel povero diavolo s'è -raccomandato. È un buon operaio, alla fin dei conti; ha lavorato per -due anni nella tua fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene. - -Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle ragioni che la ragazza -non intese. - -L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta sul serio: — Sta bene, -— disse; — ma pensa che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova; che -chiedendoti d'esser riammesso, fa ammenda del suo torto, se pure ti -fece un torto, e che ha famiglia.... e fame. - -Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando. Doveva dare un -esempio. Avrebbe voluto dir di sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno -voluto lottare, — concluse, — lui e gli altri della combriccola, e -hanno perso: tanto peggio per loro. È una guerra a oltranza che si -combatte fra loro e noi. Io non do tregua. Faccio come essi fanno: mi -servo di tutte le armi che sono in mia mano. - -— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè il Boleri, — contro un -vinto, che ti chiede grazia. - -— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi domani. È inutile che tu -insista. Ho deciso. - -— È la tua ultima parola? - -— Me ne dispiace per te, che hai preso la cosa a cuore. È l'ultima. - -— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi per uscire, — ti credevo non -soltanto più pietoso, ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati -questa, e buon pro ti faccia. Darai alla bambina questo mazzetto. Tanti -saluti. - - * - -Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare col viso rannuvolato e -porse ad Alba il mazzo di fiori. - -— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi quell'operaio. - -— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì subito di quella durezza, -e soggiunse benevolmente: — Parliamo d'altro, Albina mia. Avevi un -favore da domandarmi, m'hai detto? - -— Era quello. - -— Come, quello? — domandò il padre, stupito, fermandosi in mezzo alla -sala. - -— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a poco a poco, continuando: -— era quello, appunto; Maria Cinzano, una mia compagna di scuola, -figliuola di quel tuo operaio; è lei che me n'ha parlato questa -mattina; m'ha detto: — verrà un avvocato da tuo padre, per raccomandar -mio padre. Io mi raccomando a te. Faglielo riprendere. È senza lavoro. -Siamo nella miseria. — E m'ha dato questo mazzettino per la mia festa, -un garofano rosso. Io le ho detto di sì. Mi puoi dir di no, tu, il -giorno della mia festa? - -E gli saltò al collo. - -Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise. - -— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso serio, — perchè hai buon -cuore; non te ne faccio rimprovero. Ma non posso contentarti. - -— Ma perchè? - -— Il perchè non lo puoi capire. - -— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti al signor Boleri. Ma -non è un buon perchè. E poi.... come ho da fare a andar a dire alla -mia compagna che m'hai detto di no? E oggi appunto ho da fare un -componimento sopra un signore caritatevole che salva dalla miseria -una povera famiglia! In che maniera ho da trovar le idee? Perchè sono -nella miseria, hai da sapere. Ah! ora capisco. È un mese che la vedo -cambiata, è dimagrita, chi sa come mangia; vive forse di pan nero; non -studia più; viene a scuola con gli occhi rossi. Ho da andarle a dire -che tu vuoi che muoia di fame? - -— Non voglio questo, — rispose burbero il padre. — Basta così, e -mettiamoci a tavola. - -— Ebbene, — disse la ragazza, — se non mangia lei, non mangio io. - -— Alba!... Ti castigo. - -— Castigami! - -Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto, voltandosi verso sua -moglie che stava seduta sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che -questa ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è mai vista un'audacia -simile! — E tornò a voltarsi verso la figliuola: — Ma che obblighi ho -io verso un briccone che mi piantò da un'ora all'altra, quando avevo -bisogno di lui, e che adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi -offre un lavoro.... di cui non so che fare? — Poi si voltò da capo alla -moglie: — Figurati! Un presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato, -mi mette su una decina di compagni.... fanno tutto il loro armeggio -sott'acqua.... imbastiscono una specie di Cooperativa.... Poi, un bel -giorno, si licenziano, e con che arie! Vanno a offrire i loro servizi -ai miei clienti, brigano al Municipio, fanno parlare i giornali.... -In capo a un anno, si capisce, sono andati a gambe all'aria e ci han -rimesso quel po' di fondi raggruzzolati non so come.... E io dovrei -riprendere il caporione! Per far piacere a quel gran protettore di -tutti i cialtroni disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E si voltò -un'altra volta verso la ragazza: — Tu non conosci gli operai, povera -ingenua. Tu non sai che razza di cani son tutti quanti. - -— Sei stato operaio anche tu, — rispose la ragazza. - -— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli altri; ma per questo li -conosco, e li tratto come si meritano. - -— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti mica diventato ricco tu, -se non avessero lavorato per te. - -Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere che m'hanno fatto una -grazia. Essi danno a me il loro lavoro; io do loro il mio danaro. - -La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma essi te ne fanno -guadagnare molto più di quanto ne dai. - -A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa dici? Chi t'ha -insegnato a metter fuori di queste ragioni? — E, dopo un momento di -riflessione, riprese con maggior collera: — Questa non è farina del -tuo sacco.... È forse la maestra che t'imbecca di codesta roba?... A -questi lumi di luna, non ci sarebbe da stupire.... Dimmi un po': ho -indovinato?... Ah, bene! Andrò io a dirle due parole all'orecchio, alla -tua maestra. - -— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza. - -— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?... O mi dici chi è, o -vo dalla maestra domani mattina. - -— L'ho letto. - -— Dove l'hai letto? - -— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando animo; — l'ho letto nei -libretti che hai tu, che hai portato tu a casa. - -— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò il signor -Mazzi, fremente. - -Ed entrò a passi concitati nella stanza accanto, seguitato dalla -figliuola, la quale, senza ombra di timore, andò difilata a una -libreria, si chinò e tirò fuori dallo scaffale più basso, di sotto -a un grande album di disegni di macchine, e porse al padre alcuni -opuscoletti impolverati. Erano il _Catechismo dell'operaio_, _I -diritti del lavoro_, _Riflessioni d'un disoccupato_, che il signor -Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di mano a certi giovani operai -della sua fabbrica. Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto come -roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità, li aveva scovati e -sfogliati. - -Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche a te si doveva attaccare -questa infezione! — gridò, — non ci mancava altro! — E fece a pezzi -gli opuscoli e li buttò a pedate in un angolo della stanza. — Ed ora, -— soggiunse, agitando l'indice della destra, — non più una parola al -proposito, nè ora nè mai! Siamo intesi, o saran cose serie. A tavola, -signorina. - - * - -Sedettero a tavola. La figliuola quasi non mangiò. Il padre, risoluto -a tener duro, finse di non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse -fermo una volta se non voleva diventare addirittura lo strofinacciolo -di quella monella. E non disse parola. Ma via via che il desinare -procedeva ed egli la vedeva ostinata a non mangiare, nonostante le -placide esortazioni di sua madre, gli andava succedendo nell'animo allo -sdegno il dolore. Vedete un po'! Una giornata ch'egli si era immaginata -così allegra! Gli altri anni, in quel giorno, soleva riandare a -tavola la breve storia della sua figliuola, rammentare le sue amabili -bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i suoi motti più arguti, i -primi piccoli trionfi della sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan -fatto palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre stato una festa -per lui. Ed ora, doveva vederla digiunare, imbronciata e triste, e -ingozzare egli stesso un pane avvelenato, col cuore gonfio di dispetto. -E la guardava di sfuggita, quasi timidamente, perchè conosceva la sua -caparbietà, e sapeva che era capace, per un punto, di stare a pane -asciutto una settimana, facendogli soffrir le pene dell'inferno e -rischiando di buscarsi una malattia. E tutto questo per la bella faccia -di quel mascalzone di trinciapelli che gli aveva già dato tanti altri -fastidi! Poter del mondo! Al pensare che pel fatto di costui essa gli -faceva una tal scena, al ricordar le ragionacce che aveva pescate in -quegli scellerati libricciattoli per gettargliele in viso con quella -petulanza, egli non sentiva più alcuna pietà, e si raffermava con tutte -le forze nella sua risoluzione, e fissava gli occhi su quel visetto -pallido, contornato di capelli neri, quasi in atto di sfida, come -per esercitarsi alla resistenza in cui avrebbe dovuto persistere per -qualche giorno, per restaurare la sua autorità paterna in rovina. - - * - -Il desinare finì com'era cominciato, tristamente. Finito appena, -il signor Mazzi uscì a passi risonanti, e la ragazza che, essendo -giovedì, non aveva scuola dopo mezzogiorno, rimase a casa a far con -mille stenti il suo esercizio di composizione sull'argomento della -famiglia indigente e del ricco benefico. La sera, la cena non fu più -gaia del desinare. La signorina mangiò appena una foglia di lattuga e -un bocconcino di pane, che finse d'inghiottire a gran fatica, e rimase -muta e cocciuta. A un certo punto, però, il padre perdè la pazienza, e -l'attaccò con la signora: — Ma scotiti dunque! Come puoi tollerare...? -Non hai nulla da dire a un'impertinente che digiuna apposta per -torturare suo padre? - -— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la signora. — Sai pure che -con questa benedetta creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E -poi.... insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala una volta, e che -sia finita. È la più spiccia, mi pare. - -Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa! Un bel sistema -d'educazione! La madre che ha anche meno giudizio della figliuola! Ma -non capisci che se ripigliassi quello dovrei ripigliare gli altri, e -che sarebbe un disdoro in faccia a tutti, un atto di debolezza che -mi toglierebbe ogni autorità nella fabbrica! Ma è possibile che tu -non intenda mai nulla di queste cose?... Son io, dunque, che ho il -torto!... Ah, che belle consolazioni mi dà la famiglia! - -E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò nella sua stanza, dove -sedette, al buio, e restò a masticar la sua rabbia; con l'orecchio -teso, però, aspettando di sentire da un momento all'altro il passo -della figliuola. Voleva un po' vedere se non sarebbe venuta, come tutte -le sere, a dargli la buona notte. E, in fondo, egli sperava che in -quel momento, che è quello della tenerezza, quando tutto s'accomoda fra -padre e figliuoli, ella avrebbe domandato perdono. Trascorsa mezz'ora, -infatti, udì il suo passo nell'oscurità, e si drizzò sul busto, come -per mettersi sulle difese, e non perdonare alla prima. Ma perdette -un poco della sua forza sentendo che il passo, invece che incerto -e timido come sperava, era risoluto. Quando si vide davanti l'ombra -graziosa della sua figliuola, spiccante nel chiarore crepuscolare della -finestra, fu sul punto di afferrarla e di serrarsela al petto. Ma si -rattenne. - -Essa disse con voce fredda: — Buona notte, papà. - -— Non hai altro da dirmi? — domandò il padre. - -La ragazza titubò un momento; poi rispose: - -— Riprendi il Cinzano. - -— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando in piedi. — Ah, questo -è troppo!... No! Hai inteso? No, mai! mai al mondo, se anche tu -digiunassi per un mese!... Va a letto. - -La ragazza se n'andò, senza rispondere, a passi di ribelle. - - * - -Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per la casa, il signor Mazzi -si soffermò, col lume in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba, e -pose l'orecchio al buco della serratura. Sentì il suo respiro regolare: -dormiva. Nondimeno dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio -pian piano e, mettendo una mano davanti alla fiammella della candela, -entrò in punta di piedi. La ragazza stava supina sul letto, con tutto -il busto coperto. Non gli era mai parsa così bella e così gentile. Ma -sul suo viso assopito era ancora dipinta la tristezza; il suo labbro -inferiore sporgeva un poco, nell'atteggiamento della bocca dei bambini, -quando si lagnano d'un torto e son lì per piangere; il suo respiro gli -parve affannoso. E a un tratto egli rabbrividì, osservando che aveva le -braccia incrociate sul petto, come una morta. Alla sua immaginazione -eccitata sembrò che quel nasino si fosse assottigliato, che quel -viso fosse già dimagrito, da mezzogiorno in poi. Ansioso, le prese -delicatamente le mani, per disgiungerle, che non le facessero pressione -sul cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto, vedendo fra le sue -dita una macchia rossa, che pareva di sangue. Guardò meglio e riconobbe -il garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase pensieroso. Povera -Alba! Si teneva il fiore dell'amica sul cuore. Era pure affettuosa e -buona! E gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza che, pure in -quel momento, dormiva forse anche essa col respiro affannoso, agitata -in sogno da una dolce speranza o da un presentimento sinistro. Ma si -ribellò subito alla pietà che stava per vincerlo e gli prese un nuovo -senso di sdegno al pensare che quei bricconi avevano scaltramente -abusato della bontà della sua figliuola per giungere al loro fine, e -turbata la pace della sua casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma essa -pure.... aver di quelle idee, alla sua età, nella sua condizione! -Infetta di socialismo.... la sua creatura! E pensò di levarle quel -fiore contagioso dalle mani per rimetterlo nel bicchier d'acqua ch'era -sul tavolino da notte. Ma un senso di delicatezza lo rattenne. E dopo -averla guardata affettuosamente un altro po', usci adagio adagio, -e se n'andò a dormire...; ma vedendosi ancora dinanzi la bambina -addormentata, con quella macchietta rossa sul petto, che pareva una -ferita al cuore. - - * - -La mattina dopo egli non andò, come di solito, a darle il buon giorno -a letto. Alba ne fu afflitta, perchè sperava che col bacio mattutino -egli le avrebbe portato il consenso desiderato. E si levò col fermo -proponimento di proseguire la lotta. Andò nella sala da desinare, dove -l'aspettava il caffè e latte, mise sulla tavola, come un'insegna di -guerra, il bicchiere d'acqua col garofano rosso, sedette davanti alla -tazza fumante, fece in là il pane con la mano, e stette aspettando che -s'affacciasse all'uscio suo padre per fargli vedere che persisteva nel -digiuno provocatore. Suo padre s'affacciò, in fatti; e data un'occhiata -obliqua al pane intatto, corrugò la fronte e richiuse l'uscio. Allora -Alba sbattè il cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma sperava -ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine di cogliere ogni mattina un -fiore dai vasi del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello del -soprabito perchè uscisse con un suo ricordo. Sarebbe uscito, quella -mattina, senza il fiore?... Pareva di sì, pur troppo, perchè l'ora -della scuola s'avvicinava ed egli non ricompariva. Infine, si dovette -risolvere ad andare a prendere i libri nella sua camera. Suo padre ne -uscì mentr'essa v'entrava. Era forse andato, come altre volte, a legger -di nascosto il suo componimento italiano. Le parve un buon segno. -Tossì. Ma quegli non rispose. Oh! come si sarebbe piegata a supplicarlo -con le più dolci parole per non dover andare alla scuola con la -vergogna di quel _no_ sulla fronte! Ma conosceva addentro suo padre, -la machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo certo di spuntarla -con lui non era quello di deporre le armi e di chinare la testa. E -non si mosse. Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto, con -un'ultima speranza.... Ahimè! Il passo paterno s'allontanò, l'uscio di -casa s'aperse e si richiuse, e la sua ultima speranza si spense. - - * - -S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera, col cuore pieno di -tristezza e di confusione, rallentando il passo e soffermandosi a ogni -tratto per giunger tardi, quando tutte le sue compagne fossero già -nei banchi e Maria Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E diceva -tra sè, amaramente: — O non sa ancor nulla, e mi verrà incontro piena -di speranza, col viso buono e sorridente, e allora con che cuore le -darò la triste notizia? O le han già dato la notizia, e la vedrò più -pallida del solito, scoraggiata, con gli occhi pieni di lacrime, e come -potrò reggere a quella vista? — Ma la ragazza non le si presentò nè con -l'uno nè con l'altro di quei due aspetti. Entrando nella scuola, nel -punto che v'entrava la maestra, essa la vide seduta al suo posto, nel -primo banco, e incontrò subito i suoi occhi, che l'aspettavano. Come le -trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo, sarcastico, quasi feroce, -che quella le vibrò di sotto in su, mordendo l'asticciuola della -penna! Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso bieco d'una -nemica, la dichiarazione d'una guerra sorda e implacabile, che non le -avrebbe lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per sentimento -d'alterezza, si fece forza, e dovendo passar davanti alla compagna per -andare al suo banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore. Fu -peggio per lei. Maria Cinzano, quand'essa le passò accanto, ebbe il -tempo di dirle all'orecchio, con voce soffocata e fischiante: — Tuo -padre non ha cuore. - -Alba sentì come un colpo di stile che le forasse la tempia, e andò -ai posto a passi ineguali, smorta, con gli occhi offuscati come da -una nebbia. La maestra incominciò la lezione; ma essa non sentì. -Le risonavano di continuo all'orecchio, come un fischio mordente, -ripetuto mille volte, quelle terribili parole. Provava un sentimento di -pietà amara per suo padre, un misto di avvilimento e di rabbia, e una -tristezza profonda. Lanciava ogni tanto uno sguardo alla sua nemica, -che le voltava la schiena, curva sul banco, e sentiva a vicenda un -violento bisogno di vendicarsi e una viva e triste pietà alla vista di -quelle spalle ossute e di quel collo sottile, che la facevan pensare -alle privazioni e agli stenti a cui il padre suo la condannava. E si -stringeva il capo fra le mani e faceva un grande sforzo per non dare in -uno scoppio di pianto. - -La maestra, — una buona madre di famiglia, che, di nascosto, mentre -faceva lezione, rimendava i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò, -a traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso mutato della ragazza, -e per distrarla dalla tristezza, senza domandargliene la cagione, la -chiamò a leggere il componimento sul quaderno, come solevan far tutte, -accanto al proprio tavolino, mentre essa seguiva la lettura sulla bella -copia. - -Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco, dove la maestra -troneggiava. Le mancaron quasi le forze quando si trovò là, sola, in -faccia alla scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era un nuovo -e peggior supplizio per lei il dover leggere ad alta voce, a un passo -dal primo banco, quasi sul viso di Maria Cinzano, quel componimento -malaugurato, in cui si decantava un signore benefico, che con un atto -generoso e delicato salvava dalla disperazione una famiglia povera ad -era colmato di grazie e di benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò -a leggere con voce fioca e con gli occhi velati, come avrebbe letto un -atto d'accusa contro di sè e contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva -lo sguardo iroso della sua compagna confitto nel suo viso, sentiva -che a ciascuna delle sue frasi sulla carità e sulla gentilezza del -signore immaginario, guizzava un sorriso di scherno su quella bocca a -cui suo padre rifiutava il pane. A un certo punto, forzata da non so -qual curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento dalla lettura, e -vide quello sguardo, vide quel sorriso. La voce le si spense, le salì -al viso un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le dita. Si vinse, -nondimeno, e riprese a leggere col viso sempre più pallido, con la voce -sempre più fioca. Ma, ad un tratto, quando voltò la pagina per leggere -le ultime righe, i suoi occhi si fissarono, dilatati, sulla facciata -di destra, dove non c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di -inaspettato, che risplendesse. - -— Vada avanti, — disse la maestra. - -Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono, il suo viso -s'accese, il suo petto si gonfiò. All'improvviso, con un atto -impetuoso strappò il foglio dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano, -che, stupita, lo afferrò per aria e lo fermò sul banco. La maestra, -maravigliata, stette a vedere. Quella lesse, e rimase un momento come -trasognata; poi pose un braccio a traverso il foglio, chinò la fronte -sul braccio, e si mise a piangere. Allora Alba saltò giù dal palco e -baciò la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio intorno al collo -e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami. - -Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — _Dirai a -Maria Cinzano che suo padre può ritornare alla fabbrica e che sarà il -benvenuto._ - - * - -Palpitando di gioia e di gratitudine, appena finita la scuola, Alba -divorò la strada di casa sua, facendo trafelare la cameriera che la -seguiva. Per poco non strappò il cordone del campanello, entrò nella -sala da desinare come un colpo di vento, si gettò d'un salto sul -petto di suo padre, e gli coperse il viso di baci, senza parlare, con -una foga che gli mozzò il fiato e gli fece brillar due lacrime negli -occhi. Dopo l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale dell'avvocato -Boleri, con cui il signor Mazzi, che aveva anticipato il pranzo, stava -per uscire. - -— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma non credere che -siano le tue scenate d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E la -madre, con la sua dolcezza flemmatica, soggiunse sorridendo: — È stato -il mazzetto che t'ha visto fra le mani, mentre dormivi. - -— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò la ragazza, battendo le -mani. - -— Come, _una buona idea_? — domandò il padre meravigliato. - -— Ma sì! — rispose Alba, con un sorriso fine; — l'idea del mazzetto. -Io sentii che ronzavi attorno all'uscio; sapevo bene che avresti -finito con entrare. Adora presi il mazzetto di Maria Cinzano e finsi -di dormire. Pensai: Papà è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul -cuore s'intenerirà.... e farà quello che voglio. - -L'avvocato Boleri diede in una risata. - -Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah! questo è male! È -stata una finzione! Questo mi amareggia tutto il piacere! - -— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non hai tu detto che volevi -combatter gli operai con qualunque arma? La tua figliuola ha messo in -pratica il tuo principio, per il suo fine. - -— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli le braccia, — non mi far -quel viso, poichè sei stato così buono. Ora tu sei in collera e io non -voglio. — E slanciatasi in un canto della sala, prese dal bicchiere -il garofano dell'amica, glielo infilò nell'occhiello e gli disse: — Va -alla fabbrica di buon umore. Ci troverai il Cinzano. Trattalo bene come -hai promesso sul quaderno; pensa che hai sul cuore il fiore della sua -figliuola. - -Il padre la guardò un momento, e poi le diede un bacio sulla fronte. - -Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a denti stretti, la sua -frase solita: - -— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che la vince. - -— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è la prima! Voglio -dire che è la prima di una nuova serie di vittorie.... come la tua -figliuola è forse la prima di una nuova generazione di signorine. Tutte -le grandi lotte sociali, caro mio, cominciano in scaramucce tra padri -e figliuoli. La famiglia è il primo laboratorio d'ogni idea nuova. Che -ci vuoi fare? Tu credi che la tua figliuola sia soltanto più buona di -te; è invece anche più giusta, e vede più lontano. Tu sei il secolo -decimono; lei è il ventesimo; _l'un contro l'altro armato._ E poi, si -chiama Alba. Le hai dato un nome profetico, caro mio. Preparati alla -lotta, e confortati pensando che in mille altre famiglie come la tua -seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè, in questa lotta, non -saranno i vecchi quelli che vinceranno. - -— Sciocchezze! — ribattè il Mazzi, aggrottando le sopracciglia, e, come -per distrazione, fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello. - -— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli la mano, — non -sarebbe gentile.... E poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane -socialista. - -Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, e ritenne il fiore. - - - - -ADOLESCENTI - - - - -SUI BANCHI DEL GINNASIO - -(Frammento). - - - . . . . . . . - -Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, tutto tappezzato di -carte geografiche e d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo -in mezzo a due lunghissime file di cappotti appesi alle pareti, che -davano al ginnasio l'aspetto d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio -secondo il suo solito, come se portasse in corpo tutta la scienza che -s'era insegnata da vent'anni nelle stanze affidate alla sua scopa. - -A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di sè, si voltò in tronco, -e fece un saluto dignitoso al professore Carati che andava alla sua -classe. - -Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno spintone i battenti, e -in quattro passi impetuosi, come se pigliasse la rincorsa per un salto, -salì sulla cattedra. - -La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da due finestroni, tutta -bianca e nuda, fuorchè dalla parte della cattedra, dove pendevano alla -parete un crocifisso e il ritratto del re, tra una grande lavagna e un -planisferio, — era occupata da dieci banchi neri, divisi da una corsia, -tutti pieni di alunni. In un banco a sinistra del professore c'erano -quattro ragazze. Nei due penultimi spiccavano le uniformi orlate -di rosso e luccicanti di bottoni metallici di dieci convittori del -_Vittorio Emanuele_. Erano in tutto una cinquantina di scolari, cento -occhi vivi, ridenti, petulanti, curiosi, paurosi, fissi negli occhi -d'un solo. - -Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali un par di pupille -piccolissime e nerissime, che, quando le fissava in faccia a qualcuno, -gli faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e freddo come un -succhiello. Quella mattina aveva l'occhio sinistro ammaccato da un -librone cadutogli sul viso da uno scaffale alto della sua libreria. Era -un ometto di media statura, con un naso ardito, con una bocca a taglio -di rasoio, con certe mandibole rilevate come se ci avesse due noci tra -pelle e pelle; piantato su due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando -era ritto, presentavan di profilo la forma di due archi rientranti -inflessibili. Egli era venuto su fin da ragazzo per forza d'una -volontà indomata, conquistando tutti i posti gratuiti dal Convitto -_Vittorio Emanuele_ al Collegio delle Province, ed era allora, oltre -che professore al Ginnasio, libero docente all'Università e ufficiale -di complemento degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto per le -lunghe marce in salita, e per la lotta con le bufere. Come non aveva -mai avuto indulgenza per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava -gli scolari come soldati d'una compagnia di disciplina; giusto, -risoluto, e dopo che aveva deciso, inesorabile. Le sue punizioni erano -fulmini senza tuoni e senza lampi. E in tutto agiva così a scatto -di molla. Moveva delle domande improvvise che facean l'effetto di -stoccate in pieno petto; diceva dei _no_, dei _mai_, dei _via_, che -facevan trasaltare la scolaresca come lo scoppio d'un petardo. Per -far sentire la forza del latino pronunziava certe frasi, una di Livio -specialmente: _exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et spoliat; -duce ostium occiso urbem primo impetu capit_, in modo che pareva di -sentir scalpitare dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva -_bocciare_ e _bocciato_ con tante ci che ai paurosi degli esami metteva -un brivido per le ossa. Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un -occhio di lince e un udito di gatto; si spiegava con grande chiarezza, -senza una parola superflua; e, terminata la lezione con un taglio -netto, andava via di volo, cacciando da sè interrogatori, adulatori, -parenti, e in special modo le mamme appiccichine, come uno sciame di -mosche. Aveva — come dicevano — _il latino nero_, — e trentadue anni. - -Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, fece raccogliere i -lavori dai caposquadra, e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce -alta: — Votini! — - -Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, figliuolo d'un -banchiere, s'alzò stentatamente, coi muscoli ancora indolenziti da -una lunga corsa sul velocipede, e rimase piegato a mezzo, con le mani -appoggiate al banco, come per iscomodarsi il meno possibile. - -— La lezione, — disse il professore. - -Eran quattro regole sull'uso dei casi. - -Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, rimase in asso. - -— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. Mi scriverà quaranta -volte queste regole per posdomani. - -Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo della bocca al suo vicino, -per mostrare che s'infischiava del latino e dei suoi ministri. - -— Annina Rosetti, — disse il professore. - -Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso il banco delle -ragazze per vedere se il professore avrebbe usato delle preferenze. -E d'in fondo al banco s'alzò una ragazzina di undici anni, vestita -a lutto, piccolina, con un viso gentile e timido, che si coprì di -rossore. Capiron tutti che non era sicura del fatto suo. - -La ragazza, infatti, espose con voce tremante, poco bene, le due prime -regole, — tartagliò la terza, — storpiò la quarta. - -Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti -i ragazzi si guardarono, scambiando un sorriso di approvazione: -riconoscevan la giustizia. La ragazza sedette, con le lacrime agli -occhi. - -Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran tutti fondati -sull'esame bimensile, che non avrebbe lasciato al professore il tempo -d'interrogare. - -Il professore chiuse il registro con un colpo secco; poi, con un -accento che faceva d'ogni parola una frustata, disse: — Poltroni: -non avete vergogna a mangiare il pane dei vostri parenti? Voi, per le -vostre famiglie, non siete che animali domestici; e ancora.... questi -servono a qualche cosa. Vi dovreste coprir la faccia con le mani quando -incontrate per la strada i ragazzi del popolo che lavorano dieci -ore il giorno nelle officine. Voi dite: Gli uni lavorano, gli altri -studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate voi da mettere in -confronto con le loro fatiche? Voi convertite in una ingiustizia odiosa -la superiorità di condizione sociale in cui vi ha messi la fortuna. La -vostra poltroneria è un insulto alla fanciullezza povera che stenta e -lavora. E osate parlar di patria nei vostri componimenti! La patria ha -bisogno d'intelligenze colte e utili, e voi le preparate dei parassiti -ignoranti. Non avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma, badate: -cadrete nella mota a mezza via, e i valorosi vi passeranno sul ventre. -Intanto, non sperate compassione in fin d'anno, nei giorni in cui i -codardi piangono. Io vi schiaccierò. Scrivete. - -E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema d'esame: un passo di -Cornelio da voltare in italiano e due periodi italiani da tradurre in -latino. - -Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger prima attentamente il -passo da tradurre per veder di coglierne il senso generale, si buttaron -subito sui vocabolari a cercar le parole della prima frase, anche -quelle che sapevano. E per un pezzo non si sentì più nella scuola che -il fruscìo dei libroni scartabellati. - -La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi, coi suoi lineamenti -regolari di santina di frate Angelico, sui quali non si vedeva mai -l'espressione d'uno sforzo intellettuale. Quando intoppava in una -difficoltà, posava la penna, e, fissati gli occhi chiarissimi sulla -finestra, cominciava a riflettere, a girare lentamente col pensiero -intorno al punto difficile, come un ufficiale con lo sguardo attorno -a una fortezza nemica; e se qualche rumore la scoteva, si voltava a -guardare, stupita quasi che ci fossero altri che lei nella scuola. Vico -Nelli, suo vicino di banco ed amico, la guardava tratto tratto, dal -secondo banco di destra, pensando con invidia a quella mente pacata -in cui tutte le idee si posavano pronte e nette come le immagini sur -uno specchio; mentre lui, come gli diceva sua madre, capiva, è vero, -e ricordava, ma tutto a mezzo, e aveva la testa piena di nozioni -indeterminate e ondeggianti, come il linguaggio della musica, che -studiava da due anni; e passandosi sulla fronte la mano larga e -pallida, cercava di mettere in atto il consiglio di sua madre, la -quale imparava il latino con lui: “non passar mai alla traduzione -d'una proposizione secondaria senza esser certo d'aver tradotto bene la -principale, per non correr pericolo di frantenderle tutte.„ E ripeteva -tra sè: — vediamo; vediamo; — ma il motivo della fantasia dell'Alard, -che il maestro di violino gli aveva data per lezione, non gli lasciava -raccogliere le idee. Ma il più agitato di tutti era un certo Morelli, -seduto all'altra estremità dello stesso banco, — figliuolo d'un -impiegato del Registro, — timido per natura, e affetto per giunta d'una -malattia particolare, tutta scolastica, che i medici hanno ancora -da definire, — un terrore degli esami, degli studi, dei professori, -di tutto quanto avesse relazione con la scuola, — terrore che -gl'ingigantiva il concetto di tutte le difficoltà, che gli scompigliava -in capo davanti alla cattedra la lezione saputa perfettamente fino a -un minuto innanzi, che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza, -nel momento della prova, alla idea più semplice, alla domanda più -chiara. Passato a stento dalla 1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento -addosso del pericolo corso, come uno scampato a un eccidio, e a otto -mesi di distanza gli opprimeva già l'anima il pensiero dei nuovi -esami. Arrestato da una difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli -cominciava ad affannarsi, come sempre, sfogliando con mano concitata -dizionari, Esercizi e grammatica, e lanciando da ogni parte delle -occhiate di naufrago che invoca soccorso. - -I due veri principi della classe, superbamente sicuri del fatto -proprio, erano il Derossi e il Carpini, seduti alle estremità di -due banchi vicini, in modo che la corsia soltanto li separava. -Erano differentissimi fra di loro, sotto ogni aspetto. Il Derossi, -figliuolo d'un ricco fabbricante di seta, biondo, bello e riboccante -di vita, aveva un'intelligenza larga e brillante, riscaldata da un -cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione. Il Carpini, -per contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una figura secca, che -mostrava più anni di quelli che aveva, con una testa piccola e fatta -a punta, coperta di capelli neri appiccicati come se si fosse tuffato -nell'acqua, con due occhi grigi e freddi, un po' loschi, nei quali -non passava che a momenti un vivo balenìo, aveva un ingegno meno -pronto e meno vasto, ma più fermo e più esatto di quello del Derossi. -Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente che la sua carriera -d'ingegnere: contava già sulle dita ogni giorno gli anni del ginnasio, -del liceo, dell'Università e del Valentino, meditando dei salti e -delle scorciatoie; e non gli premeva tanto di levarsi in alto quanto -d'arrivar lontano, e il più presto che avesse potuto. Trattava già i -suoi compagni come concorrenti; non aiutava nessuno; non amava nessuno; -avrebbe, potendo, rubato le frasi latine e le regole al cervello dei -suoi colleghi, non tanto per arricchir sè quanto per spogliar loro; -combatteva già, senza scrupoli, la lotta per la vita, con un intuito -precoce delle durezze del mondo, e con la coscienza sicura che nella -società egli sarebbe stato coi lupi e non fra gli agnelli. Fin dai -primi giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi l'uno di fronte -all'altro, come due campioni che si sarebbero disputati la primazia; ed -essi, indovinatisi a vicenda, non s'erano ancora scambiati una parola -in due mesi, benchè due volte la settimana si trovassero insieme a -tirar di scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove andava pure il -Votini. Ma il Carpini, che all'ammirazione dei compagni non teneva gran -fatto, non si appassionava punto in quella specie di rivalità pubblica; -mentre l'altro, caldo di natura, abituato a primeggiare e un po' -gonfiato da sua madre, era gelosissimo, e si preparava a combattere con -tutte le forze. Questo si vedeva benissimo dal loro contegno, quella -mattina. Il Carpini lavorava quieto e raccolto; il Derossi era eccitato -e, scrivendo, sbirciava a ogni poco il vicino, con un sorriso nel quale -già si riconosceva il difetto che gli andava crescendo nell'anima da un -anno: la vanagloria. - -Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo di nome Pitto, passato dalla -1ª alla 2ª per un miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, — -lo zimbello della scuola, — una di quelle povere creature assolutamente -inette agli studi, — le quali dicono e scrivono gli spropositi enormi -che passano in tradizione — che imparan la lezione senza intenderla -e traducono a caso — vittime innocenti della scuola, instupidite e -schiacciate ogni giorno di più dalle difficoltà che s'accumulano, e -come perduti in un caos tenebroso di idee e di parole, in cui vanno -brancolando alla cieca fin che un professore abbia l'onesto coraggio -di consigliare i loro parenti a liberarli da quel supplizio inumano. Il -povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima parola, domandava tratto -tratto una spiegazione al Carpini, il quale gli rispondeva in fretta, -senza curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio come prima, -guardava per aria, con l'espressione rassegnata e indifferente d'uno -assuefatto a quegli impicci, e che non spera nè teme più nulla. Ogni -tanto, mosso a compassione, gli suggeriva una parola o una frase un -convittore, che stava nel banco dietro al suo. - -Costui, di nome Borzini, era il bello spirito della classe, uno dei -diavoli più indiavolati del _Vittorio Emanuele_, che aveva sempre -qualche ammaccatura, o lividura, o gonfio, o graffio, o una mano o -la testa fasciata, in conseguenza di pugilati o di cadute che gli -fruttava la ginnastica temeraria e matta a cui s'abbandonava durante -le ricreazioni. Il suo ideale era di diventare ufficiale d'artiglieria. -Caricaturista, imitatore di voci e di gesti, motteggiatore terribile, — -studiava poco; ma con certe sue furberie e industrie, che gli giovavano -molto; e aveva una grande immaginazione sregolata, che gli faceva tirar -giù dei componimenti interminabili, pieni di scorrezioni e di idee -e frasi originali, per lo più comiche; e una memoria maravigliosa, -ma non sorretta dalla riflessione; nella quale, come in un magazzino -di strada ferrata, entrava affollatamente una gran quantità di -roba da una porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora dopo la -dettatura del tema, egli non aveva ancora tradotto che una frase: -stava facendo la caricatura d'un certo Pantone, suo compagno, il quale -ripeteva la 2ª dopo aver ripetuta la 1ª ginnasio e la 4ª elementare: -e lo rappresentava vecchio come l'alleluia, ancora alunno della 5ª -ginnasiale, che accompagnava a scuola i suoi figliuoli, già liceisti. - -Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in mezzo agli altri ripetenti, -era il più attempato della classe: un ragazzone sonnolento e molle, che -incretiniva lentamente e dolcemente, rattrappito dentro a una scorza -d'indifferenza così spessa, che nessun rimprovero di professore o di -parente arrivava neppur più a passargli la prima pelle. Vorace come -un bufalo, egli si consolava di qualunque più clamorosa “topica„ con -la idea d'una data pietanza o minestra che avrebbe mangiato la sera, o -con la gioia infantile di poter aggiungere un oggetto nuovo a una sua -strana collezione, composta di pelli di topo, di bottelli di scatole -di Liebig, di caratteri tipografici, di calamite, di prismi di vetro, -di carte asciuganti di tutti i colori, che non usava, e che serbava -pulitissime. Egli se ne stava lì inerte, con la schiena arrotondata, -come un grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione -prediletta di sforacchiarsi con la punta d'una penna la pelle della -mano, che s'era ridotta come la mano d'un crocifisso; e aspettava le -dieci per risolversi a copiare il lavoro da un altro. - -Un altro bel personaggio era un ragazzo di nome Fossotto, seduto in -fondo al primo banco di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e -sano di montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di Val Vermenagna, -dove stava suo padre, capomastro, che aveva rammucchiato qualche -migliaio di lire e voleva far del figliuolo “un uomo di scienza„ mentre -questi, invece, aveva per aspirazione suprema di essere un giorno -impiegato postale del “servizio mobile„ e ciò per aver visto una -volta, durante una fermata di treni, l'interno d'un _vagone-posta_, -con l'impiegato dentro, che scriveva e fumava. Era un testone ben -costrutto, un piccolo studente posato, che rivoltava adagio adagio -e per tutti i versi le frasi latine, e le metteva le une sulle altre -con gran riguardo, come già aveva fatto coi pietroni da bimbo, nella -sua valle nativa, quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli a -fabbricar muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmente _risurte per li -rami_ le virtù manuali del padre. Questi l'aveva messo a una magra -dozzina da una vedova sua conoscente; pretendeva che, per esercizio, -gli scrivesse le lettere in latino, ch'egli si faceva tradurre dal -parroco; e veniva a Torino una volta al mese ad aspettarlo all'uscita -della mattina davanti alla porta del Ginnasio, dove lanciava occhiate -furibonde ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle spalle delle -studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti che passavano sul -corso Siccardi. Il figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del -padre, la testa rapata, delle grosse camicie di fil di canapa, e un par -di scarpacce, che si guardava ogni momento per verificarne lo stato. -Ed era diligente nello studio, benchè non leggesse nè scrivesse una -sillaba più del necessario; pien di buon senso; punto affettuoso con -gli amici; ma incapace d'un'impostura. L'unico suo tormento era quello -d'esser canzonato dalla scolaresca per la sua barbarissima pronunzia -italiana: perchè pronunziava come se avesse la bocca piena di pasta, -e i muscoli labiali ribelli alle parole lunghe, e gli era negata dalla -natura l'_esse ci_; tanto che il convittore Borzini gli aveva messo il -soprannome di _vovo al gussio_. - -A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il suo rovescio, figliuolo -d'un padre troppo buono, che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto -di vizi; fannullone, mellifluo, adulatore, impostore, invidioso; una -vera mela marcia messa a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte, -un curioso originale, figliuolo d'un illustre professore d'anatomia, -una faccia rugosa di vecchio commediante, che il convittore Borzini -aveva soprannominato l'_astro spento_, perchè era stato un fanciullo -miracoloso nella 3ª e 4ª elementare, aveva avuto sei mesi di celebrità -nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto — come se gli si fosse spezzata -la molla della volontà sotto la pressione delle lodi, — non aveva -più fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i mediocri, e da -questi fra gli ultimi, non conservando più dell'antica grandezza che -un perpetuo sorriso tra minaccioso e sprezzante, che diceva: — Guai se -volessi! — Pover a voi se mi ci rimetto! — Ma non ci si rimetteva mai, -e non era più che una superba rovina intellettuale. - -Nel banco delle ragazze, — tra Maria Bianchi, che toccava i quattordici -anni, e Annina Rosetti, una sensitiva, che diventava smorta a veder -leticare due compagni all'uscita e s'imporporava a ogni interrogazione -del professore, — c'erano due alunne che facevano un vivo contrasto -tra di loro. Una certa Italia Marri, rossa di capelli, fatticcia della -persona, diritta come un colonnino, di voce e di mosse maschili, — -sempre rannuvolata con le compagne — imperterrita davanti al professore -— e facile ad irritarsi con tutti; alla quale il Borzini aveva posto -il soprannome di _russa_ per la sua somiglianza con una studentessa -russa dell'Università di Zurigo, di cui aveva visto la fotografia; -e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria, una bella ragazza -vanerella, che s'era data agli studi classici per questa sola ragione, -che le aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa studentessa -di legge, la quale aveva sostenuto gli esami pubblici di laurea, due -anni prima, con un vestito nero che le stava dipinto. Comparire un -giorno in quella stessa aula universitaria, vestita in quella maniera, -in mezzo agli applausi, era da due anni la passione, il sogno della -sua vita. Ma la signorina studiava pochino, aveva il vezzo di fare -tutti i sostantivi femminili, e una repugnanza innata al corretto uso -del soggiuntivo. In compenso, rideva a ogni proposito e sproposito, -per mostrare il doppio giro dei chicchi bianchi; rideva tanto che, se -ogni volta che apriva la bocca le fosse entrata dentro una regola di -grammatica, eh! ne avrebbe potuto insegnare a Tommaso Vallauri. Ed era -questa illusione forse che le faceva guardare dall'alto al basso il suo -sesso — _digiuno di studi classici:_ — una sua frase prediletta, che -aveva trovato in un articolo bibliografico del giornale l'_Eleganza_. - -Questi erano i personaggi principali della classe; gli altri, i soliti. -Qualche ragazzo d'ingegno, che aveva poca volontà; alcune intelligenze -mediocri, molto studiose; dei giovanetti poveri e buoni; dei signorini -villani; parecchi somarelli di nascita, una decina di mascalzoni, e il -resto, nè carne nè pesce. - -Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora e mezzo. Poi molti -cominciarono a lanciar occhiate al Derossi e al Carpini, curiosi di -vedere chi dei due avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per il primo, -in faccia alla classe, il giudizio del professore; perchè l'aver fatto -meglio in minor tempo sarebbe stato una doppia vittoria. - -Il Derossi, avendo perso un po' di tempo ad aiutare i vicini, era -rimasto un po' indietro. Ma quando vide, con la coda dell'occhio, che -il Carpini stava per finire la copiatura, piccato, s'affrettò, e riuscì -a terminar la pagina mentre l'altro ci scriveva su il nome. - -Tutti e due scesero dal banco nello stesso punto, in modo che si -toccarono con le spalle, andarono tutti e due insieme alla cattedra, -e porsero tutti e due a un tempo il lavoro, l'uno a destra e l'altro -a sinistra; poi tornarono l'uno accanto all'altro al loro posto, il -Derossi col viso acceso, il Carpini indifferente, — senza guardarsi. - -Il professore si mise a leggere i due lavori. - -Tutti alzarono il capo e stettero attenti per indovinare il giudizio -dal suo viso. Ma, terminata la lettura, il viso del professore rimase -impassibile. - -Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti consultando a ogni -minuto l'orologio (c'erano nella classe tredici orologi); e in pochi -minuti quasi tutti finirono e rimisero il foglio. Una delle prime fu la -_russa_, che il professore rimproverò per un grosso sgorbio che aveva -fatto nel margine. - -— M'è cascata la penna, — disse la ragazza, un po' secco. - -— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose il professore sullo stesso -tono. - -E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è un delitto. - -Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa. - -Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise a dare la pagina con -parecchie righe lasciate in bianco, e la diede con l'aria avvilita e -triste del colpevole che fornisce volontariamente al giudice le prove -del suo delitto. Poi fu il Morelli, preso da un tale affanno che, -avvicinandosi alla cattedra, incespicò e dovette afferrarsi a un banco, -fra le risa sommesse di tutti i compagni: eccettuata Annina Rosetti, -che gli diede uno sguardo furtivo, pieno di pietà e di simpatia. E -dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva per massima di esser sempre -uno degli ultimi, e se era possibile, l'ultimo — per prudenza. Ma -quella mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti col viso -scarlatto, in punta di piedi, così timida e leggiera, che pareva -dovesse svanire da un momento all'altro come una larva. In quel punto -comparve sull'uscio il bidello e diede con accento grave il solito -_finis_; a cui seguì immediatamente un rimescolio affrettato di tele -cerate, di zaini e d'assicelle, e un rumor sordo di quaderni e di libri -sbattuti; al di sopra del quale si sentì, come sempre, lo strepito -indecente che faceva Pantone. Perchè questo bertuccione intorpidito e -sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio al momento di riporre -i libri, e metteva in quell'operazione tutta la vitalità che gli -rimaneva; premeva i volumi stringendo i denti, serrava le cinghie con -vigore erculeo, pareva che provasse un diabolico piacere a stroncare lì -dentro Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per vendicarsi -dei tormenti e delle umiliazioni che gli avevano inflitte per il -passato; ed era così furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci -si sbucciava le mani. - -Un gesto del professore ristabilì all'improvviso il silenzio. Egli -assegnò la lezione e il lavoro, triplo di quel del dì precedente. -Poi, per finire con un monito soldatesco, com'era suo solito, disse, o -piuttosto _sparò_ queste parole: — Studiate, dunque, faticate. Siate -brutali con voi stessi. Giù dal letto avanti giorno, — una tuffata -del capo nell'acqua fredda, — quattro rotazioni delle braccia, — e -al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è dura per tutti. A nulla si -riesce senza soffrire. L'hanno bandita i fiacchi la sentenza che la -vita degli studi è la vita della quiete e della sicurezza. Anche negli -studi i valorosi cimentano la salute e la vita, e molti ne muoiono -— onoratamente. Si può anche sul banco della scuola essere eroi. -Scotetevi, se avete dell'alterezza e del sangue.... - -Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di parlare invano, e disse con -accento sdegnoso, accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono, in -silenzio. - -Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita, il Votini s'avvicinò -al Derossi, e gli domandò se sapeva dove stesse dì casa Garotti, il -loro antico compagno delle elementari, che copiava i pensi a pagamento. -— Non so, — rispose quello —,ma so dove sta il Garrone, che è alle -tecniche con lui, Via delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! — -rispose il Votini. — Otto minuti di velocipede. - -Nel corridoio c'erano quella mattina molte signore, alcune ben vestite, -altre assai dimessamente, come beghinette; studenti di liceo, che -aspettavano i fratelli del ginnasio; padri, cameriere, servitori. Fra -gli altri, il padre e la madre del Pitto, che venivano sempre agli -esami bimensili; lui, un notaro in riposo, piccolo e curvo; lei pure -piccola e incartocciata, sempre l'uno stretto all'altro, attenti a -salutare con inchini ossequiosi tutti i professori, e come smarriti -fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano da tutte le parti; -dentro ai quali andavan cercando il loro piccolo martire, con gli -occhi ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I ragazzi si -staccavan dalle file via via che vedevano i loro parenti. Alcuni di -questi s'avvicinavano ai professori, e li interrogavano. Ma nessuno -osò abbordare il Carati, che passò a naso ritto, facendo sonare i -tacchi come un carabiniere in servizio. In coda alle file, a una -certa distanza, venivano a coppie e a gruppi le ragazze delle varie -classi, lentamente, aspettando che sfuriasse l'onda mascolina, la -quale fiottava giù per le scale, e allagava la strada. Qui, appena -usciti, qualche studente di liceo accendeva il sigaro; e alcuni -del ginnasio pure, ma guardandosi attorno con sospetto, e facendosi -schermo del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava il bidello, -con le braccia incrociate sul petto. Una cameriera gli si avvicinò -rispettosamente e gli domandò: — Scusi: c'è ginnastica stasera per il -ginnasio? — Egli la guardò da capo a piedi, e rispose severamente: — -Consulti gli orari. - -E proprio a destra e a sinistra del portone stavano aspettando, in -mezzo ad altre, la signora Derossi e la signora Carpini, che non -si conoscevano ancora fra di loro, ma di cui ciascuna conosceva il -figliuolo dell'altra; e ciascuna rassomigliava al proprio: la signora -Derossi, grassa, bionda e elegante; la Carpini asciutta e bruna, con -due occhi grigi e freddi, vestita di scuro. - -Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie dell'esame bimensile. - -Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero, e si scambiarono -uno sguardo. - -La guerra era dichiarata. - - . . . . . . . - -Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor Carati, il quale, -vedendo un gruppo di scolari che ingombravano il passo, disse forte: -_Ite in crucem, popelli!_[1] - -E, data un'occhiata di traverso alle mamme, soggiunse fra i denti: _Et -vos, femellae dicaces!_[2] - -— Ha inteso? — domandò dolcemente a una sua vicina la signora Derossi, -a voce bassa, ma con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da lui: — -quello parla bene il latino! - - . . . . . . . - - - - -I COMMEDIANTI E I RAGAZZI. - - -.... Era una gran festa per molti dei miei compagni di scuola, e per -me, quel cartellone che annunziava l'arrivo della compagnia drammatica. -La città era piccola; non ci veniva che una compagnia all'anno, dai -primi di novembre ai primi di dicembre; una compagnia povera e canina, -si sottintende. Ma ci parevano tutti grandi attori. Un'ora dopo -ch'erano arrivati, sapevamo a che albergo eran discesi. — La prima -donna e il brillante sono alla _Sbarra di ferro_. — Il prim'uomo è alla -_Corona_. — È stato visto il padre nobile al _Caffè dell'Unione_. — -Prima che cominciassero a recitare, li conoscevamo di vista dal primo -all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; li esaminavamo -profondamente, al _Caffè d'Italia_, guardando le loro immagini negli -specchi, per non farci scorgere. Quanti ne ho visti passare, dei primi -attori impomatati, col soprabito nero stretto alla vita e spelato -ai gomiti; delle prime donne pallide e tristi, vestite di cenci -zingareschi; dei tirannelli gialli, insaccati in certi casacconi verdi -e imbacuccati in grandi scialli grigi; e dei poveri diavoli d'amorosi -allampanati, tutti cilindro e mantello, che parevan lo spettro della -fame. Nelle città piccole si va poco alla commedia: qualche volta il -teatro si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; la compagnia -non aveva più quattrini nè per rimanere nè per andarsene, e i cittadini -dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava mica la nostra -ammirazione per gli artisti. Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri -occhi, in quella miseria, vittime dell'ignoranza e della barbarie -pubblica; e per lungo tempo dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo, -ricordando i loro atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo che i -signori della nostra città erano un branco d'ignoranti e di pitocchi. - - * - -Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano erano così -maravigliose, che dovevan parerci animali senza cervello e senza cuore -coloro che non le provavano. Gli effetti della finzione drammatica, -nei ragazzi, sono poco meno profondi che gli effetti della realtà; al -che giova pure il non conoscere affatto, nemmeno per intuito, la classe -degli attori; i quali paiono creature quasi sovrumane, e il mistero che -li avvolge duplica la loro potenza. Anche i peggiori cani, allora, ci -facevano tremare, strepitare dall'entusiasmo, assai più che non abbian -fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del mondo. Come stavamo -immobili, inchiodati sulla panca, col respiro sospeso, col cuore che -ci saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione come -d'una mano che ci serrasse alla strozza, quando il dialogo concitato -di due personaggi accennava a finire in una risoluzione disperata -o in un colpo di spada! Non dimenticherò mai, vivessi cent'anni, -l'effetto che mi fece una scena di _Margherita Pusterla_, una sera -ch'ero in palco con la famiglia, tutto contento, dopo aver fatto il -mio lavoro di quarta elementare. Quando Alpinolo afferrò per il collo -quel _boia_ di Luchino Visconti, e gli appuntò il pugnale sul viso, -caricandolo di contumelie, fremetti e risi di gioia, sprofondando le -unghie nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge, Luchino (che era -un pezzo d'omo, con un vocione spaventevole) si slancia alla finestra, -urlando: — Inseguitelo! — accenna le vicende dell'inseguimento, -grida: — Lo raggiungono.... si salva.... no.... gli son vicini.... -sfugge.... è raggiunto! — Quella terribile parola _è raggiunto_ mi -fece scoppiare in un singhiozzo convulso, che fui appena in tempo a -soffocare col fazzoletto. Mio padre mi condusse fuori del palco, nel -corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio arrivava ancora la -voce stentorea di Luchino; capii che Alpinolo gli era stato ricondotto -davanti, legato; era una cosa orribile; ricominciai a singhiozzare; -mio padre dovette accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là -ancora rimbombava quella formidabile voce; fui costretto a uscire -nella strada; ero inconsolabile, avevo il petto rotto, e continuai -a disperarmi per un bel pezzo, in mezzo al cerchio dei monelli che -aspettavan le cicche, non piangendo più, ma singhiozzando ancora, con -quel tiranno esecrato davanti agli occhi. - - * - -Naturalmente, a noi pareva che quegli attori avessero anche fuori -del teatro l'importanza, la potenza affascinatrice dei personaggi che -rappresentavano sulle scene. Ci pareva che nessun banchiere milionario -avrebbe osato rifiutar la mano della sua figliuola a quel bel primo -attore, ardente e superbo, che aveva fatto così bene _Francesco primo_ -la settimana passata; e non eravamo lontani dal credere che, assalito -da una banda d'assassini, il tiranno non avrebbe avuto che a gridare -con quella sua voce sibilante: — Indietro, miiiiseee....rabili! — come -gridava nel dramma _Il delitto misterioso_, per vederli sparire come -uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del Presidente del Consiglio e -l'amicizia del caratterista, avremmo scelto questa, senza un momento -di esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto che sentii per un -mio zio burlone, dopo una sera che, rientrando in casa, disse d'aver -giocato una partita al biliardo col brillante. Quanto alle prime -donne bastava che non fossero mostri: ne eravamo tutti cotti; era un -innamoramento all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre, -regolare e inevitabile, come la pioggia d'autunno. Ne ricordo ancora -una mezza dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone con -una voce di bombarda; una mingherlina, gobbina, che pareva sempre -che piangesse; una bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre -incinta di molti mesi, poveretta; e dell'altre, tozzotte, belloccie, -malaticcie, bruttine, con certe voci stridule e certe pronuncie -dell'altro mondo; ma che ci rapivano in estasi, quando comparivano sul -palco scenico, coi capelli sciolti per le spalle, facendo le pazze col -solito spediente del piantoriso. Ah! Dio grande! Essere amati da una -prima donna! Era la suprema delle felicità e delle glorie umane! Come -dovevano essere superiori a tutte le miserie della vita, che sovrumano -linguaggio dovevan parlare, come ci parevano scolorite e prosaiche -tutte le altre donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi avrebbe -osato sperare neppure uno sguardo da una di quelle creature arcane e -sfolgoranti, che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria Stuarda -e di Diana di Poitiers. Incontrandole per la strada, arrossivamo; e -una loro parola che cogliessimo a volo mentre passavano, una frase -straordinaria e misteriosa, come: Ho aspettato la sarta fino alle -sette.... oppure: — Ci hanno portato i bagagli al _Bue rosso_.... — ci -sonava nel capo per tutta la giornata, come il suono d'un'arpa celeste. - - * - -Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione più profonda, perchè, -a quell'età, si ammira più il grandioso e il terribile di quello che -non s'ami il tenero e il gentile. La nostra grande passione erano le -scene in cui un personaggio coraggioso e generoso, invasato dall'ira, -incalzava un altro personaggio a traverso al palco scenico, gridandogli -sul viso. — Codardo, sciagurato, infame, miserabile, assassino del -sangue tuo, oppure del sangue mio. — Quanto più ne sputava, tanto più -applaudivamo. E in queste scene, bisogna dirlo, anche i più tangheri -avevano dei momenti felici. Ma sopra tutte ci entusiasmavano le scene -culminanti dei drammi patriottici, che in quegli anni avevano gran -voga. Erano i bei tempi dei _Martiri del 21_, del _Fanciullo Mortara_, -dei _Processi di Mantova_, se non sbaglio il titolo, e di altri drammi -pieni di congiurati, di commissarii di polizia, di sgherri papali, -di gendarmi austriaci: — drammi mediocri, per quanto mi ricordo, -come lavori d'arte, — ma d'efficacia maravigliosa sui giovanetti, -specialmente per le tirate degli oppressi contro gli oppressori, alcune -delle quali non mancavano davvero di eloquenza. Noi pestavamo i piedi, -battevamo i pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle espressioni -clamorose d'amor di patria, nelle quali gli attori ci apparivano -venerabili e gloriosi quanto gli eroi medesimi che rappresentavano. -C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il quale avremmo dato metà del -nostro sangue. E sì che allora le tirate patriottiche erano fatte in -maniera da toglier qualunque illusione artistica. Arrivato a quel -punto, l'attore si voltava addirittura verso la platea, come per -arringare il pubblico, e recitava la sua filastrocca, come un pezzo -staccato dal dramma, cambiando voce e intonazione, con lo sguardo come -perduto verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava! Eran sublimi. -E se qualche volta uno spettatore scettico e impertinente, accanto a -noi, esclamava a mezza voce: — Che cani! — era bell'e giudicato, da -noi altri: non poteva essere che un _asino_ e un _vile_. Che belle, -indimenticabili serate! Ci fermavamo alla porta per veder uscire il -Confalonieri, Silvio Pellico, il vecchio Schiller. — Son loro, — ci -dicevamo nell'orecchio: — eccoli qui. — E ci pareva un nuovo e maggiore -indizio di grandezza quell'aria stracca, e così tra sprezzante e -burlona, con la quale uscivano dal tempio della loro gloria, accendendo -un mezzo sigaro e tirandosi il bavero sugli orecchi, come il comune dei -mortali. - - * - -Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi disegnare, tanto -mi son rimasti stampati, cesellati nella memoria. Uno m'entusiasmò -principalmente, un primo attore romagnolo, giovane, il quale, a quel -che dicevano, imitava Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso. -Ripensandoci ora, mi sembra che dovess'essere un birbaccione: smaniava -come un ossesso, e aveva una voce arrantolata da metter paura ai -bambini. Ma quando faceva il _Bravo di Venezia_, nell'ultim'atto, -gli avrei gettato sul palcoscenico una bracciata di cartelle del -Debito pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere terribili -e grottesche, delle figure che mi parevano modelli insuperabili di -bellezza e d'eleganza, dei colossi dal passo elefantino, una varietà -infinita di gambe, soprattutto, gambe vestite di maglie di tutti i -colori, gambe sottili e maligne di Luigi undecimi e di Filippi secondi, -ristecchite dalle fatiche continue della caccia al desinare; gamboni -idropici di Don Marzi, gambe torte e bitorzolute di Paoli e di Romei, -belle gambe scultorie di Cesari di Bazan, alle quali paragonavo con -invidia le mie seste ginocchiute di scolaretto cresciuto precocemente. -Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella mente, è un tiranno, -— lombardo, mi pare; — quello stesso che faceva il Luchino Visconti -in quella serata terribile. Ma faceva pure delle parti buone, — le -parti di gran forza, — nei drammi patriottici. Era un curiosissimo -originale: di media statura, tarchiato come un atleta, un po' panciuto, -con un gran naso a gancio, senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di -trentacinque anni, o press'a poco. Capiva pochissimo quello che diceva: -l'ho capito dopo; recitava con una monotonia micidiale; faceva il duca -d'Alba e il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva un organo vocale -di tal potenza, quel buon bestione, che, nelle tirate patriottiche, in -special modo, quando la sprigionava tutta quanta _dalle spaziose atre -caverne_, faceva tremare il teatro, e suscitava un uragano d'applausi. -No, nessuna parola può dare un'idea di quella voce; non ne ho mai più -udita una simile. Aveva un organo di cattedrale, un cannone, un leone, -il corno d'Astolfo nel corpo; avrebbe coperto lo strepito d'un arsenale -col suo mostruoso vocione. Non so più in quale dramma, nominando per -caso gli Svizzeri, faceva una sfuriata contro gli Svizzeri mercenari. -Me ne ricordo sempre. Diceva a voce bassa, naturalmente, terminando -un periodo: — .... come usano gli Svizzeri; — e poi, tutt'a un tratto, -esplodendo come un mortaio: — Oooooh gli Svizzeri! Caaarne ven-du-ta! -Oooooh se l'ombra di Guglielmo Tell potesse levarsi dal suo sepolcro, -ecc. — Pareva di sentire il fragore del tuono in una valle delle Alpi. -E non se la pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il suo accento -non aveva neppure un leggerissimo tremito, la sua faccia rimaneva -impassibile; egli metteva fuori tutta quell'ira di Dio senza scomporsi -menomamente, come se avesse chiacchierato con un amico con la tromba a -volano. Ma come resistere a quella voce? Io me la sentivo rombare poi -nella camera per tutta la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo -che gonfiare il collo, declamando: — Oooooh Svizzeri! Caarne venduta! -— con un entusiasmo.... del quale si risentiva poi miseramente la mia -composizione latina. - - * - -Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani, allora, dall'immaginare le -miserie e i dolori che nascondevano sotto i loro manti di re e sotto -i loro giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che dovessero essere -tutti felici, fortunati in amore, cercati, festeggiati per tutto dove -si presentavano. Non c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora di -far l'artista drammatico. — La famiglia ci farà un po' di opposizione -sulle prime, — pensavamo — ma poi, quando riconoscerà la vocazione, -e proverà l'ebbrezza degli applausi, acconsentirà, e come! — Intanto -c'ingegnavamo d'imitare gli attori. Copiavamo la pettinatura del -prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il brillante, imitavamo la -pronunzia, il passo, il modo di ridere ora dell'uno ora dell'altro, -avremmo voluto poterci vestire sul loro modello. Quel certo primo -attore romagnolo aveva un cappotto di mezza stagione, color caffè e -latte, che gli stava come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma una -bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra. Mi pareva che passeggiar per -la città con quel cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera -innanzi il _Bravo di Venezia_ com'egli lo recitava, dovesse essere il -più dolce dei trionfi umani: lui, invece, modesto, si fermava delle -mezze ore davanti alle vetrine dei salumai. Noi sapevamo i fatti -loro, come spie, da tanto che n'eravamo curiosi, e con tanto ardore -ne accattavamo notizie da ogni parte. Luigi undecimo faceva cucina in -casa: chi lo avrebbe mai pensato! La prima donna sonava la chitarra. -L'attore che faceva così bene Carlo Quinto aveva detto una sera, nel -_Caffè della rotonda_, ad alta voce: — Val più un pelo dello Shakspeare -che tutta la parrucca di Vittorio Alfieri! — L'amoroso fumava tabacco -turco. E in quei quaranta giorni di convivenza spirituale con loro, -mettevamo un certo affetto a tutti; quando qualcheduno era fischiato, -ne provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo della loro partenza, -si era sempre un po' malinconici come se fossero partiti con loro -mille idee, mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa -dei personaggi storici e delle creature immaginarie che essi avevano -incarnato sulla scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta in un -silenzio stupido e uggioso. - - * - -E ora, — mi domando sovente, — dove saranno andati a finire quei -commedianti, che vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, con -le loro fisonomie, con la loro voce, coi loro vestiti? I padri nobili, -poveretti, saran morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, è -sfumato un quarto di secolo dopo quegli anni; più d'un tiranno avrà -chiusi gli occhi all'ospedale, pur troppo; altri avranno corso le più -bizzarre avventure; celebre, tra i giovani, non è diventato nessuno, -ch'io sappia. E quelle povere prime attrici? Io le vedo confusamente -proseguire il loro pellegrinaggio faticoso di piccola città in -piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati e semioscuri, piangere -nelle camere nude degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate, -spossate; e ne sento una grande pietà, come se a quel tempo le avessi -amate davvero, non come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, esse -hanno rallegrato e commosso la nostra prima età, e sono come vecchie -amiche perdute, per noi altri. Come possiamo ricordarle senza affetto -e senza gratitudine? Qualche volta, assistendo a una rappresentazione -drammatica nel teatro d'una piccola città dove sono andato a passar -ventiquattr'ore con un amico, riconosco uno di quegli antichi attori, -invecchiato, sfiatato, caduto nelle parti secondarie, con la storia di -venticinque anni di stenti scritta sul viso. Non lo riconosco subito, -naturalmente; bisogna che gli si presenti l'opportunità di fare quel -certo gesto o di metter fuori quel dato grido, per il quale la sua -immagine è viva nel mio capo; allora, alla terza o alla quarta scena, -per lo più, ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il marito di -Maria Giovanna dei tempi antichi, il Conte di Montecristo che mi fece -tornare a casa per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. Che -piacere, un poco triste, ma vivo, riprovo sempre in quel momento! Con -che profonda attenzione lo ascolto allora, quante cose rivedo e risento -al suono della sua voce! E come andrei ad aspettarlo all'uscita del -teatro, per fargli festa, e parlare con lui del _nostro buon tempo_, -se non temessi di esser preso per un burlone o per un matto! Non più -di sei mesi fa, per esempio (è il ricordo che mi ispirò di scrivere -l'articoletto), ne feci uno graditissimo di questi riconoscimenti. -Passeggiando col professore D'Ovidio in piazza Solferino, mi vedo -camminar davanti, a una decina di passi, un poco di sbieco, un signore -grasso, largo di spalle, vestito alla diavola, ma pulito, con una -grossa canna in mano; una figura che mi ridesta una lontanissima -reminiscenza. — Possibile! dico tra me. Che sia proprio lui! Ancora -lui, così saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il passo, guardo -curiosamente quel viso.... Era lui, — lui in corpo e in anima, — -Luchino Visconti, la voce di cannone, quello della _carne venduta_, il -formidabile tiranno che m'aveva fatto scappar dal teatro, soffocato -dai singhiozzi. Il mio primo impulso sarebbe stato di fermarlo, di -dirgli: — Ma come, lei qui? Ma come va? Ma dov'è stato? Ma venga.... -— Sai chi è quello lì? dissi al D'Ovidio, e gli raccontai la storia. -— Fermiamolo dunque, — rispose egli ridendo; e mi sospinse verso di -lui. Ma il solito timore di parere un cervello balzano mi trattenne. -Che sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata, avrei desinato -con lui, avrei inteso la storia di chi sa che strane vicende, gli avrei -fatto piacere a raccontargli le mie commozioni di ragazzo, e dopo aver -votato parecchie bottiglie, ci saremmo forse alzati da tavola vociando -insieme: — Ooooooh Svizzeri! Caaaarne venduta! — E invece non feci che -accompagnarlo con lo sguardo finchè svoltò a una cantonata.... - -Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera e profonda simpatia, -mandandogli un saluto dal più vivo del cuore, e salutando -affettuosamente con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi, -vivi e morti, amorosi e tiranni, bravi attori e poveri cani.... -idoli della mia infanzia, cari ricordi della mia gioventù, fantasmi -dolcemente tristi della mia età matura.... - - - - -UN'ASCENSIONE IN PALLONE. - - -Era una promessa fatta a due giovani studenti, miei compagni di viaggio -carissimi; ma speravo di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero -pentito d'aver promesso quando da un piroscafo del lago avevo visto -sospesa nel cielo di Ginevra quella palla color di patata, grossa -quanto un'arancia, e al pensiero di doverci andar dentro il giorno dopo -m'era preso un principio di capogiro. Il giorno dopo fui fortunato: -trovammo scritto sulla porta del recinto: — _Vent trop fort, ascensions -suspendues_; — e sperai nella continuazione del vento. Ma la mattina -seguente il cielo era limpido, l'aria immobile, il fato ineluttabile. -— Sia fatta la vostra volontà — dissi — così in cielo come in terra, — -e m'avviai alla stazione di partenza per le regioni eteree con un buon -umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, da una curiosità -vivissima della sensazione nuova che avrei provata. - - * - -Vicino al recinto incontrai un mio buon amico di Torino e lo invitai -a fare l'ascensione con noi. Credette che parlassi di montagne. -— No — gli dissi — sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu -vuoi scherzare, — mi rispose, e pestando un piede in terra: — Io amo -questa, — soggiunse. E mi disse la ragione della sua ripugnanza. Era -un ricordo di ventisette anni fa. Un suo conoscente, a Firenze, s'era -voluto levare il capriccio, spendendo un centinaio di lire, di fare -un'ascensione areostatica con altri tre o quattro signori. Ma aveva -fatto assegnamento sopra un “coraggio fisico„ che non aveva. Partito -appena il pallone, con la rapidità d'una freccia, dal Politeama -Vittorio Emanuele, egli era impallidito come un morto, s'era accucciato -nella navicella come un cane, e stando così, stravolto e tremante, non -aveva fatto che ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per tutta -la durata del viaggio; terminato il quale, portato a casa in carrozza, -s'era cacciato in letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai l'amico -dell'incoraggiamento amichevole, pagai a uno sportello (caruccio) il -bel piacere che m'aspettava, e, passato tra i ferri d'un contatore, -mi trovai di faccia all'enorme sfera di seta chinese, chiusa in una -rete di quattrocento corde e gonfia di tremila cinquecento metri cubi -d'idrogeno, che doveva portarmi dove non desideravo di andare. - - * - -Siamo appena entrati che sopraggiunge una folla di gente d'ogni paese, -fra cui molte signore e signorine impennacchiate, molto più impazienti -di me di levarsi a volo; le quali discutono in dieci lingue della forza -di resistenza della seta e delle corde, delle valvole automatiche e -del palloncino compensatore, come se avessero fatto un corso compiuto -d'areostatica. — Ma noi abbiamo la _fortuna_, — così dicono i miei -due compagni, — d'essere della prima infornata. — I fortunati sono -undici, non contando il capitano; poichè c'è un capitano, col berretto -gallonato, un grosso svizzero biondo e flemmatico, a cui saranno -affidate le nostre vite. E ci stringiamo tutti in un gruppo, col -nostro biglietto numerato alla mano, che fa nascer subito fra di noi -una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono due rotonde signore -quarantenni, due piccole immagini dell'areostato, e il marito d'una -di esse, che sento chiamare da altri viaggiatori _monsieur Charles_, -sferico come la sua compagna, un viso di buon diavolo angustiato, -che mostra una passione per la navigazione aerea anche meno ardente -della mia. Dagli sguardi inquieti che rivolge a tutti i suoi compagni -di viaggio capisco il suo pensiero. Par che il caso abbia raccolto -nella nostra infornata, — fatta eccezione dei miei figliuoli, — le più -maestose moli umane di Ginevra. Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente -la forza di resistenza di duecento chilogrammi che ha ciascuna delle -quattrocento corde? Questa domanda si legge nei suoi occhi, e negli -occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come per pesarsi. Il -colosso, un giovine svizzero burlone, dice forte: — Dove andremo a -cascare? In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? O ci andremo a -infilare nei pini del Brünig? Il cuore non mi dice nulla di buono. — -_Tu l'entends?_ — domanda monsieur Charles alla signora; ed io colgo -a volo un _tais-toi, c'est ridicule_, che mi dice chiaro che è lei, -con quel becco imperioso di pappagallo, che _vuole_ far l'ascensione, -e ch'egli s'è deciso ad avventurarsi nel cielo per evitare una -battaglia sulla terra. Un altro, — un grosso tedesco giallognolo, — -non mi par più smanioso di lui di abbandonare il globo terracqueo. -— _Souffrez-fous le fertige?_ — mi domanda nell'orecchio. — Più del -necessario per divertirmi, — rispondo. Finalmente cade la catena che -chiude il passaggio, e per un ponte mobile montiamo sulla navicella, -dove il capitano distribuisce le nostre gravità in modo da mantener -l'equilibrio. Una voce grida: — _Attention!_ — Tutti si voltano da una -parte, dove scopro la principale ragione per cui molti si decidono a -quel viaggio: una grande macchina fotografica rivolta verso di noi. -Tutti prendono delle impostature d'areonauti temerari. — _C'est fait!_ -— grida il fotografo. Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano -dà un fischio, sei inservienti in uniforme staccano a un punto dagli -anelli le sei corde che ci agganciavano al pianeta.... e il pallone si -solleva. - - * - -Non è che questo? È una delizia. L'ascensione è lenta. Non par di -salire. Io mi trovo fra il colosso e monsieur Charles, che mi volta le -spalle, mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che par la fotografia -animata dello Sgomento. Questo mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io -guardo lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado allargando. -Ma a un certo punto commetto l'imprudenza di chinare il viso sul largo -foro centrale della navicella e di guardar giù, proprio a filo sotto -i miei piedi, misurando con un'occhiata tutto lo spazio — l'altezza -d'un par di torri di Giotto — che ci separa già dalla terra. Mi fo -indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine m'ha acciuffato. Fu -un minuto solo; ma.... lungo. Una tentazione vergognosa mi prese -d'accoccolarmi dolcemente fra i due parapetti della navicella, chinando -il capo e chiudendo gli occhi. Ma uno sguardo mi salvò: vidi la mano -con cui monsieur Charles stringeva una delle corde, e la violenza -compassionevole della commozione che indicavano i muscoli gonfiati e -tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, mi rinfrancò. -Mi rimase un malessere, non di meno, nuovo affatto, e difficile a -esprimere: una maledetta voglia di sedere, un sentimento di solitudine -fisica, un senso fastidioso del mio peso, quasi un ribrezzo della -cedevolezza dei vimini di quel cestone odioso, a cui m'appoggiavo col -fianco.... — _Parfaitement dêsagréable_ — intesi dire da una delle -due signore, che non vedevo. — _C'est ça_, risposi tra me; era pure -la mia opinione. È strano: non avevo quasi coscienza in quel momento -della legge fisica in virtù della quale salivamo, nè dell'apparecchio -macchinoso che ci portava: mi pareva che ci levasse in alto qualche -smisurato uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. La navicella -non faceva il minimo moto, nè le corde il più leggiero fruscìo: avrei -giurato che stavamo immobili nello spazio. — _C'est égal; ce ne sera -jamais mon métier_, — disse una voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che -si dice del mare! È un elemento infido; ma vi sentite sotto qualche -cosa, su cui in qualche modo ci si può reggere; ma l'aria.... l'aria -non è niente. No, non sarà mai questo il mio genere di sport, se ne -dovrò scegliere uno. Cento volte meglio la bicicletta. — E tutti -quei modi coi quali si suole esprimere un sentimento di gioia o -d'entusiasmo: — “parersi sollevato al disopra della terra„ — “sorvolare -a questo basso mondo„ — “sentirsi rapito in alto„ — mi parevano -smargiassate rettoriche. In verità, non avevo creduto mai di essere -così strettamente affezionato, come mi sentivo in quel quarto d'ora, al -mio pianeta nativo. - - * - -Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, le case scatole, -i parchi aiuole, gli uomini insetti come se una forza mostruosa -stringesse, raccorciasse, rattrappisse ogni cosa. Che mirabile -spettacolo! Ginevra dorata dal sole, l'Arve e il Rodano inargentati, -una vasta corona di colline seminate di borghi e di ville, la grande -mezzaluna color celeste del lago di Leman, i monti verdi del Giura -e le rocce grigie della Savoja, la catena superba del Monte Bianco, -un'immensità d'azzurro, di verzura e di neve, fatta per lo sguardo -d'un'aquila. In quella immensità splendida le due signore si davan la -briga di cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del Voltaire. -Altri due sentivo che discutevano sul confine della Francia. — _Voilà -le capitaine qui lit son journal_ — disse il colosso. Infatti, il -capitano leggeva tranquillamente la _Tribune de Genève_, come se -fosse stato in una sala del _Cafè du nord_. Quest'osservazione parve -che tranquillasse un poco monsieur Charles che tentò d'abbozzare un -sorriso. Se il capitano leggeva il giornale, pericolo imminente d'un -disastro non c'era. Ma una voce che disse: — _Nous dévions_ — lo turbò -da capo. S'era levata veramente un po' d'aria; la grande bandiera -svizzera attaccata al polo inferiore dell'areostato s'agitava; il -pallone era deviato alquanto fuor della direzione del recinto da -cui era partito. Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur Charles -osservava con uno sguardo obliquo il dinamometro appeso all'anello -d'acciaio, come se gli indicasse il grado variante del pericolo, e non -ne staccava gli occhi che per gettare qualche rapida occhiata dentro -la cinta dell'Esposizione. Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza! -Paiono quello che sono in realtà: trastulli di popoli. Vedevo una -piccola città carnevalesca, divisa in due da un ruscello, simmetrica -da un lato, disordinata dall'altro, variata di cento architetture di -mille colori, che innalzavan le cupole, le guglie, le torri, i frontoni -dipinti, i tetti a cono e a piramide, luccicanti e imbandierati, -sopra un labirinto di giardini e di boschetti, biancheggianti di -zampilli e di cascate, e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli -che entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano per le vie -larghe un dito e per le piazze grandi come la mano, come un popolo di -formiche affaccendate. Vidi passare sur uno dei due ponti dell'Arve -il tranvai elettrico che faceva il giro della Mostra. Che miseria! Uno -scarabeo giallo fuggente sopra un fuscello a traverso un fil d'acqua. -Mi diede nell'occhio, a un'estremità della cinta, un qualche cosa della -grandezza e della forma d'un mezzo guscio d'ovo tagliato pel lungo: -era il grande circo per le giostre e per le feste ginnastiche, posto -sulla riva del fiume, di là dal “villaggio svizzero„. E il grande -villaggio, la maraviglia e il trionfo dell'Esposizione, pareva formato -di _châlets_ tolti dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una cosa da -raccattarsi con due mani e da porgersi per balocco a un bambino. Sulla -piazzetta della chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini -rossi e bianchi. Dovevano essere le belle ragazze svizzere che si -preparavano per le danze nazionali. Com'era mai credibile che per uno -di quei puntini rossi uomini tanto fatti potessero perder la pace? - - * - -— _Nous descendons, monsieur?_ — mi domandò monsieur Charles, senza -guardarmi. - -— _Non, nous montons toujours._ - -— _Diable!_ - -A lui pareva già d'averne per più di quanto aveva pagato. Ma se -io dicessi che mi sentivo ancora in credito non direi la verità -vera. Stavo molto meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso -quest'osservazione: — Che bisogno c'è di stringer così forte la corda -con la mano destra? — E allentai la mano.... un poco. E m'arrischiai -a guardare un'altra volta per l'apertura del mezzo — un'occhiata -sola, rispettosamente sfuggevole — quanto mi bastò per veder giù — a -una profondità d'abisso — la folla dei viaggiatori aspettanti — una -macchia scura punteggiata di rosa dai visi che guardavano in alto, -verso il piccolo mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, con -un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi raccolsi nell'ammirazione -del lago di Ginevra, una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi -piroscafi apparivano come moscherini anneganti che si dibattessero -senza far cammino, e la lunga fila dei villaggi e delle ville della -riva settentrionale sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli -multicolori, raggruppati in ghirlande e in mazzetti, con gli steli -immersi nell'acqua. Che dolce silenzio! Nè il rumore della galleria -delle macchine, nè lo scampanìo festoso, nè il muggito degli armenti -del villaggio svizzero, nè la musica barbara dell'accampamento dei -negri, nè gli strilli degli arabi venditori del “caffè delle fate„ non -arrivavano più alla nostra “superba altezza„ dove un'aria purissima, -dilatandoci i polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte le vene, -e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. Oh tutti gli altri modi di -viaggio inventati dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua -e sulla terra, tra il fumo, lo strepito e la polvere, molestati -dall'immagine d'uno sforzo continuo delle cose, come ci parevano rozzi, -faticosi ed umili, appetto a quell'ascensione dolce e muta di nuvola -carezzata dall'aria, di cui non si sentiva e non si vedeva il moto, -come se non noi ci movessimo, ma si allontanasse la terra! Nessuno -parlava più, nè badava ai suoi vicini. Ciascuno, da quella terrazza -aerea, beveva da solo, come un ingordo, la grande bellezza, non dicendo -una parola per non perdere un sorso, in un atteggiamento d'ammirazione -immobile, che pareva uno stupore profondo. - - * - -Ma qui sento un lettore impaziente che mi domanda: — Ebbene, e poi? -Che cosa provaste quando non vedeste più la faccia della terra? Quando -cominciaste a sentir difficoltà di respiro? Quando l'uscita del sangue -dagli orecchi? Quando i primi deliqui? - -A questo punto, per chi non ha ancora capito, debbo fare una -dichiarazione.... molto dolorosa alla mia vanità. Debbo dire che -attaccata al pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un diametro -da trent'uno a ventinove millimetri, tessuta di canapa di Napoli, di -qualità sopraffina, capace di sostenere uno sforzo di più di novemila -chilogrammi, e che questa corda — debbo dire anche questo — scendeva -fino a terra, dove s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso da una -macchina a vapore della forza di venticinque cavalli, la quale.... -Insomma, il pallone era frenato. — È detta. - -Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; ma a venir giù -dall'altezza di sei mila o di cinquecento metri mi pare che la patta -sarebbe stata a un di presso la stessa. E questo è quanto. Ed era certo -del medesimo parere monsieur Charles, il quale mi domandò ancora una -volta, senza voltare il capo: — _Nous montons toujours? — Nous montons -toujours._ — E allora perdette la santa pazienza: — _Eh qu'est-ce -qu'il f.... donc ce capitaine avec son f....u journal?_ — Non credevo -di poter fare una risata a quell'altezza; ma il fenomeno avvenne. -— _On nous a trompé_ — esclamò il colosso, per ispassarsi del pover -uomo; — _il n'y a plus de cable; c'est une ascension libre que nous -faisons!_ — Un _nom de dieu_ inimitabile gli rispose, che il buon Dio -deve aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione che a -una bestemmia. E lo scherzo crudele del mio vicino sarebbe continuato -se non si fosse sentita una voce dall'altra parte della navicella, che -disse forte: — _Wir gehen hinunter_ (noi discendiamo). — Dolce lingua -tedesca! Ma era vero? Non ci accorgevamo di discendere più che non -ci fossimo accorti di salire. Qualcuno anzi sosteneva che si saliva -ancora; altri diceva che s'era immobili. Si discendeva così a rilento, -in ogni modo, che non ce ne poteva accertare l'ingrandirsi delle cose -sottostanti, non apparente ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza -fu breve. Dato uno sguardo in basso, vidi Ginevra più vasta, l'Arve -dilatato, le architetture dell'Esposizione ingrandite, tutto il -formicolìo nero sparso per il labirinto delle vie e delle piazzette, -che cominciava a riprender l'aspetto d'una moltitudine umana. Poi la -discesa si fece ogni momento più sensibile. Sotto, sui frontoni del -palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, dentro alle aiuole, nei -giardini, pareva che le statue crescessero, che le pitture pigliassero -vita, che i fiori sbocciassero, che gli zampilli s'innalzassero a -salti; un ronzìo confuso, soverchiato da mille suoni sparsi di voci, -d'acque, di ruote, di musiche, ci giungeva crescendo agli orecchi; -e guardando per il foro della navicella giù nel recinto le piccole -facce voltate in su della folla che ci aspettava, simili a una gran -canestrata di mele rosee, cominciai a distinguervi i cerchietti degli -occhi e i buchi neri delle bocche aperte. Ancora un minuto, ed ecco -i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che accorrono, eccoci -riattaccati da sei solidi ganci alla superficie terrestre. - -O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente il viver lontano da te; -ma non al di sopra! Non sono superbo. E non fui degli ultimi a passare -il ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità camminante. Il -primo, s'intende, fu monsieur Charles, col viso ancora rannuvolato. -Vari conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. Egli -lanciò loro, passando, un'occhiata a colpo di falce, e rispose con voce -rauca: — _Délicieux._ - -— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei due giovani compagni. — -Un'altra volta faremo un'ascensione libera.... - -— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma soggiunsi in cuor mio: -— Sì, all'Esposizione internazionale di Carmagnola. - - - - -DUE DI SPADE E DUE DI CUORI - -RACCONTO - - - - -DUE DI SPADE E DUE DI CUORI. - - -Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione particolare della -gola; per esempio, il Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per -i maccheroni, il Niccolini per le radici: era dunque scusabile il -non illustre Arturo Pironi, appena dodicenne, d'avere egli pure la -sua, che era per il gelato di crema. Se fosse stato re, avrebbe dato -qualche volta il suo regno per un sorbetto giallo. E bisogna dire che -il piacere di mandar giù quella dolcezza, com'egli faceva, sei volte -la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore della fronte. Suo -padre gli dava ogni mattina otto soldi per far le quattro corse in -tranvai fra piazza San Martino, dove stavan di casa, e il lontano -Ginnasio Gioberti, dov'egli l'aveva messo perchè c'era professore di -lettere un suo cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva alla -Società elettrica che venti centesimi. Andava e tornava la mattina -con le sue sante gambe, correndo come uno struzzo; tornava a casa di -galoppo anche la sera, sputando un'ala di polmone, perchè, sebbene -vivacissimo, era di complessione delicata; e faceva in tranvai la sola -prima corsa pomeridiana, che rompeva in due, per saltar giù a spendere -i suoi risparmi in un gelato canarino, al caffè del Teatro Alfieri, a -mezza strada. A quell'ora non c'era quasi mai nessuno: egli entrava per -la porta piccola, sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio della -sala del biliardo, ordinava con un accento che voleva dire: — _Propere -propera;_ — vuotava il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino -con la lingua, e poi via, come chi scappa senza pagare. Ma durante la -dolce operazione dava tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri -stavan lì a guardarlo, godendosela, come a veder mangiare un affamato, -e qualche volta anche la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata -sorridente a quel bel ragazzo biondo, a cui pareva che ogni cucchiaiata -di gelato facesse l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna, e gli -andasse in tanto sangue. Lo chiamavano fra di loro: _il gelato di -crema_. - - * - -Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che si metteva a sedere -nel posto solito, egli udì nella sala del biliardo le voci di -vari giocatori; uno dei quali pronunciò un nome che attirò la sua -attenzione. Era il nome dell'avvocato Bussi, un amico di suo padre, -che non veniva più in casa da un pezzo, ma ch'egli sentiva rammentar -sovente. - -— Il Bussi, — diceva uno dei giocatori, — è un tiratore. Siamo andati -sei mesi insieme alla sala Gandolfi; poi io smisi, egli seguitò. L'ho -visto tirare due anni fa al Teatro Scribe, nell'accademia a beneficio -dell'Ospedaletto: ha un polso di ferro, ed è un tempista. Dell'altro -non so; ma non vorrei essere nel suo soprabito... Tiro al rinterzo.... -otto a sei. - -— Si accomoderanno, — disse un altro, — fra avvocati! - -— Tu mi canzoni, — ribattè il primo. — Una presa di sciocco in pieno -caffè San Filippo, in mezzo a una corona di colto pubblico.... Sei -impallato: oggi non è il tuo giorno.... L'avvocato Bussi non è uomo da -tirarla giù come un ovo fresco. E poi, quando c'entra la politica! Sta -certo che si batteranno, se non si son già battuti questa mattina. - -— Impossibile, — disse un terzo. — La scenata è seguìta ieri sera alle -undici. Non possono aver regolato tutto nella notte. Son cose che vanno -per le lunghe. Al più presto si batteranno oggi. Quanto alza la rossa? - -— Oggi no, — rispose un quarto. — Alza due dita. Oggi il Bussi ci -ha la causa del gobbo di Vanchiglia alle Assise. Questa mattina era -all'udienza, deve fare oggi la sua arringa. Si batteranno domattina, a -giorno. - -— Ho paura, — tornò a dire il primo, — che il complimento sarà pagato -caro. - -— Chi sa mai! — esclamò un altro, che non aveva ancora parlato. — -Non sempre chi maneggia meglio la sciabola è quello che dà la botta. -L'avvocato Pironi.... - -Il ragazzo lasciò cadere il cucchiaino e restò senza fiato. - -— L'avvocato Pironi, — continuò il parlatore invisibile, — è un uomo di -sangue caldo, di quelli che sul “terreno„ perdono il lume degli occhi -e si caccian sotto per persi. Costoro alle volte sconcertano anche -un bravo tiratore, che si becca una sciabolata senza capir nè come nè -perchè.... Steccaccia da capo! Non gioco più! Sono una sbercia. - -— Eh, s'ammazzino pure, — disse quello di prima. — Ce ne son troppi. -Sapete che n'abbiamo seicento dentro la cinta di Torino?... Questi -son calci, o signori! Ventiquattro. Si fa la rivincita?... Morto un -avvocato, ne nascon dodici.... - -Il povero ragazzo non udì più altro: pagò, senza finire il gelato, -si cacciò i libri sotto il braccio, si slanciò fuori del caffè come -da una casa incendiata, corse fino in mezzo a piazza Solferino, dove -s'arrestò ad un tratto, coi piedi come inchiodati alla terra, e là -ebbe una visione così lucida e terribile di suo padre disteso al suolo, -immobile e sanguinante da un'orrenda ferita, che gli venne su dal cuore -un singhiozzo, gli ondeggiarono agli occhi gli alberi e le case, e gli -mancarono sotto le ginocchia.... - -Ma fu un momento. Egli era delicato di fibra, ma gagliardo d'animo. -Subito si sentì come scattar dentro una molla d'acciaio che lo rizzò -sul busto e gli fece alzare la fronte in atto di risoluzione virile. -— No! — disse tra sè, — non perderò mio padre.... mio padre non si -batterà.... non me lo uccideranno, ci dovessi lasciare la vita! - - * - -S'andò a buttare sur un sedile del giardino pubblico, vicino al -monumento del generale De Sonnaz, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e -il capo fra le mani, e si mise a pensare. - -Ma la commozione e lo stupore gl'impedirono per un po' di tempo di -raccapezzarsi. Era possibile? Suo padre battersi in duello col Bussi! -Un tempo erano stati amici. Pochi anni addietro il Bussi veniva qualche -volta a casa sua, con la moglie e col figliuolo: un ragazzetto della -sua età, che era lo spasso di tutti, e giocavano insieme. Poi, fra la -signora Bussi e la mamma, senza ch'egli ne sapesse il perchè, s'era -rotta ogni relazione; ma non fra suo padre e il marito di lei, che -egli aveva visti ancora insieme molte volte per le strade di Torino. -Come avevano potuto tutt'a un tratto, in un luogo pubblico, venire a -un diverbio violento, insultarsi e sfidarsi come due nemici mortali? -Capiva allora perchè suo padre avesse quella mattina desinato fuori, -dicendo che era invitato da un collega, con cui doveva parlar d'affari. -Aveva dovuto andar fuori per trattare coi padrini, che non voleva -ricevere in casa sua, per non destare sospetti. Oh! povero babbo! -Chi sa che ore tristi d'ansietà, chi sa che dolorosa giornata era -quella per lui, costretto a fingere con la famiglia, a prepararsi al -cimento terribile, senza una parola di conforto dei suoi, senza poter -espandere l'animo suo, come se fosse solo al mondo, e la sua vita non -premesse a nessuno! La prima idea che gli venne fu di correre a casa -del nemico, di gettarsi ai suoi piedi e di supplicarlo, abbracciandogli -le ginocchia e piangendo, d'aver pietà di lui, di risparmiar la vita a -suo padre, di perdonare l'offesa.... Ma respinse sull'atto quell'idea. -Quel Bussi, che gli voleva uccidere il babbo, gli si presentava -nell'aspetto d'un uomo fremente d'ira e di vendetta, d'un assassino -feroce e inesorabile, che nessuna preghiera avrebbe potuto rimovere -dal suo proposito; gli metteva orrore e ribrezzo; gli pareva che -al solo vederlo si sarebbe sentito gelare il sangue e morir la voce -nella gola. Gli venne un altro pensiero: di dir tutto alla mamma. Ma -rigettò anche questo, comprendendo che sarebbe stato un passo peggio -che inutile. A che pro gettare il terrore e la disperazione in cuore -alla sua povera madre, che avrebbe passato una giornata e una notte -d'angoscie di morte? Sarebbe forse riuscita a impedire che suo padre -s'andasse a battere? Egli aveva bene un'idea, benchè confusa, di che -cosa fosse per un uomo della classe signorile il sentimento così detto -dell'onore, e capiva che se per questo suo padre arrischiava la vita, -non c'era da sperare che s'inducesse a soffocarlo per amore della -famiglia. Poi pensò a un altro mezzo: ad avvertire la Polizia. Sapeva -di molti casi in cui la Polizia, avvertita che due signori si dovevan -battere, era arrivata in tempo sul luogo per impedire il duello.... Ma -neppur questo mezzo gli parve da scegliersi. E se suo padre fosse stato -arrestato? E se, risapendo dopo che la Polizia era stata avvertita da -lui, l'avvocato Bussi avesse sospettato che egli fosse stato spinto -a quell'atto da suo padre stesso, per paura di battersi? Gli balenò -infine un'idea, che gli parve la meglio di tutte: d'impedire il -duello egli medesimo. Svolse nella mente questa idea con un sentimento -crescente di speranza e di conforto. — Per andarsi a battere, — pensò, -— mio padre uscirà la mattina molto presto. Io veglio la notte, senza -spogliarmi, per sentire quando s'alza ed esser pronto a uscir subito -dopo di lui; gli tengo dietro per la strada, di lontano, fin dove -si dovrà battere; si batteranno in campagna, come s'usa; mi nascondo -dietro un albero o una siepe; quando li vedo l'uno di fronte all'altro -salto su, mi getto in mezzo, m'avvinghio al babbo, supplico, grido.... -Voglio vedere se l'altro avrà il coraggio di ferir mio padre che non -si potrà difendere; mio padre non riuscirà a svincolarsi da me; tutti -si commuoveranno, sentiranno pietà.... — Ma appunto questa parola -_pietà_, che gli suonò quasi all'orecchio come se l'avesse pronunciata -a voce alta, gli fece cader dall'animo anche quel proposito. No, non -era possibile. Egli avrebbe potuto impietosire suo padre: ma l'altro! -E che figura ci avrebbe fatta suo padre? E se anche in questo caso si -fosse sospettato che egli stesso avesse suggerito al figliuolo quel -passo, per vigliaccheria? Non trovando risposta a queste domande, non -venendogli altre idee, e disperando che gliene venisse, egli fu invaso -dallo sgomento, rivide l'immagine del babbo disteso a terra nel sangue, -e si mise a piangere a calde lacrime nel cavo delle mani, scrollando il -capo in atto sconsolato.... - -All'improvviso, come se una mano vigorosa lo sollevasse dal sedile, -egli balzò in piedi col viso illuminato da un pensiero, s'asciugò in -fretta le lacrime, riafferrò i suoi libri e ritornò al caffè quasi di -corsa. - - * - -— Un altro gelato? — gli domandò sorridendo il cameriere. — No, — -rispose il ragazzo, con voce concitata; — la _Guida di Torino_. — Il -cameriere gli portò un grosso libro, che egli conosceva, perchè l'aveva -nello studio suo padre. Lo aperse, cercò l'elenco degli avvocati, vide -dove stava di casa l'avvocato Bussi, ringraziò e tirò via. Stava in via -San Domenico. Egli vi arrivò in un batter d'ali, s'affacciò all'uscio -di uno sgabuzzino del portone, dove stava rattoppando una scarpa un -vecchio ciabattino con gli occhiali, e gli domandò se stesse lì di -casa l'avvocato Bussi. Ci stava: al secondo piano. Domandò ancora: -— A che scuola va il suo figliuolo? — La seconda domanda dovè parere -indiscreta all'ombroso Crispino, il quale gli rispose con mal garbo: — -A scuola non ce l'ho messo io: vada a chiedere le informazioni in casa. -— Ma il ragazzo ridomandò: — A che scuola va il suo figliuolo? — con -un accento così commosso di preghiera, d'impazienza e d'affanno, che -quegli rispose quasi a suo malgrado, come a un comando, guardandolo -con due grand'occhi stupiti: — Qua vicino, al Ginnasio Balbo, in via -Porta Palatina. — Non aveva ancor detto la via che il ragazzo era -già scappato. Svoltò in via Milano, infilò via della Basilica, riuscì -in via Palatina e arrivò trafelato davanti alla porta del Ginnasio, -dove stava ritto il custode — un ometto sbilenco dal muso volpino — -il quale, vistogli i libri sotto il braccio, gli lanciò un'occhiata -severa, dicendo tra sè: — Ecco un monello che ha marinato la scuola, -e che viene ad aspettare un altro poco di buono, per andare insieme a -batter le strade. Che grinta! Questo deve dar delle belle consolazioni, -a suo padre!... - -All'uscita degli scolari Arturo si piantò nel mezzo della soglia e -cominciò a chiamare: — Bussi — Bussi — Bussi, cercando a destra e a -sinistra il viso del suo piccolo amico d'un tempo, che non era certo di -riconoscere. Non n'eran passati trenta che una voce gli rispose: — Son -qui — e gli si parò davanti un ragazzo, il quale, guardatolo appena, -gli domandò con accento di stupore, sorridendo: — Pironi? - -Era un ragazzo assai più alto e più robusto di lui, benchè non avesse -che un anno di più: bruno di pelo e di pelle, e d'aspetto piacente; -benchè di una espressione precocemente ferma, quasi d'un uomo, e -leggermente beffarda; la quale gli avrebbe fatto cattivo senso s'egli -avesse avuto l'occhio meno velato dalla passione. Ma Arturo non ci -badò, lo prese per mano, lo tirò dall'altra parte della strada e gli -disse affannosamente: — Senti.... domani mattina.... mio padre e tuo -padre.... si battono in duello.... - -La notizia non produsse l'effetto ch'egli s'aspettava. Quegli non fece -che un leggiero segno di stupore, dicendo: - -— Oh, diavolo!... E perchè mai? - -Arturo gli disse in furia quello che sapeva, e come l'aveva saputo, -e soggiunse con voce rotta: — Ora noi dobbiamo impedire, capisci, a -qualunque costo. Mio padre può uccidere il tuo, o restar ucciso. Questo -non dev'essere. È un orrore. Son venuto da te. Aiutami tu. Tentiamo -insieme. Noi soli possiamo impedire una tremenda disgrazia. - -Il ragazzo si grattò il mento con un dito; poi rispose tranquillamente: -— Impedire.... va bene. Ma in che maniera? - -Arturo gli espose il suo disegno. Il duello si sarebbe fatto senza -dubbio la mattina prestissimo. Dovevano vegliar tutti e due, attenti -a quando il babbo uscisse di casa, e uscir dopo di lui, senza farsi -sentire. Certamente, secondo l'uso, l'uno e l'altro sarebbero stati -aspettati dai padrini sulla strada, con una carrozza. Essi si dovevano -attaccare dietro alla carrozza, e non lasciarla più. Così, senza -gran fatica, potevano arrivare al luogo fissato per il duello. Là -si sarebbero facilmente ritrovati, e nascosti insieme, in qualche -modo, ad aspettare il momento. Giunto il momento, si sarebbe gettato -ciascuno ai piedi del proprio padre, supplicandolo di non battersi. Non -avrebbero osato, per certo, di battersi in presenza dei loro figliuoli, -si sarebbero commossi tutti e due, lasciati persuadere dai padrini a -desistere, forse riconciliati. — È questo l'unico mezzo, — concluse. -— Io solo non impedirei nulla. Mi raccomando a te. Non lasciarmi solo. -Aiutami, per quanto hai di più caro al mondo. Te ne scongiuro! - -L'altro rimase un poco sopra pensiero; ma con un sorriso sulle labbra, -come se fosse più allettato dalla novità bizzarra dell'impresa che -commosso dall'idea del pericolo paterno e della gentilezza dell'azione. -Poi rispose con molta placidità: — L'idea è buona; ma.... quanto -alla riuscita, ho i miei dubbi. Per quello che riguarda mio padre, -intanto, io sono certo d'una cosa, come se fosse già avvenuta, ed è -che, quando mi vedrà comparire, invece di commoversi, mi ammollerà una -piattonata sulla schiena. Mi vuol bene; ma.... me l'ammollerà. Me la -sento. Ma questo non vorrebbe dire. Il male è che si farebbe un buco -nell'acqua.... credo. Dimmi un po': e se non ne facessimo nulla? Non -bisogna poi montarsi la testa. Non tireranno mica a finirsi. Tutti i -giorni seguono dei duelli senz'altra conseguenza che una scalfittura -al braccio o una sdrucitura al capo: il medico ci dà qualche punto, i -duellanti si stringon la mano, e poi.... vanno insieme a far colazione. - -— No! no! — esclamò Arturo, col pianto nella gola; — non dir così, -te ne supplico. Tuo padre è stato offeso, il mio è impetuoso. Quando -hanno le armi alla mano perdon la testa. E poi, chi lo sa? E se si -battono con la pistola? Uno dei due può morire. Pensa che rimorso, che -disperazione ne avremmo tutti e due! Pensa alla tua povera mamma! Pensa -che domani mattina, fra poche ore, tu potresti non aver più padre, o -potrei non averlo io! E questo per una parola! È una cosa orrenda! Tu -scherzi; ma sei buono. Abbiamo giuocato insieme da bambini, ci volevamo -bene. Aiutiamoci come due fratelli. Non lasciarmi solo. Io ci vado -solo, se tu non vieni, anche a costo di cascar morto per la strada. -E allora direbbero tutti: — Perchè non ci è andato anche l'altro? -Penserebbero male di te.... Oh, vieni, vieni.... Come ti chiami?... -Carlo? Sì, ora mi ricordo. Vieni, Carlo, te ne prego; m'inginocchio qui -sulla strada, se non mi dici di sì; ho bisogno di te; tu puoi salvar la -vita a mio padre; te ne scongiuro in nome di mia madre, e della tua; -e se mi aiuti, ti vorrò bene sempre, anche quando sarò grande, sarò -sempre per te quello che tu vorrai, pronto a darti anche la mia vita, -se me la chiedessi! — E così dicendo, gli mise le mani tremanti sulle -spalle e il viso contro il viso. - -Carlo, che aveva sorriso alle prime, parole, cessò di sorridere alle -ultime, lo fissò, e gli disse con un accento di pietà, da fratello -maggiore: — Povero Arturo! - -Questi gli strinse le spalle più forte, aspettando la risposta, con -tutta l'anima negli occhi. - -Carlo rispose: — Verrò. - -Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al collo e gli baciò le due -guance; e domandò ancora: — Me lo prometti? - -— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente. Poi, sorridendo da capo in -aria di canzonatura: — Ma dimmi un po'.... E se andassero a battersi a -Rivoli? Avremmo una dozzina di chilometri da fare dietro la carrozza. -Sarebbero lunghetti. - -Arturo fece un gesto risoluto come per dire che a qualunque distanza -egli avrebbe avuto la forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli -occhi: — Mi hai promesso! Mi fido di te! - -E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia parola. - -Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con tutta l'anima: — -Grazie! — e s'allontanò correndo; senz'accorgersi che Carlo lo stava -osservando, come fanno gli scommettitori coi cavalli da corsa, per -vedere se avesse gambe pari all'impresa. Poi anche Carlo se n'andò, -col suo passo solito, dicendo tra sè: — Le seste le ha buone; vedremo i -polmoni. Mio padre si batte! Oh diavolo.... diavolo. Non so se la darà -al signor Pironi; ma a me la darà, di sicuro. Si tratta d'aver prima -buone gambe, e poi.... buona schiena. _Macte virtute, Carole._ Sarà una -scarrozzata di nuovo genere. Purchè non vadano a Rivoli! - - * - -Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a dissimulare il suo stato -d'animo alla mamma; la quale era ancora assai giovane, e d'indole così -espansiva, e così familiare con lui, che gli pareva alle volte, più -che una madre, una sorella. E quel giorno era più allegra del solito; -il che gli fece più pena, e gli rese più difficile la dissimulazione. -All'ora del desinare, quando sentì la scampanellata di suo padre, -tremò, non ebbe cuore d'andargli incontro, sedette a tavola a -aspettarlo, tutto trepidante. - -Ma riprese animo quando lo vide comparire con l'aspetto consueto, -e più quando egli cominciò a discorrere, come faceva sempre, dei -casi occorsigli nella giornata, non solo senz'alcuna apparenza di -turbamento, ma con una vivacità insolita, e in un tono anche più -affabile dell'usato. Gli pareva solo qualche volta che, dopo aver -fatto una domanda, non ponesse mente alla risposta, come se avesse -interrogato così per parlare, e che di tratto in tratto, quando fissava -lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse assorto un momento -come se vedesse in lontananza, per aria, qualche cosa di singolare. -Ma a quel modo egli aveva fatto altre volte. Il ragazzo si tranquillò -alquanto, a poco a poco; non solo, ma a un certo punto una risata -improvvisa che diede suo padre a uno scherzo della mamma gli fece -brillare una speranza, che gli aperse il cuore. - -— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli aveva inteso -dire più d'una volta di “quistioni d'onore„ — come le chiamavano, — -composte dai padrini amichevolmente; aveva visto in qualche gazzetta -qualcuno dei così detti “verbali„ sottoscritti da quattro persone, le -quali dichiaravano, dopo aver esaminato il caso, non esservi ragione di -battersi fra due signori, che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè -non potevano essersi riconciliati, per intromissione degli amici, suo -padre e l'avvocato Bussi? Come avrebbe potuto suo padre mostrarsi -così tranquillo, se avesse dovuto il giorno dopo rischiar la vita? -— E s'afferrò con tutte le forze a questa speranza, nella quale ogni -sorriso di suo padre lo riconfortava, e si sentì crescere in cuore, a -grado a grado, una gioia immensa. - -Tutt'a un tratto suo padre si battè una mano sulla fronte e sclamò: — -Che smemorato! — Poi, rivolto alla mamma: — Mi scordavo di dirti che -domattina devo partire per Vercelli. - -Al ragazzo corse un brivido per le vene. - -— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse suo -padre. — Ritornerò la sera. Parto col primo treno. - -— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non m'avevi detto che la -causa era rimandata al mese venturo? - -— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma fu anticipato il -dibattimento, perchè ne fu rinviato un altro, che lo doveva precedere. -Ho ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo che mi secca. -Ma non c'è che fare. - -— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò la signora, senza -un'ombra di sospetto. - -— Certissimo. È un affare di poche ore. Non mi porto neppure la -valigietta. Non t'avrai nemmeno da svegliare. - -Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso dallo sgomento e -dall'affanno, non udì più nulla. Si levò da tavola appena finito di -desinare, andò nella sua camera, accese il lume e sedette a tavolino, -fingendo di fare il suo lavoro di scuola. A una cert'ora suo padre si -affacciò all'uscio e gli disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo; -non mi disturbare; ti do fin d'ora la buona notte. - -— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo con voce soffocata, e rimase -là atterrito, agghiacciato dal pensiero che potesse esser quella -l'ultima volta ch'egli si sentiva dir: — Buona notte, — da quella -voce.... - - * - -Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense il lume, e restò con -gli occhi aperti nel buio e con l'orecchio teso, per sentire quando -suo padre andasse a dormire. Scoccarono le undici, e non aveva ancora -udito il suo passo. Che cosa poteva mai fare fino a quell'ora così -tarda, poichè non era possibile che avesse l'animo tanto tranquillo da -occuparsi dei suoi affari d'ufficio? - -Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre più viva, quella -domanda: — Che cosa sta facendo? - -Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive il suo testamento! - -Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli faceva quella cosa -terribile. Suo padre aveva il presentimento della morte, e si preparava -a morire. E a quel pensiero lo prese una pietà e una tenerezza -infinita. Suo padre, ancora così giovane, e così buono, che aveva -circondato la sua infanzia di tante cure, che aveva tanto lavorato per -lui, che dedicava ogni suo momento libero a istruirlo e a ricrearlo, e -che cercava e trovava ogni giorno qualche nuovo modo di rendergli più -bella la vita! E di ricordo in ricordo, risalendo fino al principio -della sua memoria, riandò tutte le prove d'affetto che gli aveva -date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui gli era apparso -più rispettabile e più amabile, rivide i suoi sorrisi, riudì le sue -parole, risentì le sue carezze, e, giunto al termine di quella corsa -del pensiero, ritrovandosi dinanzi l'immagine di lui disteso a terra -insanguinato, fu oppresso da una stretta di dolore più violenta ancora -di quella che aveva risentito la mattina al primo intender la notizia -funesta, e scoppiò in dirottissimo pianto. Ma, infine, la stanchezza -lasciata in lui dalle commozioni profonde della giornata fu più forte -dell'affanno, e nonostante tutti i suoi sforzi per resistere al sonno, -si assopì leggermente. - -E sognò. - -Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava. Egli era solo in -casa; ma in una stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono e l'altro, -e qualche volta confusa col tuono, sentiva la voce di suo padre, che lo -chiamava, come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Ma -egli non capiva donde venisse quella voce, poichè pareva ad un tempo -vicina e lontana, che venisse dal piano di sopra e da quel di sotto, -di dentro ai muri, di sotto ai mobili, e di fuori, dai terrazzini, -o dall'aria. Si slanciò nella stanza accanto: la risentì: — Arturo! -Arturo! Figliuol mio! — Gli parve che la voce fuggisse davanti a lui. -Si diede a girare di stanza in stanza, correndo, per un labirinto -di stanze sconosciute, ora oscure come sotterranei, ora illuminate -dai lampi, per lunghi anditi, per sale vastissime, di cui il tuono -incessante faceva tremar le vetrate, e dove, con suo grande stupore, -inciampava in cespugli e in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi -sotto i suoi piedi; e sempre si udiva chiamare: — Arturo! Arturo! -Figliuol mio! — da una voce sempre più supplichevole, sempre più fioca, -sempre più lontana. Lo prese la disperazione, si mise a correre con più -furia, singhiozzando: — Babbo! Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine -il tuono cessò, seguì un silenzio profondo, e nell'oscurità muta, non -più rotta dai lampi, egli sentì un passo leggiero che s'avvicinava.... - -Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno, e sentì ancora quel -passo.... - -Fece appena in tempo a tirarsi addosso le coperte: suo padre era sulla -soglia dell'uscio. - -Veniva a dargli il bacio d'addio. - -Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava in punta di piedi al suo -capezzale. - -Lo assalì una tentazione violenta di gettargli le braccia al collo. -Ma capì che se l'avesse fatto sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe -tradito il suo secreto. Con uno sforzo vigoroso di tutto l'animo e di -tutti i nervi, si contenne, e simulò il respiro fitto e regolare del -sonno. - -Sentì la bocca di suo padre sulla fronte. - -Tremò tutto; ma si vinse. - -Suo padre s'allontanò come un'ombra. - - * - -Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo, finito di vestirsi in -un lampo, si trovava già sul pianerottolo. Al momento che suo padre -usciva dal portone, egli scendeva l'ultimo scalino, e di là, sporgendo -il capo, vide nella luce incerta dell'alba una carrozza ferma vicino -al marciapiede, e tre signori ritti accanto allo sportello; i quali -salutarono suo padre, e salirono dentro con lui. Il fiaccheraio -frustò il cavallo, la carrozza partì, ed egli vi si cacciò dietro, -afferrandosi all'asse delle ruote posteriori. - -Il cavallo andava di trotto lento: lo poteva seguitare senza fatica. -La carrozza svoltò in via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso -Vinzaglio. Il suo primo pensiero fu chi potesse essere il terzo di -quei signori che erano saliti nel legno con suo padre. Che lo dovessero -accompagnare due padrini, lo sapeva; ma chi era il terzo? Non gli venne -in mente che fosse il medico. Ma non insistè in quel pensiero. Era una -bella mattinata di primavera, limpida e piena di fragranze di campagna. -Ma la città, ancora dormente, con le vie deserte e le botteghe chiuse, -presentava l'aspetto triste d'una città disabitata, e le pedate del -cavallo e il rumore delle ruote echeggiavano in quella solitudine -silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile. Al crocicchio di -Corso Oporto attraversò la via un'altra carrozza, il cui fiaccheraio -gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata! ne porti uno gratis! -— e quasi nello stesso punto Arturo fu colpito alla guancia dallo -sverzino della frusta, che il “camerata„ aveva menata con un giro del -braccio all'indietro. Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò di più -la vergogna. Cominciava a passare qualche operaio, ad aprirsi qualche -finestra: gli pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo per -uno straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta di dietro! — -Correva per lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo i passanti e -gli alberi che come ombre fuggenti, inzaccherandosi nelle pozzanghere -che aveva fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel numero -della carrozza come per raccogliere in quello tutta la sua mente, e -non pensare ad altro. Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso Duca di -Genova il cavallo prese un trotto più rapido, ed egli cominciò a sentir -la stanchezza, e a filar grosse goccie dalla fronte e dalle tempie. -Lo affaticava sopra tutto lo star chino con le mani sull'asse, che era -troppo basso; provò a tenersi alle molle, ma s'affaticò anche di più, -perchè doveva star colle braccia troppo aperte, e quell'atteggiamento -gli opprimeva il respiro; tornò ad appoggiarsi come prima. Quando la -carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli principiò a temere che -non gli bastassero le forze per proseguire lungamente. Ma raccolse -tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò a correre. Gli -pareva che se si fosse arrestato sarebbe stato un presagio sinistro, -che se suo padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe andato -certamente a morire. Ma oramai grondava di sudore, gli saltava il cuore -nel petto, gli usciva il respiro come un soffio di mantice. Pensare -che il suo povero babbo era lì, a tre palmi dal suo capo, che c'era -solo fra di loro una sottile parete di legno, e che pure gli pareva -tanto lontano, e come separato da lui da una muraglia enorme e da un -abisso insuperabile! E domandava a sè stesso se egli pensasse a lui -in quel momento, e immaginava i tristi pensieri e l'affanno doloroso -che lo dovevano opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni scossa della -carrozza, movendo continuamente le mani dall'asse alle molle e da -queste all'asse, piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi -con uno sforzo sempre più penoso, ripeteva tra sè: — No, no, non ti -abbandonerò, padre mio.... non ti lascierò ferire.... cadrò prima -sfinito in mezzo alla strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio, -babbo mio! Il tuo Arturo è con te.... Senti il mio cuore che batte -vicino al tuo.... Senti il respiro del tuo figliuolo che ti accompagna! - - * - -Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva e pensava. Gli stava -seduto accanto il medico, un biondone corpulento, che sonnecchiava, e -gli sedevano in faccia i due padrini, due avvocati sulla quarantina, -barbuti e gravi; ma di quella falsa gravità con cui i padrini cercano -per solito di dissimulare agli altri e a sè stessi la coscienza -inquieta d'esser complici di un atto insensato e incivile. L'avvocato -Pironi pensava alla moglie, che aveva ingannata, al ragazzo, al quale -aveva dato quasi a tradimento forse l'ultimo bacio; pensava che era -fuggito di casa come un ladro, e che forse egli era un ladro veramente; -perchè poteva essere che, uscendo di nascosto da quella casa, ne -avesse portato via la felicità, la pace, l'agiatezza, l'avvenire del -figliuolo, e anche la salute, e anche la vita della madre. E per la -prima volta domandò alla propria coscienza se egli avesse diritto di -disporre a quel modo dell'esistenza e della fortuna della donna che -aveva legata alla propria sorte e del fanciullo che aveva messo al -mondo, giurando sull'onor suo di proteggerli e di consacrare a loro -tutto sè stesso. E una voce solenne della coscienza gli rispose: — -No, tu non hai questo diritto, perchè la tua vita non è tua! No, tu -non dovevi fare quello che hai fatto, non dovresti fare quello che -farai, perchè è un'azione sleale e crudele verso i tuoi, barbara -verso la civiltà, stolta davanti alla ragione, iniqua davanti alla -legge di Cristo. — E che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi -dalla coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare l'amico. — Ma l'ho -oltraggiato, e gli dovevo una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una; ma -era quella di umiliare, di punire il tuo orgoglio, da cui era uscito -l'oltraggio; non quella di mettere in gioco due vite che sono strette -alla tua, ma non son cosa tua; no, non per altro che per salvare il -tuo orgoglio, tu metti l'una e l'altra a cimento; perchè ti manca il -nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il coraggio scellerato di -gettar la disperazione nella tua casa; per parere un uomo coraggioso -non t'importa d'essere un marito e un padre spietato; copri con la -maschera del gentiluomo un egoismo feroce; il tuo coraggio non è che -debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario che generoso; -prostituisci l'anima per salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti, -fatti ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo scontino per -tutta la vita con la miseria e col pianto una parola insolente che -t'è sfuggita nell'ira, e che tu non volesti ritirare per superbia. -Vigliacco! — A queste parole non trovò più obbiezioni, chiuse gli -occhi, fingendo d'appisolarsi, e pensò con profonda tristezza al -figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un ragazzo ha maggior -bisogno del consiglio e degli aiuti del padre; che era intelligente -e studioso, ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione troppo -eccitabile; e sano e bello, e di carattere vigoroso e risoluto, ma di -complessione non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto preservare -con gran riguardo da ogni commozione troppo forte, che gli sarebbe -potuta riuscir funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni forte -commozione, e stava per dargli quella terribile di vedersi portare a -casa suo padre con una mano recisa o con la fronte spaccata, e forse -moribondo, e forse morto! Un atroce rimorso gli passò il cuore a quel -pensiero, e aprendo gli occhi giusto in quel punto a uno scossone della -carrozza, e vedendo la nuova piazza d'armi, lungo la quale correvano, -egli si ricordò delle tante volte che aveva portato a scorrazzare su -quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli tornarono vivi alla mente -il suo aspetto infantile, i suoi atti graziosi, le voci d'allegrezza e -il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che balbettava allora, e -la grande gioia ch'egli provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo -in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e a quei ricordi gli -venne su dal cuore come una ondata di tenerezza e di pietà così -improvvisa e impetuosa, che si dovè addentare le labbra per ricacciar -giù le lacrime, di cui si sarebbe vergognato. E giurò in cuor suo che, -se fosse scampato da quel duello, mai più, mai più nella vita avrebbe -rimesso i suoi cari a una così triste prova, nè l'animo proprio a una -così crudele tortura. — Perdonami questa volta — disse tra sè; — una -sola volta m'avrai da perdonare, figliuol mio! Mai più tuo padre non -giocherà sulla punta della spada la tua salute e il tuo cuore! E questa -volta Dio mi protegga per amor tuo, mio buono, mio adorato, mio povero -Arturo! — - - * - -Mentre questo diceva il padre, la carrozza, correndo sempre più -rapidamente, svoltava sul corso Peschiera, e il povero Arturo era -all'estremo delle sue forze. Eran già quasi due miglia ch'egli aveva -fatto di corsa, e per un ragazzo come lui, di petto debole, eran già -troppe. Avrebbe resistito di più se si fosse messo alla prova fresco di -lena; ma ci s'era messo già affaticato dagli affanni del giorno avanti, -e dalla notte insonne e travagliata, e dal digiuno: solo uno sforzo -enorme della volontà l'aveva sorretto fino a quel punto. Era tutto in -acqua, aveva i muscoli sfiniti, il cuore gli saltava alla gola, gli -martellavano le tempie, gli tremavano le braccia, gli si aggranchivano -le mani, la vista gli s'intorbidiva, le idee gli si confondevano; la -sua respirazione non era più che un anelito continuo e doloroso; andava -avanti quasi senza conoscenza, come spinto da un impulso di dentro, che -si veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre perdendo sangue -da una piaga; si sentiva mancare non solo il vigore, ma il pensiero e -la vita. La carrozza infilò il corso Sommeiller, e poi svoltò a destra. -Come a traverso una nebbia egli riconobbe gli olmi e le case del viale -di Stupinigi, e disse quasi inconsciamente, come un'eco: — Stupinigi! -— Poi balenò nella sua mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti -duelli si facevano nei boschi di Stupinigi. Non c'era dubbio. Suo padre -andava là. C'erano dieci chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la -speranza di poter resistere, lo abbandonò l'ultimo resto del vigore. -Le gambe gli piegavano, si lasciò trascinare; non gli restò che un po' -di forza nelle mani, con cui si teneva rabbiosamente stretto all'asse -delle ruote. Ma gettando a destra uno sguardo di naufrago, vide la -facciata dell'ospedale Mauriziano, ed ebbe nel punto stesso quasi -l'apparizione viva di suo padre portato là da quattro uomini, col -viso bianco e le braccia ciondoloni. A quella visione perdè la testa, -allentò le mani, e cadde nel mezzo della strada, appena oltrepassato -l'ospedale, mandando un gemito, e dicendo disperatamente: — Addio, -babbo! addio! addio! — E impotente a rimettersi in piedi, riuscì ancora -a trascinarsi carponi fino alla proda del viale, dove andò giù disteso, -come un corpo morto. - - * - -Pochi momenti dopo, come in un sogno, udì il rumore d'una carrozza che -passava, e quasi ad un tempo il suono del suo nome. - -Aperse gli occhi: vide Carlo Bussi inginocchiato davanti a lui. - -— Pironi! — esclamò quegli, pigliandogli una mano. — Pironi!... Che -hai? Cos'è stato? - -— .... Non posso più, — rispose Arturo. - -— Alzati! — gli disse concitato il compagno — fatti forza! Siamo ancora -in tempo. La carrozza di mio padre è passata ora. T'ho visto passando. -T'ho creduto morto. Su, Arturo, su! Possiamo ancora raggiungerli. Non -andranno lontano. La carrozza va adagio. Guarda.... Oh che fortuna! S'è -fermata! - -A un centinaio di passi più oltre, infatti, la carrozza s'era fermata -per aspettare che passasse il treno della strada ferrata, la quale -attraversava il viale di Stupinigi in quel punto. Doveva passare il -treno di Milano, partito allora dalla stazione di Porta Nuova. Il -cantoniere aveva chiuso le due barriere. - -— Coraggio! — ripetè Carlo, aiutando l'amico a mettersi a sedere e -facendogli appoggiar la schiena a un paracarri. — Ecco il tuo berretto. -Abbiamo cinque minuti di vantaggio. Hai il tempo di riprender fiato. -Su, Pironetto, su. Vuoi darla vinta a un ronzino da trenta soldi l'ora? -Ci ho delle pasticche di menta: ingollane una, chè ti rimetterà in -gamba. Hai fatto il più: fa ancora un ultimo sforzo. Fino a Stupinigi -non ci vanno; ho inteso dire al cocchiere il nome d'una villa. Ci -arriveremo e non li lascieremo battersi. Vedrai come mi buscherò la -piattonata del genitore! Che credi che non abbia faticato anch'io? -Nella furia di scappare ho infilato nell'anticamera le scarpe del -servitore. Guarda che torpediniere! Ho dovuto far miracoli per portarle -a salvamento. Credevo di lasciarne una davanti al Municipio. Lèvati -presto. Non avrai più da correre. Io ti metto a sedere sull'asse -delle ruote, tu ti appoggi con le mani alle mie spalle, e vai come un -milionario. Su, su, senti il treno che arriva. Andiamo subito. Vedrai -che tutto andrà bene. Ma non perdiamo più un momento! - -A quelle parole Arturo si sentì nel petto come un nuovo soffio di vita, -si levò in piedi, e ciondolando un poco, ma a passi spediti, tirato -per la mano da Carlo, arrivò sin dietro alla carrozza, nel momento che -passava il treno con un fracasso di tuono. - -— Riaprono! — disse Carlo. — Su, Arturo, in sella! - -E, preso l'amico fra le braccia, lo pose a sedere sull'asse, si fece -metter le mani sulle spalle, e s'afferrò al ferro con le sue, l'una a -destra e l'altra a sinistra, pronto alla corsa. - -La frusta schioccò; la carrozza si mise in moto. - -— Ci stai bene? — domandò Carlo. - -Arturo accennò di sì. - -— Fa conto di far gli esercizii alla sbarra fissa. Ma agguantami forte, -e attento ai sobbalzi. Non aver paura, però. Non s'andrà molto lesti. -Mi sono accorto che il fiaccheraio è sborniato. E non darti pensiero di -me. Io ho i polmoni del Bargozzi. Vedrai che avremo fortuna.... - - * - -Proprio in quel momento, nella carrozza, uno dei padrini, — un signore -lungo e secco, con due occhi di gatto e un pizzo di barba grigia -— dava gli ultimi consigli all'avvocato Bussi, seduto dirimpetto a -lui, intorno al modo di regolarsi nel duello. — Dunque, siamo intesi. -L'avversario è fuor d'esercizio, si stancherà dopo la prima furia. Tu -aspetta che molli, e allora fa quello che t'ho detto: — così — così — -e là! — E sarà servito. — E rifece con la mano ossuta l'accenno di due -finte e d'un colpo di bandoliera, strizzando l'occhio felino. - -L'avvocato Bussi non rispose. Aveva l'aria d'un uomo seccato. Volgeva -in mente da un po' di tempo dei pensieri assai discordanti dalla -conversazione; i quali s'esprimevano in un sorriso sarcastico sulle sue -labbra taglienti, usate alla canzonatura. — Curioso — diceva tra sè — -questo bravo signore, che si vanta di credere in Dio, e che m'insegna -tranquillamente a sgozzare il prossimo, come mi darebbe una ricetta -per una salsa! E quest'altro palloncino pien di vento, che non riesce -a nascondere la felicità d'esser per la prima volta padrino in un -duello, come se fosse una delle imprese d'Ercole, e schizza dagli occhi -l'impazienza d'andarlo a strombettare ai quattro canti di Torino! E -questi due armadi a ruote che portan via di nascosto me e quell'altro -come due ragazze rapite, e quel signore che c'impresta cortesemente la -villa perchè ci possiamo ammazzare a nostro comodo, e il medico che -ci accompagna con l'ago e col filo per rimendarci la pelle.... tutto -questo m'ha l'aria d'una lugubre buffonata. Vorrei sapere perchè mi -vado a battere. Quando il Pironi mi regalò quell'epiteto, io ero ben -certo che tale non mi credeva, e che quanti eran lì eran certi della -stessa cosa, e che capivano ch'egli m'aveva lanciato quella parola -perchè l'avevo messo al muro e non sapeva più che altro rispondermi. -Avrei dovuto ridergli in faccia, senz'altro. Io mi batto dunque per -dimostrare che non son uomo da lasciarmi dire delle impertinenze. Ma se -egli mi ferisce, a che servirà l'aver dimostrato che non mi lascio dire -delle impertinenze, se dimostrerò ad un tempo che mi lascio dare delle -sciabolate? Che corbelleria! Ma è una corbelleria che può finire.... -con la fine d'uno dei due. Si può essere più bestialmente matti?... -Basta: purchè non ci sian là a vederci dei contadini. È il mio pensiero -fisso da ieri: un pensiero che mi dà una noia.... da non credersi. Mi -pare che mi vergognerei, e che buscherei una botta per effetto della -distrazione. E perchè me ne vergognerei?... Perchè la gente del popolo -ride del duello. È certo per questo. Ma perchè, se io vedo due popolani -che rissano col coltello, non rido, ed essi ridono quando vedono due -di noi che si battono con la sciabola? Vediamo un poco. Forse.... -perchè essi non si battono che in un accesso di furore, il quale, se -non giustifica la rissa, la spiega, e le dà almeno un aspetto tragico; -quando il nostro combattimento condotto con tutte le regole, — dopo uno -scambio di saluti, con le debite pause, in presenza di quattro signori, -in un luogo prestabilito, senza neanche la giustificazione apparente -dell'ira — è veramente una cosa buffa e antipatica. E io me ne -vergognerei anche perchè quella gente, vedendo un duello, comprendono -che è assurda la distinzione enorme che noi facciamo fra le nostre -risse e le loro, e godono di coglierci in una contraddizione stupida -e odiosa fra la nostra ferocia di duellanti e le nostre vanterie di -gente civile e gentile; contraddizione tanto più odiosa in quanto ad -ammazzare essi non imparano, e noi ci esercitiamo per molti anni. Ah, -buffoni, buffoni, buffoni! Ma dunque non si arriverà mai a questa villa -del malanno? - - * - -In quel momento, i due ragazzi sentirono uscir dalla carrozza un grido -soldatesco: — Ferma! - -— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci subito. — Arturo -si buttò giù dall'asse, corse dietro all'amico e saltò con lui dentro -al fosso che fiancheggiava la strada; dove tutt'e due s'accucciarono, -levandosi il cappello e sporgendo il capo al disopra della proda appena -quanto occorreva per veder ciò che avveniva. - -La carrozza si fermò davanti alla cancellata d'una villa signorile, -della quale appariva il tetto di là dagli alberi d'un vasto giardino, -cinto d'un muro. La cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata da una -mano invisibile, la carrozza entrò, i battenti si chiusero. - -— Siamo perduti! — esclamò Arturo. - -— Neppur per sogno, — rispose Carlo. - -— Come faremo ad entrare? - -— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar per la porta. Vieni con -me, ma lesto. - -Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò, si gettò di -corsa, seguito da Arturo, in un campo accanto alla villa, arrivò fino -ai piedi del muro di cinta, lo misurò con uno sguardo, e disse al -compagno: — Scavalchiamolo. - -— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo affannato. — Intanto si -batteranno! - -— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi son lunghi. Fa a modo -mio. - -Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece piantar forte i piedi e -incrociare le mani a seggiolino, e dettogli: — Tien saldo! — gli pose -un piede sulle mani, afferrandosi alle sue braccia, prese una spinta -con l'altro piede, gli salì ritto sulle spalle e tastò con le dita la -sommità del muro. - -— Accidenti al proprietario! — esclamò, e ricadde a terra. - -— Che cosa c'è? — domandò Arturo, sgomento. - -— C'è che la cresta del muro è incrostata di schegge di vetro, a -servizio dei galantuomini. Bisogna sacrificar le giacchette. Dammi la -tua. - -Se le tolsero tutt'e due, Carlo le prese fra i denti, e, risalito sulle -spalle del compagno, gettò l'una sopra l'altra sul sommo del muro, -vi piantò le mani come due artigli, si tirò su, si rigirò verso il -compagno appoggiandosi sul ventre, tese le braccia verso di lui, e gli -disse: — Afferrati, punta i piedi contro le sporgenze e vien su senza -paura: ho le pale solide. - -In quella maniera, facendo uno sforzo di piccolo atleta, tirò a sè il -compagno come un secchio. - -— Bada a non bucarti! — gli disse quando Arturo s'attaccò alle -giacchette. - -Arturo mise un grido. - -— Che c'è? - -— Nulla; una puntura. - -— Io salto dentro. Tu aspetta. - -Carlo saltò giù nel giardino, e tese le braccia allargate verso Arturo, -dicendogli: — A te, ora! - -Questi si lascio andar giù e gli cadde fra le braccia. - -— Bene arrivato! — esclamò Carlo, — siamo nella fortezza! - -Si trovavano all'estremità d'un lungo sentiero che andava diritto in -mezzo a due fughe di piccole aiuole, divise da altri sentieri, fino a -una siepe altissima di mortelle; la quale attraversava il giardino come -un muro divisorio, aperta qua e là in vani arcati dalla forma di porte. - -— Si battono là dietro! — disse Arturo. — Corriamo! - -E tutt'e due scamiciati, grondanti di sudore, trafelanti, si lanciaron -di corsa verso il muro verde.... - - * - -Appena entrato nella villa e sceso di carrozza vicino alla porta, dove -stava già l'altro legno, l'avvocato Bussi s'era trovato davanti a un -largo viale, fiancheggiato da due alte pareti di mortelle e chiuso in -fondo dalla facciata della palazzina. Al capo opposto del viale, c'era -l'avvocato Pironi col medico e co' suoi padrini. Questi e quelli del -Bussi s'erano subito mossi gli uni verso gli altri, e, incontratisi a -mezza via, avevano fissato lì il campo del duello, e tracciato delle -linee sulla terra con la punta delle canne. Poi avevano levato dalle -fodere e dato le sciabole al medico, che le aveva asperse d'acido -fenico, dopo aver preparato bende, pinze e boccette sopra un sediletto -di legno, vicino a una delle aperture di fianco. - -Mentre i due ragazzi stavano scalando il muro, i due avversari, -chiamati dai padrini, si avvicinavano, si levavano il cappello e -il vestito, si rimboccavano la manica della camicia sul braccio, si -facevano fasciar la mano con un fazzoletto, e, impugnate le sciabole, -si mettevano l'uno di fronte all'altro, avendo ciascuno i proprii -padrini a destra e a sinistra. Uno dei padrini del Bussi, quello dal -pizzo grigio, che aveva pure una sciabola in mano, faceva da direttore -del combattimento. - -Tutt'e due avevano il viso pallido, ma risoluto. Tutti gli altri -tacevano. Non si sentiva che un cinguettìo allegro d'uccelli e il -latrato lontano d'un cane. Il sole batteva il primo raggio sulla -facciata rosea della palazzina. - -A un cenno dei padrini, i due avversari fecero il saluto con la -sciabola. - -Il signore del pizzo gridò: — A voi! - -Era il segnale dell'assalto. - -Si misero in guardia e incrociarono le lame.... - -In quel punto, di là dalla parete delle mortelle, suonò un grido acuto -e doloroso: — Aiuto! - -L'avvocato Bussi s'arrestò il primo, stupefatto, come se avesse -riconosciuto quella voce, ma incredulo, come se gli paresse -un'illusione. - -La voce ripetè con un grido più lungo e più supplichevole: — Aiuto! - -Era il suo Carlo. Il Bussi non sentì più altro, gittò un'occhiata -intorno, vide il vano della siepe, vi si lanciò, tutti lo seguirono. - -Fatti appena venti passi, s'arrestarono. - -Arturo giaceva in terra, disceso a traverso a un sentiero, tutto -insanguinato e fuor dei sensi; Carlo, inginocchiato accanto a lui, -atterrito e tremante, gli sorreggeva il capo con una mano, e con -l'altra, rossa di sangue, gli stringeva un braccio intorno al polso; -lungo il sentiero serpeggiava una striscia sanguigna. - -L'avvocato Pironi mise un grido disperato: — Mio figlio è morto! — e -gli si gittò accanto in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il -braccio; tutti gli altri affollarono Carlo di domande. - -Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando. Disse com'eran venuti -là, per impedire ai loro padri di battersi, e come avevano scavalcato -il muro, incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi, Arturo -s'era ferito al polso. Non se n'era accorto subito. Poi, correndo a -traverso al giardino, sentendosi mancar le forze, aveva scoperto la -ferita; aveva perduto molto sangue; era caduto là, fra le sue braccia. - -— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore, me lo salvi! - -Il dottore, che aveva esaminato il braccio e lo stava fasciando, -lo rassicurò, dicendo, che era stata ferita l'arteria radiale, ma -leggermente, che il compagno, comprimendola, aveva arrestato in tempo -l'effusione del sangue, e che non c'era pericolo. - -Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo il figliuolo dar segno -di vita, non gli credette, e gridò più affannosamente: — Mi muore! mi -muore! ma non lo vede che mi muore? - -— No, — rispose il medico, avvicinando alle nari del ferito una -boccetta, — ecco che rivive. - -Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre, gli sorrise, e alzando il -braccio illeso fece l'atto di mettergli la mano sulla spalla. - -Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse la fronte di baci, -singhiozzando. - -— Babbo —, mormorò Arturo appena potè raccogliere la voce —, è -stato Carlo.... Io ero caduto per la strada..., mi rialzò, mi fece -coraggio.... È lui che mi ha tirato su pel muro.... Senza di lui -non sarei qui.... Egli m'ha fermato il sangue.... È lui che ha fatto -tutto.... - -Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava ritto al fianco, -lo fissò negli occhi, e gli disse: — Tu sei un uomo! — e lo baciò sul -cuore. - -Poi balzò in piedi, raccolse la sciabola che aveva buttata via, e -voltatosi verso il Bussi, che stava immobile a pochi passi, gli disse -con un accento risoluto, che discordava dallo sguardo, sfavillante di -gratitudine per il suo figliuolo: - -— Son pronto! - -— Io pure! — rispose fieramente il Bussi, e gettò la sciabola a terra. - -Il Pironi gli s'avventò al collo, e mentre s'abbracciavano, gli disse -nell'orecchio: — Dimentica! — Poi, svincolandosi, a voce alta, perchè -tutti sentissero: — Perdonami! - -Pochi minuti dopo, il ragazzo ferito, sorretto sulle braccia dai due -padri, sulle cui spalle appoggiava le mani ancora insanguinate, facendo -fra l'uno e l'altro come un vincolo vivo, e il suo bravo compagno, -sollevato anch'egli da terra, in sogno di festa, da due padrini, -furono portati alle carrozze, fra gli applausi e gli evviva, come in -trionfo.... - - . . . . . . . - -Ma l'avvocato Pironi non doveva arrivare a casa senz'aver provato un -nuovo affanno. Nella carrozza, dove entrarono il Bussi e il medico -con lui e con Arturo, questi, dopo esser rimasto un pezzo assopito, -ridestatosi, volle rispondere a tutte le domande che gli eran rivolte, -e s'affaticò per modo che, nel punto che stavano per sboccare da via -Sacchi sul corso Vittorio Emanuele, ebbe un leggero deliquio. — Che -cos'è questo? — domandò il Pironi spaventato. Era debolezza. Il medico -consigliò un cordiale. Il Pironi gridò: — Ferma! — La carrozza si fermò -all'angolo del caffè Mogna. Dissero tutti e tre insieme: — Un cognac? -— Del vino chinato? — Un Marsala? — Arturo aperse gli occhi languidi e -mormorò sorridendo: — No.... un gelato di crema. - -Poi soggiunse, richiudendo gli occhi: — Doppio. - - - - -INDICE. - - - DEDICA Pag. VII - - RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA - [da pag. 1 a 188]. - - I primi anni Pag. 3 - La prima scuola 18 - Qui, quae, quod 30 - I bersaglieri 34 - Il caporale Martinotti 39 - La guerra di Crimea e i miei amici poveri 42 - Sul campo dell'onore 52 - Primi palpiti 56 - Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea 60 - Il furore della pittura 64 - Il regno del terrore 67 - Il maestro prete 73 - Davanti al tribunale 81 - Sulla mala via 86 - In _Umanità_ 95 - Tenorino fallito 100 - Il Cinquantanove 103 - Attore drammatico 118 - Nuove amicizie e nuove grullerie 121 - Professori di liceo 132 - Un rimorso 135 - I liceisti 138 - Il bimbo del Consigliere 140 - La resa di Gaeta 143 - Un pericolo e un lutto 146 - Primi studi di lingua 148 - Furori ginnastici 153 - Fisica e storia 156 - Avvocato! 159 - I profughi polacchi 162 - Giorni d'ebbrezza 164 - Un grande dolore 166 - Cambiamento di rotta 171 - Aspromonte 175 - Un fiume d'inchiostro 178 - La partenza 181 - Un mistero 184 - - BAMBOLE E MARIONETTE. - - Il “Re delle bambole„ 191 - Un piccolo teatro celebre 210 - - GENTE MINIMA. - - Grembiulini bianchi 247 - Personaggi infantili 261 - I bambini di Val d'Andorno 283 - - PICCOLI STUDENTI. - - Momenti solenni 293 - Piccoli scrittori 307 - I desideri dei ragazzi 318 - Il garofano rosso, racconto 335 - - ADOLESCENTI. - - Sui banchi del Ginnasio 357 - I commedianti e i ragazzi 376 - Un'ascensione in pallone 389 - - DUE DI SPADE E DUE DI CUORI - racconto - [da pag. 403 a 442]. - - - - -[Ed. Treves.] OPERE DI E. DE AMICIS [Ed. Treves.] - - - IN-16. - - _La vita militare._ 67.ª impressione della edizione del - 1880, rifusa dall'autore, con l'aggiunta di due bozzetti L. 4 — - — — edizione popolare. 55.º migliaio 1 — - _Pagine sparse._ Nuova edizione economica con prefazione - di =Salvatore Farina= 2 — - _Marocco._ 23.ª edizione 5 — - _Novelle._ 28.ª impressione della nuova edizione del - 1878, riveduta e ampliata dall'autore. Illustrata da 7 - incis. di Bignami 4 — - _Olanda._ 22.ª edizione riveduta dall'autore 4 — - _Costantinopoli._ 32.º migliaio. Nuova edizione 5 — - _Ricordi di Londra._ 27.ª edizione con 21 disegni 1 50 - _Ricordi di Parigi._ 23.ª edizione 1 — - _Ritratti letterari._ 7.ª edizione 2 — - _Poesie._ 13.ª edizione 4 — - _Gli Amici._ 24.ª edizione. Due volumi 2 — - _Cuore._ Libro per i ragazzi. 610.º migliaio 2 — - Del 500.º migliaio fu fatta un'edizione speciale a L. 4 — - La medesima rilegata in gran lusso 20 — - _Alle Porte d'Italia._ 18.ª impressione della nuova - edizione del 1888, completamente rifusa e ampliata - dall'autore 3 50 - _Sull'Oceano._ 32.ª edizione 5 — - _Il romanzo d'un maestro._ 11.ª edizione 5 — - — — Edizione economica in due volumi. 33.ª edizione 2 — - _Fra scuola e casa_, racconti e bozzetti. 12.ª edizione 4 — - _La maestrina degli operai._ Racconto. 5.ª edizione bijou 3 — - _Ai ragazzi_, discorsi. 16.ª edizione 1 — - — — Legato in tela e oro 5 — Legato uso antico 8 — - _La carrozza di tutti._ 25.ª edizione 4 — - _Memorie._ 12.ª edizione 3 50 - _Ricordi d'Infanzia e di Scuola._ 14.ª edizione 4 — - _Capo d'anno_, Pagine parlate. 7.ª edizione 3 50 - _Nel Regno del Cervino_, nuovi racconti e bozzetti. - 10.ª ediz. 3 50 - _L'Idioma Gentile._ 57.ª edizione 3 50 - _Pagine allegre._ 11.ª edizione 4 — - _Nel Regno dell'Amore._ 12.º e 13.º migliaio 5 — - _Lotte Civili_ (Edizione postuma) 2 — - _Speranze e Glorie — Le tre Capitali_ (Torino-Firenze-Roma) 2 — - - IN-8 ILLUSTRATE. - - _Marocco_ 10 — _Sull'Oceano_ 10 — - _Costantinopoli_ 10 — _Alle Porte d'Italia_ 10 — - _La Vita Militare_ 6 — _Novelle_ 6 — - — — Edizione popolare 2 50 _Gli Amici_ 4 — - _Olanda_ 10 — _La lettera anonima_ 4 — - _Cuore_ 5 — _Nel Regno dell'Amore_ 7 — - - ULTIME PAGINE (1908). - - I. Nuovi Ritratti Letterari ed Artistici. 4.º migliaio 3 50 - II. Nuovi Racconti e Bozzetti. 4.º migliaio 4 — - III. Cinematografo Cerebrale. 4.º migliaio 3 50 - - ANTOLOGIA DE AMICIS. - - Alla Gioventù. =Letture scelte= dalle opere di EDMONDO - DE AMICIS. Antologia scolastica e famigliare per cura di - DINO MANTOVANI. 27.º migliaio 2 — - - - - -NOTE: - - -[1] Andate sulla forca, canaglie. - -[2] E anche voi, femminucce pettegole. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Ricordi d'infanzia e di scuola, by -Edmondo De Amicis - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA *** - -***** This file should be named 61885-0.txt or 61885-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/1/8/8/61885/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Ricordi d'infanzia e di scuola - -Author: Edmondo De Amicis - -Release Date: April 21, 2020 [EBook #61885] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="x-large"> -<span class="smcap">Edmondo De AMICIS</span> -</p> - -<p class="main-t pad1"> -RICORDI<br /> -d'INFANZIA<br /> -e di SCUOLA -</p> - -<p class="pad2 x-small"> -SEGUÌTI DA -</p> - -<p class="pad1 large"> -BAMBOLE E MARIONETTE — GENTE MINIMA<br /> -PICCOLI STUDENTI — ADOLESCENTI<br /> -DUE DI SPADE E DUE DI CUORI -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="g">MILANO</span><br /> -<span class="x-small">FRATELLI TREVES, EDITORI</span><br /> -1913<br /> -—<br /> -<b>Quattordicesimo migliaio.</b> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -<span class="smcap">Proprietà letteraria ed artistica.</span> -</p> - -<p> -<i>I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per -tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.</i> -</p> - -<p> -Tip. Fratelli Treves. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="dedica"> -<p> -<a id="dedica"></a><span class="smcap">Al dottore ANGELO BOCCA<br /> -Sindaco di Cuneo</span><br /> -<span class="smcap lowercase">CARO AMICO DEI MIEI PRIMI ANNI<br /> -INSEPARABILE NELL'ANIMO MIO<br /> -DALLA MEMORIA DELLA CITTÀ ILLUSTRE E BELLA<br /> -A CUI MI LEGA AMORE E REVERENZA<br /> -DI FIGLIO.</span> -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2 id="ricordi">RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA.</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -</p> - -<h3 id="primianni">I primi anni.</h3> -</div> - -<p> -La traccia più remota ch'io trovi in me della -mia coscienza è quella d'un giorno che stavo -giocando sopra un mucchio di sabbia con un -mio fratellino, maggiore di me di due anni, il -quale morì quand'io n'avevo quattro, non lasciandomi -neppure una vaga reminiscenza del -suo viso. In che maniera mi sia rimasta l'immagine -di lui in quel punto, e non l'ombra d'un -ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua -morte, che avrebbe dovuto lasciarmi un'impressione -profonda, è uno di quei tanti misteri della -memoria, che tenta invano il nostro pensiero. -E non è meno misteriosa per me la certezza -assoluta che ebbi sempre, che quella larva con -cui giocavo quel giorno era mio fratello, quantunque -non abbia nessuna ragione d'esserne -certo. A me pare che la mia esistenza sia incominciata -in quel momento. Ma dopo di questo -ricomincian le tenebre, e non ritrovo più il lume -d'una ricordanza che molto tempo di poi: quello -d'avere una volta, scendendo la scala di casa, -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -contato i miei anni, che eran cinque, sulla punta -delle dita, e d'aver pensato che mi sarei potuto -chiamar grande quando per contar la mia età -mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. -D'allora in poi gli avvenimenti di cui mi rammento, -benchè separati ancora da molti spazi -oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui -monti, sono chiari nella mia memoria come -quelli dei periodi più recenti della mia vita. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Mio padre, genovese, era banchiere regio dei -sali e tabacchi in una piccola città del Piemonte, -che è per il sito e per i dintorni una delle più -belle d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano, -che si protende a punta e sovrasta al -confluente d'un fiume e d'un torrente, i quali -la cingono come d'un abbraccio; e di là dalle -rive si stende, ascendendo ad anfiteatro, una -campagna floridissima, tutta macchie e vigneti, -coronata dalle Alpi imminenti. Tutti i ricordi -dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde -vivo di quella campagna, sull'azzurro chiaro di -quelle acque, sulla neve luminosa di quelle alte -montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che -guardava da una parte sul fiume, e aveva a -terreno l'ufficio e i magazzini, e davanti un -giardino, un orto, due grandi pergolati, e un -vasto cortile; il quale si riempiva due volte la -settimana dei carri dei rivenditori, discesi a far -le provviste fin dai villaggi più lontani del circondario; -e quei giorni era un moto, un traffico, -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -un rumorìo di mercato, nel quale io mi tuffavo -con gran piacere, correndo qua e là fra le bestie -e la gente e su per i sacchi e le casse, curioso -e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal -pensiero che tutto quell'affaccendamento mettesse -capo a mio padre, che mi pareva un -personaggio più potente d'un ministro. Ma le -impressioni più belle e più forti di quei primi -anni furono quelle che ebbi dalla natura: tanto -belle che, ripensando a quel tempo, mi pare -che non ci siano più stati al mondo splendori -di sole così sfolgoranti, lumi di luna così limpidi, -primavere così fresche e così odorose; -tanto forti che anche ora il piacere che mi dànno -l'aurora, il tramonto, la pioggia, la neve, l'odor -della terra e il profumo delle rose e delle viole, -deriva in gran parte dal ricordo delle sensazioni -che tutte quelle cose mi destavano allora. -Per il luogo e per le circostanze in cui trascorsi -la mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. -Mi è sempre stato un conforto dolcissimo -il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di quella -vasta bellezza alpina, in quella casa grande e -sonora, inondata di luce e scossa dai venti, tra -il verde di quel giardino che mi pareva immenso, -in mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, -di lavoro e di grida, che metteva in moto -ogni momento la mia immaginazione e le mie -gambe, e mi faceva vivere una vita intensa e -varia, tra cittadina e campestre, un po' da figliuol -di signore e un po' da ragazzo d'officina, libera -e vigorosa come l'aria purissima che respiravo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora -sorridere, è la condizione singolare in cui -mi trovavo davanti a mia madre e a mio padre -in riguardo del linguaggio. Portato via, che non -avevo ancor due anni, da Oneglia, dov'ero nato -e cominciavo a balbettare il genovese, e trapiantato -in una città dove si parlava un dialetto -diversissimo, avevo scordato quello affatto, e -imparato questo dalle persone di servizio e dai -miei nuovi concittadini coetanei avanti che i -miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; -perchè ai bambini il linguaggio che intendono -dai compagni di gioco e dagli inferiori ossequiosi -si attacca più prontamente di quello che -sentono in casa. Ne seguì che per un bel pezzo -mia madre ed io ci capimmo poco o punto; ed -eran scene comiche, che facevan ridere tutti i -presenti, quando essa mi dava una lavatina di -testa in genovese ed io mi giustificavo e protestavo -in piemontese, e la disputa andava per -le lunghe, essendo grammatica tedesca per ciascuna -parte le argomentazioni dell'altra; tanto -che molte volte, per finirla, bisognava chiamare -per interprete uno dei miei fratelli. E così a tavola -due volte il giorno, essendo io il solo che -parlasse il nuovo dialetto e non capisse l'altro, -feci per molto tempo la figura d'un forestiero -intruso, d'un trovatello raccolto nella città nuova, -impacciato a chieder molte cose e costretto -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -spesso al silenzio, come quei viaggiatori che si -trovano solitari a una tavola rotonda d'albergo -in mezzo a commensali di un'altra nazione. Non -fu che anni dopo che cominciai a parlare in -casa il mio dialetto d'origine, che ora posseggo -quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il -colore del concio piemontese, e però son sempre -rimasto il più piemontese della famiglia; benchè, -passata la prima gioventù, mi sia nato e andato -crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente -delle memorie familiari, un affetto dolce -e profondo per la mia regione nativa. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Fra le memorie della mia infanzia tiene un -posto di principessa, accanto a mia madre regina, -una vecchia serva, uno dei cuori più buoni -e più dolci ch'io abbia conosciuto al mondo; -della quale ho davanti agli occhi, lucidissimo, -il piccolo viso sorridente, vero specchio dell'anima, -e sento ancora la voce amorosa e tremola, -di cui si diceva in casa che pareva la -voce d'un'anima del purgatorio. Si chiamava -Maddalena. Era come una seconda madre per -me: nascondeva le mie piccole malefatte, si -rallegrava come una bambina d'ogni mia gioia, -s'affannava d'ogni mia sbucciatura come d'una -grande disgrazia, e mi dava dei santi consigli -dalla mattina alla sera; ed io le volevo bene -come un figliuolo, le stavo appiccicato alle sottane -ore intere, a farmi raccontar cento volte -le stesse storielle, che mi parevan portenti di -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere -al suono del suo canto lamentevole, che somigliava -alle nenie degli Arabi. Posso dire che le -ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare -che, se c'è un mondo di là, dove dobbiamo -rivedere le persone care, sarà lei una delle prime -che cercherò nello sciame bianco, e di quelle -a cui volerò incontro con un remeggio d'ali -più vigoroso. Strani giochi della memoria! Perchè -essa mi condusse una sera con altri ragazzi -a fare i rotoloni giù per una china, verso il -fiume, dov'erano moltissime lucciole, la sua -immagine mi si presenta quasi sempre coronata -di lucciole, come la Madonna di stelle; e -perchè fu lei che m'insegnò a intrecciar coroncine -coi fiori rossi e azzurri che fanno tra il -grano, oggi ancora mi balena davanti il suo -viso ogni volta che vedo accoppiati, o in natura -o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta impressa -così addentro nel cuore quella buona -donna, che anche al presente, quando sogno -qualche mio grande dolore, vedo qualche volta -lei, con la rocca infilata nella cintura del grembiale, -che mi guarda con viso ansioso, come -faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la -sua voce dolce che mi dice parole confuse di -compassione e di conforto. Ah! se la rivedessi -viva, quando mi risveglio da quei sogni, come -darei ancora il capo bianco alle sue braccia, -con che dolcezza piangerei ancora sulle ginocchia -della mia vecchia Maddalena! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Non per altro che per ignoranza, con l'intento -di ricrearmi, fu lei che fece di me per un certo -tempo una delle vittime più compassionevoli, -che siano state mai, del terrore dei fantasmi; -e questo con un solo racconto, che essa disse -sbadatamente, filando — me ne ricordo bene — e -dando ogni tanto un'occhiata alla pentola, -dove bolliva la minestra per la cena. Era la -storia della Morte, che, beffata da un ragazzo, -gli annunzia che verrà a pigliarlo nel letto la -notte; e il ragazzo, la notte, sente prima il passo -di lei per la strada, poi all'uscio della camera, -poi dentro; e infine la Morte se lo porta via. -Questa storia mi diede una vera malattia di -paura. D'immaginazione viva com'ero, io sentivo -veramente, da letto, il passo della Morte, e rabbrividivo, -sudavo freddo, tremavo da battere i -denti; saltai più d'una volta giù dal letto e corsi -nella camera di mia madre, gridando aiuto. E -da quello mi nacquero cento altri terrori. Per -molti giorni mi atterrì la solitudine anche di -giorno; tremai alla vista improvvisa d'un lenzuolo -steso, che mi pareva il mantello dello -spettro; ebbi paura d'un vecchio allampanato, -che da una finestra d'un ospizio di cronici, che -prospettava la mia casa, mi guardava lungamente, -quando giocavo nel cortile; e credo che -mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato -di fibra molto robusta. È ancora così forte in -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -me il ricordo di quei tormenti che quando in -una casa o in un giardino pubblico vedo una -governante nell'atto di raccontare una favola a -dei bambini, provo un senso d'inquietudine, e -son tentato d'avvicinarmele, per assicurarmi -che non racconti loro nulla di terribile, e per -pregarla di smettere, quando ciò fosse. Povera -Maddalena! Essa rimase più spaventata di me -degli effetti della sua imprudenza, e fece punto -fermo coi suoi racconti, inesorabilmente; ciò -che le alleggerì di molto le fatiche del servizio, -perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla -tortura il suo povero cervello, che non era quello -del Dumas padre, sebbene io le concedessi un -uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! -mai più! — rispondeva alle mie preghiere. — Che -nostro Signore mi perdoni, povera testa -<i>voida</i> che sono stata! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno -dei nostri facchini, il quale abitava in una casetta -accanto al portone del cortile, e faceva -anche da portinaio. Erano una tribù di ciabattoni, -che facevano scala, come le canne degli -organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne -saltava fuori dalla casetta uno nuovo. Per me, -figliuolo del padrone, avevano un certo ossequio -di servitorelli, e mi ricordo che inclinavo -ad abusarne. Ma su questo punto mio -padre e mia madre erano severi, non me ne -lasciavano passar una, ed è una delle cose di -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -cui son loro più grato. Non si lasciavano sfuggire -un'occasione di rintuzzare in me l'orgoglio -signorile, d'inculcarmi il sentimento dell'uguaglianza -e il rispetto della povertà. In ogni litigio -che nascesse fra me e i piccoli mangiatori -di polenta, se io non avevo proprio della -ragione da buttar via, mi davano torto. E quando -commettevo qualche grossa prepotenza, mia -madre aveva un modo particolare di farmi -ravvedere e chieder scusa: coglieva quel momento -per fare alla famiglia uno dei regali -soliti di biancheria o d'abiti smessi, che per -quella povera gente era tanta manna, e voleva -che portassi io stesso la roba, non accompagnato. -Con la soddisfazione del compiere l'atto -benefico m'entrava nel cuore il pentimento del -sopruso, e con questo la vergogna; la quale -alle volte mi teneva un pezzo titubante e mi -faceva fare molti zig zag nel cortile, prima di -presentarmi; e provavo poi un grande piacere -quando, nel porger l'involto alla mamma, vedevo -il piccolo offeso sorridermi, facendo capolino -di dietro all'uscio, dove s'era rimpiattato -al mio apparire. Il mio prediletto era Franceschino, -un trippettino biondo, d'un par d'anni -più di me, gran cacciatore di lumache al cospetto -di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle -crepe dei muri, e le faceva arrostire a modo -suo, per semplice formalità, con un fiammifero. -Un giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte -da un sasso ch'egli aveva lanciato in aria alla -cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse mia -madre, e un momento dopo la portinaia, che -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -s'avventò sul ragazzo come una furia per pestargli -le ossa. Questi, scappando in giro come -una rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia -madre l'arrestò, e mentre m'aspettavo che facesse -lei le mie vendette, gli mise le mani sul -capo e se lo strinse al petto, per difenderlo, -dicendo alla donna: — Non l'ha fatto apposta, -non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi -cacciò dall'animo come per incanto ogni risentimento, -e quasi non sentii più il dolore. Questo -si chiama educare. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo -dipinto a fresco sulla vôlta d'una cappella -del duomo, dove andavo la domenica a sentir -la messa con la famiglia: un'alta figura alata, -ravvolta in un camicione bianco, di viso soavissimo, -che pareva mi guardasse coi suoi -grandi occhi azzurri. Fu quella figura che mi -destò il primo sentimento religioso, facendomi -pensare quanto fosse dolce il vivere dopo la -morte in mezzo a migliaia di creature così -belle, buone e bianche, seduto sopra le nuvole, -dentro una gran luce rosata, in un'aria odorosa -d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che -pensavo a quell'angiolo ogni sera, mentre dicevo -il <i>Paternoster</i> e l'<i>Avemaria</i>, prima di andare -a letto, e che davo con l'immaginazione -la sua forma all'angelo custode che credetti -fermamente, per un pezzo, mi venisse accanto -dalla mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -che sovente, nei miei giochi, m'interrompevo, -per domandarmi dov'egli stesse in quel -momento, se davanti a me o alle spalle o dai -lati, se vicinissimo o un po' discosto, se con -l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo -attorno, qualche volta, con la vaga idea, se non -di veder lui in persona, almeno qualche indizio -della sua presenza, alcun che di bianco, una -forma vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo -la fede, se così può chiamarsi quello che allora -sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto -paura dell'inferno, al quale quasi neppur pensavo, -come a una cosa che non riguardasse i -ragazzi. La religione era per me come la visione -confusa d'una grande bellezza e un sentimento -indeterminato di tenerezza e di bontà -per tutti e per tutto, fin per i più piccoli insetti, -che nei giorni di zelo più vivo badavo a -scansare coi piedi. Dal che seguì che quando -ebbi in chiesa le prime lezioni di catechismo -dal parroco, che non ci metteva nè miele nè -fiori, mi parve che m'avessero mutata la -materia, e, senza rendermene chiara ragione, -rimasi male, come uno che, aprendo un libro -con l'idea di leggere un poema, si ritrovi sotto -gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special -modo, senza però turbarmi, quel nodoso -dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto -di minacciare le pene eterne. Quando facevo a -mia madre qualche domanda relativa alla religione, -non la interrogavo mai che sul paradiso, -che era per me l'oggetto d'una curiosità -vivissima, e intorno al quale pensavo che i -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -grandi avessero delle cognizioni molto più precise -che i bambini. E quando udivo dire d'una -persona morta: — È andata in paradiso, — credevo -che si dicesse per aver visto veramente -qualche cosa di quella persona, come un'ombra -o una fiamma, volare in alto e perdersi nell'azzurro. -Quel pensiero del paradiso fu così -forte allora nella mia mente, che mi attrassero -poi sempre, anche nell'età matura, e mi dilettarono -vivamente l'immaginazione tutte quelle -scene di teatro, anche rappresentate alla peggio, -nelle quali per uno squarcio delle nuvole, -a traverso a un velo bianco trasparente, si vedono -in un fondo luminoso delle vaghe figure -celesti, sedute in vari ordini di seggi, come -nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il -paradiso in una baracca di burattini ci ho altrettanto -piacere che il più piccolo degli spettatori. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -L'angelo custode non mi guardò dal crup, al -quale scampai per miracolo, dopo che il medico -m'aveva dato per perso. Non ho memoria -alcuna dei patimenti provati, che furono atroci, -come seppi poi da mia madre, poichè, già soffocato -a mezzo, durai per ore a rantolare e ad -annaspar con le mani, come un naufrago, rimovendo -da me chiunque mi s'accostasse, come -se mi rubassero l'aria, e supplicando coi cenni -che si spalancasse la finestra. Ricordo soltanto -che stavo spesso con l'orecchio teso per sentire -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -se cantasse il corvo di fuori, perchè m'aveva -detto Franceschino che il giorno prima -della morte di mio fratello s'era sentito cantare -un corvo sul tetto della casa. Ricordo d'aver -visto per un momento ritta accanto al mio letto -la forma nera del parroco. E un'altra cosa m'è -rimasta in mente, che ancora mi fa fremere. -Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, -mio padre e mia madre l'accompagnarono -nella stanza accanto; donde mi venne all'orecchio -un suono di voci sommesse, e poi -un'esclamazione terribile di mio padre: — <i>Anche -questo!</i> —; terribile al mio cuore in appresso, -quando seppi che significava: — Anche -questo figliuolo mi è tolto, — poichè il medico -gli aveva levata in quel punto ogni speranza; -ma non già allora, perchè non compresi. E -così non compresi perchè mio padre, poco -dopo, si sedesse a un piccolo tavolino accosto -al letto, e menasse la matita sopra un foglio -di carta, guardandomi spesso attentamente. Mi -fu detto poi che, compiendo uno sforzo eroico, -egli m'aveva fatto il ritratto a matita, per avere -almeno quella memoria del mio viso, non ci -essendo ancora in città, a quel tempo, nessun -fotografo. Povero padre mio! Conservo ancora -quel ritratto che mi fu lasciato da mia madre, -e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, -a pensare con quale strazio nell'animo furono -fatti da lui tutti quei tratti minutissimi, che -paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente -quell'arruffio di riccioli bruni, sui -quali egli era già preparato a darmi l'ultimo -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei -parenti, la convalescenza, tutto è svanito dalla -mia mente. Non mi rammento che la prima -volta che fui riportato nel giardino, con un -cuffietto in capo e un fazzoletto al collo, accompagnato -a festa da tutti i miei, seguiti dalla -povera Maddalena che piangeva dalla consolazione; -rammento che era una mattina di primavera, -e che provai un piacere delizioso, come -se m'apparisse per la prima volta ogni cosa, al -riveder la luce del sole, gli alberi fioriti, e il -gatto, che si arrestò a guardarmi, stupito. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Fra quella e la prima impressione della scuola -ne ricordo un'altra, che ebbi dalla prima cognizione -d'un grande dolore umano, e che vorrei -poter cancellare dalla mia memoria, in cui è -incisa come una ferita nella carne. C'era accanto -alla nostra casa l'ospedale militare, e -davanti a questo una casetta, dove abitava -l'amministratore, tenente di fanteria, con sua -moglie: una coppia simpatica alla città intera, -che parevano fratello e sorella, e che io vedevo -spesso dalla finestra passare sul viale dei -bastioni, con due bambini bellissimi, fra i quattro -e i sei anni, che tutti ammiravano. Una -mattina, tornando con Maddalena da una passeggiata, -vedemmo molta gente che s'affollava -davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai -bersaglieri di guardia, tutti col viso alzato verso -le finestre della piccola casa, dalle quali, tra -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo -di donna violento, strozzato, disperato, -più somigliante all'urlo che al pianto, e che a -molti della folla strappava le lacrime. Maddalena -interrogò qualcuno. La risposta gelò il -sangue a me pure, benchè bambino. Era accaduto -questo: che il farmacista dell'ospedale, -dovendo mandare della santonina per i due -bimbi malati, aveva mandato invece della stricnina, -e le due povere creature, prese le polveri -a un tempo, erano morte quasi nello stesso -punto fra le braccia del padre e della madre. -La buona Maddalena si cacciò le mani nei capelli -e si diede a esclamare senza fine, piangendo -dirotto: — Ah povera gente! Ah povera -gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo -sull'uscio di casa, che era l'ora di desinare, mi -raccomandò in fretta di non dir nulla alla -mamma, chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena -entrata, al veder mia madre seduta, che -piangeva, con la fronte nelle mani, comprendendo -che già sapeva, proruppe in un'esclamazione -d'angoscia quasi collerica, che mi -scosse il cuore, benchè io non capissi ancora -che era un'eco del grido eterno dell'umanità flagellata: — Signore -Iddio misericordioso, come -possono accadere di queste cose! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -</p> - -<h3 id="primascuola">La prima scuola.</h3> -</div> - -<p> -Prima dei sei anni fui mandato a imparar -l'alfabeto da un maestro che teneva scuola in -un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano -ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie -agiate. V'andai volentieri; m'hanno sempre -attratto fortemente tutte le cose nuove: se -la natura m'avesse dato la virtù del persistere -pari all'ardore dell'incominciare, sarei forse -diventato un pezzo grosso. Il maestro era un -uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato, -una figura di vecchio barbiere; ma di -umor vivace, tanto che covava in quel tempo -l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con -una ragazza ventenne; la quale era cagione di -certe sue giornate radiose, in cui stava ritto -sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, -come in atto di farsi beffa dell'altra. Non -aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva -insegnare, che è una virtù assai rara fra -gl'insegnanti, e render la scuola piacevole. Per -insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -un gran numero di cartelloni, nei quali erano -disegnati e dipinti con colori chiassosi, e con -cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima sui -ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine, -con scene relative a tutti i mestieri, animate -da molte figure d'uomini e d'animali; e -quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e -che ricordo con una chiarezza maravigliosa, -mi fecero un'impressione così viva e piacevole, -che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura -(Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Nella scuola, lunga e nuda come un camerone -di caserma, v'erano due file di rozzi tavoloni -congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra -per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti -di panno grigio. La distinzione non era soltanto -nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento -che usava il maestro, il quale faceva -ancora una seconda distinzione fra gli esterni -di famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia. -Egli aveva la voce dolce per i signori, -agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri: -questi castigava a ceffoni, scrollava gli altri -per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo -all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi -(come lo rivedo!) il figliuolo d'un banchiere, -guardato con rispetto profondo da tutti; intorno -al quale correva la leggenda favolosa che giocasse -alla guerra in casa sua, facendo delle -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati -e assedianti con lire d'argento, fra cui gli -ufficiali eran marenghi e i generali doppie di -Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più -fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che -compariva alla scuola a quando a quando, vestita -con gran lusso; sulla quale i ragazzi più -grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei -commenti, ch'io non capii che anni dopo, -quando seppi che essa non era in regola con -lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè -quel povero ragazzo piangesse qualche volta di -certi scherzi, di cui mi pareva allora che -avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo -d'un giudice di tribunale, che ci minacciava -spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi -ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un -giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, -il maestro, infuriato, afferrò il colpevole -per un orecchio, e scotendogli il capo violentemente, -gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma -non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo -d'un giudice? — Che cose! Che tempi! Il vecchietto -zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata -d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe -più la frase. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato -a leggere. Credo non meno presto di quello -che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi -didattici. Ma ho ben presente alla memoria -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -che una mattina di domenica, in casa, avendomi -un mio fratello messo sotto gli occhi un libro -di lettura per vedere a che punto fossi, rimase -maravigliato che io leggessi già quasi corrente, -e ne diede la notizia a mio padre e a mia madre, -i quali se ne rallegrarono come di cosa -inaspettata. Mi rallegrai anch'io di quel riconoscimento -ufficiale della mia uscita dalla classe -illetterata; ma per una mia ragione particolare, -da cui mi derivò un disinganno spiacevole. Io -m'ero immaginato che bastasse saper leggere -le parole per divertirsi alla lettura di qualunque -libro, come vedevo che facevano i grandi. -Con questa illusione, quel giorno medesimo, -tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio -padre, e mi misi a leggere. Era il libro <i>Della -tirannide</i> di Vittorio Alfieri. Lessi una mezza -pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento: -non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico. -E non me ne potevo capacitare. — O come -va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano, -so leggere, e non intendo nulla! — Pensai -d'esser cascato sopra un libro difficile: ne presi -un altro. Era il <i>Primato</i> del Gioberti. Rifeci la -prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire -allora che mi rimaneva molt'altra strada da -fare prima di entrar nel regno della letteratura, -e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, -non confessando ad alcuno la mia delusione, -di cui sentivo vagamente il ridicolo. Ma pochi -giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio, -salito in casa per pigliare un mobile, -vedendo un libro sopra un tavolino, ne compitò -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -il titolo, a voce alta, per farmi sentire che -sapeva leggere; ma lesse: — <i>Opere schelte.</i> — Io -lo corressi, si persuase, e mi ringraziò. Fu per -me una viva soddisfazione d'amor proprio che -mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso -agli “studi„. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Furono interrotti i miei studi da un grande -viaggio, del quale serbo il ricordo come d'un -sogno stupendo: un viaggio che feci con mia -madre a Valenza, dove una sorella m'aveva -innalzato alla dignità prematura di zio: una -visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in -finestrini di vagoni e di diligenze; nella quale -sono grandi lacune nere di spazio e di tempo, -che mi paiono corrispondere a lunghi sopori -misteriosi; e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima, -particolari di nessun conto, come un gatto -visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso -a una finestra, e dei via vai d'ombre umane -senza viso, e suoni vaghi di campane sconosciute, -il cui ricordo mi ridesta il sentimento -provato allora, d'una lontananza immensa della -mia casa e della mia scuola. Uno dei ricordi -più netti è la curiosità ardente con cui mi -guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, -con l'idea di vedere all'orizzonte -una specie di gran muraglia della China, un -ammasso enorme e intricato di bastioni e di -torri merlate, che si disegnassero nel cielo -come una cresta alpina, mostrando le bocche -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -di mille cannoni e le baionette di un esercito -di sentinelle. Credo che la mia passione di girare -il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie -che ebbi in quel viaggio; durante il -quale mi rammento che mia madre doveva frenare -di continuo le mie impazienze, ritenermi -per un braccio quando mi lanciavo allo sportello, -e farmi cenno di parlare più basso quando -esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni -a voce alta, che facevano ridere tutti i viaggiatori. -E non solo per il diletto che provai ho -sempre creduto che i denari meglio impiegati -dai parenti per l'educazione dei fanciulli siano -quelli spesi a farli viaggiare; ma anche, e più, -perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) -che quel breve viaggio fece fare quasi un salto -alla mia intelligenza; tanto che, tornato a scuola, -feci più profitto in un mese che non ne avessi -fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso, -risentii dopo ogni viaggio un rinvigorimento -di tutte le facoltà dello spirito, mi ritrovai -in uno stato di coscienza intellettuale -somigliante a quello che ci è frequente nell'adolescenza, -quando, voltandoci indietro a considerare -ciò che eravamo poco tempo avanti, -ne sentiamo quasi pietà, come dello stato d'un -essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a -una grande distanza. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo -un ricordo incancellabile. Prima che -entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio mi -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -diedero la notizia che era morto il giorno -avanti un loro e mio condiscepolo, del quale -ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono -se lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente, -e condotto da uno di essi, m'andai a -affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno, -dov'era disteso in letto il cadavere, col capo -scoperto. Quel viso immobile e bianco, con gli -occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore -sovrumano, mi fece un senso così profondo -di terrore e di ribrezzo, che per quanto -durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a -casa, mandai giù a stento due bocconi per non -farmi scorgere, e non dissi una parola; assorto -sempre nell'immagine di quel viso, che mi -stava davanti, solenne, misterioso, terribile, -come il viso d'uno spettro che sorgesse da terra -dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il -mio stato d'animo agli occhi di mia madre, che -m'interrogò, e mi indusse, insistendo, a dirle -il vero. Mi fece rimprovero della curiosità che -m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da -questo il discorso, impietosendosi per quel povero -ragazzo morto in un ospizio di poveri, -senza padre nè madre, che forse non aveva -mai conosciuti, senz'alcuna assistenza amorosa, -non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto -senza un fiore sul feretro, e non ricordato -da anima viva. Quelle parole mi destarono -in cuore un senso di compassione e di tenerezza, -che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò -assai, e quasi coperse d'un velo il terrore, volgendo -a un altro corso i miei pensieri; a traverso -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -ai quali quel viso bianco mi apparve sotto -un nuovo aspetto, più doloroso che spaurevole, -come ingentilito dall'aureola ideale della sventura. -Ma per tutto quel giorno scansai sempre -di trovarmi solo dove si fosse, e la sera volli -che mia madre mi stesse al capezzale fin che -fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore -e di pietà, che velavano di bianco ai -miei occhi il fantasma della morte. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Stetti quasi due anni a quella scuola, che non -mi riuscì punto faticosa, grazie al buon senso -del maestro, e anche all'uso didattico di quel -tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso -la capacità cerebrale dei fanciulli. E fu -sul finire del second'anno che incominciai a -leggere qualche libro, e a comprendere. La -prima commozione profonda che ebbi dalla -lettura me la diede un capitolo del <i>Giannetto</i> -dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo -protagonista, il quale, dopo varie corse e -avventure, ritrovandosi solo in campagna al -calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento, -mentre sta per darsi alla disperazione, -è ritrovato e ricondotto fra i suoi. Tremai e -piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il -libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia -madre, giurando in cuor mio che mai, mai al -mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda -avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi, -che può ricevere l'una sull'altra, egualmente -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -profonde, due impressioni di natura opposta, e -che potenza maravigliosa ha sulla fantasia -fanciullesca ogni finzione! La mia seconda lettura -fu la <i>Vita d'un bandito</i>: un vecchio libro -ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca -di casa, e che poi andò perduto; con mio grande -rammarico, poichè ebbi più tardi cento volte -il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte -scossa che n'avevo avuto da bambino. Non ricordo -di qual paese nè di che tempo fosse quel -soggetto da galera che correva i monti e le -foreste rubando e accoppando, e uscendo sempre -vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi, dalle -sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ -Ricordo solo che mi appassionai per lui come -per un eroe, che la sua vita errante e tempestosa -mi parve così bella e desiderabile da -farmi vagheggiare in segreto il disegno di -darmi alla macchia non appena l'età me lo -consentisse, e che m'infervorai a tal punto in -questo sogno che già dalle finestre di casa mia -cercavo con lo sguardo per la campagna quale -via avrei preso per la fuga, e su quale delle -alture lontane avrei fatto il mio primo bivacco -brigantesco, e forse affrontato per la prima -volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto -male, se m'avesse potuto veder nell'animo, -il povero autore del <i>Giannetto</i>! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi -criminali mi seguì un'avventura che mi fece -rinunziare di punto in bianco alla nobile carriera -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -che vagheggiavo. Avevamo in casa un -vecchio gatto rosso, al quale volevo un gran -bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie -ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di -condurlo a spasso come un cagnolino, e gli legai -al collo una corda, con un nodo largo e fermo, -che non gli desse noia, e non si potesse stringere. -Ma, fatto appena il nodo, egli mi scappò, -e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo rividi -più per quel giorno. La mattina dopo, giocando -nel giardino, lo vidi per di dietro fra i rami d'un -albero, come appostato, nell'atto d'avventarsi -sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse. -Mi feci sotto l'albero, per guardarlo nel muso. -Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi fra i rami, -la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al -collo come un serpente, e l'aveva soffocato. Pien -di spavento e di dolore, corsi a confessare il -mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola -di non dir nulla a mio padre, al quale -il gatto era carissimo. Mia madre mi perdonò -e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto, -nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento -terribile quando mio padre, a tavola, uscì -a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto -rosso, che non si vede più? — Non debbono -esser sonate più terribili al primo fratricida le -parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo -fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino. -Non potei reggere allo sguardo di mio padre, -che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di sentirmi -poco bene per scappar da tavola, e m'andai -a chiudere nella mia camera, dove mi buttai -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -sul letto, col cuore oppresso dalla paura e dal -rimorso. C'era sul tavolino da notte la <i>Vita d'un -bandito</i>. Al veder quel libro mi balenò un pensiero -salutare; il dubbio di aver mai l'animo -così forte da potermi dare con fortuna alla poetica -professione che avevo scelta. Meditai alquanto -su quel problema. E venni a questa conclusione: — No. -Tu che sei ridotto in questo -stato per la morte d'un gatto, che pure non morì -di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo di -ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era -espresso in parole più riguardose per il mio -amor proprio; ma, insomma, era quello. E rinunziai -da quel momento alla vita del brigante, -e ridivenni <i>Giannetto</i>. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Fu una sera di quell'anno stesso che il mio -buon padre, sempre inconsapevole della corda, -mi condusse la prima volta al teatro, dove una -povera compagnia drammatica rappresentava -il <i>Tartufo</i> del Molière. Prevengo la disapprovazione -degli scrupolosi: la commedia non appannò -nemmeno la mia purità infantile, perchè -non ne capii il bellissimo nulla. Una sola frase -richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo, -torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla -signora: — <i>Voi avete certe armi!</i> — tutto il -teatro diede in una risata, della quale non compresi -il perchè, non vedendo indosso all'attrice -nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali -sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -una mano sui baffi, e dopo una breve -esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, -s'intende la bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne -capii poco più di prima. Ma per me furono -uno spettacolo incantevole la sala, il triplice -ordine dei palchi, il lampadario, i lumi -della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che -rappresentava una rivolta di popolo contro un -feudatario del medioevo: la commedia non mi -parve che un accessorio di quelle maraviglie. -E all'uscita feci rider mio padre esclamando con -entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon -padre mio! Anche privando sè di molte -cose, egli ci procurava ogni specie di divertimenti, -e quando mia madre gli faceva qualche -osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh, -poveri figliuoli; abbelliamo loro la vita -quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il -loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo -dei loro primi anni. -</p> - -<p> -Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti -a mio padre mi fu sempre turbato dall'immagine -di quel povero gatto, il quale mi aveva -distolto, morendo, dalla via della violenza e del -sangue. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span></p> - -<h3 id="quiquaequod">Qui, quae, quod.</h3> -</div> - -<p> -Non avevo ancora otto anni quando fui messo -al latino, nelle scuole pubbliche, in <i>Prima Grammatica</i>, -come si chiamava allora il primo corso -di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere -con me i padri che hanno la smania di -far correre le scuole ai figliuoli come si corre -il palio, come se la loro buona riuscita nel -mondo non dipendesse da una infinità di casi -intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto -ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi -studi un anno o due avanti gli altri non conta -il minimo che. Questa smania non aveva già -mio padre, che volle far soltanto un esperimento; -ma l'esperimento, benchè non subito, -fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo -presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre -primi anni di latinità, che pure erano allora -meno difficili d'adesso. -</p> - -<p> -Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai -la prima volta, quella grande scuola affollata -di ragazzi, molti dei quali avevano tre o -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -quattro anni più di me, e mi parevano uomini, -e mi destò un senso di reverenza paurosa quella -cattedra enorme, della forma d'un pulpito, che -torreggiava sopra i banchi come un castello -feudale sopra le casipole d'un villaggio. Il professore, -un uomo sulla quarantina, di viso aristocratico -e grave, sempre insaccato in una gran -palandrana oscura, che pareva un prete spretato, -ci faceva dire le preghiere in coro al principio -e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse -da sei anni lo Statuto, fra una declinazione e -l'altra, picchiava spesso e sodo; ma egli pure, -come il mio primo maestro, più volentieri sui -panni rozzi che sui panni fini. Salvo questa -parzialità delle mani, era un buon diavolo, e -insegnava con buon metodo; ma non era in suo -potere di far digerire il latino a uno stomaco -di sette anni e mezzo. Di tutto quell'anno m'è -rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate, -di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo -lieto è quello del giorno onomastico del professore, -che si soleva festeggiare allora, in tutte -le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per -il quale la scolaresca si dava moto quindici -giorni avanti. Il regalo fu fatto quell'anno in un -modo comicissimo, che mette conto d'accennare, -per dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. -Si mise trenta soldi ciascuno, e si comprò un -pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin -di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima -adunanza che si tenne per la strada, il collettore -generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò -che avanzavano della somma otto soldi. Che -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -cosa farne? I pareri furon diversi, si discusse: -fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa -d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi, -il quale, rammentandosi che il professore aveva -da quindici giorni la tosse, propose di coronare -il regalo con otto soldi di gomma arabica. E -come fu portata la roba! <i>Coram populo</i>, di pieno -giorno, come il Santo Sacramento, da tutta la -compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa, -portato dal più alto della classe; poi uno col -mazzo, tenuto su come un flabello papale; poi -altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in -mano; infine, il latore della gomma, e dietro di -lui una processione rumorosa, che percorse le -vie principali, in mezzo alla gente che si soffermava -a guardare e diceva a voce alta: — Sono -gli scolari di Prima Grammatica che portano -la festa al professore tal dei tali. — Un ludibrio! -Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente, -e da certuni soltanto, e dai padri -invece che dai figliuoli, e invece di gomma arabica -si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho -ancor da dire: la scena della presentazione fu -assai più amena. Era presente la signora. Tutto -era già stato offerto, il professore aveva già -fatto il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli -il nostro amore con lo studio invece che col -vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando -il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare -il suo presente, si fece innanzi, e porgendo il -pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città, -disse solennemente: — Signor professore, c'è -ancora questo! — e poichè quegli non capiva, -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse, -signor professore! — Giornata felice! Dopo la -quale ricordo che per alcuni giorni suonò più -mite il latino e fu sospesa la distribuzione delle -pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La -settimana dopo il <i>qui quae quod</i> riprese tutta -l'asprezza dell'antico impero, ricominciarono a -grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo -droghiere dovette riconoscere che non serve -la gomma arabica a mutar l'andamento delle -cose umane. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span></p> - -<h3 id="bersaglieri">I bersaglieri.</h3> -</div> - -<p> -Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente -una passione, che ebbe un effetto notevole -nella mia vita, poichè si effuse quattordici -anni dopo in un libro, il quale fu la prima -mossa del viaggio che finisce forse con queste -pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio: -per i bersaglieri, che erano il solo presidio -della città; chè se ci fosse stata invece fanteria -di linea, son certo che quella passione sarebbe -stata assai men forte, avendo principalmente -giovato a farla nascere, insieme con lo spirito -guerresco del tempo e con la mia natura disposta -all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza -degli esercizi e la prestanza personale dei -“figliuoli di Alessandro La Marmora„. Fu una -passione quale credo non sia stata mai più ardente -in alcun ragazzo di quegli anni, neanche -in quelli che erano per indole assai più fortemente -inclinati di me alla vita militare: una -vera frenesia, che non valsero a frenare nè -esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti i -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti -e dopo le lezioni, io scappavo di casa a tutte -le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza -d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle -marcie in campagna, allontanandomi di parecchie -miglia, anche sotto la pioggia, dalla città, -dove ritornavo in uno stato da impietosire i -sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette -trombe sotto casa mia, non c'era più -forza che mi tenesse; mi sarei calato con una -fune dalle finestre, se m'avessero chiuso la -porta; e tiravo via come mi trovavo, lasciando -lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, -qualche volta in maniche di camicia, -come un ladruncolo inseguito. Imparai presto -a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico -delle armi, i segnali delle trombe, l'orario, -tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi -la maggior parte dei sergenti e dei caporali -della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano -e mi salutavano, chiamandomi per -nome, come un cagnolino familiare. E non ero -un semplice dilettante, che si contentasse di -guardare: negli intervalli di riposo, in piazza -d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i crocchi -per sentire i discorsi e rendere dei piccoli -servizi: andavo ad attinger acqua nelle gamelle -o a comprar per l'uno o per l'altro un soldo -d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli -zaini e aiutavo a spolverar le mantelline, e m'era -un gran compenso il permesso che mi davano -di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar -le carabine in terra per lo sperone che avevano -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -allora infisso nel calcio. Ripensando a quel -tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, -e sento veramente, come se lo aspirassi, -l'odor di cuoio dei centurini e delle uose, -e quello delle cartucce rotte e del fumo delle -schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa -che venivano su dalle cucine della caserma. -A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato -e col capo nudo, molti bersaglieri mi -pigliavano per un cialtroncello scappato dall'officina -o dalla bottega, e quando dicevo chi era -mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra -loro che per la mia età avevo già una bella -disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto -infatuato dell'“arma„ che non m'avevo per -male neppur delle beffe; e poi dalla più parte, -dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni -di simpatia, che m'intenerivano. -Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse -pronuncie dialettali, e gl'intercalari del -discorso, e persino l'andatura! E ricordo pure -che in quelle mie corse al suon delle trombe -e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione -la mia immaginazione era in continuo -lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti -e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni -specie, nelle quali mettevo in azione, sempre -vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu -così viva quella passione che oggi ancora la -campagna circostante alla città e le rive dei -due corsi d'acqua che la fiancheggiano e tutte -le strade che vi fanno capo mi si presentano -sempre alla mente picchiettate di nero dalle -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -divise e d'argento dalle baionette dei bersaglieri. -</p> - -<p> -Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo -di viso e di nome, e ho ancora presente l'immagine -giovanile di molti di essi, allora subalterni, -che raggiunsero poi i più alti gradi, o -morirono in Crimea, a San Martino, a Custoza, -o combattendo contro i briganti. Ricordo un -grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che -io guardavo sempre con timida curiosità, perchè -si diceva che mettesse i ferri a sua moglie, -per punizione, ed era vero; il famoso tenente -negro, Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio, -allora sottotenente, ancora imberbe, che -pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste -infiorate; il tenente Franchini che, quando fu -maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il -famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello -che poi, colonnello, arrestò Garibaldi a Aspromonte, -e che io vidi una mattina, andando a -scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente -ferito al ventre in un duello, all'ospedale -militare; dove riseppi dai soldati il giorno -dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, -aveva detto sorridendo: — Oh diavolo! Non -avrei mai pensato di dover vedere il colore delle -mie budella! —; e molti altri. Ma fino a questi -personaggi non s'alzarono le mie relazioni, nè -sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale -dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio -affetto era tutto per la <i>bassa forza</i>, come allora -si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto, -e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -davanti a certi vicoli, in cui non entravano -le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei -amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo -un senso penoso, un misto d'accoramento e di -vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo -scontento, come per la perdita d'una cara illusione. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span></p> - -<h3 id="martinotti">Il caporale Martinotti.</h3> -</div> - -<p> -Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che -è rimasta uno dei più cari ricordi della mia -fanciullezza. Era un caporale trombettiere, nativo -di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto -di statura media, robusto e svelto, un vero -tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma -pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; -che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per -me a forza di vedermi galoppare, con la lingua -fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo -relazione in piazza d'armi. Poi cominciammo a -passeggiare insieme nelle ore ch'egli era libero, -intorno a casa mia. Egli mi trattava come un -uomo; il che m'inorgogliva, e rincalzava il mio -affetto di gratitudine. Mi parlava della sua famiglia, -del servizio e dei superiori, mi raccontava -la cronaca del quartiere, con molti particolari -e con grande gravità, e io lo stavo a -sentire con un raccoglimento di divoto. In casa -non discorrevo più che del caporale Martinotti, -che i miei fratelli chiamavano “il generale„ per -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -canzonarmi. Egli voleva che gli dessi del tu; ma -non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per -la strada accanto a lui era un trionfo per me, -e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa, -andavo in gloria: non mi sarei insuperbito -di più se mi ci avesse condotto il conte -di Cavour. Mi chiamava col nome di battesimo, -ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è, -troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva -Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò -un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: -io li portai a casa come un tesoro, me li cucii -da me alle maniche della giacchetta, e con -quei galloni feci per molto tempo i miei lavori -di latino, che era un latino da caporale, veramente. -Arrivò a tal punto la mia adorazione -per lui che imitavo la sua andatura e la sua -pronuncia, e fischiavo dalla mattina alla sera -le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso -ai suoi trombettieri. Non ricordo bene quanti -mesi sia durata quella felicità. So che mi pareva -che non avesse mai da finire, come se -il Martinotti dovesse invecchiar caporale in -quella città, per gl'interessi del mio cuore. Finì -invece bruscamente. -</p> - -<p> -Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, -incontrandomi sui bastioni, egli mi disse: -</p> - -<p> -— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E -come io non capivo, soggiunse: — Vado -in Crimea. -</p> - -<p> -Da un pezzo sentivo parlare della guerra di -Crimea; ma, non so come, non m'era mai passato -per la mente che ci potesse andare anche -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -lui. Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli -sorrise della mia commozione, guardandomi in -aria compassionevole. E credette di consolarmi -dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi. -Non ci vorranno mica ammazzar tutti. E se -scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, -coraggio. Ci rivedremo. -</p> - -<p> -Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò -un poco, serio serio, e poi scappò di corsa, -come se l'avesse chiamato all'improvviso la -voce d'un superiore. Io tornai a casa col cuore -stretto, e appena entrato, diedi a mia madre la -gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il -caporale Martinotti.... va alla guerra! -</p> - -<p> -— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse -subito, per confortarmi, che avrei fatto -bene a andarlo a salutare alla stazione. -</p> - -<p> -La sera del giorno dopo corsi alla stazione: -non c'era nessuno. Il battaglione era partito la -mattina. -</p> - -<p> -E io rimasi là un pezzo a guardar con gli -occhi pieni di lacrime le rotaie luccicanti sulle -quali era fuggito il mio amico, inseguendolo -con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno -di terrori e di mistero, donde pensavo che non -sarebbe tornato mai più. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span></p> - -<h3 id="crimea">La guerra di Crimea -e i miei amici poveri.</h3> -</div> - -<p> -La guerra di Crimea è il primo avvenimento -pubblico di cui trovi qualche traccia nella mia -memoria; ma son tracce così rare e sparse, -che ne stupisco, considerando che avevo già -allora quasi nove anni, e che le grandi cose -delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero -dovuto lasciarmi impressioni assai più -fitte e più vive. Di tutto quello che precedette -la spedizione non ricordo altro che una frase: — Stiamo -a vedere come si dispone l'Austria — detta -in casa mia, a mio padre, dal direttore -delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel -punto, in un angolo della sala da desinare, con -una gamba sull'altra, e un braccio ciondoloni -dietro la spalliera della seggiola. Della partenza -delle truppe, dopo quella del battaglione del -caporale, non rammento che un episodio, che -si riduce nell'immagine d'una giovine contadina; -la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando, -col busto spinto innanzi e con le braccia -tese in uno slancio disperato di dolore, gridava -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -gli ultimi: — <i>Ciao! Ciao!</i> — al treno fuggente -sul ponte lontano, dove si vedevano ancora -ondeggiare fuor dei vagoni i pennacchi dei bersaglieri. -Poi ricordo mia madre che, con la -<i>Gazzetta del Popolo</i> fra le mani, interrompe a -mezzo, soffocata dalla commozione, la lettura -della descrizione dell'incendio del <i>Croesus</i>, salpato -pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati. -Di tutto il tempo che durò la guerra non -ho più altro nella memoria che una nebbia, in -mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi -scamiciati, raggruppati in fondo al mio cortile, -che cantano in coro una canzone guerresca: -vedo la bocca squarciata e torta di uno di essi, -che si chiamava Clemente, e che pronunciava -Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in -mente una strofetta di quella canzone, da cui -si può argomentare che non ci fosse allora in -una parte del popolino un'idea molto chiara -delle nostre alleanze, poichè diceva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">La caserma degl'Inglesi</p> -<p class="i01">È situata in mezzo al mar,</p> -<p class="i01">Napoleone coi suoi cannoni</p> -<p class="i01">La faranno sprofondar.</p> -</div></div> - -<p> -Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al -mio caporale lontano, e che dopo la sua partenza -cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri -rimasti, come se egli avesse portato via con sè -tutta la poesia del suo Corpo e tutti gli entusiasmi -del mio cuore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei -compagni di gioco di quel tempo, fra i quali -ritorno spesso e mi trattengo lungamente col -pensiero, poichè trovo in loro il primo perchè -di molte idee, tendenze e simpatie, che ho conservate -per tutta la vita. Essendo sempre aperto -il grande cortile della casa, era il luogo di convegno -e il campo di gioco di tutta la ragazzaglia -del vicinato; onde mi trovai mescolato -fin da bambino con ragazzi d'ogni condizione, -la più parte figliuoli d'operai e di rivenduglioli; -alcuni dei quali poverissimi, che perdevano i -panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi -dell'anno. Con questi ebbi per anni una famigliarità -fraterna, cementata da scappate comuni -in campagna, da scambi di busse e di regali, -da rotture e rimpaciamenti, e da migliaia di -partite di palla e di pila e croce e di piccole -monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno -che mi si lasciava troppa libertà, che -quella compagnia non mi poteva riuscir che -perniciosa. Ebbene, io son grato invece a mio -padre e a mia madre d'avermi lasciato così la -briglia sul collo, d'aver permesso che mi tuffassi -così liberamente in quello stracciume (dal -quale, del resto, date le condizioni della casa, -non avrebbero potuto separarmi che segregandomi), -poichè ho capito allora della vita e dell'animo -della gente povera tante cose, che non -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -capirà mai chi non è stato da ragazzo in mezzo -a coetanei di quella classe sociale, chi non ha -osservato in germe, per così dire, il popolo -minuto, da cui ci separano più tardi troppi preconcetti -e troppe diffidenze reciproche; perchè -fu quella promiscuità coi piccoli scamiciati che -mi fece nascere per la poveraglia una simpatia -affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse -poi sempre in mezzo agli umili, con sentimento -d'amico, negli anni posteriori; poichè furono -quelle amicizie che non lasciarono crescere -nel mio cuore certe vanità e superbiole di -“giovin signore„ le quali, svolgendosi col -tempo, chiudono in molti le porte dell'animo a -certi sentimenti d'umanità e di giustizia, che -picchiano per entrare, troppo tardi. E quanto -all'infezione morale, come dicono ora gli educatori, -l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè -ho a questo riguardo dei ricordi molto chiari: -ricordo che fra i ragazzi del mio ceto, che conoscevo -alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero -dovuto infettare nel cortile, non c'era -alcuna differenza nè in materia di cognizioni, -nè in materia di linguaggio, nè in altro che si -riferisse a cose proibite; che, anzi, se una differenza -c'era, stava in questo: che i ben vestiti, -ai quali l'agiatezza dava maggior libertà di spirito, -e il buon nutrimento più vivacità d'immaginazione, -lavoravano con questa intorno agli argomenti -interdetti assai più continuamente e più -volentieri che i poveri, distratti molto spesso dall'appetito -insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, -e dalle busse paterne, materne e fraterne. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun -di loro dopo che lasciai la città; ma essi -vivono, parlano ancora nella mia memoria, -dopo più di quarant'anni, come se li avessi -lasciati ieri: vedo ancora, oltre che i visi, i vestiti -di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani, -i rammendi delle camicie rozze, gli scarponi -girati loro dai fratelli, e le capigliature inesplorate -dal pettine, e le crepature dei geloni alle -mani, e quasi sento ancora l'odore che portava -ciascuno con sè del mestiere di suo padre. Ho -conosciuto poi nella vita centinaia di uomini -d'altre classi sociali, che corrispondevano mirabilmente -nell'indole ai tipi diversi ch'eran -tra di essi; posso dire anzi d'aver incontrato -ben poche persone così originali di carattere, -che non mi paresse d'averle già conosciute in -embrione in qualcuno di quei piccoli “mal nutriti„; -poichè noi possiamo cambiare quanto -vogliamo e il tenor di vita e il cerchio degli -amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre -presso a poco in mezzo alla stessa compagnia -drammatica, con quei certi personaggi -e maschere inevitabili, che la natura ripete -senza fine. Ricordo Tonino, figliuolo d'un carrettiere, -che portava due cerchietti d'ottone agli -orecchi, uno spirito satirico, che metteva tutti -in canzonella, ma di cuor buono e d'un buon -senso precoce, e dotato di molte piccole abilità -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -meccaniche, che invidiavo e ammiravo; col quale -m'era un piacere indicibile, un vero tripudio, -nei giorni di pioggia, il far cuocere le castagne -in un pentolino di terracotta, sotto una tettoia -in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser -stato colto dal temporale in un bosco, e d'essermi -rifugiato in un antro, senza saper quando -mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, -un viso d'arabo, figliuolo d'un pescatore, -invitto giocatore a castellina, che non lasciava -una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, -con cui nessuno la poteva nella lotta delle -ingiurie, e che insolentiva qualche volta a pagamento: -capace di durarla una mezza giornata -per quattro fichi secchi; Tommasino, figliuolo -del pollivendolo, un pallidino con un fil -di voce, di animo mite, che piangeva per nulla, -e che tutti si divertivano a tormentare; Giacometto, -figliuolo della lattaia, piccolo e tarchiato, -buon diavolaccio, e un po' melenso, ma che -quando lo mettevano a un puntaccio dava in -vere furie di torello, che facevano scappare -tutti quanti. E il povero Andrea, che fine avrà -fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un -panattiere, che tutti picchiavano nella panatteria, -così per spasso; un vero sacco da botte, -e pure fresco sempre e pien d'allegria, come -se i manrovesci e le pedate gli facessero l'effetto -di docce igieniche: insuperabile a far saltare -i soldi con la trottola e a saltare sui muriccioli -a piedi giunti. E dove sarà il <i>frate</i>, -figliuolo del cenciaio, a cui s'era dato quel soprannome -perchè da bambino, per un voto fatto, -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -era andato un pezzo vestito da fraticello; quel -piccolo <i>frate</i> che aveva un così bel testone di -filosofo piantato per traverso sopra due spalle -gibbose, e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi -del vicinato, il più astuto e più ciarliero -della compagnia, e tanto buffo da farci -scoppiar dal ridere al solo suo apparire? E -Gigetto, il ciabattino, gran rapinatore di nidi -d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava -in tutte le corse avventurose per la -campagna, e che era regolarmente scapaccionato -da sua madre ad ogni ritorno, perchè -ritornava sempre mostrando una natica per -un grande squarcio dei calzoni? E il piccolo -Savoiardo, quel bel ragazzo biondo, sempre serio, -orfano d'un oste, che i ragazzi più grandi -tormentavano con certe allusioni misteriose a -una sua sorella, sulle quali poi io meditavo -lungamente.... Mi ricordo sempre d'una volta -che essa venne a cercarlo nel cortile, tutta ben -vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura -di cuoio alla vita: mi ricordo che mandava un -odore acuto d'essenza di violetta, e che per -molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione -quei riccioli ogni volta che sentii quell'odore. -</p> - -<p> -Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso -è un ragazzo sotto i dieci, che si chiamava -Clemente, quello della <i>Crinea</i>, figliuolo -d'un'erbivendola, un tipo di monello compiuto, -nel quale era il germe del delinquente. È il -ricordo di costui che, prima ch'io leggessi -alcun libro di Cesare Lombroso, mi persuase -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -che ci sono dei delinquenti di nascita. Era un -piccolo Don Chisciotte del delitto. Il suo ideale -supremo era di diventare un farabutto famoso, -e si gloriava d'esser già tale, con una impudenza -da pestargli la faccia. Portava sempre -in tasca un coltelluccio spuntato, per impaurirci, -minacciando ogni momento di servirsene. Menava -vanto d'esser tenuto d'occhio dalla polizia, -di non aver paura dei carabinieri, di essere -anzi già sfuggito più d'una volta dalle loro mani, -e diceva che per arrestar lui due non bastavano. -A sentirlo, andava in giro tutta la notte, -e ogni notte compiva qualche prodezza, alla -quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un -occhio e appuntandosi con due dita uno dei -baffi che non aveva. Ebbe un giorno la faccia -tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi -sul ciottolato certe macchie che egli diceva di -sangue, sparso là da un uomo, da un prepotente, -al quale egli aveva data una lezione; e -un'altra volta, accennandomi la porta d'una -stanza a terreno dell'ospedale civico, dove si -esponevano i cadaveri degli assassinati, mi mormorò -all'orecchio: — Sai? Ce n'ho già mandati -un bel numero lì dentro! — Io sospettavo la smargiassata; -ma che qualche cosa di vero ci fosse -non dubitavo. E avevo di lui un gran terrore, -che cercavo di nascondere, e me lo propiziavo -regalandogli quasi ogni giorno le frutta di cui -mi privavo a tavola, e anche roba che non -mi spettava. Per questo egli s'atteggiava a mio -protettore, e per buscar dell'altro mi dava a -bere che avevo dei nemici, delle canaglie che -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -mi volevan fare la pelle, e si vantava ogni tanto -d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi -e cacciati in fuga col suo coltello, mentre -s'aggiravano in atto sinistro intorno a casa mia. -E io facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica -per ricompensare i suoi finti servigi di -brigante amico. -</p> - -<p> -Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza -nulla di grave; non era ancora che uno -spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro -che aveva già incominciato la carriera. Non -veniva che di rado nel cortile, perchè abitava -lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo; forse -di nessuno. Era sempre in giro; passava più -notti al lume della luna che sotto i travicelli, -se pure aveva un tetto. Era un ladruncolo di -mestiere, specialista delle frutta. Passando accanto -a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, -in presenza di chi si fosse, agguantava una -pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con -una tal velocità che non c'erano gambe che lo -potessero raggiungere: era un ladro alato. Aveva -una faccia trista. E come l'avrebbe potuta aver -buona, povero ragazzo, cresciuto come una fiera -in un bosco? Ma io non potevo allora sentirne -la pietà che ne sento adesso. Temevo assai più -lui di quell'altro, e per questo l'accoglievo con -particolar cortesia quando onorava i miei poderi -d'una sua visita. Un giorno, dopo avermi -guadagnato un soldo al gioco delle bocce (lo -lasciavo sempre guadagnare), egli infilò la strada -per andarsene, ed io stavo osservandolo dalla -soglia del portone. Passò in quel punto davanti -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -a me un brigadiere della polizia, — un perticone -alto due metri, con una durlindana che non finiva -più; — il quale, vedendo il ragazzo alle -spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce -l'ho finalmente! — e slanciatosi di corsa in -punta di piedi, a passi corti e rapidissimi, lo -raggiunse e lo ghermì per un braccio. Quegli -si mise a urlare come un disperato, chiedendo -pietà e misericordia; ma il brigadiere tenne -duro, e lo tirò via. Io rimasi agghiacciato dalla -paura, con la coscienza d'un complice, a cui -dovesse toccare la stessa sorte fra poco; e rientrato -in casa pallido e tremante, stetti rintanato -tutto il giorno, spiando tratto tratto dalla finestra, -col tremacuore di veder comparire da -un momento all'altro il brigadiere lungo, in -aria di dire: — All'altro, adesso! — Non vidi -più quel ragazzo dopo quel giorno. -</p> - -<p> -Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, -tutti gli altri erano in fondo buoni figliuoli, incapaci -d'una birbonata vera, alcuni affezionatissimi -e già utili alle loro famiglie; e mi volevan -tutti bene, nonostante i battibecchi frequenti, -perchè, non tanto per proposito quanto per affetto, -io non facevo sentir loro in alcun modo -la mia superiorità di condizione. Il che non toglieva -che facessi qualche volta il prepotente, -per impulso d'istinto; ma ricordo che quando -mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) -ch'io facevo così perchè ero un signore, queste -parole mi ferivano al cuore, e ne rimanevo umiliato -e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare -con ogni specie di cortesie, e anche d'adulazioni. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span></p> - -<h3 id="conore">Sul campo dell'onore.</h3> -</div> - -<p> -La mia passione per i soldati trovò un grande -sfogo in questa banda di mocciosi, coi quali -potevo fare il generale. Li armavo di randelli, -li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo -fuori a far delle marcie militari con trombette -di latta e con bandiere di carta, discorrendo -sempre con loro d'un nemico immaginario, col -quale un giorno o l'altro ci saremmo dovuti -misurare, e contro il quale essi s'andavano accendendo -di giorno in giorno di generosa ira -guerriera: tanto è facile montar la testa alle -moltitudini coi fantasmi dell'onore e della gloria, -anche contro un nemico che non esiste. E veramente -io vivevo nell'aspettazione continua di -qualche grande prova, senza saper da che parte -nè come se ne potesse presentar l'occasione. -L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere -della città un altro piccolo Bonaparte, che -fu poi mio compagno nella Scuola di Modena -ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava -pure un piccolo esercito contro un nemico -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -creato dalla sua fantasia. Apprender l'esistenza -l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar -necessario il cozzo delle due schiere, -fu una cosa sola. S'era bene italiani da una -parte e dall'altra, e cittadini della stessa città, -e in un tempo in cui la patria comune era impegnata -in una guerra contro la Russia; ma si -apparteneva a due parrocchie diverse, e questo -bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo -con disprezzo: — Quelli di Sant'Ambrogio —;questi -dicevano con disdegno: — Quelli -di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, -tale e quale, e anche fra i popoli, presso a poco. -Si procedette con tutte le regole della diplomazia. -Ci fu una formale dichiarazione di guerra -portata per iscritto da due commissari in ciabatte. -I due eserciti, composti d'una ventina di -cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora -convenuta, dai loro accampamenti, movendo -l'un verso l'altro per vie designate. Io m'ero -messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di -bianco, avanzo d'una vecchia tenda di finestra, -e brandivo una daga di legno, fasciata -di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio -fratello: mi credevo formidabile. Ma quando vidi -apparire in fondo alla strada, alla testa dei suoi, -il generale nemico, riconobbi con umiliazione -ch'egli era assai più fieramente armato di me, -poichè aveva in capo un vero e proprio cappello -di bersagliere, con tanto di sottogola, un -vero zaino sulle spalle, e un simulacro di carabina -fra le mani. A un segnale dato da un -dei miei con un imbuto, le due osti si corsero -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -incontro. Non saprei ridire l'andamento della -battaglia, che dev'esser stata, come le battaglie -antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali -non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, -se questa non fosse stata decisa dal duello dei -capitani. Il mio avversario era ardito; ma fu -vittima d'una illusione: scambiò con una lama -vera il mio brando di legno inargentato, mi -credette risoluto al sangue, die' indietro ai primi -colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la -via della sua parrocchia. Ma era una fuga da -Orazio davanti ai Curiazi. Io gli detti dietro; corremmo -un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava -a guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A -un certo punto, il generale fuggente, -visto in terra un mattone, lo raccolse con una -mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il -busto per scansare il proiettile, e me lo presi -in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato dall'ira, -mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano, -più lesto di me, sparì come un razzo. Insomma, -il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con la -scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era -dileguato; eravamo rimasti noi padroni del terreno, -noi i vincitori. Tornai a casa piegato in -due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito; -dissi a mia madre che era un colpo d'aria. Ma -la galloria, ma il vampo che menammo di quel -trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare. -Per tutto quel giorno, e per qualche giorno -appresso, non parlammo d'altro; tutti raccontavano -episodi, tutti avevano fatto prodezze da -Orlando; tale e quale come i “reduci„ ai banchetti. -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -E m'era già cessato da un pezzo il dolore -al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando -inflesso come un arco, per far durare -la gloria della ferita. Quante volte, molti anni -dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico -ed io ricordammo quella famosa giornata, e la -nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo -colonnello non se ne ricordi ancora qualche -volta, quando lavorano i muratori nella sua -caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio -di mattoni! -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span></p> - -<h3 id="primipal">Primi palpiti....</h3> -</div> - -<p> -Trovo a questo punto il ricordo di quel primo -sentimento confuso e soavissimo, che si può -chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la parola -non può render che malamente, come il -pennello il primo barlume dell'alba. Una sera, -tornando da una passeggiata col portinaio, ci -fermammo in una piazzetta dove dava spettacolo -una famiglia di poveri saltimbanchi, e danzava -in quel punto sopra una corda, con le sottanine -corte e il bilanciere in mano, una ragazzina -della mia età, di forme graziose e di viso dolce -e triste, accompagnata da un organetto che suonava -un'aria lamentevole. Le batteva in viso la -luce d'un lampione; vidi che aveva gli occhi -pieni di lacrime: era forse stata battuta, o era -digiuna o malata, e la facevano ballare per forza. -Non so ben dire, ma ricordo bene quello che -provai: un sentimento nuovo per me, una simpatia -viva, dolcissima, piena di tenerezza e di -pietà, diversa affatto da quanto avessi mai sentito -fino allora in presenza dell'altro sesso; una -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -commozione gentile e grave ad un tempo, della -quale sentivo non so quale alterezza, e che mi -lasciò pensieroso per tutta la sera, come d'un -mistero, e compreso di quella malinconia che -ci viene dalla solitudine della campagna all'ora -del tramonto; ma non turbato neppure dall'ombra -d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni -di scuola e di gioco mi fosse già passata per -gli orecchi molta parte dello scibile; anzi rifuggente -con ribrezzo da ogni immagine impura -che mi balenasse appena alla mente. Ciò che -prova per me che non è quella peste incurabile -che si crede la cognizione precoce (d'altra parte -inevitabile, che che si faccia) di certe cose, poichè -l'amore è più forte di lei, e quando si leva -spazza via dall'anima, come un colpo di vento, -ogni pensiero immondo. Disparve presto quella -immagine; ma non rimase più vuoto il posto -che ella aveva occupato: nel quale sottentrarono -via via le piccole signorine più belle e -più note della città, che usavano ballar tra di -loro ogni domenica in una piazzetta del passeggio -pubblico, mentre suonava la banda municipale; -e tutti quegli amori furon della natura -del primo, affettuosi e puri, tutti del cuore e -della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe -di gloria, da immaginazioni poetiche di nozze -premature, di fughe avventurose, d'incontri romanzeschi -in foreste e in deserti, di colloqui -appassionati e sommessi nel silenzio delle notti -stellate. Che sciocco errore è di far colpa ai -ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di -quei primi moti della passione, che sono invece -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -la sola forza intima che possa preservarli dalla -corruzione! Io ricordo che tutte quelle ragazzine -m'apparivano come ravvolte in una infinità -di veli, di cui il mio pensiero non raggiungeva -mai l'ultimo; che le tenevo come creature -sovrumane, le quali non avessero di fanciullesco -che l'aspetto, così che restavo stupito, -quasi deluso, quando nel passare accanto a loro, -mentre discorrevano con le governanti o coi -fratelli piccoli, le udivo dire qualche sciocchezza, -come ne dicevano tutti i ragazzi della mia età. -E avrei sentito una vergogna mortale se esse -avessero potuto udire certi discorsi che facevamo -fra di noi, e ogni allusione volgare che -si fosse fatta a quella che per il momento stava -sull'altare, m'avrebbe offeso nell'anima. Ma da -quei discorsi, per quanto stava in me, esse rimanevano -sempre fuori, come esseri inaccessibili -alle volgarità di questa terra. Le nostre -immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi avevan -per oggetto persone d'altra età e d'altra -condizione, nelle quali non si guardava nè a -bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva che -vedere la simpatia; e anche correva un lungo -tratto tra l'audacia impudente delle parole e la -vera capacità morale di peccare. Benchè il mio -sentimento religioso fosse molto vago, e andasse -soggetto a molte intermittenze, quello di -cui si parlava così allegramente m'appariva -pur sempre un peccato enorme, di conseguenze -grandi e terribili nell'altra vita ed in questa; -la prima delle quali pensavo che fosse un'immediata -e profonda trasformazione morale, un'entrata -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -violenta e pericolosa di tutto l'essere nella -virilità, lo scoprimento istantaneo di molti misteri -solenni della vita, una sazietà improvvisa -di tutti i giochi e di tutti i piaceri della fanciullezza, -e la morte d'ogni amore allo studio. Tanto -è vero che, essendosi vantato con me quel tal -Clemente, d'aver conosciuto l'albero del bene e -del male, e avendomi raccontato che la sera -della sua prima colpa era stato accompagnato -fino a casa da una voce cupa e continua che -veniva di sottoterra, io la bevetti come me la -diede, e ne serbai per molto tempo un senso -segreto di terrore. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span></p> - -<h3 id="ritornobers">Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea.</h3> -</div> - -<p> -Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; -del quale non conservo altro ricordo -netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io -feci in una traduzione dal latino a un esame -mensile, il più sformato farfallone, il più buffo -e scandaloso quiproquo che sia mai stato preso, -credo, nelle scuole d'Italia, da che vi s'insegna -la lingua di Cicerone, e che rimase meritamente -celebre tra la scolaresca per tutta la durata del -corso. Era.... Ma no, non lo dico, perchè non -sarebbe creduto, perchè si penserebbe certamente -ch'io l'avessi inventato per rallegrar la -materia e per vantarmi d'aver superato in qualche -cosa i confini dell'immaginazione umana: -la memoria d'una tale scelleratezza deve scender -con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il -mio ricordo più vivo di quell'anno fu il ritorno -dei bersaglieri dalla Crimea. Già, quand'era venuta -la notizia del primo sbarco delle truppe a -Genova, avevo pensato subito al mio caporale -Martinotti. Era egli scampato alle battaglie e al -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -colera, o era una delle tante vittime che aveva -lasciato il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa -dal porto di Balaclava alle trincee di Sebastopoli? -E se era vivo, sarebbe ritornato nella -piccola città dove l'avevo conosciuto? Il giorno -che si sparse la voce: — Arrivano due battaglioni -domattina — fui fuor di me dal piacere -e dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, -credette di dovermi preparare a una delusione. — Bada — mi -disse — ne son morti tanti! E -poi, chi ti dice che non sia rimasto a Genova, -o che non debba rimanere a Torino? — Quest'avvertimento -mi rese pensieroso. Mi svegliai -non di meno la mattina dopo con l'allegra certezza -di rivederlo. Accorse ad aspettare i soldati -una gran folla, per modo che dovetti restare -assai lontano dalla stazione, sul margine d'un -largo viale che saliva dalla strada ferrata ai -bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un -posto fra i primi spettatori. -</p> - -<p> -Che cavallone mi fece il sangue quando sentii -i primi squilli di tromba, e vidi schierarsi in -colonna giù sul piazzale i primi plotoni! Ma che -soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei -bersaglieri. Eran tutti neri come beduini, vestiti -di lunghi cappotti grigi, con certe miserie di -pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci -dai cappelli logori: più fieri all'aspetto, senza -dubbio, più belli cento volte di com'eran partiti; -ma mi parevan soldati d'un esercito straniero, -che dovessero parlare un'altra lingua, e -di cui nessuno m'avesse più a riconoscere. La -colonna si mosse, fra gli applausi della moltitudine. -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, -che mi dovevano passare proprio sui -piedi. Ci doveva essere tra quelli il mio caporale; -a ogni passo che facevano avanti, mi batteva -il cuore più forte. Ah! eccolo, ecco Martinotti.... -Ahimè, fu l'illusione d'un momento. Il -caporale era un altro. Martinotti non c'era. I -trombettieri passarono. Rimasi col cuore oppresso. -Guardai tutti i gallonati della colonna: -non lo vidi. Ah! è morto — pensai — il mio -buon caporale è morto! O è forse rimasto a -Torino o a Genova, come mi disse mia madre, -e non lo rivedrò mai più, come se fosse morto. — Non -restava più da passare che una compagnia, -e io stavo osservando un vecchio capitano -che aveva una grande cicatrice a una -guancia, quando udii a due passi da me una -voce allegra: — O Mondino! — Mi voltai, come -a una scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni -di sergente, in serrafile, col cappotto grigio e -tre penne sul cappello, col viso abbronzato, dimagrito, -un po' invecchiato, mi parve, ma diritto -e svelto come avanti la guerra, lui che mi salutava -con la mano nera e con quel buon sorriso -d'una volta, che non avevo mai dimenticato. -Gli risposi con un: — Ah! — che fu come uno -squillo di trombetta, e per poco non mi cacciai -tra le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi -gridò, e non ebbe tempo di dir altro; gli -ultimi due plotoni passarono fra gli applausi e -gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe -dietro alla colonna per accompagnarla al -quartiere. Lo rividi il giorno dopo, con che festa -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò -più salda di prima. Ma, cosa strana, non ricordo -assolutamente nulla delle molte cose della -guerra ch'egli mi deve aver raccontate quel -giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente -alcun particolare delle nostre relazioni dopo il -suo ritorno. La sola cosa che ricordo, dopo -quell'avvenimento, è un gran banchetto che -fu dato a tutti i soldati nella piazza d'armi, dove -eran disposte a raggiera molte lunghissime tavole, -sotto un vasto padiglione imbandierato. -Ma anche di questo non conservo che un'immagine -confusa, come d'uno spettacolo visto di -sfuggita, e a traverso un velo di vapori. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span></p> - -<h3 id="furorepit">Il furore della pittura.</h3> -</div> - -<p> -La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza -triste in casa mia, poichè, indirettamente, fu la -causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar -carta coi colori; la quale diventò e fu -per un certo tempo un vero furore di maniaco. -Non mi pare inutile di farne un cenno poiché -si tratta d'una piccola malattia per cui passano -quasi tutti i ragazzi. Me l'attaccò un grande -quadro, non ancor finito, rappresentante la battaglia -della Cernaia, che mio padre mi condusse -a vedere nello studio d'un bravo pittore lombardo -(il Borgocarati, un eroe delle Cinque giornate) -che era stabilito da anni nella nostra -città. Fra gli altri particolari, mi colpì così vivamente -lo sfolgorìo purpureo d'uno squadrone -di cavalleria inglese galoppante sul davanti -della tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come -quel tale artista famoso, ma -sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva -quel grido. Era questa un'illusione che -covavo fin dai sei anni, per aver fatto uno -scarabocchio di battaglia, il quale era parso -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -una maraviglia al mio buon padre, che l'aveva -messo in un quadro, come una manifestazione -non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor -paterno! Faceva tanto più onore al suo cuor di -padre quell'errore perchè, senza aver fatto studi -regolari, egli era intendentissimo d'arte, e disegnava, -miniava e modellava con gusto squisito. -Vadano pur cauti i padri amorosi a profetar -Raffaelli in casa propria, chè non avranno -mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento -vivissimo dei colori, che mi davano -piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la -musica, tanto da tenermi in contemplazione -per delle mezz'ore davanti a una stoffa, a -un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come -davanti a un quadro che rappresentasse una -scena umana. Ma era un sentimento che non -si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. -Avvenne a me quello che avviene a molti nati -alla pittura, i quali cominciano invece col menar -la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia -d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva -neppur lampeggiare alla mia mente. Sciupai -dozzine di scatole di colori a tingere risme di -carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da -confettiera al quadro storico da cartellon dei -burattini, ma più che altro la pittura militare; -alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre, -col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui -era caldo ammiratore. Non si son combattute -tante battaglie nel secolo sopra la faccia della -terra quante io ne scombiccherai in sei mesi -col mio granatino della malora. Ne buttavo giù -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica -di carnificine dipinte. Non si possono immaginare -gli orrori che ho messi in acquarello. E -siccome regalavo i miei lavori, come Massimo -d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti, -venne un tempo in cui ne fu invasa la città, e -se ne vedevano appiccicati ai muri per la strada, -nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci -delle stalle. Il caso aggravante era che avevo -la faccia di firmarli, perchè non mi potessero -rubare la gloria degli artisti senza coscienza. -Quante volte il mio povero padre, vedendoli, -deve aver detto tra sè: — Ah! <i>di quanto mal -fu matre</i> quella benedetta inquadratura! — Perchè -l'opera si moltiplicava senza migliorarsi; -il decimillesimo soldato uscito dal mio pennello -non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai -medici che il primo; non figliavo che mostricini -tutti improntati dello stesso conio di famiglia; -tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni, -che lanciavo all'assalto sulla carta di -protocollo, gridavano in coro contro il piccolo -assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente, -e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. -Ma non son mica malcontento, ripensandoci, d'esser -passato per quel periodo di criminalità pittorica, -poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale -uscii sazio e deluso, che mi distolse dal mettermi -più tardi ad altre prove inutili, fu quella rosolìa -artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da -qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale -avrebbe potuto avere effetti più gravi che lo sciupio -dei colori e l'imbratto delle mura cittadine. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span></p> - -<h3 id="terrore">Il regno del terrore.</h3> -</div> - -<p> -Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore -terribile, che mi rese quell'anno memorando. -Era un uomo tarchiato, con una gran -faccia sbarbata e pallida da Padre Inquisitore, -nella quale luccicavano due occhi chiari e -freddi, che parevano due pallottole di cristallo. -Non picchiava; ma era peggio che se picchiasse, -perchè si serviva del latino come d'una frusta -metallica, con cui ci faceva frullare come i mezzani -di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli. -Ci caricava di lavoro, ci oberava di pensi, non -ci lasciava girar gli occhi, nè allungar le gambe, -faceva somigliar la scuola a una funzione funebre. -Aveva il furore dei quaderni di bella copia: -ne dovevamo tener dodici: per le frasi -italiane e per le latine, per le regole delle due -grammatiche, per le sentenze morali, per le -similitudini, per la mitologia, e via discorrendo: -una vera amministrazione letteraria, che non -ci dava respiro. Non montava mai in collera, -era pacatamente spietato. E il linguaggio feroce -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -che usava così a sangue freddo! A ogni errore -di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma -lei disonora la sua famiglia — Lei tradisce la -patria — Lei andrà a finire in galera — Questo -è uno sproposito ignominioso — Questa è una -sintassi da farla cacciare in prigione.... — Dopo -due mesi di questo regime eravamo tutti ridotti -un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri -martiri del <i>nuovo metodo</i>, imbecilliti dai verbi -difettivi, che impallidivano al suono del comando: — Mi -coniughi — e non dormivano -più dallo spavento delle dieci lezioni quotidiane -che dovevamo mandare a memoria. Oh quel -gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra, -come simboleggiava lo stato di tutti! -Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una -volta nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un -respiro di mantice; ma un respiro solo, perchè -egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a -sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa, -che comparve il primo giorno in divisa -di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla -parete, accanto alla cattedra. Credendolo della -stoffa dell'altro, di cui era amico intimo, pensammo -che fosse venuto armato per far fuoco -sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, -che ci restituì alla vita umana. Ma quel -paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali -il tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo -la fronte, con raddoppiato terrore, -sotto il giogo nefando. -</p> - -<p> -Tre personaggi straordinari di quella mandra -atterrita mi sono ancora stampati nella memoria. -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -Uno era un certo Gatti, il solo che non temesse -Ezzelino, e che noi ammiravamo per -questo come un'anima eroica, che rappresentava -in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto -di ribellione. Egli faceva audacemente le -nostre vendette, non con risposte o atti insolenti, -ma con l'ostentazione costante d'un freddo -disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà -di non studiare; e non c'era rimprovero -nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè -<i>piegar sua costa</i>. Egli affrontava i fulmini fissando -negli occhi al professore uno sguardo -da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo. -Il professore castigava i rei facendoli stare -in ginocchio sull'impiantito accanto alla cattedra, -e quel “magnanimo„ stava inginocchiato -per mattinate intere, col busto eretto e con la -fronte alta, in un atteggiamento superbo di angelo -ribelle alla Grammatica, nel quale grandeggiava -ai nostri occhi come una statua di -Michelangelo. Il tiranno si rodeva; ma egli non -chiedeva mai grazia. Credo che alla scuola egli -abbia passato più tempo in ginocchio che seduto, -e che, se è tuttora in vita, debba avere ancora -i calli alle giunture, come quei maomettani -fanatici che hanno fatto il viaggio alla -Mecca carponi. O anima altera e disdegnosa! -Dovunque tu sia, possa raggiungerti questo -tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno -di schiavitù e d'inginocchiatura. -</p> - -<p> -L'altro era il più attempato della classe, un -ragazzotto robusto, di viso precocemente grave, -poco familiare coi compagni: venuto da Saluzzo, -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -mi pare, e tenuto a dozzina da una zia -di manica larga, che gli allentava la briglia e -non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo -tutti con certa ammirazione perchè si diceva -che abusasse virilmente della sua libertà; ci -appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica, -come un eroe del Byron, e poichè, diffidando -di noi, non accennava che velatamente, -e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle -sue poche parole oscure cento interpretazioni -fantastiche, assai più ardite e profonde del suo -pensiero. Risento ancora la commozione della -scena solenne che seguì una mattina, quando -il professore, informato non so da chi delle sue -sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca -davanti alla cattedra, e con viso e voce -d'un presidente di Tribunale statario, gli disse: — Nefande -cose ho saputo sul conto suo, signor.... -tal dei tali! -</p> - -<p> -E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno -di notte! -</p> - -<p> -E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica -con la feccia del consorzio civile! -</p> - -<p> -E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella -beve! -</p> - -<p> -E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato! -</p> - -<p> -Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che -nessuno respirasse; durò per un minuto un silenzio -di morte. Fu una scena tragica, veramente. -Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve -come l'immagine incarnata di tutte le corruttele -e di tutti i delitti della decadenza di Roma. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -</p> - -<p> -Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi -il professore: ricordo solo che c'entrarono la -giustizia divina e la umana, e l'infamia eterna, -e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe -fuori con voce cavernosa e roteando gli occhi -in modo da dar la terzana, e che, finita la lezione, -non per ribrezzo di lui, ma per terrore -del tiranno, sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore -come un maledetto da Dio. -</p> - -<p> -Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, -con un viso di vecchio notaio, figliuolo d'una -bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che -aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva -i componimenti a musaico, a furia di frasi raccattate -qua e là con una pazienza di santo, e -messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte -proprio con la forza, a marcio dispetto -della logica e del senso comune, che per lui non -contavan nulla, purchè la lingua e lo stile, come -egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo -ancora davanti, un giorno che leggeva al professore -uno dei suoi periodi intricatissimi, al -quale diceva d'aver lavorato tutta la notte. -</p> - -<p> -Il professore gli disse: — Ma io non capisco. -</p> - -<p> -— Lo credo bene — rispose — qui ci son -delle frasi peregrine. -</p> - -<p> -— Ma che frasi sono, che io non le intendo? -</p> - -<p> -— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. -Si sa. Capire alla prima è impossibile! -</p> - -<p> -E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si -rimise a sedere scoraggiato, facendo un atto -del capo come per dire: — È tempo perso: il -vero latino non è più inteso. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -</p> - -<p> -Dei fatti miei rammento una composizione -italiana a tema libero, che fu il primo mio parto -letterario, di cui serbi memoria. Descrissi <i>Una -lotta fra il leone e la tigre</i>: argomento in armonia -con la mia natura, si capisce. Ricordo -che incominciava con la frase: <i>Sul rosseggiar -del cielo</i>, ed era tutto uno stridío di parole terribili, -scelte tra le più ricche di erre e di esse, -una musica infernale di ruggiti e di rantoli, una -lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi, -che finiva in un lago di sangue. Mi aspettavo -un trionfo, quando fui chiamato a leggere: -fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo, -che risero insieme il professore e la scolaresca, -e forse l'ombra invisibile del Padre Corticelli, -che era il nostro grammatico ufficiale. E questo -fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è -adesso per me un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento -che fruttò ai miei compagni di servaggio -e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità -collettiva ch'essi abbiano avuto in quella scuola -dolorosa. -</p> - -<p> -Dolorosa per me in ispecial modo perchè non -ero ancora in età da poter reggere a quelle fatiche, -e tra per lo strapazzo intellettuale e per -l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva -sobbalzare la notte e farneticare come un allucinato, -la mia salute se ne risentiva. Appena -se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero -d'accordo di levarmi dalla scuola e di non -rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi -l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno -mi fu fatta la grazia e uscii dai lavori forzati. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p> - -<h3 id="maestroprete">Il maestro prete.</h3> -</div> - -<p> -Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far -ripetizione di latino da un prete, un'ora il giorno, -a casa sua, dov'egli stava con sua madre e una -zia; le quali m'aprivano l'uscio pian piano, e -scomparivano senza dir nulla, come due larve. -Era un bel pretino biondo, fresco come una rosa, -con due occhi azzurri vivissimi; i quali potevano -far presagire agli accorti che presto o -tardi egli avrebbe gettato il collare sur un fico; -come lo gettò infatti pochi anni dopo per mettersi -al collo una collana vivente. Ma, ahimè! -il giovine maestro non aveva più voglia d'insegnarmi -il latino di quello che n'avessi io -d'impararlo. Il ricordo di quell'esperienza m'ha -fatto poi avversario risoluto dell'insegnamento -a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante -e alunno siano due miracoli di buon volere), -poichè quasi sempre manca all'uno e all'altro -ogni stimolo; quando nella scuola collettiva, -invece, lasciando anche da parte l'emulazione, -s'avvivano e s'acuiscono le facoltà intellettuali -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro, -per effetto della comunione che si stabilisce fra -le menti, le quali quasi operano insieme, illuminandosi -a vicenda. Sotto il tiranno Ezzelino -ero ammazzato dalla fatica; col prete morivo -dall'uggia. Per un po' di giorni simulammo -tutti e due: egli lo zelo, io l'attenzione. Poscia -più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento -reciproco. Ci guardavamo alle volte l'un -l'altro con due grand'occhi fissi, che a poco a -poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi -cade in deliquio; poi aprivamo la bocca insieme -e ci tiravamo in faccia uno sbadiglio sgangherato, -enorme, interminabile, in cui pareva che -esalassimo fino agli ultimi <i>cuius</i> tutto il latino -che avevamo in corpo.... e non c'era molto di -più nel suo che nel mio. -</p> - -<p> -Ma un giorno egli fece un'uscita che mise -come un soffio di vita fra di noi, e infuse in -me una passione nuova, la quale lasciò una -traccia profonda nella mia memoria. Era allora -attivissima l'opera ecclesiastica per il riscatto -dell'infanzia chinese abbandonata. <i>Ex abrupto</i>, -il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi -mi domandò se avrei accettato l'ufficio di raccoglier -fra i ragazzi di mia conoscenza sottoscrizioni -di dodici soldi l'anno, allo scopo di -salvar dalla morte e dalla perdizione migliaia -di poveri bambini del Celeste Impero, ch'eran -buttati via come cenci o venduti come bestie; -e aggiunse ch'io avrei assunto il titolo, ambito -da molti, di collettore, che tutti i collettori sarebbero -stati presentati al vescovo, e che quattro -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -di essi, due ragazzi e due ragazze, <i>scelti fra -i più avvenenti</i>, avrebbero avuto l'onore di far -la questua in una funzione solenne che si doveva -celebrare in una chiesa della parrocchia; -per la quale egli aveva composto i versi e la -musica d'un inno, da cantarsi dalle voci migliori, -fra cui poteva esser la mia. Fu come -avvicinare una fiammella ad un razzo. L'idea -del salvamento dei bambini, l'ambizione dell'ufficio, -la patente d'avvenenza e l'immagine del -vescovo m'accesero improvvisamente d'uno zelo, -non dirò santo, perchè era misto di troppi sentimenti -profani, ma benefico per me, perchè mi -risvegliò l'animo e la mente, che s'erano addormentati -nel latino. E a proposito, non sarebbe -una buona cosa quella di dare all'educazione -intellettuale, troppo astratta, della fanciullezza, -il rincalzo di qualche azione di utilità pubblica, -che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili, -stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e -insegnerebbe con la dottrina la vita? Non mi -pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo innanzi. -</p> - -<p> -Il sentimento religioso, che non s'era spento -in me, ma era solo stato compresso, come ogni -altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si ridestò -in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; -ricominciai a dire le preghiere la sera e la -mattina, andai alla benedizione, ripresi amore -alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio -d'imparar a servir la messa, e per questo mi -diedi a frequentare una chiesa vicina a casa -mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi -di sacrestia, e entrai in grazia di qualche vecchio -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -prete, che mi regalava delle immagini. Ogni -volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni, -vedo arder ceri e scintillar pianete, sento le note -dell'organo, mi par di respirare nell'aria un -odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, il -sapore d'un certo stato di coscienza, non più -esperimentato di poi, una dolcezza quieta del -cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che -svaniscono se v'insisto troppo col pensiero, -come quei motivi di musica che ci suonano alla -mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli -in note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea -di farmi prete. -</p> - -<p> -Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di -peccato in quella serenità serafica. Il pretino -dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa -sua tutti i collettori e le collettrici, una ventina -all'incirca, me compreso, per insegnarci l'inno -da cantare in chiesa; il quale ricordo che incominciava -col verso: — <i>Là nella Cina inospite.</i> — Le -collettrici eran quasi tutte signorine della -mia età, alcune bellissime. La loro presenza mi -produsse un vivo eccitamento. Quando mi ci -trovai in mezzo non pensai più nè alla China, -nè al vescovo, nè alla chiesa; non ebbi più -anima e senso che per loro. C'era nella stanza -del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto -di quindici anni, figliuolo d'un organista, -provava la musica dell'inno, fra l'ammirazione -di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a -cagione delle ammiratrici. A un certo punto, -non potendomi più contenere, pregai il suonatore, -con poca buona grazia, di lasciar suonare -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -me pure. Parrà incredibile una tale ignoranza -a quell'età; ma è un fatto ch'io credevo ancora -che per suonare il pianoforte bastasse sapere -il motivo che si voleva suonare, e picchiar le -mani sulla tastiera, così a dettatura d'orecchio, -come si fischia un'aria. Con questa sciocca -idea insistetti tanto che il ragazzo, credendo -ch'io sapessi di musica, mi cedette il posto per -un momento. Immaginate quale fu alla prova -il mio stupore e la mia vergogna. Una vergogna -tale che, anche ora, dopo quel po' di primavere -che son passate, quando mi ricordo -tutt'a un tratto di quella bella figura, perchè -non me ne torni a gola tutta l'amarezza, bisogna -ch'io mi ragioni, e faccia onta a me -stesso del mio orgoglio, ancora palpitante -quando dovrebbe esser morto e sotterrato. -</p> - -<p> -Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci -in quel periodo ecclesiastico della mia fanciullezza, -e ricordo anche la peggiore per il gusto -di schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. -Venne il giorno della funzione solenne. -La chiesa era piena come un ovo. Ai due collettori -e alle due collettrici, che dovevano andare -attorno con una borsina elegante a raccogliere -le offerte, era stato assegnato un banco -vicino all'altare. Modestia a parte, erano due -bei ragazzi e due belle ragazzine. Di una di -queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi moglie -d'un Direttore della Banca Nazionale, e il -mio collega diventò un avvocato celebre. Eravamo -vestiti come principini, impomatati e inguantati: -quattro splendori. Ci erano state indicate -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -prima le file dei banchi dove doveva passare -ciascuno. Durante la funzione io commisi il -peccato di pensar troppo intensamente alla mia -vicina, la futura banchiera, che era vestita d'un -abito bianco, del quale sentiva la carezza il mio -abito nero. Il cenno del prete che ci disse: — Vadano — mi -sopraccolse in quel pensiero. -Preso così all'improvviso a una così gran distanza -dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, -oltrepassato appena il primo banco, dove tutti, -mi diedero un soldo, sbagliai, e invece di proseguire -come dovevo, mi cacciai fra gli altri -banchi, davanti ai quali era già passata una -delle ragazze, e dove non ebbi più il becco -d'un quattrino. Quella sequela inaspettata di -rifiuti, che mi parve effetto d'antipatia personale, -mi fece perder la bussola; non vidi più -nulla; non compresi i cenni con cui si cercava -di rimettermi sulla buona via; andai errando -di banco in banco, alla cieca, impacciato e -goffo, con una faccia di ebete, che invece di -stimolar la carità provocava l'allegria, e dopo -un pellegrinaggio interminabile, che fu una -tortura mortale, ritornai al banco dei collettori, -convertito per me in banco della berlina, con -sette soldi nella borsa. Ahi, dura terra! Che cosa -sono le impressioni di quell'età! Sta per morire -il secolo che era allora a mezza strada, e ancora -non posso sentir pronunciare la parola -<i>collettore</i>, senza che una voce sarcastica mi -mormori all'orecchio: — Sette soldi, signor collettore! -Sette soldi, e che figurona! -</p> - -<p> -Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -dalle più grandi cadute. L'umiliazione patita -in chiesa non tolse che fosse un giorno di -festa per me quello in cui il nostro prete mi -condusse con tutto il drappello dei colleghi e -delle colleghe a far visita al vescovo. Questi era -un vecchio tutto bianco, già curvo, di viso grave -e dolce. C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi -il Padre quaresimalista, che predicava -allora nel duomo; un bell'uomo bruno, coi capelli -lunghi e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno -scienziato; la cui presenza impreveduta mi -turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito -un'invettiva terribile contro certi peccatori, -con voce tonante e gesto minaccioso, egli aveva -per caso fissato sopra di me, che stavo davanti -al pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva -messo i brividi. Il vescovo domandò a ciascuno -di noi come ci chiamassimo. Quando fu la mia -volta, il predicatore disse non so che scherzo -sulla latinità del mio nome, con accento e sorriso -benevolo, e quello scherzo, che mi fece -l'effetto di un'assoluzione, mi dissipò dall'animo -ogni terrore. Delle parole del vescovo non ricordo -che un complimento che rivolse al mio -prete, sorridendo: — Lei è la colonna dell'istituzione, — e -ricordo la gioia che sfolgorò sul -viso del lodato, pari a quella che davano ai -granatieri della Guardia gli encomî di Napoleone. -Eh, povera colonna, che doveva piegar tra poco -come un giunco sotto una manina scomunicata! -E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin -dalla prima volta che ho letto i <i>Promessi Sposi</i> -ho sempre dato al cardinal Federico il viso di -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, -potrei riprodurre fedelmente, mettendo al suo -punto preciso il piccolo neo che aveva accanto -alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare -i miei fratelli, che dicevan per celia -che era finto. -</p> - -<p> -In che maniera tutto quel mio fervore religioso -si sia andato spegnendo, non saprei dire. -C'è a questo punto nella mia memoria, come -in altri punti, uno squarcio. Pare che quel -piccolo mondo ecclesiastico sia sparito dalla -mia vita come una meteora. Mi ricordo peraltro -che il mio ufficio di collettore si veniva facendo -di mese in mese più duro, poichè era sempre -più difficile strappare ai sottoscrittori poveri il -soldo promesso; e che un giorno tornai a casa -quasi piangente perchè la pollivendola, dandomi -il soldo di mal garbo, dopo aver frugato in tasca -mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: — Ma.... -questi soldi vanno poi tutti per davvero -dove dovrebbero andare? — Rinunciai all'ufficio -quel giorno. -</p> - -<p> -Proprio, non fui più fortunato io con la China -di quello che doveva essere quarant'anni dopo -il Governo del mio paese. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span></p> - -<h3 id="tribunale">Davanti al tribunale.</h3> -</div> - -<p> -Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, -dovetti riprendere la Terza Grammatica, sotto -il tiranno; ma, riprendendola con un anno di -più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì -assai meno oppressiva dell'anno avanti. M'ispirava -sempre un gran terrore Ezzelino, ciò non -ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi -una memoranda occasione d'esser terribile. -</p> - -<p> -L'occasione fu, non dico il mio primo amore, -ma il mio primo amoreggiamento, poichè non -credo che si possa amare a undici anni. Uno -dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che -ora è un alto impiegato delle Poste, s'innamorò -a modo suo, che poi fu il mio, d'una signorina -della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale -andava e tornava ogni giorno da non so che -scuola privata con una sua piccola amica, figliuola -d'un notaro, passando per le strade che -pigliavamo noi per tornare a casa. Io m'innamorai -dell'amica. Il doppio incendio nacque dall'uniformità -dei due orari scolastici. Andavamo -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -tutti i giorni ad aspettar la coppia gentile a una -cantonata, all'uscir dalla scuola: ardimentosi -come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi -a un tratto quando apparivano in fondo -alla strada, tremanti come due cani immollati -quand'erano a due passi. E tutta la foga -della nostra passione non andava più in là di -qualche esclamazione petrarchesca che spiccicavamo -a stento dalle labbra, arrossendo fino -alle orecchie, quando esse ci passavano davanti -col capo e cogli occhi chini, sorridenti al ciottolato. -Dopo di che ce la davamo a gambe tutti -e due, l'uno incalzato dal terrore del bastone -avvocatesco, l'altro dalla paura dello stivale -notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento -con chiacchiere interminabili, come una -prodezza di cavalieri antichi. -</p> - -<p> -Questo giochetto innocente durò un paio di -mesi, senza variazioni notevoli, e senza tristi -conseguenze. -</p> - -<p> -Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno -traduceva a voce alta un distico delle <i>Georgiche</i>, -entrò il bidello con una lettera per il professore. -Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando -le sopracciglia, e poi diede un lungo -sguardo a me e un altro al mio amico, che sedeva -in un banco del lato opposto. Quei due -sguardi furono per noi come due lampi rivelatori -della verità tremenda. Ci guardammo: -l'uno lesse in viso all'altro il proprio pensiero: -ci sentimmo perduti. Vedo ancora la faccia pallida -e spaventata del mio complice, che doveva -essere il riflesso della mia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -</p> - -<p> -Il professore non interruppe la lezione; ma -fu più feroce che se ci avesse fulminati subito -in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi -accorto che avevamo capito, ci tormentò spietatamente -per un'ora con ogni specie d'allusioni -avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia virgiliana; -l'ultima delle quali: — <i>Ci son altri che -amano!</i> — a proposito della frase: — Le viti -amano il sole —, smozzicata fra i denti e accompagnata -da due sguardi fulminei, fu così -manifesta, che molti compagni si voltarono a -guardarci, raddoppiando in quel modo il nostro -terrore. -</p> - -<p> -Venne finalmente il momento fatale. — Il tale -e il tale si fermino — disse il professore, quando -entrò il bidello a dare il <i>finis</i>. -</p> - -<p> -Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla -cattedra col passo di due condannati alla corda. -</p> - -<p> -Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, -piantandoci ogni parola nel cuore. Non era firmata. -Era una denuncia anonima dei nostri -amori; la quale conteneva una calunnia, perchè -parlava di “regali fatti e ricevuti„, quando noi -potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata -che il nostro amore non ci costava un soldo, -e terminava esortando il professore a intimarci -di smetterla se non volevamo “pagare amaramente -il fio„ della nostra audacia. -</p> - -<p> -Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei -due padri; il che non era verosimile per la ragione -che v'erano accusate le ragazze d'averci -fatto dei regali. Solo molto tempo dopo sospettammo -d'un alunno di filosofia, nostro amico -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase sempre -un mistero. -</p> - -<p> -Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare -amaramente il fio,„ che lasciava spaziare -l'immaginazione fra una pedata e un colpo di -pistola, ci fece allibire. -</p> - -<p> -Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. -Se avessimo rapite e portate in Svizzera -quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe -potuto dire di peggio. Ci trattò come due marci -libertini, spavento delle famiglie e disonore della -città; ci parlò di tribunali; ci parlò pure, com'era -suo solito, della giustizia eterna, citando -il Canto quinto dell'<i>Inferno</i>, con la bufera che -mena nella sua rapina i peccator carnali; ce -ne disse tante, insomma, e con un tal cipiglio -e un tale accento, che finimmo con scoppiare -in pianto tutti e due; anche il mio amico, che -si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per -intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati -in uno: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Sta come torre e lascia dir le genti.</p> -</div></div> - -<p> -Così morì ammazzato il nostro amore. Ma -non con la correzione dei peccatori, appunto -perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti -altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine -in cui non era nulla d'ignobile. S'egli ci -avesse dato anche una brava polpetta, ma contentandosi -di dimostrarci la grave sconvenienza -d'andar a posteggiare ai canti due ragazzine -oneste e sole, come due birichine vagabonde, -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti. -Trattati invece in quella maniera, passata che -fu la prima paura, ci invanimmo quasi d'aver -avuto la temerità di calpestare a quel modo -tutte le leggi umane e divine, e poi, quando ad -animo quieto valutammo giusto il piccolo fallo -e la riprensione enorme, questa ci parve una -buffonata, e il riprensore un inetto e uno sciocco. -</p> - -<p> -Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo -un'altra strada per tornare a casa, e per consolarci -dell'amore andato a picco, ci demmo -con furore alla palla di gomma elastica. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span></p> - -<h3 id="malavia">Sulla mala via.</h3> -</div> - -<p> -Fu in quel giro di tempo che, stando una sera -nel giardino, ebbi un quarto d'ora terribile, del -quale ho risentito gli effetti funesti per tutta la -vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno -gli alberi e i muri, la terra mi vacillò sotto i -piedi, mi si velarono gli occhi, mi si oscurò la -mente, e preso da un senso di stanchezza infinita, -non potendo più reggermi ritto, mi distesi -per terra ed aspettai la morte. Poi, rialzatomi -con un grande sforzo, barcollando come -un ferito, mi trascinai a casa, dove mi buttai -sul letto e confessai la verità a mia madre; che, -spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi -fece fiutare dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto -ragazzo! Anche tu! E così presto!... -Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del -cielo! -</p> - -<p> -E io ci ricaddi, pur troppo. -</p> - -<p> -Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo -alla prima prova, avessi potuto prevedere a -quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto, -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -a che padrone tirannico, brutale e stupido -dato in potere per sempre; se avessi potuto -prevedere di quale enorme disperdimento di -forze del corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti -maligni della salute, di quante ore di -stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia -tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe -stato cagione l'abito malaugurato che -stavo per contrarre; se avessi preveduto ch'io -sarei stato un giorno certissimo, come ora sono, -che infinite ineguaglianze e fiacchezze del mio -stile di scrittore, e radure e garbugli del tessuto -sottile delle idee, e mancanze improvvise dell'acume -critico e della flessibilità del pensiero -e della facoltà d'abbracciar con la mente vasti -spazi, non sarebbero state che un effetto di -quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire -quante volte avrei fuggito villanamente delle -compagnie gentili o rinunziato a spettacoli d'arte -desiderati e a trattenimenti intellettuali fecondi, -non per altro che per soddisfare il bisogno volgare -che stavo per imporre irrimediabilmente -alla mia gola e al mio cervello, condannandomi -per tutta la vita a respirare un'aria impura e -a legger libri e a vestir panni e a mandar pel -mondo dei fogli impregnati dell'odore del mio -vizio; se avessi potuto antivedere, infine, quante -dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura, -avrei dovuto sostenere per liberarmi da quel -vizio, destinate a finir tutte quante, dopo giorni -e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione -al nemico, non lasciandomi altro conforto che -quello di veder immuni dalla mia tabe i miei -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso -d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di -stampar sulle loro guance dei baci attossicati; -ah, se avessi presagito allora tutto questo, con -che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato -mozzicone di sigaro che stavo per cacciarmi -fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi brucia -ancora la bocca e la coscienza! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma già anche prima del sigaro io ero da un -po' di tempo sur un brutto sdrucciolo. Proprio, -venivo pigliando la piega del cattivo soggetto. -Che era stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, -ammucchiandosi a poco a poco e andando in -fermento, cominciavano a dar fuori; di quei -germi che son come nell'aria e che tutti i ragazzi -assorbiscono, salvo che sien tenuti sott'olio -come le sardelle. Scatti di ribellione, bugiarderia, -secchezza d'animo, volgarità di linguaggio, -predilezione pei compagni sbarazzini, -e propositi, più che altro, di bricconate; ma anche -qualche piccola bricconata che, sebbene -commessa in casa, avrebbe meritato qualche -settimana di carcere correzionale, furono le -prime manifestazioni del serpentello maligno -che m'era entrato in corpo. Fors'anche perchè -quell'anno era stato per me un anno di cresciuta -straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva -alla virtù dello spirito l'animalità imbaldanzita. -Ma il male non era veramente profondo, -poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -duro e arrogante anche a mia madre, -pure i suoi rimproveri m'entravano sempre nel -cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava -il contegno di mio padre, che s'era mutato con -me: il suo aspetto severo e freddo, il proposito -manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi -la parola e di non incontrare il mio -sguardo mi facevano soffrire così nel vivo, che -mangiavo in furia molte volte e scappavo da -tavola il più presto possibile, col cuore serrato. -Non ebbi nessun castigo, e credo che sia stato -meglio. Credo che tutti i ragazzi passino per -crisi somiglianti, le quali son per l'animo ciò che -la tosse asinina e i bachi per il corpo, e che -i parenti non se ne debbano spaventare, nè ricorrere -ai grandi mezzi di correzione, lasciando -invece che il male, fatto il suo sfogo, se ne vada -da sè; che è ciò che segue sempre, quando la -natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual -caso valgon poco o punto i castighi. Quello che -mantenne vivo e cocente in me per tutta la vita -il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia -madre in quel periodo fu appunto il fatto di -non esser stato punito da loro come meritavo. -A poco a poco lo stato violento di coscienza in -cui vivevo mi divenne insopportabile. Ero già -preparato a un pieno ravvedimento: non occorreva -più che una spinta, e il caso me la -diede. Mia madre fu presa una notte da un grave -malore, si mandò per il medico, la casa fu sottosopra; -io la intesi gridare dalla mia camera -con accento di dolore disperato: — Ah mio Dio, -morire! Lasciare quel figliuolo ancora così ragazzo! — Quel -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -grido mi snodò il cuore, scoppiai -in pianto, m'inginocchiai sul letto, ridissi -la preghiera che non dicevo più da un pezzo, -supplicando Iddio che non mi togliesse la -mamma, — e quando essa fu fuor di pericolo, -io era uscito di malattia. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, -come accade prima o poi a ogni ragazzo, -il furore delle letture romanzesche; se pure si -può chiamar “leggere„ il divorar l'un sull'altro -decine di romanzi, dalla mattina alla sera, senz'un'ora -di respiro, fino ad averne la mente e la -vista offuscate, fino a passar più giorni di fila, -come a me accadeva, senza veder nè le Alpi -nè il cielo, sempre coi pugni sul libro, col mento -sui pugni e con gli occhi sul foglio. Cascai prima -sui romanzi del Dumas padre, e il primo di -questi fu il <i>Conte di Montecristo</i>, che rimase -sempre il mio preferito, non solo perchè mi -parve e mi pare ancora il più maraviglioso per -la favola e il più attraente per l'arte del racconto, -ma anche per il fatto che mia madre mi -aveva dato pensatamente il nome di battesimo -del protagonista, per aver letto con molto piacere -quel romanzo mentre stava aspettando -ch'io venissi al mondo. Seguirono a quello non -so quanti altri, che poi mi si confusero tutti -nella mente in un solo romanzo enorme di migliaia -di personaggi e di avventure d'ogni tempo -e d'ogni paese. Ma questa furia s'arrestò ad un -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -tratto, fortunatamente, per effetto della lettura -d'un libro, che doveva aver poi un influsso -straordinario sul mio pensiero e sul mio cuore, -per tutta la vita. Non avevo letto sino allora dei -<i>Promessi Sposi</i> che poche pagine sparse per -le Antologie scolastiche. Non ricordo che alcun -professore delle prime scuole ce ne consigliasse -con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano -sul romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di -Firenze, del 1827, in tre volumi, che conservo -ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu maraviglioso. -Mi sentii come preso da mille uncini -e da mille lacci sottilissimi, che mi avvolsero -e mi strinsero, penetrandomi fin nel più profondo -dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, -non interrotto punto, nè quasi scemato -dalle digressioni storiche e dalle descrizioni -minute che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso -da commozioni violente, che mi strappavano il -pianto, accompagnato dal principio alla fine da -un consenso pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti -e di tutti i pensieri. Non distinguevo -l'un dall'altro, mi ricordo bene, ma sentivo confusi -tutti insieme gli effetti di quell'arte profonda -e semplice, dell'armonia delle facoltà, -della misura sapiente, della logica finissima, -della trasparenza cristallina dello stile, di quella -musica grave e delicata, e quasi segreta, che par -che venga più dal pensiero che dalla parola, e -suoni nell'anima senza che l'orecchio la senta. -Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; -ma la simpatia fu tale da non poter più -crescere. Presentii fin dalla prima lettura che -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -avrei riletto quel libro mille volte, anche da -uomo. Una quantità d'immagini, di sentenze e -di frasi mi s'impressero subito e per sempre -nella memoria. Mi rimase nell'animo una -serenità, una pace, quasi una compostezza, che -m'era prima sconosciuta; quasi un'armonia -sommessa, alla quale s'intonò per un pezzo la -voce di tutto il mio essere. Mi parve che entrasse -nella mia vita un amico, un maestro -aspettato da lungo tempo, e il cuore mi diceva -che non ne sarebbe uscito mai più. Posso dire -che la lettura di quel libro segnò per me il passaggio -dalla fanciullezza all'adolescenza. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Riandando col pensiero quei primi anni, sono -sempre ricondotto, per ciò che riguarda l'educazione -dei figliuoli, alle stesse conclusioni; non -nuove per certo, ma, a mio avviso, non mai -abbastanza stampate. Son persuaso che c'è meno -pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà, -ed anche una libertà larga, che a tenerli a catena, -perchè riconobbi che gl'incatenati, che -son come anime compresse, non solo non riescon -migliori, ma peggiori dei liberi, non foss'altro -per l'arte più fine della simulazione, che -suole poi essere cagione ai parenti di grandi -disinganni. Son persuaso che è fatica perduta -affatto quella gran cura che metton molti a mantenerli -nell'ignoranza di certe cose, delle quali -essi acquistano in ogni modo, per mille vie -impossibili a precludersi, la cognizione precoce; -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -e che, ciò essendo, è perniciosissimo e stupido -il tenere in presenza loro certi discorsi, come -quasi tutti fanno, con parole coperte, nella fiducia -che essi non li intendano, poichè o li intendono, -o capiscono se non altro che i loro parenti tengono -dei discorsi che non dovrebbero, ma da -cui non sanno astenersi, perchè ci trovan piacere; -onde questi scadono nella loro stima, facendo -per giunta davanti a loro una figura ridicola. -Son persuaso che non ci sia nulla di più -dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi -che il costringerli, per mandarli avanti presto, -a studi prematuri, perchè, se anche ci reggono -da principio, scontano immancabilmente -lo sforzo più tardi, uscendone con le facoltà -fiaccate e spuntate, compresi d'una sorda avversione -per la scuola, e non più sospinti dal -bisogno di leggere e di studiare da sè, per curiosità -e per diletto. Son persuaso che lo spettacolo -più nocivo all'educazione loro, il più -funesto per il loro cuore e il loro carattere sia -quello della discordia, degli urti anche più leggieri -tra padre e madre, nei quali si sbriciola -l'autorità di tutti e due, ledendo nel ragazzo il -concetto della santità della famiglia, e lasciandogli -dei ricordi incancellabili che gli offuscano -più tardi nel cuore le loro immagini, e vi diventan -radici inestirpabili di scetticismo. Son -persuaso che è sacrosanta verità la sentenza -del Capponi, che le cose udite, non le insegnate, -formano l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò -che di buono e di gentile essi intendono, che è -detto in presenza loro spontaneamente, senza -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -pensare a loro, per impulso d'istinto e di coscienza; -e che perciò ammonimenti, consigli, -prediche, e anche castighi, tutto è fiato e rigore -sprecato se essi non vedono che nei loro parenti -corrispondano perfettamente ai precetti il carattere, -la vita, lo spirito dei discorsi impremeditati -e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta -e sempre alle cure della famiglia, scevra d'ogni -vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi, impietosita -d'ogni sventura altrui, caritatevole ai -poveri, facile al perdono con tutti; ho visto mio -padre lavorar dalla mattina alla sera con uno -zelo d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti -i ritagli di tempo dei suoi figliuoli, e studiare, -quanto gli era concesso, tutta la vita per coltivare -il proprio spirito; ho intuito sin da bambino -che mia madre era una donna buona e -onesta e che mio padre era un uomo retto e -generoso: questi sono stati gl'insegnamenti più -efficaci ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio -che mi diedero che mi ritenne sulla buona via -ogni volta che fui sul punto d'uscirne; fu il ricordo -delle loro opere che mi fece sempre ripentire -e ravvedere d'ogni atto insensato e ignobile. -Tutto il resto, nel campo dell'educazione, -è vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve -fingere coi figliuoli, e far due parti, l'una per -loro e l'altra secondo il comodo proprio; è anzi -meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi -nostri difetti e con le nostre debolezze; chè, se -non altro, così mostrandoci, siamo stimati sinceri. -V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. -Ma è difficile, si capisce. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span></p> - -<h3 id="umanita">In <i>Umanità</i>.</h3> -</div> - -<p> -Mi parve di aver fatto un gran salto in su -nella gerarchia scolastica quando invece di -alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno -d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale -significato fosse usata quella parola; anzi appunto -perchè non lo capivo: cosa frequente anche -fra i grandi. -</p> - -<p> -Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata -di nuovi professori, la più parte giovani -e bravi; tre dei quali nella mia classe, che corrispondeva -alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo -professore di lettere italiane e latine non era nè -giovane nè bravo, sebbene non mancasse nè di -coltura nè di buon volere; era uno di quei molti -insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento, -rara a trovarsi perfetta, anche -fra gli uomini di gran levatura, come le voci -di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe -stato un buon professore di Liceo. A quello poi -non mancava soltanto l'ispirazione, ma addirittura -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -il calorico animale; una tinca fredda, -l'avrebbero chiamato in Toscana. Per questo -rispetto era un vero originale, e perciò ne faccio -lo schizzo. Egli insegnava letteratura come -avrebbe insegnato computisteria; nessuna quistione -d'arte o di storia letteraria, nessuna bellezza -poetica lo faceva mai uscire neppure un -momento dalla sua quiete beata, nè alterava la -grave monotonia della sua voce che rassomigliava -al rumore d'una macchina da cucire, nè -la placidità immobile del suo buon faccione di -padre guardiano. E in questa maniera otteneva -effetti maravigliosi. Pareva che con la sua voce -si espandesse nella scuola un'esalazione continua -di cloroformio, che assopiva gli spiriti più -vivaci, domava a poco a poco i temperamenti -più irrequieti e otteneva una disciplina di convento. -In anni posteriori conobbi parecchi altri -insegnanti della stessa natura; ma nessuno dotato -d'una tal potenza addormentatrice. Era contento -di noi, diceva che eravamo una scolaresca -tranquilla. E sfido: egli ci recideva ogni forza -di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio -immaginare che buon pro facessero la letteratura -italiana e la latina servite in una tal salsa -di papavero. -</p> - -<p> -C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore -d'aritmetica, un omino tutto nervi, con -una bella testa riccioluta, elegantissimo, pieno -d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi -un nome nelle matematiche. Questi insegnava -mirabilmente; ma era impaziente come un poledro -stallino e rabbioso come un gallo andaluso. -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -Inclinato per la sua natura violenta a picchiare, -ma rattenuto dalla prudenza, ed anche -dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi, -qualche cosa di mezzo tra la percossa, -che era proibita, e gli epiteti forti, che non gli -bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice, -che sarebbe stato una bazza: una specie -di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro chiamato -alla lavagna non capiva le sue spiegazioni, -egli s'alzava, gli afferrava il braccio sotto alla -spalla con l'indice e il pollice, e stringeva e torceva -fin che quegli capisse. In quell'esercizio, -ch'egli faceva certo da parecchi anni, le sue -dita avevano acquistato una forza di tanaglie. -Era un'idea sua che la matematica si dovesse -inoculare in quella maniera, come il vaccino. -Dopo due mesi di scuola eravamo quasi tutti -segnati, tanto che ai primi calori, quando ci -andavamo a bagnare nel torrente, i suoi alunni -si riconoscevano fra quelli delle altre classi, alla -bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, -e si poteva anche distinguere fra di essi, -alla maggiore o minore estensione e intensità -di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione -che avevan per la scienza. E ciò non -ostante, gli volevan tutti bene perchè del suo -insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci -faceva veder le stelle, ma anche capir l'aritmetica, -ed era anche giusto, perchè pizzicottava -signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per -nulla al mondo l'avremmo voluto cambiare con -un professore di mano più dolce, ma di metodo -didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -scolastica a chi le agevola lo studio, anche -martirizzandole le carni. -</p> - -<p> -Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, -era quello di storia; il quale provava mirabilmente -col fatto come il miglior mezzo di tener -la disciplina sia la fermezza del carattere e la -dignità delle maniere. Egli aveva tutti i giorni -lo stesso viso e lo stesso umore, come un uomo -in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava, -non gridava, quasi non rimproverava -neppure: e non di meno, credo che se ci avesse -fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe -ottenuto maggior silenzio e maggior rispetto. -Entrato lui nella scuola, non rifiatava più nessuno; -un suo sguardo severo bastava a rimettere -a dovere i più audaci; non lo udimmo dire -in tutto l'anno una parola più forte dell'altre. -E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente -colorite di rettorica e fatte con intonazione -un po' predicatoria. A renderlo autorevole -e simpatico giovava molto anche il suo aspetto, -poichè era il più prestante professore della famiglia, -un giovane bellissimo, di statura alta e -di portamento maestoso, vestito sempre con -grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura -e d'una barba d'un biondo d'oro, che eran -l'ammirazione di tutto il bel sesso e l'invidia -di tutta la gioventù brillante della città; e non -lasciava trasparire per questo il menomo segno -di compiacenza vanitosa o d'orgoglio, chè anzi, -s'egli aveva un difetto, era quello di non rallegrar -mai la scuola con un sorriso, e di dire -anche gli scherzi, rarissimi, e sempre relativi -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -alla sua storia, con una gravità di magistrato. -Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo -per lui, tanto che una sua parola di lode, -un semplice <i>bene</i> o anche solo un cenno approvativo -del capo davano pure ai più apatici una -soddisfazione grandissima. Mi ricordo che fui -veramente afflitto e morso dalla vergogna una -volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva -informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio -buono, è tanto distratto! — e che da quel giorno -stetti in iscuola come una statua. -</p> - -<p> -Proprio l'opposto di lui era una povera anima -di professor di francese, un'effigie di fattor di -campagna cinquantenne, tarchiato e sanguigno, -che non riusciva a farci chetare un minuto, e -che noi tormentavamo barbaramente, andando -alle volte otto o dieci intorno al suo tavolino, -con la grammatica in mano, col pretesto scellerato -di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo -apposta tutti insieme ad alta voce. Quando capiva -il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi, -e si metteva a sprangar calci da tutte le parti -e a inseguir l'uno dopo l'altro per darci il resto, -saltando in giro per la scuola come un mulo -infuriato, fin che andava a ricader sulla sua -seggiola sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi -e di banditi. Povero professore! E portava -per nostra meritata disgrazia degli scarponi -di montanaro, che ci sollevavano da terra come -palle di gomma, lasciandoci le traccie dell'inchiodatura -nei dintorni dell'osso sacro. Ma non -ci faceva entrare il francese da nessuna parte. -Colpa meno sua che della consuetudine stupida, -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -non ancora smessa affatto, di non dare nelle -scuole la grande importanza dovuta allo studio -di quella lingua necessaria a tutti; la quale moltissimi -debbono studiare in furia più tardi sotto -la stretta del bisogno, imparandola male per -sempre, e dopo aver fatto una lunga serie di -figure ridicole. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="tenorino">Tenorino fallito.</h3> -</div> - -<p> -Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in -quell'inverno l'illusione risuscitata d'avere una -bella voce di tenore, in grazia della quale avrei -dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi -alla musica; e l'idea del cambiamento non mi -atterriva. È quello l'episodio della mia adolescenza -che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente -d'ogni altro alle mie proprie spalle. -Illusione “risuscitata„ ho detto, perchè l'avevo -avuta già tempo prima, essendomi inteso dire -fin da piccino che avevo una bella voce, in -special modo da mia madre, che spesso mi faceva -cantare; ma non m'ero mai curato gran -fatto di quel supposto dono della natura. Mi -nacque la passione del canto e la speranza di -poter far fortuna con l'ugola soltanto in quell'inverno, -nel quale mio padre mi condusse varie -volte a sentir l'opera in musica; e fu una frenesia -vera, come quella dei soldati e della pittura, -e che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -la giornata, in casa e per la strada, e per le -scale della scuola, e perfino nel teatro, mentre -cantavano i miei maestri, e in tutti i luoghi e -i momenti in cui potessi non essere udito cantavo -con quanta voce avevo in canna, come se -mi fossero già pagate le note un marengo l'una. -Una vocina passabile l'avevo; ma una miseria, -e mancavo d'orecchio: stonavo come un ubbriaco. -E capivo bene che, così come era, la -mia voce non meritava nemmeno di esser coltivata -per spasso, nè per metallo, nè per estensione. -Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi -sempre d'ingannar me stesso mi persuadevo -che da una settimana all'altra, per effetto di -cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come -la volevo. Dicevo: — Mi verrà quando smetterò -di fumare; — poi: — quando non berrò più che -acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, -che son quelli che mi rovinano, non altro, — e -quantunque dopo ciascuna prova seguitassi a -strillare come un uccello spennato vivo, pure -persistevo a sperare, accagionando il difetto ora -a un raffreddore, ora a una infiammazione di -gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E -questa passione tirava con sè un corteo di altre -piccole ridicolaggini. Non solo facevo dei gargarismi -dalla mattina alla sera, ma imitavo il -passo e il gesto dei cantanti; non solo imparavo -a memoria, ma mi copiavo in bella calligrafia -i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, -ma per sfogare più sfrenatamente le mie forze -vocali facevo apposta delle corse in campagna, -dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -e mettevo in fuga uccelli da tutte le parti. Ma, -ahi! (l'interiezione è imitativa) non ci guadagnavano -nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi -s'andava anzi sciupando sempre peggio quel -filo di voce, che non era al tutto sgradevole -prima ch'io fissassi il chiodo di fare il tenore. -Infine, mi sentii tanto trattare dai miei compagni -di chiavistello arrugginito e di galletto strozzato, -e vidi anche nella mia famiglia dei così -manifesti segni di sazietà di quel diluvio di -stecche false di cui empivo la casa, che mi persuasi -di dover rinunziare alla “carriera lirica„ -e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione -riguardo alla voce, mi rimase sempre un -gusto così vivo, anzi una passione così calda -per il canto, che anche ora una nota dolce e -potente mi fa impallidire dalla commozione, e -una voce bella udita di sera per la strada mi -fa pedinare il cantante anche per un miglio, ed -è quello il dono di natura che, dopo il dono -dell'ingegno, invidio di più a chi lo possiede, e -ritengo il canto uno dei mezzi più efficaci di -educazione dell'animo, e l'ho per uno dei più -dolci conforti della vita. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span></p> - -<h3 id="cinquantanove">Il Cinquantanove.</h3> -</div> - -<p> -Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben -più potente distrazione dagli studi; la quale, per -fortuna dell'Italia, durò assai più lungo tempo -dell'altra. Il colpo più funesto al latino lo diede -in quell'anno scolastico Vittorio Emanuele, e -per l'appunto il primo di gennaio, col discorso -memorabile del “grido di dolore„. Entrò da -quel giorno nella scolaresca uno spirito di divagazione -patriottica, che non riuscirono a frenare -neppure i professori più autorevoli; chè -anzi lo sovreccitarono spesso, anche facendo -scuola, con allusioni agli avvenimenti, e con -digressioni politiche, che scappavan loro di -bocca come il vino spumante dalla bottiglia. Era -come diffuso per l'aria un odor di polvere; il -suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano -vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli -occhi e fiorir sotto la penna agitata le sgrammaticature; -anche i vecchi professori più sconquassati -prendevan nell'andatura qualche cosa -di belligero, e noi non ridevamo più per la strada -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -nemmeno delle guardie nazionali panciute, che -facevano tre passi sur un mattone. Crebbe ancora -il fermento sulla fine di febbraio, quando -nella nostra piccola città, fatta sede del maggior -deposito dei Cacciatori delle Alpi, cominciarono -ad arrivare a frotte i giovani emigrati, la più -parte lombardi e veneti, di ogni condizione sociale; -i quali portarono come un'onda di sangue -ardente nella vita cittadina, e diedero quasi un -nuovo aspetto alle strade, ai caffè, a tutti i luoghi -di ritrovo pubblico, dove a ogni passo s'incontrava -un viso sconosciuto e s'incrociava lo -sguardo con due occhi scintillanti d'alterezza -e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei -quali erano predestinati all'onore del marmo e -del bronzo, mi sono rimasti scolpiti nella memoria -come visi d'amici intimi. C'erano fra quel -migliaio e più di nuovi venuti dei campioni della -guerra del '48 e della difesa di Roma; c'erano -dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano, -il De Albertis; c'erano il Cairoli e il Bertani, -e il De Cristoforis, del quale dovevo legger -poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il -<i>Trattato della guerra</i>. Ma non ricordo d'aver -inteso allora i loro nomi, che erano ancora fiori -di gloria in boccio. Il solo nome che correva -sulla bocca di tutti era quello del Cosenz, comandante, -che rammento d'aver visto più volte -in Piazza d'Armi, quando i volontari non vestivano -ancora l'uniforme, comandare gli esercizi -col tubino e col soprabito nero, come un capo -di barricate: una figura svelta e dritta come uno -stocco, con un viso grave di filosofo, che molti -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -per le vie salutavano rispettosamente, ricordando -le sue prodezze eroiche di Venezia. E anche -rammento, quando scomparve sotto il cappotto -bigio ogni apparente differenza di condizione -sociale fra gli emigrati, lo strano effetto -che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno -e dell'altro di quei soldati semplici: — Questo -è un avvocato. — Quello è un medico. — Quello -là è un professore. — Quello lì è un signorone. — Ciò -che valeva più d'ogni discorso o articolo -di giornale a dare alla gente incolta un'idea -della grandezza degli avvenimenti che si preparavano, -e faceva rivolgere dalle signorine a quei -rozzi cappotti certi sguardi di curiosità romantica, -dei quali prima d'allora non avevano onorato -mai la “bassa forza„. Beati giorni, che -risplendono come zaffiri nella corona delle nostre più -care memorie. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -L'agitazione della scolaresca giunse al colmo -nel marzo, quando, richiamati alle armi i <i>contingenti</i>, -si videro arrivare i bersaglieri delle -classi congedate, uomini fatti, anneriti dal sole -dei campi, con le tuniche logore, coi cappelli spelati, -con le scarpe contadinesche, molti con le -medaglie di Crimea dai nastri sbiaditi: d'aspetto -così grave la più parte, che parevano i padri -dei soldati in servizio, di cui venivano a ingrossare -le file. E qui mi ricordo d'un fatto, che -mi fece un gran senso, e che prova come neanche -in Piemonte, e neppure per le guerre più -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -popolari, ci sia mai stato un grande ardore guerresco -nei vecchi soldati che erano strappati ai -figliuoli e ai loro campi e mandati a farsi ammazzare; -quantunque poi, per sentimento del -dovere, si portassero così bravamente che l'entusiasmo -non avrebbe potuto fare di più. Era -una sera di domenica. Un gran numero di quei -richiamati, ancora senz'armi, passeggiavano a -coppie e a drappelli per la strada principale, -affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare -una bandiera, aprirsi la folla e venire avanti -un folto stuolo di cittadini, ordinati in quattro -file, che cantavano l'inno del Mameli; tutti signori -in cilindro e in pastrano, fra i quali riconobbi -con piacere alcuni dei professori del -Ginnasio: quello di matematica il primo. Mentre -mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi -bersaglieri che mi stava accanto uscì qualche -apostrofe a voce alta, in tuono di sarcasmo: — Già, -è comodo di cantare! — Loro cantano -e noi andiamo a dare la pelle. — Vengano con -noi a battersi invece di far del baccano. — Il -drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti -risposero; s'attaccarono vari battibecchi vivaci. -Alcuni dei signori, risentiti, rinfacciavano ai -soldati di mancar d'amor di patria; altri, più -pacati, cercavano di rabbonirli, persuadendoli -che non tutti avevano il dovere, che non a tutti -era possibile d'andare alla guerra, e qualcuno -diceva loro che s'era battuto anche lui nel '48 -e nel '49. Ma i soldati parevano poco persuasi, -rispondevano brontolando e alzando le spalle. -Ciò che mi fece più maraviglia in quel contrasto -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -doloroso fu la bella disinvoltura con cui alcuni -dimostranti brizzolati e panciuti assicuravano, -picchiandosi la mano sul petto, che sarebbero -andati alla guerra essi pure, mentre si capiva -dai loro faccioni pacifici che non si sognavano -neppure una mattata compagna. E ripetevano -con calore: — Ci rivedremo al campo! -Ci rivedremo al campo! — Vedo ancora gli -sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano -le loro rotondità, come se domandassero -a sè stessi in quale campo avrebbero -mai potuto rivederli, non stimando che -fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri. Il -litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti, -alla vista dei quali i bersaglieri si sbandarono. -Povera gente, chi sa che alcuni di loro non siano -caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto -di San Martino! Quella scena mi lasciò -addolorato e turbato da molti pensieri confusi; -da questo fra gli altri: che, perchè una guerra -fosse veramente nazionale, si dovrebbe andare -a battere molta gente la quale rimane a casa, -e che, in ogni modo, sarebbe delicatezza e prudenza -che quelli che rimangono non cantassero -troppo forte passando davanti a quelli che -partono. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Un altro mio ricordo vivissimo è quello della -venuta di Garibaldi; ma mescolato d'un forte -amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in -rivista i Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto, -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -avendo pregato prima che non si annunciasse -la sua venuta, e non si trattenne tra -noi che poche ore. Da noi scolari non si seppe -ch'era in città che quando aveva già fatto la -rivista e smesso la divisa di generale. Ero con -un compagno sur un viale della Piazza d'Armi -quando alcuni ragazzi, accennando una carrozza -che passava di corsa, si misero a strillare: — Garibaldi! -Garibaldi! — e noi dietro a tutte -gambe. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">.... Come s'andava un lo poi rede'.</p> -</div></div> - -<p> -Si fece non so quanta strada battendoci le mele -coi tacchi, finchè ci mancarono le forze e cascammo -sulla proda d'un fosso, anelando, come -due levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la -corsa, il Generale era già all'albergo a desinare, -e il desinare chiamava a casa anche noi: egli -partì la sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura -da morderci i gomiti. Il giorno dopo ripassammo -per tutte le strade dov'egli era passato, -come per fiutare le sue tracce. Ci fu detto -che era andato a visitare una rivenditrice di -commestibili, soprannominata la Pasqualina, che -aveva bottega sotto i portici; un pezzo di donna -tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e -rispettava perchè uno dei suoi figliuoli, Paolo -Ramorino, era stato commilitone e amico di Garibaldi -in America, ed era morto eroicamente -alla difesa di Roma, combattendo al fianco di -Luciano Manara. Arrivammo subito dalla Pasqualina, -e la trovammo là davanti alla bottega, -attorniata da molti curiosi, ai quali accennava -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -un sacco di riso sul quale s'era seduto Garibaldi -il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah, -fortunata Pasqualina! Come ci parve bella e -gloriosa! Stemmo là un pezzo a contemplar lei -e il suo sacco, e poichè avevo qualche soldo -in tasca, mi balenò l'idea di comprare un <i>etto</i> -di quel riso memorando, che aveva avuto l'onore -di far da cuscino all'Eroe di Sant'Antonio. -Ma il mio compagno, che conosceva l'umore -della brava donna, me ne distolse, osservando -che ella avrebbe potuto pigliare la cosa come -una canzonatura e risponderci con una ceffata, -che non sarebbe stata di natura femminile. -E così, miseramente, terminò la nostra spedizione; -la quale fu anche più sventurata ch'io non -potessi allora pensare, perchè non mi si doveva -offrir modo mai più d'appagare il mio ardente -desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una -serie di accidenti e di contrattempi maledetti, -qualche volta per il ritardo d'un minuto, qualche -altra volta per un impedimento materiale -futilissimo, quella sfortuna si ripetè dieci volte -nella mia vita. Ho un rimpianto nel cuore e lo -confesso con un sentimento di vergogna, come -una colpa: non vidi mai Garibaldi! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Mi stupisce come non mi sia rimasto alcun -ricordo della forte impressione che mi fecero -certamente le descrizioni dell'arrivo dei Francesi -a Torino e le prime notizie delle battaglie -di Montebello, di Palestro, di San Martino. Su -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -questi ricordi, che debbo aver serbati vivi per -un pezzo, s'è distesa, non so quando nè come, -una nuvola fitta, che non m'è riuscito mai di -diradare. Mi rammento solo del primo annunzio -della vittoria di Magenta, che mi fu dato da mio -padre, su per la scala, con una esclamazione -enfatica, tendendo un braccio in alto, e sclamando: — Siamo -a Milano! — Ma non c'è da -meravigliarsi, chi ci rifletta, di queste eclissi di -certi grandi avvenimenti nella nostra memoria, -perchè è una illusione quella per cui pensiamo -che noi risentissimo allora al loro annuncio, noi, -come tutta l'altra gente, una commozione infinitamente -maggiore di quella che ci desta il -loro ricordo, e che dovessimo quasi non viver -d'altro, in quel periodo di tempo, che di quelle -commozioni. Come, guardando una fuga di colonne -da un capo della via, non vediamo gl'intervalli -che separano quelle lontane, che ci appaiono -congiunte, così non vediamo più fra -quegli avvenimenti passati i larghi spazi di -tempo, durante i quali eravamo tutti assorti, come -nei tempi ordinari, nelle nostre faccende e nei -nostri piaceri, che avevano pur sempre in noi -il sopravvento sui nostri pensieri e affetti di -cittadini; e neppure consideriamo, d'altra parte, -che la lunga aspettazione e la frequenza stessa -di quei grandi fatti ci avevano come stancata -la facoltà sensitiva, e reso l'animo in certo grado -indifferente anche alle cose più straordinarie. -</p> - -<p> -Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo -dei frequenti <i>Te Deum</i> che si cantavano nel -Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -e in abito di gala tutte le autorità civili -e militari; fra le quali spiccava la bella testa -bruna del nuovo provveditore degli studi, venuto -quell'anno, Domenico Carbone, che è rimasto -una delle memorie più luminose e più -care della mia adolescenza. Quanto bene, anche -fuor dell'insegnamento diretto, può fare a una -scolaresca un uomo d'intelligenza eletta e di -alto carattere! La venuta di quel provveditore, -coronato della doppia gloria di poeta e di combattente -volontario del 1848, e preceduto dalla -fama d'uomo integro e buono, ancor giovane, -bello della persona, amorevole e severo ad un -tempo, e pieno di nobiltà nelle parole e negli -atti, aveva portato come un'onda d'aria pura e -vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli -entrasse e discorresse, lasciava un ardore di -buona volontà e di nobile ambizione, e quasi -un profumo di gentilezza, che penetrava in fondo -agli animi. Egli fece dei miracoli: convertì dei -discoli che nessuno aveva mai domati, svegliò -delle volontà che parevano addormentate per -sempre. Tutti i poveri angariati, che sono in -ogni scolaresca, tutte le vittime derise della -prepotenza dei compagni e dall'antipatia dei -maestri, anche prima d'aver esperimentato la -sua bontà, si sentivano protetti dalla sola sua -presenza, e prevenivano, pronunciando solo il -suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate. -Tutti lo amavano e lo riverivano. Ci affollavamo -sui pianerottoli per vederlo passare; per la -strada, facevamo apposta delle corse e dei giri -per passargli davanti e salutarlo; e quando nel -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -Duomo, ai <i>Te Deum</i>, egli compariva primo nel -banco dei professori e girava sugli scolari accalcati -quei due grandi occhi austeri e leali, con -quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei -figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con -un fremito di simpatia e d'alterezza. Se si potessero -fabbricare degli uomini simili invece di -rimpastar programmi e regolamenti! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Racconto un fatterello che lo riguarda, non -tanto per far onore a lui, quanto per far ridere -a mie spese; chè ci provo piacere ormai, -come i flagellanti d'un tempo a farsi frizzare -la pelle. -</p> - -<p> -Avevamo da anni un viceprovveditore prete, -caldo più di <i>morbin</i> che di ardor cattolico, che -portava la tonaca come una camicia di forza: -non punto cattivo in fondo, ma assai piccoso, -e invasato dalla smania di fare il terribile; ciò -che otteneva più che altro con certe minaccie -piene di mistero e con certe stralunature d'occhi -da Luigi undecimo da arena. Contro costui -aveva scritto una poesia satirica, che girava -per le scuole, un alunno di filosofia, che io -bazzicavo, essendo in relazione d'amicizia le -nostre famiglie. Smanioso di legger la satira, il -reverendo pensò di strapparla a me spaventandomi, -e, mandatomi a chiamare in provveditoria, -a un'ora che non c'era nessuno, m'ingiunse -con parole solenni di portargli il corpo -del reato, pena la bocciatura agli esami finali, -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -prefiggendomi per giunta il giorno e l'ora della -consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio -con la tremarella in corpo, egualmente sgomentato -dalla minaccia della vendetta e dall'idea -dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a -commettere, e passai la giornata intera in uno -stato d'incertezza angosciosa. Ma il giorno dopo -mi lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico -Carbone! — Ero ben certo che egli avrebbe disapprovato -l'atto del prete e non condannato la -mia disobbedienza; nè avevo bisogno di far -grave la cosa, ricorrendo a lui formalmente. -Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli -era sempre in ufficio, col mio babau e col segretario, -pensai che se avessi esposto il mio -rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita, -in modo da farmi sentire da lui e da costringerlo -a domandare di che si trattasse, io -sarei stato salvo e l'amico nelle peste. Eureka! -In verità, per un ragazzo di tredici anni, non -c'era male. E non solo mi sentii salvo da quel -momento, ma, confondendo le carte nella mia -coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali -casi, mi parve d'essere un'anima spartana, e -preparai nella mente una risposta eroica, un -“pistolotto„ da primo attore, che mettesse in -luce gloriosa la nobiltà del mio carattere. -</p> - -<p> -All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i -tacchi, come per far suonare gli sproni. Erano -seduti a un grande tavolo, da una parte il Carbone -e il segretario, che discorrevano fra di -loro, dalla parte opposta lo spaventaragazzi, -che in quel momento mi fece pietà. Questi mi -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -fece cenno che m'avvicinassi, e mi domandò -sotto voce “se avevo portato„. -</p> - -<p> -M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando -dalla parte del provveditore, risposi con -voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che -avrei commesso un'azione.... -</p> - -<p> -— Basta, basta — disse il prete, accennandomi -con la mano che tacessi. -</p> - -<p> -E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato -che avrei commesso un'azione.... un'azione.... -</p> - -<p> -— Ma basta, le ripeto; non occorre altro.... -</p> - -<p> -Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore -s'era voltato, volevo fare il colpo a ogni -costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione -indegna.... tradito un amico.... -</p> - -<p> -— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito -e rosso in viso. — Poichè le ho detto che -non occorre altro, vada una buona volta.... -</p> - -<p> -Allora me n'andai, ma lentamente, e a passi -maestosi, come dev'essere uscito Pier Capponi -dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora -di sull'uscio a guardare il vinto, che mi -lanciò un'occhiata da darmi il fuoco. -</p> - -<p> -Non seppi poi mai se il provveditore avesse -chiesto e avuto spiegazione della cosa; ma non -c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica. -Il fatto è che non ebbi più molestie per -quella faccenda, e che agli esami, benchè a scappellotto, -come al solito, fui promosso. Ed ecco -come fra tante altre buone azioni l'autore del -<i>Re Tentenna</i>, senza saperlo, fece anche quella -di non lasciarmi commettere una birbonata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Cavalier che hai bianca fede</p> -<p class="i01">Come bianca è la tua croce,</p> -<p class="i01">Tu d'eroi gagliardo erede,</p> -<p class="i01">Tu all'oppresso amica voce,</p> -<p class="i01">Tu sgomento all'oppressor....</p> -</div></div> - -<p> -Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio -Emanuele che pubblicò il Carbone in quell'anno, -e che tutti gli scolari impararono a memoria. -La guerra aveva dato la stura, anche in -quella piccola città subalpina, a un torrente di -lirica patriottica. Professori, impiegati della prefettura, -avvocati, ufficiali dei bersaglieri, tutti -sfornavano rime guerresche. Non si raccoglievano -venti cittadini intorno a un risotto alla -milanese senza che qualcuno trombettasse una -filastrocca di strofe, che poi andavano attorno -manoscritte o stampate, a rinfiammar in molti -l'odio contro l'Austria, in alcuni l'odio contro le -Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel -vespaio di poeti m'è rimasto nella memoria. -Lasciate che io ve lo presenti, ve ne prego, -perchè il ricordo di lui, che è un conforto della -mia vita, potrà mettere qualche dolcezza anche -nella vostra. Era il professore di filosofia, uno -dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato -le scuole del Regno, un cinquantenne zazzeruto, -con mezzo il capo sempre insaccato in -una tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata -sul cranio, e vestito tutto l'anno d'un certo biracchio -nero che gli dava alle ginocchia e mostrava -l'ordito; un uomo che sarebbe divenuto -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -famoso nella città non per altro che per un suo -gesto abituale comicissimo, che era di ripiegare -un braccio in alto col pugno chiuso, e di battersi -dei gran colpi sul gomito con l'altra mano, -come.... se volesse sculacciare la propria immagine; -un curioso professore e educatore, il -quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più -sodi dei pareri amichevoli intorno al modo di -regolarsi con una vedova ch'egli corteggiava, -e che non sapeva decidersi a sposare, perchè -aveva un orario di pasti che non s'accordava -col suo; il più clamoroso dei filosofi, come lo -chiamavano i suoi colleghi, perchè urlava la -filosofia con una tal potenza di polmoni da coprir -la voce di tutti i professori delle classi vicine. -Ma non son nulla tutte queste stranezze -appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi -versi, che tutti i suoi scolari recitavano, facendoci -delle risate da slogarsi le mascelle. Che -peccato non averne più copia! Ma non li ho -tutti dimenticati, grazie al cielo. Ricordo una -strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Natura ti diè nome</p> -<p class="i01">Petitti, ma sei grande</p> -<p class="i01">E il nome tuo si spande</p> -<p class="i01">Per l'aula elettoral;</p> -</div></div> - -<p> -due versi in lode a Garibaldi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tua venuta a queste sponde</p> -<p class="i01">Bianca in pietra fia segnata;</p> -</div></div> - -<p> -e pochi versi d'un'altra poesia in onore della -città di Bene, la quale si distende, a quanto egli -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -diceva, sopra sette colli; ciò che dava al poeta -il pretesto di farle quest'ardito complimento: -che Roma era stata eletta in luogo di lei capitale -d'Italia per un equivoco. Era vaticinato, diceva. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che d'Italia fia regina</p> -<p class="i01">Tal cittade, che sia posta</p> -<p class="i01">Sopra sei e una collina,</p> -<p class="i01">E Cavour la credè Roma,</p> -<p class="i01">Ignorando i sette in Bene</p> -<p class="i01">Colli aprichi, e la gran soma</p> -<p class="i01">Di virtù che ascose tiene.</p> -</div></div> - -<p> -Sulla qual modestia della città insisteva con -quest'amore di strofa: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Bene fa, e n'ha più merito</p> -<p class="i01">Perchè tien nascosto il bene;</p> -<p class="i01">Chi rimira il suo preterito</p> -<p class="i01">Forse ciò a capir non viene....</p> -</div></div> - -<p> -Come potesse insegnar la filosofia un professore -che trattava la poesia in questa maniera, -benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce; -eppure dicevano che non c'era gran male. -Misteri della mente umana. Povero poeta dei -sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui -molti anni fa, a Torino, dove mi dissero che, -avendo ricorso per non so che affare a certi -falsi spiritisti birboni, costoro, per spillargli dei -quattrini, lo avevan fatto bastonare dallo spirito -che aveva evocato, e non già con un bastone spirituale, -ma con un vero e nodoso ramo di frassino, -che l'aveva messo a letto per una settimana. -</p> - -<p> -<i>Petitti</i> guai della filosofia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span></p> - -<h3 id="attore">Attore drammatico.</h3> -</div> - -<p> -La poesia patriottica aveva invaso quell'anno -anche il teatro, dove, succeduta all'opera la -commedia, non passava quasi settimana che -non fosse declamata dal primo attore qualche -lirica d'argomento nazionale, accolta sempre -con applausi frenetici. E così m'entrò anche -l'assillo della declamazione. Avevo creduto d'esser -nato pittore, e poi tenore; credetti pure per -un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica. -Ero in questa illusione più scusabile -perchè, se non avevo voce per cantare, per declamare -n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio. -Fu anche questo un furore da far desiderare -che fossi nato afono. Sceglievo i passi -delle tragedie in cui occorresse un maggiore -sforzo di mantice, e di preferenza quelli in cui -il personaggio delira, come il soliloquio di <i>Saul</i> -e quello di <i>Aristodemo</i> nell'ultim'atto, per poter -tonare più forte. La mia specialità, come ora si -dice, era il delirio dei re. Si sottintende che ero -un cane. Ci accozzammo parecchi compagni, -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme -tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora -dell'altro, e spesso anche nel ghiareto del torrente -e del fiume, dove le pietre, per nostra fortuna, -non si potevano muovere. Ma il nostro -teatro preferito, poichè ci potevamo sbraitare -senz'essere uditi, era veramente degno dell'arte -nostra: era una stalla in fondo al cortile di casa -mia, dove i tabaccai dei villaggi riparavano durante -il giorno i muli e i cavalli. Disgraziato -Alfieri! E infelice Berchet! Poichè s'espettorava -pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi -credevo chiamato a una grande carriera tragica. -E mi frullavano sotto i capelli le idee più temerarie: -di dare un saggio di declamazione nel -Teatro Civico, di smetter gli studi e di entrare -in una compagnia drammatica, di formare io -stesso una compagnia unisessuale coi miei -quattro sbraitoni e di trovar dei “capitalisti„ -per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe -stato strano che fra tante idee matte non mi -fosse saltata anche quella di scrivere un dramma. -L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale -soggetto avessi escogitato: ricordo soltanto che -era un dramma cruento, e che la parte del protagonista -l'avrei dovuta far io: condizione <i>sine -qua non</i>, da imporsi al capocomico che avesse -avuto l'onore di metterlo in scena. Caso senza -esempio, credo, nella storia degli autori drammatici: -anche prima di mettermi a scrivere il -dramma io feci il cartellone — un annunzio in -caratteri cubitali sopra un lenzuolo di carta — per -avere un'idea dell'effetto che avrebbe fatto -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -alle cantonate, e m'esercitai a emettere certe -grida di disperazione e di terrore, che non sapevo -ancor bene a che proposito, ma dovevan -sonare assolutamente in certe scene, e (voglio -esser sincero fino in fondo) feci molte prove del -passo con cui mi sarei presentato alla ribalta -e dell'atteggiamento modesto e dignitoso ad un -tempo, col quale avrei ringraziato il pubblico -strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in -fine: non restava che un accessorio: quello di -scrivere il dramma. Dio m'assistè: non ne scrissi -che la prima scena. Ma non cadde l'illusione -dell'attore con la lena del drammaturgo: il mio -vaneggiamento e il mio abbaio drammatico continuarono -fino all'apertura del nuovo anno scolastico. -I primi freddi e i primi pensi, non so -come, mi levarono dal capo per sempre il ruzzo -della recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi -e Tommaso Salvini da una vecchiaia avvilita. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span></p> - -<h3 id="grullerie">Nuove amicizie e nuove grullerie.</h3> -</div> - -<p> -Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima -mattina una sorpresa gradita. Nel far la chiamata -degli alunni il professore lesse un nome -che ci fece voltar tutti con viva curiosità verso -il chiamato: — Angelo Brofferio. — Gli domandò -il professore se fosse figliuolo del Brofferio deputato: -rispose di sì. Fummo tutti colpiti dalla -grande rassomiglianza che egli aveva col padre, -che noi conoscevamo, più che dalle fotografie, -dalle caricature frequentissime del <i>Fischietto</i> -e del <i>Pasquino</i>: di profilo era tale e -quale. Aveva una testa molto grossa, che pareva -anche più grossa in confronto del corpo -piccolino; un viso lungo, di lineamenti e d'espressione -virili, rocchio bruno, la bocca arguta, -un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si -mostrò fin dai primi giorni d'ingegno aperto e -pronto, e parlatore facile, con alcun che d'avvocatesco -nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo -coi compagni, non punto orgoglioso -della fama del padre, che era allora popolarissimo, -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -in specie per le canzoni piemontesi; molte -delle quali, cantate per i caffè e per le strade, -noi sapevamo tutti a memoria. Finito quel corso, -andò a compiere gli studi altrove, e io non -n'ebbi più notizia che dopo circa trent'anni, -quando, professore di filosofia a Milano, se non -erro, egli pubblicò un libro dotto e brillante -sullo <i>Spiritismo</i>, che fece molto rumore. Ricordo -che, bravo in letteratura, egli aveva pure -un'attitudine particolare alle matematiche. E -m'illusi d'avercela anch'io in quell'anno, che -era l'anno dell'algebra. Avendo avuto mio padre -la buona idea di mandarmi durante le vacanze -a prender lezioni d'algebra da un geometra suo -conoscente, io ero entrato nel corso già infarinato -della materia; in grazia di che avevo nei -primi mesi riportato qualche successo onorevole -alla prova della lavagna, salvandomi dai -pizzicotti professorali. Questo era bastato a farmi -credere che mi fosse dato fuori a un tratto il -bernoccolo della matematica, e lo credetti tanto -che ebbi l'audacia di fondare un periodico bisettimanale -(di tiratura modesta, poichè n'usciva -un numero solo, manoscritto), nel quale rifacevo -le lezioni ad uso dei pizzicottati. Ma quest'illusione -durò anche meno dell'altre perchè, non -avendo studiato nelle vacanze che fino all'estrazione -delle radici cubiche, quando si arrivò a -questo punto del programma mi ritrovai da -capo al livello degli altri.... e i pizzicotti ricominciarono. -Ricominciando i pizzicotti, cessò il -giornale. Ma non importa: consiglierò sempre -ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, -perchè anche la più leggiera preparazione riesce -loro di giovamento grandissimo, preservandoli -dal danno grave di rimanere addietro al primo -intoppo. -</p> - -<p> -Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra -troppe cose mi dovevano distrarre quell'anno. -Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo per -la statura, che era d'un uomo, io andavo allargando -di giorno in giorno il cerchio delle mie -amicizie, e le nuove erano assai più pericolose -delle altre, perchè eran fuori del giro della -scuola. Le prime di queste, e le più care, furon -le amicizie militari. C'erano allora fra i bersaglieri -volontari, e anche fra quelli di leva, molti -giovani di famiglia signorile: studenti smessi, -laureati, artisti drammatici, pittori, tutti più o -meno intinti di letteratura, e tutti caldi d'un entusiasmo -patriottico, che dava un'impronta di -nobiltà d'animo anche ai caratteri più leggieri. -Stretta relazione con uno di essi, venivan gli -altri come le ciliege. Con questi conobbi la -prima volta il piacere e l'alterezza dell'amicizia -virile. Nascondevo con loro i miei tredici anni; -mi davo l'aria d'uno studente già esperto del -mondo; ero tutto contento di farmi vedere alla -passeggiata in loro compagnia, appoggiando il -braccio sopra un braccio gallonato, con la tesa -del cappello accarezzata dagli svolazzi d'un -grande pennacchio, e mi pareva di fare una -prodezza di brillante scapigliato trattenendomi -mezz'ora con essi davanti a un caffè, all'uscita -del teatro, come se tutti i passanti avessero dovuto -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -dire: — Chi sa mai dove passerà la notte -quel collorotto? — Di una di quelle sere mi ricordo -in particolar modo perchè fui presentato -da un sergente a un bel giovanotto, alto e elegante, -impiegato al Commissariato militare; il -quale si chiamava Ugo Iginio Tarchetti. Era il -futuro autore dei <i>Drammi della vita militare</i> e -di <i>Tosca</i>, il poeta forte e triste, che doveva morir -nel fior dell'età, appena baciato dalla gloria. -Chi m'avrebbe predetto allora ch'io avrei scritto -dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto -al suo, che saremmo stati citati mille -volte come due antagonisti, e che, dopo averlo -tenuto in conto d'un nemico mentr'era vivo, io -l'avrei amato, morto, come un fratello! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Entrai allora in quel breve periodo il quale -corrisponde negli adolescenti a quello in cui le -ragazze cominciano a stringersi il busto e a -mettersi dei fiori nei capelli: il periodo in cui -diventa il mobile più importante della casa lo -specchio. Per quanto sia in vena di confessioni -non oso di dire fino a quale altezza di grulleria -io sia salito in quella fase di luna, quanto -tempo ci mettessi a farmi il nodo della cravatta, -quante volte tornassi indietro a raggiustarmi -il cappello davanti alla specchiera prima -d'uscire di casa, e quale sciupio abbia fatto -delle pomate e delle acque d'odore delle mie -sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione -di san Crispino per fare il piedino aristocratico. -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -Molti padri e madri, quando i loro -figliuoli piglian quella passione, credono di guarirli -mettendoli in ridicolo e trattandoli dalla -mattina alla sera d'imbecilli. È una sciocchezza, -che i miei non commisero, comprendendo che -era una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo: -finsero invece di non badarvi, non scambiandosi -che qualche sorriso discreto quando -io chiedevo una cravatta nuova o un paio di -scarpe di marocchino; sorriso che non mi sfuggiva. -E li lodo ora di quella indulgenza, che -non fu l'ultima delle cause per cui la malattia -non fu lunga, perchè, umiliandomi, l'avrebbero -inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura di -paino e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia -non miravano a guadagnarmi le grazie -dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo -periodo degli innamoramenti platonici, spinti -fino alle passeggiate sotto le finestre e alle “pedinature„ -furtive e alla contemplazione estatica -dei palchetti del teatro: amori repentini, -languidi e mutevoli, anzi procedenti non di -rado a coppie, e anche a triadi, facilissimi alle -più insensate illusioni, pasciuti per settimane -d'uno sguardo incontrato a caso o d'un sorriso -forse più di canzonatura che di simpatia, -e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre -tristezze, imparate nei libri. Ah, che bell'attore! -Mi è uno spasso il ricordare le mie avventure -d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi -più amori io che don Juan Tenorio e Luis -Mendía messi insieme. Il mio cuore ospitò più -bellezze che il serraglio imperiale del Bosforo. -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -E i miei sospiri amorosi si levavano a tutte le -altezze: una settimana era la figliuola del prefetto, -un'altra la moglie del professore; succedeva -alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice -d'una casa nobile la vedova d'un -colonnello. E con le adorazioni del passeggio e -del teatro andavano di passo le adorazioni di -casa. Quando veniva una bella signora a far -visita a mia madre, non scappavo più in cortile, -come per il passato, per sfuggire alla noia -dei discorsi soliti: stavo lì ribadito sur una -seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della visitatrice -con gli occhi come due lampioni, e -con una immobilità di magnetizzato, di cui non -sfuggiva il senso alle più accorte; le quali scansavano -il mio sguardo indiscreto con un sorriso -a fior di labbra, e, stringendomi la mano -all'atto di andarsene, mi dicevano con una rapida -occhiata indulgente: — Ho capito, piccolo -impertinente; faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, -avevo un debole per le donne maritate, -e più per quelle che portavano indosso una -parte maggiore dello stipendio del marito. È incredibile -il numero di mariti rispettabili che ho -oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori -di fantasia avessero avuto effetto, e mi fossi -dovuto battere, avrei avuto un duello ogni settimana, -e a andar bene bene, mi sarei ridotto -un crivello ambulante avanti d'aver finito il ginnasio. -E non nel cuore, ma nel cervello, erano -così vivi, benchè rapidissimi, questi amori, che -n'avevo spesso la coscienza turbata, come di -colpe vere; arrossivo fino ai capelli incontrando -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -per la via certe coppie coniugali; mi pareva -alle volte d'essere veramente un dissoluto senza -freno nè legge, insidiatore di talami e scandalo -della gente onesta, di reputazione perduta, e ne -sentivo non di meno una vanagloria segreta, -come se soltanto con una coscienza così fatta -uno si potesse vantare d'esser uomo. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -L'uomo, peraltro, non era ancora che un -lungo bambino, il quale seguitava a baloccarsi -per ore intere con tutti i giocattoli che gli eran -rimasti dell'età infantile, coi fantocci, con le -trottole, con le palline di vetro e perfino con le -oche di carta. Per darmi questi spassi mi nascondevo, -e quando mi coglieva sul fatto qualcuno -della famiglia, riponevo ogni cosa in furia, -vergognandomi, e fingendo d'aver tirato -fuori quelle carabattole per curiosità di filosofo, -amante di meditare sul proprio passato. Ma non -mi vergogno ora che conosco il mondo e la -vita, di dire che quell'amore dei trastulli fanciulleschi -mi rinacque a quando a quando fin -quasi ai trent'anni, che, già reo di parecchi libri, -mi divertivo per delle mezz'ore a far saltare -sul tavolino di quei ranocchi di legno, che -hanno sotto il filo attorto e la bacchettina cerata, -e che pure adesso, qualche volta, passando -davanti a una bottega di giocattoli, sento -delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne -dovrei vergognare? Gli uomini non sono che -ragazzi invecchiati, che nascondono la loro fanciullaggine -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -sotto un'apparenza di gravità, e che -ogni qualvolta possono, di nascosto, ci si abbandonano -con un piacere infinito. E in fondo, -poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle -cose strane e impossibili, ma ardentemente desiderate, -non è che un baloccarsi con idee ed -immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo -e l'altro scarabocchia dei pupazzetti o fa -delle greche sui margini, si balocca come un -ragazzo; e si balocca il ministro di Stato che -nei momenti d'ozio piega e ripiega in dieci -forme un giornale o suona il tamburo sul banco -col tagliacarte, come faceva il conte Cavour, durante -i discorsi dei deputati seccatori. Io credo -che a chiudere in una stanza nuda l'uomo più -serio del mondo con una scatola di soldatini di -piombo, viene il momento che li tira fuori, e li -schiera, e li fa armeggiare come un bambino -di sei anni. Quella passione persistente dei trastulli -infantili giovò a divagarmi alquanto dagli -amori, e fu per me un calmante salutare. Ah, -se una di quelle molte signore a cui facevo gli -occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature -da trovatore, m'avesse visto far correre -sul tavolino per tutta una mattinata delle file -di noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti -di carta dorata, per rappresentare gli stati -maggiori degli eserciti combattenti in Lombardia, -che bella risata argentina m'avrebbe data -in faccia, e che bel colpo d'ombrellino, forse -m'avrebbe assestato sulla nuca! Ma si guardino -le mamme dal ridere e dal far vergogna -ai figliuoli grandi quando li vedono occupati in -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -trastulli che credono indegni della loro età, e -indizio di poco cervello; chè quello è anzi segno -d'una semplicità d'animo, d'una vivacità -d'immaginazione, d'una facoltà di dar corpo a -dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un -mondo foggiato da loro, che saranno anche negli -anni più tardi un grande conforto, un rifugio -dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, -e quasi una fiammella inestinguibile di -gioventù; la quale gioverà molto a tener vive -in essi tutte quelle altre passioni e illusioni, -senza di cui la vita non sarebbe per il più -degli uomini che un desiderio continuo della -morte. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una -distrazione dagli studi ben più potente che non -fossero gli amici bersaglieri e gli amori sospirosi. -Come nel 1859 aveva dato un colpo mortale -al latino Vittorio Emanuele, così fu Garibaldi -nel 1860 il peggior nemico del greco; poichè -in quell'anno appunto fu istituito nel Ginnasio -lo studio del greco, riconosciuto di necessità -urgente per affrettare la liberazione d'Italia. La -partenza dei Mille da Quarto fu come un segnale -convenuto fra Garibaldi e la scolaresca -perchè smettessimo d'affaticarci troppo il cervello -sui libri di testo. Partivano per la Sicilia, -a frotte, giovani d'ogni condizione, e fin dei mostriciattoli, -che erano lo zimbello pubblico: fra -i quali ricordo un piccolo sarto gobbo, con le -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -gambe arcate come due fette di popone, che fu -salutato alla partenza da una tempesta di risa -e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi s'accese -nella testa una nuova girandola: quella della -politica. Ero stretto allora d'amicizia fraterna -con due compagni di scuola, tutti e due di principî -rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un -mazziniano, l'altro perchè ribelle per istinto a -ogni autorità, cominciando da Senofonte e venendo -fino agli ultimi classici. Io ero figliuolo -d'un monarchico, e non rivoluzionario per natura; -ma tale m'aveva fatto a poco a poco la -lettura quotidiana del <i>Diritto</i>, a cui mio padre -s'era abbonato per simpatia letteraria. Tutti e -tre, fanatici di Garibaldi, concertammo una fuga -clandestina per “accorrere in suo aiuto„; la -quale non ci riuscì, come raccontai altrove; e -quel tentativo fallito esasperò la nostra passione -patriottica. Diventammo nemici implacabili -del conte di Cavour, che intralciava l'impresa -di Garibaldi con “le arti subdole di una -politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. -La cessione di Nizza e di Savoia alla -Francia ci mise su tutte le furie. In tutte le nostre -conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro -uno strazio miserando. Leggevamo i suoi -discorsi nei giornali con un sorriso di sarcasmo -feroce. E conciammo secondo i suoi meriti -anche Napoleone <i>il piccolo</i>, che conoscevamo -a fondo, grazie al libro di Vittor Hugo. -Attaccavamo intorno all'uno e all'altro delle discussioni -furiose coi nostri compagni “moderati„ -i quali ci accusavano di “metter dei bastoni -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -fra le ruote alla politica del Governo„. — Sì, — rispondevamo -in coro tutti e tre, — noi combatteremo -il governo con tutte le nostre forze; non -gli daremo tregua mai; noi non vogliamo la politica -dell'asservimento allo straniero; chi non è -con noi, è contro l'Italia. — Quando poi andò a -armeggiare in Sicilia il La Farina, uscimmo addirittura -dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa -come una sfida gettataci in faccia dal venditore -di Nizza e Savoia, e parlammo di fondare un -giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano -fremere i giudizi che davan di Garibaldi -certi vecchi impiegati, cavuriani marci, -che frequentavano casa mia: uno fra gli altri, -un ispettore di non so che cosa, un gigante canuto, -con due grandi solini a vela, il quale parlava -con una lentezza insopportabile, come se -ad ogni parola che gli usciva dalla bocca gli -scappasse uno scudo dalla borsa. Quando lo -sentivo parlare di Garibaldi come d'un guastamestieri -della politica di Torino, d'un perturbatore -importuno del mondo, fortunato per disgrazia -nostra, con quella solita chiusa sinistra, che faceva -scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà -del filo da torcere, vedrete, vedrete! — io gli -saettavo delle guardatacce da passarlo da parte -a parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E -quella febbre garibaldina durò allo stato acuto -fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come siano -andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno -scolastico si può immaginare: come gli affari -del re di Napoli, presso a poco. Ma per essere -promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -bastato il gridare: “-Viva l'Italia!„ e fui -promosso io pure. Pochi giorno dopo l'esame, -passando per un vicolo vicino a casa mia, vidi -molte donne affollate intorno a una merciaia, -che stava seduta sullo sporto della sua botteguccia, -coi gomiti sulle ginocchia e il capo fra -le mani, piangendo dirottamente. Domandai perchè. -Mi rispose una donna: — Gli hanno ammazzato -il figliuolo a <i>Milass</i>. — Il mio primo -senso fu di pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo) -di vergogna. Sentii dentro una voce che -mi disse: — Quello ha combattuto ed è morto, -e tu da tre mesi in qua non hai fatto che sbraitare, -buffone! — E da quel giorno feci un po' -meno lo smargiasso contro il conte di Cavour. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="liceo">Professori di liceo.</h3> -</div> - -<p> -Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu -istituito quell'anno in luogo dei due corsi di filosofia, -dovemmo fare un esame di greco in -iscritto, il quale si ridusse alla declinazione di -qualche sostantivo; ma parve che scrivessimo -un greco, dirò così, garibaldino, poichè fummo -quasi tutti rimandati; e fu la nostra salvezza -l'essere in tanti, avendo deciso il Ministero, perchè -il Liceo non restasse vuoto, d'insaccarvici -tutti a ogni modo. -</p> - -<p> -E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un -esemplare così mirabile d'una razza particolare -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -di professori di lettere che fu assai numerosa -in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto -perduta dopo l'unificazione della patria, un tipo -così perfetto e così ameno di mangiapaga a tradimento -e di spandichiacchiere scansafatiche, -che non posso resistere alla tentazione di farne -la fotografia. Era venuto nella nostra città, non -so di dove, quell'anno stesso, con una gran -pancia e una gran sicumera, accompagnate da -una grandissima voglia di non far nulla. Era -professore di letteratura italiana. Ma di questa -non discorreva che per incidente. Parlava quasi -sempre dell'Italia e dei fatti propri. A parlare -di sè gli dava pretesto qualunque argomento. -Partiva da un verso di Dante o da una sentenza -del Machiavelli, e passo passo, legando un'idea -all'altra, per salvare le apparenze, con ogni specie -d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che -aveva pagato i suoi stivali o a farci osservare -la bellezza della propria mano; poichè, fra le -altre fisime, aveva quella di credersi uno dei -più begli uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare -a Gustavo Modena. Quanto alla politica, -per entrar nell'argomento non pigliava vie -traverse: entrava addirittura nella scuola col -<i>Diritto</i> spiegato fra le mani, e ci leggeva i rendiconti -dei discorsi dei deputati; dichiarando -peraltro che non ce li leggeva per il contenuto, -che non aveva che far con la scuola, ma per -la forma, per farci notare le frasi più efficaci e -più eleganti; il che non gl'impediva poi di batter -la campagna, tra l'una e l'altra frase, dicendo -corna del Ministero, che gli aveva fatto -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -un monte di torti, e del Municipio, che lasciava -in cattivo stato i locali scolastici. Quando non -parlava di sè e della patria, ci leggeva svogliatamente -qualche cosa d'un suo sunto manoscritto -della storia letteraria, nel quale affermava -d'avere stretto tacitescamente “il molto -in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più -d'un secolo v'era ridotto in quattro o cinque -paginette: una vera quintessenza di rose; ed -era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava -di carriera: si sarebbe corsa la storia -universale in un trimestre. Tutto il suo lavoro -era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato -per dei mesi che avrebbe fatto “una -campagna giornalistica„ contro il Municipio, -per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra -sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci -povere righe non firmate; per le quali poi gridò -tutto l'anno: — Ho scritto, ho combattuto, ho -tempestato sui giornali.... — E il curioso era -ch'egli si credeva sul serio un lavoratore infaticabile: -con una voce che veniva proprio dal -fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul -tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo -dei mostri d'ingratitudine a battere così la fiaccona -con un professore che dava all'insegnamento -tutta l'anima sua, che “sudava,„ che -“vegliava,„ che “s'accorciava la vita„ per noi. -Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava -quasi sempre di cose allegre, soventissimo di -musica, perchè da giovane aveva suonato il -violino, e del <i>Barbiere di Siviglia</i> in particolar -modo, del quale era matto ammiratore; tanto -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -che ogni volta che trovava in un testo italiano -la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera, -raccontando invariabilmente le peripezie della -prima rappresentazione di Roma; donde prendeva -le mosse per ricorrere tutta la vita del -Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa -parlasse, poi, o di sè, o di politica, o di musica, -o di letteratura, i suoi discorsi finivano tutti a -un modo come i salmi: in una querimonia -amara per la miseria dello stipendio. — Siamo -pagati come dei portinai! — urlava. — È un -obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa.... -Noi facciamo egualmente il nostro dovere... — E -rientrava nel dovere in questa forma, -per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la -serenata del conte d'Almaviva fu composta dal -tenore Garcia. Ebbene.... -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="rimorso">Un rimorso.</h3> -</div> - -<p> -Bravo era il professore di matematica, una -figura rotonda di buon fratoccio; il quale, peraltro, -avrebbe potuto con qualche piccolo intermezzo -renderci assai più piacevole il suo -insegnamento, poichè si diceva che avesse una -bellissima voce di tenore, e che cantasse con -garbo; eccellente il professore di lettere latine, -un coso risecchito, ma pien di vita, che parlava -con una correttezza e con una precisione, da -parer che recitasse a memoria delle lezioni -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -scritte con cura diligentissima; e migliore di -tutti il professore di filosofia. Il cantore del generale -Petitti aveva portato la sua lira a Torino: -il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo -grave e compassato, d'ingegno acuto e di parola -scolpita e lucida, che faceva il miracolo di -renderci facile la scienza più contraria alla natura -umana, e in specie alla natura giovanile: -la logica. Il professore di storia lo rammento -per infliggermi pubblicamente un castigo. Era -un giovine mingherlino, di viso fine e pallido, -un professore improvvisato, credo, come eran -molti in quegli anni, il quale studiava forse -giorno per giorno la storia che c'insegnava, e -aveva la parola fioca e restia, e una timidità -fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma -faceva ogni suo sforzo per far bene, era buono, -ci trattava come compagni, e avrebbe certo insegnato -molto meglio se lo avessimo incoraggiato -dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci -facevamo beffe di lui e gli rendevamo la scuola -una berlina e un supplizio con ogni specie di -scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui -uno dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so -spiegare nemmen ora; non comprendo come -potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un -tempo un grande affetto, una reverenza proprio -filiale, che m'è un conforto il ricordare, oltre -che per altri, per il preside del liceo: un degno -prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione -squisita; ma che con noi non aveva punto che -fare, e a me non aveva dato nessun segno particolare -di benevolenza; ciò che prova che animo -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -affatto cattivo non avevo. Ma c'è in ogni animo, -come in ogni casa, il canto della spazzatura. -Bisogna dire che avessi dentro una certa dose -di malvagità che voleva a ogni costo il suo -sfogo, e io la sfogavo bassamente contro un -giovane mite e debole, che sapevo incapace di -farmela ringozzare. Ma posso ben dire d'averla -scontata, perchè tra le molte nequizie giovanili, -di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io -tenni con quel buon professore è una di quelle -che mi fecero soffrire di più. Riveggo ogni tanto -l'espressione di stupore e di rammarico che gli -passò sul viso una volta che gli feci in piena -scuola un atto irriverente, per il quale non mi -disse neppure una parola di rimprovero, e al -sorger di quell'immagine sento sempre uno -strizzone al cuore e un moto d'indignazione -contro me medesimo: oggi ancora, dopo tanto -tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima -volta ch'io lo vidi abbia compreso che -m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in un'altra -città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui. -Spero che sia ancora in vita. Se per caso egli -leggerà questa pagina, sappia che l'ho scritta -con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni -che son trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, -non l'ho dimenticato mai, e gli ho voluto -sempre bene. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span></p> - -<h3 id="liceisti">I liceisti.</h3> -</div> - -<p> -La scolaresca di quel primo corso liceale, -molto numerosa, era composta in gran parte -di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi -di giovanotti che avrebbero potuto portar sulle -spalle i professori. Molti erano convittori d'un -Collegio Civico, separato dal Liceo, che venivano -a scuola con un berretto militare, e portavano -i giorni di festa una divisa somigliante -a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i più tenacemente -studiosi eran quelli di famiglia meno -agiata, figliuoli di piccoli bottegai e di piccoli -proprietari rurali, che facevano duri sacrifici -per avviarli alle professioni liberali; il che prova -che anche nel campo scolastico, come nel campo -sociale, ha più ardore e più lena chi combatte -per salire che chi lotta soltanto per non discendere. -</p> - -<p> -Fu quella la classe in cui contrassi le prime -amicizie durevoli, furon quelli gli amici che rividi -sempre con maggior piacere per tutta la -vita, poichè in quell'anno soltanto cominciarono -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -a stringermi ai miei condiscepoli dei legami intellettuali. -Per tutto un inverno ebbi vicino un -futuro Conservatore delle ipoteche, un generale -avvenire, un vescovo in erba e un rettore predestinato -di quello stesso collegio, del quale era -collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni -ed esemplare nell'osservanza della disciplina, -quanto poi fu amorevole coi suoi sottoposti -e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale -avvenire sedeva proprio nel mio banco, -alla mia sinistra. Era uno dei più quieti e dei -più amabili della classe, un giovinotto robusto, -coi capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni -e dolci, sfavillanti di vita, con due guancie piene -e floride che, quando rideva, formavano due -fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione -di bontà infantile. Sento ancora nella -mente, come se mi suonasse all'orecchio, il metallo -della sua voce, che pareva quella d'un -uomo raffreddato, e rivedo le sue grosse labbra -vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei mulatti, -delle quali osservavo tutti i moti quando, -ritto in piedi, recitava la lezione al professore, -ed io gli facevo da suggeritore, com'egli faceva -a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva -spesso fra gli altri di bisticciarsi per un disparere -letterario o per un libro buttato sotto il -banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma -non seguiva mai con lui, tanto era d'indole -mite e arrendevole, e giocondo d'umore, e affabile -di maniere. Era alunno del convitto, e lo -vedo ancora col suo cappello da bersagliere -messo un po' di traverso, con un pennacchio -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla -già virile. Quante risate abbiamo fatte insieme, -nascondendoci dietro i compagni del banco davanti, -quando il professore di lettere italiane -attaccava il ritornello solito del <i>Barbiere</i> e dello -stipendio; di quelle risate deliziose, che hanno -il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la -facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno -che ci possa gridare: — La smetta —! Mi rammento -che un giorno il professore di lettere -fece recitare a lui la poesia del Guidi, <i>Alla Fortuna</i>, -della quale non ho più in mente che un -verso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.</p> -</div></div> - -<p> -In quella parola “Affrica„ era segnato il destino -del mio buon compagno, che si chiamava -Giuseppe Arimondi. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="bimbo">Il bimbo del Consigliere.</h3> -</div> - -<p> -Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, -allora ancor bambino, predestinato alla fama in -tutt'altro campo. -</p> - -<p> -I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, -erano in quel periodo mutati spessissimo. -Nei pochi anni che trascorsero dalla guerra -di Crimea alla liberazione di Napoli ne passarono -in quella piccola città non so quanti, che -ho dimenticati, tranne il Bellati, governatore, il -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -quale aveva fama di letterato per una bella traduzione -del poema del Milton, e un Consigliere -lombardo, il cui nome, che allora sapevo senza -dubbio, m'uscì poi dalla mente, e non lo riseppi -che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa — una -giovane signora d'aspetto buono e di -modi schietti e gentili — veniva qualche volta -a casa nostra a render visita a mia madre, -conducendo sempre con sè un figliuoletto di -tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi -nella memoria gli occhietti vivaci e la -forma singolare del viso, dal mento fuggente -a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura -di cappotto color nocciola, che gli stava -dipinto, e gli dava l'aria d'un ometto. È probabile -ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, -con la condiscendenza d'un fratello maggiore, -per liberarlo dalla noia che son sempre per i -ragazzi le visite. Ma non rammento altro che -la sua personcina e le feste che gli soleva fare -mia madre, complimentandolo per quel cappottino -prematuro di zerbinotto, che non dimenticò -mai più neppur essa. Chi m'avesse profetato -che cosa dovea diventare quel bambino, e -quale influsso esercitar con la sua penna sul -mio pensiero, e che ansie dolorose farmi provare -per lui in un momento terribile della sua -vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu -così. Quel figliuoletto d'un consigliere di prefettura, -che poi fu prefetto, divenuto trent'anni -dopo un pubblicista originale e potente, d'una -arte dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto -punte e incavi, dal quale sprizzano le idee fitte -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -e lucide come baleni da un'armatura a scaglie -d'acciaio, ed escon mille suoni acuti e minacciosi -come da un fascio di spade agitate, mi -doveva prima e più d'ogni altro accendere e -persuadere dell'Idea, alla quale egli dedicò tutto -il suo ingegno e tutta la sua vita, e che lo condusse -ammanettato davanti a un tribunale di -guerra, e dal tribunale all'ergastolo, condannato -a dodici anni di reclusione per un delitto politico, -a cui ripugnavano con egual forza la sua -ragione e la sua natura. Ma soltanto assai tempo -dopo ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano -una sola persona il direttore della <i>Critica sociale</i> -e quel bambino; non lo seppi che il giorno -in cui mia madre mi domandò: — Ma questo -Turati che hanno condannato è forse figliuolo -del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh -come sentii più forte l'affetto d'amico e -di compagno di fede che mi stringeva a lui, -quando si legarono nella mia mente quel cappottino -color nocciola e la casacca grigia del -galeotto! -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span></p> - -<h3 id="gaeta">La resa di Gaeta.</h3> -</div> - -<p> -La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di -quell'anno, ridestò i nostri bollori patriottici, -dati giù da qualche tempo, senza però farci andare -di miglior voglia agli esercizi militari, che -erano stati istituiti di fresco per tutte le scolaresche -del Regno: esercizi che noi ci ostinavamo -a non prender sul serio, benchè studiassimo -logica e ci dichiarassimo pronti a combattere -per la patria; come se per ammazzare -gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto -di saper caricare il fucile. Ebbi la notizia del -grande fatto in un modo e in un momento comico, -di cui si rise nella scuola per un pezzo. -C'era un professore d'istituto privato, noto a -tutti, un vecchio gamberone che pareva un palo -del telegrafo, codino fino al punto da lamentare -la caduta dei Borboni; ma generalmente -ben visto dalla gioventù delle scuole, perchè -usava accompagnarsi per la strada con qualunque -ragazzo o giovine, che avesse aspetto -di scolaro, e di chiacchierare con lui in tono -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli -consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque -liceisti con lui davanti a un caffè, un dopo -pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui durava -l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli -con un sorriso compassionevole — non cadrà. -Gaeta non fu mai presa, dovete sapere. Ricorriamo -la storia, signorini miei. Noi vediamo -che ci si ruppero le corna i Barbari, che l'assalirono -invano i Longobardi e i Saraceni. Poi -se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, -ma non con la forza delle armi. Vi resistette -per sei mesi, sul principio del secolo, il principe -Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito -del Massena. E ci vogliono altri denti che quelli -del generale Cialdini per romper quell'osso. Per -anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve -lo dico: per anni! — Proprio in quel punto -passò di corsa un giovane impiegato della prefettura, -che ci gridò senza arrestarsi, col viso -radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti -verso il professore, mettendo fuori in coro un -<i>ah!</i> di trionfo, per godere della sua confusione. -Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse -neanche un muscolo, come se non avesse inteso -nulla. Cavò di tasca il suo pezzolone turchino -intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio, -guardò in giro per aria come per vedere -che tempo facesse, poi disse con la bonarietà -solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la -schiena, se n'andò via tranquillamente, con una -mano nell'altra sulle reni. Doveva esser quello -il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -avversi. Noi rimanemmo mal soddisfatti, si capisce. -Ma fummo compensati la sera al teatro, -dove si rappresentava la <i>Gemma di Vergy</i>, con -illuminazione “a giorno„ per festeggiare la vittoria. -Nel primo atto il tenore negro fece al pubblico -una lieta sorpresa. Al momento di cantar -l'<i>a solo</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Mi toglieste al sole ardente,</p> -<p class="i01">Ai deserti, alle foreste,</p> -</div></div> - -<p> -si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere -sguinzagliato, e invece di dire i versi del libretto, -cantò una strofa d'occasione, composta -da lui, che m'è rimasta in mente tutta intera, -e che voglio regalare alla storia della lirica -italiana: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Là sui merli di Gaeta</p> -<p class="i01">Splende l'italo vessillo,</p> -<p class="i01">Delle trombe il fiero squillo</p> -<p class="i01">Chiama Italia a libertà;</p> -<p class="i01">Sulla rupe del Tarpeo</p> -<p class="i01">Sorge unanime una voce:</p> -<p class="i01">Vien Vittorio, vien veloce,</p> -<p class="i01">E l'Italia è fatta già!</p> -</div></div> - -<p> -Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar -la strofa tre volte; fini alla terza con una stecca; -ma fu attribuita alla commozione, e coronò il -suo trionfo. Felici giorni, anche per i tenori. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span></p> - -<h3 id="perilutto">Un pericolo e un lutto.</h3> -</div> - -<p> -Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che -più ci commossero furono la lettera famosa che -scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la -gran burrasca parlamentare dell'aprile, e la -morte del conte di Cavour. Benchè anche la -parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in -grazia il vincitore di Castelfidardo non meno -per la prosa poetica dei suoi proclami che per -le sue vittorie, pure quella lettera male ispirata, -la quale svelava un sentimento acre di gelosia -e sonava più che ammonimento d'avversario -provocazione di nemico, ci mise il sangue in -rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un -duello. Ricordo le dispute tempestose che avemmo -nella scuola coi compagni devoti al Governo, -e al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e -le risposte clamorose: — È una infamia. — È -una lezione meritata. — Raccoglieremo il guanto! — Vi -piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie, -gravide di guerra civile, che ci lanciammo in -faccia per tutta una serata, picchiando i pugni -sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; -e ricordo pure il senso di viva soddisfazione -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -che produsse in tutti la risposta pacata -e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e -dissipò ogni pericolo. Quanto alla morte del conte -di Cavour, son lieto di poter dire che anche la -triade garibaldina, che aveva combattuto con -tanto furore la sua politica, ne fu addolorata -sinceramente. Già fin dal marzo ci eravamo alquanto -riconciliati con lui per effetto dei discorsi -stupendi ch'egli aveva pronunciati intorno alla -questione di Roma: avevamo riconosciuto onestamente -che non gli si poteva negare l'ingegno, -e che forse, a modo suo, amava anche lui -il suo paese. Non s'andava d'accordo; ma, da -leali avversari, si ammetteva che avesse reso -all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non -c'era per il momento un altro uomo di pari -levatura che gli potesse succedere: la passione -di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser -giusti. Ed era di questa opinione anche il professore -d'italiano, quantunque per la sua rassomiglianza -con Gustavo Modena egli si credesse -in dovere di professare le idee della Sinistra -estrema; ammirò egli pure — in morte — il -gran ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci -in scuola, invece di far lezione, le più -eloquenti necrologie che si pubblicarono in quei -giorni dolorosi; non solo per rendere l'onore -dovuto al grande morto — diceva — ma per farci -imparar lo stile degli elogi funebri, che erano un -genere a parte, come chi dicesse la musica sacra -rispetto alla musica drammatica; al qual proposito -citò lo <i>Stabat Mater</i> del Rossini, che lo condusse -a discorrere del <i>Barbiere di Siviglia</i>.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span></p> - -<h3 id="studilingua">Primi studi di lingua.</h3> -</div> - -<p> -In quello stesso mese di giugno seguì nella -mia vita di studente un piccolo avvenimento, -che ebbe per me una importanza straordinaria, -e che noto soltanto per i miei lettori di quindici -anni; per i quali appunto mi par necessaria una -breve prefazione. -</p> - -<p> -Nelle scuole classiche, allora come ora, non -s'insegnava, nel senso proprio della parola, la -lingua italiana, come se per il solo fatto d'esser -nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente -saperla, o come se bastassero a -farla imparare quelle poche letture di scrittori -italiani, disordinate, frammentarie e superficiali, -che si facevano a scuola e in casa; delle quali, -come d'ogni semplice lettura, resta tanto meno -di lingua nella memoria quanto più è assorbita -l'attenzione dal contenuto. I professori ci -correggevano nei componimenti gli errori grossi, -suggerendoci la frase e la parola da sostituire -al modo errato, e consigliandoci ogni tanto di -leggere i buoni autori: e questo era quanto facevano -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -per insegnarci quella lingua, che da -nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo -imparare. E neppure dalla loro bocca non -potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo -tutti piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se -fossero stati di qualunque altra regione, fuorchè -toscani), essi non possedevano un vocabolario -molto più ricco che non fosse il nostro; -parlavano corretto e non altro. Che un ragazzo -non nato in Toscana, e più se nato ai piedi -delle Alpi, non potesse imparare in altro modo -la lingua italiana, non parlata da alcuno intorno -a lui, che studiandola come avrebbe fatto -d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco -a poco, per via di ricerche e d'appunti, un corredo -di vocaboli, di frasi e di costrutti, da imprimersi -nella memoria a uno a uno, a modo -di date e di sentenze, non passava per il capo -a nessuno. Procedendo dunque di classe in -classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; -ma quanto a ricchezza di lingua non si -faceva quasi nessun acquisto, e si continuava -a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso -materiale linguistico che s'era usato nelle prime -scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, -rachitico, senza forza e senza finezza, e -senz'alcun sentore di distinzione fra il linguaggio -accademico e il familiare, come lo scriverebbe -un francese o uno spagnuolo che avesse -studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che -è necessario per capire e farsi capire senza far -ridere. -</p> - -<p> -Mi trovavo a questi termini quando mio fratello -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -maggiore mi mise sotto gli occhi le Poesie -del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva -in capo una prefazione del Correnti e in coda -un dizionarietto di modi toscani — e mi disse: — Leggi -questo, se vuoi imparare la lingua. — Del -Giusti non avevo ancora letto che due o tre -poesie, sparse per le <i>Crestomazie</i> scolastiche. Le -lessi per la prima volta dalla prima all'ultima. -Fu come una festa. Non saprei paragonare il -piacere che n'ebbi se non a quello che si prova -da fanciulli quando ci è messa in mano la prima -scatola di colori o il primo strumento di musica; -un piacere puramente artistico, e questo -quasi tutto filologico, nel quale non entrava che -in minima parte il pensiero satirico e politico -del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. -Quella grande ricchezza di modi nuovi per me, -familiari ed efficacissimi, quella varietà di scorci -e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di legature -eleganti e flessibili fra idea e idea, quella -profusione di gemme e di perle fini, infilate -l'una sull'altra, incastonate nel verso con quel -garbo, fatte come saltar nelle mani con quella -lestezza e con quella grazia; che esprimevano -mirabilmente mille cose ch'io non avrei saputo -neppure adombrare con la parola, e ch'erano -come risposte inaspettate a mille domande curiose -accumulate da un pezzo nella mia mente, -mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole, -quelle frasi mi risplendevano agli occhi -come fuochi di mille colori, mi suonavano all'orecchio -come le note d'un coro di voci argentine, -mi si imprimevano nella memoria, e -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -quasi nell'animo, come sguardi e lineamenti di -creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel -pensiero a una a una, come per cercarne la virtù -segreta; godevo a staccarle dalla strofa e ad assaporarle -pure, come a spiccare dei fiori da -una pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi -chiusi. Il mio amore per la lingua nacque da -quella lettura. E fu un amore non punto eccitato -dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore -o dalla speranza d'acquistarle, chè a questo -allora non pensavo punto: fu come la passione -di chi raccoglie monete preziose o conchiglie -rare per il solo piacere di osservarle e di palparle, -senza neppur pensare di mostrarle agli -amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, -e vi cominciai a far delle note; feci lo spoglio -di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto il dizionario; -in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi -passavano le ore come minuti in quel lavoro -piacevolissimo, come a studiare una lingua -nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto -fino allora che una nozione confusa. Mi pareva -d'imparare ad un tempo lingua, musica, e pittura, -e di diventare da un giorno all'altro, per -effetto di quello studio, più intimamente, più -patriotticamente italiano. E tanta parte aveva in -quella passione questo sentimento, benchè non -ne avessi allora una ben chiara coscienza, che -sentii la prima volta in quei giorni il bisogno -di correggere la mia pronunzia, giovandomi della -conversazione d'un bersagliere, nativo di Siena, -poeta improvvisatore e caporale: altra piccola -miseria, questa della pronunzia italiana, di cui -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -non si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere; -ai quali si poteva leggere un verso del Petrarca -nel seguente modo, per citare un esempio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Giuvine dona soto un frasco louro,</p> -</div></div> - -<p> -senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, -poichè la passione della lingua era mossa, -il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia del -Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per -mia ventura sul Guerrazzi, del quale avevo già -letto bensì vari libri, ma soltanto con l'occhio -del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi -delle invettive contro i tiranni da innestare nei -componimenti d'effetto. Ma dal Guerrazzi, preso -all'amo del suo stile immaginoso e forte, non -mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando -forte, portavo via il pezzo, e oltre al trascrivere, -mandavo a memoria pagine intere, che -recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora -guerrazziano nell'anima, ora sindaco della -città da ventitrè anni; il quale in quell'esercizio -gareggiava con me, e mi vinceva, perchè -sapeva a menadito tutti i più bei passi dell'<i>Assedio -di Firenze</i>, e li diceva con un garbo squisito. -Poi feci nella passione della lingua delle -volate come quelle che facevo nell'amore. Passai -dal Guerrazzi al Guadagnoli.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span></p> - -<h3 id="ginnici">Furori ginnastici.</h3> -</div> - -<p> -Ma che mosca senza capo è mai un uomo di -quindici anni. Figurarsi che quella gran passione -filologica fu troncata di colpo, a metà delle -vacanze, dall'apparizione dei fratelli Guillaume. -Non era mai venuta nella città una grande -Compagnia equestre: tutto quell'apparato spettacoloso -di cavalli, di attrezzi, di maglie e di -vestiti variopinti m'infiammò d'entusiasmo per -l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena fanciullezza. -Il mio buon padre, che mi contentava -in ogni cosa, mi fece fare un trampolino, e mi -comperò corde, anelli, trapezi e cerchi, come -s'io avessi dovuto rizzar baracca di saltimbanco. -E questo feci, a un di presso. Chiamai a -raccolta tutti i miei compagni che avevano tendenze -d'acrobati, e mi diedi con loro allo <i>sport</i> -circense con una passione sfrenata. Furono esercizi -e camiciate da pazzi, con conseguenti capitomboli, -ammaccature, torsioni e rotture di -testa e scalmane da cavalli. Ma era anche quello -“furor di gloria,„ poichè, facendo le mie prodezze, -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -m'immaginavo sempre di “agire„ davanti -a una moltitudine spettatrice, che io vedevo -e di cui sentivo gli applausi, come un allucinato. -Sul serio, covai per qualche tempo -l'ambizione di diventare un direttore di circo -equestre. Mio padre mi rimproverava d'andare -all'eccesso. Io gli rispondevo: — <i>Mens sana in -corpore sano</i>; — al che egli ribatteva argutamente -che, intanto, era un principio bell'e buono -d'insania di mente il rompersi la testa per sanificare -il resto del corpo. E il corpo, infatti, -salvo le enfiagioni e le sbucciature, era sano: -crescevo come un girasole, ero un lupo a tavola, -un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini -del Banco, per bravata, a portar dei sacchi di -sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato -il mio professore di filosofia. Ma quanto a -nutrir la <i>mente sana</i> di studi, era un altro discorso: -non mi ricordo d'aver mai avuto in tanta -avversione la carta stampata quanto in quel periodo: -ero sulla via di diventare un fortissimo -e agilissimo cretino. Ma è proprio vero che le -malattie della vanità guariscono da sè stesse: -poichè non era altro, per tre quarti, quella mia -smania di ballar per aria. Ed ecco come guarii, -con molta soddisfazione di mia madre, che stava -sempre col batticuore di vedermi portare in casa -a quattro braccia. Il mio esercizio prediletto era -quello del salto col trampolino; la mia ambizione -suprema, quella di riuscire a saltare una -diligenza, come avevo visto fare a un pagliaccio -del circolo Guillaume (un semidio). Ma per -arrivare a tanto bisognava imparare a far il -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -salto mortale, come il semidio lo faceva, ed io -smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci provavo, -perchè non c'era da scherzare: era troppo -facile di rompersi il nodo del collo. Un giorno, -nella compagnia solita dei miei fratelli d'arte, -fra i quali m'arrogavo il primato, che m'era concesso, -come a proprietario degli attrezzi, s'imbrancò -un mio condiscepolo, assai più svelto e -più ardito di me, che si provò a fare quel salto. -Ci riuscì alla prima, fra l'ammirazione di tutti; -io fui ricacciato fra gli artisti di second'ordine, -e n'ebbi una gelosia mortale. Cento volte, da me -solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto -per dei quarti d'ora sull'alto del trampolino, -coi pugni chiusi e con gli occhi fissi sulla sabbia -sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo -in calzoni sul punto di fare il gran tonfo, aspettando -l'impulso del coraggio, e dandomi delle -spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma -l'impulso non venne mai. Tutto ben considerato, -avevo una sola spina dorsale, e non conveniva -arrischiarne l'integrità. E allora mi persi -d'animo, e smisi. Smisi le gare con gli amici e -le ambizioni di gloria ginnica; ma non perdetti -l'amore degli esercizi fisici; i quali accompagnai -sempre, non di meno, con l'immagine del -circo e della folla plaudente, composta specialmente -di signore e di signorine. E quell'amore -mi durò per tutta la prima giovinezza, pigliando -molte forme diverse, fra le quali quella del -gioco del pallone, della palla e delle boccie; del -che fui così soddisfatto da benedire anche quelle -prime pazzie, perchè son fermamente persuaso -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -di dover in gran parte alla ginnastica la salute -vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi -la rara serenità di spirito, la maravigliosa facilità -di godere d'ogni più piccola cosa e di pigliare -la vita lietamente, e d'esser contento di -vivere in qualunque stato: serenità che non mi -lasciò mai, se non a rarissimi e brevissimi intervalli, -finchè non fui colpito da quelle grandi -sventure che sconvolgono anche i temperamenti -più sani, come gli uragani atterrano anche gli -alberi più forti. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="fisica">Fisica e storia.</h3> -</div> - -<p> -C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un -anno straordinario, che, quando ripensiamo a -quel tempo nell'età matura, ci si presenta alla -mente come all'occhio dell'oratore pubblico uno -di quei volti singolari, i quali attirano la sua -attenzione fra gli altri mille dell'uditorio e lo -costringono a riguardarli cento volte, come se -s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati -d'una luce più viva. Tale è per me il -secondo anno di liceo, che incominciò nel novembre -del 1861. -</p> - -<p> -Principiò bene in grazia di due nuovi professori, -che m'è sempre grato ricordare, e che -nomino per sentimento di gratitudine e per dovere -di cittadino, perchè nel campo ristretto del -loro ufficio fecero tanto bene a tanta gioventù -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -da meritare che chiunque possa, anche dopo -mezzo secolo, li onori pubblicamente. Erano -molto giovani tutti e due; l'uno professore di -fisica, l'altro di storia. -</p> - -<p> -Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo -sanguigno, forte e sano come una pianta di -montagna, d'un viso aperto e simpatico, che -diceva a primo aspetto l'animo e l'ingegno, era -un insegnante impareggiabile, nato fatto, come -direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare -idee dalla propria “nell'altrui recipiente testa.„ -Il far lezione era per lui un vero godimento -dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva scintillar -gli occhi, vibrar la voce e scattare il gesto -come a un oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione -un ordine matematico e una chiarezza -cristallina, sentiva la poesia della sua scienza -e ne trasfondeva il sentimento nella scolaresca, -ci rendeva amena la fisica, quanto la letteratura, -con un'eloquenza viva, colorita, ondulata, direi, -per esprimere la varietà piacevole delle sue -intonazioni; eloquenza, per altro, che anche -quando scoppiettava in motti arguti, non usciva -mai un momento dal suo soggetto. Ed era modesto -senz'affettazione, indulgente senza debolezza, -familiare con noi, senza incoraggiarci -alla licenza, buono e fermo, sempre sereno -ad un modo, tutti i giorni dell'anno, come se, -salendo sulla cattedra, gli fuggisse dalla mente -ogni pensiero e dall'animo ogni sentimento che -non fosse quello della sua scienza e del suo -dovere. -</p> - -<p> -L'altro, una figura smilza e pallida di abatino -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -patrizio, era meno vivace nell'insegnamento; -ma anch'egli, in forma diversa, efficacissimo. -Faceva lezione come avrebbe celebrato la messa, -con una dignità sacerdotale che c'imponeva rispetto -e c'ingrandiva mirabilmente il concetto -dell'importanza della storia. Quando ci esponeva -le condizioni d'un grande trattato di pace o d'alleanza, -lo faceva con una tale gravità di viso -e d'accento, che stavamo tutti ad ascoltarlo raccolti -e silenziosi, come compresi della solennità -del momento storico, come se avessimo visto -in mezzo alla scuola i principi e gli ambasciatori -dei vari Stati, seduti intorno al tappeto -verde, a discutere le sorti dell'Europa. Annunziava -le dichiarazioni di guerra in maniera che -ci faceva battere il cuore come alla lettura della -scena dell'<i>Adelchi</i>, dove il messo di re Carlo -lancia il guanto a Desiderio, e quasi esclamare -in cuor nostro: — Che necessità tremenda! -Quanto sangue umano si sta per versare! — In -fine, trasportava così bene la nostra immaginazione -nei luoghi e nei tempi remoti, che, -dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti -di dieci secoli fa come su fatti di storia -contemporanea, accalorandoci per Federico Barbarossa -e per Giovanni delle Bande Nere come -per Napoleone III e per Garibaldi. Non scherzava -mai; teneva lo sguardo raccolto come un -prete all'altare, parlava sotto voce come se ci -confidasse dei gelosissimi segreti politici, e -non lodava mai chi sapeva, restringendosi a -fare col capo un atto lento d'approvazione, come -per dire: — Non spetta a me di lodarla; ella -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene -saranno riconoscenti. — E non c'è da riderne, -perchè era un'arte che ci teneva attenti e ci -faceva studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana. -Non ne ho più saputo nulla dopo quell'anno; -ma non ho mai aperto un libro di storia -senza che mi sorgesse davanti l'immagine -di lui, col viso grave e con gli occhi -bassi, nell'atto di “celebrar„ la lezione. Posso -dire in tutta coscienza che se non son diventato -uno storico illustre la colpa è d'un altro; -non sua. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="avvocato">Avvocato!</h3> -</div> - -<p> -A quel professore di storia debbo le mie prime -soddisfazioni di vendiparole. Egli ci aveva esortati -a far di quando in quando dei “lavori di -diligenza„ che dovevano essere sunti narrativi -di un periodo storico, chiusi da qualche considerazione -generale. L'ambizione d'entrargli in -grazia era così viva in tutti che i “lavori di -diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine -sul suo tavolino, e gareggiando fra di noi a chi -scrivesse più roba, c'era chi gli rovesciava addosso -delle mezze risme di carta, ch'egli mandava -a prendere dal bidello; il quale usciva -qualche volta carico come un somaro. L'aria -del tempo voleva che ogni scritto scolaresco -terminasse con una sonata patriottica. Io feci -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -al primo di quei lavori una chiusa di questo -genere, che ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè -vari compagni ricorressero a me abitualmente -per farsi fare la tirata finale del loro -“sunto„. Le richieste mi titillarono l'amor proprio, -divenni un fabbricante di <i>chiuse</i>: chiuse -rimbombanti d'amor di patria, tirate con le mani -e coi piedi, code di frasoni cucite ai lavori non -con filo bianco, ma con spago da imballatura, -veri petardi di rettorica, furfanterie letterarie -da non averne un'idea. Con l'esercizio continuo -acquistai in questo mestiere indegno una destrezza -spaventevole: avrei potuto aprir bottega -e guadagnarmi il pane. Ne insuperbii. Ma è -strano che da questo buon successo non nacquero -punto in me la speranza e il proposito -di diventare uno scrittore; ma sorse invece -l'idea d'aver la vocazione dell'avvocatura. -</p> - -<p> -Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da -improvvisatore che da letterato, apparteneva -esclusivamente al genere oratorio, e al più basso. -L'idea, a poco a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. -Sì, ero nato per tuonare alla sbarra, -per grandeggiare nel foro; nessun dubbio oramai; -mi maravigliavo d'aver sentito così tardi -la voce della natura. Era quella, dunque, la mia -nona incarnazione: prima bandito, poi soldato, -pittore, prete, tenore, matematico, commediante, -direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai -la nuova illusione con lo stesso ardore -con cui avevo abbracciato le altre otto. Ricordandomi -il gran colpo che m'aveva fatto il discorso -in difesa del generale Ramorino dell'avvocato -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -Brofferio, mi diedi a leggere i <i>Miei tempi</i> -(che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui -stile oratorio mi pareva giustamente il meglio -atto a formar l'eloquenza d'un aspirante alla -toga, e studiai a memoria tutti i frammenti di -discorsi parlamentari che l'autore riferisce in -quell'opera, e li andai recitando nel giardino e -nel cortile, con una gran mimica curialesca, fingendo -che fossero arringhe in difesa di accusati, -e vedendo, dico vedendo proprio la gabbia, -i giudici, l'uditorio, i carabinieri, tutti rintontiti -dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte -d'Assise, e marinai una volta la scuola per andar -a sentire il vecchio avvocato Sineo, venuto da -Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi -a fare delle arringhe per conto mio, in difesa -di mascalzoni immaginari e di Ramorini ideali. -M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno -dichiarai il mio pensiero a mio padre: avevo -scelto la mia carriera, non avevo più bisogno -che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser -stato un po' sopra pensiero, acconsentì, dicendomi -che agli studi universitari, in ogni modo, -io ero destinato, che potevo studiar leggi, se -tale era mio desiderio. — Va bene — concluse — sarai -avvocato. — Mi parve di esser laureato -in quel punto, e che dovesse cominciare il giorno -dopo ad affluir la clientela. Diedi l'annunzio ai -miei compagni, come d'una cosa fatta, e cominciai, -nel discuter con loro, a fare i gesti -avvocateschi di sciogliere il braccio dalla toga -e di aggiustarmi sul petto le facciuole, e in casa, -nei momenti d'ozio, a palpare con amorevole -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente, -avevo trovato la mia strada! E intanto, -per esercitarmi sempre più all'improvvisazione, -giù “chiuse„ a rifascio. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="polacchi">I profughi Polacchi.</h3> -</div> - -<p> -“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione -all'Europa in pro della Polonia, dov'era scoppiata -nel gennaio quella disperata insurrezione, -che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu -poi soffocata, come le tre precedenti, in un mare -di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza la -vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi -d'una Scuola militare di Varsavia, i quali, -dopo una rivolta, s'eran rifugiati in Italia e venuti -a stabilire nella nostra città, per aspettarvi -l'occasione e il modo di ritornare a combattere -per il loro popolo. Eran tutti di famiglia signorile, -bei biondi robusti, di viso ardito e grave, -su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria -lontana e della morte prossima: pochi mesi -dopo, infatti, caddero la più parte sotto il piombo -russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza, -a cui ciascuno di essi richiamava al -pensiero i molti Polacchi morti generosamente -per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero -nella loro famiglia o fra i loro amici una -vittima di quella caccia feroce data ai colpiti -dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -provocata, li circondava di rispetto e li colmava -di cortesie. E alle cortesie essi rispondevano -con viva gratitudine; della quale diedero una -prova gentile, in occasione della morte del sindaco, -portando con le proprie braccia il feretro -al camposanto. Di molti di quei giovani votati -alla morte ho ancora nella mente l'immagine, -che mi si presenta sempre accompagnata dal -suono armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo -curiosamente qualche parola passando -accanto ai loro crocchi, mentre commentavano -le notizie giornaliere della guerra santa che li -aspettava. Di uno in special modo mi ricordo, -che nessuna mia concittadina di quel tempo -può aver dimenticato: la figura più bella e più -poetica che abbia mai sognato una fanciulla -amorosa: un viso che pareva uscito da un quadro -di frate Angelico, coronato d'una maravigliosa -capigliatura bionda, d'un'espressione triste -e dolcissima, non mai rischiarata da un -sorriso; al quale corrispondeva la grazia del -corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto -d'una cresciuta troppo rapida: perchè aveva -appena diciassett'anni, dicevano: un fiore di -bellezza e d'eleganza femminea, austero non -di meno, che pareva anche più delicato appetto -alle altre forti piante della Vistola, in mezzo -alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio. -Lo vidi una sera al teatro, in sedia chiusa, -solo, tutto intento alla commedia, di cui forse -non capiva una parola: alcune giovani signore, -che gli stavan sedute intorno, facevan di tutto -per attirar la sua attenzione, e altre lo guardavano -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -col cannocchiale dai palchi: egli non -diede segno d'avvedersene, nè durante la recita, -nè fra un atto e l'altro; stette sempre seduto -con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, come -assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa -di tragico, certo, doveva esser seguito nella sua -famiglia lontana. Egli pensava forse a suo padre -che si trascinava in catene per le vie della Siberia, -o a un fratello, soldato forzato, che si struggeva -dall'ira tra le rupi del Caucaso, o a sua -madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda, -in cui le soldatesche del governatore -Wielopolski, sguinzagliate come branchi di briganti, -avevano strappato alla Polonia il fiore -dei suoi figli. E forse egli vedeva nell'oscurità -delle selve, che la guerra insanguinava, il suo -bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba, -lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="ebbrezza">Giorni d'ebbrezza.</h3> -</div> - -<p> -Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò -per aria ad un tratto, e la fisica e la storia con -loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui il -sole sfolgorava come se si fosse avvicinato alla -terra, e la luna mi guardava e mi parlava, e le -Alpi eran così bianche e la campagna così verde -come non erano state mai nè mai più saranno; -giorni in cui i fiori del mio giardino, mandandomi -un'ondata di profumo, mi dicevano; — A -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -te, bel ragazzo! — e ogni musica che suonava -nell'aria pareva che suonasse in onor mio, per -accompagnare il canto di trionfo del mio cuore; -giorni in cui la gente affollata al passeggio, che -io fendevo guizzando come un pesce nell'onda -e cercando intorno con gli occhi, mi pareva -una moltitudine d'infelici che non avessero ragione -d'esistere, e tutte le cure della vita e gli -aspetti umani e le cose vicine e lontane m'apparivano -come a traverso i vapori rossi d'un -incendio che avvampasse l'universo. E v'era -nella città una povera strada dove tutte le case -mi parevano templi e palazzi d'un'architettura -di sogno, e in quella strada una casa, che aveva -per me la vita e l'espressione d'un enorme viso -umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire -fissandomi con l'occhio d'una finestra che mi -pareva accesa, e in quella casa una scala dove -vedevo oscurarsi l'aria e danzare i muri e sentivo -tremare le pietre sotto i miei piedi come -per una scossa di terremoto. E v'era un'immagine -che m'accompagnava da per tutto, e mi -pareva a un tempo gentile come un fiore e immensa -come un mondo, dolce insieme e terribile, -familiare all'occhio e al pensiero, e pure -ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile, -in cui si smarriva la fantasia, come lo sguardo -in un abisso di tenebre. E in quei giorni sdegnavo -ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi, -cercavo le braccia di mia madre; mi -risaliva la preghiera dal cuore alle labbra, mossa -dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente -buono potesse aver fatto il cuore -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -umano capace della dolcezza infinita che m'inebbriava; -e mentre adoravo la vita, vedevo -bella anche l'immagine della morte, perchè mi -pareva che neppur essa avrebbe potuto spegnere -la fiamma onnipotente che m'ardeva, e -che la vita futura non potesse esser altro che -l'appagamento assoluto e il trionfo immortale -della passione che mi sollevava da terra. E -questo basta, perchè, fra molte altre cose, non -ho mai capito come un uomo possa raccontare -al pubblico il suo primo amore. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="grandolore">Un grande dolore.</h3> -</div> - -<p> -Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine. -</p> - -<p> -Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola -con noi, si lasciò cascar dalle mani la forchetta; -si sforzò due volte di riprenderla, non -potè; disse: — Non mi sento bene, — e alzatosi -a fatica, si mise a sedere sul sofà, dove -rimase qualche tempo immobile, con gli occhi -fissi, senza parlare. Poi volle andare a letto, e -v'andò a stento, trascinandosi, sorretto da mia -madre e da uno dei miei fratelli. Si mandò a -chiamare il medico, che accorse subito. -</p> - -<p> -Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile. -</p> - -<p> -Era perduto. -</p> - -<p> -Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta -la parte destra del corpo, e offeso il cervello. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -</p> - -<p> -Così si spegneva a un tratto, come una fiamma -soffocata, quella mente acuta e lucida, dotata -d'una ragione potente e di squisite facoltà artistiche, -aperta a ogni idea bella e atta a ogni -maniera di studio e di disciplina; così finivano -cinquant'anni di lavoro utile, di vita onesta e -feconda, di cure e di sacrifici affettuosi e continui -perla famiglia, prima ch'egli potesse avere -alcuna ricompensa dalla buona riuscita dei suoi -figliuoli; finivano con lo sgomento e con l'angoscia -di lasciarci quando avevamo ancor bisogno -di lui, e di rigettarci, lasciandoci, da una -condizione agiata nelle angustie e nell'incertezza -dell'avvenire, come se egli non avesse -faticato, lottato per tanto tempo che per renderci -più funesta la sua fine! -</p> - -<p> -Da quel giorno la nostra casa non fu più che -una tomba, nella quale, ancor vivo, egli era già -come sepolto, già separato da noi più terribilmente -che dalla morte, poichè non avevamo -più padre, e ci rimaneva ancora davanti, come -l'immagine stessa della nostra sventura, la sua -larva dolorosa. Parlava ancora, ma con parole -sconnesse e insensate, che ci laceravano il cuore -più che il silenzio della morte; ricordava ancora -i nostri nomi, ma dava all'uno quello dell'altro, -come se non vedesse più in noi che -delle ombre, e ci ascoltava con lo sguardo fisso -e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo -intenso e lungo per raccogliere e riconnettere -i congegni spezzati dell'intelligenza; ma non ci -comprendeva più, come se gli avessimo parlato -una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -non gli toccasse più altro che l'udito. E se qualche -volta, per pochi momenti, gli ritornava un -barlume d'intelligenza, eran quelli i momenti di -maggiore angoscia per noi, poichè, avendo come -a lampi coscienza della sua sventura, si batteva -la mano sulla fronte in atto disperato, -ed esprimeva il desiderio di morire, il rammarico -di esser ridotto per noi un “fastidio„ e -un “ingombro„, il tormento che lo straziava -di non poter più parlarci ed intenderci; e questo -esprimeva con esclamazioni rotte e violente -e con scoppi di pianto sconsolato, che ci facevano -fuggir singhiozzando. -</p> - -<p> -Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie -lunghe ore pensierose, riandando il passato, io -compresi tutta la sua bontà, tutte le sue virtù -d'uomo e di padre. Il suo amore per noi avea -qualche cosa d'austero: egli ci amava, ma non -ci adorava, e in questo pure era saggio, e per -questo la sua carezza, benchè frequente, ci faceva -l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. -Egli era stato per tutti noi il primo maestro. -Quand'eravamo ancora bambini, ci conduceva -a far delle lunghe passeggiate in campagna, -che per noi erano una festa, e, strada facendo, -ci diceva sempre in forma dilettevole qualche -cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, -insegnandoci i nomi delle piante, stimolando -e appagando in mille modi arguti la -nostra curiosità infantile. Egli ci tracciava delle -tavole sinottiche per facilitarci lo studio del latino, -c'insegnava il francese, che sapeva benissimo, -e la calligrafia, in cui era maestro, ci faceva -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -dei quadretti coloriti per farci imparare -la nomenclatura italiana degli oggetti domestici, -e ci disegnava delle carte geografiche con un -metodo suo proprio, che gli costavano settimane -di fatica. Dotato di molte e finissime -abilità meccaniche, le esercitava continuamente -a nostro vantaggio: ci legava i libri, ci faceva -dei giocattoli, ci fabbricava dei piccoli mobili, -ci scolpiva le teste delle marionette, ci dipingeva -gli scenari per il teatrino. E pure essendo -padre così operoso e pieno di pensieri estranei -al suo ufficio, era un impiegato, più che diligente, -ardente di zelo; tanto da mandare ogni -anno al Ministero dei grandi progetti di riforme -computistiche, intorno a cui lavorava per mesi -e mesi. E non restringeva la sua vita intellettuale -nel cerchio dell'ufficio e della casa: leggeva -libri nuovi d'ogni genere, sapeva a memoria -un gran numero di poesie, che recitava -mirabilmente, aveva un'ammirazione appassionata -per i grandi scienziati e i grandi artisti, -visitava studi di pittori e stabilimenti industriali, -andava a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi -merito, il quale passasse per la nostra -città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello -d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. -Non ho di lui altra immagine che quella d'un -uomo bianco di capelli e di barba; così mi sembra -d'averlo sempre veduto; eppure non mi -pareva vecchio, e non mi passava mai per la -mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi -un uomo fatto, tanto era sano, vigoroso, vivace, -anche nei suoi discorsi in famiglia, pieni di ricordi -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi -ricordo che provavo un gran piacere, come a -un segno ch'egli mi desse di dover vivere lungamente, -quando, mettendo io nella sua larga -mano tutt'e due le mie, egli, per scherzo, me -le serrava come in una morsa, fino a farmi -cacciare uno strillo, che esageravo, per dargli -un'idea più grande della sua forza. Visse lungamente, -sì, ma morì troppo presto per noi, e -per il premio a cui gli dava diritto la sua nobilissima -vita. Povero padre mio, mio maestro -e mio amico, che m'hai dato l'esempio di tutte -le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io non -ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza -pubblica, io che, certamente, essendo -l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso, il -più disperato dei tuoi ultimi pensieri! -</p> - -<p> -E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, -sentivo nella camera accanto il suo vaneggiamento -compassionevole, delle esclamazioni affannose -e senza senso, che m'entravan nel -cuore come colpi di pugnale, e le parole dolci -e tristi di mia madre che lo vegliava; le quali -mi facevano soffrire anche più delle sue. Che -terribili notti, e che terribili giorni! -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span></p> - -<h3 id="dirotta">Cambiamento di rotta.</h3> -</div> - -<p> -Ma tanta è la forza della vita a quindici anni -che l'animo non rimane prostrato a lungo neppur -dai più grandi dolori; dai quali si divincola, -per rialzarsi impetuosamente, come il getto -d'acqua vigoroso che respinge la mano da cui -è compresso. Così avvenne a me dopo pochi -giorni. Della condizione mutata della famiglia, -in ciò che riguardava i mezzi economici, non -ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno -pensiero: eppure era mutata per modo ch'io -non avrei più potuto far gli studi universitari -senza sacrifizi gravi di mia madre e dei miei -fratelli. Erano disposti a farli, e li avrebbero -fatti lietamente; lo compresi, e me lo dissero; -ma compresi pure che era mio dovere di prendere -spontaneamente una deliberazione che li -liberasse da quell'obbligo; di scegliere, cioè, -una carriera che mi mettesse in grado al più -presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, -sognati trionfi del foro! Ma rinunziai al foro -senz'alcun rammarico, come avevo rinunziato -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi -patriottici erano ancora caldi, il periodo -delle guerre nazionali ancora aperto, la mia -passione per l'esercito non del tutto spenta: -scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro -che avrei finito ancora il secondo corso del -Liceo, e che ai primi dell'anno prossimo sarei -entrato in un collegio a Torino, per prepararmi -agli esami d'ammissione alla scuola di Modena. -E il buon volere, anzi l'allegrezza con cui presi -quella decisione non fu punto turbata dal fatto, -che acquistassi proprio in quei giorni, lucida -e ferma, destinata a non più cadere, la coscienza -di poter riuscire, comunque fosse, uno -scrittore. -</p> - -<p> -Fu per un caso, come quasi sempre avviene, -che mi s'accese quella nuova girandola, a fuoco -perpetuo. -</p> - -<p> -Una mattina il professore di lettere italiane -ci fece fare in scuola un componimento sul -tema: <i>I Promessi Sposi</i>. Due giorni dopo, avendo -letto tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare -che il meno peggio era il mio; ma con una frase -assai più cortese di questa, seguita da vari -commenti, che terminavano con una falsa profezia. -E fu proprio quella falsa profezia che decise -del mio destino. Avrei forse presa, più tardi, -la medesima strada, anche se non mi ci avesse -spinto allora quel piccolo avvenimento; ma è -un fatto che soltanto dopo quel giorno cominciai -a studiare e a scrivere col proposito determinato -e con la speranza viva di riuscire a qualche -cosa con la penna, e che da quel momento -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -in poi la mia passione per la letteratura non -ebbe più intermittenze. Le prime cose che scrissi -furono dissertazioni in forma di lettere, dirette -ora all'uno ora all'altro dei miei amici; ma lettere -che mi sarebbero costate un occhio se le -avessi mandate per la posta, e che nessuno -avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il -coraggio di regalarle a chi mi era servito di -bersaglio per scriverle. Eran quaderni, e trattavano -di tutto, senza dir propriamente nulla, -girigogoli di frasi, fughe interminabili di parole, -cascate fluviali di periodi, non altro che esercizi -d'immaginazione e di stile, nei quali cacciavo -a forza tutte le mie reminiscenze di letture, -e facevo dei larghi giri di falco per venire -a una data immagine o a una data locuzione, -quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore -o una perla, e anche votavo addirittura delle -sacca di roba altrui, tinta soltanto dei colori -della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte -perchè si confondesse meglio con la merce dei -miei magazzini. Ma c'era pure in quella prosa -di cicalone e di ladro qualche cosa di personale, -ed era la musica, che s'è mutata poco -d'allora in poi. Con quegli esercizi mi sfranchivo -la mano a scrivere, imparavo a tradurre -in parole il sentimento quale mi spirava nell'animo, -a esprimere in modi diversi il mio pensiero, -a snodare e a annodar fra loro i periodi, -a maneggiare con destrezza il materiale di lingua -che avevo già accumulato nella memoria. -E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi, -perchè credevo fermamente d'avere tutti i bernoccoli -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -letterari. Avevo letto la prima volta -nella primavera di quell'anno le liriche e le -ballate del Prati, e quell'onda sonora di rime, -quel barbaglio di lampi e di colori m'aveva -prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane -la prima vista d'una grande sala da ballo sfarzosa, -in cui turbini una folla di belle signore -infiorate e gemmate. E le mie poesie erano -tutte un'imitazione quasi plagiaria del “superbo -signore dei colori e dei suoni„ tirate via -con una facilità di versaiolo estemporaneo, sonore -come concerti di campane e luminose come -fuochi di Bengala; inni e ballate d'un Prati rimbambito. -Ma non posso dire il piacere che godevo -in quelle lunghe ore di scribacchiamento -diurno e notturno, in cui mi giungeva importuna -l'ora del desinare e della cena, e mi coglieva -come improvvisa la sera, e non avevo -più quasi alcun senso della vita esteriore. E fu -una provvidenza per me quella specie di febbrone -letterario perchè, tenendomi così assorto -continuamente, mi faceva vivere fuori della -grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, -e quasi dimenticar la sventura. Solo di quando -in quando mi s'alzava davanti tutt'a un tratto -l'immagine del povero vecchio che giaceva immobile -in un letto all'estremità opposta della -casa, e il pensiero ch'egli non sapeva nulla di -quella mia nuova felicità, che non avrebbe mai -letto nulla nè di quello che scrivevo allora, nè -di quanto avrei scritto nell'avvenire, mi faceva -posare la penna e restare un pezzo meditabondo, -con gli occhi pieni di lacrime. Ah, come -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -avrei voluto ch'egli venisse ancora, come faceva -nel passato, a portarmi a copiare qualche -tavola dei suoi progetti di riforma amministrativa, -e come mi pentivo amaramente di non -avergli qualche volta nascosta la mala voglia -con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo, -come mi pareva odiosa in quei momenti -la mia ingratitudine, e con che parole dolorose -e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua -memoria! -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="aspromonte">Aspromonte.</h3> -</div> - -<p> -Da quella furia di scribacchino mi fece uscire -per qualche giorno, nel mese d'agosto, Garibaldi. -Il grido di <i>Roma o Morte</i> ridestò improvvisamente -la fiamma delle mie passioni politiche -e mi ricacciò in mezzo ai miei compagni -rivoluzionari a fremere e a vociare contro -“l'uomo di Novara„ e “la sfinge di Parigi„. -Noi volevamo, si sottintende, andare a Roma a -qua-lun-que co-sto, e non dubitavamo neppur -per sogno che Garibaldi, il quale moveva allora -verso Catania coi suoi volontari, ci sarebbe -arrivato, a dispetto di tutti i diavoli e di tutti i -santi. E non volevamo intender ragioni. A chi ci -diceva: — E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E -noi faremo la guerra alla Francia. — E -se ci salta addosso l'Austria? — E ne -daremo anche all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, -a morte tutti. Il giorno che venne la notizia -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina -in una trattoria, presieduti da un reduce -garibaldino del sessanta, uno sbarbatello indemoniato, -che per l'occasione s'era messo in -capo il suo vecchio berretto rosso sdruscito, e, -scovata in casa dell'oste una bandiera stinta e -sbrindellata, che non aveva mai visto che il -fuoco della marmitta e pareva un avanzo di -venti battaglie, percorremmo la città cantando -l'inno del Mercantini e urlando <i>Roma o Morte</i>, -fra lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di riprovazione -dei cittadini pacifici, a cui facevamo -l'effetto d'un branco di evasi dal manicomio. -Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello -Pallavicini, che era partito pochi giorni -avanti dalla nostra città per andare ad assumere -il comando dei bersaglieri, condotti poi da -lui stesso all'assalto d'Aspromonte; di quei suoi -bersaglieri dai quali era partita la palla fatale -che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo -a morte con quel colonnello Pallavicini, -che ci eravamo “scaldato in seno„ per -tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra -“ospitalità cittadina„ a quel modo, mordendo -a sangue il nostro dio. Qualcuno parlò di fargli -la festa, se avesse avuto la fronte di ritornar -fra noi. La sua promozione a generale inasprì -anche di più le nostre ire, come una provocazione -aggiunta all'offese. Si ventilò l'idea di -comprare una sua grande fotografia, che era -esposta nella vetrina d'un libraio, per farne un -<i>auto da fè</i> davanti alla Prefettura; ma ne volevano -cinque lire, e preferimmo di spenderle -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -in birra. Salì poi al colmo la nostra indignazione -(e, fuor di scherzo, fu una grande tristezza) -quando vedemmo passare per le vie -della città una colonna di garibaldini prigionieri, -che eran condotti a un forte delle Alpi. -Come m'è rimasto impresso quello spettacolo! -Saranno stati un centinaio, fiancheggiati da due -file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, uomini -maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi, -e col petto scintillante di medaglie, figure belle -e superbe che camminavano a fronte alta e a -passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri -ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e -triste, che diceva una storia miseranda di digiuni -e di stenti; figure di mendicanti, più che -di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ -si voltavano a guardarci con aria attonita, -girando gli occhi intorno come se cercassero -del pane. Ah, che furiose discussioni -quella sera, al caffè, coi nostri amici bersaglieri, -che ci chiamavano i <i>Romaomorti</i> e si -burlavano dei liberatori di Roma senza scarpe -e inneggiavano al “vincitore di Aspromonte!„ -S'affollò gente nella sala, accorse il padrone, -s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il nostro -nemico, il vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai -una sera a buio, sotto i portici, vestito -da borghese, che andava a passo spedito, guardando -verso la strada, come per raggiungere -qualcuno. Gli cedetti il passo, fremendo, e gli -lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: -aveva ben altro per il capo. Voltandomi indietro, -lo vidi poco dopo uscir di sotto le arcate -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava -una bella signora. Le due teste si avvicinarono, -la carrozza partì, io rimasi come un -grullo, e Aspromonte restò invendicato. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="fiumedin">Un fiume d'inchiostro.</h3> -</div> - -<p> -Rientrai allora nella mia fucina letteraria e -non ne uscii più per il rimanente di quell'anno. -Ebbi solo qualche giorno di malinconia, all'aprirsi -dell'anno scolastico, pensando ai miei antichi -compagni che entravano nel terzo corso -del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un sentimento -come di nostalgia della scuola, ch'io -lasciavo prima d'aver compiuti gli studi, e più -che altro di rimpianto degli studi classici abbandonati, -come d'uno scadimento della mia dignità -intellettuale. Ma fu una malinconia presto -soverchiata dall'ardor del lavoro, se può darsi -questo nome a quella mia eruzione di parole, -che riprese dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa -e più violenta che mai. Rimasi veramente -stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai -in fondo a un cassone i miei manoscritti -di quel tempo, d'aver potuto rovesciar sulla -carta in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: -racconti, dialoghi, satire, paralleli di scrittori, -pappolate filosofiche: una specie di <i>Decamerone</i>, -fra le altre cose, che Dio e il Boccaccio -me lo perdonino. La mia passione prese davvero -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -in quell'ultimo periodo il carattere d'una -malattia mentale, degenerando di letteraria in -libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di -vedere i miei parti in forma di volumi stampati -e legati, con gran lusso calligrafico d'intestazioni, -di indici e di fregi, e ciò che è più -strano, immuni di correzioni quanto più fosse -possibile; tanto che ci lasciavo spesso intatti dei -grossi spropositi per non deturpare la pagina -con un frego. E come non mi spiego da che -mi nascesse quella fisima, poichè non davo a -leggere le mie “opere„ neppure agli amici più -stretti, non capisco neppure il perchè di quella -smodata produzione, non pensando io neppur -per ombra a dare alle stampe quelle bracciate -di prosa. Avevo bisogno di scrivere, credo, -come avevo avuto l'anno avanti il bisogno di -saltare e di arrampicare; erano umori del cervello -che dovevan dar fuori; bisognava che -m'affaticassi le facoltà eccitate per castigarle e -renderle atte più tardi a un lavoro pensato e -tranquillo. Nondimeno, mi vergogno ancora un -poco, quando ci ripenso, di quella lunga orgia -di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi -ancora male a buon senso in quell'anno, quantunque -mi cominciassero a spuntare i baffi. Mi -conforta solo il ricordare che non mi facevo -grandi illusioni intorno al valore intrinseco dei -miei finti libri; dei quali, per mia fortuna, ero -io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, -che io avessi la certezza, ma proprio la certezza -assoluta di riuscire un giorno a qualche -cosa, la previsione netta e sicura che la carriera -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -militare non sarebbe stata che un episodio -della mia vita, che la mia vera ed unica -vocazione fosse quella di metter del nero sul -bianco a beneficio del genere umano. Non era -una certezza fondata sui saggi che davo di me -a me medesimo in quel periodo di esercitazione -letteraria meccanica; ma sul presentimento -di facoltà che sarebbero poi sorte nella -mia mente, su promesse confuse della coscienza, -su non so quale armonia che mi suonava dentro, -non ancor formulata in idee, vaga, profonda, -dolce, continua, su non so che cosa che -mi sentivo correre per le vene e per le fibre e -brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io pensavo -sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo -di fuoco per effetto d'un avvenimento inaspettato, -dello spettacolo d'una città nuova, della -compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal -dischiudersi delle porte dorate della gioventù, -di cui stavo per varcare la soglia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span></p> - -<h3 id="partenza">La partenza.</h3> -</div> - -<p> -Venne finalmente il giorno della partenza per -Torino. Parrebbe ch'io avessi dovuto lasciar -con dolore quella casa dov'ero entrato bambino -e donde partivo giovinetto, e quella piccola città, -che era per me come la città nativa, dov'ero -vissuto quattordici anni, dov'ero cresciuto così -sano e forte e lasciavo tante memorie. Eppure -questo non fu. La prima età ha di questi momenti -di duro egoismo, in cui la furia d'uscir -del guscio, l'ebbrezza di mutare orizzonti e di -slanciarsi nella vita preme con tanta forza su -tutti gli altri affetti, da cacciarli quasi dal cuore. -Quella città, che doveva diventarmi poi così -cara, mi si era fatta in ultimo intollerabile. Vi -conoscevo tutti i visi, avevo impresse nella -mente le facciate di tutte le case, potevo rammentare -per ordine tutte le botteghe di tutte le -strade, e questa conoscenza di tutto mi dava -un senso di sazietà d'ogni cosa: perfino dall'aspetto -dei dintorni bellissimi, che m'erano -stampati nel cervello sentiero per sentiero e albero -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -per albero, mi veniva un tedio infinito: -mi dibattevo fra quelle mura come un falchetto -in una stia da uccellino; sentivo una tale smania -d'andarmene che il solo odore del fumo -della strada ferrata, alle volte, mi faceva fremere -come fa l'amante al profumo d'un fiore -regalatogli dalla sua bella. E ciò non ostante -non m'è rimasta nella memoria alcuna traccia -dei particolari della partenza: non mi ricordo -neppure degli addii dati in casa, nè di chi m'abbia -accompagnato alla stazione, nè dello stato -d'animo, triste o lieto, in cui mi ritrovavo all'ultimo -momento. Mi ricordo soltanto che il -giorno prima della partenza chiamai a raccolta -nel cortile quelli che rimanevano dei miei antichi -compagni scamiciati di gioco e di milizia, -e che distribuii fra tutti, perchè ne facessero -un regalo ai loro fratelli piccoli, quanto mi era -restato in casa dei miei trastulli della fanciullezza: -stampe colorite, che rappresentavano soldati -francesi e italiani, casette e figurine di presepio, -e trombe e daghe di legno dei miei tempi -bellicosi. Solo allora, quando vidi portar via -quella roba che m'era stata un tempo così preziosa, -provai un senso di tenerezza e di mestizia, -come se in quel punto si fosse spezzato -il legame che teneva ancora unito in me il giovinetto -al fanciullo, e quei giocattoli fossero stati -una parte viva di me, che morisse in quel punto, -e la portassero a seppellire. V'è da quel momento -un buio nella mia memoria fino a quello in cui -mi trovai solo in un vagone, sul treno che andava -a Torino, con una grande sacca coricata -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -sul sedile, dentro la quale c'era tutta la compagnia -dei grossi burattini dalle teste di legno, -scolpite dal mio buon padre, che avevan deliziato -non solo la mia, ma anche la fanciullezza -dei miei fratelli, e che mia madre m'aveva affidati -con molte raccomandazioni perchè li portassi -a un mio nipotino di Torino. Vedo ancora -quella vecchia sacca da viaggio ricamata a colori -vistosi, e quasi risento sotto le mani le -teste dure di quegli antichi amici, che facevan -gobba da tutte le parti. E a questo ricordo mi -vien sulle labbra un sorriso d'ironia malinconica. -Sì, proprio, in quella sacca era chiusa -l'immagine del mio avvenire. Ahimè! Che cosa -ho fatto altro nella vita che far ballare dei burattini? -E non ho nemmeno la coscienza d'essere -stato un grande burattinaio. Eccomi qui, -coi capelli bianchi, già preparato a un'altra partenza, -e mi pare d'aver di nuovo accanto quella -sacca. Allora c'era chiuso il mio avvenire, ora -c'è chiuso il mio passato. <i>Vanitas vanitatum</i>: -ecco il fondo delle cose, e la conclusione di -tutto. Quando queste parole, che sogliono rattristar -l'animo e offender l'orgoglio dell'uomo, -gli son diventate un conforto, vuol dire che il -suo cammino è finito. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span></p> - -<h3 id="mistero">Un mistero.</h3> -</div> - -<p> -Quella città, non più riveduta che due volte -in trentaquattro anni, e non ricordata che raramente, -e di sfuggita, e senz'affetto, nel tempo -della gioventù, ha preso poi nel mio spirito, -nell'età matura, una vita intensa e quasi risplendente, -mi è diventata oggetto fino a questi -giorni di sempre più frequenti e più vive riflessioni. -E in questo non è nulla di singolare, -perchè, meditando l'uomo sul mistero di sè medesimo, -via via che invecchia, sempre più assiduamente, -è naturale che risalga sempre più -spesso col pensiero ai propri principi, e quindi -ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma singolare è -che a quella città io ritorni sempre più sovente -nei sogni, e strano, inesplicabile per me che questi -sogni siano tutti lo svolgimento d'uno stesso -fatto doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi -ritrovo nella strada maestra, fiancheggiata da -un capo all'altro da un doppio ordine di portici -bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè -di notte, poichè i portici è la strada sono qui -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo, -altrove come ingombri d'una nebbia fitta, che -ora si squarcia, ora si riaddensa; ma è l'ora -della passeggiata domenicale, poichè va e viene -gente da tutte le parti, e le botteghe son chiuse. -In ogni sogno sono arrivato allora allora, con -un vivo desiderio di ritrovare gli antichi amici -molti dei quali vivono ancora; mi caccio tra la -folla, e vo innanzi cercandoli con lo sguardo, -curioso e impaziente. Ma cammino e cammino, -e non ne incontro nessuno, e non rivedo neppure, -fra tutta quella gente, uno solo dei tanti -visi noti, che mi si presenterebbero nella realtà, -e che dovrei incontrare per questo anche in -sogno. Invano ricorro da un capo all'altro i -portici di destra e di sinistra, osservando i -crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano -e i gruppi che stan fermi alle cantonate, dove -sempre ne vedevo qualcuno, quando vi passavo -da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta -una popolazione sconosciuta, come mi sarebbe -quella d'una città dove non fossi mai stato. -Vedo spesso venir verso di me, in quella luce -incerta di foresta, una persona che mi par di -quelle ch'io cerco, e dico tra me, rallegrandomi: — È -il tal dei tali! — ma, andandogli -incontro, m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, -un ignoto. A poco a poco la folla si dirada, -percorro lunghi tratti deserti, fiancheggiati da -edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza -o di carcere, da case e da muri di cinta -in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna, -solo; rientro un'altra volta sotto i portici, dove -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -non suona più il passo che di pochi solitari: -corro dietro all'uno, corro incontro all'altro: -nessun amico, nessun conoscente; nessuno -mi riconosce, nessuno mi guarda; chi svolta -a destra, chi svolta a sinistra, tutti scompaiono. -Corro a casa degli amici più stretti, -agli uffici dove sono impiegati, a quella tal farmacia, -in quel dato caffè che so che frequentano: -non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; -suono, picchio, chiamo, domando ad alta voce: — Il -tale? Il tal altro? — Nessuno sa nulla. Affannato, -addolorato, mi rimetto a correre per la -via maestra, infilo i vicoli laterali, giro e rigiro -in mezzo a case che riconosco, non so -come, benchè non sian più quelle d'una volta, -per crocicchi e per piazzette che si allargano -e si restringono come se gli edifizi dintorno -danzassero, per vicoli che s'allungano e si perdon -nelle tenebre, intorno a vecchie chiese che -si trasformano al mio avvicinarsi in cattedrali -enormi, e da per tutto incontro, fiancheggio, -raggiungo delle ombre umane; ma da nessuna -parte rivedo un amico, un conoscente, un viso -del passato. E questa corsa angosciosa dura -fin che mi risveglio, col cuore pieno di tristezza. -Da anni e anni faccio sempre, con poche -variazioni, questo medesimo sogno. È impossibile -che non ci sia una ragione. L'ho cercata -molte volte, meditando a lungo; ho anche letto -dei libri di onirologia scientifica, con la speranza -di cavarne qualche lume a scoprire il -mistero: non ci ho trovato nulla che mi giovasse. -Eppure, dico, una ragione ci ha da essere, -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -nella mia vita, nella mia coscienza, che -so io? una ragione che dispero di ritrovare, -ma che son persuaso non possa essere che triste, -e legata strettamente con altri misteri dell'anima, -tristi del pari, che non mi saranno svelati -mai. Per questo non la cerco più da qualche -tempo. Ora se una voce soprannaturale mi -dicesse: — La so, — e mi domandasse: — La -vuoi sapere? — risponderei: — Voglio ignorarla. — Sarà -una superstizione indegna d'un -uomo; ma è così. <i>Ho paura non so di che</i>, -come l'Osvaldo dell'Ibsen. E non di meno desidero -sempre di rifare quel sogno, tanto è -cara al mio cuore, tanto mi par bella anche -non popolata che di spettri, tanto mi attira e -mi affascina quella piccola città alpina, dove -l'età più felice della mia vita si chiuse con la -morte del più saggio e dolce amico ch'io abbia -avuto sopra la terra. Cuneo è la città, e pronuncio -con sentimento di riverenza e di gratitudine -questo nome, il quale mi desta la visione -d'una città immensamente lontana, posta -quasi ai confini del mondo, che si disegna in -contorni azzurri sulla bianchezza d'un'alba luminosa. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -</p> - -<h2 id="bambole">BAMBOLE E MARIONETTE</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span></p> - -<h3 id="rebamb">IL “RE DELLE BAMBOLE„.</h3> -</div> - -<p> -Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti, -ed è Gerardo Bonini, inventore, fabbricante e -negoziante di bambine inanimate, che ha la bottega -in via Roma. Non è difficile trovarla perchè -vi si vede davanti a tutte le ore del giorno -una schiera di ragazzine del popolo che, ammirando -le vetrine, si scordano dell'involto, del -cavolo o delle pagnotte che debbono portare a -casa, per abbandonarsi a un'orgia di desideri. -E tutte le signorine piccole che passan di là, -condotte per mano dalla mamma o dalla governante, -per una ventina di passi tirano l'accompagnatrice, -sporgendo il viso innanzi, e per -un'altra ventina di passi si fanno tirare, torcendo -il capo indietro. -</p> - -<p> -Passando di là una mattina, mi ricordai d'un -giorno che, avendo detto in casa mia, in presenza -della figlioletta d'una nostra vicina: — <i>A -momenti verrà il Bonini</i> (un mio amico ufficiale), — quella, -illusa dall'omonimia, diede uno -scatto sulla seggiola, come se avessi detto: -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -— A momenti verrà l'Imperatore di tutte le -Russie; — e quel ricordo mi destò curiosità di -conoscer l'uomo e le sue opere. -</p> - -<p> -Pensai di presentarmi senz'altro. — Ho lavorato -anch'io per i bambini, — dissi tra me; — non -sdegnerà di ricevermi come un collega. — Ed -entrai in quella bottega stretta, lunghissima, -male rischiarata; ma che alla fantasia di bambine -innumerevoli appare più vasta e più sfolgorante -del palazzo imperiale degl'Incas. -</p> - -<p> -Il Bonini stava in fondo alla sua reggia piena -di tesori visibili e invisibili, leggendo la <i>Gazzetta -del popolo</i>, come uno oscuro cittadino qualsiasi. -È un ometto sui cinquanta, di viso intelligente -e benevolo, dotato di quella dolcezza particolare -di modi che è propria di tutti coloro che -hanno una clientela fanciullesca signorile, siano -essi bottegai, sarti, medici o ripetitori. Temetti -non di meno, per un momento, che il suo aspetto -mi avesse ingannato perchè, appena inteso lo -scopo della mia visita, afferrò per i piedi una -delle sue bambole, e a modo dell'Eviradnus di -Victor Hugo col cadavere del piccolo Ladislao, -si mise a picchiar botte da orbo sul banco, come -se fosse irritato dalla mia presenza. Mi ricredetti -subito, peraltro. Era quella una delle sue <i>bambole -infrangibili</i>, benedette dai padri di famiglia, -ed egli ne faceva quel mal governo per provarmi -l'invulnerabilità delle sue creature. -</p> - -<p> -Poi, alzando le sottanine alla bambola, mi -fece osservare come fossero ben riprodotte le -forme anche delle gambe; ciò che una volta non -si faceva. Erano due belle gambe, infatti, ma -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -di donna, non di bimba; anzi così bene imitate -che l'atto del Bonini sarebbe potuto parer -disonesto. -</p> - -<p> -E prese a discorrere familiarmente. Riconobbi -subito l'artista al modo con cui mi raccontò, -colorandosi in viso, come egli e sua moglie -avessero fatto un viaggio a Parigi per visitare -i grandi magazzini di bambole, e <i>rubare</i> — è -la sua espressione — <i>con gli occhi</i>. Scopersi poi -sotto l'artista il filosofo quando, dicendomi che -le mamme preferiscono le bambole “vestite da -bimba„ a quelle “vestite da signora„ perchè -queste “svegliano nelle ragazze delle idee ambiziose„ -fece un fine sorriso, che voleva dire -evidentemente: — Ha capito? Lei credeva forse -che fosse il lusso delle mamme quello che sveglia -l'ambizione nelle figliuole.... Si disinganni; -è il lusso delle bambole. — -</p> - -<p> -Conosciuto l'uomo, decisi di fare un interrogatorio -minuto, tanto più che, piovendo, non si -era disturbati dagli avventori. La grande affluenza, -del resto, è dopo mezzogiorno, e sopra -tutto in dicembre, sotto Natale. Allora la bottega -è affollata dalla mattina alla sera, il numero -raddoppiato dei commessi basta appena al servizio, -son tutti costretti qualche giorno a far di -meno della colazione, e dopo chiusa la bottega, -il lavoro dura ancora nel laboratorio, dove molte -ragazze passano le notti intere ad allestir corredi -straordinari; e si succedono così le giornate fra -un tal rimescolìo e una tal confusione di bambole -e di bimbe, di vocine naturali e di vocine meccaniche, -di braccini di carne e di braccini di -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -legno, gesticolanti ad un tempo, e d'occhietti viventi -e d'occhietti di vetro luccicanti da tutte le -parti, che in qualche momento, dice il Bonini, -stanco di corpo e di mente e come preso da -un'allucinazione, egli è sul punto di confondere -la merce con la clientela, di rivolger la parola -a una puppattola e di dar la corda a una signorina. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -— In tanti anni — gli dissi — avrà potuto -fare sulla sua clientela molte osservazioni preziose. -</p> - -<p> -Sì, ne fece molte e curiose. La prima è che, -rispetto alle bambole, le clienti si possono dividere -in tre famiglie: quelle che le desiderano -e le amano moderatamente, le appassionate ardenti, -e quelle indifferenti o quasi, o per precocità -d'altri gusti o per apatìa di natura. Quest'ultime, -però, sono assai rare. -</p> - -<p> -E corrugando le ciglia, dopo un breve silenzio, -come per interporre uno spazio, che impedisse -il sospetto d'un accordo interessato tra il fabbricante -e il filosofo, soggiunse: — Difficilmente -queste riescono buone madri. -</p> - -<p> -— Anch'io lo credo, — risposi, e stavo per -citare sbadatamente il proverbio “chi non ama -le bestie non ama i cristiani„, ma tacqui perchè -mi parve un'offesa all'arte. -</p> - -<p> -— Lei dovrebbe vedere, — rispose il Bonini, — è -un divertimento. — E parlò delle “appassionate„. -Ce n'è di quelle che entrano nella bottega -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -con la febbre, che prorompono in grida di -ammirazione, in esclamazioni di gioia, in risa, -in trilli di piacere, da parer che ammattiscano. -Alcune, non di meno, si mostran poi ragionevoli, -si contentano o, meglio, si rassegnano a -<i>quella</i> che conviene alla borsa del padre o della -madre. Ma altre no, e fanno scene di tragedia, -singhiozzando e pestando i piedi, fino a buttarsi -sul pavimento e a rivoltolarvisi, menando -in aria le <i>piote</i>, come frenetiche. — Ma anche -quelle che si rassegnano, se vedesse che sguardi -lanciano alle bambole a cui debbono rinunziare; -sguardi d'amore, sospiri, se sentisse, addii, col -capo rivolto indietro, con certe espressioni di -tenerezza e di struggimento, che nessuna attrice -drammatica sarebbe capace di rifarle. Mi -fa pena a vederle, qualche volta, glie l'assicuro. -</p> - -<p> -Fra le “appassionate„ poi, v'è una “categoria„ -particolare, interessantissima. Son le dignitose -che entrano col manifesto proposito di -dissimulare la propria passione. E a parole si -mostran tranquille, non spiccicando che monosillabi, -non esprimendo con la voce nè curiosità -nè meraviglia: a chi non le osservi bene -posson parere quasi indifferenti. Ma tremano e -fremono, si fanno pallide e rosse, schizzano -scintille dagli occhi, e al momento di metter la -mano sulla bambola desiderata e ottenuta, ma -non sperata, quasi tutte si tradiscono. Bisogna -veder le mosse, lo slancio con cui alcune se ne -impossessano e se le serrano al petto: tigrette -affamate che abbrancano la preda. — E non vogliono -a nessun patto che io mandi loro la bambola -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -a casa: se la vogliono portare da sè, anche -se è pesante, a braccia incrociate, viso contro -viso, girando gli occhi diffidenti, scansando -ogni bimba che incontrano per la strada, “per -paura di un colpo di mano„. -</p> - -<p> -E le astute! Anche queste fanno delle scenette -impagabili. Ce n'è delle piccolissime che -hanno già la finezza di fingere di non capire -che una certa bambola sia più cara d'un'altra, -e cercan di dare alla loro scelta una ragione -diversa dalla vera, che paia anche una prova -della loro gentilezza di cuore: non vogliono -quella tale perchè è più grande e meglio abbigliata; -ma perchè <i>ha l'aria più buona</i>. Altre -credono di pigliare all'amo i parenti con certi -sotterfugi di un'evidenza comicissima: vogliono -una bambola da trenta lire, per esempio, invece -di una da cinque; ma quella si contentano -di prenderla in camicia, mentre questa è -vestita; perchè c'è compenso, secondo loro. E -bisogna sentire qualche altra, quando la mamma, -mentre contratta una bambola già quasi -accettata, cerca, movendosi, di non lasciargliene -vedere una più cara, che potrebbe far rifiutare -la prima, bisogna sentire con che tuono le dicono: — Eh, -mamma, non serve che tu ti metta -in mezzo: l'ho già vista. Tu cerchi di pararla -perchè costa di più. Ah, vedi che diventi rossa! -Ebbene, è quella lì appunto che io voglio. — -</p> - -<p> -Fra le astute ci sono le ostinate impassibili, -che sono un “genere„ tremendo; ed hanno -tutte un procedimento uguale, come se l'avessero -imparato tutte da una sola. Si vede alle -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -volte una intera famiglia, disposta in cerchio -intorno a una bimba alta un palmo, scalmanarsi -un'ora inutilmente, con le buone e con le -brusche, per indurla a cedere; e quella rimane -là in mezzo immobile, incocciata a volere la -bambola preferita, dura e muta come un paracarro. -Conosce i suoi polli, ha fatto i suoi conti; -sa per prova che, a tener duro, la spunterà, -senza darsi l'incomodo di piangere e di strepitare: -le basta tacere e non muoversi, respingendo -a colpi di gomito ben assestati le mani -carezzevoli che tentano di posarsele sulle spalle -per rabbonirla. Non c'è che pigliarla in braccio -e portarla via come un pacco. Ma le bimbe che -fanno così hanno dei parenti incapaci di quegli -atti eroici. Falliti i negoziati e sciupate le minacce, -il padre o la madre finisce con rassegnarsi -e munger la borsa, con la magra consolazione — qualche -volta espressa a voce alta — di -pensar che la sua figliuola <i>è un carattere</i>. -</p> - -<p> -Domandai al Bonini che parte egli rappresentasse -in questi piccoli drammi. — Una parte -odiosa, — rispose sorridendo, — quasi sempre. — E -mi raccontò un fatterello divertente. Anni -fa, gli venne in bottega, con la mamma e una -zia, una bella bimba, una ricciolina bruna, di -quelle “tragiche„; la quale fece tali furie perchè -non le volevan comprare una bambola delle -più care, si mise a strillare e a dimenarsi con -tale frenesia, che la madre, sgomenta, affannata -dal timore che le pigliassero le convulsioni, -si diede a gridare quasi piangendo: — Dio -mio! Che cosa fare! M'aiuti lei! Trovi -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -qualche modo! — E il Bonini trovò: agguantò -la bambola desiderata, corse in fondo alla bottega, -fece mostra di ravvolgerla in un panno, -dove mise invece quella scelta dalla signora, -ingrossando il volume con una dozzina di giornali, -legò l'involto traditore in fretta e in furia, -e portatolo alla bimba, le disse: — Prenda, se -la porti a casa, aggiusteremo i conti un'altra -volta. — Ah, buon Dio! — esclamò; — seppi -poi quello che era accaduto a casa, all'apertura -dell'involto: una tempesta, un inferno tale, caro -signore, che ebbi rimorso dell'opera mia. -</p> - -<p> -— E poi? — domandai. -</p> - -<p> -— E poi.... La bimba è tornata qui altre volte.... -Da anni non ci vien più, è una signorina da -marito, la vedo qualche volta passar per via -Roma: ebbene, lo vuol credere? Lo capisco -dalle occhiate che mi tira.... Non mi ha ancor -perdonato! -</p> - -<p> -Gli domandai fino a che età venissero le ragazze -a comperar bambole. Sorrise, e rispose -sottovoce: — Alcune vengono fino a un'età.... -incredibile. — E si mostrò osservatore fine ed -artista parlando del come certe ragazze grandi -si presentano, nelle ore che non c'è nessuno, -un po' impacciate, con due rose vive sulle guance, -sorridendo e vergognandosi a un tempo: graziosissime, -veramente. E qualche volta egli s'avvede -benissimo della commediola concertata -che recitano insieme, per salvare la dignità, la -figliuola e la mamma; le quali esaminano la -merce discorrendo fra loro come se la compera -fosse destinata ad una sorella più piccola, -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -di cui non esiste l'effigie. Quante ne ha viste -passare in ventidue anni! Quante ne riconosce -ancora, che hanno preso marito e son madri! -Per alcune, tra l'ultima bambola che comprarono -per sè e la prima che vengono a comperare -per la loro bambina, non passano che -cinque o sei anni. Vedendole comparire, dopo -qualche tempo, con una governante che ha un -batuffolo in braccio, gli par che vengano a restituire -l'ultimo acquisto che hanno fatto nella sua -bottega. Qualcuna gli dice scherzando: — Quando -le comperavo per me, non tirava i prezzi a -questo modo. — E spesso egli vede la bambina -far le medesime scenate che fece la madre, e -quando questa le dice: — Ma che modi son -questi? Ma non hai vergogna a farti sentire? -Ma non vedi che tutti ti guardano, ecc. — si -ricorda che eran proprio quelle stesse parole -che la nonna diceva a lei, pochi anni addietro, -e proprio sulle stesse pianelle del pavimento, e -con lo stessissimo frutto; e ha buona speranza -di veder ancor ripetere la scena dalla -bambina presente con una bambina futura. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Di un gran numero delle sue clienti serba i -nomi in un registro “a figlia e matrice„ dove -sono segnate le riparazioni da fare alle bambole: -poichè egli non è meno rinomato raccomodatore -che fabbricatore, e fa l'agevolezza del -pagamento cumulativo in fin d'anno, come i medici. -Diedi un'occhiata all'ultimo libro: in poco -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -più d'un anno quasi tremila riparazioni: è un -bel rompere. Si trovano in quei fogli i nomi -d'un gran numero di famiglie note dell'aristocrazia, -dell'alta industria, dell'alta finanza e -della politica, e le registrazioni sono fatte in -modo che, a legger quel libro altrove, senza sapere -a chi appartiene, si fremerebbe d'orrore e -di pietà, e si riderebbe anche cordialmente. Figuratevi! — Signorina -A. B. <i>le gambe rotte</i> — Contessa -S. D. R. <i>perduti gli occhi</i> — Marchesa -D. O. T. — <i>una parrucca</i> — Signora E. Z. — <i>cambiarle -le calze</i>; e avanti così. A una baronessa -va <i>rinnovato il meccanismo</i>, un'altra signora -ha <i>perduto la voce</i>, un'altra <i>ha perduto -la testa</i>. Ma in realtà non c'è da ridere, perchè -molte delle clienti vengono a portar la bambola -con gli occhi ancora lagrimosi, addolorate -come d'una disgrazia vera, e, lasciandola, -fanno raccomandazioni su raccomandazioni, con -voce commossa, come la madre al chirurgo che -deve operare il figliuolo. E la sala delle operazioni -è là presso, tutta ingombra di ferri, di -pinze, di fili, di piccoli congegni per tener unite -le membra avulse, di boccette di colori per ritingere -i visi slavati, di vasetti di pasta per curare -le scoriazioni e le piaghe; e vi si vedono -sui tavoli, sulle seggiole, sul davanzale delle -finestre, buttate in tutti gli atteggiamenti, grandi -bambole nude, con le capigliature tragicamente -arrovesciate, con “gli occhi mobili„ stralunati, -con le “bocche parlanti„ spalancate, le une -cieche, le altre zoppe, le altre mutilate, teste separate -dal busto, tronchi con le braccia tese, -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -braccia e gambe disperse; uno spettacolo orrendo, -che mi ricordò un cert'antro fantastico -di <i>Jack lo squartatore</i>, visto in un baraccone -di Piazza Vittorio Emanuele, nel carnevale passato. -Ma v'è in un angolo un cassone che dà -anche meglio l'idea di tutti gli strazi che possono -fare di un simulacro fragile di corpo -umano quegli artiglietti così industriosi e pazienti -nel lavoro di distruzione che son le manine -fanciullesche eccitate dalla curiosità istintiva -dell'anatomia del giocattolo: un cassone -che vi richiamerebbe alla mente il carnaio della -casa di Sédan, descritto dallo Zola, dov'era ammucchiato -tutto quello che cadeva dalle tavole -d'operazione del dottore Bouroche. È una miscela -miseranda di pezzi di cranio, di mezze -facce, di occhi divelti, di frammenti d'arti superiori -e inferiori, di manine e di piedini recisi, -e di nasetti staccati e di chiome bruciate, -che fanno pensare a mille accidenti domestici -e pianti e dolori e scenate e diverbi coniugali -conseguenti.... — Sei tu che l'hai avvezzata male. — Ma -se ha il tuo carattere per l'appunto! — Non -è il mio carattere, è la tua educazione. — Ma -come?... — Ma certo!... — Ah, che esistenza, -Dio mio!... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Merce ve n'è da contentare il bel sesso di -tutte le scuole elementari della penisola: cassetti -sopra cassetti, casse dietro casse, strati -sopra strati, collegi, folle, generazioni di bambole; -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -e poichè le straniere, per scemar le spese -della dogana, che prende due lire il chilogramma -per le bambole intere, si fanno venire divise -in due, e anche le indigene, per occupar meno -spazio, si dividono, così ci sono casse piene di -corpi senza testa, e casse piene di teste scompagnate, -in modo che le clienti possono metter la -testa che vogliono sul corpo che loro piace: operazione -che scongiurerebbe tanti guai se si potesse -fare nei matrimoni! E poichè pagano di -meno le teste senz'occhi, ci sono casse piene di -teste con le occhiaie vuote e casse piene d'occhi -di tutti i colori, che, al levar del coperchio, -vi fissano in viso cento sguardi interrogatori, -come stupiti della luce improvvisa. E poi ancora -scatole sopra scatole piene di piccole capigliature -bionde, brune, castagne, arricciolate, -increspate, ondulate, incipriate, che danno l'immagine -di tanti cofanetti di don Giovanni, contenenti -le ciocche delle cento belle sedotte. Ma -quelle cassette di teste, con quei cartellini scritti -a grossi caratteri, quanto fanno pensare di più! -Ce n'è tanta varietà quanta ne può offrire una -Camera di deputati: <i>Teste di legno — Teste di -ferro — Teste di cera — Teste infrangibili — Teste -piccole — Teste grandi — Teste fini</i>.... — E -v'è accanto a questo un altro grande compartimento, -quello delle marionette, che sono -pure una “specialità„ del Bonini; altri scatoloni -innumerevoli, con certi strani accoppiamenti -di nomi sulle etichette, come <i>vecchie e -streghe — monache e diavoli — fantasmi e garibaldini</i>, — e -fra le più appariscenti, tre scatole -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -che si toccano, su cui è scritto: — <i>dottori — assassini — sindaci.</i> — E -poi bambole da -capo, il compartimento dei corredi, dove sono -maraviglie di piccolissime calze di tutte le tinte, -con legaccioli che paiono anelli da dito, di camicine -trinate, di ombrellini, di manicotti in cui -non entra il mignolo, di piccoli corredi compiuti, -che costano lo stipendio d'un anno di -molti maestri elementari del regno d'Italia; e -poi il magazzino delle stoviglie da tavola e da -lavamani, che un tempo venivan tutte di fuori -e ora si fabbricano con molto gusto e a mite -prezzo a Laveno; e in fine la sezione dei mobili, -dove ai prodotti di fabbrica sono frammiste -tavole e seggiole minuscole, fatte pazientemente -a mano da lavoratori solitari, da giovani artisti -senza impiego, e anche da vecchi servitori dello -Stato pensionati e cavalieri, che, serbando l'incognito, -si guadagnano con quei gingilli il tabacco -da naso. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Il Bonini mi mostrò le bambole più belle, chiomate -e vestite, chiuse in una scatola, e le scoperse -come fa con le piccole clienti, levando -il coperchio con un gesto rapido e presentando -la scatola ritta, in modo che la bambola apparisca -tutt'a un tratto, come sur un uscio spalancato, -in tutta la sua virtù seduttrice. E si capisce -come, così presentate, facciano colpo. Alcune -appariscono con un braccio teso, come -per porgere la mano alla compratrice; altre -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -con un piede alzato, come per slanciarsi verso -di lei; questa con la testina inclinata da una -parte, come per vezzo; quella con gli “occhi -mobili„ voltati in su come se dicesse: — Sia -ringraziato il cielo! Son libera! — E altre ancora -in atteggiamenti drammatici, tutte con quel -visetto fatto a pesca, con quella bocca a botton -di rosa, con quegli occhi grandi e freddi di damine -senza cuore e di <i>cocottes</i> senza pensieri. -E vedendole così passare pensavo al loro diverso -destino, ai mille scopi diversi con cui sarebbero -state comprate. — Per questa, forse, la -compratrice è già per la strada, gongolante, e -sarà qui a momenti; per quella, o sta per nascere -o non è ancor concepita; e quest'altra apparterrà -a una bambina che, per ottenerla, sta stillandosi -il cervello sull'aritmetica e sulla geografia. -E quante serviranno a strappare il consenso -all'estrazione d'un dente o alla trafittura -degli orecchi per le piccole búccole! L'una dormirà -la notte di Natale sotto un cuscino da -letto, l'altra la sua prima notte libera sulla -strada ferrata, e parecchie saranno regalate -alla figliuola per ripagare d'un favore il babbo, -o serviranno a distrarre la bimba mentre il donatore -parlerà nell'orecchio alla mamma. Ed -altre son destinate a rallegrar la convalescenza -di piccole inferme, e forse più d'una ad esser -pôrta, soffocando i singhiozzi, da una madre -desolata, ultimo conforto a una malattia senza -speranza, e a cadere un giorno dalla piccola -mano scarnita, e a spezzarsi sul pavimento nel -punto che la sua mammina adottiva chiuderà -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -gli occhi per sempre. E quante carezze amorose, -quante parole gentili, quanti teneri baci -avranno questi corpicini insensibili, quanti piccoli -cuori palpiteranno contro questi brevi petti -pieni di tritura di sughero, su quante innocenti -e soavi nudità premeranno queste fantoccie i -loro labbruzzi freddi di porcellana, strette fra -due braccini candidi e scaldate da un alito odoroso, -dentro un lettuccio visitato da sogni azzurri! — Eh, -sì; ma molte si buscheranno anche -delle pacche secche, poichè è sempre in -vigore, m'immagino, quel bell'uso materno, così -sapientemente educativo, di consolar la bimba -che cade picchiando la bambola ch'essa ha fatto -cadere con sè; e poi perchè.... <i>où il y a des -femmes il y a des claques</i>, come dice il proverbio -dei nostri amici. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Vidi infine le rarità: prima fra queste una piccola -montanara di Varallo, dove nacque il “re -delle bambole„, vestita di tutto punto come -le sue compaesane vive, con quei ricami variopinti, -che paiono mazzetti di fiori, con quei -calzoncini di panno nero, con quelle treccie solide, -con quegli ori antichi: una bella maschiotta -bionda, che costò al Bonini e a sua moglie mesi -di lavoro, e fece furore all'Esposizione di Palermo; -per il che è conservata in bottega come -una gloria di famiglia. — Questa non si vende, — mi -disse l'autore de' suoi giorni. Infatti, aveva -un'aria onesta. Ma le altre “rarità„ che rappresentano -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -contadine sarde, romane e napolitane, -si vendono; ed è curioso che sono quasi -tutti viaggiatori stranieri quelli che le comprano, -non come giocattoli, ma come esemplari di vestiari -italiani, per non comprare un quadro del -Michetti, del Quadrone o del Corelli; facendo -così una economia non disprezzabile. Domandai -al Bonini se avesse delle bambole col fonografo -dentro. Mi rispose che n'aveva avute; ma che -non ne possedeva più. — Il modello che avevo -fatto venire — soggiunse — cantava una strofetta -francese e poi faceva una risata.... Ma sa, -di quelle risate sguaiate, da canzonettiste parigine, -che in una famiglia per bene fanno un -brutto sentire.... — Bambole corrotte, — osservai; — ha -fatto bene a farle fuori, perchè.... basta -alle volte una sola anche in un grande magazzino.... — Ed -ero sul punto d'aggiungere: —.... per -guastare tutte le altre, — ma rinvenni -a tempo dalla mia distrazione e fermai al volo -lo sproposito. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma ora viene il meglio, un vero <i>finale</i> da -teatro. Stavo ancora amoreggiando con la bella -varallese, quando mi vedo buttar sul banco una -grossa bambola che agita le braccia e le gambe, -gnaulando, come un bimbo in culla, con una -tale apparenza di vita, che mi desta quasi un -senso di ripugnanza. Mentre sto in ammirazione -di quello sgambettìo, sentendomi toccare -una polpa, guardo giù, e vedo un'altra puppattolona -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -con la veste lunga, che mi fa intorno -un giro di valzer. Non mi sono ancora scansato, -ed ecco un'altra bambola enorme, che alterna -dei passi sul pavimento, tenuta per le -mani da un commesso, tale e quale come un -bimbo che impara a camminare. Un'altra bambola -tanto fatta, nello stesso tempo, mi viene -incontro sul banco a passi risoluti, diritta, gettando -delle strida di galletto, come per domandarmi -qualche cosa, e, voltandomi a un leggero -rumore, vedo dall'altra parte un'altra -fantocciona paffuta, in camicia, che succhia il -poppaiolo a tutta forza, come divorata dalla -fame. Non so dire lo strano senso di stupore e -quasi d'inquietudine che provai in mezzo a quell'inaspettata -eruzione di vita artificiale, accompagnata -da un ronzìo sordo di congegni nascosti, -somigliante ai borborigmi dei bimbi malati; -tanto che mi parve ad un tempo di trovarmi al -teatro Regio a una scena del ballo <i>Puppenfee</i> -e in una sala della Maternità in un momento -di scompiglio. E non badai a pregare il Bonini -di non dar la corda ad altri automi, e lasciai -che dèsse un secondo giro anche ai primi, così -che finii con trovarmi in mezzo a un girìo e a -uno sbracciamento di corpiciattoli e a un concerto -di miagolii, di gemiti e di strilli, che mi -facevano voltare in fretta di qua e di là, quasi inconsciamente, -come se m'avessero chiamato -per nome da cento parti. Ma all'improvviso mi -prese un dubbio, che mi fece subito scrutare i -miei sentimenti e interrogar la coscienza, quasi -diffidando, con curiosità viva ed attenta.... E -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -dissi tra me: — Come?... Sarebbe vero?... dopo -quasi un mezzo secolo? — Ed era proprio vero. — <i>Oh -rossor!</i> — come dice l'Alfieri — O vecchio -rimbambito! Insomma.... mi divertivo. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -E scappai fuori per non cedere alla tentazione -di comprare. Ma per un pezzo, per la -strada, non potei staccare il pensiero da quanto -avevo veduto, perchè la vista dei passanti, invece -di distrarmi, mi riconduceva la mente a -quello spettacolo. Ed era ben naturale, tante -son le rassomiglianze che corrono fra questo -bel mondo e la bottega del signor Bonini! Persone -senza il capo sulle spalle, occhi fissi che -non vedono, bocche aperte che non mangiano, -e crani vuoti e facce pitturate e parrucche, se -ne vedono a ogni passo. E i bei visetti a prezzo -fisso, e i personaggi di gomma elastica, e gli -uomini che hanno nel ventre il principio motore -d'ogni passo e d'ogni atteggiamento, e le -donnine eleganti che non hanno in corpo che -tritura di sughero, non si contano. E se son -rare le creature femminine <i>infrangibili</i>, quanti -non sono gli uomini pubblici che s'agitano e -gridano per un'idea, soltanto fin che dura la -corda che ha dato loro il padrone, e quanti i -poveri disgraziati che delle manine di bimba -carezzano e spezzano per un capriccio, e quante -le belle signore che ballano il valzer allegramente -mentre il bambino abbandonato succhia -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -del latte di vacca freddo da una mammella di -vetro! -</p> - -<p> -E v'è anche questa rassomiglianza, che come -delle accomodature delle bambole malmenate -dalle bambine non sono queste che fanno le -spese, così avviene quasi sempre nel mondo -degli uomini, che rompono gli uni e pagano gli -altri. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span></p> - -<h3 id="picteatro">UN PICCOLO TEATRO CELEBRE.</h3> -</div> - -<p> -Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo, -verso le tre dopo mezzogiorno, un concorso -straordinario al teatro dei fratelli Lupi, dove si -rappresentava <i>Le sette meraviglie del mondo</i>. -La ressa era tale che s'eran dovute mettere due -guardie municipali ai due lati della porta per -impedire che seguissero disgrazie. La gente -formava sulla piccola scalinata esteriore un -monte di teste, a cui sovrastavano i visi ansiosi -dei ragazzini tenuti in collo; alcuni dei quali, -piangendo per il timore di non poter entrare, -tendevano le braccia verso lo sportello del bullettinaio -con un atto d'invocazione supplichevole, -che metteva pietà e faceva ridere. La strada era -per un buon tratto affollata, d'una folla diversa -dalle solite: eran famiglie numerose strette in -gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una -falange di governanti, di balie, di servitori, soldati -di fanteria e bersaglieri, gente di campagna, -donne del popolo. Alcune di queste, vicino a -me, tenevano in mano il programma dello spettacolo, -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -e lo leggevano forte, compitando, masticando -quelle misteriose parole: <i>Il mausoleo -d'Artemisia, gli orti pensili di Babilonia</i>, con -un viso di divote che sentissero nominare un -miracoloso santuario sconosciuto. Intesi un operaio, -che aveva un po' d'accollo, dire in accento -di trionfo ai vicini, mostrando un suo ragazzetto -con la medaglia delle scuole municipali: — Questo -non paga. I premiati hanno diritto. -Ah, quei Lupi, che uomini! — Da ogni parte, -girando fra la folla, sentivo commentare il programma, -predir maraviglie della rappresentazione -e decantar la “compagnia„. C'erano ragazzi -che saltavano dalla gioia, che strepitavano -dall'impazienza, che si cacciavano fra le -gambe alla gente come cani, e si facevan largo -a gomitate e a capate; e n'arrivavano altri continuamente, -precedendo di corsa le loro famiglie, -ansanti e col viso rosso; e al veder la -porta affollata qualcuno si batteva il pugno -sulla fronte in atto di disperazione. A un certo -punto arrivarono i musicanti che, dopo aver -tentato invano di aprirsi il passo, ritornando -indietro per entrar dalla piazza Carlina, si soffermarono -intorno a un signore alto, in giacchetta -e cappello alla calabrese, fermo a una -cantonata. In quel punto un ragazzo accanto -a me, accennando con la mano quel signore, -esclamò con accento appassionato d'ammirazione -e di riverenza: — È lui!... Luigi Lupi! — Fu -quell'esclamazione che mi diede l'ultima -spinta a scriver queste pagine. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato -a Ferrara, che cominciò in qualità di garzone -o, come si dice in linguaggio teatrale, di “personaggio„ -d'un marionettista rinomato, il quale -girava per le città del Piemonte e veniva ogni -anno a “far la stagione di carnevale„ a Torino. -Vennero per molti anni al <i>Teatro Paesana</i>, -nel palazzo dei Conti di Paesana, in via della -Consolata; poi il Lupi mise su teatro da sè, e -seguitando a girare come il suo maestro, continuò -a venire a Torino l'inverno, non più al -<i>Paesana</i>, al <i>San Martiniano</i>, dove gli succedette -il figliuolo Enrico. Era un piccolo teatro senza -facciata, posto al crocicchio di due strade uggiose -della vecchia Torino, e così si chiamava -dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu -abbattuta quando s'aprì la nuova via Pietro -Micca. Ricordo che vent'anni fa, abitando là -accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del -ballo e qualche volta scoppi d'applausi e fucilate; -ma senza badarci, perchè non ci attirano -le marionette se non quando ci danno una immagine -del mondo che non si conosce ancora -o quando ci rappresentano la caricatura della -vita di cui s'è fatto esperienza. Quel nome del -compagno di martirio di San Processo fece per -trent'anni battere il cuore di tutti i ragazzi torinesi -d'ogni condizione: non credo che ci sia -un mio concittadino della mia generazione a -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -cui esso non desti un ricordo confuso di vivi -desideri e di vivi piaceri, e che, passando davanti -a quella casa e dando uno sguardo a -quella porta, sormontata ora da un'insegna di -tappezziere, non ci veda riflessa come in uno -specchio la sua immagine di fanciullo. In quel -teatrino, che vide più volte nei suoi palchetti -Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti -celebri, dove recitò un prologo col capo nelle -“nuvole„ Leopoldo Marenco, e di cui furono -frequentatori, nella fanciullezza, la principessa -Margherita e il duca di Genova, vennero su i -due figliuoli di Enrico Lupi, ora proprietari e -direttori; i quali, prevedendo che quella casa -sarebbe caduta prima o poi sotto il piccone del -conte di Sambuy, ne sloggiarono nel 1884, e, -comperato il <i>D'Angennes</i>, un tempo primo teatro -della commedia dopo il <i>Carignano</i>, andarono -a installare il Gianduja e Giacometta dove -avevano recitato Gustavo Modena e Adelaide -Ristori. Ebbero per un pezzo un rivale formidabile -nel <i>Teatro Gianduja</i>, fondato e diretto -da un marionettista argutissimo, Giambattista -Sales, che fu il primo a metter sulla scena la -maschera di quel nome, e con questo sostennero -una lotta accanita, tirando a superarlo -nella varietà e nella ricchezza degli spettacoli; -ma con la morte del Sales il <i>Gianduja</i> decadde -e, dopo aver tentato inutilmente di rialzarsi con -la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865 -scomparve. D'allora in poi, ossia da circa trent'anni, -i Lupi non hanno più rivali a Torino, e -poichè nessuna delle altre buone “compagnie„ -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -italiane, essendo tutte girovaghe, può disporre -di un copioso e vario materiale di scena com'è -quello che essi possedono, si può dire che non -hanno più emuli neppure in Italia. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Il primo e più forte impulso al perfezionamento -del piccolo teatro lo diede il padre Enrico, -che fu uomo singolare per vivacità d'ingegno -e vigore di volontà, non fornito di coltura -scolastica, ma ricco di cognizioni d'ogni -ordine acquistate leggendo avidamente ogni -specie di libri, studiando gli uomini e la vita -in tutte le classi sociali, intervenendo, anche -vecchio, a conferenze, a riunioni pubbliche, a -lezioni universitarie, e bazzicando pubblicisti, -artisti, professori, con lo spirito sempre inteso -all'osservazione e pronto a trar partito d'ogni -cosa. I suoi due figliuoli ereditarono tutte le -sue facoltà. Hanno nome Luigi tutt'e due e si -firmano Luigi I e Luigi II, come due monarchi, -padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono, -come i fratelli Goncourt, due lavoratori intellettuali -associati, fra cui esiste un accordo perfetto. -Ciascuno, peraltro, ha attribuzioni sue proprie. -Il maggiore cerca i soggetti, compone, traduce, -riduce, dirige l'andamento del teatro; -l'altro provvede alla messa in scena, alla fattura -dei personaggi, ai vestiari, a tutti i particolari -della rappresentazione. Il primo, che ha -passato la cinquantina, è il più originale della -coppia. Uno dei caratteri più notevoli della sua -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato -nell'ufficio di polizia del municipio di -Torino. È un uomo d'alta statura, di testa grossa -e di membra robuste, che, visto una volta, -non si dimentica più: la fronte ostinata, il naso -audace, la bocca comica, gli occhi vivi e risoluti -d'un uomo immaginoso e operoso, il collo -e la voce ingrossati dall'esercizio della recitazione -a voce forzata, gli atteggiamenti e i modi -d'un artista. E d'artista ha pure il linguaggio -scolpito e colorito, e correttamente italiano, -come il suo modo di scrivere; ma attraente più -che altro per la passione che lo scalda quand'egli -discorre delle cose sue. A sentirlo parlare -delle vicende corse dalla sua compagnia, -ch'egli portò a Napoli, a Montevideo, a Buenos -Aires, delle rappresentazioni che andava a dare -con suo padre al castello di Moncalieri per il -piccolo principe Oddone e per la principessa -Maria Pia, dei viaggi ch'egli fece a Londra, a -Parigi, a Chicago, a Vienna, a Berlino, in Danimarca -per studiare i progressi della sua arte -e osservare le grandi Esposizioni che voleva -riprodurre sul suo teatro; ma sopra tutto a -udirlo giudicare, dal lato dell'opportunità e dell'adattamento -alle sue scene, le grandi opere -drammatiche e liriche e gli avvenimenti politici -e guerreschi d'ogni paese, ai quali egli tien -dietro con attenzione assidua spiando ai quattro -canti dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o -questione “teatrabile„ pare d'aver dinanzi un -grande impresario autore attore e direttore d'una -grande compagnia di prosa, di canto e di ballo, -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -che pensi e lavori per il gran pubblico, e si -riman poi maravigliati, girando lo sguardo intorno, -di veder appesi alle pareti degli artisti -di legno. E non si può disconoscere che nel -cogliere i punti culminanti d'un periodo storico -o della vita d'un uomo avventuroso e famoso, -nell'intrecciare a qualunque soggetto i piccoli -casi della sua marionetta protagonista, nella -scelta delle situazioni drammatiche e dei quadri -finali, ed anche nella condotta dei dialoghi appassionati -ed arguti, e in special modo nelle -“riviste„ egli dia prova di facoltà teatrali singolarissime; -fra le quali primeggia una immaginazione -ardente, temeraria, diabolica, ma sempre -corretta, — se questo participio si può congiungere -a quegli aggettivi, — da un buon senso -raro, che anche nelle sue corse più stravaganti -la tien legata per un filo sottilissimo a un sano -intento morale e a un severo rispetto della -decenza. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Domanderete di che si componga il suo repertorio. -</p> - -<p> -È una domanda che sgomenta. Per rispondervi -dovrei scrivere un volume. È un repertorio -che, fra drammi, commedie, farse, riviste, -balli e fantasie, abbraccia in tempo e in spazio -l'universo; va dal diluvio universale all'assedio -di Makallè, comprende la mitologia, la storia -patria e la cronaca cittadina, si stende dalla -China alla California, dalla Cafreria alla Groenlandia, -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -dalle regioni dell'etere agli abissi dell'oceano, -dai cerchi del paradiso alle bolge dell'inferno. -C'entrano le vecchie commedie dell'arte, -drammi raffazzonati di tutte le letterature, -i balli del Pratesi e del Manzotti, le opere del -Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della -nazione dalla battaglia di Goito alla occupazione -di Roma, tutti i congressi, i terremoti, le epidemie, -le inondazioni, le incoronazioni, le esposizioni, -le grandi scoperte che si succedettero -sulla faccia dei due continenti negli ultimi cinquant'anni. -Tutti i sovrani, tutti i grandi statisti -e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri in -qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 -ai nostri giorni, passarono su quel palcoscenico, -non di nome soltanto, ma nella loro effigie, scolpiti -apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti -come vestivano, riprodotti perfino, quanto -era possibile, nei gesti e nella voce, presentati -negli atti più importanti della loro vita pubblica -e nei particolari più noti della loro vita privata. -Il teatro dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra -nuova vita nazionale. Gianduia arrischiò -il carcere quando la parola non era libera, sfidò -le polizie, preconizzò la rivoluzione, congiurò, -fu tribuno, soffiò negli entusiasmi, glorificò i -martiri, celebrò le vittorie, pianse sulle sventure -patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia -dei governi e dei popoli. Con un tal repertorio, -pensate al cumulo dei copioni che debbono dormire -nei suoi magazzini: s'avvicinano al migliaio. -E per rappresentare tutta questa roba -immaginate quello che deve aver visto quel -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -palco di vestiari di tutte le fogge, d'armi di tutte -le forme, d'edifizi mobili di tutte le architetture, -di onde e di rocce, di piante e di ponti, di treni -e di troni, di animali da tiro, da corsa e da -soma, domestici e selvatici, asiatici ed europei, -immaginari e reali, dall'asino e dal bue di Betlemme -ai cammelli della colonia Eritrea, dal -cerbero della <i>Divina Commedia</i> ai draghi del -Celeste Impero; figuratevi le sacca di polvere -da schioppo e di Bengala, di licopodio e di magnesio -che vi debbono essere state bruciate, e -i miriagrammi di legno e di cartapesta che vi -debbono esser passati in sembianza umana. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Le teste, appunto. Voi certo non immaginate -(nè io l'immaginavo) che le teste degli attori di -legno possano dare ai fratelli Lupi assai più -pensieri che non ne diano ai capocomici le teste -degli attori in carne ed ossa. Ed è così, poichè -essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle -teste dei personaggi illustri, morti o vivi che -siano, e in quelle di tutti gli altri una corrispondenza -rigorosa della fisonomia col carattere; -e non è cosa facile agli artisti il soddisfare -a una tale esigenza attenendosi ad un tempo -all'esagerazione dei lineamenti voluta dall'ottica -teatrale, senza spinger neppure questa esagerazione -oltre il limite d'una caricatura discreta. -Vi furono in questo genere due scultori genovesi, -i fratelli Pittaluga, morti da circa trenta -anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -da loro servono ancora di modello e son riprodotte, -con poche modificazioni, in centinaia -di esemplari. Ma altre moltissime debbono esser -fatte d'immaginazione, e non riuscendo alla -prima, rifatte, e fino a tre o quattro volte rimodellate -in creta, prese nel gesso, gittate in -cartapesta, colorite a olio, con cura e fatica -infinita di chi le ordina e di chi le forma. E -così negli scenari, dopo il vecchio Morgari, -che fu insuperabile, son rari i pittori che ottengano -gli effetti speciali voluti da certe rappresentazioni -fantastiche d'un teatro di marionette. -E per il vestiario e per tutto ciò che vi -si connette è il medesimo: è difficile trovar lavoratori -che abbiano l'abilità e il buon volere -di far degli stivali minuscoli perfetti in ogni loro -parte, delle scarpettine di signora lunghe quanto -un dito, delle parrucche grandi come la mano, -brizzolate, architettate, disordinate con arte, e -una quantità innumerevole di piccoli oggetti, -come parasoli, panierini, portafogli, valigette, -attorno a cui le dita più agili e più delicate si -stancano e s'impazientano. E ad ogni nuova -produzione spettacolosa c'è un esercito d'attori, -d'attrici, di comparse grandi e piccole da vestire, -calzare, incappellare, armare e ingioiellare, -secondo l'uso di vari tempi e paesi, consultando -album di costumi, studiando quadri, -facendo ricerche di figurini, utilizzando vestiari -smessi; di modo che non bastano all'opera la -signora Lupi e le sue figliuole, e vi s'aggiungono -modiste e crestaine e stiratrici, e qualche -volta per un solo spettacolo dura il lavoro per -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -un mese intero. Durante il quale è bellissimo -a vedere il laboratorio, dov'è uno sfoggio di -manti regali, di strascichi di dame, di sottanine -di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione -di piccole cose strane, graziose e pompose, -un barbaglio di colori e di splendori, da -impazzirci un collegio di bambine e uno sciame -di gazze. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due -fratelli, la moglie e i figliuoli del primo: quattro -maschi e tre ragazze, di cui due fra i diciannove -e i ventidue anni. E bisogna vederli tutti -là, tranne i due più piccoli, appollaiati sul ponte, -o appoggiatoio, come lo chiamano, sovrastante -al palcoscenico, durante la rappresentazione. -Ecco il soggetto d'un quadro originale per un -pittore ardito. La prima volta che, stando sul -palco, vidi di profilo quelle otto teste d'uomini -e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da -quella specie d'inginocchiatoio aereo, illuminate -di sotto in su, ora parlanti ad una ad una, ora -tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti -delle labbra e di strane intonazioni di voce, -da quella di basso cavernoso a quella di soprano -in falsetto, mentre le sedici mani movevano -con un centinaio di fili una folla di personcine -di sotto, mi parve di vedere una famiglia -di numi sorretti da una nuvola che dirigessero -le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola -umanità agitantesi sopra il polo d'un asteroide. -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -Ma riconobbi subito che il fare i numi a quel -modo non doveva essere una delizia. Stare delle -ore in quell'atteggiamento contratto, col calore -di tutti quei lumi nel viso, forzare e variare -continuamente la voce, lavorando a un tempo -con le dieci dita e consultando con lo sguardo -obliquo il copione posto nel mezzo che fa l'ufficio -di suggeritore, e mentre si parla e s'opera -in alto invigilare e dar ordini a chi lavora in -basso e ruzzolare e arrampicarsi ogni momento -per un rompicollo di scaletta da bastimento -quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche -dei numi. Non mi maravigliai, quando calò -la tela, di vederli scendere dall'Olimpo, in maniche -di camicia e con le braccia nude, bagnati -di sudore e anelanti, come scendono gli acrobati -dai trapezi. E allora soltanto m'accorsi che -le due signorine portavano un vestito maschile, -camicino e calzoni di traliccio grigio, che le -facevano parere due operai; ma due operai dai -quali il più terribile capo fabbrica avrebbe tollerato -qualunque infrazione al regolamento, sostituendo -dei sorrisi alle multe. Ma il dietro -scena d'un teatro di marionette, per chi ci sale -la prima volta, è pieno di altre sorprese piacevoli. -Stando accanto alle quinte mi veniva fatto -di scansarmi con un leggiero inchino, come si -fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di -scena una signora, e rimanevo poi stupito al -vederla tutt'a un tratto sollevarsi in aria, invece -d'andare al suo camerino, e restarmi appesa -in faccia come un salcicciotto. E così -avevo un'illusione amenissima al veder tra -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -le quinte del lato opposto una delle signorine -Lupi che dava gli ultimi ritocchi all'abbigliamento -dei personaggi prima che si presentassero -al pubblico, accomodando a uno una -spilla, stirando a un altro il vestito, aggiustando -a un terzo il cappello, come si fa ai bambini -filodrammatici, con atti lesti e carezzevoli, a -cui quelli rispondevano, appunto come i bambini, -con gesti che parevano d'impazienza, mossi -dalla mano irrequieta che li reggeva dall'alto. -E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, -mi pareva che ragionassero davvero degli affari -propri, come fanno gli attori fra due battute, -quei due altri più piccoli che le altre due -ragazze, voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio, -facevano passeggiare e gestire pacatamente -in fondo al palco, per dar vita alla scena. -E quella confusione che si vedeva lungo i muri, -in una mezza oscurità, di personaggi della commedia -che stava per finire e dello spettacolo -coreografico che stava per cominciare, di ballerine, -di mime, di dame scollate, di marionette -in giubba e in uniforme, con la tuba e con -l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura, -mi dava quasi l'illusione di trovarmi sul -palcoscenico di un grande teatro quando finisce -l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci -era solo questa differenza, che nella mia qualità -di consigliere comunale, com'ero allora, non potevo -trovare là nessun argomento che mi servisse -a combattere in nome della moralità la -dotazione del Teatro Regio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte -e la valentìa della famiglia Lupi bisogna vederla -all'opera in una giornata campale. Lo -spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso -e terribile osservato dalle scene che visto dalla -platea. Già è bellissimo veder gli apprestamenti -della battaglia: le masse d'armati raccolti nell'oscurità, -rotta dai lampi delle baionette e delle -lance; i cavalieri appostati dietro le quinte, -come alla vedetta; i muli carichi di munizioni -che s'allungano in fila ai due lati del palco; i -comandanti con la spada sguainata che aspettano -dalle due parti il gran momento, coi grandi -occhi sporgenti e fissi davanti a sè, come spianti -il doppio mistero dell'orizzonte e della morte. -Quando l'istante solenne è vicino, i direttori -danno gli ultimi consigli, lanciano gli ordini -supremi. Le truppe son pronte? Pronte. I cannoni -sono in batteria? Sono. Le miccie sono -accese? Sì. E allora avanti e Dio ci guardi! Le -avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi -cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono -il capo di cartapesta sul palco, e giacciono irrigiditi; -ma alcuni per rialzarsi tra poco più -indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte -la grancassa per imitare il tuono del cannone, -un altro dà nella tromba, un terzo muove la -macchina che fa correre in lontananza un reggimento, -un quarto galoppa intorno al palco -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -accendendo i razzi fissi alle quinte che rendon -lo strepito del fuoco di fila. -</p> - -<p> -I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi -tumultuoso di mischie feroci, un cozzar di teste -e di petti, un grandinar di colpi, un mulinìo di -lame, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">un incalzar di cavalli accorrenti,</p> -</div></div> - -<p> -di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano -dai ponti e dalle rocce, con un fracasso -d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio, -i fratelli Lupi, coi figliuoli, agitano le braccia -furiosamente cacciando urli, minaccie, gemiti, -grida di soccorso, frammiste a comandi e ad -avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto; -questi e le ragazze, con una rapidità fulminea -in cui ogni atto è preciso, ogni passo misurato, -ogni secondo contato, corrono e ricorrono -fra le quinte e le pareti, staccano le marionette, -le porgono, le riprendono, le riappendono, le -riporgono, raccattando di volo armi, elmi, giberne, -bandiere, turbinando come fantasmi in -una nuvola densa di fumo e in un odore acre -di zolfo. E quando credete che il pandemonio -sia per finire, non è che un artificio per crescer -l'effetto: la battaglia riattacca più ardente, -raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa -il fumo, s'accelera il turbinìo; ai fragori del palcoscenico -s'uniscono i clamori della platea, con -gli urli d'ira dei combattenti si confondono le -grida di entusiasmo dei ragazzi; è una furia -febbrile e crescente d'uomini che salgono e che -scendono, di lumi che girano, di marionette che -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -volano, di fili di ferro che s'incrocian per aria, -è un moto vertiginoso di ombre, di bagliori, di -teste, di braccia, di attrezzi, una tempesta di -schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta, -un rovinìo, un casa del diavolo che, quando -cala la tela e tutto si queta, vi lascia sbalorditi, -intronati come all'uscir da un manicomio dove -siano scoppiati insieme una ribellione e un -incendio. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame -del “personale„ artistico. La prima cosa che -mi stupì, quando visitai per la prima volta il -palco scenico, fu la statura dei personaggi, che -visti dalla platea paiono poco più alti d'un -palmo, e son più di mezzo metro, come bimbi. -E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin -superflua, dei vestimenti. Non crediate che sian -fatti soltanto per ingannar l'occhio da lontano, -chè possono affrontar l'analisi della lente. Ecco, -per esempio, un povero diavolo di vagabondo: -egli è vestito di panni logori, pieni di sbrani, -di rimendature, di toppe, di macchie d'unto, -spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano, -e ha la cravatta a corda, la camicia di tela -rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e crepate. -Il signore elegante ha il solino di moda, -i bottoncini d'oro ai polsini e allo sparato, e la -catenella dell'orologio che gli pende dal taschino -della sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato, -con un cappello cilindrico che mostra -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -dieci anni di servizio, gli occhiali sulle orecchie, -e una palandrana d'un color di ragno -arrabbiato, che farebbe venir l'acquolina in -bocca a Ermete Novelli. Ma le più belle son le -signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con -un gusto squisito, dai fiori del cappellino agli -stivaletti, che son piccole meraviglie, con spille, -orecchini, anelli, borsa, ventaglio, con capelli -veri, pettinati all'usanza del giorno, che si -ravviano col pettine al momento dell'andata in -scena, con le sottanine ricamate e insaldate, -perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico -veda che son vestite di tutto punto, da -signore per bene. E la proporzione delle loro -forme è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi, -braccia di donnine vere, tanto che è un -diletto il voltarle e rivoltarle fra le mani, e col -pretesto di vedere come son vestite vi lasciate -andare a prolungar l'analisi con un sentimento -di curiosità colpevole. E la varietà dei tipi! La -prima volta che fui sul palco, di giorno, il signor -Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore -della sua aristocrazia, tutte giovani e eleganti, -appendendole l'una accanto all'altra per il loro -fil di ferro lungo due metri a una spranghetta -che mi stava sopra il capo, e definendo in due -parole ciascuna: — Ecco un tipo sentimentale — Quest'altra -è più bella, ma meno simpatica. — Veda -questa, che aria <i>distinta</i>! — E quando -me le vidi schierate davanti, come un comitato -di patronesse d'opera pia, aspettanti la visita -d'un pezzo grosso, tutte impettite, con quegli -occhi larghi e luccicanti, che volete? sentii una -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -certa suggezione, mi parve di dover dir qualche -cosa, poco mancò che non dimandassi loro se -avevano sofferto il mal di mare nel viaggio in -America. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene -fra gli attori d'un teatro simile segue un caso -psichico curiosissimo, il quale non avviene a -chi visita un magazzino di bambole, sian pure -stupendamente formate; avendo queste tutte lo -stesso viso, la stessa età e un vestimento convenzionale. -Fra quelle marionette, invece, che -rappresentano una grande varietà di tipi, ed -età, ceti, professioni, caratteri diversi, con una -riproduzione così perfetta, oltre che degli aspetti -fisici, di tutti i particolari del vestire, la nostra -immaginazione è presa a poco a poco in un -inganno che, distraendola dalla considerazione -della grandezza, finisce con fargliele vedere e -considerare come persone vive. Riesce maggiore -l'illusione quando s'è fatto l'occhio all'esagerazione -dei lineamenti e dell'espressione -dei visi, non sensibile a lungo perchè comune -a tutti, e non mai spinta oltre quel segno che -pure nel vero è possibile; la quale, poi, produce -quest'altro strano effetto che, uscendo di -là, ci paiono mancanti di rilievo, di vigore, -d'espressione, quasi facce appena abbozzate, -i primi visi umani che ci si paran dinanzi; -come accade a chi vive tra i pazzi, che quando -rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -e monotono il loro linguaggio sensato e -pacato. Ed è appunto questa illusione che rende -piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo -dei fratelli Lupi. Io mi ci son divertito, -non dico “come„ ma assai più d'un ragazzo. -Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è -innumerevole. Per lo spiraglio d'un guardaroba -socchiuso, dietro a una tenda che il Lupi solleva, -negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri -delle pareti, da per tutto vedete crocchi di signore, -pattuglie d'armati, conciliaboli di facce -equivoche, personaggi di corte sfolgoranti d'oro, -barboni misteriosi, occhioni che vi scrutano, -bocche spalancate come per cacciare un grido, -rattenuto al vostro apparire, frotte di popolani, -brigate di signori in abito nero, gruppi di ballerine -in maglie color di carne. Una di queste -mi diede nell'occhio: il Lupi stese la mano per -prenderla. Stavo per dire: — Non la disturbi, — ma -era già sull'impiantito, che faceva le sue -piroette, voltando il busto e il capo dalla parte -opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine -trasparenti tempestate di pagliuole d'argento, -e <i>pubblicando</i>, come dice l'Aleardi, <i>le -arcane forme</i> pienotte con tanta vivacità e tanta -grazia, che non mi parve più una stravaganza -quel romanzetto di Felice Govean, nel quale il -protagonista s'innamora perdutamente della -prima ballerina del <i>Gianduja</i>. Non fo celia: metteva -voglia di prenderla per la vita e di portarsela -via: un impertinente avrebbe domandato -al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa più -amena è che fra un così gran numero di visi verosimili -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -vi occorre ogni tanto di trovarne uno -che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza -straordinaria con qualche persona che conoscete. -Ho trovato là, <i>fra color che son sospesi</i>, -due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino -di casa; e qualche altro di cui riconobbi il viso, -senza ricordare chi fosse, ma che mi fece dire -senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato. — E, -punto dalla curiosità, continuai a -cercare, e feci anche delle scoperte sgradevoli. -Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi -scappò un'esclamazione: — La regina Taitù! — Era -lei pretta sputata. Un po' più in là trovai -Menelik, Maconnen, Mangascià, il generale -Baratieri, con la sua uniforme d'Africa, somigliantissimo, -ma ancora con l'aria scipionica, -perchè era stato modellato dopo Senafè. Il Lupi -alzò una mano, sollevò un personaggio e disse -con accento di rispetto: — Il maggiore Toselli. — Ebbene, -nessuno ne avrebbe sorriso, e non mi -parve una profanazione. Era anch'essa una -forma di gloria quel piccolo simulacro che -aveva scosso il cuore e fatto batter le mani a -tanti fanciulli e strappato qualche lagrima anche -a dei grandi, e pensai che se il bravo soldato -l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso -dolcemente, come un trionfatore che senta fra il -plauso d'un popolo gridare il suo nome da un -bambino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi -perfettamente uguali: che rappresentino i -<i>Menecmi</i> di Plauto o i <i>Gemelli</i> del Goldoni? No. -Il protagonista è uno solo; ma vuole il dramma -che a un dato punto egli si tolga la berretta -sulla scena: operazione impossibile a cagione -del filo che regge i suoi destini: e non c'è altro -che sostituire a lui, con uno stratagemma -di cui non s'avveda il pubblico, un <i>alter ego</i> -con la berretta in mano: una sberrettata che -costa ai signori Lupi venticinque lire. Trovate -qui un personaggio col viso fresco e coi capelli -neri; poco discosto il medesimo col viso rugoso -e col pelo grigio; un po' più oltre ancora lo -stesso, con la faccia decrepita e il cranio pelato: -è un personaggio che deve apparir nel -dramma in tre età diverse; e se è vero che nel -corpo umano si rinnovano di continuo le cellule, -in modo ch'esso è tutto intero rinnovato -ogni tanto tempo, la marionetta non rappresenta -forse più il vero che l'attore? Così, per rappresentare -l'epopea garibaldina, che ebbe un successo -strepitoso, i Lupi fecero fare una famiglia -di Garibaldi, da Garibaldi bambino a Garibaldi -morente, e d'uno stesso Garibaldi vari esemplari, -grandi e piccoli, per mostrarlo sul proscenio, -a qualche distanza, e lontanissimo. Così -crede il pubblico di vedere tre fratelli Girard, -che fanno i giochi maravigliosi, e ne vede quindici. -Di Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -di ogni età e di ogni altezza, Gianduia -ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti, -contraffatti; come si richiede per un personaggio -che è contemporaneo e cooperatore -degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti. -Le teste storiche o di viventi illustri, che potrebbero -abbisognare altre volte, i Lupi le conservano: -ne hanno piene delle scatole da petrolio, -ammontate a parte in un magazzino. -Luigi Lupi ne aperse una piena di teste di Gesù, -modellate assai bene, e levandole e presentandomele -rapidamente l'una dopo l'altra, mi produsse -un'illusione singolare, somigliante a -quella che dà il cinematografo: mi parve di veder -lo stesso viso, da prima sorridente, rattristarsi, -balenar d'ira, rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi -da capo, impallidire, stillar sangue, -alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile -nella morte. Le teste di Cristo, badate, sono le -sole che non son mescolate con altre. Ma che -bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani -nelle altre scatole! — To', Maino della Spinetta — To', -Tommaso Villa — La regina Vittoria — Davide -Lazzaretti. — Mi venne in mano una -testa che mi destò una vaga reminiscenza, ma -non accompagnata da un nome. Domandai: era -Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta, -mi spiegò il Lupi, perchè, volendosi -fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto -alterare il contorno inferiore del viso; del che -si mostrò dolente. Ma l'effetto di quella mostra -di teste ha qualcosa di repugnante: vi fa -pensare ai cestoni orrendi della ghigliottina -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -del Terrore. Corrono un'altra sorte, però, le -teste degli uomini notevoli di second'ordine, -pei quali è improbabile che ritorni un'altra -ora di celebrità dopo quella accidentale che li -portò sul palco scenico: le teste di questi, opportunamente -svisate, rimangono in servizio -sotto altri nomi, passano sulle spalle di altri -personaggi. A quali marionette saranno toccate -le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni, -di consiglieri comunali e di regi prefetti, -che vedemmo passare, salutate dagli applausi, -sulle scene del teatrino di Gianduia? -Forse gli stessi Lupi non le riconoscono più. -Saranno diventate teste di portinai, di mercanti, -di lacchè, di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che -serve insieme da magazzino di vestiari e da -laboratorio. Al primo entrare vi si presenta -uno spettacolo tremendo. Pendono in un angolo -centinaia di corpi ignudi d'impiccati, col capo -nascosto in un cappuccio da fratelli della Misericordia, -ma bianco e tirato fin sulle spalle, -come l'orrido berretto da notte che si metteva -un tempo ai condannati a morte. Vi par di vedere -lo spaventevole <i>verger du roi Louis</i> che descrive -il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta -davanti, a Luigi undicesimo. È il dormitorio delle -marionette provvisoriamente disoccupate. Là -potete far degli studi anatomici, ammirare la -bella proporzione delle membra, la perfezione -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -delle giunture, la delicata fattura dei piedi e delle -mani, le polpe delle regine e delle servette, i -toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi -trovate anche pance di Falstaff, schiene di Rigoletti, -gambe di Quasimodi, corpiciattoli di -nani, tutte le deformità miserande d'un ospizio -di “incurabili„. Ma non si può immaginare come -tormenti la curiosità la vista di tutti quei cappucci -lugubri sotto i quali l'immaginazione si -raffigura dei visi contratti dagli spasimi dell'agonia -o composti nella quiete solenne dell'eternità. -Domandai al Lupi se fosse lecito, per -amor dell'arte, violare il segreto della morte. -Egli fece un cenno d'assenso. Io scopersi una -testa.... -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> Oh via dagli occhi miei,</p> -<p class="i01">Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi,</p> -</div></div> - -<p> -come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai -una più spaurevole faccia di vecchio pazzo e -feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore -delle sue ispirazioni infernali, nè da quella del -Goya nel tracciare a ludibrio dell'uomo le caricature -spietate della sua maschera. Mi balenò -un ricordo. Era forse <i>lui</i>. Non poteva essere -altri che <i>lui</i>. Ed era <i>lui</i> infatti, me lo disse il Lupi. -Era un vecchio alchimista matto e solitario -della parodia di <i>Giulietta e Romeo</i>, il quale, -pochi mesi addietro, aveva fatto una così profonda -impressione al bambino d'un mio amico, -che se l'era sognato di notte e il padre aveva -dovuto scender dal letto per quetare il suo terrore. -Con mano peritosa scopersi un altro impeso, -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -vicino a quello, e prima che ne apparisse -il viso, mi lambì la mano una ciocca morbida -di bellissimi capelli biondi. O <i>nuovo miracolo -gentile</i>! Era un angiolo, un viso bianco e puro -di Margherita, con due grandi occhi innocenti -e un sorriso da pargolo che sogna gli splendori -del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di -vernice perchè gli aveva sciupato una guancia -un colpo di trombone dei briganti in un assalto -dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai -a scoperchiare teste, e vidi facce così superlativamente -buffe che mi fecero scoppiare in una -risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte -di Cassazione, musi incartapecoriti d'usurai -senza viscere, grinte di megere furibonde, <i>rictus</i> -di Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti dei -miracoli e da galera, frontespizi di bricconi -così insolenti, così cinici e odiosi da spendere -volentieri qualche franco, come dice il <i>sor Camola</i>, -per pagare il piacere <i>de dagh una martelada</i>. -E anche dei visi di uomini onesti e -simpatici; ma quegli altri erano i più anche là, -come nel mondo. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi -dietro a quelle scene vedresti ben altre -maraviglie. Ce n'è una a ogni passo: locomotive -di strada ferrata che potrebbero far servizio -negli imperi di Blefuscu e di Liliput, -carrozze di gala da piccole fate, batterie di cannoni -che sembrano uscite dalla vetrina dei -modelli dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -di velluto, con le gambe e le spalliere -scolpite, con rilievi di vero bronzo e candelabri -che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra -una mensa di principi; poichè i fratelli Lupi -vogliono la riproduzione del vero, anche nelle -cose minime, più esatta assai di quanto sia -richiesto dall'effetto teatrale e dai più difficili -spettatori; e ciò non per altro che per amor -dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza, -come quei raffinati che mettono il lusso -anche nelle cose che non si vedono. Nè tutto -è qui: ecco una flotta di corazzate con le artiglierie, -di piroscafi coi passeggieri, di bastimenti -mercantili col carico, di barche d'ogni forma -coi rematori: quanto occorre per rappresentare -splendidamente la gran festa d'inaugurazione -del canale di Suez. Ecco un castello che si sfascia -a pezzo a pezzo sotto le percosse degli arieti -o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una -mina, come per un crollo di terremoto. Ecco -cavalli che scalpitano e s'impennano, elefanti -che mulinano la proboscide, leoni che squassano -la giubba, scimmie che s'arrampicano su -per gli alberi come scimmie vive, serpenti che -strisciano e si rizzano sulla coda da metterti -i brividi. Cerca con la fantasia quanto puoi -desiderare di più prezioso per regalo di capo -d'anno e lo troverai qui più grande e più seducente -di come l'immagini. E qui puoi anche -vedere con che ingegnosa industria di fili a -una marionetta è fatto levare il portamonete -dalla tasca interna del soprabito con un gesto -spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra cavar -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -la spada dal fodero con la vivace eleganza -d'un ufficialetto di cavalleria, a una terza spegnere -una lampada con l'apparenza ch'essa -sia spenta dal suo soffio: una delle prodezze -marionettistiche più freneticamente applaudite. -E ti puoi anche fare un'idea dell'attenzione e -della destrezza che si richiedono per fare con -garbo tutti quei movimenti delle gambe, delle -braccia, del capo, degli occhi, della bocca; per -evitare quei mille accidenti, così facili, di fili -che s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano, -d'ingombri, di contrattempi e di cozzi, dei -quali basta uno solo a mandar a male una -scena od un quadro; per guardarsi, in mezzo -ad attori di natura così accensibile, a un tal -cumulo di tela, di legno e di carta, a tanto fuoco -di lumi, di razzi, di lampi, d'esplosioni e di -fiammate, da una svista, da una distrazione -momentanea che muterebbe a un tratto tutto -quel palazzo magico in un falò spaventoso. -Vedi quanta fatica, quante cure costa a chi ti -diverte quello spettacolo che forse tu credi sia -anche per loro uno spasso; vedi che ardua -cosa è il governare anche il più facile dei popoli, -un popolo che non mangia e non parla. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o -piccolo lettore, avresti anche molte delusioni; le -quali, per altro, ti sarebbero compensate da una -più viva ammirazione dell'ingegno e dell'arte con -cui le illusioni ti sono prodotte. Vedi, per esempio: -quei cavalieri e quelle dame in gran gala -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -che nel <i>Napoleone a Mosca</i> ballano con ebbrezza -spensierata in fondo a un salone del Kremlino -già morso ai fianchi dall'incendio, e che ti fecero -un effetto così fantastico, non ballano: -sono fantocci tutti d'un pezzo confitti in un disco -invisibile che gira come la ruota d'un arcolaio. -Quelle contraddanze così intricate e precise di -zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder -l'opera di cento mani, non sono che il movimento -d'una delle così dette scalette, un apparecchio -contrattile di regoli di legno, su cui è -piantato il corpo di ballo, maneggiato da due -mani sole. Quelle ballerine innumerevoli che ne -<i>La coda del gatto</i> scendono sul palco come -un'onda umana inesauribile, e che ti strapparono -un grido d'ammirazione, non son che una -cinquantina di bambole infitte in un tamburo -rotante, il quale te le ripresenta continuamente, -come uno scrittore povero le medesime frasi e -le medesime immagini da un capo all'altro del -libro. E anche quella calata dei mille lumi dell'esercito -abissino sopra Amba-Alagi, che ti -scosse quasi come la vista della realtà, non è -che l'effetto di un moccolo acceso fatto passare -dietro a uno scenario bucherellato come un -crivello. E non son più vere le belle cascate -d'acqua, che ti fanno batter le mani dall'allegrezza: -sono cascate di sabbia bianca mista -con pezzetti di cristallo, che un apparecchio -raccoglie e rimanda in secchielli alla sorgente, -senza disperderne un grano. E quel tuono così -bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute -quasi sgomento, ahimè! non è che un rumore -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -di ciottoli cascanti dentro a un cassone, -mossi dalla stessa mano che produce il sibilo -del vento nella foresta per mezzo d'una confricazione -di grossi fili di ferro. E quel mare azzurro, -in fine, quel bel mare ondeggiante, che -ti pare debba soverchiare da un momento all'altro -le sponde e irrompere nella platea, non -è che un saliscendi di pezzi di legno congiunti -a cerniera che scote dietro le quinte un ragazzo -della tua età, il piccolo Edmondo Lupi; il quale -comincia la sua carriera <i>facendo le onde</i> e rappresentando -il <i>Colosso di Rodi</i> nelle <i>Sette meraviglie -del mondo</i>, come la cominciarono suo -padre e suo nonno, e come la comincieranno, -è da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo, -non isvelar questi segreti ai tuoi compagni, -perchè a questo mondo, vedi, non bisogna -togliere alla gente che le illusioni pericolose: -strapparle quelle che, senza danno, ci fanno più -belle le cose e più vive le commozioni piacevoli, -è una brutalità, come sciupare i fiori. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni, -non si diverton meno dei piccoli che -gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte -del pubblico. È improprio, in fatti, chiamar teatro -dei bambini il teatro Lupi, nel quale, fuor -che i giorni di festa, otto su dieci spettatori -sono adulti. E un buon numero di questi, uomini -maturi e vecchi, e anche gente colta, sono -frequentatori assidui. Per effetto di quali vicende, -di quali rivolgimenti psichici si saranno -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -ridotti al teatro delle marionette? In molti, senza -dubbio, non è altra causa che la semplicità dell'animo; -ma in altri dev'essere una castrazione -volontaria della fantasia, desiderosa di diletto, -ma amante della quiete; una repugnanza, nata -da un'esperienza amara della vita, alla rappresentazione -troppo verosimile delle miserie e dei -dolori umani, quale si fa nel teatro vero; un -ritornare indietro di proposito, un rifugiarsi -nel mondo della fanciullezza per sazietà o per -aborrimento di quello degli uomini; e c'è forse -in loro una stretta corrispondenza fra la passione -per le marionette e l'indole delle letture -preferite e di tutti gli altri passatempi: son forse -di quei signori che passano ore ed ore, sui sedili -dei giardini pubblici, a veder giocare i bambini. -Ma è singolare come questi bambini con -la barba non cerchino soltanto in quel teatro -una ricreazione amena, come prediligano anzi -i drammoni di grande effetto, e brontolino alle -commediole e alle farse, giudicandole quasi una -degradazione dell'arte, e paragonino e discutano -quelle produzioni come drammi del Dumas e -del Sardou, e propongano perfino dei soggetti -ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie. -E bisogna vedere con che serietà assistono allo -spettacolo, come s'impazientano agli applausi e -alle risa intempestive dei ragazzi che turbano -la rappresentazione, e con che sdegno zittiscono -gli sbadati che lascian cascare la canna, come -se rompessero una frase dello Shakespeare in -bocca a Tommaso Salvini. A vederli, ci vien -sulle labbra un sorriso di pietà; ma a pensarci -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -bene, non è questo il senso che ci dovrebbero -ispirare. Che uomini i quali hanno vissuto più -d'un mezzo secolo, lottato, sofferto, visto mille -casi strani e terribili; e che hanno ancora passioni, -dolori, cure gravi, possano prestar per -tre ore alla conversazione di dieci pupi di legno -un'attenzione che non presterebbero alla -disputa d'un Consiglio di ministri intorno agli -interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe -destar piuttosto, confortandoci, un sentimento -d'ammirazione per la miracolosa facoltà che ha -la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di -consolarsi con dei fantasmi e dei sogni delle -sue miserie infinite? -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Le sere dei giorni feriali la sala non ha un -aspetto diverso da quello degli altri teatri. Per -vederla nella singolarità della sua bellezza bisogna -andare alla rappresentazione diurna della -domenica, quando centinaia di ragazzi e di bambini -riempiono le sedie e le panche e formano -in platea e nei palchetti come tanti mazzi, ghirlande, -aiuole di teste bionde, e la varietà dei -colori chiari e vivi dei vestiti le dà l'apparenza -d'una sala infiorata e imbandierata per una -festa. Anche prima che s'alzi il sipario v'è in -quella piccola folla oricrinita l'agitazione, il rimescolìo -d'una gabbiata d'uccelli digiuni al -momento che si mette il panico nelle cassette. -Gli uni son seduti, altri inginocchiati, altri ritti -sulle panche o sulle ginocchia delle mamme o -delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -sedie davanti, pigiati nei palchetti in doppia, -triplice fila di teste, che fanno scala, le più alte -col mento posato sulle teste più basse, e queste -col mento sul parapetto, come disposte da -un fotografo per il ritratto. All'alzarsi del sipario, -si può dire che cominciano due spettacoli. -È delizioso, durante una scena spettacolosa, -vedere tutti quegli occhi spalancati come a un'apparizione -dell'altro mondo, quelle espressioni -di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita, -quelle piccole bocche aperte in forma di O, di -anelli e di semicircoli, quelle piccole fronti nivee -corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione -filosofica, che si riscotono poi bruscamente -come al destarsi da un sogno. Poi, tutt'a -un tratto, a una scena comica, a una risposta -o a un atto buffo d'un personaggio, file intere -di corpicini si torcono dal ridere, schiere di teste -si arrovesciano indietro, scrollando matasse -di riccioli, scoprendo i piccoli colli bianchi, -schiudendo le bocchine come scrignetti rossi -pieni di perle minute, e nell'impeto della gioia -alcuni abbracciano il fratello o la sorella, altri -si abbandonano fra le braccia della mamma, -e molti dei più piccoli si buttano sulla sedia con -le gambe all'aria, mostrando innocentemente la -biancheria più segreta. E vedere come nel rapimento -dell'ammirazione respingono furiosamente -il fazzoletto importuno che cerca il loro -nasino o ammollano una ceffata senza prefazione -a chi para loro la vista del palcoscenico. -Sono trecento paia di mani che applaudono con -tutte le forze e non fanno fra tutte lo strepito -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -di quattro mani virili: par di vedere e di -sentire il frullo di centinaia di alette rosate, -rattenute da altrettanti fili alle panche. E vi sono -anche gli spettatori indifferenti, i ghiottoni piccolissimi -che non voltano il viso verso il palco -se non quando sentono delle fucilate; ma per -riattaccarlo subito alla poppa con un giro risoluto -del capo, come dicendo: — Corbellerie! -Io ci ho di meglio! — Ma al rumor delle fucilate -altri si spaventano e strillano, a certe scene -tragiche qualcuno scoppia in pianto e tende le -braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non -piangono, ma, celando il viso in seno alla mamma, -guardano il restante della scena con un -occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche, -è una gioia a sentirle. Allo scoprirsi -improvviso di certi quadri, all'apparire di certi -agnelli o asinelli o porcellini che paion vivi, -sono scoppi di <i>oh!</i>, lunghi mormorii di maraviglia, -a cui tien dietro quasi sempre qualche -esclamazione solitaria d'una vocina sottile, che -risuona nel silenzio come un vagito in una -chiesa, un: — <i>Ah com'è bello!</i> — che prorompe -d'infondo all'anima, che esprime una pienezza -di contento, una beatitudine celeste. Ma è sempre -Gianduia quello che produce gli effetti più -grandi. Son qualche volta accessi di riso convulso, -cori di singhiozzi e di trilli, risate acute, -cantanti, prolungate, inestinguibili, che fanno -voltar tutti gli adulti, col viso sorridente, verso -le panche, come se gli attori fossero saltati dal -palco nella platea, e che quando si smorzano -in modo da lasciar riprender la parola alla famiglia -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -Lupi, lasciano ancora qua e là qualche -strascico sonoro, qualche piccino piegato in due, -che non può smettere nè frenarsi, che col capo -chino e col viso nelle mani seguita a ridere e -a ridere, perdendo le lacrime e la saliva, sfinito; -ma non acquietato nè da rimproveri nè da carezze, -inebbriato e soffocato dal proprio riso, -non ridotto al silenzio che quando la mamma -gli mette un braccio intorno al collo e gli preme -la pezzuola sulla bocca. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza, -anzi un seguito di scoppi, quasi senza -interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo -a traverso la tela, affiochiti e confusi come se -venissero di lontano, fanno un effetto insolito, -vanno anche più diritti al cuore che a sentirli -dalla sala. Pareva di udire un suono di cascatelle -d'acqua, il canto di mille uccelli in un -bosco, e ogni scroscio di risa finiva in un lungo -sospiro di voluttà, simile al mormorio d'una -onda larga e lenta che viene a morir sulla riva. -Si rappresentava <i>L'ultima notte dell'anno</i>. Era -un successo così straordinario che gli stessi fratelli -Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio, -costretti ogni momento a interrompere la recitazione, -mostravano nei visi accesi e sudanti -una viva compiacenza dell'opera loro. Ed io -pensavo, guardandoli, quanti ragazzi e bambini -essi avevano divertiti e commossi, quanti piccoli -dolori avevano consolati; pensavo quanto -migliaia di piccole creature, grazie a loro, s'erano -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -svegliate la mattina d'un giorno di festa gettando -un'esclamazione di contentezza: — È -quest'oggi! — e immaginavo i tanti scolaretti -poveri che avevano studiato per un pezzo fino -a notte avanzata per guadagnar la medaglia -che dà l'entrata gratuita, e vedevo i tanti visetti -smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un -sorriso alla promessa d'esser condotti a quel -teatro. E, pensando a questo, l'opera loro m'appariva -in un aspetto così gentile, la loro famiglia -in una luce così amabile! Non pensavo più -che anche per essi il primo scopo del lavoro -era la vita, non vedevo più in loro che dei benefattori -della fanciullezza. Mi pareva che i due -fratelli Luigi avessero qualche cosa di paterno -per quella grande famiglia rumorosa che sentivo -e non vedevo, e guardando quelle due belle -ragazze, inginocchiate in alto, mentre agitavano -i fili con atti graziosi, rosse nel viso come se -le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori, -mi compiacevo a far passare col pensiero sui -loro capelli tutte quelle manine bianche che applaudivano -e sulla loro fronte tutte quelle bocche -vermiglie che ridevano. Oh quelle risa argentine, -quel riso fresco e beato, la più dolce delle -musiche della terra, quel riso che ci fa rivivere -nell'infanzia e rivedere il volto di nostra madre -giovane, quel riso che dice innocenza e speranza, -ignoranza della vita e gioia di vivere, che si -diffonde intorno nelle anime come una virtù -feconda e consolatrice, sia benedetto chi lo ride -e ringraziato chi lo desta. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -</p> - -<h2 id="gente">GENTE MINIMA</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span></p> - -<h3 id="grembiuli">GREMBIULINI BIANCHI.</h3> -</div> - -<p> -Erano dieci anni che non vedevo più un asilo -infantile. Mi ricevette la direttrice, una monaca -sui quarant'anni, di persona esile, col viso scolorito -e gli occhi chiari, d'una espressione giovanile -e dolcissima. Mi fece entrare in una vasta -scuola, dov'eran raccolti trecento fra bambine -e bambini in lunghi ordini di banchi, messi a -gradinata, in modo che s'abbracciavano tutti -con uno sguardo. Avevan tutti un grembiule -bianco, pulitissimo; erano quasi tutti biondi. -Entrava una luce viva per tre grandi porte vetrate. -Era una bellezza da innamorare l'aspetto -di quelle trecento piccole creature, strette le -une alle altre come gli uccelletti sulle bacchette -delle gabbie, e disposte come i fiori nei tepidari, -a file sopra file, ciascuna delle quali presentava -come tre striscie di colori, il bianco dei -grembiulini, il rosa dei visi e l'oro dei capelli. -Si capiva, davanti a quel quadro, come la mente -umana non abbia potuto raffigurarsi il paradiso -senza bimbi. A un certo momento, la direttrice -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -disse uno scherzo, e io vidi aprirsi trecento -bocciuoli di fiori rossi e brillarvi dentro migliaia -di perle bianche. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione. -Uscirono tutti a due a due, guidati da -tre maestre monache e da una laica, ed entrarono -in tre stanze nude; una delle quali, la più -ampia, fu occupata dalle “signorine„ l'altre -dai “giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle -pareti i canestrini rotondi, che avevan portati -da casa col loro becchime per la mattina, e -fui maravigliato della rapidità con cui le monache -li distribuirono, senza leggere i nomi -sulle piastrine, e senza fare uno sbaglio, come -se fosse dipinto sopra ogni canestro il ritratto -del proprietario. In pochi secondi furono tutti -serviti. E allora cominciò lo spettacolo sempre -nuovo e sempre bello dei mangia panini a tradimento. -</p> - -<p> -Si misero a sedere, parte su panchettine, -lungo le pareti, parte sull'impiantito, a file e a -cerchi, che davan l'immagine di corone e di -spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran -dei piccoli “Taddei„ che, volendo fare il loro -manducamento in santa pace, si cercavano un -posto solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi -minuziosi e lenti che facevano alcuni, -con la serietà di vecchi gastronomi, come per un -pasto che dovesse durare tre ore. Altri, spiriti contemplativi, -stavano col canestrino chiuso fra le -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -ginocchia, guardando per aria, col pensiero chi -sa dove, e bisognava che le maestre li eccitassero -a mangiare, agitando il bocconcino davanti -alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti -di nido. Le femmine, mangiando, cinguettavano; -i maschi, più placidi, sgranocchiavano -in silenzio: in una delle stanze occupate da -questi sgranocchiatori non si sentiva una voce, -tanto che, stando all'uscio, credevo che non ci -fosse nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder -là dentro quaranta ganascine al lavoro. -Tutti quelli che avevan nel canestro qualche -cosa di dolce, mangiavano prima tutto il dolce, -rimanendo poi a pane asciutto; come fanno -spesso, in altre cose della vita, anche i grandi. -Le maestre vigilavano perchè questi privilegiati -non facessero dei contratti birboni coi loro compagni, -poichè accadeva sovente, mi dissero, che -per un pezzettino minuscolo di cioccolata o di -confetto alcuni dessero allegramente tutte le -loro provvigioni, con la giunta d'un bacio di -gratitudine. Parecchi, invece di mangiare, si facevano -del cibo un balocco. Una bimba, che -aveva un bocconcino di carne in salsa dentro -una ciotola, pestò nella salsa il formaggio, il biscottino -e le ciliege, e ne fece con molta cura -una pasta d'un solo colore, che poi si mise a -leccare col raccoglimento di chi assapora una -ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in -una esclamazione di piacere. Vedendo un bambino -che faceva correre sull'impiantito una pallottola, -domandai a una maestra se fossero permessi -i giocattoli: quella guardò ed accorse -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La -pallottola era un rosso d'ovo sodo, annerito -dalla polvere: il bimbo si scusò, dicendo che -l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità -con cui le bambine che avevano una colazione -abbondante ne facevan parte alle compagne -mal provvedute: ad alcune le monache dovevano -far riprendere quello che avevan dato -perchè non rimanessero affatto digiune. Di tratto -in tratto se n'alzava una e correva ad offrire un -pinocchio o un acino d'uva secca o una ciliegia -alla direttrice; la quale accettava ogni cosa ringraziando, -ma per render tutto un minuto dopo; -e le donatrici accettavano la roba resa con una -compiacenza così manifesta da far capire che -avevan fatto il regalo <i>pro forma</i>, con la certezza -di rientrar nel proprio. Una bambina -stava mangiando un pezzetto di carne in umido: -una monaca le domandò: — Con che cosa è -fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse -di che cosa fosse fatta, e dopo un -momento di riflessione rispose: — <i>La carne è -fatta di sangue.</i> — A un'altra che aveva un -pezzetto di frittata, la direttrice domandò: — Chi -t'ha fatto quella frittata? — E la bimba, -come avrebbe nominato una persona celebre, -che tutti dovessero conoscere, rispose: — <i>Pinota</i> -(Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota? -Non ci fu modo di farglielo dire: parve -che fosse offesa dalla nostra ignoranza nel suo -sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una -sola bimba, alla quale si permetteva di portare -all'asilo una piccola boccetta di vino annacquato, -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto -mentre ne dava da bere un sorso, di nascosto, -a una compagna più piccina di lei, dicendole -con gravità materna: — <i>Tira giù, che ti rinforza.</i> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Via via che finivan di mangiare venivano intorno -alla direttrice, che rivolgeva a tutte delle -interrogazioni, con molto acume e molto garbo, -per esercitarle a discorrere. Ma era oppressa -dalle loro carezze. Si vedeva che l'adoravano. -Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai -panni, con le guancie strette alla sua vita, facendole -così una cintura di testine bionde, che -confondevano le capigliature, e la costringevano -a tener le braccia levate, e le impedivano di -muoversi; e tutte le altre tendevano verso di -lei le manine aperte somiglianti a grandi margherite -agitate dal vento. Un quadro incantevole -quella monaca dal viso pallido e dal vestito -nero, baciata da tutta quella fanciullezza rosata -e bianca, che le faceva salire al viso la fiamma -dell'amor materno, più vermiglia e più bella che -non possa apparire in viso a una mamma vera. -Una delle più graziose bambine che l'abbracciavano -mi parve, dal rossore della palpebra, che -avesse un occhio malato: seppi poi che quell'occhio -era di vetro; ma che in un anno da che essa -veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se -n'era accorta, e che le maestre badavano attentamente -a prevenire tra lei e l'altre ogni gioco -che potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -bellissimo, di famiglia povera, che aveva -una grande capigliatura dorata e arricciolata, -e domandai perchè facesse eccezione quello -solo alla regola dei capelli corti per i maschi. -Mi rispose la direttrice che quando aveva detto -alla mamma di farlo rapare, questa s'era battuta -la mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh -povera me! — con un accento di così -profondo dolore, che a lei era mancato il coraggio -d'insistere. Poi mi furono presentate tre -sorelline brune e pallide, dall'aria triste: una -di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni -e mezzo. Avevan perduto la madre da pochi -mesi. A tutte tre s'era fatto credere ch'essa era -partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe -ritornata. Un mese dopo, vedendo la bambina -maggiore sempre addolorata, la direttrice le -aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline, -che giuocano con le compagne. — Ed essa -aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle, -che son piccole, non capiscono ancora che cosa -vuol dire aver la mamma lontana. — Lei, poveretta, -credeva di capire, e l'aspettava! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi -e poi i più piccoli, e fecero parecchi giri per -il cortile, in processione. Mi fermai in uno dei -punti dove svoltavano, per vederli sfilare. Quante -forme diverse di testine e di pettinature, quante -espressioni variate di sguardo e di sorriso! Alcuni -mi sorridevano con un'aria di famigliarità -scherzosa, come se fossimo stretti amici da un -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -anno. I bimbi salutavano mettendo la mano -tesa contro la fronte, le bimbe facendo un piccolo -inchino brusco del capo, come se ricevessero -l'una dopo l'altra da una mano invisibile -una pacchina sulla nuca. Quando carezzavo il -capo o prendevo la mano ad uno, cinque o sei -mi porgevano la manina o la zucchetta, e tutti -gli accarezzati, quando mi ripassavano davanti -dopo fatto il giro, domandavano la carezza un'altra -volta. Qualcuno usciva dalle file per venirmi -ad afferrare la mano o il braccio, e vi posava -su il viso, e non si voleva più staccare. A momenti -ne passava come un'ondata, tutti belli e -biondi della stessa sfumatura, come se fossero -stati scelti e messi insieme per far bellezza. -Molti portavano il nome trapunto in grandi caratteri -sulla cintura o inciso sui fermagli metallici, -come colli viventi da spedirsi per la -strada ferrata; e mi fu detto che alcuni di questi, -dimandati del loro nome, per non darsi la -noia di rispondere, indicavano col dito la propria -pancia. Le bimbe, per la maggior parte, -eran più pulite: alcune s'arrestavano qua e là -per spolverarsi il grembiule o il vestito: cosa -che i maschietti non facevano mai. Fra le une -e gli altri notai molti visi seri, ma d'una serietà -singolare, come di persone grandi occupate -da pensieri gravi. Alle volte ne passavano -parecchi in un gruppo, che mi guardavan tutti -con la coda dell'occhio, senza alzar la testa, -sorridendo furtivamente, come per farmi un -segno d'intelligenza di nascosto alla direttrice. -Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -schiera, mi si venne a piantar dinanzi, si tirò -su a due mani il grembiale e il vestito, come -davanti a un medico, e stette guardandomi: io -non capivo: la direttrice m'illuminò: voleva -che guardassi le sue calze nuove. Eran due -giorni che, per quella vanità, ogni momento, -senza badare al sesso degli spettatori, alzava -il sipario. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -La processione si sciolse sotto un porticato, -dove cominciò la “ricreazione„. Chiudendo gli -occhi, avrei creduto di trovarmi in un bosco -dove cantassero mille uccelli e mille fontane. -Dalla parte delle bimbe c'era meno rimescolìo -e meno strepito; dall'altra si vedevano girare -e saltare le teste come le palline di midollo di -sambuco nella danza elettrica. Nacque qualche -litigio, subito sedato. Domandai a una monaca -se si picchiassero spesso. Dopo una breve esitazione, -mi rispose di sì, sorridendo, e soggiunse: — I -bimbi, per solito, danno dei pugni; -le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale -satirico in quel <i>già</i>, detto da una monaca! -</p> - -<p> -Una bimba venne a mostrare alla direttrice -un ditino graffiato. Questa chiamò la gatta avversaria -e le ordinò di baciare la compagna. -Non scorderò mai il sorrisetto finissimamente -femmineo con cui la colpevole, ancora indispettita, -accolse il comando, nè il bacio rapido e -secco, un vero bacio di ribelle, che diede alla -compagna, voltandole quasi ad un punto le -spalle, come un automa girante sopra sè stesso. -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -— Una panca segnava il confine fra i due sessi. -Una bambina di tre anni lo passò, ed entrò fra -i maschi. Uno di questi, della stessa età, le si -piantò davanti con un'impostatura di padre -guardiano, e fissandola negli occhi, le disse -con voce burbera: — Che fai tu qui? Non è -il tuo posto.... <i>fila!</i> — Domandai alla direttrice -se tutte le bimbe sconfinanti fossero ricevute -con quella forma di galanteria. — No, — rispose -sorridendo; — <i>va a simpatie</i>. — Del -resto, c'è anche fra di loro spirito di gentilezza. -I nuovi entrati, per esempio, e in specie i più -piccoli, sono ben ricevuti da tutti; ai convalescenti -che rientrano tutti fanno festa; non c'è -uno sciancato o un malaticcio che non trovi -qualche piccolo protettore. Provai a rivolgere -qualche domanda a qualcuno; ma a me non -osavano rispondere: rispondevano alla direttrice, -e bisognava ch'io mettessi l'orecchio alla -loro bocca per raccogliere il filo tenuissimo di -voce che ne usciva a stento. Ma un momento -dopo, da quella stessa bocca lasciata libera -uscivano degli squilli di trombetta da passare -i timpani. Domandai a una bambina piccolissima -dove stesse di casa. La bambina, che stava -rivolta verso il cortile, appuntò davanti a sè un -ditino microscopico, che invece di indicare una -qualunque parte di Torino pareva che accennasse -a un bottone del mio vestito, e rispose -con voce appena intelligibile: — <i>Giù di lì.</i> — L'informazione -è precisa, — mi disse ridendo -una monaca; — lei può trovar la casa a occhi -chiusi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Tra il diletto che mi davano i bambini e -l'ammirazione che mi destava la direttrice non -saprei dire quale fosse il sentimento più vivo. -Essa parlava con me; ma aveva l'occhio a tutti -e a tutto; non le sfuggiva, in mezzo a quella -folla agitata e rumorosa, nè una voce di lamento -nè una mossa scomposta; di tutti sapeva -il nome e la condizione di famiglia; non diceva -una parola ad alcuno che non avesse uno scopo -d'insegnamento; era dolce e grave, affabile e -ferma ad un tempo; parlava continuamente e -pensava sempre. — Da ogni bambino — mi -diceva — imparo ogni giorno qualche cosa. — Io -credevo d'aver fatto molte osservazioni sulla -fanciullezza; ma non una gliene potei dire, -ch'ella non avesse già fatta, e me ne disse -cento, che mi riuscirono nuove e che mi parvero -acutissime. Benchè monaca, come conosceva, -o meglio come capiva il mondo! E la -sua bontà era più ammirabile perchè non si -fondava sopra le liete illusioni che addolciscono -l'animo; ma era fortificata appunto da -quella cognizione della tristizia umana, che in -tanti altri cuori la scema. Aveva spesso occasione -di andar nelle case dei suoi bimbi poveri, -e mi diceva, mettendosi una mano sulla fronte: — Che -cosa ci si vede, alle volte! Come si capisce -che tante povere creature non hanno alcuna -colpa di esser malvagie! Come si diventa -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -indulgenti! — Ma la serenità che le veniva dalla -coscienza della sua vita operosa e benefica non -la lasciava insistere in alcun triste pensiero. -Essa interruppe il discorso triste per accennarmi -con un sorriso una bambina di quattro -anni, di mente molto sveglia e di carattere un -po' difficile, la quale, pochi giorni prima, aveva -fatto una amenissima ammonizione alla mamma. -Questa, una mattina che la sua figliuola -aveva fatto le bizze in casa, s'era raccomandata -alla direttrice perchè, senza accennare a -lei, raccontasse il caso in iscuola e desse un -avvertimento generale che giovasse alla colpevole. -E la bimba, ritornata a casa la sera, aveva -detto alla madre, fissandola con due occhi scrutatori -e tentennando il capo: — Stamani la direttrice -ha raccontato un caso che pareva proprio -quello avvenuto fra me e te.... Non vorrei -che <i>qualcuno</i> avesse parlato.... Ma se vengo a -scoprire! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Dopo la ricreazione, rientrarono tutti nella -scuola, in quei banchi disposti a scala, che presentavano -la piccola scolaresca come affollata -sulla gradinata d'un tempio. La direttrice, con -una voce armoniosa e modulata mirabilmente, -intonò un canto che diceva con molta proprietà -ed efficacia di termini tutti gli usi e le virtù -della mano. I bambini fecero coro, prima con -un po' di titubanza, poi con un accordo straordinario -per l'età loro. Al canto era accompagnata -la mimica e la ginnastica. Ora alzavan -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -le braccia agitando le mani, e pareva di veder -per aria trecento “rondinelle della vergine„, -che battessero le ali, rattenute ai banchi da altrettanti -fili; ora s'inchinavan tutti da una parte -come i fiori di un'aiuola sotto un soffio di vento; -ora si pigliavan per mano, intrecciando le braccia, -in modo da formare una sola ghirlanda da -un capo all'altro dei banchi; ora posavan sui -banchi la fronte, tutti a un punto, in atto di -dormire, e mettevano il desiderio di far correre -la bocca su quelle file di testine come la mano -sopra una tastiera. E si sentivano in quel canto -note di usignuoli, suoni di violino e di flauto, -tintinnii di campanelli, mormorii di rigagnoli e -sospiri di vento fra gli alberi, e certe smorzature -prolungate (corrispondenti a un'incertezza -o all'aspettazione d'un suggerimento della direttrice) -d'una soavità e d'una grazia da non -parer suoni di voci umane. Una giornata intera -sarei stato là a vederli e a sentirli. Via via che -procedevano nel canto, non perdendo mai d'occhio -il viso e il gesto della direttrice, s'eccitavano -e si accaloravano, e la buona monaca -pure s'eccitava: le sue guancie smagrite si facevano -color rosa, i suoi occhi chiari splendevano, -la sua bella voce vibrava, le sue mani -sottili tagliavan l'aria con gesti larghi e vigorosi, -tutto il suo corpo esile fremeva come quello -d'una giovane poetessa ispirata. E quanta poesia -spirava in lei, e intorno a lei, da tutti quei visi -fiorenti, da tutta quella innocenza, dal misterioso -avvenire che aleggiava intorno a quelle -trecento fronti serene, dalla beata gioia di vivere -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -che si espandeva in quelle trecento voci -argentine, fra le pareti bianche di quella scuola -inondata di luce e di armonia! O benedetti bambini, -seminatori eterni di speranza! Noi possiamo -ben credere, quando non vi vediamo, -che un giorno sarete tormentati voi pure dalle -tristi passioni che ci tormentano, e macchiati -degli stessi vizi e delle stesse colpe; ma quando -ci state dinanzi in una scuola, quando guardiamo -le vostre fronti non velate d'un'ombra, -i vostri occhi in cui non brilla un pensiero che -dobbiate nascondere e le vostre bocche da cui -non è uscita ancora una parola d'odio, allora -l'illusione che sarete migliori di noi ci rinasce -irresistibilmente nell'animo; ed è questa cara -illusione, è questa santa speranza, rinascente -in ogni padre con ogni nuovo figliuolo e nella -umanità ad ogni nuova generazione, quella che -più fortemente ci aiuta a vivere e ci impedisce -d'intristire. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Osservando la direttrice mentre cantava coi -bambini, mi ricordai d'aver inteso dire da qualche -visitatore di quell'asilo ch'ella s'affaticava -senza alcun riguardo alla propria salute, e -anche nell'eccitazione di quel momento il suo -aspetto confermava quel giudizio. Io glielo dissi, -uscendo, dopo averle espresso con parole riverenti -la mia più viva ammirazione. Essa sorrise -con una leggiera espressione di tristezza, -e rispose con un gesto vago della mano, che -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -voleva dire: — Che importa! Spendo la vita -per i bambini e morirò contenta. — Quando -rimasi solo sull'uscio, sentii che ritornava alla -scuola correndo, per riguadagnare qualche secondo -del tempo che le avevo fatto perdere. -Un minuto dopo, infatti, mi raggiunse per la -via il canto affiochito e dolce dei suoi trecento -figliuoli. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span></p> - -<h3 id="personaggi">PERSONAGGI INFANTILI.</h3> -</div> - -<h4>I.</h4> - -<p> -Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei -lunghe file di panchetti bassi, in modo che parevano -accocolati sul pavimento e presentavan -l'aspetto, così fitti com'erano, d'una nidiata -enorme di uccelli; i quali, al mio entrar nel -camerone, voltarono il becco tutti insieme, rallentando -il canto e mostrandomi duecento bocche -aperte, come se aspettassero l'imbeccata. -Quando fui davanti a loro, accanto alla direttrice, -ebbi per un momento tutti quegli occhi -addosso spalancati e fissi; ma, con mio rammarico, -riconobbi subito di non aver quello sguardo -affascinatore dei fanciulli, del quale certi ispettori -si vantano, perchè vidi che tutti quegli -occhi non erano attirati dalla virtù della mia -pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna. -Che imprudenza! Se non avessi portato la canna -non avrei perduto l'illusione.... -</p> - -<p> -Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini -che mi fa ogni volta lo stesso effetto quasi -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -di stupore, come d'un canto che venga di lontano, -di fra le nuvole, da creature in cui rimanga -la memoria, ma non più il senso delle -passioni umane, e che sempre mi si traduce agli -occhi nell'immagine d'un'alba limpida che imbianca -una terra sconosciuta.... -</p> - -<p> -Poi andai intorno per osservare ad una ad -una quella messe di teste che, al primo sguardo, -m'eran parse tutte compagne. Ah quando si -dice: il tipo regionale! In ogni folla di bambini -è rappresentata l'umanità intera. C'erano là teste -di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi, -d'inglesi, di giapponesi, d'indiani; e più di piemontesi, -certo; ma chi le avrebbe riconosciute -a Milano? E là pure, come in tutti gli asili infantili, -non c'era viso che non portasse qualche -segno della lotta quotidiana con gli uomini, -con gli animali e con le cose: tracce di graffiature -umane o feline, lividi, ammaccature, -scottature, gonfietti, come se li avessero marcati -a uno a uno per riconoscerli. E così quelle -voci, che parevan tutte eguali nel canto, come -suonarono diverse quando la direttrice fece alzare -l'uno dopo l'altro a dire i numeri! Fu come -far correre la mano sopra una tastiera: una -rapida manifestazione d'animi e di temperamenti -fisici distinti, che alla mia fantasia trasformava -istantaneamente quei bimbi negli uomini -e nelle donne avvenire, sospinti da mille -disparate passioni per mille vie dolorose a diversi -destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -</p> - -<h4>II.</h4> - -<p> -Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e -si sparsero per il camerone aspettando che -smettesse di piovere per andar nel giardino. -</p> - -<p> -Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„. -</p> - -<p> -Il primo fu un bimbo di poco più di cinque -anni, figliolo d'un gasista, un faccione pacato e -serio di bimbo precoce che pensi agli affari di -casa. — Questo — mi disse una maestra — lo -chiamammo <i>il papà</i>. — Era un originale amabile, -che aveva l'istinto della protezione dei piccoli -e del mantenimento dell'ordine pubblico. -Quando un bambino piangeva egli andava a -consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli -il viso con la sua pezzuola, che non -sempre glielo puliva; denunciava alle maestre -i torti fatti a questo o a quello; quando nasceva -una lite, si cercava sempre lui come paciere. -Ma il curioso, mi dissero, era la gravità con -cui compiva il suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione -di tenerezza, consolando con buone -ragioni, esortando con un certo frasario pedagogico. -Quando qualcuno l'andava avvertire che -c'era in qualche parte una vittima, egli diceva -gravemente: — <i>Vado mi</i> — e s'avviava col -passo e con l'aria d'una guardia civica chiamata -a far rispettare la legge. -</p> - -<p> -Mentre facevo i miei complimenti a questo -brav'uomo me ne indicarono un altro che passava, -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -un musetto di topo, con due piccoli occhi -scintillanti e una bocca aguzza di ghiottone. — Questa -è la gola più lunga della compagnia — mi -dissero — e uno scroccone di prima -forza, che si sfrega sempre intorno a quelli che -hanno qualche cosa di buono nel panierino. -Quando lo vediamo seduto accanto a un altro -bimbo, non c'è da sbagliare: è certo che questo -ha un boccone scelto. I ben provvisti egli -li conosce tutti, li trova al fiuto, e non bazzica -che con loro. Non può immaginare con che costanza -li seguita, con che arte li loda, li liscia -e li serve, con che fine garbo di cortigiano -riesce a farsi dare la ghiottoneria su cui ha -messo gli occhi, e con che trovate astute, qualche -volta, a pigliarsela. È capace di “lavorare„ -il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: -ora par cucito a quel bambino col vestito verde: -è sicuro che quello gli confidò d'aver nel panierino -qualche cosa di prelibato. — Infatti, una -maestra ci andò a guardare e ritornò dicendo: — Un -pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, e -lo vedrà all'opera all'ora della colazione. -</p> - -<p> -Quello che mi mostrarono dopo era uno dei -bambini più strani ch'io abbia mai conosciuto. -Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni -rimpicciolito: tutto faccia e pancia; un viso di -buffone accorto, che nel ridere strizzava un'occhio, -e torceva la bocca da una parte, corrugandosi -tutto in un modo così lepido, con uno -sguardo così astutamente e comicamente canzonatorio, -che quando mi fissò restai lì stupito, -sospettando che si burlasse di me. In verità -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -se m'avesse detto a chiare note: — Tal dei tali, -ti conosco e non ti piglio sul serio, — non mi -avrebbe fatto una più strana impressione; tanto -che arrestai la mano già stesa a fargli una carezza -e non mi riuscì di dirgli una parola, parendomi -che m'avrebbe risposto con una ghignata. -Mi fece l'effetto d'un nano burlone confuso -per sbaglio con dei bambini. E seguitava -a guardarmi sorridendo a quel modo come se -gli paressi il frontespizio più buffo del mondo. -Un caso singolarissimo, — più apparente che -reale, voglio credere, — di precocità di senso -critico e di malizia beffarda. -</p> - -<h4>III.</h4> - -<p> -Con troppa presunzione mi volli provare ad -argomentar dall'aspetto d'alcuni le facoltà intellettuali -e il carattere. Vedendo una bambina -con gli occhi neri e pieni di vita e di fisonomia -mobilissima, espressi a una maestra la mia -ammirazione per la sua bellezza, e stavo per -soggiungere: — dev'essere intelligentissima — quando -essa m'interruppe: — sì, è una bella -bimba; ma non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse; -ma confermò. Proprio, la più dura di -mente, forse, di tutto l'asilo; anche nel parlare -era addietro d'un anno da tutte le sue coetanee; -una lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed -io registrai il mio primo granchio. -</p> - -<p> -E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso -di madonnina, bianco e dolcissimo, di quei visi -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -che fanno dire alle donnicciole: — È una bimba -troppo buona, non farà vita lunga. — Questa -dev'essere un angioletto, — dissi alla maestra. — Un -angioletto, costei? — mi rispose maravigliata. — È -un serpentino a sonagli che se -ce ne fossero dieci compagne ci sarebbe da -perder la testa. -</p> - -<p> -Possibile! E voltandomi ad altre bambine che -facevano cerchio: — Non è vero, — domandai, — che -questa ragazzina è buona? -</p> - -<p> -Tutte insieme scossero fortemente la testa in -atto negativo. -</p> - -<p> -— E che cosa fa per non esser buona? -</p> - -<p> -Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda. -Poi una disse risolutamente: — Picchia. — E allora -tutte le altre, preso animo, la servirono di -barba e di parrucca: -</p> - -<p> -— Graffia. -</p> - -<p> -— Strappa i capelli. -</p> - -<p> -— Tira calci. -</p> - -<p> -— Dà dei <i>titoli</i>. -</p> - -<p> -E come in una scarica di plotone c'è sempre -il colpo che parte in ritardo, dopo un breve silenzio -ci fu una che soggiunse: — E morde -anche. -</p> - -<p> -E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata -restò sorridente, girando sulle accusatrici -il suo dolce sguardo di santerella, come -se le avessero fatto un panegirico. — O povero -illuso, — dissi in cuor mio, — che pretendi di -legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera -scienza è la tua! -</p> - -<p> -In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -e sformata d'un ragazzo che mi mostrava -le spalle, ed essendosi egli voltato nel -punto stesso, fui colpito, quasi con un senso -di ribrezzo, dalla strana rassomiglianza che -presentava il suo viso con la faccia orribile -messa dal Lombroso sulla copertina del suo -<i>Uomo delinquente</i>. Ma questa volta non mi potevo -ingannare. In quel viso mostruoso, che si -stringeva dal basso all'alto come un trapezio, -sotto quella fronte bassissima, irta di setole, -dalla quale sporgevano due grandi orecchi che -parevano i manichi d'una pentola deforme, brillavano -due occhi di grandezza ineguale e sporgenti -dall'orbita, ma così angelicamente buoni -e amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio -quando la maestra, chiamatolo e messagli una -mano sul capo, mi disse: — Questo, vede, è un -angelo; la più dolce, la più cara creatura che -sia stata qui da molti anni. — Allungai la mano -per prendergli il mento, e mi commosse, mi -diede quasi una stretta al cuore l'atto pronto -con cui egli l'afferrò, come un affamato afferra -un pane, e la grazia affettuosa con cui se la -mise sul capo, chiudendo gli occhi, come per -raccogliersi tutto nel sentimento di quella carezza.... -</p> - -<h4>IV.</h4> - -<p> -Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, -dove vidi molte scenette curiosissime. -</p> - -<p> -I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -con una mano appoggiata sulla spalla -di quello che lo precedeva, andavano e venivano -per i sentieri, pestando i piedi e cantando -una strofetta. In un angolo, lungo il muro, -c'erano poche fragole che sarebbero state tutte -sulla palma della mano. Ogni volta che' una -delle file cantanti passava di là, tutti, come se -obbedissero a un comando, voltavano il viso -verso quelle tentazioni porporine, rallentando -il passo e smorzando la voce, e seguitavano -così col collo torto e con gli occhi rivolti verso il -frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come -fa una pattuglia di soldati quando passa davanti -a una bella ragazza; e in quel passaggio -sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo, -che, a vederli, si ridestavano in me pure, come -un vago ricordo, gli stimoli antichi del palato -infantile, e mi pareva di ringiovanire in quel -senso. Oh, gli asili infantili, che case di cura -sarebbero per i malati di disappetenza! Mentre -quei cori giravano, si formavano qua e là gruppi -in ginocchio attorno a un bimbo o a una bimba -che aveva trovato una lumaca o un'ape o una -pietruzza luccicante, corone di teste rapate o -capellute, chinate e strette, che non si vedeva -più un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, -come si vedono nei mercati d'erbaggi, appiccicate -le une alle altre in maniera che le maestre -le dovevan separare a forza perchè pigliassero -un po' di respiro. E intanto io ammiravo -l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine, -benchè di famiglia povera, facevano alle signore -che si rendon visita: — Venga avanti -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -— Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il -favore d'accomodarsi. — Era tanto tempo che -desideravo di rivederla!... — E mille riverenze -da contraddanza e sorrisi di damine in solluchero. -E mentre da una parte seguiva questo -scambio di cerimonie, vedevo di sbieco dall'altra -una piccola baruffa, non so se finta o -vera, in cui le “damine„ si ricambiavano con -voci angeliche la parola del Cambronne e si -voltavan la schiena battendosi la manina sulle -mele minuscole, con un atto di disprezzo che, -senza dubbio, avevano preso dal vero. -</p> - -<p> -Le mie osservazioni furono interrotte in quel -momento dalle grida di cinque o sei piccini che -accorrevano ad annunciare alla direttrice, col -viso spaventato: — C'è un bambino che ha -perduto un braccio! -</p> - -<p> -La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, -al quale la mamma, perchè non movesse un -braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva -stretto al busto con una fascia, di sotto -alla giacchettina, di cui ciondolava vuota la -manica; e per questo gli s'era fatta intorno -una folla, che lo guardava e lo tastava, facendo -mille commenti terribili. -</p> - -<h4>V.</h4> - -<p> -La direttrice mi presentò varii altri personaggi -notevoli dei due sessi: prima una bambina -bionda, piccolissima, che aveva tutto il -capo bianco di diavoletti, messile dalla mamma, -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -per mandarla arricciolata a una processione -di non so che Santo che si doveva far la sera -nel sobborgo. Era una bambina celebre per un -motto pronunciato un mese innanzi in casa -sua; dove, essendo morto un suo zio verso -l'ora del desinare e piangendo tutta la famiglia -senza mettersi a tavola, lei, che non capiva la -morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo, -e all'osservazione del babbo — che era -ora di piangere e non di mangiare — aveva -risposto: — <i>ma prima mangiamo e poi piangeremo</i> — ma -con tale accento di franchezza, -con così manifesta coscienza di dire una cosa -ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere, -anche nel dolore. Io le rivolsi qualche -domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse -la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, -dopo uno sforzo mentale visibilissimo, essa mi -disse con un filo di voce: — Mio padre s'è tagliato -i capelli. -</p> - -<p> -Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento -quando me ne fu presentata un'altra, un triennio -ambulante, bruna come una gitanella, che -aveva le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È -orfana di padre e di madre, — mi -dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica; -non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno -il <i>papà</i>, che le stava accanto in quel momento, -era riuscito a rasserenarla. Teneva la -testina chinata sopra una spalla in un atteggiamento -d'abbandono stanco, come una malata, -e pareva che non vedesse e non udisse nessuno; -pareva un viso su cui, per natura, non -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -potesse spuntare il sorriso. Mi dissero che aveva -un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei, -ma che era allegro, e giocava con gli altri. La -direttrice mandò una maestra a cercarlo, e questa -ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non -si può dire la dolcezza del sorriso sfuggevole -che brillò negli occhi alla sorella al primo vederlo, -nè la grazia amorosa e triste con cui gli -s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli -un braccio al collo, come se lo ritrovasse -dopo una lunga separazione in mezzo a -una moltitudine di gente sconosciuta, e volesse -dirgli: — Non te n'andar più, non lasciarmi più -sola, non ho che te a questo mondo. -</p> - -<p> -La maestra mi presentò una bimba con due -occhi celesti splendidi, una figurina di poetessa -ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto -ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con -voce anche più bassa: — Ha degli occhi bellissimi. — Quella -se n'andò; ma tornò poco dopo, -e, tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; -poi scomparve da capo. Punto dalla -curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi -che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi -domandò: che cosa ha detto quel -signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè -l'aveva inteso. — Per prudenza, essa le aveva -risposto: — M'ha detto che si vede dai tuoi occhi -che devi esser buona. — Ma era stata prudenza -inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto -che una ripetizione, approvata dall'autorità, del -complimento. -</p> - -<p> -E non fu quella la sola osservazione che potei -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -fare sulla precocità della vanità femminile, poichè -tutte le bambine belle che mi presentarono, — assuefatte -come son tutte a sentirsi dir belle -da parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan -risposto alle domande solite del nome e -dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il -complimento solito; si vedeva dalla sospensione -d'animo che sollevava un poco il loro piccolo -petto e dal tenue flusso di sangue che il palpito -affrettato del coricino mandava alle loro -guance contratte da un leggerissimo sorriso -forzato. E perchè appunto per questo io non -dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se -n'andavano, una vaga ombra di delusione. E -me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele -d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto. -</p> - -<h4>VI.</h4> - -<p> -Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: -una bimba con la capigliatura nera strisciata -d'oro; conciata a quel modo dalla mamma che, -incaponita di tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava -qualche volta a mezzo l'operazione e la -mandava fuori così, chiomata del bicolore austriaco; -un'altra che quasi nascondeva il visetto -sotto un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa -stupenda di anelli di velluto corvino, in -cui tutte le compagne cacciavan le mani per -diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa -del capo come animati da mille spiritelli irrequieti; -e infine il bimbo dai cinque panciotti, -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -imbottito in quella forma dalla mamma per un -suo terrore morboso dei' raffreddori di petto, e -che, oppresso da quella rigatteria, camminava -annaspando con le braccia larghe come se invocasse -soccorso. Ah, c'era da divertirsi, e anche -da commoversi, non altro che ad osservare in -quei bimbi la varietà dei prodotti dell'industria -domestica, e in un solo capo di vestiario. Una -collezione di calzoncini, per esempio, da far -rimpiangere di non esser andati là con una -<i>istantanea</i>: tutti i più strani saggi di taglio a cui -possano riuscire le forbici inesperte e affrettate -d'una povera donna del popolo che ha le faccende -a gola e che utilizza senza scrupoli artistici -quanti avanzi di stoffa le cascano nelle -mani, con la certezza che la vittima inconsapevole -accetterà qualunque ludibrio. Calzoni di -due colori e di più di due, raccorciati con filze, -allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti di -tende da letto, di federe di guanciali e di scialli -logori, con borsoni posteriori capaci quattro -volte del contenuto, con spaccature somiglianti -a finestre a sesto acuto: mezze brachine della -forma d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di -sacchetti da ricotta, che mettevano su quei corpicini -delle apparenze buffe di fianchi, di pancie -e di deretani enormi e spostati, o li serravano, -per scarsità di panno, come maglie chirurgiche, -facendo schizzar per di dietro, a ogni più piccolo -movimento, degli spicchi di carne rosata, -impazienti della prigionia, impudicamente ribelli -all'avarizia tiranna della sarta: una raccolta -di figurini di fantasia da farne una sezione -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -umoristica a parte nella prossima Esposizione -nazionale. -</p> - -<p> -Ma da queste osservazioni ero continuamente -ricondotto a quella della varietà dei caratteri -che si manifestava nei modi molto diversi di -ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti -affatto, parecchi quasi repugnanti, -qualcuno stupito, che si toccava la parte del -capo dov'era stato baciato, come se non capisse -che cosa io gli avessi fatto. Ma i più si mostravano -contenti e grati, e fra questi alcuni che -si riscotevano e brillavano sotto la carezza come -per la soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo, -e che ritornavan poco dopo a prendermi la -mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto -il mento e a strisciarmisi attorno come gattini, -guardandomi di sotto in su con una espressione -di grande dolcezza; quello dalla testa deforme, -fra gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino -piccolissimo, nato con un orecchio solo, -con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più -spropositato par di brachesse della collezione. -Ed anche quand'eran lontani, incontravo di tanto -in tanto, qua e là, i loro occhi soavi, che mi -sorridevano con quella espressione di familiarità -fraterna, propria della infanzia, che dà del -tu a tutte le età e a tutte le stature ed ha per -tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso. -</p> - -<p> -E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo -pure lo sguardo del bimbo burlone, che parea -che osservasse ogni mio atto e volesse farmi -capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso -e col suo occhietto strizzato, che gli parevo -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi -che in un moccicoso di quell'età non poteva -corrispondere il pensiero all'espressione della -maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele -mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo, -badavo a scansarlo, come si fa qualche volta -in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone -sconosciute, che par che ci frughino con -lo sguardo nell'anima e pensino di noi roba da -chiodi. -</p> - -<h4>VII.</h4> - -<p> -Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti -nel camerone e presero posto, in piedi, a due -tavole lunghissime, su cui era scodellata la minestra -di riso e fagioli. Fu un divertimento a -vedere come gingillavano tutte quelle manine -per annodarsi sotto la nuca le fettucce del tovagliolo: -i più non riuscivano a incrociarle; -molte bimbe, per sbaglio, se le legavano alla -treccia; altre non facevano che annaspar nel -vuoto con mille movimenti strani e graziosi da -zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette -con ordine ammirabile. Non vi fu che un “incidente„ -da lamentare: un bimbo, dicendo che -non aveva appetito, rovesciò la sua scodella in -quella del vicino; poi si pentì e rivolle la sua -minestra; ma l'altro, che era un minestraio -emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno, -scese a patti, e gli offri, generosamente, un -fagiolo — uno solo — che il primo respinse con -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -sdegno, invocando a grida la maestra. A capo -della stessa tavola vidi un banchettante che si -ribeveva le lacrime, ma nel senso materiale -della parola, poichè mangiava avidamente e -piangeva insieme a goccioloni fitti, che gli piovevano -nella minestra, e quel gran dolore manducante -riusciva più comico perchè gli stava -dietro la cuoca col cucchiaione brandito, pronta -à riempirgli da capo la scodella per consolargli -l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, -con gli occhi ancora rossi di pianto, imboccato -da una maestra. Aveva appena tre anni; era -entrato nell'asilo quella mattina facendo una -scena tale di disperazione che, per veder di -quetarlo, gli avevano attaccata al petto una -medaglia; e s'era quetato come per miracolo. -Nel momento che gli passavo accanto egli spalancava -la bocca per ricevere il fatto suo: eppure, -in quello stesso momento, senza neanche -torcere il capo, guardandomi con la coda dell'occhio -e ingoiando la cucchiaiata, prese la -medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè! -Quando mai si potranno sopprimere le onorificenze -ufficiali? -</p> - -<h4>VIII.</h4> - -<p> -Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre -distribuirono i panierini e tutti si sparsero per -quella e per l'altre stanze per riunirsi da capo, -qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte -sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato, -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -a mangiare in libertà quello che -s'eran portati da casa. La direttrice mi condusse -in un angolo dov'eran due fratelli che -leticavano e — Veda che caso — mi disse: — questi -due fratelli hanno il panierino in comune. -Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente, -s'accapigliano per la divisione del mangiare; -ogni mattina il più grande vuol prender tutto -per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia -cedere. La lite è così certa e preveduta che gli -altri bimbi vengono a vedere prima che incominci. -Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, -a me pareva l'istinto del furto; -ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca mia, -l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„. -</p> - -<p> -M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava -fisso, e gli domandai che cosa gli avesse -dato la mamma per colazione. Mi rispose con -una grossa voce: — Un pesce! -</p> - -<p> -Al modo come lo disse pareva che dovesse -essere un salmone. Lo pregai di farmelo vedere. -E mi mostrò il pugno da cui spuntavano -le estremità d'una mezza acciuga, ridotta non -più che un filo dalle vigorose fregagioni che — come -mi fu detto da un'assistente — egli -aveva liberalmente concesso alle pagnotte circonvicine. -</p> - -<p> -Venne in quel punto una maestra a dirmi -che andassi a vedere all'opera lo “scroccone„. -Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, -col suo muso di topo sul petto, tutto intento a -levar la crosta a un panino. Finita la scrostatura, -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -si mise a leccar la mollica da tutte le -parti, con grande cura, come se la volesse inumidir -tutta quanta prima d'addentarla. — Ne -prepara qualcuna delle sue, senza dubbio, — disse -la maestra. — Infatti, dopo che ebbe condito -bene il suo pane, si voltò verso un gruppo -di bimbi che assediavano il possessore dello -zucchero biondo e, cavallerescamente, liberò -l'assediato, facendo in là gl'importuni che volevano -intingere il dito nella sua proprietà. Poi -gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli -disse nell'orecchio non so che cosa, a cui quegli -acconsentì, porgendo il pacchetto aperto. Povero -ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con -un pane asciutto, che avrebbe fatto poco danno. -Era invece un pane traditore che, maneggiato -da una mano abile, girando rapidamente come -un buratto.... produsse un vuoto spaventoso; -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>onde</i> sospiri e pianti ed alti guai.</p> -</div></div> - -<h4>IX.</h4> - -<p> -Entrammo poi in una “classe„ dove non -c'erano, sparsi per i banchi, che sei o sette -bambini; due dei quali dormivano così saporitamente, -con le testine rase appoggiate sui gomiti, -che nemmeno scossi a più riprese non si -destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri -la maestra rivolse alcune delle solite domande -scolastiche, a cui diedero le risposte solite; comicissime -alcune per il contrasto che faceva -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -la solennità della loro forma letteraria col viso -di putto di chi le pronunciava. -</p> - -<p> -A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni -domandò tutt'a un tratto: — Che cos'è -l'Italia? -</p> - -<p> -Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato -me e la maestra con due occhi spauriti, mandò -giù la saliva e rispose solennemente: — <i>È la -mia terra.</i> -</p> - -<p> -Un altro, che stava rodendo una ciambella, -dopo che la maestra gli ebbe detto nell'orecchio -il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando in -aria le due piccole braccia e spalancando la -bocca impastata, mise fuori un <i>O</i> sonoro, come -alla vista d'un fuoco d'artifizio maraviglioso, -un <i>O</i> così prolungato ch'io ebbi tutto il tempo -di domandare a me stesso e di cercare con la -fantasia quale cosa al mondo potess'essere degno -oggetto di quella stupefacente invocazione. -E venne fuori finalmente.... -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Oooooo tricolor bandiera,</p> -<p class="i01">Sventola sopra i monti,</p> -<p class="i01">Sui petti e sulle fronti,</p> -<p class="i01">Sull'armi e sugli altar....</p> -</div></div> - -<p> -Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: -gli s'enfiava il collo, gli uscivan gli occhi -dal capo, una parola sì e una no gli restava in -gola per mancanza di fiato: pareva la caricatura -d'un tribuno che arringasse un popolo. -Tutto quell'entusiasmo, però, si spense d'un -colpo. Espettorata appena l'ultima sillaba, ricadde -sul banco e riaddentò la ciambella. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -</p> - -<p> -Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli -suggerì il titolo d'una poesia: egli si alzò e cominciò: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Una goccia, o nuvoletta....</p> -</div></div> - -<p> -e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e -seguitò a gocciolare senza andare avanti. -Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise -al naso come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli -disse la maestra, — il sangue dal naso -ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un -po' vedere. — Ma quegli fece un gesto con la -manina libera, come per dire: — Aspetta, aspetta, -che deve venire, — un gesto così comicamente -affannato e affettato, che la maestra diede in -uno scoppio di risa, e si contentò della goccia. — Ma -vede che malizia, — disse poi allontanandosi, -mentre quello continuava la commedia. — Ah, -le dico che ci abbiamo certi artisti! -</p> - -<h4>X.</h4> - -<p> -Di là rientrai nella sala grande, dove quasi -tutti si trovavan raccolti, ed era un gran moto, -un ronzìo, un pio pio, quasi un ribollimento di -suoni rotti, acuti e sommessi, quale si può dare -soltanto in una folla di creature non ferme mai -un minuto in un solo pensiero e che parlano -un linguaggio ancora monco e spezzato come -i loro pensieri. E guardando quello spettacolo -feci anche quella volta il proposito, che si fa -sempre all'uscire da un di quei luoghi, di tornarvi -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -al più presto, e che non si mantiene quasi -mai; ma che in quel momento è sincero e vivissimo, -ispirato quasi da un istinto di protezione, -come se quelle deboli creature, a cui -bastò un'ora a legarci, avessero bisogno di noi -e fosse durezza il separarsene per non rivederle -mai più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il -<i>papà</i>, la bimba dai diavoletti e tutti gli altri -più espansivi a domandar la carezza d'addio, -tendendo le loro manine che stringevano ancora -dei pezzetti di pane e dei torsi di mela, e -dicendomi cento <i>Ciao</i>, su tutti i toni, come a -una persona della loro famiglia che partisse -per un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, -accarezzandoli, ch'eran loro, invece, che partivano -per un lungo viaggio, per il viaggio misterioso -della vita, nel quale, appunto perchè -eran di natura più dolce e più affettuosa degli -altri, chi sa quanto avrebbero avuto più degli -altri da soffrire e da piangere ed anche più -spesso desiderato la fine.... -</p> - -<p> -Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono, -sentii ancora nella mia una piccola mano che -ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi, -e sollevando il mento a quell'ultimo -accompagnatore, riconobbi il piccolo disgraziato -che somigliava alla figura del libro del Lombroso, -quello a cui la natura aveva così crudelmente -smentito sul viso la bontà angelica -dell'anima. E lo fissai per qualche momento in -quei piccoli occhi ineguali e sporgenti che dicevano -così umilmente: — Son brutto; ma son -buono; non mi guardate; ma amatemi, — e -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -mi domandai nel cuore, con tristezza, quante -umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe costata -nella vita quella menzogna spietata della -natura; e stretto fra le mani il suo capo deforme, -fui costretto a prolungare il bacio che gli -stampai sulla fronte, — mentre egli mi s'attaccava -al bavero con le manine, — per avere il -tempo di scomporre sulla mia faccia l'espressione -di profonda pietà che temevo egli potesse -comprendere.... -</p> - -<p> -Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver -l'ultima stoccata da quella strana faccia canzonatoria -di mefistofeluccio, che era lì a due -passi, e che mi guardava socchiudendo un occhio -e torcendo la bocca, con l'aria di dirmi: — Ti -conosco, e non me ne vendi. — Non poteva -essere, lo capisco bene; ma tant'è, l'orgoglio -è irragionevole: se non c'era lì la direttrice, -gli allungavo una pacca. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span></p> - -<h3 id="andorno">I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO.</h3> -</div> - -<p> -Una delle più care bellezze dell'alta valle di -Andorno sono i bambini; per i quali io credo -che il Correggio redivivo, se li vedesse una -volta, andrebbe a villeggiare ogni anno a Campiglia. -Salendo dalla Balma a Piedicavallo, se -ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati, -fra i pietroni del Cervo, su per i sentieri che -salgono e si perdono fra i faggi e i castagni, -e a mucchi e a processioni in ogni villaggio: -tanto numerosi da far pensare che non ci sia -altra valle in Italia così prolifica. E poichè d'estate, -emigrando quasi tutta la popolazione maschile -(composta in gran parte di muratori e di -scalpellini), è rarissimo incontrare dalla Balma -in su un uomo giovane o maturo, ne segue che -al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde -provenga tutta quella razza minuta: se sia una -produzione spontanea della terra, o merce importata, -per la stagione estiva, da altri paesi. -Sono tutti floridi e biondi, di tutte le sfumature -dell'oro monetato e delle barbe di pannocchia -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -di meliga: teste d'inglesi e di scandinavi d'una -carnagione maravigliosa di colorito e di freschezza, -con occhi di tutte le gradazioni dell'azzurro, -da quello forte delle loro Alpi a quello -chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante -come i cieli del Veronese: alcuni con -biancori di latte sulla fronte, dietro le orecchie -e nel collo; e tutti segnati di due rose -rosse sulle guance, eguali di forma e di tono -in quasi tutti, come quelle delle bambole che l'artefice -imporpora una dopo l'altra con lo stesso -tocco meccanico del pennello. E non solo per -i capelli e per i colori, sono belli anche per i -lineamenti fini, per la forma gentile della bocca, -per la grazia scultoria di tutte le forme: e più -belli appariscono per il risalto che dà alle loro -capigliature aurine scompigliate dall'aria viva -e ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo -della vegetazione su cui si disegnano per -solito le loro personcine rotondeggianti, quando, -dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie, -in gruppi o in schiere immobili, coi piedi -nudi nell'erba, stanno a vedere il forestiere che -vien su lentamente in carrozza per lo stradone -della valle. -</p> - -<p> -V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli -e sorelle; ci son famiglie numerose in cui -tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano una -serie di edizioni in formato vario dello stesso -libro, non riveduto nè corretto: tanto rassomiglianti -che, incontrandoli per via, a una certa -distanza, l'un dopo l'altro, vi pare di vedere -sempre lo stesso bimbo, ora ingrandito ora -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -rimpicciolito, ora maschio ora femmina, come -se cambiasse di statura e di sesso a modo d'un -personaggio dei racconti fantastici dell'Hoffman. -Ci diranno i fisiologi se questo possa derivare -dall'essere stati tutti concepiti nelle condizioni -medesime, nei ritorni periodici e a data fissa -dei padri emigrati, i quali riportano a casa -quella quantità solita di risparmi di danaro e -di castità, a cui corrisponde sempre fra i due -coniugi, con gli stessi pensieri e gli stessi discorsi, -la stessa misura d'allegrezza domestica -e d'impulso generativo. -</p> - -<p> -A loro l'ardua sentenza. -</p> - -<p> -Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi -bei fiori montanini nati di rudi lavoratori pratici -e positivi in sommo grado, dei quali è ultima -qualità lo spirito poetico, si distinguono -per nomi classici e romantici, che paiono stati -scelti da padri letterati e da madri poetesse; -benchè, in realtà, non sia invalsa la consuetudine -di quei nomi insoliti che per ovviare alla -confusione dei cognomi, diventati comuni a un -gran numero di famiglie per effetto della rete -fitta di parentele che allaccia i valligiani, devoti -al proverbio del “moglie e buoi„. La sera, all'udir -le mamme chiamar di sull'uscio la prole -dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par -di udir invocare gli eroi e le eroine della storia -e della poesia di ogni paese e d'ogni secolo. -Dante vi passa accanto piegato in due sotto -una fascina che lo nasconde tutto; Clorinda, -settenne, raccatta per la strada le reliquie fecondatrici -dell'orto; qui stimola i porci Temistocle; -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -là sferza le vacche Tarquinio; Rinaldo -strascica il sedere sui ciottoli con una fetta di -polenta fra le mani, e -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Erminia intanto fra le ombrose piante</p> -</div></div> - -<p> -si soffia il nasino con la camicia. -</p> - -<p> -Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda -l'indole, che è generalmente placida e prudente. -Il forestiere, che passa per la prima volta, essi -guardano con occhio intento e scrutatore, come -se prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto -o una vendita: con occhio scrutatore, ma -rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti abituali, -che sogliono salutare in modo originale, -pronunciando il loro nome, quando li incontrano, -e fissandoli, come fanno i soldati coi superiori, -senza inchinare la testa. Sono anche -poco rissosi, come se volessero serbare le forze -battagliere per la lotta disperata che combatteranno -un giorno coi lavoratori concorrenti di -tutto il mondo, e attendere a leticar fra di loro -quando saranno proprietari di quella terra divisa -in mille scacchi e in mille striscie, sulla -quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro -parenti. E sono dignitosi: nessuna di quelle -piccole mani, neanche dei più poveri, si stende -a chiedere il soldo al passante; e quando uno -ne stringono, non c'è caso che lo sciupino o lo -perdano; somigliantissimi pure in questo ai loro -genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente -l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun -altro luogo vidi mai i ragazzi costrurre muricciuoli -e casette di sassi, mulini e condotti -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -d'acqua con arte così esperta e con diligenza così -paziente, per ore ed ore, in silenzio, concordi fra -molti all'opera come squadre d'operai disciplinati, -prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo -e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, -come al suono della campana d'un opificio. -</p> - -<p> -Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma -ai lavori muratori, portando nella loro gerla -minuscola quattro manate di sabbia o un par -di mattoni per volta, con la serietà muta e col -passo lungo e grave d'operaie adulte. Bambini, -alti un palmo, stanno seduti tutta una mattinata, -per trastullo, sulla proda d'una strada, a -picchiare con un chiodo e un martello un pezzo -di sienite, come se avessero preso il lavoro a -cottimo, senza alzare una volta in un quarto -d'ora la testina bionda, dardeggiata dal sole. -</p> - -<p> -Questa forza tranquilla di volontà, congiunta -a un amor proprio precocemente guardingo, -dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la strada -dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima -elementare, che non possiedono un vocabolario -di più di venti sostantivi (i verbi sono sempre -incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, -incapati di rispondervi nella lingua nazionale, -s'ingegnano d'accozzare alla meglio quelle venti -parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una -e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi -e tedeschi, con una flemma di filologi -scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra -impazienza, non intesi ad altro, con tutte le -forze del cervello, che a scansare gli spropositi. -</p> - -<p> -Ricordo uno di questi che, domandato da me -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -di un suo zio impresario a Torino, volendomi -dar la notizia che era stato decorato della Corona -d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione, -mise fuori questa curiosa frase di suo -conio: — <i>L'hanno fatto passar cavaliere</i> — ma -con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho -cercata un pezzo, ma l'ho trovata -bene. — E hanno delle trovate singolari, -da montanari sottili, diverse in questo da quelle -degli altri bimbi, che vengon fuori in una forma -di gravità comicamente impropria all'età loro. -Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè -la dividesse in parti uguali fra sè e le -due sorelle più piccole che gli stavano al fianco, -volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi -la parte del leone, stette pensieroso un pezzo con -gli occhi fissi sul frutto, e poi disse solennemente -alle sorelle: — <i>Qui non si fa niente senza il coltello</i>, — e -con questo pretesto si diresse verso -casa per fare il comodo suo; ma con l'incesso -e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri pensieri, -per distornare, s'intende, il mio sospetto; il -quale mutavano invece in certezza gli sguardi -obliqui e indagatori di cui ogni tanto mi saettava. -</p> - -<p> -E come un bell'esempio di posatezza e di -precisione rammento un bimbo di men di tre -anni, bellissimo, che, avendogli io porto una -scatoletta della Regia su cui fissava lo sguardo -con grande curiosità, la rivoltò con le manine -per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò -in fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo -l'altra tre sigarette, le esaminò ad una ad una, -le rimise dentro adagio adagio dalla stessa -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo -con le dita finchè riuscì a far rientrare la linguetta -nel taglio e, dopo essersi assicurato col -pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla -palma della mano e ve la premè colla sua zampetta -come per farmi prender atto che era fatta -in tutte le regole la restituzione della mercanzia. -</p> - -<p> -Questi ragazzi, che sentono parlare in casa -di tutti i paesi d'Europa e d'Africa e d'Oriente -e d'America, dove i loro padri lavorarono e -lavorano, viaggiano un po' coll'immaginazione, -anche prima d'uscire dal guscio, per il mondo -intero. Appena sono in forza da portar la secchia -della calce, la più parte vanno a fare -il tirocinio di muratori nelle città grandi, e, -compiuto questo, emigrano dall'Italia. Ma le separazioni -della famiglia si fanno senza lagrime, -e quasi senza commozione, perchè tutti ci hanno -il cuore preparato fin dall'infanzia. Non senza -tristezza, però, quando li vedo giocar per le -strade così rosei e sereni, io me li raffiguro -giovinetti, curvi sotto il carico su per le alte -scale oscillanti degli edifici in costruzione, o -ammucchiati nelle soffitte, dove essi stessi si -fanno da mangiare e si rimendano i panni, stillando -ogni sorta di più duro risparmio; e poi, più -grandi, soli in terre straniere, in mezzo a gente -di cui ignorano la lingua, invisi quasi sempre ai -concorrenti indigeni per il loro accanimento al -lavoro e per la loro parsimonia spartana, e vittime -qualche volta di persecuzioni crudeli. -</p> - -<p> -Ma mi conforta il pensiero che darà saldo -coraggio a tutti l'immagine della valle nativa -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -a cui sempre pensano, e che, se campano, li -riavrà tutti quanti certissimamente, arricchiti -o poveri, stretti a lei fino alla morte. Quanti -sono già dispersi per il mondo che vidi bambini -fare i castelli coi sassi e scheggiar la sienite -col chiodo, coi capelli biondi dorati dal -sole e agitati dal vento! -</p> - -<p> -Ogni anno leva il volo una schiera di questi -miei antichi amici, e i loro nomi e i loro visi -prima si confondono, poi svaniscono nella mia -memoria. -</p> - -<p> -Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando -nella valle vi trovo ogni anno nuove -capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove -guance vermiglie, un drappello nuovo di Danti, -di Temistocli e di Goffredi, figliuoli di padri lontani -che non vidi e non vedrò mai; e questi nuovi -eroi nascono e crescono così somiglianti, sotto -ogni aspetto, ai partiti, che, insomma, mi par -di ritrovarmi sempre in mezzo alla stessa popolazione -infantile. Bella e strana popolazione -di piccoli impresari in forma di cherubini, di -futuri capomastri, che paiono putti scappati dai -quadri del Rubens, di scalpellini e di muratori -in erba a cui possono invidiare le rose e i -gigli del viso i figliuoli dei principi: innocenti -sì, e amabili come tutti i bambini; ma che pure -hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella -parola da far credere che nella notte di Natale, -quando sognano la scarpetta che hanno messo -sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro -dei dolci, ma una cedola del Consolidato 5%. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -</p> - -<h2 id="studenti">PICCOLI STUDENTI</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span></p> - -<h3 id="solenni">MOMENTI SOLENNI.</h3> -</div> - -<p> -Il regolamento delle scuole municipali dice -che gli esami orali sono “pubblici„. Non feci -dunque che esercitare uno dei miei diritti di -cittadino chiedendo d'assistere agli esami degli -alunni della 1ª elementare della scuola “Giuseppe -Grassi.„ Desideravo di vedere con che -animo e con che aspetto i miei concittadini di -sette anni affrontavano la prima prova del fuoco -sul campo di battaglia della scienza. -</p> - -<p> -Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi -di alunni e d'alunne, trovai molte mamme, che -davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o stavano -aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con -l'aria paziente e rassegnata di postulanti d'anticamera; -altre che andavan su e giù, col viso -ansioso, come se aspettassero il risultato d'un'operazione -chirurgica. E pensai a quanti altri -milioni di madri, in quei giorni, erano, come -quelle, prese per una fibra del cuore nei congegni -di quella macchina immensa dell'istruzione -pubblica, che lavora il cervello delle generazioni -crescenti in tutti i paesi civili. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -</p> - -<p> -Salito al primo piano, entrai in una stanza -ariosa e chiara, dove quattro maestre e due -maestri sedevano intorno a una gran tavola -coperta d'un tappeto verde, ciascuno rivolto -verso un piccolo alunno, che gli stava accanto, -in piedi. Il direttore, — un omone dal viso barbuto -e benigno, — girava attorno alla tavola, -usciva, rientrava, assentendo col capo alle risposte -giuste e corrugando la fronte ai farfalloni -che coglieva a volo. A quella vista il mio -pensiero fece un improvviso salto indietro di -quarant'anni, e sentii come il vago ridestarsi -d'un terrore antico, che era già quasi morto -anche nella mia memoria. Mi ricordai, come -in sogno, d'aver avuto una forte tremarella in -una stanza di quello stesso colore, davanti a -una tavola verde come quella, in presenza di -un'altra gran barba nera di direttore, di faccia -a un altro finestrone con le tende bianche, dal -quale veniva dentro lo stesso raggio di sole, -lo stesso odore di fiori d'acacia, lo stesso silenzio -di strada solitaria, che sentivo in quel -punto. E mi rallegrai veramente al pensare -che non ero là per essere esaminato. -</p> - -<p> -Oltre agli esaminati v'era in un angolo un -gruppetto d'esaminandi, che al vedermi entrare, -credendomi un'autorità scolastica, si scossero -tutti a un tempo come una nidiata di passeri -spauriti e mi piantarono gli occhi addosso con -l'aria di domandarmi qual particolare ufficio di -aiutante aguzzino io venissi a fare in quella -stanza di tortura; e quando mi videro tirar -fuori una matita dilatarono gli occhi anche di -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -più, come se avessi cavato di tasca un par di -tanaglie. Io sorrisi amichevolmente, per rassicurarli; -ma dovettero pensare che il mio sorriso -significasse: — Ora v'accomodo io, — o -qualcos'altro di simile, perchè non si rasserenarono -punto; anzi mi parve che si turbassero -peggio. E allora rimisi la matita in tasca.... <i>per -non farli più tristi</i>. -</p> - -<p> -Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai -capelli bianchi, che dava l'esame di lingua. Gli -esaminatori erano divisi in tre coppie; in ciascuna -delle quali uno esaminava sulla lingua, -l'altro sull'aritmetica. Essendo stati promossi -senza esami gli alunni migliori, gli esaminandi -non erano che gli “scadenti„ o, per parlare -col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca. -</p> - -<p> -Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando -un visetto di poco più di sette anni, -così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto -cuore di “bocciarlo„ neanche se avesse straziato -la grammatica come una tigre. Ma pareva -che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per -aria l'ultima domanda, che era di letteratura -storica: — Quali sono i colori della bandiera -italiana? -</p> - -<p> -— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento -di titubanza: — verde. -</p> - -<p> -— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. -Si cominciava bene. N'ebbi piacere. -</p> - -<p> -Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in -quella confusione di domande e di risposte che -mi venivano all'orecchio, a frammenti, da varie -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? — <i>Pere -cite</i> (pietre piccole). — Il sa-crifi-cio -di Le-o-nida.... — Quattordici, tredici, dodici.... — Il -maiale grugnisce. — Ma bene, quattro -nocciole e tre nocciole fa nove nocciole: si -raccolgono i frutti dell'annata.... — Quadrupede, -dunque, significa.... — <i>La mia patria m'ha dato -il Signore, Mio pensiero, mia fede</i>.... — E scrivi -venti con due zeri? Mariuolo!... -</p> - -<p> -A questo punto ci fu un intervallo di silenzio, -dopo il quale udii distintamente la voce grave -d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa -il bue? -</p> - -<p> -E una voce argentina e franca rispose: — Il -bue ci dà il latte. -</p> - -<p> -Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi -chinar la fronte sotto due occhi fulminei. -</p> - -<p> -Debbo dire che la maggior parte mostravano -assai meno timore di quello che m'aspettassi. -Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo -per tutti. Li riconoscevo, dopo che avevan dato -una risposta, dal movimento forzato di deglutizione -che facevan tutti, allungando il piccolo -collo come se mandassero giù un osso di pesca. -A più d'uno tremavano le mani e le labbra. Si -vedeva su certe fronti lo sforzo violento dell'intelligenza -tesa a tutta possa, quasi con l'espressione -d'un dolore fisico, che si mutava tutt'a un -tratto in serenità a un: — Bene — dell'esaminatore, -come la contrazione del viso d'un assetato -a una sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per -comprender meglio, si cacciavan sotto, col viso -voltato in su, quasi fra le ginocchia del maestro, -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo -negli occhi con gli occhi spalancati, -acconsentendo col capo a tutti i movimenti del -suo capo, riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti -del suo viso, come ipnotizzati. E a che -grado di tenuità si riducevano per la paura -certe voci! Erano bisbigli di confessionale, gemiti -d'aurette, mormorii di fili d'acqua, sospiri -moribondi d'anime in pena. Parecchi eran così -piccoli che arrivavano appena col mento all'orlo -della tavola, in modo che, quando leggevano -col viso spinto innanzi, non mostrando nè spalle -nè collo, pareva che la loro zucchina rapata -posasse sul tappeto verde come divisa dal -busto, e quando scrivevano con la penna del -maestro, iperbolicamente lunga per loro, la -quale, tenuta ritta, sorpassava di quattro dita -il loro capo, pareva che scrivessero con uno -spiede. -</p> - -<p> -— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò -un maestro. -</p> - -<p> -L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero, -rispose prontamente, come chi non ha il -minimo dubbio sull'ordine razionale dell'enumerazione: — La -polenta, le patate, l'insalata.... -</p> - -<p> -La stessa domanda era rivolta quasi nello -stesso tempo a un altro alunno, che, confondendola -con un'altra domanda usuale di suono -simile, rispose con scioltezza: — Gli alimenti -principali dell'uomo sono la testa, il collo, le -spalle.... -</p> - -<p> -Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò -mai, un viso sorridente e ardito, con -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -due occhi chiari di ribelle sereno, inaccessibile -per indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva -dire a tutta la Commissione esaminatrice: — Ma -non sapete che io non ho neppure -un pelo che si dia pensiero di voi, dell'esame, -del ministero dell'istruzione pubblica e di tutto -lo scibile umano? — -</p> - -<p> -Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi -tutti con le dita per rispondere alle domande -d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni -mentali. Alcuni, per dignità, facevano il calcolo -di nascosto, sotto la tavola o dietro la schiena; -altri, senza un riguardo al mondo, calcolavano -con le mani sotto il naso dell'esaminatore, afferrando -successivamente le dita della mano sinistra -col pollice e con l'indice della destra e -scotendole a tutta forza come per provare la -saldezza delle articolazioni, e nel contare battevano -fitto le labbra e le palpebre come le divote -che recitano il rosario. A uno di questi matematici -“prestidigitatori„ un morettino di sette -anni, il maestro domandò quanti anni avrebbe -avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto armeggiato -con le mani sotto la tavola, egli rispose -trionfalmente: — Quarantanove. — E, -<i>secondo il suo modo di vedere</i>, come dice il Ferravilla -dell'orso bianco che incanutisce in nero, -egli aveva calcolato giusto: solo che aveva moltiplicato, -invece di sommare. Un semplice malinteso. -</p> - -<p> -Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi -minuti! Per la grande finestra aperta si vedeva -il cielo, qualche vetta d'albero, degli uccelli -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -che roteavano nerazzurro; e i poveri ragazzi, -nei momenti d'incertezza o di smarrimento, -rivolgevano quasi tutti lo sguardo da quella -parte, verso l'aria pura e la libertà, con un sentimento -d'invidia — si capiva — per quell'altre -piccole creature volanti, che non conoscono -nè grammatica nè numeri; e quel sentimento -era compreso da più d'una maestra che, impietosita, -per richiamare all'attenzione l'alunno, lo -pigliava dolcemente per un orecchio o pel mento -e gli faceva voltare il capo verso di sè, — come -si fa girare un mappamondo sferico sul suo -asse, — dissimulando un sorriso. -</p> - -<p> -Dopo un quarto d'ora ch'ero là il mio atteggiamento -di “potenza neutrale„ aveva rassicurato -anche i più timorosi. Non solo non mi guardavan -più con terrore; ma qualcuno dei più -vicini, in certi momenti critici, cercando ansiosamente -una risposta, mi rivolgeva uno sguardo -che implorava soccorso. E avrei suggerito volentieri; -fui anzi tentato più volte di far dei -segni salvatori dietro le spalle del vecchio maestro; -ma oltre che il rispetto per questo, che -era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo -dico sul serio — una considerazione di -alta politica, il pensiero della mia fede nell'avvenire -d'un ordinamento sociale, in cui, essendo -aperto a tutti il concorso nel campo degli uffici -intellettuali, la selezione delle intelligenze dovrà -essere anche più severa, e quindi la prova degli -esami anche più rigorosa che al presente. — Sii -logico, — dissi a me stesso, — ed ebbi la -forza di non fare un cenno nemmeno a un povero -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -ragazzo col naso ammaccato, che, sul punto -d'affogare in una sottrazione, volgendomi uno -sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse il -verso di Dante: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Non hai tu spirto di pietade alcuno?</p> -</div></div> - -<p> -Ah! come la politica indurisce il cuore. -</p> - -<p> -— <span class="smcap">La morte di Socrate!</span> -</p> - -<p> -Queste parole solenni, dette da una bella voce -di contralto, mi fecero voltare bruscamente verso -l'angolo opposto della tavola: era una giovane -maestra, dagli occhi severi e dal naso aristocratico, -che le aveva dette a un ragazzo minuscolo, -presentatosi in quel momento, con un -visino smarrito, che pareva una mela lessa. — La -morte di Socrate! — pensai. — E che potrà -mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma, -con mia maraviglia, l'ometto era ferrato sull'argomento. -La morte di Socrate non era che -un raccontino di poche righe, compreso nel libretto -delle <i>Prime letture</i>, e imparato a mente -dagli alunni nel corso dell'anno. L'ometto si fece -onore. Disse anzi la chiusa: — <i>Ammirabile risposta!</i> — (la -risposta di Socrate) — con un accento -di gravità filosofica, che fece ottimo effetto. -</p> - -<p> -Si presentò poco dopo al maestro mio vicino -uno scolaretto poveramente vestito, rosso in -viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco -prima un pugilato con un suo compagno, perchè -gli spenzolava il bottone dal collo della camicia, -e mostrava il petto nudo: un povero petto -scarnito e incavato, dal quale e dagli occhi pallidi, -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -e come stanchi, si capiva che nell'annata -egli doveva contar più giornate che pasti. Alla -prima interrogazione, di vermiglio che era, si fece -smorto: aveva una gran paura, e gli si leggeva -in viso ch'era paura d'una cosa lontana più che -del maestro presente; ahimè! delle botte materne -e paterne, forse, che avrebbero suggellato un -esame infelice. Mi fece una grande pietà. — Ah, -questa volta — pensai — vada al diavolo la -logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione -e con stupore del maestro, il piccolo -pugilatore fece un “esamone„. Superato il primo -intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo -a tutte le domande, nel secondo esame -come nel primo, senza incagliare una volta sola. -Ed era commovente il vedere come quel povero -viso a grado a grado s'illuminava, come quel -piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di -lode, come sotto una carezza. L'esaminatrice -d'aritmetica, contenta, gli disse terminando: — Bene. -Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il -numero <i>cento</i>? — E quegli, trionfante oramai, -stirato prima il braccio in aria con l'atto d'uno -schermitore che sta per impugnare la spada, -prese la penna, piantò i gomiti sulla tavola con -un far da padrone, e scrisse in mezzo al foglio -un 100 enorme, in vere cifre da lotteria, inappuntabile. -Poi buttò la penna da parte, e alzò -il viso baldamente, come dicendo: — Si vuol -altro da me?... Son qui pronto! -</p> - -<p> -Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli -fece i rallegramenti, e disse al maestro: — Lo -proporremo per la villa Genèro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -</p> - -<p> -Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa -ridente, sulla bella collina di Torino, in mezzo -agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli occhi e le -Alpi di fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli -occhi due raggi di sole.... -</p> - -<p> -Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto -malinconico, a cui la mamma aveva annodato -con molta cura una cravattina nuova, che metteva -più in vista la giacchetta trita. Fattegli -alcune domande, il maestro dai capelli bianchi -gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che -rappresentava una signora con la sua figliuola, -vestita riccamente, la quale tendeva la mano a -una ragazza povera, accompagnata dalla sua -mamma vestita a bruno; e c'era scritto, sotto la -stampa: — <i>La figliuola della vedova.</i> — Interrogato, -il ragazzo pose il dito prima sull'una e -poi sull'altra figura, e disse: — Questa è la fanciulla -ricca, questa è la povera. -</p> - -<p> -— Perchè, — gli domandò l'esaminatore, — dici -che questa è la povera? — e aspettava che -gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il -ragazzo rispose invece, con certo accento di -mestizia: — Perchè non ha più suo padre. -</p> - -<p> -Il maestro parve stupito e commosso da quella -risposta, e, fatto cenno a me che quel ragazzo -appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti, -gli rispose con sapiente delicatezza, passandogli -una mano sul capo: — Hai ragione.... In fatti.... -un bimbo non è mai povero fin che ha suo -padre. -</p> - -<p> -E altri ne passarono: visi umili che domandavano -misericordia, faccine toste che parea -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi -in disdetta che non ne azzeccavano una, -bricconcelli fortunati che le infilavano tutte, e -bocchine slattate da un lustro che dicevano -quattro e sette fa dieci con una grazia adorabile, -e anche più d'un becco roseo invermigliato -di sugo di ciliegie. Ne venne uno che per leggere -il nome di Epaminonda preparò i muscoli -labiali con un movimento comicissimo, come -se avesse dovuto imboccare un trombone smisurato; -poi un altro, un biondino tutto sgomento, -il quale balbettò il nome di Cincinnato -con tanti <i>cin</i>, da parere che imitasse il suono -dei piatti turchi, mettendo a duro cimento la -serietà di tutto il corpo esaminante; e dopo di -lui un meschinello che a non so qual domanda -difficile, dopo un lungo silenzio, non trovò altra -risposta che due lacrime. E vidi ancora far -molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno -dei quali, avendogli detto la maestra: — Ma -che cosa ci hai in quella testa? — si passò una -mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo -dietro alle letture del <i>Complemento del -sillabario</i>, feci molte volate vertiginose da Mosè -a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico -il Grande a Orazio Coclite, a Giobbe, a -Scipione, a Emanuele Filiberto, divertendomi -a immaginare la ridda matta che dovevan ballare -quei grandi personaggi nell'oscurità di -quelle piccole teste; e dopo la solita formula: — Va -pure, — sentii certi -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> possenti aneliti</p> -<p class="i01">d'una seconda vita.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -</p> - -<p> -che non credo se ne sentano di più profondi e -di più dolci nelle aule dei tribunali regi alla lettura -dei verdetti d'assoluzione. -</p> - -<p> -L'ultimo che si presentò alla maestra che -avevo accanto fu il più lepido della processione. -Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva aver -sette anni al più; un viso di nulla, che somigliava -una miniatura. La maestra gli fece una -domanda, e, tardando la risposta, gli disse, un -po' impazientita, con l'occhio rivolto altrove: — Su -via! — Quegli credette che quel <i>via</i> significasse -<i>vattene</i>, e, non desiderando di meglio, -girò senz'altro sui talloni e se la diede a gambe. -Quando l'esaminatrice si voltò, e non lo vide -più, restò a bocca aperta un momento; poi s'alzò -di scatto e corse nel corridoio, dove lo raggiunse, -e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente -accorto del disinganno. -</p> - -<p> -E questo innocente “tentativo d'evasione„ -fu l'ultimo episodio notevole a cui assistetti. -Uscito prima che si sciogliesse la Commissione, -trovai ancora nel corridoio del primo piano e -in quello a terreno un buon numero di mamme, -di nonne e di zie, che aspettavano con santa -pazienza da un paio d'ore, e vidi gli abbracciamenti -con cui alcune accoglievano “gli usciti -fuor del pelago„ sommettendoli a un interrogatorio -concitato, seguito da un arruffio di risposte, -che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano -più inquiete di prima. Non tutti, peraltro, -si mostravano incerti o modesti. Un piccolo -spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria -con un gesto di capitan Fracassa: — Ho saputo -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -tutto! — Intesi un altro trionfatore che si vantava; -ma la mamma, una donna del popolo, gli -tagliò in bocca le vanterie, dicendogli: — Sta -zitto, vanerello, che è stato sant'Antonio: tu -non sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era -un gruppo di donne che circondavano un -bimbo d'un'altra classe, del quale si diceva che -avesse fatto maraviglie, e tutti ci facevano dei -commenti laudativi, lavorando di fantasia: — qualche -cosa di non mai visto nè inteso, — gli -esaminatori trasecolati, — un vero portento, — e -guardavano il marmottino da capo a piedi, -con grande ammirazione, come se gli vedessero -già in dosso l'uniforme di Presidente dei Ministri. -Un po' più in là raccolsi un frammento di -dialogo di due popolane, una delle quali si lagnava, -dicendo: — L'hanno interrogato su tutte -le <i>combinazioni</i> più difficili. Già questi maestri -e maestre, agli esami, si sa, <i>vanno tutti per -protezione</i>. — E domandandole l'altra perchè -non fosse andata ad assistere agli esami, che -erano <i>a piede libero</i>: — Eh, cosa ci sarei andata -a fare, — rispose, — <i>io che non conosco -l'errore</i>! -</p> - -<p> -M'ero soffermato in quel momento a pochi -passi dal portone della Scuola, davanti al quale -stavano affollati una cinquantina tra scolari e -scolare delle prime due classi, che facevano un -cicaleccio vivissimo. A un tratto tutti tacquero, -e li vidi dividersi rispettosamente in due ali, -guardando tutti verso il mezzo (dove io non vedevo), -con gli occhi scintillanti come di simpatia -e d'ammirazione. Certo, entrava qualche personaggio -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -autorevole, l'Ispettore governativo, il -Provveditore, che so io? il Sindaco di Torino. — Che -ragazzi bene educati, — pensai; — buoni -piccoli piemontesi, in cui pare innata, in cui è -così profonda la reverenza dell'Autorità, che dimenticano, -all'apparire d'un Superiore, ogni divertimento, -ogni cura.... -</p> - -<p> -Non avevo finito di dir questo che il personaggio -entrò. -</p> - -<p> -Era un cameriere di caffè che portava un -gelato. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span></p> - -<h3 id="piccoliscr">PICCOLI SCRITTORI.</h3> -</div> - -<p> -Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque -alunni della seconda elementare d'una -scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette -agli otto anni, di tutte le classi sociali. Chi non -ha mai letto una raccolta di “prose„ di questo -genere non immagina quanto ci sia da divertirsi -e da meditare. -</p> - -<p> -Si noti che il componimento fu fatto nella -scuola, senza brutta copia, sotto gli occhi della -maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse -alcun suggerimento, e che perciò questi lavori -sono la schietta manifestazione dell'animo e della -capacità intellettuale degli alunni. -</p> - -<p> -Il tema era: — dite quali siano le occupazioni -del vostro babbo, della vostra mamma, di -ogni persona della vostra casa. — -</p> - -<p> -Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. -Noto di volo, soltanto, che gli errori -grammaticali sono quasi tutti i medesimi, derivando -la maggior parte o da anomalie della -lingua, come quello frequentissimo di scrivere -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -al nominativo <i>miei fratelli</i> perchè si dice al singolare -<i>mio fratello</i>, o dalla suggestione del dialetto, -come quello del dativo <i>gli</i> in vece di <i>le</i>; -nel che non si può supporre che i miei piccoli -scrittori intendessero di seguire la teoria manzoniana. -Quanto all'ortografia, sono pecche comuni -(e la ragione si capisce) l'orrore della virgola, -il disprezzo dell'apostrofe, l'appiccicatura degli -articoli ai sostantivi, e la cattiva amministrazione -delle consonanti, risparmiate o spese a sproposito, -per non aver la norma della pronunzia -esatta. Lo scoglio in cui tutti battono è l'acca -del verbo avere. Io credo che molti ragazzi la -sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano -di scriverla; ma quegli altri che, ricordandosi -che ci vuole, senza sapere ben dove, -la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo -così il verbo in un'interiezione, — <i>ah</i>, — la -quale in certi punti fa un effetto comico, -come se volesse dire: son stufo. E degli errori -di senso è il più ovvio quello che proviene dall'intromettersi -d'un pensiero in un altro pensiero, -il quale rimane così troncato nella mente -del fanciullo ed espresso a metà sulla carta, -come uno di quegli avvisi pubblici a cui si sovrappone -in parte un altro avviso. Nella correttezza -grammaticale, del resto, come nella -regolarità calligrafica, vi sono tra i lavori grandi -differenze; non tutte riferibili al vario grado di -capacità degli alunni, poichè molte derivano dal -loro umore della giornata; che è come dire dalla -rottura d'un balocco o dalla perdita d'un soldo -o dalla soppressione del caffè e latte mattutino. -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -Ma dei dispiaceri di questa natura si risente -molte volte anche lo stile degli scrittori di quarant'anni. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Restringo le mie osservazioni al campo morale, -che è più fecondo e più vario. Ricavo per -prima cosa da questi componimenti che la maggior -parte delle famiglie si occupano dei loro -piccoli scolari assai più di quanto non si soglia -credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di questi -trentacinque, anche di quelli di più umile condizione -(e non c'è ragione di sospettare che non -sian veritieri), il quale non dica che il padre o -la madre o un fratello o una sorella gli fa recitare -ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, -e tutti quanti accennano il particolare, -che, ogni volta che escon di casa per andar a -scuola, la mamma guarda loro nel zaino per -veder se ci hanno ogni cosa. Mi par questo un -segno certo di progredita istruzione popolare, -poichè non credo che nelle famiglie povere di -trent'anni addietro si facesse altrettanto. Quasi -tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di -tutti i loro parenti. E da questo e da altri accenni -a consuetudini domestiche si capisce la vita ordinata -e operosa di molte famiglie, in cui tutti -si levano all'alba e lavorano tutta la giornata, -e si aiutano e si ricreano insieme nel breve -tempo che passano uniti; e appariscono vagamente -figure di madri ammirabili, e sventure -nobilmente sopportate, e case di piccoli “borghesi„ -nelle quali il decoro visibile è mantenuto -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata -dalla buona armonia e dalla buona coscienza. -E per questo rispetto la lettura dei componimenti -m'ha rallegrato. -</p> - -<p> -Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe -a una mia opinione, ma che, potendo -essere un semplice caso, non basta a distruggerla; -ed è questa, che dalla classificazione -dei componimenti non resulta che i ragazzi di -famiglie popolane siano inferiori, per il minor -aiuto intellettuale che hanno in casa, a quelli -di famiglie agiate, poichè degli undici, sui trentacinque, -che ebbero i punti migliori, sei sono -figliuoli di povera gente. -</p> - -<p> -Notevole è pure che sono figliuoli del popolo -quelli che scrissero espressioni più vive di affetto -e di gratitudine per i loro parenti; il che -può derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare -per la famiglia in una forma più sensibile che -non sia quella del lavoro della mente, e sono -indotti più degli altri alla riflessione dall'austerità -della vita, e comprendono e valutano meglio -le privazioni che s'impongono per loro il padre -e la madre, per effetto dell'esperienza dolorosa -che ne fanno sovente essi pure. -</p> - -<p> -Curioso è che i tre alunni più affettuosi della -classe sono tutti e tre figliuoli di cuochi. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Uno di questi chiude il componimento colle -parole seguenti, che trascrivo alla lettera: — <i>Oh -se potessi essere al posto di mio babbo, e non -farlo più lavorare! Io penso che ha cinquant'anni! -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -Io penso alla mia povera mamma che -è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia!</i> — Il -figliuolo d'una lavandaia, orfano -del padre, scrive: — <i>Io non ho il babbo, ma -dico che cosa fa la mamma.</i> — E dice la sua -lunga giornata di lavoro. — <i>Viene a casa tanto -stanca che nemmeno mangia la cena. È molto -buona e fa tutto quello che può per me, mi guarda -perchè i vestiti siano puliti, mi fa la colazione, -mi pettina e ha cura di me.</i> — Originale e bella -è questa chiusa del figliuolo d'un fabbro ferraio: — <i>Oh -bambini, obbedite sempre i vostri -genitori. Essi sono gli angioli. Ti anno allevato, -ti mantennero ti mandano a scuola ordinato e -pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare.</i> — Questo -<i>ti fecero camminare</i> non è bellissimo? -Non è men bella quest'altra chiusa, del -figliuolo d'un carbonaio: — <i>Povero babbo a durar -fatica dalle 5 alle 9 e mezza. Povera sorella -che dura fatica a lavorare. Povero fratello, è -ammalato e molto.</i> — Ma la più singolare mi -par quella del figliuolo d'un conciatore, che dice: — <i>Quanto -sono carini i miei genitori! Quando -noi gli chiediamo qualche cosa non osano dir di -no, dicono di sì. Anno proprio compassione di noi. -Il padre si chiama Antonio Lotta, la madre si -chiama Maria Lotta, io mi chiamo Giulio Lotta.</i> — E -come è semplice e graziosa questa frase del -figliuolo d'un lavorante orefice: — <i>Il babbo è -molto buono, la mamma è buona come il babbo</i> —;e -quest'altra: — <i>La mamma pensa a tutti e a -tutto. La sorella, quando la madre è fuori, essa -fa da madre.</i> — È una perla quell'<i>essa</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Due caratteri principali si riscontrano in questi -piccoli scrittori: i riserbati e laconici, che -dicono il meno possibile, restringendosi a indicar -secco secco le ore in cui le persone della famiglia -si levano, mangiano, e vanno a dormire, e -gli espansivi, che profondono le notizie e le confidenze. -Questi parlano in special modo dei fratelli -e delle sorelle, e si possono dividere alla -volta loro in “affettuosi„ e in “critici„. La -maggior parte dei primi ricordano con molta -tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò -che conferma la massima pericolosa d'un mio -amico, padre molto prolifico, secondo il quale -bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino, -perchè ingentilisce il cuore dei figliuoli -grandi. Dice uno: — <i>Quando la mamma mi lascia -da guardare il fratellino più piccolo sono molto -contento perchè gli do anche da mangiare.</i> — Un -altro fa l'elogio del fratellino, che <i>studia -molto</i>, e dice di sua sorella minore: — <i>Mi diverto -in tutte le maniere con lei.</i> — Un terzo -scrive: — <i>Maria è la mia gioia la faccio saltare -e qualche volta fa le bizze. E allora</i> — soggiunge -come la cosa più naturale del mondo — <i>la -mamma mi batte.</i> — Dice il medesimo un -quarto: — <i>Io o anche la sorellina che a appena -cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento, -e quando ho fatto il lavoro mi diverto e -lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar dalla -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -mamma.</i> — È un destino!... Un altro butta là -nel mezzo del componimento, senz'alcuna attaccatura -col resto, questa frase curiosa: — <i>Mio -fratello qualche volta mi fa dei piaceri.</i> -</p> - -<p> -I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti, -qualche volta. Ve n'è uno che giudica in -questo modo le sue tre sorelle: — <i>Ada è buona, -ma un po' capricciosa; quella che si chiama -Teresa va solamente a scuola all'asilo</i> (come si -sente in quel solamente l'orgoglio dello scienziato!), -<i>Adelaide è un po' cattiva.</i> — Altri fanno -a carico dei loro fratelli rivelazioni più gravi, -come quelle che seguono: -</p> - -<p> -— <i>Poi ho un fratellino che ha appena due -anni, e è un biricchino di prima riga.</i> -</p> - -<p> -— <i>Ho un fratellino di 7 anni che va a scuola, -non vuole saperne di studiare.</i> -</p> - -<p> -— <i>Ho un fratello grande che è bocciato.</i> -</p> - -<p> -Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli -più minuti, in una forma amenissima: — <i>Il mio -fratello più grande non studia abbastanza, ma -fa dannare il babbo e la mamma. Torna a casa -con un castigo da fare per la maestra. Il babbo -e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei -castighi da fare e lui dice di no e ha vergogna -di dir di sì.</i> -</p> - -<p> -E che dire di un cervello sodo di sette anni -e mezzo, il quale scrive: — <i>Ho due fratelli, il -maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta -giudizio</i>? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Molte cose strane e oscure dicono riguardo -alla professione e alle occupazioni del padre. La -professione alcuni non l'accennano; altri pare -che non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice -uno: — <i>mio padre è impiegato fuori di porta</i> — senz'altro: -provatevi a indovinare. Un altro -definisce la professione paterna in questo modo -singolare, un po' indeterminato, mi sembra: — <i>Il -babbo va via alle 7 per guadagnarsi il pane -col sudore della sua fronte.</i> — Altrettanto singolare -e non molto più lucida è quest'altra definizione: — <i>L'occupazione -del padre è di pensare -molto ai colori per fare i quadri con dei -fiori e altre cose.</i> — Il figliuolo di un “impiegato -al gas„ dice: — <i>Mio padre a mezzanotte -va a spegnere i ceri.</i> — Definisce un altro in questa -ardita forma grammaticale l'occupazione di -sua madre: — <i>L'occupazione di mia madre è che -pensa alla roba di non perderla.</i> — Il più originale, -per altro, e il più misterioso è quello che, -dopo aver detto: — <i>L'occupazione del mio babbo -è di fare il benestante</i>, — soggiunge: — <i>cioè 5 o -6 giorni sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in -campagna a lavorare, e quei 5 o 6 giorni che è -a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà -all'ufficio, insomma ha tanto da lavorare che -un'ora è in casa e un'altra è fuori.</i> — Un benestante, -come si vede, che non poltrisce sulle sue -rendite. Ne cito ancor uno che fra le occupazioni -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -del padre registra questa: — <i>poi il babbo viene a -casa e sta due ore a leggere il popolo</i> (la Gazzetta -del popolo) — e un altro che fa questa -straordinaria rivelazione: — <i>Il babbo va a letto -la sera alle 11 e non si alza più che alla mattina.</i> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano -in questi pochi componimenti, se volessi -citarle tutte, riempirebbero troppe pagine. Non -si direbbe che è un epigramma pensato questa -doppia proposizione: — <i>Mio fratello va al ginnasio, -ma studia?</i> — E come è ben resa la varia -operosità d'una brava ragazza di casa con questi -due tocchi: — <i>Mia sorella mi corregge il lavoro -e scopa il negozio.</i> — E che fior di logica semplicità -v'è in questa frase: — <i>Allora i genitori -mi fanno ripetere la lezione, se la so mi dànno -la merenda e se non la so non me la dànno</i> — e -nella seguente: — <i>la mamma mi lava i vestiti se -sono sporchi, me li cucisce se sono stracciati</i>. — Dopo -aver accennato le occupazioni dei parenti, -uno passa a dire le proprie con questo ingenuo -avvertimento: — <i>Vengo a parlare di me.</i> — Un -altro: — <i>Adesso parlo di me.</i> — E un terzo, più -solenne: — <i>Ed ora parlo di me stesso.</i> — Questi -me ne rammenta un quarto che notifica in una -forma nuova affatto la composizione della propria -famiglia: — <i>A casa mia ho il babbo, la -mamma, la sorella e me.</i> -</p> - -<p> -Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le -seguenti, che paiono state cercate per ottenere -un “effetto finale„: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -</p> - -<p> -— <i>Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi.</i> -</p> - -<p> -— <i>Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza.</i> -</p> - -<p> -— <i>Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi -levo alle 7.</i> -</p> - -<p> -Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante -notizia; la quale, per quanto concerne lui, è certamente -una piccola spacconata: — <i>Dopo cena -qualche volta andiamo al caffè a bere dei liquori.</i> -</p> - -<p> -Da un periodo arruffato d'un altro si capisce -che in casa sua sono incaricati i ragazzi di apparecchiar -la tavola; ma sentite con quali restrizioni, -e come giudiziosamente e ordinatamente -specificate: — <i>Ma mettono solamente il tovagliolo -e le tovaglie perchè se mettono i tondi li -rompono e le posate si tagliano o cadono per -terra e possono fargli del male sugli occhi dentro -alla bocca sulla fronte.</i> -</p> - -<p> -Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa -maravigliosa uscita, che a qualcuno farà dare un -balzo sulla seggiola: — <i>Il babbo viene a casa ed -è l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato -usciamo.</i> — Si capisce che voleva dir ceniamo; -ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva forse in -mente per l'espressione d'un pensiero d'affetto -alla chiusa, essendosi cacciato avanti tutt'a un -tratto, gli cascò sulla carta invece dell'altro. -</p> - -<p> -Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo -d'un muratore, per intender la quale conviene -sapere che una società di filantropi torinesi -fondò delle “colonie alpine„ dove son mandati -ogni anno a passar l'estate un certo numero di -fanciulli poveri delle scuole municipali, scelti fra -i più deboli di salute. Il povero ragazzo scrive -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -che a casa sta coi piedi nudi per non sciupare le -scarpe, <i>perchè ho da andare alle colonie alpine, -e così ci vuole un paio di scarpe buone</i>, — ed -enumera dopo questo gli altri oggetti di corredo -richiesti, soggiungendo con una esclamazione di -gioia: — <i>E io ho già tutto!</i> -</p> - -<p> -Ma la più saporita l'ho serbata per la fine. -Dice un ragazzo: — <i>L'occupazione di mio fratello -maggiore è di levarsi la mattina alle 3 e di -andare a Chieri al passo di corsa.</i> — Dêi del -cielo, ci son venti chilometri! — E che dannata -professione sarà mai questa? — mi domandai leggendo; -ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì -di scoprirla. Seppi poi dalla maestra che quel -fratello è “volontario d'un anno„ nei bersaglieri, -e che l'alunno aveva inteso d'accennare a una -“marcia di resistenza„ fatta dal reggimento; -ma s'era espresso in modo, come si vede, da far -scambiare la fatica straordinaria con una occupazione -quotidiana — spaventevole. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti, -che non si troverebbe in una grande -raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti elementari, -che l'insegnarono a me, quanto ci sia da -imparare spingendo l'analisi di questi lavori oltre -l'ortografia e la grammatica. Ma mi arrischio a -dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro -che studiano il cuore e la mente umana; poichè -credo fermamente che i fanciulli, a studiarli profondamente -e con amore, siano, dopo gli scrittori -di genio, i migliori maestri dell'uomo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span></p> - -<h3 id="desideri">I DESIDERI DEI RAGAZZI.</h3> -</div> - -<p> -Non sono immaginazione mia: li manifestarono -per scritto trentacinque alunni d'una seconda -classe elementare delle scuole municipali -di Torino, ai quali la maestra diede per tema: -<i>I miei desideri</i>, e fece fare il componimento -nella scuola, senza brutta copia, concedendo -un'ora di tempo. La maggior parte sono ragazzi -dai sette agli otto anni, che venti mesi -fa non leggevano ancora l'alfabeto, e diciotto -sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho -fra le mani i loro componimenti, — un mucchio -di foglietti di carta rigata, coperti d'ogni -forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta -alla pura e pretta raspatura di gallina, -e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e -piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e -non so risolvermi a buttarli in un canto, -prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori -più belli per offrirli agli studiosi e ai dilettanti -di letteratura fanciullesca. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Prima di principiare a leggere pensai che -questi componimenti non potessero essere che -elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a -un dipresso, come le vetrine dei venditori di -giocattoli; non pensai, fra l'altre cose, che potesse -essere così generale, come lo riscontrai, -in ragazzi di quell'età il desiderio dei viaggi; -il quale poteva dare, come dà infatti, ai loro -lavori una varietà inaspettata e dilettevole; e -sono appunto le espressioni diverse di questo -desiderio ciò che mi divertì sopra tutto e che -mi parve più meritevole d'osservazione nei periodi -bizzarramente scarmigliati e claudicanti -dei miei piccoli prosatori. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, -il desiderio di viaggiare, e nominano le città -che preferirebbero di vedere. Le città più “desiderate„ -sono, per ordine di voti, Milano, Napoli -e Roma. Penso che abbia il primato Milano -per la ragione che, essendo la più vicina a Torino, -è quella di cui i ragazzi sentono parlare -più spesso. Quelli che vorrebbero andare a -Roma son quattro, e due di questi paiono mossi -da sentimenti politici opposti, perchè l'uno vorrebbe -andarvi soltanto “<i>per vedere dove abita -il papa</i>„, l'altro, <i>per vedere quel bel palazzo -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -dove ci sta Umberto I</i>. Il terzo, indifferente al -monarca e al pontefice, dice che desidera di -andar a Roma non per altro che perchè “<i>c'è -stato il suo padrino</i>„, ed è dubbio il quarto perchè -scrive che vorrebbe andare “<i>sul bastimento -a rona</i>„ e può darsi che abbia inteso di scrivere -a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, -del resto, che parla d'andare “<i>col bastimento</i>„ -a Milano. Per Firenze non ci sono che due -aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. -Ce n'è sette, invece, per l'America; ma è da -notarsi che i più di questi dicono l'America -perchè ci ebbero o ci hanno qualche parente; -ed è lo stesso dei tre che desiderano d'andare -in Francia. Due soli hanno desideri senza confini; -uno che vorrebbe <i>visitare tutto il mondo</i>, -e un altro che desidera di <i>viaggiare tutti i paesi</i>; -e altri due sognano viaggi avventurosi di scoperte -e di lotte. <i>Il mio desiderio, sarebbe di attraversare -il mare e di cercar le oasi</i> (voleva -dir le isole forse), e il secondo: <i>Mi piacerebbe visitare -i deserti dove c'è le bestie feroci.</i> C'è anche -un originale che vorrebbe non solo andare, -ma <i>stare in Asia</i>; in quale parte non lo dice; -si può intendere fra Gerusalemme e Pechino; -e la ragione della sua scelta è un po' vaga: — <i>perchè -è molto bello e mi piace molto e c'è un -sole molto caldo.</i> — Invitato dalla maestra a -spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio pien -di mistero. Più comprensibile è uno dei sette -già rammentati, che vorrebbe visitare <i>quella -grande città d'America</i> (non dice quale) <i>perchè -ci sono quelle grosse piante, quei tronchi che sono -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -di una grandezza straordinaria</i>; ed esprime in -questa forma ingenua la sua ammirazione per -la fecondità della natura: — <i>E poi da quelle -piante piccole a venire e quelle piante straordinariamente -grosse!</i> — E gli accozzamenti delle -grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi. -Uno vorrebbe veder <i>Milano, Firenze, Castellamonte</i>; -un altro vorrebbe <i>andare in America, -e poi a Crescentino</i>, un comune della provincia -di Novara, dove dice che è “<i>puro il cielo</i>„. -Ma la cosa più amena sono le ragioni che adducono, -gli scopi particolari che si prefiggono -alcuni al loro viaggio. Quello che dice: — <i>vorrei -andare a Genova a pigliare i bagni di mare, -ma ho un po' paura della burrasca</i> — si capisce; -ma quello che vorrebbe andare a Firenze! -Non pensate che sia per veder Santa -Croce, i musei, i monumenti: si può dare in -mille a indovinare. — <i>Per bere il latte che è -squisito!</i> — Donde gli sarà mai venuto un così -straordinario concetto del latte fiorentino? Può -fare il paio con quell'altro che desidera d'andare -a Napoli, oltre che per vedere il <i>vulcano -o vesuvio</i>, sapete perchè? <i>Perchè si mangiano -dei maccheroni napoletani;</i> e questo passi; ma -soggiunge il sudicioncello: — <i>e sono molto buoni -e non si prendono col cucchiaio ma si mangiano -con le mani.</i> — Chiedo scusa per costui, come -cittadino torinese, ai miei compaesani di Napoli, -e li assicuro che si tratta d'un'opinione -affatto personale dello scrittore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole -che quasi tutti quelli che v'accennano -desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno -di progredita cultura igienica? Perchè non -uno su trenta scolaretti di Torino, quando io -ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio; -certo, non ci avrebbe pensato nessun -ragazzo di famiglia povera. L'immagine più -poetica, riguardo al mare, è quella del figliuolo -d'un operaio, il quale dice: — <i>Mi piacerebbe -andare sugli alti mari dove si vede per tutto -acqua e celo;</i> — ma vorrebbe avere con sè la -mamma, la zia e un cugino “<i>per dividere i -pericoli</i>„. Sono anche di più quelli che desiderano -di andare in montagna; ed è naturale -anche questo poichè vivono tutti davanti allo -spettacolo incantevole delle Alpi. Uno dice che -vorrebbe andare in montagna <i>per vedere i buoi</i>; -un altro <i>per stare molti giorni ad una certa -altezza numerosa</i>; un bel traslato ardito, se lo -volle riferire, come pare, al numero dei metri -d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso -desiderio con una frase semplice e triste che -tocca il cuore: — <i>Vorrei andare sulle più alte -montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non -sono mai andato in nessun paese.</i> — Andare a -passar l'estate in campagna, senza determinazione -di luoghi, è il desiderio più comune; più -vivo in quelli che non lo possono soddisfare, -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -ed espresso da tutti con un'insistenza e un calore -di parola, in cui si sente un bisogno vero -del corpo e dello spirito, un fremito d'uccelletti -ingabbiati, assetati d'aria e di verde. Conviene -anche dire, peraltro, che quanto a viaggi e a escursioni -i desideri di una buona parte sono assai -moderati, arrestandosi in alcuni ai Santuari -d'Oropa e di Graglia, e in altri a villaggi dei dintorni -di Torino e alla basilica di Superga; nella -quale uno degli scrittori vorrebbe andare a -vedere “<i>quei sotterranei dove è morto il re</i>„. -Parecchi sono anche più modesti: non desiderano -che “<i>una passeggiata nel Corso Palestro</i>„ -che vedono ogni giorno, poichè è a un passo -dalla loro scuola, o <i>una di quelle passeggiate -in via Po</i> (chi sa quali?), o fino alla <i>succursale</i> -(niente di meno), che è una stazione minuscola -della strada ferrata di Milano, dentro la cinta. -Ce n'è uno, poi, che non vuol andare in nessun -luogo, e manifesta per i viaggi un'avversione -assoluta; dicendo che vorrebbe star <i>tutta -la vita a Torino</i>, per una ragione che siete -mille miglia lontani dall'immaginare: p<i>erchè -c'è aria fina</i>. E neppure potete immaginare la -ragione, tanto è semplice, che adduce un altro -del non poter fare i grandi viaggi che vorrebbe. — <i>Ma -fare tutti questi viaggi non posso-</i>-dice — <i>perchè -o da frequentar la scuola tutte le -mattine.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La -propaganda per la pace ha recato -qualche frutto? Si può riconoscere in codesti -componimenti uno scemato spirito guerresco -nel desiderio scemato di quei giocattoli che -rappresentano strumenti e idee di guerra e di -morte? — Mi manca, per dare una risposta, il -termine di paragone; ma temo che, se anche -l'avessi, non potrei dare una risposta molto -consolante. Su trentacinque sono undici che -desiderano trombe, soldati di piombo, fucili, -sciabole, pistole, un intero arsenale. Credo soltanto -minore di quello che sarebbe stata trent'anni -fa la richiesta dei tamburi (due soli ne -chiedono) perchè, non usandosi più il tamburo -nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È -vero, peraltro, che uno solo di quegli undici -esprime chiaramente delle idee belligere, e anche -in senso puramente difensivo, dicendo: — <i>Vorrei -essere vestito da soldato per andare in -guerra a combattere contro il nemico e salvar -la mia patria.</i> — Quasi tutti gli altri non chiedono -armi che per giocare. Ce n'è uno, anzi, -che confessa la propria avversione alla guerra -in un modo assai comico, ed è di quelli che -vorrebbero viaggiare in Africa. — <i>Ma andare -in Africa</i> — soggiunge — <i>non mi piace perchè -c'è la battaglia, ma io vado quando non fanno -la battaglia.</i> — E dice anche, contraddicendosi, -che non gli piace d'andare in Africa, <i>perchè vi -sono neri gli Abissini</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Più delle armi sono desiderati gli animali, -naturalmente, poichè dopo l'uomo — primo oggetto -d'osservazione pei fanciulli, — son quello -che più gli rassomiglia; e fra gli animali, per -la bellezza delle forme, e per la vivacità delle -mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più -desiderato è il cavallo. Sedici alunni vorrebbero -averne uno, ma due soli specificano: <i>un -cavallino sardo</i>. Poi viene il cane, desiderato da -cinque: uno dei quali vorrebbe <i>uno di quei cani -inglesi</i>, e un altro, <i>un bel can barbone</i>; ma per -licenziare la serva, parrebbe: <i>perchè</i> — dice — <i>il -can barbone è docile e serve a far la spesa -ai padroni</i>. Sono desiderati da altri una <i>pecora</i>, -una <i>pecorella viva</i>, un <i>asinetto</i>, ed altri animali -domestici; di uccelli non è nominato che il canarino. -Anche il gatto ha un voto solo; forse -perchè quasi tutti ne hanno uno da tormentare -in casa propria. Ma a proposito di bestie il più -saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe -“<i>un bel cane e un cagnolino da guardia</i>: sentite -se si può essere più assennati e più previdenti; -par che ripeta un discorsetto di suo -nonno: — <i>Ma con questi due cani</i> — dice — <i>uno -piccolo, e l'altro grosso, non vorrei che fossero -invidiosi, che non si mordessero malamente, -come fanno certi cani, e non mi piacerebbe -niente se venissero arrabbiati, allora poi -li farei uccidere perchè senò si uccidono tra -loro</i>....„ -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Tra le cose inanimate quelle che destano più -desideri sono la lavagnetta col gesso e il teatro -coi burattini; ma perchè l'una e l'altro servono -all'imitazione della vita. Anche la lavagnetta, -in fatti, benchè dicano quasi tutti — le mascherine — di -desiderarla per esercitarsi alle operazioni -aritmetiche (che suol essere il pretesto -con cui se la fanno comperare), in realtà la -vogliono per rabescarvi su dei fantocci. Quattro -desiderano <i>una biblioteca</i>, senza dir altro; uno -eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche -molto discrete, poichè la vorrebbe composta di -<i>tutti e cinque i libri di lettura</i> delle cinque classi -elementari e di <i>una bella storia sacra per leggere -la venuta dei magi</i>. Di altri libri che si desiderino -non trovo accennati che due l<i>ibri di -preghiere</i> e <i>un bel libro di preghiere a Gesù -Bambino</i>. Opere d'arte ne desidera uno solo, -che vorrebbe <i>una statua</i>, e non aggiunge parola: -la prima statua venuta. Non metto fra gli -oggetti d'arte <i>i due quadri, uno del re e uno -della regina</i>, a cui accenna un altro, perchè -possono essere desiderati per sentimento di devozione -alla monarchia; come forse per sentimento -religioso desiderano altri tre un <i>bel crocifisso, -un bel quadro della Madonna, una Madonna -dipinta</i>. Un solo filarmonico si palesa, -uno che vorrebbe <i>un pianoforte per imparare -a sonarlo molto bene</i>. Fra gli oggetti di desiderio -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -più singolari noto <i>una bell'arnia e un servizio -da caffè</i>. Ma come badano tutti, quando può -nascere equivoco, a far ben capire che vogliono -oggetti da grandi, e non dei trastulli. — <i>Vorrei -un bell'orologio</i> — dice uno — <i>ma non di quelli -da cinque centesimi, e che vada.</i> Un altro vorrebbe -una barca — <i>ma proprio di quelle da metterci -noi dentro e partire;</i> — l'espressione potrebbe -essere forse più elegante, ma non più -chiara. E uno di quelli che desiderano un cavallo -spiega bene: — <i>un cavallo, ma da andare -in groppa.</i> Un quarto mette in un mazzo, come -tre cose affini, questi tre desideri: <i>un teatro, -una gallina, una spada.</i> È strano come non uno -di questi trentacinque ragazzi, di cui la più -parte sono di famiglia povera, esprima il desiderio -d'un bel vestito, d'un oggetto d'ornamento, -d'una qualunque cosa che dimostri la -vanità di volersi distinguere esteriormente. Qualcuno -si stupirà che non sia stata ancor nominata -la bicicletta, e ci sarebbe davvero da stupire -se non l'avesse rammentata nessuno. I desiderosi -del nuovo “locomobile„ come lo chiama -prosaicamente il regolamento municipale, o del -<i>ferreo corsiero</i>, come lo chiama poeticamente -Lorenzo Stecchetti, son cinque; uno dei quali -espone il suo desiderio con questa piccola spampanata: — <i>Mi -piacerebbe andare a Napoli a traversare -il mare che è veramente bello; ma se io -avevo una bicicletta sarei già andato.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ -i desideri son pochi, e non irragionevoli. -La proprietà più ambita è il giardino — <i>un giardino -con molti fiori — un giardino tutto fiorito -di rose</i> — ed altri, definiti brevemente, con immagini -graziose, che esprimono un desiderio -vivo. V'è un solo ragazzo, più pratico, chè vorrebbe -“<i>un campo pieno di frumento</i>„. Tre desiderano -una casa, che uno chiama <i>una costruzione</i>, -e la vorrebbe mobiliare a modo suo, col -proponimento, pare, di rimaner celibe, perchè -scrive: <i>una piccola casetta per mettervi un lettuccio, -un sofà, un guardaroba, con alcune seggiole -e un seggiolone</i>. Più numerosi son quelli -che desiderano indeterminatamente la ricchezza; -ma quasi tutti (e in questo è evidente -che esprimono un'idea inculcata loro alla scuola -più che un sentimento spontaneo) dicono di -desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere -i poveri. Uno solo determina l'ammontare del -patrimonio che vorrebbe avere, aggiungendo -quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — <i>Vorrei -avere una lira per fare elemosina -agli infelici, cioè come lo storpio, il cieco e -il monchino</i>. Desideri riguardo all'avvenire, e -in specie alla carriera, tre soltanto ne espongono: -uno che vorrebbe esser <i>marinaio</i>, e -due che vogliono far l'<i>avvocato</i>. E pare che -uno di questi faccia conto di pescar nel Foro -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -fior di quattrini perchè dice: — <i>I miei desideri -sono pure, quando sarò già avvocato, due bellissimi -cavalli e una magnifica carrozza, e -quando avremo voglia d'andare a cavallo, io e il -mio papà, andremo, e quando avremo voglia di -andare in carrozza, andremo.</i> — E perchè no? -Non si direbbe che c'è sotto una sfida ai socialisti? -Un altro, meno ambizioso, dice di desiderare -<i>un caffè</i>; ma non si capisce se sia per -“esercitare il negozio„ o solamente per vuotare -a suo libito le bocce e le zuccheriere; che -è forse la versione più ragionevole. Osservo, a -questo proposito, che non ci sono in tutti e -trentacinque i componimenti se non pochissimi -indizi di ghiottoneria. Quattro soli desiderano -dei dolci, pochi altri delle frutta; e dice uno di -questi che vorrebbe andare in America <i>perchè -c'è lo zucchero</i> e in Africa <i>perchè c'è i datteri</i>. -Cito ancora ad onore un ragazzo sobrio che -vorrebbe <i>fare una bella cena in un giardino, -e bevere un pochino, ma non bevere molto</i>, e -un altro capetto scarico, il quale desidera che -i suoi genitori diano un pranzo in casa, e numera -le persone che vorrebbe invitate, una -caterva di parenti, congiunti, padrini, madrine -ed amici, da dar fondo alle dispense dell'<i>Albergo -d'Europa</i>. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Alcuni di questi componimenti si distinguono -per un'abbondanza d'idee, per un'effusione di -sentimento e un colore di sincerità, che li fanno -parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -dell'animo, più che lavori di scuola; e danno -perciò a conoscere in parte, l'indole dello scrittore; -la quale rimane affatto nascosta in tutti -gli altri, segnati d'una comune impronta scolastica. -Quattro di questi scrittori originali mi colpirono -in particolar modo. -</p> - -<p> -Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente -e tenero„. Egli dà al componimento la -forma d'una lettera, disordinata e oscura, in -cui frammette, come un ritornello poetico, all'espressione -dei propri desideri parole di caldo -affetto, note quasi d'amore, per la sua maestra; -alla quale dà del <i>lei</i> e del <i>tu</i>, espandendo l'anima -lirica con una concitazione di stile singolarissima: — <i>Io -vorrei andare a Roma</i> — scrive, -salvo i peccati mortali d'ortografia — <i>stare due -mesi in campagna, ma che lei venisse a vedermi, -vorrei giocare alla palla e pregherò per te che -non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio -molto bene e vorrei andar nel mare, e guardi -di venire a vedermi, che saremo felici, e guardi -di non esser mai malata, a me piace d'andare -a giocare e guardi di venire al più presto che -puoi.</i> Ma l'adoratore rientra in sè tutt'a un tratto -alla chiusa, e dice rispettosamente: — <i>Con tutta -stima la riverisco.</i> -</p> - -<p> -Il secondo è un'immaginazione effervescente -e sfrenata, che esprime rapidamente una quantità -di desideri diversi, come se cercasse degli -effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca -di affollare con disordine pensato immagini disparatissime. -Egli vorrebbe andare in villeggiatura, -a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco, -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -a Parigi, sul <i>vapore</i>, in vettura, in <i>tram</i>, in pallone, -e dopo aver aggiunto che vorrebbe <i>stare -in un gran palazzo</i> e che gli <i>piacerebbe d'essere -il re</i>, e accennato altre sue vaste aspirazioni -e splendidi sogni, finisce il componimento -esprimendo il desiderio modestissimo di <i>pigliare -un bagno</i>. -</p> - -<p> -Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola -la lepidezza con l'affetto e con l'ironia, -rivolgendo tratto tratto la parola a sè medesimo -per darsi delle ammonizioni e dei consigli, -coloriti di canzonatura. Dopo aver significato -il desiderio d'andare in campagna per -mangiar frutta, dice: — <i>Ma per te, mio Cesarino, -non ci andrai che quando le scuole saranno -al fin dell'anno;</i> — e poi enumera le uve -che mangierà — <i>l'uva bianca, l'uva nera, l'uva -mericana</i>, ecc., e soggiunge paternamente a sè -stesso: — <i>Ma io ti dirò, caro Cesarino, che a -mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche -la salute, e fa perfino venire mal di gola;</i> -e infine si dà questo memento gentile: — <i>Tu -mangierai le frutta, ma le viole le governi per -portarle alla maestra, che è tanto buona e gentile -coi bambini della sua classe.</i> -</p> - -<p> -L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, -amante del quieto e grasso vivere. Sentite che -beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe d'andar -l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — <i>a -spassarmela in campagna</i> — dice — <i>perchè -là si sta molto bene, si mangia, si -beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta -uva, c'è di tutto e questi sono i miei più cari -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -desideri</i>. E dopo aver detto che andrebbe volentieri -ad Alassio, dove ha un amico, già suo -compagno di scuola (<i>antico</i> compagno, lo chiama), -<i>che se ne sta coricato nella sabbia calda -dal sole</i>, esce in questa impagabile frase esclamativa, -di cui rispetto l'ortografia: <i>E!! — ne -son ben malcontento di non poterci far parte!</i> — Ma -il più curioso è che questo allegro ragazzo, -che parla del paese di Cuccagna come -d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero operaio, -il quale non ha ombra di casa nè di poderi. -E la chiusa del componimento è una -gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, -ma che, essendo arrivato in fondo al -foglio, deve far punto per mancanza di spazio, -butta là questa espressione equivoca che può -esser presa in un senso.... terribile: <i>non posso -più trattenermi.</i> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -V'è ancora espresso, in queste pagine, un -ordine particolare di desideri, meritevoli d'un -cenno a parte: desideri, che sarebbe più proprio -chiamar propositi, di studiare, di esser -buoni, di migliorarsi. Quasi tutti li esprimono: -molti, certo, più per sentimento di convenienza -che per impulso dell'animo, o anche per forza -di consuetudine, o per dare buon concetto di -sè; ma della sincerità d'alcuni è impossibile -dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro -linguaggio. Dice uno: — <i>mi piacerebbe che la -madonna mi facesse essere buono a scuola e a -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -casa.</i> — Un altro: — <i>Io voglio ancora studiare -con tanta voglia e con tanta bontà</i> (non è bellissimo?) -<i>e poi darò ancora 1000 e poi ancora 1000 -consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai -miei superiori.</i> C'è uno che fa un vero atto di -contrizione: — <i>Il mio più bel desiderio è di studiar -bene, che la Sig. Maestra è tanto buona, di -non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come -ho fatto. E adesso guarderò di fare tutto quello -che posso per star buono.</i> E carino è l'esordio che -fa un altro al componimento: — <i>Io farò tutto -quello che so per farlo bene e per scriverlo bene</i> -(senza dir che cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi -desideri, il primo dei quali è di possedere <i>una -penna d'avorio</i>, e il secondo è espresso candidamente, -così: — <i>Io vorrei che mio padre e mia -madre non mi sgridassero mai.</i> — E ci sono anche -quelli che si propongono un ideale di buona -condotta addirittura disperato, come uno che -vorrebbe avere un cortile per giocare “<i>ma non -di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino -si fa sempre di chiasso</i>„. — Che delicatezza! E -in casa sarà forse il terremoto. Il più commovente, -in fine, è l'atto di mesta rassegnazione -d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto -molti desideri, mostrando di capire che per -lui sono cose dell'altro mondo, che non potrà -aver mai, dice che si contenterebbe d'andare -alle <i>Colonie alpine</i> dei ragazzi poveri, e soggiunge: — <i>Ma -i miei genitori non vogliono perchè -dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -E queste ultime parole, che paiono un lamento -compresso, mi turbano nell'animo la giocondità -che m'avevan messo tante altre cose amene -trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano -al pensiero non soltanto il ragazzo che le -scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui nessuno -dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno -i più umili, sono appagati, e che, non -comprendendo ancora che cosa veramente sia -l'esser poveri, non comprendono che i genitori -<i>non possono</i>, e pensano che <i>non vogliano</i>, e dicono -come quello: — <i>E sia così!</i> — rassegnatamente, -ma col cuore di chi si rassegna ad -un torto. Ah, i desideri dei ragazzi! Essi sono -ad un tempo una delle più care e delle più -tristi cose del mondo. Poterli appagare è una -delle più dolci soddisfazioni della ricchezza; -non potere è una delle amarezze peggiori della -povertà. Questo dovrebbero aver sempre in -mente quei fortunati ai quali è concessa la -grande gioia di essere benefici. Accanto alla -carità che domanda al ragazzo povero di che -cosa abbia bisogno, ci dovrebbe esser sempre -la carità che gli domanda che cosa desidera; -dietro la mano che gli dà un pane, una mano -che gli porga un trastullo; perchè non basta -ch'egli non pianga, bisogna ch'egli sorrida; -perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso -si prepara l'uomo che tratterà i fanciulli -senza pietà e che odierà i suoi simili per vendetta -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span></p> - -<h3 id="garofano">IL GAROFANO ROSSO.</h3> -</div> - -<p> -Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava -ancora su per le scale con la cartella del -disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello -e, appena le fu aperto, si slanciò nella sala da -desinare, dove l'aspettavano il padre e la madre, -coi regali pel suo giorno natalizio. -</p> - -<p> -In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il -mazzo di fiori, l'anello, il libro illustrato e il -canestrino da lavoro, disposti sulla tavola apparecchiata, -su cui brillava un raggio di sole; -poi, ringraziando e ridendo, abbracciò e baciò -con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si -lasciò guardare. -</p> - -<p> -Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli -ondulati e i suoi grandi occhi parevan -più neri del solito, e il bel garofano rosso, contornato -di violette, che le usciva dall'abbottonatura -del giubbetto bianco, non reggeva al confronto -della sua piccola bocca capricciosa e imperiosa. -</p> - -<p> -Suo padre stette un minuto in adorazione davanti -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -a lei; e i suoi occhi pieni di tenerezza -facevano un contrasto singolare coi minacciosi -baffi grigi che gli andavan dalla bocca alle orecchie. -Sarebbe bastato uno sguardo a chi che sia -per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor -Mazzi, dalla faccia di vecchio soldato e dalle -mani d'antico operaio, più temuto che amato -dai duecento cinquanta lavoratori della sua -grande fabbrica d'ombrelli e di bardature, una -delle più fiorenti di Torino, non era che il servitore -umilissimo di quella ragazzina di dodici -anni, in cui pareva che si fosse affinato ancora -il sangue signorile della mamma. Bella, figliuola -unica, delicata di salute: aveva tutto quello che -ci voleva per far la tiranna. Una lunga malattia -sofferta da lei due anni innanzi, a cagion -della quale, perduto un anno, ripeteva l'ultimo -corso elementare nelle scuole del Municipio, -aveva ancor rinsaldato il suo impero. A ogni -sua nuova prepotenza giurava bensì il signor -Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando -un'altra volta la vedeva addolorarsi d'una ripulsa -o ricorrere all'arma terribile del digiuno per -far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto, -le vedeva gonfiar per la collera quel bel collo -esile e bianco, come se fosse sul punto di schiattare, -ogni forza alla lotta gli mancava. Faceva -ancora un'ultima mostra di resistenza invocando -il soccorso della signora Mazzi, che con la sua -mollezza di bionda grassa e linfatica gli consigliava -di cedere per la pace, e poi.... cedeva -per la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo -d'Alba una fitta e intricata vegetazione -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro, non -aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà, -nato in lei e mantenuto vivo da una precoce -e quasi maravigliosa intuizione delle miserie e -dei dolori del mondo che non conosceva. -</p> - -<p> -Quando si credette ammirata abbastanza, -disse: -</p> - -<p> -— Papà, ti ho da domandare un favore. -</p> - -<p> -Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio -la cameriera ad annunziare che il signor Boleri, -avvocato criminale e radicale, brillante ed -entrante, buon amico di casa Mazzi, desiderava -dir due parole al padrone. -</p> - -<p> -Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina -che, fra gli altri difetti, aveva anche quello -d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò all'uscio -socchiuso per ascoltare. Ma il dialogo non le -arrivò all'orecchio che a frammenti. -</p> - -<p> -Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo -solito accento gioviale, il Mazzi rispose con tutt'altro -accento: — Mi rincresce, non posso. -</p> - -<p> -— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai -far scomparire il presidente onorario della <i>Fratellanza -artigiana</i>, a cui quel povero diavolo -s'è raccomandato. È un buon operaio, alla fin -dei conti; ha lavorato per due anni nella tua -fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene. -</p> - -<p> -Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle -ragioni che la ragazza non intese. -</p> - -<p> -L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta -sul serio: — Sta bene, — disse; — ma pensa -che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova; -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -che chiedendoti d'esser riammesso, fa ammenda -del suo torto, se pure ti fece un torto, e che ha -famiglia.... e fame. -</p> - -<p> -Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando. -Doveva dare un esempio. Avrebbe voluto dir di -sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno voluto -lottare, — concluse, — lui e gli altri della -combriccola, e hanno perso: tanto peggio per -loro. È una guerra a oltranza che si combatte -fra loro e noi. Io non do tregua. Faccio come -essi fanno: mi servo di tutte le armi che sono -in mia mano. -</p> - -<p> -— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè -il Boleri, — contro un vinto, che ti chiede -grazia. -</p> - -<p> -— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi -domani. È inutile che tu insista. Ho deciso. -</p> - -<p> -— È la tua ultima parola? -</p> - -<p> -— Me ne dispiace per te, che hai preso la -cosa a cuore. È l'ultima. -</p> - -<p> -— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi -per uscire, — ti credevo non soltanto più pietoso, -ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati -questa, e buon pro ti faccia. Darai alla bambina -questo mazzetto. Tanti saluti. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare -col viso rannuvolato e porse ad Alba il mazzo -di fiori. -</p> - -<p> -— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi -quell'operaio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -</p> - -<p> -— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì -subito di quella durezza, e soggiunse benevolmente: — Parliamo -d'altro, Albina mia. Avevi -un favore da domandarmi, m'hai detto? -</p> - -<p> -— Era quello. -</p> - -<p> -— Come, quello? — domandò il padre, stupito, -fermandosi in mezzo alla sala. -</p> - -<p> -— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a -poco a poco, continuando: — era quello, appunto; -Maria Cinzano, una mia compagna di -scuola, figliuola di quel tuo operaio; è lei che -me n'ha parlato questa mattina; m'ha detto: — verrà -un avvocato da tuo padre, per raccomandar -mio padre. Io mi raccomando a te. Faglielo -riprendere. È senza lavoro. Siamo nella -miseria. — E m'ha dato questo mazzettino per la -mia festa, un garofano rosso. Io le ho detto di -sì. Mi puoi dir di no, tu, il giorno della mia -festa? -</p> - -<p> -E gli saltò al collo. -</p> - -<p> -Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise. -</p> - -<p> -— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso -serio, — perchè hai buon cuore; non te ne faccio -rimprovero. Ma non posso contentarti. -</p> - -<p> -— Ma perchè? -</p> - -<p> -— Il perchè non lo puoi capire. -</p> - -<p> -— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti -al signor Boleri. Ma non è un buon perchè. -E poi.... come ho da fare a andar a dire -alla mia compagna che m'hai detto di no? E -oggi appunto ho da fare un componimento sopra -un signore caritatevole che salva dalla miseria -una povera famiglia! In che maniera ho -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -da trovar le idee? Perchè sono nella miseria, -hai da sapere. Ah! ora capisco. È un mese che -la vedo cambiata, è dimagrita, chi sa come -mangia; vive forse di pan nero; non studia più; -viene a scuola con gli occhi rossi. Ho da andarle -a dire che tu vuoi che muoia di fame? -</p> - -<p> -— Non voglio questo, — rispose burbero il -padre. — Basta così, e mettiamoci a tavola. -</p> - -<p> -— Ebbene, — disse la ragazza, — se non -mangia lei, non mangio io. -</p> - -<p> -— Alba!... Ti castigo. -</p> - -<p> -— Castigami! -</p> - -<p> -Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto, -voltandosi verso sua moglie che stava seduta -sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che -questa ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è -mai vista un'audacia simile! — E tornò a voltarsi -verso la figliuola: — Ma che obblighi ho -io verso un briccone che mi piantò da un'ora -all'altra, quando avevo bisogno di lui, e che -adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi -offre un lavoro.... di cui non so che fare? — Poi -si voltò da capo alla moglie: — Figurati! -Un presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato, -mi mette su una decina di compagni.... fanno -tutto il loro armeggio sott'acqua.... imbastiscono -una specie di Cooperativa.... Poi, un bel giorno, -si licenziano, e con che arie! Vanno a offrire i -loro servizi ai miei clienti, brigano al Municipio, -fanno parlare i giornali.... In capo a un anno, -si capisce, sono andati a gambe all'aria e ci han -rimesso quel po' di fondi raggruzzolati non so -come.... E io dovrei riprendere il caporione! Per -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -far piacere a quel gran protettore di tutti i cialtroni -disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E -si voltò un'altra volta verso la ragazza: — Tu -non conosci gli operai, povera ingenua. Tu non -sai che razza di cani son tutti quanti. -</p> - -<p> -— Sei stato operaio anche tu, — rispose la -ragazza. -</p> - -<p> -— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli -altri; ma per questo li conosco, e li tratto come -si meritano. -</p> - -<p> -— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti -mica diventato ricco tu, se non avessero lavorato -per te. -</p> - -<p> -Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere -che m'hanno fatto una grazia. Essi danno a me -il loro lavoro; io do loro il mio danaro. -</p> - -<p> -La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma -essi te ne fanno guadagnare molto -più di quanto ne dai. -</p> - -<p> -A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa -dici? Chi t'ha insegnato a metter fuori di queste -ragioni? — E, dopo un momento di riflessione, -riprese con maggior collera: — Questa non è -farina del tuo sacco.... È forse la maestra che -t'imbecca di codesta roba?... A questi lumi di -luna, non ci sarebbe da stupire.... Dimmi un po': -ho indovinato?... Ah, bene! Andrò io a dirle -due parole all'orecchio, alla tua maestra. -</p> - -<p> -— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza. -</p> - -<p> -— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?... -O mi dici chi è, o vo dalla maestra -domani mattina. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -</p> - -<p> -— L'ho letto. -</p> - -<p> -— Dove l'hai letto? -</p> - -<p> -— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando -animo; — l'ho letto nei libretti che hai tu, che -hai portato tu a casa. -</p> - -<p> -— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò -il signor Mazzi, fremente. -</p> - -<p> -Ed entrò a passi concitati nella stanza accanto, -seguitato dalla figliuola, la quale, senza -ombra di timore, andò difilata a una libreria, si -chinò e tirò fuori dallo scaffale più basso, di -sotto a un grande album di disegni di macchine, -e porse al padre alcuni opuscoletti impolverati. -Erano il <i>Catechismo dell'operaio</i>, <i>I diritti del -lavoro</i>, <i>Riflessioni d'un disoccupato</i>, che il signor -Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di -mano a certi giovani operai della sua fabbrica. -Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto -come roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità, -li aveva scovati e sfogliati. -</p> - -<p> -Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche -a te si doveva attaccare questa infezione! — gridò, — non -ci mancava altro! — E fece a -pezzi gli opuscoli e li buttò a pedate in un angolo -della stanza. — Ed ora, — soggiunse, agitando -l'indice della destra, — non più una parola -al proposito, nè ora nè mai! Siamo intesi, -o saran cose serie. A tavola, signorina. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Sedettero a tavola. La figliuola quasi non -mangiò. Il padre, risoluto a tener duro, finse di -non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -fermo una volta se non voleva diventare addirittura -lo strofinacciolo di quella monella. E non -disse parola. Ma via via che il desinare procedeva -ed egli la vedeva ostinata a non mangiare, -nonostante le placide esortazioni di sua madre, -gli andava succedendo nell'animo allo sdegno il -dolore. Vedete un po'! Una giornata ch'egli si -era immaginata così allegra! Gli altri anni, in -quel giorno, soleva riandare a tavola la breve -storia della sua figliuola, rammentare le sue amabili -bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i -suoi motti più arguti, i primi piccoli trionfi della -sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan fatto -palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre -stato una festa per lui. Ed ora, doveva vederla -digiunare, imbronciata e triste, e ingozzare egli -stesso un pane avvelenato, col cuore gonfio di -dispetto. E la guardava di sfuggita, quasi timidamente, -perchè conosceva la sua caparbietà, -e sapeva che era capace, per un punto, di -stare a pane asciutto una settimana, facendogli -soffrir le pene dell'inferno e rischiando di buscarsi -una malattia. E tutto questo per la bella -faccia di quel mascalzone di trinciapelli che gli -aveva già dato tanti altri fastidi! Poter del -mondo! Al pensare che pel fatto di costui essa -gli faceva una tal scena, al ricordar le ragionacce -che aveva pescate in quegli scellerati libricciattoli -per gettargliele in viso con quella -petulanza, egli non sentiva più alcuna pietà, e -si raffermava con tutte le forze nella sua risoluzione, -e fissava gli occhi su quel visetto pallido, -contornato di capelli neri, quasi in atto di -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -sfida, come per esercitarsi alla resistenza in cui -avrebbe dovuto persistere per qualche giorno, per -restaurare la sua autorità paterna in rovina. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Il desinare finì com'era cominciato, tristamente. -Finito appena, il signor Mazzi uscì a -passi risonanti, e la ragazza che, essendo giovedì, -non aveva scuola dopo mezzogiorno, rimase -a casa a far con mille stenti il suo esercizio -di composizione sull'argomento della famiglia -indigente e del ricco benefico. La sera, la -cena non fu più gaia del desinare. La signorina -mangiò appena una foglia di lattuga e un bocconcino -di pane, che finse d'inghiottire a gran -fatica, e rimase muta e cocciuta. A un certo -punto, però, il padre perdè la pazienza, e l'attaccò -con la signora: — Ma scotiti dunque! Come -puoi tollerare...? Non hai nulla da dire a un'impertinente -che digiuna apposta per torturare suo -padre? -</p> - -<p> -— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la -signora. — Sai pure che con questa benedetta -creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E -poi.... insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala -una volta, e che sia finita. È la più -spiccia, mi pare. -</p> - -<p> -Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa! -Un bel sistema d'educazione! La madre -che ha anche meno giudizio della figliuola! -Ma non capisci che se ripigliassi quello dovrei -ripigliare gli altri, e che sarebbe un disdoro in -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -faccia a tutti, un atto di debolezza che mi toglierebbe -ogni autorità nella fabbrica! Ma è possibile -che tu non intenda mai nulla di queste -cose?... Son io, dunque, che ho il torto!... Ah, -che belle consolazioni mi dà la famiglia! -</p> - -<p> -E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò -nella sua stanza, dove sedette, al buio, e restò -a masticar la sua rabbia; con l'orecchio teso, -però, aspettando di sentire da un momento all'altro -il passo della figliuola. Voleva un po' vedere -se non sarebbe venuta, come tutte le sere, -a dargli la buona notte. E, in fondo, egli sperava -che in quel momento, che è quello della -tenerezza, quando tutto s'accomoda fra padre e -figliuoli, ella avrebbe domandato perdono. Trascorsa -mezz'ora, infatti, udì il suo passo nell'oscurità, -e si drizzò sul busto, come per mettersi -sulle difese, e non perdonare alla prima. Ma perdette -un poco della sua forza sentendo che il -passo, invece che incerto e timido come sperava, -era risoluto. Quando si vide davanti l'ombra graziosa -della sua figliuola, spiccante nel chiarore -crepuscolare della finestra, fu sul punto di afferrarla -e di serrarsela al petto. Ma si rattenne. -</p> - -<p> -Essa disse con voce fredda: — Buona notte, -papà. -</p> - -<p> -— Non hai altro da dirmi? — domandò il -padre. -</p> - -<p> -La ragazza titubò un momento; poi rispose: -</p> - -<p> -— Riprendi il Cinzano. -</p> - -<p> -— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando -in piedi. — Ah, questo è troppo!... No! Hai inteso? -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -No, mai! mai al mondo, se anche tu digiunassi -per un mese!... Va a letto. -</p> - -<p> -La ragazza se n'andò, senza rispondere, a -passi di ribelle. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per -la casa, il signor Mazzi si soffermò, col lume -in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba, -e pose l'orecchio al buco della serratura. Sentì -il suo respiro regolare: dormiva. Nondimeno -dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio -pian piano e, mettendo una mano davanti alla -fiammella della candela, entrò in punta di piedi. -La ragazza stava supina sul letto, con tutto il busto -coperto. Non gli era mai parsa così bella e -così gentile. Ma sul suo viso assopito era ancora -dipinta la tristezza; il suo labbro inferiore sporgeva -un poco, nell'atteggiamento della bocca dei -bambini, quando si lagnano d'un torto e son lì -per piangere; il suo respiro gli parve affannoso. -E a un tratto egli rabbrividì, osservando che -aveva le braccia incrociate sul petto, come una -morta. Alla sua immaginazione eccitata sembrò -che quel nasino si fosse assottigliato, che quel -viso fosse già dimagrito, da mezzogiorno in poi. -Ansioso, le prese delicatamente le mani, per -disgiungerle, che non le facessero pressione sul -cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto, -vedendo fra le sue dita una macchia rossa, che -pareva di sangue. Guardò meglio e riconobbe il -garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase -pensieroso. Povera Alba! Si teneva il fiore dell'amica -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -sul cuore. Era pure affettuosa e buona! E -gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza -che, pure in quel momento, dormiva forse anche -essa col respiro affannoso, agitata in sogno da -una dolce speranza o da un presentimento sinistro. -Ma si ribellò subito alla pietà che stava -per vincerlo e gli prese un nuovo senso di sdegno -al pensare che quei bricconi avevano scaltramente -abusato della bontà della sua figliuola -per giungere al loro fine, e turbata la pace della -sua casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma -essa pure.... aver di quelle idee, alla sua età, -nella sua condizione! Infetta di socialismo.... la -sua creatura! E pensò di levarle quel fiore contagioso -dalle mani per rimetterlo nel bicchier -d'acqua ch'era sul tavolino da notte. Ma un senso -di delicatezza lo rattenne. E dopo averla guardata -affettuosamente un altro po', usci adagio -adagio, e se n'andò a dormire...; ma vedendosi -ancora dinanzi la bambina addormentata, con -quella macchietta rossa sul petto, che pareva -una ferita al cuore. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -La mattina dopo egli non andò, come di solito, -a darle il buon giorno a letto. Alba ne fu afflitta, -perchè sperava che col bacio mattutino -egli le avrebbe portato il consenso desiderato. -E si levò col fermo proponimento di proseguire -la lotta. Andò nella sala da desinare, dove l'aspettava -il caffè e latte, mise sulla tavola, come -un'insegna di guerra, il bicchiere d'acqua col -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -garofano rosso, sedette davanti alla tazza fumante, -fece in là il pane con la mano, e stette -aspettando che s'affacciasse all'uscio suo padre -per fargli vedere che persisteva nel digiuno provocatore. -Suo padre s'affacciò, in fatti; e data -un'occhiata obliqua al pane intatto, corrugò la -fronte e richiuse l'uscio. Allora Alba sbattè il -cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma -sperava ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine -di cogliere ogni mattina un fiore dai vasi -del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello -del soprabito perchè uscisse con un suo ricordo. -Sarebbe uscito, quella mattina, senza il fiore?... -Pareva di sì, pur troppo, perchè l'ora della scuola -s'avvicinava ed egli non ricompariva. Infine, -si dovette risolvere ad andare a prendere i libri -nella sua camera. Suo padre ne uscì mentr'essa -v'entrava. Era forse andato, come altre -volte, a legger di nascosto il suo componimento -italiano. Le parve un buon segno. Tossì. Ma quegli -non rispose. Oh! come si sarebbe piegata a -supplicarlo con le più dolci parole per non dover -andare alla scuola con la vergogna di quel <i>no</i> -sulla fronte! Ma conosceva addentro suo padre, la -machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo -certo di spuntarla con lui non era quello di deporre -le armi e di chinare la testa. E non si mosse. -Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto, -con un'ultima speranza.... Ahimè! Il passo paterno -s'allontanò, l'uscio di casa s'aperse e si -richiuse, e la sua ultima speranza si spense. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera, -col cuore pieno di tristezza e di confusione, -rallentando il passo e soffermandosi a -ogni tratto per giunger tardi, quando tutte le -sue compagne fossero già nei banchi e Maria -Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E -diceva tra sè, amaramente: — O non sa ancor -nulla, e mi verrà incontro piena di speranza, col -viso buono e sorridente, e allora con che cuore -le darò la triste notizia? O le han già dato la -notizia, e la vedrò più pallida del solito, scoraggiata, -con gli occhi pieni di lacrime, e come -potrò reggere a quella vista? — Ma la ragazza -non le si presentò nè con l'uno nè con l'altro -di quei due aspetti. Entrando nella scuola, nel -punto che v'entrava la maestra, essa la vide -seduta al suo posto, nel primo banco, e incontrò -subito i suoi occhi, che l'aspettavano. Come -le trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo, -sarcastico, quasi feroce, che quella le vibrò di -sotto in su, mordendo l'asticciuola della penna! -Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso -bieco d'una nemica, la dichiarazione d'una -guerra sorda e implacabile, che non le avrebbe -lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per -sentimento d'alterezza, si fece forza, e dovendo -passar davanti alla compagna per andare al suo -banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore. -Fu peggio per lei. Maria Cinzano, quand'essa -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -le passò accanto, ebbe il tempo di dirle -all'orecchio, con voce soffocata e fischiante: — Tuo -padre non ha cuore. -</p> - -<p> -Alba sentì come un colpo di stile che le forasse -la tempia, e andò ai posto a passi ineguali, -smorta, con gli occhi offuscati come da -una nebbia. La maestra incominciò la lezione; -ma essa non sentì. Le risonavano di continuo -all'orecchio, come un fischio mordente, ripetuto -mille volte, quelle terribili parole. Provava un -sentimento di pietà amara per suo padre, un -misto di avvilimento e di rabbia, e una tristezza -profonda. Lanciava ogni tanto uno sguardo alla -sua nemica, che le voltava la schiena, curva sul -banco, e sentiva a vicenda un violento bisogno -di vendicarsi e una viva e triste pietà alla vista -di quelle spalle ossute e di quel collo sottile, -che la facevan pensare alle privazioni e agli -stenti a cui il padre suo la condannava. E si stringeva -il capo fra le mani e faceva un grande -sforzo per non dare in uno scoppio di pianto. -</p> - -<p> -La maestra, — una buona madre di famiglia, -che, di nascosto, mentre faceva lezione, rimendava -i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò, -a traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso -mutato della ragazza, e per distrarla dalla tristezza, -senza domandargliene la cagione, la -chiamò a leggere il componimento sul quaderno, -come solevan far tutte, accanto al proprio tavolino, -mentre essa seguiva la lettura sulla bella -copia. -</p> - -<p> -Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco, -dove la maestra troneggiava. Le mancaron quasi -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -le forze quando si trovò là, sola, in faccia alla -scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era -un nuovo e peggior supplizio per lei il dover -leggere ad alta voce, a un passo dal primo -banco, quasi sul viso di Maria Cinzano, quel -componimento malaugurato, in cui si decantava -un signore benefico, che con un atto generoso -e delicato salvava dalla disperazione una famiglia -povera ad era colmato di grazie e di -benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò a -leggere con voce fioca e con gli occhi velati, -come avrebbe letto un atto d'accusa contro di -sè e contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva -lo sguardo iroso della sua compagna confitto -nel suo viso, sentiva che a ciascuna delle sue -frasi sulla carità e sulla gentilezza del signore -immaginario, guizzava un sorriso di scherno -su quella bocca a cui suo padre rifiutava il -pane. A un certo punto, forzata da non so qual -curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento -dalla lettura, e vide quello sguardo, vide quel -sorriso. La voce le si spense, le salì al viso -un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le -dita. Si vinse, nondimeno, e riprese a leggere col -viso sempre più pallido, con la voce sempre più -fioca. Ma, ad un tratto, quando voltò la pagina -per leggere le ultime righe, i suoi occhi si fissarono, -dilatati, sulla facciata di destra, dove non -c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di -inaspettato, che risplendesse. -</p> - -<p> -— Vada avanti, — disse la maestra. -</p> - -<p> -Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono, -il suo viso s'accese, il suo petto si gonfiò. -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -All'improvviso, con un atto impetuoso strappò -il foglio dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano, -che, stupita, lo afferrò per aria e lo fermò -sul banco. La maestra, maravigliata, stette a -vedere. Quella lesse, e rimase un momento come -trasognata; poi pose un braccio a traverso il -foglio, chinò la fronte sul braccio, e si mise a -piangere. Allora Alba saltò giù dal palco e baciò -la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio -intorno al collo e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami. -</p> - -<p> -Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — <i>Dirai -a Maria Cinzano che suo padre -può ritornare alla fabbrica e che sarà il -benvenuto.</i> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Palpitando di gioia e di gratitudine, appena -finita la scuola, Alba divorò la strada di casa -sua, facendo trafelare la cameriera che la seguiva. -Per poco non strappò il cordone del campanello, -entrò nella sala da desinare come un -colpo di vento, si gettò d'un salto sul petto di -suo padre, e gli coperse il viso di baci, senza -parlare, con una foga che gli mozzò il fiato e -gli fece brillar due lacrime negli occhi. Dopo -l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale dell'avvocato -Boleri, con cui il signor Mazzi, che -aveva anticipato il pranzo, stava per uscire. -</p> - -<p> -— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma -non credere che siano le tue scenate -d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -la madre, con la sua dolcezza flemmatica, -soggiunse sorridendo: — È stato il mazzetto che -t'ha visto fra le mani, mentre dormivi. -</p> - -<p> -— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò -la ragazza, battendo le mani. -</p> - -<p> -— Come, <i>una buona idea</i>? — domandò il padre -meravigliato. -</p> - -<p> -— Ma sì! — rispose Alba, con un sorriso -fine; — l'idea del mazzetto. Io sentii che ronzavi -attorno all'uscio; sapevo bene che avresti -finito con entrare. Adora presi il mazzetto di -Maria Cinzano e finsi di dormire. Pensai: Papà -è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul -cuore s'intenerirà.... e farà quello che voglio. -</p> - -<p> -L'avvocato Boleri diede in una risata. -</p> - -<p> -Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah! -questo è male! È stata una finzione! -Questo mi amareggia tutto il piacere! -</p> - -<p> -— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non -hai tu detto che volevi combatter gli operai con -qualunque arma? La tua figliuola ha messo in -pratica il tuo principio, per il suo fine. -</p> - -<p> -— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli -le braccia, — non mi far quel viso, poichè sei -stato così buono. Ora tu sei in collera e io non -voglio. — E slanciatasi in un canto della sala, -prese dal bicchiere il garofano dell'amica, glielo -infilò nell'occhiello e gli disse: — Va alla fabbrica -di buon umore. Ci troverai il Cinzano. -Trattalo bene come hai promesso sul quaderno; -pensa che hai sul cuore il fiore della sua figliuola. -</p> - -<p> -Il padre la guardò un momento, e poi le diede -un bacio sulla fronte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -</p> - -<p> -Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a -denti stretti, la sua frase solita: -</p> - -<p> -— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che -la vince. -</p> - -<p> -— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è -la prima! Voglio dire che è la -prima di una nuova serie di vittorie.... come la -tua figliuola è forse la prima di una nuova generazione -di signorine. Tutte le grandi lotte sociali, -caro mio, cominciano in scaramucce tra -padri e figliuoli. La famiglia è il primo laboratorio -d'ogni idea nuova. Che ci vuoi fare? Tu -credi che la tua figliuola sia soltanto più buona -di te; è invece anche più giusta, e vede più -lontano. Tu sei il secolo decimono; lei è il ventesimo; -<i>l'un contro l'altro armato.</i> E poi, si -chiama Alba. Le hai dato un nome profetico, -caro mio. Preparati alla lotta, e confortati pensando -che in mille altre famiglie come la tua -seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè, -in questa lotta, non saranno i vecchi quelli che -vinceranno. -</p> - -<p> -— Sciocchezze! — ribattè il Mazzi, aggrottando -le sopracciglia, e, come per distrazione, -fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello. -</p> - -<p> -— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli -la mano, — non sarebbe gentile.... E -poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane socialista. -</p> - -<p> -Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, -e ritenne il fiore. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="adolescenti">ADOLESCENTI</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span></p> - -<h3 id="ginnasio">SUI BANCHI DEL GINNASIO -<span class="smaller">(Frammento).</span></h3> -</div> - -<p class="dots">················</p> - -<p> -Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, -tutto tappezzato di carte geografiche e -d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo -in mezzo a due lunghissime file di cappotti appesi -alle pareti, che davano al ginnasio l'aspetto -d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio secondo -il suo solito, come se portasse in corpo -tutta la scienza che s'era insegnata da vent'anni -nelle stanze affidate alla sua scopa. -</p> - -<p> -A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di -sè, si voltò in tronco, e fece un saluto dignitoso -al professore Carati che andava alla sua classe. -</p> - -<p> -Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno -spintone i battenti, e in quattro passi impetuosi, -come se pigliasse la rincorsa per un salto, salì -sulla cattedra. -</p> - -<p> -La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da -due finestroni, tutta bianca e nuda, fuorchè dalla -parte della cattedra, dove pendevano alla parete -un crocifisso e il ritratto del re, tra una grande -lavagna e un planisferio, — era occupata da dieci -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -banchi neri, divisi da una corsia, tutti pieni di -alunni. In un banco a sinistra del professore -c'erano quattro ragazze. Nei due penultimi spiccavano -le uniformi orlate di rosso e luccicanti -di bottoni metallici di dieci convittori del <i>Vittorio -Emanuele</i>. Erano in tutto una cinquantina -di scolari, cento occhi vivi, ridenti, petulanti, -curiosi, paurosi, fissi negli occhi d'un solo. -</p> - -<p> -Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali -un par di pupille piccolissime e nerissime, -che, quando le fissava in faccia a qualcuno, gli -faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e -freddo come un succhiello. Quella mattina aveva -l'occhio sinistro ammaccato da un librone cadutogli -sul viso da uno scaffale alto della sua -libreria. Era un ometto di media statura, con -un naso ardito, con una bocca a taglio di rasoio, -con certe mandibole rilevate come se ci -avesse due noci tra pelle e pelle; piantato su -due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando -era ritto, presentavan di profilo la forma di due -archi rientranti inflessibili. Egli era venuto su -fin da ragazzo per forza d'una volontà indomata, -conquistando tutti i posti gratuiti dal Convitto -<i>Vittorio Emanuele</i> al Collegio delle Province, ed -era allora, oltre che professore al Ginnasio, libero -docente all'Università e ufficiale di complemento -degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto -per le lunghe marce in salita, e per la lotta con -le bufere. Come non aveva mai avuto indulgenza -per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava gli -scolari come soldati d'una compagnia di disciplina; -giusto, risoluto, e dopo che aveva deciso, -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -inesorabile. Le sue punizioni erano fulmini senza -tuoni e senza lampi. E in tutto agiva così a -scatto di molla. Moveva delle domande improvvise -che facean l'effetto di stoccate in pieno petto; -diceva dei <i>no</i>, dei <i>mai</i>, dei <i>via</i>, che facevan trasaltare -la scolaresca come lo scoppio d'un petardo. -Per far sentire la forza del latino pronunziava -certe frasi, una di Livio specialmente: -<i>exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et -spoliat; duce ostium occiso urbem primo impetu -capit</i>, in modo che pareva di sentir scalpitare -dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva -<i>bocciare</i> e <i>bocciato</i> con tante ci che ai paurosi -degli esami metteva un brivido per le ossa. -Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un -occhio di lince e un udito di gatto; si spiegava -con grande chiarezza, senza una parola superflua; -e, terminata la lezione con un taglio netto, -andava via di volo, cacciando da sè interrogatori, -adulatori, parenti, e in special modo le mamme -appiccichine, come uno sciame di mosche. -Aveva — come dicevano — <i>il latino nero</i>, — e -trentadue anni. -</p> - -<p> -Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, -fece raccogliere i lavori dai caposquadra, -e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce -alta: — Votini! — -</p> - -<p> -Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, -figliuolo d'un banchiere, s'alzò stentatamente, -coi muscoli ancora indolenziti da una -lunga corsa sul velocipede, e rimase piegato a -mezzo, con le mani appoggiate al banco, come -per iscomodarsi il meno possibile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -</p> - -<p> -— La lezione, — disse il professore. -</p> - -<p> -Eran quattro regole sull'uso dei casi. -</p> - -<p> -Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, -rimase in asso. -</p> - -<p> -— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. -Mi scriverà quaranta volte queste regole -per posdomani. -</p> - -<p> -Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo -della bocca al suo vicino, per mostrare che s'infischiava -del latino e dei suoi ministri. -</p> - -<p> -— Annina Rosetti, — disse il professore. -</p> - -<p> -Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso -il banco delle ragazze per vedere se il professore -avrebbe usato delle preferenze. E d'in fondo -al banco s'alzò una ragazzina di undici anni, -vestita a lutto, piccolina, con un viso gentile e -timido, che si coprì di rossore. Capiron tutti che -non era sicura del fatto suo. -</p> - -<p> -La ragazza, infatti, espose con voce tremante, -poco bene, le due prime regole, — tartagliò la -terza, — storpiò la quarta. -</p> - -<p> -Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti -i ragazzi si guardarono, -scambiando un sorriso di approvazione: riconoscevan -la giustizia. La ragazza sedette, con le -lacrime agli occhi. -</p> - -<p> -Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran -tutti fondati sull'esame bimensile, che non avrebbe -lasciato al professore il tempo d'interrogare. -</p> - -<p> -Il professore chiuse il registro con un colpo -secco; poi, con un accento che faceva d'ogni parola -una frustata, disse: — Poltroni: non avete -vergogna a mangiare il pane dei vostri parenti? -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -Voi, per le vostre famiglie, non siete che animali -domestici; e ancora.... questi servono a -qualche cosa. Vi dovreste coprir la faccia con -le mani quando incontrate per la strada i ragazzi -del popolo che lavorano dieci ore il giorno -nelle officine. Voi dite: Gli uni lavorano, gli altri -studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate -voi da mettere in confronto con le loro fatiche? -Voi convertite in una ingiustizia odiosa la superiorità -di condizione sociale in cui vi ha messi -la fortuna. La vostra poltroneria è un insulto alla -fanciullezza povera che stenta e lavora. E osate -parlar di patria nei vostri componimenti! La -patria ha bisogno d'intelligenze colte e utili, e -voi le preparate dei parassiti ignoranti. Non -avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma, -badate: cadrete nella mota a mezza via, e i valorosi -vi passeranno sul ventre. Intanto, non sperate -compassione in fin d'anno, nei giorni in cui -i codardi piangono. Io vi schiaccierò. Scrivete. -</p> - -<p> -E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema -d'esame: un passo di Cornelio da voltare in italiano -e due periodi italiani da tradurre in latino. -</p> - -<p> -Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger -prima attentamente il passo da tradurre per -veder di coglierne il senso generale, si buttaron -subito sui vocabolari a cercar le parole della -prima frase, anche quelle che sapevano. E per -un pezzo non si sentì più nella scuola che il -fruscìo dei libroni scartabellati. -</p> - -<p> -La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi, -coi suoi lineamenti regolari di santina di frate -Angelico, sui quali non si vedeva mai l'espressione -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -d'uno sforzo intellettuale. Quando intoppava -in una difficoltà, posava la penna, e, fissati -gli occhi chiarissimi sulla finestra, cominciava a -riflettere, a girare lentamente col pensiero intorno -al punto difficile, come un ufficiale con lo -sguardo attorno a una fortezza nemica; e se -qualche rumore la scoteva, si voltava a guardare, -stupita quasi che ci fossero altri che lei -nella scuola. Vico Nelli, suo vicino di banco ed -amico, la guardava tratto tratto, dal secondo -banco di destra, pensando con invidia a quella -mente pacata in cui tutte le idee si posavano -pronte e nette come le immagini sur uno specchio; -mentre lui, come gli diceva sua madre, -capiva, è vero, e ricordava, ma tutto a mezzo, -e aveva la testa piena di nozioni indeterminate -e ondeggianti, come il linguaggio della musica, -che studiava da due anni; e passandosi sulla -fronte la mano larga e pallida, cercava di mettere -in atto il consiglio di sua madre, la quale -imparava il latino con lui: “non passar mai -alla traduzione d'una proposizione secondaria -senza esser certo d'aver tradotto bene la principale, -per non correr pericolo di frantenderle -tutte.„ E ripeteva tra sè: — vediamo; vediamo; — ma -il motivo della fantasia dell'Alard, che il -maestro di violino gli aveva data per lezione, -non gli lasciava raccogliere le idee. Ma il più -agitato di tutti era un certo Morelli, seduto all'altra -estremità dello stesso banco, — figliuolo -d'un impiegato del Registro, — timido per natura, -e affetto per giunta d'una malattia particolare, -tutta scolastica, che i medici hanno ancora da -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -definire, — un terrore degli esami, degli studi, -dei professori, di tutto quanto avesse relazione -con la scuola, — terrore che gl'ingigantiva il -concetto di tutte le difficoltà, che gli scompigliava -in capo davanti alla cattedra la lezione -saputa perfettamente fino a un minuto innanzi, -che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza, -nel momento della prova, alla idea più semplice, -alla domanda più chiara. Passato a stento dalla -1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento addosso -del pericolo corso, come uno scampato a un eccidio, -e a otto mesi di distanza gli opprimeva già -l'anima il pensiero dei nuovi esami. Arrestato da -una difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli -cominciava ad affannarsi, come sempre, sfogliando -con mano concitata dizionari, Esercizi e -grammatica, e lanciando da ogni parte delle occhiate -di naufrago che invoca soccorso. -</p> - -<p> -I due veri principi della classe, superbamente -sicuri del fatto proprio, erano il Derossi e il Carpini, -seduti alle estremità di due banchi vicini, in -modo che la corsia soltanto li separava. Erano -differentissimi fra di loro, sotto ogni aspetto. Il -Derossi, figliuolo d'un ricco fabbricante di seta, -biondo, bello e riboccante di vita, aveva un'intelligenza -larga e brillante, riscaldata da un -cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione. -Il Carpini, per contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una -figura secca, che mostrava più -anni di quelli che aveva, con una testa piccola -e fatta a punta, coperta di capelli neri appiccicati -come se si fosse tuffato nell'acqua, con -due occhi grigi e freddi, un po' loschi, nei quali -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -non passava che a momenti un vivo balenìo, -aveva un ingegno meno pronto e meno vasto, -ma più fermo e più esatto di quello del Derossi. -Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente -che la sua carriera d'ingegnere: contava già -sulle dita ogni giorno gli anni del ginnasio, del -liceo, dell'Università e del Valentino, meditando -dei salti e delle scorciatoie; e non gli premeva -tanto di levarsi in alto quanto d'arrivar lontano, -e il più presto che avesse potuto. Trattava -già i suoi compagni come concorrenti; non -aiutava nessuno; non amava nessuno; avrebbe, -potendo, rubato le frasi latine e le regole al -cervello dei suoi colleghi, non tanto per arricchir -sè quanto per spogliar loro; combatteva -già, senza scrupoli, la lotta per la vita, con un -intuito precoce delle durezze del mondo, e con -la coscienza sicura che nella società egli sarebbe -stato coi lupi e non fra gli agnelli. Fin dai primi -giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi -l'uno di fronte all'altro, come due campioni che -si sarebbero disputati la primazia; ed essi, indovinatisi -a vicenda, non s'erano ancora scambiati -una parola in due mesi, benchè due volte -la settimana si trovassero insieme a tirar di -scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove -andava pure il Votini. Ma il Carpini, che all'ammirazione -dei compagni non teneva gran -fatto, non si appassionava punto in quella specie -di rivalità pubblica; mentre l'altro, caldo -di natura, abituato a primeggiare e un po' gonfiato -da sua madre, era gelosissimo, e si preparava -a combattere con tutte le forze. Questo si -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -vedeva benissimo dal loro contegno, quella mattina. -Il Carpini lavorava quieto e raccolto; il Derossi -era eccitato e, scrivendo, sbirciava a ogni -poco il vicino, con un sorriso nel quale già si -riconosceva il difetto che gli andava crescendo -nell'anima da un anno: la vanagloria. -</p> - -<p> -Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo -di nome Pitto, passato dalla 1ª alla 2ª per un -miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, — lo -zimbello della scuola, — una di quelle povere -creature assolutamente inette agli studi, — le -quali dicono e scrivono gli spropositi -enormi che passano in tradizione — che imparan -la lezione senza intenderla e traducono a -caso — vittime innocenti della scuola, instupidite -e schiacciate ogni giorno di più dalle difficoltà -che s'accumulano, e come perduti in un -caos tenebroso di idee e di parole, in cui vanno -brancolando alla cieca fin che un professore -abbia l'onesto coraggio di consigliare i loro parenti -a liberarli da quel supplizio inumano. Il -povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima -parola, domandava tratto tratto una spiegazione -al Carpini, il quale gli rispondeva in fretta, senza -curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio -come prima, guardava per aria, con l'espressione -rassegnata e indifferente d'uno assuefatto -a quegli impicci, e che non spera nè teme più -nulla. Ogni tanto, mosso a compassione, gli -suggeriva una parola o una frase un convittore, -che stava nel banco dietro al suo. -</p> - -<p> -Costui, di nome Borzini, era il bello spirito -della classe, uno dei diavoli più indiavolati del -<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span> -<i>Vittorio Emanuele</i>, che aveva sempre qualche -ammaccatura, o lividura, o gonfio, o graffio, o -una mano o la testa fasciata, in conseguenza -di pugilati o di cadute che gli fruttava la ginnastica -temeraria e matta a cui s'abbandonava -durante le ricreazioni. Il suo ideale era di diventare -ufficiale d'artiglieria. Caricaturista, imitatore -di voci e di gesti, motteggiatore terribile, — studiava -poco; ma con certe sue furberie e -industrie, che gli giovavano molto; e aveva una -grande immaginazione sregolata, che gli faceva -tirar giù dei componimenti interminabili, pieni -di scorrezioni e di idee e frasi originali, per lo -più comiche; e una memoria maravigliosa, ma -non sorretta dalla riflessione; nella quale, come -in un magazzino di strada ferrata, entrava affollatamente -una gran quantità di roba da una -porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora -dopo la dettatura del tema, egli non aveva ancora -tradotto che una frase: stava facendo la -caricatura d'un certo Pantone, suo compagno, -il quale ripeteva la 2ª dopo aver ripetuta la 1ª -ginnasio e la 4ª elementare: e lo rappresentava -vecchio come l'alleluia, ancora alunno della 5ª -ginnasiale, che accompagnava a scuola i suoi -figliuoli, già liceisti. -</p> - -<p> -Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in -mezzo agli altri ripetenti, era il più attempato -della classe: un ragazzone sonnolento e molle, -che incretiniva lentamente e dolcemente, rattrappito -dentro a una scorza d'indifferenza così -spessa, che nessun rimprovero di professore o di -parente arrivava neppur più a passargli la prima -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -pelle. Vorace come un bufalo, egli si consolava -di qualunque più clamorosa “topica„ con la -idea d'una data pietanza o minestra che avrebbe -mangiato la sera, o con la gioia infantile di poter -aggiungere un oggetto nuovo a una sua -strana collezione, composta di pelli di topo, di -bottelli di scatole di Liebig, di caratteri tipografici, -di calamite, di prismi di vetro, di -carte asciuganti di tutti i colori, che non usava, -e che serbava pulitissime. Egli se ne stava lì -inerte, con la schiena arrotondata, come un -grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione -prediletta di sforacchiarsi con la punta -d'una penna la pelle della mano, che s'era ridotta -come la mano d'un crocifisso; e aspettava le -dieci per risolversi a copiare il lavoro da un altro. -</p> - -<p> -Un altro bel personaggio era un ragazzo di -nome Fossotto, seduto in fondo al primo banco -di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e sano -di montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di -Val Vermenagna, dove stava suo padre, capomastro, -che aveva rammucchiato qualche migliaio -di lire e voleva far del figliuolo “un -uomo di scienza„ mentre questi, invece, aveva -per aspirazione suprema di essere un giorno -impiegato postale del “servizio mobile„ e ciò -per aver visto una volta, durante una fermata -di treni, l'interno d'un <i>vagone-posta</i>, con l'impiegato -dentro, che scriveva e fumava. Era un -testone ben costrutto, un piccolo studente posato, -che rivoltava adagio adagio e per tutti i -versi le frasi latine, e le metteva le une sulle -altre con gran riguardo, come già aveva fatto -<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span> -coi pietroni da bimbo, nella sua valle nativa, -quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli -a fabbricar muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmente -<i>risurte per li rami</i> le virtù manuali del -padre. Questi l'aveva messo a una magra dozzina -da una vedova sua conoscente; pretendeva -che, per esercizio, gli scrivesse le lettere in -latino, ch'egli si faceva tradurre dal parroco; -e veniva a Torino una volta al mese ad aspettarlo -all'uscita della mattina davanti alla porta -del Ginnasio, dove lanciava occhiate furibonde -ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle spalle -delle studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti -che passavano sul corso Siccardi. Il -figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del -padre, la testa rapata, delle grosse camicie di -fil di canapa, e un par di scarpacce, che si guardava -ogni momento per verificarne lo stato. -Ed era diligente nello studio, benchè non leggesse -nè scrivesse una sillaba più del necessario; -pien di buon senso; punto affettuoso con -gli amici; ma incapace d'un'impostura. L'unico -suo tormento era quello d'esser canzonato dalla -scolaresca per la sua barbarissima pronunzia -italiana: perchè pronunziava come se avesse -la bocca piena di pasta, e i muscoli labiali ribelli -alle parole lunghe, e gli era negata dalla -natura l'<i>esse ci</i>; tanto che il convittore Borzini -gli aveva messo il soprannome di <i>vovo al gussio</i>. -</p> - -<p> -A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il -suo rovescio, figliuolo d'un padre troppo buono, -che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto -di vizi; fannullone, mellifluo, adulatore, impostore, -<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span> -invidioso; una vera mela marcia messa -a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte, -un curioso originale, figliuolo d'un illustre professore -d'anatomia, una faccia rugosa di vecchio -commediante, che il convittore Borzini -aveva soprannominato l'<i>astro spento</i>, perchè -era stato un fanciullo miracoloso nella 3ª e 4ª -elementare, aveva avuto sei mesi di celebrità -nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto — come -se gli si fosse spezzata la molla della volontà -sotto la pressione delle lodi, — non aveva più -fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i -mediocri, e da questi fra gli ultimi, non conservando -più dell'antica grandezza che un perpetuo -sorriso tra minaccioso e sprezzante, che -diceva: — Guai se volessi! — Pover a voi se -mi ci rimetto! — Ma non ci si rimetteva mai, -e non era più che una superba rovina intellettuale. -</p> - -<p> -Nel banco delle ragazze, — tra Maria Bianchi, -che toccava i quattordici anni, e Annina Rosetti, -una sensitiva, che diventava smorta a -veder leticare due compagni all'uscita e s'imporporava -a ogni interrogazione del professore, — c'erano -due alunne che facevano un vivo -contrasto tra di loro. Una certa Italia Marri, -rossa di capelli, fatticcia della persona, diritta -come un colonnino, di voce e di mosse maschili, — sempre -rannuvolata con le compagne — imperterrita -davanti al professore — e facile ad -irritarsi con tutti; alla quale il Borzini aveva -posto il soprannome di <i>russa</i> per la sua somiglianza -con una studentessa russa dell'Università -<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span> -di Zurigo, di cui aveva visto la fotografia; -e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria, -una bella ragazza vanerella, che s'era data agli -studi classici per questa sola ragione, che le -aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa -studentessa di legge, la quale aveva sostenuto -gli esami pubblici di laurea, due anni -prima, con un vestito nero che le stava dipinto. -Comparire un giorno in quella stessa aula universitaria, -vestita in quella maniera, in mezzo -agli applausi, era da due anni la passione, il -sogno della sua vita. Ma la signorina studiava -pochino, aveva il vezzo di fare tutti i sostantivi -femminili, e una repugnanza innata al corretto -uso del soggiuntivo. In compenso, rideva -a ogni proposito e sproposito, per mostrare il -doppio giro dei chicchi bianchi; rideva tanto -che, se ogni volta che apriva la bocca le fosse -entrata dentro una regola di grammatica, eh! -ne avrebbe potuto insegnare a Tommaso Vallauri. -Ed era questa illusione forse che le faceva -guardare dall'alto al basso il suo sesso — <i>digiuno -di studi classici:</i> — una sua frase prediletta, -che aveva trovato in un articolo bibliografico -del giornale l'<i>Eleganza</i>. -</p> - -<p> -Questi erano i personaggi principali della -classe; gli altri, i soliti. Qualche ragazzo d'ingegno, -che aveva poca volontà; alcune intelligenze -mediocri, molto studiose; dei giovanetti -poveri e buoni; dei signorini villani; parecchi -somarelli di nascita, una decina di mascalzoni, -e il resto, nè carne nè pesce. -</p> - -<p> -Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora e -<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span> -mezzo. Poi molti cominciarono a lanciar occhiate -al Derossi e al Carpini, curiosi di vedere chi dei -due avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per -il primo, in faccia alla classe, il giudizio del -professore; perchè l'aver fatto meglio in minor -tempo sarebbe stato una doppia vittoria. -</p> - -<p> -Il Derossi, avendo perso un po' di tempo ad -aiutare i vicini, era rimasto un po' indietro. Ma -quando vide, con la coda dell'occhio, che il Carpini -stava per finire la copiatura, piccato, s'affrettò, -e riuscì a terminar la pagina mentre -l'altro ci scriveva su il nome. -</p> - -<p> -Tutti e due scesero dal banco nello stesso -punto, in modo che si toccarono con le spalle, -andarono tutti e due insieme alla cattedra, e -porsero tutti e due a un tempo il lavoro, l'uno -a destra e l'altro a sinistra; poi tornarono l'uno -accanto all'altro al loro posto, il Derossi col viso -acceso, il Carpini indifferente, — senza guardarsi. -</p> - -<p> -Il professore si mise a leggere i due lavori. -</p> - -<p> -Tutti alzarono il capo e stettero attenti per -indovinare il giudizio dal suo viso. Ma, terminata -la lettura, il viso del professore rimase -impassibile. -</p> - -<p> -Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti -consultando a ogni minuto l'orologio (c'erano -nella classe tredici orologi); e in pochi minuti -quasi tutti finirono e rimisero il foglio. Una -delle prime fu la <i>russa</i>, che il professore rimproverò -per un grosso sgorbio che aveva fatto -nel margine. -</p> - -<p> -— M'è cascata la penna, — disse la ragazza, -un po' secco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span> -</p> - -<p> -— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose -il professore sullo stesso tono. -</p> - -<p> -E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è -un delitto. -</p> - -<p> -Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa. -</p> - -<p> -Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise -a dare la pagina con parecchie righe lasciate -in bianco, e la diede con l'aria avvilita -e triste del colpevole che fornisce volontariamente -al giudice le prove del suo delitto. Poi -fu il Morelli, preso da un tale affanno che, avvicinandosi -alla cattedra, incespicò e dovette afferrarsi -a un banco, fra le risa sommesse di -tutti i compagni: eccettuata Annina Rosetti, che -gli diede uno sguardo furtivo, pieno di pietà e di -simpatia. E dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva -per massima di esser sempre uno degli ultimi, e se -era possibile, l'ultimo — per prudenza. Ma quella -mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti -col viso scarlatto, in punta di piedi, così timida -e leggiera, che pareva dovesse svanire da un -momento all'altro come una larva. In quel punto -comparve sull'uscio il bidello e diede con accento -grave il solito <i>finis</i>; a cui seguì immediatamente -un rimescolio affrettato di tele cerate, di zaini -e d'assicelle, e un rumor sordo di quaderni e di -libri sbattuti; al di sopra del quale si sentì, -come sempre, lo strepito indecente che faceva -Pantone. Perchè questo bertuccione intorpidito e -sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio -al momento di riporre i libri, e metteva in quell'operazione -tutta la vitalità che gli rimaneva; -premeva i volumi stringendo i denti, serrava -<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span> -le cinghie con vigore erculeo, pareva che provasse -un diabolico piacere a stroncare lì dentro -Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per -vendicarsi dei tormenti e delle umiliazioni che -gli avevano inflitte per il passato; ed era così -furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci -si sbucciava le mani. -</p> - -<p> -Un gesto del professore ristabilì all'improvviso -il silenzio. Egli assegnò la lezione e il lavoro, -triplo di quel del dì precedente. Poi, per -finire con un monito soldatesco, com'era suo solito, -disse, o piuttosto <i>sparò</i> queste parole: — Studiate, -dunque, faticate. Siate brutali con voi stessi. -Giù dal letto avanti giorno, — una tuffata del capo -nell'acqua fredda, — quattro rotazioni delle braccia, — e -al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è -dura per tutti. A nulla si riesce senza soffrire. -L'hanno bandita i fiacchi la sentenza che la vita -degli studi è la vita della quiete e della sicurezza. -Anche negli studi i valorosi cimentano la salute -e la vita, e molti ne muoiono — onoratamente. -Si può anche sul banco della scuola essere eroi. -Scotetevi, se avete dell'alterezza e del sangue.... -</p> - -<p> -Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di -parlare invano, e disse con accento sdegnoso, -accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono, -in silenzio. -</p> - -<p> -Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita, -il Votini s'avvicinò al Derossi, e gli domandò se -sapeva dove stesse dì casa Garotti, il loro antico -compagno delle elementari, che copiava i pensi -a pagamento. — Non so, — rispose quello —,ma -so dove sta il Garrone, che è alle tecniche -<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span> -con lui, Via delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! — rispose -il Votini. — Otto minuti di velocipede. -</p> - -<p> -Nel corridoio c'erano quella mattina molte -signore, alcune ben vestite, altre assai dimessamente, -come beghinette; studenti di liceo, -che aspettavano i fratelli del ginnasio; padri, -cameriere, servitori. Fra gli altri, il padre e la -madre del Pitto, che venivano sempre agli esami -bimensili; lui, un notaro in riposo, piccolo e -curvo; lei pure piccola e incartocciata, sempre -l'uno stretto all'altro, attenti a salutare con inchini -ossequiosi tutti i professori, e come smarriti -fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano -da tutte le parti; dentro ai quali andavan -cercando il loro piccolo martire, con gli occhi -ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I -ragazzi si staccavan dalle file via via che vedevano -i loro parenti. Alcuni di questi s'avvicinavano -ai professori, e li interrogavano. Ma nessuno -osò abbordare il Carati, che passò a naso -ritto, facendo sonare i tacchi come un carabiniere -in servizio. In coda alle file, a una certa -distanza, venivano a coppie e a gruppi le ragazze -delle varie classi, lentamente, aspettando -che sfuriasse l'onda mascolina, la quale fiottava -giù per le scale, e allagava la strada. Qui, appena -usciti, qualche studente di liceo accendeva -il sigaro; e alcuni del ginnasio pure, ma guardandosi -attorno con sospetto, e facendosi schermo -del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava -il bidello, con le braccia incrociate sul -petto. Una cameriera gli si avvicinò rispettosamente -<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span> -e gli domandò: — Scusi: c'è ginnastica -stasera per il ginnasio? — Egli la guardò da -capo a piedi, e rispose severamente: — Consulti -gli orari. -</p> - -<p> -E proprio a destra e a sinistra del portone -stavano aspettando, in mezzo ad altre, la signora -Derossi e la signora Carpini, che non si conoscevano -ancora fra di loro, ma di cui ciascuna -conosceva il figliuolo dell'altra; e ciascuna rassomigliava -al proprio: la signora Derossi, grassa, -bionda e elegante; la Carpini asciutta e bruna, -con due occhi grigi e freddi, vestita di scuro. -</p> - -<p> -Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie -dell'esame bimensile. -</p> - -<p> -Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero, -e si scambiarono uno sguardo. -</p> - -<p> -La guerra era dichiarata. -</p> - -<p class="dots">················</p> - -<p> -Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor -Carati, il quale, vedendo un gruppo di -scolari che ingombravano il passo, disse forte: -<i>Ite in crucem, popelli!</i><a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> -</p> - -<p> -E, data un'occhiata di traverso alle mamme, -soggiunse fra i denti: <i>Et vos, femellae dicaces!</i><a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> -</p> - -<p> -— Ha inteso? — domandò dolcemente a una -sua vicina la signora Derossi, a voce bassa, ma -con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da -lui: — quello parla bene il latino! -</p> - -<p class="dots">················</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span></p> - -<h3 id="commedianti">I COMMEDIANTI E I RAGAZZI.</h3> -</div> - -<p> -.... Era una gran festa per molti dei miei compagni -di scuola, e per me, quel cartellone che -annunziava l'arrivo della compagnia drammatica. -La città era piccola; non ci veniva che una -compagnia all'anno, dai primi di novembre ai -primi di dicembre; una compagnia povera e -canina, si sottintende. Ma ci parevano tutti grandi -attori. Un'ora dopo ch'erano arrivati, sapevamo a -che albergo eran discesi. — La prima donna e il -brillante sono alla <i>Sbarra di ferro</i>. — Il prim'uomo -è alla <i>Corona</i>. — È stato visto il padre nobile -al <i>Caffè dell'Unione</i>. — Prima che cominciassero -a recitare, li conoscevamo di vista dal primo -all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; -li esaminavamo profondamente, al <i>Caffè -d'Italia</i>, guardando le loro immagini negli specchi, -per non farci scorgere. Quanti ne ho visti -passare, dei primi attori impomatati, col soprabito -nero stretto alla vita e spelato ai gomiti; -delle prime donne pallide e tristi, vestite di -cenci zingareschi; dei tirannelli gialli, insaccati -<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span> -in certi casacconi verdi e imbacuccati in grandi -scialli grigi; e dei poveri diavoli d'amorosi allampanati, -tutti cilindro e mantello, che parevan -lo spettro della fame. Nelle città piccole si -va poco alla commedia: qualche volta il teatro -si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; -la compagnia non aveva più quattrini -nè per rimanere nè per andarsene, e i cittadini -dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava -mica la nostra ammirazione per gli artisti. -Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri -occhi, in quella miseria, vittime dell'ignoranza -e della barbarie pubblica; e per lungo tempo -dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo, ricordando -i loro atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo -che i signori della nostra città erano un -branco d'ignoranti e di pitocchi. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano -erano così maravigliose, che dovevan parerci -animali senza cervello e senza cuore coloro -che non le provavano. Gli effetti della finzione -drammatica, nei ragazzi, sono poco meno profondi -che gli effetti della realtà; al che giova -pure il non conoscere affatto, nemmeno per -intuito, la classe degli attori; i quali paiono -creature quasi sovrumane, e il mistero che li -avvolge duplica la loro potenza. Anche i peggiori -cani, allora, ci facevano tremare, strepitare -dall'entusiasmo, assai più che non abbian -fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del -<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span> -mondo. Come stavamo immobili, inchiodati sulla -panca, col respiro sospeso, col cuore che ci -saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione -come d'una mano che ci serrasse -alla strozza, quando il dialogo concitato di due -personaggi accennava a finire in una risoluzione -disperata o in un colpo di spada! Non -dimenticherò mai, vivessi cent'anni, l'effetto che -mi fece una scena di <i>Margherita Pusterla</i>, una -sera ch'ero in palco con la famiglia, tutto contento, -dopo aver fatto il mio lavoro di quarta -elementare. Quando Alpinolo afferrò per il collo -quel <i>boia</i> di Luchino Visconti, e gli appuntò il -pugnale sul viso, caricandolo di contumelie, fremetti -e risi di gioia, sprofondando le unghie -nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge, -Luchino (che era un pezzo d'omo, con un vocione -spaventevole) si slancia alla finestra, urlando: — Inseguitelo! — accenna -le vicende -dell'inseguimento, grida: — Lo raggiungono.... -si salva.... no.... gli son vicini.... sfugge.... è raggiunto! — Quella -terribile parola <i>è raggiunto</i> -mi fece scoppiare in un singhiozzo convulso, -che fui appena in tempo a soffocare col fazzoletto. -Mio padre mi condusse fuori del palco, -nel corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio -arrivava ancora la voce stentorea di Luchino; -capii che Alpinolo gli era stato ricondotto -davanti, legato; era una cosa orribile; ricominciai -a singhiozzare; mio padre dovette -accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là -ancora rimbombava quella formidabile voce; -fui costretto a uscire nella strada; ero inconsolabile, -<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span> -avevo il petto rotto, e continuai a disperarmi -per un bel pezzo, in mezzo al cerchio -dei monelli che aspettavan le cicche, non piangendo -più, ma singhiozzando ancora, con quel -tiranno esecrato davanti agli occhi. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Naturalmente, a noi pareva che quegli attori -avessero anche fuori del teatro l'importanza, la -potenza affascinatrice dei personaggi che rappresentavano -sulle scene. Ci pareva che nessun -banchiere milionario avrebbe osato rifiutar -la mano della sua figliuola a quel bel primo attore, -ardente e superbo, che aveva fatto così bene -<i>Francesco primo</i> la settimana passata; e non eravamo -lontani dal credere che, assalito da una -banda d'assassini, il tiranno non avrebbe avuto -che a gridare con quella sua voce sibilante: — Indietro, -miiiiseee....rabili! — come gridava nel -dramma <i>Il delitto misterioso</i>, per vederli sparire -come uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del Presidente -del Consiglio e l'amicizia del caratterista, -avremmo scelto questa, senza un momento di -esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto -che sentii per un mio zio burlone, dopo una -sera che, rientrando in casa, disse d'aver giocato -una partita al biliardo col brillante. Quanto -alle prime donne bastava che non fossero mostri: -ne eravamo tutti cotti; era un innamoramento -all'anno, dai primi di novembre ai primi -di dicembre, regolare e inevitabile, come la pioggia -d'autunno. Ne ricordo ancora una mezza -<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> -dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone -con una voce di bombarda; una mingherlina, -gobbina, che pareva sempre che piangesse; -una bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre -incinta di molti mesi, poveretta; e dell'altre, -tozzotte, belloccie, malaticcie, bruttine, con certe -voci stridule e certe pronuncie dell'altro mondo; -ma che ci rapivano in estasi, quando comparivano -sul palco scenico, coi capelli sciolti per -le spalle, facendo le pazze col solito spediente del -piantoriso. Ah! Dio grande! Essere amati da -una prima donna! Era la suprema delle felicità -e delle glorie umane! Come dovevano essere -superiori a tutte le miserie della vita, che sovrumano -linguaggio dovevan parlare, come ci -parevano scolorite e prosaiche tutte le altre -donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi -avrebbe osato sperare neppure uno sguardo -da una di quelle creature arcane e sfolgoranti, -che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria -Stuarda e di Diana di Poitiers. Incontrandole -per la strada, arrossivamo; e una loro parola -che cogliessimo a volo mentre passavano, una -frase straordinaria e misteriosa, come: Ho -aspettato la sarta fino alle sette.... oppure: — Ci -hanno portato i bagagli al <i>Bue rosso</i>.... — ci -sonava nel capo per tutta la giornata, come il -suono d'un'arpa celeste. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione -più profonda, perchè, a quell'età, si ammira -più il grandioso e il terribile di quello che -<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> -non s'ami il tenero e il gentile. La nostra grande -passione erano le scene in cui un personaggio coraggioso -e generoso, invasato dall'ira, incalzava -un altro personaggio a traverso al palco scenico, -gridandogli sul viso. — Codardo, sciagurato, -infame, miserabile, assassino del sangue tuo, -oppure del sangue mio. — Quanto più ne sputava, -tanto più applaudivamo. E in queste scene, bisogna -dirlo, anche i più tangheri avevano dei -momenti felici. Ma sopra tutte ci entusiasmavano -le scene culminanti dei drammi patriottici, che -in quegli anni avevano gran voga. Erano i bei -tempi dei <i>Martiri del 21</i>, del <i>Fanciullo Mortara</i>, -dei <i>Processi di Mantova</i>, se non sbaglio il titolo, -e di altri drammi pieni di congiurati, di commissarii -di polizia, di sgherri papali, di gendarmi -austriaci: — drammi mediocri, per quanto -mi ricordo, come lavori d'arte, — ma d'efficacia -maravigliosa sui giovanetti, specialmente per -le tirate degli oppressi contro gli oppressori, -alcune delle quali non mancavano davvero di -eloquenza. Noi pestavamo i piedi, battevamo i -pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle -espressioni clamorose d'amor di patria, nelle -quali gli attori ci apparivano venerabili e gloriosi -quanto gli eroi medesimi che rappresentavano. -C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il -quale avremmo dato metà del nostro sangue. -E sì che allora le tirate patriottiche erano fatte -in maniera da toglier qualunque illusione artistica. -Arrivato a quel punto, l'attore si voltava -addirittura verso la platea, come per arringare -il pubblico, e recitava la sua filastrocca, -<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span> -come un pezzo staccato dal dramma, cambiando -voce e intonazione, con lo sguardo come perduto -verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava! -Eran sublimi. E se qualche volta uno -spettatore scettico e impertinente, accanto a -noi, esclamava a mezza voce: — Che cani! — era -bell'e giudicato, da noi altri: non poteva -essere che un <i>asino</i> e un <i>vile</i>. Che belle, indimenticabili -serate! Ci fermavamo alla porta -per veder uscire il Confalonieri, Silvio Pellico, -il vecchio Schiller. — Son loro, — ci dicevamo -nell'orecchio: — eccoli qui. — E ci pareva un -nuovo e maggiore indizio di grandezza quell'aria -stracca, e così tra sprezzante e burlona, -con la quale uscivano dal tempio della loro gloria, -accendendo un mezzo sigaro e tirandosi il bavero -sugli orecchi, come il comune dei mortali. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi -disegnare, tanto mi son rimasti stampati, cesellati -nella memoria. Uno m'entusiasmò principalmente, -un primo attore romagnolo, giovane, -il quale, a quel che dicevano, imitava -Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso. -Ripensandoci ora, mi sembra che dovess'essere -un birbaccione: smaniava come un ossesso, -e aveva una voce arrantolata da metter paura -ai bambini. Ma quando faceva il <i>Bravo di Venezia</i>, -nell'ultim'atto, gli avrei gettato sul palcoscenico -una bracciata di cartelle del Debito -pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere -<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> -terribili e grottesche, delle figure che mi parevano -modelli insuperabili di bellezza e d'eleganza, -dei colossi dal passo elefantino, una varietà -infinita di gambe, soprattutto, gambe vestite -di maglie di tutti i colori, gambe sottili e -maligne di Luigi undecimi e di Filippi secondi, -ristecchite dalle fatiche continue della caccia -al desinare; gamboni idropici di Don Marzi, -gambe torte e bitorzolute di Paoli e di Romei, -belle gambe scultorie di Cesari di Bazan, alle -quali paragonavo con invidia le mie seste ginocchiute -di scolaretto cresciuto precocemente. -Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella -mente, è un tiranno, — lombardo, mi pare; — quello -stesso che faceva il Luchino Visconti -in quella serata terribile. Ma faceva pure delle -parti buone, — le parti di gran forza, — nei -drammi patriottici. Era un curiosissimo originale: -di media statura, tarchiato come un atleta, -un po' panciuto, con un gran naso a gancio, -senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di trentacinque -anni, o press'a poco. Capiva pochissimo -quello che diceva: l'ho capito dopo; recitava con -una monotonia micidiale; faceva il duca d'Alba -e il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva -un organo vocale di tal potenza, quel buon bestione, -che, nelle tirate patriottiche, in special -modo, quando la sprigionava tutta quanta <i>dalle -spaziose atre caverne</i>, faceva tremare il teatro, -e suscitava un uragano d'applausi. No, nessuna -parola può dare un'idea di quella voce; non ne ho -mai più udita una simile. Aveva un organo di cattedrale, -un cannone, un leone, il corno d'Astolfo -<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span> -nel corpo; avrebbe coperto lo strepito d'un arsenale -col suo mostruoso vocione. Non so più in -quale dramma, nominando per caso gli Svizzeri, -faceva una sfuriata contro gli Svizzeri mercenari. -Me ne ricordo sempre. Diceva a voce -bassa, naturalmente, terminando un periodo: -— .... come usano gli Svizzeri; — e poi, tutt'a un -tratto, esplodendo come un mortaio: — Oooooh -gli Svizzeri! Caaarne ven-du-ta! Oooooh se l'ombra -di Guglielmo Tell potesse levarsi dal suo -sepolcro, ecc. — Pareva di sentire il fragore -del tuono in una valle delle Alpi. E non se la -pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il -suo accento non aveva neppure un leggerissimo -tremito, la sua faccia rimaneva impassibile; -egli metteva fuori tutta quell'ira di Dio -senza scomporsi menomamente, come se avesse -chiacchierato con un amico con la tromba a -volano. Ma come resistere a quella voce? Io me -la sentivo rombare poi nella camera per tutta -la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo -che gonfiare il collo, declamando: — Oooooh -Svizzeri! Caarne venduta! — con un entusiasmo.... -del quale si risentiva poi miseramente -la mia composizione latina. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani, -allora, dall'immaginare le miserie e i dolori che -nascondevano sotto i loro manti di re e sotto i -loro giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che -dovessero essere tutti felici, fortunati in amore, -<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span> -cercati, festeggiati per tutto dove si presentavano. -Non c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora -di far l'artista drammatico. — La famiglia ci -farà un po' di opposizione sulle prime, — pensavamo — ma -poi, quando riconoscerà la vocazione, -e proverà l'ebbrezza degli applausi, acconsentirà, -e come! — Intanto c'ingegnavamo -d'imitare gli attori. Copiavamo la pettinatura del -prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il -brillante, imitavamo la pronunzia, il passo, il -modo di ridere ora dell'uno ora dell'altro, avremmo -voluto poterci vestire sul loro modello. Quel -certo primo attore romagnolo aveva un cappotto -di mezza stagione, color caffè e latte, che gli stava -come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma -una bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra. -Mi pareva che passeggiar per la città con quel -cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera -innanzi il <i>Bravo di Venezia</i> com'egli lo recitava, -dovesse essere il più dolce dei trionfi umani: -lui, invece, modesto, si fermava delle mezze -ore davanti alle vetrine dei salumai. Noi sapevamo -i fatti loro, come spie, da tanto che n'eravamo -curiosi, e con tanto ardore ne accattavamo -notizie da ogni parte. Luigi undecimo faceva cucina -in casa: chi lo avrebbe mai pensato! La -prima donna sonava la chitarra. L'attore che -faceva così bene Carlo Quinto aveva detto una -sera, nel <i>Caffè della rotonda</i>, ad alta voce: — Val -più un pelo dello Shakspeare che tutta la parrucca -di Vittorio Alfieri! — L'amoroso fumava tabacco -turco. E in quei quaranta giorni di convivenza -spirituale con loro, mettevamo un certo affetto -<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span> -a tutti; quando qualcheduno era fischiato, ne -provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo -della loro partenza, si era sempre un po' malinconici -come se fossero partiti con loro mille idee, -mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa -dei personaggi storici e delle creature -immaginarie che essi avevano incarnato sulla -scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta -in un silenzio stupido e uggioso. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -E ora, — mi domando sovente, — dove saranno -andati a finire quei commedianti, che -vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, -con le loro fisonomie, con la loro voce, -coi loro vestiti? I padri nobili, poveretti, saran -morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, -è sfumato un quarto di secolo dopo quegli anni; -più d'un tiranno avrà chiusi gli occhi all'ospedale, -pur troppo; altri avranno corso le più bizzarre -avventure; celebre, tra i giovani, non è -diventato nessuno, ch'io sappia. E quelle povere -prime attrici? Io le vedo confusamente proseguire -il loro pellegrinaggio faticoso di piccola -città in piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati -e semioscuri, piangere nelle camere nude -degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate, -spossate; e ne sento una grande pietà, come -se a quel tempo le avessi amate davvero, non -come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, -esse hanno rallegrato e commosso la nostra -prima età, e sono come vecchie amiche perdute, -<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span> -per noi altri. Come possiamo ricordarle senza -affetto e senza gratitudine? Qualche volta, assistendo -a una rappresentazione drammatica nel -teatro d'una piccola città dove sono andato a -passar ventiquattr'ore con un amico, riconosco -uno di quegli antichi attori, invecchiato, sfiatato, -caduto nelle parti secondarie, con la storia di -venticinque anni di stenti scritta sul viso. Non -lo riconosco subito, naturalmente; bisogna che -gli si presenti l'opportunità di fare quel certo -gesto o di metter fuori quel dato grido, per il -quale la sua immagine è viva nel mio capo; -allora, alla terza o alla quarta scena, per lo più, -ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il -marito di Maria Giovanna dei tempi antichi, il -Conte di Montecristo che mi fece tornare a casa -per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. -Che piacere, un poco triste, ma vivo, -riprovo sempre in quel momento! Con che profonda -attenzione lo ascolto allora, quante cose -rivedo e risento al suono della sua voce! E come -andrei ad aspettarlo all'uscita del teatro, per -fargli festa, e parlare con lui del <i>nostro buon -tempo</i>, se non temessi di esser preso per un -burlone o per un matto! Non più di sei mesi -fa, per esempio (è il ricordo che mi ispirò di -scrivere l'articoletto), ne feci uno graditissimo di -questi riconoscimenti. Passeggiando col professore -D'Ovidio in piazza Solferino, mi vedo camminar -davanti, a una decina di passi, un poco -di sbieco, un signore grasso, largo di spalle, -vestito alla diavola, ma pulito, con una grossa -canna in mano; una figura che mi ridesta una -<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span> -lontanissima reminiscenza. — Possibile! dico -tra me. Che sia proprio lui! Ancora lui, così -saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il -passo, guardo curiosamente quel viso.... Era -lui, — lui in corpo e in anima, — Luchino Visconti, -la voce di cannone, quello della <i>carne -venduta</i>, il formidabile tiranno che m'aveva -fatto scappar dal teatro, soffocato dai singhiozzi. -Il mio primo impulso sarebbe stato di fermarlo, -di dirgli: — Ma come, lei qui? Ma come va? Ma -dov'è stato? Ma venga.... — Sai chi è quello lì? -dissi al D'Ovidio, e gli raccontai la storia. — Fermiamolo -dunque, — rispose egli ridendo; e -mi sospinse verso di lui. Ma il solito timore di -parere un cervello balzano mi trattenne. Che -sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata, -avrei desinato con lui, avrei inteso la storia -di chi sa che strane vicende, gli avrei fatto -piacere a raccontargli le mie commozioni di -ragazzo, e dopo aver votato parecchie bottiglie, -ci saremmo forse alzati da tavola vociando insieme: — Ooooooh -Svizzeri! Caaaarne venduta! — E -invece non feci che accompagnarlo con lo -sguardo finchè svoltò a una cantonata.... -</p> - -<p> -Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera -e profonda simpatia, mandandogli un saluto dal -più vivo del cuore, e salutando affettuosamente -con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi, -vivi e morti, amorosi e tiranni, bravi attori -e poveri cani.... idoli della mia infanzia, cari ricordi -della mia gioventù, fantasmi dolcemente -tristi della mia età matura.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span></p> - -<h3 id="pallone">UN'ASCENSIONE IN PALLONE.</h3> -</div> - -<p> -Era una promessa fatta a due giovani studenti, -miei compagni di viaggio carissimi; ma speravo -di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero -pentito d'aver promesso quando da un piroscafo -del lago avevo visto sospesa nel cielo di Ginevra -quella palla color di patata, grossa quanto un'arancia, -e al pensiero di doverci andar dentro il -giorno dopo m'era preso un principio di capogiro. -Il giorno dopo fui fortunato: trovammo scritto -sulla porta del recinto: — <i>Vent trop fort, ascensions -suspendues</i>; — e sperai nella continuazione -del vento. Ma la mattina seguente il cielo era -limpido, l'aria immobile, il fato ineluttabile. — Sia -fatta la vostra volontà — dissi — così in cielo -come in terra, — e m'avviai alla stazione di -partenza per le regioni eteree con un buon -umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, -da una curiosità vivissima della sensazione -nuova che avrei provata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Vicino al recinto incontrai un mio buon amico -di Torino e lo invitai a fare l'ascensione con noi. -Credette che parlassi di montagne. — No — gli -dissi — sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu -vuoi scherzare, — mi rispose, e pestando -un piede in terra: — Io amo questa, — soggiunse. -E mi disse la ragione della sua ripugnanza. -Era un ricordo di ventisette anni fa. Un -suo conoscente, a Firenze, s'era voluto levare -il capriccio, spendendo un centinaio di lire, di -fare un'ascensione areostatica con altri tre o -quattro signori. Ma aveva fatto assegnamento -sopra un “coraggio fisico„ che non aveva. Partito -appena il pallone, con la rapidità d'una -freccia, dal Politeama Vittorio Emanuele, egli -era impallidito come un morto, s'era accucciato -nella navicella come un cane, e stando -così, stravolto e tremante, non aveva fatto che -ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per -tutta la durata del viaggio; terminato il -quale, portato a casa in carrozza, s'era cacciato -in letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai -l'amico dell'incoraggiamento amichevole, pagai -a uno sportello (caruccio) il bel piacere che -m'aspettava, e, passato tra i ferri d'un contatore, -mi trovai di faccia all'enorme sfera di seta -chinese, chiusa in una rete di quattrocento corde -e gonfia di tremila cinquecento metri cubi d'idrogeno, -che doveva portarmi dove non desideravo -di andare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Siamo appena entrati che sopraggiunge una -folla di gente d'ogni paese, fra cui molte signore -e signorine impennacchiate, molto più impazienti -di me di levarsi a volo; le quali discutono in -dieci lingue della forza di resistenza della seta -e delle corde, delle valvole automatiche e del -palloncino compensatore, come se avessero fatto -un corso compiuto d'areostatica. — Ma noi abbiamo -la <i>fortuna</i>, — così dicono i miei due compagni, — d'essere -della prima infornata. — I fortunati -sono undici, non contando il capitano; -poichè c'è un capitano, col berretto gallonato, -un grosso svizzero biondo e flemmatico, a cui -saranno affidate le nostre vite. E ci stringiamo -tutti in un gruppo, col nostro biglietto numerato -alla mano, che fa nascer subito fra di noi -una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono -due rotonde signore quarantenni, due piccole -immagini dell'areostato, e il marito d'una di esse, -che sento chiamare da altri viaggiatori <i>monsieur -Charles</i>, sferico come la sua compagna, un viso -di buon diavolo angustiato, che mostra una passione -per la navigazione aerea anche meno ardente -della mia. Dagli sguardi inquieti che rivolge -a tutti i suoi compagni di viaggio capisco -il suo pensiero. Par che il caso abbia raccolto -nella nostra infornata, — fatta eccezione dei miei -figliuoli, — le più maestose moli umane di Ginevra. -Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente -la forza di resistenza di duecento chilogrammi -<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span> -che ha ciascuna delle quattrocento corde? Questa -domanda si legge nei suoi occhi, e negli -occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come -per pesarsi. Il colosso, un giovine svizzero burlone, -dice forte: — Dove andremo a cascare? -In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? -O ci andremo a infilare nei pini del Brünig? Il -cuore non mi dice nulla di buono. — <i>Tu l'entends?</i> — domanda -monsieur Charles alla signora; -ed io colgo a volo un <i>tais-toi, c'est ridicule</i>, -che mi dice chiaro che è lei, con quel -becco imperioso di pappagallo, che <i>vuole</i> far -l'ascensione, e ch'egli s'è deciso ad avventurarsi -nel cielo per evitare una battaglia sulla -terra. Un altro, — un grosso tedesco giallognolo, — non -mi par più smanioso di lui di abbandonare -il globo terracqueo. — <i>Souffrez-fous le -fertige?</i> — mi domanda nell'orecchio. — Più -del necessario per divertirmi, — rispondo. Finalmente -cade la catena che chiude il passaggio, -e per un ponte mobile montiamo sulla navicella, -dove il capitano distribuisce le nostre -gravità in modo da mantener l'equilibrio. Una -voce grida: — <i>Attention!</i> — Tutti si voltano da -una parte, dove scopro la principale ragione -per cui molti si decidono a quel viaggio: una -grande macchina fotografica rivolta verso di -noi. Tutti prendono delle impostature d'areonauti -temerari. — <i>C'est fait!</i> — grida il fotografo. -Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano dà -un fischio, sei inservienti in uniforme staccano -a un punto dagli anelli le sei corde che ci agganciavano -al pianeta.... e il pallone si solleva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Non è che questo? È una delizia. L'ascensione -è lenta. Non par di salire. Io mi trovo fra il colosso -e monsieur Charles, che mi volta le spalle, -mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che -par la fotografia animata dello Sgomento. Questo -mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io guardo -lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado -allargando. Ma a un certo punto commetto l'imprudenza -di chinare il viso sul largo foro centrale -della navicella e di guardar giù, proprio -a filo sotto i miei piedi, misurando con un'occhiata -tutto lo spazio — l'altezza d'un par di torri -di Giotto — che ci separa già dalla terra. Mi fo -indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine -m'ha acciuffato. Fu un minuto solo; ma.... lungo. -Una tentazione vergognosa mi prese d'accoccolarmi -dolcemente fra i due parapetti della -navicella, chinando il capo e chiudendo gli occhi. -Ma uno sguardo mi salvò: vidi la mano -con cui monsieur Charles stringeva una delle -corde, e la violenza compassionevole della commozione -che indicavano i muscoli gonfiati e -tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, -mi rinfrancò. Mi rimase un malessere, -non di meno, nuovo affatto, e difficile a esprimere: -una maledetta voglia di sedere, un sentimento -di solitudine fisica, un senso fastidioso -del mio peso, quasi un ribrezzo della cedevolezza -dei vimini di quel cestone odioso, a cui -m'appoggiavo col fianco.... — <i>Parfaitement dêsagréable</i> — intesi -<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span> -dire da una delle due signore, -che non vedevo. — <i>C'est ça</i>, risposi tra -me; era pure la mia opinione. È strano: non -avevo quasi coscienza in quel momento della -legge fisica in virtù della quale salivamo, nè -dell'apparecchio macchinoso che ci portava: -mi pareva che ci levasse in alto qualche smisurato -uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. -La navicella non faceva il minimo moto, -nè le corde il più leggiero fruscìo: avrei giurato -che stavamo immobili nello spazio. — <i>C'est -égal; ce ne sera jamais mon métier</i>, — disse una -voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che si dice -del mare! È un elemento infido; ma vi sentite -sotto qualche cosa, su cui in qualche modo ci -si può reggere; ma l'aria.... l'aria non è niente. -No, non sarà mai questo il mio genere di sport, -se ne dovrò scegliere uno. Cento volte meglio -la bicicletta. — E tutti quei modi coi quali si -suole esprimere un sentimento di gioia o d'entusiasmo: — “parersi -sollevato al disopra della -terra„ — “sorvolare a questo basso mondo„ — “sentirsi -rapito in alto„ — mi parevano -smargiassate rettoriche. In verità, non avevo -creduto mai di essere così strettamente affezionato, -come mi sentivo in quel quarto d'ora, -al mio pianeta nativo. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, -le case scatole, i parchi aiuole, gli uomini insetti -come se una forza mostruosa stringesse, raccorciasse, -rattrappisse ogni cosa. Che mirabile spettacolo! -<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span> -Ginevra dorata dal sole, l'Arve e il Rodano -inargentati, una vasta corona di colline -seminate di borghi e di ville, la grande mezzaluna -color celeste del lago di Leman, i monti -verdi del Giura e le rocce grigie della Savoja, -la catena superba del Monte Bianco, un'immensità -d'azzurro, di verzura e di neve, fatta per -lo sguardo d'un'aquila. In quella immensità -splendida le due signore si davan la briga di -cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del -Voltaire. Altri due sentivo che discutevano sul -confine della Francia. — <i>Voilà le capitaine qui -lit son journal</i> — disse il colosso. Infatti, il capitano -leggeva tranquillamente la <i>Tribune de -Genève</i>, come se fosse stato in una sala del -<i>Cafè du nord</i>. Quest'osservazione parve che -tranquillasse un poco monsieur Charles che -tentò d'abbozzare un sorriso. Se il capitano leggeva -il giornale, pericolo imminente d'un disastro -non c'era. Ma una voce che disse: — <i>Nous -dévions</i> — lo turbò da capo. S'era levata veramente -un po' d'aria; la grande bandiera svizzera -attaccata al polo inferiore dell'areostato -s'agitava; il pallone era deviato alquanto fuor -della direzione del recinto da cui era partito. -Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur -Charles osservava con uno sguardo obliquo il -dinamometro appeso all'anello d'acciaio, come -se gli indicasse il grado variante del pericolo, -e non ne staccava gli occhi che per gettare -qualche rapida occhiata dentro la cinta dell'Esposizione. -Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza! -Paiono quello che sono in realtà: trastulli -<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span> -di popoli. Vedevo una piccola città carnevalesca, -divisa in due da un ruscello, simmetrica -da un lato, disordinata dall'altro, variata di cento -architetture di mille colori, che innalzavan le -cupole, le guglie, le torri, i frontoni dipinti, i -tetti a cono e a piramide, luccicanti e imbandierati, -sopra un labirinto di giardini e di boschetti, -biancheggianti di zampilli e di cascate, -e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli che -entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano -per le vie larghe un dito e per le piazze -grandi come la mano, come un popolo di formiche -affaccendate. Vidi passare sur uno dei -due ponti dell'Arve il tranvai elettrico che faceva -il giro della Mostra. Che miseria! Uno -scarabeo giallo fuggente sopra un fuscello a -traverso un fil d'acqua. Mi diede nell'occhio, -a un'estremità della cinta, un qualche cosa della -grandezza e della forma d'un mezzo guscio -d'ovo tagliato pel lungo: era il grande circo per -le giostre e per le feste ginnastiche, posto sulla -riva del fiume, di là dal “villaggio svizzero„. -E il grande villaggio, la maraviglia e il trionfo -dell'Esposizione, pareva formato di <i>châlets</i> tolti -dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una cosa -da raccattarsi con due mani e da porgersi per -balocco a un bambino. Sulla piazzetta della -chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini -rossi e bianchi. Dovevano essere le belle -ragazze svizzere che si preparavano per le -danze nazionali. Com'era mai credibile che per -uno di quei puntini rossi uomini tanto fatti potessero -perder la pace? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -— <i>Nous descendons, monsieur?</i> — mi domandò -monsieur Charles, senza guardarmi. -</p> - -<p> -— <i>Non, nous montons toujours.</i> -</p> - -<p> -— <i>Diable!</i> -</p> - -<p> -A lui pareva già d'averne per più di quanto -aveva pagato. Ma se io dicessi che mi sentivo -ancora in credito non direi la verità vera. Stavo -molto meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso -quest'osservazione: — Che bisogno c'è di stringer -così forte la corda con la mano destra? — E -allentai la mano.... un poco. E m'arrischiai a -guardare un'altra volta per l'apertura del mezzo — un'occhiata -sola, rispettosamente sfuggevole — quanto -mi bastò per veder giù — a una profondità -d'abisso — la folla dei viaggiatori aspettanti — una -macchia scura punteggiata di rosa -dai visi che guardavano in alto, verso il piccolo -mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, -con un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi -raccolsi nell'ammirazione del lago di Ginevra, -una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi piroscafi -apparivano come moscherini anneganti che -si dibattessero senza far cammino, e la lunga fila -dei villaggi e delle ville della riva settentrionale -sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli -multicolori, raggruppati in ghirlande e in mazzetti, -con gli steli immersi nell'acqua. Che dolce -silenzio! Nè il rumore della galleria delle macchine, -nè lo scampanìo festoso, nè il muggito -degli armenti del villaggio svizzero, nè la musica -<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span> -barbara dell'accampamento dei negri, nè -gli strilli degli arabi venditori del “caffè delle -fate„ non arrivavano più alla nostra “superba -altezza„ dove un'aria purissima, dilatandoci i -polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte -le vene, e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. -Oh tutti gli altri modi di viaggio inventati -dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua -e sulla terra, tra il fumo, lo strepito e -la polvere, molestati dall'immagine d'uno sforzo -continuo delle cose, come ci parevano rozzi, -faticosi ed umili, appetto a quell'ascensione -dolce e muta di nuvola carezzata dall'aria, di -cui non si sentiva e non si vedeva il moto, -come se non noi ci movessimo, ma si allontanasse -la terra! Nessuno parlava più, nè badava -ai suoi vicini. Ciascuno, da quella terrazza aerea, -beveva da solo, come un ingordo, la grande -bellezza, non dicendo una parola per non perdere -un sorso, in un atteggiamento d'ammirazione -immobile, che pareva uno stupore profondo. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma qui sento un lettore impaziente che mi -domanda: — Ebbene, e poi? Che cosa provaste -quando non vedeste più la faccia della terra? -Quando cominciaste a sentir difficoltà di respiro? -Quando l'uscita del sangue dagli orecchi? Quando -i primi deliqui? -</p> - -<p> -A questo punto, per chi non ha ancora capito, -debbo fare una dichiarazione.... molto dolorosa -alla mia vanità. Debbo dire che attaccata -<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span> -al pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un -diametro da trent'uno a ventinove millimetri, -tessuta di canapa di Napoli, di qualità sopraffina, -capace di sostenere uno sforzo di più di -novemila chilogrammi, e che questa corda — debbo -dire anche questo — scendeva fino a terra, -dove s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso -da una macchina a vapore della forza di venticinque -cavalli, la quale.... Insomma, il pallone -era frenato. — È detta. -</p> - -<p> -Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; -ma a venir giù dall'altezza di sei mila o di cinquecento -metri mi pare che la patta sarebbe -stata a un di presso la stessa. E questo è quanto. -Ed era certo del medesimo parere monsieur -Charles, il quale mi domandò ancora una volta, -senza voltare il capo: — <i>Nous montons toujours? — Nous -montons toujours.</i> — E allora perdette -la santa pazienza: — <i>Eh qu'est-ce qu'il f.... donc -ce capitaine avec son f....u journal?</i> — Non credevo -di poter fare una risata a quell'altezza; -ma il fenomeno avvenne. — <i>On nous a trompé</i> — esclamò -il colosso, per ispassarsi del pover -uomo; — <i>il n'y a plus de cable; c'est une ascension -libre que nous faisons!</i> — Un <i>nom de dieu</i> -inimitabile gli rispose, che il buon Dio deve -aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione -che a una bestemmia. E lo scherzo -crudele del mio vicino sarebbe continuato se non -si fosse sentita una voce dall'altra parte della -navicella, che disse forte: — <i>Wir gehen hinunter</i> -(noi discendiamo). — Dolce lingua tedesca! Ma -era vero? Non ci accorgevamo di discendere -<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span> -più che non ci fossimo accorti di salire. Qualcuno -anzi sosteneva che si saliva ancora; altri -diceva che s'era immobili. Si discendeva così a -rilento, in ogni modo, che non ce ne poteva accertare -l'ingrandirsi delle cose sottostanti, non -apparente ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza -fu breve. Dato uno sguardo in basso, -vidi Ginevra più vasta, l'Arve dilatato, le architetture -dell'Esposizione ingrandite, tutto il formicolìo -nero sparso per il labirinto delle vie e -delle piazzette, che cominciava a riprender l'aspetto -d'una moltitudine umana. Poi la discesa -si fece ogni momento più sensibile. Sotto, sui -frontoni del palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, -dentro alle aiuole, nei giardini, pareva che -le statue crescessero, che le pitture pigliassero -vita, che i fiori sbocciassero, che gli zampilli -s'innalzassero a salti; un ronzìo confuso, soverchiato -da mille suoni sparsi di voci, d'acque, di -ruote, di musiche, ci giungeva crescendo agli -orecchi; e guardando per il foro della navicella -giù nel recinto le piccole facce voltate in su -della folla che ci aspettava, simili a una gran -canestrata di mele rosee, cominciai a distinguervi -i cerchietti degli occhi e i buchi neri -delle bocche aperte. Ancora un minuto, ed ecco -i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che -accorrono, eccoci riattaccati da sei solidi ganci -alla superficie terrestre. -</p> - -<p> -O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente -il viver lontano da te; ma non al di sopra! Non -sono superbo. E non fui degli ultimi a passare -il ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità -<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span> -camminante. Il primo, s'intende, fu monsieur -Charles, col viso ancora rannuvolato. Vari -conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. -Egli lanciò loro, passando, un'occhiata -a colpo di falce, e rispose con voce rauca: — <i>Délicieux.</i> -</p> - -<p> -— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei -due giovani compagni. — Un'altra volta faremo -un'ascensione libera.... -</p> - -<p> -— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma -soggiunsi in cuor mio: — Sì, all'Esposizione -internazionale di Carmagnola. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span> -</p> - -<h2 id="spadecuori">DUE DI SPADE E DUE DI CUORI -<span class="smaller">RACCONTO</span></h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span> -</p> - -<p class="title"> -DUE DI SPADE E DUE DI CUORI. -</p> -</div> - -<p> -Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione -particolare della gola; per esempio, il -Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per i maccheroni, -il Niccolini per le radici: era dunque -scusabile il non illustre Arturo Pironi, appena -dodicenne, d'avere egli pure la sua, che era -per il gelato di crema. Se fosse stato re, avrebbe -dato qualche volta il suo regno per un sorbetto -giallo. E bisogna dire che il piacere di mandar -giù quella dolcezza, com'egli faceva, sei volte -la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore -della fronte. Suo padre gli dava ogni mattina -otto soldi per far le quattro corse in tranvai -fra piazza San Martino, dove stavan di casa, -e il lontano Ginnasio Gioberti, dov'egli l'aveva -messo perchè c'era professore di lettere un suo -cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva -alla Società elettrica che venti centesimi. Andava -e tornava la mattina con le sue sante -gambe, correndo come uno struzzo; tornava a -casa di galoppo anche la sera, sputando un'ala -di polmone, perchè, sebbene vivacissimo, era -di complessione delicata; e faceva in tranvai -<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span> -la sola prima corsa pomeridiana, che rompeva -in due, per saltar giù a spendere i suoi risparmi -in un gelato canarino, al caffè del Teatro Alfieri, -a mezza strada. A quell'ora non c'era quasi -mai nessuno: egli entrava per la porta piccola, -sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio -della sala del biliardo, ordinava con un accento -che voleva dire: — <i>Propere propera;</i> — vuotava -il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino -con la lingua, e poi via, come chi scappa senza -pagare. Ma durante la dolce operazione dava -tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri -stavan lì a guardarlo, godendosela, come a veder -mangiare un affamato, e qualche volta anche -la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata -sorridente a quel bel ragazzo biondo, a -cui pareva che ogni cucchiaiata di gelato facesse -l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna, -e gli andasse in tanto sangue. Lo chiamavano -fra di loro: <i>il gelato di crema</i>. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che -si metteva a sedere nel posto solito, egli udì -nella sala del biliardo le voci di vari giocatori; -uno dei quali pronunciò un nome che attirò la -sua attenzione. Era il nome dell'avvocato Bussi, -un amico di suo padre, che non veniva più in -casa da un pezzo, ma ch'egli sentiva rammentar -sovente. -</p> - -<p> -— Il Bussi, — diceva uno dei giocatori, — è -un tiratore. Siamo andati sei mesi insieme alla -sala Gandolfi; poi io smisi, egli seguitò. L'ho -<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span> -visto tirare due anni fa al Teatro Scribe, nell'accademia -a beneficio dell'Ospedaletto: ha un -polso di ferro, ed è un tempista. Dell'altro non -so; ma non vorrei essere nel suo soprabito... -Tiro al rinterzo.... otto a sei. -</p> - -<p> -— Si accomoderanno, — disse un altro, — fra -avvocati! -</p> - -<p> -— Tu mi canzoni, — ribattè il primo. — Una -presa di sciocco in pieno caffè San Filippo, in -mezzo a una corona di colto pubblico.... Sei impallato: -oggi non è il tuo giorno.... L'avvocato -Bussi non è uomo da tirarla giù come un ovo -fresco. E poi, quando c'entra la politica! Sta -certo che si batteranno, se non si son già battuti -questa mattina. -</p> - -<p> -— Impossibile, — disse un terzo. — La scenata -è seguìta ieri sera alle undici. Non possono -aver regolato tutto nella notte. Son cose -che vanno per le lunghe. Al più presto si batteranno -oggi. Quanto alza la rossa? -</p> - -<p> -— Oggi no, — rispose un quarto. — Alza due -dita. Oggi il Bussi ci ha la causa del gobbo di -Vanchiglia alle Assise. Questa mattina era all'udienza, -deve fare oggi la sua arringa. Si batteranno -domattina, a giorno. -</p> - -<p> -— Ho paura, — tornò a dire il primo, — che -il complimento sarà pagato caro. -</p> - -<p> -— Chi sa mai! — esclamò un altro, che non -aveva ancora parlato. — Non sempre chi maneggia -meglio la sciabola è quello che dà la -botta. L'avvocato Pironi.... -</p> - -<p> -Il ragazzo lasciò cadere il cucchiaino e restò -senza fiato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span> -</p> - -<p> -— L'avvocato Pironi, — continuò il parlatore -invisibile, — è un uomo di sangue caldo, di -quelli che sul “terreno„ perdono il lume degli -occhi e si caccian sotto per persi. Costoro alle -volte sconcertano anche un bravo tiratore, che -si becca una sciabolata senza capir nè come -nè perchè.... Steccaccia da capo! Non gioco più! -Sono una sbercia. -</p> - -<p> -— Eh, s'ammazzino pure, — disse quello di -prima. — Ce ne son troppi. Sapete che n'abbiamo -seicento dentro la cinta di Torino?... -Questi son calci, o signori! Ventiquattro. Si fa -la rivincita?... Morto un avvocato, ne nascon -dodici.... -</p> - -<p> -Il povero ragazzo non udì più altro: pagò, -senza finire il gelato, si cacciò i libri sotto il -braccio, si slanciò fuori del caffè come da una -casa incendiata, corse fino in mezzo a piazza -Solferino, dove s'arrestò ad un tratto, coi piedi -come inchiodati alla terra, e là ebbe una visione -così lucida e terribile di suo padre disteso al -suolo, immobile e sanguinante da un'orrenda -ferita, che gli venne su dal cuore un singhiozzo, -gli ondeggiarono agli occhi gli alberi e le case, -e gli mancarono sotto le ginocchia.... -</p> - -<p> -Ma fu un momento. Egli era delicato di fibra, -ma gagliardo d'animo. Subito si sentì come -scattar dentro una molla d'acciaio che lo rizzò -sul busto e gli fece alzare la fronte in atto di -risoluzione virile. — No! — disse tra sè, — non -perderò mio padre.... mio padre non si batterà.... -non me lo uccideranno, ci dovessi lasciare la -vita! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -S'andò a buttare sur un sedile del giardino -pubblico, vicino al monumento del generale De -Sonnaz, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e il -capo fra le mani, e si mise a pensare. -</p> - -<p> -Ma la commozione e lo stupore gl'impedirono -per un po' di tempo di raccapezzarsi. Era possibile? -Suo padre battersi in duello col Bussi! -Un tempo erano stati amici. Pochi anni addietro -il Bussi veniva qualche volta a casa sua, con -la moglie e col figliuolo: un ragazzetto della -sua età, che era lo spasso di tutti, e giocavano -insieme. Poi, fra la signora Bussi e la mamma, -senza ch'egli ne sapesse il perchè, s'era rotta -ogni relazione; ma non fra suo padre e il marito -di lei, che egli aveva visti ancora insieme -molte volte per le strade di Torino. Come avevano -potuto tutt'a un tratto, in un luogo pubblico, -venire a un diverbio violento, insultarsi -e sfidarsi come due nemici mortali? Capiva allora -perchè suo padre avesse quella mattina -desinato fuori, dicendo che era invitato da un -collega, con cui doveva parlar d'affari. Aveva -dovuto andar fuori per trattare coi padrini, che -non voleva ricevere in casa sua, per non destare -sospetti. Oh! povero babbo! Chi sa che -ore tristi d'ansietà, chi sa che dolorosa giornata -era quella per lui, costretto a fingere con -la famiglia, a prepararsi al cimento terribile, -senza una parola di conforto dei suoi, senza -poter espandere l'animo suo, come se fosse solo -<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span> -al mondo, e la sua vita non premesse a nessuno! -La prima idea che gli venne fu di correre -a casa del nemico, di gettarsi ai suoi piedi -e di supplicarlo, abbracciandogli le ginocchia e -piangendo, d'aver pietà di lui, di risparmiar -la vita a suo padre, di perdonare l'offesa.... Ma -respinse sull'atto quell'idea. Quel Bussi, che gli -voleva uccidere il babbo, gli si presentava nell'aspetto -d'un uomo fremente d'ira e di vendetta, -d'un assassino feroce e inesorabile, che nessuna -preghiera avrebbe potuto rimovere dal -suo proposito; gli metteva orrore e ribrezzo; -gli pareva che al solo vederlo si sarebbe sentito -gelare il sangue e morir la voce nella gola. -Gli venne un altro pensiero: di dir tutto alla -mamma. Ma rigettò anche questo, comprendendo -che sarebbe stato un passo peggio che -inutile. A che pro gettare il terrore e la disperazione -in cuore alla sua povera madre, che -avrebbe passato una giornata e una notte d'angoscie -di morte? Sarebbe forse riuscita a impedire -che suo padre s'andasse a battere? Egli -aveva bene un'idea, benchè confusa, di che -cosa fosse per un uomo della classe signorile -il sentimento così detto dell'onore, e capiva che -se per questo suo padre arrischiava la vita, non -c'era da sperare che s'inducesse a soffocarlo -per amore della famiglia. Poi pensò a un altro -mezzo: ad avvertire la Polizia. Sapeva di molti -casi in cui la Polizia, avvertita che due signori -si dovevan battere, era arrivata in tempo sul -luogo per impedire il duello.... Ma neppur questo -mezzo gli parve da scegliersi. E se suo padre -<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span> -fosse stato arrestato? E se, risapendo dopo -che la Polizia era stata avvertita da lui, l'avvocato -Bussi avesse sospettato che egli fosse -stato spinto a quell'atto da suo padre stesso, -per paura di battersi? Gli balenò infine un'idea, -che gli parve la meglio di tutte: d'impedire il -duello egli medesimo. Svolse nella mente questa -idea con un sentimento crescente di speranza -e di conforto. — Per andarsi a battere, — pensò, — mio -padre uscirà la mattina molto -presto. Io veglio la notte, senza spogliarmi, per -sentire quando s'alza ed esser pronto a uscir -subito dopo di lui; gli tengo dietro per la strada, -di lontano, fin dove si dovrà battere; si batteranno -in campagna, come s'usa; mi nascondo -dietro un albero o una siepe; quando li vedo -l'uno di fronte all'altro salto su, mi getto in -mezzo, m'avvinghio al babbo, supplico, grido.... -Voglio vedere se l'altro avrà il coraggio di ferir -mio padre che non si potrà difendere; mio padre -non riuscirà a svincolarsi da me; tutti si commuoveranno, -sentiranno pietà.... — Ma appunto -questa parola <i>pietà</i>, che gli suonò quasi all'orecchio -come se l'avesse pronunciata a voce alta, -gli fece cader dall'animo anche quel proposito. -No, non era possibile. Egli avrebbe potuto impietosire -suo padre: ma l'altro! E che figura ci -avrebbe fatta suo padre? E se anche in questo -caso si fosse sospettato che egli stesso avesse -suggerito al figliuolo quel passo, per vigliaccheria? -Non trovando risposta a queste domande, -non venendogli altre idee, e disperando che -gliene venisse, egli fu invaso dallo sgomento, -<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span> -rivide l'immagine del babbo disteso a terra nel -sangue, e si mise a piangere a calde lacrime -nel cavo delle mani, scrollando il capo in atto -sconsolato.... -</p> - -<p> -All'improvviso, come se una mano vigorosa -lo sollevasse dal sedile, egli balzò in piedi col -viso illuminato da un pensiero, s'asciugò in -fretta le lacrime, riafferrò i suoi libri e ritornò -al caffè quasi di corsa. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -— Un altro gelato? — gli domandò sorridendo -il cameriere. — No, — rispose il ragazzo, con -voce concitata; — la <i>Guida di Torino</i>. — Il cameriere -gli portò un grosso libro, che egli conosceva, -perchè l'aveva nello studio suo padre. -Lo aperse, cercò l'elenco degli avvocati, vide -dove stava di casa l'avvocato Bussi, ringraziò -e tirò via. Stava in via San Domenico. Egli vi -arrivò in un batter d'ali, s'affacciò all'uscio di -uno sgabuzzino del portone, dove stava rattoppando -una scarpa un vecchio ciabattino con -gli occhiali, e gli domandò se stesse lì di casa -l'avvocato Bussi. Ci stava: al secondo piano. -Domandò ancora: — A che scuola va il suo -figliuolo? — La seconda domanda dovè parere -indiscreta all'ombroso Crispino, il quale gli rispose -con mal garbo: — A scuola non ce l'ho -messo io: vada a chiedere le informazioni in -casa. — Ma il ragazzo ridomandò: — A che -scuola va il suo figliuolo? — con un accento così -commosso di preghiera, d'impazienza e d'affanno, -<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span> -che quegli rispose quasi a suo malgrado, -come a un comando, guardandolo con due -grand'occhi stupiti: — Qua vicino, al Ginnasio -Balbo, in via Porta Palatina. — Non aveva ancor -detto la via che il ragazzo era già scappato. -Svoltò in via Milano, infilò via della Basilica, -riuscì in via Palatina e arrivò trafelato -davanti alla porta del Ginnasio, dove stava -ritto il custode — un ometto sbilenco dal muso -volpino — il quale, vistogli i libri sotto il braccio, -gli lanciò un'occhiata severa, dicendo tra -sè: — Ecco un monello che ha marinato la -scuola, e che viene ad aspettare un altro poco -di buono, per andare insieme a batter le strade. -Che grinta! Questo deve dar delle belle consolazioni, -a suo padre!... -</p> - -<p> -All'uscita degli scolari Arturo si piantò nel -mezzo della soglia e cominciò a chiamare: — Bussi — Bussi — Bussi, -cercando a destra e a -sinistra il viso del suo piccolo amico d'un tempo, -che non era certo di riconoscere. Non n'eran -passati trenta che una voce gli rispose: — Son -qui — e gli si parò davanti un ragazzo, il quale, -guardatolo appena, gli domandò con accento -di stupore, sorridendo: — Pironi? -</p> - -<p> -Era un ragazzo assai più alto e più robusto -di lui, benchè non avesse che un anno di più: -bruno di pelo e di pelle, e d'aspetto piacente; -benchè di una espressione precocemente ferma, -quasi d'un uomo, e leggermente beffarda; la -quale gli avrebbe fatto cattivo senso s'egli -avesse avuto l'occhio meno velato dalla passione. -Ma Arturo non ci badò, lo prese per -<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span> -mano, lo tirò dall'altra parte della strada e gli -disse affannosamente: — Senti.... domani mattina.... -mio padre e tuo padre.... si battono in -duello.... -</p> - -<p> -La notizia non produsse l'effetto ch'egli s'aspettava. -Quegli non fece che un leggiero segno di -stupore, dicendo: -</p> - -<p> -— Oh, diavolo!... E perchè mai? -</p> - -<p> -Arturo gli disse in furia quello che sapeva, -e come l'aveva saputo, e soggiunse con voce -rotta: — Ora noi dobbiamo impedire, capisci, -a qualunque costo. Mio padre può uccidere il -tuo, o restar ucciso. Questo non dev'essere. È -un orrore. Son venuto da te. Aiutami tu. Tentiamo -insieme. Noi soli possiamo impedire una -tremenda disgrazia. -</p> - -<p> -Il ragazzo si grattò il mento con un dito; poi -rispose tranquillamente: — Impedire.... va bene. -Ma in che maniera? -</p> - -<p> -Arturo gli espose il suo disegno. Il duello si -sarebbe fatto senza dubbio la mattina prestissimo. -Dovevano vegliar tutti e due, attenti a -quando il babbo uscisse di casa, e uscir dopo -di lui, senza farsi sentire. Certamente, secondo -l'uso, l'uno e l'altro sarebbero stati aspettati dai -padrini sulla strada, con una carrozza. Essi si -dovevano attaccare dietro alla carrozza, e non -lasciarla più. Così, senza gran fatica, potevano -arrivare al luogo fissato per il duello. Là si sarebbero -facilmente ritrovati, e nascosti insieme, -in qualche modo, ad aspettare il momento. -Giunto il momento, si sarebbe gettato ciascuno -ai piedi del proprio padre, supplicandolo di non -<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span> -battersi. Non avrebbero osato, per certo, di battersi -in presenza dei loro figliuoli, si sarebbero -commossi tutti e due, lasciati persuadere dai -padrini a desistere, forse riconciliati. — È questo -l'unico mezzo, — concluse. — Io solo non -impedirei nulla. Mi raccomando a te. Non lasciarmi -solo. Aiutami, per quanto hai di più -caro al mondo. Te ne scongiuro! -</p> - -<p> -L'altro rimase un poco sopra pensiero; ma -con un sorriso sulle labbra, come se fosse più -allettato dalla novità bizzarra dell'impresa che -commosso dall'idea del pericolo paterno e della -gentilezza dell'azione. Poi rispose con molta placidità: — L'idea -è buona; ma.... quanto alla -riuscita, ho i miei dubbi. Per quello che riguarda -mio padre, intanto, io sono certo d'una -cosa, come se fosse già avvenuta, ed è che, -quando mi vedrà comparire, invece di commoversi, -mi ammollerà una piattonata sulla -schiena. Mi vuol bene; ma.... me l'ammollerà. -Me la sento. Ma questo non vorrebbe dire. Il -male è che si farebbe un buco nell'acqua.... -credo. Dimmi un po': e se non ne facessimo -nulla? Non bisogna poi montarsi la testa. Non -tireranno mica a finirsi. Tutti i giorni seguono -dei duelli senz'altra conseguenza che una scalfittura -al braccio o una sdrucitura al capo: il -medico ci dà qualche punto, i duellanti si stringon -la mano, e poi.... vanno insieme a far colazione. -</p> - -<p> -— No! no! — esclamò Arturo, col pianto nella -gola; — non dir così, te ne supplico. Tuo padre -è stato offeso, il mio è impetuoso. Quando hanno -<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span> -le armi alla mano perdon la testa. E poi, chi -lo sa? E se si battono con la pistola? Uno dei -due può morire. Pensa che rimorso, che disperazione -ne avremmo tutti e due! Pensa alla tua -povera mamma! Pensa che domani mattina, -fra poche ore, tu potresti non aver più padre, -o potrei non averlo io! E questo per una parola! -È una cosa orrenda! Tu scherzi; ma sei -buono. Abbiamo giuocato insieme da bambini, -ci volevamo bene. Aiutiamoci come due fratelli. -Non lasciarmi solo. Io ci vado solo, se tu -non vieni, anche a costo di cascar morto per -la strada. E allora direbbero tutti: — Perchè -non ci è andato anche l'altro? Penserebbero -male di te.... Oh, vieni, vieni.... Come ti chiami?... -Carlo? Sì, ora mi ricordo. Vieni, Carlo, te ne -prego; m'inginocchio qui sulla strada, se non -mi dici di sì; ho bisogno di te; tu puoi salvar -la vita a mio padre; te ne scongiuro in nome -di mia madre, e della tua; e se mi aiuti, ti vorrò -bene sempre, anche quando sarò grande, sarò -sempre per te quello che tu vorrai, pronto a -darti anche la mia vita, se me la chiedessi! — E -così dicendo, gli mise le mani tremanti -sulle spalle e il viso contro il viso. -</p> - -<p> -Carlo, che aveva sorriso alle prime, parole, -cessò di sorridere alle ultime, lo fissò, e gli disse -con un accento di pietà, da fratello maggiore: — Povero -Arturo! -</p> - -<p> -Questi gli strinse le spalle più forte, aspettando -la risposta, con tutta l'anima negli occhi. -</p> - -<p> -Carlo rispose: — Verrò. -</p> - -<p> -Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al -<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span> -collo e gli baciò le due guance; e domandò ancora: — Me -lo prometti? -</p> - -<p> -— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente. -Poi, sorridendo da capo in aria di canzonatura: — Ma -dimmi un po'.... E se andassero a -battersi a Rivoli? Avremmo una dozzina di chilometri -da fare dietro la carrozza. Sarebbero -lunghetti. -</p> - -<p> -Arturo fece un gesto risoluto come per dire -che a qualunque distanza egli avrebbe avuto la -forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli -occhi: — Mi hai promesso! Mi fido di te! -</p> - -<p> -E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia -parola. -</p> - -<p> -Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con -tutta l'anima: — Grazie! — e s'allontanò correndo; -senz'accorgersi che Carlo lo stava osservando, -come fanno gli scommettitori coi cavalli -da corsa, per vedere se avesse gambe pari all'impresa. -Poi anche Carlo se n'andò, col suo -passo solito, dicendo tra sè: — Le seste le ha -buone; vedremo i polmoni. Mio padre si batte! -Oh diavolo.... diavolo. Non so se la darà al -signor Pironi; ma a me la darà, di sicuro. Si -tratta d'aver prima buone gambe, e poi.... buona -schiena. <i>Macte virtute, Carole.</i> Sarà una scarrozzata -di nuovo genere. Purchè non vadano -a Rivoli! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a -dissimulare il suo stato d'animo alla mamma; -la quale era ancora assai giovane, e d'indole -<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span> -così espansiva, e così familiare con lui, che gli -pareva alle volte, più che una madre, una sorella. -E quel giorno era più allegra del solito; -il che gli fece più pena, e gli rese più difficile -la dissimulazione. All'ora del desinare, quando -sentì la scampanellata di suo padre, tremò, non -ebbe cuore d'andargli incontro, sedette a tavola -a aspettarlo, tutto trepidante. -</p> - -<p> -Ma riprese animo quando lo vide comparire -con l'aspetto consueto, e più quando egli cominciò -a discorrere, come faceva sempre, dei -casi occorsigli nella giornata, non solo senz'alcuna -apparenza di turbamento, ma con una vivacità -insolita, e in un tono anche più affabile -dell'usato. Gli pareva solo qualche volta che, -dopo aver fatto una domanda, non ponesse -mente alla risposta, come se avesse interrogato -così per parlare, e che di tratto in tratto, quando -fissava lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse -assorto un momento come se vedesse -in lontananza, per aria, qualche cosa di singolare. -Ma a quel modo egli aveva fatto altre -volte. Il ragazzo si tranquillò alquanto, a poco -a poco; non solo, ma a un certo punto una risata -improvvisa che diede suo padre a uno -scherzo della mamma gli fece brillare una speranza, -che gli aperse il cuore. -</p> - -<p> -— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli -aveva inteso dire più d'una volta di -“quistioni d'onore„ — come le chiamavano, — composte -dai padrini amichevolmente; aveva visto -in qualche gazzetta qualcuno dei così detti -“verbali„ sottoscritti da quattro persone, le -<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span> -quali dichiaravano, dopo aver esaminato il caso, -non esservi ragione di battersi fra due signori, -che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè non -potevano essersi riconciliati, per intromissione -degli amici, suo padre e l'avvocato Bussi? Come -avrebbe potuto suo padre mostrarsi così tranquillo, -se avesse dovuto il giorno dopo rischiar -la vita? — E s'afferrò con tutte le forze a questa -speranza, nella quale ogni sorriso di suo padre -lo riconfortava, e si sentì crescere in cuore, -a grado a grado, una gioia immensa. -</p> - -<p> -Tutt'a un tratto suo padre si battè una mano -sulla fronte e sclamò: — Che smemorato! — Poi, -rivolto alla mamma: — Mi scordavo di -dirti che domattina devo partire per Vercelli. -</p> - -<p> -Al ragazzo corse un brivido per le vene. -</p> - -<p> -— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse -suo padre. — Ritornerò la -sera. Parto col primo treno. -</p> - -<p> -— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non -m'avevi detto che la causa era rimandata -al mese venturo? -</p> - -<p> -— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma -fu anticipato il dibattimento, perchè ne fu -rinviato un altro, che lo doveva precedere. Ho -ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo -che mi secca. Ma non c'è che fare. -</p> - -<p> -— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò -la signora, senza un'ombra di sospetto. -</p> - -<p> -— Certissimo. È un affare di poche ore. Non -mi porto neppure la valigietta. Non t'avrai -nemmeno da svegliare. -</p> - -<p> -Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso -<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span> -dallo sgomento e dall'affanno, non udì più -nulla. Si levò da tavola appena finito di desinare, -andò nella sua camera, accese il lume e sedette a -tavolino, fingendo di fare il suo lavoro di scuola. -A una cert'ora suo padre si affacciò all'uscio e gli -disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo; -non mi disturbare; ti do fin d'ora la buona notte. -</p> - -<p> -— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo -con voce soffocata, e rimase là atterrito, agghiacciato -dal pensiero che potesse esser quella -l'ultima volta ch'egli si sentiva dir: — Buona -notte, — da quella voce.... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense -il lume, e restò con gli occhi aperti nel buio e -con l'orecchio teso, per sentire quando suo padre -andasse a dormire. Scoccarono le undici, e -non aveva ancora udito il suo passo. Che cosa -poteva mai fare fino a quell'ora così tarda, -poichè non era possibile che avesse l'animo -tanto tranquillo da occuparsi dei suoi affari -d'ufficio? -</p> - -<p> -Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre -più viva, quella domanda: — Che cosa sta -facendo? -</p> - -<p> -Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive -il suo testamento! -</p> - -<p> -Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli -faceva quella cosa terribile. Suo padre aveva il -presentimento della morte, e si preparava a -morire. E a quel pensiero lo prese una pietà e -una tenerezza infinita. Suo padre, ancora così -<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span> -giovane, e così buono, che aveva circondato la -sua infanzia di tante cure, che aveva tanto lavorato -per lui, che dedicava ogni suo momento -libero a istruirlo e a ricrearlo, e che cercava e -trovava ogni giorno qualche nuovo modo di rendergli -più bella la vita! E di ricordo in ricordo, -risalendo fino al principio della sua memoria, -riandò tutte le prove d'affetto che gli aveva -date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui -gli era apparso più rispettabile e più amabile, -rivide i suoi sorrisi, riudì le sue parole, risentì -le sue carezze, e, giunto al termine di quella -corsa del pensiero, ritrovandosi dinanzi l'immagine -di lui disteso a terra insanguinato, fu -oppresso da una stretta di dolore più violenta -ancora di quella che aveva risentito la mattina -al primo intender la notizia funesta, e scoppiò -in dirottissimo pianto. Ma, infine, la stanchezza -lasciata in lui dalle commozioni profonde della -giornata fu più forte dell'affanno, e nonostante -tutti i suoi sforzi per resistere al sonno, si assopì -leggermente. -</p> - -<p> -E sognò. -</p> - -<p> -Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava. -Egli era solo in casa; ma in una -stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono -e l'altro, e qualche volta confusa col tuono, sentiva -la voce di suo padre, che lo chiamava, -come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo! -Figliuol mio! — Ma egli non capiva donde venisse -quella voce, poichè pareva ad un tempo -vicina e lontana, che venisse dal piano di sopra -e da quel di sotto, di dentro ai muri, di sotto -<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span> -ai mobili, e di fuori, dai terrazzini, o dall'aria. -Si slanciò nella stanza accanto: la risentì: — Arturo! -Arturo! Figliuol mio! — Gli parve -che la voce fuggisse davanti a lui. Si diede a -girare di stanza in stanza, correndo, per un labirinto -di stanze sconosciute, ora oscure come -sotterranei, ora illuminate dai lampi, per lunghi -anditi, per sale vastissime, di cui il tuono -incessante faceva tremar le vetrate, e dove, con -suo grande stupore, inciampava in cespugli e -in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi sotto -i suoi piedi; e sempre si udiva chiamare: — Arturo! -Arturo! Figliuol mio! — da una voce -sempre più supplichevole, sempre più fioca, -sempre più lontana. Lo prese la disperazione, -si mise a correre con più furia, singhiozzando: — Babbo! -Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine -il tuono cessò, seguì un silenzio profondo, -e nell'oscurità muta, non più rotta dai lampi, -egli sentì un passo leggiero che s'avvicinava.... -</p> - -<p> -Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno, -e sentì ancora quel passo.... -</p> - -<p> -Fece appena in tempo a tirarsi addosso le -coperte: suo padre era sulla soglia dell'uscio. -</p> - -<p> -Veniva a dargli il bacio d'addio. -</p> - -<p> -Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava -in punta di piedi al suo capezzale. -</p> - -<p> -Lo assalì una tentazione violenta di gettargli -le braccia al collo. Ma capì che se l'avesse fatto -sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe tradito il -suo secreto. Con uno sforzo vigoroso di tutto -l'animo e di tutti i nervi, si contenne, e simulò -il respiro fitto e regolare del sonno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span> -</p> - -<p> -Sentì la bocca di suo padre sulla fronte. -</p> - -<p> -Tremò tutto; ma si vinse. -</p> - -<p> -Suo padre s'allontanò come un'ombra. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo, -finito di vestirsi in un lampo, si trovava -già sul pianerottolo. Al momento che suo padre -usciva dal portone, egli scendeva l'ultimo scalino, -e di là, sporgendo il capo, vide nella luce -incerta dell'alba una carrozza ferma vicino al -marciapiede, e tre signori ritti accanto allo -sportello; i quali salutarono suo padre, e salirono -dentro con lui. Il fiaccheraio frustò il cavallo, -la carrozza partì, ed egli vi si cacciò -dietro, afferrandosi all'asse delle ruote posteriori. -</p> - -<p> -Il cavallo andava di trotto lento: lo poteva -seguitare senza fatica. La carrozza svoltò in -via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso -Vinzaglio. Il suo primo pensiero fu chi potesse -essere il terzo di quei signori che erano saliti -nel legno con suo padre. Che lo dovessero accompagnare -due padrini, lo sapeva; ma chi era -il terzo? Non gli venne in mente che fosse il -medico. Ma non insistè in quel pensiero. Era -una bella mattinata di primavera, limpida e -piena di fragranze di campagna. Ma la città, -ancora dormente, con le vie deserte e le botteghe -chiuse, presentava l'aspetto triste d'una -città disabitata, e le pedate del cavallo e il rumore -delle ruote echeggiavano in quella solitudine -silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile. -Al crocicchio di Corso Oporto attraversò -<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span> -la via un'altra carrozza, il cui fiaccheraio -gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata! -ne porti uno gratis! — e quasi nello -stesso punto Arturo fu colpito alla guancia -dallo sverzino della frusta, che il “camerata„ -aveva menata con un giro del braccio all'indietro. -Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò -di più la vergogna. Cominciava a passare qualche -operaio, ad aprirsi qualche finestra: gli -pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo -per uno straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta -di dietro! — Correva per -lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo -i passanti e gli alberi che come ombre fuggenti, -inzaccherandosi nelle pozzanghere che aveva -fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel -numero della carrozza come per raccogliere in -quello tutta la sua mente, e non pensare ad -altro. Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso -Duca di Genova il cavallo prese un trotto più -rapido, ed egli cominciò a sentir la stanchezza, -e a filar grosse goccie dalla fronte e dalle tempie. -Lo affaticava sopra tutto lo star chino con -le mani sull'asse, che era troppo basso; provò -a tenersi alle molle, ma s'affaticò anche di più, -perchè doveva star colle braccia troppo aperte, -e quell'atteggiamento gli opprimeva il respiro; -tornò ad appoggiarsi come prima. Quando la -carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli -principiò a temere che non gli bastassero le -forze per proseguire lungamente. Ma raccolse -tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò -a correre. Gli pareva che se si fosse arrestato -<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span> -sarebbe stato un presagio sinistro, che se suo -padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe -andato certamente a morire. Ma oramai grondava -di sudore, gli saltava il cuore nel petto, -gli usciva il respiro come un soffio di mantice. -Pensare che il suo povero babbo era lì, a tre -palmi dal suo capo, che c'era solo fra di loro -una sottile parete di legno, e che pure gli pareva -tanto lontano, e come separato da lui da -una muraglia enorme e da un abisso insuperabile! -E domandava a sè stesso se egli pensasse -a lui in quel momento, e immaginava i -tristi pensieri e l'affanno doloroso che lo dovevano -opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni -scossa della carrozza, movendo continuamente -le mani dall'asse alle molle e da queste all'asse, -piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi -con uno sforzo sempre più penoso, ripeteva -tra sè: — No, no, non ti abbandonerò, padre mio.... -non ti lascierò ferire.... cadrò prima sfinito in -mezzo alla strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio, -babbo mio! Il tuo Arturo è con te.... Senti -il mio cuore che batte vicino al tuo.... Senti il respiro -del tuo figliuolo che ti accompagna! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva -e pensava. Gli stava seduto accanto il medico, -un biondone corpulento, che sonnecchiava, e -gli sedevano in faccia i due padrini, due avvocati -sulla quarantina, barbuti e gravi; ma -di quella falsa gravità con cui i padrini cercano -per solito di dissimulare agli altri e a sè -<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span> -stessi la coscienza inquieta d'esser complici di -un atto insensato e incivile. L'avvocato Pironi -pensava alla moglie, che aveva ingannata, al -ragazzo, al quale aveva dato quasi a tradimento -forse l'ultimo bacio; pensava che era fuggito -di casa come un ladro, e che forse egli era un -ladro veramente; perchè poteva essere che, -uscendo di nascosto da quella casa, ne avesse -portato via la felicità, la pace, l'agiatezza, l'avvenire -del figliuolo, e anche la salute, e anche -la vita della madre. E per la prima volta domandò -alla propria coscienza se egli avesse -diritto di disporre a quel modo dell'esistenza -e della fortuna della donna che aveva legata -alla propria sorte e del fanciullo che aveva -messo al mondo, giurando sull'onor suo di proteggerli -e di consacrare a loro tutto sè stesso. -E una voce solenne della coscienza gli rispose: — No, -tu non hai questo diritto, perchè la tua -vita non è tua! No, tu non dovevi fare quello -che hai fatto, non dovresti fare quello che farai, -perchè è un'azione sleale e crudele verso i tuoi, -barbara verso la civiltà, stolta davanti alla ragione, -iniqua davanti alla legge di Cristo. — E -che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi -dalla coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare -l'amico. — Ma l'ho oltraggiato, e gli dovevo -una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una; -ma era quella di umiliare, di punire il tuo -orgoglio, da cui era uscito l'oltraggio; non quella -di mettere in gioco due vite che sono strette -alla tua, ma non son cosa tua; no, non per -altro che per salvare il tuo orgoglio, tu metti -<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span> -l'una e l'altra a cimento; perchè ti manca -il nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il -coraggio scellerato di gettar la disperazione -nella tua casa; per parere un uomo coraggioso -non t'importa d'essere un marito e un padre -spietato; copri con la maschera del gentiluomo -un egoismo feroce; il tuo coraggio non è che -debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario -che generoso; prostituisci l'anima per -salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti, -fatti ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo -scontino per tutta la vita con la miseria -e col pianto una parola insolente che t'è sfuggita -nell'ira, e che tu non volesti ritirare per -superbia. Vigliacco! — A queste parole non -trovò più obbiezioni, chiuse gli occhi, fingendo -d'appisolarsi, e pensò con profonda tristezza al -figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un -ragazzo ha maggior bisogno del consiglio e degli -aiuti del padre; che era intelligente e studioso, -ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione -troppo eccitabile; e sano e bello, e di carattere -vigoroso e risoluto, ma di complessione -non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto -preservare con gran riguardo da ogni commozione -troppo forte, che gli sarebbe potuta riuscir -funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni -forte commozione, e stava per dargli quella terribile -di vedersi portare a casa suo padre con -una mano recisa o con la fronte spaccata, e forse -moribondo, e forse morto! Un atroce rimorso -gli passò il cuore a quel pensiero, e aprendo -gli occhi giusto in quel punto a uno scossone -<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span> -della carrozza, e vedendo la nuova piazza d'armi, -lungo la quale correvano, egli si ricordò delle -tante volte che aveva portato a scorrazzare su -quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli -tornarono vivi alla mente il suo aspetto infantile, -i suoi atti graziosi, le voci d'allegrezza e -il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che -balbettava allora, e la grande gioia ch'egli -provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo -in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e -a quei ricordi gli venne su dal cuore come una -ondata di tenerezza e di pietà così improvvisa e -impetuosa, che si dovè addentare le labbra per -ricacciar giù le lacrime, di cui si sarebbe vergognato. -E giurò in cuor suo che, se fosse scampato -da quel duello, mai più, mai più nella vita -avrebbe rimesso i suoi cari a una così triste -prova, nè l'animo proprio a una così crudele -tortura. — Perdonami questa volta — disse -tra sè; — una sola volta m'avrai da perdonare, -figliuol mio! Mai più tuo padre non giocherà -sulla punta della spada la tua salute e il tuo -cuore! E questa volta Dio mi protegga per -amor tuo, mio buono, mio adorato, mio povero -Arturo! — -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Mentre questo diceva il padre, la carrozza, -correndo sempre più rapidamente, svoltava sul -corso Peschiera, e il povero Arturo era all'estremo -delle sue forze. Eran già quasi due miglia -ch'egli aveva fatto di corsa, e per un ragazzo -come lui, di petto debole, eran già troppe. -<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span> -Avrebbe resistito di più se si fosse messo alla -prova fresco di lena; ma ci s'era messo già affaticato -dagli affanni del giorno avanti, e dalla -notte insonne e travagliata, e dal digiuno: solo -uno sforzo enorme della volontà l'aveva sorretto -fino a quel punto. Era tutto in acqua, aveva i -muscoli sfiniti, il cuore gli saltava alla gola, gli -martellavano le tempie, gli tremavano le braccia, -gli si aggranchivano le mani, la vista gli s'intorbidiva, -le idee gli si confondevano; la sua respirazione -non era più che un anelito continuo -e doloroso; andava avanti quasi senza conoscenza, -come spinto da un impulso di dentro, che si -veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre -perdendo sangue da una piaga; si sentiva -mancare non solo il vigore, ma il pensiero e la -vita. La carrozza infilò il corso Sommeiller, e -poi svoltò a destra. Come a traverso una nebbia -egli riconobbe gli olmi e le case del viale di -Stupinigi, e disse quasi inconsciamente, come -un'eco: — Stupinigi! — Poi balenò nella sua -mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti -duelli si facevano nei boschi di Stupinigi. Non -c'era dubbio. Suo padre andava là. C'erano dieci -chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la speranza -di poter resistere, lo abbandonò l'ultimo -resto del vigore. Le gambe gli piegavano, si lasciò -trascinare; non gli restò che un po' di forza -nelle mani, con cui si teneva rabbiosamente -stretto all'asse delle ruote. Ma gettando a destra -uno sguardo di naufrago, vide la facciata dell'ospedale -Mauriziano, ed ebbe nel punto stesso -quasi l'apparizione viva di suo padre portato là -<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span> -da quattro uomini, col viso bianco e le braccia -ciondoloni. A quella visione perdè la testa, allentò -le mani, e cadde nel mezzo della strada, -appena oltrepassato l'ospedale, mandando un gemito, -e dicendo disperatamente: — Addio, babbo! -addio! addio! — E impotente a rimettersi in -piedi, riuscì ancora a trascinarsi carponi fino -alla proda del viale, dove andò giù disteso, come -un corpo morto. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Pochi momenti dopo, come in un sogno, udì -il rumore d'una carrozza che passava, e quasi -ad un tempo il suono del suo nome. -</p> - -<p> -Aperse gli occhi: vide Carlo Bussi inginocchiato -davanti a lui. -</p> - -<p> -— Pironi! — esclamò quegli, pigliandogli una -mano. — Pironi!... Che hai? Cos'è stato? -</p> - -<p> -— .... Non posso più, — rispose Arturo. -</p> - -<p> -— Alzati! — gli disse concitato il compagno — fatti -forza! Siamo ancora in tempo. La carrozza -di mio padre è passata ora. T'ho visto passando. -T'ho creduto morto. Su, Arturo, su! Possiamo -ancora raggiungerli. Non andranno lontano. -La carrozza va adagio. Guarda.... Oh che -fortuna! S'è fermata! -</p> - -<p> -A un centinaio di passi più oltre, infatti, la -carrozza s'era fermata per aspettare che passasse -il treno della strada ferrata, la quale attraversava -il viale di Stupinigi in quel punto. Doveva passare -il treno di Milano, partito allora dalla stazione -di Porta Nuova. Il cantoniere aveva chiuso -le due barriere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span> -</p> - -<p> -— Coraggio! — ripetè Carlo, aiutando l'amico -a mettersi a sedere e facendogli appoggiar la -schiena a un paracarri. — Ecco il tuo berretto. -Abbiamo cinque minuti di vantaggio. Hai il tempo -di riprender fiato. Su, Pironetto, su. Vuoi darla -vinta a un ronzino da trenta soldi l'ora? Ci ho -delle pasticche di menta: ingollane una, chè ti -rimetterà in gamba. Hai fatto il più: fa ancora -un ultimo sforzo. Fino a Stupinigi non ci vanno; -ho inteso dire al cocchiere il nome d'una villa. -Ci arriveremo e non li lascieremo battersi. Vedrai -come mi buscherò la piattonata del genitore! -Che credi che non abbia faticato anch'io? Nella -furia di scappare ho infilato nell'anticamera le -scarpe del servitore. Guarda che torpediniere! -Ho dovuto far miracoli per portarle a salvamento. -Credevo di lasciarne una davanti al Municipio. -Lèvati presto. Non avrai più da correre. Io ti -metto a sedere sull'asse delle ruote, tu ti appoggi -con le mani alle mie spalle, e vai come un milionario. -Su, su, senti il treno che arriva. Andiamo -subito. Vedrai che tutto andrà bene. Ma -non perdiamo più un momento! -</p> - -<p> -A quelle parole Arturo si sentì nel petto come -un nuovo soffio di vita, si levò in piedi, e ciondolando -un poco, ma a passi spediti, tirato per -la mano da Carlo, arrivò sin dietro alla carrozza, -nel momento che passava il treno con un fracasso -di tuono. -</p> - -<p> -— Riaprono! — disse Carlo. — Su, Arturo, -in sella! -</p> - -<p> -E, preso l'amico fra le braccia, lo pose a sedere -sull'asse, si fece metter le mani sulle spalle, -<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span> -e s'afferrò al ferro con le sue, l'una a destra e -l'altra a sinistra, pronto alla corsa. -</p> - -<p> -La frusta schioccò; la carrozza si mise in -moto. -</p> - -<p> -— Ci stai bene? — domandò Carlo. -</p> - -<p> -Arturo accennò di sì. -</p> - -<p> -— Fa conto di far gli esercizii alla sbarra -fissa. Ma agguantami forte, e attento ai sobbalzi. -Non aver paura, però. Non s'andrà molto lesti. -Mi sono accorto che il fiaccheraio è sborniato. -E non darti pensiero di me. Io ho i polmoni -del Bargozzi. Vedrai che avremo fortuna.... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Proprio in quel momento, nella carrozza, uno -dei padrini, — un signore lungo e secco, con -due occhi di gatto e un pizzo di barba grigia — dava -gli ultimi consigli all'avvocato Bussi, -seduto dirimpetto a lui, intorno al modo di regolarsi -nel duello. — Dunque, siamo intesi. L'avversario -è fuor d'esercizio, si stancherà dopo -la prima furia. Tu aspetta che molli, e allora -fa quello che t'ho detto: — così — così — e là! — E -sarà servito. — E rifece con la mano ossuta -l'accenno di due finte e d'un colpo di bandoliera, -strizzando l'occhio felino. -</p> - -<p> -L'avvocato Bussi non rispose. Aveva l'aria d'un -uomo seccato. Volgeva in mente da un po' di -tempo dei pensieri assai discordanti dalla conversazione; -i quali s'esprimevano in un sorriso -sarcastico sulle sue labbra taglienti, usate alla -canzonatura. — Curioso — diceva tra sè — questo -bravo signore, che si vanta di credere in -<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span> -Dio, e che m'insegna tranquillamente a sgozzare -il prossimo, come mi darebbe una ricetta -per una salsa! E quest'altro palloncino pien di -vento, che non riesce a nascondere la felicità -d'esser per la prima volta padrino in un duello, -come se fosse una delle imprese d'Ercole, e -schizza dagli occhi l'impazienza d'andarlo a -strombettare ai quattro canti di Torino! E questi -due armadi a ruote che portan via di nascosto -me e quell'altro come due ragazze rapite, -e quel signore che c'impresta cortesemente la -villa perchè ci possiamo ammazzare a nostro -comodo, e il medico che ci accompagna con l'ago -e col filo per rimendarci la pelle.... tutto questo -m'ha l'aria d'una lugubre buffonata. Vorrei sapere -perchè mi vado a battere. Quando il Pironi -mi regalò quell'epiteto, io ero ben certo -che tale non mi credeva, e che quanti eran lì -eran certi della stessa cosa, e che capivano ch'egli -m'aveva lanciato quella parola perchè l'avevo -messo al muro e non sapeva più che altro rispondermi. -Avrei dovuto ridergli in faccia, senz'altro. -Io mi batto dunque per dimostrare che -non son uomo da lasciarmi dire delle impertinenze. -Ma se egli mi ferisce, a che servirà l'aver -dimostrato che non mi lascio dire delle impertinenze, -se dimostrerò ad un tempo che mi -lascio dare delle sciabolate? Che corbelleria! Ma -è una corbelleria che può finire.... con la fine -d'uno dei due. Si può essere più bestialmente -matti?... Basta: purchè non ci sian là a vederci -dei contadini. È il mio pensiero fisso da ieri: -un pensiero che mi dà una noia.... da non credersi. -<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span> -Mi pare che mi vergognerei, e che buscherei -una botta per effetto della distrazione. -E perchè me ne vergognerei?... Perchè la gente -del popolo ride del duello. È certo per questo. -Ma perchè, se io vedo due popolani che rissano -col coltello, non rido, ed essi ridono quando vedono -due di noi che si battono con la sciabola? -Vediamo un poco. Forse.... perchè essi non si battono -che in un accesso di furore, il quale, se non -giustifica la rissa, la spiega, e le dà almeno un -aspetto tragico; quando il nostro combattimento -condotto con tutte le regole, — dopo uno scambio -di saluti, con le debite pause, in presenza di -quattro signori, in un luogo prestabilito, senza -neanche la giustificazione apparente dell'ira — è -veramente una cosa buffa e antipatica. E io me -ne vergognerei anche perchè quella gente, vedendo -un duello, comprendono che è assurda la -distinzione enorme che noi facciamo fra le nostre -risse e le loro, e godono di coglierci in una -contraddizione stupida e odiosa fra la nostra ferocia -di duellanti e le nostre vanterie di gente -civile e gentile; contraddizione tanto più odiosa -in quanto ad ammazzare essi non imparano, e -noi ci esercitiamo per molti anni. Ah, buffoni, -buffoni, buffoni! Ma dunque non si arriverà mai -a questa villa del malanno? -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -In quel momento, i due ragazzi sentirono uscir -dalla carrozza un grido soldatesco: — Ferma! -</p> - -<p> -— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci -subito. — Arturo si buttò giù dall'asse, -<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span> -corse dietro all'amico e saltò con lui dentro -al fosso che fiancheggiava la strada; dove -tutt'e due s'accucciarono, levandosi il cappello -e sporgendo il capo al disopra della proda appena -quanto occorreva per veder ciò che avveniva. -</p> - -<p> -La carrozza si fermò davanti alla cancellata -d'una villa signorile, della quale appariva il tetto -di là dagli alberi d'un vasto giardino, cinto d'un -muro. La cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata -da una mano invisibile, la carrozza entrò, -i battenti si chiusero. -</p> - -<p> -— Siamo perduti! — esclamò Arturo. -</p> - -<p> -— Neppur per sogno, — rispose Carlo. -</p> - -<p> -— Come faremo ad entrare? -</p> - -<p> -— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar -per la porta. Vieni con me, ma lesto. -</p> - -<p> -Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò, -si gettò di corsa, seguito da Arturo, in -un campo accanto alla villa, arrivò fino ai piedi -del muro di cinta, lo misurò con uno sguardo, -e disse al compagno: — Scavalchiamolo. -</p> - -<p> -— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo -affannato. — Intanto si batteranno! -</p> - -<p> -— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi -son lunghi. Fa a modo mio. -</p> - -<p> -Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece -piantar forte i piedi e incrociare le mani a seggiolino, -e dettogli: — Tien saldo! — gli pose -un piede sulle mani, afferrandosi alle sue braccia, -prese una spinta con l'altro piede, gli salì -ritto sulle spalle e tastò con le dita la sommità -del muro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span> -</p> - -<p> -— Accidenti al proprietario! — esclamò, e ricadde -a terra. -</p> - -<p> -— Che cosa c'è? — domandò Arturo, sgomento. -</p> - -<p> -— C'è che la cresta del muro è incrostata di -schegge di vetro, a servizio dei galantuomini. -Bisogna sacrificar le giacchette. Dammi la tua. -</p> - -<p> -Se le tolsero tutt'e due, Carlo le prese fra i -denti, e, risalito sulle spalle del compagno, gettò -l'una sopra l'altra sul sommo del muro, vi piantò -le mani come due artigli, si tirò su, si rigirò -verso il compagno appoggiandosi sul ventre, tese -le braccia verso di lui, e gli disse: — Afferrati, -punta i piedi contro le sporgenze e vien su -senza paura: ho le pale solide. -</p> - -<p> -In quella maniera, facendo uno sforzo di piccolo -atleta, tirò a sè il compagno come un -secchio. -</p> - -<p> -— Bada a non bucarti! — gli disse quando -Arturo s'attaccò alle giacchette. -</p> - -<p> -Arturo mise un grido. -</p> - -<p> -— Che c'è? -</p> - -<p> -— Nulla; una puntura. -</p> - -<p> -— Io salto dentro. Tu aspetta. -</p> - -<p> -Carlo saltò giù nel giardino, e tese le braccia -allargate verso Arturo, dicendogli: — A te, ora! -</p> - -<p> -Questi si lascio andar giù e gli cadde fra le -braccia. -</p> - -<p> -— Bene arrivato! — esclamò Carlo, — siamo -nella fortezza! -</p> - -<p> -Si trovavano all'estremità d'un lungo sentiero -che andava diritto in mezzo a due fughe di piccole -aiuole, divise da altri sentieri, fino a una -<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span> -siepe altissima di mortelle; la quale attraversava -il giardino come un muro divisorio, aperta qua -e là in vani arcati dalla forma di porte. -</p> - -<p> -— Si battono là dietro! — disse Arturo. — Corriamo! -</p> - -<p> -E tutt'e due scamiciati, grondanti di sudore, -trafelanti, si lanciaron di corsa verso il muro -verde.... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Appena entrato nella villa e sceso di carrozza -vicino alla porta, dove stava già l'altro legno, -l'avvocato Bussi s'era trovato davanti a un largo -viale, fiancheggiato da due alte pareti di mortelle -e chiuso in fondo dalla facciata della palazzina. -Al capo opposto del viale, c'era l'avvocato -Pironi col medico e co' suoi padrini. Questi -e quelli del Bussi s'erano subito mossi gli uni -verso gli altri, e, incontratisi a mezza via, avevano -fissato lì il campo del duello, e tracciato -delle linee sulla terra con la punta delle canne. -Poi avevano levato dalle fodere e dato le sciabole -al medico, che le aveva asperse d'acido fenico, -dopo aver preparato bende, pinze e boccette -sopra un sediletto di legno, vicino a una -delle aperture di fianco. -</p> - -<p> -Mentre i due ragazzi stavano scalando il muro, -i due avversari, chiamati dai padrini, si avvicinavano, -si levavano il cappello e il vestito, si -rimboccavano la manica della camicia sul braccio, -si facevano fasciar la mano con un fazzoletto, -e, impugnate le sciabole, si mettevano -l'uno di fronte all'altro, avendo ciascuno i proprii -<span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span> -padrini a destra e a sinistra. Uno dei padrini -del Bussi, quello dal pizzo grigio, che aveva -pure una sciabola in mano, faceva da direttore -del combattimento. -</p> - -<p> -Tutt'e due avevano il viso pallido, ma risoluto. -Tutti gli altri tacevano. Non si sentiva che -un cinguettìo allegro d'uccelli e il latrato lontano -d'un cane. Il sole batteva il primo raggio -sulla facciata rosea della palazzina. -</p> - -<p> -A un cenno dei padrini, i due avversari fecero -il saluto con la sciabola. -</p> - -<p> -Il signore del pizzo gridò: — A voi! -</p> - -<p> -Era il segnale dell'assalto. -</p> - -<p> -Si misero in guardia e incrociarono le lame.... -</p> - -<p> -In quel punto, di là dalla parete delle mortelle, -suonò un grido acuto e doloroso: — Aiuto! -</p> - -<p> -L'avvocato Bussi s'arrestò il primo, stupefatto, -come se avesse riconosciuto quella voce, ma incredulo, -come se gli paresse un'illusione. -</p> - -<p> -La voce ripetè con un grido più lungo e più -supplichevole: — Aiuto! -</p> - -<p> -Era il suo Carlo. Il Bussi non sentì più altro, -gittò un'occhiata intorno, vide il vano della siepe, -vi si lanciò, tutti lo seguirono. -</p> - -<p> -Fatti appena venti passi, s'arrestarono. -</p> - -<p> -Arturo giaceva in terra, disceso a traverso a -un sentiero, tutto insanguinato e fuor dei sensi; -Carlo, inginocchiato accanto a lui, atterrito e -tremante, gli sorreggeva il capo con una mano, -e con l'altra, rossa di sangue, gli stringeva un -braccio intorno al polso; lungo il sentiero serpeggiava -una striscia sanguigna. -</p> - -<p> -L'avvocato Pironi mise un grido disperato: -<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span> -— Mio figlio è morto! — e gli si gittò accanto -in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il -braccio; tutti gli altri affollarono Carlo di domande. -</p> - -<p> -Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando. -Disse com'eran venuti là, per impedire ai loro -padri di battersi, e come avevano scavalcato il -muro, incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi, -Arturo s'era ferito al polso. Non se n'era -accorto subito. Poi, correndo a traverso al giardino, -sentendosi mancar le forze, aveva scoperto -la ferita; aveva perduto molto sangue; era caduto -là, fra le sue braccia. -</p> - -<p> -— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore, -me lo salvi! -</p> - -<p> -Il dottore, che aveva esaminato il braccio e -lo stava fasciando, lo rassicurò, dicendo, che era -stata ferita l'arteria radiale, ma leggermente, -che il compagno, comprimendola, aveva arrestato -in tempo l'effusione del sangue, e che non -c'era pericolo. -</p> - -<p> -Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo -il figliuolo dar segno di vita, non gli credette, -e gridò più affannosamente: — Mi muore! -mi muore! ma non lo vede che mi muore? -</p> - -<p> -— No, — rispose il medico, avvicinando alle -nari del ferito una boccetta, — ecco che rivive. -</p> - -<p> -Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre, -gli sorrise, e alzando il braccio illeso fece l'atto -di mettergli la mano sulla spalla. -</p> - -<p> -Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse -la fronte di baci, singhiozzando. -</p> - -<p> -— Babbo —, mormorò Arturo appena potè -<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span> -raccogliere la voce —, è stato Carlo.... Io ero caduto -per la strada..., mi rialzò, mi fece coraggio.... -È lui che mi ha tirato su pel muro.... -Senza di lui non sarei qui.... Egli m'ha fermato -il sangue.... È lui che ha fatto tutto.... -</p> - -<p> -Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava -ritto al fianco, lo fissò negli occhi, e gli disse: — Tu -sei un uomo! — e lo baciò sul cuore. -</p> - -<p> -Poi balzò in piedi, raccolse la sciabola che -aveva buttata via, e voltatosi verso il Bussi, -che stava immobile a pochi passi, gli disse con -un accento risoluto, che discordava dallo sguardo, -sfavillante di gratitudine per il suo figliuolo: -</p> - -<p> -— Son pronto! -</p> - -<p> -— Io pure! — rispose fieramente il Bussi, e -gettò la sciabola a terra. -</p> - -<p> -Il Pironi gli s'avventò al collo, e mentre s'abbracciavano, -gli disse nell'orecchio: — Dimentica! — Poi, -svincolandosi, a voce alta, perchè -tutti sentissero: — Perdonami! -</p> - -<p> -Pochi minuti dopo, il ragazzo ferito, sorretto -sulle braccia dai due padri, sulle cui spalle appoggiava -le mani ancora insanguinate, facendo -fra l'uno e l'altro come un vincolo vivo, e il suo -bravo compagno, sollevato anch'egli da terra, in -sogno di festa, da due padrini, furono portati -alle carrozze, fra gli applausi e gli evviva, come -in trionfo.... -</p> - -<p class="dots">················</p> - -<p> -Ma l'avvocato Pironi non doveva arrivare a -casa senz'aver provato un nuovo affanno. Nella -carrozza, dove entrarono il Bussi e il medico con -lui e con Arturo, questi, dopo esser rimasto un -<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span> -pezzo assopito, ridestatosi, volle rispondere a -tutte le domande che gli eran rivolte, e s'affaticò -per modo che, nel punto che stavano per -sboccare da via Sacchi sul corso Vittorio Emanuele, -ebbe un leggero deliquio. — Che cos'è -questo? — domandò il Pironi spaventato. Era -debolezza. Il medico consigliò un cordiale. Il -Pironi gridò: — Ferma! — La carrozza si fermò -all'angolo del caffè Mogna. Dissero tutti e tre -insieme: — Un cognac? — Del vino chinato? — Un -Marsala? — Arturo aperse gli occhi languidi -e mormorò sorridendo: — No.... un gelato -di crema. -</p> - -<p> -Poi soggiunse, richiudendo gli occhi: — Doppio. -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_443">[443]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE.</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td><span class="smcap">Dedica</span></td> <td>Pag. <a href="#dedica"><span class="smcap lowercase">VII</span></a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><a href="#ricordi">RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA</a><br />[da pag. 1 a 188].</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>I primi anni</td> <td class="pag"><a href="#primianni">Pag. 3</a></td> - </tr> - <tr> - <td>La prima scuola</td> <td class="pag"><a href="#primascuola">18</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Qui, quae, quod</td> <td class="pag"><a href="#quiquaequod">30</a></td> - </tr> - <tr> - <td>I bersaglieri</td> <td class="pag"><a href="#bersaglieri">34</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Il caporale Martinotti</td> <td class="pag"><a href="#martinotti">39</a></td> - </tr> - <tr> - <td>La guerra di Crimea e i miei amici poveri</td> <td class="pag"><a href="#crimea">42</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Sul campo dell'onore</td> <td class="pag"><a href="#conore">52</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Primi palpiti</td> <td class="pag"><a href="#primipal">56</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea</td> <td class="pag"><a href="#ritornobers">60</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Il furore della pittura</td> <td class="pag"><a href="#furorepit">64</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Il regno del terrore</td> <td class="pag"><a href="#terrore">67</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Il maestro prete</td> <td class="pag"><a href="#maestroprete">73</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Davanti al tribunale</td> <td class="pag"><a href="#tribunale">81</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Sulla mala via</td> <td class="pag"><a href="#malavia">86</a></td> - </tr> - <tr> - <td>In <i>Umanità</i></td> <td class="pag"><a href="#umanita">95</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Tenorino fallito</td> <td class="pag"><a href="#tenorino">100</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Il Cinquantanove</td> <td class="pag"><a href="#cinquantanove">103</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Attore drammatico</td> <td class="pag"><a href="#attore">118</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Nuove amicizie e nuove grullerie</td> <td class="pag"><a href="#grullerie">121</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Professori di liceo</td> <td class="pag"><a href="#liceo">132</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Un rimorso</td> <td class="pag"><a href="#rimorso">135</a></td> - </tr> - <tr> - <td>I liceisti</td> <td class="pag"><a href="#liceisti">138</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Il bimbo del Consigliere</td> <td class="pag"><a href="#bimbo">140</a></td> - </tr> - <tr> - <td>La resa di Gaeta</td> <td class="pag"><a href="#gaeta">143</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Un pericolo e un lutto</td> <td class="pag"><a href="#perilutto">146</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Primi studi di lingua</td> <td class="pag"><a href="#studilingua">148</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Furori ginnastici</td> <td class="pag"><a href="#ginnici">153</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Fisica e storia</td> <td class="pag"><a href="#fisica">156</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Avvocato!</td> <td class="pag"><a href="#avvocato">159</a></td> - </tr> - <tr> - <td>I profughi polacchi</td> <td class="pag"><a href="#polacchi">162</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Giorni d'ebbrezza</td> <td class="pag"><a href="#ebbrezza">164</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Un grande dolore</td> <td class="pag"><a href="#grandolore">166</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Cambiamento di rotta</td> <td class="pag"><a href="#dirotta">171</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Aspromonte</td> <td class="pag"><a href="#aspromonte">175</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Un fiume d'inchiostro</td> <td class="pag"><a href="#fiumedin">178</a></td> - </tr> - <tr> - <td>La partenza</td> <td class="pag"><a href="#partenza">181</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Un mistero</td> <td class="pag"><a href="#mistero">184</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_444">[444]</span></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><a href="#bambole">BAMBOLE E MARIONETTE.</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Il “Re delle bambole„</td> <td class="pag"><a href="#rebamb">191</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Un piccolo teatro celebre</td> <td class="pag"><a href="#picteatro">210</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><a href="#gente">GENTE MINIMA.</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Grembiulini bianchi</td> <td class="pag"><a href="#grembiuli">247</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Personaggi infantili</td> <td class="pag"><a href="#personaggi">261</a></td> - </tr> - <tr> - <td>I bambini di Val d'Andorno</td> <td class="pag"><a href="#andorno">283</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><a href="#studenti">PICCOLI STUDENTI.</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Momenti solenni</td> <td class="pag"><a href="#solenni">293</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Piccoli scrittori</td> <td class="pag"><a href="#piccoliscr">307</a></td> - </tr> - <tr> - <td>I desideri dei ragazzi</td> <td class="pag"><a href="#desideri">318</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Il garofano rosso, racconto</td> <td class="pag"><a href="#garofano">335</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><a href="#adolescenti">ADOLESCENTI.</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Sui banchi del Ginnasio</td> <td class="pag"><a href="#ginnasio">357</a></td> - </tr> - <tr> - <td>I commedianti e i ragazzi</td> <td class="pag"><a href="#commedianti">376</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Un'ascensione in pallone</td> <td class="pag"><a href="#pallone">389</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><a href="#spadecuori">DUE DI SPADE E DUE DI CUORI</a><br />racconto<br />[da pag. 403 a 442].</td> - </tr> -</table> - -<hr /> - -</div> - -<div class="opere"> -<p class="center large"> -[Ed. Treves.] <span class="smcap">OPERE di E. DE AMICIS</span> [Ed. Treves.] -</p> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="4" class="center">IN-16.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>La vita militare.</i> 67.ª impressione della edizione del 1880, rifusa dall'autore, con l'aggiunta di due bozzetti</td> <td class="pag">L. 4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">— — edizione popolare. 55.º migliaio</td> <td class="pag">1 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Pagine sparse.</i> Nuova edizione economica con prefazione di <b>Salvatore Farina</b></td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Marocco.</i> 23.ª edizione</td> <td class="pag">5 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Novelle.</i> 28.ª impressione della nuova edizione del 1878, riveduta e ampliata dall'autore. Illustrata da 7 incis. di Bignami</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Olanda.</i> 22.ª edizione riveduta dall'autore</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Costantinopoli.</i> 32.º migliaio. Nuova edizione</td> <td class="pag">5 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Ricordi di Londra.</i> 27.ª edizione con 21 disegni</td> <td class="pag">1 50</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Ricordi di Parigi.</i> 23.ª edizione</td> <td class="pag">1 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Ritratti letterari.</i> 7.ª edizione</td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Poesie.</i> 13.ª edizione</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Gli Amici.</i> 24.ª edizione. Due volumi</td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Cuore.</i> Libro per i ragazzi. 610.º migliaio</td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><span class="spaced1">Del</span> 500.º migliaio fu fatta un'edizione speciale a</td> <td class="pag">L. 4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><span class="spaced1">La</span> medesima rilegata in gran lusso</td> <td class="pag">20 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Alle Porte d'Italia.</i> 18.ª impressione della nuova edizione del 1888, completamente rifusa e ampliata dall'autore</td> <td class="pag">3 50</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Sull'Oceano.</i> 32.ª edizione</td> <td class="pag">5 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Il romanzo d'un maestro.</i> 11.ª edizione</td> <td class="pag">5 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">— — Edizione economica in due volumi. 33.ª edizione</td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Fra scuola e casa</i>, racconti e bozzetti. 12.ª edizione</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>La maestrina degli operai.</i> Racconto. 5.ª edizione bijou</td> <td class="pag">3 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Ai ragazzi</i>, discorsi. 16.ª edizione</td> <td class="pag">1 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">— — Legato in tela e oro 5 — Legato uso antico</td> <td class="pag">8 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>La carrozza di tutti.</i> 25.ª edizione</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Memorie.</i> 12.ª edizione</td> <td class="pag">3 50</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Ricordi d'Infanzia e di Scuola.</i> 14.ª edizione</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Capo d'anno</i>, Pagine parlate. 7.ª edizione</td> <td class="pag">3 50</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Nel Regno del Cervino</i>, nuovi racconti e bozzetti. 10.ª ediz.</td> <td class="pag">3 50</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>L'Idioma Gentile.</i> 57.ª edizione</td> <td class="pag">3 50</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Pagine allegre.</i> 11.ª edizione</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Nel Regno dell'Amore.</i> 12.º e 13.º migliaio</td> <td class="pag">5 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Lotte Civili</i> (Edizione postuma)</td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><i>Speranze e Glorie — Le tre Capitali</i> (Torino-Firenze-Roma)</td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4" class="center">IN-8 ILLUSTRATE.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Marocco</i></td> <td class="pag sp">10 —</td> <td><i>Sull'Oceano</i></td> <td class="pag">10 —</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Costantinopoli</i></td> <td class="pag sp">10 —</td> <td><i>Alle Porte d'Italia</i></td> <td class="pag">10 —</td> - </tr> - <tr> - <td><i>La Vita Militare</i></td> <td class="pag sp">6 —</td> <td><i>Novelle</i></td> <td class="pag">6 —</td> - </tr> - <tr> - <td>— — Edizione popolare</td> <td class="pag sp">2 50</td> <td><i>Gli Amici</i></td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Olanda</i></td> <td class="pag sp">10 —</td> <td><i>La lettera anonima</i></td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Cuore</i></td> <td class="pag sp">5 —</td> <td><i>Nel Regno dell'Amore</i></td> <td class="pag">7 —</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4" class="center">ULTIME PAGINE (1908).</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">I. Nuovi Ritratti Letterari ed Artistici. 4.º migliaio</td> <td class="pag">3 50</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">II. Nuovi Racconti e Bozzetti. 4.º migliaio</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">III. Cinematografo Cerebrale. 4.º migliaio</td> <td class="pag">3 50</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4" class="center">ANTOLOGIA DE AMICIS.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">Alla Gioventù. <b>Letture scelte</b> dalle opere di EDMONDO DE AMICIS. Antologia scolastica e famigliare per cura di <span class="smcap">Dino Mantovani</span>. 27.º migliaio</td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> -</table> -<hr /> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Andate sulla forca, canaglie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>E anche voi, femminucce pettegole.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Ricordi d'infanzia e di scuola, by -Edmondo De Amicis - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA *** - -***** This file should be named 61885-h.htm or 61885-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/1/8/8/61885/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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