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-The Project Gutenberg EBook of Dalla spuma del mare, by Salvatore Farina
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-this ebook.
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-
-Title: Dalla spuma del mare
-
-Author: Salvatore Farina
-
-Release Date: April 16, 2020 [EBook #61849]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DALLA SPUMA DEL MARE ***
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-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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- SALVATORE FARINA
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- DALLA SPUMA DEL MARE
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- RACCONTO
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- (SECONDA EDIZIONE)
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- TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
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- MILANO
- STABILIMENTO Via Appiani, 10
- SUCCURSALE Via Larga, 19.
- 1876.
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- Proprietà letteraria.
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-ALLA MIA CRISTINA
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-DALLA SPUMA DEL MARE
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-
-
-I.
-
-Qui cominciate a vedere che nel mondo si danno combinazioni curiose.
-
-
-Si danno le curiose combinazioni nel mondo. Io aveva lasciato appena
-quel quartierino al terzo piano, e mi era piaciuto vedendolo, e
-continuava a piacermi per istrada pensandoci, e me ne andavo del
-mio passo solito a descriverlo alla mia Annetta, che era rimasta
-all'albergo ad aspettarmi, quando....
-
-Ma non incominciamo disordinatamente.
-
-Qual quartierino avevo io visto? Chi era Annetta? E in che paese
-accadeva la cosa? Annetta è mia moglie, il paese Milano, il quartierino
-doveva essere il nostro futuro nido.
-
-Ed ora sono nel mio diritto ripetendo che nel mondo si danno le
-combinazioni curiose.
-
-Voi non immaginate nemmeno quanto sia nel mio diritto, ripetendo
-questo, perchè non sapete tutti i pensieri che ho fatto io sul caso e
-sulla combinazione.
-
-Vediamo: non siete già di quelli che negano il caso?
-
-No? bravissimi; il caso ci è, e bisogna fargli di cappello. Ma che cosa
-è il caso? È il disordine o l'ordine? Voi dite il disordine, perchè
-lo confondete coll'inaspettato e lo riferite alle facoltà limitate
-dell'uomo; io dico l'ordine, perchè ci ho pensato su, e lo piglio in
-sè stesso, e lo riferisco ad una serie di fatti di cui non mi rendo
-ragione, e lo ammiro nella sua stupenda simmetria. Spieghiamoci con un
-esempio: vi era una tegola sopra un tetto, ora non vi è più, perchè si
-stacca e cade; vi è un uomo che passa proprio in tempo per riceverla
-sul cranio. — Ecco il disordine, ecco il caso, voi dite, pensando che
-la tegola era fatta per istar sul tetto. — Ma chi ha consigliato a
-quell'uomo di uscire di casa proprio in quel minuto, di camminare di
-quel passo, di fermarsi quel tanto e non più dinanzi ad una bottega,
-e di passare per l'appunto sotto la perpendicolare tracciata dalla
-tegola?
-
-E chi ha detto alla tegola di non perdere l'equilibrio (che è
-la pazienza delle tegole) finchè l'_altro_ si trovasse nel piano
-della perpendicolare? La meravigliosa esattezza di questa serie di
-combinazioni è l'ordine, cioè il caso.
-
-Vi sarete accorti che io sono un uomo ordinato, e che ci era in me
-la stoffa di un matematico; perciò vi farò stupire dicendovi che io
-sono anche un pittore — sissignori, pittore di ritratti e di genere
-ai vostri comandi, filosofo nelle ore d'ozio, che non sono molte, pur
-troppo! — non perchè mi piaccia molto l'ozio, ma perchè moltissimo mi
-piace la filosofia.
-
-Ho trentatrè anni sonati, presi moglie a trenta per far le cose in
-regola; non ho figli. Il mio ideale era una progenitura simmetrica, un
-maschio ed una femmina, od il doppio, od il triplo, meglio che nulla.
-Annetta ed io non sappiamo che pensare; aspetta, aspetta, aspetta....
-_zero_. — È un destino perverso; — dice lei; — io non fiato nemmeno,
-perchè mi spiace brontolare contro le cose che non capisco; ma se anche
-non è venuto, mi par di vederlo il primo paio; potrei farne il ritratto
-e metterlo in mostra colla scritta: _dal vero_.
-
-Se vi dicessi che ho un gran talento, che sono un galantuomo, che il
-mio cuore è largo così, avreste ragione di mettervi a ridere e di non
-darmi retta; ma quando vi abbia detto che ho il naso grosso, gli occhi
-bigi, i capelli che tirano al biondo e non vogliono star fermi, che
-sono lungo, sottile e diritto come il manico d'un pennello, spero che
-non mi chiederete le prove.
-
-Ed ora che mi sono dato a conoscere il tanto che basta per aver diritto
-di contarvi la storiella, mi ci metto proprio e vi prego di starmi a
-sentire.
-
-Avevo dunque lasciato appena quel quartierino al terzo piano, e me
-n'andavo per la via a capo basso, distribuendo in bell'ordine le camere
-ed i mobili..., studiolo, tinello, stanza da letto, cucina, gabinetto
-per la fantesca.... benissimo.... il cavalletto in faccia alla
-finestra, i modelli, i ferravecchi del mestiere in giro, un tavolino
-nel mezzo, la poltroncina filosofica per i quarti d'ora d'ozio, nella
-parete sopra la poltroncina la pipa, accanto alla pipa il cassettino
-degli zolfanelli.... Io vedevo tutto ciò mano mano che si disponeva
-simmetricamente sul lastrico del marciapiedi; il quartierino con tutti
-i nostri mobili così ordinati mi camminava dinanzi precedendomi d'un
-passo.... quando un'idea nuova fermò tutte le altre ed il quartierino
-e me stesso. Mi volsi. — È lui! — mi aveva detto quell'idea; ed ora
-guardandolo alle spalle, esaminandone meglio la statura, le mosse,
-ripetevo dentro di me: — è proprio lui, Valente! — In un baleno vidi i
-portici di Torino, l'Università disertata per l'Accademia Albertina, la
-scuola di disegno, i modelli barbuti e le modelle famose, la Geltrude
-dalle belle braccia che si sarebbero potute attaccare alla Venere di
-Milo; la Marietta, che aveva due spalle da Giunone, la Nina la cui
-unica bellezza erano le mani piccolissime, la Bianca che.... lasciamo
-stare la Bianca. Io vidi tutto ciò in processione dietro i calcagni di
-Valente, il quale se ne andava del suo passo solito; e sebbene da due
-giorni soltanto avessi lasciato Torino per venire a cercare la fortuna
-in Milano, sentii che il cuore faceva lo scampanío. Il mio cuore fa
-sempre a modo suo, senza mai chiedermi il permesso — lo dico perchè
-non si creda che io fossi già pentito d'aver lasciato Torino, le spalle
-della Marietta, le manucce della Nina, le braccia della Geltrude e le
-altre bellezze della Bianca. — No, al contrario allora più che mai ero
-contento della mia deliberazione, e sarei corso dietro a Valente per
-fermarlo e dirgli che avevo trovato un bel quartierino che mi faceva
-felice, se egli non avesse avuto al fianco una signora. Una signora
-piuttosto piccina, che faceva i passi lunghi per camminare in cadenza,
-ed appoggiava un pochino la testa al braccio del suo cavaliere; una
-signorina elegante e senza dubbio bella. Ora io sono un po' timido
-colle signore giovani e belle; non è la parte più invidiabile della mia
-natura, ma non ci è che fare — sono così.
-
-Valente svoltò alla prima cantonata, ed io proseguii a passo
-strascicato verso l'albergo, cercando stupidamente di persuadermi che
-avevo avuto torto. E quando contai ad Annetta tutta la faccenda come
-era andata, e finii col darmi centomila torti, ed essa mi disse che al
-contrario avevo avuto centomila ragioni di tirar diritto.... perchè non
-si sa mai.... — come potete credere, — non fui più contento di prima.
-
-— Spiegami bene, dunque; la cucina comunica col tinello?
-
-— Comunica, — rispondevo io; — e intanto pensavo: — «chi potrà essere
-quella signora?» —
-
-— E il tinello è grande?
-
-— Grande. «Valente non aveva sorelle!...»
-
-— E la stanza da letto?
-
-— È sua moglie! — dissi forte, e vedendo il musino sbalordito della
-mia, aggiunsi ridendo di cuore: — Sì, la camera da letto è la moglie
-del tinello...
-
-— Grande egualmente?
-
-— No, un po' più piccina, come dev'essere una moglie; se fosse stata
-grande egualmente avrei detto _sorella_.
-
-E risi, e le diedi un bacio, che la consigliò di ridere anche lei.
-
-— Andiamo subito a vedere, — disse, e non l'ebbe detto che già aveva la
-mantellina in dosso, e mi si era attaccata al braccio.
-
-La mia Annetta non sa nascondere nulla; se ha un'allegria, una
-contentezza, od un malumore, bisogna che le venga fuori negli occhi,
-nelle parole, negli atti. Quando una cosa le piace, state sicuri che
-dirà: _bella!_ e lo dirà con enfasi, anche se la prudenza consigli
-e raccomandi di non fiatare. La camera da letto era _bellissima_, il
-tinello _bellissimo_, _bellissimo_ lo studiolo, la cucina _bellissima_,
-_bellissimo_ tutto — e con enfasi; e siccome il portinaio, che ci
-accompagnava, non apriva finestra o porta senza farci notare che
-chiudevano _benissimo_, che erano tinte _benissimo_, e si provò
-persino a persuadermi (ma senza enfasi, siamo giusti) che certi fiori
-scellerati, dipinti sul soffitto parevano staccati or ora dagli steli
-e messi li per capriccio — così incominciai a temere che di fronte a
-tanti superlativi non mi avesse poi a riuscire un mio bel disegno, che
-era di ribattere cinquanta lire dal prezzo d'affitto. Perciò senza dar
-tempo al portinaio di trovarsi a quattr'occhi col padrone di casa,
-domandai se gli si poteva parlar subito, ed il portinaio rispose
-di _sì_, e si avviò innanzi, e noi dietro. Allora io dissi, come
-rispondendo a mia moglie, che non aveva aperto bocca: — Sì, sì, non ci
-è male! è un po' piccino però! — ma mia moglie, la quale quando è in
-festa non ci vede più, non badando alle mie occhiate, rispose: — per
-noi altri ce n'è di troppo! — Mi sarebbe venuta la tentazione di darle
-un pugno, se non fosse stata la mia buona Annetta.
-
-Scendemmo quattro scale, ci fermammo al primo piano, dinanzi ad uno
-stoino che diceva: _salve_. Quella garbatezza messa lì, sull'uscio, per
-incominciare a fare gli onori di casa, mi piacque. Purchè il padrone
-non sia uno di quelli che, quando hanno incaricato uno stoino di dir
-_salve_ al prossimo, si credono in diritto di misurarne la statura e la
-borsa, e di spendere tutta la loro superbia colla gente piccina e colle
-borse magre!
-
-Così pensando, guardai alla scritta che luccicava sulla porta e lessi:
-_Nebuli_.
-
-— È curioso!
-
-— Che cosa? —
-
-Ma non potei rispondere alla mia Annetta, perchè in quella s'aprì
-l'uscio e noi fummo propriamente sbalorditi dalla solennità del
-grosso servitore in livrea, e dal lusso dei mobili e dei tappeti che
-si vedevano in una fuga sterminata di stanze. Rinunzio a descrivere
-tutto quanto vi era di opprimente in quel lusso, vi basti sapere che
-dopo essermi fermato e seduto (perchè il servitore volle così) sopra
-una seggiola coperta di raso, come se mi ci avessero inchiodato, io
-non pensava più a ribattere cinquanta lire sulle seicento del fitto, e
-che se il proprietario avesse avuto la furberia di chiedermene mille
-per bocca del suo grosso servitore, io sul momento avrei trovato
-quella somma una miseria, a costo di non lasciarmi più vedere per
-sottoscrivere il contratto.
-
-Entrò un uomo, noi ci rizzammo in piedi di scatto; io feci un inchino
-solenne, poi lo guardai; mi guardò.... — Ferdinando! — gridò egli; ed
-io dissi: — Valente! — E corsi a lui calpestando i tappeti, ed egli a
-me, e ci abbracciammo stretto.
-
-La mia Annetta sorrideva. Fu allora che pensai quello che avreste
-pensato anche voi, cioè che si danno al mondo delle combinazioni
-curiose.
-
-— Sei proprio tu? — chiesi a Valente misurandolo cogli occhi e dando
-un'occhiata fuggitiva ai mobili, alle dorature. — Sei proprio tu
-Valente Nebuli, il famoso _pittore di prospettive lontane_?...
-
-La risata con cui mi rispose trovò una risonanza nell'ampia sala,
-specie di tentativo d'eco che i mobili imbottiti, le tappezzerie, i
-tappeti e le tende soffocarono come un'impertinenza.
-
-— Proprio io! — disse poi l'amico, — l'_uomo del domani_, come mi
-avevate battezzato; e tu sei il mio Ferdinandone dell'oggi, anzi
-dell'ora, anzi del minuto secondo, il creatore della pittura filosofica
-e matematica! Come sono contento di rivederti! —
-
-Non erano parole messe lì come lo stoino sull'uscio, venivano proprio
-dal cuore, gli si leggevano sulla faccia prima che le dicesse e vi
-rimanevano scritte dopo.
-
-La mia Annetta continuava a guardarci sorridendo; non altro avrebbe
-potuto fare, perchè non conosceva Valente, avendola io sposata da tre
-anni, quando da dieci mesi l'amico era scomparso dall'Accademia.
-
-— Ti presento mia moglie, — dissi, e volli aggiungere: «presentami la
-tua,» ma non so chi me ne tolse l'ardire; forse un chinese panciuto di
-porcellana, che mi faceva di _sì_ col capo.
-
-Siccome allora mi passava pel cervello un'idea che mi pareva piena
-di buon senso, ed il chinese di porcellana aveva l'aria d'averla
-indovinata e di darmi tutta la sua approvazione, così la voglio dire.
-La mia idea era che a torto ce la pigliamo colla fortuna, la quale
-ci cambia gli amici se, anche quando gli amici baciati dalla fortuna
-rimangono tal quali, ce li cambiamo noi nella nostra opinione. Vi
-giuro che se l'avessi visitato in una soffitta, Valente non mi avrebbe
-fatto accoglienza più cordiale; e pure perchè mi riceveva in una sala
-luccicante di dorature, io senza avvedermene lo andava allungando ed
-ingrossando fino a farne un colosso che mi dava ombra. Non lo stimavo
-più di prima, ora che pareva ricco, no di sicuro, ma sentivo per lui
-una specie di ammirazione stupida; non gli volevo meno bene, ma provavo
-una compiacenza scimunita nel ricordarmi ch'egli pure me ne aveva
-sempre voluto.
-
-Non dissi dunque: «presentami tua moglie,» che sarebbe stata la
-scorciatoia, ma feci la via più lunga, chiedendogli se era lui quello
-che un'ora prima avevo visto sul Corso al braccio d'una signorina.
-
-Era lui, naturalmente, ma come lo disse! Tacqui aspettando una
-spiegazione, che non venne; e quando vidi che il silenzio lo
-impacciava, e che si faceva rosso, mi affrettai a parlargli del
-quartierino al terzo piano.
-
-— Ti piace? — mi chiese.
-
-Era o non era turbato? Non lo so bene, perchè passò prima come un'ombra
-sul suo viso, poi mi strinse tutte e due le mani ed esclamò:
-
-— Quanto sono contento che ti piaccia! —
-
-Per essere schietto, confesso che questa volta le sue parole mi parvero
-uno stoino vero, messo lì come l'altro sull'uscio. Ma Valente proseguì
-enumerando tutti i pregi che il quartierino aveva e quelli pure che non
-aveva — la tromba in cucina, per esempio, mentre era sul pianerottolo
-(e glielo feci osservare), la tappezzeria d'una camera che invece era
-imbiancata.... (e corressi anche questo sbaglio), — e s'infervorava
-tanto, e cercava con così schietto entusiasmo di convincermi che quel
-quartierino era il fatto mio, che, a non saperlo spensierato, l'avrei
-creduto invaso da una paura immensa di non trovar inquilini, perchè il
-San Michele era passato.
-
-— E quanto il fitto? — dissi serio serio.
-
-Egli uscì a ridere.
-
-— Ne parleremo poi.
-
-— No, — protestai, — è questo il momento di parlarne.
-
-— Ne parleremo poi.
-
-— No, — insistei, — in tutte le ore della giornata, in tutte le
-giornate della settimana non troverai un momento come questo fatto
-apposta per parlarne.
-
-— Di' tu la somma.
-
-— No, a te sta il dirla; non sei tu il proprietario?
-
-— Ma bada che d'inverno quel quartierino è freddo molto....
-
-— Tutti i quartieri sono freddi d'inverno.
-
-— Voglio dire che non è esposto al mezzogiorno; e poi perchè non
-ha l'acqua in cucina, e ad una camera manca la tappezzeria, e il
-pavimento.... non ci hai badato?... è bruttino.... —
-
-Non capivo proprio dove volesse andare a finire.
-
-— Perciò si stenta ad affittarlo, sebbene io mi contenti di poco....
-_quattrocento lire_! —
-
-Compresi, ma protestai che era una birbonata far pagare quattrocento
-lire un quartierino come quello.
-
-Egli si vide scoperto e rise, ed io volli assolutamente pagarne
-cinquecento almeno, benchè mia moglie, mettendomisi al fianco, mi
-avesse dato un colpetto di gomito....
-
-Al momento di separarci, mentre stavamo ancora sull'uscio a far ciance,
-sentii un passo leggero su per le scale, accompagnato da un fruscío di
-abiti di seta, e notai che Valente ebbe l'istinto di ritirarsi; ma si
-fermò.
-
-— Ecco la mia Chiarina! — disse.
-
-Era proprio il leggiadro fusticino di donna che avevo visto per via,
-svelta e pure rotondetta, rotondetta e pure elegante, una Venere greca
-a tre quarti di grandezza naturale.
-
-Mentre guardavamo con un sorriso d'ammirazione, quel piccolo capolavoro
-ci fu al fianco, ed io vidi che, essendo molto più piccina di tutti
-noi, la signora Chiarina pareva grande egualmente. Era fin'ora il più
-bell'argomento che avessi trovato in prova di quella profonda verità
-filosofica: cioè che l'universo non ha grandezze, ma armonie, e che
-tutto è grande ad un modo rispetto all'ordine universale delle cose.
-
-Se ne siete persuasi anche voi, tiriamo innanzi.
-
-Era bella proprio la signora Chiarina? Oh! sì, bella proprio. Ma non
-chiedete come avesse il naso e la bocca, e di che colore gli occhi ed
-i capelli; ora io lo so, ma quel giorno non lo vidi; notai soltanto,
-e perciò s'ha a dirlo a questo punto, che aveva una faccetta bianca, e
-lo notai perchè quando io chiese a Valente: _tua moglie?_ la faccetta
-bianca si fece tutta rossa.
-
-— Il mio amico Ferdinando, di cui ti ho parlato tante volte, la sua
-signora.... — disse Valente con una disinvoltura curiosa, che pareva
-impaccio.
-
-La signora Chiarina inchinò quel suo corpicciolo di fata, ci regalò
-un sorriso, un bel sorriso, poi sparve dietro l'uscio e la sentimmo
-correre e ridere nell'anticamera.
-
-— È come una fanciulla! — disse Valente.
-
-Ci stringemmo forte la mano, e _addio_, cioè, _a rivederci_.
-
-Quando fummo da basso, mi piantai come un palo innanzi al portone
-a guardare la strada, che era larga e quasi diritta, una delle più
-_aristocratiche_ di Milano; a guardare la facciata del palazzo, che
-aveva tre piani ed era stato costrutto senza economia; a guardare le
-doppie vetrate delle finestre; a guardare le cortine di pizzo che si
-vedevano dietro i vetri lucidi; ma quando vidi o mi parve di vedere una
-faccetta bianca dietro a quelle cortine, allora me ne andai subito.
-
-— Ti piace? — domandai alla mia Annetta.
-
-— Tanto, mi ha innamorata.... mi par già di volerle bene. —
-
-Credevo che parlasse della nostra casa.
-
-— La fortuna ci sorride; vedrai che quest'inverno farò dei ritratti
-e dei quadri di genere, e li venderemo. E l'amico Valente che cuore
-d'oro! —
-
-Avrei voluto aggiungere: «E che bella donnina sua moglie!» ma la
-prudenza mi consigliava di tacere.
-
-— E che bella donnina sua moglie! — disse Annetta.
-
-— Sì.... bellina.... un po' piccola.
-
-— Sentitelo! bellina! di' che è bellissima, non ne sono gelosa, è
-troppo bella!
-
-
-
-
-II.
-
-L'amico Valente.
-
-
-Bisognava vedere il nostro quartierino otto giorni dopo, quando mia
-moglie vi ebbe messo i suoi mobili ed io l'ordine! È più facile farsene
-un'idea, immaginando un insieme molto bellino, molto pulito, molto
-allegro, molto simmetrico, che descriverlo — perciò non lo descrivo.
-
-Ho detto che i mobili erano di mia moglie, dirò il resto alla libera:
-anche le lenzuola, le tovaglie e le poche cedole al portatore, che ci
-innalzavano alla dignità di creditori dello Stato, tutto era di mia
-moglie; io non possedevo al mondo altro che due cavalletti, dodici
-pennelli, otto tavolozze, alcune tele di genere rimaste invendute,
-pochi spiccioli in un cassetto e molta economia. Non crediate però che,
-sposandoci, la mia Annetta credesse d'aver fatto un _carrozzino_ (come
-si dice) ed io un buon affare; ci sposammo, perchè ci piacevamo, perchè
-ci volevamo bene, e se i nostri mobili si fossero provati a mettere la
-discordia fra noi due, credo che ne avrei fatto tanta legna da ardere
-senza metafora nel focolare domestico, e che mia moglie mi avrebbe dato
-mano. Erano mobili di noce, lucidi, ma serii, ben saldi sulle gambe,
-bene equilibrati, mobili poco mobili, che se ne stavano al loro posto.
-Tutti i cassetti aprivano e chiudevano senza farsi tirare, senza farsi
-mai mandare a quel paese dal marito, il che può essere pericoloso,
-quando i mobili sono della moglie — parlo per conto del prossimo.
-
-Bisognava vedere — e perciò appunto un giorno il mio amico Valente fece
-le scale e se ne venne disopra a fare il curioso.
-
-Provatevi ad indovinare quello che egli disse, quando ebbe messo
-il naso da per tutto; anzi non vi state a provare, perchè tanto non
-l'indovinereste mai.
-
-— Come t'invidio! — così disse. — Lo guardai in faccia, perchè mi
-ricordavo che l'amico mio aveva una cert'aria, nel dir le cose, da non
-lasciar mai capire se dicesse proprio sui serio o da burla. Diceva sul
-serio, ve lo assicuro, prima di tutto perchè ora non aveva più quella
-cert'aria d'una volta, e poi perchè lo scherzo sarebbe stato di cattivo
-genere, e Valente anche nel far la burletta badava a non offendere
-menomamente gli amici.
-
-Provai a ridere per accertarmi proprio. Non rise. Non sapevo che
-fantasticare, quando ad un tratto mi venne in mente (come non ci avevo
-pensato prima?) mi venne in mente la sua manía, e questa volta risi di
-cuore.
-
-— Sì poveraccio! — esclamai — sei proprio da compiangere, tu nato,
-fatto per essere il miserabile più felice che campi sotto le stelle,
-tu ricco, tu padrone d'un palazzo splendido, tu servito da domestici in
-livrea, tu.... Ah! la sorte è senza giudizio, —
-
-Cominciò dal fare eco alla mia risata, come per intonarsi più giusto,
-poi rispose tra il serio ed il faceto:
-
-— Meno male che tu mi comprendi! Se non sono propriamente una vittima
-delle mie nuove ricchezze, ti assicuro che esse m'hanno rubato molto
-della mia ricchezza d'una volta, tanto più preziosa; la spensieratezza,
-la fantasticheria, le repentine gioie che ci dà un nonnulla, tutto
-questo va perduto facendo un'eredità. Prova e vedrai. —
-
-Qui ci stava un sospiro, ed io ce lo misi tanto per fare il paio,
-perchè se v'era una cosa che desse ragione a Valente, poteva esser
-questa: che io non aveva un desiderio molto vivo di fare una eredità.
-
-Valente aveva preso il filo: — Questa cameretta (eravamo nel tinello)
-può invidiare la mia sala, ma se ha giudizio non la invidierà; può però
-aspirare a diventar bella un po' più, ad avere prima la tappezzeria
-che le manca, poi le porte inverniciate di nuovo, poi la vòlta dipinta
-meglio, il mosaico per terra, ed infine le credenze più graziose,
-di rovere e palissandro..., guarda quanti bei sogni può fare questa
-cameretta, e quante gioie purissime le prepara l'avvenire. —
-
-Egli diceva la _cameretta_, ma guardava _me_, parlava di _me_, ed io
-leggeva nel suo risolino che il preparatore di quelle gioie purissime
-voleva esser lui, e facevo le mie riserve.
-
-— Invece la mia sala immensa, dorata, splendida, non ha più un
-desiderio, un bisogno, non si aspetta più alcuna gioia; tu metti
-le cortine di bucato alla stanzuccia; vedila ilare, contenta; io in
-mancanza di meglio caccio nella mia sala cento nonnulla costosi, che
-non mi costano niente, che una volta messi là par che si nascondano,
-che la lasciano fredda, superba, indifferente e stupida. —
-
-Si accalorava un tantino nel dire queste parole: la sala era _lui_!
-
-— Dunque non sei felice?
-
-— Sì, sono felice, ma una volta ero di più. Ecco il mio stato; gli è
-che la nuova ricchezza non è soltanto la cessazione della povertà,
-ma l'agonia delle gioie più belle, dei desiderî più ardenti, delle
-speranze più balde, degli affetti più semplici, delle fantasticherie
-più alate. —
-
-Ora mi andava nella lirica, bisognava fermarlo.
-
-— Perchè tu manchi di regola — gli dissi — perchè tu non hai metodo,
-perchè, secondo il tuo modo di vedere, agi ed ozio sono sinonimi,
-perchè tu nelle ricchezze non vedi se non il _possesso_ freddo,
-monotono, incapace di dare un palpito, mentre vi è la _distribuzione_
-che è varia, animata e conosce «gli affetti semplici,» e vede da vicino
-la «gioia,» e non volta le spalle alla «speranza.» Se io fossi in
-te avrei tante cose da fare, tante, tante, che non mi rimarrebbe un
-briciolo di tempo alle «fantasticherie alate....»
-
-— Ah! oh! — disse crollando il capo, — l'unico, vero, purissimo
-conforto della vita è il _fantasma_; l'immaginazione è la felicità;
-non mi stare a compiangere i poeti morti all'ospedale, perchè per essi
-la vita era un giardino incantato, e lo spedale una reggia. Quando
-ero studente di pittura all'Accademia, e mi avevate battezzato «l'uomo
-del domani,» perchè non facevo che castelli in aria, allora sì che ero
-contento!
-
-— Schiettamente: vorresti tornare a quei tempo, a quello stato?
-
-— Schiettamente: no.
-
-— Lo vedi!
-
-— Lo vedi che non mi capisci! — esclamò egli trionfante.
-
-In quella entrò mia moglie, che era rimasta di là a farsi un po' bella
-per ricevere la visita. L'amico Valente si inchinò, le strinse la
-mano, le chiese come stava, con una garbatezza sciolta, di cui un tempo
-l'avrei creduto incapace.
-
-E non so come avvenne la solita trasformazione intorno a me; mi parve
-che l'amico mio si allungasse, si allungasse, e mentre finora io lo
-aveva lasciato sopra una seggiola, nell'atto che si rimetteva a sedere
-gli spinsi fra le gambe un seggiolone.
-
-Valente fu gentilissimo colla mia Annetta, la lodò del buon gusto,
-della disposizione dei nostri mobili, e la poverina tenne così poco per
-sè protestando di non averci quasi merito, che io dovetti intervenire
-due volte perchè non mi facesse la parte larga più del giusto e del
-ragionevole.
-
-Sul pianerottolo l'amico mi strinse forte le due mani e mi disse:
-
-— Hai una donnina che vale un tesoro!
-
-— E la tua!
-
-Non mi rispose; stette un momento in pensiero, poi disse:
-
-— No, non vorrei essere nei tuoi panni, e pure t'invidio; prova a
-diventar ricco e mi comprenderai.
-
-— Se non ti spieghi ora, temo che non avrò mai occasione di
-comprenderti. —
-
-E allora egli mi disse con una serietà da burla:
-
-— Il primo furto che ti fa la ricchezza è la volontà: tu sei padrone
-di molto denaro e non più di te stesso; ci è un avversario in te, che
-dorme finchè sei.... (voleva dir _povero_) finchè sei.... _così_; il
-mio s'è svegliato. Perciò _io_ vorrei essere il Valente di una volta,
-ma _lui_ non vuole.... andare a letto. —
-
-Rise, risi; ci scrollammo le mani; egli scese le scale ed io mi buttai,
-contento come una pasqua, nelle braccia d'Annetta, che era lì, dietro
-l'uscio, ad aspettarmi.
-
-
-
-
-III.
-
-Qui tiro su una cortina e comincio a vedere un mistero.
-
-
-L'amico Valente passava delle ore buone nel mio studiolo, sdraiato
-nella mia poltroncina, dinanzi al mio cavalletto, fumando la mia pipa,
-e dandomi ogni tanto dei consigli con un'aria tutta sua, coll'aria
-di chiedermene, facendomi venire un dubbio, balenare un'idea col
-mostrarsi ingenuo e dubitoso egli stesso. A sentirlo, era un secolo
-che non toccava i pennelli, la tavolozza aveva certe croste di colori
-che non avrebbe sciolte nemmanco il diluvio, in somma doveva essersi
-dimenticato di tutto. Ma a volte mi diceva:
-
-— Scusa un po', che te ne sembra? caricando un tantino quell'ombra,
-la figura non si staccherebbe meglio? prova per farmi piacere....
-cancellerai dopo. —
-
-Io provavo per fargli piacere e non cancellavo più; e il giorno di
-poi, rivedendo il quadro, non ci era pericolo che Valente dicesse,
-come avrebbe fatto un altro: — Oh! l'hai lasciata l'ombra? hai fatto
-bene! —
-
-Peccato che egli avesse voltate le spalle all'arte; mi ricordavo di
-certi suoi studi di nudo all'Accademia che noi scolari mettevamo sotto
-voce sopra quelli del professore; egli aveva una certa sua maniera
-spiccia, sicura, che formava la disperazione degli emuli. Anche a me
-da principio aveva fatto dispetto, perchè gli volevo passare innanzi
-anch'io, volevo fare anch'io i nudi più belli de' suoi; ma quando
-Samuele, un vecchio modello con tanto di barba bianca, mi ebbe detto
-un paio di volte che i muscoli che avevo messo sulla tela non erano
-i suoi, la carne nemmeno, e che le mie costole non avevano nulla da
-vedere colle sue, ed ebbe soggiunto che il nudo non gli pareva il mio
-forte, che il mio genere era probabilmente il _genere_ — allora andai
-ad offrire la mia amicizia a Valente, e cominciai a dire a quanti mi
-volevano intendere che i suoi nudi erano i migliori; che chi non è nato
-pel nudo, è inutile si ostini, faccia le donne e gli uomini vestiti;
-che ciascuno deve trovare la sua strada, e che il mio genere era
-sicuramente il _genere_.
-
-Così si divenne indivisibili.
-
-Ora sembravamo tornati a quei beatissimi tempi; la mia Annetta era
-proprio innamorata della signora Chiarina, di quella donnina-gingillo,
-donnina-tesoro, donnina-minuzzolo di paradiso, come diceva lei. E
-quando io facevo qualche restrizione, per tattica maritale, ella mi
-diceva ironica: — Davvero? come dovrebbero essere le donne, perchè il
-signore le trovasse perfette?
-
-— Dovrebbero essere amate.... come te.
-
-Allora mi chiamava _ipocrita_ ridendo.
-
-Quanto alla signora Chiarina, mi pare che volesse propriamente bene
-alla mia Annetta, perchè, vedendola, le correva incontro ed era la
-prima a porgere le guance per farsi baciare, e le restituiva un bacio
-appena appena ci stava lo spazio di tempo necessario; ma parlava
-pochino, massimamente in presenza mia, e mentre non si dava le arie
-di gran signora, aveva un certo ritegno che mi metteva in imbarazzo;
-lo avrei detto sussiego, senza quella grandissima facilità di ridere
-e di farsi rossa. Perchè si faceva rossa? Io non sono uno sguaiato, e
-le parole prima di lasciarmele venir fuori dalla bocca le misuro colla
-lingua, pure non potevo fare una parlatina di quattro periodi senza
-vedere arrossire quella faccetta bianca. Allora mi fermavo pensando:
-«che cosa ho detto?» Meno di nulla. S'era parlato di pittura, o di
-mia moglie, o di suo marito. Un paio di volte avevo nominato la Venere
-dei Medici, o messo in ridicolo le Pompeiane moderne, che sono sempre
-a sedere dinanzi allo specchio, o ritte senza camicia dinanzi al
-bagno. Si era fatta rossa, non ci era di che, però mi guardai bene dal
-ricascarci.
-
-Parlandone con mia moglie, essa mi disse: — «non capisco nulla io pure,
-è una cosina tutta timida, tutta ingenua, è una sensitiva, sarà per
-questo.»
-
-— Sensitiva quanto vuoi, è pure la moglie di suo marito, e certe cose
-deve.... —
-
-Annetta non mi lasciò finire, e corse via tappandosi le orecchie —
-influenza del buon esempio!
-
-Non in questo solo mia moglie cercava di assomigliare alla sua nuova
-amica; a spasso mi si attaccava al braccio appoggiando un tantino
-la testa al mio omero, come vedeva far lei ogni giorno, stando alla
-finestra, nelle ore che i _padroni di casa_ erano soliti uscire; e
-ripeteva le esclamazioni favorite della signora; e si pettinava liscia
-come lei. È detto tutto in tre parole: _ne era innamorata_.
-
-Ancora Valente non mi aveva fatto vedere i suoi cartoni, ed io mi
-proponevo ogni giorno di chiedere quanto non mi veniva offerto, ma
-differivo per una ragione semplicissima, ed è che ancora Valente non mi
-aveva condotto in giro per il suo appartamento. Alla fine ci condusse.
-Quante stanze! Quanti mobili! Quanto lusso! Sulle prime non mi potei
-fare un'idea chiara di quel labirinto, ma quando pensandoci me n'ebbi
-messa la pianta nel cervello, vi trovai alcuni difetti di distribuzione
-che sarebbe stato un peccato non correggere. Dov'era un salotto, uno
-dei tanti, ci doveva essere lo studiolo, che così avrebbe ricevuto una
-luce bellissima; quanto a renderlo indipendente, come lo voleva l'amico
-mio, bastava condannare un uscio; cosa elementare.
-
-— Grazie — mi disse Valente, e tirammo innanzi. Giunti ad uno stanzino
-in fondo, ci affacciammo appena di qui e di là a due camere, i cui usci
-si guardavano; due camere identiche, un lettuccio in ciascuna; quella
-a dritta era della signora Chiarina, l'altra di Valente; dentro di me
-io non approvavo una disposizione simile, ma quando vidi la signora
-Chiarina tutta rossa, ed intesi Valente dire che la si faceva rossa,
-figuratevi! per timore ci rivelasse la paura orribile ch'ella aveva
-di notte, allora non mi potei trattenere dal pensare: — Ma se ha tanta
-paura!...
-
-Diceva Valente:
-
-— Quando ho guardato sotto i letti, nell'armadio, dietro le portiere,
-e fatto correre le poltroncine, e lasciati aperti gli usci delle nostre
-due camere e la lampada accesa, quest'eroina ha ancora paura.... —
-
-E allora non mi seppi trattenere dal dire, come avevo pensato:
-
-— Ma se ha tanta paura.... —
-
-Non mi si lasciò finire; la signora Chiarina ebbe l'aria di fuggire;
-mia moglie e Valente le andarono dietro, ed io in coda.
-
-Nel ripassare dinanzi allo studiolo, mi fermai a squadrarlo, così,
-sul limitare; era proprio vero: un cavalletto stava ripiegato ed
-addossato alla parete, alcune tavolozze pendevano appese ad un chiodo,
-una sopra l'altra, ed ecco i pennelli in fascio entro un secchiolino.
-Valente Nebuli non era più pittore! Sulle pareti si vedevano appese
-alcune tele sbozzate appena; qua e là pochi tocchi di carbone
-svelavano l'intenzione d'una signora mitologica qualunque — non più
-che l'intenzione; ma per un artista non vi hanno abbozzi; egli vede
-il quadro compiuto dove non sono che quattro linee, ci mette i colori
-del suo, l'aria, la luce, il fondo, — ecco, la figura si stacca bella
-come non potrà essere mai. Quanti capilavori ho fatto io così! Andavo
-in giro per la stanza, facendo il sordo, mentre Valente continuava a
-dirmi: — Vieni via, non c'è nulla di buono, lascia stare. —
-
-La curiosità, non l'arte, mi fece fermare dinanzi ad un gran quadro;
-non l'arte, ma la curiosità; perchè quel quadro era interamente coperto
-da una cortina, come le Madonne miracolose degli altari. Cercavo la
-cordicella per tirar su la cortina, quando Valente mi prese per un
-braccio ripetendomi: — Vieni, lascia stare! —
-
-Naturalmente non lasciai stare, la tenda andò su, e vidi....
-
-Oh! la vaghissima delle creature! Un visino bianco, soave, un po'
-sbigottito, con due occhi, in cui brillava una luce modesta, coi
-capelli neri, morbidi, ondulati, scendenti giù giù per le spalle; tutto
-ciò disegnato e colorito da gran maestro. Ma perchè sbigottito? Stava
-dinanzi alla finestra, dove, oltre d'un garofano in fiore, nulla vi era
-da far sbigottire una signora.
-
-Notai le vesti trascurate, notai la finestra ed il garofano fatti
-alla carlona, ed atteggiandomi dinanzi a Valente come un punto
-interrogativo, vidi che egli pure mi guardava, quasi volendomi leggere
-in faccia quel che ne pensassi.
-
-— Il volto è meraviglioso — dissi — il resto, lo sai meglio di me, non
-vale un quattrino; se quelle pieghe non le hai copiate da una Madonna
-di legno, io non le capisco; garofani simili già non ne ho mai visti,
-il pavimento non ci è male.... ma che sorta di colori hai adoperato?...
-
-— Volevo ben dire! — esclamò Valente; — è un quadro misto, ecco tutto
-il suo pregio; la testa è dipinta ad olio, le vesti, la finestra, il
-garofano ed il resto a tempera.... tanto per finirlo.
-
-— Ma così non hai finito nulla! — esclamai.
-
-— Lo finirò.
-
-— Quando?
-
-— Presto, ora lascia stare, e vieni.
-
-— Ancora un pochino.... ah! quella testa!... oh! quegli occhi! ma
-perchè quell'espressione sbigottita? Nella finestra non c'è che un
-garofano e nel garofano che c'è da far sbigottire?
-
-— Me lo domandi? Non dici tu stesso di non averne mai visti di garofani
-simili?
-
-— Mai, te lo giuro.
-
-— Anche la signora Valeria non ne ha visti probabilmente mai; «è un
-garofano? non è?» ecco perchè ha l'aria sbigottita. —
-
-Rideva.
-
-— Si chiama Valeria? — chiesi.
-
-— Sì. —
-
-E cessò di ridere.
-
-Si mosse, gli tenni dietro, ma mi voltai sull'uscio ed in quell'ultima
-occhiata mi balenò un'idea. La signora Valeria rassomigliava a
-qualcheduno.... A chi?... Un quarto d'ora dopo non mi rimaneva
-dubbio; fatte le debite indagini, trovai che, tranne il colore dei
-capelli, la fronte, il naso, la bocca, gli occhi ed anche un pochino
-l'ovale del viso, tranne questo, la signora Valeria del quadro e la
-signora Chiarina, che mi stava dinanzi impacciata dai miei sguardi
-curiosi, si assomigliavano come due goccie d'acqua. Da pittore di
-ritratti coscienzioso, devo dire che non seppi per un pezzo in qual
-linea identica delle due faccette bianche collocare questa strana
-rassomiglianza, e dovetti accontentare la mia vanità col dire che
-tutte le perfezioni si rassomigliano, che le Veneri greche, dissimili
-tutte, sono pur sorelle, e tante altre cose solenni che quando si ha
-il carbone od il pennello in mano fanno ridere; ma finalmente trovai
-le linee (erano due), linee parallele e quasi impercettibili, che
-scendevano dalle narici al principio del mento, e dovevano costringere
-le due faccette bianche a ridere, a sorridere, a star serie ad un modo.
-Ho sporcato tanta carta per indovinare quelle linee, che ora le so a
-memoria, e le potrei metter qui colla penna, e ce le vorrei mettere se
-avessi speranza di farmi intendere meglio.
-
-Naturalmente questa scoperta unita al _mistero_ della cortina e dei
-modi dell'amico Valente, mi pose in una gran curiosità.
-
-Dove scava l'immaginazione — tenetelo bene a mente, perchè è filosofia
-pratica — dove scava l'immaginazione invece del ragionamento, la
-profondità rimane il vuoto, quando non diventa il _caos_.
-
-Messomi a fantasticare, feci dieci romanzetti, protagonisti i due
-capolavori, il quadro e la signora Chiarina, romanzetti uno più
-sconclusionato dell'altro, che per buona sorte rimasero uno più inedito
-dell'altro.
-
-Veniamo al negozio della _lite_: non vi ho detto che vi era una
-_lite pendente_ in casa Nebuli, perchè non me ne ero accorto prima di
-ricevere per isbaglio la visita di un usciere.
-
-— È lei il signor.... — e qui una guardatina al suo scartafaccio — il
-signor Nebuli?
-
-— Al primo piano.
-
-— Qui sta scritto al terzo — nuova guardatina come sopra.
-
-— Avranno sbagliato.... —
-
-Non pareva persuaso.
-
-— Sono l'usciere del Tribunale.... — disse con sussiego.
-
-— Ciò non impedisce al signor Nebuli di stare al primo piano. —
-
-Feci allora l'osservazione, comprovata di poi, che gli uscieri avvezzi
-allo stile ameno delle loro intimazioni non amano le amenità di stile
-degli altri. Quel sacerdote, cioè quel sacrestano d'Astrea, se ne andò
-senza salutarmi.
-
-Il sacerdote venne più tardi, una sera che si rideva tutti insieme in
-casa dell'amico mio; e venne impettito in tutta la solennità de' suoi
-solini inamidati, de' suoi occhiali, del suo farsetto abbottonato, a
-far la parte di spegnitoio del nostro buon umore.
-
-Si trascinò Valente in uno stanzino, stette un pezzo a nominargli i
-tribunali, le sentenze, l'appello, tutte queste grosse parole, che
-giungevano ogni tanto fino a me di mezzo agli squilli armoniosi della
-signora Chiarina che rideva, della mia Annetta che la faceva ridere;
-e finalmente ce lo restituì un po' pallido, salutò senza piegare la
-colonna vertebrale ed uscì solennemente, accompagnato dal servitore in
-livrea, che era più solenne di lui.
-
-— Hai delle liti?
-
-— Sì.
-
-— E quello è il tuo procuratore?
-
-— Sì.
-
-— Come mi piacerebbe averlo per un'ora a mia disposizione... e anche
-l'usciere!
-
-— Hai tu pure una lite?
-
-— No, ma vorrei pregarli di _posare_ un quarticino d'ora per un quadro
-di genere.... —
-
-La signora Chiarina rise forte, lui no; la lite doveva essere grave.
-
-
-
-
-IV.
-
-Corvi contro Corvi.
-
-
-Era grave. Per quello che io ne capii, quando Valente mi spiegò la
-cosa, si trattava d'un testamento _impugnato_. Come si _impugni_ un
-testamento, voi forse non lo sapete più di me, ed io prego il Signore
-che non vi metta mai nella condizione di doverlo chiedere ad un
-avvocato, perchè già chiederlo al vocabolario sarebbe inutile.
-
-Quello che io interrogai per farmi un'idea chiara la prima volta che
-fui interessato nella cosa, m'insegnava ad impugnare la forchetta e
-la lancia e non so quante altre cose che io sapeva impugnare benissimo
-(almeno mi pareva), ma di testamenti non fiatava neppure. Si trattava
-di un _testamento impugnato_, — causa Corvi contro Corvi, perchè
-sebbene i due Corvi, attore e convenuto, fossero in sepoltura, le leggi
-continuavano a supporre che non potessero aver pace se non si litigava
-in nome loro.
-
-Ora era Pasquali quello che impugnava; l'altro che non voleva lasciar
-fare era Nebuli, non già Valente, ma il suo _autore_ (si dice così),
-cioè lo zio materno, da cui l'amico mio aveva ereditato i poderi e la
-lite. Ci siete? Ecco come era andata la cosa.
-
-Lo zio Nebuli ed il signor Pasquali erano stati cari e buoni amici
-sempre, così buoni e così cari, che per far le cose proprio benino
-fino all'ultimo, senza sciupare la loro amicizia, avevano pensato di
-innamorarsi di due sorelle e di sposarsele. Il caso — il gran sensale
-di matrimoni — fece trovare le due sorelle Corvi disponibili, e le
-doppie nozze furono conchiuse; le spose portavano, unica dote, un monte
-di speranze sopra un avo mezzo milionario e mezzo morto, perchè era
-paralitico dal lato sinistro. Lo credereste? Diventati parenti, gli
-amici non furono più quelli; — colpa delle cognate — dicevano, le quali
-abusavano (pare) del diritto che la Natura e la Società danno ad ogni
-buona sorella di ficcare il naso in casa del cognato, per vederci un
-gran numero d'importantissime cosucce che erano così, mentre dovevano
-essere altrimenti.
-
-Le cognate erano ottime massaie tutte e due, ma di due massaie ottime
-ce n'è sempre una che ha qualche cosa di sopraffino, a cui l'altra non
-arriva.
-
-Costei coltivò tanto bene lo sperato campicello dotale, che gli fece
-fruttare il centocinquanta per cento — quesito matematico economico,
-che giuridicamente si può risolvere così: far testare il nonno in
-favor suo, _senza pregiudizio della legittima_. In queste parole in
-corsivo deve stare tutta la furberia, e se voi ce la sapete vedere
-alla prima così chiaro come non l'ho vista io, per quanto aguzzassi
-tutte le mie facoltà visive, andate là che vi potete vantare. Le due
-sorelle si vollero cavar gli occhi; gli amici, inseparabili un tempo,
-ora parenti per giunta, cominciarono dal dirsi non so che, nulla di
-buono di sicuro; poi quando si trovarono per istrada la prima volta,
-l'uno guardò le nuvole, l'altro il selciato, e finalmente riuscirono a
-passarsi rasente senza più aver l'aria di conoscersi.
-
-Per giungere a questo risultato splendido le difficoltà non furono
-lievi, perchè l'uomo, come sapete, è una creatura piena di debolezze.
-
-Fu allora che la signora Pasquali, consigliata da un avvocato, scoprì
-che il nonno doveva essere imbecillito, ed incominciò ad _impugnare_
-il testamento; e fu allora che la signora Nebuli cominciò a gridare,
-per bocca d'un altro avvocato, che era una vergogna calunniare un uomo
-pieno di giudizio come il nonno.
-
-La signora Pasquali prima, la signora Nebuli poi, disperando del
-Codice di procedura civile, andarono a comporre il loro litigio al
-tribunale del Padre Eterno; ai tribunali ed agli avvocati di quaggiù
-rimasero i coniugi superstiti, uno dei quali convinto peggio che mai
-della necessità di impugnare, l'altro meglio che mai persuaso che a lui
-spettava difendere la libera volontà del defunto. Dissero, e scrissero,
-e disdissero tanto gli avvocati eloquenti, che i vecchi amici d'una
-volta ebbero tempo a diventare nemici, vecchi, reumatici e gottosi,
-e quando in buon'ora fu emanata la sentenza, che condannava l'amico
-Pasquali a tutte le spese della lite, ai danni ed agli interessi,
-l'amico Nebuli fu così felice da dimenticare la gotta, la quale
-approfittò di quel momento di sbadataggine per dargli uno spintone e
-farlo stramazzare al mondo di là. Fu allora che l'avvocato telegrafò
-all'erede unico in Torino, venisse a raccogliere l'eredità dei defunto,
-ed a rinnovargli il mandato, prevedendo che la parte avversaria avrebbe
-appellato in tempo utile. L'amico Valente disertò l'Accademia, corse
-a Milano, accettò l'eredità col benefizio d'inventario, rinnovò il
-mandato, e non so più che altro fece per far piacere all'avvocato, poi
-se ne andò a Parigi che non aveva mai visto ed era sempre stato il suo
-sogno; dove, appena giunto, seppe che «la parte avversaria era ricorsa
-in appello in tempo utile.»
-
-Tutta la questione dunque si riduceva a questo: era o non era
-imbecillito dalla paralisi il nonno dello zio di Valente?
-
-Valente diceva di _no_, ma il vecchio signor Pasquali non stava in
-questo mondo di reumi, se non per sostenere di _sì_ con dieci documenti
-e quattro perizie; molti testimoni avevano deposto _che era imbecille_
-e che _non era imbecille_, ed erano morti dopo essersi alleggeriti di
-quell'enorme peso. Ma vi erano lettere del vecchio piene di buon senso
-e senza errori di ortografia e di grammatica: altre ve ne erano (oltre
-al testamento stesso) piene di errori di grammatica e di ortografia,
-e queste ultime posteriori. — Ora, diceva l'avvocato avversario, —
-la grammatica e l'ortografia non si perdono come una chiave od un
-fazzoletto (in cento fogli di caria bollata veniva ripetuto non so
-quante volte questo argomento, ed era sempre la chiave ed il fazzoletto
-che fornivano il paragone) — dunque il nonno era imbecillito.
-
-Il tribunale non si era lasciato commovere dall'argomento; fu notato
-solo che un giudice si palpò le tasche per assicurarsi di non aver
-perduto la chiave di casa, e che il presidente si soffiò il naso; ma al
-momento di sentenziare lo fecero come ho detto.
-
-Rimaneva il tribunale d'appello, di cui Valente si teneva sicuro,
-ma l'avvocato mostrava dei dubbî e così gravi, che anche l'amico mio
-aveva preso a dubitare — ed allora l'uomo della legge lo incoraggiò
-lasciandogli capire che la sua eloquenza gli avrebbe messo un'altra
-volta in pugno la vittoria.
-
-A voi che ne sembra? Era o non era imbecillito il nonno dello zio di
-Valente?
-
-A me pareva _grave_.
-
-
-
-
-V.
-
-Assisto ad un miracolo.
-
-
-Eravamo agli ultimi giorni di ottobre; le sere cominciavano a farsi
-rigide, e il tempo da una settimana durava nebbioso, umidiccio,
-melanconico.
-
-Da un pezzo il cavalletto stava in faccia alla finestra; era tempo
-di mettermi io stesso in faccia al cavalletto. Mi ci ero messo una
-mattina; mi stava dinanzi una bella tela larga un metro, alta 70
-centimetri, avevo indosso la mia veste da camera a scacchi bianchi e
-neri, in testa un'idea, un pezzo di carbone fra le dita, e già stavo
-per confidare a quella tela vergine la prima linea del mio segreto
-d'autore, quando entrò Valente.
-
-Aveva il volto illuminato ed una solennità di modi sacerdotale. Senza
-aprir bocca, mi fece un cenno — impossibile resistere; così come mi
-trovavo, non lasciandomi sfuggire il carbone dalle dita, gli mossi
-incontro, ed egli, presomi a braccetto, mi trasse con sè.
-
-— Che significa? — gli domandai.
-
-— Significa che voglio esporre un quadro alla Mostra Permanente, un
-quadro, l'unica fatica di questi anni d'ozio, e mi abbisogna il tuo
-parere.
-
-— Un quadro! — esclamai. — Finito?
-
-— Finito.
-
-— Io non l'ho visto.
-
-— L'hai visto.
-
-— La signora Valeria dinanzi al garofano fenomenale? — dissi scherzando.
-
-— Appunto.
-
-— L'hai finito dunque? e come? e quando? e perchè non me n'hai detto
-niente?
-
-Non mi rispondeva; già eravamo sulla soglia dello studiolo; ammutolii.
-
-Entrammo, egli prima, io dietro.
-
-Vidi subito il cavalletto dinanzi alla finestra, un'enorme tela
-sovr'esso, e in piedi, col visino immerso in una melanconica
-contemplazione, la signora Chiarina.
-
-Il rumore dei nostri passi non giunse fino a lei; poi ci vide, ci
-salutò, non si mosse. Andai a mettermele al fianco, e stetti anch'io a
-contemplare estatico quella meravigliosa faccia dipinta, che pareva di
-persona viva. Valente guardava noi sorridendo di compiacenza; alla fine
-andò a prendere una certa vaschetta di zinco dalle sponde basse, che
-pose sotto il cavalletto, un secchiolino ed una grossa spugna.
-
-— Attenti! — disse ingrossando burlescamente la voce.
-
-Ah!.... un piccolo grido rotto; la signora Chiarina mi passò dinanzi e
-sparve.
-
-Valente buttava qua e là colpi di spugna bagnata sulla tela; l'avresti
-detto un maniaco; dove egli toccava, ecco.... luci, ombre, colori,
-tutto spariva dietro una spuma bianchiccia, sotto alla quale un piccolo
-rivo gocciolava nella vaschetta.
-
-Quella lavatura frenetica, che a bella prima mi aveva sbigottito, ora
-mi estasiava; anch'io brontolavo parole rotte, esclamavo non so che, ed
-avrei voluto avere una spugna per fare anch'io tutto quello che faceva
-Valente, aiutare cioè una Venere gentile a spogliare quelle vesti, che
-erano una mascherata ridicola, a sprigionarsi dallo sfondo di sasso,
-dal pavimento a mosaico, per circondarsi dell'azzurro del cielo e
-del mare. Bastarono pochi minuti a compiere il miracolo, e quando gli
-ultimi sassolini del mosaico si furono staccati da una caviglia sottile
-ed asciutta, ed il piedino bianco apparve in mezzo all'onda spumosa,
-e indietro indietro si videro accorrere cento onde morbide e delicate,
-come manine carezzevoli o labbra mormoranti fra i baci, e tutt'intorno,
-per l'aria e per l'acqua, si accese una luce che era un sorriso d'amore
-— oh! allora, allora le sentii tutte in una volta le febbri dell'arte,
-le sentii come a vent'anni, come non credevo di poterle sentire mai
-più.
-
-Non dicevamo nulla; lui la commozione, me la meraviglia avevano fatto
-immobili e muti.
-
-È quando, passato un tempo lungo ad ammirare di facciata, di traverso,
-avvicinandomi ed allontanandomi, mettendo la mano a paralume sulla
-fronte, socchiudendo gli occhi, e guardando attraverso il pugno
-socchiuso come in un cannocchiale, e trovando sempre quella Venere
-la bellissima, la soavissima, la carissima, il superlativo assoluto
-delle Veneri, quando ebbi fatto tutto ciò e mi volsi grave, solenne, al
-suo autore, interrogando con tutta la mia persona sbalordita, ma muto
-sempre, allora egli sorridendo mi disse: _Dalla spuma del mare_.
-
-Gli tremava la voce, io me lo strinsi al cuore, e finalmente:
-
-— Hai fatto un capolavoro — balbettai.
-
-Ed a me pure tremava la voce.
-
-— Ora comprendo — soggiunsi piantandomi un'altra volta in osservazione
-dinanzi a quella marina innamorata, che creava un prodigio per
-regalarlo all'Olimpo di Giove — ora comprendo lo sbigottimento
-inverisimile della signora Valeria dinanzi ai garofano. Era l'ingenuo
-stupore di Venere, che si affaccia la prima volta al mondo; e questa
-luce che, sul volto di neve, le spira la sua natura divina pareva
-scenderle dalla finestra. Ma di', perchè la tua Venere ha forme tanto
-delicate e gentili? Non è questa la madre degli amori, non assomiglia
-a nessuna delle Veneri del Tiziano questa.... solo la Danae del
-Correggio....
-
-— È Venere che nasce, fanciulla, donna e dea insieme: l'Olimpo le
-darà la maestà che ora le manca, questo volli dire, il difficile era
-questo.... Se ho sbagliato....
-
-— Taci, non hai sbagliato, è sublime, è vero e parla subito
-all'immaginazione senza toccare il senso. Lascialo dire a me, che sono
-e sarò sempre un asino, ma schietto: hai fatto un capolavoro! —
-
-Era evidentemente lusingato dal mio entusiasmo, pure non si teneva
-sicuro; guardava me negli occhi, guardava la sua tela, vedendoci
-difetti che non vi erano, girandole intorno come un fanciullo.
-
-Passato il bollore artistico, io pensava: quanta castità in queste
-forme femminili nude! La bianchezza delle carni sbalordisce il senso,
-lo ingentilisce, lo purifica. Oh! come la bellezza vera è modesta!
-
-E poi chiedevo e rispondevo a me stesso: Perchè la signora Chiarina è
-fuggita? Ah! ch'io lo indovino perchè....
-
-Adattando il viso e l'accento ad un'ingenuità che era un tranello,
-chiesi di botto all'amico mio:
-
-— Perchè la chiamavi Valeria?
-
-— Perchè.... perchè così si chiamava la modella.
-
-— Ah! ed esistono nella natura viva, modelli di tanta grazia?
-
-— Una sola donna aveva quel viso....
-
-— E si chiamava Valeria....
-
-— Sì...
-
-— E perchè tua moglie è fuggita, quando hai preso la spugna?...
-
-— Perchè.... perchè.... te lo voglio dire, tanto un giorno o l'altro
-sarai il mio confidente di tutto — perchè Valeria era sua madre....
-
-— L'hai tu conosciuta?
-
-— No; morì mettendo al mondo la sua creatura.
-
-— Ma allora....
-
-Volli dire.... — mi trattenni, poi ripigliai correggendomi: — ma allora
-non hai preso dal vero?
-
-— No..., ho copiato fedelmente il suo viso da una fotografia....
-
-— E il corpo?
-
-Lesse egli forse tutto il mio pensiero, perchè, buttandomi un braccio
-intorno al collo, mi trasse seco con lieve violenza. Attraversando le
-stanze, mi guardavo intorno; la signora Chiarina non si lasciò vedere.
-
-— Ah! — dissi sulla soglia — tutta la notte ho pensato alla tua
-faccenda.
-
-— Quale faccenda?
-
-— _Corvi_ contro _Corvi_. — e per la prima volta vidi il bisticcio che
-aveva fatto il caso, e lo ripetei — _Corvi_ contro _Corvi_.
-
-— Sì, la cosa mi pareva imbrogliata; ci avevo capito poco, lo confesso,
-in quella matassa di sorelle, di cognati, di zii; sapevo solo che il
-bandolo era il nonno e che bisognava cominciare di lì, — ci ho pensato
-molto, ed ora ne ho un'idea limpidissima.... Vuoi che ti spieghi la tua
-lite?
-
-— No, per carità....
-
-— Ebbene, per me non v'è dubbio: il nonno era pieno di giudizio; se i
-giudici d'appello, mettendo insieme il loro, ne avranno almeno la metà
-del nonno, sta sicuro che daranno una volta ancora ragione a _Corvi_
-contro _Corvi_.... cioè a te.
-
-— Speriamolo, — disse Valente sbadato.
-
-— E quando si deciderà la causa?
-
-— Tra due settimane.
-
-
-
-
-VI.
-
-La signora Chiarina mi dà l'idea del mio capolavoro.
-
-
-Otto giorni dopo la Venere dell'amico mio innamorava tutti i visitatori
-della Mostra Permanente di Belle Arti; si destò intorno al nome di
-Valente Nebuli quell'onda di simpatia, specie di febbre ammirativa, che
-accompagna sempre i nuovi venuti.
-
-Non si parlò più che della _spuma del mare_; perfino le gazzette
-si svegliarono dai loro sonni politico-amministrativi, per dare
-un'occhiata alla Mostra Permanente, ove era apparso un ospite illustre,
-un ospite celebre, un capolavoro. La critica, o generosa o crudele,
-andava fino a maltrattare quante Veneri erano venute, prima di questa,
-a domandarle la sanzione d'una voga capricciosa. Vidi io stesso, coi
-miei occhi li vidi, maestri canuti, e buoni, e generosi, come tutti
-gli artisti veri, pittori celebri da mezzo secolo, che sarebbero
-stati felici di stringere la mano al loro giovine collega — li vidi,
-con questi miei occhi li vidi, arrestarsi mutoli dinanzi al quadro e
-guardarsi sospettosi intorno, come temendo d'essere mostrati a dito per
-buoni da nulla; e li vidi qualche volta passare accanto a Valente, e
-non guardarlo, o guardarlo e fingere di non conoscerlo, e non volersi
-voltare anche se un amico ingenuo, che camminava al loro fianco senza
-sentire come batteva il loro cuore, li avvisava allungando il dito per
-mostrare il giovine pittore divenuto celebre in un quarto d'ora, il
-quale era così felice e tanto modesto da non accorgersi di nulla.
-
-Ed avrei voluto andare incontro a quei vecchi e dire: — stringiamoci
-tutti la mano e facciamo noi la critica alla critica; sorridiamo degli
-entusiasmi ciechi della folla, che si tirano dietro le loro sorelle
-cieche — le dimenticanze ingiuste; il capriccio e lo stordimento non
-ci rendano capricciosi e storditi; l'arte è un palio, noi che siamo....
-cioè no, voi che siete gli arrivati non offenda il plauso frenetico che
-saluta noi.... cioè gli altri che arriveranno — è un quarto d'ora che
-passa per tutti — noi siamo l'arte, noi dobbiamo essere l'amore.
-
-Avrei voluto dir tutte queste cose, e le avrei dette meglio di così,
-mi pare, ma con quale autorità entrare io di mezzo, anche potendo, a
-conciliare i celebri d'ieri coi celebri d'oggi, io che non era celebre
-niente affatto e non speravo di diventarlo mai? In qual modo dir _noi_
-senza cacciarci _me_ come un intruso? Perchè.... sappiatelo, sotto la
-mia gran gioia di vedere Valente arrivato alla gloria, ci era il mio
-gran dolore, il mio sconforto immenso di non essere capace io pure di
-fare alcuna cosa di buono.
-
-Nei primi giorni mi era come venuta la febbre di far miracoli, misuravo
-il mio studiolo a gran passi, sollevavo la fronte e nel soffitto
-guardavo audacemente i cieli dell'arte, e stemperavo i colori, dai
-quali mi proponevo di ricavare un superbo quadro di genere, e lavoravo,
-lavoravo; ma di repente svaporava la mia ubbriacatura, mi cadevano di
-mano i pennelli — ridiventavo me stesso, vale a dire un dodicesimo di
-una qualsiasi dozzina, il rifiuto delle matematiche e della filosofia,
-a cui l'arte aveva fatto l'elemosina.
-
-In quest'occasione mi si fece palese più che mai l'indole generosa di
-Valente; avendo egli avuta una grossa fetta di gloria, e spiacendogli
-tenerla tutta per sè, nè sapendo in qual modo farmi entrare a
-dividerla, cominciò a trovare così grazioso il concetto, così giusto il
-disegno, così sobria l'espressione del mio nuovo quadro di genere, che
-finì col farci fare la pace.
-
-— Ti sta bene medicare le mie ferite, — gli dicevo, — perchè sei stato
-tu, cioè stata la tua Venere, a sollevarmi prima fino alla sua altezza,
-a lasciarmi poi cadere di peso sul lastrico della via; tutte le opere
-di genio sono crudeli colla gente, che ha solo della buona volontà.
-
-— Ma, tu sei un artista!
-
-— Ah! Oh! Non me lo dire; io sono un uomo _ordinato_....
-
-Calunniavo l'ordine, ma dicevo la verità; qualche volta, pigliandomi la
-febbre, mi pareva di dover incominciare di lì appunto, dal mettere cioè
-a soqquadro il mio studiolo, le tele capovolte, i pennelli coi manico
-immerso nel secchiello.... ma oltre che non sapevo immaginare che
-un disordine ordinato, pensavo: — È inutile, non resisterei a lungo,
-domani rimetterei le cose come stanno oggi, e la mia arte non farebbe
-un passo innanzi.
-
-Il mio buon senso non mi abbandonava mai. Oh! se bastasse il buon senso
-per far tele meravigliose, come quelle che sogno alla notte, quando il
-mio buon senso dorme!
-
-Valente fece di più, mi obbligò ad esporre alla Mostra Permanente le
-mie tele rimaste invendute.
-
-— Quanto chiedi di prezzo?
-
-— Cinquecento lire ciascuna, — balbettai.
-
-— Vergognati, ecco perchè non le hai vendute.... se ne avessi domandato
-1000, avrebbero lasciato lo studio da un pezzetto.
-
-— E della tua _Spuma del mare_ allora quanto chiederai?
-
-— Quella non è da vendere.
-
-Accettai il consiglio dell'amico, ed otto giorni dopo, avvicinandomi
-alle mie tele, una ne vidi che portava la scritta _venduta_.
-
-— Sarà uno sbaglio, — pensai. Non è eccesso di modestia, ma vi giuro
-che pensai così, ed allo stesso tempo ero sicuro che non poteva essere
-uno sbaglio...
-
-Corsi all'ufficio della Presidenza — il compratore era una straniera,
-la quale aveva snocciolate le mille lire, promettendo di mandar a
-prendere, il quadro lei stessa.
-
-Gioie simile a quella di Annetta ed alla mia non si descrivono.
-Tenendoci per mano come due fanciulli, si corse giù a portare un po'
-della nostra allegria in casa Nebuli. La signora Chiarina baciò in
-volto l'amica, e rise, e rise. Così faceva sempre quando era contenta!
-Ed ah! come mi faceva bene sentire nelle note di quel riso l'eco della
-mia felicità, veder la nostra allegria riflessa in quel visino da fata!
-Valente invece stette serio. — Te lo diceva io! — così disse, niente
-più.
-
-Come potete immaginare, la mia nuova tela andò più innanzi in due
-giorni che non avesse fatto in due settimane; m'interrompevo a volte,
-per andar gravemente a sollevare coll'indice la faccia soave della
-mia Annetta, china sul cucito, e dirle un'altra idea, che m'era venuta
-allora allora, un'altra, un'altra. Mi pullulavano le idee.
-
-— Purchè non mi scappi! — dicevo.
-
-E lei:
-
-— La terrò a mente io. —
-
-Quella sua testina pensosa divenne in pochi giorni uno scrigno.
-
-— Se non mi buscherò un malanno, — pensavo, — se dura la vena, e se
-avrò fortuna, insomma se mi lasciano fare, provvederò di quadri di
-genere tutte le straniere che vengono in Milano e visitano la Mostra
-Permanente.
-
-Valente era felicissimo di questo mio entusiasmo, mi diceva _bravo_
-stando seduto a fumare la mia pipa nella mia poltroncina filosofica,
-dandomi i suoi consigli senza averne l'aria.
-
-— E tu, — gli domandai, — che fai ora?
-
-— Io? Nulla.
-
-— Non pensi a dare un successore al tuo quadro?
-
-— Gliene ho dati cento nella mia fantasia, uno più bello dell'altro.
-Ma non provo nessun bisogno di mettermi al lavoro. Li vedo, sono cento,
-belli tutti, o almeno mi piacciono — e basta. Però un giorno o l'altro
-ne incomincierò uno.... domani forse!
-
-— Eccolo lì l'uomo del domani. —
-
-Invece di rispondere, continuava a far capolavori col fumo della mia
-pipa, ed i domani venivano e se ne andavano.
-
-Dirò ora l'origine di quello che vien riputato il capolavoro _mio_ —
-perchè ho io pure un capolavoro relativo, e tutti lo possono avere,
-pittori, scultori e letterati, birboni, purchè abbiano fatte delle
-birbonate grosse, mezzane e piccine; la più piccina — non si sbaglia —
-è il capolavoro.
-
-Parlo d'una mattina di novembre, in cui Valente aveva costretto la
-mia Annetta e me a scendere da basso per far colazione con lui. Aveva
-qualche cosa da dirmi, ne ero sicuro, e me ne persuasi tanto più,
-quando vidi che a tavola non diceva nulla.
-
-Alla fine del pasto dissi:
-
-— Ho indovinato; tu hai qualcosa da dirmi.
-
-— Hai indovinato, — rispose.
-
-E non disse nulla.
-
-— E indovino di che si tratta.... —
-
-In quel punto — proprio in quello, ne sono sicuro — la signora Chiarina
-si levò da tavola, fece un cenno all'amica e sparvero entrambe.
-
-— Tu hai un quadro nuovo in mente. —
-
-La corbelleria era volontaria; sapevo benissimo che non di un quadro mi
-doveva parlare; ma bisognava pur sbagliare per farmi correggere.
-
-Mi rispose sbadato, come ripetendo frasi che sapeva a memoria:
-
-— Incominciare una tela è incominciare a sciuparla; finire una tela
-è sciuparsela del tutto. Quanti capolavori sono morti così, dopo aver
-agonizzato mesi e mesi sotto il pennello!... —
-
-Lo interruppi:
-
-— Tu non pensi a quello che dici.... —
-
-Ed egli:
-
-— Hai ragione, ma dico cose che ho pensato tante volte. Veniamo a noi;
-ho bisogno di tutta la tua amicizia, per chiederti il più gran servigio
-che si possa domandare ad un uomo: serbare un segreto.
-
-— Scusa, — ribattei, colpito dalla solennità di queste parole, — hai
-proprio bisogno che te lo conservi io il tuo segreto? Non potresti
-custodirlo tu stesso? Sono curioso, lo confesso.... sono curiosissimo;
-ma la regola è questa; ci è anche un proverbio che dice....
-
-— Lo so che cosa dice il proverbio; ma ciò che ti devo dire io mi pesa;
-non lo posso sopportare da me solo; la responsabilità è troppo grave;
-la spartiremo in due.... Ti accomoda? Mi darai un consiglio....
-
-— Certo.... —
-
-Ma in quella si aprì l'uscio ed apparve a' miei occhi sbigottiti il più
-bizzarro spettacolo che si possa immaginare: una signora bianca bianca,
-che teneva per mano un'ombra, no, una cosuccia nera, no, un'inezia
-animata e nera, con due occhi di porcellana in mezzo ad una faccia
-di carbone. Tutta la mia rettorica fu messa a cimento: io vidi ad un
-tratto l'Alba ed il figliuolo della Notte; Proserpina costretta a far
-da mamma ad un marmocchio di primo letto di Plutone; la luce meridiana
-fatta persona, che si tirava dietro la sua ombra tozza e sbilenca, e
-non so quante altre cose vidi nella signora Chiarina, che dava mano a
-quello spazzacamino.
-
-La vaghissima donna doveva fare uno sforzo perchè il piccino si faceva
-un po' tirare.
-
-— Guardatelo, — diceva essa — guardatelo come è bellino; con questa
-sua casacca a brandelli, che lo ingrossa, è più largo che lungo.....
-Guardatelo, non è vero che è bellino?
-
-Annetta anch'essa guardava con occhio tra pietoso e meravigliato,
-sorridente.
-
-— Sì, è bello, è bellissimo. —
-
-Io non dissi nulla, perchè concepivo il mio capolavoro.
-
-Allora la padrona di casa abbandonò la sua piccola preda, che barcollò
-tutta; e chinandosi per mettere il suo viso da Madonna in faccia al
-musetto vergognoso del bimbo:
-
-— Vediamo — gli disse con un accento che era una carezza, — vediamo un
-po', come ti chiami? —
-
-L'omino così interrogato era propriamente sbigottito; aveva perduto la
-parola e non la ritrovò che alla promessa d'un bel panetto bianco tutto
-per lui — cosa fenomenale, inaudita!
-
-— Dillo; come ti chiami?
-
-— Giovanni....
-
-— E che Giovanni?
-
-— Battista....
-
-— Giovanni Battista che cosa? —
-
-Silenzio.
-
-— La mamma ce l'hai?
-
-— No.
-
-— Il babbo?
-
-— No.
-
-— E quanti anni hai? —
-
-Quella cosuccia nera si rinfrancava; non gli splendori della sala lo
-avevano sbigottito, poichè era avvezzo a vederne, ma quei modi, quella
-bontà, quel panetto bianco, che appariva sul suo orizzonte.
-
-— Vai alla scuola? — domandò Annetta.
-
-— Sì.
-
-— E che cosa impari?
-
-— A leggere, a fare le aste.
-
-— Conosceresti l'_o_? — Chiese ad un tratto la signora Chiarina.
-
-L'amico fe' cenno modestamente di sì.
-
-— Vediamo.... —
-
-E prese una gazzetta, un _Pungolo_. Lo scolaro nero non si era vantato:
-egli non solo riconobbe tutti e due gli _o_ del titolo, ma fece festa
-all'_u_ come ad un vecchio amico.
-
-— Bisogna conoscerle tutte, — disse la signora Chiarina — ci vai
-volentieri a scuola? E studii? Ecco, se a Natale conoscerai tutte le
-lettere, io ti darò uno scudo d'argento, ed una veste nuova.... — e
-vedendo che l'amico dell'_o_ e dell'_u_ pareva innamorato più che altro
-del panetto bianco, la signora soggiunse: — e dei panetti bianchi....
-
-— Tanti? —
-
-— Tanti, tanti.
-
-Oh! la purissima gioia!
-
-— Ora va a casa, non hai freddo?
-
-— No.... —
-
-Ed uscì di corsa. La signora Chiarina e la mia Annetta dietro.
-
-— Ho il mio capolavoro, — dissi ridendo, — Venere ha trovato Amore
-nascosto nella carbonaia dell'Olimpo, e lo presenta agli Dei seduti a
-mensa; un bel quadro di genere, che farebbe la sua brava figura nelle
-pareti d'un paradiso pagano.
-
-— Bravo! —
-
-Io diceva per ridere; la mia idea seria era di riprodurre tal quale la
-scenetta di poc'anzi e d'intitolarla....
-
-— _Venere ed Amore_! — suggerì Valente.
-
-— Accettato.
-
-— E se dai retta a me, quando te l'abbi messo bene in mente, ce lo
-lascierai in sempiterno, senza guastartelo per metterlo in mostra al
-pubblico. —
-
-Ma si corresse, e disse:
-
-— Al contrario devi farlo subito subito, per conto mio, mettendoci
-la mia Chiarina, la tua Annetta e me stesso; per il prezzo
-c'intenderemo. —
-
-Rientrarono le nostre donne, raggianti in volto tutte e due.
-
-La signora Chiarina corse alla finestra e l'aprì; si affacciarono
-entrambe. E noi, che ci eravamo messi alle loro spalle in silenzio,
-senza sapere che accadeva, sentimmo ad un tratto una vocetta acuta
-fendere l'aria, e salire, su, su, più in alto del più alto dei camini.
-
-— È Giovanni Battista! — disse Chiarina senza voltarsi — Se ne va colle
-mani in tasca, saltelloni... È scomparso. Come è bastato poco a farlo
-felice! — disse voltandosi e chiudendo la finestra.
-
-— Tornerà a Natale a pigliare lo scudo?
-
-— Tornerà. —
-
-Quanto era adorabile e bella la signora Chiarina!
-
-Annetta faceva forse la stessa riflessione, perchè di repente si buttò
-al collo dell'amica, e la baciò più volte. Avrei fatto anch'io come
-Annetta, senza i benedettissimi riguardi del mondo. E dissi a Valente:
-
-— La devi baciare per me.
-
-Così dissi, e non mi pare che ci fosse del male a dirlo, ma Valente
-faceva un risolino impacciato, e sua moglie divenne di bragia.
-
-Tanto fu essa la prima a muoversi: si fece innanzi, appoggiò le manine
-sugli omeri del marito, e sollevandosi in punta di piedi, depose sulla
-sua guancia un bacio timido e discreto, uno di quelli che non fanno
-rumore.
-
-
-
-
-VII.
-
-Faccio la conoscenza d'un incognito.
-
-
-Questa volta era un Russo, lungo più di me, asciutto più di me, il mio
-peggiorativo, ma che cara persona! Gli piaceva molto la mia _Famiglia
-d'un pescatore_, moltissimo la rete che quella brava gente stava
-rattoppando, ma non voleva pagare mille lire; settecento parevano a lui
-abbastanza, a me no. Esaminava il quadro coll'occhialetto, pigliando
-arie da intelligente — era bello tutto, mi faceva giustizia, _ma la
-rete!_...
-
-Insomma tanto gli piaceva quella rete, che vi si lasciò prendere — pagò
-ottocento lire!
-
-Alla sera Annetta fece l'osservazione che le cose si mettevano benino,
-che erano probabilmente quelli i primi baci della fortuna, la quale si
-era _forse_ proposto di buttarcisi nelle braccia un giorno o l'altro.
-
-Altri quadri, dopo la _Spuma_ dell'amico Nebuli, erano venuti a
-visitar la _Mostra Permanente_; paesaggi, marine, prospettive, natura
-viva e morta, tutto aveva confuso, oscurato, seppellito la _Spuma_
-trionfatrice.
-
-Siccome Valente non aveva detto il prezzo del suo capolavoro,
-incominciarono le visite a domicilio; erano Inglesi, erano Tedeschi, ma
-per lo più erano Americani, che volevano fare attraversare l'Atlantico
-al piccolo mare ed alla _Venere_ dell'amico mio. Se ne andavano colmi
-di garbatezze, ma coi loro dollari tentatori nel borsello — la _Spuma
-del mare_ non era da vendere.
-
-Voi sapete che una delle forme più visibili del trionfo è la critica
-severissima dei buoni a nulla, e non mancò nemmeno questa all'amico
-Valente. Ho inteso proprio io, e non sono morto dal ridere, un certo
-tale dire che in fin dei conti la _Spuma del mare_ non era questo, non
-era quello, non era quest'altro, _non era il diavolo_, in una parola.
-— Verità sacrosanta: non era il diavolo, nè un quadro storico, nè un
-quadro di genere, e nemmeno un campanile od una piramide d'Egitto....
-
-Quel certo tale mi guardò; non sospettava forse d'aver tanta ragione, e
-cominciò probabilmente a credere che potesse avere torto.
-
-Altri cervelli avveduti pigliavano la cosa in diverso modo; invece di
-criticare nel quadro fortunato quello che non _vi era_, si persuasero
-che il suo fascino dipendeva tutto dalla cosa dipinta; che per fare un
-capolavoro bisognava assolutamente chiederlo all'acqua ed alle donne
-mitologiche. E fu nei mesi successivi una processione di sirene che non
-ammaliarono anima viva, di ninfe o Diane nel bagno, le quali cercavano
-cento modi di nascondere bellezze che neppure i collegiali si sognavano
-di guardare con desiderio.
-
-Ma non voglio fare i passi più lunghi del racconto: torno dove l'ho
-lasciato.
-
-Il piccolo Giovanni Battista, dandomi l'idea del mio capolavoro,
-me l'aveva fatta pagare a prezzo di curiosità, perchè, come sapete,
-proprio nel momento che egli entrò a rimorchio della signora Chiarina,
-l'amico Nebuli stava per dirmi.... — Che cosa? — Lo chiesi invano a me
-stesso tutto il giorno seguente; a lui non volli chiederlo, pensando
-che fosse meglio aspettare.
-
-Era forse pentito; quasi mi leggesse sulle labbra la frase
-sacramentale: — che cosa stavi per dirmi? — sfuggì un paio di occasioni
-di trovarsi meco a quattr'occhi.
-
-Alla sera, secondo il solito, si doveva andare alla birreria insieme —
-aspettavo la sera — ma quando fu l'ora, ed io scesi a prender lui solo,
-la signora Chiarina aveva sul capo un monte di fiori e di verdura,
-il suo orribile cappellino d'ultima moda che essa rendeva quasi
-sopportabile.
-
-Bisognò correr su e mettere io stesso sulla testa vezzosa della mia
-Annetta il suo cappello alla bersagliera con una piuma di galletto,
-un cappello che se ne stava andando e che le mogli come la mia, di
-certi mariti come me, trattenevano con tutte le moine dell'adulazione,
-trovandolo infinitamente più grazioso del nuovo venuto.
-
-Si uscì dunque insieme; le due mogli innanzi a braccetto, i due mariti
-seguivano.
-
-L'amico Valente, parlando di cento cose, quasi non mi lasciava aprir
-bocca; a un tratto si arrestò, si volse, mi voltai; un uomo che ci
-seguiva alle spalle ci passò dinanzi frettoloso, e quando fu vicino
-alle nostre donne, piegò il capo per guardarle. Affrettammo il passo,
-tirò diritto.
-
-— L'hai visto? — mi chiese Valente.
-
-— Non bene; mi è parso un vecchio.
-
-— È un vecchio. —
-
-Non mi disse altro.
-
-Era un peccato rintanarsi nella birreria, affumicare il visino bianco
-della signora Chiarina — così disse Annetta, a cui per altro piaceva
-la birra e non ispiaceva il fumo del tabacco; ma la signora Chiarina
-protestò, cacciandosi la prima nella birreria fumosa, dove molti
-avventori si cavarono il sigaro di bocca per contemplare senza nebbie
-dinanzi agli occhi quella visione gentile.
-
-Ci andammo a sedere in un camerino remoto, contando di trovarci soli —
-no signori.
-
-Un uomo, un vecchio, ci aveva preceduti e si sedeva proprio allora nel
-posto migliore.
-
-Come ci vide, lo assalì uno scrupolo, e lasciando alla signora Chiarina
-la sua poltrona, fece un inchino ad Annetta, poi guardò noi, rizzandosi
-in tutta la sua lunghezza, che era la mia tale e quale. Lo salutammo,
-egli si ritrasse in un cantuccio e noi si ordinò la birra con un
-cert'impaccio. Avevamo riconosciuto l'uomo di poc'anzi.
-
-Era un vecchio pulito, con una faccia piuttosto grave, sebbene priva
-di barba, con due occhi che avevano lampi di malizia; doveva essere
-curioso, perchè o guardava noi, o dall'immobilità dello sguardo fisso
-nel suo bicchiere, dove non era proprio nulla di molto singolare, era
-chiaro che porgeva orecchio alla musica chiacchierina che usciva dalle
-labbra delle nostre donne. Io che di curiosità ho la mia porzione — non
-la nascondo — lo vidi un paio di volte fregarsi le mani e sorridere
-come ad una bella creatura del suo cervello, poi, guardando noi,
-rifarsi serio: una volta si alzò in piedi: mi aspettavo che se ne
-andasse; niente affatto: aprì le labbra probabilmente per parlare, ma
-probabilmente corresse l'intenzione, si palpò le tasche, fece l'atto
-di meraviglia di chi ha smarrito qualche cosa, ed infine estrasse una
-pezzuola di seta, che ricacciò in un'altra tasca senza servirsene! Di
-nuovo si abbandonò sulla seggiola, ancora si fregò le mani e sorrise
-alla sua bella incognita.
-
-Rimanemmo poco più d'un quarticino d'ora nella birreria: nell'andarcene
-ci toccò rispondere al più profondo degli inchini accompagnato dal più
-amabile dei sorrisi.
-
-— Che vecchietto garbato! — disse Annetta.
-
-— Che bel vecchietto! — diss'io.
-
-— A chi somiglia? — mi domandò Valente.
-
-Mi feci venire in mente tutte le nostre conoscenze; non somigliava a
-nessuna.
-
-— Dev'essere il ritratto di suo padre o di suo nonno, ma un uomo di
-quell'età ha il diritto di assomigliare a sè stesso.
-
-— Quanti anni credi che abbia quell'uomo?
-
-— Se non ha afferrato i sessantacinque, ci ha le mani sopra di sicuro.
-
-— Sbagli, deve appena aver passati i sessanta.
-
-— Sarà benissimo, li avrà passati appena.
-
-Il giorno dopo, mentre io attraversando i corridoi della Mostra
-Permanente, m'ero fermato a salutare la _Spuma del mare_, sentii
-qualcuno che diceva al mio fianco: — Oh bella! oh bellissima! oh
-stupenda!
-
-Pensate come mi battesse il cuore; mi voltai, era l'incognito della
-vigilia. Aveva gli occhi fissi sopra di me; lo salutai, ed egli, come
-se non aspettasse altro:
-
-— È proprio stupenda, — disse — non pare anche a lei?
-
-— È meravigliosa, — dissi — osservi quelle carni che paiono luminose;
-e quell'aria.... si muove! e veda laggiù, nell'azzurro profondo, quelle
-nuvolette: non si direbbe che si affaccino a contemplare il miracolo?
-
-— È un artista lei?
-
-— Sì, signore.
-
-— Ha qualche tela esposta?
-
-— Ne ho quattro; due sono già vendute.
-
-Le volle vedere, gli piacquero naturalmente moltissimo.
-
-— Valente Nebuli, — soggiunse poco dopo, — è quel signore che era ieri
-con lei?
-
-— Appunto....
-
-— Il marito della signora Chiarina?
-
-— Già....
-
-— E sta bene?
-
-— Benissimo, è sano come un pesce.
-
-Non lo avevo capito.
-
-— È ricco, — soggiunsi.
-
-— Come lo sa? È proprio sicuro che sia ricco?
-
-— Possiede un palazzo in via....
-
-— Il palazzo non è suo.
-
-— Le garantisco che è suo.
-
-— Le garantisco che non è suo.
-
-— Se sono io un inquilino, e gli ho pagato il fitto....
-
-Il fitto non lo avevo pagato ancora, ma mi pareva quello il modo
-di tappargli la bocca più presto: eh sì! fiato sprecato. Il vecchio
-soggiunse:
-
-— Egli dovette affittare due appartamenti che solitamente erano uniti:
-ne abita uno, e subaffitta l'altro, di cui non ha bisogno...
-
-— Non mi ha mai detto nulla di questo....
-
-— Perchè non glielo avrà mai chiesto.
-
-Era vero.
-
-— Ad ogni modo è ricco, — soggiunsi, — ha avuto un'eredità....
-
-— Sì, ma ha una lite....
-
-Come era informato l'amico!
-
-Lo guardai in faccia senza fiatare; egli guardava (ora ne sono sicuro)
-la sua bella incognita della vigilia, le sorrideva e si fregava le
-mani.
-
-— È una _Spuma_ preziosa, — disse poi tornando a porsi in atto
-ammirativo dinanzi alla tela, — quanto crede lei che possa valere?
-
-— Non è da vendere, — risposi.
-
-— Lo so bene — sospirò, — lo so bene! Ha rifiutato molte offerte....
-
-— Generosissime....
-
-— Da pitocchi. Se il signor Nebuli volesse, c'è qualcuno che gli
-darebbe il doppio dell'Americano.
-
-— Non vorrà.
-
-Sorrise maliziosamente e disse:
-
-— Se perde la lite, vorrà.
-
-Era la seconda volta che mi faceva inarcar le ciglia e star mutolo; e
-di nuovo lo vidi sorridere a qualcuno che era nello spazio e fregarsi
-le mani con compiacenza genuina.
-
-— Come fa a sapere della lite?
-
-— È tanto facile sapere quello che riguarda Valente Nebuli, chi non lo
-sa? Il rifiuto dei dollari americani ha messo in moto i curiosi, gli
-sfaccendati, tutti coloro che non hanno orecchie se non per ascoltare
-i fatti degli altri e lingua per ripetere ciò che le orecchie hanno
-inteso.... i tribunali non sono segreti ai tempi nostri, gli avvocati
-non sono muti, come ella sa benissimo, gli uscieri nemmeno, e si mette
-in piazza tutto, anche quello che non ci si dovrebbe mettere.... cioè
-che Valente Nebuli perderà la lite e rimarrà povero in canna.
-
-Io cominciavo a credere che fosse egli pure uno di coloro che non hanno
-orecchie _eccetera_, ma tanto la sua sicurezza mi spaventava!
-
-— Dice sul serio?
-
-— Non vi è ombra di dubbio, il vecchio Corvi era imbecillito dalla
-paralisi.
-
-Lo guardai a bocca aperta.
-
-— Perciò — soggiunse — gli dia un buon consiglio: «non aspetti a
-vendere la sua _Spuma del mare_ quando sarà povero, è ora il momento;»
-glielo dia lei questo buon consiglio.
-
-— Glielo dia lei — risposi con un risolino furbo, volendomi dar l'aria
-molto penetrativa....
-
-— Sicuro che glielo darò, — ma da me non lo vorrà pigliare.
-
-Tacque per rimettersi come prima in contemplazione dinanzi al quadro;
-io pensavo.... quante cose pensavo!
-
-— Vuole che le faccia una confidenza? — mi disse ad un tratto
-l'incognito.
-
-— Si accomodi — risposi.
-
-Ed egli si accomodò benino, dicendomi d'una scommessa, d'un puntiglio,
-di un innamoramento, di sè medesimo e d'un cotale più incognito di
-lui, in modo che, quando ebbe finito, altro non capii se non quello che
-sapevo benissimo, cioè che l'amico si era messo in capo di comprar la
-_Spuma del mare_ a tutti i costi e voleva me per alleato.
-
-— Benissimo — dissi — io annunzierò la sua visita a Valente Nebuli — e
-chi devo annunziare?
-
-— Sono forestiero, quasi nessuno mi conosce in Milano, mi ci trovavo
-di passaggio ed avrei tirato diritto menando i miei reumi per l'Italia
-centrale, finchè dura la bella stagione; questa _Spuma_ mi ha fermato,
-gli dica così.
-
-— Gli dirò così, — risposi col mio risolino furbo, che invece di
-sgominarlo lo fece ridere, — così gli dirò.
-
-Egli mi porse una mano tutta tendini ed ossa, che sfiorai appena; ci
-separammo.
-
-— Indovina chi era il vecchio della birreria, — dissi a Valente.
-
-— Chi era? mi chiese ansioso.
-
-— Un innamorato della signora Valeria, — soggiunsi scherzando, — un
-aspirante....
-
-Ma ammutolii vedendo sul volto dell'amico tutti gli indizî d'una
-commozione vera.
-
-— Te l'ha detto lui?
-
-— Me l'ha detto lui.
-
-— Ha proprio detto della signora Valeria?
-
-— Che ti viene in mente? Come vuoi che sappia?
-
-E tacqui guardandolo, mentre egli mi pigliava per mano e mi tirava a
-sedere sopra un canapè, al suo fianco.
-
-— Dunque, quel vecchio è?...
-
-— Chi sia non lo so.
-
-— Non gli hai chiesto il suo nome?
-
-— Sì, ma non me l'ha detto; è il signor X d'una equazione a più
-incognite, che, se ti ricordi, è un'equazione, in cui ci è anche un
-Y che non si sa chi sia. Io, come puoi credere, non l'ho sciolta, ma
-così tentoni, dico fin d'ora che il vecchio della birreria non vuol
-comperare il quadro per una speculazione, dal momento che è disposto
-a darti il doppio degli Americani, e suppongo non lo comperi per sè —
-dunque X è uguale ad un mediatore.
-
-Valente stette alcuni istanti a far dei _sì_ e dei _no_ quasi
-impercettibili col capo, poi si volse a me, e come se continuasse un
-discorso bene avviato, senza preamboli di sorta, mi disse:
-
-— Devi sapere....
-
-
-
-
-VIII.
-
-Quello che io dovevo sapere.
-
-
-Lo chiamavano Giorgione, perchè il suo nome era Giorgio, la sua
-circonferenza enorme; era pittore e viveva coi pittori, ai quali dava
-spesso un buon consiglio per nulla e talvolta qualche centinaio di
-lire per meno ancora, cioè a dire in prestito. Invero se i consigli
-buoni gli fruttavano la soddisfazione di vedere una particella del suo
-robusto ingegno nelle tele degli allievi e degli amici, solitamente
-i prestiti escludevano per l'avvenire i consigli, perchè chi aveva
-intascato cento lire non si lasciava più vedere per prender altro.
-
-Giorgione guadagnava molto, ma aveva le mani bucate, come si dice;
-perciò quando egli aveva da pigliare una manata di napoleoni d'oro,
-ci era sempre qualcuno, a cui mancava il pane od il companatico od i
-colori o la tela o la cornice, ma mai la faccia tosta, per tirar su
-tutti i napoleoni che cadevano.
-
-Italiano Giorgione, italiani la maggior parte degli allievi; non andava
-a Parigi uno del _bel paese_ che non facesse visita allo studio od alla
-borsa del pittore famoso. Era una specie di colonia italiana nel mare
-magno della capitale francese.
-
-Una volta Giorgione conobbe una coppia d'italiani sposi di fresco; la
-sposa era la signora Valeria, lo sposo un mediocre pittore, un uomo
-eccellente, che visse appena il tanto da farsi amare come un fratello,
-poi se ne morì. La vedova rimase abbandonata, senz'altre ricchezze
-che poche tele cattive del marito ed il suo visino da angelo in un
-paese indemoniato. Era savia ed ingenua quanto bella, si proponeva in
-buona fede di piangere tutta la vita il morto, credendo la poverina di
-potersi guadagnare il pane posando per le _Madonne addolorate_; ma se
-Giorgione non le veniva in aiuto comperando le cattive tele del morto
-e facendole propriamente da tutore, chi sa che sarebbe stato di lei. A
-quanti pittori la vedevano, pigliava un desiderio ardente di copiarne
-le mani e la testa, ma Giorgione era come geloso della sua _Madonna_ ed
-a malincuore la imprestava ad altri.
-
-A quel tempo andò a Parigi un gran signore, un conte, un marchese,
-un duca, che so io, un pezzo grosso; faceva l'ultimo suo viaggio da
-scapolo, ma questo non lo diceva a nessuno; amava le arti, imbrattava
-anche lui delle tele e lo faceva sapere a tutti. Naturalmente capitò
-nello studio di Giorgione, vide la signora Valeria, e sentì (non
-sarebbe stato artista se non l'avesse sentita) la smania irresistibile
-di copiare anche lui la testa e le mani della modella famosa. Giorgione
-gli fece mettere un cavalletto in uno stanzino, e gli permise di venire
-un'ora ogni giorno a dipingere una _Madonna_, curioso di vedere come se
-la sarebbe cavata quel _dilettante_; e visto che se la cavava benino,
-dopo la prima posa gli lasciò soli, credendo forse che l'immagine
-santa dovesse tutelare abbastanza l'originale. Giorgione chiedeva un
-miracolo, e lo chiedeva ad una _Madonna_ incominciata appena; e pure
-Giorgione non credeva ai miracoli, ed in fatto di _Madonne_ le adorava
-quando erano capilavori e dava un certo valore mercantile a quelle che
-faceva di commissione, niente più. Ma l'uomo non è sempre ragionevole a
-tempo.
-
-Quel signore stava a cavallo della quarantina, ma saldo come se avesse
-trent'anni; era bello, aveva modi da gentiluomo artista che piacciono
-tanto alle donne vissute in povera condizione. Io m'immagino che,
-per cogliere il segreto della bellezza rara della sua _Madonna_,
-la fissasse a lungo a lungo, con due occhi, da cui si avventava il
-fluido magnetico, e dopo averle detto: _«più su» troppo, «un po'
-più a sinistra» così «no»_ e simili, si alzasse talvolta tenendo il
-pennello tra i denti, e pigliasse il visino con mani carezzevoli per
-collocarlo come doveva essere, e sempre e ad ogni modo saettandola
-col fluido, finchè un giorno la signora Valeria si sentì vinta. Egli
-disse probabilmente — «mi sorrida» — ed ella fece un sorriso che
-apparve riprodotto tal quale sulla tela; poi egli, senza dir parola,
-ma tremante per desiderio, si accostò a lei tremante per paura, e
-sulle guance impallidite dalla commozione raccolse probabilmente colle
-labbra qualche cosa che nella tela non poteva mettere. E continuando
-ad immaginare, io dico che la _Madonna_ impassibile e sorridente non
-somigliava per nulla in quel punto alla creatura terrena trasfigurata
-dall'amore.
-
-Non le somigliò più; la signora Valeria divenne prima allegra troppo,
-poi troppo mesta e pallida.
-
-E un giorno qualcuno avvertì Giorgione che la sua protetta, la sua
-pupilla, la sua figliola (perchè era tutto questo per lui) se ne andava
-di nascosto in una casa dirimpetto, dove il conte od il marchese, od
-il duca, od il diavolo l'aspettava per farla posare (povera _Madonnina_
-profanata!) in atto di Venere nascente dalla spuma del mare. Giorgione
-vide il quadro disegnato appena, comprese il resto — sapendo benissimo
-che non nascono Veneri innocenti dalla spuma del mare.
-
-Un mese dopo la signora Valeria piangeva l'abbandono, e più tardi se ne
-moriva mettendo al mondo una creaturina — storia vecchia.
-
-Il conte, il marchese, il duca, il che so io, era fidanzato ad una
-duchessina molto ricca e molto casta; il suo viaggio a Parigi aveva
-avuto per iscopo di comperare i doni alla sposa — quando seppe che una
-figlia eragli nata prima del suo matrimonio, e che la madre era morta,
-rispose con una lettera piena di lagrime e di biglietti di banca —
-invocando da Giorgione facesse lui il babbo alla bambina, e serbasse il
-segreto di quel _disastro_.
-
-A qual fine svelare alla povera orfana la sua origine? Perchè farla
-affacciare alla porta d'un segreto che sarebbe stato il gran dolore
-di tutta la sua vita? Crebbe la fanciulla nella persuasione d'essere
-figlia di Giorgione, e più tardi, apprendendo che costui non era
-suo padre, pianse come se le venisse tolto davvero. Giorgione aveva
-passata la cinquantina da un pezzo; la fanciulla era giunta ai diciotto
-e per essere propriamente padre e figlia in faccia alla legge bastò
-il consenso d'entrambi, una domanda e la sentenza d'un tribunale —
-tutto ciò fu fatto dinanzi a due testimonî, che furono i due allievi
-prediletti di Giorgione: Valente ed un certo Salvioni, prodigioso
-ingegno, ma testa pazza e cuore bacato. E così Chiarina non seppe mai
-che il suo padre vero fosse....
-
-— Chi?
-
-Quando io feci questa domanda all'amico Nebuli, egli mi rispose
-crollando il capo che non lo sapeva neppur lui: Giorgione aveva
-custodito bene il suo segreto.
-
-— Ma non temette egli di nuocere alla piccina tacendo?
-
-— Temette di nuocerle parlando; ma forse chi sa?... Quando più non
-era in tempo, quando si avvide che era la sua ora d'andarsene, che
-Chiarina sarebbe rimasta sola nel mondo, forse allora si pentì, — era
-tardi.... —
-
-Non ci comprendevo più nulla.
-
-Valente mi guardò un pezzo titubante, poi prese le mie mani nelle sue,
-come per farmi una preghiera, come per strapparmi una promessa.
-
-— Più nessun segreto con te; ti dirò tutto.
-
-E mi disse tutto senza una reticenza, senza un turbamento.
-
-Quel tal Salvioni, pittore, che era da molto tempo nella intimità
-del vecchio Giorgione, si accese per la fanciulla. Lo ammaliava la
-bellezza sovrana delle forme di lei bambina, che aveva dato al pennello
-del vecchio artista un capolavoro; egli si divorava la giovinetta
-cogli occhi, costringendola ad arrossire. Ma il vecchio aveva fatto
-una campagna, come si dice, ora ci vedeva chiaro e faceva la guardia
-come un veterano, tanto che il discepolo, non potendosi confessare a
-Chiarina, si confessò al maestro. Giorgione disse una sola parola; —
-Sposala! — Ma il Salvioni era come tanti; amava la fanciulla, abborriva
-il matrimonio; trovò la penitenza enorme e chiese tempo a pensarci.
-
-Allora Giorgione consigliò al discepolo di non venire più nello studio,
-finchè avesse deliberato; e l'altro messo alle strette deliberò, venne
-e sposò Chiarina.
-
-— La sposò proprio? — interrogai.
-
-— La sposò proprio.
-
-— E tua moglie... cioè, la signora Chiarina, si lasciò sposare?
-
-— Aveva diciotto anni, le dissero di dir di _sì,_ glielo dissi anch'io,
-lo disse.
-
-— Anche tu!... Comprendo..., il Salvioni morì....
-
-— Non comprendi, — interruppe Valente, con un sorriso melanconico,
-— non puoi nulla comprendere! Il Salvioni in capo a sei mesi di
-matrimonio, dopo aver fatto patire alla poveretta perfino la fame,
-senza che ella si lamentasse mai, un bel giorno, cioè un brutto
-giorno, se ne partì chiedendo il perdono di Giorgione e di Chiarina,
-promettendo di tornare quando fosse ricco. Intanto aveva consumato
-la piccola dote della sposa. All'improvviso annunzio Giorgione
-accorse alla casa vedovata, apprese a Chiarina la nuova sventura,
-preparandovela colle sue moine da babbo, poi le coprì di baci le guance
-pallide, le asciugò le lagrime colle carezze e di nuovo se la condusse
-a casa a braccetto. Quando ebbe accomodato tutto ciò, fece la sua brava
-malattia di due settimane, andò fino al limitare del mondo di là e
-tornò indietro a ripigliare le fatiche ed i doveri di padre.
-
-— Dov'era andato il Salvioni? — mi arrischiai a domandare dopo alcuni
-istanti di silenzio.
-
-— Non si seppe mai. Ma una volta avevo inteso Giorgione dire che
-quel capo scarico non lavorava più, perchè si era messo in testa di
-ritrovare il padre di sua moglie, e più d'una volta udii lui stesso,
-il Salvioni, quando era brillo, inveire contro gli snaturati che
-abbandonano le loro creature. Sapeva della mia eredità ed era chiaro
-che la sorte mia gli faceva invidia, anche lui voleva arricchire senza
-fatica.
-
-Un giorno fui chiamato in fretta allo studio di Giorgione; si
-sentiva male, aveva una gran sonnolenza, contro cui si ribellava con
-coraggio. Mi vide, mi afferrò le mani nelle sue fredde, e trovò la
-forza di raccomandarmi Chiarina; si assopì, per poco; svegliandosi: —
-«dev'essere a Milano!» — disse, poi si assopì di nuovo, per sempre.
-
-— E tua moglie? — chiesi quando mi parve che il silenzio durasse più
-del necessario.
-
-Non ebbi risposta. Provai ancora ad offrirgli un mozzicone di frase,
-perchè mi usasse la cortesia di continuarlo.
-
-— La signora Chiarina rimase.... —
-
-Ma Valente muto come un pesce. Ed io:
-
-— Rimase vedova.... naturalmente, e poi? —
-
-L'amico Nebuli si rizzò in piedi.... ma qui ci sta un'osservazione e
-ce la metto. Nella settimana d'un uomo lungo vi sono momenti, in cui
-egli avrebbe bisogno di rimpicciolirsi; immagino che il contrario debba
-accadere più spesso ai piccini, e che i mezzani non siano in condizioni
-migliori, non si potendo accorciare od allungare come i cannocchiali;
-perciò quando l'amico Nebuli si rizzò in piedi con una certa solennità,
-compresi subito che quello che mi voleva dire gli sarebbe costato meno
-fatica scendendo dall'alto, e rimasi a sedere.
-
-Ma per quanto egli si provasse, ed io lo incoraggiassi cogli occhi, non
-gli venne fuori una sillaba.
-
-Allora abbassando la voce chiesi: — non è tua moglie? — ed egli
-abbandonò le mie mani e ricadde al mio fianco — non era sua moglie!
-
-Il resto si racconta in due parole. Valente raccolse la bella ed i
-pochi, pochissimi spiccioli del padre adottivo di lei, ne vendette le
-tele ed i mobili all'incanto e fu lui stesso il maggior offerente;
-ripose il tutto nel suo quartierino da scapolo a Parigi, parlò al
-console italiano, scrisse e fece scrivere ad altri dieci consoli
-chiedendo notizie del pittore Salvioni, a cui voleva restituire il
-denaro e la moglie: passò un anno.
-
-A lungo andare Valente e Chiarina cominciarono ad accorgersi che la
-loro condizione si faceva insopportabile, che un gran pericolo era
-sempre imminente, e la maldicenza ai loro calcagni, e la curiosità dei
-vicini invariabilmente alla finestra, scettica, maliziosa, beffarda,
-tanto che alla fine sentirono entrambi il bisogno di spacciare alla
-malizia della gente una bella menzogna e darsi al mondo per marito e
-moglie....
-
-Così andarono le cose, secondo mi disse Valente, ma qui mettendo un
-po' d'immaginazione e di buona volontà dove l'amico metteva qualche
-reticenza, io supponevo, cioè non supponevo, ma avevo paura di
-supporre.... e mi pareva di vederla alla finestra la mia malizia di
-vicino di casa, scettica, curiosa e beffarda. Io che sono bonario non
-desideravo di meglio che di poter paragonare la signora Chiarina e
-Valente a quelle due isolette castissime scoperte da un poeta moderno;
-mi ci provavo, e quando a forza di buona volontà ero riescito a tirare
-a galla le due isolette nel piccolo mare della mia immaginazione, ecco
-un altro mare più piccolo, quello dipinto dall'amico Nebuli,...
-
-— A te ora, — mi disse costui all'improvviso; — chi è il vecchio della
-birreria?
-
-— Chi è il vecchio della birreria? — ripetei.
-
-— Chi credi che sia?
-
-— Il signor Salvioni, — risposi da vero sbadato. —
-
-Ed accorgendomi d'averla detta grossa, corressi:
-
-— Il signor Salvioni no, probabilmente; dev'essere più giovane un
-pezzetto.... Per altro... fammi il piacere.... Giorgione, prima di
-morire, disse: — _dev'essere_ _a Milano_; di chi parlava se non del
-Salvioni?
-
-— Sicuro; se avesse parlato del padre di Chiarina non avrebbe detto
-_dev'essere_, avrebbe detto _è_, perchè sapeva benissimo dov'era, od
-avrebbe proferito il nome, che era la più spiccia.
-
-— Lo vedi!
-
-— Sì, ma perchè mai sospettava che il Salvioni fosse a Milano, se non
-perchè?...
-
-— Capisco! — interruppi con una specie di grido sommesso, — se non
-perchè credeva il marito di tua.... della signora Chiarina capace
-d'aver penetrato il mistero e di fare una corbelleria?
-
-— Ci sei!
-
-— Ci sono; e tu, venendo a Milano, cercavi il Salvioni o l'altro?
-
-— Non lo so nemmeno io, — balbettò l'amico, — uno dei due, ma il
-Salvioni avevo quasi perduta la speranza d'incontrarlo, le nostre
-pratiche erano riuscite vane.
-
-— E facendo la _spuma del mare_, e dando alla tua Venere il volto
-della signora Valeria, ed esponendo il quadro alla Mostra permanente tu
-speravi di costringere....
-
-— Costringere no.... ma forse di rendere più facile il dovere ad
-un vecchio pentito.... di avvicinare d'un gran passo il padre e la
-figlia.... Venti volte mi battè il cuore affrettato alla vista d'un
-compratore....
-
-— Dunque, secondo te, il vecchio della birreria?
-
-— Il vecchio della birreria non è da oggi che me lo vedo fra i piedi,
-l'avevo già visto passar sotto le mie finestre e guardare in alto.
-L'altro ieri un signore, un vecchio, sottopose il portinaio ad un
-interrogatorio sul conto mio, sul conto di Chiarina, sul tuo; ieri ci
-inseguì per istrada, ci precedè nella birreria....
-
-— E stamane, proseguii pigliando il filo, stamane appicca discorso
-con me.... s'innamora del tuo quadro che vuol pagare il doppio degli
-Americani, non mi dice il suo nome, è informato dei fatti tuoi....
-verrà.... —
-
-Tacemmo entrambi; collo sguardo e coll'atto ci proponevamo lo stesso
-quesito:
-
-— Chi era il vecchio della birreria?
-
-— Il signor Bini — entrò a dire il servitore in livrea, proprio come
-nelle commedie moderne.
-
-Ci levammo di scatto tutti e due — un vecchio entrò — era lungo, era
-diritto, era anche un po' impacciato — era lui!
-
-
-
-
-IX.
-
-In cui l'incognito comincia a tormentare la mia curiosità.
-
-
-La mia presenza rese facile il colloquio e lo fece subito volgere
-ad una specie d'intimità. — Quel caro signor Bini aveva una sua
-venuzza ironica, sottile, ma perenne, che gocciolava sempre, cosicchè
-mentre lui era quello che, secondo tutte le leggi della fisiologia e
-della psicologia, doveva aver bisogno di rinfrancarsi, eravamo noi a
-commoverci per conto suo; era lui che si abbandonava sul canapè, noi
-che ci tenevamo impettiti sull'orlo della sedia a guardarlo cogli occhi
-grossi.
-
-Unico indizio del suo _grande affanno_, una curiosità sfacciata,
-petulante, che fissava tutti gli oggetti a lungo e minuziosamente,
-senza perdere la sintassi del periodetto infilato; la sua lingua
-andava lenta, ma senza intoppi, come un movimento d'orologeria. — «A
-credergli, per ciò solo era.... venuto.... perchè aveva visto.... la
-Venere.... dell'amico Nebuli.... e con tutti i suoi anni.... che non
-eran pochi,... se n'era.... innamorato.»
-
-Quanti erano i suoi anni?
-
-Io lo chiesi, perchè pensai che, non chiedendolo allora, non avrei
-forse trovato un momento migliore, ed egli rispose che erano _sessanta
-suonati_, e continuò a svolgere comodamente la sua filastrocca.
-
-Valente ed io ci guardammo alla sfuggita per dirci che il conto tornava
-benissimo.
-
-L'amico Nebuli diè la risposta già data a tanti — «la sua Venere
-non era in vendita,» — ed il vecchio si accontentò di sorridere; non
-aveva premura, avrebbe aspettato.... sperando.... non si sa mai....
-in un mutamento d'idee; intanto.... se gli si permetteva.... sarebbe
-venuto.... a trovar lui e l'ottimo signor Ferdinando.
-
-Il signor Ferdinando ero io, come sapete, e vi assicuro che non
-me ne stupii, sebbene il mio nome non glielo avessi detto proprio.
-Quanto all'_ottimo_, che ne poteva saper egli? perciò lo respinsi
-garbatamente, protestando che era lui _troppo buono_.
-
-Ancora poche ciancie inutili, molte occhiate in giro, poi il signor
-Bini spiegò di nuovo tutta la sua lunghezza, ci strinse le mani, ripetè
-che.... se non.... incomodava.... sarebbe tornato.
-
-Nell'attraversar le camere con una lentezza adorabile, a me parve che
-facesse l'inventario dei mobili senza averne l'aria.
-
-Della signora Chiarina non si era detto verbo; Valente mi confessò poi
-ch'era stato lì lì per andarla a chiamare, ma che non aveva trovato un
-pretesto.
-
-La signora Chiarina — ecco l'esperimento solenne che ci voleva! ma ora
-che concludere, perchè sarebbe pur stato bello concludere qualche cosa
-dopo un colloquio di quella fatta?
-
-Era _lui?_ Non era _lui?_
-
-— Non ti pare che le somigli? — mi disse l'amico mio.
-
-In coscienza no, non mi pareva; ma io non l'aveva guardato che
-nell'insieme; forse bisognava esaminarne i particolari, come aveva
-fatto Valente, il quale si era fermato al naso come ad un indizio
-rivelatore....
-
-Ma quando io mi trovai per la seconda volta faccia a faccia col
-vecchio, ed afferrai ben bene ed a lungo il suo naso co' miei due
-raggi visivi, dopo avere stentato a lasciarlo andare perchè stentavo
-a credere a me stesso, mi dovetti convincere che il cuore, od il
-sistema nervoso, od un'illusione ottica aveva tradito l'amico Nebuli.
-Era un naso dritto, sottile, come dritto e sottile lo aveva la signora
-Chiarina, ma i nasi hanno cento maniere d'essere dritti e sottili senza
-perciò assomigliarsi menomamente.
-
-Piuttosto bisognava cercar la somiglianza altrove: — spianandone le
-rughe, spargendovi una profusione di biacca.... pareva a me....
-
-Mentre io così fantasticava, non staccando gli occhi di dosso al
-vecchio, facendo ogni tanto di sì col capo, sorridendo quando lo vedevo
-sorridere, senza sentire una sillaba di quanto diceva, una parola mi
-venne a svegliare di botto.
-
-— L'_ordine_.... — diceva il signor Bini.
-
-Che cosa diceva dell'_ordine_? Ne diceva bene, lo metteva in alto,
-in alto, sopra tutte le virtù cardinali e teologali, lo vedeva in sè
-stesso, in me, nell'amico Valente, nella terra, nel cielo, nei fiori,
-nelle stelle, e si accalorava un tantino, come se l'avesse regalato lui
-al mondo, e facesse le difese d'una creatura sua propria.
-
-Valente mi guardava sorridendo.
-
-Confesso una debolezza che non so spiegare; sopra la compiacenza grande
-che mi cagionava il trovare le mie medesime opinioni in un altro,
-galleggiava un dispettuzzo piccino.
-
-Provai a mettermi alle calcagna del vecchio per raggiungerlo; egli mi
-lasciava dire, finchè con un nuovo balzo si spingeva distante, ed io
-di nuovo dietro. L'ordine faceva questo — (lo avevo detto anch'io) —
-faceva anche quest'altro (questo pure avevo detto e ne chiamavo Valente
-in testimonio) — ma infine l'ordine fece cose, di cui io non l'avevo
-mai creduto capace, e allora mi rassegnai a restituire il suo sorriso
-malizioso all'amico Valente.
-
-Una bizzarra maniera, tutta propria del signor Bini, era quella di non
-darsi mai vinto.
-
-Mi provai una volta che egli diceva _sì_ a dir di _no_, egli ripetè
-_sì_, io _no_.... — sì — no.... sì — ammutolii; un'altra volta egli
-disse _no_, io _sì_ — no sì.... no — tornai ad ammutolire.
-
-Immaginando che entrasse anche questo nella sua monomania dell'ordine,
-mi proposi di lasciarlo dire sempre, senza contrastargli. Ma egli non
-pareva contento della nostra approvazione muta; quando aveva dato alle
-sue idee una foggia paradossale e non si vedeva contraddetto, mandava
-in giro certe occhiate di sconforto e correggeva egli medesimo la sua
-sentenza.
-
-Una volta aveva sentenziato:
-
-— _Il disordine non esiste._
-
-Valente uscì a ridere forte — io zitto.
-
-— _Non esiste il disordine_.
-
-Se dicendo _esiste,_ avessi potuto distruggerlo (il disordine,
-intendiamoci, non il signor Bini), non lo avrei detto.
-
-E il vecchio, dopo d'avermi cimentato invano, sorrise e si corresse
-così:
-
-— Non esiste il disordine, se non come manifestazione dell'ordine.
-
-— Bravo! — esclamai.
-
-Lessi negli occhi dell'ottimo signore la voglia prepotente di ribattere
-— _non è vero_ — ma egli trionfò di sè medesimo, non lo disse.
-
-In quella entrò la signora Chiarina.
-
-Ci alzammo tutti e tre di scatto.
-
-— Il signor Bini! — balbettò Valente — la mia signora. —
-
-Il vecchio s'inchinò. La signora Chiarina sedette, fece due ciance
-soavissime, il suo visino di latte divenne come una fragola un paio
-di volte — sorrise — e innamorò il vecchio, come aveva innamorato ogni
-altro, compresa la mia Annetta.... e me stesso.
-
-Come doveva battere il cuore del signor Bini!
-
-Per me, che mi vanto d'essere penetrante, le sue occhiate tenere quando
-si figgevano nel volto angelico, le altre mandate in giro lentamente
-per la sala, le altre fuggitive lanciate a Valente, per me, dico,
-nessuna di queste occhiate andò perduta. Dicevo in cuor mio: — Ora
-pensa allo stato, in cui vivono, ed ora pensa che si amano, e non
-sa.... poveretto!... ed ahi! ora forse pensa che a lui non è concesso
-d'amarla in palese! —
-
-Poi egli si distraeva ed io ne approfittavo per confrontare i volti
-ravvicinati della fanciulla e del vecchio.... la somiglianza _forse_
-vi era, impercettibile per un occhio profano, ma forse vi era! — E
-guardando Valente trovavo il suo sguardo fisso nel mio, ed egli diceva
-a me, ed io dicevo a lui che la somiglianza v'era.... forse.
-
-Il signor Bini non tradì altrimenti il suo segreto; fu disinvolto
-quanto è possibile, fu curioso quanto è lecito, e forse un po' più,
-finalmente si rizzò, strinse la mano bianca della signora Chiarina
-nella sua rete di tendini, e fece un inchino profondo.
-
-Quando se ne fu andato, la signora chiese: — Chi è quel vecchio?
-
-Valente tardò a rispondere, io dissi commosso:
-
-— Il signor Bini. —
-
-E rimasti un istante soli, Valente ed io:
-
-— Le somiglia? mi domandò.
-
-— Forse le somiglia, risposi, ma nel naso no, di sicuro.
-
-— Nel naso no, ripetè Valente; forse....
-
-— Aspetta, interruppi.... — e tratto di tasca il taccuino, scrissi due
-linee — in che le somiglia?
-
-— Nella bocca, mi pare.... che ha piccina; nelle labbra che, quando non
-sorridono con malizia, fanno il sorriso buono di Chiarina.... —
-
-Così disse Valente.
-
-E allora io lessi sconfortato quello che avevo scritto sul taccuino:
-
-«Spianandone le rughe, aggiungendo i capelli mietuti dai tempo,
-spargendovi una profusione di biacca, la fronte è tale e quale.»
-
-Tornò la signora Chiarina.
-
-
-
-
-X.
-
-Il signor Bini continua.
-
-
-Valente aveva aperto due finestre alla mia curiosità; una metteva nel
-passato, l'altra lasciava intravedere l'avvenire; ed io mi interrompevo
-spesso durante il lavoro per affacciarmi ad una delle due. La mia
-Annetta allora mi camminava intorno in punta di piedi, perchè mi
-credeva in contemplazione dinanzi ad un'idea da mettere in cornice,
-ed io, non le potendo dire la verità, che non era cosa mia, le davo un
-sorriso ed un bacio.
-
-Passavano intanto i giorni, ed il signor Bini rimaneva impenetrabile
-come i geroglifici, quando nessuno ancora li aveva penetrati. La sua
-freddezza con noi era meravigliosa: solo messo in faccia alla signora
-Chiarina, egli pareva lasciarsi sfuggire un lembo del suo segreto,
-ma non mai tanto, che noi potessimo afferrarlo e strapparglielo ed
-esclamare: — ora l'abbiamo, è lui! —
-
-Quando diceva qualche parolina amabile alla signora, o la chiamava
-«la mia bambina,» o la guardava a lungo negli occhi, tenendola per
-mano, e l'abbandonava appena si fosse fatta rossa, per ridere forte,
-dicendosene innamorato cotto: quando faceva tutto ciò, era propriamente
-un altro uomo uscito per arrendevolezza dalla sua buccia solita.
-
-Del resto anche la sua buccia solita, veduta da vicino, non mi
-spiaceva, perchè la severità era in lui corretta da un certo umor
-testereccio e beffardo; il sussiego da un sorriso di malizia. Valente
-ed io ci trovammo pienamente d'accordo nel dire che il fondo del signor
-Bini doveva essere eccellente.
-
-Solo non si sapeva più come tenerlo lontano, perchè ogni santo giorno
-il vecchio veniva a farci la visita e ce la faceva abbondante.
-
-Forestiero in Milano, diceva lui, gli avanzava ogni giorno del tempo,
-di cui non sapeva che farsi; lo regalava a noi; e per di più voleva che
-smettessimo le cerimonie con lui, dando egli il buon esempio — insomma
-un capolavoro di faccia tosta.
-
-Quando veniva in casa mia, si accomodava nella poltroncina dinanzi
-al cavalletto, e mi stava a guardare, oppure andava in giro per lo
-studio, cacciando il suo naso dritto e sottile ne' miei cartoni, che mi
-chiedeva il permesso di mettere in ordine.
-
-— Faccia, faccia! — rispondevo; e lo stavo a guardare come un fenomeno.
-
-Egli faceva, poi se ne veniva a me, dicendomi con accento paterno:
-
-— Quanto tempo li lascerà stare? Vediamo..... ah! come è disordinato
-lei! Ma già tutti così loro artisti! —
-
-Un po' di ragione l'aveva, perchè da quando mi ero incontrato in uno
-che voleva bene all'ordine più di me, mi pareva di volergliene io meno;
-ma buscarmi a quel prezzo del disordinato, era e non era un'iperbole
-superba e veramente curiosa? Ridevo.
-
-Da un pezzo non si parlava della causa _Corvi_ =contro Corvi.=
-
-Una volta mi venne in mente di botto, mentre io stavo ritto dinanzi al
-cavalletto, il signor Bini a sedere.
-
-— To'! — esclamai, — dev'essere domani il gran giorno....
-
-— Non è domani, — m'interruppe il vecchio.
-
-— E sa lei di qual giorno parlo?
-
-— =Corvi contro Corvi.=
-
-— Appunto.... ma che mi dice?... è proprio domani....
-
-— Non è domani. —
-
-Stetti zitto.
-
-— Fu chiesta una _proroga_ — soggiunse il vecchio quando ebbe
-assaporato il suo trionfo.
-
-— Come lo sa? domandai col pennello in aria.
-
-— Mi sta a cuore la lite dell'amico suo; finchè non abbia perduta la
-lite, non mi venderà la _Venere_, ed io la voglio.
-
-— Valente non perderà la lite — dissi io — i tribunali gli hanno già
-dato ragione una volta....
-
-— I tribunali hanno spropositato una volta più del necessario, —
-disse il signor Bini senza accalorarsi; — vi sono prove evidenti
-dell'imbecillità del vecchio Corvi.
-
-— A me il vecchio Corvi pare pieno di giudizio.
-
-— Non dica che le _pare._
-
-— Mi pare, lo dico.
-
-— Non lo dica, lo desidera, ecco tutto.
-
-— Mettiamo che sia così; che ne risulterebbe?
-
-— È così, e ne risulterà l'annullamento delle disposizioni
-testamentarie; l'amico suo sarà condannato a restituire un terzo
-dell'eredità avuta.
-
-— Appena?
-
-— Appena.... ma un terzo dell'eredità avuta dallo zio, il quale stette
-al mondo tanto da consumare la metà del _fatto suo_, cosicchè il terzo
-d'allora è diventato i due terzi del patrimonio d'oggi.
-
-L'aritmetica non si poteva lamentare, perchè era scrupolosamente
-applicata. L'erudizione del signor Bini cominciava a spaventarmi.
-
-— L'altro terzo — soggiunse il dottissimo signore — se ne andrà nelle
-spese della lite.
-
-— È proprio sicuro di quello che dice?
-
-— Lo domandi agli avvocati.
-
-— E che farà Valente? — dissi io.
-
-— Ricorrerà in Cassazione e venderà la _Spuma del Mare_.
-
-— E qual è il vantaggio di ricorrere in Cassazione?
-
-— Lo domandi agli avvocati — rispose il vecchio col suo sorriso
-malizioso — la lite potrà tirare in lungo un altro paio di annetti....
-le par poco?
-
-— Tutta colpa....
-
-— Tutta colpa del vecchio Corvi.... — m'interruppe il vecchio.
-
-— Ma se era imbecille?
-
-— Appunto per questo.
-
-— Dica invece tutta colpa dei due amici, perchè, deve sapere, se non lo
-sa.... lo sa?
-
-— Dica, dica.
-
-— Deve sapere che il Pasquali ed il Nebuli erano amici intimi, proprio
-come Valente ed io, e per una miserabile questione di denaro....
-per un puntiglio meschino.... si ritolsero prima l'affetto... poi il
-saluto, poi la stima, poi la pace.... finchè l'uno morì strozzato dalla
-consolazione di lasciar l'altro mezzo strozzato dal dispetto. —
-
-Avevo messo delle pause nel mio periodo, perchè m'aspettavo d'essere
-interrotto, invece fui lasciato dire.
-
-— Me l'avevano detto che la storiella era andata così. —
-
-Manco male che glielo avevano detto!
-
-— E del signor Pasquali che cosa ne sa?
-
-— So che è una specie d'orso, un brontolone, uno stravagante.
-
-— Precisamente; vive in una sua villa sul lago di Como, non si muove
-mai, non ha figli....
-
-— Non ha figli.
-
-— La colpa è sua.
-
-— Tutta sua, tutta sua.
-
-— Non già di non aver figli — dissi sorridendo.
-
-Ed egli sorridendo ripetè:
-
-— Non già di non aver figli.
-
-— Della lite....
-
-— Della lite. —
-
-Lo guardai sbalordito; non pensava più a contraddirmi, si fregava le
-mani, sorrideva a quella tale incognita della birreria o ad un'altra
-consimile.
-
-Alcuni istanti dopo si rizzò in piedi, ed andò a chiamare a tutti gli
-uscî la mia Annetta; quando ella comparve ed egli le ebbe stretta la
-mano, scese le scale.
-
-Una stranezza da aggiungere alle altre: dimenticò la solita promessa di
-ritornare, e fui io a gridargli dietro: — a rivederla! —
-
-
-
-
-XI.
-
-Qui una signorina leggerà due volte senza comprendere.
-
-
-Da un gran pezzo (due giorni lunghi) portavo di nascosto il mio
-segreto. Era pesante e fastidioso; mi legava le membra, chiudeva i miei
-gesti, solitamente larghi, in una piccola cornice di pochi centimetri
-di lato, mi mozzava le parole in bocca e mi faceva pigliare dinanzi a
-mia moglie l'aria d'un marito che ne avesse fatta una grossa; con tutto
-ciò non dicevo nulla, tenevo tutto per me.
-
-Quel giorno, appena il signor Bini se ne fu andato ed io mi trovai
-faccia a faccia colla mia Annetta sorridente, non seppi più resistere,
-la trassi a sedere in un canto, e fattomi promettere tutto quello che
-avevo promesso io, mi parve di essere nel mio diritto, cacciando di
-casa quel segreto importuno. Bisognava pigliarlo per le spalle senza
-preamboli, ed io lo pigliai solennemente così:
-
-— Hai da sapere, Annetta, che in casa dell'amico Nebuli vi è un mistero.
-
-Essa mi guardò sbarrando gli occhi.
-
-— Che la tua cara, la tua bella, la tua buona signora Chiarina, la tua
-innamorata in una parola, ha un segreto.... —
-
-Annetta faceva segno di no con tanto seriume, che mi parve vedere in
-lei la _scuola_ del signor Bini. Tacqui.
-
-— Non l'ha più, — disse mia moglie — mi ha detto tutto.
-
-— Tutto?
-
-— Tutto.
-
-— E tu non mi dicevi nulla?
-
-Rise, per non rispondere. Ed io serio:
-
-— La signora Chiarina ti ha detto quello che sa lei, cioè.... che
-Valente....
-
-— Non è suo marito, che il marito suo è un altro, il quale dev'essere
-morto.... e che lei ama Valente, e che col tempo si sposeranno davvero.
-
-— Col tempo! — sospirai — ma non ti ha potuto dire quello che essa
-medesima non sa e che ti voglio dir io.
-
-Le narrai la faccenda della signora Valeria, della _Spuma del Mare_, ed
-i sospetti che aveva fatto nascere il misterioso signor Bini. —
-
-— È lui! — sentenziò, — le somiglia....
-
-— In che?
-
-— Nel naso. —
-
-Fu la mia volta di crollare la testa col sussiego del signor Bini; poi
-dissi:
-
-— Se anche è lui, come costringerlo a confessare la sua paternità? Il
-codice non vuole, ed io dico che fa benissimo. Per me il signor Bini è
-il signor Bini, non ne dubito menomamente, ma se mai egli fosse quel
-duca, quel marchese, quel conte, quel pezzo grosso insomma che mise
-al mondo in un momento di distrazione la signora Chiarina, è evidente
-che non vuol darsi a conoscere. Ci avrà le sue ragioni, doveva prender
-moglie vent'anni sono; a quest'ora probabilmente l'ha presa ed ha
-figli o figlie da marito, alle quali non può regalare una sorella
-di contrabbando.... Questo è un romanzetto abbastanza verisimile; ti
-pare?... ne ho fatti una dozzina; intanto per me non vi è dubbio che il
-signor Bini è il signor Bini....
-
-— Potrebbe essere.... notò Annetta.
-
-— Sì, potrebbe essere, anzi deve essere un mediatore od un mandatario.
-Ma non mi par tanto liscia; e ad ogni modo costui o non sa nulla,
-o non dirà nulla; e sapendo e volendo dire, non muterebbe virgola
-all'articolo del codice.
-
-— Il tuo codice è snaturato.
-
-— Il mio codice è pieno di buon senso; ti pare che la società possa
-essere lasciata sotto la minaccia perpetua d'una legione di monelli,
-che ha approfittato dei minuti piaceri dei galantuomini per venire al
-mondo?.... E poi il _mio_ codice non l'ho fatto io.... La conclusione è
-che al padre della signora bisogna rinunziarvi, e allora?
-
-— E allora che cosa?
-
-— Allora bisogna trovare il marito, — diss'io abbassando la voce —
-bisogna trovarlo a tutti i costi.
-
-— E perchè farne del marito?
-
-— Per restituirgli la moglie.... se ancora si è in tempo.
-
-— Io credo di no, — disse Annetta ingenuamente — e poi il marito è
-morto. Chiarina ne è sicura.
-
-— E Valente? — pensai. —
-
-Il giorno dopo Valente venne da me; era pallido più del solito; senza
-dir parola, egli mi spiegò benissimo che aveva bisogno d'andare a
-spasso sul bastione con me solo, od almeno io l'intesi così; infilai il
-pastrano, piantai in testa il cappello a staio e gli tenni dietro.
-
-Non tentai nemmeno di cacciare il mio braccio sotto il suo, perchè
-pensavo: se due che camminano a braccetto hanno bisogno di dire qualche
-cosa di grave, che fanno prima di tutto? si snodano; dunque...
-
-Valente camminò al mio fianco un tratto, senza dir parola; seguiva
-coll'occhio le foglie secche che si staccavano dagli ippocastani e
-cadevano lentamente facendo i giri d'una spirale; all'ultimo disse le
-stesse mie parole di poc'anzi:
-
-— Il signor Bini deve essere il signor Bini — non ne dubito più.
-
-— Nemmeno io; e se anche si è cacciato in mezzo a noi per un incarico
-avuto, non è che un mediatore volgare, molto furbo, molto testereccio e
-troppo ordinato. —
-
-Così risposi io per vedere di farlo almeno sorridere; non mi riuscì.
-
-— Se ha un mandato da un _altro_, da _lui_, — tornò a dire l'amico
-Nebuli serio serio, — evidentemente non sa nulla di nulla.
-
-— Però, notai, basterebbe sapere chi lo manda; e scoprir questo non
-dev'essere difficile, se tu gli vendi il quadro....
-
-— Non gli venderò nulla; — m'interruppe con calore; — non capisci che
-quel quadro è _mio?_
-
-— E Chiarina non è ancora _tua_, e forse non sarà mai.... —
-
-Questo lo pensai, ma non lo dissi.
-
-— Al padre bisogna rinunziarvi, ripigliò dolente, quand'ebbe fatti
-alcuni passi silenziosi.
-
-— E il marito è morto.... —
-
-Quello che mi aspettavo accadde: — non rispose.
-
-— Dimmi il vero, è morto il marito?
-
-— Che ne so? Chiarina ne è persuasa. Per molti mesi lo credetti
-anch'io.... da qualche tempo ne dubito....
-
-— Hai avuto notizie? È accaduta qualche cosa?
-
-— No, nessuna notizia, è accaduto che ora l'amo e mi ama. —
-
-Io sono furbissimo certe volte; compresi.
-
-— E da quanto tempo ne dubiti? — domandai facendo lo sbadato.
-
-— Da un mese. —
-
-Lo presi allora a braccetto, e cominciai a guardare anch'io le foglie
-secche, che cadevano disegnando una spirale.
-
-— Senti, — mi disse a un tratto sprigionandosi dal mio braccio, — ho
-bisogno di un consiglio; che faresti nei panni miei?
-
-— Cercherei il Salvioni.
-
-— L'ho cercato, non si trova.
-
-— Bisogna aver la certezza che non si trova; cercalo ancora; forse non
-hai adoperato tutti i mezzi con cui si va in traccia d'un galantuomo
-che si è perduto e non vuol lasciarsi trovare. Che hai fatto tu? hai
-messo in moto la questura, i consolati; un poveraccio fuggito dal
-carcere del matrimonio ha tutte le ragioni di credere che i consoli e
-la polizia ce lo vogliano rimettere; dobbiamo fargli sapere altrimenti
-che Giorgione è morto, che noi non si vuol costringerlo a rientrare nel
-talamo, che solo ci occorre sapere se è vivo, e che cosa ne pensa, e
-questo non glielo possiamo far dire che dalle gazzette.
-
-— E se è morto?
-
-— Aggiungiamo la promessa d'una mancia a chiunque ce ne saprà dare
-notizie certe.
-
-— E se vive?
-
-— Se vive, o risponde, o non risponde; e noi ci regoleremo secondo i
-casi.
-
-— E se viene?
-
-— Non verrà, ma se viene....
-
-— Se viene, — proseguii dentro di me, — e pretende sua moglie,
-bisognerà restituirgliela.... come si trova. — Se viene ci penseremo —
-dissi con disinvoltura. —
-
-Stette un altro po' in silenzio; giunto all'estremità del viale, lo
-fermai.
-
-— Che pensi?
-
-— Penso.... non lo so neppur io.... penso che hai ragione e che non
-rimane altra via onesta....
-
-— Dunque si va all'ufficio del giornale?...
-
-Non mi rispose.
-
-— Si va?... insistei.
-
-— Oggi no, oggi no.... domani.
-
-— Eccolo lì l'uomo del domani! —
-
-Era troppo serio, aveva tutti i muscoli della faccia penosamente
-contratti — ed io zitto. —
-
-Tornato a casa, trovai Annetta di malumore.
-
-— Che hai? —
-
-Per non rispondermi mi consegnò una lettera ancora sigillata.
-
-— Che hai?
-
-— Che ti ha detto il signor Nebuli?
-
-— Che ti ha detto la signora Chiarina? —
-
-Essa guardò me, io lei, — mi venne un sospetto che fu subito certezza.
-
-— Ah! poveretti! — dissi.
-
-— Ah! poveretti! — disse. —
-
-Intanto sbadatamente aprii la lettera: era d'uno che voleva comperare
-le mie ultime due tele della Mostra Permanente, ed offriva un po' meno
-del prezzo segnato nel catalogo e molto più di quello che mi potessi
-aspettare. Ed io freddo — «leggi» — dissi ad Annetta — ed essa pure
-fredda.
-
-Non l'avrei mai creduto, e lo dovetti credere, ed ora ne sono persuaso:
-non tutti i momenti sono buoni per ricevere del denaro! Quella fortuna
-in quel punto — chi me l'avrebbe mai detto?... quasi _non era un
-piacere_!
-
-— Risponderai domani... —
-
-Ed io, che non uso mai differire, fui felice di trovare una risoluzione
-bell'e fatta in bocca d'Annetta.
-
-— Risponderò domani.
-
-E il domani avevo appena risposto — _accetto_ — quando venne ancora
-Valente colla stessa faccia della vigilia, colla stessa voglia d'andare
-a spasso sui bastioni.
-
-Questa volta non sapevo che dirgli; se mi avesse chiesto un consiglio,
-vi giuro, non quello della vigilia gli avrei dato, ma quest'altro:
-— Piglia la tua Chiarina, che è _tua_, che non può essere _tua_ più
-di così, pigliala e fuggi, va in fondo ad una valle, va in cima ad
-un monte, va in un'isola deserta, va in una foresta vergine.... va
-dove vuoi, ma pigliala e fuggi. — Egli però non mi chiese nulla; solo
-quando fummo sull'uscio di casa sua, mi strinse la mano, e credendo
-di rispondere ad una mia muta insistenza, di cui non potevo essere più
-innocente:
-
-— Oggi no, — mi disse, — domani forse... —
-
-Suonò il campanello; io, invece di andar di sopra, rimasi per salutare
-la signora Chiarina, la quale, avendo al modo di suonare riconosciuto
-Valente, dall'uscio d'un salotto si affacciò nell'anticamera. Sorrideva
-come un raggio di sole.
-
-— Come stai? — le domandò l'amico mio correndole incontro; mi parve
-che essa gli dicesse una parola ali' orecchio, ma non ne sono sicuro;
-è certo che si abbracciarono in mia presenza, e che da quella stretta
-d'amore Valente uscì tutto trasformato, raggiante.
-
-— La signora Chiarina era malata? — domandai facendo l'ingenuo.
-
-— Non si sentiva bene, mi rispose l'amico Nebuli, e gli tremava la voce.
-
-La signora aveva il viso rosso, li lasciai soli.
-
-Mezz'ora dopo, grave in volto, ma senza ansia nè spasimo di nervi,
-Valente mi pigliava in disparte:
-
-— Ti accomoda che andiamo ora all'ufficio del giornale?
-
-— Mi accomoda.
-
-— Lo vuoi preparar tu l'annunzio?
-
-— Lo preparo io.
-
-Mentre cercavo la penna, dicevo dentro di me:
-
-— Meno male; per questa volta il pericolo è passato!
-
-— Quale pericolo? — vi domanderà una signorina di sedici anni, che non
-ha capito nulla.
-
-Rispondetele che — «stava per cadere un trave» — non direte
-propriamente una bugia.
-
-
-
-
-XII.
-
-Il signor Bini non è il signor Bini.
-
-
-Due giorni dopo Valente tornava su da me; mi bastò un'occhiata per
-comprendere che anche questa volta aveva qualche gran cosa da dirmi, ma
-che, essendo lì mia moglie e credendola al buio di tutto, non voleva
-parlare innanzi a lei. Che fatica mettere insieme delle frasi che non
-si pensano! L'amico mio lavorava così di mosaico da un quarto d'ora,
-quando la mia Annetta, che ha buon naso, domandò scusa se ci lasciava
-un momento.
-
-— Si accomodi, — rispose l'amico Nebuli; e si vedeva ancora un lembo
-della veste nel vano dell'uscio, quand'egli mi disse misteriosamente:
-
-— Il signor Bini non è il signor Bini! —
-
-Questa notizia era tanto inaspettata, che non la compresi a bella
-prima; ma Valente ripetè:
-
-— Il signor Bini non è il signor Bini! —
-
-Ed allora io chiesi:
-
-— Come lo sai?
-
-— Poc'anzi, — prese a dire l'amico mio, — ero alla posta; mi avvicino
-allo sportello, e mi metto alle spalle di cinque o sei persone,
-aspettando quando.... indovina chi si volta?...
-
-— Lo indovino, ma non ci capisco nulla. Si volta il signor Bini.
-
-— Propriamente lui! mi vede, mi fa un saluto senza scomporsi, e caccia
-nelle tasche un fascio di lettere; mi chiede di me, di Chiarina, della
-tua Annetta, di te, poi mi pianta e se ne va.
-
-— E poi?
-
-— Non capisci?... In cima allo sportello a cui m'ero accostato, stava
-scritto a caratteri enormi, _Dall'M alla Z_; era il mio sportello, non
-era il suo.... Dunque egli non si chiama Bini. —
-
-Il ragionamento mi parve calzante: però mi provai ad osservare:
-
-— Forse ha chiesto lettere per altri...
-
-— È stata la mia prima idea, e sai che ho fatto?...
-
-— Non lo so. Dimmelo.
-
-— Sono andato dietro al vecchio fin sul portone di strada, e l'ho visto
-alle spalle, che si avviava lento lento, leggendosi le sue lettere;
-dunque.... —
-
-Il resto era chiaro, e l'argomento calzante come il primo. Ma io volli
-dirne ancora una;
-
-— Negli uffizii dello Stato succede che si cambino gli sportelli ed
-altre cose senza cambiare le istruzioni al pubblico immediatamente;
-ciò genera un pochino di confusione e di disordine, ma fa gridare le
-gazzette, le quali se no tante volte non saprebbero che dire. —
-
-Dicevo queste cose scherzando, Valente m'interruppe dandosi il sussiego
-di un furbo:
-
-— Andai allo sportello dall'_A_ all'_L_ e chiesi: _Nebuli_.
-
-— Bravo!
-
-— Il distributore se lo fece dire un'altra volta: _Nebuli_, — e mi
-mandò, come mi aspettavo, allo sportello vicino.
-
-— E poi? — chiesi sbadatamente.
-
-— E poi... nulla. Per me non ci erano lettere.... Ma come ce n'erano
-state per il signor Bini?
-
-— Valente mio, hai ragione: il signor Bini non è il signor Bini. —
-
-
-
-
-XIII.
-
-Mia moglie ne fa una grossa.
-
-
-La sera del giorno successivo eravamo raccolti intorno al focolare,
-Valente, le nostre donne ed io; ma da un quarto d'ora una specie di
-muraglia di granito pareva dividerci.
-
-Ogni tanto mi provavo a sparare qualche cannonata per demolirla, senza
-staccarne più di tre schegge: tre monosillabi; finalmente scoraggiato
-rinunziai all'impresa, e m'abbandonai anch'io alla china dei miei
-pensieri, i quali scendevano tutti verso la signora Chiarina e Valente.
-
-A un tratto il grosso servitore entrò recando i giornali della sera ed
-una lettera per me.
-
-— Il portinaio, — mi disse quell'uomo solenne, — andava su a
-portargliela; gli ho detto ch'era qui, me l'ha data.
-
-Quando per caso il grosso servitore parlava a me che stavo a sedere, mi
-dovevo far forza per non dirgli: — si accomodi — ed ammiravo Annetta,
-la quale fin dal primo giorno si era sentita capace di spiattellargli
-sulla faccia il suo battesimo, che era Marco, e di dargli del _voi_.
-
-Non crediate ch'io lo trattassi col _lei_, gli davo del _voi_ anch'io,
-solamente non glielo davo mai.
-
-— Grazie — dissi e presi la lettera.
-
-La mia Annetta e la sua Chiarina si spartirono i giornali; Valente non
-staccò gli occhi dalla bragia, intanto che io scorrevo curiosamente la
-lettera, sulla cui soprascritta si leggeva _urgente_, e che non urgeva
-niente affatto, almeno secondo il mio modo di veder la cosa.
-
-Ero arrivato alla sottoscrizione di quel caposcarico di Celestino (voi
-non conoscete Celestino, ma non ci perdete nulla), il quale mi chiedeva
-cento lire in prestito per nove giorni, non uno più nè uno meno, quando
-udii una specie di singhiozzo represso, e sollevando il capo vidi la
-signora Chiarina più bianca del solito, abbandonata sullo schienale
-della seggiola, e mia moglie che le si faceva presso lasciandosi
-cadere di mano la gazzetta, e Valente che rizzava sbigottito la testa
-arrossata dal calore.
-
-Mi levai anch'io di scatto, ed ebbi l'intuito della verità.
-
-— Che hai, Chiarina? — domandò l'amico Nebuli colla voce rotta
-dall'affanno.
-
-— Nulla..., nulla, — rispose essa, una specie di capogiro, mi è parso
-di vedere.... qua.... sul giornale... avrò letto male.... —
-
-Valente prese il _Pungolo_ con mano tremante, e cercò degli occhi e
-trovò quello ch'io cercai e trovai sul _Secolo_.
-
-«Si avverte il signor Giuseppe Salvioni pittore, dovunque egli si
-trovi, che Giorgione è morto e che Chiar.... aspetta sue notizie, senza
-nulla pretendere. Chiunque fosse in grado di dare informazioni esatte
-sul detto Salvioni Giuseppe (pittore, età trentadue anni, biondo, con
-una cicatrice sulla fronte) rivolgendosi in Milano al signor V. Nebuli,
-fermo in posta, riceverà una mancia corrispondente all'importanza delle
-notizie.»
-
-Era il mio piccolo componimento della vigilia, tal quale era uscito da
-cento cancellature, che faceva la sua prima apparizione nei giornali
-della sera.
-
-Valente passava una mano carezzevole fra i capelli della sua Chiarina,
-la quale si era abbandonata sul petto di Annetta; ed io, non sapendo
-che fare o che dire, tornavo a leggere: «Si avverte il signor Giuseppe
-Salvioni....», quando comparve il servitore solenne, annunziando il
-signor Bini, e subito Chiarina ed Annetta si allontanarono, Valente
-andò loro dietro, io solo rimasi.
-
-Ebbi un gran fare per darmi un po' di disinvoltura, il vecchio furbo
-comprese che ci era qualche cosa in aria; si guardava intorno, e credo
-che leggesse nel disordine delle sedie.
-
-— Si accomodi, — gli dissi — Valente verrà or ora, l'aspetto anch'io.
-
-— Grazie.... oh! questa seggiola è calda, chi ci stava seduto? —
-
-E siccome non risposi, egli si accostò all'altra e fece per suo conto
-l'osservazione che era calda anche quella.
-
-— Smettila, — gli dicevo dentro di me, — smettila, noioso, — ed egli
-finalmente mi diè retta; si pose a sedere senza dir altro, raccolse il
-_Pungolo_ da terra e s'avviò a leggere come se fosse in casa sua.
-
-A un tratto disse:
-
-— To'! ci è un altro Nebuli a Milano.... ed ha anche l'iniziale del
-nostro Valente.... ha visto, signor Ferdinando?... _Si avverte il
-signor Giuseppe Salvioni_.... — Siccome io fingevo d'essere tutto
-intento a leggere, masticò il resto fra i denti, e non disse più nulla,
-finchè tornò Valente.
-
-Come trovassi la voglia di parlare, tanto per alleggerire l'amico,
-non lo so; vi basti che la trovai, e dissi la prima frase venutami in
-mente, questa:
-
-— Che tempo fa, signor Bini?
-
-— Non vi ho badato.
-
-— Oggi minacciava di piovere.... scommetterei che domani pioverà.
-
-— Le pare? non pioverà, non ci è pericolo che piova.... —
-
-Ma avrei giurato che già aveva piovuto, almeno sulle mie parole e sulle
-sue, perchè non ci fu verso di accendere con esse nemmeno il solito
-fuocherello di botte e risposte, che durava quattro minuti. Finalmente
-entrò Annetta.
-
-— Lei qui? — disse il signor Bini levandosi in piedi per salutare. — E
-la signora Chiarina?
-
-— È di là, un po' incomodata... una cosa da nulla... che tempo ci porta
-lei?
-
-— Eccellente. —
-
-Quando un quarto d'ora dopo il vecchio signore si rizzò per andarsene,
-gli avrei dato un bacio.
-
-— Domattina sarò da lei, — mi disse.
-
-— Tutto il giorno a' suoi comandi, — gli risposi.
-
-E appena fu scomparso dietro l'uscio:
-
-— Come sta? — chiesi ansioso a Valente.
-
-— Benissimo; si era fatta una paura più grossa della peggiore delle
-realtà; ora sa tutto; è come me, tranquilla.
-
-— Tu non sei tranquillo, — pensai.
-
-Annetta intanto era corsa nella camera attigua, e tornava tenendo
-per mano l'amica sua, la quale aveva messo sulle labbra pallide un
-sorrisino mesto, come per farsi perdonare la sua debolezza di poc'anzi,
-e mi porse la mano bianca.
-
-— Ella sa tutto, dunque? — mi disse; — Valente ha fatto con lei quello
-che ho fatto io colla sua buona Annetta; ebbene, meglio così, saremo
-più forti, non è vero?
-
-— Verissimo, — risposi esperimentando una risata che riuscì malamente;
-— verissimo, e vedrà che il cielo farà le cose benino.... —
-
-Mi pareva d'aver preso il sentiero buono per avviarvi un periodetto
-baldanzoso.... ma la signora Chiarina non mi lasciò finire.
-
-— E se non fosse?... —
-
-Tacque un istante, come atterrita dal suo pensiero, poi soggiunse
-crollando il capo:
-
-— Noi siamo qui in quattro a desiderare la morte d'un disgraziato,
-è una cosa crudele. Annetta e lei non ce n'hanno colpa, lo fanno
-per amor nostro; ma io sono cattiva, ho il cuore duro.... sono un
-egoista.... —
-
-Si provò a sorridere, ma io vidi che aveva voglia di piangere, e le
-dissi:
-
-— Pianga, pianga; quando una ha il cuor duro come lei, non le dovrebbe
-avere le glandule lacrimali.... ma posto che lei le ha, se ne serva,
-pianga; piangi tu pure, Valente, piangerà anche Annetta, piangerò
-anch'io.... già nessuno ci vede.... —
-
-La cara donnina piangeva e rideva.
-
-Il dì dopo stavo per uscire, quando Annetta mi disse:
-
-— Se viene il signor Bini?
-
-— Se viene, non mi trova; lo riceverai tu. Quel vecchio mi infastidisce
-oramai col suo mistero; quando si va in casa della gente, e vi si porta
-un nome ad imprestito, non si hanno intenzioni da galantuomo....
-
-— Che dici? sospetteresti?...
-
-— Non so nemmeno io che cosa, ma non mi piace espormi all'aperto
-dinanzi ad uno che se ne sta appiattato.... se io rimanessi e lui
-capitasse qui ora, sarei tentato di domandargli che viene a fare in
-casa mia, che intenzioni ha e come si chiama.
-
-— Eccolo! — disse Annetta.
-
-Infatti era il suo modo di suonare; posi l'indice attraverso le
-labbra e me ne andai nel tinello, intanto che si apriva l'uscio; dal
-tinello nello studio, mentre il signor Bini entrava nell'anticamera;
-dallo studio nell'anticamera, quando egli passava nel tinello; e
-dall'anticamera quatto quatto giù per le scale, forse nel preciso
-momento, in cui il vecchio disinvolto cacciava il naso diritto e
-sottile nello studio, per vedere se vi ero, come era solito fare.
-
-Stetti quasi due ore fuori di casa; tornai quando fui certo che
-l'apocrifo signor Bini era al suo caffè, al suo tavolino, a mangiare la
-sua bistecca quotidiana, il suo panetto ed il suo bicchiere di Chianti.
-
-Annetta mi venne incontro sul pianerottolo; le brillavano gli occhi,
-aveva le guance accese; pigliò il mio bacio, me lo restituì in fretta,
-e mi disse:
-
-— Sai? ne ho fatta una!
-
-— Una sola! A guardarti in viso ne avrei sospettato un paio per lo
-meno. È grossa, se non altro? —
-
-Io scherzava, perchè mi veniva in mente che avesse fatta una compera
-convenientissima coi quattrini della spesa, od un'elemosina per
-mandarmi in paradiso, senza chiedermi il permesso, eccellenti
-affarucci, di cui ogni tanto si presentava l'occasione.
-
-— È grossa! — mi rispose, — ma sono felice di averla fatta. Hai da
-sapere che appena il signor Bini è entrato, visto che tu non eri in
-casa, ha detto: _tanto meglio_.
-
-— Birbone d'un vecchietto!
-
-— E mi ha chiesto senza preamboli se sapevo chi era il signor Salvioni.
-Indovina che cosa ho risposto?...
-
-— Che ti facesse il favore di dirtelo lui, se lo sapeva....
-
-— Invece no: gli ho detto tutto: me lo sono tenuto lì, cogli occhi
-grossi, a bocca aperta, una mezz'ora, vuotando un sacco di garbatezze
-(te lo puoi immaginare) sopra quel padre senza coscienza, che lascia
-penare due creature così buone.... «perchè in fin dei conti, ho detto,
-se il signor Salvioni si trova, ed è un birbante, e gli viene il
-capriccio di voler la moglie, il codice, che par fatto apposta per i
-birbanti, gliela dà; mentre un padre potrebbe.... mi pare....» Così
-gli ho detto.... Ho fatto male?... Non dire che ho fatto male, perchè
-so d'aver fatto benissimo.... Non mi dicevi tu che il tuo codice non
-obbliga i padri che vogliono star nascosti a farsi vedere? Ho voluto
-provare se sapevo far meglio io del codice.
-
-— E lui?
-
-— Lui impassibile.... ah! oh! niente più. Allora gli ho detto che quel
-duca o quel marchese, al posto del cuore, doveva avere uno dei suoi
-quarti di nobiltà.... e che mi piacerebbe conoscerlo, e intanto lo
-guardavo in faccia.... così..,.
-
-— E lui?
-
-— Oh! Ah!... nient'altro, ma a un tratto si battè la fronte — (il
-commediante! come la fa bene la sua parte!) — e «bisogna trovarle
-il padre.... — disse — è la prima cosa, bisogna trovarglielo.» — Ne
-conviene anche lei? E dica un po' che cosa avevamo sospettato noi,
-vedendola? (tale e quale gli ho detto) «Che foss'io il padre?» — chiese
-ridendo. — Proprio che fosse lei! — Ed egli: «una buona idea, una buona
-idea, cara signora, sono io!» Mi fece ripetere tutta la storiella,
-prese alcune note nel taccuino, e se ne andò senza aspettarti... —
-
-Stetti un momento in pensiero.
-
-— Ho fatto bene o male? — mi chiese Annetta, impaziente del mio
-silenzio.
-
-— Non so.... cioè sì, hai fatto bene, ma che cosa argomenti da tutto
-questo? Chi ti pare che sia il signor Bini?
-
-— Prima di tutto non è il signor Bini, e poi mi pare che non sia il
-padre di Chiarina.
-
-— Volevo ben dire!
-
-— Ah! — sospirai crollando il capo, dopo un altro po' di riflessione.
-
-— Almeno fosse morto! — mi rispose Annetta, leggendomi nel pensiero.
-
-— Ebbene sì, almeno fosse morto! E non credere che sia augurare male al
-prossimo, perchè, vedi, bisogna considerare i morti a quest'ora come
-un numero fisso, inesorabile, che io non so, ma che la statistica sa
-benissimo. Se fra questi morti non ce n'è uno che si chiama Salvioni,
-ce ne sarà in vece sua un altro, il quale non ci ha fatto nulla e
-faceva forse benissimo a vivere.... Dunque.... —
-
-Mia moglie mi guardava sbalordita; era l'effetto che mi aspettavo,
-perchè quell'idea che la mia coscienza era andata a pescare non so
-dove, sbalordiva me pure.
-
-— Dunque.... — proseguii — noi non si vuol morto nessuno, noi non si
-regala nulla alla statistica dei cadaveri.... Si desidera solo....
-insomma mi hai capito. Sei persuasa?
-
-— Altro che persuasa! Per me il signor Salvioni è un birbone, che
-dovrebbe essere morto; se non è morto, farà bene a morir presto,
-che non abbiamo tempo da perdere, ed io glielo auguro con tutto il
-cuore. —
-
-
-
-
-XIV.
-
-Il signor Salvioni scrive.
-
-
-Chi mai ha detto che nelle gran gioie o nei gran dolori è impossibile
-conoscere il proprio simile? Qualcuno l'ha detto di sicuro, ed a costui
-rispondo che negli eccitamenti della passione appunto, e soltanto in
-essi, è possibile conoscere e giudicare il proprio simile. Guardate
-l'uomo di tutti i giorni: superficie lisciata dalle convenienze, dal
-sussiego, dall'abitudine; applicate all'uomo di tutti i giorni la lente
-di un dolore, d'una gioia, d'uno sgomento, d'un dispetto, e subito ciò
-che vi pareva liscio, diventa scabro. Intendiamoci: saper guardare
-bisogna; perchè se una pagnotta veduta col microscopio mi diventa
-una montagna, non mi è lecito sentenziare che ha cessato d'essere una
-pagnotta.
-
-Fu quando io mi trovai innanzi agli occhi il grande affanno di Valente,
-che per la prima volta vidi come attraverso un microscopio il segreto
-delle sue abitudini indeterminate, neghittose e fantastiche.
-
-Egli era propriamente trasformato, tanto esagerava sè stesso: la sua
-indolenza, da cui soleva uscire a scatti nervosi, mi diventava apatia,
-d'onde lo toglievano bizze, tenerezze, puntigli, sussulti di umor
-caparbio; già era motteggevole, eccolo pungente; non più bizzarro
-soltanto, ma stravagante; irto insomma come un'alpe alla superficie, ma
-sempre la stessa buona pagnotta di uomo nella sostanza.
-
-Era il suo grande affanno che me lo faceva così; e se una volta mi
-rallegrai d'essere un po' filosofo, fu in quei giorni d'ansia muta e
-crudele.
-
-Ogni mattina egli veniva su a prendermi, ma non lo voleva dire; ed
-io fingevo d'essere proprio sulle mosse, o di ricordarmi a un tratto
-d'un affaruccio che mi chiamava fuor di casa, tanto per potergli far
-compagnia.
-
-Senza nemmeno fiatare, era cosa intesa — si andava alla posta. Era
-lui che si affacciava allo sportello a dire — _Nebuli_ — era io che
-pigliavo le lettere e ne facevo l'esame. «Questa viene da Roma, questa
-da Napoli, questa da Torino....» Mi faceva cenno di aprirle, le aprivo
-«questa incomincia: _caro Valente_! ed è sottoscritta _Serpoli_ —
-quest'altra dice: _Illustre signore_, ed è sottoscritta.... ecc.»
-Allora egli si pigliava le sue lettere, le guardava un po' in distanza
-con un resto di paura e le cacciava in tasca sbadato.... — Tornavamo
-a casa un po' più ciarlieri di prima, ma niente affatto ciarlieri — _a
-domani! — a domani!_
-
-Se gli domandavo: — che hai fatto tutt'oggi? — mi rispondeva: — che
-vuoi ch'io faccia?... nulla!
-
-— Te io dirò io che cosa hai fatto; — ti sei tormentato; — hai sofferto
-— di' la verità.
-
-— Ebbene sì, mi sono tormentato; — è qualche cosa anche questo, e non
-so far altro; finchè non giunga quella maledetta lettera che ha da
-venire....
-
-— E quando non aspettavi la lettera, ci era la lite....
-
-— Ci è ancora.
-
-— E quando non ci era la lite, aspettavi l'eredità....
-
-— Allora avevo i miei venticinque anni che non ho più, aspettavo i
-trenta ed ora non ho più nemmeno quelli — aspettavo l'avvenire. —
-
-Ed io, facendomi forza per non pigliare un tono solenne:
-
-— L'avvenire, Valente mio, è il più gran nemico del presente ed è
-nemico fatale, perchè ci lusinga, perchè si nasconde — bisogna placarlo
-o domarlo l'avvenire.
-
-— E come si placa, e come si doma?
-
-— Lavorando.
-
-— Ne sei sicuro? —
-
-Veramente non ne ero sicuro, perchè non sempre, neppure lavorando, si
-placa o si doma; ma se la cosa non riesce, rimane il conforto.... voi
-sapete quale — io v'infastidisco e smetto.
-
-Dicevo a me stesso: — quando Valente abbia vinta o perduta la lite,
-quando abbia intascato l'eredità e restituito la moglie — o viceversa,
-allora forse metterà un po' d'ordine nelle sue idee, e non è possibile
-che si lasci corbellare dall'avvenire.
-
-Così dicevo a me stesso, ma senza fidarmi troppo.
-
-Una mattina eravamo usciti dalia posta; le lettere erano molte, ed io
-me n'ero impadronito per forza d'abitudine e niente più, poichè, dopo
-tante paure vane, anche l'amico Nebuli cominciava a pigliar coraggio e
-sarebbe stato capacissimo di far di meno della mia assistenza.
-
-Io avevo preso un tono corbellatorio, una specie di solennità nasale,
-di cui (chi sa?) Valente era anche capace di ridere.
-
-Quel giorno dicevo:
-
-— «Al celebre signor Valente Nebuli, pittore.... Sampierdarena — 20
-novembre....» — è uno che ti vuol tentare a vendergli la _Spuma del
-mare_; se non ti lasci sedurre questa volta, ti metteremo sotto una
-campana di vetro.... indovina quello che ti offre.... _mille_ lire....
-e più se occorre, ma naturalmente spera che non occorra.... Che cosa
-dobbiamo rispondere al signor Campori?... Rispondiamogli che egli ha
-a Sampierdarena un mare meglio riuscito del tuo.... faccia mettere in
-cornice quello; spenderà meno.... —
-
-Valente rideva.
-
-— Questa è d'uno che ha conosciuto un certo Salvioni.... bresciano,
-studente di medicina a Pavia.. biondo.... non aveva ancora cicatrici,
-dice lui.... ma può essersele fatte dopo.... si rimette alla tua
-generosità pella _mancia_.... quest'altra.... —
-
-Ma qui trovai un intoppo, un intoppo enorme. Non mi pareva vero, e
-tornavo a leggere.... non risi più.
-
-Quella lettera diceva:
-
-«Al signor V. Nebuli — ferma in posta — Milano.
-
-«Stimatissimo signore,
-
-«Se Giorgione è morto, me ne dispiace assai, perchè era certo migliore
-di tanti che sono vivi; mi si dica quando e dove posso trovare la
-persona che desidera le notizie su Giuseppe Salvioni; io gliele darò
-autentiche, perchè Giuseppe Salvioni sono io. — Scrivere fermo in
-posta; — Milano.»
-
-Certo Valente mi lesse in faccia la brutta notizia, perchè, senza dir
-parola, mi tolse la lettera di mano, e mi guardò in volto ridendo d'un
-riso amaro.
-
-— Ci siamo finalmente, — balbettò, — ebbene, tanto meglio, la farsa ha
-durato troppo. —
-
-Piegò la lettera senza leggerla, la pose in tasca, e abbottonato il
-pastrano, s'avviò a gran passi.
-
-Non sapendo che dirgli, gli camminavo al fianco in silenzio. Nel passo,
-nel modo di tenersi ritto e di guardare innanzi, l'amico mio aveva una
-bizzarra energia che era disperazione.
-
-A un tratto si fermò, estrasse la lettera, lesse, impallidì.
-
-— Egli qui, a Milano! Ah! povera Chiarina! —
-
-E la sua falsa energia si sfasciò.
-
-— Senti, gli dissi commosso, — tutto non è ancora finito, forse vi è un
-rimedio....
-
-— Uno solo.... fuggire.... invertire le parti; essere io il colpevole,
-lui il purissimo.... no, no, venga, lo aspetto! —
-
-Ma gli tremava la voce dicendo queste ultime parole.
-
-— Gli scriverai?
-
-— Sì.
-
-— Gli confesserai ogni cosa?
-
-— Sì. —
-
-Non era il momento di dirgli quanto pensavo, ma pensavo che quello era
-il modo migliore di far la peggiore delle corbellerie — e mi proponevo
-di farglielo toccare con mano più tardi.
-
-La signora Chiarina ci venne incontro, ed interrogò collo sguardo.
-— Valente ebbe la forza di ridere per ingannarla, ma la cara donnina
-leggeva cogli occhi dell'amore, e continuava ad interrogare lui e me.
-
-Finalmente disse:
-
-— Egli vive, non è vero? —
-
-E siccome nessuno le rispose, — Ah! Valente! — mormorò; e stette
-immobile, nel mezzo della stanza, cogli occhi aperti, fissi e
-lagrimosi.
-
-A un tratto Valente cacciò la testa fra le mani e fuggì per nascondermi
-le sue lagrime. Io guardai l'uscio, dietro il quale era scomparso,
-poi le finestre, a cui s'affacciava un raggio allegro di sole, poi
-il visino bianco e gli occhi aperti, fissi e lacrimosi della signora
-Chiarina. Sentii che me le dovevo accostare, mi accostai, ma nessuno mi
-suggerì una parola di conforto. All'ultimo le pigliai una mano che ella
-mi abbandonò senza resistere.
-
-— Se sapeste quanto _ci amavamo_!... —
-
-Questo solo disse: poi si asciugò le lagrime, tolse delicatamente la
-mano dalle mie, e chiedendomi scusa collo sguardo, andò a portare una
-carezza al mio povero amico.
-
-Ed io le venni dietro come uno smemorato.
-
-
-
-
-XV.
-
-Il signor Salvioni viene.
-
-
-Fra tutti, la sola che, invece di sentirsi venir meno l'energia, se
-la sentì crescere, fu la mia Annetta. Cominciò dallo scendere in casa
-Nebuli, per dire alla sua Chiarina quelle parole senza senso comune,
-con cui si parla al cuore, poi venne su e mi si piantò dinanzi per
-annunziarmi che bisognava far qualche cosa....
-
-— Facciamo qualche cosa — risposi — e che vuoi che facciamo?
-
-— Discorriamone; quel disgraziato Salvioni viene, rivede la moglie, si
-degna di trovarla bellina, gli pare di sentirsi riardere qui o qua (si
-toccava il petto), non sa nemmeno lui dove, perchè il cuore non l'ha
-mai avuto; stupisce d'essere stato tanto tempo senza di lei, e se la
-porta via.... per piantarla un'altra volta dopo un mese. È così che la
-intende il tuo codice? —
-
-Nemmeno a me, che dovevo saperne qualche cosa, pareva possibile che il
-_mio_ codice la intendesse così.
-
-— Ah'! volevo ben dire! — esclamò Annetta, — vediamo, tu l'hai un
-codice; guarda un po' se vi hanno messo una legge che provveda al caso
-nostro; non possono essi, Chiarina e Valente, andarsene a dichiarar le
-cose come stanno, per isciogliere quel primo matrimonio da burla e far
-accomodare quest'altro, a cui manca così poco?
-
-Io facevo di no col capo.
-
-— Guarda, sono sicura anch'io che non c'è.... posto che ci dovrebbe
-essere.... ma ad ogni modo guardare costa poco.
-
-— Ti assicuro che non c'è.
-
-— E allora quando due non si possono soffrire, quando il marito è un
-birbone, e ne fa vedere di tutti i colori alla moglie, che rimedio si
-piglia?
-
-— Si piglia la separazione, mi pare.... ma non so se sia un rimedio.
-
-— Meno male! nessuno può costringere Chiarina ad andare con quel figuro
-del Salvioni, ed essa non ci andrà, e si separeranno in regola.
-
-— Purchè il Salvioni non si opponga.
-
-— Vorrei vedere anche questa, che dopo tanti anni tornasse colle
-arie.... gliele faremo smettere.
-
-— Con qual diritto? chi siamo noi?
-
-— Gli amici di....
-
-— Di Valente e di lei, vale a dire i complici della tresca....
-t'accomoda?
-
-— Niente affatto. —
-
-Si stette un po' in silenzio.
-
-— Bisogna proprio che si separino, — presi poi a dire — la signora
-Chiarina non può tornare con quell'uomo, che è quasi un estraneo per
-lei; ma perciò conviene indurre il marito a chiedere la separazione
-egli pure, perchè se si opponesse, io credo che bisognerebbe
-litigare.... e chi sa quanto.... io non lo so. E perchè il signor
-Salvioni si adatti a chiedere la separazione, bisognerà dargli del
-denaro e non fargli vedere la moglie; se no, chi ci assicura che non lo
-pigli un altro diavolo?
-
-— Lo piglia, ti assicuro io che se vede Chiarina, lo piglia.
-
-— Quando siano separati legalmente.... allora....
-
-— Allora..,.
-
-Allora?... Ci pensammo un pezzetto; tutto andava bene fin qui; il
-Salvioni tornava, gli si faceva una parlatina seria, lo si minacciava
-di costringerlo a mantenere la moglie, se aveva qualche soldo; se
-non ne aveva, gli se ne dava qualcuno.... si faceva la separazione, e
-allora....
-
-— Allora — disse Annetta — Chiarina se ne andrà con Valente e noi gli
-accompagneremo alla stazione.... Oppure non se ne andranno.... ed io
-chiuderò gli occhi per non vedere.... e se tu li vorrai tenere aperti,
-vedrai che saranno felici, a dispetto del tuo codice.
-
-— E sarà uno scandalo....
-
-— Chi lo dice? il tuo codice, ma io non gli do retta. Immagina che
-domani ad uno dei pezzi grossi che fanno le leggi, venga in mente di
-cancellare uno sproposito dal vostro libraccio (in cui ce n'avete messi
-tanti, numerandoli come se fossero reliquie preziose) e che Valente e
-Chiarina potessero diventare marito e moglie, dove sarebbe lo scandalo?
-In nessun luogo. Dunque è il vostro sproposito che è scandaloso. —
-
-Senza accalorarmi a difendere quello che Annetta chiamava il _nostro
-sproposito_, io mi accontentai di crollare il capo.
-
-Da molti giorni il signor Bini non si era lasciato vedere, ed io
-dentro di me ne davo la colpa a mia moglie, pensando che sicuramente
-era stata lei, colla sua schiettezza, a spaventarmelo a quel modo; ma
-quando Annetta diceva male del codice, io pensavo tanto al signor Bini
-quanto.... alla nonna del signor Bini, tale e quale.
-
-D'un tratto, rialzando il capo, vidi il noto naso dritto e sottile,
-il sorriso malizioso, gli occhi furbi ed il resto, e prima ancora
-che avessi avuto tempo di dire «si accomodi,» tutto il signor Bini
-quant'era lungo aveva fatto l'inchino, aveva stretta la mano a mia
-moglie e mi si era accomodato dinanzi.
-
-— Notizie, notizie! — esclamò egli con quell'enfasi temperata, che era
-il massimo grado del suo entusiasmo. — Ho trovato otto Salvioni, li ho
-qui (e batteva sul taschino del panciotto), otto Salvioni morti tutti
-nel fiore dell'età; il più vecchio non aveva che 65 anni.
-
-Lo guardai in faccia temendo che mi corbellasse; era serio.
-
-— È consolante il vedere come muoiono questi Salvioni. Pare
-un'epidemia; ma d'altra parte è un orrore pensare come si riproducono.
-Sapete quanti Salvioni di sesso maschio vi sono a Milano?.... Quindici!
-quattro però vanno a scuola, cinque sono piuttosto maturi, hanno la
-mia età; degli altri il solo che si chiami Giuseppe non deve essere
-il marito della signora Chiarina, perchè piglia ancora il latte; tutto
-questo l'ho imparato all'ufficio dell'anagrafe.
-
-Lo lasciavamo dire crollando il capo. — Egli comprese male e soggiunse:
-
-— Non era la strada da pigliare. Lo so, non è colpa mia; un impiegato
-dello Stato Civile si ricordava, ma non era sicuro..., che un certo
-Salvioni Giuseppe.... appunto dell'età che dicevo io... — Da Brescia?
-Sì, da Brescia!... — era stato alcuni anni sono da lui.... a far
-ricerca d'un matrimonio, tra un incognito ed un'incognita, avvenuto
-vent'anni sono; la cosa era sembrata strana all'impiegato, che perciò
-se l'era tenuta in mente. — È lui! — diss'io. — Vogliamo vedere se
-nell'anagrafe si trova quel Giuseppe Salvioni bresciano? — Vediamo —
-Non si trova nulla. Allora vado alla Questura, interrogo: — ci deve
-essere una _pratica avviata_, in cui si fa ricerca d'un certo Salvioni
-Giuseppe bresciano, biondo, con una cicatrice sulla fronte; che n'è
-avvenuto? Mi si risponde che non se ne può saper nulla. — Insisto, si
-cerca. — Voi sapete che il mondo non è una pallottola, come qualcuno
-dice; e nessuna delle cose del mondo è propriamente una pallottola, —
-ci è chi ha questa storta opinione, e quando ha dato la spinta ad un
-negozio crede di farlo correre un pezzo. Che accade? Il negozio gira,
-ma al primo intoppo si ferma. Quella _pratica_ si era fermata a metà
-strada, perchè a nessuno della questura premeva di aver notizie del
-Salvioni. Che aveva fatto il poveraccio? Si era dimenticato di pigliar
-seco la moglie? La gran cosa! Una sbadataggine simile domani può
-capitare anche ad un questore.
-
-— Dunque? — dissi freddamente.
-
-— Ora che la pratica è trovata, a darle la spinta, a darle dieci
-spinte, cento, tutte quelle che le abbisognano per fare il giro del
-globo, se occorre, ci penso io; e il signor Salvioni, vivo o morto,
-dovrà venir fuori. —
-
-Egli stette zitto a guardarci meravigliato della nostra impassibilità;
-all'ultimo disse con un sorriso malizioso:
-
-— Comprendo.... comprendo.... con che diritto m'immischio in questa
-faccenda?... Caro signor Ferdinando, lo dovrebbe pur sapere, a me
-abbisogna che Valente perda la lite, ma la moglie no, così mi darà la
-_Spuma del mare_ più presto.
-
-Quanto volontieri sarei stato zitto per fargli scontare con un po' di
-curiosità tutta la sua scienza impertinente! Ma Annetta avrebbe parlato
-prima di me, se io non avessi detto con un certo sussiego:
-
-— Giuseppe Salvioni è vivo, è in Milano, ha scritto, verrà! —
-
-Dove ora ci è una virgola, avevo messo una pausa breve ed un piccolo
-fulmine.
-
-L'effetto fu straordinario. Il signor Bini si battè la fronte e non
-seppe che rispondere, egli che aveva risposta a tutto. Poi, come
-svegliandosi di botto, disse:
-
-— Non è possibile!
-
-— È vero.
-
-— Non è possibile — ho tutti i Salvioni di Milano sulla punta delle
-dita.... l'anagrafe....
-
-— La sua anagrafe, — entrò a dire Annetta continuando a fare uno
-strano abuso del pronome possessivo, — la sua anagrafe non avrà le
-mani abbastanza larghe, e vorrà stringer troppo, e un Salvioni le sarà
-scappato fra le dita....
-
-— Oppure, — dissi io — questo signor Salvioni che si presenta non aveva
-il suo domicilio a Milano; e ciò è più naturale, perchè se fosse stato
-qua, avrebbe inteso parlare di Valente Nebuli e si sarebbe fatto vedere
-senza aspettar l'annunzio dei giornali. —
-
-Avevo imbroccato giusto perchè il signor Bini finse di non badare alle
-mie parole, non sapendo che ribattere.
-
-Cominciò, come me l'aspettavo, la grandine delle interrogazioni che
-ricevetti con garbo, rispondendo io o lasciando rispondere Annetta,
-per vedere se in tre ci venisse fatto di trovare un altro bandolo
-al garbuglio. Ma no, era sempre quello: il signor marito veniva,
-rinunziava o non rinunziava alla moglie; colle buone o colle brusche si
-faceva la separazione, e poi.... E poi?
-
-Del resto nessun dubbio che la signora Chiarina non si doveva lasciar
-vedere, che i negoziati col marito doveva trattarli Valente, col
-sussidio di un diplomatico più sereno, e che bisognava inventare una
-bella fandonia per salvare il decoro....
-
-— Il decoro è salvo, la fandonia ce l'ho io, disse il signor Bini;
-se sarà necessario, correrò al tribunale perchè tutti sappiano che la
-signora Chiarina è mia figlia!
-
-— Ah!
-
-— Oh!
-
-— Vi stupisce? Me la sono fatta fare di commissione a Parigi, dove
-si fanno benino, mi pare. Del resto i tribunali non badano tanto pel
-sottile in queste faccende. Come è andata la cosa se io non sono mai
-andato a Parigi? L'ho da saper io solo. —
-
-Lo guardavamo sbigottiti ancora di questa sua idea singolare.
-Pensavo: «scherza o vuol proprio adottar Chiarina?....» quando udimmo
-nell'anticamera rumore di passi affrettati — e una voce nota chiamò
-trepidante: _Ferdinando! Ferdinando!_ — poi nel vano dell'uscio
-apparvero Chiarina e Valente, pallidi, colle mani allacciate.
-
-Vedendo il signor Bini che non si aspettavano di trovare con noi, si
-trattennero un istante, un istante solo, perchè Annetta si strinse fra
-le braccia la sua Chiarina. Intanto il vecchio, facendo lo sbadato,
-aveva avuto il buon senso di cacciarsi nel mio studio.
-
-Appena fummo soli, l'amico Nebuli balbettò con voce spenta: — _lui!_ —
-ed io con voce spenta balbettai: — Coraggio! — E gli strinsi la mano.
-
-— Ha veduto Chiarina? — chiesi, cercando di rendere salda la voce.
-
-— No.
-
-— E tu l'hai visto?
-
-— Nemmeno. —
-
-Mi si facevano innanzi cento domande che ricacciai indietro per pensar
-solo alla gravissima necessità del momento.
-
-— Coraggio — ripetei — vado io. —
-
-Ed uscii, dopo d'aver con un'ultima occhiata visto Annetta, la quale
-per confortar l'amica piangeva a dirotto, e Valente e Chiarina che
-rimanevano immobili, cogli occhi fissi.
-
-Sul pianerottolo fui raggiunto dal signor Bini.
-
-— Me ne andavo, — mi disse — perchè in questi momenti.... Ho
-compreso. —
-
-Io non ne dubitavo menomamente, e pure questa volta egli non aveva
-compreso.
-
-— L'amico suo ha perduto la lite!
-
-— No, no, sbaglia....
-
-— Non sbaglio; sono le due dopo mezzodì, a quest'ora l'ha perduta.
-
-Le sue parole mi suonavano all'orecchio come un ronzío, perchè
-scendendo le scale, mulinavo altre idee.
-
-Sul limitare di casa Nebuli trattenni il vecchio che se ne andava, e
-gli dissi:
-
-— Vuol venire anche lei a riceverlo?
-
-— Chi?
-
-— Il signor Salvioni. —
-
-Questa volta lo avevo propriamente sbalordito; ma misericordioso Iddio,
-a qual prezzo!
-
-L'uscio si apri, e noi entrammo, solenni tutti e due, ma per quanto io
-facessi, più solenne lui di me.
-
-
-
-
-XVI.
-
-Il signor Salvioni parla.
-
-
-Quando noi entrammo, il signor Salvioni stava in piedi nel mezzo del
-salotto; ci volgeva le spalle, teneva il capo basso; udendoci si volse,
-ci diede un'occhiata fuggitiva che mi parve o bieca o paurosa, e ci
-salutò fissando gli occhi nella finestra dirimpetto.
-
-Io me gli feci vicino, ingegnandomi di fargli credere che sorridevo
-e che ero pieno di disinvoltura; spinsi un seggiolone, che andò senza
-rumore a metterglisi fra le gambe, poi lo invitai ad accomodarvisi, ed
-egli vi si lasciò cadere di peso.
-
-Ancora non avevamo proferito una parola, quando il signor Bini, che
-era rimasto come inchiodato sul limitare, si staccò, si volse, infilò
-l'uscio e sparve; ed io, rimasto solo, incominciai:
-
-— Il signore... —
-
-Lui zitto, cogli occhi fissi nelle vetrate.
-
-— Il signore, — proseguii — è Giuseppe Salvioni... è lei che ha scritto
-una lettera al signor Nebuli?...
-
-— L'ho scritta. —
-
-Egli continuava ad esaminar le vetrate, io cominciavo ad esaminar
-lui. Ciò che fermava il mio sguardo era una grossa catena d'acciaio,
-la quale col suo peso gli faceva venir fuori più che mezza, dal
-taschino slabbrato del panciotto, una chiave piccina. — E povero il mio
-Salvioni, com'era vestito! — Una giacchetta d'un colore che non è in
-natura, d'una stoffa che in origine — Dio sa quando — era stata venduta
-forse per tutta lana, ma da cui era scomparsa oramai la poca lana che
-il fabbricante ci aveva messa per iscusare la sua bugia; gli annodava
-il collo una cravatta, anch'essa nera, ridotta dalle cattive pieghe,
-che sono come chi dicesse le cattive abitudini delle cravatte, a parere
-il cordone d'una bara.
-
-A un tratto, mentre io faceva quell'esame, il signor Salvioni
-impacciato della mia curiosità uscì a parlare con una voce secca,
-nervosa e petulante:
-
-— Sì, la lettera gliel'ho scritta io; non ho aspettato la sua risposta,
-perchè ho potuto sapere altrimenti dove stava di casa, e sono venuto!
-Lei cerca colle gazzette un Salvioni; eccone uno; ne faccia quello che
-vuole. —
-
-Così parlò egli, senza staccare gli occhi dalla finestra, ed io tra
-sbigottito e commosso domandai:
-
-— Il signore non sa di che si tratta?... Ma dunque...
-
-— Dunque, — diss'egli, — sono un avventuriero, un vagabondo? sicuro
-sono un avventuriero ed un vagabondo, mi faccia chiudere in prigione, o
-mi dia da comperar del pane alla mia piccina che ha fame.
-
-— Ma dunque?... — ripetei sollevandomi in piedi, — già... sicuro...
-lei non è biondo, e non ha nemmeno la cicatrice sulla fronte, non è
-Salvioni lei!
-
-— Mi scusi, — mormorò l'incognito mansuefatto dall'espressione contenta
-che leggeva nel mio volto, — mi scusi, mi chiamo Salvioni, non sono
-Giuseppe, non sono biondo, la cicatrice non l'ho, ma che importa se la
-mia piccina ha fame? —
-
-A quel punto il poveraccio s'interruppe e si guardò intorno sospettoso;
-ed io udii un sommesso bisbigliar di voci dietro l'uscio, che si aprì
-di repente.
-
-Con un atto brusco, come se qualcuno l'avesse spinto alle spalle, entrò
-Valente, e subito dopo il signor Bini, e quando l'amico Nebuli ebbe
-esclamato — non è lui! — Chiarina ed Annetta si affacciarono anch'esse.
-Il signor Salvioni parve cercare uno scampo, poi si provò a reggere gli
-sguardi curiosi con un'occhiata cinica, ma la vergogna lo vinse, chinò
-il capo sul petto e pianse.
-
-Tosto gli fummo intorno tutti.
-
-Fin qui ero stato punto da un doppio desiderio, quello di pigliare
-per un orecchio il falso Salvioni e di piantargli un bacio nei mezzo
-della fronte, per punirlo dell'orribile paura che ci aveva fatta, per
-ringraziarlo della gioia immensa che era opera sua; ma qui, vedendolo,
-lui grande e grosso, piangere come un fanciullo, pensando che quelle
-lagrime amare che ora faceva cadere la vergogna non le aveva forse
-potute spremere la sventura, quando sarebbero state dolci, — il poco
-mio rancore scomparve sotto un'onda di tenerezza.
-
-Alle parole buone del signor Bini, a quelle di Valente ed alle mie, il
-disgraziato rispose nascondendo la faccia tra le mani; allora io dissi
-alla signora Chiarina: — Gli domandi come si chiama la sua bambina.
-
-— Ha una bambina lei? E come si chiama?
-
-Fu la musica di quella vocetta che gli asciugò le lagrime, o fu
-la domanda? Fu anche una pezzuola non bianca, (tutt'altro) che
-il pover'uomo cavò di tasca, tenendola aggomitolata in mano per
-nasconderne i peccati.
-
-Poi alzò il capo, fece una smorfia dolorosa per darci a credere che
-sorrideva e disse:
-
-— Sì, signora... ho una bambina di nove anni... si chiama Angela. —
-
-Noi stavamo zitti, ed egli, tenendo gli occhi immobili e come fissi
-nella sua sciagura, ripigliò:
-
-— Sì, signore, ho una bambina di nove anni, si chiama Angela, e il suo
-nome non è una bugia... come... Fino a dieci mesi essa aveva la mamma
-che aiutava a cucire colla macchina, io, facendo lo scrivano da un
-avvocato, guadagnavo quasi due lire al giorno — si era troppo felici!
-Ecco mia moglie si ammala, sta un mese a letto, spendiamo tutti i
-nostri risparmi in medicine — muore. La piccina piange, vuole la mamma,
-si ammala essa pure — io abbandono l'avvocato per non lasciar sola la
-mia creatura; cerco lavoro di copista a casa — ma perchè ne ho troppo
-bisogno non ne posso trovare. E allora di nascosto vendo le vesti della
-povera morta!
-
-A questo punto il signor Salvioni si credette in obbligo di farci
-vedere, colla smorfia di poc'anzi, che egli non era commosso niente
-affatto, che al contrario sorrideva.
-
-Poi disse con invariabile monotonia d'accento:
-
-— Angela aveva una grande amica, la sua macchina da cucire — le
-parlava, l'accarezzava, le voleva bene; le diceva d'andare più presto
-o più lenta, e se saltava i punti le faceva dei rimproveri. Quando il
-lavoro era avviato e lo vedeva correre senza intoppi, Angela cantava.
-— Dopo le vesti della morta, dopo alcuni oggetti che mi parevano
-inutili, dopo altri oggetti che prima mi erano parsi necessari, un
-giorno vendetti la macchina da cucire — scomparve l'ultima gioia della
-nostra casa. — Angela si provò a cucire a mano, ma non sapendo molto,
-si punzecchiava le dita per fare in un'ora di fatiche e di lagrime il
-lavoro di pochi minuti — non guadagnò più i suoi pochi soldi che me la
-facevano orgogliosa e contenta. Un giorno la bambina ebbe fame — essa
-non me lo disse sapendo che era inutile e non volendo affliggermi, ma
-io l'indovinai... perchè avevo fame anch'io — corsi da tutti i miei
-conoscenti, mostrai nuda la mia sventura, di cui fino allora ero stato
-geloso, tornai con poche lire, si cenò. Un altro giorno ritentai, ma
-non avevo più nulla di nuovo a dire, tranne che avevamo fame ancora...
-Ancora? — ed è questo l'orribile che si può aver fame tutti i giorni
-— e nessuno lo crede... Mi cadde sott'occhio l'avviso del giornale,
-mi venne un'idea — scrissi; quand'ebbi buttata la lettera nella buca
-già ero pentito — pensavo che quei foglio bugiardo avrebbe portato
-una falsa gioia od un falso dolore... il domani venni alla posta ad
-aspettare il signor Nebuli...
-
-— Comprendo, — interruppi, — lei ci ha veduti e ci ha seguiti, per
-ispiegarci tutto, per toglierci forse da un'ansia crudele.
-
-Il signor Salvioni crollò il capo amaramente.
-
-— No, no.... avrei aspettato domani forse.... ma la piccina ha fame
-anche oggi.... —
-
-Anche oggi! Come le disse queste due parole!
-
-Chiarina ed Annetta erano commosse e volevano subito correre a vedere
-la piccina. L'amico Nebuli cavò di tasca il portafogli, ne tolse
-alcune carte di nessun valore, e pose il resto nelle mani tremanti del
-disgraziato, il quale, smessa la petulanza d'imprestito, non sapeva più
-far altro che piangere — e il signor Bini mi rubò un'idea, che mi stava
-venendo: restituire l'amica alla signora Angela, accompagnare cioè il
-padre infelice e comperare la macchina da cucire.
-
-L'idea, dico, stava venendo a me pure, e se non era propriamente
-arrivata, è solo perchè la tratteneva per via il timore di essere
-sproporzionata alla mia borsa.
-
-— Bravo! dissi sottovoce al vecchio; — ma sappia che mezza la macchina
-la voglio pagar io; mi dirà quello che spende. —
-
-Il signor Bini mi guardò in faccia e si mise a ridere — ed io pensai
-che dovesse avere una vena di matto, perchè, ditelo voi, che c'era da
-ridere?
-
-Eravamo sulla soglia; il Salvioni scendeva già gli scalini a quattro a
-quattro, quando Valente ci raggiunse:
-
-— Prima della macchina da cucire si ricordi che hanno appetito.
-
-— È vero, e devono averne molto, — disse il signor Bini; — non me ne
-ricordavo, perchè io non ne ho mai prima delle sei.
-
-— Alle sei ne avrà per desinare con noi? Non dica di no, lei non
-è più un estraneo; oggi dev'essere giorno di festa, vogliamo stare
-allegri.... verrà?
-
-— Verrò, verrò. —
-
-E appena Valente fu scomparso, il vecchio fece un sospiro lungo.
-
-— Poveraccio! — esclamò, — e dire che con quel cuore ha perduta la lite!
-
-— L'ha proprio perduta?
-
-— Sono le tre.... si figuri se a quest'ora non l'ha perduta! —
-
-Egli scese le scale per raggiungere il Salvioni, io rientrai un po'
-turbato.
-
-Ma Valente rideva così forte, e la signora Chiarina con tanta grazia,
-che non mi fu possibile ospitare per cinque minuti quella inquietudine,
-e la cacciai, dicendo dentro di me che il signor Bini andava matto per
-le facezie, e non sempre le sapeva scegliere. Avrei però avuto caro di
-sapere almeno se era quello il giorno della decisione della lite.
-
-— Allegri — dissi — questo non è che un acconto sulla gioia futura;
-vedrete che il signor Giuseppe buon'anima ci manderà a dire di far le
-nozze e che saremo tolti dagli impicci della lite. —
-
-Ma Valente non mi badava.
-
-— Quando si tratta la tua lite? — domandai allora.
-
-— Domani, credo.... ne ebbi l'avviso, ma no, si tratta oggi.... si è
-trattata — a quest'ora forse tutto è finito. —
-
-E tornò a ridere, e tornai a farmi pensoso.
-
-Il signor Bini recò le più liete notizie della ragazza, che era una
-bella bambina tutta occhi; del signor Salvioni, che era propriamente
-onesto e disgraziato; del loro appetito fenomenale e della macchina da
-cucire, che era di Elias Howe a doppio punto.
-
-Quante ciancie a tavola! Quante risate! Quanti bicchieri! Solo sotto le
-mie ciancie rimaneva un sottinteso, e le mie risate avevano i sordini,
-e nei bicchieri che mi vuotavano in corpo il buon umore rimaneva la
-feccia d'un pensiero importuno. Ma tutto questo in principio; alle
-frutta, quando fui proprio saturo di buon umore, risi anch'io a gola
-spiegata, sprigionai anch'io tutti gli spiritelli che avevo sulla
-lingua.
-
-Uno ne buttai in faccia al signor Bini — uno capace di farlo sparire
-sotto la mensa.
-
-— Quel povero Salvioni, — dissi — com'era mortificato d'aver preso ad
-imprestito un nome non suo! Che anima candida deve avere! Ha fatto lo
-scrivano d'un avvocato senza farsi una macchia d'inchiostro! —
-
-Naturalmente guardavo il signor Bini, e il signor Bini guardava me, e
-rideva e rideva. Invidiabile faccia tosta!
-
-Fu proprio in mezzo al cozzo degli ultimi bicchieri che l'uscio si
-aprì, ed io compresi dal modo d'aprirsi che lasciava passare una brutta
-notizia.
-
-Entrò Marco, l'enorme Marco, a cui dopo il tramesso coi pisellini avevo
-sempre dato del voi; entrò recando una lettera.,..
-
-Valente l'aprì, la lesse, balbettò che era uno scherzo, rilesse — io mi
-ero rizzato in piedi.
-
-— Andate pure, — consigliai a Marco, che rimaneva a fare il curioso.
-
-— Va pure — ripetè Valente; non è nulla — disse poi con voce serena —
-è il mio avvocato, il quale mi scrive che abbiamo perduta la lite, che
-andremo in Cassazione, che possiamo mettere innanzi quattordici cause
-di nullità. —
-
-Non crediate che facesse la commedia, parlava come sentiva; e siccome
-nessuno rispondeva, egli insistè:
-
-— Allegri! Non sono già rovinato per questo! Lavorerò. E per
-incominciare, venderò la _Spuma del mare_! Non è vero, signor
-Bini? —
-
-V'immaginerete che il signor Bini ridesse e si fregasse le mani; me
-l'aspettavo anch'io, ma quell'uomo mi contraddiceva in tutto, non si
-fregò le mani, non sorrise, appena appena disse: — verissimo! — e mutò
-discorso.
-
-— Sta a vedere che si pente, — dissi più tardi ad Annetta.
-
-— Peggio per lui; la _Spuma del mare_ troverà compratori egualmente.
-
-— Hai osservato — soggiunsi — come rimase sereno l'amico Nebuli
-all'annunzio della sua disgrazia.... E che ne hai argomentato?
-
-— Che non gl'importava di perderla....
-
-— E sai perchè?... perchè la sua gioia era troppo grande; domani ci
-ripenserà e ne avrà dolore.... E qual massima filosofica vien fuori da
-tutto questo?... —
-
-Annetta mi guardava facendo un gesto discreto e scherzoso, che io
-intesi benissimo. E soggiunsi niente affatto ferito dall'allusione:
-
-— Ne vien fuori questa massima, che se vi sono gioie che il denaro non
-può dare, vi sono gioie che il denaro non può togliere.
-
-— Però ne può dare di belline — osservò Annetta, — l'hai visto il
-Salvioni!
-
-Ed io che ero in vena, proseguii:
-
-— Appunto! E quale altra massima di filosofia pratica ne deriva?
-
-— Dilla, e poi smetti che ho sonno.
-
-— Ne deriva che il denaro non si deve confondere colla gioia e
-colla felicità, ma bisogna stimarlo solo allora che dà la gioia e la
-felicità, e farlo servire a questo unico fine.
-
-— Bravo, buona notte! —
-
-
-
-
-XVII.
-
-La Venere se ne va.
-
-
-La mattina seguente, quando dopo molte titubanze stavo per scendere
-a far visita all'amico, fu egli, Valente Nebuli, che entrò in casa
-mia. Aveva la fronte oscurata da un pensiero, che, senza affliggerlo
-propriamente, pareva importunarlo.
-
-— La notizia la sai? — mi disse sfuggendo un istante alla stretta di
-quell'importuno — sono rovinato.
-
-— So che hai perduta la lite.... stanotte ho sognato che era un brutto
-scherzo del tuo avvocato.... e invece.... però.... —
-
-Non sapevo quello che mi dicessi, Valente uscì a ridere.
-
-— Sì, ho perduta la lite, e pare che mi toccherà restituire, tra
-capitali, interessi e danni, un po' più di quello che posseggo; perchè,
-come immagini, mio zio si era mangiato un po' del fatto suo, che non
-era suo, ed io mi sono mangiato un po' del fatto mio, che non era mio;
-è venuto stamane l'avvocato a spiegarmi bene la cosa. E sai qual è la
-mia fortuna? (lo dice lui, io non l'avrei indovinata in cento) è che
-abbiamo accettata l'eredità col _benefizio d'inventario_, altrimenti
-dovrei ora, rimetterci del _mio_.... e mi troverei in un certo
-imbarazzo.... come ti puoi immaginare. Ci è un solo guaio, che anch'io
-ho speso, che la mia povera _Venere_ me la sono quasi mangiata — non vi
-è rimedio. Quando vedi il signor Bini, mi farai piacere dicendogli che
-il quadro è a sua disposizione, se lo vuole ancora.... intanto domani
-lo manderò a prendere....
-
-— Perchè?
-
-— Per farne una copia, ma questo non glielo stare a dire.
-
-— È capace d'indovinarlo. —
-
-Valente si strinse nelle spalle, serrò le mie mani nelle sue, sorrise,
-e per poco non mi disse: — come sono felice!
-
-— Sei di buon umore stamane.... — osservai.
-
-— Sì, proprio, tanto. Ho ricevuto una buona notizia.
-
-— Quale? —
-
-Cambiò discorso per non dirmela, ma più tardi la seppi da mia moglie,
-che l'aveva saputa dalla signora Chiarina: la polizia era sulle tracce
-del signor Salvioni.... morto; lo aveva accompagnato fino al momento,
-in cui da Napoli partiva per il Cairo, dove allora infieriva il
-colera....
-
-Qui anch'io, come l'amico Nebuli, avrei messo una reticenza lunga;
-ma mia moglie, niente scrupolosa, soggiungeva: — Per poco che il
-colera sappia il fatto suo, il primo che si è portato via è il vostro
-Salvioni!
-
-— E che conti di fare, ora che sei.... che non sei più.... che sei....
-_così_? — diss'io a Valente.
-
-— Ho già fatto! — mi rispose, — ho già fatto dieci castelli in aria;
-prima di tutto vado in Cassazione, per guadagnare tempo; poi in
-campagna a vivere di pace e di lavoro. Farò scendere dalle nuvole tutti
-i quadri, a cui ho dato una cornice di stelle, imbratterò parecchi
-chilometri di tela, ed in pochi anni mi sarò rifatto ricco colle mie
-mani!
-
-— E ti senti capace di tutto questo?
-
-— Di che non mi sento capace, ora che l'avvenire ricomincia ad esser
-mio? Con quei procuratori ai fianchi, con quegli uscieri alle calcagna,
-mi pareva d'averla _ipotecata_ la mia porzione di futuro. Ora sono
-povero, ma sono libero, e se mi rimane Chiarina!... —
-
-Così parlò quello sventato, quel sonnambulo, quel delirante; io lo
-guardavo a bocca aperta, felice in fondo che egli pigliasse la cosa
-a quel modo, ma disgustato di vedere una testa piena di ingegno, così
-vuota di criterio. Il torto lo diedi alla Natura, la quale incomincia
-gli uomini bene, ma non li sa mai finire; al disgraziato Valente diedi
-invece centomila ragioni, non gli potendo dare qualche cosa che valesse
-meglio.
-
-Qualcuno mi chiede se non mi venisse il sospetto che egli, non io,
-fosse il vero filosofo; quel sospetto mi venne, ma non resse alla
-riflessione e se ne andò; per me era chiaro che Valente, se pure
-operava da filosofo, non ne aveva coscienza e non metteva ordine nelle
-sue azioni, nè sistema nei suoi ragionamenti. Non dico che la filosofia
-sia unicamente sistema (come vogliono certuni); filosofi profondi
-alla mattina, i quali diventano infelici a colazione, se la bistecca è
-troppo cotta, infelicissimi alla sera se perdono qualche quattrino alla
-tombola, ne conosco anch'io; ma perchè ho il buon senso di non proporli
-come modelli all'amico Nebuli (il quale non mi darebbe retta), non dirò
-già che filosofo e capo scarico sono sinonimi.
-
-Del resto, sì, Valente aveva in fondo qualche ragione di non
-affliggersi, oltre questa interamente stoica che tanto tanto
-affliggendosi non ci avrebbe guadagnato nulla: aveva il suo pennello,
-la sua fama, la sua donna più che mezza, ed il suo avvenire intero;
-ai bisogni del momento dovevano provvedere la _Spuma del mare_ e
-l'avvocato colla Cassazione, colle liquidazioni, colle opposizioni, col
-Dio sa che diavolo.
-
-E con tutto ciò, quando il signor Bini fu stato tre giorni senza farsi
-vivo e ci cominciò a venire il sospetto che, dopo aver rifiutato i
-dollari degli Americani, la famosa _Spuma_ si dovesse accontentare
-delle lirette italiane, mi parve (non ne sono sicuro) che un po'
-dell'inalterabilità di Valente se ne fosse andata. Pur si mostrò
-disinvolto, ritirò dalla Mostra il suo capolavoro e si accinse a farne
-la copia.
-
-Da 24 ore la _Spuma del mare_ era rientrata nello studio paterno,
-quando giunse da me il signor Bini.
-
-— Che ne è stato della _Spuma_? — disse.
-
-— L'ha ritirata Valente, — risposi sorridendo.
-
-— Lo so...
-
-— Volevo ben dire!
-
-— Lo so, ma che ne vuol fare?
-
-— Venderla.
-
-— Ci è chi la compera?
-
-— Glielo vada a chiedere.
-
-— Andiamoci. —
-
-Scendemmo; l'amico si era appunto messo dinanzi ad una tela delle
-medesime dimensioni dell'altra, e tracciava le prime linee del disegno.
-
-— Eccellente idea! — disse il signor Bini — lei vuol fare una
-dozzina di _Veneri_ per mandarne una in America, una in Russia, una
-in Germania, eccetera. I compratori non mancheranno; chi ha preso
-l'originale si contenta?
-
-— Nessuno l'ha preso ancora, — rispose Valente con nobiltà.
-
-E allora io, mettendo muso duro, entrai a dire:
-
-— L'amico Nebuli non ha voluto farle torto...
-
-— To', — disse il furbone, colla sua flemma, — è vero, io volevo
-comprare il quadro, mi piaceva la _Venere_... superba _Venere_... mi
-piace ancora... ebbene sì, la compero;... ma allora è inutile, sa? che
-faccia la fatica di copiarla; preferisco pagarla qualche cosuccia di
-più e sapere che di Veneri come la mia non ce n'è alcuna al mondo... Un
-artista come lei, signor Valente, spenderà sempre meglio il suo tempo
-creando un miracolo nuovo, ed io pure spenderò meglio il mio denaro...
-E quanto domanda della _Spuma del mare_? —
-
-Ed io mi affrettai a chiedere:
-
-— Quanto ti aveva offerto quell'Americano?
-
-— Ventimila lire; — balbettò Valente.
-
-— Dunque? — dissi, rivolgendomi al signor Bini.
-
-Mi pareva che il mio accento, il mio sguardo, aiutati dalla sua
-memoria, dovessero dirgli chiaro: «dunque, faccia il conto; lei ha
-offerto il doppio;...» ma lo smemorato fu anche cieco e sordo; non
-vide, non intese, non ricordò nulla: — negozio conchiuso, — disse — per
-ventimila lire il quadro è mio; lei lo faccia accomodare entro la sua
-cassa; io manderò a prenderlo oggi stesso. —
-
-Tre ore dopo il signor Bini venne, accompagnato da due uomini, i quali
-si caricarono sulle spalle la _Venere_.
-
-Noi, che ci eravamo messi alla finestra, la vedemmo passare un'ultima
-volta... Dove andava? Il vecchio non ce l'aveva detto; ed io balbettai
-sottovoce: — buon viaggio! —
-
-Quando Valente non vide più i tre uomini, che avevano svoltata la
-cantonata, chiuse le vetrate e guardò il fascio di biglietti di banca
-che il vecchio gli aveva messo fra le mani.
-
-Non disse parola e tornò nello studio. Io ammiccai dell'occhio;
-Chiarina ed Annetta mi compresero; lo lasciammo solo.
-
-
-
-
-XVIII.
-
-Cose strane.
-
-
-— Ma sai che è una combinazione strana! — disse Annetta per la
-ventesima volta.
-
-— La ti par proprio una combinazione strana? — diss'io.
-
-— Non ti capisco....
-
-— Non mi puoi capire, perchè non hai fatto tutti i pensieri che ho
-fatto io sul caso e sulla combinazione. Vediamo. Ti giungono insieme
-due lettere, una delle quali (in ritardo) ti dice che una cosa da te
-desideratissima non si può fare, perchè si è presentato un ostacolo
-insuperabile, l'altra ti annunzia che l'ostacolo è scomparso e che la
-cosa si farà. Tu leggi la lettera sconfortante, leggi poi la seconda;
-senza volerlo, la gioia che ti ha dato questa ultima, dopo lo sconforto
-della prima, la metti in conto della combinazione, ed esclami: oh! la
-strana coincidenza! Ma se tu leggevi prima la lettera che ti annunziava
-tolto l'ostacolo, è molto se badavi alla combinazione del ritardo della
-seconda lettera e della coincidenza di entrambe: e pure nulla è mutato,
-fuorchè il tuo modo di sentire. —
-
-Quando io infilo qualche androne filosofico un po' buio e m'ingegno di
-tirarmi dietro mia moglie, rischiarandole i passi, essa mi accompagna
-tra sbigottita e ridente, e qualche volta, come questa, mi domanda:
-
-— Dove si va a finire?
-
-— Or eccoti un altro aspetto della stessa cosa, — diss'io. — Bada
-di notte ai fanali d'una via dritta e lunga; sono distanti l'uno
-dall'altro cento buoni passi; ma se tu ti allontani e ti volti, li
-vedi ravvicinarsi e coincidere. Lo stesso accade nella storia, che è
-la notte dei tempi, dove gli avvenimenti memorandi sono i fanali d'una
-via diritta e buia, e pare che si tocchino per ragioni di prospettiva,
-ma non si toccano punto; e forse la storia è da rileggere con questo
-criterio, e forse tutte le superstizioni non hanno altra origine.... e
-forse....
-
-— Insomma, — mi chiese Annetta, — ti pare o non ti pare una
-combinazione strana? —
-
-Giudicatene voi; ecco la lettera che avevo ricevuto quella mattina:
-
- «Caro parente,
-
- «Senza che lo sappiate, vi sono parente; perciò senza conoscervi
- mi siete caro.
-
- «La nostra parentela è un po' lontana, ed ho stentato a trovarne
- il filo; ma siccome non ho altri parenti al mondo che voi, e mi
- premeva di non perdervi, vi ho trovato.
-
- «Io sono un po' ricco ed un po' vecchio; se morissi senza far
- testamento, è probabile che lo Stato vanterebbe diritti di
- parentela più prossimi dei vostri per non lasciarvi un quattrino
- del fatto mio.
-
- «Ma prenderò le mie cautele; intanto siccome voi non siete
- ricco, comincio a darvi un acconto, perchè non ho nissuna fretta
- d'andarmene, spero di fare i miei comodi e mi preme che possiate
- aspettare pazientemente. Non vi offendete di questo linguaggio;
- parla l'esperienza d'un vecchio, il quale sa come il denaro
- guasti spesso i sentimenti più gentili e gli animi migliori.
-
- «Ho una lite pendente, sarà sciolta domani, e vinta da me; queste
- monete che mi costano tanti anni di dispetti, di puntigli, di
- amarezze, non le voglio prendere colle mie mani; abbiatele voi;
- così io vendico la mia dignità d'uomo, offesa dal puntiglio
- meschino.
-
- «Il mio avversario d'oggi vi è noto: è il signor Valente Nebuli,
- pittore, il quale si troverà nelle strette del bisogno, quando
- abbia perduta la lite.
-
- «Il caso mi serve in tutto; voi gli siete amico, e non dubito che
- gli renderete quanto meno penosa è possibile la restituzione. Da
- voi accetterà un indugio, da me lo sdegnerebbe.
-
- «Però un patto io pongo al mio dono: se la parte avversaria andrà
- in Cassazione, se venisse cassato il giudizio, voi non verrete
- a componimento mai e proseguirete la lite, in cui ho speso tanti
- anni.
-
- «Io non vi conosco, ma il mio avvocato di Milano, che vi ha visto
- e si è informato di voi, sa che siete un uomo ordinato ed onesto,
- e che non farete offesa alla mia volontà.
-
- «Alla vigilia del gran giorno, che deve darmi vinta la lunga ed
- odiosa guerricciuola, mi sento debole; temo le strette d'una gran
- gioia, e fuggo. — Facendo donazione a voi, mi pare di mettermi
- fuori di causa; ma per rassicurarmi interamente me ne vado, starò
- assente una settimana.
-
- «Il notaio, impostando questa lettera quattro giorni dopo la
- sentenza, vi avvertirà pure dell'atto pubblico di donazione che
- ho fatto e sottoscritto oggi alla presenza dei testimonî....
-
- «Accettate, caro parente, la prima prova del mio ultimo affetto.
-
- Lecco, 13 dicembre.
-
- «_Il vostro_ GIULIO PASQUALI.»
-
-— Ma sai che è proprio una strana combinazione! — esclamò Annetta per
-la ventunesima volta. —
-
-E perchè io stava zitto, ella insistè:
-
-— Ma insomma parla, di' qualche cosa anche tu....
-
-— Vuoi proprio che te la dica come la penso?... Non mi pare una
-combinazione, mi pare uno scherzo.
-
-— Uno scherzo di chi?...
-
-— Non lo so; ma non vedi tu stessa come è inverisimile tutta questa
-storiella? Il signor Pasquali non ha parenti più prossimi di me, ed
-io non so nemmeno chi sia il signor Pasquali — egli dice meschini
-i puntigli che l'hanno fatto litigare molti anni, ma pretende ch'io
-continui a litigare in nome suo; ha paura che lo pigli un accidente per
-la gioia d'aver vinta la lite, ed è sicuro di vincerla e rinunzia ai
-benefizî;... cara mia, tutto ciò è troppo inverisimile, dunque non è
-vero. —
-
-Ma quando due ore dopo mi giunse la lettera del notaio di Lecco,
-il quale, avvertendomi dell'atto pubblico, m'invitava a fare
-l'accettazione, allora senza dir nulla ad Annetta, mi andai a chiudere
-nel mio studiolo per pensare con metodo.
-
-Questo era il quesito:
-
-«Posto che la donazione è vera, indagare fino a che punto è verisimile.»
-
-Mi passavano cento embrioni di idee nel cervello, ma un'idea intera non
-m'era venuta ancora.
-
-Quando uscii dallo studiolo, mi era venuta.
-
-Sapete che aveva fatto la mia Annetta? Era corsa dabbasso a dir tutto
-alla sua Chiarina.
-
-— Ah! — esclamai — lo dirà a Valente!
-
-— Mi ha promesso di non dir nulla; e poi bisogna pur che lo sappia un
-giorno o l'altro, se la cosa è vera; se invece è uno scherzo, che male
-ci è?
-
-— Non è uno scherzo, — dissi.
-
-— Sì? Ma allora siamo proprio ricchi!
-
-— Sì, purchè ci adattiamo a spogliare la tua Chiarina e
-Valente!... —
-
-Credevo d'aver gettato una doccia sul suo entusiasmo, ma ella soggiunse:
-
-— Non gli spoglieremo, faremo a metà; l'ho già detto a Chiarina, ed è
-tanto contenta, tanto contenta....
-
-— To', e tu disponi così senza dirmi nulla?... — dissi facendo il serio.
-
-— Sei tu che disponi, sono sicuro che questa idea è venuta anche a te.
-Non vorresti già farti ricco colla miseria dei nostri migliori amici;
-dunque, meglio che rinunciare alla donazione per restar poveri tutti,
-tu accetti e fai due parti giuste....
-
-— E credi che l'amico Nebuli sarà contento di spartire con me?...
-
-— Vorrei vedere, non è lui che spartisce, siamo noi; e non si può
-pretendere di più, mi pare; se fossimo milionari, via.... ma poveri
-come siamo anche noi.... ci vorrebbe una bella faccia tosta a volere
-che ci spogliassimo per lui.
-
-— Egli non pretenderà nulla, ma non vorrà niente da noi....
-
-— E che farà colla sua superbia?
-
-— Andrà in Cassazione.
-
-— Ci vada, ci andremo anche noi; sarà peggio per lui; la lite non la
-vincerà egualmente....
-
-— Perchè?
-
-— Perchè se i tribunali questa volta hanno detto che il vecchio Corvi
-era imbecillito, è segno che lo era proprio.
-
-— A te non pareva imbecillito per altro.
-
-— E nemmeno a te.... Ma l'hai conosciuto tu? L'ho conosciuto io? Che ne
-sappiamo noi? Si diceva per dire.... —
-
-A questo punto non mi trattenni più, le chiusi la bocca con un bacio,
-poi le dissi dolcemente: — taci, taci. —
-
-Ella mi guardò sbigottita, comprese:
-
-— Diventavo cattiva — disse — non è vero?
-
-Entrò in quella l'amico Nebuli; al primo vederlo indovinai che egli
-sapeva tutto. Mi venne incontro e si sforzò di sorridermi, ma fui io a
-prendergli la mano che egli non mi dava.
-
-— Che cosa dunque è accaduto di curioso? — mi disse.
-
-— Ah! — risposi — gran cose! — leggi.
-
-Lesse egli le due lettere del signor Pasquali e del notaio; e disse:
-
-— Che combinazione strana! tu l'unico parente?... Che strana
-combinazione!...
-
-— Non mi dici altro?
-
-— Ah!... sono contento, proprio contento....
-
-— Vuoi essere sincero? — dissi io mestamente — non sei contento....
-
-— Perchè?... Che ci perdo io? Non è forse meglio che la mia disgrazia
-giovi ad un amico?
-
-— Sì, è meglio, lo sai benissimo che è meglio; ma confessa che hai
-avuto un po' di dispetto a questa notizia, e ci è stato un momento,
-in cui l'istinto ti diceva che la peggior disgrazia che ti potesse
-capitare era questa di veder le tue spoglie indosso all'amico del
-cuore, e confessa che tu a quell'istinto cattivo non hai tappato la
-bocca subito....
-
-— Ebbene, sì, è vero; ma ora è passato.... ti giuro che sono contento e
-me lo devi credere.
-
-Ci stringemmo la mano forte.
-
-— Dunque posso accettare la donazione? — chiesi ridendo.
-
-— Accetta, capperi! Ma ti avverto che andremo in Cassazione, che
-abbiamo quattordici cause di nullità — non te ne avrai a male?
-
-— Ti pare? nemmeno per sogno! ma in Cassazione non ci andrai, così la
-lite sarà finita ed il mio caro parente non troverà nulla a ridire che
-noi facciamo due parti di tutto; la mia porzione me la darai con tuo
-comodo, un po' per volta, quando avrai venduto una dozzina di quadri;
-lavoreremo entrambi e non imiteremo quei due buoni amici di tuo zio e
-del mio caro parente.... —
-
-Valente stava serio.
-
-— Che ne dici? — insistei.
-
-— Non posso; la tua generosità è degna della nostra amicizia, ma io non
-posso accettare nulla da te.
-
-— Già — dissi — da me no, dai tribunali sì; dillo chiaro che la mia
-generosità ti offende, che ti faccio l'elemosina....
-
-— Senza amarezza — disse lui — non è forse vero?
-
-— No, che non è vero! — esclamai — i tribunali hanno dato oggi
-ragione a me, ma ieri l'avevano data a te.... Siamo pari; se tu vai
-in Cassazione ed hai quattordici cause di nullità, si torna da capo:
-puoi perdere tu, posso perdere io: intanto gli avvocati ci mangiano
-le rendite e ci rosicano il capitale, e il puntiglio ci addenta
-l'amicizia. Fammi il piacere: scrivi al tuo avvocato che in Cassazione
-non ci vai, io cercherò il mio per accettare la donazione. —
-
-Ero stato eloquente; l'amico mi si buttò al collo, e mi diede un bacio
-sonoro. Annetta non stava in sè dalla gioia.
-
-— Il _tuo avvocato_ lo conosci? — mi chiese Valente sorridendo.
-
-— No, è lui che conosce me, almeno così dice la lettera del _mio
-parente_, ma io non l'ho mai veduto....
-
-— Mi viene un'idea! — esclamò Annetta.
-
-— Sbagli, — la interruppi leggendogliela negli occhi.
-
-— Il signor Bini.... — insistè mia moglie.
-
-— Sbagli, — ripetei; — ti assicuro che sbagli. —
-
-E diedi in uno scoppio di risa.
-
-— Il signor Bini verrà oggi, — soggiunsi, — lo chiederai a lui stesso,
-vedrai che sbagli....
-
-— Come sai che verrà oggi?
-
-— È una mia idea fissa, sono sicuro che verrà. —
-
-
-
-
-XIX.
-
-Guardo sotto la maschera.
-
-
-Infatti il signor Bini venne a farci visita, perchè da un pezzo non ci
-vedeva, perchè probabilmente doveva lasciar Milano, ed anche perchè non
-aveva voluto passar dinanzi a casa nostra senza salir le scale....
-
-Non mancavano i _perchè_, come vedete!
-
-A me, che lo guardavo curiosamente, pareva di non averlo visto mai più
-compassato; si era cancellato il suo risolino malizioso, si era spento
-lo scintillío de' suoi occhi penetranti.
-
-Eravamo soli; nessuno ci poteva tradire, e provai anch'io a fare il
-commediante, sedendogli di rimpetto, stando impettito quanto lui, e
-costringendolo a strapparmi le parole ad una ad una come monete d'oro.
-In quel gioco il vecchio si impazientì prima di me; vedendo che non
-trovava il verso di farmi uscire dalla mia trincea nel campo aperto
-delle chiacchiere, dove egli si sapeva il più forte, vedendo che se lui
-taceva, tacevo io pure contro le regole della buona conversazione, che
-le sue domande di quattro parole ottenevano risposte d'una parola sola,
-vedendo tutto ciò, si decise finalmente a dirmi:
-
-— Caro signor Ferdinando, io ho l'occhio buono, e vedo che lei ha
-qualche inquietudine che mi nasconde; non è capitato nulla di male?
-
-— Nulla.... — dissi trionfante, — al contrario, legga. —
-
-E di botto, senza altro, gli consegnai le due lettere.
-
-Le prese egli e le lesse con ordine, guardando prima l'indirizzo di
-ciascuna; io non gli staccavo gli occhi di dosso, ed egli leggeva
-sempre, muovendo le labbra, accomodandosi meglio in faccia alla luce,
-quando trovava qualche intoppo....
-
-— Che cosa le pare?
-
-— È singolare.
-
-— Già, è singolare. —
-
-Un istante dopo il signor Bini incominciò le interrogazioni.
-
-«Avevo risposto? Non avevo risposto? Che volevo fare? Valente
-sapeva?...»
-
-— È una cosa delicata, — osservò poi.
-
-— Sì, molto delicata....
-
-— E pericolosa.
-
-— Niente affatto, l'amicizia vera non corre alcun rischio per una
-miserabile questione d'interesse...
-
-— Però se ci entra il puntiglio....
-
-— Non lo lasceremo entrare.... ci è stato un momento, in cui....
-
-— Ah! ci è stato un momento in cui?...
-
-— Un momento solo; Valente ed io siamo ora d'accordo. —
-
-E allora gli dissi tutto; per la prima volta dacchè conoscevo
-quell'uomo, lo vidi commosso; egli si rizzò, mi strinse la mano e mi
-disse: _bravo!_
-
-Lo accompagnai fin sul pianerottolo e già stavo per chiudere l'uscio,
-quando, fingendo d'essermi dimenticato di qualche cosa, lo riaprii e
-dissi semplicemente:
-
-— Signor Pasquali! —
-
-Il vecchio, che aveva sceso alcuni gradini, si volse di botto, mi vide
-e rimase un istante a bocca aperta a contemplarmi.
-
-— Signor Pasquali — ripetei colla massima naturalezza.
-
-Allora l'apocrifo signor Bini risalì, pigliò le mie mani nelle sue, mi
-guardò negli occhi e finalmente diede il segnale — e rise, e risi — un
-bel duetto!
-
-Per un pezzo non potemmo smettere; la nostra risata passò per tutti i
-toni maggiori, fece le modulazioni più strane, proruppe negli accenti
-più inusati — e sempre senza che sprigionassimo le nostre mani, anzi
-stringendoci più forte come per comunicarci saldezza e coraggio.
-
-Quando finalmente a forza di far la prova ci riuscì di diventare serii
-un po' più del naturale (come sempre accade), io dissi:
-
-— Signor Pasquali, capisco il suo inganno fino alla decisione della
-lite; avrei fatto io altrettanto; spiego la continuazione del mistero
-dopo la sentenza, perchè un uomo ordinato come lei, dopo aver avviata
-una commediola, non poteva piantarla un paio di scene prima dello
-scioglimento; ma sappia che oramai ha un pubblico, e non bisogna fargli
-perdere la pazienza. —
-
-Così io dissi scherzando.
-
-— Valente sa? — mi chiese il signor Pasquali.
-
-— Non sa nulla.
-
-— Mi lasci il gusto della catastrofe; non gli dica nulla....
-
-— Fino a quando?
-
-— Fino a domani sera.
-
-— Benissimo, fino a domani sera.
-
-Poi egli scese le scale ridendo, ed io ridendo finsi di tornarmene in
-casa; ma cinque minuti dopo andai a trovar Valente.
-
-M'ero prefisso di non dirgli nulla e forse perciò appunto avevo bisogno
-di vederlo, di sentirlo parlare, di assaporare la dolcezza del mio
-segreto come un avaro.
-
-Mi parve che Marco nel ricevermi in anticamera avesse un aspetto meno
-solenne del solito, il che avrebbe bastato a riempirmi di meraviglia;
-ma pensate l'enormità del mio stupore quando egli, con un accento
-bonario, di cui non lo credevo capace, mi trattenne per dirmi che aveva
-qualche cosa a dirmi.
-
-— Che cosa? — chiesi io rizzandomi in tutta la mia lunghezza e dandogli
-mentalmente dei voi.
-
-— L'altr'ieri il signore mi ha licenziato....
-
-— Davvero?
-
-— Proprio.... e siccome ho trovato un padrone che ha fretta, vorrei
-pregar lei di pregar lui, perchè mi lasci in libertà oggi stesso; non
-farei una cosa simile, sa? se non si trattasse del mio stato.... perchè
-veda, a perdere una buona casa si fa presto, se ci si mette il diavolo
-in mezzo, ma trovarne una è difficile.... —
-
-E nel dire queste ultime parole aveva ripigliata la sua dignità
-veramente esemplare; ma nondimeno gli risposi:
-
-— Parlerò del _vostro_ desiderio, vi posso promettere che sarete
-lasciato in libertà anche subito.
-
-— Grazie — disse lui.
-
-Io entrai nello studiolo.... e che vidi? Una tela incominciata sopra
-un cavalletto, un'altra addossata al muro, e la signora Chiarina tutta
-impacciata, che si era messa dinanzi a quest'ultima con un vezzo pieno
-di grazioso sgomento. Valente era di là.
-
-— Come sta? — diss'io.
-
-— Bene, e lei?.... e Annetta? — balbettò la vaga creatura facendosi
-rossa.
-
-Ed io scherzando:
-
-— Che ha? Che cosa mi nasconde? Mi lasci veder quel quadro.... —
-
-Si fece più rossa ancora, se è possibile; all'ultimo disse allungando
-il braccio e dandomi la sua manina come per far la pace, ma senza
-muoversi:
-
-— Non se ne avrà a male?... mi perdonerà? Valente non ne ha colpa,
-glielo assicuro io.... è stata una mia idea, lo so bene che lei non
-aveva bisogno di questo....
-
-— Che cosa?... Come?... Perchè?...
-
-— Mi prometta di ridere, — insistè la bella.
-
-Risi.
-
-— Non si offenderà proprio?
-
-— Ma di che? —
-
-Allora si scostò lentamente, chinando un pochino gli occhi a terra, ed
-io vidi.... indovinate?... Il mio primo quadro che avevo mandato alla
-Mostra, e che si era venduto miracolosamente dopo otto giorni.
-
-La straniera incognita era lei, era quella donnina pentita della sua
-idea gentile come d'una colpa.
-
-Confesso che ne ebbi un briciolo di dispetto, un briciolo solo; poi
-la gratitudine m'invase il cuore e non lasciò posto alle grettezze
-della vanità, e quando mi sentii capace di ringraziar la signora
-Chiarina sinceramente, soltanto allora il Russo usci dalle nebbie della
-dimenticanza a consolarmi, e dietro a lui l'ignoto compratore delle
-altre due tele.
-
-— Mi perdona?
-
-— La ringrazio — risposi — purchè non mi abbia fatto il tiro di
-comperare anche la _Famiglia del Pescatore_.... Vediamo, non ha per
-caso incaricato un Russo lungo come me, asciutto e magro, di trovar
-bella la _rete_ e di lasciarvisi pigliare per ottocento lire?
-
-— No, no.... e poi — disse Chiarina, rinfrancandosi — il suo quadro mi
-piaceva tanto, eravamo ricchi.... che male c'era? Glielo volevamo dire,
-ma lei era così contento che il suo quadro fosse stato venduto ad una
-straniera, che.... —
-
-È vero; io era stato così contento, che sarebbe stato un peccato
-guastarmi quella gioia. Ne convenni di buon grado, e quando apparve
-Valente, lo baciai sulle due guance per gratitudine.
-
-— Hai da farmi un piacere, — gli dissi poi — tu hai licenziato quel
-buon diavolo di Marco....
-
-— Sì, ed anche il cuoco, incomincio a far economia.
-
-— Ebbene, quel poveraccio di Marco si raccomanda a me, perchè tu lo
-lasci libero oggi stesso; ha trovato un buon padrone.... e....
-
-— Vada.... vada; — mi disse Valente ridendo fra sè e sè....
-
-— Perchè ridi?
-
-Non mi rispose, ma appena fummo soli un istante, si guardò intorno e mi
-disse con un risolino misterioso:
-
-— Il signor Bini ne fa una delle sue....
-
-— Davvero?
-
-— Mi pose in mano una lettera, corsi coll'occhio alla sottoscrizione e
-lessi:
-
- IL PADRE DI CHIARINA.
-
-Il testo del foglio diceva:
-
- «Sono solo al mondo, sono vecchio; il cielo mi manda una figlia
- quando meno ci pensavo; sia benedetto il cielo! Venga domani alle
- 5 in via Bigli nº 19, ho buone nuove da darle; conduca la moglie,
- l'amico suo Ferdinando e la signora Annetta: faremo la pace....
- Ah! Che mia figlia non mi respinga!»
-
- Milano. 20 dicembre.
-
-— Già, non vi è dubbio, è lui! è un invito a desinare.
-
-— Che pace vuol fare? siamo mai stati in guerra?
-
-— È una metafora — risposi ridendo. Ci andrai?
-
-— Devi dire: ci andremo?... Credo di sì.... ha buone nuove da darmi!....
-
-Compresi la sua speranza fallace, ma gliela lasciai pensando: non può
-fargli male.
-
-— È curioso — dissi gettando ancora un'occhiata alla lettera..., — mi
-pare di aver visto altra volta questi caratteri!
-
-— Anche tu! mi pareva.... sai?... ma poi ho pensato che il signor Bini
-non mi ha mai scritto....
-
-— Nemmeno a me.... pure, quei _g_ colla coda ad uncino io li ho già
-incontrati in qualche luogo; con quegli _o_ che paiono fatti col
-compasso, ci siamo visti altre volte di sicuro.
-
-Stetti un momento a pensare.
-
-— No! no, non ci ha mai scritto il signor Bini.... — e qui balenandomi
-un'idea, finsi di cercare fra le carte del mio portafogli, e intanto
-diedi un'occhiata alla missiva del signor Pasquali, che portava la data
-di Lecco. Nessuna somiglianza.
-
-— No! no, non ci ha scritto mai.... — ripetei — e pure quei _g_....
-quegli _o_.... —
-
-Dieci volte in pochi minuti fui tentato di spifferare il segreto
-del signor Bini; mi accontentai di sorridere, perchè l'amico Nebuli
-chiedesse: che hai? — ed io gli potessi rispondere misteriosamente:
-_nulla.... nulla_.
-
-
-
-
-XX.
-
-Il signor Salvioni legge.
-
-
-Recandoci il domani in via dei Bigli nº 19, si sapeva un po' tutti di
-andare ad una specie di teatro, per ridere un po'; ma io solo credevo
-di conoscere appuntino il programma dello spettacolo: «il signor Bini
-ha trovato una figlia fabbricata a Parigi e non la vuol restituire....,
-tanto più che nessuno si presenta per reclamarla. Quando tutto è in
-regola il signor Bini si sdoppia, sfodera il suo _alter ego_, il signor
-Pasquali; costui per far la pace col suo avversario nella lite, gli dà
-in moglie _la figlia del signor Bini_.»
-
-Ma il vecchio furbo incominciò dallo sgominare le mie idee, mettendo
-la _catastrofe_, cioè quella che io reputavo tale, propriamente fuori
-dell'uscio; perchè tutti potemmo leggere sulla soglia a caratteri molto
-visibili: _Pasquali_.
-
-— Come! — esclamò Valente, allora non è il signor Bini....
-
-Parendo a me che la scritta sulla soglia mi desse licenza di dir tutto
-quello che sapevo — risposi:
-
-— È il signor Bini, e non è il signor Bini; perchè, come tu dicevi
-benissimo l'altro giorno, il signor Bini non è il signor Bini. Mi
-spiego: il tuo avversario nella lite, il misterioso compratore della
-tua _Venere_, il padre _putativo_ della signora Chiarina, sono tre
-persone in una sola. Attenti — soggiunsi — vogliam ridere! —
-
-E mentre le nostre donne ridevano sul pianerottolo, il campanello rise
-chiassosamente di là dall'uscio: poi l'uscio s'aprì, e comparve....
-indovinatelo che non è difficile, comparve Marco, il solennissimo
-Marco, impassibile e dignitoso sotto la livrea nuova.
-
-Ci guardammo in faccia, e tornammo a ridere, sperando di farne venir
-la voglia anche al servitore, il quale non si lasciò tentare, e
-c'introdusse in una «vasta e ricca sala, splendidamente illuminata»
-come nell'ultimo atto di una commedia allegra, in cui si fanno le
-nozze. Nel mezzo d'una parete si vedeva la _Spuma del mare_ dell'amico
-Nebuli, fiancheggiata da due mie creature, le ultime che avevano
-lasciato la Mostra Permanente. Mi volsi con una gran paura d'incontrare
-_la famiglia del pescatore_ nella parete opposta, e mi consolai non
-trovandocela. Almeno il mio Russo non aveva fatto per ridere!
-
-Una verità dolorosa mi dicevano quelle due tele, ed è che vendere i
-quadri di genere non è poi tanto più facile a Milano che a Torino, come
-Annetta ed io ci eravamo messi in capo.
-
-Un istante dopo entrò il signor Pasquali.
-
-— Caro signor Bini, gli dissi....
-
-— Signor Bini.... — ripetemmo tutti ridendo.
-
-— Pasquali Bini ai loro comandi; rispose egli senza turbarsi — si
-accomodino; lei, figliola mia, segga in questa poltroncina a fianco
-dei babbo.... Perchè hanno da sapere, — proseguì, — che ho trovato
-una figlia.... eccola.... vuol venire nelle mie braccia, signora
-Chiarina?... no? ci verrà più tardi... —
-
-Provammo ad interromperlo; non ci fu verso.
-
-— Mi lascino dire; devono anche sapere che io sono un po' testereccio,
-voglio le cose a modo mio, e solitamente le cose non si fanno pregar
-troppo. Ora voglio che la signora Chiarina sia mia figlia, che mi
-chiami babbo, che mi dia del _tu_ e ogni mattina un bacio.
-
-— Ma lei non è mio padre! — osservò Chiarina.
-
-— E che ne sa lei? Era forse al mondo la signorina quando accadde la
-cosa? Sappia che andrò all'ufficio dello Stato Civile, a dire che lei
-è mia figlia, e tutti lo crederanno; se lo chiamano _Stato Civile_ è
-perchè ci è della gente garbata, incapace di dare una smentita ad un
-vecchio pieno di reumi e di rimorsi. Appena io l'abbia riconosciuta,
-lei si chiamerà Chiarina Pasquali, vedova Salvioni....
-
-— Vedova! — esclamò Valente.
-
-Ma il vecchio tirò dritto:
-
-— Si chiamerà Chiarina Pasquali, e per mettersi in regola colla legge
-del sangue, incomincerà a volermi bene così (si toccava la prima
-falange d'un dito), poi così (toccava la seconda), poi un po' più,
-ed io ne avrò abbastanza; se col tempo mi vorrà adorare, mi lascerò
-dare dei vizii, e per farle piacere procurerò di stare al mondo il
-più possibile. No? tutto questo non le accomoda? e allora io me ne
-andrò presto, lasciandola erede del fatto mio.... Quanto a lei, signor
-Ferdinando, sa benissimo che siamo parenti.
-
-— Lontani! — interruppi.
-
-— Sì, lontani, ed è una fortuna per me ch'io non l'abbia perduto di
-vista; dunque mi farà la cortesia d'accettare la donazione, e non se ne
-parli altro.... —
-
-Valente, dopo d'aver pagato il suo tributo all'ilarità comune,
-ridiventava pensoso.
-
-— Che pensa?
-
-— Penso che la sua è una burletta piena di grazia, ma che non posso
-permettere....
-
-— Lei non ha nè da permettere, nè da impedire; lo domandi al suo
-avvocato; lei ha da star zitto; a suo tempo mi chiederà la mano di mia
-figlia.... e vedremo. —
-
-Qui Valente fece un sospiro lungo, e la signora Chiarina abbassò il
-capo sul petto. Allora il vecchio si rizzò in piedi ed accostandosi ad
-un uscio, disse forte:
-
-— Signor Salvioni, venga pure. —
-
-A questo nome di Salvioni, Valente e Chiarina sollevarono la testa con
-titubanza. Anch'io ebbi un sospetto orribile, e come in un baleno vidi
-una commedia mostruosa e crudele; ma il signor Salvioni apparve, ed era
-la persona più innocua dell'universo, era il signor Salvioni da burla,
-era quello della piccina, della macchina da cucire, dell'appetito,
-della lettera che ci aveva messo indosso il famoso sgomento....
-
-Il signor Pasquali Bini ce lo presentò come suo segretario.
-
-— Indovino! — esclamò Valente. — È lui che ha scritto la letterina di
-ieri!?
-
-— È lui, — aggiunsi, — che fa gli _o_ col compasso, ed i _g_ ad
-uncino!?... Oh niente di male sa?... signor Salvioni, continui pure a
-farli così....
-
-— È lui; — rispose il vecchio, — e siccome fu lui a metterci in affanno
-a causa del suo omonimo, eccolo qui a fare la penitenza. Legga, signor
-Salvioni. —
-
-Quanto mutato il signor Salvioni! la contentezza gli aveva raso la
-barba, aveva messo un po' d'ordine nei suoi capelli e un sorriso
-discreto sulle sue labbra di segretario.
-
-Egli lesse ad alta voce una breve scrittura, un gioiellino di pensieri,
-di forma, di lingua. Dalla prima frase Chiarina e Valente si buttarono
-nelle braccia l'un dell'altro; all'ultima fu un amplesso generale; la
-signora Chiarina ebbe i baci di Annetta, del vecchio ed i miei, cioè
-il mio, uno solo. E rendo questa giustizia a mia moglie, che fu essa a
-spingermi perchè facessi quel furto.
-
-Il signor Salvioni si era messo timidamente in un canto, e si
-accontentava d'aggiungere un sorriso alla festa, non comprendendo forse
-niente più di questo, che ci era stato al mondo un altro Salvioni,
-il quale, due anni prima, al Cairo, aveva avuto la felicissima idea
-d'andarsene.
-
-Or come il signor Pasquali si era potuto procurare la notizia preziosa?
-
-— Occupandomene sul serio, — rispose egli; — Valente Nebuli si diede
-forse qualche briga nei primi giorni dopo la morte di Giorgione, ma
-probabilmente si intiepidì poi; ci avrà avuto le sue ragioni.... Ho
-speso, s'intende, un po' di danaro per procurarmi questo pezzo di
-carta.... Non voglio offendere gl'impiegati dello Stato.... il cielo mi
-guardi dal calunniare della brava gente magra ed onesta, ma sapete....
-il denaro, che guasta tante cose (ed io lo so a memoria), a saperlo
-spendere ne accomoda tante altre...
-
-— E come ha fatto?... (Guardandomi intorno, vidi che il signor Salvioni
-era scomparso, e allora ripigliai:) — e come ha fatto lei, che viveva
-sul Lago di Lecco, ad avere un'idea così felice?
-
-— Come ho fatto? E lo so forse come ho fatto? Le idee mi sono
-venute una alla volta. È una storia lunga.... se la volessi contare,
-perderebbero la pazienza e l'appetito....
-
-— Dica, dica.... —
-
-E allora egli disse: — è una storia breve, me ne sbrigo in quattro
-parole — e parlò press'a poco così:
-
-«Ero solo, mi annoiavo; da molte settimane le gazzette, a cui sono
-associato, non mi portavano nessuna notizia curiosa; l'avvocato mi
-scriveva sempre lo stesso ritornello; a forza di sostenere che il
-vecchio Corvi era imbecillito, mi pareva che le gazzette, il mondo,
-l'avvocato ed io fossimo imbecilliti tutti senza saperlo, come
-probabilmente è accaduto al Corvi buon'anima.
-
-«Vennero in buon'ora gli entusiasmi della _Spuma del mare_. Mattina,
-sera, notte le gazzette mi parlavano di Valente Nebuli; l'autore della
-_Spuma_ era per tutti un grand'artista, per il mio avvocato soltanto
-continuava ad essere la _parte avversaria_.
-
-«Mi saltò un ghiribizzo, vedere il capolavoro; vistolo, volli
-comprarlo, e quando mi fu detto che non era da vendere, volli conoscere
-la _parte avversaria_, e come l'ebbi conosciuta, m'innamorai di sua
-moglie.
-
-«Mi parve di sentirmi un po' di sangue giovane nelle vene; volevo
-far questo, quello, quest'altro; che cosa non volevo io fare coi miei
-quattrini per rimediare al male che mi avevano fatto? Ma non si _sta in
-tribunale_ tanti anni, non si perde un amico, la salute e l'eguaglianza
-d'umore per nulla; prima bisognava vincere la lite. Aspettai; intanto
-le cose si complicavano; finchè sospettavate di me, me la godevo;
-quando mi svelaste l'affanno vostro, mi affannai anch'io, finalmente
-i tribunali sentenziarono. L'ultimo atto della commedia vi è noto; lo
-scioglimento eccolo: Chiarina Pasquali, vedova Salvioni, ama il signor
-Nebuli, pittore — e viceversa; il babbo acconsente, fa la dote; nozze.»
-
-Valente provò a ribellarsi; al solito, non voleva permettere, ma il
-vecchio Pasquali lo fece ammutolire con queste parole:
-
-— Supponete che io sia morto — si apre il mio testamento, ereditate
-voi altri; se per caso rifiutate, eredita lo Stato, il quale non si fa
-scrupoli. Ora, invece d'un funerale, mettiamo un pranzo di nozze; lei,
-signor Valente, piglia la dote, e mi lascia vivere ancora un po'.... Io
-non ci vedo questo gran male.... —
-
-Entrò Marco; si tenne un istante nel vano d'un uscio, poi spalancò le
-portiere.
-
-E allora il signor Pasquali, curvando la lunga persona, si prese
-cavallerescamente a braccetto la signora Chiarina, che non sapeva
-trattenersi dal ridere per la contentezza. Valente diè il braccio a mia
-moglie, io venni in coda.
-
-A tavola ne seppi ancora una: la figlioletta del Salvioni era entrata
-in un collegio, ben inteso portandovi l'amica sua, la macchina da
-cucire.
-
-— Anzi, signor Ferdinando, la macchina è costata cento venti lire, — mi
-disse il vecchio, — lei mi deve sessanta lire. Non se ne dimentichi;
-glielo ricordi lei, signora Annetta, perchè suo marito è tanto
-disordinato! —
-
-
-
-
-XXI.
-
-Dopo il quale, lascio la penna per tornare ai miei pennelli.
-
-
-Oggi v'è nell'aria qualche cosa d'insolito; dalla finestra aperta entra
-l'alito di marzo, ad annunziare la primavera, e il nostro cuore si apre
-come per ricevere la gioia.
-
-Stamane Annetta si è svegliata cantando, ed io colla smania di scrivere
-l'ultimo capitolo della nostra storiella. Ho fatto bene o male a
-scriverla? Mi conforto pensando che scriverla era pur necessario;
-perchè quando la sorte fa un romanzetto curioso ed allegro, a cui vi
-pare che non manchi più nulla, io dico che una cosa ancora manca, ed è
-qualcuno, il quale bene o male lo metta in carta.
-
-Questo è nell'ordine delle cose, ed io dacchè il signor Pasquali è
-lontano, torno a credere di non essere poi quell'uomo disordinato che
-egli dice.
-
-Il signor Pasquali è a Parigi da quasi due mesi e mezzo, e sono con
-lui Chiarina e Valente. Partirono il domani medesimo della scenetta in
-via dei Bigli numero 19, perchè il signor Pasquali fece notare che le
-cose allegre non si fanno mai troppo in fretta, e Chiarina e Valente
-trovarono che era quella una massima piena di giudizio.
-
-Annetta si provò a dire che non bisogna mai esagerare nemmeno le
-massime piene di giudizio, ma infine, pensando che partire tanto tanto
-dovevano, si fece forza e disse anch'essa alla sua Chiarina: — parti
-domani, e scrivimi, e torna presto! —
-
-Partirono il giorno 22 dicembre; il 23 ricevemmo la prima lettera di
-Chiarina, da Torino: eccola:
-
- «_Carissima Annetta_,
-
- «Sono poche ore che non ti vedo, e già mi pare d'aver tante
- cose da dirti. Sentine una che mi era uscita di mente; fra due
- giorni è Natale, il piccolo Giovanni Battista verrà a farmi
- vedere che conosce tutte le lettere dell'alfabeto, per aver lo
- scudo d'argento e la veste nuova. Che cosa dirà non trovandomi?
- Non bisogna che egli pensi male di me; e perciò ti prego di far
- tu le mie veci. Non potendo esserti vicina in quel giorno, io
- sarò felice di vedervi col pensiero, te e tuo marito, nell'atto
- di esaminare il mio piccolo amico. Badate di non fargli troppa
- paura, perchè Giovanni Battista non è un eroe. Mancano pochi
- minuti alla partenza, il signor Bini mi dice che ho appena il
- tempo di mettere qui un bacio per l'amica mia carissima, ed una
- stretta di mano per il signor Ferdinando.
-
- «CHIARINA.
-
- «_PS._ Se Giovanni Battista non conoscesse ancora bene tutte le
- lettere, ti raccomando di chiudere un occhio.»
-
-Alla vigilia del Natale ebbi io l'incarico di acquistare i calzoncini
-ed il giubbetto di grosso panno bigio, e di provvedere uno scudo
-d'argento nuovo di zecca, che luccicasse come una stella.
-
-Avevamo avvertito il portinaio, perchè mandasse Giovanni Battista da
-noi, ed al mattino, appena desta, Annetta mi disse:
-
-— Chi sa se il piccino verrà?
-
-— Se non venisse! — risposi.
-
-Se non fosse venuto, mi avrebbe fatto dispiacere; ma venne; anzi fu
-premuroso, perchè mentre noi lo aspettavamo verso il mezzodì, alle nove
-del mattino egli saliva la scala. Fu la fantesca ad avvertirci che
-ci era una bella cosa da vedere; Annetta ed io andammo a metterci al
-finestrino, che guarda nel pianerottolo, e vedemmo il piccolo Giovanni
-Battista, il quale faceva salti poderosi per afferrare il cordone del
-campanello, senza riescirvi.
-
-All'ultimo gli venne aperto, entrò. Mi parve che una nuova luce gli
-illuminasse la faccia, se non propriamente bianca, certo più chiara
-della prima volta, ma non per la nuova luce della scienza o della
-civiltà, come dissi per ischerzo ad Annetta, soltanto per questo, che
-Giovanni Battista si era lavato il muso rispettando le orecchie ed il
-collo.
-
-Rideva il poverino, volendo così vincere la tremarella; ma aveva un
-bel fare, non era no un eroe — tutt'altro, — e bastò la vista d'un
-_B_ maiuscolo (che doveva essere un suo implacabile nemico) a farlo
-timoroso d'aver perduto tutto l'alfabeto.
-
-— Vediamo, — dissi, — non è difficile: che lettera è? Perchè non me lo
-vuoi dire?
-
-— _Erre_ — balbettò.
-
-— No.... — disse Annetta.
-
-— E quest'altra? — interruppi, facendo un cenno a mia moglie — guardala
-bene. —
-
-Giovanni Battista non istette in forse un attimo; non ci era di che, un
-_V_! figuratevi! Quando ebbe lette tutte le lettere, allora io corressi
-dolcemente il suo primo errore, gli feci notare la profonda differenza
-che passa tra il _B_ maiuscolo e l'_R_ maiuscolo, e gli diedi norme
-sicure, facili ed indimenticabili per non trovarsi mai più esposto a
-simili equivoci.
-
-Ah! se la signora Chiarina mi avesse inteso, e se avesse visto la gioia
-sulla faccetta bigia di Giovanni Battista, quando egli ebbe la bella
-veste, lo scudo bello ed i panetti saporiti!
-
-Alla sera, nell'atto di scrivere fra le spese diarie il regalo fatto
-al nostro piccolo erudito, fermai Annetta, che se ne andava, per
-chiederle:
-
-— In tutto dunque la buona azione ci è costata?
-
-— 18 lire e 50 centesimi.
-
-— E quanto credi che valga?
-
-— 18 lire e cinquanta centesimi.
-
-— Verissimo! — diss'io; — ma queste 18 lire e 50 centesimi hanno
-un valore enorme, hanno il valore di una gran gioia, d'una felicità
-intera. E stammi attenta a quello che io faccio.... —
-
-Feci un richiamo accanto alle 18,50 così (1) e scrissi in margine:
-
-«(1) Il denaro vale la gioia che dà, il benefizio che reca; chi
-disprezza il denaro è segno che non lo sa spendere; e chi crede di
-stimarlo troppo, solo perchè n'è avaro o lo misura a centesimi, costui
-invece lo disprezza.»
-
-— E per chi le scrivi queste belle cose?
-
-— Per i nostri figli che verranno; io voglio che essi trovino in questi
-libriccini della spesa diaria un po' dell'anima del babbo che li amava
-tanto.
-
-— I nostri figli! — mormorò Annetta sorridendo senza averne voglia. —
-Io mi sono messa il cuore in pace.
-
-— Io no; siamo da tre anni soli marito e moglie. La signora Carolina
-non ebbe forse una bella bimba dopo sette anni di nozze? E la tua amica
-di Torino, Clotilde? E quell'altra?.. come si chiama? —
-
-
-Un passero è venuto a posarsi sul davanzale, ha fatto un mezzo giro
-a destra ed un mezzo giro a sinistra colla precisione d'un veterano,
-poi, guardando dalla mia parte, mi ha detto una parola che ho capito
-benissimo, e che sono tentato di scrivere: — _fine_.
-
-Ma non mi fido; potrei aver dimenticata qualche cosa....
-
-Ah! non vi ho detto che uno stupore magnifico si prepara a Chiarina e
-Valente. Nel loro quartiere se vi ricordate, vi erano alcuni errori da
-correggere; dello studio bisognava farne un salotto, d'un salotto lo
-studio, di due camere da letto una sola. Tutto ciò è fatto.
-
-E non vi ho detto che in una lettera di quindici giorni sono Valente
-mi confidò d'essere preso da una smania insolita, quella di lavorare
-molto. Ed io capisco perchè: perchè oramai il suo avvenire, cessando
-d'essere indeterminato, non fa più la guerra al presente.
-
-E non vi ho detto che da otto giorni essi, cioè Chiarina _Pasquali_ e
-Valente Nebuli, sono proprio marito e moglie, e che se la mia Annetta
-viene ogni tanto in punta di piedi a mettermisi alle spalle, ed ha la
-mantellina in dosso ed il cappello in testa, è perchè mancano quaranta
-minuti all'arrivo del convoglio, e l'impazienza le fa calunniare il mio
-orologio, un modesto orologio di Ginevra, ma piantato in regola sulle
-sue otto pietre, ed incapacissimo di fare un passo più lungo o più
-breve del necessario.
-
-Impaziente la mia parte sono anch'io, ma so che alla stazione ci
-andremo in quindici minuti e che mi basterà infilare il pastrano per
-essere pronto.
-
-E non vi ho detto, ma l'avete indovinato, chi è che arriverà colla
-corsa delle undici e cinquantacinque.
-
-Arriverà il prezioso signor Pasquali; arriverà il mio migliore amico;
-arriverà la donnina più adorabile dell'universo.... dopo mia moglie.
-
-
-PS. _Nota di mia moglie:_ Ipocrita!
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- CAPITOLO PAG.
- I. Qui cominciate a vedere che nel mondo si danno
- combinazioni curiose 7
- II. L'amico Valente 23
- III. Qui tiro su una cortina e comincio a vedere
- un mistero 31
- IV. Corvi contro Corvi 43
- V. Assisto ad un miracolo 49
- VI. La signora Chiarina mi dà l'idea del mio capolavoro 57
- VII. Faccio la conoscenza d'un incognito 71
- VIII. Quello che io dovevo sapere 83
- IX. In cui l'incognito comincia a tormentare la
- mia curiosità 97
- X. Il signor Bini continua 105
- XI. Qui una signorina leggerà due volte senza
- comprendere 113
- XII. Il signor Bini non è il signor Bini 123
- XIII. Mia moglie ne fa una grossa 127
- XIV. Il signor Salvioni scrive 139
- XV. Il Signor Salvioni viene 147
- XVI. Il signor Salvioni parla 159
- XVII. La Venere se ne va 171
- XVIII. Cose strane 179
- XIX. Guardo sotto la maschera 189
- XX. Il signor Salvioni legge 199
- XXI. Dopo il quale, lascio la penna per tornare ai
- miei pennelli 209
-
-
-
-
-DELLO STESSO AUTORE:
-
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- _Capelli biondi_ L. 1 —
- _Un tiranno ai bagni di mare_ » 1 —
- _Il tesoro di Donnina_ » 3 —
- _Amore bendato_ » 2 —
- _Fante di picche — Una separazione di Letto e di Mensa — Un
- uomo felice_ » 1 50
- _Il romanzo di un vedovo_ » 1 —
- _Fiamma vagabonda_ » 1 —
- _Due amori — Un segreto_ » 1 —
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Dalla spuma del mare, by Salvatore Farina
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DALLA SPUMA DEL MARE ***
-
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