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If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Dalla spuma del mare - -Author: Salvatore Farina - -Release Date: April 16, 2020 [EBook #61849] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DALLA SPUMA DEL MARE *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - SALVATORE FARINA - - - DALLA SPUMA DEL MARE - - - RACCONTO - - (SECONDA EDIZIONE) - - - - TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA - - MILANO - STABILIMENTO Via Appiani, 10 - SUCCURSALE Via Larga, 19. - 1876. - - - - - Proprietà letteraria. - - - - -ALLA MIA CRISTINA - - - - -DALLA SPUMA DEL MARE - - - - -I. - -Qui cominciate a vedere che nel mondo si danno combinazioni curiose. - - -Si danno le curiose combinazioni nel mondo. Io aveva lasciato appena -quel quartierino al terzo piano, e mi era piaciuto vedendolo, e -continuava a piacermi per istrada pensandoci, e me ne andavo del -mio passo solito a descriverlo alla mia Annetta, che era rimasta -all'albergo ad aspettarmi, quando.... - -Ma non incominciamo disordinatamente. - -Qual quartierino avevo io visto? Chi era Annetta? E in che paese -accadeva la cosa? Annetta è mia moglie, il paese Milano, il quartierino -doveva essere il nostro futuro nido. - -Ed ora sono nel mio diritto ripetendo che nel mondo si danno le -combinazioni curiose. - -Voi non immaginate nemmeno quanto sia nel mio diritto, ripetendo -questo, perchè non sapete tutti i pensieri che ho fatto io sul caso e -sulla combinazione. - -Vediamo: non siete già di quelli che negano il caso? - -No? bravissimi; il caso ci è, e bisogna fargli di cappello. Ma che cosa -è il caso? È il disordine o l'ordine? Voi dite il disordine, perchè -lo confondete coll'inaspettato e lo riferite alle facoltà limitate -dell'uomo; io dico l'ordine, perchè ci ho pensato su, e lo piglio in -sè stesso, e lo riferisco ad una serie di fatti di cui non mi rendo -ragione, e lo ammiro nella sua stupenda simmetria. Spieghiamoci con un -esempio: vi era una tegola sopra un tetto, ora non vi è più, perchè si -stacca e cade; vi è un uomo che passa proprio in tempo per riceverla -sul cranio. — Ecco il disordine, ecco il caso, voi dite, pensando che -la tegola era fatta per istar sul tetto. — Ma chi ha consigliato a -quell'uomo di uscire di casa proprio in quel minuto, di camminare di -quel passo, di fermarsi quel tanto e non più dinanzi ad una bottega, -e di passare per l'appunto sotto la perpendicolare tracciata dalla -tegola? - -E chi ha detto alla tegola di non perdere l'equilibrio (che è -la pazienza delle tegole) finchè l'_altro_ si trovasse nel piano -della perpendicolare? La meravigliosa esattezza di questa serie di -combinazioni è l'ordine, cioè il caso. - -Vi sarete accorti che io sono un uomo ordinato, e che ci era in me -la stoffa di un matematico; perciò vi farò stupire dicendovi che io -sono anche un pittore — sissignori, pittore di ritratti e di genere -ai vostri comandi, filosofo nelle ore d'ozio, che non sono molte, pur -troppo! — non perchè mi piaccia molto l'ozio, ma perchè moltissimo mi -piace la filosofia. - -Ho trentatrè anni sonati, presi moglie a trenta per far le cose in -regola; non ho figli. Il mio ideale era una progenitura simmetrica, un -maschio ed una femmina, od il doppio, od il triplo, meglio che nulla. -Annetta ed io non sappiamo che pensare; aspetta, aspetta, aspetta.... -_zero_. — È un destino perverso; — dice lei; — io non fiato nemmeno, -perchè mi spiace brontolare contro le cose che non capisco; ma se anche -non è venuto, mi par di vederlo il primo paio; potrei farne il ritratto -e metterlo in mostra colla scritta: _dal vero_. - -Se vi dicessi che ho un gran talento, che sono un galantuomo, che il -mio cuore è largo così, avreste ragione di mettervi a ridere e di non -darmi retta; ma quando vi abbia detto che ho il naso grosso, gli occhi -bigi, i capelli che tirano al biondo e non vogliono star fermi, che -sono lungo, sottile e diritto come il manico d'un pennello, spero che -non mi chiederete le prove. - -Ed ora che mi sono dato a conoscere il tanto che basta per aver diritto -di contarvi la storiella, mi ci metto proprio e vi prego di starmi a -sentire. - -Avevo dunque lasciato appena quel quartierino al terzo piano, e me -n'andavo per la via a capo basso, distribuendo in bell'ordine le camere -ed i mobili..., studiolo, tinello, stanza da letto, cucina, gabinetto -per la fantesca.... benissimo.... il cavalletto in faccia alla -finestra, i modelli, i ferravecchi del mestiere in giro, un tavolino -nel mezzo, la poltroncina filosofica per i quarti d'ora d'ozio, nella -parete sopra la poltroncina la pipa, accanto alla pipa il cassettino -degli zolfanelli.... Io vedevo tutto ciò mano mano che si disponeva -simmetricamente sul lastrico del marciapiedi; il quartierino con tutti -i nostri mobili così ordinati mi camminava dinanzi precedendomi d'un -passo.... quando un'idea nuova fermò tutte le altre ed il quartierino -e me stesso. Mi volsi. — È lui! — mi aveva detto quell'idea; ed ora -guardandolo alle spalle, esaminandone meglio la statura, le mosse, -ripetevo dentro di me: — è proprio lui, Valente! — In un baleno vidi i -portici di Torino, l'Università disertata per l'Accademia Albertina, la -scuola di disegno, i modelli barbuti e le modelle famose, la Geltrude -dalle belle braccia che si sarebbero potute attaccare alla Venere di -Milo; la Marietta, che aveva due spalle da Giunone, la Nina la cui -unica bellezza erano le mani piccolissime, la Bianca che.... lasciamo -stare la Bianca. Io vidi tutto ciò in processione dietro i calcagni di -Valente, il quale se ne andava del suo passo solito; e sebbene da due -giorni soltanto avessi lasciato Torino per venire a cercare la fortuna -in Milano, sentii che il cuore faceva lo scampanío. Il mio cuore fa -sempre a modo suo, senza mai chiedermi il permesso — lo dico perchè -non si creda che io fossi già pentito d'aver lasciato Torino, le spalle -della Marietta, le manucce della Nina, le braccia della Geltrude e le -altre bellezze della Bianca. — No, al contrario allora più che mai ero -contento della mia deliberazione, e sarei corso dietro a Valente per -fermarlo e dirgli che avevo trovato un bel quartierino che mi faceva -felice, se egli non avesse avuto al fianco una signora. Una signora -piuttosto piccina, che faceva i passi lunghi per camminare in cadenza, -ed appoggiava un pochino la testa al braccio del suo cavaliere; una -signorina elegante e senza dubbio bella. Ora io sono un po' timido -colle signore giovani e belle; non è la parte più invidiabile della mia -natura, ma non ci è che fare — sono così. - -Valente svoltò alla prima cantonata, ed io proseguii a passo -strascicato verso l'albergo, cercando stupidamente di persuadermi che -avevo avuto torto. E quando contai ad Annetta tutta la faccenda come -era andata, e finii col darmi centomila torti, ed essa mi disse che al -contrario avevo avuto centomila ragioni di tirar diritto.... perchè non -si sa mai.... — come potete credere, — non fui più contento di prima. - -— Spiegami bene, dunque; la cucina comunica col tinello? - -— Comunica, — rispondevo io; — e intanto pensavo: — «chi potrà essere -quella signora?» — - -— E il tinello è grande? - -— Grande. «Valente non aveva sorelle!...» - -— E la stanza da letto? - -— È sua moglie! — dissi forte, e vedendo il musino sbalordito della -mia, aggiunsi ridendo di cuore: — Sì, la camera da letto è la moglie -del tinello... - -— Grande egualmente? - -— No, un po' più piccina, come dev'essere una moglie; se fosse stata -grande egualmente avrei detto _sorella_. - -E risi, e le diedi un bacio, che la consigliò di ridere anche lei. - -— Andiamo subito a vedere, — disse, e non l'ebbe detto che già aveva la -mantellina in dosso, e mi si era attaccata al braccio. - -La mia Annetta non sa nascondere nulla; se ha un'allegria, una -contentezza, od un malumore, bisogna che le venga fuori negli occhi, -nelle parole, negli atti. Quando una cosa le piace, state sicuri che -dirà: _bella!_ e lo dirà con enfasi, anche se la prudenza consigli -e raccomandi di non fiatare. La camera da letto era _bellissima_, il -tinello _bellissimo_, _bellissimo_ lo studiolo, la cucina _bellissima_, -_bellissimo_ tutto — e con enfasi; e siccome il portinaio, che ci -accompagnava, non apriva finestra o porta senza farci notare che -chiudevano _benissimo_, che erano tinte _benissimo_, e si provò -persino a persuadermi (ma senza enfasi, siamo giusti) che certi fiori -scellerati, dipinti sul soffitto parevano staccati or ora dagli steli -e messi li per capriccio — così incominciai a temere che di fronte a -tanti superlativi non mi avesse poi a riuscire un mio bel disegno, che -era di ribattere cinquanta lire dal prezzo d'affitto. Perciò senza dar -tempo al portinaio di trovarsi a quattr'occhi col padrone di casa, -domandai se gli si poteva parlar subito, ed il portinaio rispose -di _sì_, e si avviò innanzi, e noi dietro. Allora io dissi, come -rispondendo a mia moglie, che non aveva aperto bocca: — Sì, sì, non ci -è male! è un po' piccino però! — ma mia moglie, la quale quando è in -festa non ci vede più, non badando alle mie occhiate, rispose: — per -noi altri ce n'è di troppo! — Mi sarebbe venuta la tentazione di darle -un pugno, se non fosse stata la mia buona Annetta. - -Scendemmo quattro scale, ci fermammo al primo piano, dinanzi ad uno -stoino che diceva: _salve_. Quella garbatezza messa lì, sull'uscio, per -incominciare a fare gli onori di casa, mi piacque. Purchè il padrone -non sia uno di quelli che, quando hanno incaricato uno stoino di dir -_salve_ al prossimo, si credono in diritto di misurarne la statura e la -borsa, e di spendere tutta la loro superbia colla gente piccina e colle -borse magre! - -Così pensando, guardai alla scritta che luccicava sulla porta e lessi: -_Nebuli_. - -— È curioso! - -— Che cosa? — - -Ma non potei rispondere alla mia Annetta, perchè in quella s'aprì -l'uscio e noi fummo propriamente sbalorditi dalla solennità del -grosso servitore in livrea, e dal lusso dei mobili e dei tappeti che -si vedevano in una fuga sterminata di stanze. Rinunzio a descrivere -tutto quanto vi era di opprimente in quel lusso, vi basti sapere che -dopo essermi fermato e seduto (perchè il servitore volle così) sopra -una seggiola coperta di raso, come se mi ci avessero inchiodato, io -non pensava più a ribattere cinquanta lire sulle seicento del fitto, e -che se il proprietario avesse avuto la furberia di chiedermene mille -per bocca del suo grosso servitore, io sul momento avrei trovato -quella somma una miseria, a costo di non lasciarmi più vedere per -sottoscrivere il contratto. - -Entrò un uomo, noi ci rizzammo in piedi di scatto; io feci un inchino -solenne, poi lo guardai; mi guardò.... — Ferdinando! — gridò egli; ed -io dissi: — Valente! — E corsi a lui calpestando i tappeti, ed egli a -me, e ci abbracciammo stretto. - -La mia Annetta sorrideva. Fu allora che pensai quello che avreste -pensato anche voi, cioè che si danno al mondo delle combinazioni -curiose. - -— Sei proprio tu? — chiesi a Valente misurandolo cogli occhi e dando -un'occhiata fuggitiva ai mobili, alle dorature. — Sei proprio tu -Valente Nebuli, il famoso _pittore di prospettive lontane_?... - -La risata con cui mi rispose trovò una risonanza nell'ampia sala, -specie di tentativo d'eco che i mobili imbottiti, le tappezzerie, i -tappeti e le tende soffocarono come un'impertinenza. - -— Proprio io! — disse poi l'amico, — l'_uomo del domani_, come mi -avevate battezzato; e tu sei il mio Ferdinandone dell'oggi, anzi -dell'ora, anzi del minuto secondo, il creatore della pittura filosofica -e matematica! Come sono contento di rivederti! — - -Non erano parole messe lì come lo stoino sull'uscio, venivano proprio -dal cuore, gli si leggevano sulla faccia prima che le dicesse e vi -rimanevano scritte dopo. - -La mia Annetta continuava a guardarci sorridendo; non altro avrebbe -potuto fare, perchè non conosceva Valente, avendola io sposata da tre -anni, quando da dieci mesi l'amico era scomparso dall'Accademia. - -— Ti presento mia moglie, — dissi, e volli aggiungere: «presentami la -tua,» ma non so chi me ne tolse l'ardire; forse un chinese panciuto di -porcellana, che mi faceva di _sì_ col capo. - -Siccome allora mi passava pel cervello un'idea che mi pareva piena -di buon senso, ed il chinese di porcellana aveva l'aria d'averla -indovinata e di darmi tutta la sua approvazione, così la voglio dire. -La mia idea era che a torto ce la pigliamo colla fortuna, la quale -ci cambia gli amici se, anche quando gli amici baciati dalla fortuna -rimangono tal quali, ce li cambiamo noi nella nostra opinione. Vi -giuro che se l'avessi visitato in una soffitta, Valente non mi avrebbe -fatto accoglienza più cordiale; e pure perchè mi riceveva in una sala -luccicante di dorature, io senza avvedermene lo andava allungando ed -ingrossando fino a farne un colosso che mi dava ombra. Non lo stimavo -più di prima, ora che pareva ricco, no di sicuro, ma sentivo per lui -una specie di ammirazione stupida; non gli volevo meno bene, ma provavo -una compiacenza scimunita nel ricordarmi ch'egli pure me ne aveva -sempre voluto. - -Non dissi dunque: «presentami tua moglie,» che sarebbe stata la -scorciatoia, ma feci la via più lunga, chiedendogli se era lui quello -che un'ora prima avevo visto sul Corso al braccio d'una signorina. - -Era lui, naturalmente, ma come lo disse! Tacqui aspettando una -spiegazione, che non venne; e quando vidi che il silenzio lo -impacciava, e che si faceva rosso, mi affrettai a parlargli del -quartierino al terzo piano. - -— Ti piace? — mi chiese. - -Era o non era turbato? Non lo so bene, perchè passò prima come un'ombra -sul suo viso, poi mi strinse tutte e due le mani ed esclamò: - -— Quanto sono contento che ti piaccia! — - -Per essere schietto, confesso che questa volta le sue parole mi parvero -uno stoino vero, messo lì come l'altro sull'uscio. Ma Valente proseguì -enumerando tutti i pregi che il quartierino aveva e quelli pure che non -aveva — la tromba in cucina, per esempio, mentre era sul pianerottolo -(e glielo feci osservare), la tappezzeria d'una camera che invece era -imbiancata.... (e corressi anche questo sbaglio), — e s'infervorava -tanto, e cercava con così schietto entusiasmo di convincermi che quel -quartierino era il fatto mio, che, a non saperlo spensierato, l'avrei -creduto invaso da una paura immensa di non trovar inquilini, perchè il -San Michele era passato. - -— E quanto il fitto? — dissi serio serio. - -Egli uscì a ridere. - -— Ne parleremo poi. - -— No, — protestai, — è questo il momento di parlarne. - -— Ne parleremo poi. - -— No, — insistei, — in tutte le ore della giornata, in tutte le -giornate della settimana non troverai un momento come questo fatto -apposta per parlarne. - -— Di' tu la somma. - -— No, a te sta il dirla; non sei tu il proprietario? - -— Ma bada che d'inverno quel quartierino è freddo molto.... - -— Tutti i quartieri sono freddi d'inverno. - -— Voglio dire che non è esposto al mezzogiorno; e poi perchè non -ha l'acqua in cucina, e ad una camera manca la tappezzeria, e il -pavimento.... non ci hai badato?... è bruttino.... — - -Non capivo proprio dove volesse andare a finire. - -— Perciò si stenta ad affittarlo, sebbene io mi contenti di poco.... -_quattrocento lire_! — - -Compresi, ma protestai che era una birbonata far pagare quattrocento -lire un quartierino come quello. - -Egli si vide scoperto e rise, ed io volli assolutamente pagarne -cinquecento almeno, benchè mia moglie, mettendomisi al fianco, mi -avesse dato un colpetto di gomito.... - -Al momento di separarci, mentre stavamo ancora sull'uscio a far ciance, -sentii un passo leggero su per le scale, accompagnato da un fruscío di -abiti di seta, e notai che Valente ebbe l'istinto di ritirarsi; ma si -fermò. - -— Ecco la mia Chiarina! — disse. - -Era proprio il leggiadro fusticino di donna che avevo visto per via, -svelta e pure rotondetta, rotondetta e pure elegante, una Venere greca -a tre quarti di grandezza naturale. - -Mentre guardavamo con un sorriso d'ammirazione, quel piccolo capolavoro -ci fu al fianco, ed io vidi che, essendo molto più piccina di tutti -noi, la signora Chiarina pareva grande egualmente. Era fin'ora il più -bell'argomento che avessi trovato in prova di quella profonda verità -filosofica: cioè che l'universo non ha grandezze, ma armonie, e che -tutto è grande ad un modo rispetto all'ordine universale delle cose. - -Se ne siete persuasi anche voi, tiriamo innanzi. - -Era bella proprio la signora Chiarina? Oh! sì, bella proprio. Ma non -chiedete come avesse il naso e la bocca, e di che colore gli occhi ed -i capelli; ora io lo so, ma quel giorno non lo vidi; notai soltanto, -e perciò s'ha a dirlo a questo punto, che aveva una faccetta bianca, e -lo notai perchè quando io chiese a Valente: _tua moglie?_ la faccetta -bianca si fece tutta rossa. - -— Il mio amico Ferdinando, di cui ti ho parlato tante volte, la sua -signora.... — disse Valente con una disinvoltura curiosa, che pareva -impaccio. - -La signora Chiarina inchinò quel suo corpicciolo di fata, ci regalò -un sorriso, un bel sorriso, poi sparve dietro l'uscio e la sentimmo -correre e ridere nell'anticamera. - -— È come una fanciulla! — disse Valente. - -Ci stringemmo forte la mano, e _addio_, cioè, _a rivederci_. - -Quando fummo da basso, mi piantai come un palo innanzi al portone -a guardare la strada, che era larga e quasi diritta, una delle più -_aristocratiche_ di Milano; a guardare la facciata del palazzo, che -aveva tre piani ed era stato costrutto senza economia; a guardare le -doppie vetrate delle finestre; a guardare le cortine di pizzo che si -vedevano dietro i vetri lucidi; ma quando vidi o mi parve di vedere una -faccetta bianca dietro a quelle cortine, allora me ne andai subito. - -— Ti piace? — domandai alla mia Annetta. - -— Tanto, mi ha innamorata.... mi par già di volerle bene. — - -Credevo che parlasse della nostra casa. - -— La fortuna ci sorride; vedrai che quest'inverno farò dei ritratti -e dei quadri di genere, e li venderemo. E l'amico Valente che cuore -d'oro! — - -Avrei voluto aggiungere: «E che bella donnina sua moglie!» ma la -prudenza mi consigliava di tacere. - -— E che bella donnina sua moglie! — disse Annetta. - -— Sì.... bellina.... un po' piccola. - -— Sentitelo! bellina! di' che è bellissima, non ne sono gelosa, è -troppo bella! - - - - -II. - -L'amico Valente. - - -Bisognava vedere il nostro quartierino otto giorni dopo, quando mia -moglie vi ebbe messo i suoi mobili ed io l'ordine! È più facile farsene -un'idea, immaginando un insieme molto bellino, molto pulito, molto -allegro, molto simmetrico, che descriverlo — perciò non lo descrivo. - -Ho detto che i mobili erano di mia moglie, dirò il resto alla libera: -anche le lenzuola, le tovaglie e le poche cedole al portatore, che ci -innalzavano alla dignità di creditori dello Stato, tutto era di mia -moglie; io non possedevo al mondo altro che due cavalletti, dodici -pennelli, otto tavolozze, alcune tele di genere rimaste invendute, -pochi spiccioli in un cassetto e molta economia. Non crediate però che, -sposandoci, la mia Annetta credesse d'aver fatto un _carrozzino_ (come -si dice) ed io un buon affare; ci sposammo, perchè ci piacevamo, perchè -ci volevamo bene, e se i nostri mobili si fossero provati a mettere la -discordia fra noi due, credo che ne avrei fatto tanta legna da ardere -senza metafora nel focolare domestico, e che mia moglie mi avrebbe dato -mano. Erano mobili di noce, lucidi, ma serii, ben saldi sulle gambe, -bene equilibrati, mobili poco mobili, che se ne stavano al loro posto. -Tutti i cassetti aprivano e chiudevano senza farsi tirare, senza farsi -mai mandare a quel paese dal marito, il che può essere pericoloso, -quando i mobili sono della moglie — parlo per conto del prossimo. - -Bisognava vedere — e perciò appunto un giorno il mio amico Valente fece -le scale e se ne venne disopra a fare il curioso. - -Provatevi ad indovinare quello che egli disse, quando ebbe messo -il naso da per tutto; anzi non vi state a provare, perchè tanto non -l'indovinereste mai. - -— Come t'invidio! — così disse. — Lo guardai in faccia, perchè mi -ricordavo che l'amico mio aveva una cert'aria, nel dir le cose, da non -lasciar mai capire se dicesse proprio sui serio o da burla. Diceva sul -serio, ve lo assicuro, prima di tutto perchè ora non aveva più quella -cert'aria d'una volta, e poi perchè lo scherzo sarebbe stato di cattivo -genere, e Valente anche nel far la burletta badava a non offendere -menomamente gli amici. - -Provai a ridere per accertarmi proprio. Non rise. Non sapevo che -fantasticare, quando ad un tratto mi venne in mente (come non ci avevo -pensato prima?) mi venne in mente la sua manía, e questa volta risi di -cuore. - -— Sì poveraccio! — esclamai — sei proprio da compiangere, tu nato, -fatto per essere il miserabile più felice che campi sotto le stelle, -tu ricco, tu padrone d'un palazzo splendido, tu servito da domestici in -livrea, tu.... Ah! la sorte è senza giudizio, — - -Cominciò dal fare eco alla mia risata, come per intonarsi più giusto, -poi rispose tra il serio ed il faceto: - -— Meno male che tu mi comprendi! Se non sono propriamente una vittima -delle mie nuove ricchezze, ti assicuro che esse m'hanno rubato molto -della mia ricchezza d'una volta, tanto più preziosa; la spensieratezza, -la fantasticheria, le repentine gioie che ci dà un nonnulla, tutto -questo va perduto facendo un'eredità. Prova e vedrai. — - -Qui ci stava un sospiro, ed io ce lo misi tanto per fare il paio, -perchè se v'era una cosa che desse ragione a Valente, poteva esser -questa: che io non aveva un desiderio molto vivo di fare una eredità. - -Valente aveva preso il filo: — Questa cameretta (eravamo nel tinello) -può invidiare la mia sala, ma se ha giudizio non la invidierà; può però -aspirare a diventar bella un po' più, ad avere prima la tappezzeria -che le manca, poi le porte inverniciate di nuovo, poi la vòlta dipinta -meglio, il mosaico per terra, ed infine le credenze più graziose, -di rovere e palissandro..., guarda quanti bei sogni può fare questa -cameretta, e quante gioie purissime le prepara l'avvenire. — - -Egli diceva la _cameretta_, ma guardava _me_, parlava di _me_, ed io -leggeva nel suo risolino che il preparatore di quelle gioie purissime -voleva esser lui, e facevo le mie riserve. - -— Invece la mia sala immensa, dorata, splendida, non ha più un -desiderio, un bisogno, non si aspetta più alcuna gioia; tu metti -le cortine di bucato alla stanzuccia; vedila ilare, contenta; io in -mancanza di meglio caccio nella mia sala cento nonnulla costosi, che -non mi costano niente, che una volta messi là par che si nascondano, -che la lasciano fredda, superba, indifferente e stupida. — - -Si accalorava un tantino nel dire queste parole: la sala era _lui_! - -— Dunque non sei felice? - -— Sì, sono felice, ma una volta ero di più. Ecco il mio stato; gli è -che la nuova ricchezza non è soltanto la cessazione della povertà, -ma l'agonia delle gioie più belle, dei desiderî più ardenti, delle -speranze più balde, degli affetti più semplici, delle fantasticherie -più alate. — - -Ora mi andava nella lirica, bisognava fermarlo. - -— Perchè tu manchi di regola — gli dissi — perchè tu non hai metodo, -perchè, secondo il tuo modo di vedere, agi ed ozio sono sinonimi, -perchè tu nelle ricchezze non vedi se non il _possesso_ freddo, -monotono, incapace di dare un palpito, mentre vi è la _distribuzione_ -che è varia, animata e conosce «gli affetti semplici,» e vede da vicino -la «gioia,» e non volta le spalle alla «speranza.» Se io fossi in -te avrei tante cose da fare, tante, tante, che non mi rimarrebbe un -briciolo di tempo alle «fantasticherie alate....» - -— Ah! oh! — disse crollando il capo, — l'unico, vero, purissimo -conforto della vita è il _fantasma_; l'immaginazione è la felicità; -non mi stare a compiangere i poeti morti all'ospedale, perchè per essi -la vita era un giardino incantato, e lo spedale una reggia. Quando -ero studente di pittura all'Accademia, e mi avevate battezzato «l'uomo -del domani,» perchè non facevo che castelli in aria, allora sì che ero -contento! - -— Schiettamente: vorresti tornare a quei tempo, a quello stato? - -— Schiettamente: no. - -— Lo vedi! - -— Lo vedi che non mi capisci! — esclamò egli trionfante. - -In quella entrò mia moglie, che era rimasta di là a farsi un po' bella -per ricevere la visita. L'amico Valente si inchinò, le strinse la -mano, le chiese come stava, con una garbatezza sciolta, di cui un tempo -l'avrei creduto incapace. - -E non so come avvenne la solita trasformazione intorno a me; mi parve -che l'amico mio si allungasse, si allungasse, e mentre finora io lo -aveva lasciato sopra una seggiola, nell'atto che si rimetteva a sedere -gli spinsi fra le gambe un seggiolone. - -Valente fu gentilissimo colla mia Annetta, la lodò del buon gusto, -della disposizione dei nostri mobili, e la poverina tenne così poco per -sè protestando di non averci quasi merito, che io dovetti intervenire -due volte perchè non mi facesse la parte larga più del giusto e del -ragionevole. - -Sul pianerottolo l'amico mi strinse forte le due mani e mi disse: - -— Hai una donnina che vale un tesoro! - -— E la tua! - -Non mi rispose; stette un momento in pensiero, poi disse: - -— No, non vorrei essere nei tuoi panni, e pure t'invidio; prova a -diventar ricco e mi comprenderai. - -— Se non ti spieghi ora, temo che non avrò mai occasione di -comprenderti. — - -E allora egli mi disse con una serietà da burla: - -— Il primo furto che ti fa la ricchezza è la volontà: tu sei padrone -di molto denaro e non più di te stesso; ci è un avversario in te, che -dorme finchè sei.... (voleva dir _povero_) finchè sei.... _così_; il -mio s'è svegliato. Perciò _io_ vorrei essere il Valente di una volta, -ma _lui_ non vuole.... andare a letto. — - -Rise, risi; ci scrollammo le mani; egli scese le scale ed io mi buttai, -contento come una pasqua, nelle braccia d'Annetta, che era lì, dietro -l'uscio, ad aspettarmi. - - - - -III. - -Qui tiro su una cortina e comincio a vedere un mistero. - - -L'amico Valente passava delle ore buone nel mio studiolo, sdraiato -nella mia poltroncina, dinanzi al mio cavalletto, fumando la mia pipa, -e dandomi ogni tanto dei consigli con un'aria tutta sua, coll'aria -di chiedermene, facendomi venire un dubbio, balenare un'idea col -mostrarsi ingenuo e dubitoso egli stesso. A sentirlo, era un secolo -che non toccava i pennelli, la tavolozza aveva certe croste di colori -che non avrebbe sciolte nemmanco il diluvio, in somma doveva essersi -dimenticato di tutto. Ma a volte mi diceva: - -— Scusa un po', che te ne sembra? caricando un tantino quell'ombra, -la figura non si staccherebbe meglio? prova per farmi piacere.... -cancellerai dopo. — - -Io provavo per fargli piacere e non cancellavo più; e il giorno di -poi, rivedendo il quadro, non ci era pericolo che Valente dicesse, -come avrebbe fatto un altro: — Oh! l'hai lasciata l'ombra? hai fatto -bene! — - -Peccato che egli avesse voltate le spalle all'arte; mi ricordavo di -certi suoi studi di nudo all'Accademia che noi scolari mettevamo sotto -voce sopra quelli del professore; egli aveva una certa sua maniera -spiccia, sicura, che formava la disperazione degli emuli. Anche a me -da principio aveva fatto dispetto, perchè gli volevo passare innanzi -anch'io, volevo fare anch'io i nudi più belli de' suoi; ma quando -Samuele, un vecchio modello con tanto di barba bianca, mi ebbe detto -un paio di volte che i muscoli che avevo messo sulla tela non erano -i suoi, la carne nemmeno, e che le mie costole non avevano nulla da -vedere colle sue, ed ebbe soggiunto che il nudo non gli pareva il mio -forte, che il mio genere era probabilmente il _genere_ — allora andai -ad offrire la mia amicizia a Valente, e cominciai a dire a quanti mi -volevano intendere che i suoi nudi erano i migliori; che chi non è nato -pel nudo, è inutile si ostini, faccia le donne e gli uomini vestiti; -che ciascuno deve trovare la sua strada, e che il mio genere era -sicuramente il _genere_. - -Così si divenne indivisibili. - -Ora sembravamo tornati a quei beatissimi tempi; la mia Annetta era -proprio innamorata della signora Chiarina, di quella donnina-gingillo, -donnina-tesoro, donnina-minuzzolo di paradiso, come diceva lei. E -quando io facevo qualche restrizione, per tattica maritale, ella mi -diceva ironica: — Davvero? come dovrebbero essere le donne, perchè il -signore le trovasse perfette? - -— Dovrebbero essere amate.... come te. - -Allora mi chiamava _ipocrita_ ridendo. - -Quanto alla signora Chiarina, mi pare che volesse propriamente bene -alla mia Annetta, perchè, vedendola, le correva incontro ed era la -prima a porgere le guance per farsi baciare, e le restituiva un bacio -appena appena ci stava lo spazio di tempo necessario; ma parlava -pochino, massimamente in presenza mia, e mentre non si dava le arie -di gran signora, aveva un certo ritegno che mi metteva in imbarazzo; -lo avrei detto sussiego, senza quella grandissima facilità di ridere -e di farsi rossa. Perchè si faceva rossa? Io non sono uno sguaiato, e -le parole prima di lasciarmele venir fuori dalla bocca le misuro colla -lingua, pure non potevo fare una parlatina di quattro periodi senza -vedere arrossire quella faccetta bianca. Allora mi fermavo pensando: -«che cosa ho detto?» Meno di nulla. S'era parlato di pittura, o di -mia moglie, o di suo marito. Un paio di volte avevo nominato la Venere -dei Medici, o messo in ridicolo le Pompeiane moderne, che sono sempre -a sedere dinanzi allo specchio, o ritte senza camicia dinanzi al -bagno. Si era fatta rossa, non ci era di che, però mi guardai bene dal -ricascarci. - -Parlandone con mia moglie, essa mi disse: — «non capisco nulla io pure, -è una cosina tutta timida, tutta ingenua, è una sensitiva, sarà per -questo.» - -— Sensitiva quanto vuoi, è pure la moglie di suo marito, e certe cose -deve.... — - -Annetta non mi lasciò finire, e corse via tappandosi le orecchie — -influenza del buon esempio! - -Non in questo solo mia moglie cercava di assomigliare alla sua nuova -amica; a spasso mi si attaccava al braccio appoggiando un tantino -la testa al mio omero, come vedeva far lei ogni giorno, stando alla -finestra, nelle ore che i _padroni di casa_ erano soliti uscire; e -ripeteva le esclamazioni favorite della signora; e si pettinava liscia -come lei. È detto tutto in tre parole: _ne era innamorata_. - -Ancora Valente non mi aveva fatto vedere i suoi cartoni, ed io mi -proponevo ogni giorno di chiedere quanto non mi veniva offerto, ma -differivo per una ragione semplicissima, ed è che ancora Valente non mi -aveva condotto in giro per il suo appartamento. Alla fine ci condusse. -Quante stanze! Quanti mobili! Quanto lusso! Sulle prime non mi potei -fare un'idea chiara di quel labirinto, ma quando pensandoci me n'ebbi -messa la pianta nel cervello, vi trovai alcuni difetti di distribuzione -che sarebbe stato un peccato non correggere. Dov'era un salotto, uno -dei tanti, ci doveva essere lo studiolo, che così avrebbe ricevuto una -luce bellissima; quanto a renderlo indipendente, come lo voleva l'amico -mio, bastava condannare un uscio; cosa elementare. - -— Grazie — mi disse Valente, e tirammo innanzi. Giunti ad uno stanzino -in fondo, ci affacciammo appena di qui e di là a due camere, i cui usci -si guardavano; due camere identiche, un lettuccio in ciascuna; quella -a dritta era della signora Chiarina, l'altra di Valente; dentro di me -io non approvavo una disposizione simile, ma quando vidi la signora -Chiarina tutta rossa, ed intesi Valente dire che la si faceva rossa, -figuratevi! per timore ci rivelasse la paura orribile ch'ella aveva -di notte, allora non mi potei trattenere dal pensare: — Ma se ha tanta -paura!... - -Diceva Valente: - -— Quando ho guardato sotto i letti, nell'armadio, dietro le portiere, -e fatto correre le poltroncine, e lasciati aperti gli usci delle nostre -due camere e la lampada accesa, quest'eroina ha ancora paura.... — - -E allora non mi seppi trattenere dal dire, come avevo pensato: - -— Ma se ha tanta paura.... — - -Non mi si lasciò finire; la signora Chiarina ebbe l'aria di fuggire; -mia moglie e Valente le andarono dietro, ed io in coda. - -Nel ripassare dinanzi allo studiolo, mi fermai a squadrarlo, così, -sul limitare; era proprio vero: un cavalletto stava ripiegato ed -addossato alla parete, alcune tavolozze pendevano appese ad un chiodo, -una sopra l'altra, ed ecco i pennelli in fascio entro un secchiolino. -Valente Nebuli non era più pittore! Sulle pareti si vedevano appese -alcune tele sbozzate appena; qua e là pochi tocchi di carbone -svelavano l'intenzione d'una signora mitologica qualunque — non più -che l'intenzione; ma per un artista non vi hanno abbozzi; egli vede -il quadro compiuto dove non sono che quattro linee, ci mette i colori -del suo, l'aria, la luce, il fondo, — ecco, la figura si stacca bella -come non potrà essere mai. Quanti capilavori ho fatto io così! Andavo -in giro per la stanza, facendo il sordo, mentre Valente continuava a -dirmi: — Vieni via, non c'è nulla di buono, lascia stare. — - -La curiosità, non l'arte, mi fece fermare dinanzi ad un gran quadro; -non l'arte, ma la curiosità; perchè quel quadro era interamente coperto -da una cortina, come le Madonne miracolose degli altari. Cercavo la -cordicella per tirar su la cortina, quando Valente mi prese per un -braccio ripetendomi: — Vieni, lascia stare! — - -Naturalmente non lasciai stare, la tenda andò su, e vidi.... - -Oh! la vaghissima delle creature! Un visino bianco, soave, un po' -sbigottito, con due occhi, in cui brillava una luce modesta, coi -capelli neri, morbidi, ondulati, scendenti giù giù per le spalle; tutto -ciò disegnato e colorito da gran maestro. Ma perchè sbigottito? Stava -dinanzi alla finestra, dove, oltre d'un garofano in fiore, nulla vi era -da far sbigottire una signora. - -Notai le vesti trascurate, notai la finestra ed il garofano fatti -alla carlona, ed atteggiandomi dinanzi a Valente come un punto -interrogativo, vidi che egli pure mi guardava, quasi volendomi leggere -in faccia quel che ne pensassi. - -— Il volto è meraviglioso — dissi — il resto, lo sai meglio di me, non -vale un quattrino; se quelle pieghe non le hai copiate da una Madonna -di legno, io non le capisco; garofani simili già non ne ho mai visti, -il pavimento non ci è male.... ma che sorta di colori hai adoperato?... - -— Volevo ben dire! — esclamò Valente; — è un quadro misto, ecco tutto -il suo pregio; la testa è dipinta ad olio, le vesti, la finestra, il -garofano ed il resto a tempera.... tanto per finirlo. - -— Ma così non hai finito nulla! — esclamai. - -— Lo finirò. - -— Quando? - -— Presto, ora lascia stare, e vieni. - -— Ancora un pochino.... ah! quella testa!... oh! quegli occhi! ma -perchè quell'espressione sbigottita? Nella finestra non c'è che un -garofano e nel garofano che c'è da far sbigottire? - -— Me lo domandi? Non dici tu stesso di non averne mai visti di garofani -simili? - -— Mai, te lo giuro. - -— Anche la signora Valeria non ne ha visti probabilmente mai; «è un -garofano? non è?» ecco perchè ha l'aria sbigottita. — - -Rideva. - -— Si chiama Valeria? — chiesi. - -— Sì. — - -E cessò di ridere. - -Si mosse, gli tenni dietro, ma mi voltai sull'uscio ed in quell'ultima -occhiata mi balenò un'idea. La signora Valeria rassomigliava a -qualcheduno.... A chi?... Un quarto d'ora dopo non mi rimaneva -dubbio; fatte le debite indagini, trovai che, tranne il colore dei -capelli, la fronte, il naso, la bocca, gli occhi ed anche un pochino -l'ovale del viso, tranne questo, la signora Valeria del quadro e la -signora Chiarina, che mi stava dinanzi impacciata dai miei sguardi -curiosi, si assomigliavano come due goccie d'acqua. Da pittore di -ritratti coscienzioso, devo dire che non seppi per un pezzo in qual -linea identica delle due faccette bianche collocare questa strana -rassomiglianza, e dovetti accontentare la mia vanità col dire che -tutte le perfezioni si rassomigliano, che le Veneri greche, dissimili -tutte, sono pur sorelle, e tante altre cose solenni che quando si ha -il carbone od il pennello in mano fanno ridere; ma finalmente trovai -le linee (erano due), linee parallele e quasi impercettibili, che -scendevano dalle narici al principio del mento, e dovevano costringere -le due faccette bianche a ridere, a sorridere, a star serie ad un modo. -Ho sporcato tanta carta per indovinare quelle linee, che ora le so a -memoria, e le potrei metter qui colla penna, e ce le vorrei mettere se -avessi speranza di farmi intendere meglio. - -Naturalmente questa scoperta unita al _mistero_ della cortina e dei -modi dell'amico Valente, mi pose in una gran curiosità. - -Dove scava l'immaginazione — tenetelo bene a mente, perchè è filosofia -pratica — dove scava l'immaginazione invece del ragionamento, la -profondità rimane il vuoto, quando non diventa il _caos_. - -Messomi a fantasticare, feci dieci romanzetti, protagonisti i due -capolavori, il quadro e la signora Chiarina, romanzetti uno più -sconclusionato dell'altro, che per buona sorte rimasero uno più inedito -dell'altro. - -Veniamo al negozio della _lite_: non vi ho detto che vi era una -_lite pendente_ in casa Nebuli, perchè non me ne ero accorto prima di -ricevere per isbaglio la visita di un usciere. - -— È lei il signor.... — e qui una guardatina al suo scartafaccio — il -signor Nebuli? - -— Al primo piano. - -— Qui sta scritto al terzo — nuova guardatina come sopra. - -— Avranno sbagliato.... — - -Non pareva persuaso. - -— Sono l'usciere del Tribunale.... — disse con sussiego. - -— Ciò non impedisce al signor Nebuli di stare al primo piano. — - -Feci allora l'osservazione, comprovata di poi, che gli uscieri avvezzi -allo stile ameno delle loro intimazioni non amano le amenità di stile -degli altri. Quel sacerdote, cioè quel sacrestano d'Astrea, se ne andò -senza salutarmi. - -Il sacerdote venne più tardi, una sera che si rideva tutti insieme in -casa dell'amico mio; e venne impettito in tutta la solennità de' suoi -solini inamidati, de' suoi occhiali, del suo farsetto abbottonato, a -far la parte di spegnitoio del nostro buon umore. - -Si trascinò Valente in uno stanzino, stette un pezzo a nominargli i -tribunali, le sentenze, l'appello, tutte queste grosse parole, che -giungevano ogni tanto fino a me di mezzo agli squilli armoniosi della -signora Chiarina che rideva, della mia Annetta che la faceva ridere; -e finalmente ce lo restituì un po' pallido, salutò senza piegare la -colonna vertebrale ed uscì solennemente, accompagnato dal servitore in -livrea, che era più solenne di lui. - -— Hai delle liti? - -— Sì. - -— E quello è il tuo procuratore? - -— Sì. - -— Come mi piacerebbe averlo per un'ora a mia disposizione... e anche -l'usciere! - -— Hai tu pure una lite? - -— No, ma vorrei pregarli di _posare_ un quarticino d'ora per un quadro -di genere.... — - -La signora Chiarina rise forte, lui no; la lite doveva essere grave. - - - - -IV. - -Corvi contro Corvi. - - -Era grave. Per quello che io ne capii, quando Valente mi spiegò la -cosa, si trattava d'un testamento _impugnato_. Come si _impugni_ un -testamento, voi forse non lo sapete più di me, ed io prego il Signore -che non vi metta mai nella condizione di doverlo chiedere ad un -avvocato, perchè già chiederlo al vocabolario sarebbe inutile. - -Quello che io interrogai per farmi un'idea chiara la prima volta che -fui interessato nella cosa, m'insegnava ad impugnare la forchetta e -la lancia e non so quante altre cose che io sapeva impugnare benissimo -(almeno mi pareva), ma di testamenti non fiatava neppure. Si trattava -di un _testamento impugnato_, — causa Corvi contro Corvi, perchè -sebbene i due Corvi, attore e convenuto, fossero in sepoltura, le leggi -continuavano a supporre che non potessero aver pace se non si litigava -in nome loro. - -Ora era Pasquali quello che impugnava; l'altro che non voleva lasciar -fare era Nebuli, non già Valente, ma il suo _autore_ (si dice così), -cioè lo zio materno, da cui l'amico mio aveva ereditato i poderi e la -lite. Ci siete? Ecco come era andata la cosa. - -Lo zio Nebuli ed il signor Pasquali erano stati cari e buoni amici -sempre, così buoni e così cari, che per far le cose proprio benino -fino all'ultimo, senza sciupare la loro amicizia, avevano pensato di -innamorarsi di due sorelle e di sposarsele. Il caso — il gran sensale -di matrimoni — fece trovare le due sorelle Corvi disponibili, e le -doppie nozze furono conchiuse; le spose portavano, unica dote, un monte -di speranze sopra un avo mezzo milionario e mezzo morto, perchè era -paralitico dal lato sinistro. Lo credereste? Diventati parenti, gli -amici non furono più quelli; — colpa delle cognate — dicevano, le quali -abusavano (pare) del diritto che la Natura e la Società danno ad ogni -buona sorella di ficcare il naso in casa del cognato, per vederci un -gran numero d'importantissime cosucce che erano così, mentre dovevano -essere altrimenti. - -Le cognate erano ottime massaie tutte e due, ma di due massaie ottime -ce n'è sempre una che ha qualche cosa di sopraffino, a cui l'altra non -arriva. - -Costei coltivò tanto bene lo sperato campicello dotale, che gli fece -fruttare il centocinquanta per cento — quesito matematico economico, -che giuridicamente si può risolvere così: far testare il nonno in -favor suo, _senza pregiudizio della legittima_. In queste parole in -corsivo deve stare tutta la furberia, e se voi ce la sapete vedere -alla prima così chiaro come non l'ho vista io, per quanto aguzzassi -tutte le mie facoltà visive, andate là che vi potete vantare. Le due -sorelle si vollero cavar gli occhi; gli amici, inseparabili un tempo, -ora parenti per giunta, cominciarono dal dirsi non so che, nulla di -buono di sicuro; poi quando si trovarono per istrada la prima volta, -l'uno guardò le nuvole, l'altro il selciato, e finalmente riuscirono a -passarsi rasente senza più aver l'aria di conoscersi. - -Per giungere a questo risultato splendido le difficoltà non furono -lievi, perchè l'uomo, come sapete, è una creatura piena di debolezze. - -Fu allora che la signora Pasquali, consigliata da un avvocato, scoprì -che il nonno doveva essere imbecillito, ed incominciò ad _impugnare_ -il testamento; e fu allora che la signora Nebuli cominciò a gridare, -per bocca d'un altro avvocato, che era una vergogna calunniare un uomo -pieno di giudizio come il nonno. - -La signora Pasquali prima, la signora Nebuli poi, disperando del -Codice di procedura civile, andarono a comporre il loro litigio al -tribunale del Padre Eterno; ai tribunali ed agli avvocati di quaggiù -rimasero i coniugi superstiti, uno dei quali convinto peggio che mai -della necessità di impugnare, l'altro meglio che mai persuaso che a lui -spettava difendere la libera volontà del defunto. Dissero, e scrissero, -e disdissero tanto gli avvocati eloquenti, che i vecchi amici d'una -volta ebbero tempo a diventare nemici, vecchi, reumatici e gottosi, -e quando in buon'ora fu emanata la sentenza, che condannava l'amico -Pasquali a tutte le spese della lite, ai danni ed agli interessi, -l'amico Nebuli fu così felice da dimenticare la gotta, la quale -approfittò di quel momento di sbadataggine per dargli uno spintone e -farlo stramazzare al mondo di là. Fu allora che l'avvocato telegrafò -all'erede unico in Torino, venisse a raccogliere l'eredità dei defunto, -ed a rinnovargli il mandato, prevedendo che la parte avversaria avrebbe -appellato in tempo utile. L'amico Valente disertò l'Accademia, corse -a Milano, accettò l'eredità col benefizio d'inventario, rinnovò il -mandato, e non so più che altro fece per far piacere all'avvocato, poi -se ne andò a Parigi che non aveva mai visto ed era sempre stato il suo -sogno; dove, appena giunto, seppe che «la parte avversaria era ricorsa -in appello in tempo utile.» - -Tutta la questione dunque si riduceva a questo: era o non era -imbecillito dalla paralisi il nonno dello zio di Valente? - -Valente diceva di _no_, ma il vecchio signor Pasquali non stava in -questo mondo di reumi, se non per sostenere di _sì_ con dieci documenti -e quattro perizie; molti testimoni avevano deposto _che era imbecille_ -e che _non era imbecille_, ed erano morti dopo essersi alleggeriti di -quell'enorme peso. Ma vi erano lettere del vecchio piene di buon senso -e senza errori di ortografia e di grammatica: altre ve ne erano (oltre -al testamento stesso) piene di errori di grammatica e di ortografia, -e queste ultime posteriori. — Ora, diceva l'avvocato avversario, — -la grammatica e l'ortografia non si perdono come una chiave od un -fazzoletto (in cento fogli di caria bollata veniva ripetuto non so -quante volte questo argomento, ed era sempre la chiave ed il fazzoletto -che fornivano il paragone) — dunque il nonno era imbecillito. - -Il tribunale non si era lasciato commovere dall'argomento; fu notato -solo che un giudice si palpò le tasche per assicurarsi di non aver -perduto la chiave di casa, e che il presidente si soffiò il naso; ma al -momento di sentenziare lo fecero come ho detto. - -Rimaneva il tribunale d'appello, di cui Valente si teneva sicuro, -ma l'avvocato mostrava dei dubbî e così gravi, che anche l'amico mio -aveva preso a dubitare — ed allora l'uomo della legge lo incoraggiò -lasciandogli capire che la sua eloquenza gli avrebbe messo un'altra -volta in pugno la vittoria. - -A voi che ne sembra? Era o non era imbecillito il nonno dello zio di -Valente? - -A me pareva _grave_. - - - - -V. - -Assisto ad un miracolo. - - -Eravamo agli ultimi giorni di ottobre; le sere cominciavano a farsi -rigide, e il tempo da una settimana durava nebbioso, umidiccio, -melanconico. - -Da un pezzo il cavalletto stava in faccia alla finestra; era tempo -di mettermi io stesso in faccia al cavalletto. Mi ci ero messo una -mattina; mi stava dinanzi una bella tela larga un metro, alta 70 -centimetri, avevo indosso la mia veste da camera a scacchi bianchi e -neri, in testa un'idea, un pezzo di carbone fra le dita, e già stavo -per confidare a quella tela vergine la prima linea del mio segreto -d'autore, quando entrò Valente. - -Aveva il volto illuminato ed una solennità di modi sacerdotale. Senza -aprir bocca, mi fece un cenno — impossibile resistere; così come mi -trovavo, non lasciandomi sfuggire il carbone dalle dita, gli mossi -incontro, ed egli, presomi a braccetto, mi trasse con sè. - -— Che significa? — gli domandai. - -— Significa che voglio esporre un quadro alla Mostra Permanente, un -quadro, l'unica fatica di questi anni d'ozio, e mi abbisogna il tuo -parere. - -— Un quadro! — esclamai. — Finito? - -— Finito. - -— Io non l'ho visto. - -— L'hai visto. - -— La signora Valeria dinanzi al garofano fenomenale? — dissi scherzando. - -— Appunto. - -— L'hai finito dunque? e come? e quando? e perchè non me n'hai detto -niente? - -Non mi rispondeva; già eravamo sulla soglia dello studiolo; ammutolii. - -Entrammo, egli prima, io dietro. - -Vidi subito il cavalletto dinanzi alla finestra, un'enorme tela -sovr'esso, e in piedi, col visino immerso in una melanconica -contemplazione, la signora Chiarina. - -Il rumore dei nostri passi non giunse fino a lei; poi ci vide, ci -salutò, non si mosse. Andai a mettermele al fianco, e stetti anch'io a -contemplare estatico quella meravigliosa faccia dipinta, che pareva di -persona viva. Valente guardava noi sorridendo di compiacenza; alla fine -andò a prendere una certa vaschetta di zinco dalle sponde basse, che -pose sotto il cavalletto, un secchiolino ed una grossa spugna. - -— Attenti! — disse ingrossando burlescamente la voce. - -Ah!.... un piccolo grido rotto; la signora Chiarina mi passò dinanzi e -sparve. - -Valente buttava qua e là colpi di spugna bagnata sulla tela; l'avresti -detto un maniaco; dove egli toccava, ecco.... luci, ombre, colori, -tutto spariva dietro una spuma bianchiccia, sotto alla quale un piccolo -rivo gocciolava nella vaschetta. - -Quella lavatura frenetica, che a bella prima mi aveva sbigottito, ora -mi estasiava; anch'io brontolavo parole rotte, esclamavo non so che, ed -avrei voluto avere una spugna per fare anch'io tutto quello che faceva -Valente, aiutare cioè una Venere gentile a spogliare quelle vesti, che -erano una mascherata ridicola, a sprigionarsi dallo sfondo di sasso, -dal pavimento a mosaico, per circondarsi dell'azzurro del cielo e -del mare. Bastarono pochi minuti a compiere il miracolo, e quando gli -ultimi sassolini del mosaico si furono staccati da una caviglia sottile -ed asciutta, ed il piedino bianco apparve in mezzo all'onda spumosa, -e indietro indietro si videro accorrere cento onde morbide e delicate, -come manine carezzevoli o labbra mormoranti fra i baci, e tutt'intorno, -per l'aria e per l'acqua, si accese una luce che era un sorriso d'amore -— oh! allora, allora le sentii tutte in una volta le febbri dell'arte, -le sentii come a vent'anni, come non credevo di poterle sentire mai -più. - -Non dicevamo nulla; lui la commozione, me la meraviglia avevano fatto -immobili e muti. - -È quando, passato un tempo lungo ad ammirare di facciata, di traverso, -avvicinandomi ed allontanandomi, mettendo la mano a paralume sulla -fronte, socchiudendo gli occhi, e guardando attraverso il pugno -socchiuso come in un cannocchiale, e trovando sempre quella Venere -la bellissima, la soavissima, la carissima, il superlativo assoluto -delle Veneri, quando ebbi fatto tutto ciò e mi volsi grave, solenne, al -suo autore, interrogando con tutta la mia persona sbalordita, ma muto -sempre, allora egli sorridendo mi disse: _Dalla spuma del mare_. - -Gli tremava la voce, io me lo strinsi al cuore, e finalmente: - -— Hai fatto un capolavoro — balbettai. - -Ed a me pure tremava la voce. - -— Ora comprendo — soggiunsi piantandomi un'altra volta in osservazione -dinanzi a quella marina innamorata, che creava un prodigio per -regalarlo all'Olimpo di Giove — ora comprendo lo sbigottimento -inverisimile della signora Valeria dinanzi ai garofano. Era l'ingenuo -stupore di Venere, che si affaccia la prima volta al mondo; e questa -luce che, sul volto di neve, le spira la sua natura divina pareva -scenderle dalla finestra. Ma di', perchè la tua Venere ha forme tanto -delicate e gentili? Non è questa la madre degli amori, non assomiglia -a nessuna delle Veneri del Tiziano questa.... solo la Danae del -Correggio.... - -— È Venere che nasce, fanciulla, donna e dea insieme: l'Olimpo le -darà la maestà che ora le manca, questo volli dire, il difficile era -questo.... Se ho sbagliato.... - -— Taci, non hai sbagliato, è sublime, è vero e parla subito -all'immaginazione senza toccare il senso. Lascialo dire a me, che sono -e sarò sempre un asino, ma schietto: hai fatto un capolavoro! — - -Era evidentemente lusingato dal mio entusiasmo, pure non si teneva -sicuro; guardava me negli occhi, guardava la sua tela, vedendoci -difetti che non vi erano, girandole intorno come un fanciullo. - -Passato il bollore artistico, io pensava: quanta castità in queste -forme femminili nude! La bianchezza delle carni sbalordisce il senso, -lo ingentilisce, lo purifica. Oh! come la bellezza vera è modesta! - -E poi chiedevo e rispondevo a me stesso: Perchè la signora Chiarina è -fuggita? Ah! ch'io lo indovino perchè.... - -Adattando il viso e l'accento ad un'ingenuità che era un tranello, -chiesi di botto all'amico mio: - -— Perchè la chiamavi Valeria? - -— Perchè.... perchè così si chiamava la modella. - -— Ah! ed esistono nella natura viva, modelli di tanta grazia? - -— Una sola donna aveva quel viso.... - -— E si chiamava Valeria.... - -— Sì... - -— E perchè tua moglie è fuggita, quando hai preso la spugna?... - -— Perchè.... perchè.... te lo voglio dire, tanto un giorno o l'altro -sarai il mio confidente di tutto — perchè Valeria era sua madre.... - -— L'hai tu conosciuta? - -— No; morì mettendo al mondo la sua creatura. - -— Ma allora.... - -Volli dire.... — mi trattenni, poi ripigliai correggendomi: — ma allora -non hai preso dal vero? - -— No..., ho copiato fedelmente il suo viso da una fotografia.... - -— E il corpo? - -Lesse egli forse tutto il mio pensiero, perchè, buttandomi un braccio -intorno al collo, mi trasse seco con lieve violenza. Attraversando le -stanze, mi guardavo intorno; la signora Chiarina non si lasciò vedere. - -— Ah! — dissi sulla soglia — tutta la notte ho pensato alla tua -faccenda. - -— Quale faccenda? - -— _Corvi_ contro _Corvi_. — e per la prima volta vidi il bisticcio che -aveva fatto il caso, e lo ripetei — _Corvi_ contro _Corvi_. - -— Sì, la cosa mi pareva imbrogliata; ci avevo capito poco, lo confesso, -in quella matassa di sorelle, di cognati, di zii; sapevo solo che il -bandolo era il nonno e che bisognava cominciare di lì, — ci ho pensato -molto, ed ora ne ho un'idea limpidissima.... Vuoi che ti spieghi la tua -lite? - -— No, per carità.... - -— Ebbene, per me non v'è dubbio: il nonno era pieno di giudizio; se i -giudici d'appello, mettendo insieme il loro, ne avranno almeno la metà -del nonno, sta sicuro che daranno una volta ancora ragione a _Corvi_ -contro _Corvi_.... cioè a te. - -— Speriamolo, — disse Valente sbadato. - -— E quando si deciderà la causa? - -— Tra due settimane. - - - - -VI. - -La signora Chiarina mi dà l'idea del mio capolavoro. - - -Otto giorni dopo la Venere dell'amico mio innamorava tutti i visitatori -della Mostra Permanente di Belle Arti; si destò intorno al nome di -Valente Nebuli quell'onda di simpatia, specie di febbre ammirativa, che -accompagna sempre i nuovi venuti. - -Non si parlò più che della _spuma del mare_; perfino le gazzette -si svegliarono dai loro sonni politico-amministrativi, per dare -un'occhiata alla Mostra Permanente, ove era apparso un ospite illustre, -un ospite celebre, un capolavoro. La critica, o generosa o crudele, -andava fino a maltrattare quante Veneri erano venute, prima di questa, -a domandarle la sanzione d'una voga capricciosa. Vidi io stesso, coi -miei occhi li vidi, maestri canuti, e buoni, e generosi, come tutti -gli artisti veri, pittori celebri da mezzo secolo, che sarebbero -stati felici di stringere la mano al loro giovine collega — li vidi, -con questi miei occhi li vidi, arrestarsi mutoli dinanzi al quadro e -guardarsi sospettosi intorno, come temendo d'essere mostrati a dito per -buoni da nulla; e li vidi qualche volta passare accanto a Valente, e -non guardarlo, o guardarlo e fingere di non conoscerlo, e non volersi -voltare anche se un amico ingenuo, che camminava al loro fianco senza -sentire come batteva il loro cuore, li avvisava allungando il dito per -mostrare il giovine pittore divenuto celebre in un quarto d'ora, il -quale era così felice e tanto modesto da non accorgersi di nulla. - -Ed avrei voluto andare incontro a quei vecchi e dire: — stringiamoci -tutti la mano e facciamo noi la critica alla critica; sorridiamo degli -entusiasmi ciechi della folla, che si tirano dietro le loro sorelle -cieche — le dimenticanze ingiuste; il capriccio e lo stordimento non -ci rendano capricciosi e storditi; l'arte è un palio, noi che siamo.... -cioè no, voi che siete gli arrivati non offenda il plauso frenetico che -saluta noi.... cioè gli altri che arriveranno — è un quarto d'ora che -passa per tutti — noi siamo l'arte, noi dobbiamo essere l'amore. - -Avrei voluto dir tutte queste cose, e le avrei dette meglio di così, -mi pare, ma con quale autorità entrare io di mezzo, anche potendo, a -conciliare i celebri d'ieri coi celebri d'oggi, io che non era celebre -niente affatto e non speravo di diventarlo mai? In qual modo dir _noi_ -senza cacciarci _me_ come un intruso? Perchè.... sappiatelo, sotto la -mia gran gioia di vedere Valente arrivato alla gloria, ci era il mio -gran dolore, il mio sconforto immenso di non essere capace io pure di -fare alcuna cosa di buono. - -Nei primi giorni mi era come venuta la febbre di far miracoli, misuravo -il mio studiolo a gran passi, sollevavo la fronte e nel soffitto -guardavo audacemente i cieli dell'arte, e stemperavo i colori, dai -quali mi proponevo di ricavare un superbo quadro di genere, e lavoravo, -lavoravo; ma di repente svaporava la mia ubbriacatura, mi cadevano di -mano i pennelli — ridiventavo me stesso, vale a dire un dodicesimo di -una qualsiasi dozzina, il rifiuto delle matematiche e della filosofia, -a cui l'arte aveva fatto l'elemosina. - -In quest'occasione mi si fece palese più che mai l'indole generosa di -Valente; avendo egli avuta una grossa fetta di gloria, e spiacendogli -tenerla tutta per sè, nè sapendo in qual modo farmi entrare a -dividerla, cominciò a trovare così grazioso il concetto, così giusto il -disegno, così sobria l'espressione del mio nuovo quadro di genere, che -finì col farci fare la pace. - -— Ti sta bene medicare le mie ferite, — gli dicevo, — perchè sei stato -tu, cioè stata la tua Venere, a sollevarmi prima fino alla sua altezza, -a lasciarmi poi cadere di peso sul lastrico della via; tutte le opere -di genio sono crudeli colla gente, che ha solo della buona volontà. - -— Ma, tu sei un artista! - -— Ah! Oh! Non me lo dire; io sono un uomo _ordinato_.... - -Calunniavo l'ordine, ma dicevo la verità; qualche volta, pigliandomi la -febbre, mi pareva di dover incominciare di lì appunto, dal mettere cioè -a soqquadro il mio studiolo, le tele capovolte, i pennelli coi manico -immerso nel secchiello.... ma oltre che non sapevo immaginare che -un disordine ordinato, pensavo: — È inutile, non resisterei a lungo, -domani rimetterei le cose come stanno oggi, e la mia arte non farebbe -un passo innanzi. - -Il mio buon senso non mi abbandonava mai. Oh! se bastasse il buon senso -per far tele meravigliose, come quelle che sogno alla notte, quando il -mio buon senso dorme! - -Valente fece di più, mi obbligò ad esporre alla Mostra Permanente le -mie tele rimaste invendute. - -— Quanto chiedi di prezzo? - -— Cinquecento lire ciascuna, — balbettai. - -— Vergognati, ecco perchè non le hai vendute.... se ne avessi domandato -1000, avrebbero lasciato lo studio da un pezzetto. - -— E della tua _Spuma del mare_ allora quanto chiederai? - -— Quella non è da vendere. - -Accettai il consiglio dell'amico, ed otto giorni dopo, avvicinandomi -alle mie tele, una ne vidi che portava la scritta _venduta_. - -— Sarà uno sbaglio, — pensai. Non è eccesso di modestia, ma vi giuro -che pensai così, ed allo stesso tempo ero sicuro che non poteva essere -uno sbaglio... - -Corsi all'ufficio della Presidenza — il compratore era una straniera, -la quale aveva snocciolate le mille lire, promettendo di mandar a -prendere, il quadro lei stessa. - -Gioie simile a quella di Annetta ed alla mia non si descrivono. -Tenendoci per mano come due fanciulli, si corse giù a portare un po' -della nostra allegria in casa Nebuli. La signora Chiarina baciò in -volto l'amica, e rise, e rise. Così faceva sempre quando era contenta! -Ed ah! come mi faceva bene sentire nelle note di quel riso l'eco della -mia felicità, veder la nostra allegria riflessa in quel visino da fata! -Valente invece stette serio. — Te lo diceva io! — così disse, niente -più. - -Come potete immaginare, la mia nuova tela andò più innanzi in due -giorni che non avesse fatto in due settimane; m'interrompevo a volte, -per andar gravemente a sollevare coll'indice la faccia soave della -mia Annetta, china sul cucito, e dirle un'altra idea, che m'era venuta -allora allora, un'altra, un'altra. Mi pullulavano le idee. - -— Purchè non mi scappi! — dicevo. - -E lei: - -— La terrò a mente io. — - -Quella sua testina pensosa divenne in pochi giorni uno scrigno. - -— Se non mi buscherò un malanno, — pensavo, — se dura la vena, e se -avrò fortuna, insomma se mi lasciano fare, provvederò di quadri di -genere tutte le straniere che vengono in Milano e visitano la Mostra -Permanente. - -Valente era felicissimo di questo mio entusiasmo, mi diceva _bravo_ -stando seduto a fumare la mia pipa nella mia poltroncina filosofica, -dandomi i suoi consigli senza averne l'aria. - -— E tu, — gli domandai, — che fai ora? - -— Io? Nulla. - -— Non pensi a dare un successore al tuo quadro? - -— Gliene ho dati cento nella mia fantasia, uno più bello dell'altro. -Ma non provo nessun bisogno di mettermi al lavoro. Li vedo, sono cento, -belli tutti, o almeno mi piacciono — e basta. Però un giorno o l'altro -ne incomincierò uno.... domani forse! - -— Eccolo lì l'uomo del domani. — - -Invece di rispondere, continuava a far capolavori col fumo della mia -pipa, ed i domani venivano e se ne andavano. - -Dirò ora l'origine di quello che vien riputato il capolavoro _mio_ — -perchè ho io pure un capolavoro relativo, e tutti lo possono avere, -pittori, scultori e letterati, birboni, purchè abbiano fatte delle -birbonate grosse, mezzane e piccine; la più piccina — non si sbaglia — -è il capolavoro. - -Parlo d'una mattina di novembre, in cui Valente aveva costretto la -mia Annetta e me a scendere da basso per far colazione con lui. Aveva -qualche cosa da dirmi, ne ero sicuro, e me ne persuasi tanto più, -quando vidi che a tavola non diceva nulla. - -Alla fine del pasto dissi: - -— Ho indovinato; tu hai qualcosa da dirmi. - -— Hai indovinato, — rispose. - -E non disse nulla. - -— E indovino di che si tratta.... — - -In quel punto — proprio in quello, ne sono sicuro — la signora Chiarina -si levò da tavola, fece un cenno all'amica e sparvero entrambe. - -— Tu hai un quadro nuovo in mente. — - -La corbelleria era volontaria; sapevo benissimo che non di un quadro mi -doveva parlare; ma bisognava pur sbagliare per farmi correggere. - -Mi rispose sbadato, come ripetendo frasi che sapeva a memoria: - -— Incominciare una tela è incominciare a sciuparla; finire una tela -è sciuparsela del tutto. Quanti capolavori sono morti così, dopo aver -agonizzato mesi e mesi sotto il pennello!... — - -Lo interruppi: - -— Tu non pensi a quello che dici.... — - -Ed egli: - -— Hai ragione, ma dico cose che ho pensato tante volte. Veniamo a noi; -ho bisogno di tutta la tua amicizia, per chiederti il più gran servigio -che si possa domandare ad un uomo: serbare un segreto. - -— Scusa, — ribattei, colpito dalla solennità di queste parole, — hai -proprio bisogno che te lo conservi io il tuo segreto? Non potresti -custodirlo tu stesso? Sono curioso, lo confesso.... sono curiosissimo; -ma la regola è questa; ci è anche un proverbio che dice.... - -— Lo so che cosa dice il proverbio; ma ciò che ti devo dire io mi pesa; -non lo posso sopportare da me solo; la responsabilità è troppo grave; -la spartiremo in due.... Ti accomoda? Mi darai un consiglio.... - -— Certo.... — - -Ma in quella si aprì l'uscio ed apparve a' miei occhi sbigottiti il più -bizzarro spettacolo che si possa immaginare: una signora bianca bianca, -che teneva per mano un'ombra, no, una cosuccia nera, no, un'inezia -animata e nera, con due occhi di porcellana in mezzo ad una faccia -di carbone. Tutta la mia rettorica fu messa a cimento: io vidi ad un -tratto l'Alba ed il figliuolo della Notte; Proserpina costretta a far -da mamma ad un marmocchio di primo letto di Plutone; la luce meridiana -fatta persona, che si tirava dietro la sua ombra tozza e sbilenca, e -non so quante altre cose vidi nella signora Chiarina, che dava mano a -quello spazzacamino. - -La vaghissima donna doveva fare uno sforzo perchè il piccino si faceva -un po' tirare. - -— Guardatelo, — diceva essa — guardatelo come è bellino; con questa -sua casacca a brandelli, che lo ingrossa, è più largo che lungo..... -Guardatelo, non è vero che è bellino? - -Annetta anch'essa guardava con occhio tra pietoso e meravigliato, -sorridente. - -— Sì, è bello, è bellissimo. — - -Io non dissi nulla, perchè concepivo il mio capolavoro. - -Allora la padrona di casa abbandonò la sua piccola preda, che barcollò -tutta; e chinandosi per mettere il suo viso da Madonna in faccia al -musetto vergognoso del bimbo: - -— Vediamo — gli disse con un accento che era una carezza, — vediamo un -po', come ti chiami? — - -L'omino così interrogato era propriamente sbigottito; aveva perduto la -parola e non la ritrovò che alla promessa d'un bel panetto bianco tutto -per lui — cosa fenomenale, inaudita! - -— Dillo; come ti chiami? - -— Giovanni.... - -— E che Giovanni? - -— Battista.... - -— Giovanni Battista che cosa? — - -Silenzio. - -— La mamma ce l'hai? - -— No. - -— Il babbo? - -— No. - -— E quanti anni hai? — - -Quella cosuccia nera si rinfrancava; non gli splendori della sala lo -avevano sbigottito, poichè era avvezzo a vederne, ma quei modi, quella -bontà, quel panetto bianco, che appariva sul suo orizzonte. - -— Vai alla scuola? — domandò Annetta. - -— Sì. - -— E che cosa impari? - -— A leggere, a fare le aste. - -— Conosceresti l'_o_? — Chiese ad un tratto la signora Chiarina. - -L'amico fe' cenno modestamente di sì. - -— Vediamo.... — - -E prese una gazzetta, un _Pungolo_. Lo scolaro nero non si era vantato: -egli non solo riconobbe tutti e due gli _o_ del titolo, ma fece festa -all'_u_ come ad un vecchio amico. - -— Bisogna conoscerle tutte, — disse la signora Chiarina — ci vai -volentieri a scuola? E studii? Ecco, se a Natale conoscerai tutte le -lettere, io ti darò uno scudo d'argento, ed una veste nuova.... — e -vedendo che l'amico dell'_o_ e dell'_u_ pareva innamorato più che altro -del panetto bianco, la signora soggiunse: — e dei panetti bianchi.... - -— Tanti? — - -— Tanti, tanti. - -Oh! la purissima gioia! - -— Ora va a casa, non hai freddo? - -— No.... — - -Ed uscì di corsa. La signora Chiarina e la mia Annetta dietro. - -— Ho il mio capolavoro, — dissi ridendo, — Venere ha trovato Amore -nascosto nella carbonaia dell'Olimpo, e lo presenta agli Dei seduti a -mensa; un bel quadro di genere, che farebbe la sua brava figura nelle -pareti d'un paradiso pagano. - -— Bravo! — - -Io diceva per ridere; la mia idea seria era di riprodurre tal quale la -scenetta di poc'anzi e d'intitolarla.... - -— _Venere ed Amore_! — suggerì Valente. - -— Accettato. - -— E se dai retta a me, quando te l'abbi messo bene in mente, ce lo -lascierai in sempiterno, senza guastartelo per metterlo in mostra al -pubblico. — - -Ma si corresse, e disse: - -— Al contrario devi farlo subito subito, per conto mio, mettendoci -la mia Chiarina, la tua Annetta e me stesso; per il prezzo -c'intenderemo. — - -Rientrarono le nostre donne, raggianti in volto tutte e due. - -La signora Chiarina corse alla finestra e l'aprì; si affacciarono -entrambe. E noi, che ci eravamo messi alle loro spalle in silenzio, -senza sapere che accadeva, sentimmo ad un tratto una vocetta acuta -fendere l'aria, e salire, su, su, più in alto del più alto dei camini. - -— È Giovanni Battista! — disse Chiarina senza voltarsi — Se ne va colle -mani in tasca, saltelloni... È scomparso. Come è bastato poco a farlo -felice! — disse voltandosi e chiudendo la finestra. - -— Tornerà a Natale a pigliare lo scudo? - -— Tornerà. — - -Quanto era adorabile e bella la signora Chiarina! - -Annetta faceva forse la stessa riflessione, perchè di repente si buttò -al collo dell'amica, e la baciò più volte. Avrei fatto anch'io come -Annetta, senza i benedettissimi riguardi del mondo. E dissi a Valente: - -— La devi baciare per me. - -Così dissi, e non mi pare che ci fosse del male a dirlo, ma Valente -faceva un risolino impacciato, e sua moglie divenne di bragia. - -Tanto fu essa la prima a muoversi: si fece innanzi, appoggiò le manine -sugli omeri del marito, e sollevandosi in punta di piedi, depose sulla -sua guancia un bacio timido e discreto, uno di quelli che non fanno -rumore. - - - - -VII. - -Faccio la conoscenza d'un incognito. - - -Questa volta era un Russo, lungo più di me, asciutto più di me, il mio -peggiorativo, ma che cara persona! Gli piaceva molto la mia _Famiglia -d'un pescatore_, moltissimo la rete che quella brava gente stava -rattoppando, ma non voleva pagare mille lire; settecento parevano a lui -abbastanza, a me no. Esaminava il quadro coll'occhialetto, pigliando -arie da intelligente — era bello tutto, mi faceva giustizia, _ma la -rete!_... - -Insomma tanto gli piaceva quella rete, che vi si lasciò prendere — pagò -ottocento lire! - -Alla sera Annetta fece l'osservazione che le cose si mettevano benino, -che erano probabilmente quelli i primi baci della fortuna, la quale si -era _forse_ proposto di buttarcisi nelle braccia un giorno o l'altro. - -Altri quadri, dopo la _Spuma_ dell'amico Nebuli, erano venuti a -visitar la _Mostra Permanente_; paesaggi, marine, prospettive, natura -viva e morta, tutto aveva confuso, oscurato, seppellito la _Spuma_ -trionfatrice. - -Siccome Valente non aveva detto il prezzo del suo capolavoro, -incominciarono le visite a domicilio; erano Inglesi, erano Tedeschi, ma -per lo più erano Americani, che volevano fare attraversare l'Atlantico -al piccolo mare ed alla _Venere_ dell'amico mio. Se ne andavano colmi -di garbatezze, ma coi loro dollari tentatori nel borsello — la _Spuma -del mare_ non era da vendere. - -Voi sapete che una delle forme più visibili del trionfo è la critica -severissima dei buoni a nulla, e non mancò nemmeno questa all'amico -Valente. Ho inteso proprio io, e non sono morto dal ridere, un certo -tale dire che in fin dei conti la _Spuma del mare_ non era questo, non -era quello, non era quest'altro, _non era il diavolo_, in una parola. -— Verità sacrosanta: non era il diavolo, nè un quadro storico, nè un -quadro di genere, e nemmeno un campanile od una piramide d'Egitto.... - -Quel certo tale mi guardò; non sospettava forse d'aver tanta ragione, e -cominciò probabilmente a credere che potesse avere torto. - -Altri cervelli avveduti pigliavano la cosa in diverso modo; invece di -criticare nel quadro fortunato quello che non _vi era_, si persuasero -che il suo fascino dipendeva tutto dalla cosa dipinta; che per fare un -capolavoro bisognava assolutamente chiederlo all'acqua ed alle donne -mitologiche. E fu nei mesi successivi una processione di sirene che non -ammaliarono anima viva, di ninfe o Diane nel bagno, le quali cercavano -cento modi di nascondere bellezze che neppure i collegiali si sognavano -di guardare con desiderio. - -Ma non voglio fare i passi più lunghi del racconto: torno dove l'ho -lasciato. - -Il piccolo Giovanni Battista, dandomi l'idea del mio capolavoro, -me l'aveva fatta pagare a prezzo di curiosità, perchè, come sapete, -proprio nel momento che egli entrò a rimorchio della signora Chiarina, -l'amico Nebuli stava per dirmi.... — Che cosa? — Lo chiesi invano a me -stesso tutto il giorno seguente; a lui non volli chiederlo, pensando -che fosse meglio aspettare. - -Era forse pentito; quasi mi leggesse sulle labbra la frase -sacramentale: — che cosa stavi per dirmi? — sfuggì un paio di occasioni -di trovarsi meco a quattr'occhi. - -Alla sera, secondo il solito, si doveva andare alla birreria insieme — -aspettavo la sera — ma quando fu l'ora, ed io scesi a prender lui solo, -la signora Chiarina aveva sul capo un monte di fiori e di verdura, -il suo orribile cappellino d'ultima moda che essa rendeva quasi -sopportabile. - -Bisognò correr su e mettere io stesso sulla testa vezzosa della mia -Annetta il suo cappello alla bersagliera con una piuma di galletto, -un cappello che se ne stava andando e che le mogli come la mia, di -certi mariti come me, trattenevano con tutte le moine dell'adulazione, -trovandolo infinitamente più grazioso del nuovo venuto. - -Si uscì dunque insieme; le due mogli innanzi a braccetto, i due mariti -seguivano. - -L'amico Valente, parlando di cento cose, quasi non mi lasciava aprir -bocca; a un tratto si arrestò, si volse, mi voltai; un uomo che ci -seguiva alle spalle ci passò dinanzi frettoloso, e quando fu vicino -alle nostre donne, piegò il capo per guardarle. Affrettammo il passo, -tirò diritto. - -— L'hai visto? — mi chiese Valente. - -— Non bene; mi è parso un vecchio. - -— È un vecchio. — - -Non mi disse altro. - -Era un peccato rintanarsi nella birreria, affumicare il visino bianco -della signora Chiarina — così disse Annetta, a cui per altro piaceva -la birra e non ispiaceva il fumo del tabacco; ma la signora Chiarina -protestò, cacciandosi la prima nella birreria fumosa, dove molti -avventori si cavarono il sigaro di bocca per contemplare senza nebbie -dinanzi agli occhi quella visione gentile. - -Ci andammo a sedere in un camerino remoto, contando di trovarci soli — -no signori. - -Un uomo, un vecchio, ci aveva preceduti e si sedeva proprio allora nel -posto migliore. - -Come ci vide, lo assalì uno scrupolo, e lasciando alla signora Chiarina -la sua poltrona, fece un inchino ad Annetta, poi guardò noi, rizzandosi -in tutta la sua lunghezza, che era la mia tale e quale. Lo salutammo, -egli si ritrasse in un cantuccio e noi si ordinò la birra con un -cert'impaccio. Avevamo riconosciuto l'uomo di poc'anzi. - -Era un vecchio pulito, con una faccia piuttosto grave, sebbene priva -di barba, con due occhi che avevano lampi di malizia; doveva essere -curioso, perchè o guardava noi, o dall'immobilità dello sguardo fisso -nel suo bicchiere, dove non era proprio nulla di molto singolare, era -chiaro che porgeva orecchio alla musica chiacchierina che usciva dalle -labbra delle nostre donne. Io che di curiosità ho la mia porzione — non -la nascondo — lo vidi un paio di volte fregarsi le mani e sorridere -come ad una bella creatura del suo cervello, poi, guardando noi, -rifarsi serio: una volta si alzò in piedi: mi aspettavo che se ne -andasse; niente affatto: aprì le labbra probabilmente per parlare, ma -probabilmente corresse l'intenzione, si palpò le tasche, fece l'atto -di meraviglia di chi ha smarrito qualche cosa, ed infine estrasse una -pezzuola di seta, che ricacciò in un'altra tasca senza servirsene! Di -nuovo si abbandonò sulla seggiola, ancora si fregò le mani e sorrise -alla sua bella incognita. - -Rimanemmo poco più d'un quarticino d'ora nella birreria: nell'andarcene -ci toccò rispondere al più profondo degli inchini accompagnato dal più -amabile dei sorrisi. - -— Che vecchietto garbato! — disse Annetta. - -— Che bel vecchietto! — diss'io. - -— A chi somiglia? — mi domandò Valente. - -Mi feci venire in mente tutte le nostre conoscenze; non somigliava a -nessuna. - -— Dev'essere il ritratto di suo padre o di suo nonno, ma un uomo di -quell'età ha il diritto di assomigliare a sè stesso. - -— Quanti anni credi che abbia quell'uomo? - -— Se non ha afferrato i sessantacinque, ci ha le mani sopra di sicuro. - -— Sbagli, deve appena aver passati i sessanta. - -— Sarà benissimo, li avrà passati appena. - -Il giorno dopo, mentre io attraversando i corridoi della Mostra -Permanente, m'ero fermato a salutare la _Spuma del mare_, sentii -qualcuno che diceva al mio fianco: — Oh bella! oh bellissima! oh -stupenda! - -Pensate come mi battesse il cuore; mi voltai, era l'incognito della -vigilia. Aveva gli occhi fissi sopra di me; lo salutai, ed egli, come -se non aspettasse altro: - -— È proprio stupenda, — disse — non pare anche a lei? - -— È meravigliosa, — dissi — osservi quelle carni che paiono luminose; -e quell'aria.... si muove! e veda laggiù, nell'azzurro profondo, quelle -nuvolette: non si direbbe che si affaccino a contemplare il miracolo? - -— È un artista lei? - -— Sì, signore. - -— Ha qualche tela esposta? - -— Ne ho quattro; due sono già vendute. - -Le volle vedere, gli piacquero naturalmente moltissimo. - -— Valente Nebuli, — soggiunse poco dopo, — è quel signore che era ieri -con lei? - -— Appunto.... - -— Il marito della signora Chiarina? - -— Già.... - -— E sta bene? - -— Benissimo, è sano come un pesce. - -Non lo avevo capito. - -— È ricco, — soggiunsi. - -— Come lo sa? È proprio sicuro che sia ricco? - -— Possiede un palazzo in via.... - -— Il palazzo non è suo. - -— Le garantisco che è suo. - -— Le garantisco che non è suo. - -— Se sono io un inquilino, e gli ho pagato il fitto.... - -Il fitto non lo avevo pagato ancora, ma mi pareva quello il modo -di tappargli la bocca più presto: eh sì! fiato sprecato. Il vecchio -soggiunse: - -— Egli dovette affittare due appartamenti che solitamente erano uniti: -ne abita uno, e subaffitta l'altro, di cui non ha bisogno... - -— Non mi ha mai detto nulla di questo.... - -— Perchè non glielo avrà mai chiesto. - -Era vero. - -— Ad ogni modo è ricco, — soggiunsi, — ha avuto un'eredità.... - -— Sì, ma ha una lite.... - -Come era informato l'amico! - -Lo guardai in faccia senza fiatare; egli guardava (ora ne sono sicuro) -la sua bella incognita della vigilia, le sorrideva e si fregava le -mani. - -— È una _Spuma_ preziosa, — disse poi tornando a porsi in atto -ammirativo dinanzi alla tela, — quanto crede lei che possa valere? - -— Non è da vendere, — risposi. - -— Lo so bene — sospirò, — lo so bene! Ha rifiutato molte offerte.... - -— Generosissime.... - -— Da pitocchi. Se il signor Nebuli volesse, c'è qualcuno che gli -darebbe il doppio dell'Americano. - -— Non vorrà. - -Sorrise maliziosamente e disse: - -— Se perde la lite, vorrà. - -Era la seconda volta che mi faceva inarcar le ciglia e star mutolo; e -di nuovo lo vidi sorridere a qualcuno che era nello spazio e fregarsi -le mani con compiacenza genuina. - -— Come fa a sapere della lite? - -— È tanto facile sapere quello che riguarda Valente Nebuli, chi non lo -sa? Il rifiuto dei dollari americani ha messo in moto i curiosi, gli -sfaccendati, tutti coloro che non hanno orecchie se non per ascoltare -i fatti degli altri e lingua per ripetere ciò che le orecchie hanno -inteso.... i tribunali non sono segreti ai tempi nostri, gli avvocati -non sono muti, come ella sa benissimo, gli uscieri nemmeno, e si mette -in piazza tutto, anche quello che non ci si dovrebbe mettere.... cioè -che Valente Nebuli perderà la lite e rimarrà povero in canna. - -Io cominciavo a credere che fosse egli pure uno di coloro che non hanno -orecchie _eccetera_, ma tanto la sua sicurezza mi spaventava! - -— Dice sul serio? - -— Non vi è ombra di dubbio, il vecchio Corvi era imbecillito dalla -paralisi. - -Lo guardai a bocca aperta. - -— Perciò — soggiunse — gli dia un buon consiglio: «non aspetti a -vendere la sua _Spuma del mare_ quando sarà povero, è ora il momento;» -glielo dia lei questo buon consiglio. - -— Glielo dia lei — risposi con un risolino furbo, volendomi dar l'aria -molto penetrativa.... - -— Sicuro che glielo darò, — ma da me non lo vorrà pigliare. - -Tacque per rimettersi come prima in contemplazione dinanzi al quadro; -io pensavo.... quante cose pensavo! - -— Vuole che le faccia una confidenza? — mi disse ad un tratto -l'incognito. - -— Si accomodi — risposi. - -Ed egli si accomodò benino, dicendomi d'una scommessa, d'un puntiglio, -di un innamoramento, di sè medesimo e d'un cotale più incognito di -lui, in modo che, quando ebbe finito, altro non capii se non quello che -sapevo benissimo, cioè che l'amico si era messo in capo di comprar la -_Spuma del mare_ a tutti i costi e voleva me per alleato. - -— Benissimo — dissi — io annunzierò la sua visita a Valente Nebuli — e -chi devo annunziare? - -— Sono forestiero, quasi nessuno mi conosce in Milano, mi ci trovavo -di passaggio ed avrei tirato diritto menando i miei reumi per l'Italia -centrale, finchè dura la bella stagione; questa _Spuma_ mi ha fermato, -gli dica così. - -— Gli dirò così, — risposi col mio risolino furbo, che invece di -sgominarlo lo fece ridere, — così gli dirò. - -Egli mi porse una mano tutta tendini ed ossa, che sfiorai appena; ci -separammo. - -— Indovina chi era il vecchio della birreria, — dissi a Valente. - -— Chi era? mi chiese ansioso. - -— Un innamorato della signora Valeria, — soggiunsi scherzando, — un -aspirante.... - -Ma ammutolii vedendo sul volto dell'amico tutti gli indizî d'una -commozione vera. - -— Te l'ha detto lui? - -— Me l'ha detto lui. - -— Ha proprio detto della signora Valeria? - -— Che ti viene in mente? Come vuoi che sappia? - -E tacqui guardandolo, mentre egli mi pigliava per mano e mi tirava a -sedere sopra un canapè, al suo fianco. - -— Dunque, quel vecchio è?... - -— Chi sia non lo so. - -— Non gli hai chiesto il suo nome? - -— Sì, ma non me l'ha detto; è il signor X d'una equazione a più -incognite, che, se ti ricordi, è un'equazione, in cui ci è anche un -Y che non si sa chi sia. Io, come puoi credere, non l'ho sciolta, ma -così tentoni, dico fin d'ora che il vecchio della birreria non vuol -comperare il quadro per una speculazione, dal momento che è disposto -a darti il doppio degli Americani, e suppongo non lo comperi per sè — -dunque X è uguale ad un mediatore. - -Valente stette alcuni istanti a far dei _sì_ e dei _no_ quasi -impercettibili col capo, poi si volse a me, e come se continuasse un -discorso bene avviato, senza preamboli di sorta, mi disse: - -— Devi sapere.... - - - - -VIII. - -Quello che io dovevo sapere. - - -Lo chiamavano Giorgione, perchè il suo nome era Giorgio, la sua -circonferenza enorme; era pittore e viveva coi pittori, ai quali dava -spesso un buon consiglio per nulla e talvolta qualche centinaio di -lire per meno ancora, cioè a dire in prestito. Invero se i consigli -buoni gli fruttavano la soddisfazione di vedere una particella del suo -robusto ingegno nelle tele degli allievi e degli amici, solitamente -i prestiti escludevano per l'avvenire i consigli, perchè chi aveva -intascato cento lire non si lasciava più vedere per prender altro. - -Giorgione guadagnava molto, ma aveva le mani bucate, come si dice; -perciò quando egli aveva da pigliare una manata di napoleoni d'oro, -ci era sempre qualcuno, a cui mancava il pane od il companatico od i -colori o la tela o la cornice, ma mai la faccia tosta, per tirar su -tutti i napoleoni che cadevano. - -Italiano Giorgione, italiani la maggior parte degli allievi; non andava -a Parigi uno del _bel paese_ che non facesse visita allo studio od alla -borsa del pittore famoso. Era una specie di colonia italiana nel mare -magno della capitale francese. - -Una volta Giorgione conobbe una coppia d'italiani sposi di fresco; la -sposa era la signora Valeria, lo sposo un mediocre pittore, un uomo -eccellente, che visse appena il tanto da farsi amare come un fratello, -poi se ne morì. La vedova rimase abbandonata, senz'altre ricchezze -che poche tele cattive del marito ed il suo visino da angelo in un -paese indemoniato. Era savia ed ingenua quanto bella, si proponeva in -buona fede di piangere tutta la vita il morto, credendo la poverina di -potersi guadagnare il pane posando per le _Madonne addolorate_; ma se -Giorgione non le veniva in aiuto comperando le cattive tele del morto -e facendole propriamente da tutore, chi sa che sarebbe stato di lei. A -quanti pittori la vedevano, pigliava un desiderio ardente di copiarne -le mani e la testa, ma Giorgione era come geloso della sua _Madonna_ ed -a malincuore la imprestava ad altri. - -A quel tempo andò a Parigi un gran signore, un conte, un marchese, -un duca, che so io, un pezzo grosso; faceva l'ultimo suo viaggio da -scapolo, ma questo non lo diceva a nessuno; amava le arti, imbrattava -anche lui delle tele e lo faceva sapere a tutti. Naturalmente capitò -nello studio di Giorgione, vide la signora Valeria, e sentì (non -sarebbe stato artista se non l'avesse sentita) la smania irresistibile -di copiare anche lui la testa e le mani della modella famosa. Giorgione -gli fece mettere un cavalletto in uno stanzino, e gli permise di venire -un'ora ogni giorno a dipingere una _Madonna_, curioso di vedere come se -la sarebbe cavata quel _dilettante_; e visto che se la cavava benino, -dopo la prima posa gli lasciò soli, credendo forse che l'immagine -santa dovesse tutelare abbastanza l'originale. Giorgione chiedeva un -miracolo, e lo chiedeva ad una _Madonna_ incominciata appena; e pure -Giorgione non credeva ai miracoli, ed in fatto di _Madonne_ le adorava -quando erano capilavori e dava un certo valore mercantile a quelle che -faceva di commissione, niente più. Ma l'uomo non è sempre ragionevole a -tempo. - -Quel signore stava a cavallo della quarantina, ma saldo come se avesse -trent'anni; era bello, aveva modi da gentiluomo artista che piacciono -tanto alle donne vissute in povera condizione. Io m'immagino che, -per cogliere il segreto della bellezza rara della sua _Madonna_, -la fissasse a lungo a lungo, con due occhi, da cui si avventava il -fluido magnetico, e dopo averle detto: _«più su» troppo, «un po' -più a sinistra» così «no»_ e simili, si alzasse talvolta tenendo il -pennello tra i denti, e pigliasse il visino con mani carezzevoli per -collocarlo come doveva essere, e sempre e ad ogni modo saettandola -col fluido, finchè un giorno la signora Valeria si sentì vinta. Egli -disse probabilmente — «mi sorrida» — ed ella fece un sorriso che -apparve riprodotto tal quale sulla tela; poi egli, senza dir parola, -ma tremante per desiderio, si accostò a lei tremante per paura, e -sulle guance impallidite dalla commozione raccolse probabilmente colle -labbra qualche cosa che nella tela non poteva mettere. E continuando -ad immaginare, io dico che la _Madonna_ impassibile e sorridente non -somigliava per nulla in quel punto alla creatura terrena trasfigurata -dall'amore. - -Non le somigliò più; la signora Valeria divenne prima allegra troppo, -poi troppo mesta e pallida. - -E un giorno qualcuno avvertì Giorgione che la sua protetta, la sua -pupilla, la sua figliola (perchè era tutto questo per lui) se ne andava -di nascosto in una casa dirimpetto, dove il conte od il marchese, od -il duca, od il diavolo l'aspettava per farla posare (povera _Madonnina_ -profanata!) in atto di Venere nascente dalla spuma del mare. Giorgione -vide il quadro disegnato appena, comprese il resto — sapendo benissimo -che non nascono Veneri innocenti dalla spuma del mare. - -Un mese dopo la signora Valeria piangeva l'abbandono, e più tardi se ne -moriva mettendo al mondo una creaturina — storia vecchia. - -Il conte, il marchese, il duca, il che so io, era fidanzato ad una -duchessina molto ricca e molto casta; il suo viaggio a Parigi aveva -avuto per iscopo di comperare i doni alla sposa — quando seppe che una -figlia eragli nata prima del suo matrimonio, e che la madre era morta, -rispose con una lettera piena di lagrime e di biglietti di banca — -invocando da Giorgione facesse lui il babbo alla bambina, e serbasse il -segreto di quel _disastro_. - -A qual fine svelare alla povera orfana la sua origine? Perchè farla -affacciare alla porta d'un segreto che sarebbe stato il gran dolore -di tutta la sua vita? Crebbe la fanciulla nella persuasione d'essere -figlia di Giorgione, e più tardi, apprendendo che costui non era -suo padre, pianse come se le venisse tolto davvero. Giorgione aveva -passata la cinquantina da un pezzo; la fanciulla era giunta ai diciotto -e per essere propriamente padre e figlia in faccia alla legge bastò -il consenso d'entrambi, una domanda e la sentenza d'un tribunale — -tutto ciò fu fatto dinanzi a due testimonî, che furono i due allievi -prediletti di Giorgione: Valente ed un certo Salvioni, prodigioso -ingegno, ma testa pazza e cuore bacato. E così Chiarina non seppe mai -che il suo padre vero fosse.... - -— Chi? - -Quando io feci questa domanda all'amico Nebuli, egli mi rispose -crollando il capo che non lo sapeva neppur lui: Giorgione aveva -custodito bene il suo segreto. - -— Ma non temette egli di nuocere alla piccina tacendo? - -— Temette di nuocerle parlando; ma forse chi sa?... Quando più non -era in tempo, quando si avvide che era la sua ora d'andarsene, che -Chiarina sarebbe rimasta sola nel mondo, forse allora si pentì, — era -tardi.... — - -Non ci comprendevo più nulla. - -Valente mi guardò un pezzo titubante, poi prese le mie mani nelle sue, -come per farmi una preghiera, come per strapparmi una promessa. - -— Più nessun segreto con te; ti dirò tutto. - -E mi disse tutto senza una reticenza, senza un turbamento. - -Quel tal Salvioni, pittore, che era da molto tempo nella intimità -del vecchio Giorgione, si accese per la fanciulla. Lo ammaliava la -bellezza sovrana delle forme di lei bambina, che aveva dato al pennello -del vecchio artista un capolavoro; egli si divorava la giovinetta -cogli occhi, costringendola ad arrossire. Ma il vecchio aveva fatto -una campagna, come si dice, ora ci vedeva chiaro e faceva la guardia -come un veterano, tanto che il discepolo, non potendosi confessare a -Chiarina, si confessò al maestro. Giorgione disse una sola parola; — -Sposala! — Ma il Salvioni era come tanti; amava la fanciulla, abborriva -il matrimonio; trovò la penitenza enorme e chiese tempo a pensarci. - -Allora Giorgione consigliò al discepolo di non venire più nello studio, -finchè avesse deliberato; e l'altro messo alle strette deliberò, venne -e sposò Chiarina. - -— La sposò proprio? — interrogai. - -— La sposò proprio. - -— E tua moglie... cioè, la signora Chiarina, si lasciò sposare? - -— Aveva diciotto anni, le dissero di dir di _sì,_ glielo dissi anch'io, -lo disse. - -— Anche tu!... Comprendo..., il Salvioni morì.... - -— Non comprendi, — interruppe Valente, con un sorriso melanconico, -— non puoi nulla comprendere! Il Salvioni in capo a sei mesi di -matrimonio, dopo aver fatto patire alla poveretta perfino la fame, -senza che ella si lamentasse mai, un bel giorno, cioè un brutto -giorno, se ne partì chiedendo il perdono di Giorgione e di Chiarina, -promettendo di tornare quando fosse ricco. Intanto aveva consumato -la piccola dote della sposa. All'improvviso annunzio Giorgione -accorse alla casa vedovata, apprese a Chiarina la nuova sventura, -preparandovela colle sue moine da babbo, poi le coprì di baci le guance -pallide, le asciugò le lagrime colle carezze e di nuovo se la condusse -a casa a braccetto. Quando ebbe accomodato tutto ciò, fece la sua brava -malattia di due settimane, andò fino al limitare del mondo di là e -tornò indietro a ripigliare le fatiche ed i doveri di padre. - -— Dov'era andato il Salvioni? — mi arrischiai a domandare dopo alcuni -istanti di silenzio. - -— Non si seppe mai. Ma una volta avevo inteso Giorgione dire che -quel capo scarico non lavorava più, perchè si era messo in testa di -ritrovare il padre di sua moglie, e più d'una volta udii lui stesso, -il Salvioni, quando era brillo, inveire contro gli snaturati che -abbandonano le loro creature. Sapeva della mia eredità ed era chiaro -che la sorte mia gli faceva invidia, anche lui voleva arricchire senza -fatica. - -Un giorno fui chiamato in fretta allo studio di Giorgione; si -sentiva male, aveva una gran sonnolenza, contro cui si ribellava con -coraggio. Mi vide, mi afferrò le mani nelle sue fredde, e trovò la -forza di raccomandarmi Chiarina; si assopì, per poco; svegliandosi: — -«dev'essere a Milano!» — disse, poi si assopì di nuovo, per sempre. - -— E tua moglie? — chiesi quando mi parve che il silenzio durasse più -del necessario. - -Non ebbi risposta. Provai ancora ad offrirgli un mozzicone di frase, -perchè mi usasse la cortesia di continuarlo. - -— La signora Chiarina rimase.... — - -Ma Valente muto come un pesce. Ed io: - -— Rimase vedova.... naturalmente, e poi? — - -L'amico Nebuli si rizzò in piedi.... ma qui ci sta un'osservazione e -ce la metto. Nella settimana d'un uomo lungo vi sono momenti, in cui -egli avrebbe bisogno di rimpicciolirsi; immagino che il contrario debba -accadere più spesso ai piccini, e che i mezzani non siano in condizioni -migliori, non si potendo accorciare od allungare come i cannocchiali; -perciò quando l'amico Nebuli si rizzò in piedi con una certa solennità, -compresi subito che quello che mi voleva dire gli sarebbe costato meno -fatica scendendo dall'alto, e rimasi a sedere. - -Ma per quanto egli si provasse, ed io lo incoraggiassi cogli occhi, non -gli venne fuori una sillaba. - -Allora abbassando la voce chiesi: — non è tua moglie? — ed egli -abbandonò le mie mani e ricadde al mio fianco — non era sua moglie! - -Il resto si racconta in due parole. Valente raccolse la bella ed i -pochi, pochissimi spiccioli del padre adottivo di lei, ne vendette le -tele ed i mobili all'incanto e fu lui stesso il maggior offerente; -ripose il tutto nel suo quartierino da scapolo a Parigi, parlò al -console italiano, scrisse e fece scrivere ad altri dieci consoli -chiedendo notizie del pittore Salvioni, a cui voleva restituire il -denaro e la moglie: passò un anno. - -A lungo andare Valente e Chiarina cominciarono ad accorgersi che la -loro condizione si faceva insopportabile, che un gran pericolo era -sempre imminente, e la maldicenza ai loro calcagni, e la curiosità dei -vicini invariabilmente alla finestra, scettica, maliziosa, beffarda, -tanto che alla fine sentirono entrambi il bisogno di spacciare alla -malizia della gente una bella menzogna e darsi al mondo per marito e -moglie.... - -Così andarono le cose, secondo mi disse Valente, ma qui mettendo un -po' d'immaginazione e di buona volontà dove l'amico metteva qualche -reticenza, io supponevo, cioè non supponevo, ma avevo paura di -supporre.... e mi pareva di vederla alla finestra la mia malizia di -vicino di casa, scettica, curiosa e beffarda. Io che sono bonario non -desideravo di meglio che di poter paragonare la signora Chiarina e -Valente a quelle due isolette castissime scoperte da un poeta moderno; -mi ci provavo, e quando a forza di buona volontà ero riescito a tirare -a galla le due isolette nel piccolo mare della mia immaginazione, ecco -un altro mare più piccolo, quello dipinto dall'amico Nebuli,... - -— A te ora, — mi disse costui all'improvviso; — chi è il vecchio della -birreria? - -— Chi è il vecchio della birreria? — ripetei. - -— Chi credi che sia? - -— Il signor Salvioni, — risposi da vero sbadato. — - -Ed accorgendomi d'averla detta grossa, corressi: - -— Il signor Salvioni no, probabilmente; dev'essere più giovane un -pezzetto.... Per altro... fammi il piacere.... Giorgione, prima di -morire, disse: — _dev'essere_ _a Milano_; di chi parlava se non del -Salvioni? - -— Sicuro; se avesse parlato del padre di Chiarina non avrebbe detto -_dev'essere_, avrebbe detto _è_, perchè sapeva benissimo dov'era, od -avrebbe proferito il nome, che era la più spiccia. - -— Lo vedi! - -— Sì, ma perchè mai sospettava che il Salvioni fosse a Milano, se non -perchè?... - -— Capisco! — interruppi con una specie di grido sommesso, — se non -perchè credeva il marito di tua.... della signora Chiarina capace -d'aver penetrato il mistero e di fare una corbelleria? - -— Ci sei! - -— Ci sono; e tu, venendo a Milano, cercavi il Salvioni o l'altro? - -— Non lo so nemmeno io, — balbettò l'amico, — uno dei due, ma il -Salvioni avevo quasi perduta la speranza d'incontrarlo, le nostre -pratiche erano riuscite vane. - -— E facendo la _spuma del mare_, e dando alla tua Venere il volto -della signora Valeria, ed esponendo il quadro alla Mostra permanente tu -speravi di costringere.... - -— Costringere no.... ma forse di rendere più facile il dovere ad -un vecchio pentito.... di avvicinare d'un gran passo il padre e la -figlia.... Venti volte mi battè il cuore affrettato alla vista d'un -compratore.... - -— Dunque, secondo te, il vecchio della birreria? - -— Il vecchio della birreria non è da oggi che me lo vedo fra i piedi, -l'avevo già visto passar sotto le mie finestre e guardare in alto. -L'altro ieri un signore, un vecchio, sottopose il portinaio ad un -interrogatorio sul conto mio, sul conto di Chiarina, sul tuo; ieri ci -inseguì per istrada, ci precedè nella birreria.... - -— E stamane, proseguii pigliando il filo, stamane appicca discorso -con me.... s'innamora del tuo quadro che vuol pagare il doppio degli -Americani, non mi dice il suo nome, è informato dei fatti tuoi.... -verrà.... — - -Tacemmo entrambi; collo sguardo e coll'atto ci proponevamo lo stesso -quesito: - -— Chi era il vecchio della birreria? - -— Il signor Bini — entrò a dire il servitore in livrea, proprio come -nelle commedie moderne. - -Ci levammo di scatto tutti e due — un vecchio entrò — era lungo, era -diritto, era anche un po' impacciato — era lui! - - - - -IX. - -In cui l'incognito comincia a tormentare la mia curiosità. - - -La mia presenza rese facile il colloquio e lo fece subito volgere -ad una specie d'intimità. — Quel caro signor Bini aveva una sua -venuzza ironica, sottile, ma perenne, che gocciolava sempre, cosicchè -mentre lui era quello che, secondo tutte le leggi della fisiologia e -della psicologia, doveva aver bisogno di rinfrancarsi, eravamo noi a -commoverci per conto suo; era lui che si abbandonava sul canapè, noi -che ci tenevamo impettiti sull'orlo della sedia a guardarlo cogli occhi -grossi. - -Unico indizio del suo _grande affanno_, una curiosità sfacciata, -petulante, che fissava tutti gli oggetti a lungo e minuziosamente, -senza perdere la sintassi del periodetto infilato; la sua lingua -andava lenta, ma senza intoppi, come un movimento d'orologeria. — «A -credergli, per ciò solo era.... venuto.... perchè aveva visto.... la -Venere.... dell'amico Nebuli.... e con tutti i suoi anni.... che non -eran pochi,... se n'era.... innamorato.» - -Quanti erano i suoi anni? - -Io lo chiesi, perchè pensai che, non chiedendolo allora, non avrei -forse trovato un momento migliore, ed egli rispose che erano _sessanta -suonati_, e continuò a svolgere comodamente la sua filastrocca. - -Valente ed io ci guardammo alla sfuggita per dirci che il conto tornava -benissimo. - -L'amico Nebuli diè la risposta già data a tanti — «la sua Venere -non era in vendita,» — ed il vecchio si accontentò di sorridere; non -aveva premura, avrebbe aspettato.... sperando.... non si sa mai.... -in un mutamento d'idee; intanto.... se gli si permetteva.... sarebbe -venuto.... a trovar lui e l'ottimo signor Ferdinando. - -Il signor Ferdinando ero io, come sapete, e vi assicuro che non -me ne stupii, sebbene il mio nome non glielo avessi detto proprio. -Quanto all'_ottimo_, che ne poteva saper egli? perciò lo respinsi -garbatamente, protestando che era lui _troppo buono_. - -Ancora poche ciancie inutili, molte occhiate in giro, poi il signor -Bini spiegò di nuovo tutta la sua lunghezza, ci strinse le mani, ripetè -che.... se non.... incomodava.... sarebbe tornato. - -Nell'attraversar le camere con una lentezza adorabile, a me parve che -facesse l'inventario dei mobili senza averne l'aria. - -Della signora Chiarina non si era detto verbo; Valente mi confessò poi -ch'era stato lì lì per andarla a chiamare, ma che non aveva trovato un -pretesto. - -La signora Chiarina — ecco l'esperimento solenne che ci voleva! ma ora -che concludere, perchè sarebbe pur stato bello concludere qualche cosa -dopo un colloquio di quella fatta? - -Era _lui?_ Non era _lui?_ - -— Non ti pare che le somigli? — mi disse l'amico mio. - -In coscienza no, non mi pareva; ma io non l'aveva guardato che -nell'insieme; forse bisognava esaminarne i particolari, come aveva -fatto Valente, il quale si era fermato al naso come ad un indizio -rivelatore.... - -Ma quando io mi trovai per la seconda volta faccia a faccia col -vecchio, ed afferrai ben bene ed a lungo il suo naso co' miei due -raggi visivi, dopo avere stentato a lasciarlo andare perchè stentavo -a credere a me stesso, mi dovetti convincere che il cuore, od il -sistema nervoso, od un'illusione ottica aveva tradito l'amico Nebuli. -Era un naso dritto, sottile, come dritto e sottile lo aveva la signora -Chiarina, ma i nasi hanno cento maniere d'essere dritti e sottili senza -perciò assomigliarsi menomamente. - -Piuttosto bisognava cercar la somiglianza altrove: — spianandone le -rughe, spargendovi una profusione di biacca.... pareva a me.... - -Mentre io così fantasticava, non staccando gli occhi di dosso al -vecchio, facendo ogni tanto di sì col capo, sorridendo quando lo vedevo -sorridere, senza sentire una sillaba di quanto diceva, una parola mi -venne a svegliare di botto. - -— L'_ordine_.... — diceva il signor Bini. - -Che cosa diceva dell'_ordine_? Ne diceva bene, lo metteva in alto, -in alto, sopra tutte le virtù cardinali e teologali, lo vedeva in sè -stesso, in me, nell'amico Valente, nella terra, nel cielo, nei fiori, -nelle stelle, e si accalorava un tantino, come se l'avesse regalato lui -al mondo, e facesse le difese d'una creatura sua propria. - -Valente mi guardava sorridendo. - -Confesso una debolezza che non so spiegare; sopra la compiacenza grande -che mi cagionava il trovare le mie medesime opinioni in un altro, -galleggiava un dispettuzzo piccino. - -Provai a mettermi alle calcagna del vecchio per raggiungerlo; egli mi -lasciava dire, finchè con un nuovo balzo si spingeva distante, ed io -di nuovo dietro. L'ordine faceva questo — (lo avevo detto anch'io) — -faceva anche quest'altro (questo pure avevo detto e ne chiamavo Valente -in testimonio) — ma infine l'ordine fece cose, di cui io non l'avevo -mai creduto capace, e allora mi rassegnai a restituire il suo sorriso -malizioso all'amico Valente. - -Una bizzarra maniera, tutta propria del signor Bini, era quella di non -darsi mai vinto. - -Mi provai una volta che egli diceva _sì_ a dir di _no_, egli ripetè -_sì_, io _no_.... — sì — no.... sì — ammutolii; un'altra volta egli -disse _no_, io _sì_ — no sì.... no — tornai ad ammutolire. - -Immaginando che entrasse anche questo nella sua monomania dell'ordine, -mi proposi di lasciarlo dire sempre, senza contrastargli. Ma egli non -pareva contento della nostra approvazione muta; quando aveva dato alle -sue idee una foggia paradossale e non si vedeva contraddetto, mandava -in giro certe occhiate di sconforto e correggeva egli medesimo la sua -sentenza. - -Una volta aveva sentenziato: - -— _Il disordine non esiste._ - -Valente uscì a ridere forte — io zitto. - -— _Non esiste il disordine_. - -Se dicendo _esiste,_ avessi potuto distruggerlo (il disordine, -intendiamoci, non il signor Bini), non lo avrei detto. - -E il vecchio, dopo d'avermi cimentato invano, sorrise e si corresse -così: - -— Non esiste il disordine, se non come manifestazione dell'ordine. - -— Bravo! — esclamai. - -Lessi negli occhi dell'ottimo signore la voglia prepotente di ribattere -— _non è vero_ — ma egli trionfò di sè medesimo, non lo disse. - -In quella entrò la signora Chiarina. - -Ci alzammo tutti e tre di scatto. - -— Il signor Bini! — balbettò Valente — la mia signora. — - -Il vecchio s'inchinò. La signora Chiarina sedette, fece due ciance -soavissime, il suo visino di latte divenne come una fragola un paio -di volte — sorrise — e innamorò il vecchio, come aveva innamorato ogni -altro, compresa la mia Annetta.... e me stesso. - -Come doveva battere il cuore del signor Bini! - -Per me, che mi vanto d'essere penetrante, le sue occhiate tenere quando -si figgevano nel volto angelico, le altre mandate in giro lentamente -per la sala, le altre fuggitive lanciate a Valente, per me, dico, -nessuna di queste occhiate andò perduta. Dicevo in cuor mio: — Ora -pensa allo stato, in cui vivono, ed ora pensa che si amano, e non -sa.... poveretto!... ed ahi! ora forse pensa che a lui non è concesso -d'amarla in palese! — - -Poi egli si distraeva ed io ne approfittavo per confrontare i volti -ravvicinati della fanciulla e del vecchio.... la somiglianza _forse_ -vi era, impercettibile per un occhio profano, ma forse vi era! — E -guardando Valente trovavo il suo sguardo fisso nel mio, ed egli diceva -a me, ed io dicevo a lui che la somiglianza v'era.... forse. - -Il signor Bini non tradì altrimenti il suo segreto; fu disinvolto -quanto è possibile, fu curioso quanto è lecito, e forse un po' più, -finalmente si rizzò, strinse la mano bianca della signora Chiarina -nella sua rete di tendini, e fece un inchino profondo. - -Quando se ne fu andato, la signora chiese: — Chi è quel vecchio? - -Valente tardò a rispondere, io dissi commosso: - -— Il signor Bini. — - -E rimasti un istante soli, Valente ed io: - -— Le somiglia? mi domandò. - -— Forse le somiglia, risposi, ma nel naso no, di sicuro. - -— Nel naso no, ripetè Valente; forse.... - -— Aspetta, interruppi.... — e tratto di tasca il taccuino, scrissi due -linee — in che le somiglia? - -— Nella bocca, mi pare.... che ha piccina; nelle labbra che, quando non -sorridono con malizia, fanno il sorriso buono di Chiarina.... — - -Così disse Valente. - -E allora io lessi sconfortato quello che avevo scritto sul taccuino: - -«Spianandone le rughe, aggiungendo i capelli mietuti dai tempo, -spargendovi una profusione di biacca, la fronte è tale e quale.» - -Tornò la signora Chiarina. - - - - -X. - -Il signor Bini continua. - - -Valente aveva aperto due finestre alla mia curiosità; una metteva nel -passato, l'altra lasciava intravedere l'avvenire; ed io mi interrompevo -spesso durante il lavoro per affacciarmi ad una delle due. La mia -Annetta allora mi camminava intorno in punta di piedi, perchè mi -credeva in contemplazione dinanzi ad un'idea da mettere in cornice, -ed io, non le potendo dire la verità, che non era cosa mia, le davo un -sorriso ed un bacio. - -Passavano intanto i giorni, ed il signor Bini rimaneva impenetrabile -come i geroglifici, quando nessuno ancora li aveva penetrati. La sua -freddezza con noi era meravigliosa: solo messo in faccia alla signora -Chiarina, egli pareva lasciarsi sfuggire un lembo del suo segreto, -ma non mai tanto, che noi potessimo afferrarlo e strapparglielo ed -esclamare: — ora l'abbiamo, è lui! — - -Quando diceva qualche parolina amabile alla signora, o la chiamava -«la mia bambina,» o la guardava a lungo negli occhi, tenendola per -mano, e l'abbandonava appena si fosse fatta rossa, per ridere forte, -dicendosene innamorato cotto: quando faceva tutto ciò, era propriamente -un altro uomo uscito per arrendevolezza dalla sua buccia solita. - -Del resto anche la sua buccia solita, veduta da vicino, non mi -spiaceva, perchè la severità era in lui corretta da un certo umor -testereccio e beffardo; il sussiego da un sorriso di malizia. Valente -ed io ci trovammo pienamente d'accordo nel dire che il fondo del signor -Bini doveva essere eccellente. - -Solo non si sapeva più come tenerlo lontano, perchè ogni santo giorno -il vecchio veniva a farci la visita e ce la faceva abbondante. - -Forestiero in Milano, diceva lui, gli avanzava ogni giorno del tempo, -di cui non sapeva che farsi; lo regalava a noi; e per di più voleva che -smettessimo le cerimonie con lui, dando egli il buon esempio — insomma -un capolavoro di faccia tosta. - -Quando veniva in casa mia, si accomodava nella poltroncina dinanzi -al cavalletto, e mi stava a guardare, oppure andava in giro per lo -studio, cacciando il suo naso dritto e sottile ne' miei cartoni, che mi -chiedeva il permesso di mettere in ordine. - -— Faccia, faccia! — rispondevo; e lo stavo a guardare come un fenomeno. - -Egli faceva, poi se ne veniva a me, dicendomi con accento paterno: - -— Quanto tempo li lascerà stare? Vediamo..... ah! come è disordinato -lei! Ma già tutti così loro artisti! — - -Un po' di ragione l'aveva, perchè da quando mi ero incontrato in uno -che voleva bene all'ordine più di me, mi pareva di volergliene io meno; -ma buscarmi a quel prezzo del disordinato, era e non era un'iperbole -superba e veramente curiosa? Ridevo. - -Da un pezzo non si parlava della causa _Corvi_ =contro Corvi.= - -Una volta mi venne in mente di botto, mentre io stavo ritto dinanzi al -cavalletto, il signor Bini a sedere. - -— To'! — esclamai, — dev'essere domani il gran giorno.... - -— Non è domani, — m'interruppe il vecchio. - -— E sa lei di qual giorno parlo? - -— =Corvi contro Corvi.= - -— Appunto.... ma che mi dice?... è proprio domani.... - -— Non è domani. — - -Stetti zitto. - -— Fu chiesta una _proroga_ — soggiunse il vecchio quando ebbe -assaporato il suo trionfo. - -— Come lo sa? domandai col pennello in aria. - -— Mi sta a cuore la lite dell'amico suo; finchè non abbia perduta la -lite, non mi venderà la _Venere_, ed io la voglio. - -— Valente non perderà la lite — dissi io — i tribunali gli hanno già -dato ragione una volta.... - -— I tribunali hanno spropositato una volta più del necessario, — -disse il signor Bini senza accalorarsi; — vi sono prove evidenti -dell'imbecillità del vecchio Corvi. - -— A me il vecchio Corvi pare pieno di giudizio. - -— Non dica che le _pare._ - -— Mi pare, lo dico. - -— Non lo dica, lo desidera, ecco tutto. - -— Mettiamo che sia così; che ne risulterebbe? - -— È così, e ne risulterà l'annullamento delle disposizioni -testamentarie; l'amico suo sarà condannato a restituire un terzo -dell'eredità avuta. - -— Appena? - -— Appena.... ma un terzo dell'eredità avuta dallo zio, il quale stette -al mondo tanto da consumare la metà del _fatto suo_, cosicchè il terzo -d'allora è diventato i due terzi del patrimonio d'oggi. - -L'aritmetica non si poteva lamentare, perchè era scrupolosamente -applicata. L'erudizione del signor Bini cominciava a spaventarmi. - -— L'altro terzo — soggiunse il dottissimo signore — se ne andrà nelle -spese della lite. - -— È proprio sicuro di quello che dice? - -— Lo domandi agli avvocati. - -— E che farà Valente? — dissi io. - -— Ricorrerà in Cassazione e venderà la _Spuma del Mare_. - -— E qual è il vantaggio di ricorrere in Cassazione? - -— Lo domandi agli avvocati — rispose il vecchio col suo sorriso -malizioso — la lite potrà tirare in lungo un altro paio di annetti.... -le par poco? - -— Tutta colpa.... - -— Tutta colpa del vecchio Corvi.... — m'interruppe il vecchio. - -— Ma se era imbecille? - -— Appunto per questo. - -— Dica invece tutta colpa dei due amici, perchè, deve sapere, se non lo -sa.... lo sa? - -— Dica, dica. - -— Deve sapere che il Pasquali ed il Nebuli erano amici intimi, proprio -come Valente ed io, e per una miserabile questione di denaro.... -per un puntiglio meschino.... si ritolsero prima l'affetto... poi il -saluto, poi la stima, poi la pace.... finchè l'uno morì strozzato dalla -consolazione di lasciar l'altro mezzo strozzato dal dispetto. — - -Avevo messo delle pause nel mio periodo, perchè m'aspettavo d'essere -interrotto, invece fui lasciato dire. - -— Me l'avevano detto che la storiella era andata così. — - -Manco male che glielo avevano detto! - -— E del signor Pasquali che cosa ne sa? - -— So che è una specie d'orso, un brontolone, uno stravagante. - -— Precisamente; vive in una sua villa sul lago di Como, non si muove -mai, non ha figli.... - -— Non ha figli. - -— La colpa è sua. - -— Tutta sua, tutta sua. - -— Non già di non aver figli — dissi sorridendo. - -Ed egli sorridendo ripetè: - -— Non già di non aver figli. - -— Della lite.... - -— Della lite. — - -Lo guardai sbalordito; non pensava più a contraddirmi, si fregava le -mani, sorrideva a quella tale incognita della birreria o ad un'altra -consimile. - -Alcuni istanti dopo si rizzò in piedi, ed andò a chiamare a tutti gli -uscî la mia Annetta; quando ella comparve ed egli le ebbe stretta la -mano, scese le scale. - -Una stranezza da aggiungere alle altre: dimenticò la solita promessa di -ritornare, e fui io a gridargli dietro: — a rivederla! — - - - - -XI. - -Qui una signorina leggerà due volte senza comprendere. - - -Da un gran pezzo (due giorni lunghi) portavo di nascosto il mio -segreto. Era pesante e fastidioso; mi legava le membra, chiudeva i miei -gesti, solitamente larghi, in una piccola cornice di pochi centimetri -di lato, mi mozzava le parole in bocca e mi faceva pigliare dinanzi a -mia moglie l'aria d'un marito che ne avesse fatta una grossa; con tutto -ciò non dicevo nulla, tenevo tutto per me. - -Quel giorno, appena il signor Bini se ne fu andato ed io mi trovai -faccia a faccia colla mia Annetta sorridente, non seppi più resistere, -la trassi a sedere in un canto, e fattomi promettere tutto quello che -avevo promesso io, mi parve di essere nel mio diritto, cacciando di -casa quel segreto importuno. Bisognava pigliarlo per le spalle senza -preamboli, ed io lo pigliai solennemente così: - -— Hai da sapere, Annetta, che in casa dell'amico Nebuli vi è un mistero. - -Essa mi guardò sbarrando gli occhi. - -— Che la tua cara, la tua bella, la tua buona signora Chiarina, la tua -innamorata in una parola, ha un segreto.... — - -Annetta faceva segno di no con tanto seriume, che mi parve vedere in -lei la _scuola_ del signor Bini. Tacqui. - -— Non l'ha più, — disse mia moglie — mi ha detto tutto. - -— Tutto? - -— Tutto. - -— E tu non mi dicevi nulla? - -Rise, per non rispondere. Ed io serio: - -— La signora Chiarina ti ha detto quello che sa lei, cioè.... che -Valente.... - -— Non è suo marito, che il marito suo è un altro, il quale dev'essere -morto.... e che lei ama Valente, e che col tempo si sposeranno davvero. - -— Col tempo! — sospirai — ma non ti ha potuto dire quello che essa -medesima non sa e che ti voglio dir io. - -Le narrai la faccenda della signora Valeria, della _Spuma del Mare_, ed -i sospetti che aveva fatto nascere il misterioso signor Bini. — - -— È lui! — sentenziò, — le somiglia.... - -— In che? - -— Nel naso. — - -Fu la mia volta di crollare la testa col sussiego del signor Bini; poi -dissi: - -— Se anche è lui, come costringerlo a confessare la sua paternità? Il -codice non vuole, ed io dico che fa benissimo. Per me il signor Bini è -il signor Bini, non ne dubito menomamente, ma se mai egli fosse quel -duca, quel marchese, quel conte, quel pezzo grosso insomma che mise -al mondo in un momento di distrazione la signora Chiarina, è evidente -che non vuol darsi a conoscere. Ci avrà le sue ragioni, doveva prender -moglie vent'anni sono; a quest'ora probabilmente l'ha presa ed ha -figli o figlie da marito, alle quali non può regalare una sorella -di contrabbando.... Questo è un romanzetto abbastanza verisimile; ti -pare?... ne ho fatti una dozzina; intanto per me non vi è dubbio che il -signor Bini è il signor Bini.... - -— Potrebbe essere.... notò Annetta. - -— Sì, potrebbe essere, anzi deve essere un mediatore od un mandatario. -Ma non mi par tanto liscia; e ad ogni modo costui o non sa nulla, -o non dirà nulla; e sapendo e volendo dire, non muterebbe virgola -all'articolo del codice. - -— Il tuo codice è snaturato. - -— Il mio codice è pieno di buon senso; ti pare che la società possa -essere lasciata sotto la minaccia perpetua d'una legione di monelli, -che ha approfittato dei minuti piaceri dei galantuomini per venire al -mondo?.... E poi il _mio_ codice non l'ho fatto io.... La conclusione è -che al padre della signora bisogna rinunziarvi, e allora? - -— E allora che cosa? - -— Allora bisogna trovare il marito, — diss'io abbassando la voce — -bisogna trovarlo a tutti i costi. - -— E perchè farne del marito? - -— Per restituirgli la moglie.... se ancora si è in tempo. - -— Io credo di no, — disse Annetta ingenuamente — e poi il marito è -morto. Chiarina ne è sicura. - -— E Valente? — pensai. — - -Il giorno dopo Valente venne da me; era pallido più del solito; senza -dir parola, egli mi spiegò benissimo che aveva bisogno d'andare a -spasso sul bastione con me solo, od almeno io l'intesi così; infilai il -pastrano, piantai in testa il cappello a staio e gli tenni dietro. - -Non tentai nemmeno di cacciare il mio braccio sotto il suo, perchè -pensavo: se due che camminano a braccetto hanno bisogno di dire qualche -cosa di grave, che fanno prima di tutto? si snodano; dunque... - -Valente camminò al mio fianco un tratto, senza dir parola; seguiva -coll'occhio le foglie secche che si staccavano dagli ippocastani e -cadevano lentamente facendo i giri d'una spirale; all'ultimo disse le -stesse mie parole di poc'anzi: - -— Il signor Bini deve essere il signor Bini — non ne dubito più. - -— Nemmeno io; e se anche si è cacciato in mezzo a noi per un incarico -avuto, non è che un mediatore volgare, molto furbo, molto testereccio e -troppo ordinato. — - -Così risposi io per vedere di farlo almeno sorridere; non mi riuscì. - -— Se ha un mandato da un _altro_, da _lui_, — tornò a dire l'amico -Nebuli serio serio, — evidentemente non sa nulla di nulla. - -— Però, notai, basterebbe sapere chi lo manda; e scoprir questo non -dev'essere difficile, se tu gli vendi il quadro.... - -— Non gli venderò nulla; — m'interruppe con calore; — non capisci che -quel quadro è _mio?_ - -— E Chiarina non è ancora _tua_, e forse non sarà mai.... — - -Questo lo pensai, ma non lo dissi. - -— Al padre bisogna rinunziarvi, ripigliò dolente, quand'ebbe fatti -alcuni passi silenziosi. - -— E il marito è morto.... — - -Quello che mi aspettavo accadde: — non rispose. - -— Dimmi il vero, è morto il marito? - -— Che ne so? Chiarina ne è persuasa. Per molti mesi lo credetti -anch'io.... da qualche tempo ne dubito.... - -— Hai avuto notizie? È accaduta qualche cosa? - -— No, nessuna notizia, è accaduto che ora l'amo e mi ama. — - -Io sono furbissimo certe volte; compresi. - -— E da quanto tempo ne dubiti? — domandai facendo lo sbadato. - -— Da un mese. — - -Lo presi allora a braccetto, e cominciai a guardare anch'io le foglie -secche, che cadevano disegnando una spirale. - -— Senti, — mi disse a un tratto sprigionandosi dal mio braccio, — ho -bisogno di un consiglio; che faresti nei panni miei? - -— Cercherei il Salvioni. - -— L'ho cercato, non si trova. - -— Bisogna aver la certezza che non si trova; cercalo ancora; forse non -hai adoperato tutti i mezzi con cui si va in traccia d'un galantuomo -che si è perduto e non vuol lasciarsi trovare. Che hai fatto tu? hai -messo in moto la questura, i consolati; un poveraccio fuggito dal -carcere del matrimonio ha tutte le ragioni di credere che i consoli e -la polizia ce lo vogliano rimettere; dobbiamo fargli sapere altrimenti -che Giorgione è morto, che noi non si vuol costringerlo a rientrare nel -talamo, che solo ci occorre sapere se è vivo, e che cosa ne pensa, e -questo non glielo possiamo far dire che dalle gazzette. - -— E se è morto? - -— Aggiungiamo la promessa d'una mancia a chiunque ce ne saprà dare -notizie certe. - -— E se vive? - -— Se vive, o risponde, o non risponde; e noi ci regoleremo secondo i -casi. - -— E se viene? - -— Non verrà, ma se viene.... - -— Se viene, — proseguii dentro di me, — e pretende sua moglie, -bisognerà restituirgliela.... come si trova. — Se viene ci penseremo — -dissi con disinvoltura. — - -Stette un altro po' in silenzio; giunto all'estremità del viale, lo -fermai. - -— Che pensi? - -— Penso.... non lo so neppur io.... penso che hai ragione e che non -rimane altra via onesta.... - -— Dunque si va all'ufficio del giornale?... - -Non mi rispose. - -— Si va?... insistei. - -— Oggi no, oggi no.... domani. - -— Eccolo lì l'uomo del domani! — - -Era troppo serio, aveva tutti i muscoli della faccia penosamente -contratti — ed io zitto. — - -Tornato a casa, trovai Annetta di malumore. - -— Che hai? — - -Per non rispondermi mi consegnò una lettera ancora sigillata. - -— Che hai? - -— Che ti ha detto il signor Nebuli? - -— Che ti ha detto la signora Chiarina? — - -Essa guardò me, io lei, — mi venne un sospetto che fu subito certezza. - -— Ah! poveretti! — dissi. - -— Ah! poveretti! — disse. — - -Intanto sbadatamente aprii la lettera: era d'uno che voleva comperare -le mie ultime due tele della Mostra Permanente, ed offriva un po' meno -del prezzo segnato nel catalogo e molto più di quello che mi potessi -aspettare. Ed io freddo — «leggi» — dissi ad Annetta — ed essa pure -fredda. - -Non l'avrei mai creduto, e lo dovetti credere, ed ora ne sono persuaso: -non tutti i momenti sono buoni per ricevere del denaro! Quella fortuna -in quel punto — chi me l'avrebbe mai detto?... quasi _non era un -piacere_! - -— Risponderai domani... — - -Ed io, che non uso mai differire, fui felice di trovare una risoluzione -bell'e fatta in bocca d'Annetta. - -— Risponderò domani. - -E il domani avevo appena risposto — _accetto_ — quando venne ancora -Valente colla stessa faccia della vigilia, colla stessa voglia d'andare -a spasso sui bastioni. - -Questa volta non sapevo che dirgli; se mi avesse chiesto un consiglio, -vi giuro, non quello della vigilia gli avrei dato, ma quest'altro: -— Piglia la tua Chiarina, che è _tua_, che non può essere _tua_ più -di così, pigliala e fuggi, va in fondo ad una valle, va in cima ad -un monte, va in un'isola deserta, va in una foresta vergine.... va -dove vuoi, ma pigliala e fuggi. — Egli però non mi chiese nulla; solo -quando fummo sull'uscio di casa sua, mi strinse la mano, e credendo -di rispondere ad una mia muta insistenza, di cui non potevo essere più -innocente: - -— Oggi no, — mi disse, — domani forse... — - -Suonò il campanello; io, invece di andar di sopra, rimasi per salutare -la signora Chiarina, la quale, avendo al modo di suonare riconosciuto -Valente, dall'uscio d'un salotto si affacciò nell'anticamera. Sorrideva -come un raggio di sole. - -— Come stai? — le domandò l'amico mio correndole incontro; mi parve -che essa gli dicesse una parola ali' orecchio, ma non ne sono sicuro; -è certo che si abbracciarono in mia presenza, e che da quella stretta -d'amore Valente uscì tutto trasformato, raggiante. - -— La signora Chiarina era malata? — domandai facendo l'ingenuo. - -— Non si sentiva bene, mi rispose l'amico Nebuli, e gli tremava la voce. - -La signora aveva il viso rosso, li lasciai soli. - -Mezz'ora dopo, grave in volto, ma senza ansia nè spasimo di nervi, -Valente mi pigliava in disparte: - -— Ti accomoda che andiamo ora all'ufficio del giornale? - -— Mi accomoda. - -— Lo vuoi preparar tu l'annunzio? - -— Lo preparo io. - -Mentre cercavo la penna, dicevo dentro di me: - -— Meno male; per questa volta il pericolo è passato! - -— Quale pericolo? — vi domanderà una signorina di sedici anni, che non -ha capito nulla. - -Rispondetele che — «stava per cadere un trave» — non direte -propriamente una bugia. - - - - -XII. - -Il signor Bini non è il signor Bini. - - -Due giorni dopo Valente tornava su da me; mi bastò un'occhiata per -comprendere che anche questa volta aveva qualche gran cosa da dirmi, ma -che, essendo lì mia moglie e credendola al buio di tutto, non voleva -parlare innanzi a lei. Che fatica mettere insieme delle frasi che non -si pensano! L'amico mio lavorava così di mosaico da un quarto d'ora, -quando la mia Annetta, che ha buon naso, domandò scusa se ci lasciava -un momento. - -— Si accomodi, — rispose l'amico Nebuli; e si vedeva ancora un lembo -della veste nel vano dell'uscio, quand'egli mi disse misteriosamente: - -— Il signor Bini non è il signor Bini! — - -Questa notizia era tanto inaspettata, che non la compresi a bella -prima; ma Valente ripetè: - -— Il signor Bini non è il signor Bini! — - -Ed allora io chiesi: - -— Come lo sai? - -— Poc'anzi, — prese a dire l'amico mio, — ero alla posta; mi avvicino -allo sportello, e mi metto alle spalle di cinque o sei persone, -aspettando quando.... indovina chi si volta?... - -— Lo indovino, ma non ci capisco nulla. Si volta il signor Bini. - -— Propriamente lui! mi vede, mi fa un saluto senza scomporsi, e caccia -nelle tasche un fascio di lettere; mi chiede di me, di Chiarina, della -tua Annetta, di te, poi mi pianta e se ne va. - -— E poi? - -— Non capisci?... In cima allo sportello a cui m'ero accostato, stava -scritto a caratteri enormi, _Dall'M alla Z_; era il mio sportello, non -era il suo.... Dunque egli non si chiama Bini. — - -Il ragionamento mi parve calzante: però mi provai ad osservare: - -— Forse ha chiesto lettere per altri... - -— È stata la mia prima idea, e sai che ho fatto?... - -— Non lo so. Dimmelo. - -— Sono andato dietro al vecchio fin sul portone di strada, e l'ho visto -alle spalle, che si avviava lento lento, leggendosi le sue lettere; -dunque.... — - -Il resto era chiaro, e l'argomento calzante come il primo. Ma io volli -dirne ancora una; - -— Negli uffizii dello Stato succede che si cambino gli sportelli ed -altre cose senza cambiare le istruzioni al pubblico immediatamente; -ciò genera un pochino di confusione e di disordine, ma fa gridare le -gazzette, le quali se no tante volte non saprebbero che dire. — - -Dicevo queste cose scherzando, Valente m'interruppe dandosi il sussiego -di un furbo: - -— Andai allo sportello dall'_A_ all'_L_ e chiesi: _Nebuli_. - -— Bravo! - -— Il distributore se lo fece dire un'altra volta: _Nebuli_, — e mi -mandò, come mi aspettavo, allo sportello vicino. - -— E poi? — chiesi sbadatamente. - -— E poi... nulla. Per me non ci erano lettere.... Ma come ce n'erano -state per il signor Bini? - -— Valente mio, hai ragione: il signor Bini non è il signor Bini. — - - - - -XIII. - -Mia moglie ne fa una grossa. - - -La sera del giorno successivo eravamo raccolti intorno al focolare, -Valente, le nostre donne ed io; ma da un quarto d'ora una specie di -muraglia di granito pareva dividerci. - -Ogni tanto mi provavo a sparare qualche cannonata per demolirla, senza -staccarne più di tre schegge: tre monosillabi; finalmente scoraggiato -rinunziai all'impresa, e m'abbandonai anch'io alla china dei miei -pensieri, i quali scendevano tutti verso la signora Chiarina e Valente. - -A un tratto il grosso servitore entrò recando i giornali della sera ed -una lettera per me. - -— Il portinaio, — mi disse quell'uomo solenne, — andava su a -portargliela; gli ho detto ch'era qui, me l'ha data. - -Quando per caso il grosso servitore parlava a me che stavo a sedere, mi -dovevo far forza per non dirgli: — si accomodi — ed ammiravo Annetta, -la quale fin dal primo giorno si era sentita capace di spiattellargli -sulla faccia il suo battesimo, che era Marco, e di dargli del _voi_. - -Non crediate ch'io lo trattassi col _lei_, gli davo del _voi_ anch'io, -solamente non glielo davo mai. - -— Grazie — dissi e presi la lettera. - -La mia Annetta e la sua Chiarina si spartirono i giornali; Valente non -staccò gli occhi dalla bragia, intanto che io scorrevo curiosamente la -lettera, sulla cui soprascritta si leggeva _urgente_, e che non urgeva -niente affatto, almeno secondo il mio modo di veder la cosa. - -Ero arrivato alla sottoscrizione di quel caposcarico di Celestino (voi -non conoscete Celestino, ma non ci perdete nulla), il quale mi chiedeva -cento lire in prestito per nove giorni, non uno più nè uno meno, quando -udii una specie di singhiozzo represso, e sollevando il capo vidi la -signora Chiarina più bianca del solito, abbandonata sullo schienale -della seggiola, e mia moglie che le si faceva presso lasciandosi -cadere di mano la gazzetta, e Valente che rizzava sbigottito la testa -arrossata dal calore. - -Mi levai anch'io di scatto, ed ebbi l'intuito della verità. - -— Che hai, Chiarina? — domandò l'amico Nebuli colla voce rotta -dall'affanno. - -— Nulla..., nulla, — rispose essa, una specie di capogiro, mi è parso -di vedere.... qua.... sul giornale... avrò letto male.... — - -Valente prese il _Pungolo_ con mano tremante, e cercò degli occhi e -trovò quello ch'io cercai e trovai sul _Secolo_. - -«Si avverte il signor Giuseppe Salvioni pittore, dovunque egli si -trovi, che Giorgione è morto e che Chiar.... aspetta sue notizie, senza -nulla pretendere. Chiunque fosse in grado di dare informazioni esatte -sul detto Salvioni Giuseppe (pittore, età trentadue anni, biondo, con -una cicatrice sulla fronte) rivolgendosi in Milano al signor V. Nebuli, -fermo in posta, riceverà una mancia corrispondente all'importanza delle -notizie.» - -Era il mio piccolo componimento della vigilia, tal quale era uscito da -cento cancellature, che faceva la sua prima apparizione nei giornali -della sera. - -Valente passava una mano carezzevole fra i capelli della sua Chiarina, -la quale si era abbandonata sul petto di Annetta; ed io, non sapendo -che fare o che dire, tornavo a leggere: «Si avverte il signor Giuseppe -Salvioni....», quando comparve il servitore solenne, annunziando il -signor Bini, e subito Chiarina ed Annetta si allontanarono, Valente -andò loro dietro, io solo rimasi. - -Ebbi un gran fare per darmi un po' di disinvoltura, il vecchio furbo -comprese che ci era qualche cosa in aria; si guardava intorno, e credo -che leggesse nel disordine delle sedie. - -— Si accomodi, — gli dissi — Valente verrà or ora, l'aspetto anch'io. - -— Grazie.... oh! questa seggiola è calda, chi ci stava seduto? — - -E siccome non risposi, egli si accostò all'altra e fece per suo conto -l'osservazione che era calda anche quella. - -— Smettila, — gli dicevo dentro di me, — smettila, noioso, — ed egli -finalmente mi diè retta; si pose a sedere senza dir altro, raccolse il -_Pungolo_ da terra e s'avviò a leggere come se fosse in casa sua. - -A un tratto disse: - -— To'! ci è un altro Nebuli a Milano.... ed ha anche l'iniziale del -nostro Valente.... ha visto, signor Ferdinando?... _Si avverte il -signor Giuseppe Salvioni_.... — Siccome io fingevo d'essere tutto -intento a leggere, masticò il resto fra i denti, e non disse più nulla, -finchè tornò Valente. - -Come trovassi la voglia di parlare, tanto per alleggerire l'amico, -non lo so; vi basti che la trovai, e dissi la prima frase venutami in -mente, questa: - -— Che tempo fa, signor Bini? - -— Non vi ho badato. - -— Oggi minacciava di piovere.... scommetterei che domani pioverà. - -— Le pare? non pioverà, non ci è pericolo che piova.... — - -Ma avrei giurato che già aveva piovuto, almeno sulle mie parole e sulle -sue, perchè non ci fu verso di accendere con esse nemmeno il solito -fuocherello di botte e risposte, che durava quattro minuti. Finalmente -entrò Annetta. - -— Lei qui? — disse il signor Bini levandosi in piedi per salutare. — E -la signora Chiarina? - -— È di là, un po' incomodata... una cosa da nulla... che tempo ci porta -lei? - -— Eccellente. — - -Quando un quarto d'ora dopo il vecchio signore si rizzò per andarsene, -gli avrei dato un bacio. - -— Domattina sarò da lei, — mi disse. - -— Tutto il giorno a' suoi comandi, — gli risposi. - -E appena fu scomparso dietro l'uscio: - -— Come sta? — chiesi ansioso a Valente. - -— Benissimo; si era fatta una paura più grossa della peggiore delle -realtà; ora sa tutto; è come me, tranquilla. - -— Tu non sei tranquillo, — pensai. - -Annetta intanto era corsa nella camera attigua, e tornava tenendo -per mano l'amica sua, la quale aveva messo sulle labbra pallide un -sorrisino mesto, come per farsi perdonare la sua debolezza di poc'anzi, -e mi porse la mano bianca. - -— Ella sa tutto, dunque? — mi disse; — Valente ha fatto con lei quello -che ho fatto io colla sua buona Annetta; ebbene, meglio così, saremo -più forti, non è vero? - -— Verissimo, — risposi esperimentando una risata che riuscì malamente; -— verissimo, e vedrà che il cielo farà le cose benino.... — - -Mi pareva d'aver preso il sentiero buono per avviarvi un periodetto -baldanzoso.... ma la signora Chiarina non mi lasciò finire. - -— E se non fosse?... — - -Tacque un istante, come atterrita dal suo pensiero, poi soggiunse -crollando il capo: - -— Noi siamo qui in quattro a desiderare la morte d'un disgraziato, -è una cosa crudele. Annetta e lei non ce n'hanno colpa, lo fanno -per amor nostro; ma io sono cattiva, ho il cuore duro.... sono un -egoista.... — - -Si provò a sorridere, ma io vidi che aveva voglia di piangere, e le -dissi: - -— Pianga, pianga; quando una ha il cuor duro come lei, non le dovrebbe -avere le glandule lacrimali.... ma posto che lei le ha, se ne serva, -pianga; piangi tu pure, Valente, piangerà anche Annetta, piangerò -anch'io.... già nessuno ci vede.... — - -La cara donnina piangeva e rideva. - -Il dì dopo stavo per uscire, quando Annetta mi disse: - -— Se viene il signor Bini? - -— Se viene, non mi trova; lo riceverai tu. Quel vecchio mi infastidisce -oramai col suo mistero; quando si va in casa della gente, e vi si porta -un nome ad imprestito, non si hanno intenzioni da galantuomo.... - -— Che dici? sospetteresti?... - -— Non so nemmeno io che cosa, ma non mi piace espormi all'aperto -dinanzi ad uno che se ne sta appiattato.... se io rimanessi e lui -capitasse qui ora, sarei tentato di domandargli che viene a fare in -casa mia, che intenzioni ha e come si chiama. - -— Eccolo! — disse Annetta. - -Infatti era il suo modo di suonare; posi l'indice attraverso le -labbra e me ne andai nel tinello, intanto che si apriva l'uscio; dal -tinello nello studio, mentre il signor Bini entrava nell'anticamera; -dallo studio nell'anticamera, quando egli passava nel tinello; e -dall'anticamera quatto quatto giù per le scale, forse nel preciso -momento, in cui il vecchio disinvolto cacciava il naso diritto e -sottile nello studio, per vedere se vi ero, come era solito fare. - -Stetti quasi due ore fuori di casa; tornai quando fui certo che -l'apocrifo signor Bini era al suo caffè, al suo tavolino, a mangiare la -sua bistecca quotidiana, il suo panetto ed il suo bicchiere di Chianti. - -Annetta mi venne incontro sul pianerottolo; le brillavano gli occhi, -aveva le guance accese; pigliò il mio bacio, me lo restituì in fretta, -e mi disse: - -— Sai? ne ho fatta una! - -— Una sola! A guardarti in viso ne avrei sospettato un paio per lo -meno. È grossa, se non altro? — - -Io scherzava, perchè mi veniva in mente che avesse fatta una compera -convenientissima coi quattrini della spesa, od un'elemosina per -mandarmi in paradiso, senza chiedermi il permesso, eccellenti -affarucci, di cui ogni tanto si presentava l'occasione. - -— È grossa! — mi rispose, — ma sono felice di averla fatta. Hai da -sapere che appena il signor Bini è entrato, visto che tu non eri in -casa, ha detto: _tanto meglio_. - -— Birbone d'un vecchietto! - -— E mi ha chiesto senza preamboli se sapevo chi era il signor Salvioni. -Indovina che cosa ho risposto?... - -— Che ti facesse il favore di dirtelo lui, se lo sapeva.... - -— Invece no: gli ho detto tutto: me lo sono tenuto lì, cogli occhi -grossi, a bocca aperta, una mezz'ora, vuotando un sacco di garbatezze -(te lo puoi immaginare) sopra quel padre senza coscienza, che lascia -penare due creature così buone.... «perchè in fin dei conti, ho detto, -se il signor Salvioni si trova, ed è un birbante, e gli viene il -capriccio di voler la moglie, il codice, che par fatto apposta per i -birbanti, gliela dà; mentre un padre potrebbe.... mi pare....» Così -gli ho detto.... Ho fatto male?... Non dire che ho fatto male, perchè -so d'aver fatto benissimo.... Non mi dicevi tu che il tuo codice non -obbliga i padri che vogliono star nascosti a farsi vedere? Ho voluto -provare se sapevo far meglio io del codice. - -— E lui? - -— Lui impassibile.... ah! oh! niente più. Allora gli ho detto che quel -duca o quel marchese, al posto del cuore, doveva avere uno dei suoi -quarti di nobiltà.... e che mi piacerebbe conoscerlo, e intanto lo -guardavo in faccia.... così..,. - -— E lui? - -— Oh! Ah!... nient'altro, ma a un tratto si battè la fronte — (il -commediante! come la fa bene la sua parte!) — e «bisogna trovarle -il padre.... — disse — è la prima cosa, bisogna trovarglielo.» — Ne -conviene anche lei? E dica un po' che cosa avevamo sospettato noi, -vedendola? (tale e quale gli ho detto) «Che foss'io il padre?» — chiese -ridendo. — Proprio che fosse lei! — Ed egli: «una buona idea, una buona -idea, cara signora, sono io!» Mi fece ripetere tutta la storiella, -prese alcune note nel taccuino, e se ne andò senza aspettarti... — - -Stetti un momento in pensiero. - -— Ho fatto bene o male? — mi chiese Annetta, impaziente del mio -silenzio. - -— Non so.... cioè sì, hai fatto bene, ma che cosa argomenti da tutto -questo? Chi ti pare che sia il signor Bini? - -— Prima di tutto non è il signor Bini, e poi mi pare che non sia il -padre di Chiarina. - -— Volevo ben dire! - -— Ah! — sospirai crollando il capo, dopo un altro po' di riflessione. - -— Almeno fosse morto! — mi rispose Annetta, leggendomi nel pensiero. - -— Ebbene sì, almeno fosse morto! E non credere che sia augurare male al -prossimo, perchè, vedi, bisogna considerare i morti a quest'ora come -un numero fisso, inesorabile, che io non so, ma che la statistica sa -benissimo. Se fra questi morti non ce n'è uno che si chiama Salvioni, -ce ne sarà in vece sua un altro, il quale non ci ha fatto nulla e -faceva forse benissimo a vivere.... Dunque.... — - -Mia moglie mi guardava sbalordita; era l'effetto che mi aspettavo, -perchè quell'idea che la mia coscienza era andata a pescare non so -dove, sbalordiva me pure. - -— Dunque.... — proseguii — noi non si vuol morto nessuno, noi non si -regala nulla alla statistica dei cadaveri.... Si desidera solo.... -insomma mi hai capito. Sei persuasa? - -— Altro che persuasa! Per me il signor Salvioni è un birbone, che -dovrebbe essere morto; se non è morto, farà bene a morir presto, -che non abbiamo tempo da perdere, ed io glielo auguro con tutto il -cuore. — - - - - -XIV. - -Il signor Salvioni scrive. - - -Chi mai ha detto che nelle gran gioie o nei gran dolori è impossibile -conoscere il proprio simile? Qualcuno l'ha detto di sicuro, ed a costui -rispondo che negli eccitamenti della passione appunto, e soltanto in -essi, è possibile conoscere e giudicare il proprio simile. Guardate -l'uomo di tutti i giorni: superficie lisciata dalle convenienze, dal -sussiego, dall'abitudine; applicate all'uomo di tutti i giorni la lente -di un dolore, d'una gioia, d'uno sgomento, d'un dispetto, e subito ciò -che vi pareva liscio, diventa scabro. Intendiamoci: saper guardare -bisogna; perchè se una pagnotta veduta col microscopio mi diventa -una montagna, non mi è lecito sentenziare che ha cessato d'essere una -pagnotta. - -Fu quando io mi trovai innanzi agli occhi il grande affanno di Valente, -che per la prima volta vidi come attraverso un microscopio il segreto -delle sue abitudini indeterminate, neghittose e fantastiche. - -Egli era propriamente trasformato, tanto esagerava sè stesso: la sua -indolenza, da cui soleva uscire a scatti nervosi, mi diventava apatia, -d'onde lo toglievano bizze, tenerezze, puntigli, sussulti di umor -caparbio; già era motteggevole, eccolo pungente; non più bizzarro -soltanto, ma stravagante; irto insomma come un'alpe alla superficie, ma -sempre la stessa buona pagnotta di uomo nella sostanza. - -Era il suo grande affanno che me lo faceva così; e se una volta mi -rallegrai d'essere un po' filosofo, fu in quei giorni d'ansia muta e -crudele. - -Ogni mattina egli veniva su a prendermi, ma non lo voleva dire; ed -io fingevo d'essere proprio sulle mosse, o di ricordarmi a un tratto -d'un affaruccio che mi chiamava fuor di casa, tanto per potergli far -compagnia. - -Senza nemmeno fiatare, era cosa intesa — si andava alla posta. Era -lui che si affacciava allo sportello a dire — _Nebuli_ — era io che -pigliavo le lettere e ne facevo l'esame. «Questa viene da Roma, questa -da Napoli, questa da Torino....» Mi faceva cenno di aprirle, le aprivo -«questa incomincia: _caro Valente_! ed è sottoscritta _Serpoli_ — -quest'altra dice: _Illustre signore_, ed è sottoscritta.... ecc.» -Allora egli si pigliava le sue lettere, le guardava un po' in distanza -con un resto di paura e le cacciava in tasca sbadato.... — Tornavamo -a casa un po' più ciarlieri di prima, ma niente affatto ciarlieri — _a -domani! — a domani!_ - -Se gli domandavo: — che hai fatto tutt'oggi? — mi rispondeva: — che -vuoi ch'io faccia?... nulla! - -— Te io dirò io che cosa hai fatto; — ti sei tormentato; — hai sofferto -— di' la verità. - -— Ebbene sì, mi sono tormentato; — è qualche cosa anche questo, e non -so far altro; finchè non giunga quella maledetta lettera che ha da -venire.... - -— E quando non aspettavi la lettera, ci era la lite.... - -— Ci è ancora. - -— E quando non ci era la lite, aspettavi l'eredità.... - -— Allora avevo i miei venticinque anni che non ho più, aspettavo i -trenta ed ora non ho più nemmeno quelli — aspettavo l'avvenire. — - -Ed io, facendomi forza per non pigliare un tono solenne: - -— L'avvenire, Valente mio, è il più gran nemico del presente ed è -nemico fatale, perchè ci lusinga, perchè si nasconde — bisogna placarlo -o domarlo l'avvenire. - -— E come si placa, e come si doma? - -— Lavorando. - -— Ne sei sicuro? — - -Veramente non ne ero sicuro, perchè non sempre, neppure lavorando, si -placa o si doma; ma se la cosa non riesce, rimane il conforto.... voi -sapete quale — io v'infastidisco e smetto. - -Dicevo a me stesso: — quando Valente abbia vinta o perduta la lite, -quando abbia intascato l'eredità e restituito la moglie — o viceversa, -allora forse metterà un po' d'ordine nelle sue idee, e non è possibile -che si lasci corbellare dall'avvenire. - -Così dicevo a me stesso, ma senza fidarmi troppo. - -Una mattina eravamo usciti dalia posta; le lettere erano molte, ed io -me n'ero impadronito per forza d'abitudine e niente più, poichè, dopo -tante paure vane, anche l'amico Nebuli cominciava a pigliar coraggio e -sarebbe stato capacissimo di far di meno della mia assistenza. - -Io avevo preso un tono corbellatorio, una specie di solennità nasale, -di cui (chi sa?) Valente era anche capace di ridere. - -Quel giorno dicevo: - -— «Al celebre signor Valente Nebuli, pittore.... Sampierdarena — 20 -novembre....» — è uno che ti vuol tentare a vendergli la _Spuma del -mare_; se non ti lasci sedurre questa volta, ti metteremo sotto una -campana di vetro.... indovina quello che ti offre.... _mille_ lire.... -e più se occorre, ma naturalmente spera che non occorra.... Che cosa -dobbiamo rispondere al signor Campori?... Rispondiamogli che egli ha -a Sampierdarena un mare meglio riuscito del tuo.... faccia mettere in -cornice quello; spenderà meno.... — - -Valente rideva. - -— Questa è d'uno che ha conosciuto un certo Salvioni.... bresciano, -studente di medicina a Pavia.. biondo.... non aveva ancora cicatrici, -dice lui.... ma può essersele fatte dopo.... si rimette alla tua -generosità pella _mancia_.... quest'altra.... — - -Ma qui trovai un intoppo, un intoppo enorme. Non mi pareva vero, e -tornavo a leggere.... non risi più. - -Quella lettera diceva: - -«Al signor V. Nebuli — ferma in posta — Milano. - -«Stimatissimo signore, - -«Se Giorgione è morto, me ne dispiace assai, perchè era certo migliore -di tanti che sono vivi; mi si dica quando e dove posso trovare la -persona che desidera le notizie su Giuseppe Salvioni; io gliele darò -autentiche, perchè Giuseppe Salvioni sono io. — Scrivere fermo in -posta; — Milano.» - -Certo Valente mi lesse in faccia la brutta notizia, perchè, senza dir -parola, mi tolse la lettera di mano, e mi guardò in volto ridendo d'un -riso amaro. - -— Ci siamo finalmente, — balbettò, — ebbene, tanto meglio, la farsa ha -durato troppo. — - -Piegò la lettera senza leggerla, la pose in tasca, e abbottonato il -pastrano, s'avviò a gran passi. - -Non sapendo che dirgli, gli camminavo al fianco in silenzio. Nel passo, -nel modo di tenersi ritto e di guardare innanzi, l'amico mio aveva una -bizzarra energia che era disperazione. - -A un tratto si fermò, estrasse la lettera, lesse, impallidì. - -— Egli qui, a Milano! Ah! povera Chiarina! — - -E la sua falsa energia si sfasciò. - -— Senti, gli dissi commosso, — tutto non è ancora finito, forse vi è un -rimedio.... - -— Uno solo.... fuggire.... invertire le parti; essere io il colpevole, -lui il purissimo.... no, no, venga, lo aspetto! — - -Ma gli tremava la voce dicendo queste ultime parole. - -— Gli scriverai? - -— Sì. - -— Gli confesserai ogni cosa? - -— Sì. — - -Non era il momento di dirgli quanto pensavo, ma pensavo che quello era -il modo migliore di far la peggiore delle corbellerie — e mi proponevo -di farglielo toccare con mano più tardi. - -La signora Chiarina ci venne incontro, ed interrogò collo sguardo. -— Valente ebbe la forza di ridere per ingannarla, ma la cara donnina -leggeva cogli occhi dell'amore, e continuava ad interrogare lui e me. - -Finalmente disse: - -— Egli vive, non è vero? — - -E siccome nessuno le rispose, — Ah! Valente! — mormorò; e stette -immobile, nel mezzo della stanza, cogli occhi aperti, fissi e -lagrimosi. - -A un tratto Valente cacciò la testa fra le mani e fuggì per nascondermi -le sue lagrime. Io guardai l'uscio, dietro il quale era scomparso, -poi le finestre, a cui s'affacciava un raggio allegro di sole, poi -il visino bianco e gli occhi aperti, fissi e lacrimosi della signora -Chiarina. Sentii che me le dovevo accostare, mi accostai, ma nessuno mi -suggerì una parola di conforto. All'ultimo le pigliai una mano che ella -mi abbandonò senza resistere. - -— Se sapeste quanto _ci amavamo_!... — - -Questo solo disse: poi si asciugò le lagrime, tolse delicatamente la -mano dalle mie, e chiedendomi scusa collo sguardo, andò a portare una -carezza al mio povero amico. - -Ed io le venni dietro come uno smemorato. - - - - -XV. - -Il signor Salvioni viene. - - -Fra tutti, la sola che, invece di sentirsi venir meno l'energia, se -la sentì crescere, fu la mia Annetta. Cominciò dallo scendere in casa -Nebuli, per dire alla sua Chiarina quelle parole senza senso comune, -con cui si parla al cuore, poi venne su e mi si piantò dinanzi per -annunziarmi che bisognava far qualche cosa.... - -— Facciamo qualche cosa — risposi — e che vuoi che facciamo? - -— Discorriamone; quel disgraziato Salvioni viene, rivede la moglie, si -degna di trovarla bellina, gli pare di sentirsi riardere qui o qua (si -toccava il petto), non sa nemmeno lui dove, perchè il cuore non l'ha -mai avuto; stupisce d'essere stato tanto tempo senza di lei, e se la -porta via.... per piantarla un'altra volta dopo un mese. È così che la -intende il tuo codice? — - -Nemmeno a me, che dovevo saperne qualche cosa, pareva possibile che il -_mio_ codice la intendesse così. - -— Ah'! volevo ben dire! — esclamò Annetta, — vediamo, tu l'hai un -codice; guarda un po' se vi hanno messo una legge che provveda al caso -nostro; non possono essi, Chiarina e Valente, andarsene a dichiarar le -cose come stanno, per isciogliere quel primo matrimonio da burla e far -accomodare quest'altro, a cui manca così poco? - -Io facevo di no col capo. - -— Guarda, sono sicura anch'io che non c'è.... posto che ci dovrebbe -essere.... ma ad ogni modo guardare costa poco. - -— Ti assicuro che non c'è. - -— E allora quando due non si possono soffrire, quando il marito è un -birbone, e ne fa vedere di tutti i colori alla moglie, che rimedio si -piglia? - -— Si piglia la separazione, mi pare.... ma non so se sia un rimedio. - -— Meno male! nessuno può costringere Chiarina ad andare con quel figuro -del Salvioni, ed essa non ci andrà, e si separeranno in regola. - -— Purchè il Salvioni non si opponga. - -— Vorrei vedere anche questa, che dopo tanti anni tornasse colle -arie.... gliele faremo smettere. - -— Con qual diritto? chi siamo noi? - -— Gli amici di.... - -— Di Valente e di lei, vale a dire i complici della tresca.... -t'accomoda? - -— Niente affatto. — - -Si stette un po' in silenzio. - -— Bisogna proprio che si separino, — presi poi a dire — la signora -Chiarina non può tornare con quell'uomo, che è quasi un estraneo per -lei; ma perciò conviene indurre il marito a chiedere la separazione -egli pure, perchè se si opponesse, io credo che bisognerebbe -litigare.... e chi sa quanto.... io non lo so. E perchè il signor -Salvioni si adatti a chiedere la separazione, bisognerà dargli del -denaro e non fargli vedere la moglie; se no, chi ci assicura che non lo -pigli un altro diavolo? - -— Lo piglia, ti assicuro io che se vede Chiarina, lo piglia. - -— Quando siano separati legalmente.... allora.... - -— Allora..,. - -Allora?... Ci pensammo un pezzetto; tutto andava bene fin qui; il -Salvioni tornava, gli si faceva una parlatina seria, lo si minacciava -di costringerlo a mantenere la moglie, se aveva qualche soldo; se -non ne aveva, gli se ne dava qualcuno.... si faceva la separazione, e -allora.... - -— Allora — disse Annetta — Chiarina se ne andrà con Valente e noi gli -accompagneremo alla stazione.... Oppure non se ne andranno.... ed io -chiuderò gli occhi per non vedere.... e se tu li vorrai tenere aperti, -vedrai che saranno felici, a dispetto del tuo codice. - -— E sarà uno scandalo.... - -— Chi lo dice? il tuo codice, ma io non gli do retta. Immagina che -domani ad uno dei pezzi grossi che fanno le leggi, venga in mente di -cancellare uno sproposito dal vostro libraccio (in cui ce n'avete messi -tanti, numerandoli come se fossero reliquie preziose) e che Valente e -Chiarina potessero diventare marito e moglie, dove sarebbe lo scandalo? -In nessun luogo. Dunque è il vostro sproposito che è scandaloso. — - -Senza accalorarmi a difendere quello che Annetta chiamava il _nostro -sproposito_, io mi accontentai di crollare il capo. - -Da molti giorni il signor Bini non si era lasciato vedere, ed io -dentro di me ne davo la colpa a mia moglie, pensando che sicuramente -era stata lei, colla sua schiettezza, a spaventarmelo a quel modo; ma -quando Annetta diceva male del codice, io pensavo tanto al signor Bini -quanto.... alla nonna del signor Bini, tale e quale. - -D'un tratto, rialzando il capo, vidi il noto naso dritto e sottile, -il sorriso malizioso, gli occhi furbi ed il resto, e prima ancora -che avessi avuto tempo di dire «si accomodi,» tutto il signor Bini -quant'era lungo aveva fatto l'inchino, aveva stretta la mano a mia -moglie e mi si era accomodato dinanzi. - -— Notizie, notizie! — esclamò egli con quell'enfasi temperata, che era -il massimo grado del suo entusiasmo. — Ho trovato otto Salvioni, li ho -qui (e batteva sul taschino del panciotto), otto Salvioni morti tutti -nel fiore dell'età; il più vecchio non aveva che 65 anni. - -Lo guardai in faccia temendo che mi corbellasse; era serio. - -— È consolante il vedere come muoiono questi Salvioni. Pare -un'epidemia; ma d'altra parte è un orrore pensare come si riproducono. -Sapete quanti Salvioni di sesso maschio vi sono a Milano?.... Quindici! -quattro però vanno a scuola, cinque sono piuttosto maturi, hanno la -mia età; degli altri il solo che si chiami Giuseppe non deve essere -il marito della signora Chiarina, perchè piglia ancora il latte; tutto -questo l'ho imparato all'ufficio dell'anagrafe. - -Lo lasciavamo dire crollando il capo. — Egli comprese male e soggiunse: - -— Non era la strada da pigliare. Lo so, non è colpa mia; un impiegato -dello Stato Civile si ricordava, ma non era sicuro..., che un certo -Salvioni Giuseppe.... appunto dell'età che dicevo io... — Da Brescia? -Sì, da Brescia!... — era stato alcuni anni sono da lui.... a far -ricerca d'un matrimonio, tra un incognito ed un'incognita, avvenuto -vent'anni sono; la cosa era sembrata strana all'impiegato, che perciò -se l'era tenuta in mente. — È lui! — diss'io. — Vogliamo vedere se -nell'anagrafe si trova quel Giuseppe Salvioni bresciano? — Vediamo — -Non si trova nulla. Allora vado alla Questura, interrogo: — ci deve -essere una _pratica avviata_, in cui si fa ricerca d'un certo Salvioni -Giuseppe bresciano, biondo, con una cicatrice sulla fronte; che n'è -avvenuto? Mi si risponde che non se ne può saper nulla. — Insisto, si -cerca. — Voi sapete che il mondo non è una pallottola, come qualcuno -dice; e nessuna delle cose del mondo è propriamente una pallottola, — -ci è chi ha questa storta opinione, e quando ha dato la spinta ad un -negozio crede di farlo correre un pezzo. Che accade? Il negozio gira, -ma al primo intoppo si ferma. Quella _pratica_ si era fermata a metà -strada, perchè a nessuno della questura premeva di aver notizie del -Salvioni. Che aveva fatto il poveraccio? Si era dimenticato di pigliar -seco la moglie? La gran cosa! Una sbadataggine simile domani può -capitare anche ad un questore. - -— Dunque? — dissi freddamente. - -— Ora che la pratica è trovata, a darle la spinta, a darle dieci -spinte, cento, tutte quelle che le abbisognano per fare il giro del -globo, se occorre, ci penso io; e il signor Salvioni, vivo o morto, -dovrà venir fuori. — - -Egli stette zitto a guardarci meravigliato della nostra impassibilità; -all'ultimo disse con un sorriso malizioso: - -— Comprendo.... comprendo.... con che diritto m'immischio in questa -faccenda?... Caro signor Ferdinando, lo dovrebbe pur sapere, a me -abbisogna che Valente perda la lite, ma la moglie no, così mi darà la -_Spuma del mare_ più presto. - -Quanto volontieri sarei stato zitto per fargli scontare con un po' di -curiosità tutta la sua scienza impertinente! Ma Annetta avrebbe parlato -prima di me, se io non avessi detto con un certo sussiego: - -— Giuseppe Salvioni è vivo, è in Milano, ha scritto, verrà! — - -Dove ora ci è una virgola, avevo messo una pausa breve ed un piccolo -fulmine. - -L'effetto fu straordinario. Il signor Bini si battè la fronte e non -seppe che rispondere, egli che aveva risposta a tutto. Poi, come -svegliandosi di botto, disse: - -— Non è possibile! - -— È vero. - -— Non è possibile — ho tutti i Salvioni di Milano sulla punta delle -dita.... l'anagrafe.... - -— La sua anagrafe, — entrò a dire Annetta continuando a fare uno -strano abuso del pronome possessivo, — la sua anagrafe non avrà le -mani abbastanza larghe, e vorrà stringer troppo, e un Salvioni le sarà -scappato fra le dita.... - -— Oppure, — dissi io — questo signor Salvioni che si presenta non aveva -il suo domicilio a Milano; e ciò è più naturale, perchè se fosse stato -qua, avrebbe inteso parlare di Valente Nebuli e si sarebbe fatto vedere -senza aspettar l'annunzio dei giornali. — - -Avevo imbroccato giusto perchè il signor Bini finse di non badare alle -mie parole, non sapendo che ribattere. - -Cominciò, come me l'aspettavo, la grandine delle interrogazioni che -ricevetti con garbo, rispondendo io o lasciando rispondere Annetta, -per vedere se in tre ci venisse fatto di trovare un altro bandolo -al garbuglio. Ma no, era sempre quello: il signor marito veniva, -rinunziava o non rinunziava alla moglie; colle buone o colle brusche si -faceva la separazione, e poi.... E poi? - -Del resto nessun dubbio che la signora Chiarina non si doveva lasciar -vedere, che i negoziati col marito doveva trattarli Valente, col -sussidio di un diplomatico più sereno, e che bisognava inventare una -bella fandonia per salvare il decoro.... - -— Il decoro è salvo, la fandonia ce l'ho io, disse il signor Bini; -se sarà necessario, correrò al tribunale perchè tutti sappiano che la -signora Chiarina è mia figlia! - -— Ah! - -— Oh! - -— Vi stupisce? Me la sono fatta fare di commissione a Parigi, dove -si fanno benino, mi pare. Del resto i tribunali non badano tanto pel -sottile in queste faccende. Come è andata la cosa se io non sono mai -andato a Parigi? L'ho da saper io solo. — - -Lo guardavamo sbigottiti ancora di questa sua idea singolare. -Pensavo: «scherza o vuol proprio adottar Chiarina?....» quando udimmo -nell'anticamera rumore di passi affrettati — e una voce nota chiamò -trepidante: _Ferdinando! Ferdinando!_ — poi nel vano dell'uscio -apparvero Chiarina e Valente, pallidi, colle mani allacciate. - -Vedendo il signor Bini che non si aspettavano di trovare con noi, si -trattennero un istante, un istante solo, perchè Annetta si strinse fra -le braccia la sua Chiarina. Intanto il vecchio, facendo lo sbadato, -aveva avuto il buon senso di cacciarsi nel mio studio. - -Appena fummo soli, l'amico Nebuli balbettò con voce spenta: — _lui!_ — -ed io con voce spenta balbettai: — Coraggio! — E gli strinsi la mano. - -— Ha veduto Chiarina? — chiesi, cercando di rendere salda la voce. - -— No. - -— E tu l'hai visto? - -— Nemmeno. — - -Mi si facevano innanzi cento domande che ricacciai indietro per pensar -solo alla gravissima necessità del momento. - -— Coraggio — ripetei — vado io. — - -Ed uscii, dopo d'aver con un'ultima occhiata visto Annetta, la quale -per confortar l'amica piangeva a dirotto, e Valente e Chiarina che -rimanevano immobili, cogli occhi fissi. - -Sul pianerottolo fui raggiunto dal signor Bini. - -— Me ne andavo, — mi disse — perchè in questi momenti.... Ho -compreso. — - -Io non ne dubitavo menomamente, e pure questa volta egli non aveva -compreso. - -— L'amico suo ha perduto la lite! - -— No, no, sbaglia.... - -— Non sbaglio; sono le due dopo mezzodì, a quest'ora l'ha perduta. - -Le sue parole mi suonavano all'orecchio come un ronzío, perchè -scendendo le scale, mulinavo altre idee. - -Sul limitare di casa Nebuli trattenni il vecchio che se ne andava, e -gli dissi: - -— Vuol venire anche lei a riceverlo? - -— Chi? - -— Il signor Salvioni. — - -Questa volta lo avevo propriamente sbalordito; ma misericordioso Iddio, -a qual prezzo! - -L'uscio si apri, e noi entrammo, solenni tutti e due, ma per quanto io -facessi, più solenne lui di me. - - - - -XVI. - -Il signor Salvioni parla. - - -Quando noi entrammo, il signor Salvioni stava in piedi nel mezzo del -salotto; ci volgeva le spalle, teneva il capo basso; udendoci si volse, -ci diede un'occhiata fuggitiva che mi parve o bieca o paurosa, e ci -salutò fissando gli occhi nella finestra dirimpetto. - -Io me gli feci vicino, ingegnandomi di fargli credere che sorridevo -e che ero pieno di disinvoltura; spinsi un seggiolone, che andò senza -rumore a metterglisi fra le gambe, poi lo invitai ad accomodarvisi, ed -egli vi si lasciò cadere di peso. - -Ancora non avevamo proferito una parola, quando il signor Bini, che -era rimasto come inchiodato sul limitare, si staccò, si volse, infilò -l'uscio e sparve; ed io, rimasto solo, incominciai: - -— Il signore... — - -Lui zitto, cogli occhi fissi nelle vetrate. - -— Il signore, — proseguii — è Giuseppe Salvioni... è lei che ha scritto -una lettera al signor Nebuli?... - -— L'ho scritta. — - -Egli continuava ad esaminar le vetrate, io cominciavo ad esaminar -lui. Ciò che fermava il mio sguardo era una grossa catena d'acciaio, -la quale col suo peso gli faceva venir fuori più che mezza, dal -taschino slabbrato del panciotto, una chiave piccina. — E povero il mio -Salvioni, com'era vestito! — Una giacchetta d'un colore che non è in -natura, d'una stoffa che in origine — Dio sa quando — era stata venduta -forse per tutta lana, ma da cui era scomparsa oramai la poca lana che -il fabbricante ci aveva messa per iscusare la sua bugia; gli annodava -il collo una cravatta, anch'essa nera, ridotta dalle cattive pieghe, -che sono come chi dicesse le cattive abitudini delle cravatte, a parere -il cordone d'una bara. - -A un tratto, mentre io faceva quell'esame, il signor Salvioni -impacciato della mia curiosità uscì a parlare con una voce secca, -nervosa e petulante: - -— Sì, la lettera gliel'ho scritta io; non ho aspettato la sua risposta, -perchè ho potuto sapere altrimenti dove stava di casa, e sono venuto! -Lei cerca colle gazzette un Salvioni; eccone uno; ne faccia quello che -vuole. — - -Così parlò egli, senza staccare gli occhi dalla finestra, ed io tra -sbigottito e commosso domandai: - -— Il signore non sa di che si tratta?... Ma dunque... - -— Dunque, — diss'egli, — sono un avventuriero, un vagabondo? sicuro -sono un avventuriero ed un vagabondo, mi faccia chiudere in prigione, o -mi dia da comperar del pane alla mia piccina che ha fame. - -— Ma dunque?... — ripetei sollevandomi in piedi, — già... sicuro... -lei non è biondo, e non ha nemmeno la cicatrice sulla fronte, non è -Salvioni lei! - -— Mi scusi, — mormorò l'incognito mansuefatto dall'espressione contenta -che leggeva nel mio volto, — mi scusi, mi chiamo Salvioni, non sono -Giuseppe, non sono biondo, la cicatrice non l'ho, ma che importa se la -mia piccina ha fame? — - -A quel punto il poveraccio s'interruppe e si guardò intorno sospettoso; -ed io udii un sommesso bisbigliar di voci dietro l'uscio, che si aprì -di repente. - -Con un atto brusco, come se qualcuno l'avesse spinto alle spalle, entrò -Valente, e subito dopo il signor Bini, e quando l'amico Nebuli ebbe -esclamato — non è lui! — Chiarina ed Annetta si affacciarono anch'esse. -Il signor Salvioni parve cercare uno scampo, poi si provò a reggere gli -sguardi curiosi con un'occhiata cinica, ma la vergogna lo vinse, chinò -il capo sul petto e pianse. - -Tosto gli fummo intorno tutti. - -Fin qui ero stato punto da un doppio desiderio, quello di pigliare -per un orecchio il falso Salvioni e di piantargli un bacio nei mezzo -della fronte, per punirlo dell'orribile paura che ci aveva fatta, per -ringraziarlo della gioia immensa che era opera sua; ma qui, vedendolo, -lui grande e grosso, piangere come un fanciullo, pensando che quelle -lagrime amare che ora faceva cadere la vergogna non le aveva forse -potute spremere la sventura, quando sarebbero state dolci, — il poco -mio rancore scomparve sotto un'onda di tenerezza. - -Alle parole buone del signor Bini, a quelle di Valente ed alle mie, il -disgraziato rispose nascondendo la faccia tra le mani; allora io dissi -alla signora Chiarina: — Gli domandi come si chiama la sua bambina. - -— Ha una bambina lei? E come si chiama? - -Fu la musica di quella vocetta che gli asciugò le lagrime, o fu -la domanda? Fu anche una pezzuola non bianca, (tutt'altro) che -il pover'uomo cavò di tasca, tenendola aggomitolata in mano per -nasconderne i peccati. - -Poi alzò il capo, fece una smorfia dolorosa per darci a credere che -sorrideva e disse: - -— Sì, signora... ho una bambina di nove anni... si chiama Angela. — - -Noi stavamo zitti, ed egli, tenendo gli occhi immobili e come fissi -nella sua sciagura, ripigliò: - -— Sì, signore, ho una bambina di nove anni, si chiama Angela, e il suo -nome non è una bugia... come... Fino a dieci mesi essa aveva la mamma -che aiutava a cucire colla macchina, io, facendo lo scrivano da un -avvocato, guadagnavo quasi due lire al giorno — si era troppo felici! -Ecco mia moglie si ammala, sta un mese a letto, spendiamo tutti i -nostri risparmi in medicine — muore. La piccina piange, vuole la mamma, -si ammala essa pure — io abbandono l'avvocato per non lasciar sola la -mia creatura; cerco lavoro di copista a casa — ma perchè ne ho troppo -bisogno non ne posso trovare. E allora di nascosto vendo le vesti della -povera morta! - -A questo punto il signor Salvioni si credette in obbligo di farci -vedere, colla smorfia di poc'anzi, che egli non era commosso niente -affatto, che al contrario sorrideva. - -Poi disse con invariabile monotonia d'accento: - -— Angela aveva una grande amica, la sua macchina da cucire — le -parlava, l'accarezzava, le voleva bene; le diceva d'andare più presto -o più lenta, e se saltava i punti le faceva dei rimproveri. Quando il -lavoro era avviato e lo vedeva correre senza intoppi, Angela cantava. -— Dopo le vesti della morta, dopo alcuni oggetti che mi parevano -inutili, dopo altri oggetti che prima mi erano parsi necessari, un -giorno vendetti la macchina da cucire — scomparve l'ultima gioia della -nostra casa. — Angela si provò a cucire a mano, ma non sapendo molto, -si punzecchiava le dita per fare in un'ora di fatiche e di lagrime il -lavoro di pochi minuti — non guadagnò più i suoi pochi soldi che me la -facevano orgogliosa e contenta. Un giorno la bambina ebbe fame — essa -non me lo disse sapendo che era inutile e non volendo affliggermi, ma -io l'indovinai... perchè avevo fame anch'io — corsi da tutti i miei -conoscenti, mostrai nuda la mia sventura, di cui fino allora ero stato -geloso, tornai con poche lire, si cenò. Un altro giorno ritentai, ma -non avevo più nulla di nuovo a dire, tranne che avevamo fame ancora... -Ancora? — ed è questo l'orribile che si può aver fame tutti i giorni -— e nessuno lo crede... Mi cadde sott'occhio l'avviso del giornale, -mi venne un'idea — scrissi; quand'ebbi buttata la lettera nella buca -già ero pentito — pensavo che quei foglio bugiardo avrebbe portato -una falsa gioia od un falso dolore... il domani venni alla posta ad -aspettare il signor Nebuli... - -— Comprendo, — interruppi, — lei ci ha veduti e ci ha seguiti, per -ispiegarci tutto, per toglierci forse da un'ansia crudele. - -Il signor Salvioni crollò il capo amaramente. - -— No, no.... avrei aspettato domani forse.... ma la piccina ha fame -anche oggi.... — - -Anche oggi! Come le disse queste due parole! - -Chiarina ed Annetta erano commosse e volevano subito correre a vedere -la piccina. L'amico Nebuli cavò di tasca il portafogli, ne tolse -alcune carte di nessun valore, e pose il resto nelle mani tremanti del -disgraziato, il quale, smessa la petulanza d'imprestito, non sapeva più -far altro che piangere — e il signor Bini mi rubò un'idea, che mi stava -venendo: restituire l'amica alla signora Angela, accompagnare cioè il -padre infelice e comperare la macchina da cucire. - -L'idea, dico, stava venendo a me pure, e se non era propriamente -arrivata, è solo perchè la tratteneva per via il timore di essere -sproporzionata alla mia borsa. - -— Bravo! dissi sottovoce al vecchio; — ma sappia che mezza la macchina -la voglio pagar io; mi dirà quello che spende. — - -Il signor Bini mi guardò in faccia e si mise a ridere — ed io pensai -che dovesse avere una vena di matto, perchè, ditelo voi, che c'era da -ridere? - -Eravamo sulla soglia; il Salvioni scendeva già gli scalini a quattro a -quattro, quando Valente ci raggiunse: - -— Prima della macchina da cucire si ricordi che hanno appetito. - -— È vero, e devono averne molto, — disse il signor Bini; — non me ne -ricordavo, perchè io non ne ho mai prima delle sei. - -— Alle sei ne avrà per desinare con noi? Non dica di no, lei non -è più un estraneo; oggi dev'essere giorno di festa, vogliamo stare -allegri.... verrà? - -— Verrò, verrò. — - -E appena Valente fu scomparso, il vecchio fece un sospiro lungo. - -— Poveraccio! — esclamò, — e dire che con quel cuore ha perduta la lite! - -— L'ha proprio perduta? - -— Sono le tre.... si figuri se a quest'ora non l'ha perduta! — - -Egli scese le scale per raggiungere il Salvioni, io rientrai un po' -turbato. - -Ma Valente rideva così forte, e la signora Chiarina con tanta grazia, -che non mi fu possibile ospitare per cinque minuti quella inquietudine, -e la cacciai, dicendo dentro di me che il signor Bini andava matto per -le facezie, e non sempre le sapeva scegliere. Avrei però avuto caro di -sapere almeno se era quello il giorno della decisione della lite. - -— Allegri — dissi — questo non è che un acconto sulla gioia futura; -vedrete che il signor Giuseppe buon'anima ci manderà a dire di far le -nozze e che saremo tolti dagli impicci della lite. — - -Ma Valente non mi badava. - -— Quando si tratta la tua lite? — domandai allora. - -— Domani, credo.... ne ebbi l'avviso, ma no, si tratta oggi.... si è -trattata — a quest'ora forse tutto è finito. — - -E tornò a ridere, e tornai a farmi pensoso. - -Il signor Bini recò le più liete notizie della ragazza, che era una -bella bambina tutta occhi; del signor Salvioni, che era propriamente -onesto e disgraziato; del loro appetito fenomenale e della macchina da -cucire, che era di Elias Howe a doppio punto. - -Quante ciancie a tavola! Quante risate! Quanti bicchieri! Solo sotto le -mie ciancie rimaneva un sottinteso, e le mie risate avevano i sordini, -e nei bicchieri che mi vuotavano in corpo il buon umore rimaneva la -feccia d'un pensiero importuno. Ma tutto questo in principio; alle -frutta, quando fui proprio saturo di buon umore, risi anch'io a gola -spiegata, sprigionai anch'io tutti gli spiritelli che avevo sulla -lingua. - -Uno ne buttai in faccia al signor Bini — uno capace di farlo sparire -sotto la mensa. - -— Quel povero Salvioni, — dissi — com'era mortificato d'aver preso ad -imprestito un nome non suo! Che anima candida deve avere! Ha fatto lo -scrivano d'un avvocato senza farsi una macchia d'inchiostro! — - -Naturalmente guardavo il signor Bini, e il signor Bini guardava me, e -rideva e rideva. Invidiabile faccia tosta! - -Fu proprio in mezzo al cozzo degli ultimi bicchieri che l'uscio si -aprì, ed io compresi dal modo d'aprirsi che lasciava passare una brutta -notizia. - -Entrò Marco, l'enorme Marco, a cui dopo il tramesso coi pisellini avevo -sempre dato del voi; entrò recando una lettera.,.. - -Valente l'aprì, la lesse, balbettò che era uno scherzo, rilesse — io mi -ero rizzato in piedi. - -— Andate pure, — consigliai a Marco, che rimaneva a fare il curioso. - -— Va pure — ripetè Valente; non è nulla — disse poi con voce serena — -è il mio avvocato, il quale mi scrive che abbiamo perduta la lite, che -andremo in Cassazione, che possiamo mettere innanzi quattordici cause -di nullità. — - -Non crediate che facesse la commedia, parlava come sentiva; e siccome -nessuno rispondeva, egli insistè: - -— Allegri! Non sono già rovinato per questo! Lavorerò. E per -incominciare, venderò la _Spuma del mare_! Non è vero, signor -Bini? — - -V'immaginerete che il signor Bini ridesse e si fregasse le mani; me -l'aspettavo anch'io, ma quell'uomo mi contraddiceva in tutto, non si -fregò le mani, non sorrise, appena appena disse: — verissimo! — e mutò -discorso. - -— Sta a vedere che si pente, — dissi più tardi ad Annetta. - -— Peggio per lui; la _Spuma del mare_ troverà compratori egualmente. - -— Hai osservato — soggiunsi — come rimase sereno l'amico Nebuli -all'annunzio della sua disgrazia.... E che ne hai argomentato? - -— Che non gl'importava di perderla.... - -— E sai perchè?... perchè la sua gioia era troppo grande; domani ci -ripenserà e ne avrà dolore.... E qual massima filosofica vien fuori da -tutto questo?... — - -Annetta mi guardava facendo un gesto discreto e scherzoso, che io -intesi benissimo. E soggiunsi niente affatto ferito dall'allusione: - -— Ne vien fuori questa massima, che se vi sono gioie che il denaro non -può dare, vi sono gioie che il denaro non può togliere. - -— Però ne può dare di belline — osservò Annetta, — l'hai visto il -Salvioni! - -Ed io che ero in vena, proseguii: - -— Appunto! E quale altra massima di filosofia pratica ne deriva? - -— Dilla, e poi smetti che ho sonno. - -— Ne deriva che il denaro non si deve confondere colla gioia e -colla felicità, ma bisogna stimarlo solo allora che dà la gioia e la -felicità, e farlo servire a questo unico fine. - -— Bravo, buona notte! — - - - - -XVII. - -La Venere se ne va. - - -La mattina seguente, quando dopo molte titubanze stavo per scendere -a far visita all'amico, fu egli, Valente Nebuli, che entrò in casa -mia. Aveva la fronte oscurata da un pensiero, che, senza affliggerlo -propriamente, pareva importunarlo. - -— La notizia la sai? — mi disse sfuggendo un istante alla stretta di -quell'importuno — sono rovinato. - -— So che hai perduta la lite.... stanotte ho sognato che era un brutto -scherzo del tuo avvocato.... e invece.... però.... — - -Non sapevo quello che mi dicessi, Valente uscì a ridere. - -— Sì, ho perduta la lite, e pare che mi toccherà restituire, tra -capitali, interessi e danni, un po' più di quello che posseggo; perchè, -come immagini, mio zio si era mangiato un po' del fatto suo, che non -era suo, ed io mi sono mangiato un po' del fatto mio, che non era mio; -è venuto stamane l'avvocato a spiegarmi bene la cosa. E sai qual è la -mia fortuna? (lo dice lui, io non l'avrei indovinata in cento) è che -abbiamo accettata l'eredità col _benefizio d'inventario_, altrimenti -dovrei ora, rimetterci del _mio_.... e mi troverei in un certo -imbarazzo.... come ti puoi immaginare. Ci è un solo guaio, che anch'io -ho speso, che la mia povera _Venere_ me la sono quasi mangiata — non vi -è rimedio. Quando vedi il signor Bini, mi farai piacere dicendogli che -il quadro è a sua disposizione, se lo vuole ancora.... intanto domani -lo manderò a prendere.... - -— Perchè? - -— Per farne una copia, ma questo non glielo stare a dire. - -— È capace d'indovinarlo. — - -Valente si strinse nelle spalle, serrò le mie mani nelle sue, sorrise, -e per poco non mi disse: — come sono felice! - -— Sei di buon umore stamane.... — osservai. - -— Sì, proprio, tanto. Ho ricevuto una buona notizia. - -— Quale? — - -Cambiò discorso per non dirmela, ma più tardi la seppi da mia moglie, -che l'aveva saputa dalla signora Chiarina: la polizia era sulle tracce -del signor Salvioni.... morto; lo aveva accompagnato fino al momento, -in cui da Napoli partiva per il Cairo, dove allora infieriva il -colera.... - -Qui anch'io, come l'amico Nebuli, avrei messo una reticenza lunga; -ma mia moglie, niente scrupolosa, soggiungeva: — Per poco che il -colera sappia il fatto suo, il primo che si è portato via è il vostro -Salvioni! - -— E che conti di fare, ora che sei.... che non sei più.... che sei.... -_così_? — diss'io a Valente. - -— Ho già fatto! — mi rispose, — ho già fatto dieci castelli in aria; -prima di tutto vado in Cassazione, per guadagnare tempo; poi in -campagna a vivere di pace e di lavoro. Farò scendere dalle nuvole tutti -i quadri, a cui ho dato una cornice di stelle, imbratterò parecchi -chilometri di tela, ed in pochi anni mi sarò rifatto ricco colle mie -mani! - -— E ti senti capace di tutto questo? - -— Di che non mi sento capace, ora che l'avvenire ricomincia ad esser -mio? Con quei procuratori ai fianchi, con quegli uscieri alle calcagna, -mi pareva d'averla _ipotecata_ la mia porzione di futuro. Ora sono -povero, ma sono libero, e se mi rimane Chiarina!... — - -Così parlò quello sventato, quel sonnambulo, quel delirante; io lo -guardavo a bocca aperta, felice in fondo che egli pigliasse la cosa -a quel modo, ma disgustato di vedere una testa piena di ingegno, così -vuota di criterio. Il torto lo diedi alla Natura, la quale incomincia -gli uomini bene, ma non li sa mai finire; al disgraziato Valente diedi -invece centomila ragioni, non gli potendo dare qualche cosa che valesse -meglio. - -Qualcuno mi chiede se non mi venisse il sospetto che egli, non io, -fosse il vero filosofo; quel sospetto mi venne, ma non resse alla -riflessione e se ne andò; per me era chiaro che Valente, se pure -operava da filosofo, non ne aveva coscienza e non metteva ordine nelle -sue azioni, nè sistema nei suoi ragionamenti. Non dico che la filosofia -sia unicamente sistema (come vogliono certuni); filosofi profondi -alla mattina, i quali diventano infelici a colazione, se la bistecca è -troppo cotta, infelicissimi alla sera se perdono qualche quattrino alla -tombola, ne conosco anch'io; ma perchè ho il buon senso di non proporli -come modelli all'amico Nebuli (il quale non mi darebbe retta), non dirò -già che filosofo e capo scarico sono sinonimi. - -Del resto, sì, Valente aveva in fondo qualche ragione di non -affliggersi, oltre questa interamente stoica che tanto tanto -affliggendosi non ci avrebbe guadagnato nulla: aveva il suo pennello, -la sua fama, la sua donna più che mezza, ed il suo avvenire intero; -ai bisogni del momento dovevano provvedere la _Spuma del mare_ e -l'avvocato colla Cassazione, colle liquidazioni, colle opposizioni, col -Dio sa che diavolo. - -E con tutto ciò, quando il signor Bini fu stato tre giorni senza farsi -vivo e ci cominciò a venire il sospetto che, dopo aver rifiutato i -dollari degli Americani, la famosa _Spuma_ si dovesse accontentare -delle lirette italiane, mi parve (non ne sono sicuro) che un po' -dell'inalterabilità di Valente se ne fosse andata. Pur si mostrò -disinvolto, ritirò dalla Mostra il suo capolavoro e si accinse a farne -la copia. - -Da 24 ore la _Spuma del mare_ era rientrata nello studio paterno, -quando giunse da me il signor Bini. - -— Che ne è stato della _Spuma_? — disse. - -— L'ha ritirata Valente, — risposi sorridendo. - -— Lo so... - -— Volevo ben dire! - -— Lo so, ma che ne vuol fare? - -— Venderla. - -— Ci è chi la compera? - -— Glielo vada a chiedere. - -— Andiamoci. — - -Scendemmo; l'amico si era appunto messo dinanzi ad una tela delle -medesime dimensioni dell'altra, e tracciava le prime linee del disegno. - -— Eccellente idea! — disse il signor Bini — lei vuol fare una -dozzina di _Veneri_ per mandarne una in America, una in Russia, una -in Germania, eccetera. I compratori non mancheranno; chi ha preso -l'originale si contenta? - -— Nessuno l'ha preso ancora, — rispose Valente con nobiltà. - -E allora io, mettendo muso duro, entrai a dire: - -— L'amico Nebuli non ha voluto farle torto... - -— To', — disse il furbone, colla sua flemma, — è vero, io volevo -comprare il quadro, mi piaceva la _Venere_... superba _Venere_... mi -piace ancora... ebbene sì, la compero;... ma allora è inutile, sa? che -faccia la fatica di copiarla; preferisco pagarla qualche cosuccia di -più e sapere che di Veneri come la mia non ce n'è alcuna al mondo... Un -artista come lei, signor Valente, spenderà sempre meglio il suo tempo -creando un miracolo nuovo, ed io pure spenderò meglio il mio denaro... -E quanto domanda della _Spuma del mare_? — - -Ed io mi affrettai a chiedere: - -— Quanto ti aveva offerto quell'Americano? - -— Ventimila lire; — balbettò Valente. - -— Dunque? — dissi, rivolgendomi al signor Bini. - -Mi pareva che il mio accento, il mio sguardo, aiutati dalla sua -memoria, dovessero dirgli chiaro: «dunque, faccia il conto; lei ha -offerto il doppio;...» ma lo smemorato fu anche cieco e sordo; non -vide, non intese, non ricordò nulla: — negozio conchiuso, — disse — per -ventimila lire il quadro è mio; lei lo faccia accomodare entro la sua -cassa; io manderò a prenderlo oggi stesso. — - -Tre ore dopo il signor Bini venne, accompagnato da due uomini, i quali -si caricarono sulle spalle la _Venere_. - -Noi, che ci eravamo messi alla finestra, la vedemmo passare un'ultima -volta... Dove andava? Il vecchio non ce l'aveva detto; ed io balbettai -sottovoce: — buon viaggio! — - -Quando Valente non vide più i tre uomini, che avevano svoltata la -cantonata, chiuse le vetrate e guardò il fascio di biglietti di banca -che il vecchio gli aveva messo fra le mani. - -Non disse parola e tornò nello studio. Io ammiccai dell'occhio; -Chiarina ed Annetta mi compresero; lo lasciammo solo. - - - - -XVIII. - -Cose strane. - - -— Ma sai che è una combinazione strana! — disse Annetta per la -ventesima volta. - -— La ti par proprio una combinazione strana? — diss'io. - -— Non ti capisco.... - -— Non mi puoi capire, perchè non hai fatto tutti i pensieri che ho -fatto io sul caso e sulla combinazione. Vediamo. Ti giungono insieme -due lettere, una delle quali (in ritardo) ti dice che una cosa da te -desideratissima non si può fare, perchè si è presentato un ostacolo -insuperabile, l'altra ti annunzia che l'ostacolo è scomparso e che la -cosa si farà. Tu leggi la lettera sconfortante, leggi poi la seconda; -senza volerlo, la gioia che ti ha dato questa ultima, dopo lo sconforto -della prima, la metti in conto della combinazione, ed esclami: oh! la -strana coincidenza! Ma se tu leggevi prima la lettera che ti annunziava -tolto l'ostacolo, è molto se badavi alla combinazione del ritardo della -seconda lettera e della coincidenza di entrambe: e pure nulla è mutato, -fuorchè il tuo modo di sentire. — - -Quando io infilo qualche androne filosofico un po' buio e m'ingegno di -tirarmi dietro mia moglie, rischiarandole i passi, essa mi accompagna -tra sbigottita e ridente, e qualche volta, come questa, mi domanda: - -— Dove si va a finire? - -— Or eccoti un altro aspetto della stessa cosa, — diss'io. — Bada -di notte ai fanali d'una via dritta e lunga; sono distanti l'uno -dall'altro cento buoni passi; ma se tu ti allontani e ti volti, li -vedi ravvicinarsi e coincidere. Lo stesso accade nella storia, che è -la notte dei tempi, dove gli avvenimenti memorandi sono i fanali d'una -via diritta e buia, e pare che si tocchino per ragioni di prospettiva, -ma non si toccano punto; e forse la storia è da rileggere con questo -criterio, e forse tutte le superstizioni non hanno altra origine.... e -forse.... - -— Insomma, — mi chiese Annetta, — ti pare o non ti pare una -combinazione strana? — - -Giudicatene voi; ecco la lettera che avevo ricevuto quella mattina: - - «Caro parente, - - «Senza che lo sappiate, vi sono parente; perciò senza conoscervi - mi siete caro. - - «La nostra parentela è un po' lontana, ed ho stentato a trovarne - il filo; ma siccome non ho altri parenti al mondo che voi, e mi - premeva di non perdervi, vi ho trovato. - - «Io sono un po' ricco ed un po' vecchio; se morissi senza far - testamento, è probabile che lo Stato vanterebbe diritti di - parentela più prossimi dei vostri per non lasciarvi un quattrino - del fatto mio. - - «Ma prenderò le mie cautele; intanto siccome voi non siete - ricco, comincio a darvi un acconto, perchè non ho nissuna fretta - d'andarmene, spero di fare i miei comodi e mi preme che possiate - aspettare pazientemente. Non vi offendete di questo linguaggio; - parla l'esperienza d'un vecchio, il quale sa come il denaro - guasti spesso i sentimenti più gentili e gli animi migliori. - - «Ho una lite pendente, sarà sciolta domani, e vinta da me; queste - monete che mi costano tanti anni di dispetti, di puntigli, di - amarezze, non le voglio prendere colle mie mani; abbiatele voi; - così io vendico la mia dignità d'uomo, offesa dal puntiglio - meschino. - - «Il mio avversario d'oggi vi è noto: è il signor Valente Nebuli, - pittore, il quale si troverà nelle strette del bisogno, quando - abbia perduta la lite. - - «Il caso mi serve in tutto; voi gli siete amico, e non dubito che - gli renderete quanto meno penosa è possibile la restituzione. Da - voi accetterà un indugio, da me lo sdegnerebbe. - - «Però un patto io pongo al mio dono: se la parte avversaria andrà - in Cassazione, se venisse cassato il giudizio, voi non verrete - a componimento mai e proseguirete la lite, in cui ho speso tanti - anni. - - «Io non vi conosco, ma il mio avvocato di Milano, che vi ha visto - e si è informato di voi, sa che siete un uomo ordinato ed onesto, - e che non farete offesa alla mia volontà. - - «Alla vigilia del gran giorno, che deve darmi vinta la lunga ed - odiosa guerricciuola, mi sento debole; temo le strette d'una gran - gioia, e fuggo. — Facendo donazione a voi, mi pare di mettermi - fuori di causa; ma per rassicurarmi interamente me ne vado, starò - assente una settimana. - - «Il notaio, impostando questa lettera quattro giorni dopo la - sentenza, vi avvertirà pure dell'atto pubblico di donazione che - ho fatto e sottoscritto oggi alla presenza dei testimonî.... - - «Accettate, caro parente, la prima prova del mio ultimo affetto. - - Lecco, 13 dicembre. - - «_Il vostro_ GIULIO PASQUALI.» - -— Ma sai che è proprio una strana combinazione! — esclamò Annetta per -la ventunesima volta. — - -E perchè io stava zitto, ella insistè: - -— Ma insomma parla, di' qualche cosa anche tu.... - -— Vuoi proprio che te la dica come la penso?... Non mi pare una -combinazione, mi pare uno scherzo. - -— Uno scherzo di chi?... - -— Non lo so; ma non vedi tu stessa come è inverisimile tutta questa -storiella? Il signor Pasquali non ha parenti più prossimi di me, ed -io non so nemmeno chi sia il signor Pasquali — egli dice meschini -i puntigli che l'hanno fatto litigare molti anni, ma pretende ch'io -continui a litigare in nome suo; ha paura che lo pigli un accidente per -la gioia d'aver vinta la lite, ed è sicuro di vincerla e rinunzia ai -benefizî;... cara mia, tutto ciò è troppo inverisimile, dunque non è -vero. — - -Ma quando due ore dopo mi giunse la lettera del notaio di Lecco, -il quale, avvertendomi dell'atto pubblico, m'invitava a fare -l'accettazione, allora senza dir nulla ad Annetta, mi andai a chiudere -nel mio studiolo per pensare con metodo. - -Questo era il quesito: - -«Posto che la donazione è vera, indagare fino a che punto è verisimile.» - -Mi passavano cento embrioni di idee nel cervello, ma un'idea intera non -m'era venuta ancora. - -Quando uscii dallo studiolo, mi era venuta. - -Sapete che aveva fatto la mia Annetta? Era corsa dabbasso a dir tutto -alla sua Chiarina. - -— Ah! — esclamai — lo dirà a Valente! - -— Mi ha promesso di non dir nulla; e poi bisogna pur che lo sappia un -giorno o l'altro, se la cosa è vera; se invece è uno scherzo, che male -ci è? - -— Non è uno scherzo, — dissi. - -— Sì? Ma allora siamo proprio ricchi! - -— Sì, purchè ci adattiamo a spogliare la tua Chiarina e -Valente!... — - -Credevo d'aver gettato una doccia sul suo entusiasmo, ma ella soggiunse: - -— Non gli spoglieremo, faremo a metà; l'ho già detto a Chiarina, ed è -tanto contenta, tanto contenta.... - -— To', e tu disponi così senza dirmi nulla?... — dissi facendo il serio. - -— Sei tu che disponi, sono sicuro che questa idea è venuta anche a te. -Non vorresti già farti ricco colla miseria dei nostri migliori amici; -dunque, meglio che rinunciare alla donazione per restar poveri tutti, -tu accetti e fai due parti giuste.... - -— E credi che l'amico Nebuli sarà contento di spartire con me?... - -— Vorrei vedere, non è lui che spartisce, siamo noi; e non si può -pretendere di più, mi pare; se fossimo milionari, via.... ma poveri -come siamo anche noi.... ci vorrebbe una bella faccia tosta a volere -che ci spogliassimo per lui. - -— Egli non pretenderà nulla, ma non vorrà niente da noi.... - -— E che farà colla sua superbia? - -— Andrà in Cassazione. - -— Ci vada, ci andremo anche noi; sarà peggio per lui; la lite non la -vincerà egualmente.... - -— Perchè? - -— Perchè se i tribunali questa volta hanno detto che il vecchio Corvi -era imbecillito, è segno che lo era proprio. - -— A te non pareva imbecillito per altro. - -— E nemmeno a te.... Ma l'hai conosciuto tu? L'ho conosciuto io? Che ne -sappiamo noi? Si diceva per dire.... — - -A questo punto non mi trattenni più, le chiusi la bocca con un bacio, -poi le dissi dolcemente: — taci, taci. — - -Ella mi guardò sbigottita, comprese: - -— Diventavo cattiva — disse — non è vero? - -Entrò in quella l'amico Nebuli; al primo vederlo indovinai che egli -sapeva tutto. Mi venne incontro e si sforzò di sorridermi, ma fui io a -prendergli la mano che egli non mi dava. - -— Che cosa dunque è accaduto di curioso? — mi disse. - -— Ah! — risposi — gran cose! — leggi. - -Lesse egli le due lettere del signor Pasquali e del notaio; e disse: - -— Che combinazione strana! tu l'unico parente?... Che strana -combinazione!... - -— Non mi dici altro? - -— Ah!... sono contento, proprio contento.... - -— Vuoi essere sincero? — dissi io mestamente — non sei contento.... - -— Perchè?... Che ci perdo io? Non è forse meglio che la mia disgrazia -giovi ad un amico? - -— Sì, è meglio, lo sai benissimo che è meglio; ma confessa che hai -avuto un po' di dispetto a questa notizia, e ci è stato un momento, -in cui l'istinto ti diceva che la peggior disgrazia che ti potesse -capitare era questa di veder le tue spoglie indosso all'amico del -cuore, e confessa che tu a quell'istinto cattivo non hai tappato la -bocca subito.... - -— Ebbene, sì, è vero; ma ora è passato.... ti giuro che sono contento e -me lo devi credere. - -Ci stringemmo la mano forte. - -— Dunque posso accettare la donazione? — chiesi ridendo. - -— Accetta, capperi! Ma ti avverto che andremo in Cassazione, che -abbiamo quattordici cause di nullità — non te ne avrai a male? - -— Ti pare? nemmeno per sogno! ma in Cassazione non ci andrai, così la -lite sarà finita ed il mio caro parente non troverà nulla a ridire che -noi facciamo due parti di tutto; la mia porzione me la darai con tuo -comodo, un po' per volta, quando avrai venduto una dozzina di quadri; -lavoreremo entrambi e non imiteremo quei due buoni amici di tuo zio e -del mio caro parente.... — - -Valente stava serio. - -— Che ne dici? — insistei. - -— Non posso; la tua generosità è degna della nostra amicizia, ma io non -posso accettare nulla da te. - -— Già — dissi — da me no, dai tribunali sì; dillo chiaro che la mia -generosità ti offende, che ti faccio l'elemosina.... - -— Senza amarezza — disse lui — non è forse vero? - -— No, che non è vero! — esclamai — i tribunali hanno dato oggi -ragione a me, ma ieri l'avevano data a te.... Siamo pari; se tu vai -in Cassazione ed hai quattordici cause di nullità, si torna da capo: -puoi perdere tu, posso perdere io: intanto gli avvocati ci mangiano -le rendite e ci rosicano il capitale, e il puntiglio ci addenta -l'amicizia. Fammi il piacere: scrivi al tuo avvocato che in Cassazione -non ci vai, io cercherò il mio per accettare la donazione. — - -Ero stato eloquente; l'amico mi si buttò al collo, e mi diede un bacio -sonoro. Annetta non stava in sè dalla gioia. - -— Il _tuo avvocato_ lo conosci? — mi chiese Valente sorridendo. - -— No, è lui che conosce me, almeno così dice la lettera del _mio -parente_, ma io non l'ho mai veduto.... - -— Mi viene un'idea! — esclamò Annetta. - -— Sbagli, — la interruppi leggendogliela negli occhi. - -— Il signor Bini.... — insistè mia moglie. - -— Sbagli, — ripetei; — ti assicuro che sbagli. — - -E diedi in uno scoppio di risa. - -— Il signor Bini verrà oggi, — soggiunsi, — lo chiederai a lui stesso, -vedrai che sbagli.... - -— Come sai che verrà oggi? - -— È una mia idea fissa, sono sicuro che verrà. — - - - - -XIX. - -Guardo sotto la maschera. - - -Infatti il signor Bini venne a farci visita, perchè da un pezzo non ci -vedeva, perchè probabilmente doveva lasciar Milano, ed anche perchè non -aveva voluto passar dinanzi a casa nostra senza salir le scale.... - -Non mancavano i _perchè_, come vedete! - -A me, che lo guardavo curiosamente, pareva di non averlo visto mai più -compassato; si era cancellato il suo risolino malizioso, si era spento -lo scintillío de' suoi occhi penetranti. - -Eravamo soli; nessuno ci poteva tradire, e provai anch'io a fare il -commediante, sedendogli di rimpetto, stando impettito quanto lui, e -costringendolo a strapparmi le parole ad una ad una come monete d'oro. -In quel gioco il vecchio si impazientì prima di me; vedendo che non -trovava il verso di farmi uscire dalla mia trincea nel campo aperto -delle chiacchiere, dove egli si sapeva il più forte, vedendo che se lui -taceva, tacevo io pure contro le regole della buona conversazione, che -le sue domande di quattro parole ottenevano risposte d'una parola sola, -vedendo tutto ciò, si decise finalmente a dirmi: - -— Caro signor Ferdinando, io ho l'occhio buono, e vedo che lei ha -qualche inquietudine che mi nasconde; non è capitato nulla di male? - -— Nulla.... — dissi trionfante, — al contrario, legga. — - -E di botto, senza altro, gli consegnai le due lettere. - -Le prese egli e le lesse con ordine, guardando prima l'indirizzo di -ciascuna; io non gli staccavo gli occhi di dosso, ed egli leggeva -sempre, muovendo le labbra, accomodandosi meglio in faccia alla luce, -quando trovava qualche intoppo.... - -— Che cosa le pare? - -— È singolare. - -— Già, è singolare. — - -Un istante dopo il signor Bini incominciò le interrogazioni. - -«Avevo risposto? Non avevo risposto? Che volevo fare? Valente -sapeva?...» - -— È una cosa delicata, — osservò poi. - -— Sì, molto delicata.... - -— E pericolosa. - -— Niente affatto, l'amicizia vera non corre alcun rischio per una -miserabile questione d'interesse... - -— Però se ci entra il puntiglio.... - -— Non lo lasceremo entrare.... ci è stato un momento, in cui.... - -— Ah! ci è stato un momento in cui?... - -— Un momento solo; Valente ed io siamo ora d'accordo. — - -E allora gli dissi tutto; per la prima volta dacchè conoscevo -quell'uomo, lo vidi commosso; egli si rizzò, mi strinse la mano e mi -disse: _bravo!_ - -Lo accompagnai fin sul pianerottolo e già stavo per chiudere l'uscio, -quando, fingendo d'essermi dimenticato di qualche cosa, lo riaprii e -dissi semplicemente: - -— Signor Pasquali! — - -Il vecchio, che aveva sceso alcuni gradini, si volse di botto, mi vide -e rimase un istante a bocca aperta a contemplarmi. - -— Signor Pasquali — ripetei colla massima naturalezza. - -Allora l'apocrifo signor Bini risalì, pigliò le mie mani nelle sue, mi -guardò negli occhi e finalmente diede il segnale — e rise, e risi — un -bel duetto! - -Per un pezzo non potemmo smettere; la nostra risata passò per tutti i -toni maggiori, fece le modulazioni più strane, proruppe negli accenti -più inusati — e sempre senza che sprigionassimo le nostre mani, anzi -stringendoci più forte come per comunicarci saldezza e coraggio. - -Quando finalmente a forza di far la prova ci riuscì di diventare serii -un po' più del naturale (come sempre accade), io dissi: - -— Signor Pasquali, capisco il suo inganno fino alla decisione della -lite; avrei fatto io altrettanto; spiego la continuazione del mistero -dopo la sentenza, perchè un uomo ordinato come lei, dopo aver avviata -una commediola, non poteva piantarla un paio di scene prima dello -scioglimento; ma sappia che oramai ha un pubblico, e non bisogna fargli -perdere la pazienza. — - -Così io dissi scherzando. - -— Valente sa? — mi chiese il signor Pasquali. - -— Non sa nulla. - -— Mi lasci il gusto della catastrofe; non gli dica nulla.... - -— Fino a quando? - -— Fino a domani sera. - -— Benissimo, fino a domani sera. - -Poi egli scese le scale ridendo, ed io ridendo finsi di tornarmene in -casa; ma cinque minuti dopo andai a trovar Valente. - -M'ero prefisso di non dirgli nulla e forse perciò appunto avevo bisogno -di vederlo, di sentirlo parlare, di assaporare la dolcezza del mio -segreto come un avaro. - -Mi parve che Marco nel ricevermi in anticamera avesse un aspetto meno -solenne del solito, il che avrebbe bastato a riempirmi di meraviglia; -ma pensate l'enormità del mio stupore quando egli, con un accento -bonario, di cui non lo credevo capace, mi trattenne per dirmi che aveva -qualche cosa a dirmi. - -— Che cosa? — chiesi io rizzandomi in tutta la mia lunghezza e dandogli -mentalmente dei voi. - -— L'altr'ieri il signore mi ha licenziato.... - -— Davvero? - -— Proprio.... e siccome ho trovato un padrone che ha fretta, vorrei -pregar lei di pregar lui, perchè mi lasci in libertà oggi stesso; non -farei una cosa simile, sa? se non si trattasse del mio stato.... perchè -veda, a perdere una buona casa si fa presto, se ci si mette il diavolo -in mezzo, ma trovarne una è difficile.... — - -E nel dire queste ultime parole aveva ripigliata la sua dignità -veramente esemplare; ma nondimeno gli risposi: - -— Parlerò del _vostro_ desiderio, vi posso promettere che sarete -lasciato in libertà anche subito. - -— Grazie — disse lui. - -Io entrai nello studiolo.... e che vidi? Una tela incominciata sopra -un cavalletto, un'altra addossata al muro, e la signora Chiarina tutta -impacciata, che si era messa dinanzi a quest'ultima con un vezzo pieno -di grazioso sgomento. Valente era di là. - -— Come sta? — diss'io. - -— Bene, e lei?.... e Annetta? — balbettò la vaga creatura facendosi -rossa. - -Ed io scherzando: - -— Che ha? Che cosa mi nasconde? Mi lasci veder quel quadro.... — - -Si fece più rossa ancora, se è possibile; all'ultimo disse allungando -il braccio e dandomi la sua manina come per far la pace, ma senza -muoversi: - -— Non se ne avrà a male?... mi perdonerà? Valente non ne ha colpa, -glielo assicuro io.... è stata una mia idea, lo so bene che lei non -aveva bisogno di questo.... - -— Che cosa?... Come?... Perchè?... - -— Mi prometta di ridere, — insistè la bella. - -Risi. - -— Non si offenderà proprio? - -— Ma di che? — - -Allora si scostò lentamente, chinando un pochino gli occhi a terra, ed -io vidi.... indovinate?... Il mio primo quadro che avevo mandato alla -Mostra, e che si era venduto miracolosamente dopo otto giorni. - -La straniera incognita era lei, era quella donnina pentita della sua -idea gentile come d'una colpa. - -Confesso che ne ebbi un briciolo di dispetto, un briciolo solo; poi -la gratitudine m'invase il cuore e non lasciò posto alle grettezze -della vanità, e quando mi sentii capace di ringraziar la signora -Chiarina sinceramente, soltanto allora il Russo usci dalle nebbie della -dimenticanza a consolarmi, e dietro a lui l'ignoto compratore delle -altre due tele. - -— Mi perdona? - -— La ringrazio — risposi — purchè non mi abbia fatto il tiro di -comperare anche la _Famiglia del Pescatore_.... Vediamo, non ha per -caso incaricato un Russo lungo come me, asciutto e magro, di trovar -bella la _rete_ e di lasciarvisi pigliare per ottocento lire? - -— No, no.... e poi — disse Chiarina, rinfrancandosi — il suo quadro mi -piaceva tanto, eravamo ricchi.... che male c'era? Glielo volevamo dire, -ma lei era così contento che il suo quadro fosse stato venduto ad una -straniera, che.... — - -È vero; io era stato così contento, che sarebbe stato un peccato -guastarmi quella gioia. Ne convenni di buon grado, e quando apparve -Valente, lo baciai sulle due guance per gratitudine. - -— Hai da farmi un piacere, — gli dissi poi — tu hai licenziato quel -buon diavolo di Marco.... - -— Sì, ed anche il cuoco, incomincio a far economia. - -— Ebbene, quel poveraccio di Marco si raccomanda a me, perchè tu lo -lasci libero oggi stesso; ha trovato un buon padrone.... e.... - -— Vada.... vada; — mi disse Valente ridendo fra sè e sè.... - -— Perchè ridi? - -Non mi rispose, ma appena fummo soli un istante, si guardò intorno e mi -disse con un risolino misterioso: - -— Il signor Bini ne fa una delle sue.... - -— Davvero? - -— Mi pose in mano una lettera, corsi coll'occhio alla sottoscrizione e -lessi: - - IL PADRE DI CHIARINA. - -Il testo del foglio diceva: - - «Sono solo al mondo, sono vecchio; il cielo mi manda una figlia - quando meno ci pensavo; sia benedetto il cielo! Venga domani alle - 5 in via Bigli nº 19, ho buone nuove da darle; conduca la moglie, - l'amico suo Ferdinando e la signora Annetta: faremo la pace.... - Ah! Che mia figlia non mi respinga!» - - Milano. 20 dicembre. - -— Già, non vi è dubbio, è lui! è un invito a desinare. - -— Che pace vuol fare? siamo mai stati in guerra? - -— È una metafora — risposi ridendo. Ci andrai? - -— Devi dire: ci andremo?... Credo di sì.... ha buone nuove da darmi!.... - -Compresi la sua speranza fallace, ma gliela lasciai pensando: non può -fargli male. - -— È curioso — dissi gettando ancora un'occhiata alla lettera..., — mi -pare di aver visto altra volta questi caratteri! - -— Anche tu! mi pareva.... sai?... ma poi ho pensato che il signor Bini -non mi ha mai scritto.... - -— Nemmeno a me.... pure, quei _g_ colla coda ad uncino io li ho già -incontrati in qualche luogo; con quegli _o_ che paiono fatti col -compasso, ci siamo visti altre volte di sicuro. - -Stetti un momento a pensare. - -— No! no, non ci ha mai scritto il signor Bini.... — e qui balenandomi -un'idea, finsi di cercare fra le carte del mio portafogli, e intanto -diedi un'occhiata alla missiva del signor Pasquali, che portava la data -di Lecco. Nessuna somiglianza. - -— No! no, non ci ha scritto mai.... — ripetei — e pure quei _g_.... -quegli _o_.... — - -Dieci volte in pochi minuti fui tentato di spifferare il segreto -del signor Bini; mi accontentai di sorridere, perchè l'amico Nebuli -chiedesse: che hai? — ed io gli potessi rispondere misteriosamente: -_nulla.... nulla_. - - - - -XX. - -Il signor Salvioni legge. - - -Recandoci il domani in via dei Bigli nº 19, si sapeva un po' tutti di -andare ad una specie di teatro, per ridere un po'; ma io solo credevo -di conoscere appuntino il programma dello spettacolo: «il signor Bini -ha trovato una figlia fabbricata a Parigi e non la vuol restituire...., -tanto più che nessuno si presenta per reclamarla. Quando tutto è in -regola il signor Bini si sdoppia, sfodera il suo _alter ego_, il signor -Pasquali; costui per far la pace col suo avversario nella lite, gli dà -in moglie _la figlia del signor Bini_.» - -Ma il vecchio furbo incominciò dallo sgominare le mie idee, mettendo -la _catastrofe_, cioè quella che io reputavo tale, propriamente fuori -dell'uscio; perchè tutti potemmo leggere sulla soglia a caratteri molto -visibili: _Pasquali_. - -— Come! — esclamò Valente, allora non è il signor Bini.... - -Parendo a me che la scritta sulla soglia mi desse licenza di dir tutto -quello che sapevo — risposi: - -— È il signor Bini, e non è il signor Bini; perchè, come tu dicevi -benissimo l'altro giorno, il signor Bini non è il signor Bini. Mi -spiego: il tuo avversario nella lite, il misterioso compratore della -tua _Venere_, il padre _putativo_ della signora Chiarina, sono tre -persone in una sola. Attenti — soggiunsi — vogliam ridere! — - -E mentre le nostre donne ridevano sul pianerottolo, il campanello rise -chiassosamente di là dall'uscio: poi l'uscio s'aprì, e comparve.... -indovinatelo che non è difficile, comparve Marco, il solennissimo -Marco, impassibile e dignitoso sotto la livrea nuova. - -Ci guardammo in faccia, e tornammo a ridere, sperando di farne venir -la voglia anche al servitore, il quale non si lasciò tentare, e -c'introdusse in una «vasta e ricca sala, splendidamente illuminata» -come nell'ultimo atto di una commedia allegra, in cui si fanno le -nozze. Nel mezzo d'una parete si vedeva la _Spuma del mare_ dell'amico -Nebuli, fiancheggiata da due mie creature, le ultime che avevano -lasciato la Mostra Permanente. Mi volsi con una gran paura d'incontrare -_la famiglia del pescatore_ nella parete opposta, e mi consolai non -trovandocela. Almeno il mio Russo non aveva fatto per ridere! - -Una verità dolorosa mi dicevano quelle due tele, ed è che vendere i -quadri di genere non è poi tanto più facile a Milano che a Torino, come -Annetta ed io ci eravamo messi in capo. - -Un istante dopo entrò il signor Pasquali. - -— Caro signor Bini, gli dissi.... - -— Signor Bini.... — ripetemmo tutti ridendo. - -— Pasquali Bini ai loro comandi; rispose egli senza turbarsi — si -accomodino; lei, figliola mia, segga in questa poltroncina a fianco -dei babbo.... Perchè hanno da sapere, — proseguì, — che ho trovato -una figlia.... eccola.... vuol venire nelle mie braccia, signora -Chiarina?... no? ci verrà più tardi... — - -Provammo ad interromperlo; non ci fu verso. - -— Mi lascino dire; devono anche sapere che io sono un po' testereccio, -voglio le cose a modo mio, e solitamente le cose non si fanno pregar -troppo. Ora voglio che la signora Chiarina sia mia figlia, che mi -chiami babbo, che mi dia del _tu_ e ogni mattina un bacio. - -— Ma lei non è mio padre! — osservò Chiarina. - -— E che ne sa lei? Era forse al mondo la signorina quando accadde la -cosa? Sappia che andrò all'ufficio dello Stato Civile, a dire che lei -è mia figlia, e tutti lo crederanno; se lo chiamano _Stato Civile_ è -perchè ci è della gente garbata, incapace di dare una smentita ad un -vecchio pieno di reumi e di rimorsi. Appena io l'abbia riconosciuta, -lei si chiamerà Chiarina Pasquali, vedova Salvioni.... - -— Vedova! — esclamò Valente. - -Ma il vecchio tirò dritto: - -— Si chiamerà Chiarina Pasquali, e per mettersi in regola colla legge -del sangue, incomincerà a volermi bene così (si toccava la prima -falange d'un dito), poi così (toccava la seconda), poi un po' più, -ed io ne avrò abbastanza; se col tempo mi vorrà adorare, mi lascerò -dare dei vizii, e per farle piacere procurerò di stare al mondo il -più possibile. No? tutto questo non le accomoda? e allora io me ne -andrò presto, lasciandola erede del fatto mio.... Quanto a lei, signor -Ferdinando, sa benissimo che siamo parenti. - -— Lontani! — interruppi. - -— Sì, lontani, ed è una fortuna per me ch'io non l'abbia perduto di -vista; dunque mi farà la cortesia d'accettare la donazione, e non se ne -parli altro.... — - -Valente, dopo d'aver pagato il suo tributo all'ilarità comune, -ridiventava pensoso. - -— Che pensa? - -— Penso che la sua è una burletta piena di grazia, ma che non posso -permettere.... - -— Lei non ha nè da permettere, nè da impedire; lo domandi al suo -avvocato; lei ha da star zitto; a suo tempo mi chiederà la mano di mia -figlia.... e vedremo. — - -Qui Valente fece un sospiro lungo, e la signora Chiarina abbassò il -capo sul petto. Allora il vecchio si rizzò in piedi ed accostandosi ad -un uscio, disse forte: - -— Signor Salvioni, venga pure. — - -A questo nome di Salvioni, Valente e Chiarina sollevarono la testa con -titubanza. Anch'io ebbi un sospetto orribile, e come in un baleno vidi -una commedia mostruosa e crudele; ma il signor Salvioni apparve, ed era -la persona più innocua dell'universo, era il signor Salvioni da burla, -era quello della piccina, della macchina da cucire, dell'appetito, -della lettera che ci aveva messo indosso il famoso sgomento.... - -Il signor Pasquali Bini ce lo presentò come suo segretario. - -— Indovino! — esclamò Valente. — È lui che ha scritto la letterina di -ieri!? - -— È lui, — aggiunsi, — che fa gli _o_ col compasso, ed i _g_ ad -uncino!?... Oh niente di male sa?... signor Salvioni, continui pure a -farli così.... - -— È lui; — rispose il vecchio, — e siccome fu lui a metterci in affanno -a causa del suo omonimo, eccolo qui a fare la penitenza. Legga, signor -Salvioni. — - -Quanto mutato il signor Salvioni! la contentezza gli aveva raso la -barba, aveva messo un po' d'ordine nei suoi capelli e un sorriso -discreto sulle sue labbra di segretario. - -Egli lesse ad alta voce una breve scrittura, un gioiellino di pensieri, -di forma, di lingua. Dalla prima frase Chiarina e Valente si buttarono -nelle braccia l'un dell'altro; all'ultima fu un amplesso generale; la -signora Chiarina ebbe i baci di Annetta, del vecchio ed i miei, cioè -il mio, uno solo. E rendo questa giustizia a mia moglie, che fu essa a -spingermi perchè facessi quel furto. - -Il signor Salvioni si era messo timidamente in un canto, e si -accontentava d'aggiungere un sorriso alla festa, non comprendendo forse -niente più di questo, che ci era stato al mondo un altro Salvioni, -il quale, due anni prima, al Cairo, aveva avuto la felicissima idea -d'andarsene. - -Or come il signor Pasquali si era potuto procurare la notizia preziosa? - -— Occupandomene sul serio, — rispose egli; — Valente Nebuli si diede -forse qualche briga nei primi giorni dopo la morte di Giorgione, ma -probabilmente si intiepidì poi; ci avrà avuto le sue ragioni.... Ho -speso, s'intende, un po' di danaro per procurarmi questo pezzo di -carta.... Non voglio offendere gl'impiegati dello Stato.... il cielo mi -guardi dal calunniare della brava gente magra ed onesta, ma sapete.... -il denaro, che guasta tante cose (ed io lo so a memoria), a saperlo -spendere ne accomoda tante altre... - -— E come ha fatto?... (Guardandomi intorno, vidi che il signor Salvioni -era scomparso, e allora ripigliai:) — e come ha fatto lei, che viveva -sul Lago di Lecco, ad avere un'idea così felice? - -— Come ho fatto? E lo so forse come ho fatto? Le idee mi sono -venute una alla volta. È una storia lunga.... se la volessi contare, -perderebbero la pazienza e l'appetito.... - -— Dica, dica.... — - -E allora egli disse: — è una storia breve, me ne sbrigo in quattro -parole — e parlò press'a poco così: - -«Ero solo, mi annoiavo; da molte settimane le gazzette, a cui sono -associato, non mi portavano nessuna notizia curiosa; l'avvocato mi -scriveva sempre lo stesso ritornello; a forza di sostenere che il -vecchio Corvi era imbecillito, mi pareva che le gazzette, il mondo, -l'avvocato ed io fossimo imbecilliti tutti senza saperlo, come -probabilmente è accaduto al Corvi buon'anima. - -«Vennero in buon'ora gli entusiasmi della _Spuma del mare_. Mattina, -sera, notte le gazzette mi parlavano di Valente Nebuli; l'autore della -_Spuma_ era per tutti un grand'artista, per il mio avvocato soltanto -continuava ad essere la _parte avversaria_. - -«Mi saltò un ghiribizzo, vedere il capolavoro; vistolo, volli -comprarlo, e quando mi fu detto che non era da vendere, volli conoscere -la _parte avversaria_, e come l'ebbi conosciuta, m'innamorai di sua -moglie. - -«Mi parve di sentirmi un po' di sangue giovane nelle vene; volevo -far questo, quello, quest'altro; che cosa non volevo io fare coi miei -quattrini per rimediare al male che mi avevano fatto? Ma non si _sta in -tribunale_ tanti anni, non si perde un amico, la salute e l'eguaglianza -d'umore per nulla; prima bisognava vincere la lite. Aspettai; intanto -le cose si complicavano; finchè sospettavate di me, me la godevo; -quando mi svelaste l'affanno vostro, mi affannai anch'io, finalmente -i tribunali sentenziarono. L'ultimo atto della commedia vi è noto; lo -scioglimento eccolo: Chiarina Pasquali, vedova Salvioni, ama il signor -Nebuli, pittore — e viceversa; il babbo acconsente, fa la dote; nozze.» - -Valente provò a ribellarsi; al solito, non voleva permettere, ma il -vecchio Pasquali lo fece ammutolire con queste parole: - -— Supponete che io sia morto — si apre il mio testamento, ereditate -voi altri; se per caso rifiutate, eredita lo Stato, il quale non si fa -scrupoli. Ora, invece d'un funerale, mettiamo un pranzo di nozze; lei, -signor Valente, piglia la dote, e mi lascia vivere ancora un po'.... Io -non ci vedo questo gran male.... — - -Entrò Marco; si tenne un istante nel vano d'un uscio, poi spalancò le -portiere. - -E allora il signor Pasquali, curvando la lunga persona, si prese -cavallerescamente a braccetto la signora Chiarina, che non sapeva -trattenersi dal ridere per la contentezza. Valente diè il braccio a mia -moglie, io venni in coda. - -A tavola ne seppi ancora una: la figlioletta del Salvioni era entrata -in un collegio, ben inteso portandovi l'amica sua, la macchina da -cucire. - -— Anzi, signor Ferdinando, la macchina è costata cento venti lire, — mi -disse il vecchio, — lei mi deve sessanta lire. Non se ne dimentichi; -glielo ricordi lei, signora Annetta, perchè suo marito è tanto -disordinato! — - - - - -XXI. - -Dopo il quale, lascio la penna per tornare ai miei pennelli. - - -Oggi v'è nell'aria qualche cosa d'insolito; dalla finestra aperta entra -l'alito di marzo, ad annunziare la primavera, e il nostro cuore si apre -come per ricevere la gioia. - -Stamane Annetta si è svegliata cantando, ed io colla smania di scrivere -l'ultimo capitolo della nostra storiella. Ho fatto bene o male a -scriverla? Mi conforto pensando che scriverla era pur necessario; -perchè quando la sorte fa un romanzetto curioso ed allegro, a cui vi -pare che non manchi più nulla, io dico che una cosa ancora manca, ed è -qualcuno, il quale bene o male lo metta in carta. - -Questo è nell'ordine delle cose, ed io dacchè il signor Pasquali è -lontano, torno a credere di non essere poi quell'uomo disordinato che -egli dice. - -Il signor Pasquali è a Parigi da quasi due mesi e mezzo, e sono con -lui Chiarina e Valente. Partirono il domani medesimo della scenetta in -via dei Bigli numero 19, perchè il signor Pasquali fece notare che le -cose allegre non si fanno mai troppo in fretta, e Chiarina e Valente -trovarono che era quella una massima piena di giudizio. - -Annetta si provò a dire che non bisogna mai esagerare nemmeno le -massime piene di giudizio, ma infine, pensando che partire tanto tanto -dovevano, si fece forza e disse anch'essa alla sua Chiarina: — parti -domani, e scrivimi, e torna presto! — - -Partirono il giorno 22 dicembre; il 23 ricevemmo la prima lettera di -Chiarina, da Torino: eccola: - - «_Carissima Annetta_, - - «Sono poche ore che non ti vedo, e già mi pare d'aver tante - cose da dirti. Sentine una che mi era uscita di mente; fra due - giorni è Natale, il piccolo Giovanni Battista verrà a farmi - vedere che conosce tutte le lettere dell'alfabeto, per aver lo - scudo d'argento e la veste nuova. Che cosa dirà non trovandomi? - Non bisogna che egli pensi male di me; e perciò ti prego di far - tu le mie veci. Non potendo esserti vicina in quel giorno, io - sarò felice di vedervi col pensiero, te e tuo marito, nell'atto - di esaminare il mio piccolo amico. Badate di non fargli troppa - paura, perchè Giovanni Battista non è un eroe. Mancano pochi - minuti alla partenza, il signor Bini mi dice che ho appena il - tempo di mettere qui un bacio per l'amica mia carissima, ed una - stretta di mano per il signor Ferdinando. - - «CHIARINA. - - «_PS._ Se Giovanni Battista non conoscesse ancora bene tutte le - lettere, ti raccomando di chiudere un occhio.» - -Alla vigilia del Natale ebbi io l'incarico di acquistare i calzoncini -ed il giubbetto di grosso panno bigio, e di provvedere uno scudo -d'argento nuovo di zecca, che luccicasse come una stella. - -Avevamo avvertito il portinaio, perchè mandasse Giovanni Battista da -noi, ed al mattino, appena desta, Annetta mi disse: - -— Chi sa se il piccino verrà? - -— Se non venisse! — risposi. - -Se non fosse venuto, mi avrebbe fatto dispiacere; ma venne; anzi fu -premuroso, perchè mentre noi lo aspettavamo verso il mezzodì, alle nove -del mattino egli saliva la scala. Fu la fantesca ad avvertirci che -ci era una bella cosa da vedere; Annetta ed io andammo a metterci al -finestrino, che guarda nel pianerottolo, e vedemmo il piccolo Giovanni -Battista, il quale faceva salti poderosi per afferrare il cordone del -campanello, senza riescirvi. - -All'ultimo gli venne aperto, entrò. Mi parve che una nuova luce gli -illuminasse la faccia, se non propriamente bianca, certo più chiara -della prima volta, ma non per la nuova luce della scienza o della -civiltà, come dissi per ischerzo ad Annetta, soltanto per questo, che -Giovanni Battista si era lavato il muso rispettando le orecchie ed il -collo. - -Rideva il poverino, volendo così vincere la tremarella; ma aveva un -bel fare, non era no un eroe — tutt'altro, — e bastò la vista d'un -_B_ maiuscolo (che doveva essere un suo implacabile nemico) a farlo -timoroso d'aver perduto tutto l'alfabeto. - -— Vediamo, — dissi, — non è difficile: che lettera è? Perchè non me lo -vuoi dire? - -— _Erre_ — balbettò. - -— No.... — disse Annetta. - -— E quest'altra? — interruppi, facendo un cenno a mia moglie — guardala -bene. — - -Giovanni Battista non istette in forse un attimo; non ci era di che, un -_V_! figuratevi! Quando ebbe lette tutte le lettere, allora io corressi -dolcemente il suo primo errore, gli feci notare la profonda differenza -che passa tra il _B_ maiuscolo e l'_R_ maiuscolo, e gli diedi norme -sicure, facili ed indimenticabili per non trovarsi mai più esposto a -simili equivoci. - -Ah! se la signora Chiarina mi avesse inteso, e se avesse visto la gioia -sulla faccetta bigia di Giovanni Battista, quando egli ebbe la bella -veste, lo scudo bello ed i panetti saporiti! - -Alla sera, nell'atto di scrivere fra le spese diarie il regalo fatto -al nostro piccolo erudito, fermai Annetta, che se ne andava, per -chiederle: - -— In tutto dunque la buona azione ci è costata? - -— 18 lire e 50 centesimi. - -— E quanto credi che valga? - -— 18 lire e cinquanta centesimi. - -— Verissimo! — diss'io; — ma queste 18 lire e 50 centesimi hanno -un valore enorme, hanno il valore di una gran gioia, d'una felicità -intera. E stammi attenta a quello che io faccio.... — - -Feci un richiamo accanto alle 18,50 così (1) e scrissi in margine: - -«(1) Il denaro vale la gioia che dà, il benefizio che reca; chi -disprezza il denaro è segno che non lo sa spendere; e chi crede di -stimarlo troppo, solo perchè n'è avaro o lo misura a centesimi, costui -invece lo disprezza.» - -— E per chi le scrivi queste belle cose? - -— Per i nostri figli che verranno; io voglio che essi trovino in questi -libriccini della spesa diaria un po' dell'anima del babbo che li amava -tanto. - -— I nostri figli! — mormorò Annetta sorridendo senza averne voglia. — -Io mi sono messa il cuore in pace. - -— Io no; siamo da tre anni soli marito e moglie. La signora Carolina -non ebbe forse una bella bimba dopo sette anni di nozze? E la tua amica -di Torino, Clotilde? E quell'altra?.. come si chiama? — - - -Un passero è venuto a posarsi sul davanzale, ha fatto un mezzo giro -a destra ed un mezzo giro a sinistra colla precisione d'un veterano, -poi, guardando dalla mia parte, mi ha detto una parola che ho capito -benissimo, e che sono tentato di scrivere: — _fine_. - -Ma non mi fido; potrei aver dimenticata qualche cosa.... - -Ah! non vi ho detto che uno stupore magnifico si prepara a Chiarina e -Valente. Nel loro quartiere se vi ricordate, vi erano alcuni errori da -correggere; dello studio bisognava farne un salotto, d'un salotto lo -studio, di due camere da letto una sola. Tutto ciò è fatto. - -E non vi ho detto che in una lettera di quindici giorni sono Valente -mi confidò d'essere preso da una smania insolita, quella di lavorare -molto. Ed io capisco perchè: perchè oramai il suo avvenire, cessando -d'essere indeterminato, non fa più la guerra al presente. - -E non vi ho detto che da otto giorni essi, cioè Chiarina _Pasquali_ e -Valente Nebuli, sono proprio marito e moglie, e che se la mia Annetta -viene ogni tanto in punta di piedi a mettermisi alle spalle, ed ha la -mantellina in dosso ed il cappello in testa, è perchè mancano quaranta -minuti all'arrivo del convoglio, e l'impazienza le fa calunniare il mio -orologio, un modesto orologio di Ginevra, ma piantato in regola sulle -sue otto pietre, ed incapacissimo di fare un passo più lungo o più -breve del necessario. - -Impaziente la mia parte sono anch'io, ma so che alla stazione ci -andremo in quindici minuti e che mi basterà infilare il pastrano per -essere pronto. - -E non vi ho detto, ma l'avete indovinato, chi è che arriverà colla -corsa delle undici e cinquantacinque. - -Arriverà il prezioso signor Pasquali; arriverà il mio migliore amico; -arriverà la donnina più adorabile dell'universo.... dopo mia moglie. - - -PS. _Nota di mia moglie:_ Ipocrita! - - - FINE. - - - - -INDICE - - - CAPITOLO PAG. - I. Qui cominciate a vedere che nel mondo si danno - combinazioni curiose 7 - II. L'amico Valente 23 - III. Qui tiro su una cortina e comincio a vedere - un mistero 31 - IV. Corvi contro Corvi 43 - V. Assisto ad un miracolo 49 - VI. La signora Chiarina mi dà l'idea del mio capolavoro 57 - VII. Faccio la conoscenza d'un incognito 71 - VIII. Quello che io dovevo sapere 83 - IX. In cui l'incognito comincia a tormentare la - mia curiosità 97 - X. Il signor Bini continua 105 - XI. Qui una signorina leggerà due volte senza - comprendere 113 - XII. Il signor Bini non è il signor Bini 123 - XIII. Mia moglie ne fa una grossa 127 - XIV. Il signor Salvioni scrive 139 - XV. Il Signor Salvioni viene 147 - XVI. Il signor Salvioni parla 159 - XVII. La Venere se ne va 171 - XVIII. Cose strane 179 - XIX. Guardo sotto la maschera 189 - XX. Il signor Salvioni legge 199 - XXI. Dopo il quale, lascio la penna per tornare ai - miei pennelli 209 - - - - -DELLO STESSO AUTORE: - - - _Capelli biondi_ L. 1 — - _Un tiranno ai bagni di mare_ » 1 — - _Il tesoro di Donnina_ » 3 — - _Amore bendato_ » 2 — - _Fante di picche — Una separazione di Letto e di Mensa — Un - uomo felice_ » 1 50 - _Il romanzo di un vedovo_ » 1 — - _Fiamma vagabonda_ » 1 — - _Due amori — Un segreto_ » 1 — - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Dalla spuma del mare, by Salvatore Farina - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DALLA SPUMA DEL MARE *** - -***** This file should be named 61849-0.txt or 61849-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/1/8/4/61849/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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