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-Project Gutenberg's Tizio Caio Sempronio, by Antonio Giulio Barrili
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-this ebook.
-
-
-
-Title: Tizio Caio Sempronio
- Storia mezzo romana
-
-Author: Antonio Giulio Barrili
-
-Release Date: April 15, 2020 [EBook #61841]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TIZIO CAIO SEMPRONIO ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
- TIZIO CAIO SEMPRONIO
-
-
- _STORIA MEZZO ROMANA_
-
-
- DI
-
- ANTON GIULIO BARRILI
-
-
- SECONDA EDIZIONE
- RIVEDUTA E CORRETTA
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1879.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
- Tip. Fratelli Treves.
-
-
-
-
-TIZIO CAIO SEMPRONIO
-
-
-
-
-CAPITOLO PRIMO.
-
-Entra in scena l'eroe.
-
-
-Lettori umanissimi, voi certamente non l'avete conosciuto, perchè egli
-fioriva un mezzo secolo prima dell'èra volgare, cioè a dire dopo il
-settecentesimo anno dalla fondazione di Roma.
-
-Chi? domanderete. Il protagonista del mio racconto, il chiarissimo
-Tizio Caio Sempronio, cittadino romano, dell'ordine dei cavalieri.
-Non lo confondete, per carità, coi cavalieri moderni, che sono di più
-ordini. A Roma i cavalieri formavano un ordine solo, ed erano, una
-delle tre spartizioni del popolo, fatte da Romolo, buon'anima sua. E
-quasi non occorre che io dica essere questi tre ordini, il patrizio,
-l'equestre e il plebeo; tutta brava gente che non vivevano molto in
-pace tra loro, ma che per un migliaio d'anni spadronarono utilmente su
-tutto il mondo conosciuto. La qual cosa mi conduce a pensare che gli
-storici abbiano un po' calunniato quel popolo, o per lo meno vedute le
-sue bizze domestiche con una lente d'ingrandimento.
-
-Ma non ci perdiamo in chiacchiere. Se vi piace, siamo all'anno 703 _ab
-urbe condita_, sotto i consoli Servio Sulpicio Rufo e Marco Claudio
-Marcello, egregie persone, di cui non so dirvi altro che il nome.
-Consoliamoci insieme, pensando che essi importano poco al nostro
-soggetto.
-
-Tizio Caio Sempronio era un gentil cavaliere, e bello, per giunta, come
-un dio di fabbrica ellèna. Si diceva che sua madre lo avesse concepito
-dopo essersi fortemente commossa alla veduta di una statua di Scopa.
-Aveva i capegli biondi e riccioluti, diritto il naso, breve il labbro
-superiore, il mento rotondo, l'orecchio piccolissimo; insomma, tutte
-le bellezze d'Apollo. E quando andava a diporto per la via Lata, o per
-la Flaminia, con le sue listerelle di porpora (_clavus angustus_) che
-scendevano parallele sul davanti della tunica, ed erano il contrassegno
-del suo ordine, gli facevano l'occhiolino le matrone, dal fondo delle
-loro lettighe, e gli uomini s'inchinavano, o si recavano la mano
-al cappello, secondo che andassero a capo scoperto, o portassero il
-pètaso.
-
-Gli uomini non lo onoravano già per la sua bellezza, s'intende; che
-anzi avrebbero dovuto invidiarlo e scoccargli un «_i in malam crucem_»
-dal profondo dell'anima. Queste delicatezze gli uomini ce le avevano in
-corpo fin da quell'ora; tanto è vero che la civiltà è antica e i suoi
-primordii si perdono nella notte caliginosa dei tempi.
-
-Tizio Caio Sempronio era un leggiadro cavaliere, l'ho detto; ma in
-compenso era anche ricco. Aveva grossi poderi a Tivoli e nell'agro
-Reatino, donde uscivano i suoi maggiori. Per altro, se il nostro
-cavaliere potea vantarsi Sabino d'origine, non lo si poteva riconoscer
-tale alla parsimonia proverbiale di quella gente. Tizio Caio Sempronio
-spendeva liberalmente tutte le sue entrate, e dell'altro ancora. Però
-andava per le bocche di tutti, e si faceva a gara per averlo amico.
-Uomini di vaglia, o giovani promettenti, come Cesare e Catilina,
-lo avevano in pregio; e perfino quel caro matto di Clodio, prima di
-far quella morte immatura, che tolse un altro salvatore a Roma e un
-grand'uomo alla storia, era stato in molta dimestichezza con lui.
-
-Mi affretto a soggiungere che Tizio Caio Sempronio non era uno dei loro
-in certi disegni politici. A cena, alle terme, sotto i portici, al
-teatro, sta bene, ma niente più in là. Il nostro bel cavaliere amava
-la Repubblica tal quale l'avevano lasciata i vecchi, e non sentiva
-il prepotente bisogno di rimutare le istituzioni. Era, pel suo tempo,
-quello che oggi si direbbe un conservatore.
-
-L'unica cosa che non avrebbe voluto conservare, erano le ipoteche;
-noiosissime ipoteche, le quali già incominciavano a fioccare sopra i
-suoi latifondi. Ma già, il tizzo non risplende senza ardere. Ed era
-così allegra la fiammata! Ed era così sontuosa la dimora del gentil
-cavaliere!
-
-Egli abitava sul Viminale, in un bell'edifizio a due piani, donde si
-godeva una vista incantevole. Il senator Rosa ha avuta la fortuna di
-trovare le _substructiones_ di questa casa tra i Bagni d'Agrippina
-e le Terme di Olimpiade, e di riconoscerne il possessore antico,
-da un sigillo di bronzo, rinvenuto nella cella vinaria. Io posso
-adunque, dietro la scorta del dotto archeologo, darvi un briciolo di
-descrizione, ricostruirvi con la fantasia l'abitazione di Tizio Caio
-Sempronio.
-
-Figuratevi un edificio diviso in due scompartimenti principali:
-l'_atrium_, o _cavaedium_, coi suoi annessi necessarii all'intorno,
-e il _peristilium_, con le sue pertinenze; l'uno all'altro riuniti da
-una stanza intermedia, il _tablinum_, e da due corridoi (_fauces_) che
-gli stavano ai lati. Avete inteso? Debbo immaginarmelo, chè in vero mi
-tornerebbe difficile di darvene una descrizione più chiara.
-
-E adesso che avete il complesso, il nocciolo della pianta, entriamo pel
-_prothyrum_, o vestibolo, androne di entrata dall'uscio di strada, nel
-cui pavimento a musaico è raffigurato un cane, un cinghiale, od altro
-animale grazioso e benigno, che dovrà farci buona accoglienza in nome
-del padrone di casa.
-
-Varcato il vestibolo, si riesce nell'atrio. È uno spazio chiuso,
-rettangolare, i cui lati sono coperti da una tettoia, la quale ha una
-larga apertura nel mezzo (_compluvium_) a cui corrisponde nel pavimento
-un bacino (_impluvium_) destinato a ricevere l'acqua piovana dalla
-soprastante apertura. La tettoia è sorretta da colonne, che formano
-per tal guisa un chiostro aperto, da ricordare, ma con assai più
-d'allegrezza per gli occhi, un chiostro di monastero.
-
-Lo vedete quest'atrio? No, non lo vedete ancora. Infatti, come potreste
-vederlo a tutta prima, se, al tempo di cui parlo, ce n'erano di tre
-specie?
-
-Primo fra tutti, c'era l'atrio toscano, il più semplice e il più
-antico, adottato a Roma per imitazione dagli Etruschi. Esso non aveva
-colonne. A reggere la tettoia che correva lungo le pareti delle stanze
-laterali, bastavano due lunghe travi, che andavano pel lungo da muro
-a muro, nelle quali se ne calettavano due altre più corte, in guisa da
-formare un'apertura quadrata nel centro.
-
-Ma questa forma d'atrio parve ben presto una povera cosa, e s'inventò
-l'atrio tetràstilo, ossia di quattro colonne, che rispondevano appunto
-ai quattro angoli dell'apertura.
-
-Da questa novità alla bellezza dell'atrio corinzio non c'è che un
-passo. L'apertura si allarga, le colonne crescono di numero e di
-magnificenza. L'arte greca ha vinto; nell'atrio sfolgoreggia la luce;
-la matrona può stare in casa, filar la sua lana e viver casta (_casta
-vixit, lanam fecit, domum servavit_), senza morir d'anemìa.
-
-Fermiamoci ora. Siamo in un atrio della terza maniera. Lungo le
-pareti delle logge laterali, tra gli usci delle camere, si rizzano sui
-loro piedistalli le statue dei maggiori, alcuni dei quali sono anche
-effigiati in cera, entro le loro nicchie, sull'architrave degli usci.
-Di fronte al vestibolo, dall'altro lato dell'atrio, è il tablino,
-archivio ad un tempo e sala di ricevimento. Infatti, nei primi tempi
-lo si adoperava a contenere le _tabulae_, gli archivi della famiglia;
-ma servì poi a ricevere i visitatori. Questa camera, che ha la parete
-di fondo formata da tramezzi di legno, o scene mobili, può diventare
-in estate un passaggio, come le _fauces_ che le corrono sui lati;
-un passaggio, vo' dire, dall'atrio al peristilio, che è la seconda
-divisione della casa. Vedete che magnificenza! Una persona che entri
-dal vestibolo, può guardare d'un tratto, e senza difficoltà, attraverso
-l'intiera lunghezza dell'edifizio, atrio, peristilio e giardino.
-
-Prima di uscire dall'atrio, diamo un'occhiata ad alcune altre
-particolarità. Delle statue e delle immagini degli antenati, vi ho
-detto quanto basta. In un certo punto della parete c'è il tabernacolo
-degli dei Lari. Erano questi gli spiriti guardiani, le anime degli
-estinti, che, giusta la credenza dei Romani, facevano ufficio di
-protettori, nell'interno della casa. Erano costantemente rappresentati
-come giovinetti succinti, inghirlandati di alloro, e in atto di tenere
-in alto sul capo un corno da bere. Sempre davanti a loro stava un'ara
-di marmo, il focolare, con una cavità sulla cima, per ardervi gli
-incensi quotidiani.
-
-Un'altra ara, più rilevata e più nobile, era qualche volta nel tablino,
-davanti a un tabernacolo in cui si adoravano gli dei Penati, o patroni
-della famiglia, che potevano essere Giove, Giunone, Minerva, Apollo,
-Nettuno, od altro qualsivoglia degli abitatori dell'Olimpo.
-
-Fatta questa necessaria distinzione tra Lari e Penati, entriamo nel
-peristilio. È la parte più familiare della casa; un colonnato, come
-nell'atrio corinzio; quattro corridoi all'intorno, e lungo i corridoi
-le camere per uso della famiglia. In mezzo al cortile è qualche volta
-il giardino, con tutti i fiori che piacciono alla matrona, se ama i
-fiori, o con tutte le piante utili alla cucina, se è una massaia, che
-bada anzi tutto al risparmio.
-
-Ma qui non ci sono massaie. Tizio Caio Sempronio è scapolo, e non ha
-da ringraziare per suo conto gli Dei alle calende di Marzo, quando
-tutta la Roma coniugale celebra la bontà di cuore delle spose Sabine.
-Lasciamo dunque il giardino co' suoi fiori. Esso darà le rose, di cui i
-servi di Tizio Caio Sempronio comporranno le ghirlande per gli ospiti,
-quando si sdraieranno nel triclinio, vasta sala da pranzo, che è per
-l'appunto lì presso, a poca distanza dalla cucina.
-
-Prima dì finirla con la descrizione della casa, vorrei parlarvi
-dal piano di sopra, diviso in piccole camere, anch'esse per uso
-d'abitazione. Non v'induca in errore il loro, nome di _coenacula_.
-Non ci si pranza più, fin dai tempi di Varrone, ed è rimasto un nome
-generico per le camere del piano superiore, ove dormono i servi e i
-ragazzi, come nelle camere a tetto di tante case signorili del tempo
-nostro.
-
-In casa del mio amico Tizio Caio Sempronio si dorme poco. C'è sempre
-corte bandita; colazione al mattino, o _jentaculum_; merenda, o pranzo,
-alle tre del pomeriggio, coi nomi latini di _prandium_ e di _merenda_
-(veramente il pranzo è pei ricchi, e la merenda pei lavoratori, forse
-perchè bisognava guadagnarsela); cena finalmente alla sera. Tutti
-questi nomi si sono rimutati nell'uso moderno, e il pranzo ha preso
-il posto della cena. Già, lo ha detto Vittor Ugo, _ceci tuera cela_.
-Ma io conosco ancora molti impenitenti pagani, che fanno merenda in
-casa, quando la famiglia prende il suo pasto più forte, e cenano, poi,
-quantunque all'osteria, molto più tardi, e in compagnia di allegri
-commensali.
-
-Le cene di Tizio Caio Sempronio avevano fama in città, come quelle di
-Lucio Licinio Lucullo. Figuratevi se gli mancavano i convitati, con
-la magnificenza gastronomica di cui facea pompa il suo cuoco, e la
-presenza delle più belle e colte fanciulle dell'Attica, o delle rive
-della Jonia. A quei tempi era di moda il greco, siccome ai dì nostri il
-francese.
-
-Oggi, sia lodato Iddio, il greco non si conosce più, neanche dai
-professori. La moglie d'un grecista famoso raccontava un giorno di
-non aver concessa la sua mano a quel degnissimo uomo, se non dopo
-la testimonianza di due oneste persone, le quali giurarono che egli
-insegnava bensì il greco, ma che non lo sapeva altrimenti.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-Il triclinio.
-
-
-Siamo alle calende d'Aprile. Il mese è sacro a Venere, e in questo
-giorno le donne romane vanno a lavarsi nei templi, o nei sacrari
-domestici, inghirlandate di fiori e di mirto. La ragione ve la dice
-Ovidio, nei Fasti. La dea madre d'Amore, uscita appena dall'onde,
-stava ritta sulla spiaggia asciugandosi i capegli al sole, allorquando
-s'avvide di essere adocchiata da uno stuolo di Satiri. E qui, o fosse
-perchè quei così le parevano indegni di contemplarla, o perchè ella non
-si era anche avvezza a simili adorazioni, Afrodite nascose prontamente
-le sue bellezze con un cespo di mortella, fatto nascere lì per lì sulla
-riva.
-
-Altre cerimonie si facevano in quel giorno, e tutte avevano l'acqua
-per ingrediente necessario. Verbigrazia, le fanciulle da marito
-andavano a lavarsi nel tempio della Fortuna virile, per cancellare
-ogni imperfezione dal corpo. Ma perchè tra le imperfezioni ci dovevano
-essere quelle che nessuna acqua varrebbe a spianare, io suppongo che
-il miracolo della Dea dovesse consistere piuttosto nell'acciecare gli
-uomini per modo, che non si avvedessero più di una spalla fuori posto,
-d'una pupilla sviata, o d'altro sconcio simigliante. Accadeva che la
-gobba, la sciancata, o la cisposa, trovasse marito? La Fortuna virile
-aveva fatta la grazia.
-
-Tizio Caio Sempronio non aveva nessuna di queste cerimonie da compiere,
-e nemmeno voleva sacrificare, come in quel giorno era l'uso, a Venere
-Verticordia, perchè facesse il miracolo di svolgere i cuori dagli
-illeciti affetti. Il giovinotto festeggiava alle calende d'Aprile il
-suo giorno natale. Era segnato tra i nefasti, nel calendario; ma che
-farci? Non si nasce mica quando si vuole. Ora, il miglior modo di
-passar l'uggia dei giorni nefasti, anche nella Roma antica, era quello
-di stare allegri quanto più si potesse.
-
-E quanto a ciò, non dubitate, il nostro cavaliere aveva disposte le
-cose per bene. La sua casa accoglieva quel giorno un giusto numero di
-amici. Erano i quattro più cari e le quattro più belle; otto insomma, e
-lui nove; non di più, perchè dovevano mettersi a tavola.
-
-Era un precetto antico che il numero dei commensali dovesse
-incominciare da quel delle Grazie, che erano tre, e non andare oltre
-quel delle Muse, che erano nove. In meno di tre, il banchetto riusciva
-malinconico; in più di nove turbolento.
-
-Quattro cose, poi, si reputavano necessarie ad un convito: belli
-i convitati, scelto il luogo, acconcio il tempo e non negletto
-l'apparecchio. I commensali, inoltre, non dovevano essere troppo
-loquaci, nè muti. Ai primi si conveniva il foro, ai secondi il letto.
-Quanto ai discorsi, non dovevano toccare argomenti difficili, nè gravi,
-bensì giocondi, che derivassero l'utilità dal diletto, e recassero
-qualche conforto allo spirito. Così la pensavano i nostri vecchi
-Romani, che non volevano a mensa le noie del tribunale, del senato, dei
-comizi, o del banco.
-
-Dopo tutto, come si sarebbe potuto parlare di queste cose punto
-piacevoli, alla mensa di Tizio Caio Sempronio, dove c'erano Lalage,
-Delia, Febe e Glicera? Lalage, una bellissima bruna, che, parlasse
-o ridesse, metteva in mostra due file di denti così leggiadri, da
-chiuder la bocca ad un esercito di causidici? Delia, una bionda, severa
-all'aspetto, come una statua di Fidia, ma con un paio di occhi, donde
-uscivano bagliori che vi rimescolavano il sangue nelle vene? Febe,
-bianca e soave come la Dea della notte? Glicera, dolce come il suo nome
-e piena lo sguardo di più dolci promesse?
-
-La sala del triclinio era spaziosa e ornata con greca magnificenza.
-Dorato il lacunare, i cui cassettoni apparivano colmi da canestri
-di fiori, in atto di spandersi sui convitati. Le pareti erano
-maestrevolmente dipinte, con quadrature, prospettive e lontananze, che
-illudevano gli occhi e facevano parere il luogo più vasto. In quella
-di mezzo si ammirava un affresco, rappresentante Amore e Psiche,
-mezzo sdraiati davanti ad una mensa sontuosamente imbandita. Certo,
-da quell'affresco doveva Apuleio aver cavato più tardi il soggetto del
-famoso episodio della sua favola milesia. Tizio Caio Sempronio chiamava
-quel dipinto: «Amore a tavola» e lo celebrava il primo tra tutti gli
-amori. Se avesse ragione non so, e non ho tempo a cercare.
-
-Figuratevi che ci ho ancora un mondo di cose da dirvi. Tutto intorno si
-vedevano arredi d'altissimo pregio; candelabri di bronzo, che imitavano
-lo stelo d'una pianta, e recavano in cima un dischetto, su cui era
-posata la lucerna; tripodi, su cui si ardeva l'incenso, od altro
-aroma di effluvio più grato alle nari; mense vasarie, su cui posavano
-boccali, brocche, anfore ed altri utensili necessarii al convito;
-da ultimo il repositorio, o portavivande, vistoso mobile di legno,
-incrostato di tartaruga e arricchito di fregi d'argento, scompartito in
-varii palchetti, l'uno sull'altro, destinati a sostenere i vassoi con
-le loro diverse portate.
-
-La mensa era nel mezzo, tutta in legno di cedro, levigata e rilucente,
-macchiata qua e là come una pelle di pantera, quadrata di forma, per
-adattarsi ai tre letti che le correvano intorno.
-
-I letti, sicuro; e appunto per questo la sala si chiamava triclinio,
-dai tre letti su cui si adagiavano i commensali, appoggiati sul gomito
-sinistro. Ogni letto aveva tre posti, coi loro cuscini e guanciali di
-piume, ed ogni posto aveva il suo nome, il sommo, l'inferiore e l'imo.
-La stessa denominazione serviva pei letti, da destra a sinistra del
-riguardante, salvo che il letto di mezzo non si chiamava inferiore,
-ma il medio. Di qui le divisioni gerarchiche dei posti, _summus,
-inferior, imus, in summo_, oppure _summus, inferior, imus, in medio_, e
-finalmente _summus, inferior, imus, in imo_. Quest'ultimo era proprio
-l'ultimo posto della mensa. Ma il primo non era mica il _summus in
-medio_, come porterebbe la nomenclatura accennata, bensì l'_imus in
-medio_, perchè il convitato più ragguardevole, stando nel letto di
-mezzo, che era il più nobile, restasse anche vicino al padrone di casa,
-che era sempre il _summus in imo_.
-
-Lettori, se io riesco oscuro, non è mia colpa. Vorrei invitarvi
-romanamente a cena, e chiarirvi meglio il negozio. Accettate la buona
-intenzione, vi prego.
-
-Tutto era all'ordine; i lumi accesi in giro sui candelabri e nella
-lampada di bronzo dorato, che pendeva dal lacunare. Il lettisterniatore
-aveva sprimacciato i letti a dovere e i commensali prendevano il luogo
-assegnato dal nomenclatore a ciascheduno di loro.
-
-Ottima usanza era questa, e mi sia lecito di aggiungere, a mo' di
-parentesi, che potrebbe svecchiarsi utilmente ai dì nostri, per
-risparmiare ai convitati la molestia di andar su e giù intorno alla
-mensa, cercando i loro nomi sulle cartoline ospitali, ed anche per dare
-ad ognuno la consolazione di conoscere i suoi compagni di tavola; cosa
-difficile oltremodo, con l'uso moderno, e dove i convitati sian molti.
-
-Gli uomini si erano sdraiati a mezzo sui letti; le donne stavano
-sedute. Così portava la costumanza romana; ma niente impediva che,
-ad una cert'ora del banchetto, il capo di Delia o di Lalage si
-arrovesciasse a destra o a manca, secondo il capriccio, e le rose della
-ghirlanda convivale si sfogliassero sulla sintesi del vicino.
-
-La sintesi, ho detto. E non crediate trattarsi qui di uno dei due
-procedimenti filosofici per cui la mente umana svolge e perfeziona le
-sue cognizioni. Si tratta della combinazione di una tunica discinta con
-maniche corte, e di un pallio che ricopriva la metà inferiore del corpo
-ai convitati. Questa combinazione si chiamava con greco vocabolo, la
-sintesi, od altrimenti la veste cenatoria.
-
-Notate che si prendeva il cibo più o meno delicatamente con le dita,
-e che la salsa poteva assai facilmente cadere sulla tunica. Donde
-la necessità d'indossare una veste _ad hoc_, la quale era fornita
-dall'ospite. Il convitato non recava di suo che il tovagliolo, nel
-quale, a cena finita, riponeva confetti, frutte, ed altri rilievi
-della mensa, che era permesso a tutti di portar via, come si usa anche
-adesso, nei pasti villerecci, dai convitati indiscreti.
-
-Oltre la sintesi, fatta per cansar le frittelle sugli abiti, i
-commensali avevano dall'ospite il nardo ed il cinnamomo per ungersi
-i capegli, e la corona di rose, che, premendo sulle tempie, non
-permetteva ai fumi del vino (almeno, così credevasi allora) di salire
-al cervello.
-
-Così disposte le cose, un ragazzo portò sulla mensa il bossolo dei
-dadi, e si lasciò decidere dalla sorte a cui spettasse il titolo di re
-del vino.
-
-Il punto di Venere, che era il migliore, poichè in esso i tre dadi
-cadevano mostrando sulle facce superiori tre numeri diversi, toccò ad
-una donna, alla vispa Lalage dalle labbra di corallo e dai denti di
-avorio.
-
-Un applauso universale salutò la regina.
-
-— Non è questo il giorno d'Afrodite? — gridò Lucio Postumio Floro,
-a cui Lalage piaceva maledettamente. — E non è giusto che Venere
-favorisca la sua bella figliuola? —
-
-Il sorriso, l'ho detto, stava di casa sulla bocca di Lalage. Ma quella
-volta esso apparve più soave dell'usato, e Postumio Floro n'ebbe al
-cuore una dolcezza infinita.
-
-In quel mentre si udirono liete armonie. I sinfonisti entrarono nel
-triclinio, quale suonando la cetra, quale il flauto, in accompagnamento
-ad un coro di giovinetti, che cantavano le lodi del padrone, composte
-in metro saffico da Publio Cinzio Numeriano, il poeta.
-
-— Belli i versi ed il canto! — disse Tizio Caio Sempronio, facendosi
-rosso dal piacere. — Abbia l'amico Numeriano tutto quello che gli
-gioverà domandarmi. E voi, — soggiunse, rivolto ai servi sinfonisti, —
-che avete cantato e accompagnato un carme degno di Apolline, siate da
-quest'oggi liberti. —
-
-I sinfonisti si profusero in rendimenti di grazie. Numeriano, che era
-sdraiato all'ultimo posto, si senti più felice in quel momento, che se
-gli avessero dato il posto consolare, occupato pur dianzi da Lalage, la
-regina del banchetto.
-
-— Ave, Sempronio! — diss'egli, — Tu sei veramente il primo dei
-Celeri. —
-
-Avverto il lettore che Celeri dicevansi da principio i cavalieri, dal
-loro primo capitano Fabio Celere. E Numeriano, ricordando le antiche
-denominazioni, avrebbe potuto dire eziandio il primo dei Ramnensi,
-dei Taziensi, e dei Luceri, perchè appunto in tre centurie erano stati
-divisi i primi cavalieri da Romolo, e ascritti alle tribù di tal nome.
-
-Incominciò, come a Dio piacque, il banchetto. Il Dio era Mercurio, a
-cui toccava la prima e la miglior parte del primo piatto di carne. Se
-poi la mangiasse, non so; forse ne faceva un presente al guardiano del
-santuario.
-
-Mentre i sinfonisti cantavano e suonavano, un servo accorto, lo
-_structor_, aveva disposti sui vassoi del repositorio i piatti della
-prima portata, a mano a mano che giungevano dalla cucina. E appena
-finito il carme, altri due servi avevano sollevato il portavivande
-dalla credenza, collocandolo in mostra sulla tavola. C'era là dentro
-la _gustatio_, o l'_antecœna_, come a dire l'antipasto, o i principii;
-tutta roba da gustarsi per aguzzar l'appetito.
-
-Di solito non mancavano nell'antipasto le uova sode, acconciate con
-salse; donde il proverbio romano «ciarlar dalle uova fino alle mele;»
-ossia dai principii alle frutte. Ma il lusso incominciava a volere che
-le uova fossero di pavone, le quali costavano un occhio, come potete
-argomentar di leggieri.
-
-Il cuoco di Tizio Caio Sempronio aveva dunque seguita la moda, e
-mandava in tavola le uova di pavone; ma perchè la materia fosse vinta
-dall'arte, quelle uova giungevano in un vassoio foggiato a nido, su
-cui era una pavona di legno, con le ali spiegate, in atto di covare.
-S'intende che, non essendo la femmina del pavone così bella a vedersi
-come il maschio, lo scultore pittore aveva dato alla covatrice il collo
-azzurro, le penne lionate e il ventaglio dagli occhi d'oro, del suo
-vanaglorioso compagno.
-
-Dispensate le debite lodi a quella ghiotta novità, e mostrato di
-saperla gustare, i convitati dovevano bere. Ma a questo provvedevano i
-coppieri. Già il credenziere era venuto innanzi con una grossa anfora,
-su cui era scritto a lettere allungate: _Opimianum_.
-
-Il nomenclatore si era avanzato a sua volta ed aveva gridato,
-commentando la scritta:
-
-— Falerno del consolato di Opimio! —
-
-Lucio Opimio Nepote era stato console con Fabio Massimo nell'anno
-632 di Roma. Quel vino avea dunque settant'anni. Ma non era quello
-il solo suo pregio. Nell'anno 632 _ab Urbe condita_, essendo console
-Opimio, la stagione fu così asciutta, che ogni sorta di frutti rimase
-squisitissima; il vino principalmente riuscì egregio, e tanta fu la sua
-fama, che con l'andar del tempo usavasi dire Opimiano ogni vino vecchio
-che servivasi alla mensa dei grandi.
-
-— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei Numi? — chiese Postumio
-Floro. — Dillo, o regina dalle labbra di rosa.
-
-— Nel _sestante_, per ora; — sentenziò la regina. — Del resto, il
-Falerno Opimiano non è vino da _deunce_.
-
-— Da _triente_, almeno! — osservò Marco Giunio Ventidio, volgendo a
-quell'anfora uno sguardo divoto.
-
-— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose la regina.
-
-— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio Sulpicio, quando il
-console si reca al tribunale; — replicò Giunio Ventidio.
-
-«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile dei littori, quando
-avevano a sgomberare le vie dalla calca del popolo, per dare il passo
-libero ai magistrati. _Si vobis videtur, discedite Quirites._
-
-Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri, lasciando
-stare le arcaiche corna di bufalo, usate a tal uopo dai primi Romani,
-e i fregi di metallo prezioso onde furono ornate in processo di
-tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi d'oro, d'argento o
-di stagno, secondo le condizioni di fortuna, e si chiamarono, dalla
-misura di liquido che potevano contenere, sestanti, trienti e deunci.
-Del sestante, che conteneva appena due once, si servivano le persone
-sobrie. Augusto beveva sempre al sestante e non più di sei volte
-durante il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente, che era perciò
-ritenuto un bicchiere di moderata grandezza, pei bevitori ragionevoli;
-e ciò per contrapposto al _deunce_, o bicchiere da undici oncie, che
-era il calice prediletto dei beoni.
-
-— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore dei primi, dopo aver
-fatta scoppiettare due volte la lingua contro il palato.
-
-— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio Floro.
-
-— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con un galante accenno alla sua
-vicina. — Febe val Ebe, ed anzi qualche cosa di più.
-
-— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se avrai da bere alle
-lettere! —
-
-La celia destò il buon umore di tutta la brigata. Dicevasi bere alle
-lettere, quando, in onore di una donna, si bevevano l'uno sull'altro
-tanti bicchieri quante erano le lettere di cui si componeva il suo
-nome.
-
-Ricordano gli eruditi che Marziale propinava all'arrivo di Lidia
-con cinque bicchieri; di Lica con quattro, di Ida con tre; e poichè
-nessuna di queste belle si mostrava, il povero poeta solitario chiedeva
-consolazioni a Morfeo. È da credere che, con tante libazioni, il dio
-dei papaveri non si facesse aspettare; tanto più che il buon Marziale
-aveva già bevuto prima per altre donne di molte lettere, come, ad
-esempio, Giustina.
-
-Gli amici di Tizio Caio Sempronio ridevano, centellando il Falerno del
-consolato d'Opimio; e frattanto i servi, tolti dalla mensa i rilievi
-dell'antipasto, si facevano innanzi col primo servito, o _caput
-coenae_, come dicevasi allora.
-
-Il repositorio era diventato una vera selva di piatti, il cui pregio
-appariva vinto da quella artistica confusione con cui erano disposti.
-Immaginate una ventina di vassoi d'argento, che recavano torte,
-focacce, gamberi, anitre, ariguste, quarti di maiale, triglie, fichi
-d'Africa, lepri, fegatelli, e via discorrendo. Non vi parlo delle
-varie salse in cui era cucinata tutta quella grazia di Dio, perchè vi
-confonderei la testa e fors'anco vi guasterei lo stomaco delicato, con
-que' miscugli di pepe e miele, di cumino e di silfio, che formavano
-gl'intingoli dei padroni del mondo.
-
-Levati ad uno ad uno i vassoi dal portavivande, lo scalco fu pronto a
-trinciare in giuste parti ogni cosa. Non si usava allora di lasciar
-niente nel piatto di mezzo. Ad ognuno dei commensali toccava la sua
-porzione, ed egli poteva mangiarla, o riporla, o rimandarla, come
-più gli piacesse. Per tal modo, non c'era a temere d'indiscreti, che,
-verbigrazia, si servissero di tutto il migliore del pesce, lasciando la
-testa e le spine all'ultimo del giro. E nemmeno si avevano a patire i
-danni della propria discrezione, o modestia. La rapacità degli uni e la
-timidezza degli altri avevano un solo correttore, lo scalco.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-Donne, vino e canzoni.
-
-
-Mentre tutte quelle pietanze si distruggevano allegramente, e perchè la
-cena non apparisse un pasto di affamati volgari, la regina comandò che
-qualcheduno dei commensali proponesse una quistione gradevole.
-
-Vibenna domandò qual fosse miglior vino tra il Cecubo e il Massico;
-ma Giunio Ventidio sciolse prontamente la quistione, dicendo che erano
-ottimi ambedue, e che il superlativo, anche a detta dei grammatici, non
-ammetteva comparativi.
-
-Postumio Floro avrebbe voluto che si disputasse intorno all'anima dei
-creditori, ma Lalage dichiarò che non avrebbe patito di tali discorsi
-a tavola, e condannò Postumio a non guardarla più fino alla seconda
-mensa, cioè fino alle frutte.
-
-Il poveretto gridò che lo si voleva morto. Tizio Caio Sempronio
-intercesse per lui e gli ottenne la grazia della diva, a patto che
-trovasse il modo di dire una cosa gentile a tutte, senza scontentarne
-veruna.
-
-— Non son poeta; — rispose Postumio; — e qui meglio di me varrebbe
-Numeriano. Ma poichè lo volete, vi dirò che amo una donna sola,
-perchè.... non ho quattro cuori. —
-
-Le donne, così chiaramente indicate dal numero dei cuori che si
-augurava Postumio, dovevano sentenziare. Ma Lalage taceva, per non aver
-aria di sapere chi fosse quell'una. Febe guardava Numeriano, che era
-dall'altra parte della mensa e non si accorgeva di essere guardato da
-lei. Glicera si stringeva amorosamente al fianco di Caio Sempronio, e
-non badava troppo alla conversazione.
-
-Delia parlò, Delia la bionda, severa all'aspetto, come una statua di
-Fidia.
-
-Secondo lei, la donna amata da Postumio Floro doveva esser poco
-lusingata dalla sua dichiarazione.
-
-— E se Giove ti avesse dato quattro cuori.... — diss'ella al suo vicino
-di destra, — che cosa avverrebbe?
-
-— Mia bella severa, — rispose Postumio, — non ardisco prevederlo. Ma
-certo, qualunque cosa avvenisse, l'avrebbe voluto lui, ed io non ci
-avrei ombra di colpa. —
-
-Intanto i coppieri andavano attorno con le anfore, mescendo il vino nei
-vuoti sestanti.
-
-E il cuoco venne egli in persona, per curare l'arrivo della terza
-portata. Il vassoio quella volta era smisurato e ci volevano due uomini
-per sorreggerlo.
-
-Un grido di ammirazione ruppe dalle labbra di tutti i convitati. Il
-cuoco sorrise, come sanno sorridere i cuochi, quando ci hanno ancora
-dell'altro, con cui sbalordire i commensali del padrone.
-
-E non aveva torto, perdinci, il degno scolare di Apicio. Figuratevi
-che aveva cotto un cinghiale intiero, coperto ancora (dico ancora, ma
-certo si trattava di una giunta artificiale) della sua pelle setolosa.
-E perchè niente mancasse a dargli l'aspetto del vero, la degna bestia
-si vedeva sdraiata, come in atto di voltarsi, in un certo intriso,
-che voleva raffigurare un pantano, ed era la salsa più appetitosa del
-mondo.
-
-— Come? — dimandò Vibenna, rinvenuto allora dal primo stupore. — Non è
-stato neanche sventrato?
-
-— Qui ti volevo! — disse il cuoco tra sè.
-
-Indi, ad alta voce proseguì:
-
-— Perdona, illustre Vibenna; quello che non è stato fatto può farsi
-ancora. —
-
-E levato il coltello dalle mani dello scalco, lo piantò arditamente
-nel petto del cinghiale, traendo la lama a sè, per quanto lungo era il
-ventre.
-
-Allungarono tutti il collo e stettero cogli occhi tesi per vederne
-balzar fuori le interiora, ma non senza sospetto di qualche piacevole
-novità. Difatti, il cuoco appariva sicuro del fatto suo. O faceva
-troppo a fidanza con l'umore del padrone, o ci aveva il segreto in
-corpo, e quell'abile colpo di coltello doveva metterlo fuori.
-
-Una risata omerica salutò la conseguenza dell'operazione. E qui
-l'epiteto di omerica vien proprio a taglio, perchè il cavallo di legno,
-divino lavoro di Pallade, non gittò tanti armati nelle mura di Troia,
-quante il cinghiale sventrato diè fuori salsiccie, olive, sanguinacci,
-tordi, ed altre ghiottornie, debitamente rosolate, che promettevano una
-festa di sapori al palato.
-
-Tosto gli schiavi si avvicinarono e lavorarono coi loro cucchiai a
-raccogliere tutta quella sugosa grandinata e a collocarla in giuste
-parti nei piatti dei convitati, mentre lo scalco, riprendendo il
-coltello dalle mani del cuoco, faceva destramente a pezzi il cinghiale,
-per darne uno spicchio a ciascuno.
-
-— Gli Dei ti proteggano, o Caio; — disse Vibenna, ammirato. — Tu
-possiedi la fenice dei cuochi.
-
-— A Sibari gli avrebbero eretta una statua; — aggiunse Ventidio. — Noi
-dovremmo decretargli il trionfo.
-
-— Per carità, non me lo guastate. Io l'ho già manomesso; — rispose
-Tizio Caio Sempronio. — Che altro potrei fare per lui? Mi mette al
-fuoco dugentomila sesterzi all'anno; è questo il tributo che io pago
-alla sua maestria.
-
-— Vivi cent'anni, o Caio, — gridò il cuoco inchinandosi, — e conservami
-la tua benevolenza.
-
-— Coi dugentomila sesterzi; — aggiunse mentalmente Postumio Floro. —
-Vedete un po' il mio amico Caio, come spende allegramente il suo! Se
-gli domandassi oggi i quarantamila che mi occorrono, per chetare quel
-Cerbero di Cepione! —
-
-Il dispensiere si era fatto innanzi col Massico, altro vino che non
-la cedeva al Falerno, nè al Cecubo. E la regina del convito appagò il
-desiderio di Marco Giunio Ventidio, facendo dare in tavola i trienti.
-
-— Oh bene! — gridò Ventidio. — Beviamo dunque e celebriamo queste spume
-generose col verso.
-
-— Col verso! Tu?
-
-— Io, sì, io. Che vi credete? Che alle mie ore non sia poeta anche un
-Giunio Ventidio? Sentite qua:
-
- Ben venga, amici, il Massico,
- E cresca la misura,
- Mentre gli affanni e i triboli
- La sorte rea matura.
- Quando si muoia e dove
- Si vada, è in grembo a Giove.
- Ci pensi dunque il Dio,
- O se ne scordi pur, come fo io;
- Mentre bevo al tuo nome,
- Febe divina dalle bionde chiome.
-
- Versa, coppiere, il liquido
- Rubino profumato.
- Vedi? Alla prima lettera
- Bevo, e in un sorso è andato.
- Per la seconda, ratto
- Versa, ed io bevo.... È fatto.
- La terza ancor ti chiedo,
- E per la quarta ad implorarti io riedo.
- Perchè sì breve ha il nome
- Febe divina dalle bionde chiome?
-
-— Ma bene! Egregiamente! — gridò Caio Sempronio. — Tu rubi l'arte a
-Numeriano.
-
-— E mira anche a rubargli dell'altro: — soggiunse Vibenna.
-
-— Dell'altro? Che cosa?
-
-— Il cuore della mia vicina e sua, che va troppo spesso con gli occhi
-verso il nostro poeta. —
-
-Febe si fece rossa in volto come una fragola. Anche Numeriano arrossì,
-ma non per la stessa ragione di lei. Il giovine poeta pensava a
-tutt'altro, e dovette credere che l'amico Vibenna si prendesse giuoco
-di lui e di Febe.
-
-— Difenda Numeriano la sua conquista! — disse la regina, a cui
-piacevano i versi. — Egli è il prediletto delle Muse.
-
-— Sì, canti Numeriano.
-
-— Sentiamolo; — disse Ventidio. — Ma badi, io gli contenderò la palma
-fino all'ultimo.... bicchiere!
-
-Numeriano, colto così alla sprovveduta, non sapeva che pesci pigliare.
-
-— Ma io non ho ancora detto di voler combattere; — diss'egli
-timidamente.
-
-E il suo sguardo andava frattanto più oltre, verso la spalliera del
-letto di mezzo, donde si sentiva venire incontro come un'aria di
-temporale. La dea c'era; perchè non ci sarebbe stata la nuvola?
-
-— O Numeriano, che vuol dir ciò? — chiese Vibenna. — Ti spaventa il
-competitore? E non t'incuora nemmeno la speranza del premio?
-
-— Amici, — rispose Numeriano, — perdonate al pusillanime che vi
-confessa la sua codardia. Mi dò per vinto.
-
-— Senza scendere in campo?
-
-— Senza scendere in campo; e griderò volentieri un evviva a Marco
-Giunio Ventidio. —
-
-La più parte dei commensali erano per menar buona a Numeriano la
-sua ritirata. Ma c'era la dea nella nuvola, e non poteva mancare la
-folgore. _Intonuit laevum._
-
-— Come? Non bastano ad inspirarti gli sguardi soavi di Febe? —
-chiese con ironico accento la bella e severa Delia, che aveva notato
-le occhiate della sua bionda compagna a Numeriano, anche prima
-dell'osservazione maliziosa di Elio Vibenna. — Così poco potere ha la
-donna sul prediletto delle Muse?
-
-— Anche tu! — esclamò Numeriano, ferito da quel sarcasmo, che non
-credeva di aver meritato. — Anche tu! Ah, per Apolline, io sono
-calunniato. E non son donne le Muse? — Ed io potrei macchiarmi di così
-nera ingratitudine, dimenticando che la donna è la regina dei cuori,
-come lo è oggi del nostro convito? —
-
-Il lusinghiero accenno propiziò a Numeriano il cuore di Lalage.
-
-— Bene! — diss'ella. — Cantaci dunque il regno della donna.
-
-— Lo canterò, — rispose Numeriano, dopo un istante di pausa, in cui
-parve misurare le sue forze, — lo canterò, a confusione di chi non
-intende il mio cuore. —
-
-E chiesta l'ispirazione al biondo Iddio, Numeriano incominciò:
-
- Forma soave e splendida,
- Anco ai celesti piaci,
- Leda, Latona, o Danae,
- Hai del Tonante i baci.
- Nè t'amerà il poeta
- Che anela al sacro monte?
- Amor di carmi è fonte;
- Fonte d'amor sei tu.
- Per te il solingo genio
- Beato od infelice.
- Te chiede inspiratrice,
- Più desiata meta
- Quanto superba più.
-
- Qual, de' mortali a strazio,
- Chiuse nel cor più gelo,
- Di lei che al Dio de' numeri
- Nacque sorella in Delo?
- Delle bellezze avare
- Seppe Atteon lo sdegno,
- Che, fatto a' veltri segno,
- Indarno supplicò.
- Ma Endimione inconscia
- Fe' d'Atteon vendetta,
- E là del Latmo in vetta
- La nube tutelare
- I divi amor celò.
-
- Cinzia, Diana, o Delia,
- Qual più nomarti hai caro,
- Del cacciatore improvvido
- Mi serbi il fato amaro?
- O me, già fuor di spene,
- Ora più lieta attende?
- De' tuoi rigor l'emende
- Lice sperare a me?
- Non l'osa ormai l'assiduo
- Dolore ai danni esperto;
- E nulla chiedo e il serto
- Rapito all'Ippocrene,
- Bella, consacro a te.
-
- Solo retaggio ed umile,
- È pure il mio tesoro.
- Poeta tuo, dimentico
- Ogni più verde alloro.
- Te salutar regina
- È più sicuro orgoglio
- Che i fasci in Campidoglio
- Ed il trionfo ambir.
- Ciò basti a cui s'inchinano
- I vinti Medi e i Parti;
- A me sol giovi amarti,
- E a' piedi tuoi, divina,
- Procombere e servir.
-
-— Bene! per gli Dei immortali! — gridò Tizio Caio Sempronio,
-profondamente commosso. — Diana o Delia che sia, questa donna è adorata
-in forma solenne!
-
-— Senti, Delia; — disse la regina del convito. — Tu sei debitrice d'un
-bacio a Numeriano. O in premio ai suoi versi leggiadri, o in penitenza
-di un falso giudizio, a tua scelta.
-
-— Di che mi punite? — domandò la bella sdegnosa. — Di aver costretto
-il poeta a cantare? Lodatemi, invece, perchè l'ode è riuscita degna di
-Valerio Catullo.
-
-— Questo paragone vai forse un bacio; — entrò a dire Ventidio.
-
-— Non per me; — rispose prontamente Numeriano. — Del resto, io
-l'accetto come uno scherzo di quelle labbra, che fanno parer
-bello il sarcasmo. Valerio Catullo è un gran poeta, ed io sono uno
-scolaretto. —
-
-Quella di Numeriano era onestà, rara anche allora per un alunno delle
-Muse. Ma pensate, o lettori, che Numeriano era giovane, e non aveva
-anche imparato a lasciar correre tutti i giudizii che potessero nuocere
-ai suoi fratelli in Apolline e far comodo a lui.
-
-Intanto che gl'innamorati si bisticciano (poichè, già lo avrete capito,
-Numeriano è invaghito di Delia ed ella lo sa da un bel pezzo), non
-dimentichiamo le ultime fasi della cena.
-
-I servi avevano portato via la mensa ed erano andati attorno coi
-catini d'argento e cogli asciugamani, perchè i convitati ripulissero le
-forchette, date a loro dalla madre natura, e tali perciò da non potersi
-portar via sudicie, per rigovernarle in cucina.
-
-Ciò fatto, a suon di cetre e di flauti, venne in mezzo al triclinio
-la seconda mensa, bella a vedersi per la sua lastra di legno
-prezioso intarsiato d'avorio e di tartaruga, con fregi d'argento, che
-ricorrevano eziandio sul piede, riccamente intagliato.
-
-Sulla seconda mensa erano già imbanditi i confetti, i dolciumi,
-le torte di cotognato ed ogni generazione di frutte serbevoli. Non
-mancavano tuttavia le frutte fresche, quantunque si fosse alle calende
-di aprile. L'Africa e la Sicilia erano gli orti suburbani di Roma. E
-qual è lo scolare di umanità che non ricorda i fichi d'Africa, portati
-dal fiero Catone in Senato, come il più fresco degli argomenti a
-conforto del suo eterno: _Delenda Carthago_?
-
-Intanto si seguitava a bere. Le anfore si succedevano e non si
-rassomigliavano; e i discorsi neppure; anzi, questi assai meno delle
-anfore. Parlavano tutti, e bevevano a lor posta, senza aspettare i
-comandi della regina. La quale, del resto, non avrebbe saputo più
-darne, incalzata com'era dalle fervide orazioni di Postumio Floro, che
-affogava nelle proteste d'amore il ricordo dei quarantamila sesterzi di
-cui era debitore all'usuraio Cepione.
-
-Tra Ventidio, che criticava ad alta voce tutti i poeti del tempo, e
-Vibenna che incominciava ad annaspare, come uomo che caschi dal sonno,
-Febe taceva, pensando a Numeriano, che mostrava di non pregiare i
-suoi vezzi e di non intendere le sue languide occhiate. Glicera, dolce
-come il suo nome, aiutava Caio Sempronio a ravviare la conversazione,
-che procedeva a sbalzi, ad urti, a sbrendoli, come era naturale in
-quell'ora. Delia, più padrona di sè che non fossero gli altri, si
-schermiva destramente in quella guerra di parole, prodiga d'arguzie
-e sorrisi a tutti, fuorchè al suo poeta, al povero Numeriano, che non
-sapeva distogliere lo sguardo da lei.
-
-La cena finiva, come tutte le cene dei nostri vecchi Romani, in una
-gran confusione. Qualcheduno dei commensali aveva già provato ad
-alzarsi, o perchè avesse il braccio indolenzito, o perchè volesse
-sperimentare le sue gambe. E alle lacune avevano tenuto dietro i
-cangiamenti di posto. Ventidio, sfortunato con Febe, era andato a
-chiacchierare più da vicino col padrone di casa, e Numeriano si era
-trovato, senza avvedersene, all'altro capo del triclinio, col gomito
-timidamente appoggiato sulla spalliera del letto di mezzo, accanto al
-guanciale di Delia.
-
-— Poeta, — gli diceva la bella sdegnosa, rispondendo ad un inno in
-prosa che egli le aveva bisbigliato all'orecchio, — tu piaci alle Muse,
-ma io ti consiglio di ottenere anche i sorrisi di Pluto. —
-
-A quella frecciata che lo coglieva in pieno, il povero Numeriano
-impallidì.
-
-— Hai ragione; — diss'egli poscia. — Ma è colpa mia se non son ricco?
-E mi accuserai tu, — soggiunse, prevedendo ciò ch'ella avrebbe potuto
-rispondergli, — se i miei occhi ti trovano bellissima tra le belle e
-il mio cuore sente il bisogno di dirtelo? Si può amarti, o Delia, anche
-senza aver le ricchezze.... o i debiti di Giulio Cesare.
-
-— Ed io non chiedo tanto; — replicò sorridendo la greca. — I miei
-gusti sono più modesti che tu non creda. Abborro questo sfarzo dei
-tuoi concittadini, questo lusso mostruoso che rasenta la follia. Ero
-nata per vivere come una giovine e mite sacerdotessa, nel tempio d'una
-Dea....
-
-— Che tu avresti fatta morire d'invidia; — interruppe Numeriano.
-
-— Se una Dea potesse morire; — notò Delia, che le lusinghiere parole
-del giovane avevano rabbonita. — Ma infine, anche a voler fare la vita
-dei pastori di Teocrito, ci vuol sempre il bosco, l'orto e la casa. Non
-hai pensato a questo, o poeta?
-
-— È vero: — disse Numeriano, chinando la fronte. — Ma se tu mi lasci
-sperare, l'idillio avrà la sua scena e la colomba il suo nido. —
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-L'amico si conosce alla prova.
-
-
-Numeriano prometteva nel modo usato da certi animi deboli, che buttano
-le parole innanzi, per aggrapparvisi poi, e per trovare nell'obbligo di
-fare una data cosa lo stimolo sufficiente alla loro irresolutezza.
-
-Non operò diverso quel capitano, di cui non rammento più il nome, che
-gittò il fodero della spada nelle file nemiche, per procacciare a sè
-stesso e ai suoi soldati la necessità di andarlo a raccogliere.
-
-Ora il nostro Publio Cinzio Numeriano aveva promesso, con tutto
-il desiderio, ma senza la certezza dell'attendere. Una speranza lo
-sosteneva; quella di avere il consiglio e l'aiuto (anzi, più l'aiuto
-che il consiglio) di Tizio Caio Sempronio.
-
-Certo, se qualcheduno poteva dare una mano in quel frangente al
-nostro innamorato, quegli era Tizio Caio, che passava per uno dei
-più facoltosi cavalieri di Roma e che amava molto il poeta Numeriano.
-Forse, gli esempi di ciò che sperava, mancavano tuttavia. Mecenate era
-fanciullo, nè ancora aveva regalato ad Orazio Flacco un podere nella
-Sabina, nè fatto restituire a Virgilio Marone il suo campo avito sul
-Mantovano. Ma il patronato letterario era già negli usi romani, fin dai
-tempi di Scipione Africano e di Lelio. L'amico di Numeriano era ricco
-e di buon cuore; poc'anzi aveva detto parole, che a Numeriano erano
-tornate più dolci del miele; non c'era altri che lui per intenderlo,
-altri che lui per soccorrerlo.
-
-Caldo di quel disegno che gli era balenato alla mente, Numeriano cercò
-degli occhi il padrone di casa. Tizio Caio Sempronio non era più nel
-triclinio; ma, dalla cortina rialzata, si poteva vederlo poco lunge,
-appoggiato da una colonna del peristilio.
-
-— Andiamo; — disse Numeriano tra sè. — L'occasione è propizia, e questa
-è forse una ispirazione di Venere. Tizio Caio, tu sarai la tavola di
-salvezza di quest'altro Simonide. —
-
-Così pensando, uscì dal triclinio, per accostarsi al suo protettore.
-Ma, giunto appena sul limitare, vide ciò che il lembo della cortina non
-gli aveva consentito a tutta prima di scorgere. Tizio Caio Sempronio
-dava udienza a Postumio Floro, e il colloquio, proseguito sotto voce,
-appariva molto confidenziale.
-
-Numeriano, prudentissimo giovane, tornò frettolosamente indietro, per
-aspettare a muoversi da capo, quando vedesse rientrare Postumio.
-
-— Sì, — diceva intanto quest'ultimo a Tizio Caio Sempronio, — mi trovo
-ad un brutto passo. L'usuraio Cepione non mi dà requie. Sono citato
-davanti al pretore per le none di questo mese e farò una trista figura.
-Tutto per quarantamila sesterzi... una miseria; non pare anche a te?
-
-— Sicuro, — rispose Caio Sempronio; — una vera miseria! —
-
-Lettori, date anche voi ragione a Postumio. Infatti, che cos'era il
-sesterzio? Potreste insegnarlo a me; una moneta del valore di due
-assi e mezzo, la quarta parte d'un denaro d'argento, e corrispondeva
-a ventiquattro centesimi e dieci millesimi della moneta odierna. Nei
-primi secoli di Roma il sesterzio era coniato in argento, ma più tardi
-lo si era fatto d'oricalco, che è come a dire una bellissima qualità
-di ottone. Diciamo dunque che Postumio aveva bisogno di quarantamila
-sesterzi, poco meno di diecimila lire. Che cosa sono diecimila lire?
-Una miseria per Tizio Caio Sempronio, che era ricco, e per Postumio
-Floro, che non le aveva lui, ma che contava di trovarle nei forzieri
-dell'amico.
-
-Caio Sempronio stette a pensare un pochino. Diecimila lire sono una
-miseria, certamente, ma una miseria che non si porta in tasca, neanche
-ai dì nostri, che si ha il vantaggio inestimabile del portafogli e
-della carta monetata. Bisognava dunque parlare all'arcario, servo o
-liberto, che teneva i conti e soprintendeva alle entrate e alle spese
-della famiglia. Ora il dover parlare di queste cose all'arcario,
-è sempre stata una noia non lieve, anche ai tempi e con la beata
-tranquillità di Tizio Caio Sempronio.
-
-Ma l'amicizia non ha forse i suoi dritti? Che cosa vale il danaro a
-paragone dell'amico? Non è l'amico una continuazione di noi medesimi,
-un compartecipe di tutti i nostri diritti, quantunque non lo sia,
-e non lo voglia essere, di tutte le nostre servitù? L'uomo non vive
-dell'uomo, come il lupo del lupo? almeno, quando non ci ha di meglio
-per servire al suo pasto?
-
-Queste ed altre considerazioni di tal fatta si succedettero nella mente
-del cavaliere, e la sua risoluzione fu pronta.
-
-— Quando ti occorrono? — chiese egli a Postumio.
-
-— Te l'ho detto, in questi giorni. Alle none di aprile dovrei essere
-chiamato in giudizio e correre per le bocche di tutta Roma. Vedi che
-guaio! —
-
-Le none cadevano al cinque d'aprile; c'erano dunque appena quattro
-giorni di tempo.
-
-— Orbene, disse Caio Sempronio, — passa domani da me.
-
-— A che ora?
-
-— Sul meriggio; vedrò di servirti. —
-
-Postumio Floro fece l'atto di gettargli le braccia al collo.
-
-— Oh Caio! oh amico impareggiabile!
-
-— Chetati, via! — disse l'altro, schermendosi dalla stretta di
-Postumio. — Debbo ringraziarti io stesso di aver pensato a me in questa
-occasione.
-
-— Ma se lo dicevo io! Tu sei la fenice dei cavalieri di Roma. Te lo
-dirò col verso di Catullo; nessuno osi paragonarsi a te. _Jam tibi
-nullus se conferet heros._
-
-— Veramente, non dice così, il verso di Catullo; ed io, poi, non sono
-un eroe.
-
-— Lo sei per me. Che cosa facevano gli eroi? Compievano imprese
-maravigliose; purgavano le terre dai mostri, campavano gli amici
-dall'Erebo. E tu non mi salvi da Cepione, mostro assai più feroce di
-Cerbero? La mia gratitudine, o Caio! Abbimi tuo debitore per la vita, e
-chiedimi a tua volta ogni cosa.
-
-— Grazie, farò di non averne mestieri. Per un servizio da nulla, non
-bisogna far troppo a fidanza cogli amici.
-
-— No, te ne prego, conta su me in ogni occasione. Se tu non mi
-promettessi di farlo; non accetterei oggi questo... piccolo servizio,
-per quanto mi sia necessario.
-
-— Bene, poichè tu lo vuoi, ci conterò; — disse Caio Sempronio, per
-farla finita. — A domani, dunque; il mio arcario ti preparerà il danaro
-numerato. —
-
-Postumio Floro gli strinse la mano e non volle spiccarsi da lui senza
-averlo abbracciato e baciato. Già, lo sapete, l'amicizia ha i suoi
-dritti.
-
-Nel triclinio, frattanto, si continuava a bere e a chiacchierare
-allegramente. Non vi giurerei per altro che i discorsi fossero molto
-ordinati.
-
-Cinzio Numeriano stava persuadendo Delia dell'amor suo e delle sue
-buone intenzioni, quando rientrò Postumio, con quell'aria di trionfo
-che potete immaginare, e andò diritto a ripigliare il suo colloquio con
-Lalage.
-
-— Ecco il buon punto; — disse Numeriano tra sè. — Vado, e gli
-espongo il caso mio. Il Massico mi ha infuso un po' di coraggio;
-approfittiamone. —
-
-Ma egli non potè mandar subito il suo disegno ad effetto. Bisognava
-finire il discorso incominciato con Delia, trovare un pretesto per
-allontanarsi da lei; e quando finalmente lo ebbe trovato ed uscì,
-vide Caio Sempronio che passeggiava nel peristilio, ma in compagnia di
-Giunio Ventidio.
-
-— Eccone un altro! — borbottò Numeriano. — Non ci ho proprio
-fortuna. —
-
-I due peripatetici erano in assai stretto colloquio. Giunio Ventidio
-doveva essere entrato in argomento _ex abrupto_. E Numeriano tornò
-un'altra volta nel triclinio.
-
-— Buon per me che Vibenna dorme; — pensò egli, guardando quell'altro,
-che russava disteso sul letto; — se no, dovrei rassegnarmi ad essere il
-quarto. —
-
-Lasciamo il poeta Numeriano, che avrà qualche altra cosa da bisbigliare
-all'orecchio di Delia, e teniamo dietro a Giunio Ventidio. È tanto
-riscaldato nel suo colloquio col padrone di casa, che non si accorgerà
-punto della nostra presenza; la quale ha, dopo tutto, il vantaggio di
-essere tutta spirituale.
-
-— Tu solo puoi liberarmi da una grave molestia; — diceva Ventidio
-a Caio Sempronio. Figurati che cosa mi accade. Ho da tre mesi alle
-costole quella birba matricolata di Furio Spongia, l'argentario che
-sta nel Foro, alle Botteghe Vecchie. Egli mi ha imprestato in tre volte
-cinquantamila danari.
-
-— Ahi! — disse Caio Sempronio tra sè. — Ne va via uno e ne capita un
-altro.
-
-— Cioè, dico male; — proseguiva intanto Giunio Ventidio; — non mi
-ha imprestato che la metà della somma. Il resto lo hanno portato
-gl'interessi. Ma torna lo stesso, poichè sono cinquantamila danari che
-devo, e quel furfante li vuole ad ogni costo.
-
-— E tu non puoi restituirglieli.
-
-— Come lo sai? — chiese Ventidio, cercando di affogare in una risata la
-vergogna di quel brutto momento.
-
-— Si capisce, per Diana! E ti si legge anche negli occhi.
-
-— Così è, mio ottimo Caio; non posso restituire i cinquantamila danari,
-se non vendo i miei orti sull'Esquilino. A te, ecco appunto un affar
-d'oro.
-
-— A me? In che modo?
-
-— Ti cedo i miei orti; tu me li paghi quel che valgono, ed io mi libero
-da quel ladro di Furio. Che te ne pare? Si combina?
-
-— Eh, non è mica una grama pensata; — disse Caio Sempronio, respirando
-un tratto, poichè vedeva allontanarsi il pericolo di una stoccata come
-quella ricevuta testè da Postumio Floro; — quando si ha della terra al
-sole e dei debiti alle spalle, il meglio è sempre di vender la terra e
-di levarsi i debiti. Ma io, dolcissimo Ventidio, di terra ne ho già fin
-troppa. Non potresti cercare un altro compratore?
-
-— Ah, se tu mi manchi, sono un uomo spacciato.
-
-— Come? Stiamo a vedere che ci sono io solo in tutta Roma per comperare
-i tuoi orti!
-
-— Sicuro, non ci sei che tu: o, per dire più veramente, io non vedo che
-te. —
-
-Caio Sempronio stentava a capire.
-
-— Ragioniamo un pochino; — diss'egli.
-
-— Ragioniamo quanto vuoi.
-
-— Se tu non paghi i cinquantamila danari, che cosa ne avviene?
-
-— Che Furio Spongia mi cita davanti al pretore urbano, che il pretore
-mi condanna, e che i miei beni sono messi all'asta, trenta giorni dopo
-la sentenza.
-
-— I tuoi beni! Saranno gli orti alle Esquilie, non è vero? Perchè non
-hai più altro al sole.
-
-— Tu l'hai detto; non ho più altro.
-
-— Orbene, — prosegui Caio Sempronio, cui pareva di aver trovato il
-segreto dell'argomentazione socratica, — vendere domani, lasciar
-vendere trenta giorni dopo la sentenza, non è forse tutt'uno? E poichè
-certamente i tuoi orti varranno quella somma...
-
-— Valgono anzi di più; — interruppe Ventidio.
-
-— Meglio ancora, e tu puoi mettere la mano su quel che ne avanza.
-
-— Sì, ma il disonore dell'asta pubblica, non lo conti per nulla? Se
-vendo a te domani, o doman l'altro, posso dir sempre e far dire: a
-Tizio Caio Sempronio questi orti piacevano; Ventidio non ha saputo
-negarli all'amico. L'amicizia è una gran cosa; come far contro
-all'amicizia?
-
-— Capisco; — rispose Caio Sempronio, mettendosi sullo stesso tono di
-Ventidio; — ma la taccia di cattivo gusto che ne verrebbe a me, non la
-conti un pugno di ceci? Comperare i tuoi orti sull'Esquilino? presso il
-tempio di Mefite? accanto al carnaio di tutta la poveraglia? —
-
-Caio Sempronio non aveva tutti i torti. Sull'Esquilino, alle radici
-del Fagutale, o bosco di faggi a Giunone Lucina, erano i _puticoli_,
-sepolcri della plebe, così detti _a putrescendo_. E là per l'appunto
-aveva il suo sacello Mefite, la dea del mal odore.
-
-— Hai ragione; — rispose quell'altro; — ma gli orti Ventidiani non
-sono mica da quella parte. Del resto; hai lassù i ricordi più gloriosi
-di Roma; il Tigillo sororio, che rammenta la pugna degli Orazii e dei
-Curiazii; il Vico Ciprio, che piacque tanto ai Sabini...
-
-— Sì, — interruppe Caio Sempronio, — e il Vico Scellerato, con Tullia
-che passa in cocchio sul cadavere insanguinato del padre.
-
-— Vedo che hai intenzione di comperare i miei orti; — disse Ventidio. —
-Li disprezzi troppo.
-
-— No, ti ripeto, non mi vanno.
-
-— E sia; imprestami allora il danaro.
-
-— Peggio ancora! Cinquantamila danari? Ma sai che sono.....
-cinquantamila danari? La metà della mia rendita..... d'una volta!
-Amico mio, soggiunse il povero cavaliere, messo alle strette da
-quell'importuno di Ventidio, — tu non crederai mica che io tenga così
-egregie somme a dormire nell'arca. Le terre non danno sempre quel che
-dovrebbero; i soprastanti sono la gente più ladra del mondo; le spese
-crescono tutti i giorni; anche oggi ho promesso di far servizio a
-qualcheduno..... Quarantamila sesterzi, mio caro!
-
-— Ah si?... — gridò Giunio Ventidio. — Quel furfante di Cepione è nato
-vestito.
-
-— Come sai?... — chiese Tizio Caio, turbato.
-
-— Oh bella! Lo so, perchè ieri quei quarantamila sesterzi sono stati
-chiesti in imprestito a me. A me, figùrati, a me, che ne ho appena
-duecentomila... da chiedere!
-
-— Poichè dunque tu sai, — riprese Caio Sempronio, — ti sarà facile
-intendere che non posso servirti, dopo aver già promesso un imprestito
-ad altri.
-
-— E tu compra i miei orti. Questo non è un imprestito, è un
-collocamento di moneta. Con sessantamila danari fai una compra
-eccellente.
-
-— Sessantamila! — esclamò il cavaliere. — _Crescit eundo!_ Quando ti
-fermerai?
-
-— Mi fermo qui, perchè è il loro prezzo. Vorresti tu pagarli meno
-di quello che valgono? — domandò Giunio Ventidio, con quel suo fare
-tra le scherzoso e l'impudente, che doveva vincere la riluttanza di
-Caio Sempronio. — Forse ti turbano i sonni gli allori di Cepione,
-di Furio Spongia ex di tutti i loro degni colleghi delle Botteghe
-Vecchie? —
-
-Le botteghe Vecchie, che ricorrono per la seconda volta nel dialogo,
-erano uno dei punti più noti di Roma. Sentite a questo proposito come
-quella lingua tabana di Plauto fa parlare l'attrezzista (_Choragus_)
-nella sua commedia _Il Punteruolo_: «V'indicherò io in qual luogo
-possiate trovare, senza cercar molto, se avete bisogno di parlargli,
-un birbante o un fior di virtù, un galantuomo o un farabutto. Chi
-cerca adunque d'uno spergiuro, vada al Comizio; chi d'un bugiardo o
-d'uno spaccone, al tempio di Cloacina; chi un marito ricco e pelato,
-faccia capo alla Basilica; lì pure saranno le femmine andate a male
-e i cavalocchi. Giù in fondo del Foro passeggiano i galantuomini e i
-signori; nel mezzo, lungo il canale, gli arcifanfani; sopra il Lago
-gli arroganti, i pettegoli e i maligni, che per nulla ti si scagliano
-contro co' vituperi, senza pensare a tutto quel che di vero si potrebbe
-dire di loro. Presso alle Botteghe Vecchie ci stanno gli strozzini e
-gli strozzati; accanto al tempio di Castore i musi da fidarsene poco;
-nel borgo de' Toscani i bellimbusti; nel Velabro, chiedi e domanda,
-fornai, beccai, aruspici, trecconi; altri mariti ricchi e pelati presso
-la casa di Leucadia Oppia. Ma è stato bussato all'uscio; fo punto.»
-
-— No, certamente; — rispose Caio Sempronio; — ma qual prova del valore
-che tu assegni a questi orti... Ventidiani?
-
-— La prova è nel mio tabulario. Vieni e vedrai, o manda e saprai,
-quanto li ha pagati mio padre; dugento quarantamila sesterzi; poco
-più di quello che tu dài ogni anno al tuo cuoco, perchè ti faccia
-onore davanti agli amici, con queste cene luculliane. Suvvia, Tizio
-Caio; — soggiunse Ventidio, con accento carezzevole, scendendo alla
-perorazione, — fammi questo favore, che è nell'indole tua, poichè
-tu sei il principe dei cavalieri. Me lo diceva anche Clodia, la
-bellissima vedova di Metello Celere. «Quel Caio Sempronio non ha chi
-lo agguagli in tutte le tre centurie, e voi altri dovreste baciar dove
-passa.» —
-
-Tizio Caio Sempronio non era indifferente alla lode di una bella donna,
-e non lo poteva essere a quella di Clodia, che era bellissima tra le
-belle. Già tutti gli uomini son fatti così, e il sorriso di una bocca
-leggiadra li fa andare in solluchero. Figuratevi poi il sorriso di
-Clodia! Il nostro eroe avrebbe fatto più sciocchezze per lei, che non
-ne avesse fatte qualche anno addietro il povero Valerio Catullo.
-
-— Ah sì? — diss'egli, accostandosi a Giunio Ventidio. — E in quale
-occasione ha ella parlato così benignamente dei fatti miei?
-
-— Ma..... non rammento bene. Mi pare che si parlasse dell'invito che
-avevi fatto agli amici pel tuo giorno natalizio. Sai pure, gli amici
-tuoi ragionano spesso e volentieri di te; e in casa di Clodia le
-occasioni di farlo sono più frequenti che altrove. Ah, se invece di
-queste Greche (bellissime, non lo nego) tu avessi invitato qualche
-Romana.....
-
-— Clodia è unica; — interruppe Caio Sempronio; — dove è lei, non c'è
-più luogo per altre. Ma chi sa? un giorno forse darò una gran cena, in
-onore.... dei Mani di suo marito.
-
-— Bravo, così va fatto. Intanto, se non ti dispiace, gliene darò un
-cenno, ed ella ti sarà grata di questa attenzione.
-
-— Grazie; — disse Caio Sempronio. — Domani intanto passa da me;
-parleremo de' tuoi orti.
-
-— Ah, tu mi rendi la vita. E conta sulla mia gratitudine.
-
-— Ci conto, non dubitare; — rispose il cavaliere, che vedeva finire il
-suo colloquio con Giunio Ventidio come l'altro con Postumio Floro.
-
-Il padrone degli orti Ventidiani strinse la mano del suo futuro
-salvatore e si allontanò canticchiando, come un uomo che non ha più
-sopraccapi.
-
-— Veramente le calende d'aprile sono un giorno nefasto; — pensò
-Caio Sempronio. — E se non fosse che ho udita una buona parola di
-Clodia..... Ma l'avrà poi detto davvero? È così bugiardo, questo
-Ventidio! Basta, sarà quel che sarà, ritorniamo al triclinio e beviamo
-il vino del commiato. —
-
-In quel mentre, gli si parò davanti Cinzio Numeriano.
-
-— Ah, eccoti qua, mio bel poeta! — gridò il cavaliere, mettendogli
-amorevolmente le mani sugli òmeri. — Dimmi tu, domandami tu qualche
-cosa, che mi torni di buon augurio, dopo tante.... —
-
-Voleva aggiungere: seccature; ma si tenne la parola tra i denti.
-
-— Lasciamola lì; disse invece, mutando discorso. — Tu hai fatta
-quest'oggi per me un'ode meravigliosa.
-
-— Bontà tua; — rispose umilmente Numeriano.
-
-— Bontà della tua Musa, non mia; tu sei nato poeta e le api del Parnaso
-ti hanno stillato il miele sulle labbra. Non è egli così che si dice?
-
-— Tu sei cortese; — disse Numeriano. — Ma credilo, se c'è nella mia
-ode alcun che di buono, è tutto opera tua, perchè me l'ha inspirata
-l'amicizia.
-
-— Te lo credo, Numeriano, te lo credo. Tu sei un vero amico, non uno
-dei soliti piaggiatori della fortuna. Tu, per esempio, non mi hai
-chiesto mai nulla.
-
-— Ahi, ahi! — pensò il poeta. — Come faccio ora a dirgli?... Se parlo,
-guasto la buona opinione che egli s'è fatto di me. —
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-Amore è cieco.
-
-
-Tizio Caio Sempronio levò di pena egli stesso il suo giovane amico.
-
-— Ma io, — proseguì, — a te solo ho detto: abbi da me tutto quello che
-ti piacerà domandarmi. Chiedi adunque, o Cinzio Numeriano. Vuoi la mia
-casa? No; questa non hai mestieri di domandarmela, perchè essa è già
-tua.
-
-— Grazie! — rispose Numeriano, stringendo e baciando la destra che Caio
-Sempronio gli aveva sporta in quel punto. — Del resto, tu mi conosci,
-o Caio; i miei gusti sono assai più temperati. Io ho sempre sognato
-una modesta casetta, con una fontana lì presso, e un po' di bosco
-all'intorno, per ascoltare ciò che bisbigliano i Fauni all'orecchio
-delle Ninfe.
-
-— Poeta! Tu credi ai Fauni e alle Ninfe?
-
-— Certamente. Muta i nomi quanto vorrai, le cose e le idee rimangono,
-belle di giovinezza immortale. E quelle che io ti ho detto, non sono
-elleno forse le voci della natura, che parlano dai sassi, dall'aria,
-dai tronchi d'alberi e dalle acque scorrenti, in cui le ha chiuse il
-Dio ignoto, e indovinate il mortale? Per me, vedi, quelle ombre romite,
-quei silenzi profondi, hanno splendori e favella; splendori che io non
-saprei dipingerti, favella che io non sarei capace di esprimere; ma
-che importa ciò? M'invadono l'anima, mi riscaldano il cuore, e mi si
-tramutano in alate canzoni. La mia vita è là; in quelle ombre, in quei
-silenzi, amare, cantare, e il tuo Cinzio sarebbe intieramente felice.
-
-— Sì, per Giove, lo meriti; — gridò Caio Sempronio. — Ma io mi penso
-che la modesta casetta, la fontana e il bosco all'intorno, dovrebbero
-essere abbastanza vicini alla città. Perchè, infine, io non sono
-poeta, ma certe cose le intendo e le sento alla maniera dei poeti.
-Quella che tu chiedi non è la vita campagnuola del vecchio Catone, che
-attendeva alla coltivazione per venderne i frutti; è la quiete operosa
-dello spirito, lontana da tutte le brighe e da tutte le vanità, ma
-vicina a tutte le eleganze, a tutte le consolazioni dell'amicizia e
-dell'arte. Non è così? Ti ho capito, o Numeriano; e tu non potresti
-vedere diversamente la cosa. Orbene, io ci ho il fatto tuo; una villa
-sull'Esquilino, il vero monte della guardia, donde l'occhio spazia pel
-lontano orizzonte, senza perder di vista i tetti della Roma quadrata;
-donde si scorge il Soratte, il Lucretile, i colli Albani e il tempio
-di Castore; donde, in un volger di ciglia, si possono vedere le aquile
-che volano sul monte Sacro, e gli sciocchi che misurano a lenti passi
-il selciato del Foro. E con tutto questo, una villa non così grande,
-da recarti le cure e le molestie della padronanza, ma nemmeno così
-piccola, che non ci abbia a campar su un poeta tuo pari.
-
-— Ah, smetti, te ne prego; — esclamò Numerano; — o consentimi di
-chiuder gli occhi e di vedere col desiderio quest'orto delle Esperidi.
-
-— No, non occorre di chiuder gli occhi; ti bisogna anzi di tenerli
-aperti. Ho io le chiavi dell'orto, e son tue.
-
-— Dici da senno?
-
-— Del migliore ch'io m'abbia. Ah, per gli Dei immortali! — gridò
-Caio Sempronio, dimenticando un tratto di parlare con Numeriano e
-di farsi intendere da lui. — Non compro per rivendere, io; non fo
-il mercante, nè l'usuraio. Vogliono tutti il mio danaro, ci calano
-sopra, come le arpìe sulla mensa dei compagni d'Ulisse. E facciano a
-lor posta, finchè la dura; ma io darò pure un esempio; lo darò, prima
-che le forze mi manchino. Amico, — e, così dicendo, Caio Sempronio
-tornava in carreggiata, — io ho fatto in vita mia tante sciocchezze,
-che vorrei, per una volta tanto, imberciarne una, esser utile a chi
-lo merita, passare alla posterità con un atto che facesse dire di
-me: quello sconclusionato di Tizio Caio Sempronio non era poi un capo
-della mandra d'Epicuro, come il complesso della sua vita potrebbe far
-credere. Cinzio Numeriano, promettimi almeno che mi ricorderai nei tuoi
-versi. Non ho vinto barbari re; non ho assoggettato provincie. Anch'io
-potevo fare qualche cosa, e me ne sono rimasto con le mani in mano.
-Ma infine, ho amato qualcheduno ed ho saputo discernere il bene dal
-male, i cuori gentili dalle anime nere, gli amici dai parassiti. Era
-destino che prendessi questa via, anzichè un'altra; ma se ho seguita la
-peggiore, ho vista almeno e riconosciuto la buona. Rendimi giustizia, o
-poeta. Non siete voi, discepoli di Febo Apollo, i vindici della storia?
-Io frattanto ho reso giustizia a te, sceverandoti dal numero degli
-importuni, dei supplicanti, degli insaziabili, e via discorrendo.
-
-— Che dici tu? — mormorò Numeriano. — E non ero venuto appunto per
-chiederti anch'io qualche cosa?
-
-— No, non lo fare; lascia a me la cura e la consolazione di concedere
-a te quello che non mi avrai domandato; — interruppe Caio Sempronio.
-— Del resto, che cosa avevi tu a chiedere, dove io ti avevo precorso
-con l'offerta? Non ti confondere con gli altri; se io non ti avessi
-confortato a parlare, saresti ancora fuori di strada, e la modesta
-casetta la chiederesti alle Muse, sulle falde del Parnaso, accanto
-alla fontana Castalia. Dunque, veniamo a noi. Compro domani gli orti
-di Ventidio, sull'Esquilino. Saranno tuoi da quell'ora, e al solo patto
-che tu m'inviti qualche volta ad una pitagorica cena, e mi legga i tuoi
-versi. —
-
-Il poeta non si rinveniva dallo stupore ond'era tutto compreso.
-
-— Ah Caio Sempronio, amico, patrono mio! — gridò egli, alzando gli
-occhi al cielo. — Gli Dei prosperino te e la tua casa, perchè tu salvi
-un povero poeta dalla disperazione.
-
-— Per Giove! Eri già a questo punto? Buon per me, che sono giunto in
-tempo. Ma dimmi; in che modo quello che poc'anzi era un bel sogno per
-te, diventa ora una necessità?
-
-— Ah, è vero; — rispose Numeriano, impacciato; — non ti avevo detto
-ogni cosa. Sono... Ma già, potrai immaginartelo.
-
-— Innamorato, forse?
-
-— Per l'appunto, sebbene la parola non esprima a gran pezza tutto
-quello che sento.
-
-— Venere ti salvi, o Numeriano! Amar troppo e ber troppo, sono due cose
-da evitarsi del pari.
-
-— Hai ragione, ma come fare? Si vorrebbe andar misurati e non ci si
-riesce. Perciò avviene che Elio Vibenna sia così concio dal vino, da
-non potersi più alzare dal suo lettuccio, e che io sia così concio
-dall'amore, da averne perduto il sonno.
-
-— Di bene in meglio! Ma che cosa ha da vedere cotesto con la ricchezza?
-Un poeta è già ricco abbastanza per l'arte divina dei carmi, e ad una
-donna romana piace assai più di vedere il suo nome sulle tavolette di
-cera d'un alunno delle Muse, che non di aver cinto il collo d'un vezzo
-di perle orientali.
-
-Numeriano rispose con un sospiro:
-
-— Come? Non è forse vero? Ti saresti imbattuto per avventura in una
-donna senza cuore?
-
-— Oh, non giudicarla da questo, te ne prego; — rispose Numeriano. — Il
-suo cuore è aperto a tutti gli affetti gentili. Essa è una creatura
-celeste, e quantunque per la sua bellezza insigne e per le grazie
-elette dell'animo sarebbe degna di sedere al convito dei Numi, i suoi
-gusti son semplici e schietti come quelli della figlia d'Alcinoo.
-
-— Già, tutte così, le donne, agli occhi d'un poeta innamorato! — disse
-Caio Sempronio, ridendo. — E ti ama, si capisce?
-
-— Credo di sì; — soggiunse modestamente Numeriano.
-
-— Io temo di no; — riprese Caio Sempronio. — Se ti amasse, non
-domanderebbe a te altra cosa che la tua gioventù, la tua bellezza e i
-tuoi versi.
-
-— Sì, — replicò Numeriano, — se ella fosse in tal condizione da poter
-vivere a modo suo e mio. Ti ho detto che i suoi gusti son semplici.
-Figurati, amico, che la vita di Roma, con le sue feste, i suoi giuochi,
-i suoi mille rumorosi sollazzi, le torna molesta. Già, non è romana,
-lei; è una figlia della Grecia, una di quelle vezzose creature dai
-flessuosi contorni, dorate la fronte purissima dai raggi del sole
-dell'Attica, che noi amiamo raffigurarci coi loro pepli ricadenti in
-molli pieghe sui fianchi, e con ramoscelli di pallida oliva tra mani,
-per intesser corone ai vincitori dei giuochi di Corinto, o d'Elèa.
-
-— Mi par di vederla!
-
-— Tu la conosci, infatti; essa non è lontana di qui.
-
-— Davvero? E il suo nome?
-
-— Delia; non l'avevi tu indovinato? —
-
-Caio Sempronio inarcò le ciglia e guardò fisso il suo giovane amico, in
-atto di profondo stupore.
-
-— Dovevo immaginarmelo; — diss'egli, dopo un istante di pausa. — Dopo
-quell'ode.... dopo quell'inno pindarico! Ma di grazia, Numeriano, che
-necessità di esser ricco? Se io fossi, non dirò la tua Delia, ma la
-più superba patrizia di Roma, e tu avessi fatti per me i versi che hai
-fatti poc'anzi per lei, ti giuro per Febo Apolline che ti avrei qui
-nel mio cuore, ancorchè tu fossi il più povero dei Quiriti. Ma basti
-di ciò, poichè i Numi non hanno pensato a questa metamorfosi, e sii
-felice con Delia. E quante lune ti concederà ella, a consolare la tua
-solitudine?
-
-— Tutta la vita.
-
-— Bada, Numeriano; è un termine troppo lungo, e per lei... e per te.
-
-— L'amo; — rispose il poeta.
-
-— Amare non è ancora sinonimo di ammogliarsi; — notò Caio Sempronio.
-— Per tuo bene e suo, puoi vivere con Delia, senza la cerimonia della
-confarreazione, o della coenzione.
-
-— Con la più solenne maniera di nozze, io condurrò Delia in mia casa; —
-gridò Numeriano, infiammato.
-
-— Col farro, adunque; di bene in meglio! —
-
-Per intendere l'osservazione di Caio Sempronio e la risposta di
-Numeriano, bisognerà ricordare le tre forme di matrimonio degli antichi
-Romani, l'uso, la compera e il farro. La prima era senza fallo più
-spicciativa. La donna andava a casa dell'uomo ed era riconosciuta per
-legittima moglie dopo un anno di convivenza, purchè il furbo consorte
-non avesse fatto in quello spazio di tempo un _alibi_ di tre notti.
-
-La compera (_coemptio_) si faceva con alcune solennità, quasi
-comperandosi i due sposi a vicenda. La donna portava tre monete; una
-in mano, e la dava al marito; una nella calzatura, e la riponeva nel
-sacrario dei Lari domestici; una nel borsello, e la offriva ai Lari
-Compitali del crocicchio più vicino alla casa. Ne seguiva che la donna
-andava in mano e sotto il dominio del marito, diventando compagna,
-partecipe de' suoi beni ed erede. L'uomo, dal canto suo, non era sotto
-la potestà della donna; ma, come comperato da lei, le dava la porzione
-conveniente della sua eredità.
-
-La confarreazione si faceva alla presenza di dieci testimoni, con
-alcune formole particolari e con un sacrificio solenne, in cui si
-adoperava il pane di farro; e per tal guisa veniva la donna in potere
-dell'uomo. Le nozze si contraevano alla presenza del pontefice massimo
-e del flamine Diale, per mezzo del farro e del sale, donde ebbero il
-nome di confarreazione. Questo modo di celebrare gli sponsali era
-ritenuto religiosissimo, e vi si adoperava il farro arrostito, che
-spesso serviva ne' sacrifizi agli Dei.
-
-— Numeriano, — prosegui Caio Sempronio, dopo aver pensato a tutte le
-cose che siamo venuti discorrendo brevemente, — vuoi un consiglio da
-amico? Non fare questa corbelleria. Ottima come amante, ti farà buona
-riuscita come moglie? Credi a me; non abusare del farro.
-
-— L'amo; — rispose il poeta.
-
-— E che dirà la Musa? Anche questa è una specie di moglie; anzi, è la
-moglie legittima tra tutte. Ammetto che ella possa chiudere un occhio
-su certe scappate; ma se tu le condurrai un'altra donna sotto il tetto
-maritale, povero a te, non farai più nulla di buono.
-
-— L'amo; — tornò a dire quell'ostinato di Numeriano.
-
-— E sia; non intendo già di negare il fatto. Sono invece pentito di
-averti fornite le armi per mandare ad effetto il tuo truce proposito.
-Tu uccidi il tuo ingegno, mio povero amico! E per chi, poi? Per un
-Etèra di Corinto; giovane, bella e colta quanto vorrai, ma infine è
-sempre una Etèra. Non la cogli mica dal tralcio, quest'uva di Corinto,
-e ancora aspersa del suo polviscolo resinoso. È venuta a Roma come
-tante altre sue sorelle, di marmo pario o di carne, portate da un fiero
-console, a trofeo di vittoria, o da un furbo mercante, ad argomento
-di ricchezza. È una delle migliori, per bellezza e per senno, chi te
-lo nega? Se fossi per dare un tuffo nello scimunito, ti giuro, amico
-Numeriano, che non mi parrebbe di fare naufragio intiero, imitandoti.
-Quantunque, — soggiunse Caio Sempronio, correggendosi prontamente, —
-se avessi a fare un capitombolo della tua sorte, vorrei Afrodite in
-persona, anche con tutti i suoi anni di milizia, e i ricordi, poco
-piacevoli, di Vulcano, di Marte e di Anchise. —
-
-Condannate il mio cavaliere, se vi dà l'animo, voi che avete in pregio
-le frutte spiccate appena dall'albero e la bellezza accompagnata
-dall'onesto riserbo.
-
-Per altro, io non vorrei condannato neanche il povero Numeriano.
-Pensate che amore non ragiona, e che, dopo tutto, in Roma non si usava
-di guardar troppo nel sottile in certe faccende. Anche in materia di
-ritegno femminile, si era già, sotto il consolato di Sulpicio Rufo e
-di Claudio Marcello, molto lontani dalla moglie di Collatino e dalla
-madre dei Gracchi, e le stesse matrone non potevano sperar di piacere
-ai mutati Quiriti, se non collo smettere un pochino, e magari anche
-molto, dell'antica austerità e della ruvidezza delle donne sabine. Roma
-aveva conquistato la Grecia, e la Grecia aveva conquistato Roma; l'una
-si era servita delle sue armi invincibili, l'altra de' suoi costumi
-irresistibili. La fiera e forte repubblica s'ingentiliva, non c'è
-che dire, e si corrompeva anche un tantino; essendo già fin d'allora
-un caro difetto degli uomini di non far nulla a mezzo e di non voler
-trovare un giusto equilibrio tra la virtù e la grazia, la sostanza e la
-forma.
-
-Che farci, se le statue di Fidia e di Prassitele e i quadri di Apollo e
-di Zeusi, varcando l'Egeo e lo Jonio, traevano dietro a sè anche i loro
-insuperabili esemplari, e se i discendenti di Fabrizio e di Cincinnato
-rendevano giustizia alla bellezza, all'ingegno pronto e vivace, di
-quelle vezzose Ateniesi e Tebane, Corinzie ed Efesie, che avevano
-guidati gli scalpelli e i pennelli dei primi artisti del mondo? I
-rètori e i filosofi greci, che erano sembrati così pericolosi a Catone
-il censore, potevano andarsi a riporre. Ben altri maestri di eleganza
-riuscivano per Roma le figlie di Grecia, che calavano a stormi sul
-Lazio, più numerose, giusta l'energica espressione di Plauto, che non
-siano le mosche in estate, _cum caletur maxume_. Venivano dall'Attica,
-dal Peloponneso, dalla Sicilia, le graziose divoratrici di patrimonii;
-seducevano con la rara bellezza delle forme, con le studiate grazie
-dello spirito, con gli ornamenti delle lettere greche e latine, e
-con tutta la lieta compagnia de' vizi eleganti. Già parecchie di loro
-s'intromettevano audacemente nelle faccende politiche, come Precia, la
-bella amica di Cetego, o come Chelidone, presso cui Verre, a cansare
-una perdita troppo grave di tempo, aveva trasportati senz'altro gli
-uffizi della pretura. Leggete in Plutarco le vite di Lucullo e di
-Pompeo; date una scorsa ai comici e ai lirici latini, e ne vedrete
-d'ogni forma e colore.
-
-Giuochi e danze, corone, unguenti, conviti, manti di bisso e di
-seta (che era la gran novità di quel tempo), smeraldi, ametiste,
-vasi murrini e simili altre delicatezze, erano gli strumenti di uno
-incivilimento frettoloso, che dilapidava le sostanze delle grandi
-famiglie, il frutto sudato di quelle rigide istituzioni che avevano
-chiusa la ricchezza in pugno al patriziato, resistendo con tanta
-fortuna alle sedizioni della plebe e ai ripetuti tentativi di generosi
-novatori, o d'insigni scellerati. Inconscie distruggitrici della
-fortezza romana, come le locuste lo sono dei campi su cui raccolgono il
-volo, le poetiche figliuole di Grecia erano esse medesime le vittime
-della possanza d'un popolo, che trascorre a tutti gli eccessi della
-vittoria. E il più delle volte erano fanciulle inesperte, rapite ai
-quieti ginecei e travolte in una corruzione a cui non partecipavano
-punto le loro anime gentili, avide di sapere, di godere la vita,
-non già di affogar sè e gli altri nei pantani del vizio. È mestieri
-di conoscere la vita greca, per intendere che le Etère non possono
-trovar riscontro nella vita odierna, nè essere involte in una stessa
-condanna con certe disgraziate creature dei tempi nostri. Se non
-temessi di farmi gridare la croce addosso dai moralisti, direi anzi che
-l'Etèra antica non può essere paragonata, con una certa apparenza di
-giustizia, che alla dama moderna. Infatti, oggi la dama è colta, come
-allora lo erano soltanto quelle povere Etère, mentre avevano biasimo
-le dame che mostravano di sapere qualche cosa, oltre il filare la
-classica lana e il soprantendere al bucato domestico. Rammentate di che
-critiche fosse oggetto Sempronia, la moglie del console Giunio Bruto,
-perchè era ornata di lettere greche e latine, e suonava e ballava più
-elegantemente che non si convenga ad onesta matrona. La frase è di quel
-fior d'onest'uomo che fu pei tempi suoi Crispo Sallustio; il quale
-aggiunge aver essa avuto tante altre qualità simiglianti, che erano
-veri stromenti di lascivia. E scusate se è poco.
-
-Io non intendo di assumere le difese di madonna Sempronia, che aveva,
-secondo me, un altro torto gravissimo, quello di amare un Sergio
-Catilina. Dico e sostengo che gli antichi non erano da meno del moderno
-padre Zappata; predicavano bene e razzolavano male. Se amavano tanto
-le oche in casa loro, perchè andavano fuori di casa a deliziarsi coi
-cigni? E se l'eleganza e la coltura erano anche per loro un necessario
-accompagnamento della bellezza, perchè ne osteggiavano l'ingresso nelle
-pareti domestiche?
-
-Basta; poichè tanto e tanto non riusciremmo più a persuaderli,
-torniamo alle Etère. Ne abbiamo vedute quattro nel triclinio di Tizio
-Caio Sempronio. Una di esse, che vi consento di credere la migliore,
-aveva fatto perder la testa a Cinzio Numeriano, che voleva sposarla
-senz'altro.
-
-Nè gli potevano far senso le argomentazioni di Tizio Caio Sempronio,
-o, al più, dovevano farglielo come una opinione personale, in cui è
-lecito di non consentire. Ricordate che in quel tempo tutto il riserbo,
-tutta la bellezza morale della donna, consistevano nello star molto
-in casa, a far la massaia, poi nell'andare ai giuochi dei gladiatori
-e condannare a morte questo e quello dei caduti, con una voltata di
-pollice, poi nel passare allegramente di mano in mano, divorziata da
-un marito che volesse compiacere ad un amico, e via di questo passo.
-Altro che il polviscolo resinoso del grappolo e la calugine delle
-pesche duracine! Quelle eran peggio delle frutte di mercato, brancicate
-da mezzo mondo; e una povera Greca non ci aveva mica da scapitare al
-confronto.
-
-Lettori, io passeggio sulla brace. _Incedo per ignes suppositos cineri
-doloso._ Meglio sarà tornare al colloquio, che per queste chiacchiere
-abbiamo lasciato in tronco.
-
-— Orbene, che vuoi? — diceva il poeta. — Per me, Venere è discesa in
-terra. Ma che dico Venere? Tutte le dee della Grecia, che noi abbiamo
-trasformate coi nostri nomi italici, si sono confuse e ringiovanite
-in questa donna divina. Che importa, se il fiore non è stato colto da
-me? Posso io andare a ritroso del tempo e cozzare col fato? So che è
-maravigliosamente bella e che le arcane fragranze della sua gioventù
-mi hanno inebriato. A volte, pensando di lei, mi arde il sangue, e
-la vampa mi sale al cervello; a volte mi sento adagiato in una calma
-profonda. Hai tu provata mai la volontà ineffabile del non pensar a
-nulla, del lasciarti andare in balìa del caso, come la piuma in balìa
-della brezza meridiana? Io, dopo aver molto sospirato e sognato, mi
-abbandono a questi ondeggiamenti, a queste beatitudini eccelse. L'amo,
-l'amo, e non vedo, non sento più altro.
-
-— Povero amore! — esclamò Tizio Caio Sempronio. — È un bel ragazzo, ma
-è cieco. Vedete qui Publio Cinzio Numeriano. È giovane, bello, ricco
-d'ingegno e caro alle Muse. Cento donne a gara gli farebbero dolce
-la vita, e senza rapirgli la sua libertà, questo primo dei beni. Ma
-no; egli non conosce la sua fortuna, o la disprezza, che è peggio, ed
-ha mestieri di una catena e d'un collare di ferro. Amore è cieco, ho
-detto; aggiungo ora che l'uomo è pazzo. —
-
-Cinzio Numeriano era rimasto un po' sconcertato da quelle
-considerazioni del suo protettore.
-
-— Ti duole di avermi promesso il tuo aiuto? — gli chiese. — Bada, amico
-e patrono mio; son cosa tua e tu puoi togliermi la dolce speranza de'
-tuoi benefizi.
-
-— No, non temere; — rispose Caio Sempronio. — Certo mi duole di aver
-promesso, poichè so a qual fine ti servirà la fortuna. Ma anche
-Giove in cielo è vincolato da' suoi giuramenti, e, qualunque cosa
-avvenga, io non verrò meno alla data parola. Bùttati nella voragine,
-senza aver pure il conforto di tornar utile a Roma; io non ci ho che
-vedere. —
-
-Numeriano spiccò un salto, per l'allegrezza, come avrebbe fatto un
-fanciullo, dopo avere ottenuto un giocattolo lungamente sospirato.
-
-— Ah, grazie! — proruppe. — E tu assisterai alle mie nozze?
-
-— Anche questa? Dovrò io comporre il rogo al mio povero poeta?
-
-— Sì, te ne prego, te ne supplico.
-
-— E sia; lo farò. Col farro, adunque?
-
-— Col farro e col sale.
-
-— Il sale poi è necessario nel caso tuo. Mostri di averne così poco in
-zucca, mio bel Numeriano! Ora veniamo a noi. Posdimani avrai gli orti
-di Ventidio. E proprio dopo il contratto di donazione, mi farò tuo
-prossenéta, ti condurrò dai parenti della donna..... cioè, no, dalla
-sua nutrice, che l'ha in custodia, e tu le chiederai Delia in isposa.
-Ti risponderanno di sì, quando io avrò mostrato il contratto, non è
-vero? Bene; tu le darai l'anello pronubo, che essa metterà nel quarto
-dito della mano manca, dov'è la vena che corrisponde al cuore. Sarai da
-quel punto il suo sperato, com'essa la tua sperata.
-
-— Per pochi giorni. — m'immagino; — disse Numeriano ridendo. — Tu non
-vorrai farmi sospirar troppo il gran giorno.
-
-— No, per Giunone Cinzia. Non aspetteremo Maggio che è un mese così
-infelice pei matrimoni. _Mense Maio nubunt malae_, è proverbio volgare.
-Evita le Calende, le None e gli Idi, che sono tutti giorni nefasti,
-e potrai ammogliarti nelle condizioni più prospere che ti siano
-consentite, a meno che tu non ami aspettare dopo gli Idi di Giugno, che
-è l'ottimo dei tempi coniugali.
-
-— Son contento di far le nozze verso gli Idi di Aprile; — disse
-l'impaziente Numeriano.
-
-— Affrettiamoci, dunque. Vi vedo già tutt'e due, coronati di fiori
-e verbene; tu coi capelli recisi, lei col flammeo sulla fronte, a
-custodire il rossore; i fanciulli con le faci, una delle quali di
-bianco spino, che guidano la donna alla tua casa, ornata a festoni di
-rose, di mirti e di allori. Giunti alla porta, si fa entrare prima la
-conocchia, con la lana e col fuso, simbolo delle cure a cui la tua
-Delia non ha mai atteso fin qui. Ma non importa, ci attenderà poi;
-tutto sta ad avvezzarcisi. Ambedue toccate l'acqua e il fuoco, posti
-sul limitare. Poi gli amici solleveranno tra le braccia la sposa, e la
-faranno entrare, senza che tocchi la soglia col piede. Vesta l'avrebbe
-per un sacrilegio, e gli amici sarebbero troppo dolenti che quest'uso
-santissimo andasse negletto.
-
-— Godo, di vedere che tu la prendi a giuoco, — notò Cinzio, che non
-sapeva se dovesse ridere, o adontarsi, di quella filatessa di gentili
-cerimonie e di beffardi commenti.
-
-— Come fare altrimenti, amico Numeriano, come fare altrimenti? Tu lo
-vuoi; sia fatta la tua volontà. Ed entrato in casa a tua volta, le
-consegnerai il mazzo delle chiavi, per la custodia di tutte le cose
-domestiche. Un tempo non le si sarebbe consegnata la chiave della
-cantina, perchè alle donne era vietato ber vino, pena il ripudio.
-Rammenterai l'editto di Catone, che stabiliva l'obbligo del bacio dei
-congiunti alla donna; perchè questa, caso mai ne avesse bevuto, non
-potesse altrimenti nascondere l'infrazione della legge. Ma qui non è
-il caso, e tu farai molto volentieri queste indagini da te; non è egli
-vero?
-
-— Puoi crederlo; — rispose Numeriano, che già assaporava la dolcezza di
-quelle indagini, con tutta la presaga virtù del desiderio.
-
-— E adesso, andiamo; — soggiunse il cavaliere Caio Sempronio. — S'è
-chiacchierato abbastanza, e i nostri amici vorranno propinare ai Lari
-Compitali, che guidano i passi degli ubbriachi e fanno trovar l'uscio
-di casa. —
-
-Numeriano respirò. Con tutto l'affetto e la gratitudine che sentiva pel
-suo amico e patrono, il nostro innamorato cominciava ad annoiarsi di
-quelle sue stiracchiature cerimoniali, che arieggiavano maledettamente
-la satira.
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-Rose e spine.
-
-
-Il giorno dopo quella famosa cena (giorno che io vi permetterò di
-chiamare romanamente _quarto Nonas Aprilis_, poichè era il terzo sopra
-le None, che cadevano al quinto giorno del mese) il cavaliere Tizio
-Caio Sempronio si alzò mal volontieri dalle morbide piume.
-
-Quasi non sarebbe mestieri di accennarlo, poichè già s'indovina,
-argomentando che l'ospite di tutti quei capi scarichi doveva essere
-andato anche tardi a dormire. Ma siccome tutto è relativo in questo
-mondo, va detta anche l'ora in cui il nostro cavaliere scese dall'alto
-giaciglio, non senza bisogno d'aiuto, per non cascar giù dalla
-scaletta, così assonnato com'era.
-
-Non c'è che dire, i nostri antichi Romani amavano i loro comodi. Avete
-già veduto che pranzavano sdraiati, appoggiando il torace sul gomito.
-Figuratevi ora che dormivano su certi letti così alti, da aver mestieri
-d'uno sgabello, o d'uno scalèo, per salirvi su. Que' letti erano fatti
-a guisa dei nostri sofà di maggiore grandezza, con una spalliera da
-capo, con un'alta fiancata dalla parte del muro, e interamente aperti
-dal lato per cui ci si entrava. L'intelaiatura era tesa con cinghie,
-che sostenevano un gran materasso, su cui erano collocati un capezzale
-e un guanciale. Ho veduto uno di questi letti, il letto di Didone,
-dipinto a suo luogo nel più antico codice dell'Eneide, che è il
-Virgilio Vaticano. Lo scalèo ha nove gradini; nientemeno! C'era la sua
-parte di risico, a voltarsi sul fianco.
-
-Torniamo a Tizio Caio Sempronio. Il nostro cavaliere si alzava per
-solito verso il meriggio. Quel giorno, malgrado la veglia prolungata
-e i fumi del vino, si alzò alle nove, che era l'_hora tertia_, nella
-divisione del giorno presso gli antichi Romani.
-
-Che cosa aveva da fare? La terza era l'ora dei negozi forensi.
-_Exercet raucos tertia causidicos_, mi pare che abbia detto Marziale.
-Ma anche senza essere un causidico, e senza l'obbligo di andare ai
-tribunali, Tizio Caio Sempronio ci aveva per quel giorno la sua parte
-di seccature; epperciò, prima di ascendere su quel suo Campidoglio
-notturno, aveva raccomandato al servo di svegliarlo ad ogni costo per
-quell'ora insolita. E scosso ripetutamente dal fidato cameriere, che
-fu mandato a quel paese una mezza dozzina di volte, il povero cavaliere
-si alzò, per andare a finire di svegliarsi in un bagno d'acqua fresca:
-ottima cosa al mattino, segnatamente quando non si ha obbligo di berla.
-
-— Andiamo, via! — aveva egli detto tra sè, per consolarsi di
-quella interruzione al più bel sogno d'oro che mandasse mai l'alba
-degl'infingardi al più divoto de' suoi cultori. — Bisognerà pensare a
-quei cari amici, che aspettano un servizio da noi. —
-
-Mentre egli era al bagno, capitò l'ostiario.
-
-— Che c'è? — domandò il cavaliere.
-
-— Padrone, è venuta all'uscio di strada una vecchia....
-
-— Vada a pettinar Proserpina! — gridò Caio stizzito. — Così male ha da
-cominciare la mia giornata? —
-
-L'ostiario sorrise, e ripigliò:
-
-— Se n'è andata, difatti, ed ha lasciato questo per te. —
-
-Così dicendo porse una tavoletta pugillare al padrone.
-
-Pugillare? Che diavol è? Sentite qua; si chiamavano pugillari certe
-piccole tavolette, rivestite di cera, per iscriverci su. Derivavano il
-nome dalle loro piccole proporzioni, perchè potevano essere comodamente
-tenute nel pugno; ed erano usate per quaderni di memorie, per notarvi i
-pensieri fuggitivi, e sopratutto per mandar lettere amorose.
-
-Insomma, avete capito. Avrei potuto dirvi subito un viglietto, come
-quello di Rosina a Lindoro. Ma non siamo per niente sotto il consolato
-di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello, ed io ho sentito il bisogno di
-dirvi: una tavoletta pugillare. Abbiate pazienza e seguitemi, mentre
-io guardo che senso ha fatto sull'animo del cavaliere il messaggio
-mattutino della vecchia Gabrina.
-
-Tizio Caio Sempronio si era affrettato, come potete immaginarvi, a
-rompere il suggello e ad aprire le due facce del pugillare.
-
-— Ah! — esclamò egli, dolcemente commosso, leggendo la prima parola.
-
-Adesso bisognerebbe dir l'ultima, perchè il nome dello scrivente si
-mette in fondo; ma allora lo si scriveva sempre da principio. _Cicero
-Terentiae suae salutem dicit._
-
-La lettera non era di Cicerone, vi prego di crederlo. Del resto,
-sentite Caio Sempronio che vi chiarisce il negozio.
-
-— Clodia! — mormorò egli, dopo la prima esclamazione che ho detto. —
-Come va che quella divina mi scrive? A me, Tizio Caio Sempronio, che le
-ho parlato a mala pena una volta? —
-
-Mi direte che il miglior modo, anzi l'unico, di sapere che cosa voglia
-da noi una dama, quando ci fa l'onore di scriverci, è quello di legger
-subito ciò ch'ella si è degnata di mettere in carta. Ma questo, che
-è vero in tanti casi, non lo è poi in tanti altri. Non lo era, per
-esempio, nel caso di Sempronio e di Clodia.
-
-Vedete, difatti; la bellissima patrizia scriveva così:
-
-«Clodia, a Tizio Caio, salute.
-
-«Ti parrò ardita; e forse è questa la fama che corre di me. Qualunque
-io ti sembri, non sarò mai paurosa, nè sciocca. Stimo te grandemente;
-nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco, sarà giunto alle tue
-orecchie. Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu
-sai quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una
-mia schiava prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi
-da uomini assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto
-della sua visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto
-sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le
-prospere Megalesi; è il mio voto.»
-
-Avete capito voi? No. E Tizio Caio nemmeno.
-
-Non già perchè non intendesse le ultime parole, che forse allegheranno
-i denti a qualcuna delle mie lettrici, poco pratiche d'anticaglie. Le
-Megalesi erano feste solenni alla dea Cibele, onorata sotto il nome
-di gran madre degli Dei, epperciò chiamata in greco _Megalisia_. E
-perchè tutte le feste d'allora finivano in giuochi e spettacoli, come
-quelle del nostro popolo finiscono in corpacciate e combibbie, le
-Megalesi, che duravano otto o nove dì, cominciando nel quarto giorno
-di aprile (_pridie Nonas Aprilis_), erano più specialmente dedicate
-alle rappresentazioni sceniche. Pei Ludi Megalensi furono scritte quasi
-tutte le commedie di Terenzio.
-
-Quanto ai matematici, era questo il nome degli astrologhi, degli
-indovini, che interpretavano i sogni della gente da bene. Orazio Flacco
-non voleva che si facesse capo a costoro, e raccomandava a Leuconoe di
-non chiedere il futuro ai calcoli babilonesi. E appunto da Babilonia,
-patria di astronomi e di matematici, erano venuti a Roma gl'indovini;
-e l'astrologia e la matematica, scienze dei Magi, avevano dato il nome
-all'arte di quegli antenati di Cagliostro.
-
-Nemmeno era dubbio per Tizio Caio Sempronio il senso della lettera.
-Niente di più naturale che il dar retta ai sogni, in un tempo e in
-un paese di superstizioni come quello, che aveva tra l'altre cose i
-giorni fasti e nefasti, le ferie pubbliche e private, e queste anche in
-occasioni di fulmini, di modo che, ogni qualvolta si sentisse tuonare,
-era giorno feriato, fino a tanto non si fossero placati con offerte e
-sacrifizi gli Dei.
-
-Dunque, nell'avvertimento di madonna Clodia non c'era nulla da dire.
-Ma una donna che scrive ha sempre un secondo fine, un intendimento
-riposto. E perchè si prendeva costei tanta cura della salute di Tizio
-Caio? Che cosa si doveva leggere tra le righe dello scritto? Lo avesse
-almeno invitato ad andare da lei! Ma no, d'invito non ce n'era pur
-l'ombra, neanche sotto forma di permesso, per un rendimento di grazie.
-Un avviso, un augurio, un voto, e nient'altro.
-
-— Strana donna! — pensò il cavaliere. — Che cosa debbo conchiudere? Che
-ella si dà pensiero di me. E sia. Ma allora perchè non aggiungere: «a
-voce ti dirò meglio»? E questo accenno alle prossime feste! Che voglia
-vedermi allo spettacolo? Sì, certamente, ci andrò; ma di questo ella
-poteva esser sicura, e non c'era bisogno di dirmelo. Ma forse vuol
-farmi sapere che ci andrà lei. Ed anche questo era inutile. Dove non è,
-la bellissima Clodia? —
-
-Quanto al pericolo che la bella patrizia gli accennava nel suo
-viglietto, Tizio Caio Sempronio ci pensò molto meno che a tutto il
-restante.
-
-— Che pericolo ho da correr io? — diss'egli tra sè. — Esser fatto
-in tre pezzi! E da chi? Se i sogni vanno interpretati a modo, io
-posso credere che non si tratti d'una spartizione materiale. Infatti,
-vedete qua; ier sera non ne ho avuti tre, che volevano il mio.... e
-che l'avranno, pur troppo! Il sogno è stato veridico, anzi fatidico.
-Son tre gli assetati del mio sangue, o, per dire più veramente, di
-dugento sessantamila sesterzi. E li abbiano, poichè li ho promessi.
-Il sogno della schiava di Clodia non prova esso che io debbo dissetare
-quest'oggi i miei tre supplicanti? —
-
-Questo ragionamento lo ricondusse a ricordare come e perchè fosse
-balzato quel giorno da letto un po' più presto del solito.
-
-— Piramo! — gridò egli, richiamando lo schiavo, che si era
-prudentemente allontanato.
-
-— Padrone!
-
-— Dirai all'arcario che venga qua.
-
-— Prima del cinerario? —
-
-Il cinerario, se nol sapeste, era uno schiavo che, presso le dame,
-assisteva l'ornatrice, mentre questa faceva l'acconciatura del capo
-alla padrona; e il suo principale ufficio consisteva nel riscaldare
-il calamistro, o ferro da riccio, nelle ceneri; donde il suo nome che
-ho detto. Ma in alcuni casi, e presso gli uomini, egli faceva altresì
-l'ufficio di barbiere. Del resto, anche allora i capegli riccioluti non
-era solamente delle donne, e spettava al ferro caldo di dare ai patrizi
-romani le ciocche morbidamente inanellate della chioma d'Apollo.
-
-— Anche prima del cinerario; — rispose asciuttamente il cavaliere.
-
-Lo schiavo si allontanò, per andare in cerca dell'arcario.
-
-— Vedete qua; — proseguiva intanto il nostro eroe, rifacendosi
-volontieri al tema del suo soliloquio. — Ella pensa a me; si affretta
-ad avvertirmi d'un pericolo che mi sovrasta. Ella già non poteva
-immaginarsi che si trattasse solamente delle mie sostanze, della mia
-persona.... giuridica. Senza badare ad altro, passando sopra a tutte le
-consuetudini, ha voluto avvertirmi. Divina Clodia! E poi dicono di lei
-che è.... che Valerio Catullo.... Baie! Già, i poeti sono la gente più
-molesta e pericolosa che al mondo sia. Vi scoccano un'ode, un'elegia,
-e tutta Roma, leggendo quell'ode, quella elegia, pensa che i sogni
-del poeta siano la verità, che le bellezze lodate da lui siano state
-vedute, che i difetti e i torti notati da lui siano torti e difetti
-veri e manifesti come la luce del sole. E una degna matrona, così
-calunniata, non ha più modo di rifarsi. Il poeta ha parlato; il volgo
-la condanna. Maledetti poeti! Non aveva mica torto Platone, a bandirli
-dalla sua repubblica! Questi ornati venditori di ciancie sonore vi
-mettono una povera donna in piazza. Hanno veduta una mano, come tutti
-gli altri, e nei loro versi vi descrivono il braccio, l'omero, e....
-via discorrendo. Il volgo dei lettori, aiutando la malignità, immagina
-il resto. Dove il poeta non ha fatto altro che seguire i vaneggiamenti
-dell'estro, o le necessità della prosodia tiranna, egli vede
-altrettante indiscrezioni della più autentica forma. E in questa guisa
-si scrive la storia. Una donna ne ha uno? Povera lei! Gliene regalano
-cento. —
-
-Come vedete, il nostro cavaliere girava all'ottimista. Di mattina, lo
-siamo sempre un po' tutti. La triste esperienza è un frutto delle ore
-più tarde, nella gran giornata dell'uomo; e poichè il giorno è nel
-suo piccolo una immagine della vita, voi potrete concedermi che il più
-melanconico dei pessimisti veda anche lui le cose del mondo, poniamo
-per un'ora, tinte dei colori dell'alba.
-
-Del resto, e per ciò che risguarda il sesso debole, siamo sempre
-disposti a pensarne un gran bene, quando le sue debolezze profittano a
-noi. Per solito, delle donne che c'importano poco, si sente dir corna
-e si tace, quando non vi s'aggiunge del proprio l'onesta complicità
-del sorriso. Ma fate che una di loro entri nulla nulla nel cerchio
-della nostra giurisdizione, che un suo sguardo, una parola sua, udita
-e riferita, sveglino nel nostro animo la speranza, o nel cuor nostro
-il desiderio; e quella donna diventa di punto in bianco un'altra.
-Poverina, l'avevano calunniata. Già, gli uomini, metà son tristi e metà
-sciocchi; qual virtù uscirebbe salva dalle ciarle assassine?
-
-Poi, viene il punto in cui l'uomo avvicina la donna calunniata. È così
-bella! Vedete che grazia, che soavità, che dolcezza! Ecco il segreto
-svelato; era cortese e l'han gabellata per lusinghiera; confidente di
-modi e le hanno dato lettere patenti di sfrontatezza. E l'uomo che ha
-fatta questa grande scoperta, felice di non doversi confondere coi
-tristi, nè con gli sciocchi, sale di cerchio in cerchio, per tutte
-lo stazioni del paradiso, fino a tanto, assorto nei raggi luminosi
-della divinità, ne resta così abbacinato da non veder più nulla. Dopo
-tutto, che importa il vedere? «Credete più ai vostri occhi che a me?»
-domandava audacemente una donna, che conosceva a fondo il suo uomo. Non
-era possibile che questi volesse farle un torto così grave, credette a
-lei e negò fede a' suoi occhi.
-
-La bella Clodia, che faceva quella mattina palpitare così forte il
-cuore di Caio Sempronio e smarrire il suo giudizio (cosa non troppo
-difficile, perchè ne aveva sempre avuto pochino), era certamente una
-delle dame più calunniate di Roma. A torto, o a ragione? I versi del
-suo poeta, anche a fargli la tara, c'indurrebbero a credere che ella
-meritasse la sua fama.
-
-Povero Catullo! Ne ha dovute mandar giù! Poeta elegante ed
-appassionato, già celebre fin dalla prima giovinezza per aver disposata
-nelle sue odi la delicatezza immaginosa di Anacreonte all'ardore
-profondo di Saffo, conobbe per suo danno la moglie di Metello Celere,
-se ne invaghì perdutamente, e da quel giorno egli non ebbe più pace.
-Riguardoso nella forma, mutò il nome di Clodia in quello di Lesbia;
-ma la cronaca non tenne il segreto, e Lucio Apuleio potè raccogliere
-ancora due secoli dopo le indiscrezioni della cronaca e tramandarle
-alla posterità.
-
-Nessuna donna, se crediamo a Catullo, poteva reggere al confronto
-della sua innamorata. «Quinzia è bella per molti, dice egli; per me
-è bianca, alta e di nobile portamento; ma che sia bella in complesso,
-nego, perchè in quella grande persona non c'è grazia nè spirito. Lesbia
-sola è intieramente leggiadra; perchè, essendo bellissima tutta, ha
-rapite tutte le grazie a tutte le altre donne di Roma.» Contemplava
-il suo volto, ne udiva le soavi parole, e gli sembrava d'esser beato
-al pari, e, se possibile, più degli Dei. Veduta lei, niente altro
-desiderava. Ma la sua lingua s'intorpidiva; una fiamma gli scorreva per
-tutte le membra; gli risonavano le orecchie, gli occhi gli si coprivano
-di tenebre. Bello ogni atto, leggiadra ogni cura di lei. La vedeva
-deliziarsi nell'amore d'un passero, e lui a cantare il passero che
-ella amava più dei suoi occhi. Morì il passero, e lui a piangerne in
-versi stupendi la morte, invitando le Grazie e gli Amori a confortarla
-con le lagrime loro. «Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamoci, le dice egli
-un giorno; non valgono un soldo le ciancie dei vecchi barbogi. Muore
-il sole e risorge; noi, morta una volta questa breve luce, abbiamo a
-dormire una notte perpetua. Dammi un migliaio di baci, e poi cento, poi
-altri mille ed altri cento ancora; e così via via, fino a perdere il
-conto.»
-
-Ma ohimè, un giorno doveva cadergli la benda dagli occhi. Clodia era
-una civetta; non amava lui solo. Bella, ma senza cuore! E il poeta si
-sdegna, vuol rompere la catena, per custodire la sua dignità. Ma come
-fare? «Odio ed amo, dice egli ad un amico. Chiedi come ciò avvenga?
-Non so; ma lo sento e ne muoio.» L'ama troppo, non c'è via di salute;
-si allontana da lei e ritorna; l'amor suo è una sequela interminabile
-di sdegni e di paci. Irato contro sè stesso, disegna di allontanarsi
-da Roma, per non assistere alle sregolatezze di Clodia; va in Bitinia
-con Caio Memmio Gemello; ne ritorna povero e più innamorato che mai.
-Soltanto le sciagure domestiche lo distoglieranno un tratto dalla
-sua pena, e l'isoletta di Sirmio, sul Benaco, poco lunge dalla natale
-Verona, gli farà meno triste l'autunno precoce della sconsolata sua
-vita.
-
-E adesso che abbiamo veduta la figura di Clodia attraverso ai rapimenti
-e alle malinconie d'un poeta, facciamo ritorno al nostro cavaliere
-Tizio Caio Sempronio. Il poeta s'è ridotto ai silenzi della sua
-villa di Sirmio, e Clodia è a Roma, sempre bella, sempre elegante, e
-circondata da cento vagheggini. Qual è la donna che non ci ha i suoi,
-dopo l'esempio di Penelope, ròcca di fede coniugale, assediata per
-tanti anni dai Proci? Ma badino, i bellimbusti di Roma; se entra in
-scena Tizio Caio Sempronio, poveri a loro! È un giovanotto che non
-perde il suo tempo, nè prima, nè dopo. È forte e bello, di buon cuore
-pe' suoi amici, inchinevole al tenero con le signore donne, ma non fino
-al punto di guastarcisi il sangue. Egli chiederà a Clodia ciò che essa
-può dare, sorrisi e carezze; non già la costanza, derrata di cui egli
-non saprebbe che farsi, e a cui non potrebbe offrire il ricambio.
-
-Per altro, anche a non volersi smarrire troppo lungamente nelle ombre
-di Pafo, tornano sempre piacevoli i cominciamenti d'un ripesco amoroso.
-Messo il piede sul limitare del bosco, il cavaliere ci trovava un gusto
-matto a rincorrere le farfalle che gli svolazzavano capricciose davanti
-agli occhi. Fuor di metafora, Caio Sempronio seguiva col pensiero tutte
-le fasi di una lieta avventura, incominciata così _ex abrupto_ con una
-tavoletta pugillare, che andava rivolgendo ancora per tutti i versi,
-quando gli si fece dinanzi l'arcario.
-
-— Mio signore, eccomi qua; — disse costui, inchinandosi profondamente.
-
-— Sei tu, vecchio Lisimaco? Che cosa vuoi?
-
-— Mi avevi fatto chiamare.... — riprese quell'altro.
-
-— Ah sì, è vero; — disse Sempronio risovvenendosi; — ho anzi bisogno di
-te. Già capirai di che si tratta. —
-
-Lisimaco stette muto a guardarlo. Era un vecchio servo, o, per dire
-più veramente, un liberto, servo manomesso, che continuava a vivere in
-casa degli antichi padroni, esercitando l'uffizio di arcario, ossia di
-soprintendente e cassiere. Pulito, molto serio e d'una rara probità,
-Lisimaco aveva avuta la piena fiducia del padre di Caio Sempronio, uomo
-assennato e non d'altro curante che di far prosperare la sua casa; nè
-doveva mancargli la pienissima fiducia del figlio, che alle faccende
-sue pensava pochissimo, come mi pare di avervi fatto già intendere.
-
-Il liberto taceva, vi ho detto; ma il cavaliere continuò il discorso
-per lui.
-
-— Ho bisogno di moneta; — soggiunse.
-
-— A' tuoi comandi; — rispose Lisimaco.
-
-— E molta; — ripigliò il cavaliere.
-
-— Ahi! — mormorò quell'altro, — siamo alle solite.
-
-— Come? saresti all'asciutto?
-
-— Oh, questo, poi! — esclamò il vecchio liberto, che sentiva offesa
-da quel dubbio la maestà della casa Sempronia. — Ma se tu mi permetti
-un'osservazione....
-
-— Sentiamo l'osservazione.
-
-— Padrone mio, si spende troppo.
-
-— Eh, non dico di no.
-
-— Anche le case più ricche vanno in malora, se non c'è misura nello
-spendere.
-
-— È sempre stata la mia opinione; — disse gravemente Caio Sempronio; —
-e son lieto di vedere che tu partecipi al mio modo di vedere. —
-
-L'arcario lo guardò trasognato.
-
-— Mi pare, — pensò egli, — che il cavaliere voglia burlarsi di
-me. —
-
-E non aveva mica torto, il vecchio Lisimaco. Ma, per rispetto al
-padrone, finse di non aver capito.
-
-— Anche la tua casa, padrone, finirà come tante e tant'altre, se non
-provvedi in tempo.
-
-— Ottimamente; ma dimmi, savio Lisimaco. Ci sono ancora.... in tempo?
-
-— Che domanda! Grazie agli Dei, siamo sempre sul sodo.
-
-— Ah, meno male. Mi avevi già fatto paura. Dunque, si possono avere
-quest'oggi quarantamila sesterzi per compiacere all'amico Postumio
-Floro? È un imprestito, non ti spaventare, mio vecchio Lisimaco.
-
-— Vado a numerare la somma; — disse l'arcario, dopo aver tratto un
-sospiro.
-
-— Aspetta ancora. All'imprestito dunque abbiamo provveduto. Ora c'è
-dell'altro. Mi bisognano, per un altro negozio, sessantamila denari.
-
-— Sessantamila! — balbettò l'arcario, strabuzzando gli occhi. — Hai
-detto sessantamila....
-
-— Denari, sicuro; che ragguagliati alla moneta di rame fanno dugento e
-quarantamila sesterzi, o poco meno. Ma non ti confondere; non si tratta
-di un imprestito, questa volta; si tratta invece di un collocamento,
-d'una compera di fondi. —
-
-Lisimaco diede una rifiatata, ma senza rallegrarsi molto. Il povero
-cassiere andava da Scilla a Cariddi. Cessava la paura, sottentrava lo
-stupore.
-
-— Tu comperi?
-
-— Sì, — rispose Caio Sempronio, — compero gli orti di Ventidio,
-sull'Esquilino.
-
-— Tu comperi? — tornò a chieder quell'altro, che non poteva mandarla
-giù.
-
-— Sì, te l'ho detto; che cosa ci trovi di strano?
-
-— Ma, mi pare che ce ne sia la sua parte. Perdonami, signor mio; ma è
-nuova davvero, che tu abbia pensato a comperare un pezzo di terreno.
-
-— Io che ci ho sempre avuto una gran propensione a buttar via, non è
-vero? — disse il cavaliere, ridendo. — Ma non temere, Lisimaco; io non
-sono mutato per ciò. Compero.... ma per regalare il comprato.
-
-— Di bene in meglio! Ed è questo che tu chiami un.... collocamento di
-moneta?
-
-— Ma sì, vecchio Lisimaco, è questo. Non ho forse detto di comperare?
-
-— Per regalar poi.
-
-— Ah, questa, vedi, è una seconda operazione. Badiamo ora soltanto alla
-prima. —
-
-Lisimaco crollò il capo, ma non aggiunse più altro. Con quel matto del
-suo padrone non c'era modo di ragionare.
-
-— Eccoti lì ingrognato, mio Cerbero! — proseguì Caio Sempronio. — Ma
-infine, abbi pazienza; ho promesso. Vorresti tu che io mancassi alla
-mia parola?
-
-— Tolgano gli Dei immortali che io ti consigli in tal guisa; — rispose
-il vecchio Lisimaco, non sapendo più che pesci pigliare. — Debbo dunque
-metter da parte anche i sessantamila denari?
-
-— Se li hai in cassa.
-
-— Li ho.... quantunque, levati questi, non ci rimanga molto di più. E
-tu lo sai, padron mio, che le entrate dell'anno scorso hanno già preso
-il volo, mentre questo è a mala appena incominciato.
-
-— Bene, per tirare avanti fino al raccolto, puoi chiedere in prestito
-al danista Corbulone. Intanto vedremo di ristringere le spese.
-
-— Ah, magari! — esclamò il vecchio liberto, alzando gli occhi e
-le palme al cielo. — Con un anno di risparmio, si potrebbe ancora
-rimetterci in carreggiata.
-
-— Un anno! — gridò il cavaliere. — È troppo. Mettiamo sei mesi.
-
-— Ma bada, ci sono ancora le ipoteche sul fondo Reatino, il più bel
-fondo che tu possieda! Poi c'è l'imprestito di dugentomila denari sulla
-villa di Aricia. Poi....
-
-— Dimmi, — interruppe Caio Sempronio, — non avresti tu un altro
-discorso più allegro da tenermi, per questa mattina? A momenti tu mi
-passi in rassegna tutta la emerita classe degli argentarii. —
-
-Lisimaco gli rispose con un gesto che voleva dire: che colpa ci ho io?
-
-— Animo, via; — ripigliò, il cavaliere, vedendo la faccia malinconica
-del suo povero cassiere. — Non pensiamo ora a queste miserie. Vedremo
-di correggerci, se sarà scritto nel libro dei fati. Tu scrivi intanto,
-nel tuo, che oggi verrà Postumio Floro, al quale dovrai consegnare
-quarantamila sesterzi, e Giunio Ventidio per vendermi i suoi orti alle
-Esquilie, contro la somma di sessantamila danari.
-
-— E metterò a libro l'acquisto degli orti?
-
-— Sì, se ti piace, — rispose Caio Sempronio, con quella sua faccia
-da ridere, che dava tanta noia al disgraziato cassiere, — purchè tu
-aggiunga in margine: regalati oggi stesso a Publio Cinzio Numeriano,
-poeta innamorato. —
-
-Ciò detto, il cavaliere congedò con un gesto maestoso il suo povero
-arcario, che se ne andò borbottando tra i denti:
-
-— Poeti.... innamorati.... matti... tutta gente da legare!
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-Venere spogliatrice.
-
-
-Clodia Metella, che le necessità del racconto mi costringono a
-presentarvi, era una delle tre sorelle di Publio Clodio Pulcro.
-
-Ma chi era Publio Clodio Pulcro? Era quel caro matto che aveva iniziata
-la sua vita pubblica introducendosi travestito da donna nella casa
-di Giulio Cesare, durante la celebrazione dei riti della dea Bona;
-marachella giovanile per cui subì un processo, e non ne uscì sano
-che corrompendo i suoi giudici. Sano nella persona, io vo' dire,
-non già nella fama, che n'ebbe uno strappo maiuscolo, anche per la
-testimonianza di Marco Tullio Cicerone, a cui giurò in conseguenza
-un odio mortale. Eletto tribuno, con l'aiuto di Pompeo e di Cesare,
-che protestava a suo modo contro certi sospetti, tanto da far passare
-in proverbio l'onestà di madonna Aurelia sua moglie, si diede a
-perseguitare in ogni guisa il suo illustre nemico. Questi gli oppose
-l'unico uomo che potesse tenergli testa, Tito Annio Milone; e l'andò
-tra quei due da galeotto a marinaro.
-
-Il resto è noto ad ogni scolaro di retorica. Milone si recava un giorno
-a Lanuvio; Clodio tornava dalla sua villa d'Aricia; i servi delle due
-comitive s'azzuffarono; Clodio, ferito nel tafferuglio, fu trasportato
-in un'osteria di Bovilla; Milone pensò che fosse giunto il momento di
-levarsi quel bruscolo dagli occhi, e, fatto trascinar Clodio fuori
-dell'osteria, gli diede, o gli lasciò dare da un suo gladiatore, il
-colpo di grazia sulla pubblica strada. Accusato d'omicidio, fu invano
-difeso da Cicerone, che si era così turbato alla vista di tanti armati,
-onde il console Pompeo aveva asserragliato il Foro in quella occasione,
-da perdere la tramontana senz'altro.
-
-Ciò era accaduto un anno prima del tempo a cui si riferisce il nostro
-racconto. Milone era andato in bando a Marsiglia, e laggiù, avendo
-ricevuta una copia dell'orazione, riveduta e corretta, del suo gran
-difensore, uscì in queste memorande parole: «vedete un po'! se Cicerone
-avesse proprio parlato come ha scritto, io non sarei qui a mangiar
-triglie.»
-
-Dove mi ha portato il ricordo di Clodio? Torniamo alla sorella, celebre
-in Roma per bellezza e per tante altre cose. Giovanissima, l'avevano
-data in moglie a Quinto Metello Celere, pretore da prima, poi console,
-ed uno dei più saldi sostegni della parte patrizia. Questo Metello,
-essendo pretore, si era unito a Marco Tullio Cicerone per isventare
-le trame di Sergio Catilina, altra conoscenza di tutti gli scolari di
-retorica; e quando il famoso cospiratore era partito improvvisamente da
-Roma, egli, inviato nel Piceno per contendergli i passi dell'Appennino,
-lo aveva abilmente costretto a dar di cozzo nelle schiere dei console
-Antonio Nepote. In premio di questo servizio, otteneva un anno dopo il
-governo della Gallia Cisalpina, col titolo di proconsole, e due anni
-più tardi era console a sua volta.
-
-In quell'ufficio il nostro Metello avrebbe potuto far prova di
-saviezza, non scontentando troppo quell'ambizioso di Pompeo; ma fece
-tutto l'opposto, e sospinse il pericoloso cittadino nelle braccia di
-quell'altro bel mobile, che fu Giulio Cesare; donde la famosa alleanza,
-che, per esserci entrato anche Licinio Crasso, andò sotto il nome di
-primo triumvirato. Probo e coraggioso, ma altiero e mal destro come
-tutta la parte patrizia, che dava gli ultimi aneliti della sua possanza
-con lui, Metello Celere non potè impedire a Giulio Cesare, dittatore
-futuro, di vincere una legge agraria, nell'anno 695 di Roma, e morì
-così subitamente, nel bollore della sua opposizione, che corse voce
-avergli la moglie propinato un veleno.
-
-Come vedete, non eravamo lontani da Clodia. Mi duole di tornare
-a lei con un sospetto di veneficio, ma che farci? La cronaca ha i
-suoi diritti, nè io posso mutarla a mio senno. La cronaca dice anche
-dell'altro; e poichè Clodia Metella, nel terzo anno di vedovanza,
-accusò un Marco Celio Rufo di aver tentato di avvelenarla, saltò su
-Cicerone a dar nuovo pascolo ed autorità alla cronaca, difendendo il
-giovinotto e dicendo di Clodia Metella tutto il peggio che si potesse
-dire d'una donna romana di quel tempo. Ora, a quel tempo, le matrone
-romane non erano stinchi di santo. Ciò forse per la ragione che i santi
-erano ancora di là da venire.
-
-Per altro, badate, se ne spacciavano tante, e la libertà di parola
-era così grande, che io non mi meraviglierei punto, se un critico
-moderno riuscisse a provare che gli avvocati antichi e gli antichi
-cronisti erano ad un dipresso quel che sono gli avvocati e i cronisti
-moderni. Qual è l'uomo, o la donna, a cui non si possa, con uno sforzo
-di volontà, appioppare un delitto? Non abbiamo noi forse udito testè
-che l'onorevole Minghetti, quell'uomo creduto finora sì candido, ha
-un infanticidio sulla coscienza? «Sì, o signori (diceva alla Camera
-dei deputati il suo coraggioso accusatore), egli ha uccisa la bambina
-Cicoria, che aveva a mala pena spuntato due denti.» Il quale Minghetti
-fu nella medesima tornata parlamentare gabellato anche per una sirena,
-per una maliarda, e va dicendo. Laonde, io ho incominciato a capir
-Cicerone e il valore delle metafore; nè mi spavento più di Clodia
-Metella, la quale doveva esser giudicata molto retoricamente dai suoi
-contemporanei, Cicerone compreso, che ne era invaghito anche lui, a
-segno di destare le gelosie di madonna Terenzia sua moglie. È Plutarco,
-un'altra lingua tabana, che lo afferma; ed io, tutto considerato, non
-ci vedo niente di strano.
-
-Mettete da ultimo che meritasse la sua fama; io, fatte le mie
-restrizioni da uomo prudente e da buon cavaliere, non vo' impicci
-per questo. Gli autori ci dicono Clodia assai bella, e su questo
-particolare possiamo esser tutti d'accordo.
-
-A me pare di vederla, nel segreto del suo spogliatoio, attiguo alla
-camera da letto. Il sole è già alto, ma solo da pochi istanti la bella
-patrizia si è spiccata dalle braccia di Morfeo. Lo dice il bianco
-_indusium_, specie d'accappatoio, il cui fine tessuto ricorda le
-nostre mussoline di lana, e il cui colletto è ricamato, o, per dire
-più veramente, ornato di fregi appiastrati, non conoscendosi allora il
-ricamo propriamente detto, con tutta la sua varietà di forme e di nomi.
-Le maniche, larghe e brevi, non scendono oltre il gomito. Il lembo
-inferiore si vede ornato da due file di perle, che sfiorano il musaico
-del pavimento, illustrando così il modo proverbiale latino, _margaritas
-calcare_, passeggiar sulle perle.
-
-Nel bel mezzo della camera è una gran tavola di marmo, su cui,
-intorno ad una larga spera di acciaio, sono disposte in ordine tutte
-le ampolle, i pennelli, i barattoli e tutte l'altre cianciafruscole
-ond'è composto il _mundus muliebris_. Uno scanno a bracciuoli, col
-suo cuscino di piume, attende la divina Clodia, che sta per mettersi
-allo specchio. Dalle pareti dipinte le ridon gli Amori; da una gabbia
-pendente dal soffitto la saluta un pappagallo africano, con tutti i
-_salve_, i _vale_, gli _euge_ del suo repertorio linguistico. Come
-siamo lontani dal passero d'una volta, dal passero amoroso e gentile,
-i cui privilegi destavano la gelosia di Valerio Catullo! Non c'è che
-dire, Clodia Metella è invecchiata.
-
-Cionondimeno, è sempre bella, maravigliosamente bella, e direi quasi
-che la sua bellezza ha guadagnata dagli anni una certa magnificenza,
-pari a quella delle rose, quando hanno intieramente dischiuso il calice
-avaro all'ammirazione del riguardante. Osservate la bianchezza lattea
-delle sue mordide carni; essa è proprio governata col latte, perchè in
-esso furono inzuppate le molliche di pane, di cui Clodia Metella si
-è accuratamente ricoperta la faccia ed il collo, prima di mettersi a
-letto. Altre usavano in quella vece un cataplasma di fave grasse, la
-cui inamabilità doveva quarant'anni più tardi urtare i nervi ad Ovidio.
-
-Una diligente abluzione ha già tolte dal viso quelle croste notturne
-in cui si è custodita la bellezza; la carnagione è stata aspersa
-coll'_elenio_, un quissimile doll'aspasina moderna, formato con
-latte d'asina; poi col _lomentum_, pasta di fior di farina e di
-mirra giudaica, indi coll'_esìpo_ di Atene, vero elettuario, anzi
-olio essenziale, che doveva la sua untuosità al succo estratto dalla
-lana delle pecore. Era quello il cosmetico in voga, e le dame romane
-solevano inondarsene a dirittura la pelle.
-
-Poichè sono a ricordare tutti questi guazzetti, non dimenticherò che
-Roma femminile aveva anche il suo latte antefelico, per le macchie
-della pelle e pei bitorzoli, l'_alcionea_, preziosa mucilagine la
-quale si estraeva da certi nidi d'uccelli, che, argomentando dal
-nome, possiamo credere alcioni. Si strofinava leggermente il viso con
-l'alcionèa, e la pelle diventava tosto così lucente come la superficie
-d'uno specchio.
-
-Intenderete di per voi, che, dopo tanto abuso di manteche e d'unguenti,
-bisognasse lavarsi le mani col sapone. Di questo i Romani ne avevano
-due specie, il molle e il liquido. Il più riputato incominciava allora
-a venir dalle Gallie, ed era un composto di grasso di capretto e di
-cenere di faggio. L'arte romana lo aveva aromatizzato con cinnamomo,
-oppure con nardo di Persia.
-
-Lavate le mani in tal guisa, e rasciugatele nel _gausape quadratum_,
-in cui vi consento di ravvisare lo asciugamano di quei tempi, velloso
-da una parte e liscio dall'altra, la bella patrizia si è raschiata la
-lingua con una acconcia laminetta d'acciaio; si è spazzolata i denti
-ed ha gargarizzate le acque famose di Cosmo e di Nicèro (i Frecceri
-e i Bortolotti di quel tempo) _ne male odorati sit tristis anhelitus
-oris_. Il verso non ve lo traduco, perchè lo capirete ad orecchio.
-Dirò soltanto che è un verso del suo poeta, dell'uomo che l'ha più
-fortemente amata, e che l'ama tuttavia, sebbene lontano e dimenticato.
-
-Non perchè io lo reputi un obbligo, ma perchè mi pare atto di cortesia
-verso la benemerita classe dei profumieri, soggiungerò che l'acqua
-di Cosmo si componeva, d'acqua anzitutto, poi di zafferano e rose di
-Pesto.
-
-A profumare la bocca delle sue belle patrone, Cosmo aveva inventato
-eziandio certe pastiglie, di mirto, lentisco e finocchio. Le dame
-romane erano ghiotte di questi aromi indolciti, che facevano cadere in
-disuso il mastice di Scio. _Pastillas Cosmi luxuriosa vorat_.
-
-Non racconterò alle mie lettrici con che sorte di acqua le eleganti
-figliuole di Quirino si ripulissero i denti. Il preziosissimo liquido
-si traeva dalla Spagna e si conservava in vasi d'alabastro.... Ma
-perchè dalla Spagna, mentre a conti fatti lo si poteva ottenere anche
-in casa, in modo naturalissimo, e senza dare il minimo disturbo ad
-alcuno? Gli autori che accennano la strana costumanza, non hanno
-pensato a dircene le ragioni. Marziale si è contentato di affermare
-che, quanto a sè, i denti se li risciacquava con l'acqua pura. I
-moderni, gente schifiltosa, daranno ragione a Marziale.
-
-Dove abbiamo lasciato Clodia Metella? Si è lavata le mani; ma badate,
-non l'ha anche finita con le abluzioni. Infatti, ella entra ora
-nella sala del bagno. Il _solium argenteum_ (poichè ella si bagna
-in una vasca d'argento) è già pieno d'acqua, profumata con essenza
-di gelsomino. La fida clessidra ha misurato lo spazio di mezz'ora, e
-Clodia Metella è venuta fuori dai tiepidi lavacri. Dico tiepidi, perchè
-i bagni freddi non s'usano ancora, almeno nelle pareti domestiche;
-soltanto sotto l'Impero un medico li raccomanderà, e i posteri dovranno
-salutarlo come l'inventore della idroterapìa.
-
-Asciugata nella sindone, stregghiata per tutte le membra con uno
-_strigile_ venuto da Pergamo, Clodia Metella ha indossata la _tunica
-intima_, su cui le schiave ornatrici hanno ravvolta in dotte pieghe la
-_toga matutina_. Ed entra, ciò fatto, il pedicuro, che col suo _forfex_
-(scusate se non posso dispensarvi da questi particolari) ragguaglia
-abilmente al sommo delle dita le unghie rosee dell'olimpico piede.
-
-Olimpico, ho detto, come sinonimo di snello e di breve. L'arte antica
-faceva piccolo il piede agli Dei; cosa che non finisce di piacere ai
-veristi moderni, i quali sembrano dimenticare che gli Dei passeggiavano
-sulle nubi e, quando toccavano terra, non pesavano altrimenti sulle
-piante coi sessanta od ottanta chilogrammi della loro divinità.
-
-Ciò posto in chiaro, non mi fermerò più oltre su questo argomento,
-quantunque il piede d'una bella donna meriti ogni più lunga stazione e
-possa dare l'appiglio a molte meditazioni divote. Del resto, vedete,
-non s'è fermato troppo neanche il pedicuro. Clodia Metella ha avuto
-dalla natura un piedino sottile, non ha usato affaticarlo mai nella
-giornata, non ha avuto mai bisogno di strizzarlo in calzature troppo
-aggiustate; perciò mancano le cornee durezze e gli altri ingrossamenti
-cutanei, che domandino una pronta rimondatura ai ferri dell'artista
-pedestre.
-
-Ecco ora la colezione che arriva. Le cure dell'ornamento non sono
-ancora finite, anzi può dirsi che siano a mala pena cominciate;
-ma appunto per questo è necessario d'interromperle con una piccola
-refezione (_jentaculum_) che permetta alla dama di giungere senza
-languori di stomaco fino all'ora del pranzo. Un servitorello, vestito
-d'una tunica frangiata che gli si stringe alla vita e gli scende a
-mala pena al ginocchio (donde il suo nome di _puer alticinctus_) reca
-una _authepsa_ d'argento, coi suoi carboni accesi nel caldano che le
-sta sotto. Capirete da questo che l'_authepsa_ è il ramino dell'acqua
-calda. Un altro ragazzo porta sulle mani un canestro di frutte, con un
-panino tondo, disegnato a spicchi, e un piattello di legno di cedro,
-con suvvi una coppa d'argento, e un vaso d'onice, colmo di vino di
-Sezza, il famoso e costoso Setino, che piaceva tanto a Marziale, ma non
-si lasciava bere troppo spesso da lui, povero in canna com'era.
-
-Clodia Metella mangia un frutto, rompe una crosta di pane, mescola
-il vino con l'acqua calda, beve, e la sua colezione è finita. Così
-l'uccellino, destatosi appena, e scosse le ali sul ramo, dà un paio
-di beccate alla ciliegia, o al fico, umido ancora della rugiada del
-mattino, e torna contento ai gorgheggi, ai voli, agli amori. Clodia
-Metella ritorna alle cure della conscia bellezza. C'è un'altra bisogna,
-e più delicata, da fornire. La pomice di Catania, strofinata sulle
-braccia e sulle gambe, toglierà perfino l'ombra di certi molesti
-accessorii, tollerabili appena appena sulla cute dell'uomo. Anche
-il labbro superiore può esserne ombreggiato, e qui la pomice di
-Catania sarebbe ancora troppo ruvida; occorre dunque l'unguento di
-_psilothrum_, o di _dropax_. Il primo è fatto col succo della brionia,
-o vitalba, che si voglia dire: l'altro.... di che cosa è fatto l'altro?
-Non so, e mi contento di citarvi Marziale, che raccomanda, per la
-faccia, questi due depilatorii insieme: _Psilothro faciem laevas et
-dropace frontem_.
-
-Dopo la colazione, un'altra risciacquata ai denti non farà male. A
-proposito, ha denti finti la nostra eroina? Le guardo in bocca, come si
-fa coi cavalli non donati, e non mi riesce di vederne. Se per avventura
-ne ha, son legati in oro. L'usanza è antica, e i dentisti moderni non
-hanno fatto che seguire la tradizione di cento generazioni. Leggete le
-Dodici Tavole, o, per dire più veramente, quel tanto che ne è rimasto.
-Nella decima Tavola, dove si tratta delle sepolture, sta scritto:
-_Neve aurum addito; ast si cui auro dentes vincti erunt, eum cum illo
-sepelire urereve sine fraude esto_. Traduciamo, perchè gli è proprio
-il caso, con questo latino assaettato. «Non ponete oro coi cadaveri;
-ma se taluno abbia denti legati in oro, sia permesso di seppellirlo, e
-bruciarlo, con esso.»
-
-Ora, seguendo l'ordine delle cure femminili, veniamo all'acconciatura
-del capo. Clodia Metella ha una chioma da far invidia a molte sue
-pari; non ha bisogno del grasso d'orso, tanto raccomandato da Galeno,
-nè dell'unguento di cantaridi, accennato con le debite restrizioni
-da Plinio. Neppure ha mestieri di tingere in nero i suoi capegli con
-piombo disciolto nell'aceto, nè in rosso con le erbe di Germania, che
-giovano a mutare in carote i gigli precoci d'una testa di donna. Il
-crine di Clodia Metella è ancora d'un nero lucido, che potrebbe farsela
-con quello dei corvi.
-
-L'ornatrice ha già snodato e stretto in pugno il volume di quelle
-morbide chiome. Il cinerario è lì pronto a togliere dal fuoco il ferro
-da riccio, che dovrà dare alle ciocche sulla fronte l'ondosità del
-mare. Clodia felice! Ella ha proprio trovata la fenice delle cameriere,
-perchè tutto procede a dovere, e non c'è caso di spazientirsi, nè di
-sgridarla per un colpo di pettine più forte dell'altro, o per soverchio
-accostarsi del ferro caldo alla pelle. Arricciati sulle tempie,
-rigirati in due lucide staffe all'altezza degli orecchi, i bei crini
-di Clodia si attorcigliano sulla nuca in un mazzocchio aggraziato, a
-cui fanno sostegno due spilloni d'oro. Così vuole la moda. Ancora pochi
-anni, e uno di questi spilloni, tolto dalle chiome di Fulvia, la moglie
-di Clodio e di Marc'Antonio, trafiggerà la lingua di Marco Tullio
-Cicerone. Carine, non è vero, queste patrizie di Roma?
-
-Ed ora, per Clodia Metella, sarebbe il caso d'imbellettarsi il viso,
-col minio, o con altre temperanze di rosso. Ma per quest'oggi le
-piace d'esser pallida; il bianco è il colore degl'innamorati. «Sia
-pallido chi ama, ha detto Ovidio; è questa la tinta degli amanti;
-ognuno che vede quel volto sbiancato, ha da esclamare: ecco i segni
-d'amore!» Anche gli occhi debbono apparire più grandi e più profondi
-del vero; e a questo gioverà una pennellata d'antimonio (_stibium_)
-sull'arco delle ciglia e agli angoli esterni delle palpebre. La moda
-è antica nell'Asia, e non per niente i padri delle belle Romane hanno
-conquistata l'Asia ai numi austeri del Lazio.
-
-Finalmente, la testa è in ordine. Le cosmète (con questo nome si
-chiamavano le cameriere) vanno attorno per la camera, scoperchiando
-certe casse d'ebano, in cui si contengono le stole, i pallii, le toghe,
-le riche, e tutti gli altri capi di vestiario della loro padrona. Qual
-veste indosserà per quel giorno Clodia Metella? À lei piace frattanto
-di vedersele tutte schierate dinanzi, per scegliere a occhio il colore
-che più le andrà a genio, o che le parrà più acconcio ad ottenere
-l'effetto desiderato. Chi non sa che il colore ha un'arcana virtù, in
-materia di galanteria? Ci sono, tra un bel viso e la tinta d'una veste,
-armonie segrete di cui sentiamo il fascino, senza intenderne e senza
-pure indagarne la ragione.
-
-Là veste caratteristica delle matrone romane era la stola, lunga ed
-ampia tunica di lana, semplice e severa come il costume della forte
-repubblica, che l'aveva ereditata dai vecchi Sabini. Le maniche
-generalmente erano lunghe, serrate al pugno con una fibbia. Due
-cinture la stringevano al busto, l'una delle quali passava sotto
-il seno, l'altra sul fianco; di guisa che, tra questi due legamenti
-che la premevano, essa offriva al riguardante un giro irregolare, ma
-artistico, di piccole pieghe. Si distingueva dalla tunica propriamente
-detta, per uno strascico chiamato _instita_, che era cucito sotto gli
-sboffi posteriori della seconda cintura, e scendeva fino a terra,
-coprendo le calcagna e aggiungendo maestà all'incesso della dama.
-Era questa la stola di Veturia, la madre di Coriolano, come si vede
-raffigurata da un affresco nelle Terme di Tito. Ed ugualmente vestita,
-pittori e poeti romani ci rappresentarono Giunone, l'altera moglie di
-Giove. Si usò bianca da prima, poi di tutte le varietà della porpora, e
-d'altri colori per giunta, accortamente distribuiti secondo le ore del
-giorno. Ovidio consigliava, per colori di mattina, il verde marino, il
-celeste, il paglierino, il violetto.
-
-Un bel colore d'amatista, che prendeva risalto da un fregio d'oro sugli
-orli della veste, fu prescelto per quel giorno da Clodia Metella.
-L'amabil pallore delle carni ci guadagnava un tanto, e i grandi
-occhi abilmente cerchiati d'antimonio ne avevano una espressione più
-profonda e più viva. Non dimentichiamo la _vitta_, nastro di colore,
-che s'intrecciava in due o tre giri attorno alle chiome corvine. La
-vitta era, al pari della stola, l'ornamento della donna ingenua, o nata
-libera. Alle schiave, alle liberte, alle cortigiane, non era lecito
-portarla.
-
-Lettori, io vi fo grazia dei coturni. Dio sa dove mi condurrebbe il
-pericoloso ufficio di descrivervi un laccio, voluttuosamente rigirato
-intorno ad un collo di piede che pare scolpito da Fidia. Vi parlerò
-invece degli anelli di Clodia, tutti infilati su di un colonnino
-d'avorio, donde essa li toglie per metterli nelle dita. Tra essi è
-l'anello magico, che ha, in luogo della solita gemma, un pezzo di ferro
-o di bronzo, tolto dalle forche (_aes patibuli_), ed è stato consacrato
-da un sacerdote di Giove Serapide, sotto quella costellazione che ha
-veduto nascere Clodia Metella. La nostra matrona porta questo amuleto
-invece dell'anello maritale. Rammentate che Metello Celere è morto, e
-non è stato surrogato da alcuna forma di _justae nuptiae_.
-
-A compiere l'adornamento della bella persona, Clodia cinge i polsi
-d'armille, o braccialetti, in forma di serpenti d'oro, che portano
-rubini e smeraldi incastonati nella cervice. Agli orecchi ha sospeso
-i crotalii, pendenti d'oro a tre gocce di perle, come quelli messi in
-mostra da Giunone, quando andò sul monte Ida a sedurre il marito. E
-qui si ferma l'esposizione delle gemme, perchè la dama non ha ancora
-disegnato di uscire di casa. Se volesse, potrebbe luccicare dal capo
-alle piante come una bacheca di gioielliere. Due _dactilyothecae_
-sono aperte davanti a lei, colle gemme d'estate e le gemme d'inverno.
-La divisione è ragionevole, come vedrete. Nella fredda stagione si
-portavano i gioielli pesanti, nella calda i leggeri. Leggeri e pesanti
-per la legatura, s'intende, che poteva esser vuota o massiccia; laddove
-le perle e le pietre prezioso erano di tutte le stagioni, e le belle
-portatrici non badavano al peso.
-
-Ovidio, che ho già citato più volte, come maestro in cosiffatti negozi,
-accenna all'uso delle dame di coprirsi il collo con vezzi di perle
-orientali, serbando le più grosse e le più pesanti per gli orecchini. E
-ce n'erano veramente di prodigiose. La perla che Cleopatra stemperò nel
-suo vino era valutata due milioni; e un'altra d'ugual prezzo avrebbe
-fatta la medesima fine, se Marc'Antonio non si fosse opposto a quella
-continuazione di pazzia. Questa seconda perla, passata nelle mani di
-Agrippa dopo la morte di Cleopatra, fu segata in due, per farne gli
-orecchini ad una statua di Venere, collocata nel Panteon.
-
-Belle dame del tempo mio, chiederete di vedere i diamanti di Clodia
-Metella. Ma badate, ai tempi di Clodia non si conosceva ancora l'arte
-gentile di sfaccettare il diamante. Ora, un diamante greggio non è un
-diamante; è una pietra informe, un oggetto di curiosità, da mettersi in
-una collezione geologica, non da appendersi agli orecchi, o al collo,
-di una leggiadra donnina. Ne convenite?
-
-Dunque, al tempo di cui narro, non si usavano brillanti, nè autentici,
-nè apocrifi; nello scrigno di una gran dama le perle tenevano il
-primo luogo. Costosissime, come vi ho accennato, tanto da far dire a
-Properzio, dove parla di una signora coperta di gemme, che essa portava
-addosso l'eredità di due generazioni future.
-
- _Matrona incedit census induta nepotum._
-
-Abbiamo seguito Clodia Metella in tutte le fasi dei suoi apparecchi
-galanti. Oramai la bella patrizia è armata di tutto punto, per
-combattere la gran battaglia di quel giorno. A chi si prepara la
-sconfitta? Chi andrà incatenato al suo cocchio trionfale? Aspettate e
-vedrete.
-
-Eutiche, la prediletta ornatrice, ha presentato alla sua signora uno
-specchio tondo e concavo, di bronzo levigato e rilucente, che più non
-sarebbero i nostri specchi moderni di cristallo. Clodia si vede bella,
-si ammira, compone il volto ad una espressione di soave malinconia e
-sorride. Il sorriso vuol dire che quell'aria le sta bene, e che Clodia
-è contenta di sè.
-
-Finita la grand'opera della giornata, le cosmète si ritrassero dalla
-camera, dopo avere augurato alla padrona ogni maniera di felicità.
-Rimasta sola, Clodia Metella andò ad un armadio di cedro, che stava
-appoggiato alla parete, e lo aperse, per riporvi ella stessa i gioielli
-che non le erano serviti per la sua acconciatura. Quell'armadio
-era insieme uno scrigno e un tabernacolo. Difatti, la nostra eroina
-custodiva là dentro e le sue gemme e i suoi Penati.
-
-Clodia Metella era molto divota. Un maldicente avrebbe soggiunto
-che era divota come lo sono generalmente le donne che hanno molto da
-farsi perdonare, e che contano di accrescere ancora la somma del loro
-debito coi Numi pietosi. Io non lo dirò, lettrici mie belle, perchè
-non ho fatto studi sufficienti sulla materia, e non vorrei dire una
-sciocchezza sulla fede degli altri. Son ricco, in questo particolare, e
-spendo sempre del mio.
-
-Nessuno mi domanderà che cosa fossero gli Dei Penati, e nessuno li
-confonderà, spero cogli Dei Lari. Ad ogni modo, prego i lettori a
-ricordare la distinzione fatta, nel primo capitolo della mia storia,
-tra queste due specie di numi. E proseguo, accennando che tra i Penati
-di Clodia Metella c'era Venere, la madre degli amori, bellissima
-statuetta in metallo di Corinto, dorato. Questo metallo era bronzo
-della qualità più fine, e ripeteva il suo nome dall'incendio di
-Corinto, quando la città, capitale della Lega Achea, fu presa ed arsa
-dal console Mummio, perchè appunto in quell'occasione gli ornamenti
-metallici dei templi e delle dimore private si fusero in guisa da
-formare quel ricco e solido amalgama, celebrato poi come ottimo per
-fondere statue.
-
-Quella Venere, rappresentata nell'atto di uscire dal bagno, era un
-miracolo di bellezza, e si diceva che l'artefice greco avesse tolto a
-modello il volto di Clodia. Possiamo dar la tara a questa asserzione,
-soggiungendo che lo scultore poteva benissimo avere adulato un
-tantino il suo esemplare. Io desumo questa mia opinione dall'aria di
-compiacenza con cui Clodia Metella si fermò a contemplare la statua;
-compiacenza molto simile a quella di una leggiadra donnina dei tempi
-nostri, quando guarda la prima copia del suo ritratto, ricevuta allora
-allora dal fotografo. S'intende, se la prova è riuscita bene. Ora,
-perchè una prova fotografica riesca bene, è assolutamente necessario
-che ci renda più belli del vero.
-
-Venere usciva dal bagno, ho detto; e il lettore avrà già inteso che
-la dea si mostrasse spoglia di tutti quei veli importuni, ond'erano
-così poco amici, e giustamente, i nostri fratelli di Grecia. Eppure,
-vedete, quella Venere, così spogliata, aveva dato argomento alla vena
-sarcastica di Cicerone, che l'aveva audacemente gabellata per una
-Venere spogliatrice. E perchè? Pel doppio uso a cui serviva l'armadio.
-Da quello scrigno Clodia Metella aveva preso il denaro chiestole da
-Marco Celio; dunque là dentro ella custodiva i presenti ricevuti
-da tutti i vagheggini di Roma; e quella Venere, intorno a cui si
-ammonticchiavano le gemme e le perle, quella Venere si immedesimava
-con Clodia Metella, e l'una prendeva il soprannome di spogliatrice
-dall'altra.
-
-Dobbiamo credere all'avvocato? Lettori e lettrici, io lascio la cosa
-nelle vostre mani, e lavo tranquillamente le mie.
-
-Quelle di Clodia avevano intanto presa un'acerra, scatoletta quadra
-di avorio, coi pie' di bronzo, nella quale si conteneva l'incenso dei
-sacrifizi; e, presi su d'una paletta d'argento parecchi granellini
-del prezioso aroma, li gittavano entro un braciere rizzato su d'un'ara
-portabile davanti al simulacro della dea.
-
-— Sii propizia, o madre! — disse Clodia Metella. — Io spero ogni cosa
-da te. —
-
-Crepitò l'incenso sui carboni ardenti e levò una piccola nube di fumo,
-che andò a lambire il piede d'Afrodite.
-
-Fatta la libazione sacra e notato il segno felice di quella linea
-diritta che aveva seguita il fumo del sacrifizio, Clodia Metella
-richiuse il tabernacolo ed uscì dalla stanza. Colà, infatti, ella non
-poteva ricevere visitatori; era quello il sacrario della bellezza, di
-cui un profano non doveva varcare la soglia.
-
-«Vi sono certe cose che un uomo deve ignorare; — ha scritto Ovidio
-nella sua Arte d'amore. — Lasciateci credere che voi dormite ancora,
-mentre lavorate a farvi belle. Perchè avremmo noi a sapere a quali
-artifizi è dovuta la bianchezza della vostra pelle? Non venga un
-amante curioso a sorprendere il secreto di tutti que' vostri barattoli.
-Soltanto l'arte nascosta è quella che giova. Scoperta, si volgerebbe
-a danno vostro, e distruggerebbe la nostra fiducia per sempre. Vedete
-come è sottile quella lamina d'oro che orna le tende d'un teatro;
-guai se queste si lasciassero vedere dallo spettatore, prima di essere
-acconciamente disposte. Siamo dunque intesi; certe cose hanno a farsi
-senza testimoni. _Nec nisi submotis forma paranda viris._»
-
-Ed anche noi siamo intesi. Clodia Metella, uscita dalla sua camera,
-andò a sedersi nel tablino, sotto gli occhi dell'ostiario e degli
-atriensi, cioè a dire del portinaio, che poteva vederla dal suo
-androne, e dei camerieri, che andavano e venivano lungo il colonnato
-dell'impluvio.
-
-Anche questa era arte sopraffina. Lucrezia, la moglie di Collatino, con
-tutta la sua austerità matronale, non avrebbe pensato a custodirsi con
-tanto riguardo.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-L'attesa.
-
-
-Se l'aveste veduta, come era bella, con quella sua stola di color
-d'ametista, fregiata d'oro sui lembi, che dava risalto alla marmorea
-bianchezza delle carni; opulenta di forme, ma snella in apparenza per
-la mirabile giustezza delle proporzioni; con que' suoi occhi profondi e
-languidi; con quelle chiome abbondanti, che luccicavano tra i due giri
-della vitta porporina, e col mazzocchio cadente in riccioluti corimbi
-sulla nuca; se l'aveste veduta, io metto pegno che avrebbe fatto dar
-volta ai vostri cervelli, come a quello di Valerio Catullo e di tanti
-altri suoi degni contemporanei.
-
-Non era per quel giorno una bellezza procace, e molto negava delle
-sue lusinghe allo sguardo. Vi ho già detto che portava le braccia
-coperte da lunghe maniche, strette ai polsi con armille d'oro. In quei
-braccialetti foggiati a serpenti, erano incastonati rubini e smeraldi;
-agli orecchi portava pendenti di perle; ma il collo non avea vezzi,
-oltre quelli di madre natura. E forse per questo appariva più bello.
-
-Insomma, io penso che se l'avesse veduta in quel punto il banchiere
-Cepione, il più ricco usuraio delle Botteghe Vecchie, pur di baciare
-quel collo, avrebbe date volentieri le sostanze di cento figli di
-famiglia. Ma Clodia, dal canto suo, avrebbe ricusata quella ecatombe.
-Sono tanto bizzarre le donne!
-
-Perchè ho tirato in ballo Cepione? Ah, maledetta lingua! Io vi
-sfringuello i segreti dell'arte mia prima del tempo. Fate conto che non
-abbia detto nulla; se no, addio interesse dell'opera.
-
-Veduta la sua signora che entrava nel tablino, un servo si avanzò per
-prendere i suoi ordini. Era un adolescente, e voi già lo avete veduto
-portare la colazione.
-
-— Sei tu, Carino? — chiese la bella patrizia, voltandosi languidamente
-sulla _cathedra supina_, sedia lunga, con la spalliera inclinata
-indietro, e senza bracciuoli, che era un quissimile delle moderne
-poltrone. — Vedi che ore sono. —
-
-Carino usci nel cavedio (così aveva nome il vano dell'atrio, tra il
-compluvio e l'impluvio, dove batteva direttamente la luce) per dare
-un'occhiata all'emisfero, specie d'orologio solare, che prendeva il
-nome dalla sua rassomiglianza con un emisfero, o metà del globo, il
-quale si supponeva tagliato pel suo centro, nel piano d'uno de' suoi
-cerchi più grandi.
-
-Prima di andar oltre nella descrizione, bisognerà dire qualche cosa
-intorno agli orologi e alla divisione del giorno in ore. Questa
-incominciò assai tardi presso i Romani, i quali non avevano nei primi
-secoli alcun mezzo per misurare e distinguere le ore, e fino al quarto
-secolo della loro storia non giunsero a stabilire il meriggio. In tre
-parti adunque dividevano il giorno: luce, crepuscolo e tenebre. La
-luce si spartiva in cinque periodi: _mane, ad meridiem, meridies, de
-meridie, solis occasus_. Il crepuscolo in due: _vesper_ e _prima fax_,
-che sarebbe da noi l'ora nella quale i lampionai vanno attorno per
-accendere il gasse. Le tenebre in sette: _concubium, nox intempesta,
-ad mediam noctem, media nox, de media nocte_ (o _mediae noctis
-inclinatio_), _gallicinium, conticinium_. Il _concubium_ significava
-l'ora di andare a letto: la _nox intempesta_ diceva non esser tempo
-da far nulla, salvo dormire; il _gallicinium_ era il canto del gallo;
-il _conticinium_ il silenzio del gallo, considerato come passaggio
-all'aurora. Voi lo vedete, o lettori; la nomenclatura era ricca, ma la
-distribuzione incertissima. Bastava ad esempio che un gallo non potesse
-dormir le sue ore, per guastare tutto l'ordine prestabilito.
-
-Il primo strumento che ebbero i Romani per distinguere le ore fu un
-quadrante, ossia orologio solare, portato di Sicilia da Marco Valerio
-Messàla, dopo la presa di Catania, nell'anno 477 _ab Urbe condita_.
-Quinzio Marco Filippo, censore, ne stabilì uno più esatto nel 576. Ma
-questi orologi servivano solamente di giorno, e nei giorni di sole.
-Alle ore di notte aveva provveduto Scipione Nasica nel 493, con la
-introduzione della _clepsydra_, vaso pieno d'acqua, da cui il liquido
-passava per un piccolo foro in un bacino sottoposto, ove, a misura che
-andava crescendo, sollevava un pezzetto di sughero, che indicava le
-ore. Questa clessidra, si chiamò anche orologio d'inverno, e il suo
-perfezionamento permise ai Romani di spartire il giorno naturale in
-ventiquattro ore, dodici delle quali assegnate costantemente al giorno
-artificiale, e dodici alla notte; per modo che erano le une a vicenda
-or più brevi ed or più lunghe, secondo le diverse stagioni.
-
-L'uso del quadrante durando tuttavia (e dura anche adesso sotto il
-nome di meridiana), si provvide a farlo concordare con la divisione del
-giorno in ventiquattr'ore. Per esempio, l'emisfero di Clodia Metella,
-disco concavo, sostenuto da un Atlante di marmo, portava, giusta
-l'uso del tempo, le dodici ore di luce divise in quattro parti, ognuna
-delle quali rappresentava per conseguenza tre ore. Queste divisioni
-prendevano i nomi di prima, terza, sesta e nona, che sono giunti fino
-a noi colle _Ore canoniche_. Quanto alle ore della notte, anch'esse
-furono divise in quattro parti, distinte col nome di prima, seconda,
-terza e quarta vigilia, derivando il vocabolo dalla milizia e dall'uso
-dei soldati, che duravano in sentinella tre ore di seguito.
-
-Adesso che mi sono mandato avanti questo po' di scienza imparaticcia,
-intenderemo il ragazzo Carino, che, dopo avere guardato l'emisfero e
-la linea d'ombra segnata dall'indice di bronzo, tornò nel tablino per
-dire:
-
-— È vicina la terza. —
-
-Segno che erano a un dipresso le undici del mattino, considerando
-che il sole era spuntato dopo le cinque. _Inclinatio ad meridiem_,
-avrebbero detto i Romani di dugent'anni prima.
-
-Clodia Metella sospirò. Che fosse innamorata? Ma!... potrebbe anche
-darsi. Io, del resto, non vi assicuro nulla; dico che sospirò, e
-aggiungo che fece chiamare Eutiche, la fedele cameriera, per mandare i
-suoi comandi all'ostiario, o portinaio, se meglio vi torna.
-
-— Verrà Caio Sempronio; — le disse; — fallo entrare.
-
-— Sta bene; ma se venisse anche il vecchio Pluto? —
-
-Pluto era il nome del dio delle ricchezze, ed era anche il soprannome
-che Clodia, ne' suoi dialoghi intimi con la fidata ornatrice, aveva
-dato all'argentario Cepione.
-
-— Se venisse, — rispose Clodia, torcendo le labbra in atto di persona
-infastidita, — direte che non sono in casa.
-
-— Ma... — soggiunse l'ornatrice, — se tu stai qui, mia signora, egli
-potrà vederti dal pròtiro. —
-
-Eutiche non riusciva ad intendere perchè la sua padrona volesse quel
-giorno ricevere le sue visite alla presenza di tutti i famigli ed anche
-del primo venuto a cui si aprisse l'uscio di strada.
-
-A questo proposito, mi sembra di avervi già detto, nella mia
-descrizione di una casa romana, che dall'androne dell'uscio si vedeva
-per l'appunto il tablino, e che, se la mobile scena di quella camera
-fosse stata rimossa, si sarebbe anche potuto vedere il peristilio
-che veniva dopo, e l'eco, ultimo cortile di ogni abitazione un po'
-ragguardevole.
-
-— È vero; — disse Clodia Metella, con aria sbadata. — Ma c'è rimedio.
-Dirai all'ostiario che cali la cortina del pròtiro. —
-
-Eutiche s'inchinò, e veduto che la sua padrona non aveva più altro
-da comandarle, andò a dare le sue istruzioni all'ostiario. La cortina
-fu calata, e la quiete di Clodia Metella assicurata dallo sguardo dei
-visitatori importuni.
-
-La bella patrizia si era mollemente abbandonata sulla spalliera del suo
-seggiolone, e, preso un codice che era su d'un monopodio lì presso, ne
-andava svolgendo le pagine.
-
-È un errore il credere che i libri, nell'antica Roma, fossero tutti
-foggiati a volumi, o strisce di papiro incollate insieme, e arrotolate
-intorno ad un cilindro; donde l'espressione _evolvere volumen_ per
-dire che si leggeva un libro. Questo era l'uso comune per le opere
-d'una certa lunghezza. Ma gli antichi avevano anche il _codex_, libro
-composto di fogli staccati, legati insieme nella forma dei libri
-moderni. Quei fogli erano sottili assicelle di legno, rivestite di
-cera, chiamate per l'appunto _caudices_; donde il nome di codice,
-rimasto poscia nell'uso, anche quando al legno si surrogò la carta,
-o la pergamena. E in questi libricciuoli non si scrivevano soltanto
-memorie e annotazioni, ma eziandio cose di maggiore importanza, come
-a dire le leggi; donde più tardi il nome di _codex Justinianeus,
-Theodosianus_ e via discorrendo, perchè appunto in quella forma di
-libro riusciva più facile riscontrare una massima, un responso, un
-canone di giurisprudenza.
-
-Non argomentate da ciò che Clodia Metella rubasse il mestiere ai
-giureconsulti e studiasse in quel codice gli editti dei pretori,
-o le leggi delle Dodici Tavole. Dato che il codice fosse la forma
-più acconcia per un libro da leggicchiarsi senza troppo fastidio, è
-naturale il pensare che dovesse esser quella d'una raccolta di versi,
-o d'un romanzo, i soli volumi che potessero andar per le mani d'una
-signora, a cui non piacesse la disagiata postura che i pittori hanno
-data alla Sibilla di Cuma e a San Giovanni evangelista.
-
-Clodia Metella aveva proprio per le mani un romanzo. Veramente, il
-vocabolo non era anche inventato, e dicevasi in quella vece una favola
-milesia. Perchè questo nome? Ve lo dirò in breve; perchè Mileto,
-nella Jonia, era la città in cui fiorì primieramente questo genere
-di letteratura. Distinto dalla storia, accanto ad essa, sorse il
-romanzo, dopo le conquiste d'Alessandro il Macedone. I vinti Persiani
-innestarono i propri costumi ai costumi greci, e nella Jonia, che era
-tragitto fra l'Asia e l'Europa, si composero le favole milesie; accolte
-con favore perfino dai severi Spartani. Il primo di tali romanzieri fu
-un Antonio Diogene, co' suoi _Amori di Dinia e Dercillide_; ma il più
-celebre di tutti, che può considerarsi il padre del romanzo antico, fu
-il milesio Aristippo, di cui si citano, uno _Specchio di Laide_, e gli
-_Amori d'Anzia e di Abròcomo_. Le favole milesie passarono in Roma,
-per cura d'un Cornelio Sisenna, nel tempo che le fazioni di Silla e
-di Mario affliggevano la repubblica, e veramente (notano gli eruditi)
-sembrava che tali racconti fossero fatti per ricreare gli spiriti in
-mezzo alle sanguinose calamità della patria.
-
-Or dunque, la nostra eroina leggicchiava il suo bravo romanzo, come
-potrebbe fare ognuna di voi, mie graziose lettrici. Se gliene fosse
-saltato il ticchio (io per altro non gliel'avrei augurato), Clodia
-Metella avrebbe potuto anche leggere un giornale, come fanno i vostri
-mariti, aspettando la colazione. Perchè, vedete, questo fiore della
-umana, sapienza non è mica una cosa moderna. _Nil sub sole novi_; i
-giornali, verbigrazia, si usavano già da molti anni in Roma, sotto il
-nome di _acta diurna_, e di _acta urbis_; che sarebbe come a dire i
-fatti della città.
-
-Il vocabolo _diarium_ era stato usato già da un Sempronio Asellio,
-il quale scriveva al tempo dell'assedio di Numanzia. Ma perchè c'è
-discrepanza tra i dotti intorno al vero significato della parola, ci
-atterremo soltanto a ciò che è stato dimostrato. E infatti si sa che
-gli _acta diurna_ surrogarono in Roma gli annali dei pontefici, e
-che la loro pubblicazione dovette essere anteriore al primo consolato
-di Giulio Cesare (anno 690 _ab Urbe condita_), donde ebbe solamente
-principio quella degli Atti del Senato, che venne poi soppressa da
-Augusto, non permettendosi — più altra pubblicazione fuor quella dei
-_diurna_, o _diurni_; vocabolo da cui si formò quello di _diurnale_,
-adoperato principalmente in materia liturgica.
-
-Quei primi esemplari del giornalismo odierno erano una semplice ed
-arida enumerazione di fatti, e non avevano spesso neanche il merito
-dell'esattezza. Ma questo, diranno i maligni, è un peccato originale
-che non hanno lavato più mai. Come si divulgavano? Chi li scriveva? Non
-se n'ha lume; nessun giornalista ci è stato conservato nelle ceneri
-pompeiane, o tra i cocci del monte Testaccio. Questo sappiamo, che i
-giornali, quantunque scritti da gente oscura, si leggevano comunemente,
-anche dalle signore, mentre sedevano allo specchio e flagellavano
-a sangue le cosmète che non facevano il loro dovere. Ce lo racconta
-Giovenale:
-
- _Et caedens longi relegit transacta diurni._
-
-L'emisfero del cavedio segnava la terza, e Clodia Metella aveva a
-mala pena leggiucchiato due pagine della sua favola greca (il greco
-era per le Romane d'allora quello che è il francese per le dame del
-tempo nostro) quando si udì un colpo discretamente dato col picchiotto
-di bronzo all'uscio di strada. Poco dopo, l'ostiario trasse la fune
-del saliscendi e la porta cigolò sui cardini. Clodia Metella volse a
-mezzo la testa e diede una sbirciata là in fondo. La cortina si alzava
-in quel punto; segno che il visitatore era proprio quel desso che la
-signora aspettava.
-
-Tizio Caio Sempronio comparve nel vano dell'androne, elegantemente
-vestito di due tuniche, la _subucula_ e l'_angusticlavia_; quella di
-lana tinta in violetto, con lunghe maniche, e il lembo che giungeva
-alla metà della gamba; questa di lana candidissima, con maniche corte
-e il lembo che terminava alla metà della coscia. Una cintura nascosta
-sotto un giro di dotte pieghe, le stringeva ambedue alla vita, rompendo
-artisticamente la dirittura delle due strette liste di porpora, cucite
-sulla tunica superiore, che erano il distintivo dell'ordine equestre,
-e che davano appunto alla tunica il suo nome di _angusticlavia_.
-Un calzaretto di cuoio colorato come la _subucula_, allacciato con
-fettucce incrociate sul collo del piede e avvolte intorno alla gamba
-fino al principio del polpaccio, compiva dal basso il vestimento del
-bel cavaliere. Una toga, non troppo stringata nè larga, gli girava
-intorno al collo, leggiadramente annodata sulla spalla sinistra e
-trattenuta da un fermaglio d'oro, in cui si vedeva incastonata una
-gemma. Nella mano destra teneva il pètaso, che si era levato pur dianzi
-dal capo, mostrando le chiome bionde e ricciolute, spartite con una
-precisione inappuntabile nel bel mezzo della fronte.
-
-Il nostro cavaliere apparteneva alla classe degli uomini delicati, e
-non andava per via senza cappello. Del resto, o cappello o berretto,
-l'usanza di coprire il capo era molto comune. La statuaria romana non
-ha tenuto conto del cappello, se non per rappresentarci Mercurio, o
-qualche araldo in viaggio; ma che per ciò? Neanche l'arte nuova dei
-tempi nostri ardisce scolpire i grandi uomini con la tuba, e i tardi
-nepoti, se dovessero prender norma dalle nostre scolture, avrebbero
-a credere che nel secolo decimonono andassero a capo scoperto anche
-i generali più freddolosi e più gelosamente inferraiolati del mondo.
-Manfredo Fanti informi, dal suo piedistallo della piazza di San Marco,
-a Firenze.
-
-Lasciamo dunque da parte le testimonianze infedeli dell'arte scultoria,
-e badiamo piuttosto agli scrittori latini e a quel tanto di pittura
-domestica che ci fu conservato da un felice capriccio del Vesuvio. Era
-lecito agli antichissimi Romani di andare a capo ignudo, in quella
-guisa che era lecito di portare per unico vestimento un gonnellino
-intorno alle reni, come i Ceteghi berteggiati da Orazio, o di coprire
-la nudità con un semplice mantello, come Valerio Publicola, e di
-custodirsi il capo dai raggi di Febo con un lembo della toga, imitando
-la frettolosa acconciatura dei cittadini di Gabio. Ma i libri e i
-dipinti ci mostrano che i Romani non tardarono molto ad imitare dai
-Greci il _pileus_ e il _pileolus_, di guisa che se ne videro d'ogni
-forma, dal berretto frigio di Paride al romano di Bruto, dal berrettino
-di Priamo a quello di Orazio Flacco, quando era in casa. Il _pileus_ fu
-il distintivo degli uomini liberi; lo si concedeva ai servi liberati,
-donde il modo proverbiale: _ad pileum vocare_; e lo portavano tutti gli
-schiavi di Roma, nella mascherata dei Saturnali.
-
-Quanto al _petasus_, cappello di feltro con la fascia bassa e la tesa
-larga, che gli scultori greci non poterono dispensarsi dal mettere
-in capo ai cavalieri della processione Panatenaica, effigiati sul
-Partenone, lo vediamo citato da tutti gli scrittori latini, come un
-capo di vestiario usato comunemente per via. Plauto lo accenna in più
-luoghi. Leggete Svetonio e vedrete Augusto che portava il cappello,
-e così volontieri, da non saperne star senza, neanche tra le pareti
-domestiche. E questo mi pare un argomento da troncare ogni disputa.
-
-Gabellatemi dunque il cappello di Tizio Caio Sempronio. In altre cose
-moltissime i Romani antichi non erano dissimili da noi, quantunque
-l'abitudine del vederli in tragedia ce li abbia fatti credere diversi
-di costume e di sentimenti. La natura umana è sempre e dovunque la
-stessa, e i Romani non avevano soltanto la più parte dei nostri usi,
-ma altresì un buon numero delle nostre delicatezze, ed anche dei
-nostri vizi. Una cosa non pare che avessero al medesimo grado di noi,
-quella che certuni chiamano verecondia, ed altri ipocrisia. Ma questa
-è veramente virtù moderna, e i novellieri italiani e francesi ci
-mostrano che in tutto il medio evo la si conosceva poco in Europa. E
-forse anche oggi è praticata ugualmente dappertutto? Noi, verbigrazia,
-abitatori del continente europeo, non abbiamo tutti gli scrupoli e le
-titubanze degli Inglesi, e parliamo liberamente delle nostre camicie.
-È vero, per altro, che non citiamo più ogni sorte d'indumenti, in una
-scelta conversazione; segno che la verecondia anche tra noi fa passi da
-gigante.
-
-Ma questa è apparenza. Nella sostanza noi siamo pari agli antichi
-Romani, e questi somigliavano a noi. Gli uomini di Plutarco, tanto
-citati a titolo di onore, ne facevano d'ogni cotta, e qualche volta
-avevano bisogno di cansare il biasimo con un arguto spediente, come
-avvenne, per esempio, a Scipione Africano, quando gli si domandarono
-i conti del denaro ricevuto da Antioco. Siamo lungi dai nostri due
-personaggi. Ma aspettate, fo un salto e ritorno nell'atrio.
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
-Duettino d'amore.
-
-
-L'ostiario aveva già pronunziato il necessario: «_quis tu?_» e, udito
-il nome del cavaliere, lo ripeteva ad alta voce all'atriense, che era
-il valletto d'anticamera, il lacchè della padrona di casa. E questi
-a sua volta, indettato dall'ornatrice, precedeva il visitatore nel
-tablino.
-
-Caio Sempronio si avanzò con aria disinvolta e col sorriso sul labbro.
-Clodia Metella, fingendo di vederlo allora, si alzò a mezzo dal suo
-seggiolone, e, deposto il codice sul monopodio (che era poi, come vi
-dice il nome greco, una tavola sorretta da un solo piede), offerse la
-sua candida mano al nuovo venuto.
-
-Quasi sarebbe inutile il dirvi che il nostro cavaliere la prese e la
-baciò divotamente col sommo delle labbra.
-
-— Divina Clodia, — diss'egli, — io ti son grato di due cose, e
-dell'avviso amichevole e del permesso che mi hai accordato di venire ad
-ossequiarti. Come vedi, non sono anche stato fatto in tre pezzi.
-
-— Ah, sì; — rispose la bella matrona, con aria impacciata; — pensavo
-anch'io che l'avvertimento non doveva esser preso alla lettera. Ma ero
-tanto commossa! Ti conoscevo solamente per fama, e mi sapeva male che
-un gentil cavaliere, come tu sei, potesse correre un pericolo. Sai pure
-che noi donne ci spaventiamo di poco; e i sogni, dopo tutto....
-
-— Sono mandati da Giove; lo ha detto Omero. Ed io ti ringrazio di
-avermi avvisato. Farò buona custodia intorno al mio petto. Del resto,
-io m'avvedo d'esser caro agli Dei, poichè essi mi fanno ottenere quello
-che io desideravo ardentemente da un pezzo.
-
-— Che cosa? — dimandò ella, così candidamente, che più non avrebbe
-potuto una fanciulla di quindici anni.
-
-— Di conoscerti da vicino, — rispose Caio Sempronio, inchinandosi, — di
-essere annoverato fra i tuoi servitori. —
-
-Un amabile sorriso fu la ricompensa del nostro cavaliere. Clodia
-Metella poteva ridere senza paura; i trentadue denti che metteva in
-mostra erano suoi, e per diritto di nascita, non già in quel modo che
-Marziale rimproverava a madonna Luconia.
-
-— Adulatore! — mormorò ella, schermendosi modestamente. — Che vedi in
-me di preclaro?
-
-— La forma, prima di tutto; l'ingegno, poi.
-
-— Come? Tu metti l'ingegno al secondo luogo?
-
-— Sì, perdonami, o Clodia. La prima bellezza è quella del volto,
-perchè è la prima a vedersi. In un bel volto c'è la promessa di una
-bell'anima. E il tuo mantiene le promesse, mi pare.
-
-— Ah, non lo credono tutti; — diss'ella, sospirando.
-
-— Che farci, signora mia? Persuader tutti e piacere a tutti, sono due
-cose egualmente impossibili.
-
-— È giusto; ma una donna dovrebbe avere almeno il diritto di essere
-stimata per quel che vale.
-
-— Lo sei; — notò gentilmente Caio Sempronio, a cui una bugia non pareva
-in quella occasione un troppo grave peccato.
-
-— Non lo sono, e mi duole; — replicò vivacemente Clodia Metella. — Tu
-parlavi poc'anzi della forma. Sì, voglio ammetterlo, poichè tu lo dici,
-son bella.....
-
-— La bellezza è un dolce dono degli Dei; — interruppe galantemente Caio
-Sempronio.
-
-— Ah, non lo dire! Essa è un triste dono, il più triste che gli Dei
-possano fare ad una donna. Fortuna che passa presto, e la mia è presso
-a fuggirsene.
-
-— Che dici tu mai?
-
-— Il vero. Non sai? Sono nata sotto la dittatura di Silla. —
-
-Questa di Clodia Metella doveva essere una bugia ben più grossa di
-quella del suo interlocutore. Lucio Cornelio Siila era stato dittatore
-tra il 672 e il 675 di Roma. Clodia Metella si attribuiva dunque dai
-ventotto ai trent'anni, mentre io e voi, lettori umanissimi, gliene
-avremmo dato almeno cinque di più.
-
-Ma io e voi non siamo nei panni di Tizio Caio Sempronio.
-
-— Perdonami, — diss'egli, scuotendo il capo in atto d'incredulità, — se
-io non riconosco questo merito alla dittatura di Silla. Il mio genio mi
-dice che tu sei nata sotto il consolato di Licinio Lucullo e di Aurelio
-Cotta. —
-
-A quel furbo di Caio Sempronio non bastavano i cinque anni sottratti da
-Clodia; ne sottraeva altri cinque a sua volta.
-
-— Via! lasciamo le adulazioni! — rispose Clodia sorridendo. — Il tuo
-genio travede.
-
-— Sarebbe la prima volta; per solito egli non m'inganna. Del resto,
-egli mi ama, e non c'è niente di strano se vede co' miei occhi. Ora
-i miei occhi ti dicono bellissima tra le giovani patrizie di Roma.
-Qual meraviglia se la tua bellezza è il desiderio e lo struggimento di
-mille?
-
-— Vedi, è questo il mio rammarico! — soggiunse Clodia Metella,
-afferrando l'occasione al varco. — Ah, gli uomini son tristi. Perchè
-ad una povera donna sorridono ancora i doni della gioventù, le si
-fanno intorno a gara, come i Proci intorno alla moglie d'Ulisse.
-Mostrarsi austere? Non giova; anzi, puoi metter pegno che nuoce. Nel
-concetto degli uomini, una donna che li respinge tutti apertamente,
-lascia credere che ne ami troppo e celatamente uno solo. E perchè
-siamo onestamente cortesi con tutti, perchè li lasciamo avvicinarsi a
-noi, vedere la nostra casa, come sia priva di nascondigli, vigilata
-da cent'occhi ad ogni ora del giorno — (così dicendo Clodia Metella
-accennava all'atrio, donde passavano allora per caso due schiave,
-recando fiori al larario) — eccoli inventare, o lasciar credere, che
-è peggio, le più liete fortune. Ammessi in casa tua, ti derubano, e
-ti infamano per la bocca dei loro difensori. I più discreti confidano
-alle Muse i sognati amori e chiamano l'universale a confidente dei loro
-audacissimi vanti. —
-
-Marco Celio Rufo e Caio Valerio Catullo erano serviti ambedue senza
-tanti riguardi. E non pareva lei, mentre parlava così; la si sarebbe
-creduta Astrea corrucciata, che minacciasse di volarsene al cielo, per
-fuggire al consorzio degli uomin iniqui, o la Verità, costretta per sua
-salvezza a rifugiarsi in un pozzo.
-
-Non vi dirò che al nostro cavaliere quella difesa di Clodia paresse oro
-di coppella. Ma anche dando la tara alle ragioni di lei, non potè fare
-a meno di riconoscere che in tesi generale Clodia aveva ragione. Le
-donne sono così facilmente calunniate, come sono amate e desiderate. La
-loro debolezza è un invito alla prepotenza degli uomini.
-
-La conversazione volgeva al serio, e Caio Sempronio tentò di ricondurla
-sul primo tono.
-
-— Ah i poeti! — esclamò. — Non ne conosco che uno, il cui animo sia
-bello come i suoi versi.
-
-— L'araba fenice, dunque? — ripigliò Clodia Metella, seguendo senza
-fatica quel nuovo giro dato da Caio Sempronio al discorso. — E chi è
-costui?
-
-— Cinzio Numeriano, un bravo giovinotto, modesto e buono, che farà a
-giorni le sue nozze con una bellissima Greca. Sarò io il suo auspice, e
-già l'ho fatto ricco, perchè non abbia a far altro che amare e cantare,
-alla guisa degli usignuoli.
-
-— Dei buoni! Hai fatto questo? — gridò Clodia Metella ammirata. —
-Oh come sei grande! Veramente nobile è l'uso che fai delle tue molte
-ricchezze. Viver lieto con gli amici, onorare gl'ingegni, che dovranno
-illustrare anche nelle arti e nelle lettere il gran nome di Roma,
-contendere alla Grecia il vanto della gentilezza e della eleganza, è
-questa un'opera degna di te. Come ti imiterei volentieri!
-
-— Che ti trattiene dal farlo?
-
-— Non son ricca, o per dir meglio, non lo sono tanto da colorire tutti
-i disegni che ho nella mente.
-
-— Perdonami, divina Clodia; a te non fa mestieri quel che bisogna a
-me. Una donna bella ha in sè stessa una virtù che manca all'uomo. La
-luce che emana da lei illumina e riscalda come quella del sole, e fa
-sbocciare i fiori dell'intelletto, come l'altra i fiori del prato.
-
-— Bel paragone, ma falso come tutti i paragoni. Io so quel che posso,
-e non è molto, pur troppo; — rispose Clodia Metella, con un sospiro.
-— Uomini e donne, non possiamo veramente esser utili altrui, se non
-siamo potenti. Anche la bellezza non risplende, se tu non la collochi
-in alto; almeno, — soggiunse, correggendo la frase e accompagnando
-le parole con un mite sorriso, — essa non risponde all'ufficio che tu
-vorresti assegnarle, quello di illuminare. E sarebbe pure così bello,
-spandere in benefizi intorno a noi quello che Giove ci ha largito,
-di ricchezza e di forza! A che raggruzzolare, per una generazione di
-immemori eredi? A che restringersi nelle pallide cure, quando si vive
-una volta sola e l'Orco avaro ci rapisce ogni cosa in un colpo?
-
-— Così penso ancor io, — disse Caio Sempronio, — quantunque non sappia
-dirlo così bene. Tu hai l'ingegno ornato, e veramente felice è colui
-che ti ascolta. Tu leggevi poc'anzi, ed io forse ho interrotto....
-
-— Oh no, niente di grave. Del resto, i gravi studi non sono fatti per
-noi. Leggevo una favola milesia. Sai pure, è la favola che ci consola
-qualche volta della triste verità.
-
-— Lascialo dire a noi, bellissima Clodia. Tu stessa puoi dar vita a
-quanto di più leggiadro saprebbe immaginare la fantasia d'un poeta
-della Jonia. —
-
-Il complimento era un po' stiracchiato, ma Caio Sempronio lì per lì non
-aveva trovato niente di meglio.
-
-— Ah così fosse! — esclamò Clodia Metella. — Leggevo appunto di
-due anime amanti che fuggirono alle noie della vita cittadina, per
-foggiarsi un mondo a lor posta nella pace dei campi. E un giorno o
-l'altro, chi sa? anche sola, io me ne andrò a rifugio nel mio podere
-d'Albano, per fantasticare nei boschi, dopo aver atteso alle cure
-domestiche e distribuito il còmpito alla famiglia.
-
-— Come? Ardiresti privar noi, Roma tutta, delle tue grazie ammirabili?
-Tu, nata per le tede nuziali?
-
-— Ma sì, io; — rispose Clodia, scuotendo fieramente la bellissima
-testa. — Troppo fosca luce hanno data le prime tede nuziali per me;
-frattanto, questa insidiata solitudine mi pesa. Ti parlavo poc'anzi dei
-Proci. Orbene, son troppi, e troppo molesti, i pretendenti intorno a
-Penelope; taluni di essi anche odiosi. —
-
-Caio Sempronio ebbe una stretta al cuore. Non si sta impunemente al
-fianco di una bella donna, ed ogni accenno ad altri uomini che le
-facciano la corte, o sperino qualche cosa da lei, ci dà noia, come
-l'immagine d'un rivale che di repente s'intrometta fra lei e noi. Non
-siamo ancora innamorati, e già siamo diventati gelosi.
-
-— E chi, di grazia? — domandò egli, turbato.
-
-Clodia Metella notò quella sollecitudine, strana abbastanza per un
-primo incontro; ma fece le viste di non addarsene, o di trovarla
-naturalissima, che torna lo stesso.
-
-— Non so se faccio bene a dirtelo; — rispose ella, con una esitazione
-che accresceva il pregio della confidenza. — Ma già tu sei uno de'
-pochi Romani, che valgano qualche cosa e in cui una donna possa
-confidarsi a chius'occhi. Cepione!
-
-— L'usuraio?... Cioè, — soggiunse Caio Sempronio, tentando di cogliere
-al volo la parola fuggita, — volevo dire, il banchiere?
-
-— Proprio lui; — disse Clodia Metella, crollando mestamente il capo.
-— Vedi un po' i graziosi vagheggini che mi tocca sopportare! E poi
-mi parli di tede nuziali! Di bellezza che illumina e riscalda! Ho
-ferito il cuore di uno tra i più ricchi, ma anche tra i più spregevoli
-cittadini di Roma. Debbo io ringraziar Venere protettrice per quel
-resto di bellezza che.... ti piace di trovare in me?
-
-— Amabil resto, di cui ogni cavaliere romano si contenterebbe,
-lasciando per esso tutte le Dee dell'Olimpo!
-
-— Pazzo! — esclamò Clodia Metella, facendo con le labbra la più
-leggiadra smorfia del mondo. — Sarai dunque incorreggibile?
-
-— Dimmi costante, padrona mia. Si è incorreggibili nei vizi, costanti
-nelle virtù. —
-
-Noti il discreto lettore quel «padrona mia» gittato là, in un momento
-di tenerezza, dal nostro Caio Sempronio. «Divina» e «bellissima» erano
-aggettivi che si spendevano senza troppo riguardo con tutte le donne;
-laddove il «padrona mia» (_hera mea_) non si diceva che alla donna del
-cuore. Come vedete, il nostro cavaliere non ci andava di gamba malata.
-
-— E sia, — ripigliò Clodia Metella, senza far le viste dì aver notata
-quella rapida progressione, — diciamo pure costante, sebbene la
-costanza accenni ad un passato..... che nel caso nostro non vedo.
-
-— Si fa molto cammino in breve ora, quando si ha la fortuna di vederti,
-o bellissima Clodia. Ma dimmi piuttosto, — soggiunse, non volendo aver
-l'aria di insistere su quell'argomento delicato, — Cupido è dunque
-riuscito a penetrare co' suoi dardi quella montagna di carne? —
-
-La bella patrizia, con tutto il desiderio che aveva di stare in
-contegno, non potè trattenere le risa, a quella pittura che Caio
-Sempronio faceva del galante argentario.
-
-— Dèi buoni! — esclamò. — Ignoro come ciò sia avvenuto; ma debbo
-argomentarlo dalla guerra spietata che egli mi fa. E ne sono veramente
-seccata. Vedi un po' la strana pretesa! Perchè mi ha reso un servizio,
-della sua professione, s'intende, e che io pago profumatamente, il
-degno banchiere si è fitto in capo...
-
-— Di prendere un altro interesse sopra il tuo cuore? — domandò Caio
-Sempronio.
-
-— Per l'appunto. Ed io non so se debba ridere, o andare in collera.
-Ma la faremo finita ben presto. Gli restituirò il suo denaro, dovessi
-anche vendere le mie gemme, e lo farò mettere alla porta.
-
-— Poveretto! Vorrai punire i suoi occhi di avere amata la luce?
-
-— Tu lo difendi ancora?
-
-— Non lui, per verità. Tratto la causa di tutti coloro che hanno la
-fortuna di avvicinarti; — disse Caio Sempronio, cercando di ricondurre
-la conversazione sul tenero. — Non potrei io alla mia volta apparirti
-noioso? —
-
-Clodia non rispose nulla a quella domanda incalzante. E neppure alzò
-gli occhi a guardare il giovinotto, intesa com'era a baloccarsi cogli
-anelli che aveva nelle dita.
-
-— E ciò sarebbe doloroso per me, — soggiunse il cavaliere, — assai
-doloroso, dopo averti conosciuta. Perdonami, sai, ma io dico quello che
-sento. Buona come sei, devi lasciarti ammirare, e lasciartelo dire. È
-uno sterile conforto, lo so; ma almeno potrò pensare che tu non ignori
-il mio male, quantunque avara di farmachi. E poi, non è del tutto
-infelice chi prega e spera; infelice è colui che, dopo aver contemplato
-il sole, è risospinto nelle tenebre.
-
-— Basta, basta, pericoloso ragionatore! Con la tua lingua soave faresti
-muovere i sassi, come già avvenne ad Orfeo; — disse Clodia Metella,
-smozzicando amabilmente le parole.
-
-Era costume delle dame romane, uguali in cotesto alle moderne sirene,
-di cincischiare il discorso, simulando qualche esitanza di lingua e
-togliendo perfino dalle parole qualche lettera indispensabile (_litera
-legitima_) che suonasse troppo aspra al palato.
-
-— Vedete qua, — proseguiva Clodia Metella, — Tizio Caio Sempronio,
-il più elegante e il più celebrato dei cavalieri di Roma, che si
-adatta a sprecare il suo tempo prezioso con una povera donna, a cui la
-giovinezza più non fiorisce le guance. Avessi quattro lustri, almeno!
-
-— Li hai sempre, e non un giorno di più. Te lo dicono i miei occhi
-innamorati; te lo dica il mio sangue, che riarde nelle vene. Dove tu
-sei, divina Clodia, non osino mostrarsi Ebe ed Erigone.
-
-— Cessa, te ne prego! — mormorò ella, colta da una commozione
-improvvisa.
-
-Due lagrime intanto spuntarono dagli occhi di lei e scesero lente
-lunghesso le guance.
-
-Caio Sempronio rimase di sasso. La vide farsi bianca in viso come il
-marmo di Paro; quelle lagrime, poi (badate che l'immagine è classica),
-scorrevano come l'acqua di sotto alla neve disciolta, e dalla stretta
-dolorosa che n'ebbe, quelle lagrime gli parvero il suo proprio sangue
-che gli grondasse dal cuore. Leggete Ovidio, che dice la medesima cosa
-in versi latini.
-
-Ovidio, per allora, non aveva anche messi i lattaiuoli. Caio Sempronio,
-punto pratico dell'_Arte amandi_, la quale era di là da venire, si
-spaventò di quelle lagrime.
-
-— Ti ho forse offesa? — gridò, profondamente turbato. — Perdona il mio
-ardimento, te ne supplico.
-
-— No, non mi hai offesa; — rispose Clodia asciugandosi le molli
-rugiade; — pensavo al contrasto delle tue dolci parole con tutti i
-dolori che mi sono derivati da questo dono fatale dei Numi. Oh, i
-giudizi del volgo! Se la gente sapesse da quali impure fonti ella
-attinge, e qual maestro di dotte calunnie è l'amor proprio ferito di
-certi uomini, o la gelosa invidia di certe donne! E sei tu sincero,
-parlandomi come hai fatto poc'anzi? Puoi esserlo, dopo tutto quello
-che si è malignato sul conto mio? Non hai forse pensato fra te che alla
-donna dei mille amanti si poteva parlare a tutta prima d'amore?
-
-— Oh il brutto pensiero che t'è venuto in mente! — gridò Caio
-Sempronio, con accento di rimprovero. — Ti ho detto quel che sentivo,
-lo giuro per gli Dei immortali.
-
-— Del resto, che importa? — ripigliò Clodia Metella, crollando
-superbamente il capo. — Pensi il volgo ciò che gli piace. Mi giudichi
-male la stoltezza, mi morda l'invidia, mi perseguiti il rancore; purchè
-uno mi stimi, io non mi lagno del fato. —
-
-«Purchè uno mi stimi» capite? Era il colpo di grazia, e Caio Sempronio
-lo ricevette in pieno, nella parte più vitale. In lui, come in tutti
-gli uomini, la parte più vitale non era forse la vanità?
-
-Caio Sempronio prese amorevolmente la mano di Clodia e la carezzò, come
-si farebbe della mano d'un bambino che si vuol rabbonire.
-
-— Padrona mia, — le disse, col più soave accento che uscisse mai
-dalle labbra d'un uomo, — tu lo sai, tu lo senti, che io ti stimo,
-come meriti di essere stimata da ognuno. Non mi credere un temerario
-vanitoso, se troppo presto ti ho palesato il segreto dell'anima mia.
-Certo, non era presto per me. Da tanto tempo la tua bella immagine
-mi stava scolpita nel cuore! Ti vedevo spesso, nella tua lettiga per
-via, nelle feste, nei teatri, sempre ammirata, corteggiata da mille
-adoratori, sfortunati, sì, ma non meno adoratori per questo, non meno
-solleciti intorno a te; mentre io ero lunge, non veduto da te, e senza
-il coraggio di avvicinarmi mai. Fin da allora ti amavo, o bellissima
-Clodia; ciò ch'io t'ho detto poc'anzi non era che la continuazione
-di un vecchio monologo. E tu condannami ora; statuisci la pena, sono
-pronto a subirla. —
-
-Clodia Metella non rispondeva; ma non aveva neanche ritirata la mano,
-prigioniera d'amore tra le mani del nostro infiammabile eroe.
-
-
-
-
-CAPITOLO X.
-
-Il terzo incomodo.
-
-
-Tutto ad un tratto la bella indolente ritrasse la mano. Caio Sempronio
-credette di averla offesa col suo ardimento, e rimase perplesso, tra
-lo stupore dell'atto improvviso e il desiderio di trovare una parola
-per iscusarsi con lei. Ma gli occhi di Clodia non avevano mutato
-espressione; il suo viso spirava la calma e la benevolenza consueta.
-Perchè dunque Clodia Metella aveva ritirata la mano?
-
-Il nostro eroe non ebbe a penar molto per saperne il perchè. Clodia
-Metella, che sedeva colla fronte rivolta all'entrata, aveva veduto
-accorrere il suo servitorello dal pròtiro, donde era giunto al suo
-orecchio un rumore confuso di voci, come di gente che altercasse
-sull'uscio.
-
-Usiamo del nostro diritto e corriamo a vedere che cosa accadesse laggiù.
-
-— Ma se ti dico che sono invenzioni! Figùrati se per un mio pari ci
-dovrà esser mai porta muta! Aprimi questo cancello, per Ercole, e bada
-di non averti a pentire! —
-
-L'uomo che così parlava, sbuffando ad ogni tratto come un vitello
-marino, cercava intanto di spingere l'ostiario, per entrare nel suo
-camerino, donde sarebbe potuto riuscire nell'atrio, senza bisogno di
-farsi aprire i due battenti del cancello.
-
-Ma l'ostiario aveva una consegna e non si lasciava intimorire dalle
-minacce, nè spingere indietro dagli urti imperiosi del nuovo venuto.
-
-— Nobilissimo Cepione, — diss'egli, — tu non entrerai. —
-
-E con modi rispettosamente severi, s'industriava di mettergli le mani a
-posto.
-
-— Ecco due frasi che cozzano! — gridò Cepione. — Nobilissimo è un
-titolo che mi piace. Sono della gente Servilia e tu mostri di non
-essertene dimenticato del tutto. Ma tu aggiungi, stupidissimo uomo, che
-non entrerò? Entrerò, a dispetto di Cerbero, entrerò in questa casa,
-come Quinto Servilio Cepione, mio illustre antenato ed omonimo, entrò
-nella città di Tolosa. —
-
-Intanto il paggio Carino era giunto al cospetto della padrona.
-
-— Che cosa è stato? — dimandò Clodia Metella, senza punto scomporsi.
-
-— Cepione, il banchiere, che vuole entrare ad ogni costo; — rispose
-Carino.
-
-— Non gli hanno detto che sono fuori di casa?
-
-— Sì, ma egli non ha voluto crederlo, e giura che ha da parlarti di
-cose urgenti. —
-
-Clodia Metella torse il viso, in atto di profondo fastidio.
-
-— Le cose urgenti di Servilio Cepione! — mormorò poscia, con accento
-sarcastico, rivolgendosi al suo giovine visitatore.
-
-— Urgenti, o no, lascialo entrare; — diss'egli a mezza voce.
-
-— Ma egli ti riuscirà molesto.
-
-— Che farci? Bisogna saper anche patire qualche cosa. Del resto, egli
-è venuto a cercare la luce del sole. Concedine un raggio al nuovo
-Prometeo. —
-
-Carino interrogò con lo sguardo la sua bella padrona, sul cui labbro le
-parole di Caio Sempronio avevano chiamato il sorriso. E veduto il cenno
-di assentimento che essa gli fece, il vispo adolescente corse a levar
-la consegna all'ostiario.
-
-— Eccoti interrotto ne' tuoi voli pindarici! — notò argutamente Clodia
-Metella, ripigliando il discorso con Caio Sempronio.
-
-— Per quest'oggi; — rispose egli, con aria di rassegnazione. — Ma non
-mi permetterai tu di continuare, o divina? —
-
-Un nuovo sorriso balenò dal volto di Clodia e la bellissima destra
-tornò per pochi istanti tra le mani del nostro eroe, che v'attinse il
-coraggio a sopportare la compagnia di Servilio Cepione.
-
-Costui vi è già noto, o lettori. Era il famoso banchiere delle Botteghe
-Vecchie, il creditore spietato di Lucio Postumio Floro e di tanti
-altri giovani patrizii romani. Imprestava al dodici per cento, che
-era l'interesse legale. Le dodici Tavole parlavano chiaro: _si quis
-unciario foenore amplius foenerassit, quadruplione luito_; che è come
-a dire: se taluno darà a prestito oltre il dodici per cento, sia
-condannato nel quadruplo. Ma gli usurai avevano trovato ben presto
-la malizia per eludere la legge, fingendo vendite di merci, a cui
-attribuivano un valore doppio e triplo del vero, e vi è permesso di
-credere che Quinto Servilio Cepione non fosse in quest'arte da meno
-de' suoi degni colleghi. Lo accusavano altresì di tosar le monete; ma
-di questo io non potrei starvi mallevadore, ricordando come sia facile
-il volgo a credere il peggio, dove ci sia già l'indizio del male. Dice
-argutamente un proverbio francese: non s'impresta che ai ricchi.
-
-Quanto alla boria nobilesca del nostro banchiere, va notato che, se
-egli non era proprio della gente Servilia, una delle antichissime di
-Roma, ci fallava di poco, essendo i suoi maggiori di gente servile.
-Il suo bisavolo era stato schiavo ed avea preso il nome di Quinto
-Servilio Cepione, quello stesso che era stato console nell'anno 648
-di Roma, e che, dopo avere espugnata Tolosa, si era fatto sconfiggere
-un anno dopo dai Cimbri, lasciando sul campo ottantamila soldati. I
-figli del liberto erano diventati _ingenui_, e nel lucroso mestiere
-degli argentarii si consolavano della poca stima in cui erano tenuti da
-coloro che potevano vantare una lunga serie di liberi antenati e tutti
-i privilegi inerenti al diritto gentilizio. Ma così non la intendeva
-il quarto discendente ingenuo del nuovo ramo Servilio. Il nome illustre
-lo aveva, e questo gli pareva titolo bastante, se non forse ad ottenere
-una magistratura e ad essere eletto sacerdote, almeno a tenere nel suo
-atrio le immagini degli antenati, mescolando abilmente i mezzi busti
-di quattro consoli, che erano Cepioni autentici, con quelli di quattro
-argentarii, che erano Cepioni sì, ma apocrifi. Avete già udito come si
-empiesse la bocca di quella sua derivazione consolare. Non dubitate,
-la metteva fuori ad ogni tratto, e s'impancava coi patrizii, senza
-un pensiero al mondo di ciò che altri dicesse alle sue spalle. Del
-resto coi patrizii avea relazioni frequenti e strettissime; relazioni
-d'usuraio, come vi ho detto, ma che gli meritavano inchini, sorrisi
-e strette di mano. E questo, in attesa delle maledizioni, che non
-potevano mancargli alla scadenza del debito, questo nutriva la vanità
-del nobilissimo uomo.
-
-Era egli, come vi ha detto Caio Sempronio, una montagna di carne.
-Aveva piccina la testa e grossolane le fattezze. La barba, rasa sulle
-guancie, gli girava a mo' di collare intorno alle mascelle, nascondendo
-la pappagorgia che gli pendeva sotto il mento. Postumio Floro diceva
-di quella barba: — è la forca che tu meriti, o Cepione, segnata
-anticipatamente intorno al tuo collo. —
-
-Il nobilissimo uomo entrò sotto l'atrio con passo risoluto, ma
-barellando un pochino per cagione di quel buzzo che doveva portare
-con sè, e dondolando sotto alla risvolta della toga il braccio corto
-e massiccio. Gli occhi piccini e luccicanti, le gote rubiconde come
-i rosolacci, le labbra tumide e per giunta allungate da un certo suo
-vezzo tra l'orgoglioso e il beffardo, finalmente quella pappagorgia che
-vi ho detto più su, davano al nostro Cepione una certa rassomiglianza
-con un tacchino. S'intende che nella mente sua egli si teneva per un
-gallo.
-
-Si avanzò fino alla soglia del tablino, e, avvedutosi di quell'altro,
-gli gittò un'occhiata, da cui traspariva tutto il suo malcontento.
-Ma quell'altro non era nobile per nulla, e nobile di ventiquattro
-carati, come sapete; donde avvenne che gliene rimandasse un'altra
-così altezzosa, da mutar la burbanza di Quinto Servilio Cepione nel
-più amabile dei sorrisi, accompagnato dal più servile tra tutti gli
-inchini.
-
-— E così, mia bella padrona, — incominciò il banchiere, rivolgendosi a
-Clodia Metella, — tu non eri oggi in casa pel tuo servo Cepione?
-
-— Sei entrato e mi trovi; — rispose Clodia senza scomporsi; — segno che
-c'ero per te, come per tutti.
-
-— Sì, sono entrato; ma dopo aver fatte le mie lagnanze all'ostiario.
-
-— Ed hai fatto benissimo; — disse la furba matrona. — Se tu non avessi
-alzata la voce, non avrei udito nulla e non avrei potuto sapere che
-l'ostiario interpretava male i miei desiderii. —
-
-Cepione rispose a quell'abile scappatoia con una crollatina di testa e
-con un certo _ehm_, che pareva una specie di compromesso tra il dubbio
-interno e l'obbligo di accettare quella scusa per buona.
-
-— Eccoti il banchiere Cepione.... Quinto Servilio Cepione; — soggiunse
-Clodia, presentando il nuovo venuto al suo primo visitatore; — ed ecco
-a te, — ripigliò, volgendosi al banchiere, — il nostro chiarissimo
-Tizio Caio Sempronio, onore dei cavalieri romani. —
-
-Avete mai veduto due cani ringhiosi, che già erano sul punto di
-avventarsi l'uno contro l'altro, ma che, ripresi in tempo da una parola
-severa del padrone, capiscono di doverla smettere, e, quantunque
-brontolando, s'accostano dimessamente e si scambiano la fiutatina
-d'obbligo? Se li avete veduti, intenderete a un dipresso come si
-salutassero quei due cittadini romani, nel tablino di Clodia Metella.
-
-— Conosco il banchiere Cepione; — disse Caio Sempronio, con aria di
-bontà, da cui trapelava un po' d'ironia; — me ne ha parlato molto
-l'amico mio Postumio Floro.
-
-— Sì... un bravo giovinotto; — borbottò Cepione, che non sapeva per
-qual verso pigliarla. — Ieri mattina mi ha restituito quarantamila
-sesterzi, che gli avevo cortesemente imprestati. È strano, per altro;
-— soggiunse, dando un'occhiata maliziosa al cavaliere; — i sacchetti
-delle monete portavano il sigillo di casa Sempronia.
-
-— Ti è lecito di credere, — disse il cavaliere, con un suo risolino
-a fior di labbra, — che io gli dovessi del danaro e che glielo abbia
-restituito.
-
-— Lo crederò, se ti fa comodo; — rispose Cepione, ridendo così
-sgangheratamente, che mise in mostra i denti più aguzzi e più neri
-di tutto l'orbe conosciuto; — del resto, da qualunque parte ci venga,
-l'oro è sempre il bene arrivato.
-
-— Saresti avaro? — domandò Clodia Metella.
-
-— Io? no, per gli Dei; ma ho fede nell'oro. È un bel metallo, e lo
-stesso Giove non dubitò di assumerne la forma, per presentarsi ad una
-delle sue innamorate. Non era mica novellino, il padre dei Numi. Senza
-oro non si ottien nulla, neanche il sorriso delle belle.
-
-— Oh, questo poi!
-
-— Sì, dite che non è vero; la mia esperienza dà ragione alla trovata
-di Giove. Donde io argomento che in amore, come in ogni altra cosa,
-l'essenziale sia di aver molti sesterzi.
-
-— Via, Cepione, tu esageri. Vorrai dire che la ricchezza è un grande
-rincalzo alla bellezza, e su questo non ci cade dubbio. Volere o no,
-si spende sempre, per piacere alla gente; ma in profumi, in porpora e
-bisso, in perle e monili, come facciamo noi donne, per esempio.
-
-— Ah sì, non c'è che dire; vi vestite con tutte le più preziose
-cianciafruscole del mondo. Siamo noi che ci andiamo spogliando. Ma
-niente di male; sarebbe dolce il restare con la sola tunica intima, o
-con un cencio di toga, come Valerio Publicola, pur di toccare il cuore
-ad una donna come te.
-
-— Sia lode a Venere! Ecco almeno una galanteria; — disse Clodia Metella.
-
-— L'incenso è veramente un po' grossolano; — pensò Caio Sempronio tra
-sè.
-
-— O che? — diceva intanto il banchiere. — Credi che Servilio Cepione
-non abbia occhi, padrona mia? Non ti dirò tutte le belle cose che
-possono susurrarti all'orecchio tanti vagheggini sconclusionati; ma
-ho un cuore anch'io, e lo metto divotamente a' tuoi piedi, insieme
-con cinque milioni di sesterzi. Non mi pare un'offerta spregevole; —
-soggiunse, tirandosi indietro sulla persona e dando una sbirciata al
-suo giovane competitore.
-
-— No, certamente; — rispose Clodia Metella, fingendo di non dare alle
-parole del vecchio più importanza di quella che si darebbe ad una
-celia; — ma vi sono donne in Roma che preferiscono un cuore, senza
-tanti amminicoli.
-
-— Ah, tu li chiami... amminicoli? Padrona mia, dacchè Roma è Roma, si
-sono sempre chiamati sesterzi. —
-
-Caio Sempronio era sulle spine, come potete immaginarvi. Se non fosse
-stato per le buone creanze, avrebbe dato così volentieri un golino
-nella pappagorgia a quel maledetto furfante!
-
-Un piccolo caso venne in buon punto a levarlo di pena, dando un nuovo
-indirizzo alla conversazione.
-
-— Hai buoni occhi, dicevi? — ripigliò Clodia Metella, senza rispondere
-all'arguzia plebea di Servilio Cepione. — Or ora li metteremo alla
-prova. Ecco qua il mio paggio Carino che precede il mercante di
-Tiro. —
-
-
-
-
-CAPITOLO XI.
-
-Il prodigo e l'avaro.
-
-
-Cepione si volse, e vide infatti apparire nell'atrio il servitorello di
-Clodia, con due altri personaggi, uno dei quali, vestito d'una lunga
-dalmatica, vergata di bianco e di nero, doveva essere il mercante, e
-l'altro dalla tunica succinta, che gli giungeva al ginocchio, e dal
-carico che aveva sulle spalle, appariva lo schiavo del primo.
-
-— Ben vieni, Aderbale, — disse la matrona. — Che ci porti di bello,
-stavolta?
-
-— Mia nobil signora, — rispose il mercante, inchinandosi profondamente,
-— tutto quello che c'è di più nuovo per l'estate. La mia nave è giunta
-iersera ad Ostia, e, come tu vedi, non ho posto indugio a venire da
-te, quantunque da due giorni Annia Sulpicia, la moglie del console,
-e Giunia Sillana, la impazientissima tra tutte le matrone di Roma, mi
-avessero comandato, pena il loro corruccio, di passar prima da loro.
-
-— Hai fatto bene; — disse Clodia, accompagnando le parole con una mossa
-orgogliosa del capo. — Io non soglio stare agli avanzi di nessuno.
-Apri l'involto, Aderbale, e vediamo; questi sapientissimi uomini
-giudicheranno. —
-
-Lo schiavo aveva già deposta la balla sul pavimento, e Aderbale il
-mercante, dato di piglio ad un coltello, recise d'un colpo la fune che
-teneva stretto l'involto; indi sciolse la triplice fascia di tela che
-custodiva i preziosi tessuti della sua patria.
-
-Erano stoffe di lana, mie lettrici amorevoli. A quel tempo non era
-anche conosciuta in Italia la seta, e pochissimo il cotone, che andava
-famoso in Oriente sotto il nome di _bisso_. Ma non compiangete troppo
-le Romane d'allora, perchè quella lana era finissima e filata così
-sottilmente, da meritare a certe stoffe il nome di aria tessuta. Quanto
-ai colori, c'erano rappresentate tutte le gradazioni dell'iride, e non
-avrebbero avuto da invidiar nulla a quei delicati impasti, a quelle
-vaghissime temperanze, che oggi danno fama così grande alle fabbriche
-di Lione.
-
-— Vedi, nobilissima Clodia, — diceva il mercante, sciorinando le
-pezze sul monopodio della matrona e facendo ricadere i lembi in ricche
-pieghe sul musaico levigato del pavimento, — son colori di porpora, non
-d'erbe. —
-
-Le tinture si distinguevano allora in porporine ed erbacee, le
-prime cavate dal succo delle conchiglie, e le altre da quello di
-certi vegetali. Si crede comunemente, ricordando la porpora regia e
-la cardinalizia, che il color porporino fosse solamente cremisi, o
-scarlatto. Ma questo, presso gli antichi Romani, era il colore estratto
-da una sola varietà di conchiglie, che era l'ostro; laddove da tante
-altre, e tutte chiamate col generico nome di porpore, si traeva ogni
-sorte di colori, come a dire l'olivigno, il violetto, l'amaranto,
-il paonazzo, l'azzurro, il cilestro, il glauco marino, e aggiungete
-pure liberamente tutte le mezze tinte possibili, ottenute la mercè
-di una tintura sovrapposta ad un'altra. A questo modo si aveva la
-pregiatissima stoffa versicolore, che mutava di colorito secondo i
-riflessi della luce.
-
-I paesi più celebri per la porpora, sul Mediterraneo, erano le spiagge
-del Peloponneso, della Sicilia e dell'Africa; sull'Atlantico, le
-coste della Britannia, dell'Irlanda e dell'Armorica. Le conchiglie
-di quest'ultimo mare davano il colore più scuro; quelle del Tirreno e
-dello Jonio il violetto, laddove sulla spiaggia di Fenicia predominava
-il cremisi. Réaumur, che non ha solamente inventato il termometro, si
-è provato anche a rifar la tintura di porpora, e i suoi esperimenti
-hanno dimostrato che la conchiglia di Tiro poteva dare essa sola tutte
-le gradazioni accennate. Secondo lui, il succo tingente è bianco, fino
-a tanto che resta nella sua vescichetta, tra le fauci del prezioso
-animale. Versato sulla tela di lino, apparisce subito d'un verde
-leggiero. Esposto all'aria e al sole, si muta in verde carico, indi
-in verde marino, poscia in azzurro, e da ultimo in rosso. Lavatelo con
-acqua calda e sapone, e vi matura in un cremisi splendidissimo, che non
-vi fa più altre metamorfosi.
-
-Lasciando da parte tutte queste manifatture, noi torneremo a Clodia
-Metella, che, da esperta conoscitrice, andava esaminando e palpando lo
-stoffe di Aderbale, per sentirne la finezza ed ammirarne i colori.
-
-— Che pensi? — domandò ella tutto ad un tratto, volgendosi a Servilio
-Cepione, che stava guatando quella mostra col suo piglio beffardo.
-
-— Penso, — rispose il banchiere, — che un bel regalo lo ha fatto Ercole
-ai poveri mariti e a tutta la dolente schiera degli innamorati. —
-
-L'osservazione del vecchio argentario ha mestieri d'un breve commento.
-Si credeva a quei tempi che la porpora fosse stata trovata da Ercole.
-Passava un giorno il semidio lungo la marina di Tiro, quando il suo
-cane (lo vedete, Ercole, accompagnato da un cane, alla guisa dei
-ciechi?) quando il suo cane, che aveva una fame da lupi, s'imbattè in
-una conchiglia, gittata sulla spiaggia dai flutti. Fido, o Melampo che
-fosse, non fece parte della sua scoperta al padrone; ruppe il guscio
-coi denti e mangiò il saporito mollusco, dopo di che si presentò ad
-Ercole, col muso tinto del più bel rosso che vi possiate immaginare.
-— Che cos'è? dimandò il semidio, che non aveva mai osservato una cosa
-simile. E veduto che razza di conchiglia avesse sgranata il suo cane,
-andò in busca di tutte le altre, che si trovavano sulla spiaggia, por
-ispremerne il succo sulla tunica di lana bianca che portava indosso.
-Quasi sarebbe inutile di aggiungere che la tunica d'Ercole divenne
-tosto d'un bel rosso carico, e che egli n'ebbe un piacere da non
-dirsi a parole. La sua tunica gli parve da quel giorno così bella,
-che gli seppe male di indossarla più oltre come abito di fatica. La
-regalò allora al suo buon amico, il re di Tiro, che andò a sua volta
-in visibilio, e lì sui due piedi mise fuori un editto, per confiscare
-il color della porpora ad uso ed ornamento esclusivo della sua sacra
-persona.
-
-— Ecco, — diceva intanto Aderbale, sciorinando la sua mercanzia, — una
-pezza di porpora violetta che vince lo splendore dell'amatista. Dirai,
-nobilissima Clodia, che somiglia al colore della tua stola; ma, se ben
-guardi, la tinta è alquanto più chiara ed ha riflessi più vivi. È il
-meglio, il _nec plus ultra_, della fabbrica di Annone, riconosciuta
-ormai per la prima di Tiro. Ami meglio il verde marino? Eccoti questa,
-che si affà mirabilmente al candore del tuo volto e alla lucentezza dei
-tuoi capegli neri. Di quest'altra devi farti una _rica_, per uscire a
-diporto. È trasparente e ti custodirà dalla polvere, senza toglierti
-di vedere e di esser veduta dai nobili cavalieri, che gitteranno
-occhiate di desiderio nella tua lettiga dorata. E adesso guardami
-questa; non ti par latte, entro a cui sia stata stemperata una perla
-eritrea? Vedi come torna bene, piegata in due doppi! Aggiungi due o tre
-strisce di porpora azzurra o scarlatta sui margini, ed hai una diploide
-alla foggia greca, che nessuna Ateniese, foss'anco Aspasia rediviva,
-potrebbe vantare la più vistosa, o la più elegante. —
-
-Clodia Metella non si lasciava abbarbagliare da quel luccichìo di
-frasi dell'asiatico mercatante. I suoi occhi, precorrendo la meditata
-progressione di quel commentario alla moda, si erano fissati su di una
-stoffa di lana nera, sottilissima e intessuta a strisce d'oro filato,
-che era veramente una meraviglia a vedersi.
-
-— E questa, quanto vale? — domandò.
-
-— Padrona mia, riconosco il tuo buon gusto; — esclamò Aderbale, senza
-curarsi di rispondere subito in chiave. — Questa è la più ricca novità
-della stagione, e, non fo per vantarmi, è anche la prima pezza che se
-ne vede in Roma.
-
-— Il prezzo ti ho chiesto, il prezzo.
-
-— Ah, il prezzo è veramente un po' forte. Ma la stoffa è così bella,
-che, quando io te l'avrò detto, ti parrà proprio regalata. Cinquemila
-sesterzi.
-
-— Cinque... — balbettò Cepione, spalancando gli occhi dallo stupore. —
-Che cos'hai detto? Ripeti.
-
-— Cinquemila sesterzi, o, se meglio ti piace, nobilissimo uomo,
-milleduecento denari. Con tutto l'oro che c'è dentro, è data proprio
-per nulla.
-
-— Ah sì, ce n'è fin troppo, dell'oro. Vedete che spreconi!
-
-— Perchè ti lagni? — entrò a dire Caio Sempronio. — A qual uso migliore
-potrebbe servire il preziosissimo tra tutti i metalli, se non a rendere
-più appariscente la bellezza? Io vedo già la nostra divina Clodia
-Metella, adorna di quella veste dorata, risplendere come la dea Bona
-alle calende di Maggio, nel sacrario del pontefice massimo.
-
-— Sì, sì; — rispose Clodia Metella, crollando malinconicamente il capo;
-— ma trovo anch'io che costa un po' troppo. Non ho già i cinque milioni
-di sesterzi di Servilio Cepione.
-
-— È come se tu li avessi; non ti ha egli profferte le sue sostanze,
-come contorno all'offerta del suo cuore? — ribattè Caio Sempronio
-ridendo.
-
-A quella scappata del cavaliere, il vecchio argentario fece il muso più
-lungo del solito.
-
-— Eh, eh, — gridò egli, punto sul vivo, — tu la ricordi in buon punto;
-e se mi saltasse il ticchio.....
-
-— Ottimamente! Compera dunque la veste e fanne un presente alla Dea.
-
-— Ma di grazia, perchè non la comperi tu?
-
-— Io? Così fossi certo che si degnasse di accettarla!
-
-— Graziosa, quella paura!
-
-— Non ci credi? Sia dunque tua la colpa, se io ardisco di offerire
-qualche cosa a Clodia Metella. Aderbale, dammi da scrivere. —
-
-Il mercante capì subito che cosa intendesse di fare il nostro
-giovinotto, e cavò dalla sacca, che portava ad armacollo, un dittico di
-legno e uno stilo di avorio. Il dittico era una doppia tavoletta, che
-si chiudeva come le due copertine d'un libro, presentando al di fuori
-una superficie piana, e di dentro un sottile rivestimento di cera, con
-le sponde rilevate tutto intorno, perchè le due faccie, richiudendosi
-l'una sull'altra, non avessero a combaciare per modo da guastare le
-lettere, segnate nella cera medesima con la punta dello stilo.
-
-Caio Sempronio tolse la tavoletta dalle mani di Aderbale e vi scrisse
-queste poche parole:
-
-«T. C. Sempronio a Lisimaco, suo dispensatore. Pagherai oggi cinquemila
-sesterzi al mercante Aderbale, di Tiro. Sta sano.»
-
-Ciò fatto, consegnò il dittico al mercante, che, data una scorsa allo
-scritto, s'inchinò e si dispose a metter da parte la pezza di stoffa
-destinata da Caio Sempronio alla bellissima Clodia.
-
-— Oggi stesso, a quell'ora che ti farà comodo, passerai alla mia casa,
-sul Viminale, — disse il cavaliere, — e Lisimaco ti darà la pecunia.
-
-— Tu sei il più liberale tra tutti i patrizi di Roma; — rispose
-Aderbale, intascando il prezioso chirografo. — Ed eccoti, nobilissima
-Clodia, la veste. Ti consiglio d'indossarla per le feste Megalesi.
-Annia Sulpicia vuol proprio morirne d'invidia.
-
-— Oh Caio! — mormorò Clodia Metella, tutta vergognosa, all'orecchio del
-giovane. — Io non accetterò mai un così ricco presente.
-
-— Perchè, padrona mia? Sono un temerario, lo vedo; ma la colpa
-non è mia. Cepione mi ha data la spinta. Se vuoi punirlo della sua
-improntitudine, non ci hai modo migliore di questo. Accetta con lieto
-animo il mio povero dono. —
-
-Clodia sorrise e porse la sua bella mano a Caio Sempronio. Era quello
-il ringraziamento, e il nostro cavaliere se ne fece abilmente un
-premio, stampando su quella mano il più ardente dei baci.
-
-— Animo, giovinotto, e non perdiamo tempo! — gridò Cepione stizzito.
-
-Ma il giovinotto non pose mente alle bizze del vecchio Arpagone, e,
-chiesto a Clodia Metella il permesso di tornare il giorno seguente,
-tolse commiato da lei. Per una prima visita aveva fatto abbastanza, ne
-convenite?
-
-Il mercante aveva rifatta diligentemente la sua balla e se n'era andato
-anche lui, dopo molti inchini, ringraziamenti ed augurii di prosperità
-alla liberalissima Clodia, che gli comperava le stoffe più preziose col
-denaro degli altri.
-
-Cepione era rimasto in piedi nel tablino, ora guardando Caio Sempronio
-che se ne andava, ora Clodia che aveva seguitato il giovinotto con una
-lunga e malinconica occhiata fino alla tenda del pròtiro. Il vecchio
-argentario non appariva troppo contento; di certo egli mulinava qualche
-cattiveria, a sfogo della bile che già gli schizzava dagli occhi.
-
-Tutto ad un tratto, diede in uno scroscio di risa.
-
-— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, con aria tra stupita e severa.
-
-— Ho fatto una bella scoperta; — rispose Cepione. — La colomba è
-innamorata.
-
-— Sì; — diss'ella brevemente, in quella che stendeva la mano al
-monopodio, per ripigliare la sua favola milesia.
-
-— E il colombo, — soggiunse Cepione, — è molto ricco.
-
-— Che importa? — riprese Clodia Metella, stringendosi nelle spalle.
-
-— Come, che importa? Importa moltissimo.
-
-— Non a me certamente. —
-
-L'argentario rispose a quel magnanimo diniego con un ammicco beffardo.
-Ma perchè Clodia fingeva di non vedere, crollò il capo ed aggiunse:
-
-— Sia pure, come tu dici; ma importa a me. Dammi lode per la mia
-schiettezza, ti prego.
-
-— Non vedo come c'entri tu; — replicò la matrona.
-
-— Non c'entro? Non c'entro? Figùrati! Noi qui faremo a metà. Tu
-prenderai l'amante, io la pecunia. —
-
-A quella cinica bottata dell'argentario, Clodia Metella si rizzò di
-scatto, come una serpe a cui sia stata calpestata la coda.
-
-— Che novità son queste? — gridò, saettando Cepione con uno sguardo
-corrucciato.
-
-— Padrona mia, un po' di calma, e vediamo di intenderci; — disse
-quell'altro, adagiandosi tranquillamente sul cuscino d'una sedia a
-bracciuoli. — Anzitutto, perchè parli di novità? Non sono forse passati
-per le mie mani tutti i giovani patrizi che tu hai onorati della tua
-benevolenza? Valerio Catullo, Celio Rufo, Cornelio Basso, Aulo....
-
-— Finiscila! — interruppe Clodia Metella. — Tu sei veramente noioso.
-
-— Ah, ti secca la nomenclatura? Bada, padrona mia, non intendevo citare
-che i colombi spennacchiati; mettevo in disparte tutti quegli altri
-che hanno avuta la sorte di non lasciarci le penne maestre. Il povero
-Cepione li ha veduti passar tutti, l'uno dopo l'altro. Per Ercole!
-Si davano la muta, come i legionarii in sentinella. Ed io, destinato
-a colmar gl'intervalli, mi trovavo sempre fuori delle tue grazie;
-vedevo appena il sole, che già mi spariva dagli occhi. Eppure, vedi la
-mia bontà; in attesa di riavere la tua benevolenza, facevo servizio
-ai miei fortunati rivali; imprestavo quasi sempre io, le migliaia di
-sesterzi che dovevano servire ai donativi; fornivo io le armi contro
-di me. Che cosa vuoi di più umano? Ed anche adesso, io mi preparo
-a servirti. Quel giovinotto mi piace. Ti ringrazio di averlo scelto
-così ricco. Poverina! potevi benissimo invaghirti d'un plebeo povero
-in canna, o d'un cavalierino indebitito fino agli occhi, ed io avrei
-dovuto recarmelo in pace. Ma tu non l'hai fatto, padrona mia bella; tu
-sei sempre quella matrona di garbo, che ero avvezzo a stimare da tanti
-anni. Abbi dunque i miei ringraziamenti, e concedi che io tiri innanzi
-a servirti. —
-
-Clodia Metella si mordeva le labbra a sangue.
-
-— E.... — diss'ella, con voce tremante dalla rabbia, — se io non
-volessi stare al tuo patto?
-
-— Faresti malissimo; — rispose il beffardo vecchio; — perchè io
-potrei....
-
-— Potresti? Continua!
-
-— No, non è bene scoprirsi così scioccamente, e con una donna di
-così sottile accorgimento come tu sei. Oh, non dubitare, io ti rendo
-giustizia. Se fossi pretore, come ci avrei diritto pel nome che porto,
-darei ad ognuno il suo, che non ci mancherebbe mezz'oncia.
-
-— Daresti! — notò ironicamente Clodia Metella. — Sarebbe la prima volta.
-
-— Ah sì; come se l'imprestare non fosse una maniera di dare! _Do ut
-des, do ut facias_, son forme di contratto, mi sembra. E a proposito
-di fare, bada, padrona mia, che non mi venga in mente di far aprir gli
-occhi al tuo nuovo amatore.
-
-— Non lo farai; — disse Clodia, dopo un istante di pausa.
-
-— Sta a te ch'io non lo faccia, mia bella. Sii prudente, e non avrai
-a dolerti di me. Déi buoni, e non è giusto che io trovi un compenso
-alla brevità di questi interregni? Perchè, infine, tu ci hai una virtù
-singolare, che riesce tutta a mio danno. Quando uno ti piace, bisogna
-rassegnarsi; nel tuo cuoricino non c'è mai posto per due.
-
-— Cepione, io l'amo.
-
-— Lo so, poverina; intendo i tuoi spasimi, e, come vedi, asciugo
-una lagrima di tenerezza. Mia candida colomba! Sei così buona, così
-affettuosa! Lo seppe Metello Celere, tuo cugino e marito; lo seppe
-anche la felice memoria di Publio Clodio, tuo degno fratello....
-
-— Ma infine, — proruppe Clodia, non vedendo più lume, — vorrai tacere
-una volta? Lascia i morti nell'Averno e non mi dar noia più oltre. Ti
-ho sempre ai fianchi, ora coi sarcasmi, ora con le minaccie. Chi ti
-ha mai impedito di fare il tuo mestiere? Metello Celere ha avuto il
-torto di morire, senza lasciarmi venti milioni di sesterzi. Se così non
-fosse, vedresti tu come io starei a sentirti.
-
-— Eh, lo so, che non mi ami. Ma appunto per ciò è notevole la nostra
-alleanza. Che cosa c'è di più grande di due che si odiano e si aiutano
-a vicenda? Io, vedi, qualche volta sento il desiderio di chiuder
-le mani intorno al tuo collo di cigno e di strangolarti senz'altro.
-Sei bella ed io non lo sono; ti amo e tu ti beffi di me; quando pure
-ti degni di sorridermi, indovino che ciò mi costerà un bel gruzzolo
-di monete. Ah, se non fosse che tu sei una civetta addestrata e che
-fai calare da tutte le frasche i merli curiosi al mio campo!... Ma
-basta; se no, vado fuori dei gangheri. Padrona mia, siamo intesi e non
-occorrono altre spiegazioni tra noi. Venere conservi la tua bellezza,
-e Diana cacciatrice mantenga saldi i panioni del tuo nobilissimo
-servo. —
-
-Ciò detto, il bravo argentario si alzò da sedere, e, fatto un mezzo
-inchino alla sua alleata, s'incamminò verso l'uscio. Clodia Metella
-riprese il suo codice e provò a ricominciar la lettura, ma per un bel
-pezzo non ne spiccicò una parola.
-
-
-
-
-CAPITOLO XII.
-
-Nel teatro di Pompeo.
-
-
-Siamo ai cinque di aprile, giorno dedicato nel lunario cattolico a San
-Vincenzo Ferreri, ma segnato nell'antico calendario romano con queste
-parole LUD. MATRIS MAG., abbreviazione che vuol dire: _ludi Matris
-magnae_, ossia, giuochi della Gran Madre.
-
-Erano questi i giuochi Megalesi, e si facevano in onore di Cibele, la
-Berecinzia, detta in greco _Megale Meter_, che significa appunto gran
-madre. Avevano avuto cominciamento verso la fine della seconda guerra
-Punica, nell'anno 548 di Roma, quando il simulacro di Cibele, la madre
-degli Dei, fu portato di Frigia alle rive del Lazio, e di là, con pompa
-straordinaria, introdotto nelle sacre mura di Romolo. Erano giuochi
-particolarmente scenici; perciò si celebravano sempre in teatro, e
-nel giorno che cadevano correva tra i cittadini una lieta usanza di
-convitarsi a vicenda. La qual cosa esprimevasi col verbo _mutitare_,
-cioè tramutarsi a cena qua e là, or da questo or da quello, come a
-memoria del felice tramutamento della Dea dallo rive di Frigia a Roma.
-
-Ovidio ci ha detto nei Fasti perchè i giuochi Megalesi fossero i primi
-e i più grandi dell'anno. Berecinzia non era forse la genitrice dei
-Numi? Era giusto che i figli cedessero il primo luogo alla madre.
-Cicerone, che per infilzare aggettivi non restava indietro a nessuno,
-chiamò i giuochi Megalesi «casti, solenni, religiosi sopra quanti ne
-furono mai» e soggiunse che «a riverenza della loro origine e della dea
-cui erano sacri, non fu mutato loro neppure il nome, essendo i soli tra
-i giuochi romani, che si chiamassero con vocabolo straniero.» Vedete un
-po' che maestà sbardellata di giuochi!
-
-Altre solennità ammettevano le rappresentazioni sceniche, come ad
-esempio i giuochi Consuali, sacri a Conso, dio degli arcani consigli,
-che, essendo stati ordinati da Romolo in memoria delle rapite Sabine,
-erano tenuti i più nazionali, e perciò detti _Romani_ per eccellenza.
-Venivano poscia i Plebei, i Funebri e gli Apollinari; i primi in
-memoria della rivendicata libertà contro gli oppressori Tarquinii e
-della restituita concordia tra i padri e la plebe, dopo la fortunata
-favoletta di Menenio Agrippa; i secondi, derivati dai Greci, in onore
-degli illustri defunti; gli ultimi, consigliati dalle profezie d'un
-tal Marcio indovino, che nella seconda guerra Punica aveva promessa la
-vittoria, purchè si onorasse Apollo con solenni spettacoli. Ma la festa
-Megalese si distingueva in ciò da tutte le altre, che essa consisteva
-appunto ed unicamente nelle rappresentazioni teatrali.
-
-E qui si facevano onore gli edili curuli, magistrati che avevano cura
-degli edifizii cittadini, dell'annona e dei solenni spettacoli. Erano
-essi che pagavano i poeti drammatici di maggior grido per averne
-commedie nuove da sperimentare in quell'occasione, e che spendevano
-profumatamente per mettere in iscena col massimo decoro le migliori
-produzioni dei vecchi. Quattro delle sei commedie di Terenzio,
-l'_Andria_, l'_Eunuco_, la _Suocera_, il _Punitor di sè stesso_, furono
-scritte per questi giuochi. Nè creda il lettore che la moltitudine si
-accostasse con molta religione a cotali cerimonie, quantunque fatte in
-onore della madre degli Dei. Si rideva e si fischiava come ora, che
-il teatro è doventato la cosa più profana del mondo. La _Suocera_ di
-Terenzio non fu lasciata finire, perchè nella piazza accanto al teatro
-_lavoravano_ i funamboli, e l'uditorio svagato aveva più voglia di
-veder passeggiare sulla corda, che di esserci tenuto lui, sulla corda,
-dalle invenzioni del gentile poeta. Consolatevi, autori del tempo mio;
-il pubblico è sempre lo stesso, da che esiste il teatro.
-
-Lettori, se non vi dispiace (e perchè, poi, dovrebbe dispiacervi?)
-entriamo nel teatro di Pompeo. È presso al Circo Flaminio, nella
-regione nona, la più bassa e la più popolosa di Roma, corrispondente al
-moderno Parione.
-
-Fu questo il primo teatro stabile dell'eterna città, e al tempo della
-nostra narrazione contava a mala pena i suoi quattro anni di vita,
-essendo stato eretto per cura di Pompeo Magno, nell'anno 699, dopo la
-guerra Mitridatica.
-
-Sapete già tutti, ed io qui lo ricordo _pro forma_, che le
-rappresentazioni sceniche ebbero origine in Grecia, dove in principio
-era costume di farle sotto un frascato, od ombracolo, che dava
-ricetto ai giuochi villerecci; poscia in un carro, quello di Tespi,
-che menavasi attorno pei trebbi e per le borgate; più tardi su di un
-palco, messo insieme con quattro assi, come quelli dei saltimbanchi
-di villaggio. Da quel tempo, la scena aveva seguitato ad ampliarsi e
-ad ornarsi, ma sempre rimanendo di tavole. Una disgrazia che costò la
-vita a centinaia di spettatori, persuase Temistocle e i suoi Ateniesi
-a fabbricare di buon materiale gli edifizii scenici; e gli architetti
-Democrate ed Anassagora idearono in tal guisa il primo teatro di
-fabbrica, scavando le gradinate a semicerchio nel fianco di una collina
-a piè dell'Acropoli, e mettendovi di rincontro il palco e la scena.
-
-Questo raccontano le storie. Altri vuole, ed ha parecchi ruderi dalla
-sua, che i primi teatri stabili sorgessero in Sicilia e nelle colonie
-greche dell'Asia Minore. Io, lasciando gli archeologi a vedersela tra
-loro, vi dirò che in Roma la severità delle leggi, non potendo opporsi
-validamente ai ludi scenici introdotti nel 599 dai censori Valerio
-Messala e Cassio Longino, bastò cionondimeno ad impedire per cent'anni
-intieri la costruzione d'un teatro permanente. Plauto e Terenzio
-esponevano le loro favole in teatri posticci, o nel Circo, destinato
-alle corse dei cavalli e alle sanguinose pugne dei gladiatori.
-Terminati gli spettacoli, doveva tosto disfarsi anche il teatro.
-Neppure si perdonò a quello sfarzosissimo, che Scauro aveva innalzato
-per ottantamila persone, con trecento sessanta colonne, tremila statue,
-la scena per metà di marmo e per metà di vetro. Inaudita forma di
-lusso! esclama Plinio. E tanta opera non ebbe che un mese di vita.
-
-Più fortunato fu il console Pompeo, perchè il suo teatro, costrutto
-sul disegno di quello che egli aveva veduto a Mitilene, non soggiacque
-alla condanna degli Edili. La spesa era stata immensa, e il console
-era stato tacciato di troppo sfarzo per una fabbrica che non aveva a
-durare; ma, avendo egli adonestato il suo colpo con un titolo di pietà,
-edificando sulla cavea del teatro un tempio a Venere vincitrice, la
-fabbrica non potè essere distrutta, e, diventando stabile, fu lodata di
-parsimonia. La bandiera aveva fatto passare la merce.
-
-Patito un incendio sotto Tiberio, il teatro di Pompeo fu subito
-ristorato da quell'imperatore. Caligola e Claudio lo abbellirono.
-Nerone in un sol giorno lo fece indorare, per mostrarlo al domani in
-tutta la sua pompa a Tiridate, re d'Armenia. Gran tempo dopo, essendo
-rovinato, fu da Teodorico rifatto sulle vecchie fondamenta. Se non
-riuscì del tutto una fabbrica ostrogota, bisognerà darne lode agli
-artefici, che erano sempre italiani. Le vestigia dell'edifizio, trovate
-nei tempi nostri in capo alla via dei Giubbonari, presso la chiesa di
-Sant'Andrea della Valle, fanno buona testimonianza della romanità del
-lavoro.
-
-Ma entriamo una volta e vediamo le tre parti notevoli del teatro, che
-sono la cavea, l'orchestra e la scena. Tutti i teatri romani, su per
-giù, con un meniano di più, od uno di meno, si rassomigliano, e quando
-se n'è visto uno si son visti tutti.
-
-La cavea, che oggi direbbesi il recinto, è la parte più ragguardevole
-per la sua mole e quella che propriamente può dirsi _theatrum_, o
-_visorium_, perchè di là gli spettatori, distribuiti lungo le gradinate
-a semicerchio, vedono la scenica rappresentazione. Le gradinate, dal
-podio, o parapetto «che men loco cinghia» come direbbe Dante, salgono
-allargandosi man mano fino all'orlo superiore, intorno a cui gira una
-galleria coperta, dal cui architrave sporgono gli arpioni, o i pali,
-che terranno disteso il velario.
-
-Ogni sette gradinate ce n'è una larga, ed alta il doppio delle altre;
-e questa non è per sedervi, ma per passare da un punto all'altro del
-recinto. Di queste divisioni (_praecinctiones_) nei teatri molto grandi
-ce ne sono infino a tre. Il complesso dei gradi tra una precinzione
-e l'altra dicesi _moenianum_, specie di ripiano interiore a cui
-corrisponde di fuori un ordine di maestose arcate e di gallerie. Dove
-le precinzioni e per conseguenza i ripiani sono tre, la cavea resta
-divisa in tre ordini, che si dicono _cavea prima, cavea secunda_ e
-_ultima cavea_ (la piccionaia moderna), i cui gradi non sono di pietra,
-ma di un semplice tavolato. Ogni meniano è tagliato da più scale,
-raffiguranti i raggi d'un circolo, donde gli spettatori vanno a cercare
-il posto loro assegnato dalla _tèssera_, o biglietto d'ingresso; e in
-tutte lo precinzioni si aprono più porte (_vomitoria_) donde sbocca
-in teatro la folla, venuta su per gli androni che girano nei fianchi
-dell'edifizio. Gli spazi compresi tra le scale hanno sembianza di
-cunei, epperciò ne portano il nome.
-
-Tutte queste divisioni vi confonderebbero oggi la testa, lo capisco.
-Ma, se foste Romani d'allora, non ci pensereste più che tanto. Facciamo
-un esempio. Avete avuto una tessera d'avorio, su cui, accanto al
-titolo della commedia (_Casina Plauti_) sono incise queste parole
-abbreviate: CAV. II. CUN. III. GRAD. VIII. Che vuol dir ciò? Che avete
-l'ottavo posto nel terzo cuneo della seconda precinzione, o del secondo
-meniano. Non vi confondete adunque, pigliate la scala che mette alla
-galleria del second'ordine; giunto lassù cercate la indicazione del
-terzo vomitorio, e di là riuscite subito entro la cavea, alla vista
-del pubblico. Un'occhiatina ai numeri; il cuneo comincia con cinque
-posti; dunque il vostro sedile è nel secondo giro di gradini; eccolo
-là, difatti, col suo bravo numero inciso sulla pietra. Il maestro di
-sala (_designator_) non lo ha lasciato occupare da nessuno; al peggio
-dei peggi (come avviene oggidì nelle sedie chiuse dei nostri teatri) il
-vicino, per comodo suo, ci ha posato il suo pètaso. Andate liberamente,
-egli si affretterà a tirarlo via; se no, avrete il diritto di fargliene
-una frittata.
-
-E adesso un'occhiatina all'orchestra. I Greci davano alla piazzuola
-semicircolare, compresa nel giro del podio, il nome di orchestra,
-o ballatoio, perchè questo era il luogo delle danze, dei cori e dei
-mimi. I suonatori stavano sopra un palco, che, somigliando ad un'ara
-sacrificatoria, era perciò detto _Timele_. Ma nei teatri romani,
-sebbene si conservasse il nome di orchestra, il luogo era riserbato
-ai magistrati e alle persone di maggior conto. Perciò era più angusto
-che nei teatri di Grecia. Noi moderni l'abbiamo fatto più ampio, e lo
-chiamiamo platea.
-
-Davanti all'orchestra era il palco scenico; quadrilatero di pietra,
-alto cinque piedi dal suolo, lungo due tanti più che il diametro
-dell'orchestra. Sul lato posteriore sorgeva una facciata, ornata di
-colonne, di statue, di pitture; e questa era la scena fissa, che veniva
-innanzi con due ali sui lati minori del quadrilatero, o proscenio,
-dove recitavano gli attori. In queste due ali si aprivano le porte
-per cui passavano le comparse, le macchine degli Dei, il còrago,
-ossia l'attrezzista e capo comico, quando aveva da dire qualche cosa
-all'uditorio. La facciata della scena presentava tre porte; l'una nel
-mezzo (_valvae regiae_) per cui entrava il protagonista; le altre ai
-lati (_hospitalia_) che servivano al passaggio delle seconde parti.
-
-Non dimenticate che la scena antica rappresentava sempre un luogo
-aperto, perchè i personaggi facevano e dicevano tutti i fatti loro
-fuori dell'uscio di casa. Rammentate poi che, al momento di cominciare
-il dramma, calavasi dall'_episcenio_, luogo superiore alla scena, il
-sipario, od _aulaeum_, come dicevasi allora, che andava a ravvolgersi
-nell'_iposcenio_, cioè sotto ii palco scenico; tutto il rovescio dei
-nostri teatri. C'erano inoltre gli _echei_, vasi di bronzo ordinati
-a rendere più armonioso il teatro. Vitruvio ci racconta che erano
-collocati in cellette sotto le gradinate, con tale calcolo matematico
-da dividere il recinto della cavea in accordi di quarta, quinta e
-ottava; onde l'eco che ne risultava fosse una perfetta sinfonia.
-
-È passato il mezzogiorno; il pranzo è già stato digerito, e la
-moltitudine invade il teatro di Pompeo, dove si recita la _Casina_ di
-Plauto, vecchia commedia che piace sempre, assai più di tante altre di
-autori recenti. L'ingresso al pubblico è gratuito per l'ultima cavea,
-che è la più capace di tutte. L'orchestra, riservata ai senatori e
-ai magistrati, si va popolando lentamente. Laggiù son tutte persone
-che amano i loro comodi e che sanno di trovarceli belli e preparati,
-sotto forma di bisellio, o sedia da due posti, con un morbido cuscino
-e uno scannello per reggere i piedi. Più presto si vanno occupando
-i posti della prima e della seconda cavea, assegnata ai patrizii e
-alle loro donne. Pompeo aveva da principio destinato quei quattordici
-gradi all'ordine dei cavalieri; onde seder nei quattordici ed esser
-cavaliere tornava lo stesso. Ai lati dell'orchestra sorgono alcune
-logge (_tribunalia_) dove stanno i magistrati che presiedono alla
-rappresentazione. Vi è permesso di vedere in queste tribune i moderni
-palchetti municipali, dove si affollano gli assessori teatrali, e in
-genere tutti i consiglieri del Comune, segnatamente quando c'è in scena
-il corpo di ballo.
-
-L'ordine accennato poc'anzi non era osservato ai tempi di Plauto e
-Terenzio, quando i teatri erano di legno e il popolo vi si accalcava
-alla rinfusa. Nè tale fu sempre in appresso, perchè vediamo dagli
-autori essere state qualche volta confinate le donne su in alto, nelle
-gallerie coperte, con grave sfregio all'estetica. Lo immaginate, un
-recinto seminato di teste mascoline, come un campo di papaveri, od
-altra piantonaia da sbadigli? Dei immortali! ci doveva essere per
-gli spettatori il medesimo gusto che c'è pel deputato in una seduta
-parlamentare, coi colleghi intorno, e le dame lontane lontane, come le
-stelle fisse, o come le nebulose, nell'alta cerchia delle tribune.
-
-Per fortuna, e ad onore del buon gusto antico, Ovidio ci lascia
-scorgere nei teatri del suo tempo una ragionevole promiscuità dei due
-sessi. Ed io posso dirvi, senza scostarmi dal verosimile, che Clodia
-Metella entrò accompagnata dal bel cavaliere Tizio Caio Sempronio, per
-uno dei vomitorii che mettevano sulla prima cavea, e andò a sedersi
-nella terza fila del quarto cuneo, poco lunge dal podio, che era
-occupato dalle vergini Vestali.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIII.
-
-Amori in vista.
-
-
-L'apparizione della bellissima Clodia destò per tutto il teatro quella
-attenzione e quel bisbiglio che destano sempre le belle, quando entrano
-in una numerosa adunanza. Ciò che parrebbe sommamente disdicevole in
-una ristretta compagnia, diventa naturalissimo in una gran folla di
-persone, dovunque ella si trovi, o tempio, o teatro, dove nessuno ha da
-portare la malleveria di quel pissi pissi generale, di quel fruscìo di
-vesti e di quello scricchiolìo di sedie, in cui tutti hanno pure avuta
-la parte loro.
-
-Le donne volsero una rapida occhiata alla nuova venuta e arricciarono
-il naso. Già, si capisce, Clodia non era quel fior di bellezza
-che dicevano gli uomini e non meritava che tante nobili matrone si
-storcessero il collo per lei. Ma tratto tratto gli occhi tornavano
-là e lampeggiavano sguardi invidiosi ad una stola di porpora nera
-intessuta a liste d'oro, che dava tanto risalto alla bianchezza perlata
-delle carni. Annia Domizia, la impazientissima tra le seguaci della
-moda, e Giunia Sillana, una pallidona che passava per la più bella tra
-le patrizie romane e che faceva disperare coi suoi eterni rigori il
-vecchio console Servio Sulpicio Rufo, si morsero le labbra dal dispetto
-e sentenziarono che quella stola era di pessimo gusto.
-
-Anche le vergini Vestali diedero la loro sbirciata alla terza fila
-del quarto cuneo; ma, sia detto ad onore di quelle santissime donne,
-non tanto per sacrificare alla vanità, guardando alle vesti di Clodia
-Metella, quanto per vedere un po' da vicino quel leggiadro giovinotto
-che l'accompagnava, e per cui più d'una tra loro avrebbe lasciato
-spegnere il fuoco sacro, anche a dover finire nel campo Scellerato.
-
-Non meno curiosi delle Vestali, e delle matrone, si volsero a guardare
-Clodia gli edili, dall'alto dei loro tribunali, e i magistrati e
-gli altri uomini consolari, dal basso dell'orchestra. Marco Tullio
-Cicerone, il famoso giureconsulto, che contava allora i suoi
-cinquantacinque suonati, si voltò sul bisellio anche lui ed onorò di un
-lungo sguardo la giovine coppia.
-
-— A chi s'è ora attaccata, la sanguisuga? — domandò egli tra sè, poco
-rispettosamente per la sorella del suo vecchio nemico. — Mi par di
-conoscerlo; è un Caio Sempronio. Povero giovane! Vuole dar fondo con
-lei alle ricchezze che gli ha accumulate quel gravissimo uomo di suo
-padre nella pretura di Sicilia. —
-
-Marco Tullio, lo sapete, dava facilmente il titolo di gravissimo e di
-santissimo, ed anche più facilmente quello di ladro e di assassino. Era
-un vezzo oratorio, che finì per costargli la testa.
-
-Ora, se i vecchi si scomodavano sui loro sedili, lascio pensare a voi,
-lettori umanissimi, che cosa dovessero fare i giovani. Stavo già per
-dirvi che tutti i cannocchiali erano volti su Clodia Metella, ma ho
-ricordato in buon punto che l'invenzione di quell'utile istrumento
-doveva tardare ancora milleseicento e più anni. In mancanza di
-cannocchiali, lavoravano gli occhi, e giova credere che in quel tempo
-fosse più scarso il numero dei miopi.
-
-Clodia Metella, come forma, era molto ammirata; per contro, non si
-risparmiavano le frecciate alla sua fama.
-
-— Non temete, — notava argutamente un tale, ripreso di troppa severità
-da uno spettatore più temperato, — non si dirà mai tanto di Clodia
-Metella, quanto ella stessa ha mostrato di volere che si pensi di lei.
-
-— La frase è lunga e contorta; — osservò Giunio Ventidio. — Non si
-potrebbe dire brevemente che essa ha fatto d'ogni erba fascio?
-
-— O d'ogni fior ghirlanda; sarebbe più cortese, la metafora.
-
-— Sì, sì, usategli cortesia; ella non ve ne serberà gratitudine. La
-quadrantaria preferisce i quattrini. —
-
-Quadrantaria! Era questo il nomignolo grazioso di cui Marco Tullio, con
-quella sua lingua tabana, aveva gratificato Clodia Metella. L'immagine
-era ardita e ci voleva anche uno sforzo di volontà singolare per
-appioppare quel brutto appellativo ad una donna come lei, sapendo che
-_quadrantaria_, si forma da _quadrante_, piccola moneta di rame, pari
-in valore alla quarta parte di un soldo. Lisimaco, verbigrazia, il
-dispensatore di Tizio Caio Sempronio, non le avrebbe fatto un torto
-così grave, egli che vedeva andare così lestamente l'oro e l'argento di
-casa.
-
-Ma, quadrantaria o no, nè Giunio Ventidio, nè altri linguacciuti, che
-erano adunati con lui in un angolo del podio, dove si riducevano per
-solito i giovinotti eleganti di Roma, potevano parlare di scienza
-propria intorno agli atti di Clodia. È già stato notato come, in
-simiglianti negozi, che toccano la vanità mascolina, parla chi non ha
-niente a dire, mentre chi potrebbe parlare con un po' di ragione sta
-zitto.
-
-— Vedetela là, quella sirena, come lo ha tirato a' suoi piedi! —
-esclamava Giunio Ventidio, dimenticando di essere stato egli stesso
-cinque giorni addietro il galeotto tra quei due. — Bisognerà che io lo
-avverta, il nostro povero Caio.
-
-— Avvertirlo! E perchè? — disse Postumio Floro.
-
-— Eh, mi pare che le ragioni non manchino. Siamo amici o non siamo?
-Egli si rovina.
-
-— Ah, baie! Se non è lei, sarà un'altra.
-
-— Sicuro, ma sia almeno tal donna, — soggiunse gravemente Ventidio,
-— che egli possa condurre attorno senza ignominia. Clodia Metella è
-troppo.... come ho da dire?
-
-— Di' quel che vuoi; s'impresta ai ricchi.
-
-— Diciamo dunque.... devastata.
-
-— Nella fama, s'intende. Vedete Marco Tullio, che ci ha fatto lo
-strappo più grande, nella causa di Celio Rufo, come la guarda a
-squarciasacco!
-
-— Amore antico, che s'è inacetito!
-
-— Marco Tullio almeno non ci ha lasciate le penne. È un merlo vecchio.
-
-— Terenzia sua gli avrebbe cavati gli occhi.
-
-— E fu ad un pelo di farlo.
-
-— Guardate, guardate! Si può essere più sciocchi del nostro amico Caio
-Sempronio?
-
-— Che cos'è?
-
-— Non vedete? Le fa fresco col suo ventaglio di penne di pavone.
-Poverina, che non avesse a riscaldarsi troppo, con questi ardori....
-d'aprile!
-
-Caio Sempronio non aveva fatto soltanto ciò che notavano di lui, in
-quel crocchio di caritatevoli amici. Entrato con Clodia Metella nel
-meniano, e vigilato con molta cura il passaggio di lei, perchè nessun
-piede profano le calpestasse lo strascico della stola, si era inchinato
-con sollecita galanteria, per disporre acconciamente il cuscino su
-cui ella doveva sedersi. Egli stesso, ricusando l'opera del servo
-designatore, aveva collocato lo scannello di legno sotto i delicati
-piedini della sua dolce padrona. Egli stesso, di tanto in tanto, si
-voltava indietro, per tenere in rispetto con una provvida occhiata
-i vicini del quarto scaglione, affinchè nessuno di loro, mettendo
-sguaiatamente innanzi le ginocchia, venisse ad urtarla da tergo.
-
-E la divina Clodia arrossiva dal piacere di vedersi così attentamente
-servita. Gli sguardi fugaci che ella volgeva tutto intorno a sè, in
-quella moltitudine di spettatori, tra cui dovevano essere parecchi dei
-suoi antichi corteggiatori, dicevano chiaramente: vedete, o Quiriti,
-non è anche finito il mio regno.
-
-Infatti, quel biondo cavaliere poteva considerarsi come la prima e la
-più invidiabile tra le conquiste che potesse fare un'alunna di Venere
-tra quei giovani patrizii di Roma. E quando egli sollevò tra le dita
-quel suo meraviglioso flabello, che raffigurava la coda spiegata d'un
-pavone, agitandolo soavemente da presso alle tempie di Clodia Metella,
-molte nobili matrone allibbirono; molti giovanotti eleganti invidiarono
-quella graziosa novità, che doveva trovare imitatori in buon dato;
-e un vecchio Alcibiade, che pizzicava di poeta, sentenziò che Venere
-spogliatrice aveva rapiti gli onori a Giunone.
-
-A chiarire questa immagine classica, ricorderò che il pavone era sacro
-alla moglie di Giove. Quanto a Venere spogliatrice, il lettore ha già
-visto chi fosse; Cicerone, che vien sempre in ballo quando si tratti di
-uno di quei frizzi che levano la pelle, aveva proprio bollata la povera
-Clodia, come si bollano i buoi, col marchio rovente dei gabellieri alle
-porte.
-
-Il prologo della commedia distolse un tratto dalla nostra coppia
-amorosa l'attenzione dell'uditorio. I lazzi del personaggio scenico
-parevano fatti a bella posta pei giovani eleganti che sedevano
-all'estremità del podio.
-
-— «Date retta, vi prego, alla compagnia; — diceva in un certo punto
-il prologo della _Casina_. — Mandate a quel paese la malinconia e
-non pensate ai debiti. Oggi nessuno ha da aver paura dei creditori.
-Giorno di giuochi è giorno feriato, anche per gli strozzini. Tutto
-è tranquillo; il Foro ha vacanza; gli usurai fanno giudizio e non
-chiedono niente a nessuno. Pensate forse al poi? Quando i giuochi sono
-fatti, a nessuno si rende più niente.» —
-
-Questa _Casina_ era una delle ultime e delle migliori commedie
-di Plauto; però piaceva ancora, un secolo e mezzo dopo la morte
-dell'autore. S'intitolava dal nome di una bella schiava, a cui volevano
-dare marito in due, il padre ed il figlio, per una ragione che i
-discreti non vorranno domandarmi di certo. L'intento della commedia,
-secondo che notano i savii, era morale abbastanza, vedendosi in
-essa un vecchio innamorato che finisce col portare le pene della sua
-ridicola zerbineria; ma nella favola poi, ci si riscontrava una libertà
-veramente plautina e il buon costume ne usciva assai mal trattato.
-
-E ci andavano, direte, lo vergini Vestali? Mah, che ci posso far io? Ci
-andavano anche le più savie e costumate matrone, gli edili, i consoli e
-tutti i personaggi più gravi di Roma. E ridevano vi so dir io, con la
-scorta degli autori, e ci si spassavano un mondo. Era quello il tempo
-in cui si poteva dire e sentire ogni sorta di capestrerie, a patto che
-si giurasse di non farne mai. Ovidio diceva: «io vivo onestamente; solo
-la mia Musa è un po' scollacciata». E Marziale seguitava: «il mio libro
-è lascivo, ma la mia vita è proba». Ambedue imitavano Catullo, l'antico
-amante di Clodia, che aveva scritto di se:
-
- _Nam castum esse decet pium poetam_
- _Ipsum; versiculos nihil necesse est._
-
-Quella cara società antica somigliava in cotesto alla medievale e
-a quella del risorgimento; quando le signore leggevano le novelle
-del Certaldese e del vescovo Bandello, e quando papi e cardinali
-assistevano alla rappresentazione della _Calandra_, amenissima
-commedia del loro collega Dovizi, detto il Bibiena. E in Francia e
-in Inghilterra non era lo stesso? Conchiudiamo; più di noi, i nostri
-antichi amavano farsi un po' di buon sangue e non badavano alla qualità
-dei sali con cui si otteneva l'intento. Così avveniva che le commedie
-di Plauto, in cui, a detta d'Orazio, i sali erano così grossolani,
-piacessero a tutti i Quiriti, e ci prendesse gusto il severo Catone,
-come più tardi aveva a prenderci gusto san Gerolamo, che si era
-portato l'autore prediletto nel deserto e se lo andava centellando
-saporitamente, a riposo delle notti vegliate nelle lagrime della
-penitenza.
-
-Tra un atto e l'altro della commedia, ripigliava il cicaleccio dei
-nostri giovinotti eleganti. In mezzo a loro era capitato Quinto
-Servilio Cepione, che li conosceva tutti intimamente, come potete
-argomentare, e che con la sua presenza ne fece scantonare parecchi.
-
-— Ohè, Cepione, — gli disse Postumio Floro, battendogli con molta
-confidenza sul ventre, — come va? siamo sconfitti?
-
-— Sconfitti! Che vuoi tu dire?
-
-— Debellati, per Bacco! Laggiù, alla terza fila del quarto cuneo, il
-vincitore trionfa.
-
-— Eh, eh! — rispose Cepione, ridendo di mala voglia. — Vuol durar poco,
-il trionfo.
-
-— Che importa la durata, se il tuo competitore ascende la via Sacra?
-
-— Questa, poi, è troppo forte; — esclamò Giunio Ventidio. — La via
-Sacra! Lo dirai forse pel tratto delle Botteghe Vecchie! —
-
-Una risata generale accolse l'arguzia di Giunio Ventidio. I lettori
-rammenteranno che le Botteghe Vecchie, ritrovo degli usurai, erano
-appunto nel Foro, accanto alla via che metteva al Campidoglio.
-
-Ma, se risero i giovani sconclusionati, non rise mica Servilio Cepione.
-L'argentario fece anzi il muso più lungo del solito.
-
-— Eh, eh! ne parlate allegramente, delle Botteghe Vecchie, padroni
-miei, — rispose egli, con amarezza, — ora che avete pagato, non so
-come, i vostri debiti a questo odiato Servilio!
-
-— O che? — disse Postumio, dissimulando con un ghigno d'aver ricevuto
-il colpo in pieno. — Ti piacerebbe di non essere stato pagato? Forse
-per farci fare il viaggio dei tre mercati? Attàccati ai panni di Tizio
-Caio Sempronio, se l'hai proprio con lui.
-
-— Con lui? Io? E perchè avrei dovuto averla più con lui che con te?
-Caio Sempronio è un bravo giovinotto. Spende del suo, e, se lo getta
-via come un pazzo, è padrone di farlo. Noi uomini savi contentiamoci di
-raccogliere.
-
-— Ah, lo confessi? — gridò Postumio Floro.
-
-— Sicuramente; che male c'è? Dovrei vergognarmi di imitare Porcio
-Catone, il rigido censore, che imprestava danaro alla gente, per
-cavarne un frutto maggiore del reddito dei suoi campi Tuscolani?
-Giovinotti, giovinotti, quando intenderete il prezzo della pecunia....
-
-— Non sarà più tempo; — interruppe Giunio Ventidio. — È questo che
-volevi dire? Ti s'è risparmiata la fatica. Del resto, vedi, amico
-Cepione, quando voi, uomini savi, vorrete usare della ricchezza, non
-sarà più tempo neanche per voi, e un bel giovinotto vi farà mettere
-alla porta senza tanti riguardi.
-
-— Quanto alla porta, lasciamola lì! — borbottò l'usuraio.
-
-— È pure toccata ad uno che conosco io; — aggiunse Postumio Floro. — E
-se egli non fosse stato messo alla porta, poniamo per via di metafora,
-Clodia Metella non sarebbe oggi in teatro, al fianco di Caio Sempronio.
-
-— Se parli per me, t'inganni a partito, — rispose Cepione, sbuffando.
-— Clodia Metella è là, col vostro amico, perchè.... perchè non me ne
-importa un fico.
-
-— Hai torto; è così bella! — disse Postumio.
-
-— Dieci volte più bella del solito; — aggiunse un altro. — Quella stola
-frangiata d'oro....
-
-— Listata!
-
-— Anzi meglio, vergata d'oro, le sta a meraviglia.
-
-— E non è certamente un dono di Servilio Cepione; — notò quella
-linguaccia di Ventidio.
-
-— E perchè non lo sarebbe? — domandò l'usuraio inviperito. — Potrei,
-meglio di voi, far questo ed altro, potrei coprirla d'oro....
-
-— Del nostro!
-
-— Del vostro, o di mezza Roma, potrei farla risplendere più di Cibele,
-o di Venere vincitrice, se la cosa mi piacesse. Ma non mi piace, ecco
-tutto. —
-
-Il nostro banchiere incominciava a pentirsi d'essere andato a ficcarsi
-in quel vespaio. Postumio e Ventidio gli davano più noia degli altri;
-erano i più accaniti contro di lui. Se non avessero pagato in quegli
-stessi giorni i loro debiti, con che gusto si sarebbe vendicato! Ma
-tutti i giorni vengono, chi sappia aspettarli, pensò il nostro Cepione,
-ed una ne paga cento.
-
-Que' zerbinotti, poi, non sapevano spiccarsi da Clodia Metella; non
-sapevano spiccarsene con gli occhi, nè coi discorsi. Clodia Metella,
-argomento di tutte le invidie, lo diventava altresì di tutti i
-desiderii.
-
-È questa l'arcana virtù (mi perdoni la virtù, se adopero in questa
-guisa il suo nome) di certe donne perdute. Le illustri scostumatezze
-tirano a sè tutti gli animi deboli. Si sa di andare a rovina; tanto
-meglio. Così va la farfalla al lume, pazzamente, sentendo bruciarsi
-il sommo dell'ali. Quella donna, poi, non era neanche una greca, una
-etèra, una di quelle arpie calate in Roma per mandare in rovina i
-severi Quiriti; era una matrona, una patrizia romana, e, volere o no,
-figlia e moglie di uomini consolari.
-
-Vedete, ad esempio; poco lunge da Clodia Metella, sull'orlo del quinto
-cuneo, sedeva un'altra donna, bella come lei e di parecchi anni più
-giovane. Anch'essa era piaciuta a molti. Ma non era che una greca;
-tra pochi dì sarebbe stata la moglie di un povero poeta; l'etèra
-appariscente vestiva con semplicità, come si conveniva alla vigilia
-del nuovo e modesto suo stato; perciò scompariva, si confondeva nella
-moltitudine delle Lucrezie di Roma.
-
-E lo sentiva anche lei, non dubitate; e a risico di rimpicciolire ai
-vostri occhi l'immagine di Cinzio Numeriano, vi dirò che quell'onesta
-ma umile condizione a cui la chiamava il poeta, non le pareva un
-gran che. Ancora un mese o due, e le sarebbe parso un errore. Essere
-in vista, corteggiata, desiderata, e magari come una saltatrice,
-un'_ambubaia_ di Siria, quello era il buono. E invece, guardate che
-disdetta, la povera Delia si sacrificava a Cinzio Numeriano, un giovine
-di belle speranze, ma di poche sostanze; e queste, poi, frutto d'una
-liberalità di Tizio Caio Sempronio. Quello era un uomo!
-
-— Eccolo là, — pensava la bionda Delia, guardandolo lungamente,
-attraverso le ciglia semichiuse, e facendo le viste di badare a
-tutt'altro; — eccolo là, giovane, ricco e felice. È bello di una lieta
-ed altera bellezza, non mesta, non umile, non timorosa, come quella di
-Cinzio. L'uomo ha da essere ardito. Vedetelo, con quella fronte alta e
-quel suo sguardo sfavillante. Pare che sfidi tutta Roma ad essere più
-felice di lui. E quella Clodia, come si tiene! È poi bella come dicono?
-Certo, quest'oggi non è male. Ma qual donna mediocre non apparirebbe
-bellissima, con quelle perle intrecciate nei capegli, scambio di una
-semplice vitta, e con quella stola di nera porpora, intessuta d'oro,
-che dà tanto spicco alle carni? È lei la regina del teatro, non c'è
-che dire, e i giuochi Megalesi sono banditi per lei. Noi altre, povere
-donnicciuole, ci sfiguriamo tutte, non siamo più nulla al confronto;
-nemmeno la nobile Giunia Sillana, che è senza dubbio la più bella di
-tutte le patrizie romane. —
-
-Giunia Sillana si sarebbe grandemente meravigliata, se avesse udita
-la chiusa del soliloquio di Delia. Figuratevi! Una donna che loda la
-bellezza di un'altra! Tuttavia, se ella avesse avuto lì per lì uno
-specchio e ci si fosse veduta per entro, non sarebbe stata molto a
-capire il perchè d'una lode così spontanea. Quel giorno, la povera
-Giunia Sillana era verde come un ramarro.
-
-Lettori, per dirvi tutte queste cose, io commetto una piccola
-indiscrezione; sto origliando, direbbe un seicentista, alla toppa d'un
-cuore. Il volto di Delia non lasciava trapelar nulla di questi brutti
-pensieri; non si vedeva in lei che una bella donnina, sebbene un po'
-più fredda e severa del solito. Per altro, bisogna ricordare che una
-bella donnina, quando è scontrosa, imbruttisce parecchio, o, se vi
-torna meglio, apparisce meno bella di prima. E questo accadeva a Delia,
-quantunque Numeriano, innamorato com'era, non potesse avvedersene.
-
-Un consiglio alle donne. Non facciano mai il viso arcigno, salvo il
-caso che vogliano parer simulacri di marmo e rimanere sul piedistallo.
-C'è anche il suo gusto a far ciò, lo capisco; ma io parlo per quelle
-che vogliono, se non piacere a più d'uno, almeno parer belle a tutti.
-Ho spesso per le mani Ovidio, che mi racconta i mille artifizi delle
-dame romane, e, come vedete, incomincio a rubargli il mestiere. Badino,
-per altro, le mie belle lettrici, io non pretendo d'insegnare a nessuna
-e non domanderò come lui che esse scrivano sulle loro tavolette: «egli
-è stato il nostro professore» (_Inscribant tabulis: Naso magister
-erat_), ben sapendo che il mio diavolo nasceva appena, quando il loro
-andava già ritto alla panca.
-
-Torniamo a Delia. È una donna incontentabile, e farebbe una carità
-fiorita a non accettare la mano di Cinzio e a ripigliar la sua parte di
-donna libera. Pure, se noi ci facessimo a consigliarla in tal guisa,
-metto pegno che ci manderebbe a quel paese. C'è sempre nel cuore di
-certe leggiadre donnine un pochino di mal talento, e come un desiderio
-di far dispetto. — Ah, vuole sposarmi, il poveraccio? Orbene, sì, lo
-faccia a sua posta; vedrà che bel giuoco! — Qualche volta non lo dicono
-nemmeno tra sè; ma ci hanno il genietto maligno, accoccolato dietro
-una piegolina del cuore, che pensa lui le vendette; e le farà, non
-dubitate, le farà senza tanti discorsi.
-
-A consolare le bizze di Delia era andato Postumio Floro, dopo il
-quart'atto della commedia. Vi ho già detto che la _sperata_ di
-Numeriano sedeva sull'estremità d'un cuneo; donde vi sarà facile
-intendere, se avete ancora davanti agli occhi la pianta del teatro
-romano, che Postumio Floro, ascendendo la scaletta rasente al cuneo
-poteva avvicinarsi ai due fidanzati senza recare troppo disturbo alla
-gente.
-
-— Avete visto? — diss'egli, ammiccando.
-
-— Che cosa? — domandò Numeriano.
-
-— I nuovi amori del nostro amico Caio Sempronio.
-
-— Sì, male collocati; — sentenziò la bizzosa donnina.
-
-— Eh, non mi pare. Clodia è così bella!
-
-— Lo credi?
-
-— Mah, lo dicono tutti; e quando tutti dicono....
-
-— Non è più il caso di ripetere; — interruppe Delia, nascondendo in
-un motto arguto la sua scontentezza. — Vuoi tu essere, o Postumio, il
-pappagallo di Clodia Metella?
-
-— No, per gli Dei; al peggio dei peggi, mi sarei contentato d'essere il
-suo passero.
-
-— Vent'anni fa?
-
-— Mettiamo dieci, via! Ella non è così vecchia.
-
-— Lo sembra. Ed io non so capire come mai, per quella Cibele
-inorpellata, il tuo amico Caio Sempronio abbia potuto dimenticare la
-giovine e fresca Glicera.
-
-— Ho capito io; — pensò il giovinotto. — Queste donne son tutte beccate
-ad un modo. —
-
-Postumio vedeva giusto. Dalla fidanzata di Cinzio Numeriano a quella
-superba di Giunia Sillana, tutte le spettatrici l'avevano a morte con
-Clodia Metella; non potevano patire quello sfoggio d'ori e di perle;
-sopra tutto non sapevano rassegnarsi alla nuova conquista che ella avea
-fatta, del più leggiadro e del più magnifico tra i cavalieri di Roma.
-
-La conseguenza di tante bizze fu questa, che molte matrone, le quali
-da un pezzo salutavano mal volentieri Clodia Metella, o fingevano di
-non vederla quando la incontravano per via, si affrettarono a star
-su, appena finito lo spettacolo, e quali studiarono il passo, quali lo
-ritardarono, per modo da esser vicine a lei nell'uscita.
-
-— Salve, divina! — incominciò una di loro, Marzia Amerina.
-
-— Mia bellissima, tu sei proprio un amore; — aggiunse Valeria Lutazia.
-
-— Dove hai presa quella stoffa? È oro filato; — esclamò Anna Domizia,
-precorrendo san Tommaso, quello che voleva vedere e toccare.
-
-— In verità, — disse Giunia Sillana, le cui parole erano armi a due
-tagli, — essa ti rende più bella. —
-
-Tizio Caio Sempronio, come potete figurarvi, camminava impettito a
-guisa di trionfatore.
-
-— Mia dolcissima, — ripigliò Valeria Lutazia, — dove fai conto di
-passare l'estate, quest'anno?
-
-— A Baia; — disse Clodia Metella.
-
-— Hai ancora la tua villa sul lago Lucrino? — domandò malignamente
-Giunia Sillana, alludendo ad una lunga stazione fatta laggiù da Clodia
-Metella con Celio Rufo.
-
-— No, ne compero un'altra; — rispose Clodia, senza scomporsi; — e ci
-andrò per le calende di maggio.
-
-— Come? ci abbandoni pei giuochi Florali? — disse Valeria.
-
-— E per la festa della dea Bona? — aggiunse Giunia Sillana. — Sarà una
-grave mancanza. —
-
-La dea Bona, se nol sapete, era la dea matronale per eccellenza, e si
-citava questo bel fatto di lei, che, fino a tanto era vissuta tra i
-mortali, nessun uomo, tranne il marito suo, l'avesse veduta, o avesse
-pure inteso profferire il suo nome.
-
-Clodia Metella fece le viste di non avere udito. Era l'unico spediente
-per non avere a raccogliere il frizzo di Giunia Sillana.
-
-Sotto i portici del teatro, mentre Caio Sempronio si era fatto avanti
-per chiamare la lettiga, le si accostò Servilio Cepione, caldo ancora
-di tutte le acerbe punture inflitte alla sua vanità dai giovani patrizi
-romani.
-
-— Clodia Metella, — le bisbigliò all'orecchio, — io cenerò con te,
-questa sera. —
-
-E dava intanto una sbirciata compassionevole ai suoi derisori, che
-stavano là, secondo l'uso, adocchiando le dame.
-
-— Non mi seccare; — rispose Clodia, alzando le spalle.
-
-Se aveste veduto il muso di Servilio Cepione, in quel punto! I suoi
-amici e debitori, che non lo perdevano d'occhio, ne ridono ancora oggi,
-nel regno delle ombre.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIV.
-
-Le nozze di Numeriano.
-
-
-La mattina del sesto giorno sopra gli Idi d'aprile....
-
-Ma qui, prima di andar oltre, bisognerà spiegarci un tratto. Il
-calendario romano è così disforme dal nostro, con le sue calende, le
-sue none, i suoi idi, e l'uso di contare i giorni alla rovescia! Gli
-Idi d'aprile cadevano al 13; dunque, tornando indietro sei giorni,
-abbiamo il _sexto Idus_, corrispondente agli 8 d'aprile.
-
-È un bel giorno per Cinzio Numeriano, e un giorno di grandi faccende
-per Tizio Caio Sempronio, che ha dovuto perfino rinunziare alla sua
-visita mattutina in casa di Clodia Metella. Per altro, come vedrete, ha
-pensato a lei, e fa conto di vederla dopo il tramonto del sole.
-
-Quella mattina, adunque, Tizio Caio Sempronio si alzò da letto più
-presto del solito, e, preso il bagno consueto, stette allo specchio
-un'ora di più che non facesse negli altri giorni; indi, tutto azzimato,
-spirante ambrosia alla guisa d'un Nume, si dispose ad uscire di casa.
-
-Il vecchio Lisimaco lo attendeva nell'atrio.
-
-— Mio signore! — disse l'arcario, inchinandosi.
-
-— Orbene, Lisimaco, che c'è?
-
-— Chiederei di trattenerti per breve ora, se non ti spiace. Ho certi
-conti da farti vedere....
-
-— A proposito, — interruppe Caio Sempronio, — hai mandati i fiori a
-Clodia Metella?
-
-— Sì, mio signore.
-
-— Col silfio cirenaico?
-
-— Col silfio cirenaico; — rispose Lisimaco, traendo un sospiro.
-
-E aggiunse tra sè, commentando quel sospiro malinconico:
-
-— Mille denari, per una pianticella che non è la metà del mio
-braccio! —
-
-Il silfio era una pianta preziosissima e celebre tra gli antichi per
-le miracolose proprietà che le erano attribuite. Risanava ogni male,
-purificava l'aria e l'acqua, e, come se ciò non bastasse, addormentava
-le pecore e faceva starnutare le capre. Tolgo questi particolari
-da Teofrasto e da Plinio, che ci indicano il silfio come una pianta
-fornita d'una radice carnosa, d'un gambo simile a quello del finocchio,
-e d'una foglia a un dipresso come quella del selino. A Cirene lo si
-aveva per sacro, essendo apparso di botto, come diceva la leggenda,
-dopo una pioggia di bitume, sette anni dopo la fondazione della
-città, nell'anno 420 di Roma. I compagni d'Alessandro il Macedone
-trovarono questa pianta copiosamente sparsa sulle montagne di Candahar.
-Aristofane fa dire ad un sicofante che egli non muterebbe vita, neppur
-se gli regalassero del silfio, consacrato a Batto, il fondatore di
-Cirene. Giulio Cesare vendette per mille cinquecento marchi d'argento
-la provvista di silfio che si custodiva nel pubblico erario di Roma.
-Nerone un giorno ne ricevette una pianta in dono, e a palazzo se ne
-fecero molti discorsi, come di un presente straordinario. Infine, il
-silfio è rappresentato sul rovescio delle monete di Cirene, che non è
-celebre solamente per questo, ma anche per aver dati i natali al poeta
-Callimaco e al filosofo Carneade, quello che va debitore della sua
-fama, in uguale misura, ai grandi elogi di Cicerone e alla poco salda
-memoria di Don Abbondio.
-
-— Bene! — esclamò Caio Sempronio. — Dunque, sta sano, mio vecchio
-Lisimaco.
-
-— Ma... vorrei dirti...
-
-— Sì, sì, capisco che vorrai dirmi qualche cosa; ma non ho tempo, sai?
-Oggi si tratta di lavorare per la felicità degli altri, e non è tempo
-da pensare alla propria. —
-
-Ciò detto, diè una voltata sulle calcagna e si avviò verso il pròtiro,
-lasciando il suo vecchio arcario a crollar mestamente il capo, com'era
-suo costume da parecchi giorni.
-
-Lisimaco non aveva anche finito di ciondolare, che il cavaliere tornò
-indietro.
-
-— Vedi che bestia! Dimenticavo l'essenziale. Sono andati i servi agli
-Orti Ventidiani?
-
-— Sì, mio signore.
-
-— Col monile di perle?
-
-— Col monile di perle; — ripetè l'arcario.
-
-E aggiunse mormorando:
-
-— Trentamila sesterzi! E non è ancora contento!
-
-— Che cosa borbotti? — domandò il cavaliere, sorridendo.
-
-— Che l'hai pagato trentamila sesterzi, e ti pare d'aver fatto un dono
-di poco.
-
-— Ma sì, pur troppo! — esclamò Tizio Caio. — Le son perline da nulla,
-e mi duole non averne trovato di più vistose. Non sai tu, vecchio
-Lisimaco, che ce ne sono di grosse come le noci e più ancora? Si
-racconta che in Egitto, nella reggia dei Tolomei, ce ne siano due molto
-più grosse degli occhi che mi stai ora facendo.
-
-— Sono in Egitto; che fortuna! — gridò l'arcario, che proprio non se la
-poteva rattenere fra i denti.
-
-— Chiamala una disgrazia; — rispose il cavaliere. — Noi, per averle,
-dovremmo far guerra all'Egitto. E chi sa, che un giorno o l'altro non
-me ne salti il ticchio?
-
-— La guerra è una bella cosa; — notò il vecchio servitore; — essa
-riempie i forzieri, non li vuota.
-
-— Ed io, vedi, ho risoluto; andrò nella milizia. —
-
-Lisimaco ebbe un barlume di speranza.
-
-— Quando, mio signore? — domandò egli sollecito.
-
-— Appena avrò speso l'ultimo quattrino; — rispose Caio Sempronio.
-
-La fronte del vecchio si rannuvolò di bel nuovo. Intanto il nostro
-cavaliere si avviò da capo all'uscio di casa, e questa volta per non
-tornare più indietro.
-
-Tizio Caio Sempronio andava a piedi, perchè i Romani di quel tempo
-non si erano ancora tanto infemminiti da adoperar la lettiga. Ma
-i suoi servi lo avevano preceduto agli orti Ventidiani, ed uno
-di loro portava, tra gli altri arnesi, un paio di mullei, calzari
-elegantissimi, dello stesso colore della tunica, affinchè il padrone
-potesse comparire in casa di Cinzio Numeriano senza traccia di polvere.
-
-Quel giorno il nostro cavaliere faceva l'ufficio di auspice; un
-quissimile di ciò che è presso i moderni francesi il _garçon de la
-noce_. Era lui che qualche giorno prima aveva assistito al contratto
-degli sponsali e che quella stessa mattina aveva osservati gli augurii;
-senza ridere, vi prego di crederlo. Inoltre, da buon romano, aveva
-posto mente a non stabilire le nozze in giorno nefasto, come sarebbero
-state le Calende, le None e gli Idi, le feste Parentali, le Salie, ed
-altre che per brevità si ommettono.
-
-Tre giorni si spendevano dai Romani nella celebrazione delle nozze. Nel
-primo, lo sposo visitava la sposa in casa del padre di lei; nel secondo
-la sposa andava a dormire in casa del suocero, per uscirne sull'alba
-del terzo, che era propriamente il giorno nuziale, e quello in cui
-si celebrava il matrimonio nei modi già detti altrove, della mutua
-compera, e della confarreazione, e con tutte le cerimonie che or ora
-vedremo, se non vi dà noia lo assisterci.
-
-Le prime cerimonie erano state compiute, e non al tutto secondo gli usi
-romani. Rammentate che Delia era greca e che viveva in Roma da sola,
-fuori d'ogni potestà di parenti. Perciò il nostro Numeriano non aveva
-potuto andare dal padre di lei per fargli la domanda rituale: «volete
-voi darmi la vostra figliuola in moglie?» Neanche era stato il caso di
-fare per due giorni, tra le due case degli sposi, quei viavai che ho
-accennato pur dianzi. Erano andati dal pontefice massimo, e là, alla
-presenza del gran sacerdote, e di dieci testimoni, il Flamine Diale, o
-sacerdote di Giove, aveva sacrificata una pecora e divisa tra gli sposi
-la tradizionale focaccia di fior di farina. Quindi la bella etèra di
-Corinto se ne era tornata alla sua casa, donde il giorno seguente gli
-amici dello sposo dovevano andarla a levare per forza.
-
-Era anche questa una cerimonia inutile, perchè non si trattava più
-d'una fanciulla, che si dovesse strappare dal seno della famiglia. Ma
-questa era la forma più antica e più solenne di matrimonio, a ricordo
-del modo in cui Romolo e i suoi celibi compagni si erano impadroniti
-delle belle Sabine; e Delia, poichè aveva a maritarsi, voleva fare le
-cose con ogni maggior pompa, a conforto della sua vanità femminile.
-Ora, argomentate se l'innamorato Numeriano non volesse contentarla
-anche in questo.
-
-Il giovane poeta era fuori di sè dalla gioia. Quando il suo auspice
-giunse agli orti Ventidiani (li chiameremo ancora con questo nome, per
-intenderci alla bella prima), Numeriano, tutto vestito di bianco e coi
-capegli tagliati di fresco secondo il rito, stava disponendo ogni cosa
-pel sacrificio augurale di quel giorno. Un popa, specie di sacerdote
-beccaio, era già in attesa, coi suoi _cultrarii_, o sgozzatori
-assistenti; la vittima grugniva ai piedi dell'altare, davanti all'uscio
-di casa.
-
-Lettori, io non ci metto di mio nè sal nè pepe. Si sacrificava il dì
-delle nozze una scrofa, simbolo di fecondità coniugale presso i Romani.
-Virgilio stesso ha creduto necessario di citare nel suo poema la scrofa
-meravigliosa, trovata da Enea sotto un leccio, presso la riva del
-Tevere, con trenta porcellini intorno; _triginta capitum foetus enixa_.
-
-Compiuto il sacrificio nelle debite forme, di cui vi fo grazia, venne
-il giro di una breve refezione d'amici. Era l'ultimo addio dato da
-Cinzio Numeriano al suo celibato, e l'avverbio _feliciter_ suonò da
-tutte le labbra, mentre si andavano vuotando le tazze.
-
-La giornata era bella e il pranzo s'era fatto fuori della casa, in
-giardino, per non guastare i preparativi del triclinio, destinato alla
-cena nuziale. Era un bel giardino, anzi un bosco senz'altro, quello che
-Ventidio aveva venduto a Caio Sempronio e questi liberalmente donato
-al suo giovane amico. Elci, roveri e pini vi erano cresciuti fitti
-abbastanza per far riparo dai raggi del sole, ed altri arbusti più
-umili, come il biancospino, la betulla e il corbezzolo, consolavano gli
-occhi con le varie temperanze del verde ond'erano rivestiti.
-
-Quello era davvero il luogo per un poeta. Fauni, Naiadi, Driadi ed
-Amadriadi, ci dovevano esser tutti, quei cari numi, di cui la religione
-pagana aveva popolate le selve del Lazio. Quei sassi coperti di
-muschio, quelle acque zampillanti, quegli ombrosi recessi, dovevano
-aver voci arcane e piene di attrattive per un seguace d'Apollo. E il
-nostro Numeriano prendeva moglie! Abitatrici del sacro monte, Pierie,
-Castalie, e comunque vi piaccia esser nomate, dove eravate voi in quel
-punto?
-
-Intanto che i nostri celibi finiscono di pranzare (e più non occorre di
-dire che cosa fosse il pranzo dei Romani) andiamo poco lunge, caliamo
-dall'Esquilino verso ponente e ascendiamo il Celio, dov'è la regione
-più popolosa della eterna città. Lassù, presso il tempio di Tullo
-Ostilio, in una casetta modesta di fuori, ma arredata internamente con
-greca eleganza, troveremo la sposa, in mezzo ad un cerchio di amiche,
-intente ad ornarla per l'ultima cerimonia, e ad invidiarla per la sorte
-che le tocca, di doventare una matrona romana.
-
-Delia era semplicemente vestita, come l'uso portava. Non ori, non
-perle, non porpora, ma solamente la stola di lana bianca, tessuta in
-casa, per seguitare l'esempio di Caia Cecilia. E qui bisognerà fare
-un po' di parentesi per raccontare chi fosse costei. Caia Cecilia, o,
-per dire il suo nome arcaico, Tanaquilla, era la moglie di Tarquinio
-Prisco, famosa per cento domestiche virtù, tra cui prima di filare e
-tessere la lana. _Lanam fecit_, diventò, dopo questa donna esemplare,
-il più bel vanto d'una matrona romana; portare il dì delle nozze una
-stola come la sua, fu obbligo a tutte le sue pronipoti. Come se ciò non
-bastasse, fu costume universale di assumere per quel giorno il nome di
-lei. Tutte le spose, nella cerimonia nuziale, si ornavano del nome di
-Caia.
-
-La stola nuziale di Delia era stretta al fianco da una zona, o cingolo,
-di lana di pecora. Anche qui c'era la sua ragione, trovata dai teologi
-del tempo. Festo Pompeio vi dirà che, nella medesima guisa in cui
-la lana della pecora, ravvolta in gomitolo, appare tra sè congiunta,
-così il marito è congiunto e legato alla moglie. Troppa sottigliezza,
-signor Festo Pompeio! Il vero si è che la sposa, per somigliare a Caia
-Cecilia, doveva essere tutta vestita di roba fatta in casa; epperciò
-la zona non poteva non essere di lana, come lo era la stola. Il cappio
-di questa zona dicevasi il nodo d'Ercole (_Herculaneus nodus_) e lo
-scioglieva alla sera il marito, a titolo di buon augurio, per essere
-felice di molta prole, come lo era stato Ercole, famoso per molte
-fatiche e più ancora per avere avuto una settantina di figli, che Dio
-ne scampi ogni fedel cristiano.
-
-Delia era vestita oramai di tutto punto, e i capegli biondi aveva
-attorcigliati e raffermati alla nuca con una piccola asta di ferro.
-Era l'asta di Giunone Curite, così detta dal vocabolo sabino _curis_,
-che significava per l'appunto quell'arma. I teologi di cui sopra hanno
-lasciato scritto che quell'asta nei capegli augurava una prole maschia,
-forte e bellicosa. Gli amici della storia pura vedono in questa
-cerimonia un altro accenno alle prime nozze romane, che furono fatte
-con l'armi alla mano.
-
-Mancava ancora la ghirlanda di fiori e di verbene, e mancava il
-flammeo, velo finissimo che col suo colore ranciato doveva nascondere
-il rossore, il «color di fiamma viva» come è stato detto così
-bene da Dante Alighieri, che disse bene ogni cosa. Ma, per venire
-a quest'ultima parte dell'acconciamento nuziale, occorreva che
-giungessero all'uscio di strada i rapitori.
-
-E giunsero finalmente, guidati da Tizio Caio Sempronio, che, nella
-sua qualità d'auspice, d'amico e di protettore, doveva avere gli onori
-della giornata. Delia aspettava lui per l'appunto, e, vedendo lui, non
-badò a Postumio Floro, ad Elio Vibenna, nè a Giunio Ventidio, che lo
-accompagnavano in quella facile impresa.
-
-— È dunque vero che tu vuoi rapirmi la figlia? — disse l'amica più
-vecchia di Delia, che faceva presso di lei l'ufficio di pronuba.
-
-— Sì, madre, è necessario; ed avverrà con tua buona pace, — rispose
-Tizio Caio, sorridendo amabilmente, — se pure non vuoi che scorra il
-sangue fino alle falde del Celio.
-
-— Se lo volessi pur io, non lo vorrebbe Giunone; — mormorò la pronuba,
-trattenendo le risa, — E dove la condurrai tu?
-
-— A Publio Cinzio Numeriano, che l'ha ottenuta ieri col farro e col
-sale, che l'ama e che la farà padrona di casa sua. Come fu portata la
-più bella tra le Sabine a Talassio, così noi porteremo la più bella tra
-le Corinzie a Numeriano.
-
-— Talassio! Talassio! — gridarono festosamente alcuni adolescenti
-vestiti di bianco e inghirlandati di fiori.
-
-Chi era questo Talassio? Rimontiamo al ratto delle donne Sabine e
-lo vedremo. Il fatto avvenne, come sapete, in occasione dei giuochi
-solenni ordinati da Romolo, in onore del Dio Nettuno equestre. Giunta
-l'ora della festa, e mentre i padri Sabini erano intenti ai giuochi, i
-giovani romani, al segno dato, corsero a rapire le fanciulle dei loro
-vicini. La maggior parte furono possedute da coloro che le rapirono;
-alcune delle più belle, come destinate a taluno dei principali patrizi,
-erano condotte loro a casa da certi della plebe, che di ciò (narra
-Tito Livio) avevano avuto commissione. Tra le quali essendo stata
-presa una di eccellente bellezza dalla compagnia di un certo Talassio,
-e domandando molti che la incontravano a chi mai fosse condotta, i
-portatori, perchè non le venisse fatta violenza, rispondevano ch'era di
-Talassio e che essi la portavano appunto a Talassio. Onde fu poi questa
-voce nelle nozze gridata e celebrata.
-
-Talassio, dunque, Talassio! E mentre tutti così gridavano in coro,
-uno dei _matrimi_, che così, ed anche _patrimi_, erano chiamati gli
-adolescenti del cortèo, andato ad un'ara che ardeva nell'atrio davanti
-ad un simulacro di Giunone Cingia, la dea degli sponsali, v'accese
-la face di biancospino. Anche questa era una cerimonia d'importanza.
-Il biancospino era stimato di gran virtù per discacciare le malìe.
-Inoltre, quella face, prima che il cortèo entrasse nella casa del
-marito, era contesa e rapita dagli amici di lui, affinchè non avesse
-da estinguersi in casa, o non si conservasse, per abbruciarla poi
-nei funerali d'uno dei coniugi. Ambedue questi casi, come ben vede il
-lettore, potevano riuscire di pessimo augurio.
-
-Postasi in fronte la corona e velata la testa col flammeo, la
-bellissima etèra uscì dalla sua casa sul Celio. La seguivano le amiche
-più fidate e gli amici di Numeriano. Andavano innanzi i giovinetti, uno
-dei quali, come ho già detto, con la face di biancospino, un altro con
-la conocchia, col pennecchio di lana e col fuso, a simbolo di ciò che
-la donna romana doveva fare in casa del marito; un altro ancora col
-cùmero, o vaso nuziale, in cui si recavano tutti gli utensili della
-sposa. Tutto intorno e dietro al cortèo, gran numero di curiosi, la
-più parte ragazzi della plebe, che aspettavano una gettata di noci
-dalla liberalità del marito, quando fossero giunti alla casa di lui.
-_Talassio!_ gridavano tutti. _Talassio!_ ripetevano i viandanti,
-che s'imbattevano nel cortèo e si tiravano da un lato per lasciarlo
-passare. E non mancavano le lodi alla bellezza singolare della sposa,
-che veramente le meritava, nè gli augurii di felicità, tutta roba che
-costa poco, val poco, e lascia il tempo che trova.
-
-Così, sceso dal Celio e traversata la via Nevia, il cortèo nuziale salì
-all'Esquilino, per andare agli orti Ventidiani. La casa di Numeriano,
-davanti a cui già s'era adunata gran gente, aveva l'uscio spalancato
-e le mura tutte ornate a festoni di rose, di lauro e di mirto,
-intrecciati fra loro. Altri festoni di fiori adombravano il tabernacolo
-del vicino crocicchio, dov'erano esposte alla venerazione dei viandanti
-le immagini dei Lari compitali.
-
-L'usanza delle nicchie e degli altarini sugli angoli delle vie, come
-vedete, è antica. Scambio delle anime purganti, di Sant'Antonio, o di
-San Rocco, c'erano i Lari compitali, custodi del passeggiero, oppure
-i due serpenti affrontati, con un'ara nel mezzo, che rappresentavano
-il _genius loci_, e, mercè la riverenza dovuta alla divinità tutelare,
-distoglievano i viandanti dal meritarsi una multa, per contravvenzione
-ai regolamenti municipali.
-
-Gli stipiti della porta erano tutti coperti con fasce di lana rossa,
-e drappelloni della medesima stoffa pendevano dall'architrave, non
-dissimilmente dai parati con cui si rivestono nelle grandi solennità
-gli archi e i pilastri delle chiese. Quanto alla soglia, essa luccicava
-di un unto che le avea dato poco dianzi lo sposo, strofinandovi sopra
-un cencio impiastricciato di grasso di lupo. Plinio mi dice a questo
-proposito che il grasso di lupo era indicatissimo contro le malìe, come
-la face di biancospino. E qui vorrei chiedere al mio amico Degubernatis
-se l'usanza sia d'origine ariana o semitica. Io tra i popoli del
-Sennaar ho trovato molte di queste ubbie; ma certo il mal occhio e
-simili altre diavolerie sono di tutti i popoli, come il timore, di cui
-parla Lucrezio, che lo ha celebrato artefice e padre di tutti gli Dei.
-
-Del resto, lettori umanissimi, tornando all'unto di cui sopra, non
-temete pei leggiadri calzari e per la stola di Delia. Essa non toccherà
-in nessun modo il limitare dell'uscio. Ha in quella vece toccata col
-sommo delle dita la brocca dell'acqua e l'orlo del focolare, collocati
-davanti all'ingresso. Il fuoco e l'acqua erano due elementi, presso
-gli antichi, e, secondo la grammatica, maschile il primo, femminile
-il secondo. Nella loro congiunzione era adunque simboleggiato il
-matrimonio. Infatti, soggiungeranno gli arguti, l'acqua spegne il
-fuoco, e il matrimonio è spesso un grande spegnitoio. Ma queste sono
-malignità dei moderni. Noi diremo in vece cogli antichi che l'acqua
-era la purità, il fuoco la incorruttibilità, e che ambedue convenivano
-egregiamente a significare la fede.
-
-La brocca dell'acqua, toccata appena, fu portata dentro dai servi,
-perchè con quell'acqua così consacrata si dovevano lavare i piedi agli
-sposi. Così i due coniugi erano uniti per sempre, salvo il caso del
-divorzio, con le mani e co' piedi.
-
-Compiuta quella prima cerimonia della toccatina ai due sacri elementi,
-Delia si fermò davanti all'uscio. Numeriano era apparso di là dalla
-soglia, pallido per la commozione, ma con gli occhi scintillanti di
-desiderio.
-
-— Chi sei? — domandò egli, per obbedire alle uggiose lungherie del rito.
-
-L'auspice si avvicinò in quel punto alla sposa e le bisbigliò la
-risposta all'orecchio.
-
-— Dove tu sei Caio, io sarò Caia; — rispose Delia, ripetendo le parole
-dell'auspice.
-
-Le quali parole volevano dire: ove tu sei signore e padre di famiglia,
-io sarò signora e madre di famiglia con te.
-
-— Ben vieni; — ripigliò Numeriano. — Sii Caia dunque, secondo il rito
-dei nostri maggiori, Caia secondo i voti del mio cuore. —
-
-L'invito era pieno d'ardore e di tenerezza. Ma la signora Caia
-nicchiava. Ed anche questo era d'obbligo; dovendosi intendere che
-la pudica fanciulla entrasse di mala voglia in una casa, dove, anche
-padrona, aveva a perdere qualche cosa del suo. Ora, la bella etèra di
-Corinto doveva far tutto romanamente quel giorno, anche a risico di
-veder ridere i maligni.
-
-Tizio Caio Sempronio era lì pronto, per tutti i casi difficili.
-
-— La soglia della casa maritale è consacrata a Vesta, la castissima
-Dea; — entrò egli a dire sollecito. — Calpestarla sarebbe un
-sacrilegio. Sposa di Numeriano, consenti all'auspice di sormontare
-l'ostacolo. —
-
-Così dicendo Caio Sempronio si chinò verso di lei e, stendendo
-con pronto atto le palme, sollevò di peso la bella persona. Tremò
-la fanciulla e mise il grido adatto alla circostanza; ma tosto
-si ricompose, secondando la destra operazione del suo rapitore, e
-aiutandosi coi piedini a far ricadere in caste pieghe i lembi della
-stola. Così, com'ella faceva, io mi son sempre figurato il primo atto
-di Proserpina, anche in mezzo alle angosce del suo istintivo terrore,
-quando si sentì levata da terra, nelle braccia dell'innamorato Plutone.
-E non è forse vero, mie vezzose lettrici, che voi in un caso simile vi
-diportereste tutte del pari? Se mi diceste di no, sarei costretto à non
-credervi. La donna porta in ogni cosa l'indole sua. Vedete la Niobe di
-Scopa; anche in quel brutto momento della sua vita, la bella donna ha
-l'aria di domandare a qualcheduno se le pieghe della sua veste e i suoi
-atti siano artisticamente composti, davanti agli occhi dei critici.
-
-Non si tiene impunemente tra le braccia un peso così dolce, come quello
-che teneva Caio Sempronio tra le sue. Il nostro eroe pensò che la cosa
-non era stata male ideata e che l'usanza meritava di conservarsi. Ma
-egli amava Numeriano, era tutto compreso della dignità dell'ufficio, e
-respinse prontamente quel pensiero così poco dicevole alla circostanza.
-Si affrettò, quindi, mirando a scavalcare anche lui lo sdrucciolo
-limitare, e, giunto dall'altra parte, depose la trepidante colomba
-davanti a Numeriano, che la baciò divotamente sugli orli del flammeo e
-la condusse a sedere sul letto geniale, collocato nell'atrio.
-
-Si avanzarono allora i servi della casa, l'ostiario, l'atriense, il
-cubiculario, il cuoco, il dispensatore e va dicendo, ognuno dei quali
-s'inginocchiò davanti alla nuova padrona e pose nelle sue mani una
-chiave, significando così che a lei toccava la custodia di tutte le
-cose domestiche. Tra costoro era anche il cellario; ma egli, dopo
-essersi inginocchiato, non consegnò altrimenti la sua chiave, che era
-quella della cantina.
-
-Una chiave di quella fatta non si dava alla sposa. E ciò per seguire,
-almeno nella cerimonia, gli antichi Romani, che vietavano l'uso del
-vino alle donne, perchè il vino, dicevano essi, era incentivo a certe
-marachelle. Così cantava la legge di Romolo: «_Si vinum biberit domi,
-uti adulteram puniunto._» Si ricordava a questo proposito l'esempio di
-Fauna che, per aver bevuto vino contro la legge, perdè la vita tra le
-battiture datele dal marito. Per altro, ingentiliti i costumi, la donna
-che beveva vino non si uccideva più; bensì era lecito al marito di
-ripudiarla, tenendosi bravamente la dote.
-
-Ed anche questa rimase nella storia come una severità soverchia del
-tempo di Catone, il quale stabilì che le donne, entrando in casa del
-marito, fossero baciate da tutti gli astanti, acciò non potessero
-nascondere il grave odore del vino, caso mai ne avessero bevuto.
-
-Il lettore discreto immaginerà che Publio Cinzio Numeriano facesse
-in questo particolare una piccola eccezione alle patrie leggi, e non
-amasse lasciar esercitare da altri un così piacevole sindacato.
-
-
-
-
-CAPITOLO XV.
-
-Il ricevimento.
-
-
-Compiute le cerimonie dell'entratura, la nuova sposa fu condotta con
-gran pompa nelle sue camere, dove Cinzio Numeriano, con molta gravità,
-si fece a slacciare il nodo d'Ercole, simbolico nodo della verginità
-che la donna recava nella casa del marito.
-
-Ciò fatto, lo sposo fu licenziato; e la pronuba e le ancelle attesero a
-spogliar Delia delle vesti nuziali, troppo dimesse, come avete veduto,
-perchè ella avesse ad indossarle per tutto il rimanente della giornata.
-Una stola di porpora azzurra, con fregi d'argento, prese il luogo della
-stola di lana semplice, che continuava la modesta tradizione di Caia
-Cecilia. La ghirlanda di fiori e verbene fu tolta e consacrata ad un
-simulacro di Giunone Cingia, che sorgeva allato del talamo. Fu tolta
-del pari la vitta di lana che tratteneva i biondi capegli della sposa,
-e in sua vece vi fu intrecciato il vezzo di perle che aveva donato
-l'auspice alla novella matrona.
-
-Un grido di ammirazione salutò la bellissima Delia al suo riapparire
-nell'atrio. Numeriano si avanzò, la prese per mano e la condusse nel
-tablino, dove, fattala sedere nella cattedra matronale, ad uno ad uno
-le presentò tutti gli amici che aveva convitati pel banchetto geniale,
-che doveva incominciare poco stante.
-
-Ho già descritta una cena, e non ne descriverò una seconda, quantunque
-sia una cena nuziale. Soltanto noterò due particolarità: che a Caio
-Sempronio fu dato a tavola il posto d'onore, _imus in medio_, per modo
-che Delia, seduta alla sinistra di Numeriano, si trovasse tra l'auspice
-e lo sposo; che poi, ad un certo punto della cena, fu recato agli sposi
-il succo di papavero, mescolato con latte e miele.
-
-Era il papavero, appresso i Romani, un simbolo di fecondità. Epperciò
-vediamo, in tutte le monete e marmi antichi, le donne Auguste,
-incominciando da Livia, portar le spighe e i papaveri.
-
-La cena non fu lunga, e, contrariamente all'uso romano, ci si bevve
-poco. La solennità della circostanza e la presenza della novella
-matrona consigliavano un po' di misura. Inoltre, quella sera bisognava
-levar le mense più presto del solito, perchè alla cena doveva tener
-dietro un po' di ricevimento, un _quid medium_ tra l'accademia e la
-festa da ballo.
-
-Anche qui, i moderni non hanno inventato niente, neanche le lettere
-d'invito. I nostri padri facevano di più; incominciavano da una
-illuminazione generale, sulla facciata della casa e nel pròtiro, con
-lucerne inghirlandate di fiori. Gl'invitati deponevano la toga, la
-rica, il pallio e simili, nelle mani dell'ostiario, e ricevevano in
-cambio la tessera di avorio, in cui era inciso il numero corrispondente
-a quello che doveva distinguere i panni depositati nell'androne. Poi
-si faceva innanzi il nomenclatore e vi domandava: «_quis tu?_» cioè a
-dire: chi sei? chi debbo annunziare? Davate il nome ed egli lo ripeteva
-ad alta voce nell'atrio, perchè lo sentissero i padroni di casa e
-potessero farvisi incontro con le più degne accoglienze.
-
-Non vi dirò nulla dei sontuosi arredi; nulla dei torchietti accesi
-sui lampadarii di cristallo, i cui prismi ne riflettevano e ne
-moltiplicavano la luce; vi parlerò di tutti quei giovani patrizi
-azzimati e profumati, che si erano arricciati i capegli col calamistro
-e rase le gambe con la pietra pomice; di quelle vezzose matrone, che,
-pur di passare una sera in festa, non si erano mostrate schizzinose
-e non avevano badato a certe minuzie. Già, non era di quel tempo la
-massima proverbiale: _de minimis non curat praetor_? E poteva credersi
-che quelle mogli, sorelle, figliuole di pretori e di consoli fossero da
-meno dei lori padri, fratelli e mariti?
-
-Ce n'erano di belle e di brutte, di fatticciate e di magre, come nella
-famosa lista di Leporello, il faceto cameriere di Don Giovanni Tenorio.
-E fin d'allora avevano l'uso di correggere con l'arte i difetti della
-natura e di secondare con la scelta dei colori le lusinghe della
-conscia bellezza. Non erano sole le giovani a inghirlandarsi il capo
-di fiori, o di foglie d'edera, alla guisa delle Baccanti; anche le
-dame mature cercavano in tal modo di levarsi di dosso una diecina di
-primavere.... o di autunni. Abbondavano le matrone coperte di gemme,
-che più tardi dovevano far dire ad Ovidio: «l'acconciatura c'inganna;
-tutte si coprono di oro e di pietre preziose; la minor parte di ciò che
-vedete è la donna; _pars minima est ipsa puella sui_.» Già fin d'allora
-le brune amavano vestirsi di bianco e le bianche di nero. Le magre si
-coprivano volontieri le spalle ed il petto con sottilissimi veli di
-Coo. Senonchè, la magrezza non era neanche allora un difetto romano, e
-la più parte potevano presentarsi degnamente scollacciate. «O voi che
-avete la pelle bianca, diceva il poeta, mettete gli òmeri in mostra».
-E le dame di Roma antica non avevano neppure bisogno di cosiffatte
-raccomandazioni; vi prego di crederlo.
-
-Ho detto poc'anzi che i moderni non hanno inventato nulla, in materia
-di eleganze donnesche. Aggiungo che non hanno neanche inventati
-i guanti. Parecchie delle matrone invitate agli orti Ventidiani,
-ne avevano d'intieri, chiamati _digitales_, o di mezzi, chiamati
-_manicae_, e corrispondenti ai manichini del tempo nostro. Per
-altro, la moda non le obbligava tutte a questo accessorio importuno;
-le matrone che avevano una bella mano non facevano alle altre il
-sacrifizio di portare un guanto _Joséphine_, che coprisse le loro dita
-affusolate, rappicciolisse più del bisogno una palma morbida e bianca
-di neve, e sottraesse all'ammirazione dei popoli un polso tornito
-dalle Grazie. Avessero poi guanti, o non ne avessero, tutte portavano
-in mano il fazzoletto, che all'uopo diventava un ventaglio, e riempiva
-l'aria di soavi fragranze. Perchè il fazzoletto? direte. Ed eccomi a
-contentare la vostra curiosità. Perchè dalla finezza della tela e dalla
-delicatezza dei fregi, si vedesse chiaro che quel capo importantissimo
-dell'ornamento femminile veniva proprio da Setabo, città della Spagna,
-famosa allora per quei gentili tessuti.
-
-La bellissima Delia sosteneva assai nobilmente la nuova parte che
-le era stata assegnata dal caso, ricevendo con molta disinvoltura il
-bacio delle dame e la stretta di mano dei cavalieri, ed accogliendo
-con modesti inchini le lodi che si facevano da ogni parte al buon gusto
-della sua acconciatura, alla perfezione della divisa dei capegli, così
-difficile ad ottenersi con una chioma abbondante come la sua, al vezzo
-di perle che le adornava il capo, ai ciondoli a tre goccie che le
-pendevano dagli orecchi, ma sopratutto alla sua bellezza, stragrande
-bellezza, insuperabile, divina bellezza.
-
-Anche smaccate, le lodi piacevano fin d'allora alle belle. Ovidio,
-che le conosceva _intus et in cute_, ha detto nella sua Arte d'amore:
-«Lodate, lodate; è difficile non essere creduti. Ogni donna si reputa
-adorabile; la più brutta si compiace di sè; la più casta gradisce un
-complimento. Vedete il pavone; lodato, fa tosto la ruota. E dopo tutto,
-badate di non dire ad una donna se non quello che capirete dovergli
-piacere senz'altro.»
-
-L'essèdra era già piena stipata, quando fu annunziato Verannio Fabullo.
-Quel nome fu accolto dall'adunanza coi segni del più manifesto favore.
-Verannio, il prediletto delle Grazie! Verannio, il Musagete, Apollo
-tornato in terra! Ci furono delle matrone che si sentirono venir meno,
-per la dolcezza infinita, che quel nome gli aveva sparsa nel cuore.
-
-L'argomento di tutte quelle tenerezze comparve nella sala. Era un coso
-piccolo e tozzo, inferraiolato, con una fascia di lana girata a più
-doppi intorno al collo, e la testa coperta da una specie di berretto
-frigio, i cui orecchioni gli pendevano sulle guance ed erano legati
-da un soggolo sotto il mento. Nessuno si meravigliò di quell'assetto
-freddoloso, che tanto contrastava con tutte le buone creanze. Verannio
-Fabullo era un recitatore di professione, e passava in quel tempo pel
-primo di Roma. L'artista temeva a ragione per la sua gola; un colpo
-d'aria non poteva guastargli di botto quella bellezza di voce, che
-la natura benigna gli aveva largita e l'arte educata con tante cure
-gelose?
-
-Applaudito, accarezzato, Verannio Fabullo si profondeva in inchini a
-dritta ed a manca. Le matrone facevano a gara per liberarlo da tutti
-quegli impicci che portava addosso; ed egli frattanto, cavata una
-scatolina dal seno della tunica, ingoiava pastiglie di mucillaggine.
-
-La conclusione di tutto questo maneggio si fu che Verannio Fabullo,
-il prediletto delle Grazie, il vecchio fanciullo allattato dalle Muse,
-recitò un carme epitalamico, facendo andare in visibilio l'udienza, con
-le inflessioni della voce, con gli atti e contorcimenti della persona,
-con le languide occhiate e con le abili pause, che domandavano i
-battimani.
-
-I versi erano di Cinzio Numeriano, che si fece tutto di bragia, quando
-l'artista applaudito lo prese per mano, degnandosi di averlo a parte
-dei suoi trionfi declamatorii.
-
-Dopo la recitazione, entrarono i servi con grandi vassoi di
-metallo in cui erano paste e rinfreschi. Le paste chiamate _liba_ e
-_crustula_, erano focacce e biscotti, composti di farina, latte ed
-uova, non differendo per nulla dai sapientissimi intrugli dei moderni
-pasticcieri. I rinfreschi, _sorbta, sorbilla, gelata_, vi dicono col
-nome loro che cosa fossero, cioè a dire acque acconcie, con neve o
-ghiaccio per entro.
-
-L'invenzione dei refrigeranti era ancora di là da venire. Fu Nerone il
-primo che diaciasse l'acqua e il vino, mettendo l'anfora in un secchio
-ripieno di neve. Prima di lui, si metteva il ghiaccio, o la neve, a
-dirittura, nelle bevande. Lettori, quando berrete dello _Champagne
-frappé_, ringraziate Nerone, buon'anima sua. Queste delicatezze sono
-state trovate da lui.
-
-Le acque acconce e le gramolate erano per le dame, già si capisce; gli
-uomini preferivano il vino, che nelle feste soleva offrirsi indolcito
-col miele. «Attico miele mescolate col vecchio Falerno (ha detto il
-poeta); ecco un vino degno di essere mesciuto da Ganimede, nel convito
-degli Dei.»
-
-Dopo la recitazione, i canti e i suoni. Chi aveva una bella voce
-cantava qualche canzoncina, accompagnandosi sulla citara, istrumento
-conforme alla moderna chitarra, o sul nablio, arpa di forma
-quadrangolare, di cui si pizzicavano le corde con le dita, senza
-bisogno del plettro. Anche qui abbiamo il maestro Ovidio, che ne
-raccomanda lo studio a tutte le fanciulle desiderose di farsi ammirare.
-Il nablio era uno strumento fenicio, e senza dubbio il medesimo del
-_nevel_ ebraico, menzionato così spesso nei salmi. Dalla Fenicia era
-passato ai Greci, e da questi ai Romani. Delia lo suonava egregiamente,
-e potete credere che quella sera, dopo essersi fatta pregare un
-tantino, non negasse un saggio dell'arte sua al plauso dei convitati.
-
-Ed ora, eccoci al ballo. Dove ci son donne e musica, come non muover
-le gambe? L'orchestra era all'ordine, coi suoi varii strumenti, sui
-quali dominava il flauto. Si fecero avanti le danzatrici più brave,
-quelle che potevano ballare da sole, farsi ammirare per la grazia delle
-loro movenze, accompagnandosi col sistro egiziano, o con le nacchere
-spagnuole (_crusmata gaditana_). Vennero quindi i passi a due, petto
-a petto, e il braccio dell'uomo intorno alla vita della danzatrice.
-_Velle latus digitis et pede tange pedem._ Non vi par di vederci la
-posizione dei nostri balli di società? E badate, non mancavano neppure
-le quadriglie, o contraddanze, che vogliam dire; il nome antico di
-_coronae saltantes_ vi mostra le coppie dei ballerini disposte a
-cerchio, in atto di menare la ridda.
-
-Intorno ai ballerini e nelle camere attigue, le vecchie, le brutte e
-le svogliate, chiacchieravano insieme; e i discorsi loro erano, come
-adesso, il _celeber ludus_, il _nobilis actor_, le _fori lites_, cioè
-a dire lo spettacolo in voga, l'attore famoso, il processo celebre.
-Più in là si rideva alle spese d'un medico, a cui si era rivolta la
-consueta domanda: _quem trucidasti hodie?_ corrispondente alla moderna
-frase: «dottore, quanti, stamane?»
-
-In un'altra camera c'erano le tavole da giuoco. Si giuocava al
-_ludus latrunculorum_, giuoco d'ingegno, che si faceva su d'una
-scacchiera, con pezzi di legno, d'avorio, o di vetro, distinti in due
-squadre, diversamente colorate, e mossi in tal guisa, che un pezzo
-dell'avversario rimanesse preso tra due dell'altro giuocatore, o
-cacciato in un posto donde non si potesse più muovere. C'era anche il
-_ludus duodecim scriptorum_, o delle dodici linee, somigliantissimo
-alla nostra tavola reale, come l'altro lo era al giuoco delle dame. I
-più arrisicati giuocavano ai dadi, ma con tre dadi, non già con due,
-come ora si costuma. Gettar tre numeri differenti fuori del bossolo
-dicevasi il punto di Venere e vinceva su tutti; gettar tre assi era il
-punto del cane e perdeva da tutti.
-
-Il tiro cane, il tiro da cani, non ci verrebbero per avventura di là?
-
-
-
-
-CAPITOLO XVI.
-
-Quod erat in fatis.
-
-
-Mentre noi ci perdiamo in chiacchiere, Tizio Caio Sempronio ha
-abbandonata l'essèdra.
-
-Il nostro cavaliere prendeva poca parte alla festa. Clodia Metella gli
-aveva fatto giurare che non avrebbe ballato, ed egli manteneva la data
-parola. Aveva giuocato due o tre colpi ai dadi, ma s'era annoiato,
-e, non sapendo che fare, e vedendo di fuori un bel lume di luna, era
-andato a passeggiare in giardino.
-
-A che pensava? Miei giovani, ditelo voi. Quando la luna falcata
-veleggia nel firmamento, temperandone coi miti chiarori l'azzurro, e
-la brezza notturna, ricca di tutti i profumi della fiorente natura, va
-susurrando tra le ombre misteriose del bosco, dove grugano le tortore
-e gorgheggiano i rosignuoli, non si può pensare che ad una cosa. Luce
-soavemente diffusa, canti, fragranze, mistero, tutto vi accarezza lo
-spirito, v'inebria i sensi e vi consiglia ad amare.
-
-Il mio eroe s'era messo, dirò così, su d'una strada di dolce pendio,
-che conduceva al precipizio. E lo sapeva; ma pensava altresì che, prima
-di giungere allo scrimolo, avrebbe raccolte le sue forze per piegare
-da un lato e non dare ai Romani lo spettacolo di una grande caduta.
-Ricordate a questo proposito i suoi discorsi col vecchio Lisimaco.
-Intanto, viveva a furia, coglieva avidamente i baci dell'amica
-fortuna, come chi sa quanto ella sia capricciosa ed instabile.
-Clodia, la più bella, se non la più reputata delle patrizie romane,
-lo amava d'un amore intenso, smisurato, furibondo. E l'uomo è sempre
-felice d'ispirare una passione selvaggia. S'intende, in mezzo a tutte
-le raffinatezze della vita; chè altrimenti è molestia ineffabile.
-L'antitesi governa il mondo; niente di bello senza un po' di contrasto.
-Luce ed ombra, non erano forse le due cose che facevano bello in
-quell'ora il bosco di Numeriano?
-
-Esser giovani e piacere alle belle; in una amarle tutte, sentendo
-confusamente dentro di sè che si può essere amati da tutte, sol che si
-voglia; e non volerlo tuttavia; non è egli forse il colmo delle umane
-voluttà? E il pensiero di Caio si volgeva con intensità di desiderio
-a Clodia Metella, Venere discesa in terra, con tutte le possenti
-attrattive, le care debolezze e le adorabili cattiverie del suo
-sesso, invidiata, odiata, calunniata, fors'anche colpevole, ma bella,
-sovranamente bella. Che faceva in quel punto? Pensava a lui, com'egli
-a lei? Come doveva esser dolce quell'ora, nei giardini di Clodia! Come
-dovevano splendere, a quel lume di luna, e mormorare soavemente alla
-riva, le bionde acque del Tevere sacro!
-
-— Andiamo; — pensò Caio tra sè; — qui non c'è più nulla che mi
-trattenga, ed ella certamente mi aspetta. —
-
-Si era già volto indietro per ritornare sopra i suoi passi, allorquando
-gli venne udito un fruscìo di vesti tra gli alberi. Poco stante,
-sbucata da un viale lì presso, gli si parò davanti una forma bianca e
-leggiera di donna.
-
-Caio Sempronio pensò alle Driadi, protettrici delle selve, e credette
-di vederne una in quel punto.
-
-La gentile apparizione si avvicinò, e la sua veste, di bianca che
-pareva da lunge, si mostrò azzurra agli occhi del giovane. Non era
-una ninfa, era alcun che di più saldo e palpabile, e voi, lettori, al
-colore della stola, già l'avete conosciuta. Era Delia.
-
-— Oh! la vezzosissima sposa! — gridò Caio, inchinandosi. — Come qui
-sola? E Numeriano?
-
-— È andato al balcone sul pròtiro, per gittar noci alla ragazzaglia
-dell'Esquilino. E poi, — soggiunse la bella, crollando la testa, come
-una passera spensierata, — Cinzio ha tutte le cure del ricevimento
-sulle braccia e non può farmi compagnia. Fa un caldo così soffocante,
-là dentro! Ed io avevo bisogno d'aria.
-
-— Come io.
-
-— Bene, siam dunque pari. Torna indietro, bel cavaliere, e dammi il tuo
-braccio.
-
-— Volentieri; — si affrettò egli a rispondere, non intendendo bene per
-qual spedizione si mettesse alla vela.
-
-Che cosa dirle, frattanto? Una galanteria, certamente, perchè una bella
-donnina, che si appiccica al vostro braccio, ha sempre diritto ad un
-simile omaggio, anche quando il cuore non si sia infiammato. Ma quella
-donna era in una condizione così diversa dalle altre, che Tizio Caio
-Sempronio poteva rimanere perplesso, senza passare davanti ai vostri
-occhi per un collegiale. O non poteva la sposa novella aver proprio
-sentito il bisogno d'un po' d'aria e d'una passeggiata all'aperto? E
-che c'era di strano, se, trovato in giardino il suo auspice, uomo in
-cui naturalmente doveva riporre maggior fede, gli domandava il suo
-braccio? Era proprio il caso di atteggiarsi a corteggiatore, foss'anche
-per celia, e di farla pentire della sua confidenza?
-
-Tutti questi dubbi, come parvero gravi a lui, così spero che parranno
-ragionevoli ai lettori, e gli meriteranno un pochino di compatimento,
-se il nostro eroe lì per lì non sapeva che pesci pigliare.
-
-— E così, — diss'egli finalmente, per rompere, il ghiaccio, — sei
-felice, ora?
-
-— Ora, sì; — rispose Delia, con una strana intonazione di voce;
-
-Caio Sempronio ci perdette la tramontana.
-
-— Perchè ora? — ripigliò, tirato su quello sdrucciolo come la biscia
-all'incanto.
-
-— Ma.... non l'hai chiesto tu stesso? — ribattè la giovine Greca. — Mi
-domandavi se ero felice ora; ed io t'ho risposto: ora, sì.
-
-— Sta bene, — osservò Caio Sempronio, impappinandosi sempre più, —
-ma io intendevo un «ora» di più largo significato, come a dire tutto
-questo primo periodo di felicità coniugale.
-
-— Ah, ah, con te ci voglion le glosse! — esclamò Delia, ridendo. —
-Orbene, ti parlerò anch'io per grammatica. Nel maggiore può esser
-compreso il minore; ne convieni?
-
-— Certamente.
-
-— Ed è così, che il mio significato, assai più ristretto, io lo fo
-stare nel tuo. —
-
-Il cavaliere non credette opportuno di replicare più altro; ma
-involontariamente strinse col suo il braccio di Delia. Era il meno che
-egli potesse fare, non è egli vero? La galanteria non l'aveva detta
-lui; se l'era in quella vece sentita dire. Il ringraziamento era dunque
-necessario; e tanto meglio se era muto, perchè non occorrevano glosse
-pericolose, se la galanteria di Delia esprimeva un sentimento profondo,
-nè attenuazioni prudenti, se quella risposta di lei era semplicemente
-uno scherzo.
-
-Andarono per buon tratto di strada silenziosi; egli duro, stecchito,
-quasi a dissimulare nella saldezza delle membra la perplessità dello
-spirito, lei tutta sfiaccolata, reggendosi al braccio di lui e con la
-bionda testa appoggiata al suo òmero.
-
-La luna falcata veleggiava nei sereni del cielo, su cui si disegnavano
-spiccati i bruni profili dei cipressi e dei pini. Le fragranze della
-selva e gli effluvii sottili che si svolgono da una bella donna
-mollemente sospesa al nostro braccio, i gorgheggi dei rosignuoli, le
-ombre discrete che spaziavano sotto i diffusi rami degli elci e dei
-roveri, tutto parlava un arcano linguaggio allo spirito del nostro
-giovine eroe.
-
-In fondo al bosco, sotto ad un arco di lieta verzura, biancheggiava un
-simulacro di marmo. Era una statua di Venere, che pareva uscisse allora
-dal bagno. Infatti la dea sorgeva col piede a fior d'acqua, dal mezzo
-di una vasca, donde uscivano intorno a lei cespi di odorose giunchiglie
-e su cui si cullavano le foglie spante delle tarde ninfèe.
-
-— Madre, — le disse Delia, con accento sommesso, appoggiandosi sempre
-più languidamente al fianco del suo compagno, — inspira un po' d'amore
-per me nel cuore di Caio!
-
-— Che dici tu? — esclamò il cavaliere, dando un sobbalzo a quella
-confessione inattesa.
-
-Zitto! — rispose Delia, stringendosi a lui e ponendogli la mano
-sulla bocca. — Ho fatto un voto. Non turbare l'invocazione e lasciami
-attendere la risposta della dea. —
-
-Lettori cortesi, che cosa avreste fatto voi altri, nei panni di Caio
-Sempronio? Cioè, intendiamoci, non ve lo domando, o, per dire più
-veramente, non aspetto la vostra risposta. Vi dico in quella vece, e
-subito, che Caio Sempronio fece su per giù quello che avreste fatto voi
-in una occasione consimile. Stette zitto come Delia voleva; arrossì
-e si pentì di avere arrossito; da ultimo, poichè a lui toccava di
-abbracciare un partito, abbracciò.... abbracciò quello che piaceva alla
-dea. Ora, che poteva mai volere la dea, se non che egli si dimostrasse
-un buon cavaliere e prendesse la cosa pel suo verso?
-
-Rise adunque e pensò che la sorte era una gran capricciosa. Povera
-gita disegnata alla riva del Tevere! Intanto, al soffio della brezza
-stormivano le fronde, sorridevano i Fauni e bisbigliavano le più
-matte cose alle Amadriadi, eterne prigioniere nei tronchi ramosi degli
-alberi.
-
-Tutto ad un tratto, si udì dal sentiero vicino un rumore di passi.
-Delia prese la mano di Caio Sempronio e scivolò guardinga dietro una
-macchia di mortelle.
-
-— Dove sarà andata a rimpiattarsi? — diceva una voce, che egli
-riconobbe per quella di Postumio Floro.
-
-— Il bello si è, — soggiungeva un'altra voce, — che manca pure il
-nostro bel cavaliere, l'auspice delle nozze. Che sia andato anche lui a
-prender gli auspicii?
-
-Caio riconobbe la voce di Giunio Ventidio.
-
-— Giriamo da questa parte; bisbigliò il giovane a Delia; — ci vedranno
-nel gran viale, al loro ritorno.
-
-— No, lasciamoli andare; mentre essi ci vanno cercando, noi giungeremo
-a casa. —
-
-Così dicendo, Delia studiava il passo, seguendo il tragetto che doveva
-avvicinarla alla meta.
-
-Le voci degli indiscreti cercatori si andavano perdendo dall'altra
-parte del bosco. Non visti, nè uditi, Caio Sempronio e Delia pervennero
-alla radura che separava il giardino dalla casa.
-
-— Resta; — diss'ella; — tu verrai dopo. —
-
-E veduto che in quello spazio aperto non c'era nessuno, uscì risoluta
-dalla macchia.
-
-Sull'entrata del peristilio si trovò faccia a faccia con Numeriano, che
-andava in traccia di lei.
-
-— Ah! — esclamò egli, prendendola amorevolmente per mano.
-
-— Chi cercavi? Caia? — diss'ella sorridendo. — Eccoti Caia! —
-
-Il nostro cavaliere ebbe una stretta al cuore, udendo quelle audaci
-parole. E rimase lì, incerto, tra il desiderio di uscire dal suo
-nascondiglio e la paura di farsi scorgere alle calcagna di lei.
-
-Tutto ad un tratto udì le voci de' suoi degnissimi amici, che tornavano
-dalla loro esplorazione.
-
-— Vi dico, — insisteva Giunio Ventidio, — che erano essi. Elio Vibenna,
-non li hai tu riconosciuti?
-
-— Ma, ecco, — rispose Vibenna, — ho veduto uno, qui nel viale, che
-si avviava da quella parte, e al suo portamento mi è sembrato Caio
-Sempronio. Quanto a lei, è chiara; se non era in casa.... Che ne dite
-voi altri?
-
-— Certo, doveva esser fuori. Ah, come vogliamo ridere! — gridò Postumio
-Floro.
-
-— Amici, date retta a me; — ripigliò Giunio Ventidio. — Piantiamoci
-qui, in vista dell'uscio. Da quel prato scoperto avranno sempre a
-passare. —
-
-Caio Sempronio fremette, pensando alle conseguenze, se Delia non fosse
-stata più pronta ad uscire.
-
-— Bricconi! — borbottò egli tra i denti. — Ecco gli amici! —
-
-Il suo soliloquio fu interrotto alle prime parole da una esclamazione
-di Elio Vibenna.
-
-— Che vedo! Guardate là, nel vano dell'uscio....
-
-— È Numeriano; — disse Postumio.
-
-— Con una donna; — soggiunse Vibenna. — Non vi par Delia?
-
-— Sicuro, è lei. Per Ercole, da dove è passata?
-
-— Forse non era in giardino.
-
-— Anzi, c'era, ed è rientrata or ora, mentre noi stavamo per giungere
-in vista della casa.
-
-— Vedete che disdetta!
-
-— Si sapesse almeno dov'è Caio Sempronio! —
-
-Il cavaliere si morse le labbra.
-
-— È appunto quello che non saprete; — pensò egli tra sè.
-
-E quatto quatto si allontanò da un'altra banda. Conosceva poco gli orti
-Ventidiani, ma capiva così in digrosso che il dio Termine non doveva
-essere troppo lontano. Infatti, seguitando un viale che andava in
-direzione parallela al lato posteriore della casa, dopo fatti trecento
-passi, trovò il muro di cinta.
-
-— Ci siamo; — diss'egli; — ora bisognerà trovar modo di
-scavalcarlo. —
-
-Il muro era piuttosto alto, ed egli, quantunque aitante della persona,
-non giungeva colle mani ad afferrarne la cima. Diede un'occhiata
-in giro, invocò Mercurio, il dio degli astuti, ed ebbe la fortuna
-di trovare il fatto suo in un tronco di betulla, che giaceva mezzo
-fradicio in un angolo. Lo prese, lo trasse a sè, e appoggiatolo al
-muro, tastò col piede l'inforcatura di un ramo. Sembrandogli che
-potesse resistere quanto gli bisognava per afferrare la meta, prese
-subitamente l'abbrivo. Scricchiolò il ramo e si ruppe; tremarono gli
-embrici che facevano tetto alla cima del muro; ma il nostro eroe si
-tenne aggrappato alla sua conquista, e facendosi puntello dei gomiti
-giunse finalmente a mettere un ginocchio sull'embriciata. Oramai non
-c'era più da temere; Caio Sempronio stava a cavalcioni sul muro.
-
-Diede allora un'occhiata dall'altra parte. Gli orti Ventidiani
-confinavano di là con una viottola campestre, il vico di Silvano,
-che egli ben conosceva. Una rifiatata di contentezza salutò la
-scoperta. L'altezza del muro l'aveva misurata nel salire; poteva
-dunque discendere, anzi lasciarsi cadere senza pericolo nella
-viottola sottostante. Detto fatto, spiccò il salto e cadde in piedi,
-ma tirandosi dietro due tegoli dell'embriciata, che già aveva scossi
-nell'ascendere.
-
-Potete immaginare che non istette a raccattarli. L'essenziale era di
-avere delusa la curiosità indiscreta dei suoi garbatissimi amici. Una
-ripulita alla tunica, che in quello strofinìo sul muro doveva essersi
-un po' stazzonata, ed egli avrebbe potuto, seguendo la viottola,
-riuscire sulla piazzetta davanti alla casa di Numeriano.
-
-Per altro, aveva fatto i conti senza un certo bruciore, che sentì
-d'improvviso al ginocchio, nel muovere i primi passi. Tastò dove gli
-doleva e si accorse d'essersi fatta una scorticatura alla pelle. Di
-certo grondava sangue; poco, probabilmente, ma quanto bastava per
-accusarsi, se alla vista di tutti gli fosse sgocciolato lungo la gamba.
-
-Anche qui non gli venne meno l'assistenza del nipote d'Atlante. Una
-casetta campestre era là, a mezza strada. Tizio Caio andò a quella
-volta, diede una spinta al cancello ed entrò. Una povera vecchia stava
-in cucina, rigovernando alcuni piatti di stagno. Chiese un po' d'acqua
-e lavò la sua scalfittura, che non era gran cosa, e poteva nascondersi
-benissimo sotto il lembo della tunica inferiore. Pose mano alla borsa,
-diede alla vecchia una moneta d'oro, non avendone d'argento, ed uscì,
-senza badare agli atti di meraviglia e agli inchini della povera donna.
-
-Tutto ciò in un brevissimo spazio di tempo. Giunto sulla piazzetta,
-si ficcò in mezzo alla plebe, che stava sempre accalcata davanti alla
-casa, a contemplare l'illuminazione della facciata, che si andava
-spegnendo man mano. Il rientrare non gli fu difficile, e nemmeno il
-raccontare una frottola all'ostiario, per colorire in qualche modo la
-sua uscita in istrada.
-
-— Ah, finalmente, ti trovo! — esclamò Numeriano, vedendolo nell'atrio.
-— Credevamo che tu fossi partito senza dir nulla e Delia ne era
-addoloratissima, perchè voleva salutarti, ringraziarti ancora una volta
-di quanto hai fatto per noi.
-
-— Delia è troppo buona; — mormoro Caio Sempronio. — Ero venuto dietro
-di te al balcone, quando gettavi le noci, ed ho veduto nella folla un
-servo di Clodia Metella. Pensando che chiedesse di me, sono uscito per
-andarlo a cercare. —
-
-La bugia era detta e l'amico se l'aveva bevuta. Caio Sempronio entrò
-allora dalla fauce nel peristilio e andò a piantarsi sull'uscio che
-metteva in giardino. Ventidio, Vibenna e Postumio Floro, erano ancora
-laggiù alle vedette.
-
-— Amici, che si fa? — gridò Caio Sempronio. — Si piglia il fresco?
-Badate, il tempio della dea Mefite non è lontano e l'aria della notte è
-pericolosa pei capi scarichi. —
-
-I tre curiosi si guardarono in faccia. Avevano l'aria di cascar delle
-nuvole.
-
-— Come? Anche lui, dentro? — borbottarono. — Non ce n'è andata una
-bene! —
-
-La notte era inoltrata e i convitati ad uno ad uno abbandonavano
-la casa di Numeriano. Il nostro cavaliere adempì all'ultimo ufficio
-dell'auspice, conducendo gli sposi alla camera nuziale.
-
-— Salve, o Caia, — diss'egli alla sposa. — Giunone ti guardi.
-
-— Si, son Caia davvero; — mormorò ella, dandogli un'occhiata assassina.
-
-Quella notte, l'auspice di Numeriano se ne andò difilato a casa,
-facendo questo conto tra sè:
-
-— Non ne ho più due alle spalle, ne ho tre. Glicera, Clodia, Delia;
-le tre Grazie, insomma. Apollo non saprebbe desiderarsi di più.
-E quel brontolone di Lisimaco sarebbe capace di non mostrarsene
-contento. —
-
-
-
-
-CAPITOLO XVII.
-
-Viaggio a Citera.
-
-
-Povero Lisimaco! Povero servo fedele, che lavorava con tanta
-perseveranza e con tanta onestà a puntellar l'edifizio! Avesse almeno
-pensato a tagliarsi un abito dalla pezza, per offrirlo al padrone,
-quando egli si fosse trovato ridotto agli sbrendoli! Sarebbe stato un
-bel tanto di sottratto alle unghie di Furio Spongia, di Crispo Lamia e
-di Servilio Cepione.
-
-Di Cepione? Sì, anche di Cepione. Mi chiederete come c'entrasse lui;
-e, poichè la domanda non mi sembra irragionevole, farò di appagare la
-vostra curiosità. Qualche giorno dopo i fatti che vi ho narrati, il
-ricco e adiposo argentario entrava nelle grazie di Caio Sempronio.
-
-Gran bell'anima doveva esser quella di Servilio Cepione. Quando si
-dice che l'apparenza inganna! Sotto quella montagna di carne palpitava
-dunque un bel cuore? Nessuna traccia gli era rimasta di quella ruggine
-che avete veduta nascere in casa di Clodia Metella. Anche l'offesa
-toccata alla sua vanità, all'uscita del teatro di Pompeo, era stata
-dimenticata. Servilio Cepione doveva aver dato un tuffo nell'acqua di
-Lete.
-
-Quanto al nostro cavaliere, perchè avrebbe egli serbato rancore contro
-il vecchio argentario? I felici non hanno tempo ad odiare. È già molto
-se ricordano. E Tizio Caio non ricordava nemmeno; una cosa sola gli
-stava in mente; che Cepione era diventato il suo banchiere, e che egli
-poteva prender danaro a lunga scadenza, evitando la noia di parlare a
-Lisimaco e di vedersi fare il muso lungo un braccio, ogni qual volta
-gli toccasse quel tasto.
-
-Contro il suo costume, Servilio Cepione aveva imprestata una grossa
-somma a Caio Sempronio, senza chiedergli nessuna guarentigia, senza
-cercare, come suol dirsi, il nodo nel giunco.
-
-— Tu sei ricco e puoi spendere; — gli aveva detto, alzando bonariamente
-le spalle. — Beato te! Quanto al margine delle tue sostanze, ci vorrà
-tutto il denaro delle Botteghe Vecchie, prima che si giunga a far pari.
-Del resto, siamo patrizi, o non siamo. E se non c'è fede tra noi, con
-chi ha da essere? —
-
-Potete immaginare che Tizio Caio non s'ingegnasse di levargli quella
-buona opinione. Il banchiere parlava meglio di Lisimaco, e questo era
-l'essenziale.
-
-Intanto, il fedele arcario, vedendo che il padrone da qualche giorno
-aveva meno bisogno di danaro, pose lo spirito in pace e fu ad un pelo
-di credere che egli mettesse finalmente giudizio. Ad onore della sua
-perspicacia debbo soggiungere che quella maniera di pensare gli durò
-poco, assai poco.
-
-— Doman l'altro io parto per Baia; — gli disse un giorno Caio
-Sempronio; — e rimarrò per tutta la stagione della bagnatura.
-
-— Mio signore, Nettuno ti guardi. E.... — soggiunse il vecchio servo,
-andando timidamente incontro alla parte noiosa del colloquio, —
-m'immagino che ti occorrerà una certa somma di danaro.
-
-— Non molto, Lisimaco, non molto; — disse il cavaliere, crollando la
-testa. — Mi basteranno da quindici a ventimila sesterzi. —
-
-Lisimaco respirò; ma quella sua rifiatata non escludeva la meraviglia.
-E il fedele arcario non poteva mica dissimularla al padrone.
-
-— Sai, — ripigliò il cavaliere, — laggiù si spende meno che a Roma. Si
-sta in acqua molte ore del giorno; si fanno gite campestri; tutte cose
-che domandano poco. La spesa maggiore è quella del viaggio. —
-
-L'arcario cascava dalle nuvole.
-
-— Dove andiamo, Dei buoni! diss'egli tra sè. — O il padrone vuol
-morire, o tira il danaro da un'altra parte. —
-
-Questa conseguenza delle sue argomentazioni non era tale da lasciarlo
-tranquillo. Ma come fare, per vederci chiaro? Il povero Lisimaco dovè
-per quella volta attaccare la voglia all'arpione.
-
-Bene immaginò dove s'andava a finire coi risparmi del padrone, quando
-vide capitare davanti all'uscio di casa un carpento, una basterna,
-una reda, tutta una salmeria di cocchi e di bagagli, come se si fosse
-trattato di andare per una spedizione contro i Reti, o nella Gallia
-Narbonese.
-
-Il carpento era una vettura a due ruote, ricoperta da una tenda e
-fornita di cortine, con le quali si potesse chiuderla davanti, capace
-di contenere due o tre persone, e tirata da un paio di mule. Era la
-vettura usata dalle matrone romane in viaggio, fino dalla più remota
-antichità, come si vede in Tito Livio, dove narra di Lucumone e di sua
-moglie, al loro arrivo in Roma.
-
-La basterna era una specie di lettiga, o palanchino, a uso speciale
-delle dame; veicolo chiuso, portato da due muli, uno davanti e l'altro
-dietro, ciascuno attaccato ad un distinto paio di stanghe. Clodia
-Metella, quando fosse stanca dei sobbalzi a cui andava soggetto il
-carpento, poteva riposarsi nella molle andatura della basterna.
-
-Quanto alla reda, era questa un grande e spazioso carro a quattro
-ruote, fornito di parecchi sedili, in guisa da essere adatto al
-trasporto d'una numerosa brigata, coi suoi bagagli e provvigioni.
-Somigliava allo _char-à-banc_ dei Francesi, ed anzi esso stesso, come
-il vocabolo ond'era denominato, doveva essere d'origine gallica. Lo
-usavano i Romani, al tempo di Cicerone, così in città come in campagna.
-Annio Milone andava a Lanuvio su d'una reda, con la moglie Fausta e
-coi musicanti di lei, quando fece sulla via Appia il brutto incontro di
-Clodio.
-
-Lisimaco non sapeva ancora tutto. Non sapeva, per esempio, che,
-oltre alle varie specie di vetture per comodità della sua compagna di
-viaggio, il cavaliere aveva fatto allestire un talamègo nel porto di
-Tarracina, dove la via Appia toccava per la prima volta il mare.
-
-Talamègo? Che diavol è? Non vi spaventate, o lettori; talamègo viene da
-talamo, ossia camera da letto.
-
-Era una barca di gala, inventata dai Greci di Alessandria per le
-gite di piacere sul Nilo, splendidamente addobbata, fornita di tutto
-quanto fosse necessario ad una lieta compagnia, perfino di camerini da
-dormire; insomma, un quissimile, se non nella forma, negli usi, delle
-nostre golette da diporto.
-
-Clodia Metella aveva già annunziata la sua partenza per alla volta di
-Baia, e i lettori rammenteranno a questo proposito le pungenti domande
-di Valeria Lutazia. Ma, ci andasse ella con Celio Rufo, o con altri,
-il fatto era questo, che Clodia amava moltissimo il soggiorno di
-Baia, come lo amavano tante famiglie patrizie degli ultimi tempi della
-repubblica.
-
-Imperocchè, non è da credere che il golfo di Baia, col suo capo Miseno,
-Bauli, Cuma, il lago Lucrino ed il lago d'Averno, sia stato solamente
-un luogo di delizia pei successori d'Augusto. Assai prima che Marcello,
-l'erede presuntivo di questo imperatore, andasse a morirvi d'una
-malattia di petto, presa a curare un po' tardi, i medici consigliavano
-ai patrizi cagionevoli di salute e alle patrizie ammalate di nervi, le
-acque e il clima di Baia, benigno sempre e senza inverno. Giulio Cesare
-ci aveva una villa; un'altra, a gran pezza più sontuosa di tutte, ce ne
-aveva Ortensio, il coetaneo e il rivale di Cicerone; e in questa villa,
-dove risiedettero in processo di tempo parecchi imperatori, Nerone si
-abboccò l'ultima volta con sua madre Agrippina.
-
-Oggi, col benefizio delle strade ferrate, i ricchi romani vanno per le
-bagnature a Palo, l'antica Alsio, a Rimini, a Senigallia; allora invece
-andavano a Baia, a Pozzuoli, a Pompei, percorrendo volentieri distanze
-di gran lunga maggiori, quantunque non avessero ancora un servizio
-regolare di poste e vetture sospese sulle molle.
-
-La felice coppia si mise adunque in cammino. Clodia Metella era salita
-sulla reda, insieme con le sue ornatrici e coi servi più strettamente
-necessarii alla sua persona. Caio Sempronio dal canto suo s'era
-mosso dal Viminale, col suo piccolo esercito, ed aveva operata la sua
-congiunzione con lei, subito fuori della porta Capena.
-
-Si viaggiava sulla via Appia, la più grande e la più celebre di tutte
-le vie maestre d'Italia, che andava direttamente da Roma a Tarracina,
-donde si spingeva a Capua e di là fino a Brindisi, diventando così la
-linea principale di comunicazione con la Grecia, con la Macedonia e
-con l'Oriente. _Regina viarum_ l'ha detta Stazio; e fu eziandio la più
-antica di tutte, essendo stata incominciata dal censore Appio Claudio
-il Cieco, nell'anno 441 di Roma.
-
-Ad un certo punto della strada, in vista dei colli Albani, tra Aricia e
-Bovilla, era il luogo in cui due anni addietro era accaduto lo scontro
-di Annio Milone col tristo fratello di Clodia. Ma la nostra bella
-viaggiatrice era una donna forte, e passando di là non diè segno di
-verun turbamento; anzi, lasciò che i suoi si fermassero, per dar da
-bere ai cavalli, e per bere eglino stessi, a quella medesima osteria
-nella quale era stato trasportato Clodio morente, per la stoccata
-ricevuta nelle spalle da Birria, il fiero gladiatore di Annio Milone.
-
-A Tarracina (l'antichissima _Anxur_) presso il monte Circèo, famoso
-per le malie di un'altra seduttrice d'uomini, i due amanti smontarono
-dal cocchio. Clodia Metella credeva di dover fare una breve sosta
-colà, per continuare poscia la strada fino a Capua, donde la via Appia
-si congiungeva alla Consolare, che doveva metterli a Cuma, ed era
-ben lunge col pensiero dalla improvvisata che appunto nel porto di
-Tarracina le aveva preparata il magnifico cavaliere.
-
-Una bellissima nave, tutta dipinta di bianco e listata di rosso, colle
-vele tinte di croco e coll'aplustre vagamente rigirato in forma d'ala
-d'uccello in cima alla poppa, stava sulle àncore nella rada. Era il
-talamègo di Caio Sempronio.
-
-— Padrona mia, vuoi tu salire su quella nave, — diss'egli, — e fare
-per acqua il rimanente del viaggio? Il mare è tranquillo, e Deiopea, la
-bellissima tra le Nereidi, ammirerà per la seconda volta una donna più
-bella di lei.
-
-— E quando è stata la prima? — domandò Clodia Metella, che non
-intendeva ancora tutta la finezza del complimento.
-
-— Oh la prima è lontana da noi di molti secoli, e la vezzosa Nereide
-ha avuto anche il tempo di dimenticarsene. Alludo al viaggio marino
-d'Afrodite, al quale può bene paragonarsi il tuo, mia divina signora.
-Tu sei bella del pari, e l'unica differenza sta in ciò, che questa
-volta la conchiglia è più grande. —
-
-Salita sul talamègo e notata la vaga disposizione d'ogni cosa in quel
-galleggiante nido d'amore, Clodia Metella espresse nelle più soavi
-parole la sua gratitudine per Caio Sempronio.
-
-— Non c'è in Roma un uomo che possa starti a paro; — diss'ella,
-concedendo ai baci del cavaliere la sua mano leggiadra; — ed io t'amo
-oggi più che mai. —
-
-La nave, spinta da due ordini di remi, entrò di lancio nelle acque
-più poetiche del Tirreno. Sulla sinistra il curvo lido dei Lestrigoni,
-le rupi cavernose su cui sorgeva Gaeta, la spiaggia di Formia, su cui
-Scipione Africano e l'amico Lelio avevano costume d'ingannare il tempo
-raccogliendo nicchi marini, la sacra selva di Marica alla foce del
-Liri, Volturno, Literno, e la rocca di Cuma; sulla destra le isole,
-tra cui grandeggiavano Ponzia e Pandataria; e più lunge, attraverso
-il cammino della nave, le due belle Pitecuse, Inarime e Pròchita, oggi
-Ischia e Procida, illuminate dalla rosea luce del tramonto.
-
-Il giorno dopo, inoltrandosi la nave tra l'isola di Procida e il capo
-Miseno, si offerse ai loro occhi la più meravigliosa veduta del mondo.
-Allora non si parlava ancora di Bisanzio, e Costantino non era anche
-venuto fuori, per fondare una città che contendesse la palma della
-possanza a Roma e il pomo della bellezza a Napoli e Cuma. I due golfi
-di Baia e Partenope, col capo Miseno a sinistra, il Vesuvio a destra
-e la punta di Posilipo nel mezzo, erano allora i più bei luoghi che
-potesse immaginare fantasia di poeta.
-
-Lido veramente incantevole, che tutti conoscete, o di veduta, o per
-fama. Eppure, vedete, doveva essere allora due cotanti più bello, con
-quella sua fila di ricche e popolose città, con tutti que' boschi che
-la reverenza umana consacrava agli Dei. Oggi parecchie di quelle città
-sono cadute in rovina e non offrono allo sguardo del viaggiatore che
-umili borgate di pescatori; intorno ai santuari sparsi per le colline,
-i boschi sono scomparsi, e quelle care divinità che li abitavano, o
-sono andate in frantumi, o hanno presa la via del Museo Nazionale.
-Ma allora!... Da capo Miseno fino al promontorio di Posilipo (in
-greco: cessa dolori), era una lunga e gaia sequela di città e di ville
-sontuose, frastagliate qua e là da corsi d'acqua e da sproni di colline
-digradanti sul mare; Miseno, sacro alla memoria del trombettiere di
-Enea, la ridente Baia, e la vecchia Cuma, con le sue torri che facevano
-fronte a due mari, e coi suoi tre laghi, l'Acheronte, l'Averno e il
-Lucrino, in mezzo alle cui tacite ombre gli antichi avevano collocati i
-regni della morte, l'Erebo e l'Eliso, dove, udita la fatidica Sibilla,
-discese il fuggiasco di Troia a visitare gli estinti e i non nati.
-
-Colà si davano mano la mitologia e la storia. Quello era il mare
-solcato per la prima volta dai Pelasgi, quelli i lidi visitati dagli
-Argonauti, da Ulisse e dal figliuolo d'Anchise. Il genio d'Omero
-e quello di Virgilio vi si aggirano ancora. Le isole delle Sirene,
-Palinuro, vi ricordano a un tempo l'Odissea e l'Eneide.
-
-Andiamo più oltre verso levante; ecco Dicearchia, o Puteoli, col suo
-tempio famoso di Giove Serapide e coi campi flegrèi alle spalle. Più
-oltre ancora è Posilipo, con la famosa villa di Vadio Pollione, giù di
-Licinio Lucullo, Posilipo, grazioso promontorio con due grotte scavate
-nei fianchi, una delle quali, ingrandita via via, si chiamerà per un
-pezzo la _cripta neapolitana_. Giriamo la punta; ecco un golfo cinque
-o sei volte più grande, con le due città sorelle di Palepoli e di
-Neapoli, succedute alla gloria della vecchia Partenope, fenicia sirena
-con nome greco. Avanti ancora; ecco le città di Ercolano e Pompei,
-distese ai piedi del dormente Vesuvio, nel cui cratere selvoso si
-cacciava il cinghiale. Più lunge è Stabia, dove il lido s'incurva, con
-la bella Surrento, e il promontorio di Minerva, da cui sembra essersi
-spiccata l'incantevole isola di Capri, già famosa per le sue uve, ma
-non ancora per le immani lascivie di Tiberio. E là, dietro il capo
-di Minerva, azzurreggia la costa, lasciandovi intravvedere il golfo
-Posidonio e la valle di Pesto, celebrata per la fragranza delle sue
-rose e per la magnificenza dei suoi templi immortali.
-
-Le due città maggiori, di cui vi ho detto, Palepoli e Neapoli,
-biancheggiano sui fianchi di un anfiteatro di colline, interrotto nel
-bel mezzo da un monte, che s'avanza a guisa di sprone sulla riva del
-mare. È quello il monte Echia, che si chiamerà un giorno Pizzofalcone,
-e che, seminato di case, confonderà le due figlie di Partenope in
-una. Quell'isoletta, che sorge poco lunge dal lido, è Megaride, che
-i futuri abitanti di Napoli paragoneranno ad un uovo. Torniamo verso
-ponente, per compiere il quadro; l'isola bella che fronteggia Pozzuoli,
-è Niside; quei due scogli più vicini alla spiaggia si chiamano Limone
-ed Euplea. Su quest'ultimo si eleva il tempio di Venere Euplea, dove
-i marinai vanno a prender gli auspicii di un felice viaggio, prima di
-mettere alla vela per lo stretto di Zancle, dove latrano assiduamente i
-cani di Scilla e mugghiano i gorghi dell'opposta Cariddi.
-
-Una vecchia tradizione, raccolta da Omero, narrava che le Sirene,
-bellissime cantatrici le cui membra terminavano in coda di pesce,
-abitassero quel mare, e che una di loro, chiamata Partenope, si
-uccidesse pel dolore di non aver potuto trattenere Ulisse e i suoi
-compagni col canto. La tomba di lei fu rinvenuta nell'edificare
-una nuova città, e questa dal nome di lei, fu detta Partenope. Mito
-gentile, che non ha perduto ancor nulla della sua primitiva freschezza.
-Le Sirene abitano tuttavia quelle isole e quelle rive incantate; per
-non cedere ai dolci inviti, bisogna proprio essere Ulisse, e aver gravi
-negozi che vi richiamino a casa.
-
-Lettori, vi ho forse annoiato, con questa mia fermatina sul golfo
-Cumano. Abbiate pazienza. Le Sirene cantavano, ed io non ho pensato in
-tempo a turarmi gli orecchi con la cera. Quando vedo Napoli, moderna
-od antica che sia, non so più spiccarmi da lei. Napoli possiede il
-mio cuore, e gli archeologi di là da venire potranno farne ricerca, se
-credono che ne valga la spesa. Esso è stato lasciato da me (vedete che
-profanazione!) in un cantuccio della tomba di Virgilio, nella prima
-nicchia a man destra.
-
-La villa presa in affitto da Tizio Caio Sempronio per allogarvi i suoi
-splendidi amori, era una delle più belle del golfo, e Clodia Metella,
-invaghita del luogo, gli pose il nome di Citera. Sorgeva il palazzo
-poco lunge dalla spiaggia, in mezzo a una selva di pioppi è di allòri,
-tra le ultime case di Baia e le prime di Bauli, godendo intiera la
-vista di Niside e delle altre isolette minori, di Posilipo e della
-villa di Licinio Lucullo, di Pozzuoli e della villa di Cicerone.
-
-Marco Tullio aveva poderi da per tutto; in Arpino, sua patria, a
-Tuscolo, a Pozzuoli, a Pompei. Portentoso uomo, che parlò tanto, pensò
-tanto, viaggiò tanto, scrisse tanto, e trovava ancora il tempo per
-riposarsi e scriver lettere agli amici! Quest'ultima è la cosa di lui
-che mi meravigli di più.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVIII.
-
-Luci ed ombre.
-
-
-Ricordo d'aver letto, ai tempi della guerra di Crimea, una storia
-pittoresca di Russia, dove le vignette usurpavano il luogo del testo.
-Pochi versi di stampa, messi a piè di pagina, aiutavano a spiegare, e
-sempre in modo burlesco, i capricci della matita. Ad un certo punto mi
-avvenne di leggere che il regno di Ivano III (o secondo, o quarto, chè
-non rammento bene, e del resto importa poco) fu tutto una macchia di
-sangue. E la macchia c'era, e occupava i due terzi della pagina.
-
-Ora, per dirvi qualche cosa del soggiorno di Tizio Caio Sempronio negli
-ozi di Baia, dovrei far capo anch'io ad uno spediente di quella fatta;
-e questo capitolo potrebb'essere rappresentato utilmente da una foglia
-di fico. Scelgo questa, perchè è la più larga tra tutte le foglie
-classiche; ma, se a voi piacesse meglio, o lettori, potrebb'essere
-anche una foglia di banano.
-
-L'amore è una cosa che non si racconta. Perchè m'indugerei io a
-sminuzzarvi un affetto, in cui entrano tanti ingredienti disparati e
-bizzarri? Neanche l'essenza di gelsomini, stillata con tanta cura dal
-profumiere, ci guadagnerebbe nella nostra estimazione, ad essere veduta
-in tutte le trafile per cui deve passare, prima di esserci servita in
-una ampollina di cristallo arrotato.
-
-Si volevano bene; erano belli; erano giovani. Lui più di lei, ma una
-donna ha soltanto gli anni che mostra; e poi, Caio Sempronio non faceva
-all'amore col calendario alla mano, e la lista dei consoli l'aveva
-lasciata in Campidoglio, affidata alle cure dei custodi del Tabulario.
-Qualche lettrice avrebbe voluto nel mio protagonista un amore in cui
-c'entrasse per due terzi la stima, quella stima che ci è inspirata
-dalla verecondia e dalla dignità della donna. Ma a que' tempi l'amore
-non era tanto sofistico. Si facevano statue alla verecondia, alla
-pudicizia e a tutte l'altre virtù congeneri; ma erano bei simulacri
-di donne, a cui s'appiccicava quella scritta; donne molto vestite,
-per ottenere bei partiti di pieghe; e la cosa non portava altre
-conseguenze.
-
-Del resto, il mio cavaliere non aveva neanche veduto quella bellissima
-statua della Pudicizia, che ho veduta io, allogata in una nicchia, al
-primo piano dello scalone del palazzo Capitolino; bellissima statua,
-scolpita probabilmente dopo di lui e in tempi anche peggiori del suo,
-perchè erano i tempi di Roma imperiale. Clodia Metella era bellissima
-tra le belle; era patrizia, e in eleganze, in sottigliezze d'amore,
-valeva tre Greche. Poteva egli chieder di più?
-
-Inoltre, egli amava con furia, senza guardarsi intorno, nè avanti.
-Sentiva così confusamente nel suo cervello che era un uomo perduto, che
-quella vita spensierata non sarebbe potuta durare più molto, e chiudeva
-gli occhi.... Cioè, intendiamoci, gli occhi della mente, perchè gli
-altri, i più utili ai bisogni della vita quotidiana, li teneva aperti e
-fissi nel volto della donna amata, di cui non poteva saziarsi.
-
-Ed anche lei non restava da meno. Come non amare un uomo giovane e
-bello, che contentava tutti i suoi capricci, e quasi quasi non le
-dava il tempo di averne, tanto era sollecito a precorrerli con le sue
-splendidezze? Tenera, obbediente e carezzevole come una schiava, quella
-fiera matrona, per cui tanti uomini avevano palpitato e tanti erano
-finiti male, gli si prostrava qualche volta ai piedi, e, puntellando
-i gomiti sulle ginocchia del giovane, sorreggendosi tra le palme la
-bellissima testa arrovesciata, e figgendo i suoi grandi occhi in quelli
-di lui, quasi volesse leggergli in fondo dell'anima, gli chiedeva con
-accento infantile: — dimmi su, bel cavaliere, quante donne hai amato? E
-quante t'hanno amato al pari di me? —
-
-Care domande astute, lacci tesi, sotto le apparenze ingannevoli di
-uno slancio di tenerezza! Un uomo non deve lasciarsi cogliere a queste
-lustre; non deve risponder mai la verità, anche quando gli paia meno
-pericoloso il farlo. Se avviene che Don Giovanni apra la bocca e si
-lasci cadere uno o due nomi, anche l'Elvira meno gelosa va tosto su
-tutte le furie. Il sentimento della vanità e quello della rivalità,
-naturale, a quanto dicono i pratici, nelle figlie d'Eva, assai più che
-l'amore, ed anche dove non entri l'amore, le fanno dare nei lumi.
-
-E voi, signori, non siete forse della medesima pasta? Che cosa
-fareste voi, se una donna, pregata e supplicata, perdesse tanto della
-sua accortezza, da lasciarvi intendere quanti siano stati i vostri
-antecessori, non già nelle sue grazie, ma solamente nei ricorsi in
-grazia?
-
-Io so, per esempio, di un mio svisceratissimo amico, il quale si
-era nei primi anni della sua giovinezza perdutamente invaghito di
-una madonna di Raffaello, che egli credette spiccata dal quadro
-espressamente per lui. La prima volta che egli potè trovarsi accanto
-alla diva e passeggiare con lei a lume di luna, credete pure che gli
-parve di toccare il cielo col dito, e che, da buon figliuolo, lasciò
-trapelare tutte le sue intenzioni coniugali. Non l'avesse mai fatto!
-La madonna di Raffaello, anzi del beato Angelico, trovò modo di
-passare in rassegna, a quel lume di luna, tre splendide occasioni di
-matrimonio, che le erano trascorse davanti, ma ohimè, senza fermarsi
-il tempo necessario per essere afferrate. Immaginate voi con che cuore
-la udisse il mio innamorato e che muso lungo rischiarasse quel poetico
-lume di luna. Alla prima cantonata guardò l'orologio, tirò in ballo un
-appuntamento, e prese commiato, promettendo una visita pel giorno dopo.
-La madonna del beato Angelico l'aspetta ancora.
-
-— Ne ha persi tre; — diceva l'amico in cuor suo, mentre andava
-svoltando il canto; — orbene, al primo che le capita, potrà
-raccontare... d'averne persi quattro. —
-
-Gabellatemi la digressione, mentre io ritorno a Caio Sempronio. Il mio
-cavaliere, da uomo prudente, si tenne sui generali; rise, menò il can
-per l'aia, non volle dir nulla. Sarebbe stata bella davvero, che avesse
-raccontate lì per lì tutte le sue mirabili imprese! Ce n'era una tra
-l'altre, e la più recente di tutte, che non gli lasciava la coscienza
-tranquilla.
-
-Nei primi due mesi del suo soggiorno a Citera, aveva ricevuto lettere
-da tutti gli amici, perfino di quelli da starnuti; ma neppur una da
-Numeriano, dal più caro di tutti. Era quello il suo sopraccapo, l'_atra
-cura_ che di tanto in tanto gli dava un picchio al cervello.
-
-Si sentiva colpevole, ma non per suo deliberato proposito. I fati
-l'avevano voluto; _sic fata tulere_. Ora, se Cinzio gli avesse scritto,
-il nostro cavaliere si sarebbe levato un gran peso dal cuore.
-
-Un giorno gli capitò un uomo fidato da Roma. Gli recava parecchie
-lettere, una delle quali in carta jeratica, che egli svolse per la
-prima, dopo averne rotto il suggello.
-
-Mentre egli legge, parliamo un po' della carta da scrivere presso gli
-antichi Romani. Era fatta di sottili falde di corteccia di papiro
-e se ne conoscevano dieci qualità differenti: la _jeratica_, detta
-anche regia, che era la più antica, e che vediamo menzionata anche
-da Catullo; la _fanniana_, fabbricata in Roma, e così chiamata dal
-fabbricante Fannio; la _dentata_, così detta, non perchè avesse i
-denti, ma perchè era lisciata e ripulita con un dente d'animale, per
-ottenere una superficie levigata da sdrucciolarvi sopra la penna,
-come la carta lustra dei moderni; l'_anfiteatrica_, la _saitica_, la
-_lenotica_, qualità inferiori, così denominate nei luoghi nei quali
-erano fabbricate; l'_augustana_, chiamata più tardi _claudiana_, che
-fu, sotto l'impero, la qualità migliore; la _liviana_, così detta in
-onore dello storico Tito Livio, che era la seconda in bontà; poi la
-carta _bibula_, o sugante, così spugnosa e trasparente, da lasciar
-filtrare l'inchiostro e da mostrare le lettere attraverso; e finalmente
-la carta straccia, da involtare le merci, donde il suo nome di carta
-_emporetica_.
-
-Quanto alle tavolette di cera e ai pugillari, che servivano anche per
-scriver lettere, segnatamente se brevi, ne ho già parlato altrove. Ma
-poichè mi ricordo di avervi detto che sulla cera si scriveva con uno
-stilo di avorio, aggiungerò, tornando al papiro, che ci si scriveva
-su con un _calamus_, o penna di canna, spaccata sul becco (donde
-l'appellativo di _fissipes_) e intinta nell'_atramentum_, o liquido
-nero, che si conteneva nell'_atramentarium_. Questo era il calamaio,
-nel significato moderno della parola; laddove il _calamarius_ degli
-antichi significava il portapenne, o astuccio per portare attorno le
-cannuccie da scrivere. Anche la penna d'uccello si usava; ma il costume
-non va più su del secondo secolo dell'êra volgare, avendone noi il
-primo esempio in mano ad una Vittoria, scolpita nei bassorilievi della
-colonna Traiana.
-
-Questo po' di erudizione scolastica, messa qui pei collegiali, miei
-invidiabili amici, non farà arricciare il naso ai provetti, i quali
-vorranno sapere, io m'immagino, che cosa ci fosse scritto in quel
-rotolo di carta regia, che andava leggendo Tizio Caio Sempronio. Quei
-signori io li contento subito. Ecco la lettera:
-
-«Lisimaco Liberto, a Tizio Caio, suo signore, salute.
-
-Un servo ossequente, ma probo, deve dir sempre la verità intiera al
-padrone. Ora sappi che le cose tue, e non per colpa del tuo servo, che
-ci ha messo ogni studio maggiore...»
-
-— Le solite storie! — interruppe il cavaliere stizzito. — La leggerò un
-altro giorno. —
-
-E arrotolato da capo il foglio, lo gettò nella _capsa_, scatola
-circolare e profonda, col suo coperchio da chiudersi a chiave, che era
-l'arnese necessario di tutti i Romani in viaggio, per metterci dentro i
-loro libri e le carte di maggior conto.
-
-Ciò fatto, prese, a mo' d'antidoto per la stizza, un altro rotolo; ma
-questo era di carta dentata, e non avea l'aria di appartenere alla
-categoria dei fogli noiosi. Lo aperse; era una lettera scritta in
-greco, che allora, mi pare d'averlo già detto, era conosciuto in Roma
-quasi come oggi da noi il francese.
-
-Il cuore gli diede un sobbalzo, avendo egli riconosciuti alla bella
-prima i caratteri di Delia Cinzia.
-
-«Egli sa tutto (diceva la lettera, in cui, per la fretta, erano ommesse
-le frasi di cerimonia). Come ne sia venuto in chiaro, non so, nè mi è
-importato cercare. Non ho negato nulla, perchè non son usa a mentire;
-ma ho alzata alla mia volta la voce ed ho minacciato di andarmene. Egli
-è tornato mansueto come un agnello; piange e m'ama sempre più. Ma se
-tu vuoi, esco da questa casa e per sempre, non lasciando altro che il
-dolce ricordo di un'ora felice.»
-
-— » No, per gli Dei! Non ci mancherebbe altro! — gridò Caio Sempronio,
-come se ella fosse davanti a lui e sul punto di mandare la sua
-risoluzione ad effetto.
-
-— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, che entrava in quel mentre nel
-tablino.
-
-— Nulla, nulla; — rispose il giovane, lasciando che il foglio
-si arrotolasse da sè, e riponendolo nella _capsa_ con l'aria più
-tranquilla del mondo. — È il mio arcario che fa un piagnisteo.
-
-— Dicevi che non ci mancherebbe altro....
-
-— Sì, perchè vuol lasciarmi, se io non metto un po' di misura nello
-spendere. È liberto e può andarsene a sua posta. Ma gli scriverò oggi
-stesso e vedrò d'ammansirlo. —
-
-Quelle spiegazioni, date con molta tranquillità (e lascio immaginare
-a voi quanto gli costasse), appagarono Clodia Metella, che non amava
-molto ragionare di cose gravi, e meno ancora di conti.
-
-La bella e scaltra patrizia ci aveva per questo le sue buone ragioni.
-Non era lei la causa delle lagnanze di Lisimaco, e non doveva anche
-saperlo?
-
-Quel giorno i nostri due amanti dovevano fare una gita a Pompei,
-dove Clodia era stata invitata dalla sua buona amica Giunia Sillana,
-che passava l'estate in quella graziosa città. Bisognava soverchiare
-un'altra volta quella superba matrona, baciarla amorevolmente su
-ambedue le guancie e mettere in mostra un monile di smeraldi, che
-l'avrebbe fatta schiattar dalla rabbia.
-
-Erano corse continue, in cerca di sempre nuovi piaceri. Il talamègo,
-ancorato nelle acque di Baia, era ogni giorno in faccende; oggi a
-Capri, per visitare la grotta azzurra; domani al lago Lucrino, per
-mangiar le ostriche annaffiate col Cecubo; un'altra volta per andare
-a Pozzuoli e passar sotto il naso a Marco Tullio Cicerone, che si era
-fatto lecito di chiamar _quadrantaria_ la più bella e la più desiderata
-tra le patrizie di Roma; e via via, sempre scampagnate, merende,
-conviti, musica, danze e bagni di ninfe.
-
-S'intende che Clodia Metella era sempre gelosa. Guai al nostro
-cavaliere, se gli accadeva di dire a qualche amica di Clodia una frase
-che arieggiasse il complimento!
-
-Quel medesimo giorno essa gli aveva dato i suoi bravi ricordi, prima di
-salir sulla nave.
-
-— Bada, mio bel cavaliere! Giunia Sillana mi vuole; ma l'invito è per
-te. Essa ti guarda troppo e il suo petto è sempre gonfio di sospiri.
-Bada, mio bel cavaliere! Io possiedo un filtro sicuro; se tu non mi ami
-più, mi uccido; e tu morrai dentro l'anno.
-
-— Padrona mia dolce; non ti uccidere, te ne supplico; — rispose Caio
-Sempronio, abbracciandola. — Mi vedresti capitare al passo d'Acheronte
-prima che il vecchio navalestro avesse dato un grido di meraviglia, al
-vedere una così bella conquista. —
-
-Così la chetava egli, tra un complimento e un sorriso, godendo
-profondamente in cuor suo d'essere amato a quel modo.
-
-— Vada a farsi impiccare Lisimaco mio, con tutte le sue spilorcerie!
-Come potrei io abbandonare una donna simile? E possedendola, come non
-circondarla d'oro e di gemme? Per Giove Capitolino, non ne abbiamo noi
-ricoperta una rozza pietra, venuta di Frigia, decorandola col nome di
-Cibele? Ed io non farei altrettanto per una bella donna, che non è di
-sasso per me? Infine, domando io, perchè si vive? —
-
-Io qui capisco benissimo che, se lo avessero udito certi grand'uomini
-di Grecia e di Roma, la logica del mio cavaliere sarebbe stata ridotta
-a mal partito. Socrate, per esempio, gli avrebbe risposto: si vive per
-la virtù; Platone: per la sapienza; Fabrizio: per la patria; Cicerone:
-per la gloria e per tutte le altre cose insieme. Ma questi grand'uomini
-non erano fortunatamente ad udirlo; e se ci fossero stati e gli
-avessero sciorinati i loro altissimi veri, io metto pegno che Caio
-Sempronio non li avrebbe capiti. L'amore non è cieco soltanto; è anche
-un po' sordo.
-
-Il nostro eroe viveva tanto bene laggiù! Neanche a Roma si era mai
-sentito così pienamente felice. Già, Roma era tutta nel golfo Cumano,
-ma Roma allegra e spensierata, senza foro e senza liti, senza ambizioni
-di potere e zuffe al ponte dei suffragi, Roma condiscendente e buona,
-per cui tutto era bene, e che non vi metteva gli occhi addosso, se
-passavate con una bella donnina al braccio, e magari anche con due.
-
-Un giorno egli aveva dovuto allontanarsi dal suo dolce nido, per andare
-fino a Napoli, e far cambiare la forma d'un certo diadema, che Clodia
-Metella doveva portare qualche giorno dopo ad una festa notturna. Tizio
-Caio Sempronio si adattava anche a questi servigi; e credo anzi che
-qualche volta andasse dal calzolaio per scegliere la più aggraziata
-foggia di sandalo o di mulleo, o per raccomandare, pena il suo
-corruccio, che il lavoro fosse fatto a quel Dio.
-
-Clodia Metella era dunque sola, nel suo asilo di Citera, allorquando le
-fu annunziata una visita.
-
-All'udire il nome di chi domandava d'entrare, la bella patrizia fece
-il viso brutto anzi che no. E vedete, di grazia, se non n'era il caso;
-quel tale era Cepione, Servilio Cepione, che si era rotolato fin là,
-attraversando i colli Albani e i monti Tifati, ripetendo insomma una
-parte delle imprese di Annibale. Che cercasse anche lui gli ozi di
-Capua? _Videbimus infra._
-
-— Come? Tu qui? esclamò Clodia Metella, in atto di grande stupore.
-
-— Io, sicuramente... — rispose Cepione, sbuffando dal caldo peggio d'un
-toro. — Ed anche da qualche giorno.
-
-— Bravo! E non sei venuto subito a vederci? — diss'ella, con aria di
-rimprovero, quantunque non ne pensasse proprio una maledetta.
-
-— Come fare, con quel tuo colombo, che è sempre nel nido? Ero venuto
-qua per fare quattro bagnature. È il medico che me le ha ordinate.
-Dice che gli umori serpeggiano, che certe macchie alla pelle non gli
-piacciono (e neanche a me, pel gallo d'Esculapio, neanche a me!), che
-infine l'acqua salsa mi farà bene. Ed io mi diguazzo nell'acqua salsa
-da tre giorni, e la gente mi piglia per un Tritone.
-
-— E già m'immagino che farai fuggir le Nereidi.
-
-— Eh, eh! — rispose il vecchio argentario, con un suo risolino
-asciutto, che era sincero come i rimproveri di Clodia Metella. —
-Padrona mia bella, le Nereidi non somigliano mica tutte a te, che ti
-sei innamorata d'un mercante di tibie. —
-
-Servilio Cepione alludeva alle gambe snelle di Caio Sempronio, che
-certo, paragonate alle sue, così tozze e corte, potevano offrire una
-rassomiglianza con le tibie, che erano i flauti, o, se vi piace meglio,
-i clarinetti degli antichi Romani. Per altro, a Clodia Metella non
-facea comodo di capire l'allusione, così sciocca com'era.
-
-— Che cosa intenderesti di dire? — domandò essa con piglio altezzoso.
-
-— Che il povero Servilio Cepione non conta più nulla, ai tuoi occhi.
-Eppure, padrona mia, egli fu un tempo... un tempo!...
-
-— Sospiri? In verità, ci hai grazia. Par di sentire il mantice di
-Vulcano.
-
-— Venere si ricorda dei giorni passati nella fucina; sta bene; —
-ripigliò Cepione, facendo bocca da ridere. — Sii Venere adunque per
-intiero, e riamami un poco. Vedi, cuoricino, il tuo Vulcano ha la
-fortuna di non essere neanche zoppo.
-
-— Mi fai orrore; va via! — diss'ella, schermendosi.
-
-— Ah, ah! Siamo davvero a questi punti? — esclamò l'argentario,
-inarcando le ciglia e allungando le labbra con quel suo vezzo tra
-l'orgoglioso e il beffardo, che lo faceva rassomigliare ad uno
-scimmiotto quando fa le boccacce. — Tu dunque non vuoi la tua parte?
-
-— Di che?
-
-— Di Caio Sempronio, del tuo fido colombo. Sai, padrona mia bella? Tu
-lo pelavi; noi lo abbiamo arrostito.
-
-— Non capisco.
-
-— Amabile candore! Ti parlerò dunque alla buona. Noi prestavamo i
-danari che tu spendevi, o facevi spendere così allegramente. E ce ne
-sono andati, sai! Come poteva esser diverso? Viaggi e salmerie, da far
-ricordare una legione quando cambia presidio; vesti a carra, ori, perle
-e pietre preziose a palate; uno sciame di servitori; una villa da re;
-una nave di gala, come quella dei Tolomei; feste, conviti, scampagnate;
-tutto ciò rallegra la vita, ma costa caro, assai caro. Lo sappiamo
-ben noi, perchè era tutto sangue nostro. Sicuro, siamo stati noi gli
-spenditori; io, Furio Spongia e Crispo Lamia. Sebbene, quasi quasi si
-potrebbe dire che sono stato io solo, mentre gli altri due non erano
-che i miei prestanomi. Tu mi costi già due milioni di sesterzi, hai
-capito? due milioni di sesterzi. E in meno di sei mesi! Tutto ciò è
-maraviglioso, e Giulio Cesare, il più grande scialacquatore di Roma,
-non avrebbe saputo far meglio. —
-
-Clodia Metella taceva.
-
-— Vuoi tu sapere come io mi sia arrisicato a fargli credito? — prosegui
-l'implacabile argentario. — Dei buoni! Avevo preso a volergli bene.
-È opera tua; amo chi tu ami; tu graffi, io bevo il sangue; tu peli,
-io arrostisco. Il nostro bel cavaliere ha ereditata da suo padre una
-larga sostanza; non così larga come si diceva per Roma, dove tutto
-si esagera, ma pur sempre ragguardevole; poniamo un quattro milioni
-di sesterzi. Ma vedi, quando il giovanotto ha conosciuto, te, divina
-Clodia Metella, ne aveva già divorato due milioni, o quello che certi
-usurai gli avevano dato per questa valuta, ipotecando i suoi fondi. Un
-milione lo ha mangiucchiato lì per lì; tra male spese e regali agli
-amici nella corsa primavera. Due milioni glieli abbiamo imprestati
-noi...
-
-— E ne rimane uno scoperto; — interruppe Clodia Metella.
-
-— Mi piace di vedere come calcoli a volo; — notò Cepione. —
-Sicuramente, c'è un milione di sesterzi, o giù di lì, per cui temiamo
-di dover rimanere allo scoperto.
-
-— E adesso? — chiese ella.
-
-— E adesso vogliamo vederci chiaro. Capirai che non si vuol restare
-così, mentre egli ci domanda dell'altro, e i primi creditori vogliono
-esser pagati. Io, per esempio, comprerei il credito, insieme con Furio
-Spongia e Crispo Lamia, ma prima di far questo passo dobbiamo guardare
-se nelle sue sostanze c'è il pieno per esser pagati.
-
-— Ma dimmi, — ripigliò Clodia Metella, — quanto a imprestargli
-dell'altro...
-
-— Noto con piacere che ti prendi molta cura dei fatti suoi; — disse
-Cepione, ammiccando. — Ma sono dolente di doverti rispondere che,
-quanto a imprestargli dell'altro, non ne faremo nulla. Non ti ho detto,
-e non hai riconosciuto tu stessa, che c'è un milione di sesterzi in
-pericolo?
-
-— Egli dunque...
-
-— Non ha più un asse di suo. E il suo arcario Lisimaco, che ha saputa
-l'intenzione dei primi creditori e conosciuta l'esistenza dei nuovi,
-deve averglielo scritto l'altro dì. Ah, tu hai lavorato di fine,
-Clodia Metella; te lo dico io, che me ne intendo. E adesso, senti;
-quantunque tu sia la donna più generosa del mondo e il cuore di Caio
-Sempronio basti ad ogni tuo desiderio, son pronto, in nome della triade
-argentaria, a farti un presente, che sarà il nostro rendimento di
-grazie.
-
-— Vediamo; — disse la matrona, guatandolo in viso con una espressione
-singolare.
-
-— È un consiglio; — soggiunse egli, ridendo.
-
-— Ah! non so che farne.
-
-— No, rassicùrati, non è nemmeno un consiglio. È una notizia, dalla
-quale tu caverai tutto ciò che ti parrà meglio. Il tuo amante.... ti ha
-tradita.
-
-— Come? — gridò Clodia Metella, i cui occhi scintillarono
-improvvisamente, ma forse non al tutto dalla rabbia.
-
-— Ecco qua; si parla in Roma di certe nozze, alle quali un biondo
-cavaliere era stato invitato, di cui anzi egli era stato l'auspice. Si
-accenna ad una passeggiata in giardino. L'auspice e la sposa tornarono
-in casa per vie diverse. Le apparenze, lì per lì, erano salvate. Ma
-c'è della gente curiosa, al mondo, che troverebbe il nodo nel giunco. E
-questa gente ha trovato.....
-
-— Che cosa?
-
-— Parecchie cose, ha trovato. Anzitutto, un tronco d'albero appoggiato
-in un certo luogo al muro di cinta; poi due embrici rotti sulla corona
-del muro; poi una povera vecchia del vicinato, che aveva dato acqua al
-biondo cavaliere per lavarsi una scalfittura al ginocchio, ricevendone
-in dono una moneta d'oro. Ecco una moneta bene spesa, affè mia, per
-farsi conoscere da mezza Roma. Per Ercole, non tornava lo stesso salire
-su d'un tetto e gridare il suo nome alla gente?
-
-— Ah, l'infame! — mormorò Clodia Metella, che ben ricordava quella
-assenza di Caio Sempronio dagli orti Tiberini e la circostanza della
-scalfittura, da lui spiegata con una mezza bugia.
-
-— Vedi? — incalzò Cepione. — Ecco il bel guadagno che si fa ad
-impacciarsi coi giovani, con questi farfalloni, che non stanno mai
-fermi in un luogo, e il cui solo diletto par quello di vagabondare
-dalle rose ai ligustri.... quando non è quello di dare una scorsa su
-qualche cesto di cavolo. E adesso che il nostro bel farfallone dal
-cavolo torna alla rosa, vedremo questa dischiudergli amorosamente le
-foglie, come se niente fosse...
-
-— Oh, non lo speri! — ribattè Clodia Metella. — Lo manderò dove va
-mandato, agli orti Ventidiani. Capisco ora perchè li aveva comprati
-e regalati, lui, che in fin dei conti non possedeva la sostanza di
-Lucullo, e non era stato nominato erede di un secondo Attalo! —
-
-Attalo era il personaggio favorito dei Romani, quando volevano citare
-un grande esempio di ricchezza. E la ragione era questa che Attalo III,
-re di Pergamo, detto Filometore, essendo morto senza figli ottant'anni
-addietro, aveva lasciato erede di tutte le sue sostanze il popolo
-romano. Il quale, colpito da tanta magnificenza, dimenticò volentieri
-che il testatore era un fior di briccone, che coltivava nel suo
-giardino tutte le piante velenose conosciute a' suoi tempi e impregnava
-del loro succo i fiori e le frutte che inviava a' suoi prediletti. Ma
-che cosa non fa dimenticare un bel gruzzolo di monete?
-
-— Sì, un bel ricco! — notò Cepione. — E dove si sia ridotto, mi pare di
-avertelo detto poc'anzi. Se tu non lo soccorri, io temo...
-
-— Soccorrerlo, io? — interruppe Clodia Metella. — Tu se' pazzo, o
-Servilio. Mi vorresti così sciocca da rovinarmi per lui e da mandare
-la villa d'Albano e gli orti sul Tevere nel baratro in cui si sono
-sprofondati i suoi quattro milioni di sesterzi? Già, soccorrerlo!
-Perchè seguiti a fare il vagheggino con la moglie di Cinzio Numeriano!
-Neanche per sogno; o non son io, o lo pianterò su due piedi.
-
-— Brava! così va fatto; è il miglior modo per non lasciarsi intenerire.
-M'immagino, — soggiunse con arguzia feroce il banchiere, — che ciò
-non avverrà senza sdegni e maledizioni, perchè, siamo giusti, sei tu,
-padrona mia bella, che l'hai ridotto allo stremo.
-
-— Io? Sono forse io che l'ho consigliato a spendere? Io non gli ho
-chiesto mai nulla. Io son patrizia romana, e della gente Claudia, la
-più nobile e la più antica di tutte.
-
-— O dove metti la gente Giulia? — domandò l'argentario, che ci prendeva
-gusto a punzecchiare la sua alleata.
-
-— Sì, davvero, gran nobiltà! — rispose Clodia Metella. — Discendono da
-Giulo, il figlio di Enea. Ma, a buon conto, nella storia di Roma non
-compariscono che verso i principii della guerra punica. I Claudii, in
-quella vece, vennero dalla Sabina in Roma, sei anni dopo la cacciata
-dei re. —
-
-Era graziosa, quella quistione di antenati, in mezzo alle smanie per la
-infedeltà, o, a dire più veramente, la povertà di Tizio Caio Sempronio!
-Ma bisogna pensare che Claudia Metella ci aveva il suo pudore anche
-lei, ed era naturale che volesse nascondere sotto la nobiltà della
-stirpe quel brutto esempio d'ingratitudine che si disponeva a dare.
-
-Cepione, per altro, non volle menarle buono il suo fumo nobilesco.
-
-— Senti, padrona mia, — diss'egli col suo tono beffardo, — lasciamo in
-disparte gli antenati Sabini e i Troiani. Gli uomini si conoscono dalle
-opere loro. Tu fa vedere che sei nobile davvero per te, non volendo
-aver che fare più oltre con gli straccioni. Io, domani o doman l'altro,
-gli fo sequestrare il suo talamègo e tutto quanto ha portato di buono
-con sè... anche le gioie.
-
-— Oh, queste poi!
-
-— Certamente; — ripigliò l'argentario, facendole il bocchino; — ma
-insieme con lo scrigno, o, se ti piace meglio, con la dea che le
-porta. —
-
-Clodia chinò la testa e pensò. Infatti, era il caso di pensare da
-senno. Con quelle notizie che recava Cepione, e che del resto ella si
-aspettava un giorno o l'altro, la compagnia del bel cavaliere diventava
-un gran peso. Uscire di là, bisognava. E come ne sarebbe venuta a capo,
-se qualcheduno, a lei noto e interessato a servirla, non le dava una
-mano?
-
-Dopo alcuni istanti di pausa, in cui il suo cervello sottile fece
-molte miglia di cammino, Clodia Metella alzò con piglio risoluto la
-fronte, e, guardando fisso Cepione, gli disse, così tra il dubbio e
-l'affermazione.
-
-— La dea conserva i suoi donativi, non è egli vero? Sarebbe sacrilegio
-spogliarla.
-
-— S'intende. I voti non sono essi il premio delle grazie che ha fatte
-la dea? E non è giusto che conservi i suoi cuori d'oro, le sue armille,
-i suoi monili, dopo averseli così ben guadagnati?
-
-— Ne parleremo; — rispose Clodia, dopo un'altra piccola pausa.
-
-— Perchè non parlarne subito? — disse Cepione. — Padrona mia, queste
-risoluzioni si prendono a volo. Non si tratta per l'appunto di volar
-via?
-
-— Verissimo; ma senti, ecco il tuo cavaliere che torna.
-
-— Il mio! questa è buona davvero.
-
-— Tuo, o di Furio Spongia, o di Crispo Lamia; non siete voi altri che
-lo avete dissanguato? —
-
-Il degno argentario stava già per rispondere qualche altra malignità,
-quando Caio Sempronio comparve nell'atrio, con la sua baldanza negli
-occhi e col sorriso sul labbro.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIX.
-
-Siamo agli sgoccioli.
-
-
-Clodia Metella si era prontamente ricomposta con quella balìa di sè,
-che è propria delle donne. Non se l'abbiano a male, di grazia, le mie
-buone lettrici. Io penso che sia una virtù il sapersi padroneggiare,
-così nelle piccole cose come nelle grandi, e se è vero che la necessità
-aguzza l'ingegno dell'animale pensante, come svolge e perfeziona
-l'istinto del bruto, si può ben dire che la soggezione in cui, da che
-mondo è mondo, fu sempre tenuta la donna, le abbia appunto accresciuta
-la virtù del dissimulare, e data in pari tempo la scusa.
-
-Quanto a Servilio Cepione, il nostro vecchio argentario ci aveva un
-grugno così fatto, che poco ci voleva a nascondere i moti nell'animo.
-Il sorriso e la smorfia erano tutt'uno per lui.
-
-Caio Sempronio rimase un po' sconcertato alla vista inattesa del suo
-ippopòtamo. Ma infine, quella medesima qualità che più doveva dargli
-molestia, poteva anche rendergli gradita la presenza di lui. Era un
-creditore. Ora, coi creditori, non ci son vie di mezzo; o sprofondarsi
-in inchini, o buttarli dalla finestra. Almeno, questa è l'opinione dei
-debitori, che in questa materia sono i giudici più autorevoli. Caio
-Sempronio, debitore maraviglioso, non poteva onestamente appigliarsi
-al secondo partito, anche per la ragione che incominciava a trovarsi
-al verde, e, alla vista di Servilio Cepione, gli parve che gli si
-presentasse la fortuna, col corno dell'abbondanza tra mani.
-
-Lo accolse dunque benissimo, e gli mosse incontro con le braccia
-distese.
-
-— Oh Cepione! Che buon vento ti ha condotto tra noi?
-
-— In verità, — disse quell'altro, — il vento non ci ha avuto a far
-nulla. Son venuto per terra. Del resto, come dicevo poc'anzi alla
-nostra Clodia Metella, una ragione poco piacevole mi ha tirato fin qua.
-I medici mi hanno ordinati i bagni di mare, per una certa salsedine che
-m'è venuta alla pelle.
-
-— Malattie dei ricchi! — notò Caio Sempronio ridendo.
-
-— Ah, non parlar di ricchezze! Non si fa nulla.....
-
-— E i danari dormono nelle arche, infruttuosi, non è vero? Ma sta di
-buon animo, Servilio; presto ti darò occasione io, di srugginire le
-chiavi del forziere. —
-
-Cepione fece un muso lungo una spanna.
-
-— Basta, ne parleremo; — prosegui Caio Sempronio. — Oggi si sta
-allegri. Rimani con noi, ci s'intende?
-
-— No, ti ringrazio. Sono qui per curare la mia salute e non posso fare
-la vostra vita da epicurei.
-
-— Che! Ti spaventi di poco. Pensa che l'allegria fa buon sangue.
-
-— Vieni almeno a cena da noi; — disse Clodia Metella, secondando
-abilmente le premure del compagno.
-
-Cepione si lasciò persuadere. Oramai era accettato in casa e poteva
-aspettare tranquillamente il buon punto. Fatte poche altre chiacchiere
-sul più e sul meno, il degno uomo prese commiato per andare alla sua
-bagnatura, e Caio Sempronio lo accompagnò cortesemente fino all'uscio
-di strada.
-
-— Poveraccio! — diss'egli tornando nel tablino, ove Clodia Metella
-attendeva ad alcuno di quei nonnulla, che le donne chiamano lavori,
-mentre non sono altro che passatempi. — È un avaro, uno strozzino; ma
-in fondo in fondo è migliore della sua fama. —
-
-Il nostro cavaliere vedeva tutto color di rosa, in quel giorno.
-
-— Padrona mia dolce, — soggiunse egli, — sono stato fuori un po'
-troppo. Ma la colpa fu del lavoro, che non era finito. Ecco il tuo
-diadema. Va bene così?
-
-Clodia ammirò, e si volse a guardare il giovine col più lusinghiero dei
-suoi dolci sorrisi.
-
-Ora, chi nol sa? i sorrisi d'una bella donna si bevono, e scendono al
-cuore più soavi dell'ambrosia, o del nèttare. «Niente è più dolce del
-miele» ha detto Salomone; e certo l'autorità è grande, nè si può così
-leggermente contraddirgli. Pure, io porto opinione che il sapientissimo
-re non badasse troppo a quel che diceva. Se ci avesse pensato un
-pochino, metto pegno che si sarebbe ricordato. Poffaremmio! Che tra
-i mille sorrisi raccolti nel suo palazzo (e dico mille, perchè ne ha
-tenuto il conto la storia), non ce n'avesse uno da valer più d'un favo
-di miele?
-
-Caio Sempronio bevette senz'altro quel sorriso di Clodia, e nella
-dolcezza ond'era tutto compreso dimenticò ogni sopraccapo.
-
-— Mia bella amica, — le bisbigliò quindi all'orecchio, — io ti amo. E
-tu? —
-
-Clodia Metella non rispose. Ma fece meglio; gli gettò le braccia al
-collo.
-
-— Dopo tutto, è un bel giovane; — pensò la bella patrizia, che se ne
-intendeva. — Peccato che non sia più ricco! —
-
-Fu quella l'orazione funebre agli amori di Tizio Caio Sempronio. Ma che
-importava ciò, se il morto era calato nel monumento con una ghirlanda
-di rose?
-
-Quel giorno la cena fu gaia oltre l'usato. Il nostro cavaliere avea
-l'aureola dei beati intorno alla fronte; e Clodia Metella..... Abbiamo
-veduto come sapesse padroneggiarsi e dissimulare, quella gentile alunna
-di Venere.
-
-In mezzo a tutti i piccoli episodii della serata, Cepione trovò il
-modo di dire alcune parole all'orecchio di Clodia. Ma Caio Sempronio,
-dal canto suo, trovò il modo di parlare un tratto da solo a solo con
-Cepione.
-
-— Amico mio, quattro parole.
-
-— Ci siamo! — pensò l'argentario. — Attenti a parare la botta. —
-
-E ad alta voce soggiunse:
-
-— Mio cavaliere, sentiamole.
-
-— Forse già le indovini. Ho bisogno di danaro.
-
-— Non ne ho. Ti parrà strano, e i tuoi occhi me lo dicono chiaramente,
-prima che parlino le labbra. Ma il fatto è questo: non ne ho. In questi
-mesi mi sono andati a male parecchi negozi e mi trovo in secco.
-
-— Mi duole..... per te e per me; — disse, dopo una breve pausa, Caio
-Sempronio. — Ma, poichè mi sei amico.....
-
-— Amicone! Amicone! — interruppe l'argentario, prendendogli una mano e
-battendogli così amorevolmente sul braccio, che non pareva più lui.
-
-— Orbene, poichè così è, potrai parlarne o scriverne, che sarà meglio,
-al tuo collega Furio Spongia, a Crispo Lamia, a qualcun altro delle
-Botteghe Vecchie.
-
-— Ahi, ahi! — esclamò Cepione, con quell'aria di soave malinconia che
-assumono i mercanti sulle difese, e in generale tutti gli uomini che
-stanno per negarvi un servizio. — Le Botteghe Vecchie sono chiuse.
-
-— Da quando? — domandò Caio Sempronio, che lì per lì non aveva capito
-il senso riposto della frase di Cepione.
-
-— Da quando hanno incominciato a diffidare. Bada, non sono io che
-parlo; riferisco i discorsi degli altri. C'è Furio Spongia che
-asserisce aver tu preso ad imprestito per somme di gran lunga superiori
-alle tue sostanze.
-
-— Ah! dice questo, il briccone?
-
-— Sicuro, ed aggiunge di averne le prove. A me, che volevo persuaderlo
-del contrario, perchè ho fede in te, e dopo tutto non mi spaventerei
-d'aver perduta una parte del mio, pur di averti potuto rendere un
-servizio, a me, dico, Furio Spongia ha risposto di essersi abboccato
-col tuo arcario e di averlo costretto a convenirne, dopo tirata la
-somma di tutti i tuoi debiti, antichi e nuovi. Anzi, mi aggiungeva che
-Lisimaco... Ê così che si chiama il tuo cassiere?
-
-— Sì, va innanzi; — disse Caio Sempronio, impaziente di giungere al
-fine.
-
-— Mi aggiungeva dunque che Lisimaco, turbato da quella improvvisa
-scoperta, che rendeva inutile il suo ufficio, ti aveva scritto una
-lettera.
-
-— A me? Non so nulla di ciò.
-
-— Eppure, quella medesima sera il messaggiero era partito da Roma.
-
-— Aspetta; — disse Caio Sempronio. — Ora mi rammento. Dev'essere stato
-quindici giorni fa. Lisimaco infatti mi scriveva..... Ma in verità, non
-so che cosa mi scrivesse, perchè non ho letto il messaggio.
-
-— Leggilo ora, e vedrai. —
-
-Il nostro cavaliere, scombussolato da quelle ingrate notizie, andò
-nella sua camera, aperse la capsa e trovò la lettera del suo povero
-arcario. Era un piagnisteo dalla prima all'ultima parola. Lisimaco
-aveva riconosciuti ad uno ad uno gli sdruci fatti dal cavaliere nel
-suo patrimonio, e conchiudeva malinconicamente col dirgli: «tu non hai
-più nulla del tuo; i creditori sequestreranno ogni cosa, e, quel che è
-peggio, i tuoi poderi non basteranno a coprire i debiti, così numerosi
-ed ingenti, come hai avuto il senno di farli.»
-
-Rimase di sasso. Non ignorava già di andare alla rovina, ma non credeva
-di giungerci così presto. Altro che fermarsi allo scrimolo! Egli era
-già a gambe levate nel vuoto.
-
-Il primo pensiero che gli usci formato ed intiero da quella gran
-confusione, fu per la donna amata da cui avrebbe pure dovuto separarsi.
-
-— E Clodia? Che dirà Clodia? Come l'avvertirò io di tanta
-sciagura? —
-
-La conclusione del suo soliloquio si fu che per quella sera non avrebbe
-parlato di nulla. Rimettere le noie al dimani è sempre stata la gran
-regola degli uomini a modo.
-
-Il giorno dopo, era meno che mai disposto a parlare. Andò in
-quella vece a trovar l'argentario, per vedere se fosse possibile di
-intenerirlo.
-
-— Senti; — gli disse; — l'autunno è inoltrato e a giorni mi bisognerà
-ritornare a Roma. Fa ancora uno sforzo, e t'assicuro che sarà l'ultimo.
-
-— Lo vorrei, per Saturno, ma non posso. Tu vuoi cavar sangue da una
-rapa. Ho appena il danaro bastante per viver qui una ventina di giorni,
-da solo e senza uscire di riga. Quanto a Furio Spongia e a' suoi degni
-colleghi, mi pare di avertene detto abbastanza ier sera. Credo anzi che
-abbiano intenzione di rivolgersi al pretore, se già non lo hanno fatto,
-per tutelare i loro diritti. —
-
-Al nostro eroe cascarono a dirittura le braccia.
-
-— Siamo già a questi punti! — diss'egli.
-
-— Mah! Io non ne so nulla; ti ripeto quello che ho inteso a dire e ti
-aggiungo quello che temo. —
-
-Caio Sempronio usci disperato dal diversorio, in cui era alloggiato il
-feroce argentario.
-
-Quel giorno fu tutto per Clodia. E lei? Quanto a lei, lettori
-umanissimi, non so dirvi che pensieri le girassero per la fantasia.
-Sbadigliare non fu vista da alcuno, e se vi dicessi, per certe mie
-induzioni, che reprimeva gli sbadigli e gli atti d'impazienza, temerei
-di asserire una cosa non vera. L'hanno tanto lacerata, quella povera
-Clodia Metella, che non ci sarebbe misericordia da parte nostra ad
-imitare i suoi contemporanei. Ammettiamo, per farla finita, che le
-dolesse di vedere il suo Caio Sempronio così presto andato a male, ma
-che, da donna assennata qual era, desiderasse in cuor suo di trovare
-un'uscita, e per lui e per sè.
-
-— Stamane, se permetti, — le disse il povero cavaliere, — vo fuori.
-
-— Dove?
-
-— Fino a Puteoli. Ho da vedere un amico. —
-
-Clodia Metella indovinò così a mezz'aria che tutto stava per finire, e
-non volle trattenerlo. Per altro, una parola ci voleva; e la parola fa
-questa:
-
-— Purchè non si tratti d'una donna!
-
-— Ah, non temere! Chi ama te, le dimentica tutte. —
-
-Ciò detto, si allontanò, ma non senza volgere dal fondo dell'atrio una
-lunga occhiata a lei, che gli sorrideva dal tablino aperto, bella e
-fresca come l'aurora.
-
-— Lasciarla! pensava egli intanto. — Non ne sento il coraggio. Udiamo
-prima il consiglio di un savio. —
-
-Chi era costui, che doveva metter bocca sulle faccende di Tizio Caio
-Sempronio? Aspettate, e lo vedrete. Il pensiero di far capo a costui
-gli era nato nella notte, e, cosa strana, posando al fianco di Clodia.
-Il mondo è pieno d'antitesi, e il cervello dell'uomo, che è un piccolo
-mondo, ne ha una ad ogni svolta delle operose sue cellule.
-
-La barca su cui era salito il nostro cavaliere andava a tutta forza
-di remi verso Puteoli; ma volse a riva, prima di giungere in vista
-di quel piccolo porto. Colà si vedeva una villa graziosa, le cui mura
-dipinte di cinabrese s'inerpicavano per la verde costiera, andando a
-congiungersi al sommo di un poggio, dove sorgeva una casa foggiata a
-mo' di tempio greco. Questa almeno era l'apparenza sua, derivata dal
-portico d'ordine dorico, che correva lungo la fronte dell'edifizio.
-
-Quel luogo dicevasi l'Academia, e gli eruditi hanno già capito a
-chi appartenesse. Noi che non siamo eruditi (e ci corre) prenderemo
-ad imprestito un po' della loro dottrina, per dirvi che Acadèmo era
-un cittadino ateniese, il quale aveva nominato il popolo erede dei
-suoi orti, convertiti poscia in pubblico passeggio, cinto di mura da
-Ipparco, abbellito da Cimone, illustrato dai discepoli di Platone,
-che vi si raccoglievano a disputare; donde la scuola ebbe il nome di
-Academia. Ma perchè tuttociò non vi chiarirebbe ancora le origini
-dell'Academia di Puteoli, aggiungeremo che un grande romano aveva
-imposto quel classico nome alla sua casa di campagna, posta colà, tra
-Puteoli e il lago d'Averno, abbellendola di portici e circondandola di
-giardini, ad imitazione dell'Academia di Atene. E quest'uomo, ormai
-lo hanno indovinato anche i non eruditi, si chiamava Marco Tullio
-Cicerone.
-
-Caio Sempronio, smontato dal burchiello alla riva, salì per un
-sentieruolo, che, serpeggiando attraverso una macchia di corbezzoli e
-di frassini, metteva all'abitazione del magno oratore. Tutto in quel
-luogo era grazioso e severo ad un tempo; si capiva alla bella prima che
-dovesse essere il romitorio d'un filosofo, e che quel filosofo fosse
-anche un uomo di buon gusto. Alla mente del nostro cavaliere s'affacciò
-per l'appunto una sentenza dell'Arpinate, che doveva essere nata colà:
-_hic mihi jucundior solitudo, hic et amicitia jucundior_.
-
-Fu annunziato l'arrivo del nostro eroe, mentre il più elegante dei
-pensatori romani stava dettando una delle auree sue pagine al suo
-liberto, amico e discepolo, Marco Tullio Tirone. Non ignorate per fermo
-che i liberti prendevano il nome dei loro antichi padroni.
-
-Caio Sempronio non voleva riuscire molesto in quell'ora solenne, e il
-filosofo approfittò delle cortesi sollecitazioni di lui, per finir di
-dettare uno dei suoi capitoli immortali. Cicerone stava appunto per
-condurre a termine il trattato «Della Vecchiaia» che è senza fallo uno
-dei suoi migliori, anzi l'ottimo fra tutti, per la purezza della forma
-e la dignità dei pensieri.
-
-In quel libro parlava Catone il Maggiore, ma un Catone riveduto e
-corretto dall'ingegno altissimo di Marco Tullio, che si levava nella
-chiusa ad inarrivabili altezze.
-
-— «Nessuno, o Scipione, mi persuaderà mai, che il padre tuo Paolo,
-o i due avi Paolo e l'Africano, o il padre dell'Africano, o lo zio,
-o molti altri valentuomini che non accade di enumerare, avrebbero
-operato tante cose degne del ricordo della posterità, se non avessero
-veduto con l'occhio della mente che la posterità era ad essi dovuta. O
-pensi che io (per lodare un tratto anche me, alla guisa dei vecchi) mi
-sarei tolti sugli omeri tanti assidui travagli in città e nel campo,
-se avessi pensato di dover chiudere la mia gloria in quei medesimi
-confini in che la mia vita doveva esser chiusa? E non sarebbe stato
-assai meglio trarre oziosa la vita e quieta, senza alcuna fatica,
-o contrasto? Senonchè, io non so come, l'animo mio, sollevandosi,
-sempre così vedeva la posterità, come se, dopo la morte, avesse a
-continuargli la vita. La qual cosa se non procedesse in tal modo,
-che le anime nostre fossero immortali, l'intelletto degli ottimi non
-si travaglierebbe di certo per conseguire una gloria immortale. E
-perchè credete voi che muoiano di buon animo i sapienti, e tutto al
-contrario gli stolti? O non vi pare che l'animo il quale più scorge, e
-più lontano, s'avveda per l'appunto di partire per regioni migliori,
-mentre chi ha ottusa la vista nol vede? Sì, veramente, io m'esalto
-nel desiderio di vedere i padri vostri, che ho rispettati ed amati; nè
-quei soli che io stesso conobbi, ma altresì coloro dei quali udivo e
-leggevo, e intorno ai quali scrissi nei miei libri di storie. Pronto
-alla partenza per quei luoghi, nessuno varrebbe a trattenermi, volesse
-anco ritornarmi alla prima giovinezza, ricuocendomi, come si narra
-del vecchio Pelia aver fatto Medea. E se pure un Dio mi concedesse
-di tornar bambino, così che io dovessi vagire in cuna, in verità
-ricuserei, non volendo, quasi alla fine del mio corso, dalle riprese
-essere ricondotto alle mosse.» —
-
-— Stupendo! — esclamò Caio Sempronio, che non seppe trattenere lo
-scoppio della sua ammirazione.
-
-Marco Tullio, a cui piaceva la lode, pagò quella esclamazione con
-un sorriso e con un cenno amichevole del capo; indi continuò la sua
-dettatura:
-
-— «Invero, che cos'ha la vita di utile, o non piuttosto di travaglio?
-Ma l'abbia pure; essa ha certamente, dopo tutto, la sua noia e il suo
-termine. Non mi piace adunque di rimpiangere la vita, come molti ed
-anche savii hanno fatto. Neanche mi pento di essere vissuto, perchè
-sono vissuto in tal guisa da non credermi nato invano, e da questa vita
-mi parto, come si fa da un ospizio, non come da una casa. Infatti a
-noi la natura diede l'albergo per soggiornarvi, non già per abitarvi. O
-splendido giorno, nel quale io parta per quel consesso di anime divine
-e mi allontani da questa turba e confusione di gente! Nè solo andrò
-a quegli uomini dei quali ho detto poc'anzi, ma eziandio a Liciniano
-mio figlio, di cui non nacque uomo migliore, nè chi lo avanzasse in
-pietà; il cui corpo fu abbruciato da me, quando era più naturale che
-il mio lo fosse da lui. L'anima sua non mi abbandonò, veramente; anzi,
-mirando a me di continuo, s'avviò a quel luogo dove sapeva che io
-pure avrei dovuto giungere un giorno. La quale sventura mia io parvi
-sopportare con fortezza, non perchè mi vi acconciassi di buon animo,
-ma perchè me ne consolavo, stimando non esser lontane tra noi la
-dipartita e l'assenza. Per queste cose, o Scipione (che mi dicevi di
-averne fatte spesso le meraviglie con Lelio), la vecchiezza, non che
-molesta, mi torna dilettevole e cara. Che se io m'inganno nel credere
-immortali le anime umane, volentieri m'inganno, nè voglio mi si tolga
-un errore, che abbellisce la mia vita. Se morto non sentirò più nulla,
-come credono certi filosofastri, non temo che i filosofi, morti anche
-loro, abbiano a deridere questa mia illusione. Che se poi non dobbiamo
-essere immortali, tuttavia è desiderabile per l'uomo di estinguersi al
-suo tempo. Imperocchè la natura, come in tante altre cose, così ha una
-misura nel vivere. E la vecchiezza è come il compimento della vita; è
-il quint'atto della commedia, in cui dobbiamo sfuggire ogni ombra di
-stanchezza, segnatamente dove si aggiunga la sazietà. Queste cose avevo
-a dire della vecchiaia, a cui v'auguro di pervenire, affinchè le cose
-udite da me possiate trovar giuste, mercè la vostra esperienza.» —
-
-L'amanuense aveva finito di scrivere, e Cicerone diede una rifiatata di
-contentezza.
-
-Anche questa è condotta a termine; — diss'egli. — E quasi quasi mi
-duole. Ci si separa mal volentieri da un amico; e questo lavoruccio era
-un amico per me.
-
-— Tu lavori sempre, ad onore di Roma, — notò con timido accento il
-giovine cavaliere.
-
-— Così tu dicessi il vero! Confermeranno i posteri la tua sentenza?
-Ecco il punto. Ad ogni modo, fo quanto è in me per meritarla. Le
-lettere mi consolano in ogni studio della vita, e, come tu vedi, mi
-seguono anche in villa. E adesso, o Tirone, — soggiunse il grande uomo,
-— va a ricopiare lo scritto; lo manderemo agli amici, se credi che ne
-valga la spesa. Io udrò frattanto questo umanissimo giovine. —
-
-Tirone raccolse le sue tavolette e si ritirò, mentre Caio Sempronio si
-faceva innanzi.
-
-— Tu vorrai perdonarmi l'indugio; — continuò Cicerone. — Noi vecchi
-abbiamo sempre qualche ricordo da lasciare a chi verrà dopo; e guai
-a noi, se perdiamo il filo, perchè il tempo incalza e la Parca ci
-attende. —
-
-Il grande oratore e filosofo sentiva già forse vicina la morte.
-Infatti, sei anni dopo, egli moriva coraggiosamente, nel sessantesimo
-quarto anno d'età, vittima delle ire d'Antonio che egli aveva fulminato
-con le sue filippiche, piene di tanto amore per la patria e di tanta
-devozione alla causa della libertà, che pur vedeva perduta. I soldati
-recarono la sua testa a Fulvia, la moglie di Antonio, e la fierissima
-donna, impugnato lo spillo che le teneva raccolti i capegli, vendicò
-sulla lingua del morto le dure verità dette dai rostri al suo secondo e
-al suo primo marito. Ricorderete che innanzi di dar la mano al futuro
-amante di Cleopatra, il quale la trattò poi secondo i suoi meriti,
-facendola morire di dolore e di gelosia, Fulvia era stata la moglie di
-Publio Clodio.
-
-— Ma lasciamo questi vani discorsi; — proseguì Cicerone. — In che cosa
-può giovarti l'opera mia? —
-
-Caio Sempronio gli espose allora in poche parole il caso suo,
-riserbandosi di tornarci sopra con maggior diffusione, per tutti
-quei particolari che al sommo giureconsulto mettesse conto di sapere.
-Cicerone, che aveva conosciuto da vicino il padre di lui, lo ascoltò
-con molta benevolenza e volle conoscere tutto, dall'a fino alla zeta.
-
-— C'è una donna, di mezzo! — esclamò. — Dovevo immaginarmelo. Giovani
-matti, che non ricordate essere stata una donna la causa dell'eccidio
-di Troia! È vero per altro — soggiunse egli, ridendo umanamente della
-sua medesima osservazione, — che, se non cadeva Troia, non nasceva
-Roma. Dunque, perdoniamo alle donne, e tiriamo avanti. —
-
-Il nostro cavaliere proseguì il suo racconto, nel quale gli occorse
-anche di profferire il nome di Clodia Metella. E questo non giunse
-nuovo a Marco Tullio, che rammentò allora il teatro di Pompeo e la
-rappresentazione della _Casina_ di Plauto, alla quale abbiamo fatto
-assistere i lettori.
-
-— Io non ti dirò nulla di lei; — disse il magno oratore. — Sarei un
-testimonio sospetto. A me basta che tu, sapendo quello che io ne ho
-detto al tribunale pochi anni or sono, non abbia temuto di venire da me
-per consiglio. Forse intendevi che, dopo quanto t'è occorso, ero io il
-tuo alleato naturale. —
-
-Queste parole di Cicerone svegliarono nel cuore di Caio Sempronio
-un vago senso di tristezza. Egli non aveva pensato a nulla di tutto
-ciò che il suo illustre interlocutore vedeva in quella visita, fatta
-piuttosto a lui che ad un altro. Era andato da Marco Tullio, per la
-stima che aveva grandissima del suo ingegno, per la stessa urgenza
-del caso, che non portava di andare a cercare un consigliere lontano,
-mentre ce n'era uno a pochi passi da Baia, e in fondo in fondo anche
-per quella virtù dell'istinto, che nei supremi momenti ci fa indovinare
-da qual parte si trovino gli aiuti più poderosi. Ma quell'accenno del
-grand'uomo al passato, gli fece provare una specie di rimorso, che si
-mutò in corruccio, non contro Cicerone, bensì contro sè stesso.
-
-— Forse ho dubitato di lei? — pensò Caio tra sè. — E venendo a chieder
-consiglio da Marco Tullio, intendevo forse di vendicarmi su lei? Mi
-sono rovinato per quella donna, è vero, ma come mi sarei rovinato per
-un'altra, nè più, nè meno. —
-
-L'interna battaglia che io vi ho descritta con tante parole, durò a
-mala pena un istante. E in pari tempo il nostro cavaliere sentì il
-bisogno di sviare il discorso.
-
-— Forse, — diss'egli, — la causa non è degna di te, ed io ho abusato....
-
-— No, non credere che sia da meno del mio povero ingegno; — interruppe
-Cicerone. — Te lo dirò con Terenzio: sono uomo, e nessuna delle umane
-miserie ha da essermi straniera. Mi occuperò del tuo caso, appena
-sarò di ritorno in Roma. Io non mi sono trattenuto a Puteoli che per
-finire il mio libro. Ma il Foro mi richiama da un pezzo, e fo conto di
-partire domani o doman l'altro. Vieni a vedermi laggiù e conducimi il
-tuo Lisimaco, per tutti i ragguagli e per tutti gli schiarimenti che mi
-saranno necessarii. Comunque esso valga, il mio patrocinio lo avrai.
-
-— Ah! — gridò il cavaliere. — Tu mi ridoni la vita. Con te si vince di
-sicuro.
-
-— No, non cantar vittoria, te ne prego. Un cattivo avvocato può perdere
-una causa buona; un buon avvocato non può guadagnarne una cattiva.
-Almeno, — soggiunse, con una restrizione che gli pareva necessaria, —
-se il giudice è onesto. —
-
-Caio Sempronio si accomiatò finalmente dal grande oratore,
-promettendogli che pochi giorni dopo si sarebbe presentato a lui, nella
-sua casa al Palatino.
-
-
-
-
-CAPITOLO XX.
-
-Una va e l'altra viene.
-
-
-Egli ritornò alla riva con la morte nel cuore. Con che animo avrebbe
-egli detto a Clodia Metella: partiamo alla volta di Roma? Non sarebbe
-bisognato confessarle ogni cosa? E quella confessione non l'avrebbe
-fatta arrossire?
-
-Pure, non si poteva fare altrimenti. Caio Sempronio si rassegnò,
-implorando da Minerva una buona ispirazione, pel momento in cui si
-sarebbe trovato da solo a solo con Clodia.
-
-La navicella toccò la riva di Baia, senza che egli avesse trovato
-niente di meglio nella gran confusione del suo cervello. Balzò tuttavia
-sollecito a terra, e corse, volò, al nido dei suoi poveri amori; nido
-diletto, da cui gli era pur necessario allontanarsi tra breve.
-
-Il silenzio regnava in Citera. La sua bella compagna non era ad
-attenderlo, come soleva, sotto il vestibolo. L'atrio era deserto, e
-deserto il tablino.
-
-— Ahimè! — pensò egli in cuor suo. — così sarà deserto il luogo domani.
-Vedete come è già triste fin d'ora. —
-
-Caio Sempronio tornò indietro, per chiedere della signora all'ostiario.
-
-— È uscita; — gli disse Piramo, il servo che già conosciamo fin dai
-principio di questo racconto.
-
-— E dove è andata?
-
-— Non so. Ma aspetta, padrone; forse te l'ha scritto in una lettera,
-che ha consegnata alle sue donne, poco prima di uscire. —
-
-Caio Sempronio sentì al cuore una stretta violenta. Piantò l'ostiario
-al suo posto, infilò la fauce che s'apriva a fianco del tablino, e
-riuscì nel peristilio, dove stavano le ancelle di Clodia. Erano tre,
-quelle che Clodia aveva condotte seco da Roma, l'ornatrice e due
-cosmète; ma Caio Sempronio non vide che queste due, intente a ripiegare
-panni e chiuderli in certi forzieri, come se facessero i preparativi
-per mettersi in viaggio.
-
-Il cavaliere si avvicinò alle donne, e, senza porre tempo in mezzo,
-domandò:
-
-— C'è una lettera per me?
-
-— Sì, mio signore; — disse una delle cosmète. — Eccola qui. La padrona
-mi ha raccomandato di non smarrirla, e la tenevo in tasca aspettando il
-tuo arrivo. —
-
-Caio Sempronio prese il messaggio di Clodia. Era un pugillare, come
-il primo che aveva ricevuto da lei. Ruppe il suggello con ansia
-indicibile, e lesse.
-
-Non erano che pochi versi, segnati in fretta, e come a mano volante.
-
-«Io parto. Non cercare di raggiungermi, perchè tutto è finito tra noi.
-Pensa agli orti Ventidiani, e consòlati.»
-
-Il povero giovane rimase esterrefatto. Mentre egli ritornava, pensando
-tra sè come dirle delle sue strettezze, ella si allontanava da lui, lo
-abbandonava, e per sempre! Gli orti Ventidiani! Chi mai aveva potuto
-informarla?... Era gelosa; questo almeno appariva dalla lettera. Ma una
-donna veramente gelosa non sarebbe rimasta, per rinfacciargli prima
-il suo tradimento? Costei invece partiva, senza attendere nemmeno le
-sue discolpe, o i suoi recisi dinieghi. Perchè, infine, quali erano i
-testimonii? E non poteva anche esser falsa la accusa?
-
-Tutte queste erano belle ragioni; chè il nostro eroe, quando voleva,
-ragionava anche lui e meglio d'un libro. Ma, anche col torto dalla
-parte sua, Clodia Metella era sparita, e il pensiero della sua insigne
-durezza non era quello che potesse lì per lì consolare il povero Caio
-Sempronio.
-
-Egli rimase un tratto sospeso, col suo pugillare tra le mani.
-Finalmente, gli balenò l'idea di domandare alle donne con chi fosse
-andata la loro padrona.
-
-— Non sappiamo; — risposero.
-
-— E tu? — chiese all'ostiario che aveva indovinata la catastrofe e
-seguito a rispettosa distanza il padrone.
-
-— Ê andata con un vecchio... con quel grasso che pare il dio Sileno....
-
-— Ah, per gli Dei infernali! — gridò il cavaliere.
-
-Voleva dire dell'altro, ma si trattenne in tempo, ricordando che ci
-aveva quei tre, a testimoni delle sue furie.
-
-— Contate di partire, voi altre? — chiese alle due cosmète, dopo un
-istante di pausa.
-
-— Se tu ce lo consenti; — rispose la più vecchia di loro. — La padrona
-ci ha detto di aspettare i tuoi ordini. —
-
-Al nostro eroe toccava ancora di pagare alle due ancelle di Clodia le
-spese del viaggio. Era l'atellana dopo la tragedia!
-
-— Bene! — replicò Caio Sempronio, con lo stesso accento con cui avrebbe
-detto: male! — Andrete quando vi piacerà. E tu e i tuoi compagni, —
-soggiunse, volgendo la parola all'ostiario, — aspettate. —
-
-Ciò detto, andò fuori, per respirare più libero, e mettere, se gli
-riusciva, il cervello a partito. Baia, il suo golfo, i colli tutto
-intorno, gli parvero un deserto. Per giunta, il cielo s'era abbuiato,
-e il mare, ai primi soffi dello scirocco, aveva preso un colore di
-piombo.
-
-Guardando a caso dalla parte di Cuma, il nostro cavaliere vide venire
-per la via maestra una reda, tirata rapidamente da due robusti cavalli
-bianchi. Quel cocchio, come fu giunto davanti al cancello di Citera, si
-fermò, e Caio Sempronio vide una matrona che si disponeva a discendere.
-
-— Forse lei, che ritorna? — pensò, senza badare che la dama era sola e
-che quei cavalli bianchi non erano i suoi.
-
-Intanto, attratto da una forza irresistibile, volò verso il cancello.
-La matrona era discesa e gli veniva incontro sorridendo. Non era
-Clodia; era Giunia Sillana.
-
-— Oh, come son lieta di vederti! — esclamò la bella patrizia. — E come
-mi rallegro di non essere tornata indietro! Ero già sul punto di farlo,
-vedendo il mal tempo; la qual cosa mi avrebbe tolto il piacere di
-stringerti la mano. —
-
-Caio s'inchinò, e le porse la destra, così per rispondere alla sua
-cortesia, come per aiutarla a salire su pel viale. Per altro, non aveva
-aperto bocca.
-
-— Tu sei triste; perchè? — dimandò Giunia Sillana, notando il suo
-silenzio e non potendo ascriverlo a mancanza di riguardi.
-
-— Signora mia... — balbettò il cavaliere.
-
-E finì la sua frase con un sospiro tanto fatto.
-
-— Ma che c'è? Voglio saperlo. Ah, forse, — soggiunse, sorridendo, —
-qualche nuvola viatrice?
-
-— Sì, viatrice, l'hai detto; — rispose il giovine, crollando la testa.
-— Clodia Metella è partita. —
-
-E poichè Giunia Sillana mostrava di maravigliarsi del fatto, cavò il
-pugillare dalla cintura e lo aperse sotto gli occhi di lei.
-
-— Ed io che ero venuta a visitarla! — gridò la signora, giungendo le
-mani. — Ma come? che capriccio l'ha presa?
-
-— Lo so io? Così avessi saputo prima a chi gittavo il mio cuore! —
-rispose egli, sbuffando.
-
-— Povero Caio! E con chi è andata? Con qualche pantomimo?
-
-— No; con Servilio Cepione, con l'argentario.
-
-— Ah, con quel vecchio otre? con quella montagna di carne? Consolati,
-bel cavaliere! Una donna che cambia così male non merita una
-lagrima.... e neanche il sospiro che ora le dài. —
-
-Caio Sempronio non sospirava in quel punto per Clodia. Sospirava,
-pensando che Cepione era ricco, e che egli, invece, era rimasto povero
-in canna.
-
-— Senti; — proseguiva Giunia Sillana, fermandosi con delicatezza
-femminile a mezza strada, dove era un sedile di marmo, all'ombra d'un
-pergolato; — il mondo è pieno di consolazioni, per un uomo tuo pari.
-Chi non ti compiangerebbe? Chi, conoscendo te e lei, non imprecherebbe
-a lei? Essa è già punita abbastanza dalla sua scelta, non dubitare!
-Sarà la favola di tutta Roma. A proposito, quando ci torni, a Roma?
-
-— Subito, per vederla, per....
-
-— No, non devi far nulla contro di lei; — interruppe Giunia Sillana.
-— Ci sono delle donne per cui s'incontrerebbe volentieri la morte,
-e delle altre che basta disprezzare, quando non è d'avanzo. Chètati
-dunque; un giorno le passerai davanti, al fianco di una donna più
-bella, e riderai degli spasimi che essa ti ha fatto provare in
-passato. —
-
-E si faceva rossa, a dirgli queste cose. Incominciò a credere che
-Giunia Sillana ci avesse un miccino di cuore, se ci metteva tanta cura
-a consolare quel povero abbandonato.
-
-Caio Sempronio era rimasto pensoso, con gli occhi a terra.
-
-— Sei dunque persuaso? — continuò Giunia Sillana. — Mi prometti di
-esser calmo?
-
-— Sì, — rispose egli, — te lo prometto. Oh, non temere, strapperò
-l'immagine sua dal mio cuore.
-
-— Bene, così va fatto. E adesso per non rimanere qui, dove tutto ti
-parlerà di cose tristi, vieni da noi; Pompeia è una bella città, ricca
-di passatempi, e ti darà pace allo spirito. —
-
-Caio Sempronio alzò gli occhi a guardarla, e, per una consigliera di
-calma, per una invitatrice agli svaghi pompeiani, gli parve troppo
-bella. Un altro, poniamo l'innamorato console Servio Sulpicio Rufo,
-avrebbe trovato che quello fosse per l'appunto il caso di accettare;
-lui no.
-
-— Grazie; — rispose. — Debbo andare a Roma, o domani, o doman l'altro.
-
-— Non puoi aspettare? Tra otto, o dieci giorni al più tardi, si viene
-anche noi.
-
-— Non posso; — replicò Caio Sempronio, chinando la testa.
-
-Giunia Sillana battè sdegnosamente del suo piedino sulla ghiaia del
-viale.
-
-— Sempre lei! — esclamò, con accento d'amarezza.
-
-— Ti giuro che non vado per lei; — disse il giovane. — Sappi, poichè
-mi credi così fanciullo, che le cose mie non vanno troppo bene. Il mio
-arcario mi ha scritto l'altro giorno di gravi dissesti. Temo di restar
-povero....
-
-— Già! — interruppe Giunia Sillana, precorrendo di cinquant'anni una
-sentenza di Orazio. — La sanguisuga non ha lasciata la pelle, se non
-quando è stata piena di sangue. —
-
-Caio Sempronio acconsentì col silenzio all'osservazione della sua bella
-vicina.
-
-— Or dunque, — riprese egli poscia, — stamane sono andato a Puteoli per
-chieder consiglio a Marco Tullio Cicerone. Ero appunto da lui, quando
-essa è fuggita. Il grand'uomo mi ha promesso il suo patrocinio.
-
-— Cicerone è un insigne giureconsulto, — notò Giunia Sillana, — e vede
-molto giusto in ogni cosa. Ricordi tu come l'ha giudicata, tre anni fa,
-la bella quadrantaria?
-
-— Ah, di grazia, non parliamo più di costei! Ti dicevo di Cicerone.
-Egli parte domani per alla volta di Roma, e appena giunto colà vuol
-prender cognizione del caso mio, per provvedere in tempo ad ogni
-necessità. Tu vedi adunque che debbo partire ancor io senza indugio.
-
-— Quand'è così, non insisto; — disse Giunia Sillana, acquetandosi a
-quella buona ragione.
-
-Ma subito dopo ella aggiunse:
-
-— Vai per mare?
-
-— No; — rispose il cavaliere rabbruscandosi a un tratto. — Per mare son
-venuto, e per mare non tornerò certamente. Andrò a Capua, e di là sulla
-via Appia.
-
-— In questo caso, — osservò Giunia Sillana, — il talamègo non ti serve
-più a nulla.
-
-— A nulla, — ripetè Caio Sempronio.
-
-— Benissimo; potresti dunque venderlo a me.
-
-— Ê tuo, padrona; — rispose egli, che nel suo improvviso mutamento di
-fortuna non aveva perduti gli istinti del gran signore.
-
-Giunia Sillana accolse quella profferta con un amabile sorriso.
-
-Ti ringrazio; — diss'ella; — ma a questi patti non lo voglio. Non
-insistere, ti prego; mi troveresti più ferma a ricusare, che non è
-facile Clodia Metella a prendere. Sappi, del resto, che avevo già
-domandato ad Elvio Sillano, mio ottimo marito, di comperarmi una barca
-di gala, somigliante alla tua. Noi donne siamo un po' come i bambini,
-e vogliamo tutto quello che ci dà negli occhi. Elvio Sillano ha detto
-di sì; il negozio è dunque già fatto per metà. A lui, anzi, parrà di
-toccare il cielo col dito, se potrà risparmiare qualche migliaio di
-sesterzi, comperando il talamègo di seconda mano e ancor nuovo per
-giunta.
-
-Con queste ragioni, vere o non vere, ma certamente pietose, Giunia
-Sillana cercava di persuadere il giovinotto.
-
-— Dunque, siamo intesi; — conchiuse ella, per non dargli tempo a
-ravvedersi. — E se non vuoi tenere i servi che hai condotti a Baia,
-compreremo volentieri anche quelli.
-
-Caio Sempronio pensava per l'appunto a tutte quelle bocche inutili che
-avrebbe dovuto mantenere. E l'offerta di Giunia Sillana, rincalzata
-dall'autorità del marito, gli fe' dare una rifiatata di contentezza.
-
-— Sta bene; — diss'egli; — accetto.
-
-— E adesso, — ripigliò con aria di trionfo la matrona, — tu vedi pure
-che devi accompagnarmi a Pompeia. —
-
-Caio Sempronio rimase perplesso; ma Giunia Sillana gli diede il colpo
-di grazia.
-
-— Vorresti forse che mio marito, alla sua età, facesse lui la strada,
-da Pompeia fin qua? —
-
-Il nostro cavaliere s'inchinò. A quella argomentazione non c'era nulla
-da opporre.
-
-Frattanto la bella matrona si era alzata da sedere, e accompagnata da
-Caio Sempronio si avviava al cancello.
-
-— A proposito, — diss'ella, mentre erano già davanti al montatoio della
-reda, — come si chiama il tuo talamègo?
-
-— La _Sirena_; — rispose il cavaliere.
-
-— Un mostro adunque? Metà donna e metà pesce, per allettarti con la sua
-bellezza e poi sguizzarti di mano? No, no, — proseguì ella ridendo,
-— questo nome non mi piace. Se permetti, quind'innanzi sì chiamerà
-l'_Amicizia_; il nome di una cosa sacra ed umana ad un tempo, non
-favolosa, nè mostruosa, nè paurosa; ne convieni? —
-
-Come resistere a quelle parole? Il santo nome dell'amicizia non era
-egli una malleveria, una guarentigia contro ogni sospetto di secondi
-fini?
-
-Or dunque, sotto il manto dell'amicizia, Caio Sempronio salì sulla
-reda. E mentre la Sirena Clodia Metella, a fianco dell'adiposo Cepione,
-viaggiava per Linterno e Gaeta, alla volta di Roma, il nostro bel
-cavaliere, al fianco di Giunia Sillana, viaggiava per Cuma e Neapoli,
-alla volta di Pompeia.
-
-Convenite, lettrici umanissime, che c'era più garbo e più eleganza in
-questo rapimento che in quello. Giunia Sillana pareva un trionfatore
-romano che si avviasse al Campidoglio, conducendo in mostra il più
-nobile dei suoi prigionieri.
-
-Due differenze erano per altro a notarsi: che il trionfatore era una
-bellissima donna pallida con due grandi occhi neri, da valere essi soli
-un paio di legioni, e che il prigioniero era in cocchio, senza catene
-alle braccia.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXI.
-
-Pro tribunali.
-
-
-La mattina del penultimo giorno di ottobre (che, per amore di latinità,
-potremo chiamare anche _tertio kalendas novembris_), l'insigne Marco
-Rutilio Cordo, pretore urbano, con la sua ampia toga fregiata sui lembi
-da una lista di porpora, se ne usciva di casa, preceduto da tre coppie
-di littori, anch'essi togati, con la loro bacchetta nella destra, e coi
-fasci delle verghe, ma senza scure, alzati sulla spalla sinistra.
-
-Marco Rutilio Cordo si recava al Foro, per amministrare la giustizia.
-Ma come? in un giorno feriato? In quel giorno per l'appunto cadevano le
-ferie di Vertunno, il dio degli alberi ed anche dei contratti e delle
-permute; donde si argomenterà facilmente che, in un paese agricolo come
-il Lazio, fosse anche un giorno di _nundinae_, ossia di mercato.
-
-E qui bisognerà spiegarsi un tantino. Neanche presso gli antichi
-Romani si poteva amministrare la giustizia ogni giorno dell'anno.
-C'erano i giorni _nefasti_, in numero superiore ai sessanta, che non si
-ritenevano da ciò; e a questi contrapponevano i _fasti_, in numero di
-quaranta, determinati dalla legge per l'esercizio della giurisdizione.
-Dopo questi venivano i cento novanta giorni _comiziali_, destinati per
-le adunanze del popolo, e messi anche a disposizione dei magistrati,
-ogni qual volta non ci fosse comizio; laonde il piccol numero dei
-fasti, propriamente attribuiti alla trattazione delle cause, non era un
-così grande svantaggio per la giustizia, come a prima giunta parrebbe.
-
-Un'altra divisione era quella dei giorni in _festi_ e _profesti_, cioè
-festivi e non festivi. Un giorno fasto cadendo in un festivo, perdeva
-per quel fatto la sua qualità di fasto, cioè di giorno destinato
-all'amministrazione della giustizia. Ma questa massima fu a mano a
-mano ristretta, e ad esempio i giorni di mercato, che erano festivi o
-feriati, furono dalla legge Ortensia, nel 468 di Roma, annoverati tra
-i fasti; parendo ragionevole che il contadino, venendo in città per
-l'occasione del mercato, avesse modo di sbrigare in pari tempo le sue
-faccende giudiziali, approfittando della giurisdizione volontaria del
-sor pretore.
-
-Il qual pretore, che era il secondo magistrato della repubblica e
-surrogava i consoli quando essi conducevano in guerra gli eserciti,
-entrando in uffizio proponeva la formola, o l'editto, secondo il
-quale doveva giudicare, per tutto quell'anno, delle cose spettanti
-alla sua giurisdizione. E giudicava lui direttamente, o per mezzo di
-giudici, scelti nell'ordine senatorio, e delegati da lui per ogni causa
-speciale. Ma qui sento il bisogno di girar la chiave dell'erudizione;
-se no, risichiamo di morire affogati. Compirò il ritratto del pretore
-dicendovi che, oltre la toga pretesta e i sei littori, egli aveva la
-sedia curule, il tribunale in un luogo elevato del Foro, e l'asta e la
-spada, simboli del suo dominio e dell'autorità di troncare ogni nodo
-litigioso. Questi gli onori; quanto alle noie, sappiate che aveva poche
-vacanze, non potendo che per lo spazio di dieci giorni assentarsi da
-Roma.
-
-Quella mattina, adunque, Marco Rutilio Cordo, pretore urbano, andava
-al suo tribunale, per giudicar lui in persona. Si trattava d'una
-causa importante per sè stessa e pel nome dell'oratore. I lettori, che
-indovinano tutto, solo che siano nulla nulla messi sulla strada, hanno
-già indovinato che l'oratore era Cicerone, e che la causa era quella di
-Tizio Caio Sempronio co' suoi creditori degnissimi.
-
-Ma quand'anco non lo avessero indovinato, lo argomenterebbero ora dalle
-parole che andava borbottando tra sè, alla guisa dei vecchi, il nostro
-ottimo Marco Rutilio, nel recarsi al suo posto.
-
-— Quel povero Caio Sempronio! Lo vedo brutto, ma brutto assai, malgrado
-l'ingegno del suo avvocato. Infine, e che perciò? Roma ha bisogno di
-qualche esempio. E non è forse tempo di mettere il cervello a partito
-a tutti questi pazzi scialacquatori? Quanto agli usurai, non lo nego,
-sono la peste della città. Ma nel caso nostro è proprio vero che
-l'usura ci sia? _Non liquet._ —
-
-_Non liquet_ era la frase di rito dei giudici, quando non constava
-loro del fatto, e non ci vedevano chiaro, nè per assolvere, nè per
-condannare. La tabella che recava incise le lettere N. L., iniziali
-delle due parole in discorso, equivaleva ad una delle moderne
-assolutorie per mancanza di prove.
-
-Nelle vicinanze del Foro c'era già una gran ressa di popolo. Le Dodici
-Tavole avevano stabilito che ogni giudizio dovesse incominciarsi prima
-del mezzogiorno, ed era già _mane ad meridiem_, cioè a dire mancava
-un'ora al punto legale. Patroni e clienti, curiosi d'ogni sorte,
-villani, causidici, cavalocchi e via discorrendo, si affollavano tutti
-agli accessi del Foro. E i littori di Marco Rutilio Cordo dovevano ad
-ogni tratto alzar la bacchetta, per far cansare la gente sul passaggio
-del magistrato.
-
-— Se vi pare, fate largo, o Quiriti! —
-
-Il principio della frase era una pretta cerimonia. Al popolo romano,
-ai Quiriti, non si poteva parlare con alterigia, si capisce; ma guai
-se i Quiriti non avessero obbedito a quella preghiera. Due littori
-abbrancavano il riluttante; un altro slegava i fasci, e lì, in mezzo
-alla strada, poteva rompere sulla schiena del mal capitato una mezza
-dozzina di verghe.
-
-Passando davanti alle Botteghe Vecchie, il grave personaggio ebbe
-un mezzo trionfo. Tutta la nobil classe degli argentarii e quella
-nobilissima dei loro sensali, facevano a chi gridasse ed applaudisse
-di più. Marco Rutilio Cordo ne fu intenerito; i littori adoperarono un
-po' meno la bacchetta e permisero che uno dei più fervidi ammiratori
-baciasse al magistrato il lembo della toga pretesta.
-
-Quella dimostrazione era un'alzata d'ingegno di Servilio Cepione,
-di Furio Spongia e degnissimi sozii. Tutti que' furbi di tre cotte
-conoscevano il debole del pretore, o, per dir meglio, l'animo umano,
-che ha, dopo tutto, qualche buona qualità. Ora, non è chi lo ignori,
-sono appunto le buone qualità che spesso lo fanno operare alla
-rovescia. E voi, lettori, immaginate l'effetto che tutte quelle grida
-e genuflessioni dovevano avere sull'animo di Marco Rutilio Cordo.
-Quei poveri argentarii, che gli procacciavano lì per lì una specie di
-trionfo, non meritavano essi un po' di riguardo?
-
-— _Si vobis videtur, discedite, Quirites!_ — ripeterono finalmente i
-littori, cercando di allontanare, col miglior garbo possibile, quei
-ferventi acclamatori.
-
-La traduzione della frase non ve la dò, perchè l'avete avuta in
-anticipazione poc'anzi.
-
-Con le accoglienze fatte al pretore contrastavano in modo singolare
-quelle che otteneva pochi minuti dopo, dalla classe degli argentarii,
-il gran Cicerone. Lo guardarono a squarciasacco, mentre egli passava,
-seguito dalla turba de' suoi clienti ed ammiratoti, ed io sarei quasi
-per giurare che, se non ci fosse stata questa guardia rispettabile
-intorno a lui, Publio Clodio e Sergio Catilina avrebbero trovato, non
-uno, ma un centinaio di vendicatori.
-
-Del resto, il grand'uomo era avvezzo a simili scene, e non se ne curava
-più che tanto. Inoltre, la riverenza di tutti gli altri frequentatori
-del Foro lo pagava di quelle bizze, a misura di carbone. Tutti
-s'inchinavano davanti a lui; la più parte dei campagnuoli si scoprivano
-il capo. Non era egli uno dei loro? Nato in Arpino e venuto povero
-in Roma, non aveva fatto passi da gigante, fino a meritare il nome di
-padre della patria, decretato a lui dal Senato? E veramente l'insigne
-oratore filosofo si avviava allora a meritar la sua fama di gran
-cittadino, più che non avesse fatto in passato, con le sue debolezze
-per Cesare e Pompeo, ambedue tiranni e laceratori della patria. Le
-sue dubbiezze, le esitazioni e le vanità erano già per isvanire; lo
-spirito suo, purificato dall'amor patrio, doveva sfolgoreggiare nelle
-filippiche contro Antonio, aguzzarsi in una guerra disperata per la
-libertà e la grandezza di Roma. Vano tentativo! Mancava la fibra per
-le grandi virtù. Operare e patire da forti, non era più il motto dei
-discendenti di Muzio Scevola. Farsaglia non vide che i tralignati eredi
-delle antiche famiglie, noti per burbanzosa ignoranza, dispregio d'ogni
-savio consiglio, e desiderio di vendette feroci. Nè in città doveva
-rimanergli nulla di meglio; i giovani di buona indole erano della forza
-di quel suo cliente, che aveva ereditato da suo padre una sostanza di
-quattro milioni di sesterzi e ne aveva scialacquati cinque in due anni.
-
-Il nostro giovane eroe non era più quello di prima. Gli mancava quella
-baldanza che traluce dagli occhi dei felici e li addita di schianto
-all'invidia dell'universale. Per altro, si conteneva come poteva
-meglio, e simulava, nel continuo sorriso, una sicurezza, che gli
-osservatori più accorti non vedevano sostenuta dalla serenità dello
-sguardo.
-
-Era stato in que' giorni da parecchi amici suoi per aiuto. Ma tutti
-quei giovani eleganti, suoi fidi compagni del buon tempo, suoi
-convitati di ogni giorno e suoi debitori per ragguardevoli somme,
-lo avevano messo pulitamente fuor di speranza. Giunio Ventidio era
-sempre disperato, quantunque vivesse da gran signore, e non poteva
-imprestargli un sestante, che era la sesta parte di un asse. Quanto a
-Postumio Floro, il suo rifiuto merita di essere raccontato per botta e
-risposta.
-
-— Caro mio, tu domandi vino ad un otre sgonfiato. Son tuo debitore, lo
-ricordo benissimo, ed è anzi uno dei miei ricordi più grati. Ma infine,
-quando non ce n'è....
-
-— Hai pure ereditato da tuo zio quei poderi in Sabina!
-
-— Ah sì, parliamone, di quella eredità! Boschi, dove non c'è più un
-albero da tagliare, grillaie, sterpeti, campi visitati dalla grandine
-quattro volte all'anno, e per giunta un castaldo che mi sa di ladro
-a cinquanta miglia discosto. Se tu volessi cedermi il tuo Lisimaco!
-Quello è un uomo veramente prezioso! Ti sei rovinato, è vero; ma puoi
-dire almeno di averteli mangiati tutti da per te....
-
-— Non tutti, non tutti! — osservò malinconicamente Caio Sempronio. —
-Sono stato aiutato. —
-
-Postumio Floro senti il colpo; ma non si dispose perciò a mutar di
-registro.
-
-— Se tu parli per me, — rispose egli, — hai torto. Un servizio reso è
-un servizio reso, a patto di non essere rinfacciato. Mi rimetterò in
-gambe, e ti restituirò i trentamila sesterzi.
-
-— Quarantamila, se non erro; — notò Caio Sempronio.
-
-— Ah sì, quarantamila. Io non ho mai avuta una gran memoria, pei
-numeri. Quanto all'esser pagato un giorno o l'altro, contaci su. Ho
-risoluto di cangiar vita; diventerò un uomo grave; mi farò campagnuolo;
-darò dei punti a Catone; sarò io il mio arcario, il mio dispensatore,
-il mio tutto. Oh, la farò vedere a molti, che mi credono un dappoco.
-Già, sotto il romano, l'agricoltore c'è sempre, ed io seguirò l'esempio
-di Cincinnato. A proposito, e perchè non faresti anche tu la tua
-metamorfosi?
-
-— A qual pro? E su che? — disse Caio Sempronio. — Per condurre
-l'aratro, ci vuole anzi tutto... l'aratro, e i quattro jugeri di
-terreno. Ora, io non mi trovo più a possedere nè questi, nè quello.
-
-— La cosa cambia aspetto; — sentenziò con breviloquenza spartana
-Postumio Floro.
-
-E il nostro cavaliere non ebbe modo di cavarne più altro.
-
-Restava l'amico Numeriano, il gentile poeta, a cui Tizio Caio aveva
-così liberalmente regalato un podere. Ma il poeta, vedutolo una volta
-per via, s'era voltato dall'altra banda. Ed egli, del resto, non
-sarebbe mai andato a cercarlo, dopo quel certo guaio notturno.
-
-Ma perchè, domanderete voi, Cinzio Numeriano riteneva quegli orti,
-dono di un amico infedele? Ahimè, debolezze umane! Cinzio Numeriano lo
-avrebbe fatto di gran cuore, anche a risico di passare per un carattere
-inverosimile agli occhi dei critici; ma c'era Delia di mezzo, Delia che
-lo amava già poco, e lo avrebbe amato anche meno, fors'anche piantato,
-se fosse caduto in miseria.
-
-La bella Greca, entrata per quella porta che vi ho detto nel consorzio
-delle matrone romane, si era fatta assai prontamente al costume di
-tante e tante altre. Già si diceva per Roma che la bionda signora non
-vedesse di mal occhio il nobile Postumio Floro, quel tale che nelle
-ombre degli orti Ventidiani aveva spiate le sue notturne passeggiate
-con Caio Sempronio. È proprio così come io ve la racconto, o lettori.
-Certi ripeschi amorosi non hanno altro principio che il timore d'una
-donna e il disprezzo di un uomo.
-
-Torniamo a Caio Sempronio. Dopo aver picchiato inutilmente all'uscio
-dei suoi debitori, si era rivolto ad Elio Vibenna. Quel sapiente
-gustatore di vino non gli doveva nulla, non gli era legato da
-altr'obbligo, fuor quello di parecchi inviti a cena. Poteva dunque non
-essere ingrato.
-
-E non lo fu davvero, quel bravo Elio Vibenna. Udito il bisogno
-dell'amico, gli offerse liberalmente un migliaio di sesterzi, poco meno
-di dugentocinquanta lire; una gocciola al mare!
-
-Caio Sempronio aggradì il buon volere, non i mille sesterzi. Egli era
-tuttavia nel possesso dei suoi fondi, quantunque da un giorno all'altro
-gli dovesse venir tolto, e non sapeva che farsi dei pochi.
-
-Intanto quelle scenette cogli amici gli avevano fatto conoscere il
-mondo, e la stizza si era trovata nel cuore di lui al paragone con la
-nausea. Il nostro povero eroe se n'andava quel giorno al Foro, fidando
-poco nella sua causa, quantunque difesa da Marco Tullio, ma fermamente
-risoluto di non mostrarsi avvilito, di rider lui, prima che ridessero
-alle sue spalle i cattivi e gli sciocchi.
-
-Ed eccovi perchè, andando al fianco di Marco Tullio, il nostro
-cavaliere simulasse nel sorriso quella tal sicurezza, quantunque gli
-occhi si vedessero smarriti e confusi.
-
-Il pretore Marco Rutilio Cordo era già salito sul suo tribunale, e
-aggiustava in dotte pieghe i lembi della toga pretesta sulla sedia
-curule, scanno con gambe a ìccase, da potersi aprire e chiudere,
-intarsiato d'avorio e d'oro. I sei littori s'erano piantati a tre per
-lato intorno al tribunale; gli accensi, specie di uscieri, avevano
-annunziata ad alta voce la causa e chiamavano le parti in giudizio.
-
-Ho detto specie d'uscieri, e mi spiego; se no, questa benemerita classe
-di cittadini potrebbe vedere in me un uomo non disposto a farle tutto
-l'onore che le è dovuto, e per tante ragioni. Gli _accensi_, così detti
-_ab acciendo_, ossia dal chiamare, erano uffiziali civili, addetti
-al servizio dei consoli, dei pretori e dei governatori di provincie,
-e spettava loro di convocare il popolo alle assemblee, di chiamar
-le parti impegnate in una causa davanti al tribunale, di mantenervi
-l'ordine, ed anche, per variare un pochino, di gridar l'ora all'alba,
-al meriggio e al tramonto.
-
-Un'altra forma d'uscieri erano i _praecones_, o banditori, usati
-anch'essi a citare il reo e l'accusatore, ma forse più specialmente
-nelle cause criminali, e a proclamar la sentenza; a chiamar le centurie
-al voto, nei comizi, e a gridare il voto d'ogni centuria e il nome
-degli eletti; a fare il servizio dell'asta pubblica, dei giuochi
-circensi e delle pubbliche assemblee; a precedere con la tromba i
-funerali solenni, e finalmente a gridare sulle piazze gli oggetti
-smarriti. Un mestiere da cani, come vedete!
-
-Le parti erano presenti; da un lato i creditori, Servilio Cepione,
-Crispo Lamia, Furio Spongia e due altri della combriccola; dall'altra
-il convenuto Tizio Caio Sempronio, assistito da Marco Tullio Cicerone,
-accompagnato da Lisimaco, il suo arcario, e da Elvio Sillano, che non
-ci aveva veramente che fare, ma che ottemperava ad un desiderio di sua
-moglie, dando al cavaliere quella testimonianza d'amicizia.
-
-Esposta dal pretore la causa, letta dall'accenso quella parte
-dell'editto pretorio che conteneva la legislazione di quell'anno
-rispetto ai debitori, Servilio Cepione e i suoi compagni deposero i
-loro titoli di credito. Caio Sempronio, come mi pare di avervi detto a
-suo luogo, si era impegnato con altrettanti chirografi a restituire a
-tutte quelle brave persone il danaro tolto ad imprestito, assicurandone
-il pagamento sui fondi a lui pervenuti dalla eredità di suo padre.
-
-Le carte parlavano chiaro, e non c'era verso di storcere il senso delle
-parole.
-
-L'arcario Lisimaco, invecchiato di dieci anni in un punto, offerse con
-mano tremante il testamento del vecchio Caio, e i libri dell'entrata e
-dell'uscita, donde appariva il valore dei fondi in quistione.
-
-Su questi libri s'impegnò la prima scaramuccia. Gli attori non
-ammettevano la validità dei conti, fatti com'erano e presentati
-dalla parte del convenuto. Ma fu agevole a Marco Tullio di ridurre
-gli avversarli al silenzio, accennando come quei conti annuali
-rispondessero perfettamente al valore assegnato al patrimonio nel
-testamento di Caio, e alla stima fatta dai periti, quando il giovine
-Tizio Caio Sempronio aveva contratti i primi debiti ipotecarii, per la
-somma di due milioni di sesterzi.
-
-Era una magra vittoria, perchè, anche secondo la stima antica, il
-valore del patrimonio non sarebbe bastato a coprirvi i cinque milioni
-di sesterzi, che formavano il debito complessivo del suo povero
-cliente. Ma il facondo oratore sperava di provare il fatto della
-illecita usura, e di restringere quel debito a più modeste proporzioni.
-Ora la prima vittoria gli faceva sperar bene del resto.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXII.
-
-Sulle ventitrè e tre quarti.
-
-
-Il valentuomo parlò per tre ore alla fila, con quella abbondanza
-punto volgare, e con quella concitazione, forse un tantino retorica,
-ma sempre efficace, che formavano il pregio singolare di tutte le sue
-orazioni. Chiaro e preciso nella esposizione del fatto, accorto nel
-dissimulare i lati deboli della sua argomentazione, fu vivacissimo
-nella dimostrazione, flagellando a sangue gli argentari, contro i
-quali, raccolte tutte le prove e gli indizi che per lui si potevano,
-invocò il rigore delle Dodici Tavole. La legge parlava chiaro: «se
-taluno dà a prestito oltre il dodici per cento, sia condannato nel
-quadruplo.»
-
-E qui, lasciando le prove, seguiva un caldo elogio delle Dodici Tavole,
-fonte d'ogni pubblico e privato diritto, e insegnamento necessario,
-che a ragione i cittadini romani imparavano a memoria, fin dalla più
-tenera età. «Insieme con le leggi civili e coi libri dei pontefici, la
-raccolta delle Dodici Tavole ci offre (diceva l'oratore) l'immagine
-intiera dei tempi antichi; ci si trova la vecchia lingua dei padri
-nostri, e certe forme di _azioni_ usate allora ci fanno entrare nei
-loro costumi e nel loro modo di vivere. Il governo della cosa pubblica
-è tutto in quelle leggi, come vi è compresa tutta la filosofia. Le
-leggi, infatti, son quelle che c'insegnano a cercare e a pregiare
-sopra ogni altra cosa la virtù; in esse è il premio al valore,
-all'onestà, alla giustizia; in esse hanno i vizi e le frodi la loro
-ammenda, l'ignominia, il carcere, le verghe, l'esilio e la morte. E
-non già per via di lunghe ed oscure argomentazioni, bensì per la loro
-autorità suprema e le loro decisioni imperative, esse c'insegnano
-a padroneggiare le nostre passioni, a frenare i nostri desiderii, a
-difendere le nostre proprietà, e a non recare sull'altrui le avide
-mani, od anche un solo sguardo di cupidigia. Gridi ognuno a sua posta,
-io dirò tuttavia ad alta voce il mio pensiero. Sì, il libro delle
-Dodici Tavole, sorgente e principio delle nostre leggi, vale esso,
-da solo, e per la sua ragguardevole autorità e per la sua feconda
-utilità, tutti i trattati di filosofia. Quanto i nostri maggiori
-andassero innanzi per sapienza a tutte l'altre genti, assai facilmente
-intenderete, quando vi piaccia di paragonare le nostre leggi con quelle
-dei loro Licurghi, Draconi e Soloni. È veramente incredibile, quanto
-ogni legislazione civile sia, a petto della nostra, grossolana e direi
-quasi ridicola.»
-
-Marco Tullio era scaltro, come vedete. Gli avversarii invocavano
-contro il suo cliente le Dodici Tavole, ed egli vinceva la mano agli
-avversarii, facendosi primo a lodarle. Inoltre il pretore Rutilio Cordo
-aveva dato fuori pel suo anno di magistratura un editto, il quale non
-era altro che una parafrasi di quelle vecchie leggi; e a quell'uomo
-bisognava entrargli nelle grazie con ogni maniera di artifizi.
-
-«Mi volgo a te, — proseguiva Cicerone, — mi volgo a te, Marco Rutilio,
-uomo santissimo, del quale io dubito se sia nato mai in Roma nostra il
-più umano nei costume, il più retto nell'operare, il più ossequente
-alle leggi, donde ha saldezza d'ordini e fondamento di grandezza la
-repubblica. Mi volgo a te, arbitro della giustizia, e chiedo se i
-nostri giovani spensierati, appunto per questo difetto dell'età, che
-gli anni troppo facilmente correggono, debbano sottostare all'imperio
-degli uomini perversi, che delle sante leggi si giovano per dar
-lusinghe e via facile allo sperdimento delle ricchezze. Sian severe
-le leggi, e lo sembrino anche di più; non io me ne dolgo, ben sapendo
-come giovi, più del loro medesimo peso, il santo terrore che incutono
-ai trasgressori. Ma appunto perchè sono severe, noi dobbiamo sperarle
-benigne per noi. Gravi furono fatte dai nostri maggiori, non perchè
-colpissero i buoni, fuorviati dalla imprudenza propria, o dal raggiro
-altrui, ma perchè il loro rigore cadesse tutto sui raggiratori e sui
-tristi.
-
-«Questo che io dico, tu credi, ed hai mostrato d'intenderlo in quel
-tuo sapientissimo editto, che durerà certamente nella memoria dei
-posteri, quanto il ricordo delle sante tavole a cui esso s'informa.
-Oh veramente anno fortunato per Roma, quello in cui tu conseguisti
-la pretura, perchè la tua giurisdizione, raffermando l'imperio della
-legge, insegnerà le vie del ravvedimento ai giovani nostri, dimentichi
-dell'antica severità di costume, e colpirà in pari tempo i malvagi
-adescatori della gioventù inesperta, ai quali sembra (e in ciò, per
-Giove, s'ingannano!) che i nostri venerandi maggiori per altro non
-abbiano sudato intorno alle fonti della giustizia, se non per coprire i
-loro artifizi e secondare i loro feroci appetiti.»
-
-Questa era la chiusa. E dietro la chiusa venne il plauso del popolo,
-che soverchiò per un tratto le vociferazioni del partito degli
-argentarii. L'arringa aveva fatto, come si direbbe ora, una profonda
-impressione; ma non aveva demolito l'edifizio dell'accusa, nè distrutti
-ad uno ad uno gli argomenti della parte avversaria; miracoli che si
-operano adesso, con tanta facilità, da ogni avvocato novellino.
-
-Il pretore Rutilio Cordo impose silenzio e l'ottenne. Le lodi del
-grande oratore gli andarono all'anima, non debbo tacerlo; ma egli
-poteva cavarsela con un cenno di ringraziamento. Il magistrato sapeva
-benissimo che quelle lodi non costavano molto all'avvocato, e che, dopo
-tutto, la ricompensa gliel'avrebbe potuta dare in un'altra occasione.
-Sono tante, le buone occasioni, tra l'avvocato ed il giudice! Nè questi
-è sempre convinto di aver dato fuori una buona sentenza, nè quegli
-di aver detta la verità, quantunque ne simulasse l'accento. I fiumi
-di eloquenza consolano i clienti e le turbe, nell'aula magna della
-giustizia; gli àuguri, poi, incontrandosi dietro l'altare, non possono
-trattenersi dal ridere.
-
-Si aggiunga che i giudici hanno sempre avuto per costume di fare a modo
-loro, senza darsi pensiero delle arringhe. Qualche volta, mentre gli
-avvocati si accapigliano alla sbarra, il buon magistrato schiaccia il
-sonnellino dell'innocenza, dietro alla pietosa catasta dei codici. Ma
-allora non si poteva farlo, come ora. Davanti al pretore non c'era un
-pezzo di tavola, e la sedia curule non aveva spalliera.
-
-La qual cosa vedano i giudici moderni se possa stare a prova di
-superiorità degli ordini giudiziarii antichi sui nostri. Io vengo
-difilato alla sentenza del mio dolce pretore.
-
-Considerato che il debito era di cinque milioni di sesterzi, mentre
-la sostanza del debitore non oltrepassava i quattro; considerato che
-non constava per certe prove avere i creditori ingrossato il debito
-con illecita usura, si condannava il cavaliere Tizio Caio Sempronio
-a pagare. E perchè i due primi creditori, che avevano già ottenuta la
-_missio in bona_, potevano soli essere pagati per intero, come portava
-l'anteriorità del loro credito, mentre gli ultimi tre risicavano di
-perdere una grossa parte del loro avere, si accordava a questi ultimi,
-per guarentigia del credito, di impossessarsi del debitore, salvo il
-caso che non si presentasse qualcheduno a farsi mallevadore per lui.
-
-Marco Tullio doveva prevedere questa sentenza, perchè non mostrò di
-esserne meravigliato. Si volse in quella vece ad Elvio Sillano, e gli
-bisbigliò all'orecchio:
-
-— Ecco il buon punto; offriti mallevadore per l'amico. —
-
-Elvio Sillano, a dir vero, non si aspettava un tiro di quella fatta.
-Sua moglie lo aveva spinto ad accompagnare Caio Sempronio, ed egli in
-molte cose, anzi nella più parte, faceva quel che voleva sua moglie;
-in tutte le altre, poi, faceva quel che non voleva lei direttamente,
-ma che gli suggerivano i consiglieri di seconda mano, dopo aver
-presa l'imbeccata da lei. Ma bisogna anche dire che ad un così grave
-esperimento non era mai stata messa la sua infinita bontà.
-
-— Eh.... — diss'egli titubante, — la cosa non sarebbe mica impossibile.
-Vediamo un po', per che somma m'impegnerei?
-
-— Un'inezia; — rispose Cicerone; — un milione di sesterzi. Che cos'è
-infatti un milione di sesterzi per un riccone tuo pari?
-
-— Nè più nè meno d'un milione di sesterzi; — replicò il brav'uomo, che
-non era del tutto uno scemo. — E già si capisce, io perderei questa
-somma senz'altro?
-
-— Non dico di no. Ma se i poderi del tuo povero amico si vendessero
-per un prezzo superiore ai quattro milioni, tu verresti a perdere quel
-tanto di meno.
-
-— E se si vendessero ad un prezzo inferiore?
-
-— Non è probabile.
-
-— Ma è possibile, tuttavia.
-
-— Eh, non lo nego; — disse Cicerone, chinando la testa.
-
-— In questo caso, — ripigliò Elvio Sillano, — io ci perderei anche più
-di un milione. Grazie infinite!
-
-— Dunque?
-
-— Dunque, non ne faremo nulla. I miei vecchi non mi hanno insegnato a
-correre rischi così grandi. —
-
-Frattanto, per ordine del pretore, l'_accenso_ si faceva innanzi a
-gridare:
-
-— Cittadini, nessuno di voi si fa mallevadore pel convenuto? —
-
-Nessuno fiatò.
-
-Allora il pretore Marco Rutilio Cordo pronunziò le parole solenni con
-cui era chiuso il giudizio.
-
-— Servilio Cepione, Furio Spongia, Crispo Lamia, la legge vi consente
-di prendere in pegno la persona del vostro debitore. —
-
-Quelle tre arpie non se lo fecero dire due volte, e posero l'unghie
-addosso a Caio Sempronio con tanta furia, che tutti gli astanti diedero
-in uno scoppio di risa.
-
-In quella risata universale andò perduto quel po' di compassione, che
-in ogni altra circostanza non sarebbe mancata al povero condannato.
-Ma già, dove ha potere il numero, basta un nulla per isviarne i moti,
-e portarlo alla crudeltà, all'ingiustizia, alla dimenticanza, e, per
-farla breve, a tutte le altre virtù cardinali dell'uomo.
-
-Aggiungete che Tizio Caio Sempronio aveva in quei pochi anni di
-sfolgoreggiamento dato troppo da fare all'invidia. Non si era
-meritato con la saviezza e la temperanza sua la stima dei grandi, e
-con le eleganti follie, i vistosi trionfi, la bellezza e la salute
-(sì, perfino con la salute) si era attirato gli odii dei piccoli.
-Finalmente, era punito, quel vanaglorioso Alcibiade, che offendeva
-tutti col suo fasto! Era scoppiata, quella bolla di sapone, che si
-librava così pomposamente in aria, facendo mostra de' suoi vaghi
-colori!
-
-Marco Tullio si accostò al suo cliente, gli strinse la mano e gli disse
-una parola di conforto.
-
-— Spera, o Caio; tutto non è anche perduto. —
-
-Cepione rizzò la testa e si fece rosso peggio di un basilisco, a
-quella frase del grande oratore, che pareva una sfida al suo diritto,
-riconosciuto poc'anzi solennemente dalla sentenza del magistrato.
-
-— Pretore, — gridò egli con quanto fiato ci aveva in corpo, — la legge
-ci assiste, non è egli vero! Noi possiamo condurre con noi il debitore
-e caricarlo di catene, del peso di quindici libbre?
-
-— Lo potete; — rispose il pretore, che non era un erudito dei tempi
-nostri e non si smarriva alla ricerca d'una apocrifa legge Petilia
-Papiria, che proibisse l'uso dei ceppi pei debitori condannati. — Se il
-debitore vuol vivere a sue spese, lo faccia; se no, dovrete nutrirlo
-per sessanta giorni, dandogli almeno una libbra di farina al giorno.
-Nella prima metà di questo termine egli potrà liberarsi, o pagando, o
-transigendo....
-
-— Resta a vedersi se vorremo transigere; — borbottò Cepione.
-
-— Nella seconda metà, — proseguì il magistrato, — voi dovrete per tre
-giorni di mercato condurre il debitore davanti a me, e annunziare
-pubblicamente la somma del debito, se mai si presentasse qualcuno
-a liberarlo. Se anche il terzo di questi esperimenti non riuscirà
-a nulla, dovrà cessare la prigionia; voi rimanderete libero il
-prigioniero, salvo che non vogliate cancellarlo dal novero dei
-cittadini, o con la schiavitù, vendendolo di là dal Tevere, o con la
-morte, prendendo sul suo corpo la parte che spetta a ciascheduno di
-voi. —
-
-La legge era dura, ne convengo. E ne convenivano anche gli antichi
-Romani, che hanno inventato il proverbio: «_dura lex, sed lex_,»
-insegnando così a rispettare le leggi, anche quando paressero acerbe.
-
-Parecchi autori moderni, disputando su questo diritto di fare a spicchi
-un debitore insolvibile, hanno sostenuto che si trattasse soltanto
-d'una minaccia. Ma oltre che gli antichi scrittori la prendono tutti
-sul serio (e mi basterà citare Aulo Gellio, Quintiliano e Tertulliano),
-noto che contro l'opinione dei sullodati moderni sta anche un raffronto
-di questa legge con altre delle Dodici Tavole e con molte di secoli
-posteriori, quando il diritto romano era giunto all'apogèo.
-
-Vediamo anzitutto le Dodici Tavole. Son puniti di morte gl'incendiarii,
-i falsi testimoni, i diffamatori, gli stregoni, i ladri notturni. C'è
-anche la legge dell'occhio per occhio e del dente per dente. «Se alcuno
-rompe un membro ad un altro, e non s'accomoda con lui, subisca la pena
-del taglione».
-
-Andiamo avanti; il codice Teodosiano punisce di morte i debitori
-del fisco e tutte l'altre specie di debitori, quando per vizio di
-sregolatezza siano divenuti insolvibili. E Valentiniano, dal canto suo,
-dannava a morte tutti i debitori che per cagione di povertà non fossero
-in grado di pagare.
-
-E qui, poichè m'è occorso di accennare una incerta legge Petilia
-Papiria, dirò che essa, se pure è autentica, risguarda soltanto una
-restrizione del diritto che aveva il creditore a mettere le mani
-addosso al debitore, prima che questa _manus injectio_ gli fosse
-consentita _pro judicato_, cioè a dire dopo una sentenza del pretore.
-Se ne ha notizia da un passo di Tito Livio, dove racconta, all'anno
-428 di Roma, essendo consoli Caio Petilio e Lucio Papirio, che, vedute
-le sevizie di un usuraio sulla persona del giovinetto Publilio, datosi
-spontaneamente prigione per un debito del padre, il senato commise ai
-consoli di proporre al popolo una legge, per la quale nessuno fosse
-più tenuto nei ferri, se non lo meritasse per colpa commessa e per
-iscontare una pena. Livio non dice espressamente che i consoli abbiano
-poi proposta la legge; ma, sia pure stata proposta e vinta, essa non
-risguarda che un caso di cattura stragiudiziale e non infirma punto
-il.... Diavolo! Diavolo! O vedete un po' dove ero andato a ficcarmi!
-
-Schiarito il punto controverso, vi dirò che il nostro povero Tizio Caio
-Sempronio rimase _pro judicato_ in balìa dei suoi creditori feroci,
-che lo trassero via pel Foro, in mezzo agli scherni, ai fischi, agli
-applausi e alle grida d'ogni genere, di quello che i poeti hanno
-chiamato «il mobil volgo».
-
-Marco Tullio Cicerone, passata quella burrasca, se ne andò pei
-fatti suoi. Era un po' triste, il grand'uomo, perchè aveva preso ad
-amare quel giovane sventato, e perchè nella rovina di lui vedeva la
-mano di Clodia Metella, di quella Venere spogliatrice, che invano
-egli aveva svergognata pochi anni addietro, al cospetto di tutta
-Roma, nella memoranda difesa di Celio Rufo. Ma, dopo tutto, quella
-battaglia perduta era un semplice episodio nella sua vita forense; e di
-sconfitte ce n'erano state parecchie, tra l'altre quella recente per
-Annio Milone, che ancora non aveva potuta mandar giù. Ora, lo dice un
-proverbio latino, dov'è il più, non si tien conto del meno.
-
-Assai più confuso e impacciato di lui, se ne andò a casa Elvio Sillano.
-Come avrebbe egli raccontato l'accaduto a quella brontolona di sua
-moglie?
-
-Ma ella sapeva già tutto, quando il marito le capitò davanti con quella
-sua cera ingrullita, e gli diede un assalto così violento, che il
-brav'uomo si riscaldò a sua volta e trovò lì per lì una fermezza che in
-ogni altra occasione gli sarebbe mancata.
-
-— Uomo senza cuore! — gridava la bella patrizia inviperita. — Per
-colpa tua egli è ora in mano a quei tristi, che lo tormenteranno.... lo
-uccideranno....
-
-— Oh questo poi! — interruppe Elvio Sillano. — Lo venderanno, ecco
-tutto; e noi lo compreremo.... se pure vorranno calare un tantino i
-prezzi, e non domandarne un milione di sesterzi. Quanto ad ucciderlo,
-che tornaconto ci avrebbero?
-
-— Per vendetta si può fare di peggio; — rispose la moglie. — Tu sai che
-Cepione era geloso di lui. Fino a tanto che ha avuto da spennacchiare,
-non ha fiatato; anzi è corso negl'imprestiti un poco più in là del
-bisogno, tanto per averlo in suo potere. E grazie a te, gli è riuscita.
-
-— Ma infine, ragioniamo; dovevo io mettere a repentaglio una metà, un
-terzo delle mie sostanze, per accomodare i pasticci d'uno sventato, che
-conoscevo a mala pena da due mesi? —
-
-Giunia Sillana diede al marito un'occhiata di profonda commiserazione.
-
-— Tu sei un codardo, o Elvio. Non hai capito che Caio Sempronio è uno
-di quegli uomini che non cascano per sempre, e che c'è vantaggio a dar
-loro una mano. Ora egli, per la tua sciocca paura, perde la fama e la
-libertà. Clodia Metella vuol ridere saporitamente di lui... e di noi!
-Ah, quanto mi sarebbe più caro che tu fossi stato meno liberale in
-altre cose con me! Quella villa a Pompeia! Quella schiava di Mileto pel
-mio giorno natalizio!....
-
-— Tutte cose che costavano assai meno, mia bella; — rispose Elvio
-Sillano; — ed io potevo regalartele, senza pericolo di andare in
-rovina. —
-
-Giunia Sillana si avvide che da quella parte non c'era più nulla da
-fare, e lasciò di rammaricarsi. Un'ora dopo, la bella matrona usciva
-di casa, dopo aver fatta annunziare la sua visita al console Sulpizio
-Rufo. E non è a dire come l'egregio uomo si rallegrasse di quella
-inaspettata ventura.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXIII.
-
-Dopo la sentenza.
-
-
-Abbiamo lasciato il nostro eroe sotto il peso della sentenza pretoria,
-e non ci siamo neanche fermati a dire con che animo l'avesse accolta.
-Ma questo s'immagina facilmente. Caio Sempronio era andato al Foro con
-poca speranza di vincere, ma quella poca gli bastava per non prevedere
-un colpo così grave. E mentre sperava che l'eloquenza di Cicerone
-facesse condannare i suoi creditori come usurai, o che almeno il suo
-amico Elvio Sillano volesse offrirsi mallevadore per lui, ecco, gli
-capitava tra capo e collo la mazzata, si sentiva ghermito dalle luride
-mani di Servilio Cepione e dei suoi brutti colleghi.
-
-A quel tocco improvviso si scosse, e un senso di paura gli scorse per
-tutte le fibre. Ma in pari tempo gli sovvenne che era in un luogo
-pubblico, al cospetto di mille, e rialzò fieramente la testa, come
-per far fronte al destino con la dignità del silenzio. Era la mano
-di Cepione, quella che si era posata sulle sue spalle; ma egli sentì
-la mano di Clodia Metella, di Clodia Metella, che oramai gli appariva
-ciò che veramente era, un vile strumento degli argentarii. Forse era
-da credersi che quella Venere spogliatrice gli avesse voluto un po'
-di bene, in mezzo a tutti gli artifizi che le erano comandati dal
-suo mestiere di adescatrice, e che ciò avesse destato la gelosia di
-Cepione; altrimenti, non si sarebbe potuto spiegare l'accanimento
-dell'usuraio contro di lui.
-
-Come mai era penetrato l'amore in quella montagna di carne? Caio
-Sempronio ci perdeva il filo. Forse non era amore, quello di Cepione,
-ma vanità offesa, che è peggio. Comunque fosse, il povero Caio
-Sempronio era diventato lo schiavo, l'_addictus_ di quell'uomo e de'
-suoi due prestanomi.
-
-E andando in mezzo a loro, pensava con raccapriccio al futuro. Chi lo
-avrebbe riscattato dalle loro mani per una somma così ragguardevole,
-come quella che formava lo scoperto de' suoi debiti? Valeva egli
-il sacrifizio d'un milione di sesterzi? E avrebbe trovato l'amico
-compassionevole, o il matto, che si scomodasse a tal segno per lui?
-
-Il nostro povero cavaliere si vedeva già fatto a spicchi. Le Dodici
-Tavole parlavano chiaro. «Se più saranno i creditori (e questo era
-proprio il suo caso), scorso il terzo giorno dei mercati, lo facciano
-in pezzi; se qualcheduno ne tagliasse più o meno, non sia incolpato di
-frode.»
-
-Tre spicchi, adunque, perchè i creditori erano tre. Questa la
-prospettiva, e non c'era mica da scherzare. Al nostro prigioniero
-tornava in mente quel certo pugillare di Clodia Metella, dal quale
-aveva avuto principio la loro relazione. «Stimo te grandemente, nè l'ho
-taciuto in alcuna occasione; fors'anco sarà giunto alle tue orecchie.
-Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai quanta
-fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava
-prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini
-assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto della sua
-visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi
-all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le prospere
-Megalesi; è il mio voto.»
-
-Caio Sempronio era superstizioso come tutti gli antichi Romani. I
-lettori rammentano che, appena ricevuto lo strano viglietto di Clodia
-Metella, egli aveva interpretato il sogno col fatto dei tre amici, che
-volevano danari da lui. E certo, allora come allora, la spiegazione
-poteva bastare. Ma adesso, che tristo lume non riceveva il sogno dalla
-sentenza di Marco Rutilio Cordo? O non si sarebbe detto che quel sogno
-era una profezia, da dar dei punti ai famosi libri della Sibilla?
-
-Alla Sibilla ci penso io, raccontando. Ma non ci pensava di sicuro
-il nostro povero eroe, che aveva ben altro pel capo. Uscì dal Foro,
-sempre in mezzo ai suoi argentarii e ad una caterva dei loro clienti,
-con la fronte alta, guardando tutti e nessuno, e senza che l'animo
-partecipasse alle impressioni della vista.
-
-Così in confuso gli parve che alla prima cantonata Cepione lo avesse
-lasciato, raccomandandolo a qualcheduno, ma non ci badò più che tanto.
-Andava con la corrente, dove lo portavano i gomiti dei suoi vicini,
-e non ritornò alla coscienza di sè medesimo se non quando si trovò
-nell'atrio d'una casa, che non era la sua, ma quella del suo capitale
-nemico.
-
-Due servi, facce proibite come il loro padrone, lo presero per le
-braccia e lo condussero in una camera sotterranea, che in altri tempi
-doveva aver servito da cantina, e il cui finestrino, munito di sbarre
-di ferro, prendeva lume dal vano del peristilio. Là dentro fu chiuso.
-Poco stante gli portarono una brocca d'acqua e una focaccia di farina,
-del peso d'una libbra. Cepione faceva ogni cosa secondo la legge.
-
-C'era buio là dentro, e a tutta prima il nostro prigioniero non ci
-si raccapezzava. Ma avvezzando gli occhi a poco a poco, vide contro
-la parete una specie di rialzo, come un letto di fabbrica, che poteva
-anche, e più facilmente, essere stato un ripiano per collocarvi due o
-tre botti di fila. Comunque fosse, quello doveva essere il suo letto.
-Onesto Cepione! Vedete un po' come aveva pensato anche ai comodi del
-suo debitore.
-
-Si appoggiò alla proda di quella costruzione a doppio uso, incrociò
-le braccia sul petto e rimase lunga pezza immobile, assorto nei suoi
-tristi pensieri. Era così nuovo il suo stato! E gli giravano tante cose
-per la mente confusa! Non aveva coscienza del tempo, nè dello spazio;
-era qua e là in un punto, col passato e col futuro, che facevano a
-cozzi nel suo spirito e si scambiavano le parti.
-
-Clodia Metella lo amava e non aveva potuto salvarlo. Era stato
-chiamato in giudizio, ma Cicerone con una splendida arringa aveva
-fatto condannare i suoi creditori a pagargli due milioni di sesterzi
-per la illecita usura. Cepione era scoppiato dalla rabbia. Giunia
-Sillana lo portava in trionfo. Numeriano cantava la sua vittoria ed
-egli lo ricompensava col dono degli orti Ventidiani. Postumio Floro
-gli domandava diecimila sesterzi in imprestito, ed egli lo mandava a
-quel paese, dopo avergli rinfacciata la sua ingratitudine e il cattivo
-servizio reso a lui presso Numeriano, il giorno dopo le nozze di Delia.
-Il suo ritorno in auge gli avea conciliata l'amicizia di tutta Roma;
-il magno Pompeo lo voleva dalla sua, gli offriva il comando di una
-legione; Cesare andava su tutte le furie e gli giurava un odio mortale;
-vinta la fazione di Pompeo, s'impossessava del giovane tribuno, e lo
-gettava in un carcere.
-
-Si tornava al carcere, come vedete; questo era il triste, l'innegabile
-vero.
-
-Parecchie ore erano trascorse in quella corsa sfrenata della fantasia
-vagabonda. Ad un tratto, e mentre il suo pensiero ritornava alla
-realtà delle cose, il prigioniero fu colpito da strani rumori, che
-gli venivano dall'alto. Erano grida confuse, ma non d'alterco; la nota
-dell'allegria risaltava chiaramente da quel pazzo tumulto di suoni.
-
-I nemici di Caio Sempronio banchettavano sulla testa del prigioniero;
-celebravano la loro vittoria tra i fumi dell'orgia.
-
-Si accostò alla parete, donde col frastuono delle voci gli veniva
-un filo di luce; si aggrappò alle ineguaglianze del muro e giunse
-ad afferrare le sbarre che chiudevano il finestrino. Sospeso in quel
-modo, tese l'orecchio e rimase in ascolto, se mai gli venisse fatto di
-capirne qualche cosa.
-
-Il triclinio di Cepione non doveva esser molto lontano dal peristilio.
-Poco stante il prigioniero riconobbe la voce del suo nemico. Servilio
-Cepione doveva già aver alzato più volte il gomito, perchè quella voce
-gorgogliava maledettamente; segno che il vino bevuto faceva nodo alla
-strozza.
-
-— A te, padrona! — gridava l'avvinazzato argentario. — Ti chiamino pure
-Venere spogliatrice, e quadrantaria, i nostri nemici! Tu sei una donna
-portentosa, e noi ti faremo una statua. —
-
-Una voce di donna rispondeva a quel brindisi; ma Caio Sempronio non
-riuscì ad afferrarne una sillaba. Per altro, il suono di quella voce,
-e più l'allusione dell'argentario, gli fece intendere che quella donna
-era Clodia Metella.
-
-Lei dunque al banchetto di Cepione! Lei presente a quella invereconda
-orgia di strozzini! Proprio nel giorno che egli era stato condannato,
-e certamente non ignorando dove egli fosse rinchiuso! Come era caduta!
-Come si dimostrava corrotta ed infame!
-
-Ed egli aveva potuto invaghirsi di quella donna; vivere così lungamente
-ai piedi della quadrantaria, senza vederne la bruttura, senza sentirne
-il lezzo? La nausea gli venne alla gola e provò il bisogno di bere.
-Lasciatosi cadere sul battuto, andò a cercare la brocca e tracannò un
-sorso. L'acqua gli seppe d'amaro e la rigettò in fretta, come se fosse
-veleno. La sua bocca era amara, non l'acqua; il povero Caio aveva la
-febbre.
-
-I rumori del convito gli tornavano molesti. Provò a non badarci e
-volse il pensiero a Giunia Sillana, a quella donna che poteva avere
-i suoi difetti come tante e tante altre, ma che gli aveva dimostrato
-un po' d'affezione. Certo, se fosse dipeso da lei, egli non sarebbe
-caduto nelle unghie di Cepione, non sarebbe finito là dentro. E certo,
-in quell'ora, in quel punto medesimo, mentre la vile quadrantaria
-sorrideva procacemente allo stuolo impuro dei suoi nemici, inebriandosi
-di vino e di scherni, Giunia Sillana pensava a lui e cercava il modo di
-essergli utile.
-
-Quel pensiero lo confortò un tratto. Si sdraiò sul suo letto di pietra,
-volgendo la faccia alla parete e stringendosi le palme agli orecchi.
-Era stanco, sfinito da tante commozioni, e cadde in un sonno profondo.
-I sogni lo consolarono della realtà. Tornava all'aperto, respirava le
-aure soavi della libertà, e Giunia Sillana gli stendeva le braccia. In
-verità, era costei la più bella donna di Roma; non impiastricciata di
-farina e di minio come quell'altra, che usava levarsi dallo specchio
-tutta lucente come una figurina di smalto, ma bianca del suo pallore
-naturale, amabile pallore che rendeva agli occhi la mite bianchezza
-del marmo. E al marmo poteva paragonarsi la salda maestà di quelle
-sue forme rigogliose, invidia eterna di tante patrizie, celebrate per
-bellezza in una città dov'erano così numerose le belle.
-
-E gli occhi, Dei immortali! Dove trovare i più grandi e i più
-nobilmente pensosi, sotto l'arco maestoso e profondo delle lunghe
-ciglia? Come un mare tranquillo lascia scorgere le arene dorate del
-fondo, così quegli occhi mostravano a tutta prima i tesori dell'anima,
-la pietà e l'amore. E l'una e l'altra cosa erano per lui, gli erano
-promesse da quegli occhi benignamente rivolti su lui.
-
-Nel più bello, fu risvegliato in soprassalto da un improvviso rumore.
-L'uscio girava sui cardini rugginosi, e un'ombra nera, spiccando sulla
-luce rossastra d'una lucerna che dietro a lei era recata da un servo,
-entrava poco stante nel carcere. Caio Sempronio balzò in piedi, e
-riconobbe il suo creditore e padrone.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXIV.
-
-Un colpo di mano.
-
-
-Il degno argentario si reggeva male sulle gambe e balbettava alcune
-frasi sconnesse. L'ubbriachezza era evidente.
-
-— Salve, amico; — gorgogliò Cepione. — Non ho voluto andare a letto,
-dove penso che mi troverò assai bene.... Il letto è una gran bella
-cosa e viva la faccia di chi l'ha inventato! Che cosa volevo dirti? Ah,
-ecco qua, sono venuto a darti la buona notte. Come ti trovi in questa
-camera?
-
-— Bene; — rispose asciuttamente Caio Sempronio rimettendosi sul suo
-letto di pietra e guardando filosoficamente il soffitto.
-
-— Non fo per dire, ma è davvero una bella camera; — ripigliò con aria
-beffarda l'argentario. — Un po' umida, se vogliamo; ma c'ingrasserai,
-non dubitare, e diventerai bello come il tuo amico Cepione. Vedo che ti
-mancano ancora gli anelli e la catena. Abbi pazienza; non prevedevo che
-Marco Rutilio Cordo volesse procurare oggi stesso un così grande onore
-alla mia casa, e non mi ero preparato. Ma il fabbroferraio capiterà a
-momenti e ti adornerà di tutto punto, che il dio Saturno medesimo non
-potrebbe desiderarsi di meglio. Così non sarai più molestato e potrai
-dormire tranquillo. Vedi che io sono un brav'uomo e ti voglio bene.
-
-— Grazie! — interruppe Caio Sempronio, volgendogli le spalle.
-
-— Non lo credi? Hai torto. Amavo Clodia più di te, si capisce. La
-crudele matrona aveva dimenticato un po' troppo il suo Cepione. Ma
-è tornata buonina, sai; regno io, finalmente, nel suo cuoricino. E
-adesso io mi ricordo di te, ti perdono il ratto della Sabina, e prima
-d'andarmene a letto, vo' berne un bicchiere con te. Trappola, lascia
-qui la lucerna e va a prendere una bottiglia di quel buono. —
-
-Il prigioniero capì che non c'era modo di levarselo dai piedi. E
-vincendo il ribrezzo che gl'inspirava quel furfante, gli domandò:
-
-— Ma come l'amavi tu, quella donna? E se l'amavi, perchè mi hai
-lasciato andare tant'oltre con lei?
-
-— Perchè?... Oh bella! Mi domandi il perchè? Ragazzo mio, sappi che
-Cepione, il banchiere, ha sempre amato due cose, le belle donne e
-i danari. Quale delle due più dell'altra? Non so, non cerco. Vedi,
-ero povero e brutto.... cioè no, ero soltanto povero, e mi dicevano
-brutto perchè ero povero. Questi patrizii, pettoruti, pieni di boria,
-che il canchero se li porti! Ah, pensavano che noi non ci saremmo mai
-vendicati del loro disprezzo? Cepione li ha tutti in un calcetto. Ah,
-non sono nobile, io? Sono un mascalzone, un plebeo? V'ha a costar cara,
-per Ercole! A buon conto, son ricco; il vostro sangue l'ho succhiato
-io; per questo mi vedete così fatticcione. Chiamatemi pure l'obeso
-Cepione, la montagna di carne; io mangio bene, bevo meglio, e mi rido
-di voi. Mi capitate ad uno ad uno tra le unghie; vi scortico, vi levo
-i pezzi, mi vendico. Già capisco che un giorno o l'altro qualcheduno
-pagherà per te, ed io perderò la tua amabile compagnia. Ma badino bene,
-paghino fino all'ultimo sesterzio. Non fo ribassi, io! E se credono
-che mi manchi il coraggio di rinunziare anche al prezzo di vendita
-d'uno schiavo, s'ingannano a partito. Lascino trascorrere il terzo
-giorno di mercato, e giuro a Saturno che ti fo tagliare in tre pezzi,
-per prendermi la mia parte. Voglio quella tua testolina elegante, hai
-capito? La voglio; e me la faccio piantare qui, sulle mie spalle, per
-andare attorno, a innamorare le patrizie di Roma,... anche quelle che
-non sono quadrantarie.
-
-— Starà male la mia testa, piantata su quell'otre gonfiato; — osservò
-Caio Sempronio. — Sai che cosa ti converrebbe di più? D'impiccare ad
-una trave quel tuo corpaccio di Sileno, e di figurarti che la tua anima
-sozza sia entrata nel mio.
-
-— Ah, ah, burlone! — gridò l'argentario, colto in pieno dai sarcasmi
-del suo debitore. — A buon conto, questo corpaccio ha preso il tuo
-posto.... dove tu sai.
-
-— E di ciò ti ringrazio; — riprese Caio Sempronio. — Mi ci trovavo
-male, e fu colpa mia, imperdonabile colpa, di non essermene avveduto un
-po' prima.
-
-— Che cosa intenderesti di dire?
-
-— Niente che ti riguardi. Va, adesso; Clodia ti aspetterà.
-
-— Sicuro che mi aspetta! Me lo ha detto poc'anzi: «Servilio, anima
-mia, passerino mio, fa presto, non perdere il tempo con quello sciocco
-sdanaiato del tuo prigioniero.» —
-
-Caio Sempronio non rispose verbo a quello sfogo di vanità. Il ricordo
-del passero gli fece venire in mente Catullo.
-
-— Povero poeta! — diss'egli tra sè. — Come è caduta giù la tua
-Lesbia! —
-
-Intanto giungeva il Trappola con una bottiglia di vetro dal collo
-stretto e dal ventre rigonfio, che raffigurava la testa di Medusa, e
-due coppe di terra cotta, ornate di bei fregi rossi, su fondo nero.
-
-— Padrone, ecco il vino. È Cecubo.
-
-— Ah furfante! — gridò l'argentario. — Un vino così prezioso per questo
-straccione?
-
-— Ma.... — balbettò il servo; — tu stesso m'hai detto di portare il
-migliore. E poi, se devi berne anche tu....
-
-— È vero, è vero; — disse Cepione, facendo la ruota. — Io devo berlo
-ottimo, e tu approfitti della fausta occasione, o Sempronio. Ringrazia
-il mio genio tutelare. —
-
-E con quella volubilità che è propria degli ubbriachi, il degno
-argentario offerse da bere al suo debitore.
-
-Caio Sempronio respinse la tazza, che scivolò dalle mani di Cepione e
-sarebbe certamente andata in frantumi, se il coppiere non fosse stato
-pronto ad afferrarla per aria. Il vino, tuttavia, andò ad inaffiare il
-battuto.
-
-— Non vuoi bere? — gorgogliò l'ubbriaco. — Hai torto, e Libero ti
-punirà. Anzi ti ha già punito, — soggiunse egli, felice di avere
-trovato un bisticcio, — perchè ti ha fatto schiavo. A te, Trappola,
-da bravo; versami ancora tre gocce di nettare. Ma bada, per Bacco, che
-non ti tremi la mano. Tu risichi di farmi una libazione che non è più
-necessaria. —
-
-Quasi non sarebbe mestieri di spiegare ai lettori le parole
-dell'argentario. Dicevasi libazione quel tanto di vino, o d'altro
-liquore, che si spargeva sull'ara, quasi per dinotare che tutto era
-consacrato agli Dei.
-
-— Padrone, non son io, — disse il Trappola. — È la tua coppa, che si
-muove.
-
-— Ah sì? E come può essere? Io son saldo, vedi, saldo come un
-Atlante. —
-
-E barellava, il degno argentario, per modo che il Trappola reputò
-necessario di condurlo bel bello fino al letto di fabbrica, affinchè vi
-trovasse un rincalzo al suo centro di gravità.
-
-In quel mentre, si affacciavano sul limitare cinque o sei uomini,
-condotti dall'atriense.
-
-— Padrone, — disse il servo, — eccoti il fabbroferraio, venuto per
-metter le catene al prigioniero.
-
-— Benissimo! — gridò Cepione. — E siano saldate a dovere, chè questo
-furfante non abbia a fuggirmi.
-
-— Non dubitare, nobilissimo Cepione; — rispose il fabbroferraio, con
-una voce che colpì Caio Sempronio; — ribadiremo gli anelli per modo che
-neanco il dio Saturno potrebbe cavarne i piedi. —
-
-Saturno aveva, tra gli altri suoi uffizii celesti, il patronato degli
-schiavi, ed era spesso rappresentato con le catene ai piedi; catene che
-si toglievano via, durante la sua festa, nel mese di settembre, quando
-si concedeva agli schiavi una libertà temporanea.
-
-Il fabbroferraio, uomo aitante della persona e nero di fuliggine
-per tutte le membra, si face innanzi, seguito dai suoi aiutanti, che
-portavano le catene e gli arnesi del mestiere.
-
-— Quanti siete? — esclamò Cepione. — Sono forse necessarie tante
-persone, per adattare due cerchi di ferro alle gambe d'un uomo? —
-
-Il fabbroferraio si mise a ridere.
-
-— Temi di doverci dar da bere a tutti, nobilissimo Cepione? — domandò
-egli, cansando la risposta. — I miei garzoni non bevono vino.
-
-— Quando non ce n'hanno; — soggiunse a mezza voce uno di loro.
-
-Intanto il nostro Caio Sempronio allungava una gamba, per agevolare il
-lavoro al fabbroferraio. Lo aveva veduto più da vicino, aveva studiato
-meglio la sua voce, e sotto la fuliggine che gli copriva il volto,
-aveva riconosciuto Piramo, il suo ostiario, venduto da lui, insieme con
-tutti gli altri schiavi della casa, a Giunia Sillana.
-
-Piramo, dopo aver data al prigioniero un'occhiata d'intelligenza,
-s'inginocchiò, e, presa la catena dalle mani d'uno de' suoi compagni,
-ne adattò un anello alla gamba del paziente.
-
-Cepione seguiva attentamente degli occhi il lavorìo di Piramo.
-
-— Che m'andavi tu cantando del Dio Saturno? — gridò egli, com'ebbe
-visto l'anello. — Quei cerchi son troppo larghi.
-
-— Non mi pare; — rispose il fabbroferraio.
-
-— Ti dico che son troppo larghi per quelle due tibie, e lo sarebbero
-anche pe' miei polpacci.
-
-— Tu vuoi scherzare, nobilissimo Cepione; — disse Piramo, che fino
-allora non aveva tralasciato di ammiccare al prigioniero, sperando che
-volesse capirlo. — Vedi tu stesso, se la cosa è possibile. —
-
-Così dicendo, tolse l'anello dal piede di Caio Sempronio, e lo adattò
-alla gamba di Cepione.
-
-— Vedi? — gridò questi con aria di trionfo. — Cresce almeno sei dita.
-
-— Non si tratta d'altro? Eccoti come si rimedia; — rispose il finto
-fabbro.
-
-E presa una tanaglia, strinse e rivoltò i capi dell'anello di ferro in
-tal guisa che questo gli andò come se fosse stato fatto a bella posta
-per lui.
-
-— A noi, ora; — gridò Piramo, scoprendo il suo giuoco.
-
-E preso per un braccio il nostro cavaliere, che stava guardando tutti
-e tutto con aria melensa, lo spinse fuori della camera. In pari tempo
-appoggiava una pedata al Trappola, che non aspettò la seconda, e trovò
-più comodo di ruzzolare in un canto.
-
-L'altro servo dell'argentario era già andato via. Aveva accompagnato
-laggiù il fabbroferraio e non gli era parso necessario di restare.
-
-Caio Sempronio indovinò finalmente che cosa si volesse da lui.
-Infilò la scala, seguito da Piramo e dai suoi bravi compagni; giunse
-nell'atrio, dov'erano sparsi in parecchi gruppi i convitati di Cepione,
-e, dati due o tre spintoni a dritta e a manca, sguizzò dal pròtiro
-sulla pubblica via, prima che i caduti avessero potuto rimettersi in
-gambe, e tutti gli altri rinvenire dallo stupore.
-
-— Ah, furfanti! Ah, scellerati! Abbrancateli! Non lasciate uscir
-nessuno! —
-
-Così gridava Cepione. E già si era mosso per correr dietro ai
-fuggiaschi. Ma una catena di trenta libbre (perchè in ciò il fabbro
-lo aveva servito a dovere) non si porta così facilmente da nessuno
-che voglia correre, e molto meno quando si è alzato un po' il gomito.
-Il degno argentario si era a mala pena avveduto di quell'impedimento,
-che la catena gli s'intralciava fra le gambe, ed egli cadeva bocconi
-davanti all'uscio del sotterraneo.
-
-Il tonfo di quell'otre disteso ebbe le conseguenze che doveva avere.
-Non mi dilungherò in una descrizione poco piacevole; dirò invece,
-aiutandomi con una perifrasi, che quel tonfo gli levò un peso dallo
-stomaco, se non al tutto i fumi dal capo.
-
-Poco lunge da Cepione era caduto il Trappola, e per quella causa
-impellente che sapete. Il poveraccio, udito il rumore della tombolata
-e tutto il restante che per brevità si omette, si alzò come potè, e
-pesto, indolenzito, sconcertato da quella inaspettata catastrofe, andò
-ad aiutare il padrone.
-
-— No, lasciami stare! — balbettò Cepione con voce soffocata dalla
-rabbia e da tutto il restante che ho detto. — Corri nell'atrio anche
-tu! Fermate il prigioniero e gli siano distese sessanta vergate sulla
-schiena.
-
-— Il prigioniero! Sì, piglialo! — pensò il Trappola, muovendo verso la
-scala. — A quest'ora è già fuori dell'uscio. Basta, egli mi manda ed
-io vado. Il sapore delle pedate non era buono di certo; ma l'odore del
-vino che ritorna alla luce è di gran lunga peggiore.
-
-— Sessanta vergate sulla schiena! — ripeteva intanto Cepione,
-mentre tentava di rialzarsi e andava brancolando nel sudiciume. —
-Ed altrettante ai suoi compagni, prima di metterli in croce! Oh, me
-la pagheranno, me la pagheranno! Vedete che audacia! Farla a me, a
-Servilio Cepione! E il fabbroferraio, che era di balla con questo bel
-mobile! Ah, per l'Averno, se mi capita nelle unghie!... —
-
-Tutto ciò borbottato, gorgogliato a intervalli, si capisce, ed anche
-frammisto alle spume ingenerose che gli fiottavano dalle labbra. Se
-lo aveste veduto, quant'era brutto! Clodia Metella, anima nera, se
-vogliamo, ma donnina di garbo, avrebbe inorridito senz'altro.
-
-Finalmente, mandati dal Trappola, che reputava più salubre di correre
-sull'orme del fuggiasco scesero nel sotterraneo gli altri servi della
-casa e trascinarono fuori l'impiastricciato padrone, con la sua catena
-ai piedi, non potuta levare lì per lì. La brigata dei commensali, che
-abbiamo lasciata nell'atrio, era tutta sossopra dallo spavento, per
-aver veduto sbucar fuori e fuggire, non senza distribuzione di busse,
-quel branco di fuligginosi Ciclopi; ma l'apparizione del vecchio
-argentario, di quella balla di cenci da mandare al bucato, mutò
-l'indirizzo e fece dare tutti gli astanti in uno scoppio di risa. Che
-farci? Il riso è contagioso, e i bricconi non sentono compassione;
-neanche del proprio simile, che è tutto dire!
-
-A quelle inaspettate accoglienze, Sileno andò su tutte le furie. Guardò
-intorno e capì che il prigioniero era fuggito. Anche il Trappola,
-tornato allora dal pròtiro, gli confermò la cosa con la sua aria
-ingrullita. Fece per saltare addosso ai servi, poi si volse furibondo
-ai commensali, che seguitavano a ridere; ma le forze gli vennero meno,
-torse gli occhi, digrignò i denti, e stramazzò privo di sentimento sul
-musaico dell'atrio.
-
-Finalmente, dopo tanti che gliene avevano augurati in sua vita, gliene
-capitava uno! Ma, pur troppo, non fu di quelli a ferraiuolo. Giove
-ottimo massimo non suol dare di queste soddisfazioni alla virtù sulla
-terra. Si mandò pel medico, e due dozzine di mignatte non ischifarono
-di succhiare il suo sangue. Lettori, compiangiamo quelle povere bestie.
-
-E ritorniamo a Caio Sempronio; se no, ci pianta lì, come Olimpia sullo
-scoglio, e chi lo raggiunge è bravo.
-
-Uscito sul margine della strada, aveva seguito Piramo, come un
-fanciullo seguirebbe la madre. Infatti il suo fedele ostiario lo aveva
-preso per mano, e, giunto alla svolta dell'isola, si ficcava in un
-vicolo, mentre i compagni loro scantonavano lesti, chi da una parte e
-chi da un'altra, senza aspettare il comando.
-
-Il nostro cavaliere camminò un dugento passi a quel modo, senza far
-parola, chè non era tempo da chiacchiere. In fondo al vicolo stavano
-due cavalli bardati. Piramo si fermò; il ragazzo, che teneva i
-cornipedi per le redini, si fece avanti; Caio Sempronio capì a volo, e
-d'un balzo fu in sella.
-
-— E adesso, padrone, al galoppo! — disse Piramo, che lo aveva
-prontamente imitato.
-
-— Dove si va? — chiese il cavaliere. — Forse da lei?
-
-— No; ella si comprometterebbe e tu potresti essere ripreso da un
-momento all'altro. Del resto, la vedrai ad ogni modo, laggiù, dove
-andiamo a far capo. —
-
-Andavano verso la porta Nomentana. Ad un certo punto lasciarono i
-cavalli ed entrarono in una casa di modesta apparenza, dove Piramo
-si levò quella fuliggine ond'era tutto lordo e Caio Sempronio indossò
-un'altra tunica, che dèsse meno negli occhi. Ciò fatto, uscirono da una
-postierla che dava su di una viottola campestre, e con passo spedito si
-allontanarono dalla parte di settentrione, per andare a cercare la via
-Tiburtina.
-
-Giunia Sillana aspettava l'esito dell'impresa in una sua villa, dove
-nessuno avrebbe argomentato che andasse, a stagione tanto inoltrata.
-Quando vide apparire Caio Sempronio, libero, sano e pieno di
-gratitudine per lei, la bella matrona divenne più pallida del solito, e
-si lasciò cadere, sfinita dalla commozione e dall'eccesso della gioia,
-sul lettuccio del triclinio, dove era preparata la cena a quel povero
-affamato.
-
-— Grazie! — diss'egli, commosso non meno di lei. — Ti son debitore
-della luce, dell'aria, della libertà, della vita, insomma. E in qual
-modo sei riuscita a salvarmi?
-
-— Il console Sulpicio Rufo è un uomo di cuore; — rispose la bella
-matrona, reprimendo un sospiro. — Egli ha ceduto alle mie preghiere
-e prestato mano all'impresa. Ma parliamo d'altro; — soggiunse ella,
-vedendo che la fronte del nostro cavaliere si andava rannuvolando. —
-Attendi a ristorar le tue forze, e poi, scambio di riandare il passato,
-provvederemo al futuro. —
-
-
-
-
-CAPITOLO XXV.
-
-Chi ha avuto ha avuto.
-
-
-Erano passati trenta giorni dalla condanna di Tizio Caio Sempronio
-e dalla sua consegna legale in mano dei creditori. Il termine cadeva
-proprio in un giorno di mercato, e il degnissimo pretore Marco Rutilio
-Cordo sedeva maestoso in tribunale, attorniato dai littori ed intento
-ad amministrare la giustizia.
-
-Cause di molta importanza non ce n'erano, quel giorno; nessun oratore
-di grido aveva a sfoderare le armi della sua invitta eloquenza. Eppure,
-quel giorno, si vedeva nel foro una calca più fitta del solito, perchè
-i creditori di Tizio Caio Sempronio, del più bello, del più elegante
-tra i cavalieri di Roma, dovevano condurre il loro prigioniero davanti
-ai pretore, e annunziare ad alta voce la somma del debito, se mai si
-presentasse qualcuno a pagare per lui e a farlo rimettere in libertà.
-
-Intendiamoci bene, tutta quella gente ci andava per vedere le facce
-malinconiche dei tre creditori, essendo noto a tutta Roma il fatto
-della fuga di Tizio Caio Sempronio.
-
-Dov'era andato a far capo il giovinotto? Saperlo! I littori lo avevano
-cercato per ogni dove; ma fiaccamente, diceva Cepione, che non sapeva
-darsene pace. Il feroce argentario, nello sfogo delle sue bizze,
-era trascorso ad accusare il console Sulpicio Rufo di connivenza nel
-colpo di mano, imputato da lui e da Clodia Metella all'amore di Giunia
-Sillana pel nostro cavaliere. Per veder giusto in certe cose, non ci
-sono che i nemici e le donne. À quelli aguzza l'ingegno il rancore;
-queste non hanno mestieri d'aguzzarlo; la finezza del senso è in loro
-una seconda natura.
-
-Giunia Sillana aveva sorriso di quei sospetti, contenta che avessero
-dato nel segno. Ma il console Sulpicio non ci aveva le stesse ragioni
-di lei per lasciar correre, e fatto chiamare a sè l'argentario, gli
-aveva data una strappazzata coi fiocchi. Badasse a' casi suoi, tenesse
-la lingua tra i denti; se no, povero a lui! E il nostro Cepione,
-quantunque di mala voglia, si era inchinato, aspettando il giorno
-dell'udienza pretoria, a cui doveva presentarsi, in compagnia de' suoi
-sozii, egli e loro con un pugno di mosche.
-
-Or dunque, mentre il sapientissimo e santissimo uomo Marco Rutilio
-Cordo stava sulla sua sedia curule, rendendo giustizia e accomodando
-in bella guisa le pieghe della sua toga pretesta, comparvero davanti al
-tribunale i tre usurai.
-
-— Che cosa volete? — domandò.
-
-— Pretore, ti chiediamo giustizia.
-
-— Qui la si fa sempre, e per tutti. Di che vi lagnate?
-
-— Del fatto che sai. Trenta giorni or sono, tu ci hai dato nelle mani
-il nostro debitore Tizio Caio Sempronio....
-
-— E fu bene, perchè egli non aveva pagato per intero il suo debito.
-Lo avete portato via a buon dritto ed io spero che lo avrete nutrito
-secondo la legge, o permesso che egli si nutrisse meglio, a sue spese.
-
-— Ah sì, egli s'è nutrito davvero; — gridò Crispo Lamia. — Lo stesso
-giorno che tu ce lo hai consegnato, il prigioniero è fuggito.
-
-— Fuggito?
-
-— Sì; lo ignori tu forse, mentre tutta Roma lo sa?
-
-— Cittadini, — rispose gravemente il magistrato, — io qui non debbo
-sapere se non quello che consta al mio tribunale. Dunque, è fuggito? E
-voi ve lo siete lasciato sguizzar di mano?
-
-— Un tradimento! — urlò Cepione. — Un indegno tradimento! Egli non può
-esser fuggito senza la connivenza di qualcheduno.
-
-— Accusate, e vedremo; — disse il pretore.
-
-— Ma.... — balbettò l'argentario, che rammentava la minaccia del
-console, e voleva pur dire qualcosa; — i complici son troppo alti e
-potenti. —
-
-Marco Rutilio Cordo aggrottò le ciglia senz'altro.
-
-— Non c'è nessuno troppo alto o possente, in Roma, davanti alla maestà
-delle leggi. Parlate dunque, accusate liberamente. Vi avverto, per
-altro, — soggiunse, con accento severo, — che le mezze accuse non
-giovano, ed io vi farei costar care le false. —
-
-Cepione, inviperito, voleva replicare. Ma i suoi colleghi, più
-prudenti, lo tirarono per un lembo della toga.
-
-— Non mettere te e noi in un ginepraio, — gli bisbigliarono
-all'orecchio. — Tu lo vedi; il pretore non ischerza. —
-
-Cepione li chetò con un gesto della mano, che voleva dire: ho capito. E
-abbassando il tono, ripigliò:
-
-— Ma il nostro credito, chi ce lo paga? Che cosa ci rimane, se il
-debitore è sfumato? Il suo nome nella tua sentenza! In verità, è troppo
-poco.
-
-— Non dico di no; rispose Rutilio Cordo, soddisfatto di vederli calare.
-— Ma non son io che vi ho fatto perdere il pegno. E proprio volevate
-farlo in tre pezzi?
-
-— In tre pezzi, sì, in tre pezzi, come ci consentono le patrie leggi.
-
-— E sia; lo potete. Spartitevi quel che rimane, senza pregiudizio
-del vostro diritto su tutto quel più che potrà ritornarvi in balìa. A
-te, Crispo Lamia, sérviti pel primo, quantunque tu non sia il maggior
-creditore, ed abbi Tizio, il prenome. A te, Servilio Cepione, prenditi
-Caio, il nome gentilizio. E tu, Furio Spongia, abbi quel che rimane,
-Sempronio, il cognome della famiglia. Lo volevate dividere in tre;
-vi accordo il taglio, vi assegno le porzioni; non se ne parli più
-altro. —
-
-Così nella sua alta sapienza Marco Rutilio Cordo, che qualche volta
-amava far la burletta, vizio che è rimasto e s'è perpetuato presso
-tutti i giudici della terra, a rendere manco noiose le lunghe ore
-d'udienza!
-
-Una risata omerica di tutti gli astanti accolse la sentenza del
-pretore. Quando la voce fu passata di fila in fila, per modo che ne
-fossero informati i più lontani, fu uno scoppio d'ilarità in tutto
-il Foro; ilarità che si propagò per tutte le vie, per tutti i chiassi
-dell'eterna città. Le aquile e i corvi, frequentatori assidui dei sette
-colli, passando a volo sulle mura di Romolo, in quel momento d'epica
-giocondità, rimasero un pezzo a becco aperto, domandando tra sè per
-qual ragione fosse uscito dalla sua serietà il popolo più grave e più
-contegnoso dei mondo.
-
-La sentenza di Marco Rutilio Cordo, buttata là senza pretensione e così
-per mandare a spasso quei tre noiosi argentarii, trovò i suoi lodatori,
-e passò in proverbio la divisione di un nome in tre parti. Tizio Caio e
-Sempronio restarono separati e per sempre. I nomi d'Aulo, di Nigidio,
-ed altri, che erano serviti fino allora ai giureconsulti nel proporre
-gli esempi, cedettero il luogo a quei tre. Tizio ha dato a Caio; Caio
-ha negato a Sempronio; e avanti di questo passo, fino al tempo nostro,
-che tramanderà l'usanza ai venturi.
-
-Lettori dell'anima mia, vi ho chiarito un passo d'archeologia romana, e
-voi siete capaci, non che di rendermi grazie, di non prestar fede alle
-mie trovate. Questa è la sorte di tutti i grandi scopritori, ed io mi
-rassegno.
-
-Ma voi siete anche capaci di chiedermi come e dove andasse a finire
-il giovinetto, a cui era toccata quella burlesca _diminutio capitis_.
-Ed ecco, è per l'appunto quello che ignoro. Ho rovistato in tutti i
-bugigattoli della storia, e non ho trovato un bel nulla.
-
-Leggo cionondimeno in Plutarco, nella vita di Elvio Sillano (quel
-valentuomo che sapete, e reputato degno di entrare in paragone con un
-eroe della Grecia), che la bella Giunia Sillana era molto tranquilla.
-Segno evidente che l'amico doveva star bene e che si adattava di buona
-voglia alla necessità di conservare l'incognito.
-
-Un giorno, la bella pallidona s'imbattè in Clodia Metella. Le due
-matrone non si erano più visitate, nè incontrate per via, dopo la
-stagione delle bagnature nel golfo di Neapoli.
-
-Giunia Sillana fece le viste di non riconoscerla. Ma l'altra le andò
-incontro difilata, e col più amabile dei sorrisi sul labbro. Dicono
-i pratici che le signore donne ci abbiano sempre questo sorriso in
-mostra, quando si dispongono a dare una stoccatina a qualche amica del
-cuore.
-
-— Oh, bellissima, — gridò Clodia Metella, prendendo amorevolmente le
-mani dell'amica, — come stai? Non ti si vede più.
-
-— Sto bene e tu mi vedi; — rispose asciuttamente Giunia Sillana.
-
-— Ah sì, una volta all'anno! Beato chi ti possiede! Dimmi, a proposito,
-che cos'è avvenuto di quel leggiadro cavaliere?.....
-
-— Di che cavaliere mi parli? — chiese Giunia Sillana, seccata
-dall'intenzione sarcastica di quel modo avverbiale che aveva usato
-Clodia Metella.
-
-— Di Tizio Caio Sempronio, poichè bisogna dir proprio il suo nome.
-Dicono che sia andato all'esercito di Cesare.
-
-— Sarà vero.
-
-— Ma dicono altresì che non sia uscito di Roma e che viva nascosto in
-una tua villa.
-
-— Sarà vero anche questo. —
-
-Tanta imperturbabilità era piuttosto singolare, e Clodia si morse le
-labbra dal dispetto.
-
-— Dunque, mia bellissima, tu conservi il segreto. Non ci sarà verso di
-cavarti nulla di bocca?
-
-— Perchè dici questo? Ho anzi un'imbasciata per te; — rispose Giunia
-Sillana.
-
-— Da lui?
-
-— Sicuramente, da lui.
-
-— Oh Venere madre! e sei stata così buona....
-
-— Da incaricarmene, certamente. Povero giovane, è così gentile d'animo
-e memore delle sue vecchie amicizie! Egli m'ha detto di consigliarti
-in suo nome l'uso quotidiano e abbondante dell'acqua di Cosmo. Servilio
-Cepione si lava così poco, e lascia un odore così cattivo su tutto ciò
-ch'egli tocca! —
-
-La botta era andata al cuore. Clodia Metella perdette il lume degli
-occhi.
-
-— Mi pagherai questo affronto, faccia di verderame! — sibilò essa, con
-voce soffocata dalla rabbia.
-
-Giunia Sillana non si commosse punto, nè alla minaccia, nè all'insulto.
-
-— Io non ti temo; — rispose; — tutta Roma sa chi tu sei, quadrantaria!
-Del resto meglio esser verdi, che impiastricciate di medicamenti
-letali. Si narra che Metello Celere, il tuo povero marito, per averti
-baciata sulle guance, sia morto. —
-
-In questa guisa le due matrone si separarono, sorridendosi a vicenda,
-mentre i loro servi si tenevano ad una rispettosa distanza.
-
-Giunia Sillana non aveva certamente a temer nulla dallo sdegno di
-Clodia. Elvio Sillano era del partito di Cesare, che trionfava, e
-Clodia Metella doveva appiccar la voglia all'arpione. Del resto, era
-andata maledettamente giù, la quadrantaria. E vennero presto le rughe e
-si dileguarono ad uno ad uno gli amanti.
-
-Servilio Cepione, sempre più adiposo e rosso scarlatto nel grugno come
-i bargigli d'un tacchino, un bel dì fu trovato morto nel suo letto.
-Quella volta gli era capitato per davvero, e furono esauditi i voti
-ardentissimi di tanti cittadini, che glieli auguravano a secco. I
-suoi colleghi delle Botteghe Vecchie gli fecero un funerale magnifico,
-accompagnato dalle imprecazioni di tutti i sette colli. Ma pur troppo,
-nella fretta, dimenticarono di mettergli in bocca la moneta per pagare
-il suo passaggio a Caronte, ed io credo che il mascalzone, con tutte le
-sue ricchezze, non abbia ancora potuto mettersi in barca.
-
-Mi domanderete di Cinzio Numeriano. Il bel poeta non fece più versi,
-che raccomandassero il suo nome alla posterità. Dopo tante liete
-impromesse! Ma pur troppo è così; la Musa non vuol rivali, e pianta
-lì, senza tanti complimenti, chi non sa essere tutto per lei. E un
-bel giorno lo piantò anche Delia, fuggendo in Ispagna con un pantomimo
-famoso.
-
-Giunio Ventidio, Postumio Floro, Elio Vibenna.... Io spero, o lettori,
-che non mi domanderete notizia di tutte queste parti secondarie.
-Sappiate del resto, che uno dopo l'altro morirono tutti. E, senza
-mestieri di appurare il fatto con l'Arte di verificare le date, ho
-ragione di credere che sia morto anche il leggiadro eroe della mia
-storia, mezzo romana e mezzo di tutti i tempi e di tutti i paesi.
-
-Se vi ha divertiti, ditelo; ma per carità non la date ad imprestito.
-Oltre che gli amici non vi restituirebbero il libro, voi fareste un
-danno all'editore.
-
-Se poi v'ha annoiati, come temo, state zitti, per l'amor di Dio, e
-pensate che anche alle manifatture di questa sorte va applicato il
-proverbio: non tutte le ciambelle riescono col buco.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Capitolo I. Entra in scena l'eroe Pag. 1
- » II. Il triclinio » 9
- » III. Donne, vino e canzoni » 21
- » IV. L'amico ei conosce alla prova » 34
- » V. Amore è cieco » 48
- » VI. Rose e spine » 65
- » VII. Venere spogliatrice » 83
- » VIII. L'attesa » 103
- » IX. Duettino d'amore » 116
- » X. Il terzo incomodo » 130
- » XI. Il prodigo e l'avaro » 139
- » XII. Nel teatro di Pompeo » 152
- » XIII. Amori in vista » 162
- » XIV. Le nozze di Numeriano » 180
- » XV. Il ricevimento » 197
- » XVI. Quod erat in fatis » 206
- » XVII. Viaggio a Citera » 219
- » XVIII. Luci ed ombre » 231
- » XIX. Siamo agli sgoccioli » 251
- » XX. Una va e l'altra viene » 268
- » XXI. Pro tribunali » 279
- » XXII. Sulle ventitrè e tre quarti » 292
- » XXIII. Dopo la sentenza » 305
- » XXIV. Un colpo di mano » 313
- » XXV. Chi ha avuto ha avuto » 325
-
-
-
-
-DELLO STESSO AUTORE
-
-
-(_Edizioni in-16_).
-
- Racconti e novelle (1809). _Nuova edizione_ in-16:
- Vol. I: Capitan Dodero, Santa Cecilia, Una notte bizzarra L. 2 —
- Vol. II: L'Olmo e l'Edera, Il libro nero » 3 —
- I Rossi e i Neri (1871). Due volumi » 7 —
- Val d'Olivi (1873). _Seconda edizione_ » 2 —
- Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ » 3 —
- Semiramide, racconto babilonese (1873). _Seconda ediz._ » 3 —
- La legge Oppia, commedia (1874) » 1 —
- Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_ » 2 50
- Come un sogno (1875). _Quarta edizione_ » 2 —
- La notte del commendatore (1875) » 4 —
- Diana degli Embriaci (1877) » 3 —
- Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). _Seconda edizione_ » 5 —
- Lutezia (1878). Seconda edizione » 2 —
- La conquista d'Alessandro (1879) » 4 —
-
-(_Edizioni in-32_).
-
- Capitan Dodero. _Terza edizione_ L. — 50
- Santa Cecilia. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 —
- L'Olmo e l'Edera. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 —
- Il libro nero. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 —
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Tizio Caio Sempronio, by Antonio Giulio Barrili
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TIZIO CAIO SEMPRONIO ***
-
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- Tizio Caio Sempronio, di Anton Giulio Barrili
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-
-
-<pre>
-
-Project Gutenberg's Tizio Caio Sempronio, by Antonio Giulio Barrili
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-have to check the laws of the country where you are located before using
-this ebook.
-
-
-
-Title: Tizio Caio Sempronio
- Storia mezzo romana
-
-Author: Antonio Giulio Barrili
-
-Release Date: April 15, 2020 [EBook #61841]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TIZIO CAIO SEMPRONIO ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-TIZIO CAIO SEMPRONIO
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-<span class="smcap">Tizio Caio Sempronio</span>
-</p>
-
-<p class="pad1 large">
-<i>storia mezzo romana</i>
-</p>
-
-<p class="pad2 small">
-DI
-</p>
-
-<p class="pad1 x-large">
-ANTON GIULIO BARRILI
-</p>
-
-<p class="pad2">
-SECONDA EDIZIONE<br />
-RIVEDUTA E CORRETTA
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="large">MILANO</span><br />
-<span class="small">FRATELLI TREVES, EDITORI<br />
-1879.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA.
-</p>
-
-<p>
-Tip. Fratelli Treves.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<p class="title">
-TIZIO CAIO SEMPRONIO
-</p>
-
-<h2 id="cap1">CAPITOLO PRIMO.
-<span class="smaller">Entra in scena l'eroe.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Lettori umanissimi, voi certamente non l'avete
-conosciuto, perchè egli fioriva un mezzo secolo
-prima dell'èra volgare, cioè a dire dopo il settecentesimo
-anno dalla fondazione di Roma.
-</p>
-
-<p>
-Chi? domanderete. Il protagonista del mio racconto,
-il chiarissimo Tizio Caio Sempronio, cittadino
-romano, dell'ordine dei cavalieri. Non lo confondete,
-per carità, coi cavalieri moderni, che sono
-di più ordini. A Roma i cavalieri formavano un
-ordine solo, ed erano, una delle tre spartizioni del
-popolo, fatte da Romolo, buon'anima sua. E quasi
-non occorre che io dica essere questi tre ordini, il
-patrizio, l'equestre e il plebeo; tutta brava gente
-che non vivevano molto in pace tra loro, ma che
-per un migliaio d'anni spadronarono utilmente
-su tutto il mondo conosciuto. La qual cosa mi conduce
-a pensare che gli storici abbiano un po' calunniato
-<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
-quel popolo, o per lo meno vedute le sue
-bizze domestiche con una lente d'ingrandimento.
-</p>
-
-<p>
-Ma non ci perdiamo in chiacchiere. Se vi piace,
-siamo all'anno 703 <i>ab urbe condita</i>, sotto i consoli
-Servio Sulpicio Rufo e Marco Claudio Marcello,
-egregie persone, di cui non so dirvi altro che il
-nome. Consoliamoci insieme, pensando che essi
-importano poco al nostro soggetto.
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio era un gentil cavaliere, e
-bello, per giunta, come un dio di fabbrica ellèna.
-Si diceva che sua madre lo avesse concepito dopo
-essersi fortemente commossa alla veduta di una
-statua di Scopa. Aveva i capegli biondi e riccioluti,
-diritto il naso, breve il labbro superiore, il
-mento rotondo, l'orecchio piccolissimo; insomma,
-tutte le bellezze d'Apollo. E quando andava a
-diporto per la via Lata, o per la Flaminia, con
-le sue listerelle di porpora (<i>clavus angustus</i>) che
-scendevano parallele sul davanti della tunica, ed
-erano il contrassegno del suo ordine, gli facevano
-l'occhiolino le matrone, dal fondo delle loro lettighe,
-e gli uomini s'inchinavano, o si recavano la
-mano al cappello, secondo che andassero a capo
-scoperto, o portassero il pètaso.
-</p>
-
-<p>
-Gli uomini non lo onoravano già per la sua bellezza,
-s'intende; che anzi avrebbero dovuto invidiarlo
-e scoccargli un «<i>i in malam crucem</i>» dal
-profondo dell'anima. Queste delicatezze gli uomini
-ce le avevano in corpo fin da quell'ora; tanto è
-vero che la civiltà è antica e i suoi primordii si
-perdono nella notte caliginosa dei tempi.
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio era un leggiadro cavaliere,
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-l'ho detto; ma in compenso era anche ricco. Aveva
-grossi poderi a Tivoli e nell'agro Reatino, donde
-uscivano i suoi maggiori. Per altro, se il nostro
-cavaliere potea vantarsi Sabino d'origine, non lo
-si poteva riconoscer tale alla parsimonia proverbiale
-di quella gente. Tizio Caio Sempronio spendeva
-liberalmente tutte le sue entrate, e dell'altro
-ancora. Però andava per le bocche di tutti, e si
-faceva a gara per averlo amico. Uomini di vaglia,
-o giovani promettenti, come Cesare e Catilina, lo
-avevano in pregio; e perfino quel caro matto di
-Clodio, prima di far quella morte immatura, che
-tolse un altro salvatore a Roma e un grand'uomo
-alla storia, era stato in molta dimestichezza con lui.
-</p>
-
-<p>
-Mi affretto a soggiungere che Tizio Caio Sempronio
-non era uno dei loro in certi disegni politici.
-A cena, alle terme, sotto i portici, al teatro,
-sta bene, ma niente più in là. Il nostro bel cavaliere
-amava la Repubblica tal quale l'avevano lasciata
-i vecchi, e non sentiva il prepotente bisogno
-di rimutare le istituzioni. Era, pel suo tempo, quello
-che oggi si direbbe un conservatore.
-</p>
-
-<p>
-L'unica cosa che non avrebbe voluto conservare,
-erano le ipoteche; noiosissime ipoteche, le quali
-già incominciavano a fioccare sopra i suoi latifondi.
-Ma già, il tizzo non risplende senza ardere. Ed
-era così allegra la fiammata! Ed era così sontuosa
-la dimora del gentil cavaliere!
-</p>
-
-<p>
-Egli abitava sul Viminale, in un bell'edifizio a
-due piani, donde si godeva una vista incantevole.
-Il senator Rosa ha avuta la fortuna di trovare le
-<i>substructiones</i> di questa casa tra i Bagni d'Agrippina
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-e le Terme di Olimpiade, e di riconoscerne
-il possessore antico, da un sigillo di bronzo, rinvenuto
-nella cella vinaria. Io posso adunque, dietro
-la scorta del dotto archeologo, darvi un briciolo
-di descrizione, ricostruirvi con la fantasia l'abitazione
-di Tizio Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-Figuratevi un edificio diviso in due scompartimenti
-principali: l'<i>atrium</i>, o <i>cavaedium</i>, coi suoi
-annessi necessarii all'intorno, e il <i>peristilium</i>, con
-le sue pertinenze; l'uno all'altro riuniti da una
-stanza intermedia, il <i>tablinum</i>, e da due corridoi
-(<i>fauces</i>) che gli stavano ai lati. Avete inteso? Debbo
-immaginarmelo, chè in vero mi tornerebbe difficile
-di darvene una descrizione più chiara.
-</p>
-
-<p>
-E adesso che avete il complesso, il nocciolo
-della pianta, entriamo pel <i>prothyrum</i>, o vestibolo,
-androne di entrata dall'uscio di strada, nel cui
-pavimento a musaico è raffigurato un cane, un
-cinghiale, od altro animale grazioso e benigno, che
-dovrà farci buona accoglienza in nome del padrone
-di casa.
-</p>
-
-<p>
-Varcato il vestibolo, si riesce nell'atrio. È uno
-spazio chiuso, rettangolare, i cui lati sono coperti
-da una tettoia, la quale ha una larga apertura
-nel mezzo (<i>compluvium</i>) a cui corrisponde nel pavimento
-un bacino (<i>impluvium</i>) destinato a ricevere
-l'acqua piovana dalla soprastante apertura. La
-tettoia è sorretta da colonne, che formano per tal
-guisa un chiostro aperto, da ricordare, ma con assai
-più d'allegrezza per gli occhi, un chiostro di
-monastero.
-</p>
-
-<p>
-Lo vedete quest'atrio? No, non lo vedete ancora.
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-Infatti, come potreste vederlo a tutta prima, se, al
-tempo di cui parlo, ce n'erano di tre specie?
-</p>
-
-<p>
-Primo fra tutti, c'era l'atrio toscano, il più semplice
-e il più antico, adottato a Roma per imitazione
-dagli Etruschi. Esso non aveva colonne. A
-reggere la tettoia che correva lungo le pareti delle
-stanze laterali, bastavano due lunghe travi, che
-andavano pel lungo da muro a muro, nelle quali
-se ne calettavano due altre più corte, in guisa da
-formare un'apertura quadrata nel centro.
-</p>
-
-<p>
-Ma questa forma d'atrio parve ben presto una
-povera cosa, e s'inventò l'atrio tetràstilo, ossia di
-quattro colonne, che rispondevano appunto ai quattro
-angoli dell'apertura.
-</p>
-
-<p>
-Da questa novità alla bellezza dell'atrio corinzio
-non c'è che un passo. L'apertura si allarga, le colonne
-crescono di numero e di magnificenza. L'arte
-greca ha vinto; nell'atrio sfolgoreggia la luce; la
-matrona può stare in casa, filar la sua lana e viver
-casta (<i>casta vixit, lanam fecit, domum servavit</i>), senza
-morir d'anemìa.
-</p>
-
-<p>
-Fermiamoci ora. Siamo in un atrio della terza
-maniera. Lungo le pareti delle logge laterali, tra
-gli usci delle camere, si rizzano sui loro piedistalli
-le statue dei maggiori, alcuni dei quali sono anche
-effigiati in cera, entro le loro nicchie, sull'architrave
-degli usci. Di fronte al vestibolo, dall'altro
-lato dell'atrio, è il tablino, archivio ad un tempo
-e sala di ricevimento. Infatti, nei primi tempi lo
-si adoperava a contenere le <i>tabulae</i>, gli archivi
-della famiglia; ma servì poi a ricevere i visitatori.
-Questa camera, che ha la parete di fondo formata
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-da tramezzi di legno, o scene mobili, può diventare
-in estate un passaggio, come le <i>fauces</i> che le
-corrono sui lati; un passaggio, vo' dire, dall'atrio
-al peristilio, che è la seconda divisione della casa.
-Vedete che magnificenza! Una persona che entri
-dal vestibolo, può guardare d'un tratto, e senza
-difficoltà, attraverso l'intiera lunghezza dell'edifizio,
-atrio, peristilio e giardino.
-</p>
-
-<p>
-Prima di uscire dall'atrio, diamo un'occhiata ad
-alcune altre particolarità. Delle statue e delle immagini
-degli antenati, vi ho detto quanto basta. In
-un certo punto della parete c'è il tabernacolo degli
-dei Lari. Erano questi gli spiriti guardiani, le
-anime degli estinti, che, giusta la credenza dei
-Romani, facevano ufficio di protettori, nell'interno
-della casa. Erano costantemente rappresentati come
-giovinetti succinti, inghirlandati di alloro, e in atto
-di tenere in alto sul capo un corno da bere. Sempre
-davanti a loro stava un'ara di marmo, il focolare,
-con una cavità sulla cima, per ardervi gli
-incensi quotidiani.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra ara, più rilevata e più nobile, era qualche
-volta nel tablino, davanti a un tabernacolo in
-cui si adoravano gli dei Penati, o patroni della famiglia,
-che potevano essere Giove, Giunone, Minerva,
-Apollo, Nettuno, od altro qualsivoglia degli
-abitatori dell'Olimpo.
-</p>
-
-<p>
-Fatta questa necessaria distinzione tra Lari e
-Penati, entriamo nel peristilio. È la parte più familiare
-della casa; un colonnato, come nell'atrio
-corinzio; quattro corridoi all'intorno, e lungo i
-corridoi le camere per uso della famiglia. In mezzo
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-al cortile è qualche volta il giardino, con tutti i
-fiori che piacciono alla matrona, se ama i fiori, o
-con tutte le piante utili alla cucina, se è una massaia,
-che bada anzi tutto al risparmio.
-</p>
-
-<p>
-Ma qui non ci sono massaie. Tizio Caio Sempronio
-è scapolo, e non ha da ringraziare per suo
-conto gli Dei alle calende di Marzo, quando tutta
-la Roma coniugale celebra la bontà di cuore delle
-spose Sabine. Lasciamo dunque il giardino co' suoi
-fiori. Esso darà le rose, di cui i servi di Tizio
-Caio Sempronio comporranno le ghirlande per gli
-ospiti, quando si sdraieranno nel triclinio, vasta
-sala da pranzo, che è per l'appunto lì presso, a
-poca distanza dalla cucina.
-</p>
-
-<p>
-Prima dì finirla con la descrizione della casa, vorrei
-parlarvi dal piano di sopra, diviso in piccole
-camere, anch'esse per uso d'abitazione. Non v'induca
-in errore il loro, nome di <i>coenacula</i>. Non ci
-si pranza più, fin dai tempi di Varrone, ed è rimasto
-un nome generico per le camere del piano
-superiore, ove dormono i servi e i ragazzi, come
-nelle camere a tetto di tante case signorili del
-tempo nostro.
-</p>
-
-<p>
-In casa del mio amico Tizio Caio Sempronio si
-dorme poco. C'è sempre corte bandita; colazione
-al mattino, o <i>jentaculum</i>; merenda, o pranzo, alle
-tre del pomeriggio, coi nomi latini di <i>prandium</i> e
-di <i>merenda</i> (veramente il pranzo è pei ricchi, e la
-merenda pei lavoratori, forse perchè bisognava
-guadagnarsela); cena finalmente alla sera. Tutti
-questi nomi si sono rimutati nell'uso moderno, e
-il pranzo ha preso il posto della cena. Già, lo ha
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-detto Vittor Ugo, <i>ceci tuera cela</i>. Ma io conosco
-ancora molti impenitenti pagani, che fanno merenda
-in casa, quando la famiglia prende il suo
-pasto più forte, e cenano, poi, quantunque all'osteria,
-molto più tardi, e in compagnia di allegri
-commensali.
-</p>
-
-<p>
-Le cene di Tizio Caio Sempronio avevano fama
-in città, come quelle di Lucio Licinio Lucullo. Figuratevi
-se gli mancavano i convitati, con la magnificenza
-gastronomica di cui facea pompa il suo
-cuoco, e la presenza delle più belle e colte fanciulle
-dell'Attica, o delle rive della Jonia. A quei
-tempi era di moda il greco, siccome ai dì nostri
-il francese.
-</p>
-
-<p>
-Oggi, sia lodato Iddio, il greco non si conosce
-più, neanche dai professori. La moglie d'un grecista
-famoso raccontava un giorno di non aver
-concessa la sua mano a quel degnissimo uomo, se
-non dopo la testimonianza di due oneste persone,
-le quali giurarono che egli insegnava bensì il
-greco, ma che non lo sapeva altrimenti.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span></p>
-
-<h2 id="cap2">CAPITOLO II.
-<span class="smaller">Il triclinio.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Siamo alle calende d'Aprile. Il mese è sacro a
-Venere, e in questo giorno le donne romane vanno
-a lavarsi nei templi, o nei sacrari domestici, inghirlandate
-di fiori e di mirto. La ragione ve la
-dice Ovidio, nei Fasti. La dea madre d'Amore, uscita
-appena dall'onde, stava ritta sulla spiaggia asciugandosi
-i capegli al sole, allorquando s'avvide di
-essere adocchiata da uno stuolo di Satiri. E qui, o
-fosse perchè quei così le parevano indegni di contemplarla,
-o perchè ella non si era anche avvezza
-a simili adorazioni, Afrodite nascose prontamente
-le sue bellezze con un cespo di mortella, fatto nascere
-lì per lì sulla riva.
-</p>
-
-<p>
-Altre cerimonie si facevano in quel giorno, e tutte
-avevano l'acqua per ingrediente necessario. Verbigrazia,
-le fanciulle da marito andavano a lavarsi
-nel tempio della Fortuna virile, per cancellare ogni
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-imperfezione dal corpo. Ma perchè tra le imperfezioni
-ci dovevano essere quelle che nessuna acqua
-varrebbe a spianare, io suppongo che il miracolo
-della Dea dovesse consistere piuttosto nell'acciecare
-gli uomini per modo, che non si avvedessero più
-di una spalla fuori posto, d'una pupilla sviata, o
-d'altro sconcio simigliante. Accadeva che la gobba,
-la sciancata, o la cisposa, trovasse marito? La Fortuna
-virile aveva fatta la grazia.
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio non aveva nessuna di queste
-cerimonie da compiere, e nemmeno voleva sacrificare,
-come in quel giorno era l'uso, a Venere
-Verticordia, perchè facesse il miracolo di svolgere
-i cuori dagli illeciti affetti. Il giovinotto festeggiava
-alle calende d'Aprile il suo giorno natale. Era segnato
-tra i nefasti, nel calendario; ma che farci?
-Non si nasce mica quando si vuole. Ora, il miglior
-modo di passar l'uggia dei giorni nefasti,
-anche nella Roma antica, era quello di stare allegri
-quanto più si potesse.
-</p>
-
-<p>
-E quanto a ciò, non dubitate, il nostro cavaliere
-aveva disposte le cose per bene. La sua casa accoglieva
-quel giorno un giusto numero di amici.
-Erano i quattro più cari e le quattro più belle;
-otto insomma, e lui nove; non di più, perchè dovevano
-mettersi a tavola.
-</p>
-
-<p>
-Era un precetto antico che il numero dei commensali
-dovesse incominciare da quel delle Grazie,
-che erano tre, e non andare oltre quel delle Muse,
-che erano nove. In meno di tre, il banchetto riusciva
-malinconico; in più di nove turbolento.
-</p>
-
-<p>
-Quattro cose, poi, si reputavano necessarie ad un
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-convito: belli i convitati, scelto il luogo, acconcio
-il tempo e non negletto l'apparecchio. I commensali,
-inoltre, non dovevano essere troppo loquaci,
-nè muti. Ai primi si conveniva il foro, ai secondi
-il letto. Quanto ai discorsi, non dovevano toccare
-argomenti difficili, nè gravi, bensì giocondi, che
-derivassero l'utilità dal diletto, e recassero qualche
-conforto allo spirito. Così la pensavano i nostri
-vecchi Romani, che non volevano a mensa le noie
-del tribunale, del senato, dei comizi, o del banco.
-</p>
-
-<p>
-Dopo tutto, come si sarebbe potuto parlare di
-queste cose punto piacevoli, alla mensa di Tizio
-Caio Sempronio, dove c'erano Lalage, Delia, Febe
-e Glicera? Lalage, una bellissima bruna, che, parlasse
-o ridesse, metteva in mostra due file di denti
-così leggiadri, da chiuder la bocca ad un esercito
-di causidici? Delia, una bionda, severa all'aspetto,
-come una statua di Fidia, ma con un paio di occhi,
-donde uscivano bagliori che vi rimescolavano
-il sangue nelle vene? Febe, bianca e soave come
-la Dea della notte? Glicera, dolce come il suo nome
-e piena lo sguardo di più dolci promesse?
-</p>
-
-<p>
-La sala del triclinio era spaziosa e ornata con
-greca magnificenza. Dorato il lacunare, i cui cassettoni
-apparivano colmi da canestri di fiori, in
-atto di spandersi sui convitati. Le pareti erano
-maestrevolmente dipinte, con quadrature, prospettive
-e lontananze, che illudevano gli occhi e facevano
-parere il luogo più vasto. In quella di mezzo
-si ammirava un affresco, rappresentante Amore e
-Psiche, mezzo sdraiati davanti ad una mensa sontuosamente
-imbandita. Certo, da quell'affresco doveva
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-Apuleio aver cavato più tardi il soggetto del
-famoso episodio della sua favola milesia. Tizio
-Caio Sempronio chiamava quel dipinto: «Amore
-a tavola» e lo celebrava il primo tra tutti gli
-amori. Se avesse ragione non so, e non ho tempo
-a cercare.
-</p>
-
-<p>
-Figuratevi che ci ho ancora un mondo di cose
-da dirvi. Tutto intorno si vedevano arredi d'altissimo
-pregio; candelabri di bronzo, che imitavano
-lo stelo d'una pianta, e recavano in cima un dischetto,
-su cui era posata la lucerna; tripodi, su
-cui si ardeva l'incenso, od altro aroma di effluvio
-più grato alle nari; mense vasarie, su cui posavano
-boccali, brocche, anfore ed altri utensili necessarii
-al convito; da ultimo il repositorio, o portavivande,
-vistoso mobile di legno, incrostato di
-tartaruga e arricchito di fregi d'argento, scompartito
-in varii palchetti, l'uno sull'altro, destinati a
-sostenere i vassoi con le loro diverse portate.
-</p>
-
-<p>
-La mensa era nel mezzo, tutta in legno di cedro,
-levigata e rilucente, macchiata qua e là come una
-pelle di pantera, quadrata di forma, per adattarsi
-ai tre letti che le correvano intorno.
-</p>
-
-<p>
-I letti, sicuro; e appunto per questo la sala si
-chiamava triclinio, dai tre letti su cui si adagiavano
-i commensali, appoggiati sul gomito sinistro.
-Ogni letto aveva tre posti, coi loro cuscini e guanciali
-di piume, ed ogni posto aveva il suo nome,
-il sommo, l'inferiore e l'imo. La stessa denominazione
-serviva pei letti, da destra a sinistra del
-riguardante, salvo che il letto di mezzo non si
-chiamava inferiore, ma il medio. Di qui le divisioni
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-gerarchiche dei posti, <i>summus, inferior, imus,
-in summo</i>, oppure <i>summus, inferior, imus, in medio</i>,
-e finalmente <i>summus, inferior, imus, in imo</i>. Quest'ultimo
-era proprio l'ultimo posto della mensa.
-Ma il primo non era mica il <i>summus in medio</i>, come
-porterebbe la nomenclatura accennata, bensì l'<i>imus
-in medio</i>, perchè il convitato più ragguardevole,
-stando nel letto di mezzo, che era il più nobile,
-restasse anche vicino al padrone di casa, che era
-sempre il <i>summus in imo</i>.
-</p>
-
-<p>
-Lettori, se io riesco oscuro, non è mia colpa.
-Vorrei invitarvi romanamente a cena, e chiarirvi
-meglio il negozio. Accettate la buona intenzione,
-vi prego.
-</p>
-
-<p>
-Tutto era all'ordine; i lumi accesi in giro sui
-candelabri e nella lampada di bronzo dorato, che
-pendeva dal lacunare. Il lettisterniatore aveva sprimacciato
-i letti a dovere e i commensali prendevano
-il luogo assegnato dal nomenclatore a ciascheduno
-di loro.
-</p>
-
-<p>
-Ottima usanza era questa, e mi sia lecito di aggiungere,
-a mo' di parentesi, che potrebbe svecchiarsi
-utilmente ai dì nostri, per risparmiare ai
-convitati la molestia di andar su e giù intorno alla
-mensa, cercando i loro nomi sulle cartoline ospitali,
-ed anche per dare ad ognuno la consolazione
-di conoscere i suoi compagni di tavola; cosa difficile
-oltremodo, con l'uso moderno, e dove i convitati
-sian molti.
-</p>
-
-<p>
-Gli uomini si erano sdraiati a mezzo sui letti;
-le donne stavano sedute. Così portava la costumanza
-romana; ma niente impediva che, ad una
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-cert'ora del banchetto, il capo di Delia o di Lalage
-si arrovesciasse a destra o a manca, secondo il
-capriccio, e le rose della ghirlanda convivale si
-sfogliassero sulla sintesi del vicino.
-</p>
-
-<p>
-La sintesi, ho detto. E non crediate trattarsi qui
-di uno dei due procedimenti filosofici per cui la
-mente umana svolge e perfeziona le sue cognizioni.
-Si tratta della combinazione di una tunica discinta
-con maniche corte, e di un pallio che ricopriva la
-metà inferiore del corpo ai convitati. Questa combinazione
-si chiamava con greco vocabolo, la sintesi,
-od altrimenti la veste cenatoria.
-</p>
-
-<p>
-Notate che si prendeva il cibo più o meno delicatamente
-con le dita, e che la salsa poteva assai
-facilmente cadere sulla tunica. Donde la necessità
-d'indossare una veste <i>ad hoc</i>, la quale era fornita
-dall'ospite. Il convitato non recava di suo che il
-tovagliolo, nel quale, a cena finita, riponeva confetti,
-frutte, ed altri rilievi della mensa, che era
-permesso a tutti di portar via, come si usa anche
-adesso, nei pasti villerecci, dai convitati indiscreti.
-</p>
-
-<p>
-Oltre la sintesi, fatta per cansar le frittelle sugli
-abiti, i commensali avevano dall'ospite il nardo ed
-il cinnamomo per ungersi i capegli, e la corona di
-rose, che, premendo sulle tempie, non permetteva
-ai fumi del vino (almeno, così credevasi allora) di
-salire al cervello.
-</p>
-
-<p>
-Così disposte le cose, un ragazzo portò sulla
-mensa il bossolo dei dadi, e si lasciò decidere dalla
-sorte a cui spettasse il titolo di re del vino.
-</p>
-
-<p>
-Il punto di Venere, che era il migliore, poichè
-in esso i tre dadi cadevano mostrando sulle facce
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-superiori tre numeri diversi, toccò ad una donna,
-alla vispa Lalage dalle labbra di corallo e dai denti
-di avorio.
-</p>
-
-<p>
-Un applauso universale salutò la regina.
-</p>
-
-<p>
-— Non è questo il giorno d'Afrodite? — gridò
-Lucio Postumio Floro, a cui Lalage piaceva maledettamente. — E
-non è giusto che Venere favorisca
-la sua bella figliuola?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il sorriso, l'ho detto, stava di casa sulla bocca
-di Lalage. Ma quella volta esso apparve più soave
-dell'usato, e Postumio Floro n'ebbe al cuore una
-dolcezza infinita.
-</p>
-
-<p>
-In quel mentre si udirono liete armonie. I sinfonisti
-entrarono nel triclinio, quale suonando la
-cetra, quale il flauto, in accompagnamento ad un
-coro di giovinetti, che cantavano le lodi del padrone,
-composte in metro saffico da Publio Cinzio
-Numeriano, il poeta.
-</p>
-
-<p>
-— Belli i versi ed il canto! — disse Tizio Caio
-Sempronio, facendosi rosso dal piacere. — Abbia
-l'amico Numeriano tutto quello che gli gioverà
-domandarmi. E voi, — soggiunse, rivolto ai servi
-sinfonisti, — che avete cantato e accompagnato
-un carme degno di Apolline, siate da quest'oggi
-liberti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-I sinfonisti si profusero in rendimenti di grazie.
-Numeriano, che era sdraiato all'ultimo posto,
-si senti più felice in quel momento, che se gli
-avessero dato il posto consolare, occupato pur
-dianzi da Lalage, la regina del banchetto.
-</p>
-
-<p>
-— Ave, Sempronio! — diss'egli, — Tu sei veramente
-il primo dei Celeri.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-</p>
-
-<p>
-Avverto il lettore che Celeri dicevansi da principio
-i cavalieri, dal loro primo capitano Fabio
-Celere. E Numeriano, ricordando le antiche denominazioni,
-avrebbe potuto dire eziandio il primo
-dei Ramnensi, dei Taziensi, e dei Luceri, perchè
-appunto in tre centurie erano stati divisi i primi
-cavalieri da Romolo, e ascritti alle tribù di tal
-nome.
-</p>
-
-<p>
-Incominciò, come a Dio piacque, il banchetto. Il
-Dio era Mercurio, a cui toccava la prima e la
-miglior parte del primo piatto di carne. Se poi la
-mangiasse, non so; forse ne faceva un presente al
-guardiano del santuario.
-</p>
-
-<p>
-Mentre i sinfonisti cantavano e suonavano, un
-servo accorto, lo <i>structor</i>, aveva disposti sui vassoi
-del repositorio i piatti della prima portata, a
-mano a mano che giungevano dalla cucina. E appena
-finito il carme, altri due servi avevano sollevato
-il portavivande dalla credenza, collocandolo
-in mostra sulla tavola. C'era là dentro la <i>gustatio</i>,
-o l'<i>antecœna</i>, come a dire l'antipasto, o i principii;
-tutta roba da gustarsi per aguzzar l'appetito.
-</p>
-
-<p>
-Di solito non mancavano nell'antipasto le uova
-sode, acconciate con salse; donde il proverbio romano
-«ciarlar dalle uova fino alle mele;» ossia
-dai principii alle frutte. Ma il lusso incominciava
-a volere che le uova fossero di pavone, le quali
-costavano un occhio, come potete argomentar di
-leggieri.
-</p>
-
-<p>
-Il cuoco di Tizio Caio Sempronio aveva dunque
-seguita la moda, e mandava in tavola le uova di
-pavone; ma perchè la materia fosse vinta dall'arte,
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-quelle uova giungevano in un vassoio foggiato a
-nido, su cui era una pavona di legno, con le ali
-spiegate, in atto di covare. S'intende che, non essendo
-la femmina del pavone così bella a vedersi
-come il maschio, lo scultore pittore aveva dato
-alla covatrice il collo azzurro, le penne lionate e
-il ventaglio dagli occhi d'oro, del suo vanaglorioso
-compagno.
-</p>
-
-<p>
-Dispensate le debite lodi a quella ghiotta novità,
-e mostrato di saperla gustare, i convitati dovevano
-bere. Ma a questo provvedevano i coppieri. Già il
-credenziere era venuto innanzi con una grossa
-anfora, su cui era scritto a lettere allungate: <i>Opimianum</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il nomenclatore si era avanzato a sua volta ed
-aveva gridato, commentando la scritta:
-</p>
-
-<p>
-— Falerno del consolato di Opimio!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lucio Opimio Nepote era stato console con Fabio
-Massimo nell'anno 632 di Roma. Quel vino
-avea dunque settant'anni. Ma non era quello il
-solo suo pregio. Nell'anno 632 <i>ab Urbe condita</i>,
-essendo console Opimio, la stagione fu così asciutta,
-che ogni sorta di frutti rimase squisitissima; il
-vino principalmente riuscì egregio, e tanta fu la
-sua fama, che con l'andar del tempo usavasi dire
-Opimiano ogni vino vecchio che servivasi alla
-mensa dei grandi.
-</p>
-
-<p>
-— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei
-Numi? — chiese Postumio Floro. — Dillo, o regina
-dalle labbra di rosa.
-</p>
-
-<p>
-— Nel <i>sestante</i>, per ora; — sentenziò la regina.
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-— Del resto, il Falerno Opimiano non è vino da
-<i>deunce</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Da <i>triente</i>, almeno! — osservò Marco Giunio
-Ventidio, volgendo a quell'anfora uno sguardo divoto.
-</p>
-
-<p>
-— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose
-la regina.
-</p>
-
-<p>
-— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio
-Sulpicio, quando il console si reca al tribunale; — replicò
-Giunio Ventidio.
-</p>
-
-<p>
-«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile
-dei littori, quando avevano a sgomberare le vie
-dalla calca del popolo, per dare il passo libero ai
-magistrati. <i>Si vobis videtur, discedite Quirites.</i>
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri,
-lasciando stare le arcaiche corna di bufalo,
-usate a tal uopo dai primi Romani, e i fregi di
-metallo prezioso onde furono ornate in processo
-di tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi
-d'oro, d'argento o di stagno, secondo le condizioni
-di fortuna, e si chiamarono, dalla misura di liquido
-che potevano contenere, sestanti, trienti e
-deunci. Del sestante, che conteneva appena due
-once, si servivano le persone sobrie. Augusto beveva
-sempre al sestante e non più di sei volte durante
-il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente,
-che era perciò ritenuto un bicchiere di moderata
-grandezza, pei bevitori ragionevoli; e ciò per contrapposto
-al <i>deunce</i>, o bicchiere da undici oncie,
-che era il calice prediletto dei beoni.
-</p>
-
-<p>
-— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore
-dei primi, dopo aver fatta scoppiettare due
-volte la lingua contro il palato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio
-Floro.
-</p>
-
-<p>
-— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con
-un galante accenno alla sua vicina. — Febe val
-Ebe, ed anzi qualche cosa di più.
-</p>
-
-<p>
-— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se
-avrai da bere alle lettere!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La celia destò il buon umore di tutta la brigata.
-Dicevasi bere alle lettere, quando, in onore di una
-donna, si bevevano l'uno sull'altro tanti bicchieri
-quante erano le lettere di cui si componeva il suo
-nome.
-</p>
-
-<p>
-Ricordano gli eruditi che Marziale propinava
-all'arrivo di Lidia con cinque bicchieri; di Lica
-con quattro, di Ida con tre; e poichè nessuna di
-queste belle si mostrava, il povero poeta solitario
-chiedeva consolazioni a Morfeo. È da credere che,
-con tante libazioni, il dio dei papaveri non si facesse
-aspettare; tanto più che il buon Marziale
-aveva già bevuto prima per altre donne di molte
-lettere, come, ad esempio, Giustina.
-</p>
-
-<p>
-Gli amici di Tizio Caio Sempronio ridevano, centellando
-il Falerno del consolato d'Opimio; e frattanto
-i servi, tolti dalla mensa i rilievi dell'antipasto,
-si facevano innanzi col primo servito, o <i>caput
-coenae</i>, come dicevasi allora.
-</p>
-
-<p>
-Il repositorio era diventato una vera selva di
-piatti, il cui pregio appariva vinto da quella artistica
-confusione con cui erano disposti. Immaginate
-una ventina di vassoi d'argento, che recavano
-torte, focacce, gamberi, anitre, ariguste, quarti di
-maiale, triglie, fichi d'Africa, lepri, fegatelli, e via
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-discorrendo. Non vi parlo delle varie salse in cui
-era cucinata tutta quella grazia di Dio, perchè vi
-confonderei la testa e fors'anco vi guasterei lo stomaco
-delicato, con que' miscugli di pepe e miele,
-di cumino e di silfio, che formavano gl'intingoli
-dei padroni del mondo.
-</p>
-
-<p>
-Levati ad uno ad uno i vassoi dal portavivande,
-lo scalco fu pronto a trinciare in giuste parti ogni
-cosa. Non si usava allora di lasciar niente nel
-piatto di mezzo. Ad ognuno dei commensali toccava
-la sua porzione, ed egli poteva mangiarla, o
-riporla, o rimandarla, come più gli piacesse. Per
-tal modo, non c'era a temere d'indiscreti, che,
-verbigrazia, si servissero di tutto il migliore del
-pesce, lasciando la testa e le spine all'ultimo del
-giro. E nemmeno si avevano a patire i danni della
-propria discrezione, o modestia. La rapacità degli
-uni e la timidezza degli altri avevano un solo correttore,
-lo scalco.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p>
-
-<h2 id="cap3">CAPITOLO III.
-<span class="smaller">Donne, vino e canzoni.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Mentre tutte quelle pietanze si distruggevano allegramente,
-e perchè la cena non apparisse un
-pasto di affamati volgari, la regina comandò che
-qualcheduno dei commensali proponesse una quistione
-gradevole.
-</p>
-
-<p>
-Vibenna domandò qual fosse miglior vino tra il
-Cecubo e il Massico; ma Giunio Ventidio sciolse
-prontamente la quistione, dicendo che erano ottimi
-ambedue, e che il superlativo, anche a detta dei
-grammatici, non ammetteva comparativi.
-</p>
-
-<p>
-Postumio Floro avrebbe voluto che si disputasse
-intorno all'anima dei creditori, ma Lalage dichiarò
-che non avrebbe patito di tali discorsi a tavola, e
-condannò Postumio a non guardarla più fino alla
-seconda mensa, cioè fino alle frutte.
-</p>
-
-<p>
-Il poveretto gridò che lo si voleva morto. Tizio
-Caio Sempronio intercesse per lui e gli ottenne la
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-grazia della diva, a patto che trovasse il modo di dire
-una cosa gentile a tutte, senza scontentarne veruna.
-</p>
-
-<p>
-— Non son poeta; — rispose Postumio; — e
-qui meglio di me varrebbe Numeriano. Ma poichè
-lo volete, vi dirò che amo una donna sola, perchè....
-non ho quattro cuori.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Le donne, così chiaramente indicate dal numero
-dei cuori che si augurava Postumio, dovevano
-sentenziare. Ma Lalage taceva, per non aver aria
-di sapere chi fosse quell'una. Febe guardava Numeriano,
-che era dall'altra parte della mensa e
-non si accorgeva di essere guardato da lei. Glicera
-si stringeva amorosamente al fianco di Caio
-Sempronio, e non badava troppo alla conversazione.
-</p>
-
-<p>
-Delia parlò, Delia la bionda, severa all'aspetto,
-come una statua di Fidia.
-</p>
-
-<p>
-Secondo lei, la donna amata da Postumio Floro
-doveva esser poco lusingata dalla sua dichiarazione.
-</p>
-
-<p>
-— E se Giove ti avesse dato quattro cuori.... — diss'ella
-al suo vicino di destra, — che cosa avverrebbe?
-</p>
-
-<p>
-— Mia bella severa, — rispose Postumio, — non
-ardisco prevederlo. Ma certo, qualunque cosa avvenisse,
-l'avrebbe voluto lui, ed io non ci avrei
-ombra di colpa.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Intanto i coppieri andavano attorno con le anfore,
-mescendo il vino nei vuoti sestanti.
-</p>
-
-<p>
-E il cuoco venne egli in persona, per curare
-l'arrivo della terza portata. Il vassoio quella volta
-era smisurato e ci volevano due uomini per sorreggerlo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un grido di ammirazione ruppe dalle labbra di
-tutti i convitati. Il cuoco sorrise, come sanno sorridere
-i cuochi, quando ci hanno ancora dell'altro,
-con cui sbalordire i commensali del padrone.
-</p>
-
-<p>
-E non aveva torto, perdinci, il degno scolare di
-Apicio. Figuratevi che aveva cotto un cinghiale intiero,
-coperto ancora (dico ancora, ma certo si
-trattava di una giunta artificiale) della sua pelle
-setolosa. E perchè niente mancasse a dargli l'aspetto
-del vero, la degna bestia si vedeva sdraiata,
-come in atto di voltarsi, in un certo intriso, che
-voleva raffigurare un pantano, ed era la salsa più
-appetitosa del mondo.
-</p>
-
-<p>
-— Come? — dimandò Vibenna, rinvenuto allora
-dal primo stupore. — Non è stato neanche
-sventrato?
-</p>
-
-<p>
-— Qui ti volevo! — disse il cuoco tra sè.
-</p>
-
-<p>
-Indi, ad alta voce proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— Perdona, illustre Vibenna; quello che non è
-stato fatto può farsi ancora.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E levato il coltello dalle mani dello scalco, lo
-piantò arditamente nel petto del cinghiale, traendo
-la lama a sè, per quanto lungo era il ventre.
-</p>
-
-<p>
-Allungarono tutti il collo e stettero cogli occhi
-tesi per vederne balzar fuori le interiora, ma non
-senza sospetto di qualche piacevole novità. Difatti,
-il cuoco appariva sicuro del fatto suo. O faceva
-troppo a fidanza con l'umore del padrone, o ci
-aveva il segreto in corpo, e quell'abile colpo di
-coltello doveva metterlo fuori.
-</p>
-
-<p>
-Una risata omerica salutò la conseguenza dell'operazione.
-E qui l'epiteto di omerica vien proprio
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-a taglio, perchè il cavallo di legno, divino
-lavoro di Pallade, non gittò tanti armati nelle mura
-di Troia, quante il cinghiale sventrato diè fuori
-salsiccie, olive, sanguinacci, tordi, ed altre ghiottornie,
-debitamente rosolate, che promettevano una
-festa di sapori al palato.
-</p>
-
-<p>
-Tosto gli schiavi si avvicinarono e lavorarono
-coi loro cucchiai a raccogliere tutta quella sugosa
-grandinata e a collocarla in giuste parti nei piatti
-dei convitati, mentre lo scalco, riprendendo il coltello
-dalle mani del cuoco, faceva destramente a
-pezzi il cinghiale, per darne uno spicchio a ciascuno.
-</p>
-
-<p>
-— Gli Dei ti proteggano, o Caio; — disse Vibenna,
-ammirato. — Tu possiedi la fenice dei cuochi.
-</p>
-
-<p>
-— A Sibari gli avrebbero eretta una statua; — aggiunse
-Ventidio. — Noi dovremmo decretargli
-il trionfo.
-</p>
-
-<p>
-— Per carità, non me lo guastate. Io l'ho già
-manomesso; — rispose Tizio Caio Sempronio. — Che
-altro potrei fare per lui? Mi mette al fuoco
-dugentomila sesterzi all'anno; è questo il tributo
-che io pago alla sua maestria.
-</p>
-
-<p>
-— Vivi cent'anni, o Caio, — gridò il cuoco inchinandosi, — e
-conservami la tua benevolenza.
-</p>
-
-<p>
-— Coi dugentomila sesterzi; — aggiunse mentalmente
-Postumio Floro. — Vedete un po' il mio
-amico Caio, come spende allegramente il suo! Se
-gli domandassi oggi i quarantamila che mi occorrono,
-per chetare quel Cerbero di Cepione!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il dispensiere si era fatto innanzi col Massico,
-altro vino che non la cedeva al Falerno, nè al
-Cecubo. E la regina del convito appagò il desiderio
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-di Marco Giunio Ventidio, facendo dare in tavola
-i trienti.
-</p>
-
-<p>
-— Oh bene! — gridò Ventidio. — Beviamo dunque
-e celebriamo queste spume generose col verso.
-</p>
-
-<p>
-— Col verso! Tu?
-</p>
-
-<p>
-— Io, sì, io. Che vi credete? Che alle mie ore
-non sia poeta anche un Giunio Ventidio? Sentite
-qua:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Ben venga, amici, il Massico,</p>
-<p class="i01">E cresca la misura,</p>
-<p class="i01">Mentre gli affanni e i triboli</p>
-<p class="i01">La sorte rea matura.</p>
-<p class="i01">Quando si muoia e dove</p>
-<p class="i01">Si vada, è in grembo a Giove.</p>
-<p class="i01">Ci pensi dunque il Dio,</p>
-<p class="i01">O se ne scordi pur, come fo io;</p>
-<p class="i01">Mentre bevo al tuo nome,</p>
-<p class="i01">Febe divina dalle bionde chiome.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Versa, coppiere, il liquido</p>
-<p class="i01">Rubino profumato.</p>
-<p class="i01">Vedi? Alla prima lettera</p>
-<p class="i01">Bevo, e in un sorso è andato.</p>
-<p class="i01">Per la seconda, ratto</p>
-<p class="i01">Versa, ed io bevo.... È fatto.</p>
-<p class="i01">La terza ancor ti chiedo,</p>
-<p class="i01">E per la quarta ad implorarti io riedo.</p>
-<p class="i01">Perchè sì breve ha il nome</p>
-<p class="i01">Febe divina dalle bionde chiome?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ma bene! Egregiamente! — gridò Caio Sempronio. — Tu
-rubi l'arte a Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— E mira anche a rubargli dell'altro: — soggiunse
-Vibenna.
-</p>
-
-<p>
-— Dell'altro? Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Il cuore della mia vicina e sua, che va troppo
-spesso con gli occhi verso il nostro poeta.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Febe si fece rossa in volto come una fragola.
-Anche Numeriano arrossì, ma non per la stessa
-ragione di lei. Il giovine poeta pensava a tutt'altro,
-e dovette credere che l'amico Vibenna si prendesse
-giuoco di lui e di Febe.
-</p>
-
-<p>
-— Difenda Numeriano la sua conquista! — disse
-la regina, a cui piacevano i versi. — Egli è il
-prediletto delle Muse.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, canti Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamolo; — disse Ventidio. — Ma badi, io
-gli contenderò la palma fino all'ultimo.... bicchiere!
-</p>
-
-<p>
-Numeriano, colto così alla sprovveduta, non sapeva
-che pesci pigliare.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io non ho ancora detto di voler combattere; — diss'egli
-timidamente.
-</p>
-
-<p>
-E il suo sguardo andava frattanto più oltre,
-verso la spalliera del letto di mezzo, donde si sentiva
-venire incontro come un'aria di temporale.
-La dea c'era; perchè non ci sarebbe stata la nuvola?
-</p>
-
-<p>
-— O Numeriano, che vuol dir ciò? — chiese
-Vibenna. — Ti spaventa il competitore? E non
-t'incuora nemmeno la speranza del premio?
-</p>
-
-<p>
-— Amici, — rispose Numeriano, — perdonate
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-al pusillanime che vi confessa la sua codardia. Mi
-dò per vinto.
-</p>
-
-<p>
-— Senza scendere in campo?
-</p>
-
-<p>
-— Senza scendere in campo; e griderò volentieri
-un evviva a Marco Giunio Ventidio.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La più parte dei commensali erano per menar
-buona a Numeriano la sua ritirata. Ma c'era la dea
-nella nuvola, e non poteva mancare la folgore.
-<i>Intonuit laevum.</i>
-</p>
-
-<p>
-— Come? Non bastano ad inspirarti gli sguardi
-soavi di Febe? — chiese con ironico accento la
-bella e severa Delia, che aveva notato le occhiate
-della sua bionda compagna a Numeriano, anche
-prima dell'osservazione maliziosa di Elio Vibenna. — Così
-poco potere ha la donna sul prediletto delle
-Muse?
-</p>
-
-<p>
-— Anche tu! — esclamò Numeriano, ferito da
-quel sarcasmo, che non credeva di aver meritato. — Anche
-tu! Ah, per Apolline, io sono calunniato.
-E non son donne le Muse? — Ed io potrei
-macchiarmi di così nera ingratitudine, dimenticando
-che la donna è la regina dei cuori, come lo
-è oggi del nostro convito?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il lusinghiero accenno propiziò a Numeriano il
-cuore di Lalage.
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — diss'ella. — Cantaci dunque il regno
-della donna.
-</p>
-
-<p>
-— Lo canterò, — rispose Numeriano, dopo un
-istante di pausa, in cui parve misurare le sue
-forze, — lo canterò, a confusione di chi non intende
-il mio cuore.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-</p>
-
-<p>
-E chiesta l'ispirazione al biondo Iddio, Numeriano
-incominciò:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Forma soave e splendida,</p>
-<p class="i01">Anco ai celesti piaci,</p>
-<p class="i01">Leda, Latona, o Danae,</p>
-<p class="i01">Hai del Tonante i baci.</p>
-<p class="i01">Nè t'amerà il poeta</p>
-<p class="i01">Che anela al sacro monte?</p>
-<p class="i01">Amor di carmi è fonte;</p>
-<p class="i01">Fonte d'amor sei tu.</p>
-<p class="i01">Per te il solingo genio</p>
-<p class="i01">Beato od infelice.</p>
-<p class="i01">Te chiede inspiratrice,</p>
-<p class="i01">Più desiata meta</p>
-<p class="i01">Quanto superba più.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Qual, de' mortali a strazio,</p>
-<p class="i01">Chiuse nel cor più gelo,</p>
-<p class="i01">Di lei che al Dio de' numeri</p>
-<p class="i01">Nacque sorella in Delo?</p>
-<p class="i01">Delle bellezze avare</p>
-<p class="i01">Seppe Atteon lo sdegno,</p>
-<p class="i01">Che, fatto a' veltri segno,</p>
-<p class="i01">Indarno supplicò.</p>
-<p class="i01">Ma Endimione inconscia</p>
-<p class="i01">Fe' d'Atteon vendetta,</p>
-<p class="i01">E là del Latmo in vetta</p>
-<p class="i01">La nube tutelare</p>
-<p class="i01">I divi amor celò.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Cinzia, Diana, o Delia,</p>
-<p class="i01">Qual più nomarti hai caro,</p>
-<p class="i01">Del cacciatore improvvido</p>
-<p class="i01">Mi serbi il fato amaro?</p>
-<p class="i01">O me, già fuor di spene,</p>
-<p class="i01">Ora più lieta attende?</p>
-<p class="i01">De' tuoi rigor l'emende</p>
-<p class="i01">Lice sperare a me?</p>
-<p class="i01">Non l'osa ormai l'assiduo</p>
-<p class="i01">Dolore ai danni esperto;</p>
-<p class="i01">E nulla chiedo e il serto</p>
-<p class="i01">Rapito all'Ippocrene,</p>
-<p class="i01">Bella, consacro a te.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Solo retaggio ed umile,</p>
-<p class="i01">È pure il mio tesoro.</p>
-<p class="i01">Poeta tuo, dimentico</p>
-<p class="i01">Ogni più verde alloro.</p>
-<p class="i01">Te salutar regina</p>
-<p class="i01">È più sicuro orgoglio</p>
-<p class="i01">Che i fasci in Campidoglio</p>
-<p class="i01">Ed il trionfo ambir.</p>
-<p class="i01">Ciò basti a cui s'inchinano</p>
-<p class="i01">I vinti Medi e i Parti;</p>
-<p class="i01">A me sol giovi amarti,</p>
-<p class="i01">E a' piedi tuoi, divina,</p>
-<p class="i01">Procombere e servir.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-— Bene! per gli Dei immortali! — gridò Tizio
-Caio Sempronio, profondamente commosso. — Diana
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-o Delia che sia, questa donna è adorata in
-forma solenne!
-</p>
-
-<p>
-— Senti, Delia; — disse la regina del convito. — Tu
-sei debitrice d'un bacio a Numeriano. O in
-premio ai suoi versi leggiadri, o in penitenza di
-un falso giudizio, a tua scelta.
-</p>
-
-<p>
-— Di che mi punite? — domandò la bella sdegnosa. — Di
-aver costretto il poeta a cantare? Lodatemi,
-invece, perchè l'ode è riuscita degna di
-Valerio Catullo.
-</p>
-
-<p>
-— Questo paragone vai forse un bacio; — entrò
-a dire Ventidio.
-</p>
-
-<p>
-— Non per me; — rispose prontamente Numeriano. — Del
-resto, io l'accetto come uno scherzo
-di quelle labbra, che fanno parer bello il sarcasmo.
-Valerio Catullo è un gran poeta, ed io sono uno
-scolaretto.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Quella di Numeriano era onestà, rara anche allora
-per un alunno delle Muse. Ma pensate, o lettori,
-che Numeriano era giovane, e non aveva
-anche imparato a lasciar correre tutti i giudizii
-che potessero nuocere ai suoi fratelli in Apolline
-e far comodo a lui.
-</p>
-
-<p>
-Intanto che gl'innamorati si bisticciano (poichè,
-già lo avrete capito, Numeriano è invaghito di
-Delia ed ella lo sa da un bel pezzo), non dimentichiamo
-le ultime fasi della cena.
-</p>
-
-<p>
-I servi avevano portato via la mensa ed erano
-andati attorno coi catini d'argento e cogli asciugamani,
-perchè i convitati ripulissero le forchette, date
-a loro dalla madre natura, e tali perciò da non potersi
-portar via sudicie, per rigovernarle in cucina.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ciò fatto, a suon di cetre e di flauti, venne in
-mezzo al triclinio la seconda mensa, bella a vedersi
-per la sua lastra di legno prezioso intarsiato
-d'avorio e di tartaruga, con fregi d'argento, che
-ricorrevano eziandio sul piede, riccamente intagliato.
-</p>
-
-<p>
-Sulla seconda mensa erano già imbanditi i confetti,
-i dolciumi, le torte di cotognato ed ogni generazione
-di frutte serbevoli. Non mancavano tuttavia
-le frutte fresche, quantunque si fosse alle
-calende di aprile. L'Africa e la Sicilia erano gli
-orti suburbani di Roma. E qual è lo scolare di
-umanità che non ricorda i fichi d'Africa, portati
-dal fiero Catone in Senato, come il più fresco degli
-argomenti a conforto del suo eterno: <i>Delenda
-Carthago</i>?
-</p>
-
-<p>
-Intanto si seguitava a bere. Le anfore si succedevano
-e non si rassomigliavano; e i discorsi
-neppure; anzi, questi assai meno delle anfore.
-Parlavano tutti, e bevevano a lor posta, senza
-aspettare i comandi della regina. La quale, del
-resto, non avrebbe saputo più darne, incalzata
-com'era dalle fervide orazioni di Postumio Floro,
-che affogava nelle proteste d'amore il ricordo dei
-quarantamila sesterzi di cui era debitore all'usuraio
-Cepione.
-</p>
-
-<p>
-Tra Ventidio, che criticava ad alta voce tutti i
-poeti del tempo, e Vibenna che incominciava ad
-annaspare, come uomo che caschi dal sonno, Febe
-taceva, pensando a Numeriano, che mostrava di
-non pregiare i suoi vezzi e di non intendere le
-sue languide occhiate. Glicera, dolce come il suo
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-nome, aiutava Caio Sempronio a ravviare la conversazione,
-che procedeva a sbalzi, ad urti, a sbrendoli,
-come era naturale in quell'ora. Delia, più
-padrona di sè che non fossero gli altri, si schermiva
-destramente in quella guerra di parole, prodiga
-d'arguzie e sorrisi a tutti, fuorchè al suo
-poeta, al povero Numeriano, che non sapeva distogliere
-lo sguardo da lei.
-</p>
-
-<p>
-La cena finiva, come tutte le cene dei nostri
-vecchi Romani, in una gran confusione. Qualcheduno
-dei commensali aveva già provato ad alzarsi,
-o perchè avesse il braccio indolenzito, o perchè
-volesse sperimentare le sue gambe. E alle lacune
-avevano tenuto dietro i cangiamenti di posto. Ventidio,
-sfortunato con Febe, era andato a chiacchierare
-più da vicino col padrone di casa, e Numeriano
-si era trovato, senza avvedersene, all'altro
-capo del triclinio, col gomito timidamente appoggiato
-sulla spalliera del letto di mezzo, accanto al
-guanciale di Delia.
-</p>
-
-<p>
-— Poeta, — gli diceva la bella sdegnosa, rispondendo
-ad un inno in prosa che egli le aveva bisbigliato
-all'orecchio, — tu piaci alle Muse, ma io
-ti consiglio di ottenere anche i sorrisi di Pluto.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-A quella frecciata che lo coglieva in pieno, il
-povero Numeriano impallidì.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione; — diss'egli poscia. — Ma è
-colpa mia se non son ricco? E mi accuserai tu, — soggiunse,
-prevedendo ciò ch'ella avrebbe potuto
-rispondergli, — se i miei occhi ti trovano
-bellissima tra le belle e il mio cuore sente il bisogno
-di dirtelo? Si può amarti, o Delia, anche
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-senza aver le ricchezze.... o i debiti di Giulio Cesare.
-</p>
-
-<p>
-— Ed io non chiedo tanto; — replicò sorridendo
-la greca. — I miei gusti sono più modesti che tu
-non creda. Abborro questo sfarzo dei tuoi concittadini,
-questo lusso mostruoso che rasenta la follia.
-Ero nata per vivere come una giovine e mite
-sacerdotessa, nel tempio d'una Dea....
-</p>
-
-<p>
-— Che tu avresti fatta morire d'invidia; — interruppe
-Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— Se una Dea potesse morire; — notò Delia,
-che le lusinghiere parole del giovane avevano rabbonita. — Ma
-infine, anche a voler fare la vita
-dei pastori di Teocrito, ci vuol sempre il bosco,
-l'orto e la casa. Non hai pensato a questo, o poeta?
-</p>
-
-<p>
-— È vero: — disse Numeriano, chinando la
-fronte. — Ma se tu mi lasci sperare, l'idillio avrà
-la sua scena e la colomba il suo nido.&nbsp;—
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span></p>
-
-<h2 id="cap4">CAPITOLO IV.
-<span class="smaller">L'amico si conosce alla prova.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Numeriano prometteva nel modo usato da certi
-animi deboli, che buttano le parole innanzi, per
-aggrapparvisi poi, e per trovare nell'obbligo di fare
-una data cosa lo stimolo sufficiente alla loro irresolutezza.
-</p>
-
-<p>
-Non operò diverso quel capitano, di cui non
-rammento più il nome, che gittò il fodero della
-spada nelle file nemiche, per procacciare a sè stesso
-e ai suoi soldati la necessità di andarlo a raccogliere.
-</p>
-
-<p>
-Ora il nostro Publio Cinzio Numeriano aveva
-promesso, con tutto il desiderio, ma senza la certezza
-dell'attendere. Una speranza lo sosteneva;
-quella di avere il consiglio e l'aiuto (anzi, più
-l'aiuto che il consiglio) di Tizio Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-Certo, se qualcheduno poteva dare una mano in
-quel frangente al nostro innamorato, quegli era
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-Tizio Caio, che passava per uno dei più facoltosi
-cavalieri di Roma e che amava molto il poeta
-Numeriano. Forse, gli esempi di ciò che sperava,
-mancavano tuttavia. Mecenate era fanciullo, nè ancora
-aveva regalato ad Orazio Flacco un podere nella
-Sabina, nè fatto restituire a Virgilio Marone il suo
-campo avito sul Mantovano. Ma il patronato letterario
-era già negli usi romani, fin dai tempi di
-Scipione Africano e di Lelio. L'amico di Numeriano
-era ricco e di buon cuore; poc'anzi aveva detto
-parole, che a Numeriano erano tornate più dolci
-del miele; non c'era altri che lui per intenderlo,
-altri che lui per soccorrerlo.
-</p>
-
-<p>
-Caldo di quel disegno che gli era balenato alla
-mente, Numeriano cercò degli occhi il padrone di
-casa. Tizio Caio Sempronio non era più nel triclinio;
-ma, dalla cortina rialzata, si poteva vederlo poco
-lunge, appoggiato da una colonna del peristilio.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo; — disse Numeriano tra sè. — L'occasione
-è propizia, e questa è forse una ispirazione
-di Venere. Tizio Caio, tu sarai la tavola di
-salvezza di quest'altro Simonide.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Così pensando, uscì dal triclinio, per accostarsi
-al suo protettore. Ma, giunto appena sul limitare,
-vide ciò che il lembo della cortina non gli aveva
-consentito a tutta prima di scorgere. Tizio Caio
-Sempronio dava udienza a Postumio Floro, e il
-colloquio, proseguito sotto voce, appariva molto
-confidenziale.
-</p>
-
-<p>
-Numeriano, prudentissimo giovane, tornò frettolosamente
-indietro, per aspettare a muoversi da
-capo, quando vedesse rientrare Postumio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì, — diceva intanto quest'ultimo a Tizio
-Caio Sempronio, — mi trovo ad un brutto passo.
-L'usuraio Cepione non mi dà requie. Sono citato
-davanti al pretore per le none di questo mese e
-farò una trista figura. Tutto per quarantamila sesterzi...
-una miseria; non pare anche a te?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, — rispose Caio Sempronio; — una
-vera miseria!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lettori, date anche voi ragione a Postumio. Infatti,
-che cos'era il sesterzio? Potreste insegnarlo a
-me; una moneta del valore di due assi e mezzo,
-la quarta parte d'un denaro d'argento, e corrispondeva
-a ventiquattro centesimi e dieci millesimi
-della moneta odierna. Nei primi secoli di Roma il
-sesterzio era coniato in argento, ma più tardi lo
-si era fatto d'oricalco, che è come a dire una bellissima
-qualità di ottone. Diciamo dunque che Postumio
-aveva bisogno di quarantamila sesterzi, poco
-meno di diecimila lire. Che cosa sono diecimila lire?
-Una miseria per Tizio Caio Sempronio, che era
-ricco, e per Postumio Floro, che non le aveva lui,
-ma che contava di trovarle nei forzieri dell'amico.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio stette a pensare un pochino.
-Diecimila lire sono una miseria, certamente, ma
-una miseria che non si porta in tasca, neanche ai
-dì nostri, che si ha il vantaggio inestimabile del
-portafogli e della carta monetata. Bisognava dunque
-parlare all'arcario, servo o liberto, che teneva
-i conti e soprintendeva alle entrate e alle spese
-della famiglia. Ora il dover parlare di queste cose
-all'arcario, è sempre stata una noia non lieve, anche
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-ai tempi e con la beata tranquillità di Tizio
-Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'amicizia non ha forse i suoi dritti? Che
-cosa vale il danaro a paragone dell'amico? Non è
-l'amico una continuazione di noi medesimi, un
-compartecipe di tutti i nostri diritti, quantunque non
-lo sia, e non lo voglia essere, di tutte le nostre
-servitù? L'uomo non vive dell'uomo, come il lupo
-del lupo? almeno, quando non ci ha di meglio per
-servire al suo pasto?
-</p>
-
-<p>
-Queste ed altre considerazioni di tal fatta si succedettero
-nella mente del cavaliere, e la sua risoluzione
-fu pronta.
-</p>
-
-<p>
-— Quando ti occorrono? — chiese egli a Postumio.
-</p>
-
-<p>
-— Te l'ho detto, in questi giorni. Alle none di
-aprile dovrei essere chiamato in giudizio e correre
-per le bocche di tutta Roma. Vedi che guaio!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Le none cadevano al cinque d'aprile; c'erano
-dunque appena quattro giorni di tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Orbene, disse Caio Sempronio, — passa
-domani da me.
-</p>
-
-<p>
-— A che ora?
-</p>
-
-<p>
-— Sul meriggio; vedrò di servirti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Postumio Floro fece l'atto di gettargli le braccia
-al collo.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Caio! oh amico impareggiabile!
-</p>
-
-<p>
-— Chetati, via! — disse l'altro, schermendosi
-dalla stretta di Postumio. — Debbo ringraziarti io
-stesso di aver pensato a me in questa occasione.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se lo dicevo io! Tu sei la fenice dei cavalieri
-di Roma. Te lo dirò col verso di Catullo;
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-nessuno osi paragonarsi a te. <i>Jam tibi nullus se conferet
-heros.</i>
-</p>
-
-<p>
-— Veramente, non dice così, il verso di Catullo;
-ed io, poi, non sono un eroe.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sei per me. Che cosa facevano gli eroi?
-Compievano imprese maravigliose; purgavano le
-terre dai mostri, campavano gli amici dall'Erebo.
-E tu non mi salvi da Cepione, mostro assai più
-feroce di Cerbero? La mia gratitudine, o Caio!
-Abbimi tuo debitore per la vita, e chiedimi a tua
-volta ogni cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie, farò di non averne mestieri. Per un
-servizio da nulla, non bisogna far troppo a fidanza
-cogli amici.
-</p>
-
-<p>
-— No, te ne prego, conta su me in ogni occasione.
-Se tu non mi promettessi di farlo; non accetterei
-oggi questo... piccolo servizio, per quanto
-mi sia necessario.
-</p>
-
-<p>
-— Bene, poichè tu lo vuoi, ci conterò; — disse Caio
-Sempronio, per farla finita. — A domani, dunque;
-il mio arcario ti preparerà il danaro numerato.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Postumio Floro gli strinse la mano e non volle
-spiccarsi da lui senza averlo abbracciato e baciato.
-Già, lo sapete, l'amicizia ha i suoi dritti.
-</p>
-
-<p>
-Nel triclinio, frattanto, si continuava a bere e
-a chiacchierare allegramente. Non vi giurerei per
-altro che i discorsi fossero molto ordinati.
-</p>
-
-<p>
-Cinzio Numeriano stava persuadendo Delia dell'amor
-suo e delle sue buone intenzioni, quando
-rientrò Postumio, con quell'aria di trionfo che potete
-immaginare, e andò diritto a ripigliare il suo
-colloquio con Lalage.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ecco il buon punto; — disse Numeriano
-tra sè. — Vado, e gli espongo il caso mio. Il Massico
-mi ha infuso un po' di coraggio; approfittiamone.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Ma egli non potè mandar subito il suo disegno
-ad effetto. Bisognava finire il discorso incominciato
-con Delia, trovare un pretesto per allontanarsi
-da lei; e quando finalmente lo ebbe trovato
-ed uscì, vide Caio Sempronio che passeggiava
-nel peristilio, ma in compagnia di Giunio Ventidio.
-</p>
-
-<p>
-— Eccone un altro! — borbottò Numeriano. — Non
-ci ho proprio fortuna.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-I due peripatetici erano in assai stretto colloquio.
-Giunio Ventidio doveva essere entrato in argomento
-<i>ex abrupto</i>. E Numeriano tornò un'altra
-volta nel triclinio.
-</p>
-
-<p>
-— Buon per me che Vibenna dorme; — pensò
-egli, guardando quell'altro, che russava disteso sul
-letto; — se no, dovrei rassegnarmi ad essere il
-quarto.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lasciamo il poeta Numeriano, che avrà qualche
-altra cosa da bisbigliare all'orecchio di Delia,
-e teniamo dietro a Giunio Ventidio. È tanto riscaldato
-nel suo colloquio col padrone di casa, che
-non si accorgerà punto della nostra presenza; la
-quale ha, dopo tutto, il vantaggio di essere tutta
-spirituale.
-</p>
-
-<p>
-— Tu solo puoi liberarmi da una grave molestia; — diceva
-Ventidio a Caio Sempronio. Figurati
-che cosa mi accade. Ho da tre mesi alle costole
-quella birba matricolata di Furio Spongia, l'argentario
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-che sta nel Foro, alle Botteghe Vecchie. Egli
-mi ha imprestato in tre volte cinquantamila danari.
-</p>
-
-<p>
-— Ahi! — disse Caio Sempronio tra sè. — Ne va
-via uno e ne capita un altro.
-</p>
-
-<p>
-— Cioè, dico male; — proseguiva intanto Giunio
-Ventidio; — non mi ha imprestato che la
-metà della somma. Il resto lo hanno portato gl'interessi.
-Ma torna lo stesso, poichè sono cinquantamila
-danari che devo, e quel furfante li vuole ad
-ogni costo.
-</p>
-
-<p>
-— E tu non puoi restituirglieli.
-</p>
-
-<p>
-— Come lo sai? — chiese Ventidio, cercando di
-affogare in una risata la vergogna di quel brutto
-momento.
-</p>
-
-<p>
-— Si capisce, per Diana! E ti si legge anche
-negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Così è, mio ottimo Caio; non posso restituire
-i cinquantamila danari, se non vendo i miei
-orti sull'Esquilino. A te, ecco appunto un affar
-d'oro.
-</p>
-
-<p>
-— A me? In che modo?
-</p>
-
-<p>
-— Ti cedo i miei orti; tu me li paghi quel che
-valgono, ed io mi libero da quel ladro di Furio.
-Che te ne pare? Si combina?
-</p>
-
-<p>
-— Eh, non è mica una grama pensata; — disse
-Caio Sempronio, respirando un tratto, poichè vedeva
-allontanarsi il pericolo di una stoccata come
-quella ricevuta testè da Postumio Floro; — quando
-si ha della terra al sole e dei debiti alle spalle,
-il meglio è sempre di vender la terra e di levarsi
-i debiti. Ma io, dolcissimo Ventidio, di terra ne
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-ho già fin troppa. Non potresti cercare un altro
-compratore?
-</p>
-
-<p>
-— Ah, se tu mi manchi, sono un uomo spacciato.
-</p>
-
-<p>
-— Come? Stiamo a vedere che ci sono io solo
-in tutta Roma per comperare i tuoi orti!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, non ci sei che tu: o, per dire più veramente,
-io non vedo che te.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio stentava a capire.
-</p>
-
-<p>
-— Ragioniamo un pochino; — diss'egli.
-</p>
-
-<p>
-— Ragioniamo quanto vuoi.
-</p>
-
-<p>
-— Se tu non paghi i cinquantamila danari, che
-cosa ne avviene?
-</p>
-
-<p>
-— Che Furio Spongia mi cita davanti al pretore
-urbano, che il pretore mi condanna, e che i miei
-beni sono messi all'asta, trenta giorni dopo la sentenza.
-</p>
-
-<p>
-— I tuoi beni! Saranno gli orti alle Esquilie,
-non è vero? Perchè non hai più altro al sole.
-</p>
-
-<p>
-— Tu l'hai detto; non ho più altro.
-</p>
-
-<p>
-— Orbene, — prosegui Caio Sempronio, cui pareva
-di aver trovato il segreto dell'argomentazione
-socratica, — vendere domani, lasciar vendere
-trenta giorni dopo la sentenza, non è forse tutt'uno?
-E poichè certamente i tuoi orti varranno
-quella somma...
-</p>
-
-<p>
-— Valgono anzi di più; — interruppe Ventidio.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio ancora, e tu puoi mettere la mano su
-quel che ne avanza.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma il disonore dell'asta pubblica, non lo
-conti per nulla? Se vendo a te domani, o doman
-l'altro, posso dir sempre e far dire: a Tizio Caio
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-Sempronio questi orti piacevano; Ventidio non ha
-saputo negarli all'amico. L'amicizia è una gran cosa;
-come far contro all'amicizia?
-</p>
-
-<p>
-— Capisco; — rispose Caio Sempronio, mettendosi
-sullo stesso tono di Ventidio; — ma la taccia
-di cattivo gusto che ne verrebbe a me, non la
-conti un pugno di ceci? Comperare i tuoi orti
-sull'Esquilino? presso il tempio di Mefite? accanto
-al carnaio di tutta la poveraglia?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio non aveva tutti i torti. Sull'Esquilino,
-alle radici del Fagutale, o bosco di
-faggi a Giunone Lucina, erano i <i>puticoli</i>, sepolcri
-della plebe, così detti <i>a putrescendo</i>. E là per l'appunto
-aveva il suo sacello Mefite, la dea del mal
-odore.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione; — rispose quell'altro; — ma gli
-orti Ventidiani non sono mica da quella parte.
-Del resto; hai lassù i ricordi più gloriosi di Roma;
-il Tigillo sororio, che rammenta la pugna degli
-Orazii e dei Curiazii; il Vico Ciprio, che piacque
-tanto ai Sabini...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, — interruppe Caio Sempronio, — e il
-Vico Scellerato, con Tullia che passa in cocchio sul
-cadavere insanguinato del padre.
-</p>
-
-<p>
-— Vedo che hai intenzione di comperare i miei
-orti; — disse Ventidio. — Li disprezzi troppo.
-</p>
-
-<p>
-— No, ti ripeto, non mi vanno.
-</p>
-
-<p>
-— E sia; imprestami allora il danaro.
-</p>
-
-<p>
-— Peggio ancora! Cinquantamila danari? Ma sai
-che sono..... cinquantamila danari? La metà della
-mia rendita..... d'una volta! Amico mio, soggiunse
-il povero cavaliere, messo alle strette da quell'importuno
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-di Ventidio, — tu non crederai mica
-che io tenga così egregie somme a dormire nell'arca.
-Le terre non danno sempre quel che dovrebbero;
-i soprastanti sono la gente più ladra
-del mondo; le spese crescono tutti i giorni; anche
-oggi ho promesso di far servizio a qualcheduno.....
-Quarantamila sesterzi, mio caro!
-</p>
-
-<p>
-— Ah si?... — gridò Giunio Ventidio. — Quel
-furfante di Cepione è nato vestito.
-</p>
-
-<p>
-— Come sai?... — chiese Tizio Caio, turbato.
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! Lo so, perchè ieri quei quarantamila
-sesterzi sono stati chiesti in imprestito a me.
-A me, figùrati, a me, che ne ho appena duecentomila...
-da chiedere!
-</p>
-
-<p>
-— Poichè dunque tu sai, — riprese Caio Sempronio, — ti
-sarà facile intendere che non posso
-servirti, dopo aver già promesso un imprestito ad
-altri.
-</p>
-
-<p>
-— E tu compra i miei orti. Questo non è un
-imprestito, è un collocamento di moneta. Con sessantamila
-danari fai una compra eccellente.
-</p>
-
-<p>
-— Sessantamila! — esclamò il cavaliere. — <i>Crescit
-eundo!</i> Quando ti fermerai?
-</p>
-
-<p>
-— Mi fermo qui, perchè è il loro prezzo. Vorresti
-tu pagarli meno di quello che valgono? — domandò
-Giunio Ventidio, con quel suo fare tra le
-scherzoso e l'impudente, che doveva vincere la
-riluttanza di Caio Sempronio. — Forse ti turbano
-i sonni gli allori di Cepione, di Furio Spongia ex
-di tutti i loro degni colleghi delle Botteghe Vecchie?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Le botteghe Vecchie, che ricorrono per la seconda
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-volta nel dialogo, erano uno dei punti più
-noti di Roma. Sentite a questo proposito come
-quella lingua tabana di Plauto fa parlare l'attrezzista
-(<i>Choragus</i>) nella sua commedia <i>Il Punteruolo</i>:
-«V'indicherò io in qual luogo possiate trovare,
-senza cercar molto, se avete bisogno di parlargli,
-un birbante o un fior di virtù, un galantuomo o
-un farabutto. Chi cerca adunque d'uno spergiuro,
-vada al Comizio; chi d'un bugiardo o d'uno spaccone,
-al tempio di Cloacina; chi un marito ricco
-e pelato, faccia capo alla Basilica; lì pure saranno
-le femmine andate a male e i cavalocchi. Giù in
-fondo del Foro passeggiano i galantuomini e i signori;
-nel mezzo, lungo il canale, gli arcifanfani;
-sopra il Lago gli arroganti, i pettegoli e i
-maligni, che per nulla ti si scagliano contro co' vituperi,
-senza pensare a tutto quel che di vero si
-potrebbe dire di loro. Presso alle Botteghe Vecchie
-ci stanno gli strozzini e gli strozzati; accanto
-al tempio di Castore i musi da fidarsene poco;
-nel borgo de' Toscani i bellimbusti; nel Velabro,
-chiedi e domanda, fornai, beccai, aruspici, trecconi;
-altri mariti ricchi e pelati presso la casa di Leucadia
-Oppia. Ma è stato bussato all'uscio; fo punto.»
-</p>
-
-<p>
-— No, certamente; — rispose Caio Sempronio; — ma
-qual prova del valore che tu assegni a
-questi orti... Ventidiani?
-</p>
-
-<p>
-— La prova è nel mio tabulario. Vieni e vedrai,
-o manda e saprai, quanto li ha pagati mio padre;
-dugento quarantamila sesterzi; poco più di quello
-che tu dài ogni anno al tuo cuoco, perchè ti faccia
-onore davanti agli amici, con queste cene luculliane.
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-Suvvia, Tizio Caio; — soggiunse Ventidio,
-con accento carezzevole, scendendo alla perorazione, — fammi
-questo favore, che è nell'indole
-tua, poichè tu sei il principe dei cavalieri. Me lo
-diceva anche Clodia, la bellissima vedova di Metello
-Celere. «Quel Caio Sempronio non ha chi
-lo agguagli in tutte le tre centurie, e voi altri dovreste
-baciar dove passa.»&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio non era indifferente alla
-lode di una bella donna, e non lo poteva essere a
-quella di Clodia, che era bellissima tra le belle.
-Già tutti gli uomini son fatti così, e il sorriso di
-una bocca leggiadra li fa andare in solluchero.
-Figuratevi poi il sorriso di Clodia! Il nostro eroe
-avrebbe fatto più sciocchezze per lei, che non ne
-avesse fatte qualche anno addietro il povero Valerio
-Catullo.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì? — diss'egli, accostandosi a Giunio Ventidio. — E
-in quale occasione ha ella parlato così
-benignamente dei fatti miei?
-</p>
-
-<p>
-— Ma..... non rammento bene. Mi pare che si
-parlasse dell'invito che avevi fatto agli amici pel
-tuo giorno natalizio. Sai pure, gli amici tuoi ragionano
-spesso e volentieri di te; e in casa di
-Clodia le occasioni di farlo sono più frequenti
-che altrove. Ah, se invece di queste Greche (bellissime,
-non lo nego) tu avessi invitato qualche
-Romana.....
-</p>
-
-<p>
-— Clodia è unica; — interruppe Caio Sempronio; — dove
-è lei, non c'è più luogo per altre.
-Ma chi sa? un giorno forse darò una gran cena,
-in onore.... dei Mani di suo marito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bravo, così va fatto. Intanto, se non ti dispiace,
-gliene darò un cenno, ed ella ti sarà grata
-di questa attenzione.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie; — disse Caio Sempronio. — Domani
-intanto passa da me; parleremo de' tuoi orti.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, tu mi rendi la vita. E conta sulla mia
-gratitudine.
-</p>
-
-<p>
-— Ci conto, non dubitare; — rispose il cavaliere,
-che vedeva finire il suo colloquio con Giunio
-Ventidio come l'altro con Postumio Floro.
-</p>
-
-<p>
-Il padrone degli orti Ventidiani strinse la mano
-del suo futuro salvatore e si allontanò canticchiando,
-come un uomo che non ha più sopraccapi.
-</p>
-
-<p>
-— Veramente le calende d'aprile sono un giorno
-nefasto; — pensò Caio Sempronio. — E se non
-fosse che ho udita una buona parola di Clodia.....
-Ma l'avrà poi detto davvero? È così bugiardo,
-questo Ventidio! Basta, sarà quel che sarà, ritorniamo
-al triclinio e beviamo il vino del commiato.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-In quel mentre, gli si parò davanti Cinzio
-Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, eccoti qua, mio bel poeta! — gridò il cavaliere,
-mettendogli amorevolmente le mani sugli
-òmeri. — Dimmi tu, domandami tu qualche cosa,
-che mi torni di buon augurio, dopo tante....&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Voleva aggiungere: seccature; ma si tenne la parola
-tra i denti.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciamola lì; disse invece, mutando discorso. — Tu
-hai fatta quest'oggi per me un'ode
-meravigliosa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bontà tua; — rispose umilmente Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— Bontà della tua Musa, non mia; tu sei nato
-poeta e le api del Parnaso ti hanno stillato il miele
-sulle labbra. Non è egli così che si dice?
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei cortese; — disse Numeriano. — Ma
-credilo, se c'è nella mia ode alcun che di buono,
-è tutto opera tua, perchè me l'ha inspirata l'amicizia.
-</p>
-
-<p>
-— Te lo credo, Numeriano, te lo credo. Tu sei
-un vero amico, non uno dei soliti piaggiatori della
-fortuna. Tu, per esempio, non mi hai chiesto mai
-nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Ahi, ahi! — pensò il poeta. — Come faccio
-ora a dirgli?... Se parlo, guasto la buona opinione
-che egli s'è fatto di me.&nbsp;—
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span></p>
-
-<h2 id="cap5">CAPITOLO V.
-<span class="smaller">Amore è cieco.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio levò di pena egli stesso il
-suo giovane amico.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io, — proseguì, — a te solo ho detto: abbi
-da me tutto quello che ti piacerà domandarmi.
-Chiedi adunque, o Cinzio Numeriano. Vuoi la mia
-casa? No; questa non hai mestieri di domandarmela,
-perchè essa è già tua.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! — rispose Numeriano, stringendo e
-baciando la destra che Caio Sempronio gli aveva
-sporta in quel punto. — Del resto, tu mi conosci,
-o Caio; i miei gusti sono assai più temperati. Io
-ho sempre sognato una modesta casetta, con una
-fontana lì presso, e un po' di bosco all'intorno, per
-ascoltare ciò che bisbigliano i Fauni all'orecchio
-delle Ninfe.
-</p>
-
-<p>
-— Poeta! Tu credi ai Fauni e alle Ninfe?
-</p>
-
-<p>
-— Certamente. Muta i nomi quanto vorrai, le
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-cose e le idee rimangono, belle di giovinezza immortale.
-E quelle che io ti ho detto, non sono elleno
-forse le voci della natura, che parlano dai
-sassi, dall'aria, dai tronchi d'alberi e dalle acque
-scorrenti, in cui le ha chiuse il Dio ignoto, e indovinate
-il mortale? Per me, vedi, quelle ombre
-romite, quei silenzi profondi, hanno splendori e
-favella; splendori che io non saprei dipingerti, favella
-che io non sarei capace di esprimere; ma
-che importa ciò? M'invadono l'anima, mi riscaldano
-il cuore, e mi si tramutano in alate canzoni.
-La mia vita è là; in quelle ombre, in quei silenzi,
-amare, cantare, e il tuo Cinzio sarebbe intieramente
-felice.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, per Giove, lo meriti; — gridò Caio Sempronio. — Ma
-io mi penso che la modesta casetta,
-la fontana e il bosco all'intorno, dovrebbero essere
-abbastanza vicini alla città. Perchè, infine, io non
-sono poeta, ma certe cose le intendo e le sento
-alla maniera dei poeti. Quella che tu chiedi non
-è la vita campagnuola del vecchio Catone, che attendeva
-alla coltivazione per venderne i frutti; è
-la quiete operosa dello spirito, lontana da tutte le
-brighe e da tutte le vanità, ma vicina a tutte le
-eleganze, a tutte le consolazioni dell'amicizia e dell'arte.
-Non è così? Ti ho capito, o Numeriano; e
-tu non potresti vedere diversamente la cosa. Orbene,
-io ci ho il fatto tuo; una villa sull'Esquilino,
-il vero monte della guardia, donde l'occhio spazia
-pel lontano orizzonte, senza perder di vista i tetti
-della Roma quadrata; donde si scorge il Soratte,
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-il Lucretile, i colli Albani e il tempio di Castore;
-donde, in un volger di ciglia, si possono vedere le
-aquile che volano sul monte Sacro, e gli sciocchi
-che misurano a lenti passi il selciato del Foro. E
-con tutto questo, una villa non così grande, da
-recarti le cure e le molestie della padronanza, ma
-nemmeno così piccola, che non ci abbia a campar
-su un poeta tuo pari.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, smetti, te ne prego; — esclamò Numerano; — o
-consentimi di chiuder gli occhi e di
-vedere col desiderio quest'orto delle Esperidi.
-</p>
-
-<p>
-— No, non occorre di chiuder gli occhi; ti bisogna
-anzi di tenerli aperti. Ho io le chiavi dell'orto,
-e son tue.
-</p>
-
-<p>
-— Dici da senno?
-</p>
-
-<p>
-— Del migliore ch'io m'abbia. Ah, per gli Dei
-immortali! — gridò Caio Sempronio, dimenticando
-un tratto di parlare con Numeriano e di farsi intendere
-da lui. — Non compro per rivendere, io;
-non fo il mercante, nè l'usuraio. Vogliono tutti il
-mio danaro, ci calano sopra, come le arpìe sulla
-mensa dei compagni d'Ulisse. E facciano a lor posta,
-finchè la dura; ma io darò pure un esempio;
-lo darò, prima che le forze mi manchino. Amico, — e,
-così dicendo, Caio Sempronio tornava in carreggiata, — io
-ho fatto in vita mia tante sciocchezze,
-che vorrei, per una volta tanto, imberciarne una,
-esser utile a chi lo merita, passare alla posterità
-con un atto che facesse dire di me: quello sconclusionato
-di Tizio Caio Sempronio non era poi
-un capo della mandra d'Epicuro, come il complesso
-della sua vita potrebbe far credere. Cinzio Numeriano,
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-promettimi almeno che mi ricorderai nei
-tuoi versi. Non ho vinto barbari re; non ho assoggettato
-provincie. Anch'io potevo fare qualche
-cosa, e me ne sono rimasto con le mani in mano.
-Ma infine, ho amato qualcheduno ed ho saputo
-discernere il bene dal male, i cuori gentili dalle
-anime nere, gli amici dai parassiti. Era destino
-che prendessi questa via, anzichè un'altra; ma se
-ho seguita la peggiore, ho vista almeno e riconosciuto
-la buona. Rendimi giustizia, o poeta. Non
-siete voi, discepoli di Febo Apollo, i vindici della
-storia? Io frattanto ho reso giustizia a te, sceverandoti
-dal numero degli importuni, dei supplicanti,
-degli insaziabili, e via discorrendo.
-</p>
-
-<p>
-— Che dici tu? — mormorò Numeriano. — E
-non ero venuto appunto per chiederti anch'io qualche
-cosa?
-</p>
-
-<p>
-— No, non lo fare; lascia a me la cura e la
-consolazione di concedere a te quello che non mi
-avrai domandato; — interruppe Caio Sempronio. — Del
-resto, che cosa avevi tu a chiedere, dove
-io ti avevo precorso con l'offerta? Non ti confondere
-con gli altri; se io non ti avessi confortato a parlare,
-saresti ancora fuori di strada, e la modesta
-casetta la chiederesti alle Muse, sulle falde del
-Parnaso, accanto alla fontana Castalia. Dunque,
-veniamo a noi. Compro domani gli orti di Ventidio,
-sull'Esquilino. Saranno tuoi da quell'ora, e al
-solo patto che tu m'inviti qualche volta ad una
-pitagorica cena, e mi legga i tuoi versi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il poeta non si rinveniva dallo stupore ond'era
-tutto compreso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ah Caio Sempronio, amico, patrono mio! — gridò
-egli, alzando gli occhi al cielo. — Gli Dei
-prosperino te e la tua casa, perchè tu salvi un
-povero poeta dalla disperazione.
-</p>
-
-<p>
-— Per Giove! Eri già a questo punto? Buon per
-me, che sono giunto in tempo. Ma dimmi; in che
-modo quello che poc'anzi era un bel sogno per te,
-diventa ora una necessità?
-</p>
-
-<p>
-— Ah, è vero; — rispose Numeriano, impacciato; — non
-ti avevo detto ogni cosa. Sono... Ma
-già, potrai immaginartelo.
-</p>
-
-<p>
-— Innamorato, forse?
-</p>
-
-<p>
-— Per l'appunto, sebbene la parola non esprima
-a gran pezza tutto quello che sento.
-</p>
-
-<p>
-— Venere ti salvi, o Numeriano! Amar troppo
-e ber troppo, sono due cose da evitarsi del pari.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione, ma come fare? Si vorrebbe andar
-misurati e non ci si riesce. Perciò avviene
-che Elio Vibenna sia così concio dal vino, da
-non potersi più alzare dal suo lettuccio, e che
-io sia così concio dall'amore, da averne perduto il
-sonno.
-</p>
-
-<p>
-— Di bene in meglio! Ma che cosa ha da vedere
-cotesto con la ricchezza? Un poeta è già ricco
-abbastanza per l'arte divina dei carmi, e ad una
-donna romana piace assai più di vedere il suo
-nome sulle tavolette di cera d'un alunno delle
-Muse, che non di aver cinto il collo d'un vezzo di
-perle orientali.
-</p>
-
-<p>
-Numeriano rispose con un sospiro:
-</p>
-
-<p>
-— Come? Non è forse vero? Ti saresti imbattuto
-per avventura in una donna senza cuore?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Oh, non giudicarla da questo, te ne prego; — rispose
-Numeriano. — Il suo cuore è aperto a tutti
-gli affetti gentili. Essa è una creatura celeste, e
-quantunque per la sua bellezza insigne e per le
-grazie elette dell'animo sarebbe degna di sedere al
-convito dei Numi, i suoi gusti son semplici e schietti
-come quelli della figlia d'Alcinoo.
-</p>
-
-<p>
-— Già, tutte così, le donne, agli occhi d'un poeta
-innamorato! — disse Caio Sempronio, ridendo. — E
-ti ama, si capisce?
-</p>
-
-<p>
-— Credo di sì; — soggiunse modestamente Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— Io temo di no; — riprese Caio Sempronio. — Se
-ti amasse, non domanderebbe a te altra
-cosa che la tua gioventù, la tua bellezza e i tuoi
-versi.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, — replicò Numeriano, — se ella fosse in
-tal condizione da poter vivere a modo suo e mio.
-Ti ho detto che i suoi gusti son semplici. Figurati,
-amico, che la vita di Roma, con le sue feste,
-i suoi giuochi, i suoi mille rumorosi sollazzi, le
-torna molesta. Già, non è romana, lei; è una figlia
-della Grecia, una di quelle vezzose creature
-dai flessuosi contorni, dorate la fronte purissima
-dai raggi del sole dell'Attica, che noi amiamo raffigurarci
-coi loro pepli ricadenti in molli pieghe
-sui fianchi, e con ramoscelli di pallida oliva tra
-mani, per intesser corone ai vincitori dei giuochi
-di Corinto, o d'Elèa.
-</p>
-
-<p>
-— Mi par di vederla!
-</p>
-
-<p>
-— Tu la conosci, infatti; essa non è lontana
-di qui.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Davvero? E il suo nome?
-</p>
-
-<p>
-— Delia; non l'avevi tu indovinato?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio inarcò le ciglia e guardò fisso
-il suo giovane amico, in atto di profondo stupore.
-</p>
-
-<p>
-— Dovevo immaginarmelo; — diss'egli, dopo un
-istante di pausa. — Dopo quell'ode.... dopo quell'inno
-pindarico! Ma di grazia, Numeriano, che
-necessità di esser ricco? Se io fossi, non dirò la
-tua Delia, ma la più superba patrizia di Roma, e
-tu avessi fatti per me i versi che hai fatti poc'anzi
-per lei, ti giuro per Febo Apolline che ti avrei
-qui nel mio cuore, ancorchè tu fossi il più povero
-dei Quiriti. Ma basti di ciò, poichè i Numi non
-hanno pensato a questa metamorfosi, e sii felice
-con Delia. E quante lune ti concederà ella, a consolare
-la tua solitudine?
-</p>
-
-<p>
-— Tutta la vita.
-</p>
-
-<p>
-— Bada, Numeriano; è un termine troppo lungo,
-e per lei... e per te.
-</p>
-
-<p>
-— L'amo; — rispose il poeta.
-</p>
-
-<p>
-— Amare non è ancora sinonimo di ammogliarsi; — notò
-Caio Sempronio. — Per tuo bene e suo,
-puoi vivere con Delia, senza la cerimonia della
-confarreazione, o della coenzione.
-</p>
-
-<p>
-— Con la più solenne maniera di nozze, io condurrò
-Delia in mia casa; — gridò Numeriano, infiammato.
-</p>
-
-<p>
-— Col farro, adunque; di bene in meglio!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Per intendere l'osservazione di Caio Sempronio
-e la risposta di Numeriano, bisognerà ricordare le
-tre forme di matrimonio degli antichi Romani,
-l'uso, la compera e il farro. La prima era senza
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-fallo più spicciativa. La donna andava a casa dell'uomo
-ed era riconosciuta per legittima moglie
-dopo un anno di convivenza, purchè il furbo consorte
-non avesse fatto in quello spazio di tempo
-un <i>alibi</i> di tre notti.
-</p>
-
-<p>
-La compera (<i>coemptio</i>) si faceva con alcune solennità,
-quasi comperandosi i due sposi a vicenda.
-La donna portava tre monete; una in mano, e la
-dava al marito; una nella calzatura, e la riponeva
-nel sacrario dei Lari domestici; una nel borsello,
-e la offriva ai Lari Compitali del crocicchio più
-vicino alla casa. Ne seguiva che la donna andava
-in mano e sotto il dominio del marito, diventando
-compagna, partecipe de' suoi beni ed erede. L'uomo,
-dal canto suo, non era sotto la potestà della donna;
-ma, come comperato da lei, le dava la porzione
-conveniente della sua eredità.
-</p>
-
-<p>
-La confarreazione si faceva alla presenza di dieci
-testimoni, con alcune formole particolari e con un
-sacrificio solenne, in cui si adoperava il pane di
-farro; e per tal guisa veniva la donna in potere
-dell'uomo. Le nozze si contraevano alla presenza
-del pontefice massimo e del flamine Diale, per
-mezzo del farro e del sale, donde ebbero il nome
-di confarreazione. Questo modo di celebrare gli
-sponsali era ritenuto religiosissimo, e vi si adoperava
-il farro arrostito, che spesso serviva ne' sacrifizi
-agli Dei.
-</p>
-
-<p>
-— Numeriano, — prosegui Caio Sempronio,
-dopo aver pensato a tutte le cose che siamo venuti
-discorrendo brevemente, — vuoi un consiglio
-da amico? Non fare questa corbelleria. Ottima come
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-amante, ti farà buona riuscita come moglie? Credi
-a me; non abusare del farro.
-</p>
-
-<p>
-— L'amo; — rispose il poeta.
-</p>
-
-<p>
-— E che dirà la Musa? Anche questa è una
-specie di moglie; anzi, è la moglie legittima tra
-tutte. Ammetto che ella possa chiudere un occhio
-su certe scappate; ma se tu le condurrai un'altra
-donna sotto il tetto maritale, povero a te, non farai
-più nulla di buono.
-</p>
-
-<p>
-— L'amo; — tornò a dire quell'ostinato di Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— E sia; non intendo già di negare il fatto.
-Sono invece pentito di averti fornite le armi per
-mandare ad effetto il tuo truce proposito. Tu uccidi
-il tuo ingegno, mio povero amico! E per chi,
-poi? Per un Etèra di Corinto; giovane, bella e colta
-quanto vorrai, ma infine è sempre una Etèra. Non
-la cogli mica dal tralcio, quest'uva di Corinto, e
-ancora aspersa del suo polviscolo resinoso. È venuta
-a Roma come tante altre sue sorelle, di
-marmo pario o di carne, portate da un fiero console,
-a trofeo di vittoria, o da un furbo mercante,
-ad argomento di ricchezza. È una delle migliori,
-per bellezza e per senno, chi te lo nega? Se fossi
-per dare un tuffo nello scimunito, ti giuro, amico
-Numeriano, che non mi parrebbe di fare naufragio
-intiero, imitandoti. Quantunque, — soggiunse
-Caio Sempronio, correggendosi prontamente, — se
-avessi a fare un capitombolo della tua sorte,
-vorrei Afrodite in persona, anche con tutti i suoi
-anni di milizia, e i ricordi, poco piacevoli, di Vulcano,
-di Marte e di Anchise.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-</p>
-
-<p>
-Condannate il mio cavaliere, se vi dà l'animo,
-voi che avete in pregio le frutte spiccate appena
-dall'albero e la bellezza accompagnata dall'onesto
-riserbo.
-</p>
-
-<p>
-Per altro, io non vorrei condannato neanche il
-povero Numeriano. Pensate che amore non ragiona,
-e che, dopo tutto, in Roma non si usava di
-guardar troppo nel sottile in certe faccende. Anche
-in materia di ritegno femminile, si era già, sotto il
-consolato di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello,
-molto lontani dalla moglie di Collatino e dalla madre
-dei Gracchi, e le stesse matrone non potevano
-sperar di piacere ai mutati Quiriti, se non collo
-smettere un pochino, e magari anche molto, dell'antica
-austerità e della ruvidezza delle donne sabine.
-Roma aveva conquistato la Grecia, e la Grecia
-aveva conquistato Roma; l'una si era servita delle
-sue armi invincibili, l'altra de' suoi costumi irresistibili.
-La fiera e forte repubblica s'ingentiliva,
-non c'è che dire, e si corrompeva anche un tantino;
-essendo già fin d'allora un caro difetto degli
-uomini di non far nulla a mezzo e di non voler
-trovare un giusto equilibrio tra la virtù e la grazia,
-la sostanza e la forma.
-</p>
-
-<p>
-Che farci, se le statue di Fidia e di Prassitele
-e i quadri di Apollo e di Zeusi, varcando l'Egeo
-e lo Jonio, traevano dietro a sè anche i loro insuperabili
-esemplari, e se i discendenti di Fabrizio
-e di Cincinnato rendevano giustizia alla bellezza,
-all'ingegno pronto e vivace, di quelle vezzose Ateniesi
-e Tebane, Corinzie ed Efesie, che avevano
-guidati gli scalpelli e i pennelli dei primi artisti
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-del mondo? I rètori e i filosofi greci, che erano
-sembrati così pericolosi a Catone il censore, potevano
-andarsi a riporre. Ben altri maestri di eleganza
-riuscivano per Roma le figlie di Grecia, che
-calavano a stormi sul Lazio, più numerose, giusta
-l'energica espressione di Plauto, che non siano le
-mosche in estate, <i>cum caletur maxume</i>. Venivano
-dall'Attica, dal Peloponneso, dalla Sicilia, le graziose
-divoratrici di patrimonii; seducevano con la
-rara bellezza delle forme, con le studiate grazie
-dello spirito, con gli ornamenti delle lettere greche
-e latine, e con tutta la lieta compagnia de' vizi eleganti.
-Già parecchie di loro s'intromettevano audacemente
-nelle faccende politiche, come Precia, la
-bella amica di Cetego, o come Chelidone, presso
-cui Verre, a cansare una perdita troppo grave di
-tempo, aveva trasportati senz'altro gli uffizi della
-pretura. Leggete in Plutarco le vite di Lucullo e
-di Pompeo; date una scorsa ai comici e ai lirici
-latini, e ne vedrete d'ogni forma e colore.
-</p>
-
-<p>
-Giuochi e danze, corone, unguenti, conviti, manti
-di bisso e di seta (che era la gran novità di quel
-tempo), smeraldi, ametiste, vasi murrini e simili
-altre delicatezze, erano gli strumenti di uno incivilimento
-frettoloso, che dilapidava le sostanze delle
-grandi famiglie, il frutto sudato di quelle rigide istituzioni
-che avevano chiusa la ricchezza in pugno
-al patriziato, resistendo con tanta fortuna alle sedizioni
-della plebe e ai ripetuti tentativi di generosi
-novatori, o d'insigni scellerati. Inconscie distruggitrici
-della fortezza romana, come le locuste lo
-sono dei campi su cui raccolgono il volo, le poetiche
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-figliuole di Grecia erano esse medesime le
-vittime della possanza d'un popolo, che trascorre
-a tutti gli eccessi della vittoria. E il più delle
-volte erano fanciulle inesperte, rapite ai quieti ginecei
-e travolte in una corruzione a cui non partecipavano
-punto le loro anime gentili, avide di
-sapere, di godere la vita, non già di affogar sè e
-gli altri nei pantani del vizio. È mestieri di conoscere
-la vita greca, per intendere che le Etère non
-possono trovar riscontro nella vita odierna, nè essere
-involte in una stessa condanna con certe disgraziate
-creature dei tempi nostri. Se non temessi
-di farmi gridare la croce addosso dai moralisti,
-direi anzi che l'Etèra antica non può essere paragonata,
-con una certa apparenza di giustizia, che
-alla dama moderna. Infatti, oggi la dama è colta,
-come allora lo erano soltanto quelle povere Etère,
-mentre avevano biasimo le dame che mostravano
-di sapere qualche cosa, oltre il filare la classica
-lana e il soprantendere al bucato domestico. Rammentate
-di che critiche fosse oggetto Sempronia,
-la moglie del console Giunio Bruto, perchè era
-ornata di lettere greche e latine, e suonava e ballava
-più elegantemente che non si convenga ad
-onesta matrona. La frase è di quel fior d'onest'uomo
-che fu pei tempi suoi Crispo Sallustio; il quale
-aggiunge aver essa avuto tante altre qualità simiglianti,
-che erano veri stromenti di lascivia. E
-scusate se è poco.
-</p>
-
-<p>
-Io non intendo di assumere le difese di madonna
-Sempronia, che aveva, secondo me, un altro
-torto gravissimo, quello di amare un Sergio Catilina.
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-Dico e sostengo che gli antichi non erano
-da meno del moderno padre Zappata; predicavano
-bene e razzolavano male. Se amavano tanto le
-oche in casa loro, perchè andavano fuori di casa
-a deliziarsi coi cigni? E se l'eleganza e la coltura
-erano anche per loro un necessario accompagnamento
-della bellezza, perchè ne osteggiavano l'ingresso
-nelle pareti domestiche?
-</p>
-
-<p>
-Basta; poichè tanto e tanto non riusciremmo più
-a persuaderli, torniamo alle Etère. Ne abbiamo
-vedute quattro nel triclinio di Tizio Caio Sempronio.
-Una di esse, che vi consento di credere la migliore,
-aveva fatto perder la testa a Cinzio Numeriano,
-che voleva sposarla senz'altro.
-</p>
-
-<p>
-Nè gli potevano far senso le argomentazioni di
-Tizio Caio Sempronio, o, al più, dovevano farglielo
-come una opinione personale, in cui è lecito di non
-consentire. Ricordate che in quel tempo tutto il
-riserbo, tutta la bellezza morale della donna, consistevano
-nello star molto in casa, a far la massaia,
-poi nell'andare ai giuochi dei gladiatori e
-condannare a morte questo e quello dei caduti,
-con una voltata di pollice, poi nel passare allegramente
-di mano in mano, divorziata da un marito
-che volesse compiacere ad un amico, e via di questo
-passo. Altro che il polviscolo resinoso del grappolo
-e la calugine delle pesche duracine! Quelle
-eran peggio delle frutte di mercato, brancicate da
-mezzo mondo; e una povera Greca non ci aveva
-mica da scapitare al confronto.
-</p>
-
-<p>
-Lettori, io passeggio sulla brace. <i>Incedo per ignes
-suppositos cineri doloso.</i> Meglio sarà tornare al colloquio,
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-che per queste chiacchiere abbiamo lasciato
-in tronco.
-</p>
-
-<p>
-— Orbene, che vuoi? — diceva il poeta. — Per
-me, Venere è discesa in terra. Ma che dico Venere?
-Tutte le dee della Grecia, che noi abbiamo trasformate
-coi nostri nomi italici, si sono confuse e
-ringiovanite in questa donna divina. Che importa,
-se il fiore non è stato colto da me? Posso io andare
-a ritroso del tempo e cozzare col fato? So
-che è maravigliosamente bella e che le arcane fragranze
-della sua gioventù mi hanno inebriato. A
-volte, pensando di lei, mi arde il sangue, e la
-vampa mi sale al cervello; a volte mi sento adagiato
-in una calma profonda. Hai tu provata mai
-la volontà ineffabile del non pensar a nulla, del
-lasciarti andare in balìa del caso, come la piuma
-in balìa della brezza meridiana? Io, dopo aver
-molto sospirato e sognato, mi abbandono a questi
-ondeggiamenti, a queste beatitudini eccelse.
-L'amo, l'amo, e non vedo, non sento più altro.
-</p>
-
-<p>
-— Povero amore! — esclamò Tizio Caio Sempronio. — È
-un bel ragazzo, ma è cieco. Vedete
-qui Publio Cinzio Numeriano. È giovane, bello,
-ricco d'ingegno e caro alle Muse. Cento donne a
-gara gli farebbero dolce la vita, e senza rapirgli
-la sua libertà, questo primo dei beni. Ma no; egli
-non conosce la sua fortuna, o la disprezza, che è
-peggio, ed ha mestieri di una catena e d'un collare
-di ferro. Amore è cieco, ho detto; aggiungo ora
-che l'uomo è pazzo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Cinzio Numeriano era rimasto un po' sconcertato
-da quelle considerazioni del suo protettore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ti duole di avermi promesso il tuo aiuto? — gli
-chiese. — Bada, amico e patrono mio; son cosa
-tua e tu puoi togliermi la dolce speranza de' tuoi
-benefizi.
-</p>
-
-<p>
-— No, non temere; — rispose Caio Sempronio. — Certo
-mi duole di aver promesso, poichè so a
-qual fine ti servirà la fortuna. Ma anche Giove in
-cielo è vincolato da' suoi giuramenti, e, qualunque
-cosa avvenga, io non verrò meno alla data parola.
-Bùttati nella voragine, senza aver pure il conforto
-di tornar utile a Roma; io non ci ho che vedere.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Numeriano spiccò un salto, per l'allegrezza, come
-avrebbe fatto un fanciullo, dopo avere ottenuto
-un giocattolo lungamente sospirato.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, grazie! — proruppe. — E tu assisterai
-alle mie nozze?
-</p>
-
-<p>
-— Anche questa? Dovrò io comporre il rogo al
-mio povero poeta?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, te ne prego, te ne supplico.
-</p>
-
-<p>
-— E sia; lo farò. Col farro, adunque?
-</p>
-
-<p>
-— Col farro e col sale.
-</p>
-
-<p>
-— Il sale poi è necessario nel caso tuo. Mostri
-di averne così poco in zucca, mio bel Numeriano!
-Ora veniamo a noi. Posdimani avrai gli orti di
-Ventidio. E proprio dopo il contratto di donazione,
-mi farò tuo prossenéta, ti condurrò dai parenti
-della donna..... cioè, no, dalla sua nutrice, che l'ha
-in custodia, e tu le chiederai Delia in isposa. Ti
-risponderanno di sì, quando io avrò mostrato il
-contratto, non è vero? Bene; tu le darai l'anello
-pronubo, che essa metterà nel quarto dito della
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-mano manca, dov'è la vena che corrisponde al
-cuore. Sarai da quel punto il suo sperato, com'essa
-la tua sperata.
-</p>
-
-<p>
-— Per pochi giorni. — m'immagino; — disse
-Numeriano ridendo. — Tu non vorrai farmi sospirar
-troppo il gran giorno.
-</p>
-
-<p>
-— No, per Giunone Cinzia. Non aspetteremo
-Maggio che è un mese così infelice pei matrimoni.
-<i>Mense Maio nubunt malae</i>, è proverbio volgare.
-Evita le Calende, le None e gli Idi, che sono
-tutti giorni nefasti, e potrai ammogliarti nelle condizioni
-più prospere che ti siano consentite, a
-meno che tu non ami aspettare dopo gli Idi di
-Giugno, che è l'ottimo dei tempi coniugali.
-</p>
-
-<p>
-— Son contento di far le nozze verso gli Idi di
-Aprile; — disse l'impaziente Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— Affrettiamoci, dunque. Vi vedo già tutt'e due,
-coronati di fiori e verbene; tu coi capelli recisi,
-lei col flammeo sulla fronte, a custodire il rossore;
-i fanciulli con le faci, una delle quali di bianco
-spino, che guidano la donna alla tua casa, ornata
-a festoni di rose, di mirti e di allori. Giunti alla
-porta, si fa entrare prima la conocchia, con la lana
-e col fuso, simbolo delle cure a cui la tua Delia
-non ha mai atteso fin qui. Ma non importa, ci
-attenderà poi; tutto sta ad avvezzarcisi. Ambedue
-toccate l'acqua e il fuoco, posti sul limitare. Poi
-gli amici solleveranno tra le braccia la sposa, e
-la faranno entrare, senza che tocchi la soglia col
-piede. Vesta l'avrebbe per un sacrilegio, e gli amici
-sarebbero troppo dolenti che quest'uso santissimo
-andasse negletto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Godo, di vedere che tu la prendi a giuoco, — notò
-Cinzio, che non sapeva se dovesse ridere, o
-adontarsi, di quella filatessa di gentili cerimonie e
-di beffardi commenti.
-</p>
-
-<p>
-— Come fare altrimenti, amico Numeriano, come
-fare altrimenti? Tu lo vuoi; sia fatta la tua volontà.
-Ed entrato in casa a tua volta, le consegnerai
-il mazzo delle chiavi, per la custodia di
-tutte le cose domestiche. Un tempo non le si sarebbe
-consegnata la chiave della cantina, perchè
-alle donne era vietato ber vino, pena il ripudio.
-Rammenterai l'editto di Catone, che stabiliva l'obbligo
-del bacio dei congiunti alla donna; perchè
-questa, caso mai ne avesse bevuto, non potesse
-altrimenti nascondere l'infrazione della legge. Ma
-qui non è il caso, e tu farai molto volentieri queste
-indagini da te; non è egli vero?
-</p>
-
-<p>
-— Puoi crederlo; — rispose Numeriano, che
-già assaporava la dolcezza di quelle indagini, con
-tutta la presaga virtù del desiderio.
-</p>
-
-<p>
-— E adesso, andiamo; — soggiunse il cavaliere
-Caio Sempronio. — S'è chiacchierato abbastanza,
-e i nostri amici vorranno propinare ai Lari Compitali,
-che guidano i passi degli ubbriachi e fanno
-trovar l'uscio di casa.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Numeriano respirò. Con tutto l'affetto e la gratitudine
-che sentiva pel suo amico e patrono, il
-nostro innamorato cominciava ad annoiarsi di quelle
-sue stiracchiature cerimoniali, che arieggiavano
-maledettamente la satira.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span></p>
-
-<h2 id="cap6">CAPITOLO VI.
-<span class="smaller">Rose e spine.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il giorno dopo quella famosa cena (giorno che
-io vi permetterò di chiamare romanamente <i>quarto
-Nonas Aprilis</i>, poichè era il terzo sopra le None,
-che cadevano al quinto giorno del mese) il cavaliere
-Tizio Caio Sempronio si alzò mal volontieri
-dalle morbide piume.
-</p>
-
-<p>
-Quasi non sarebbe mestieri di accennarlo, poichè
-già s'indovina, argomentando che l'ospite di
-tutti quei capi scarichi doveva essere andato anche
-tardi a dormire. Ma siccome tutto è relativo in
-questo mondo, va detta anche l'ora in cui il nostro
-cavaliere scese dall'alto giaciglio, non senza
-bisogno d'aiuto, per non cascar giù dalla scaletta,
-così assonnato com'era.
-</p>
-
-<p>
-Non c'è che dire, i nostri antichi Romani amavano
-i loro comodi. Avete già veduto che pranzavano
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-sdraiati, appoggiando il torace sul gomito.
-Figuratevi ora che dormivano su certi letti così
-alti, da aver mestieri d'uno sgabello, o d'uno scalèo,
-per salirvi su. Que' letti erano fatti a guisa
-dei nostri sofà di maggiore grandezza, con una
-spalliera da capo, con un'alta fiancata dalla parte
-del muro, e interamente aperti dal lato per cui ci
-si entrava. L'intelaiatura era tesa con cinghie, che
-sostenevano un gran materasso, su cui erano collocati
-un capezzale e un guanciale. Ho veduto uno
-di questi letti, il letto di Didone, dipinto a suo
-luogo nel più antico codice dell'Eneide, che è il
-Virgilio Vaticano. Lo scalèo ha nove gradini; nientemeno!
-C'era la sua parte di risico, a voltarsi sul
-fianco.
-</p>
-
-<p>
-Torniamo a Tizio Caio Sempronio. Il nostro cavaliere
-si alzava per solito verso il meriggio. Quel
-giorno, malgrado la veglia prolungata e i fumi
-del vino, si alzò alle nove, che era l'<i>hora tertia</i>, nella
-divisione del giorno presso gli antichi Romani.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa aveva da fare? La terza era l'ora dei
-negozi forensi. <i>Exercet raucos tertia causidicos</i>, mi
-pare che abbia detto Marziale. Ma anche senza essere
-un causidico, e senza l'obbligo di andare ai
-tribunali, Tizio Caio Sempronio ci aveva per quel
-giorno la sua parte di seccature; epperciò, prima
-di ascendere su quel suo Campidoglio notturno,
-aveva raccomandato al servo di svegliarlo ad ogni
-costo per quell'ora insolita. E scosso ripetutamente
-dal fidato cameriere, che fu mandato a quel paese
-una mezza dozzina di volte, il povero cavaliere si
-alzò, per andare a finire di svegliarsi in un bagno
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-d'acqua fresca: ottima cosa al mattino, segnatamente
-quando non si ha obbligo di berla.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, via! — aveva egli detto tra sè, per
-consolarsi di quella interruzione al più bel sogno
-d'oro che mandasse mai l'alba degl'infingardi
-al più divoto de' suoi cultori. — Bisognerà pensare
-a quei cari amici, che aspettano un servizio
-da noi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Mentre egli era al bagno, capitò l'ostiario.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è? — domandò il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Padrone, è venuta all'uscio di strada una
-vecchia....
-</p>
-
-<p>
-— Vada a pettinar Proserpina! — gridò Caio
-stizzito. — Così male ha da cominciare la mia
-giornata?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'ostiario sorrise, e ripigliò:
-</p>
-
-<p>
-— Se n'è andata, difatti, ed ha lasciato questo
-per te.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo porse una tavoletta pugillare al
-padrone.
-</p>
-
-<p>
-Pugillare? Che diavol è? Sentite qua; si chiamavano
-pugillari certe piccole tavolette, rivestite
-di cera, per iscriverci su. Derivavano il nome dalle
-loro piccole proporzioni, perchè potevano essere
-comodamente tenute nel pugno; ed erano usate
-per quaderni di memorie, per notarvi i pensieri
-fuggitivi, e sopratutto per mandar lettere amorose.
-</p>
-
-<p>
-Insomma, avete capito. Avrei potuto dirvi subito
-un viglietto, come quello di Rosina a Lindoro. Ma
-non siamo per niente sotto il consolato di Sulpicio
-Rufo e di Claudio Marcello, ed io ho sentito il bisogno
-di dirvi: una tavoletta pugillare. Abbiate
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-pazienza e seguitemi, mentre io guardo che senso
-ha fatto sull'animo del cavaliere il messaggio mattutino
-della vecchia Gabrina.
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio si era affrettato, come potete
-immaginarvi, a rompere il suggello e ad aprire
-le due facce del pugillare.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! — esclamò egli, dolcemente commosso,
-leggendo la prima parola.
-</p>
-
-<p>
-Adesso bisognerebbe dir l'ultima, perchè il nome
-dello scrivente si mette in fondo; ma allora lo si
-scriveva sempre da principio. <i>Cicero Terentiae suae
-salutem dicit.</i>
-</p>
-
-<p>
-La lettera non era di Cicerone, vi prego di crederlo.
-Del resto, sentite Caio Sempronio che vi
-chiarisce il negozio.
-</p>
-
-<p>
-— Clodia! — mormorò egli, dopo la prima
-esclamazione che ho detto. — Come va che quella
-divina mi scrive? A me, Tizio Caio Sempronio,
-che le ho parlato a mala pena una volta?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Mi direte che il miglior modo, anzi l'unico, di
-sapere che cosa voglia da noi una dama, quando
-ci fa l'onore di scriverci, è quello di legger subito
-ciò ch'ella si è degnata di mettere in carta.
-Ma questo, che è vero in tanti casi, non lo è poi
-in tanti altri. Non lo era, per esempio, nel caso
-di Sempronio e di Clodia.
-</p>
-
-<p>
-Vedete, difatti; la bellissima patrizia scriveva
-così:
-</p>
-
-<p>
-«Clodia, a Tizio Caio, salute.
-</p>
-
-<p>
-«Ti parrò ardita; e forse è questa la fama che
-corre di me. Qualunque io ti sembri, non sarò
-mai paurosa, nè sciocca. Stimo te grandemente;
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco,
-sarà giunto alle tue orecchie. Alle mie è giunto
-un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai
-quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti
-del cielo. Una mia schiava prediletta ha
-sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini
-assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire
-il racconto della sua visione, e non ho potuto
-resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi all'obbligo
-di avvisarti. Chiedi ai matematici, e
-godi le prospere Megalesi; è il mio voto.»
-</p>
-
-<p>
-Avete capito voi? No. E Tizio Caio nemmeno.
-</p>
-
-<p>
-Non già perchè non intendesse le ultime parole,
-che forse allegheranno i denti a qualcuna delle
-mie lettrici, poco pratiche d'anticaglie. Le Megalesi
-erano feste solenni alla dea Cibele, onorata
-sotto il nome di gran madre degli Dei, epperciò
-chiamata in greco <i>Megalisia</i>. E perchè tutte le feste
-d'allora finivano in giuochi e spettacoli, come
-quelle del nostro popolo finiscono in corpacciate
-e combibbie, le Megalesi, che duravano otto o nove
-dì, cominciando nel quarto giorno di aprile (<i>pridie
-Nonas Aprilis</i>), erano più specialmente dedicate
-alle rappresentazioni sceniche. Pei Ludi Megalensi
-furono scritte quasi tutte le commedie di Terenzio.
-</p>
-
-<p>
-Quanto ai matematici, era questo il nome degli
-astrologhi, degli indovini, che interpretavano i sogni
-della gente da bene. Orazio Flacco non voleva
-che si facesse capo a costoro, e raccomandava a
-Leuconoe di non chiedere il futuro ai calcoli babilonesi.
-E appunto da Babilonia, patria di astronomi
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-e di matematici, erano venuti a Roma gl'indovini;
-e l'astrologia e la matematica, scienze dei
-Magi, avevano dato il nome all'arte di quegli antenati
-di Cagliostro.
-</p>
-
-<p>
-Nemmeno era dubbio per Tizio Caio Sempronio
-il senso della lettera. Niente di più naturale che
-il dar retta ai sogni, in un tempo e in un paese
-di superstizioni come quello, che aveva tra l'altre
-cose i giorni fasti e nefasti, le ferie pubbliche e
-private, e queste anche in occasioni di fulmini, di
-modo che, ogni qualvolta si sentisse tuonare, era
-giorno feriato, fino a tanto non si fossero placati
-con offerte e sacrifizi gli Dei.
-</p>
-
-<p>
-Dunque, nell'avvertimento di madonna Clodia
-non c'era nulla da dire. Ma una donna che scrive
-ha sempre un secondo fine, un intendimento riposto.
-E perchè si prendeva costei tanta cura della
-salute di Tizio Caio? Che cosa si doveva leggere
-tra le righe dello scritto? Lo avesse almeno invitato
-ad andare da lei! Ma no, d'invito non ce n'era
-pur l'ombra, neanche sotto forma di permesso, per
-un rendimento di grazie. Un avviso, un augurio,
-un voto, e nient'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Strana donna! — pensò il cavaliere. — Che
-cosa debbo conchiudere? Che ella si dà pensiero
-di me. E sia. Ma allora perchè non aggiungere:
-«a voce ti dirò meglio»? E questo accenno alle
-prossime feste! Che voglia vedermi allo spettacolo?
-Sì, certamente, ci andrò; ma di questo ella poteva
-esser sicura, e non c'era bisogno di dirmelo. Ma
-forse vuol farmi sapere che ci andrà lei. Ed anche
-questo era inutile. Dove non è, la bellissima
-Clodia?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quanto al pericolo che la bella patrizia gli accennava
-nel suo viglietto, Tizio Caio Sempronio ci
-pensò molto meno che a tutto il restante.
-</p>
-
-<p>
-— Che pericolo ho da correr io? — diss'egli
-tra sè. — Esser fatto in tre pezzi! E da chi? Se i
-sogni vanno interpretati a modo, io posso credere
-che non si tratti d'una spartizione materiale. Infatti,
-vedete qua; ier sera non ne ho avuti tre,
-che volevano il mio.... e che l'avranno, pur troppo!
-Il sogno è stato veridico, anzi fatidico. Son tre gli
-assetati del mio sangue, o, per dire più veramente,
-di dugento sessantamila sesterzi. E li abbiano, poichè
-li ho promessi. Il sogno della schiava di Clodia
-non prova esso che io debbo dissetare quest'oggi
-i miei tre supplicanti?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Questo ragionamento lo ricondusse a ricordare
-come e perchè fosse balzato quel giorno da letto
-un po' più presto del solito.
-</p>
-
-<p>
-— Piramo! — gridò egli, richiamando lo schiavo,
-che si era prudentemente allontanato.
-</p>
-
-<p>
-— Padrone!
-</p>
-
-<p>
-— Dirai all'arcario che venga qua.
-</p>
-
-<p>
-— Prima del cinerario?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il cinerario, se nol sapeste, era uno schiavo che,
-presso le dame, assisteva l'ornatrice, mentre questa
-faceva l'acconciatura del capo alla padrona; e
-il suo principale ufficio consisteva nel riscaldare
-il calamistro, o ferro da riccio, nelle ceneri; donde
-il suo nome che ho detto. Ma in alcuni casi, e
-presso gli uomini, egli faceva altresì l'ufficio di
-barbiere. Del resto, anche allora i capegli riccioluti
-non era solamente delle donne, e spettava al
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-ferro caldo di dare ai patrizi romani le ciocche
-morbidamente inanellate della chioma d'Apollo.
-</p>
-
-<p>
-— Anche prima del cinerario; — rispose asciuttamente
-il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-Lo schiavo si allontanò, per andare in cerca
-dell'arcario.
-</p>
-
-<p>
-— Vedete qua; — proseguiva intanto il nostro
-eroe, rifacendosi volontieri al tema del suo soliloquio. — Ella
-pensa a me; si affretta ad avvertirmi
-d'un pericolo che mi sovrasta. Ella già non
-poteva immaginarsi che si trattasse solamente delle
-mie sostanze, della mia persona.... giuridica. Senza
-badare ad altro, passando sopra a tutte le consuetudini,
-ha voluto avvertirmi. Divina Clodia! E poi
-dicono di lei che è.... che Valerio Catullo.... Baie!
-Già, i poeti sono la gente più molesta e pericolosa
-che al mondo sia. Vi scoccano un'ode, un'elegia,
-e tutta Roma, leggendo quell'ode, quella elegia,
-pensa che i sogni del poeta siano la verità, che
-le bellezze lodate da lui siano state vedute, che i
-difetti e i torti notati da lui siano torti e difetti
-veri e manifesti come la luce del sole. E una degna
-matrona, così calunniata, non ha più modo
-di rifarsi. Il poeta ha parlato; il volgo la condanna.
-Maledetti poeti! Non aveva mica torto Platone,
-a bandirli dalla sua repubblica! Questi ornati
-venditori di ciancie sonore vi mettono una povera
-donna in piazza. Hanno veduta una mano, come
-tutti gli altri, e nei loro versi vi descrivono il
-braccio, l'omero, e.... via discorrendo. Il volgo dei
-lettori, aiutando la malignità, immagina il resto.
-Dove il poeta non ha fatto altro che seguire i vaneggiamenti
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-dell'estro, o le necessità della prosodia
-tiranna, egli vede altrettante indiscrezioni della
-più autentica forma. E in questa guisa si scrive
-la storia. Una donna ne ha uno? Povera lei! Gliene
-regalano cento.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Come vedete, il nostro cavaliere girava all'ottimista.
-Di mattina, lo siamo sempre un po' tutti.
-La triste esperienza è un frutto delle ore più
-tarde, nella gran giornata dell'uomo; e poichè il
-giorno è nel suo piccolo una immagine della vita,
-voi potrete concedermi che il più melanconico dei
-pessimisti veda anche lui le cose del mondo, poniamo
-per un'ora, tinte dei colori dell'alba.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, e per ciò che risguarda il sesso debole,
-siamo sempre disposti a pensarne un gran
-bene, quando le sue debolezze profittano a noi.
-Per solito, delle donne che c'importano poco, si
-sente dir corna e si tace, quando non vi s'aggiunge
-del proprio l'onesta complicità del sorriso.
-Ma fate che una di loro entri nulla nulla nel cerchio
-della nostra giurisdizione, che un suo sguardo,
-una parola sua, udita e riferita, sveglino nel nostro
-animo la speranza, o nel cuor nostro il desiderio;
-e quella donna diventa di punto in bianco
-un'altra. Poverina, l'avevano calunniata. Già, gli
-uomini, metà son tristi e metà sciocchi; qual virtù
-uscirebbe salva dalle ciarle assassine?
-</p>
-
-<p>
-Poi, viene il punto in cui l'uomo avvicina la
-donna calunniata. È così bella! Vedete che grazia,
-che soavità, che dolcezza! Ecco il segreto svelato;
-era cortese e l'han gabellata per lusinghiera; confidente
-di modi e le hanno dato lettere patenti di
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-sfrontatezza. E l'uomo che ha fatta questa grande
-scoperta, felice di non doversi confondere coi tristi,
-nè con gli sciocchi, sale di cerchio in cerchio,
-per tutte lo stazioni del paradiso, fino a tanto, assorto
-nei raggi luminosi della divinità, ne resta
-così abbacinato da non veder più nulla. Dopo tutto,
-che importa il vedere? «Credete più ai vostri occhi
-che a me?» domandava audacemente una
-donna, che conosceva a fondo il suo uomo. Non era
-possibile che questi volesse farle un torto così
-grave, credette a lei e negò fede a' suoi occhi.
-</p>
-
-<p>
-La bella Clodia, che faceva quella mattina palpitare
-così forte il cuore di Caio Sempronio e smarrire
-il suo giudizio (cosa non troppo difficile, perchè
-ne aveva sempre avuto pochino), era certamente
-una delle dame più calunniate di Roma. A
-torto, o a ragione? I versi del suo poeta, anche a
-fargli la tara, c'indurrebbero a credere che ella
-meritasse la sua fama.
-</p>
-
-<p>
-Povero Catullo! Ne ha dovute mandar giù! Poeta
-elegante ed appassionato, già celebre fin dalla prima
-giovinezza per aver disposata nelle sue odi la delicatezza
-immaginosa di Anacreonte all'ardore profondo
-di Saffo, conobbe per suo danno la moglie
-di Metello Celere, se ne invaghì perdutamente, e
-da quel giorno egli non ebbe più pace. Riguardoso
-nella forma, mutò il nome di Clodia in quello di
-Lesbia; ma la cronaca non tenne il segreto, e Lucio
-Apuleio potè raccogliere ancora due secoli dopo
-le indiscrezioni della cronaca e tramandarle alla
-posterità.
-</p>
-
-<p>
-Nessuna donna, se crediamo a Catullo, poteva
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-reggere al confronto della sua innamorata. «Quinzia
-è bella per molti, dice egli; per me è bianca,
-alta e di nobile portamento; ma che sia bella in
-complesso, nego, perchè in quella grande persona
-non c'è grazia nè spirito. Lesbia sola è intieramente
-leggiadra; perchè, essendo bellissima tutta,
-ha rapite tutte le grazie a tutte le altre donne di
-Roma.» Contemplava il suo volto, ne udiva le
-soavi parole, e gli sembrava d'esser beato al pari,
-e, se possibile, più degli Dei. Veduta lei, niente
-altro desiderava. Ma la sua lingua s'intorpidiva;
-una fiamma gli scorreva per tutte le membra; gli
-risonavano le orecchie, gli occhi gli si coprivano
-di tenebre. Bello ogni atto, leggiadra ogni cura di
-lei. La vedeva deliziarsi nell'amore d'un passero,
-e lui a cantare il passero che ella amava più dei
-suoi occhi. Morì il passero, e lui a piangerne in
-versi stupendi la morte, invitando le Grazie e gli
-Amori a confortarla con le lagrime loro. «Viviamo,
-o mia Lesbia, ed amiamoci, le dice egli un giorno;
-non valgono un soldo le ciancie dei vecchi
-barbogi. Muore il sole e risorge; noi, morta una
-volta questa breve luce, abbiamo a dormire una
-notte perpetua. Dammi un migliaio di baci, e poi
-cento, poi altri mille ed altri cento ancora; e così
-via via, fino a perdere il conto.»
-</p>
-
-<p>
-Ma ohimè, un giorno doveva cadergli la benda
-dagli occhi. Clodia era una civetta; non amava lui
-solo. Bella, ma senza cuore! E il poeta si sdegna,
-vuol rompere la catena, per custodire la sua dignità.
-Ma come fare? «Odio ed amo, dice egli ad
-un amico. Chiedi come ciò avvenga? Non so; ma
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-lo sento e ne muoio.» L'ama troppo, non c'è via
-di salute; si allontana da lei e ritorna; l'amor suo
-è una sequela interminabile di sdegni e di paci.
-Irato contro sè stesso, disegna di allontanarsi da
-Roma, per non assistere alle sregolatezze di Clodia;
-va in Bitinia con Caio Memmio Gemello; ne
-ritorna povero e più innamorato che mai. Soltanto
-le sciagure domestiche lo distoglieranno un tratto
-dalla sua pena, e l'isoletta di Sirmio, sul Benaco,
-poco lunge dalla natale Verona, gli farà meno triste
-l'autunno precoce della sconsolata sua vita.
-</p>
-
-<p>
-E adesso che abbiamo veduta la figura di Clodia
-attraverso ai rapimenti e alle malinconie d'un
-poeta, facciamo ritorno al nostro cavaliere Tizio
-Caio Sempronio. Il poeta s'è ridotto ai silenzi della
-sua villa di Sirmio, e Clodia è a Roma, sempre
-bella, sempre elegante, e circondata da cento vagheggini.
-Qual è la donna che non ci ha i suoi,
-dopo l'esempio di Penelope, ròcca di fede coniugale,
-assediata per tanti anni dai Proci? Ma badino,
-i bellimbusti di Roma; se entra in scena
-Tizio Caio Sempronio, poveri a loro! È un giovanotto
-che non perde il suo tempo, nè prima, nè
-dopo. È forte e bello, di buon cuore pe' suoi amici,
-inchinevole al tenero con le signore donne, ma non
-fino al punto di guastarcisi il sangue. Egli chiederà
-a Clodia ciò che essa può dare, sorrisi e carezze;
-non già la costanza, derrata di cui egli non
-saprebbe che farsi, e a cui non potrebbe offrire il
-ricambio.
-</p>
-
-<p>
-Per altro, anche a non volersi smarrire troppo
-lungamente nelle ombre di Pafo, tornano sempre
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-piacevoli i cominciamenti d'un ripesco amoroso.
-Messo il piede sul limitare del bosco, il cavaliere
-ci trovava un gusto matto a rincorrere le
-farfalle che gli svolazzavano capricciose davanti
-agli occhi. Fuor di metafora, Caio Sempronio seguiva
-col pensiero tutte le fasi di una lieta avventura,
-incominciata così <i>ex abrupto</i> con una tavoletta
-pugillare, che andava rivolgendo ancora per
-tutti i versi, quando gli si fece dinanzi l'arcario.
-</p>
-
-<p>
-— Mio signore, eccomi qua; — disse costui, inchinandosi
-profondamente.
-</p>
-
-<p>
-— Sei tu, vecchio Lisimaco? Che cosa vuoi?
-</p>
-
-<p>
-— Mi avevi fatto chiamare.... — riprese quell'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì, è vero; — disse Sempronio risovvenendosi; — ho
-anzi bisogno di te. Già capirai di
-che si tratta.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lisimaco stette muto a guardarlo. Era un vecchio
-servo, o, per dire più veramente, un liberto,
-servo manomesso, che continuava a vivere in casa
-degli antichi padroni, esercitando l'uffizio di arcario,
-ossia di soprintendente e cassiere. Pulito,
-molto serio e d'una rara probità, Lisimaco aveva
-avuta la piena fiducia del padre di Caio Sempronio,
-uomo assennato e non d'altro curante che
-di far prosperare la sua casa; nè doveva mancargli
-la pienissima fiducia del figlio, che alle faccende
-sue pensava pochissimo, come mi pare di
-avervi fatto già intendere.
-</p>
-
-<p>
-Il liberto taceva, vi ho detto; ma il cavaliere
-continuò il discorso per lui.
-</p>
-
-<p>
-— Ho bisogno di moneta; — soggiunse.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-</p>
-
-<p>
-— A' tuoi comandi; — rispose Lisimaco.
-</p>
-
-<p>
-— E molta; — ripigliò il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Ahi! — mormorò quell'altro, — siamo alle
-solite.
-</p>
-
-<p>
-— Come? saresti all'asciutto?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, questo, poi! — esclamò il vecchio liberto,
-che sentiva offesa da quel dubbio la maestà della
-casa Sempronia. — Ma se tu mi permetti un'osservazione....
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamo l'osservazione.
-</p>
-
-<p>
-— Padrone mio, si spende troppo.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, non dico di no.
-</p>
-
-<p>
-— Anche le case più ricche vanno in malora,
-se non c'è misura nello spendere.
-</p>
-
-<p>
-— È sempre stata la mia opinione; — disse
-gravemente Caio Sempronio; — e son lieto di vedere
-che tu partecipi al mio modo di vedere.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'arcario lo guardò trasognato.
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare, — pensò egli, — che il cavaliere
-voglia burlarsi di me.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E non aveva mica torto, il vecchio Lisimaco.
-Ma, per rispetto al padrone, finse di non aver capito.
-</p>
-
-<p>
-— Anche la tua casa, padrone, finirà come tante
-e tant'altre, se non provvedi in tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Ottimamente; ma dimmi, savio Lisimaco. Ci
-sono ancora.... in tempo?
-</p>
-
-<p>
-— Che domanda! Grazie agli Dei, siamo sempre
-sul sodo.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, meno male. Mi avevi già fatto paura.
-Dunque, si possono avere quest'oggi quarantamila
-sesterzi per compiacere all'amico Postumio Floro?
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-È un imprestito, non ti spaventare, mio vecchio
-Lisimaco.
-</p>
-
-<p>
-— Vado a numerare la somma; — disse l'arcario,
-dopo aver tratto un sospiro.
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta ancora. All'imprestito dunque abbiamo
-provveduto. Ora c'è dell'altro. Mi bisognano,
-per un altro negozio, sessantamila denari.
-</p>
-
-<p>
-— Sessantamila! — balbettò l'arcario, strabuzzando
-gli occhi. — Hai detto sessantamila....
-</p>
-
-<p>
-— Denari, sicuro; che ragguagliati alla moneta
-di rame fanno dugento e quarantamila sesterzi,
-o poco meno. Ma non ti confondere; non si tratta
-di un imprestito, questa volta; si tratta invece
-di un collocamento, d'una compera di fondi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lisimaco diede una rifiatata, ma senza rallegrarsi
-molto. Il povero cassiere andava da Scilla
-a Cariddi. Cessava la paura, sottentrava lo stupore.
-</p>
-
-<p>
-— Tu comperi?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, — rispose Caio Sempronio, — compero
-gli orti di Ventidio, sull'Esquilino.
-</p>
-
-<p>
-— Tu comperi? — tornò a chieder quell'altro,
-che non poteva mandarla giù.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, te l'ho detto; che cosa ci trovi di strano?
-</p>
-
-<p>
-— Ma, mi pare che ce ne sia la sua parte.
-Perdonami, signor mio; ma è nuova davvero,
-che tu abbia pensato a comperare un pezzo di
-terreno.
-</p>
-
-<p>
-— Io che ci ho sempre avuto una gran propensione
-a buttar via, non è vero? — disse il cavaliere,
-ridendo. — Ma non temere, Lisimaco; io
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-non sono mutato per ciò. Compero.... ma per regalare
-il comprato.
-</p>
-
-<p>
-— Di bene in meglio! Ed è questo che tu chiami
-un.... collocamento di moneta?
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì, vecchio Lisimaco, è questo. Non ho
-forse detto di comperare?
-</p>
-
-<p>
-— Per regalar poi.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, questa, vedi, è una seconda operazione.
-Badiamo ora soltanto alla prima.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lisimaco crollò il capo, ma non aggiunse più
-altro. Con quel matto del suo padrone non c'era
-modo di ragionare.
-</p>
-
-<p>
-— Eccoti lì ingrognato, mio Cerbero! — proseguì
-Caio Sempronio. — Ma infine, abbi pazienza;
-ho promesso. Vorresti tu che io mancassi alla mia
-parola?
-</p>
-
-<p>
-— Tolgano gli Dei immortali che io ti consigli
-in tal guisa; — rispose il vecchio Lisimaco,
-non sapendo più che pesci pigliare. — Debbo
-dunque metter da parte anche i sessantamila denari?
-</p>
-
-<p>
-— Se li hai in cassa.
-</p>
-
-<p>
-— Li ho.... quantunque, levati questi, non ci
-rimanga molto di più. E tu lo sai, padron mio,
-che le entrate dell'anno scorso hanno già preso
-il volo, mentre questo è a mala appena incominciato.
-</p>
-
-<p>
-— Bene, per tirare avanti fino al raccolto, puoi
-chiedere in prestito al danista Corbulone. Intanto
-vedremo di ristringere le spese.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, magari! — esclamò il vecchio liberto,
-alzando gli occhi e le palme al cielo. — Con un
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-anno di risparmio, si potrebbe ancora rimetterci
-in carreggiata.
-</p>
-
-<p>
-— Un anno! — gridò il cavaliere. — È troppo.
-Mettiamo sei mesi.
-</p>
-
-<p>
-— Ma bada, ci sono ancora le ipoteche sul fondo
-Reatino, il più bel fondo che tu possieda! Poi c'è
-l'imprestito di dugentomila denari sulla villa di
-Aricia. Poi....
-</p>
-
-<p>
-— Dimmi, — interruppe Caio Sempronio, — non
-avresti tu un altro discorso più allegro da tenermi,
-per questa mattina? A momenti tu mi
-passi in rassegna tutta la emerita classe degli argentarii.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lisimaco gli rispose con un gesto che voleva
-dire: che colpa ci ho io?
-</p>
-
-<p>
-— Animo, via; — ripigliò, il cavaliere, vedendo
-la faccia malinconica del suo povero cassiere. — Non
-pensiamo ora a queste miserie. Vedremo di
-correggerci, se sarà scritto nel libro dei fati. Tu
-scrivi intanto, nel tuo, che oggi verrà Postumio
-Floro, al quale dovrai consegnare quarantamila
-sesterzi, e Giunio Ventidio per vendermi i suoi
-orti alle Esquilie, contro la somma di sessantamila
-danari.
-</p>
-
-<p>
-— E metterò a libro l'acquisto degli orti?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, se ti piace, — rispose Caio Sempronio,
-con quella sua faccia da ridere, che dava tanta
-noia al disgraziato cassiere, — purchè tu aggiunga
-in margine: regalati oggi stesso a Publio Cinzio
-Numeriano, poeta innamorato.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto, il cavaliere congedò con un gesto
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-maestoso il suo povero arcario, che se ne andò
-borbottando tra i denti:
-</p>
-
-<p>
-— Poeti.... innamorati.... matti... tutta gente da
-legare!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span></p>
-
-<h2 id="cap7">CAPITOLO VII.
-<span class="smaller">Venere spogliatrice.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Clodia Metella, che le necessità del racconto mi
-costringono a presentarvi, era una delle tre sorelle
-di Publio Clodio Pulcro.
-</p>
-
-<p>
-Ma chi era Publio Clodio Pulcro? Era quel caro
-matto che aveva iniziata la sua vita pubblica introducendosi
-travestito da donna nella casa di Giulio
-Cesare, durante la celebrazione dei riti della
-dea Bona; marachella giovanile per cui subì un
-processo, e non ne uscì sano che corrompendo i
-suoi giudici. Sano nella persona, io vo' dire, non
-già nella fama, che n'ebbe uno strappo maiuscolo,
-anche per la testimonianza di Marco Tullio Cicerone,
-a cui giurò in conseguenza un odio mortale.
-Eletto tribuno, con l'aiuto di Pompeo e di Cesare,
-che protestava a suo modo contro certi sospetti,
-tanto da far passare in proverbio l'onestà di madonna
-Aurelia sua moglie, si diede a perseguitare
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-in ogni guisa il suo illustre nemico. Questi gli
-oppose l'unico uomo che potesse tenergli testa,
-Tito Annio Milone; e l'andò tra quei due da galeotto
-a marinaro.
-</p>
-
-<p>
-Il resto è noto ad ogni scolaro di retorica. Milone
-si recava un giorno a Lanuvio; Clodio tornava
-dalla sua villa d'Aricia; i servi delle due comitive
-s'azzuffarono; Clodio, ferito nel tafferuglio,
-fu trasportato in un'osteria di Bovilla; Milone
-pensò che fosse giunto il momento di levarsi quel
-bruscolo dagli occhi, e, fatto trascinar Clodio fuori
-dell'osteria, gli diede, o gli lasciò dare da un suo
-gladiatore, il colpo di grazia sulla pubblica strada.
-Accusato d'omicidio, fu invano difeso da Cicerone,
-che si era così turbato alla vista di tanti armati,
-onde il console Pompeo aveva asserragliato il Foro
-in quella occasione, da perdere la tramontana senz'altro.
-</p>
-
-<p>
-Ciò era accaduto un anno prima del tempo a
-cui si riferisce il nostro racconto. Milone era andato
-in bando a Marsiglia, e laggiù, avendo ricevuta
-una copia dell'orazione, riveduta e corretta,
-del suo gran difensore, uscì in queste memorande
-parole: «vedete un po'! se Cicerone avesse proprio
-parlato come ha scritto, io non sarei qui a
-mangiar triglie.»
-</p>
-
-<p>
-Dove mi ha portato il ricordo di Clodio? Torniamo
-alla sorella, celebre in Roma per bellezza
-e per tante altre cose. Giovanissima, l'avevano
-data in moglie a Quinto Metello Celere, pretore
-da prima, poi console, ed uno dei più saldi sostegni
-della parte patrizia. Questo Metello, essendo
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-pretore, si era unito a Marco Tullio Cicerone per
-isventare le trame di Sergio Catilina, altra conoscenza
-di tutti gli scolari di retorica; e quando il
-famoso cospiratore era partito improvvisamente da
-Roma, egli, inviato nel Piceno per contendergli i
-passi dell'Appennino, lo aveva abilmente costretto
-a dar di cozzo nelle schiere dei console Antonio
-Nepote. In premio di questo servizio, otteneva un
-anno dopo il governo della Gallia Cisalpina, col
-titolo di proconsole, e due anni più tardi era console
-a sua volta.
-</p>
-
-<p>
-In quell'ufficio il nostro Metello avrebbe potuto
-far prova di saviezza, non scontentando troppo
-quell'ambizioso di Pompeo; ma fece tutto l'opposto,
-e sospinse il pericoloso cittadino nelle braccia
-di quell'altro bel mobile, che fu Giulio Cesare;
-donde la famosa alleanza, che, per esserci entrato
-anche Licinio Crasso, andò sotto il nome di primo
-triumvirato. Probo e coraggioso, ma altiero e mal
-destro come tutta la parte patrizia, che dava gli
-ultimi aneliti della sua possanza con lui, Metello
-Celere non potè impedire a Giulio Cesare, dittatore
-futuro, di vincere una legge agraria, nell'anno 695
-di Roma, e morì così subitamente, nel bollore della
-sua opposizione, che corse voce avergli la moglie
-propinato un veleno.
-</p>
-
-<p>
-Come vedete, non eravamo lontani da Clodia. Mi
-duole di tornare a lei con un sospetto di veneficio,
-ma che farci? La cronaca ha i suoi diritti, nè io
-posso mutarla a mio senno. La cronaca dice anche
-dell'altro; e poichè Clodia Metella, nel terzo anno
-di vedovanza, accusò un Marco Celio Rufo di aver
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-tentato di avvelenarla, saltò su Cicerone a dar
-nuovo pascolo ed autorità alla cronaca, difendendo
-il giovinotto e dicendo di Clodia Metella tutto il
-peggio che si potesse dire d'una donna romana di
-quel tempo. Ora, a quel tempo, le matrone romane
-non erano stinchi di santo. Ciò forse per la ragione
-che i santi erano ancora di là da venire.
-</p>
-
-<p>
-Per altro, badate, se ne spacciavano tante, e la
-libertà di parola era così grande, che io non mi
-meraviglierei punto, se un critico moderno riuscisse
-a provare che gli avvocati antichi e gli antichi
-cronisti erano ad un dipresso quel che sono
-gli avvocati e i cronisti moderni. Qual è l'uomo,
-o la donna, a cui non si possa, con uno sforzo di
-volontà, appioppare un delitto? Non abbiamo noi
-forse udito testè che l'onorevole Minghetti, quell'uomo
-creduto finora sì candido, ha un infanticidio
-sulla coscienza? «Sì, o signori (diceva alla
-Camera dei deputati il suo coraggioso accusatore),
-egli ha uccisa la bambina Cicoria, che aveva a
-mala pena spuntato due denti.» Il quale Minghetti
-fu nella medesima tornata parlamentare gabellato
-anche per una sirena, per una maliarda, e va dicendo.
-Laonde, io ho incominciato a capir Cicerone
-e il valore delle metafore; nè mi spavento
-più di Clodia Metella, la quale doveva esser giudicata
-molto retoricamente dai suoi contemporanei,
-Cicerone compreso, che ne era invaghito anche
-lui, a segno di destare le gelosie di madonna Terenzia
-sua moglie. È Plutarco, un'altra lingua tabana,
-che lo afferma; ed io, tutto considerato, non
-ci vedo niente di strano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mettete da ultimo che meritasse la sua fama; io,
-fatte le mie restrizioni da uomo prudente e da
-buon cavaliere, non vo' impicci per questo. Gli
-autori ci dicono Clodia assai bella, e su questo
-particolare possiamo esser tutti d'accordo.
-</p>
-
-<p>
-A me pare di vederla, nel segreto del suo spogliatoio,
-attiguo alla camera da letto. Il sole è già
-alto, ma solo da pochi istanti la bella patrizia si è
-spiccata dalle braccia di Morfeo. Lo dice il bianco
-<i>indusium</i>, specie d'accappatoio, il cui fine tessuto
-ricorda le nostre mussoline di lana, e il cui colletto
-è ricamato, o, per dire più veramente, ornato
-di fregi appiastrati, non conoscendosi allora il ricamo
-propriamente detto, con tutta la sua varietà
-di forme e di nomi. Le maniche, larghe e brevi,
-non scendono oltre il gomito. Il lembo inferiore
-si vede ornato da due file di perle, che sfiorano
-il musaico del pavimento, illustrando così il modo
-proverbiale latino, <i>margaritas calcare</i>, passeggiar
-sulle perle.
-</p>
-
-<p>
-Nel bel mezzo della camera è una gran tavola
-di marmo, su cui, intorno ad una larga spera di
-acciaio, sono disposte in ordine tutte le ampolle, i
-pennelli, i barattoli e tutte l'altre cianciafruscole
-ond'è composto il <i>mundus muliebris</i>. Uno scanno a
-bracciuoli, col suo cuscino di piume, attende la
-divina Clodia, che sta per mettersi allo specchio.
-Dalle pareti dipinte le ridon gli Amori; da una
-gabbia pendente dal soffitto la saluta un pappagallo
-africano, con tutti i <i>salve</i>, i <i>vale</i>, gli <i>euge</i> del
-suo repertorio linguistico. Come siamo lontani dal
-passero d'una volta, dal passero amoroso e gentile,
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-i cui privilegi destavano la gelosia di Valerio
-Catullo! Non c'è che dire, Clodia Metella è invecchiata.
-</p>
-
-<p>
-Cionondimeno, è sempre bella, maravigliosamente
-bella, e direi quasi che la sua bellezza ha
-guadagnata dagli anni una certa magnificenza, pari
-a quella delle rose, quando hanno intieramente
-dischiuso il calice avaro all'ammirazione del riguardante.
-Osservate la bianchezza lattea delle sue
-mordide carni; essa è proprio governata col latte,
-perchè in esso furono inzuppate le molliche di
-pane, di cui Clodia Metella si è accuratamente ricoperta
-la faccia ed il collo, prima di mettersi a
-letto. Altre usavano in quella vece un cataplasma
-di fave grasse, la cui inamabilità doveva quarant'anni
-più tardi urtare i nervi ad Ovidio.
-</p>
-
-<p>
-Una diligente abluzione ha già tolte dal viso
-quelle croste notturne in cui si è custodita la bellezza;
-la carnagione è stata aspersa coll'<i>elenio</i>, un
-quissimile doll'aspasina moderna, formato con latte
-d'asina; poi col <i>lomentum</i>, pasta di fior di farina
-e di mirra giudaica, indi coll'<i>esìpo</i> di Atene, vero
-elettuario, anzi olio essenziale, che doveva la sua
-untuosità al succo estratto dalla lana delle pecore.
-Era quello il cosmetico in voga, e le dame romane
-solevano inondarsene a dirittura la pelle.
-</p>
-
-<p>
-Poichè sono a ricordare tutti questi guazzetti,
-non dimenticherò che Roma femminile aveva anche
-il suo latte antefelico, per le macchie della
-pelle e pei bitorzoli, l'<i>alcionea</i>, preziosa mucilagine
-la quale si estraeva da certi nidi d'uccelli, che, argomentando
-dal nome, possiamo credere alcioni.
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-Si strofinava leggermente il viso con l'alcionèa, e
-la pelle diventava tosto così lucente come la superficie
-d'uno specchio.
-</p>
-
-<p>
-Intenderete di per voi, che, dopo tanto abuso di
-manteche e d'unguenti, bisognasse lavarsi le mani
-col sapone. Di questo i Romani ne avevano due
-specie, il molle e il liquido. Il più riputato incominciava
-allora a venir dalle Gallie, ed era un
-composto di grasso di capretto e di cenere di faggio.
-L'arte romana lo aveva aromatizzato con cinnamomo,
-oppure con nardo di Persia.
-</p>
-
-<p>
-Lavate le mani in tal guisa, e rasciugatele nel
-<i>gausape quadratum</i>, in cui vi consento di ravvisare
-lo asciugamano di quei tempi, velloso da una parte
-e liscio dall'altra, la bella patrizia si è raschiata
-la lingua con una acconcia laminetta d'acciaio; si
-è spazzolata i denti ed ha gargarizzate le acque
-famose di Cosmo e di Nicèro (i Frecceri e i Bortolotti
-di quel tempo) <i>ne male odorati sit tristis
-anhelitus oris</i>. Il verso non ve lo traduco, perchè
-lo capirete ad orecchio. Dirò soltanto che è un
-verso del suo poeta, dell'uomo che l'ha più fortemente
-amata, e che l'ama tuttavia, sebbene lontano
-e dimenticato.
-</p>
-
-<p>
-Non perchè io lo reputi un obbligo, ma perchè
-mi pare atto di cortesia verso la benemerita classe
-dei profumieri, soggiungerò che l'acqua di Cosmo
-si componeva, d'acqua anzitutto, poi di zafferano
-e rose di Pesto.
-</p>
-
-<p>
-A profumare la bocca delle sue belle patrone,
-Cosmo aveva inventato eziandio certe pastiglie, di
-mirto, lentisco e finocchio. Le dame romane erano
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-ghiotte di questi aromi indolciti, che facevano cadere
-in disuso il mastice di Scio. <i>Pastillas Cosmi
-luxuriosa vorat</i>.
-</p>
-
-<p>
-Non racconterò alle mie lettrici con che sorte
-di acqua le eleganti figliuole di Quirino si ripulissero
-i denti. Il preziosissimo liquido si traeva
-dalla Spagna e si conservava in vasi d'alabastro....
-Ma perchè dalla Spagna, mentre a conti fatti lo si
-poteva ottenere anche in casa, in modo naturalissimo,
-e senza dare il minimo disturbo ad alcuno?
-Gli autori che accennano la strana costumanza,
-non hanno pensato a dircene le ragioni. Marziale
-si è contentato di affermare che, quanto a sè, i
-denti se li risciacquava con l'acqua pura. I moderni,
-gente schifiltosa, daranno ragione a Marziale.
-</p>
-
-<p>
-Dove abbiamo lasciato Clodia Metella? Si è lavata
-le mani; ma badate, non l'ha anche finita
-con le abluzioni. Infatti, ella entra ora nella sala
-del bagno. Il <i>solium argenteum</i> (poichè ella si bagna
-in una vasca d'argento) è già pieno d'acqua,
-profumata con essenza di gelsomino. La fida clessidra
-ha misurato lo spazio di mezz'ora, e Clodia
-Metella è venuta fuori dai tiepidi lavacri. Dico tiepidi,
-perchè i bagni freddi non s'usano ancora,
-almeno nelle pareti domestiche; soltanto sotto l'Impero
-un medico li raccomanderà, e i posteri dovranno
-salutarlo come l'inventore della idroterapìa.
-</p>
-
-<p>
-Asciugata nella sindone, stregghiata per tutte le
-membra con uno <i>strigile</i> venuto da Pergamo, Clodia
-Metella ha indossata la <i>tunica intima</i>, su cui
-le schiave ornatrici hanno ravvolta in dotte pieghe
-la <i>toga matutina</i>. Ed entra, ciò fatto, il pedicuro,
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-che col suo <i>forfex</i> (scusate se non posso dispensarvi
-da questi particolari) ragguaglia abilmente
-al sommo delle dita le unghie rosee dell'olimpico
-piede.
-</p>
-
-<p>
-Olimpico, ho detto, come sinonimo di snello e
-di breve. L'arte antica faceva piccolo il piede agli
-Dei; cosa che non finisce di piacere ai veristi moderni,
-i quali sembrano dimenticare che gli Dei
-passeggiavano sulle nubi e, quando toccavano terra,
-non pesavano altrimenti sulle piante coi sessanta
-od ottanta chilogrammi della loro divinità.
-</p>
-
-<p>
-Ciò posto in chiaro, non mi fermerò più oltre
-su questo argomento, quantunque il piede d'una
-bella donna meriti ogni più lunga stazione e possa
-dare l'appiglio a molte meditazioni divote. Del resto,
-vedete, non s'è fermato troppo neanche il pedicuro.
-Clodia Metella ha avuto dalla natura un
-piedino sottile, non ha usato affaticarlo mai nella
-giornata, non ha avuto mai bisogno di strizzarlo
-in calzature troppo aggiustate; perciò mancano le
-cornee durezze e gli altri ingrossamenti cutanei,
-che domandino una pronta rimondatura ai ferri
-dell'artista pedestre.
-</p>
-
-<p>
-Ecco ora la colezione che arriva. Le cure dell'ornamento
-non sono ancora finite, anzi può dirsi
-che siano a mala pena cominciate; ma appunto
-per questo è necessario d'interromperle con una
-piccola refezione (<i>jentaculum</i>) che permetta alla
-dama di giungere senza languori di stomaco fino
-all'ora del pranzo. Un servitorello, vestito d'una
-tunica frangiata che gli si stringe alla vita e gli
-scende a mala pena al ginocchio (donde il suo nome
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-di <i>puer alticinctus</i>) reca una <i>authepsa</i> d'argento,
-coi suoi carboni accesi nel caldano che le sta sotto.
-Capirete da questo che l'<i>authepsa</i> è il ramino dell'acqua
-calda. Un altro ragazzo porta sulle mani
-un canestro di frutte, con un panino tondo, disegnato
-a spicchi, e un piattello di legno di cedro,
-con suvvi una coppa d'argento, e un vaso d'onice,
-colmo di vino di Sezza, il famoso e costoso Setino,
-che piaceva tanto a Marziale, ma non si lasciava
-bere troppo spesso da lui, povero in canna com'era.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella mangia un frutto, rompe una crosta
-di pane, mescola il vino con l'acqua calda, beve,
-e la sua colezione è finita. Così l'uccellino, destatosi
-appena, e scosse le ali sul ramo, dà un paio
-di beccate alla ciliegia, o al fico, umido ancora
-della rugiada del mattino, e torna contento ai gorgheggi,
-ai voli, agli amori. Clodia Metella ritorna
-alle cure della conscia bellezza. C'è un'altra bisogna,
-e più delicata, da fornire. La pomice di Catania,
-strofinata sulle braccia e sulle gambe, toglierà
-perfino l'ombra di certi molesti accessorii,
-tollerabili appena appena sulla cute dell'uomo. Anche
-il labbro superiore può esserne ombreggiato,
-e qui la pomice di Catania sarebbe ancora troppo
-ruvida; occorre dunque l'unguento di <i>psilothrum</i>,
-o di <i>dropax</i>. Il primo è fatto col succo della brionia,
-o vitalba, che si voglia dire: l'altro.... di che
-cosa è fatto l'altro? Non so, e mi contento di citarvi
-Marziale, che raccomanda, per la faccia, questi
-due depilatorii insieme: <i>Psilothro faciem laevas
-et dropace frontem</i>.
-</p>
-
-<p>
-Dopo la colazione, un'altra risciacquata ai denti
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-non farà male. A proposito, ha denti finti la nostra
-eroina? Le guardo in bocca, come si fa coi
-cavalli non donati, e non mi riesce di vederne. Se
-per avventura ne ha, son legati in oro. L'usanza
-è antica, e i dentisti moderni non hanno fatto che
-seguire la tradizione di cento generazioni. Leggete
-le Dodici Tavole, o, per dire più veramente,
-quel tanto che ne è rimasto. Nella decima Tavola,
-dove si tratta delle sepolture, sta scritto: <i>Neve aurum
-addito; ast si cui auro dentes vincti erunt, eum
-cum illo sepelire urereve sine fraude esto</i>. Traduciamo,
-perchè gli è proprio il caso, con questo latino
-assaettato. «Non ponete oro coi cadaveri; ma se
-taluno abbia denti legati in oro, sia permesso di
-seppellirlo, e bruciarlo, con esso.»
-</p>
-
-<p>
-Ora, seguendo l'ordine delle cure femminili, veniamo
-all'acconciatura del capo. Clodia Metella ha
-una chioma da far invidia a molte sue pari; non
-ha bisogno del grasso d'orso, tanto raccomandato
-da Galeno, nè dell'unguento di cantaridi, accennato
-con le debite restrizioni da Plinio. Neppure
-ha mestieri di tingere in nero i suoi capegli con
-piombo disciolto nell'aceto, nè in rosso con le erbe
-di Germania, che giovano a mutare in carote i gigli
-precoci d'una testa di donna. Il crine di Clodia
-Metella è ancora d'un nero lucido, che potrebbe
-farsela con quello dei corvi.
-</p>
-
-<p>
-L'ornatrice ha già snodato e stretto in pugno il
-volume di quelle morbide chiome. Il cinerario è
-lì pronto a togliere dal fuoco il ferro da riccio,
-che dovrà dare alle ciocche sulla fronte l'ondosità
-del mare. Clodia felice! Ella ha proprio trovata la
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-fenice delle cameriere, perchè tutto procede a dovere,
-e non c'è caso di spazientirsi, nè di sgridarla
-per un colpo di pettine più forte dell'altro,
-o per soverchio accostarsi del ferro caldo alla
-pelle. Arricciati sulle tempie, rigirati in due lucide
-staffe all'altezza degli orecchi, i bei crini di Clodia
-si attorcigliano sulla nuca in un mazzocchio aggraziato,
-a cui fanno sostegno due spilloni d'oro.
-Così vuole la moda. Ancora pochi anni, e uno di
-questi spilloni, tolto dalle chiome di Fulvia, la moglie
-di Clodio e di Marc'Antonio, trafiggerà la lingua
-di Marco Tullio Cicerone. Carine, non è vero,
-queste patrizie di Roma?
-</p>
-
-<p>
-Ed ora, per Clodia Metella, sarebbe il caso d'imbellettarsi
-il viso, col minio, o con altre temperanze
-di rosso. Ma per quest'oggi le piace d'esser
-pallida; il bianco è il colore degl'innamorati. «Sia
-pallido chi ama, ha detto Ovidio; è questa la tinta
-degli amanti; ognuno che vede quel volto sbiancato,
-ha da esclamare: ecco i segni d'amore!»
-Anche gli occhi debbono apparire più grandi e più
-profondi del vero; e a questo gioverà una pennellata
-d'antimonio (<i>stibium</i>) sull'arco delle ciglia
-e agli angoli esterni delle palpebre. La moda è
-antica nell'Asia, e non per niente i padri delle
-belle Romane hanno conquistata l'Asia ai numi
-austeri del Lazio.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente, la testa è in ordine. Le cosmète (con
-questo nome si chiamavano le cameriere) vanno
-attorno per la camera, scoperchiando certe casse
-d'ebano, in cui si contengono le stole, i pallii, le
-toghe, le riche, e tutti gli altri capi di vestiario
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-della loro padrona. Qual veste indosserà per quel
-giorno Clodia Metella? À lei piace frattanto di vedersele
-tutte schierate dinanzi, per scegliere a occhio
-il colore che più le andrà a genio, o che le
-parrà più acconcio ad ottenere l'effetto desiderato.
-Chi non sa che il colore ha un'arcana virtù, in
-materia di galanteria? Ci sono, tra un bel viso e
-la tinta d'una veste, armonie segrete di cui sentiamo
-il fascino, senza intenderne e senza pure
-indagarne la ragione.
-</p>
-
-<p>
-Là veste caratteristica delle matrone romane era
-la stola, lunga ed ampia tunica di lana, semplice
-e severa come il costume della forte repubblica,
-che l'aveva ereditata dai vecchi Sabini. Le maniche
-generalmente erano lunghe, serrate al pugno
-con una fibbia. Due cinture la stringevano al busto,
-l'una delle quali passava sotto il seno, l'altra
-sul fianco; di guisa che, tra questi due legamenti
-che la premevano, essa offriva al riguardante un
-giro irregolare, ma artistico, di piccole pieghe. Si
-distingueva dalla tunica propriamente detta, per
-uno strascico chiamato <i>instita</i>, che era cucito sotto
-gli sboffi posteriori della seconda cintura, e scendeva
-fino a terra, coprendo le calcagna e aggiungendo
-maestà all'incesso della dama. Era questa
-la stola di Veturia, la madre di Coriolano, come si
-vede raffigurata da un affresco nelle Terme di
-Tito. Ed ugualmente vestita, pittori e poeti romani
-ci rappresentarono Giunone, l'altera moglie di
-Giove. Si usò bianca da prima, poi di tutte le varietà
-della porpora, e d'altri colori per giunta, accortamente
-distribuiti secondo le ore del giorno.
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-Ovidio consigliava, per colori di mattina, il verde
-marino, il celeste, il paglierino, il violetto.
-</p>
-
-<p>
-Un bel colore d'amatista, che prendeva risalto
-da un fregio d'oro sugli orli della veste, fu prescelto
-per quel giorno da Clodia Metella. L'amabil
-pallore delle carni ci guadagnava un tanto, e i
-grandi occhi abilmente cerchiati d'antimonio ne
-avevano una espressione più profonda e più viva.
-Non dimentichiamo la <i>vitta</i>, nastro di colore, che
-s'intrecciava in due o tre giri attorno alle chiome
-corvine. La vitta era, al pari della stola, l'ornamento
-della donna ingenua, o nata libera. Alle
-schiave, alle liberte, alle cortigiane, non era lecito
-portarla.
-</p>
-
-<p>
-Lettori, io vi fo grazia dei coturni. Dio sa dove
-mi condurrebbe il pericoloso ufficio di descrivervi
-un laccio, voluttuosamente rigirato intorno ad un
-collo di piede che pare scolpito da Fidia. Vi parlerò
-invece degli anelli di Clodia, tutti infilati su
-di un colonnino d'avorio, donde essa li toglie per
-metterli nelle dita. Tra essi è l'anello magico, che
-ha, in luogo della solita gemma, un pezzo di ferro
-o di bronzo, tolto dalle forche (<i>aes patibuli</i>), ed è
-stato consacrato da un sacerdote di Giove Serapide,
-sotto quella costellazione che ha veduto nascere
-Clodia Metella. La nostra matrona porta questo
-amuleto invece dell'anello maritale. Rammentate
-che Metello Celere è morto, e non è stato surrogato
-da alcuna forma di <i>justae nuptiae</i>.
-</p>
-
-<p>
-A compiere l'adornamento della bella persona,
-Clodia cinge i polsi d'armille, o braccialetti, in forma
-di serpenti d'oro, che portano rubini e smeraldi
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-incastonati nella cervice. Agli orecchi ha
-sospeso i crotalii, pendenti d'oro a tre gocce di
-perle, come quelli messi in mostra da Giunone,
-quando andò sul monte Ida a sedurre il marito. E
-qui si ferma l'esposizione delle gemme, perchè la
-dama non ha ancora disegnato di uscire di casa.
-Se volesse, potrebbe luccicare dal capo alle piante
-come una bacheca di gioielliere. Due <i>dactilyothecae</i>
-sono aperte davanti a lei, colle gemme d'estate e
-le gemme d'inverno. La divisione è ragionevole,
-come vedrete. Nella fredda stagione si portavano
-i gioielli pesanti, nella calda i leggeri. Leggeri e
-pesanti per la legatura, s'intende, che poteva esser
-vuota o massiccia; laddove le perle e le pietre
-prezioso erano di tutte le stagioni, e le belle portatrici
-non badavano al peso.
-</p>
-
-<p>
-Ovidio, che ho già citato più volte, come maestro
-in cosiffatti negozi, accenna all'uso delle dame
-di coprirsi il collo con vezzi di perle orientali, serbando
-le più grosse e le più pesanti per gli orecchini.
-E ce n'erano veramente di prodigiose. La
-perla che Cleopatra stemperò nel suo vino era valutata
-due milioni; e un'altra d'ugual prezzo avrebbe
-fatta la medesima fine, se Marc'Antonio non si
-fosse opposto a quella continuazione di pazzia. Questa
-seconda perla, passata nelle mani di Agrippa
-dopo la morte di Cleopatra, fu segata in due, per
-farne gli orecchini ad una statua di Venere, collocata
-nel Panteon.
-</p>
-
-<p>
-Belle dame del tempo mio, chiederete di vedere
-i diamanti di Clodia Metella. Ma badate, ai tempi
-di Clodia non si conosceva ancora l'arte gentile di
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-sfaccettare il diamante. Ora, un diamante greggio
-non è un diamante; è una pietra informe, un oggetto
-di curiosità, da mettersi in una collezione
-geologica, non da appendersi agli orecchi, o al collo,
-di una leggiadra donnina. Ne convenite?
-</p>
-
-<p>
-Dunque, al tempo di cui narro, non si usavano
-brillanti, nè autentici, nè apocrifi; nello scrigno di
-una gran dama le perle tenevano il primo luogo.
-Costosissime, come vi ho accennato, tanto da far
-dire a Properzio, dove parla di una signora coperta
-di gemme, che essa portava addosso l'eredità di due
-generazioni future.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Matrona incedit census induta nepotum.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Abbiamo seguito Clodia Metella in tutte le fasi
-dei suoi apparecchi galanti. Oramai la bella patrizia
-è armata di tutto punto, per combattere la
-gran battaglia di quel giorno. A chi si prepara la
-sconfitta? Chi andrà incatenato al suo cocchio
-trionfale? Aspettate e vedrete.
-</p>
-
-<p>
-Eutiche, la prediletta ornatrice, ha presentato alla
-sua signora uno specchio tondo e concavo, di
-bronzo levigato e rilucente, che più non sarebbero
-i nostri specchi moderni di cristallo. Clodia si vede
-bella, si ammira, compone il volto ad una espressione
-di soave malinconia e sorride. Il sorriso vuol
-dire che quell'aria le sta bene, e che Clodia è contenta
-di sè.
-</p>
-
-<p>
-Finita la grand'opera della giornata, le cosmète
-si ritrassero dalla camera, dopo avere augurato
-alla padrona ogni maniera di felicità. Rimasta sola,
-Clodia Metella andò ad un armadio di cedro, che
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-stava appoggiato alla parete, e lo aperse, per riporvi
-ella stessa i gioielli che non le erano serviti
-per la sua acconciatura. Quell'armadio era insieme
-uno scrigno e un tabernacolo. Difatti, la nostra
-eroina custodiva là dentro e le sue gemme e i suoi
-Penati.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella era molto divota. Un maldicente
-avrebbe soggiunto che era divota come lo sono
-generalmente le donne che hanno molto da farsi
-perdonare, e che contano di accrescere ancora la
-somma del loro debito coi Numi pietosi. Io non
-lo dirò, lettrici mie belle, perchè non ho fatto
-studi sufficienti sulla materia, e non vorrei dire
-una sciocchezza sulla fede degli altri. Son ricco,
-in questo particolare, e spendo sempre del mio.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno mi domanderà che cosa fossero gli Dei
-Penati, e nessuno li confonderà, spero cogli Dei
-Lari. Ad ogni modo, prego i lettori a ricordare la
-distinzione fatta, nel primo capitolo della mia storia,
-tra queste due specie di numi. E proseguo,
-accennando che tra i Penati di Clodia Metella c'era
-Venere, la madre degli amori, bellissima statuetta
-in metallo di Corinto, dorato. Questo metallo era
-bronzo della qualità più fine, e ripeteva il suo
-nome dall'incendio di Corinto, quando la città, capitale
-della Lega Achea, fu presa ed arsa dal console
-Mummio, perchè appunto in quell'occasione
-gli ornamenti metallici dei templi e delle dimore
-private si fusero in guisa da formare quel ricco e
-solido amalgama, celebrato poi come ottimo per
-fondere statue.
-</p>
-
-<p>
-Quella Venere, rappresentata nell'atto di uscire
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-dal bagno, era un miracolo di bellezza, e si diceva
-che l'artefice greco avesse tolto a modello il volto
-di Clodia. Possiamo dar la tara a questa asserzione,
-soggiungendo che lo scultore poteva benissimo
-avere adulato un tantino il suo esemplare.
-Io desumo questa mia opinione dall'aria di compiacenza
-con cui Clodia Metella si fermò a contemplare
-la statua; compiacenza molto simile a
-quella di una leggiadra donnina dei tempi nostri,
-quando guarda la prima copia del suo ritratto, ricevuta
-allora allora dal fotografo. S'intende, se la
-prova è riuscita bene. Ora, perchè una prova fotografica
-riesca bene, è assolutamente necessario
-che ci renda più belli del vero.
-</p>
-
-<p>
-Venere usciva dal bagno, ho detto; e il lettore
-avrà già inteso che la dea si mostrasse spoglia di
-tutti quei veli importuni, ond'erano così poco amici,
-e giustamente, i nostri fratelli di Grecia. Eppure,
-vedete, quella Venere, così spogliata, aveva dato argomento
-alla vena sarcastica di Cicerone, che l'aveva
-audacemente gabellata per una Venere spogliatrice.
-E perchè? Pel doppio uso a cui serviva
-l'armadio. Da quello scrigno Clodia Metella aveva
-preso il denaro chiestole da Marco Celio; dunque
-là dentro ella custodiva i presenti ricevuti da tutti i
-vagheggini di Roma; e quella Venere, intorno a cui
-si ammonticchiavano le gemme e le perle, quella Venere
-si immedesimava con Clodia Metella, e l'una
-prendeva il soprannome di spogliatrice dall'altra.
-</p>
-
-<p>
-Dobbiamo credere all'avvocato? Lettori e lettrici,
-io lascio la cosa nelle vostre mani, e lavo tranquillamente
-le mie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quelle di Clodia avevano intanto presa un'acerra,
-scatoletta quadra di avorio, coi pie' di bronzo, nella
-quale si conteneva l'incenso dei sacrifizi; e, presi
-su d'una paletta d'argento parecchi granellini del
-prezioso aroma, li gittavano entro un braciere rizzato
-su d'un'ara portabile davanti al simulacro
-della dea.
-</p>
-
-<p>
-— Sii propizia, o madre! — disse Clodia Metella. — Io
-spero ogni cosa da te.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Crepitò l'incenso sui carboni ardenti e levò una
-piccola nube di fumo, che andò a lambire il piede
-d'Afrodite.
-</p>
-
-<p>
-Fatta la libazione sacra e notato il segno felice
-di quella linea diritta che aveva seguita il fumo
-del sacrifizio, Clodia Metella richiuse il tabernacolo
-ed uscì dalla stanza. Colà, infatti, ella non
-poteva ricevere visitatori; era quello il sacrario
-della bellezza, di cui un profano non doveva varcare
-la soglia.
-</p>
-
-<p>
-«Vi sono certe cose che un uomo deve ignorare; — ha
-scritto Ovidio nella sua Arte d'amore. — Lasciateci
-credere che voi dormite ancora, mentre
-lavorate a farvi belle. Perchè avremmo noi a
-sapere a quali artifizi è dovuta la bianchezza della
-vostra pelle? Non venga un amante curioso a sorprendere
-il secreto di tutti que' vostri barattoli.
-Soltanto l'arte nascosta è quella che giova. Scoperta,
-si volgerebbe a danno vostro, e distruggerebbe
-la nostra fiducia per sempre. Vedete come
-è sottile quella lamina d'oro che orna le tende d'un
-teatro; guai se queste si lasciassero vedere dallo
-spettatore, prima di essere acconciamente disposte.
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-Siamo dunque intesi; certe cose hanno a farsi
-senza testimoni. <i>Nec nisi submotis forma paranda
-viris.</i>»
-</p>
-
-<p>
-Ed anche noi siamo intesi. Clodia Metella, uscita
-dalla sua camera, andò a sedersi nel tablino, sotto
-gli occhi dell'ostiario e degli atriensi, cioè a dire
-del portinaio, che poteva vederla dal suo androne,
-e dei camerieri, che andavano e venivano lungo
-il colonnato dell'impluvio.
-</p>
-
-<p>
-Anche questa era arte sopraffina. Lucrezia, la
-moglie di Collatino, con tutta la sua austerità matronale,
-non avrebbe pensato a custodirsi con tanto
-riguardo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span></p>
-
-<h2 id="cap8">CAPITOLO VIII.
-<span class="smaller">L'attesa.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Se l'aveste veduta, come era bella, con quella
-sua stola di color d'ametista, fregiata d'oro sui
-lembi, che dava risalto alla marmorea bianchezza
-delle carni; opulenta di forme, ma snella in apparenza
-per la mirabile giustezza delle proporzioni;
-con que' suoi occhi profondi e languidi; con quelle
-chiome abbondanti, che luccicavano tra i due giri
-della vitta porporina, e col mazzocchio cadente in
-riccioluti corimbi sulla nuca; se l'aveste veduta,
-io metto pegno che avrebbe fatto dar volta ai
-vostri cervelli, come a quello di Valerio Catullo
-e di tanti altri suoi degni contemporanei.
-</p>
-
-<p>
-Non era per quel giorno una bellezza procace,
-e molto negava delle sue lusinghe allo sguardo.
-Vi ho già detto che portava le braccia coperte da
-lunghe maniche, strette ai polsi con armille d'oro.
-In quei braccialetti foggiati a serpenti, erano incastonati
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-rubini e smeraldi; agli orecchi portava
-pendenti di perle; ma il collo non avea vezzi, oltre
-quelli di madre natura. E forse per questo appariva
-più bello.
-</p>
-
-<p>
-Insomma, io penso che se l'avesse veduta in
-quel punto il banchiere Cepione, il più ricco usuraio
-delle Botteghe Vecchie, pur di baciare quel
-collo, avrebbe date volentieri le sostanze di cento
-figli di famiglia. Ma Clodia, dal canto suo, avrebbe
-ricusata quella ecatombe. Sono tanto bizzarre le
-donne!
-</p>
-
-<p>
-Perchè ho tirato in ballo Cepione? Ah, maledetta
-lingua! Io vi sfringuello i segreti dell'arte
-mia prima del tempo. Fate conto che non abbia
-detto nulla; se no, addio interesse dell'opera.
-</p>
-
-<p>
-Veduta la sua signora che entrava nel tablino,
-un servo si avanzò per prendere i suoi ordini.
-Era un adolescente, e voi già lo avete veduto portare
-la colazione.
-</p>
-
-<p>
-— Sei tu, Carino? — chiese la bella patrizia,
-voltandosi languidamente sulla <i>cathedra supina</i>,
-sedia lunga, con la spalliera inclinata indietro, e
-senza bracciuoli, che era un quissimile delle moderne
-poltrone. — Vedi che ore sono.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Carino usci nel cavedio (così aveva nome il vano
-dell'atrio, tra il compluvio e l'impluvio, dove batteva
-direttamente la luce) per dare un'occhiata
-all'emisfero, specie d'orologio solare, che prendeva
-il nome dalla sua rassomiglianza con un emisfero,
-o metà del globo, il quale si supponeva tagliato
-pel suo centro, nel piano d'uno de' suoi cerchi più
-grandi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-</p>
-
-<p>
-Prima di andar oltre nella descrizione, bisognerà
-dire qualche cosa intorno agli orologi e alla divisione
-del giorno in ore. Questa incominciò assai
-tardi presso i Romani, i quali non avevano nei primi
-secoli alcun mezzo per misurare e distinguere le
-ore, e fino al quarto secolo della loro storia non
-giunsero a stabilire il meriggio. In tre parti adunque
-dividevano il giorno: luce, crepuscolo e tenebre.
-La luce si spartiva in cinque periodi: <i>mane,
-ad meridiem, meridies, de meridie, solis occasus</i>. Il
-crepuscolo in due: <i>vesper</i> e <i>prima fax</i>, che sarebbe da
-noi l'ora nella quale i lampionai vanno attorno per
-accendere il gasse. Le tenebre in sette: <i>concubium,
-nox intempesta, ad mediam noctem, media nox, de
-media nocte</i> (o <i>mediae noctis inclinatio</i>), <i>gallicinium,
-conticinium</i>. Il <i>concubium</i> significava l'ora di andare
-a letto: la <i>nox intempesta</i> diceva non esser
-tempo da far nulla, salvo dormire; il <i>gallicinium</i>
-era il canto del gallo; il <i>conticinium</i> il silenzio
-del gallo, considerato come passaggio all'aurora.
-Voi lo vedete, o lettori; la nomenclatura era
-ricca, ma la distribuzione incertissima. Bastava ad
-esempio che un gallo non potesse dormir le sue
-ore, per guastare tutto l'ordine prestabilito.
-</p>
-
-<p>
-Il primo strumento che ebbero i Romani per
-distinguere le ore fu un quadrante, ossia orologio
-solare, portato di Sicilia da Marco Valerio
-Messàla, dopo la presa di Catania, nell'anno 477
-<i>ab Urbe condita</i>. Quinzio Marco Filippo, censore,
-ne stabilì uno più esatto nel 576. Ma questi orologi
-servivano solamente di giorno, e nei giorni
-di sole. Alle ore di notte aveva provveduto Scipione
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-Nasica nel 493, con la introduzione della
-<i>clepsydra</i>, vaso pieno d'acqua, da cui il liquido passava
-per un piccolo foro in un bacino sottoposto,
-ove, a misura che andava crescendo, sollevava un
-pezzetto di sughero, che indicava le ore. Questa
-clessidra, si chiamò anche orologio d'inverno, e il
-suo perfezionamento permise ai Romani di spartire
-il giorno naturale in ventiquattro ore, dodici
-delle quali assegnate costantemente al giorno artificiale,
-e dodici alla notte; per modo che erano
-le une a vicenda or più brevi ed or più lunghe,
-secondo le diverse stagioni.
-</p>
-
-<p>
-L'uso del quadrante durando tuttavia (e dura
-anche adesso sotto il nome di meridiana), si provvide
-a farlo concordare con la divisione del giorno
-in ventiquattr'ore. Per esempio, l'emisfero di Clodia
-Metella, disco concavo, sostenuto da un Atlante di
-marmo, portava, giusta l'uso del tempo, le dodici
-ore di luce divise in quattro parti, ognuna delle
-quali rappresentava per conseguenza tre ore. Queste
-divisioni prendevano i nomi di prima, terza,
-sesta e nona, che sono giunti fino a noi colle <i>Ore
-canoniche</i>. Quanto alle ore della notte, anch'esse
-furono divise in quattro parti, distinte col nome
-di prima, seconda, terza e quarta vigilia, derivando
-il vocabolo dalla milizia e dall'uso dei soldati,
-che duravano in sentinella tre ore di seguito.
-</p>
-
-<p>
-Adesso che mi sono mandato avanti questo po'
-di scienza imparaticcia, intenderemo il ragazzo
-Carino, che, dopo avere guardato l'emisfero e la
-linea d'ombra segnata dall'indice di bronzo, tornò
-nel tablino per dire:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È vicina la terza.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Segno che erano a un dipresso le undici del
-mattino, considerando che il sole era spuntato dopo
-le cinque. <i>Inclinatio ad meridiem</i>, avrebbero detto i
-Romani di dugent'anni prima.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella sospirò. Che fosse innamorata?
-Ma!... potrebbe anche darsi. Io, del resto, non vi
-assicuro nulla; dico che sospirò, e aggiungo che fece
-chiamare Eutiche, la fedele cameriera, per mandare
-i suoi comandi all'ostiario, o portinaio, se
-meglio vi torna.
-</p>
-
-<p>
-— Verrà Caio Sempronio; — le disse; — fallo
-entrare.
-</p>
-
-<p>
-— Sta bene; ma se venisse anche il vecchio
-Pluto?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Pluto era il nome del dio delle ricchezze, ed era
-anche il soprannome che Clodia, ne' suoi dialoghi
-intimi con la fidata ornatrice, aveva dato all'argentario
-Cepione.
-</p>
-
-<p>
-— Se venisse, — rispose Clodia, torcendo le
-labbra in atto di persona infastidita, — direte che
-non sono in casa.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... — soggiunse l'ornatrice, — se tu stai
-qui, mia signora, egli potrà vederti dal pròtiro.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Eutiche non riusciva ad intendere perchè la
-sua padrona volesse quel giorno ricevere le sue
-visite alla presenza di tutti i famigli ed anche
-del primo venuto a cui si aprisse l'uscio di
-strada.
-</p>
-
-<p>
-A questo proposito, mi sembra di avervi già
-detto, nella mia descrizione di una casa romana,
-che dall'androne dell'uscio si vedeva per l'appunto
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-il tablino, e che, se la mobile scena di quella camera
-fosse stata rimossa, si sarebbe anche potuto
-vedere il peristilio che veniva dopo, e l'eco,
-ultimo cortile di ogni abitazione un po' ragguardevole.
-</p>
-
-<p>
-— È vero; — disse Clodia Metella, con aria
-sbadata. — Ma c'è rimedio. Dirai all'ostiario che
-cali la cortina del pròtiro.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Eutiche s'inchinò, e veduto che la sua padrona
-non aveva più altro da comandarle, andò a dare
-le sue istruzioni all'ostiario. La cortina fu calata,
-e la quiete di Clodia Metella assicurata dallo sguardo
-dei visitatori importuni.
-</p>
-
-<p>
-La bella patrizia si era mollemente abbandonata
-sulla spalliera del suo seggiolone, e, preso un
-codice che era su d'un monopodio lì presso, ne
-andava svolgendo le pagine.
-</p>
-
-<p>
-È un errore il credere che i libri, nell'antica
-Roma, fossero tutti foggiati a volumi, o strisce
-di papiro incollate insieme, e arrotolate intorno
-ad un cilindro; donde l'espressione <i>evolvere volumen</i>
-per dire che si leggeva un libro. Questo era
-l'uso comune per le opere d'una certa lunghezza.
-Ma gli antichi avevano anche il <i>codex</i>, libro composto
-di fogli staccati, legati insieme nella forma
-dei libri moderni. Quei fogli erano sottili assicelle
-di legno, rivestite di cera, chiamate per l'appunto
-<i>caudices</i>; donde il nome di codice, rimasto
-poscia nell'uso, anche quando al legno si surrogò
-la carta, o la pergamena. E in questi libricciuoli
-non si scrivevano soltanto memorie e annotazioni,
-ma eziandio cose di maggiore importanza, come a
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-dire le leggi; donde più tardi il nome di <i>codex Justinianeus,
-Theodosianus</i> e via discorrendo, perchè
-appunto in quella forma di libro riusciva più facile
-riscontrare una massima, un responso, un canone
-di giurisprudenza.
-</p>
-
-<p>
-Non argomentate da ciò che Clodia Metella rubasse
-il mestiere ai giureconsulti e studiasse in
-quel codice gli editti dei pretori, o le leggi delle
-Dodici Tavole. Dato che il codice fosse la forma
-più acconcia per un libro da leggicchiarsi senza
-troppo fastidio, è naturale il pensare che dovesse
-esser quella d'una raccolta di versi, o d'un romanzo,
-i soli volumi che potessero andar per le
-mani d'una signora, a cui non piacesse la disagiata
-postura che i pittori hanno data alla Sibilla
-di Cuma e a San Giovanni evangelista.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella aveva proprio per le mani un
-romanzo. Veramente, il vocabolo non era anche
-inventato, e dicevasi in quella vece una favola
-milesia. Perchè questo nome? Ve lo dirò in breve;
-perchè Mileto, nella Jonia, era la città in cui fiorì
-primieramente questo genere di letteratura. Distinto
-dalla storia, accanto ad essa, sorse il romanzo,
-dopo le conquiste d'Alessandro il Macedone.
-I vinti Persiani innestarono i propri costumi ai
-costumi greci, e nella Jonia, che era tragitto fra
-l'Asia e l'Europa, si composero le favole milesie;
-accolte con favore perfino dai severi Spartani. Il
-primo di tali romanzieri fu un Antonio Diogene,
-co' suoi <i>Amori di Dinia e Dercillide</i>; ma il più celebre
-di tutti, che può considerarsi il padre del
-romanzo antico, fu il milesio Aristippo, di cui si
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-citano, uno <i>Specchio di Laide</i>, e gli <i>Amori d'Anzia
-e di Abròcomo</i>. Le favole milesie passarono in
-Roma, per cura d'un Cornelio Sisenna, nel tempo
-che le fazioni di Silla e di Mario affliggevano la
-repubblica, e veramente (notano gli eruditi) sembrava
-che tali racconti fossero fatti per ricreare
-gli spiriti in mezzo alle sanguinose calamità della
-patria.
-</p>
-
-<p>
-Or dunque, la nostra eroina leggicchiava il suo
-bravo romanzo, come potrebbe fare ognuna di voi,
-mie graziose lettrici. Se gliene fosse saltato il ticchio
-(io per altro non gliel'avrei augurato), Clodia
-Metella avrebbe potuto anche leggere un giornale,
-come fanno i vostri mariti, aspettando la colazione.
-Perchè, vedete, questo fiore della umana,
-sapienza non è mica una cosa moderna. <i>Nil sub
-sole novi</i>; i giornali, verbigrazia, si usavano già da
-molti anni in Roma, sotto il nome di <i>acta diurna</i>,
-e di <i>acta urbis</i>; che sarebbe come a dire i fatti
-della città.
-</p>
-
-<p>
-Il vocabolo <i>diarium</i> era stato usato già da un
-Sempronio Asellio, il quale scriveva al tempo dell'assedio
-di Numanzia. Ma perchè c'è discrepanza
-tra i dotti intorno al vero significato della parola,
-ci atterremo soltanto a ciò che è stato dimostrato.
-E infatti si sa che gli <i>acta diurna</i> surrogarono in
-Roma gli annali dei pontefici, e che la loro pubblicazione
-dovette essere anteriore al primo consolato
-di Giulio Cesare (anno 690 <i>ab Urbe condita</i>),
-donde ebbe solamente principio quella degli Atti
-del Senato, che venne poi soppressa da Augusto,
-non permettendosi — più altra pubblicazione fuor
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-quella dei <i>diurna</i>, o <i>diurni</i>; vocabolo da cui si
-formò quello di <i>diurnale</i>, adoperato principalmente
-in materia liturgica.
-</p>
-
-<p>
-Quei primi esemplari del giornalismo odierno
-erano una semplice ed arida enumerazione di fatti,
-e non avevano spesso neanche il merito dell'esattezza.
-Ma questo, diranno i maligni, è un peccato
-originale che non hanno lavato più mai.
-Come si divulgavano? Chi li scriveva? Non se
-n'ha lume; nessun giornalista ci è stato conservato
-nelle ceneri pompeiane, o tra i cocci del monte
-Testaccio. Questo sappiamo, che i giornali, quantunque
-scritti da gente oscura, si leggevano comunemente,
-anche dalle signore, mentre sedevano allo
-specchio e flagellavano a sangue le cosmète che
-non facevano il loro dovere. Ce lo racconta Giovenale:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Et caedens longi relegit transacta diurni.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'emisfero del cavedio segnava la terza, e Clodia
-Metella aveva a mala pena leggiucchiato due
-pagine della sua favola greca (il greco era per le
-Romane d'allora quello che è il francese per le
-dame del tempo nostro) quando si udì un colpo
-discretamente dato col picchiotto di bronzo all'uscio
-di strada. Poco dopo, l'ostiario trasse la fune
-del saliscendi e la porta cigolò sui cardini. Clodia
-Metella volse a mezzo la testa e diede una sbirciata
-là in fondo. La cortina si alzava in quel punto;
-segno che il visitatore era proprio quel desso che
-la signora aspettava.
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio comparve nel vano dell'androne,
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-elegantemente vestito di due tuniche,
-la <i>subucula</i> e l'<i>angusticlavia</i>; quella di lana tinta
-in violetto, con lunghe maniche, e il lembo che
-giungeva alla metà della gamba; questa di lana
-candidissima, con maniche corte e il lembo che
-terminava alla metà della coscia. Una cintura
-nascosta sotto un giro di dotte pieghe, le stringeva
-ambedue alla vita, rompendo artisticamente la dirittura
-delle due strette liste di porpora, cucite
-sulla tunica superiore, che erano il distintivo dell'ordine
-equestre, e che davano appunto alla tunica
-il suo nome di <i>angusticlavia</i>. Un calzaretto di cuoio
-colorato come la <i>subucula</i>, allacciato con fettucce
-incrociate sul collo del piede e avvolte intorno alla
-gamba fino al principio del polpaccio, compiva
-dal basso il vestimento del bel cavaliere. Una
-toga, non troppo stringata nè larga, gli girava intorno
-al collo, leggiadramente annodata sulla spalla
-sinistra e trattenuta da un fermaglio d'oro, in cui
-si vedeva incastonata una gemma. Nella mano destra
-teneva il pètaso, che si era levato pur dianzi
-dal capo, mostrando le chiome bionde e ricciolute,
-spartite con una precisione inappuntabile nel
-bel mezzo della fronte.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro cavaliere apparteneva alla classe degli
-uomini delicati, e non andava per via senza
-cappello. Del resto, o cappello o berretto, l'usanza
-di coprire il capo era molto comune. La statuaria
-romana non ha tenuto conto del cappello, se
-non per rappresentarci Mercurio, o qualche araldo
-in viaggio; ma che per ciò? Neanche l'arte nuova
-dei tempi nostri ardisce scolpire i grandi uomini
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-con la tuba, e i tardi nepoti, se dovessero prender
-norma dalle nostre scolture, avrebbero a credere
-che nel secolo decimonono andassero a capo scoperto
-anche i generali più freddolosi e più gelosamente
-inferraiolati del mondo. Manfredo Fanti
-informi, dal suo piedistallo della piazza di San
-Marco, a Firenze.
-</p>
-
-<p>
-Lasciamo dunque da parte le testimonianze infedeli
-dell'arte scultoria, e badiamo piuttosto agli
-scrittori latini e a quel tanto di pittura domestica
-che ci fu conservato da un felice capriccio del Vesuvio.
-Era lecito agli antichissimi Romani di andare
-a capo ignudo, in quella guisa che era lecito
-di portare per unico vestimento un gonnellino intorno
-alle reni, come i Ceteghi berteggiati da Orazio,
-o di coprire la nudità con un semplice mantello,
-come Valerio Publicola, e di custodirsi il
-capo dai raggi di Febo con un lembo della toga,
-imitando la frettolosa acconciatura dei cittadini di
-Gabio. Ma i libri e i dipinti ci mostrano che i Romani
-non tardarono molto ad imitare dai Greci il
-<i>pileus</i> e il <i>pileolus</i>, di guisa che se ne videro d'ogni
-forma, dal berretto frigio di Paride al romano di
-Bruto, dal berrettino di Priamo a quello di Orazio
-Flacco, quando era in casa. Il <i>pileus</i> fu il distintivo
-degli uomini liberi; lo si concedeva ai servi
-liberati, donde il modo proverbiale: <i>ad pileum vocare</i>;
-e lo portavano tutti gli schiavi di Roma, nella
-mascherata dei Saturnali.
-</p>
-
-<p>
-Quanto al <i>petasus</i>, cappello di feltro con la fascia
-bassa e la tesa larga, che gli scultori greci non
-poterono dispensarsi dal mettere in capo ai cavalieri
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-della processione Panatenaica, effigiati sul
-Partenone, lo vediamo citato da tutti gli scrittori
-latini, come un capo di vestiario usato comunemente
-per via. Plauto lo accenna in più luoghi.
-Leggete Svetonio e vedrete Augusto che portava il
-cappello, e così volontieri, da non saperne star
-senza, neanche tra le pareti domestiche. E questo
-mi pare un argomento da troncare ogni disputa.
-</p>
-
-<p>
-Gabellatemi dunque il cappello di Tizio Caio
-Sempronio. In altre cose moltissime i Romani antichi
-non erano dissimili da noi, quantunque l'abitudine
-del vederli in tragedia ce li abbia fatti
-credere diversi di costume e di sentimenti. La natura
-umana è sempre e dovunque la stessa, e i
-Romani non avevano soltanto la più parte dei nostri
-usi, ma altresì un buon numero delle nostre
-delicatezze, ed anche dei nostri vizi. Una cosa non
-pare che avessero al medesimo grado di noi, quella
-che certuni chiamano verecondia, ed altri ipocrisia.
-Ma questa è veramente virtù moderna, e i
-novellieri italiani e francesi ci mostrano che in
-tutto il medio evo la si conosceva poco in Europa.
-E forse anche oggi è praticata ugualmente
-dappertutto? Noi, verbigrazia, abitatori del continente
-europeo, non abbiamo tutti gli scrupoli e le
-titubanze degli Inglesi, e parliamo liberamente delle
-nostre camicie. È vero, per altro, che non citiamo
-più ogni sorte d'indumenti, in una scelta conversazione;
-segno che la verecondia anche tra noi fa
-passi da gigante.
-</p>
-
-<p>
-Ma questa è apparenza. Nella sostanza noi siamo
-pari agli antichi Romani, e questi somigliavano a
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-noi. Gli uomini di Plutarco, tanto citati a titolo di
-onore, ne facevano d'ogni cotta, e qualche volta
-avevano bisogno di cansare il biasimo con un
-arguto spediente, come avvenne, per esempio, a
-Scipione Africano, quando gli si domandarono i
-conti del denaro ricevuto da Antioco. Siamo lungi
-dai nostri due personaggi. Ma aspettate, fo un salto
-e ritorno nell'atrio.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span></p>
-
-<h2 id="cap9">CAPITOLO IX.
-<span class="smaller">Duettino d'amore.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-L'ostiario aveva già pronunziato il necessario:
-«<i>quis tu?</i>» e, udito il nome del cavaliere, lo ripeteva
-ad alta voce all'atriense, che era il valletto
-d'anticamera, il lacchè della padrona di casa. E
-questi a sua volta, indettato dall'ornatrice, precedeva
-il visitatore nel tablino.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio si avanzò con aria disinvolta e
-col sorriso sul labbro. Clodia Metella, fingendo
-di vederlo allora, si alzò a mezzo dal suo seggiolone,
-e, deposto il codice sul monopodio (che era
-poi, come vi dice il nome greco, una tavola sorretta
-da un solo piede), offerse la sua candida mano
-al nuovo venuto.
-</p>
-
-<p>
-Quasi sarebbe inutile il dirvi che il nostro cavaliere
-la prese e la baciò divotamente col sommo
-delle labbra.
-</p>
-
-<p>
-— Divina Clodia, — diss'egli, — io ti son grato
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-di due cose, e dell'avviso amichevole e del permesso
-che mi hai accordato di venire ad ossequiarti.
-Come vedi, non sono anche stato fatto in
-tre pezzi.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, sì; — rispose la bella matrona, con aria
-impacciata; — pensavo anch'io che l'avvertimento
-non doveva esser preso alla lettera. Ma ero tanto
-commossa! Ti conoscevo solamente per fama, e
-mi sapeva male che un gentil cavaliere, come tu
-sei, potesse correre un pericolo. Sai pure che noi
-donne ci spaventiamo di poco; e i sogni, dopo
-tutto....
-</p>
-
-<p>
-— Sono mandati da Giove; lo ha detto Omero.
-Ed io ti ringrazio di avermi avvisato. Farò buona
-custodia intorno al mio petto. Del resto, io m'avvedo
-d'esser caro agli Dei, poichè essi mi fanno
-ottenere quello che io desideravo ardentemente da
-un pezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa? — dimandò ella, così candidamente,
-che più non avrebbe potuto una fanciulla di quindici
-anni.
-</p>
-
-<p>
-— Di conoscerti da vicino, — rispose Caio Sempronio,
-inchinandosi, — di essere annoverato fra
-i tuoi servitori.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Un amabile sorriso fu la ricompensa del nostro
-cavaliere. Clodia Metella poteva ridere senza paura;
-i trentadue denti che metteva in mostra erano
-suoi, e per diritto di nascita, non già in quel modo
-che Marziale rimproverava a madonna Luconia.
-</p>
-
-<p>
-— Adulatore! — mormorò ella, schermendosi
-modestamente. — Che vedi in me di preclaro?
-</p>
-
-<p>
-— La forma, prima di tutto; l'ingegno, poi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Come? Tu metti l'ingegno al secondo luogo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, perdonami, o Clodia. La prima bellezza è
-quella del volto, perchè è la prima a vedersi. In
-un bel volto c'è la promessa di una bell'anima. E
-il tuo mantiene le promesse, mi pare.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, non lo credono tutti; — diss'ella, sospirando.
-</p>
-
-<p>
-— Che farci, signora mia? Persuader tutti e
-piacere a tutti, sono due cose egualmente impossibili.
-</p>
-
-<p>
-— È giusto; ma una donna dovrebbe avere almeno
-il diritto di essere stimata per quel che vale.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sei; — notò gentilmente Caio Sempronio,
-a cui una bugia non pareva in quella occasione un
-troppo grave peccato.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo sono, e mi duole; — replicò vivacemente
-Clodia Metella. — Tu parlavi poc'anzi della
-forma. Sì, voglio ammetterlo, poichè tu lo dici, son
-bella.....
-</p>
-
-<p>
-— La bellezza è un dolce dono degli Dei; — interruppe
-galantemente Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, non lo dire! Essa è un triste dono, il
-più triste che gli Dei possano fare ad una donna.
-Fortuna che passa presto, e la mia è presso a fuggirsene.
-</p>
-
-<p>
-— Che dici tu mai?
-</p>
-
-<p>
-— Il vero. Non sai? Sono nata sotto la dittatura
-di Silla.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Questa di Clodia Metella doveva essere una bugia
-ben più grossa di quella del suo interlocutore.
-Lucio Cornelio Siila era stato dittatore tra il 672
-e il 675 di Roma. Clodia Metella si attribuiva dunque
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-dai ventotto ai trent'anni, mentre io e voi, lettori
-umanissimi, gliene avremmo dato almeno cinque
-di più.
-</p>
-
-<p>
-Ma io e voi non siamo nei panni di Tizio Caio
-Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Perdonami, — diss'egli, scuotendo il capo in
-atto d'incredulità, — se io non riconosco questo
-merito alla dittatura di Silla. Il mio genio mi dice
-che tu sei nata sotto il consolato di Licinio Lucullo
-e di Aurelio Cotta.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-A quel furbo di Caio Sempronio non bastavano
-i cinque anni sottratti da Clodia; ne sottraeva altri
-cinque a sua volta.
-</p>
-
-<p>
-— Via! lasciamo le adulazioni! — rispose Clodia
-sorridendo. — Il tuo genio travede.
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe la prima volta; per solito egli non
-m'inganna. Del resto, egli mi ama, e non c'è niente
-di strano se vede co' miei occhi. Ora i miei occhi
-ti dicono bellissima tra le giovani patrizie di Roma.
-Qual meraviglia se la tua bellezza è il desiderio
-e lo struggimento di mille?
-</p>
-
-<p>
-— Vedi, è questo il mio rammarico! — soggiunse
-Clodia Metella, afferrando l'occasione al
-varco. — Ah, gli uomini son tristi. Perchè ad una
-povera donna sorridono ancora i doni della gioventù,
-le si fanno intorno a gara, come i Proci
-intorno alla moglie d'Ulisse. Mostrarsi austere?
-Non giova; anzi, puoi metter pegno che nuoce.
-Nel concetto degli uomini, una donna che li respinge
-tutti apertamente, lascia credere che ne ami
-troppo e celatamente uno solo. E perchè siamo
-onestamente cortesi con tutti, perchè li lasciamo
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-avvicinarsi a noi, vedere la nostra casa, come sia
-priva di nascondigli, vigilata da cent'occhi ad ogni
-ora del giorno — (così dicendo Clodia Metella accennava
-all'atrio, donde passavano allora per caso
-due schiave, recando fiori al larario) — eccoli inventare,
-o lasciar credere, che è peggio, le più
-liete fortune. Ammessi in casa tua, ti derubano,
-e ti infamano per la bocca dei loro difensori. I più
-discreti confidano alle Muse i sognati amori e chiamano
-l'universale a confidente dei loro audacissimi
-vanti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Marco Celio Rufo e Caio Valerio Catullo erano
-serviti ambedue senza tanti riguardi. E non pareva
-lei, mentre parlava così; la si sarebbe creduta
-Astrea corrucciata, che minacciasse di volarsene
-al cielo, per fuggire al consorzio degli uomin
-iniqui, o la Verità, costretta per sua salvezza a
-rifugiarsi in un pozzo.
-</p>
-
-<p>
-Non vi dirò che al nostro cavaliere quella difesa
-di Clodia paresse oro di coppella. Ma anche
-dando la tara alle ragioni di lei, non potè fare a
-meno di riconoscere che in tesi generale Clodia
-aveva ragione. Le donne sono così facilmente calunniate,
-come sono amate e desiderate. La loro
-debolezza è un invito alla prepotenza degli uomini.
-</p>
-
-<p>
-La conversazione volgeva al serio, e Caio Sempronio
-tentò di ricondurla sul primo tono.
-</p>
-
-<p>
-— Ah i poeti! — esclamò. — Non ne conosco
-che uno, il cui animo sia bello come i suoi
-versi.
-</p>
-
-<p>
-— L'araba fenice, dunque? — ripigliò Clodia
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-Metella, seguendo senza fatica quel nuovo giro
-dato da Caio Sempronio al discorso. — E chi è
-costui?
-</p>
-
-<p>
-— Cinzio Numeriano, un bravo giovinotto, modesto
-e buono, che farà a giorni le sue nozze con
-una bellissima Greca. Sarò io il suo auspice, e
-già l'ho fatto ricco, perchè non abbia a far altro
-che amare e cantare, alla guisa degli usignuoli.
-</p>
-
-<p>
-— Dei buoni! Hai fatto questo? — gridò Clodia
-Metella ammirata. — Oh come sei grande! Veramente
-nobile è l'uso che fai delle tue molte ricchezze.
-Viver lieto con gli amici, onorare gl'ingegni,
-che dovranno illustrare anche nelle arti e nelle
-lettere il gran nome di Roma, contendere alla
-Grecia il vanto della gentilezza e della eleganza,
-è questa un'opera degna di te. Come ti imiterei
-volentieri!
-</p>
-
-<p>
-— Che ti trattiene dal farlo?
-</p>
-
-<p>
-— Non son ricca, o per dir meglio, non lo
-sono tanto da colorire tutti i disegni che ho nella
-mente.
-</p>
-
-<p>
-— Perdonami, divina Clodia; a te non fa mestieri
-quel che bisogna a me. Una donna bella ha
-in sè stessa una virtù che manca all'uomo. La
-luce che emana da lei illumina e riscalda come
-quella del sole, e fa sbocciare i fiori dell'intelletto,
-come l'altra i fiori del prato.
-</p>
-
-<p>
-— Bel paragone, ma falso come tutti i paragoni.
-Io so quel che posso, e non è molto, pur troppo;
-— rispose Clodia Metella, con un sospiro. — Uomini
-e donne, non possiamo veramente esser utili
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-altrui, se non siamo potenti. Anche la bellezza non
-risplende, se tu non la collochi in alto; almeno, — soggiunse,
-correggendo la frase e accompagnando
-le parole con un mite sorriso, — essa non
-risponde all'ufficio che tu vorresti assegnarle,
-quello di illuminare. E sarebbe pure così bello,
-spandere in benefizi intorno a noi quello che Giove
-ci ha largito, di ricchezza e di forza! A che raggruzzolare,
-per una generazione di immemori
-eredi? A che restringersi nelle pallide cure, quando
-si vive una volta sola e l'Orco avaro ci rapisce
-ogni cosa in un colpo?
-</p>
-
-<p>
-— Così penso ancor io, — disse Caio Sempronio, — quantunque
-non sappia dirlo così bene.
-Tu hai l'ingegno ornato, e veramente felice è colui
-che ti ascolta. Tu leggevi poc'anzi, ed io forse
-ho interrotto....
-</p>
-
-<p>
-— Oh no, niente di grave. Del resto, i gravi
-studi non sono fatti per noi. Leggevo una favola
-milesia. Sai pure, è la favola che ci consola qualche
-volta della triste verità.
-</p>
-
-<p>
-— Lascialo dire a noi, bellissima Clodia. Tu
-stessa puoi dar vita a quanto di più leggiadro saprebbe
-immaginare la fantasia d'un poeta della
-Jonia.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il complimento era un po' stiracchiato, ma Caio
-Sempronio lì per lì non aveva trovato niente di
-meglio.
-</p>
-
-<p>
-— Ah così fosse! — esclamò Clodia Metella. — Leggevo
-appunto di due anime amanti che fuggirono
-alle noie della vita cittadina, per foggiarsi
-un mondo a lor posta nella pace dei campi. E
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-un giorno o l'altro, chi sa? anche sola, io me
-ne andrò a rifugio nel mio podere d'Albano,
-per fantasticare nei boschi, dopo aver atteso alle
-cure domestiche e distribuito il còmpito alla famiglia.
-</p>
-
-<p>
-— Come? Ardiresti privar noi, Roma tutta, delle
-tue grazie ammirabili? Tu, nata per le tede nuziali?
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì, io; — rispose Clodia, scuotendo fieramente
-la bellissima testa. — Troppo fosca luce
-hanno data le prime tede nuziali per me; frattanto,
-questa insidiata solitudine mi pesa. Ti parlavo poc'anzi
-dei Proci. Orbene, son troppi, e troppo molesti,
-i pretendenti intorno a Penelope; taluni di
-essi anche odiosi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio ebbe una stretta al cuore. Non
-si sta impunemente al fianco di una bella donna,
-ed ogni accenno ad altri uomini che le facciano la
-corte, o sperino qualche cosa da lei, ci dà noia,
-come l'immagine d'un rivale che di repente s'intrometta
-fra lei e noi. Non siamo ancora innamorati,
-e già siamo diventati gelosi.
-</p>
-
-<p>
-— E chi, di grazia? — domandò egli, turbato.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella notò quella sollecitudine, strana
-abbastanza per un primo incontro; ma fece le viste
-di non addarsene, o di trovarla naturalissima,
-che torna lo stesso.
-</p>
-
-<p>
-— Non so se faccio bene a dirtelo; — rispose
-ella, con una esitazione che accresceva il pregio
-della confidenza. — Ma già tu sei uno de' pochi
-Romani, che valgano qualche cosa e in cui una
-donna possa confidarsi a chius'occhi. Cepione!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'usuraio?... Cioè, — soggiunse Caio Sempronio,
-tentando di cogliere al volo la parola fuggita, — volevo
-dire, il banchiere?
-</p>
-
-<p>
-— Proprio lui; — disse Clodia Metella, crollando
-mestamente il capo. — Vedi un po' i graziosi vagheggini
-che mi tocca sopportare! E poi mi parli
-di tede nuziali! Di bellezza che illumina e riscalda!
-Ho ferito il cuore di uno tra i più ricchi, ma
-anche tra i più spregevoli cittadini di Roma. Debbo
-io ringraziar Venere protettrice per quel resto di
-bellezza che.... ti piace di trovare in me?
-</p>
-
-<p>
-— Amabil resto, di cui ogni cavaliere romano
-si contenterebbe, lasciando per esso tutte le Dee
-dell'Olimpo!
-</p>
-
-<p>
-— Pazzo! — esclamò Clodia Metella, facendo
-con le labbra la più leggiadra smorfia del mondo. — Sarai
-dunque incorreggibile?
-</p>
-
-<p>
-— Dimmi costante, padrona mia. Si è incorreggibili
-nei vizi, costanti nelle virtù.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Noti il discreto lettore quel «padrona mia» gittato
-là, in un momento di tenerezza, dal nostro
-Caio Sempronio. «Divina» e «bellissima» erano
-aggettivi che si spendevano senza troppo riguardo
-con tutte le donne; laddove il «padrona mia»
-(<i>hera mea</i>) non si diceva che alla donna del cuore.
-Come vedete, il nostro cavaliere non ci andava di
-gamba malata.
-</p>
-
-<p>
-— E sia, — ripigliò Clodia Metella, senza far
-le viste dì aver notata quella rapida progressione, — diciamo
-pure costante, sebbene la costanza accenni
-ad un passato..... che nel caso nostro non
-vedo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Si fa molto cammino in breve ora, quando
-si ha la fortuna di vederti, o bellissima Clodia. Ma
-dimmi piuttosto, — soggiunse, non volendo aver
-l'aria di insistere su quell'argomento delicato, — Cupido
-è dunque riuscito a penetrare co' suoi dardi
-quella montagna di carne?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La bella patrizia, con tutto il desiderio che aveva
-di stare in contegno, non potè trattenere le risa, a
-quella pittura che Caio Sempronio faceva del galante
-argentario.
-</p>
-
-<p>
-— Dèi buoni! — esclamò. — Ignoro come ciò
-sia avvenuto; ma debbo argomentarlo dalla guerra
-spietata che egli mi fa. E ne sono veramente seccata.
-Vedi un po' la strana pretesa! Perchè mi ha
-reso un servizio, della sua professione, s'intende,
-e che io pago profumatamente, il degno banchiere
-si è fitto in capo...
-</p>
-
-<p>
-— Di prendere un altro interesse sopra il tuo
-cuore? — domandò Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Per l'appunto. Ed io non so se debba ridere,
-o andare in collera. Ma la faremo finita ben presto.
-Gli restituirò il suo denaro, dovessi anche
-vendere le mie gemme, e lo farò mettere alla
-porta.
-</p>
-
-<p>
-— Poveretto! Vorrai punire i suoi occhi di avere
-amata la luce?
-</p>
-
-<p>
-— Tu lo difendi ancora?
-</p>
-
-<p>
-— Non lui, per verità. Tratto la causa di tutti
-coloro che hanno la fortuna di avvicinarti; — disse
-Caio Sempronio, cercando di ricondurre la conversazione
-sul tenero. — Non potrei io alla mia volta
-apparirti noioso?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-</p>
-
-<p>
-Clodia non rispose nulla a quella domanda incalzante.
-E neppure alzò gli occhi a guardare il
-giovinotto, intesa com'era a baloccarsi cogli anelli
-che aveva nelle dita.
-</p>
-
-<p>
-— E ciò sarebbe doloroso per me, — soggiunse
-il cavaliere, — assai doloroso, dopo averti conosciuta.
-Perdonami, sai, ma io dico quello che sento.
-Buona come sei, devi lasciarti ammirare, e lasciartelo
-dire. È uno sterile conforto, lo so; ma almeno
-potrò pensare che tu non ignori il mio male,
-quantunque avara di farmachi. E poi, non è del
-tutto infelice chi prega e spera; infelice è colui
-che, dopo aver contemplato il sole, è risospinto
-nelle tenebre.
-</p>
-
-<p>
-— Basta, basta, pericoloso ragionatore! Con la tua
-lingua soave faresti muovere i sassi, come già avvenne
-ad Orfeo; — disse Clodia Metella, smozzicando
-amabilmente le parole.
-</p>
-
-<p>
-Era costume delle dame romane, uguali in cotesto
-alle moderne sirene, di cincischiare il discorso,
-simulando qualche esitanza di lingua e
-togliendo perfino dalle parole qualche lettera indispensabile
-(<i>litera legitima</i>) che suonasse troppo aspra
-al palato.
-</p>
-
-<p>
-— Vedete qua, — proseguiva Clodia Metella, — Tizio
-Caio Sempronio, il più elegante e il più celebrato
-dei cavalieri di Roma, che si adatta a sprecare
-il suo tempo prezioso con una povera donna,
-a cui la giovinezza più non fiorisce le guance.
-Avessi quattro lustri, almeno!
-</p>
-
-<p>
-— Li hai sempre, e non un giorno di più. Te
-lo dicono i miei occhi innamorati; te lo dica
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-il mio sangue, che riarde nelle vene. Dove tu
-sei, divina Clodia, non osino mostrarsi Ebe ed
-Erigone.
-</p>
-
-<p>
-— Cessa, te ne prego! — mormorò ella, colta
-da una commozione improvvisa.
-</p>
-
-<p>
-Due lagrime intanto spuntarono dagli occhi di
-lei e scesero lente lunghesso le guance.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio rimase di sasso. La vide farsi
-bianca in viso come il marmo di Paro; quelle lagrime,
-poi (badate che l'immagine è classica), scorrevano
-come l'acqua di sotto alla neve disciolta, e
-dalla stretta dolorosa che n'ebbe, quelle lagrime
-gli parvero il suo proprio sangue che gli grondasse
-dal cuore. Leggete Ovidio, che dice la medesima
-cosa in versi latini.
-</p>
-
-<p>
-Ovidio, per allora, non aveva anche messi i lattaiuoli.
-Caio Sempronio, punto pratico dell'<i>Arte
-amandi</i>, la quale era di là da venire, si spaventò
-di quelle lagrime.
-</p>
-
-<p>
-— Ti ho forse offesa? — gridò, profondamente
-turbato. — Perdona il mio ardimento, te ne supplico.
-</p>
-
-<p>
-— No, non mi hai offesa; — rispose Clodia
-asciugandosi le molli rugiade; — pensavo al contrasto
-delle tue dolci parole con tutti i dolori che
-mi sono derivati da questo dono fatale dei Numi.
-Oh, i giudizi del volgo! Se la gente sapesse da
-quali impure fonti ella attinge, e qual maestro di
-dotte calunnie è l'amor proprio ferito di certi uomini,
-o la gelosa invidia di certe donne! E sei tu
-sincero, parlandomi come hai fatto poc'anzi? Puoi
-esserlo, dopo tutto quello che si è malignato sul
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-conto mio? Non hai forse pensato fra te che alla
-donna dei mille amanti si poteva parlare a tutta
-prima d'amore?
-</p>
-
-<p>
-— Oh il brutto pensiero che t'è venuto in mente! — gridò
-Caio Sempronio, con accento di rimprovero. — Ti
-ho detto quel che sentivo, lo giuro
-per gli Dei immortali.
-</p>
-
-<p>
-— Del resto, che importa? — ripigliò Clodia
-Metella, crollando superbamente il capo. — Pensi
-il volgo ciò che gli piace. Mi giudichi male la
-stoltezza, mi morda l'invidia, mi perseguiti il rancore;
-purchè uno mi stimi, io non mi lagno del
-fato.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-«Purchè uno mi stimi» capite? Era il colpo
-di grazia, e Caio Sempronio lo ricevette in pieno,
-nella parte più vitale. In lui, come in tutti gli
-uomini, la parte più vitale non era forse la vanità?
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio prese amorevolmente la mano
-di Clodia e la carezzò, come si farebbe della mano
-d'un bambino che si vuol rabbonire.
-</p>
-
-<p>
-— Padrona mia, — le disse, col più soave accento
-che uscisse mai dalle labbra d'un uomo, — tu
-lo sai, tu lo senti, che io ti stimo, come meriti
-di essere stimata da ognuno. Non mi credere
-un temerario vanitoso, se troppo presto ti ho palesato
-il segreto dell'anima mia. Certo, non era
-presto per me. Da tanto tempo la tua bella immagine
-mi stava scolpita nel cuore! Ti vedevo spesso,
-nella tua lettiga per via, nelle feste, nei teatri,
-sempre ammirata, corteggiata da mille adoratori,
-sfortunati, sì, ma non meno adoratori per questo,
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-non meno solleciti intorno a te; mentre io ero lunge,
-non veduto da te, e senza il coraggio di avvicinarmi
-mai. Fin da allora ti amavo, o bellissima
-Clodia; ciò ch'io t'ho detto poc'anzi non era che
-la continuazione di un vecchio monologo. E tu condannami
-ora; statuisci la pena, sono pronto a subirla.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella non rispondeva; ma non aveva
-neanche ritirata la mano, prigioniera d'amore tra
-le mani del nostro infiammabile eroe.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span></p>
-
-<h2 id="cap10">CAPITOLO X.
-<span class="smaller">Il terzo incomodo.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Tutto ad un tratto la bella indolente ritrasse la
-mano. Caio Sempronio credette di averla offesa col
-suo ardimento, e rimase perplesso, tra lo stupore
-dell'atto improvviso e il desiderio di trovare una
-parola per iscusarsi con lei. Ma gli occhi di Clodia
-non avevano mutato espressione; il suo viso
-spirava la calma e la benevolenza consueta. Perchè
-dunque Clodia Metella aveva ritirata la mano?
-</p>
-
-<p>
-Il nostro eroe non ebbe a penar molto per saperne
-il perchè. Clodia Metella, che sedeva colla
-fronte rivolta all'entrata, aveva veduto accorrere
-il suo servitorello dal pròtiro, donde era giunto al
-suo orecchio un rumore confuso di voci, come di
-gente che altercasse sull'uscio.
-</p>
-
-<p>
-Usiamo del nostro diritto e corriamo a vedere
-che cosa accadesse laggiù.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se ti dico che sono invenzioni! Figùrati
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-se per un mio pari ci dovrà esser mai porta muta!
-Aprimi questo cancello, per Ercole, e bada di
-non averti a pentire!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'uomo che così parlava, sbuffando ad ogni tratto
-come un vitello marino, cercava intanto di spingere
-l'ostiario, per entrare nel suo camerino, donde
-sarebbe potuto riuscire nell'atrio, senza bisogno di
-farsi aprire i due battenti del cancello.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'ostiario aveva una consegna e non si lasciava
-intimorire dalle minacce, nè spingere indietro
-dagli urti imperiosi del nuovo venuto.
-</p>
-
-<p>
-— Nobilissimo Cepione, — diss'egli, — tu non
-entrerai.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E con modi rispettosamente severi, s'industriava
-di mettergli le mani a posto.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco due frasi che cozzano! — gridò Cepione. — Nobilissimo
-è un titolo che mi piace. Sono della
-gente Servilia e tu mostri di non essertene dimenticato
-del tutto. Ma tu aggiungi, stupidissimo
-uomo, che non entrerò? Entrerò, a dispetto di
-Cerbero, entrerò in questa casa, come Quinto Servilio
-Cepione, mio illustre antenato ed omonimo,
-entrò nella città di Tolosa.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Intanto il paggio Carino era giunto al cospetto
-della padrona.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa è stato? — dimandò Clodia Metella,
-senza punto scomporsi.
-</p>
-
-<p>
-— Cepione, il banchiere, che vuole entrare ad
-ogni costo; — rispose Carino.
-</p>
-
-<p>
-— Non gli hanno detto che sono fuori di casa?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma egli non ha voluto crederlo, e giura
-che ha da parlarti di cose urgenti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella torse il viso, in atto di profondo
-fastidio.
-</p>
-
-<p>
-— Le cose urgenti di Servilio Cepione! — mormorò
-poscia, con accento sarcastico, rivolgendosi
-al suo giovine visitatore.
-</p>
-
-<p>
-— Urgenti, o no, lascialo entrare; — diss'egli
-a mezza voce.
-</p>
-
-<p>
-— Ma egli ti riuscirà molesto.
-</p>
-
-<p>
-— Che farci? Bisogna saper anche patire qualche
-cosa. Del resto, egli è venuto a cercare la
-luce del sole. Concedine un raggio al nuovo Prometeo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Carino interrogò con lo sguardo la sua bella padrona,
-sul cui labbro le parole di Caio Sempronio
-avevano chiamato il sorriso. E veduto il cenno
-di assentimento che essa gli fece, il vispo adolescente
-corse a levar la consegna all'ostiario.
-</p>
-
-<p>
-— Eccoti interrotto ne' tuoi voli pindarici! — notò
-argutamente Clodia Metella, ripigliando il discorso
-con Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Per quest'oggi; — rispose egli, con aria di
-rassegnazione. — Ma non mi permetterai tu di
-continuare, o divina?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Un nuovo sorriso balenò dal volto di Clodia e
-la bellissima destra tornò per pochi istanti tra le
-mani del nostro eroe, che v'attinse il coraggio a
-sopportare la compagnia di Servilio Cepione.
-</p>
-
-<p>
-Costui vi è già noto, o lettori. Era il famoso
-banchiere delle Botteghe Vecchie, il creditore spietato
-di Lucio Postumio Floro e di tanti altri giovani
-patrizii romani. Imprestava al dodici per cento,
-che era l'interesse legale. Le dodici Tavole parlavano
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-chiaro: <i>si quis unciario foenore amplius foenerassit,
-quadruplione luito</i>; che è come a dire: se
-taluno darà a prestito oltre il dodici per cento,
-sia condannato nel quadruplo. Ma gli usurai avevano
-trovato ben presto la malizia per eludere la
-legge, fingendo vendite di merci, a cui attribuivano
-un valore doppio e triplo del vero, e vi è permesso
-di credere che Quinto Servilio Cepione non
-fosse in quest'arte da meno de' suoi degni colleghi.
-Lo accusavano altresì di tosar le monete; ma
-di questo io non potrei starvi mallevadore, ricordando
-come sia facile il volgo a credere il peggio,
-dove ci sia già l'indizio del male. Dice argutamente
-un proverbio francese: non s'impresta che
-ai ricchi.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla boria nobilesca del nostro banchiere,
-va notato che, se egli non era proprio della gente
-Servilia, una delle antichissime di Roma, ci fallava
-di poco, essendo i suoi maggiori di gente servile.
-Il suo bisavolo era stato schiavo ed avea
-preso il nome di Quinto Servilio Cepione, quello
-stesso che era stato console nell'anno 648 di Roma,
-e che, dopo avere espugnata Tolosa, si era fatto
-sconfiggere un anno dopo dai Cimbri, lasciando
-sul campo ottantamila soldati. I figli del liberto
-erano diventati <i>ingenui</i>, e nel lucroso mestiere degli
-argentarii si consolavano della poca stima in
-cui erano tenuti da coloro che potevano vantare
-una lunga serie di liberi antenati e tutti i privilegi
-inerenti al diritto gentilizio. Ma così non la
-intendeva il quarto discendente ingenuo del nuovo
-ramo Servilio. Il nome illustre lo aveva, e questo
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-gli pareva titolo bastante, se non forse ad ottenere
-una magistratura e ad essere eletto sacerdote,
-almeno a tenere nel suo atrio le immagini
-degli antenati, mescolando abilmente i mezzi busti
-di quattro consoli, che erano Cepioni autentici,
-con quelli di quattro argentarii, che erano Cepioni
-sì, ma apocrifi. Avete già udito come si empiesse
-la bocca di quella sua derivazione consolare.
-Non dubitate, la metteva fuori ad ogni tratto,
-e s'impancava coi patrizii, senza un pensiero al
-mondo di ciò che altri dicesse alle sue spalle. Del
-resto coi patrizii avea relazioni frequenti e strettissime;
-relazioni d'usuraio, come vi ho detto,
-ma che gli meritavano inchini, sorrisi e strette
-di mano. E questo, in attesa delle maledizioni,
-che non potevano mancargli alla scadenza del debito,
-questo nutriva la vanità del nobilissimo
-uomo.
-</p>
-
-<p>
-Era egli, come vi ha detto Caio Sempronio, una
-montagna di carne. Aveva piccina la testa e grossolane
-le fattezze. La barba, rasa sulle guancie,
-gli girava a mo' di collare intorno alle mascelle,
-nascondendo la pappagorgia che gli pendeva sotto
-il mento. Postumio Floro diceva di quella barba: — è
-la forca che tu meriti, o Cepione, segnata
-anticipatamente intorno al tuo collo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il nobilissimo uomo entrò sotto l'atrio con passo
-risoluto, ma barellando un pochino per cagione
-di quel buzzo che doveva portare con sè, e dondolando
-sotto alla risvolta della toga il braccio
-corto e massiccio. Gli occhi piccini e luccicanti,
-le gote rubiconde come i rosolacci, le labbra tumide
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-e per giunta allungate da un certo suo vezzo
-tra l'orgoglioso e il beffardo, finalmente quella
-pappagorgia che vi ho detto più su, davano al
-nostro Cepione una certa rassomiglianza con un
-tacchino. S'intende che nella mente sua egli si teneva
-per un gallo.
-</p>
-
-<p>
-Si avanzò fino alla soglia del tablino, e, avvedutosi
-di quell'altro, gli gittò un'occhiata, da cui
-traspariva tutto il suo malcontento. Ma quell'altro
-non era nobile per nulla, e nobile di ventiquattro
-carati, come sapete; donde avvenne che
-gliene rimandasse un'altra così altezzosa, da mutar
-la burbanza di Quinto Servilio Cepione nel più
-amabile dei sorrisi, accompagnato dal più servile
-tra tutti gli inchini.
-</p>
-
-<p>
-— E così, mia bella padrona, — incominciò il
-banchiere, rivolgendosi a Clodia Metella, — tu
-non eri oggi in casa pel tuo servo Cepione?
-</p>
-
-<p>
-— Sei entrato e mi trovi; — rispose Clodia
-senza scomporsi; — segno che c'ero per te, come
-per tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sono entrato; ma dopo aver fatte le mie
-lagnanze all'ostiario.
-</p>
-
-<p>
-— Ed hai fatto benissimo; — disse la furba
-matrona. — Se tu non avessi alzata la voce, non
-avrei udito nulla e non avrei potuto sapere che
-l'ostiario interpretava male i miei desiderii.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Cepione rispose a quell'abile scappatoia con
-una crollatina di testa e con un certo <i>ehm</i>, che
-pareva una specie di compromesso tra il dubbio
-interno e l'obbligo di accettare quella scusa per
-buona.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Eccoti il banchiere Cepione.... Quinto Servilio
-Cepione; — soggiunse Clodia, presentando il
-nuovo venuto al suo primo visitatore; — ed ecco
-a te, — ripigliò, volgendosi al banchiere, — il
-nostro chiarissimo Tizio Caio Sempronio, onore
-dei cavalieri romani.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Avete mai veduto due cani ringhiosi, che già
-erano sul punto di avventarsi l'uno contro l'altro,
-ma che, ripresi in tempo da una parola severa
-del padrone, capiscono di doverla smettere, e, quantunque
-brontolando, s'accostano dimessamente e
-si scambiano la fiutatina d'obbligo? Se li avete
-veduti, intenderete a un dipresso come si salutassero
-quei due cittadini romani, nel tablino di Clodia
-Metella.
-</p>
-
-<p>
-— Conosco il banchiere Cepione; — disse Caio
-Sempronio, con aria di bontà, da cui trapelava un
-po' d'ironia; — me ne ha parlato molto l'amico
-mio Postumio Floro.
-</p>
-
-<p>
-— Sì... un bravo giovinotto; — borbottò Cepione,
-che non sapeva per qual verso pigliarla. — Ieri
-mattina mi ha restituito quarantamila sesterzi,
-che gli avevo cortesemente imprestati. È
-strano, per altro; — soggiunse, dando un'occhiata
-maliziosa al cavaliere; — i sacchetti delle monete
-portavano il sigillo di casa Sempronia.
-</p>
-
-<p>
-— Ti è lecito di credere, — disse il cavaliere,
-con un suo risolino a fior di labbra, — che io gli
-dovessi del danaro e che glielo abbia restituito.
-</p>
-
-<p>
-— Lo crederò, se ti fa comodo; — rispose Cepione,
-ridendo così sgangheratamente, che mise in
-mostra i denti più aguzzi e più neri di tutto l'orbe
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-conosciuto; — del resto, da qualunque parte ci
-venga, l'oro è sempre il bene arrivato.
-</p>
-
-<p>
-— Saresti avaro? — domandò Clodia Metella.
-</p>
-
-<p>
-— Io? no, per gli Dei; ma ho fede nell'oro. È
-un bel metallo, e lo stesso Giove non dubitò di
-assumerne la forma, per presentarsi ad una delle
-sue innamorate. Non era mica novellino, il padre
-dei Numi. Senza oro non si ottien nulla, neanche
-il sorriso delle belle.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, questo poi!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, dite che non è vero; la mia esperienza
-dà ragione alla trovata di Giove. Donde io argomento
-che in amore, come in ogni altra cosa, l'essenziale
-sia di aver molti sesterzi.
-</p>
-
-<p>
-— Via, Cepione, tu esageri. Vorrai dire che la
-ricchezza è un grande rincalzo alla bellezza, e su
-questo non ci cade dubbio. Volere o no, si spende
-sempre, per piacere alla gente; ma in profumi, in
-porpora e bisso, in perle e monili, come facciamo
-noi donne, per esempio.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì, non c'è che dire; vi vestite con tutte
-le più preziose cianciafruscole del mondo. Siamo
-noi che ci andiamo spogliando. Ma niente di male;
-sarebbe dolce il restare con la sola tunica intima,
-o con un cencio di toga, come Valerio Publicola,
-pur di toccare il cuore ad una donna come te.
-</p>
-
-<p>
-— Sia lode a Venere! Ecco almeno una galanteria; — disse
-Clodia Metella.
-</p>
-
-<p>
-— L'incenso è veramente un po' grossolano; — pensò
-Caio Sempronio tra sè.
-</p>
-
-<p>
-— O che? — diceva intanto il banchiere. — Credi
-che Servilio Cepione non abbia occhi, padrona
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-mia? Non ti dirò tutte le belle cose che
-possono susurrarti all'orecchio tanti vagheggini
-sconclusionati; ma ho un cuore anch'io, e lo metto
-divotamente a' tuoi piedi, insieme con cinque milioni
-di sesterzi. Non mi pare un'offerta spregevole; — soggiunse,
-tirandosi indietro sulla persona
-e dando una sbirciata al suo giovane competitore.
-</p>
-
-<p>
-— No, certamente; — rispose Clodia Metella,
-fingendo di non dare alle parole del vecchio più
-importanza di quella che si darebbe ad una celia; — ma
-vi sono donne in Roma che preferiscono
-un cuore, senza tanti amminicoli.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, tu li chiami... amminicoli? Padrona mia,
-dacchè Roma è Roma, si sono sempre chiamati
-sesterzi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio era sulle spine, come potete immaginarvi.
-Se non fosse stato per le buone creanze,
-avrebbe dato così volentieri un golino nella
-pappagorgia a quel maledetto furfante!
-</p>
-
-<p>
-Un piccolo caso venne in buon punto a levarlo
-di pena, dando un nuovo indirizzo alla conversazione.
-</p>
-
-<p>
-— Hai buoni occhi, dicevi? — ripigliò Clodia
-Metella, senza rispondere all'arguzia plebea di Servilio
-Cepione. — Or ora li metteremo alla prova.
-Ecco qua il mio paggio Carino che precede il mercante
-di Tiro.&nbsp;—
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span></p>
-
-<h2 id="cap11">CAPITOLO XI.
-<span class="smaller">Il prodigo e l'avaro.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Cepione si volse, e vide infatti apparire nell'atrio
-il servitorello di Clodia, con due altri personaggi,
-uno dei quali, vestito d'una lunga dalmatica,
-vergata di bianco e di nero, doveva essere
-il mercante, e l'altro dalla tunica succinta, che gli
-giungeva al ginocchio, e dal carico che aveva sulle
-spalle, appariva lo schiavo del primo.
-</p>
-
-<p>
-— Ben vieni, Aderbale, — disse la matrona. — Che
-ci porti di bello, stavolta?
-</p>
-
-<p>
-— Mia nobil signora, — rispose il mercante,
-inchinandosi profondamente, — tutto quello che
-c'è di più nuovo per l'estate. La mia nave è giunta
-iersera ad Ostia, e, come tu vedi, non ho posto
-indugio a venire da te, quantunque da due giorni
-Annia Sulpicia, la moglie del console, e Giunia
-Sillana, la impazientissima tra tutte le matrone
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-di Roma, mi avessero comandato, pena il loro
-corruccio, di passar prima da loro.
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto bene; — disse Clodia, accompagnando
-le parole con una mossa orgogliosa del
-capo. — Io non soglio stare agli avanzi di nessuno.
-Apri l'involto, Aderbale, e vediamo; questi sapientissimi
-uomini giudicheranno.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lo schiavo aveva già deposta la balla sul pavimento,
-e Aderbale il mercante, dato di piglio ad
-un coltello, recise d'un colpo la fune che teneva
-stretto l'involto; indi sciolse la triplice fascia di
-tela che custodiva i preziosi tessuti della sua
-patria.
-</p>
-
-<p>
-Erano stoffe di lana, mie lettrici amorevoli. A
-quel tempo non era anche conosciuta in Italia la
-seta, e pochissimo il cotone, che andava famoso in
-Oriente sotto il nome di <i>bisso</i>. Ma non compiangete
-troppo le Romane d'allora, perchè quella lana
-era finissima e filata così sottilmente, da meritare
-a certe stoffe il nome di aria tessuta. Quanto ai
-colori, c'erano rappresentate tutte le gradazioni
-dell'iride, e non avrebbero avuto da invidiar nulla
-a quei delicati impasti, a quelle vaghissime temperanze,
-che oggi danno fama così grande alle
-fabbriche di Lione.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi, nobilissima Clodia, — diceva il mercante,
-sciorinando le pezze sul monopodio della
-matrona e facendo ricadere i lembi in ricche pieghe
-sul musaico levigato del pavimento, — son
-colori di porpora, non d'erbe.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Le tinture si distinguevano allora in porporine ed
-erbacee, le prime cavate dal succo delle conchiglie,
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-e le altre da quello di certi vegetali. Si crede comunemente,
-ricordando la porpora regia e la cardinalizia,
-che il color porporino fosse solamente
-cremisi, o scarlatto. Ma questo, presso gli antichi
-Romani, era il colore estratto da una sola varietà
-di conchiglie, che era l'ostro; laddove da tante
-altre, e tutte chiamate col generico nome di porpore,
-si traeva ogni sorte di colori, come a dire
-l'olivigno, il violetto, l'amaranto, il paonazzo, l'azzurro,
-il cilestro, il glauco marino, e aggiungete
-pure liberamente tutte le mezze tinte possibili, ottenute
-la mercè di una tintura sovrapposta ad
-un'altra. A questo modo si aveva la pregiatissima
-stoffa versicolore, che mutava di colorito secondo
-i riflessi della luce.
-</p>
-
-<p>
-I paesi più celebri per la porpora, sul Mediterraneo,
-erano le spiagge del Peloponneso, della Sicilia
-e dell'Africa; sull'Atlantico, le coste della
-Britannia, dell'Irlanda e dell'Armorica. Le conchiglie
-di quest'ultimo mare davano il colore più
-scuro; quelle del Tirreno e dello Jonio il violetto,
-laddove sulla spiaggia di Fenicia predominava il
-cremisi. Réaumur, che non ha solamente inventato
-il termometro, si è provato anche a rifar la
-tintura di porpora, e i suoi esperimenti hanno
-dimostrato che la conchiglia di Tiro poteva dare
-essa sola tutte le gradazioni accennate. Secondo
-lui, il succo tingente è bianco, fino a tanto che
-resta nella sua vescichetta, tra le fauci del prezioso
-animale. Versato sulla tela di lino, apparisce
-subito d'un verde leggiero. Esposto all'aria e
-al sole, si muta in verde carico, indi in verde
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-marino, poscia in azzurro, e da ultimo in rosso.
-Lavatelo con acqua calda e sapone, e vi matura
-in un cremisi splendidissimo, che non vi fa più
-altre metamorfosi.
-</p>
-
-<p>
-Lasciando da parte tutte queste manifatture, noi
-torneremo a Clodia Metella, che, da esperta conoscitrice,
-andava esaminando e palpando lo stoffe
-di Aderbale, per sentirne la finezza ed ammirarne
-i colori.
-</p>
-
-<p>
-— Che pensi? — domandò ella tutto ad un
-tratto, volgendosi a Servilio Cepione, che stava
-guatando quella mostra col suo piglio beffardo.
-</p>
-
-<p>
-— Penso, — rispose il banchiere, — che un bel
-regalo lo ha fatto Ercole ai poveri mariti e a tutta
-la dolente schiera degli innamorati.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'osservazione del vecchio argentario ha mestieri
-d'un breve commento. Si credeva a quei
-tempi che la porpora fosse stata trovata da Ercole.
-Passava un giorno il semidio lungo la marina
-di Tiro, quando il suo cane (lo vedete, Ercole,
-accompagnato da un cane, alla guisa dei
-ciechi?) quando il suo cane, che aveva una fame
-da lupi, s'imbattè in una conchiglia, gittata sulla
-spiaggia dai flutti. Fido, o Melampo che fosse, non
-fece parte della sua scoperta al padrone; ruppe
-il guscio coi denti e mangiò il saporito mollusco,
-dopo di che si presentò ad Ercole, col muso tinto
-del più bel rosso che vi possiate immaginare. — Che
-cos'è? dimandò il semidio, che non aveva
-mai osservato una cosa simile. E veduto che razza
-di conchiglia avesse sgranata il suo cane, andò in
-busca di tutte le altre, che si trovavano sulla
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-spiaggia, por ispremerne il succo sulla tunica di
-lana bianca che portava indosso. Quasi sarebbe
-inutile di aggiungere che la tunica d'Ercole divenne
-tosto d'un bel rosso carico, e che egli n'ebbe
-un piacere da non dirsi a parole. La sua tunica
-gli parve da quel giorno così bella, che gli seppe
-male di indossarla più oltre come abito di fatica.
-La regalò allora al suo buon amico, il re di Tiro,
-che andò a sua volta in visibilio, e lì sui due piedi
-mise fuori un editto, per confiscare il color della
-porpora ad uso ed ornamento esclusivo della sua
-sacra persona.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, — diceva intanto Aderbale, sciorinando
-la sua mercanzia, — una pezza di porpora violetta
-che vince lo splendore dell'amatista. Dirai,
-nobilissima Clodia, che somiglia al colore della
-tua stola; ma, se ben guardi, la tinta è alquanto
-più chiara ed ha riflessi più vivi. È il meglio, il
-<i>nec plus ultra</i>, della fabbrica di Annone, riconosciuta
-ormai per la prima di Tiro. Ami meglio il
-verde marino? Eccoti questa, che si affà mirabilmente
-al candore del tuo volto e alla lucentezza
-dei tuoi capegli neri. Di quest'altra devi farti una
-<i>rica</i>, per uscire a diporto. È trasparente e ti custodirà
-dalla polvere, senza toglierti di vedere e
-di esser veduta dai nobili cavalieri, che gitteranno
-occhiate di desiderio nella tua lettiga dorata. E
-adesso guardami questa; non ti par latte, entro a
-cui sia stata stemperata una perla eritrea? Vedi
-come torna bene, piegata in due doppi! Aggiungi
-due o tre strisce di porpora azzurra o scarlatta
-sui margini, ed hai una diploide alla foggia greca,
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-che nessuna Ateniese, foss'anco Aspasia rediviva,
-potrebbe vantare la più vistosa, o la più elegante.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella non si lasciava abbarbagliare da
-quel luccichìo di frasi dell'asiatico mercatante. I
-suoi occhi, precorrendo la meditata progressione
-di quel commentario alla moda, si erano fissati
-su di una stoffa di lana nera, sottilissima e intessuta
-a strisce d'oro filato, che era veramente una
-meraviglia a vedersi.
-</p>
-
-<p>
-— E questa, quanto vale? — domandò.
-</p>
-
-<p>
-— Padrona mia, riconosco il tuo buon gusto; — esclamò
-Aderbale, senza curarsi di rispondere
-subito in chiave. — Questa è la più ricca novità
-della stagione, e, non fo per vantarmi, è anche la
-prima pezza che se ne vede in Roma.
-</p>
-
-<p>
-— Il prezzo ti ho chiesto, il prezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, il prezzo è veramente un po' forte. Ma la
-stoffa è così bella, che, quando io te l'avrò detto,
-ti parrà proprio regalata. Cinquemila sesterzi.
-</p>
-
-<p>
-— Cinque... — balbettò Cepione, spalancando
-gli occhi dallo stupore. — Che cos'hai detto? Ripeti.
-</p>
-
-<p>
-— Cinquemila sesterzi, o, se meglio ti piace,
-nobilissimo uomo, milleduecento denari. Con tutto
-l'oro che c'è dentro, è data proprio per nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì, ce n'è fin troppo, dell'oro. Vedete che
-spreconi!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ti lagni? — entrò a dire Caio Sempronio. — A
-qual uso migliore potrebbe servire
-il preziosissimo tra tutti i metalli, se non a rendere
-più appariscente la bellezza? Io vedo già la
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-nostra divina Clodia Metella, adorna di quella veste
-dorata, risplendere come la dea Bona alle calende
-di Maggio, nel sacrario del pontefice massimo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì; — rispose Clodia Metella, crollando
-malinconicamente il capo; — ma trovo anch'io
-che costa un po' troppo. Non ho già i cinque milioni
-di sesterzi di Servilio Cepione.
-</p>
-
-<p>
-— È come se tu li avessi; non ti ha egli profferte
-le sue sostanze, come contorno all'offerta del
-suo cuore? — ribattè Caio Sempronio ridendo.
-</p>
-
-<p>
-A quella scappata del cavaliere, il vecchio argentario
-fece il muso più lungo del solito.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, eh, — gridò egli, punto sul vivo, — tu
-la ricordi in buon punto; e se mi saltasse il ticchio.....
-</p>
-
-<p>
-— Ottimamente! Compera dunque la veste e fanne
-un presente alla Dea.
-</p>
-
-<p>
-— Ma di grazia, perchè non la comperi tu?
-</p>
-
-<p>
-— Io? Così fossi certo che si degnasse di accettarla!
-</p>
-
-<p>
-— Graziosa, quella paura!
-</p>
-
-<p>
-— Non ci credi? Sia dunque tua la colpa, se io
-ardisco di offerire qualche cosa a Clodia Metella.
-Aderbale, dammi da scrivere.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il mercante capì subito che cosa intendesse di
-fare il nostro giovinotto, e cavò dalla sacca, che
-portava ad armacollo, un dittico di legno e uno
-stilo di avorio. Il dittico era una doppia tavoletta,
-che si chiudeva come le due copertine d'un
-libro, presentando al di fuori una superficie piana,
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-e di dentro un sottile rivestimento di cera, con le
-sponde rilevate tutto intorno, perchè le due faccie,
-richiudendosi l'una sull'altra, non avessero a combaciare
-per modo da guastare le lettere, segnate
-nella cera medesima con la punta dello stilo.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio tolse la tavoletta dalle mani di
-Aderbale e vi scrisse queste poche parole:
-</p>
-
-<p>
-«T. C. Sempronio a Lisimaco, suo dispensatore.
-Pagherai oggi cinquemila sesterzi al mercante
-Aderbale, di Tiro. Sta sano.»
-</p>
-
-<p>
-Ciò fatto, consegnò il dittico al mercante, che,
-data una scorsa allo scritto, s'inchinò e si dispose
-a metter da parte la pezza di stoffa destinata da
-Caio Sempronio alla bellissima Clodia.
-</p>
-
-<p>
-— Oggi stesso, a quell'ora che ti farà comodo,
-passerai alla mia casa, sul Viminale, — disse il
-cavaliere, — e Lisimaco ti darà la pecunia.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei il più liberale tra tutti i patrizi di
-Roma; — rispose Aderbale, intascando il prezioso
-chirografo. — Ed eccoti, nobilissima Clodia, la
-veste. Ti consiglio d'indossarla per le feste Megalesi.
-Annia Sulpicia vuol proprio morirne d'invidia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Caio! — mormorò Clodia Metella, tutta
-vergognosa, all'orecchio del giovane. — Io non accetterò
-mai un così ricco presente.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, padrona mia? Sono un temerario, lo
-vedo; ma la colpa non è mia. Cepione mi ha data
-la spinta. Se vuoi punirlo della sua improntitudine,
-non ci hai modo migliore di questo. Accetta
-con lieto animo il mio povero dono.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Clodia sorrise e porse la sua bella mano a Caio
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-Sempronio. Era quello il ringraziamento, e il nostro
-cavaliere se ne fece abilmente un premio,
-stampando su quella mano il più ardente dei baci.
-</p>
-
-<p>
-— Animo, giovinotto, e non perdiamo tempo! — gridò
-Cepione stizzito.
-</p>
-
-<p>
-Ma il giovinotto non pose mente alle bizze del
-vecchio Arpagone, e, chiesto a Clodia Metella il
-permesso di tornare il giorno seguente, tolse commiato
-da lei. Per una prima visita aveva fatto abbastanza,
-ne convenite?
-</p>
-
-<p>
-Il mercante aveva rifatta diligentemente la sua
-balla e se n'era andato anche lui, dopo molti inchini,
-ringraziamenti ed augurii di prosperità alla
-liberalissima Clodia, che gli comperava le stoffe
-più preziose col denaro degli altri.
-</p>
-
-<p>
-Cepione era rimasto in piedi nel tablino, ora
-guardando Caio Sempronio che se ne andava, ora
-Clodia che aveva seguitato il giovinotto con una
-lunga e malinconica occhiata fino alla tenda del
-pròtiro. Il vecchio argentario non appariva troppo
-contento; di certo egli mulinava qualche cattiveria,
-a sfogo della bile che già gli schizzava dagli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ad un tratto, diede in uno scroscio di risa.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, con aria
-tra stupita e severa.
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto una bella scoperta; — rispose Cepione. — La
-colomba è innamorata.
-</p>
-
-<p>
-— Sì; — diss'ella brevemente, in quella che
-stendeva la mano al monopodio, per ripigliare la
-sua favola milesia.
-</p>
-
-<p>
-— E il colombo, — soggiunse Cepione, — è
-molto ricco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che importa? — riprese Clodia Metella, stringendosi
-nelle spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Come, che importa? Importa moltissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Non a me certamente.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'argentario rispose a quel magnanimo diniego
-con un ammicco beffardo. Ma perchè Clodia fingeva
-di non vedere, crollò il capo ed aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Sia pure, come tu dici; ma importa a me.
-Dammi lode per la mia schiettezza, ti prego.
-</p>
-
-<p>
-— Non vedo come c'entri tu; — replicò la matrona.
-</p>
-
-<p>
-— Non c'entro? Non c'entro? Figùrati! Noi qui
-faremo a metà. Tu prenderai l'amante, io la pecunia.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-A quella cinica bottata dell'argentario, Clodia
-Metella si rizzò di scatto, come una serpe a cui
-sia stata calpestata la coda.
-</p>
-
-<p>
-— Che novità son queste? — gridò, saettando
-Cepione con uno sguardo corrucciato.
-</p>
-
-<p>
-— Padrona mia, un po' di calma, e vediamo di
-intenderci; — disse quell'altro, adagiandosi tranquillamente
-sul cuscino d'una sedia a bracciuoli. — Anzitutto,
-perchè parli di novità? Non sono
-forse passati per le mie mani tutti i giovani patrizi
-che tu hai onorati della tua benevolenza? Valerio
-Catullo, Celio Rufo, Cornelio Basso, Aulo....
-</p>
-
-<p>
-— Finiscila! — interruppe Clodia Metella. — Tu
-sei veramente noioso.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, ti secca la nomenclatura? Bada, padrona
-mia, non intendevo citare che i colombi spennacchiati;
-mettevo in disparte tutti quegli altri che
-hanno avuta la sorte di non lasciarci le penne
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-maestre. Il povero Cepione li ha veduti passar
-tutti, l'uno dopo l'altro. Per Ercole! Si davano la
-muta, come i legionarii in sentinella. Ed io, destinato
-a colmar gl'intervalli, mi trovavo sempre
-fuori delle tue grazie; vedevo appena il sole, che
-già mi spariva dagli occhi. Eppure, vedi la mia
-bontà; in attesa di riavere la tua benevolenza, facevo
-servizio ai miei fortunati rivali; imprestavo
-quasi sempre io, le migliaia di sesterzi che dovevano
-servire ai donativi; fornivo io le armi contro
-di me. Che cosa vuoi di più umano? Ed anche
-adesso, io mi preparo a servirti. Quel giovinotto
-mi piace. Ti ringrazio di averlo scelto così ricco.
-Poverina! potevi benissimo invaghirti d'un plebeo
-povero in canna, o d'un cavalierino indebitito fino
-agli occhi, ed io avrei dovuto recarmelo in pace.
-Ma tu non l'hai fatto, padrona mia bella; tu sei
-sempre quella matrona di garbo, che ero avvezzo
-a stimare da tanti anni. Abbi dunque i miei ringraziamenti,
-e concedi che io tiri innanzi a servirti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella si mordeva le labbra a sangue.
-</p>
-
-<p>
-— E.... — diss'ella, con voce tremante dalla rabbia, — se
-io non volessi stare al tuo patto?
-</p>
-
-<p>
-— Faresti malissimo; — rispose il beffardo vecchio; — perchè
-io potrei....
-</p>
-
-<p>
-— Potresti? Continua!
-</p>
-
-<p>
-— No, non è bene scoprirsi così scioccamente,
-e con una donna di così sottile accorgimento come
-tu sei. Oh, non dubitare, io ti rendo giustizia. Se
-fossi pretore, come ci avrei diritto pel nome che
-porto, darei ad ognuno il suo, che non ci mancherebbe
-mezz'oncia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Daresti! — notò ironicamente Clodia Metella. — Sarebbe
-la prima volta.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì; come se l'imprestare non fosse una
-maniera di dare! <i>Do ut des, do ut facias</i>, son forme
-di contratto, mi sembra. E a proposito di fare, bada,
-padrona mia, che non mi venga in mente di far
-aprir gli occhi al tuo nuovo amatore.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo farai; — disse Clodia, dopo un istante
-di pausa.
-</p>
-
-<p>
-— Sta a te ch'io non lo faccia, mia bella. Sii
-prudente, e non avrai a dolerti di me. Déi buoni,
-e non è giusto che io trovi un compenso alla brevità
-di questi interregni? Perchè, infine, tu ci hai
-una virtù singolare, che riesce tutta a mio danno.
-Quando uno ti piace, bisogna rassegnarsi; nel tuo
-cuoricino non c'è mai posto per due.
-</p>
-
-<p>
-— Cepione, io l'amo.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so, poverina; intendo i tuoi spasimi, e,
-come vedi, asciugo una lagrima di tenerezza. Mia
-candida colomba! Sei così buona, così affettuosa!
-Lo seppe Metello Celere, tuo cugino e marito; lo
-seppe anche la felice memoria di Publio Clodio,
-tuo degno fratello....
-</p>
-
-<p>
-— Ma infine, — proruppe Clodia, non vedendo
-più lume, — vorrai tacere una volta? Lascia i
-morti nell'Averno e non mi dar noia più oltre. Ti
-ho sempre ai fianchi, ora coi sarcasmi, ora con le
-minaccie. Chi ti ha mai impedito di fare il tuo
-mestiere? Metello Celere ha avuto il torto di morire,
-senza lasciarmi venti milioni di sesterzi. Se
-così non fosse, vedresti tu come io starei a sentirti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Eh, lo so, che non mi ami. Ma appunto per
-ciò è notevole la nostra alleanza. Che cosa c'è di
-più grande di due che si odiano e si aiutano a vicenda?
-Io, vedi, qualche volta sento il desiderio
-di chiuder le mani intorno al tuo collo di cigno e
-di strangolarti senz'altro. Sei bella ed io non lo
-sono; ti amo e tu ti beffi di me; quando pure ti
-degni di sorridermi, indovino che ciò mi costerà
-un bel gruzzolo di monete. Ah, se non fosse che
-tu sei una civetta addestrata e che fai calare da
-tutte le frasche i merli curiosi al mio campo!...
-Ma basta; se no, vado fuori dei gangheri. Padrona
-mia, siamo intesi e non occorrono altre spiegazioni
-tra noi. Venere conservi la tua bellezza, e
-Diana cacciatrice mantenga saldi i panioni del tuo
-nobilissimo servo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto, il bravo argentario si alzò da sedere,
-e, fatto un mezzo inchino alla sua alleata, s'incamminò
-verso l'uscio. Clodia Metella riprese il
-suo codice e provò a ricominciar la lettura, ma
-per un bel pezzo non ne spiccicò una parola.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span></p>
-
-<h2 id="cap12">CAPITOLO XII.
-<span class="smaller">Nel teatro di Pompeo.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Siamo ai cinque di aprile, giorno dedicato nel
-lunario cattolico a San Vincenzo Ferreri, ma segnato
-nell'antico calendario romano con queste parole
-LUD. MATRIS MAG., abbreviazione che vuol
-dire: <i>ludi Matris magnae</i>, ossia, giuochi della Gran
-Madre.
-</p>
-
-<p>
-Erano questi i giuochi Megalesi, e si facevano
-in onore di Cibele, la Berecinzia, detta in greco
-<i>Megale Meter</i>, che significa appunto gran madre.
-Avevano avuto cominciamento verso la fine della
-seconda guerra Punica, nell'anno 548 di Roma,
-quando il simulacro di Cibele, la madre degli Dei,
-fu portato di Frigia alle rive del Lazio, e di là,
-con pompa straordinaria, introdotto nelle sacre
-mura di Romolo. Erano giuochi particolarmente
-scenici; perciò si celebravano sempre in teatro, e
-nel giorno che cadevano correva tra i cittadini
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-una lieta usanza di convitarsi a vicenda. La qual
-cosa esprimevasi col verbo <i>mutitare</i>, cioè tramutarsi
-a cena qua e là, or da questo or da quello,
-come a memoria del felice tramutamento della
-Dea dallo rive di Frigia a Roma.
-</p>
-
-<p>
-Ovidio ci ha detto nei Fasti perchè i giuochi
-Megalesi fossero i primi e i più grandi dell'anno.
-Berecinzia non era forse la genitrice dei Numi?
-Era giusto che i figli cedessero il primo luogo
-alla madre. Cicerone, che per infilzare aggettivi
-non restava indietro a nessuno, chiamò i giuochi
-Megalesi «casti, solenni, religiosi sopra quanti ne
-furono mai» e soggiunse che «a riverenza della
-loro origine e della dea cui erano sacri, non fu
-mutato loro neppure il nome, essendo i soli tra i
-giuochi romani, che si chiamassero con vocabolo
-straniero.» Vedete un po' che maestà sbardellata
-di giuochi!
-</p>
-
-<p>
-Altre solennità ammettevano le rappresentazioni
-sceniche, come ad esempio i giuochi Consuali, sacri
-a Conso, dio degli arcani consigli, che, essendo
-stati ordinati da Romolo in memoria delle rapite
-Sabine, erano tenuti i più nazionali, e perciò detti
-<i>Romani</i> per eccellenza. Venivano poscia i Plebei,
-i Funebri e gli Apollinari; i primi in memoria
-della rivendicata libertà contro gli oppressori Tarquinii
-e della restituita concordia tra i padri e la
-plebe, dopo la fortunata favoletta di Menenio
-Agrippa; i secondi, derivati dai Greci, in onore
-degli illustri defunti; gli ultimi, consigliati dalle
-profezie d'un tal Marcio indovino, che nella seconda
-guerra Punica aveva promessa la vittoria,
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-purchè si onorasse Apollo con solenni spettacoli.
-Ma la festa Megalese si distingueva in ciò da tutte
-le altre, che essa consisteva appunto ed unicamente
-nelle rappresentazioni teatrali.
-</p>
-
-<p>
-E qui si facevano onore gli edili curuli, magistrati
-che avevano cura degli edifizii cittadini, dell'annona
-e dei solenni spettacoli. Erano essi che
-pagavano i poeti drammatici di maggior grido per
-averne commedie nuove da sperimentare in quell'occasione,
-e che spendevano profumatamente per
-mettere in iscena col massimo decoro le migliori
-produzioni dei vecchi. Quattro delle sei commedie
-di Terenzio, l'<i>Andria</i>, l'<i>Eunuco</i>, la <i>Suocera</i>, il <i>Punitor
-di sè stesso</i>, furono scritte per questi giuochi.
-Nè creda il lettore che la moltitudine si accostasse
-con molta religione a cotali cerimonie, quantunque
-fatte in onore della madre degli Dei. Si rideva e
-si fischiava come ora, che il teatro è doventato la
-cosa più profana del mondo. La <i>Suocera</i> di Terenzio
-non fu lasciata finire, perchè nella piazza
-accanto al teatro <i>lavoravano</i> i funamboli, e l'uditorio
-svagato aveva più voglia di veder passeggiare
-sulla corda, che di esserci tenuto lui, sulla corda,
-dalle invenzioni del gentile poeta. Consolatevi, autori
-del tempo mio; il pubblico è sempre lo stesso,
-da che esiste il teatro.
-</p>
-
-<p>
-Lettori, se non vi dispiace (e perchè, poi, dovrebbe
-dispiacervi?) entriamo nel teatro di Pompeo.
-È presso al Circo Flaminio, nella regione nona,
-la più bassa e la più popolosa di Roma, corrispondente
-al moderno Parione.
-</p>
-
-<p>
-Fu questo il primo teatro stabile dell'eterna
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-città, e al tempo della nostra narrazione contava
-a mala pena i suoi quattro anni di vita, essendo
-stato eretto per cura di Pompeo Magno, nell'anno
-699, dopo la guerra Mitridatica.
-</p>
-
-<p>
-Sapete già tutti, ed io qui lo ricordo <i>pro forma</i>,
-che le rappresentazioni sceniche ebbero origine in
-Grecia, dove in principio era costume di farle sotto
-un frascato, od ombracolo, che dava ricetto ai giuochi
-villerecci; poscia in un carro, quello di Tespi,
-che menavasi attorno pei trebbi e per le borgate;
-più tardi su di un palco, messo insieme con quattro
-assi, come quelli dei saltimbanchi di villaggio.
-Da quel tempo, la scena aveva seguitato ad ampliarsi
-e ad ornarsi, ma sempre rimanendo di tavole.
-Una disgrazia che costò la vita a centinaia
-di spettatori, persuase Temistocle e i suoi Ateniesi
-a fabbricare di buon materiale gli edifizii scenici;
-e gli architetti Democrate ed Anassagora idearono
-in tal guisa il primo teatro di fabbrica, scavando
-le gradinate a semicerchio nel fianco di una collina
-a piè dell'Acropoli, e mettendovi di rincontro
-il palco e la scena.
-</p>
-
-<p>
-Questo raccontano le storie. Altri vuole, ed ha
-parecchi ruderi dalla sua, che i primi teatri stabili
-sorgessero in Sicilia e nelle colonie greche
-dell'Asia Minore. Io, lasciando gli archeologi a vedersela
-tra loro, vi dirò che in Roma la severità
-delle leggi, non potendo opporsi validamente ai
-ludi scenici introdotti nel 599 dai censori Valerio
-Messala e Cassio Longino, bastò cionondimeno ad
-impedire per cent'anni intieri la costruzione d'un
-teatro permanente. Plauto e Terenzio esponevano
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-le loro favole in teatri posticci, o nel Circo, destinato
-alle corse dei cavalli e alle sanguinose pugne
-dei gladiatori. Terminati gli spettacoli, doveva tosto
-disfarsi anche il teatro. Neppure si perdonò a
-quello sfarzosissimo, che Scauro aveva innalzato
-per ottantamila persone, con trecento sessanta colonne,
-tremila statue, la scena per metà di marmo
-e per metà di vetro. Inaudita forma di lusso!
-esclama Plinio. E tanta opera non ebbe che un
-mese di vita.
-</p>
-
-<p>
-Più fortunato fu il console Pompeo, perchè il
-suo teatro, costrutto sul disegno di quello che egli
-aveva veduto a Mitilene, non soggiacque alla condanna
-degli Edili. La spesa era stata immensa, e
-il console era stato tacciato di troppo sfarzo per
-una fabbrica che non aveva a durare; ma, avendo
-egli adonestato il suo colpo con un titolo di pietà,
-edificando sulla cavea del teatro un tempio a Venere
-vincitrice, la fabbrica non potè essere distrutta,
-e, diventando stabile, fu lodata di parsimonia.
-La bandiera aveva fatto passare la merce.
-</p>
-
-<p>
-Patito un incendio sotto Tiberio, il teatro di
-Pompeo fu subito ristorato da quell'imperatore.
-Caligola e Claudio lo abbellirono. Nerone in un
-sol giorno lo fece indorare, per mostrarlo al domani
-in tutta la sua pompa a Tiridate, re d'Armenia.
-Gran tempo dopo, essendo rovinato, fu da
-Teodorico rifatto sulle vecchie fondamenta. Se non
-riuscì del tutto una fabbrica ostrogota, bisognerà
-darne lode agli artefici, che erano sempre italiani.
-Le vestigia dell'edifizio, trovate nei tempi nostri
-in capo alla via dei Giubbonari, presso la chiesa
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-di Sant'Andrea della Valle, fanno buona testimonianza
-della romanità del lavoro.
-</p>
-
-<p>
-Ma entriamo una volta e vediamo le tre parti
-notevoli del teatro, che sono la cavea, l'orchestra
-e la scena. Tutti i teatri romani, su per giù, con
-un meniano di più, od uno di meno, si rassomigliano,
-e quando se n'è visto uno si son visti tutti.
-</p>
-
-<p>
-La cavea, che oggi direbbesi il recinto, è la parte
-più ragguardevole per la sua mole e quella che
-propriamente può dirsi <i>theatrum</i>, o <i>visorium</i>, perchè
-di là gli spettatori, distribuiti lungo le gradinate
-a semicerchio, vedono la scenica rappresentazione.
-Le gradinate, dal podio, o parapetto «che
-men loco cinghia» come direbbe Dante, salgono
-allargandosi man mano fino all'orlo superiore, intorno
-a cui gira una galleria coperta, dal cui architrave
-sporgono gli arpioni, o i pali, che terranno
-disteso il velario.
-</p>
-
-<p>
-Ogni sette gradinate ce n'è una larga, ed alta il
-doppio delle altre; e questa non è per sedervi, ma
-per passare da un punto all'altro del recinto. Di
-queste divisioni (<i>praecinctiones</i>) nei teatri molto
-grandi ce ne sono infino a tre. Il complesso dei
-gradi tra una precinzione e l'altra dicesi <i>moenianum</i>,
-specie di ripiano interiore a cui corrisponde
-di fuori un ordine di maestose arcate e di gallerie.
-Dove le precinzioni e per conseguenza i ripiani
-sono tre, la cavea resta divisa in tre ordini,
-che si dicono <i>cavea prima, cavea secunda</i> e <i>ultima
-cavea</i> (la piccionaia moderna), i cui gradi non sono
-di pietra, ma di un semplice tavolato. Ogni meniano
-è tagliato da più scale, raffiguranti i raggi
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-d'un circolo, donde gli spettatori vanno a cercare
-il posto loro assegnato dalla <i>tèssera</i>, o biglietto d'ingresso;
-e in tutte lo precinzioni si aprono più
-porte (<i>vomitoria</i>) donde sbocca in teatro la folla,
-venuta su per gli androni che girano nei fianchi
-dell'edifizio. Gli spazi compresi tra le scale hanno
-sembianza di cunei, epperciò ne portano il nome.
-</p>
-
-<p>
-Tutte queste divisioni vi confonderebbero oggi
-la testa, lo capisco. Ma, se foste Romani d'allora,
-non ci pensereste più che tanto. Facciamo un
-esempio. Avete avuto una tessera d'avorio, su cui,
-accanto al titolo della commedia (<i>Casina Plauti</i>) sono
-incise queste parole abbreviate: CAV. II. CUN. III.
-GRAD. VIII. Che vuol dir ciò? Che avete l'ottavo
-posto nel terzo cuneo della seconda precinzione, o
-del secondo meniano. Non vi confondete adunque,
-pigliate la scala che mette alla galleria del second'ordine;
-giunto lassù cercate la indicazione del
-terzo vomitorio, e di là riuscite subito entro la
-cavea, alla vista del pubblico. Un'occhiatina ai
-numeri; il cuneo comincia con cinque posti; dunque
-il vostro sedile è nel secondo giro di gradini;
-eccolo là, difatti, col suo bravo numero inciso sulla
-pietra. Il maestro di sala (<i>designator</i>) non lo ha
-lasciato occupare da nessuno; al peggio dei peggi
-(come avviene oggidì nelle sedie chiuse dei nostri
-teatri) il vicino, per comodo suo, ci ha posato il suo
-pètaso. Andate liberamente, egli si affretterà a tirarlo
-via; se no, avrete il diritto di fargliene una
-frittata.
-</p>
-
-<p>
-E adesso un'occhiatina all'orchestra. I Greci davano
-alla piazzuola semicircolare, compresa nel
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-giro del podio, il nome di orchestra, o ballatoio,
-perchè questo era il luogo delle danze, dei cori e
-dei mimi. I suonatori stavano sopra un palco, che,
-somigliando ad un'ara sacrificatoria, era perciò
-detto <i>Timele</i>. Ma nei teatri romani, sebbene si conservasse
-il nome di orchestra, il luogo era riserbato
-ai magistrati e alle persone di maggior conto.
-Perciò era più angusto che nei teatri di Grecia.
-Noi moderni l'abbiamo fatto più ampio, e lo chiamiamo
-platea.
-</p>
-
-<p>
-Davanti all'orchestra era il palco scenico; quadrilatero
-di pietra, alto cinque piedi dal suolo,
-lungo due tanti più che il diametro dell'orchestra.
-Sul lato posteriore sorgeva una facciata, ornata di
-colonne, di statue, di pitture; e questa era la scena
-fissa, che veniva innanzi con due ali sui lati minori
-del quadrilatero, o proscenio, dove recitavano
-gli attori. In queste due ali si aprivano le porte
-per cui passavano le comparse, le macchine degli
-Dei, il còrago, ossia l'attrezzista e capo comico,
-quando aveva da dire qualche cosa all'uditorio. La
-facciata della scena presentava tre porte; l'una nel
-mezzo (<i>valvae regiae</i>) per cui entrava il protagonista;
-le altre ai lati (<i>hospitalia</i>) che servivano al
-passaggio delle seconde parti.
-</p>
-
-<p>
-Non dimenticate che la scena antica rappresentava
-sempre un luogo aperto, perchè i personaggi
-facevano e dicevano tutti i fatti loro fuori dell'uscio
-di casa. Rammentate poi che, al momento di cominciare
-il dramma, calavasi dall'<i>episcenio</i>, luogo
-superiore alla scena, il sipario, od <i>aulaeum</i>, come
-dicevasi allora, che andava a ravvolgersi nell'<i>iposcenio</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-cioè sotto ii palco scenico; tutto il rovescio
-dei nostri teatri. C'erano inoltre gli <i>echei</i>, vasi di
-bronzo ordinati a rendere più armonioso il teatro.
-Vitruvio ci racconta che erano collocati in cellette
-sotto le gradinate, con tale calcolo matematico da
-dividere il recinto della cavea in accordi di quarta,
-quinta e ottava; onde l'eco che ne risultava fosse
-una perfetta sinfonia.
-</p>
-
-<p>
-È passato il mezzogiorno; il pranzo è già stato
-digerito, e la moltitudine invade il teatro di Pompeo,
-dove si recita la <i>Casina</i> di Plauto, vecchia
-commedia che piace sempre, assai più di tante altre
-di autori recenti. L'ingresso al pubblico è gratuito
-per l'ultima cavea, che è la più capace di
-tutte. L'orchestra, riservata ai senatori e ai magistrati,
-si va popolando lentamente. Laggiù son tutte
-persone che amano i loro comodi e che sanno di
-trovarceli belli e preparati, sotto forma di bisellio,
-o sedia da due posti, con un morbido cuscino e
-uno scannello per reggere i piedi. Più presto si
-vanno occupando i posti della prima e della seconda
-cavea, assegnata ai patrizii e alle loro donne.
-Pompeo aveva da principio destinato quei quattordici
-gradi all'ordine dei cavalieri; onde seder
-nei quattordici ed esser cavaliere tornava lo stesso.
-Ai lati dell'orchestra sorgono alcune logge (<i>tribunalia</i>)
-dove stanno i magistrati che presiedono alla
-rappresentazione. Vi è permesso di vedere in queste
-tribune i moderni palchetti municipali, dove
-si affollano gli assessori teatrali, e in genere tutti
-i consiglieri del Comune, segnatamente quando c'è
-in scena il corpo di ballo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'ordine accennato poc'anzi non era osservato
-ai tempi di Plauto e Terenzio, quando i teatri erano
-di legno e il popolo vi si accalcava alla rinfusa.
-Nè tale fu sempre in appresso, perchè vediamo
-dagli autori essere state qualche volta confinate le
-donne su in alto, nelle gallerie coperte, con grave
-sfregio all'estetica. Lo immaginate, un recinto seminato
-di teste mascoline, come un campo di papaveri,
-od altra piantonaia da sbadigli? Dei immortali!
-ci doveva essere per gli spettatori il medesimo
-gusto che c'è pel deputato in una seduta
-parlamentare, coi colleghi intorno, e le dame lontane
-lontane, come le stelle fisse, o come le nebulose,
-nell'alta cerchia delle tribune.
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna, e ad onore del buon gusto antico,
-Ovidio ci lascia scorgere nei teatri del suo tempo
-una ragionevole promiscuità dei due sessi. Ed io
-posso dirvi, senza scostarmi dal verosimile, che
-Clodia Metella entrò accompagnata dal bel cavaliere
-Tizio Caio Sempronio, per uno dei vomitorii
-che mettevano sulla prima cavea, e andò a sedersi
-nella terza fila del quarto cuneo, poco lunge dal
-podio, che era occupato dalle vergini Vestali.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span></p>
-
-<h2 id="cap13">CAPITOLO XIII.
-<span class="smaller">Amori in vista.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-L'apparizione della bellissima Clodia destò per
-tutto il teatro quella attenzione e quel bisbiglio
-che destano sempre le belle, quando entrano in
-una numerosa adunanza. Ciò che parrebbe sommamente
-disdicevole in una ristretta compagnia, diventa
-naturalissimo in una gran folla di persone,
-dovunque ella si trovi, o tempio, o teatro, dove
-nessuno ha da portare la malleveria di quel pissi
-pissi generale, di quel fruscìo di vesti e di quello
-scricchiolìo di sedie, in cui tutti hanno pure avuta
-la parte loro.
-</p>
-
-<p>
-Le donne volsero una rapida occhiata alla nuova
-venuta e arricciarono il naso. Già, si capisce, Clodia
-non era quel fior di bellezza che dicevano gli
-uomini e non meritava che tante nobili matrone
-si storcessero il collo per lei. Ma tratto tratto gli
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-occhi tornavano là e lampeggiavano sguardi invidiosi
-ad una stola di porpora nera intessuta a liste
-d'oro, che dava tanto risalto alla bianchezza perlata
-delle carni. Annia Domizia, la impazientissima
-tra le seguaci della moda, e Giunia Sillana,
-una pallidona che passava per la più bella tra le
-patrizie romane e che faceva disperare coi suoi
-eterni rigori il vecchio console Servio Sulpicio
-Rufo, si morsero le labbra dal dispetto e sentenziarono
-che quella stola era di pessimo gusto.
-</p>
-
-<p>
-Anche le vergini Vestali diedero la loro sbirciata
-alla terza fila del quarto cuneo; ma, sia detto
-ad onore di quelle santissime donne, non tanto per
-sacrificare alla vanità, guardando alle vesti di Clodia
-Metella, quanto per vedere un po' da vicino
-quel leggiadro giovinotto che l'accompagnava, e
-per cui più d'una tra loro avrebbe lasciato spegnere
-il fuoco sacro, anche a dover finire nel campo
-Scellerato.
-</p>
-
-<p>
-Non meno curiosi delle Vestali, e delle matrone,
-si volsero a guardare Clodia gli edili, dall'alto dei
-loro tribunali, e i magistrati e gli altri uomini
-consolari, dal basso dell'orchestra. Marco Tullio
-Cicerone, il famoso giureconsulto, che contava allora
-i suoi cinquantacinque suonati, si voltò sul
-bisellio anche lui ed onorò di un lungo sguardo
-la giovine coppia.
-</p>
-
-<p>
-— A chi s'è ora attaccata, la sanguisuga? — domandò
-egli tra sè, poco rispettosamente per la sorella
-del suo vecchio nemico. — Mi par di conoscerlo;
-è un Caio Sempronio. Povero giovane!
-Vuole dar fondo con lei alle ricchezze che gli ha
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-accumulate quel gravissimo uomo di suo padre
-nella pretura di Sicilia.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Marco Tullio, lo sapete, dava facilmente il titolo
-di gravissimo e di santissimo, ed anche più facilmente
-quello di ladro e di assassino. Era un vezzo
-oratorio, che finì per costargli la testa.
-</p>
-
-<p>
-Ora, se i vecchi si scomodavano sui loro sedili,
-lascio pensare a voi, lettori umanissimi, che cosa
-dovessero fare i giovani. Stavo già per dirvi che
-tutti i cannocchiali erano volti su Clodia Metella,
-ma ho ricordato in buon punto che l'invenzione
-di quell'utile istrumento doveva tardare ancora
-milleseicento e più anni. In mancanza di cannocchiali,
-lavoravano gli occhi, e giova credere che
-in quel tempo fosse più scarso il numero dei
-miopi.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella, come forma, era molto ammirata;
-per contro, non si risparmiavano le frecciate
-alla sua fama.
-</p>
-
-<p>
-— Non temete, — notava argutamente un tale,
-ripreso di troppa severità da uno spettatore più
-temperato, — non si dirà mai tanto di Clodia Metella,
-quanto ella stessa ha mostrato di volere che
-si pensi di lei.
-</p>
-
-<p>
-— La frase è lunga e contorta; — osservò Giunio
-Ventidio. — Non si potrebbe dire brevemente
-che essa ha fatto d'ogni erba fascio?
-</p>
-
-<p>
-— O d'ogni fior ghirlanda; sarebbe più cortese,
-la metafora.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì, usategli cortesia; ella non ve ne serberà
-gratitudine. La quadrantaria preferisce i quattrini.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quadrantaria! Era questo il nomignolo grazioso
-di cui Marco Tullio, con quella sua lingua tabana,
-aveva gratificato Clodia Metella. L'immagine era
-ardita e ci voleva anche uno sforzo di volontà
-singolare per appioppare quel brutto appellativo
-ad una donna come lei, sapendo che <i>quadrantaria</i>,
-si forma da <i>quadrante</i>, piccola moneta di rame,
-pari in valore alla quarta parte di un soldo. Lisimaco,
-verbigrazia, il dispensatore di Tizio Caio
-Sempronio, non le avrebbe fatto un torto così grave,
-egli che vedeva andare così lestamente l'oro e l'argento
-di casa.
-</p>
-
-<p>
-Ma, quadrantaria o no, nè Giunio Ventidio, nè
-altri linguacciuti, che erano adunati con lui in un
-angolo del podio, dove si riducevano per solito i
-giovinotti eleganti di Roma, potevano parlare di
-scienza propria intorno agli atti di Clodia. È già
-stato notato come, in simiglianti negozi, che toccano
-la vanità mascolina, parla chi non ha niente
-a dire, mentre chi potrebbe parlare con un po' di
-ragione sta zitto.
-</p>
-
-<p>
-— Vedetela là, quella sirena, come lo ha tirato
-a' suoi piedi! — esclamava Giunio Ventidio, dimenticando
-di essere stato egli stesso cinque giorni
-addietro il galeotto tra quei due. — Bisognerà che
-io lo avverta, il nostro povero Caio.
-</p>
-
-<p>
-— Avvertirlo! E perchè? — disse Postumio
-Floro.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, mi pare che le ragioni non manchino.
-Siamo amici o non siamo? Egli si rovina.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, baie! Se non è lei, sarà un'altra.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, ma sia almeno tal donna, — soggiunse
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-gravemente Ventidio, — che egli possa condurre
-attorno senza ignominia. Clodia Metella è
-troppo.... come ho da dire?
-</p>
-
-<p>
-— Di' quel che vuoi; s'impresta ai ricchi.
-</p>
-
-<p>
-— Diciamo dunque.... devastata.
-</p>
-
-<p>
-— Nella fama, s'intende. Vedete Marco Tullio,
-che ci ha fatto lo strappo più grande, nella causa
-di Celio Rufo, come la guarda a squarciasacco!
-</p>
-
-<p>
-— Amore antico, che s'è inacetito!
-</p>
-
-<p>
-— Marco Tullio almeno non ci ha lasciate le
-penne. È un merlo vecchio.
-</p>
-
-<p>
-— Terenzia sua gli avrebbe cavati gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— E fu ad un pelo di farlo.
-</p>
-
-<p>
-— Guardate, guardate! Si può essere più sciocchi
-del nostro amico Caio Sempronio?
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'è?
-</p>
-
-<p>
-— Non vedete? Le fa fresco col suo ventaglio
-di penne di pavone. Poverina, che non avesse a
-riscaldarsi troppo, con questi ardori.... d'aprile!
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio non aveva fatto soltanto ciò che
-notavano di lui, in quel crocchio di caritatevoli
-amici. Entrato con Clodia Metella nel meniano, e
-vigilato con molta cura il passaggio di lei, perchè
-nessun piede profano le calpestasse lo strascico
-della stola, si era inchinato con sollecita galanteria,
-per disporre acconciamente il cuscino su cui
-ella doveva sedersi. Egli stesso, ricusando l'opera
-del servo designatore, aveva collocato lo scannello
-di legno sotto i delicati piedini della sua dolce padrona.
-Egli stesso, di tanto in tanto, si voltava indietro,
-per tenere in rispetto con una provvida occhiata
-i vicini del quarto scaglione, affinchè nessuno
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-di loro, mettendo sguaiatamente innanzi le ginocchia,
-venisse ad urtarla da tergo.
-</p>
-
-<p>
-E la divina Clodia arrossiva dal piacere di vedersi
-così attentamente servita. Gli sguardi fugaci
-che ella volgeva tutto intorno a sè, in quella moltitudine
-di spettatori, tra cui dovevano essere parecchi
-dei suoi antichi corteggiatori, dicevano chiaramente:
-vedete, o Quiriti, non è anche finito il
-mio regno.
-</p>
-
-<p>
-Infatti, quel biondo cavaliere poteva considerarsi
-come la prima e la più invidiabile tra le conquiste
-che potesse fare un'alunna di Venere tra quei
-giovani patrizii di Roma. E quando egli sollevò tra
-le dita quel suo meraviglioso flabello, che raffigurava
-la coda spiegata d'un pavone, agitandolo soavemente
-da presso alle tempie di Clodia Metella,
-molte nobili matrone allibbirono; molti giovanotti
-eleganti invidiarono quella graziosa novità, che
-doveva trovare imitatori in buon dato; e un vecchio
-Alcibiade, che pizzicava di poeta, sentenziò
-che Venere spogliatrice aveva rapiti gli onori a
-Giunone.
-</p>
-
-<p>
-A chiarire questa immagine classica, ricorderò
-che il pavone era sacro alla moglie di Giove. Quanto
-a Venere spogliatrice, il lettore ha già visto chi
-fosse; Cicerone, che vien sempre in ballo quando
-si tratti di uno di quei frizzi che levano la pelle,
-aveva proprio bollata la povera Clodia, come si
-bollano i buoi, col marchio rovente dei gabellieri
-alle porte.
-</p>
-
-<p>
-Il prologo della commedia distolse un tratto dalla
-nostra coppia amorosa l'attenzione dell'uditorio. I
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-lazzi del personaggio scenico parevano fatti a bella
-posta pei giovani eleganti che sedevano all'estremità
-del podio.
-</p>
-
-<p>
-— «Date retta, vi prego, alla compagnia; — diceva
-in un certo punto il prologo della <i>Casina</i>. — Mandate
-a quel paese la malinconia e non pensate
-ai debiti. Oggi nessuno ha da aver paura dei creditori.
-Giorno di giuochi è giorno feriato, anche per
-gli strozzini. Tutto è tranquillo; il Foro ha vacanza;
-gli usurai fanno giudizio e non chiedono
-niente a nessuno. Pensate forse al poi? Quando
-i giuochi sono fatti, a nessuno si rende più
-niente.»&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Questa <i>Casina</i> era una delle ultime e delle migliori
-commedie di Plauto; però piaceva ancora, un
-secolo e mezzo dopo la morte dell'autore. S'intitolava
-dal nome di una bella schiava, a cui volevano
-dare marito in due, il padre ed il figlio, per
-una ragione che i discreti non vorranno domandarmi
-di certo. L'intento della commedia, secondo
-che notano i savii, era morale abbastanza, vedendosi
-in essa un vecchio innamorato che finisce
-col portare le pene della sua ridicola zerbineria;
-ma nella favola poi, ci si riscontrava una libertà
-veramente plautina e il buon costume ne usciva
-assai mal trattato.
-</p>
-
-<p>
-E ci andavano, direte, lo vergini Vestali? Mah,
-che ci posso far io? Ci andavano anche le più
-savie e costumate matrone, gli edili, i consoli e
-tutti i personaggi più gravi di Roma. E ridevano
-vi so dir io, con la scorta degli autori, e ci si spassavano
-un mondo. Era quello il tempo in cui si
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-poteva dire e sentire ogni sorta di capestrerie, a
-patto che si giurasse di non farne mai. Ovidio diceva:
-«io vivo onestamente; solo la mia Musa è
-un po' scollacciata». E Marziale seguitava: «il
-mio libro è lascivo, ma la mia vita è proba». Ambedue
-imitavano Catullo, l'antico amante di Clodia,
-che aveva scritto di se:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nam castum esse decet pium poetam</i></p>
-<p class="i01"><i>Ipsum; versiculos nihil necesse est.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quella cara società antica somigliava in cotesto
-alla medievale e a quella del risorgimento; quando
-le signore leggevano le novelle del Certaldese e
-del vescovo Bandello, e quando papi e cardinali assistevano
-alla rappresentazione della <i>Calandra</i>, amenissima
-commedia del loro collega Dovizi, detto il
-Bibiena. E in Francia e in Inghilterra non era lo
-stesso? Conchiudiamo; più di noi, i nostri antichi
-amavano farsi un po' di buon sangue e non badavano
-alla qualità dei sali con cui si otteneva
-l'intento. Così avveniva che le commedie di Plauto,
-in cui, a detta d'Orazio, i sali erano così grossolani,
-piacessero a tutti i Quiriti, e ci prendesse
-gusto il severo Catone, come più tardi aveva a
-prenderci gusto san Gerolamo, che si era portato
-l'autore prediletto nel deserto e se lo andava centellando
-saporitamente, a riposo delle notti vegliate
-nelle lagrime della penitenza.
-</p>
-
-<p>
-Tra un atto e l'altro della commedia, ripigliava
-il cicaleccio dei nostri giovinotti eleganti. In mezzo
-a loro era capitato Quinto Servilio Cepione, che li
-conosceva tutti intimamente, come potete argomentare,
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-e che con la sua presenza ne fece scantonare
-parecchi.
-</p>
-
-<p>
-— Ohè, Cepione, — gli disse Postumio Floro,
-battendogli con molta confidenza sul ventre, — come
-va? siamo sconfitti?
-</p>
-
-<p>
-— Sconfitti! Che vuoi tu dire?
-</p>
-
-<p>
-— Debellati, per Bacco! Laggiù, alla terza fila
-del quarto cuneo, il vincitore trionfa.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, eh! — rispose Cepione, ridendo di mala
-voglia. — Vuol durar poco, il trionfo.
-</p>
-
-<p>
-— Che importa la durata, se il tuo competitore
-ascende la via Sacra?
-</p>
-
-<p>
-— Questa, poi, è troppo forte; — esclamò Giunio
-Ventidio. — La via Sacra! Lo dirai forse pel
-tratto delle Botteghe Vecchie!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Una risata generale accolse l'arguzia di Giunio
-Ventidio. I lettori rammenteranno che le Botteghe
-Vecchie, ritrovo degli usurai, erano appunto nel
-Foro, accanto alla via che metteva al Campidoglio.
-</p>
-
-<p>
-Ma, se risero i giovani sconclusionati, non rise
-mica Servilio Cepione. L'argentario fece anzi il
-muso più lungo del solito.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, eh! ne parlate allegramente, delle Botteghe
-Vecchie, padroni miei, — rispose egli, con
-amarezza, — ora che avete pagato, non so come,
-i vostri debiti a questo odiato Servilio!
-</p>
-
-<p>
-— O che? — disse Postumio, dissimulando con
-un ghigno d'aver ricevuto il colpo in pieno. — Ti
-piacerebbe di non essere stato pagato? Forse per
-farci fare il viaggio dei tre mercati? Attàccati ai
-panni di Tizio Caio Sempronio, se l'hai proprio con lui.
-</p>
-
-<p>
-— Con lui? Io? E perchè avrei dovuto averla
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-più con lui che con te? Caio Sempronio è un bravo
-giovinotto. Spende del suo, e, se lo getta via come
-un pazzo, è padrone di farlo. Noi uomini savi contentiamoci
-di raccogliere.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, lo confessi? — gridò Postumio Floro.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuramente; che male c'è? Dovrei vergognarmi
-di imitare Porcio Catone, il rigido censore,
-che imprestava danaro alla gente, per cavarne un
-frutto maggiore del reddito dei suoi campi Tuscolani?
-Giovinotti, giovinotti, quando intenderete il
-prezzo della pecunia....
-</p>
-
-<p>
-— Non sarà più tempo; — interruppe Giunio
-Ventidio. — È questo che volevi dire? Ti s'è risparmiata
-la fatica. Del resto, vedi, amico Cepione,
-quando voi, uomini savi, vorrete usare della ricchezza,
-non sarà più tempo neanche per voi, e un
-bel giovinotto vi farà mettere alla porta senza tanti
-riguardi.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto alla porta, lasciamola lì! — borbottò
-l'usuraio.
-</p>
-
-<p>
-— È pure toccata ad uno che conosco io; — aggiunse
-Postumio Floro. — E se egli non fosse
-stato messo alla porta, poniamo per via di metafora,
-Clodia Metella non sarebbe oggi in teatro, al
-fianco di Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Se parli per me, t'inganni a partito, — rispose
-Cepione, sbuffando. — Clodia Metella è là,
-col vostro amico, perchè.... perchè non me ne importa
-un fico.
-</p>
-
-<p>
-— Hai torto; è così bella! — disse Postumio.
-</p>
-
-<p>
-— Dieci volte più bella del solito; — aggiunse
-un altro. — Quella stola frangiata d'oro....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Listata!
-</p>
-
-<p>
-— Anzi meglio, vergata d'oro, le sta a meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-— E non è certamente un dono di Servilio Cepione; — notò
-quella linguaccia di Ventidio.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè non lo sarebbe? — domandò l'usuraio
-inviperito. — Potrei, meglio di voi, far questo
-ed altro, potrei coprirla d'oro....
-</p>
-
-<p>
-— Del nostro!
-</p>
-
-<p>
-— Del vostro, o di mezza Roma, potrei farla
-risplendere più di Cibele, o di Venere vincitrice,
-se la cosa mi piacesse. Ma non mi piace, ecco
-tutto.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il nostro banchiere incominciava a pentirsi d'essere
-andato a ficcarsi in quel vespaio. Postumio e
-Ventidio gli davano più noia degli altri; erano i
-più accaniti contro di lui. Se non avessero pagato
-in quegli stessi giorni i loro debiti, con che gusto
-si sarebbe vendicato! Ma tutti i giorni vengono,
-chi sappia aspettarli, pensò il nostro Cepione, ed
-una ne paga cento.
-</p>
-
-<p>
-Que' zerbinotti, poi, non sapevano spiccarsi da
-Clodia Metella; non sapevano spiccarsene con gli
-occhi, nè coi discorsi. Clodia Metella, argomento
-di tutte le invidie, lo diventava altresì di tutti i
-desiderii.
-</p>
-
-<p>
-È questa l'arcana virtù (mi perdoni la virtù, se
-adopero in questa guisa il suo nome) di certe
-donne perdute. Le illustri scostumatezze tirano a
-sè tutti gli animi deboli. Si sa di andare a rovina;
-tanto meglio. Così va la farfalla al lume, pazzamente,
-sentendo bruciarsi il sommo dell'ali. Quella
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-donna, poi, non era neanche una greca, una etèra,
-una di quelle arpie calate in Roma per mandare
-in rovina i severi Quiriti; era una matrona, una
-patrizia romana, e, volere o no, figlia e moglie di
-uomini consolari.
-</p>
-
-<p>
-Vedete, ad esempio; poco lunge da Clodia Metella,
-sull'orlo del quinto cuneo, sedeva un'altra
-donna, bella come lei e di parecchi anni più giovane.
-Anch'essa era piaciuta a molti. Ma non era
-che una greca; tra pochi dì sarebbe stata la moglie
-di un povero poeta; l'etèra appariscente vestiva
-con semplicità, come si conveniva alla vigilia
-del nuovo e modesto suo stato; perciò scompariva,
-si confondeva nella moltitudine delle Lucrezie
-di Roma.
-</p>
-
-<p>
-E lo sentiva anche lei, non dubitate; e a risico
-di rimpicciolire ai vostri occhi l'immagine di Cinzio
-Numeriano, vi dirò che quell'onesta ma umile
-condizione a cui la chiamava il poeta, non le pareva
-un gran che. Ancora un mese o due, e le
-sarebbe parso un errore. Essere in vista, corteggiata,
-desiderata, e magari come una saltatrice,
-un'<i>ambubaia</i> di Siria, quello era il buono. E invece,
-guardate che disdetta, la povera Delia si sacrificava
-a Cinzio Numeriano, un giovine di belle
-speranze, ma di poche sostanze; e queste, poi, frutto
-d'una liberalità di Tizio Caio Sempronio. Quello
-era un uomo!
-</p>
-
-<p>
-— Eccolo là, — pensava la bionda Delia, guardandolo
-lungamente, attraverso le ciglia semichiuse,
-e facendo le viste di badare a tutt'altro; — eccolo
-là, giovane, ricco e felice. È bello di una
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-lieta ed altera bellezza, non mesta, non umile, non
-timorosa, come quella di Cinzio. L'uomo ha da
-essere ardito. Vedetelo, con quella fronte alta e
-quel suo sguardo sfavillante. Pare che sfidi tutta
-Roma ad essere più felice di lui. E quella Clodia,
-come si tiene! È poi bella come dicono? Certo,
-quest'oggi non è male. Ma qual donna mediocre
-non apparirebbe bellissima, con quelle perle intrecciate
-nei capegli, scambio di una semplice vitta,
-e con quella stola di nera porpora, intessuta d'oro,
-che dà tanto spicco alle carni? È lei la regina del
-teatro, non c'è che dire, e i giuochi Megalesi sono
-banditi per lei. Noi altre, povere donnicciuole, ci
-sfiguriamo tutte, non siamo più nulla al confronto;
-nemmeno la nobile Giunia Sillana, che è
-senza dubbio la più bella di tutte le patrizie romane.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana si sarebbe grandemente meravigliata,
-se avesse udita la chiusa del soliloquio di
-Delia. Figuratevi! Una donna che loda la bellezza
-di un'altra! Tuttavia, se ella avesse avuto lì per
-lì uno specchio e ci si fosse veduta per entro, non
-sarebbe stata molto a capire il perchè d'una lode
-così spontanea. Quel giorno, la povera Giunia Sillana
-era verde come un ramarro.
-</p>
-
-<p>
-Lettori, per dirvi tutte queste cose, io commetto
-una piccola indiscrezione; sto origliando, direbbe
-un seicentista, alla toppa d'un cuore. Il volto di
-Delia non lasciava trapelar nulla di questi brutti
-pensieri; non si vedeva in lei che una bella donnina,
-sebbene un po' più fredda e severa del solito.
-Per altro, bisogna ricordare che una bella
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-donnina, quando è scontrosa, imbruttisce parecchio,
-o, se vi torna meglio, apparisce meno bella
-di prima. E questo accadeva a Delia, quantunque
-Numeriano, innamorato com'era, non potesse avvedersene.
-</p>
-
-<p>
-Un consiglio alle donne. Non facciano mai il
-viso arcigno, salvo il caso che vogliano parer simulacri
-di marmo e rimanere sul piedistallo. C'è
-anche il suo gusto a far ciò, lo capisco; ma io
-parlo per quelle che vogliono, se non piacere a
-più d'uno, almeno parer belle a tutti. Ho spesso
-per le mani Ovidio, che mi racconta i mille artifizi
-delle dame romane, e, come vedete, incomincio
-a rubargli il mestiere. Badino, per altro, le mie
-belle lettrici, io non pretendo d'insegnare a nessuna
-e non domanderò come lui che esse scrivano
-sulle loro tavolette: «egli è stato il nostro
-professore» (<i>Inscribant tabulis: Naso magister erat</i>),
-ben sapendo che il mio diavolo nasceva appena,
-quando il loro andava già ritto alla panca.
-</p>
-
-<p>
-Torniamo a Delia. È una donna incontentabile,
-e farebbe una carità fiorita a non accettare la mano
-di Cinzio e a ripigliar la sua parte di donna libera.
-Pure, se noi ci facessimo a consigliarla in
-tal guisa, metto pegno che ci manderebbe a quel
-paese. C'è sempre nel cuore di certe leggiadre
-donnine un pochino di mal talento, e come un desiderio
-di far dispetto. — Ah, vuole sposarmi, il
-poveraccio? Orbene, sì, lo faccia a sua posta; vedrà
-che bel giuoco! — Qualche volta non lo dicono
-nemmeno tra sè; ma ci hanno il genietto
-maligno, accoccolato dietro una piegolina del cuore,
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-che pensa lui le vendette; e le farà, non dubitate,
-le farà senza tanti discorsi.
-</p>
-
-<p>
-A consolare le bizze di Delia era andato Postumio
-Floro, dopo il quart'atto della commedia. Vi
-ho già detto che la <i>sperata</i> di Numeriano sedeva
-sull'estremità d'un cuneo; donde vi sarà facile
-intendere, se avete ancora davanti agli occhi la
-pianta del teatro romano, che Postumio Floro,
-ascendendo la scaletta rasente al cuneo poteva avvicinarsi
-ai due fidanzati senza recare troppo disturbo
-alla gente.
-</p>
-
-<p>
-— Avete visto? — diss'egli, ammiccando.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa? — domandò Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— I nuovi amori del nostro amico Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, male collocati; — sentenziò la bizzosa
-donnina.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, non mi pare. Clodia è così bella!
-</p>
-
-<p>
-— Lo credi?
-</p>
-
-<p>
-— Mah, lo dicono tutti; e quando tutti dicono....
-</p>
-
-<p>
-— Non è più il caso di ripetere; — interruppe
-Delia, nascondendo in un motto arguto la sua scontentezza. — Vuoi
-tu essere, o Postumio, il pappagallo
-di Clodia Metella?
-</p>
-
-<p>
-— No, per gli Dei; al peggio dei peggi, mi sarei
-contentato d'essere il suo passero.
-</p>
-
-<p>
-— Vent'anni fa?
-</p>
-
-<p>
-— Mettiamo dieci, via! Ella non è così vecchia.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sembra. Ed io non so capire come mai,
-per quella Cibele inorpellata, il tuo amico Caio
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-Sempronio abbia potuto dimenticare la giovine e
-fresca Glicera.
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito io; — pensò il giovinotto. — Queste
-donne son tutte beccate ad un modo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Postumio vedeva giusto. Dalla fidanzata di Cinzio
-Numeriano a quella superba di Giunia Sillana,
-tutte le spettatrici l'avevano a morte con Clodia
-Metella; non potevano patire quello sfoggio d'ori
-e di perle; sopra tutto non sapevano rassegnarsi
-alla nuova conquista che ella avea fatta, del più
-leggiadro e del più magnifico tra i cavalieri di
-Roma.
-</p>
-
-<p>
-La conseguenza di tante bizze fu questa, che
-molte matrone, le quali da un pezzo salutavano
-mal volentieri Clodia Metella, o fingevano di non
-vederla quando la incontravano per via, si affrettarono
-a star su, appena finito lo spettacolo, e
-quali studiarono il passo, quali lo ritardarono, per
-modo da esser vicine a lei nell'uscita.
-</p>
-
-<p>
-— Salve, divina! — incominciò una di loro,
-Marzia Amerina.
-</p>
-
-<p>
-— Mia bellissima, tu sei proprio un amore; — aggiunse
-Valeria Lutazia.
-</p>
-
-<p>
-— Dove hai presa quella stoffa? È oro filato; — esclamò
-Anna Domizia, precorrendo san Tommaso,
-quello che voleva vedere e toccare.
-</p>
-
-<p>
-— In verità, — disse Giunia Sillana, le cui parole
-erano armi a due tagli, — essa ti rende più
-bella.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio, come potete figurarvi,
-camminava impettito a guisa di trionfatore.
-</p>
-
-<p>
-— Mia dolcissima, — ripigliò Valeria Lutazia, — dove
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-fai conto di passare l'estate, quest'anno?
-</p>
-
-<p>
-— A Baia; — disse Clodia Metella.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ancora la tua villa sul lago Lucrino? — domandò
-malignamente Giunia Sillana, alludendo
-ad una lunga stazione fatta laggiù da Clodia Metella
-con Celio Rufo.
-</p>
-
-<p>
-— No, ne compero un'altra; — rispose Clodia,
-senza scomporsi; — e ci andrò per le calende di
-maggio.
-</p>
-
-<p>
-— Come? ci abbandoni pei giuochi Florali? — disse
-Valeria.
-</p>
-
-<p>
-— E per la festa della dea Bona? — aggiunse
-Giunia Sillana. — Sarà una grave mancanza.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La dea Bona, se nol sapete, era la dea matronale
-per eccellenza, e si citava questo bel fatto
-di lei, che, fino a tanto era vissuta tra i mortali,
-nessun uomo, tranne il marito suo, l'avesse
-veduta, o avesse pure inteso profferire il suo nome.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella fece le viste di non avere udito.
-Era l'unico spediente per non avere a raccogliere
-il frizzo di Giunia Sillana.
-</p>
-
-<p>
-Sotto i portici del teatro, mentre Caio Sempronio
-si era fatto avanti per chiamare la lettiga, le
-si accostò Servilio Cepione, caldo ancora di tutte
-le acerbe punture inflitte alla sua vanità dai giovani
-patrizi romani.
-</p>
-
-<p>
-— Clodia Metella, — le bisbigliò all'orecchio, — io
-cenerò con te, questa sera.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E dava intanto una sbirciata compassionevole ai
-suoi derisori, che stavano là, secondo l'uso, adocchiando
-le dame.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non mi seccare; — rispose Clodia, alzando
-le spalle.
-</p>
-
-<p>
-Se aveste veduto il muso di Servilio Cepione,
-in quel punto! I suoi amici e debitori, che non lo
-perdevano d'occhio, ne ridono ancora oggi, nel
-regno delle ombre.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span></p>
-
-<h2 id="cap14">CAPITOLO XIV.
-<span class="smaller">Le nozze di Numeriano.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-La mattina del sesto giorno sopra gli Idi d'aprile....
-</p>
-
-<p>
-Ma qui, prima di andar oltre, bisognerà spiegarci
-un tratto. Il calendario romano è così disforme dal
-nostro, con le sue calende, le sue none, i suoi idi,
-e l'uso di contare i giorni alla rovescia! Gli Idi
-d'aprile cadevano al 13; dunque, tornando indietro
-sei giorni, abbiamo il <i>sexto Idus</i>, corrispondente
-agli 8 d'aprile.
-</p>
-
-<p>
-È un bel giorno per Cinzio Numeriano, e un
-giorno di grandi faccende per Tizio Caio Sempronio,
-che ha dovuto perfino rinunziare alla sua visita
-mattutina in casa di Clodia Metella. Per altro,
-come vedrete, ha pensato a lei, e fa conto di vederla
-dopo il tramonto del sole.
-</p>
-
-<p>
-Quella mattina, adunque, Tizio Caio Sempronio
-si alzò da letto più presto del solito, e, preso il
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-bagno consueto, stette allo specchio un'ora di più
-che non facesse negli altri giorni; indi, tutto azzimato,
-spirante ambrosia alla guisa d'un Nume,
-si dispose ad uscire di casa.
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio Lisimaco lo attendeva nell'atrio.
-</p>
-
-<p>
-— Mio signore! — disse l'arcario, inchinandosi.
-</p>
-
-<p>
-— Orbene, Lisimaco, che c'è?
-</p>
-
-<p>
-— Chiederei di trattenerti per breve ora, se non
-ti spiace. Ho certi conti da farti vedere....
-</p>
-
-<p>
-— A proposito, — interruppe Caio Sempronio, — hai
-mandati i fiori a Clodia Metella?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, mio signore.
-</p>
-
-<p>
-— Col silfio cirenaico?
-</p>
-
-<p>
-— Col silfio cirenaico; — rispose Lisimaco, traendo
-un sospiro.
-</p>
-
-<p>
-E aggiunse tra sè, commentando quel sospiro
-malinconico:
-</p>
-
-<p>
-— Mille denari, per una pianticella che non è
-la metà del mio braccio!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il silfio era una pianta preziosissima e celebre
-tra gli antichi per le miracolose proprietà che le
-erano attribuite. Risanava ogni male, purificava
-l'aria e l'acqua, e, come se ciò non bastasse, addormentava
-le pecore e faceva starnutare le capre.
-Tolgo questi particolari da Teofrasto e da Plinio,
-che ci indicano il silfio come una pianta fornita
-d'una radice carnosa, d'un gambo simile a quello
-del finocchio, e d'una foglia a un dipresso come
-quella del selino. A Cirene lo si aveva per sacro,
-essendo apparso di botto, come diceva la leggenda,
-dopo una pioggia di bitume, sette anni dopo
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-la fondazione della città, nell'anno 420 di Roma.
-I compagni d'Alessandro il Macedone trovarono
-questa pianta copiosamente sparsa sulle montagne
-di Candahar. Aristofane fa dire ad un sicofante
-che egli non muterebbe vita, neppur se gli regalassero
-del silfio, consacrato a Batto, il fondatore
-di Cirene. Giulio Cesare vendette per mille cinquecento
-marchi d'argento la provvista di silfio
-che si custodiva nel pubblico erario di Roma. Nerone
-un giorno ne ricevette una pianta in dono,
-e a palazzo se ne fecero molti discorsi, come di
-un presente straordinario. Infine, il silfio è rappresentato
-sul rovescio delle monete di Cirene,
-che non è celebre solamente per questo, ma anche
-per aver dati i natali al poeta Callimaco e al
-filosofo Carneade, quello che va debitore della
-sua fama, in uguale misura, ai grandi elogi di
-Cicerone e alla poco salda memoria di Don Abbondio.
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — esclamò Caio Sempronio. — Dunque,
-sta sano, mio vecchio Lisimaco.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... vorrei dirti...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì, capisco che vorrai dirmi qualche cosa;
-ma non ho tempo, sai? Oggi si tratta di lavorare
-per la felicità degli altri, e non è tempo da pensare
-alla propria.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto, diè una voltata sulle calcagna e si
-avviò verso il pròtiro, lasciando il suo vecchio arcario
-a crollar mestamente il capo, com'era suo
-costume da parecchi giorni.
-</p>
-
-<p>
-Lisimaco non aveva anche finito di ciondolare,
-che il cavaliere tornò indietro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vedi che bestia! Dimenticavo l'essenziale.
-Sono andati i servi agli Orti Ventidiani?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, mio signore.
-</p>
-
-<p>
-— Col monile di perle?
-</p>
-
-<p>
-— Col monile di perle; — ripetè l'arcario.
-</p>
-
-<p>
-E aggiunse mormorando:
-</p>
-
-<p>
-— Trentamila sesterzi! E non è ancora contento!
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa borbotti? — domandò il cavaliere,
-sorridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Che l'hai pagato trentamila sesterzi, e ti pare
-d'aver fatto un dono di poco.
-</p>
-
-<p>
-— Ma sì, pur troppo! — esclamò Tizio Caio. — Le
-son perline da nulla, e mi duole non
-averne trovato di più vistose. Non sai tu, vecchio
-Lisimaco, che ce ne sono di grosse come
-le noci e più ancora? Si racconta che in Egitto,
-nella reggia dei Tolomei, ce ne siano due molto
-più grosse degli occhi che mi stai ora facendo.
-</p>
-
-<p>
-— Sono in Egitto; che fortuna! — gridò l'arcario,
-che proprio non se la poteva rattenere fra
-i denti.
-</p>
-
-<p>
-— Chiamala una disgrazia; — rispose il cavaliere. — Noi,
-per averle, dovremmo far guerra all'Egitto.
-E chi sa, che un giorno o l'altro non me
-ne salti il ticchio?
-</p>
-
-<p>
-— La guerra è una bella cosa; — notò il vecchio
-servitore; — essa riempie i forzieri, non li
-vuota.
-</p>
-
-<p>
-— Ed io, vedi, ho risoluto; andrò nella milizia.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lisimaco ebbe un barlume di speranza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quando, mio signore? — domandò egli sollecito.
-</p>
-
-<p>
-— Appena avrò speso l'ultimo quattrino; — rispose
-Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-La fronte del vecchio si rannuvolò di bel nuovo.
-Intanto il nostro cavaliere si avviò da capo all'uscio
-di casa, e questa volta per non tornare più
-indietro.
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio andava a piedi, perchè
-i Romani di quel tempo non si erano ancora
-tanto infemminiti da adoperar la lettiga. Ma i suoi
-servi lo avevano preceduto agli orti Ventidiani,
-ed uno di loro portava, tra gli altri arnesi, un
-paio di mullei, calzari elegantissimi, dello stesso
-colore della tunica, affinchè il padrone potesse
-comparire in casa di Cinzio Numeriano senza traccia
-di polvere.
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno il nostro cavaliere faceva l'ufficio
-di auspice; un quissimile di ciò che è presso i
-moderni francesi il <i>garçon de la noce</i>. Era lui che
-qualche giorno prima aveva assistito al contratto
-degli sponsali e che quella stessa mattina aveva
-osservati gli augurii; senza ridere, vi prego di
-crederlo. Inoltre, da buon romano, aveva posto
-mente a non stabilire le nozze in giorno nefasto,
-come sarebbero state le Calende, le None e gli Idi,
-le feste Parentali, le Salie, ed altre che per brevità
-si ommettono.
-</p>
-
-<p>
-Tre giorni si spendevano dai Romani nella celebrazione
-delle nozze. Nel primo, lo sposo visitava
-la sposa in casa del padre di lei; nel secondo
-la sposa andava a dormire in casa del suocero,
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-per uscirne sull'alba del terzo, che era propriamente
-il giorno nuziale, e quello in cui si celebrava
-il matrimonio nei modi già detti altrove, della
-mutua compera, e della confarreazione, e con tutte
-le cerimonie che or ora vedremo, se non vi dà noia
-lo assisterci.
-</p>
-
-<p>
-Le prime cerimonie erano state compiute, e non
-al tutto secondo gli usi romani. Rammentate che
-Delia era greca e che viveva in Roma da sola,
-fuori d'ogni potestà di parenti. Perciò il nostro
-Numeriano non aveva potuto andare dal padre
-di lei per fargli la domanda rituale: «volete voi
-darmi la vostra figliuola in moglie?» Neanche
-era stato il caso di fare per due giorni, tra le
-due case degli sposi, quei viavai che ho accennato
-pur dianzi. Erano andati dal pontefice massimo,
-e là, alla presenza del gran sacerdote, e di
-dieci testimoni, il Flamine Diale, o sacerdote di
-Giove, aveva sacrificata una pecora e divisa tra
-gli sposi la tradizionale focaccia di fior di farina.
-Quindi la bella etèra di Corinto se ne era
-tornata alla sua casa, donde il giorno seguente gli
-amici dello sposo dovevano andarla a levare per
-forza.
-</p>
-
-<p>
-Era anche questa una cerimonia inutile, perchè
-non si trattava più d'una fanciulla, che si
-dovesse strappare dal seno della famiglia. Ma questa
-era la forma più antica e più solenne di matrimonio,
-a ricordo del modo in cui Romolo e i
-suoi celibi compagni si erano impadroniti delle
-belle Sabine; e Delia, poichè aveva a maritarsi,
-voleva fare le cose con ogni maggior pompa, a
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-conforto della sua vanità femminile. Ora, argomentate
-se l'innamorato Numeriano non volesse
-contentarla anche in questo.
-</p>
-
-<p>
-Il giovane poeta era fuori di sè dalla gioia.
-Quando il suo auspice giunse agli orti Ventidiani
-(li chiameremo ancora con questo nome, per intenderci
-alla bella prima), Numeriano, tutto vestito
-di bianco e coi capegli tagliati di fresco secondo
-il rito, stava disponendo ogni cosa pel sacrificio
-augurale di quel giorno. Un popa, specie
-di sacerdote beccaio, era già in attesa, coi suoi
-<i>cultrarii</i>, o sgozzatori assistenti; la vittima grugniva
-ai piedi dell'altare, davanti all'uscio di
-casa.
-</p>
-
-<p>
-Lettori, io non ci metto di mio nè sal nè pepe.
-Si sacrificava il dì delle nozze una scrofa, simbolo
-di fecondità coniugale presso i Romani. Virgilio
-stesso ha creduto necessario di citare nel suo
-poema la scrofa meravigliosa, trovata da Enea
-sotto un leccio, presso la riva del Tevere, con
-trenta porcellini intorno; <i>triginta capitum foetus
-enixa</i>.
-</p>
-
-<p>
-Compiuto il sacrificio nelle debite forme, di cui
-vi fo grazia, venne il giro di una breve refezione
-d'amici. Era l'ultimo addio dato da Cinzio Numeriano
-al suo celibato, e l'avverbio <i>feliciter</i> suonò
-da tutte le labbra, mentre si andavano vuotando
-le tazze.
-</p>
-
-<p>
-La giornata era bella e il pranzo s'era fatto fuori
-della casa, in giardino, per non guastare i preparativi
-del triclinio, destinato alla cena nuziale.
-Era un bel giardino, anzi un bosco senz'altro,
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-quello che Ventidio aveva venduto a Caio Sempronio
-e questi liberalmente donato al suo giovane
-amico. Elci, roveri e pini vi erano cresciuti
-fitti abbastanza per far riparo dai raggi del sole,
-ed altri arbusti più umili, come il biancospino,
-la betulla e il corbezzolo, consolavano gli occhi con
-le varie temperanze del verde ond'erano rivestiti.
-</p>
-
-<p>
-Quello era davvero il luogo per un poeta. Fauni,
-Naiadi, Driadi ed Amadriadi, ci dovevano esser
-tutti, quei cari numi, di cui la religione pagana
-aveva popolate le selve del Lazio. Quei sassi
-coperti di muschio, quelle acque zampillanti, quegli
-ombrosi recessi, dovevano aver voci arcane e
-piene di attrattive per un seguace d'Apollo. E il
-nostro Numeriano prendeva moglie! Abitatrici del
-sacro monte, Pierie, Castalie, e comunque vi
-piaccia esser nomate, dove eravate voi in quel
-punto?
-</p>
-
-<p>
-Intanto che i nostri celibi finiscono di pranzare
-(e più non occorre di dire che cosa fosse il
-pranzo dei Romani) andiamo poco lunge, caliamo
-dall'Esquilino verso ponente e ascendiamo il Celio,
-dov'è la regione più popolosa della eterna
-città. Lassù, presso il tempio di Tullo Ostilio, in
-una casetta modesta di fuori, ma arredata internamente
-con greca eleganza, troveremo la sposa,
-in mezzo ad un cerchio di amiche, intente ad ornarla
-per l'ultima cerimonia, e ad invidiarla per
-la sorte che le tocca, di doventare una matrona
-romana.
-</p>
-
-<p>
-Delia era semplicemente vestita, come l'uso portava.
-Non ori, non perle, non porpora, ma solamente
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-la stola di lana bianca, tessuta in casa, per
-seguitare l'esempio di Caia Cecilia. E qui bisognerà
-fare un po' di parentesi per raccontare chi fosse
-costei. Caia Cecilia, o, per dire il suo nome arcaico,
-Tanaquilla, era la moglie di Tarquinio Prisco,
-famosa per cento domestiche virtù, tra cui prima
-di filare e tessere la lana. <i>Lanam fecit</i>, diventò,
-dopo questa donna esemplare, il più bel vanto
-d'una matrona romana; portare il dì delle nozze
-una stola come la sua, fu obbligo a tutte le sue
-pronipoti. Come se ciò non bastasse, fu costume
-universale di assumere per quel giorno il nome
-di lei. Tutte le spose, nella cerimonia nuziale, si
-ornavano del nome di Caia.
-</p>
-
-<p>
-La stola nuziale di Delia era stretta al fianco
-da una zona, o cingolo, di lana di pecora. Anche
-qui c'era la sua ragione, trovata dai teologi del
-tempo. Festo Pompeio vi dirà che, nella medesima
-guisa in cui la lana della pecora, ravvolta in gomitolo,
-appare tra sè congiunta, così il marito è
-congiunto e legato alla moglie. Troppa sottigliezza,
-signor Festo Pompeio! Il vero si è che la sposa,
-per somigliare a Caia Cecilia, doveva essere tutta
-vestita di roba fatta in casa; epperciò la zona non
-poteva non essere di lana, come lo era la stola.
-Il cappio di questa zona dicevasi il nodo d'Ercole
-(<i>Herculaneus nodus</i>) e lo scioglieva alla sera il
-marito, a titolo di buon augurio, per essere felice
-di molta prole, come lo era stato Ercole, famoso
-per molte fatiche e più ancora per avere avuto
-una settantina di figli, che Dio ne scampi ogni fedel
-cristiano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-</p>
-
-<p>
-Delia era vestita oramai di tutto punto, e i capegli
-biondi aveva attorcigliati e raffermati alla
-nuca con una piccola asta di ferro. Era l'asta di
-Giunone Curite, così detta dal vocabolo sabino
-<i>curis</i>, che significava per l'appunto quell'arma. I
-teologi di cui sopra hanno lasciato scritto che
-quell'asta nei capegli augurava una prole maschia,
-forte e bellicosa. Gli amici della storia pura vedono
-in questa cerimonia un altro accenno alle prime
-nozze romane, che furono fatte con l'armi alla mano.
-</p>
-
-<p>
-Mancava ancora la ghirlanda di fiori e di verbene,
-e mancava il flammeo, velo finissimo che
-col suo colore ranciato doveva nascondere il rossore,
-il «color di fiamma viva» come è stato detto
-così bene da Dante Alighieri, che disse bene ogni
-cosa. Ma, per venire a quest'ultima parte dell'acconciamento
-nuziale, occorreva che giungessero
-all'uscio di strada i rapitori.
-</p>
-
-<p>
-E giunsero finalmente, guidati da Tizio Caio
-Sempronio, che, nella sua qualità d'auspice, d'amico
-e di protettore, doveva avere gli onori della
-giornata. Delia aspettava lui per l'appunto, e, vedendo
-lui, non badò a Postumio Floro, ad Elio
-Vibenna, nè a Giunio Ventidio, che lo accompagnavano
-in quella facile impresa.
-</p>
-
-<p>
-— È dunque vero che tu vuoi rapirmi la figlia? — disse
-l'amica più vecchia di Delia, che
-faceva presso di lei l'ufficio di pronuba.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, madre, è necessario; ed avverrà con tua
-buona pace, — rispose Tizio Caio, sorridendo amabilmente, — se
-pure non vuoi che scorra il sangue
-fino alle falde del Celio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Se lo volessi pur io, non lo vorrebbe Giunone; — mormorò
-la pronuba, trattenendo le risa, — E
-dove la condurrai tu?
-</p>
-
-<p>
-— A Publio Cinzio Numeriano, che l'ha ottenuta
-ieri col farro e col sale, che l'ama e che
-la farà padrona di casa sua. Come fu portata
-la più bella tra le Sabine a Talassio, così noi
-porteremo la più bella tra le Corinzie a Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-— Talassio! Talassio! — gridarono festosamente
-alcuni adolescenti vestiti di bianco e inghirlandati
-di fiori.
-</p>
-
-<p>
-Chi era questo Talassio? Rimontiamo al ratto
-delle donne Sabine e lo vedremo. Il fatto avvenne,
-come sapete, in occasione dei giuochi solenni
-ordinati da Romolo, in onore del Dio Nettuno
-equestre. Giunta l'ora della festa, e mentre i padri
-Sabini erano intenti ai giuochi, i giovani romani,
-al segno dato, corsero a rapire le fanciulle
-dei loro vicini. La maggior parte furono possedute
-da coloro che le rapirono; alcune delle più
-belle, come destinate a taluno dei principali patrizi,
-erano condotte loro a casa da certi della
-plebe, che di ciò (narra Tito Livio) avevano
-avuto commissione. Tra le quali essendo stata
-presa una di eccellente bellezza dalla compagnia
-di un certo Talassio, e domandando molti che
-la incontravano a chi mai fosse condotta, i portatori,
-perchè non le venisse fatta violenza, rispondevano
-ch'era di Talassio e che essi la portavano
-appunto a Talassio. Onde fu poi questa voce nelle
-nozze gridata e celebrata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-</p>
-
-<p>
-Talassio, dunque, Talassio! E mentre tutti così
-gridavano in coro, uno dei <i>matrimi</i>, che così, ed
-anche <i>patrimi</i>, erano chiamati gli adolescenti del
-cortèo, andato ad un'ara che ardeva nell'atrio
-davanti ad un simulacro di Giunone Cingia, la
-dea degli sponsali, v'accese la face di biancospino.
-Anche questa era una cerimonia d'importanza.
-Il biancospino era stimato di gran virtù
-per discacciare le malìe. Inoltre, quella face, prima
-che il cortèo entrasse nella casa del marito, era
-contesa e rapita dagli amici di lui, affinchè non
-avesse da estinguersi in casa, o non si conservasse,
-per abbruciarla poi nei funerali d'uno dei
-coniugi. Ambedue questi casi, come ben vede il
-lettore, potevano riuscire di pessimo augurio.
-</p>
-
-<p>
-Postasi in fronte la corona e velata la testa
-col flammeo, la bellissima etèra uscì dalla sua
-casa sul Celio. La seguivano le amiche più fidate
-e gli amici di Numeriano. Andavano innanzi
-i giovinetti, uno dei quali, come ho già detto, con
-la face di biancospino, un altro con la conocchia,
-col pennecchio di lana e col fuso, a simbolo di
-ciò che la donna romana doveva fare in casa
-del marito; un altro ancora col cùmero, o vaso
-nuziale, in cui si recavano tutti gli utensili della
-sposa. Tutto intorno e dietro al cortèo, gran numero
-di curiosi, la più parte ragazzi della plebe,
-che aspettavano una gettata di noci dalla liberalità
-del marito, quando fossero giunti alla casa di
-lui. <i>Talassio!</i> gridavano tutti. <i>Talassio!</i> ripetevano
-i viandanti, che s'imbattevano nel cortèo e si tiravano
-da un lato per lasciarlo passare. E non
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-mancavano le lodi alla bellezza singolare della
-sposa, che veramente le meritava, nè gli augurii
-di felicità, tutta roba che costa poco, val poco, e
-lascia il tempo che trova.
-</p>
-
-<p>
-Così, sceso dal Celio e traversata la via Nevia,
-il cortèo nuziale salì all'Esquilino, per andare
-agli orti Ventidiani. La casa di Numeriano, davanti
-a cui già s'era adunata gran gente, aveva l'uscio
-spalancato e le mura tutte ornate a festoni di
-rose, di lauro e di mirto, intrecciati fra loro. Altri
-festoni di fiori adombravano il tabernacolo
-del vicino crocicchio, dov'erano esposte alla venerazione
-dei viandanti le immagini dei Lari compitali.
-</p>
-
-<p>
-L'usanza delle nicchie e degli altarini sugli
-angoli delle vie, come vedete, è antica. Scambio
-delle anime purganti, di Sant'Antonio, o di
-San Rocco, c'erano i Lari compitali, custodi del passeggiero,
-oppure i due serpenti affrontati, con
-un'ara nel mezzo, che rappresentavano il <i>genius
-loci</i>, e, mercè la riverenza dovuta alla divinità
-tutelare, distoglievano i viandanti dal meritarsi
-una multa, per contravvenzione ai regolamenti municipali.
-</p>
-
-<p>
-Gli stipiti della porta erano tutti coperti con fasce
-di lana rossa, e drappelloni della medesima
-stoffa pendevano dall'architrave, non dissimilmente
-dai parati con cui si rivestono nelle grandi solennità
-gli archi e i pilastri delle chiese. Quanto
-alla soglia, essa luccicava di un unto che le avea
-dato poco dianzi lo sposo, strofinandovi sopra un
-cencio impiastricciato di grasso di lupo. Plinio
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-mi dice a questo proposito che il grasso di lupo
-era indicatissimo contro le malìe, come la face di
-biancospino. E qui vorrei chiedere al mio amico
-Degubernatis se l'usanza sia d'origine ariana o semitica.
-Io tra i popoli del Sennaar ho trovato
-molte di queste ubbie; ma certo il mal occhio e
-simili altre diavolerie sono di tutti i popoli, come
-il timore, di cui parla Lucrezio, che lo ha celebrato
-artefice e padre di tutti gli Dei.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, lettori umanissimi, tornando all'unto
-di cui sopra, non temete pei leggiadri calzari e
-per la stola di Delia. Essa non toccherà in nessun
-modo il limitare dell'uscio. Ha in quella vece
-toccata col sommo delle dita la brocca dell'acqua
-e l'orlo del focolare, collocati davanti all'ingresso.
-Il fuoco e l'acqua erano due elementi, presso
-gli antichi, e, secondo la grammatica, maschile
-il primo, femminile il secondo. Nella loro congiunzione
-era adunque simboleggiato il matrimonio.
-Infatti, soggiungeranno gli arguti, l'acqua spegne
-il fuoco, e il matrimonio è spesso un grande spegnitoio.
-Ma queste sono malignità dei moderni.
-Noi diremo in vece cogli antichi che l'acqua era
-la purità, il fuoco la incorruttibilità, e che ambedue
-convenivano egregiamente a significare la fede.
-</p>
-
-<p>
-La brocca dell'acqua, toccata appena, fu portata
-dentro dai servi, perchè con quell'acqua così consacrata
-si dovevano lavare i piedi agli sposi. Così
-i due coniugi erano uniti per sempre, salvo il caso
-del divorzio, con le mani e co' piedi.
-</p>
-
-<p>
-Compiuta quella prima cerimonia della toccatina
-ai due sacri elementi, Delia si fermò davanti
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-all'uscio. Numeriano era apparso di là dalla soglia,
-pallido per la commozione, ma con gli occhi
-scintillanti di desiderio.
-</p>
-
-<p>
-— Chi sei? — domandò egli, per obbedire alle
-uggiose lungherie del rito.
-</p>
-
-<p>
-L'auspice si avvicinò in quel punto alla sposa e
-le bisbigliò la risposta all'orecchio.
-</p>
-
-<p>
-— Dove tu sei Caio, io sarò Caia; — rispose Delia,
-ripetendo le parole dell'auspice.
-</p>
-
-<p>
-Le quali parole volevano dire: ove tu sei signore
-e padre di famiglia, io sarò signora e madre di
-famiglia con te.
-</p>
-
-<p>
-— Ben vieni; — ripigliò Numeriano. — Sii Caia
-dunque, secondo il rito dei nostri maggiori, Caia
-secondo i voti del mio cuore.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'invito era pieno d'ardore e di tenerezza. Ma la
-signora Caia nicchiava. Ed anche questo era d'obbligo;
-dovendosi intendere che la pudica fanciulla
-entrasse di mala voglia in una casa, dove, anche
-padrona, aveva a perdere qualche cosa del suo. Ora,
-la bella etèra di Corinto doveva far tutto romanamente
-quel giorno, anche a risico di veder ridere
-i maligni.
-</p>
-
-<p>
-Tizio Caio Sempronio era lì pronto, per tutti i
-casi difficili.
-</p>
-
-<p>
-— La soglia della casa maritale è consacrata a
-Vesta, la castissima Dea; — entrò egli a dire sollecito. — Calpestarla
-sarebbe un sacrilegio. Sposa
-di Numeriano, consenti all'auspice di sormontare
-l'ostacolo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo Caio Sempronio si chinò verso di
-lei e, stendendo con pronto atto le palme, sollevò
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-di peso la bella persona. Tremò la fanciulla e mise
-il grido adatto alla circostanza; ma tosto si ricompose,
-secondando la destra operazione del suo rapitore,
-e aiutandosi coi piedini a far ricadere in
-caste pieghe i lembi della stola. Così, com'ella faceva,
-io mi son sempre figurato il primo atto di Proserpina,
-anche in mezzo alle angosce del suo istintivo
-terrore, quando si sentì levata da terra, nelle
-braccia dell'innamorato Plutone. E non è forse
-vero, mie vezzose lettrici, che voi in un caso simile
-vi diportereste tutte del pari? Se mi diceste
-di no, sarei costretto à non credervi. La donna
-porta in ogni cosa l'indole sua. Vedete la Niobe
-di Scopa; anche in quel brutto momento della sua
-vita, la bella donna ha l'aria di domandare a qualcheduno
-se le pieghe della sua veste e i suoi atti
-siano artisticamente composti, davanti agli occhi dei
-critici.
-</p>
-
-<p>
-Non si tiene impunemente tra le braccia un
-peso così dolce, come quello che teneva Caio Sempronio
-tra le sue. Il nostro eroe pensò che la cosa
-non era stata male ideata e che l'usanza meritava
-di conservarsi. Ma egli amava Numeriano, era
-tutto compreso della dignità dell'ufficio, e respinse
-prontamente quel pensiero così poco dicevole alla
-circostanza. Si affrettò, quindi, mirando a scavalcare
-anche lui lo sdrucciolo limitare, e, giunto
-dall'altra parte, depose la trepidante colomba davanti
-a Numeriano, che la baciò divotamente sugli
-orli del flammeo e la condusse a sedere sul letto
-geniale, collocato nell'atrio.
-</p>
-
-<p>
-Si avanzarono allora i servi della casa, l'ostiario,
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-l'atriense, il cubiculario, il cuoco, il dispensatore e
-va dicendo, ognuno dei quali s'inginocchiò davanti
-alla nuova padrona e pose nelle sue mani una
-chiave, significando così che a lei toccava la custodia
-di tutte le cose domestiche. Tra costoro era
-anche il cellario; ma egli, dopo essersi inginocchiato,
-non consegnò altrimenti la sua chiave, che
-era quella della cantina.
-</p>
-
-<p>
-Una chiave di quella fatta non si dava alla sposa.
-E ciò per seguire, almeno nella cerimonia, gli antichi
-Romani, che vietavano l'uso del vino alle
-donne, perchè il vino, dicevano essi, era incentivo
-a certe marachelle. Così cantava la legge di Romolo:
-«<i>Si vinum biberit domi, uti adulteram puniunto.</i>»
-Si ricordava a questo proposito l'esempio
-di Fauna che, per aver bevuto vino contro la legge,
-perdè la vita tra le battiture datele dal marito. Per
-altro, ingentiliti i costumi, la donna che beveva
-vino non si uccideva più; bensì era lecito al marito
-di ripudiarla, tenendosi bravamente la dote.
-</p>
-
-<p>
-Ed anche questa rimase nella storia come una
-severità soverchia del tempo di Catone, il quale
-stabilì che le donne, entrando in casa del marito,
-fossero baciate da tutti gli astanti, acciò non potessero
-nascondere il grave odore del vino, caso mai
-ne avessero bevuto.
-</p>
-
-<p>
-Il lettore discreto immaginerà che Publio Cinzio
-Numeriano facesse in questo particolare una piccola
-eccezione alle patrie leggi, e non amasse lasciar
-esercitare da altri un così piacevole sindacato.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span></p>
-
-<h2 id="cap15">CAPITOLO XV.
-<span class="smaller">Il ricevimento.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Compiute le cerimonie dell'entratura, la nuova
-sposa fu condotta con gran pompa nelle sue camere,
-dove Cinzio Numeriano, con molta gravità,
-si fece a slacciare il nodo d'Ercole, simbolico nodo
-della verginità che la donna recava nella casa del
-marito.
-</p>
-
-<p>
-Ciò fatto, lo sposo fu licenziato; e la pronuba
-e le ancelle attesero a spogliar Delia delle vesti
-nuziali, troppo dimesse, come avete veduto, perchè
-ella avesse ad indossarle per tutto il rimanente
-della giornata. Una stola di porpora azzurra, con
-fregi d'argento, prese il luogo della stola di lana
-semplice, che continuava la modesta tradizione di
-Caia Cecilia. La ghirlanda di fiori e verbene fu
-tolta e consacrata ad un simulacro di Giunone
-Cingia, che sorgeva allato del talamo. Fu tolta del
-pari la vitta di lana che tratteneva i biondi capegli
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-della sposa, e in sua vece vi fu intrecciato il
-vezzo di perle che aveva donato l'auspice alla novella
-matrona.
-</p>
-
-<p>
-Un grido di ammirazione salutò la bellissima
-Delia al suo riapparire nell'atrio. Numeriano si
-avanzò, la prese per mano e la condusse nel tablino,
-dove, fattala sedere nella cattedra matronale,
-ad uno ad uno le presentò tutti gli amici che aveva
-convitati pel banchetto geniale, che doveva incominciare
-poco stante.
-</p>
-
-<p>
-Ho già descritta una cena, e non ne descriverò
-una seconda, quantunque sia una cena nuziale.
-Soltanto noterò due particolarità: che a Caio Sempronio
-fu dato a tavola il posto d'onore, <i>imus in
-medio</i>, per modo che Delia, seduta alla sinistra di
-Numeriano, si trovasse tra l'auspice e lo sposo;
-che poi, ad un certo punto della cena, fu recato
-agli sposi il succo di papavero, mescolato con latte
-e miele.
-</p>
-
-<p>
-Era il papavero, appresso i Romani, un simbolo
-di fecondità. Epperciò vediamo, in tutte le monete
-e marmi antichi, le donne Auguste, incominciando
-da Livia, portar le spighe e i papaveri.
-</p>
-
-<p>
-La cena non fu lunga, e, contrariamente all'uso
-romano, ci si bevve poco. La solennità della circostanza
-e la presenza della novella matrona consigliavano
-un po' di misura. Inoltre, quella sera
-bisognava levar le mense più presto del solito,
-perchè alla cena doveva tener dietro un po' di ricevimento,
-un <i>quid medium</i> tra l'accademia e la
-festa da ballo.
-</p>
-
-<p>
-Anche qui, i moderni non hanno inventato
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-niente, neanche le lettere d'invito. I nostri padri
-facevano di più; incominciavano da una illuminazione
-generale, sulla facciata della casa e nel pròtiro,
-con lucerne inghirlandate di fiori. Gl'invitati
-deponevano la toga, la rica, il pallio e simili, nelle
-mani dell'ostiario, e ricevevano in cambio la tessera
-di avorio, in cui era inciso il numero corrispondente
-a quello che doveva distinguere i panni
-depositati nell'androne. Poi si faceva innanzi il
-nomenclatore e vi domandava: «<i>quis tu?</i>» cioè a
-dire: chi sei? chi debbo annunziare? Davate il
-nome ed egli lo ripeteva ad alta voce nell'atrio,
-perchè lo sentissero i padroni di casa e potessero
-farvisi incontro con le più degne accoglienze.
-</p>
-
-<p>
-Non vi dirò nulla dei sontuosi arredi; nulla
-dei torchietti accesi sui lampadarii di cristallo, i
-cui prismi ne riflettevano e ne moltiplicavano la
-luce; vi parlerò di tutti quei giovani patrizi azzimati
-e profumati, che si erano arricciati i capegli
-col calamistro e rase le gambe con la pietra
-pomice; di quelle vezzose matrone, che, pur di
-passare una sera in festa, non si erano mostrate
-schizzinose e non avevano badato a certe minuzie.
-Già, non era di quel tempo la massima proverbiale:
-<i>de minimis non curat praetor</i>? E poteva credersi
-che quelle mogli, sorelle, figliuole di pretori
-e di consoli fossero da meno dei lori padri, fratelli
-e mariti?
-</p>
-
-<p>
-Ce n'erano di belle e di brutte, di fatticciate e
-di magre, come nella famosa lista di Leporello, il
-faceto cameriere di Don Giovanni Tenorio. E fin
-d'allora avevano l'uso di correggere con l'arte i difetti
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-della natura e di secondare con la scelta dei
-colori le lusinghe della conscia bellezza. Non erano
-sole le giovani a inghirlandarsi il capo di fiori,
-o di foglie d'edera, alla guisa delle Baccanti; anche
-le dame mature cercavano in tal modo di levarsi
-di dosso una diecina di primavere.... o di autunni.
-Abbondavano le matrone coperte di gemme, che
-più tardi dovevano far dire ad Ovidio: «l'acconciatura
-c'inganna; tutte si coprono di oro e di
-pietre preziose; la minor parte di ciò che vedete
-è la donna; <i>pars minima est ipsa puella sui</i>.» Già
-fin d'allora le brune amavano vestirsi di bianco e
-le bianche di nero. Le magre si coprivano volontieri
-le spalle ed il petto con sottilissimi veli di
-Coo. Senonchè, la magrezza non era neanche allora
-un difetto romano, e la più parte potevano
-presentarsi degnamente scollacciate. «O voi che
-avete la pelle bianca, diceva il poeta, mettete gli
-òmeri in mostra». E le dame di Roma antica non
-avevano neppure bisogno di cosiffatte raccomandazioni;
-vi prego di crederlo.
-</p>
-
-<p>
-Ho detto poc'anzi che i moderni non hanno inventato
-nulla, in materia di eleganze donnesche.
-Aggiungo che non hanno neanche inventati i
-guanti. Parecchie delle matrone invitate agli orti
-Ventidiani, ne avevano d'intieri, chiamati <i>digitales</i>,
-o di mezzi, chiamati <i>manicae</i>, e corrispondenti ai
-manichini del tempo nostro. Per altro, la moda
-non le obbligava tutte a questo accessorio importuno;
-le matrone che avevano una bella mano non
-facevano alle altre il sacrifizio di portare un
-guanto <i>Joséphine</i>, che coprisse le loro dita affusolate,
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-rappicciolisse più del bisogno una palma morbida
-e bianca di neve, e sottraesse all'ammirazione
-dei popoli un polso tornito dalle Grazie. Avessero
-poi guanti, o non ne avessero, tutte portavano in
-mano il fazzoletto, che all'uopo diventava un ventaglio,
-e riempiva l'aria di soavi fragranze. Perchè
-il fazzoletto? direte. Ed eccomi a contentare
-la vostra curiosità. Perchè dalla finezza della tela
-e dalla delicatezza dei fregi, si vedesse chiaro che
-quel capo importantissimo dell'ornamento femminile
-veniva proprio da Setabo, città della Spagna,
-famosa allora per quei gentili tessuti.
-</p>
-
-<p>
-La bellissima Delia sosteneva assai nobilmente
-la nuova parte che le era stata assegnata dal caso,
-ricevendo con molta disinvoltura il bacio delle
-dame e la stretta di mano dei cavalieri, ed accogliendo
-con modesti inchini le lodi che si facevano
-da ogni parte al buon gusto della sua acconciatura,
-alla perfezione della divisa dei capegli,
-così difficile ad ottenersi con una chioma abbondante
-come la sua, al vezzo di perle che le
-adornava il capo, ai ciondoli a tre goccie che le
-pendevano dagli orecchi, ma sopratutto alla sua
-bellezza, stragrande bellezza, insuperabile, divina
-bellezza.
-</p>
-
-<p>
-Anche smaccate, le lodi piacevano fin d'allora
-alle belle. Ovidio, che le conosceva <i>intus et in cute</i>,
-ha detto nella sua Arte d'amore: «Lodate, lodate;
-è difficile non essere creduti. Ogni donna si reputa
-adorabile; la più brutta si compiace di sè; la più
-casta gradisce un complimento. Vedete il pavone;
-lodato, fa tosto la ruota. E dopo tutto, badate di
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-non dire ad una donna se non quello che capirete
-dovergli piacere senz'altro.»
-</p>
-
-<p>
-L'essèdra era già piena stipata, quando fu annunziato
-Verannio Fabullo. Quel nome fu accolto
-dall'adunanza coi segni del più manifesto favore.
-Verannio, il prediletto delle Grazie! Verannio, il
-Musagete, Apollo tornato in terra! Ci furono delle
-matrone che si sentirono venir meno, per la dolcezza
-infinita, che quel nome gli aveva sparsa nel
-cuore.
-</p>
-
-<p>
-L'argomento di tutte quelle tenerezze comparve
-nella sala. Era un coso piccolo e tozzo, inferraiolato,
-con una fascia di lana girata a più doppi
-intorno al collo, e la testa coperta da una specie
-di berretto frigio, i cui orecchioni gli pendevano
-sulle guance ed erano legati da un soggolo sotto
-il mento. Nessuno si meravigliò di quell'assetto
-freddoloso, che tanto contrastava con tutte le buone
-creanze. Verannio Fabullo era un recitatore di professione,
-e passava in quel tempo pel primo di
-Roma. L'artista temeva a ragione per la sua gola;
-un colpo d'aria non poteva guastargli di botto quella
-bellezza di voce, che la natura benigna gli aveva
-largita e l'arte educata con tante cure gelose?
-</p>
-
-<p>
-Applaudito, accarezzato, Verannio Fabullo si profondeva
-in inchini a dritta ed a manca. Le matrone
-facevano a gara per liberarlo da tutti quegli
-impicci che portava addosso; ed egli frattanto, cavata
-una scatolina dal seno della tunica, ingoiava
-pastiglie di mucillaggine.
-</p>
-
-<p>
-La conclusione di tutto questo maneggio si fu
-che Verannio Fabullo, il prediletto delle Grazie, il
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-vecchio fanciullo allattato dalle Muse, recitò un
-carme epitalamico, facendo andare in visibilio
-l'udienza, con le inflessioni della voce, con gli atti e
-contorcimenti della persona, con le languide occhiate
-e con le abili pause, che domandavano i battimani.
-</p>
-
-<p>
-I versi erano di Cinzio Numeriano, che si fece
-tutto di bragia, quando l'artista applaudito lo prese
-per mano, degnandosi di averlo a parte dei suoi
-trionfi declamatorii.
-</p>
-
-<p>
-Dopo la recitazione, entrarono i servi con grandi
-vassoi di metallo in cui erano paste e rinfreschi.
-Le paste chiamate <i>liba</i> e <i>crustula</i>, erano focacce e
-biscotti, composti di farina, latte ed uova, non differendo
-per nulla dai sapientissimi intrugli dei
-moderni pasticcieri. I rinfreschi, <i>sorbta, sorbilla,
-gelata</i>, vi dicono col nome loro che cosa fossero,
-cioè a dire acque acconcie, con neve o ghiaccio
-per entro.
-</p>
-
-<p>
-L'invenzione dei refrigeranti era ancora di là da
-venire. Fu Nerone il primo che diaciasse l'acqua
-e il vino, mettendo l'anfora in un secchio ripieno
-di neve. Prima di lui, si metteva il ghiaccio, o la
-neve, a dirittura, nelle bevande. Lettori, quando
-berrete dello <i>Champagne frappé</i>, ringraziate Nerone,
-buon'anima sua. Queste delicatezze sono state trovate
-da lui.
-</p>
-
-<p>
-Le acque acconce e le gramolate erano per le
-dame, già si capisce; gli uomini preferivano il
-vino, che nelle feste soleva offrirsi indolcito col
-miele. «Attico miele mescolate col vecchio Falerno
-(ha detto il poeta); ecco un vino degno di essere
-mesciuto da Ganimede, nel convito degli Dei.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dopo la recitazione, i canti e i suoni. Chi aveva
-una bella voce cantava qualche canzoncina, accompagnandosi
-sulla citara, istrumento conforme
-alla moderna chitarra, o sul nablio, arpa di forma
-quadrangolare, di cui si pizzicavano le corde con
-le dita, senza bisogno del plettro. Anche qui abbiamo
-il maestro Ovidio, che ne raccomanda lo
-studio a tutte le fanciulle desiderose di farsi ammirare.
-Il nablio era uno strumento fenicio, e senza
-dubbio il medesimo del <i>nevel</i> ebraico, menzionato
-così spesso nei salmi. Dalla Fenicia era passato
-ai Greci, e da questi ai Romani. Delia lo suonava
-egregiamente, e potete credere che quella sera,
-dopo essersi fatta pregare un tantino, non negasse
-un saggio dell'arte sua al plauso dei convitati.
-</p>
-
-<p>
-Ed ora, eccoci al ballo. Dove ci son donne e musica,
-come non muover le gambe? L'orchestra era
-all'ordine, coi suoi varii strumenti, sui quali dominava
-il flauto. Si fecero avanti le danzatrici più
-brave, quelle che potevano ballare da sole, farsi
-ammirare per la grazia delle loro movenze, accompagnandosi
-col sistro egiziano, o con le nacchere
-spagnuole (<i>crusmata gaditana</i>). Vennero quindi
-i passi a due, petto a petto, e il braccio dell'uomo
-intorno alla vita della danzatrice. <i>Velle latus digitis
-et pede tange pedem.</i> Non vi par di vederci la posizione
-dei nostri balli di società? E badate, non
-mancavano neppure le quadriglie, o contraddanze,
-che vogliam dire; il nome antico di <i>coronae saltantes</i>
-vi mostra le coppie dei ballerini disposte a
-cerchio, in atto di menare la ridda.
-</p>
-
-<p>
-Intorno ai ballerini e nelle camere attigue, le
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-vecchie, le brutte e le svogliate, chiacchieravano
-insieme; e i discorsi loro erano, come adesso, il
-<i>celeber ludus</i>, il <i>nobilis actor</i>, le <i>fori lites</i>, cioè a dire
-lo spettacolo in voga, l'attore famoso, il processo
-celebre. Più in là si rideva alle spese d'un medico,
-a cui si era rivolta la consueta domanda: <i>quem
-trucidasti hodie?</i> corrispondente alla moderna frase:
-«dottore, quanti, stamane?»
-</p>
-
-<p>
-In un'altra camera c'erano le tavole da giuoco.
-Si giuocava al <i>ludus latrunculorum</i>, giuoco d'ingegno,
-che si faceva su d'una scacchiera, con pezzi
-di legno, d'avorio, o di vetro, distinti in due squadre,
-diversamente colorate, e mossi in tal guisa,
-che un pezzo dell'avversario rimanesse preso tra
-due dell'altro giuocatore, o cacciato in un posto
-donde non si potesse più muovere. C'era anche il
-<i>ludus duodecim scriptorum</i>, o delle dodici linee, somigliantissimo
-alla nostra tavola reale, come l'altro
-lo era al giuoco delle dame. I più arrisicati
-giuocavano ai dadi, ma con tre dadi, non già con
-due, come ora si costuma. Gettar tre numeri differenti
-fuori del bossolo dicevasi il punto di Venere
-e vinceva su tutti; gettar tre assi era il punto
-del cane e perdeva da tutti.
-</p>
-
-<p>
-Il tiro cane, il tiro da cani, non ci verrebbero
-per avventura di là?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span></p>
-
-<h2 id="cap16">CAPITOLO XVI.
-<span class="smaller">Quod erat in fatis.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Mentre noi ci perdiamo in chiacchiere, Tizio
-Caio Sempronio ha abbandonata l'essèdra.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro cavaliere prendeva poca parte alla festa.
-Clodia Metella gli aveva fatto giurare che non
-avrebbe ballato, ed egli manteneva la data parola.
-Aveva giuocato due o tre colpi ai dadi, ma s'era
-annoiato, e, non sapendo che fare, e vedendo di
-fuori un bel lume di luna, era andato a passeggiare
-in giardino.
-</p>
-
-<p>
-A che pensava? Miei giovani, ditelo voi. Quando
-la luna falcata veleggia nel firmamento, temperandone
-coi miti chiarori l'azzurro, e la brezza
-notturna, ricca di tutti i profumi della fiorente natura,
-va susurrando tra le ombre misteriose del
-bosco, dove grugano le tortore e gorgheggiano i
-rosignuoli, non si può pensare che ad una cosa.
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-Luce soavemente diffusa, canti, fragranze, mistero,
-tutto vi accarezza lo spirito, v'inebria i sensi e vi
-consiglia ad amare.
-</p>
-
-<p>
-Il mio eroe s'era messo, dirò così, su d'una
-strada di dolce pendio, che conduceva al precipizio.
-E lo sapeva; ma pensava altresì che, prima
-di giungere allo scrimolo, avrebbe raccolte le sue
-forze per piegare da un lato e non dare ai Romani
-lo spettacolo di una grande caduta. Ricordate a
-questo proposito i suoi discorsi col vecchio Lisimaco.
-Intanto, viveva a furia, coglieva avidamente
-i baci dell'amica fortuna, come chi sa quanto ella
-sia capricciosa ed instabile. Clodia, la più bella,
-se non la più reputata delle patrizie romane, lo
-amava d'un amore intenso, smisurato, furibondo.
-E l'uomo è sempre felice d'ispirare una passione
-selvaggia. S'intende, in mezzo a tutte le raffinatezze
-della vita; chè altrimenti è molestia ineffabile.
-L'antitesi governa il mondo; niente di bello senza
-un po' di contrasto. Luce ed ombra, non erano
-forse le due cose che facevano bello in quell'ora
-il bosco di Numeriano?
-</p>
-
-<p>
-Esser giovani e piacere alle belle; in una amarle
-tutte, sentendo confusamente dentro di sè che si
-può essere amati da tutte, sol che si voglia; e non
-volerlo tuttavia; non è egli forse il colmo delle
-umane voluttà? E il pensiero di Caio si volgeva
-con intensità di desiderio a Clodia Metella, Venere
-discesa in terra, con tutte le possenti attrattive, le
-care debolezze e le adorabili cattiverie del suo
-sesso, invidiata, odiata, calunniata, fors'anche colpevole,
-ma bella, sovranamente bella. Che faceva
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-in quel punto? Pensava a lui, com'egli a lei? Come
-doveva esser dolce quell'ora, nei giardini di Clodia!
-Come dovevano splendere, a quel lume di
-luna, e mormorare soavemente alla riva, le bionde
-acque del Tevere sacro!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo; — pensò Caio tra sè; — qui non
-c'è più nulla che mi trattenga, ed ella certamente
-mi aspetta.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Si era già volto indietro per ritornare sopra i
-suoi passi, allorquando gli venne udito un fruscìo
-di vesti tra gli alberi. Poco stante, sbucata da un
-viale lì presso, gli si parò davanti una forma
-bianca e leggiera di donna.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio pensò alle Driadi, protettrici
-delle selve, e credette di vederne una in quel
-punto.
-</p>
-
-<p>
-La gentile apparizione si avvicinò, e la sua veste,
-di bianca che pareva da lunge, si mostrò azzurra
-agli occhi del giovane. Non era una ninfa,
-era alcun che di più saldo e palpabile, e voi, lettori,
-al colore della stola, già l'avete conosciuta.
-Era Delia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! la vezzosissima sposa! — gridò Caio,
-inchinandosi. — Come qui sola? E Numeriano?
-</p>
-
-<p>
-— È andato al balcone sul pròtiro, per gittar
-noci alla ragazzaglia dell'Esquilino. E poi, — soggiunse
-la bella, crollando la testa, come una passera
-spensierata, — Cinzio ha tutte le cure del ricevimento
-sulle braccia e non può farmi compagnia.
-Fa un caldo così soffocante, là dentro! Ed io
-avevo bisogno d'aria.
-</p>
-
-<p>
-— Come io.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bene, siam dunque pari. Torna indietro, bel
-cavaliere, e dammi il tuo braccio.
-</p>
-
-<p>
-— Volentieri; — si affrettò egli a rispondere,
-non intendendo bene per qual spedizione si mettesse
-alla vela.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa dirle, frattanto? Una galanteria, certamente,
-perchè una bella donnina, che si appiccica
-al vostro braccio, ha sempre diritto ad un simile
-omaggio, anche quando il cuore non si sia infiammato.
-Ma quella donna era in una condizione così
-diversa dalle altre, che Tizio Caio Sempronio poteva
-rimanere perplesso, senza passare davanti ai
-vostri occhi per un collegiale. O non poteva la
-sposa novella aver proprio sentito il bisogno d'un
-po' d'aria e d'una passeggiata all'aperto? E che
-c'era di strano, se, trovato in giardino il suo auspice,
-uomo in cui naturalmente doveva riporre
-maggior fede, gli domandava il suo braccio? Era
-proprio il caso di atteggiarsi a corteggiatore, foss'anche
-per celia, e di farla pentire della sua confidenza?
-</p>
-
-<p>
-Tutti questi dubbi, come parvero gravi a lui,
-così spero che parranno ragionevoli ai lettori, e
-gli meriteranno un pochino di compatimento, se
-il nostro eroe lì per lì non sapeva che pesci pigliare.
-</p>
-
-<p>
-— E così, — diss'egli finalmente, per rompere,
-il ghiaccio, — sei felice, ora?
-</p>
-
-<p>
-— Ora, sì; — rispose Delia, con una strana intonazione
-di voce;
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio ci perdette la tramontana.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ora? — ripigliò, tirato su quello sdrucciolo
-come la biscia all'incanto.
-</p>
-
-<p>
-— Ma.... non l'hai chiesto tu stesso? — ribattè
-la giovine Greca. — Mi domandavi se ero felice
-ora; ed io t'ho risposto: ora, sì.
-</p>
-
-<p>
-— Sta bene, — osservò Caio Sempronio, impappinandosi
-sempre più, — ma io intendevo un «ora»
-di più largo significato, come a dire tutto questo
-primo periodo di felicità coniugale.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, ah, con te ci voglion le glosse! — esclamò
-Delia, ridendo. — Orbene, ti parlerò anch'io
-per grammatica. Nel maggiore può esser compreso
-il minore; ne convieni?
-</p>
-
-<p>
-— Certamente.
-</p>
-
-<p>
-— Ed è così, che il mio significato, assai più
-ristretto, io lo fo stare nel tuo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il cavaliere non credette opportuno di replicare
-più altro; ma involontariamente strinse col suo
-il braccio di Delia. Era il meno che egli potesse
-fare, non è egli vero? La galanteria non l'aveva
-detta lui; se l'era in quella vece sentita dire. Il
-ringraziamento era dunque necessario; e tanto
-meglio se era muto, perchè non occorrevano
-glosse pericolose, se la galanteria di Delia esprimeva
-un sentimento profondo, nè attenuazioni
-prudenti, se quella risposta di lei era semplicemente
-uno scherzo.
-</p>
-
-<p>
-Andarono per buon tratto di strada silenziosi;
-egli duro, stecchito, quasi a dissimulare nella saldezza
-delle membra la perplessità dello spirito, lei
-tutta sfiaccolata, reggendosi al braccio di lui e con
-la bionda testa appoggiata al suo òmero.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-</p>
-
-<p>
-La luna falcata veleggiava nei sereni del cielo,
-su cui si disegnavano spiccati i bruni profili dei
-cipressi e dei pini. Le fragranze della selva e gli
-effluvii sottili che si svolgono da una bella donna
-mollemente sospesa al nostro braccio, i gorgheggi
-dei rosignuoli, le ombre discrete che spaziavano
-sotto i diffusi rami degli elci e dei roveri, tutto
-parlava un arcano linguaggio allo spirito del nostro
-giovine eroe.
-</p>
-
-<p>
-In fondo al bosco, sotto ad un arco di lieta verzura,
-biancheggiava un simulacro di marmo. Era
-una statua di Venere, che pareva uscisse allora
-dal bagno. Infatti la dea sorgeva col piede a fior
-d'acqua, dal mezzo di una vasca, donde uscivano
-intorno a lei cespi di odorose giunchiglie
-e su cui si cullavano le foglie spante delle tarde
-ninfèe.
-</p>
-
-<p>
-— Madre, — le disse Delia, con accento sommesso,
-appoggiandosi sempre più languidamente
-al fianco del suo compagno, — inspira un po'
-d'amore per me nel cuore di Caio!
-</p>
-
-<p>
-— Che dici tu? — esclamò il cavaliere, dando
-un sobbalzo a quella confessione inattesa.
-</p>
-
-<p>
-Zitto! — rispose Delia, stringendosi a lui e
-ponendogli la mano sulla bocca. — Ho fatto un
-voto. Non turbare l'invocazione e lasciami attendere
-la risposta della dea.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lettori cortesi, che cosa avreste fatto voi altri,
-nei panni di Caio Sempronio? Cioè, intendiamoci,
-non ve lo domando, o, per dire più veramente,
-non aspetto la vostra risposta. Vi dico in quella
-vece, e subito, che Caio Sempronio fece su per giù
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-quello che avreste fatto voi in una occasione consimile.
-Stette zitto come Delia voleva; arrossì e si
-pentì di avere arrossito; da ultimo, poichè a lui
-toccava di abbracciare un partito, abbracciò.... abbracciò
-quello che piaceva alla dea. Ora, che poteva
-mai volere la dea, se non che egli si dimostrasse
-un buon cavaliere e prendesse la cosa pel
-suo verso?
-</p>
-
-<p>
-Rise adunque e pensò che la sorte era una
-gran capricciosa. Povera gita disegnata alla riva
-del Tevere! Intanto, al soffio della brezza stormivano
-le fronde, sorridevano i Fauni e bisbigliavano
-le più matte cose alle Amadriadi,
-eterne prigioniere nei tronchi ramosi degli alberi.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ad un tratto, si udì dal sentiero vicino un
-rumore di passi. Delia prese la mano di Caio Sempronio
-e scivolò guardinga dietro una macchia di
-mortelle.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sarà andata a rimpiattarsi? — diceva
-una voce, che egli riconobbe per quella di Postumio
-Floro.
-</p>
-
-<p>
-— Il bello si è, — soggiungeva un'altra voce, — che
-manca pure il nostro bel cavaliere, l'auspice
-delle nozze. Che sia andato anche lui a prender
-gli auspicii?
-</p>
-
-<p>
-Caio riconobbe la voce di Giunio Ventidio.
-</p>
-
-<p>
-— Giriamo da questa parte; bisbigliò il giovane
-a Delia; — ci vedranno nel gran viale, al
-loro ritorno.
-</p>
-
-<p>
-— No, lasciamoli andare; mentre essi ci vanno
-cercando, noi giungeremo a casa.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo, Delia studiava il passo, seguendo
-il tragetto che doveva avvicinarla alla meta.
-</p>
-
-<p>
-Le voci degli indiscreti cercatori si andavano
-perdendo dall'altra parte del bosco. Non visti, nè
-uditi, Caio Sempronio e Delia pervennero alla radura
-che separava il giardino dalla casa.
-</p>
-
-<p>
-— Resta; — diss'ella; — tu verrai dopo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E veduto che in quello spazio aperto non c'era
-nessuno, uscì risoluta dalla macchia.
-</p>
-
-<p>
-Sull'entrata del peristilio si trovò faccia a faccia
-con Numeriano, che andava in traccia di lei.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! — esclamò egli, prendendola amorevolmente
-per mano.
-</p>
-
-<p>
-— Chi cercavi? Caia? — diss'ella sorridendo. — Eccoti
-Caia!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il nostro cavaliere ebbe una stretta al cuore,
-udendo quelle audaci parole. E rimase lì, incerto,
-tra il desiderio di uscire dal suo nascondiglio
-e la paura di farsi scorgere alle calcagna
-di lei.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ad un tratto udì le voci de' suoi degnissimi
-amici, che tornavano dalla loro esplorazione.
-</p>
-
-<p>
-— Vi dico, — insisteva Giunio Ventidio, — che
-erano essi. Elio Vibenna, non li hai tu riconosciuti?
-</p>
-
-<p>
-— Ma, ecco, — rispose Vibenna, — ho veduto
-uno, qui nel viale, che si avviava da quella parte,
-e al suo portamento mi è sembrato Caio Sempronio.
-Quanto a lei, è chiara; se non era in casa....
-Che ne dite voi altri?
-</p>
-
-<p>
-— Certo, doveva esser fuori. Ah, come vogliamo
-ridere! — gridò Postumio Floro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Amici, date retta a me; — ripigliò Giunio
-Ventidio. — Piantiamoci qui, in vista dell'uscio.
-Da quel prato scoperto avranno sempre a passare.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio fremette, pensando alle conseguenze,
-se Delia non fosse stata più pronta ad
-uscire.
-</p>
-
-<p>
-— Bricconi! — borbottò egli tra i denti. — Ecco
-gli amici!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il suo soliloquio fu interrotto alle prime parole
-da una esclamazione di Elio Vibenna.
-</p>
-
-<p>
-— Che vedo! Guardate là, nel vano dell'uscio....
-</p>
-
-<p>
-— È Numeriano; — disse Postumio.
-</p>
-
-<p>
-— Con una donna; — soggiunse Vibenna. — Non
-vi par Delia?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, è lei. Per Ercole, da dove è passata?
-</p>
-
-<p>
-— Forse non era in giardino.
-</p>
-
-<p>
-— Anzi, c'era, ed è rientrata or ora, mentre noi
-stavamo per giungere in vista della casa.
-</p>
-
-<p>
-— Vedete che disdetta!
-</p>
-
-<p>
-— Si sapesse almeno dov'è Caio Sempronio!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il cavaliere si morse le labbra.
-</p>
-
-<p>
-— È appunto quello che non saprete; — pensò
-egli tra sè.
-</p>
-
-<p>
-E quatto quatto si allontanò da un'altra banda.
-Conosceva poco gli orti Ventidiani, ma capiva così
-in digrosso che il dio Termine non doveva essere
-troppo lontano. Infatti, seguitando un viale che andava
-in direzione parallela al lato posteriore della
-casa, dopo fatti trecento passi, trovò il muro di
-cinta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ci siamo; — diss'egli; — ora bisognerà trovar
-modo di scavalcarlo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il muro era piuttosto alto, ed egli, quantunque
-aitante della persona, non giungeva colle mani ad
-afferrarne la cima. Diede un'occhiata in giro, invocò
-Mercurio, il dio degli astuti, ed ebbe la fortuna
-di trovare il fatto suo in un tronco di betulla,
-che giaceva mezzo fradicio in un angolo. Lo
-prese, lo trasse a sè, e appoggiatolo al muro, tastò
-col piede l'inforcatura di un ramo. Sembrandogli
-che potesse resistere quanto gli bisognava per afferrare
-la meta, prese subitamente l'abbrivo. Scricchiolò
-il ramo e si ruppe; tremarono gli embrici
-che facevano tetto alla cima del muro; ma il nostro
-eroe si tenne aggrappato alla sua conquista,
-e facendosi puntello dei gomiti giunse finalmente
-a mettere un ginocchio sull'embriciata. Oramai
-non c'era più da temere; Caio Sempronio stava a
-cavalcioni sul muro.
-</p>
-
-<p>
-Diede allora un'occhiata dall'altra parte. Gli orti
-Ventidiani confinavano di là con una viottola campestre,
-il vico di Silvano, che egli ben conosceva.
-Una rifiatata di contentezza salutò la scoperta. L'altezza
-del muro l'aveva misurata nel salire; poteva
-dunque discendere, anzi lasciarsi cadere senza pericolo
-nella viottola sottostante. Detto fatto, spiccò
-il salto e cadde in piedi, ma tirandosi dietro due
-tegoli dell'embriciata, che già aveva scossi nell'ascendere.
-</p>
-
-<p>
-Potete immaginare che non istette a raccattarli.
-L'essenziale era di avere delusa la curiosità indiscreta
-dei suoi garbatissimi amici. Una ripulita
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-alla tunica, che in quello strofinìo sul muro doveva
-essersi un po' stazzonata, ed egli avrebbe potuto,
-seguendo la viottola, riuscire sulla piazzetta
-davanti alla casa di Numeriano.
-</p>
-
-<p>
-Per altro, aveva fatto i conti senza un certo bruciore,
-che sentì d'improvviso al ginocchio, nel
-muovere i primi passi. Tastò dove gli doleva e si
-accorse d'essersi fatta una scorticatura alla pelle.
-Di certo grondava sangue; poco, probabilmente,
-ma quanto bastava per accusarsi, se alla vista di
-tutti gli fosse sgocciolato lungo la gamba.
-</p>
-
-<p>
-Anche qui non gli venne meno l'assistenza del
-nipote d'Atlante. Una casetta campestre era là, a
-mezza strada. Tizio Caio andò a quella volta, diede
-una spinta al cancello ed entrò. Una povera vecchia
-stava in cucina, rigovernando alcuni piatti di
-stagno. Chiese un po' d'acqua e lavò la sua scalfittura,
-che non era gran cosa, e poteva nascondersi
-benissimo sotto il lembo della tunica inferiore.
-Pose mano alla borsa, diede alla vecchia
-una moneta d'oro, non avendone d'argento, ed uscì,
-senza badare agli atti di meraviglia e agli inchini
-della povera donna.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò in un brevissimo spazio di tempo.
-Giunto sulla piazzetta, si ficcò in mezzo alla plebe,
-che stava sempre accalcata davanti alla casa, a
-contemplare l'illuminazione della facciata, che si
-andava spegnendo man mano. Il rientrare non gli
-fu difficile, e nemmeno il raccontare una frottola
-all'ostiario, per colorire in qualche modo la sua
-uscita in istrada.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, finalmente, ti trovo! — esclamò Numeriano,
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-vedendolo nell'atrio. — Credevamo che tu
-fossi partito senza dir nulla e Delia ne era addoloratissima,
-perchè voleva salutarti, ringraziarti
-ancora una volta di quanto hai fatto per noi.
-</p>
-
-<p>
-— Delia è troppo buona; — mormoro Caio Sempronio. — Ero
-venuto dietro di te al balcone,
-quando gettavi le noci, ed ho veduto nella folla un
-servo di Clodia Metella. Pensando che chiedesse di
-me, sono uscito per andarlo a cercare.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La bugia era detta e l'amico se l'aveva bevuta.
-Caio Sempronio entrò allora dalla fauce nel peristilio
-e andò a piantarsi sull'uscio che metteva in
-giardino. Ventidio, Vibenna e Postumio Floro,
-erano ancora laggiù alle vedette.
-</p>
-
-<p>
-— Amici, che si fa? — gridò Caio Sempronio. — Si
-piglia il fresco? Badate, il tempio della dea
-Mefite non è lontano e l'aria della notte è pericolosa
-pei capi scarichi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-I tre curiosi si guardarono in faccia. Avevano
-l'aria di cascar delle nuvole.
-</p>
-
-<p>
-— Come? Anche lui, dentro? — borbottarono. — Non
-ce n'è andata una bene!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La notte era inoltrata e i convitati ad uno ad
-uno abbandonavano la casa di Numeriano. Il nostro
-cavaliere adempì all'ultimo ufficio dell'auspice,
-conducendo gli sposi alla camera nuziale.
-</p>
-
-<p>
-— Salve, o Caia, — diss'egli alla sposa. — Giunone
-ti guardi.
-</p>
-
-<p>
-— Si, son Caia davvero; — mormorò ella, dandogli
-un'occhiata assassina.
-</p>
-
-<p>
-Quella notte, l'auspice di Numeriano se ne andò
-difilato a casa, facendo questo conto tra sè:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non ne ho più due alle spalle, ne ho tre.
-Glicera, Clodia, Delia; le tre Grazie, insomma.
-Apollo non saprebbe desiderarsi di più. E quel
-brontolone di Lisimaco sarebbe capace di non mostrarsene
-contento.&nbsp;—
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span></p>
-
-<h2 id="cap17">CAPITOLO XVII.
-<span class="smaller">Viaggio a Citera.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Povero Lisimaco! Povero servo fedele, che lavorava
-con tanta perseveranza e con tanta onestà
-a puntellar l'edifizio! Avesse almeno pensato a tagliarsi
-un abito dalla pezza, per offrirlo al padrone,
-quando egli si fosse trovato ridotto agli sbrendoli!
-Sarebbe stato un bel tanto di sottratto alle unghie
-di Furio Spongia, di Crispo Lamia e di Servilio
-Cepione.
-</p>
-
-<p>
-Di Cepione? Sì, anche di Cepione. Mi chiederete
-come c'entrasse lui; e, poichè la domanda non mi
-sembra irragionevole, farò di appagare la vostra
-curiosità. Qualche giorno dopo i fatti che vi ho
-narrati, il ricco e adiposo argentario entrava nelle
-grazie di Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-Gran bell'anima doveva esser quella di Servilio
-Cepione. Quando si dice che l'apparenza inganna!
-Sotto quella montagna di carne palpitava dunque
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-un bel cuore? Nessuna traccia gli era rimasta di
-quella ruggine che avete veduta nascere in casa
-di Clodia Metella. Anche l'offesa toccata alla sua
-vanità, all'uscita del teatro di Pompeo, era stata
-dimenticata. Servilio Cepione doveva aver dato un
-tuffo nell'acqua di Lete.
-</p>
-
-<p>
-Quanto al nostro cavaliere, perchè avrebbe egli
-serbato rancore contro il vecchio argentario? I felici
-non hanno tempo ad odiare. È già molto se
-ricordano. E Tizio Caio non ricordava nemmeno;
-una cosa sola gli stava in mente; che Cepione era
-diventato il suo banchiere, e che egli poteva prender
-danaro a lunga scadenza, evitando la noia
-di parlare a Lisimaco e di vedersi fare il muso
-lungo un braccio, ogni qual volta gli toccasse quel
-tasto.
-</p>
-
-<p>
-Contro il suo costume, Servilio Cepione aveva
-imprestata una grossa somma a Caio Sempronio,
-senza chiedergli nessuna guarentigia, senza cercare,
-come suol dirsi, il nodo nel giunco.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei ricco e puoi spendere; — gli aveva
-detto, alzando bonariamente le spalle. — Beato te!
-Quanto al margine delle tue sostanze, ci vorrà
-tutto il denaro delle Botteghe Vecchie, prima che
-si giunga a far pari. Del resto, siamo patrizi, o non
-siamo. E se non c'è fede tra noi, con chi ha da
-essere?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Potete immaginare che Tizio Caio non s'ingegnasse
-di levargli quella buona opinione. Il banchiere
-parlava meglio di Lisimaco, e questo era
-l'essenziale.
-</p>
-
-<p>
-Intanto, il fedele arcario, vedendo che il padrone
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-da qualche giorno aveva meno bisogno di danaro,
-pose lo spirito in pace e fu ad un pelo di credere
-che egli mettesse finalmente giudizio. Ad onore
-della sua perspicacia debbo soggiungere che quella
-maniera di pensare gli durò poco, assai poco.
-</p>
-
-<p>
-— Doman l'altro io parto per Baia; — gli disse
-un giorno Caio Sempronio; — e rimarrò per tutta
-la stagione della bagnatura.
-</p>
-
-<p>
-— Mio signore, Nettuno ti guardi. E.... — soggiunse
-il vecchio servo, andando timidamente incontro
-alla parte noiosa del colloquio, — m'immagino
-che ti occorrerà una certa somma di danaro.
-</p>
-
-<p>
-— Non molto, Lisimaco, non molto; — disse il
-cavaliere, crollando la testa. — Mi basteranno da
-quindici a ventimila sesterzi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Lisimaco respirò; ma quella sua rifiatata non
-escludeva la meraviglia. E il fedele arcario non
-poteva mica dissimularla al padrone.
-</p>
-
-<p>
-— Sai, — ripigliò il cavaliere, — laggiù si
-spende meno che a Roma. Si sta in acqua molte
-ore del giorno; si fanno gite campestri; tutte cose
-che domandano poco. La spesa maggiore è quella
-del viaggio.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'arcario cascava dalle nuvole.
-</p>
-
-<p>
-— Dove andiamo, Dei buoni! diss'egli tra sè. — O
-il padrone vuol morire, o tira il danaro da
-un'altra parte.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Questa conseguenza delle sue argomentazioni non
-era tale da lasciarlo tranquillo. Ma come fare, per
-vederci chiaro? Il povero Lisimaco dovè per quella
-volta attaccare la voglia all'arpione.
-</p>
-
-<p>
-Bene immaginò dove s'andava a finire coi risparmi
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-del padrone, quando vide capitare davanti
-all'uscio di casa un carpento, una basterna, una
-reda, tutta una salmeria di cocchi e di bagagli,
-come se si fosse trattato di andare per una spedizione
-contro i Reti, o nella Gallia Narbonese.
-</p>
-
-<p>
-Il carpento era una vettura a due ruote, ricoperta
-da una tenda e fornita di cortine, con le quali
-si potesse chiuderla davanti, capace di contenere
-due o tre persone, e tirata da un paio di mule.
-Era la vettura usata dalle matrone romane in viaggio,
-fino dalla più remota antichità, come si vede
-in Tito Livio, dove narra di Lucumone e di sua
-moglie, al loro arrivo in Roma.
-</p>
-
-<p>
-La basterna era una specie di lettiga, o palanchino,
-a uso speciale delle dame; veicolo chiuso,
-portato da due muli, uno davanti e l'altro dietro,
-ciascuno attaccato ad un distinto paio di stanghe.
-Clodia Metella, quando fosse stanca dei sobbalzi a
-cui andava soggetto il carpento, poteva riposarsi
-nella molle andatura della basterna.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla reda, era questa un grande e spazioso
-carro a quattro ruote, fornito di parecchi sedili,
-in guisa da essere adatto al trasporto d'una
-numerosa brigata, coi suoi bagagli e provvigioni.
-Somigliava allo <i>char-à-banc</i> dei Francesi, ed anzi
-esso stesso, come il vocabolo ond'era denominato,
-doveva essere d'origine gallica. Lo usavano i Romani,
-al tempo di Cicerone, così in città come in
-campagna. Annio Milone andava a Lanuvio su d'una
-reda, con la moglie Fausta e coi musicanti di lei,
-quando fece sulla via Appia il brutto incontro di
-Clodio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-</p>
-
-<p>
-Lisimaco non sapeva ancora tutto. Non sapeva,
-per esempio, che, oltre alle varie specie di vetture
-per comodità della sua compagna di viaggio, il cavaliere
-aveva fatto allestire un talamègo nel porto
-di Tarracina, dove la via Appia toccava per la
-prima volta il mare.
-</p>
-
-<p>
-Talamègo? Che diavol è? Non vi spaventate, o
-lettori; talamègo viene da talamo, ossia camera da
-letto.
-</p>
-
-<p>
-Era una barca di gala, inventata dai Greci di
-Alessandria per le gite di piacere sul Nilo, splendidamente
-addobbata, fornita di tutto quanto fosse
-necessario ad una lieta compagnia, perfino di camerini
-da dormire; insomma, un quissimile, se
-non nella forma, negli usi, delle nostre golette da
-diporto.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella aveva già annunziata la sua partenza
-per alla volta di Baia, e i lettori rammenteranno
-a questo proposito le pungenti domande
-di Valeria Lutazia. Ma, ci andasse ella con Celio
-Rufo, o con altri, il fatto era questo, che Clodia
-amava moltissimo il soggiorno di Baia, come lo
-amavano tante famiglie patrizie degli ultimi tempi
-della repubblica.
-</p>
-
-<p>
-Imperocchè, non è da credere che il golfo di
-Baia, col suo capo Miseno, Bauli, Cuma, il lago
-Lucrino ed il lago d'Averno, sia stato solamente
-un luogo di delizia pei successori d'Augusto. Assai
-prima che Marcello, l'erede presuntivo di questo
-imperatore, andasse a morirvi d'una malattia di
-petto, presa a curare un po' tardi, i medici consigliavano
-ai patrizi cagionevoli di salute e alle patrizie
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-ammalate di nervi, le acque e il clima di
-Baia, benigno sempre e senza inverno. Giulio Cesare
-ci aveva una villa; un'altra, a gran pezza più
-sontuosa di tutte, ce ne aveva Ortensio, il coetaneo
-e il rivale di Cicerone; e in questa villa, dove risiedettero
-in processo di tempo parecchi imperatori,
-Nerone si abboccò l'ultima volta con sua madre
-Agrippina.
-</p>
-
-<p>
-Oggi, col benefizio delle strade ferrate, i ricchi
-romani vanno per le bagnature a Palo, l'antica
-Alsio, a Rimini, a Senigallia; allora invece andavano
-a Baia, a Pozzuoli, a Pompei, percorrendo
-volentieri distanze di gran lunga maggiori, quantunque
-non avessero ancora un servizio regolare
-di poste e vetture sospese sulle molle.
-</p>
-
-<p>
-La felice coppia si mise adunque in cammino.
-Clodia Metella era salita sulla reda, insieme con le
-sue ornatrici e coi servi più strettamente necessarii
-alla sua persona. Caio Sempronio dal canto suo
-s'era mosso dal Viminale, col suo piccolo esercito,
-ed aveva operata la sua congiunzione con lei, subito
-fuori della porta Capena.
-</p>
-
-<p>
-Si viaggiava sulla via Appia, la più grande e
-la più celebre di tutte le vie maestre d'Italia, che
-andava direttamente da Roma a Tarracina, donde
-si spingeva a Capua e di là fino a Brindisi, diventando
-così la linea principale di comunicazione
-con la Grecia, con la Macedonia e con l'Oriente.
-<i>Regina viarum</i> l'ha detta Stazio; e fu eziandio la
-più antica di tutte, essendo stata incominciata dal
-censore Appio Claudio il Cieco, nell'anno 441 di
-Roma.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ad un certo punto della strada, in vista dei
-colli Albani, tra Aricia e Bovilla, era il luogo in
-cui due anni addietro era accaduto lo scontro di
-Annio Milone col tristo fratello di Clodia. Ma la
-nostra bella viaggiatrice era una donna forte, e
-passando di là non diè segno di verun turbamento;
-anzi, lasciò che i suoi si fermassero, per dar da
-bere ai cavalli, e per bere eglino stessi, a quella
-medesima osteria nella quale era stato trasportato
-Clodio morente, per la stoccata ricevuta nelle spalle
-da Birria, il fiero gladiatore di Annio Milone.
-</p>
-
-<p>
-A Tarracina (l'antichissima <i>Anxur</i>) presso il
-monte Circèo, famoso per le malie di un'altra seduttrice
-d'uomini, i due amanti smontarono dal
-cocchio. Clodia Metella credeva di dover fare una
-breve sosta colà, per continuare poscia la strada
-fino a Capua, donde la via Appia si congiungeva
-alla Consolare, che doveva metterli a Cuma, ed
-era ben lunge col pensiero dalla improvvisata che
-appunto nel porto di Tarracina le aveva preparata
-il magnifico cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-Una bellissima nave, tutta dipinta di bianco e
-listata di rosso, colle vele tinte di croco e coll'aplustre
-vagamente rigirato in forma d'ala d'uccello in
-cima alla poppa, stava sulle àncore nella rada. Era
-il talamègo di Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Padrona mia, vuoi tu salire su quella nave, — diss'egli, — e
-fare per acqua il rimanente del
-viaggio? Il mare è tranquillo, e Deiopea, la bellissima
-tra le Nereidi, ammirerà per la seconda
-volta una donna più bella di lei.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E quando è stata la prima? — domandò Clodia
-Metella, che non intendeva ancora tutta la finezza
-del complimento.
-</p>
-
-<p>
-— Oh la prima è lontana da noi di molti secoli,
-e la vezzosa Nereide ha avuto anche il tempo di
-dimenticarsene. Alludo al viaggio marino d'Afrodite,
-al quale può bene paragonarsi il tuo, mia
-divina signora. Tu sei bella del pari, e l'unica
-differenza sta in ciò, che questa volta la conchiglia
-è più grande.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Salita sul talamègo e notata la vaga disposizione
-d'ogni cosa in quel galleggiante nido d'amore,
-Clodia Metella espresse nelle più soavi parole la
-sua gratitudine per Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è in Roma un uomo che possa starti
-a paro; — diss'ella, concedendo ai baci del cavaliere
-la sua mano leggiadra; — ed io t'amo oggi
-più che mai.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La nave, spinta da due ordini di remi, entrò di
-lancio nelle acque più poetiche del Tirreno. Sulla
-sinistra il curvo lido dei Lestrigoni, le rupi cavernose
-su cui sorgeva Gaeta, la spiaggia di Formia,
-su cui Scipione Africano e l'amico Lelio avevano
-costume d'ingannare il tempo raccogliendo
-nicchi marini, la sacra selva di Marica alla foce
-del Liri, Volturno, Literno, e la rocca di Cuma;
-sulla destra le isole, tra cui grandeggiavano Ponzia
-e Pandataria; e più lunge, attraverso il cammino
-della nave, le due belle Pitecuse, Inarime e
-Pròchita, oggi Ischia e Procida, illuminate dalla
-rosea luce del tramonto.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno dopo, inoltrandosi la nave tra l'isola
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-di Procida e il capo Miseno, si offerse ai loro occhi
-la più meravigliosa veduta del mondo. Allora
-non si parlava ancora di Bisanzio, e Costantino
-non era anche venuto fuori, per fondare una città
-che contendesse la palma della possanza a Roma
-e il pomo della bellezza a Napoli e Cuma. I due
-golfi di Baia e Partenope, col capo Miseno a sinistra,
-il Vesuvio a destra e la punta di Posilipo
-nel mezzo, erano allora i più bei luoghi che potesse
-immaginare fantasia di poeta.
-</p>
-
-<p>
-Lido veramente incantevole, che tutti conoscete,
-o di veduta, o per fama. Eppure, vedete, doveva
-essere allora due cotanti più bello, con quella sua
-fila di ricche e popolose città, con tutti que' boschi
-che la reverenza umana consacrava agli Dei.
-Oggi parecchie di quelle città sono cadute in rovina
-e non offrono allo sguardo del viaggiatore
-che umili borgate di pescatori; intorno ai santuari
-sparsi per le colline, i boschi sono scomparsi, e
-quelle care divinità che li abitavano, o sono andate
-in frantumi, o hanno presa la via del Museo
-Nazionale. Ma allora!... Da capo Miseno fino al
-promontorio di Posilipo (in greco: cessa dolori),
-era una lunga e gaia sequela di città e di ville
-sontuose, frastagliate qua e là da corsi d'acqua e
-da sproni di colline digradanti sul mare; Miseno,
-sacro alla memoria del trombettiere di Enea, la
-ridente Baia, e la vecchia Cuma, con le sue torri
-che facevano fronte a due mari, e coi suoi tre laghi,
-l'Acheronte, l'Averno e il Lucrino, in mezzo
-alle cui tacite ombre gli antichi avevano collocati
-i regni della morte, l'Erebo e l'Eliso, dove, udita
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-la fatidica Sibilla, discese il fuggiasco di Troia a
-visitare gli estinti e i non nati.
-</p>
-
-<p>
-Colà si davano mano la mitologia e la storia.
-Quello era il mare solcato per la prima volta dai
-Pelasgi, quelli i lidi visitati dagli Argonauti, da
-Ulisse e dal figliuolo d'Anchise. Il genio d'Omero
-e quello di Virgilio vi si aggirano ancora. Le isole
-delle Sirene, Palinuro, vi ricordano a un tempo
-l'Odissea e l'Eneide.
-</p>
-
-<p>
-Andiamo più oltre verso levante; ecco Dicearchia,
-o Puteoli, col suo tempio famoso di Giove
-Serapide e coi campi flegrèi alle spalle. Più oltre
-ancora è Posilipo, con la famosa villa di Vadio Pollione,
-giù di Licinio Lucullo, Posilipo, grazioso
-promontorio con due grotte scavate nei fianchi,
-una delle quali, ingrandita via via, si chiamerà
-per un pezzo la <i>cripta neapolitana</i>. Giriamo la punta;
-ecco un golfo cinque o sei volte più grande, con
-le due città sorelle di Palepoli e di Neapoli, succedute
-alla gloria della vecchia Partenope, fenicia
-sirena con nome greco. Avanti ancora; ecco le
-città di Ercolano e Pompei, distese ai piedi del
-dormente Vesuvio, nel cui cratere selvoso si cacciava
-il cinghiale. Più lunge è Stabia, dove il lido
-s'incurva, con la bella Surrento, e il promontorio di
-Minerva, da cui sembra essersi spiccata l'incantevole
-isola di Capri, già famosa per le sue uve, ma
-non ancora per le immani lascivie di Tiberio. E là,
-dietro il capo di Minerva, azzurreggia la costa, lasciandovi
-intravvedere il golfo Posidonio e la valle
-di Pesto, celebrata per la fragranza delle sue rose
-e per la magnificenza dei suoi templi immortali.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le due città maggiori, di cui vi ho detto, Palepoli
-e Neapoli, biancheggiano sui fianchi di un
-anfiteatro di colline, interrotto nel bel mezzo da
-un monte, che s'avanza a guisa di sprone sulla
-riva del mare. È quello il monte Echia, che si
-chiamerà un giorno Pizzofalcone, e che, seminato
-di case, confonderà le due figlie di Partenope in
-una. Quell'isoletta, che sorge poco lunge dal lido,
-è Megaride, che i futuri abitanti di Napoli paragoneranno
-ad un uovo. Torniamo verso ponente,
-per compiere il quadro; l'isola bella che fronteggia
-Pozzuoli, è Niside; quei due scogli più vicini
-alla spiaggia si chiamano Limone ed Euplea. Su
-quest'ultimo si eleva il tempio di Venere Euplea,
-dove i marinai vanno a prender gli auspicii di un
-felice viaggio, prima di mettere alla vela per lo
-stretto di Zancle, dove latrano assiduamente i cani
-di Scilla e mugghiano i gorghi dell'opposta Cariddi.
-</p>
-
-<p>
-Una vecchia tradizione, raccolta da Omero, narrava
-che le Sirene, bellissime cantatrici le cui
-membra terminavano in coda di pesce, abitassero
-quel mare, e che una di loro, chiamata Partenope,
-si uccidesse pel dolore di non aver potuto trattenere
-Ulisse e i suoi compagni col canto. La tomba
-di lei fu rinvenuta nell'edificare una nuova città,
-e questa dal nome di lei, fu detta Partenope. Mito
-gentile, che non ha perduto ancor nulla della sua
-primitiva freschezza. Le Sirene abitano tuttavia
-quelle isole e quelle rive incantate; per non cedere
-ai dolci inviti, bisogna proprio essere Ulisse,
-e aver gravi negozi che vi richiamino a casa.
-</p>
-
-<p>
-Lettori, vi ho forse annoiato, con questa mia
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-fermatina sul golfo Cumano. Abbiate pazienza. Le
-Sirene cantavano, ed io non ho pensato in tempo
-a turarmi gli orecchi con la cera. Quando vedo Napoli,
-moderna od antica che sia, non so più spiccarmi
-da lei. Napoli possiede il mio cuore, e gli
-archeologi di là da venire potranno farne ricerca,
-se credono che ne valga la spesa. Esso è stato lasciato
-da me (vedete che profanazione!) in un cantuccio
-della tomba di Virgilio, nella prima nicchia
-a man destra.
-</p>
-
-<p>
-La villa presa in affitto da Tizio Caio Sempronio
-per allogarvi i suoi splendidi amori, era una
-delle più belle del golfo, e Clodia Metella, invaghita
-del luogo, gli pose il nome di Citera. Sorgeva
-il palazzo poco lunge dalla spiaggia, in mezzo
-a una selva di pioppi è di allòri, tra le ultime
-case di Baia e le prime di Bauli, godendo intiera
-la vista di Niside e delle altre isolette minori, di
-Posilipo e della villa di Licinio Lucullo, di Pozzuoli
-e della villa di Cicerone.
-</p>
-
-<p>
-Marco Tullio aveva poderi da per tutto; in Arpino,
-sua patria, a Tuscolo, a Pozzuoli, a Pompei.
-Portentoso uomo, che parlò tanto, pensò tanto,
-viaggiò tanto, scrisse tanto, e trovava ancora il
-tempo per riposarsi e scriver lettere agli amici!
-Quest'ultima è la cosa di lui che mi meravigli di più.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span></p>
-
-<h2 id="cap18">CAPITOLO XVIII.
-<span class="smaller">Luci ed ombre.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Ricordo d'aver letto, ai tempi della guerra di
-Crimea, una storia pittoresca di Russia, dove le
-vignette usurpavano il luogo del testo. Pochi versi
-di stampa, messi a piè di pagina, aiutavano a spiegare,
-e sempre in modo burlesco, i capricci della
-matita. Ad un certo punto mi avvenne di leggere
-che il regno di Ivano III (o secondo, o quarto, chè
-non rammento bene, e del resto importa poco) fu
-tutto una macchia di sangue. E la macchia c'era,
-e occupava i due terzi della pagina.
-</p>
-
-<p>
-Ora, per dirvi qualche cosa del soggiorno di Tizio
-Caio Sempronio negli ozi di Baia, dovrei far capo
-anch'io ad uno spediente di quella fatta; e questo capitolo
-potrebb'essere rappresentato utilmente da una
-foglia di fico. Scelgo questa, perchè è la più larga tra
-tutte le foglie classiche; ma, se a voi piacesse meglio,
-o lettori, potrebb'essere anche una foglia di banano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'amore è una cosa che non si racconta. Perchè
-m'indugerei io a sminuzzarvi un affetto, in cui
-entrano tanti ingredienti disparati e bizzarri? Neanche
-l'essenza di gelsomini, stillata con tanta cura
-dal profumiere, ci guadagnerebbe nella nostra estimazione,
-ad essere veduta in tutte le trafile per
-cui deve passare, prima di esserci servita in una
-ampollina di cristallo arrotato.
-</p>
-
-<p>
-Si volevano bene; erano belli; erano giovani.
-Lui più di lei, ma una donna ha soltanto gli anni
-che mostra; e poi, Caio Sempronio non faceva
-all'amore col calendario alla mano, e la lista dei
-consoli l'aveva lasciata in Campidoglio, affidata
-alle cure dei custodi del Tabulario. Qualche lettrice
-avrebbe voluto nel mio protagonista un amore
-in cui c'entrasse per due terzi la stima, quella
-stima che ci è inspirata dalla verecondia e dalla
-dignità della donna. Ma a que' tempi l'amore non
-era tanto sofistico. Si facevano statue alla verecondia,
-alla pudicizia e a tutte l'altre virtù congeneri;
-ma erano bei simulacri di donne, a cui s'appiccicava
-quella scritta; donne molto vestite, per
-ottenere bei partiti di pieghe; e la cosa non portava
-altre conseguenze.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, il mio cavaliere non aveva neanche
-veduto quella bellissima statua della Pudicizia, che
-ho veduta io, allogata in una nicchia, al primo
-piano dello scalone del palazzo Capitolino; bellissima
-statua, scolpita probabilmente dopo di lui e
-in tempi anche peggiori del suo, perchè erano i
-tempi di Roma imperiale. Clodia Metella era bellissima
-tra le belle; era patrizia, e in eleganze, in
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-sottigliezze d'amore, valeva tre Greche. Poteva egli
-chieder di più?
-</p>
-
-<p>
-Inoltre, egli amava con furia, senza guardarsi
-intorno, nè avanti. Sentiva così confusamente nel
-suo cervello che era un uomo perduto, che quella
-vita spensierata non sarebbe potuta durare più
-molto, e chiudeva gli occhi.... Cioè, intendiamoci,
-gli occhi della mente, perchè gli altri, i più utili
-ai bisogni della vita quotidiana, li teneva aperti e
-fissi nel volto della donna amata, di cui non poteva
-saziarsi.
-</p>
-
-<p>
-Ed anche lei non restava da meno. Come non
-amare un uomo giovane e bello, che contentava
-tutti i suoi capricci, e quasi quasi non le dava il
-tempo di averne, tanto era sollecito a precorrerli
-con le sue splendidezze? Tenera, obbediente e carezzevole
-come una schiava, quella fiera matrona,
-per cui tanti uomini avevano palpitato e tanti
-erano finiti male, gli si prostrava qualche volta
-ai piedi, e, puntellando i gomiti sulle ginocchia
-del giovane, sorreggendosi tra le palme la bellissima
-testa arrovesciata, e figgendo i suoi grandi
-occhi in quelli di lui, quasi volesse leggergli in
-fondo dell'anima, gli chiedeva con accento infantile: — dimmi
-su, bel cavaliere, quante donne hai
-amato? E quante t'hanno amato al pari di me?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Care domande astute, lacci tesi, sotto le apparenze
-ingannevoli di uno slancio di tenerezza! Un
-uomo non deve lasciarsi cogliere a queste lustre;
-non deve risponder mai la verità, anche quando
-gli paia meno pericoloso il farlo. Se avviene che
-Don Giovanni apra la bocca e si lasci cadere uno
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-o due nomi, anche l'Elvira meno gelosa va tosto
-su tutte le furie. Il sentimento della vanità e quello
-della rivalità, naturale, a quanto dicono i pratici,
-nelle figlie d'Eva, assai più che l'amore, ed anche
-dove non entri l'amore, le fanno dare nei lumi.
-</p>
-
-<p>
-E voi, signori, non siete forse della medesima
-pasta? Che cosa fareste voi, se una donna, pregata
-e supplicata, perdesse tanto della sua accortezza,
-da lasciarvi intendere quanti siano stati i
-vostri antecessori, non già nelle sue grazie, ma
-solamente nei ricorsi in grazia?
-</p>
-
-<p>
-Io so, per esempio, di un mio svisceratissimo
-amico, il quale si era nei primi anni della sua
-giovinezza perdutamente invaghito di una madonna
-di Raffaello, che egli credette spiccata dal quadro
-espressamente per lui. La prima volta che egli
-potè trovarsi accanto alla diva e passeggiare con
-lei a lume di luna, credete pure che gli parve di
-toccare il cielo col dito, e che, da buon figliuolo,
-lasciò trapelare tutte le sue intenzioni coniugali.
-Non l'avesse mai fatto! La madonna di Raffaello,
-anzi del beato Angelico, trovò modo di passare in
-rassegna, a quel lume di luna, tre splendide occasioni
-di matrimonio, che le erano trascorse davanti,
-ma ohimè, senza fermarsi il tempo necessario
-per essere afferrate. Immaginate voi con che
-cuore la udisse il mio innamorato e che muso
-lungo rischiarasse quel poetico lume di luna. Alla
-prima cantonata guardò l'orologio, tirò in ballo un
-appuntamento, e prese commiato, promettendo una
-visita pel giorno dopo. La madonna del beato Angelico
-l'aspetta ancora.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ne ha persi tre; — diceva l'amico in cuor
-suo, mentre andava svoltando il canto; — orbene,
-al primo che le capita, potrà raccontare... d'averne
-persi quattro.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Gabellatemi la digressione, mentre io ritorno a
-Caio Sempronio. Il mio cavaliere, da uomo prudente,
-si tenne sui generali; rise, menò il can per
-l'aia, non volle dir nulla. Sarebbe stata bella davvero,
-che avesse raccontate lì per lì tutte le sue
-mirabili imprese! Ce n'era una tra l'altre, e la più
-recente di tutte, che non gli lasciava la coscienza
-tranquilla.
-</p>
-
-<p>
-Nei primi due mesi del suo soggiorno a Citera,
-aveva ricevuto lettere da tutti gli amici, perfino
-di quelli da starnuti; ma neppur una da Numeriano,
-dal più caro di tutti. Era quello il suo sopraccapo,
-l'<i>atra cura</i> che di tanto in tanto gli dava
-un picchio al cervello.
-</p>
-
-<p>
-Si sentiva colpevole, ma non per suo deliberato
-proposito. I fati l'avevano voluto; <i>sic fata tulere</i>.
-Ora, se Cinzio gli avesse scritto, il nostro cavaliere
-si sarebbe levato un gran peso dal cuore.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno gli capitò un uomo fidato da Roma.
-Gli recava parecchie lettere, una delle quali in
-carta jeratica, che egli svolse per la prima, dopo
-averne rotto il suggello.
-</p>
-
-<p>
-Mentre egli legge, parliamo un po' della carta
-da scrivere presso gli antichi Romani. Era fatta
-di sottili falde di corteccia di papiro e se ne conoscevano
-dieci qualità differenti: la <i>jeratica</i>, detta
-anche regia, che era la più antica, e che vediamo
-menzionata anche da Catullo; la <i>fanniana</i>, fabbricata
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-in Roma, e così chiamata dal fabbricante
-Fannio; la <i>dentata</i>, così detta, non perchè avesse
-i denti, ma perchè era lisciata e ripulita con un
-dente d'animale, per ottenere una superficie levigata
-da sdrucciolarvi sopra la penna, come la carta lustra
-dei moderni; l'<i>anfiteatrica</i>, la <i>saitica</i>, la <i>lenotica</i>,
-qualità inferiori, così denominate nei luoghi nei
-quali erano fabbricate; l'<i>augustana</i>, chiamata più
-tardi <i>claudiana</i>, che fu, sotto l'impero, la qualità
-migliore; la <i>liviana</i>, così detta in onore dello storico
-Tito Livio, che era la seconda in bontà; poi la carta
-<i>bibula</i>, o sugante, così spugnosa e trasparente, da
-lasciar filtrare l'inchiostro e da mostrare le lettere
-attraverso; e finalmente la carta straccia, da involtare
-le merci, donde il suo nome di carta <i>emporetica</i>.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alle tavolette di cera e ai pugillari, che
-servivano anche per scriver lettere, segnatamente
-se brevi, ne ho già parlato altrove. Ma poichè mi
-ricordo di avervi detto che sulla cera si scriveva
-con uno stilo di avorio, aggiungerò, tornando al
-papiro, che ci si scriveva su con un <i>calamus</i>, o
-penna di canna, spaccata sul becco (donde l'appellativo
-di <i>fissipes</i>) e intinta nell'<i>atramentum</i>, o liquido
-nero, che si conteneva nell'<i>atramentarium</i>.
-Questo era il calamaio, nel significato moderno
-della parola; laddove il <i>calamarius</i> degli antichi significava
-il portapenne, o astuccio per portare attorno
-le cannuccie da scrivere. Anche la penna
-d'uccello si usava; ma il costume non va più su
-del secondo secolo dell'êra volgare, avendone noi
-il primo esempio in mano ad una Vittoria, scolpita
-nei bassorilievi della colonna Traiana.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questo po' di erudizione scolastica, messa qui
-pei collegiali, miei invidiabili amici, non farà arricciare
-il naso ai provetti, i quali vorranno sapere,
-io m'immagino, che cosa ci fosse scritto in
-quel rotolo di carta regia, che andava leggendo
-Tizio Caio Sempronio. Quei signori io li contento
-subito. Ecco la lettera:
-</p>
-
-<p>
-«Lisimaco Liberto, a Tizio Caio, suo signore,
-salute.
-</p>
-
-<p>
-Un servo ossequente, ma probo, deve dir sempre
-la verità intiera al padrone. Ora sappi che
-le cose tue, e non per colpa del tuo servo, che
-ci ha messo ogni studio maggiore...»
-</p>
-
-<p>
-— Le solite storie! — interruppe il cavaliere
-stizzito. — La leggerò un altro giorno.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E arrotolato da capo il foglio, lo gettò nella
-<i>capsa</i>, scatola circolare e profonda, col suo coperchio
-da chiudersi a chiave, che era l'arnese necessario
-di tutti i Romani in viaggio, per metterci
-dentro i loro libri e le carte di maggior conto.
-</p>
-
-<p>
-Ciò fatto, prese, a mo' d'antidoto per la stizza, un
-altro rotolo; ma questo era di carta dentata, e non
-avea l'aria di appartenere alla categoria dei fogli
-noiosi. Lo aperse; era una lettera scritta in greco,
-che allora, mi pare d'averlo già detto, era conosciuto
-in Roma quasi come oggi da noi il francese.
-</p>
-
-<p>
-Il cuore gli diede un sobbalzo, avendo egli riconosciuti
-alla bella prima i caratteri di Delia
-Cinzia.
-</p>
-
-<p>
-«Egli sa tutto (diceva la lettera, in cui, per la
-fretta, erano ommesse le frasi di cerimonia).
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-Come ne sia venuto in chiaro, non so, nè mi è
-importato cercare. Non ho negato nulla, perchè
-non son usa a mentire; ma ho alzata alla mia
-volta la voce ed ho minacciato di andarmene.
-Egli è tornato mansueto come un agnello; piange
-e m'ama sempre più. Ma se tu vuoi, esco da
-questa casa e per sempre, non lasciando altro
-che il dolce ricordo di un'ora felice.»
-</p>
-
-<p>
-— » No, per gli Dei! Non ci mancherebbe altro! — gridò
-Caio Sempronio, come se ella fosse davanti
-a lui e sul punto di mandare la sua risoluzione
-ad effetto.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, che entrava
-in quel mentre nel tablino.
-</p>
-
-<p>
-— Nulla, nulla; — rispose il giovane, lasciando
-che il foglio si arrotolasse da sè, e riponendolo
-nella <i>capsa</i> con l'aria più tranquilla del mondo. — È
-il mio arcario che fa un piagnisteo.
-</p>
-
-<p>
-— Dicevi che non ci mancherebbe altro....
-</p>
-
-<p>
-— Sì, perchè vuol lasciarmi, se io non metto
-un po' di misura nello spendere. È liberto e può
-andarsene a sua posta. Ma gli scriverò oggi stesso
-e vedrò d'ammansirlo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Quelle spiegazioni, date con molta tranquillità
-(e lascio immaginare a voi quanto gli costasse),
-appagarono Clodia Metella, che non amava molto
-ragionare di cose gravi, e meno ancora di conti.
-</p>
-
-<p>
-La bella e scaltra patrizia ci aveva per questo
-le sue buone ragioni. Non era lei la causa delle
-lagnanze di Lisimaco, e non doveva anche saperlo?
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno i nostri due amanti dovevano fare
-una gita a Pompei, dove Clodia era stata invitata
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-dalla sua buona amica Giunia Sillana, che passava
-l'estate in quella graziosa città. Bisognava soverchiare
-un'altra volta quella superba matrona, baciarla
-amorevolmente su ambedue le guancie e
-mettere in mostra un monile di smeraldi, che
-l'avrebbe fatta schiattar dalla rabbia.
-</p>
-
-<p>
-Erano corse continue, in cerca di sempre nuovi
-piaceri. Il talamègo, ancorato nelle acque di Baia,
-era ogni giorno in faccende; oggi a Capri, per visitare
-la grotta azzurra; domani al lago Lucrino,
-per mangiar le ostriche annaffiate col Cecubo;
-un'altra volta per andare a Pozzuoli e passar sotto
-il naso a Marco Tullio Cicerone, che si era fatto
-lecito di chiamar <i>quadrantaria</i> la più bella e la
-più desiderata tra le patrizie di Roma; e via via,
-sempre scampagnate, merende, conviti, musica,
-danze e bagni di ninfe.
-</p>
-
-<p>
-S'intende che Clodia Metella era sempre gelosa.
-Guai al nostro cavaliere, se gli accadeva di dire a
-qualche amica di Clodia una frase che arieggiasse
-il complimento!
-</p>
-
-<p>
-Quel medesimo giorno essa gli aveva dato i suoi
-bravi ricordi, prima di salir sulla nave.
-</p>
-
-<p>
-— Bada, mio bel cavaliere! Giunia Sillana mi
-vuole; ma l'invito è per te. Essa ti guarda troppo
-e il suo petto è sempre gonfio di sospiri. Bada,
-mio bel cavaliere! Io possiedo un filtro sicuro; se
-tu non mi ami più, mi uccido; e tu morrai dentro
-l'anno.
-</p>
-
-<p>
-— Padrona mia dolce; non ti uccidere, te ne
-supplico; — rispose Caio Sempronio, abbracciandola. — Mi
-vedresti capitare al passo d'Acheronte
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-prima che il vecchio navalestro avesse dato un
-grido di meraviglia, al vedere una così bella conquista.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Così la chetava egli, tra un complimento e un
-sorriso, godendo profondamente in cuor suo d'essere
-amato a quel modo.
-</p>
-
-<p>
-— Vada a farsi impiccare Lisimaco mio, con
-tutte le sue spilorcerie! Come potrei io abbandonare
-una donna simile? E possedendola, come non
-circondarla d'oro e di gemme? Per Giove Capitolino,
-non ne abbiamo noi ricoperta una rozza pietra,
-venuta di Frigia, decorandola col nome di Cibele?
-Ed io non farei altrettanto per una bella
-donna, che non è di sasso per me? Infine, domando
-io, perchè si vive?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Io qui capisco benissimo che, se lo avessero
-udito certi grand'uomini di Grecia e di Roma, la
-logica del mio cavaliere sarebbe stata ridotta a mal
-partito. Socrate, per esempio, gli avrebbe risposto:
-si vive per la virtù; Platone: per la sapienza; Fabrizio:
-per la patria; Cicerone: per la gloria e
-per tutte le altre cose insieme. Ma questi grand'uomini
-non erano fortunatamente ad udirlo; e
-se ci fossero stati e gli avessero sciorinati i loro
-altissimi veri, io metto pegno che Caio Sempronio
-non li avrebbe capiti. L'amore non è cieco soltanto;
-è anche un po' sordo.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro eroe viveva tanto bene laggiù! Neanche
-a Roma si era mai sentito così pienamente
-felice. Già, Roma era tutta nel golfo Cumano, ma
-Roma allegra e spensierata, senza foro e senza
-liti, senza ambizioni di potere e zuffe al ponte dei
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-suffragi, Roma condiscendente e buona, per cui
-tutto era bene, e che non vi metteva gli occhi addosso,
-se passavate con una bella donnina al braccio,
-e magari anche con due.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno egli aveva dovuto allontanarsi dal suo
-dolce nido, per andare fino a Napoli, e far cambiare
-la forma d'un certo diadema, che Clodia Metella
-doveva portare qualche giorno dopo ad una
-festa notturna. Tizio Caio Sempronio si adattava
-anche a questi servigi; e credo anzi che qualche
-volta andasse dal calzolaio per scegliere la più aggraziata
-foggia di sandalo o di mulleo, o per raccomandare,
-pena il suo corruccio, che il lavoro
-fosse fatto a quel Dio.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella era dunque sola, nel suo asilo di
-Citera, allorquando le fu annunziata una visita.
-</p>
-
-<p>
-All'udire il nome di chi domandava d'entrare, la
-bella patrizia fece il viso brutto anzi che no. E
-vedete, di grazia, se non n'era il caso; quel tale
-era Cepione, Servilio Cepione, che si era rotolato
-fin là, attraversando i colli Albani e i monti Tifati,
-ripetendo insomma una parte delle imprese
-di Annibale. Che cercasse anche lui gli ozi di Capua?
-<i>Videbimus infra.</i>
-</p>
-
-<p>
-— Come? Tu qui? esclamò Clodia Metella, in
-atto di grande stupore.
-</p>
-
-<p>
-— Io, sicuramente... — rispose Cepione, sbuffando
-dal caldo peggio d'un toro. — Ed anche da
-qualche giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! E non sei venuto subito a vederci? — diss'ella,
-con aria di rimprovero, quantunque
-non ne pensasse proprio una maledetta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Come fare, con quel tuo colombo, che è sempre
-nel nido? Ero venuto qua per fare quattro
-bagnature. È il medico che me le ha ordinate.
-Dice che gli umori serpeggiano, che certe macchie
-alla pelle non gli piacciono (e neanche a me,
-pel gallo d'Esculapio, neanche a me!), che infine
-l'acqua salsa mi farà bene. Ed io mi diguazzo
-nell'acqua salsa da tre giorni, e la gente mi piglia
-per un Tritone.
-</p>
-
-<p>
-— E già m'immagino che farai fuggir le Nereidi.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, eh! — rispose il vecchio argentario, con
-un suo risolino asciutto, che era sincero come i
-rimproveri di Clodia Metella. — Padrona mia
-bella, le Nereidi non somigliano mica tutte a te,
-che ti sei innamorata d'un mercante di tibie.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Servilio Cepione alludeva alle gambe snelle di
-Caio Sempronio, che certo, paragonate alle sue,
-così tozze e corte, potevano offrire una rassomiglianza
-con le tibie, che erano i flauti, o, se vi
-piace meglio, i clarinetti degli antichi Romani.
-Per altro, a Clodia Metella non facea comodo di
-capire l'allusione, così sciocca com'era.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa intenderesti di dire? — domandò
-essa con piglio altezzoso.
-</p>
-
-<p>
-— Che il povero Servilio Cepione non conta
-più nulla, ai tuoi occhi. Eppure, padrona mia,
-egli fu un tempo... un tempo!...
-</p>
-
-<p>
-— Sospiri? In verità, ci hai grazia. Par di sentire
-il mantice di Vulcano.
-</p>
-
-<p>
-— Venere si ricorda dei giorni passati nella fucina;
-sta bene; — ripigliò Cepione, facendo bocca
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-da ridere. — Sii Venere adunque per intiero, e
-riamami un poco. Vedi, cuoricino, il tuo Vulcano
-ha la fortuna di non essere neanche zoppo.
-</p>
-
-<p>
-— Mi fai orrore; va via! — diss'ella, schermendosi.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, ah! Siamo davvero a questi punti? — esclamò
-l'argentario, inarcando le ciglia e allungando
-le labbra con quel suo vezzo tra l'orgoglioso
-e il beffardo, che lo faceva rassomigliare ad uno
-scimmiotto quando fa le boccacce. — Tu dunque
-non vuoi la tua parte?
-</p>
-
-<p>
-— Di che?
-</p>
-
-<p>
-— Di Caio Sempronio, del tuo fido colombo. Sai,
-padrona mia bella? Tu lo pelavi; noi lo abbiamo
-arrostito.
-</p>
-
-<p>
-— Non capisco.
-</p>
-
-<p>
-— Amabile candore! Ti parlerò dunque alla
-buona. Noi prestavamo i danari che tu spendevi,
-o facevi spendere così allegramente. E ce ne sono
-andati, sai! Come poteva esser diverso? Viaggi e
-salmerie, da far ricordare una legione quando cambia
-presidio; vesti a carra, ori, perle e pietre preziose
-a palate; uno sciame di servitori; una villa
-da re; una nave di gala, come quella dei Tolomei;
-feste, conviti, scampagnate; tutto ciò rallegra la
-vita, ma costa caro, assai caro. Lo sappiamo ben
-noi, perchè era tutto sangue nostro. Sicuro, siamo
-stati noi gli spenditori; io, Furio Spongia e Crispo
-Lamia. Sebbene, quasi quasi si potrebbe dire
-che sono stato io solo, mentre gli altri due non
-erano che i miei prestanomi. Tu mi costi già due
-milioni di sesterzi, hai capito? due milioni di
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-sesterzi. E in meno di sei mesi! Tutto ciò è maraviglioso,
-e Giulio Cesare, il più grande scialacquatore
-di Roma, non avrebbe saputo far meglio.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella taceva.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi tu sapere come io mi sia arrisicato a
-fargli credito? — prosegui l'implacabile argentario. — Dei
-buoni! Avevo preso a volergli bene.
-È opera tua; amo chi tu ami; tu graffi, io bevo
-il sangue; tu peli, io arrostisco. Il nostro bel cavaliere
-ha ereditata da suo padre una larga sostanza;
-non così larga come si diceva per Roma,
-dove tutto si esagera, ma pur sempre ragguardevole;
-poniamo un quattro milioni di sesterzi. Ma vedi,
-quando il giovanotto ha conosciuto, te, divina
-Clodia Metella, ne aveva già divorato due milioni,
-o quello che certi usurai gli avevano dato per
-questa valuta, ipotecando i suoi fondi. Un milione
-lo ha mangiucchiato lì per lì; tra male
-spese e regali agli amici nella corsa primavera.
-Due milioni glieli abbiamo imprestati noi...
-</p>
-
-<p>
-— E ne rimane uno scoperto; — interruppe Clodia
-Metella.
-</p>
-
-<p>
-— Mi piace di vedere come calcoli a volo; — notò
-Cepione. — Sicuramente, c'è un milione di
-sesterzi, o giù di lì, per cui temiamo di dover rimanere
-allo scoperto.
-</p>
-
-<p>
-— E adesso? — chiese ella.
-</p>
-
-<p>
-— E adesso vogliamo vederci chiaro. Capirai
-che non si vuol restare così, mentre egli ci domanda
-dell'altro, e i primi creditori vogliono esser
-pagati. Io, per esempio, comprerei il credito, insieme
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-con Furio Spongia e Crispo Lamia, ma
-prima di far questo passo dobbiamo guardare se nelle
-sue sostanze c'è il pieno per esser pagati.
-</p>
-
-<p>
-— Ma dimmi, — ripigliò Clodia Metella, — quanto
-a imprestargli dell'altro...
-</p>
-
-<p>
-— Noto con piacere che ti prendi molta cura
-dei fatti suoi; — disse Cepione, ammiccando. — Ma
-sono dolente di doverti rispondere che, quanto
-a imprestargli dell'altro, non ne faremo nulla. Non
-ti ho detto, e non hai riconosciuto tu stessa, che
-c'è un milione di sesterzi in pericolo?
-</p>
-
-<p>
-— Egli dunque...
-</p>
-
-<p>
-— Non ha più un asse di suo. E il suo arcario
-Lisimaco, che ha saputa l'intenzione dei primi
-creditori e conosciuta l'esistenza dei nuovi, deve
-averglielo scritto l'altro dì. Ah, tu hai lavorato di
-fine, Clodia Metella; te lo dico io, che me ne intendo.
-E adesso, senti; quantunque tu sia la donna
-più generosa del mondo e il cuore di Caio Sempronio
-basti ad ogni tuo desiderio, son pronto, in nome
-della triade argentaria, a farti un presente, che sarà
-il nostro rendimento di grazie.
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo; — disse la matrona, guatandolo in
-viso con una espressione singolare.
-</p>
-
-<p>
-— È un consiglio; — soggiunse egli, ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! non so che farne.
-</p>
-
-<p>
-— No, rassicùrati, non è nemmeno un consiglio.
-È una notizia, dalla quale tu caverai tutto ciò che
-ti parrà meglio. Il tuo amante.... ti ha tradita.
-</p>
-
-<p>
-— Come? — gridò Clodia Metella, i cui occhi
-scintillarono improvvisamente, ma forse non al
-tutto dalla rabbia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ecco qua; si parla in Roma di certe nozze,
-alle quali un biondo cavaliere era stato invitato, di
-cui anzi egli era stato l'auspice. Si accenna ad una
-passeggiata in giardino. L'auspice e la sposa tornarono
-in casa per vie diverse. Le apparenze, lì
-per lì, erano salvate. Ma c'è della gente curiosa,
-al mondo, che troverebbe il nodo nel giunco. E
-questa gente ha trovato.....
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Parecchie cose, ha trovato. Anzitutto, un tronco
-d'albero appoggiato in un certo luogo al muro
-di cinta; poi due embrici rotti sulla corona del
-muro; poi una povera vecchia del vicinato, che
-aveva dato acqua al biondo cavaliere per lavarsi
-una scalfittura al ginocchio, ricevendone in
-dono una moneta d'oro. Ecco una moneta bene
-spesa, affè mia, per farsi conoscere da mezza Roma.
-Per Ercole, non tornava lo stesso salire su d'un
-tetto e gridare il suo nome alla gente?
-</p>
-
-<p>
-— Ah, l'infame! — mormorò Clodia Metella, che
-ben ricordava quella assenza di Caio Sempronio
-dagli orti Tiberini e la circostanza della scalfittura,
-da lui spiegata con una mezza bugia.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi? — incalzò Cepione. — Ecco il bel guadagno
-che si fa ad impacciarsi coi giovani, con
-questi farfalloni, che non stanno mai fermi in un
-luogo, e il cui solo diletto par quello di vagabondare
-dalle rose ai ligustri.... quando non è quello
-di dare una scorsa su qualche cesto di cavolo. E
-adesso che il nostro bel farfallone dal cavolo torna
-alla rosa, vedremo questa dischiudergli amorosamente
-le foglie, come se niente fosse...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Oh, non lo speri! — ribattè Clodia Metella. — Lo
-manderò dove va mandato, agli orti Ventidiani.
-Capisco ora perchè li aveva comprati e regalati,
-lui, che in fin dei conti non possedeva la
-sostanza di Lucullo, e non era stato nominato erede
-di un secondo Attalo!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Attalo era il personaggio favorito dei Romani,
-quando volevano citare un grande esempio di ricchezza.
-E la ragione era questa che Attalo III, re
-di Pergamo, detto Filometore, essendo morto senza
-figli ottant'anni addietro, aveva lasciato erede di tutte
-le sue sostanze il popolo romano. Il quale, colpito
-da tanta magnificenza, dimenticò volentieri che il
-testatore era un fior di briccone, che coltivava nel
-suo giardino tutte le piante velenose conosciute a'
-suoi tempi e impregnava del loro succo i fiori e
-le frutte che inviava a' suoi prediletti. Ma che
-cosa non fa dimenticare un bel gruzzolo di monete?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, un bel ricco! — notò Cepione. — E dove
-si sia ridotto, mi pare di avertelo detto poc'anzi.
-Se tu non lo soccorri, io temo...
-</p>
-
-<p>
-— Soccorrerlo, io? — interruppe Clodia Metella. — Tu
-se' pazzo, o Servilio. Mi vorresti così sciocca
-da rovinarmi per lui e da mandare la villa d'Albano
-e gli orti sul Tevere nel baratro in cui si
-sono sprofondati i suoi quattro milioni di sesterzi?
-Già, soccorrerlo! Perchè seguiti a fare il vagheggino
-con la moglie di Cinzio Numeriano! Neanche
-per sogno; o non son io, o lo pianterò su
-due piedi.
-</p>
-
-<p>
-— Brava! così va fatto; è il miglior modo per
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-non lasciarsi intenerire. M'immagino, — soggiunse
-con arguzia feroce il banchiere, — che ciò non avverrà
-senza sdegni e maledizioni, perchè, siamo
-giusti, sei tu, padrona mia bella, che l'hai ridotto
-allo stremo.
-</p>
-
-<p>
-— Io? Sono forse io che l'ho consigliato a spendere?
-Io non gli ho chiesto mai nulla. Io son patrizia
-romana, e della gente Claudia, la più nobile
-e la più antica di tutte.
-</p>
-
-<p>
-— O dove metti la gente Giulia? — domandò
-l'argentario, che ci prendeva gusto a punzecchiare
-la sua alleata.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, davvero, gran nobiltà! — rispose Clodia
-Metella. — Discendono da Giulo, il figlio di Enea.
-Ma, a buon conto, nella storia di Roma non compariscono
-che verso i principii della guerra punica.
-I Claudii, in quella vece, vennero dalla Sabina
-in Roma, sei anni dopo la cacciata dei re.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Era graziosa, quella quistione di antenati, in
-mezzo alle smanie per la infedeltà, o, a dire più
-veramente, la povertà di Tizio Caio Sempronio!
-Ma bisogna pensare che Claudia Metella ci aveva
-il suo pudore anche lei, ed era naturale che volesse
-nascondere sotto la nobiltà della stirpe quel
-brutto esempio d'ingratitudine che si disponeva
-a dare.
-</p>
-
-<p>
-Cepione, per altro, non volle menarle buono il
-suo fumo nobilesco.
-</p>
-
-<p>
-— Senti, padrona mia, — diss'egli col suo tono
-beffardo, — lasciamo in disparte gli antenati Sabini
-e i Troiani. Gli uomini si conoscono dalle
-opere loro. Tu fa vedere che sei nobile davvero
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-per te, non volendo aver che fare più oltre con gli
-straccioni. Io, domani o doman l'altro, gli fo sequestrare
-il suo talamègo e tutto quanto ha portato
-di buono con sè... anche le gioie.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, queste poi!
-</p>
-
-<p>
-— Certamente; — ripigliò l'argentario, facendole
-il bocchino; — ma insieme con lo scrigno,
-o, se ti piace meglio, con la dea che le porta.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Clodia chinò la testa e pensò. Infatti, era il caso
-di pensare da senno. Con quelle notizie che recava
-Cepione, e che del resto ella si aspettava un
-giorno o l'altro, la compagnia del bel cavaliere diventava
-un gran peso. Uscire di là, bisognava. E come
-ne sarebbe venuta a capo, se qualcheduno, a lei noto
-e interessato a servirla, non le dava una mano?
-</p>
-
-<p>
-Dopo alcuni istanti di pausa, in cui il suo cervello
-sottile fece molte miglia di cammino, Clodia
-Metella alzò con piglio risoluto la fronte, e, guardando
-fisso Cepione, gli disse, così tra il dubbio e
-l'affermazione.
-</p>
-
-<p>
-— La dea conserva i suoi donativi, non è egli
-vero? Sarebbe sacrilegio spogliarla.
-</p>
-
-<p>
-— S'intende. I voti non sono essi il premio
-delle grazie che ha fatte la dea? E non è giusto
-che conservi i suoi cuori d'oro, le sue armille,
-i suoi monili, dopo averseli così ben guadagnati?
-</p>
-
-<p>
-— Ne parleremo; — rispose Clodia, dopo un'altra
-piccola pausa.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non parlarne subito? — disse Cepione. — Padrona
-mia, queste risoluzioni si prendono a
-volo. Non si tratta per l'appunto di volar via?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Verissimo; ma senti, ecco il tuo cavaliere che
-torna.
-</p>
-
-<p>
-— Il mio! questa è buona davvero.
-</p>
-
-<p>
-— Tuo, o di Furio Spongia, o di Crispo Lamia;
-non siete voi altri che lo avete dissanguato?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il degno argentario stava già per rispondere qualche
-altra malignità, quando Caio Sempronio comparve
-nell'atrio, con la sua baldanza negli occhi e
-col sorriso sul labbro.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span></p>
-
-<h2 id="cap19">CAPITOLO XIX.
-<span class="smaller">Siamo agli sgoccioli.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Clodia Metella si era prontamente ricomposta
-con quella balìa di sè, che è propria delle donne.
-Non se l'abbiano a male, di grazia, le mie buone
-lettrici. Io penso che sia una virtù il sapersi padroneggiare,
-così nelle piccole cose come nelle
-grandi, e se è vero che la necessità aguzza l'ingegno
-dell'animale pensante, come svolge e perfeziona
-l'istinto del bruto, si può ben dire che la
-soggezione in cui, da che mondo è mondo, fu sempre
-tenuta la donna, le abbia appunto accresciuta
-la virtù del dissimulare, e data in pari tempo la
-scusa.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a Servilio Cepione, il nostro vecchio
-argentario ci aveva un grugno così fatto, che
-poco ci voleva a nascondere i moti nell'animo.
-Il sorriso e la smorfia erano tutt'uno per lui.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio rimase un po' sconcertato alla
-vista inattesa del suo ippopòtamo. Ma infine,
-quella medesima qualità che più doveva dargli
-molestia, poteva anche rendergli gradita la presenza
-di lui. Era un creditore. Ora, coi creditori,
-non ci son vie di mezzo; o sprofondarsi in inchini,
-o buttarli dalla finestra. Almeno, questa è l'opinione
-dei debitori, che in questa materia sono i
-giudici più autorevoli. Caio Sempronio, debitore
-maraviglioso, non poteva onestamente appigliarsi
-al secondo partito, anche per la ragione che
-incominciava a trovarsi al verde, e, alla vista
-di Servilio Cepione, gli parve che gli si presentasse
-la fortuna, col corno dell'abbondanza tra
-mani.
-</p>
-
-<p>
-Lo accolse dunque benissimo, e gli mosse incontro
-con le braccia distese.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Cepione! Che buon vento ti ha condotto
-tra noi?
-</p>
-
-<p>
-— In verità, — disse quell'altro, — il vento non
-ci ha avuto a far nulla. Son venuto per terra.
-Del resto, come dicevo poc'anzi alla nostra Clodia
-Metella, una ragione poco piacevole mi ha tirato
-fin qua. I medici mi hanno ordinati i bagni di
-mare, per una certa salsedine che m'è venuta alla
-pelle.
-</p>
-
-<p>
-— Malattie dei ricchi! — notò Caio Sempronio
-ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, non parlar di ricchezze! Non si fa
-nulla.....
-</p>
-
-<p>
-— E i danari dormono nelle arche, infruttuosi,
-non è vero? Ma sta di buon animo, Servilio; presto
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-ti darò occasione io, di srugginire le chiavi del
-forziere.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Cepione fece un muso lungo una spanna.
-</p>
-
-<p>
-— Basta, ne parleremo; — prosegui Caio Sempronio. — Oggi
-si sta allegri. Rimani con noi,
-ci s'intende?
-</p>
-
-<p>
-— No, ti ringrazio. Sono qui per curare la mia
-salute e non posso fare la vostra vita da epicurei.
-</p>
-
-<p>
-— Che! Ti spaventi di poco. Pensa che l'allegria
-fa buon sangue.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni almeno a cena da noi; — disse Clodia
-Metella, secondando abilmente le premure del compagno.
-</p>
-
-<p>
-Cepione si lasciò persuadere. Oramai era accettato
-in casa e poteva aspettare tranquillamente
-il buon punto. Fatte poche altre chiacchiere sul
-più e sul meno, il degno uomo prese commiato
-per andare alla sua bagnatura, e Caio Sempronio
-lo accompagnò cortesemente fino all'uscio di
-strada.
-</p>
-
-<p>
-— Poveraccio! — diss'egli tornando nel tablino,
-ove Clodia Metella attendeva ad alcuno di quei
-nonnulla, che le donne chiamano lavori, mentre
-non sono altro che passatempi. — È un avaro, uno
-strozzino; ma in fondo in fondo è migliore della
-sua fama.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il nostro cavaliere vedeva tutto color di rosa, in
-quel giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Padrona mia dolce, — soggiunse egli, — sono
-stato fuori un po' troppo. Ma la colpa fu del lavoro,
-che non era finito. Ecco il tuo diadema. Va
-bene così?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-</p>
-
-<p>
-Clodia ammirò, e si volse a guardare il giovine
-col più lusinghiero dei suoi dolci sorrisi.
-</p>
-
-<p>
-Ora, chi nol sa? i sorrisi d'una bella donna si
-bevono, e scendono al cuore più soavi dell'ambrosia,
-o del nèttare. «Niente è più dolce del
-miele» ha detto Salomone; e certo l'autorità è
-grande, nè si può così leggermente contraddirgli.
-Pure, io porto opinione che il sapientissimo re non
-badasse troppo a quel che diceva. Se ci avesse
-pensato un pochino, metto pegno che si sarebbe
-ricordato. Poffaremmio! Che tra i mille sorrisi
-raccolti nel suo palazzo (e dico mille, perchè ne ha
-tenuto il conto la storia), non ce n'avesse uno da
-valer più d'un favo di miele?
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio bevette senz'altro quel sorriso di
-Clodia, e nella dolcezza ond'era tutto compreso dimenticò
-ogni sopraccapo.
-</p>
-
-<p>
-— Mia bella amica, — le bisbigliò quindi all'orecchio, — io
-ti amo. E tu?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella non rispose. Ma fece meglio; gli
-gettò le braccia al collo.
-</p>
-
-<p>
-— Dopo tutto, è un bel giovane; — pensò la
-bella patrizia, che se ne intendeva. — Peccato che
-non sia più ricco!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Fu quella l'orazione funebre agli amori di Tizio
-Caio Sempronio. Ma che importava ciò, se il morto
-era calato nel monumento con una ghirlanda di rose?
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno la cena fu gaia oltre l'usato. Il nostro
-cavaliere avea l'aureola dei beati intorno alla
-fronte; e Clodia Metella..... Abbiamo veduto come
-sapesse padroneggiarsi e dissimulare, quella gentile
-alunna di Venere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-</p>
-
-<p>
-In mezzo a tutti i piccoli episodii della serata,
-Cepione trovò il modo di dire alcune parole all'orecchio
-di Clodia. Ma Caio Sempronio, dal canto
-suo, trovò il modo di parlare un tratto da solo a
-solo con Cepione.
-</p>
-
-<p>
-— Amico mio, quattro parole.
-</p>
-
-<p>
-— Ci siamo! — pensò l'argentario. — Attenti a
-parare la botta.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E ad alta voce soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Mio cavaliere, sentiamole.
-</p>
-
-<p>
-— Forse già le indovini. Ho bisogno di danaro.
-</p>
-
-<p>
-— Non ne ho. Ti parrà strano, e i tuoi occhi me
-lo dicono chiaramente, prima che parlino le labbra.
-Ma il fatto è questo: non ne ho. In questi mesi mi
-sono andati a male parecchi negozi e mi trovo
-in secco.
-</p>
-
-<p>
-— Mi duole..... per te e per me; — disse, dopo
-una breve pausa, Caio Sempronio. — Ma, poichè
-mi sei amico.....
-</p>
-
-<p>
-— Amicone! Amicone! — interruppe l'argentario,
-prendendogli una mano e battendogli così amorevolmente
-sul braccio, che non pareva più lui.
-</p>
-
-<p>
-— Orbene, poichè così è, potrai parlarne o scriverne,
-che sarà meglio, al tuo collega Furio Spongia,
-a Crispo Lamia, a qualcun altro delle Botteghe
-Vecchie.
-</p>
-
-<p>
-— Ahi, ahi! — esclamò Cepione, con quell'aria
-di soave malinconia che assumono i mercanti sulle
-difese, e in generale tutti gli uomini che stanno
-per negarvi un servizio. — Le Botteghe Vecchie
-sono chiuse.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Da quando? — domandò Caio Sempronio, che
-lì per lì non aveva capito il senso riposto della
-frase di Cepione.
-</p>
-
-<p>
-— Da quando hanno incominciato a diffidare.
-Bada, non sono io che parlo; riferisco i discorsi
-degli altri. C'è Furio Spongia che asserisce aver
-tu preso ad imprestito per somme di gran lunga
-superiori alle tue sostanze.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! dice questo, il briccone?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, ed aggiunge di averne le prove. A
-me, che volevo persuaderlo del contrario, perchè
-ho fede in te, e dopo tutto non mi spaventerei
-d'aver perduta una parte del mio, pur di averti
-potuto rendere un servizio, a me, dico, Furio
-Spongia ha risposto di essersi abboccato col tuo
-arcario e di averlo costretto a convenirne, dopo
-tirata la somma di tutti i tuoi debiti, antichi e nuovi.
-Anzi, mi aggiungeva che Lisimaco... Ê così che si
-chiama il tuo cassiere?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, va innanzi; — disse Caio Sempronio, impaziente
-di giungere al fine.
-</p>
-
-<p>
-— Mi aggiungeva dunque che Lisimaco, turbato
-da quella improvvisa scoperta, che rendeva inutile
-il suo ufficio, ti aveva scritto una lettera.
-</p>
-
-<p>
-— A me? Non so nulla di ciò.
-</p>
-
-<p>
-— Eppure, quella medesima sera il messaggiero
-era partito da Roma.
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta; — disse Caio Sempronio. — Ora
-mi rammento. Dev'essere stato quindici giorni fa.
-Lisimaco infatti mi scriveva..... Ma in verità, non
-so che cosa mi scrivesse, perchè non ho letto il
-messaggio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Leggilo ora, e vedrai.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il nostro cavaliere, scombussolato da quelle ingrate
-notizie, andò nella sua camera, aperse la
-capsa e trovò la lettera del suo povero arcario.
-Era un piagnisteo dalla prima all'ultima parola.
-Lisimaco aveva riconosciuti ad uno ad uno gli
-sdruci fatti dal cavaliere nel suo patrimonio, e
-conchiudeva malinconicamente col dirgli: «tu non
-hai più nulla del tuo; i creditori sequestreranno
-ogni cosa, e, quel che è peggio, i tuoi poderi
-non basteranno a coprire i debiti, così numerosi
-ed ingenti, come hai avuto il senno di farli.»
-</p>
-
-<p>
-Rimase di sasso. Non ignorava già di andare
-alla rovina, ma non credeva di giungerci così presto.
-Altro che fermarsi allo scrimolo! Egli era già
-a gambe levate nel vuoto.
-</p>
-
-<p>
-Il primo pensiero che gli usci formato ed intiero
-da quella gran confusione, fu per la donna amata
-da cui avrebbe pure dovuto separarsi.
-</p>
-
-<p>
-— E Clodia? Che dirà Clodia? Come l'avvertirò
-io di tanta sciagura?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La conclusione del suo soliloquio si fu che per
-quella sera non avrebbe parlato di nulla. Rimettere
-le noie al dimani è sempre stata la gran regola
-degli uomini a modo.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno dopo, era meno che mai disposto a
-parlare. Andò in quella vece a trovar l'argentario,
-per vedere se fosse possibile di intenerirlo.
-</p>
-
-<p>
-— Senti; — gli disse; — l'autunno è inoltrato
-e a giorni mi bisognerà ritornare a Roma. Fa ancora
-uno sforzo, e t'assicuro che sarà l'ultimo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lo vorrei, per Saturno, ma non posso. Tu
-vuoi cavar sangue da una rapa. Ho appena il danaro
-bastante per viver qui una ventina di giorni,
-da solo e senza uscire di riga. Quanto a Furio
-Spongia e a' suoi degni colleghi, mi pare di avertene
-detto abbastanza ier sera. Credo anzi che abbiano
-intenzione di rivolgersi al pretore, se già
-non lo hanno fatto, per tutelare i loro diritti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Al nostro eroe cascarono a dirittura le braccia.
-</p>
-
-<p>
-— Siamo già a questi punti! — diss'egli.
-</p>
-
-<p>
-— Mah! Io non ne so nulla; ti ripeto quello che
-ho inteso a dire e ti aggiungo quello che temo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio usci disperato dal diversorio, in
-cui era alloggiato il feroce argentario.
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno fu tutto per Clodia. E lei? Quanto
-a lei, lettori umanissimi, non so dirvi che pensieri
-le girassero per la fantasia. Sbadigliare non fu vista
-da alcuno, e se vi dicessi, per certe mie induzioni,
-che reprimeva gli sbadigli e gli atti d'impazienza,
-temerei di asserire una cosa non vera.
-L'hanno tanto lacerata, quella povera Clodia Metella,
-che non ci sarebbe misericordia da parte nostra
-ad imitare i suoi contemporanei. Ammettiamo,
-per farla finita, che le dolesse di vedere il suo
-Caio Sempronio così presto andato a male, ma che,
-da donna assennata qual era, desiderasse in cuor
-suo di trovare un'uscita, e per lui e per sè.
-</p>
-
-<p>
-— Stamane, se permetti, — le disse il povero
-cavaliere, — vo fuori.
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— Fino a Puteoli. Ho da vedere un amico.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella indovinò così a mezz'aria che tutto
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-stava per finire, e non volle trattenerlo. Per altro,
-una parola ci voleva; e la parola fa questa:
-</p>
-
-<p>
-— Purchè non si tratti d'una donna!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, non temere! Chi ama te, le dimentica
-tutte.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto, si allontanò, ma non senza volgere dal
-fondo dell'atrio una lunga occhiata a lei, che gli
-sorrideva dal tablino aperto, bella e fresca come
-l'aurora.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciarla! pensava egli intanto. — Non
-ne sento il coraggio. Udiamo prima il consiglio di
-un savio.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Chi era costui, che doveva metter bocca sulle
-faccende di Tizio Caio Sempronio? Aspettate, e
-lo vedrete. Il pensiero di far capo a costui gli
-era nato nella notte, e, cosa strana, posando al
-fianco di Clodia. Il mondo è pieno d'antitesi, e
-il cervello dell'uomo, che è un piccolo mondo,
-ne ha una ad ogni svolta delle operose sue cellule.
-</p>
-
-<p>
-La barca su cui era salito il nostro cavaliere
-andava a tutta forza di remi verso Puteoli; ma
-volse a riva, prima di giungere in vista di quel
-piccolo porto. Colà si vedeva una villa graziosa,
-le cui mura dipinte di cinabrese s'inerpicavano
-per la verde costiera, andando a congiungersi al
-sommo di un poggio, dove sorgeva una casa foggiata
-a mo' di tempio greco. Questa almeno era
-l'apparenza sua, derivata dal portico d'ordine dorico,
-che correva lungo la fronte dell'edifizio.
-</p>
-
-<p>
-Quel luogo dicevasi l'Academia, e gli eruditi
-hanno già capito a chi appartenesse. Noi che non
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-siamo eruditi (e ci corre) prenderemo ad imprestito
-un po' della loro dottrina, per dirvi che Acadèmo
-era un cittadino ateniese, il quale aveva nominato
-il popolo erede dei suoi orti, convertiti
-poscia in pubblico passeggio, cinto di mura da
-Ipparco, abbellito da Cimone, illustrato dai discepoli
-di Platone, che vi si raccoglievano a disputare;
-donde la scuola ebbe il nome di Academia.
-Ma perchè tuttociò non vi chiarirebbe ancora le
-origini dell'Academia di Puteoli, aggiungeremo
-che un grande romano aveva imposto quel classico
-nome alla sua casa di campagna, posta colà,
-tra Puteoli e il lago d'Averno, abbellendola di
-portici e circondandola di giardini, ad imitazione
-dell'Academia di Atene. E quest'uomo, ormai lo
-hanno indovinato anche i non eruditi, si chiamava
-Marco Tullio Cicerone.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio, smontato dal burchiello alla
-riva, salì per un sentieruolo, che, serpeggiando attraverso
-una macchia di corbezzoli e di frassini,
-metteva all'abitazione del magno oratore. Tutto in
-quel luogo era grazioso e severo ad un tempo; si
-capiva alla bella prima che dovesse essere il romitorio
-d'un filosofo, e che quel filosofo fosse anche
-un uomo di buon gusto. Alla mente del nostro
-cavaliere s'affacciò per l'appunto una sentenza
-dell'Arpinate, che doveva essere nata colà: <i>hic mihi
-jucundior solitudo, hic et amicitia jucundior</i>.
-</p>
-
-<p>
-Fu annunziato l'arrivo del nostro eroe, mentre
-il più elegante dei pensatori romani stava dettando
-una delle auree sue pagine al suo liberto, amico
-e discepolo, Marco Tullio Tirone. Non ignorate
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-per fermo che i liberti prendevano il nome dei
-loro antichi padroni.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio non voleva riuscire molesto in
-quell'ora solenne, e il filosofo approfittò delle cortesi
-sollecitazioni di lui, per finir di dettare uno
-dei suoi capitoli immortali. Cicerone stava appunto
-per condurre a termine il trattato «Della Vecchiaia»
-che è senza fallo uno dei suoi migliori,
-anzi l'ottimo fra tutti, per la purezza della forma
-e la dignità dei pensieri.
-</p>
-
-<p>
-In quel libro parlava Catone il Maggiore, ma un
-Catone riveduto e corretto dall'ingegno altissimo
-di Marco Tullio, che si levava nella chiusa ad
-inarrivabili altezze.
-</p>
-
-<p>
-— «Nessuno, o Scipione, mi persuaderà mai,
-che il padre tuo Paolo, o i due avi Paolo e l'Africano,
-o il padre dell'Africano, o lo zio, o molti
-altri valentuomini che non accade di enumerare,
-avrebbero operato tante cose degne del ricordo
-della posterità, se non avessero veduto con l'occhio
-della mente che la posterità era ad essi dovuta. O
-pensi che io (per lodare un tratto anche me, alla
-guisa dei vecchi) mi sarei tolti sugli omeri tanti
-assidui travagli in città e nel campo, se avessi
-pensato di dover chiudere la mia gloria in quei
-medesimi confini in che la mia vita doveva esser
-chiusa? E non sarebbe stato assai meglio trarre
-oziosa la vita e quieta, senza alcuna fatica, o contrasto?
-Senonchè, io non so come, l'animo mio,
-sollevandosi, sempre così vedeva la posterità, come
-se, dopo la morte, avesse a continuargli la vita.
-La qual cosa se non procedesse in tal modo, che
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-le anime nostre fossero immortali, l'intelletto degli
-ottimi non si travaglierebbe di certo per conseguire
-una gloria immortale. E perchè credete
-voi che muoiano di buon animo i sapienti, e tutto
-al contrario gli stolti? O non vi pare che l'animo
-il quale più scorge, e più lontano, s'avveda per
-l'appunto di partire per regioni migliori, mentre
-chi ha ottusa la vista nol vede? Sì, veramente, io
-m'esalto nel desiderio di vedere i padri vostri, che
-ho rispettati ed amati; nè quei soli che io stesso
-conobbi, ma altresì coloro dei quali udivo e leggevo,
-e intorno ai quali scrissi nei miei libri di
-storie. Pronto alla partenza per quei luoghi, nessuno
-varrebbe a trattenermi, volesse anco ritornarmi
-alla prima giovinezza, ricuocendomi, come
-si narra del vecchio Pelia aver fatto Medea. E se
-pure un Dio mi concedesse di tornar bambino, così
-che io dovessi vagire in cuna, in verità ricuserei,
-non volendo, quasi alla fine del mio corso, dalle
-riprese essere ricondotto alle mosse.»&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-— Stupendo! — esclamò Caio Sempronio, che
-non seppe trattenere lo scoppio della sua ammirazione.
-</p>
-
-<p>
-Marco Tullio, a cui piaceva la lode, pagò quella
-esclamazione con un sorriso e con un cenno amichevole
-del capo; indi continuò la sua dettatura:
-</p>
-
-<p>
-— «Invero, che cos'ha la vita di utile, o non
-piuttosto di travaglio? Ma l'abbia pure; essa ha
-certamente, dopo tutto, la sua noia e il suo termine.
-Non mi piace adunque di rimpiangere la vita,
-come molti ed anche savii hanno fatto. Neanche
-mi pento di essere vissuto, perchè sono vissuto in
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-tal guisa da non credermi nato invano, e da questa
-vita mi parto, come si fa da un ospizio, non
-come da una casa. Infatti a noi la natura diede
-l'albergo per soggiornarvi, non già per abitarvi.
-O splendido giorno, nel quale io parta per quel
-consesso di anime divine e mi allontani da questa
-turba e confusione di gente! Nè solo andrò
-a quegli uomini dei quali ho detto poc'anzi, ma
-eziandio a Liciniano mio figlio, di cui non nacque
-uomo migliore, nè chi lo avanzasse in pietà; il
-cui corpo fu abbruciato da me, quando era più
-naturale che il mio lo fosse da lui. L'anima sua
-non mi abbandonò, veramente; anzi, mirando a
-me di continuo, s'avviò a quel luogo dove sapeva
-che io pure avrei dovuto giungere un giorno. La
-quale sventura mia io parvi sopportare con fortezza,
-non perchè mi vi acconciassi di buon animo,
-ma perchè me ne consolavo, stimando non esser
-lontane tra noi la dipartita e l'assenza. Per queste
-cose, o Scipione (che mi dicevi di averne fatte
-spesso le meraviglie con Lelio), la vecchiezza, non
-che molesta, mi torna dilettevole e cara. Che se
-io m'inganno nel credere immortali le anime
-umane, volentieri m'inganno, nè voglio mi si tolga
-un errore, che abbellisce la mia vita. Se morto
-non sentirò più nulla, come credono certi filosofastri,
-non temo che i filosofi, morti anche loro,
-abbiano a deridere questa mia illusione. Che se
-poi non dobbiamo essere immortali, tuttavia è desiderabile
-per l'uomo di estinguersi al suo tempo.
-Imperocchè la natura, come in tante altre cose,
-così ha una misura nel vivere. E la vecchiezza
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-è come il compimento della vita; è il quint'atto
-della commedia, in cui dobbiamo sfuggire ogni
-ombra di stanchezza, segnatamente dove si aggiunga
-la sazietà. Queste cose avevo a dire della
-vecchiaia, a cui v'auguro di pervenire, affinchè le
-cose udite da me possiate trovar giuste, mercè la
-vostra esperienza.»&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'amanuense aveva finito di scrivere, e Cicerone
-diede una rifiatata di contentezza.
-</p>
-
-<p>
-Anche questa è condotta a termine; — diss'egli. — E
-quasi quasi mi duole. Ci si separa mal
-volentieri da un amico; e questo lavoruccio era
-un amico per me.
-</p>
-
-<p>
-— Tu lavori sempre, ad onore di Roma, — notò
-con timido accento il giovine cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Così tu dicessi il vero! Confermeranno i posteri
-la tua sentenza? Ecco il punto. Ad ogni modo,
-fo quanto è in me per meritarla. Le lettere mi
-consolano in ogni studio della vita, e, come tu
-vedi, mi seguono anche in villa. E adesso, o Tirone, — soggiunse
-il grande uomo, — va a ricopiare
-lo scritto; lo manderemo agli amici, se credi
-che ne valga la spesa. Io udrò frattanto questo umanissimo
-giovine.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Tirone raccolse le sue tavolette e si ritirò, mentre
-Caio Sempronio si faceva innanzi.
-</p>
-
-<p>
-— Tu vorrai perdonarmi l'indugio; — continuò
-Cicerone. — Noi vecchi abbiamo sempre qualche
-ricordo da lasciare a chi verrà dopo; e guai a noi,
-se perdiamo il filo, perchè il tempo incalza e la
-Parca ci attende.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il grande oratore e filosofo sentiva già forse vicina
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-la morte. Infatti, sei anni dopo, egli moriva
-coraggiosamente, nel sessantesimo quarto anno
-d'età, vittima delle ire d'Antonio che egli aveva
-fulminato con le sue filippiche, piene di tanto amore
-per la patria e di tanta devozione alla causa della
-libertà, che pur vedeva perduta. I soldati recarono
-la sua testa a Fulvia, la moglie di Antonio, e la
-fierissima donna, impugnato lo spillo che le teneva
-raccolti i capegli, vendicò sulla lingua del morto
-le dure verità dette dai rostri al suo secondo e al
-suo primo marito. Ricorderete che innanzi di dar
-la mano al futuro amante di Cleopatra, il quale
-la trattò poi secondo i suoi meriti, facendola morire
-di dolore e di gelosia, Fulvia era stata la moglie
-di Publio Clodio.
-</p>
-
-<p>
-— Ma lasciamo questi vani discorsi; — proseguì
-Cicerone. — In che cosa può giovarti l'opera
-mia?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio gli espose allora in poche parole
-il caso suo, riserbandosi di tornarci sopra con
-maggior diffusione, per tutti quei particolari che
-al sommo giureconsulto mettesse conto di sapere.
-Cicerone, che aveva conosciuto da vicino il padre
-di lui, lo ascoltò con molta benevolenza e volle
-conoscere tutto, dall'a fino alla zeta.
-</p>
-
-<p>
-— C'è una donna, di mezzo! — esclamò. — Dovevo
-immaginarmelo. Giovani matti, che non ricordate
-essere stata una donna la causa dell'eccidio
-di Troia! È vero per altro — soggiunse egli, ridendo
-umanamente della sua medesima osservazione, — che,
-se non cadeva Troia, non nasceva
-Roma. Dunque, perdoniamo alle donne, e tiriamo
-avanti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il nostro cavaliere proseguì il suo racconto, nel
-quale gli occorse anche di profferire il nome di
-Clodia Metella. E questo non giunse nuovo a Marco
-Tullio, che rammentò allora il teatro di Pompeo
-e la rappresentazione della <i>Casina</i> di Plauto, alla
-quale abbiamo fatto assistere i lettori.
-</p>
-
-<p>
-— Io non ti dirò nulla di lei; — disse il magno
-oratore. — Sarei un testimonio sospetto. A me
-basta che tu, sapendo quello che io ne ho detto
-al tribunale pochi anni or sono, non abbia temuto
-di venire da me per consiglio. Forse intendevi che,
-dopo quanto t'è occorso, ero io il tuo alleato naturale.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Queste parole di Cicerone svegliarono nel cuore
-di Caio Sempronio un vago senso di tristezza.
-Egli non aveva pensato a nulla di tutto ciò che
-il suo illustre interlocutore vedeva in quella visita,
-fatta piuttosto a lui che ad un altro. Era andato
-da Marco Tullio, per la stima che aveva grandissima
-del suo ingegno, per la stessa urgenza del
-caso, che non portava di andare a cercare un consigliere
-lontano, mentre ce n'era uno a pochi passi
-da Baia, e in fondo in fondo anche per quella
-virtù dell'istinto, che nei supremi momenti ci fa
-indovinare da qual parte si trovino gli aiuti più
-poderosi. Ma quell'accenno del grand'uomo al passato,
-gli fece provare una specie di rimorso, che
-si mutò in corruccio, non contro Cicerone, bensì
-contro sè stesso.
-</p>
-
-<p>
-— Forse ho dubitato di lei? — pensò Caio tra
-sè. — E venendo a chieder consiglio da Marco
-Tullio, intendevo forse di vendicarmi su lei? Mi
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-sono rovinato per quella donna, è vero, ma come
-mi sarei rovinato per un'altra, nè più, nè meno.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'interna battaglia che io vi ho descritta con
-tante parole, durò a mala pena un istante. E in
-pari tempo il nostro cavaliere sentì il bisogno di
-sviare il discorso.
-</p>
-
-<p>
-— Forse, — diss'egli, — la causa non è degna
-di te, ed io ho abusato....
-</p>
-
-<p>
-— No, non credere che sia da meno del mio
-povero ingegno; — interruppe Cicerone. — Te lo
-dirò con Terenzio: sono uomo, e nessuna delle
-umane miserie ha da essermi straniera. Mi occuperò
-del tuo caso, appena sarò di ritorno in Roma.
-Io non mi sono trattenuto a Puteoli che per finire
-il mio libro. Ma il Foro mi richiama da un pezzo,
-e fo conto di partire domani o doman l'altro. Vieni
-a vedermi laggiù e conducimi il tuo Lisimaco, per
-tutti i ragguagli e per tutti gli schiarimenti che
-mi saranno necessarii. Comunque esso valga, il
-mio patrocinio lo avrai.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! — gridò il cavaliere. — Tu mi ridoni la
-vita. Con te si vince di sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— No, non cantar vittoria, te ne prego. Un cattivo
-avvocato può perdere una causa buona; un
-buon avvocato non può guadagnarne una cattiva.
-Almeno, — soggiunse, con una restrizione che gli
-pareva necessaria, — se il giudice è onesto.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio si accomiatò finalmente dal
-grande oratore, promettendogli che pochi giorni
-dopo si sarebbe presentato a lui, nella sua casa
-al Palatino.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span></p>
-
-<h2 id="cap20">CAPITOLO XX.
-<span class="smaller">Una va e l'altra viene.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Egli ritornò alla riva con la morte nel cuore. Con
-che animo avrebbe egli detto a Clodia Metella:
-partiamo alla volta di Roma? Non sarebbe bisognato
-confessarle ogni cosa? E quella confessione
-non l'avrebbe fatta arrossire?
-</p>
-
-<p>
-Pure, non si poteva fare altrimenti. Caio Sempronio
-si rassegnò, implorando da Minerva una
-buona ispirazione, pel momento in cui si sarebbe
-trovato da solo a solo con Clodia.
-</p>
-
-<p>
-La navicella toccò la riva di Baia, senza che egli
-avesse trovato niente di meglio nella gran confusione
-del suo cervello. Balzò tuttavia sollecito a
-terra, e corse, volò, al nido dei suoi poveri amori;
-nido diletto, da cui gli era pur necessario allontanarsi
-tra breve.
-</p>
-
-<p>
-Il silenzio regnava in Citera. La sua bella compagna
-non era ad attenderlo, come soleva, sotto il
-vestibolo. L'atrio era deserto, e deserto il tablino.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ahimè! — pensò egli in cuor suo. — così
-sarà deserto il luogo domani. Vedete come è già
-triste fin d'ora.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio tornò indietro, per chiedere della
-signora all'ostiario.
-</p>
-
-<p>
-— È uscita; — gli disse Piramo, il servo che
-già conosciamo fin dai principio di questo racconto.
-</p>
-
-<p>
-— E dove è andata?
-</p>
-
-<p>
-— Non so. Ma aspetta, padrone; forse te l'ha
-scritto in una lettera, che ha consegnata alle sue
-donne, poco prima di uscire.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio sentì al cuore una stretta violenta.
-Piantò l'ostiario al suo posto, infilò la fauce
-che s'apriva a fianco del tablino, e riuscì nel peristilio,
-dove stavano le ancelle di Clodia. Erano
-tre, quelle che Clodia aveva condotte seco da Roma,
-l'ornatrice e due cosmète; ma Caio Sempronio
-non vide che queste due, intente a ripiegare panni
-e chiuderli in certi forzieri, come se facessero i
-preparativi per mettersi in viaggio.
-</p>
-
-<p>
-Il cavaliere si avvicinò alle donne, e, senza porre
-tempo in mezzo, domandò:
-</p>
-
-<p>
-— C'è una lettera per me?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, mio signore; — disse una delle cosmète. — Eccola
-qui. La padrona mi ha raccomandato di
-non smarrirla, e la tenevo in tasca aspettando il
-tuo arrivo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio prese il messaggio di Clodia.
-Era un pugillare, come il primo che aveva ricevuto
-da lei. Ruppe il suggello con ansia indicibile,
-e lesse.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non erano che pochi versi, segnati in fretta, e
-come a mano volante.
-</p>
-
-<p>
-«Io parto. Non cercare di raggiungermi, perchè
-tutto è finito tra noi. Pensa agli orti Ventidiani, e
-consòlati.»
-</p>
-
-<p>
-Il povero giovane rimase esterrefatto. Mentre egli
-ritornava, pensando tra sè come dirle delle sue
-strettezze, ella si allontanava da lui, lo abbandonava,
-e per sempre! Gli orti Ventidiani! Chi mai
-aveva potuto informarla?... Era gelosa; questo almeno
-appariva dalla lettera. Ma una donna veramente
-gelosa non sarebbe rimasta, per rinfacciargli
-prima il suo tradimento? Costei invece partiva,
-senza attendere nemmeno le sue discolpe, o
-i suoi recisi dinieghi. Perchè, infine, quali erano
-i testimonii? E non poteva anche esser falsa la
-accusa?
-</p>
-
-<p>
-Tutte queste erano belle ragioni; chè il nostro
-eroe, quando voleva, ragionava anche lui
-e meglio d'un libro. Ma, anche col torto dalla
-parte sua, Clodia Metella era sparita, e il pensiero
-della sua insigne durezza non era quello
-che potesse lì per lì consolare il povero Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-Egli rimase un tratto sospeso, col suo pugillare
-tra le mani. Finalmente, gli balenò l'idea di domandare
-alle donne con chi fosse andata la loro
-padrona.
-</p>
-
-<p>
-— Non sappiamo; — risposero.
-</p>
-
-<p>
-— E tu? — chiese all'ostiario che aveva indovinata
-la catastrofe e seguito a rispettosa distanza
-il padrone.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ê andata con un vecchio... con quel grasso
-che pare il dio Sileno....
-</p>
-
-<p>
-— Ah, per gli Dei infernali! — gridò il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-Voleva dire dell'altro, ma si trattenne in tempo,
-ricordando che ci aveva quei tre, a testimoni delle
-sue furie.
-</p>
-
-<p>
-— Contate di partire, voi altre? — chiese alle
-due cosmète, dopo un istante di pausa.
-</p>
-
-<p>
-— Se tu ce lo consenti; — rispose la più vecchia
-di loro. — La padrona ci ha detto di aspettare
-i tuoi ordini.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Al nostro eroe toccava ancora di pagare alle due
-ancelle di Clodia le spese del viaggio. Era l'atellana
-dopo la tragedia!
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — replicò Caio Sempronio, con lo stesso
-accento con cui avrebbe detto: male! — Andrete
-quando vi piacerà. E tu e i tuoi compagni, — soggiunse,
-volgendo la parola all'ostiario, — aspettate.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto, andò fuori, per respirare più libero, e
-mettere, se gli riusciva, il cervello a partito. Baia,
-il suo golfo, i colli tutto intorno, gli parvero un
-deserto. Per giunta, il cielo s'era abbuiato, e il
-mare, ai primi soffi dello scirocco, aveva preso un
-colore di piombo.
-</p>
-
-<p>
-Guardando a caso dalla parte di Cuma, il nostro
-cavaliere vide venire per la via maestra una reda,
-tirata rapidamente da due robusti cavalli bianchi.
-Quel cocchio, come fu giunto davanti al cancello
-di Citera, si fermò, e Caio Sempronio vide una
-matrona che si disponeva a discendere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Forse lei, che ritorna? — pensò, senza badare
-che la dama era sola e che quei cavalli bianchi
-non erano i suoi.
-</p>
-
-<p>
-Intanto, attratto da una forza irresistibile, volò
-verso il cancello. La matrona era discesa e gli veniva
-incontro sorridendo. Non era Clodia; era Giunia
-Sillana.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, come son lieta di vederti! — esclamò la
-bella patrizia. — E come mi rallegro di non essere
-tornata indietro! Ero già sul punto di farlo,
-vedendo il mal tempo; la qual cosa mi avrebbe
-tolto il piacere di stringerti la mano.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio s'inchinò, e le porse la destra, così per rispondere
-alla sua cortesia, come per aiutarla a
-salire su pel viale. Per altro, non aveva aperto
-bocca.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei triste; perchè? — dimandò Giunia
-Sillana, notando il suo silenzio e non potendo ascriverlo
-a mancanza di riguardi.
-</p>
-
-<p>
-— Signora mia... — balbettò il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-E finì la sua frase con un sospiro tanto fatto.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che c'è? Voglio saperlo. Ah, forse, — soggiunse,
-sorridendo, — qualche nuvola viatrice?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, viatrice, l'hai detto; — rispose il giovine,
-crollando la testa. — Clodia Metella è partita.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E poichè Giunia Sillana mostrava di maravigliarsi
-del fatto, cavò il pugillare dalla cintura e
-lo aperse sotto gli occhi di lei.
-</p>
-
-<p>
-— Ed io che ero venuta a visitarla! — gridò la
-signora, giungendo le mani. — Ma come? che capriccio
-l'ha presa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lo so io? Così avessi saputo prima a chi gittavo
-il mio cuore! — rispose egli, sbuffando.
-</p>
-
-<p>
-— Povero Caio! E con chi è andata? Con qualche
-pantomimo?
-</p>
-
-<p>
-— No; con Servilio Cepione, con l'argentario.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, con quel vecchio otre? con quella montagna
-di carne? Consolati, bel cavaliere! Una donna
-che cambia così male non merita una lagrima....
-e neanche il sospiro che ora le dài.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio non sospirava in quel punto
-per Clodia. Sospirava, pensando che Cepione era
-ricco, e che egli, invece, era rimasto povero in
-canna.
-</p>
-
-<p>
-— Senti; — proseguiva Giunia Sillana, fermandosi
-con delicatezza femminile a mezza strada, dove era
-un sedile di marmo, all'ombra d'un pergolato; — il
-mondo è pieno di consolazioni, per un uomo tuo
-pari. Chi non ti compiangerebbe? Chi, conoscendo
-te e lei, non imprecherebbe a lei? Essa è già punita
-abbastanza dalla sua scelta, non dubitare! Sarà
-la favola di tutta Roma. A proposito, quando ci
-torni, a Roma?
-</p>
-
-<p>
-— Subito, per vederla, per....
-</p>
-
-<p>
-— No, non devi far nulla contro di lei; — interruppe
-Giunia Sillana. — Ci sono delle donne
-per cui s'incontrerebbe volentieri la morte, e delle
-altre che basta disprezzare, quando non è d'avanzo.
-Chètati dunque; un giorno le passerai davanti,
-al fianco di una donna più bella, e riderai
-degli spasimi che essa ti ha fatto provare in passato.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-</p>
-
-<p>
-E si faceva rossa, a dirgli queste cose. Incominciò
-a credere che Giunia Sillana ci avesse un miccino
-di cuore, se ci metteva tanta cura a consolare
-quel povero abbandonato.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio era rimasto pensoso, con gli occhi
-a terra.
-</p>
-
-<p>
-— Sei dunque persuaso? — continuò Giunia
-Sillana. — Mi prometti di esser calmo?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, — rispose egli, — te lo prometto. Oh, non
-temere, strapperò l'immagine sua dal mio cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Bene, così va fatto. E adesso per non rimanere
-qui, dove tutto ti parlerà di cose tristi, vieni
-da noi; Pompeia è una bella città, ricca di passatempi,
-e ti darà pace allo spirito.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio alzò gli occhi a guardarla, e,
-per una consigliera di calma, per una invitatrice
-agli svaghi pompeiani, gli parve troppo bella. Un
-altro, poniamo l'innamorato console Servio Sulpicio
-Rufo, avrebbe trovato che quello fosse per l'appunto
-il caso di accettare; lui no.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie; — rispose. — Debbo andare a Roma,
-o domani, o doman l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Non puoi aspettare? Tra otto, o dieci giorni
-al più tardi, si viene anche noi.
-</p>
-
-<p>
-— Non posso; — replicò Caio Sempronio, chinando
-la testa.
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana battè sdegnosamente del suo piedino
-sulla ghiaia del viale.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre lei! — esclamò, con accento d'amarezza.
-</p>
-
-<p>
-— Ti giuro che non vado per lei; — disse il
-giovane. — Sappi, poichè mi credi così fanciullo,
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-che le cose mie non vanno troppo bene. Il mio
-arcario mi ha scritto l'altro giorno di gravi dissesti.
-Temo di restar povero....
-</p>
-
-<p>
-— Già! — interruppe Giunia Sillana, precorrendo
-di cinquant'anni una sentenza di Orazio. — La
-sanguisuga non ha lasciata la pelle, se non
-quando è stata piena di sangue.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio acconsentì col silenzio all'osservazione
-della sua bella vicina.
-</p>
-
-<p>
-— Or dunque, — riprese egli poscia, — stamane
-sono andato a Puteoli per chieder consiglio a Marco
-Tullio Cicerone. Ero appunto da lui, quando essa
-è fuggita. Il grand'uomo mi ha promesso il suo
-patrocinio.
-</p>
-
-<p>
-— Cicerone è un insigne giureconsulto, — notò
-Giunia Sillana, — e vede molto giusto in ogni
-cosa. Ricordi tu come l'ha giudicata, tre anni fa,
-la bella quadrantaria?
-</p>
-
-<p>
-— Ah, di grazia, non parliamo più di costei!
-Ti dicevo di Cicerone. Egli parte domani per alla
-volta di Roma, e appena giunto colà vuol prender
-cognizione del caso mio, per provvedere in tempo
-ad ogni necessità. Tu vedi adunque che debbo
-partire ancor io senza indugio.
-</p>
-
-<p>
-— Quand'è così, non insisto; — disse Giunia
-Sillana, acquetandosi a quella buona ragione.
-</p>
-
-<p>
-Ma subito dopo ella aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Vai per mare?
-</p>
-
-<p>
-— No; — rispose il cavaliere rabbruscandosi a
-un tratto. — Per mare son venuto, e per mare
-non tornerò certamente. Andrò a Capua, e di là
-sulla via Appia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-</p>
-
-<p>
-— In questo caso, — osservò Giunia Sillana, — il
-talamègo non ti serve più a nulla.
-</p>
-
-<p>
-— A nulla, — ripetè Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo; potresti dunque venderlo a me.
-</p>
-
-<p>
-— Ê tuo, padrona; — rispose egli, che nel suo
-improvviso mutamento di fortuna non aveva perduti
-gli istinti del gran signore.
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana accolse quella profferta con un
-amabile sorriso.
-</p>
-
-<p>
-Ti ringrazio; — diss'ella; — ma a questi
-patti non lo voglio. Non insistere, ti prego; mi
-troveresti più ferma a ricusare, che non è facile
-Clodia Metella a prendere. Sappi, del resto, che
-avevo già domandato ad Elvio Sillano, mio ottimo
-marito, di comperarmi una barca di gala, somigliante
-alla tua. Noi donne siamo un po' come i
-bambini, e vogliamo tutto quello che ci dà negli
-occhi. Elvio Sillano ha detto di sì; il negozio è
-dunque già fatto per metà. A lui, anzi, parrà di
-toccare il cielo col dito, se potrà risparmiare qualche
-migliaio di sesterzi, comperando il talamègo
-di seconda mano e ancor nuovo per giunta.
-</p>
-
-<p>
-Con queste ragioni, vere o non vere, ma certamente
-pietose, Giunia Sillana cercava di persuadere
-il giovinotto.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, siamo intesi; — conchiuse ella, per
-non dargli tempo a ravvedersi. — E se non vuoi
-tenere i servi che hai condotti a Baia, compreremo
-volentieri anche quelli.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio pensava per l'appunto a tutte
-quelle bocche inutili che avrebbe dovuto mantenere.
-E l'offerta di Giunia Sillana, rincalzata dall'autorità
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-del marito, gli fe' dare una rifiatata di
-contentezza.
-</p>
-
-<p>
-— Sta bene; — diss'egli; — accetto.
-</p>
-
-<p>
-— E adesso, — ripigliò con aria di trionfo la
-matrona, — tu vedi pure che devi accompagnarmi
-a Pompeia.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio rimase perplesso; ma Giunia
-Sillana gli diede il colpo di grazia.
-</p>
-
-<p>
-— Vorresti forse che mio marito, alla sua età,
-facesse lui la strada, da Pompeia fin qua?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il nostro cavaliere s'inchinò. A quella argomentazione
-non c'era nulla da opporre.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto la bella matrona si era alzata da sedere,
-e accompagnata da Caio Sempronio si avviava
-al cancello.
-</p>
-
-<p>
-— A proposito, — diss'ella, mentre erano già
-davanti al montatoio della reda, — come si chiama
-il tuo talamègo?
-</p>
-
-<p>
-— La <i>Sirena</i>; — rispose il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Un mostro adunque? Metà donna e metà pesce,
-per allettarti con la sua bellezza e poi sguizzarti
-di mano? No, no, — proseguì ella ridendo, — questo
-nome non mi piace. Se permetti, quind'innanzi
-sì chiamerà l'<i>Amicizia</i>; il nome di una
-cosa sacra ed umana ad un tempo, non favolosa,
-nè mostruosa, nè paurosa; ne convieni?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Come resistere a quelle parole? Il santo nome
-dell'amicizia non era egli una malleveria, una guarentigia
-contro ogni sospetto di secondi fini?
-</p>
-
-<p>
-Or dunque, sotto il manto dell'amicizia, Caio
-Sempronio salì sulla reda. E mentre la Sirena
-Clodia Metella, a fianco dell'adiposo Cepione, viaggiava
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-per Linterno e Gaeta, alla volta di Roma, il
-nostro bel cavaliere, al fianco di Giunia Sillana,
-viaggiava per Cuma e Neapoli, alla volta di Pompeia.
-</p>
-
-<p>
-Convenite, lettrici umanissime, che c'era più
-garbo e più eleganza in questo rapimento che in
-quello. Giunia Sillana pareva un trionfatore romano
-che si avviasse al Campidoglio, conducendo
-in mostra il più nobile dei suoi prigionieri.
-</p>
-
-<p>
-Due differenze erano per altro a notarsi: che il
-trionfatore era una bellissima donna pallida con
-due grandi occhi neri, da valere essi soli un paio
-di legioni, e che il prigioniero era in cocchio,
-senza catene alle braccia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span></p>
-
-<h2 id="cap21">CAPITOLO XXI.
-<span class="smaller">Pro tribunali.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-La mattina del penultimo giorno di ottobre (che,
-per amore di latinità, potremo chiamare anche <i>tertio
-kalendas novembris</i>), l'insigne Marco Rutilio
-Cordo, pretore urbano, con la sua ampia toga fregiata
-sui lembi da una lista di porpora, se ne
-usciva di casa, preceduto da tre coppie di littori,
-anch'essi togati, con la loro bacchetta nella destra,
-e coi fasci delle verghe, ma senza scure, alzati
-sulla spalla sinistra.
-</p>
-
-<p>
-Marco Rutilio Cordo si recava al Foro, per amministrare
-la giustizia. Ma come? in un giorno
-feriato? In quel giorno per l'appunto cadevano le
-ferie di Vertunno, il dio degli alberi ed anche dei
-contratti e delle permute; donde si argomenterà
-facilmente che, in un paese agricolo come il Lazio,
-fosse anche un giorno di <i>nundinae</i>, ossia di
-mercato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-</p>
-
-<p>
-E qui bisognerà spiegarsi un tantino. Neanche
-presso gli antichi Romani si poteva amministrare
-la giustizia ogni giorno dell'anno. C'erano i giorni
-<i>nefasti</i>, in numero superiore ai sessanta, che non
-si ritenevano da ciò; e a questi contrapponevano
-i <i>fasti</i>, in numero di quaranta, determinati dalla
-legge per l'esercizio della giurisdizione. Dopo questi
-venivano i cento novanta giorni <i>comiziali</i>, destinati
-per le adunanze del popolo, e messi anche
-a disposizione dei magistrati, ogni qual volta non
-ci fosse comizio; laonde il piccol numero dei fasti,
-propriamente attribuiti alla trattazione delle
-cause, non era un così grande svantaggio per la
-giustizia, come a prima giunta parrebbe.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra divisione era quella dei giorni in <i>festi</i>
-e <i>profesti</i>, cioè festivi e non festivi. Un giorno fasto
-cadendo in un festivo, perdeva per quel fatto
-la sua qualità di fasto, cioè di giorno destinato all'amministrazione
-della giustizia. Ma questa massima
-fu a mano a mano ristretta, e ad esempio i
-giorni di mercato, che erano festivi o feriati, furono
-dalla legge Ortensia, nel 468 di Roma, annoverati
-tra i fasti; parendo ragionevole che il
-contadino, venendo in città per l'occasione del mercato,
-avesse modo di sbrigare in pari tempo le sue
-faccende giudiziali, approfittando della giurisdizione
-volontaria del sor pretore.
-</p>
-
-<p>
-Il qual pretore, che era il secondo magistrato
-della repubblica e surrogava i consoli quando essi
-conducevano in guerra gli eserciti, entrando in
-uffizio proponeva la formola, o l'editto, secondo il
-quale doveva giudicare, per tutto quell'anno, delle
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-cose spettanti alla sua giurisdizione. E giudicava
-lui direttamente, o per mezzo di giudici, scelti nell'ordine
-senatorio, e delegati da lui per ogni causa
-speciale. Ma qui sento il bisogno di girar la chiave
-dell'erudizione; se no, risichiamo di morire affogati.
-Compirò il ritratto del pretore dicendovi che,
-oltre la toga pretesta e i sei littori, egli aveva la
-sedia curule, il tribunale in un luogo elevato
-del Foro, e l'asta e la spada, simboli del suo dominio
-e dell'autorità di troncare ogni nodo litigioso.
-Questi gli onori; quanto alle noie, sappiate che
-aveva poche vacanze, non potendo che per lo spazio
-di dieci giorni assentarsi da Roma.
-</p>
-
-<p>
-Quella mattina, adunque, Marco Rutilio Cordo,
-pretore urbano, andava al suo tribunale, per giudicar
-lui in persona. Si trattava d'una causa importante
-per sè stessa e pel nome dell'oratore.
-I lettori, che indovinano tutto, solo che siano
-nulla nulla messi sulla strada, hanno già indovinato
-che l'oratore era Cicerone, e che la causa era
-quella di Tizio Caio Sempronio co' suoi creditori
-degnissimi.
-</p>
-
-<p>
-Ma quand'anco non lo avessero indovinato, lo
-argomenterebbero ora dalle parole che andava borbottando
-tra sè, alla guisa dei vecchi, il nostro
-ottimo Marco Rutilio, nel recarsi al suo posto.
-</p>
-
-<p>
-— Quel povero Caio Sempronio! Lo vedo brutto,
-ma brutto assai, malgrado l'ingegno del suo avvocato.
-Infine, e che perciò? Roma ha bisogno di
-qualche esempio. E non è forse tempo di mettere
-il cervello a partito a tutti questi pazzi scialacquatori?
-Quanto agli usurai, non lo nego, sono la
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-peste della città. Ma nel caso nostro è proprio
-vero che l'usura ci sia? <i>Non liquet.</i>&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>Non liquet</i> era la frase di rito dei giudici, quando
-non constava loro del fatto, e non ci vedevano
-chiaro, nè per assolvere, nè per condannare. La
-tabella che recava incise le lettere N. L., iniziali
-delle due parole in discorso, equivaleva ad
-una delle moderne assolutorie per mancanza di
-prove.
-</p>
-
-<p>
-Nelle vicinanze del Foro c'era già una gran
-ressa di popolo. Le Dodici Tavole avevano stabilito
-che ogni giudizio dovesse incominciarsi prima
-del mezzogiorno, ed era già <i>mane ad meridiem</i>, cioè
-a dire mancava un'ora al punto legale. Patroni e
-clienti, curiosi d'ogni sorte, villani, causidici, cavalocchi
-e via discorrendo, si affollavano tutti agli
-accessi del Foro. E i littori di Marco Rutilio Cordo
-dovevano ad ogni tratto alzar la bacchetta, per
-far cansare la gente sul passaggio del magistrato.
-</p>
-
-<p>
-— Se vi pare, fate largo, o Quiriti!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il principio della frase era una pretta cerimonia.
-Al popolo romano, ai Quiriti, non si poteva parlare
-con alterigia, si capisce; ma guai se i Quiriti
-non avessero obbedito a quella preghiera. Due littori
-abbrancavano il riluttante; un altro slegava i
-fasci, e lì, in mezzo alla strada, poteva rompere
-sulla schiena del mal capitato una mezza dozzina
-di verghe.
-</p>
-
-<p>
-Passando davanti alle Botteghe Vecchie, il grave
-personaggio ebbe un mezzo trionfo. Tutta la nobil
-classe degli argentarii e quella nobilissima dei
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-loro sensali, facevano a chi gridasse ed applaudisse
-di più. Marco Rutilio Cordo ne fu intenerito;
-i littori adoperarono un po' meno la bacchetta
-e permisero che uno dei più fervidi ammiratori
-baciasse al magistrato il lembo della toga pretesta.
-</p>
-
-<p>
-Quella dimostrazione era un'alzata d'ingegno di
-Servilio Cepione, di Furio Spongia e degnissimi
-sozii. Tutti que' furbi di tre cotte conoscevano il
-debole del pretore, o, per dir meglio, l'animo umano,
-che ha, dopo tutto, qualche buona qualità. Ora,
-non è chi lo ignori, sono appunto le buone qualità
-che spesso lo fanno operare alla rovescia. E
-voi, lettori, immaginate l'effetto che tutte quelle
-grida e genuflessioni dovevano avere sull'animo di
-Marco Rutilio Cordo. Quei poveri argentarii, che
-gli procacciavano lì per lì una specie di trionfo,
-non meritavano essi un po' di riguardo?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Si vobis videtur, discedite, Quirites!</i> — ripeterono
-finalmente i littori, cercando di allontanare,
-col miglior garbo possibile, quei ferventi acclamatori.
-</p>
-
-<p>
-La traduzione della frase non ve la dò, perchè
-l'avete avuta in anticipazione poc'anzi.
-</p>
-
-<p>
-Con le accoglienze fatte al pretore contrastavano
-in modo singolare quelle che otteneva pochi
-minuti dopo, dalla classe degli argentarii, il gran
-Cicerone. Lo guardarono a squarciasacco, mentre
-egli passava, seguito dalla turba de' suoi clienti
-ed ammiratoti, ed io sarei quasi per giurare che,
-se non ci fosse stata questa guardia rispettabile
-intorno a lui, Publio Clodio e Sergio Catilina
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-avrebbero trovato, non uno, ma un centinaio di
-vendicatori.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, il grand'uomo era avvezzo a simili
-scene, e non se ne curava più che tanto. Inoltre,
-la riverenza di tutti gli altri frequentatori del Foro
-lo pagava di quelle bizze, a misura di carbone.
-Tutti s'inchinavano davanti a lui; la più parte dei
-campagnuoli si scoprivano il capo. Non era egli
-uno dei loro? Nato in Arpino e venuto povero in
-Roma, non aveva fatto passi da gigante, fino a
-meritare il nome di padre della patria, decretato a
-lui dal Senato? E veramente l'insigne oratore filosofo
-si avviava allora a meritar la sua fama di
-gran cittadino, più che non avesse fatto in passato,
-con le sue debolezze per Cesare e Pompeo, ambedue
-tiranni e laceratori della patria. Le sue dubbiezze,
-le esitazioni e le vanità erano già per isvanire; lo
-spirito suo, purificato dall'amor patrio, doveva sfolgoreggiare
-nelle filippiche contro Antonio, aguzzarsi
-in una guerra disperata per la libertà e la
-grandezza di Roma. Vano tentativo! Mancava la
-fibra per le grandi virtù. Operare e patire da forti,
-non era più il motto dei discendenti di Muzio
-Scevola. Farsaglia non vide che i tralignati eredi
-delle antiche famiglie, noti per burbanzosa ignoranza,
-dispregio d'ogni savio consiglio, e desiderio
-di vendette feroci. Nè in città doveva rimanergli
-nulla di meglio; i giovani di buona indole erano
-della forza di quel suo cliente, che aveva ereditato
-da suo padre una sostanza di quattro milioni
-di sesterzi e ne aveva scialacquati cinque in due
-anni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il nostro giovane eroe non era più quello di
-prima. Gli mancava quella baldanza che traluce
-dagli occhi dei felici e li addita di schianto all'invidia
-dell'universale. Per altro, si conteneva
-come poteva meglio, e simulava, nel continuo
-sorriso, una sicurezza, che gli osservatori più accorti
-non vedevano sostenuta dalla serenità dello
-sguardo.
-</p>
-
-<p>
-Era stato in que' giorni da parecchi amici suoi
-per aiuto. Ma tutti quei giovani eleganti, suoi
-fidi compagni del buon tempo, suoi convitati di
-ogni giorno e suoi debitori per ragguardevoli somme,
-lo avevano messo pulitamente fuor di speranza.
-Giunio Ventidio era sempre disperato, quantunque
-vivesse da gran signore, e non poteva
-imprestargli un sestante, che era la sesta parte
-di un asse. Quanto a Postumio Floro, il suo rifiuto
-merita di essere raccontato per botta e risposta.
-</p>
-
-<p>
-— Caro mio, tu domandi vino ad un otre sgonfiato.
-Son tuo debitore, lo ricordo benissimo, ed è
-anzi uno dei miei ricordi più grati. Ma infine,
-quando non ce n'è....
-</p>
-
-<p>
-— Hai pure ereditato da tuo zio quei poderi in
-Sabina!
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì, parliamone, di quella eredità! Boschi,
-dove non c'è più un albero da tagliare, grillaie,
-sterpeti, campi visitati dalla grandine quattro volte
-all'anno, e per giunta un castaldo che mi sa di
-ladro a cinquanta miglia discosto. Se tu volessi
-cedermi il tuo Lisimaco! Quello è un uomo veramente
-prezioso! Ti sei rovinato, è vero; ma
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-puoi dire almeno di averteli mangiati tutti da
-per te....
-</p>
-
-<p>
-— Non tutti, non tutti! — osservò malinconicamente
-Caio Sempronio. — Sono stato aiutato.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Postumio Floro senti il colpo; ma non si dispose
-perciò a mutar di registro.
-</p>
-
-<p>
-— Se tu parli per me, — rispose egli, — hai
-torto. Un servizio reso è un servizio reso, a patto
-di non essere rinfacciato. Mi rimetterò in gambe,
-e ti restituirò i trentamila sesterzi.
-</p>
-
-<p>
-— Quarantamila, se non erro; — notò Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì, quarantamila. Io non ho mai avuta
-una gran memoria, pei numeri. Quanto all'esser
-pagato un giorno o l'altro, contaci su. Ho risoluto
-di cangiar vita; diventerò un uomo grave; mi
-farò campagnuolo; darò dei punti a Catone; sarò
-io il mio arcario, il mio dispensatore, il mio tutto.
-Oh, la farò vedere a molti, che mi credono un
-dappoco. Già, sotto il romano, l'agricoltore c'è
-sempre, ed io seguirò l'esempio di Cincinnato. A
-proposito, e perchè non faresti anche tu la tua
-metamorfosi?
-</p>
-
-<p>
-— A qual pro? E su che? — disse Caio Sempronio. — Per
-condurre l'aratro, ci vuole anzi
-tutto... l'aratro, e i quattro jugeri di terreno. Ora,
-io non mi trovo più a possedere nè questi, nè
-quello.
-</p>
-
-<p>
-— La cosa cambia aspetto; — sentenziò con
-breviloquenza spartana Postumio Floro.
-</p>
-
-<p>
-E il nostro cavaliere non ebbe modo di cavarne
-più altro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-</p>
-
-<p>
-Restava l'amico Numeriano, il gentile poeta, a
-cui Tizio Caio aveva così liberalmente regalato un
-podere. Ma il poeta, vedutolo una volta per via,
-s'era voltato dall'altra banda. Ed egli, del resto,
-non sarebbe mai andato a cercarlo, dopo quel certo
-guaio notturno.
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè, domanderete voi, Cinzio Numeriano
-riteneva quegli orti, dono di un amico infedele?
-Ahimè, debolezze umane! Cinzio Numeriano lo
-avrebbe fatto di gran cuore, anche a risico di
-passare per un carattere inverosimile agli occhi
-dei critici; ma c'era Delia di mezzo, Delia che
-lo amava già poco, e lo avrebbe amato anche
-meno, fors'anche piantato, se fosse caduto in
-miseria.
-</p>
-
-<p>
-La bella Greca, entrata per quella porta che vi
-ho detto nel consorzio delle matrone romane, si
-era fatta assai prontamente al costume di tante e
-tante altre. Già si diceva per Roma che la bionda
-signora non vedesse di mal occhio il nobile Postumio
-Floro, quel tale che nelle ombre degli
-orti Ventidiani aveva spiate le sue notturne passeggiate
-con Caio Sempronio. È proprio così come
-io ve la racconto, o lettori. Certi ripeschi amorosi
-non hanno altro principio che il timore d'una donna
-e il disprezzo di un uomo.
-</p>
-
-<p>
-Torniamo a Caio Sempronio. Dopo aver picchiato
-inutilmente all'uscio dei suoi debitori, si
-era rivolto ad Elio Vibenna. Quel sapiente gustatore
-di vino non gli doveva nulla, non gli era
-legato da altr'obbligo, fuor quello di parecchi inviti
-a cena. Poteva dunque non essere ingrato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-</p>
-
-<p>
-E non lo fu davvero, quel bravo Elio Vibenna.
-Udito il bisogno dell'amico, gli offerse liberalmente
-un migliaio di sesterzi, poco meno di dugentocinquanta
-lire; una gocciola al mare!
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio aggradì il buon volere, non
-i mille sesterzi. Egli era tuttavia nel possesso
-dei suoi fondi, quantunque da un giorno all'altro
-gli dovesse venir tolto, e non sapeva che farsi dei
-pochi.
-</p>
-
-<p>
-Intanto quelle scenette cogli amici gli avevano
-fatto conoscere il mondo, e la stizza si era trovata
-nel cuore di lui al paragone con la nausea.
-Il nostro povero eroe se n'andava quel giorno
-al Foro, fidando poco nella sua causa, quantunque
-difesa da Marco Tullio, ma fermamente risoluto
-di non mostrarsi avvilito, di rider lui,
-prima che ridessero alle sue spalle i cattivi e gli
-sciocchi.
-</p>
-
-<p>
-Ed eccovi perchè, andando al fianco di Marco
-Tullio, il nostro cavaliere simulasse nel sorriso
-quella tal sicurezza, quantunque gli occhi si vedessero
-smarriti e confusi.
-</p>
-
-<p>
-Il pretore Marco Rutilio Cordo era già salito
-sul suo tribunale, e aggiustava in dotte pieghe
-i lembi della toga pretesta sulla sedia curule,
-scanno con gambe a ìccase, da potersi aprire e
-chiudere, intarsiato d'avorio e d'oro. I sei littori
-s'erano piantati a tre per lato intorno al tribunale;
-gli accensi, specie di uscieri, avevano annunziata
-ad alta voce la causa e chiamavano le parti in
-giudizio.
-</p>
-
-<p>
-Ho detto specie d'uscieri, e mi spiego; se no,
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-questa benemerita classe di cittadini potrebbe vedere
-in me un uomo non disposto a farle tutto
-l'onore che le è dovuto, e per tante ragioni. Gli
-<i>accensi</i>, così detti <i>ab acciendo</i>, ossia dal chiamare,
-erano uffiziali civili, addetti al servizio dei consoli,
-dei pretori e dei governatori di provincie, e spettava
-loro di convocare il popolo alle assemblee, di
-chiamar le parti impegnate in una causa davanti
-al tribunale, di mantenervi l'ordine, ed anche, per
-variare un pochino, di gridar l'ora all'alba, al meriggio
-e al tramonto.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra forma d'uscieri erano i <i>praecones</i>, o banditori,
-usati anch'essi a citare il reo e l'accusatore,
-ma forse più specialmente nelle cause criminali,
-e a proclamar la sentenza; a chiamar le centurie
-al voto, nei comizi, e a gridare il voto d'ogni centuria
-e il nome degli eletti; a fare il servizio dell'asta
-pubblica, dei giuochi circensi e delle pubbliche
-assemblee; a precedere con la tromba i funerali
-solenni, e finalmente a gridare sulle piazze
-gli oggetti smarriti. Un mestiere da cani, come
-vedete!
-</p>
-
-<p>
-Le parti erano presenti; da un lato i creditori,
-Servilio Cepione, Crispo Lamia, Furio Spongia e
-due altri della combriccola; dall'altra il convenuto
-Tizio Caio Sempronio, assistito da Marco Tullio
-Cicerone, accompagnato da Lisimaco, il suo arcario,
-e da Elvio Sillano, che non ci aveva veramente
-che fare, ma che ottemperava ad un desiderio
-di sua moglie, dando al cavaliere quella testimonianza
-d'amicizia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-</p>
-
-<p>
-Esposta dal pretore la causa, letta dall'accenso
-quella parte dell'editto pretorio che conteneva la
-legislazione di quell'anno rispetto ai debitori, Servilio
-Cepione e i suoi compagni deposero i loro
-titoli di credito. Caio Sempronio, come mi pare di
-avervi detto a suo luogo, si era impegnato con altrettanti
-chirografi a restituire a tutte quelle brave
-persone il danaro tolto ad imprestito, assicurandone
-il pagamento sui fondi a lui pervenuti dalla
-eredità di suo padre.
-</p>
-
-<p>
-Le carte parlavano chiaro, e non c'era verso di
-storcere il senso delle parole.
-</p>
-
-<p>
-L'arcario Lisimaco, invecchiato di dieci anni in
-un punto, offerse con mano tremante il testamento
-del vecchio Caio, e i libri dell'entrata e dell'uscita,
-donde appariva il valore dei fondi in quistione.
-</p>
-
-<p>
-Su questi libri s'impegnò la prima scaramuccia.
-Gli attori non ammettevano la validità dei conti,
-fatti com'erano e presentati dalla parte del convenuto.
-Ma fu agevole a Marco Tullio di ridurre
-gli avversarli al silenzio, accennando come quei
-conti annuali rispondessero perfettamente al valore
-assegnato al patrimonio nel testamento di
-Caio, e alla stima fatta dai periti, quando il giovine
-Tizio Caio Sempronio aveva contratti i primi
-debiti ipotecarii, per la somma di due milioni di
-sesterzi.
-</p>
-
-<p>
-Era una magra vittoria, perchè, anche secondo
-la stima antica, il valore del patrimonio non sarebbe
-bastato a coprirvi i cinque milioni di sesterzi,
-che formavano il debito complessivo del suo povero
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-cliente. Ma il facondo oratore sperava di provare
-il fatto della illecita usura, e di restringere
-quel debito a più modeste proporzioni. Ora la prima
-vittoria gli faceva sperar bene del resto.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span></p>
-
-<h2 id="cap22">CAPITOLO XXII.
-<span class="smaller">Sulle ventitrè e tre quarti.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il valentuomo parlò per tre ore alla fila, con
-quella abbondanza punto volgare, e con quella concitazione,
-forse un tantino retorica, ma sempre efficace,
-che formavano il pregio singolare di tutte
-le sue orazioni. Chiaro e preciso nella esposizione
-del fatto, accorto nel dissimulare i lati deboli della
-sua argomentazione, fu vivacissimo nella dimostrazione,
-flagellando a sangue gli argentari, contro
-i quali, raccolte tutte le prove e gli indizi che
-per lui si potevano, invocò il rigore delle Dodici
-Tavole. La legge parlava chiaro: «se taluno dà a
-prestito oltre il dodici per cento, sia condannato
-nel quadruplo.»
-</p>
-
-<p>
-E qui, lasciando le prove, seguiva un caldo elogio
-delle Dodici Tavole, fonte d'ogni pubblico e
-privato diritto, e insegnamento necessario, che a
-ragione i cittadini romani imparavano a memoria,
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-fin dalla più tenera età. «Insieme con le leggi civili
-e coi libri dei pontefici, la raccolta delle Dodici
-Tavole ci offre (diceva l'oratore) l'immagine
-intiera dei tempi antichi; ci si trova la vecchia
-lingua dei padri nostri, e certe forme di <i>azioni</i>
-usate allora ci fanno entrare nei loro costumi e
-nel loro modo di vivere. Il governo della cosa pubblica
-è tutto in quelle leggi, come vi è compresa
-tutta la filosofia. Le leggi, infatti, son quelle che
-c'insegnano a cercare e a pregiare sopra ogni altra
-cosa la virtù; in esse è il premio al valore,
-all'onestà, alla giustizia; in esse hanno i vizi e
-le frodi la loro ammenda, l'ignominia, il carcere,
-le verghe, l'esilio e la morte. E non già per via
-di lunghe ed oscure argomentazioni, bensì per la
-loro autorità suprema e le loro decisioni imperative,
-esse c'insegnano a padroneggiare le nostre
-passioni, a frenare i nostri desiderii, a difendere
-le nostre proprietà, e a non recare sull'altrui le
-avide mani, od anche un solo sguardo di cupidigia.
-Gridi ognuno a sua posta, io dirò tuttavia ad
-alta voce il mio pensiero. Sì, il libro delle Dodici
-Tavole, sorgente e principio delle nostre leggi,
-vale esso, da solo, e per la sua ragguardevole autorità
-e per la sua feconda utilità, tutti i trattati
-di filosofia. Quanto i nostri maggiori andassero innanzi
-per sapienza a tutte l'altre genti, assai facilmente
-intenderete, quando vi piaccia di paragonare
-le nostre leggi con quelle dei loro Licurghi,
-Draconi e Soloni. È veramente incredibile,
-quanto ogni legislazione civile sia, a petto della
-nostra, grossolana e direi quasi ridicola.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-</p>
-
-<p>
-Marco Tullio era scaltro, come vedete. Gli avversarii
-invocavano contro il suo cliente le Dodici
-Tavole, ed egli vinceva la mano agli avversarii,
-facendosi primo a lodarle. Inoltre il pretore
-Rutilio Cordo aveva dato fuori pel suo anno di
-magistratura un editto, il quale non era altro che
-una parafrasi di quelle vecchie leggi; e a quell'uomo
-bisognava entrargli nelle grazie con ogni
-maniera di artifizi.
-</p>
-
-<p>
-«Mi volgo a te, — proseguiva Cicerone, — mi
-volgo a te, Marco Rutilio, uomo santissimo, del
-quale io dubito se sia nato mai in Roma nostra
-il più umano nei costume, il più retto nell'operare,
-il più ossequente alle leggi, donde ha saldezza
-d'ordini e fondamento di grandezza la repubblica.
-Mi volgo a te, arbitro della giustizia, e
-chiedo se i nostri giovani spensierati, appunto
-per questo difetto dell'età, che gli anni troppo facilmente
-correggono, debbano sottostare all'imperio
-degli uomini perversi, che delle sante leggi si
-giovano per dar lusinghe e via facile allo sperdimento
-delle ricchezze. Sian severe le leggi, e lo
-sembrino anche di più; non io me ne dolgo, ben
-sapendo come giovi, più del loro medesimo peso,
-il santo terrore che incutono ai trasgressori. Ma
-appunto perchè sono severe, noi dobbiamo sperarle
-benigne per noi. Gravi furono fatte dai nostri
-maggiori, non perchè colpissero i buoni, fuorviati
-dalla imprudenza propria, o dal raggiro altrui,
-ma perchè il loro rigore cadesse tutto sui raggiratori
-e sui tristi.
-</p>
-
-<p>
-«Questo che io dico, tu credi, ed hai mostrato
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-d'intenderlo in quel tuo sapientissimo editto, che
-durerà certamente nella memoria dei posteri, quanto
-il ricordo delle sante tavole a cui esso s'informa.
-Oh veramente anno fortunato per Roma, quello
-in cui tu conseguisti la pretura, perchè la tua
-giurisdizione, raffermando l'imperio della legge,
-insegnerà le vie del ravvedimento ai giovani nostri,
-dimentichi dell'antica severità di costume, e
-colpirà in pari tempo i malvagi adescatori della
-gioventù inesperta, ai quali sembra (e in ciò, per
-Giove, s'ingannano!) che i nostri venerandi maggiori
-per altro non abbiano sudato intorno alle
-fonti della giustizia, se non per coprire i loro artifizi
-e secondare i loro feroci appetiti.»
-</p>
-
-<p>
-Questa era la chiusa. E dietro la chiusa venne
-il plauso del popolo, che soverchiò per un tratto
-le vociferazioni del partito degli argentarii. L'arringa
-aveva fatto, come si direbbe ora, una profonda
-impressione; ma non aveva demolito l'edifizio
-dell'accusa, nè distrutti ad uno ad uno gli
-argomenti della parte avversaria; miracoli che si
-operano adesso, con tanta facilità, da ogni avvocato
-novellino.
-</p>
-
-<p>
-Il pretore Rutilio Cordo impose silenzio e l'ottenne.
-Le lodi del grande oratore gli andarono all'anima,
-non debbo tacerlo; ma egli poteva cavarsela
-con un cenno di ringraziamento. Il magistrato
-sapeva benissimo che quelle lodi non
-costavano molto all'avvocato, e che, dopo tutto, la
-ricompensa gliel'avrebbe potuta dare in un'altra
-occasione. Sono tante, le buone occasioni, tra l'avvocato
-ed il giudice! Nè questi è sempre convinto
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-di aver dato fuori una buona sentenza, nè quegli
-di aver detta la verità, quantunque ne simulasse
-l'accento. I fiumi di eloquenza consolano i clienti
-e le turbe, nell'aula magna della giustizia; gli àuguri,
-poi, incontrandosi dietro l'altare, non possono
-trattenersi dal ridere.
-</p>
-
-<p>
-Si aggiunga che i giudici hanno sempre avuto
-per costume di fare a modo loro, senza darsi pensiero
-delle arringhe. Qualche volta, mentre gli
-avvocati si accapigliano alla sbarra, il buon magistrato
-schiaccia il sonnellino dell'innocenza, dietro
-alla pietosa catasta dei codici. Ma allora non
-si poteva farlo, come ora. Davanti al pretore non
-c'era un pezzo di tavola, e la sedia curule non
-aveva spalliera.
-</p>
-
-<p>
-La qual cosa vedano i giudici moderni se possa
-stare a prova di superiorità degli ordini giudiziarii
-antichi sui nostri. Io vengo difilato alla sentenza
-del mio dolce pretore.
-</p>
-
-<p>
-Considerato che il debito era di cinque milioni
-di sesterzi, mentre la sostanza del debitore non
-oltrepassava i quattro; considerato che non constava
-per certe prove avere i creditori ingrossato
-il debito con illecita usura, si condannava il cavaliere
-Tizio Caio Sempronio a pagare. E perchè
-i due primi creditori, che avevano già ottenuta la
-<i>missio in bona</i>, potevano soli essere pagati per
-intero, come portava l'anteriorità del loro credito,
-mentre gli ultimi tre risicavano di perdere
-una grossa parte del loro avere, si accordava
-a questi ultimi, per guarentigia del credito,
-di impossessarsi del debitore, salvo il caso che
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-non si presentasse qualcheduno a farsi mallevadore
-per lui.
-</p>
-
-<p>
-Marco Tullio doveva prevedere questa sentenza,
-perchè non mostrò di esserne meravigliato. Si volse
-in quella vece ad Elvio Sillano, e gli bisbigliò all'orecchio:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco il buon punto; offriti mallevadore per
-l'amico.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Elvio Sillano, a dir vero, non si aspettava un
-tiro di quella fatta. Sua moglie lo aveva spinto ad
-accompagnare Caio Sempronio, ed egli in molte
-cose, anzi nella più parte, faceva quel che voleva
-sua moglie; in tutte le altre, poi, faceva quel che
-non voleva lei direttamente, ma che gli suggerivano
-i consiglieri di seconda mano, dopo aver
-presa l'imbeccata da lei. Ma bisogna anche dire
-che ad un così grave esperimento non era mai
-stata messa la sua infinita bontà.
-</p>
-
-<p>
-— Eh.... — diss'egli titubante, — la cosa non
-sarebbe mica impossibile. Vediamo un po', per che
-somma m'impegnerei?
-</p>
-
-<p>
-— Un'inezia; — rispose Cicerone; — un milione
-di sesterzi. Che cos'è infatti un milione di
-sesterzi per un riccone tuo pari?
-</p>
-
-<p>
-— Nè più nè meno d'un milione di sesterzi; — replicò
-il brav'uomo, che non era del tutto uno
-scemo. — E già si capisce, io perderei questa
-somma senz'altro?
-</p>
-
-<p>
-— Non dico di no. Ma se i poderi del tuo povero
-amico si vendessero per un prezzo superiore
-ai quattro milioni, tu verresti a perdere quel tanto
-di meno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E se si vendessero ad un prezzo inferiore?
-</p>
-
-<p>
-— Non è probabile.
-</p>
-
-<p>
-— Ma è possibile, tuttavia.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, non lo nego; — disse Cicerone, chinando
-la testa.
-</p>
-
-<p>
-— In questo caso, — ripigliò Elvio Sillano, — io
-ci perderei anche più di un milione. Grazie infinite!
-</p>
-
-<p>
-— Dunque?
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, non ne faremo nulla. I miei vecchi
-non mi hanno insegnato a correre rischi così
-grandi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Frattanto, per ordine del pretore, l'<i>accenso</i> si faceva
-innanzi a gridare:
-</p>
-
-<p>
-— Cittadini, nessuno di voi si fa mallevadore
-pel convenuto?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Nessuno fiatò.
-</p>
-
-<p>
-Allora il pretore Marco Rutilio Cordo pronunziò
-le parole solenni con cui era chiuso il giudizio.
-</p>
-
-<p>
-— Servilio Cepione, Furio Spongia, Crispo Lamia,
-la legge vi consente di prendere in pegno la
-persona del vostro debitore.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Quelle tre arpie non se lo fecero dire due volte,
-e posero l'unghie addosso a Caio Sempronio con
-tanta furia, che tutti gli astanti diedero in uno
-scoppio di risa.
-</p>
-
-<p>
-In quella risata universale andò perduto quel
-po' di compassione, che in ogni altra circostanza
-non sarebbe mancata al povero condannato. Ma
-già, dove ha potere il numero, basta un nulla per
-isviarne i moti, e portarlo alla crudeltà, all'ingiustizia,
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-alla dimenticanza, e, per farla breve, a tutte
-le altre virtù cardinali dell'uomo.
-</p>
-
-<p>
-Aggiungete che Tizio Caio Sempronio aveva in
-quei pochi anni di sfolgoreggiamento dato troppo
-da fare all'invidia. Non si era meritato con la saviezza
-e la temperanza sua la stima dei grandi,
-e con le eleganti follie, i vistosi trionfi, la bellezza
-e la salute (sì, perfino con la salute) si era attirato
-gli odii dei piccoli. Finalmente, era punito,
-quel vanaglorioso Alcibiade, che offendeva tutti col
-suo fasto! Era scoppiata, quella bolla di sapone,
-che si librava così pomposamente in aria, facendo
-mostra de' suoi vaghi colori!
-</p>
-
-<p>
-Marco Tullio si accostò al suo cliente, gli strinse
-la mano e gli disse una parola di conforto.
-</p>
-
-<p>
-— Spera, o Caio; tutto non è anche perduto.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Cepione rizzò la testa e si fece rosso peggio di
-un basilisco, a quella frase del grande oratore,
-che pareva una sfida al suo diritto, riconosciuto
-poc'anzi solennemente dalla sentenza del magistrato.
-</p>
-
-<p>
-— Pretore, — gridò egli con quanto fiato ci
-aveva in corpo, — la legge ci assiste, non è egli
-vero! Noi possiamo condurre con noi il debitore
-e caricarlo di catene, del peso di quindici libbre?
-</p>
-
-<p>
-— Lo potete; — rispose il pretore, che non era
-un erudito dei tempi nostri e non si smarriva alla
-ricerca d'una apocrifa legge Petilia Papiria, che
-proibisse l'uso dei ceppi pei debitori condannati. — Se
-il debitore vuol vivere a sue spese, lo faccia;
-se no, dovrete nutrirlo per sessanta giorni,
-dandogli almeno una libbra di farina al giorno.
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-Nella prima metà di questo termine egli potrà
-liberarsi, o pagando, o transigendo....
-</p>
-
-<p>
-— Resta a vedersi se vorremo transigere; — borbottò
-Cepione.
-</p>
-
-<p>
-— Nella seconda metà, — proseguì il magistrato, — voi
-dovrete per tre giorni di mercato
-condurre il debitore davanti a me, e annunziare
-pubblicamente la somma del debito, se mai si
-presentasse qualcuno a liberarlo. Se anche il terzo
-di questi esperimenti non riuscirà a nulla, dovrà
-cessare la prigionia; voi rimanderete libero il prigioniero,
-salvo che non vogliate cancellarlo dal
-novero dei cittadini, o con la schiavitù, vendendolo
-di là dal Tevere, o con la morte, prendendo
-sul suo corpo la parte che spetta a ciascheduno
-di voi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La legge era dura, ne convengo. E ne convenivano
-anche gli antichi Romani, che hanno inventato
-il proverbio: «<i>dura lex, sed lex</i>,» insegnando
-così a rispettare le leggi, anche quando
-paressero acerbe.
-</p>
-
-<p>
-Parecchi autori moderni, disputando su questo
-diritto di fare a spicchi un debitore insolvibile,
-hanno sostenuto che si trattasse soltanto d'una
-minaccia. Ma oltre che gli antichi scrittori la prendono
-tutti sul serio (e mi basterà citare Aulo Gellio,
-Quintiliano e Tertulliano), noto che contro
-l'opinione dei sullodati moderni sta anche un raffronto
-di questa legge con altre delle Dodici Tavole
-e con molte di secoli posteriori, quando il diritto
-romano era giunto all'apogèo.
-</p>
-
-<p>
-Vediamo anzitutto le Dodici Tavole. Son puniti
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-di morte gl'incendiarii, i falsi testimoni, i diffamatori,
-gli stregoni, i ladri notturni. C'è anche la
-legge dell'occhio per occhio e del dente per dente.
-«Se alcuno rompe un membro ad un altro, e non
-s'accomoda con lui, subisca la pena del taglione».
-</p>
-
-<p>
-Andiamo avanti; il codice Teodosiano punisce
-di morte i debitori del fisco e tutte l'altre specie
-di debitori, quando per vizio di sregolatezza siano
-divenuti insolvibili. E Valentiniano, dal canto suo,
-dannava a morte tutti i debitori che per cagione
-di povertà non fossero in grado di pagare.
-</p>
-
-<p>
-E qui, poichè m'è occorso di accennare una incerta
-legge Petilia Papiria, dirò che essa, se pure
-è autentica, risguarda soltanto una restrizione del
-diritto che aveva il creditore a mettere le mani
-addosso al debitore, prima che questa <i>manus injectio</i>
-gli fosse consentita <i>pro judicato</i>, cioè a dire
-dopo una sentenza del pretore. Se ne ha notizia
-da un passo di Tito Livio, dove racconta, all'anno
-428 di Roma, essendo consoli Caio Petilio e Lucio
-Papirio, che, vedute le sevizie di un usuraio sulla
-persona del giovinetto Publilio, datosi spontaneamente
-prigione per un debito del padre, il senato
-commise ai consoli di proporre al popolo una
-legge, per la quale nessuno fosse più tenuto nei
-ferri, se non lo meritasse per colpa commessa e
-per iscontare una pena. Livio non dice espressamente
-che i consoli abbiano poi proposta la legge;
-ma, sia pure stata proposta e vinta, essa non risguarda
-che un caso di cattura stragiudiziale e
-non infirma punto il.... Diavolo! Diavolo! O vedete
-un po' dove ero andato a ficcarmi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-</p>
-
-<p>
-Schiarito il punto controverso, vi dirò che il nostro
-povero Tizio Caio Sempronio rimase <i>pro judicato</i>
-in balìa dei suoi creditori feroci, che lo
-trassero via pel Foro, in mezzo agli scherni, ai
-fischi, agli applausi e alle grida d'ogni genere, di
-quello che i poeti hanno chiamato «il mobil
-volgo».
-</p>
-
-<p>
-Marco Tullio Cicerone, passata quella burrasca,
-se ne andò pei fatti suoi. Era un po' triste, il grand'uomo,
-perchè aveva preso ad amare quel giovane
-sventato, e perchè nella rovina di lui vedeva la
-mano di Clodia Metella, di quella Venere spogliatrice,
-che invano egli aveva svergognata pochi anni
-addietro, al cospetto di tutta Roma, nella memoranda
-difesa di Celio Rufo. Ma, dopo tutto, quella
-battaglia perduta era un semplice episodio nella
-sua vita forense; e di sconfitte ce n'erano state
-parecchie, tra l'altre quella recente per Annio Milone,
-che ancora non aveva potuta mandar giù.
-Ora, lo dice un proverbio latino, dov'è il più, non
-si tien conto del meno.
-</p>
-
-<p>
-Assai più confuso e impacciato di lui, se ne
-andò a casa Elvio Sillano. Come avrebbe egli raccontato
-l'accaduto a quella brontolona di sua moglie?
-</p>
-
-<p>
-Ma ella sapeva già tutto, quando il marito le
-capitò davanti con quella sua cera ingrullita, e
-gli diede un assalto così violento, che il brav'uomo
-si riscaldò a sua volta e trovò lì per lì una fermezza
-che in ogni altra occasione gli sarebbe
-mancata.
-</p>
-
-<p>
-— Uomo senza cuore! — gridava la bella patrizia
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-inviperita. — Per colpa tua egli è ora in
-mano a quei tristi, che lo tormenteranno.... lo uccideranno....
-</p>
-
-<p>
-— Oh questo poi! — interruppe Elvio Sillano. — Lo
-venderanno, ecco tutto; e noi lo compreremo....
-se pure vorranno calare un tantino i
-prezzi, e non domandarne un milione di sesterzi.
-Quanto ad ucciderlo, che tornaconto ci avrebbero?
-</p>
-
-<p>
-— Per vendetta si può fare di peggio; — rispose
-la moglie. — Tu sai che Cepione era geloso
-di lui. Fino a tanto che ha avuto da spennacchiare,
-non ha fiatato; anzi è corso negl'imprestiti un
-poco più in là del bisogno, tanto per averlo in
-suo potere. E grazie a te, gli è riuscita.
-</p>
-
-<p>
-— Ma infine, ragioniamo; dovevo io mettere a
-repentaglio una metà, un terzo delle mie sostanze,
-per accomodare i pasticci d'uno sventato, che conoscevo
-a mala pena da due mesi?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana diede al marito un'occhiata di
-profonda commiserazione.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei un codardo, o Elvio. Non hai capito
-che Caio Sempronio è uno di quegli uomini che
-non cascano per sempre, e che c'è vantaggio a
-dar loro una mano. Ora egli, per la tua sciocca
-paura, perde la fama e la libertà. Clodia Metella
-vuol ridere saporitamente di lui... e di noi! Ah,
-quanto mi sarebbe più caro che tu fossi stato
-meno liberale in altre cose con me! Quella villa
-a Pompeia! Quella schiava di Mileto pel mio giorno
-natalizio!....
-</p>
-
-<p>
-— Tutte cose che costavano assai meno, mia
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-bella; — rispose Elvio Sillano; — ed io potevo
-regalartele, senza pericolo di andare in rovina.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana si avvide che da quella parte
-non c'era più nulla da fare, e lasciò di rammaricarsi.
-Un'ora dopo, la bella matrona usciva di casa,
-dopo aver fatta annunziare la sua visita al console
-Sulpizio Rufo. E non è a dire come l'egregio
-uomo si rallegrasse di quella inaspettata ventura.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span></p>
-
-<h2 id="cap23">CAPITOLO XXIII.
-<span class="smaller">Dopo la sentenza.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Abbiamo lasciato il nostro eroe sotto il peso
-della sentenza pretoria, e non ci siamo neanche
-fermati a dire con che animo l'avesse accolta. Ma
-questo s'immagina facilmente. Caio Sempronio era
-andato al Foro con poca speranza di vincere, ma
-quella poca gli bastava per non prevedere un colpo
-così grave. E mentre sperava che l'eloquenza di
-Cicerone facesse condannare i suoi creditori come
-usurai, o che almeno il suo amico Elvio Sillano
-volesse offrirsi mallevadore per lui, ecco, gli capitava
-tra capo e collo la mazzata, si sentiva ghermito
-dalle luride mani di Servilio Cepione e dei
-suoi brutti colleghi.
-</p>
-
-<p>
-A quel tocco improvviso si scosse, e un senso
-di paura gli scorse per tutte le fibre. Ma in pari
-tempo gli sovvenne che era in un luogo pubblico,
-al cospetto di mille, e rialzò fieramente la testa,
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-come per far fronte al destino con la dignità del
-silenzio. Era la mano di Cepione, quella che si
-era posata sulle sue spalle; ma egli sentì la mano
-di Clodia Metella, di Clodia Metella, che oramai
-gli appariva ciò che veramente era, un vile strumento
-degli argentarii. Forse era da credersi che
-quella Venere spogliatrice gli avesse voluto un po'
-di bene, in mezzo a tutti gli artifizi che le erano
-comandati dal suo mestiere di adescatrice, e che
-ciò avesse destato la gelosia di Cepione; altrimenti,
-non si sarebbe potuto spiegare l'accanimento dell'usuraio
-contro di lui.
-</p>
-
-<p>
-Come mai era penetrato l'amore in quella montagna
-di carne? Caio Sempronio ci perdeva il filo.
-Forse non era amore, quello di Cepione, ma vanità
-offesa, che è peggio. Comunque fosse, il povero
-Caio Sempronio era diventato lo schiavo, l'<i>addictus</i>
-di quell'uomo e de' suoi due prestanomi.
-</p>
-
-<p>
-E andando in mezzo a loro, pensava con raccapriccio
-al futuro. Chi lo avrebbe riscattato dalle
-loro mani per una somma così ragguardevole, come
-quella che formava lo scoperto de' suoi debiti?
-Valeva egli il sacrifizio d'un milione di sesterzi?
-E avrebbe trovato l'amico compassionevole, o il
-matto, che si scomodasse a tal segno per lui?
-</p>
-
-<p>
-Il nostro povero cavaliere si vedeva già fatto a
-spicchi. Le Dodici Tavole parlavano chiaro. «Se
-più saranno i creditori (e questo era proprio il
-suo caso), scorso il terzo giorno dei mercati, lo
-facciano in pezzi; se qualcheduno ne tagliasse
-più o meno, non sia incolpato di frode.»
-</p>
-
-<p>
-Tre spicchi, adunque, perchè i creditori erano
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-tre. Questa la prospettiva, e non c'era mica da
-scherzare. Al nostro prigioniero tornava in mente
-quel certo pugillare di Clodia Metella, dal quale
-aveva avuto principio la loro relazione. «Stimo te
-grandemente, nè l'ho taciuto in alcuna occasione;
-fors'anco sarà giunto alle tue orecchie.
-Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un
-sogno; ma tu sai quanta fede debba prestarsi a
-questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava
-prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre
-pezzi da uomini assetati del tuo sangue. Ho
-tremato in udire il racconto della sua visione, e
-non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto
-sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici,
-e godi le prospere Megalesi; è il mio
-voto.»
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio era superstizioso come tutti gli
-antichi Romani. I lettori rammentano che, appena
-ricevuto lo strano viglietto di Clodia Metella, egli
-aveva interpretato il sogno col fatto dei tre amici,
-che volevano danari da lui. E certo, allora come
-allora, la spiegazione poteva bastare. Ma adesso,
-che tristo lume non riceveva il sogno dalla sentenza
-di Marco Rutilio Cordo? O non si sarebbe
-detto che quel sogno era una profezia, da dar dei
-punti ai famosi libri della Sibilla?
-</p>
-
-<p>
-Alla Sibilla ci penso io, raccontando. Ma non ci
-pensava di sicuro il nostro povero eroe, che aveva
-ben altro pel capo. Uscì dal Foro, sempre in mezzo
-ai suoi argentarii e ad una caterva dei loro clienti,
-con la fronte alta, guardando tutti e nessuno, e senza
-che l'animo partecipasse alle impressioni della vista.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-</p>
-
-<p>
-Così in confuso gli parve che alla prima cantonata
-Cepione lo avesse lasciato, raccomandandolo
-a qualcheduno, ma non ci badò più che tanto. Andava
-con la corrente, dove lo portavano i gomiti
-dei suoi vicini, e non ritornò alla coscienza di sè
-medesimo se non quando si trovò nell'atrio d'una
-casa, che non era la sua, ma quella del suo capitale
-nemico.
-</p>
-
-<p>
-Due servi, facce proibite come il loro padrone,
-lo presero per le braccia e lo condussero in una
-camera sotterranea, che in altri tempi doveva aver
-servito da cantina, e il cui finestrino, munito di
-sbarre di ferro, prendeva lume dal vano del peristilio.
-Là dentro fu chiuso. Poco stante gli portarono
-una brocca d'acqua e una focaccia di farina,
-del peso d'una libbra. Cepione faceva ogni cosa
-secondo la legge.
-</p>
-
-<p>
-C'era buio là dentro, e a tutta prima il nostro
-prigioniero non ci si raccapezzava. Ma avvezzando
-gli occhi a poco a poco, vide contro la parete una
-specie di rialzo, come un letto di fabbrica, che poteva
-anche, e più facilmente, essere stato un ripiano
-per collocarvi due o tre botti di fila. Comunque
-fosse, quello doveva essere il suo letto.
-Onesto Cepione! Vedete un po' come aveva pensato
-anche ai comodi del suo debitore.
-</p>
-
-<p>
-Si appoggiò alla proda di quella costruzione a
-doppio uso, incrociò le braccia sul petto e rimase
-lunga pezza immobile, assorto nei suoi tristi pensieri.
-Era così nuovo il suo stato! E gli giravano
-tante cose per la mente confusa! Non aveva coscienza
-del tempo, nè dello spazio; era qua e là
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-in un punto, col passato e col futuro, che facevano
-a cozzi nel suo spirito e si scambiavano le
-parti.
-</p>
-
-<p>
-Clodia Metella lo amava e non aveva potuto
-salvarlo. Era stato chiamato in giudizio, ma Cicerone
-con una splendida arringa aveva fatto condannare
-i suoi creditori a pagargli due milioni di
-sesterzi per la illecita usura. Cepione era scoppiato
-dalla rabbia. Giunia Sillana lo portava in
-trionfo. Numeriano cantava la sua vittoria ed egli
-lo ricompensava col dono degli orti Ventidiani.
-Postumio Floro gli domandava diecimila sesterzi
-in imprestito, ed egli lo mandava a quel paese,
-dopo avergli rinfacciata la sua ingratitudine e il
-cattivo servizio reso a lui presso Numeriano, il
-giorno dopo le nozze di Delia. Il suo ritorno in
-auge gli avea conciliata l'amicizia di tutta Roma;
-il magno Pompeo lo voleva dalla sua, gli offriva
-il comando di una legione; Cesare andava su tutte
-le furie e gli giurava un odio mortale; vinta la
-fazione di Pompeo, s'impossessava del giovane
-tribuno, e lo gettava in un carcere.
-</p>
-
-<p>
-Si tornava al carcere, come vedete; questo era
-il triste, l'innegabile vero.
-</p>
-
-<p>
-Parecchie ore erano trascorse in quella corsa
-sfrenata della fantasia vagabonda. Ad un tratto, e
-mentre il suo pensiero ritornava alla realtà delle
-cose, il prigioniero fu colpito da strani rumori,
-che gli venivano dall'alto. Erano grida confuse,
-ma non d'alterco; la nota dell'allegria risaltava
-chiaramente da quel pazzo tumulto di suoni.
-</p>
-
-<p>
-I nemici di Caio Sempronio banchettavano sulla
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-testa del prigioniero; celebravano la loro vittoria
-tra i fumi dell'orgia.
-</p>
-
-<p>
-Si accostò alla parete, donde col frastuono delle
-voci gli veniva un filo di luce; si aggrappò alle
-ineguaglianze del muro e giunse ad afferrare le
-sbarre che chiudevano il finestrino. Sospeso in
-quel modo, tese l'orecchio e rimase in ascolto, se
-mai gli venisse fatto di capirne qualche cosa.
-</p>
-
-<p>
-Il triclinio di Cepione non doveva esser molto
-lontano dal peristilio. Poco stante il prigioniero
-riconobbe la voce del suo nemico. Servilio Cepione
-doveva già aver alzato più volte il gomito, perchè
-quella voce gorgogliava maledettamente; segno che
-il vino bevuto faceva nodo alla strozza.
-</p>
-
-<p>
-— A te, padrona! — gridava l'avvinazzato argentario. — Ti
-chiamino pure Venere spogliatrice,
-e quadrantaria, i nostri nemici! Tu sei una donna
-portentosa, e noi ti faremo una statua.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Una voce di donna rispondeva a quel brindisi;
-ma Caio Sempronio non riuscì ad afferrarne una
-sillaba. Per altro, il suono di quella voce, e più
-l'allusione dell'argentario, gli fece intendere che
-quella donna era Clodia Metella.
-</p>
-
-<p>
-Lei dunque al banchetto di Cepione! Lei presente
-a quella invereconda orgia di strozzini! Proprio
-nel giorno che egli era stato condannato, e
-certamente non ignorando dove egli fosse rinchiuso!
-Come era caduta! Come si dimostrava corrotta
-ed infame!
-</p>
-
-<p>
-Ed egli aveva potuto invaghirsi di quella donna;
-vivere così lungamente ai piedi della quadrantaria,
-senza vederne la bruttura, senza sentirne il lezzo?
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-La nausea gli venne alla gola e provò il bisogno
-di bere. Lasciatosi cadere sul battuto, andò a cercare
-la brocca e tracannò un sorso. L'acqua gli
-seppe d'amaro e la rigettò in fretta, come se fosse
-veleno. La sua bocca era amara, non l'acqua; il
-povero Caio aveva la febbre.
-</p>
-
-<p>
-I rumori del convito gli tornavano molesti. Provò
-a non badarci e volse il pensiero a Giunia Sillana,
-a quella donna che poteva avere i suoi difetti come
-tante e tante altre, ma che gli aveva dimostrato
-un po' d'affezione. Certo, se fosse dipeso da lei,
-egli non sarebbe caduto nelle unghie di Cepione,
-non sarebbe finito là dentro. E certo, in quell'ora,
-in quel punto medesimo, mentre la vile quadrantaria
-sorrideva procacemente allo stuolo impuro
-dei suoi nemici, inebriandosi di vino e di scherni,
-Giunia Sillana pensava a lui e cercava il modo
-di essergli utile.
-</p>
-
-<p>
-Quel pensiero lo confortò un tratto. Si sdraiò
-sul suo letto di pietra, volgendo la faccia alla parete
-e stringendosi le palme agli orecchi. Era stanco,
-sfinito da tante commozioni, e cadde in un sonno
-profondo. I sogni lo consolarono della realtà. Tornava
-all'aperto, respirava le aure soavi della libertà,
-e Giunia Sillana gli stendeva le braccia. In
-verità, era costei la più bella donna di Roma; non
-impiastricciata di farina e di minio come quell'altra,
-che usava levarsi dallo specchio tutta lucente
-come una figurina di smalto, ma bianca del suo
-pallore naturale, amabile pallore che rendeva agli
-occhi la mite bianchezza del marmo. E al marmo
-poteva paragonarsi la salda maestà di quelle sue
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-forme rigogliose, invidia eterna di tante patrizie,
-celebrate per bellezza in una città dov'erano così
-numerose le belle.
-</p>
-
-<p>
-E gli occhi, Dei immortali! Dove trovare i più
-grandi e i più nobilmente pensosi, sotto l'arco
-maestoso e profondo delle lunghe ciglia? Come un
-mare tranquillo lascia scorgere le arene dorate del
-fondo, così quegli occhi mostravano a tutta prima
-i tesori dell'anima, la pietà e l'amore. E l'una e
-l'altra cosa erano per lui, gli erano promesse da
-quegli occhi benignamente rivolti su lui.
-</p>
-
-<p>
-Nel più bello, fu risvegliato in soprassalto da un
-improvviso rumore. L'uscio girava sui cardini rugginosi,
-e un'ombra nera, spiccando sulla luce rossastra
-d'una lucerna che dietro a lei era recata
-da un servo, entrava poco stante nel carcere. Caio
-Sempronio balzò in piedi, e riconobbe il suo creditore
-e padrone.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span></p>
-
-<h2 id="cap24">CAPITOLO XXIV.
-<span class="smaller">Un colpo di mano.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il degno argentario si reggeva male sulle gambe
-e balbettava alcune frasi sconnesse. L'ubbriachezza
-era evidente.
-</p>
-
-<p>
-— Salve, amico; — gorgogliò Cepione. — Non
-ho voluto andare a letto, dove penso che mi troverò
-assai bene.... Il letto è una gran bella cosa e
-viva la faccia di chi l'ha inventato! Che cosa volevo
-dirti? Ah, ecco qua, sono venuto a darti la
-buona notte. Come ti trovi in questa camera?
-</p>
-
-<p>
-— Bene; — rispose asciuttamente Caio Sempronio
-rimettendosi sul suo letto di pietra e guardando
-filosoficamente il soffitto.
-</p>
-
-<p>
-— Non fo per dire, ma è davvero una bella camera; — ripigliò
-con aria beffarda l'argentario. — Un
-po' umida, se vogliamo; ma c'ingrasserai, non
-dubitare, e diventerai bello come il tuo amico Cepione.
-Vedo che ti mancano ancora gli anelli e la
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-catena. Abbi pazienza; non prevedevo che Marco
-Rutilio Cordo volesse procurare oggi stesso un così
-grande onore alla mia casa, e non mi ero preparato.
-Ma il fabbroferraio capiterà a momenti e ti
-adornerà di tutto punto, che il dio Saturno medesimo
-non potrebbe desiderarsi di meglio. Così non
-sarai più molestato e potrai dormire tranquillo.
-Vedi che io sono un brav'uomo e ti voglio bene.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! — interruppe Caio Sempronio, volgendogli
-le spalle.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo credi? Hai torto. Amavo Clodia più
-di te, si capisce. La crudele matrona aveva dimenticato
-un po' troppo il suo Cepione. Ma è tornata
-buonina, sai; regno io, finalmente, nel suo
-cuoricino. E adesso io mi ricordo di te, ti perdono
-il ratto della Sabina, e prima d'andarmene a letto,
-vo' berne un bicchiere con te. Trappola, lascia qui
-la lucerna e va a prendere una bottiglia di quel
-buono.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il prigioniero capì che non c'era modo di levarselo
-dai piedi. E vincendo il ribrezzo che gl'inspirava
-quel furfante, gli domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Ma come l'amavi tu, quella donna? E se
-l'amavi, perchè mi hai lasciato andare tant'oltre
-con lei?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?... Oh bella! Mi domandi il perchè?
-Ragazzo mio, sappi che Cepione, il banchiere, ha
-sempre amato due cose, le belle donne e i danari.
-Quale delle due più dell'altra? Non so, non cerco.
-Vedi, ero povero e brutto.... cioè no, ero soltanto
-povero, e mi dicevano brutto perchè ero povero.
-Questi patrizii, pettoruti, pieni di boria, che il canchero
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-se li porti! Ah, pensavano che noi non ci
-saremmo mai vendicati del loro disprezzo? Cepione
-li ha tutti in un calcetto. Ah, non sono nobile, io?
-Sono un mascalzone, un plebeo? V'ha a costar
-cara, per Ercole! A buon conto, son ricco; il vostro
-sangue l'ho succhiato io; per questo mi vedete
-così fatticcione. Chiamatemi pure l'obeso Cepione,
-la montagna di carne; io mangio bene, bevo
-meglio, e mi rido di voi. Mi capitate ad uno ad
-uno tra le unghie; vi scortico, vi levo i pezzi, mi
-vendico. Già capisco che un giorno o l'altro qualcheduno
-pagherà per te, ed io perderò la tua amabile
-compagnia. Ma badino bene, paghino fino all'ultimo
-sesterzio. Non fo ribassi, io! E se credono
-che mi manchi il coraggio di rinunziare anche al
-prezzo di vendita d'uno schiavo, s'ingannano a
-partito. Lascino trascorrere il terzo giorno di mercato,
-e giuro a Saturno che ti fo tagliare in tre
-pezzi, per prendermi la mia parte. Voglio quella
-tua testolina elegante, hai capito? La voglio; e
-me la faccio piantare qui, sulle mie spalle, per
-andare attorno, a innamorare le patrizie di Roma,...
-anche quelle che non sono quadrantarie.
-</p>
-
-<p>
-— Starà male la mia testa, piantata su quell'otre
-gonfiato; — osservò Caio Sempronio. — Sai
-che cosa ti converrebbe di più? D'impiccare ad una
-trave quel tuo corpaccio di Sileno, e di figurarti
-che la tua anima sozza sia entrata nel mio.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, ah, burlone! — gridò l'argentario, colto
-in pieno dai sarcasmi del suo debitore. — A buon
-conto, questo corpaccio ha preso il tuo posto....
-dove tu sai.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E di ciò ti ringrazio; — riprese Caio Sempronio. — Mi
-ci trovavo male, e fu colpa mia,
-imperdonabile colpa, di non essermene avveduto
-un po' prima.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa intenderesti di dire?
-</p>
-
-<p>
-— Niente che ti riguardi. Va, adesso; Clodia ti
-aspetterà.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro che mi aspetta! Me lo ha detto poc'anzi:
-«Servilio, anima mia, passerino mio, fa
-presto, non perdere il tempo con quello sciocco
-sdanaiato del tuo prigioniero.»&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio non rispose verbo a quello sfogo
-di vanità. Il ricordo del passero gli fece venire in
-mente Catullo.
-</p>
-
-<p>
-— Povero poeta! — diss'egli tra sè. — Come è
-caduta giù la tua Lesbia!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Intanto giungeva il Trappola con una bottiglia
-di vetro dal collo stretto e dal ventre rigonfio,
-che raffigurava la testa di Medusa, e due coppe
-di terra cotta, ornate di bei fregi rossi, su fondo
-nero.
-</p>
-
-<p>
-— Padrone, ecco il vino. È Cecubo.
-</p>
-
-<p>
-— Ah furfante! — gridò l'argentario. — Un
-vino così prezioso per questo straccione?
-</p>
-
-<p>
-— Ma.... — balbettò il servo; — tu stesso m'hai
-detto di portare il migliore. E poi, se devi berne
-anche tu....
-</p>
-
-<p>
-— È vero, è vero; — disse Cepione, facendo la
-ruota. — Io devo berlo ottimo, e tu approfitti della
-fausta occasione, o Sempronio. Ringrazia il mio
-genio tutelare.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E con quella volubilità che è propria degli ubbriachi,
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-il degno argentario offerse da bere al suo
-debitore.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio respinse la tazza, che scivolò
-dalle mani di Cepione e sarebbe certamente andata
-in frantumi, se il coppiere non fosse stato pronto
-ad afferrarla per aria. Il vino, tuttavia, andò ad
-inaffiare il battuto.
-</p>
-
-<p>
-— Non vuoi bere? — gorgogliò l'ubbriaco. — Hai
-torto, e Libero ti punirà. Anzi ti ha già punito, — soggiunse
-egli, felice di avere trovato un
-bisticcio, — perchè ti ha fatto schiavo. A te, Trappola,
-da bravo; versami ancora tre gocce di nettare.
-Ma bada, per Bacco, che non ti tremi la mano.
-Tu risichi di farmi una libazione che non è più
-necessaria.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Quasi non sarebbe mestieri di spiegare ai lettori
-le parole dell'argentario. Dicevasi libazione quel
-tanto di vino, o d'altro liquore, che si spargeva
-sull'ara, quasi per dinotare che tutto era consacrato
-agli Dei.
-</p>
-
-<p>
-— Padrone, non son io, — disse il Trappola. — È
-la tua coppa, che si muove.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì? E come può essere? Io son saldo,
-vedi, saldo come un Atlante.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E barellava, il degno argentario, per modo che
-il Trappola reputò necessario di condurlo bel bello
-fino al letto di fabbrica, affinchè vi trovasse un
-rincalzo al suo centro di gravità.
-</p>
-
-<p>
-In quel mentre, si affacciavano sul limitare cinque
-o sei uomini, condotti dall'atriense.
-</p>
-
-<p>
-— Padrone, — disse il servo, — eccoti il fabbroferraio,
-venuto per metter le catene al prigioniero.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo! — gridò Cepione. — E siano
-saldate a dovere, chè questo furfante non abbia a
-fuggirmi.
-</p>
-
-<p>
-— Non dubitare, nobilissimo Cepione; — rispose
-il fabbroferraio, con una voce che colpì
-Caio Sempronio; — ribadiremo gli anelli per
-modo che neanco il dio Saturno potrebbe cavarne
-i piedi.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Saturno aveva, tra gli altri suoi uffizii celesti,
-il patronato degli schiavi, ed era spesso rappresentato
-con le catene ai piedi; catene che si toglievano
-via, durante la sua festa, nel mese di settembre,
-quando si concedeva agli schiavi una libertà
-temporanea.
-</p>
-
-<p>
-Il fabbroferraio, uomo aitante della persona e
-nero di fuliggine per tutte le membra, si face innanzi,
-seguito dai suoi aiutanti, che portavano le
-catene e gli arnesi del mestiere.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti siete? — esclamò Cepione. — Sono
-forse necessarie tante persone, per adattare due
-cerchi di ferro alle gambe d'un uomo?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il fabbroferraio si mise a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Temi di doverci dar da bere a tutti, nobilissimo
-Cepione? — domandò egli, cansando la risposta. — I
-miei garzoni non bevono vino.
-</p>
-
-<p>
-— Quando non ce n'hanno; — soggiunse a mezza
-voce uno di loro.
-</p>
-
-<p>
-Intanto il nostro Caio Sempronio allungava una
-gamba, per agevolare il lavoro al fabbroferraio.
-Lo aveva veduto più da vicino, aveva studiato
-meglio la sua voce, e sotto la fuliggine che gli
-copriva il volto, aveva riconosciuto Piramo, il suo
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-ostiario, venduto da lui, insieme con tutti gli altri
-schiavi della casa, a Giunia Sillana.
-</p>
-
-<p>
-Piramo, dopo aver data al prigioniero un'occhiata
-d'intelligenza, s'inginocchiò, e, presa la catena dalle
-mani d'uno de' suoi compagni, ne adattò un anello
-alla gamba del paziente.
-</p>
-
-<p>
-Cepione seguiva attentamente degli occhi il lavorìo
-di Piramo.
-</p>
-
-<p>
-— Che m'andavi tu cantando del Dio Saturno? — gridò
-egli, com'ebbe visto l'anello. — Quei cerchi
-son troppo larghi.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi pare; — rispose il fabbroferraio.
-</p>
-
-<p>
-— Ti dico che son troppo larghi per quelle due
-tibie, e lo sarebbero anche pe' miei polpacci.
-</p>
-
-<p>
-— Tu vuoi scherzare, nobilissimo Cepione; — disse
-Piramo, che fino allora non aveva tralasciato
-di ammiccare al prigioniero, sperando che
-volesse capirlo. — Vedi tu stesso, se la cosa è possibile.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo, tolse l'anello dal piede di Caio
-Sempronio, e lo adattò alla gamba di Cepione.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi? — gridò questi con aria di trionfo. — Cresce
-almeno sei dita.
-</p>
-
-<p>
-— Non si tratta d'altro? Eccoti come si rimedia; — rispose
-il finto fabbro.
-</p>
-
-<p>
-E presa una tanaglia, strinse e rivoltò i capi
-dell'anello di ferro in tal guisa che questo gli andò
-come se fosse stato fatto a bella posta per lui.
-</p>
-
-<p>
-— A noi, ora; — gridò Piramo, scoprendo il suo
-giuoco.
-</p>
-
-<p>
-E preso per un braccio il nostro cavaliere, che
-stava guardando tutti e tutto con aria melensa, lo
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-spinse fuori della camera. In pari tempo appoggiava
-una pedata al Trappola, che non aspettò la
-seconda, e trovò più comodo di ruzzolare in un
-canto.
-</p>
-
-<p>
-L'altro servo dell'argentario era già andato via.
-Aveva accompagnato laggiù il fabbroferraio e non
-gli era parso necessario di restare.
-</p>
-
-<p>
-Caio Sempronio indovinò finalmente che cosa si
-volesse da lui. Infilò la scala, seguito da Piramo
-e dai suoi bravi compagni; giunse nell'atrio, dov'erano
-sparsi in parecchi gruppi i convitati di
-Cepione, e, dati due o tre spintoni a dritta e a
-manca, sguizzò dal pròtiro sulla pubblica via, prima
-che i caduti avessero potuto rimettersi in gambe,
-e tutti gli altri rinvenire dallo stupore.
-</p>
-
-<p>
-— Ah, furfanti! Ah, scellerati! Abbrancateli!
-Non lasciate uscir nessuno!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Così gridava Cepione. E già si era mosso per
-correr dietro ai fuggiaschi. Ma una catena di trenta
-libbre (perchè in ciò il fabbro lo aveva servito a
-dovere) non si porta così facilmente da nessuno
-che voglia correre, e molto meno quando si è alzato
-un po' il gomito. Il degno argentario si era a
-mala pena avveduto di quell'impedimento, che la
-catena gli s'intralciava fra le gambe, ed egli cadeva
-bocconi davanti all'uscio del sotterraneo.
-</p>
-
-<p>
-Il tonfo di quell'otre disteso ebbe le conseguenze
-che doveva avere. Non mi dilungherò in una descrizione
-poco piacevole; dirò invece, aiutandomi
-con una perifrasi, che quel tonfo gli levò un peso
-dallo stomaco, se non al tutto i fumi dal capo.
-</p>
-
-<p>
-Poco lunge da Cepione era caduto il Trappola,
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-e per quella causa impellente che sapete. Il poveraccio,
-udito il rumore della tombolata e tutto il
-restante che per brevità si omette, si alzò come
-potè, e pesto, indolenzito, sconcertato da quella inaspettata
-catastrofe, andò ad aiutare il padrone.
-</p>
-
-<p>
-— No, lasciami stare! — balbettò Cepione con
-voce soffocata dalla rabbia e da tutto il restante
-che ho detto. — Corri nell'atrio anche tu! Fermate
-il prigioniero e gli siano distese sessanta vergate
-sulla schiena.
-</p>
-
-<p>
-— Il prigioniero! Sì, piglialo! — pensò il Trappola,
-muovendo verso la scala. — A quest'ora è
-già fuori dell'uscio. Basta, egli mi manda ed io
-vado. Il sapore delle pedate non era buono di certo;
-ma l'odore del vino che ritorna alla luce è di
-gran lunga peggiore.
-</p>
-
-<p>
-— Sessanta vergate sulla schiena! — ripeteva
-intanto Cepione, mentre tentava di rialzarsi e andava
-brancolando nel sudiciume. — Ed altrettante
-ai suoi compagni, prima di metterli in croce! Oh,
-me la pagheranno, me la pagheranno! Vedete che
-audacia! Farla a me, a Servilio Cepione! E il
-fabbroferraio, che era di balla con questo bel
-mobile! Ah, per l'Averno, se mi capita nelle
-unghie!...&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò borbottato, gorgogliato a intervalli, si
-capisce, ed anche frammisto alle spume ingenerose
-che gli fiottavano dalle labbra. Se lo aveste
-veduto, quant'era brutto! Clodia Metella, anima
-nera, se vogliamo, ma donnina di garbo, avrebbe
-inorridito senz'altro.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente, mandati dal Trappola, che reputava
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-più salubre di correre sull'orme del fuggiasco
-scesero nel sotterraneo gli altri servi della casa e
-trascinarono fuori l'impiastricciato padrone, con la
-sua catena ai piedi, non potuta levare lì per lì.
-La brigata dei commensali, che abbiamo lasciata
-nell'atrio, era tutta sossopra dallo spavento, per
-aver veduto sbucar fuori e fuggire, non senza distribuzione
-di busse, quel branco di fuligginosi
-Ciclopi; ma l'apparizione del vecchio argentario,
-di quella balla di cenci da mandare al bucato,
-mutò l'indirizzo e fece dare tutti gli astanti in
-uno scoppio di risa. Che farci? Il riso è contagioso,
-e i bricconi non sentono compassione; neanche
-del proprio simile, che è tutto dire!
-</p>
-
-<p>
-A quelle inaspettate accoglienze, Sileno andò su
-tutte le furie. Guardò intorno e capì che il prigioniero
-era fuggito. Anche il Trappola, tornato
-allora dal pròtiro, gli confermò la cosa con la sua
-aria ingrullita. Fece per saltare addosso ai servi,
-poi si volse furibondo ai commensali, che seguitavano
-a ridere; ma le forze gli vennero meno,
-torse gli occhi, digrignò i denti, e stramazzò privo
-di sentimento sul musaico dell'atrio.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente, dopo tanti che gliene avevano augurati
-in sua vita, gliene capitava uno! Ma, pur
-troppo, non fu di quelli a ferraiuolo. Giove ottimo
-massimo non suol dare di queste soddisfazioni alla
-virtù sulla terra. Si mandò pel medico, e due dozzine
-di mignatte non ischifarono di succhiare il
-suo sangue. Lettori, compiangiamo quelle povere
-bestie.
-</p>
-
-<p>
-E ritorniamo a Caio Sempronio; se no, ci pianta
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-lì, come Olimpia sullo scoglio, e chi lo raggiunge
-è bravo.
-</p>
-
-<p>
-Uscito sul margine della strada, aveva seguito
-Piramo, come un fanciullo seguirebbe la madre.
-Infatti il suo fedele ostiario lo aveva preso per
-mano, e, giunto alla svolta dell'isola, si ficcava in
-un vicolo, mentre i compagni loro scantonavano
-lesti, chi da una parte e chi da un'altra, senza
-aspettare il comando.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro cavaliere camminò un dugento passi a
-quel modo, senza far parola, chè non era tempo
-da chiacchiere. In fondo al vicolo stavano due cavalli
-bardati. Piramo si fermò; il ragazzo, che teneva
-i cornipedi per le redini, si fece avanti; Caio
-Sempronio capì a volo, e d'un balzo fu in sella.
-</p>
-
-<p>
-— E adesso, padrone, al galoppo! — disse Piramo,
-che lo aveva prontamente imitato.
-</p>
-
-<p>
-— Dove si va? — chiese il cavaliere. — Forse
-da lei?
-</p>
-
-<p>
-— No; ella si comprometterebbe e tu potresti
-essere ripreso da un momento all'altro. Del resto,
-la vedrai ad ogni modo, laggiù, dove andiamo a
-far capo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Andavano verso la porta Nomentana. Ad un certo
-punto lasciarono i cavalli ed entrarono in una casa
-di modesta apparenza, dove Piramo si levò quella
-fuliggine ond'era tutto lordo e Caio Sempronio indossò
-un'altra tunica, che dèsse meno negli occhi.
-Ciò fatto, uscirono da una postierla che dava
-su di una viottola campestre, e con passo spedito
-si allontanarono dalla parte di settentrione, per
-andare a cercare la via Tiburtina.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana aspettava l'esito dell'impresa in
-una sua villa, dove nessuno avrebbe argomentato
-che andasse, a stagione tanto inoltrata. Quando
-vide apparire Caio Sempronio, libero, sano e pieno
-di gratitudine per lei, la bella matrona divenne
-più pallida del solito, e si lasciò cadere, sfinita
-dalla commozione e dall'eccesso della gioia, sul
-lettuccio del triclinio, dove era preparata la cena
-a quel povero affamato.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! — diss'egli, commosso non meno di
-lei. — Ti son debitore della luce, dell'aria, della
-libertà, della vita, insomma. E in qual modo sei
-riuscita a salvarmi?
-</p>
-
-<p>
-— Il console Sulpicio Rufo è un uomo di cuore; — rispose
-la bella matrona, reprimendo un sospiro. — Egli
-ha ceduto alle mie preghiere e prestato
-mano all'impresa. Ma parliamo d'altro; — soggiunse
-ella, vedendo che la fronte del nostro
-cavaliere si andava rannuvolando. — Attendi a ristorar
-le tue forze, e poi, scambio di riandare il
-passato, provvederemo al futuro.&nbsp;—
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span></p>
-
-<h2 id="cap25">CAPITOLO XXV.
-<span class="smaller">Chi ha avuto ha avuto.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Erano passati trenta giorni dalla condanna di
-Tizio Caio Sempronio e dalla sua consegna legale
-in mano dei creditori. Il termine cadeva proprio
-in un giorno di mercato, e il degnissimo pretore
-Marco Rutilio Cordo sedeva maestoso in tribunale,
-attorniato dai littori ed intento ad amministrare la
-giustizia.
-</p>
-
-<p>
-Cause di molta importanza non ce n'erano, quel
-giorno; nessun oratore di grido aveva a sfoderare
-le armi della sua invitta eloquenza. Eppure, quel
-giorno, si vedeva nel foro una calca più fitta del
-solito, perchè i creditori di Tizio Caio Sempronio,
-del più bello, del più elegante tra i cavalieri di
-Roma, dovevano condurre il loro prigioniero davanti
-ai pretore, e annunziare ad alta voce la
-somma del debito, se mai si presentasse qualcuno
-a pagare per lui e a farlo rimettere in libertà.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-</p>
-
-<p>
-Intendiamoci bene, tutta quella gente ci andava
-per vedere le facce malinconiche dei tre creditori,
-essendo noto a tutta Roma il fatto della fuga di
-Tizio Caio Sempronio.
-</p>
-
-<p>
-Dov'era andato a far capo il giovinotto? Saperlo!
-I littori lo avevano cercato per ogni dove; ma
-fiaccamente, diceva Cepione, che non sapeva darsene
-pace. Il feroce argentario, nello sfogo delle
-sue bizze, era trascorso ad accusare il console Sulpicio
-Rufo di connivenza nel colpo di mano, imputato
-da lui e da Clodia Metella all'amore di
-Giunia Sillana pel nostro cavaliere. Per veder giusto
-in certe cose, non ci sono che i nemici e le
-donne. À quelli aguzza l'ingegno il rancore; queste
-non hanno mestieri d'aguzzarlo; la finezza del
-senso è in loro una seconda natura.
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana aveva sorriso di quei sospetti,
-contenta che avessero dato nel segno. Ma il console
-Sulpicio non ci aveva le stesse ragioni di lei
-per lasciar correre, e fatto chiamare a sè l'argentario,
-gli aveva data una strappazzata coi fiocchi.
-Badasse a' casi suoi, tenesse la lingua tra i denti;
-se no, povero a lui! E il nostro Cepione, quantunque
-di mala voglia, si era inchinato, aspettando
-il giorno dell'udienza pretoria, a cui doveva presentarsi,
-in compagnia de' suoi sozii, egli e loro
-con un pugno di mosche.
-</p>
-
-<p>
-Or dunque, mentre il sapientissimo e santissimo
-uomo Marco Rutilio Cordo stava sulla sua sedia
-curule, rendendo giustizia e accomodando in bella
-guisa le pieghe della sua toga pretesta, comparvero
-davanti al tribunale i tre usurai.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa volete? — domandò.
-</p>
-
-<p>
-— Pretore, ti chiediamo giustizia.
-</p>
-
-<p>
-— Qui la si fa sempre, e per tutti. Di che vi
-lagnate?
-</p>
-
-<p>
-— Del fatto che sai. Trenta giorni or sono, tu
-ci hai dato nelle mani il nostro debitore Tizio Caio
-Sempronio....
-</p>
-
-<p>
-— E fu bene, perchè egli non aveva pagato per
-intero il suo debito. Lo avete portato via a buon
-dritto ed io spero che lo avrete nutrito secondo la
-legge, o permesso che egli si nutrisse meglio, a
-sue spese.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì, egli s'è nutrito davvero; — gridò Crispo
-Lamia. — Lo stesso giorno che tu ce lo hai
-consegnato, il prigioniero è fuggito.
-</p>
-
-<p>
-— Fuggito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; lo ignori tu forse, mentre tutta Roma
-lo sa?
-</p>
-
-<p>
-— Cittadini, — rispose gravemente il magistrato, — io
-qui non debbo sapere se non quello che
-consta al mio tribunale. Dunque, è fuggito? E voi
-ve lo siete lasciato sguizzar di mano?
-</p>
-
-<p>
-— Un tradimento! — urlò Cepione. — Un indegno
-tradimento! Egli non può esser fuggito
-senza la connivenza di qualcheduno.
-</p>
-
-<p>
-— Accusate, e vedremo; — disse il pretore.
-</p>
-
-<p>
-— Ma.... — balbettò l'argentario, che rammentava
-la minaccia del console, e voleva pur dire
-qualcosa; — i complici son troppo alti e potenti.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Marco Rutilio Cordo aggrottò le ciglia senz'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è nessuno troppo alto o possente, in
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-Roma, davanti alla maestà delle leggi. Parlate dunque,
-accusate liberamente. Vi avverto, per altro, — soggiunse,
-con accento severo, — che le mezze
-accuse non giovano, ed io vi farei costar care le
-false.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Cepione, inviperito, voleva replicare. Ma i suoi
-colleghi, più prudenti, lo tirarono per un lembo
-della toga.
-</p>
-
-<p>
-— Non mettere te e noi in un ginepraio, — gli
-bisbigliarono all'orecchio. — Tu lo vedi; il pretore
-non ischerza.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Cepione li chetò con un gesto della mano, che
-voleva dire: ho capito. E abbassando il tono, ripigliò:
-</p>
-
-<p>
-— Ma il nostro credito, chi ce lo paga? Che
-cosa ci rimane, se il debitore è sfumato? Il suo
-nome nella tua sentenza! In verità, è troppo poco.
-</p>
-
-<p>
-— Non dico di no; rispose Rutilio Cordo,
-soddisfatto di vederli calare. — Ma non son io che
-vi ho fatto perdere il pegno. E proprio volevate
-farlo in tre pezzi?
-</p>
-
-<p>
-— In tre pezzi, sì, in tre pezzi, come ci consentono
-le patrie leggi.
-</p>
-
-<p>
-— E sia; lo potete. Spartitevi quel che rimane,
-senza pregiudizio del vostro diritto su tutto quel
-più che potrà ritornarvi in balìa. A te, Crispo Lamia,
-sérviti pel primo, quantunque tu non sia il
-maggior creditore, ed abbi Tizio, il prenome. A
-te, Servilio Cepione, prenditi Caio, il nome gentilizio.
-E tu, Furio Spongia, abbi quel che rimane,
-Sempronio, il cognome della famiglia. Lo volevate
-dividere in tre; vi accordo il taglio, vi assegno
-le porzioni; non se ne parli più altro.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-</p>
-
-<p>
-Così nella sua alta sapienza Marco Rutilio Cordo,
-che qualche volta amava far la burletta, vizio che
-è rimasto e s'è perpetuato presso tutti i giudici della
-terra, a rendere manco noiose le lunghe ore d'udienza!
-</p>
-
-<p>
-Una risata omerica di tutti gli astanti accolse la
-sentenza del pretore. Quando la voce fu passata
-di fila in fila, per modo che ne fossero informati
-i più lontani, fu uno scoppio d'ilarità in tutto
-il Foro; ilarità che si propagò per tutte le vie, per
-tutti i chiassi dell'eterna città. Le aquile e i corvi,
-frequentatori assidui dei sette colli, passando a
-volo sulle mura di Romolo, in quel momento d'epica
-giocondità, rimasero un pezzo a becco aperto, domandando
-tra sè per qual ragione fosse uscito
-dalla sua serietà il popolo più grave e più contegnoso
-dei mondo.
-</p>
-
-<p>
-La sentenza di Marco Rutilio Cordo, buttata là
-senza pretensione e così per mandare a spasso quei
-tre noiosi argentarii, trovò i suoi lodatori, e passò
-in proverbio la divisione di un nome in tre parti.
-Tizio Caio e Sempronio restarono separati e per
-sempre. I nomi d'Aulo, di Nigidio, ed altri, che
-erano serviti fino allora ai giureconsulti nel proporre
-gli esempi, cedettero il luogo a quei tre. Tizio
-ha dato a Caio; Caio ha negato a Sempronio; e
-avanti di questo passo, fino al tempo nostro, che
-tramanderà l'usanza ai venturi.
-</p>
-
-<p>
-Lettori dell'anima mia, vi ho chiarito un passo
-d'archeologia romana, e voi siete capaci, non che
-di rendermi grazie, di non prestar fede alle mie
-trovate. Questa è la sorte di tutti i grandi scopritori,
-ed io mi rassegno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma voi siete anche capaci di chiedermi come e
-dove andasse a finire il giovinetto, a cui era toccata
-quella burlesca <i>diminutio capitis</i>. Ed ecco, è
-per l'appunto quello che ignoro. Ho rovistato in
-tutti i bugigattoli della storia, e non ho trovato un
-bel nulla.
-</p>
-
-<p>
-Leggo cionondimeno in Plutarco, nella vita di
-Elvio Sillano (quel valentuomo che sapete, e reputato
-degno di entrare in paragone con un eroe
-della Grecia), che la bella Giunia Sillana era
-molto tranquilla. Segno evidente che l'amico doveva
-star bene e che si adattava di buona voglia
-alla necessità di conservare l'incognito.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno, la bella pallidona s'imbattè in Clodia
-Metella. Le due matrone non si erano più visitate,
-nè incontrate per via, dopo la stagione delle bagnature
-nel golfo di Neapoli.
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana fece le viste di non riconoscerla.
-Ma l'altra le andò incontro difilata, e col più amabile
-dei sorrisi sul labbro. Dicono i pratici che le
-signore donne ci abbiano sempre questo sorriso
-in mostra, quando si dispongono a dare una stoccatina
-a qualche amica del cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, bellissima, — gridò Clodia Metella, prendendo
-amorevolmente le mani dell'amica, — come
-stai? Non ti si vede più.
-</p>
-
-<p>
-— Sto bene e tu mi vedi; — rispose asciuttamente
-Giunia Sillana.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì, una volta all'anno! Beato chi ti possiede!
-Dimmi, a proposito, che cos'è avvenuto di
-quel leggiadro cavaliere?.....
-</p>
-
-<p>
-— Di che cavaliere mi parli? — chiese Giunia
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-Sillana, seccata dall'intenzione sarcastica di quel
-modo avverbiale che aveva usato Clodia Metella.
-</p>
-
-<p>
-— Di Tizio Caio Sempronio, poichè bisogna dir
-proprio il suo nome. Dicono che sia andato all'esercito
-di Cesare.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà vero.
-</p>
-
-<p>
-— Ma dicono altresì che non sia uscito di Roma
-e che viva nascosto in una tua villa.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà vero anche questo.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Tanta imperturbabilità era piuttosto singolare, e
-Clodia si morse le labbra dal dispetto.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, mia bellissima, tu conservi il segreto.
-Non ci sarà verso di cavarti nulla di bocca?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè dici questo? Ho anzi un'imbasciata
-per te; — rispose Giunia Sillana.
-</p>
-
-<p>
-— Da lui?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuramente, da lui.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Venere madre! e sei stata così buona....
-</p>
-
-<p>
-— Da incaricarmene, certamente. Povero giovane,
-è così gentile d'animo e memore delle sue vecchie
-amicizie! Egli m'ha detto di consigliarti in suo
-nome l'uso quotidiano e abbondante dell'acqua di
-Cosmo. Servilio Cepione si lava così poco, e lascia
-un odore così cattivo su tutto ciò ch'egli
-tocca!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-La botta era andata al cuore. Clodia Metella
-perdette il lume degli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Mi pagherai questo affronto, faccia di verderame! — sibilò
-essa, con voce soffocata dalla rabbia.
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana non si commosse punto, nè alla
-minaccia, nè all'insulto.
-</p>
-
-<p>
-— Io non ti temo; — rispose; — tutta Roma
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-sa chi tu sei, quadrantaria! Del resto meglio esser
-verdi, che impiastricciate di medicamenti letali.
-Si narra che Metello Celere, il tuo povero marito,
-per averti baciata sulle guance, sia morto.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-In questa guisa le due matrone si separarono,
-sorridendosi a vicenda, mentre i loro servi si tenevano
-ad una rispettosa distanza.
-</p>
-
-<p>
-Giunia Sillana non aveva certamente a temer
-nulla dallo sdegno di Clodia. Elvio Sillano era del
-partito di Cesare, che trionfava, e Clodia Metella
-doveva appiccar la voglia all'arpione. Del resto,
-era andata maledettamente giù, la quadrantaria. E
-vennero presto le rughe e si dileguarono ad uno
-ad uno gli amanti.
-</p>
-
-<p>
-Servilio Cepione, sempre più adiposo e rosso
-scarlatto nel grugno come i bargigli d'un tacchino,
-un bel dì fu trovato morto nel suo letto. Quella
-volta gli era capitato per davvero, e furono esauditi
-i voti ardentissimi di tanti cittadini, che glieli
-auguravano a secco. I suoi colleghi delle Botteghe
-Vecchie gli fecero un funerale magnifico, accompagnato
-dalle imprecazioni di tutti i sette colli.
-Ma pur troppo, nella fretta, dimenticarono di mettergli
-in bocca la moneta per pagare il suo passaggio
-a Caronte, ed io credo che il mascalzone,
-con tutte le sue ricchezze, non abbia ancora potuto
-mettersi in barca.
-</p>
-
-<p>
-Mi domanderete di Cinzio Numeriano. Il bel
-poeta non fece più versi, che raccomandassero il
-suo nome alla posterità. Dopo tante liete impromesse!
-Ma pur troppo è così; la Musa non vuol
-rivali, e pianta lì, senza tanti complimenti, chi
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-non sa essere tutto per lei. E un bel giorno lo
-piantò anche Delia, fuggendo in Ispagna con un
-pantomimo famoso.
-</p>
-
-<p>
-Giunio Ventidio, Postumio Floro, Elio Vibenna....
-Io spero, o lettori, che non mi domanderete notizia
-di tutte queste parti secondarie. Sappiate del
-resto, che uno dopo l'altro morirono tutti. E, senza
-mestieri di appurare il fatto con l'Arte di verificare
-le date, ho ragione di credere che sia morto anche
-il leggiadro eroe della mia storia, mezzo romana
-e mezzo di tutti i tempi e di tutti i paesi.
-</p>
-
-<p>
-Se vi ha divertiti, ditelo; ma per carità non la
-date ad imprestito. Oltre che gli amici non vi restituirebbero
-il libro, voi fareste un danno all'editore.
-</p>
-
-<p>
-Se poi v'ha annoiati, come temo, state zitti, per
-l'amor di Dio, e pensate che anche alle manifatture
-di questa sorte va applicato il proverbio: non
-tutte le ciambelle riescono col buco.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE.
-</p>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td class="center">Capitolo</td> <td class="cap">I.</td> <td>Entra in scena l'eroe</td> <td class="pag"><a href="#cap1">Pag. 1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">II.</td> <td>Il triclinio</td> <td class="pag"><a href="#cap2">9</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">III.</td> <td>Donne, vino e canzoni</td> <td class="pag"><a href="#cap3">21</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">IV.</td> <td>L'amico ei conosce alla prova</td> <td class="pag"><a href="#cap4">34</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">V.</td> <td>Amore è cieco</td> <td class="pag"><a href="#cap5">48</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">VI.</td> <td>Rose e spine</td> <td class="pag"><a href="#cap6">65</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">VII.</td> <td>Venere spogliatrice</td> <td class="pag"><a href="#cap7">83</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">VIII.</td> <td>L'attesa</td> <td class="pag"><a href="#cap8">103</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">IX.</td> <td>Duettino d'amore</td> <td class="pag"><a href="#cap9">116</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">X.</td> <td>Il terzo incomodo</td> <td class="pag"><a href="#cap10">130</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XI.</td> <td>Il prodigo e l'avaro</td> <td class="pag"><a href="#cap11">139</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XII.</td> <td>Nel teatro di Pompeo</td> <td class="pag"><a href="#cap12">152</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XIII.</td> <td>Amori in vista</td> <td class="pag"><a href="#cap13">162</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XIV.</td> <td>Le nozze di Numeriano</td> <td class="pag"><a href="#cap14">180</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XV.</td> <td>Il ricevimento</td> <td class="pag"><a href="#cap15">197</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XVI.</td> <td>Quod erat in fatis</td> <td class="pag"><a href="#cap16">206</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XVII.</td> <td>Viaggio a Citera</td> <td class="pag"><a href="#cap17">219</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XVIII.</td> <td>Luci ed ombre</td> <td class="pag"><a href="#cap18">231</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XIX.</td> <td>Siamo agli sgoccioli</td> <td class="pag"><a href="#cap19">251</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XX.</td> <td>Una va e l'altra viene</td> <td class="pag"><a href="#cap20">268</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XXI.</td> <td>Pro tribunali</td> <td class="pag"><a href="#cap21">279</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XXII.</td> <td>Sulle ventitrè e tre quarti</td> <td class="pag"><a href="#cap22">292</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XXIII.</td> <td>Dopo la sentenza</td> <td class="pag"><a href="#cap23">305</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XXIV.</td> <td>Un colpo di mano</td> <td class="pag"><a href="#cap24">313</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">»</td> <td class="cap">XXV.</td> <td>Chi ha avuto ha avuto</td> <td class="pag"><a href="#cap25">325</a></td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-
-</div>
-
-<div class="opere">
-<p class="center">
-DELLO STESSO AUTORE
-</p>
-
-<p class="center">
-(<i>Edizioni in-16</i>).
-</p>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td>Racconti e novelle (1809). <i>Nuova edizione</i> in-16:</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="spaced1">Vol. I:</span> Capitan Dodero, Santa Cecilia, Una notte bizzarra</td> <td class="pag">L. 2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="spaced1">Vol. II:</span> L'Olmo e l'Edera, Il libro nero</td> <td class="pag">3&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I Rossi e i Neri (1871). Due volumi</td> <td class="pag">7&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Val d'Olivi (1873). <i>Seconda edizione</i></td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Le confessioni di Fra Gualberto (1873). <i>Seconda edizione</i></td> <td class="pag">3&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Semiramide, racconto babilonese (1873). <i>Seconda ediz.</i></td> <td class="pag">3&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La legge Oppia, commedia (1874)</td> <td class="pag">1&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Castel Gavone (1875). <i>Seconda edizione</i></td> <td class="pag">2 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Come un sogno (1875). <i>Quarta edizione</i></td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La notte del commendatore (1875)</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Diana degli Embriaci (1877)</td> <td class="pag">3&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). <i>Seconda edizione</i></td> <td class="pag">5&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Lutezia (1878). Seconda edizione</td> <td class="pag">2&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La conquista d'Alessandro (1879)</td> <td class="pag">4&nbsp;—</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p class="center pad2">
-(<i>Edizioni in-32</i>).
-</p>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td>Capitan Dodero. <i>Terza edizione</i></td> <td class="pag">L. — 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Santa Cecilia. Due volumi. <i>Terza edizione</i></td> <td class="pag">1&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>L'Olmo e l'Edera. Due volumi. <i>Terza edizione</i></td> <td class="pag">1&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il libro nero. Due volumi. <i>Terza edizione</i></td> <td class="pag">1&nbsp;—</td>
- </tr>
-</table>
-
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Tizio Caio Sempronio, by Antonio Giulio Barrili
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TIZIO CAIO SEMPRONIO ***
-
-***** This file should be named 61841-h.htm or 61841-h.zip *****
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
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-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org Section 3. Information about the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
-mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
-date contact information can be found at the Foundation's web site and
-official page at www.gutenberg.org/contact
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
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-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
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-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
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-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
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-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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