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If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Tizio Caio Sempronio - Storia mezzo romana - -Author: Antonio Giulio Barrili - -Release Date: April 15, 2020 [EBook #61841] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TIZIO CAIO SEMPRONIO *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - TIZIO CAIO SEMPRONIO - - - _STORIA MEZZO ROMANA_ - - - DI - - ANTON GIULIO BARRILI - - - SECONDA EDIZIONE - RIVEDUTA E CORRETTA - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - 1879. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA. - - Tip. Fratelli Treves. - - - - -TIZIO CAIO SEMPRONIO - - - - -CAPITOLO PRIMO. - -Entra in scena l'eroe. - - -Lettori umanissimi, voi certamente non l'avete conosciuto, perchè egli -fioriva un mezzo secolo prima dell'èra volgare, cioè a dire dopo il -settecentesimo anno dalla fondazione di Roma. - -Chi? domanderete. Il protagonista del mio racconto, il chiarissimo -Tizio Caio Sempronio, cittadino romano, dell'ordine dei cavalieri. -Non lo confondete, per carità, coi cavalieri moderni, che sono di più -ordini. A Roma i cavalieri formavano un ordine solo, ed erano, una -delle tre spartizioni del popolo, fatte da Romolo, buon'anima sua. E -quasi non occorre che io dica essere questi tre ordini, il patrizio, -l'equestre e il plebeo; tutta brava gente che non vivevano molto in -pace tra loro, ma che per un migliaio d'anni spadronarono utilmente su -tutto il mondo conosciuto. La qual cosa mi conduce a pensare che gli -storici abbiano un po' calunniato quel popolo, o per lo meno vedute le -sue bizze domestiche con una lente d'ingrandimento. - -Ma non ci perdiamo in chiacchiere. Se vi piace, siamo all'anno 703 _ab -urbe condita_, sotto i consoli Servio Sulpicio Rufo e Marco Claudio -Marcello, egregie persone, di cui non so dirvi altro che il nome. -Consoliamoci insieme, pensando che essi importano poco al nostro -soggetto. - -Tizio Caio Sempronio era un gentil cavaliere, e bello, per giunta, come -un dio di fabbrica ellèna. Si diceva che sua madre lo avesse concepito -dopo essersi fortemente commossa alla veduta di una statua di Scopa. -Aveva i capegli biondi e riccioluti, diritto il naso, breve il labbro -superiore, il mento rotondo, l'orecchio piccolissimo; insomma, tutte -le bellezze d'Apollo. E quando andava a diporto per la via Lata, o per -la Flaminia, con le sue listerelle di porpora (_clavus angustus_) che -scendevano parallele sul davanti della tunica, ed erano il contrassegno -del suo ordine, gli facevano l'occhiolino le matrone, dal fondo delle -loro lettighe, e gli uomini s'inchinavano, o si recavano la mano -al cappello, secondo che andassero a capo scoperto, o portassero il -pètaso. - -Gli uomini non lo onoravano già per la sua bellezza, s'intende; che -anzi avrebbero dovuto invidiarlo e scoccargli un «_i in malam crucem_» -dal profondo dell'anima. Queste delicatezze gli uomini ce le avevano in -corpo fin da quell'ora; tanto è vero che la civiltà è antica e i suoi -primordii si perdono nella notte caliginosa dei tempi. - -Tizio Caio Sempronio era un leggiadro cavaliere, l'ho detto; ma in -compenso era anche ricco. Aveva grossi poderi a Tivoli e nell'agro -Reatino, donde uscivano i suoi maggiori. Per altro, se il nostro -cavaliere potea vantarsi Sabino d'origine, non lo si poteva riconoscer -tale alla parsimonia proverbiale di quella gente. Tizio Caio Sempronio -spendeva liberalmente tutte le sue entrate, e dell'altro ancora. Però -andava per le bocche di tutti, e si faceva a gara per averlo amico. -Uomini di vaglia, o giovani promettenti, come Cesare e Catilina, -lo avevano in pregio; e perfino quel caro matto di Clodio, prima di -far quella morte immatura, che tolse un altro salvatore a Roma e un -grand'uomo alla storia, era stato in molta dimestichezza con lui. - -Mi affretto a soggiungere che Tizio Caio Sempronio non era uno dei loro -in certi disegni politici. A cena, alle terme, sotto i portici, al -teatro, sta bene, ma niente più in là. Il nostro bel cavaliere amava -la Repubblica tal quale l'avevano lasciata i vecchi, e non sentiva -il prepotente bisogno di rimutare le istituzioni. Era, pel suo tempo, -quello che oggi si direbbe un conservatore. - -L'unica cosa che non avrebbe voluto conservare, erano le ipoteche; -noiosissime ipoteche, le quali già incominciavano a fioccare sopra i -suoi latifondi. Ma già, il tizzo non risplende senza ardere. Ed era -così allegra la fiammata! Ed era così sontuosa la dimora del gentil -cavaliere! - -Egli abitava sul Viminale, in un bell'edifizio a due piani, donde si -godeva una vista incantevole. Il senator Rosa ha avuta la fortuna di -trovare le _substructiones_ di questa casa tra i Bagni d'Agrippina -e le Terme di Olimpiade, e di riconoscerne il possessore antico, -da un sigillo di bronzo, rinvenuto nella cella vinaria. Io posso -adunque, dietro la scorta del dotto archeologo, darvi un briciolo di -descrizione, ricostruirvi con la fantasia l'abitazione di Tizio Caio -Sempronio. - -Figuratevi un edificio diviso in due scompartimenti principali: -l'_atrium_, o _cavaedium_, coi suoi annessi necessarii all'intorno, -e il _peristilium_, con le sue pertinenze; l'uno all'altro riuniti da -una stanza intermedia, il _tablinum_, e da due corridoi (_fauces_) che -gli stavano ai lati. Avete inteso? Debbo immaginarmelo, chè in vero mi -tornerebbe difficile di darvene una descrizione più chiara. - -E adesso che avete il complesso, il nocciolo della pianta, entriamo pel -_prothyrum_, o vestibolo, androne di entrata dall'uscio di strada, nel -cui pavimento a musaico è raffigurato un cane, un cinghiale, od altro -animale grazioso e benigno, che dovrà farci buona accoglienza in nome -del padrone di casa. - -Varcato il vestibolo, si riesce nell'atrio. È uno spazio chiuso, -rettangolare, i cui lati sono coperti da una tettoia, la quale ha una -larga apertura nel mezzo (_compluvium_) a cui corrisponde nel pavimento -un bacino (_impluvium_) destinato a ricevere l'acqua piovana dalla -soprastante apertura. La tettoia è sorretta da colonne, che formano -per tal guisa un chiostro aperto, da ricordare, ma con assai più -d'allegrezza per gli occhi, un chiostro di monastero. - -Lo vedete quest'atrio? No, non lo vedete ancora. Infatti, come potreste -vederlo a tutta prima, se, al tempo di cui parlo, ce n'erano di tre -specie? - -Primo fra tutti, c'era l'atrio toscano, il più semplice e il più -antico, adottato a Roma per imitazione dagli Etruschi. Esso non aveva -colonne. A reggere la tettoia che correva lungo le pareti delle stanze -laterali, bastavano due lunghe travi, che andavano pel lungo da muro -a muro, nelle quali se ne calettavano due altre più corte, in guisa da -formare un'apertura quadrata nel centro. - -Ma questa forma d'atrio parve ben presto una povera cosa, e s'inventò -l'atrio tetràstilo, ossia di quattro colonne, che rispondevano appunto -ai quattro angoli dell'apertura. - -Da questa novità alla bellezza dell'atrio corinzio non c'è che un -passo. L'apertura si allarga, le colonne crescono di numero e di -magnificenza. L'arte greca ha vinto; nell'atrio sfolgoreggia la luce; -la matrona può stare in casa, filar la sua lana e viver casta (_casta -vixit, lanam fecit, domum servavit_), senza morir d'anemìa. - -Fermiamoci ora. Siamo in un atrio della terza maniera. Lungo le -pareti delle logge laterali, tra gli usci delle camere, si rizzano sui -loro piedistalli le statue dei maggiori, alcuni dei quali sono anche -effigiati in cera, entro le loro nicchie, sull'architrave degli usci. -Di fronte al vestibolo, dall'altro lato dell'atrio, è il tablino, -archivio ad un tempo e sala di ricevimento. Infatti, nei primi tempi -lo si adoperava a contenere le _tabulae_, gli archivi della famiglia; -ma servì poi a ricevere i visitatori. Questa camera, che ha la parete -di fondo formata da tramezzi di legno, o scene mobili, può diventare -in estate un passaggio, come le _fauces_ che le corrono sui lati; -un passaggio, vo' dire, dall'atrio al peristilio, che è la seconda -divisione della casa. Vedete che magnificenza! Una persona che entri -dal vestibolo, può guardare d'un tratto, e senza difficoltà, attraverso -l'intiera lunghezza dell'edifizio, atrio, peristilio e giardino. - -Prima di uscire dall'atrio, diamo un'occhiata ad alcune altre -particolarità. Delle statue e delle immagini degli antenati, vi ho -detto quanto basta. In un certo punto della parete c'è il tabernacolo -degli dei Lari. Erano questi gli spiriti guardiani, le anime degli -estinti, che, giusta la credenza dei Romani, facevano ufficio di -protettori, nell'interno della casa. Erano costantemente rappresentati -come giovinetti succinti, inghirlandati di alloro, e in atto di tenere -in alto sul capo un corno da bere. Sempre davanti a loro stava un'ara -di marmo, il focolare, con una cavità sulla cima, per ardervi gli -incensi quotidiani. - -Un'altra ara, più rilevata e più nobile, era qualche volta nel tablino, -davanti a un tabernacolo in cui si adoravano gli dei Penati, o patroni -della famiglia, che potevano essere Giove, Giunone, Minerva, Apollo, -Nettuno, od altro qualsivoglia degli abitatori dell'Olimpo. - -Fatta questa necessaria distinzione tra Lari e Penati, entriamo nel -peristilio. È la parte più familiare della casa; un colonnato, come -nell'atrio corinzio; quattro corridoi all'intorno, e lungo i corridoi -le camere per uso della famiglia. In mezzo al cortile è qualche volta -il giardino, con tutti i fiori che piacciono alla matrona, se ama i -fiori, o con tutte le piante utili alla cucina, se è una massaia, che -bada anzi tutto al risparmio. - -Ma qui non ci sono massaie. Tizio Caio Sempronio è scapolo, e non ha -da ringraziare per suo conto gli Dei alle calende di Marzo, quando -tutta la Roma coniugale celebra la bontà di cuore delle spose Sabine. -Lasciamo dunque il giardino co' suoi fiori. Esso darà le rose, di cui i -servi di Tizio Caio Sempronio comporranno le ghirlande per gli ospiti, -quando si sdraieranno nel triclinio, vasta sala da pranzo, che è per -l'appunto lì presso, a poca distanza dalla cucina. - -Prima dì finirla con la descrizione della casa, vorrei parlarvi -dal piano di sopra, diviso in piccole camere, anch'esse per uso -d'abitazione. Non v'induca in errore il loro, nome di _coenacula_. -Non ci si pranza più, fin dai tempi di Varrone, ed è rimasto un nome -generico per le camere del piano superiore, ove dormono i servi e i -ragazzi, come nelle camere a tetto di tante case signorili del tempo -nostro. - -In casa del mio amico Tizio Caio Sempronio si dorme poco. C'è sempre -corte bandita; colazione al mattino, o _jentaculum_; merenda, o pranzo, -alle tre del pomeriggio, coi nomi latini di _prandium_ e di _merenda_ -(veramente il pranzo è pei ricchi, e la merenda pei lavoratori, forse -perchè bisognava guadagnarsela); cena finalmente alla sera. Tutti -questi nomi si sono rimutati nell'uso moderno, e il pranzo ha preso -il posto della cena. Già, lo ha detto Vittor Ugo, _ceci tuera cela_. -Ma io conosco ancora molti impenitenti pagani, che fanno merenda in -casa, quando la famiglia prende il suo pasto più forte, e cenano, poi, -quantunque all'osteria, molto più tardi, e in compagnia di allegri -commensali. - -Le cene di Tizio Caio Sempronio avevano fama in città, come quelle di -Lucio Licinio Lucullo. Figuratevi se gli mancavano i convitati, con -la magnificenza gastronomica di cui facea pompa il suo cuoco, e la -presenza delle più belle e colte fanciulle dell'Attica, o delle rive -della Jonia. A quei tempi era di moda il greco, siccome ai dì nostri il -francese. - -Oggi, sia lodato Iddio, il greco non si conosce più, neanche dai -professori. La moglie d'un grecista famoso raccontava un giorno di -non aver concessa la sua mano a quel degnissimo uomo, se non dopo -la testimonianza di due oneste persone, le quali giurarono che egli -insegnava bensì il greco, ma che non lo sapeva altrimenti. - - - - -CAPITOLO II. - -Il triclinio. - - -Siamo alle calende d'Aprile. Il mese è sacro a Venere, e in questo -giorno le donne romane vanno a lavarsi nei templi, o nei sacrari -domestici, inghirlandate di fiori e di mirto. La ragione ve la dice -Ovidio, nei Fasti. La dea madre d'Amore, uscita appena dall'onde, -stava ritta sulla spiaggia asciugandosi i capegli al sole, allorquando -s'avvide di essere adocchiata da uno stuolo di Satiri. E qui, o fosse -perchè quei così le parevano indegni di contemplarla, o perchè ella non -si era anche avvezza a simili adorazioni, Afrodite nascose prontamente -le sue bellezze con un cespo di mortella, fatto nascere lì per lì sulla -riva. - -Altre cerimonie si facevano in quel giorno, e tutte avevano l'acqua -per ingrediente necessario. Verbigrazia, le fanciulle da marito -andavano a lavarsi nel tempio della Fortuna virile, per cancellare -ogni imperfezione dal corpo. Ma perchè tra le imperfezioni ci dovevano -essere quelle che nessuna acqua varrebbe a spianare, io suppongo che -il miracolo della Dea dovesse consistere piuttosto nell'acciecare gli -uomini per modo, che non si avvedessero più di una spalla fuori posto, -d'una pupilla sviata, o d'altro sconcio simigliante. Accadeva che la -gobba, la sciancata, o la cisposa, trovasse marito? La Fortuna virile -aveva fatta la grazia. - -Tizio Caio Sempronio non aveva nessuna di queste cerimonie da compiere, -e nemmeno voleva sacrificare, come in quel giorno era l'uso, a Venere -Verticordia, perchè facesse il miracolo di svolgere i cuori dagli -illeciti affetti. Il giovinotto festeggiava alle calende d'Aprile il -suo giorno natale. Era segnato tra i nefasti, nel calendario; ma che -farci? Non si nasce mica quando si vuole. Ora, il miglior modo di -passar l'uggia dei giorni nefasti, anche nella Roma antica, era quello -di stare allegri quanto più si potesse. - -E quanto a ciò, non dubitate, il nostro cavaliere aveva disposte le -cose per bene. La sua casa accoglieva quel giorno un giusto numero di -amici. Erano i quattro più cari e le quattro più belle; otto insomma, e -lui nove; non di più, perchè dovevano mettersi a tavola. - -Era un precetto antico che il numero dei commensali dovesse -incominciare da quel delle Grazie, che erano tre, e non andare oltre -quel delle Muse, che erano nove. In meno di tre, il banchetto riusciva -malinconico; in più di nove turbolento. - -Quattro cose, poi, si reputavano necessarie ad un convito: belli -i convitati, scelto il luogo, acconcio il tempo e non negletto -l'apparecchio. I commensali, inoltre, non dovevano essere troppo -loquaci, nè muti. Ai primi si conveniva il foro, ai secondi il letto. -Quanto ai discorsi, non dovevano toccare argomenti difficili, nè gravi, -bensì giocondi, che derivassero l'utilità dal diletto, e recassero -qualche conforto allo spirito. Così la pensavano i nostri vecchi -Romani, che non volevano a mensa le noie del tribunale, del senato, dei -comizi, o del banco. - -Dopo tutto, come si sarebbe potuto parlare di queste cose punto -piacevoli, alla mensa di Tizio Caio Sempronio, dove c'erano Lalage, -Delia, Febe e Glicera? Lalage, una bellissima bruna, che, parlasse -o ridesse, metteva in mostra due file di denti così leggiadri, da -chiuder la bocca ad un esercito di causidici? Delia, una bionda, severa -all'aspetto, come una statua di Fidia, ma con un paio di occhi, donde -uscivano bagliori che vi rimescolavano il sangue nelle vene? Febe, -bianca e soave come la Dea della notte? Glicera, dolce come il suo nome -e piena lo sguardo di più dolci promesse? - -La sala del triclinio era spaziosa e ornata con greca magnificenza. -Dorato il lacunare, i cui cassettoni apparivano colmi da canestri -di fiori, in atto di spandersi sui convitati. Le pareti erano -maestrevolmente dipinte, con quadrature, prospettive e lontananze, che -illudevano gli occhi e facevano parere il luogo più vasto. In quella -di mezzo si ammirava un affresco, rappresentante Amore e Psiche, -mezzo sdraiati davanti ad una mensa sontuosamente imbandita. Certo, -da quell'affresco doveva Apuleio aver cavato più tardi il soggetto del -famoso episodio della sua favola milesia. Tizio Caio Sempronio chiamava -quel dipinto: «Amore a tavola» e lo celebrava il primo tra tutti gli -amori. Se avesse ragione non so, e non ho tempo a cercare. - -Figuratevi che ci ho ancora un mondo di cose da dirvi. Tutto intorno si -vedevano arredi d'altissimo pregio; candelabri di bronzo, che imitavano -lo stelo d'una pianta, e recavano in cima un dischetto, su cui era -posata la lucerna; tripodi, su cui si ardeva l'incenso, od altro -aroma di effluvio più grato alle nari; mense vasarie, su cui posavano -boccali, brocche, anfore ed altri utensili necessarii al convito; -da ultimo il repositorio, o portavivande, vistoso mobile di legno, -incrostato di tartaruga e arricchito di fregi d'argento, scompartito in -varii palchetti, l'uno sull'altro, destinati a sostenere i vassoi con -le loro diverse portate. - -La mensa era nel mezzo, tutta in legno di cedro, levigata e rilucente, -macchiata qua e là come una pelle di pantera, quadrata di forma, per -adattarsi ai tre letti che le correvano intorno. - -I letti, sicuro; e appunto per questo la sala si chiamava triclinio, -dai tre letti su cui si adagiavano i commensali, appoggiati sul gomito -sinistro. Ogni letto aveva tre posti, coi loro cuscini e guanciali di -piume, ed ogni posto aveva il suo nome, il sommo, l'inferiore e l'imo. -La stessa denominazione serviva pei letti, da destra a sinistra del -riguardante, salvo che il letto di mezzo non si chiamava inferiore, -ma il medio. Di qui le divisioni gerarchiche dei posti, _summus, -inferior, imus, in summo_, oppure _summus, inferior, imus, in medio_, e -finalmente _summus, inferior, imus, in imo_. Quest'ultimo era proprio -l'ultimo posto della mensa. Ma il primo non era mica il _summus in -medio_, come porterebbe la nomenclatura accennata, bensì l'_imus in -medio_, perchè il convitato più ragguardevole, stando nel letto di -mezzo, che era il più nobile, restasse anche vicino al padrone di casa, -che era sempre il _summus in imo_. - -Lettori, se io riesco oscuro, non è mia colpa. Vorrei invitarvi -romanamente a cena, e chiarirvi meglio il negozio. Accettate la buona -intenzione, vi prego. - -Tutto era all'ordine; i lumi accesi in giro sui candelabri e nella -lampada di bronzo dorato, che pendeva dal lacunare. Il lettisterniatore -aveva sprimacciato i letti a dovere e i commensali prendevano il luogo -assegnato dal nomenclatore a ciascheduno di loro. - -Ottima usanza era questa, e mi sia lecito di aggiungere, a mo' di -parentesi, che potrebbe svecchiarsi utilmente ai dì nostri, per -risparmiare ai convitati la molestia di andar su e giù intorno alla -mensa, cercando i loro nomi sulle cartoline ospitali, ed anche per dare -ad ognuno la consolazione di conoscere i suoi compagni di tavola; cosa -difficile oltremodo, con l'uso moderno, e dove i convitati sian molti. - -Gli uomini si erano sdraiati a mezzo sui letti; le donne stavano -sedute. Così portava la costumanza romana; ma niente impediva che, -ad una cert'ora del banchetto, il capo di Delia o di Lalage si -arrovesciasse a destra o a manca, secondo il capriccio, e le rose della -ghirlanda convivale si sfogliassero sulla sintesi del vicino. - -La sintesi, ho detto. E non crediate trattarsi qui di uno dei due -procedimenti filosofici per cui la mente umana svolge e perfeziona le -sue cognizioni. Si tratta della combinazione di una tunica discinta con -maniche corte, e di un pallio che ricopriva la metà inferiore del corpo -ai convitati. Questa combinazione si chiamava con greco vocabolo, la -sintesi, od altrimenti la veste cenatoria. - -Notate che si prendeva il cibo più o meno delicatamente con le dita, -e che la salsa poteva assai facilmente cadere sulla tunica. Donde -la necessità d'indossare una veste _ad hoc_, la quale era fornita -dall'ospite. Il convitato non recava di suo che il tovagliolo, nel -quale, a cena finita, riponeva confetti, frutte, ed altri rilievi -della mensa, che era permesso a tutti di portar via, come si usa anche -adesso, nei pasti villerecci, dai convitati indiscreti. - -Oltre la sintesi, fatta per cansar le frittelle sugli abiti, i -commensali avevano dall'ospite il nardo ed il cinnamomo per ungersi -i capegli, e la corona di rose, che, premendo sulle tempie, non -permetteva ai fumi del vino (almeno, così credevasi allora) di salire -al cervello. - -Così disposte le cose, un ragazzo portò sulla mensa il bossolo dei -dadi, e si lasciò decidere dalla sorte a cui spettasse il titolo di re -del vino. - -Il punto di Venere, che era il migliore, poichè in esso i tre dadi -cadevano mostrando sulle facce superiori tre numeri diversi, toccò ad -una donna, alla vispa Lalage dalle labbra di corallo e dai denti di -avorio. - -Un applauso universale salutò la regina. - -— Non è questo il giorno d'Afrodite? — gridò Lucio Postumio Floro, -a cui Lalage piaceva maledettamente. — E non è giusto che Venere -favorisca la sua bella figliuola? — - -Il sorriso, l'ho detto, stava di casa sulla bocca di Lalage. Ma quella -volta esso apparve più soave dell'usato, e Postumio Floro n'ebbe al -cuore una dolcezza infinita. - -In quel mentre si udirono liete armonie. I sinfonisti entrarono nel -triclinio, quale suonando la cetra, quale il flauto, in accompagnamento -ad un coro di giovinetti, che cantavano le lodi del padrone, composte -in metro saffico da Publio Cinzio Numeriano, il poeta. - -— Belli i versi ed il canto! — disse Tizio Caio Sempronio, facendosi -rosso dal piacere. — Abbia l'amico Numeriano tutto quello che gli -gioverà domandarmi. E voi, — soggiunse, rivolto ai servi sinfonisti, — -che avete cantato e accompagnato un carme degno di Apolline, siate da -quest'oggi liberti. — - -I sinfonisti si profusero in rendimenti di grazie. Numeriano, che era -sdraiato all'ultimo posto, si senti più felice in quel momento, che se -gli avessero dato il posto consolare, occupato pur dianzi da Lalage, la -regina del banchetto. - -— Ave, Sempronio! — diss'egli, — Tu sei veramente il primo dei -Celeri. — - -Avverto il lettore che Celeri dicevansi da principio i cavalieri, dal -loro primo capitano Fabio Celere. E Numeriano, ricordando le antiche -denominazioni, avrebbe potuto dire eziandio il primo dei Ramnensi, -dei Taziensi, e dei Luceri, perchè appunto in tre centurie erano stati -divisi i primi cavalieri da Romolo, e ascritti alle tribù di tal nome. - -Incominciò, come a Dio piacque, il banchetto. Il Dio era Mercurio, a -cui toccava la prima e la miglior parte del primo piatto di carne. Se -poi la mangiasse, non so; forse ne faceva un presente al guardiano del -santuario. - -Mentre i sinfonisti cantavano e suonavano, un servo accorto, lo -_structor_, aveva disposti sui vassoi del repositorio i piatti della -prima portata, a mano a mano che giungevano dalla cucina. E appena -finito il carme, altri due servi avevano sollevato il portavivande -dalla credenza, collocandolo in mostra sulla tavola. C'era là dentro -la _gustatio_, o l'_antecœna_, come a dire l'antipasto, o i principii; -tutta roba da gustarsi per aguzzar l'appetito. - -Di solito non mancavano nell'antipasto le uova sode, acconciate con -salse; donde il proverbio romano «ciarlar dalle uova fino alle mele;» -ossia dai principii alle frutte. Ma il lusso incominciava a volere che -le uova fossero di pavone, le quali costavano un occhio, come potete -argomentar di leggieri. - -Il cuoco di Tizio Caio Sempronio aveva dunque seguita la moda, e -mandava in tavola le uova di pavone; ma perchè la materia fosse vinta -dall'arte, quelle uova giungevano in un vassoio foggiato a nido, su -cui era una pavona di legno, con le ali spiegate, in atto di covare. -S'intende che, non essendo la femmina del pavone così bella a vedersi -come il maschio, lo scultore pittore aveva dato alla covatrice il collo -azzurro, le penne lionate e il ventaglio dagli occhi d'oro, del suo -vanaglorioso compagno. - -Dispensate le debite lodi a quella ghiotta novità, e mostrato di -saperla gustare, i convitati dovevano bere. Ma a questo provvedevano i -coppieri. Già il credenziere era venuto innanzi con una grossa anfora, -su cui era scritto a lettere allungate: _Opimianum_. - -Il nomenclatore si era avanzato a sua volta ed aveva gridato, -commentando la scritta: - -— Falerno del consolato di Opimio! — - -Lucio Opimio Nepote era stato console con Fabio Massimo nell'anno -632 di Roma. Quel vino avea dunque settant'anni. Ma non era quello -il solo suo pregio. Nell'anno 632 _ab Urbe condita_, essendo console -Opimio, la stagione fu così asciutta, che ogni sorta di frutti rimase -squisitissima; il vino principalmente riuscì egregio, e tanta fu la sua -fama, che con l'andar del tempo usavasi dire Opimiano ogni vino vecchio -che servivasi alla mensa dei grandi. - -— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei Numi? — chiese Postumio -Floro. — Dillo, o regina dalle labbra di rosa. - -— Nel _sestante_, per ora; — sentenziò la regina. — Del resto, il -Falerno Opimiano non è vino da _deunce_. - -— Da _triente_, almeno! — osservò Marco Giunio Ventidio, volgendo a -quell'anfora uno sguardo divoto. - -— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose la regina. - -— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio Sulpicio, quando il -console si reca al tribunale; — replicò Giunio Ventidio. - -«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile dei littori, quando -avevano a sgomberare le vie dalla calca del popolo, per dare il passo -libero ai magistrati. _Si vobis videtur, discedite Quirites._ - -Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri, lasciando -stare le arcaiche corna di bufalo, usate a tal uopo dai primi Romani, -e i fregi di metallo prezioso onde furono ornate in processo di -tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi d'oro, d'argento o -di stagno, secondo le condizioni di fortuna, e si chiamarono, dalla -misura di liquido che potevano contenere, sestanti, trienti e deunci. -Del sestante, che conteneva appena due once, si servivano le persone -sobrie. Augusto beveva sempre al sestante e non più di sei volte -durante il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente, che era perciò -ritenuto un bicchiere di moderata grandezza, pei bevitori ragionevoli; -e ciò per contrapposto al _deunce_, o bicchiere da undici oncie, che -era il calice prediletto dei beoni. - -— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore dei primi, dopo aver -fatta scoppiettare due volte la lingua contro il palato. - -— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio Floro. - -— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con un galante accenno alla sua -vicina. — Febe val Ebe, ed anzi qualche cosa di più. - -— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se avrai da bere alle -lettere! — - -La celia destò il buon umore di tutta la brigata. Dicevasi bere alle -lettere, quando, in onore di una donna, si bevevano l'uno sull'altro -tanti bicchieri quante erano le lettere di cui si componeva il suo -nome. - -Ricordano gli eruditi che Marziale propinava all'arrivo di Lidia -con cinque bicchieri; di Lica con quattro, di Ida con tre; e poichè -nessuna di queste belle si mostrava, il povero poeta solitario chiedeva -consolazioni a Morfeo. È da credere che, con tante libazioni, il dio -dei papaveri non si facesse aspettare; tanto più che il buon Marziale -aveva già bevuto prima per altre donne di molte lettere, come, ad -esempio, Giustina. - -Gli amici di Tizio Caio Sempronio ridevano, centellando il Falerno del -consolato d'Opimio; e frattanto i servi, tolti dalla mensa i rilievi -dell'antipasto, si facevano innanzi col primo servito, o _caput -coenae_, come dicevasi allora. - -Il repositorio era diventato una vera selva di piatti, il cui pregio -appariva vinto da quella artistica confusione con cui erano disposti. -Immaginate una ventina di vassoi d'argento, che recavano torte, -focacce, gamberi, anitre, ariguste, quarti di maiale, triglie, fichi -d'Africa, lepri, fegatelli, e via discorrendo. Non vi parlo delle -varie salse in cui era cucinata tutta quella grazia di Dio, perchè vi -confonderei la testa e fors'anco vi guasterei lo stomaco delicato, con -que' miscugli di pepe e miele, di cumino e di silfio, che formavano -gl'intingoli dei padroni del mondo. - -Levati ad uno ad uno i vassoi dal portavivande, lo scalco fu pronto a -trinciare in giuste parti ogni cosa. Non si usava allora di lasciar -niente nel piatto di mezzo. Ad ognuno dei commensali toccava la sua -porzione, ed egli poteva mangiarla, o riporla, o rimandarla, come -più gli piacesse. Per tal modo, non c'era a temere d'indiscreti, che, -verbigrazia, si servissero di tutto il migliore del pesce, lasciando la -testa e le spine all'ultimo del giro. E nemmeno si avevano a patire i -danni della propria discrezione, o modestia. La rapacità degli uni e la -timidezza degli altri avevano un solo correttore, lo scalco. - - - - -CAPITOLO III. - -Donne, vino e canzoni. - - -Mentre tutte quelle pietanze si distruggevano allegramente, e perchè la -cena non apparisse un pasto di affamati volgari, la regina comandò che -qualcheduno dei commensali proponesse una quistione gradevole. - -Vibenna domandò qual fosse miglior vino tra il Cecubo e il Massico; -ma Giunio Ventidio sciolse prontamente la quistione, dicendo che erano -ottimi ambedue, e che il superlativo, anche a detta dei grammatici, non -ammetteva comparativi. - -Postumio Floro avrebbe voluto che si disputasse intorno all'anima dei -creditori, ma Lalage dichiarò che non avrebbe patito di tali discorsi -a tavola, e condannò Postumio a non guardarla più fino alla seconda -mensa, cioè fino alle frutte. - -Il poveretto gridò che lo si voleva morto. Tizio Caio Sempronio -intercesse per lui e gli ottenne la grazia della diva, a patto che -trovasse il modo di dire una cosa gentile a tutte, senza scontentarne -veruna. - -— Non son poeta; — rispose Postumio; — e qui meglio di me varrebbe -Numeriano. Ma poichè lo volete, vi dirò che amo una donna sola, -perchè.... non ho quattro cuori. — - -Le donne, così chiaramente indicate dal numero dei cuori che si -augurava Postumio, dovevano sentenziare. Ma Lalage taceva, per non aver -aria di sapere chi fosse quell'una. Febe guardava Numeriano, che era -dall'altra parte della mensa e non si accorgeva di essere guardato da -lei. Glicera si stringeva amorosamente al fianco di Caio Sempronio, e -non badava troppo alla conversazione. - -Delia parlò, Delia la bionda, severa all'aspetto, come una statua di -Fidia. - -Secondo lei, la donna amata da Postumio Floro doveva esser poco -lusingata dalla sua dichiarazione. - -— E se Giove ti avesse dato quattro cuori.... — diss'ella al suo vicino -di destra, — che cosa avverrebbe? - -— Mia bella severa, — rispose Postumio, — non ardisco prevederlo. Ma -certo, qualunque cosa avvenisse, l'avrebbe voluto lui, ed io non ci -avrei ombra di colpa. — - -Intanto i coppieri andavano attorno con le anfore, mescendo il vino nei -vuoti sestanti. - -E il cuoco venne egli in persona, per curare l'arrivo della terza -portata. Il vassoio quella volta era smisurato e ci volevano due uomini -per sorreggerlo. - -Un grido di ammirazione ruppe dalle labbra di tutti i convitati. Il -cuoco sorrise, come sanno sorridere i cuochi, quando ci hanno ancora -dell'altro, con cui sbalordire i commensali del padrone. - -E non aveva torto, perdinci, il degno scolare di Apicio. Figuratevi -che aveva cotto un cinghiale intiero, coperto ancora (dico ancora, ma -certo si trattava di una giunta artificiale) della sua pelle setolosa. -E perchè niente mancasse a dargli l'aspetto del vero, la degna bestia -si vedeva sdraiata, come in atto di voltarsi, in un certo intriso, -che voleva raffigurare un pantano, ed era la salsa più appetitosa del -mondo. - -— Come? — dimandò Vibenna, rinvenuto allora dal primo stupore. — Non è -stato neanche sventrato? - -— Qui ti volevo! — disse il cuoco tra sè. - -Indi, ad alta voce proseguì: - -— Perdona, illustre Vibenna; quello che non è stato fatto può farsi -ancora. — - -E levato il coltello dalle mani dello scalco, lo piantò arditamente -nel petto del cinghiale, traendo la lama a sè, per quanto lungo era il -ventre. - -Allungarono tutti il collo e stettero cogli occhi tesi per vederne -balzar fuori le interiora, ma non senza sospetto di qualche piacevole -novità. Difatti, il cuoco appariva sicuro del fatto suo. O faceva -troppo a fidanza con l'umore del padrone, o ci aveva il segreto in -corpo, e quell'abile colpo di coltello doveva metterlo fuori. - -Una risata omerica salutò la conseguenza dell'operazione. E qui -l'epiteto di omerica vien proprio a taglio, perchè il cavallo di legno, -divino lavoro di Pallade, non gittò tanti armati nelle mura di Troia, -quante il cinghiale sventrato diè fuori salsiccie, olive, sanguinacci, -tordi, ed altre ghiottornie, debitamente rosolate, che promettevano una -festa di sapori al palato. - -Tosto gli schiavi si avvicinarono e lavorarono coi loro cucchiai a -raccogliere tutta quella sugosa grandinata e a collocarla in giuste -parti nei piatti dei convitati, mentre lo scalco, riprendendo il -coltello dalle mani del cuoco, faceva destramente a pezzi il cinghiale, -per darne uno spicchio a ciascuno. - -— Gli Dei ti proteggano, o Caio; — disse Vibenna, ammirato. — Tu -possiedi la fenice dei cuochi. - -— A Sibari gli avrebbero eretta una statua; — aggiunse Ventidio. — Noi -dovremmo decretargli il trionfo. - -— Per carità, non me lo guastate. Io l'ho già manomesso; — rispose -Tizio Caio Sempronio. — Che altro potrei fare per lui? Mi mette al -fuoco dugentomila sesterzi all'anno; è questo il tributo che io pago -alla sua maestria. - -— Vivi cent'anni, o Caio, — gridò il cuoco inchinandosi, — e conservami -la tua benevolenza. - -— Coi dugentomila sesterzi; — aggiunse mentalmente Postumio Floro. — -Vedete un po' il mio amico Caio, come spende allegramente il suo! Se -gli domandassi oggi i quarantamila che mi occorrono, per chetare quel -Cerbero di Cepione! — - -Il dispensiere si era fatto innanzi col Massico, altro vino che non -la cedeva al Falerno, nè al Cecubo. E la regina del convito appagò il -desiderio di Marco Giunio Ventidio, facendo dare in tavola i trienti. - -— Oh bene! — gridò Ventidio. — Beviamo dunque e celebriamo queste spume -generose col verso. - -— Col verso! Tu? - -— Io, sì, io. Che vi credete? Che alle mie ore non sia poeta anche un -Giunio Ventidio? Sentite qua: - - Ben venga, amici, il Massico, - E cresca la misura, - Mentre gli affanni e i triboli - La sorte rea matura. - Quando si muoia e dove - Si vada, è in grembo a Giove. - Ci pensi dunque il Dio, - O se ne scordi pur, come fo io; - Mentre bevo al tuo nome, - Febe divina dalle bionde chiome. - - Versa, coppiere, il liquido - Rubino profumato. - Vedi? Alla prima lettera - Bevo, e in un sorso è andato. - Per la seconda, ratto - Versa, ed io bevo.... È fatto. - La terza ancor ti chiedo, - E per la quarta ad implorarti io riedo. - Perchè sì breve ha il nome - Febe divina dalle bionde chiome? - -— Ma bene! Egregiamente! — gridò Caio Sempronio. — Tu rubi l'arte a -Numeriano. - -— E mira anche a rubargli dell'altro: — soggiunse Vibenna. - -— Dell'altro? Che cosa? - -— Il cuore della mia vicina e sua, che va troppo spesso con gli occhi -verso il nostro poeta. — - -Febe si fece rossa in volto come una fragola. Anche Numeriano arrossì, -ma non per la stessa ragione di lei. Il giovine poeta pensava a -tutt'altro, e dovette credere che l'amico Vibenna si prendesse giuoco -di lui e di Febe. - -— Difenda Numeriano la sua conquista! — disse la regina, a cui -piacevano i versi. — Egli è il prediletto delle Muse. - -— Sì, canti Numeriano. - -— Sentiamolo; — disse Ventidio. — Ma badi, io gli contenderò la palma -fino all'ultimo.... bicchiere! - -Numeriano, colto così alla sprovveduta, non sapeva che pesci pigliare. - -— Ma io non ho ancora detto di voler combattere; — diss'egli -timidamente. - -E il suo sguardo andava frattanto più oltre, verso la spalliera del -letto di mezzo, donde si sentiva venire incontro come un'aria di -temporale. La dea c'era; perchè non ci sarebbe stata la nuvola? - -— O Numeriano, che vuol dir ciò? — chiese Vibenna. — Ti spaventa il -competitore? E non t'incuora nemmeno la speranza del premio? - -— Amici, — rispose Numeriano, — perdonate al pusillanime che vi -confessa la sua codardia. Mi dò per vinto. - -— Senza scendere in campo? - -— Senza scendere in campo; e griderò volentieri un evviva a Marco -Giunio Ventidio. — - -La più parte dei commensali erano per menar buona a Numeriano la -sua ritirata. Ma c'era la dea nella nuvola, e non poteva mancare la -folgore. _Intonuit laevum._ - -— Come? Non bastano ad inspirarti gli sguardi soavi di Febe? — -chiese con ironico accento la bella e severa Delia, che aveva notato -le occhiate della sua bionda compagna a Numeriano, anche prima -dell'osservazione maliziosa di Elio Vibenna. — Così poco potere ha la -donna sul prediletto delle Muse? - -— Anche tu! — esclamò Numeriano, ferito da quel sarcasmo, che non -credeva di aver meritato. — Anche tu! Ah, per Apolline, io sono -calunniato. E non son donne le Muse? — Ed io potrei macchiarmi di così -nera ingratitudine, dimenticando che la donna è la regina dei cuori, -come lo è oggi del nostro convito? — - -Il lusinghiero accenno propiziò a Numeriano il cuore di Lalage. - -— Bene! — diss'ella. — Cantaci dunque il regno della donna. - -— Lo canterò, — rispose Numeriano, dopo un istante di pausa, in cui -parve misurare le sue forze, — lo canterò, a confusione di chi non -intende il mio cuore. — - -E chiesta l'ispirazione al biondo Iddio, Numeriano incominciò: - - Forma soave e splendida, - Anco ai celesti piaci, - Leda, Latona, o Danae, - Hai del Tonante i baci. - Nè t'amerà il poeta - Che anela al sacro monte? - Amor di carmi è fonte; - Fonte d'amor sei tu. - Per te il solingo genio - Beato od infelice. - Te chiede inspiratrice, - Più desiata meta - Quanto superba più. - - Qual, de' mortali a strazio, - Chiuse nel cor più gelo, - Di lei che al Dio de' numeri - Nacque sorella in Delo? - Delle bellezze avare - Seppe Atteon lo sdegno, - Che, fatto a' veltri segno, - Indarno supplicò. - Ma Endimione inconscia - Fe' d'Atteon vendetta, - E là del Latmo in vetta - La nube tutelare - I divi amor celò. - - Cinzia, Diana, o Delia, - Qual più nomarti hai caro, - Del cacciatore improvvido - Mi serbi il fato amaro? - O me, già fuor di spene, - Ora più lieta attende? - De' tuoi rigor l'emende - Lice sperare a me? - Non l'osa ormai l'assiduo - Dolore ai danni esperto; - E nulla chiedo e il serto - Rapito all'Ippocrene, - Bella, consacro a te. - - Solo retaggio ed umile, - È pure il mio tesoro. - Poeta tuo, dimentico - Ogni più verde alloro. - Te salutar regina - È più sicuro orgoglio - Che i fasci in Campidoglio - Ed il trionfo ambir. - Ciò basti a cui s'inchinano - I vinti Medi e i Parti; - A me sol giovi amarti, - E a' piedi tuoi, divina, - Procombere e servir. - -— Bene! per gli Dei immortali! — gridò Tizio Caio Sempronio, -profondamente commosso. — Diana o Delia che sia, questa donna è adorata -in forma solenne! - -— Senti, Delia; — disse la regina del convito. — Tu sei debitrice d'un -bacio a Numeriano. O in premio ai suoi versi leggiadri, o in penitenza -di un falso giudizio, a tua scelta. - -— Di che mi punite? — domandò la bella sdegnosa. — Di aver costretto -il poeta a cantare? Lodatemi, invece, perchè l'ode è riuscita degna di -Valerio Catullo. - -— Questo paragone vai forse un bacio; — entrò a dire Ventidio. - -— Non per me; — rispose prontamente Numeriano. — Del resto, io -l'accetto come uno scherzo di quelle labbra, che fanno parer -bello il sarcasmo. Valerio Catullo è un gran poeta, ed io sono uno -scolaretto. — - -Quella di Numeriano era onestà, rara anche allora per un alunno delle -Muse. Ma pensate, o lettori, che Numeriano era giovane, e non aveva -anche imparato a lasciar correre tutti i giudizii che potessero nuocere -ai suoi fratelli in Apolline e far comodo a lui. - -Intanto che gl'innamorati si bisticciano (poichè, già lo avrete capito, -Numeriano è invaghito di Delia ed ella lo sa da un bel pezzo), non -dimentichiamo le ultime fasi della cena. - -I servi avevano portato via la mensa ed erano andati attorno coi -catini d'argento e cogli asciugamani, perchè i convitati ripulissero le -forchette, date a loro dalla madre natura, e tali perciò da non potersi -portar via sudicie, per rigovernarle in cucina. - -Ciò fatto, a suon di cetre e di flauti, venne in mezzo al triclinio -la seconda mensa, bella a vedersi per la sua lastra di legno -prezioso intarsiato d'avorio e di tartaruga, con fregi d'argento, che -ricorrevano eziandio sul piede, riccamente intagliato. - -Sulla seconda mensa erano già imbanditi i confetti, i dolciumi, -le torte di cotognato ed ogni generazione di frutte serbevoli. Non -mancavano tuttavia le frutte fresche, quantunque si fosse alle calende -di aprile. L'Africa e la Sicilia erano gli orti suburbani di Roma. E -qual è lo scolare di umanità che non ricorda i fichi d'Africa, portati -dal fiero Catone in Senato, come il più fresco degli argomenti a -conforto del suo eterno: _Delenda Carthago_? - -Intanto si seguitava a bere. Le anfore si succedevano e non si -rassomigliavano; e i discorsi neppure; anzi, questi assai meno delle -anfore. Parlavano tutti, e bevevano a lor posta, senza aspettare i -comandi della regina. La quale, del resto, non avrebbe saputo più -darne, incalzata com'era dalle fervide orazioni di Postumio Floro, che -affogava nelle proteste d'amore il ricordo dei quarantamila sesterzi di -cui era debitore all'usuraio Cepione. - -Tra Ventidio, che criticava ad alta voce tutti i poeti del tempo, e -Vibenna che incominciava ad annaspare, come uomo che caschi dal sonno, -Febe taceva, pensando a Numeriano, che mostrava di non pregiare i -suoi vezzi e di non intendere le sue languide occhiate. Glicera, dolce -come il suo nome, aiutava Caio Sempronio a ravviare la conversazione, -che procedeva a sbalzi, ad urti, a sbrendoli, come era naturale in -quell'ora. Delia, più padrona di sè che non fossero gli altri, si -schermiva destramente in quella guerra di parole, prodiga d'arguzie -e sorrisi a tutti, fuorchè al suo poeta, al povero Numeriano, che non -sapeva distogliere lo sguardo da lei. - -La cena finiva, come tutte le cene dei nostri vecchi Romani, in una -gran confusione. Qualcheduno dei commensali aveva già provato ad -alzarsi, o perchè avesse il braccio indolenzito, o perchè volesse -sperimentare le sue gambe. E alle lacune avevano tenuto dietro i -cangiamenti di posto. Ventidio, sfortunato con Febe, era andato a -chiacchierare più da vicino col padrone di casa, e Numeriano si era -trovato, senza avvedersene, all'altro capo del triclinio, col gomito -timidamente appoggiato sulla spalliera del letto di mezzo, accanto al -guanciale di Delia. - -— Poeta, — gli diceva la bella sdegnosa, rispondendo ad un inno in -prosa che egli le aveva bisbigliato all'orecchio, — tu piaci alle Muse, -ma io ti consiglio di ottenere anche i sorrisi di Pluto. — - -A quella frecciata che lo coglieva in pieno, il povero Numeriano -impallidì. - -— Hai ragione; — diss'egli poscia. — Ma è colpa mia se non son ricco? -E mi accuserai tu, — soggiunse, prevedendo ciò ch'ella avrebbe potuto -rispondergli, — se i miei occhi ti trovano bellissima tra le belle e -il mio cuore sente il bisogno di dirtelo? Si può amarti, o Delia, anche -senza aver le ricchezze.... o i debiti di Giulio Cesare. - -— Ed io non chiedo tanto; — replicò sorridendo la greca. — I miei -gusti sono più modesti che tu non creda. Abborro questo sfarzo dei -tuoi concittadini, questo lusso mostruoso che rasenta la follia. Ero -nata per vivere come una giovine e mite sacerdotessa, nel tempio d'una -Dea.... - -— Che tu avresti fatta morire d'invidia; — interruppe Numeriano. - -— Se una Dea potesse morire; — notò Delia, che le lusinghiere parole -del giovane avevano rabbonita. — Ma infine, anche a voler fare la vita -dei pastori di Teocrito, ci vuol sempre il bosco, l'orto e la casa. Non -hai pensato a questo, o poeta? - -— È vero: — disse Numeriano, chinando la fronte. — Ma se tu mi lasci -sperare, l'idillio avrà la sua scena e la colomba il suo nido. — - - - - -CAPITOLO IV. - -L'amico si conosce alla prova. - - -Numeriano prometteva nel modo usato da certi animi deboli, che buttano -le parole innanzi, per aggrapparvisi poi, e per trovare nell'obbligo di -fare una data cosa lo stimolo sufficiente alla loro irresolutezza. - -Non operò diverso quel capitano, di cui non rammento più il nome, che -gittò il fodero della spada nelle file nemiche, per procacciare a sè -stesso e ai suoi soldati la necessità di andarlo a raccogliere. - -Ora il nostro Publio Cinzio Numeriano aveva promesso, con tutto -il desiderio, ma senza la certezza dell'attendere. Una speranza lo -sosteneva; quella di avere il consiglio e l'aiuto (anzi, più l'aiuto -che il consiglio) di Tizio Caio Sempronio. - -Certo, se qualcheduno poteva dare una mano in quel frangente al -nostro innamorato, quegli era Tizio Caio, che passava per uno dei -più facoltosi cavalieri di Roma e che amava molto il poeta Numeriano. -Forse, gli esempi di ciò che sperava, mancavano tuttavia. Mecenate era -fanciullo, nè ancora aveva regalato ad Orazio Flacco un podere nella -Sabina, nè fatto restituire a Virgilio Marone il suo campo avito sul -Mantovano. Ma il patronato letterario era già negli usi romani, fin dai -tempi di Scipione Africano e di Lelio. L'amico di Numeriano era ricco -e di buon cuore; poc'anzi aveva detto parole, che a Numeriano erano -tornate più dolci del miele; non c'era altri che lui per intenderlo, -altri che lui per soccorrerlo. - -Caldo di quel disegno che gli era balenato alla mente, Numeriano cercò -degli occhi il padrone di casa. Tizio Caio Sempronio non era più nel -triclinio; ma, dalla cortina rialzata, si poteva vederlo poco lunge, -appoggiato da una colonna del peristilio. - -— Andiamo; — disse Numeriano tra sè. — L'occasione è propizia, e questa -è forse una ispirazione di Venere. Tizio Caio, tu sarai la tavola di -salvezza di quest'altro Simonide. — - -Così pensando, uscì dal triclinio, per accostarsi al suo protettore. -Ma, giunto appena sul limitare, vide ciò che il lembo della cortina non -gli aveva consentito a tutta prima di scorgere. Tizio Caio Sempronio -dava udienza a Postumio Floro, e il colloquio, proseguito sotto voce, -appariva molto confidenziale. - -Numeriano, prudentissimo giovane, tornò frettolosamente indietro, per -aspettare a muoversi da capo, quando vedesse rientrare Postumio. - -— Sì, — diceva intanto quest'ultimo a Tizio Caio Sempronio, — mi trovo -ad un brutto passo. L'usuraio Cepione non mi dà requie. Sono citato -davanti al pretore per le none di questo mese e farò una trista figura. -Tutto per quarantamila sesterzi... una miseria; non pare anche a te? - -— Sicuro, — rispose Caio Sempronio; — una vera miseria! — - -Lettori, date anche voi ragione a Postumio. Infatti, che cos'era il -sesterzio? Potreste insegnarlo a me; una moneta del valore di due -assi e mezzo, la quarta parte d'un denaro d'argento, e corrispondeva -a ventiquattro centesimi e dieci millesimi della moneta odierna. Nei -primi secoli di Roma il sesterzio era coniato in argento, ma più tardi -lo si era fatto d'oricalco, che è come a dire una bellissima qualità -di ottone. Diciamo dunque che Postumio aveva bisogno di quarantamila -sesterzi, poco meno di diecimila lire. Che cosa sono diecimila lire? -Una miseria per Tizio Caio Sempronio, che era ricco, e per Postumio -Floro, che non le aveva lui, ma che contava di trovarle nei forzieri -dell'amico. - -Caio Sempronio stette a pensare un pochino. Diecimila lire sono una -miseria, certamente, ma una miseria che non si porta in tasca, neanche -ai dì nostri, che si ha il vantaggio inestimabile del portafogli e -della carta monetata. Bisognava dunque parlare all'arcario, servo o -liberto, che teneva i conti e soprintendeva alle entrate e alle spese -della famiglia. Ora il dover parlare di queste cose all'arcario, -è sempre stata una noia non lieve, anche ai tempi e con la beata -tranquillità di Tizio Caio Sempronio. - -Ma l'amicizia non ha forse i suoi dritti? Che cosa vale il danaro a -paragone dell'amico? Non è l'amico una continuazione di noi medesimi, -un compartecipe di tutti i nostri diritti, quantunque non lo sia, -e non lo voglia essere, di tutte le nostre servitù? L'uomo non vive -dell'uomo, come il lupo del lupo? almeno, quando non ci ha di meglio -per servire al suo pasto? - -Queste ed altre considerazioni di tal fatta si succedettero nella mente -del cavaliere, e la sua risoluzione fu pronta. - -— Quando ti occorrono? — chiese egli a Postumio. - -— Te l'ho detto, in questi giorni. Alle none di aprile dovrei essere -chiamato in giudizio e correre per le bocche di tutta Roma. Vedi che -guaio! — - -Le none cadevano al cinque d'aprile; c'erano dunque appena quattro -giorni di tempo. - -— Orbene, disse Caio Sempronio, — passa domani da me. - -— A che ora? - -— Sul meriggio; vedrò di servirti. — - -Postumio Floro fece l'atto di gettargli le braccia al collo. - -— Oh Caio! oh amico impareggiabile! - -— Chetati, via! — disse l'altro, schermendosi dalla stretta di -Postumio. — Debbo ringraziarti io stesso di aver pensato a me in questa -occasione. - -— Ma se lo dicevo io! Tu sei la fenice dei cavalieri di Roma. Te lo -dirò col verso di Catullo; nessuno osi paragonarsi a te. _Jam tibi -nullus se conferet heros._ - -— Veramente, non dice così, il verso di Catullo; ed io, poi, non sono -un eroe. - -— Lo sei per me. Che cosa facevano gli eroi? Compievano imprese -maravigliose; purgavano le terre dai mostri, campavano gli amici -dall'Erebo. E tu non mi salvi da Cepione, mostro assai più feroce di -Cerbero? La mia gratitudine, o Caio! Abbimi tuo debitore per la vita, e -chiedimi a tua volta ogni cosa. - -— Grazie, farò di non averne mestieri. Per un servizio da nulla, non -bisogna far troppo a fidanza cogli amici. - -— No, te ne prego, conta su me in ogni occasione. Se tu non mi -promettessi di farlo; non accetterei oggi questo... piccolo servizio, -per quanto mi sia necessario. - -— Bene, poichè tu lo vuoi, ci conterò; — disse Caio Sempronio, per -farla finita. — A domani, dunque; il mio arcario ti preparerà il danaro -numerato. — - -Postumio Floro gli strinse la mano e non volle spiccarsi da lui senza -averlo abbracciato e baciato. Già, lo sapete, l'amicizia ha i suoi -dritti. - -Nel triclinio, frattanto, si continuava a bere e a chiacchierare -allegramente. Non vi giurerei per altro che i discorsi fossero molto -ordinati. - -Cinzio Numeriano stava persuadendo Delia dell'amor suo e delle sue -buone intenzioni, quando rientrò Postumio, con quell'aria di trionfo -che potete immaginare, e andò diritto a ripigliare il suo colloquio con -Lalage. - -— Ecco il buon punto; — disse Numeriano tra sè. — Vado, e gli -espongo il caso mio. Il Massico mi ha infuso un po' di coraggio; -approfittiamone. — - -Ma egli non potè mandar subito il suo disegno ad effetto. Bisognava -finire il discorso incominciato con Delia, trovare un pretesto per -allontanarsi da lei; e quando finalmente lo ebbe trovato ed uscì, -vide Caio Sempronio che passeggiava nel peristilio, ma in compagnia di -Giunio Ventidio. - -— Eccone un altro! — borbottò Numeriano. — Non ci ho proprio -fortuna. — - -I due peripatetici erano in assai stretto colloquio. Giunio Ventidio -doveva essere entrato in argomento _ex abrupto_. E Numeriano tornò -un'altra volta nel triclinio. - -— Buon per me che Vibenna dorme; — pensò egli, guardando quell'altro, -che russava disteso sul letto; — se no, dovrei rassegnarmi ad essere il -quarto. — - -Lasciamo il poeta Numeriano, che avrà qualche altra cosa da bisbigliare -all'orecchio di Delia, e teniamo dietro a Giunio Ventidio. È tanto -riscaldato nel suo colloquio col padrone di casa, che non si accorgerà -punto della nostra presenza; la quale ha, dopo tutto, il vantaggio di -essere tutta spirituale. - -— Tu solo puoi liberarmi da una grave molestia; — diceva Ventidio -a Caio Sempronio. Figurati che cosa mi accade. Ho da tre mesi alle -costole quella birba matricolata di Furio Spongia, l'argentario che -sta nel Foro, alle Botteghe Vecchie. Egli mi ha imprestato in tre volte -cinquantamila danari. - -— Ahi! — disse Caio Sempronio tra sè. — Ne va via uno e ne capita un -altro. - -— Cioè, dico male; — proseguiva intanto Giunio Ventidio; — non mi -ha imprestato che la metà della somma. Il resto lo hanno portato -gl'interessi. Ma torna lo stesso, poichè sono cinquantamila danari che -devo, e quel furfante li vuole ad ogni costo. - -— E tu non puoi restituirglieli. - -— Come lo sai? — chiese Ventidio, cercando di affogare in una risata la -vergogna di quel brutto momento. - -— Si capisce, per Diana! E ti si legge anche negli occhi. - -— Così è, mio ottimo Caio; non posso restituire i cinquantamila danari, -se non vendo i miei orti sull'Esquilino. A te, ecco appunto un affar -d'oro. - -— A me? In che modo? - -— Ti cedo i miei orti; tu me li paghi quel che valgono, ed io mi libero -da quel ladro di Furio. Che te ne pare? Si combina? - -— Eh, non è mica una grama pensata; — disse Caio Sempronio, respirando -un tratto, poichè vedeva allontanarsi il pericolo di una stoccata come -quella ricevuta testè da Postumio Floro; — quando si ha della terra al -sole e dei debiti alle spalle, il meglio è sempre di vender la terra e -di levarsi i debiti. Ma io, dolcissimo Ventidio, di terra ne ho già fin -troppa. Non potresti cercare un altro compratore? - -— Ah, se tu mi manchi, sono un uomo spacciato. - -— Come? Stiamo a vedere che ci sono io solo in tutta Roma per comperare -i tuoi orti! - -— Sicuro, non ci sei che tu: o, per dire più veramente, io non vedo che -te. — - -Caio Sempronio stentava a capire. - -— Ragioniamo un pochino; — diss'egli. - -— Ragioniamo quanto vuoi. - -— Se tu non paghi i cinquantamila danari, che cosa ne avviene? - -— Che Furio Spongia mi cita davanti al pretore urbano, che il pretore -mi condanna, e che i miei beni sono messi all'asta, trenta giorni dopo -la sentenza. - -— I tuoi beni! Saranno gli orti alle Esquilie, non è vero? Perchè non -hai più altro al sole. - -— Tu l'hai detto; non ho più altro. - -— Orbene, — prosegui Caio Sempronio, cui pareva di aver trovato il -segreto dell'argomentazione socratica, — vendere domani, lasciar -vendere trenta giorni dopo la sentenza, non è forse tutt'uno? E poichè -certamente i tuoi orti varranno quella somma... - -— Valgono anzi di più; — interruppe Ventidio. - -— Meglio ancora, e tu puoi mettere la mano su quel che ne avanza. - -— Sì, ma il disonore dell'asta pubblica, non lo conti per nulla? Se -vendo a te domani, o doman l'altro, posso dir sempre e far dire: a -Tizio Caio Sempronio questi orti piacevano; Ventidio non ha saputo -negarli all'amico. L'amicizia è una gran cosa; come far contro -all'amicizia? - -— Capisco; — rispose Caio Sempronio, mettendosi sullo stesso tono di -Ventidio; — ma la taccia di cattivo gusto che ne verrebbe a me, non la -conti un pugno di ceci? Comperare i tuoi orti sull'Esquilino? presso il -tempio di Mefite? accanto al carnaio di tutta la poveraglia? — - -Caio Sempronio non aveva tutti i torti. Sull'Esquilino, alle radici -del Fagutale, o bosco di faggi a Giunone Lucina, erano i _puticoli_, -sepolcri della plebe, così detti _a putrescendo_. E là per l'appunto -aveva il suo sacello Mefite, la dea del mal odore. - -— Hai ragione; — rispose quell'altro; — ma gli orti Ventidiani non -sono mica da quella parte. Del resto; hai lassù i ricordi più gloriosi -di Roma; il Tigillo sororio, che rammenta la pugna degli Orazii e dei -Curiazii; il Vico Ciprio, che piacque tanto ai Sabini... - -— Sì, — interruppe Caio Sempronio, — e il Vico Scellerato, con Tullia -che passa in cocchio sul cadavere insanguinato del padre. - -— Vedo che hai intenzione di comperare i miei orti; — disse Ventidio. — -Li disprezzi troppo. - -— No, ti ripeto, non mi vanno. - -— E sia; imprestami allora il danaro. - -— Peggio ancora! Cinquantamila danari? Ma sai che sono..... -cinquantamila danari? La metà della mia rendita..... d'una volta! -Amico mio, soggiunse il povero cavaliere, messo alle strette da -quell'importuno di Ventidio, — tu non crederai mica che io tenga così -egregie somme a dormire nell'arca. Le terre non danno sempre quel che -dovrebbero; i soprastanti sono la gente più ladra del mondo; le spese -crescono tutti i giorni; anche oggi ho promesso di far servizio a -qualcheduno..... Quarantamila sesterzi, mio caro! - -— Ah si?... — gridò Giunio Ventidio. — Quel furfante di Cepione è nato -vestito. - -— Come sai?... — chiese Tizio Caio, turbato. - -— Oh bella! Lo so, perchè ieri quei quarantamila sesterzi sono stati -chiesti in imprestito a me. A me, figùrati, a me, che ne ho appena -duecentomila... da chiedere! - -— Poichè dunque tu sai, — riprese Caio Sempronio, — ti sarà facile -intendere che non posso servirti, dopo aver già promesso un imprestito -ad altri. - -— E tu compra i miei orti. Questo non è un imprestito, è un -collocamento di moneta. Con sessantamila danari fai una compra -eccellente. - -— Sessantamila! — esclamò il cavaliere. — _Crescit eundo!_ Quando ti -fermerai? - -— Mi fermo qui, perchè è il loro prezzo. Vorresti tu pagarli meno -di quello che valgono? — domandò Giunio Ventidio, con quel suo fare -tra le scherzoso e l'impudente, che doveva vincere la riluttanza di -Caio Sempronio. — Forse ti turbano i sonni gli allori di Cepione, -di Furio Spongia ex di tutti i loro degni colleghi delle Botteghe -Vecchie? — - -Le botteghe Vecchie, che ricorrono per la seconda volta nel dialogo, -erano uno dei punti più noti di Roma. Sentite a questo proposito come -quella lingua tabana di Plauto fa parlare l'attrezzista (_Choragus_) -nella sua commedia _Il Punteruolo_: «V'indicherò io in qual luogo -possiate trovare, senza cercar molto, se avete bisogno di parlargli, -un birbante o un fior di virtù, un galantuomo o un farabutto. Chi -cerca adunque d'uno spergiuro, vada al Comizio; chi d'un bugiardo o -d'uno spaccone, al tempio di Cloacina; chi un marito ricco e pelato, -faccia capo alla Basilica; lì pure saranno le femmine andate a male -e i cavalocchi. Giù in fondo del Foro passeggiano i galantuomini e i -signori; nel mezzo, lungo il canale, gli arcifanfani; sopra il Lago -gli arroganti, i pettegoli e i maligni, che per nulla ti si scagliano -contro co' vituperi, senza pensare a tutto quel che di vero si potrebbe -dire di loro. Presso alle Botteghe Vecchie ci stanno gli strozzini e -gli strozzati; accanto al tempio di Castore i musi da fidarsene poco; -nel borgo de' Toscani i bellimbusti; nel Velabro, chiedi e domanda, -fornai, beccai, aruspici, trecconi; altri mariti ricchi e pelati presso -la casa di Leucadia Oppia. Ma è stato bussato all'uscio; fo punto.» - -— No, certamente; — rispose Caio Sempronio; — ma qual prova del valore -che tu assegni a questi orti... Ventidiani? - -— La prova è nel mio tabulario. Vieni e vedrai, o manda e saprai, -quanto li ha pagati mio padre; dugento quarantamila sesterzi; poco -più di quello che tu dài ogni anno al tuo cuoco, perchè ti faccia -onore davanti agli amici, con queste cene luculliane. Suvvia, Tizio -Caio; — soggiunse Ventidio, con accento carezzevole, scendendo alla -perorazione, — fammi questo favore, che è nell'indole tua, poichè -tu sei il principe dei cavalieri. Me lo diceva anche Clodia, la -bellissima vedova di Metello Celere. «Quel Caio Sempronio non ha chi -lo agguagli in tutte le tre centurie, e voi altri dovreste baciar dove -passa.» — - -Tizio Caio Sempronio non era indifferente alla lode di una bella donna, -e non lo poteva essere a quella di Clodia, che era bellissima tra le -belle. Già tutti gli uomini son fatti così, e il sorriso di una bocca -leggiadra li fa andare in solluchero. Figuratevi poi il sorriso di -Clodia! Il nostro eroe avrebbe fatto più sciocchezze per lei, che non -ne avesse fatte qualche anno addietro il povero Valerio Catullo. - -— Ah sì? — diss'egli, accostandosi a Giunio Ventidio. — E in quale -occasione ha ella parlato così benignamente dei fatti miei? - -— Ma..... non rammento bene. Mi pare che si parlasse dell'invito che -avevi fatto agli amici pel tuo giorno natalizio. Sai pure, gli amici -tuoi ragionano spesso e volentieri di te; e in casa di Clodia le -occasioni di farlo sono più frequenti che altrove. Ah, se invece di -queste Greche (bellissime, non lo nego) tu avessi invitato qualche -Romana..... - -— Clodia è unica; — interruppe Caio Sempronio; — dove è lei, non c'è -più luogo per altre. Ma chi sa? un giorno forse darò una gran cena, in -onore.... dei Mani di suo marito. - -— Bravo, così va fatto. Intanto, se non ti dispiace, gliene darò un -cenno, ed ella ti sarà grata di questa attenzione. - -— Grazie; — disse Caio Sempronio. — Domani intanto passa da me; -parleremo de' tuoi orti. - -— Ah, tu mi rendi la vita. E conta sulla mia gratitudine. - -— Ci conto, non dubitare; — rispose il cavaliere, che vedeva finire il -suo colloquio con Giunio Ventidio come l'altro con Postumio Floro. - -Il padrone degli orti Ventidiani strinse la mano del suo futuro -salvatore e si allontanò canticchiando, come un uomo che non ha più -sopraccapi. - -— Veramente le calende d'aprile sono un giorno nefasto; — pensò -Caio Sempronio. — E se non fosse che ho udita una buona parola di -Clodia..... Ma l'avrà poi detto davvero? È così bugiardo, questo -Ventidio! Basta, sarà quel che sarà, ritorniamo al triclinio e beviamo -il vino del commiato. — - -In quel mentre, gli si parò davanti Cinzio Numeriano. - -— Ah, eccoti qua, mio bel poeta! — gridò il cavaliere, mettendogli -amorevolmente le mani sugli òmeri. — Dimmi tu, domandami tu qualche -cosa, che mi torni di buon augurio, dopo tante.... — - -Voleva aggiungere: seccature; ma si tenne la parola tra i denti. - -— Lasciamola lì; disse invece, mutando discorso. — Tu hai fatta -quest'oggi per me un'ode meravigliosa. - -— Bontà tua; — rispose umilmente Numeriano. - -— Bontà della tua Musa, non mia; tu sei nato poeta e le api del Parnaso -ti hanno stillato il miele sulle labbra. Non è egli così che si dice? - -— Tu sei cortese; — disse Numeriano. — Ma credilo, se c'è nella mia -ode alcun che di buono, è tutto opera tua, perchè me l'ha inspirata -l'amicizia. - -— Te lo credo, Numeriano, te lo credo. Tu sei un vero amico, non uno -dei soliti piaggiatori della fortuna. Tu, per esempio, non mi hai -chiesto mai nulla. - -— Ahi, ahi! — pensò il poeta. — Come faccio ora a dirgli?... Se parlo, -guasto la buona opinione che egli s'è fatto di me. — - - - - -CAPITOLO V. - -Amore è cieco. - - -Tizio Caio Sempronio levò di pena egli stesso il suo giovane amico. - -— Ma io, — proseguì, — a te solo ho detto: abbi da me tutto quello che -ti piacerà domandarmi. Chiedi adunque, o Cinzio Numeriano. Vuoi la mia -casa? No; questa non hai mestieri di domandarmela, perchè essa è già -tua. - -— Grazie! — rispose Numeriano, stringendo e baciando la destra che Caio -Sempronio gli aveva sporta in quel punto. — Del resto, tu mi conosci, -o Caio; i miei gusti sono assai più temperati. Io ho sempre sognato -una modesta casetta, con una fontana lì presso, e un po' di bosco -all'intorno, per ascoltare ciò che bisbigliano i Fauni all'orecchio -delle Ninfe. - -— Poeta! Tu credi ai Fauni e alle Ninfe? - -— Certamente. Muta i nomi quanto vorrai, le cose e le idee rimangono, -belle di giovinezza immortale. E quelle che io ti ho detto, non sono -elleno forse le voci della natura, che parlano dai sassi, dall'aria, -dai tronchi d'alberi e dalle acque scorrenti, in cui le ha chiuse il -Dio ignoto, e indovinate il mortale? Per me, vedi, quelle ombre romite, -quei silenzi profondi, hanno splendori e favella; splendori che io non -saprei dipingerti, favella che io non sarei capace di esprimere; ma -che importa ciò? M'invadono l'anima, mi riscaldano il cuore, e mi si -tramutano in alate canzoni. La mia vita è là; in quelle ombre, in quei -silenzi, amare, cantare, e il tuo Cinzio sarebbe intieramente felice. - -— Sì, per Giove, lo meriti; — gridò Caio Sempronio. — Ma io mi penso -che la modesta casetta, la fontana e il bosco all'intorno, dovrebbero -essere abbastanza vicini alla città. Perchè, infine, io non sono -poeta, ma certe cose le intendo e le sento alla maniera dei poeti. -Quella che tu chiedi non è la vita campagnuola del vecchio Catone, che -attendeva alla coltivazione per venderne i frutti; è la quiete operosa -dello spirito, lontana da tutte le brighe e da tutte le vanità, ma -vicina a tutte le eleganze, a tutte le consolazioni dell'amicizia e -dell'arte. Non è così? Ti ho capito, o Numeriano; e tu non potresti -vedere diversamente la cosa. Orbene, io ci ho il fatto tuo; una villa -sull'Esquilino, il vero monte della guardia, donde l'occhio spazia pel -lontano orizzonte, senza perder di vista i tetti della Roma quadrata; -donde si scorge il Soratte, il Lucretile, i colli Albani e il tempio -di Castore; donde, in un volger di ciglia, si possono vedere le aquile -che volano sul monte Sacro, e gli sciocchi che misurano a lenti passi -il selciato del Foro. E con tutto questo, una villa non così grande, -da recarti le cure e le molestie della padronanza, ma nemmeno così -piccola, che non ci abbia a campar su un poeta tuo pari. - -— Ah, smetti, te ne prego; — esclamò Numerano; — o consentimi di -chiuder gli occhi e di vedere col desiderio quest'orto delle Esperidi. - -— No, non occorre di chiuder gli occhi; ti bisogna anzi di tenerli -aperti. Ho io le chiavi dell'orto, e son tue. - -— Dici da senno? - -— Del migliore ch'io m'abbia. Ah, per gli Dei immortali! — gridò -Caio Sempronio, dimenticando un tratto di parlare con Numeriano e -di farsi intendere da lui. — Non compro per rivendere, io; non fo -il mercante, nè l'usuraio. Vogliono tutti il mio danaro, ci calano -sopra, come le arpìe sulla mensa dei compagni d'Ulisse. E facciano a -lor posta, finchè la dura; ma io darò pure un esempio; lo darò, prima -che le forze mi manchino. Amico, — e, così dicendo, Caio Sempronio -tornava in carreggiata, — io ho fatto in vita mia tante sciocchezze, -che vorrei, per una volta tanto, imberciarne una, esser utile a chi -lo merita, passare alla posterità con un atto che facesse dire di -me: quello sconclusionato di Tizio Caio Sempronio non era poi un capo -della mandra d'Epicuro, come il complesso della sua vita potrebbe far -credere. Cinzio Numeriano, promettimi almeno che mi ricorderai nei tuoi -versi. Non ho vinto barbari re; non ho assoggettato provincie. Anch'io -potevo fare qualche cosa, e me ne sono rimasto con le mani in mano. -Ma infine, ho amato qualcheduno ed ho saputo discernere il bene dal -male, i cuori gentili dalle anime nere, gli amici dai parassiti. Era -destino che prendessi questa via, anzichè un'altra; ma se ho seguita la -peggiore, ho vista almeno e riconosciuto la buona. Rendimi giustizia, o -poeta. Non siete voi, discepoli di Febo Apollo, i vindici della storia? -Io frattanto ho reso giustizia a te, sceverandoti dal numero degli -importuni, dei supplicanti, degli insaziabili, e via discorrendo. - -— Che dici tu? — mormorò Numeriano. — E non ero venuto appunto per -chiederti anch'io qualche cosa? - -— No, non lo fare; lascia a me la cura e la consolazione di concedere -a te quello che non mi avrai domandato; — interruppe Caio Sempronio. -— Del resto, che cosa avevi tu a chiedere, dove io ti avevo precorso -con l'offerta? Non ti confondere con gli altri; se io non ti avessi -confortato a parlare, saresti ancora fuori di strada, e la modesta -casetta la chiederesti alle Muse, sulle falde del Parnaso, accanto -alla fontana Castalia. Dunque, veniamo a noi. Compro domani gli orti -di Ventidio, sull'Esquilino. Saranno tuoi da quell'ora, e al solo patto -che tu m'inviti qualche volta ad una pitagorica cena, e mi legga i tuoi -versi. — - -Il poeta non si rinveniva dallo stupore ond'era tutto compreso. - -— Ah Caio Sempronio, amico, patrono mio! — gridò egli, alzando gli -occhi al cielo. — Gli Dei prosperino te e la tua casa, perchè tu salvi -un povero poeta dalla disperazione. - -— Per Giove! Eri già a questo punto? Buon per me, che sono giunto in -tempo. Ma dimmi; in che modo quello che poc'anzi era un bel sogno per -te, diventa ora una necessità? - -— Ah, è vero; — rispose Numeriano, impacciato; — non ti avevo detto -ogni cosa. Sono... Ma già, potrai immaginartelo. - -— Innamorato, forse? - -— Per l'appunto, sebbene la parola non esprima a gran pezza tutto -quello che sento. - -— Venere ti salvi, o Numeriano! Amar troppo e ber troppo, sono due cose -da evitarsi del pari. - -— Hai ragione, ma come fare? Si vorrebbe andar misurati e non ci si -riesce. Perciò avviene che Elio Vibenna sia così concio dal vino, da -non potersi più alzare dal suo lettuccio, e che io sia così concio -dall'amore, da averne perduto il sonno. - -— Di bene in meglio! Ma che cosa ha da vedere cotesto con la ricchezza? -Un poeta è già ricco abbastanza per l'arte divina dei carmi, e ad una -donna romana piace assai più di vedere il suo nome sulle tavolette di -cera d'un alunno delle Muse, che non di aver cinto il collo d'un vezzo -di perle orientali. - -Numeriano rispose con un sospiro: - -— Come? Non è forse vero? Ti saresti imbattuto per avventura in una -donna senza cuore? - -— Oh, non giudicarla da questo, te ne prego; — rispose Numeriano. — Il -suo cuore è aperto a tutti gli affetti gentili. Essa è una creatura -celeste, e quantunque per la sua bellezza insigne e per le grazie -elette dell'animo sarebbe degna di sedere al convito dei Numi, i suoi -gusti son semplici e schietti come quelli della figlia d'Alcinoo. - -— Già, tutte così, le donne, agli occhi d'un poeta innamorato! — disse -Caio Sempronio, ridendo. — E ti ama, si capisce? - -— Credo di sì; — soggiunse modestamente Numeriano. - -— Io temo di no; — riprese Caio Sempronio. — Se ti amasse, non -domanderebbe a te altra cosa che la tua gioventù, la tua bellezza e i -tuoi versi. - -— Sì, — replicò Numeriano, — se ella fosse in tal condizione da poter -vivere a modo suo e mio. Ti ho detto che i suoi gusti son semplici. -Figurati, amico, che la vita di Roma, con le sue feste, i suoi giuochi, -i suoi mille rumorosi sollazzi, le torna molesta. Già, non è romana, -lei; è una figlia della Grecia, una di quelle vezzose creature dai -flessuosi contorni, dorate la fronte purissima dai raggi del sole -dell'Attica, che noi amiamo raffigurarci coi loro pepli ricadenti in -molli pieghe sui fianchi, e con ramoscelli di pallida oliva tra mani, -per intesser corone ai vincitori dei giuochi di Corinto, o d'Elèa. - -— Mi par di vederla! - -— Tu la conosci, infatti; essa non è lontana di qui. - -— Davvero? E il suo nome? - -— Delia; non l'avevi tu indovinato? — - -Caio Sempronio inarcò le ciglia e guardò fisso il suo giovane amico, in -atto di profondo stupore. - -— Dovevo immaginarmelo; — diss'egli, dopo un istante di pausa. — Dopo -quell'ode.... dopo quell'inno pindarico! Ma di grazia, Numeriano, che -necessità di esser ricco? Se io fossi, non dirò la tua Delia, ma la -più superba patrizia di Roma, e tu avessi fatti per me i versi che hai -fatti poc'anzi per lei, ti giuro per Febo Apolline che ti avrei qui -nel mio cuore, ancorchè tu fossi il più povero dei Quiriti. Ma basti -di ciò, poichè i Numi non hanno pensato a questa metamorfosi, e sii -felice con Delia. E quante lune ti concederà ella, a consolare la tua -solitudine? - -— Tutta la vita. - -— Bada, Numeriano; è un termine troppo lungo, e per lei... e per te. - -— L'amo; — rispose il poeta. - -— Amare non è ancora sinonimo di ammogliarsi; — notò Caio Sempronio. -— Per tuo bene e suo, puoi vivere con Delia, senza la cerimonia della -confarreazione, o della coenzione. - -— Con la più solenne maniera di nozze, io condurrò Delia in mia casa; — -gridò Numeriano, infiammato. - -— Col farro, adunque; di bene in meglio! — - -Per intendere l'osservazione di Caio Sempronio e la risposta di -Numeriano, bisognerà ricordare le tre forme di matrimonio degli antichi -Romani, l'uso, la compera e il farro. La prima era senza fallo più -spicciativa. La donna andava a casa dell'uomo ed era riconosciuta per -legittima moglie dopo un anno di convivenza, purchè il furbo consorte -non avesse fatto in quello spazio di tempo un _alibi_ di tre notti. - -La compera (_coemptio_) si faceva con alcune solennità, quasi -comperandosi i due sposi a vicenda. La donna portava tre monete; una -in mano, e la dava al marito; una nella calzatura, e la riponeva nel -sacrario dei Lari domestici; una nel borsello, e la offriva ai Lari -Compitali del crocicchio più vicino alla casa. Ne seguiva che la donna -andava in mano e sotto il dominio del marito, diventando compagna, -partecipe de' suoi beni ed erede. L'uomo, dal canto suo, non era sotto -la potestà della donna; ma, come comperato da lei, le dava la porzione -conveniente della sua eredità. - -La confarreazione si faceva alla presenza di dieci testimoni, con -alcune formole particolari e con un sacrificio solenne, in cui si -adoperava il pane di farro; e per tal guisa veniva la donna in potere -dell'uomo. Le nozze si contraevano alla presenza del pontefice massimo -e del flamine Diale, per mezzo del farro e del sale, donde ebbero il -nome di confarreazione. Questo modo di celebrare gli sponsali era -ritenuto religiosissimo, e vi si adoperava il farro arrostito, che -spesso serviva ne' sacrifizi agli Dei. - -— Numeriano, — prosegui Caio Sempronio, dopo aver pensato a tutte le -cose che siamo venuti discorrendo brevemente, — vuoi un consiglio da -amico? Non fare questa corbelleria. Ottima come amante, ti farà buona -riuscita come moglie? Credi a me; non abusare del farro. - -— L'amo; — rispose il poeta. - -— E che dirà la Musa? Anche questa è una specie di moglie; anzi, è la -moglie legittima tra tutte. Ammetto che ella possa chiudere un occhio -su certe scappate; ma se tu le condurrai un'altra donna sotto il tetto -maritale, povero a te, non farai più nulla di buono. - -— L'amo; — tornò a dire quell'ostinato di Numeriano. - -— E sia; non intendo già di negare il fatto. Sono invece pentito di -averti fornite le armi per mandare ad effetto il tuo truce proposito. -Tu uccidi il tuo ingegno, mio povero amico! E per chi, poi? Per un -Etèra di Corinto; giovane, bella e colta quanto vorrai, ma infine è -sempre una Etèra. Non la cogli mica dal tralcio, quest'uva di Corinto, -e ancora aspersa del suo polviscolo resinoso. È venuta a Roma come -tante altre sue sorelle, di marmo pario o di carne, portate da un fiero -console, a trofeo di vittoria, o da un furbo mercante, ad argomento -di ricchezza. È una delle migliori, per bellezza e per senno, chi te -lo nega? Se fossi per dare un tuffo nello scimunito, ti giuro, amico -Numeriano, che non mi parrebbe di fare naufragio intiero, imitandoti. -Quantunque, — soggiunse Caio Sempronio, correggendosi prontamente, — -se avessi a fare un capitombolo della tua sorte, vorrei Afrodite in -persona, anche con tutti i suoi anni di milizia, e i ricordi, poco -piacevoli, di Vulcano, di Marte e di Anchise. — - -Condannate il mio cavaliere, se vi dà l'animo, voi che avete in pregio -le frutte spiccate appena dall'albero e la bellezza accompagnata -dall'onesto riserbo. - -Per altro, io non vorrei condannato neanche il povero Numeriano. -Pensate che amore non ragiona, e che, dopo tutto, in Roma non si usava -di guardar troppo nel sottile in certe faccende. Anche in materia di -ritegno femminile, si era già, sotto il consolato di Sulpicio Rufo e -di Claudio Marcello, molto lontani dalla moglie di Collatino e dalla -madre dei Gracchi, e le stesse matrone non potevano sperar di piacere -ai mutati Quiriti, se non collo smettere un pochino, e magari anche -molto, dell'antica austerità e della ruvidezza delle donne sabine. Roma -aveva conquistato la Grecia, e la Grecia aveva conquistato Roma; l'una -si era servita delle sue armi invincibili, l'altra de' suoi costumi -irresistibili. La fiera e forte repubblica s'ingentiliva, non c'è -che dire, e si corrompeva anche un tantino; essendo già fin d'allora -un caro difetto degli uomini di non far nulla a mezzo e di non voler -trovare un giusto equilibrio tra la virtù e la grazia, la sostanza e la -forma. - -Che farci, se le statue di Fidia e di Prassitele e i quadri di Apollo e -di Zeusi, varcando l'Egeo e lo Jonio, traevano dietro a sè anche i loro -insuperabili esemplari, e se i discendenti di Fabrizio e di Cincinnato -rendevano giustizia alla bellezza, all'ingegno pronto e vivace, di -quelle vezzose Ateniesi e Tebane, Corinzie ed Efesie, che avevano -guidati gli scalpelli e i pennelli dei primi artisti del mondo? I -rètori e i filosofi greci, che erano sembrati così pericolosi a Catone -il censore, potevano andarsi a riporre. Ben altri maestri di eleganza -riuscivano per Roma le figlie di Grecia, che calavano a stormi sul -Lazio, più numerose, giusta l'energica espressione di Plauto, che non -siano le mosche in estate, _cum caletur maxume_. Venivano dall'Attica, -dal Peloponneso, dalla Sicilia, le graziose divoratrici di patrimonii; -seducevano con la rara bellezza delle forme, con le studiate grazie -dello spirito, con gli ornamenti delle lettere greche e latine, e -con tutta la lieta compagnia de' vizi eleganti. Già parecchie di loro -s'intromettevano audacemente nelle faccende politiche, come Precia, la -bella amica di Cetego, o come Chelidone, presso cui Verre, a cansare -una perdita troppo grave di tempo, aveva trasportati senz'altro gli -uffizi della pretura. Leggete in Plutarco le vite di Lucullo e di -Pompeo; date una scorsa ai comici e ai lirici latini, e ne vedrete -d'ogni forma e colore. - -Giuochi e danze, corone, unguenti, conviti, manti di bisso e di -seta (che era la gran novità di quel tempo), smeraldi, ametiste, -vasi murrini e simili altre delicatezze, erano gli strumenti di uno -incivilimento frettoloso, che dilapidava le sostanze delle grandi -famiglie, il frutto sudato di quelle rigide istituzioni che avevano -chiusa la ricchezza in pugno al patriziato, resistendo con tanta -fortuna alle sedizioni della plebe e ai ripetuti tentativi di generosi -novatori, o d'insigni scellerati. Inconscie distruggitrici della -fortezza romana, come le locuste lo sono dei campi su cui raccolgono il -volo, le poetiche figliuole di Grecia erano esse medesime le vittime -della possanza d'un popolo, che trascorre a tutti gli eccessi della -vittoria. E il più delle volte erano fanciulle inesperte, rapite ai -quieti ginecei e travolte in una corruzione a cui non partecipavano -punto le loro anime gentili, avide di sapere, di godere la vita, -non già di affogar sè e gli altri nei pantani del vizio. È mestieri -di conoscere la vita greca, per intendere che le Etère non possono -trovar riscontro nella vita odierna, nè essere involte in una stessa -condanna con certe disgraziate creature dei tempi nostri. Se non -temessi di farmi gridare la croce addosso dai moralisti, direi anzi che -l'Etèra antica non può essere paragonata, con una certa apparenza di -giustizia, che alla dama moderna. Infatti, oggi la dama è colta, come -allora lo erano soltanto quelle povere Etère, mentre avevano biasimo -le dame che mostravano di sapere qualche cosa, oltre il filare la -classica lana e il soprantendere al bucato domestico. Rammentate di che -critiche fosse oggetto Sempronia, la moglie del console Giunio Bruto, -perchè era ornata di lettere greche e latine, e suonava e ballava più -elegantemente che non si convenga ad onesta matrona. La frase è di quel -fior d'onest'uomo che fu pei tempi suoi Crispo Sallustio; il quale -aggiunge aver essa avuto tante altre qualità simiglianti, che erano -veri stromenti di lascivia. E scusate se è poco. - -Io non intendo di assumere le difese di madonna Sempronia, che aveva, -secondo me, un altro torto gravissimo, quello di amare un Sergio -Catilina. Dico e sostengo che gli antichi non erano da meno del moderno -padre Zappata; predicavano bene e razzolavano male. Se amavano tanto -le oche in casa loro, perchè andavano fuori di casa a deliziarsi coi -cigni? E se l'eleganza e la coltura erano anche per loro un necessario -accompagnamento della bellezza, perchè ne osteggiavano l'ingresso nelle -pareti domestiche? - -Basta; poichè tanto e tanto non riusciremmo più a persuaderli, -torniamo alle Etère. Ne abbiamo vedute quattro nel triclinio di Tizio -Caio Sempronio. Una di esse, che vi consento di credere la migliore, -aveva fatto perder la testa a Cinzio Numeriano, che voleva sposarla -senz'altro. - -Nè gli potevano far senso le argomentazioni di Tizio Caio Sempronio, -o, al più, dovevano farglielo come una opinione personale, in cui è -lecito di non consentire. Ricordate che in quel tempo tutto il riserbo, -tutta la bellezza morale della donna, consistevano nello star molto -in casa, a far la massaia, poi nell'andare ai giuochi dei gladiatori -e condannare a morte questo e quello dei caduti, con una voltata di -pollice, poi nel passare allegramente di mano in mano, divorziata da -un marito che volesse compiacere ad un amico, e via di questo passo. -Altro che il polviscolo resinoso del grappolo e la calugine delle -pesche duracine! Quelle eran peggio delle frutte di mercato, brancicate -da mezzo mondo; e una povera Greca non ci aveva mica da scapitare al -confronto. - -Lettori, io passeggio sulla brace. _Incedo per ignes suppositos cineri -doloso._ Meglio sarà tornare al colloquio, che per queste chiacchiere -abbiamo lasciato in tronco. - -— Orbene, che vuoi? — diceva il poeta. — Per me, Venere è discesa in -terra. Ma che dico Venere? Tutte le dee della Grecia, che noi abbiamo -trasformate coi nostri nomi italici, si sono confuse e ringiovanite -in questa donna divina. Che importa, se il fiore non è stato colto da -me? Posso io andare a ritroso del tempo e cozzare col fato? So che è -maravigliosamente bella e che le arcane fragranze della sua gioventù -mi hanno inebriato. A volte, pensando di lei, mi arde il sangue, e -la vampa mi sale al cervello; a volte mi sento adagiato in una calma -profonda. Hai tu provata mai la volontà ineffabile del non pensar a -nulla, del lasciarti andare in balìa del caso, come la piuma in balìa -della brezza meridiana? Io, dopo aver molto sospirato e sognato, mi -abbandono a questi ondeggiamenti, a queste beatitudini eccelse. L'amo, -l'amo, e non vedo, non sento più altro. - -— Povero amore! — esclamò Tizio Caio Sempronio. — È un bel ragazzo, ma -è cieco. Vedete qui Publio Cinzio Numeriano. È giovane, bello, ricco -d'ingegno e caro alle Muse. Cento donne a gara gli farebbero dolce -la vita, e senza rapirgli la sua libertà, questo primo dei beni. Ma -no; egli non conosce la sua fortuna, o la disprezza, che è peggio, ed -ha mestieri di una catena e d'un collare di ferro. Amore è cieco, ho -detto; aggiungo ora che l'uomo è pazzo. — - -Cinzio Numeriano era rimasto un po' sconcertato da quelle -considerazioni del suo protettore. - -— Ti duole di avermi promesso il tuo aiuto? — gli chiese. — Bada, amico -e patrono mio; son cosa tua e tu puoi togliermi la dolce speranza de' -tuoi benefizi. - -— No, non temere; — rispose Caio Sempronio. — Certo mi duole di aver -promesso, poichè so a qual fine ti servirà la fortuna. Ma anche -Giove in cielo è vincolato da' suoi giuramenti, e, qualunque cosa -avvenga, io non verrò meno alla data parola. Bùttati nella voragine, -senza aver pure il conforto di tornar utile a Roma; io non ci ho che -vedere. — - -Numeriano spiccò un salto, per l'allegrezza, come avrebbe fatto un -fanciullo, dopo avere ottenuto un giocattolo lungamente sospirato. - -— Ah, grazie! — proruppe. — E tu assisterai alle mie nozze? - -— Anche questa? Dovrò io comporre il rogo al mio povero poeta? - -— Sì, te ne prego, te ne supplico. - -— E sia; lo farò. Col farro, adunque? - -— Col farro e col sale. - -— Il sale poi è necessario nel caso tuo. Mostri di averne così poco in -zucca, mio bel Numeriano! Ora veniamo a noi. Posdimani avrai gli orti -di Ventidio. E proprio dopo il contratto di donazione, mi farò tuo -prossenéta, ti condurrò dai parenti della donna..... cioè, no, dalla -sua nutrice, che l'ha in custodia, e tu le chiederai Delia in isposa. -Ti risponderanno di sì, quando io avrò mostrato il contratto, non è -vero? Bene; tu le darai l'anello pronubo, che essa metterà nel quarto -dito della mano manca, dov'è la vena che corrisponde al cuore. Sarai da -quel punto il suo sperato, com'essa la tua sperata. - -— Per pochi giorni. — m'immagino; — disse Numeriano ridendo. — Tu non -vorrai farmi sospirar troppo il gran giorno. - -— No, per Giunone Cinzia. Non aspetteremo Maggio che è un mese così -infelice pei matrimoni. _Mense Maio nubunt malae_, è proverbio volgare. -Evita le Calende, le None e gli Idi, che sono tutti giorni nefasti, -e potrai ammogliarti nelle condizioni più prospere che ti siano -consentite, a meno che tu non ami aspettare dopo gli Idi di Giugno, che -è l'ottimo dei tempi coniugali. - -— Son contento di far le nozze verso gli Idi di Aprile; — disse -l'impaziente Numeriano. - -— Affrettiamoci, dunque. Vi vedo già tutt'e due, coronati di fiori -e verbene; tu coi capelli recisi, lei col flammeo sulla fronte, a -custodire il rossore; i fanciulli con le faci, una delle quali di -bianco spino, che guidano la donna alla tua casa, ornata a festoni di -rose, di mirti e di allori. Giunti alla porta, si fa entrare prima la -conocchia, con la lana e col fuso, simbolo delle cure a cui la tua -Delia non ha mai atteso fin qui. Ma non importa, ci attenderà poi; -tutto sta ad avvezzarcisi. Ambedue toccate l'acqua e il fuoco, posti -sul limitare. Poi gli amici solleveranno tra le braccia la sposa, e la -faranno entrare, senza che tocchi la soglia col piede. Vesta l'avrebbe -per un sacrilegio, e gli amici sarebbero troppo dolenti che quest'uso -santissimo andasse negletto. - -— Godo, di vedere che tu la prendi a giuoco, — notò Cinzio, che non -sapeva se dovesse ridere, o adontarsi, di quella filatessa di gentili -cerimonie e di beffardi commenti. - -— Come fare altrimenti, amico Numeriano, come fare altrimenti? Tu lo -vuoi; sia fatta la tua volontà. Ed entrato in casa a tua volta, le -consegnerai il mazzo delle chiavi, per la custodia di tutte le cose -domestiche. Un tempo non le si sarebbe consegnata la chiave della -cantina, perchè alle donne era vietato ber vino, pena il ripudio. -Rammenterai l'editto di Catone, che stabiliva l'obbligo del bacio dei -congiunti alla donna; perchè questa, caso mai ne avesse bevuto, non -potesse altrimenti nascondere l'infrazione della legge. Ma qui non è -il caso, e tu farai molto volentieri queste indagini da te; non è egli -vero? - -— Puoi crederlo; — rispose Numeriano, che già assaporava la dolcezza di -quelle indagini, con tutta la presaga virtù del desiderio. - -— E adesso, andiamo; — soggiunse il cavaliere Caio Sempronio. — S'è -chiacchierato abbastanza, e i nostri amici vorranno propinare ai Lari -Compitali, che guidano i passi degli ubbriachi e fanno trovar l'uscio -di casa. — - -Numeriano respirò. Con tutto l'affetto e la gratitudine che sentiva pel -suo amico e patrono, il nostro innamorato cominciava ad annoiarsi di -quelle sue stiracchiature cerimoniali, che arieggiavano maledettamente -la satira. - - - - -CAPITOLO VI. - -Rose e spine. - - -Il giorno dopo quella famosa cena (giorno che io vi permetterò di -chiamare romanamente _quarto Nonas Aprilis_, poichè era il terzo sopra -le None, che cadevano al quinto giorno del mese) il cavaliere Tizio -Caio Sempronio si alzò mal volontieri dalle morbide piume. - -Quasi non sarebbe mestieri di accennarlo, poichè già s'indovina, -argomentando che l'ospite di tutti quei capi scarichi doveva essere -andato anche tardi a dormire. Ma siccome tutto è relativo in questo -mondo, va detta anche l'ora in cui il nostro cavaliere scese dall'alto -giaciglio, non senza bisogno d'aiuto, per non cascar giù dalla -scaletta, così assonnato com'era. - -Non c'è che dire, i nostri antichi Romani amavano i loro comodi. Avete -già veduto che pranzavano sdraiati, appoggiando il torace sul gomito. -Figuratevi ora che dormivano su certi letti così alti, da aver mestieri -d'uno sgabello, o d'uno scalèo, per salirvi su. Que' letti erano fatti -a guisa dei nostri sofà di maggiore grandezza, con una spalliera da -capo, con un'alta fiancata dalla parte del muro, e interamente aperti -dal lato per cui ci si entrava. L'intelaiatura era tesa con cinghie, -che sostenevano un gran materasso, su cui erano collocati un capezzale -e un guanciale. Ho veduto uno di questi letti, il letto di Didone, -dipinto a suo luogo nel più antico codice dell'Eneide, che è il -Virgilio Vaticano. Lo scalèo ha nove gradini; nientemeno! C'era la sua -parte di risico, a voltarsi sul fianco. - -Torniamo a Tizio Caio Sempronio. Il nostro cavaliere si alzava per -solito verso il meriggio. Quel giorno, malgrado la veglia prolungata -e i fumi del vino, si alzò alle nove, che era l'_hora tertia_, nella -divisione del giorno presso gli antichi Romani. - -Che cosa aveva da fare? La terza era l'ora dei negozi forensi. -_Exercet raucos tertia causidicos_, mi pare che abbia detto Marziale. -Ma anche senza essere un causidico, e senza l'obbligo di andare ai -tribunali, Tizio Caio Sempronio ci aveva per quel giorno la sua parte -di seccature; epperciò, prima di ascendere su quel suo Campidoglio -notturno, aveva raccomandato al servo di svegliarlo ad ogni costo per -quell'ora insolita. E scosso ripetutamente dal fidato cameriere, che -fu mandato a quel paese una mezza dozzina di volte, il povero cavaliere -si alzò, per andare a finire di svegliarsi in un bagno d'acqua fresca: -ottima cosa al mattino, segnatamente quando non si ha obbligo di berla. - -— Andiamo, via! — aveva egli detto tra sè, per consolarsi di -quella interruzione al più bel sogno d'oro che mandasse mai l'alba -degl'infingardi al più divoto de' suoi cultori. — Bisognerà pensare a -quei cari amici, che aspettano un servizio da noi. — - -Mentre egli era al bagno, capitò l'ostiario. - -— Che c'è? — domandò il cavaliere. - -— Padrone, è venuta all'uscio di strada una vecchia.... - -— Vada a pettinar Proserpina! — gridò Caio stizzito. — Così male ha da -cominciare la mia giornata? — - -L'ostiario sorrise, e ripigliò: - -— Se n'è andata, difatti, ed ha lasciato questo per te. — - -Così dicendo porse una tavoletta pugillare al padrone. - -Pugillare? Che diavol è? Sentite qua; si chiamavano pugillari certe -piccole tavolette, rivestite di cera, per iscriverci su. Derivavano il -nome dalle loro piccole proporzioni, perchè potevano essere comodamente -tenute nel pugno; ed erano usate per quaderni di memorie, per notarvi i -pensieri fuggitivi, e sopratutto per mandar lettere amorose. - -Insomma, avete capito. Avrei potuto dirvi subito un viglietto, come -quello di Rosina a Lindoro. Ma non siamo per niente sotto il consolato -di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello, ed io ho sentito il bisogno di -dirvi: una tavoletta pugillare. Abbiate pazienza e seguitemi, mentre -io guardo che senso ha fatto sull'animo del cavaliere il messaggio -mattutino della vecchia Gabrina. - -Tizio Caio Sempronio si era affrettato, come potete immaginarvi, a -rompere il suggello e ad aprire le due facce del pugillare. - -— Ah! — esclamò egli, dolcemente commosso, leggendo la prima parola. - -Adesso bisognerebbe dir l'ultima, perchè il nome dello scrivente si -mette in fondo; ma allora lo si scriveva sempre da principio. _Cicero -Terentiae suae salutem dicit._ - -La lettera non era di Cicerone, vi prego di crederlo. Del resto, -sentite Caio Sempronio che vi chiarisce il negozio. - -— Clodia! — mormorò egli, dopo la prima esclamazione che ho detto. — -Come va che quella divina mi scrive? A me, Tizio Caio Sempronio, che le -ho parlato a mala pena una volta? — - -Mi direte che il miglior modo, anzi l'unico, di sapere che cosa voglia -da noi una dama, quando ci fa l'onore di scriverci, è quello di legger -subito ciò ch'ella si è degnata di mettere in carta. Ma questo, che -è vero in tanti casi, non lo è poi in tanti altri. Non lo era, per -esempio, nel caso di Sempronio e di Clodia. - -Vedete, difatti; la bellissima patrizia scriveva così: - -«Clodia, a Tizio Caio, salute. - -«Ti parrò ardita; e forse è questa la fama che corre di me. Qualunque -io ti sembri, non sarò mai paurosa, nè sciocca. Stimo te grandemente; -nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco, sarà giunto alle tue -orecchie. Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu -sai quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una -mia schiava prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi -da uomini assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto -della sua visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto -sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le -prospere Megalesi; è il mio voto.» - -Avete capito voi? No. E Tizio Caio nemmeno. - -Non già perchè non intendesse le ultime parole, che forse allegheranno -i denti a qualcuna delle mie lettrici, poco pratiche d'anticaglie. Le -Megalesi erano feste solenni alla dea Cibele, onorata sotto il nome -di gran madre degli Dei, epperciò chiamata in greco _Megalisia_. E -perchè tutte le feste d'allora finivano in giuochi e spettacoli, come -quelle del nostro popolo finiscono in corpacciate e combibbie, le -Megalesi, che duravano otto o nove dì, cominciando nel quarto giorno -di aprile (_pridie Nonas Aprilis_), erano più specialmente dedicate -alle rappresentazioni sceniche. Pei Ludi Megalensi furono scritte quasi -tutte le commedie di Terenzio. - -Quanto ai matematici, era questo il nome degli astrologhi, degli -indovini, che interpretavano i sogni della gente da bene. Orazio Flacco -non voleva che si facesse capo a costoro, e raccomandava a Leuconoe di -non chiedere il futuro ai calcoli babilonesi. E appunto da Babilonia, -patria di astronomi e di matematici, erano venuti a Roma gl'indovini; -e l'astrologia e la matematica, scienze dei Magi, avevano dato il nome -all'arte di quegli antenati di Cagliostro. - -Nemmeno era dubbio per Tizio Caio Sempronio il senso della lettera. -Niente di più naturale che il dar retta ai sogni, in un tempo e in -un paese di superstizioni come quello, che aveva tra l'altre cose i -giorni fasti e nefasti, le ferie pubbliche e private, e queste anche in -occasioni di fulmini, di modo che, ogni qualvolta si sentisse tuonare, -era giorno feriato, fino a tanto non si fossero placati con offerte e -sacrifizi gli Dei. - -Dunque, nell'avvertimento di madonna Clodia non c'era nulla da dire. -Ma una donna che scrive ha sempre un secondo fine, un intendimento -riposto. E perchè si prendeva costei tanta cura della salute di Tizio -Caio? Che cosa si doveva leggere tra le righe dello scritto? Lo avesse -almeno invitato ad andare da lei! Ma no, d'invito non ce n'era pur -l'ombra, neanche sotto forma di permesso, per un rendimento di grazie. -Un avviso, un augurio, un voto, e nient'altro. - -— Strana donna! — pensò il cavaliere. — Che cosa debbo conchiudere? Che -ella si dà pensiero di me. E sia. Ma allora perchè non aggiungere: «a -voce ti dirò meglio»? E questo accenno alle prossime feste! Che voglia -vedermi allo spettacolo? Sì, certamente, ci andrò; ma di questo ella -poteva esser sicura, e non c'era bisogno di dirmelo. Ma forse vuol -farmi sapere che ci andrà lei. Ed anche questo era inutile. Dove non è, -la bellissima Clodia? — - -Quanto al pericolo che la bella patrizia gli accennava nel suo -viglietto, Tizio Caio Sempronio ci pensò molto meno che a tutto il -restante. - -— Che pericolo ho da correr io? — diss'egli tra sè. — Esser fatto -in tre pezzi! E da chi? Se i sogni vanno interpretati a modo, io -posso credere che non si tratti d'una spartizione materiale. Infatti, -vedete qua; ier sera non ne ho avuti tre, che volevano il mio.... e -che l'avranno, pur troppo! Il sogno è stato veridico, anzi fatidico. -Son tre gli assetati del mio sangue, o, per dire più veramente, di -dugento sessantamila sesterzi. E li abbiano, poichè li ho promessi. -Il sogno della schiava di Clodia non prova esso che io debbo dissetare -quest'oggi i miei tre supplicanti? — - -Questo ragionamento lo ricondusse a ricordare come e perchè fosse -balzato quel giorno da letto un po' più presto del solito. - -— Piramo! — gridò egli, richiamando lo schiavo, che si era -prudentemente allontanato. - -— Padrone! - -— Dirai all'arcario che venga qua. - -— Prima del cinerario? — - -Il cinerario, se nol sapeste, era uno schiavo che, presso le dame, -assisteva l'ornatrice, mentre questa faceva l'acconciatura del capo -alla padrona; e il suo principale ufficio consisteva nel riscaldare -il calamistro, o ferro da riccio, nelle ceneri; donde il suo nome che -ho detto. Ma in alcuni casi, e presso gli uomini, egli faceva altresì -l'ufficio di barbiere. Del resto, anche allora i capegli riccioluti non -era solamente delle donne, e spettava al ferro caldo di dare ai patrizi -romani le ciocche morbidamente inanellate della chioma d'Apollo. - -— Anche prima del cinerario; — rispose asciuttamente il cavaliere. - -Lo schiavo si allontanò, per andare in cerca dell'arcario. - -— Vedete qua; — proseguiva intanto il nostro eroe, rifacendosi -volontieri al tema del suo soliloquio. — Ella pensa a me; si affretta -ad avvertirmi d'un pericolo che mi sovrasta. Ella già non poteva -immaginarsi che si trattasse solamente delle mie sostanze, della mia -persona.... giuridica. Senza badare ad altro, passando sopra a tutte le -consuetudini, ha voluto avvertirmi. Divina Clodia! E poi dicono di lei -che è.... che Valerio Catullo.... Baie! Già, i poeti sono la gente più -molesta e pericolosa che al mondo sia. Vi scoccano un'ode, un'elegia, -e tutta Roma, leggendo quell'ode, quella elegia, pensa che i sogni -del poeta siano la verità, che le bellezze lodate da lui siano state -vedute, che i difetti e i torti notati da lui siano torti e difetti -veri e manifesti come la luce del sole. E una degna matrona, così -calunniata, non ha più modo di rifarsi. Il poeta ha parlato; il volgo -la condanna. Maledetti poeti! Non aveva mica torto Platone, a bandirli -dalla sua repubblica! Questi ornati venditori di ciancie sonore vi -mettono una povera donna in piazza. Hanno veduta una mano, come tutti -gli altri, e nei loro versi vi descrivono il braccio, l'omero, e.... -via discorrendo. Il volgo dei lettori, aiutando la malignità, immagina -il resto. Dove il poeta non ha fatto altro che seguire i vaneggiamenti -dell'estro, o le necessità della prosodia tiranna, egli vede -altrettante indiscrezioni della più autentica forma. E in questa guisa -si scrive la storia. Una donna ne ha uno? Povera lei! Gliene regalano -cento. — - -Come vedete, il nostro cavaliere girava all'ottimista. Di mattina, lo -siamo sempre un po' tutti. La triste esperienza è un frutto delle ore -più tarde, nella gran giornata dell'uomo; e poichè il giorno è nel -suo piccolo una immagine della vita, voi potrete concedermi che il più -melanconico dei pessimisti veda anche lui le cose del mondo, poniamo -per un'ora, tinte dei colori dell'alba. - -Del resto, e per ciò che risguarda il sesso debole, siamo sempre -disposti a pensarne un gran bene, quando le sue debolezze profittano a -noi. Per solito, delle donne che c'importano poco, si sente dir corna -e si tace, quando non vi s'aggiunge del proprio l'onesta complicità -del sorriso. Ma fate che una di loro entri nulla nulla nel cerchio -della nostra giurisdizione, che un suo sguardo, una parola sua, udita -e riferita, sveglino nel nostro animo la speranza, o nel cuor nostro -il desiderio; e quella donna diventa di punto in bianco un'altra. -Poverina, l'avevano calunniata. Già, gli uomini, metà son tristi e metà -sciocchi; qual virtù uscirebbe salva dalle ciarle assassine? - -Poi, viene il punto in cui l'uomo avvicina la donna calunniata. È così -bella! Vedete che grazia, che soavità, che dolcezza! Ecco il segreto -svelato; era cortese e l'han gabellata per lusinghiera; confidente di -modi e le hanno dato lettere patenti di sfrontatezza. E l'uomo che ha -fatta questa grande scoperta, felice di non doversi confondere coi -tristi, nè con gli sciocchi, sale di cerchio in cerchio, per tutte -lo stazioni del paradiso, fino a tanto, assorto nei raggi luminosi -della divinità, ne resta così abbacinato da non veder più nulla. Dopo -tutto, che importa il vedere? «Credete più ai vostri occhi che a me?» -domandava audacemente una donna, che conosceva a fondo il suo uomo. Non -era possibile che questi volesse farle un torto così grave, credette a -lei e negò fede a' suoi occhi. - -La bella Clodia, che faceva quella mattina palpitare così forte il -cuore di Caio Sempronio e smarrire il suo giudizio (cosa non troppo -difficile, perchè ne aveva sempre avuto pochino), era certamente una -delle dame più calunniate di Roma. A torto, o a ragione? I versi del -suo poeta, anche a fargli la tara, c'indurrebbero a credere che ella -meritasse la sua fama. - -Povero Catullo! Ne ha dovute mandar giù! Poeta elegante ed -appassionato, già celebre fin dalla prima giovinezza per aver disposata -nelle sue odi la delicatezza immaginosa di Anacreonte all'ardore -profondo di Saffo, conobbe per suo danno la moglie di Metello Celere, -se ne invaghì perdutamente, e da quel giorno egli non ebbe più pace. -Riguardoso nella forma, mutò il nome di Clodia in quello di Lesbia; -ma la cronaca non tenne il segreto, e Lucio Apuleio potè raccogliere -ancora due secoli dopo le indiscrezioni della cronaca e tramandarle -alla posterità. - -Nessuna donna, se crediamo a Catullo, poteva reggere al confronto -della sua innamorata. «Quinzia è bella per molti, dice egli; per me -è bianca, alta e di nobile portamento; ma che sia bella in complesso, -nego, perchè in quella grande persona non c'è grazia nè spirito. Lesbia -sola è intieramente leggiadra; perchè, essendo bellissima tutta, ha -rapite tutte le grazie a tutte le altre donne di Roma.» Contemplava -il suo volto, ne udiva le soavi parole, e gli sembrava d'esser beato -al pari, e, se possibile, più degli Dei. Veduta lei, niente altro -desiderava. Ma la sua lingua s'intorpidiva; una fiamma gli scorreva per -tutte le membra; gli risonavano le orecchie, gli occhi gli si coprivano -di tenebre. Bello ogni atto, leggiadra ogni cura di lei. La vedeva -deliziarsi nell'amore d'un passero, e lui a cantare il passero che -ella amava più dei suoi occhi. Morì il passero, e lui a piangerne in -versi stupendi la morte, invitando le Grazie e gli Amori a confortarla -con le lagrime loro. «Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamoci, le dice egli -un giorno; non valgono un soldo le ciancie dei vecchi barbogi. Muore -il sole e risorge; noi, morta una volta questa breve luce, abbiamo a -dormire una notte perpetua. Dammi un migliaio di baci, e poi cento, poi -altri mille ed altri cento ancora; e così via via, fino a perdere il -conto.» - -Ma ohimè, un giorno doveva cadergli la benda dagli occhi. Clodia era -una civetta; non amava lui solo. Bella, ma senza cuore! E il poeta si -sdegna, vuol rompere la catena, per custodire la sua dignità. Ma come -fare? «Odio ed amo, dice egli ad un amico. Chiedi come ciò avvenga? -Non so; ma lo sento e ne muoio.» L'ama troppo, non c'è via di salute; -si allontana da lei e ritorna; l'amor suo è una sequela interminabile -di sdegni e di paci. Irato contro sè stesso, disegna di allontanarsi -da Roma, per non assistere alle sregolatezze di Clodia; va in Bitinia -con Caio Memmio Gemello; ne ritorna povero e più innamorato che mai. -Soltanto le sciagure domestiche lo distoglieranno un tratto dalla -sua pena, e l'isoletta di Sirmio, sul Benaco, poco lunge dalla natale -Verona, gli farà meno triste l'autunno precoce della sconsolata sua -vita. - -E adesso che abbiamo veduta la figura di Clodia attraverso ai rapimenti -e alle malinconie d'un poeta, facciamo ritorno al nostro cavaliere -Tizio Caio Sempronio. Il poeta s'è ridotto ai silenzi della sua -villa di Sirmio, e Clodia è a Roma, sempre bella, sempre elegante, e -circondata da cento vagheggini. Qual è la donna che non ci ha i suoi, -dopo l'esempio di Penelope, ròcca di fede coniugale, assediata per -tanti anni dai Proci? Ma badino, i bellimbusti di Roma; se entra in -scena Tizio Caio Sempronio, poveri a loro! È un giovanotto che non -perde il suo tempo, nè prima, nè dopo. È forte e bello, di buon cuore -pe' suoi amici, inchinevole al tenero con le signore donne, ma non fino -al punto di guastarcisi il sangue. Egli chiederà a Clodia ciò che essa -può dare, sorrisi e carezze; non già la costanza, derrata di cui egli -non saprebbe che farsi, e a cui non potrebbe offrire il ricambio. - -Per altro, anche a non volersi smarrire troppo lungamente nelle ombre -di Pafo, tornano sempre piacevoli i cominciamenti d'un ripesco amoroso. -Messo il piede sul limitare del bosco, il cavaliere ci trovava un gusto -matto a rincorrere le farfalle che gli svolazzavano capricciose davanti -agli occhi. Fuor di metafora, Caio Sempronio seguiva col pensiero tutte -le fasi di una lieta avventura, incominciata così _ex abrupto_ con una -tavoletta pugillare, che andava rivolgendo ancora per tutti i versi, -quando gli si fece dinanzi l'arcario. - -— Mio signore, eccomi qua; — disse costui, inchinandosi profondamente. - -— Sei tu, vecchio Lisimaco? Che cosa vuoi? - -— Mi avevi fatto chiamare.... — riprese quell'altro. - -— Ah sì, è vero; — disse Sempronio risovvenendosi; — ho anzi bisogno di -te. Già capirai di che si tratta. — - -Lisimaco stette muto a guardarlo. Era un vecchio servo, o, per dire -più veramente, un liberto, servo manomesso, che continuava a vivere in -casa degli antichi padroni, esercitando l'uffizio di arcario, ossia di -soprintendente e cassiere. Pulito, molto serio e d'una rara probità, -Lisimaco aveva avuta la piena fiducia del padre di Caio Sempronio, uomo -assennato e non d'altro curante che di far prosperare la sua casa; nè -doveva mancargli la pienissima fiducia del figlio, che alle faccende -sue pensava pochissimo, come mi pare di avervi fatto già intendere. - -Il liberto taceva, vi ho detto; ma il cavaliere continuò il discorso -per lui. - -— Ho bisogno di moneta; — soggiunse. - -— A' tuoi comandi; — rispose Lisimaco. - -— E molta; — ripigliò il cavaliere. - -— Ahi! — mormorò quell'altro, — siamo alle solite. - -— Come? saresti all'asciutto? - -— Oh, questo, poi! — esclamò il vecchio liberto, che sentiva offesa -da quel dubbio la maestà della casa Sempronia. — Ma se tu mi permetti -un'osservazione.... - -— Sentiamo l'osservazione. - -— Padrone mio, si spende troppo. - -— Eh, non dico di no. - -— Anche le case più ricche vanno in malora, se non c'è misura nello -spendere. - -— È sempre stata la mia opinione; — disse gravemente Caio Sempronio; — -e son lieto di vedere che tu partecipi al mio modo di vedere. — - -L'arcario lo guardò trasognato. - -— Mi pare, — pensò egli, — che il cavaliere voglia burlarsi di -me. — - -E non aveva mica torto, il vecchio Lisimaco. Ma, per rispetto al -padrone, finse di non aver capito. - -— Anche la tua casa, padrone, finirà come tante e tant'altre, se non -provvedi in tempo. - -— Ottimamente; ma dimmi, savio Lisimaco. Ci sono ancora.... in tempo? - -— Che domanda! Grazie agli Dei, siamo sempre sul sodo. - -— Ah, meno male. Mi avevi già fatto paura. Dunque, si possono avere -quest'oggi quarantamila sesterzi per compiacere all'amico Postumio -Floro? È un imprestito, non ti spaventare, mio vecchio Lisimaco. - -— Vado a numerare la somma; — disse l'arcario, dopo aver tratto un -sospiro. - -— Aspetta ancora. All'imprestito dunque abbiamo provveduto. Ora c'è -dell'altro. Mi bisognano, per un altro negozio, sessantamila denari. - -— Sessantamila! — balbettò l'arcario, strabuzzando gli occhi. — Hai -detto sessantamila.... - -— Denari, sicuro; che ragguagliati alla moneta di rame fanno dugento e -quarantamila sesterzi, o poco meno. Ma non ti confondere; non si tratta -di un imprestito, questa volta; si tratta invece di un collocamento, -d'una compera di fondi. — - -Lisimaco diede una rifiatata, ma senza rallegrarsi molto. Il povero -cassiere andava da Scilla a Cariddi. Cessava la paura, sottentrava lo -stupore. - -— Tu comperi? - -— Sì, — rispose Caio Sempronio, — compero gli orti di Ventidio, -sull'Esquilino. - -— Tu comperi? — tornò a chieder quell'altro, che non poteva mandarla -giù. - -— Sì, te l'ho detto; che cosa ci trovi di strano? - -— Ma, mi pare che ce ne sia la sua parte. Perdonami, signor mio; ma è -nuova davvero, che tu abbia pensato a comperare un pezzo di terreno. - -— Io che ci ho sempre avuto una gran propensione a buttar via, non è -vero? — disse il cavaliere, ridendo. — Ma non temere, Lisimaco; io non -sono mutato per ciò. Compero.... ma per regalare il comprato. - -— Di bene in meglio! Ed è questo che tu chiami un.... collocamento di -moneta? - -— Ma sì, vecchio Lisimaco, è questo. Non ho forse detto di comperare? - -— Per regalar poi. - -— Ah, questa, vedi, è una seconda operazione. Badiamo ora soltanto alla -prima. — - -Lisimaco crollò il capo, ma non aggiunse più altro. Con quel matto del -suo padrone non c'era modo di ragionare. - -— Eccoti lì ingrognato, mio Cerbero! — proseguì Caio Sempronio. — Ma -infine, abbi pazienza; ho promesso. Vorresti tu che io mancassi alla -mia parola? - -— Tolgano gli Dei immortali che io ti consigli in tal guisa; — rispose -il vecchio Lisimaco, non sapendo più che pesci pigliare. — Debbo dunque -metter da parte anche i sessantamila denari? - -— Se li hai in cassa. - -— Li ho.... quantunque, levati questi, non ci rimanga molto di più. E -tu lo sai, padron mio, che le entrate dell'anno scorso hanno già preso -il volo, mentre questo è a mala appena incominciato. - -— Bene, per tirare avanti fino al raccolto, puoi chiedere in prestito -al danista Corbulone. Intanto vedremo di ristringere le spese. - -— Ah, magari! — esclamò il vecchio liberto, alzando gli occhi e -le palme al cielo. — Con un anno di risparmio, si potrebbe ancora -rimetterci in carreggiata. - -— Un anno! — gridò il cavaliere. — È troppo. Mettiamo sei mesi. - -— Ma bada, ci sono ancora le ipoteche sul fondo Reatino, il più bel -fondo che tu possieda! Poi c'è l'imprestito di dugentomila denari sulla -villa di Aricia. Poi.... - -— Dimmi, — interruppe Caio Sempronio, — non avresti tu un altro -discorso più allegro da tenermi, per questa mattina? A momenti tu mi -passi in rassegna tutta la emerita classe degli argentarii. — - -Lisimaco gli rispose con un gesto che voleva dire: che colpa ci ho io? - -— Animo, via; — ripigliò, il cavaliere, vedendo la faccia malinconica -del suo povero cassiere. — Non pensiamo ora a queste miserie. Vedremo -di correggerci, se sarà scritto nel libro dei fati. Tu scrivi intanto, -nel tuo, che oggi verrà Postumio Floro, al quale dovrai consegnare -quarantamila sesterzi, e Giunio Ventidio per vendermi i suoi orti alle -Esquilie, contro la somma di sessantamila danari. - -— E metterò a libro l'acquisto degli orti? - -— Sì, se ti piace, — rispose Caio Sempronio, con quella sua faccia -da ridere, che dava tanta noia al disgraziato cassiere, — purchè tu -aggiunga in margine: regalati oggi stesso a Publio Cinzio Numeriano, -poeta innamorato. — - -Ciò detto, il cavaliere congedò con un gesto maestoso il suo povero -arcario, che se ne andò borbottando tra i denti: - -— Poeti.... innamorati.... matti... tutta gente da legare! - - - - -CAPITOLO VII. - -Venere spogliatrice. - - -Clodia Metella, che le necessità del racconto mi costringono a -presentarvi, era una delle tre sorelle di Publio Clodio Pulcro. - -Ma chi era Publio Clodio Pulcro? Era quel caro matto che aveva iniziata -la sua vita pubblica introducendosi travestito da donna nella casa -di Giulio Cesare, durante la celebrazione dei riti della dea Bona; -marachella giovanile per cui subì un processo, e non ne uscì sano -che corrompendo i suoi giudici. Sano nella persona, io vo' dire, -non già nella fama, che n'ebbe uno strappo maiuscolo, anche per la -testimonianza di Marco Tullio Cicerone, a cui giurò in conseguenza -un odio mortale. Eletto tribuno, con l'aiuto di Pompeo e di Cesare, -che protestava a suo modo contro certi sospetti, tanto da far passare -in proverbio l'onestà di madonna Aurelia sua moglie, si diede a -perseguitare in ogni guisa il suo illustre nemico. Questi gli oppose -l'unico uomo che potesse tenergli testa, Tito Annio Milone; e l'andò -tra quei due da galeotto a marinaro. - -Il resto è noto ad ogni scolaro di retorica. Milone si recava un giorno -a Lanuvio; Clodio tornava dalla sua villa d'Aricia; i servi delle due -comitive s'azzuffarono; Clodio, ferito nel tafferuglio, fu trasportato -in un'osteria di Bovilla; Milone pensò che fosse giunto il momento di -levarsi quel bruscolo dagli occhi, e, fatto trascinar Clodio fuori -dell'osteria, gli diede, o gli lasciò dare da un suo gladiatore, il -colpo di grazia sulla pubblica strada. Accusato d'omicidio, fu invano -difeso da Cicerone, che si era così turbato alla vista di tanti armati, -onde il console Pompeo aveva asserragliato il Foro in quella occasione, -da perdere la tramontana senz'altro. - -Ciò era accaduto un anno prima del tempo a cui si riferisce il nostro -racconto. Milone era andato in bando a Marsiglia, e laggiù, avendo -ricevuta una copia dell'orazione, riveduta e corretta, del suo gran -difensore, uscì in queste memorande parole: «vedete un po'! se Cicerone -avesse proprio parlato come ha scritto, io non sarei qui a mangiar -triglie.» - -Dove mi ha portato il ricordo di Clodio? Torniamo alla sorella, celebre -in Roma per bellezza e per tante altre cose. Giovanissima, l'avevano -data in moglie a Quinto Metello Celere, pretore da prima, poi console, -ed uno dei più saldi sostegni della parte patrizia. Questo Metello, -essendo pretore, si era unito a Marco Tullio Cicerone per isventare -le trame di Sergio Catilina, altra conoscenza di tutti gli scolari di -retorica; e quando il famoso cospiratore era partito improvvisamente da -Roma, egli, inviato nel Piceno per contendergli i passi dell'Appennino, -lo aveva abilmente costretto a dar di cozzo nelle schiere dei console -Antonio Nepote. In premio di questo servizio, otteneva un anno dopo il -governo della Gallia Cisalpina, col titolo di proconsole, e due anni -più tardi era console a sua volta. - -In quell'ufficio il nostro Metello avrebbe potuto far prova di -saviezza, non scontentando troppo quell'ambizioso di Pompeo; ma fece -tutto l'opposto, e sospinse il pericoloso cittadino nelle braccia di -quell'altro bel mobile, che fu Giulio Cesare; donde la famosa alleanza, -che, per esserci entrato anche Licinio Crasso, andò sotto il nome di -primo triumvirato. Probo e coraggioso, ma altiero e mal destro come -tutta la parte patrizia, che dava gli ultimi aneliti della sua possanza -con lui, Metello Celere non potè impedire a Giulio Cesare, dittatore -futuro, di vincere una legge agraria, nell'anno 695 di Roma, e morì -così subitamente, nel bollore della sua opposizione, che corse voce -avergli la moglie propinato un veleno. - -Come vedete, non eravamo lontani da Clodia. Mi duole di tornare -a lei con un sospetto di veneficio, ma che farci? La cronaca ha i -suoi diritti, nè io posso mutarla a mio senno. La cronaca dice anche -dell'altro; e poichè Clodia Metella, nel terzo anno di vedovanza, -accusò un Marco Celio Rufo di aver tentato di avvelenarla, saltò su -Cicerone a dar nuovo pascolo ed autorità alla cronaca, difendendo il -giovinotto e dicendo di Clodia Metella tutto il peggio che si potesse -dire d'una donna romana di quel tempo. Ora, a quel tempo, le matrone -romane non erano stinchi di santo. Ciò forse per la ragione che i santi -erano ancora di là da venire. - -Per altro, badate, se ne spacciavano tante, e la libertà di parola -era così grande, che io non mi meraviglierei punto, se un critico -moderno riuscisse a provare che gli avvocati antichi e gli antichi -cronisti erano ad un dipresso quel che sono gli avvocati e i cronisti -moderni. Qual è l'uomo, o la donna, a cui non si possa, con uno sforzo -di volontà, appioppare un delitto? Non abbiamo noi forse udito testè -che l'onorevole Minghetti, quell'uomo creduto finora sì candido, ha -un infanticidio sulla coscienza? «Sì, o signori (diceva alla Camera -dei deputati il suo coraggioso accusatore), egli ha uccisa la bambina -Cicoria, che aveva a mala pena spuntato due denti.» Il quale Minghetti -fu nella medesima tornata parlamentare gabellato anche per una sirena, -per una maliarda, e va dicendo. Laonde, io ho incominciato a capir -Cicerone e il valore delle metafore; nè mi spavento più di Clodia -Metella, la quale doveva esser giudicata molto retoricamente dai suoi -contemporanei, Cicerone compreso, che ne era invaghito anche lui, a -segno di destare le gelosie di madonna Terenzia sua moglie. È Plutarco, -un'altra lingua tabana, che lo afferma; ed io, tutto considerato, non -ci vedo niente di strano. - -Mettete da ultimo che meritasse la sua fama; io, fatte le mie -restrizioni da uomo prudente e da buon cavaliere, non vo' impicci -per questo. Gli autori ci dicono Clodia assai bella, e su questo -particolare possiamo esser tutti d'accordo. - -A me pare di vederla, nel segreto del suo spogliatoio, attiguo alla -camera da letto. Il sole è già alto, ma solo da pochi istanti la bella -patrizia si è spiccata dalle braccia di Morfeo. Lo dice il bianco -_indusium_, specie d'accappatoio, il cui fine tessuto ricorda le -nostre mussoline di lana, e il cui colletto è ricamato, o, per dire -più veramente, ornato di fregi appiastrati, non conoscendosi allora il -ricamo propriamente detto, con tutta la sua varietà di forme e di nomi. -Le maniche, larghe e brevi, non scendono oltre il gomito. Il lembo -inferiore si vede ornato da due file di perle, che sfiorano il musaico -del pavimento, illustrando così il modo proverbiale latino, _margaritas -calcare_, passeggiar sulle perle. - -Nel bel mezzo della camera è una gran tavola di marmo, su cui, -intorno ad una larga spera di acciaio, sono disposte in ordine tutte -le ampolle, i pennelli, i barattoli e tutte l'altre cianciafruscole -ond'è composto il _mundus muliebris_. Uno scanno a bracciuoli, col -suo cuscino di piume, attende la divina Clodia, che sta per mettersi -allo specchio. Dalle pareti dipinte le ridon gli Amori; da una gabbia -pendente dal soffitto la saluta un pappagallo africano, con tutti i -_salve_, i _vale_, gli _euge_ del suo repertorio linguistico. Come -siamo lontani dal passero d'una volta, dal passero amoroso e gentile, -i cui privilegi destavano la gelosia di Valerio Catullo! Non c'è che -dire, Clodia Metella è invecchiata. - -Cionondimeno, è sempre bella, maravigliosamente bella, e direi quasi -che la sua bellezza ha guadagnata dagli anni una certa magnificenza, -pari a quella delle rose, quando hanno intieramente dischiuso il calice -avaro all'ammirazione del riguardante. Osservate la bianchezza lattea -delle sue mordide carni; essa è proprio governata col latte, perchè in -esso furono inzuppate le molliche di pane, di cui Clodia Metella si -è accuratamente ricoperta la faccia ed il collo, prima di mettersi a -letto. Altre usavano in quella vece un cataplasma di fave grasse, la -cui inamabilità doveva quarant'anni più tardi urtare i nervi ad Ovidio. - -Una diligente abluzione ha già tolte dal viso quelle croste notturne -in cui si è custodita la bellezza; la carnagione è stata aspersa -coll'_elenio_, un quissimile doll'aspasina moderna, formato con -latte d'asina; poi col _lomentum_, pasta di fior di farina e di -mirra giudaica, indi coll'_esìpo_ di Atene, vero elettuario, anzi -olio essenziale, che doveva la sua untuosità al succo estratto dalla -lana delle pecore. Era quello il cosmetico in voga, e le dame romane -solevano inondarsene a dirittura la pelle. - -Poichè sono a ricordare tutti questi guazzetti, non dimenticherò che -Roma femminile aveva anche il suo latte antefelico, per le macchie -della pelle e pei bitorzoli, l'_alcionea_, preziosa mucilagine la -quale si estraeva da certi nidi d'uccelli, che, argomentando dal -nome, possiamo credere alcioni. Si strofinava leggermente il viso con -l'alcionèa, e la pelle diventava tosto così lucente come la superficie -d'uno specchio. - -Intenderete di per voi, che, dopo tanto abuso di manteche e d'unguenti, -bisognasse lavarsi le mani col sapone. Di questo i Romani ne avevano -due specie, il molle e il liquido. Il più riputato incominciava allora -a venir dalle Gallie, ed era un composto di grasso di capretto e di -cenere di faggio. L'arte romana lo aveva aromatizzato con cinnamomo, -oppure con nardo di Persia. - -Lavate le mani in tal guisa, e rasciugatele nel _gausape quadratum_, -in cui vi consento di ravvisare lo asciugamano di quei tempi, velloso -da una parte e liscio dall'altra, la bella patrizia si è raschiata la -lingua con una acconcia laminetta d'acciaio; si è spazzolata i denti -ed ha gargarizzate le acque famose di Cosmo e di Nicèro (i Frecceri -e i Bortolotti di quel tempo) _ne male odorati sit tristis anhelitus -oris_. Il verso non ve lo traduco, perchè lo capirete ad orecchio. -Dirò soltanto che è un verso del suo poeta, dell'uomo che l'ha più -fortemente amata, e che l'ama tuttavia, sebbene lontano e dimenticato. - -Non perchè io lo reputi un obbligo, ma perchè mi pare atto di cortesia -verso la benemerita classe dei profumieri, soggiungerò che l'acqua -di Cosmo si componeva, d'acqua anzitutto, poi di zafferano e rose di -Pesto. - -A profumare la bocca delle sue belle patrone, Cosmo aveva inventato -eziandio certe pastiglie, di mirto, lentisco e finocchio. Le dame -romane erano ghiotte di questi aromi indolciti, che facevano cadere in -disuso il mastice di Scio. _Pastillas Cosmi luxuriosa vorat_. - -Non racconterò alle mie lettrici con che sorte di acqua le eleganti -figliuole di Quirino si ripulissero i denti. Il preziosissimo liquido -si traeva dalla Spagna e si conservava in vasi d'alabastro.... Ma -perchè dalla Spagna, mentre a conti fatti lo si poteva ottenere anche -in casa, in modo naturalissimo, e senza dare il minimo disturbo ad -alcuno? Gli autori che accennano la strana costumanza, non hanno -pensato a dircene le ragioni. Marziale si è contentato di affermare -che, quanto a sè, i denti se li risciacquava con l'acqua pura. I -moderni, gente schifiltosa, daranno ragione a Marziale. - -Dove abbiamo lasciato Clodia Metella? Si è lavata le mani; ma badate, -non l'ha anche finita con le abluzioni. Infatti, ella entra ora -nella sala del bagno. Il _solium argenteum_ (poichè ella si bagna -in una vasca d'argento) è già pieno d'acqua, profumata con essenza -di gelsomino. La fida clessidra ha misurato lo spazio di mezz'ora, e -Clodia Metella è venuta fuori dai tiepidi lavacri. Dico tiepidi, perchè -i bagni freddi non s'usano ancora, almeno nelle pareti domestiche; -soltanto sotto l'Impero un medico li raccomanderà, e i posteri dovranno -salutarlo come l'inventore della idroterapìa. - -Asciugata nella sindone, stregghiata per tutte le membra con uno -_strigile_ venuto da Pergamo, Clodia Metella ha indossata la _tunica -intima_, su cui le schiave ornatrici hanno ravvolta in dotte pieghe la -_toga matutina_. Ed entra, ciò fatto, il pedicuro, che col suo _forfex_ -(scusate se non posso dispensarvi da questi particolari) ragguaglia -abilmente al sommo delle dita le unghie rosee dell'olimpico piede. - -Olimpico, ho detto, come sinonimo di snello e di breve. L'arte antica -faceva piccolo il piede agli Dei; cosa che non finisce di piacere ai -veristi moderni, i quali sembrano dimenticare che gli Dei passeggiavano -sulle nubi e, quando toccavano terra, non pesavano altrimenti sulle -piante coi sessanta od ottanta chilogrammi della loro divinità. - -Ciò posto in chiaro, non mi fermerò più oltre su questo argomento, -quantunque il piede d'una bella donna meriti ogni più lunga stazione e -possa dare l'appiglio a molte meditazioni divote. Del resto, vedete, -non s'è fermato troppo neanche il pedicuro. Clodia Metella ha avuto -dalla natura un piedino sottile, non ha usato affaticarlo mai nella -giornata, non ha avuto mai bisogno di strizzarlo in calzature troppo -aggiustate; perciò mancano le cornee durezze e gli altri ingrossamenti -cutanei, che domandino una pronta rimondatura ai ferri dell'artista -pedestre. - -Ecco ora la colezione che arriva. Le cure dell'ornamento non sono -ancora finite, anzi può dirsi che siano a mala pena cominciate; -ma appunto per questo è necessario d'interromperle con una piccola -refezione (_jentaculum_) che permetta alla dama di giungere senza -languori di stomaco fino all'ora del pranzo. Un servitorello, vestito -d'una tunica frangiata che gli si stringe alla vita e gli scende a -mala pena al ginocchio (donde il suo nome di _puer alticinctus_) reca -una _authepsa_ d'argento, coi suoi carboni accesi nel caldano che le -sta sotto. Capirete da questo che l'_authepsa_ è il ramino dell'acqua -calda. Un altro ragazzo porta sulle mani un canestro di frutte, con un -panino tondo, disegnato a spicchi, e un piattello di legno di cedro, -con suvvi una coppa d'argento, e un vaso d'onice, colmo di vino di -Sezza, il famoso e costoso Setino, che piaceva tanto a Marziale, ma non -si lasciava bere troppo spesso da lui, povero in canna com'era. - -Clodia Metella mangia un frutto, rompe una crosta di pane, mescola -il vino con l'acqua calda, beve, e la sua colezione è finita. Così -l'uccellino, destatosi appena, e scosse le ali sul ramo, dà un paio -di beccate alla ciliegia, o al fico, umido ancora della rugiada del -mattino, e torna contento ai gorgheggi, ai voli, agli amori. Clodia -Metella ritorna alle cure della conscia bellezza. C'è un'altra bisogna, -e più delicata, da fornire. La pomice di Catania, strofinata sulle -braccia e sulle gambe, toglierà perfino l'ombra di certi molesti -accessorii, tollerabili appena appena sulla cute dell'uomo. Anche -il labbro superiore può esserne ombreggiato, e qui la pomice di -Catania sarebbe ancora troppo ruvida; occorre dunque l'unguento di -_psilothrum_, o di _dropax_. Il primo è fatto col succo della brionia, -o vitalba, che si voglia dire: l'altro.... di che cosa è fatto l'altro? -Non so, e mi contento di citarvi Marziale, che raccomanda, per la -faccia, questi due depilatorii insieme: _Psilothro faciem laevas et -dropace frontem_. - -Dopo la colazione, un'altra risciacquata ai denti non farà male. A -proposito, ha denti finti la nostra eroina? Le guardo in bocca, come si -fa coi cavalli non donati, e non mi riesce di vederne. Se per avventura -ne ha, son legati in oro. L'usanza è antica, e i dentisti moderni non -hanno fatto che seguire la tradizione di cento generazioni. Leggete le -Dodici Tavole, o, per dire più veramente, quel tanto che ne è rimasto. -Nella decima Tavola, dove si tratta delle sepolture, sta scritto: -_Neve aurum addito; ast si cui auro dentes vincti erunt, eum cum illo -sepelire urereve sine fraude esto_. Traduciamo, perchè gli è proprio -il caso, con questo latino assaettato. «Non ponete oro coi cadaveri; -ma se taluno abbia denti legati in oro, sia permesso di seppellirlo, e -bruciarlo, con esso.» - -Ora, seguendo l'ordine delle cure femminili, veniamo all'acconciatura -del capo. Clodia Metella ha una chioma da far invidia a molte sue -pari; non ha bisogno del grasso d'orso, tanto raccomandato da Galeno, -nè dell'unguento di cantaridi, accennato con le debite restrizioni -da Plinio. Neppure ha mestieri di tingere in nero i suoi capegli con -piombo disciolto nell'aceto, nè in rosso con le erbe di Germania, che -giovano a mutare in carote i gigli precoci d'una testa di donna. Il -crine di Clodia Metella è ancora d'un nero lucido, che potrebbe farsela -con quello dei corvi. - -L'ornatrice ha già snodato e stretto in pugno il volume di quelle -morbide chiome. Il cinerario è lì pronto a togliere dal fuoco il ferro -da riccio, che dovrà dare alle ciocche sulla fronte l'ondosità del -mare. Clodia felice! Ella ha proprio trovata la fenice delle cameriere, -perchè tutto procede a dovere, e non c'è caso di spazientirsi, nè di -sgridarla per un colpo di pettine più forte dell'altro, o per soverchio -accostarsi del ferro caldo alla pelle. Arricciati sulle tempie, -rigirati in due lucide staffe all'altezza degli orecchi, i bei crini -di Clodia si attorcigliano sulla nuca in un mazzocchio aggraziato, a -cui fanno sostegno due spilloni d'oro. Così vuole la moda. Ancora pochi -anni, e uno di questi spilloni, tolto dalle chiome di Fulvia, la moglie -di Clodio e di Marc'Antonio, trafiggerà la lingua di Marco Tullio -Cicerone. Carine, non è vero, queste patrizie di Roma? - -Ed ora, per Clodia Metella, sarebbe il caso d'imbellettarsi il viso, -col minio, o con altre temperanze di rosso. Ma per quest'oggi le -piace d'esser pallida; il bianco è il colore degl'innamorati. «Sia -pallido chi ama, ha detto Ovidio; è questa la tinta degli amanti; -ognuno che vede quel volto sbiancato, ha da esclamare: ecco i segni -d'amore!» Anche gli occhi debbono apparire più grandi e più profondi -del vero; e a questo gioverà una pennellata d'antimonio (_stibium_) -sull'arco delle ciglia e agli angoli esterni delle palpebre. La moda -è antica nell'Asia, e non per niente i padri delle belle Romane hanno -conquistata l'Asia ai numi austeri del Lazio. - -Finalmente, la testa è in ordine. Le cosmète (con questo nome si -chiamavano le cameriere) vanno attorno per la camera, scoperchiando -certe casse d'ebano, in cui si contengono le stole, i pallii, le toghe, -le riche, e tutti gli altri capi di vestiario della loro padrona. Qual -veste indosserà per quel giorno Clodia Metella? À lei piace frattanto -di vedersele tutte schierate dinanzi, per scegliere a occhio il colore -che più le andrà a genio, o che le parrà più acconcio ad ottenere -l'effetto desiderato. Chi non sa che il colore ha un'arcana virtù, in -materia di galanteria? Ci sono, tra un bel viso e la tinta d'una veste, -armonie segrete di cui sentiamo il fascino, senza intenderne e senza -pure indagarne la ragione. - -Là veste caratteristica delle matrone romane era la stola, lunga ed -ampia tunica di lana, semplice e severa come il costume della forte -repubblica, che l'aveva ereditata dai vecchi Sabini. Le maniche -generalmente erano lunghe, serrate al pugno con una fibbia. Due -cinture la stringevano al busto, l'una delle quali passava sotto -il seno, l'altra sul fianco; di guisa che, tra questi due legamenti -che la premevano, essa offriva al riguardante un giro irregolare, ma -artistico, di piccole pieghe. Si distingueva dalla tunica propriamente -detta, per uno strascico chiamato _instita_, che era cucito sotto gli -sboffi posteriori della seconda cintura, e scendeva fino a terra, -coprendo le calcagna e aggiungendo maestà all'incesso della dama. -Era questa la stola di Veturia, la madre di Coriolano, come si vede -raffigurata da un affresco nelle Terme di Tito. Ed ugualmente vestita, -pittori e poeti romani ci rappresentarono Giunone, l'altera moglie di -Giove. Si usò bianca da prima, poi di tutte le varietà della porpora, e -d'altri colori per giunta, accortamente distribuiti secondo le ore del -giorno. Ovidio consigliava, per colori di mattina, il verde marino, il -celeste, il paglierino, il violetto. - -Un bel colore d'amatista, che prendeva risalto da un fregio d'oro sugli -orli della veste, fu prescelto per quel giorno da Clodia Metella. -L'amabil pallore delle carni ci guadagnava un tanto, e i grandi -occhi abilmente cerchiati d'antimonio ne avevano una espressione più -profonda e più viva. Non dimentichiamo la _vitta_, nastro di colore, -che s'intrecciava in due o tre giri attorno alle chiome corvine. La -vitta era, al pari della stola, l'ornamento della donna ingenua, o nata -libera. Alle schiave, alle liberte, alle cortigiane, non era lecito -portarla. - -Lettori, io vi fo grazia dei coturni. Dio sa dove mi condurrebbe il -pericoloso ufficio di descrivervi un laccio, voluttuosamente rigirato -intorno ad un collo di piede che pare scolpito da Fidia. Vi parlerò -invece degli anelli di Clodia, tutti infilati su di un colonnino -d'avorio, donde essa li toglie per metterli nelle dita. Tra essi è -l'anello magico, che ha, in luogo della solita gemma, un pezzo di ferro -o di bronzo, tolto dalle forche (_aes patibuli_), ed è stato consacrato -da un sacerdote di Giove Serapide, sotto quella costellazione che ha -veduto nascere Clodia Metella. La nostra matrona porta questo amuleto -invece dell'anello maritale. Rammentate che Metello Celere è morto, e -non è stato surrogato da alcuna forma di _justae nuptiae_. - -A compiere l'adornamento della bella persona, Clodia cinge i polsi -d'armille, o braccialetti, in forma di serpenti d'oro, che portano -rubini e smeraldi incastonati nella cervice. Agli orecchi ha sospeso -i crotalii, pendenti d'oro a tre gocce di perle, come quelli messi in -mostra da Giunone, quando andò sul monte Ida a sedurre il marito. E -qui si ferma l'esposizione delle gemme, perchè la dama non ha ancora -disegnato di uscire di casa. Se volesse, potrebbe luccicare dal capo -alle piante come una bacheca di gioielliere. Due _dactilyothecae_ -sono aperte davanti a lei, colle gemme d'estate e le gemme d'inverno. -La divisione è ragionevole, come vedrete. Nella fredda stagione si -portavano i gioielli pesanti, nella calda i leggeri. Leggeri e pesanti -per la legatura, s'intende, che poteva esser vuota o massiccia; laddove -le perle e le pietre prezioso erano di tutte le stagioni, e le belle -portatrici non badavano al peso. - -Ovidio, che ho già citato più volte, come maestro in cosiffatti negozi, -accenna all'uso delle dame di coprirsi il collo con vezzi di perle -orientali, serbando le più grosse e le più pesanti per gli orecchini. E -ce n'erano veramente di prodigiose. La perla che Cleopatra stemperò nel -suo vino era valutata due milioni; e un'altra d'ugual prezzo avrebbe -fatta la medesima fine, se Marc'Antonio non si fosse opposto a quella -continuazione di pazzia. Questa seconda perla, passata nelle mani di -Agrippa dopo la morte di Cleopatra, fu segata in due, per farne gli -orecchini ad una statua di Venere, collocata nel Panteon. - -Belle dame del tempo mio, chiederete di vedere i diamanti di Clodia -Metella. Ma badate, ai tempi di Clodia non si conosceva ancora l'arte -gentile di sfaccettare il diamante. Ora, un diamante greggio non è un -diamante; è una pietra informe, un oggetto di curiosità, da mettersi in -una collezione geologica, non da appendersi agli orecchi, o al collo, -di una leggiadra donnina. Ne convenite? - -Dunque, al tempo di cui narro, non si usavano brillanti, nè autentici, -nè apocrifi; nello scrigno di una gran dama le perle tenevano il -primo luogo. Costosissime, come vi ho accennato, tanto da far dire a -Properzio, dove parla di una signora coperta di gemme, che essa portava -addosso l'eredità di due generazioni future. - - _Matrona incedit census induta nepotum._ - -Abbiamo seguito Clodia Metella in tutte le fasi dei suoi apparecchi -galanti. Oramai la bella patrizia è armata di tutto punto, per -combattere la gran battaglia di quel giorno. A chi si prepara la -sconfitta? Chi andrà incatenato al suo cocchio trionfale? Aspettate e -vedrete. - -Eutiche, la prediletta ornatrice, ha presentato alla sua signora uno -specchio tondo e concavo, di bronzo levigato e rilucente, che più non -sarebbero i nostri specchi moderni di cristallo. Clodia si vede bella, -si ammira, compone il volto ad una espressione di soave malinconia e -sorride. Il sorriso vuol dire che quell'aria le sta bene, e che Clodia -è contenta di sè. - -Finita la grand'opera della giornata, le cosmète si ritrassero dalla -camera, dopo avere augurato alla padrona ogni maniera di felicità. -Rimasta sola, Clodia Metella andò ad un armadio di cedro, che stava -appoggiato alla parete, e lo aperse, per riporvi ella stessa i gioielli -che non le erano serviti per la sua acconciatura. Quell'armadio -era insieme uno scrigno e un tabernacolo. Difatti, la nostra eroina -custodiva là dentro e le sue gemme e i suoi Penati. - -Clodia Metella era molto divota. Un maldicente avrebbe soggiunto -che era divota come lo sono generalmente le donne che hanno molto da -farsi perdonare, e che contano di accrescere ancora la somma del loro -debito coi Numi pietosi. Io non lo dirò, lettrici mie belle, perchè -non ho fatto studi sufficienti sulla materia, e non vorrei dire una -sciocchezza sulla fede degli altri. Son ricco, in questo particolare, e -spendo sempre del mio. - -Nessuno mi domanderà che cosa fossero gli Dei Penati, e nessuno li -confonderà, spero cogli Dei Lari. Ad ogni modo, prego i lettori a -ricordare la distinzione fatta, nel primo capitolo della mia storia, -tra queste due specie di numi. E proseguo, accennando che tra i Penati -di Clodia Metella c'era Venere, la madre degli amori, bellissima -statuetta in metallo di Corinto, dorato. Questo metallo era bronzo -della qualità più fine, e ripeteva il suo nome dall'incendio di -Corinto, quando la città, capitale della Lega Achea, fu presa ed arsa -dal console Mummio, perchè appunto in quell'occasione gli ornamenti -metallici dei templi e delle dimore private si fusero in guisa da -formare quel ricco e solido amalgama, celebrato poi come ottimo per -fondere statue. - -Quella Venere, rappresentata nell'atto di uscire dal bagno, era un -miracolo di bellezza, e si diceva che l'artefice greco avesse tolto a -modello il volto di Clodia. Possiamo dar la tara a questa asserzione, -soggiungendo che lo scultore poteva benissimo avere adulato un -tantino il suo esemplare. Io desumo questa mia opinione dall'aria di -compiacenza con cui Clodia Metella si fermò a contemplare la statua; -compiacenza molto simile a quella di una leggiadra donnina dei tempi -nostri, quando guarda la prima copia del suo ritratto, ricevuta allora -allora dal fotografo. S'intende, se la prova è riuscita bene. Ora, -perchè una prova fotografica riesca bene, è assolutamente necessario -che ci renda più belli del vero. - -Venere usciva dal bagno, ho detto; e il lettore avrà già inteso che -la dea si mostrasse spoglia di tutti quei veli importuni, ond'erano -così poco amici, e giustamente, i nostri fratelli di Grecia. Eppure, -vedete, quella Venere, così spogliata, aveva dato argomento alla vena -sarcastica di Cicerone, che l'aveva audacemente gabellata per una -Venere spogliatrice. E perchè? Pel doppio uso a cui serviva l'armadio. -Da quello scrigno Clodia Metella aveva preso il denaro chiestole da -Marco Celio; dunque là dentro ella custodiva i presenti ricevuti -da tutti i vagheggini di Roma; e quella Venere, intorno a cui si -ammonticchiavano le gemme e le perle, quella Venere si immedesimava -con Clodia Metella, e l'una prendeva il soprannome di spogliatrice -dall'altra. - -Dobbiamo credere all'avvocato? Lettori e lettrici, io lascio la cosa -nelle vostre mani, e lavo tranquillamente le mie. - -Quelle di Clodia avevano intanto presa un'acerra, scatoletta quadra -di avorio, coi pie' di bronzo, nella quale si conteneva l'incenso dei -sacrifizi; e, presi su d'una paletta d'argento parecchi granellini -del prezioso aroma, li gittavano entro un braciere rizzato su d'un'ara -portabile davanti al simulacro della dea. - -— Sii propizia, o madre! — disse Clodia Metella. — Io spero ogni cosa -da te. — - -Crepitò l'incenso sui carboni ardenti e levò una piccola nube di fumo, -che andò a lambire il piede d'Afrodite. - -Fatta la libazione sacra e notato il segno felice di quella linea -diritta che aveva seguita il fumo del sacrifizio, Clodia Metella -richiuse il tabernacolo ed uscì dalla stanza. Colà, infatti, ella non -poteva ricevere visitatori; era quello il sacrario della bellezza, di -cui un profano non doveva varcare la soglia. - -«Vi sono certe cose che un uomo deve ignorare; — ha scritto Ovidio -nella sua Arte d'amore. — Lasciateci credere che voi dormite ancora, -mentre lavorate a farvi belle. Perchè avremmo noi a sapere a quali -artifizi è dovuta la bianchezza della vostra pelle? Non venga un -amante curioso a sorprendere il secreto di tutti que' vostri barattoli. -Soltanto l'arte nascosta è quella che giova. Scoperta, si volgerebbe -a danno vostro, e distruggerebbe la nostra fiducia per sempre. Vedete -come è sottile quella lamina d'oro che orna le tende d'un teatro; -guai se queste si lasciassero vedere dallo spettatore, prima di essere -acconciamente disposte. Siamo dunque intesi; certe cose hanno a farsi -senza testimoni. _Nec nisi submotis forma paranda viris._» - -Ed anche noi siamo intesi. Clodia Metella, uscita dalla sua camera, -andò a sedersi nel tablino, sotto gli occhi dell'ostiario e degli -atriensi, cioè a dire del portinaio, che poteva vederla dal suo -androne, e dei camerieri, che andavano e venivano lungo il colonnato -dell'impluvio. - -Anche questa era arte sopraffina. Lucrezia, la moglie di Collatino, con -tutta la sua austerità matronale, non avrebbe pensato a custodirsi con -tanto riguardo. - - - - -CAPITOLO VIII. - -L'attesa. - - -Se l'aveste veduta, come era bella, con quella sua stola di color -d'ametista, fregiata d'oro sui lembi, che dava risalto alla marmorea -bianchezza delle carni; opulenta di forme, ma snella in apparenza per -la mirabile giustezza delle proporzioni; con que' suoi occhi profondi e -languidi; con quelle chiome abbondanti, che luccicavano tra i due giri -della vitta porporina, e col mazzocchio cadente in riccioluti corimbi -sulla nuca; se l'aveste veduta, io metto pegno che avrebbe fatto dar -volta ai vostri cervelli, come a quello di Valerio Catullo e di tanti -altri suoi degni contemporanei. - -Non era per quel giorno una bellezza procace, e molto negava delle -sue lusinghe allo sguardo. Vi ho già detto che portava le braccia -coperte da lunghe maniche, strette ai polsi con armille d'oro. In quei -braccialetti foggiati a serpenti, erano incastonati rubini e smeraldi; -agli orecchi portava pendenti di perle; ma il collo non avea vezzi, -oltre quelli di madre natura. E forse per questo appariva più bello. - -Insomma, io penso che se l'avesse veduta in quel punto il banchiere -Cepione, il più ricco usuraio delle Botteghe Vecchie, pur di baciare -quel collo, avrebbe date volentieri le sostanze di cento figli di -famiglia. Ma Clodia, dal canto suo, avrebbe ricusata quella ecatombe. -Sono tanto bizzarre le donne! - -Perchè ho tirato in ballo Cepione? Ah, maledetta lingua! Io vi -sfringuello i segreti dell'arte mia prima del tempo. Fate conto che non -abbia detto nulla; se no, addio interesse dell'opera. - -Veduta la sua signora che entrava nel tablino, un servo si avanzò per -prendere i suoi ordini. Era un adolescente, e voi già lo avete veduto -portare la colazione. - -— Sei tu, Carino? — chiese la bella patrizia, voltandosi languidamente -sulla _cathedra supina_, sedia lunga, con la spalliera inclinata -indietro, e senza bracciuoli, che era un quissimile delle moderne -poltrone. — Vedi che ore sono. — - -Carino usci nel cavedio (così aveva nome il vano dell'atrio, tra il -compluvio e l'impluvio, dove batteva direttamente la luce) per dare -un'occhiata all'emisfero, specie d'orologio solare, che prendeva il -nome dalla sua rassomiglianza con un emisfero, o metà del globo, il -quale si supponeva tagliato pel suo centro, nel piano d'uno de' suoi -cerchi più grandi. - -Prima di andar oltre nella descrizione, bisognerà dire qualche cosa -intorno agli orologi e alla divisione del giorno in ore. Questa -incominciò assai tardi presso i Romani, i quali non avevano nei primi -secoli alcun mezzo per misurare e distinguere le ore, e fino al quarto -secolo della loro storia non giunsero a stabilire il meriggio. In tre -parti adunque dividevano il giorno: luce, crepuscolo e tenebre. La -luce si spartiva in cinque periodi: _mane, ad meridiem, meridies, de -meridie, solis occasus_. Il crepuscolo in due: _vesper_ e _prima fax_, -che sarebbe da noi l'ora nella quale i lampionai vanno attorno per -accendere il gasse. Le tenebre in sette: _concubium, nox intempesta, -ad mediam noctem, media nox, de media nocte_ (o _mediae noctis -inclinatio_), _gallicinium, conticinium_. Il _concubium_ significava -l'ora di andare a letto: la _nox intempesta_ diceva non esser tempo -da far nulla, salvo dormire; il _gallicinium_ era il canto del gallo; -il _conticinium_ il silenzio del gallo, considerato come passaggio -all'aurora. Voi lo vedete, o lettori; la nomenclatura era ricca, ma la -distribuzione incertissima. Bastava ad esempio che un gallo non potesse -dormir le sue ore, per guastare tutto l'ordine prestabilito. - -Il primo strumento che ebbero i Romani per distinguere le ore fu un -quadrante, ossia orologio solare, portato di Sicilia da Marco Valerio -Messàla, dopo la presa di Catania, nell'anno 477 _ab Urbe condita_. -Quinzio Marco Filippo, censore, ne stabilì uno più esatto nel 576. Ma -questi orologi servivano solamente di giorno, e nei giorni di sole. -Alle ore di notte aveva provveduto Scipione Nasica nel 493, con la -introduzione della _clepsydra_, vaso pieno d'acqua, da cui il liquido -passava per un piccolo foro in un bacino sottoposto, ove, a misura che -andava crescendo, sollevava un pezzetto di sughero, che indicava le -ore. Questa clessidra, si chiamò anche orologio d'inverno, e il suo -perfezionamento permise ai Romani di spartire il giorno naturale in -ventiquattro ore, dodici delle quali assegnate costantemente al giorno -artificiale, e dodici alla notte; per modo che erano le une a vicenda -or più brevi ed or più lunghe, secondo le diverse stagioni. - -L'uso del quadrante durando tuttavia (e dura anche adesso sotto il -nome di meridiana), si provvide a farlo concordare con la divisione del -giorno in ventiquattr'ore. Per esempio, l'emisfero di Clodia Metella, -disco concavo, sostenuto da un Atlante di marmo, portava, giusta -l'uso del tempo, le dodici ore di luce divise in quattro parti, ognuna -delle quali rappresentava per conseguenza tre ore. Queste divisioni -prendevano i nomi di prima, terza, sesta e nona, che sono giunti fino -a noi colle _Ore canoniche_. Quanto alle ore della notte, anch'esse -furono divise in quattro parti, distinte col nome di prima, seconda, -terza e quarta vigilia, derivando il vocabolo dalla milizia e dall'uso -dei soldati, che duravano in sentinella tre ore di seguito. - -Adesso che mi sono mandato avanti questo po' di scienza imparaticcia, -intenderemo il ragazzo Carino, che, dopo avere guardato l'emisfero e -la linea d'ombra segnata dall'indice di bronzo, tornò nel tablino per -dire: - -— È vicina la terza. — - -Segno che erano a un dipresso le undici del mattino, considerando -che il sole era spuntato dopo le cinque. _Inclinatio ad meridiem_, -avrebbero detto i Romani di dugent'anni prima. - -Clodia Metella sospirò. Che fosse innamorata? Ma!... potrebbe anche -darsi. Io, del resto, non vi assicuro nulla; dico che sospirò, e -aggiungo che fece chiamare Eutiche, la fedele cameriera, per mandare i -suoi comandi all'ostiario, o portinaio, se meglio vi torna. - -— Verrà Caio Sempronio; — le disse; — fallo entrare. - -— Sta bene; ma se venisse anche il vecchio Pluto? — - -Pluto era il nome del dio delle ricchezze, ed era anche il soprannome -che Clodia, ne' suoi dialoghi intimi con la fidata ornatrice, aveva -dato all'argentario Cepione. - -— Se venisse, — rispose Clodia, torcendo le labbra in atto di persona -infastidita, — direte che non sono in casa. - -— Ma... — soggiunse l'ornatrice, — se tu stai qui, mia signora, egli -potrà vederti dal pròtiro. — - -Eutiche non riusciva ad intendere perchè la sua padrona volesse quel -giorno ricevere le sue visite alla presenza di tutti i famigli ed anche -del primo venuto a cui si aprisse l'uscio di strada. - -A questo proposito, mi sembra di avervi già detto, nella mia -descrizione di una casa romana, che dall'androne dell'uscio si vedeva -per l'appunto il tablino, e che, se la mobile scena di quella camera -fosse stata rimossa, si sarebbe anche potuto vedere il peristilio -che veniva dopo, e l'eco, ultimo cortile di ogni abitazione un po' -ragguardevole. - -— È vero; — disse Clodia Metella, con aria sbadata. — Ma c'è rimedio. -Dirai all'ostiario che cali la cortina del pròtiro. — - -Eutiche s'inchinò, e veduto che la sua padrona non aveva più altro -da comandarle, andò a dare le sue istruzioni all'ostiario. La cortina -fu calata, e la quiete di Clodia Metella assicurata dallo sguardo dei -visitatori importuni. - -La bella patrizia si era mollemente abbandonata sulla spalliera del suo -seggiolone, e, preso un codice che era su d'un monopodio lì presso, ne -andava svolgendo le pagine. - -È un errore il credere che i libri, nell'antica Roma, fossero tutti -foggiati a volumi, o strisce di papiro incollate insieme, e arrotolate -intorno ad un cilindro; donde l'espressione _evolvere volumen_ per -dire che si leggeva un libro. Questo era l'uso comune per le opere -d'una certa lunghezza. Ma gli antichi avevano anche il _codex_, libro -composto di fogli staccati, legati insieme nella forma dei libri -moderni. Quei fogli erano sottili assicelle di legno, rivestite di -cera, chiamate per l'appunto _caudices_; donde il nome di codice, -rimasto poscia nell'uso, anche quando al legno si surrogò la carta, -o la pergamena. E in questi libricciuoli non si scrivevano soltanto -memorie e annotazioni, ma eziandio cose di maggiore importanza, come -a dire le leggi; donde più tardi il nome di _codex Justinianeus, -Theodosianus_ e via discorrendo, perchè appunto in quella forma di -libro riusciva più facile riscontrare una massima, un responso, un -canone di giurisprudenza. - -Non argomentate da ciò che Clodia Metella rubasse il mestiere ai -giureconsulti e studiasse in quel codice gli editti dei pretori, -o le leggi delle Dodici Tavole. Dato che il codice fosse la forma -più acconcia per un libro da leggicchiarsi senza troppo fastidio, è -naturale il pensare che dovesse esser quella d'una raccolta di versi, -o d'un romanzo, i soli volumi che potessero andar per le mani d'una -signora, a cui non piacesse la disagiata postura che i pittori hanno -data alla Sibilla di Cuma e a San Giovanni evangelista. - -Clodia Metella aveva proprio per le mani un romanzo. Veramente, il -vocabolo non era anche inventato, e dicevasi in quella vece una favola -milesia. Perchè questo nome? Ve lo dirò in breve; perchè Mileto, -nella Jonia, era la città in cui fiorì primieramente questo genere -di letteratura. Distinto dalla storia, accanto ad essa, sorse il -romanzo, dopo le conquiste d'Alessandro il Macedone. I vinti Persiani -innestarono i propri costumi ai costumi greci, e nella Jonia, che era -tragitto fra l'Asia e l'Europa, si composero le favole milesie; accolte -con favore perfino dai severi Spartani. Il primo di tali romanzieri fu -un Antonio Diogene, co' suoi _Amori di Dinia e Dercillide_; ma il più -celebre di tutti, che può considerarsi il padre del romanzo antico, fu -il milesio Aristippo, di cui si citano, uno _Specchio di Laide_, e gli -_Amori d'Anzia e di Abròcomo_. Le favole milesie passarono in Roma, -per cura d'un Cornelio Sisenna, nel tempo che le fazioni di Silla e -di Mario affliggevano la repubblica, e veramente (notano gli eruditi) -sembrava che tali racconti fossero fatti per ricreare gli spiriti in -mezzo alle sanguinose calamità della patria. - -Or dunque, la nostra eroina leggicchiava il suo bravo romanzo, come -potrebbe fare ognuna di voi, mie graziose lettrici. Se gliene fosse -saltato il ticchio (io per altro non gliel'avrei augurato), Clodia -Metella avrebbe potuto anche leggere un giornale, come fanno i vostri -mariti, aspettando la colazione. Perchè, vedete, questo fiore della -umana, sapienza non è mica una cosa moderna. _Nil sub sole novi_; i -giornali, verbigrazia, si usavano già da molti anni in Roma, sotto il -nome di _acta diurna_, e di _acta urbis_; che sarebbe come a dire i -fatti della città. - -Il vocabolo _diarium_ era stato usato già da un Sempronio Asellio, -il quale scriveva al tempo dell'assedio di Numanzia. Ma perchè c'è -discrepanza tra i dotti intorno al vero significato della parola, ci -atterremo soltanto a ciò che è stato dimostrato. E infatti si sa che -gli _acta diurna_ surrogarono in Roma gli annali dei pontefici, e -che la loro pubblicazione dovette essere anteriore al primo consolato -di Giulio Cesare (anno 690 _ab Urbe condita_), donde ebbe solamente -principio quella degli Atti del Senato, che venne poi soppressa da -Augusto, non permettendosi — più altra pubblicazione fuor quella dei -_diurna_, o _diurni_; vocabolo da cui si formò quello di _diurnale_, -adoperato principalmente in materia liturgica. - -Quei primi esemplari del giornalismo odierno erano una semplice ed -arida enumerazione di fatti, e non avevano spesso neanche il merito -dell'esattezza. Ma questo, diranno i maligni, è un peccato originale -che non hanno lavato più mai. Come si divulgavano? Chi li scriveva? Non -se n'ha lume; nessun giornalista ci è stato conservato nelle ceneri -pompeiane, o tra i cocci del monte Testaccio. Questo sappiamo, che i -giornali, quantunque scritti da gente oscura, si leggevano comunemente, -anche dalle signore, mentre sedevano allo specchio e flagellavano -a sangue le cosmète che non facevano il loro dovere. Ce lo racconta -Giovenale: - - _Et caedens longi relegit transacta diurni._ - -L'emisfero del cavedio segnava la terza, e Clodia Metella aveva a -mala pena leggiucchiato due pagine della sua favola greca (il greco -era per le Romane d'allora quello che è il francese per le dame del -tempo nostro) quando si udì un colpo discretamente dato col picchiotto -di bronzo all'uscio di strada. Poco dopo, l'ostiario trasse la fune -del saliscendi e la porta cigolò sui cardini. Clodia Metella volse a -mezzo la testa e diede una sbirciata là in fondo. La cortina si alzava -in quel punto; segno che il visitatore era proprio quel desso che la -signora aspettava. - -Tizio Caio Sempronio comparve nel vano dell'androne, elegantemente -vestito di due tuniche, la _subucula_ e l'_angusticlavia_; quella di -lana tinta in violetto, con lunghe maniche, e il lembo che giungeva -alla metà della gamba; questa di lana candidissima, con maniche corte -e il lembo che terminava alla metà della coscia. Una cintura nascosta -sotto un giro di dotte pieghe, le stringeva ambedue alla vita, rompendo -artisticamente la dirittura delle due strette liste di porpora, cucite -sulla tunica superiore, che erano il distintivo dell'ordine equestre, -e che davano appunto alla tunica il suo nome di _angusticlavia_. -Un calzaretto di cuoio colorato come la _subucula_, allacciato con -fettucce incrociate sul collo del piede e avvolte intorno alla gamba -fino al principio del polpaccio, compiva dal basso il vestimento del -bel cavaliere. Una toga, non troppo stringata nè larga, gli girava -intorno al collo, leggiadramente annodata sulla spalla sinistra e -trattenuta da un fermaglio d'oro, in cui si vedeva incastonata una -gemma. Nella mano destra teneva il pètaso, che si era levato pur dianzi -dal capo, mostrando le chiome bionde e ricciolute, spartite con una -precisione inappuntabile nel bel mezzo della fronte. - -Il nostro cavaliere apparteneva alla classe degli uomini delicati, e -non andava per via senza cappello. Del resto, o cappello o berretto, -l'usanza di coprire il capo era molto comune. La statuaria romana non -ha tenuto conto del cappello, se non per rappresentarci Mercurio, o -qualche araldo in viaggio; ma che per ciò? Neanche l'arte nuova dei -tempi nostri ardisce scolpire i grandi uomini con la tuba, e i tardi -nepoti, se dovessero prender norma dalle nostre scolture, avrebbero -a credere che nel secolo decimonono andassero a capo scoperto anche -i generali più freddolosi e più gelosamente inferraiolati del mondo. -Manfredo Fanti informi, dal suo piedistallo della piazza di San Marco, -a Firenze. - -Lasciamo dunque da parte le testimonianze infedeli dell'arte scultoria, -e badiamo piuttosto agli scrittori latini e a quel tanto di pittura -domestica che ci fu conservato da un felice capriccio del Vesuvio. Era -lecito agli antichissimi Romani di andare a capo ignudo, in quella -guisa che era lecito di portare per unico vestimento un gonnellino -intorno alle reni, come i Ceteghi berteggiati da Orazio, o di coprire -la nudità con un semplice mantello, come Valerio Publicola, e di -custodirsi il capo dai raggi di Febo con un lembo della toga, imitando -la frettolosa acconciatura dei cittadini di Gabio. Ma i libri e i -dipinti ci mostrano che i Romani non tardarono molto ad imitare dai -Greci il _pileus_ e il _pileolus_, di guisa che se ne videro d'ogni -forma, dal berretto frigio di Paride al romano di Bruto, dal berrettino -di Priamo a quello di Orazio Flacco, quando era in casa. Il _pileus_ fu -il distintivo degli uomini liberi; lo si concedeva ai servi liberati, -donde il modo proverbiale: _ad pileum vocare_; e lo portavano tutti gli -schiavi di Roma, nella mascherata dei Saturnali. - -Quanto al _petasus_, cappello di feltro con la fascia bassa e la tesa -larga, che gli scultori greci non poterono dispensarsi dal mettere -in capo ai cavalieri della processione Panatenaica, effigiati sul -Partenone, lo vediamo citato da tutti gli scrittori latini, come un -capo di vestiario usato comunemente per via. Plauto lo accenna in più -luoghi. Leggete Svetonio e vedrete Augusto che portava il cappello, -e così volontieri, da non saperne star senza, neanche tra le pareti -domestiche. E questo mi pare un argomento da troncare ogni disputa. - -Gabellatemi dunque il cappello di Tizio Caio Sempronio. In altre cose -moltissime i Romani antichi non erano dissimili da noi, quantunque -l'abitudine del vederli in tragedia ce li abbia fatti credere diversi -di costume e di sentimenti. La natura umana è sempre e dovunque la -stessa, e i Romani non avevano soltanto la più parte dei nostri usi, -ma altresì un buon numero delle nostre delicatezze, ed anche dei -nostri vizi. Una cosa non pare che avessero al medesimo grado di noi, -quella che certuni chiamano verecondia, ed altri ipocrisia. Ma questa -è veramente virtù moderna, e i novellieri italiani e francesi ci -mostrano che in tutto il medio evo la si conosceva poco in Europa. E -forse anche oggi è praticata ugualmente dappertutto? Noi, verbigrazia, -abitatori del continente europeo, non abbiamo tutti gli scrupoli e le -titubanze degli Inglesi, e parliamo liberamente delle nostre camicie. -È vero, per altro, che non citiamo più ogni sorte d'indumenti, in una -scelta conversazione; segno che la verecondia anche tra noi fa passi da -gigante. - -Ma questa è apparenza. Nella sostanza noi siamo pari agli antichi -Romani, e questi somigliavano a noi. Gli uomini di Plutarco, tanto -citati a titolo di onore, ne facevano d'ogni cotta, e qualche volta -avevano bisogno di cansare il biasimo con un arguto spediente, come -avvenne, per esempio, a Scipione Africano, quando gli si domandarono -i conti del denaro ricevuto da Antioco. Siamo lungi dai nostri due -personaggi. Ma aspettate, fo un salto e ritorno nell'atrio. - - - - -CAPITOLO IX. - -Duettino d'amore. - - -L'ostiario aveva già pronunziato il necessario: «_quis tu?_» e, udito -il nome del cavaliere, lo ripeteva ad alta voce all'atriense, che era -il valletto d'anticamera, il lacchè della padrona di casa. E questi -a sua volta, indettato dall'ornatrice, precedeva il visitatore nel -tablino. - -Caio Sempronio si avanzò con aria disinvolta e col sorriso sul labbro. -Clodia Metella, fingendo di vederlo allora, si alzò a mezzo dal suo -seggiolone, e, deposto il codice sul monopodio (che era poi, come vi -dice il nome greco, una tavola sorretta da un solo piede), offerse la -sua candida mano al nuovo venuto. - -Quasi sarebbe inutile il dirvi che il nostro cavaliere la prese e la -baciò divotamente col sommo delle labbra. - -— Divina Clodia, — diss'egli, — io ti son grato di due cose, e -dell'avviso amichevole e del permesso che mi hai accordato di venire ad -ossequiarti. Come vedi, non sono anche stato fatto in tre pezzi. - -— Ah, sì; — rispose la bella matrona, con aria impacciata; — pensavo -anch'io che l'avvertimento non doveva esser preso alla lettera. Ma ero -tanto commossa! Ti conoscevo solamente per fama, e mi sapeva male che -un gentil cavaliere, come tu sei, potesse correre un pericolo. Sai pure -che noi donne ci spaventiamo di poco; e i sogni, dopo tutto.... - -— Sono mandati da Giove; lo ha detto Omero. Ed io ti ringrazio di -avermi avvisato. Farò buona custodia intorno al mio petto. Del resto, -io m'avvedo d'esser caro agli Dei, poichè essi mi fanno ottenere quello -che io desideravo ardentemente da un pezzo. - -— Che cosa? — dimandò ella, così candidamente, che più non avrebbe -potuto una fanciulla di quindici anni. - -— Di conoscerti da vicino, — rispose Caio Sempronio, inchinandosi, — di -essere annoverato fra i tuoi servitori. — - -Un amabile sorriso fu la ricompensa del nostro cavaliere. Clodia -Metella poteva ridere senza paura; i trentadue denti che metteva in -mostra erano suoi, e per diritto di nascita, non già in quel modo che -Marziale rimproverava a madonna Luconia. - -— Adulatore! — mormorò ella, schermendosi modestamente. — Che vedi in -me di preclaro? - -— La forma, prima di tutto; l'ingegno, poi. - -— Come? Tu metti l'ingegno al secondo luogo? - -— Sì, perdonami, o Clodia. La prima bellezza è quella del volto, -perchè è la prima a vedersi. In un bel volto c'è la promessa di una -bell'anima. E il tuo mantiene le promesse, mi pare. - -— Ah, non lo credono tutti; — diss'ella, sospirando. - -— Che farci, signora mia? Persuader tutti e piacere a tutti, sono due -cose egualmente impossibili. - -— È giusto; ma una donna dovrebbe avere almeno il diritto di essere -stimata per quel che vale. - -— Lo sei; — notò gentilmente Caio Sempronio, a cui una bugia non pareva -in quella occasione un troppo grave peccato. - -— Non lo sono, e mi duole; — replicò vivacemente Clodia Metella. — Tu -parlavi poc'anzi della forma. Sì, voglio ammetterlo, poichè tu lo dici, -son bella..... - -— La bellezza è un dolce dono degli Dei; — interruppe galantemente Caio -Sempronio. - -— Ah, non lo dire! Essa è un triste dono, il più triste che gli Dei -possano fare ad una donna. Fortuna che passa presto, e la mia è presso -a fuggirsene. - -— Che dici tu mai? - -— Il vero. Non sai? Sono nata sotto la dittatura di Silla. — - -Questa di Clodia Metella doveva essere una bugia ben più grossa di -quella del suo interlocutore. Lucio Cornelio Siila era stato dittatore -tra il 672 e il 675 di Roma. Clodia Metella si attribuiva dunque dai -ventotto ai trent'anni, mentre io e voi, lettori umanissimi, gliene -avremmo dato almeno cinque di più. - -Ma io e voi non siamo nei panni di Tizio Caio Sempronio. - -— Perdonami, — diss'egli, scuotendo il capo in atto d'incredulità, — se -io non riconosco questo merito alla dittatura di Silla. Il mio genio mi -dice che tu sei nata sotto il consolato di Licinio Lucullo e di Aurelio -Cotta. — - -A quel furbo di Caio Sempronio non bastavano i cinque anni sottratti da -Clodia; ne sottraeva altri cinque a sua volta. - -— Via! lasciamo le adulazioni! — rispose Clodia sorridendo. — Il tuo -genio travede. - -— Sarebbe la prima volta; per solito egli non m'inganna. Del resto, -egli mi ama, e non c'è niente di strano se vede co' miei occhi. Ora -i miei occhi ti dicono bellissima tra le giovani patrizie di Roma. -Qual meraviglia se la tua bellezza è il desiderio e lo struggimento di -mille? - -— Vedi, è questo il mio rammarico! — soggiunse Clodia Metella, -afferrando l'occasione al varco. — Ah, gli uomini son tristi. Perchè -ad una povera donna sorridono ancora i doni della gioventù, le si -fanno intorno a gara, come i Proci intorno alla moglie d'Ulisse. -Mostrarsi austere? Non giova; anzi, puoi metter pegno che nuoce. Nel -concetto degli uomini, una donna che li respinge tutti apertamente, -lascia credere che ne ami troppo e celatamente uno solo. E perchè -siamo onestamente cortesi con tutti, perchè li lasciamo avvicinarsi a -noi, vedere la nostra casa, come sia priva di nascondigli, vigilata -da cent'occhi ad ogni ora del giorno — (così dicendo Clodia Metella -accennava all'atrio, donde passavano allora per caso due schiave, -recando fiori al larario) — eccoli inventare, o lasciar credere, che -è peggio, le più liete fortune. Ammessi in casa tua, ti derubano, e -ti infamano per la bocca dei loro difensori. I più discreti confidano -alle Muse i sognati amori e chiamano l'universale a confidente dei loro -audacissimi vanti. — - -Marco Celio Rufo e Caio Valerio Catullo erano serviti ambedue senza -tanti riguardi. E non pareva lei, mentre parlava così; la si sarebbe -creduta Astrea corrucciata, che minacciasse di volarsene al cielo, per -fuggire al consorzio degli uomin iniqui, o la Verità, costretta per sua -salvezza a rifugiarsi in un pozzo. - -Non vi dirò che al nostro cavaliere quella difesa di Clodia paresse oro -di coppella. Ma anche dando la tara alle ragioni di lei, non potè fare -a meno di riconoscere che in tesi generale Clodia aveva ragione. Le -donne sono così facilmente calunniate, come sono amate e desiderate. La -loro debolezza è un invito alla prepotenza degli uomini. - -La conversazione volgeva al serio, e Caio Sempronio tentò di ricondurla -sul primo tono. - -— Ah i poeti! — esclamò. — Non ne conosco che uno, il cui animo sia -bello come i suoi versi. - -— L'araba fenice, dunque? — ripigliò Clodia Metella, seguendo senza -fatica quel nuovo giro dato da Caio Sempronio al discorso. — E chi è -costui? - -— Cinzio Numeriano, un bravo giovinotto, modesto e buono, che farà a -giorni le sue nozze con una bellissima Greca. Sarò io il suo auspice, e -già l'ho fatto ricco, perchè non abbia a far altro che amare e cantare, -alla guisa degli usignuoli. - -— Dei buoni! Hai fatto questo? — gridò Clodia Metella ammirata. — -Oh come sei grande! Veramente nobile è l'uso che fai delle tue molte -ricchezze. Viver lieto con gli amici, onorare gl'ingegni, che dovranno -illustrare anche nelle arti e nelle lettere il gran nome di Roma, -contendere alla Grecia il vanto della gentilezza e della eleganza, è -questa un'opera degna di te. Come ti imiterei volentieri! - -— Che ti trattiene dal farlo? - -— Non son ricca, o per dir meglio, non lo sono tanto da colorire tutti -i disegni che ho nella mente. - -— Perdonami, divina Clodia; a te non fa mestieri quel che bisogna a -me. Una donna bella ha in sè stessa una virtù che manca all'uomo. La -luce che emana da lei illumina e riscalda come quella del sole, e fa -sbocciare i fiori dell'intelletto, come l'altra i fiori del prato. - -— Bel paragone, ma falso come tutti i paragoni. Io so quel che posso, -e non è molto, pur troppo; — rispose Clodia Metella, con un sospiro. -— Uomini e donne, non possiamo veramente esser utili altrui, se non -siamo potenti. Anche la bellezza non risplende, se tu non la collochi -in alto; almeno, — soggiunse, correggendo la frase e accompagnando -le parole con un mite sorriso, — essa non risponde all'ufficio che tu -vorresti assegnarle, quello di illuminare. E sarebbe pure così bello, -spandere in benefizi intorno a noi quello che Giove ci ha largito, -di ricchezza e di forza! A che raggruzzolare, per una generazione di -immemori eredi? A che restringersi nelle pallide cure, quando si vive -una volta sola e l'Orco avaro ci rapisce ogni cosa in un colpo? - -— Così penso ancor io, — disse Caio Sempronio, — quantunque non sappia -dirlo così bene. Tu hai l'ingegno ornato, e veramente felice è colui -che ti ascolta. Tu leggevi poc'anzi, ed io forse ho interrotto.... - -— Oh no, niente di grave. Del resto, i gravi studi non sono fatti per -noi. Leggevo una favola milesia. Sai pure, è la favola che ci consola -qualche volta della triste verità. - -— Lascialo dire a noi, bellissima Clodia. Tu stessa puoi dar vita a -quanto di più leggiadro saprebbe immaginare la fantasia d'un poeta -della Jonia. — - -Il complimento era un po' stiracchiato, ma Caio Sempronio lì per lì non -aveva trovato niente di meglio. - -— Ah così fosse! — esclamò Clodia Metella. — Leggevo appunto di -due anime amanti che fuggirono alle noie della vita cittadina, per -foggiarsi un mondo a lor posta nella pace dei campi. E un giorno o -l'altro, chi sa? anche sola, io me ne andrò a rifugio nel mio podere -d'Albano, per fantasticare nei boschi, dopo aver atteso alle cure -domestiche e distribuito il còmpito alla famiglia. - -— Come? Ardiresti privar noi, Roma tutta, delle tue grazie ammirabili? -Tu, nata per le tede nuziali? - -— Ma sì, io; — rispose Clodia, scuotendo fieramente la bellissima -testa. — Troppo fosca luce hanno data le prime tede nuziali per me; -frattanto, questa insidiata solitudine mi pesa. Ti parlavo poc'anzi dei -Proci. Orbene, son troppi, e troppo molesti, i pretendenti intorno a -Penelope; taluni di essi anche odiosi. — - -Caio Sempronio ebbe una stretta al cuore. Non si sta impunemente al -fianco di una bella donna, ed ogni accenno ad altri uomini che le -facciano la corte, o sperino qualche cosa da lei, ci dà noia, come -l'immagine d'un rivale che di repente s'intrometta fra lei e noi. Non -siamo ancora innamorati, e già siamo diventati gelosi. - -— E chi, di grazia? — domandò egli, turbato. - -Clodia Metella notò quella sollecitudine, strana abbastanza per un -primo incontro; ma fece le viste di non addarsene, o di trovarla -naturalissima, che torna lo stesso. - -— Non so se faccio bene a dirtelo; — rispose ella, con una esitazione -che accresceva il pregio della confidenza. — Ma già tu sei uno de' -pochi Romani, che valgano qualche cosa e in cui una donna possa -confidarsi a chius'occhi. Cepione! - -— L'usuraio?... Cioè, — soggiunse Caio Sempronio, tentando di cogliere -al volo la parola fuggita, — volevo dire, il banchiere? - -— Proprio lui; — disse Clodia Metella, crollando mestamente il capo. -— Vedi un po' i graziosi vagheggini che mi tocca sopportare! E poi -mi parli di tede nuziali! Di bellezza che illumina e riscalda! Ho -ferito il cuore di uno tra i più ricchi, ma anche tra i più spregevoli -cittadini di Roma. Debbo io ringraziar Venere protettrice per quel -resto di bellezza che.... ti piace di trovare in me? - -— Amabil resto, di cui ogni cavaliere romano si contenterebbe, -lasciando per esso tutte le Dee dell'Olimpo! - -— Pazzo! — esclamò Clodia Metella, facendo con le labbra la più -leggiadra smorfia del mondo. — Sarai dunque incorreggibile? - -— Dimmi costante, padrona mia. Si è incorreggibili nei vizi, costanti -nelle virtù. — - -Noti il discreto lettore quel «padrona mia» gittato là, in un momento -di tenerezza, dal nostro Caio Sempronio. «Divina» e «bellissima» erano -aggettivi che si spendevano senza troppo riguardo con tutte le donne; -laddove il «padrona mia» (_hera mea_) non si diceva che alla donna del -cuore. Come vedete, il nostro cavaliere non ci andava di gamba malata. - -— E sia, — ripigliò Clodia Metella, senza far le viste dì aver notata -quella rapida progressione, — diciamo pure costante, sebbene la -costanza accenni ad un passato..... che nel caso nostro non vedo. - -— Si fa molto cammino in breve ora, quando si ha la fortuna di vederti, -o bellissima Clodia. Ma dimmi piuttosto, — soggiunse, non volendo aver -l'aria di insistere su quell'argomento delicato, — Cupido è dunque -riuscito a penetrare co' suoi dardi quella montagna di carne? — - -La bella patrizia, con tutto il desiderio che aveva di stare in -contegno, non potè trattenere le risa, a quella pittura che Caio -Sempronio faceva del galante argentario. - -— Dèi buoni! — esclamò. — Ignoro come ciò sia avvenuto; ma debbo -argomentarlo dalla guerra spietata che egli mi fa. E ne sono veramente -seccata. Vedi un po' la strana pretesa! Perchè mi ha reso un servizio, -della sua professione, s'intende, e che io pago profumatamente, il -degno banchiere si è fitto in capo... - -— Di prendere un altro interesse sopra il tuo cuore? — domandò Caio -Sempronio. - -— Per l'appunto. Ed io non so se debba ridere, o andare in collera. -Ma la faremo finita ben presto. Gli restituirò il suo denaro, dovessi -anche vendere le mie gemme, e lo farò mettere alla porta. - -— Poveretto! Vorrai punire i suoi occhi di avere amata la luce? - -— Tu lo difendi ancora? - -— Non lui, per verità. Tratto la causa di tutti coloro che hanno la -fortuna di avvicinarti; — disse Caio Sempronio, cercando di ricondurre -la conversazione sul tenero. — Non potrei io alla mia volta apparirti -noioso? — - -Clodia non rispose nulla a quella domanda incalzante. E neppure alzò -gli occhi a guardare il giovinotto, intesa com'era a baloccarsi cogli -anelli che aveva nelle dita. - -— E ciò sarebbe doloroso per me, — soggiunse il cavaliere, — assai -doloroso, dopo averti conosciuta. Perdonami, sai, ma io dico quello che -sento. Buona come sei, devi lasciarti ammirare, e lasciartelo dire. È -uno sterile conforto, lo so; ma almeno potrò pensare che tu non ignori -il mio male, quantunque avara di farmachi. E poi, non è del tutto -infelice chi prega e spera; infelice è colui che, dopo aver contemplato -il sole, è risospinto nelle tenebre. - -— Basta, basta, pericoloso ragionatore! Con la tua lingua soave faresti -muovere i sassi, come già avvenne ad Orfeo; — disse Clodia Metella, -smozzicando amabilmente le parole. - -Era costume delle dame romane, uguali in cotesto alle moderne sirene, -di cincischiare il discorso, simulando qualche esitanza di lingua e -togliendo perfino dalle parole qualche lettera indispensabile (_litera -legitima_) che suonasse troppo aspra al palato. - -— Vedete qua, — proseguiva Clodia Metella, — Tizio Caio Sempronio, -il più elegante e il più celebrato dei cavalieri di Roma, che si -adatta a sprecare il suo tempo prezioso con una povera donna, a cui la -giovinezza più non fiorisce le guance. Avessi quattro lustri, almeno! - -— Li hai sempre, e non un giorno di più. Te lo dicono i miei occhi -innamorati; te lo dica il mio sangue, che riarde nelle vene. Dove tu -sei, divina Clodia, non osino mostrarsi Ebe ed Erigone. - -— Cessa, te ne prego! — mormorò ella, colta da una commozione -improvvisa. - -Due lagrime intanto spuntarono dagli occhi di lei e scesero lente -lunghesso le guance. - -Caio Sempronio rimase di sasso. La vide farsi bianca in viso come il -marmo di Paro; quelle lagrime, poi (badate che l'immagine è classica), -scorrevano come l'acqua di sotto alla neve disciolta, e dalla stretta -dolorosa che n'ebbe, quelle lagrime gli parvero il suo proprio sangue -che gli grondasse dal cuore. Leggete Ovidio, che dice la medesima cosa -in versi latini. - -Ovidio, per allora, non aveva anche messi i lattaiuoli. Caio Sempronio, -punto pratico dell'_Arte amandi_, la quale era di là da venire, si -spaventò di quelle lagrime. - -— Ti ho forse offesa? — gridò, profondamente turbato. — Perdona il mio -ardimento, te ne supplico. - -— No, non mi hai offesa; — rispose Clodia asciugandosi le molli -rugiade; — pensavo al contrasto delle tue dolci parole con tutti i -dolori che mi sono derivati da questo dono fatale dei Numi. Oh, i -giudizi del volgo! Se la gente sapesse da quali impure fonti ella -attinge, e qual maestro di dotte calunnie è l'amor proprio ferito di -certi uomini, o la gelosa invidia di certe donne! E sei tu sincero, -parlandomi come hai fatto poc'anzi? Puoi esserlo, dopo tutto quello -che si è malignato sul conto mio? Non hai forse pensato fra te che alla -donna dei mille amanti si poteva parlare a tutta prima d'amore? - -— Oh il brutto pensiero che t'è venuto in mente! — gridò Caio -Sempronio, con accento di rimprovero. — Ti ho detto quel che sentivo, -lo giuro per gli Dei immortali. - -— Del resto, che importa? — ripigliò Clodia Metella, crollando -superbamente il capo. — Pensi il volgo ciò che gli piace. Mi giudichi -male la stoltezza, mi morda l'invidia, mi perseguiti il rancore; purchè -uno mi stimi, io non mi lagno del fato. — - -«Purchè uno mi stimi» capite? Era il colpo di grazia, e Caio Sempronio -lo ricevette in pieno, nella parte più vitale. In lui, come in tutti -gli uomini, la parte più vitale non era forse la vanità? - -Caio Sempronio prese amorevolmente la mano di Clodia e la carezzò, come -si farebbe della mano d'un bambino che si vuol rabbonire. - -— Padrona mia, — le disse, col più soave accento che uscisse mai -dalle labbra d'un uomo, — tu lo sai, tu lo senti, che io ti stimo, -come meriti di essere stimata da ognuno. Non mi credere un temerario -vanitoso, se troppo presto ti ho palesato il segreto dell'anima mia. -Certo, non era presto per me. Da tanto tempo la tua bella immagine -mi stava scolpita nel cuore! Ti vedevo spesso, nella tua lettiga per -via, nelle feste, nei teatri, sempre ammirata, corteggiata da mille -adoratori, sfortunati, sì, ma non meno adoratori per questo, non meno -solleciti intorno a te; mentre io ero lunge, non veduto da te, e senza -il coraggio di avvicinarmi mai. Fin da allora ti amavo, o bellissima -Clodia; ciò ch'io t'ho detto poc'anzi non era che la continuazione -di un vecchio monologo. E tu condannami ora; statuisci la pena, sono -pronto a subirla. — - -Clodia Metella non rispondeva; ma non aveva neanche ritirata la mano, -prigioniera d'amore tra le mani del nostro infiammabile eroe. - - - - -CAPITOLO X. - -Il terzo incomodo. - - -Tutto ad un tratto la bella indolente ritrasse la mano. Caio Sempronio -credette di averla offesa col suo ardimento, e rimase perplesso, tra -lo stupore dell'atto improvviso e il desiderio di trovare una parola -per iscusarsi con lei. Ma gli occhi di Clodia non avevano mutato -espressione; il suo viso spirava la calma e la benevolenza consueta. -Perchè dunque Clodia Metella aveva ritirata la mano? - -Il nostro eroe non ebbe a penar molto per saperne il perchè. Clodia -Metella, che sedeva colla fronte rivolta all'entrata, aveva veduto -accorrere il suo servitorello dal pròtiro, donde era giunto al suo -orecchio un rumore confuso di voci, come di gente che altercasse -sull'uscio. - -Usiamo del nostro diritto e corriamo a vedere che cosa accadesse laggiù. - -— Ma se ti dico che sono invenzioni! Figùrati se per un mio pari ci -dovrà esser mai porta muta! Aprimi questo cancello, per Ercole, e bada -di non averti a pentire! — - -L'uomo che così parlava, sbuffando ad ogni tratto come un vitello -marino, cercava intanto di spingere l'ostiario, per entrare nel suo -camerino, donde sarebbe potuto riuscire nell'atrio, senza bisogno di -farsi aprire i due battenti del cancello. - -Ma l'ostiario aveva una consegna e non si lasciava intimorire dalle -minacce, nè spingere indietro dagli urti imperiosi del nuovo venuto. - -— Nobilissimo Cepione, — diss'egli, — tu non entrerai. — - -E con modi rispettosamente severi, s'industriava di mettergli le mani a -posto. - -— Ecco due frasi che cozzano! — gridò Cepione. — Nobilissimo è un -titolo che mi piace. Sono della gente Servilia e tu mostri di non -essertene dimenticato del tutto. Ma tu aggiungi, stupidissimo uomo, che -non entrerò? Entrerò, a dispetto di Cerbero, entrerò in questa casa, -come Quinto Servilio Cepione, mio illustre antenato ed omonimo, entrò -nella città di Tolosa. — - -Intanto il paggio Carino era giunto al cospetto della padrona. - -— Che cosa è stato? — dimandò Clodia Metella, senza punto scomporsi. - -— Cepione, il banchiere, che vuole entrare ad ogni costo; — rispose -Carino. - -— Non gli hanno detto che sono fuori di casa? - -— Sì, ma egli non ha voluto crederlo, e giura che ha da parlarti di -cose urgenti. — - -Clodia Metella torse il viso, in atto di profondo fastidio. - -— Le cose urgenti di Servilio Cepione! — mormorò poscia, con accento -sarcastico, rivolgendosi al suo giovine visitatore. - -— Urgenti, o no, lascialo entrare; — diss'egli a mezza voce. - -— Ma egli ti riuscirà molesto. - -— Che farci? Bisogna saper anche patire qualche cosa. Del resto, egli -è venuto a cercare la luce del sole. Concedine un raggio al nuovo -Prometeo. — - -Carino interrogò con lo sguardo la sua bella padrona, sul cui labbro le -parole di Caio Sempronio avevano chiamato il sorriso. E veduto il cenno -di assentimento che essa gli fece, il vispo adolescente corse a levar -la consegna all'ostiario. - -— Eccoti interrotto ne' tuoi voli pindarici! — notò argutamente Clodia -Metella, ripigliando il discorso con Caio Sempronio. - -— Per quest'oggi; — rispose egli, con aria di rassegnazione. — Ma non -mi permetterai tu di continuare, o divina? — - -Un nuovo sorriso balenò dal volto di Clodia e la bellissima destra -tornò per pochi istanti tra le mani del nostro eroe, che v'attinse il -coraggio a sopportare la compagnia di Servilio Cepione. - -Costui vi è già noto, o lettori. Era il famoso banchiere delle Botteghe -Vecchie, il creditore spietato di Lucio Postumio Floro e di tanti -altri giovani patrizii romani. Imprestava al dodici per cento, che -era l'interesse legale. Le dodici Tavole parlavano chiaro: _si quis -unciario foenore amplius foenerassit, quadruplione luito_; che è come -a dire: se taluno darà a prestito oltre il dodici per cento, sia -condannato nel quadruplo. Ma gli usurai avevano trovato ben presto -la malizia per eludere la legge, fingendo vendite di merci, a cui -attribuivano un valore doppio e triplo del vero, e vi è permesso di -credere che Quinto Servilio Cepione non fosse in quest'arte da meno -de' suoi degni colleghi. Lo accusavano altresì di tosar le monete; ma -di questo io non potrei starvi mallevadore, ricordando come sia facile -il volgo a credere il peggio, dove ci sia già l'indizio del male. Dice -argutamente un proverbio francese: non s'impresta che ai ricchi. - -Quanto alla boria nobilesca del nostro banchiere, va notato che, se -egli non era proprio della gente Servilia, una delle antichissime di -Roma, ci fallava di poco, essendo i suoi maggiori di gente servile. -Il suo bisavolo era stato schiavo ed avea preso il nome di Quinto -Servilio Cepione, quello stesso che era stato console nell'anno 648 -di Roma, e che, dopo avere espugnata Tolosa, si era fatto sconfiggere -un anno dopo dai Cimbri, lasciando sul campo ottantamila soldati. I -figli del liberto erano diventati _ingenui_, e nel lucroso mestiere -degli argentarii si consolavano della poca stima in cui erano tenuti da -coloro che potevano vantare una lunga serie di liberi antenati e tutti -i privilegi inerenti al diritto gentilizio. Ma così non la intendeva -il quarto discendente ingenuo del nuovo ramo Servilio. Il nome illustre -lo aveva, e questo gli pareva titolo bastante, se non forse ad ottenere -una magistratura e ad essere eletto sacerdote, almeno a tenere nel suo -atrio le immagini degli antenati, mescolando abilmente i mezzi busti -di quattro consoli, che erano Cepioni autentici, con quelli di quattro -argentarii, che erano Cepioni sì, ma apocrifi. Avete già udito come si -empiesse la bocca di quella sua derivazione consolare. Non dubitate, -la metteva fuori ad ogni tratto, e s'impancava coi patrizii, senza -un pensiero al mondo di ciò che altri dicesse alle sue spalle. Del -resto coi patrizii avea relazioni frequenti e strettissime; relazioni -d'usuraio, come vi ho detto, ma che gli meritavano inchini, sorrisi -e strette di mano. E questo, in attesa delle maledizioni, che non -potevano mancargli alla scadenza del debito, questo nutriva la vanità -del nobilissimo uomo. - -Era egli, come vi ha detto Caio Sempronio, una montagna di carne. -Aveva piccina la testa e grossolane le fattezze. La barba, rasa sulle -guancie, gli girava a mo' di collare intorno alle mascelle, nascondendo -la pappagorgia che gli pendeva sotto il mento. Postumio Floro diceva -di quella barba: — è la forca che tu meriti, o Cepione, segnata -anticipatamente intorno al tuo collo. — - -Il nobilissimo uomo entrò sotto l'atrio con passo risoluto, ma -barellando un pochino per cagione di quel buzzo che doveva portare -con sè, e dondolando sotto alla risvolta della toga il braccio corto -e massiccio. Gli occhi piccini e luccicanti, le gote rubiconde come -i rosolacci, le labbra tumide e per giunta allungate da un certo suo -vezzo tra l'orgoglioso e il beffardo, finalmente quella pappagorgia che -vi ho detto più su, davano al nostro Cepione una certa rassomiglianza -con un tacchino. S'intende che nella mente sua egli si teneva per un -gallo. - -Si avanzò fino alla soglia del tablino, e, avvedutosi di quell'altro, -gli gittò un'occhiata, da cui traspariva tutto il suo malcontento. -Ma quell'altro non era nobile per nulla, e nobile di ventiquattro -carati, come sapete; donde avvenne che gliene rimandasse un'altra -così altezzosa, da mutar la burbanza di Quinto Servilio Cepione nel -più amabile dei sorrisi, accompagnato dal più servile tra tutti gli -inchini. - -— E così, mia bella padrona, — incominciò il banchiere, rivolgendosi a -Clodia Metella, — tu non eri oggi in casa pel tuo servo Cepione? - -— Sei entrato e mi trovi; — rispose Clodia senza scomporsi; — segno che -c'ero per te, come per tutti. - -— Sì, sono entrato; ma dopo aver fatte le mie lagnanze all'ostiario. - -— Ed hai fatto benissimo; — disse la furba matrona. — Se tu non avessi -alzata la voce, non avrei udito nulla e non avrei potuto sapere che -l'ostiario interpretava male i miei desiderii. — - -Cepione rispose a quell'abile scappatoia con una crollatina di testa e -con un certo _ehm_, che pareva una specie di compromesso tra il dubbio -interno e l'obbligo di accettare quella scusa per buona. - -— Eccoti il banchiere Cepione.... Quinto Servilio Cepione; — soggiunse -Clodia, presentando il nuovo venuto al suo primo visitatore; — ed ecco -a te, — ripigliò, volgendosi al banchiere, — il nostro chiarissimo -Tizio Caio Sempronio, onore dei cavalieri romani. — - -Avete mai veduto due cani ringhiosi, che già erano sul punto di -avventarsi l'uno contro l'altro, ma che, ripresi in tempo da una parola -severa del padrone, capiscono di doverla smettere, e, quantunque -brontolando, s'accostano dimessamente e si scambiano la fiutatina -d'obbligo? Se li avete veduti, intenderete a un dipresso come si -salutassero quei due cittadini romani, nel tablino di Clodia Metella. - -— Conosco il banchiere Cepione; — disse Caio Sempronio, con aria di -bontà, da cui trapelava un po' d'ironia; — me ne ha parlato molto -l'amico mio Postumio Floro. - -— Sì... un bravo giovinotto; — borbottò Cepione, che non sapeva per -qual verso pigliarla. — Ieri mattina mi ha restituito quarantamila -sesterzi, che gli avevo cortesemente imprestati. È strano, per altro; -— soggiunse, dando un'occhiata maliziosa al cavaliere; — i sacchetti -delle monete portavano il sigillo di casa Sempronia. - -— Ti è lecito di credere, — disse il cavaliere, con un suo risolino -a fior di labbra, — che io gli dovessi del danaro e che glielo abbia -restituito. - -— Lo crederò, se ti fa comodo; — rispose Cepione, ridendo così -sgangheratamente, che mise in mostra i denti più aguzzi e più neri -di tutto l'orbe conosciuto; — del resto, da qualunque parte ci venga, -l'oro è sempre il bene arrivato. - -— Saresti avaro? — domandò Clodia Metella. - -— Io? no, per gli Dei; ma ho fede nell'oro. È un bel metallo, e lo -stesso Giove non dubitò di assumerne la forma, per presentarsi ad una -delle sue innamorate. Non era mica novellino, il padre dei Numi. Senza -oro non si ottien nulla, neanche il sorriso delle belle. - -— Oh, questo poi! - -— Sì, dite che non è vero; la mia esperienza dà ragione alla trovata -di Giove. Donde io argomento che in amore, come in ogni altra cosa, -l'essenziale sia di aver molti sesterzi. - -— Via, Cepione, tu esageri. Vorrai dire che la ricchezza è un grande -rincalzo alla bellezza, e su questo non ci cade dubbio. Volere o no, -si spende sempre, per piacere alla gente; ma in profumi, in porpora e -bisso, in perle e monili, come facciamo noi donne, per esempio. - -— Ah sì, non c'è che dire; vi vestite con tutte le più preziose -cianciafruscole del mondo. Siamo noi che ci andiamo spogliando. Ma -niente di male; sarebbe dolce il restare con la sola tunica intima, o -con un cencio di toga, come Valerio Publicola, pur di toccare il cuore -ad una donna come te. - -— Sia lode a Venere! Ecco almeno una galanteria; — disse Clodia Metella. - -— L'incenso è veramente un po' grossolano; — pensò Caio Sempronio tra -sè. - -— O che? — diceva intanto il banchiere. — Credi che Servilio Cepione -non abbia occhi, padrona mia? Non ti dirò tutte le belle cose che -possono susurrarti all'orecchio tanti vagheggini sconclusionati; ma -ho un cuore anch'io, e lo metto divotamente a' tuoi piedi, insieme -con cinque milioni di sesterzi. Non mi pare un'offerta spregevole; — -soggiunse, tirandosi indietro sulla persona e dando una sbirciata al -suo giovane competitore. - -— No, certamente; — rispose Clodia Metella, fingendo di non dare alle -parole del vecchio più importanza di quella che si darebbe ad una -celia; — ma vi sono donne in Roma che preferiscono un cuore, senza -tanti amminicoli. - -— Ah, tu li chiami... amminicoli? Padrona mia, dacchè Roma è Roma, si -sono sempre chiamati sesterzi. — - -Caio Sempronio era sulle spine, come potete immaginarvi. Se non fosse -stato per le buone creanze, avrebbe dato così volentieri un golino -nella pappagorgia a quel maledetto furfante! - -Un piccolo caso venne in buon punto a levarlo di pena, dando un nuovo -indirizzo alla conversazione. - -— Hai buoni occhi, dicevi? — ripigliò Clodia Metella, senza rispondere -all'arguzia plebea di Servilio Cepione. — Or ora li metteremo alla -prova. Ecco qua il mio paggio Carino che precede il mercante di -Tiro. — - - - - -CAPITOLO XI. - -Il prodigo e l'avaro. - - -Cepione si volse, e vide infatti apparire nell'atrio il servitorello di -Clodia, con due altri personaggi, uno dei quali, vestito d'una lunga -dalmatica, vergata di bianco e di nero, doveva essere il mercante, e -l'altro dalla tunica succinta, che gli giungeva al ginocchio, e dal -carico che aveva sulle spalle, appariva lo schiavo del primo. - -— Ben vieni, Aderbale, — disse la matrona. — Che ci porti di bello, -stavolta? - -— Mia nobil signora, — rispose il mercante, inchinandosi profondamente, -— tutto quello che c'è di più nuovo per l'estate. La mia nave è giunta -iersera ad Ostia, e, come tu vedi, non ho posto indugio a venire da -te, quantunque da due giorni Annia Sulpicia, la moglie del console, -e Giunia Sillana, la impazientissima tra tutte le matrone di Roma, mi -avessero comandato, pena il loro corruccio, di passar prima da loro. - -— Hai fatto bene; — disse Clodia, accompagnando le parole con una mossa -orgogliosa del capo. — Io non soglio stare agli avanzi di nessuno. -Apri l'involto, Aderbale, e vediamo; questi sapientissimi uomini -giudicheranno. — - -Lo schiavo aveva già deposta la balla sul pavimento, e Aderbale il -mercante, dato di piglio ad un coltello, recise d'un colpo la fune che -teneva stretto l'involto; indi sciolse la triplice fascia di tela che -custodiva i preziosi tessuti della sua patria. - -Erano stoffe di lana, mie lettrici amorevoli. A quel tempo non era -anche conosciuta in Italia la seta, e pochissimo il cotone, che andava -famoso in Oriente sotto il nome di _bisso_. Ma non compiangete troppo -le Romane d'allora, perchè quella lana era finissima e filata così -sottilmente, da meritare a certe stoffe il nome di aria tessuta. Quanto -ai colori, c'erano rappresentate tutte le gradazioni dell'iride, e non -avrebbero avuto da invidiar nulla a quei delicati impasti, a quelle -vaghissime temperanze, che oggi danno fama così grande alle fabbriche -di Lione. - -— Vedi, nobilissima Clodia, — diceva il mercante, sciorinando le -pezze sul monopodio della matrona e facendo ricadere i lembi in ricche -pieghe sul musaico levigato del pavimento, — son colori di porpora, non -d'erbe. — - -Le tinture si distinguevano allora in porporine ed erbacee, le -prime cavate dal succo delle conchiglie, e le altre da quello di -certi vegetali. Si crede comunemente, ricordando la porpora regia e -la cardinalizia, che il color porporino fosse solamente cremisi, o -scarlatto. Ma questo, presso gli antichi Romani, era il colore estratto -da una sola varietà di conchiglie, che era l'ostro; laddove da tante -altre, e tutte chiamate col generico nome di porpore, si traeva ogni -sorte di colori, come a dire l'olivigno, il violetto, l'amaranto, -il paonazzo, l'azzurro, il cilestro, il glauco marino, e aggiungete -pure liberamente tutte le mezze tinte possibili, ottenute la mercè -di una tintura sovrapposta ad un'altra. A questo modo si aveva la -pregiatissima stoffa versicolore, che mutava di colorito secondo i -riflessi della luce. - -I paesi più celebri per la porpora, sul Mediterraneo, erano le spiagge -del Peloponneso, della Sicilia e dell'Africa; sull'Atlantico, le -coste della Britannia, dell'Irlanda e dell'Armorica. Le conchiglie -di quest'ultimo mare davano il colore più scuro; quelle del Tirreno e -dello Jonio il violetto, laddove sulla spiaggia di Fenicia predominava -il cremisi. Réaumur, che non ha solamente inventato il termometro, si -è provato anche a rifar la tintura di porpora, e i suoi esperimenti -hanno dimostrato che la conchiglia di Tiro poteva dare essa sola tutte -le gradazioni accennate. Secondo lui, il succo tingente è bianco, fino -a tanto che resta nella sua vescichetta, tra le fauci del prezioso -animale. Versato sulla tela di lino, apparisce subito d'un verde -leggiero. Esposto all'aria e al sole, si muta in verde carico, indi -in verde marino, poscia in azzurro, e da ultimo in rosso. Lavatelo con -acqua calda e sapone, e vi matura in un cremisi splendidissimo, che non -vi fa più altre metamorfosi. - -Lasciando da parte tutte queste manifatture, noi torneremo a Clodia -Metella, che, da esperta conoscitrice, andava esaminando e palpando lo -stoffe di Aderbale, per sentirne la finezza ed ammirarne i colori. - -— Che pensi? — domandò ella tutto ad un tratto, volgendosi a Servilio -Cepione, che stava guatando quella mostra col suo piglio beffardo. - -— Penso, — rispose il banchiere, — che un bel regalo lo ha fatto Ercole -ai poveri mariti e a tutta la dolente schiera degli innamorati. — - -L'osservazione del vecchio argentario ha mestieri d'un breve commento. -Si credeva a quei tempi che la porpora fosse stata trovata da Ercole. -Passava un giorno il semidio lungo la marina di Tiro, quando il suo -cane (lo vedete, Ercole, accompagnato da un cane, alla guisa dei -ciechi?) quando il suo cane, che aveva una fame da lupi, s'imbattè in -una conchiglia, gittata sulla spiaggia dai flutti. Fido, o Melampo che -fosse, non fece parte della sua scoperta al padrone; ruppe il guscio -coi denti e mangiò il saporito mollusco, dopo di che si presentò ad -Ercole, col muso tinto del più bel rosso che vi possiate immaginare. -— Che cos'è? dimandò il semidio, che non aveva mai osservato una cosa -simile. E veduto che razza di conchiglia avesse sgranata il suo cane, -andò in busca di tutte le altre, che si trovavano sulla spiaggia, por -ispremerne il succo sulla tunica di lana bianca che portava indosso. -Quasi sarebbe inutile di aggiungere che la tunica d'Ercole divenne -tosto d'un bel rosso carico, e che egli n'ebbe un piacere da non -dirsi a parole. La sua tunica gli parve da quel giorno così bella, -che gli seppe male di indossarla più oltre come abito di fatica. La -regalò allora al suo buon amico, il re di Tiro, che andò a sua volta -in visibilio, e lì sui due piedi mise fuori un editto, per confiscare -il color della porpora ad uso ed ornamento esclusivo della sua sacra -persona. - -— Ecco, — diceva intanto Aderbale, sciorinando la sua mercanzia, — una -pezza di porpora violetta che vince lo splendore dell'amatista. Dirai, -nobilissima Clodia, che somiglia al colore della tua stola; ma, se ben -guardi, la tinta è alquanto più chiara ed ha riflessi più vivi. È il -meglio, il _nec plus ultra_, della fabbrica di Annone, riconosciuta -ormai per la prima di Tiro. Ami meglio il verde marino? Eccoti questa, -che si affà mirabilmente al candore del tuo volto e alla lucentezza dei -tuoi capegli neri. Di quest'altra devi farti una _rica_, per uscire a -diporto. È trasparente e ti custodirà dalla polvere, senza toglierti -di vedere e di esser veduta dai nobili cavalieri, che gitteranno -occhiate di desiderio nella tua lettiga dorata. E adesso guardami -questa; non ti par latte, entro a cui sia stata stemperata una perla -eritrea? Vedi come torna bene, piegata in due doppi! Aggiungi due o tre -strisce di porpora azzurra o scarlatta sui margini, ed hai una diploide -alla foggia greca, che nessuna Ateniese, foss'anco Aspasia rediviva, -potrebbe vantare la più vistosa, o la più elegante. — - -Clodia Metella non si lasciava abbarbagliare da quel luccichìo di -frasi dell'asiatico mercatante. I suoi occhi, precorrendo la meditata -progressione di quel commentario alla moda, si erano fissati su di una -stoffa di lana nera, sottilissima e intessuta a strisce d'oro filato, -che era veramente una meraviglia a vedersi. - -— E questa, quanto vale? — domandò. - -— Padrona mia, riconosco il tuo buon gusto; — esclamò Aderbale, senza -curarsi di rispondere subito in chiave. — Questa è la più ricca novità -della stagione, e, non fo per vantarmi, è anche la prima pezza che se -ne vede in Roma. - -— Il prezzo ti ho chiesto, il prezzo. - -— Ah, il prezzo è veramente un po' forte. Ma la stoffa è così bella, -che, quando io te l'avrò detto, ti parrà proprio regalata. Cinquemila -sesterzi. - -— Cinque... — balbettò Cepione, spalancando gli occhi dallo stupore. — -Che cos'hai detto? Ripeti. - -— Cinquemila sesterzi, o, se meglio ti piace, nobilissimo uomo, -milleduecento denari. Con tutto l'oro che c'è dentro, è data proprio -per nulla. - -— Ah sì, ce n'è fin troppo, dell'oro. Vedete che spreconi! - -— Perchè ti lagni? — entrò a dire Caio Sempronio. — A qual uso migliore -potrebbe servire il preziosissimo tra tutti i metalli, se non a rendere -più appariscente la bellezza? Io vedo già la nostra divina Clodia -Metella, adorna di quella veste dorata, risplendere come la dea Bona -alle calende di Maggio, nel sacrario del pontefice massimo. - -— Sì, sì; — rispose Clodia Metella, crollando malinconicamente il capo; -— ma trovo anch'io che costa un po' troppo. Non ho già i cinque milioni -di sesterzi di Servilio Cepione. - -— È come se tu li avessi; non ti ha egli profferte le sue sostanze, -come contorno all'offerta del suo cuore? — ribattè Caio Sempronio -ridendo. - -A quella scappata del cavaliere, il vecchio argentario fece il muso più -lungo del solito. - -— Eh, eh, — gridò egli, punto sul vivo, — tu la ricordi in buon punto; -e se mi saltasse il ticchio..... - -— Ottimamente! Compera dunque la veste e fanne un presente alla Dea. - -— Ma di grazia, perchè non la comperi tu? - -— Io? Così fossi certo che si degnasse di accettarla! - -— Graziosa, quella paura! - -— Non ci credi? Sia dunque tua la colpa, se io ardisco di offerire -qualche cosa a Clodia Metella. Aderbale, dammi da scrivere. — - -Il mercante capì subito che cosa intendesse di fare il nostro -giovinotto, e cavò dalla sacca, che portava ad armacollo, un dittico di -legno e uno stilo di avorio. Il dittico era una doppia tavoletta, che -si chiudeva come le due copertine d'un libro, presentando al di fuori -una superficie piana, e di dentro un sottile rivestimento di cera, con -le sponde rilevate tutto intorno, perchè le due faccie, richiudendosi -l'una sull'altra, non avessero a combaciare per modo da guastare le -lettere, segnate nella cera medesima con la punta dello stilo. - -Caio Sempronio tolse la tavoletta dalle mani di Aderbale e vi scrisse -queste poche parole: - -«T. C. Sempronio a Lisimaco, suo dispensatore. Pagherai oggi cinquemila -sesterzi al mercante Aderbale, di Tiro. Sta sano.» - -Ciò fatto, consegnò il dittico al mercante, che, data una scorsa allo -scritto, s'inchinò e si dispose a metter da parte la pezza di stoffa -destinata da Caio Sempronio alla bellissima Clodia. - -— Oggi stesso, a quell'ora che ti farà comodo, passerai alla mia casa, -sul Viminale, — disse il cavaliere, — e Lisimaco ti darà la pecunia. - -— Tu sei il più liberale tra tutti i patrizi di Roma; — rispose -Aderbale, intascando il prezioso chirografo. — Ed eccoti, nobilissima -Clodia, la veste. Ti consiglio d'indossarla per le feste Megalesi. -Annia Sulpicia vuol proprio morirne d'invidia. - -— Oh Caio! — mormorò Clodia Metella, tutta vergognosa, all'orecchio del -giovane. — Io non accetterò mai un così ricco presente. - -— Perchè, padrona mia? Sono un temerario, lo vedo; ma la colpa -non è mia. Cepione mi ha data la spinta. Se vuoi punirlo della sua -improntitudine, non ci hai modo migliore di questo. Accetta con lieto -animo il mio povero dono. — - -Clodia sorrise e porse la sua bella mano a Caio Sempronio. Era quello -il ringraziamento, e il nostro cavaliere se ne fece abilmente un -premio, stampando su quella mano il più ardente dei baci. - -— Animo, giovinotto, e non perdiamo tempo! — gridò Cepione stizzito. - -Ma il giovinotto non pose mente alle bizze del vecchio Arpagone, e, -chiesto a Clodia Metella il permesso di tornare il giorno seguente, -tolse commiato da lei. Per una prima visita aveva fatto abbastanza, ne -convenite? - -Il mercante aveva rifatta diligentemente la sua balla e se n'era andato -anche lui, dopo molti inchini, ringraziamenti ed augurii di prosperità -alla liberalissima Clodia, che gli comperava le stoffe più preziose col -denaro degli altri. - -Cepione era rimasto in piedi nel tablino, ora guardando Caio Sempronio -che se ne andava, ora Clodia che aveva seguitato il giovinotto con una -lunga e malinconica occhiata fino alla tenda del pròtiro. Il vecchio -argentario non appariva troppo contento; di certo egli mulinava qualche -cattiveria, a sfogo della bile che già gli schizzava dagli occhi. - -Tutto ad un tratto, diede in uno scroscio di risa. - -— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, con aria tra stupita e severa. - -— Ho fatto una bella scoperta; — rispose Cepione. — La colomba è -innamorata. - -— Sì; — diss'ella brevemente, in quella che stendeva la mano al -monopodio, per ripigliare la sua favola milesia. - -— E il colombo, — soggiunse Cepione, — è molto ricco. - -— Che importa? — riprese Clodia Metella, stringendosi nelle spalle. - -— Come, che importa? Importa moltissimo. - -— Non a me certamente. — - -L'argentario rispose a quel magnanimo diniego con un ammicco beffardo. -Ma perchè Clodia fingeva di non vedere, crollò il capo ed aggiunse: - -— Sia pure, come tu dici; ma importa a me. Dammi lode per la mia -schiettezza, ti prego. - -— Non vedo come c'entri tu; — replicò la matrona. - -— Non c'entro? Non c'entro? Figùrati! Noi qui faremo a metà. Tu -prenderai l'amante, io la pecunia. — - -A quella cinica bottata dell'argentario, Clodia Metella si rizzò di -scatto, come una serpe a cui sia stata calpestata la coda. - -— Che novità son queste? — gridò, saettando Cepione con uno sguardo -corrucciato. - -— Padrona mia, un po' di calma, e vediamo di intenderci; — disse -quell'altro, adagiandosi tranquillamente sul cuscino d'una sedia a -bracciuoli. — Anzitutto, perchè parli di novità? Non sono forse passati -per le mie mani tutti i giovani patrizi che tu hai onorati della tua -benevolenza? Valerio Catullo, Celio Rufo, Cornelio Basso, Aulo.... - -— Finiscila! — interruppe Clodia Metella. — Tu sei veramente noioso. - -— Ah, ti secca la nomenclatura? Bada, padrona mia, non intendevo citare -che i colombi spennacchiati; mettevo in disparte tutti quegli altri -che hanno avuta la sorte di non lasciarci le penne maestre. Il povero -Cepione li ha veduti passar tutti, l'uno dopo l'altro. Per Ercole! -Si davano la muta, come i legionarii in sentinella. Ed io, destinato -a colmar gl'intervalli, mi trovavo sempre fuori delle tue grazie; -vedevo appena il sole, che già mi spariva dagli occhi. Eppure, vedi la -mia bontà; in attesa di riavere la tua benevolenza, facevo servizio -ai miei fortunati rivali; imprestavo quasi sempre io, le migliaia di -sesterzi che dovevano servire ai donativi; fornivo io le armi contro -di me. Che cosa vuoi di più umano? Ed anche adesso, io mi preparo -a servirti. Quel giovinotto mi piace. Ti ringrazio di averlo scelto -così ricco. Poverina! potevi benissimo invaghirti d'un plebeo povero -in canna, o d'un cavalierino indebitito fino agli occhi, ed io avrei -dovuto recarmelo in pace. Ma tu non l'hai fatto, padrona mia bella; tu -sei sempre quella matrona di garbo, che ero avvezzo a stimare da tanti -anni. Abbi dunque i miei ringraziamenti, e concedi che io tiri innanzi -a servirti. — - -Clodia Metella si mordeva le labbra a sangue. - -— E.... — diss'ella, con voce tremante dalla rabbia, — se io non -volessi stare al tuo patto? - -— Faresti malissimo; — rispose il beffardo vecchio; — perchè io -potrei.... - -— Potresti? Continua! - -— No, non è bene scoprirsi così scioccamente, e con una donna di -così sottile accorgimento come tu sei. Oh, non dubitare, io ti rendo -giustizia. Se fossi pretore, come ci avrei diritto pel nome che porto, -darei ad ognuno il suo, che non ci mancherebbe mezz'oncia. - -— Daresti! — notò ironicamente Clodia Metella. — Sarebbe la prima volta. - -— Ah sì; come se l'imprestare non fosse una maniera di dare! _Do ut -des, do ut facias_, son forme di contratto, mi sembra. E a proposito -di fare, bada, padrona mia, che non mi venga in mente di far aprir gli -occhi al tuo nuovo amatore. - -— Non lo farai; — disse Clodia, dopo un istante di pausa. - -— Sta a te ch'io non lo faccia, mia bella. Sii prudente, e non avrai -a dolerti di me. Déi buoni, e non è giusto che io trovi un compenso -alla brevità di questi interregni? Perchè, infine, tu ci hai una virtù -singolare, che riesce tutta a mio danno. Quando uno ti piace, bisogna -rassegnarsi; nel tuo cuoricino non c'è mai posto per due. - -— Cepione, io l'amo. - -— Lo so, poverina; intendo i tuoi spasimi, e, come vedi, asciugo -una lagrima di tenerezza. Mia candida colomba! Sei così buona, così -affettuosa! Lo seppe Metello Celere, tuo cugino e marito; lo seppe -anche la felice memoria di Publio Clodio, tuo degno fratello.... - -— Ma infine, — proruppe Clodia, non vedendo più lume, — vorrai tacere -una volta? Lascia i morti nell'Averno e non mi dar noia più oltre. Ti -ho sempre ai fianchi, ora coi sarcasmi, ora con le minaccie. Chi ti -ha mai impedito di fare il tuo mestiere? Metello Celere ha avuto il -torto di morire, senza lasciarmi venti milioni di sesterzi. Se così non -fosse, vedresti tu come io starei a sentirti. - -— Eh, lo so, che non mi ami. Ma appunto per ciò è notevole la nostra -alleanza. Che cosa c'è di più grande di due che si odiano e si aiutano -a vicenda? Io, vedi, qualche volta sento il desiderio di chiuder -le mani intorno al tuo collo di cigno e di strangolarti senz'altro. -Sei bella ed io non lo sono; ti amo e tu ti beffi di me; quando pure -ti degni di sorridermi, indovino che ciò mi costerà un bel gruzzolo -di monete. Ah, se non fosse che tu sei una civetta addestrata e che -fai calare da tutte le frasche i merli curiosi al mio campo!... Ma -basta; se no, vado fuori dei gangheri. Padrona mia, siamo intesi e non -occorrono altre spiegazioni tra noi. Venere conservi la tua bellezza, -e Diana cacciatrice mantenga saldi i panioni del tuo nobilissimo -servo. — - -Ciò detto, il bravo argentario si alzò da sedere, e, fatto un mezzo -inchino alla sua alleata, s'incamminò verso l'uscio. Clodia Metella -riprese il suo codice e provò a ricominciar la lettura, ma per un bel -pezzo non ne spiccicò una parola. - - - - -CAPITOLO XII. - -Nel teatro di Pompeo. - - -Siamo ai cinque di aprile, giorno dedicato nel lunario cattolico a San -Vincenzo Ferreri, ma segnato nell'antico calendario romano con queste -parole LUD. MATRIS MAG., abbreviazione che vuol dire: _ludi Matris -magnae_, ossia, giuochi della Gran Madre. - -Erano questi i giuochi Megalesi, e si facevano in onore di Cibele, la -Berecinzia, detta in greco _Megale Meter_, che significa appunto gran -madre. Avevano avuto cominciamento verso la fine della seconda guerra -Punica, nell'anno 548 di Roma, quando il simulacro di Cibele, la madre -degli Dei, fu portato di Frigia alle rive del Lazio, e di là, con pompa -straordinaria, introdotto nelle sacre mura di Romolo. Erano giuochi -particolarmente scenici; perciò si celebravano sempre in teatro, e -nel giorno che cadevano correva tra i cittadini una lieta usanza di -convitarsi a vicenda. La qual cosa esprimevasi col verbo _mutitare_, -cioè tramutarsi a cena qua e là, or da questo or da quello, come a -memoria del felice tramutamento della Dea dallo rive di Frigia a Roma. - -Ovidio ci ha detto nei Fasti perchè i giuochi Megalesi fossero i primi -e i più grandi dell'anno. Berecinzia non era forse la genitrice dei -Numi? Era giusto che i figli cedessero il primo luogo alla madre. -Cicerone, che per infilzare aggettivi non restava indietro a nessuno, -chiamò i giuochi Megalesi «casti, solenni, religiosi sopra quanti ne -furono mai» e soggiunse che «a riverenza della loro origine e della dea -cui erano sacri, non fu mutato loro neppure il nome, essendo i soli tra -i giuochi romani, che si chiamassero con vocabolo straniero.» Vedete un -po' che maestà sbardellata di giuochi! - -Altre solennità ammettevano le rappresentazioni sceniche, come ad -esempio i giuochi Consuali, sacri a Conso, dio degli arcani consigli, -che, essendo stati ordinati da Romolo in memoria delle rapite Sabine, -erano tenuti i più nazionali, e perciò detti _Romani_ per eccellenza. -Venivano poscia i Plebei, i Funebri e gli Apollinari; i primi in -memoria della rivendicata libertà contro gli oppressori Tarquinii e -della restituita concordia tra i padri e la plebe, dopo la fortunata -favoletta di Menenio Agrippa; i secondi, derivati dai Greci, in onore -degli illustri defunti; gli ultimi, consigliati dalle profezie d'un -tal Marcio indovino, che nella seconda guerra Punica aveva promessa la -vittoria, purchè si onorasse Apollo con solenni spettacoli. Ma la festa -Megalese si distingueva in ciò da tutte le altre, che essa consisteva -appunto ed unicamente nelle rappresentazioni teatrali. - -E qui si facevano onore gli edili curuli, magistrati che avevano cura -degli edifizii cittadini, dell'annona e dei solenni spettacoli. Erano -essi che pagavano i poeti drammatici di maggior grido per averne -commedie nuove da sperimentare in quell'occasione, e che spendevano -profumatamente per mettere in iscena col massimo decoro le migliori -produzioni dei vecchi. Quattro delle sei commedie di Terenzio, -l'_Andria_, l'_Eunuco_, la _Suocera_, il _Punitor di sè stesso_, furono -scritte per questi giuochi. Nè creda il lettore che la moltitudine si -accostasse con molta religione a cotali cerimonie, quantunque fatte in -onore della madre degli Dei. Si rideva e si fischiava come ora, che -il teatro è doventato la cosa più profana del mondo. La _Suocera_ di -Terenzio non fu lasciata finire, perchè nella piazza accanto al teatro -_lavoravano_ i funamboli, e l'uditorio svagato aveva più voglia di -veder passeggiare sulla corda, che di esserci tenuto lui, sulla corda, -dalle invenzioni del gentile poeta. Consolatevi, autori del tempo mio; -il pubblico è sempre lo stesso, da che esiste il teatro. - -Lettori, se non vi dispiace (e perchè, poi, dovrebbe dispiacervi?) -entriamo nel teatro di Pompeo. È presso al Circo Flaminio, nella -regione nona, la più bassa e la più popolosa di Roma, corrispondente al -moderno Parione. - -Fu questo il primo teatro stabile dell'eterna città, e al tempo della -nostra narrazione contava a mala pena i suoi quattro anni di vita, -essendo stato eretto per cura di Pompeo Magno, nell'anno 699, dopo la -guerra Mitridatica. - -Sapete già tutti, ed io qui lo ricordo _pro forma_, che le -rappresentazioni sceniche ebbero origine in Grecia, dove in principio -era costume di farle sotto un frascato, od ombracolo, che dava -ricetto ai giuochi villerecci; poscia in un carro, quello di Tespi, -che menavasi attorno pei trebbi e per le borgate; più tardi su di un -palco, messo insieme con quattro assi, come quelli dei saltimbanchi -di villaggio. Da quel tempo, la scena aveva seguitato ad ampliarsi e -ad ornarsi, ma sempre rimanendo di tavole. Una disgrazia che costò la -vita a centinaia di spettatori, persuase Temistocle e i suoi Ateniesi -a fabbricare di buon materiale gli edifizii scenici; e gli architetti -Democrate ed Anassagora idearono in tal guisa il primo teatro di -fabbrica, scavando le gradinate a semicerchio nel fianco di una collina -a piè dell'Acropoli, e mettendovi di rincontro il palco e la scena. - -Questo raccontano le storie. Altri vuole, ed ha parecchi ruderi dalla -sua, che i primi teatri stabili sorgessero in Sicilia e nelle colonie -greche dell'Asia Minore. Io, lasciando gli archeologi a vedersela tra -loro, vi dirò che in Roma la severità delle leggi, non potendo opporsi -validamente ai ludi scenici introdotti nel 599 dai censori Valerio -Messala e Cassio Longino, bastò cionondimeno ad impedire per cent'anni -intieri la costruzione d'un teatro permanente. Plauto e Terenzio -esponevano le loro favole in teatri posticci, o nel Circo, destinato -alle corse dei cavalli e alle sanguinose pugne dei gladiatori. -Terminati gli spettacoli, doveva tosto disfarsi anche il teatro. -Neppure si perdonò a quello sfarzosissimo, che Scauro aveva innalzato -per ottantamila persone, con trecento sessanta colonne, tremila statue, -la scena per metà di marmo e per metà di vetro. Inaudita forma di -lusso! esclama Plinio. E tanta opera non ebbe che un mese di vita. - -Più fortunato fu il console Pompeo, perchè il suo teatro, costrutto -sul disegno di quello che egli aveva veduto a Mitilene, non soggiacque -alla condanna degli Edili. La spesa era stata immensa, e il console -era stato tacciato di troppo sfarzo per una fabbrica che non aveva a -durare; ma, avendo egli adonestato il suo colpo con un titolo di pietà, -edificando sulla cavea del teatro un tempio a Venere vincitrice, la -fabbrica non potè essere distrutta, e, diventando stabile, fu lodata di -parsimonia. La bandiera aveva fatto passare la merce. - -Patito un incendio sotto Tiberio, il teatro di Pompeo fu subito -ristorato da quell'imperatore. Caligola e Claudio lo abbellirono. -Nerone in un sol giorno lo fece indorare, per mostrarlo al domani in -tutta la sua pompa a Tiridate, re d'Armenia. Gran tempo dopo, essendo -rovinato, fu da Teodorico rifatto sulle vecchie fondamenta. Se non -riuscì del tutto una fabbrica ostrogota, bisognerà darne lode agli -artefici, che erano sempre italiani. Le vestigia dell'edifizio, trovate -nei tempi nostri in capo alla via dei Giubbonari, presso la chiesa di -Sant'Andrea della Valle, fanno buona testimonianza della romanità del -lavoro. - -Ma entriamo una volta e vediamo le tre parti notevoli del teatro, che -sono la cavea, l'orchestra e la scena. Tutti i teatri romani, su per -giù, con un meniano di più, od uno di meno, si rassomigliano, e quando -se n'è visto uno si son visti tutti. - -La cavea, che oggi direbbesi il recinto, è la parte più ragguardevole -per la sua mole e quella che propriamente può dirsi _theatrum_, o -_visorium_, perchè di là gli spettatori, distribuiti lungo le gradinate -a semicerchio, vedono la scenica rappresentazione. Le gradinate, dal -podio, o parapetto «che men loco cinghia» come direbbe Dante, salgono -allargandosi man mano fino all'orlo superiore, intorno a cui gira una -galleria coperta, dal cui architrave sporgono gli arpioni, o i pali, -che terranno disteso il velario. - -Ogni sette gradinate ce n'è una larga, ed alta il doppio delle altre; -e questa non è per sedervi, ma per passare da un punto all'altro del -recinto. Di queste divisioni (_praecinctiones_) nei teatri molto grandi -ce ne sono infino a tre. Il complesso dei gradi tra una precinzione -e l'altra dicesi _moenianum_, specie di ripiano interiore a cui -corrisponde di fuori un ordine di maestose arcate e di gallerie. Dove -le precinzioni e per conseguenza i ripiani sono tre, la cavea resta -divisa in tre ordini, che si dicono _cavea prima, cavea secunda_ e -_ultima cavea_ (la piccionaia moderna), i cui gradi non sono di pietra, -ma di un semplice tavolato. Ogni meniano è tagliato da più scale, -raffiguranti i raggi d'un circolo, donde gli spettatori vanno a cercare -il posto loro assegnato dalla _tèssera_, o biglietto d'ingresso; e in -tutte lo precinzioni si aprono più porte (_vomitoria_) donde sbocca -in teatro la folla, venuta su per gli androni che girano nei fianchi -dell'edifizio. Gli spazi compresi tra le scale hanno sembianza di -cunei, epperciò ne portano il nome. - -Tutte queste divisioni vi confonderebbero oggi la testa, lo capisco. -Ma, se foste Romani d'allora, non ci pensereste più che tanto. Facciamo -un esempio. Avete avuto una tessera d'avorio, su cui, accanto al -titolo della commedia (_Casina Plauti_) sono incise queste parole -abbreviate: CAV. II. CUN. III. GRAD. VIII. Che vuol dir ciò? Che avete -l'ottavo posto nel terzo cuneo della seconda precinzione, o del secondo -meniano. Non vi confondete adunque, pigliate la scala che mette alla -galleria del second'ordine; giunto lassù cercate la indicazione del -terzo vomitorio, e di là riuscite subito entro la cavea, alla vista -del pubblico. Un'occhiatina ai numeri; il cuneo comincia con cinque -posti; dunque il vostro sedile è nel secondo giro di gradini; eccolo -là, difatti, col suo bravo numero inciso sulla pietra. Il maestro di -sala (_designator_) non lo ha lasciato occupare da nessuno; al peggio -dei peggi (come avviene oggidì nelle sedie chiuse dei nostri teatri) il -vicino, per comodo suo, ci ha posato il suo pètaso. Andate liberamente, -egli si affretterà a tirarlo via; se no, avrete il diritto di fargliene -una frittata. - -E adesso un'occhiatina all'orchestra. I Greci davano alla piazzuola -semicircolare, compresa nel giro del podio, il nome di orchestra, -o ballatoio, perchè questo era il luogo delle danze, dei cori e dei -mimi. I suonatori stavano sopra un palco, che, somigliando ad un'ara -sacrificatoria, era perciò detto _Timele_. Ma nei teatri romani, -sebbene si conservasse il nome di orchestra, il luogo era riserbato -ai magistrati e alle persone di maggior conto. Perciò era più angusto -che nei teatri di Grecia. Noi moderni l'abbiamo fatto più ampio, e lo -chiamiamo platea. - -Davanti all'orchestra era il palco scenico; quadrilatero di pietra, -alto cinque piedi dal suolo, lungo due tanti più che il diametro -dell'orchestra. Sul lato posteriore sorgeva una facciata, ornata di -colonne, di statue, di pitture; e questa era la scena fissa, che veniva -innanzi con due ali sui lati minori del quadrilatero, o proscenio, -dove recitavano gli attori. In queste due ali si aprivano le porte -per cui passavano le comparse, le macchine degli Dei, il còrago, -ossia l'attrezzista e capo comico, quando aveva da dire qualche cosa -all'uditorio. La facciata della scena presentava tre porte; l'una nel -mezzo (_valvae regiae_) per cui entrava il protagonista; le altre ai -lati (_hospitalia_) che servivano al passaggio delle seconde parti. - -Non dimenticate che la scena antica rappresentava sempre un luogo -aperto, perchè i personaggi facevano e dicevano tutti i fatti loro -fuori dell'uscio di casa. Rammentate poi che, al momento di cominciare -il dramma, calavasi dall'_episcenio_, luogo superiore alla scena, il -sipario, od _aulaeum_, come dicevasi allora, che andava a ravvolgersi -nell'_iposcenio_, cioè sotto ii palco scenico; tutto il rovescio dei -nostri teatri. C'erano inoltre gli _echei_, vasi di bronzo ordinati -a rendere più armonioso il teatro. Vitruvio ci racconta che erano -collocati in cellette sotto le gradinate, con tale calcolo matematico -da dividere il recinto della cavea in accordi di quarta, quinta e -ottava; onde l'eco che ne risultava fosse una perfetta sinfonia. - -È passato il mezzogiorno; il pranzo è già stato digerito, e la -moltitudine invade il teatro di Pompeo, dove si recita la _Casina_ di -Plauto, vecchia commedia che piace sempre, assai più di tante altre di -autori recenti. L'ingresso al pubblico è gratuito per l'ultima cavea, -che è la più capace di tutte. L'orchestra, riservata ai senatori e -ai magistrati, si va popolando lentamente. Laggiù son tutte persone -che amano i loro comodi e che sanno di trovarceli belli e preparati, -sotto forma di bisellio, o sedia da due posti, con un morbido cuscino -e uno scannello per reggere i piedi. Più presto si vanno occupando -i posti della prima e della seconda cavea, assegnata ai patrizii e -alle loro donne. Pompeo aveva da principio destinato quei quattordici -gradi all'ordine dei cavalieri; onde seder nei quattordici ed esser -cavaliere tornava lo stesso. Ai lati dell'orchestra sorgono alcune -logge (_tribunalia_) dove stanno i magistrati che presiedono alla -rappresentazione. Vi è permesso di vedere in queste tribune i moderni -palchetti municipali, dove si affollano gli assessori teatrali, e in -genere tutti i consiglieri del Comune, segnatamente quando c'è in scena -il corpo di ballo. - -L'ordine accennato poc'anzi non era osservato ai tempi di Plauto e -Terenzio, quando i teatri erano di legno e il popolo vi si accalcava -alla rinfusa. Nè tale fu sempre in appresso, perchè vediamo dagli -autori essere state qualche volta confinate le donne su in alto, nelle -gallerie coperte, con grave sfregio all'estetica. Lo immaginate, un -recinto seminato di teste mascoline, come un campo di papaveri, od -altra piantonaia da sbadigli? Dei immortali! ci doveva essere per -gli spettatori il medesimo gusto che c'è pel deputato in una seduta -parlamentare, coi colleghi intorno, e le dame lontane lontane, come le -stelle fisse, o come le nebulose, nell'alta cerchia delle tribune. - -Per fortuna, e ad onore del buon gusto antico, Ovidio ci lascia -scorgere nei teatri del suo tempo una ragionevole promiscuità dei due -sessi. Ed io posso dirvi, senza scostarmi dal verosimile, che Clodia -Metella entrò accompagnata dal bel cavaliere Tizio Caio Sempronio, per -uno dei vomitorii che mettevano sulla prima cavea, e andò a sedersi -nella terza fila del quarto cuneo, poco lunge dal podio, che era -occupato dalle vergini Vestali. - - - - -CAPITOLO XIII. - -Amori in vista. - - -L'apparizione della bellissima Clodia destò per tutto il teatro quella -attenzione e quel bisbiglio che destano sempre le belle, quando entrano -in una numerosa adunanza. Ciò che parrebbe sommamente disdicevole in -una ristretta compagnia, diventa naturalissimo in una gran folla di -persone, dovunque ella si trovi, o tempio, o teatro, dove nessuno ha da -portare la malleveria di quel pissi pissi generale, di quel fruscìo di -vesti e di quello scricchiolìo di sedie, in cui tutti hanno pure avuta -la parte loro. - -Le donne volsero una rapida occhiata alla nuova venuta e arricciarono -il naso. Già, si capisce, Clodia non era quel fior di bellezza -che dicevano gli uomini e non meritava che tante nobili matrone si -storcessero il collo per lei. Ma tratto tratto gli occhi tornavano -là e lampeggiavano sguardi invidiosi ad una stola di porpora nera -intessuta a liste d'oro, che dava tanto risalto alla bianchezza perlata -delle carni. Annia Domizia, la impazientissima tra le seguaci della -moda, e Giunia Sillana, una pallidona che passava per la più bella tra -le patrizie romane e che faceva disperare coi suoi eterni rigori il -vecchio console Servio Sulpicio Rufo, si morsero le labbra dal dispetto -e sentenziarono che quella stola era di pessimo gusto. - -Anche le vergini Vestali diedero la loro sbirciata alla terza fila -del quarto cuneo; ma, sia detto ad onore di quelle santissime donne, -non tanto per sacrificare alla vanità, guardando alle vesti di Clodia -Metella, quanto per vedere un po' da vicino quel leggiadro giovinotto -che l'accompagnava, e per cui più d'una tra loro avrebbe lasciato -spegnere il fuoco sacro, anche a dover finire nel campo Scellerato. - -Non meno curiosi delle Vestali, e delle matrone, si volsero a guardare -Clodia gli edili, dall'alto dei loro tribunali, e i magistrati e -gli altri uomini consolari, dal basso dell'orchestra. Marco Tullio -Cicerone, il famoso giureconsulto, che contava allora i suoi -cinquantacinque suonati, si voltò sul bisellio anche lui ed onorò di un -lungo sguardo la giovine coppia. - -— A chi s'è ora attaccata, la sanguisuga? — domandò egli tra sè, poco -rispettosamente per la sorella del suo vecchio nemico. — Mi par di -conoscerlo; è un Caio Sempronio. Povero giovane! Vuole dar fondo con -lei alle ricchezze che gli ha accumulate quel gravissimo uomo di suo -padre nella pretura di Sicilia. — - -Marco Tullio, lo sapete, dava facilmente il titolo di gravissimo e di -santissimo, ed anche più facilmente quello di ladro e di assassino. Era -un vezzo oratorio, che finì per costargli la testa. - -Ora, se i vecchi si scomodavano sui loro sedili, lascio pensare a voi, -lettori umanissimi, che cosa dovessero fare i giovani. Stavo già per -dirvi che tutti i cannocchiali erano volti su Clodia Metella, ma ho -ricordato in buon punto che l'invenzione di quell'utile istrumento -doveva tardare ancora milleseicento e più anni. In mancanza di -cannocchiali, lavoravano gli occhi, e giova credere che in quel tempo -fosse più scarso il numero dei miopi. - -Clodia Metella, come forma, era molto ammirata; per contro, non si -risparmiavano le frecciate alla sua fama. - -— Non temete, — notava argutamente un tale, ripreso di troppa severità -da uno spettatore più temperato, — non si dirà mai tanto di Clodia -Metella, quanto ella stessa ha mostrato di volere che si pensi di lei. - -— La frase è lunga e contorta; — osservò Giunio Ventidio. — Non si -potrebbe dire brevemente che essa ha fatto d'ogni erba fascio? - -— O d'ogni fior ghirlanda; sarebbe più cortese, la metafora. - -— Sì, sì, usategli cortesia; ella non ve ne serberà gratitudine. La -quadrantaria preferisce i quattrini. — - -Quadrantaria! Era questo il nomignolo grazioso di cui Marco Tullio, con -quella sua lingua tabana, aveva gratificato Clodia Metella. L'immagine -era ardita e ci voleva anche uno sforzo di volontà singolare per -appioppare quel brutto appellativo ad una donna come lei, sapendo che -_quadrantaria_, si forma da _quadrante_, piccola moneta di rame, pari -in valore alla quarta parte di un soldo. Lisimaco, verbigrazia, il -dispensatore di Tizio Caio Sempronio, non le avrebbe fatto un torto -così grave, egli che vedeva andare così lestamente l'oro e l'argento di -casa. - -Ma, quadrantaria o no, nè Giunio Ventidio, nè altri linguacciuti, che -erano adunati con lui in un angolo del podio, dove si riducevano per -solito i giovinotti eleganti di Roma, potevano parlare di scienza -propria intorno agli atti di Clodia. È già stato notato come, in -simiglianti negozi, che toccano la vanità mascolina, parla chi non ha -niente a dire, mentre chi potrebbe parlare con un po' di ragione sta -zitto. - -— Vedetela là, quella sirena, come lo ha tirato a' suoi piedi! — -esclamava Giunio Ventidio, dimenticando di essere stato egli stesso -cinque giorni addietro il galeotto tra quei due. — Bisognerà che io lo -avverta, il nostro povero Caio. - -— Avvertirlo! E perchè? — disse Postumio Floro. - -— Eh, mi pare che le ragioni non manchino. Siamo amici o non siamo? -Egli si rovina. - -— Ah, baie! Se non è lei, sarà un'altra. - -— Sicuro, ma sia almeno tal donna, — soggiunse gravemente Ventidio, -— che egli possa condurre attorno senza ignominia. Clodia Metella è -troppo.... come ho da dire? - -— Di' quel che vuoi; s'impresta ai ricchi. - -— Diciamo dunque.... devastata. - -— Nella fama, s'intende. Vedete Marco Tullio, che ci ha fatto lo -strappo più grande, nella causa di Celio Rufo, come la guarda a -squarciasacco! - -— Amore antico, che s'è inacetito! - -— Marco Tullio almeno non ci ha lasciate le penne. È un merlo vecchio. - -— Terenzia sua gli avrebbe cavati gli occhi. - -— E fu ad un pelo di farlo. - -— Guardate, guardate! Si può essere più sciocchi del nostro amico Caio -Sempronio? - -— Che cos'è? - -— Non vedete? Le fa fresco col suo ventaglio di penne di pavone. -Poverina, che non avesse a riscaldarsi troppo, con questi ardori.... -d'aprile! - -Caio Sempronio non aveva fatto soltanto ciò che notavano di lui, in -quel crocchio di caritatevoli amici. Entrato con Clodia Metella nel -meniano, e vigilato con molta cura il passaggio di lei, perchè nessun -piede profano le calpestasse lo strascico della stola, si era inchinato -con sollecita galanteria, per disporre acconciamente il cuscino su -cui ella doveva sedersi. Egli stesso, ricusando l'opera del servo -designatore, aveva collocato lo scannello di legno sotto i delicati -piedini della sua dolce padrona. Egli stesso, di tanto in tanto, si -voltava indietro, per tenere in rispetto con una provvida occhiata -i vicini del quarto scaglione, affinchè nessuno di loro, mettendo -sguaiatamente innanzi le ginocchia, venisse ad urtarla da tergo. - -E la divina Clodia arrossiva dal piacere di vedersi così attentamente -servita. Gli sguardi fugaci che ella volgeva tutto intorno a sè, in -quella moltitudine di spettatori, tra cui dovevano essere parecchi dei -suoi antichi corteggiatori, dicevano chiaramente: vedete, o Quiriti, -non è anche finito il mio regno. - -Infatti, quel biondo cavaliere poteva considerarsi come la prima e la -più invidiabile tra le conquiste che potesse fare un'alunna di Venere -tra quei giovani patrizii di Roma. E quando egli sollevò tra le dita -quel suo meraviglioso flabello, che raffigurava la coda spiegata d'un -pavone, agitandolo soavemente da presso alle tempie di Clodia Metella, -molte nobili matrone allibbirono; molti giovanotti eleganti invidiarono -quella graziosa novità, che doveva trovare imitatori in buon dato; -e un vecchio Alcibiade, che pizzicava di poeta, sentenziò che Venere -spogliatrice aveva rapiti gli onori a Giunone. - -A chiarire questa immagine classica, ricorderò che il pavone era sacro -alla moglie di Giove. Quanto a Venere spogliatrice, il lettore ha già -visto chi fosse; Cicerone, che vien sempre in ballo quando si tratti di -uno di quei frizzi che levano la pelle, aveva proprio bollata la povera -Clodia, come si bollano i buoi, col marchio rovente dei gabellieri alle -porte. - -Il prologo della commedia distolse un tratto dalla nostra coppia -amorosa l'attenzione dell'uditorio. I lazzi del personaggio scenico -parevano fatti a bella posta pei giovani eleganti che sedevano -all'estremità del podio. - -— «Date retta, vi prego, alla compagnia; — diceva in un certo punto -il prologo della _Casina_. — Mandate a quel paese la malinconia e -non pensate ai debiti. Oggi nessuno ha da aver paura dei creditori. -Giorno di giuochi è giorno feriato, anche per gli strozzini. Tutto -è tranquillo; il Foro ha vacanza; gli usurai fanno giudizio e non -chiedono niente a nessuno. Pensate forse al poi? Quando i giuochi sono -fatti, a nessuno si rende più niente.» — - -Questa _Casina_ era una delle ultime e delle migliori commedie -di Plauto; però piaceva ancora, un secolo e mezzo dopo la morte -dell'autore. S'intitolava dal nome di una bella schiava, a cui volevano -dare marito in due, il padre ed il figlio, per una ragione che i -discreti non vorranno domandarmi di certo. L'intento della commedia, -secondo che notano i savii, era morale abbastanza, vedendosi in -essa un vecchio innamorato che finisce col portare le pene della sua -ridicola zerbineria; ma nella favola poi, ci si riscontrava una libertà -veramente plautina e il buon costume ne usciva assai mal trattato. - -E ci andavano, direte, lo vergini Vestali? Mah, che ci posso far io? Ci -andavano anche le più savie e costumate matrone, gli edili, i consoli e -tutti i personaggi più gravi di Roma. E ridevano vi so dir io, con la -scorta degli autori, e ci si spassavano un mondo. Era quello il tempo -in cui si poteva dire e sentire ogni sorta di capestrerie, a patto che -si giurasse di non farne mai. Ovidio diceva: «io vivo onestamente; solo -la mia Musa è un po' scollacciata». E Marziale seguitava: «il mio libro -è lascivo, ma la mia vita è proba». Ambedue imitavano Catullo, l'antico -amante di Clodia, che aveva scritto di se: - - _Nam castum esse decet pium poetam_ - _Ipsum; versiculos nihil necesse est._ - -Quella cara società antica somigliava in cotesto alla medievale e -a quella del risorgimento; quando le signore leggevano le novelle -del Certaldese e del vescovo Bandello, e quando papi e cardinali -assistevano alla rappresentazione della _Calandra_, amenissima -commedia del loro collega Dovizi, detto il Bibiena. E in Francia e -in Inghilterra non era lo stesso? Conchiudiamo; più di noi, i nostri -antichi amavano farsi un po' di buon sangue e non badavano alla qualità -dei sali con cui si otteneva l'intento. Così avveniva che le commedie -di Plauto, in cui, a detta d'Orazio, i sali erano così grossolani, -piacessero a tutti i Quiriti, e ci prendesse gusto il severo Catone, -come più tardi aveva a prenderci gusto san Gerolamo, che si era -portato l'autore prediletto nel deserto e se lo andava centellando -saporitamente, a riposo delle notti vegliate nelle lagrime della -penitenza. - -Tra un atto e l'altro della commedia, ripigliava il cicaleccio dei -nostri giovinotti eleganti. In mezzo a loro era capitato Quinto -Servilio Cepione, che li conosceva tutti intimamente, come potete -argomentare, e che con la sua presenza ne fece scantonare parecchi. - -— Ohè, Cepione, — gli disse Postumio Floro, battendogli con molta -confidenza sul ventre, — come va? siamo sconfitti? - -— Sconfitti! Che vuoi tu dire? - -— Debellati, per Bacco! Laggiù, alla terza fila del quarto cuneo, il -vincitore trionfa. - -— Eh, eh! — rispose Cepione, ridendo di mala voglia. — Vuol durar poco, -il trionfo. - -— Che importa la durata, se il tuo competitore ascende la via Sacra? - -— Questa, poi, è troppo forte; — esclamò Giunio Ventidio. — La via -Sacra! Lo dirai forse pel tratto delle Botteghe Vecchie! — - -Una risata generale accolse l'arguzia di Giunio Ventidio. I lettori -rammenteranno che le Botteghe Vecchie, ritrovo degli usurai, erano -appunto nel Foro, accanto alla via che metteva al Campidoglio. - -Ma, se risero i giovani sconclusionati, non rise mica Servilio Cepione. -L'argentario fece anzi il muso più lungo del solito. - -— Eh, eh! ne parlate allegramente, delle Botteghe Vecchie, padroni -miei, — rispose egli, con amarezza, — ora che avete pagato, non so -come, i vostri debiti a questo odiato Servilio! - -— O che? — disse Postumio, dissimulando con un ghigno d'aver ricevuto -il colpo in pieno. — Ti piacerebbe di non essere stato pagato? Forse -per farci fare il viaggio dei tre mercati? Attàccati ai panni di Tizio -Caio Sempronio, se l'hai proprio con lui. - -— Con lui? Io? E perchè avrei dovuto averla più con lui che con te? -Caio Sempronio è un bravo giovinotto. Spende del suo, e, se lo getta -via come un pazzo, è padrone di farlo. Noi uomini savi contentiamoci di -raccogliere. - -— Ah, lo confessi? — gridò Postumio Floro. - -— Sicuramente; che male c'è? Dovrei vergognarmi di imitare Porcio -Catone, il rigido censore, che imprestava danaro alla gente, per -cavarne un frutto maggiore del reddito dei suoi campi Tuscolani? -Giovinotti, giovinotti, quando intenderete il prezzo della pecunia.... - -— Non sarà più tempo; — interruppe Giunio Ventidio. — È questo che -volevi dire? Ti s'è risparmiata la fatica. Del resto, vedi, amico -Cepione, quando voi, uomini savi, vorrete usare della ricchezza, non -sarà più tempo neanche per voi, e un bel giovinotto vi farà mettere -alla porta senza tanti riguardi. - -— Quanto alla porta, lasciamola lì! — borbottò l'usuraio. - -— È pure toccata ad uno che conosco io; — aggiunse Postumio Floro. — E -se egli non fosse stato messo alla porta, poniamo per via di metafora, -Clodia Metella non sarebbe oggi in teatro, al fianco di Caio Sempronio. - -— Se parli per me, t'inganni a partito, — rispose Cepione, sbuffando. -— Clodia Metella è là, col vostro amico, perchè.... perchè non me ne -importa un fico. - -— Hai torto; è così bella! — disse Postumio. - -— Dieci volte più bella del solito; — aggiunse un altro. — Quella stola -frangiata d'oro.... - -— Listata! - -— Anzi meglio, vergata d'oro, le sta a meraviglia. - -— E non è certamente un dono di Servilio Cepione; — notò quella -linguaccia di Ventidio. - -— E perchè non lo sarebbe? — domandò l'usuraio inviperito. — Potrei, -meglio di voi, far questo ed altro, potrei coprirla d'oro.... - -— Del nostro! - -— Del vostro, o di mezza Roma, potrei farla risplendere più di Cibele, -o di Venere vincitrice, se la cosa mi piacesse. Ma non mi piace, ecco -tutto. — - -Il nostro banchiere incominciava a pentirsi d'essere andato a ficcarsi -in quel vespaio. Postumio e Ventidio gli davano più noia degli altri; -erano i più accaniti contro di lui. Se non avessero pagato in quegli -stessi giorni i loro debiti, con che gusto si sarebbe vendicato! Ma -tutti i giorni vengono, chi sappia aspettarli, pensò il nostro Cepione, -ed una ne paga cento. - -Que' zerbinotti, poi, non sapevano spiccarsi da Clodia Metella; non -sapevano spiccarsene con gli occhi, nè coi discorsi. Clodia Metella, -argomento di tutte le invidie, lo diventava altresì di tutti i -desiderii. - -È questa l'arcana virtù (mi perdoni la virtù, se adopero in questa -guisa il suo nome) di certe donne perdute. Le illustri scostumatezze -tirano a sè tutti gli animi deboli. Si sa di andare a rovina; tanto -meglio. Così va la farfalla al lume, pazzamente, sentendo bruciarsi -il sommo dell'ali. Quella donna, poi, non era neanche una greca, una -etèra, una di quelle arpie calate in Roma per mandare in rovina i -severi Quiriti; era una matrona, una patrizia romana, e, volere o no, -figlia e moglie di uomini consolari. - -Vedete, ad esempio; poco lunge da Clodia Metella, sull'orlo del quinto -cuneo, sedeva un'altra donna, bella come lei e di parecchi anni più -giovane. Anch'essa era piaciuta a molti. Ma non era che una greca; -tra pochi dì sarebbe stata la moglie di un povero poeta; l'etèra -appariscente vestiva con semplicità, come si conveniva alla vigilia -del nuovo e modesto suo stato; perciò scompariva, si confondeva nella -moltitudine delle Lucrezie di Roma. - -E lo sentiva anche lei, non dubitate; e a risico di rimpicciolire ai -vostri occhi l'immagine di Cinzio Numeriano, vi dirò che quell'onesta -ma umile condizione a cui la chiamava il poeta, non le pareva un -gran che. Ancora un mese o due, e le sarebbe parso un errore. Essere -in vista, corteggiata, desiderata, e magari come una saltatrice, -un'_ambubaia_ di Siria, quello era il buono. E invece, guardate che -disdetta, la povera Delia si sacrificava a Cinzio Numeriano, un giovine -di belle speranze, ma di poche sostanze; e queste, poi, frutto d'una -liberalità di Tizio Caio Sempronio. Quello era un uomo! - -— Eccolo là, — pensava la bionda Delia, guardandolo lungamente, -attraverso le ciglia semichiuse, e facendo le viste di badare a -tutt'altro; — eccolo là, giovane, ricco e felice. È bello di una lieta -ed altera bellezza, non mesta, non umile, non timorosa, come quella di -Cinzio. L'uomo ha da essere ardito. Vedetelo, con quella fronte alta e -quel suo sguardo sfavillante. Pare che sfidi tutta Roma ad essere più -felice di lui. E quella Clodia, come si tiene! È poi bella come dicono? -Certo, quest'oggi non è male. Ma qual donna mediocre non apparirebbe -bellissima, con quelle perle intrecciate nei capegli, scambio di una -semplice vitta, e con quella stola di nera porpora, intessuta d'oro, -che dà tanto spicco alle carni? È lei la regina del teatro, non c'è -che dire, e i giuochi Megalesi sono banditi per lei. Noi altre, povere -donnicciuole, ci sfiguriamo tutte, non siamo più nulla al confronto; -nemmeno la nobile Giunia Sillana, che è senza dubbio la più bella di -tutte le patrizie romane. — - -Giunia Sillana si sarebbe grandemente meravigliata, se avesse udita -la chiusa del soliloquio di Delia. Figuratevi! Una donna che loda la -bellezza di un'altra! Tuttavia, se ella avesse avuto lì per lì uno -specchio e ci si fosse veduta per entro, non sarebbe stata molto a -capire il perchè d'una lode così spontanea. Quel giorno, la povera -Giunia Sillana era verde come un ramarro. - -Lettori, per dirvi tutte queste cose, io commetto una piccola -indiscrezione; sto origliando, direbbe un seicentista, alla toppa d'un -cuore. Il volto di Delia non lasciava trapelar nulla di questi brutti -pensieri; non si vedeva in lei che una bella donnina, sebbene un po' -più fredda e severa del solito. Per altro, bisogna ricordare che una -bella donnina, quando è scontrosa, imbruttisce parecchio, o, se vi -torna meglio, apparisce meno bella di prima. E questo accadeva a Delia, -quantunque Numeriano, innamorato com'era, non potesse avvedersene. - -Un consiglio alle donne. Non facciano mai il viso arcigno, salvo il -caso che vogliano parer simulacri di marmo e rimanere sul piedistallo. -C'è anche il suo gusto a far ciò, lo capisco; ma io parlo per quelle -che vogliono, se non piacere a più d'uno, almeno parer belle a tutti. -Ho spesso per le mani Ovidio, che mi racconta i mille artifizi delle -dame romane, e, come vedete, incomincio a rubargli il mestiere. Badino, -per altro, le mie belle lettrici, io non pretendo d'insegnare a nessuna -e non domanderò come lui che esse scrivano sulle loro tavolette: «egli -è stato il nostro professore» (_Inscribant tabulis: Naso magister -erat_), ben sapendo che il mio diavolo nasceva appena, quando il loro -andava già ritto alla panca. - -Torniamo a Delia. È una donna incontentabile, e farebbe una carità -fiorita a non accettare la mano di Cinzio e a ripigliar la sua parte di -donna libera. Pure, se noi ci facessimo a consigliarla in tal guisa, -metto pegno che ci manderebbe a quel paese. C'è sempre nel cuore di -certe leggiadre donnine un pochino di mal talento, e come un desiderio -di far dispetto. — Ah, vuole sposarmi, il poveraccio? Orbene, sì, lo -faccia a sua posta; vedrà che bel giuoco! — Qualche volta non lo dicono -nemmeno tra sè; ma ci hanno il genietto maligno, accoccolato dietro -una piegolina del cuore, che pensa lui le vendette; e le farà, non -dubitate, le farà senza tanti discorsi. - -A consolare le bizze di Delia era andato Postumio Floro, dopo il -quart'atto della commedia. Vi ho già detto che la _sperata_ di -Numeriano sedeva sull'estremità d'un cuneo; donde vi sarà facile -intendere, se avete ancora davanti agli occhi la pianta del teatro -romano, che Postumio Floro, ascendendo la scaletta rasente al cuneo -poteva avvicinarsi ai due fidanzati senza recare troppo disturbo alla -gente. - -— Avete visto? — diss'egli, ammiccando. - -— Che cosa? — domandò Numeriano. - -— I nuovi amori del nostro amico Caio Sempronio. - -— Sì, male collocati; — sentenziò la bizzosa donnina. - -— Eh, non mi pare. Clodia è così bella! - -— Lo credi? - -— Mah, lo dicono tutti; e quando tutti dicono.... - -— Non è più il caso di ripetere; — interruppe Delia, nascondendo in -un motto arguto la sua scontentezza. — Vuoi tu essere, o Postumio, il -pappagallo di Clodia Metella? - -— No, per gli Dei; al peggio dei peggi, mi sarei contentato d'essere il -suo passero. - -— Vent'anni fa? - -— Mettiamo dieci, via! Ella non è così vecchia. - -— Lo sembra. Ed io non so capire come mai, per quella Cibele -inorpellata, il tuo amico Caio Sempronio abbia potuto dimenticare la -giovine e fresca Glicera. - -— Ho capito io; — pensò il giovinotto. — Queste donne son tutte beccate -ad un modo. — - -Postumio vedeva giusto. Dalla fidanzata di Cinzio Numeriano a quella -superba di Giunia Sillana, tutte le spettatrici l'avevano a morte con -Clodia Metella; non potevano patire quello sfoggio d'ori e di perle; -sopra tutto non sapevano rassegnarsi alla nuova conquista che ella avea -fatta, del più leggiadro e del più magnifico tra i cavalieri di Roma. - -La conseguenza di tante bizze fu questa, che molte matrone, le quali -da un pezzo salutavano mal volentieri Clodia Metella, o fingevano di -non vederla quando la incontravano per via, si affrettarono a star -su, appena finito lo spettacolo, e quali studiarono il passo, quali lo -ritardarono, per modo da esser vicine a lei nell'uscita. - -— Salve, divina! — incominciò una di loro, Marzia Amerina. - -— Mia bellissima, tu sei proprio un amore; — aggiunse Valeria Lutazia. - -— Dove hai presa quella stoffa? È oro filato; — esclamò Anna Domizia, -precorrendo san Tommaso, quello che voleva vedere e toccare. - -— In verità, — disse Giunia Sillana, le cui parole erano armi a due -tagli, — essa ti rende più bella. — - -Tizio Caio Sempronio, come potete figurarvi, camminava impettito a -guisa di trionfatore. - -— Mia dolcissima, — ripigliò Valeria Lutazia, — dove fai conto di -passare l'estate, quest'anno? - -— A Baia; — disse Clodia Metella. - -— Hai ancora la tua villa sul lago Lucrino? — domandò malignamente -Giunia Sillana, alludendo ad una lunga stazione fatta laggiù da Clodia -Metella con Celio Rufo. - -— No, ne compero un'altra; — rispose Clodia, senza scomporsi; — e ci -andrò per le calende di maggio. - -— Come? ci abbandoni pei giuochi Florali? — disse Valeria. - -— E per la festa della dea Bona? — aggiunse Giunia Sillana. — Sarà una -grave mancanza. — - -La dea Bona, se nol sapete, era la dea matronale per eccellenza, e si -citava questo bel fatto di lei, che, fino a tanto era vissuta tra i -mortali, nessun uomo, tranne il marito suo, l'avesse veduta, o avesse -pure inteso profferire il suo nome. - -Clodia Metella fece le viste di non avere udito. Era l'unico spediente -per non avere a raccogliere il frizzo di Giunia Sillana. - -Sotto i portici del teatro, mentre Caio Sempronio si era fatto avanti -per chiamare la lettiga, le si accostò Servilio Cepione, caldo ancora -di tutte le acerbe punture inflitte alla sua vanità dai giovani patrizi -romani. - -— Clodia Metella, — le bisbigliò all'orecchio, — io cenerò con te, -questa sera. — - -E dava intanto una sbirciata compassionevole ai suoi derisori, che -stavano là, secondo l'uso, adocchiando le dame. - -— Non mi seccare; — rispose Clodia, alzando le spalle. - -Se aveste veduto il muso di Servilio Cepione, in quel punto! I suoi -amici e debitori, che non lo perdevano d'occhio, ne ridono ancora oggi, -nel regno delle ombre. - - - - -CAPITOLO XIV. - -Le nozze di Numeriano. - - -La mattina del sesto giorno sopra gli Idi d'aprile.... - -Ma qui, prima di andar oltre, bisognerà spiegarci un tratto. Il -calendario romano è così disforme dal nostro, con le sue calende, le -sue none, i suoi idi, e l'uso di contare i giorni alla rovescia! Gli -Idi d'aprile cadevano al 13; dunque, tornando indietro sei giorni, -abbiamo il _sexto Idus_, corrispondente agli 8 d'aprile. - -È un bel giorno per Cinzio Numeriano, e un giorno di grandi faccende -per Tizio Caio Sempronio, che ha dovuto perfino rinunziare alla sua -visita mattutina in casa di Clodia Metella. Per altro, come vedrete, ha -pensato a lei, e fa conto di vederla dopo il tramonto del sole. - -Quella mattina, adunque, Tizio Caio Sempronio si alzò da letto più -presto del solito, e, preso il bagno consueto, stette allo specchio -un'ora di più che non facesse negli altri giorni; indi, tutto azzimato, -spirante ambrosia alla guisa d'un Nume, si dispose ad uscire di casa. - -Il vecchio Lisimaco lo attendeva nell'atrio. - -— Mio signore! — disse l'arcario, inchinandosi. - -— Orbene, Lisimaco, che c'è? - -— Chiederei di trattenerti per breve ora, se non ti spiace. Ho certi -conti da farti vedere.... - -— A proposito, — interruppe Caio Sempronio, — hai mandati i fiori a -Clodia Metella? - -— Sì, mio signore. - -— Col silfio cirenaico? - -— Col silfio cirenaico; — rispose Lisimaco, traendo un sospiro. - -E aggiunse tra sè, commentando quel sospiro malinconico: - -— Mille denari, per una pianticella che non è la metà del mio -braccio! — - -Il silfio era una pianta preziosissima e celebre tra gli antichi per -le miracolose proprietà che le erano attribuite. Risanava ogni male, -purificava l'aria e l'acqua, e, come se ciò non bastasse, addormentava -le pecore e faceva starnutare le capre. Tolgo questi particolari -da Teofrasto e da Plinio, che ci indicano il silfio come una pianta -fornita d'una radice carnosa, d'un gambo simile a quello del finocchio, -e d'una foglia a un dipresso come quella del selino. A Cirene lo si -aveva per sacro, essendo apparso di botto, come diceva la leggenda, -dopo una pioggia di bitume, sette anni dopo la fondazione della -città, nell'anno 420 di Roma. I compagni d'Alessandro il Macedone -trovarono questa pianta copiosamente sparsa sulle montagne di Candahar. -Aristofane fa dire ad un sicofante che egli non muterebbe vita, neppur -se gli regalassero del silfio, consacrato a Batto, il fondatore di -Cirene. Giulio Cesare vendette per mille cinquecento marchi d'argento -la provvista di silfio che si custodiva nel pubblico erario di Roma. -Nerone un giorno ne ricevette una pianta in dono, e a palazzo se ne -fecero molti discorsi, come di un presente straordinario. Infine, il -silfio è rappresentato sul rovescio delle monete di Cirene, che non è -celebre solamente per questo, ma anche per aver dati i natali al poeta -Callimaco e al filosofo Carneade, quello che va debitore della sua -fama, in uguale misura, ai grandi elogi di Cicerone e alla poco salda -memoria di Don Abbondio. - -— Bene! — esclamò Caio Sempronio. — Dunque, sta sano, mio vecchio -Lisimaco. - -— Ma... vorrei dirti... - -— Sì, sì, capisco che vorrai dirmi qualche cosa; ma non ho tempo, sai? -Oggi si tratta di lavorare per la felicità degli altri, e non è tempo -da pensare alla propria. — - -Ciò detto, diè una voltata sulle calcagna e si avviò verso il pròtiro, -lasciando il suo vecchio arcario a crollar mestamente il capo, com'era -suo costume da parecchi giorni. - -Lisimaco non aveva anche finito di ciondolare, che il cavaliere tornò -indietro. - -— Vedi che bestia! Dimenticavo l'essenziale. Sono andati i servi agli -Orti Ventidiani? - -— Sì, mio signore. - -— Col monile di perle? - -— Col monile di perle; — ripetè l'arcario. - -E aggiunse mormorando: - -— Trentamila sesterzi! E non è ancora contento! - -— Che cosa borbotti? — domandò il cavaliere, sorridendo. - -— Che l'hai pagato trentamila sesterzi, e ti pare d'aver fatto un dono -di poco. - -— Ma sì, pur troppo! — esclamò Tizio Caio. — Le son perline da nulla, -e mi duole non averne trovato di più vistose. Non sai tu, vecchio -Lisimaco, che ce ne sono di grosse come le noci e più ancora? Si -racconta che in Egitto, nella reggia dei Tolomei, ce ne siano due molto -più grosse degli occhi che mi stai ora facendo. - -— Sono in Egitto; che fortuna! — gridò l'arcario, che proprio non se la -poteva rattenere fra i denti. - -— Chiamala una disgrazia; — rispose il cavaliere. — Noi, per averle, -dovremmo far guerra all'Egitto. E chi sa, che un giorno o l'altro non -me ne salti il ticchio? - -— La guerra è una bella cosa; — notò il vecchio servitore; — essa -riempie i forzieri, non li vuota. - -— Ed io, vedi, ho risoluto; andrò nella milizia. — - -Lisimaco ebbe un barlume di speranza. - -— Quando, mio signore? — domandò egli sollecito. - -— Appena avrò speso l'ultimo quattrino; — rispose Caio Sempronio. - -La fronte del vecchio si rannuvolò di bel nuovo. Intanto il nostro -cavaliere si avviò da capo all'uscio di casa, e questa volta per non -tornare più indietro. - -Tizio Caio Sempronio andava a piedi, perchè i Romani di quel tempo -non si erano ancora tanto infemminiti da adoperar la lettiga. Ma -i suoi servi lo avevano preceduto agli orti Ventidiani, ed uno -di loro portava, tra gli altri arnesi, un paio di mullei, calzari -elegantissimi, dello stesso colore della tunica, affinchè il padrone -potesse comparire in casa di Cinzio Numeriano senza traccia di polvere. - -Quel giorno il nostro cavaliere faceva l'ufficio di auspice; un -quissimile di ciò che è presso i moderni francesi il _garçon de la -noce_. Era lui che qualche giorno prima aveva assistito al contratto -degli sponsali e che quella stessa mattina aveva osservati gli augurii; -senza ridere, vi prego di crederlo. Inoltre, da buon romano, aveva -posto mente a non stabilire le nozze in giorno nefasto, come sarebbero -state le Calende, le None e gli Idi, le feste Parentali, le Salie, ed -altre che per brevità si ommettono. - -Tre giorni si spendevano dai Romani nella celebrazione delle nozze. Nel -primo, lo sposo visitava la sposa in casa del padre di lei; nel secondo -la sposa andava a dormire in casa del suocero, per uscirne sull'alba -del terzo, che era propriamente il giorno nuziale, e quello in cui -si celebrava il matrimonio nei modi già detti altrove, della mutua -compera, e della confarreazione, e con tutte le cerimonie che or ora -vedremo, se non vi dà noia lo assisterci. - -Le prime cerimonie erano state compiute, e non al tutto secondo gli usi -romani. Rammentate che Delia era greca e che viveva in Roma da sola, -fuori d'ogni potestà di parenti. Perciò il nostro Numeriano non aveva -potuto andare dal padre di lei per fargli la domanda rituale: «volete -voi darmi la vostra figliuola in moglie?» Neanche era stato il caso di -fare per due giorni, tra le due case degli sposi, quei viavai che ho -accennato pur dianzi. Erano andati dal pontefice massimo, e là, alla -presenza del gran sacerdote, e di dieci testimoni, il Flamine Diale, o -sacerdote di Giove, aveva sacrificata una pecora e divisa tra gli sposi -la tradizionale focaccia di fior di farina. Quindi la bella etèra di -Corinto se ne era tornata alla sua casa, donde il giorno seguente gli -amici dello sposo dovevano andarla a levare per forza. - -Era anche questa una cerimonia inutile, perchè non si trattava più -d'una fanciulla, che si dovesse strappare dal seno della famiglia. Ma -questa era la forma più antica e più solenne di matrimonio, a ricordo -del modo in cui Romolo e i suoi celibi compagni si erano impadroniti -delle belle Sabine; e Delia, poichè aveva a maritarsi, voleva fare le -cose con ogni maggior pompa, a conforto della sua vanità femminile. -Ora, argomentate se l'innamorato Numeriano non volesse contentarla -anche in questo. - -Il giovane poeta era fuori di sè dalla gioia. Quando il suo auspice -giunse agli orti Ventidiani (li chiameremo ancora con questo nome, per -intenderci alla bella prima), Numeriano, tutto vestito di bianco e coi -capegli tagliati di fresco secondo il rito, stava disponendo ogni cosa -pel sacrificio augurale di quel giorno. Un popa, specie di sacerdote -beccaio, era già in attesa, coi suoi _cultrarii_, o sgozzatori -assistenti; la vittima grugniva ai piedi dell'altare, davanti all'uscio -di casa. - -Lettori, io non ci metto di mio nè sal nè pepe. Si sacrificava il dì -delle nozze una scrofa, simbolo di fecondità coniugale presso i Romani. -Virgilio stesso ha creduto necessario di citare nel suo poema la scrofa -meravigliosa, trovata da Enea sotto un leccio, presso la riva del -Tevere, con trenta porcellini intorno; _triginta capitum foetus enixa_. - -Compiuto il sacrificio nelle debite forme, di cui vi fo grazia, venne -il giro di una breve refezione d'amici. Era l'ultimo addio dato da -Cinzio Numeriano al suo celibato, e l'avverbio _feliciter_ suonò da -tutte le labbra, mentre si andavano vuotando le tazze. - -La giornata era bella e il pranzo s'era fatto fuori della casa, in -giardino, per non guastare i preparativi del triclinio, destinato alla -cena nuziale. Era un bel giardino, anzi un bosco senz'altro, quello che -Ventidio aveva venduto a Caio Sempronio e questi liberalmente donato -al suo giovane amico. Elci, roveri e pini vi erano cresciuti fitti -abbastanza per far riparo dai raggi del sole, ed altri arbusti più -umili, come il biancospino, la betulla e il corbezzolo, consolavano gli -occhi con le varie temperanze del verde ond'erano rivestiti. - -Quello era davvero il luogo per un poeta. Fauni, Naiadi, Driadi ed -Amadriadi, ci dovevano esser tutti, quei cari numi, di cui la religione -pagana aveva popolate le selve del Lazio. Quei sassi coperti di -muschio, quelle acque zampillanti, quegli ombrosi recessi, dovevano -aver voci arcane e piene di attrattive per un seguace d'Apollo. E il -nostro Numeriano prendeva moglie! Abitatrici del sacro monte, Pierie, -Castalie, e comunque vi piaccia esser nomate, dove eravate voi in quel -punto? - -Intanto che i nostri celibi finiscono di pranzare (e più non occorre di -dire che cosa fosse il pranzo dei Romani) andiamo poco lunge, caliamo -dall'Esquilino verso ponente e ascendiamo il Celio, dov'è la regione -più popolosa della eterna città. Lassù, presso il tempio di Tullo -Ostilio, in una casetta modesta di fuori, ma arredata internamente con -greca eleganza, troveremo la sposa, in mezzo ad un cerchio di amiche, -intente ad ornarla per l'ultima cerimonia, e ad invidiarla per la sorte -che le tocca, di doventare una matrona romana. - -Delia era semplicemente vestita, come l'uso portava. Non ori, non -perle, non porpora, ma solamente la stola di lana bianca, tessuta in -casa, per seguitare l'esempio di Caia Cecilia. E qui bisognerà fare -un po' di parentesi per raccontare chi fosse costei. Caia Cecilia, o, -per dire il suo nome arcaico, Tanaquilla, era la moglie di Tarquinio -Prisco, famosa per cento domestiche virtù, tra cui prima di filare e -tessere la lana. _Lanam fecit_, diventò, dopo questa donna esemplare, -il più bel vanto d'una matrona romana; portare il dì delle nozze una -stola come la sua, fu obbligo a tutte le sue pronipoti. Come se ciò non -bastasse, fu costume universale di assumere per quel giorno il nome di -lei. Tutte le spose, nella cerimonia nuziale, si ornavano del nome di -Caia. - -La stola nuziale di Delia era stretta al fianco da una zona, o cingolo, -di lana di pecora. Anche qui c'era la sua ragione, trovata dai teologi -del tempo. Festo Pompeio vi dirà che, nella medesima guisa in cui -la lana della pecora, ravvolta in gomitolo, appare tra sè congiunta, -così il marito è congiunto e legato alla moglie. Troppa sottigliezza, -signor Festo Pompeio! Il vero si è che la sposa, per somigliare a Caia -Cecilia, doveva essere tutta vestita di roba fatta in casa; epperciò -la zona non poteva non essere di lana, come lo era la stola. Il cappio -di questa zona dicevasi il nodo d'Ercole (_Herculaneus nodus_) e lo -scioglieva alla sera il marito, a titolo di buon augurio, per essere -felice di molta prole, come lo era stato Ercole, famoso per molte -fatiche e più ancora per avere avuto una settantina di figli, che Dio -ne scampi ogni fedel cristiano. - -Delia era vestita oramai di tutto punto, e i capegli biondi aveva -attorcigliati e raffermati alla nuca con una piccola asta di ferro. -Era l'asta di Giunone Curite, così detta dal vocabolo sabino _curis_, -che significava per l'appunto quell'arma. I teologi di cui sopra hanno -lasciato scritto che quell'asta nei capegli augurava una prole maschia, -forte e bellicosa. Gli amici della storia pura vedono in questa -cerimonia un altro accenno alle prime nozze romane, che furono fatte -con l'armi alla mano. - -Mancava ancora la ghirlanda di fiori e di verbene, e mancava il -flammeo, velo finissimo che col suo colore ranciato doveva nascondere -il rossore, il «color di fiamma viva» come è stato detto così -bene da Dante Alighieri, che disse bene ogni cosa. Ma, per venire -a quest'ultima parte dell'acconciamento nuziale, occorreva che -giungessero all'uscio di strada i rapitori. - -E giunsero finalmente, guidati da Tizio Caio Sempronio, che, nella -sua qualità d'auspice, d'amico e di protettore, doveva avere gli onori -della giornata. Delia aspettava lui per l'appunto, e, vedendo lui, non -badò a Postumio Floro, ad Elio Vibenna, nè a Giunio Ventidio, che lo -accompagnavano in quella facile impresa. - -— È dunque vero che tu vuoi rapirmi la figlia? — disse l'amica più -vecchia di Delia, che faceva presso di lei l'ufficio di pronuba. - -— Sì, madre, è necessario; ed avverrà con tua buona pace, — rispose -Tizio Caio, sorridendo amabilmente, — se pure non vuoi che scorra il -sangue fino alle falde del Celio. - -— Se lo volessi pur io, non lo vorrebbe Giunone; — mormorò la pronuba, -trattenendo le risa, — E dove la condurrai tu? - -— A Publio Cinzio Numeriano, che l'ha ottenuta ieri col farro e col -sale, che l'ama e che la farà padrona di casa sua. Come fu portata la -più bella tra le Sabine a Talassio, così noi porteremo la più bella tra -le Corinzie a Numeriano. - -— Talassio! Talassio! — gridarono festosamente alcuni adolescenti -vestiti di bianco e inghirlandati di fiori. - -Chi era questo Talassio? Rimontiamo al ratto delle donne Sabine e -lo vedremo. Il fatto avvenne, come sapete, in occasione dei giuochi -solenni ordinati da Romolo, in onore del Dio Nettuno equestre. Giunta -l'ora della festa, e mentre i padri Sabini erano intenti ai giuochi, i -giovani romani, al segno dato, corsero a rapire le fanciulle dei loro -vicini. La maggior parte furono possedute da coloro che le rapirono; -alcune delle più belle, come destinate a taluno dei principali patrizi, -erano condotte loro a casa da certi della plebe, che di ciò (narra -Tito Livio) avevano avuto commissione. Tra le quali essendo stata -presa una di eccellente bellezza dalla compagnia di un certo Talassio, -e domandando molti che la incontravano a chi mai fosse condotta, i -portatori, perchè non le venisse fatta violenza, rispondevano ch'era di -Talassio e che essi la portavano appunto a Talassio. Onde fu poi questa -voce nelle nozze gridata e celebrata. - -Talassio, dunque, Talassio! E mentre tutti così gridavano in coro, -uno dei _matrimi_, che così, ed anche _patrimi_, erano chiamati gli -adolescenti del cortèo, andato ad un'ara che ardeva nell'atrio davanti -ad un simulacro di Giunone Cingia, la dea degli sponsali, v'accese -la face di biancospino. Anche questa era una cerimonia d'importanza. -Il biancospino era stimato di gran virtù per discacciare le malìe. -Inoltre, quella face, prima che il cortèo entrasse nella casa del -marito, era contesa e rapita dagli amici di lui, affinchè non avesse -da estinguersi in casa, o non si conservasse, per abbruciarla poi -nei funerali d'uno dei coniugi. Ambedue questi casi, come ben vede il -lettore, potevano riuscire di pessimo augurio. - -Postasi in fronte la corona e velata la testa col flammeo, la -bellissima etèra uscì dalla sua casa sul Celio. La seguivano le amiche -più fidate e gli amici di Numeriano. Andavano innanzi i giovinetti, uno -dei quali, come ho già detto, con la face di biancospino, un altro con -la conocchia, col pennecchio di lana e col fuso, a simbolo di ciò che -la donna romana doveva fare in casa del marito; un altro ancora col -cùmero, o vaso nuziale, in cui si recavano tutti gli utensili della -sposa. Tutto intorno e dietro al cortèo, gran numero di curiosi, la -più parte ragazzi della plebe, che aspettavano una gettata di noci -dalla liberalità del marito, quando fossero giunti alla casa di lui. -_Talassio!_ gridavano tutti. _Talassio!_ ripetevano i viandanti, -che s'imbattevano nel cortèo e si tiravano da un lato per lasciarlo -passare. E non mancavano le lodi alla bellezza singolare della sposa, -che veramente le meritava, nè gli augurii di felicità, tutta roba che -costa poco, val poco, e lascia il tempo che trova. - -Così, sceso dal Celio e traversata la via Nevia, il cortèo nuziale salì -all'Esquilino, per andare agli orti Ventidiani. La casa di Numeriano, -davanti a cui già s'era adunata gran gente, aveva l'uscio spalancato -e le mura tutte ornate a festoni di rose, di lauro e di mirto, -intrecciati fra loro. Altri festoni di fiori adombravano il tabernacolo -del vicino crocicchio, dov'erano esposte alla venerazione dei viandanti -le immagini dei Lari compitali. - -L'usanza delle nicchie e degli altarini sugli angoli delle vie, come -vedete, è antica. Scambio delle anime purganti, di Sant'Antonio, o di -San Rocco, c'erano i Lari compitali, custodi del passeggiero, oppure -i due serpenti affrontati, con un'ara nel mezzo, che rappresentavano -il _genius loci_, e, mercè la riverenza dovuta alla divinità tutelare, -distoglievano i viandanti dal meritarsi una multa, per contravvenzione -ai regolamenti municipali. - -Gli stipiti della porta erano tutti coperti con fasce di lana rossa, -e drappelloni della medesima stoffa pendevano dall'architrave, non -dissimilmente dai parati con cui si rivestono nelle grandi solennità -gli archi e i pilastri delle chiese. Quanto alla soglia, essa luccicava -di un unto che le avea dato poco dianzi lo sposo, strofinandovi sopra -un cencio impiastricciato di grasso di lupo. Plinio mi dice a questo -proposito che il grasso di lupo era indicatissimo contro le malìe, come -la face di biancospino. E qui vorrei chiedere al mio amico Degubernatis -se l'usanza sia d'origine ariana o semitica. Io tra i popoli del -Sennaar ho trovato molte di queste ubbie; ma certo il mal occhio e -simili altre diavolerie sono di tutti i popoli, come il timore, di cui -parla Lucrezio, che lo ha celebrato artefice e padre di tutti gli Dei. - -Del resto, lettori umanissimi, tornando all'unto di cui sopra, non -temete pei leggiadri calzari e per la stola di Delia. Essa non toccherà -in nessun modo il limitare dell'uscio. Ha in quella vece toccata col -sommo delle dita la brocca dell'acqua e l'orlo del focolare, collocati -davanti all'ingresso. Il fuoco e l'acqua erano due elementi, presso -gli antichi, e, secondo la grammatica, maschile il primo, femminile -il secondo. Nella loro congiunzione era adunque simboleggiato il -matrimonio. Infatti, soggiungeranno gli arguti, l'acqua spegne il -fuoco, e il matrimonio è spesso un grande spegnitoio. Ma queste sono -malignità dei moderni. Noi diremo in vece cogli antichi che l'acqua -era la purità, il fuoco la incorruttibilità, e che ambedue convenivano -egregiamente a significare la fede. - -La brocca dell'acqua, toccata appena, fu portata dentro dai servi, -perchè con quell'acqua così consacrata si dovevano lavare i piedi agli -sposi. Così i due coniugi erano uniti per sempre, salvo il caso del -divorzio, con le mani e co' piedi. - -Compiuta quella prima cerimonia della toccatina ai due sacri elementi, -Delia si fermò davanti all'uscio. Numeriano era apparso di là dalla -soglia, pallido per la commozione, ma con gli occhi scintillanti di -desiderio. - -— Chi sei? — domandò egli, per obbedire alle uggiose lungherie del rito. - -L'auspice si avvicinò in quel punto alla sposa e le bisbigliò la -risposta all'orecchio. - -— Dove tu sei Caio, io sarò Caia; — rispose Delia, ripetendo le parole -dell'auspice. - -Le quali parole volevano dire: ove tu sei signore e padre di famiglia, -io sarò signora e madre di famiglia con te. - -— Ben vieni; — ripigliò Numeriano. — Sii Caia dunque, secondo il rito -dei nostri maggiori, Caia secondo i voti del mio cuore. — - -L'invito era pieno d'ardore e di tenerezza. Ma la signora Caia -nicchiava. Ed anche questo era d'obbligo; dovendosi intendere che -la pudica fanciulla entrasse di mala voglia in una casa, dove, anche -padrona, aveva a perdere qualche cosa del suo. Ora, la bella etèra di -Corinto doveva far tutto romanamente quel giorno, anche a risico di -veder ridere i maligni. - -Tizio Caio Sempronio era lì pronto, per tutti i casi difficili. - -— La soglia della casa maritale è consacrata a Vesta, la castissima -Dea; — entrò egli a dire sollecito. — Calpestarla sarebbe un -sacrilegio. Sposa di Numeriano, consenti all'auspice di sormontare -l'ostacolo. — - -Così dicendo Caio Sempronio si chinò verso di lei e, stendendo -con pronto atto le palme, sollevò di peso la bella persona. Tremò -la fanciulla e mise il grido adatto alla circostanza; ma tosto -si ricompose, secondando la destra operazione del suo rapitore, e -aiutandosi coi piedini a far ricadere in caste pieghe i lembi della -stola. Così, com'ella faceva, io mi son sempre figurato il primo atto -di Proserpina, anche in mezzo alle angosce del suo istintivo terrore, -quando si sentì levata da terra, nelle braccia dell'innamorato Plutone. -E non è forse vero, mie vezzose lettrici, che voi in un caso simile vi -diportereste tutte del pari? Se mi diceste di no, sarei costretto à non -credervi. La donna porta in ogni cosa l'indole sua. Vedete la Niobe di -Scopa; anche in quel brutto momento della sua vita, la bella donna ha -l'aria di domandare a qualcheduno se le pieghe della sua veste e i suoi -atti siano artisticamente composti, davanti agli occhi dei critici. - -Non si tiene impunemente tra le braccia un peso così dolce, come quello -che teneva Caio Sempronio tra le sue. Il nostro eroe pensò che la cosa -non era stata male ideata e che l'usanza meritava di conservarsi. Ma -egli amava Numeriano, era tutto compreso della dignità dell'ufficio, e -respinse prontamente quel pensiero così poco dicevole alla circostanza. -Si affrettò, quindi, mirando a scavalcare anche lui lo sdrucciolo -limitare, e, giunto dall'altra parte, depose la trepidante colomba -davanti a Numeriano, che la baciò divotamente sugli orli del flammeo e -la condusse a sedere sul letto geniale, collocato nell'atrio. - -Si avanzarono allora i servi della casa, l'ostiario, l'atriense, il -cubiculario, il cuoco, il dispensatore e va dicendo, ognuno dei quali -s'inginocchiò davanti alla nuova padrona e pose nelle sue mani una -chiave, significando così che a lei toccava la custodia di tutte le -cose domestiche. Tra costoro era anche il cellario; ma egli, dopo -essersi inginocchiato, non consegnò altrimenti la sua chiave, che era -quella della cantina. - -Una chiave di quella fatta non si dava alla sposa. E ciò per seguire, -almeno nella cerimonia, gli antichi Romani, che vietavano l'uso del -vino alle donne, perchè il vino, dicevano essi, era incentivo a certe -marachelle. Così cantava la legge di Romolo: «_Si vinum biberit domi, -uti adulteram puniunto._» Si ricordava a questo proposito l'esempio di -Fauna che, per aver bevuto vino contro la legge, perdè la vita tra le -battiture datele dal marito. Per altro, ingentiliti i costumi, la donna -che beveva vino non si uccideva più; bensì era lecito al marito di -ripudiarla, tenendosi bravamente la dote. - -Ed anche questa rimase nella storia come una severità soverchia del -tempo di Catone, il quale stabilì che le donne, entrando in casa del -marito, fossero baciate da tutti gli astanti, acciò non potessero -nascondere il grave odore del vino, caso mai ne avessero bevuto. - -Il lettore discreto immaginerà che Publio Cinzio Numeriano facesse -in questo particolare una piccola eccezione alle patrie leggi, e non -amasse lasciar esercitare da altri un così piacevole sindacato. - - - - -CAPITOLO XV. - -Il ricevimento. - - -Compiute le cerimonie dell'entratura, la nuova sposa fu condotta con -gran pompa nelle sue camere, dove Cinzio Numeriano, con molta gravità, -si fece a slacciare il nodo d'Ercole, simbolico nodo della verginità -che la donna recava nella casa del marito. - -Ciò fatto, lo sposo fu licenziato; e la pronuba e le ancelle attesero a -spogliar Delia delle vesti nuziali, troppo dimesse, come avete veduto, -perchè ella avesse ad indossarle per tutto il rimanente della giornata. -Una stola di porpora azzurra, con fregi d'argento, prese il luogo della -stola di lana semplice, che continuava la modesta tradizione di Caia -Cecilia. La ghirlanda di fiori e verbene fu tolta e consacrata ad un -simulacro di Giunone Cingia, che sorgeva allato del talamo. Fu tolta -del pari la vitta di lana che tratteneva i biondi capegli della sposa, -e in sua vece vi fu intrecciato il vezzo di perle che aveva donato -l'auspice alla novella matrona. - -Un grido di ammirazione salutò la bellissima Delia al suo riapparire -nell'atrio. Numeriano si avanzò, la prese per mano e la condusse nel -tablino, dove, fattala sedere nella cattedra matronale, ad uno ad uno -le presentò tutti gli amici che aveva convitati pel banchetto geniale, -che doveva incominciare poco stante. - -Ho già descritta una cena, e non ne descriverò una seconda, quantunque -sia una cena nuziale. Soltanto noterò due particolarità: che a Caio -Sempronio fu dato a tavola il posto d'onore, _imus in medio_, per modo -che Delia, seduta alla sinistra di Numeriano, si trovasse tra l'auspice -e lo sposo; che poi, ad un certo punto della cena, fu recato agli sposi -il succo di papavero, mescolato con latte e miele. - -Era il papavero, appresso i Romani, un simbolo di fecondità. Epperciò -vediamo, in tutte le monete e marmi antichi, le donne Auguste, -incominciando da Livia, portar le spighe e i papaveri. - -La cena non fu lunga, e, contrariamente all'uso romano, ci si bevve -poco. La solennità della circostanza e la presenza della novella -matrona consigliavano un po' di misura. Inoltre, quella sera bisognava -levar le mense più presto del solito, perchè alla cena doveva tener -dietro un po' di ricevimento, un _quid medium_ tra l'accademia e la -festa da ballo. - -Anche qui, i moderni non hanno inventato niente, neanche le lettere -d'invito. I nostri padri facevano di più; incominciavano da una -illuminazione generale, sulla facciata della casa e nel pròtiro, con -lucerne inghirlandate di fiori. Gl'invitati deponevano la toga, la -rica, il pallio e simili, nelle mani dell'ostiario, e ricevevano in -cambio la tessera di avorio, in cui era inciso il numero corrispondente -a quello che doveva distinguere i panni depositati nell'androne. Poi -si faceva innanzi il nomenclatore e vi domandava: «_quis tu?_» cioè a -dire: chi sei? chi debbo annunziare? Davate il nome ed egli lo ripeteva -ad alta voce nell'atrio, perchè lo sentissero i padroni di casa e -potessero farvisi incontro con le più degne accoglienze. - -Non vi dirò nulla dei sontuosi arredi; nulla dei torchietti accesi -sui lampadarii di cristallo, i cui prismi ne riflettevano e ne -moltiplicavano la luce; vi parlerò di tutti quei giovani patrizi -azzimati e profumati, che si erano arricciati i capegli col calamistro -e rase le gambe con la pietra pomice; di quelle vezzose matrone, che, -pur di passare una sera in festa, non si erano mostrate schizzinose -e non avevano badato a certe minuzie. Già, non era di quel tempo la -massima proverbiale: _de minimis non curat praetor_? E poteva credersi -che quelle mogli, sorelle, figliuole di pretori e di consoli fossero da -meno dei lori padri, fratelli e mariti? - -Ce n'erano di belle e di brutte, di fatticciate e di magre, come nella -famosa lista di Leporello, il faceto cameriere di Don Giovanni Tenorio. -E fin d'allora avevano l'uso di correggere con l'arte i difetti della -natura e di secondare con la scelta dei colori le lusinghe della -conscia bellezza. Non erano sole le giovani a inghirlandarsi il capo -di fiori, o di foglie d'edera, alla guisa delle Baccanti; anche le -dame mature cercavano in tal modo di levarsi di dosso una diecina di -primavere.... o di autunni. Abbondavano le matrone coperte di gemme, -che più tardi dovevano far dire ad Ovidio: «l'acconciatura c'inganna; -tutte si coprono di oro e di pietre preziose; la minor parte di ciò che -vedete è la donna; _pars minima est ipsa puella sui_.» Già fin d'allora -le brune amavano vestirsi di bianco e le bianche di nero. Le magre si -coprivano volontieri le spalle ed il petto con sottilissimi veli di -Coo. Senonchè, la magrezza non era neanche allora un difetto romano, e -la più parte potevano presentarsi degnamente scollacciate. «O voi che -avete la pelle bianca, diceva il poeta, mettete gli òmeri in mostra». -E le dame di Roma antica non avevano neppure bisogno di cosiffatte -raccomandazioni; vi prego di crederlo. - -Ho detto poc'anzi che i moderni non hanno inventato nulla, in materia -di eleganze donnesche. Aggiungo che non hanno neanche inventati -i guanti. Parecchie delle matrone invitate agli orti Ventidiani, -ne avevano d'intieri, chiamati _digitales_, o di mezzi, chiamati -_manicae_, e corrispondenti ai manichini del tempo nostro. Per -altro, la moda non le obbligava tutte a questo accessorio importuno; -le matrone che avevano una bella mano non facevano alle altre il -sacrifizio di portare un guanto _Joséphine_, che coprisse le loro dita -affusolate, rappicciolisse più del bisogno una palma morbida e bianca -di neve, e sottraesse all'ammirazione dei popoli un polso tornito -dalle Grazie. Avessero poi guanti, o non ne avessero, tutte portavano -in mano il fazzoletto, che all'uopo diventava un ventaglio, e riempiva -l'aria di soavi fragranze. Perchè il fazzoletto? direte. Ed eccomi a -contentare la vostra curiosità. Perchè dalla finezza della tela e dalla -delicatezza dei fregi, si vedesse chiaro che quel capo importantissimo -dell'ornamento femminile veniva proprio da Setabo, città della Spagna, -famosa allora per quei gentili tessuti. - -La bellissima Delia sosteneva assai nobilmente la nuova parte che -le era stata assegnata dal caso, ricevendo con molta disinvoltura il -bacio delle dame e la stretta di mano dei cavalieri, ed accogliendo -con modesti inchini le lodi che si facevano da ogni parte al buon gusto -della sua acconciatura, alla perfezione della divisa dei capegli, così -difficile ad ottenersi con una chioma abbondante come la sua, al vezzo -di perle che le adornava il capo, ai ciondoli a tre goccie che le -pendevano dagli orecchi, ma sopratutto alla sua bellezza, stragrande -bellezza, insuperabile, divina bellezza. - -Anche smaccate, le lodi piacevano fin d'allora alle belle. Ovidio, -che le conosceva _intus et in cute_, ha detto nella sua Arte d'amore: -«Lodate, lodate; è difficile non essere creduti. Ogni donna si reputa -adorabile; la più brutta si compiace di sè; la più casta gradisce un -complimento. Vedete il pavone; lodato, fa tosto la ruota. E dopo tutto, -badate di non dire ad una donna se non quello che capirete dovergli -piacere senz'altro.» - -L'essèdra era già piena stipata, quando fu annunziato Verannio Fabullo. -Quel nome fu accolto dall'adunanza coi segni del più manifesto favore. -Verannio, il prediletto delle Grazie! Verannio, il Musagete, Apollo -tornato in terra! Ci furono delle matrone che si sentirono venir meno, -per la dolcezza infinita, che quel nome gli aveva sparsa nel cuore. - -L'argomento di tutte quelle tenerezze comparve nella sala. Era un coso -piccolo e tozzo, inferraiolato, con una fascia di lana girata a più -doppi intorno al collo, e la testa coperta da una specie di berretto -frigio, i cui orecchioni gli pendevano sulle guance ed erano legati -da un soggolo sotto il mento. Nessuno si meravigliò di quell'assetto -freddoloso, che tanto contrastava con tutte le buone creanze. Verannio -Fabullo era un recitatore di professione, e passava in quel tempo pel -primo di Roma. L'artista temeva a ragione per la sua gola; un colpo -d'aria non poteva guastargli di botto quella bellezza di voce, che -la natura benigna gli aveva largita e l'arte educata con tante cure -gelose? - -Applaudito, accarezzato, Verannio Fabullo si profondeva in inchini a -dritta ed a manca. Le matrone facevano a gara per liberarlo da tutti -quegli impicci che portava addosso; ed egli frattanto, cavata una -scatolina dal seno della tunica, ingoiava pastiglie di mucillaggine. - -La conclusione di tutto questo maneggio si fu che Verannio Fabullo, -il prediletto delle Grazie, il vecchio fanciullo allattato dalle Muse, -recitò un carme epitalamico, facendo andare in visibilio l'udienza, con -le inflessioni della voce, con gli atti e contorcimenti della persona, -con le languide occhiate e con le abili pause, che domandavano i -battimani. - -I versi erano di Cinzio Numeriano, che si fece tutto di bragia, quando -l'artista applaudito lo prese per mano, degnandosi di averlo a parte -dei suoi trionfi declamatorii. - -Dopo la recitazione, entrarono i servi con grandi vassoi di -metallo in cui erano paste e rinfreschi. Le paste chiamate _liba_ e -_crustula_, erano focacce e biscotti, composti di farina, latte ed -uova, non differendo per nulla dai sapientissimi intrugli dei moderni -pasticcieri. I rinfreschi, _sorbta, sorbilla, gelata_, vi dicono col -nome loro che cosa fossero, cioè a dire acque acconcie, con neve o -ghiaccio per entro. - -L'invenzione dei refrigeranti era ancora di là da venire. Fu Nerone il -primo che diaciasse l'acqua e il vino, mettendo l'anfora in un secchio -ripieno di neve. Prima di lui, si metteva il ghiaccio, o la neve, a -dirittura, nelle bevande. Lettori, quando berrete dello _Champagne -frappé_, ringraziate Nerone, buon'anima sua. Queste delicatezze sono -state trovate da lui. - -Le acque acconce e le gramolate erano per le dame, già si capisce; gli -uomini preferivano il vino, che nelle feste soleva offrirsi indolcito -col miele. «Attico miele mescolate col vecchio Falerno (ha detto il -poeta); ecco un vino degno di essere mesciuto da Ganimede, nel convito -degli Dei.» - -Dopo la recitazione, i canti e i suoni. Chi aveva una bella voce -cantava qualche canzoncina, accompagnandosi sulla citara, istrumento -conforme alla moderna chitarra, o sul nablio, arpa di forma -quadrangolare, di cui si pizzicavano le corde con le dita, senza -bisogno del plettro. Anche qui abbiamo il maestro Ovidio, che ne -raccomanda lo studio a tutte le fanciulle desiderose di farsi ammirare. -Il nablio era uno strumento fenicio, e senza dubbio il medesimo del -_nevel_ ebraico, menzionato così spesso nei salmi. Dalla Fenicia era -passato ai Greci, e da questi ai Romani. Delia lo suonava egregiamente, -e potete credere che quella sera, dopo essersi fatta pregare un -tantino, non negasse un saggio dell'arte sua al plauso dei convitati. - -Ed ora, eccoci al ballo. Dove ci son donne e musica, come non muover -le gambe? L'orchestra era all'ordine, coi suoi varii strumenti, sui -quali dominava il flauto. Si fecero avanti le danzatrici più brave, -quelle che potevano ballare da sole, farsi ammirare per la grazia delle -loro movenze, accompagnandosi col sistro egiziano, o con le nacchere -spagnuole (_crusmata gaditana_). Vennero quindi i passi a due, petto -a petto, e il braccio dell'uomo intorno alla vita della danzatrice. -_Velle latus digitis et pede tange pedem._ Non vi par di vederci la -posizione dei nostri balli di società? E badate, non mancavano neppure -le quadriglie, o contraddanze, che vogliam dire; il nome antico di -_coronae saltantes_ vi mostra le coppie dei ballerini disposte a -cerchio, in atto di menare la ridda. - -Intorno ai ballerini e nelle camere attigue, le vecchie, le brutte e -le svogliate, chiacchieravano insieme; e i discorsi loro erano, come -adesso, il _celeber ludus_, il _nobilis actor_, le _fori lites_, cioè -a dire lo spettacolo in voga, l'attore famoso, il processo celebre. -Più in là si rideva alle spese d'un medico, a cui si era rivolta la -consueta domanda: _quem trucidasti hodie?_ corrispondente alla moderna -frase: «dottore, quanti, stamane?» - -In un'altra camera c'erano le tavole da giuoco. Si giuocava al -_ludus latrunculorum_, giuoco d'ingegno, che si faceva su d'una -scacchiera, con pezzi di legno, d'avorio, o di vetro, distinti in due -squadre, diversamente colorate, e mossi in tal guisa, che un pezzo -dell'avversario rimanesse preso tra due dell'altro giuocatore, o -cacciato in un posto donde non si potesse più muovere. C'era anche il -_ludus duodecim scriptorum_, o delle dodici linee, somigliantissimo -alla nostra tavola reale, come l'altro lo era al giuoco delle dame. I -più arrisicati giuocavano ai dadi, ma con tre dadi, non già con due, -come ora si costuma. Gettar tre numeri differenti fuori del bossolo -dicevasi il punto di Venere e vinceva su tutti; gettar tre assi era il -punto del cane e perdeva da tutti. - -Il tiro cane, il tiro da cani, non ci verrebbero per avventura di là? - - - - -CAPITOLO XVI. - -Quod erat in fatis. - - -Mentre noi ci perdiamo in chiacchiere, Tizio Caio Sempronio ha -abbandonata l'essèdra. - -Il nostro cavaliere prendeva poca parte alla festa. Clodia Metella gli -aveva fatto giurare che non avrebbe ballato, ed egli manteneva la data -parola. Aveva giuocato due o tre colpi ai dadi, ma s'era annoiato, -e, non sapendo che fare, e vedendo di fuori un bel lume di luna, era -andato a passeggiare in giardino. - -A che pensava? Miei giovani, ditelo voi. Quando la luna falcata -veleggia nel firmamento, temperandone coi miti chiarori l'azzurro, e -la brezza notturna, ricca di tutti i profumi della fiorente natura, va -susurrando tra le ombre misteriose del bosco, dove grugano le tortore -e gorgheggiano i rosignuoli, non si può pensare che ad una cosa. Luce -soavemente diffusa, canti, fragranze, mistero, tutto vi accarezza lo -spirito, v'inebria i sensi e vi consiglia ad amare. - -Il mio eroe s'era messo, dirò così, su d'una strada di dolce pendio, -che conduceva al precipizio. E lo sapeva; ma pensava altresì che, prima -di giungere allo scrimolo, avrebbe raccolte le sue forze per piegare -da un lato e non dare ai Romani lo spettacolo di una grande caduta. -Ricordate a questo proposito i suoi discorsi col vecchio Lisimaco. -Intanto, viveva a furia, coglieva avidamente i baci dell'amica -fortuna, come chi sa quanto ella sia capricciosa ed instabile. -Clodia, la più bella, se non la più reputata delle patrizie romane, -lo amava d'un amore intenso, smisurato, furibondo. E l'uomo è sempre -felice d'ispirare una passione selvaggia. S'intende, in mezzo a tutte -le raffinatezze della vita; chè altrimenti è molestia ineffabile. -L'antitesi governa il mondo; niente di bello senza un po' di contrasto. -Luce ed ombra, non erano forse le due cose che facevano bello in -quell'ora il bosco di Numeriano? - -Esser giovani e piacere alle belle; in una amarle tutte, sentendo -confusamente dentro di sè che si può essere amati da tutte, sol che si -voglia; e non volerlo tuttavia; non è egli forse il colmo delle umane -voluttà? E il pensiero di Caio si volgeva con intensità di desiderio -a Clodia Metella, Venere discesa in terra, con tutte le possenti -attrattive, le care debolezze e le adorabili cattiverie del suo -sesso, invidiata, odiata, calunniata, fors'anche colpevole, ma bella, -sovranamente bella. Che faceva in quel punto? Pensava a lui, com'egli -a lei? Come doveva esser dolce quell'ora, nei giardini di Clodia! Come -dovevano splendere, a quel lume di luna, e mormorare soavemente alla -riva, le bionde acque del Tevere sacro! - -— Andiamo; — pensò Caio tra sè; — qui non c'è più nulla che mi -trattenga, ed ella certamente mi aspetta. — - -Si era già volto indietro per ritornare sopra i suoi passi, allorquando -gli venne udito un fruscìo di vesti tra gli alberi. Poco stante, -sbucata da un viale lì presso, gli si parò davanti una forma bianca e -leggiera di donna. - -Caio Sempronio pensò alle Driadi, protettrici delle selve, e credette -di vederne una in quel punto. - -La gentile apparizione si avvicinò, e la sua veste, di bianca che -pareva da lunge, si mostrò azzurra agli occhi del giovane. Non era -una ninfa, era alcun che di più saldo e palpabile, e voi, lettori, al -colore della stola, già l'avete conosciuta. Era Delia. - -— Oh! la vezzosissima sposa! — gridò Caio, inchinandosi. — Come qui -sola? E Numeriano? - -— È andato al balcone sul pròtiro, per gittar noci alla ragazzaglia -dell'Esquilino. E poi, — soggiunse la bella, crollando la testa, come -una passera spensierata, — Cinzio ha tutte le cure del ricevimento -sulle braccia e non può farmi compagnia. Fa un caldo così soffocante, -là dentro! Ed io avevo bisogno d'aria. - -— Come io. - -— Bene, siam dunque pari. Torna indietro, bel cavaliere, e dammi il tuo -braccio. - -— Volentieri; — si affrettò egli a rispondere, non intendendo bene per -qual spedizione si mettesse alla vela. - -Che cosa dirle, frattanto? Una galanteria, certamente, perchè una bella -donnina, che si appiccica al vostro braccio, ha sempre diritto ad un -simile omaggio, anche quando il cuore non si sia infiammato. Ma quella -donna era in una condizione così diversa dalle altre, che Tizio Caio -Sempronio poteva rimanere perplesso, senza passare davanti ai vostri -occhi per un collegiale. O non poteva la sposa novella aver proprio -sentito il bisogno d'un po' d'aria e d'una passeggiata all'aperto? E -che c'era di strano, se, trovato in giardino il suo auspice, uomo in -cui naturalmente doveva riporre maggior fede, gli domandava il suo -braccio? Era proprio il caso di atteggiarsi a corteggiatore, foss'anche -per celia, e di farla pentire della sua confidenza? - -Tutti questi dubbi, come parvero gravi a lui, così spero che parranno -ragionevoli ai lettori, e gli meriteranno un pochino di compatimento, -se il nostro eroe lì per lì non sapeva che pesci pigliare. - -— E così, — diss'egli finalmente, per rompere, il ghiaccio, — sei -felice, ora? - -— Ora, sì; — rispose Delia, con una strana intonazione di voce; - -Caio Sempronio ci perdette la tramontana. - -— Perchè ora? — ripigliò, tirato su quello sdrucciolo come la biscia -all'incanto. - -— Ma.... non l'hai chiesto tu stesso? — ribattè la giovine Greca. — Mi -domandavi se ero felice ora; ed io t'ho risposto: ora, sì. - -— Sta bene, — osservò Caio Sempronio, impappinandosi sempre più, — -ma io intendevo un «ora» di più largo significato, come a dire tutto -questo primo periodo di felicità coniugale. - -— Ah, ah, con te ci voglion le glosse! — esclamò Delia, ridendo. — -Orbene, ti parlerò anch'io per grammatica. Nel maggiore può esser -compreso il minore; ne convieni? - -— Certamente. - -— Ed è così, che il mio significato, assai più ristretto, io lo fo -stare nel tuo. — - -Il cavaliere non credette opportuno di replicare più altro; ma -involontariamente strinse col suo il braccio di Delia. Era il meno che -egli potesse fare, non è egli vero? La galanteria non l'aveva detta -lui; se l'era in quella vece sentita dire. Il ringraziamento era dunque -necessario; e tanto meglio se era muto, perchè non occorrevano glosse -pericolose, se la galanteria di Delia esprimeva un sentimento profondo, -nè attenuazioni prudenti, se quella risposta di lei era semplicemente -uno scherzo. - -Andarono per buon tratto di strada silenziosi; egli duro, stecchito, -quasi a dissimulare nella saldezza delle membra la perplessità dello -spirito, lei tutta sfiaccolata, reggendosi al braccio di lui e con la -bionda testa appoggiata al suo òmero. - -La luna falcata veleggiava nei sereni del cielo, su cui si disegnavano -spiccati i bruni profili dei cipressi e dei pini. Le fragranze della -selva e gli effluvii sottili che si svolgono da una bella donna -mollemente sospesa al nostro braccio, i gorgheggi dei rosignuoli, le -ombre discrete che spaziavano sotto i diffusi rami degli elci e dei -roveri, tutto parlava un arcano linguaggio allo spirito del nostro -giovine eroe. - -In fondo al bosco, sotto ad un arco di lieta verzura, biancheggiava un -simulacro di marmo. Era una statua di Venere, che pareva uscisse allora -dal bagno. Infatti la dea sorgeva col piede a fior d'acqua, dal mezzo -di una vasca, donde uscivano intorno a lei cespi di odorose giunchiglie -e su cui si cullavano le foglie spante delle tarde ninfèe. - -— Madre, — le disse Delia, con accento sommesso, appoggiandosi sempre -più languidamente al fianco del suo compagno, — inspira un po' d'amore -per me nel cuore di Caio! - -— Che dici tu? — esclamò il cavaliere, dando un sobbalzo a quella -confessione inattesa. - -Zitto! — rispose Delia, stringendosi a lui e ponendogli la mano -sulla bocca. — Ho fatto un voto. Non turbare l'invocazione e lasciami -attendere la risposta della dea. — - -Lettori cortesi, che cosa avreste fatto voi altri, nei panni di Caio -Sempronio? Cioè, intendiamoci, non ve lo domando, o, per dire più -veramente, non aspetto la vostra risposta. Vi dico in quella vece, e -subito, che Caio Sempronio fece su per giù quello che avreste fatto voi -in una occasione consimile. Stette zitto come Delia voleva; arrossì -e si pentì di avere arrossito; da ultimo, poichè a lui toccava di -abbracciare un partito, abbracciò.... abbracciò quello che piaceva alla -dea. Ora, che poteva mai volere la dea, se non che egli si dimostrasse -un buon cavaliere e prendesse la cosa pel suo verso? - -Rise adunque e pensò che la sorte era una gran capricciosa. Povera -gita disegnata alla riva del Tevere! Intanto, al soffio della brezza -stormivano le fronde, sorridevano i Fauni e bisbigliavano le più -matte cose alle Amadriadi, eterne prigioniere nei tronchi ramosi degli -alberi. - -Tutto ad un tratto, si udì dal sentiero vicino un rumore di passi. -Delia prese la mano di Caio Sempronio e scivolò guardinga dietro una -macchia di mortelle. - -— Dove sarà andata a rimpiattarsi? — diceva una voce, che egli -riconobbe per quella di Postumio Floro. - -— Il bello si è, — soggiungeva un'altra voce, — che manca pure il -nostro bel cavaliere, l'auspice delle nozze. Che sia andato anche lui a -prender gli auspicii? - -Caio riconobbe la voce di Giunio Ventidio. - -— Giriamo da questa parte; bisbigliò il giovane a Delia; — ci vedranno -nel gran viale, al loro ritorno. - -— No, lasciamoli andare; mentre essi ci vanno cercando, noi giungeremo -a casa. — - -Così dicendo, Delia studiava il passo, seguendo il tragetto che doveva -avvicinarla alla meta. - -Le voci degli indiscreti cercatori si andavano perdendo dall'altra -parte del bosco. Non visti, nè uditi, Caio Sempronio e Delia pervennero -alla radura che separava il giardino dalla casa. - -— Resta; — diss'ella; — tu verrai dopo. — - -E veduto che in quello spazio aperto non c'era nessuno, uscì risoluta -dalla macchia. - -Sull'entrata del peristilio si trovò faccia a faccia con Numeriano, che -andava in traccia di lei. - -— Ah! — esclamò egli, prendendola amorevolmente per mano. - -— Chi cercavi? Caia? — diss'ella sorridendo. — Eccoti Caia! — - -Il nostro cavaliere ebbe una stretta al cuore, udendo quelle audaci -parole. E rimase lì, incerto, tra il desiderio di uscire dal suo -nascondiglio e la paura di farsi scorgere alle calcagna di lei. - -Tutto ad un tratto udì le voci de' suoi degnissimi amici, che tornavano -dalla loro esplorazione. - -— Vi dico, — insisteva Giunio Ventidio, — che erano essi. Elio Vibenna, -non li hai tu riconosciuti? - -— Ma, ecco, — rispose Vibenna, — ho veduto uno, qui nel viale, che -si avviava da quella parte, e al suo portamento mi è sembrato Caio -Sempronio. Quanto a lei, è chiara; se non era in casa.... Che ne dite -voi altri? - -— Certo, doveva esser fuori. Ah, come vogliamo ridere! — gridò Postumio -Floro. - -— Amici, date retta a me; — ripigliò Giunio Ventidio. — Piantiamoci -qui, in vista dell'uscio. Da quel prato scoperto avranno sempre a -passare. — - -Caio Sempronio fremette, pensando alle conseguenze, se Delia non fosse -stata più pronta ad uscire. - -— Bricconi! — borbottò egli tra i denti. — Ecco gli amici! — - -Il suo soliloquio fu interrotto alle prime parole da una esclamazione -di Elio Vibenna. - -— Che vedo! Guardate là, nel vano dell'uscio.... - -— È Numeriano; — disse Postumio. - -— Con una donna; — soggiunse Vibenna. — Non vi par Delia? - -— Sicuro, è lei. Per Ercole, da dove è passata? - -— Forse non era in giardino. - -— Anzi, c'era, ed è rientrata or ora, mentre noi stavamo per giungere -in vista della casa. - -— Vedete che disdetta! - -— Si sapesse almeno dov'è Caio Sempronio! — - -Il cavaliere si morse le labbra. - -— È appunto quello che non saprete; — pensò egli tra sè. - -E quatto quatto si allontanò da un'altra banda. Conosceva poco gli orti -Ventidiani, ma capiva così in digrosso che il dio Termine non doveva -essere troppo lontano. Infatti, seguitando un viale che andava in -direzione parallela al lato posteriore della casa, dopo fatti trecento -passi, trovò il muro di cinta. - -— Ci siamo; — diss'egli; — ora bisognerà trovar modo di -scavalcarlo. — - -Il muro era piuttosto alto, ed egli, quantunque aitante della persona, -non giungeva colle mani ad afferrarne la cima. Diede un'occhiata -in giro, invocò Mercurio, il dio degli astuti, ed ebbe la fortuna -di trovare il fatto suo in un tronco di betulla, che giaceva mezzo -fradicio in un angolo. Lo prese, lo trasse a sè, e appoggiatolo al -muro, tastò col piede l'inforcatura di un ramo. Sembrandogli che -potesse resistere quanto gli bisognava per afferrare la meta, prese -subitamente l'abbrivo. Scricchiolò il ramo e si ruppe; tremarono gli -embrici che facevano tetto alla cima del muro; ma il nostro eroe si -tenne aggrappato alla sua conquista, e facendosi puntello dei gomiti -giunse finalmente a mettere un ginocchio sull'embriciata. Oramai non -c'era più da temere; Caio Sempronio stava a cavalcioni sul muro. - -Diede allora un'occhiata dall'altra parte. Gli orti Ventidiani -confinavano di là con una viottola campestre, il vico di Silvano, -che egli ben conosceva. Una rifiatata di contentezza salutò la -scoperta. L'altezza del muro l'aveva misurata nel salire; poteva -dunque discendere, anzi lasciarsi cadere senza pericolo nella -viottola sottostante. Detto fatto, spiccò il salto e cadde in piedi, -ma tirandosi dietro due tegoli dell'embriciata, che già aveva scossi -nell'ascendere. - -Potete immaginare che non istette a raccattarli. L'essenziale era di -avere delusa la curiosità indiscreta dei suoi garbatissimi amici. Una -ripulita alla tunica, che in quello strofinìo sul muro doveva essersi -un po' stazzonata, ed egli avrebbe potuto, seguendo la viottola, -riuscire sulla piazzetta davanti alla casa di Numeriano. - -Per altro, aveva fatto i conti senza un certo bruciore, che sentì -d'improvviso al ginocchio, nel muovere i primi passi. Tastò dove gli -doleva e si accorse d'essersi fatta una scorticatura alla pelle. Di -certo grondava sangue; poco, probabilmente, ma quanto bastava per -accusarsi, se alla vista di tutti gli fosse sgocciolato lungo la gamba. - -Anche qui non gli venne meno l'assistenza del nipote d'Atlante. Una -casetta campestre era là, a mezza strada. Tizio Caio andò a quella -volta, diede una spinta al cancello ed entrò. Una povera vecchia stava -in cucina, rigovernando alcuni piatti di stagno. Chiese un po' d'acqua -e lavò la sua scalfittura, che non era gran cosa, e poteva nascondersi -benissimo sotto il lembo della tunica inferiore. Pose mano alla borsa, -diede alla vecchia una moneta d'oro, non avendone d'argento, ed uscì, -senza badare agli atti di meraviglia e agli inchini della povera donna. - -Tutto ciò in un brevissimo spazio di tempo. Giunto sulla piazzetta, -si ficcò in mezzo alla plebe, che stava sempre accalcata davanti alla -casa, a contemplare l'illuminazione della facciata, che si andava -spegnendo man mano. Il rientrare non gli fu difficile, e nemmeno il -raccontare una frottola all'ostiario, per colorire in qualche modo la -sua uscita in istrada. - -— Ah, finalmente, ti trovo! — esclamò Numeriano, vedendolo nell'atrio. -— Credevamo che tu fossi partito senza dir nulla e Delia ne era -addoloratissima, perchè voleva salutarti, ringraziarti ancora una volta -di quanto hai fatto per noi. - -— Delia è troppo buona; — mormoro Caio Sempronio. — Ero venuto dietro -di te al balcone, quando gettavi le noci, ed ho veduto nella folla un -servo di Clodia Metella. Pensando che chiedesse di me, sono uscito per -andarlo a cercare. — - -La bugia era detta e l'amico se l'aveva bevuta. Caio Sempronio entrò -allora dalla fauce nel peristilio e andò a piantarsi sull'uscio che -metteva in giardino. Ventidio, Vibenna e Postumio Floro, erano ancora -laggiù alle vedette. - -— Amici, che si fa? — gridò Caio Sempronio. — Si piglia il fresco? -Badate, il tempio della dea Mefite non è lontano e l'aria della notte è -pericolosa pei capi scarichi. — - -I tre curiosi si guardarono in faccia. Avevano l'aria di cascar delle -nuvole. - -— Come? Anche lui, dentro? — borbottarono. — Non ce n'è andata una -bene! — - -La notte era inoltrata e i convitati ad uno ad uno abbandonavano -la casa di Numeriano. Il nostro cavaliere adempì all'ultimo ufficio -dell'auspice, conducendo gli sposi alla camera nuziale. - -— Salve, o Caia, — diss'egli alla sposa. — Giunone ti guardi. - -— Si, son Caia davvero; — mormorò ella, dandogli un'occhiata assassina. - -Quella notte, l'auspice di Numeriano se ne andò difilato a casa, -facendo questo conto tra sè: - -— Non ne ho più due alle spalle, ne ho tre. Glicera, Clodia, Delia; -le tre Grazie, insomma. Apollo non saprebbe desiderarsi di più. -E quel brontolone di Lisimaco sarebbe capace di non mostrarsene -contento. — - - - - -CAPITOLO XVII. - -Viaggio a Citera. - - -Povero Lisimaco! Povero servo fedele, che lavorava con tanta -perseveranza e con tanta onestà a puntellar l'edifizio! Avesse almeno -pensato a tagliarsi un abito dalla pezza, per offrirlo al padrone, -quando egli si fosse trovato ridotto agli sbrendoli! Sarebbe stato un -bel tanto di sottratto alle unghie di Furio Spongia, di Crispo Lamia e -di Servilio Cepione. - -Di Cepione? Sì, anche di Cepione. Mi chiederete come c'entrasse lui; -e, poichè la domanda non mi sembra irragionevole, farò di appagare la -vostra curiosità. Qualche giorno dopo i fatti che vi ho narrati, il -ricco e adiposo argentario entrava nelle grazie di Caio Sempronio. - -Gran bell'anima doveva esser quella di Servilio Cepione. Quando si -dice che l'apparenza inganna! Sotto quella montagna di carne palpitava -dunque un bel cuore? Nessuna traccia gli era rimasta di quella ruggine -che avete veduta nascere in casa di Clodia Metella. Anche l'offesa -toccata alla sua vanità, all'uscita del teatro di Pompeo, era stata -dimenticata. Servilio Cepione doveva aver dato un tuffo nell'acqua di -Lete. - -Quanto al nostro cavaliere, perchè avrebbe egli serbato rancore contro -il vecchio argentario? I felici non hanno tempo ad odiare. È già molto -se ricordano. E Tizio Caio non ricordava nemmeno; una cosa sola gli -stava in mente; che Cepione era diventato il suo banchiere, e che egli -poteva prender danaro a lunga scadenza, evitando la noia di parlare a -Lisimaco e di vedersi fare il muso lungo un braccio, ogni qual volta -gli toccasse quel tasto. - -Contro il suo costume, Servilio Cepione aveva imprestata una grossa -somma a Caio Sempronio, senza chiedergli nessuna guarentigia, senza -cercare, come suol dirsi, il nodo nel giunco. - -— Tu sei ricco e puoi spendere; — gli aveva detto, alzando bonariamente -le spalle. — Beato te! Quanto al margine delle tue sostanze, ci vorrà -tutto il denaro delle Botteghe Vecchie, prima che si giunga a far pari. -Del resto, siamo patrizi, o non siamo. E se non c'è fede tra noi, con -chi ha da essere? — - -Potete immaginare che Tizio Caio non s'ingegnasse di levargli quella -buona opinione. Il banchiere parlava meglio di Lisimaco, e questo era -l'essenziale. - -Intanto, il fedele arcario, vedendo che il padrone da qualche giorno -aveva meno bisogno di danaro, pose lo spirito in pace e fu ad un pelo -di credere che egli mettesse finalmente giudizio. Ad onore della sua -perspicacia debbo soggiungere che quella maniera di pensare gli durò -poco, assai poco. - -— Doman l'altro io parto per Baia; — gli disse un giorno Caio -Sempronio; — e rimarrò per tutta la stagione della bagnatura. - -— Mio signore, Nettuno ti guardi. E.... — soggiunse il vecchio servo, -andando timidamente incontro alla parte noiosa del colloquio, — -m'immagino che ti occorrerà una certa somma di danaro. - -— Non molto, Lisimaco, non molto; — disse il cavaliere, crollando la -testa. — Mi basteranno da quindici a ventimila sesterzi. — - -Lisimaco respirò; ma quella sua rifiatata non escludeva la meraviglia. -E il fedele arcario non poteva mica dissimularla al padrone. - -— Sai, — ripigliò il cavaliere, — laggiù si spende meno che a Roma. Si -sta in acqua molte ore del giorno; si fanno gite campestri; tutte cose -che domandano poco. La spesa maggiore è quella del viaggio. — - -L'arcario cascava dalle nuvole. - -— Dove andiamo, Dei buoni! diss'egli tra sè. — O il padrone vuol -morire, o tira il danaro da un'altra parte. — - -Questa conseguenza delle sue argomentazioni non era tale da lasciarlo -tranquillo. Ma come fare, per vederci chiaro? Il povero Lisimaco dovè -per quella volta attaccare la voglia all'arpione. - -Bene immaginò dove s'andava a finire coi risparmi del padrone, quando -vide capitare davanti all'uscio di casa un carpento, una basterna, -una reda, tutta una salmeria di cocchi e di bagagli, come se si fosse -trattato di andare per una spedizione contro i Reti, o nella Gallia -Narbonese. - -Il carpento era una vettura a due ruote, ricoperta da una tenda e -fornita di cortine, con le quali si potesse chiuderla davanti, capace -di contenere due o tre persone, e tirata da un paio di mule. Era la -vettura usata dalle matrone romane in viaggio, fino dalla più remota -antichità, come si vede in Tito Livio, dove narra di Lucumone e di sua -moglie, al loro arrivo in Roma. - -La basterna era una specie di lettiga, o palanchino, a uso speciale -delle dame; veicolo chiuso, portato da due muli, uno davanti e l'altro -dietro, ciascuno attaccato ad un distinto paio di stanghe. Clodia -Metella, quando fosse stanca dei sobbalzi a cui andava soggetto il -carpento, poteva riposarsi nella molle andatura della basterna. - -Quanto alla reda, era questa un grande e spazioso carro a quattro -ruote, fornito di parecchi sedili, in guisa da essere adatto al -trasporto d'una numerosa brigata, coi suoi bagagli e provvigioni. -Somigliava allo _char-à-banc_ dei Francesi, ed anzi esso stesso, come -il vocabolo ond'era denominato, doveva essere d'origine gallica. Lo -usavano i Romani, al tempo di Cicerone, così in città come in campagna. -Annio Milone andava a Lanuvio su d'una reda, con la moglie Fausta e -coi musicanti di lei, quando fece sulla via Appia il brutto incontro di -Clodio. - -Lisimaco non sapeva ancora tutto. Non sapeva, per esempio, che, -oltre alle varie specie di vetture per comodità della sua compagna di -viaggio, il cavaliere aveva fatto allestire un talamègo nel porto di -Tarracina, dove la via Appia toccava per la prima volta il mare. - -Talamègo? Che diavol è? Non vi spaventate, o lettori; talamègo viene da -talamo, ossia camera da letto. - -Era una barca di gala, inventata dai Greci di Alessandria per le -gite di piacere sul Nilo, splendidamente addobbata, fornita di tutto -quanto fosse necessario ad una lieta compagnia, perfino di camerini da -dormire; insomma, un quissimile, se non nella forma, negli usi, delle -nostre golette da diporto. - -Clodia Metella aveva già annunziata la sua partenza per alla volta di -Baia, e i lettori rammenteranno a questo proposito le pungenti domande -di Valeria Lutazia. Ma, ci andasse ella con Celio Rufo, o con altri, -il fatto era questo, che Clodia amava moltissimo il soggiorno di -Baia, come lo amavano tante famiglie patrizie degli ultimi tempi della -repubblica. - -Imperocchè, non è da credere che il golfo di Baia, col suo capo Miseno, -Bauli, Cuma, il lago Lucrino ed il lago d'Averno, sia stato solamente -un luogo di delizia pei successori d'Augusto. Assai prima che Marcello, -l'erede presuntivo di questo imperatore, andasse a morirvi d'una -malattia di petto, presa a curare un po' tardi, i medici consigliavano -ai patrizi cagionevoli di salute e alle patrizie ammalate di nervi, le -acque e il clima di Baia, benigno sempre e senza inverno. Giulio Cesare -ci aveva una villa; un'altra, a gran pezza più sontuosa di tutte, ce ne -aveva Ortensio, il coetaneo e il rivale di Cicerone; e in questa villa, -dove risiedettero in processo di tempo parecchi imperatori, Nerone si -abboccò l'ultima volta con sua madre Agrippina. - -Oggi, col benefizio delle strade ferrate, i ricchi romani vanno per le -bagnature a Palo, l'antica Alsio, a Rimini, a Senigallia; allora invece -andavano a Baia, a Pozzuoli, a Pompei, percorrendo volentieri distanze -di gran lunga maggiori, quantunque non avessero ancora un servizio -regolare di poste e vetture sospese sulle molle. - -La felice coppia si mise adunque in cammino. Clodia Metella era salita -sulla reda, insieme con le sue ornatrici e coi servi più strettamente -necessarii alla sua persona. Caio Sempronio dal canto suo s'era -mosso dal Viminale, col suo piccolo esercito, ed aveva operata la sua -congiunzione con lei, subito fuori della porta Capena. - -Si viaggiava sulla via Appia, la più grande e la più celebre di tutte -le vie maestre d'Italia, che andava direttamente da Roma a Tarracina, -donde si spingeva a Capua e di là fino a Brindisi, diventando così la -linea principale di comunicazione con la Grecia, con la Macedonia e -con l'Oriente. _Regina viarum_ l'ha detta Stazio; e fu eziandio la più -antica di tutte, essendo stata incominciata dal censore Appio Claudio -il Cieco, nell'anno 441 di Roma. - -Ad un certo punto della strada, in vista dei colli Albani, tra Aricia e -Bovilla, era il luogo in cui due anni addietro era accaduto lo scontro -di Annio Milone col tristo fratello di Clodia. Ma la nostra bella -viaggiatrice era una donna forte, e passando di là non diè segno di -verun turbamento; anzi, lasciò che i suoi si fermassero, per dar da -bere ai cavalli, e per bere eglino stessi, a quella medesima osteria -nella quale era stato trasportato Clodio morente, per la stoccata -ricevuta nelle spalle da Birria, il fiero gladiatore di Annio Milone. - -A Tarracina (l'antichissima _Anxur_) presso il monte Circèo, famoso -per le malie di un'altra seduttrice d'uomini, i due amanti smontarono -dal cocchio. Clodia Metella credeva di dover fare una breve sosta -colà, per continuare poscia la strada fino a Capua, donde la via Appia -si congiungeva alla Consolare, che doveva metterli a Cuma, ed era -ben lunge col pensiero dalla improvvisata che appunto nel porto di -Tarracina le aveva preparata il magnifico cavaliere. - -Una bellissima nave, tutta dipinta di bianco e listata di rosso, colle -vele tinte di croco e coll'aplustre vagamente rigirato in forma d'ala -d'uccello in cima alla poppa, stava sulle àncore nella rada. Era il -talamègo di Caio Sempronio. - -— Padrona mia, vuoi tu salire su quella nave, — diss'egli, — e fare -per acqua il rimanente del viaggio? Il mare è tranquillo, e Deiopea, la -bellissima tra le Nereidi, ammirerà per la seconda volta una donna più -bella di lei. - -— E quando è stata la prima? — domandò Clodia Metella, che non -intendeva ancora tutta la finezza del complimento. - -— Oh la prima è lontana da noi di molti secoli, e la vezzosa Nereide -ha avuto anche il tempo di dimenticarsene. Alludo al viaggio marino -d'Afrodite, al quale può bene paragonarsi il tuo, mia divina signora. -Tu sei bella del pari, e l'unica differenza sta in ciò, che questa -volta la conchiglia è più grande. — - -Salita sul talamègo e notata la vaga disposizione d'ogni cosa in quel -galleggiante nido d'amore, Clodia Metella espresse nelle più soavi -parole la sua gratitudine per Caio Sempronio. - -— Non c'è in Roma un uomo che possa starti a paro; — diss'ella, -concedendo ai baci del cavaliere la sua mano leggiadra; — ed io t'amo -oggi più che mai. — - -La nave, spinta da due ordini di remi, entrò di lancio nelle acque -più poetiche del Tirreno. Sulla sinistra il curvo lido dei Lestrigoni, -le rupi cavernose su cui sorgeva Gaeta, la spiaggia di Formia, su cui -Scipione Africano e l'amico Lelio avevano costume d'ingannare il tempo -raccogliendo nicchi marini, la sacra selva di Marica alla foce del -Liri, Volturno, Literno, e la rocca di Cuma; sulla destra le isole, -tra cui grandeggiavano Ponzia e Pandataria; e più lunge, attraverso -il cammino della nave, le due belle Pitecuse, Inarime e Pròchita, oggi -Ischia e Procida, illuminate dalla rosea luce del tramonto. - -Il giorno dopo, inoltrandosi la nave tra l'isola di Procida e il capo -Miseno, si offerse ai loro occhi la più meravigliosa veduta del mondo. -Allora non si parlava ancora di Bisanzio, e Costantino non era anche -venuto fuori, per fondare una città che contendesse la palma della -possanza a Roma e il pomo della bellezza a Napoli e Cuma. I due golfi -di Baia e Partenope, col capo Miseno a sinistra, il Vesuvio a destra -e la punta di Posilipo nel mezzo, erano allora i più bei luoghi che -potesse immaginare fantasia di poeta. - -Lido veramente incantevole, che tutti conoscete, o di veduta, o per -fama. Eppure, vedete, doveva essere allora due cotanti più bello, con -quella sua fila di ricche e popolose città, con tutti que' boschi che -la reverenza umana consacrava agli Dei. Oggi parecchie di quelle città -sono cadute in rovina e non offrono allo sguardo del viaggiatore che -umili borgate di pescatori; intorno ai santuari sparsi per le colline, -i boschi sono scomparsi, e quelle care divinità che li abitavano, o -sono andate in frantumi, o hanno presa la via del Museo Nazionale. -Ma allora!... Da capo Miseno fino al promontorio di Posilipo (in -greco: cessa dolori), era una lunga e gaia sequela di città e di ville -sontuose, frastagliate qua e là da corsi d'acqua e da sproni di colline -digradanti sul mare; Miseno, sacro alla memoria del trombettiere di -Enea, la ridente Baia, e la vecchia Cuma, con le sue torri che facevano -fronte a due mari, e coi suoi tre laghi, l'Acheronte, l'Averno e il -Lucrino, in mezzo alle cui tacite ombre gli antichi avevano collocati i -regni della morte, l'Erebo e l'Eliso, dove, udita la fatidica Sibilla, -discese il fuggiasco di Troia a visitare gli estinti e i non nati. - -Colà si davano mano la mitologia e la storia. Quello era il mare -solcato per la prima volta dai Pelasgi, quelli i lidi visitati dagli -Argonauti, da Ulisse e dal figliuolo d'Anchise. Il genio d'Omero -e quello di Virgilio vi si aggirano ancora. Le isole delle Sirene, -Palinuro, vi ricordano a un tempo l'Odissea e l'Eneide. - -Andiamo più oltre verso levante; ecco Dicearchia, o Puteoli, col suo -tempio famoso di Giove Serapide e coi campi flegrèi alle spalle. Più -oltre ancora è Posilipo, con la famosa villa di Vadio Pollione, giù di -Licinio Lucullo, Posilipo, grazioso promontorio con due grotte scavate -nei fianchi, una delle quali, ingrandita via via, si chiamerà per un -pezzo la _cripta neapolitana_. Giriamo la punta; ecco un golfo cinque -o sei volte più grande, con le due città sorelle di Palepoli e di -Neapoli, succedute alla gloria della vecchia Partenope, fenicia sirena -con nome greco. Avanti ancora; ecco le città di Ercolano e Pompei, -distese ai piedi del dormente Vesuvio, nel cui cratere selvoso si -cacciava il cinghiale. Più lunge è Stabia, dove il lido s'incurva, con -la bella Surrento, e il promontorio di Minerva, da cui sembra essersi -spiccata l'incantevole isola di Capri, già famosa per le sue uve, ma -non ancora per le immani lascivie di Tiberio. E là, dietro il capo -di Minerva, azzurreggia la costa, lasciandovi intravvedere il golfo -Posidonio e la valle di Pesto, celebrata per la fragranza delle sue -rose e per la magnificenza dei suoi templi immortali. - -Le due città maggiori, di cui vi ho detto, Palepoli e Neapoli, -biancheggiano sui fianchi di un anfiteatro di colline, interrotto nel -bel mezzo da un monte, che s'avanza a guisa di sprone sulla riva del -mare. È quello il monte Echia, che si chiamerà un giorno Pizzofalcone, -e che, seminato di case, confonderà le due figlie di Partenope in -una. Quell'isoletta, che sorge poco lunge dal lido, è Megaride, che -i futuri abitanti di Napoli paragoneranno ad un uovo. Torniamo verso -ponente, per compiere il quadro; l'isola bella che fronteggia Pozzuoli, -è Niside; quei due scogli più vicini alla spiaggia si chiamano Limone -ed Euplea. Su quest'ultimo si eleva il tempio di Venere Euplea, dove -i marinai vanno a prender gli auspicii di un felice viaggio, prima di -mettere alla vela per lo stretto di Zancle, dove latrano assiduamente i -cani di Scilla e mugghiano i gorghi dell'opposta Cariddi. - -Una vecchia tradizione, raccolta da Omero, narrava che le Sirene, -bellissime cantatrici le cui membra terminavano in coda di pesce, -abitassero quel mare, e che una di loro, chiamata Partenope, si -uccidesse pel dolore di non aver potuto trattenere Ulisse e i suoi -compagni col canto. La tomba di lei fu rinvenuta nell'edificare -una nuova città, e questa dal nome di lei, fu detta Partenope. Mito -gentile, che non ha perduto ancor nulla della sua primitiva freschezza. -Le Sirene abitano tuttavia quelle isole e quelle rive incantate; per -non cedere ai dolci inviti, bisogna proprio essere Ulisse, e aver gravi -negozi che vi richiamino a casa. - -Lettori, vi ho forse annoiato, con questa mia fermatina sul golfo -Cumano. Abbiate pazienza. Le Sirene cantavano, ed io non ho pensato in -tempo a turarmi gli orecchi con la cera. Quando vedo Napoli, moderna -od antica che sia, non so più spiccarmi da lei. Napoli possiede il -mio cuore, e gli archeologi di là da venire potranno farne ricerca, se -credono che ne valga la spesa. Esso è stato lasciato da me (vedete che -profanazione!) in un cantuccio della tomba di Virgilio, nella prima -nicchia a man destra. - -La villa presa in affitto da Tizio Caio Sempronio per allogarvi i suoi -splendidi amori, era una delle più belle del golfo, e Clodia Metella, -invaghita del luogo, gli pose il nome di Citera. Sorgeva il palazzo -poco lunge dalla spiaggia, in mezzo a una selva di pioppi è di allòri, -tra le ultime case di Baia e le prime di Bauli, godendo intiera la -vista di Niside e delle altre isolette minori, di Posilipo e della -villa di Licinio Lucullo, di Pozzuoli e della villa di Cicerone. - -Marco Tullio aveva poderi da per tutto; in Arpino, sua patria, a -Tuscolo, a Pozzuoli, a Pompei. Portentoso uomo, che parlò tanto, pensò -tanto, viaggiò tanto, scrisse tanto, e trovava ancora il tempo per -riposarsi e scriver lettere agli amici! Quest'ultima è la cosa di lui -che mi meravigli di più. - - - - -CAPITOLO XVIII. - -Luci ed ombre. - - -Ricordo d'aver letto, ai tempi della guerra di Crimea, una storia -pittoresca di Russia, dove le vignette usurpavano il luogo del testo. -Pochi versi di stampa, messi a piè di pagina, aiutavano a spiegare, e -sempre in modo burlesco, i capricci della matita. Ad un certo punto mi -avvenne di leggere che il regno di Ivano III (o secondo, o quarto, chè -non rammento bene, e del resto importa poco) fu tutto una macchia di -sangue. E la macchia c'era, e occupava i due terzi della pagina. - -Ora, per dirvi qualche cosa del soggiorno di Tizio Caio Sempronio negli -ozi di Baia, dovrei far capo anch'io ad uno spediente di quella fatta; -e questo capitolo potrebb'essere rappresentato utilmente da una foglia -di fico. Scelgo questa, perchè è la più larga tra tutte le foglie -classiche; ma, se a voi piacesse meglio, o lettori, potrebb'essere -anche una foglia di banano. - -L'amore è una cosa che non si racconta. Perchè m'indugerei io a -sminuzzarvi un affetto, in cui entrano tanti ingredienti disparati e -bizzarri? Neanche l'essenza di gelsomini, stillata con tanta cura dal -profumiere, ci guadagnerebbe nella nostra estimazione, ad essere veduta -in tutte le trafile per cui deve passare, prima di esserci servita in -una ampollina di cristallo arrotato. - -Si volevano bene; erano belli; erano giovani. Lui più di lei, ma una -donna ha soltanto gli anni che mostra; e poi, Caio Sempronio non faceva -all'amore col calendario alla mano, e la lista dei consoli l'aveva -lasciata in Campidoglio, affidata alle cure dei custodi del Tabulario. -Qualche lettrice avrebbe voluto nel mio protagonista un amore in cui -c'entrasse per due terzi la stima, quella stima che ci è inspirata -dalla verecondia e dalla dignità della donna. Ma a que' tempi l'amore -non era tanto sofistico. Si facevano statue alla verecondia, alla -pudicizia e a tutte l'altre virtù congeneri; ma erano bei simulacri -di donne, a cui s'appiccicava quella scritta; donne molto vestite, -per ottenere bei partiti di pieghe; e la cosa non portava altre -conseguenze. - -Del resto, il mio cavaliere non aveva neanche veduto quella bellissima -statua della Pudicizia, che ho veduta io, allogata in una nicchia, al -primo piano dello scalone del palazzo Capitolino; bellissima statua, -scolpita probabilmente dopo di lui e in tempi anche peggiori del suo, -perchè erano i tempi di Roma imperiale. Clodia Metella era bellissima -tra le belle; era patrizia, e in eleganze, in sottigliezze d'amore, -valeva tre Greche. Poteva egli chieder di più? - -Inoltre, egli amava con furia, senza guardarsi intorno, nè avanti. -Sentiva così confusamente nel suo cervello che era un uomo perduto, che -quella vita spensierata non sarebbe potuta durare più molto, e chiudeva -gli occhi.... Cioè, intendiamoci, gli occhi della mente, perchè gli -altri, i più utili ai bisogni della vita quotidiana, li teneva aperti e -fissi nel volto della donna amata, di cui non poteva saziarsi. - -Ed anche lei non restava da meno. Come non amare un uomo giovane e -bello, che contentava tutti i suoi capricci, e quasi quasi non le -dava il tempo di averne, tanto era sollecito a precorrerli con le sue -splendidezze? Tenera, obbediente e carezzevole come una schiava, quella -fiera matrona, per cui tanti uomini avevano palpitato e tanti erano -finiti male, gli si prostrava qualche volta ai piedi, e, puntellando -i gomiti sulle ginocchia del giovane, sorreggendosi tra le palme la -bellissima testa arrovesciata, e figgendo i suoi grandi occhi in quelli -di lui, quasi volesse leggergli in fondo dell'anima, gli chiedeva con -accento infantile: — dimmi su, bel cavaliere, quante donne hai amato? E -quante t'hanno amato al pari di me? — - -Care domande astute, lacci tesi, sotto le apparenze ingannevoli di -uno slancio di tenerezza! Un uomo non deve lasciarsi cogliere a queste -lustre; non deve risponder mai la verità, anche quando gli paia meno -pericoloso il farlo. Se avviene che Don Giovanni apra la bocca e si -lasci cadere uno o due nomi, anche l'Elvira meno gelosa va tosto su -tutte le furie. Il sentimento della vanità e quello della rivalità, -naturale, a quanto dicono i pratici, nelle figlie d'Eva, assai più che -l'amore, ed anche dove non entri l'amore, le fanno dare nei lumi. - -E voi, signori, non siete forse della medesima pasta? Che cosa -fareste voi, se una donna, pregata e supplicata, perdesse tanto della -sua accortezza, da lasciarvi intendere quanti siano stati i vostri -antecessori, non già nelle sue grazie, ma solamente nei ricorsi in -grazia? - -Io so, per esempio, di un mio svisceratissimo amico, il quale si -era nei primi anni della sua giovinezza perdutamente invaghito di -una madonna di Raffaello, che egli credette spiccata dal quadro -espressamente per lui. La prima volta che egli potè trovarsi accanto -alla diva e passeggiare con lei a lume di luna, credete pure che gli -parve di toccare il cielo col dito, e che, da buon figliuolo, lasciò -trapelare tutte le sue intenzioni coniugali. Non l'avesse mai fatto! -La madonna di Raffaello, anzi del beato Angelico, trovò modo di -passare in rassegna, a quel lume di luna, tre splendide occasioni di -matrimonio, che le erano trascorse davanti, ma ohimè, senza fermarsi -il tempo necessario per essere afferrate. Immaginate voi con che cuore -la udisse il mio innamorato e che muso lungo rischiarasse quel poetico -lume di luna. Alla prima cantonata guardò l'orologio, tirò in ballo un -appuntamento, e prese commiato, promettendo una visita pel giorno dopo. -La madonna del beato Angelico l'aspetta ancora. - -— Ne ha persi tre; — diceva l'amico in cuor suo, mentre andava -svoltando il canto; — orbene, al primo che le capita, potrà -raccontare... d'averne persi quattro. — - -Gabellatemi la digressione, mentre io ritorno a Caio Sempronio. Il mio -cavaliere, da uomo prudente, si tenne sui generali; rise, menò il can -per l'aia, non volle dir nulla. Sarebbe stata bella davvero, che avesse -raccontate lì per lì tutte le sue mirabili imprese! Ce n'era una tra -l'altre, e la più recente di tutte, che non gli lasciava la coscienza -tranquilla. - -Nei primi due mesi del suo soggiorno a Citera, aveva ricevuto lettere -da tutti gli amici, perfino di quelli da starnuti; ma neppur una da -Numeriano, dal più caro di tutti. Era quello il suo sopraccapo, l'_atra -cura_ che di tanto in tanto gli dava un picchio al cervello. - -Si sentiva colpevole, ma non per suo deliberato proposito. I fati -l'avevano voluto; _sic fata tulere_. Ora, se Cinzio gli avesse scritto, -il nostro cavaliere si sarebbe levato un gran peso dal cuore. - -Un giorno gli capitò un uomo fidato da Roma. Gli recava parecchie -lettere, una delle quali in carta jeratica, che egli svolse per la -prima, dopo averne rotto il suggello. - -Mentre egli legge, parliamo un po' della carta da scrivere presso gli -antichi Romani. Era fatta di sottili falde di corteccia di papiro -e se ne conoscevano dieci qualità differenti: la _jeratica_, detta -anche regia, che era la più antica, e che vediamo menzionata anche -da Catullo; la _fanniana_, fabbricata in Roma, e così chiamata dal -fabbricante Fannio; la _dentata_, così detta, non perchè avesse i -denti, ma perchè era lisciata e ripulita con un dente d'animale, per -ottenere una superficie levigata da sdrucciolarvi sopra la penna, -come la carta lustra dei moderni; l'_anfiteatrica_, la _saitica_, la -_lenotica_, qualità inferiori, così denominate nei luoghi nei quali -erano fabbricate; l'_augustana_, chiamata più tardi _claudiana_, che -fu, sotto l'impero, la qualità migliore; la _liviana_, così detta in -onore dello storico Tito Livio, che era la seconda in bontà; poi la -carta _bibula_, o sugante, così spugnosa e trasparente, da lasciar -filtrare l'inchiostro e da mostrare le lettere attraverso; e finalmente -la carta straccia, da involtare le merci, donde il suo nome di carta -_emporetica_. - -Quanto alle tavolette di cera e ai pugillari, che servivano anche per -scriver lettere, segnatamente se brevi, ne ho già parlato altrove. Ma -poichè mi ricordo di avervi detto che sulla cera si scriveva con uno -stilo di avorio, aggiungerò, tornando al papiro, che ci si scriveva -su con un _calamus_, o penna di canna, spaccata sul becco (donde -l'appellativo di _fissipes_) e intinta nell'_atramentum_, o liquido -nero, che si conteneva nell'_atramentarium_. Questo era il calamaio, -nel significato moderno della parola; laddove il _calamarius_ degli -antichi significava il portapenne, o astuccio per portare attorno le -cannuccie da scrivere. Anche la penna d'uccello si usava; ma il costume -non va più su del secondo secolo dell'êra volgare, avendone noi il -primo esempio in mano ad una Vittoria, scolpita nei bassorilievi della -colonna Traiana. - -Questo po' di erudizione scolastica, messa qui pei collegiali, miei -invidiabili amici, non farà arricciare il naso ai provetti, i quali -vorranno sapere, io m'immagino, che cosa ci fosse scritto in quel -rotolo di carta regia, che andava leggendo Tizio Caio Sempronio. Quei -signori io li contento subito. Ecco la lettera: - -«Lisimaco Liberto, a Tizio Caio, suo signore, salute. - -Un servo ossequente, ma probo, deve dir sempre la verità intiera al -padrone. Ora sappi che le cose tue, e non per colpa del tuo servo, che -ci ha messo ogni studio maggiore...» - -— Le solite storie! — interruppe il cavaliere stizzito. — La leggerò un -altro giorno. — - -E arrotolato da capo il foglio, lo gettò nella _capsa_, scatola -circolare e profonda, col suo coperchio da chiudersi a chiave, che era -l'arnese necessario di tutti i Romani in viaggio, per metterci dentro i -loro libri e le carte di maggior conto. - -Ciò fatto, prese, a mo' d'antidoto per la stizza, un altro rotolo; ma -questo era di carta dentata, e non avea l'aria di appartenere alla -categoria dei fogli noiosi. Lo aperse; era una lettera scritta in -greco, che allora, mi pare d'averlo già detto, era conosciuto in Roma -quasi come oggi da noi il francese. - -Il cuore gli diede un sobbalzo, avendo egli riconosciuti alla bella -prima i caratteri di Delia Cinzia. - -«Egli sa tutto (diceva la lettera, in cui, per la fretta, erano ommesse -le frasi di cerimonia). Come ne sia venuto in chiaro, non so, nè mi è -importato cercare. Non ho negato nulla, perchè non son usa a mentire; -ma ho alzata alla mia volta la voce ed ho minacciato di andarmene. Egli -è tornato mansueto come un agnello; piange e m'ama sempre più. Ma se -tu vuoi, esco da questa casa e per sempre, non lasciando altro che il -dolce ricordo di un'ora felice.» - -— » No, per gli Dei! Non ci mancherebbe altro! — gridò Caio Sempronio, -come se ella fosse davanti a lui e sul punto di mandare la sua -risoluzione ad effetto. - -— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, che entrava in quel mentre nel -tablino. - -— Nulla, nulla; — rispose il giovane, lasciando che il foglio -si arrotolasse da sè, e riponendolo nella _capsa_ con l'aria più -tranquilla del mondo. — È il mio arcario che fa un piagnisteo. - -— Dicevi che non ci mancherebbe altro.... - -— Sì, perchè vuol lasciarmi, se io non metto un po' di misura nello -spendere. È liberto e può andarsene a sua posta. Ma gli scriverò oggi -stesso e vedrò d'ammansirlo. — - -Quelle spiegazioni, date con molta tranquillità (e lascio immaginare -a voi quanto gli costasse), appagarono Clodia Metella, che non amava -molto ragionare di cose gravi, e meno ancora di conti. - -La bella e scaltra patrizia ci aveva per questo le sue buone ragioni. -Non era lei la causa delle lagnanze di Lisimaco, e non doveva anche -saperlo? - -Quel giorno i nostri due amanti dovevano fare una gita a Pompei, -dove Clodia era stata invitata dalla sua buona amica Giunia Sillana, -che passava l'estate in quella graziosa città. Bisognava soverchiare -un'altra volta quella superba matrona, baciarla amorevolmente su -ambedue le guancie e mettere in mostra un monile di smeraldi, che -l'avrebbe fatta schiattar dalla rabbia. - -Erano corse continue, in cerca di sempre nuovi piaceri. Il talamègo, -ancorato nelle acque di Baia, era ogni giorno in faccende; oggi a -Capri, per visitare la grotta azzurra; domani al lago Lucrino, per -mangiar le ostriche annaffiate col Cecubo; un'altra volta per andare -a Pozzuoli e passar sotto il naso a Marco Tullio Cicerone, che si era -fatto lecito di chiamar _quadrantaria_ la più bella e la più desiderata -tra le patrizie di Roma; e via via, sempre scampagnate, merende, -conviti, musica, danze e bagni di ninfe. - -S'intende che Clodia Metella era sempre gelosa. Guai al nostro -cavaliere, se gli accadeva di dire a qualche amica di Clodia una frase -che arieggiasse il complimento! - -Quel medesimo giorno essa gli aveva dato i suoi bravi ricordi, prima di -salir sulla nave. - -— Bada, mio bel cavaliere! Giunia Sillana mi vuole; ma l'invito è per -te. Essa ti guarda troppo e il suo petto è sempre gonfio di sospiri. -Bada, mio bel cavaliere! Io possiedo un filtro sicuro; se tu non mi ami -più, mi uccido; e tu morrai dentro l'anno. - -— Padrona mia dolce; non ti uccidere, te ne supplico; — rispose Caio -Sempronio, abbracciandola. — Mi vedresti capitare al passo d'Acheronte -prima che il vecchio navalestro avesse dato un grido di meraviglia, al -vedere una così bella conquista. — - -Così la chetava egli, tra un complimento e un sorriso, godendo -profondamente in cuor suo d'essere amato a quel modo. - -— Vada a farsi impiccare Lisimaco mio, con tutte le sue spilorcerie! -Come potrei io abbandonare una donna simile? E possedendola, come non -circondarla d'oro e di gemme? Per Giove Capitolino, non ne abbiamo noi -ricoperta una rozza pietra, venuta di Frigia, decorandola col nome di -Cibele? Ed io non farei altrettanto per una bella donna, che non è di -sasso per me? Infine, domando io, perchè si vive? — - -Io qui capisco benissimo che, se lo avessero udito certi grand'uomini -di Grecia e di Roma, la logica del mio cavaliere sarebbe stata ridotta -a mal partito. Socrate, per esempio, gli avrebbe risposto: si vive per -la virtù; Platone: per la sapienza; Fabrizio: per la patria; Cicerone: -per la gloria e per tutte le altre cose insieme. Ma questi grand'uomini -non erano fortunatamente ad udirlo; e se ci fossero stati e gli -avessero sciorinati i loro altissimi veri, io metto pegno che Caio -Sempronio non li avrebbe capiti. L'amore non è cieco soltanto; è anche -un po' sordo. - -Il nostro eroe viveva tanto bene laggiù! Neanche a Roma si era mai -sentito così pienamente felice. Già, Roma era tutta nel golfo Cumano, -ma Roma allegra e spensierata, senza foro e senza liti, senza ambizioni -di potere e zuffe al ponte dei suffragi, Roma condiscendente e buona, -per cui tutto era bene, e che non vi metteva gli occhi addosso, se -passavate con una bella donnina al braccio, e magari anche con due. - -Un giorno egli aveva dovuto allontanarsi dal suo dolce nido, per andare -fino a Napoli, e far cambiare la forma d'un certo diadema, che Clodia -Metella doveva portare qualche giorno dopo ad una festa notturna. Tizio -Caio Sempronio si adattava anche a questi servigi; e credo anzi che -qualche volta andasse dal calzolaio per scegliere la più aggraziata -foggia di sandalo o di mulleo, o per raccomandare, pena il suo -corruccio, che il lavoro fosse fatto a quel Dio. - -Clodia Metella era dunque sola, nel suo asilo di Citera, allorquando le -fu annunziata una visita. - -All'udire il nome di chi domandava d'entrare, la bella patrizia fece -il viso brutto anzi che no. E vedete, di grazia, se non n'era il caso; -quel tale era Cepione, Servilio Cepione, che si era rotolato fin là, -attraversando i colli Albani e i monti Tifati, ripetendo insomma una -parte delle imprese di Annibale. Che cercasse anche lui gli ozi di -Capua? _Videbimus infra._ - -— Come? Tu qui? esclamò Clodia Metella, in atto di grande stupore. - -— Io, sicuramente... — rispose Cepione, sbuffando dal caldo peggio d'un -toro. — Ed anche da qualche giorno. - -— Bravo! E non sei venuto subito a vederci? — diss'ella, con aria di -rimprovero, quantunque non ne pensasse proprio una maledetta. - -— Come fare, con quel tuo colombo, che è sempre nel nido? Ero venuto -qua per fare quattro bagnature. È il medico che me le ha ordinate. -Dice che gli umori serpeggiano, che certe macchie alla pelle non gli -piacciono (e neanche a me, pel gallo d'Esculapio, neanche a me!), che -infine l'acqua salsa mi farà bene. Ed io mi diguazzo nell'acqua salsa -da tre giorni, e la gente mi piglia per un Tritone. - -— E già m'immagino che farai fuggir le Nereidi. - -— Eh, eh! — rispose il vecchio argentario, con un suo risolino -asciutto, che era sincero come i rimproveri di Clodia Metella. — -Padrona mia bella, le Nereidi non somigliano mica tutte a te, che ti -sei innamorata d'un mercante di tibie. — - -Servilio Cepione alludeva alle gambe snelle di Caio Sempronio, che -certo, paragonate alle sue, così tozze e corte, potevano offrire una -rassomiglianza con le tibie, che erano i flauti, o, se vi piace meglio, -i clarinetti degli antichi Romani. Per altro, a Clodia Metella non -facea comodo di capire l'allusione, così sciocca com'era. - -— Che cosa intenderesti di dire? — domandò essa con piglio altezzoso. - -— Che il povero Servilio Cepione non conta più nulla, ai tuoi occhi. -Eppure, padrona mia, egli fu un tempo... un tempo!... - -— Sospiri? In verità, ci hai grazia. Par di sentire il mantice di -Vulcano. - -— Venere si ricorda dei giorni passati nella fucina; sta bene; — -ripigliò Cepione, facendo bocca da ridere. — Sii Venere adunque per -intiero, e riamami un poco. Vedi, cuoricino, il tuo Vulcano ha la -fortuna di non essere neanche zoppo. - -— Mi fai orrore; va via! — diss'ella, schermendosi. - -— Ah, ah! Siamo davvero a questi punti? — esclamò l'argentario, -inarcando le ciglia e allungando le labbra con quel suo vezzo tra -l'orgoglioso e il beffardo, che lo faceva rassomigliare ad uno -scimmiotto quando fa le boccacce. — Tu dunque non vuoi la tua parte? - -— Di che? - -— Di Caio Sempronio, del tuo fido colombo. Sai, padrona mia bella? Tu -lo pelavi; noi lo abbiamo arrostito. - -— Non capisco. - -— Amabile candore! Ti parlerò dunque alla buona. Noi prestavamo i -danari che tu spendevi, o facevi spendere così allegramente. E ce ne -sono andati, sai! Come poteva esser diverso? Viaggi e salmerie, da far -ricordare una legione quando cambia presidio; vesti a carra, ori, perle -e pietre preziose a palate; uno sciame di servitori; una villa da re; -una nave di gala, come quella dei Tolomei; feste, conviti, scampagnate; -tutto ciò rallegra la vita, ma costa caro, assai caro. Lo sappiamo -ben noi, perchè era tutto sangue nostro. Sicuro, siamo stati noi gli -spenditori; io, Furio Spongia e Crispo Lamia. Sebbene, quasi quasi si -potrebbe dire che sono stato io solo, mentre gli altri due non erano -che i miei prestanomi. Tu mi costi già due milioni di sesterzi, hai -capito? due milioni di sesterzi. E in meno di sei mesi! Tutto ciò è -maraviglioso, e Giulio Cesare, il più grande scialacquatore di Roma, -non avrebbe saputo far meglio. — - -Clodia Metella taceva. - -— Vuoi tu sapere come io mi sia arrisicato a fargli credito? — prosegui -l'implacabile argentario. — Dei buoni! Avevo preso a volergli bene. -È opera tua; amo chi tu ami; tu graffi, io bevo il sangue; tu peli, -io arrostisco. Il nostro bel cavaliere ha ereditata da suo padre una -larga sostanza; non così larga come si diceva per Roma, dove tutto -si esagera, ma pur sempre ragguardevole; poniamo un quattro milioni -di sesterzi. Ma vedi, quando il giovanotto ha conosciuto, te, divina -Clodia Metella, ne aveva già divorato due milioni, o quello che certi -usurai gli avevano dato per questa valuta, ipotecando i suoi fondi. Un -milione lo ha mangiucchiato lì per lì; tra male spese e regali agli -amici nella corsa primavera. Due milioni glieli abbiamo imprestati -noi... - -— E ne rimane uno scoperto; — interruppe Clodia Metella. - -— Mi piace di vedere come calcoli a volo; — notò Cepione. — -Sicuramente, c'è un milione di sesterzi, o giù di lì, per cui temiamo -di dover rimanere allo scoperto. - -— E adesso? — chiese ella. - -— E adesso vogliamo vederci chiaro. Capirai che non si vuol restare -così, mentre egli ci domanda dell'altro, e i primi creditori vogliono -esser pagati. Io, per esempio, comprerei il credito, insieme con Furio -Spongia e Crispo Lamia, ma prima di far questo passo dobbiamo guardare -se nelle sue sostanze c'è il pieno per esser pagati. - -— Ma dimmi, — ripigliò Clodia Metella, — quanto a imprestargli -dell'altro... - -— Noto con piacere che ti prendi molta cura dei fatti suoi; — disse -Cepione, ammiccando. — Ma sono dolente di doverti rispondere che, -quanto a imprestargli dell'altro, non ne faremo nulla. Non ti ho detto, -e non hai riconosciuto tu stessa, che c'è un milione di sesterzi in -pericolo? - -— Egli dunque... - -— Non ha più un asse di suo. E il suo arcario Lisimaco, che ha saputa -l'intenzione dei primi creditori e conosciuta l'esistenza dei nuovi, -deve averglielo scritto l'altro dì. Ah, tu hai lavorato di fine, -Clodia Metella; te lo dico io, che me ne intendo. E adesso, senti; -quantunque tu sia la donna più generosa del mondo e il cuore di Caio -Sempronio basti ad ogni tuo desiderio, son pronto, in nome della triade -argentaria, a farti un presente, che sarà il nostro rendimento di -grazie. - -— Vediamo; — disse la matrona, guatandolo in viso con una espressione -singolare. - -— È un consiglio; — soggiunse egli, ridendo. - -— Ah! non so che farne. - -— No, rassicùrati, non è nemmeno un consiglio. È una notizia, dalla -quale tu caverai tutto ciò che ti parrà meglio. Il tuo amante.... ti ha -tradita. - -— Come? — gridò Clodia Metella, i cui occhi scintillarono -improvvisamente, ma forse non al tutto dalla rabbia. - -— Ecco qua; si parla in Roma di certe nozze, alle quali un biondo -cavaliere era stato invitato, di cui anzi egli era stato l'auspice. Si -accenna ad una passeggiata in giardino. L'auspice e la sposa tornarono -in casa per vie diverse. Le apparenze, lì per lì, erano salvate. Ma -c'è della gente curiosa, al mondo, che troverebbe il nodo nel giunco. E -questa gente ha trovato..... - -— Che cosa? - -— Parecchie cose, ha trovato. Anzitutto, un tronco d'albero appoggiato -in un certo luogo al muro di cinta; poi due embrici rotti sulla corona -del muro; poi una povera vecchia del vicinato, che aveva dato acqua al -biondo cavaliere per lavarsi una scalfittura al ginocchio, ricevendone -in dono una moneta d'oro. Ecco una moneta bene spesa, affè mia, per -farsi conoscere da mezza Roma. Per Ercole, non tornava lo stesso salire -su d'un tetto e gridare il suo nome alla gente? - -— Ah, l'infame! — mormorò Clodia Metella, che ben ricordava quella -assenza di Caio Sempronio dagli orti Tiberini e la circostanza della -scalfittura, da lui spiegata con una mezza bugia. - -— Vedi? — incalzò Cepione. — Ecco il bel guadagno che si fa ad -impacciarsi coi giovani, con questi farfalloni, che non stanno mai -fermi in un luogo, e il cui solo diletto par quello di vagabondare -dalle rose ai ligustri.... quando non è quello di dare una scorsa su -qualche cesto di cavolo. E adesso che il nostro bel farfallone dal -cavolo torna alla rosa, vedremo questa dischiudergli amorosamente le -foglie, come se niente fosse... - -— Oh, non lo speri! — ribattè Clodia Metella. — Lo manderò dove va -mandato, agli orti Ventidiani. Capisco ora perchè li aveva comprati -e regalati, lui, che in fin dei conti non possedeva la sostanza di -Lucullo, e non era stato nominato erede di un secondo Attalo! — - -Attalo era il personaggio favorito dei Romani, quando volevano citare -un grande esempio di ricchezza. E la ragione era questa che Attalo III, -re di Pergamo, detto Filometore, essendo morto senza figli ottant'anni -addietro, aveva lasciato erede di tutte le sue sostanze il popolo -romano. Il quale, colpito da tanta magnificenza, dimenticò volentieri -che il testatore era un fior di briccone, che coltivava nel suo -giardino tutte le piante velenose conosciute a' suoi tempi e impregnava -del loro succo i fiori e le frutte che inviava a' suoi prediletti. Ma -che cosa non fa dimenticare un bel gruzzolo di monete? - -— Sì, un bel ricco! — notò Cepione. — E dove si sia ridotto, mi pare di -avertelo detto poc'anzi. Se tu non lo soccorri, io temo... - -— Soccorrerlo, io? — interruppe Clodia Metella. — Tu se' pazzo, o -Servilio. Mi vorresti così sciocca da rovinarmi per lui e da mandare -la villa d'Albano e gli orti sul Tevere nel baratro in cui si sono -sprofondati i suoi quattro milioni di sesterzi? Già, soccorrerlo! -Perchè seguiti a fare il vagheggino con la moglie di Cinzio Numeriano! -Neanche per sogno; o non son io, o lo pianterò su due piedi. - -— Brava! così va fatto; è il miglior modo per non lasciarsi intenerire. -M'immagino, — soggiunse con arguzia feroce il banchiere, — che ciò -non avverrà senza sdegni e maledizioni, perchè, siamo giusti, sei tu, -padrona mia bella, che l'hai ridotto allo stremo. - -— Io? Sono forse io che l'ho consigliato a spendere? Io non gli ho -chiesto mai nulla. Io son patrizia romana, e della gente Claudia, la -più nobile e la più antica di tutte. - -— O dove metti la gente Giulia? — domandò l'argentario, che ci prendeva -gusto a punzecchiare la sua alleata. - -— Sì, davvero, gran nobiltà! — rispose Clodia Metella. — Discendono da -Giulo, il figlio di Enea. Ma, a buon conto, nella storia di Roma non -compariscono che verso i principii della guerra punica. I Claudii, in -quella vece, vennero dalla Sabina in Roma, sei anni dopo la cacciata -dei re. — - -Era graziosa, quella quistione di antenati, in mezzo alle smanie per la -infedeltà, o, a dire più veramente, la povertà di Tizio Caio Sempronio! -Ma bisogna pensare che Claudia Metella ci aveva il suo pudore anche -lei, ed era naturale che volesse nascondere sotto la nobiltà della -stirpe quel brutto esempio d'ingratitudine che si disponeva a dare. - -Cepione, per altro, non volle menarle buono il suo fumo nobilesco. - -— Senti, padrona mia, — diss'egli col suo tono beffardo, — lasciamo in -disparte gli antenati Sabini e i Troiani. Gli uomini si conoscono dalle -opere loro. Tu fa vedere che sei nobile davvero per te, non volendo -aver che fare più oltre con gli straccioni. Io, domani o doman l'altro, -gli fo sequestrare il suo talamègo e tutto quanto ha portato di buono -con sè... anche le gioie. - -— Oh, queste poi! - -— Certamente; — ripigliò l'argentario, facendole il bocchino; — ma -insieme con lo scrigno, o, se ti piace meglio, con la dea che le -porta. — - -Clodia chinò la testa e pensò. Infatti, era il caso di pensare da -senno. Con quelle notizie che recava Cepione, e che del resto ella si -aspettava un giorno o l'altro, la compagnia del bel cavaliere diventava -un gran peso. Uscire di là, bisognava. E come ne sarebbe venuta a capo, -se qualcheduno, a lei noto e interessato a servirla, non le dava una -mano? - -Dopo alcuni istanti di pausa, in cui il suo cervello sottile fece -molte miglia di cammino, Clodia Metella alzò con piglio risoluto la -fronte, e, guardando fisso Cepione, gli disse, così tra il dubbio e -l'affermazione. - -— La dea conserva i suoi donativi, non è egli vero? Sarebbe sacrilegio -spogliarla. - -— S'intende. I voti non sono essi il premio delle grazie che ha fatte -la dea? E non è giusto che conservi i suoi cuori d'oro, le sue armille, -i suoi monili, dopo averseli così ben guadagnati? - -— Ne parleremo; — rispose Clodia, dopo un'altra piccola pausa. - -— Perchè non parlarne subito? — disse Cepione. — Padrona mia, queste -risoluzioni si prendono a volo. Non si tratta per l'appunto di volar -via? - -— Verissimo; ma senti, ecco il tuo cavaliere che torna. - -— Il mio! questa è buona davvero. - -— Tuo, o di Furio Spongia, o di Crispo Lamia; non siete voi altri che -lo avete dissanguato? — - -Il degno argentario stava già per rispondere qualche altra malignità, -quando Caio Sempronio comparve nell'atrio, con la sua baldanza negli -occhi e col sorriso sul labbro. - - - - -CAPITOLO XIX. - -Siamo agli sgoccioli. - - -Clodia Metella si era prontamente ricomposta con quella balìa di sè, -che è propria delle donne. Non se l'abbiano a male, di grazia, le mie -buone lettrici. Io penso che sia una virtù il sapersi padroneggiare, -così nelle piccole cose come nelle grandi, e se è vero che la necessità -aguzza l'ingegno dell'animale pensante, come svolge e perfeziona -l'istinto del bruto, si può ben dire che la soggezione in cui, da che -mondo è mondo, fu sempre tenuta la donna, le abbia appunto accresciuta -la virtù del dissimulare, e data in pari tempo la scusa. - -Quanto a Servilio Cepione, il nostro vecchio argentario ci aveva un -grugno così fatto, che poco ci voleva a nascondere i moti nell'animo. -Il sorriso e la smorfia erano tutt'uno per lui. - -Caio Sempronio rimase un po' sconcertato alla vista inattesa del suo -ippopòtamo. Ma infine, quella medesima qualità che più doveva dargli -molestia, poteva anche rendergli gradita la presenza di lui. Era un -creditore. Ora, coi creditori, non ci son vie di mezzo; o sprofondarsi -in inchini, o buttarli dalla finestra. Almeno, questa è l'opinione dei -debitori, che in questa materia sono i giudici più autorevoli. Caio -Sempronio, debitore maraviglioso, non poteva onestamente appigliarsi -al secondo partito, anche per la ragione che incominciava a trovarsi -al verde, e, alla vista di Servilio Cepione, gli parve che gli si -presentasse la fortuna, col corno dell'abbondanza tra mani. - -Lo accolse dunque benissimo, e gli mosse incontro con le braccia -distese. - -— Oh Cepione! Che buon vento ti ha condotto tra noi? - -— In verità, — disse quell'altro, — il vento non ci ha avuto a far -nulla. Son venuto per terra. Del resto, come dicevo poc'anzi alla -nostra Clodia Metella, una ragione poco piacevole mi ha tirato fin qua. -I medici mi hanno ordinati i bagni di mare, per una certa salsedine che -m'è venuta alla pelle. - -— Malattie dei ricchi! — notò Caio Sempronio ridendo. - -— Ah, non parlar di ricchezze! Non si fa nulla..... - -— E i danari dormono nelle arche, infruttuosi, non è vero? Ma sta di -buon animo, Servilio; presto ti darò occasione io, di srugginire le -chiavi del forziere. — - -Cepione fece un muso lungo una spanna. - -— Basta, ne parleremo; — prosegui Caio Sempronio. — Oggi si sta -allegri. Rimani con noi, ci s'intende? - -— No, ti ringrazio. Sono qui per curare la mia salute e non posso fare -la vostra vita da epicurei. - -— Che! Ti spaventi di poco. Pensa che l'allegria fa buon sangue. - -— Vieni almeno a cena da noi; — disse Clodia Metella, secondando -abilmente le premure del compagno. - -Cepione si lasciò persuadere. Oramai era accettato in casa e poteva -aspettare tranquillamente il buon punto. Fatte poche altre chiacchiere -sul più e sul meno, il degno uomo prese commiato per andare alla sua -bagnatura, e Caio Sempronio lo accompagnò cortesemente fino all'uscio -di strada. - -— Poveraccio! — diss'egli tornando nel tablino, ove Clodia Metella -attendeva ad alcuno di quei nonnulla, che le donne chiamano lavori, -mentre non sono altro che passatempi. — È un avaro, uno strozzino; ma -in fondo in fondo è migliore della sua fama. — - -Il nostro cavaliere vedeva tutto color di rosa, in quel giorno. - -— Padrona mia dolce, — soggiunse egli, — sono stato fuori un po' -troppo. Ma la colpa fu del lavoro, che non era finito. Ecco il tuo -diadema. Va bene così? - -Clodia ammirò, e si volse a guardare il giovine col più lusinghiero dei -suoi dolci sorrisi. - -Ora, chi nol sa? i sorrisi d'una bella donna si bevono, e scendono al -cuore più soavi dell'ambrosia, o del nèttare. «Niente è più dolce del -miele» ha detto Salomone; e certo l'autorità è grande, nè si può così -leggermente contraddirgli. Pure, io porto opinione che il sapientissimo -re non badasse troppo a quel che diceva. Se ci avesse pensato un -pochino, metto pegno che si sarebbe ricordato. Poffaremmio! Che tra -i mille sorrisi raccolti nel suo palazzo (e dico mille, perchè ne ha -tenuto il conto la storia), non ce n'avesse uno da valer più d'un favo -di miele? - -Caio Sempronio bevette senz'altro quel sorriso di Clodia, e nella -dolcezza ond'era tutto compreso dimenticò ogni sopraccapo. - -— Mia bella amica, — le bisbigliò quindi all'orecchio, — io ti amo. E -tu? — - -Clodia Metella non rispose. Ma fece meglio; gli gettò le braccia al -collo. - -— Dopo tutto, è un bel giovane; — pensò la bella patrizia, che se ne -intendeva. — Peccato che non sia più ricco! — - -Fu quella l'orazione funebre agli amori di Tizio Caio Sempronio. Ma che -importava ciò, se il morto era calato nel monumento con una ghirlanda -di rose? - -Quel giorno la cena fu gaia oltre l'usato. Il nostro cavaliere avea -l'aureola dei beati intorno alla fronte; e Clodia Metella..... Abbiamo -veduto come sapesse padroneggiarsi e dissimulare, quella gentile alunna -di Venere. - -In mezzo a tutti i piccoli episodii della serata, Cepione trovò il -modo di dire alcune parole all'orecchio di Clodia. Ma Caio Sempronio, -dal canto suo, trovò il modo di parlare un tratto da solo a solo con -Cepione. - -— Amico mio, quattro parole. - -— Ci siamo! — pensò l'argentario. — Attenti a parare la botta. — - -E ad alta voce soggiunse: - -— Mio cavaliere, sentiamole. - -— Forse già le indovini. Ho bisogno di danaro. - -— Non ne ho. Ti parrà strano, e i tuoi occhi me lo dicono chiaramente, -prima che parlino le labbra. Ma il fatto è questo: non ne ho. In questi -mesi mi sono andati a male parecchi negozi e mi trovo in secco. - -— Mi duole..... per te e per me; — disse, dopo una breve pausa, Caio -Sempronio. — Ma, poichè mi sei amico..... - -— Amicone! Amicone! — interruppe l'argentario, prendendogli una mano e -battendogli così amorevolmente sul braccio, che non pareva più lui. - -— Orbene, poichè così è, potrai parlarne o scriverne, che sarà meglio, -al tuo collega Furio Spongia, a Crispo Lamia, a qualcun altro delle -Botteghe Vecchie. - -— Ahi, ahi! — esclamò Cepione, con quell'aria di soave malinconia che -assumono i mercanti sulle difese, e in generale tutti gli uomini che -stanno per negarvi un servizio. — Le Botteghe Vecchie sono chiuse. - -— Da quando? — domandò Caio Sempronio, che lì per lì non aveva capito -il senso riposto della frase di Cepione. - -— Da quando hanno incominciato a diffidare. Bada, non sono io che -parlo; riferisco i discorsi degli altri. C'è Furio Spongia che -asserisce aver tu preso ad imprestito per somme di gran lunga superiori -alle tue sostanze. - -— Ah! dice questo, il briccone? - -— Sicuro, ed aggiunge di averne le prove. A me, che volevo persuaderlo -del contrario, perchè ho fede in te, e dopo tutto non mi spaventerei -d'aver perduta una parte del mio, pur di averti potuto rendere un -servizio, a me, dico, Furio Spongia ha risposto di essersi abboccato -col tuo arcario e di averlo costretto a convenirne, dopo tirata la -somma di tutti i tuoi debiti, antichi e nuovi. Anzi, mi aggiungeva che -Lisimaco... Ê così che si chiama il tuo cassiere? - -— Sì, va innanzi; — disse Caio Sempronio, impaziente di giungere al -fine. - -— Mi aggiungeva dunque che Lisimaco, turbato da quella improvvisa -scoperta, che rendeva inutile il suo ufficio, ti aveva scritto una -lettera. - -— A me? Non so nulla di ciò. - -— Eppure, quella medesima sera il messaggiero era partito da Roma. - -— Aspetta; — disse Caio Sempronio. — Ora mi rammento. Dev'essere stato -quindici giorni fa. Lisimaco infatti mi scriveva..... Ma in verità, non -so che cosa mi scrivesse, perchè non ho letto il messaggio. - -— Leggilo ora, e vedrai. — - -Il nostro cavaliere, scombussolato da quelle ingrate notizie, andò -nella sua camera, aperse la capsa e trovò la lettera del suo povero -arcario. Era un piagnisteo dalla prima all'ultima parola. Lisimaco -aveva riconosciuti ad uno ad uno gli sdruci fatti dal cavaliere nel -suo patrimonio, e conchiudeva malinconicamente col dirgli: «tu non hai -più nulla del tuo; i creditori sequestreranno ogni cosa, e, quel che è -peggio, i tuoi poderi non basteranno a coprire i debiti, così numerosi -ed ingenti, come hai avuto il senno di farli.» - -Rimase di sasso. Non ignorava già di andare alla rovina, ma non credeva -di giungerci così presto. Altro che fermarsi allo scrimolo! Egli era -già a gambe levate nel vuoto. - -Il primo pensiero che gli usci formato ed intiero da quella gran -confusione, fu per la donna amata da cui avrebbe pure dovuto separarsi. - -— E Clodia? Che dirà Clodia? Come l'avvertirò io di tanta -sciagura? — - -La conclusione del suo soliloquio si fu che per quella sera non avrebbe -parlato di nulla. Rimettere le noie al dimani è sempre stata la gran -regola degli uomini a modo. - -Il giorno dopo, era meno che mai disposto a parlare. Andò in -quella vece a trovar l'argentario, per vedere se fosse possibile di -intenerirlo. - -— Senti; — gli disse; — l'autunno è inoltrato e a giorni mi bisognerà -ritornare a Roma. Fa ancora uno sforzo, e t'assicuro che sarà l'ultimo. - -— Lo vorrei, per Saturno, ma non posso. Tu vuoi cavar sangue da una -rapa. Ho appena il danaro bastante per viver qui una ventina di giorni, -da solo e senza uscire di riga. Quanto a Furio Spongia e a' suoi degni -colleghi, mi pare di avertene detto abbastanza ier sera. Credo anzi che -abbiano intenzione di rivolgersi al pretore, se già non lo hanno fatto, -per tutelare i loro diritti. — - -Al nostro eroe cascarono a dirittura le braccia. - -— Siamo già a questi punti! — diss'egli. - -— Mah! Io non ne so nulla; ti ripeto quello che ho inteso a dire e ti -aggiungo quello che temo. — - -Caio Sempronio usci disperato dal diversorio, in cui era alloggiato il -feroce argentario. - -Quel giorno fu tutto per Clodia. E lei? Quanto a lei, lettori -umanissimi, non so dirvi che pensieri le girassero per la fantasia. -Sbadigliare non fu vista da alcuno, e se vi dicessi, per certe mie -induzioni, che reprimeva gli sbadigli e gli atti d'impazienza, temerei -di asserire una cosa non vera. L'hanno tanto lacerata, quella povera -Clodia Metella, che non ci sarebbe misericordia da parte nostra ad -imitare i suoi contemporanei. Ammettiamo, per farla finita, che le -dolesse di vedere il suo Caio Sempronio così presto andato a male, ma -che, da donna assennata qual era, desiderasse in cuor suo di trovare -un'uscita, e per lui e per sè. - -— Stamane, se permetti, — le disse il povero cavaliere, — vo fuori. - -— Dove? - -— Fino a Puteoli. Ho da vedere un amico. — - -Clodia Metella indovinò così a mezz'aria che tutto stava per finire, e -non volle trattenerlo. Per altro, una parola ci voleva; e la parola fa -questa: - -— Purchè non si tratti d'una donna! - -— Ah, non temere! Chi ama te, le dimentica tutte. — - -Ciò detto, si allontanò, ma non senza volgere dal fondo dell'atrio una -lunga occhiata a lei, che gli sorrideva dal tablino aperto, bella e -fresca come l'aurora. - -— Lasciarla! pensava egli intanto. — Non ne sento il coraggio. Udiamo -prima il consiglio di un savio. — - -Chi era costui, che doveva metter bocca sulle faccende di Tizio Caio -Sempronio? Aspettate, e lo vedrete. Il pensiero di far capo a costui -gli era nato nella notte, e, cosa strana, posando al fianco di Clodia. -Il mondo è pieno d'antitesi, e il cervello dell'uomo, che è un piccolo -mondo, ne ha una ad ogni svolta delle operose sue cellule. - -La barca su cui era salito il nostro cavaliere andava a tutta forza -di remi verso Puteoli; ma volse a riva, prima di giungere in vista -di quel piccolo porto. Colà si vedeva una villa graziosa, le cui mura -dipinte di cinabrese s'inerpicavano per la verde costiera, andando a -congiungersi al sommo di un poggio, dove sorgeva una casa foggiata a -mo' di tempio greco. Questa almeno era l'apparenza sua, derivata dal -portico d'ordine dorico, che correva lungo la fronte dell'edifizio. - -Quel luogo dicevasi l'Academia, e gli eruditi hanno già capito a -chi appartenesse. Noi che non siamo eruditi (e ci corre) prenderemo -ad imprestito un po' della loro dottrina, per dirvi che Acadèmo era -un cittadino ateniese, il quale aveva nominato il popolo erede dei -suoi orti, convertiti poscia in pubblico passeggio, cinto di mura da -Ipparco, abbellito da Cimone, illustrato dai discepoli di Platone, -che vi si raccoglievano a disputare; donde la scuola ebbe il nome di -Academia. Ma perchè tuttociò non vi chiarirebbe ancora le origini -dell'Academia di Puteoli, aggiungeremo che un grande romano aveva -imposto quel classico nome alla sua casa di campagna, posta colà, tra -Puteoli e il lago d'Averno, abbellendola di portici e circondandola di -giardini, ad imitazione dell'Academia di Atene. E quest'uomo, ormai -lo hanno indovinato anche i non eruditi, si chiamava Marco Tullio -Cicerone. - -Caio Sempronio, smontato dal burchiello alla riva, salì per un -sentieruolo, che, serpeggiando attraverso una macchia di corbezzoli e -di frassini, metteva all'abitazione del magno oratore. Tutto in quel -luogo era grazioso e severo ad un tempo; si capiva alla bella prima che -dovesse essere il romitorio d'un filosofo, e che quel filosofo fosse -anche un uomo di buon gusto. Alla mente del nostro cavaliere s'affacciò -per l'appunto una sentenza dell'Arpinate, che doveva essere nata colà: -_hic mihi jucundior solitudo, hic et amicitia jucundior_. - -Fu annunziato l'arrivo del nostro eroe, mentre il più elegante dei -pensatori romani stava dettando una delle auree sue pagine al suo -liberto, amico e discepolo, Marco Tullio Tirone. Non ignorate per fermo -che i liberti prendevano il nome dei loro antichi padroni. - -Caio Sempronio non voleva riuscire molesto in quell'ora solenne, e il -filosofo approfittò delle cortesi sollecitazioni di lui, per finir di -dettare uno dei suoi capitoli immortali. Cicerone stava appunto per -condurre a termine il trattato «Della Vecchiaia» che è senza fallo uno -dei suoi migliori, anzi l'ottimo fra tutti, per la purezza della forma -e la dignità dei pensieri. - -In quel libro parlava Catone il Maggiore, ma un Catone riveduto e -corretto dall'ingegno altissimo di Marco Tullio, che si levava nella -chiusa ad inarrivabili altezze. - -— «Nessuno, o Scipione, mi persuaderà mai, che il padre tuo Paolo, -o i due avi Paolo e l'Africano, o il padre dell'Africano, o lo zio, -o molti altri valentuomini che non accade di enumerare, avrebbero -operato tante cose degne del ricordo della posterità, se non avessero -veduto con l'occhio della mente che la posterità era ad essi dovuta. O -pensi che io (per lodare un tratto anche me, alla guisa dei vecchi) mi -sarei tolti sugli omeri tanti assidui travagli in città e nel campo, -se avessi pensato di dover chiudere la mia gloria in quei medesimi -confini in che la mia vita doveva esser chiusa? E non sarebbe stato -assai meglio trarre oziosa la vita e quieta, senza alcuna fatica, -o contrasto? Senonchè, io non so come, l'animo mio, sollevandosi, -sempre così vedeva la posterità, come se, dopo la morte, avesse a -continuargli la vita. La qual cosa se non procedesse in tal modo, -che le anime nostre fossero immortali, l'intelletto degli ottimi non -si travaglierebbe di certo per conseguire una gloria immortale. E -perchè credete voi che muoiano di buon animo i sapienti, e tutto al -contrario gli stolti? O non vi pare che l'animo il quale più scorge, e -più lontano, s'avveda per l'appunto di partire per regioni migliori, -mentre chi ha ottusa la vista nol vede? Sì, veramente, io m'esalto -nel desiderio di vedere i padri vostri, che ho rispettati ed amati; nè -quei soli che io stesso conobbi, ma altresì coloro dei quali udivo e -leggevo, e intorno ai quali scrissi nei miei libri di storie. Pronto -alla partenza per quei luoghi, nessuno varrebbe a trattenermi, volesse -anco ritornarmi alla prima giovinezza, ricuocendomi, come si narra -del vecchio Pelia aver fatto Medea. E se pure un Dio mi concedesse -di tornar bambino, così che io dovessi vagire in cuna, in verità -ricuserei, non volendo, quasi alla fine del mio corso, dalle riprese -essere ricondotto alle mosse.» — - -— Stupendo! — esclamò Caio Sempronio, che non seppe trattenere lo -scoppio della sua ammirazione. - -Marco Tullio, a cui piaceva la lode, pagò quella esclamazione con -un sorriso e con un cenno amichevole del capo; indi continuò la sua -dettatura: - -— «Invero, che cos'ha la vita di utile, o non piuttosto di travaglio? -Ma l'abbia pure; essa ha certamente, dopo tutto, la sua noia e il suo -termine. Non mi piace adunque di rimpiangere la vita, come molti ed -anche savii hanno fatto. Neanche mi pento di essere vissuto, perchè -sono vissuto in tal guisa da non credermi nato invano, e da questa vita -mi parto, come si fa da un ospizio, non come da una casa. Infatti a -noi la natura diede l'albergo per soggiornarvi, non già per abitarvi. O -splendido giorno, nel quale io parta per quel consesso di anime divine -e mi allontani da questa turba e confusione di gente! Nè solo andrò -a quegli uomini dei quali ho detto poc'anzi, ma eziandio a Liciniano -mio figlio, di cui non nacque uomo migliore, nè chi lo avanzasse in -pietà; il cui corpo fu abbruciato da me, quando era più naturale che -il mio lo fosse da lui. L'anima sua non mi abbandonò, veramente; anzi, -mirando a me di continuo, s'avviò a quel luogo dove sapeva che io -pure avrei dovuto giungere un giorno. La quale sventura mia io parvi -sopportare con fortezza, non perchè mi vi acconciassi di buon animo, -ma perchè me ne consolavo, stimando non esser lontane tra noi la -dipartita e l'assenza. Per queste cose, o Scipione (che mi dicevi di -averne fatte spesso le meraviglie con Lelio), la vecchiezza, non che -molesta, mi torna dilettevole e cara. Che se io m'inganno nel credere -immortali le anime umane, volentieri m'inganno, nè voglio mi si tolga -un errore, che abbellisce la mia vita. Se morto non sentirò più nulla, -come credono certi filosofastri, non temo che i filosofi, morti anche -loro, abbiano a deridere questa mia illusione. Che se poi non dobbiamo -essere immortali, tuttavia è desiderabile per l'uomo di estinguersi al -suo tempo. Imperocchè la natura, come in tante altre cose, così ha una -misura nel vivere. E la vecchiezza è come il compimento della vita; è -il quint'atto della commedia, in cui dobbiamo sfuggire ogni ombra di -stanchezza, segnatamente dove si aggiunga la sazietà. Queste cose avevo -a dire della vecchiaia, a cui v'auguro di pervenire, affinchè le cose -udite da me possiate trovar giuste, mercè la vostra esperienza.» — - -L'amanuense aveva finito di scrivere, e Cicerone diede una rifiatata di -contentezza. - -Anche questa è condotta a termine; — diss'egli. — E quasi quasi mi -duole. Ci si separa mal volentieri da un amico; e questo lavoruccio era -un amico per me. - -— Tu lavori sempre, ad onore di Roma, — notò con timido accento il -giovine cavaliere. - -— Così tu dicessi il vero! Confermeranno i posteri la tua sentenza? -Ecco il punto. Ad ogni modo, fo quanto è in me per meritarla. Le -lettere mi consolano in ogni studio della vita, e, come tu vedi, mi -seguono anche in villa. E adesso, o Tirone, — soggiunse il grande uomo, -— va a ricopiare lo scritto; lo manderemo agli amici, se credi che ne -valga la spesa. Io udrò frattanto questo umanissimo giovine. — - -Tirone raccolse le sue tavolette e si ritirò, mentre Caio Sempronio si -faceva innanzi. - -— Tu vorrai perdonarmi l'indugio; — continuò Cicerone. — Noi vecchi -abbiamo sempre qualche ricordo da lasciare a chi verrà dopo; e guai -a noi, se perdiamo il filo, perchè il tempo incalza e la Parca ci -attende. — - -Il grande oratore e filosofo sentiva già forse vicina la morte. -Infatti, sei anni dopo, egli moriva coraggiosamente, nel sessantesimo -quarto anno d'età, vittima delle ire d'Antonio che egli aveva fulminato -con le sue filippiche, piene di tanto amore per la patria e di tanta -devozione alla causa della libertà, che pur vedeva perduta. I soldati -recarono la sua testa a Fulvia, la moglie di Antonio, e la fierissima -donna, impugnato lo spillo che le teneva raccolti i capegli, vendicò -sulla lingua del morto le dure verità dette dai rostri al suo secondo e -al suo primo marito. Ricorderete che innanzi di dar la mano al futuro -amante di Cleopatra, il quale la trattò poi secondo i suoi meriti, -facendola morire di dolore e di gelosia, Fulvia era stata la moglie di -Publio Clodio. - -— Ma lasciamo questi vani discorsi; — proseguì Cicerone. — In che cosa -può giovarti l'opera mia? — - -Caio Sempronio gli espose allora in poche parole il caso suo, -riserbandosi di tornarci sopra con maggior diffusione, per tutti -quei particolari che al sommo giureconsulto mettesse conto di sapere. -Cicerone, che aveva conosciuto da vicino il padre di lui, lo ascoltò -con molta benevolenza e volle conoscere tutto, dall'a fino alla zeta. - -— C'è una donna, di mezzo! — esclamò. — Dovevo immaginarmelo. Giovani -matti, che non ricordate essere stata una donna la causa dell'eccidio -di Troia! È vero per altro — soggiunse egli, ridendo umanamente della -sua medesima osservazione, — che, se non cadeva Troia, non nasceva -Roma. Dunque, perdoniamo alle donne, e tiriamo avanti. — - -Il nostro cavaliere proseguì il suo racconto, nel quale gli occorse -anche di profferire il nome di Clodia Metella. E questo non giunse -nuovo a Marco Tullio, che rammentò allora il teatro di Pompeo e la -rappresentazione della _Casina_ di Plauto, alla quale abbiamo fatto -assistere i lettori. - -— Io non ti dirò nulla di lei; — disse il magno oratore. — Sarei un -testimonio sospetto. A me basta che tu, sapendo quello che io ne ho -detto al tribunale pochi anni or sono, non abbia temuto di venire da me -per consiglio. Forse intendevi che, dopo quanto t'è occorso, ero io il -tuo alleato naturale. — - -Queste parole di Cicerone svegliarono nel cuore di Caio Sempronio -un vago senso di tristezza. Egli non aveva pensato a nulla di tutto -ciò che il suo illustre interlocutore vedeva in quella visita, fatta -piuttosto a lui che ad un altro. Era andato da Marco Tullio, per la -stima che aveva grandissima del suo ingegno, per la stessa urgenza -del caso, che non portava di andare a cercare un consigliere lontano, -mentre ce n'era uno a pochi passi da Baia, e in fondo in fondo anche -per quella virtù dell'istinto, che nei supremi momenti ci fa indovinare -da qual parte si trovino gli aiuti più poderosi. Ma quell'accenno del -grand'uomo al passato, gli fece provare una specie di rimorso, che si -mutò in corruccio, non contro Cicerone, bensì contro sè stesso. - -— Forse ho dubitato di lei? — pensò Caio tra sè. — E venendo a chieder -consiglio da Marco Tullio, intendevo forse di vendicarmi su lei? Mi -sono rovinato per quella donna, è vero, ma come mi sarei rovinato per -un'altra, nè più, nè meno. — - -L'interna battaglia che io vi ho descritta con tante parole, durò a -mala pena un istante. E in pari tempo il nostro cavaliere sentì il -bisogno di sviare il discorso. - -— Forse, — diss'egli, — la causa non è degna di te, ed io ho abusato.... - -— No, non credere che sia da meno del mio povero ingegno; — interruppe -Cicerone. — Te lo dirò con Terenzio: sono uomo, e nessuna delle umane -miserie ha da essermi straniera. Mi occuperò del tuo caso, appena -sarò di ritorno in Roma. Io non mi sono trattenuto a Puteoli che per -finire il mio libro. Ma il Foro mi richiama da un pezzo, e fo conto di -partire domani o doman l'altro. Vieni a vedermi laggiù e conducimi il -tuo Lisimaco, per tutti i ragguagli e per tutti gli schiarimenti che mi -saranno necessarii. Comunque esso valga, il mio patrocinio lo avrai. - -— Ah! — gridò il cavaliere. — Tu mi ridoni la vita. Con te si vince di -sicuro. - -— No, non cantar vittoria, te ne prego. Un cattivo avvocato può perdere -una causa buona; un buon avvocato non può guadagnarne una cattiva. -Almeno, — soggiunse, con una restrizione che gli pareva necessaria, — -se il giudice è onesto. — - -Caio Sempronio si accomiatò finalmente dal grande oratore, -promettendogli che pochi giorni dopo si sarebbe presentato a lui, nella -sua casa al Palatino. - - - - -CAPITOLO XX. - -Una va e l'altra viene. - - -Egli ritornò alla riva con la morte nel cuore. Con che animo avrebbe -egli detto a Clodia Metella: partiamo alla volta di Roma? Non sarebbe -bisognato confessarle ogni cosa? E quella confessione non l'avrebbe -fatta arrossire? - -Pure, non si poteva fare altrimenti. Caio Sempronio si rassegnò, -implorando da Minerva una buona ispirazione, pel momento in cui si -sarebbe trovato da solo a solo con Clodia. - -La navicella toccò la riva di Baia, senza che egli avesse trovato -niente di meglio nella gran confusione del suo cervello. Balzò tuttavia -sollecito a terra, e corse, volò, al nido dei suoi poveri amori; nido -diletto, da cui gli era pur necessario allontanarsi tra breve. - -Il silenzio regnava in Citera. La sua bella compagna non era ad -attenderlo, come soleva, sotto il vestibolo. L'atrio era deserto, e -deserto il tablino. - -— Ahimè! — pensò egli in cuor suo. — così sarà deserto il luogo domani. -Vedete come è già triste fin d'ora. — - -Caio Sempronio tornò indietro, per chiedere della signora all'ostiario. - -— È uscita; — gli disse Piramo, il servo che già conosciamo fin dai -principio di questo racconto. - -— E dove è andata? - -— Non so. Ma aspetta, padrone; forse te l'ha scritto in una lettera, -che ha consegnata alle sue donne, poco prima di uscire. — - -Caio Sempronio sentì al cuore una stretta violenta. Piantò l'ostiario -al suo posto, infilò la fauce che s'apriva a fianco del tablino, e -riuscì nel peristilio, dove stavano le ancelle di Clodia. Erano tre, -quelle che Clodia aveva condotte seco da Roma, l'ornatrice e due -cosmète; ma Caio Sempronio non vide che queste due, intente a ripiegare -panni e chiuderli in certi forzieri, come se facessero i preparativi -per mettersi in viaggio. - -Il cavaliere si avvicinò alle donne, e, senza porre tempo in mezzo, -domandò: - -— C'è una lettera per me? - -— Sì, mio signore; — disse una delle cosmète. — Eccola qui. La padrona -mi ha raccomandato di non smarrirla, e la tenevo in tasca aspettando il -tuo arrivo. — - -Caio Sempronio prese il messaggio di Clodia. Era un pugillare, come -il primo che aveva ricevuto da lei. Ruppe il suggello con ansia -indicibile, e lesse. - -Non erano che pochi versi, segnati in fretta, e come a mano volante. - -«Io parto. Non cercare di raggiungermi, perchè tutto è finito tra noi. -Pensa agli orti Ventidiani, e consòlati.» - -Il povero giovane rimase esterrefatto. Mentre egli ritornava, pensando -tra sè come dirle delle sue strettezze, ella si allontanava da lui, lo -abbandonava, e per sempre! Gli orti Ventidiani! Chi mai aveva potuto -informarla?... Era gelosa; questo almeno appariva dalla lettera. Ma una -donna veramente gelosa non sarebbe rimasta, per rinfacciargli prima -il suo tradimento? Costei invece partiva, senza attendere nemmeno le -sue discolpe, o i suoi recisi dinieghi. Perchè, infine, quali erano i -testimonii? E non poteva anche esser falsa la accusa? - -Tutte queste erano belle ragioni; chè il nostro eroe, quando voleva, -ragionava anche lui e meglio d'un libro. Ma, anche col torto dalla -parte sua, Clodia Metella era sparita, e il pensiero della sua insigne -durezza non era quello che potesse lì per lì consolare il povero Caio -Sempronio. - -Egli rimase un tratto sospeso, col suo pugillare tra le mani. -Finalmente, gli balenò l'idea di domandare alle donne con chi fosse -andata la loro padrona. - -— Non sappiamo; — risposero. - -— E tu? — chiese all'ostiario che aveva indovinata la catastrofe e -seguito a rispettosa distanza il padrone. - -— Ê andata con un vecchio... con quel grasso che pare il dio Sileno.... - -— Ah, per gli Dei infernali! — gridò il cavaliere. - -Voleva dire dell'altro, ma si trattenne in tempo, ricordando che ci -aveva quei tre, a testimoni delle sue furie. - -— Contate di partire, voi altre? — chiese alle due cosmète, dopo un -istante di pausa. - -— Se tu ce lo consenti; — rispose la più vecchia di loro. — La padrona -ci ha detto di aspettare i tuoi ordini. — - -Al nostro eroe toccava ancora di pagare alle due ancelle di Clodia le -spese del viaggio. Era l'atellana dopo la tragedia! - -— Bene! — replicò Caio Sempronio, con lo stesso accento con cui avrebbe -detto: male! — Andrete quando vi piacerà. E tu e i tuoi compagni, — -soggiunse, volgendo la parola all'ostiario, — aspettate. — - -Ciò detto, andò fuori, per respirare più libero, e mettere, se gli -riusciva, il cervello a partito. Baia, il suo golfo, i colli tutto -intorno, gli parvero un deserto. Per giunta, il cielo s'era abbuiato, -e il mare, ai primi soffi dello scirocco, aveva preso un colore di -piombo. - -Guardando a caso dalla parte di Cuma, il nostro cavaliere vide venire -per la via maestra una reda, tirata rapidamente da due robusti cavalli -bianchi. Quel cocchio, come fu giunto davanti al cancello di Citera, si -fermò, e Caio Sempronio vide una matrona che si disponeva a discendere. - -— Forse lei, che ritorna? — pensò, senza badare che la dama era sola e -che quei cavalli bianchi non erano i suoi. - -Intanto, attratto da una forza irresistibile, volò verso il cancello. -La matrona era discesa e gli veniva incontro sorridendo. Non era -Clodia; era Giunia Sillana. - -— Oh, come son lieta di vederti! — esclamò la bella patrizia. — E come -mi rallegro di non essere tornata indietro! Ero già sul punto di farlo, -vedendo il mal tempo; la qual cosa mi avrebbe tolto il piacere di -stringerti la mano. — - -Caio s'inchinò, e le porse la destra, così per rispondere alla sua -cortesia, come per aiutarla a salire su pel viale. Per altro, non aveva -aperto bocca. - -— Tu sei triste; perchè? — dimandò Giunia Sillana, notando il suo -silenzio e non potendo ascriverlo a mancanza di riguardi. - -— Signora mia... — balbettò il cavaliere. - -E finì la sua frase con un sospiro tanto fatto. - -— Ma che c'è? Voglio saperlo. Ah, forse, — soggiunse, sorridendo, — -qualche nuvola viatrice? - -— Sì, viatrice, l'hai detto; — rispose il giovine, crollando la testa. -— Clodia Metella è partita. — - -E poichè Giunia Sillana mostrava di maravigliarsi del fatto, cavò il -pugillare dalla cintura e lo aperse sotto gli occhi di lei. - -— Ed io che ero venuta a visitarla! — gridò la signora, giungendo le -mani. — Ma come? che capriccio l'ha presa? - -— Lo so io? Così avessi saputo prima a chi gittavo il mio cuore! — -rispose egli, sbuffando. - -— Povero Caio! E con chi è andata? Con qualche pantomimo? - -— No; con Servilio Cepione, con l'argentario. - -— Ah, con quel vecchio otre? con quella montagna di carne? Consolati, -bel cavaliere! Una donna che cambia così male non merita una -lagrima.... e neanche il sospiro che ora le dài. — - -Caio Sempronio non sospirava in quel punto per Clodia. Sospirava, -pensando che Cepione era ricco, e che egli, invece, era rimasto povero -in canna. - -— Senti; — proseguiva Giunia Sillana, fermandosi con delicatezza -femminile a mezza strada, dove era un sedile di marmo, all'ombra d'un -pergolato; — il mondo è pieno di consolazioni, per un uomo tuo pari. -Chi non ti compiangerebbe? Chi, conoscendo te e lei, non imprecherebbe -a lei? Essa è già punita abbastanza dalla sua scelta, non dubitare! -Sarà la favola di tutta Roma. A proposito, quando ci torni, a Roma? - -— Subito, per vederla, per.... - -— No, non devi far nulla contro di lei; — interruppe Giunia Sillana. -— Ci sono delle donne per cui s'incontrerebbe volentieri la morte, -e delle altre che basta disprezzare, quando non è d'avanzo. Chètati -dunque; un giorno le passerai davanti, al fianco di una donna più -bella, e riderai degli spasimi che essa ti ha fatto provare in -passato. — - -E si faceva rossa, a dirgli queste cose. Incominciò a credere che -Giunia Sillana ci avesse un miccino di cuore, se ci metteva tanta cura -a consolare quel povero abbandonato. - -Caio Sempronio era rimasto pensoso, con gli occhi a terra. - -— Sei dunque persuaso? — continuò Giunia Sillana. — Mi prometti di -esser calmo? - -— Sì, — rispose egli, — te lo prometto. Oh, non temere, strapperò -l'immagine sua dal mio cuore. - -— Bene, così va fatto. E adesso per non rimanere qui, dove tutto ti -parlerà di cose tristi, vieni da noi; Pompeia è una bella città, ricca -di passatempi, e ti darà pace allo spirito. — - -Caio Sempronio alzò gli occhi a guardarla, e, per una consigliera di -calma, per una invitatrice agli svaghi pompeiani, gli parve troppo -bella. Un altro, poniamo l'innamorato console Servio Sulpicio Rufo, -avrebbe trovato che quello fosse per l'appunto il caso di accettare; -lui no. - -— Grazie; — rispose. — Debbo andare a Roma, o domani, o doman l'altro. - -— Non puoi aspettare? Tra otto, o dieci giorni al più tardi, si viene -anche noi. - -— Non posso; — replicò Caio Sempronio, chinando la testa. - -Giunia Sillana battè sdegnosamente del suo piedino sulla ghiaia del -viale. - -— Sempre lei! — esclamò, con accento d'amarezza. - -— Ti giuro che non vado per lei; — disse il giovane. — Sappi, poichè -mi credi così fanciullo, che le cose mie non vanno troppo bene. Il mio -arcario mi ha scritto l'altro giorno di gravi dissesti. Temo di restar -povero.... - -— Già! — interruppe Giunia Sillana, precorrendo di cinquant'anni una -sentenza di Orazio. — La sanguisuga non ha lasciata la pelle, se non -quando è stata piena di sangue. — - -Caio Sempronio acconsentì col silenzio all'osservazione della sua bella -vicina. - -— Or dunque, — riprese egli poscia, — stamane sono andato a Puteoli per -chieder consiglio a Marco Tullio Cicerone. Ero appunto da lui, quando -essa è fuggita. Il grand'uomo mi ha promesso il suo patrocinio. - -— Cicerone è un insigne giureconsulto, — notò Giunia Sillana, — e vede -molto giusto in ogni cosa. Ricordi tu come l'ha giudicata, tre anni fa, -la bella quadrantaria? - -— Ah, di grazia, non parliamo più di costei! Ti dicevo di Cicerone. -Egli parte domani per alla volta di Roma, e appena giunto colà vuol -prender cognizione del caso mio, per provvedere in tempo ad ogni -necessità. Tu vedi adunque che debbo partire ancor io senza indugio. - -— Quand'è così, non insisto; — disse Giunia Sillana, acquetandosi a -quella buona ragione. - -Ma subito dopo ella aggiunse: - -— Vai per mare? - -— No; — rispose il cavaliere rabbruscandosi a un tratto. — Per mare son -venuto, e per mare non tornerò certamente. Andrò a Capua, e di là sulla -via Appia. - -— In questo caso, — osservò Giunia Sillana, — il talamègo non ti serve -più a nulla. - -— A nulla, — ripetè Caio Sempronio. - -— Benissimo; potresti dunque venderlo a me. - -— Ê tuo, padrona; — rispose egli, che nel suo improvviso mutamento di -fortuna non aveva perduti gli istinti del gran signore. - -Giunia Sillana accolse quella profferta con un amabile sorriso. - -Ti ringrazio; — diss'ella; — ma a questi patti non lo voglio. Non -insistere, ti prego; mi troveresti più ferma a ricusare, che non è -facile Clodia Metella a prendere. Sappi, del resto, che avevo già -domandato ad Elvio Sillano, mio ottimo marito, di comperarmi una barca -di gala, somigliante alla tua. Noi donne siamo un po' come i bambini, -e vogliamo tutto quello che ci dà negli occhi. Elvio Sillano ha detto -di sì; il negozio è dunque già fatto per metà. A lui, anzi, parrà di -toccare il cielo col dito, se potrà risparmiare qualche migliaio di -sesterzi, comperando il talamègo di seconda mano e ancor nuovo per -giunta. - -Con queste ragioni, vere o non vere, ma certamente pietose, Giunia -Sillana cercava di persuadere il giovinotto. - -— Dunque, siamo intesi; — conchiuse ella, per non dargli tempo a -ravvedersi. — E se non vuoi tenere i servi che hai condotti a Baia, -compreremo volentieri anche quelli. - -Caio Sempronio pensava per l'appunto a tutte quelle bocche inutili che -avrebbe dovuto mantenere. E l'offerta di Giunia Sillana, rincalzata -dall'autorità del marito, gli fe' dare una rifiatata di contentezza. - -— Sta bene; — diss'egli; — accetto. - -— E adesso, — ripigliò con aria di trionfo la matrona, — tu vedi pure -che devi accompagnarmi a Pompeia. — - -Caio Sempronio rimase perplesso; ma Giunia Sillana gli diede il colpo -di grazia. - -— Vorresti forse che mio marito, alla sua età, facesse lui la strada, -da Pompeia fin qua? — - -Il nostro cavaliere s'inchinò. A quella argomentazione non c'era nulla -da opporre. - -Frattanto la bella matrona si era alzata da sedere, e accompagnata da -Caio Sempronio si avviava al cancello. - -— A proposito, — diss'ella, mentre erano già davanti al montatoio della -reda, — come si chiama il tuo talamègo? - -— La _Sirena_; — rispose il cavaliere. - -— Un mostro adunque? Metà donna e metà pesce, per allettarti con la sua -bellezza e poi sguizzarti di mano? No, no, — proseguì ella ridendo, -— questo nome non mi piace. Se permetti, quind'innanzi sì chiamerà -l'_Amicizia_; il nome di una cosa sacra ed umana ad un tempo, non -favolosa, nè mostruosa, nè paurosa; ne convieni? — - -Come resistere a quelle parole? Il santo nome dell'amicizia non era -egli una malleveria, una guarentigia contro ogni sospetto di secondi -fini? - -Or dunque, sotto il manto dell'amicizia, Caio Sempronio salì sulla -reda. E mentre la Sirena Clodia Metella, a fianco dell'adiposo Cepione, -viaggiava per Linterno e Gaeta, alla volta di Roma, il nostro bel -cavaliere, al fianco di Giunia Sillana, viaggiava per Cuma e Neapoli, -alla volta di Pompeia. - -Convenite, lettrici umanissime, che c'era più garbo e più eleganza in -questo rapimento che in quello. Giunia Sillana pareva un trionfatore -romano che si avviasse al Campidoglio, conducendo in mostra il più -nobile dei suoi prigionieri. - -Due differenze erano per altro a notarsi: che il trionfatore era una -bellissima donna pallida con due grandi occhi neri, da valere essi soli -un paio di legioni, e che il prigioniero era in cocchio, senza catene -alle braccia. - - - - -CAPITOLO XXI. - -Pro tribunali. - - -La mattina del penultimo giorno di ottobre (che, per amore di latinità, -potremo chiamare anche _tertio kalendas novembris_), l'insigne Marco -Rutilio Cordo, pretore urbano, con la sua ampia toga fregiata sui lembi -da una lista di porpora, se ne usciva di casa, preceduto da tre coppie -di littori, anch'essi togati, con la loro bacchetta nella destra, e coi -fasci delle verghe, ma senza scure, alzati sulla spalla sinistra. - -Marco Rutilio Cordo si recava al Foro, per amministrare la giustizia. -Ma come? in un giorno feriato? In quel giorno per l'appunto cadevano le -ferie di Vertunno, il dio degli alberi ed anche dei contratti e delle -permute; donde si argomenterà facilmente che, in un paese agricolo come -il Lazio, fosse anche un giorno di _nundinae_, ossia di mercato. - -E qui bisognerà spiegarsi un tantino. Neanche presso gli antichi -Romani si poteva amministrare la giustizia ogni giorno dell'anno. -C'erano i giorni _nefasti_, in numero superiore ai sessanta, che non si -ritenevano da ciò; e a questi contrapponevano i _fasti_, in numero di -quaranta, determinati dalla legge per l'esercizio della giurisdizione. -Dopo questi venivano i cento novanta giorni _comiziali_, destinati per -le adunanze del popolo, e messi anche a disposizione dei magistrati, -ogni qual volta non ci fosse comizio; laonde il piccol numero dei -fasti, propriamente attribuiti alla trattazione delle cause, non era un -così grande svantaggio per la giustizia, come a prima giunta parrebbe. - -Un'altra divisione era quella dei giorni in _festi_ e _profesti_, cioè -festivi e non festivi. Un giorno fasto cadendo in un festivo, perdeva -per quel fatto la sua qualità di fasto, cioè di giorno destinato -all'amministrazione della giustizia. Ma questa massima fu a mano a -mano ristretta, e ad esempio i giorni di mercato, che erano festivi o -feriati, furono dalla legge Ortensia, nel 468 di Roma, annoverati tra -i fasti; parendo ragionevole che il contadino, venendo in città per -l'occasione del mercato, avesse modo di sbrigare in pari tempo le sue -faccende giudiziali, approfittando della giurisdizione volontaria del -sor pretore. - -Il qual pretore, che era il secondo magistrato della repubblica e -surrogava i consoli quando essi conducevano in guerra gli eserciti, -entrando in uffizio proponeva la formola, o l'editto, secondo il -quale doveva giudicare, per tutto quell'anno, delle cose spettanti -alla sua giurisdizione. E giudicava lui direttamente, o per mezzo di -giudici, scelti nell'ordine senatorio, e delegati da lui per ogni causa -speciale. Ma qui sento il bisogno di girar la chiave dell'erudizione; -se no, risichiamo di morire affogati. Compirò il ritratto del pretore -dicendovi che, oltre la toga pretesta e i sei littori, egli aveva la -sedia curule, il tribunale in un luogo elevato del Foro, e l'asta e la -spada, simboli del suo dominio e dell'autorità di troncare ogni nodo -litigioso. Questi gli onori; quanto alle noie, sappiate che aveva poche -vacanze, non potendo che per lo spazio di dieci giorni assentarsi da -Roma. - -Quella mattina, adunque, Marco Rutilio Cordo, pretore urbano, andava -al suo tribunale, per giudicar lui in persona. Si trattava d'una -causa importante per sè stessa e pel nome dell'oratore. I lettori, che -indovinano tutto, solo che siano nulla nulla messi sulla strada, hanno -già indovinato che l'oratore era Cicerone, e che la causa era quella di -Tizio Caio Sempronio co' suoi creditori degnissimi. - -Ma quand'anco non lo avessero indovinato, lo argomenterebbero ora dalle -parole che andava borbottando tra sè, alla guisa dei vecchi, il nostro -ottimo Marco Rutilio, nel recarsi al suo posto. - -— Quel povero Caio Sempronio! Lo vedo brutto, ma brutto assai, malgrado -l'ingegno del suo avvocato. Infine, e che perciò? Roma ha bisogno di -qualche esempio. E non è forse tempo di mettere il cervello a partito -a tutti questi pazzi scialacquatori? Quanto agli usurai, non lo nego, -sono la peste della città. Ma nel caso nostro è proprio vero che -l'usura ci sia? _Non liquet._ — - -_Non liquet_ era la frase di rito dei giudici, quando non constava -loro del fatto, e non ci vedevano chiaro, nè per assolvere, nè per -condannare. La tabella che recava incise le lettere N. L., iniziali -delle due parole in discorso, equivaleva ad una delle moderne -assolutorie per mancanza di prove. - -Nelle vicinanze del Foro c'era già una gran ressa di popolo. Le Dodici -Tavole avevano stabilito che ogni giudizio dovesse incominciarsi prima -del mezzogiorno, ed era già _mane ad meridiem_, cioè a dire mancava -un'ora al punto legale. Patroni e clienti, curiosi d'ogni sorte, -villani, causidici, cavalocchi e via discorrendo, si affollavano tutti -agli accessi del Foro. E i littori di Marco Rutilio Cordo dovevano ad -ogni tratto alzar la bacchetta, per far cansare la gente sul passaggio -del magistrato. - -— Se vi pare, fate largo, o Quiriti! — - -Il principio della frase era una pretta cerimonia. Al popolo romano, -ai Quiriti, non si poteva parlare con alterigia, si capisce; ma guai -se i Quiriti non avessero obbedito a quella preghiera. Due littori -abbrancavano il riluttante; un altro slegava i fasci, e lì, in mezzo -alla strada, poteva rompere sulla schiena del mal capitato una mezza -dozzina di verghe. - -Passando davanti alle Botteghe Vecchie, il grave personaggio ebbe -un mezzo trionfo. Tutta la nobil classe degli argentarii e quella -nobilissima dei loro sensali, facevano a chi gridasse ed applaudisse -di più. Marco Rutilio Cordo ne fu intenerito; i littori adoperarono un -po' meno la bacchetta e permisero che uno dei più fervidi ammiratori -baciasse al magistrato il lembo della toga pretesta. - -Quella dimostrazione era un'alzata d'ingegno di Servilio Cepione, -di Furio Spongia e degnissimi sozii. Tutti que' furbi di tre cotte -conoscevano il debole del pretore, o, per dir meglio, l'animo umano, -che ha, dopo tutto, qualche buona qualità. Ora, non è chi lo ignori, -sono appunto le buone qualità che spesso lo fanno operare alla -rovescia. E voi, lettori, immaginate l'effetto che tutte quelle grida -e genuflessioni dovevano avere sull'animo di Marco Rutilio Cordo. -Quei poveri argentarii, che gli procacciavano lì per lì una specie di -trionfo, non meritavano essi un po' di riguardo? - -— _Si vobis videtur, discedite, Quirites!_ — ripeterono finalmente i -littori, cercando di allontanare, col miglior garbo possibile, quei -ferventi acclamatori. - -La traduzione della frase non ve la dò, perchè l'avete avuta in -anticipazione poc'anzi. - -Con le accoglienze fatte al pretore contrastavano in modo singolare -quelle che otteneva pochi minuti dopo, dalla classe degli argentarii, -il gran Cicerone. Lo guardarono a squarciasacco, mentre egli passava, -seguito dalla turba de' suoi clienti ed ammiratoti, ed io sarei quasi -per giurare che, se non ci fosse stata questa guardia rispettabile -intorno a lui, Publio Clodio e Sergio Catilina avrebbero trovato, non -uno, ma un centinaio di vendicatori. - -Del resto, il grand'uomo era avvezzo a simili scene, e non se ne curava -più che tanto. Inoltre, la riverenza di tutti gli altri frequentatori -del Foro lo pagava di quelle bizze, a misura di carbone. Tutti -s'inchinavano davanti a lui; la più parte dei campagnuoli si scoprivano -il capo. Non era egli uno dei loro? Nato in Arpino e venuto povero -in Roma, non aveva fatto passi da gigante, fino a meritare il nome di -padre della patria, decretato a lui dal Senato? E veramente l'insigne -oratore filosofo si avviava allora a meritar la sua fama di gran -cittadino, più che non avesse fatto in passato, con le sue debolezze -per Cesare e Pompeo, ambedue tiranni e laceratori della patria. Le -sue dubbiezze, le esitazioni e le vanità erano già per isvanire; lo -spirito suo, purificato dall'amor patrio, doveva sfolgoreggiare nelle -filippiche contro Antonio, aguzzarsi in una guerra disperata per la -libertà e la grandezza di Roma. Vano tentativo! Mancava la fibra per -le grandi virtù. Operare e patire da forti, non era più il motto dei -discendenti di Muzio Scevola. Farsaglia non vide che i tralignati eredi -delle antiche famiglie, noti per burbanzosa ignoranza, dispregio d'ogni -savio consiglio, e desiderio di vendette feroci. Nè in città doveva -rimanergli nulla di meglio; i giovani di buona indole erano della forza -di quel suo cliente, che aveva ereditato da suo padre una sostanza di -quattro milioni di sesterzi e ne aveva scialacquati cinque in due anni. - -Il nostro giovane eroe non era più quello di prima. Gli mancava quella -baldanza che traluce dagli occhi dei felici e li addita di schianto -all'invidia dell'universale. Per altro, si conteneva come poteva -meglio, e simulava, nel continuo sorriso, una sicurezza, che gli -osservatori più accorti non vedevano sostenuta dalla serenità dello -sguardo. - -Era stato in que' giorni da parecchi amici suoi per aiuto. Ma tutti -quei giovani eleganti, suoi fidi compagni del buon tempo, suoi -convitati di ogni giorno e suoi debitori per ragguardevoli somme, -lo avevano messo pulitamente fuor di speranza. Giunio Ventidio era -sempre disperato, quantunque vivesse da gran signore, e non poteva -imprestargli un sestante, che era la sesta parte di un asse. Quanto a -Postumio Floro, il suo rifiuto merita di essere raccontato per botta e -risposta. - -— Caro mio, tu domandi vino ad un otre sgonfiato. Son tuo debitore, lo -ricordo benissimo, ed è anzi uno dei miei ricordi più grati. Ma infine, -quando non ce n'è.... - -— Hai pure ereditato da tuo zio quei poderi in Sabina! - -— Ah sì, parliamone, di quella eredità! Boschi, dove non c'è più un -albero da tagliare, grillaie, sterpeti, campi visitati dalla grandine -quattro volte all'anno, e per giunta un castaldo che mi sa di ladro -a cinquanta miglia discosto. Se tu volessi cedermi il tuo Lisimaco! -Quello è un uomo veramente prezioso! Ti sei rovinato, è vero; ma puoi -dire almeno di averteli mangiati tutti da per te.... - -— Non tutti, non tutti! — osservò malinconicamente Caio Sempronio. — -Sono stato aiutato. — - -Postumio Floro senti il colpo; ma non si dispose perciò a mutar di -registro. - -— Se tu parli per me, — rispose egli, — hai torto. Un servizio reso è -un servizio reso, a patto di non essere rinfacciato. Mi rimetterò in -gambe, e ti restituirò i trentamila sesterzi. - -— Quarantamila, se non erro; — notò Caio Sempronio. - -— Ah sì, quarantamila. Io non ho mai avuta una gran memoria, pei -numeri. Quanto all'esser pagato un giorno o l'altro, contaci su. Ho -risoluto di cangiar vita; diventerò un uomo grave; mi farò campagnuolo; -darò dei punti a Catone; sarò io il mio arcario, il mio dispensatore, -il mio tutto. Oh, la farò vedere a molti, che mi credono un dappoco. -Già, sotto il romano, l'agricoltore c'è sempre, ed io seguirò l'esempio -di Cincinnato. A proposito, e perchè non faresti anche tu la tua -metamorfosi? - -— A qual pro? E su che? — disse Caio Sempronio. — Per condurre -l'aratro, ci vuole anzi tutto... l'aratro, e i quattro jugeri di -terreno. Ora, io non mi trovo più a possedere nè questi, nè quello. - -— La cosa cambia aspetto; — sentenziò con breviloquenza spartana -Postumio Floro. - -E il nostro cavaliere non ebbe modo di cavarne più altro. - -Restava l'amico Numeriano, il gentile poeta, a cui Tizio Caio aveva -così liberalmente regalato un podere. Ma il poeta, vedutolo una volta -per via, s'era voltato dall'altra banda. Ed egli, del resto, non -sarebbe mai andato a cercarlo, dopo quel certo guaio notturno. - -Ma perchè, domanderete voi, Cinzio Numeriano riteneva quegli orti, -dono di un amico infedele? Ahimè, debolezze umane! Cinzio Numeriano lo -avrebbe fatto di gran cuore, anche a risico di passare per un carattere -inverosimile agli occhi dei critici; ma c'era Delia di mezzo, Delia che -lo amava già poco, e lo avrebbe amato anche meno, fors'anche piantato, -se fosse caduto in miseria. - -La bella Greca, entrata per quella porta che vi ho detto nel consorzio -delle matrone romane, si era fatta assai prontamente al costume di -tante e tante altre. Già si diceva per Roma che la bionda signora non -vedesse di mal occhio il nobile Postumio Floro, quel tale che nelle -ombre degli orti Ventidiani aveva spiate le sue notturne passeggiate -con Caio Sempronio. È proprio così come io ve la racconto, o lettori. -Certi ripeschi amorosi non hanno altro principio che il timore d'una -donna e il disprezzo di un uomo. - -Torniamo a Caio Sempronio. Dopo aver picchiato inutilmente all'uscio -dei suoi debitori, si era rivolto ad Elio Vibenna. Quel sapiente -gustatore di vino non gli doveva nulla, non gli era legato da -altr'obbligo, fuor quello di parecchi inviti a cena. Poteva dunque non -essere ingrato. - -E non lo fu davvero, quel bravo Elio Vibenna. Udito il bisogno -dell'amico, gli offerse liberalmente un migliaio di sesterzi, poco meno -di dugentocinquanta lire; una gocciola al mare! - -Caio Sempronio aggradì il buon volere, non i mille sesterzi. Egli era -tuttavia nel possesso dei suoi fondi, quantunque da un giorno all'altro -gli dovesse venir tolto, e non sapeva che farsi dei pochi. - -Intanto quelle scenette cogli amici gli avevano fatto conoscere il -mondo, e la stizza si era trovata nel cuore di lui al paragone con la -nausea. Il nostro povero eroe se n'andava quel giorno al Foro, fidando -poco nella sua causa, quantunque difesa da Marco Tullio, ma fermamente -risoluto di non mostrarsi avvilito, di rider lui, prima che ridessero -alle sue spalle i cattivi e gli sciocchi. - -Ed eccovi perchè, andando al fianco di Marco Tullio, il nostro -cavaliere simulasse nel sorriso quella tal sicurezza, quantunque gli -occhi si vedessero smarriti e confusi. - -Il pretore Marco Rutilio Cordo era già salito sul suo tribunale, e -aggiustava in dotte pieghe i lembi della toga pretesta sulla sedia -curule, scanno con gambe a ìccase, da potersi aprire e chiudere, -intarsiato d'avorio e d'oro. I sei littori s'erano piantati a tre per -lato intorno al tribunale; gli accensi, specie di uscieri, avevano -annunziata ad alta voce la causa e chiamavano le parti in giudizio. - -Ho detto specie d'uscieri, e mi spiego; se no, questa benemerita classe -di cittadini potrebbe vedere in me un uomo non disposto a farle tutto -l'onore che le è dovuto, e per tante ragioni. Gli _accensi_, così detti -_ab acciendo_, ossia dal chiamare, erano uffiziali civili, addetti -al servizio dei consoli, dei pretori e dei governatori di provincie, -e spettava loro di convocare il popolo alle assemblee, di chiamar -le parti impegnate in una causa davanti al tribunale, di mantenervi -l'ordine, ed anche, per variare un pochino, di gridar l'ora all'alba, -al meriggio e al tramonto. - -Un'altra forma d'uscieri erano i _praecones_, o banditori, usati -anch'essi a citare il reo e l'accusatore, ma forse più specialmente -nelle cause criminali, e a proclamar la sentenza; a chiamar le centurie -al voto, nei comizi, e a gridare il voto d'ogni centuria e il nome -degli eletti; a fare il servizio dell'asta pubblica, dei giuochi -circensi e delle pubbliche assemblee; a precedere con la tromba i -funerali solenni, e finalmente a gridare sulle piazze gli oggetti -smarriti. Un mestiere da cani, come vedete! - -Le parti erano presenti; da un lato i creditori, Servilio Cepione, -Crispo Lamia, Furio Spongia e due altri della combriccola; dall'altra -il convenuto Tizio Caio Sempronio, assistito da Marco Tullio Cicerone, -accompagnato da Lisimaco, il suo arcario, e da Elvio Sillano, che non -ci aveva veramente che fare, ma che ottemperava ad un desiderio di sua -moglie, dando al cavaliere quella testimonianza d'amicizia. - -Esposta dal pretore la causa, letta dall'accenso quella parte -dell'editto pretorio che conteneva la legislazione di quell'anno -rispetto ai debitori, Servilio Cepione e i suoi compagni deposero i -loro titoli di credito. Caio Sempronio, come mi pare di avervi detto a -suo luogo, si era impegnato con altrettanti chirografi a restituire a -tutte quelle brave persone il danaro tolto ad imprestito, assicurandone -il pagamento sui fondi a lui pervenuti dalla eredità di suo padre. - -Le carte parlavano chiaro, e non c'era verso di storcere il senso delle -parole. - -L'arcario Lisimaco, invecchiato di dieci anni in un punto, offerse con -mano tremante il testamento del vecchio Caio, e i libri dell'entrata e -dell'uscita, donde appariva il valore dei fondi in quistione. - -Su questi libri s'impegnò la prima scaramuccia. Gli attori non -ammettevano la validità dei conti, fatti com'erano e presentati -dalla parte del convenuto. Ma fu agevole a Marco Tullio di ridurre -gli avversarli al silenzio, accennando come quei conti annuali -rispondessero perfettamente al valore assegnato al patrimonio nel -testamento di Caio, e alla stima fatta dai periti, quando il giovine -Tizio Caio Sempronio aveva contratti i primi debiti ipotecarii, per la -somma di due milioni di sesterzi. - -Era una magra vittoria, perchè, anche secondo la stima antica, il -valore del patrimonio non sarebbe bastato a coprirvi i cinque milioni -di sesterzi, che formavano il debito complessivo del suo povero -cliente. Ma il facondo oratore sperava di provare il fatto della -illecita usura, e di restringere quel debito a più modeste proporzioni. -Ora la prima vittoria gli faceva sperar bene del resto. - - - - -CAPITOLO XXII. - -Sulle ventitrè e tre quarti. - - -Il valentuomo parlò per tre ore alla fila, con quella abbondanza -punto volgare, e con quella concitazione, forse un tantino retorica, -ma sempre efficace, che formavano il pregio singolare di tutte le sue -orazioni. Chiaro e preciso nella esposizione del fatto, accorto nel -dissimulare i lati deboli della sua argomentazione, fu vivacissimo -nella dimostrazione, flagellando a sangue gli argentari, contro i -quali, raccolte tutte le prove e gli indizi che per lui si potevano, -invocò il rigore delle Dodici Tavole. La legge parlava chiaro: «se -taluno dà a prestito oltre il dodici per cento, sia condannato nel -quadruplo.» - -E qui, lasciando le prove, seguiva un caldo elogio delle Dodici Tavole, -fonte d'ogni pubblico e privato diritto, e insegnamento necessario, -che a ragione i cittadini romani imparavano a memoria, fin dalla più -tenera età. «Insieme con le leggi civili e coi libri dei pontefici, la -raccolta delle Dodici Tavole ci offre (diceva l'oratore) l'immagine -intiera dei tempi antichi; ci si trova la vecchia lingua dei padri -nostri, e certe forme di _azioni_ usate allora ci fanno entrare nei -loro costumi e nel loro modo di vivere. Il governo della cosa pubblica -è tutto in quelle leggi, come vi è compresa tutta la filosofia. Le -leggi, infatti, son quelle che c'insegnano a cercare e a pregiare -sopra ogni altra cosa la virtù; in esse è il premio al valore, -all'onestà, alla giustizia; in esse hanno i vizi e le frodi la loro -ammenda, l'ignominia, il carcere, le verghe, l'esilio e la morte. E -non già per via di lunghe ed oscure argomentazioni, bensì per la loro -autorità suprema e le loro decisioni imperative, esse c'insegnano -a padroneggiare le nostre passioni, a frenare i nostri desiderii, a -difendere le nostre proprietà, e a non recare sull'altrui le avide -mani, od anche un solo sguardo di cupidigia. Gridi ognuno a sua posta, -io dirò tuttavia ad alta voce il mio pensiero. Sì, il libro delle -Dodici Tavole, sorgente e principio delle nostre leggi, vale esso, -da solo, e per la sua ragguardevole autorità e per la sua feconda -utilità, tutti i trattati di filosofia. Quanto i nostri maggiori -andassero innanzi per sapienza a tutte l'altre genti, assai facilmente -intenderete, quando vi piaccia di paragonare le nostre leggi con quelle -dei loro Licurghi, Draconi e Soloni. È veramente incredibile, quanto -ogni legislazione civile sia, a petto della nostra, grossolana e direi -quasi ridicola.» - -Marco Tullio era scaltro, come vedete. Gli avversarii invocavano -contro il suo cliente le Dodici Tavole, ed egli vinceva la mano agli -avversarii, facendosi primo a lodarle. Inoltre il pretore Rutilio Cordo -aveva dato fuori pel suo anno di magistratura un editto, il quale non -era altro che una parafrasi di quelle vecchie leggi; e a quell'uomo -bisognava entrargli nelle grazie con ogni maniera di artifizi. - -«Mi volgo a te, — proseguiva Cicerone, — mi volgo a te, Marco Rutilio, -uomo santissimo, del quale io dubito se sia nato mai in Roma nostra il -più umano nei costume, il più retto nell'operare, il più ossequente -alle leggi, donde ha saldezza d'ordini e fondamento di grandezza la -repubblica. Mi volgo a te, arbitro della giustizia, e chiedo se i -nostri giovani spensierati, appunto per questo difetto dell'età, che -gli anni troppo facilmente correggono, debbano sottostare all'imperio -degli uomini perversi, che delle sante leggi si giovano per dar -lusinghe e via facile allo sperdimento delle ricchezze. Sian severe -le leggi, e lo sembrino anche di più; non io me ne dolgo, ben sapendo -come giovi, più del loro medesimo peso, il santo terrore che incutono -ai trasgressori. Ma appunto perchè sono severe, noi dobbiamo sperarle -benigne per noi. Gravi furono fatte dai nostri maggiori, non perchè -colpissero i buoni, fuorviati dalla imprudenza propria, o dal raggiro -altrui, ma perchè il loro rigore cadesse tutto sui raggiratori e sui -tristi. - -«Questo che io dico, tu credi, ed hai mostrato d'intenderlo in quel -tuo sapientissimo editto, che durerà certamente nella memoria dei -posteri, quanto il ricordo delle sante tavole a cui esso s'informa. -Oh veramente anno fortunato per Roma, quello in cui tu conseguisti -la pretura, perchè la tua giurisdizione, raffermando l'imperio della -legge, insegnerà le vie del ravvedimento ai giovani nostri, dimentichi -dell'antica severità di costume, e colpirà in pari tempo i malvagi -adescatori della gioventù inesperta, ai quali sembra (e in ciò, per -Giove, s'ingannano!) che i nostri venerandi maggiori per altro non -abbiano sudato intorno alle fonti della giustizia, se non per coprire i -loro artifizi e secondare i loro feroci appetiti.» - -Questa era la chiusa. E dietro la chiusa venne il plauso del popolo, -che soverchiò per un tratto le vociferazioni del partito degli -argentarii. L'arringa aveva fatto, come si direbbe ora, una profonda -impressione; ma non aveva demolito l'edifizio dell'accusa, nè distrutti -ad uno ad uno gli argomenti della parte avversaria; miracoli che si -operano adesso, con tanta facilità, da ogni avvocato novellino. - -Il pretore Rutilio Cordo impose silenzio e l'ottenne. Le lodi del -grande oratore gli andarono all'anima, non debbo tacerlo; ma egli -poteva cavarsela con un cenno di ringraziamento. Il magistrato sapeva -benissimo che quelle lodi non costavano molto all'avvocato, e che, dopo -tutto, la ricompensa gliel'avrebbe potuta dare in un'altra occasione. -Sono tante, le buone occasioni, tra l'avvocato ed il giudice! Nè questi -è sempre convinto di aver dato fuori una buona sentenza, nè quegli -di aver detta la verità, quantunque ne simulasse l'accento. I fiumi -di eloquenza consolano i clienti e le turbe, nell'aula magna della -giustizia; gli àuguri, poi, incontrandosi dietro l'altare, non possono -trattenersi dal ridere. - -Si aggiunga che i giudici hanno sempre avuto per costume di fare a modo -loro, senza darsi pensiero delle arringhe. Qualche volta, mentre gli -avvocati si accapigliano alla sbarra, il buon magistrato schiaccia il -sonnellino dell'innocenza, dietro alla pietosa catasta dei codici. Ma -allora non si poteva farlo, come ora. Davanti al pretore non c'era un -pezzo di tavola, e la sedia curule non aveva spalliera. - -La qual cosa vedano i giudici moderni se possa stare a prova di -superiorità degli ordini giudiziarii antichi sui nostri. Io vengo -difilato alla sentenza del mio dolce pretore. - -Considerato che il debito era di cinque milioni di sesterzi, mentre -la sostanza del debitore non oltrepassava i quattro; considerato che -non constava per certe prove avere i creditori ingrossato il debito -con illecita usura, si condannava il cavaliere Tizio Caio Sempronio -a pagare. E perchè i due primi creditori, che avevano già ottenuta la -_missio in bona_, potevano soli essere pagati per intero, come portava -l'anteriorità del loro credito, mentre gli ultimi tre risicavano di -perdere una grossa parte del loro avere, si accordava a questi ultimi, -per guarentigia del credito, di impossessarsi del debitore, salvo il -caso che non si presentasse qualcheduno a farsi mallevadore per lui. - -Marco Tullio doveva prevedere questa sentenza, perchè non mostrò di -esserne meravigliato. Si volse in quella vece ad Elvio Sillano, e gli -bisbigliò all'orecchio: - -— Ecco il buon punto; offriti mallevadore per l'amico. — - -Elvio Sillano, a dir vero, non si aspettava un tiro di quella fatta. -Sua moglie lo aveva spinto ad accompagnare Caio Sempronio, ed egli in -molte cose, anzi nella più parte, faceva quel che voleva sua moglie; -in tutte le altre, poi, faceva quel che non voleva lei direttamente, -ma che gli suggerivano i consiglieri di seconda mano, dopo aver -presa l'imbeccata da lei. Ma bisogna anche dire che ad un così grave -esperimento non era mai stata messa la sua infinita bontà. - -— Eh.... — diss'egli titubante, — la cosa non sarebbe mica impossibile. -Vediamo un po', per che somma m'impegnerei? - -— Un'inezia; — rispose Cicerone; — un milione di sesterzi. Che cos'è -infatti un milione di sesterzi per un riccone tuo pari? - -— Nè più nè meno d'un milione di sesterzi; — replicò il brav'uomo, che -non era del tutto uno scemo. — E già si capisce, io perderei questa -somma senz'altro? - -— Non dico di no. Ma se i poderi del tuo povero amico si vendessero -per un prezzo superiore ai quattro milioni, tu verresti a perdere quel -tanto di meno. - -— E se si vendessero ad un prezzo inferiore? - -— Non è probabile. - -— Ma è possibile, tuttavia. - -— Eh, non lo nego; — disse Cicerone, chinando la testa. - -— In questo caso, — ripigliò Elvio Sillano, — io ci perderei anche più -di un milione. Grazie infinite! - -— Dunque? - -— Dunque, non ne faremo nulla. I miei vecchi non mi hanno insegnato a -correre rischi così grandi. — - -Frattanto, per ordine del pretore, l'_accenso_ si faceva innanzi a -gridare: - -— Cittadini, nessuno di voi si fa mallevadore pel convenuto? — - -Nessuno fiatò. - -Allora il pretore Marco Rutilio Cordo pronunziò le parole solenni con -cui era chiuso il giudizio. - -— Servilio Cepione, Furio Spongia, Crispo Lamia, la legge vi consente -di prendere in pegno la persona del vostro debitore. — - -Quelle tre arpie non se lo fecero dire due volte, e posero l'unghie -addosso a Caio Sempronio con tanta furia, che tutti gli astanti diedero -in uno scoppio di risa. - -In quella risata universale andò perduto quel po' di compassione, che -in ogni altra circostanza non sarebbe mancata al povero condannato. -Ma già, dove ha potere il numero, basta un nulla per isviarne i moti, -e portarlo alla crudeltà, all'ingiustizia, alla dimenticanza, e, per -farla breve, a tutte le altre virtù cardinali dell'uomo. - -Aggiungete che Tizio Caio Sempronio aveva in quei pochi anni di -sfolgoreggiamento dato troppo da fare all'invidia. Non si era -meritato con la saviezza e la temperanza sua la stima dei grandi, e -con le eleganti follie, i vistosi trionfi, la bellezza e la salute -(sì, perfino con la salute) si era attirato gli odii dei piccoli. -Finalmente, era punito, quel vanaglorioso Alcibiade, che offendeva -tutti col suo fasto! Era scoppiata, quella bolla di sapone, che si -librava così pomposamente in aria, facendo mostra de' suoi vaghi -colori! - -Marco Tullio si accostò al suo cliente, gli strinse la mano e gli disse -una parola di conforto. - -— Spera, o Caio; tutto non è anche perduto. — - -Cepione rizzò la testa e si fece rosso peggio di un basilisco, a -quella frase del grande oratore, che pareva una sfida al suo diritto, -riconosciuto poc'anzi solennemente dalla sentenza del magistrato. - -— Pretore, — gridò egli con quanto fiato ci aveva in corpo, — la legge -ci assiste, non è egli vero! Noi possiamo condurre con noi il debitore -e caricarlo di catene, del peso di quindici libbre? - -— Lo potete; — rispose il pretore, che non era un erudito dei tempi -nostri e non si smarriva alla ricerca d'una apocrifa legge Petilia -Papiria, che proibisse l'uso dei ceppi pei debitori condannati. — Se il -debitore vuol vivere a sue spese, lo faccia; se no, dovrete nutrirlo -per sessanta giorni, dandogli almeno una libbra di farina al giorno. -Nella prima metà di questo termine egli potrà liberarsi, o pagando, o -transigendo.... - -— Resta a vedersi se vorremo transigere; — borbottò Cepione. - -— Nella seconda metà, — proseguì il magistrato, — voi dovrete per tre -giorni di mercato condurre il debitore davanti a me, e annunziare -pubblicamente la somma del debito, se mai si presentasse qualcuno -a liberarlo. Se anche il terzo di questi esperimenti non riuscirà -a nulla, dovrà cessare la prigionia; voi rimanderete libero il -prigioniero, salvo che non vogliate cancellarlo dal novero dei -cittadini, o con la schiavitù, vendendolo di là dal Tevere, o con la -morte, prendendo sul suo corpo la parte che spetta a ciascheduno di -voi. — - -La legge era dura, ne convengo. E ne convenivano anche gli antichi -Romani, che hanno inventato il proverbio: «_dura lex, sed lex_,» -insegnando così a rispettare le leggi, anche quando paressero acerbe. - -Parecchi autori moderni, disputando su questo diritto di fare a spicchi -un debitore insolvibile, hanno sostenuto che si trattasse soltanto -d'una minaccia. Ma oltre che gli antichi scrittori la prendono tutti -sul serio (e mi basterà citare Aulo Gellio, Quintiliano e Tertulliano), -noto che contro l'opinione dei sullodati moderni sta anche un raffronto -di questa legge con altre delle Dodici Tavole e con molte di secoli -posteriori, quando il diritto romano era giunto all'apogèo. - -Vediamo anzitutto le Dodici Tavole. Son puniti di morte gl'incendiarii, -i falsi testimoni, i diffamatori, gli stregoni, i ladri notturni. C'è -anche la legge dell'occhio per occhio e del dente per dente. «Se alcuno -rompe un membro ad un altro, e non s'accomoda con lui, subisca la pena -del taglione». - -Andiamo avanti; il codice Teodosiano punisce di morte i debitori -del fisco e tutte l'altre specie di debitori, quando per vizio di -sregolatezza siano divenuti insolvibili. E Valentiniano, dal canto suo, -dannava a morte tutti i debitori che per cagione di povertà non fossero -in grado di pagare. - -E qui, poichè m'è occorso di accennare una incerta legge Petilia -Papiria, dirò che essa, se pure è autentica, risguarda soltanto una -restrizione del diritto che aveva il creditore a mettere le mani -addosso al debitore, prima che questa _manus injectio_ gli fosse -consentita _pro judicato_, cioè a dire dopo una sentenza del pretore. -Se ne ha notizia da un passo di Tito Livio, dove racconta, all'anno -428 di Roma, essendo consoli Caio Petilio e Lucio Papirio, che, vedute -le sevizie di un usuraio sulla persona del giovinetto Publilio, datosi -spontaneamente prigione per un debito del padre, il senato commise ai -consoli di proporre al popolo una legge, per la quale nessuno fosse -più tenuto nei ferri, se non lo meritasse per colpa commessa e per -iscontare una pena. Livio non dice espressamente che i consoli abbiano -poi proposta la legge; ma, sia pure stata proposta e vinta, essa non -risguarda che un caso di cattura stragiudiziale e non infirma punto -il.... Diavolo! Diavolo! O vedete un po' dove ero andato a ficcarmi! - -Schiarito il punto controverso, vi dirò che il nostro povero Tizio Caio -Sempronio rimase _pro judicato_ in balìa dei suoi creditori feroci, -che lo trassero via pel Foro, in mezzo agli scherni, ai fischi, agli -applausi e alle grida d'ogni genere, di quello che i poeti hanno -chiamato «il mobil volgo». - -Marco Tullio Cicerone, passata quella burrasca, se ne andò pei -fatti suoi. Era un po' triste, il grand'uomo, perchè aveva preso ad -amare quel giovane sventato, e perchè nella rovina di lui vedeva la -mano di Clodia Metella, di quella Venere spogliatrice, che invano -egli aveva svergognata pochi anni addietro, al cospetto di tutta -Roma, nella memoranda difesa di Celio Rufo. Ma, dopo tutto, quella -battaglia perduta era un semplice episodio nella sua vita forense; e di -sconfitte ce n'erano state parecchie, tra l'altre quella recente per -Annio Milone, che ancora non aveva potuta mandar giù. Ora, lo dice un -proverbio latino, dov'è il più, non si tien conto del meno. - -Assai più confuso e impacciato di lui, se ne andò a casa Elvio Sillano. -Come avrebbe egli raccontato l'accaduto a quella brontolona di sua -moglie? - -Ma ella sapeva già tutto, quando il marito le capitò davanti con quella -sua cera ingrullita, e gli diede un assalto così violento, che il -brav'uomo si riscaldò a sua volta e trovò lì per lì una fermezza che in -ogni altra occasione gli sarebbe mancata. - -— Uomo senza cuore! — gridava la bella patrizia inviperita. — Per -colpa tua egli è ora in mano a quei tristi, che lo tormenteranno.... lo -uccideranno.... - -— Oh questo poi! — interruppe Elvio Sillano. — Lo venderanno, ecco -tutto; e noi lo compreremo.... se pure vorranno calare un tantino i -prezzi, e non domandarne un milione di sesterzi. Quanto ad ucciderlo, -che tornaconto ci avrebbero? - -— Per vendetta si può fare di peggio; — rispose la moglie. — Tu sai che -Cepione era geloso di lui. Fino a tanto che ha avuto da spennacchiare, -non ha fiatato; anzi è corso negl'imprestiti un poco più in là del -bisogno, tanto per averlo in suo potere. E grazie a te, gli è riuscita. - -— Ma infine, ragioniamo; dovevo io mettere a repentaglio una metà, un -terzo delle mie sostanze, per accomodare i pasticci d'uno sventato, che -conoscevo a mala pena da due mesi? — - -Giunia Sillana diede al marito un'occhiata di profonda commiserazione. - -— Tu sei un codardo, o Elvio. Non hai capito che Caio Sempronio è uno -di quegli uomini che non cascano per sempre, e che c'è vantaggio a dar -loro una mano. Ora egli, per la tua sciocca paura, perde la fama e la -libertà. Clodia Metella vuol ridere saporitamente di lui... e di noi! -Ah, quanto mi sarebbe più caro che tu fossi stato meno liberale in -altre cose con me! Quella villa a Pompeia! Quella schiava di Mileto pel -mio giorno natalizio!.... - -— Tutte cose che costavano assai meno, mia bella; — rispose Elvio -Sillano; — ed io potevo regalartele, senza pericolo di andare in -rovina. — - -Giunia Sillana si avvide che da quella parte non c'era più nulla da -fare, e lasciò di rammaricarsi. Un'ora dopo, la bella matrona usciva -di casa, dopo aver fatta annunziare la sua visita al console Sulpizio -Rufo. E non è a dire come l'egregio uomo si rallegrasse di quella -inaspettata ventura. - - - - -CAPITOLO XXIII. - -Dopo la sentenza. - - -Abbiamo lasciato il nostro eroe sotto il peso della sentenza pretoria, -e non ci siamo neanche fermati a dire con che animo l'avesse accolta. -Ma questo s'immagina facilmente. Caio Sempronio era andato al Foro con -poca speranza di vincere, ma quella poca gli bastava per non prevedere -un colpo così grave. E mentre sperava che l'eloquenza di Cicerone -facesse condannare i suoi creditori come usurai, o che almeno il suo -amico Elvio Sillano volesse offrirsi mallevadore per lui, ecco, gli -capitava tra capo e collo la mazzata, si sentiva ghermito dalle luride -mani di Servilio Cepione e dei suoi brutti colleghi. - -A quel tocco improvviso si scosse, e un senso di paura gli scorse per -tutte le fibre. Ma in pari tempo gli sovvenne che era in un luogo -pubblico, al cospetto di mille, e rialzò fieramente la testa, come -per far fronte al destino con la dignità del silenzio. Era la mano -di Cepione, quella che si era posata sulle sue spalle; ma egli sentì -la mano di Clodia Metella, di Clodia Metella, che oramai gli appariva -ciò che veramente era, un vile strumento degli argentarii. Forse era -da credersi che quella Venere spogliatrice gli avesse voluto un po' -di bene, in mezzo a tutti gli artifizi che le erano comandati dal -suo mestiere di adescatrice, e che ciò avesse destato la gelosia di -Cepione; altrimenti, non si sarebbe potuto spiegare l'accanimento -dell'usuraio contro di lui. - -Come mai era penetrato l'amore in quella montagna di carne? Caio -Sempronio ci perdeva il filo. Forse non era amore, quello di Cepione, -ma vanità offesa, che è peggio. Comunque fosse, il povero Caio -Sempronio era diventato lo schiavo, l'_addictus_ di quell'uomo e de' -suoi due prestanomi. - -E andando in mezzo a loro, pensava con raccapriccio al futuro. Chi lo -avrebbe riscattato dalle loro mani per una somma così ragguardevole, -come quella che formava lo scoperto de' suoi debiti? Valeva egli -il sacrifizio d'un milione di sesterzi? E avrebbe trovato l'amico -compassionevole, o il matto, che si scomodasse a tal segno per lui? - -Il nostro povero cavaliere si vedeva già fatto a spicchi. Le Dodici -Tavole parlavano chiaro. «Se più saranno i creditori (e questo era -proprio il suo caso), scorso il terzo giorno dei mercati, lo facciano -in pezzi; se qualcheduno ne tagliasse più o meno, non sia incolpato di -frode.» - -Tre spicchi, adunque, perchè i creditori erano tre. Questa la -prospettiva, e non c'era mica da scherzare. Al nostro prigioniero -tornava in mente quel certo pugillare di Clodia Metella, dal quale -aveva avuto principio la loro relazione. «Stimo te grandemente, nè l'ho -taciuto in alcuna occasione; fors'anco sarà giunto alle tue orecchie. -Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai quanta -fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava -prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini -assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto della sua -visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi -all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le prospere -Megalesi; è il mio voto.» - -Caio Sempronio era superstizioso come tutti gli antichi Romani. I -lettori rammentano che, appena ricevuto lo strano viglietto di Clodia -Metella, egli aveva interpretato il sogno col fatto dei tre amici, che -volevano danari da lui. E certo, allora come allora, la spiegazione -poteva bastare. Ma adesso, che tristo lume non riceveva il sogno dalla -sentenza di Marco Rutilio Cordo? O non si sarebbe detto che quel sogno -era una profezia, da dar dei punti ai famosi libri della Sibilla? - -Alla Sibilla ci penso io, raccontando. Ma non ci pensava di sicuro -il nostro povero eroe, che aveva ben altro pel capo. Uscì dal Foro, -sempre in mezzo ai suoi argentarii e ad una caterva dei loro clienti, -con la fronte alta, guardando tutti e nessuno, e senza che l'animo -partecipasse alle impressioni della vista. - -Così in confuso gli parve che alla prima cantonata Cepione lo avesse -lasciato, raccomandandolo a qualcheduno, ma non ci badò più che tanto. -Andava con la corrente, dove lo portavano i gomiti dei suoi vicini, -e non ritornò alla coscienza di sè medesimo se non quando si trovò -nell'atrio d'una casa, che non era la sua, ma quella del suo capitale -nemico. - -Due servi, facce proibite come il loro padrone, lo presero per le -braccia e lo condussero in una camera sotterranea, che in altri tempi -doveva aver servito da cantina, e il cui finestrino, munito di sbarre -di ferro, prendeva lume dal vano del peristilio. Là dentro fu chiuso. -Poco stante gli portarono una brocca d'acqua e una focaccia di farina, -del peso d'una libbra. Cepione faceva ogni cosa secondo la legge. - -C'era buio là dentro, e a tutta prima il nostro prigioniero non ci -si raccapezzava. Ma avvezzando gli occhi a poco a poco, vide contro -la parete una specie di rialzo, come un letto di fabbrica, che poteva -anche, e più facilmente, essere stato un ripiano per collocarvi due o -tre botti di fila. Comunque fosse, quello doveva essere il suo letto. -Onesto Cepione! Vedete un po' come aveva pensato anche ai comodi del -suo debitore. - -Si appoggiò alla proda di quella costruzione a doppio uso, incrociò -le braccia sul petto e rimase lunga pezza immobile, assorto nei suoi -tristi pensieri. Era così nuovo il suo stato! E gli giravano tante cose -per la mente confusa! Non aveva coscienza del tempo, nè dello spazio; -era qua e là in un punto, col passato e col futuro, che facevano a -cozzi nel suo spirito e si scambiavano le parti. - -Clodia Metella lo amava e non aveva potuto salvarlo. Era stato -chiamato in giudizio, ma Cicerone con una splendida arringa aveva -fatto condannare i suoi creditori a pagargli due milioni di sesterzi -per la illecita usura. Cepione era scoppiato dalla rabbia. Giunia -Sillana lo portava in trionfo. Numeriano cantava la sua vittoria ed -egli lo ricompensava col dono degli orti Ventidiani. Postumio Floro -gli domandava diecimila sesterzi in imprestito, ed egli lo mandava a -quel paese, dopo avergli rinfacciata la sua ingratitudine e il cattivo -servizio reso a lui presso Numeriano, il giorno dopo le nozze di Delia. -Il suo ritorno in auge gli avea conciliata l'amicizia di tutta Roma; -il magno Pompeo lo voleva dalla sua, gli offriva il comando di una -legione; Cesare andava su tutte le furie e gli giurava un odio mortale; -vinta la fazione di Pompeo, s'impossessava del giovane tribuno, e lo -gettava in un carcere. - -Si tornava al carcere, come vedete; questo era il triste, l'innegabile -vero. - -Parecchie ore erano trascorse in quella corsa sfrenata della fantasia -vagabonda. Ad un tratto, e mentre il suo pensiero ritornava alla -realtà delle cose, il prigioniero fu colpito da strani rumori, che -gli venivano dall'alto. Erano grida confuse, ma non d'alterco; la nota -dell'allegria risaltava chiaramente da quel pazzo tumulto di suoni. - -I nemici di Caio Sempronio banchettavano sulla testa del prigioniero; -celebravano la loro vittoria tra i fumi dell'orgia. - -Si accostò alla parete, donde col frastuono delle voci gli veniva -un filo di luce; si aggrappò alle ineguaglianze del muro e giunse -ad afferrare le sbarre che chiudevano il finestrino. Sospeso in quel -modo, tese l'orecchio e rimase in ascolto, se mai gli venisse fatto di -capirne qualche cosa. - -Il triclinio di Cepione non doveva esser molto lontano dal peristilio. -Poco stante il prigioniero riconobbe la voce del suo nemico. Servilio -Cepione doveva già aver alzato più volte il gomito, perchè quella voce -gorgogliava maledettamente; segno che il vino bevuto faceva nodo alla -strozza. - -— A te, padrona! — gridava l'avvinazzato argentario. — Ti chiamino pure -Venere spogliatrice, e quadrantaria, i nostri nemici! Tu sei una donna -portentosa, e noi ti faremo una statua. — - -Una voce di donna rispondeva a quel brindisi; ma Caio Sempronio non -riuscì ad afferrarne una sillaba. Per altro, il suono di quella voce, -e più l'allusione dell'argentario, gli fece intendere che quella donna -era Clodia Metella. - -Lei dunque al banchetto di Cepione! Lei presente a quella invereconda -orgia di strozzini! Proprio nel giorno che egli era stato condannato, -e certamente non ignorando dove egli fosse rinchiuso! Come era caduta! -Come si dimostrava corrotta ed infame! - -Ed egli aveva potuto invaghirsi di quella donna; vivere così lungamente -ai piedi della quadrantaria, senza vederne la bruttura, senza sentirne -il lezzo? La nausea gli venne alla gola e provò il bisogno di bere. -Lasciatosi cadere sul battuto, andò a cercare la brocca e tracannò un -sorso. L'acqua gli seppe d'amaro e la rigettò in fretta, come se fosse -veleno. La sua bocca era amara, non l'acqua; il povero Caio aveva la -febbre. - -I rumori del convito gli tornavano molesti. Provò a non badarci e -volse il pensiero a Giunia Sillana, a quella donna che poteva avere -i suoi difetti come tante e tante altre, ma che gli aveva dimostrato -un po' d'affezione. Certo, se fosse dipeso da lei, egli non sarebbe -caduto nelle unghie di Cepione, non sarebbe finito là dentro. E certo, -in quell'ora, in quel punto medesimo, mentre la vile quadrantaria -sorrideva procacemente allo stuolo impuro dei suoi nemici, inebriandosi -di vino e di scherni, Giunia Sillana pensava a lui e cercava il modo di -essergli utile. - -Quel pensiero lo confortò un tratto. Si sdraiò sul suo letto di pietra, -volgendo la faccia alla parete e stringendosi le palme agli orecchi. -Era stanco, sfinito da tante commozioni, e cadde in un sonno profondo. -I sogni lo consolarono della realtà. Tornava all'aperto, respirava le -aure soavi della libertà, e Giunia Sillana gli stendeva le braccia. In -verità, era costei la più bella donna di Roma; non impiastricciata di -farina e di minio come quell'altra, che usava levarsi dallo specchio -tutta lucente come una figurina di smalto, ma bianca del suo pallore -naturale, amabile pallore che rendeva agli occhi la mite bianchezza -del marmo. E al marmo poteva paragonarsi la salda maestà di quelle -sue forme rigogliose, invidia eterna di tante patrizie, celebrate per -bellezza in una città dov'erano così numerose le belle. - -E gli occhi, Dei immortali! Dove trovare i più grandi e i più -nobilmente pensosi, sotto l'arco maestoso e profondo delle lunghe -ciglia? Come un mare tranquillo lascia scorgere le arene dorate del -fondo, così quegli occhi mostravano a tutta prima i tesori dell'anima, -la pietà e l'amore. E l'una e l'altra cosa erano per lui, gli erano -promesse da quegli occhi benignamente rivolti su lui. - -Nel più bello, fu risvegliato in soprassalto da un improvviso rumore. -L'uscio girava sui cardini rugginosi, e un'ombra nera, spiccando sulla -luce rossastra d'una lucerna che dietro a lei era recata da un servo, -entrava poco stante nel carcere. Caio Sempronio balzò in piedi, e -riconobbe il suo creditore e padrone. - - - - -CAPITOLO XXIV. - -Un colpo di mano. - - -Il degno argentario si reggeva male sulle gambe e balbettava alcune -frasi sconnesse. L'ubbriachezza era evidente. - -— Salve, amico; — gorgogliò Cepione. — Non ho voluto andare a letto, -dove penso che mi troverò assai bene.... Il letto è una gran bella -cosa e viva la faccia di chi l'ha inventato! Che cosa volevo dirti? Ah, -ecco qua, sono venuto a darti la buona notte. Come ti trovi in questa -camera? - -— Bene; — rispose asciuttamente Caio Sempronio rimettendosi sul suo -letto di pietra e guardando filosoficamente il soffitto. - -— Non fo per dire, ma è davvero una bella camera; — ripigliò con aria -beffarda l'argentario. — Un po' umida, se vogliamo; ma c'ingrasserai, -non dubitare, e diventerai bello come il tuo amico Cepione. Vedo che ti -mancano ancora gli anelli e la catena. Abbi pazienza; non prevedevo che -Marco Rutilio Cordo volesse procurare oggi stesso un così grande onore -alla mia casa, e non mi ero preparato. Ma il fabbroferraio capiterà a -momenti e ti adornerà di tutto punto, che il dio Saturno medesimo non -potrebbe desiderarsi di meglio. Così non sarai più molestato e potrai -dormire tranquillo. Vedi che io sono un brav'uomo e ti voglio bene. - -— Grazie! — interruppe Caio Sempronio, volgendogli le spalle. - -— Non lo credi? Hai torto. Amavo Clodia più di te, si capisce. La -crudele matrona aveva dimenticato un po' troppo il suo Cepione. Ma -è tornata buonina, sai; regno io, finalmente, nel suo cuoricino. E -adesso io mi ricordo di te, ti perdono il ratto della Sabina, e prima -d'andarmene a letto, vo' berne un bicchiere con te. Trappola, lascia -qui la lucerna e va a prendere una bottiglia di quel buono. — - -Il prigioniero capì che non c'era modo di levarselo dai piedi. E -vincendo il ribrezzo che gl'inspirava quel furfante, gli domandò: - -— Ma come l'amavi tu, quella donna? E se l'amavi, perchè mi hai -lasciato andare tant'oltre con lei? - -— Perchè?... Oh bella! Mi domandi il perchè? Ragazzo mio, sappi che -Cepione, il banchiere, ha sempre amato due cose, le belle donne e -i danari. Quale delle due più dell'altra? Non so, non cerco. Vedi, -ero povero e brutto.... cioè no, ero soltanto povero, e mi dicevano -brutto perchè ero povero. Questi patrizii, pettoruti, pieni di boria, -che il canchero se li porti! Ah, pensavano che noi non ci saremmo mai -vendicati del loro disprezzo? Cepione li ha tutti in un calcetto. Ah, -non sono nobile, io? Sono un mascalzone, un plebeo? V'ha a costar cara, -per Ercole! A buon conto, son ricco; il vostro sangue l'ho succhiato -io; per questo mi vedete così fatticcione. Chiamatemi pure l'obeso -Cepione, la montagna di carne; io mangio bene, bevo meglio, e mi rido -di voi. Mi capitate ad uno ad uno tra le unghie; vi scortico, vi levo -i pezzi, mi vendico. Già capisco che un giorno o l'altro qualcheduno -pagherà per te, ed io perderò la tua amabile compagnia. Ma badino bene, -paghino fino all'ultimo sesterzio. Non fo ribassi, io! E se credono -che mi manchi il coraggio di rinunziare anche al prezzo di vendita -d'uno schiavo, s'ingannano a partito. Lascino trascorrere il terzo -giorno di mercato, e giuro a Saturno che ti fo tagliare in tre pezzi, -per prendermi la mia parte. Voglio quella tua testolina elegante, hai -capito? La voglio; e me la faccio piantare qui, sulle mie spalle, per -andare attorno, a innamorare le patrizie di Roma,... anche quelle che -non sono quadrantarie. - -— Starà male la mia testa, piantata su quell'otre gonfiato; — osservò -Caio Sempronio. — Sai che cosa ti converrebbe di più? D'impiccare ad -una trave quel tuo corpaccio di Sileno, e di figurarti che la tua anima -sozza sia entrata nel mio. - -— Ah, ah, burlone! — gridò l'argentario, colto in pieno dai sarcasmi -del suo debitore. — A buon conto, questo corpaccio ha preso il tuo -posto.... dove tu sai. - -— E di ciò ti ringrazio; — riprese Caio Sempronio. — Mi ci trovavo -male, e fu colpa mia, imperdonabile colpa, di non essermene avveduto un -po' prima. - -— Che cosa intenderesti di dire? - -— Niente che ti riguardi. Va, adesso; Clodia ti aspetterà. - -— Sicuro che mi aspetta! Me lo ha detto poc'anzi: «Servilio, anima -mia, passerino mio, fa presto, non perdere il tempo con quello sciocco -sdanaiato del tuo prigioniero.» — - -Caio Sempronio non rispose verbo a quello sfogo di vanità. Il ricordo -del passero gli fece venire in mente Catullo. - -— Povero poeta! — diss'egli tra sè. — Come è caduta giù la tua -Lesbia! — - -Intanto giungeva il Trappola con una bottiglia di vetro dal collo -stretto e dal ventre rigonfio, che raffigurava la testa di Medusa, e -due coppe di terra cotta, ornate di bei fregi rossi, su fondo nero. - -— Padrone, ecco il vino. È Cecubo. - -— Ah furfante! — gridò l'argentario. — Un vino così prezioso per questo -straccione? - -— Ma.... — balbettò il servo; — tu stesso m'hai detto di portare il -migliore. E poi, se devi berne anche tu.... - -— È vero, è vero; — disse Cepione, facendo la ruota. — Io devo berlo -ottimo, e tu approfitti della fausta occasione, o Sempronio. Ringrazia -il mio genio tutelare. — - -E con quella volubilità che è propria degli ubbriachi, il degno -argentario offerse da bere al suo debitore. - -Caio Sempronio respinse la tazza, che scivolò dalle mani di Cepione e -sarebbe certamente andata in frantumi, se il coppiere non fosse stato -pronto ad afferrarla per aria. Il vino, tuttavia, andò ad inaffiare il -battuto. - -— Non vuoi bere? — gorgogliò l'ubbriaco. — Hai torto, e Libero ti -punirà. Anzi ti ha già punito, — soggiunse egli, felice di avere -trovato un bisticcio, — perchè ti ha fatto schiavo. A te, Trappola, -da bravo; versami ancora tre gocce di nettare. Ma bada, per Bacco, che -non ti tremi la mano. Tu risichi di farmi una libazione che non è più -necessaria. — - -Quasi non sarebbe mestieri di spiegare ai lettori le parole -dell'argentario. Dicevasi libazione quel tanto di vino, o d'altro -liquore, che si spargeva sull'ara, quasi per dinotare che tutto era -consacrato agli Dei. - -— Padrone, non son io, — disse il Trappola. — È la tua coppa, che si -muove. - -— Ah sì? E come può essere? Io son saldo, vedi, saldo come un -Atlante. — - -E barellava, il degno argentario, per modo che il Trappola reputò -necessario di condurlo bel bello fino al letto di fabbrica, affinchè vi -trovasse un rincalzo al suo centro di gravità. - -In quel mentre, si affacciavano sul limitare cinque o sei uomini, -condotti dall'atriense. - -— Padrone, — disse il servo, — eccoti il fabbroferraio, venuto per -metter le catene al prigioniero. - -— Benissimo! — gridò Cepione. — E siano saldate a dovere, chè questo -furfante non abbia a fuggirmi. - -— Non dubitare, nobilissimo Cepione; — rispose il fabbroferraio, con -una voce che colpì Caio Sempronio; — ribadiremo gli anelli per modo che -neanco il dio Saturno potrebbe cavarne i piedi. — - -Saturno aveva, tra gli altri suoi uffizii celesti, il patronato degli -schiavi, ed era spesso rappresentato con le catene ai piedi; catene che -si toglievano via, durante la sua festa, nel mese di settembre, quando -si concedeva agli schiavi una libertà temporanea. - -Il fabbroferraio, uomo aitante della persona e nero di fuliggine -per tutte le membra, si face innanzi, seguito dai suoi aiutanti, che -portavano le catene e gli arnesi del mestiere. - -— Quanti siete? — esclamò Cepione. — Sono forse necessarie tante -persone, per adattare due cerchi di ferro alle gambe d'un uomo? — - -Il fabbroferraio si mise a ridere. - -— Temi di doverci dar da bere a tutti, nobilissimo Cepione? — domandò -egli, cansando la risposta. — I miei garzoni non bevono vino. - -— Quando non ce n'hanno; — soggiunse a mezza voce uno di loro. - -Intanto il nostro Caio Sempronio allungava una gamba, per agevolare il -lavoro al fabbroferraio. Lo aveva veduto più da vicino, aveva studiato -meglio la sua voce, e sotto la fuliggine che gli copriva il volto, -aveva riconosciuto Piramo, il suo ostiario, venduto da lui, insieme con -tutti gli altri schiavi della casa, a Giunia Sillana. - -Piramo, dopo aver data al prigioniero un'occhiata d'intelligenza, -s'inginocchiò, e, presa la catena dalle mani d'uno de' suoi compagni, -ne adattò un anello alla gamba del paziente. - -Cepione seguiva attentamente degli occhi il lavorìo di Piramo. - -— Che m'andavi tu cantando del Dio Saturno? — gridò egli, com'ebbe -visto l'anello. — Quei cerchi son troppo larghi. - -— Non mi pare; — rispose il fabbroferraio. - -— Ti dico che son troppo larghi per quelle due tibie, e lo sarebbero -anche pe' miei polpacci. - -— Tu vuoi scherzare, nobilissimo Cepione; — disse Piramo, che fino -allora non aveva tralasciato di ammiccare al prigioniero, sperando che -volesse capirlo. — Vedi tu stesso, se la cosa è possibile. — - -Così dicendo, tolse l'anello dal piede di Caio Sempronio, e lo adattò -alla gamba di Cepione. - -— Vedi? — gridò questi con aria di trionfo. — Cresce almeno sei dita. - -— Non si tratta d'altro? Eccoti come si rimedia; — rispose il finto -fabbro. - -E presa una tanaglia, strinse e rivoltò i capi dell'anello di ferro in -tal guisa che questo gli andò come se fosse stato fatto a bella posta -per lui. - -— A noi, ora; — gridò Piramo, scoprendo il suo giuoco. - -E preso per un braccio il nostro cavaliere, che stava guardando tutti -e tutto con aria melensa, lo spinse fuori della camera. In pari tempo -appoggiava una pedata al Trappola, che non aspettò la seconda, e trovò -più comodo di ruzzolare in un canto. - -L'altro servo dell'argentario era già andato via. Aveva accompagnato -laggiù il fabbroferraio e non gli era parso necessario di restare. - -Caio Sempronio indovinò finalmente che cosa si volesse da lui. -Infilò la scala, seguito da Piramo e dai suoi bravi compagni; giunse -nell'atrio, dov'erano sparsi in parecchi gruppi i convitati di Cepione, -e, dati due o tre spintoni a dritta e a manca, sguizzò dal pròtiro -sulla pubblica via, prima che i caduti avessero potuto rimettersi in -gambe, e tutti gli altri rinvenire dallo stupore. - -— Ah, furfanti! Ah, scellerati! Abbrancateli! Non lasciate uscir -nessuno! — - -Così gridava Cepione. E già si era mosso per correr dietro ai -fuggiaschi. Ma una catena di trenta libbre (perchè in ciò il fabbro -lo aveva servito a dovere) non si porta così facilmente da nessuno -che voglia correre, e molto meno quando si è alzato un po' il gomito. -Il degno argentario si era a mala pena avveduto di quell'impedimento, -che la catena gli s'intralciava fra le gambe, ed egli cadeva bocconi -davanti all'uscio del sotterraneo. - -Il tonfo di quell'otre disteso ebbe le conseguenze che doveva avere. -Non mi dilungherò in una descrizione poco piacevole; dirò invece, -aiutandomi con una perifrasi, che quel tonfo gli levò un peso dallo -stomaco, se non al tutto i fumi dal capo. - -Poco lunge da Cepione era caduto il Trappola, e per quella causa -impellente che sapete. Il poveraccio, udito il rumore della tombolata -e tutto il restante che per brevità si omette, si alzò come potè, e -pesto, indolenzito, sconcertato da quella inaspettata catastrofe, andò -ad aiutare il padrone. - -— No, lasciami stare! — balbettò Cepione con voce soffocata dalla -rabbia e da tutto il restante che ho detto. — Corri nell'atrio anche -tu! Fermate il prigioniero e gli siano distese sessanta vergate sulla -schiena. - -— Il prigioniero! Sì, piglialo! — pensò il Trappola, muovendo verso la -scala. — A quest'ora è già fuori dell'uscio. Basta, egli mi manda ed -io vado. Il sapore delle pedate non era buono di certo; ma l'odore del -vino che ritorna alla luce è di gran lunga peggiore. - -— Sessanta vergate sulla schiena! — ripeteva intanto Cepione, -mentre tentava di rialzarsi e andava brancolando nel sudiciume. — -Ed altrettante ai suoi compagni, prima di metterli in croce! Oh, me -la pagheranno, me la pagheranno! Vedete che audacia! Farla a me, a -Servilio Cepione! E il fabbroferraio, che era di balla con questo bel -mobile! Ah, per l'Averno, se mi capita nelle unghie!... — - -Tutto ciò borbottato, gorgogliato a intervalli, si capisce, ed anche -frammisto alle spume ingenerose che gli fiottavano dalle labbra. Se -lo aveste veduto, quant'era brutto! Clodia Metella, anima nera, se -vogliamo, ma donnina di garbo, avrebbe inorridito senz'altro. - -Finalmente, mandati dal Trappola, che reputava più salubre di correre -sull'orme del fuggiasco scesero nel sotterraneo gli altri servi della -casa e trascinarono fuori l'impiastricciato padrone, con la sua catena -ai piedi, non potuta levare lì per lì. La brigata dei commensali, che -abbiamo lasciata nell'atrio, era tutta sossopra dallo spavento, per -aver veduto sbucar fuori e fuggire, non senza distribuzione di busse, -quel branco di fuligginosi Ciclopi; ma l'apparizione del vecchio -argentario, di quella balla di cenci da mandare al bucato, mutò -l'indirizzo e fece dare tutti gli astanti in uno scoppio di risa. Che -farci? Il riso è contagioso, e i bricconi non sentono compassione; -neanche del proprio simile, che è tutto dire! - -A quelle inaspettate accoglienze, Sileno andò su tutte le furie. Guardò -intorno e capì che il prigioniero era fuggito. Anche il Trappola, -tornato allora dal pròtiro, gli confermò la cosa con la sua aria -ingrullita. Fece per saltare addosso ai servi, poi si volse furibondo -ai commensali, che seguitavano a ridere; ma le forze gli vennero meno, -torse gli occhi, digrignò i denti, e stramazzò privo di sentimento sul -musaico dell'atrio. - -Finalmente, dopo tanti che gliene avevano augurati in sua vita, gliene -capitava uno! Ma, pur troppo, non fu di quelli a ferraiuolo. Giove -ottimo massimo non suol dare di queste soddisfazioni alla virtù sulla -terra. Si mandò pel medico, e due dozzine di mignatte non ischifarono -di succhiare il suo sangue. Lettori, compiangiamo quelle povere bestie. - -E ritorniamo a Caio Sempronio; se no, ci pianta lì, come Olimpia sullo -scoglio, e chi lo raggiunge è bravo. - -Uscito sul margine della strada, aveva seguito Piramo, come un -fanciullo seguirebbe la madre. Infatti il suo fedele ostiario lo aveva -preso per mano, e, giunto alla svolta dell'isola, si ficcava in un -vicolo, mentre i compagni loro scantonavano lesti, chi da una parte e -chi da un'altra, senza aspettare il comando. - -Il nostro cavaliere camminò un dugento passi a quel modo, senza far -parola, chè non era tempo da chiacchiere. In fondo al vicolo stavano -due cavalli bardati. Piramo si fermò; il ragazzo, che teneva i -cornipedi per le redini, si fece avanti; Caio Sempronio capì a volo, e -d'un balzo fu in sella. - -— E adesso, padrone, al galoppo! — disse Piramo, che lo aveva -prontamente imitato. - -— Dove si va? — chiese il cavaliere. — Forse da lei? - -— No; ella si comprometterebbe e tu potresti essere ripreso da un -momento all'altro. Del resto, la vedrai ad ogni modo, laggiù, dove -andiamo a far capo. — - -Andavano verso la porta Nomentana. Ad un certo punto lasciarono i -cavalli ed entrarono in una casa di modesta apparenza, dove Piramo -si levò quella fuliggine ond'era tutto lordo e Caio Sempronio indossò -un'altra tunica, che dèsse meno negli occhi. Ciò fatto, uscirono da una -postierla che dava su di una viottola campestre, e con passo spedito si -allontanarono dalla parte di settentrione, per andare a cercare la via -Tiburtina. - -Giunia Sillana aspettava l'esito dell'impresa in una sua villa, dove -nessuno avrebbe argomentato che andasse, a stagione tanto inoltrata. -Quando vide apparire Caio Sempronio, libero, sano e pieno di -gratitudine per lei, la bella matrona divenne più pallida del solito, e -si lasciò cadere, sfinita dalla commozione e dall'eccesso della gioia, -sul lettuccio del triclinio, dove era preparata la cena a quel povero -affamato. - -— Grazie! — diss'egli, commosso non meno di lei. — Ti son debitore -della luce, dell'aria, della libertà, della vita, insomma. E in qual -modo sei riuscita a salvarmi? - -— Il console Sulpicio Rufo è un uomo di cuore; — rispose la bella -matrona, reprimendo un sospiro. — Egli ha ceduto alle mie preghiere -e prestato mano all'impresa. Ma parliamo d'altro; — soggiunse ella, -vedendo che la fronte del nostro cavaliere si andava rannuvolando. — -Attendi a ristorar le tue forze, e poi, scambio di riandare il passato, -provvederemo al futuro. — - - - - -CAPITOLO XXV. - -Chi ha avuto ha avuto. - - -Erano passati trenta giorni dalla condanna di Tizio Caio Sempronio -e dalla sua consegna legale in mano dei creditori. Il termine cadeva -proprio in un giorno di mercato, e il degnissimo pretore Marco Rutilio -Cordo sedeva maestoso in tribunale, attorniato dai littori ed intento -ad amministrare la giustizia. - -Cause di molta importanza non ce n'erano, quel giorno; nessun oratore -di grido aveva a sfoderare le armi della sua invitta eloquenza. Eppure, -quel giorno, si vedeva nel foro una calca più fitta del solito, perchè -i creditori di Tizio Caio Sempronio, del più bello, del più elegante -tra i cavalieri di Roma, dovevano condurre il loro prigioniero davanti -ai pretore, e annunziare ad alta voce la somma del debito, se mai si -presentasse qualcuno a pagare per lui e a farlo rimettere in libertà. - -Intendiamoci bene, tutta quella gente ci andava per vedere le facce -malinconiche dei tre creditori, essendo noto a tutta Roma il fatto -della fuga di Tizio Caio Sempronio. - -Dov'era andato a far capo il giovinotto? Saperlo! I littori lo avevano -cercato per ogni dove; ma fiaccamente, diceva Cepione, che non sapeva -darsene pace. Il feroce argentario, nello sfogo delle sue bizze, -era trascorso ad accusare il console Sulpicio Rufo di connivenza nel -colpo di mano, imputato da lui e da Clodia Metella all'amore di Giunia -Sillana pel nostro cavaliere. Per veder giusto in certe cose, non ci -sono che i nemici e le donne. À quelli aguzza l'ingegno il rancore; -queste non hanno mestieri d'aguzzarlo; la finezza del senso è in loro -una seconda natura. - -Giunia Sillana aveva sorriso di quei sospetti, contenta che avessero -dato nel segno. Ma il console Sulpicio non ci aveva le stesse ragioni -di lei per lasciar correre, e fatto chiamare a sè l'argentario, gli -aveva data una strappazzata coi fiocchi. Badasse a' casi suoi, tenesse -la lingua tra i denti; se no, povero a lui! E il nostro Cepione, -quantunque di mala voglia, si era inchinato, aspettando il giorno -dell'udienza pretoria, a cui doveva presentarsi, in compagnia de' suoi -sozii, egli e loro con un pugno di mosche. - -Or dunque, mentre il sapientissimo e santissimo uomo Marco Rutilio -Cordo stava sulla sua sedia curule, rendendo giustizia e accomodando -in bella guisa le pieghe della sua toga pretesta, comparvero davanti al -tribunale i tre usurai. - -— Che cosa volete? — domandò. - -— Pretore, ti chiediamo giustizia. - -— Qui la si fa sempre, e per tutti. Di che vi lagnate? - -— Del fatto che sai. Trenta giorni or sono, tu ci hai dato nelle mani -il nostro debitore Tizio Caio Sempronio.... - -— E fu bene, perchè egli non aveva pagato per intero il suo debito. -Lo avete portato via a buon dritto ed io spero che lo avrete nutrito -secondo la legge, o permesso che egli si nutrisse meglio, a sue spese. - -— Ah sì, egli s'è nutrito davvero; — gridò Crispo Lamia. — Lo stesso -giorno che tu ce lo hai consegnato, il prigioniero è fuggito. - -— Fuggito? - -— Sì; lo ignori tu forse, mentre tutta Roma lo sa? - -— Cittadini, — rispose gravemente il magistrato, — io qui non debbo -sapere se non quello che consta al mio tribunale. Dunque, è fuggito? E -voi ve lo siete lasciato sguizzar di mano? - -— Un tradimento! — urlò Cepione. — Un indegno tradimento! Egli non può -esser fuggito senza la connivenza di qualcheduno. - -— Accusate, e vedremo; — disse il pretore. - -— Ma.... — balbettò l'argentario, che rammentava la minaccia del -console, e voleva pur dire qualcosa; — i complici son troppo alti e -potenti. — - -Marco Rutilio Cordo aggrottò le ciglia senz'altro. - -— Non c'è nessuno troppo alto o possente, in Roma, davanti alla maestà -delle leggi. Parlate dunque, accusate liberamente. Vi avverto, per -altro, — soggiunse, con accento severo, — che le mezze accuse non -giovano, ed io vi farei costar care le false. — - -Cepione, inviperito, voleva replicare. Ma i suoi colleghi, più -prudenti, lo tirarono per un lembo della toga. - -— Non mettere te e noi in un ginepraio, — gli bisbigliarono -all'orecchio. — Tu lo vedi; il pretore non ischerza. — - -Cepione li chetò con un gesto della mano, che voleva dire: ho capito. E -abbassando il tono, ripigliò: - -— Ma il nostro credito, chi ce lo paga? Che cosa ci rimane, se il -debitore è sfumato? Il suo nome nella tua sentenza! In verità, è troppo -poco. - -— Non dico di no; rispose Rutilio Cordo, soddisfatto di vederli calare. -— Ma non son io che vi ho fatto perdere il pegno. E proprio volevate -farlo in tre pezzi? - -— In tre pezzi, sì, in tre pezzi, come ci consentono le patrie leggi. - -— E sia; lo potete. Spartitevi quel che rimane, senza pregiudizio -del vostro diritto su tutto quel più che potrà ritornarvi in balìa. A -te, Crispo Lamia, sérviti pel primo, quantunque tu non sia il maggior -creditore, ed abbi Tizio, il prenome. A te, Servilio Cepione, prenditi -Caio, il nome gentilizio. E tu, Furio Spongia, abbi quel che rimane, -Sempronio, il cognome della famiglia. Lo volevate dividere in tre; -vi accordo il taglio, vi assegno le porzioni; non se ne parli più -altro. — - -Così nella sua alta sapienza Marco Rutilio Cordo, che qualche volta -amava far la burletta, vizio che è rimasto e s'è perpetuato presso -tutti i giudici della terra, a rendere manco noiose le lunghe ore -d'udienza! - -Una risata omerica di tutti gli astanti accolse la sentenza del -pretore. Quando la voce fu passata di fila in fila, per modo che ne -fossero informati i più lontani, fu uno scoppio d'ilarità in tutto -il Foro; ilarità che si propagò per tutte le vie, per tutti i chiassi -dell'eterna città. Le aquile e i corvi, frequentatori assidui dei sette -colli, passando a volo sulle mura di Romolo, in quel momento d'epica -giocondità, rimasero un pezzo a becco aperto, domandando tra sè per -qual ragione fosse uscito dalla sua serietà il popolo più grave e più -contegnoso dei mondo. - -La sentenza di Marco Rutilio Cordo, buttata là senza pretensione e così -per mandare a spasso quei tre noiosi argentarii, trovò i suoi lodatori, -e passò in proverbio la divisione di un nome in tre parti. Tizio Caio e -Sempronio restarono separati e per sempre. I nomi d'Aulo, di Nigidio, -ed altri, che erano serviti fino allora ai giureconsulti nel proporre -gli esempi, cedettero il luogo a quei tre. Tizio ha dato a Caio; Caio -ha negato a Sempronio; e avanti di questo passo, fino al tempo nostro, -che tramanderà l'usanza ai venturi. - -Lettori dell'anima mia, vi ho chiarito un passo d'archeologia romana, e -voi siete capaci, non che di rendermi grazie, di non prestar fede alle -mie trovate. Questa è la sorte di tutti i grandi scopritori, ed io mi -rassegno. - -Ma voi siete anche capaci di chiedermi come e dove andasse a finire -il giovinetto, a cui era toccata quella burlesca _diminutio capitis_. -Ed ecco, è per l'appunto quello che ignoro. Ho rovistato in tutti i -bugigattoli della storia, e non ho trovato un bel nulla. - -Leggo cionondimeno in Plutarco, nella vita di Elvio Sillano (quel -valentuomo che sapete, e reputato degno di entrare in paragone con un -eroe della Grecia), che la bella Giunia Sillana era molto tranquilla. -Segno evidente che l'amico doveva star bene e che si adattava di buona -voglia alla necessità di conservare l'incognito. - -Un giorno, la bella pallidona s'imbattè in Clodia Metella. Le due -matrone non si erano più visitate, nè incontrate per via, dopo la -stagione delle bagnature nel golfo di Neapoli. - -Giunia Sillana fece le viste di non riconoscerla. Ma l'altra le andò -incontro difilata, e col più amabile dei sorrisi sul labbro. Dicono -i pratici che le signore donne ci abbiano sempre questo sorriso in -mostra, quando si dispongono a dare una stoccatina a qualche amica del -cuore. - -— Oh, bellissima, — gridò Clodia Metella, prendendo amorevolmente le -mani dell'amica, — come stai? Non ti si vede più. - -— Sto bene e tu mi vedi; — rispose asciuttamente Giunia Sillana. - -— Ah sì, una volta all'anno! Beato chi ti possiede! Dimmi, a proposito, -che cos'è avvenuto di quel leggiadro cavaliere?..... - -— Di che cavaliere mi parli? — chiese Giunia Sillana, seccata -dall'intenzione sarcastica di quel modo avverbiale che aveva usato -Clodia Metella. - -— Di Tizio Caio Sempronio, poichè bisogna dir proprio il suo nome. -Dicono che sia andato all'esercito di Cesare. - -— Sarà vero. - -— Ma dicono altresì che non sia uscito di Roma e che viva nascosto in -una tua villa. - -— Sarà vero anche questo. — - -Tanta imperturbabilità era piuttosto singolare, e Clodia si morse le -labbra dal dispetto. - -— Dunque, mia bellissima, tu conservi il segreto. Non ci sarà verso di -cavarti nulla di bocca? - -— Perchè dici questo? Ho anzi un'imbasciata per te; — rispose Giunia -Sillana. - -— Da lui? - -— Sicuramente, da lui. - -— Oh Venere madre! e sei stata così buona.... - -— Da incaricarmene, certamente. Povero giovane, è così gentile d'animo -e memore delle sue vecchie amicizie! Egli m'ha detto di consigliarti -in suo nome l'uso quotidiano e abbondante dell'acqua di Cosmo. Servilio -Cepione si lava così poco, e lascia un odore così cattivo su tutto ciò -ch'egli tocca! — - -La botta era andata al cuore. Clodia Metella perdette il lume degli -occhi. - -— Mi pagherai questo affronto, faccia di verderame! — sibilò essa, con -voce soffocata dalla rabbia. - -Giunia Sillana non si commosse punto, nè alla minaccia, nè all'insulto. - -— Io non ti temo; — rispose; — tutta Roma sa chi tu sei, quadrantaria! -Del resto meglio esser verdi, che impiastricciate di medicamenti -letali. Si narra che Metello Celere, il tuo povero marito, per averti -baciata sulle guance, sia morto. — - -In questa guisa le due matrone si separarono, sorridendosi a vicenda, -mentre i loro servi si tenevano ad una rispettosa distanza. - -Giunia Sillana non aveva certamente a temer nulla dallo sdegno di -Clodia. Elvio Sillano era del partito di Cesare, che trionfava, e -Clodia Metella doveva appiccar la voglia all'arpione. Del resto, era -andata maledettamente giù, la quadrantaria. E vennero presto le rughe e -si dileguarono ad uno ad uno gli amanti. - -Servilio Cepione, sempre più adiposo e rosso scarlatto nel grugno come -i bargigli d'un tacchino, un bel dì fu trovato morto nel suo letto. -Quella volta gli era capitato per davvero, e furono esauditi i voti -ardentissimi di tanti cittadini, che glieli auguravano a secco. I -suoi colleghi delle Botteghe Vecchie gli fecero un funerale magnifico, -accompagnato dalle imprecazioni di tutti i sette colli. Ma pur troppo, -nella fretta, dimenticarono di mettergli in bocca la moneta per pagare -il suo passaggio a Caronte, ed io credo che il mascalzone, con tutte le -sue ricchezze, non abbia ancora potuto mettersi in barca. - -Mi domanderete di Cinzio Numeriano. Il bel poeta non fece più versi, -che raccomandassero il suo nome alla posterità. Dopo tante liete -impromesse! Ma pur troppo è così; la Musa non vuol rivali, e pianta -lì, senza tanti complimenti, chi non sa essere tutto per lei. E un -bel giorno lo piantò anche Delia, fuggendo in Ispagna con un pantomimo -famoso. - -Giunio Ventidio, Postumio Floro, Elio Vibenna.... Io spero, o lettori, -che non mi domanderete notizia di tutte queste parti secondarie. -Sappiate del resto, che uno dopo l'altro morirono tutti. E, senza -mestieri di appurare il fatto con l'Arte di verificare le date, ho -ragione di credere che sia morto anche il leggiadro eroe della mia -storia, mezzo romana e mezzo di tutti i tempi e di tutti i paesi. - -Se vi ha divertiti, ditelo; ma per carità non la date ad imprestito. -Oltre che gli amici non vi restituirebbero il libro, voi fareste un -danno all'editore. - -Se poi v'ha annoiati, come temo, state zitti, per l'amor di Dio, e -pensate che anche alle manifatture di questa sorte va applicato il -proverbio: non tutte le ciambelle riescono col buco. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - Capitolo I. Entra in scena l'eroe Pag. 1 - » II. Il triclinio » 9 - » III. Donne, vino e canzoni » 21 - » IV. L'amico ei conosce alla prova » 34 - » V. Amore è cieco » 48 - » VI. Rose e spine » 65 - » VII. Venere spogliatrice » 83 - » VIII. L'attesa » 103 - » IX. Duettino d'amore » 116 - » X. Il terzo incomodo » 130 - » XI. Il prodigo e l'avaro » 139 - » XII. Nel teatro di Pompeo » 152 - » XIII. Amori in vista » 162 - » XIV. Le nozze di Numeriano » 180 - » XV. Il ricevimento » 197 - » XVI. Quod erat in fatis » 206 - » XVII. Viaggio a Citera » 219 - » XVIII. Luci ed ombre » 231 - » XIX. Siamo agli sgoccioli » 251 - » XX. Una va e l'altra viene » 268 - » XXI. Pro tribunali » 279 - » XXII. Sulle ventitrè e tre quarti » 292 - » XXIII. Dopo la sentenza » 305 - » XXIV. Un colpo di mano » 313 - » XXV. Chi ha avuto ha avuto » 325 - - - - -DELLO STESSO AUTORE - - -(_Edizioni in-16_). - - Racconti e novelle (1809). _Nuova edizione_ in-16: - Vol. I: Capitan Dodero, Santa Cecilia, Una notte bizzarra L. 2 — - Vol. II: L'Olmo e l'Edera, Il libro nero » 3 — - I Rossi e i Neri (1871). Due volumi » 7 — - Val d'Olivi (1873). _Seconda edizione_ » 2 — - Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ » 3 — - Semiramide, racconto babilonese (1873). _Seconda ediz._ » 3 — - La legge Oppia, commedia (1874) » 1 — - Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_ » 2 50 - Come un sogno (1875). _Quarta edizione_ » 2 — - La notte del commendatore (1875) » 4 — - Diana degli Embriaci (1877) » 3 — - Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). _Seconda edizione_ » 5 — - Lutezia (1878). Seconda edizione » 2 — - La conquista d'Alessandro (1879) » 4 — - -(_Edizioni in-32_). - - Capitan Dodero. _Terza edizione_ L. — 50 - Santa Cecilia. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 — - L'Olmo e l'Edera. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 — - Il libro nero. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 — - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Tizio Caio Sempronio, by Antonio Giulio Barrili - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TIZIO CAIO SEMPRONIO *** - -***** This file should be named 61841-0.txt or 61841-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/1/8/4/61841/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Tizio Caio Sempronio - Storia mezzo romana - -Author: Antonio Giulio Barrili - -Release Date: April 15, 2020 [EBook #61841] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TIZIO CAIO SEMPRONIO *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -TIZIO CAIO SEMPRONIO -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -<span class="smcap">Tizio Caio Sempronio</span> -</p> - -<p class="pad1 large"> -<i>storia mezzo romana</i> -</p> - -<p class="pad2 small"> -DI -</p> - -<p class="pad1 x-large"> -ANTON GIULIO BARRILI -</p> - -<p class="pad2"> -SECONDA EDIZIONE<br /> -RIVEDUTA E CORRETTA -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="large">MILANO</span><br /> -<span class="small">FRATELLI TREVES, EDITORI<br /> -1879.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA. -</p> - -<p> -Tip. Fratelli Treves. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<p class="title"> -TIZIO CAIO SEMPRONIO -</p> - -<h2 id="cap1">CAPITOLO PRIMO. -<span class="smaller">Entra in scena l'eroe.</span></h2> -</div> - -<p> -Lettori umanissimi, voi certamente non l'avete -conosciuto, perchè egli fioriva un mezzo secolo -prima dell'èra volgare, cioè a dire dopo il settecentesimo -anno dalla fondazione di Roma. -</p> - -<p> -Chi? domanderete. Il protagonista del mio racconto, -il chiarissimo Tizio Caio Sempronio, cittadino -romano, dell'ordine dei cavalieri. Non lo confondete, -per carità, coi cavalieri moderni, che sono -di più ordini. A Roma i cavalieri formavano un -ordine solo, ed erano, una delle tre spartizioni del -popolo, fatte da Romolo, buon'anima sua. E quasi -non occorre che io dica essere questi tre ordini, il -patrizio, l'equestre e il plebeo; tutta brava gente -che non vivevano molto in pace tra loro, ma che -per un migliaio d'anni spadronarono utilmente -su tutto il mondo conosciuto. La qual cosa mi conduce -a pensare che gli storici abbiano un po' calunniato -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -quel popolo, o per lo meno vedute le sue -bizze domestiche con una lente d'ingrandimento. -</p> - -<p> -Ma non ci perdiamo in chiacchiere. Se vi piace, -siamo all'anno 703 <i>ab urbe condita</i>, sotto i consoli -Servio Sulpicio Rufo e Marco Claudio Marcello, -egregie persone, di cui non so dirvi altro che il -nome. Consoliamoci insieme, pensando che essi -importano poco al nostro soggetto. -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio era un gentil cavaliere, e -bello, per giunta, come un dio di fabbrica ellèna. -Si diceva che sua madre lo avesse concepito dopo -essersi fortemente commossa alla veduta di una -statua di Scopa. Aveva i capegli biondi e riccioluti, -diritto il naso, breve il labbro superiore, il -mento rotondo, l'orecchio piccolissimo; insomma, -tutte le bellezze d'Apollo. E quando andava a -diporto per la via Lata, o per la Flaminia, con -le sue listerelle di porpora (<i>clavus angustus</i>) che -scendevano parallele sul davanti della tunica, ed -erano il contrassegno del suo ordine, gli facevano -l'occhiolino le matrone, dal fondo delle loro lettighe, -e gli uomini s'inchinavano, o si recavano la -mano al cappello, secondo che andassero a capo -scoperto, o portassero il pètaso. -</p> - -<p> -Gli uomini non lo onoravano già per la sua bellezza, -s'intende; che anzi avrebbero dovuto invidiarlo -e scoccargli un «<i>i in malam crucem</i>» dal -profondo dell'anima. Queste delicatezze gli uomini -ce le avevano in corpo fin da quell'ora; tanto è -vero che la civiltà è antica e i suoi primordii si -perdono nella notte caliginosa dei tempi. -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio era un leggiadro cavaliere, -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -l'ho detto; ma in compenso era anche ricco. Aveva -grossi poderi a Tivoli e nell'agro Reatino, donde -uscivano i suoi maggiori. Per altro, se il nostro -cavaliere potea vantarsi Sabino d'origine, non lo -si poteva riconoscer tale alla parsimonia proverbiale -di quella gente. Tizio Caio Sempronio spendeva -liberalmente tutte le sue entrate, e dell'altro -ancora. Però andava per le bocche di tutti, e si -faceva a gara per averlo amico. Uomini di vaglia, -o giovani promettenti, come Cesare e Catilina, lo -avevano in pregio; e perfino quel caro matto di -Clodio, prima di far quella morte immatura, che -tolse un altro salvatore a Roma e un grand'uomo -alla storia, era stato in molta dimestichezza con lui. -</p> - -<p> -Mi affretto a soggiungere che Tizio Caio Sempronio -non era uno dei loro in certi disegni politici. -A cena, alle terme, sotto i portici, al teatro, -sta bene, ma niente più in là. Il nostro bel cavaliere -amava la Repubblica tal quale l'avevano lasciata -i vecchi, e non sentiva il prepotente bisogno -di rimutare le istituzioni. Era, pel suo tempo, quello -che oggi si direbbe un conservatore. -</p> - -<p> -L'unica cosa che non avrebbe voluto conservare, -erano le ipoteche; noiosissime ipoteche, le quali -già incominciavano a fioccare sopra i suoi latifondi. -Ma già, il tizzo non risplende senza ardere. Ed -era così allegra la fiammata! Ed era così sontuosa -la dimora del gentil cavaliere! -</p> - -<p> -Egli abitava sul Viminale, in un bell'edifizio a -due piani, donde si godeva una vista incantevole. -Il senator Rosa ha avuta la fortuna di trovare le -<i>substructiones</i> di questa casa tra i Bagni d'Agrippina -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -e le Terme di Olimpiade, e di riconoscerne -il possessore antico, da un sigillo di bronzo, rinvenuto -nella cella vinaria. Io posso adunque, dietro -la scorta del dotto archeologo, darvi un briciolo -di descrizione, ricostruirvi con la fantasia l'abitazione -di Tizio Caio Sempronio. -</p> - -<p> -Figuratevi un edificio diviso in due scompartimenti -principali: l'<i>atrium</i>, o <i>cavaedium</i>, coi suoi -annessi necessarii all'intorno, e il <i>peristilium</i>, con -le sue pertinenze; l'uno all'altro riuniti da una -stanza intermedia, il <i>tablinum</i>, e da due corridoi -(<i>fauces</i>) che gli stavano ai lati. Avete inteso? Debbo -immaginarmelo, chè in vero mi tornerebbe difficile -di darvene una descrizione più chiara. -</p> - -<p> -E adesso che avete il complesso, il nocciolo -della pianta, entriamo pel <i>prothyrum</i>, o vestibolo, -androne di entrata dall'uscio di strada, nel cui -pavimento a musaico è raffigurato un cane, un -cinghiale, od altro animale grazioso e benigno, che -dovrà farci buona accoglienza in nome del padrone -di casa. -</p> - -<p> -Varcato il vestibolo, si riesce nell'atrio. È uno -spazio chiuso, rettangolare, i cui lati sono coperti -da una tettoia, la quale ha una larga apertura -nel mezzo (<i>compluvium</i>) a cui corrisponde nel pavimento -un bacino (<i>impluvium</i>) destinato a ricevere -l'acqua piovana dalla soprastante apertura. La -tettoia è sorretta da colonne, che formano per tal -guisa un chiostro aperto, da ricordare, ma con assai -più d'allegrezza per gli occhi, un chiostro di -monastero. -</p> - -<p> -Lo vedete quest'atrio? No, non lo vedete ancora. -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -Infatti, come potreste vederlo a tutta prima, se, al -tempo di cui parlo, ce n'erano di tre specie? -</p> - -<p> -Primo fra tutti, c'era l'atrio toscano, il più semplice -e il più antico, adottato a Roma per imitazione -dagli Etruschi. Esso non aveva colonne. A -reggere la tettoia che correva lungo le pareti delle -stanze laterali, bastavano due lunghe travi, che -andavano pel lungo da muro a muro, nelle quali -se ne calettavano due altre più corte, in guisa da -formare un'apertura quadrata nel centro. -</p> - -<p> -Ma questa forma d'atrio parve ben presto una -povera cosa, e s'inventò l'atrio tetràstilo, ossia di -quattro colonne, che rispondevano appunto ai quattro -angoli dell'apertura. -</p> - -<p> -Da questa novità alla bellezza dell'atrio corinzio -non c'è che un passo. L'apertura si allarga, le colonne -crescono di numero e di magnificenza. L'arte -greca ha vinto; nell'atrio sfolgoreggia la luce; la -matrona può stare in casa, filar la sua lana e viver -casta (<i>casta vixit, lanam fecit, domum servavit</i>), senza -morir d'anemìa. -</p> - -<p> -Fermiamoci ora. Siamo in un atrio della terza -maniera. Lungo le pareti delle logge laterali, tra -gli usci delle camere, si rizzano sui loro piedistalli -le statue dei maggiori, alcuni dei quali sono anche -effigiati in cera, entro le loro nicchie, sull'architrave -degli usci. Di fronte al vestibolo, dall'altro -lato dell'atrio, è il tablino, archivio ad un tempo -e sala di ricevimento. Infatti, nei primi tempi lo -si adoperava a contenere le <i>tabulae</i>, gli archivi -della famiglia; ma servì poi a ricevere i visitatori. -Questa camera, che ha la parete di fondo formata -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -da tramezzi di legno, o scene mobili, può diventare -in estate un passaggio, come le <i>fauces</i> che le -corrono sui lati; un passaggio, vo' dire, dall'atrio -al peristilio, che è la seconda divisione della casa. -Vedete che magnificenza! Una persona che entri -dal vestibolo, può guardare d'un tratto, e senza -difficoltà, attraverso l'intiera lunghezza dell'edifizio, -atrio, peristilio e giardino. -</p> - -<p> -Prima di uscire dall'atrio, diamo un'occhiata ad -alcune altre particolarità. Delle statue e delle immagini -degli antenati, vi ho detto quanto basta. In -un certo punto della parete c'è il tabernacolo degli -dei Lari. Erano questi gli spiriti guardiani, le -anime degli estinti, che, giusta la credenza dei -Romani, facevano ufficio di protettori, nell'interno -della casa. Erano costantemente rappresentati come -giovinetti succinti, inghirlandati di alloro, e in atto -di tenere in alto sul capo un corno da bere. Sempre -davanti a loro stava un'ara di marmo, il focolare, -con una cavità sulla cima, per ardervi gli -incensi quotidiani. -</p> - -<p> -Un'altra ara, più rilevata e più nobile, era qualche -volta nel tablino, davanti a un tabernacolo in -cui si adoravano gli dei Penati, o patroni della famiglia, -che potevano essere Giove, Giunone, Minerva, -Apollo, Nettuno, od altro qualsivoglia degli -abitatori dell'Olimpo. -</p> - -<p> -Fatta questa necessaria distinzione tra Lari e -Penati, entriamo nel peristilio. È la parte più familiare -della casa; un colonnato, come nell'atrio -corinzio; quattro corridoi all'intorno, e lungo i -corridoi le camere per uso della famiglia. In mezzo -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -al cortile è qualche volta il giardino, con tutti i -fiori che piacciono alla matrona, se ama i fiori, o -con tutte le piante utili alla cucina, se è una massaia, -che bada anzi tutto al risparmio. -</p> - -<p> -Ma qui non ci sono massaie. Tizio Caio Sempronio -è scapolo, e non ha da ringraziare per suo -conto gli Dei alle calende di Marzo, quando tutta -la Roma coniugale celebra la bontà di cuore delle -spose Sabine. Lasciamo dunque il giardino co' suoi -fiori. Esso darà le rose, di cui i servi di Tizio -Caio Sempronio comporranno le ghirlande per gli -ospiti, quando si sdraieranno nel triclinio, vasta -sala da pranzo, che è per l'appunto lì presso, a -poca distanza dalla cucina. -</p> - -<p> -Prima dì finirla con la descrizione della casa, vorrei -parlarvi dal piano di sopra, diviso in piccole -camere, anch'esse per uso d'abitazione. Non v'induca -in errore il loro, nome di <i>coenacula</i>. Non ci -si pranza più, fin dai tempi di Varrone, ed è rimasto -un nome generico per le camere del piano -superiore, ove dormono i servi e i ragazzi, come -nelle camere a tetto di tante case signorili del -tempo nostro. -</p> - -<p> -In casa del mio amico Tizio Caio Sempronio si -dorme poco. C'è sempre corte bandita; colazione -al mattino, o <i>jentaculum</i>; merenda, o pranzo, alle -tre del pomeriggio, coi nomi latini di <i>prandium</i> e -di <i>merenda</i> (veramente il pranzo è pei ricchi, e la -merenda pei lavoratori, forse perchè bisognava -guadagnarsela); cena finalmente alla sera. Tutti -questi nomi si sono rimutati nell'uso moderno, e -il pranzo ha preso il posto della cena. Già, lo ha -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -detto Vittor Ugo, <i>ceci tuera cela</i>. Ma io conosco -ancora molti impenitenti pagani, che fanno merenda -in casa, quando la famiglia prende il suo -pasto più forte, e cenano, poi, quantunque all'osteria, -molto più tardi, e in compagnia di allegri -commensali. -</p> - -<p> -Le cene di Tizio Caio Sempronio avevano fama -in città, come quelle di Lucio Licinio Lucullo. Figuratevi -se gli mancavano i convitati, con la magnificenza -gastronomica di cui facea pompa il suo -cuoco, e la presenza delle più belle e colte fanciulle -dell'Attica, o delle rive della Jonia. A quei -tempi era di moda il greco, siccome ai dì nostri -il francese. -</p> - -<p> -Oggi, sia lodato Iddio, il greco non si conosce -più, neanche dai professori. La moglie d'un grecista -famoso raccontava un giorno di non aver -concessa la sua mano a quel degnissimo uomo, se -non dopo la testimonianza di due oneste persone, -le quali giurarono che egli insegnava bensì il -greco, ma che non lo sapeva altrimenti. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span></p> - -<h2 id="cap2">CAPITOLO II. -<span class="smaller">Il triclinio.</span></h2> -</div> - -<p> -Siamo alle calende d'Aprile. Il mese è sacro a -Venere, e in questo giorno le donne romane vanno -a lavarsi nei templi, o nei sacrari domestici, inghirlandate -di fiori e di mirto. La ragione ve la -dice Ovidio, nei Fasti. La dea madre d'Amore, uscita -appena dall'onde, stava ritta sulla spiaggia asciugandosi -i capegli al sole, allorquando s'avvide di -essere adocchiata da uno stuolo di Satiri. E qui, o -fosse perchè quei così le parevano indegni di contemplarla, -o perchè ella non si era anche avvezza -a simili adorazioni, Afrodite nascose prontamente -le sue bellezze con un cespo di mortella, fatto nascere -lì per lì sulla riva. -</p> - -<p> -Altre cerimonie si facevano in quel giorno, e tutte -avevano l'acqua per ingrediente necessario. Verbigrazia, -le fanciulle da marito andavano a lavarsi -nel tempio della Fortuna virile, per cancellare ogni -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -imperfezione dal corpo. Ma perchè tra le imperfezioni -ci dovevano essere quelle che nessuna acqua -varrebbe a spianare, io suppongo che il miracolo -della Dea dovesse consistere piuttosto nell'acciecare -gli uomini per modo, che non si avvedessero più -di una spalla fuori posto, d'una pupilla sviata, o -d'altro sconcio simigliante. Accadeva che la gobba, -la sciancata, o la cisposa, trovasse marito? La Fortuna -virile aveva fatta la grazia. -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio non aveva nessuna di queste -cerimonie da compiere, e nemmeno voleva sacrificare, -come in quel giorno era l'uso, a Venere -Verticordia, perchè facesse il miracolo di svolgere -i cuori dagli illeciti affetti. Il giovinotto festeggiava -alle calende d'Aprile il suo giorno natale. Era segnato -tra i nefasti, nel calendario; ma che farci? -Non si nasce mica quando si vuole. Ora, il miglior -modo di passar l'uggia dei giorni nefasti, -anche nella Roma antica, era quello di stare allegri -quanto più si potesse. -</p> - -<p> -E quanto a ciò, non dubitate, il nostro cavaliere -aveva disposte le cose per bene. La sua casa accoglieva -quel giorno un giusto numero di amici. -Erano i quattro più cari e le quattro più belle; -otto insomma, e lui nove; non di più, perchè dovevano -mettersi a tavola. -</p> - -<p> -Era un precetto antico che il numero dei commensali -dovesse incominciare da quel delle Grazie, -che erano tre, e non andare oltre quel delle Muse, -che erano nove. In meno di tre, il banchetto riusciva -malinconico; in più di nove turbolento. -</p> - -<p> -Quattro cose, poi, si reputavano necessarie ad un -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -convito: belli i convitati, scelto il luogo, acconcio -il tempo e non negletto l'apparecchio. I commensali, -inoltre, non dovevano essere troppo loquaci, -nè muti. Ai primi si conveniva il foro, ai secondi -il letto. Quanto ai discorsi, non dovevano toccare -argomenti difficili, nè gravi, bensì giocondi, che -derivassero l'utilità dal diletto, e recassero qualche -conforto allo spirito. Così la pensavano i nostri -vecchi Romani, che non volevano a mensa le noie -del tribunale, del senato, dei comizi, o del banco. -</p> - -<p> -Dopo tutto, come si sarebbe potuto parlare di -queste cose punto piacevoli, alla mensa di Tizio -Caio Sempronio, dove c'erano Lalage, Delia, Febe -e Glicera? Lalage, una bellissima bruna, che, parlasse -o ridesse, metteva in mostra due file di denti -così leggiadri, da chiuder la bocca ad un esercito -di causidici? Delia, una bionda, severa all'aspetto, -come una statua di Fidia, ma con un paio di occhi, -donde uscivano bagliori che vi rimescolavano -il sangue nelle vene? Febe, bianca e soave come -la Dea della notte? Glicera, dolce come il suo nome -e piena lo sguardo di più dolci promesse? -</p> - -<p> -La sala del triclinio era spaziosa e ornata con -greca magnificenza. Dorato il lacunare, i cui cassettoni -apparivano colmi da canestri di fiori, in -atto di spandersi sui convitati. Le pareti erano -maestrevolmente dipinte, con quadrature, prospettive -e lontananze, che illudevano gli occhi e facevano -parere il luogo più vasto. In quella di mezzo -si ammirava un affresco, rappresentante Amore e -Psiche, mezzo sdraiati davanti ad una mensa sontuosamente -imbandita. Certo, da quell'affresco doveva -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -Apuleio aver cavato più tardi il soggetto del -famoso episodio della sua favola milesia. Tizio -Caio Sempronio chiamava quel dipinto: «Amore -a tavola» e lo celebrava il primo tra tutti gli -amori. Se avesse ragione non so, e non ho tempo -a cercare. -</p> - -<p> -Figuratevi che ci ho ancora un mondo di cose -da dirvi. Tutto intorno si vedevano arredi d'altissimo -pregio; candelabri di bronzo, che imitavano -lo stelo d'una pianta, e recavano in cima un dischetto, -su cui era posata la lucerna; tripodi, su -cui si ardeva l'incenso, od altro aroma di effluvio -più grato alle nari; mense vasarie, su cui posavano -boccali, brocche, anfore ed altri utensili necessarii -al convito; da ultimo il repositorio, o portavivande, -vistoso mobile di legno, incrostato di -tartaruga e arricchito di fregi d'argento, scompartito -in varii palchetti, l'uno sull'altro, destinati a -sostenere i vassoi con le loro diverse portate. -</p> - -<p> -La mensa era nel mezzo, tutta in legno di cedro, -levigata e rilucente, macchiata qua e là come una -pelle di pantera, quadrata di forma, per adattarsi -ai tre letti che le correvano intorno. -</p> - -<p> -I letti, sicuro; e appunto per questo la sala si -chiamava triclinio, dai tre letti su cui si adagiavano -i commensali, appoggiati sul gomito sinistro. -Ogni letto aveva tre posti, coi loro cuscini e guanciali -di piume, ed ogni posto aveva il suo nome, -il sommo, l'inferiore e l'imo. La stessa denominazione -serviva pei letti, da destra a sinistra del -riguardante, salvo che il letto di mezzo non si -chiamava inferiore, ma il medio. Di qui le divisioni -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -gerarchiche dei posti, <i>summus, inferior, imus, -in summo</i>, oppure <i>summus, inferior, imus, in medio</i>, -e finalmente <i>summus, inferior, imus, in imo</i>. Quest'ultimo -era proprio l'ultimo posto della mensa. -Ma il primo non era mica il <i>summus in medio</i>, come -porterebbe la nomenclatura accennata, bensì l'<i>imus -in medio</i>, perchè il convitato più ragguardevole, -stando nel letto di mezzo, che era il più nobile, -restasse anche vicino al padrone di casa, che era -sempre il <i>summus in imo</i>. -</p> - -<p> -Lettori, se io riesco oscuro, non è mia colpa. -Vorrei invitarvi romanamente a cena, e chiarirvi -meglio il negozio. Accettate la buona intenzione, -vi prego. -</p> - -<p> -Tutto era all'ordine; i lumi accesi in giro sui -candelabri e nella lampada di bronzo dorato, che -pendeva dal lacunare. Il lettisterniatore aveva sprimacciato -i letti a dovere e i commensali prendevano -il luogo assegnato dal nomenclatore a ciascheduno -di loro. -</p> - -<p> -Ottima usanza era questa, e mi sia lecito di aggiungere, -a mo' di parentesi, che potrebbe svecchiarsi -utilmente ai dì nostri, per risparmiare ai -convitati la molestia di andar su e giù intorno alla -mensa, cercando i loro nomi sulle cartoline ospitali, -ed anche per dare ad ognuno la consolazione -di conoscere i suoi compagni di tavola; cosa difficile -oltremodo, con l'uso moderno, e dove i convitati -sian molti. -</p> - -<p> -Gli uomini si erano sdraiati a mezzo sui letti; -le donne stavano sedute. Così portava la costumanza -romana; ma niente impediva che, ad una -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -cert'ora del banchetto, il capo di Delia o di Lalage -si arrovesciasse a destra o a manca, secondo il -capriccio, e le rose della ghirlanda convivale si -sfogliassero sulla sintesi del vicino. -</p> - -<p> -La sintesi, ho detto. E non crediate trattarsi qui -di uno dei due procedimenti filosofici per cui la -mente umana svolge e perfeziona le sue cognizioni. -Si tratta della combinazione di una tunica discinta -con maniche corte, e di un pallio che ricopriva la -metà inferiore del corpo ai convitati. Questa combinazione -si chiamava con greco vocabolo, la sintesi, -od altrimenti la veste cenatoria. -</p> - -<p> -Notate che si prendeva il cibo più o meno delicatamente -con le dita, e che la salsa poteva assai -facilmente cadere sulla tunica. Donde la necessità -d'indossare una veste <i>ad hoc</i>, la quale era fornita -dall'ospite. Il convitato non recava di suo che il -tovagliolo, nel quale, a cena finita, riponeva confetti, -frutte, ed altri rilievi della mensa, che era -permesso a tutti di portar via, come si usa anche -adesso, nei pasti villerecci, dai convitati indiscreti. -</p> - -<p> -Oltre la sintesi, fatta per cansar le frittelle sugli -abiti, i commensali avevano dall'ospite il nardo ed -il cinnamomo per ungersi i capegli, e la corona di -rose, che, premendo sulle tempie, non permetteva -ai fumi del vino (almeno, così credevasi allora) di -salire al cervello. -</p> - -<p> -Così disposte le cose, un ragazzo portò sulla -mensa il bossolo dei dadi, e si lasciò decidere dalla -sorte a cui spettasse il titolo di re del vino. -</p> - -<p> -Il punto di Venere, che era il migliore, poichè -in esso i tre dadi cadevano mostrando sulle facce -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -superiori tre numeri diversi, toccò ad una donna, -alla vispa Lalage dalle labbra di corallo e dai denti -di avorio. -</p> - -<p> -Un applauso universale salutò la regina. -</p> - -<p> -— Non è questo il giorno d'Afrodite? — gridò -Lucio Postumio Floro, a cui Lalage piaceva maledettamente. — E -non è giusto che Venere favorisca -la sua bella figliuola? — -</p> - -<p> -Il sorriso, l'ho detto, stava di casa sulla bocca -di Lalage. Ma quella volta esso apparve più soave -dell'usato, e Postumio Floro n'ebbe al cuore una -dolcezza infinita. -</p> - -<p> -In quel mentre si udirono liete armonie. I sinfonisti -entrarono nel triclinio, quale suonando la -cetra, quale il flauto, in accompagnamento ad un -coro di giovinetti, che cantavano le lodi del padrone, -composte in metro saffico da Publio Cinzio -Numeriano, il poeta. -</p> - -<p> -— Belli i versi ed il canto! — disse Tizio Caio -Sempronio, facendosi rosso dal piacere. — Abbia -l'amico Numeriano tutto quello che gli gioverà -domandarmi. E voi, — soggiunse, rivolto ai servi -sinfonisti, — che avete cantato e accompagnato -un carme degno di Apolline, siate da quest'oggi -liberti. — -</p> - -<p> -I sinfonisti si profusero in rendimenti di grazie. -Numeriano, che era sdraiato all'ultimo posto, -si senti più felice in quel momento, che se gli -avessero dato il posto consolare, occupato pur -dianzi da Lalage, la regina del banchetto. -</p> - -<p> -— Ave, Sempronio! — diss'egli, — Tu sei veramente -il primo dei Celeri. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -</p> - -<p> -Avverto il lettore che Celeri dicevansi da principio -i cavalieri, dal loro primo capitano Fabio -Celere. E Numeriano, ricordando le antiche denominazioni, -avrebbe potuto dire eziandio il primo -dei Ramnensi, dei Taziensi, e dei Luceri, perchè -appunto in tre centurie erano stati divisi i primi -cavalieri da Romolo, e ascritti alle tribù di tal -nome. -</p> - -<p> -Incominciò, come a Dio piacque, il banchetto. Il -Dio era Mercurio, a cui toccava la prima e la -miglior parte del primo piatto di carne. Se poi la -mangiasse, non so; forse ne faceva un presente al -guardiano del santuario. -</p> - -<p> -Mentre i sinfonisti cantavano e suonavano, un -servo accorto, lo <i>structor</i>, aveva disposti sui vassoi -del repositorio i piatti della prima portata, a -mano a mano che giungevano dalla cucina. E appena -finito il carme, altri due servi avevano sollevato -il portavivande dalla credenza, collocandolo -in mostra sulla tavola. C'era là dentro la <i>gustatio</i>, -o l'<i>antecœna</i>, come a dire l'antipasto, o i principii; -tutta roba da gustarsi per aguzzar l'appetito. -</p> - -<p> -Di solito non mancavano nell'antipasto le uova -sode, acconciate con salse; donde il proverbio romano -«ciarlar dalle uova fino alle mele;» ossia -dai principii alle frutte. Ma il lusso incominciava -a volere che le uova fossero di pavone, le quali -costavano un occhio, come potete argomentar di -leggieri. -</p> - -<p> -Il cuoco di Tizio Caio Sempronio aveva dunque -seguita la moda, e mandava in tavola le uova di -pavone; ma perchè la materia fosse vinta dall'arte, -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -quelle uova giungevano in un vassoio foggiato a -nido, su cui era una pavona di legno, con le ali -spiegate, in atto di covare. S'intende che, non essendo -la femmina del pavone così bella a vedersi -come il maschio, lo scultore pittore aveva dato -alla covatrice il collo azzurro, le penne lionate e -il ventaglio dagli occhi d'oro, del suo vanaglorioso -compagno. -</p> - -<p> -Dispensate le debite lodi a quella ghiotta novità, -e mostrato di saperla gustare, i convitati dovevano -bere. Ma a questo provvedevano i coppieri. Già il -credenziere era venuto innanzi con una grossa -anfora, su cui era scritto a lettere allungate: <i>Opimianum</i>. -</p> - -<p> -Il nomenclatore si era avanzato a sua volta ed -aveva gridato, commentando la scritta: -</p> - -<p> -— Falerno del consolato di Opimio! — -</p> - -<p> -Lucio Opimio Nepote era stato console con Fabio -Massimo nell'anno 632 di Roma. Quel vino -avea dunque settant'anni. Ma non era quello il -solo suo pregio. Nell'anno 632 <i>ab Urbe condita</i>, -essendo console Opimio, la stagione fu così asciutta, -che ogni sorta di frutti rimase squisitissima; il -vino principalmente riuscì egregio, e tanta fu la -sua fama, che con l'andar del tempo usavasi dire -Opimiano ogni vino vecchio che servivasi alla -mensa dei grandi. -</p> - -<p> -— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei -Numi? — chiese Postumio Floro. — Dillo, o regina -dalle labbra di rosa. -</p> - -<p> -— Nel <i>sestante</i>, per ora; — sentenziò la regina. -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -— Del resto, il Falerno Opimiano non è vino da -<i>deunce</i>. -</p> - -<p> -— Da <i>triente</i>, almeno! — osservò Marco Giunio -Ventidio, volgendo a quell'anfora uno sguardo divoto. -</p> - -<p> -— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose -la regina. -</p> - -<p> -— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio -Sulpicio, quando il console si reca al tribunale; — replicò -Giunio Ventidio. -</p> - -<p> -«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile -dei littori, quando avevano a sgomberare le vie -dalla calca del popolo, per dare il passo libero ai -magistrati. <i>Si vobis videtur, discedite Quirites.</i> -</p> - -<p> -Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri, -lasciando stare le arcaiche corna di bufalo, -usate a tal uopo dai primi Romani, e i fregi di -metallo prezioso onde furono ornate in processo -di tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi -d'oro, d'argento o di stagno, secondo le condizioni -di fortuna, e si chiamarono, dalla misura di liquido -che potevano contenere, sestanti, trienti e -deunci. Del sestante, che conteneva appena due -once, si servivano le persone sobrie. Augusto beveva -sempre al sestante e non più di sei volte durante -il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente, -che era perciò ritenuto un bicchiere di moderata -grandezza, pei bevitori ragionevoli; e ciò per contrapposto -al <i>deunce</i>, o bicchiere da undici oncie, -che era il calice prediletto dei beoni. -</p> - -<p> -— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore -dei primi, dopo aver fatta scoppiettare due -volte la lingua contro il palato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -</p> - -<p> -— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio -Floro. -</p> - -<p> -— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con -un galante accenno alla sua vicina. — Febe val -Ebe, ed anzi qualche cosa di più. -</p> - -<p> -— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se -avrai da bere alle lettere! — -</p> - -<p> -La celia destò il buon umore di tutta la brigata. -Dicevasi bere alle lettere, quando, in onore di una -donna, si bevevano l'uno sull'altro tanti bicchieri -quante erano le lettere di cui si componeva il suo -nome. -</p> - -<p> -Ricordano gli eruditi che Marziale propinava -all'arrivo di Lidia con cinque bicchieri; di Lica -con quattro, di Ida con tre; e poichè nessuna di -queste belle si mostrava, il povero poeta solitario -chiedeva consolazioni a Morfeo. È da credere che, -con tante libazioni, il dio dei papaveri non si facesse -aspettare; tanto più che il buon Marziale -aveva già bevuto prima per altre donne di molte -lettere, come, ad esempio, Giustina. -</p> - -<p> -Gli amici di Tizio Caio Sempronio ridevano, centellando -il Falerno del consolato d'Opimio; e frattanto -i servi, tolti dalla mensa i rilievi dell'antipasto, -si facevano innanzi col primo servito, o <i>caput -coenae</i>, come dicevasi allora. -</p> - -<p> -Il repositorio era diventato una vera selva di -piatti, il cui pregio appariva vinto da quella artistica -confusione con cui erano disposti. Immaginate -una ventina di vassoi d'argento, che recavano -torte, focacce, gamberi, anitre, ariguste, quarti di -maiale, triglie, fichi d'Africa, lepri, fegatelli, e via -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -discorrendo. Non vi parlo delle varie salse in cui -era cucinata tutta quella grazia di Dio, perchè vi -confonderei la testa e fors'anco vi guasterei lo stomaco -delicato, con que' miscugli di pepe e miele, -di cumino e di silfio, che formavano gl'intingoli -dei padroni del mondo. -</p> - -<p> -Levati ad uno ad uno i vassoi dal portavivande, -lo scalco fu pronto a trinciare in giuste parti ogni -cosa. Non si usava allora di lasciar niente nel -piatto di mezzo. Ad ognuno dei commensali toccava -la sua porzione, ed egli poteva mangiarla, o -riporla, o rimandarla, come più gli piacesse. Per -tal modo, non c'era a temere d'indiscreti, che, -verbigrazia, si servissero di tutto il migliore del -pesce, lasciando la testa e le spine all'ultimo del -giro. E nemmeno si avevano a patire i danni della -propria discrezione, o modestia. La rapacità degli -uni e la timidezza degli altri avevano un solo correttore, -lo scalco. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p> - -<h2 id="cap3">CAPITOLO III. -<span class="smaller">Donne, vino e canzoni.</span></h2> -</div> - -<p> -Mentre tutte quelle pietanze si distruggevano allegramente, -e perchè la cena non apparisse un -pasto di affamati volgari, la regina comandò che -qualcheduno dei commensali proponesse una quistione -gradevole. -</p> - -<p> -Vibenna domandò qual fosse miglior vino tra il -Cecubo e il Massico; ma Giunio Ventidio sciolse -prontamente la quistione, dicendo che erano ottimi -ambedue, e che il superlativo, anche a detta dei -grammatici, non ammetteva comparativi. -</p> - -<p> -Postumio Floro avrebbe voluto che si disputasse -intorno all'anima dei creditori, ma Lalage dichiarò -che non avrebbe patito di tali discorsi a tavola, e -condannò Postumio a non guardarla più fino alla -seconda mensa, cioè fino alle frutte. -</p> - -<p> -Il poveretto gridò che lo si voleva morto. Tizio -Caio Sempronio intercesse per lui e gli ottenne la -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -grazia della diva, a patto che trovasse il modo di dire -una cosa gentile a tutte, senza scontentarne veruna. -</p> - -<p> -— Non son poeta; — rispose Postumio; — e -qui meglio di me varrebbe Numeriano. Ma poichè -lo volete, vi dirò che amo una donna sola, perchè.... -non ho quattro cuori. — -</p> - -<p> -Le donne, così chiaramente indicate dal numero -dei cuori che si augurava Postumio, dovevano -sentenziare. Ma Lalage taceva, per non aver aria -di sapere chi fosse quell'una. Febe guardava Numeriano, -che era dall'altra parte della mensa e -non si accorgeva di essere guardato da lei. Glicera -si stringeva amorosamente al fianco di Caio -Sempronio, e non badava troppo alla conversazione. -</p> - -<p> -Delia parlò, Delia la bionda, severa all'aspetto, -come una statua di Fidia. -</p> - -<p> -Secondo lei, la donna amata da Postumio Floro -doveva esser poco lusingata dalla sua dichiarazione. -</p> - -<p> -— E se Giove ti avesse dato quattro cuori.... — diss'ella -al suo vicino di destra, — che cosa avverrebbe? -</p> - -<p> -— Mia bella severa, — rispose Postumio, — non -ardisco prevederlo. Ma certo, qualunque cosa avvenisse, -l'avrebbe voluto lui, ed io non ci avrei -ombra di colpa. — -</p> - -<p> -Intanto i coppieri andavano attorno con le anfore, -mescendo il vino nei vuoti sestanti. -</p> - -<p> -E il cuoco venne egli in persona, per curare -l'arrivo della terza portata. Il vassoio quella volta -era smisurato e ci volevano due uomini per sorreggerlo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -</p> - -<p> -Un grido di ammirazione ruppe dalle labbra di -tutti i convitati. Il cuoco sorrise, come sanno sorridere -i cuochi, quando ci hanno ancora dell'altro, -con cui sbalordire i commensali del padrone. -</p> - -<p> -E non aveva torto, perdinci, il degno scolare di -Apicio. Figuratevi che aveva cotto un cinghiale intiero, -coperto ancora (dico ancora, ma certo si -trattava di una giunta artificiale) della sua pelle -setolosa. E perchè niente mancasse a dargli l'aspetto -del vero, la degna bestia si vedeva sdraiata, -come in atto di voltarsi, in un certo intriso, che -voleva raffigurare un pantano, ed era la salsa più -appetitosa del mondo. -</p> - -<p> -— Come? — dimandò Vibenna, rinvenuto allora -dal primo stupore. — Non è stato neanche -sventrato? -</p> - -<p> -— Qui ti volevo! — disse il cuoco tra sè. -</p> - -<p> -Indi, ad alta voce proseguì: -</p> - -<p> -— Perdona, illustre Vibenna; quello che non è -stato fatto può farsi ancora. — -</p> - -<p> -E levato il coltello dalle mani dello scalco, lo -piantò arditamente nel petto del cinghiale, traendo -la lama a sè, per quanto lungo era il ventre. -</p> - -<p> -Allungarono tutti il collo e stettero cogli occhi -tesi per vederne balzar fuori le interiora, ma non -senza sospetto di qualche piacevole novità. Difatti, -il cuoco appariva sicuro del fatto suo. O faceva -troppo a fidanza con l'umore del padrone, o ci -aveva il segreto in corpo, e quell'abile colpo di -coltello doveva metterlo fuori. -</p> - -<p> -Una risata omerica salutò la conseguenza dell'operazione. -E qui l'epiteto di omerica vien proprio -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -a taglio, perchè il cavallo di legno, divino -lavoro di Pallade, non gittò tanti armati nelle mura -di Troia, quante il cinghiale sventrato diè fuori -salsiccie, olive, sanguinacci, tordi, ed altre ghiottornie, -debitamente rosolate, che promettevano una -festa di sapori al palato. -</p> - -<p> -Tosto gli schiavi si avvicinarono e lavorarono -coi loro cucchiai a raccogliere tutta quella sugosa -grandinata e a collocarla in giuste parti nei piatti -dei convitati, mentre lo scalco, riprendendo il coltello -dalle mani del cuoco, faceva destramente a -pezzi il cinghiale, per darne uno spicchio a ciascuno. -</p> - -<p> -— Gli Dei ti proteggano, o Caio; — disse Vibenna, -ammirato. — Tu possiedi la fenice dei cuochi. -</p> - -<p> -— A Sibari gli avrebbero eretta una statua; — aggiunse -Ventidio. — Noi dovremmo decretargli -il trionfo. -</p> - -<p> -— Per carità, non me lo guastate. Io l'ho già -manomesso; — rispose Tizio Caio Sempronio. — Che -altro potrei fare per lui? Mi mette al fuoco -dugentomila sesterzi all'anno; è questo il tributo -che io pago alla sua maestria. -</p> - -<p> -— Vivi cent'anni, o Caio, — gridò il cuoco inchinandosi, — e -conservami la tua benevolenza. -</p> - -<p> -— Coi dugentomila sesterzi; — aggiunse mentalmente -Postumio Floro. — Vedete un po' il mio -amico Caio, come spende allegramente il suo! Se -gli domandassi oggi i quarantamila che mi occorrono, -per chetare quel Cerbero di Cepione! — -</p> - -<p> -Il dispensiere si era fatto innanzi col Massico, -altro vino che non la cedeva al Falerno, nè al -Cecubo. E la regina del convito appagò il desiderio -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -di Marco Giunio Ventidio, facendo dare in tavola -i trienti. -</p> - -<p> -— Oh bene! — gridò Ventidio. — Beviamo dunque -e celebriamo queste spume generose col verso. -</p> - -<p> -— Col verso! Tu? -</p> - -<p> -— Io, sì, io. Che vi credete? Che alle mie ore -non sia poeta anche un Giunio Ventidio? Sentite -qua: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Ben venga, amici, il Massico,</p> -<p class="i01">E cresca la misura,</p> -<p class="i01">Mentre gli affanni e i triboli</p> -<p class="i01">La sorte rea matura.</p> -<p class="i01">Quando si muoia e dove</p> -<p class="i01">Si vada, è in grembo a Giove.</p> -<p class="i01">Ci pensi dunque il Dio,</p> -<p class="i01">O se ne scordi pur, come fo io;</p> -<p class="i01">Mentre bevo al tuo nome,</p> -<p class="i01">Febe divina dalle bionde chiome.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Versa, coppiere, il liquido</p> -<p class="i01">Rubino profumato.</p> -<p class="i01">Vedi? Alla prima lettera</p> -<p class="i01">Bevo, e in un sorso è andato.</p> -<p class="i01">Per la seconda, ratto</p> -<p class="i01">Versa, ed io bevo.... È fatto.</p> -<p class="i01">La terza ancor ti chiedo,</p> -<p class="i01">E per la quarta ad implorarti io riedo.</p> -<p class="i01">Perchè sì breve ha il nome</p> -<p class="i01">Febe divina dalle bionde chiome?</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -</p> - -<p> -— Ma bene! Egregiamente! — gridò Caio Sempronio. — Tu -rubi l'arte a Numeriano. -</p> - -<p> -— E mira anche a rubargli dell'altro: — soggiunse -Vibenna. -</p> - -<p> -— Dell'altro? Che cosa? -</p> - -<p> -— Il cuore della mia vicina e sua, che va troppo -spesso con gli occhi verso il nostro poeta. — -</p> - -<p> -Febe si fece rossa in volto come una fragola. -Anche Numeriano arrossì, ma non per la stessa -ragione di lei. Il giovine poeta pensava a tutt'altro, -e dovette credere che l'amico Vibenna si prendesse -giuoco di lui e di Febe. -</p> - -<p> -— Difenda Numeriano la sua conquista! — disse -la regina, a cui piacevano i versi. — Egli è il -prediletto delle Muse. -</p> - -<p> -— Sì, canti Numeriano. -</p> - -<p> -— Sentiamolo; — disse Ventidio. — Ma badi, io -gli contenderò la palma fino all'ultimo.... bicchiere! -</p> - -<p> -Numeriano, colto così alla sprovveduta, non sapeva -che pesci pigliare. -</p> - -<p> -— Ma io non ho ancora detto di voler combattere; — diss'egli -timidamente. -</p> - -<p> -E il suo sguardo andava frattanto più oltre, -verso la spalliera del letto di mezzo, donde si sentiva -venire incontro come un'aria di temporale. -La dea c'era; perchè non ci sarebbe stata la nuvola? -</p> - -<p> -— O Numeriano, che vuol dir ciò? — chiese -Vibenna. — Ti spaventa il competitore? E non -t'incuora nemmeno la speranza del premio? -</p> - -<p> -— Amici, — rispose Numeriano, — perdonate -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -al pusillanime che vi confessa la sua codardia. Mi -dò per vinto. -</p> - -<p> -— Senza scendere in campo? -</p> - -<p> -— Senza scendere in campo; e griderò volentieri -un evviva a Marco Giunio Ventidio. — -</p> - -<p> -La più parte dei commensali erano per menar -buona a Numeriano la sua ritirata. Ma c'era la dea -nella nuvola, e non poteva mancare la folgore. -<i>Intonuit laevum.</i> -</p> - -<p> -— Come? Non bastano ad inspirarti gli sguardi -soavi di Febe? — chiese con ironico accento la -bella e severa Delia, che aveva notato le occhiate -della sua bionda compagna a Numeriano, anche -prima dell'osservazione maliziosa di Elio Vibenna. — Così -poco potere ha la donna sul prediletto delle -Muse? -</p> - -<p> -— Anche tu! — esclamò Numeriano, ferito da -quel sarcasmo, che non credeva di aver meritato. — Anche -tu! Ah, per Apolline, io sono calunniato. -E non son donne le Muse? — Ed io potrei -macchiarmi di così nera ingratitudine, dimenticando -che la donna è la regina dei cuori, come lo -è oggi del nostro convito? — -</p> - -<p> -Il lusinghiero accenno propiziò a Numeriano il -cuore di Lalage. -</p> - -<p> -— Bene! — diss'ella. — Cantaci dunque il regno -della donna. -</p> - -<p> -— Lo canterò, — rispose Numeriano, dopo un -istante di pausa, in cui parve misurare le sue -forze, — lo canterò, a confusione di chi non intende -il mio cuore. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -</p> - -<p> -E chiesta l'ispirazione al biondo Iddio, Numeriano -incominciò: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Forma soave e splendida,</p> -<p class="i01">Anco ai celesti piaci,</p> -<p class="i01">Leda, Latona, o Danae,</p> -<p class="i01">Hai del Tonante i baci.</p> -<p class="i01">Nè t'amerà il poeta</p> -<p class="i01">Che anela al sacro monte?</p> -<p class="i01">Amor di carmi è fonte;</p> -<p class="i01">Fonte d'amor sei tu.</p> -<p class="i01">Per te il solingo genio</p> -<p class="i01">Beato od infelice.</p> -<p class="i01">Te chiede inspiratrice,</p> -<p class="i01">Più desiata meta</p> -<p class="i01">Quanto superba più.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Qual, de' mortali a strazio,</p> -<p class="i01">Chiuse nel cor più gelo,</p> -<p class="i01">Di lei che al Dio de' numeri</p> -<p class="i01">Nacque sorella in Delo?</p> -<p class="i01">Delle bellezze avare</p> -<p class="i01">Seppe Atteon lo sdegno,</p> -<p class="i01">Che, fatto a' veltri segno,</p> -<p class="i01">Indarno supplicò.</p> -<p class="i01">Ma Endimione inconscia</p> -<p class="i01">Fe' d'Atteon vendetta,</p> -<p class="i01">E là del Latmo in vetta</p> -<p class="i01">La nube tutelare</p> -<p class="i01">I divi amor celò.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span></p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Cinzia, Diana, o Delia,</p> -<p class="i01">Qual più nomarti hai caro,</p> -<p class="i01">Del cacciatore improvvido</p> -<p class="i01">Mi serbi il fato amaro?</p> -<p class="i01">O me, già fuor di spene,</p> -<p class="i01">Ora più lieta attende?</p> -<p class="i01">De' tuoi rigor l'emende</p> -<p class="i01">Lice sperare a me?</p> -<p class="i01">Non l'osa ormai l'assiduo</p> -<p class="i01">Dolore ai danni esperto;</p> -<p class="i01">E nulla chiedo e il serto</p> -<p class="i01">Rapito all'Ippocrene,</p> -<p class="i01">Bella, consacro a te.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Solo retaggio ed umile,</p> -<p class="i01">È pure il mio tesoro.</p> -<p class="i01">Poeta tuo, dimentico</p> -<p class="i01">Ogni più verde alloro.</p> -<p class="i01">Te salutar regina</p> -<p class="i01">È più sicuro orgoglio</p> -<p class="i01">Che i fasci in Campidoglio</p> -<p class="i01">Ed il trionfo ambir.</p> -<p class="i01">Ciò basti a cui s'inchinano</p> -<p class="i01">I vinti Medi e i Parti;</p> -<p class="i01">A me sol giovi amarti,</p> -<p class="i01">E a' piedi tuoi, divina,</p> -<p class="i01">Procombere e servir.</p> -</div></div> - -<p> -— Bene! per gli Dei immortali! — gridò Tizio -Caio Sempronio, profondamente commosso. — Diana -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -o Delia che sia, questa donna è adorata in -forma solenne! -</p> - -<p> -— Senti, Delia; — disse la regina del convito. — Tu -sei debitrice d'un bacio a Numeriano. O in -premio ai suoi versi leggiadri, o in penitenza di -un falso giudizio, a tua scelta. -</p> - -<p> -— Di che mi punite? — domandò la bella sdegnosa. — Di -aver costretto il poeta a cantare? Lodatemi, -invece, perchè l'ode è riuscita degna di -Valerio Catullo. -</p> - -<p> -— Questo paragone vai forse un bacio; — entrò -a dire Ventidio. -</p> - -<p> -— Non per me; — rispose prontamente Numeriano. — Del -resto, io l'accetto come uno scherzo -di quelle labbra, che fanno parer bello il sarcasmo. -Valerio Catullo è un gran poeta, ed io sono uno -scolaretto. — -</p> - -<p> -Quella di Numeriano era onestà, rara anche allora -per un alunno delle Muse. Ma pensate, o lettori, -che Numeriano era giovane, e non aveva -anche imparato a lasciar correre tutti i giudizii -che potessero nuocere ai suoi fratelli in Apolline -e far comodo a lui. -</p> - -<p> -Intanto che gl'innamorati si bisticciano (poichè, -già lo avrete capito, Numeriano è invaghito di -Delia ed ella lo sa da un bel pezzo), non dimentichiamo -le ultime fasi della cena. -</p> - -<p> -I servi avevano portato via la mensa ed erano -andati attorno coi catini d'argento e cogli asciugamani, -perchè i convitati ripulissero le forchette, date -a loro dalla madre natura, e tali perciò da non potersi -portar via sudicie, per rigovernarle in cucina. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<p> -Ciò fatto, a suon di cetre e di flauti, venne in -mezzo al triclinio la seconda mensa, bella a vedersi -per la sua lastra di legno prezioso intarsiato -d'avorio e di tartaruga, con fregi d'argento, che -ricorrevano eziandio sul piede, riccamente intagliato. -</p> - -<p> -Sulla seconda mensa erano già imbanditi i confetti, -i dolciumi, le torte di cotognato ed ogni generazione -di frutte serbevoli. Non mancavano tuttavia -le frutte fresche, quantunque si fosse alle -calende di aprile. L'Africa e la Sicilia erano gli -orti suburbani di Roma. E qual è lo scolare di -umanità che non ricorda i fichi d'Africa, portati -dal fiero Catone in Senato, come il più fresco degli -argomenti a conforto del suo eterno: <i>Delenda -Carthago</i>? -</p> - -<p> -Intanto si seguitava a bere. Le anfore si succedevano -e non si rassomigliavano; e i discorsi -neppure; anzi, questi assai meno delle anfore. -Parlavano tutti, e bevevano a lor posta, senza -aspettare i comandi della regina. La quale, del -resto, non avrebbe saputo più darne, incalzata -com'era dalle fervide orazioni di Postumio Floro, -che affogava nelle proteste d'amore il ricordo dei -quarantamila sesterzi di cui era debitore all'usuraio -Cepione. -</p> - -<p> -Tra Ventidio, che criticava ad alta voce tutti i -poeti del tempo, e Vibenna che incominciava ad -annaspare, come uomo che caschi dal sonno, Febe -taceva, pensando a Numeriano, che mostrava di -non pregiare i suoi vezzi e di non intendere le -sue languide occhiate. Glicera, dolce come il suo -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -nome, aiutava Caio Sempronio a ravviare la conversazione, -che procedeva a sbalzi, ad urti, a sbrendoli, -come era naturale in quell'ora. Delia, più -padrona di sè che non fossero gli altri, si schermiva -destramente in quella guerra di parole, prodiga -d'arguzie e sorrisi a tutti, fuorchè al suo -poeta, al povero Numeriano, che non sapeva distogliere -lo sguardo da lei. -</p> - -<p> -La cena finiva, come tutte le cene dei nostri -vecchi Romani, in una gran confusione. Qualcheduno -dei commensali aveva già provato ad alzarsi, -o perchè avesse il braccio indolenzito, o perchè -volesse sperimentare le sue gambe. E alle lacune -avevano tenuto dietro i cangiamenti di posto. Ventidio, -sfortunato con Febe, era andato a chiacchierare -più da vicino col padrone di casa, e Numeriano -si era trovato, senza avvedersene, all'altro -capo del triclinio, col gomito timidamente appoggiato -sulla spalliera del letto di mezzo, accanto al -guanciale di Delia. -</p> - -<p> -— Poeta, — gli diceva la bella sdegnosa, rispondendo -ad un inno in prosa che egli le aveva bisbigliato -all'orecchio, — tu piaci alle Muse, ma io -ti consiglio di ottenere anche i sorrisi di Pluto. — -</p> - -<p> -A quella frecciata che lo coglieva in pieno, il -povero Numeriano impallidì. -</p> - -<p> -— Hai ragione; — diss'egli poscia. — Ma è -colpa mia se non son ricco? E mi accuserai tu, — soggiunse, -prevedendo ciò ch'ella avrebbe potuto -rispondergli, — se i miei occhi ti trovano -bellissima tra le belle e il mio cuore sente il bisogno -di dirtelo? Si può amarti, o Delia, anche -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -senza aver le ricchezze.... o i debiti di Giulio Cesare. -</p> - -<p> -— Ed io non chiedo tanto; — replicò sorridendo -la greca. — I miei gusti sono più modesti che tu -non creda. Abborro questo sfarzo dei tuoi concittadini, -questo lusso mostruoso che rasenta la follia. -Ero nata per vivere come una giovine e mite -sacerdotessa, nel tempio d'una Dea.... -</p> - -<p> -— Che tu avresti fatta morire d'invidia; — interruppe -Numeriano. -</p> - -<p> -— Se una Dea potesse morire; — notò Delia, -che le lusinghiere parole del giovane avevano rabbonita. — Ma -infine, anche a voler fare la vita -dei pastori di Teocrito, ci vuol sempre il bosco, -l'orto e la casa. Non hai pensato a questo, o poeta? -</p> - -<p> -— È vero: — disse Numeriano, chinando la -fronte. — Ma se tu mi lasci sperare, l'idillio avrà -la sua scena e la colomba il suo nido. — -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span></p> - -<h2 id="cap4">CAPITOLO IV. -<span class="smaller">L'amico si conosce alla prova.</span></h2> -</div> - -<p> -Numeriano prometteva nel modo usato da certi -animi deboli, che buttano le parole innanzi, per -aggrapparvisi poi, e per trovare nell'obbligo di fare -una data cosa lo stimolo sufficiente alla loro irresolutezza. -</p> - -<p> -Non operò diverso quel capitano, di cui non -rammento più il nome, che gittò il fodero della -spada nelle file nemiche, per procacciare a sè stesso -e ai suoi soldati la necessità di andarlo a raccogliere. -</p> - -<p> -Ora il nostro Publio Cinzio Numeriano aveva -promesso, con tutto il desiderio, ma senza la certezza -dell'attendere. Una speranza lo sosteneva; -quella di avere il consiglio e l'aiuto (anzi, più -l'aiuto che il consiglio) di Tizio Caio Sempronio. -</p> - -<p> -Certo, se qualcheduno poteva dare una mano in -quel frangente al nostro innamorato, quegli era -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -Tizio Caio, che passava per uno dei più facoltosi -cavalieri di Roma e che amava molto il poeta -Numeriano. Forse, gli esempi di ciò che sperava, -mancavano tuttavia. Mecenate era fanciullo, nè ancora -aveva regalato ad Orazio Flacco un podere nella -Sabina, nè fatto restituire a Virgilio Marone il suo -campo avito sul Mantovano. Ma il patronato letterario -era già negli usi romani, fin dai tempi di -Scipione Africano e di Lelio. L'amico di Numeriano -era ricco e di buon cuore; poc'anzi aveva detto -parole, che a Numeriano erano tornate più dolci -del miele; non c'era altri che lui per intenderlo, -altri che lui per soccorrerlo. -</p> - -<p> -Caldo di quel disegno che gli era balenato alla -mente, Numeriano cercò degli occhi il padrone di -casa. Tizio Caio Sempronio non era più nel triclinio; -ma, dalla cortina rialzata, si poteva vederlo poco -lunge, appoggiato da una colonna del peristilio. -</p> - -<p> -— Andiamo; — disse Numeriano tra sè. — L'occasione -è propizia, e questa è forse una ispirazione -di Venere. Tizio Caio, tu sarai la tavola di -salvezza di quest'altro Simonide. — -</p> - -<p> -Così pensando, uscì dal triclinio, per accostarsi -al suo protettore. Ma, giunto appena sul limitare, -vide ciò che il lembo della cortina non gli aveva -consentito a tutta prima di scorgere. Tizio Caio -Sempronio dava udienza a Postumio Floro, e il -colloquio, proseguito sotto voce, appariva molto -confidenziale. -</p> - -<p> -Numeriano, prudentissimo giovane, tornò frettolosamente -indietro, per aspettare a muoversi da -capo, quando vedesse rientrare Postumio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -</p> - -<p> -— Sì, — diceva intanto quest'ultimo a Tizio -Caio Sempronio, — mi trovo ad un brutto passo. -L'usuraio Cepione non mi dà requie. Sono citato -davanti al pretore per le none di questo mese e -farò una trista figura. Tutto per quarantamila sesterzi... -una miseria; non pare anche a te? -</p> - -<p> -— Sicuro, — rispose Caio Sempronio; — una -vera miseria! — -</p> - -<p> -Lettori, date anche voi ragione a Postumio. Infatti, -che cos'era il sesterzio? Potreste insegnarlo a -me; una moneta del valore di due assi e mezzo, -la quarta parte d'un denaro d'argento, e corrispondeva -a ventiquattro centesimi e dieci millesimi -della moneta odierna. Nei primi secoli di Roma il -sesterzio era coniato in argento, ma più tardi lo -si era fatto d'oricalco, che è come a dire una bellissima -qualità di ottone. Diciamo dunque che Postumio -aveva bisogno di quarantamila sesterzi, poco -meno di diecimila lire. Che cosa sono diecimila lire? -Una miseria per Tizio Caio Sempronio, che era -ricco, e per Postumio Floro, che non le aveva lui, -ma che contava di trovarle nei forzieri dell'amico. -</p> - -<p> -Caio Sempronio stette a pensare un pochino. -Diecimila lire sono una miseria, certamente, ma -una miseria che non si porta in tasca, neanche ai -dì nostri, che si ha il vantaggio inestimabile del -portafogli e della carta monetata. Bisognava dunque -parlare all'arcario, servo o liberto, che teneva -i conti e soprintendeva alle entrate e alle spese -della famiglia. Ora il dover parlare di queste cose -all'arcario, è sempre stata una noia non lieve, anche -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -ai tempi e con la beata tranquillità di Tizio -Caio Sempronio. -</p> - -<p> -Ma l'amicizia non ha forse i suoi dritti? Che -cosa vale il danaro a paragone dell'amico? Non è -l'amico una continuazione di noi medesimi, un -compartecipe di tutti i nostri diritti, quantunque non -lo sia, e non lo voglia essere, di tutte le nostre -servitù? L'uomo non vive dell'uomo, come il lupo -del lupo? almeno, quando non ci ha di meglio per -servire al suo pasto? -</p> - -<p> -Queste ed altre considerazioni di tal fatta si succedettero -nella mente del cavaliere, e la sua risoluzione -fu pronta. -</p> - -<p> -— Quando ti occorrono? — chiese egli a Postumio. -</p> - -<p> -— Te l'ho detto, in questi giorni. Alle none di -aprile dovrei essere chiamato in giudizio e correre -per le bocche di tutta Roma. Vedi che guaio! — -</p> - -<p> -Le none cadevano al cinque d'aprile; c'erano -dunque appena quattro giorni di tempo. -</p> - -<p> -— Orbene, disse Caio Sempronio, — passa -domani da me. -</p> - -<p> -— A che ora? -</p> - -<p> -— Sul meriggio; vedrò di servirti. — -</p> - -<p> -Postumio Floro fece l'atto di gettargli le braccia -al collo. -</p> - -<p> -— Oh Caio! oh amico impareggiabile! -</p> - -<p> -— Chetati, via! — disse l'altro, schermendosi -dalla stretta di Postumio. — Debbo ringraziarti io -stesso di aver pensato a me in questa occasione. -</p> - -<p> -— Ma se lo dicevo io! Tu sei la fenice dei cavalieri -di Roma. Te lo dirò col verso di Catullo; -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -nessuno osi paragonarsi a te. <i>Jam tibi nullus se conferet -heros.</i> -</p> - -<p> -— Veramente, non dice così, il verso di Catullo; -ed io, poi, non sono un eroe. -</p> - -<p> -— Lo sei per me. Che cosa facevano gli eroi? -Compievano imprese maravigliose; purgavano le -terre dai mostri, campavano gli amici dall'Erebo. -E tu non mi salvi da Cepione, mostro assai più -feroce di Cerbero? La mia gratitudine, o Caio! -Abbimi tuo debitore per la vita, e chiedimi a tua -volta ogni cosa. -</p> - -<p> -— Grazie, farò di non averne mestieri. Per un -servizio da nulla, non bisogna far troppo a fidanza -cogli amici. -</p> - -<p> -— No, te ne prego, conta su me in ogni occasione. -Se tu non mi promettessi di farlo; non accetterei -oggi questo... piccolo servizio, per quanto -mi sia necessario. -</p> - -<p> -— Bene, poichè tu lo vuoi, ci conterò; — disse Caio -Sempronio, per farla finita. — A domani, dunque; -il mio arcario ti preparerà il danaro numerato. — -</p> - -<p> -Postumio Floro gli strinse la mano e non volle -spiccarsi da lui senza averlo abbracciato e baciato. -Già, lo sapete, l'amicizia ha i suoi dritti. -</p> - -<p> -Nel triclinio, frattanto, si continuava a bere e -a chiacchierare allegramente. Non vi giurerei per -altro che i discorsi fossero molto ordinati. -</p> - -<p> -Cinzio Numeriano stava persuadendo Delia dell'amor -suo e delle sue buone intenzioni, quando -rientrò Postumio, con quell'aria di trionfo che potete -immaginare, e andò diritto a ripigliare il suo -colloquio con Lalage. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<p> -— Ecco il buon punto; — disse Numeriano -tra sè. — Vado, e gli espongo il caso mio. Il Massico -mi ha infuso un po' di coraggio; approfittiamone. — -</p> - -<p> -Ma egli non potè mandar subito il suo disegno -ad effetto. Bisognava finire il discorso incominciato -con Delia, trovare un pretesto per allontanarsi -da lei; e quando finalmente lo ebbe trovato -ed uscì, vide Caio Sempronio che passeggiava -nel peristilio, ma in compagnia di Giunio Ventidio. -</p> - -<p> -— Eccone un altro! — borbottò Numeriano. — Non -ci ho proprio fortuna. — -</p> - -<p> -I due peripatetici erano in assai stretto colloquio. -Giunio Ventidio doveva essere entrato in argomento -<i>ex abrupto</i>. E Numeriano tornò un'altra -volta nel triclinio. -</p> - -<p> -— Buon per me che Vibenna dorme; — pensò -egli, guardando quell'altro, che russava disteso sul -letto; — se no, dovrei rassegnarmi ad essere il -quarto. — -</p> - -<p> -Lasciamo il poeta Numeriano, che avrà qualche -altra cosa da bisbigliare all'orecchio di Delia, -e teniamo dietro a Giunio Ventidio. È tanto riscaldato -nel suo colloquio col padrone di casa, che -non si accorgerà punto della nostra presenza; la -quale ha, dopo tutto, il vantaggio di essere tutta -spirituale. -</p> - -<p> -— Tu solo puoi liberarmi da una grave molestia; — diceva -Ventidio a Caio Sempronio. Figurati -che cosa mi accade. Ho da tre mesi alle costole -quella birba matricolata di Furio Spongia, l'argentario -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -che sta nel Foro, alle Botteghe Vecchie. Egli -mi ha imprestato in tre volte cinquantamila danari. -</p> - -<p> -— Ahi! — disse Caio Sempronio tra sè. — Ne va -via uno e ne capita un altro. -</p> - -<p> -— Cioè, dico male; — proseguiva intanto Giunio -Ventidio; — non mi ha imprestato che la -metà della somma. Il resto lo hanno portato gl'interessi. -Ma torna lo stesso, poichè sono cinquantamila -danari che devo, e quel furfante li vuole ad -ogni costo. -</p> - -<p> -— E tu non puoi restituirglieli. -</p> - -<p> -— Come lo sai? — chiese Ventidio, cercando di -affogare in una risata la vergogna di quel brutto -momento. -</p> - -<p> -— Si capisce, per Diana! E ti si legge anche -negli occhi. -</p> - -<p> -— Così è, mio ottimo Caio; non posso restituire -i cinquantamila danari, se non vendo i miei -orti sull'Esquilino. A te, ecco appunto un affar -d'oro. -</p> - -<p> -— A me? In che modo? -</p> - -<p> -— Ti cedo i miei orti; tu me li paghi quel che -valgono, ed io mi libero da quel ladro di Furio. -Che te ne pare? Si combina? -</p> - -<p> -— Eh, non è mica una grama pensata; — disse -Caio Sempronio, respirando un tratto, poichè vedeva -allontanarsi il pericolo di una stoccata come -quella ricevuta testè da Postumio Floro; — quando -si ha della terra al sole e dei debiti alle spalle, -il meglio è sempre di vender la terra e di levarsi -i debiti. Ma io, dolcissimo Ventidio, di terra ne -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -ho già fin troppa. Non potresti cercare un altro -compratore? -</p> - -<p> -— Ah, se tu mi manchi, sono un uomo spacciato. -</p> - -<p> -— Come? Stiamo a vedere che ci sono io solo -in tutta Roma per comperare i tuoi orti! -</p> - -<p> -— Sicuro, non ci sei che tu: o, per dire più veramente, -io non vedo che te. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio stentava a capire. -</p> - -<p> -— Ragioniamo un pochino; — diss'egli. -</p> - -<p> -— Ragioniamo quanto vuoi. -</p> - -<p> -— Se tu non paghi i cinquantamila danari, che -cosa ne avviene? -</p> - -<p> -— Che Furio Spongia mi cita davanti al pretore -urbano, che il pretore mi condanna, e che i miei -beni sono messi all'asta, trenta giorni dopo la sentenza. -</p> - -<p> -— I tuoi beni! Saranno gli orti alle Esquilie, -non è vero? Perchè non hai più altro al sole. -</p> - -<p> -— Tu l'hai detto; non ho più altro. -</p> - -<p> -— Orbene, — prosegui Caio Sempronio, cui pareva -di aver trovato il segreto dell'argomentazione -socratica, — vendere domani, lasciar vendere -trenta giorni dopo la sentenza, non è forse tutt'uno? -E poichè certamente i tuoi orti varranno -quella somma... -</p> - -<p> -— Valgono anzi di più; — interruppe Ventidio. -</p> - -<p> -— Meglio ancora, e tu puoi mettere la mano su -quel che ne avanza. -</p> - -<p> -— Sì, ma il disonore dell'asta pubblica, non lo -conti per nulla? Se vendo a te domani, o doman -l'altro, posso dir sempre e far dire: a Tizio Caio -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -Sempronio questi orti piacevano; Ventidio non ha -saputo negarli all'amico. L'amicizia è una gran cosa; -come far contro all'amicizia? -</p> - -<p> -— Capisco; — rispose Caio Sempronio, mettendosi -sullo stesso tono di Ventidio; — ma la taccia -di cattivo gusto che ne verrebbe a me, non la -conti un pugno di ceci? Comperare i tuoi orti -sull'Esquilino? presso il tempio di Mefite? accanto -al carnaio di tutta la poveraglia? — -</p> - -<p> -Caio Sempronio non aveva tutti i torti. Sull'Esquilino, -alle radici del Fagutale, o bosco di -faggi a Giunone Lucina, erano i <i>puticoli</i>, sepolcri -della plebe, così detti <i>a putrescendo</i>. E là per l'appunto -aveva il suo sacello Mefite, la dea del mal -odore. -</p> - -<p> -— Hai ragione; — rispose quell'altro; — ma gli -orti Ventidiani non sono mica da quella parte. -Del resto; hai lassù i ricordi più gloriosi di Roma; -il Tigillo sororio, che rammenta la pugna degli -Orazii e dei Curiazii; il Vico Ciprio, che piacque -tanto ai Sabini... -</p> - -<p> -— Sì, — interruppe Caio Sempronio, — e il -Vico Scellerato, con Tullia che passa in cocchio sul -cadavere insanguinato del padre. -</p> - -<p> -— Vedo che hai intenzione di comperare i miei -orti; — disse Ventidio. — Li disprezzi troppo. -</p> - -<p> -— No, ti ripeto, non mi vanno. -</p> - -<p> -— E sia; imprestami allora il danaro. -</p> - -<p> -— Peggio ancora! Cinquantamila danari? Ma sai -che sono..... cinquantamila danari? La metà della -mia rendita..... d'una volta! Amico mio, soggiunse -il povero cavaliere, messo alle strette da quell'importuno -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -di Ventidio, — tu non crederai mica -che io tenga così egregie somme a dormire nell'arca. -Le terre non danno sempre quel che dovrebbero; -i soprastanti sono la gente più ladra -del mondo; le spese crescono tutti i giorni; anche -oggi ho promesso di far servizio a qualcheduno..... -Quarantamila sesterzi, mio caro! -</p> - -<p> -— Ah si?... — gridò Giunio Ventidio. — Quel -furfante di Cepione è nato vestito. -</p> - -<p> -— Come sai?... — chiese Tizio Caio, turbato. -</p> - -<p> -— Oh bella! Lo so, perchè ieri quei quarantamila -sesterzi sono stati chiesti in imprestito a me. -A me, figùrati, a me, che ne ho appena duecentomila... -da chiedere! -</p> - -<p> -— Poichè dunque tu sai, — riprese Caio Sempronio, — ti -sarà facile intendere che non posso -servirti, dopo aver già promesso un imprestito ad -altri. -</p> - -<p> -— E tu compra i miei orti. Questo non è un -imprestito, è un collocamento di moneta. Con sessantamila -danari fai una compra eccellente. -</p> - -<p> -— Sessantamila! — esclamò il cavaliere. — <i>Crescit -eundo!</i> Quando ti fermerai? -</p> - -<p> -— Mi fermo qui, perchè è il loro prezzo. Vorresti -tu pagarli meno di quello che valgono? — domandò -Giunio Ventidio, con quel suo fare tra le -scherzoso e l'impudente, che doveva vincere la -riluttanza di Caio Sempronio. — Forse ti turbano -i sonni gli allori di Cepione, di Furio Spongia ex -di tutti i loro degni colleghi delle Botteghe Vecchie? — -</p> - -<p> -Le botteghe Vecchie, che ricorrono per la seconda -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -volta nel dialogo, erano uno dei punti più -noti di Roma. Sentite a questo proposito come -quella lingua tabana di Plauto fa parlare l'attrezzista -(<i>Choragus</i>) nella sua commedia <i>Il Punteruolo</i>: -«V'indicherò io in qual luogo possiate trovare, -senza cercar molto, se avete bisogno di parlargli, -un birbante o un fior di virtù, un galantuomo o -un farabutto. Chi cerca adunque d'uno spergiuro, -vada al Comizio; chi d'un bugiardo o d'uno spaccone, -al tempio di Cloacina; chi un marito ricco -e pelato, faccia capo alla Basilica; lì pure saranno -le femmine andate a male e i cavalocchi. Giù in -fondo del Foro passeggiano i galantuomini e i signori; -nel mezzo, lungo il canale, gli arcifanfani; -sopra il Lago gli arroganti, i pettegoli e i -maligni, che per nulla ti si scagliano contro co' vituperi, -senza pensare a tutto quel che di vero si -potrebbe dire di loro. Presso alle Botteghe Vecchie -ci stanno gli strozzini e gli strozzati; accanto -al tempio di Castore i musi da fidarsene poco; -nel borgo de' Toscani i bellimbusti; nel Velabro, -chiedi e domanda, fornai, beccai, aruspici, trecconi; -altri mariti ricchi e pelati presso la casa di Leucadia -Oppia. Ma è stato bussato all'uscio; fo punto.» -</p> - -<p> -— No, certamente; — rispose Caio Sempronio; — ma -qual prova del valore che tu assegni a -questi orti... Ventidiani? -</p> - -<p> -— La prova è nel mio tabulario. Vieni e vedrai, -o manda e saprai, quanto li ha pagati mio padre; -dugento quarantamila sesterzi; poco più di quello -che tu dài ogni anno al tuo cuoco, perchè ti faccia -onore davanti agli amici, con queste cene luculliane. -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -Suvvia, Tizio Caio; — soggiunse Ventidio, -con accento carezzevole, scendendo alla perorazione, — fammi -questo favore, che è nell'indole -tua, poichè tu sei il principe dei cavalieri. Me lo -diceva anche Clodia, la bellissima vedova di Metello -Celere. «Quel Caio Sempronio non ha chi -lo agguagli in tutte le tre centurie, e voi altri dovreste -baciar dove passa.» — -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio non era indifferente alla -lode di una bella donna, e non lo poteva essere a -quella di Clodia, che era bellissima tra le belle. -Già tutti gli uomini son fatti così, e il sorriso di -una bocca leggiadra li fa andare in solluchero. -Figuratevi poi il sorriso di Clodia! Il nostro eroe -avrebbe fatto più sciocchezze per lei, che non ne -avesse fatte qualche anno addietro il povero Valerio -Catullo. -</p> - -<p> -— Ah sì? — diss'egli, accostandosi a Giunio Ventidio. — E -in quale occasione ha ella parlato così -benignamente dei fatti miei? -</p> - -<p> -— Ma..... non rammento bene. Mi pare che si -parlasse dell'invito che avevi fatto agli amici pel -tuo giorno natalizio. Sai pure, gli amici tuoi ragionano -spesso e volentieri di te; e in casa di -Clodia le occasioni di farlo sono più frequenti -che altrove. Ah, se invece di queste Greche (bellissime, -non lo nego) tu avessi invitato qualche -Romana..... -</p> - -<p> -— Clodia è unica; — interruppe Caio Sempronio; — dove -è lei, non c'è più luogo per altre. -Ma chi sa? un giorno forse darò una gran cena, -in onore.... dei Mani di suo marito. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -</p> - -<p> -— Bravo, così va fatto. Intanto, se non ti dispiace, -gliene darò un cenno, ed ella ti sarà grata -di questa attenzione. -</p> - -<p> -— Grazie; — disse Caio Sempronio. — Domani -intanto passa da me; parleremo de' tuoi orti. -</p> - -<p> -— Ah, tu mi rendi la vita. E conta sulla mia -gratitudine. -</p> - -<p> -— Ci conto, non dubitare; — rispose il cavaliere, -che vedeva finire il suo colloquio con Giunio -Ventidio come l'altro con Postumio Floro. -</p> - -<p> -Il padrone degli orti Ventidiani strinse la mano -del suo futuro salvatore e si allontanò canticchiando, -come un uomo che non ha più sopraccapi. -</p> - -<p> -— Veramente le calende d'aprile sono un giorno -nefasto; — pensò Caio Sempronio. — E se non -fosse che ho udita una buona parola di Clodia..... -Ma l'avrà poi detto davvero? È così bugiardo, -questo Ventidio! Basta, sarà quel che sarà, ritorniamo -al triclinio e beviamo il vino del commiato. — -</p> - -<p> -In quel mentre, gli si parò davanti Cinzio -Numeriano. -</p> - -<p> -— Ah, eccoti qua, mio bel poeta! — gridò il cavaliere, -mettendogli amorevolmente le mani sugli -òmeri. — Dimmi tu, domandami tu qualche cosa, -che mi torni di buon augurio, dopo tante.... — -</p> - -<p> -Voleva aggiungere: seccature; ma si tenne la parola -tra i denti. -</p> - -<p> -— Lasciamola lì; disse invece, mutando discorso. — Tu -hai fatta quest'oggi per me un'ode -meravigliosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -</p> - -<p> -— Bontà tua; — rispose umilmente Numeriano. -</p> - -<p> -— Bontà della tua Musa, non mia; tu sei nato -poeta e le api del Parnaso ti hanno stillato il miele -sulle labbra. Non è egli così che si dice? -</p> - -<p> -— Tu sei cortese; — disse Numeriano. — Ma -credilo, se c'è nella mia ode alcun che di buono, -è tutto opera tua, perchè me l'ha inspirata l'amicizia. -</p> - -<p> -— Te lo credo, Numeriano, te lo credo. Tu sei -un vero amico, non uno dei soliti piaggiatori della -fortuna. Tu, per esempio, non mi hai chiesto mai -nulla. -</p> - -<p> -— Ahi, ahi! — pensò il poeta. — Come faccio -ora a dirgli?... Se parlo, guasto la buona opinione -che egli s'è fatto di me. — -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span></p> - -<h2 id="cap5">CAPITOLO V. -<span class="smaller">Amore è cieco.</span></h2> -</div> - -<p> -Tizio Caio Sempronio levò di pena egli stesso il -suo giovane amico. -</p> - -<p> -— Ma io, — proseguì, — a te solo ho detto: abbi -da me tutto quello che ti piacerà domandarmi. -Chiedi adunque, o Cinzio Numeriano. Vuoi la mia -casa? No; questa non hai mestieri di domandarmela, -perchè essa è già tua. -</p> - -<p> -— Grazie! — rispose Numeriano, stringendo e -baciando la destra che Caio Sempronio gli aveva -sporta in quel punto. — Del resto, tu mi conosci, -o Caio; i miei gusti sono assai più temperati. Io -ho sempre sognato una modesta casetta, con una -fontana lì presso, e un po' di bosco all'intorno, per -ascoltare ciò che bisbigliano i Fauni all'orecchio -delle Ninfe. -</p> - -<p> -— Poeta! Tu credi ai Fauni e alle Ninfe? -</p> - -<p> -— Certamente. Muta i nomi quanto vorrai, le -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -cose e le idee rimangono, belle di giovinezza immortale. -E quelle che io ti ho detto, non sono elleno -forse le voci della natura, che parlano dai -sassi, dall'aria, dai tronchi d'alberi e dalle acque -scorrenti, in cui le ha chiuse il Dio ignoto, e indovinate -il mortale? Per me, vedi, quelle ombre -romite, quei silenzi profondi, hanno splendori e -favella; splendori che io non saprei dipingerti, favella -che io non sarei capace di esprimere; ma -che importa ciò? M'invadono l'anima, mi riscaldano -il cuore, e mi si tramutano in alate canzoni. -La mia vita è là; in quelle ombre, in quei silenzi, -amare, cantare, e il tuo Cinzio sarebbe intieramente -felice. -</p> - -<p> -— Sì, per Giove, lo meriti; — gridò Caio Sempronio. — Ma -io mi penso che la modesta casetta, -la fontana e il bosco all'intorno, dovrebbero essere -abbastanza vicini alla città. Perchè, infine, io non -sono poeta, ma certe cose le intendo e le sento -alla maniera dei poeti. Quella che tu chiedi non -è la vita campagnuola del vecchio Catone, che attendeva -alla coltivazione per venderne i frutti; è -la quiete operosa dello spirito, lontana da tutte le -brighe e da tutte le vanità, ma vicina a tutte le -eleganze, a tutte le consolazioni dell'amicizia e dell'arte. -Non è così? Ti ho capito, o Numeriano; e -tu non potresti vedere diversamente la cosa. Orbene, -io ci ho il fatto tuo; una villa sull'Esquilino, -il vero monte della guardia, donde l'occhio spazia -pel lontano orizzonte, senza perder di vista i tetti -della Roma quadrata; donde si scorge il Soratte, -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -il Lucretile, i colli Albani e il tempio di Castore; -donde, in un volger di ciglia, si possono vedere le -aquile che volano sul monte Sacro, e gli sciocchi -che misurano a lenti passi il selciato del Foro. E -con tutto questo, una villa non così grande, da -recarti le cure e le molestie della padronanza, ma -nemmeno così piccola, che non ci abbia a campar -su un poeta tuo pari. -</p> - -<p> -— Ah, smetti, te ne prego; — esclamò Numerano; — o -consentimi di chiuder gli occhi e di -vedere col desiderio quest'orto delle Esperidi. -</p> - -<p> -— No, non occorre di chiuder gli occhi; ti bisogna -anzi di tenerli aperti. Ho io le chiavi dell'orto, -e son tue. -</p> - -<p> -— Dici da senno? -</p> - -<p> -— Del migliore ch'io m'abbia. Ah, per gli Dei -immortali! — gridò Caio Sempronio, dimenticando -un tratto di parlare con Numeriano e di farsi intendere -da lui. — Non compro per rivendere, io; -non fo il mercante, nè l'usuraio. Vogliono tutti il -mio danaro, ci calano sopra, come le arpìe sulla -mensa dei compagni d'Ulisse. E facciano a lor posta, -finchè la dura; ma io darò pure un esempio; -lo darò, prima che le forze mi manchino. Amico, — e, -così dicendo, Caio Sempronio tornava in carreggiata, — io -ho fatto in vita mia tante sciocchezze, -che vorrei, per una volta tanto, imberciarne una, -esser utile a chi lo merita, passare alla posterità -con un atto che facesse dire di me: quello sconclusionato -di Tizio Caio Sempronio non era poi -un capo della mandra d'Epicuro, come il complesso -della sua vita potrebbe far credere. Cinzio Numeriano, -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -promettimi almeno che mi ricorderai nei -tuoi versi. Non ho vinto barbari re; non ho assoggettato -provincie. Anch'io potevo fare qualche -cosa, e me ne sono rimasto con le mani in mano. -Ma infine, ho amato qualcheduno ed ho saputo -discernere il bene dal male, i cuori gentili dalle -anime nere, gli amici dai parassiti. Era destino -che prendessi questa via, anzichè un'altra; ma se -ho seguita la peggiore, ho vista almeno e riconosciuto -la buona. Rendimi giustizia, o poeta. Non -siete voi, discepoli di Febo Apollo, i vindici della -storia? Io frattanto ho reso giustizia a te, sceverandoti -dal numero degli importuni, dei supplicanti, -degli insaziabili, e via discorrendo. -</p> - -<p> -— Che dici tu? — mormorò Numeriano. — E -non ero venuto appunto per chiederti anch'io qualche -cosa? -</p> - -<p> -— No, non lo fare; lascia a me la cura e la -consolazione di concedere a te quello che non mi -avrai domandato; — interruppe Caio Sempronio. — Del -resto, che cosa avevi tu a chiedere, dove -io ti avevo precorso con l'offerta? Non ti confondere -con gli altri; se io non ti avessi confortato a parlare, -saresti ancora fuori di strada, e la modesta -casetta la chiederesti alle Muse, sulle falde del -Parnaso, accanto alla fontana Castalia. Dunque, -veniamo a noi. Compro domani gli orti di Ventidio, -sull'Esquilino. Saranno tuoi da quell'ora, e al -solo patto che tu m'inviti qualche volta ad una -pitagorica cena, e mi legga i tuoi versi. — -</p> - -<p> -Il poeta non si rinveniva dallo stupore ond'era -tutto compreso. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -</p> - -<p> -— Ah Caio Sempronio, amico, patrono mio! — gridò -egli, alzando gli occhi al cielo. — Gli Dei -prosperino te e la tua casa, perchè tu salvi un -povero poeta dalla disperazione. -</p> - -<p> -— Per Giove! Eri già a questo punto? Buon per -me, che sono giunto in tempo. Ma dimmi; in che -modo quello che poc'anzi era un bel sogno per te, -diventa ora una necessità? -</p> - -<p> -— Ah, è vero; — rispose Numeriano, impacciato; — non -ti avevo detto ogni cosa. Sono... Ma -già, potrai immaginartelo. -</p> - -<p> -— Innamorato, forse? -</p> - -<p> -— Per l'appunto, sebbene la parola non esprima -a gran pezza tutto quello che sento. -</p> - -<p> -— Venere ti salvi, o Numeriano! Amar troppo -e ber troppo, sono due cose da evitarsi del pari. -</p> - -<p> -— Hai ragione, ma come fare? Si vorrebbe andar -misurati e non ci si riesce. Perciò avviene -che Elio Vibenna sia così concio dal vino, da -non potersi più alzare dal suo lettuccio, e che -io sia così concio dall'amore, da averne perduto il -sonno. -</p> - -<p> -— Di bene in meglio! Ma che cosa ha da vedere -cotesto con la ricchezza? Un poeta è già ricco -abbastanza per l'arte divina dei carmi, e ad una -donna romana piace assai più di vedere il suo -nome sulle tavolette di cera d'un alunno delle -Muse, che non di aver cinto il collo d'un vezzo di -perle orientali. -</p> - -<p> -Numeriano rispose con un sospiro: -</p> - -<p> -— Come? Non è forse vero? Ti saresti imbattuto -per avventura in una donna senza cuore? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<p> -— Oh, non giudicarla da questo, te ne prego; — rispose -Numeriano. — Il suo cuore è aperto a tutti -gli affetti gentili. Essa è una creatura celeste, e -quantunque per la sua bellezza insigne e per le -grazie elette dell'animo sarebbe degna di sedere al -convito dei Numi, i suoi gusti son semplici e schietti -come quelli della figlia d'Alcinoo. -</p> - -<p> -— Già, tutte così, le donne, agli occhi d'un poeta -innamorato! — disse Caio Sempronio, ridendo. — E -ti ama, si capisce? -</p> - -<p> -— Credo di sì; — soggiunse modestamente Numeriano. -</p> - -<p> -— Io temo di no; — riprese Caio Sempronio. — Se -ti amasse, non domanderebbe a te altra -cosa che la tua gioventù, la tua bellezza e i tuoi -versi. -</p> - -<p> -— Sì, — replicò Numeriano, — se ella fosse in -tal condizione da poter vivere a modo suo e mio. -Ti ho detto che i suoi gusti son semplici. Figurati, -amico, che la vita di Roma, con le sue feste, -i suoi giuochi, i suoi mille rumorosi sollazzi, le -torna molesta. Già, non è romana, lei; è una figlia -della Grecia, una di quelle vezzose creature -dai flessuosi contorni, dorate la fronte purissima -dai raggi del sole dell'Attica, che noi amiamo raffigurarci -coi loro pepli ricadenti in molli pieghe -sui fianchi, e con ramoscelli di pallida oliva tra -mani, per intesser corone ai vincitori dei giuochi -di Corinto, o d'Elèa. -</p> - -<p> -— Mi par di vederla! -</p> - -<p> -— Tu la conosci, infatti; essa non è lontana -di qui. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -</p> - -<p> -— Davvero? E il suo nome? -</p> - -<p> -— Delia; non l'avevi tu indovinato? — -</p> - -<p> -Caio Sempronio inarcò le ciglia e guardò fisso -il suo giovane amico, in atto di profondo stupore. -</p> - -<p> -— Dovevo immaginarmelo; — diss'egli, dopo un -istante di pausa. — Dopo quell'ode.... dopo quell'inno -pindarico! Ma di grazia, Numeriano, che -necessità di esser ricco? Se io fossi, non dirò la -tua Delia, ma la più superba patrizia di Roma, e -tu avessi fatti per me i versi che hai fatti poc'anzi -per lei, ti giuro per Febo Apolline che ti avrei -qui nel mio cuore, ancorchè tu fossi il più povero -dei Quiriti. Ma basti di ciò, poichè i Numi non -hanno pensato a questa metamorfosi, e sii felice -con Delia. E quante lune ti concederà ella, a consolare -la tua solitudine? -</p> - -<p> -— Tutta la vita. -</p> - -<p> -— Bada, Numeriano; è un termine troppo lungo, -e per lei... e per te. -</p> - -<p> -— L'amo; — rispose il poeta. -</p> - -<p> -— Amare non è ancora sinonimo di ammogliarsi; — notò -Caio Sempronio. — Per tuo bene e suo, -puoi vivere con Delia, senza la cerimonia della -confarreazione, o della coenzione. -</p> - -<p> -— Con la più solenne maniera di nozze, io condurrò -Delia in mia casa; — gridò Numeriano, infiammato. -</p> - -<p> -— Col farro, adunque; di bene in meglio! — -</p> - -<p> -Per intendere l'osservazione di Caio Sempronio -e la risposta di Numeriano, bisognerà ricordare le -tre forme di matrimonio degli antichi Romani, -l'uso, la compera e il farro. La prima era senza -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -fallo più spicciativa. La donna andava a casa dell'uomo -ed era riconosciuta per legittima moglie -dopo un anno di convivenza, purchè il furbo consorte -non avesse fatto in quello spazio di tempo -un <i>alibi</i> di tre notti. -</p> - -<p> -La compera (<i>coemptio</i>) si faceva con alcune solennità, -quasi comperandosi i due sposi a vicenda. -La donna portava tre monete; una in mano, e la -dava al marito; una nella calzatura, e la riponeva -nel sacrario dei Lari domestici; una nel borsello, -e la offriva ai Lari Compitali del crocicchio più -vicino alla casa. Ne seguiva che la donna andava -in mano e sotto il dominio del marito, diventando -compagna, partecipe de' suoi beni ed erede. L'uomo, -dal canto suo, non era sotto la potestà della donna; -ma, come comperato da lei, le dava la porzione -conveniente della sua eredità. -</p> - -<p> -La confarreazione si faceva alla presenza di dieci -testimoni, con alcune formole particolari e con un -sacrificio solenne, in cui si adoperava il pane di -farro; e per tal guisa veniva la donna in potere -dell'uomo. Le nozze si contraevano alla presenza -del pontefice massimo e del flamine Diale, per -mezzo del farro e del sale, donde ebbero il nome -di confarreazione. Questo modo di celebrare gli -sponsali era ritenuto religiosissimo, e vi si adoperava -il farro arrostito, che spesso serviva ne' sacrifizi -agli Dei. -</p> - -<p> -— Numeriano, — prosegui Caio Sempronio, -dopo aver pensato a tutte le cose che siamo venuti -discorrendo brevemente, — vuoi un consiglio -da amico? Non fare questa corbelleria. Ottima come -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -amante, ti farà buona riuscita come moglie? Credi -a me; non abusare del farro. -</p> - -<p> -— L'amo; — rispose il poeta. -</p> - -<p> -— E che dirà la Musa? Anche questa è una -specie di moglie; anzi, è la moglie legittima tra -tutte. Ammetto che ella possa chiudere un occhio -su certe scappate; ma se tu le condurrai un'altra -donna sotto il tetto maritale, povero a te, non farai -più nulla di buono. -</p> - -<p> -— L'amo; — tornò a dire quell'ostinato di Numeriano. -</p> - -<p> -— E sia; non intendo già di negare il fatto. -Sono invece pentito di averti fornite le armi per -mandare ad effetto il tuo truce proposito. Tu uccidi -il tuo ingegno, mio povero amico! E per chi, -poi? Per un Etèra di Corinto; giovane, bella e colta -quanto vorrai, ma infine è sempre una Etèra. Non -la cogli mica dal tralcio, quest'uva di Corinto, e -ancora aspersa del suo polviscolo resinoso. È venuta -a Roma come tante altre sue sorelle, di -marmo pario o di carne, portate da un fiero console, -a trofeo di vittoria, o da un furbo mercante, -ad argomento di ricchezza. È una delle migliori, -per bellezza e per senno, chi te lo nega? Se fossi -per dare un tuffo nello scimunito, ti giuro, amico -Numeriano, che non mi parrebbe di fare naufragio -intiero, imitandoti. Quantunque, — soggiunse -Caio Sempronio, correggendosi prontamente, — se -avessi a fare un capitombolo della tua sorte, -vorrei Afrodite in persona, anche con tutti i suoi -anni di milizia, e i ricordi, poco piacevoli, di Vulcano, -di Marte e di Anchise. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -</p> - -<p> -Condannate il mio cavaliere, se vi dà l'animo, -voi che avete in pregio le frutte spiccate appena -dall'albero e la bellezza accompagnata dall'onesto -riserbo. -</p> - -<p> -Per altro, io non vorrei condannato neanche il -povero Numeriano. Pensate che amore non ragiona, -e che, dopo tutto, in Roma non si usava di -guardar troppo nel sottile in certe faccende. Anche -in materia di ritegno femminile, si era già, sotto il -consolato di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello, -molto lontani dalla moglie di Collatino e dalla madre -dei Gracchi, e le stesse matrone non potevano -sperar di piacere ai mutati Quiriti, se non collo -smettere un pochino, e magari anche molto, dell'antica -austerità e della ruvidezza delle donne sabine. -Roma aveva conquistato la Grecia, e la Grecia -aveva conquistato Roma; l'una si era servita delle -sue armi invincibili, l'altra de' suoi costumi irresistibili. -La fiera e forte repubblica s'ingentiliva, -non c'è che dire, e si corrompeva anche un tantino; -essendo già fin d'allora un caro difetto degli -uomini di non far nulla a mezzo e di non voler -trovare un giusto equilibrio tra la virtù e la grazia, -la sostanza e la forma. -</p> - -<p> -Che farci, se le statue di Fidia e di Prassitele -e i quadri di Apollo e di Zeusi, varcando l'Egeo -e lo Jonio, traevano dietro a sè anche i loro insuperabili -esemplari, e se i discendenti di Fabrizio -e di Cincinnato rendevano giustizia alla bellezza, -all'ingegno pronto e vivace, di quelle vezzose Ateniesi -e Tebane, Corinzie ed Efesie, che avevano -guidati gli scalpelli e i pennelli dei primi artisti -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -del mondo? I rètori e i filosofi greci, che erano -sembrati così pericolosi a Catone il censore, potevano -andarsi a riporre. Ben altri maestri di eleganza -riuscivano per Roma le figlie di Grecia, che -calavano a stormi sul Lazio, più numerose, giusta -l'energica espressione di Plauto, che non siano le -mosche in estate, <i>cum caletur maxume</i>. Venivano -dall'Attica, dal Peloponneso, dalla Sicilia, le graziose -divoratrici di patrimonii; seducevano con la -rara bellezza delle forme, con le studiate grazie -dello spirito, con gli ornamenti delle lettere greche -e latine, e con tutta la lieta compagnia de' vizi eleganti. -Già parecchie di loro s'intromettevano audacemente -nelle faccende politiche, come Precia, la -bella amica di Cetego, o come Chelidone, presso -cui Verre, a cansare una perdita troppo grave di -tempo, aveva trasportati senz'altro gli uffizi della -pretura. Leggete in Plutarco le vite di Lucullo e -di Pompeo; date una scorsa ai comici e ai lirici -latini, e ne vedrete d'ogni forma e colore. -</p> - -<p> -Giuochi e danze, corone, unguenti, conviti, manti -di bisso e di seta (che era la gran novità di quel -tempo), smeraldi, ametiste, vasi murrini e simili -altre delicatezze, erano gli strumenti di uno incivilimento -frettoloso, che dilapidava le sostanze delle -grandi famiglie, il frutto sudato di quelle rigide istituzioni -che avevano chiusa la ricchezza in pugno -al patriziato, resistendo con tanta fortuna alle sedizioni -della plebe e ai ripetuti tentativi di generosi -novatori, o d'insigni scellerati. Inconscie distruggitrici -della fortezza romana, come le locuste lo -sono dei campi su cui raccolgono il volo, le poetiche -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -figliuole di Grecia erano esse medesime le -vittime della possanza d'un popolo, che trascorre -a tutti gli eccessi della vittoria. E il più delle -volte erano fanciulle inesperte, rapite ai quieti ginecei -e travolte in una corruzione a cui non partecipavano -punto le loro anime gentili, avide di -sapere, di godere la vita, non già di affogar sè e -gli altri nei pantani del vizio. È mestieri di conoscere -la vita greca, per intendere che le Etère non -possono trovar riscontro nella vita odierna, nè essere -involte in una stessa condanna con certe disgraziate -creature dei tempi nostri. Se non temessi -di farmi gridare la croce addosso dai moralisti, -direi anzi che l'Etèra antica non può essere paragonata, -con una certa apparenza di giustizia, che -alla dama moderna. Infatti, oggi la dama è colta, -come allora lo erano soltanto quelle povere Etère, -mentre avevano biasimo le dame che mostravano -di sapere qualche cosa, oltre il filare la classica -lana e il soprantendere al bucato domestico. Rammentate -di che critiche fosse oggetto Sempronia, -la moglie del console Giunio Bruto, perchè era -ornata di lettere greche e latine, e suonava e ballava -più elegantemente che non si convenga ad -onesta matrona. La frase è di quel fior d'onest'uomo -che fu pei tempi suoi Crispo Sallustio; il quale -aggiunge aver essa avuto tante altre qualità simiglianti, -che erano veri stromenti di lascivia. E -scusate se è poco. -</p> - -<p> -Io non intendo di assumere le difese di madonna -Sempronia, che aveva, secondo me, un altro -torto gravissimo, quello di amare un Sergio Catilina. -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -Dico e sostengo che gli antichi non erano -da meno del moderno padre Zappata; predicavano -bene e razzolavano male. Se amavano tanto le -oche in casa loro, perchè andavano fuori di casa -a deliziarsi coi cigni? E se l'eleganza e la coltura -erano anche per loro un necessario accompagnamento -della bellezza, perchè ne osteggiavano l'ingresso -nelle pareti domestiche? -</p> - -<p> -Basta; poichè tanto e tanto non riusciremmo più -a persuaderli, torniamo alle Etère. Ne abbiamo -vedute quattro nel triclinio di Tizio Caio Sempronio. -Una di esse, che vi consento di credere la migliore, -aveva fatto perder la testa a Cinzio Numeriano, -che voleva sposarla senz'altro. -</p> - -<p> -Nè gli potevano far senso le argomentazioni di -Tizio Caio Sempronio, o, al più, dovevano farglielo -come una opinione personale, in cui è lecito di non -consentire. Ricordate che in quel tempo tutto il -riserbo, tutta la bellezza morale della donna, consistevano -nello star molto in casa, a far la massaia, -poi nell'andare ai giuochi dei gladiatori e -condannare a morte questo e quello dei caduti, -con una voltata di pollice, poi nel passare allegramente -di mano in mano, divorziata da un marito -che volesse compiacere ad un amico, e via di questo -passo. Altro che il polviscolo resinoso del grappolo -e la calugine delle pesche duracine! Quelle -eran peggio delle frutte di mercato, brancicate da -mezzo mondo; e una povera Greca non ci aveva -mica da scapitare al confronto. -</p> - -<p> -Lettori, io passeggio sulla brace. <i>Incedo per ignes -suppositos cineri doloso.</i> Meglio sarà tornare al colloquio, -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -che per queste chiacchiere abbiamo lasciato -in tronco. -</p> - -<p> -— Orbene, che vuoi? — diceva il poeta. — Per -me, Venere è discesa in terra. Ma che dico Venere? -Tutte le dee della Grecia, che noi abbiamo trasformate -coi nostri nomi italici, si sono confuse e -ringiovanite in questa donna divina. Che importa, -se il fiore non è stato colto da me? Posso io andare -a ritroso del tempo e cozzare col fato? So -che è maravigliosamente bella e che le arcane fragranze -della sua gioventù mi hanno inebriato. A -volte, pensando di lei, mi arde il sangue, e la -vampa mi sale al cervello; a volte mi sento adagiato -in una calma profonda. Hai tu provata mai -la volontà ineffabile del non pensar a nulla, del -lasciarti andare in balìa del caso, come la piuma -in balìa della brezza meridiana? Io, dopo aver -molto sospirato e sognato, mi abbandono a questi -ondeggiamenti, a queste beatitudini eccelse. -L'amo, l'amo, e non vedo, non sento più altro. -</p> - -<p> -— Povero amore! — esclamò Tizio Caio Sempronio. — È -un bel ragazzo, ma è cieco. Vedete -qui Publio Cinzio Numeriano. È giovane, bello, -ricco d'ingegno e caro alle Muse. Cento donne a -gara gli farebbero dolce la vita, e senza rapirgli -la sua libertà, questo primo dei beni. Ma no; egli -non conosce la sua fortuna, o la disprezza, che è -peggio, ed ha mestieri di una catena e d'un collare -di ferro. Amore è cieco, ho detto; aggiungo ora -che l'uomo è pazzo. — -</p> - -<p> -Cinzio Numeriano era rimasto un po' sconcertato -da quelle considerazioni del suo protettore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -</p> - -<p> -— Ti duole di avermi promesso il tuo aiuto? — gli -chiese. — Bada, amico e patrono mio; son cosa -tua e tu puoi togliermi la dolce speranza de' tuoi -benefizi. -</p> - -<p> -— No, non temere; — rispose Caio Sempronio. — Certo -mi duole di aver promesso, poichè so a -qual fine ti servirà la fortuna. Ma anche Giove in -cielo è vincolato da' suoi giuramenti, e, qualunque -cosa avvenga, io non verrò meno alla data parola. -Bùttati nella voragine, senza aver pure il conforto -di tornar utile a Roma; io non ci ho che vedere. — -</p> - -<p> -Numeriano spiccò un salto, per l'allegrezza, come -avrebbe fatto un fanciullo, dopo avere ottenuto -un giocattolo lungamente sospirato. -</p> - -<p> -— Ah, grazie! — proruppe. — E tu assisterai -alle mie nozze? -</p> - -<p> -— Anche questa? Dovrò io comporre il rogo al -mio povero poeta? -</p> - -<p> -— Sì, te ne prego, te ne supplico. -</p> - -<p> -— E sia; lo farò. Col farro, adunque? -</p> - -<p> -— Col farro e col sale. -</p> - -<p> -— Il sale poi è necessario nel caso tuo. Mostri -di averne così poco in zucca, mio bel Numeriano! -Ora veniamo a noi. Posdimani avrai gli orti di -Ventidio. E proprio dopo il contratto di donazione, -mi farò tuo prossenéta, ti condurrò dai parenti -della donna..... cioè, no, dalla sua nutrice, che l'ha -in custodia, e tu le chiederai Delia in isposa. Ti -risponderanno di sì, quando io avrò mostrato il -contratto, non è vero? Bene; tu le darai l'anello -pronubo, che essa metterà nel quarto dito della -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -mano manca, dov'è la vena che corrisponde al -cuore. Sarai da quel punto il suo sperato, com'essa -la tua sperata. -</p> - -<p> -— Per pochi giorni. — m'immagino; — disse -Numeriano ridendo. — Tu non vorrai farmi sospirar -troppo il gran giorno. -</p> - -<p> -— No, per Giunone Cinzia. Non aspetteremo -Maggio che è un mese così infelice pei matrimoni. -<i>Mense Maio nubunt malae</i>, è proverbio volgare. -Evita le Calende, le None e gli Idi, che sono -tutti giorni nefasti, e potrai ammogliarti nelle condizioni -più prospere che ti siano consentite, a -meno che tu non ami aspettare dopo gli Idi di -Giugno, che è l'ottimo dei tempi coniugali. -</p> - -<p> -— Son contento di far le nozze verso gli Idi di -Aprile; — disse l'impaziente Numeriano. -</p> - -<p> -— Affrettiamoci, dunque. Vi vedo già tutt'e due, -coronati di fiori e verbene; tu coi capelli recisi, -lei col flammeo sulla fronte, a custodire il rossore; -i fanciulli con le faci, una delle quali di bianco -spino, che guidano la donna alla tua casa, ornata -a festoni di rose, di mirti e di allori. Giunti alla -porta, si fa entrare prima la conocchia, con la lana -e col fuso, simbolo delle cure a cui la tua Delia -non ha mai atteso fin qui. Ma non importa, ci -attenderà poi; tutto sta ad avvezzarcisi. Ambedue -toccate l'acqua e il fuoco, posti sul limitare. Poi -gli amici solleveranno tra le braccia la sposa, e -la faranno entrare, senza che tocchi la soglia col -piede. Vesta l'avrebbe per un sacrilegio, e gli amici -sarebbero troppo dolenti che quest'uso santissimo -andasse negletto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -</p> - -<p> -— Godo, di vedere che tu la prendi a giuoco, — notò -Cinzio, che non sapeva se dovesse ridere, o -adontarsi, di quella filatessa di gentili cerimonie e -di beffardi commenti. -</p> - -<p> -— Come fare altrimenti, amico Numeriano, come -fare altrimenti? Tu lo vuoi; sia fatta la tua volontà. -Ed entrato in casa a tua volta, le consegnerai -il mazzo delle chiavi, per la custodia di -tutte le cose domestiche. Un tempo non le si sarebbe -consegnata la chiave della cantina, perchè -alle donne era vietato ber vino, pena il ripudio. -Rammenterai l'editto di Catone, che stabiliva l'obbligo -del bacio dei congiunti alla donna; perchè -questa, caso mai ne avesse bevuto, non potesse -altrimenti nascondere l'infrazione della legge. Ma -qui non è il caso, e tu farai molto volentieri queste -indagini da te; non è egli vero? -</p> - -<p> -— Puoi crederlo; — rispose Numeriano, che -già assaporava la dolcezza di quelle indagini, con -tutta la presaga virtù del desiderio. -</p> - -<p> -— E adesso, andiamo; — soggiunse il cavaliere -Caio Sempronio. — S'è chiacchierato abbastanza, -e i nostri amici vorranno propinare ai Lari Compitali, -che guidano i passi degli ubbriachi e fanno -trovar l'uscio di casa. — -</p> - -<p> -Numeriano respirò. Con tutto l'affetto e la gratitudine -che sentiva pel suo amico e patrono, il -nostro innamorato cominciava ad annoiarsi di quelle -sue stiracchiature cerimoniali, che arieggiavano -maledettamente la satira. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span></p> - -<h2 id="cap6">CAPITOLO VI. -<span class="smaller">Rose e spine.</span></h2> -</div> - -<p> -Il giorno dopo quella famosa cena (giorno che -io vi permetterò di chiamare romanamente <i>quarto -Nonas Aprilis</i>, poichè era il terzo sopra le None, -che cadevano al quinto giorno del mese) il cavaliere -Tizio Caio Sempronio si alzò mal volontieri -dalle morbide piume. -</p> - -<p> -Quasi non sarebbe mestieri di accennarlo, poichè -già s'indovina, argomentando che l'ospite di -tutti quei capi scarichi doveva essere andato anche -tardi a dormire. Ma siccome tutto è relativo in -questo mondo, va detta anche l'ora in cui il nostro -cavaliere scese dall'alto giaciglio, non senza -bisogno d'aiuto, per non cascar giù dalla scaletta, -così assonnato com'era. -</p> - -<p> -Non c'è che dire, i nostri antichi Romani amavano -i loro comodi. Avete già veduto che pranzavano -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -sdraiati, appoggiando il torace sul gomito. -Figuratevi ora che dormivano su certi letti così -alti, da aver mestieri d'uno sgabello, o d'uno scalèo, -per salirvi su. Que' letti erano fatti a guisa -dei nostri sofà di maggiore grandezza, con una -spalliera da capo, con un'alta fiancata dalla parte -del muro, e interamente aperti dal lato per cui ci -si entrava. L'intelaiatura era tesa con cinghie, che -sostenevano un gran materasso, su cui erano collocati -un capezzale e un guanciale. Ho veduto uno -di questi letti, il letto di Didone, dipinto a suo -luogo nel più antico codice dell'Eneide, che è il -Virgilio Vaticano. Lo scalèo ha nove gradini; nientemeno! -C'era la sua parte di risico, a voltarsi sul -fianco. -</p> - -<p> -Torniamo a Tizio Caio Sempronio. Il nostro cavaliere -si alzava per solito verso il meriggio. Quel -giorno, malgrado la veglia prolungata e i fumi -del vino, si alzò alle nove, che era l'<i>hora tertia</i>, nella -divisione del giorno presso gli antichi Romani. -</p> - -<p> -Che cosa aveva da fare? La terza era l'ora dei -negozi forensi. <i>Exercet raucos tertia causidicos</i>, mi -pare che abbia detto Marziale. Ma anche senza essere -un causidico, e senza l'obbligo di andare ai -tribunali, Tizio Caio Sempronio ci aveva per quel -giorno la sua parte di seccature; epperciò, prima -di ascendere su quel suo Campidoglio notturno, -aveva raccomandato al servo di svegliarlo ad ogni -costo per quell'ora insolita. E scosso ripetutamente -dal fidato cameriere, che fu mandato a quel paese -una mezza dozzina di volte, il povero cavaliere si -alzò, per andare a finire di svegliarsi in un bagno -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -d'acqua fresca: ottima cosa al mattino, segnatamente -quando non si ha obbligo di berla. -</p> - -<p> -— Andiamo, via! — aveva egli detto tra sè, per -consolarsi di quella interruzione al più bel sogno -d'oro che mandasse mai l'alba degl'infingardi -al più divoto de' suoi cultori. — Bisognerà pensare -a quei cari amici, che aspettano un servizio -da noi. — -</p> - -<p> -Mentre egli era al bagno, capitò l'ostiario. -</p> - -<p> -— Che c'è? — domandò il cavaliere. -</p> - -<p> -— Padrone, è venuta all'uscio di strada una -vecchia.... -</p> - -<p> -— Vada a pettinar Proserpina! — gridò Caio -stizzito. — Così male ha da cominciare la mia -giornata? — -</p> - -<p> -L'ostiario sorrise, e ripigliò: -</p> - -<p> -— Se n'è andata, difatti, ed ha lasciato questo -per te. — -</p> - -<p> -Così dicendo porse una tavoletta pugillare al -padrone. -</p> - -<p> -Pugillare? Che diavol è? Sentite qua; si chiamavano -pugillari certe piccole tavolette, rivestite -di cera, per iscriverci su. Derivavano il nome dalle -loro piccole proporzioni, perchè potevano essere -comodamente tenute nel pugno; ed erano usate -per quaderni di memorie, per notarvi i pensieri -fuggitivi, e sopratutto per mandar lettere amorose. -</p> - -<p> -Insomma, avete capito. Avrei potuto dirvi subito -un viglietto, come quello di Rosina a Lindoro. Ma -non siamo per niente sotto il consolato di Sulpicio -Rufo e di Claudio Marcello, ed io ho sentito il bisogno -di dirvi: una tavoletta pugillare. Abbiate -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -pazienza e seguitemi, mentre io guardo che senso -ha fatto sull'animo del cavaliere il messaggio mattutino -della vecchia Gabrina. -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio si era affrettato, come potete -immaginarvi, a rompere il suggello e ad aprire -le due facce del pugillare. -</p> - -<p> -— Ah! — esclamò egli, dolcemente commosso, -leggendo la prima parola. -</p> - -<p> -Adesso bisognerebbe dir l'ultima, perchè il nome -dello scrivente si mette in fondo; ma allora lo si -scriveva sempre da principio. <i>Cicero Terentiae suae -salutem dicit.</i> -</p> - -<p> -La lettera non era di Cicerone, vi prego di crederlo. -Del resto, sentite Caio Sempronio che vi -chiarisce il negozio. -</p> - -<p> -— Clodia! — mormorò egli, dopo la prima -esclamazione che ho detto. — Come va che quella -divina mi scrive? A me, Tizio Caio Sempronio, -che le ho parlato a mala pena una volta? — -</p> - -<p> -Mi direte che il miglior modo, anzi l'unico, di -sapere che cosa voglia da noi una dama, quando -ci fa l'onore di scriverci, è quello di legger subito -ciò ch'ella si è degnata di mettere in carta. -Ma questo, che è vero in tanti casi, non lo è poi -in tanti altri. Non lo era, per esempio, nel caso -di Sempronio e di Clodia. -</p> - -<p> -Vedete, difatti; la bellissima patrizia scriveva -così: -</p> - -<p> -«Clodia, a Tizio Caio, salute. -</p> - -<p> -«Ti parrò ardita; e forse è questa la fama che -corre di me. Qualunque io ti sembri, non sarò -mai paurosa, nè sciocca. Stimo te grandemente; -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco, -sarà giunto alle tue orecchie. Alle mie è giunto -un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai -quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti -del cielo. Una mia schiava prediletta ha -sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini -assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire -il racconto della sua visione, e non ho potuto -resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi all'obbligo -di avvisarti. Chiedi ai matematici, e -godi le prospere Megalesi; è il mio voto.» -</p> - -<p> -Avete capito voi? No. E Tizio Caio nemmeno. -</p> - -<p> -Non già perchè non intendesse le ultime parole, -che forse allegheranno i denti a qualcuna delle -mie lettrici, poco pratiche d'anticaglie. Le Megalesi -erano feste solenni alla dea Cibele, onorata -sotto il nome di gran madre degli Dei, epperciò -chiamata in greco <i>Megalisia</i>. E perchè tutte le feste -d'allora finivano in giuochi e spettacoli, come -quelle del nostro popolo finiscono in corpacciate -e combibbie, le Megalesi, che duravano otto o nove -dì, cominciando nel quarto giorno di aprile (<i>pridie -Nonas Aprilis</i>), erano più specialmente dedicate -alle rappresentazioni sceniche. Pei Ludi Megalensi -furono scritte quasi tutte le commedie di Terenzio. -</p> - -<p> -Quanto ai matematici, era questo il nome degli -astrologhi, degli indovini, che interpretavano i sogni -della gente da bene. Orazio Flacco non voleva -che si facesse capo a costoro, e raccomandava a -Leuconoe di non chiedere il futuro ai calcoli babilonesi. -E appunto da Babilonia, patria di astronomi -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -e di matematici, erano venuti a Roma gl'indovini; -e l'astrologia e la matematica, scienze dei -Magi, avevano dato il nome all'arte di quegli antenati -di Cagliostro. -</p> - -<p> -Nemmeno era dubbio per Tizio Caio Sempronio -il senso della lettera. Niente di più naturale che -il dar retta ai sogni, in un tempo e in un paese -di superstizioni come quello, che aveva tra l'altre -cose i giorni fasti e nefasti, le ferie pubbliche e -private, e queste anche in occasioni di fulmini, di -modo che, ogni qualvolta si sentisse tuonare, era -giorno feriato, fino a tanto non si fossero placati -con offerte e sacrifizi gli Dei. -</p> - -<p> -Dunque, nell'avvertimento di madonna Clodia -non c'era nulla da dire. Ma una donna che scrive -ha sempre un secondo fine, un intendimento riposto. -E perchè si prendeva costei tanta cura della -salute di Tizio Caio? Che cosa si doveva leggere -tra le righe dello scritto? Lo avesse almeno invitato -ad andare da lei! Ma no, d'invito non ce n'era -pur l'ombra, neanche sotto forma di permesso, per -un rendimento di grazie. Un avviso, un augurio, -un voto, e nient'altro. -</p> - -<p> -— Strana donna! — pensò il cavaliere. — Che -cosa debbo conchiudere? Che ella si dà pensiero -di me. E sia. Ma allora perchè non aggiungere: -«a voce ti dirò meglio»? E questo accenno alle -prossime feste! Che voglia vedermi allo spettacolo? -Sì, certamente, ci andrò; ma di questo ella poteva -esser sicura, e non c'era bisogno di dirmelo. Ma -forse vuol farmi sapere che ci andrà lei. Ed anche -questo era inutile. Dove non è, la bellissima -Clodia? — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -</p> - -<p> -Quanto al pericolo che la bella patrizia gli accennava -nel suo viglietto, Tizio Caio Sempronio ci -pensò molto meno che a tutto il restante. -</p> - -<p> -— Che pericolo ho da correr io? — diss'egli -tra sè. — Esser fatto in tre pezzi! E da chi? Se i -sogni vanno interpretati a modo, io posso credere -che non si tratti d'una spartizione materiale. Infatti, -vedete qua; ier sera non ne ho avuti tre, -che volevano il mio.... e che l'avranno, pur troppo! -Il sogno è stato veridico, anzi fatidico. Son tre gli -assetati del mio sangue, o, per dire più veramente, -di dugento sessantamila sesterzi. E li abbiano, poichè -li ho promessi. Il sogno della schiava di Clodia -non prova esso che io debbo dissetare quest'oggi -i miei tre supplicanti? — -</p> - -<p> -Questo ragionamento lo ricondusse a ricordare -come e perchè fosse balzato quel giorno da letto -un po' più presto del solito. -</p> - -<p> -— Piramo! — gridò egli, richiamando lo schiavo, -che si era prudentemente allontanato. -</p> - -<p> -— Padrone! -</p> - -<p> -— Dirai all'arcario che venga qua. -</p> - -<p> -— Prima del cinerario? — -</p> - -<p> -Il cinerario, se nol sapeste, era uno schiavo che, -presso le dame, assisteva l'ornatrice, mentre questa -faceva l'acconciatura del capo alla padrona; e -il suo principale ufficio consisteva nel riscaldare -il calamistro, o ferro da riccio, nelle ceneri; donde -il suo nome che ho detto. Ma in alcuni casi, e -presso gli uomini, egli faceva altresì l'ufficio di -barbiere. Del resto, anche allora i capegli riccioluti -non era solamente delle donne, e spettava al -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -ferro caldo di dare ai patrizi romani le ciocche -morbidamente inanellate della chioma d'Apollo. -</p> - -<p> -— Anche prima del cinerario; — rispose asciuttamente -il cavaliere. -</p> - -<p> -Lo schiavo si allontanò, per andare in cerca -dell'arcario. -</p> - -<p> -— Vedete qua; — proseguiva intanto il nostro -eroe, rifacendosi volontieri al tema del suo soliloquio. — Ella -pensa a me; si affretta ad avvertirmi -d'un pericolo che mi sovrasta. Ella già non -poteva immaginarsi che si trattasse solamente delle -mie sostanze, della mia persona.... giuridica. Senza -badare ad altro, passando sopra a tutte le consuetudini, -ha voluto avvertirmi. Divina Clodia! E poi -dicono di lei che è.... che Valerio Catullo.... Baie! -Già, i poeti sono la gente più molesta e pericolosa -che al mondo sia. Vi scoccano un'ode, un'elegia, -e tutta Roma, leggendo quell'ode, quella elegia, -pensa che i sogni del poeta siano la verità, che -le bellezze lodate da lui siano state vedute, che i -difetti e i torti notati da lui siano torti e difetti -veri e manifesti come la luce del sole. E una degna -matrona, così calunniata, non ha più modo -di rifarsi. Il poeta ha parlato; il volgo la condanna. -Maledetti poeti! Non aveva mica torto Platone, -a bandirli dalla sua repubblica! Questi ornati -venditori di ciancie sonore vi mettono una povera -donna in piazza. Hanno veduta una mano, come -tutti gli altri, e nei loro versi vi descrivono il -braccio, l'omero, e.... via discorrendo. Il volgo dei -lettori, aiutando la malignità, immagina il resto. -Dove il poeta non ha fatto altro che seguire i vaneggiamenti -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -dell'estro, o le necessità della prosodia -tiranna, egli vede altrettante indiscrezioni della -più autentica forma. E in questa guisa si scrive -la storia. Una donna ne ha uno? Povera lei! Gliene -regalano cento. — -</p> - -<p> -Come vedete, il nostro cavaliere girava all'ottimista. -Di mattina, lo siamo sempre un po' tutti. -La triste esperienza è un frutto delle ore più -tarde, nella gran giornata dell'uomo; e poichè il -giorno è nel suo piccolo una immagine della vita, -voi potrete concedermi che il più melanconico dei -pessimisti veda anche lui le cose del mondo, poniamo -per un'ora, tinte dei colori dell'alba. -</p> - -<p> -Del resto, e per ciò che risguarda il sesso debole, -siamo sempre disposti a pensarne un gran -bene, quando le sue debolezze profittano a noi. -Per solito, delle donne che c'importano poco, si -sente dir corna e si tace, quando non vi s'aggiunge -del proprio l'onesta complicità del sorriso. -Ma fate che una di loro entri nulla nulla nel cerchio -della nostra giurisdizione, che un suo sguardo, -una parola sua, udita e riferita, sveglino nel nostro -animo la speranza, o nel cuor nostro il desiderio; -e quella donna diventa di punto in bianco -un'altra. Poverina, l'avevano calunniata. Già, gli -uomini, metà son tristi e metà sciocchi; qual virtù -uscirebbe salva dalle ciarle assassine? -</p> - -<p> -Poi, viene il punto in cui l'uomo avvicina la -donna calunniata. È così bella! Vedete che grazia, -che soavità, che dolcezza! Ecco il segreto svelato; -era cortese e l'han gabellata per lusinghiera; confidente -di modi e le hanno dato lettere patenti di -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -sfrontatezza. E l'uomo che ha fatta questa grande -scoperta, felice di non doversi confondere coi tristi, -nè con gli sciocchi, sale di cerchio in cerchio, -per tutte lo stazioni del paradiso, fino a tanto, assorto -nei raggi luminosi della divinità, ne resta -così abbacinato da non veder più nulla. Dopo tutto, -che importa il vedere? «Credete più ai vostri occhi -che a me?» domandava audacemente una -donna, che conosceva a fondo il suo uomo. Non era -possibile che questi volesse farle un torto così -grave, credette a lei e negò fede a' suoi occhi. -</p> - -<p> -La bella Clodia, che faceva quella mattina palpitare -così forte il cuore di Caio Sempronio e smarrire -il suo giudizio (cosa non troppo difficile, perchè -ne aveva sempre avuto pochino), era certamente -una delle dame più calunniate di Roma. A -torto, o a ragione? I versi del suo poeta, anche a -fargli la tara, c'indurrebbero a credere che ella -meritasse la sua fama. -</p> - -<p> -Povero Catullo! Ne ha dovute mandar giù! Poeta -elegante ed appassionato, già celebre fin dalla prima -giovinezza per aver disposata nelle sue odi la delicatezza -immaginosa di Anacreonte all'ardore profondo -di Saffo, conobbe per suo danno la moglie -di Metello Celere, se ne invaghì perdutamente, e -da quel giorno egli non ebbe più pace. Riguardoso -nella forma, mutò il nome di Clodia in quello di -Lesbia; ma la cronaca non tenne il segreto, e Lucio -Apuleio potè raccogliere ancora due secoli dopo -le indiscrezioni della cronaca e tramandarle alla -posterità. -</p> - -<p> -Nessuna donna, se crediamo a Catullo, poteva -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -reggere al confronto della sua innamorata. «Quinzia -è bella per molti, dice egli; per me è bianca, -alta e di nobile portamento; ma che sia bella in -complesso, nego, perchè in quella grande persona -non c'è grazia nè spirito. Lesbia sola è intieramente -leggiadra; perchè, essendo bellissima tutta, -ha rapite tutte le grazie a tutte le altre donne di -Roma.» Contemplava il suo volto, ne udiva le -soavi parole, e gli sembrava d'esser beato al pari, -e, se possibile, più degli Dei. Veduta lei, niente -altro desiderava. Ma la sua lingua s'intorpidiva; -una fiamma gli scorreva per tutte le membra; gli -risonavano le orecchie, gli occhi gli si coprivano -di tenebre. Bello ogni atto, leggiadra ogni cura di -lei. La vedeva deliziarsi nell'amore d'un passero, -e lui a cantare il passero che ella amava più dei -suoi occhi. Morì il passero, e lui a piangerne in -versi stupendi la morte, invitando le Grazie e gli -Amori a confortarla con le lagrime loro. «Viviamo, -o mia Lesbia, ed amiamoci, le dice egli un giorno; -non valgono un soldo le ciancie dei vecchi -barbogi. Muore il sole e risorge; noi, morta una -volta questa breve luce, abbiamo a dormire una -notte perpetua. Dammi un migliaio di baci, e poi -cento, poi altri mille ed altri cento ancora; e così -via via, fino a perdere il conto.» -</p> - -<p> -Ma ohimè, un giorno doveva cadergli la benda -dagli occhi. Clodia era una civetta; non amava lui -solo. Bella, ma senza cuore! E il poeta si sdegna, -vuol rompere la catena, per custodire la sua dignità. -Ma come fare? «Odio ed amo, dice egli ad -un amico. Chiedi come ciò avvenga? Non so; ma -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -lo sento e ne muoio.» L'ama troppo, non c'è via -di salute; si allontana da lei e ritorna; l'amor suo -è una sequela interminabile di sdegni e di paci. -Irato contro sè stesso, disegna di allontanarsi da -Roma, per non assistere alle sregolatezze di Clodia; -va in Bitinia con Caio Memmio Gemello; ne -ritorna povero e più innamorato che mai. Soltanto -le sciagure domestiche lo distoglieranno un tratto -dalla sua pena, e l'isoletta di Sirmio, sul Benaco, -poco lunge dalla natale Verona, gli farà meno triste -l'autunno precoce della sconsolata sua vita. -</p> - -<p> -E adesso che abbiamo veduta la figura di Clodia -attraverso ai rapimenti e alle malinconie d'un -poeta, facciamo ritorno al nostro cavaliere Tizio -Caio Sempronio. Il poeta s'è ridotto ai silenzi della -sua villa di Sirmio, e Clodia è a Roma, sempre -bella, sempre elegante, e circondata da cento vagheggini. -Qual è la donna che non ci ha i suoi, -dopo l'esempio di Penelope, ròcca di fede coniugale, -assediata per tanti anni dai Proci? Ma badino, -i bellimbusti di Roma; se entra in scena -Tizio Caio Sempronio, poveri a loro! È un giovanotto -che non perde il suo tempo, nè prima, nè -dopo. È forte e bello, di buon cuore pe' suoi amici, -inchinevole al tenero con le signore donne, ma non -fino al punto di guastarcisi il sangue. Egli chiederà -a Clodia ciò che essa può dare, sorrisi e carezze; -non già la costanza, derrata di cui egli non -saprebbe che farsi, e a cui non potrebbe offrire il -ricambio. -</p> - -<p> -Per altro, anche a non volersi smarrire troppo -lungamente nelle ombre di Pafo, tornano sempre -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -piacevoli i cominciamenti d'un ripesco amoroso. -Messo il piede sul limitare del bosco, il cavaliere -ci trovava un gusto matto a rincorrere le -farfalle che gli svolazzavano capricciose davanti -agli occhi. Fuor di metafora, Caio Sempronio seguiva -col pensiero tutte le fasi di una lieta avventura, -incominciata così <i>ex abrupto</i> con una tavoletta -pugillare, che andava rivolgendo ancora per -tutti i versi, quando gli si fece dinanzi l'arcario. -</p> - -<p> -— Mio signore, eccomi qua; — disse costui, inchinandosi -profondamente. -</p> - -<p> -— Sei tu, vecchio Lisimaco? Che cosa vuoi? -</p> - -<p> -— Mi avevi fatto chiamare.... — riprese quell'altro. -</p> - -<p> -— Ah sì, è vero; — disse Sempronio risovvenendosi; — ho -anzi bisogno di te. Già capirai di -che si tratta. — -</p> - -<p> -Lisimaco stette muto a guardarlo. Era un vecchio -servo, o, per dire più veramente, un liberto, -servo manomesso, che continuava a vivere in casa -degli antichi padroni, esercitando l'uffizio di arcario, -ossia di soprintendente e cassiere. Pulito, -molto serio e d'una rara probità, Lisimaco aveva -avuta la piena fiducia del padre di Caio Sempronio, -uomo assennato e non d'altro curante che -di far prosperare la sua casa; nè doveva mancargli -la pienissima fiducia del figlio, che alle faccende -sue pensava pochissimo, come mi pare di -avervi fatto già intendere. -</p> - -<p> -Il liberto taceva, vi ho detto; ma il cavaliere -continuò il discorso per lui. -</p> - -<p> -— Ho bisogno di moneta; — soggiunse. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -</p> - -<p> -— A' tuoi comandi; — rispose Lisimaco. -</p> - -<p> -— E molta; — ripigliò il cavaliere. -</p> - -<p> -— Ahi! — mormorò quell'altro, — siamo alle -solite. -</p> - -<p> -— Come? saresti all'asciutto? -</p> - -<p> -— Oh, questo, poi! — esclamò il vecchio liberto, -che sentiva offesa da quel dubbio la maestà della -casa Sempronia. — Ma se tu mi permetti un'osservazione.... -</p> - -<p> -— Sentiamo l'osservazione. -</p> - -<p> -— Padrone mio, si spende troppo. -</p> - -<p> -— Eh, non dico di no. -</p> - -<p> -— Anche le case più ricche vanno in malora, -se non c'è misura nello spendere. -</p> - -<p> -— È sempre stata la mia opinione; — disse -gravemente Caio Sempronio; — e son lieto di vedere -che tu partecipi al mio modo di vedere. — -</p> - -<p> -L'arcario lo guardò trasognato. -</p> - -<p> -— Mi pare, — pensò egli, — che il cavaliere -voglia burlarsi di me. — -</p> - -<p> -E non aveva mica torto, il vecchio Lisimaco. -Ma, per rispetto al padrone, finse di non aver capito. -</p> - -<p> -— Anche la tua casa, padrone, finirà come tante -e tant'altre, se non provvedi in tempo. -</p> - -<p> -— Ottimamente; ma dimmi, savio Lisimaco. Ci -sono ancora.... in tempo? -</p> - -<p> -— Che domanda! Grazie agli Dei, siamo sempre -sul sodo. -</p> - -<p> -— Ah, meno male. Mi avevi già fatto paura. -Dunque, si possono avere quest'oggi quarantamila -sesterzi per compiacere all'amico Postumio Floro? -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -È un imprestito, non ti spaventare, mio vecchio -Lisimaco. -</p> - -<p> -— Vado a numerare la somma; — disse l'arcario, -dopo aver tratto un sospiro. -</p> - -<p> -— Aspetta ancora. All'imprestito dunque abbiamo -provveduto. Ora c'è dell'altro. Mi bisognano, -per un altro negozio, sessantamila denari. -</p> - -<p> -— Sessantamila! — balbettò l'arcario, strabuzzando -gli occhi. — Hai detto sessantamila.... -</p> - -<p> -— Denari, sicuro; che ragguagliati alla moneta -di rame fanno dugento e quarantamila sesterzi, -o poco meno. Ma non ti confondere; non si tratta -di un imprestito, questa volta; si tratta invece -di un collocamento, d'una compera di fondi. — -</p> - -<p> -Lisimaco diede una rifiatata, ma senza rallegrarsi -molto. Il povero cassiere andava da Scilla -a Cariddi. Cessava la paura, sottentrava lo stupore. -</p> - -<p> -— Tu comperi? -</p> - -<p> -— Sì, — rispose Caio Sempronio, — compero -gli orti di Ventidio, sull'Esquilino. -</p> - -<p> -— Tu comperi? — tornò a chieder quell'altro, -che non poteva mandarla giù. -</p> - -<p> -— Sì, te l'ho detto; che cosa ci trovi di strano? -</p> - -<p> -— Ma, mi pare che ce ne sia la sua parte. -Perdonami, signor mio; ma è nuova davvero, -che tu abbia pensato a comperare un pezzo di -terreno. -</p> - -<p> -— Io che ci ho sempre avuto una gran propensione -a buttar via, non è vero? — disse il cavaliere, -ridendo. — Ma non temere, Lisimaco; io -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -non sono mutato per ciò. Compero.... ma per regalare -il comprato. -</p> - -<p> -— Di bene in meglio! Ed è questo che tu chiami -un.... collocamento di moneta? -</p> - -<p> -— Ma sì, vecchio Lisimaco, è questo. Non ho -forse detto di comperare? -</p> - -<p> -— Per regalar poi. -</p> - -<p> -— Ah, questa, vedi, è una seconda operazione. -Badiamo ora soltanto alla prima. — -</p> - -<p> -Lisimaco crollò il capo, ma non aggiunse più -altro. Con quel matto del suo padrone non c'era -modo di ragionare. -</p> - -<p> -— Eccoti lì ingrognato, mio Cerbero! — proseguì -Caio Sempronio. — Ma infine, abbi pazienza; -ho promesso. Vorresti tu che io mancassi alla mia -parola? -</p> - -<p> -— Tolgano gli Dei immortali che io ti consigli -in tal guisa; — rispose il vecchio Lisimaco, -non sapendo più che pesci pigliare. — Debbo -dunque metter da parte anche i sessantamila denari? -</p> - -<p> -— Se li hai in cassa. -</p> - -<p> -— Li ho.... quantunque, levati questi, non ci -rimanga molto di più. E tu lo sai, padron mio, -che le entrate dell'anno scorso hanno già preso -il volo, mentre questo è a mala appena incominciato. -</p> - -<p> -— Bene, per tirare avanti fino al raccolto, puoi -chiedere in prestito al danista Corbulone. Intanto -vedremo di ristringere le spese. -</p> - -<p> -— Ah, magari! — esclamò il vecchio liberto, -alzando gli occhi e le palme al cielo. — Con un -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -anno di risparmio, si potrebbe ancora rimetterci -in carreggiata. -</p> - -<p> -— Un anno! — gridò il cavaliere. — È troppo. -Mettiamo sei mesi. -</p> - -<p> -— Ma bada, ci sono ancora le ipoteche sul fondo -Reatino, il più bel fondo che tu possieda! Poi c'è -l'imprestito di dugentomila denari sulla villa di -Aricia. Poi.... -</p> - -<p> -— Dimmi, — interruppe Caio Sempronio, — non -avresti tu un altro discorso più allegro da tenermi, -per questa mattina? A momenti tu mi -passi in rassegna tutta la emerita classe degli argentarii. — -</p> - -<p> -Lisimaco gli rispose con un gesto che voleva -dire: che colpa ci ho io? -</p> - -<p> -— Animo, via; — ripigliò, il cavaliere, vedendo -la faccia malinconica del suo povero cassiere. — Non -pensiamo ora a queste miserie. Vedremo di -correggerci, se sarà scritto nel libro dei fati. Tu -scrivi intanto, nel tuo, che oggi verrà Postumio -Floro, al quale dovrai consegnare quarantamila -sesterzi, e Giunio Ventidio per vendermi i suoi -orti alle Esquilie, contro la somma di sessantamila -danari. -</p> - -<p> -— E metterò a libro l'acquisto degli orti? -</p> - -<p> -— Sì, se ti piace, — rispose Caio Sempronio, -con quella sua faccia da ridere, che dava tanta -noia al disgraziato cassiere, — purchè tu aggiunga -in margine: regalati oggi stesso a Publio Cinzio -Numeriano, poeta innamorato. — -</p> - -<p> -Ciò detto, il cavaliere congedò con un gesto -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -maestoso il suo povero arcario, che se ne andò -borbottando tra i denti: -</p> - -<p> -— Poeti.... innamorati.... matti... tutta gente da -legare! -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span></p> - -<h2 id="cap7">CAPITOLO VII. -<span class="smaller">Venere spogliatrice.</span></h2> -</div> - -<p> -Clodia Metella, che le necessità del racconto mi -costringono a presentarvi, era una delle tre sorelle -di Publio Clodio Pulcro. -</p> - -<p> -Ma chi era Publio Clodio Pulcro? Era quel caro -matto che aveva iniziata la sua vita pubblica introducendosi -travestito da donna nella casa di Giulio -Cesare, durante la celebrazione dei riti della -dea Bona; marachella giovanile per cui subì un -processo, e non ne uscì sano che corrompendo i -suoi giudici. Sano nella persona, io vo' dire, non -già nella fama, che n'ebbe uno strappo maiuscolo, -anche per la testimonianza di Marco Tullio Cicerone, -a cui giurò in conseguenza un odio mortale. -Eletto tribuno, con l'aiuto di Pompeo e di Cesare, -che protestava a suo modo contro certi sospetti, -tanto da far passare in proverbio l'onestà di madonna -Aurelia sua moglie, si diede a perseguitare -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -in ogni guisa il suo illustre nemico. Questi gli -oppose l'unico uomo che potesse tenergli testa, -Tito Annio Milone; e l'andò tra quei due da galeotto -a marinaro. -</p> - -<p> -Il resto è noto ad ogni scolaro di retorica. Milone -si recava un giorno a Lanuvio; Clodio tornava -dalla sua villa d'Aricia; i servi delle due comitive -s'azzuffarono; Clodio, ferito nel tafferuglio, -fu trasportato in un'osteria di Bovilla; Milone -pensò che fosse giunto il momento di levarsi quel -bruscolo dagli occhi, e, fatto trascinar Clodio fuori -dell'osteria, gli diede, o gli lasciò dare da un suo -gladiatore, il colpo di grazia sulla pubblica strada. -Accusato d'omicidio, fu invano difeso da Cicerone, -che si era così turbato alla vista di tanti armati, -onde il console Pompeo aveva asserragliato il Foro -in quella occasione, da perdere la tramontana senz'altro. -</p> - -<p> -Ciò era accaduto un anno prima del tempo a -cui si riferisce il nostro racconto. Milone era andato -in bando a Marsiglia, e laggiù, avendo ricevuta -una copia dell'orazione, riveduta e corretta, -del suo gran difensore, uscì in queste memorande -parole: «vedete un po'! se Cicerone avesse proprio -parlato come ha scritto, io non sarei qui a -mangiar triglie.» -</p> - -<p> -Dove mi ha portato il ricordo di Clodio? Torniamo -alla sorella, celebre in Roma per bellezza -e per tante altre cose. Giovanissima, l'avevano -data in moglie a Quinto Metello Celere, pretore -da prima, poi console, ed uno dei più saldi sostegni -della parte patrizia. Questo Metello, essendo -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -pretore, si era unito a Marco Tullio Cicerone per -isventare le trame di Sergio Catilina, altra conoscenza -di tutti gli scolari di retorica; e quando il -famoso cospiratore era partito improvvisamente da -Roma, egli, inviato nel Piceno per contendergli i -passi dell'Appennino, lo aveva abilmente costretto -a dar di cozzo nelle schiere dei console Antonio -Nepote. In premio di questo servizio, otteneva un -anno dopo il governo della Gallia Cisalpina, col -titolo di proconsole, e due anni più tardi era console -a sua volta. -</p> - -<p> -In quell'ufficio il nostro Metello avrebbe potuto -far prova di saviezza, non scontentando troppo -quell'ambizioso di Pompeo; ma fece tutto l'opposto, -e sospinse il pericoloso cittadino nelle braccia -di quell'altro bel mobile, che fu Giulio Cesare; -donde la famosa alleanza, che, per esserci entrato -anche Licinio Crasso, andò sotto il nome di primo -triumvirato. Probo e coraggioso, ma altiero e mal -destro come tutta la parte patrizia, che dava gli -ultimi aneliti della sua possanza con lui, Metello -Celere non potè impedire a Giulio Cesare, dittatore -futuro, di vincere una legge agraria, nell'anno 695 -di Roma, e morì così subitamente, nel bollore della -sua opposizione, che corse voce avergli la moglie -propinato un veleno. -</p> - -<p> -Come vedete, non eravamo lontani da Clodia. Mi -duole di tornare a lei con un sospetto di veneficio, -ma che farci? La cronaca ha i suoi diritti, nè io -posso mutarla a mio senno. La cronaca dice anche -dell'altro; e poichè Clodia Metella, nel terzo anno -di vedovanza, accusò un Marco Celio Rufo di aver -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -tentato di avvelenarla, saltò su Cicerone a dar -nuovo pascolo ed autorità alla cronaca, difendendo -il giovinotto e dicendo di Clodia Metella tutto il -peggio che si potesse dire d'una donna romana di -quel tempo. Ora, a quel tempo, le matrone romane -non erano stinchi di santo. Ciò forse per la ragione -che i santi erano ancora di là da venire. -</p> - -<p> -Per altro, badate, se ne spacciavano tante, e la -libertà di parola era così grande, che io non mi -meraviglierei punto, se un critico moderno riuscisse -a provare che gli avvocati antichi e gli antichi -cronisti erano ad un dipresso quel che sono -gli avvocati e i cronisti moderni. Qual è l'uomo, -o la donna, a cui non si possa, con uno sforzo di -volontà, appioppare un delitto? Non abbiamo noi -forse udito testè che l'onorevole Minghetti, quell'uomo -creduto finora sì candido, ha un infanticidio -sulla coscienza? «Sì, o signori (diceva alla -Camera dei deputati il suo coraggioso accusatore), -egli ha uccisa la bambina Cicoria, che aveva a -mala pena spuntato due denti.» Il quale Minghetti -fu nella medesima tornata parlamentare gabellato -anche per una sirena, per una maliarda, e va dicendo. -Laonde, io ho incominciato a capir Cicerone -e il valore delle metafore; nè mi spavento -più di Clodia Metella, la quale doveva esser giudicata -molto retoricamente dai suoi contemporanei, -Cicerone compreso, che ne era invaghito anche -lui, a segno di destare le gelosie di madonna Terenzia -sua moglie. È Plutarco, un'altra lingua tabana, -che lo afferma; ed io, tutto considerato, non -ci vedo niente di strano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -</p> - -<p> -Mettete da ultimo che meritasse la sua fama; io, -fatte le mie restrizioni da uomo prudente e da -buon cavaliere, non vo' impicci per questo. Gli -autori ci dicono Clodia assai bella, e su questo -particolare possiamo esser tutti d'accordo. -</p> - -<p> -A me pare di vederla, nel segreto del suo spogliatoio, -attiguo alla camera da letto. Il sole è già -alto, ma solo da pochi istanti la bella patrizia si è -spiccata dalle braccia di Morfeo. Lo dice il bianco -<i>indusium</i>, specie d'accappatoio, il cui fine tessuto -ricorda le nostre mussoline di lana, e il cui colletto -è ricamato, o, per dire più veramente, ornato -di fregi appiastrati, non conoscendosi allora il ricamo -propriamente detto, con tutta la sua varietà -di forme e di nomi. Le maniche, larghe e brevi, -non scendono oltre il gomito. Il lembo inferiore -si vede ornato da due file di perle, che sfiorano -il musaico del pavimento, illustrando così il modo -proverbiale latino, <i>margaritas calcare</i>, passeggiar -sulle perle. -</p> - -<p> -Nel bel mezzo della camera è una gran tavola -di marmo, su cui, intorno ad una larga spera di -acciaio, sono disposte in ordine tutte le ampolle, i -pennelli, i barattoli e tutte l'altre cianciafruscole -ond'è composto il <i>mundus muliebris</i>. Uno scanno a -bracciuoli, col suo cuscino di piume, attende la -divina Clodia, che sta per mettersi allo specchio. -Dalle pareti dipinte le ridon gli Amori; da una -gabbia pendente dal soffitto la saluta un pappagallo -africano, con tutti i <i>salve</i>, i <i>vale</i>, gli <i>euge</i> del -suo repertorio linguistico. Come siamo lontani dal -passero d'una volta, dal passero amoroso e gentile, -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -i cui privilegi destavano la gelosia di Valerio -Catullo! Non c'è che dire, Clodia Metella è invecchiata. -</p> - -<p> -Cionondimeno, è sempre bella, maravigliosamente -bella, e direi quasi che la sua bellezza ha -guadagnata dagli anni una certa magnificenza, pari -a quella delle rose, quando hanno intieramente -dischiuso il calice avaro all'ammirazione del riguardante. -Osservate la bianchezza lattea delle sue -mordide carni; essa è proprio governata col latte, -perchè in esso furono inzuppate le molliche di -pane, di cui Clodia Metella si è accuratamente ricoperta -la faccia ed il collo, prima di mettersi a -letto. Altre usavano in quella vece un cataplasma -di fave grasse, la cui inamabilità doveva quarant'anni -più tardi urtare i nervi ad Ovidio. -</p> - -<p> -Una diligente abluzione ha già tolte dal viso -quelle croste notturne in cui si è custodita la bellezza; -la carnagione è stata aspersa coll'<i>elenio</i>, un -quissimile doll'aspasina moderna, formato con latte -d'asina; poi col <i>lomentum</i>, pasta di fior di farina -e di mirra giudaica, indi coll'<i>esìpo</i> di Atene, vero -elettuario, anzi olio essenziale, che doveva la sua -untuosità al succo estratto dalla lana delle pecore. -Era quello il cosmetico in voga, e le dame romane -solevano inondarsene a dirittura la pelle. -</p> - -<p> -Poichè sono a ricordare tutti questi guazzetti, -non dimenticherò che Roma femminile aveva anche -il suo latte antefelico, per le macchie della -pelle e pei bitorzoli, l'<i>alcionea</i>, preziosa mucilagine -la quale si estraeva da certi nidi d'uccelli, che, argomentando -dal nome, possiamo credere alcioni. -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -Si strofinava leggermente il viso con l'alcionèa, e -la pelle diventava tosto così lucente come la superficie -d'uno specchio. -</p> - -<p> -Intenderete di per voi, che, dopo tanto abuso di -manteche e d'unguenti, bisognasse lavarsi le mani -col sapone. Di questo i Romani ne avevano due -specie, il molle e il liquido. Il più riputato incominciava -allora a venir dalle Gallie, ed era un -composto di grasso di capretto e di cenere di faggio. -L'arte romana lo aveva aromatizzato con cinnamomo, -oppure con nardo di Persia. -</p> - -<p> -Lavate le mani in tal guisa, e rasciugatele nel -<i>gausape quadratum</i>, in cui vi consento di ravvisare -lo asciugamano di quei tempi, velloso da una parte -e liscio dall'altra, la bella patrizia si è raschiata -la lingua con una acconcia laminetta d'acciaio; si -è spazzolata i denti ed ha gargarizzate le acque -famose di Cosmo e di Nicèro (i Frecceri e i Bortolotti -di quel tempo) <i>ne male odorati sit tristis -anhelitus oris</i>. Il verso non ve lo traduco, perchè -lo capirete ad orecchio. Dirò soltanto che è un -verso del suo poeta, dell'uomo che l'ha più fortemente -amata, e che l'ama tuttavia, sebbene lontano -e dimenticato. -</p> - -<p> -Non perchè io lo reputi un obbligo, ma perchè -mi pare atto di cortesia verso la benemerita classe -dei profumieri, soggiungerò che l'acqua di Cosmo -si componeva, d'acqua anzitutto, poi di zafferano -e rose di Pesto. -</p> - -<p> -A profumare la bocca delle sue belle patrone, -Cosmo aveva inventato eziandio certe pastiglie, di -mirto, lentisco e finocchio. Le dame romane erano -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -ghiotte di questi aromi indolciti, che facevano cadere -in disuso il mastice di Scio. <i>Pastillas Cosmi -luxuriosa vorat</i>. -</p> - -<p> -Non racconterò alle mie lettrici con che sorte -di acqua le eleganti figliuole di Quirino si ripulissero -i denti. Il preziosissimo liquido si traeva -dalla Spagna e si conservava in vasi d'alabastro.... -Ma perchè dalla Spagna, mentre a conti fatti lo si -poteva ottenere anche in casa, in modo naturalissimo, -e senza dare il minimo disturbo ad alcuno? -Gli autori che accennano la strana costumanza, -non hanno pensato a dircene le ragioni. Marziale -si è contentato di affermare che, quanto a sè, i -denti se li risciacquava con l'acqua pura. I moderni, -gente schifiltosa, daranno ragione a Marziale. -</p> - -<p> -Dove abbiamo lasciato Clodia Metella? Si è lavata -le mani; ma badate, non l'ha anche finita -con le abluzioni. Infatti, ella entra ora nella sala -del bagno. Il <i>solium argenteum</i> (poichè ella si bagna -in una vasca d'argento) è già pieno d'acqua, -profumata con essenza di gelsomino. La fida clessidra -ha misurato lo spazio di mezz'ora, e Clodia -Metella è venuta fuori dai tiepidi lavacri. Dico tiepidi, -perchè i bagni freddi non s'usano ancora, -almeno nelle pareti domestiche; soltanto sotto l'Impero -un medico li raccomanderà, e i posteri dovranno -salutarlo come l'inventore della idroterapìa. -</p> - -<p> -Asciugata nella sindone, stregghiata per tutte le -membra con uno <i>strigile</i> venuto da Pergamo, Clodia -Metella ha indossata la <i>tunica intima</i>, su cui -le schiave ornatrici hanno ravvolta in dotte pieghe -la <i>toga matutina</i>. Ed entra, ciò fatto, il pedicuro, -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -che col suo <i>forfex</i> (scusate se non posso dispensarvi -da questi particolari) ragguaglia abilmente -al sommo delle dita le unghie rosee dell'olimpico -piede. -</p> - -<p> -Olimpico, ho detto, come sinonimo di snello e -di breve. L'arte antica faceva piccolo il piede agli -Dei; cosa che non finisce di piacere ai veristi moderni, -i quali sembrano dimenticare che gli Dei -passeggiavano sulle nubi e, quando toccavano terra, -non pesavano altrimenti sulle piante coi sessanta -od ottanta chilogrammi della loro divinità. -</p> - -<p> -Ciò posto in chiaro, non mi fermerò più oltre -su questo argomento, quantunque il piede d'una -bella donna meriti ogni più lunga stazione e possa -dare l'appiglio a molte meditazioni divote. Del resto, -vedete, non s'è fermato troppo neanche il pedicuro. -Clodia Metella ha avuto dalla natura un -piedino sottile, non ha usato affaticarlo mai nella -giornata, non ha avuto mai bisogno di strizzarlo -in calzature troppo aggiustate; perciò mancano le -cornee durezze e gli altri ingrossamenti cutanei, -che domandino una pronta rimondatura ai ferri -dell'artista pedestre. -</p> - -<p> -Ecco ora la colezione che arriva. Le cure dell'ornamento -non sono ancora finite, anzi può dirsi -che siano a mala pena cominciate; ma appunto -per questo è necessario d'interromperle con una -piccola refezione (<i>jentaculum</i>) che permetta alla -dama di giungere senza languori di stomaco fino -all'ora del pranzo. Un servitorello, vestito d'una -tunica frangiata che gli si stringe alla vita e gli -scende a mala pena al ginocchio (donde il suo nome -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -di <i>puer alticinctus</i>) reca una <i>authepsa</i> d'argento, -coi suoi carboni accesi nel caldano che le sta sotto. -Capirete da questo che l'<i>authepsa</i> è il ramino dell'acqua -calda. Un altro ragazzo porta sulle mani -un canestro di frutte, con un panino tondo, disegnato -a spicchi, e un piattello di legno di cedro, -con suvvi una coppa d'argento, e un vaso d'onice, -colmo di vino di Sezza, il famoso e costoso Setino, -che piaceva tanto a Marziale, ma non si lasciava -bere troppo spesso da lui, povero in canna com'era. -</p> - -<p> -Clodia Metella mangia un frutto, rompe una crosta -di pane, mescola il vino con l'acqua calda, beve, -e la sua colezione è finita. Così l'uccellino, destatosi -appena, e scosse le ali sul ramo, dà un paio -di beccate alla ciliegia, o al fico, umido ancora -della rugiada del mattino, e torna contento ai gorgheggi, -ai voli, agli amori. Clodia Metella ritorna -alle cure della conscia bellezza. C'è un'altra bisogna, -e più delicata, da fornire. La pomice di Catania, -strofinata sulle braccia e sulle gambe, toglierà -perfino l'ombra di certi molesti accessorii, -tollerabili appena appena sulla cute dell'uomo. Anche -il labbro superiore può esserne ombreggiato, -e qui la pomice di Catania sarebbe ancora troppo -ruvida; occorre dunque l'unguento di <i>psilothrum</i>, -o di <i>dropax</i>. Il primo è fatto col succo della brionia, -o vitalba, che si voglia dire: l'altro.... di che -cosa è fatto l'altro? Non so, e mi contento di citarvi -Marziale, che raccomanda, per la faccia, questi -due depilatorii insieme: <i>Psilothro faciem laevas -et dropace frontem</i>. -</p> - -<p> -Dopo la colazione, un'altra risciacquata ai denti -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -non farà male. A proposito, ha denti finti la nostra -eroina? Le guardo in bocca, come si fa coi -cavalli non donati, e non mi riesce di vederne. Se -per avventura ne ha, son legati in oro. L'usanza -è antica, e i dentisti moderni non hanno fatto che -seguire la tradizione di cento generazioni. Leggete -le Dodici Tavole, o, per dire più veramente, -quel tanto che ne è rimasto. Nella decima Tavola, -dove si tratta delle sepolture, sta scritto: <i>Neve aurum -addito; ast si cui auro dentes vincti erunt, eum -cum illo sepelire urereve sine fraude esto</i>. Traduciamo, -perchè gli è proprio il caso, con questo latino -assaettato. «Non ponete oro coi cadaveri; ma se -taluno abbia denti legati in oro, sia permesso di -seppellirlo, e bruciarlo, con esso.» -</p> - -<p> -Ora, seguendo l'ordine delle cure femminili, veniamo -all'acconciatura del capo. Clodia Metella ha -una chioma da far invidia a molte sue pari; non -ha bisogno del grasso d'orso, tanto raccomandato -da Galeno, nè dell'unguento di cantaridi, accennato -con le debite restrizioni da Plinio. Neppure -ha mestieri di tingere in nero i suoi capegli con -piombo disciolto nell'aceto, nè in rosso con le erbe -di Germania, che giovano a mutare in carote i gigli -precoci d'una testa di donna. Il crine di Clodia -Metella è ancora d'un nero lucido, che potrebbe -farsela con quello dei corvi. -</p> - -<p> -L'ornatrice ha già snodato e stretto in pugno il -volume di quelle morbide chiome. Il cinerario è -lì pronto a togliere dal fuoco il ferro da riccio, -che dovrà dare alle ciocche sulla fronte l'ondosità -del mare. Clodia felice! Ella ha proprio trovata la -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -fenice delle cameriere, perchè tutto procede a dovere, -e non c'è caso di spazientirsi, nè di sgridarla -per un colpo di pettine più forte dell'altro, -o per soverchio accostarsi del ferro caldo alla -pelle. Arricciati sulle tempie, rigirati in due lucide -staffe all'altezza degli orecchi, i bei crini di Clodia -si attorcigliano sulla nuca in un mazzocchio aggraziato, -a cui fanno sostegno due spilloni d'oro. -Così vuole la moda. Ancora pochi anni, e uno di -questi spilloni, tolto dalle chiome di Fulvia, la moglie -di Clodio e di Marc'Antonio, trafiggerà la lingua -di Marco Tullio Cicerone. Carine, non è vero, -queste patrizie di Roma? -</p> - -<p> -Ed ora, per Clodia Metella, sarebbe il caso d'imbellettarsi -il viso, col minio, o con altre temperanze -di rosso. Ma per quest'oggi le piace d'esser -pallida; il bianco è il colore degl'innamorati. «Sia -pallido chi ama, ha detto Ovidio; è questa la tinta -degli amanti; ognuno che vede quel volto sbiancato, -ha da esclamare: ecco i segni d'amore!» -Anche gli occhi debbono apparire più grandi e più -profondi del vero; e a questo gioverà una pennellata -d'antimonio (<i>stibium</i>) sull'arco delle ciglia -e agli angoli esterni delle palpebre. La moda è -antica nell'Asia, e non per niente i padri delle -belle Romane hanno conquistata l'Asia ai numi -austeri del Lazio. -</p> - -<p> -Finalmente, la testa è in ordine. Le cosmète (con -questo nome si chiamavano le cameriere) vanno -attorno per la camera, scoperchiando certe casse -d'ebano, in cui si contengono le stole, i pallii, le -toghe, le riche, e tutti gli altri capi di vestiario -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -della loro padrona. Qual veste indosserà per quel -giorno Clodia Metella? À lei piace frattanto di vedersele -tutte schierate dinanzi, per scegliere a occhio -il colore che più le andrà a genio, o che le -parrà più acconcio ad ottenere l'effetto desiderato. -Chi non sa che il colore ha un'arcana virtù, in -materia di galanteria? Ci sono, tra un bel viso e -la tinta d'una veste, armonie segrete di cui sentiamo -il fascino, senza intenderne e senza pure -indagarne la ragione. -</p> - -<p> -Là veste caratteristica delle matrone romane era -la stola, lunga ed ampia tunica di lana, semplice -e severa come il costume della forte repubblica, -che l'aveva ereditata dai vecchi Sabini. Le maniche -generalmente erano lunghe, serrate al pugno -con una fibbia. Due cinture la stringevano al busto, -l'una delle quali passava sotto il seno, l'altra -sul fianco; di guisa che, tra questi due legamenti -che la premevano, essa offriva al riguardante un -giro irregolare, ma artistico, di piccole pieghe. Si -distingueva dalla tunica propriamente detta, per -uno strascico chiamato <i>instita</i>, che era cucito sotto -gli sboffi posteriori della seconda cintura, e scendeva -fino a terra, coprendo le calcagna e aggiungendo -maestà all'incesso della dama. Era questa -la stola di Veturia, la madre di Coriolano, come si -vede raffigurata da un affresco nelle Terme di -Tito. Ed ugualmente vestita, pittori e poeti romani -ci rappresentarono Giunone, l'altera moglie di -Giove. Si usò bianca da prima, poi di tutte le varietà -della porpora, e d'altri colori per giunta, accortamente -distribuiti secondo le ore del giorno. -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -Ovidio consigliava, per colori di mattina, il verde -marino, il celeste, il paglierino, il violetto. -</p> - -<p> -Un bel colore d'amatista, che prendeva risalto -da un fregio d'oro sugli orli della veste, fu prescelto -per quel giorno da Clodia Metella. L'amabil -pallore delle carni ci guadagnava un tanto, e i -grandi occhi abilmente cerchiati d'antimonio ne -avevano una espressione più profonda e più viva. -Non dimentichiamo la <i>vitta</i>, nastro di colore, che -s'intrecciava in due o tre giri attorno alle chiome -corvine. La vitta era, al pari della stola, l'ornamento -della donna ingenua, o nata libera. Alle -schiave, alle liberte, alle cortigiane, non era lecito -portarla. -</p> - -<p> -Lettori, io vi fo grazia dei coturni. Dio sa dove -mi condurrebbe il pericoloso ufficio di descrivervi -un laccio, voluttuosamente rigirato intorno ad un -collo di piede che pare scolpito da Fidia. Vi parlerò -invece degli anelli di Clodia, tutti infilati su -di un colonnino d'avorio, donde essa li toglie per -metterli nelle dita. Tra essi è l'anello magico, che -ha, in luogo della solita gemma, un pezzo di ferro -o di bronzo, tolto dalle forche (<i>aes patibuli</i>), ed è -stato consacrato da un sacerdote di Giove Serapide, -sotto quella costellazione che ha veduto nascere -Clodia Metella. La nostra matrona porta questo -amuleto invece dell'anello maritale. Rammentate -che Metello Celere è morto, e non è stato surrogato -da alcuna forma di <i>justae nuptiae</i>. -</p> - -<p> -A compiere l'adornamento della bella persona, -Clodia cinge i polsi d'armille, o braccialetti, in forma -di serpenti d'oro, che portano rubini e smeraldi -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -incastonati nella cervice. Agli orecchi ha -sospeso i crotalii, pendenti d'oro a tre gocce di -perle, come quelli messi in mostra da Giunone, -quando andò sul monte Ida a sedurre il marito. E -qui si ferma l'esposizione delle gemme, perchè la -dama non ha ancora disegnato di uscire di casa. -Se volesse, potrebbe luccicare dal capo alle piante -come una bacheca di gioielliere. Due <i>dactilyothecae</i> -sono aperte davanti a lei, colle gemme d'estate e -le gemme d'inverno. La divisione è ragionevole, -come vedrete. Nella fredda stagione si portavano -i gioielli pesanti, nella calda i leggeri. Leggeri e -pesanti per la legatura, s'intende, che poteva esser -vuota o massiccia; laddove le perle e le pietre -prezioso erano di tutte le stagioni, e le belle portatrici -non badavano al peso. -</p> - -<p> -Ovidio, che ho già citato più volte, come maestro -in cosiffatti negozi, accenna all'uso delle dame -di coprirsi il collo con vezzi di perle orientali, serbando -le più grosse e le più pesanti per gli orecchini. -E ce n'erano veramente di prodigiose. La -perla che Cleopatra stemperò nel suo vino era valutata -due milioni; e un'altra d'ugual prezzo avrebbe -fatta la medesima fine, se Marc'Antonio non si -fosse opposto a quella continuazione di pazzia. Questa -seconda perla, passata nelle mani di Agrippa -dopo la morte di Cleopatra, fu segata in due, per -farne gli orecchini ad una statua di Venere, collocata -nel Panteon. -</p> - -<p> -Belle dame del tempo mio, chiederete di vedere -i diamanti di Clodia Metella. Ma badate, ai tempi -di Clodia non si conosceva ancora l'arte gentile di -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -sfaccettare il diamante. Ora, un diamante greggio -non è un diamante; è una pietra informe, un oggetto -di curiosità, da mettersi in una collezione -geologica, non da appendersi agli orecchi, o al collo, -di una leggiadra donnina. Ne convenite? -</p> - -<p> -Dunque, al tempo di cui narro, non si usavano -brillanti, nè autentici, nè apocrifi; nello scrigno di -una gran dama le perle tenevano il primo luogo. -Costosissime, come vi ho accennato, tanto da far -dire a Properzio, dove parla di una signora coperta -di gemme, che essa portava addosso l'eredità di due -generazioni future. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Matrona incedit census induta nepotum.</i></p> -</div></div> - -<p> -Abbiamo seguito Clodia Metella in tutte le fasi -dei suoi apparecchi galanti. Oramai la bella patrizia -è armata di tutto punto, per combattere la -gran battaglia di quel giorno. A chi si prepara la -sconfitta? Chi andrà incatenato al suo cocchio -trionfale? Aspettate e vedrete. -</p> - -<p> -Eutiche, la prediletta ornatrice, ha presentato alla -sua signora uno specchio tondo e concavo, di -bronzo levigato e rilucente, che più non sarebbero -i nostri specchi moderni di cristallo. Clodia si vede -bella, si ammira, compone il volto ad una espressione -di soave malinconia e sorride. Il sorriso vuol -dire che quell'aria le sta bene, e che Clodia è contenta -di sè. -</p> - -<p> -Finita la grand'opera della giornata, le cosmète -si ritrassero dalla camera, dopo avere augurato -alla padrona ogni maniera di felicità. Rimasta sola, -Clodia Metella andò ad un armadio di cedro, che -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -stava appoggiato alla parete, e lo aperse, per riporvi -ella stessa i gioielli che non le erano serviti -per la sua acconciatura. Quell'armadio era insieme -uno scrigno e un tabernacolo. Difatti, la nostra -eroina custodiva là dentro e le sue gemme e i suoi -Penati. -</p> - -<p> -Clodia Metella era molto divota. Un maldicente -avrebbe soggiunto che era divota come lo sono -generalmente le donne che hanno molto da farsi -perdonare, e che contano di accrescere ancora la -somma del loro debito coi Numi pietosi. Io non -lo dirò, lettrici mie belle, perchè non ho fatto -studi sufficienti sulla materia, e non vorrei dire -una sciocchezza sulla fede degli altri. Son ricco, -in questo particolare, e spendo sempre del mio. -</p> - -<p> -Nessuno mi domanderà che cosa fossero gli Dei -Penati, e nessuno li confonderà, spero cogli Dei -Lari. Ad ogni modo, prego i lettori a ricordare la -distinzione fatta, nel primo capitolo della mia storia, -tra queste due specie di numi. E proseguo, -accennando che tra i Penati di Clodia Metella c'era -Venere, la madre degli amori, bellissima statuetta -in metallo di Corinto, dorato. Questo metallo era -bronzo della qualità più fine, e ripeteva il suo -nome dall'incendio di Corinto, quando la città, capitale -della Lega Achea, fu presa ed arsa dal console -Mummio, perchè appunto in quell'occasione -gli ornamenti metallici dei templi e delle dimore -private si fusero in guisa da formare quel ricco e -solido amalgama, celebrato poi come ottimo per -fondere statue. -</p> - -<p> -Quella Venere, rappresentata nell'atto di uscire -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -dal bagno, era un miracolo di bellezza, e si diceva -che l'artefice greco avesse tolto a modello il volto -di Clodia. Possiamo dar la tara a questa asserzione, -soggiungendo che lo scultore poteva benissimo -avere adulato un tantino il suo esemplare. -Io desumo questa mia opinione dall'aria di compiacenza -con cui Clodia Metella si fermò a contemplare -la statua; compiacenza molto simile a -quella di una leggiadra donnina dei tempi nostri, -quando guarda la prima copia del suo ritratto, ricevuta -allora allora dal fotografo. S'intende, se la -prova è riuscita bene. Ora, perchè una prova fotografica -riesca bene, è assolutamente necessario -che ci renda più belli del vero. -</p> - -<p> -Venere usciva dal bagno, ho detto; e il lettore -avrà già inteso che la dea si mostrasse spoglia di -tutti quei veli importuni, ond'erano così poco amici, -e giustamente, i nostri fratelli di Grecia. Eppure, -vedete, quella Venere, così spogliata, aveva dato argomento -alla vena sarcastica di Cicerone, che l'aveva -audacemente gabellata per una Venere spogliatrice. -E perchè? Pel doppio uso a cui serviva -l'armadio. Da quello scrigno Clodia Metella aveva -preso il denaro chiestole da Marco Celio; dunque -là dentro ella custodiva i presenti ricevuti da tutti i -vagheggini di Roma; e quella Venere, intorno a cui -si ammonticchiavano le gemme e le perle, quella Venere -si immedesimava con Clodia Metella, e l'una -prendeva il soprannome di spogliatrice dall'altra. -</p> - -<p> -Dobbiamo credere all'avvocato? Lettori e lettrici, -io lascio la cosa nelle vostre mani, e lavo tranquillamente -le mie. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -</p> - -<p> -Quelle di Clodia avevano intanto presa un'acerra, -scatoletta quadra di avorio, coi pie' di bronzo, nella -quale si conteneva l'incenso dei sacrifizi; e, presi -su d'una paletta d'argento parecchi granellini del -prezioso aroma, li gittavano entro un braciere rizzato -su d'un'ara portabile davanti al simulacro -della dea. -</p> - -<p> -— Sii propizia, o madre! — disse Clodia Metella. — Io -spero ogni cosa da te. — -</p> - -<p> -Crepitò l'incenso sui carboni ardenti e levò una -piccola nube di fumo, che andò a lambire il piede -d'Afrodite. -</p> - -<p> -Fatta la libazione sacra e notato il segno felice -di quella linea diritta che aveva seguita il fumo -del sacrifizio, Clodia Metella richiuse il tabernacolo -ed uscì dalla stanza. Colà, infatti, ella non -poteva ricevere visitatori; era quello il sacrario -della bellezza, di cui un profano non doveva varcare -la soglia. -</p> - -<p> -«Vi sono certe cose che un uomo deve ignorare; — ha -scritto Ovidio nella sua Arte d'amore. — Lasciateci -credere che voi dormite ancora, mentre -lavorate a farvi belle. Perchè avremmo noi a -sapere a quali artifizi è dovuta la bianchezza della -vostra pelle? Non venga un amante curioso a sorprendere -il secreto di tutti que' vostri barattoli. -Soltanto l'arte nascosta è quella che giova. Scoperta, -si volgerebbe a danno vostro, e distruggerebbe -la nostra fiducia per sempre. Vedete come -è sottile quella lamina d'oro che orna le tende d'un -teatro; guai se queste si lasciassero vedere dallo -spettatore, prima di essere acconciamente disposte. -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -Siamo dunque intesi; certe cose hanno a farsi -senza testimoni. <i>Nec nisi submotis forma paranda -viris.</i>» -</p> - -<p> -Ed anche noi siamo intesi. Clodia Metella, uscita -dalla sua camera, andò a sedersi nel tablino, sotto -gli occhi dell'ostiario e degli atriensi, cioè a dire -del portinaio, che poteva vederla dal suo androne, -e dei camerieri, che andavano e venivano lungo -il colonnato dell'impluvio. -</p> - -<p> -Anche questa era arte sopraffina. Lucrezia, la -moglie di Collatino, con tutta la sua austerità matronale, -non avrebbe pensato a custodirsi con tanto -riguardo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span></p> - -<h2 id="cap8">CAPITOLO VIII. -<span class="smaller">L'attesa.</span></h2> -</div> - -<p> -Se l'aveste veduta, come era bella, con quella -sua stola di color d'ametista, fregiata d'oro sui -lembi, che dava risalto alla marmorea bianchezza -delle carni; opulenta di forme, ma snella in apparenza -per la mirabile giustezza delle proporzioni; -con que' suoi occhi profondi e languidi; con quelle -chiome abbondanti, che luccicavano tra i due giri -della vitta porporina, e col mazzocchio cadente in -riccioluti corimbi sulla nuca; se l'aveste veduta, -io metto pegno che avrebbe fatto dar volta ai -vostri cervelli, come a quello di Valerio Catullo -e di tanti altri suoi degni contemporanei. -</p> - -<p> -Non era per quel giorno una bellezza procace, -e molto negava delle sue lusinghe allo sguardo. -Vi ho già detto che portava le braccia coperte da -lunghe maniche, strette ai polsi con armille d'oro. -In quei braccialetti foggiati a serpenti, erano incastonati -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -rubini e smeraldi; agli orecchi portava -pendenti di perle; ma il collo non avea vezzi, oltre -quelli di madre natura. E forse per questo appariva -più bello. -</p> - -<p> -Insomma, io penso che se l'avesse veduta in -quel punto il banchiere Cepione, il più ricco usuraio -delle Botteghe Vecchie, pur di baciare quel -collo, avrebbe date volentieri le sostanze di cento -figli di famiglia. Ma Clodia, dal canto suo, avrebbe -ricusata quella ecatombe. Sono tanto bizzarre le -donne! -</p> - -<p> -Perchè ho tirato in ballo Cepione? Ah, maledetta -lingua! Io vi sfringuello i segreti dell'arte -mia prima del tempo. Fate conto che non abbia -detto nulla; se no, addio interesse dell'opera. -</p> - -<p> -Veduta la sua signora che entrava nel tablino, -un servo si avanzò per prendere i suoi ordini. -Era un adolescente, e voi già lo avete veduto portare -la colazione. -</p> - -<p> -— Sei tu, Carino? — chiese la bella patrizia, -voltandosi languidamente sulla <i>cathedra supina</i>, -sedia lunga, con la spalliera inclinata indietro, e -senza bracciuoli, che era un quissimile delle moderne -poltrone. — Vedi che ore sono. — -</p> - -<p> -Carino usci nel cavedio (così aveva nome il vano -dell'atrio, tra il compluvio e l'impluvio, dove batteva -direttamente la luce) per dare un'occhiata -all'emisfero, specie d'orologio solare, che prendeva -il nome dalla sua rassomiglianza con un emisfero, -o metà del globo, il quale si supponeva tagliato -pel suo centro, nel piano d'uno de' suoi cerchi più -grandi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -</p> - -<p> -Prima di andar oltre nella descrizione, bisognerà -dire qualche cosa intorno agli orologi e alla divisione -del giorno in ore. Questa incominciò assai -tardi presso i Romani, i quali non avevano nei primi -secoli alcun mezzo per misurare e distinguere le -ore, e fino al quarto secolo della loro storia non -giunsero a stabilire il meriggio. In tre parti adunque -dividevano il giorno: luce, crepuscolo e tenebre. -La luce si spartiva in cinque periodi: <i>mane, -ad meridiem, meridies, de meridie, solis occasus</i>. Il -crepuscolo in due: <i>vesper</i> e <i>prima fax</i>, che sarebbe da -noi l'ora nella quale i lampionai vanno attorno per -accendere il gasse. Le tenebre in sette: <i>concubium, -nox intempesta, ad mediam noctem, media nox, de -media nocte</i> (o <i>mediae noctis inclinatio</i>), <i>gallicinium, -conticinium</i>. Il <i>concubium</i> significava l'ora di andare -a letto: la <i>nox intempesta</i> diceva non esser -tempo da far nulla, salvo dormire; il <i>gallicinium</i> -era il canto del gallo; il <i>conticinium</i> il silenzio -del gallo, considerato come passaggio all'aurora. -Voi lo vedete, o lettori; la nomenclatura era -ricca, ma la distribuzione incertissima. Bastava ad -esempio che un gallo non potesse dormir le sue -ore, per guastare tutto l'ordine prestabilito. -</p> - -<p> -Il primo strumento che ebbero i Romani per -distinguere le ore fu un quadrante, ossia orologio -solare, portato di Sicilia da Marco Valerio -Messàla, dopo la presa di Catania, nell'anno 477 -<i>ab Urbe condita</i>. Quinzio Marco Filippo, censore, -ne stabilì uno più esatto nel 576. Ma questi orologi -servivano solamente di giorno, e nei giorni -di sole. Alle ore di notte aveva provveduto Scipione -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -Nasica nel 493, con la introduzione della -<i>clepsydra</i>, vaso pieno d'acqua, da cui il liquido passava -per un piccolo foro in un bacino sottoposto, -ove, a misura che andava crescendo, sollevava un -pezzetto di sughero, che indicava le ore. Questa -clessidra, si chiamò anche orologio d'inverno, e il -suo perfezionamento permise ai Romani di spartire -il giorno naturale in ventiquattro ore, dodici -delle quali assegnate costantemente al giorno artificiale, -e dodici alla notte; per modo che erano -le une a vicenda or più brevi ed or più lunghe, -secondo le diverse stagioni. -</p> - -<p> -L'uso del quadrante durando tuttavia (e dura -anche adesso sotto il nome di meridiana), si provvide -a farlo concordare con la divisione del giorno -in ventiquattr'ore. Per esempio, l'emisfero di Clodia -Metella, disco concavo, sostenuto da un Atlante di -marmo, portava, giusta l'uso del tempo, le dodici -ore di luce divise in quattro parti, ognuna delle -quali rappresentava per conseguenza tre ore. Queste -divisioni prendevano i nomi di prima, terza, -sesta e nona, che sono giunti fino a noi colle <i>Ore -canoniche</i>. Quanto alle ore della notte, anch'esse -furono divise in quattro parti, distinte col nome -di prima, seconda, terza e quarta vigilia, derivando -il vocabolo dalla milizia e dall'uso dei soldati, -che duravano in sentinella tre ore di seguito. -</p> - -<p> -Adesso che mi sono mandato avanti questo po' -di scienza imparaticcia, intenderemo il ragazzo -Carino, che, dopo avere guardato l'emisfero e la -linea d'ombra segnata dall'indice di bronzo, tornò -nel tablino per dire: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -</p> - -<p> -— È vicina la terza. — -</p> - -<p> -Segno che erano a un dipresso le undici del -mattino, considerando che il sole era spuntato dopo -le cinque. <i>Inclinatio ad meridiem</i>, avrebbero detto i -Romani di dugent'anni prima. -</p> - -<p> -Clodia Metella sospirò. Che fosse innamorata? -Ma!... potrebbe anche darsi. Io, del resto, non vi -assicuro nulla; dico che sospirò, e aggiungo che fece -chiamare Eutiche, la fedele cameriera, per mandare -i suoi comandi all'ostiario, o portinaio, se -meglio vi torna. -</p> - -<p> -— Verrà Caio Sempronio; — le disse; — fallo -entrare. -</p> - -<p> -— Sta bene; ma se venisse anche il vecchio -Pluto? — -</p> - -<p> -Pluto era il nome del dio delle ricchezze, ed era -anche il soprannome che Clodia, ne' suoi dialoghi -intimi con la fidata ornatrice, aveva dato all'argentario -Cepione. -</p> - -<p> -— Se venisse, — rispose Clodia, torcendo le -labbra in atto di persona infastidita, — direte che -non sono in casa. -</p> - -<p> -— Ma... — soggiunse l'ornatrice, — se tu stai -qui, mia signora, egli potrà vederti dal pròtiro. — -</p> - -<p> -Eutiche non riusciva ad intendere perchè la -sua padrona volesse quel giorno ricevere le sue -visite alla presenza di tutti i famigli ed anche -del primo venuto a cui si aprisse l'uscio di -strada. -</p> - -<p> -A questo proposito, mi sembra di avervi già -detto, nella mia descrizione di una casa romana, -che dall'androne dell'uscio si vedeva per l'appunto -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -il tablino, e che, se la mobile scena di quella camera -fosse stata rimossa, si sarebbe anche potuto -vedere il peristilio che veniva dopo, e l'eco, -ultimo cortile di ogni abitazione un po' ragguardevole. -</p> - -<p> -— È vero; — disse Clodia Metella, con aria -sbadata. — Ma c'è rimedio. Dirai all'ostiario che -cali la cortina del pròtiro. — -</p> - -<p> -Eutiche s'inchinò, e veduto che la sua padrona -non aveva più altro da comandarle, andò a dare -le sue istruzioni all'ostiario. La cortina fu calata, -e la quiete di Clodia Metella assicurata dallo sguardo -dei visitatori importuni. -</p> - -<p> -La bella patrizia si era mollemente abbandonata -sulla spalliera del suo seggiolone, e, preso un -codice che era su d'un monopodio lì presso, ne -andava svolgendo le pagine. -</p> - -<p> -È un errore il credere che i libri, nell'antica -Roma, fossero tutti foggiati a volumi, o strisce -di papiro incollate insieme, e arrotolate intorno -ad un cilindro; donde l'espressione <i>evolvere volumen</i> -per dire che si leggeva un libro. Questo era -l'uso comune per le opere d'una certa lunghezza. -Ma gli antichi avevano anche il <i>codex</i>, libro composto -di fogli staccati, legati insieme nella forma -dei libri moderni. Quei fogli erano sottili assicelle -di legno, rivestite di cera, chiamate per l'appunto -<i>caudices</i>; donde il nome di codice, rimasto -poscia nell'uso, anche quando al legno si surrogò -la carta, o la pergamena. E in questi libricciuoli -non si scrivevano soltanto memorie e annotazioni, -ma eziandio cose di maggiore importanza, come a -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -dire le leggi; donde più tardi il nome di <i>codex Justinianeus, -Theodosianus</i> e via discorrendo, perchè -appunto in quella forma di libro riusciva più facile -riscontrare una massima, un responso, un canone -di giurisprudenza. -</p> - -<p> -Non argomentate da ciò che Clodia Metella rubasse -il mestiere ai giureconsulti e studiasse in -quel codice gli editti dei pretori, o le leggi delle -Dodici Tavole. Dato che il codice fosse la forma -più acconcia per un libro da leggicchiarsi senza -troppo fastidio, è naturale il pensare che dovesse -esser quella d'una raccolta di versi, o d'un romanzo, -i soli volumi che potessero andar per le -mani d'una signora, a cui non piacesse la disagiata -postura che i pittori hanno data alla Sibilla -di Cuma e a San Giovanni evangelista. -</p> - -<p> -Clodia Metella aveva proprio per le mani un -romanzo. Veramente, il vocabolo non era anche -inventato, e dicevasi in quella vece una favola -milesia. Perchè questo nome? Ve lo dirò in breve; -perchè Mileto, nella Jonia, era la città in cui fiorì -primieramente questo genere di letteratura. Distinto -dalla storia, accanto ad essa, sorse il romanzo, -dopo le conquiste d'Alessandro il Macedone. -I vinti Persiani innestarono i propri costumi ai -costumi greci, e nella Jonia, che era tragitto fra -l'Asia e l'Europa, si composero le favole milesie; -accolte con favore perfino dai severi Spartani. Il -primo di tali romanzieri fu un Antonio Diogene, -co' suoi <i>Amori di Dinia e Dercillide</i>; ma il più celebre -di tutti, che può considerarsi il padre del -romanzo antico, fu il milesio Aristippo, di cui si -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -citano, uno <i>Specchio di Laide</i>, e gli <i>Amori d'Anzia -e di Abròcomo</i>. Le favole milesie passarono in -Roma, per cura d'un Cornelio Sisenna, nel tempo -che le fazioni di Silla e di Mario affliggevano la -repubblica, e veramente (notano gli eruditi) sembrava -che tali racconti fossero fatti per ricreare -gli spiriti in mezzo alle sanguinose calamità della -patria. -</p> - -<p> -Or dunque, la nostra eroina leggicchiava il suo -bravo romanzo, come potrebbe fare ognuna di voi, -mie graziose lettrici. Se gliene fosse saltato il ticchio -(io per altro non gliel'avrei augurato), Clodia -Metella avrebbe potuto anche leggere un giornale, -come fanno i vostri mariti, aspettando la colazione. -Perchè, vedete, questo fiore della umana, -sapienza non è mica una cosa moderna. <i>Nil sub -sole novi</i>; i giornali, verbigrazia, si usavano già da -molti anni in Roma, sotto il nome di <i>acta diurna</i>, -e di <i>acta urbis</i>; che sarebbe come a dire i fatti -della città. -</p> - -<p> -Il vocabolo <i>diarium</i> era stato usato già da un -Sempronio Asellio, il quale scriveva al tempo dell'assedio -di Numanzia. Ma perchè c'è discrepanza -tra i dotti intorno al vero significato della parola, -ci atterremo soltanto a ciò che è stato dimostrato. -E infatti si sa che gli <i>acta diurna</i> surrogarono in -Roma gli annali dei pontefici, e che la loro pubblicazione -dovette essere anteriore al primo consolato -di Giulio Cesare (anno 690 <i>ab Urbe condita</i>), -donde ebbe solamente principio quella degli Atti -del Senato, che venne poi soppressa da Augusto, -non permettendosi — più altra pubblicazione fuor -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -quella dei <i>diurna</i>, o <i>diurni</i>; vocabolo da cui si -formò quello di <i>diurnale</i>, adoperato principalmente -in materia liturgica. -</p> - -<p> -Quei primi esemplari del giornalismo odierno -erano una semplice ed arida enumerazione di fatti, -e non avevano spesso neanche il merito dell'esattezza. -Ma questo, diranno i maligni, è un peccato -originale che non hanno lavato più mai. -Come si divulgavano? Chi li scriveva? Non se -n'ha lume; nessun giornalista ci è stato conservato -nelle ceneri pompeiane, o tra i cocci del monte -Testaccio. Questo sappiamo, che i giornali, quantunque -scritti da gente oscura, si leggevano comunemente, -anche dalle signore, mentre sedevano allo -specchio e flagellavano a sangue le cosmète che -non facevano il loro dovere. Ce lo racconta Giovenale: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Et caedens longi relegit transacta diurni.</i></p> -</div></div> - -<p> -L'emisfero del cavedio segnava la terza, e Clodia -Metella aveva a mala pena leggiucchiato due -pagine della sua favola greca (il greco era per le -Romane d'allora quello che è il francese per le -dame del tempo nostro) quando si udì un colpo -discretamente dato col picchiotto di bronzo all'uscio -di strada. Poco dopo, l'ostiario trasse la fune -del saliscendi e la porta cigolò sui cardini. Clodia -Metella volse a mezzo la testa e diede una sbirciata -là in fondo. La cortina si alzava in quel punto; -segno che il visitatore era proprio quel desso che -la signora aspettava. -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio comparve nel vano dell'androne, -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -elegantemente vestito di due tuniche, -la <i>subucula</i> e l'<i>angusticlavia</i>; quella di lana tinta -in violetto, con lunghe maniche, e il lembo che -giungeva alla metà della gamba; questa di lana -candidissima, con maniche corte e il lembo che -terminava alla metà della coscia. Una cintura -nascosta sotto un giro di dotte pieghe, le stringeva -ambedue alla vita, rompendo artisticamente la dirittura -delle due strette liste di porpora, cucite -sulla tunica superiore, che erano il distintivo dell'ordine -equestre, e che davano appunto alla tunica -il suo nome di <i>angusticlavia</i>. Un calzaretto di cuoio -colorato come la <i>subucula</i>, allacciato con fettucce -incrociate sul collo del piede e avvolte intorno alla -gamba fino al principio del polpaccio, compiva -dal basso il vestimento del bel cavaliere. Una -toga, non troppo stringata nè larga, gli girava intorno -al collo, leggiadramente annodata sulla spalla -sinistra e trattenuta da un fermaglio d'oro, in cui -si vedeva incastonata una gemma. Nella mano destra -teneva il pètaso, che si era levato pur dianzi -dal capo, mostrando le chiome bionde e ricciolute, -spartite con una precisione inappuntabile nel -bel mezzo della fronte. -</p> - -<p> -Il nostro cavaliere apparteneva alla classe degli -uomini delicati, e non andava per via senza -cappello. Del resto, o cappello o berretto, l'usanza -di coprire il capo era molto comune. La statuaria -romana non ha tenuto conto del cappello, se -non per rappresentarci Mercurio, o qualche araldo -in viaggio; ma che per ciò? Neanche l'arte nuova -dei tempi nostri ardisce scolpire i grandi uomini -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -con la tuba, e i tardi nepoti, se dovessero prender -norma dalle nostre scolture, avrebbero a credere -che nel secolo decimonono andassero a capo scoperto -anche i generali più freddolosi e più gelosamente -inferraiolati del mondo. Manfredo Fanti -informi, dal suo piedistallo della piazza di San -Marco, a Firenze. -</p> - -<p> -Lasciamo dunque da parte le testimonianze infedeli -dell'arte scultoria, e badiamo piuttosto agli -scrittori latini e a quel tanto di pittura domestica -che ci fu conservato da un felice capriccio del Vesuvio. -Era lecito agli antichissimi Romani di andare -a capo ignudo, in quella guisa che era lecito -di portare per unico vestimento un gonnellino intorno -alle reni, come i Ceteghi berteggiati da Orazio, -o di coprire la nudità con un semplice mantello, -come Valerio Publicola, e di custodirsi il -capo dai raggi di Febo con un lembo della toga, -imitando la frettolosa acconciatura dei cittadini di -Gabio. Ma i libri e i dipinti ci mostrano che i Romani -non tardarono molto ad imitare dai Greci il -<i>pileus</i> e il <i>pileolus</i>, di guisa che se ne videro d'ogni -forma, dal berretto frigio di Paride al romano di -Bruto, dal berrettino di Priamo a quello di Orazio -Flacco, quando era in casa. Il <i>pileus</i> fu il distintivo -degli uomini liberi; lo si concedeva ai servi -liberati, donde il modo proverbiale: <i>ad pileum vocare</i>; -e lo portavano tutti gli schiavi di Roma, nella -mascherata dei Saturnali. -</p> - -<p> -Quanto al <i>petasus</i>, cappello di feltro con la fascia -bassa e la tesa larga, che gli scultori greci non -poterono dispensarsi dal mettere in capo ai cavalieri -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -della processione Panatenaica, effigiati sul -Partenone, lo vediamo citato da tutti gli scrittori -latini, come un capo di vestiario usato comunemente -per via. Plauto lo accenna in più luoghi. -Leggete Svetonio e vedrete Augusto che portava il -cappello, e così volontieri, da non saperne star -senza, neanche tra le pareti domestiche. E questo -mi pare un argomento da troncare ogni disputa. -</p> - -<p> -Gabellatemi dunque il cappello di Tizio Caio -Sempronio. In altre cose moltissime i Romani antichi -non erano dissimili da noi, quantunque l'abitudine -del vederli in tragedia ce li abbia fatti -credere diversi di costume e di sentimenti. La natura -umana è sempre e dovunque la stessa, e i -Romani non avevano soltanto la più parte dei nostri -usi, ma altresì un buon numero delle nostre -delicatezze, ed anche dei nostri vizi. Una cosa non -pare che avessero al medesimo grado di noi, quella -che certuni chiamano verecondia, ed altri ipocrisia. -Ma questa è veramente virtù moderna, e i -novellieri italiani e francesi ci mostrano che in -tutto il medio evo la si conosceva poco in Europa. -E forse anche oggi è praticata ugualmente -dappertutto? Noi, verbigrazia, abitatori del continente -europeo, non abbiamo tutti gli scrupoli e le -titubanze degli Inglesi, e parliamo liberamente delle -nostre camicie. È vero, per altro, che non citiamo -più ogni sorte d'indumenti, in una scelta conversazione; -segno che la verecondia anche tra noi fa -passi da gigante. -</p> - -<p> -Ma questa è apparenza. Nella sostanza noi siamo -pari agli antichi Romani, e questi somigliavano a -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -noi. Gli uomini di Plutarco, tanto citati a titolo di -onore, ne facevano d'ogni cotta, e qualche volta -avevano bisogno di cansare il biasimo con un -arguto spediente, come avvenne, per esempio, a -Scipione Africano, quando gli si domandarono i -conti del denaro ricevuto da Antioco. Siamo lungi -dai nostri due personaggi. Ma aspettate, fo un salto -e ritorno nell'atrio. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span></p> - -<h2 id="cap9">CAPITOLO IX. -<span class="smaller">Duettino d'amore.</span></h2> -</div> - -<p> -L'ostiario aveva già pronunziato il necessario: -«<i>quis tu?</i>» e, udito il nome del cavaliere, lo ripeteva -ad alta voce all'atriense, che era il valletto -d'anticamera, il lacchè della padrona di casa. E -questi a sua volta, indettato dall'ornatrice, precedeva -il visitatore nel tablino. -</p> - -<p> -Caio Sempronio si avanzò con aria disinvolta e -col sorriso sul labbro. Clodia Metella, fingendo -di vederlo allora, si alzò a mezzo dal suo seggiolone, -e, deposto il codice sul monopodio (che era -poi, come vi dice il nome greco, una tavola sorretta -da un solo piede), offerse la sua candida mano -al nuovo venuto. -</p> - -<p> -Quasi sarebbe inutile il dirvi che il nostro cavaliere -la prese e la baciò divotamente col sommo -delle labbra. -</p> - -<p> -— Divina Clodia, — diss'egli, — io ti son grato -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -di due cose, e dell'avviso amichevole e del permesso -che mi hai accordato di venire ad ossequiarti. -Come vedi, non sono anche stato fatto in -tre pezzi. -</p> - -<p> -— Ah, sì; — rispose la bella matrona, con aria -impacciata; — pensavo anch'io che l'avvertimento -non doveva esser preso alla lettera. Ma ero tanto -commossa! Ti conoscevo solamente per fama, e -mi sapeva male che un gentil cavaliere, come tu -sei, potesse correre un pericolo. Sai pure che noi -donne ci spaventiamo di poco; e i sogni, dopo -tutto.... -</p> - -<p> -— Sono mandati da Giove; lo ha detto Omero. -Ed io ti ringrazio di avermi avvisato. Farò buona -custodia intorno al mio petto. Del resto, io m'avvedo -d'esser caro agli Dei, poichè essi mi fanno -ottenere quello che io desideravo ardentemente da -un pezzo. -</p> - -<p> -— Che cosa? — dimandò ella, così candidamente, -che più non avrebbe potuto una fanciulla di quindici -anni. -</p> - -<p> -— Di conoscerti da vicino, — rispose Caio Sempronio, -inchinandosi, — di essere annoverato fra -i tuoi servitori. — -</p> - -<p> -Un amabile sorriso fu la ricompensa del nostro -cavaliere. Clodia Metella poteva ridere senza paura; -i trentadue denti che metteva in mostra erano -suoi, e per diritto di nascita, non già in quel modo -che Marziale rimproverava a madonna Luconia. -</p> - -<p> -— Adulatore! — mormorò ella, schermendosi -modestamente. — Che vedi in me di preclaro? -</p> - -<p> -— La forma, prima di tutto; l'ingegno, poi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -</p> - -<p> -— Come? Tu metti l'ingegno al secondo luogo? -</p> - -<p> -— Sì, perdonami, o Clodia. La prima bellezza è -quella del volto, perchè è la prima a vedersi. In -un bel volto c'è la promessa di una bell'anima. E -il tuo mantiene le promesse, mi pare. -</p> - -<p> -— Ah, non lo credono tutti; — diss'ella, sospirando. -</p> - -<p> -— Che farci, signora mia? Persuader tutti e -piacere a tutti, sono due cose egualmente impossibili. -</p> - -<p> -— È giusto; ma una donna dovrebbe avere almeno -il diritto di essere stimata per quel che vale. -</p> - -<p> -— Lo sei; — notò gentilmente Caio Sempronio, -a cui una bugia non pareva in quella occasione un -troppo grave peccato. -</p> - -<p> -— Non lo sono, e mi duole; — replicò vivacemente -Clodia Metella. — Tu parlavi poc'anzi della -forma. Sì, voglio ammetterlo, poichè tu lo dici, son -bella..... -</p> - -<p> -— La bellezza è un dolce dono degli Dei; — interruppe -galantemente Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Ah, non lo dire! Essa è un triste dono, il -più triste che gli Dei possano fare ad una donna. -Fortuna che passa presto, e la mia è presso a fuggirsene. -</p> - -<p> -— Che dici tu mai? -</p> - -<p> -— Il vero. Non sai? Sono nata sotto la dittatura -di Silla. — -</p> - -<p> -Questa di Clodia Metella doveva essere una bugia -ben più grossa di quella del suo interlocutore. -Lucio Cornelio Siila era stato dittatore tra il 672 -e il 675 di Roma. Clodia Metella si attribuiva dunque -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -dai ventotto ai trent'anni, mentre io e voi, lettori -umanissimi, gliene avremmo dato almeno cinque -di più. -</p> - -<p> -Ma io e voi non siamo nei panni di Tizio Caio -Sempronio. -</p> - -<p> -— Perdonami, — diss'egli, scuotendo il capo in -atto d'incredulità, — se io non riconosco questo -merito alla dittatura di Silla. Il mio genio mi dice -che tu sei nata sotto il consolato di Licinio Lucullo -e di Aurelio Cotta. — -</p> - -<p> -A quel furbo di Caio Sempronio non bastavano -i cinque anni sottratti da Clodia; ne sottraeva altri -cinque a sua volta. -</p> - -<p> -— Via! lasciamo le adulazioni! — rispose Clodia -sorridendo. — Il tuo genio travede. -</p> - -<p> -— Sarebbe la prima volta; per solito egli non -m'inganna. Del resto, egli mi ama, e non c'è niente -di strano se vede co' miei occhi. Ora i miei occhi -ti dicono bellissima tra le giovani patrizie di Roma. -Qual meraviglia se la tua bellezza è il desiderio -e lo struggimento di mille? -</p> - -<p> -— Vedi, è questo il mio rammarico! — soggiunse -Clodia Metella, afferrando l'occasione al -varco. — Ah, gli uomini son tristi. Perchè ad una -povera donna sorridono ancora i doni della gioventù, -le si fanno intorno a gara, come i Proci -intorno alla moglie d'Ulisse. Mostrarsi austere? -Non giova; anzi, puoi metter pegno che nuoce. -Nel concetto degli uomini, una donna che li respinge -tutti apertamente, lascia credere che ne ami -troppo e celatamente uno solo. E perchè siamo -onestamente cortesi con tutti, perchè li lasciamo -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -avvicinarsi a noi, vedere la nostra casa, come sia -priva di nascondigli, vigilata da cent'occhi ad ogni -ora del giorno — (così dicendo Clodia Metella accennava -all'atrio, donde passavano allora per caso -due schiave, recando fiori al larario) — eccoli inventare, -o lasciar credere, che è peggio, le più -liete fortune. Ammessi in casa tua, ti derubano, -e ti infamano per la bocca dei loro difensori. I più -discreti confidano alle Muse i sognati amori e chiamano -l'universale a confidente dei loro audacissimi -vanti. — -</p> - -<p> -Marco Celio Rufo e Caio Valerio Catullo erano -serviti ambedue senza tanti riguardi. E non pareva -lei, mentre parlava così; la si sarebbe creduta -Astrea corrucciata, che minacciasse di volarsene -al cielo, per fuggire al consorzio degli uomin -iniqui, o la Verità, costretta per sua salvezza a -rifugiarsi in un pozzo. -</p> - -<p> -Non vi dirò che al nostro cavaliere quella difesa -di Clodia paresse oro di coppella. Ma anche -dando la tara alle ragioni di lei, non potè fare a -meno di riconoscere che in tesi generale Clodia -aveva ragione. Le donne sono così facilmente calunniate, -come sono amate e desiderate. La loro -debolezza è un invito alla prepotenza degli uomini. -</p> - -<p> -La conversazione volgeva al serio, e Caio Sempronio -tentò di ricondurla sul primo tono. -</p> - -<p> -— Ah i poeti! — esclamò. — Non ne conosco -che uno, il cui animo sia bello come i suoi -versi. -</p> - -<p> -— L'araba fenice, dunque? — ripigliò Clodia -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -Metella, seguendo senza fatica quel nuovo giro -dato da Caio Sempronio al discorso. — E chi è -costui? -</p> - -<p> -— Cinzio Numeriano, un bravo giovinotto, modesto -e buono, che farà a giorni le sue nozze con -una bellissima Greca. Sarò io il suo auspice, e -già l'ho fatto ricco, perchè non abbia a far altro -che amare e cantare, alla guisa degli usignuoli. -</p> - -<p> -— Dei buoni! Hai fatto questo? — gridò Clodia -Metella ammirata. — Oh come sei grande! Veramente -nobile è l'uso che fai delle tue molte ricchezze. -Viver lieto con gli amici, onorare gl'ingegni, -che dovranno illustrare anche nelle arti e nelle -lettere il gran nome di Roma, contendere alla -Grecia il vanto della gentilezza e della eleganza, -è questa un'opera degna di te. Come ti imiterei -volentieri! -</p> - -<p> -— Che ti trattiene dal farlo? -</p> - -<p> -— Non son ricca, o per dir meglio, non lo -sono tanto da colorire tutti i disegni che ho nella -mente. -</p> - -<p> -— Perdonami, divina Clodia; a te non fa mestieri -quel che bisogna a me. Una donna bella ha -in sè stessa una virtù che manca all'uomo. La -luce che emana da lei illumina e riscalda come -quella del sole, e fa sbocciare i fiori dell'intelletto, -come l'altra i fiori del prato. -</p> - -<p> -— Bel paragone, ma falso come tutti i paragoni. -Io so quel che posso, e non è molto, pur troppo; -— rispose Clodia Metella, con un sospiro. — Uomini -e donne, non possiamo veramente esser utili -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -altrui, se non siamo potenti. Anche la bellezza non -risplende, se tu non la collochi in alto; almeno, — soggiunse, -correggendo la frase e accompagnando -le parole con un mite sorriso, — essa non -risponde all'ufficio che tu vorresti assegnarle, -quello di illuminare. E sarebbe pure così bello, -spandere in benefizi intorno a noi quello che Giove -ci ha largito, di ricchezza e di forza! A che raggruzzolare, -per una generazione di immemori -eredi? A che restringersi nelle pallide cure, quando -si vive una volta sola e l'Orco avaro ci rapisce -ogni cosa in un colpo? -</p> - -<p> -— Così penso ancor io, — disse Caio Sempronio, — quantunque -non sappia dirlo così bene. -Tu hai l'ingegno ornato, e veramente felice è colui -che ti ascolta. Tu leggevi poc'anzi, ed io forse -ho interrotto.... -</p> - -<p> -— Oh no, niente di grave. Del resto, i gravi -studi non sono fatti per noi. Leggevo una favola -milesia. Sai pure, è la favola che ci consola qualche -volta della triste verità. -</p> - -<p> -— Lascialo dire a noi, bellissima Clodia. Tu -stessa puoi dar vita a quanto di più leggiadro saprebbe -immaginare la fantasia d'un poeta della -Jonia. — -</p> - -<p> -Il complimento era un po' stiracchiato, ma Caio -Sempronio lì per lì non aveva trovato niente di -meglio. -</p> - -<p> -— Ah così fosse! — esclamò Clodia Metella. — Leggevo -appunto di due anime amanti che fuggirono -alle noie della vita cittadina, per foggiarsi -un mondo a lor posta nella pace dei campi. E -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -un giorno o l'altro, chi sa? anche sola, io me -ne andrò a rifugio nel mio podere d'Albano, -per fantasticare nei boschi, dopo aver atteso alle -cure domestiche e distribuito il còmpito alla famiglia. -</p> - -<p> -— Come? Ardiresti privar noi, Roma tutta, delle -tue grazie ammirabili? Tu, nata per le tede nuziali? -</p> - -<p> -— Ma sì, io; — rispose Clodia, scuotendo fieramente -la bellissima testa. — Troppo fosca luce -hanno data le prime tede nuziali per me; frattanto, -questa insidiata solitudine mi pesa. Ti parlavo poc'anzi -dei Proci. Orbene, son troppi, e troppo molesti, -i pretendenti intorno a Penelope; taluni di -essi anche odiosi. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio ebbe una stretta al cuore. Non -si sta impunemente al fianco di una bella donna, -ed ogni accenno ad altri uomini che le facciano la -corte, o sperino qualche cosa da lei, ci dà noia, -come l'immagine d'un rivale che di repente s'intrometta -fra lei e noi. Non siamo ancora innamorati, -e già siamo diventati gelosi. -</p> - -<p> -— E chi, di grazia? — domandò egli, turbato. -</p> - -<p> -Clodia Metella notò quella sollecitudine, strana -abbastanza per un primo incontro; ma fece le viste -di non addarsene, o di trovarla naturalissima, -che torna lo stesso. -</p> - -<p> -— Non so se faccio bene a dirtelo; — rispose -ella, con una esitazione che accresceva il pregio -della confidenza. — Ma già tu sei uno de' pochi -Romani, che valgano qualche cosa e in cui una -donna possa confidarsi a chius'occhi. Cepione! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -</p> - -<p> -— L'usuraio?... Cioè, — soggiunse Caio Sempronio, -tentando di cogliere al volo la parola fuggita, — volevo -dire, il banchiere? -</p> - -<p> -— Proprio lui; — disse Clodia Metella, crollando -mestamente il capo. — Vedi un po' i graziosi vagheggini -che mi tocca sopportare! E poi mi parli -di tede nuziali! Di bellezza che illumina e riscalda! -Ho ferito il cuore di uno tra i più ricchi, ma -anche tra i più spregevoli cittadini di Roma. Debbo -io ringraziar Venere protettrice per quel resto di -bellezza che.... ti piace di trovare in me? -</p> - -<p> -— Amabil resto, di cui ogni cavaliere romano -si contenterebbe, lasciando per esso tutte le Dee -dell'Olimpo! -</p> - -<p> -— Pazzo! — esclamò Clodia Metella, facendo -con le labbra la più leggiadra smorfia del mondo. — Sarai -dunque incorreggibile? -</p> - -<p> -— Dimmi costante, padrona mia. Si è incorreggibili -nei vizi, costanti nelle virtù. — -</p> - -<p> -Noti il discreto lettore quel «padrona mia» gittato -là, in un momento di tenerezza, dal nostro -Caio Sempronio. «Divina» e «bellissima» erano -aggettivi che si spendevano senza troppo riguardo -con tutte le donne; laddove il «padrona mia» -(<i>hera mea</i>) non si diceva che alla donna del cuore. -Come vedete, il nostro cavaliere non ci andava di -gamba malata. -</p> - -<p> -— E sia, — ripigliò Clodia Metella, senza far -le viste dì aver notata quella rapida progressione, — diciamo -pure costante, sebbene la costanza accenni -ad un passato..... che nel caso nostro non -vedo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<p> -— Si fa molto cammino in breve ora, quando -si ha la fortuna di vederti, o bellissima Clodia. Ma -dimmi piuttosto, — soggiunse, non volendo aver -l'aria di insistere su quell'argomento delicato, — Cupido -è dunque riuscito a penetrare co' suoi dardi -quella montagna di carne? — -</p> - -<p> -La bella patrizia, con tutto il desiderio che aveva -di stare in contegno, non potè trattenere le risa, a -quella pittura che Caio Sempronio faceva del galante -argentario. -</p> - -<p> -— Dèi buoni! — esclamò. — Ignoro come ciò -sia avvenuto; ma debbo argomentarlo dalla guerra -spietata che egli mi fa. E ne sono veramente seccata. -Vedi un po' la strana pretesa! Perchè mi ha -reso un servizio, della sua professione, s'intende, -e che io pago profumatamente, il degno banchiere -si è fitto in capo... -</p> - -<p> -— Di prendere un altro interesse sopra il tuo -cuore? — domandò Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Per l'appunto. Ed io non so se debba ridere, -o andare in collera. Ma la faremo finita ben presto. -Gli restituirò il suo denaro, dovessi anche -vendere le mie gemme, e lo farò mettere alla -porta. -</p> - -<p> -— Poveretto! Vorrai punire i suoi occhi di avere -amata la luce? -</p> - -<p> -— Tu lo difendi ancora? -</p> - -<p> -— Non lui, per verità. Tratto la causa di tutti -coloro che hanno la fortuna di avvicinarti; — disse -Caio Sempronio, cercando di ricondurre la conversazione -sul tenero. — Non potrei io alla mia volta -apparirti noioso? — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -</p> - -<p> -Clodia non rispose nulla a quella domanda incalzante. -E neppure alzò gli occhi a guardare il -giovinotto, intesa com'era a baloccarsi cogli anelli -che aveva nelle dita. -</p> - -<p> -— E ciò sarebbe doloroso per me, — soggiunse -il cavaliere, — assai doloroso, dopo averti conosciuta. -Perdonami, sai, ma io dico quello che sento. -Buona come sei, devi lasciarti ammirare, e lasciartelo -dire. È uno sterile conforto, lo so; ma almeno -potrò pensare che tu non ignori il mio male, -quantunque avara di farmachi. E poi, non è del -tutto infelice chi prega e spera; infelice è colui -che, dopo aver contemplato il sole, è risospinto -nelle tenebre. -</p> - -<p> -— Basta, basta, pericoloso ragionatore! Con la tua -lingua soave faresti muovere i sassi, come già avvenne -ad Orfeo; — disse Clodia Metella, smozzicando -amabilmente le parole. -</p> - -<p> -Era costume delle dame romane, uguali in cotesto -alle moderne sirene, di cincischiare il discorso, -simulando qualche esitanza di lingua e -togliendo perfino dalle parole qualche lettera indispensabile -(<i>litera legitima</i>) che suonasse troppo aspra -al palato. -</p> - -<p> -— Vedete qua, — proseguiva Clodia Metella, — Tizio -Caio Sempronio, il più elegante e il più celebrato -dei cavalieri di Roma, che si adatta a sprecare -il suo tempo prezioso con una povera donna, -a cui la giovinezza più non fiorisce le guance. -Avessi quattro lustri, almeno! -</p> - -<p> -— Li hai sempre, e non un giorno di più. Te -lo dicono i miei occhi innamorati; te lo dica -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -il mio sangue, che riarde nelle vene. Dove tu -sei, divina Clodia, non osino mostrarsi Ebe ed -Erigone. -</p> - -<p> -— Cessa, te ne prego! — mormorò ella, colta -da una commozione improvvisa. -</p> - -<p> -Due lagrime intanto spuntarono dagli occhi di -lei e scesero lente lunghesso le guance. -</p> - -<p> -Caio Sempronio rimase di sasso. La vide farsi -bianca in viso come il marmo di Paro; quelle lagrime, -poi (badate che l'immagine è classica), scorrevano -come l'acqua di sotto alla neve disciolta, e -dalla stretta dolorosa che n'ebbe, quelle lagrime -gli parvero il suo proprio sangue che gli grondasse -dal cuore. Leggete Ovidio, che dice la medesima -cosa in versi latini. -</p> - -<p> -Ovidio, per allora, non aveva anche messi i lattaiuoli. -Caio Sempronio, punto pratico dell'<i>Arte -amandi</i>, la quale era di là da venire, si spaventò -di quelle lagrime. -</p> - -<p> -— Ti ho forse offesa? — gridò, profondamente -turbato. — Perdona il mio ardimento, te ne supplico. -</p> - -<p> -— No, non mi hai offesa; — rispose Clodia -asciugandosi le molli rugiade; — pensavo al contrasto -delle tue dolci parole con tutti i dolori che -mi sono derivati da questo dono fatale dei Numi. -Oh, i giudizi del volgo! Se la gente sapesse da -quali impure fonti ella attinge, e qual maestro di -dotte calunnie è l'amor proprio ferito di certi uomini, -o la gelosa invidia di certe donne! E sei tu -sincero, parlandomi come hai fatto poc'anzi? Puoi -esserlo, dopo tutto quello che si è malignato sul -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -conto mio? Non hai forse pensato fra te che alla -donna dei mille amanti si poteva parlare a tutta -prima d'amore? -</p> - -<p> -— Oh il brutto pensiero che t'è venuto in mente! — gridò -Caio Sempronio, con accento di rimprovero. — Ti -ho detto quel che sentivo, lo giuro -per gli Dei immortali. -</p> - -<p> -— Del resto, che importa? — ripigliò Clodia -Metella, crollando superbamente il capo. — Pensi -il volgo ciò che gli piace. Mi giudichi male la -stoltezza, mi morda l'invidia, mi perseguiti il rancore; -purchè uno mi stimi, io non mi lagno del -fato. — -</p> - -<p> -«Purchè uno mi stimi» capite? Era il colpo -di grazia, e Caio Sempronio lo ricevette in pieno, -nella parte più vitale. In lui, come in tutti gli -uomini, la parte più vitale non era forse la vanità? -</p> - -<p> -Caio Sempronio prese amorevolmente la mano -di Clodia e la carezzò, come si farebbe della mano -d'un bambino che si vuol rabbonire. -</p> - -<p> -— Padrona mia, — le disse, col più soave accento -che uscisse mai dalle labbra d'un uomo, — tu -lo sai, tu lo senti, che io ti stimo, come meriti -di essere stimata da ognuno. Non mi credere -un temerario vanitoso, se troppo presto ti ho palesato -il segreto dell'anima mia. Certo, non era -presto per me. Da tanto tempo la tua bella immagine -mi stava scolpita nel cuore! Ti vedevo spesso, -nella tua lettiga per via, nelle feste, nei teatri, -sempre ammirata, corteggiata da mille adoratori, -sfortunati, sì, ma non meno adoratori per questo, -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -non meno solleciti intorno a te; mentre io ero lunge, -non veduto da te, e senza il coraggio di avvicinarmi -mai. Fin da allora ti amavo, o bellissima -Clodia; ciò ch'io t'ho detto poc'anzi non era che -la continuazione di un vecchio monologo. E tu condannami -ora; statuisci la pena, sono pronto a subirla. — -</p> - -<p> -Clodia Metella non rispondeva; ma non aveva -neanche ritirata la mano, prigioniera d'amore tra -le mani del nostro infiammabile eroe. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span></p> - -<h2 id="cap10">CAPITOLO X. -<span class="smaller">Il terzo incomodo.</span></h2> -</div> - -<p> -Tutto ad un tratto la bella indolente ritrasse la -mano. Caio Sempronio credette di averla offesa col -suo ardimento, e rimase perplesso, tra lo stupore -dell'atto improvviso e il desiderio di trovare una -parola per iscusarsi con lei. Ma gli occhi di Clodia -non avevano mutato espressione; il suo viso -spirava la calma e la benevolenza consueta. Perchè -dunque Clodia Metella aveva ritirata la mano? -</p> - -<p> -Il nostro eroe non ebbe a penar molto per saperne -il perchè. Clodia Metella, che sedeva colla -fronte rivolta all'entrata, aveva veduto accorrere -il suo servitorello dal pròtiro, donde era giunto al -suo orecchio un rumore confuso di voci, come di -gente che altercasse sull'uscio. -</p> - -<p> -Usiamo del nostro diritto e corriamo a vedere -che cosa accadesse laggiù. -</p> - -<p> -— Ma se ti dico che sono invenzioni! Figùrati -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -se per un mio pari ci dovrà esser mai porta muta! -Aprimi questo cancello, per Ercole, e bada di -non averti a pentire! — -</p> - -<p> -L'uomo che così parlava, sbuffando ad ogni tratto -come un vitello marino, cercava intanto di spingere -l'ostiario, per entrare nel suo camerino, donde -sarebbe potuto riuscire nell'atrio, senza bisogno di -farsi aprire i due battenti del cancello. -</p> - -<p> -Ma l'ostiario aveva una consegna e non si lasciava -intimorire dalle minacce, nè spingere indietro -dagli urti imperiosi del nuovo venuto. -</p> - -<p> -— Nobilissimo Cepione, — diss'egli, — tu non -entrerai. — -</p> - -<p> -E con modi rispettosamente severi, s'industriava -di mettergli le mani a posto. -</p> - -<p> -— Ecco due frasi che cozzano! — gridò Cepione. — Nobilissimo -è un titolo che mi piace. Sono della -gente Servilia e tu mostri di non essertene dimenticato -del tutto. Ma tu aggiungi, stupidissimo -uomo, che non entrerò? Entrerò, a dispetto di -Cerbero, entrerò in questa casa, come Quinto Servilio -Cepione, mio illustre antenato ed omonimo, -entrò nella città di Tolosa. — -</p> - -<p> -Intanto il paggio Carino era giunto al cospetto -della padrona. -</p> - -<p> -— Che cosa è stato? — dimandò Clodia Metella, -senza punto scomporsi. -</p> - -<p> -— Cepione, il banchiere, che vuole entrare ad -ogni costo; — rispose Carino. -</p> - -<p> -— Non gli hanno detto che sono fuori di casa? -</p> - -<p> -— Sì, ma egli non ha voluto crederlo, e giura -che ha da parlarti di cose urgenti. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -</p> - -<p> -Clodia Metella torse il viso, in atto di profondo -fastidio. -</p> - -<p> -— Le cose urgenti di Servilio Cepione! — mormorò -poscia, con accento sarcastico, rivolgendosi -al suo giovine visitatore. -</p> - -<p> -— Urgenti, o no, lascialo entrare; — diss'egli -a mezza voce. -</p> - -<p> -— Ma egli ti riuscirà molesto. -</p> - -<p> -— Che farci? Bisogna saper anche patire qualche -cosa. Del resto, egli è venuto a cercare la -luce del sole. Concedine un raggio al nuovo Prometeo. — -</p> - -<p> -Carino interrogò con lo sguardo la sua bella padrona, -sul cui labbro le parole di Caio Sempronio -avevano chiamato il sorriso. E veduto il cenno -di assentimento che essa gli fece, il vispo adolescente -corse a levar la consegna all'ostiario. -</p> - -<p> -— Eccoti interrotto ne' tuoi voli pindarici! — notò -argutamente Clodia Metella, ripigliando il discorso -con Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Per quest'oggi; — rispose egli, con aria di -rassegnazione. — Ma non mi permetterai tu di -continuare, o divina? — -</p> - -<p> -Un nuovo sorriso balenò dal volto di Clodia e -la bellissima destra tornò per pochi istanti tra le -mani del nostro eroe, che v'attinse il coraggio a -sopportare la compagnia di Servilio Cepione. -</p> - -<p> -Costui vi è già noto, o lettori. Era il famoso -banchiere delle Botteghe Vecchie, il creditore spietato -di Lucio Postumio Floro e di tanti altri giovani -patrizii romani. Imprestava al dodici per cento, -che era l'interesse legale. Le dodici Tavole parlavano -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -chiaro: <i>si quis unciario foenore amplius foenerassit, -quadruplione luito</i>; che è come a dire: se -taluno darà a prestito oltre il dodici per cento, -sia condannato nel quadruplo. Ma gli usurai avevano -trovato ben presto la malizia per eludere la -legge, fingendo vendite di merci, a cui attribuivano -un valore doppio e triplo del vero, e vi è permesso -di credere che Quinto Servilio Cepione non -fosse in quest'arte da meno de' suoi degni colleghi. -Lo accusavano altresì di tosar le monete; ma -di questo io non potrei starvi mallevadore, ricordando -come sia facile il volgo a credere il peggio, -dove ci sia già l'indizio del male. Dice argutamente -un proverbio francese: non s'impresta che -ai ricchi. -</p> - -<p> -Quanto alla boria nobilesca del nostro banchiere, -va notato che, se egli non era proprio della gente -Servilia, una delle antichissime di Roma, ci fallava -di poco, essendo i suoi maggiori di gente servile. -Il suo bisavolo era stato schiavo ed avea -preso il nome di Quinto Servilio Cepione, quello -stesso che era stato console nell'anno 648 di Roma, -e che, dopo avere espugnata Tolosa, si era fatto -sconfiggere un anno dopo dai Cimbri, lasciando -sul campo ottantamila soldati. I figli del liberto -erano diventati <i>ingenui</i>, e nel lucroso mestiere degli -argentarii si consolavano della poca stima in -cui erano tenuti da coloro che potevano vantare -una lunga serie di liberi antenati e tutti i privilegi -inerenti al diritto gentilizio. Ma così non la -intendeva il quarto discendente ingenuo del nuovo -ramo Servilio. Il nome illustre lo aveva, e questo -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -gli pareva titolo bastante, se non forse ad ottenere -una magistratura e ad essere eletto sacerdote, -almeno a tenere nel suo atrio le immagini -degli antenati, mescolando abilmente i mezzi busti -di quattro consoli, che erano Cepioni autentici, -con quelli di quattro argentarii, che erano Cepioni -sì, ma apocrifi. Avete già udito come si empiesse -la bocca di quella sua derivazione consolare. -Non dubitate, la metteva fuori ad ogni tratto, -e s'impancava coi patrizii, senza un pensiero al -mondo di ciò che altri dicesse alle sue spalle. Del -resto coi patrizii avea relazioni frequenti e strettissime; -relazioni d'usuraio, come vi ho detto, -ma che gli meritavano inchini, sorrisi e strette -di mano. E questo, in attesa delle maledizioni, -che non potevano mancargli alla scadenza del debito, -questo nutriva la vanità del nobilissimo -uomo. -</p> - -<p> -Era egli, come vi ha detto Caio Sempronio, una -montagna di carne. Aveva piccina la testa e grossolane -le fattezze. La barba, rasa sulle guancie, -gli girava a mo' di collare intorno alle mascelle, -nascondendo la pappagorgia che gli pendeva sotto -il mento. Postumio Floro diceva di quella barba: — è -la forca che tu meriti, o Cepione, segnata -anticipatamente intorno al tuo collo. — -</p> - -<p> -Il nobilissimo uomo entrò sotto l'atrio con passo -risoluto, ma barellando un pochino per cagione -di quel buzzo che doveva portare con sè, e dondolando -sotto alla risvolta della toga il braccio -corto e massiccio. Gli occhi piccini e luccicanti, -le gote rubiconde come i rosolacci, le labbra tumide -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -e per giunta allungate da un certo suo vezzo -tra l'orgoglioso e il beffardo, finalmente quella -pappagorgia che vi ho detto più su, davano al -nostro Cepione una certa rassomiglianza con un -tacchino. S'intende che nella mente sua egli si teneva -per un gallo. -</p> - -<p> -Si avanzò fino alla soglia del tablino, e, avvedutosi -di quell'altro, gli gittò un'occhiata, da cui -traspariva tutto il suo malcontento. Ma quell'altro -non era nobile per nulla, e nobile di ventiquattro -carati, come sapete; donde avvenne che -gliene rimandasse un'altra così altezzosa, da mutar -la burbanza di Quinto Servilio Cepione nel più -amabile dei sorrisi, accompagnato dal più servile -tra tutti gli inchini. -</p> - -<p> -— E così, mia bella padrona, — incominciò il -banchiere, rivolgendosi a Clodia Metella, — tu -non eri oggi in casa pel tuo servo Cepione? -</p> - -<p> -— Sei entrato e mi trovi; — rispose Clodia -senza scomporsi; — segno che c'ero per te, come -per tutti. -</p> - -<p> -— Sì, sono entrato; ma dopo aver fatte le mie -lagnanze all'ostiario. -</p> - -<p> -— Ed hai fatto benissimo; — disse la furba -matrona. — Se tu non avessi alzata la voce, non -avrei udito nulla e non avrei potuto sapere che -l'ostiario interpretava male i miei desiderii. — -</p> - -<p> -Cepione rispose a quell'abile scappatoia con -una crollatina di testa e con un certo <i>ehm</i>, che -pareva una specie di compromesso tra il dubbio -interno e l'obbligo di accettare quella scusa per -buona. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -</p> - -<p> -— Eccoti il banchiere Cepione.... Quinto Servilio -Cepione; — soggiunse Clodia, presentando il -nuovo venuto al suo primo visitatore; — ed ecco -a te, — ripigliò, volgendosi al banchiere, — il -nostro chiarissimo Tizio Caio Sempronio, onore -dei cavalieri romani. — -</p> - -<p> -Avete mai veduto due cani ringhiosi, che già -erano sul punto di avventarsi l'uno contro l'altro, -ma che, ripresi in tempo da una parola severa -del padrone, capiscono di doverla smettere, e, quantunque -brontolando, s'accostano dimessamente e -si scambiano la fiutatina d'obbligo? Se li avete -veduti, intenderete a un dipresso come si salutassero -quei due cittadini romani, nel tablino di Clodia -Metella. -</p> - -<p> -— Conosco il banchiere Cepione; — disse Caio -Sempronio, con aria di bontà, da cui trapelava un -po' d'ironia; — me ne ha parlato molto l'amico -mio Postumio Floro. -</p> - -<p> -— Sì... un bravo giovinotto; — borbottò Cepione, -che non sapeva per qual verso pigliarla. — Ieri -mattina mi ha restituito quarantamila sesterzi, -che gli avevo cortesemente imprestati. È -strano, per altro; — soggiunse, dando un'occhiata -maliziosa al cavaliere; — i sacchetti delle monete -portavano il sigillo di casa Sempronia. -</p> - -<p> -— Ti è lecito di credere, — disse il cavaliere, -con un suo risolino a fior di labbra, — che io gli -dovessi del danaro e che glielo abbia restituito. -</p> - -<p> -— Lo crederò, se ti fa comodo; — rispose Cepione, -ridendo così sgangheratamente, che mise in -mostra i denti più aguzzi e più neri di tutto l'orbe -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -conosciuto; — del resto, da qualunque parte ci -venga, l'oro è sempre il bene arrivato. -</p> - -<p> -— Saresti avaro? — domandò Clodia Metella. -</p> - -<p> -— Io? no, per gli Dei; ma ho fede nell'oro. È -un bel metallo, e lo stesso Giove non dubitò di -assumerne la forma, per presentarsi ad una delle -sue innamorate. Non era mica novellino, il padre -dei Numi. Senza oro non si ottien nulla, neanche -il sorriso delle belle. -</p> - -<p> -— Oh, questo poi! -</p> - -<p> -— Sì, dite che non è vero; la mia esperienza -dà ragione alla trovata di Giove. Donde io argomento -che in amore, come in ogni altra cosa, l'essenziale -sia di aver molti sesterzi. -</p> - -<p> -— Via, Cepione, tu esageri. Vorrai dire che la -ricchezza è un grande rincalzo alla bellezza, e su -questo non ci cade dubbio. Volere o no, si spende -sempre, per piacere alla gente; ma in profumi, in -porpora e bisso, in perle e monili, come facciamo -noi donne, per esempio. -</p> - -<p> -— Ah sì, non c'è che dire; vi vestite con tutte -le più preziose cianciafruscole del mondo. Siamo -noi che ci andiamo spogliando. Ma niente di male; -sarebbe dolce il restare con la sola tunica intima, -o con un cencio di toga, come Valerio Publicola, -pur di toccare il cuore ad una donna come te. -</p> - -<p> -— Sia lode a Venere! Ecco almeno una galanteria; — disse -Clodia Metella. -</p> - -<p> -— L'incenso è veramente un po' grossolano; — pensò -Caio Sempronio tra sè. -</p> - -<p> -— O che? — diceva intanto il banchiere. — Credi -che Servilio Cepione non abbia occhi, padrona -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -mia? Non ti dirò tutte le belle cose che -possono susurrarti all'orecchio tanti vagheggini -sconclusionati; ma ho un cuore anch'io, e lo metto -divotamente a' tuoi piedi, insieme con cinque milioni -di sesterzi. Non mi pare un'offerta spregevole; — soggiunse, -tirandosi indietro sulla persona -e dando una sbirciata al suo giovane competitore. -</p> - -<p> -— No, certamente; — rispose Clodia Metella, -fingendo di non dare alle parole del vecchio più -importanza di quella che si darebbe ad una celia; — ma -vi sono donne in Roma che preferiscono -un cuore, senza tanti amminicoli. -</p> - -<p> -— Ah, tu li chiami... amminicoli? Padrona mia, -dacchè Roma è Roma, si sono sempre chiamati -sesterzi. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio era sulle spine, come potete immaginarvi. -Se non fosse stato per le buone creanze, -avrebbe dato così volentieri un golino nella -pappagorgia a quel maledetto furfante! -</p> - -<p> -Un piccolo caso venne in buon punto a levarlo -di pena, dando un nuovo indirizzo alla conversazione. -</p> - -<p> -— Hai buoni occhi, dicevi? — ripigliò Clodia -Metella, senza rispondere all'arguzia plebea di Servilio -Cepione. — Or ora li metteremo alla prova. -Ecco qua il mio paggio Carino che precede il mercante -di Tiro. — -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span></p> - -<h2 id="cap11">CAPITOLO XI. -<span class="smaller">Il prodigo e l'avaro.</span></h2> -</div> - -<p> -Cepione si volse, e vide infatti apparire nell'atrio -il servitorello di Clodia, con due altri personaggi, -uno dei quali, vestito d'una lunga dalmatica, -vergata di bianco e di nero, doveva essere -il mercante, e l'altro dalla tunica succinta, che gli -giungeva al ginocchio, e dal carico che aveva sulle -spalle, appariva lo schiavo del primo. -</p> - -<p> -— Ben vieni, Aderbale, — disse la matrona. — Che -ci porti di bello, stavolta? -</p> - -<p> -— Mia nobil signora, — rispose il mercante, -inchinandosi profondamente, — tutto quello che -c'è di più nuovo per l'estate. La mia nave è giunta -iersera ad Ostia, e, come tu vedi, non ho posto -indugio a venire da te, quantunque da due giorni -Annia Sulpicia, la moglie del console, e Giunia -Sillana, la impazientissima tra tutte le matrone -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -di Roma, mi avessero comandato, pena il loro -corruccio, di passar prima da loro. -</p> - -<p> -— Hai fatto bene; — disse Clodia, accompagnando -le parole con una mossa orgogliosa del -capo. — Io non soglio stare agli avanzi di nessuno. -Apri l'involto, Aderbale, e vediamo; questi sapientissimi -uomini giudicheranno. — -</p> - -<p> -Lo schiavo aveva già deposta la balla sul pavimento, -e Aderbale il mercante, dato di piglio ad -un coltello, recise d'un colpo la fune che teneva -stretto l'involto; indi sciolse la triplice fascia di -tela che custodiva i preziosi tessuti della sua -patria. -</p> - -<p> -Erano stoffe di lana, mie lettrici amorevoli. A -quel tempo non era anche conosciuta in Italia la -seta, e pochissimo il cotone, che andava famoso in -Oriente sotto il nome di <i>bisso</i>. Ma non compiangete -troppo le Romane d'allora, perchè quella lana -era finissima e filata così sottilmente, da meritare -a certe stoffe il nome di aria tessuta. Quanto ai -colori, c'erano rappresentate tutte le gradazioni -dell'iride, e non avrebbero avuto da invidiar nulla -a quei delicati impasti, a quelle vaghissime temperanze, -che oggi danno fama così grande alle -fabbriche di Lione. -</p> - -<p> -— Vedi, nobilissima Clodia, — diceva il mercante, -sciorinando le pezze sul monopodio della -matrona e facendo ricadere i lembi in ricche pieghe -sul musaico levigato del pavimento, — son -colori di porpora, non d'erbe. — -</p> - -<p> -Le tinture si distinguevano allora in porporine ed -erbacee, le prime cavate dal succo delle conchiglie, -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -e le altre da quello di certi vegetali. Si crede comunemente, -ricordando la porpora regia e la cardinalizia, -che il color porporino fosse solamente -cremisi, o scarlatto. Ma questo, presso gli antichi -Romani, era il colore estratto da una sola varietà -di conchiglie, che era l'ostro; laddove da tante -altre, e tutte chiamate col generico nome di porpore, -si traeva ogni sorte di colori, come a dire -l'olivigno, il violetto, l'amaranto, il paonazzo, l'azzurro, -il cilestro, il glauco marino, e aggiungete -pure liberamente tutte le mezze tinte possibili, ottenute -la mercè di una tintura sovrapposta ad -un'altra. A questo modo si aveva la pregiatissima -stoffa versicolore, che mutava di colorito secondo -i riflessi della luce. -</p> - -<p> -I paesi più celebri per la porpora, sul Mediterraneo, -erano le spiagge del Peloponneso, della Sicilia -e dell'Africa; sull'Atlantico, le coste della -Britannia, dell'Irlanda e dell'Armorica. Le conchiglie -di quest'ultimo mare davano il colore più -scuro; quelle del Tirreno e dello Jonio il violetto, -laddove sulla spiaggia di Fenicia predominava il -cremisi. Réaumur, che non ha solamente inventato -il termometro, si è provato anche a rifar la -tintura di porpora, e i suoi esperimenti hanno -dimostrato che la conchiglia di Tiro poteva dare -essa sola tutte le gradazioni accennate. Secondo -lui, il succo tingente è bianco, fino a tanto che -resta nella sua vescichetta, tra le fauci del prezioso -animale. Versato sulla tela di lino, apparisce -subito d'un verde leggiero. Esposto all'aria e -al sole, si muta in verde carico, indi in verde -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -marino, poscia in azzurro, e da ultimo in rosso. -Lavatelo con acqua calda e sapone, e vi matura -in un cremisi splendidissimo, che non vi fa più -altre metamorfosi. -</p> - -<p> -Lasciando da parte tutte queste manifatture, noi -torneremo a Clodia Metella, che, da esperta conoscitrice, -andava esaminando e palpando lo stoffe -di Aderbale, per sentirne la finezza ed ammirarne -i colori. -</p> - -<p> -— Che pensi? — domandò ella tutto ad un -tratto, volgendosi a Servilio Cepione, che stava -guatando quella mostra col suo piglio beffardo. -</p> - -<p> -— Penso, — rispose il banchiere, — che un bel -regalo lo ha fatto Ercole ai poveri mariti e a tutta -la dolente schiera degli innamorati. — -</p> - -<p> -L'osservazione del vecchio argentario ha mestieri -d'un breve commento. Si credeva a quei -tempi che la porpora fosse stata trovata da Ercole. -Passava un giorno il semidio lungo la marina -di Tiro, quando il suo cane (lo vedete, Ercole, -accompagnato da un cane, alla guisa dei -ciechi?) quando il suo cane, che aveva una fame -da lupi, s'imbattè in una conchiglia, gittata sulla -spiaggia dai flutti. Fido, o Melampo che fosse, non -fece parte della sua scoperta al padrone; ruppe -il guscio coi denti e mangiò il saporito mollusco, -dopo di che si presentò ad Ercole, col muso tinto -del più bel rosso che vi possiate immaginare. — Che -cos'è? dimandò il semidio, che non aveva -mai osservato una cosa simile. E veduto che razza -di conchiglia avesse sgranata il suo cane, andò in -busca di tutte le altre, che si trovavano sulla -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -spiaggia, por ispremerne il succo sulla tunica di -lana bianca che portava indosso. Quasi sarebbe -inutile di aggiungere che la tunica d'Ercole divenne -tosto d'un bel rosso carico, e che egli n'ebbe -un piacere da non dirsi a parole. La sua tunica -gli parve da quel giorno così bella, che gli seppe -male di indossarla più oltre come abito di fatica. -La regalò allora al suo buon amico, il re di Tiro, -che andò a sua volta in visibilio, e lì sui due piedi -mise fuori un editto, per confiscare il color della -porpora ad uso ed ornamento esclusivo della sua -sacra persona. -</p> - -<p> -— Ecco, — diceva intanto Aderbale, sciorinando -la sua mercanzia, — una pezza di porpora violetta -che vince lo splendore dell'amatista. Dirai, -nobilissima Clodia, che somiglia al colore della -tua stola; ma, se ben guardi, la tinta è alquanto -più chiara ed ha riflessi più vivi. È il meglio, il -<i>nec plus ultra</i>, della fabbrica di Annone, riconosciuta -ormai per la prima di Tiro. Ami meglio il -verde marino? Eccoti questa, che si affà mirabilmente -al candore del tuo volto e alla lucentezza -dei tuoi capegli neri. Di quest'altra devi farti una -<i>rica</i>, per uscire a diporto. È trasparente e ti custodirà -dalla polvere, senza toglierti di vedere e -di esser veduta dai nobili cavalieri, che gitteranno -occhiate di desiderio nella tua lettiga dorata. E -adesso guardami questa; non ti par latte, entro a -cui sia stata stemperata una perla eritrea? Vedi -come torna bene, piegata in due doppi! Aggiungi -due o tre strisce di porpora azzurra o scarlatta -sui margini, ed hai una diploide alla foggia greca, -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -che nessuna Ateniese, foss'anco Aspasia rediviva, -potrebbe vantare la più vistosa, o la più elegante. — -</p> - -<p> -Clodia Metella non si lasciava abbarbagliare da -quel luccichìo di frasi dell'asiatico mercatante. I -suoi occhi, precorrendo la meditata progressione -di quel commentario alla moda, si erano fissati -su di una stoffa di lana nera, sottilissima e intessuta -a strisce d'oro filato, che era veramente una -meraviglia a vedersi. -</p> - -<p> -— E questa, quanto vale? — domandò. -</p> - -<p> -— Padrona mia, riconosco il tuo buon gusto; — esclamò -Aderbale, senza curarsi di rispondere -subito in chiave. — Questa è la più ricca novità -della stagione, e, non fo per vantarmi, è anche la -prima pezza che se ne vede in Roma. -</p> - -<p> -— Il prezzo ti ho chiesto, il prezzo. -</p> - -<p> -— Ah, il prezzo è veramente un po' forte. Ma la -stoffa è così bella, che, quando io te l'avrò detto, -ti parrà proprio regalata. Cinquemila sesterzi. -</p> - -<p> -— Cinque... — balbettò Cepione, spalancando -gli occhi dallo stupore. — Che cos'hai detto? Ripeti. -</p> - -<p> -— Cinquemila sesterzi, o, se meglio ti piace, -nobilissimo uomo, milleduecento denari. Con tutto -l'oro che c'è dentro, è data proprio per nulla. -</p> - -<p> -— Ah sì, ce n'è fin troppo, dell'oro. Vedete che -spreconi! -</p> - -<p> -— Perchè ti lagni? — entrò a dire Caio Sempronio. — A -qual uso migliore potrebbe servire -il preziosissimo tra tutti i metalli, se non a rendere -più appariscente la bellezza? Io vedo già la -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -nostra divina Clodia Metella, adorna di quella veste -dorata, risplendere come la dea Bona alle calende -di Maggio, nel sacrario del pontefice massimo. -</p> - -<p> -— Sì, sì; — rispose Clodia Metella, crollando -malinconicamente il capo; — ma trovo anch'io -che costa un po' troppo. Non ho già i cinque milioni -di sesterzi di Servilio Cepione. -</p> - -<p> -— È come se tu li avessi; non ti ha egli profferte -le sue sostanze, come contorno all'offerta del -suo cuore? — ribattè Caio Sempronio ridendo. -</p> - -<p> -A quella scappata del cavaliere, il vecchio argentario -fece il muso più lungo del solito. -</p> - -<p> -— Eh, eh, — gridò egli, punto sul vivo, — tu -la ricordi in buon punto; e se mi saltasse il ticchio..... -</p> - -<p> -— Ottimamente! Compera dunque la veste e fanne -un presente alla Dea. -</p> - -<p> -— Ma di grazia, perchè non la comperi tu? -</p> - -<p> -— Io? Così fossi certo che si degnasse di accettarla! -</p> - -<p> -— Graziosa, quella paura! -</p> - -<p> -— Non ci credi? Sia dunque tua la colpa, se io -ardisco di offerire qualche cosa a Clodia Metella. -Aderbale, dammi da scrivere. — -</p> - -<p> -Il mercante capì subito che cosa intendesse di -fare il nostro giovinotto, e cavò dalla sacca, che -portava ad armacollo, un dittico di legno e uno -stilo di avorio. Il dittico era una doppia tavoletta, -che si chiudeva come le due copertine d'un -libro, presentando al di fuori una superficie piana, -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -e di dentro un sottile rivestimento di cera, con le -sponde rilevate tutto intorno, perchè le due faccie, -richiudendosi l'una sull'altra, non avessero a combaciare -per modo da guastare le lettere, segnate -nella cera medesima con la punta dello stilo. -</p> - -<p> -Caio Sempronio tolse la tavoletta dalle mani di -Aderbale e vi scrisse queste poche parole: -</p> - -<p> -«T. C. Sempronio a Lisimaco, suo dispensatore. -Pagherai oggi cinquemila sesterzi al mercante -Aderbale, di Tiro. Sta sano.» -</p> - -<p> -Ciò fatto, consegnò il dittico al mercante, che, -data una scorsa allo scritto, s'inchinò e si dispose -a metter da parte la pezza di stoffa destinata da -Caio Sempronio alla bellissima Clodia. -</p> - -<p> -— Oggi stesso, a quell'ora che ti farà comodo, -passerai alla mia casa, sul Viminale, — disse il -cavaliere, — e Lisimaco ti darà la pecunia. -</p> - -<p> -— Tu sei il più liberale tra tutti i patrizi di -Roma; — rispose Aderbale, intascando il prezioso -chirografo. — Ed eccoti, nobilissima Clodia, la -veste. Ti consiglio d'indossarla per le feste Megalesi. -Annia Sulpicia vuol proprio morirne d'invidia. -</p> - -<p> -— Oh Caio! — mormorò Clodia Metella, tutta -vergognosa, all'orecchio del giovane. — Io non accetterò -mai un così ricco presente. -</p> - -<p> -— Perchè, padrona mia? Sono un temerario, lo -vedo; ma la colpa non è mia. Cepione mi ha data -la spinta. Se vuoi punirlo della sua improntitudine, -non ci hai modo migliore di questo. Accetta -con lieto animo il mio povero dono. — -</p> - -<p> -Clodia sorrise e porse la sua bella mano a Caio -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -Sempronio. Era quello il ringraziamento, e il nostro -cavaliere se ne fece abilmente un premio, -stampando su quella mano il più ardente dei baci. -</p> - -<p> -— Animo, giovinotto, e non perdiamo tempo! — gridò -Cepione stizzito. -</p> - -<p> -Ma il giovinotto non pose mente alle bizze del -vecchio Arpagone, e, chiesto a Clodia Metella il -permesso di tornare il giorno seguente, tolse commiato -da lei. Per una prima visita aveva fatto abbastanza, -ne convenite? -</p> - -<p> -Il mercante aveva rifatta diligentemente la sua -balla e se n'era andato anche lui, dopo molti inchini, -ringraziamenti ed augurii di prosperità alla -liberalissima Clodia, che gli comperava le stoffe -più preziose col denaro degli altri. -</p> - -<p> -Cepione era rimasto in piedi nel tablino, ora -guardando Caio Sempronio che se ne andava, ora -Clodia che aveva seguitato il giovinotto con una -lunga e malinconica occhiata fino alla tenda del -pròtiro. Il vecchio argentario non appariva troppo -contento; di certo egli mulinava qualche cattiveria, -a sfogo della bile che già gli schizzava dagli occhi. -</p> - -<p> -Tutto ad un tratto, diede in uno scroscio di risa. -</p> - -<p> -— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, con aria -tra stupita e severa. -</p> - -<p> -— Ho fatto una bella scoperta; — rispose Cepione. — La -colomba è innamorata. -</p> - -<p> -— Sì; — diss'ella brevemente, in quella che -stendeva la mano al monopodio, per ripigliare la -sua favola milesia. -</p> - -<p> -— E il colombo, — soggiunse Cepione, — è -molto ricco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -</p> - -<p> -— Che importa? — riprese Clodia Metella, stringendosi -nelle spalle. -</p> - -<p> -— Come, che importa? Importa moltissimo. -</p> - -<p> -— Non a me certamente. — -</p> - -<p> -L'argentario rispose a quel magnanimo diniego -con un ammicco beffardo. Ma perchè Clodia fingeva -di non vedere, crollò il capo ed aggiunse: -</p> - -<p> -— Sia pure, come tu dici; ma importa a me. -Dammi lode per la mia schiettezza, ti prego. -</p> - -<p> -— Non vedo come c'entri tu; — replicò la matrona. -</p> - -<p> -— Non c'entro? Non c'entro? Figùrati! Noi qui -faremo a metà. Tu prenderai l'amante, io la pecunia. — -</p> - -<p> -A quella cinica bottata dell'argentario, Clodia -Metella si rizzò di scatto, come una serpe a cui -sia stata calpestata la coda. -</p> - -<p> -— Che novità son queste? — gridò, saettando -Cepione con uno sguardo corrucciato. -</p> - -<p> -— Padrona mia, un po' di calma, e vediamo di -intenderci; — disse quell'altro, adagiandosi tranquillamente -sul cuscino d'una sedia a bracciuoli. — Anzitutto, -perchè parli di novità? Non sono -forse passati per le mie mani tutti i giovani patrizi -che tu hai onorati della tua benevolenza? Valerio -Catullo, Celio Rufo, Cornelio Basso, Aulo.... -</p> - -<p> -— Finiscila! — interruppe Clodia Metella. — Tu -sei veramente noioso. -</p> - -<p> -— Ah, ti secca la nomenclatura? Bada, padrona -mia, non intendevo citare che i colombi spennacchiati; -mettevo in disparte tutti quegli altri che -hanno avuta la sorte di non lasciarci le penne -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -maestre. Il povero Cepione li ha veduti passar -tutti, l'uno dopo l'altro. Per Ercole! Si davano la -muta, come i legionarii in sentinella. Ed io, destinato -a colmar gl'intervalli, mi trovavo sempre -fuori delle tue grazie; vedevo appena il sole, che -già mi spariva dagli occhi. Eppure, vedi la mia -bontà; in attesa di riavere la tua benevolenza, facevo -servizio ai miei fortunati rivali; imprestavo -quasi sempre io, le migliaia di sesterzi che dovevano -servire ai donativi; fornivo io le armi contro -di me. Che cosa vuoi di più umano? Ed anche -adesso, io mi preparo a servirti. Quel giovinotto -mi piace. Ti ringrazio di averlo scelto così ricco. -Poverina! potevi benissimo invaghirti d'un plebeo -povero in canna, o d'un cavalierino indebitito fino -agli occhi, ed io avrei dovuto recarmelo in pace. -Ma tu non l'hai fatto, padrona mia bella; tu sei -sempre quella matrona di garbo, che ero avvezzo -a stimare da tanti anni. Abbi dunque i miei ringraziamenti, -e concedi che io tiri innanzi a servirti. — -</p> - -<p> -Clodia Metella si mordeva le labbra a sangue. -</p> - -<p> -— E.... — diss'ella, con voce tremante dalla rabbia, — se -io non volessi stare al tuo patto? -</p> - -<p> -— Faresti malissimo; — rispose il beffardo vecchio; — perchè -io potrei.... -</p> - -<p> -— Potresti? Continua! -</p> - -<p> -— No, non è bene scoprirsi così scioccamente, -e con una donna di così sottile accorgimento come -tu sei. Oh, non dubitare, io ti rendo giustizia. Se -fossi pretore, come ci avrei diritto pel nome che -porto, darei ad ognuno il suo, che non ci mancherebbe -mezz'oncia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -</p> - -<p> -— Daresti! — notò ironicamente Clodia Metella. — Sarebbe -la prima volta. -</p> - -<p> -— Ah sì; come se l'imprestare non fosse una -maniera di dare! <i>Do ut des, do ut facias</i>, son forme -di contratto, mi sembra. E a proposito di fare, bada, -padrona mia, che non mi venga in mente di far -aprir gli occhi al tuo nuovo amatore. -</p> - -<p> -— Non lo farai; — disse Clodia, dopo un istante -di pausa. -</p> - -<p> -— Sta a te ch'io non lo faccia, mia bella. Sii -prudente, e non avrai a dolerti di me. Déi buoni, -e non è giusto che io trovi un compenso alla brevità -di questi interregni? Perchè, infine, tu ci hai -una virtù singolare, che riesce tutta a mio danno. -Quando uno ti piace, bisogna rassegnarsi; nel tuo -cuoricino non c'è mai posto per due. -</p> - -<p> -— Cepione, io l'amo. -</p> - -<p> -— Lo so, poverina; intendo i tuoi spasimi, e, -come vedi, asciugo una lagrima di tenerezza. Mia -candida colomba! Sei così buona, così affettuosa! -Lo seppe Metello Celere, tuo cugino e marito; lo -seppe anche la felice memoria di Publio Clodio, -tuo degno fratello.... -</p> - -<p> -— Ma infine, — proruppe Clodia, non vedendo -più lume, — vorrai tacere una volta? Lascia i -morti nell'Averno e non mi dar noia più oltre. Ti -ho sempre ai fianchi, ora coi sarcasmi, ora con le -minaccie. Chi ti ha mai impedito di fare il tuo -mestiere? Metello Celere ha avuto il torto di morire, -senza lasciarmi venti milioni di sesterzi. Se -così non fosse, vedresti tu come io starei a sentirti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -</p> - -<p> -— Eh, lo so, che non mi ami. Ma appunto per -ciò è notevole la nostra alleanza. Che cosa c'è di -più grande di due che si odiano e si aiutano a vicenda? -Io, vedi, qualche volta sento il desiderio -di chiuder le mani intorno al tuo collo di cigno e -di strangolarti senz'altro. Sei bella ed io non lo -sono; ti amo e tu ti beffi di me; quando pure ti -degni di sorridermi, indovino che ciò mi costerà -un bel gruzzolo di monete. Ah, se non fosse che -tu sei una civetta addestrata e che fai calare da -tutte le frasche i merli curiosi al mio campo!... -Ma basta; se no, vado fuori dei gangheri. Padrona -mia, siamo intesi e non occorrono altre spiegazioni -tra noi. Venere conservi la tua bellezza, e -Diana cacciatrice mantenga saldi i panioni del tuo -nobilissimo servo. — -</p> - -<p> -Ciò detto, il bravo argentario si alzò da sedere, -e, fatto un mezzo inchino alla sua alleata, s'incamminò -verso l'uscio. Clodia Metella riprese il -suo codice e provò a ricominciar la lettura, ma -per un bel pezzo non ne spiccicò una parola. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span></p> - -<h2 id="cap12">CAPITOLO XII. -<span class="smaller">Nel teatro di Pompeo.</span></h2> -</div> - -<p> -Siamo ai cinque di aprile, giorno dedicato nel -lunario cattolico a San Vincenzo Ferreri, ma segnato -nell'antico calendario romano con queste parole -LUD. MATRIS MAG., abbreviazione che vuol -dire: <i>ludi Matris magnae</i>, ossia, giuochi della Gran -Madre. -</p> - -<p> -Erano questi i giuochi Megalesi, e si facevano -in onore di Cibele, la Berecinzia, detta in greco -<i>Megale Meter</i>, che significa appunto gran madre. -Avevano avuto cominciamento verso la fine della -seconda guerra Punica, nell'anno 548 di Roma, -quando il simulacro di Cibele, la madre degli Dei, -fu portato di Frigia alle rive del Lazio, e di là, -con pompa straordinaria, introdotto nelle sacre -mura di Romolo. Erano giuochi particolarmente -scenici; perciò si celebravano sempre in teatro, e -nel giorno che cadevano correva tra i cittadini -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -una lieta usanza di convitarsi a vicenda. La qual -cosa esprimevasi col verbo <i>mutitare</i>, cioè tramutarsi -a cena qua e là, or da questo or da quello, -come a memoria del felice tramutamento della -Dea dallo rive di Frigia a Roma. -</p> - -<p> -Ovidio ci ha detto nei Fasti perchè i giuochi -Megalesi fossero i primi e i più grandi dell'anno. -Berecinzia non era forse la genitrice dei Numi? -Era giusto che i figli cedessero il primo luogo -alla madre. Cicerone, che per infilzare aggettivi -non restava indietro a nessuno, chiamò i giuochi -Megalesi «casti, solenni, religiosi sopra quanti ne -furono mai» e soggiunse che «a riverenza della -loro origine e della dea cui erano sacri, non fu -mutato loro neppure il nome, essendo i soli tra i -giuochi romani, che si chiamassero con vocabolo -straniero.» Vedete un po' che maestà sbardellata -di giuochi! -</p> - -<p> -Altre solennità ammettevano le rappresentazioni -sceniche, come ad esempio i giuochi Consuali, sacri -a Conso, dio degli arcani consigli, che, essendo -stati ordinati da Romolo in memoria delle rapite -Sabine, erano tenuti i più nazionali, e perciò detti -<i>Romani</i> per eccellenza. Venivano poscia i Plebei, -i Funebri e gli Apollinari; i primi in memoria -della rivendicata libertà contro gli oppressori Tarquinii -e della restituita concordia tra i padri e la -plebe, dopo la fortunata favoletta di Menenio -Agrippa; i secondi, derivati dai Greci, in onore -degli illustri defunti; gli ultimi, consigliati dalle -profezie d'un tal Marcio indovino, che nella seconda -guerra Punica aveva promessa la vittoria, -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -purchè si onorasse Apollo con solenni spettacoli. -Ma la festa Megalese si distingueva in ciò da tutte -le altre, che essa consisteva appunto ed unicamente -nelle rappresentazioni teatrali. -</p> - -<p> -E qui si facevano onore gli edili curuli, magistrati -che avevano cura degli edifizii cittadini, dell'annona -e dei solenni spettacoli. Erano essi che -pagavano i poeti drammatici di maggior grido per -averne commedie nuove da sperimentare in quell'occasione, -e che spendevano profumatamente per -mettere in iscena col massimo decoro le migliori -produzioni dei vecchi. Quattro delle sei commedie -di Terenzio, l'<i>Andria</i>, l'<i>Eunuco</i>, la <i>Suocera</i>, il <i>Punitor -di sè stesso</i>, furono scritte per questi giuochi. -Nè creda il lettore che la moltitudine si accostasse -con molta religione a cotali cerimonie, quantunque -fatte in onore della madre degli Dei. Si rideva e -si fischiava come ora, che il teatro è doventato la -cosa più profana del mondo. La <i>Suocera</i> di Terenzio -non fu lasciata finire, perchè nella piazza -accanto al teatro <i>lavoravano</i> i funamboli, e l'uditorio -svagato aveva più voglia di veder passeggiare -sulla corda, che di esserci tenuto lui, sulla corda, -dalle invenzioni del gentile poeta. Consolatevi, autori -del tempo mio; il pubblico è sempre lo stesso, -da che esiste il teatro. -</p> - -<p> -Lettori, se non vi dispiace (e perchè, poi, dovrebbe -dispiacervi?) entriamo nel teatro di Pompeo. -È presso al Circo Flaminio, nella regione nona, -la più bassa e la più popolosa di Roma, corrispondente -al moderno Parione. -</p> - -<p> -Fu questo il primo teatro stabile dell'eterna -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -città, e al tempo della nostra narrazione contava -a mala pena i suoi quattro anni di vita, essendo -stato eretto per cura di Pompeo Magno, nell'anno -699, dopo la guerra Mitridatica. -</p> - -<p> -Sapete già tutti, ed io qui lo ricordo <i>pro forma</i>, -che le rappresentazioni sceniche ebbero origine in -Grecia, dove in principio era costume di farle sotto -un frascato, od ombracolo, che dava ricetto ai giuochi -villerecci; poscia in un carro, quello di Tespi, -che menavasi attorno pei trebbi e per le borgate; -più tardi su di un palco, messo insieme con quattro -assi, come quelli dei saltimbanchi di villaggio. -Da quel tempo, la scena aveva seguitato ad ampliarsi -e ad ornarsi, ma sempre rimanendo di tavole. -Una disgrazia che costò la vita a centinaia -di spettatori, persuase Temistocle e i suoi Ateniesi -a fabbricare di buon materiale gli edifizii scenici; -e gli architetti Democrate ed Anassagora idearono -in tal guisa il primo teatro di fabbrica, scavando -le gradinate a semicerchio nel fianco di una collina -a piè dell'Acropoli, e mettendovi di rincontro -il palco e la scena. -</p> - -<p> -Questo raccontano le storie. Altri vuole, ed ha -parecchi ruderi dalla sua, che i primi teatri stabili -sorgessero in Sicilia e nelle colonie greche -dell'Asia Minore. Io, lasciando gli archeologi a vedersela -tra loro, vi dirò che in Roma la severità -delle leggi, non potendo opporsi validamente ai -ludi scenici introdotti nel 599 dai censori Valerio -Messala e Cassio Longino, bastò cionondimeno ad -impedire per cent'anni intieri la costruzione d'un -teatro permanente. Plauto e Terenzio esponevano -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -le loro favole in teatri posticci, o nel Circo, destinato -alle corse dei cavalli e alle sanguinose pugne -dei gladiatori. Terminati gli spettacoli, doveva tosto -disfarsi anche il teatro. Neppure si perdonò a -quello sfarzosissimo, che Scauro aveva innalzato -per ottantamila persone, con trecento sessanta colonne, -tremila statue, la scena per metà di marmo -e per metà di vetro. Inaudita forma di lusso! -esclama Plinio. E tanta opera non ebbe che un -mese di vita. -</p> - -<p> -Più fortunato fu il console Pompeo, perchè il -suo teatro, costrutto sul disegno di quello che egli -aveva veduto a Mitilene, non soggiacque alla condanna -degli Edili. La spesa era stata immensa, e -il console era stato tacciato di troppo sfarzo per -una fabbrica che non aveva a durare; ma, avendo -egli adonestato il suo colpo con un titolo di pietà, -edificando sulla cavea del teatro un tempio a Venere -vincitrice, la fabbrica non potè essere distrutta, -e, diventando stabile, fu lodata di parsimonia. -La bandiera aveva fatto passare la merce. -</p> - -<p> -Patito un incendio sotto Tiberio, il teatro di -Pompeo fu subito ristorato da quell'imperatore. -Caligola e Claudio lo abbellirono. Nerone in un -sol giorno lo fece indorare, per mostrarlo al domani -in tutta la sua pompa a Tiridate, re d'Armenia. -Gran tempo dopo, essendo rovinato, fu da -Teodorico rifatto sulle vecchie fondamenta. Se non -riuscì del tutto una fabbrica ostrogota, bisognerà -darne lode agli artefici, che erano sempre italiani. -Le vestigia dell'edifizio, trovate nei tempi nostri -in capo alla via dei Giubbonari, presso la chiesa -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -di Sant'Andrea della Valle, fanno buona testimonianza -della romanità del lavoro. -</p> - -<p> -Ma entriamo una volta e vediamo le tre parti -notevoli del teatro, che sono la cavea, l'orchestra -e la scena. Tutti i teatri romani, su per giù, con -un meniano di più, od uno di meno, si rassomigliano, -e quando se n'è visto uno si son visti tutti. -</p> - -<p> -La cavea, che oggi direbbesi il recinto, è la parte -più ragguardevole per la sua mole e quella che -propriamente può dirsi <i>theatrum</i>, o <i>visorium</i>, perchè -di là gli spettatori, distribuiti lungo le gradinate -a semicerchio, vedono la scenica rappresentazione. -Le gradinate, dal podio, o parapetto «che -men loco cinghia» come direbbe Dante, salgono -allargandosi man mano fino all'orlo superiore, intorno -a cui gira una galleria coperta, dal cui architrave -sporgono gli arpioni, o i pali, che terranno -disteso il velario. -</p> - -<p> -Ogni sette gradinate ce n'è una larga, ed alta il -doppio delle altre; e questa non è per sedervi, ma -per passare da un punto all'altro del recinto. Di -queste divisioni (<i>praecinctiones</i>) nei teatri molto -grandi ce ne sono infino a tre. Il complesso dei -gradi tra una precinzione e l'altra dicesi <i>moenianum</i>, -specie di ripiano interiore a cui corrisponde -di fuori un ordine di maestose arcate e di gallerie. -Dove le precinzioni e per conseguenza i ripiani -sono tre, la cavea resta divisa in tre ordini, -che si dicono <i>cavea prima, cavea secunda</i> e <i>ultima -cavea</i> (la piccionaia moderna), i cui gradi non sono -di pietra, ma di un semplice tavolato. Ogni meniano -è tagliato da più scale, raffiguranti i raggi -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -d'un circolo, donde gli spettatori vanno a cercare -il posto loro assegnato dalla <i>tèssera</i>, o biglietto d'ingresso; -e in tutte lo precinzioni si aprono più -porte (<i>vomitoria</i>) donde sbocca in teatro la folla, -venuta su per gli androni che girano nei fianchi -dell'edifizio. Gli spazi compresi tra le scale hanno -sembianza di cunei, epperciò ne portano il nome. -</p> - -<p> -Tutte queste divisioni vi confonderebbero oggi -la testa, lo capisco. Ma, se foste Romani d'allora, -non ci pensereste più che tanto. Facciamo un -esempio. Avete avuto una tessera d'avorio, su cui, -accanto al titolo della commedia (<i>Casina Plauti</i>) sono -incise queste parole abbreviate: CAV. II. CUN. III. -GRAD. VIII. Che vuol dir ciò? Che avete l'ottavo -posto nel terzo cuneo della seconda precinzione, o -del secondo meniano. Non vi confondete adunque, -pigliate la scala che mette alla galleria del second'ordine; -giunto lassù cercate la indicazione del -terzo vomitorio, e di là riuscite subito entro la -cavea, alla vista del pubblico. Un'occhiatina ai -numeri; il cuneo comincia con cinque posti; dunque -il vostro sedile è nel secondo giro di gradini; -eccolo là, difatti, col suo bravo numero inciso sulla -pietra. Il maestro di sala (<i>designator</i>) non lo ha -lasciato occupare da nessuno; al peggio dei peggi -(come avviene oggidì nelle sedie chiuse dei nostri -teatri) il vicino, per comodo suo, ci ha posato il suo -pètaso. Andate liberamente, egli si affretterà a tirarlo -via; se no, avrete il diritto di fargliene una -frittata. -</p> - -<p> -E adesso un'occhiatina all'orchestra. I Greci davano -alla piazzuola semicircolare, compresa nel -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -giro del podio, il nome di orchestra, o ballatoio, -perchè questo era il luogo delle danze, dei cori e -dei mimi. I suonatori stavano sopra un palco, che, -somigliando ad un'ara sacrificatoria, era perciò -detto <i>Timele</i>. Ma nei teatri romani, sebbene si conservasse -il nome di orchestra, il luogo era riserbato -ai magistrati e alle persone di maggior conto. -Perciò era più angusto che nei teatri di Grecia. -Noi moderni l'abbiamo fatto più ampio, e lo chiamiamo -platea. -</p> - -<p> -Davanti all'orchestra era il palco scenico; quadrilatero -di pietra, alto cinque piedi dal suolo, -lungo due tanti più che il diametro dell'orchestra. -Sul lato posteriore sorgeva una facciata, ornata di -colonne, di statue, di pitture; e questa era la scena -fissa, che veniva innanzi con due ali sui lati minori -del quadrilatero, o proscenio, dove recitavano -gli attori. In queste due ali si aprivano le porte -per cui passavano le comparse, le macchine degli -Dei, il còrago, ossia l'attrezzista e capo comico, -quando aveva da dire qualche cosa all'uditorio. La -facciata della scena presentava tre porte; l'una nel -mezzo (<i>valvae regiae</i>) per cui entrava il protagonista; -le altre ai lati (<i>hospitalia</i>) che servivano al -passaggio delle seconde parti. -</p> - -<p> -Non dimenticate che la scena antica rappresentava -sempre un luogo aperto, perchè i personaggi -facevano e dicevano tutti i fatti loro fuori dell'uscio -di casa. Rammentate poi che, al momento di cominciare -il dramma, calavasi dall'<i>episcenio</i>, luogo -superiore alla scena, il sipario, od <i>aulaeum</i>, come -dicevasi allora, che andava a ravvolgersi nell'<i>iposcenio</i>, -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -cioè sotto ii palco scenico; tutto il rovescio -dei nostri teatri. C'erano inoltre gli <i>echei</i>, vasi di -bronzo ordinati a rendere più armonioso il teatro. -Vitruvio ci racconta che erano collocati in cellette -sotto le gradinate, con tale calcolo matematico da -dividere il recinto della cavea in accordi di quarta, -quinta e ottava; onde l'eco che ne risultava fosse -una perfetta sinfonia. -</p> - -<p> -È passato il mezzogiorno; il pranzo è già stato -digerito, e la moltitudine invade il teatro di Pompeo, -dove si recita la <i>Casina</i> di Plauto, vecchia -commedia che piace sempre, assai più di tante altre -di autori recenti. L'ingresso al pubblico è gratuito -per l'ultima cavea, che è la più capace di -tutte. L'orchestra, riservata ai senatori e ai magistrati, -si va popolando lentamente. Laggiù son tutte -persone che amano i loro comodi e che sanno di -trovarceli belli e preparati, sotto forma di bisellio, -o sedia da due posti, con un morbido cuscino e -uno scannello per reggere i piedi. Più presto si -vanno occupando i posti della prima e della seconda -cavea, assegnata ai patrizii e alle loro donne. -Pompeo aveva da principio destinato quei quattordici -gradi all'ordine dei cavalieri; onde seder -nei quattordici ed esser cavaliere tornava lo stesso. -Ai lati dell'orchestra sorgono alcune logge (<i>tribunalia</i>) -dove stanno i magistrati che presiedono alla -rappresentazione. Vi è permesso di vedere in queste -tribune i moderni palchetti municipali, dove -si affollano gli assessori teatrali, e in genere tutti -i consiglieri del Comune, segnatamente quando c'è -in scena il corpo di ballo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -</p> - -<p> -L'ordine accennato poc'anzi non era osservato -ai tempi di Plauto e Terenzio, quando i teatri erano -di legno e il popolo vi si accalcava alla rinfusa. -Nè tale fu sempre in appresso, perchè vediamo -dagli autori essere state qualche volta confinate le -donne su in alto, nelle gallerie coperte, con grave -sfregio all'estetica. Lo immaginate, un recinto seminato -di teste mascoline, come un campo di papaveri, -od altra piantonaia da sbadigli? Dei immortali! -ci doveva essere per gli spettatori il medesimo -gusto che c'è pel deputato in una seduta -parlamentare, coi colleghi intorno, e le dame lontane -lontane, come le stelle fisse, o come le nebulose, -nell'alta cerchia delle tribune. -</p> - -<p> -Per fortuna, e ad onore del buon gusto antico, -Ovidio ci lascia scorgere nei teatri del suo tempo -una ragionevole promiscuità dei due sessi. Ed io -posso dirvi, senza scostarmi dal verosimile, che -Clodia Metella entrò accompagnata dal bel cavaliere -Tizio Caio Sempronio, per uno dei vomitorii -che mettevano sulla prima cavea, e andò a sedersi -nella terza fila del quarto cuneo, poco lunge dal -podio, che era occupato dalle vergini Vestali. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span></p> - -<h2 id="cap13">CAPITOLO XIII. -<span class="smaller">Amori in vista.</span></h2> -</div> - -<p> -L'apparizione della bellissima Clodia destò per -tutto il teatro quella attenzione e quel bisbiglio -che destano sempre le belle, quando entrano in -una numerosa adunanza. Ciò che parrebbe sommamente -disdicevole in una ristretta compagnia, diventa -naturalissimo in una gran folla di persone, -dovunque ella si trovi, o tempio, o teatro, dove -nessuno ha da portare la malleveria di quel pissi -pissi generale, di quel fruscìo di vesti e di quello -scricchiolìo di sedie, in cui tutti hanno pure avuta -la parte loro. -</p> - -<p> -Le donne volsero una rapida occhiata alla nuova -venuta e arricciarono il naso. Già, si capisce, Clodia -non era quel fior di bellezza che dicevano gli -uomini e non meritava che tante nobili matrone -si storcessero il collo per lei. Ma tratto tratto gli -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -occhi tornavano là e lampeggiavano sguardi invidiosi -ad una stola di porpora nera intessuta a liste -d'oro, che dava tanto risalto alla bianchezza perlata -delle carni. Annia Domizia, la impazientissima -tra le seguaci della moda, e Giunia Sillana, -una pallidona che passava per la più bella tra le -patrizie romane e che faceva disperare coi suoi -eterni rigori il vecchio console Servio Sulpicio -Rufo, si morsero le labbra dal dispetto e sentenziarono -che quella stola era di pessimo gusto. -</p> - -<p> -Anche le vergini Vestali diedero la loro sbirciata -alla terza fila del quarto cuneo; ma, sia detto -ad onore di quelle santissime donne, non tanto per -sacrificare alla vanità, guardando alle vesti di Clodia -Metella, quanto per vedere un po' da vicino -quel leggiadro giovinotto che l'accompagnava, e -per cui più d'una tra loro avrebbe lasciato spegnere -il fuoco sacro, anche a dover finire nel campo -Scellerato. -</p> - -<p> -Non meno curiosi delle Vestali, e delle matrone, -si volsero a guardare Clodia gli edili, dall'alto dei -loro tribunali, e i magistrati e gli altri uomini -consolari, dal basso dell'orchestra. Marco Tullio -Cicerone, il famoso giureconsulto, che contava allora -i suoi cinquantacinque suonati, si voltò sul -bisellio anche lui ed onorò di un lungo sguardo -la giovine coppia. -</p> - -<p> -— A chi s'è ora attaccata, la sanguisuga? — domandò -egli tra sè, poco rispettosamente per la sorella -del suo vecchio nemico. — Mi par di conoscerlo; -è un Caio Sempronio. Povero giovane! -Vuole dar fondo con lei alle ricchezze che gli ha -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -accumulate quel gravissimo uomo di suo padre -nella pretura di Sicilia. — -</p> - -<p> -Marco Tullio, lo sapete, dava facilmente il titolo -di gravissimo e di santissimo, ed anche più facilmente -quello di ladro e di assassino. Era un vezzo -oratorio, che finì per costargli la testa. -</p> - -<p> -Ora, se i vecchi si scomodavano sui loro sedili, -lascio pensare a voi, lettori umanissimi, che cosa -dovessero fare i giovani. Stavo già per dirvi che -tutti i cannocchiali erano volti su Clodia Metella, -ma ho ricordato in buon punto che l'invenzione -di quell'utile istrumento doveva tardare ancora -milleseicento e più anni. In mancanza di cannocchiali, -lavoravano gli occhi, e giova credere che -in quel tempo fosse più scarso il numero dei -miopi. -</p> - -<p> -Clodia Metella, come forma, era molto ammirata; -per contro, non si risparmiavano le frecciate -alla sua fama. -</p> - -<p> -— Non temete, — notava argutamente un tale, -ripreso di troppa severità da uno spettatore più -temperato, — non si dirà mai tanto di Clodia Metella, -quanto ella stessa ha mostrato di volere che -si pensi di lei. -</p> - -<p> -— La frase è lunga e contorta; — osservò Giunio -Ventidio. — Non si potrebbe dire brevemente -che essa ha fatto d'ogni erba fascio? -</p> - -<p> -— O d'ogni fior ghirlanda; sarebbe più cortese, -la metafora. -</p> - -<p> -— Sì, sì, usategli cortesia; ella non ve ne serberà -gratitudine. La quadrantaria preferisce i quattrini. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -</p> - -<p> -Quadrantaria! Era questo il nomignolo grazioso -di cui Marco Tullio, con quella sua lingua tabana, -aveva gratificato Clodia Metella. L'immagine era -ardita e ci voleva anche uno sforzo di volontà -singolare per appioppare quel brutto appellativo -ad una donna come lei, sapendo che <i>quadrantaria</i>, -si forma da <i>quadrante</i>, piccola moneta di rame, -pari in valore alla quarta parte di un soldo. Lisimaco, -verbigrazia, il dispensatore di Tizio Caio -Sempronio, non le avrebbe fatto un torto così grave, -egli che vedeva andare così lestamente l'oro e l'argento -di casa. -</p> - -<p> -Ma, quadrantaria o no, nè Giunio Ventidio, nè -altri linguacciuti, che erano adunati con lui in un -angolo del podio, dove si riducevano per solito i -giovinotti eleganti di Roma, potevano parlare di -scienza propria intorno agli atti di Clodia. È già -stato notato come, in simiglianti negozi, che toccano -la vanità mascolina, parla chi non ha niente -a dire, mentre chi potrebbe parlare con un po' di -ragione sta zitto. -</p> - -<p> -— Vedetela là, quella sirena, come lo ha tirato -a' suoi piedi! — esclamava Giunio Ventidio, dimenticando -di essere stato egli stesso cinque giorni -addietro il galeotto tra quei due. — Bisognerà che -io lo avverta, il nostro povero Caio. -</p> - -<p> -— Avvertirlo! E perchè? — disse Postumio -Floro. -</p> - -<p> -— Eh, mi pare che le ragioni non manchino. -Siamo amici o non siamo? Egli si rovina. -</p> - -<p> -— Ah, baie! Se non è lei, sarà un'altra. -</p> - -<p> -— Sicuro, ma sia almeno tal donna, — soggiunse -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -gravemente Ventidio, — che egli possa condurre -attorno senza ignominia. Clodia Metella è -troppo.... come ho da dire? -</p> - -<p> -— Di' quel che vuoi; s'impresta ai ricchi. -</p> - -<p> -— Diciamo dunque.... devastata. -</p> - -<p> -— Nella fama, s'intende. Vedete Marco Tullio, -che ci ha fatto lo strappo più grande, nella causa -di Celio Rufo, come la guarda a squarciasacco! -</p> - -<p> -— Amore antico, che s'è inacetito! -</p> - -<p> -— Marco Tullio almeno non ci ha lasciate le -penne. È un merlo vecchio. -</p> - -<p> -— Terenzia sua gli avrebbe cavati gli occhi. -</p> - -<p> -— E fu ad un pelo di farlo. -</p> - -<p> -— Guardate, guardate! Si può essere più sciocchi -del nostro amico Caio Sempronio? -</p> - -<p> -— Che cos'è? -</p> - -<p> -— Non vedete? Le fa fresco col suo ventaglio -di penne di pavone. Poverina, che non avesse a -riscaldarsi troppo, con questi ardori.... d'aprile! -</p> - -<p> -Caio Sempronio non aveva fatto soltanto ciò che -notavano di lui, in quel crocchio di caritatevoli -amici. Entrato con Clodia Metella nel meniano, e -vigilato con molta cura il passaggio di lei, perchè -nessun piede profano le calpestasse lo strascico -della stola, si era inchinato con sollecita galanteria, -per disporre acconciamente il cuscino su cui -ella doveva sedersi. Egli stesso, ricusando l'opera -del servo designatore, aveva collocato lo scannello -di legno sotto i delicati piedini della sua dolce padrona. -Egli stesso, di tanto in tanto, si voltava indietro, -per tenere in rispetto con una provvida occhiata -i vicini del quarto scaglione, affinchè nessuno -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -di loro, mettendo sguaiatamente innanzi le ginocchia, -venisse ad urtarla da tergo. -</p> - -<p> -E la divina Clodia arrossiva dal piacere di vedersi -così attentamente servita. Gli sguardi fugaci -che ella volgeva tutto intorno a sè, in quella moltitudine -di spettatori, tra cui dovevano essere parecchi -dei suoi antichi corteggiatori, dicevano chiaramente: -vedete, o Quiriti, non è anche finito il -mio regno. -</p> - -<p> -Infatti, quel biondo cavaliere poteva considerarsi -come la prima e la più invidiabile tra le conquiste -che potesse fare un'alunna di Venere tra quei -giovani patrizii di Roma. E quando egli sollevò tra -le dita quel suo meraviglioso flabello, che raffigurava -la coda spiegata d'un pavone, agitandolo soavemente -da presso alle tempie di Clodia Metella, -molte nobili matrone allibbirono; molti giovanotti -eleganti invidiarono quella graziosa novità, che -doveva trovare imitatori in buon dato; e un vecchio -Alcibiade, che pizzicava di poeta, sentenziò -che Venere spogliatrice aveva rapiti gli onori a -Giunone. -</p> - -<p> -A chiarire questa immagine classica, ricorderò -che il pavone era sacro alla moglie di Giove. Quanto -a Venere spogliatrice, il lettore ha già visto chi -fosse; Cicerone, che vien sempre in ballo quando -si tratti di uno di quei frizzi che levano la pelle, -aveva proprio bollata la povera Clodia, come si -bollano i buoi, col marchio rovente dei gabellieri -alle porte. -</p> - -<p> -Il prologo della commedia distolse un tratto dalla -nostra coppia amorosa l'attenzione dell'uditorio. I -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -lazzi del personaggio scenico parevano fatti a bella -posta pei giovani eleganti che sedevano all'estremità -del podio. -</p> - -<p> -— «Date retta, vi prego, alla compagnia; — diceva -in un certo punto il prologo della <i>Casina</i>. — Mandate -a quel paese la malinconia e non pensate -ai debiti. Oggi nessuno ha da aver paura dei creditori. -Giorno di giuochi è giorno feriato, anche per -gli strozzini. Tutto è tranquillo; il Foro ha vacanza; -gli usurai fanno giudizio e non chiedono -niente a nessuno. Pensate forse al poi? Quando -i giuochi sono fatti, a nessuno si rende più -niente.» — -</p> - -<p> -Questa <i>Casina</i> era una delle ultime e delle migliori -commedie di Plauto; però piaceva ancora, un -secolo e mezzo dopo la morte dell'autore. S'intitolava -dal nome di una bella schiava, a cui volevano -dare marito in due, il padre ed il figlio, per -una ragione che i discreti non vorranno domandarmi -di certo. L'intento della commedia, secondo -che notano i savii, era morale abbastanza, vedendosi -in essa un vecchio innamorato che finisce -col portare le pene della sua ridicola zerbineria; -ma nella favola poi, ci si riscontrava una libertà -veramente plautina e il buon costume ne usciva -assai mal trattato. -</p> - -<p> -E ci andavano, direte, lo vergini Vestali? Mah, -che ci posso far io? Ci andavano anche le più -savie e costumate matrone, gli edili, i consoli e -tutti i personaggi più gravi di Roma. E ridevano -vi so dir io, con la scorta degli autori, e ci si spassavano -un mondo. Era quello il tempo in cui si -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -poteva dire e sentire ogni sorta di capestrerie, a -patto che si giurasse di non farne mai. Ovidio diceva: -«io vivo onestamente; solo la mia Musa è -un po' scollacciata». E Marziale seguitava: «il -mio libro è lascivo, ma la mia vita è proba». Ambedue -imitavano Catullo, l'antico amante di Clodia, -che aveva scritto di se: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nam castum esse decet pium poetam</i></p> -<p class="i01"><i>Ipsum; versiculos nihil necesse est.</i></p> -</div></div> - -<p> -Quella cara società antica somigliava in cotesto -alla medievale e a quella del risorgimento; quando -le signore leggevano le novelle del Certaldese e -del vescovo Bandello, e quando papi e cardinali assistevano -alla rappresentazione della <i>Calandra</i>, amenissima -commedia del loro collega Dovizi, detto il -Bibiena. E in Francia e in Inghilterra non era lo -stesso? Conchiudiamo; più di noi, i nostri antichi -amavano farsi un po' di buon sangue e non badavano -alla qualità dei sali con cui si otteneva -l'intento. Così avveniva che le commedie di Plauto, -in cui, a detta d'Orazio, i sali erano così grossolani, -piacessero a tutti i Quiriti, e ci prendesse -gusto il severo Catone, come più tardi aveva a -prenderci gusto san Gerolamo, che si era portato -l'autore prediletto nel deserto e se lo andava centellando -saporitamente, a riposo delle notti vegliate -nelle lagrime della penitenza. -</p> - -<p> -Tra un atto e l'altro della commedia, ripigliava -il cicaleccio dei nostri giovinotti eleganti. In mezzo -a loro era capitato Quinto Servilio Cepione, che li -conosceva tutti intimamente, come potete argomentare, -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -e che con la sua presenza ne fece scantonare -parecchi. -</p> - -<p> -— Ohè, Cepione, — gli disse Postumio Floro, -battendogli con molta confidenza sul ventre, — come -va? siamo sconfitti? -</p> - -<p> -— Sconfitti! Che vuoi tu dire? -</p> - -<p> -— Debellati, per Bacco! Laggiù, alla terza fila -del quarto cuneo, il vincitore trionfa. -</p> - -<p> -— Eh, eh! — rispose Cepione, ridendo di mala -voglia. — Vuol durar poco, il trionfo. -</p> - -<p> -— Che importa la durata, se il tuo competitore -ascende la via Sacra? -</p> - -<p> -— Questa, poi, è troppo forte; — esclamò Giunio -Ventidio. — La via Sacra! Lo dirai forse pel -tratto delle Botteghe Vecchie! — -</p> - -<p> -Una risata generale accolse l'arguzia di Giunio -Ventidio. I lettori rammenteranno che le Botteghe -Vecchie, ritrovo degli usurai, erano appunto nel -Foro, accanto alla via che metteva al Campidoglio. -</p> - -<p> -Ma, se risero i giovani sconclusionati, non rise -mica Servilio Cepione. L'argentario fece anzi il -muso più lungo del solito. -</p> - -<p> -— Eh, eh! ne parlate allegramente, delle Botteghe -Vecchie, padroni miei, — rispose egli, con -amarezza, — ora che avete pagato, non so come, -i vostri debiti a questo odiato Servilio! -</p> - -<p> -— O che? — disse Postumio, dissimulando con -un ghigno d'aver ricevuto il colpo in pieno. — Ti -piacerebbe di non essere stato pagato? Forse per -farci fare il viaggio dei tre mercati? Attàccati ai -panni di Tizio Caio Sempronio, se l'hai proprio con lui. -</p> - -<p> -— Con lui? Io? E perchè avrei dovuto averla -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -più con lui che con te? Caio Sempronio è un bravo -giovinotto. Spende del suo, e, se lo getta via come -un pazzo, è padrone di farlo. Noi uomini savi contentiamoci -di raccogliere. -</p> - -<p> -— Ah, lo confessi? — gridò Postumio Floro. -</p> - -<p> -— Sicuramente; che male c'è? Dovrei vergognarmi -di imitare Porcio Catone, il rigido censore, -che imprestava danaro alla gente, per cavarne un -frutto maggiore del reddito dei suoi campi Tuscolani? -Giovinotti, giovinotti, quando intenderete il -prezzo della pecunia.... -</p> - -<p> -— Non sarà più tempo; — interruppe Giunio -Ventidio. — È questo che volevi dire? Ti s'è risparmiata -la fatica. Del resto, vedi, amico Cepione, -quando voi, uomini savi, vorrete usare della ricchezza, -non sarà più tempo neanche per voi, e un -bel giovinotto vi farà mettere alla porta senza tanti -riguardi. -</p> - -<p> -— Quanto alla porta, lasciamola lì! — borbottò -l'usuraio. -</p> - -<p> -— È pure toccata ad uno che conosco io; — aggiunse -Postumio Floro. — E se egli non fosse -stato messo alla porta, poniamo per via di metafora, -Clodia Metella non sarebbe oggi in teatro, al -fianco di Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Se parli per me, t'inganni a partito, — rispose -Cepione, sbuffando. — Clodia Metella è là, -col vostro amico, perchè.... perchè non me ne importa -un fico. -</p> - -<p> -— Hai torto; è così bella! — disse Postumio. -</p> - -<p> -— Dieci volte più bella del solito; — aggiunse -un altro. — Quella stola frangiata d'oro.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -</p> - -<p> -— Listata! -</p> - -<p> -— Anzi meglio, vergata d'oro, le sta a meraviglia. -</p> - -<p> -— E non è certamente un dono di Servilio Cepione; — notò -quella linguaccia di Ventidio. -</p> - -<p> -— E perchè non lo sarebbe? — domandò l'usuraio -inviperito. — Potrei, meglio di voi, far questo -ed altro, potrei coprirla d'oro.... -</p> - -<p> -— Del nostro! -</p> - -<p> -— Del vostro, o di mezza Roma, potrei farla -risplendere più di Cibele, o di Venere vincitrice, -se la cosa mi piacesse. Ma non mi piace, ecco -tutto. — -</p> - -<p> -Il nostro banchiere incominciava a pentirsi d'essere -andato a ficcarsi in quel vespaio. Postumio e -Ventidio gli davano più noia degli altri; erano i -più accaniti contro di lui. Se non avessero pagato -in quegli stessi giorni i loro debiti, con che gusto -si sarebbe vendicato! Ma tutti i giorni vengono, -chi sappia aspettarli, pensò il nostro Cepione, ed -una ne paga cento. -</p> - -<p> -Que' zerbinotti, poi, non sapevano spiccarsi da -Clodia Metella; non sapevano spiccarsene con gli -occhi, nè coi discorsi. Clodia Metella, argomento -di tutte le invidie, lo diventava altresì di tutti i -desiderii. -</p> - -<p> -È questa l'arcana virtù (mi perdoni la virtù, se -adopero in questa guisa il suo nome) di certe -donne perdute. Le illustri scostumatezze tirano a -sè tutti gli animi deboli. Si sa di andare a rovina; -tanto meglio. Così va la farfalla al lume, pazzamente, -sentendo bruciarsi il sommo dell'ali. Quella -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -donna, poi, non era neanche una greca, una etèra, -una di quelle arpie calate in Roma per mandare -in rovina i severi Quiriti; era una matrona, una -patrizia romana, e, volere o no, figlia e moglie di -uomini consolari. -</p> - -<p> -Vedete, ad esempio; poco lunge da Clodia Metella, -sull'orlo del quinto cuneo, sedeva un'altra -donna, bella come lei e di parecchi anni più giovane. -Anch'essa era piaciuta a molti. Ma non era -che una greca; tra pochi dì sarebbe stata la moglie -di un povero poeta; l'etèra appariscente vestiva -con semplicità, come si conveniva alla vigilia -del nuovo e modesto suo stato; perciò scompariva, -si confondeva nella moltitudine delle Lucrezie -di Roma. -</p> - -<p> -E lo sentiva anche lei, non dubitate; e a risico -di rimpicciolire ai vostri occhi l'immagine di Cinzio -Numeriano, vi dirò che quell'onesta ma umile -condizione a cui la chiamava il poeta, non le pareva -un gran che. Ancora un mese o due, e le -sarebbe parso un errore. Essere in vista, corteggiata, -desiderata, e magari come una saltatrice, -un'<i>ambubaia</i> di Siria, quello era il buono. E invece, -guardate che disdetta, la povera Delia si sacrificava -a Cinzio Numeriano, un giovine di belle -speranze, ma di poche sostanze; e queste, poi, frutto -d'una liberalità di Tizio Caio Sempronio. Quello -era un uomo! -</p> - -<p> -— Eccolo là, — pensava la bionda Delia, guardandolo -lungamente, attraverso le ciglia semichiuse, -e facendo le viste di badare a tutt'altro; — eccolo -là, giovane, ricco e felice. È bello di una -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -lieta ed altera bellezza, non mesta, non umile, non -timorosa, come quella di Cinzio. L'uomo ha da -essere ardito. Vedetelo, con quella fronte alta e -quel suo sguardo sfavillante. Pare che sfidi tutta -Roma ad essere più felice di lui. E quella Clodia, -come si tiene! È poi bella come dicono? Certo, -quest'oggi non è male. Ma qual donna mediocre -non apparirebbe bellissima, con quelle perle intrecciate -nei capegli, scambio di una semplice vitta, -e con quella stola di nera porpora, intessuta d'oro, -che dà tanto spicco alle carni? È lei la regina del -teatro, non c'è che dire, e i giuochi Megalesi sono -banditi per lei. Noi altre, povere donnicciuole, ci -sfiguriamo tutte, non siamo più nulla al confronto; -nemmeno la nobile Giunia Sillana, che è -senza dubbio la più bella di tutte le patrizie romane. — -</p> - -<p> -Giunia Sillana si sarebbe grandemente meravigliata, -se avesse udita la chiusa del soliloquio di -Delia. Figuratevi! Una donna che loda la bellezza -di un'altra! Tuttavia, se ella avesse avuto lì per -lì uno specchio e ci si fosse veduta per entro, non -sarebbe stata molto a capire il perchè d'una lode -così spontanea. Quel giorno, la povera Giunia Sillana -era verde come un ramarro. -</p> - -<p> -Lettori, per dirvi tutte queste cose, io commetto -una piccola indiscrezione; sto origliando, direbbe -un seicentista, alla toppa d'un cuore. Il volto di -Delia non lasciava trapelar nulla di questi brutti -pensieri; non si vedeva in lei che una bella donnina, -sebbene un po' più fredda e severa del solito. -Per altro, bisogna ricordare che una bella -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -donnina, quando è scontrosa, imbruttisce parecchio, -o, se vi torna meglio, apparisce meno bella -di prima. E questo accadeva a Delia, quantunque -Numeriano, innamorato com'era, non potesse avvedersene. -</p> - -<p> -Un consiglio alle donne. Non facciano mai il -viso arcigno, salvo il caso che vogliano parer simulacri -di marmo e rimanere sul piedistallo. C'è -anche il suo gusto a far ciò, lo capisco; ma io -parlo per quelle che vogliono, se non piacere a -più d'uno, almeno parer belle a tutti. Ho spesso -per le mani Ovidio, che mi racconta i mille artifizi -delle dame romane, e, come vedete, incomincio -a rubargli il mestiere. Badino, per altro, le mie -belle lettrici, io non pretendo d'insegnare a nessuna -e non domanderò come lui che esse scrivano -sulle loro tavolette: «egli è stato il nostro -professore» (<i>Inscribant tabulis: Naso magister erat</i>), -ben sapendo che il mio diavolo nasceva appena, -quando il loro andava già ritto alla panca. -</p> - -<p> -Torniamo a Delia. È una donna incontentabile, -e farebbe una carità fiorita a non accettare la mano -di Cinzio e a ripigliar la sua parte di donna libera. -Pure, se noi ci facessimo a consigliarla in -tal guisa, metto pegno che ci manderebbe a quel -paese. C'è sempre nel cuore di certe leggiadre -donnine un pochino di mal talento, e come un desiderio -di far dispetto. — Ah, vuole sposarmi, il -poveraccio? Orbene, sì, lo faccia a sua posta; vedrà -che bel giuoco! — Qualche volta non lo dicono -nemmeno tra sè; ma ci hanno il genietto -maligno, accoccolato dietro una piegolina del cuore, -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -che pensa lui le vendette; e le farà, non dubitate, -le farà senza tanti discorsi. -</p> - -<p> -A consolare le bizze di Delia era andato Postumio -Floro, dopo il quart'atto della commedia. Vi -ho già detto che la <i>sperata</i> di Numeriano sedeva -sull'estremità d'un cuneo; donde vi sarà facile -intendere, se avete ancora davanti agli occhi la -pianta del teatro romano, che Postumio Floro, -ascendendo la scaletta rasente al cuneo poteva avvicinarsi -ai due fidanzati senza recare troppo disturbo -alla gente. -</p> - -<p> -— Avete visto? — diss'egli, ammiccando. -</p> - -<p> -— Che cosa? — domandò Numeriano. -</p> - -<p> -— I nuovi amori del nostro amico Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Sì, male collocati; — sentenziò la bizzosa -donnina. -</p> - -<p> -— Eh, non mi pare. Clodia è così bella! -</p> - -<p> -— Lo credi? -</p> - -<p> -— Mah, lo dicono tutti; e quando tutti dicono.... -</p> - -<p> -— Non è più il caso di ripetere; — interruppe -Delia, nascondendo in un motto arguto la sua scontentezza. — Vuoi -tu essere, o Postumio, il pappagallo -di Clodia Metella? -</p> - -<p> -— No, per gli Dei; al peggio dei peggi, mi sarei -contentato d'essere il suo passero. -</p> - -<p> -— Vent'anni fa? -</p> - -<p> -— Mettiamo dieci, via! Ella non è così vecchia. -</p> - -<p> -— Lo sembra. Ed io non so capire come mai, -per quella Cibele inorpellata, il tuo amico Caio -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -Sempronio abbia potuto dimenticare la giovine e -fresca Glicera. -</p> - -<p> -— Ho capito io; — pensò il giovinotto. — Queste -donne son tutte beccate ad un modo. — -</p> - -<p> -Postumio vedeva giusto. Dalla fidanzata di Cinzio -Numeriano a quella superba di Giunia Sillana, -tutte le spettatrici l'avevano a morte con Clodia -Metella; non potevano patire quello sfoggio d'ori -e di perle; sopra tutto non sapevano rassegnarsi -alla nuova conquista che ella avea fatta, del più -leggiadro e del più magnifico tra i cavalieri di -Roma. -</p> - -<p> -La conseguenza di tante bizze fu questa, che -molte matrone, le quali da un pezzo salutavano -mal volentieri Clodia Metella, o fingevano di non -vederla quando la incontravano per via, si affrettarono -a star su, appena finito lo spettacolo, e -quali studiarono il passo, quali lo ritardarono, per -modo da esser vicine a lei nell'uscita. -</p> - -<p> -— Salve, divina! — incominciò una di loro, -Marzia Amerina. -</p> - -<p> -— Mia bellissima, tu sei proprio un amore; — aggiunse -Valeria Lutazia. -</p> - -<p> -— Dove hai presa quella stoffa? È oro filato; — esclamò -Anna Domizia, precorrendo san Tommaso, -quello che voleva vedere e toccare. -</p> - -<p> -— In verità, — disse Giunia Sillana, le cui parole -erano armi a due tagli, — essa ti rende più -bella. — -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio, come potete figurarvi, -camminava impettito a guisa di trionfatore. -</p> - -<p> -— Mia dolcissima, — ripigliò Valeria Lutazia, — dove -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -fai conto di passare l'estate, quest'anno? -</p> - -<p> -— A Baia; — disse Clodia Metella. -</p> - -<p> -— Hai ancora la tua villa sul lago Lucrino? — domandò -malignamente Giunia Sillana, alludendo -ad una lunga stazione fatta laggiù da Clodia Metella -con Celio Rufo. -</p> - -<p> -— No, ne compero un'altra; — rispose Clodia, -senza scomporsi; — e ci andrò per le calende di -maggio. -</p> - -<p> -— Come? ci abbandoni pei giuochi Florali? — disse -Valeria. -</p> - -<p> -— E per la festa della dea Bona? — aggiunse -Giunia Sillana. — Sarà una grave mancanza. — -</p> - -<p> -La dea Bona, se nol sapete, era la dea matronale -per eccellenza, e si citava questo bel fatto -di lei, che, fino a tanto era vissuta tra i mortali, -nessun uomo, tranne il marito suo, l'avesse -veduta, o avesse pure inteso profferire il suo nome. -</p> - -<p> -Clodia Metella fece le viste di non avere udito. -Era l'unico spediente per non avere a raccogliere -il frizzo di Giunia Sillana. -</p> - -<p> -Sotto i portici del teatro, mentre Caio Sempronio -si era fatto avanti per chiamare la lettiga, le -si accostò Servilio Cepione, caldo ancora di tutte -le acerbe punture inflitte alla sua vanità dai giovani -patrizi romani. -</p> - -<p> -— Clodia Metella, — le bisbigliò all'orecchio, — io -cenerò con te, questa sera. — -</p> - -<p> -E dava intanto una sbirciata compassionevole ai -suoi derisori, che stavano là, secondo l'uso, adocchiando -le dame. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -</p> - -<p> -— Non mi seccare; — rispose Clodia, alzando -le spalle. -</p> - -<p> -Se aveste veduto il muso di Servilio Cepione, -in quel punto! I suoi amici e debitori, che non lo -perdevano d'occhio, ne ridono ancora oggi, nel -regno delle ombre. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span></p> - -<h2 id="cap14">CAPITOLO XIV. -<span class="smaller">Le nozze di Numeriano.</span></h2> -</div> - -<p> -La mattina del sesto giorno sopra gli Idi d'aprile.... -</p> - -<p> -Ma qui, prima di andar oltre, bisognerà spiegarci -un tratto. Il calendario romano è così disforme dal -nostro, con le sue calende, le sue none, i suoi idi, -e l'uso di contare i giorni alla rovescia! Gli Idi -d'aprile cadevano al 13; dunque, tornando indietro -sei giorni, abbiamo il <i>sexto Idus</i>, corrispondente -agli 8 d'aprile. -</p> - -<p> -È un bel giorno per Cinzio Numeriano, e un -giorno di grandi faccende per Tizio Caio Sempronio, -che ha dovuto perfino rinunziare alla sua visita -mattutina in casa di Clodia Metella. Per altro, -come vedrete, ha pensato a lei, e fa conto di vederla -dopo il tramonto del sole. -</p> - -<p> -Quella mattina, adunque, Tizio Caio Sempronio -si alzò da letto più presto del solito, e, preso il -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -bagno consueto, stette allo specchio un'ora di più -che non facesse negli altri giorni; indi, tutto azzimato, -spirante ambrosia alla guisa d'un Nume, -si dispose ad uscire di casa. -</p> - -<p> -Il vecchio Lisimaco lo attendeva nell'atrio. -</p> - -<p> -— Mio signore! — disse l'arcario, inchinandosi. -</p> - -<p> -— Orbene, Lisimaco, che c'è? -</p> - -<p> -— Chiederei di trattenerti per breve ora, se non -ti spiace. Ho certi conti da farti vedere.... -</p> - -<p> -— A proposito, — interruppe Caio Sempronio, — hai -mandati i fiori a Clodia Metella? -</p> - -<p> -— Sì, mio signore. -</p> - -<p> -— Col silfio cirenaico? -</p> - -<p> -— Col silfio cirenaico; — rispose Lisimaco, traendo -un sospiro. -</p> - -<p> -E aggiunse tra sè, commentando quel sospiro -malinconico: -</p> - -<p> -— Mille denari, per una pianticella che non è -la metà del mio braccio! — -</p> - -<p> -Il silfio era una pianta preziosissima e celebre -tra gli antichi per le miracolose proprietà che le -erano attribuite. Risanava ogni male, purificava -l'aria e l'acqua, e, come se ciò non bastasse, addormentava -le pecore e faceva starnutare le capre. -Tolgo questi particolari da Teofrasto e da Plinio, -che ci indicano il silfio come una pianta fornita -d'una radice carnosa, d'un gambo simile a quello -del finocchio, e d'una foglia a un dipresso come -quella del selino. A Cirene lo si aveva per sacro, -essendo apparso di botto, come diceva la leggenda, -dopo una pioggia di bitume, sette anni dopo -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -la fondazione della città, nell'anno 420 di Roma. -I compagni d'Alessandro il Macedone trovarono -questa pianta copiosamente sparsa sulle montagne -di Candahar. Aristofane fa dire ad un sicofante -che egli non muterebbe vita, neppur se gli regalassero -del silfio, consacrato a Batto, il fondatore -di Cirene. Giulio Cesare vendette per mille cinquecento -marchi d'argento la provvista di silfio -che si custodiva nel pubblico erario di Roma. Nerone -un giorno ne ricevette una pianta in dono, -e a palazzo se ne fecero molti discorsi, come di -un presente straordinario. Infine, il silfio è rappresentato -sul rovescio delle monete di Cirene, -che non è celebre solamente per questo, ma anche -per aver dati i natali al poeta Callimaco e al -filosofo Carneade, quello che va debitore della -sua fama, in uguale misura, ai grandi elogi di -Cicerone e alla poco salda memoria di Don Abbondio. -</p> - -<p> -— Bene! — esclamò Caio Sempronio. — Dunque, -sta sano, mio vecchio Lisimaco. -</p> - -<p> -— Ma... vorrei dirti... -</p> - -<p> -— Sì, sì, capisco che vorrai dirmi qualche cosa; -ma non ho tempo, sai? Oggi si tratta di lavorare -per la felicità degli altri, e non è tempo da pensare -alla propria. — -</p> - -<p> -Ciò detto, diè una voltata sulle calcagna e si -avviò verso il pròtiro, lasciando il suo vecchio arcario -a crollar mestamente il capo, com'era suo -costume da parecchi giorni. -</p> - -<p> -Lisimaco non aveva anche finito di ciondolare, -che il cavaliere tornò indietro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -</p> - -<p> -— Vedi che bestia! Dimenticavo l'essenziale. -Sono andati i servi agli Orti Ventidiani? -</p> - -<p> -— Sì, mio signore. -</p> - -<p> -— Col monile di perle? -</p> - -<p> -— Col monile di perle; — ripetè l'arcario. -</p> - -<p> -E aggiunse mormorando: -</p> - -<p> -— Trentamila sesterzi! E non è ancora contento! -</p> - -<p> -— Che cosa borbotti? — domandò il cavaliere, -sorridendo. -</p> - -<p> -— Che l'hai pagato trentamila sesterzi, e ti pare -d'aver fatto un dono di poco. -</p> - -<p> -— Ma sì, pur troppo! — esclamò Tizio Caio. — Le -son perline da nulla, e mi duole non -averne trovato di più vistose. Non sai tu, vecchio -Lisimaco, che ce ne sono di grosse come -le noci e più ancora? Si racconta che in Egitto, -nella reggia dei Tolomei, ce ne siano due molto -più grosse degli occhi che mi stai ora facendo. -</p> - -<p> -— Sono in Egitto; che fortuna! — gridò l'arcario, -che proprio non se la poteva rattenere fra -i denti. -</p> - -<p> -— Chiamala una disgrazia; — rispose il cavaliere. — Noi, -per averle, dovremmo far guerra all'Egitto. -E chi sa, che un giorno o l'altro non me -ne salti il ticchio? -</p> - -<p> -— La guerra è una bella cosa; — notò il vecchio -servitore; — essa riempie i forzieri, non li -vuota. -</p> - -<p> -— Ed io, vedi, ho risoluto; andrò nella milizia. — -</p> - -<p> -Lisimaco ebbe un barlume di speranza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -</p> - -<p> -— Quando, mio signore? — domandò egli sollecito. -</p> - -<p> -— Appena avrò speso l'ultimo quattrino; — rispose -Caio Sempronio. -</p> - -<p> -La fronte del vecchio si rannuvolò di bel nuovo. -Intanto il nostro cavaliere si avviò da capo all'uscio -di casa, e questa volta per non tornare più -indietro. -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio andava a piedi, perchè -i Romani di quel tempo non si erano ancora -tanto infemminiti da adoperar la lettiga. Ma i suoi -servi lo avevano preceduto agli orti Ventidiani, -ed uno di loro portava, tra gli altri arnesi, un -paio di mullei, calzari elegantissimi, dello stesso -colore della tunica, affinchè il padrone potesse -comparire in casa di Cinzio Numeriano senza traccia -di polvere. -</p> - -<p> -Quel giorno il nostro cavaliere faceva l'ufficio -di auspice; un quissimile di ciò che è presso i -moderni francesi il <i>garçon de la noce</i>. Era lui che -qualche giorno prima aveva assistito al contratto -degli sponsali e che quella stessa mattina aveva -osservati gli augurii; senza ridere, vi prego di -crederlo. Inoltre, da buon romano, aveva posto -mente a non stabilire le nozze in giorno nefasto, -come sarebbero state le Calende, le None e gli Idi, -le feste Parentali, le Salie, ed altre che per brevità -si ommettono. -</p> - -<p> -Tre giorni si spendevano dai Romani nella celebrazione -delle nozze. Nel primo, lo sposo visitava -la sposa in casa del padre di lei; nel secondo -la sposa andava a dormire in casa del suocero, -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -per uscirne sull'alba del terzo, che era propriamente -il giorno nuziale, e quello in cui si celebrava -il matrimonio nei modi già detti altrove, della -mutua compera, e della confarreazione, e con tutte -le cerimonie che or ora vedremo, se non vi dà noia -lo assisterci. -</p> - -<p> -Le prime cerimonie erano state compiute, e non -al tutto secondo gli usi romani. Rammentate che -Delia era greca e che viveva in Roma da sola, -fuori d'ogni potestà di parenti. Perciò il nostro -Numeriano non aveva potuto andare dal padre -di lei per fargli la domanda rituale: «volete voi -darmi la vostra figliuola in moglie?» Neanche -era stato il caso di fare per due giorni, tra le -due case degli sposi, quei viavai che ho accennato -pur dianzi. Erano andati dal pontefice massimo, -e là, alla presenza del gran sacerdote, e di -dieci testimoni, il Flamine Diale, o sacerdote di -Giove, aveva sacrificata una pecora e divisa tra -gli sposi la tradizionale focaccia di fior di farina. -Quindi la bella etèra di Corinto se ne era -tornata alla sua casa, donde il giorno seguente gli -amici dello sposo dovevano andarla a levare per -forza. -</p> - -<p> -Era anche questa una cerimonia inutile, perchè -non si trattava più d'una fanciulla, che si -dovesse strappare dal seno della famiglia. Ma questa -era la forma più antica e più solenne di matrimonio, -a ricordo del modo in cui Romolo e i -suoi celibi compagni si erano impadroniti delle -belle Sabine; e Delia, poichè aveva a maritarsi, -voleva fare le cose con ogni maggior pompa, a -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -conforto della sua vanità femminile. Ora, argomentate -se l'innamorato Numeriano non volesse -contentarla anche in questo. -</p> - -<p> -Il giovane poeta era fuori di sè dalla gioia. -Quando il suo auspice giunse agli orti Ventidiani -(li chiameremo ancora con questo nome, per intenderci -alla bella prima), Numeriano, tutto vestito -di bianco e coi capegli tagliati di fresco secondo -il rito, stava disponendo ogni cosa pel sacrificio -augurale di quel giorno. Un popa, specie -di sacerdote beccaio, era già in attesa, coi suoi -<i>cultrarii</i>, o sgozzatori assistenti; la vittima grugniva -ai piedi dell'altare, davanti all'uscio di -casa. -</p> - -<p> -Lettori, io non ci metto di mio nè sal nè pepe. -Si sacrificava il dì delle nozze una scrofa, simbolo -di fecondità coniugale presso i Romani. Virgilio -stesso ha creduto necessario di citare nel suo -poema la scrofa meravigliosa, trovata da Enea -sotto un leccio, presso la riva del Tevere, con -trenta porcellini intorno; <i>triginta capitum foetus -enixa</i>. -</p> - -<p> -Compiuto il sacrificio nelle debite forme, di cui -vi fo grazia, venne il giro di una breve refezione -d'amici. Era l'ultimo addio dato da Cinzio Numeriano -al suo celibato, e l'avverbio <i>feliciter</i> suonò -da tutte le labbra, mentre si andavano vuotando -le tazze. -</p> - -<p> -La giornata era bella e il pranzo s'era fatto fuori -della casa, in giardino, per non guastare i preparativi -del triclinio, destinato alla cena nuziale. -Era un bel giardino, anzi un bosco senz'altro, -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -quello che Ventidio aveva venduto a Caio Sempronio -e questi liberalmente donato al suo giovane -amico. Elci, roveri e pini vi erano cresciuti -fitti abbastanza per far riparo dai raggi del sole, -ed altri arbusti più umili, come il biancospino, -la betulla e il corbezzolo, consolavano gli occhi con -le varie temperanze del verde ond'erano rivestiti. -</p> - -<p> -Quello era davvero il luogo per un poeta. Fauni, -Naiadi, Driadi ed Amadriadi, ci dovevano esser -tutti, quei cari numi, di cui la religione pagana -aveva popolate le selve del Lazio. Quei sassi -coperti di muschio, quelle acque zampillanti, quegli -ombrosi recessi, dovevano aver voci arcane e -piene di attrattive per un seguace d'Apollo. E il -nostro Numeriano prendeva moglie! Abitatrici del -sacro monte, Pierie, Castalie, e comunque vi -piaccia esser nomate, dove eravate voi in quel -punto? -</p> - -<p> -Intanto che i nostri celibi finiscono di pranzare -(e più non occorre di dire che cosa fosse il -pranzo dei Romani) andiamo poco lunge, caliamo -dall'Esquilino verso ponente e ascendiamo il Celio, -dov'è la regione più popolosa della eterna -città. Lassù, presso il tempio di Tullo Ostilio, in -una casetta modesta di fuori, ma arredata internamente -con greca eleganza, troveremo la sposa, -in mezzo ad un cerchio di amiche, intente ad ornarla -per l'ultima cerimonia, e ad invidiarla per -la sorte che le tocca, di doventare una matrona -romana. -</p> - -<p> -Delia era semplicemente vestita, come l'uso portava. -Non ori, non perle, non porpora, ma solamente -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -la stola di lana bianca, tessuta in casa, per -seguitare l'esempio di Caia Cecilia. E qui bisognerà -fare un po' di parentesi per raccontare chi fosse -costei. Caia Cecilia, o, per dire il suo nome arcaico, -Tanaquilla, era la moglie di Tarquinio Prisco, -famosa per cento domestiche virtù, tra cui prima -di filare e tessere la lana. <i>Lanam fecit</i>, diventò, -dopo questa donna esemplare, il più bel vanto -d'una matrona romana; portare il dì delle nozze -una stola come la sua, fu obbligo a tutte le sue -pronipoti. Come se ciò non bastasse, fu costume -universale di assumere per quel giorno il nome -di lei. Tutte le spose, nella cerimonia nuziale, si -ornavano del nome di Caia. -</p> - -<p> -La stola nuziale di Delia era stretta al fianco -da una zona, o cingolo, di lana di pecora. Anche -qui c'era la sua ragione, trovata dai teologi del -tempo. Festo Pompeio vi dirà che, nella medesima -guisa in cui la lana della pecora, ravvolta in gomitolo, -appare tra sè congiunta, così il marito è -congiunto e legato alla moglie. Troppa sottigliezza, -signor Festo Pompeio! Il vero si è che la sposa, -per somigliare a Caia Cecilia, doveva essere tutta -vestita di roba fatta in casa; epperciò la zona non -poteva non essere di lana, come lo era la stola. -Il cappio di questa zona dicevasi il nodo d'Ercole -(<i>Herculaneus nodus</i>) e lo scioglieva alla sera il -marito, a titolo di buon augurio, per essere felice -di molta prole, come lo era stato Ercole, famoso -per molte fatiche e più ancora per avere avuto -una settantina di figli, che Dio ne scampi ogni fedel -cristiano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -</p> - -<p> -Delia era vestita oramai di tutto punto, e i capegli -biondi aveva attorcigliati e raffermati alla -nuca con una piccola asta di ferro. Era l'asta di -Giunone Curite, così detta dal vocabolo sabino -<i>curis</i>, che significava per l'appunto quell'arma. I -teologi di cui sopra hanno lasciato scritto che -quell'asta nei capegli augurava una prole maschia, -forte e bellicosa. Gli amici della storia pura vedono -in questa cerimonia un altro accenno alle prime -nozze romane, che furono fatte con l'armi alla mano. -</p> - -<p> -Mancava ancora la ghirlanda di fiori e di verbene, -e mancava il flammeo, velo finissimo che -col suo colore ranciato doveva nascondere il rossore, -il «color di fiamma viva» come è stato detto -così bene da Dante Alighieri, che disse bene ogni -cosa. Ma, per venire a quest'ultima parte dell'acconciamento -nuziale, occorreva che giungessero -all'uscio di strada i rapitori. -</p> - -<p> -E giunsero finalmente, guidati da Tizio Caio -Sempronio, che, nella sua qualità d'auspice, d'amico -e di protettore, doveva avere gli onori della -giornata. Delia aspettava lui per l'appunto, e, vedendo -lui, non badò a Postumio Floro, ad Elio -Vibenna, nè a Giunio Ventidio, che lo accompagnavano -in quella facile impresa. -</p> - -<p> -— È dunque vero che tu vuoi rapirmi la figlia? — disse -l'amica più vecchia di Delia, che -faceva presso di lei l'ufficio di pronuba. -</p> - -<p> -— Sì, madre, è necessario; ed avverrà con tua -buona pace, — rispose Tizio Caio, sorridendo amabilmente, — se -pure non vuoi che scorra il sangue -fino alle falde del Celio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -</p> - -<p> -— Se lo volessi pur io, non lo vorrebbe Giunone; — mormorò -la pronuba, trattenendo le risa, — E -dove la condurrai tu? -</p> - -<p> -— A Publio Cinzio Numeriano, che l'ha ottenuta -ieri col farro e col sale, che l'ama e che -la farà padrona di casa sua. Come fu portata -la più bella tra le Sabine a Talassio, così noi -porteremo la più bella tra le Corinzie a Numeriano. -</p> - -<p> -— Talassio! Talassio! — gridarono festosamente -alcuni adolescenti vestiti di bianco e inghirlandati -di fiori. -</p> - -<p> -Chi era questo Talassio? Rimontiamo al ratto -delle donne Sabine e lo vedremo. Il fatto avvenne, -come sapete, in occasione dei giuochi solenni -ordinati da Romolo, in onore del Dio Nettuno -equestre. Giunta l'ora della festa, e mentre i padri -Sabini erano intenti ai giuochi, i giovani romani, -al segno dato, corsero a rapire le fanciulle -dei loro vicini. La maggior parte furono possedute -da coloro che le rapirono; alcune delle più -belle, come destinate a taluno dei principali patrizi, -erano condotte loro a casa da certi della -plebe, che di ciò (narra Tito Livio) avevano -avuto commissione. Tra le quali essendo stata -presa una di eccellente bellezza dalla compagnia -di un certo Talassio, e domandando molti che -la incontravano a chi mai fosse condotta, i portatori, -perchè non le venisse fatta violenza, rispondevano -ch'era di Talassio e che essi la portavano -appunto a Talassio. Onde fu poi questa voce nelle -nozze gridata e celebrata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -</p> - -<p> -Talassio, dunque, Talassio! E mentre tutti così -gridavano in coro, uno dei <i>matrimi</i>, che così, ed -anche <i>patrimi</i>, erano chiamati gli adolescenti del -cortèo, andato ad un'ara che ardeva nell'atrio -davanti ad un simulacro di Giunone Cingia, la -dea degli sponsali, v'accese la face di biancospino. -Anche questa era una cerimonia d'importanza. -Il biancospino era stimato di gran virtù -per discacciare le malìe. Inoltre, quella face, prima -che il cortèo entrasse nella casa del marito, era -contesa e rapita dagli amici di lui, affinchè non -avesse da estinguersi in casa, o non si conservasse, -per abbruciarla poi nei funerali d'uno dei -coniugi. Ambedue questi casi, come ben vede il -lettore, potevano riuscire di pessimo augurio. -</p> - -<p> -Postasi in fronte la corona e velata la testa -col flammeo, la bellissima etèra uscì dalla sua -casa sul Celio. La seguivano le amiche più fidate -e gli amici di Numeriano. Andavano innanzi -i giovinetti, uno dei quali, come ho già detto, con -la face di biancospino, un altro con la conocchia, -col pennecchio di lana e col fuso, a simbolo di -ciò che la donna romana doveva fare in casa -del marito; un altro ancora col cùmero, o vaso -nuziale, in cui si recavano tutti gli utensili della -sposa. Tutto intorno e dietro al cortèo, gran numero -di curiosi, la più parte ragazzi della plebe, -che aspettavano una gettata di noci dalla liberalità -del marito, quando fossero giunti alla casa di -lui. <i>Talassio!</i> gridavano tutti. <i>Talassio!</i> ripetevano -i viandanti, che s'imbattevano nel cortèo e si tiravano -da un lato per lasciarlo passare. E non -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -mancavano le lodi alla bellezza singolare della -sposa, che veramente le meritava, nè gli augurii -di felicità, tutta roba che costa poco, val poco, e -lascia il tempo che trova. -</p> - -<p> -Così, sceso dal Celio e traversata la via Nevia, -il cortèo nuziale salì all'Esquilino, per andare -agli orti Ventidiani. La casa di Numeriano, davanti -a cui già s'era adunata gran gente, aveva l'uscio -spalancato e le mura tutte ornate a festoni di -rose, di lauro e di mirto, intrecciati fra loro. Altri -festoni di fiori adombravano il tabernacolo -del vicino crocicchio, dov'erano esposte alla venerazione -dei viandanti le immagini dei Lari compitali. -</p> - -<p> -L'usanza delle nicchie e degli altarini sugli -angoli delle vie, come vedete, è antica. Scambio -delle anime purganti, di Sant'Antonio, o di -San Rocco, c'erano i Lari compitali, custodi del passeggiero, -oppure i due serpenti affrontati, con -un'ara nel mezzo, che rappresentavano il <i>genius -loci</i>, e, mercè la riverenza dovuta alla divinità -tutelare, distoglievano i viandanti dal meritarsi -una multa, per contravvenzione ai regolamenti municipali. -</p> - -<p> -Gli stipiti della porta erano tutti coperti con fasce -di lana rossa, e drappelloni della medesima -stoffa pendevano dall'architrave, non dissimilmente -dai parati con cui si rivestono nelle grandi solennità -gli archi e i pilastri delle chiese. Quanto -alla soglia, essa luccicava di un unto che le avea -dato poco dianzi lo sposo, strofinandovi sopra un -cencio impiastricciato di grasso di lupo. Plinio -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -mi dice a questo proposito che il grasso di lupo -era indicatissimo contro le malìe, come la face di -biancospino. E qui vorrei chiedere al mio amico -Degubernatis se l'usanza sia d'origine ariana o semitica. -Io tra i popoli del Sennaar ho trovato -molte di queste ubbie; ma certo il mal occhio e -simili altre diavolerie sono di tutti i popoli, come -il timore, di cui parla Lucrezio, che lo ha celebrato -artefice e padre di tutti gli Dei. -</p> - -<p> -Del resto, lettori umanissimi, tornando all'unto -di cui sopra, non temete pei leggiadri calzari e -per la stola di Delia. Essa non toccherà in nessun -modo il limitare dell'uscio. Ha in quella vece -toccata col sommo delle dita la brocca dell'acqua -e l'orlo del focolare, collocati davanti all'ingresso. -Il fuoco e l'acqua erano due elementi, presso -gli antichi, e, secondo la grammatica, maschile -il primo, femminile il secondo. Nella loro congiunzione -era adunque simboleggiato il matrimonio. -Infatti, soggiungeranno gli arguti, l'acqua spegne -il fuoco, e il matrimonio è spesso un grande spegnitoio. -Ma queste sono malignità dei moderni. -Noi diremo in vece cogli antichi che l'acqua era -la purità, il fuoco la incorruttibilità, e che ambedue -convenivano egregiamente a significare la fede. -</p> - -<p> -La brocca dell'acqua, toccata appena, fu portata -dentro dai servi, perchè con quell'acqua così consacrata -si dovevano lavare i piedi agli sposi. Così -i due coniugi erano uniti per sempre, salvo il caso -del divorzio, con le mani e co' piedi. -</p> - -<p> -Compiuta quella prima cerimonia della toccatina -ai due sacri elementi, Delia si fermò davanti -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -all'uscio. Numeriano era apparso di là dalla soglia, -pallido per la commozione, ma con gli occhi -scintillanti di desiderio. -</p> - -<p> -— Chi sei? — domandò egli, per obbedire alle -uggiose lungherie del rito. -</p> - -<p> -L'auspice si avvicinò in quel punto alla sposa e -le bisbigliò la risposta all'orecchio. -</p> - -<p> -— Dove tu sei Caio, io sarò Caia; — rispose Delia, -ripetendo le parole dell'auspice. -</p> - -<p> -Le quali parole volevano dire: ove tu sei signore -e padre di famiglia, io sarò signora e madre di -famiglia con te. -</p> - -<p> -— Ben vieni; — ripigliò Numeriano. — Sii Caia -dunque, secondo il rito dei nostri maggiori, Caia -secondo i voti del mio cuore. — -</p> - -<p> -L'invito era pieno d'ardore e di tenerezza. Ma la -signora Caia nicchiava. Ed anche questo era d'obbligo; -dovendosi intendere che la pudica fanciulla -entrasse di mala voglia in una casa, dove, anche -padrona, aveva a perdere qualche cosa del suo. Ora, -la bella etèra di Corinto doveva far tutto romanamente -quel giorno, anche a risico di veder ridere -i maligni. -</p> - -<p> -Tizio Caio Sempronio era lì pronto, per tutti i -casi difficili. -</p> - -<p> -— La soglia della casa maritale è consacrata a -Vesta, la castissima Dea; — entrò egli a dire sollecito. — Calpestarla -sarebbe un sacrilegio. Sposa -di Numeriano, consenti all'auspice di sormontare -l'ostacolo. — -</p> - -<p> -Così dicendo Caio Sempronio si chinò verso di -lei e, stendendo con pronto atto le palme, sollevò -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -di peso la bella persona. Tremò la fanciulla e mise -il grido adatto alla circostanza; ma tosto si ricompose, -secondando la destra operazione del suo rapitore, -e aiutandosi coi piedini a far ricadere in -caste pieghe i lembi della stola. Così, com'ella faceva, -io mi son sempre figurato il primo atto di Proserpina, -anche in mezzo alle angosce del suo istintivo -terrore, quando si sentì levata da terra, nelle -braccia dell'innamorato Plutone. E non è forse -vero, mie vezzose lettrici, che voi in un caso simile -vi diportereste tutte del pari? Se mi diceste -di no, sarei costretto à non credervi. La donna -porta in ogni cosa l'indole sua. Vedete la Niobe -di Scopa; anche in quel brutto momento della sua -vita, la bella donna ha l'aria di domandare a qualcheduno -se le pieghe della sua veste e i suoi atti -siano artisticamente composti, davanti agli occhi dei -critici. -</p> - -<p> -Non si tiene impunemente tra le braccia un -peso così dolce, come quello che teneva Caio Sempronio -tra le sue. Il nostro eroe pensò che la cosa -non era stata male ideata e che l'usanza meritava -di conservarsi. Ma egli amava Numeriano, era -tutto compreso della dignità dell'ufficio, e respinse -prontamente quel pensiero così poco dicevole alla -circostanza. Si affrettò, quindi, mirando a scavalcare -anche lui lo sdrucciolo limitare, e, giunto -dall'altra parte, depose la trepidante colomba davanti -a Numeriano, che la baciò divotamente sugli -orli del flammeo e la condusse a sedere sul letto -geniale, collocato nell'atrio. -</p> - -<p> -Si avanzarono allora i servi della casa, l'ostiario, -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -l'atriense, il cubiculario, il cuoco, il dispensatore e -va dicendo, ognuno dei quali s'inginocchiò davanti -alla nuova padrona e pose nelle sue mani una -chiave, significando così che a lei toccava la custodia -di tutte le cose domestiche. Tra costoro era -anche il cellario; ma egli, dopo essersi inginocchiato, -non consegnò altrimenti la sua chiave, che -era quella della cantina. -</p> - -<p> -Una chiave di quella fatta non si dava alla sposa. -E ciò per seguire, almeno nella cerimonia, gli antichi -Romani, che vietavano l'uso del vino alle -donne, perchè il vino, dicevano essi, era incentivo -a certe marachelle. Così cantava la legge di Romolo: -«<i>Si vinum biberit domi, uti adulteram puniunto.</i>» -Si ricordava a questo proposito l'esempio -di Fauna che, per aver bevuto vino contro la legge, -perdè la vita tra le battiture datele dal marito. Per -altro, ingentiliti i costumi, la donna che beveva -vino non si uccideva più; bensì era lecito al marito -di ripudiarla, tenendosi bravamente la dote. -</p> - -<p> -Ed anche questa rimase nella storia come una -severità soverchia del tempo di Catone, il quale -stabilì che le donne, entrando in casa del marito, -fossero baciate da tutti gli astanti, acciò non potessero -nascondere il grave odore del vino, caso mai -ne avessero bevuto. -</p> - -<p> -Il lettore discreto immaginerà che Publio Cinzio -Numeriano facesse in questo particolare una piccola -eccezione alle patrie leggi, e non amasse lasciar -esercitare da altri un così piacevole sindacato. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span></p> - -<h2 id="cap15">CAPITOLO XV. -<span class="smaller">Il ricevimento.</span></h2> -</div> - -<p> -Compiute le cerimonie dell'entratura, la nuova -sposa fu condotta con gran pompa nelle sue camere, -dove Cinzio Numeriano, con molta gravità, -si fece a slacciare il nodo d'Ercole, simbolico nodo -della verginità che la donna recava nella casa del -marito. -</p> - -<p> -Ciò fatto, lo sposo fu licenziato; e la pronuba -e le ancelle attesero a spogliar Delia delle vesti -nuziali, troppo dimesse, come avete veduto, perchè -ella avesse ad indossarle per tutto il rimanente -della giornata. Una stola di porpora azzurra, con -fregi d'argento, prese il luogo della stola di lana -semplice, che continuava la modesta tradizione di -Caia Cecilia. La ghirlanda di fiori e verbene fu -tolta e consacrata ad un simulacro di Giunone -Cingia, che sorgeva allato del talamo. Fu tolta del -pari la vitta di lana che tratteneva i biondi capegli -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -della sposa, e in sua vece vi fu intrecciato il -vezzo di perle che aveva donato l'auspice alla novella -matrona. -</p> - -<p> -Un grido di ammirazione salutò la bellissima -Delia al suo riapparire nell'atrio. Numeriano si -avanzò, la prese per mano e la condusse nel tablino, -dove, fattala sedere nella cattedra matronale, -ad uno ad uno le presentò tutti gli amici che aveva -convitati pel banchetto geniale, che doveva incominciare -poco stante. -</p> - -<p> -Ho già descritta una cena, e non ne descriverò -una seconda, quantunque sia una cena nuziale. -Soltanto noterò due particolarità: che a Caio Sempronio -fu dato a tavola il posto d'onore, <i>imus in -medio</i>, per modo che Delia, seduta alla sinistra di -Numeriano, si trovasse tra l'auspice e lo sposo; -che poi, ad un certo punto della cena, fu recato -agli sposi il succo di papavero, mescolato con latte -e miele. -</p> - -<p> -Era il papavero, appresso i Romani, un simbolo -di fecondità. Epperciò vediamo, in tutte le monete -e marmi antichi, le donne Auguste, incominciando -da Livia, portar le spighe e i papaveri. -</p> - -<p> -La cena non fu lunga, e, contrariamente all'uso -romano, ci si bevve poco. La solennità della circostanza -e la presenza della novella matrona consigliavano -un po' di misura. Inoltre, quella sera -bisognava levar le mense più presto del solito, -perchè alla cena doveva tener dietro un po' di ricevimento, -un <i>quid medium</i> tra l'accademia e la -festa da ballo. -</p> - -<p> -Anche qui, i moderni non hanno inventato -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -niente, neanche le lettere d'invito. I nostri padri -facevano di più; incominciavano da una illuminazione -generale, sulla facciata della casa e nel pròtiro, -con lucerne inghirlandate di fiori. Gl'invitati -deponevano la toga, la rica, il pallio e simili, nelle -mani dell'ostiario, e ricevevano in cambio la tessera -di avorio, in cui era inciso il numero corrispondente -a quello che doveva distinguere i panni -depositati nell'androne. Poi si faceva innanzi il -nomenclatore e vi domandava: «<i>quis tu?</i>» cioè a -dire: chi sei? chi debbo annunziare? Davate il -nome ed egli lo ripeteva ad alta voce nell'atrio, -perchè lo sentissero i padroni di casa e potessero -farvisi incontro con le più degne accoglienze. -</p> - -<p> -Non vi dirò nulla dei sontuosi arredi; nulla -dei torchietti accesi sui lampadarii di cristallo, i -cui prismi ne riflettevano e ne moltiplicavano la -luce; vi parlerò di tutti quei giovani patrizi azzimati -e profumati, che si erano arricciati i capegli -col calamistro e rase le gambe con la pietra -pomice; di quelle vezzose matrone, che, pur di -passare una sera in festa, non si erano mostrate -schizzinose e non avevano badato a certe minuzie. -Già, non era di quel tempo la massima proverbiale: -<i>de minimis non curat praetor</i>? E poteva credersi -che quelle mogli, sorelle, figliuole di pretori -e di consoli fossero da meno dei lori padri, fratelli -e mariti? -</p> - -<p> -Ce n'erano di belle e di brutte, di fatticciate e -di magre, come nella famosa lista di Leporello, il -faceto cameriere di Don Giovanni Tenorio. E fin -d'allora avevano l'uso di correggere con l'arte i difetti -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -della natura e di secondare con la scelta dei -colori le lusinghe della conscia bellezza. Non erano -sole le giovani a inghirlandarsi il capo di fiori, -o di foglie d'edera, alla guisa delle Baccanti; anche -le dame mature cercavano in tal modo di levarsi -di dosso una diecina di primavere.... o di autunni. -Abbondavano le matrone coperte di gemme, che -più tardi dovevano far dire ad Ovidio: «l'acconciatura -c'inganna; tutte si coprono di oro e di -pietre preziose; la minor parte di ciò che vedete -è la donna; <i>pars minima est ipsa puella sui</i>.» Già -fin d'allora le brune amavano vestirsi di bianco e -le bianche di nero. Le magre si coprivano volontieri -le spalle ed il petto con sottilissimi veli di -Coo. Senonchè, la magrezza non era neanche allora -un difetto romano, e la più parte potevano -presentarsi degnamente scollacciate. «O voi che -avete la pelle bianca, diceva il poeta, mettete gli -òmeri in mostra». E le dame di Roma antica non -avevano neppure bisogno di cosiffatte raccomandazioni; -vi prego di crederlo. -</p> - -<p> -Ho detto poc'anzi che i moderni non hanno inventato -nulla, in materia di eleganze donnesche. -Aggiungo che non hanno neanche inventati i -guanti. Parecchie delle matrone invitate agli orti -Ventidiani, ne avevano d'intieri, chiamati <i>digitales</i>, -o di mezzi, chiamati <i>manicae</i>, e corrispondenti ai -manichini del tempo nostro. Per altro, la moda -non le obbligava tutte a questo accessorio importuno; -le matrone che avevano una bella mano non -facevano alle altre il sacrifizio di portare un -guanto <i>Joséphine</i>, che coprisse le loro dita affusolate, -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -rappicciolisse più del bisogno una palma morbida -e bianca di neve, e sottraesse all'ammirazione -dei popoli un polso tornito dalle Grazie. Avessero -poi guanti, o non ne avessero, tutte portavano in -mano il fazzoletto, che all'uopo diventava un ventaglio, -e riempiva l'aria di soavi fragranze. Perchè -il fazzoletto? direte. Ed eccomi a contentare -la vostra curiosità. Perchè dalla finezza della tela -e dalla delicatezza dei fregi, si vedesse chiaro che -quel capo importantissimo dell'ornamento femminile -veniva proprio da Setabo, città della Spagna, -famosa allora per quei gentili tessuti. -</p> - -<p> -La bellissima Delia sosteneva assai nobilmente -la nuova parte che le era stata assegnata dal caso, -ricevendo con molta disinvoltura il bacio delle -dame e la stretta di mano dei cavalieri, ed accogliendo -con modesti inchini le lodi che si facevano -da ogni parte al buon gusto della sua acconciatura, -alla perfezione della divisa dei capegli, -così difficile ad ottenersi con una chioma abbondante -come la sua, al vezzo di perle che le -adornava il capo, ai ciondoli a tre goccie che le -pendevano dagli orecchi, ma sopratutto alla sua -bellezza, stragrande bellezza, insuperabile, divina -bellezza. -</p> - -<p> -Anche smaccate, le lodi piacevano fin d'allora -alle belle. Ovidio, che le conosceva <i>intus et in cute</i>, -ha detto nella sua Arte d'amore: «Lodate, lodate; -è difficile non essere creduti. Ogni donna si reputa -adorabile; la più brutta si compiace di sè; la più -casta gradisce un complimento. Vedete il pavone; -lodato, fa tosto la ruota. E dopo tutto, badate di -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -non dire ad una donna se non quello che capirete -dovergli piacere senz'altro.» -</p> - -<p> -L'essèdra era già piena stipata, quando fu annunziato -Verannio Fabullo. Quel nome fu accolto -dall'adunanza coi segni del più manifesto favore. -Verannio, il prediletto delle Grazie! Verannio, il -Musagete, Apollo tornato in terra! Ci furono delle -matrone che si sentirono venir meno, per la dolcezza -infinita, che quel nome gli aveva sparsa nel -cuore. -</p> - -<p> -L'argomento di tutte quelle tenerezze comparve -nella sala. Era un coso piccolo e tozzo, inferraiolato, -con una fascia di lana girata a più doppi -intorno al collo, e la testa coperta da una specie -di berretto frigio, i cui orecchioni gli pendevano -sulle guance ed erano legati da un soggolo sotto -il mento. Nessuno si meravigliò di quell'assetto -freddoloso, che tanto contrastava con tutte le buone -creanze. Verannio Fabullo era un recitatore di professione, -e passava in quel tempo pel primo di -Roma. L'artista temeva a ragione per la sua gola; -un colpo d'aria non poteva guastargli di botto quella -bellezza di voce, che la natura benigna gli aveva -largita e l'arte educata con tante cure gelose? -</p> - -<p> -Applaudito, accarezzato, Verannio Fabullo si profondeva -in inchini a dritta ed a manca. Le matrone -facevano a gara per liberarlo da tutti quegli -impicci che portava addosso; ed egli frattanto, cavata -una scatolina dal seno della tunica, ingoiava -pastiglie di mucillaggine. -</p> - -<p> -La conclusione di tutto questo maneggio si fu -che Verannio Fabullo, il prediletto delle Grazie, il -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -vecchio fanciullo allattato dalle Muse, recitò un -carme epitalamico, facendo andare in visibilio -l'udienza, con le inflessioni della voce, con gli atti e -contorcimenti della persona, con le languide occhiate -e con le abili pause, che domandavano i battimani. -</p> - -<p> -I versi erano di Cinzio Numeriano, che si fece -tutto di bragia, quando l'artista applaudito lo prese -per mano, degnandosi di averlo a parte dei suoi -trionfi declamatorii. -</p> - -<p> -Dopo la recitazione, entrarono i servi con grandi -vassoi di metallo in cui erano paste e rinfreschi. -Le paste chiamate <i>liba</i> e <i>crustula</i>, erano focacce e -biscotti, composti di farina, latte ed uova, non differendo -per nulla dai sapientissimi intrugli dei -moderni pasticcieri. I rinfreschi, <i>sorbta, sorbilla, -gelata</i>, vi dicono col nome loro che cosa fossero, -cioè a dire acque acconcie, con neve o ghiaccio -per entro. -</p> - -<p> -L'invenzione dei refrigeranti era ancora di là da -venire. Fu Nerone il primo che diaciasse l'acqua -e il vino, mettendo l'anfora in un secchio ripieno -di neve. Prima di lui, si metteva il ghiaccio, o la -neve, a dirittura, nelle bevande. Lettori, quando -berrete dello <i>Champagne frappé</i>, ringraziate Nerone, -buon'anima sua. Queste delicatezze sono state trovate -da lui. -</p> - -<p> -Le acque acconce e le gramolate erano per le -dame, già si capisce; gli uomini preferivano il -vino, che nelle feste soleva offrirsi indolcito col -miele. «Attico miele mescolate col vecchio Falerno -(ha detto il poeta); ecco un vino degno di essere -mesciuto da Ganimede, nel convito degli Dei.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -</p> - -<p> -Dopo la recitazione, i canti e i suoni. Chi aveva -una bella voce cantava qualche canzoncina, accompagnandosi -sulla citara, istrumento conforme -alla moderna chitarra, o sul nablio, arpa di forma -quadrangolare, di cui si pizzicavano le corde con -le dita, senza bisogno del plettro. Anche qui abbiamo -il maestro Ovidio, che ne raccomanda lo -studio a tutte le fanciulle desiderose di farsi ammirare. -Il nablio era uno strumento fenicio, e senza -dubbio il medesimo del <i>nevel</i> ebraico, menzionato -così spesso nei salmi. Dalla Fenicia era passato -ai Greci, e da questi ai Romani. Delia lo suonava -egregiamente, e potete credere che quella sera, -dopo essersi fatta pregare un tantino, non negasse -un saggio dell'arte sua al plauso dei convitati. -</p> - -<p> -Ed ora, eccoci al ballo. Dove ci son donne e musica, -come non muover le gambe? L'orchestra era -all'ordine, coi suoi varii strumenti, sui quali dominava -il flauto. Si fecero avanti le danzatrici più -brave, quelle che potevano ballare da sole, farsi -ammirare per la grazia delle loro movenze, accompagnandosi -col sistro egiziano, o con le nacchere -spagnuole (<i>crusmata gaditana</i>). Vennero quindi -i passi a due, petto a petto, e il braccio dell'uomo -intorno alla vita della danzatrice. <i>Velle latus digitis -et pede tange pedem.</i> Non vi par di vederci la posizione -dei nostri balli di società? E badate, non -mancavano neppure le quadriglie, o contraddanze, -che vogliam dire; il nome antico di <i>coronae saltantes</i> -vi mostra le coppie dei ballerini disposte a -cerchio, in atto di menare la ridda. -</p> - -<p> -Intorno ai ballerini e nelle camere attigue, le -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -vecchie, le brutte e le svogliate, chiacchieravano -insieme; e i discorsi loro erano, come adesso, il -<i>celeber ludus</i>, il <i>nobilis actor</i>, le <i>fori lites</i>, cioè a dire -lo spettacolo in voga, l'attore famoso, il processo -celebre. Più in là si rideva alle spese d'un medico, -a cui si era rivolta la consueta domanda: <i>quem -trucidasti hodie?</i> corrispondente alla moderna frase: -«dottore, quanti, stamane?» -</p> - -<p> -In un'altra camera c'erano le tavole da giuoco. -Si giuocava al <i>ludus latrunculorum</i>, giuoco d'ingegno, -che si faceva su d'una scacchiera, con pezzi -di legno, d'avorio, o di vetro, distinti in due squadre, -diversamente colorate, e mossi in tal guisa, -che un pezzo dell'avversario rimanesse preso tra -due dell'altro giuocatore, o cacciato in un posto -donde non si potesse più muovere. C'era anche il -<i>ludus duodecim scriptorum</i>, o delle dodici linee, somigliantissimo -alla nostra tavola reale, come l'altro -lo era al giuoco delle dame. I più arrisicati -giuocavano ai dadi, ma con tre dadi, non già con -due, come ora si costuma. Gettar tre numeri differenti -fuori del bossolo dicevasi il punto di Venere -e vinceva su tutti; gettar tre assi era il punto -del cane e perdeva da tutti. -</p> - -<p> -Il tiro cane, il tiro da cani, non ci verrebbero -per avventura di là? -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span></p> - -<h2 id="cap16">CAPITOLO XVI. -<span class="smaller">Quod erat in fatis.</span></h2> -</div> - -<p> -Mentre noi ci perdiamo in chiacchiere, Tizio -Caio Sempronio ha abbandonata l'essèdra. -</p> - -<p> -Il nostro cavaliere prendeva poca parte alla festa. -Clodia Metella gli aveva fatto giurare che non -avrebbe ballato, ed egli manteneva la data parola. -Aveva giuocato due o tre colpi ai dadi, ma s'era -annoiato, e, non sapendo che fare, e vedendo di -fuori un bel lume di luna, era andato a passeggiare -in giardino. -</p> - -<p> -A che pensava? Miei giovani, ditelo voi. Quando -la luna falcata veleggia nel firmamento, temperandone -coi miti chiarori l'azzurro, e la brezza -notturna, ricca di tutti i profumi della fiorente natura, -va susurrando tra le ombre misteriose del -bosco, dove grugano le tortore e gorgheggiano i -rosignuoli, non si può pensare che ad una cosa. -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -Luce soavemente diffusa, canti, fragranze, mistero, -tutto vi accarezza lo spirito, v'inebria i sensi e vi -consiglia ad amare. -</p> - -<p> -Il mio eroe s'era messo, dirò così, su d'una -strada di dolce pendio, che conduceva al precipizio. -E lo sapeva; ma pensava altresì che, prima -di giungere allo scrimolo, avrebbe raccolte le sue -forze per piegare da un lato e non dare ai Romani -lo spettacolo di una grande caduta. Ricordate a -questo proposito i suoi discorsi col vecchio Lisimaco. -Intanto, viveva a furia, coglieva avidamente -i baci dell'amica fortuna, come chi sa quanto ella -sia capricciosa ed instabile. Clodia, la più bella, -se non la più reputata delle patrizie romane, lo -amava d'un amore intenso, smisurato, furibondo. -E l'uomo è sempre felice d'ispirare una passione -selvaggia. S'intende, in mezzo a tutte le raffinatezze -della vita; chè altrimenti è molestia ineffabile. -L'antitesi governa il mondo; niente di bello senza -un po' di contrasto. Luce ed ombra, non erano -forse le due cose che facevano bello in quell'ora -il bosco di Numeriano? -</p> - -<p> -Esser giovani e piacere alle belle; in una amarle -tutte, sentendo confusamente dentro di sè che si -può essere amati da tutte, sol che si voglia; e non -volerlo tuttavia; non è egli forse il colmo delle -umane voluttà? E il pensiero di Caio si volgeva -con intensità di desiderio a Clodia Metella, Venere -discesa in terra, con tutte le possenti attrattive, le -care debolezze e le adorabili cattiverie del suo -sesso, invidiata, odiata, calunniata, fors'anche colpevole, -ma bella, sovranamente bella. Che faceva -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -in quel punto? Pensava a lui, com'egli a lei? Come -doveva esser dolce quell'ora, nei giardini di Clodia! -Come dovevano splendere, a quel lume di -luna, e mormorare soavemente alla riva, le bionde -acque del Tevere sacro! -</p> - -<p> -— Andiamo; — pensò Caio tra sè; — qui non -c'è più nulla che mi trattenga, ed ella certamente -mi aspetta. — -</p> - -<p> -Si era già volto indietro per ritornare sopra i -suoi passi, allorquando gli venne udito un fruscìo -di vesti tra gli alberi. Poco stante, sbucata da un -viale lì presso, gli si parò davanti una forma -bianca e leggiera di donna. -</p> - -<p> -Caio Sempronio pensò alle Driadi, protettrici -delle selve, e credette di vederne una in quel -punto. -</p> - -<p> -La gentile apparizione si avvicinò, e la sua veste, -di bianca che pareva da lunge, si mostrò azzurra -agli occhi del giovane. Non era una ninfa, -era alcun che di più saldo e palpabile, e voi, lettori, -al colore della stola, già l'avete conosciuta. -Era Delia. -</p> - -<p> -— Oh! la vezzosissima sposa! — gridò Caio, -inchinandosi. — Come qui sola? E Numeriano? -</p> - -<p> -— È andato al balcone sul pròtiro, per gittar -noci alla ragazzaglia dell'Esquilino. E poi, — soggiunse -la bella, crollando la testa, come una passera -spensierata, — Cinzio ha tutte le cure del ricevimento -sulle braccia e non può farmi compagnia. -Fa un caldo così soffocante, là dentro! Ed io -avevo bisogno d'aria. -</p> - -<p> -— Come io. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -</p> - -<p> -— Bene, siam dunque pari. Torna indietro, bel -cavaliere, e dammi il tuo braccio. -</p> - -<p> -— Volentieri; — si affrettò egli a rispondere, -non intendendo bene per qual spedizione si mettesse -alla vela. -</p> - -<p> -Che cosa dirle, frattanto? Una galanteria, certamente, -perchè una bella donnina, che si appiccica -al vostro braccio, ha sempre diritto ad un simile -omaggio, anche quando il cuore non si sia infiammato. -Ma quella donna era in una condizione così -diversa dalle altre, che Tizio Caio Sempronio poteva -rimanere perplesso, senza passare davanti ai -vostri occhi per un collegiale. O non poteva la -sposa novella aver proprio sentito il bisogno d'un -po' d'aria e d'una passeggiata all'aperto? E che -c'era di strano, se, trovato in giardino il suo auspice, -uomo in cui naturalmente doveva riporre -maggior fede, gli domandava il suo braccio? Era -proprio il caso di atteggiarsi a corteggiatore, foss'anche -per celia, e di farla pentire della sua confidenza? -</p> - -<p> -Tutti questi dubbi, come parvero gravi a lui, -così spero che parranno ragionevoli ai lettori, e -gli meriteranno un pochino di compatimento, se -il nostro eroe lì per lì non sapeva che pesci pigliare. -</p> - -<p> -— E così, — diss'egli finalmente, per rompere, -il ghiaccio, — sei felice, ora? -</p> - -<p> -— Ora, sì; — rispose Delia, con una strana intonazione -di voce; -</p> - -<p> -Caio Sempronio ci perdette la tramontana. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -</p> - -<p> -— Perchè ora? — ripigliò, tirato su quello sdrucciolo -come la biscia all'incanto. -</p> - -<p> -— Ma.... non l'hai chiesto tu stesso? — ribattè -la giovine Greca. — Mi domandavi se ero felice -ora; ed io t'ho risposto: ora, sì. -</p> - -<p> -— Sta bene, — osservò Caio Sempronio, impappinandosi -sempre più, — ma io intendevo un «ora» -di più largo significato, come a dire tutto questo -primo periodo di felicità coniugale. -</p> - -<p> -— Ah, ah, con te ci voglion le glosse! — esclamò -Delia, ridendo. — Orbene, ti parlerò anch'io -per grammatica. Nel maggiore può esser compreso -il minore; ne convieni? -</p> - -<p> -— Certamente. -</p> - -<p> -— Ed è così, che il mio significato, assai più -ristretto, io lo fo stare nel tuo. — -</p> - -<p> -Il cavaliere non credette opportuno di replicare -più altro; ma involontariamente strinse col suo -il braccio di Delia. Era il meno che egli potesse -fare, non è egli vero? La galanteria non l'aveva -detta lui; se l'era in quella vece sentita dire. Il -ringraziamento era dunque necessario; e tanto -meglio se era muto, perchè non occorrevano -glosse pericolose, se la galanteria di Delia esprimeva -un sentimento profondo, nè attenuazioni -prudenti, se quella risposta di lei era semplicemente -uno scherzo. -</p> - -<p> -Andarono per buon tratto di strada silenziosi; -egli duro, stecchito, quasi a dissimulare nella saldezza -delle membra la perplessità dello spirito, lei -tutta sfiaccolata, reggendosi al braccio di lui e con -la bionda testa appoggiata al suo òmero. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -</p> - -<p> -La luna falcata veleggiava nei sereni del cielo, -su cui si disegnavano spiccati i bruni profili dei -cipressi e dei pini. Le fragranze della selva e gli -effluvii sottili che si svolgono da una bella donna -mollemente sospesa al nostro braccio, i gorgheggi -dei rosignuoli, le ombre discrete che spaziavano -sotto i diffusi rami degli elci e dei roveri, tutto -parlava un arcano linguaggio allo spirito del nostro -giovine eroe. -</p> - -<p> -In fondo al bosco, sotto ad un arco di lieta verzura, -biancheggiava un simulacro di marmo. Era -una statua di Venere, che pareva uscisse allora -dal bagno. Infatti la dea sorgeva col piede a fior -d'acqua, dal mezzo di una vasca, donde uscivano -intorno a lei cespi di odorose giunchiglie -e su cui si cullavano le foglie spante delle tarde -ninfèe. -</p> - -<p> -— Madre, — le disse Delia, con accento sommesso, -appoggiandosi sempre più languidamente -al fianco del suo compagno, — inspira un po' -d'amore per me nel cuore di Caio! -</p> - -<p> -— Che dici tu? — esclamò il cavaliere, dando -un sobbalzo a quella confessione inattesa. -</p> - -<p> -Zitto! — rispose Delia, stringendosi a lui e -ponendogli la mano sulla bocca. — Ho fatto un -voto. Non turbare l'invocazione e lasciami attendere -la risposta della dea. — -</p> - -<p> -Lettori cortesi, che cosa avreste fatto voi altri, -nei panni di Caio Sempronio? Cioè, intendiamoci, -non ve lo domando, o, per dire più veramente, -non aspetto la vostra risposta. Vi dico in quella -vece, e subito, che Caio Sempronio fece su per giù -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -quello che avreste fatto voi in una occasione consimile. -Stette zitto come Delia voleva; arrossì e si -pentì di avere arrossito; da ultimo, poichè a lui -toccava di abbracciare un partito, abbracciò.... abbracciò -quello che piaceva alla dea. Ora, che poteva -mai volere la dea, se non che egli si dimostrasse -un buon cavaliere e prendesse la cosa pel -suo verso? -</p> - -<p> -Rise adunque e pensò che la sorte era una -gran capricciosa. Povera gita disegnata alla riva -del Tevere! Intanto, al soffio della brezza stormivano -le fronde, sorridevano i Fauni e bisbigliavano -le più matte cose alle Amadriadi, -eterne prigioniere nei tronchi ramosi degli alberi. -</p> - -<p> -Tutto ad un tratto, si udì dal sentiero vicino un -rumore di passi. Delia prese la mano di Caio Sempronio -e scivolò guardinga dietro una macchia di -mortelle. -</p> - -<p> -— Dove sarà andata a rimpiattarsi? — diceva -una voce, che egli riconobbe per quella di Postumio -Floro. -</p> - -<p> -— Il bello si è, — soggiungeva un'altra voce, — che -manca pure il nostro bel cavaliere, l'auspice -delle nozze. Che sia andato anche lui a prender -gli auspicii? -</p> - -<p> -Caio riconobbe la voce di Giunio Ventidio. -</p> - -<p> -— Giriamo da questa parte; bisbigliò il giovane -a Delia; — ci vedranno nel gran viale, al -loro ritorno. -</p> - -<p> -— No, lasciamoli andare; mentre essi ci vanno -cercando, noi giungeremo a casa. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -</p> - -<p> -Così dicendo, Delia studiava il passo, seguendo -il tragetto che doveva avvicinarla alla meta. -</p> - -<p> -Le voci degli indiscreti cercatori si andavano -perdendo dall'altra parte del bosco. Non visti, nè -uditi, Caio Sempronio e Delia pervennero alla radura -che separava il giardino dalla casa. -</p> - -<p> -— Resta; — diss'ella; — tu verrai dopo. — -</p> - -<p> -E veduto che in quello spazio aperto non c'era -nessuno, uscì risoluta dalla macchia. -</p> - -<p> -Sull'entrata del peristilio si trovò faccia a faccia -con Numeriano, che andava in traccia di lei. -</p> - -<p> -— Ah! — esclamò egli, prendendola amorevolmente -per mano. -</p> - -<p> -— Chi cercavi? Caia? — diss'ella sorridendo. — Eccoti -Caia! — -</p> - -<p> -Il nostro cavaliere ebbe una stretta al cuore, -udendo quelle audaci parole. E rimase lì, incerto, -tra il desiderio di uscire dal suo nascondiglio -e la paura di farsi scorgere alle calcagna -di lei. -</p> - -<p> -Tutto ad un tratto udì le voci de' suoi degnissimi -amici, che tornavano dalla loro esplorazione. -</p> - -<p> -— Vi dico, — insisteva Giunio Ventidio, — che -erano essi. Elio Vibenna, non li hai tu riconosciuti? -</p> - -<p> -— Ma, ecco, — rispose Vibenna, — ho veduto -uno, qui nel viale, che si avviava da quella parte, -e al suo portamento mi è sembrato Caio Sempronio. -Quanto a lei, è chiara; se non era in casa.... -Che ne dite voi altri? -</p> - -<p> -— Certo, doveva esser fuori. Ah, come vogliamo -ridere! — gridò Postumio Floro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -</p> - -<p> -— Amici, date retta a me; — ripigliò Giunio -Ventidio. — Piantiamoci qui, in vista dell'uscio. -Da quel prato scoperto avranno sempre a passare. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio fremette, pensando alle conseguenze, -se Delia non fosse stata più pronta ad -uscire. -</p> - -<p> -— Bricconi! — borbottò egli tra i denti. — Ecco -gli amici! — -</p> - -<p> -Il suo soliloquio fu interrotto alle prime parole -da una esclamazione di Elio Vibenna. -</p> - -<p> -— Che vedo! Guardate là, nel vano dell'uscio.... -</p> - -<p> -— È Numeriano; — disse Postumio. -</p> - -<p> -— Con una donna; — soggiunse Vibenna. — Non -vi par Delia? -</p> - -<p> -— Sicuro, è lei. Per Ercole, da dove è passata? -</p> - -<p> -— Forse non era in giardino. -</p> - -<p> -— Anzi, c'era, ed è rientrata or ora, mentre noi -stavamo per giungere in vista della casa. -</p> - -<p> -— Vedete che disdetta! -</p> - -<p> -— Si sapesse almeno dov'è Caio Sempronio! — -</p> - -<p> -Il cavaliere si morse le labbra. -</p> - -<p> -— È appunto quello che non saprete; — pensò -egli tra sè. -</p> - -<p> -E quatto quatto si allontanò da un'altra banda. -Conosceva poco gli orti Ventidiani, ma capiva così -in digrosso che il dio Termine non doveva essere -troppo lontano. Infatti, seguitando un viale che andava -in direzione parallela al lato posteriore della -casa, dopo fatti trecento passi, trovò il muro di -cinta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -</p> - -<p> -— Ci siamo; — diss'egli; — ora bisognerà trovar -modo di scavalcarlo. — -</p> - -<p> -Il muro era piuttosto alto, ed egli, quantunque -aitante della persona, non giungeva colle mani ad -afferrarne la cima. Diede un'occhiata in giro, invocò -Mercurio, il dio degli astuti, ed ebbe la fortuna -di trovare il fatto suo in un tronco di betulla, -che giaceva mezzo fradicio in un angolo. Lo -prese, lo trasse a sè, e appoggiatolo al muro, tastò -col piede l'inforcatura di un ramo. Sembrandogli -che potesse resistere quanto gli bisognava per afferrare -la meta, prese subitamente l'abbrivo. Scricchiolò -il ramo e si ruppe; tremarono gli embrici -che facevano tetto alla cima del muro; ma il nostro -eroe si tenne aggrappato alla sua conquista, -e facendosi puntello dei gomiti giunse finalmente -a mettere un ginocchio sull'embriciata. Oramai -non c'era più da temere; Caio Sempronio stava a -cavalcioni sul muro. -</p> - -<p> -Diede allora un'occhiata dall'altra parte. Gli orti -Ventidiani confinavano di là con una viottola campestre, -il vico di Silvano, che egli ben conosceva. -Una rifiatata di contentezza salutò la scoperta. L'altezza -del muro l'aveva misurata nel salire; poteva -dunque discendere, anzi lasciarsi cadere senza pericolo -nella viottola sottostante. Detto fatto, spiccò -il salto e cadde in piedi, ma tirandosi dietro due -tegoli dell'embriciata, che già aveva scossi nell'ascendere. -</p> - -<p> -Potete immaginare che non istette a raccattarli. -L'essenziale era di avere delusa la curiosità indiscreta -dei suoi garbatissimi amici. Una ripulita -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -alla tunica, che in quello strofinìo sul muro doveva -essersi un po' stazzonata, ed egli avrebbe potuto, -seguendo la viottola, riuscire sulla piazzetta -davanti alla casa di Numeriano. -</p> - -<p> -Per altro, aveva fatto i conti senza un certo bruciore, -che sentì d'improvviso al ginocchio, nel -muovere i primi passi. Tastò dove gli doleva e si -accorse d'essersi fatta una scorticatura alla pelle. -Di certo grondava sangue; poco, probabilmente, -ma quanto bastava per accusarsi, se alla vista di -tutti gli fosse sgocciolato lungo la gamba. -</p> - -<p> -Anche qui non gli venne meno l'assistenza del -nipote d'Atlante. Una casetta campestre era là, a -mezza strada. Tizio Caio andò a quella volta, diede -una spinta al cancello ed entrò. Una povera vecchia -stava in cucina, rigovernando alcuni piatti di -stagno. Chiese un po' d'acqua e lavò la sua scalfittura, -che non era gran cosa, e poteva nascondersi -benissimo sotto il lembo della tunica inferiore. -Pose mano alla borsa, diede alla vecchia -una moneta d'oro, non avendone d'argento, ed uscì, -senza badare agli atti di meraviglia e agli inchini -della povera donna. -</p> - -<p> -Tutto ciò in un brevissimo spazio di tempo. -Giunto sulla piazzetta, si ficcò in mezzo alla plebe, -che stava sempre accalcata davanti alla casa, a -contemplare l'illuminazione della facciata, che si -andava spegnendo man mano. Il rientrare non gli -fu difficile, e nemmeno il raccontare una frottola -all'ostiario, per colorire in qualche modo la sua -uscita in istrada. -</p> - -<p> -— Ah, finalmente, ti trovo! — esclamò Numeriano, -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -vedendolo nell'atrio. — Credevamo che tu -fossi partito senza dir nulla e Delia ne era addoloratissima, -perchè voleva salutarti, ringraziarti -ancora una volta di quanto hai fatto per noi. -</p> - -<p> -— Delia è troppo buona; — mormoro Caio Sempronio. — Ero -venuto dietro di te al balcone, -quando gettavi le noci, ed ho veduto nella folla un -servo di Clodia Metella. Pensando che chiedesse di -me, sono uscito per andarlo a cercare. — -</p> - -<p> -La bugia era detta e l'amico se l'aveva bevuta. -Caio Sempronio entrò allora dalla fauce nel peristilio -e andò a piantarsi sull'uscio che metteva in -giardino. Ventidio, Vibenna e Postumio Floro, -erano ancora laggiù alle vedette. -</p> - -<p> -— Amici, che si fa? — gridò Caio Sempronio. — Si -piglia il fresco? Badate, il tempio della dea -Mefite non è lontano e l'aria della notte è pericolosa -pei capi scarichi. — -</p> - -<p> -I tre curiosi si guardarono in faccia. Avevano -l'aria di cascar delle nuvole. -</p> - -<p> -— Come? Anche lui, dentro? — borbottarono. — Non -ce n'è andata una bene! — -</p> - -<p> -La notte era inoltrata e i convitati ad uno ad -uno abbandonavano la casa di Numeriano. Il nostro -cavaliere adempì all'ultimo ufficio dell'auspice, -conducendo gli sposi alla camera nuziale. -</p> - -<p> -— Salve, o Caia, — diss'egli alla sposa. — Giunone -ti guardi. -</p> - -<p> -— Si, son Caia davvero; — mormorò ella, dandogli -un'occhiata assassina. -</p> - -<p> -Quella notte, l'auspice di Numeriano se ne andò -difilato a casa, facendo questo conto tra sè: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -</p> - -<p> -— Non ne ho più due alle spalle, ne ho tre. -Glicera, Clodia, Delia; le tre Grazie, insomma. -Apollo non saprebbe desiderarsi di più. E quel -brontolone di Lisimaco sarebbe capace di non mostrarsene -contento. — -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span></p> - -<h2 id="cap17">CAPITOLO XVII. -<span class="smaller">Viaggio a Citera.</span></h2> -</div> - -<p> -Povero Lisimaco! Povero servo fedele, che lavorava -con tanta perseveranza e con tanta onestà -a puntellar l'edifizio! Avesse almeno pensato a tagliarsi -un abito dalla pezza, per offrirlo al padrone, -quando egli si fosse trovato ridotto agli sbrendoli! -Sarebbe stato un bel tanto di sottratto alle unghie -di Furio Spongia, di Crispo Lamia e di Servilio -Cepione. -</p> - -<p> -Di Cepione? Sì, anche di Cepione. Mi chiederete -come c'entrasse lui; e, poichè la domanda non mi -sembra irragionevole, farò di appagare la vostra -curiosità. Qualche giorno dopo i fatti che vi ho -narrati, il ricco e adiposo argentario entrava nelle -grazie di Caio Sempronio. -</p> - -<p> -Gran bell'anima doveva esser quella di Servilio -Cepione. Quando si dice che l'apparenza inganna! -Sotto quella montagna di carne palpitava dunque -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -un bel cuore? Nessuna traccia gli era rimasta di -quella ruggine che avete veduta nascere in casa -di Clodia Metella. Anche l'offesa toccata alla sua -vanità, all'uscita del teatro di Pompeo, era stata -dimenticata. Servilio Cepione doveva aver dato un -tuffo nell'acqua di Lete. -</p> - -<p> -Quanto al nostro cavaliere, perchè avrebbe egli -serbato rancore contro il vecchio argentario? I felici -non hanno tempo ad odiare. È già molto se -ricordano. E Tizio Caio non ricordava nemmeno; -una cosa sola gli stava in mente; che Cepione era -diventato il suo banchiere, e che egli poteva prender -danaro a lunga scadenza, evitando la noia -di parlare a Lisimaco e di vedersi fare il muso -lungo un braccio, ogni qual volta gli toccasse quel -tasto. -</p> - -<p> -Contro il suo costume, Servilio Cepione aveva -imprestata una grossa somma a Caio Sempronio, -senza chiedergli nessuna guarentigia, senza cercare, -come suol dirsi, il nodo nel giunco. -</p> - -<p> -— Tu sei ricco e puoi spendere; — gli aveva -detto, alzando bonariamente le spalle. — Beato te! -Quanto al margine delle tue sostanze, ci vorrà -tutto il denaro delle Botteghe Vecchie, prima che -si giunga a far pari. Del resto, siamo patrizi, o non -siamo. E se non c'è fede tra noi, con chi ha da -essere? — -</p> - -<p> -Potete immaginare che Tizio Caio non s'ingegnasse -di levargli quella buona opinione. Il banchiere -parlava meglio di Lisimaco, e questo era -l'essenziale. -</p> - -<p> -Intanto, il fedele arcario, vedendo che il padrone -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -da qualche giorno aveva meno bisogno di danaro, -pose lo spirito in pace e fu ad un pelo di credere -che egli mettesse finalmente giudizio. Ad onore -della sua perspicacia debbo soggiungere che quella -maniera di pensare gli durò poco, assai poco. -</p> - -<p> -— Doman l'altro io parto per Baia; — gli disse -un giorno Caio Sempronio; — e rimarrò per tutta -la stagione della bagnatura. -</p> - -<p> -— Mio signore, Nettuno ti guardi. E.... — soggiunse -il vecchio servo, andando timidamente incontro -alla parte noiosa del colloquio, — m'immagino -che ti occorrerà una certa somma di danaro. -</p> - -<p> -— Non molto, Lisimaco, non molto; — disse il -cavaliere, crollando la testa. — Mi basteranno da -quindici a ventimila sesterzi. — -</p> - -<p> -Lisimaco respirò; ma quella sua rifiatata non -escludeva la meraviglia. E il fedele arcario non -poteva mica dissimularla al padrone. -</p> - -<p> -— Sai, — ripigliò il cavaliere, — laggiù si -spende meno che a Roma. Si sta in acqua molte -ore del giorno; si fanno gite campestri; tutte cose -che domandano poco. La spesa maggiore è quella -del viaggio. — -</p> - -<p> -L'arcario cascava dalle nuvole. -</p> - -<p> -— Dove andiamo, Dei buoni! diss'egli tra sè. — O -il padrone vuol morire, o tira il danaro da -un'altra parte. — -</p> - -<p> -Questa conseguenza delle sue argomentazioni non -era tale da lasciarlo tranquillo. Ma come fare, per -vederci chiaro? Il povero Lisimaco dovè per quella -volta attaccare la voglia all'arpione. -</p> - -<p> -Bene immaginò dove s'andava a finire coi risparmi -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -del padrone, quando vide capitare davanti -all'uscio di casa un carpento, una basterna, una -reda, tutta una salmeria di cocchi e di bagagli, -come se si fosse trattato di andare per una spedizione -contro i Reti, o nella Gallia Narbonese. -</p> - -<p> -Il carpento era una vettura a due ruote, ricoperta -da una tenda e fornita di cortine, con le quali -si potesse chiuderla davanti, capace di contenere -due o tre persone, e tirata da un paio di mule. -Era la vettura usata dalle matrone romane in viaggio, -fino dalla più remota antichità, come si vede -in Tito Livio, dove narra di Lucumone e di sua -moglie, al loro arrivo in Roma. -</p> - -<p> -La basterna era una specie di lettiga, o palanchino, -a uso speciale delle dame; veicolo chiuso, -portato da due muli, uno davanti e l'altro dietro, -ciascuno attaccato ad un distinto paio di stanghe. -Clodia Metella, quando fosse stanca dei sobbalzi a -cui andava soggetto il carpento, poteva riposarsi -nella molle andatura della basterna. -</p> - -<p> -Quanto alla reda, era questa un grande e spazioso -carro a quattro ruote, fornito di parecchi sedili, -in guisa da essere adatto al trasporto d'una -numerosa brigata, coi suoi bagagli e provvigioni. -Somigliava allo <i>char-à-banc</i> dei Francesi, ed anzi -esso stesso, come il vocabolo ond'era denominato, -doveva essere d'origine gallica. Lo usavano i Romani, -al tempo di Cicerone, così in città come in -campagna. Annio Milone andava a Lanuvio su d'una -reda, con la moglie Fausta e coi musicanti di lei, -quando fece sulla via Appia il brutto incontro di -Clodio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -</p> - -<p> -Lisimaco non sapeva ancora tutto. Non sapeva, -per esempio, che, oltre alle varie specie di vetture -per comodità della sua compagna di viaggio, il cavaliere -aveva fatto allestire un talamègo nel porto -di Tarracina, dove la via Appia toccava per la -prima volta il mare. -</p> - -<p> -Talamègo? Che diavol è? Non vi spaventate, o -lettori; talamègo viene da talamo, ossia camera da -letto. -</p> - -<p> -Era una barca di gala, inventata dai Greci di -Alessandria per le gite di piacere sul Nilo, splendidamente -addobbata, fornita di tutto quanto fosse -necessario ad una lieta compagnia, perfino di camerini -da dormire; insomma, un quissimile, se -non nella forma, negli usi, delle nostre golette da -diporto. -</p> - -<p> -Clodia Metella aveva già annunziata la sua partenza -per alla volta di Baia, e i lettori rammenteranno -a questo proposito le pungenti domande -di Valeria Lutazia. Ma, ci andasse ella con Celio -Rufo, o con altri, il fatto era questo, che Clodia -amava moltissimo il soggiorno di Baia, come lo -amavano tante famiglie patrizie degli ultimi tempi -della repubblica. -</p> - -<p> -Imperocchè, non è da credere che il golfo di -Baia, col suo capo Miseno, Bauli, Cuma, il lago -Lucrino ed il lago d'Averno, sia stato solamente -un luogo di delizia pei successori d'Augusto. Assai -prima che Marcello, l'erede presuntivo di questo -imperatore, andasse a morirvi d'una malattia di -petto, presa a curare un po' tardi, i medici consigliavano -ai patrizi cagionevoli di salute e alle patrizie -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -ammalate di nervi, le acque e il clima di -Baia, benigno sempre e senza inverno. Giulio Cesare -ci aveva una villa; un'altra, a gran pezza più -sontuosa di tutte, ce ne aveva Ortensio, il coetaneo -e il rivale di Cicerone; e in questa villa, dove risiedettero -in processo di tempo parecchi imperatori, -Nerone si abboccò l'ultima volta con sua madre -Agrippina. -</p> - -<p> -Oggi, col benefizio delle strade ferrate, i ricchi -romani vanno per le bagnature a Palo, l'antica -Alsio, a Rimini, a Senigallia; allora invece andavano -a Baia, a Pozzuoli, a Pompei, percorrendo -volentieri distanze di gran lunga maggiori, quantunque -non avessero ancora un servizio regolare -di poste e vetture sospese sulle molle. -</p> - -<p> -La felice coppia si mise adunque in cammino. -Clodia Metella era salita sulla reda, insieme con le -sue ornatrici e coi servi più strettamente necessarii -alla sua persona. Caio Sempronio dal canto suo -s'era mosso dal Viminale, col suo piccolo esercito, -ed aveva operata la sua congiunzione con lei, subito -fuori della porta Capena. -</p> - -<p> -Si viaggiava sulla via Appia, la più grande e -la più celebre di tutte le vie maestre d'Italia, che -andava direttamente da Roma a Tarracina, donde -si spingeva a Capua e di là fino a Brindisi, diventando -così la linea principale di comunicazione -con la Grecia, con la Macedonia e con l'Oriente. -<i>Regina viarum</i> l'ha detta Stazio; e fu eziandio la -più antica di tutte, essendo stata incominciata dal -censore Appio Claudio il Cieco, nell'anno 441 di -Roma. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -</p> - -<p> -Ad un certo punto della strada, in vista dei -colli Albani, tra Aricia e Bovilla, era il luogo in -cui due anni addietro era accaduto lo scontro di -Annio Milone col tristo fratello di Clodia. Ma la -nostra bella viaggiatrice era una donna forte, e -passando di là non diè segno di verun turbamento; -anzi, lasciò che i suoi si fermassero, per dar da -bere ai cavalli, e per bere eglino stessi, a quella -medesima osteria nella quale era stato trasportato -Clodio morente, per la stoccata ricevuta nelle spalle -da Birria, il fiero gladiatore di Annio Milone. -</p> - -<p> -A Tarracina (l'antichissima <i>Anxur</i>) presso il -monte Circèo, famoso per le malie di un'altra seduttrice -d'uomini, i due amanti smontarono dal -cocchio. Clodia Metella credeva di dover fare una -breve sosta colà, per continuare poscia la strada -fino a Capua, donde la via Appia si congiungeva -alla Consolare, che doveva metterli a Cuma, ed -era ben lunge col pensiero dalla improvvisata che -appunto nel porto di Tarracina le aveva preparata -il magnifico cavaliere. -</p> - -<p> -Una bellissima nave, tutta dipinta di bianco e -listata di rosso, colle vele tinte di croco e coll'aplustre -vagamente rigirato in forma d'ala d'uccello in -cima alla poppa, stava sulle àncore nella rada. Era -il talamègo di Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Padrona mia, vuoi tu salire su quella nave, — diss'egli, — e -fare per acqua il rimanente del -viaggio? Il mare è tranquillo, e Deiopea, la bellissima -tra le Nereidi, ammirerà per la seconda -volta una donna più bella di lei. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -</p> - -<p> -— E quando è stata la prima? — domandò Clodia -Metella, che non intendeva ancora tutta la finezza -del complimento. -</p> - -<p> -— Oh la prima è lontana da noi di molti secoli, -e la vezzosa Nereide ha avuto anche il tempo di -dimenticarsene. Alludo al viaggio marino d'Afrodite, -al quale può bene paragonarsi il tuo, mia -divina signora. Tu sei bella del pari, e l'unica -differenza sta in ciò, che questa volta la conchiglia -è più grande. — -</p> - -<p> -Salita sul talamègo e notata la vaga disposizione -d'ogni cosa in quel galleggiante nido d'amore, -Clodia Metella espresse nelle più soavi parole la -sua gratitudine per Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Non c'è in Roma un uomo che possa starti -a paro; — diss'ella, concedendo ai baci del cavaliere -la sua mano leggiadra; — ed io t'amo oggi -più che mai. — -</p> - -<p> -La nave, spinta da due ordini di remi, entrò di -lancio nelle acque più poetiche del Tirreno. Sulla -sinistra il curvo lido dei Lestrigoni, le rupi cavernose -su cui sorgeva Gaeta, la spiaggia di Formia, -su cui Scipione Africano e l'amico Lelio avevano -costume d'ingannare il tempo raccogliendo -nicchi marini, la sacra selva di Marica alla foce -del Liri, Volturno, Literno, e la rocca di Cuma; -sulla destra le isole, tra cui grandeggiavano Ponzia -e Pandataria; e più lunge, attraverso il cammino -della nave, le due belle Pitecuse, Inarime e -Pròchita, oggi Ischia e Procida, illuminate dalla -rosea luce del tramonto. -</p> - -<p> -Il giorno dopo, inoltrandosi la nave tra l'isola -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -di Procida e il capo Miseno, si offerse ai loro occhi -la più meravigliosa veduta del mondo. Allora -non si parlava ancora di Bisanzio, e Costantino -non era anche venuto fuori, per fondare una città -che contendesse la palma della possanza a Roma -e il pomo della bellezza a Napoli e Cuma. I due -golfi di Baia e Partenope, col capo Miseno a sinistra, -il Vesuvio a destra e la punta di Posilipo -nel mezzo, erano allora i più bei luoghi che potesse -immaginare fantasia di poeta. -</p> - -<p> -Lido veramente incantevole, che tutti conoscete, -o di veduta, o per fama. Eppure, vedete, doveva -essere allora due cotanti più bello, con quella sua -fila di ricche e popolose città, con tutti que' boschi -che la reverenza umana consacrava agli Dei. -Oggi parecchie di quelle città sono cadute in rovina -e non offrono allo sguardo del viaggiatore -che umili borgate di pescatori; intorno ai santuari -sparsi per le colline, i boschi sono scomparsi, e -quelle care divinità che li abitavano, o sono andate -in frantumi, o hanno presa la via del Museo -Nazionale. Ma allora!... Da capo Miseno fino al -promontorio di Posilipo (in greco: cessa dolori), -era una lunga e gaia sequela di città e di ville -sontuose, frastagliate qua e là da corsi d'acqua e -da sproni di colline digradanti sul mare; Miseno, -sacro alla memoria del trombettiere di Enea, la -ridente Baia, e la vecchia Cuma, con le sue torri -che facevano fronte a due mari, e coi suoi tre laghi, -l'Acheronte, l'Averno e il Lucrino, in mezzo -alle cui tacite ombre gli antichi avevano collocati -i regni della morte, l'Erebo e l'Eliso, dove, udita -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -la fatidica Sibilla, discese il fuggiasco di Troia a -visitare gli estinti e i non nati. -</p> - -<p> -Colà si davano mano la mitologia e la storia. -Quello era il mare solcato per la prima volta dai -Pelasgi, quelli i lidi visitati dagli Argonauti, da -Ulisse e dal figliuolo d'Anchise. Il genio d'Omero -e quello di Virgilio vi si aggirano ancora. Le isole -delle Sirene, Palinuro, vi ricordano a un tempo -l'Odissea e l'Eneide. -</p> - -<p> -Andiamo più oltre verso levante; ecco Dicearchia, -o Puteoli, col suo tempio famoso di Giove -Serapide e coi campi flegrèi alle spalle. Più oltre -ancora è Posilipo, con la famosa villa di Vadio Pollione, -giù di Licinio Lucullo, Posilipo, grazioso -promontorio con due grotte scavate nei fianchi, -una delle quali, ingrandita via via, si chiamerà -per un pezzo la <i>cripta neapolitana</i>. Giriamo la punta; -ecco un golfo cinque o sei volte più grande, con -le due città sorelle di Palepoli e di Neapoli, succedute -alla gloria della vecchia Partenope, fenicia -sirena con nome greco. Avanti ancora; ecco le -città di Ercolano e Pompei, distese ai piedi del -dormente Vesuvio, nel cui cratere selvoso si cacciava -il cinghiale. Più lunge è Stabia, dove il lido -s'incurva, con la bella Surrento, e il promontorio di -Minerva, da cui sembra essersi spiccata l'incantevole -isola di Capri, già famosa per le sue uve, ma -non ancora per le immani lascivie di Tiberio. E là, -dietro il capo di Minerva, azzurreggia la costa, lasciandovi -intravvedere il golfo Posidonio e la valle -di Pesto, celebrata per la fragranza delle sue rose -e per la magnificenza dei suoi templi immortali. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -</p> - -<p> -Le due città maggiori, di cui vi ho detto, Palepoli -e Neapoli, biancheggiano sui fianchi di un -anfiteatro di colline, interrotto nel bel mezzo da -un monte, che s'avanza a guisa di sprone sulla -riva del mare. È quello il monte Echia, che si -chiamerà un giorno Pizzofalcone, e che, seminato -di case, confonderà le due figlie di Partenope in -una. Quell'isoletta, che sorge poco lunge dal lido, -è Megaride, che i futuri abitanti di Napoli paragoneranno -ad un uovo. Torniamo verso ponente, -per compiere il quadro; l'isola bella che fronteggia -Pozzuoli, è Niside; quei due scogli più vicini -alla spiaggia si chiamano Limone ed Euplea. Su -quest'ultimo si eleva il tempio di Venere Euplea, -dove i marinai vanno a prender gli auspicii di un -felice viaggio, prima di mettere alla vela per lo -stretto di Zancle, dove latrano assiduamente i cani -di Scilla e mugghiano i gorghi dell'opposta Cariddi. -</p> - -<p> -Una vecchia tradizione, raccolta da Omero, narrava -che le Sirene, bellissime cantatrici le cui -membra terminavano in coda di pesce, abitassero -quel mare, e che una di loro, chiamata Partenope, -si uccidesse pel dolore di non aver potuto trattenere -Ulisse e i suoi compagni col canto. La tomba -di lei fu rinvenuta nell'edificare una nuova città, -e questa dal nome di lei, fu detta Partenope. Mito -gentile, che non ha perduto ancor nulla della sua -primitiva freschezza. Le Sirene abitano tuttavia -quelle isole e quelle rive incantate; per non cedere -ai dolci inviti, bisogna proprio essere Ulisse, -e aver gravi negozi che vi richiamino a casa. -</p> - -<p> -Lettori, vi ho forse annoiato, con questa mia -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -fermatina sul golfo Cumano. Abbiate pazienza. Le -Sirene cantavano, ed io non ho pensato in tempo -a turarmi gli orecchi con la cera. Quando vedo Napoli, -moderna od antica che sia, non so più spiccarmi -da lei. Napoli possiede il mio cuore, e gli -archeologi di là da venire potranno farne ricerca, -se credono che ne valga la spesa. Esso è stato lasciato -da me (vedete che profanazione!) in un cantuccio -della tomba di Virgilio, nella prima nicchia -a man destra. -</p> - -<p> -La villa presa in affitto da Tizio Caio Sempronio -per allogarvi i suoi splendidi amori, era una -delle più belle del golfo, e Clodia Metella, invaghita -del luogo, gli pose il nome di Citera. Sorgeva -il palazzo poco lunge dalla spiaggia, in mezzo -a una selva di pioppi è di allòri, tra le ultime -case di Baia e le prime di Bauli, godendo intiera -la vista di Niside e delle altre isolette minori, di -Posilipo e della villa di Licinio Lucullo, di Pozzuoli -e della villa di Cicerone. -</p> - -<p> -Marco Tullio aveva poderi da per tutto; in Arpino, -sua patria, a Tuscolo, a Pozzuoli, a Pompei. -Portentoso uomo, che parlò tanto, pensò tanto, -viaggiò tanto, scrisse tanto, e trovava ancora il -tempo per riposarsi e scriver lettere agli amici! -Quest'ultima è la cosa di lui che mi meravigli di più. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span></p> - -<h2 id="cap18">CAPITOLO XVIII. -<span class="smaller">Luci ed ombre.</span></h2> -</div> - -<p> -Ricordo d'aver letto, ai tempi della guerra di -Crimea, una storia pittoresca di Russia, dove le -vignette usurpavano il luogo del testo. Pochi versi -di stampa, messi a piè di pagina, aiutavano a spiegare, -e sempre in modo burlesco, i capricci della -matita. Ad un certo punto mi avvenne di leggere -che il regno di Ivano III (o secondo, o quarto, chè -non rammento bene, e del resto importa poco) fu -tutto una macchia di sangue. E la macchia c'era, -e occupava i due terzi della pagina. -</p> - -<p> -Ora, per dirvi qualche cosa del soggiorno di Tizio -Caio Sempronio negli ozi di Baia, dovrei far capo -anch'io ad uno spediente di quella fatta; e questo capitolo -potrebb'essere rappresentato utilmente da una -foglia di fico. Scelgo questa, perchè è la più larga tra -tutte le foglie classiche; ma, se a voi piacesse meglio, -o lettori, potrebb'essere anche una foglia di banano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -</p> - -<p> -L'amore è una cosa che non si racconta. Perchè -m'indugerei io a sminuzzarvi un affetto, in cui -entrano tanti ingredienti disparati e bizzarri? Neanche -l'essenza di gelsomini, stillata con tanta cura -dal profumiere, ci guadagnerebbe nella nostra estimazione, -ad essere veduta in tutte le trafile per -cui deve passare, prima di esserci servita in una -ampollina di cristallo arrotato. -</p> - -<p> -Si volevano bene; erano belli; erano giovani. -Lui più di lei, ma una donna ha soltanto gli anni -che mostra; e poi, Caio Sempronio non faceva -all'amore col calendario alla mano, e la lista dei -consoli l'aveva lasciata in Campidoglio, affidata -alle cure dei custodi del Tabulario. Qualche lettrice -avrebbe voluto nel mio protagonista un amore -in cui c'entrasse per due terzi la stima, quella -stima che ci è inspirata dalla verecondia e dalla -dignità della donna. Ma a que' tempi l'amore non -era tanto sofistico. Si facevano statue alla verecondia, -alla pudicizia e a tutte l'altre virtù congeneri; -ma erano bei simulacri di donne, a cui s'appiccicava -quella scritta; donne molto vestite, per -ottenere bei partiti di pieghe; e la cosa non portava -altre conseguenze. -</p> - -<p> -Del resto, il mio cavaliere non aveva neanche -veduto quella bellissima statua della Pudicizia, che -ho veduta io, allogata in una nicchia, al primo -piano dello scalone del palazzo Capitolino; bellissima -statua, scolpita probabilmente dopo di lui e -in tempi anche peggiori del suo, perchè erano i -tempi di Roma imperiale. Clodia Metella era bellissima -tra le belle; era patrizia, e in eleganze, in -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -sottigliezze d'amore, valeva tre Greche. Poteva egli -chieder di più? -</p> - -<p> -Inoltre, egli amava con furia, senza guardarsi -intorno, nè avanti. Sentiva così confusamente nel -suo cervello che era un uomo perduto, che quella -vita spensierata non sarebbe potuta durare più -molto, e chiudeva gli occhi.... Cioè, intendiamoci, -gli occhi della mente, perchè gli altri, i più utili -ai bisogni della vita quotidiana, li teneva aperti e -fissi nel volto della donna amata, di cui non poteva -saziarsi. -</p> - -<p> -Ed anche lei non restava da meno. Come non -amare un uomo giovane e bello, che contentava -tutti i suoi capricci, e quasi quasi non le dava il -tempo di averne, tanto era sollecito a precorrerli -con le sue splendidezze? Tenera, obbediente e carezzevole -come una schiava, quella fiera matrona, -per cui tanti uomini avevano palpitato e tanti -erano finiti male, gli si prostrava qualche volta -ai piedi, e, puntellando i gomiti sulle ginocchia -del giovane, sorreggendosi tra le palme la bellissima -testa arrovesciata, e figgendo i suoi grandi -occhi in quelli di lui, quasi volesse leggergli in -fondo dell'anima, gli chiedeva con accento infantile: — dimmi -su, bel cavaliere, quante donne hai -amato? E quante t'hanno amato al pari di me? — -</p> - -<p> -Care domande astute, lacci tesi, sotto le apparenze -ingannevoli di uno slancio di tenerezza! Un -uomo non deve lasciarsi cogliere a queste lustre; -non deve risponder mai la verità, anche quando -gli paia meno pericoloso il farlo. Se avviene che -Don Giovanni apra la bocca e si lasci cadere uno -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -o due nomi, anche l'Elvira meno gelosa va tosto -su tutte le furie. Il sentimento della vanità e quello -della rivalità, naturale, a quanto dicono i pratici, -nelle figlie d'Eva, assai più che l'amore, ed anche -dove non entri l'amore, le fanno dare nei lumi. -</p> - -<p> -E voi, signori, non siete forse della medesima -pasta? Che cosa fareste voi, se una donna, pregata -e supplicata, perdesse tanto della sua accortezza, -da lasciarvi intendere quanti siano stati i -vostri antecessori, non già nelle sue grazie, ma -solamente nei ricorsi in grazia? -</p> - -<p> -Io so, per esempio, di un mio svisceratissimo -amico, il quale si era nei primi anni della sua -giovinezza perdutamente invaghito di una madonna -di Raffaello, che egli credette spiccata dal quadro -espressamente per lui. La prima volta che egli -potè trovarsi accanto alla diva e passeggiare con -lei a lume di luna, credete pure che gli parve di -toccare il cielo col dito, e che, da buon figliuolo, -lasciò trapelare tutte le sue intenzioni coniugali. -Non l'avesse mai fatto! La madonna di Raffaello, -anzi del beato Angelico, trovò modo di passare in -rassegna, a quel lume di luna, tre splendide occasioni -di matrimonio, che le erano trascorse davanti, -ma ohimè, senza fermarsi il tempo necessario -per essere afferrate. Immaginate voi con che -cuore la udisse il mio innamorato e che muso -lungo rischiarasse quel poetico lume di luna. Alla -prima cantonata guardò l'orologio, tirò in ballo un -appuntamento, e prese commiato, promettendo una -visita pel giorno dopo. La madonna del beato Angelico -l'aspetta ancora. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -</p> - -<p> -— Ne ha persi tre; — diceva l'amico in cuor -suo, mentre andava svoltando il canto; — orbene, -al primo che le capita, potrà raccontare... d'averne -persi quattro. — -</p> - -<p> -Gabellatemi la digressione, mentre io ritorno a -Caio Sempronio. Il mio cavaliere, da uomo prudente, -si tenne sui generali; rise, menò il can per -l'aia, non volle dir nulla. Sarebbe stata bella davvero, -che avesse raccontate lì per lì tutte le sue -mirabili imprese! Ce n'era una tra l'altre, e la più -recente di tutte, che non gli lasciava la coscienza -tranquilla. -</p> - -<p> -Nei primi due mesi del suo soggiorno a Citera, -aveva ricevuto lettere da tutti gli amici, perfino -di quelli da starnuti; ma neppur una da Numeriano, -dal più caro di tutti. Era quello il suo sopraccapo, -l'<i>atra cura</i> che di tanto in tanto gli dava -un picchio al cervello. -</p> - -<p> -Si sentiva colpevole, ma non per suo deliberato -proposito. I fati l'avevano voluto; <i>sic fata tulere</i>. -Ora, se Cinzio gli avesse scritto, il nostro cavaliere -si sarebbe levato un gran peso dal cuore. -</p> - -<p> -Un giorno gli capitò un uomo fidato da Roma. -Gli recava parecchie lettere, una delle quali in -carta jeratica, che egli svolse per la prima, dopo -averne rotto il suggello. -</p> - -<p> -Mentre egli legge, parliamo un po' della carta -da scrivere presso gli antichi Romani. Era fatta -di sottili falde di corteccia di papiro e se ne conoscevano -dieci qualità differenti: la <i>jeratica</i>, detta -anche regia, che era la più antica, e che vediamo -menzionata anche da Catullo; la <i>fanniana</i>, fabbricata -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -in Roma, e così chiamata dal fabbricante -Fannio; la <i>dentata</i>, così detta, non perchè avesse -i denti, ma perchè era lisciata e ripulita con un -dente d'animale, per ottenere una superficie levigata -da sdrucciolarvi sopra la penna, come la carta lustra -dei moderni; l'<i>anfiteatrica</i>, la <i>saitica</i>, la <i>lenotica</i>, -qualità inferiori, così denominate nei luoghi nei -quali erano fabbricate; l'<i>augustana</i>, chiamata più -tardi <i>claudiana</i>, che fu, sotto l'impero, la qualità -migliore; la <i>liviana</i>, così detta in onore dello storico -Tito Livio, che era la seconda in bontà; poi la carta -<i>bibula</i>, o sugante, così spugnosa e trasparente, da -lasciar filtrare l'inchiostro e da mostrare le lettere -attraverso; e finalmente la carta straccia, da involtare -le merci, donde il suo nome di carta <i>emporetica</i>. -</p> - -<p> -Quanto alle tavolette di cera e ai pugillari, che -servivano anche per scriver lettere, segnatamente -se brevi, ne ho già parlato altrove. Ma poichè mi -ricordo di avervi detto che sulla cera si scriveva -con uno stilo di avorio, aggiungerò, tornando al -papiro, che ci si scriveva su con un <i>calamus</i>, o -penna di canna, spaccata sul becco (donde l'appellativo -di <i>fissipes</i>) e intinta nell'<i>atramentum</i>, o liquido -nero, che si conteneva nell'<i>atramentarium</i>. -Questo era il calamaio, nel significato moderno -della parola; laddove il <i>calamarius</i> degli antichi significava -il portapenne, o astuccio per portare attorno -le cannuccie da scrivere. Anche la penna -d'uccello si usava; ma il costume non va più su -del secondo secolo dell'êra volgare, avendone noi -il primo esempio in mano ad una Vittoria, scolpita -nei bassorilievi della colonna Traiana. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -</p> - -<p> -Questo po' di erudizione scolastica, messa qui -pei collegiali, miei invidiabili amici, non farà arricciare -il naso ai provetti, i quali vorranno sapere, -io m'immagino, che cosa ci fosse scritto in -quel rotolo di carta regia, che andava leggendo -Tizio Caio Sempronio. Quei signori io li contento -subito. Ecco la lettera: -</p> - -<p> -«Lisimaco Liberto, a Tizio Caio, suo signore, -salute. -</p> - -<p> -Un servo ossequente, ma probo, deve dir sempre -la verità intiera al padrone. Ora sappi che -le cose tue, e non per colpa del tuo servo, che -ci ha messo ogni studio maggiore...» -</p> - -<p> -— Le solite storie! — interruppe il cavaliere -stizzito. — La leggerò un altro giorno. — -</p> - -<p> -E arrotolato da capo il foglio, lo gettò nella -<i>capsa</i>, scatola circolare e profonda, col suo coperchio -da chiudersi a chiave, che era l'arnese necessario -di tutti i Romani in viaggio, per metterci -dentro i loro libri e le carte di maggior conto. -</p> - -<p> -Ciò fatto, prese, a mo' d'antidoto per la stizza, un -altro rotolo; ma questo era di carta dentata, e non -avea l'aria di appartenere alla categoria dei fogli -noiosi. Lo aperse; era una lettera scritta in greco, -che allora, mi pare d'averlo già detto, era conosciuto -in Roma quasi come oggi da noi il francese. -</p> - -<p> -Il cuore gli diede un sobbalzo, avendo egli riconosciuti -alla bella prima i caratteri di Delia -Cinzia. -</p> - -<p> -«Egli sa tutto (diceva la lettera, in cui, per la -fretta, erano ommesse le frasi di cerimonia). -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -Come ne sia venuto in chiaro, non so, nè mi è -importato cercare. Non ho negato nulla, perchè -non son usa a mentire; ma ho alzata alla mia -volta la voce ed ho minacciato di andarmene. -Egli è tornato mansueto come un agnello; piange -e m'ama sempre più. Ma se tu vuoi, esco da -questa casa e per sempre, non lasciando altro -che il dolce ricordo di un'ora felice.» -</p> - -<p> -— » No, per gli Dei! Non ci mancherebbe altro! — gridò -Caio Sempronio, come se ella fosse davanti -a lui e sul punto di mandare la sua risoluzione -ad effetto. -</p> - -<p> -— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, che entrava -in quel mentre nel tablino. -</p> - -<p> -— Nulla, nulla; — rispose il giovane, lasciando -che il foglio si arrotolasse da sè, e riponendolo -nella <i>capsa</i> con l'aria più tranquilla del mondo. — È -il mio arcario che fa un piagnisteo. -</p> - -<p> -— Dicevi che non ci mancherebbe altro.... -</p> - -<p> -— Sì, perchè vuol lasciarmi, se io non metto -un po' di misura nello spendere. È liberto e può -andarsene a sua posta. Ma gli scriverò oggi stesso -e vedrò d'ammansirlo. — -</p> - -<p> -Quelle spiegazioni, date con molta tranquillità -(e lascio immaginare a voi quanto gli costasse), -appagarono Clodia Metella, che non amava molto -ragionare di cose gravi, e meno ancora di conti. -</p> - -<p> -La bella e scaltra patrizia ci aveva per questo -le sue buone ragioni. Non era lei la causa delle -lagnanze di Lisimaco, e non doveva anche saperlo? -</p> - -<p> -Quel giorno i nostri due amanti dovevano fare -una gita a Pompei, dove Clodia era stata invitata -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -dalla sua buona amica Giunia Sillana, che passava -l'estate in quella graziosa città. Bisognava soverchiare -un'altra volta quella superba matrona, baciarla -amorevolmente su ambedue le guancie e -mettere in mostra un monile di smeraldi, che -l'avrebbe fatta schiattar dalla rabbia. -</p> - -<p> -Erano corse continue, in cerca di sempre nuovi -piaceri. Il talamègo, ancorato nelle acque di Baia, -era ogni giorno in faccende; oggi a Capri, per visitare -la grotta azzurra; domani al lago Lucrino, -per mangiar le ostriche annaffiate col Cecubo; -un'altra volta per andare a Pozzuoli e passar sotto -il naso a Marco Tullio Cicerone, che si era fatto -lecito di chiamar <i>quadrantaria</i> la più bella e la -più desiderata tra le patrizie di Roma; e via via, -sempre scampagnate, merende, conviti, musica, -danze e bagni di ninfe. -</p> - -<p> -S'intende che Clodia Metella era sempre gelosa. -Guai al nostro cavaliere, se gli accadeva di dire a -qualche amica di Clodia una frase che arieggiasse -il complimento! -</p> - -<p> -Quel medesimo giorno essa gli aveva dato i suoi -bravi ricordi, prima di salir sulla nave. -</p> - -<p> -— Bada, mio bel cavaliere! Giunia Sillana mi -vuole; ma l'invito è per te. Essa ti guarda troppo -e il suo petto è sempre gonfio di sospiri. Bada, -mio bel cavaliere! Io possiedo un filtro sicuro; se -tu non mi ami più, mi uccido; e tu morrai dentro -l'anno. -</p> - -<p> -— Padrona mia dolce; non ti uccidere, te ne -supplico; — rispose Caio Sempronio, abbracciandola. — Mi -vedresti capitare al passo d'Acheronte -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -prima che il vecchio navalestro avesse dato un -grido di meraviglia, al vedere una così bella conquista. — -</p> - -<p> -Così la chetava egli, tra un complimento e un -sorriso, godendo profondamente in cuor suo d'essere -amato a quel modo. -</p> - -<p> -— Vada a farsi impiccare Lisimaco mio, con -tutte le sue spilorcerie! Come potrei io abbandonare -una donna simile? E possedendola, come non -circondarla d'oro e di gemme? Per Giove Capitolino, -non ne abbiamo noi ricoperta una rozza pietra, -venuta di Frigia, decorandola col nome di Cibele? -Ed io non farei altrettanto per una bella -donna, che non è di sasso per me? Infine, domando -io, perchè si vive? — -</p> - -<p> -Io qui capisco benissimo che, se lo avessero -udito certi grand'uomini di Grecia e di Roma, la -logica del mio cavaliere sarebbe stata ridotta a mal -partito. Socrate, per esempio, gli avrebbe risposto: -si vive per la virtù; Platone: per la sapienza; Fabrizio: -per la patria; Cicerone: per la gloria e -per tutte le altre cose insieme. Ma questi grand'uomini -non erano fortunatamente ad udirlo; e -se ci fossero stati e gli avessero sciorinati i loro -altissimi veri, io metto pegno che Caio Sempronio -non li avrebbe capiti. L'amore non è cieco soltanto; -è anche un po' sordo. -</p> - -<p> -Il nostro eroe viveva tanto bene laggiù! Neanche -a Roma si era mai sentito così pienamente -felice. Già, Roma era tutta nel golfo Cumano, ma -Roma allegra e spensierata, senza foro e senza -liti, senza ambizioni di potere e zuffe al ponte dei -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -suffragi, Roma condiscendente e buona, per cui -tutto era bene, e che non vi metteva gli occhi addosso, -se passavate con una bella donnina al braccio, -e magari anche con due. -</p> - -<p> -Un giorno egli aveva dovuto allontanarsi dal suo -dolce nido, per andare fino a Napoli, e far cambiare -la forma d'un certo diadema, che Clodia Metella -doveva portare qualche giorno dopo ad una -festa notturna. Tizio Caio Sempronio si adattava -anche a questi servigi; e credo anzi che qualche -volta andasse dal calzolaio per scegliere la più aggraziata -foggia di sandalo o di mulleo, o per raccomandare, -pena il suo corruccio, che il lavoro -fosse fatto a quel Dio. -</p> - -<p> -Clodia Metella era dunque sola, nel suo asilo di -Citera, allorquando le fu annunziata una visita. -</p> - -<p> -All'udire il nome di chi domandava d'entrare, la -bella patrizia fece il viso brutto anzi che no. E -vedete, di grazia, se non n'era il caso; quel tale -era Cepione, Servilio Cepione, che si era rotolato -fin là, attraversando i colli Albani e i monti Tifati, -ripetendo insomma una parte delle imprese -di Annibale. Che cercasse anche lui gli ozi di Capua? -<i>Videbimus infra.</i> -</p> - -<p> -— Come? Tu qui? esclamò Clodia Metella, in -atto di grande stupore. -</p> - -<p> -— Io, sicuramente... — rispose Cepione, sbuffando -dal caldo peggio d'un toro. — Ed anche da -qualche giorno. -</p> - -<p> -— Bravo! E non sei venuto subito a vederci? — diss'ella, -con aria di rimprovero, quantunque -non ne pensasse proprio una maledetta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -</p> - -<p> -— Come fare, con quel tuo colombo, che è sempre -nel nido? Ero venuto qua per fare quattro -bagnature. È il medico che me le ha ordinate. -Dice che gli umori serpeggiano, che certe macchie -alla pelle non gli piacciono (e neanche a me, -pel gallo d'Esculapio, neanche a me!), che infine -l'acqua salsa mi farà bene. Ed io mi diguazzo -nell'acqua salsa da tre giorni, e la gente mi piglia -per un Tritone. -</p> - -<p> -— E già m'immagino che farai fuggir le Nereidi. -</p> - -<p> -— Eh, eh! — rispose il vecchio argentario, con -un suo risolino asciutto, che era sincero come i -rimproveri di Clodia Metella. — Padrona mia -bella, le Nereidi non somigliano mica tutte a te, -che ti sei innamorata d'un mercante di tibie. — -</p> - -<p> -Servilio Cepione alludeva alle gambe snelle di -Caio Sempronio, che certo, paragonate alle sue, -così tozze e corte, potevano offrire una rassomiglianza -con le tibie, che erano i flauti, o, se vi -piace meglio, i clarinetti degli antichi Romani. -Per altro, a Clodia Metella non facea comodo di -capire l'allusione, così sciocca com'era. -</p> - -<p> -— Che cosa intenderesti di dire? — domandò -essa con piglio altezzoso. -</p> - -<p> -— Che il povero Servilio Cepione non conta -più nulla, ai tuoi occhi. Eppure, padrona mia, -egli fu un tempo... un tempo!... -</p> - -<p> -— Sospiri? In verità, ci hai grazia. Par di sentire -il mantice di Vulcano. -</p> - -<p> -— Venere si ricorda dei giorni passati nella fucina; -sta bene; — ripigliò Cepione, facendo bocca -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -da ridere. — Sii Venere adunque per intiero, e -riamami un poco. Vedi, cuoricino, il tuo Vulcano -ha la fortuna di non essere neanche zoppo. -</p> - -<p> -— Mi fai orrore; va via! — diss'ella, schermendosi. -</p> - -<p> -— Ah, ah! Siamo davvero a questi punti? — esclamò -l'argentario, inarcando le ciglia e allungando -le labbra con quel suo vezzo tra l'orgoglioso -e il beffardo, che lo faceva rassomigliare ad uno -scimmiotto quando fa le boccacce. — Tu dunque -non vuoi la tua parte? -</p> - -<p> -— Di che? -</p> - -<p> -— Di Caio Sempronio, del tuo fido colombo. Sai, -padrona mia bella? Tu lo pelavi; noi lo abbiamo -arrostito. -</p> - -<p> -— Non capisco. -</p> - -<p> -— Amabile candore! Ti parlerò dunque alla -buona. Noi prestavamo i danari che tu spendevi, -o facevi spendere così allegramente. E ce ne sono -andati, sai! Come poteva esser diverso? Viaggi e -salmerie, da far ricordare una legione quando cambia -presidio; vesti a carra, ori, perle e pietre preziose -a palate; uno sciame di servitori; una villa -da re; una nave di gala, come quella dei Tolomei; -feste, conviti, scampagnate; tutto ciò rallegra la -vita, ma costa caro, assai caro. Lo sappiamo ben -noi, perchè era tutto sangue nostro. Sicuro, siamo -stati noi gli spenditori; io, Furio Spongia e Crispo -Lamia. Sebbene, quasi quasi si potrebbe dire -che sono stato io solo, mentre gli altri due non -erano che i miei prestanomi. Tu mi costi già due -milioni di sesterzi, hai capito? due milioni di -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -sesterzi. E in meno di sei mesi! Tutto ciò è maraviglioso, -e Giulio Cesare, il più grande scialacquatore -di Roma, non avrebbe saputo far meglio. — -</p> - -<p> -Clodia Metella taceva. -</p> - -<p> -— Vuoi tu sapere come io mi sia arrisicato a -fargli credito? — prosegui l'implacabile argentario. — Dei -buoni! Avevo preso a volergli bene. -È opera tua; amo chi tu ami; tu graffi, io bevo -il sangue; tu peli, io arrostisco. Il nostro bel cavaliere -ha ereditata da suo padre una larga sostanza; -non così larga come si diceva per Roma, -dove tutto si esagera, ma pur sempre ragguardevole; -poniamo un quattro milioni di sesterzi. Ma vedi, -quando il giovanotto ha conosciuto, te, divina -Clodia Metella, ne aveva già divorato due milioni, -o quello che certi usurai gli avevano dato per -questa valuta, ipotecando i suoi fondi. Un milione -lo ha mangiucchiato lì per lì; tra male -spese e regali agli amici nella corsa primavera. -Due milioni glieli abbiamo imprestati noi... -</p> - -<p> -— E ne rimane uno scoperto; — interruppe Clodia -Metella. -</p> - -<p> -— Mi piace di vedere come calcoli a volo; — notò -Cepione. — Sicuramente, c'è un milione di -sesterzi, o giù di lì, per cui temiamo di dover rimanere -allo scoperto. -</p> - -<p> -— E adesso? — chiese ella. -</p> - -<p> -— E adesso vogliamo vederci chiaro. Capirai -che non si vuol restare così, mentre egli ci domanda -dell'altro, e i primi creditori vogliono esser -pagati. Io, per esempio, comprerei il credito, insieme -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -con Furio Spongia e Crispo Lamia, ma -prima di far questo passo dobbiamo guardare se nelle -sue sostanze c'è il pieno per esser pagati. -</p> - -<p> -— Ma dimmi, — ripigliò Clodia Metella, — quanto -a imprestargli dell'altro... -</p> - -<p> -— Noto con piacere che ti prendi molta cura -dei fatti suoi; — disse Cepione, ammiccando. — Ma -sono dolente di doverti rispondere che, quanto -a imprestargli dell'altro, non ne faremo nulla. Non -ti ho detto, e non hai riconosciuto tu stessa, che -c'è un milione di sesterzi in pericolo? -</p> - -<p> -— Egli dunque... -</p> - -<p> -— Non ha più un asse di suo. E il suo arcario -Lisimaco, che ha saputa l'intenzione dei primi -creditori e conosciuta l'esistenza dei nuovi, deve -averglielo scritto l'altro dì. Ah, tu hai lavorato di -fine, Clodia Metella; te lo dico io, che me ne intendo. -E adesso, senti; quantunque tu sia la donna -più generosa del mondo e il cuore di Caio Sempronio -basti ad ogni tuo desiderio, son pronto, in nome -della triade argentaria, a farti un presente, che sarà -il nostro rendimento di grazie. -</p> - -<p> -— Vediamo; — disse la matrona, guatandolo in -viso con una espressione singolare. -</p> - -<p> -— È un consiglio; — soggiunse egli, ridendo. -</p> - -<p> -— Ah! non so che farne. -</p> - -<p> -— No, rassicùrati, non è nemmeno un consiglio. -È una notizia, dalla quale tu caverai tutto ciò che -ti parrà meglio. Il tuo amante.... ti ha tradita. -</p> - -<p> -— Come? — gridò Clodia Metella, i cui occhi -scintillarono improvvisamente, ma forse non al -tutto dalla rabbia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -</p> - -<p> -— Ecco qua; si parla in Roma di certe nozze, -alle quali un biondo cavaliere era stato invitato, di -cui anzi egli era stato l'auspice. Si accenna ad una -passeggiata in giardino. L'auspice e la sposa tornarono -in casa per vie diverse. Le apparenze, lì -per lì, erano salvate. Ma c'è della gente curiosa, -al mondo, che troverebbe il nodo nel giunco. E -questa gente ha trovato..... -</p> - -<p> -— Che cosa? -</p> - -<p> -— Parecchie cose, ha trovato. Anzitutto, un tronco -d'albero appoggiato in un certo luogo al muro -di cinta; poi due embrici rotti sulla corona del -muro; poi una povera vecchia del vicinato, che -aveva dato acqua al biondo cavaliere per lavarsi -una scalfittura al ginocchio, ricevendone in -dono una moneta d'oro. Ecco una moneta bene -spesa, affè mia, per farsi conoscere da mezza Roma. -Per Ercole, non tornava lo stesso salire su d'un -tetto e gridare il suo nome alla gente? -</p> - -<p> -— Ah, l'infame! — mormorò Clodia Metella, che -ben ricordava quella assenza di Caio Sempronio -dagli orti Tiberini e la circostanza della scalfittura, -da lui spiegata con una mezza bugia. -</p> - -<p> -— Vedi? — incalzò Cepione. — Ecco il bel guadagno -che si fa ad impacciarsi coi giovani, con -questi farfalloni, che non stanno mai fermi in un -luogo, e il cui solo diletto par quello di vagabondare -dalle rose ai ligustri.... quando non è quello -di dare una scorsa su qualche cesto di cavolo. E -adesso che il nostro bel farfallone dal cavolo torna -alla rosa, vedremo questa dischiudergli amorosamente -le foglie, come se niente fosse... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -</p> - -<p> -— Oh, non lo speri! — ribattè Clodia Metella. — Lo -manderò dove va mandato, agli orti Ventidiani. -Capisco ora perchè li aveva comprati e regalati, -lui, che in fin dei conti non possedeva la -sostanza di Lucullo, e non era stato nominato erede -di un secondo Attalo! — -</p> - -<p> -Attalo era il personaggio favorito dei Romani, -quando volevano citare un grande esempio di ricchezza. -E la ragione era questa che Attalo III, re -di Pergamo, detto Filometore, essendo morto senza -figli ottant'anni addietro, aveva lasciato erede di tutte -le sue sostanze il popolo romano. Il quale, colpito -da tanta magnificenza, dimenticò volentieri che il -testatore era un fior di briccone, che coltivava nel -suo giardino tutte le piante velenose conosciute a' -suoi tempi e impregnava del loro succo i fiori e -le frutte che inviava a' suoi prediletti. Ma che -cosa non fa dimenticare un bel gruzzolo di monete? -</p> - -<p> -— Sì, un bel ricco! — notò Cepione. — E dove -si sia ridotto, mi pare di avertelo detto poc'anzi. -Se tu non lo soccorri, io temo... -</p> - -<p> -— Soccorrerlo, io? — interruppe Clodia Metella. — Tu -se' pazzo, o Servilio. Mi vorresti così sciocca -da rovinarmi per lui e da mandare la villa d'Albano -e gli orti sul Tevere nel baratro in cui si -sono sprofondati i suoi quattro milioni di sesterzi? -Già, soccorrerlo! Perchè seguiti a fare il vagheggino -con la moglie di Cinzio Numeriano! Neanche -per sogno; o non son io, o lo pianterò su -due piedi. -</p> - -<p> -— Brava! così va fatto; è il miglior modo per -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -non lasciarsi intenerire. M'immagino, — soggiunse -con arguzia feroce il banchiere, — che ciò non avverrà -senza sdegni e maledizioni, perchè, siamo -giusti, sei tu, padrona mia bella, che l'hai ridotto -allo stremo. -</p> - -<p> -— Io? Sono forse io che l'ho consigliato a spendere? -Io non gli ho chiesto mai nulla. Io son patrizia -romana, e della gente Claudia, la più nobile -e la più antica di tutte. -</p> - -<p> -— O dove metti la gente Giulia? — domandò -l'argentario, che ci prendeva gusto a punzecchiare -la sua alleata. -</p> - -<p> -— Sì, davvero, gran nobiltà! — rispose Clodia -Metella. — Discendono da Giulo, il figlio di Enea. -Ma, a buon conto, nella storia di Roma non compariscono -che verso i principii della guerra punica. -I Claudii, in quella vece, vennero dalla Sabina -in Roma, sei anni dopo la cacciata dei re. — -</p> - -<p> -Era graziosa, quella quistione di antenati, in -mezzo alle smanie per la infedeltà, o, a dire più -veramente, la povertà di Tizio Caio Sempronio! -Ma bisogna pensare che Claudia Metella ci aveva -il suo pudore anche lei, ed era naturale che volesse -nascondere sotto la nobiltà della stirpe quel -brutto esempio d'ingratitudine che si disponeva -a dare. -</p> - -<p> -Cepione, per altro, non volle menarle buono il -suo fumo nobilesco. -</p> - -<p> -— Senti, padrona mia, — diss'egli col suo tono -beffardo, — lasciamo in disparte gli antenati Sabini -e i Troiani. Gli uomini si conoscono dalle -opere loro. Tu fa vedere che sei nobile davvero -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -per te, non volendo aver che fare più oltre con gli -straccioni. Io, domani o doman l'altro, gli fo sequestrare -il suo talamègo e tutto quanto ha portato -di buono con sè... anche le gioie. -</p> - -<p> -— Oh, queste poi! -</p> - -<p> -— Certamente; — ripigliò l'argentario, facendole -il bocchino; — ma insieme con lo scrigno, -o, se ti piace meglio, con la dea che le porta. — -</p> - -<p> -Clodia chinò la testa e pensò. Infatti, era il caso -di pensare da senno. Con quelle notizie che recava -Cepione, e che del resto ella si aspettava un -giorno o l'altro, la compagnia del bel cavaliere diventava -un gran peso. Uscire di là, bisognava. E come -ne sarebbe venuta a capo, se qualcheduno, a lei noto -e interessato a servirla, non le dava una mano? -</p> - -<p> -Dopo alcuni istanti di pausa, in cui il suo cervello -sottile fece molte miglia di cammino, Clodia -Metella alzò con piglio risoluto la fronte, e, guardando -fisso Cepione, gli disse, così tra il dubbio e -l'affermazione. -</p> - -<p> -— La dea conserva i suoi donativi, non è egli -vero? Sarebbe sacrilegio spogliarla. -</p> - -<p> -— S'intende. I voti non sono essi il premio -delle grazie che ha fatte la dea? E non è giusto -che conservi i suoi cuori d'oro, le sue armille, -i suoi monili, dopo averseli così ben guadagnati? -</p> - -<p> -— Ne parleremo; — rispose Clodia, dopo un'altra -piccola pausa. -</p> - -<p> -— Perchè non parlarne subito? — disse Cepione. — Padrona -mia, queste risoluzioni si prendono a -volo. Non si tratta per l'appunto di volar via? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -</p> - -<p> -— Verissimo; ma senti, ecco il tuo cavaliere che -torna. -</p> - -<p> -— Il mio! questa è buona davvero. -</p> - -<p> -— Tuo, o di Furio Spongia, o di Crispo Lamia; -non siete voi altri che lo avete dissanguato? — -</p> - -<p> -Il degno argentario stava già per rispondere qualche -altra malignità, quando Caio Sempronio comparve -nell'atrio, con la sua baldanza negli occhi e -col sorriso sul labbro. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span></p> - -<h2 id="cap19">CAPITOLO XIX. -<span class="smaller">Siamo agli sgoccioli.</span></h2> -</div> - -<p> -Clodia Metella si era prontamente ricomposta -con quella balìa di sè, che è propria delle donne. -Non se l'abbiano a male, di grazia, le mie buone -lettrici. Io penso che sia una virtù il sapersi padroneggiare, -così nelle piccole cose come nelle -grandi, e se è vero che la necessità aguzza l'ingegno -dell'animale pensante, come svolge e perfeziona -l'istinto del bruto, si può ben dire che la -soggezione in cui, da che mondo è mondo, fu sempre -tenuta la donna, le abbia appunto accresciuta -la virtù del dissimulare, e data in pari tempo la -scusa. -</p> - -<p> -Quanto a Servilio Cepione, il nostro vecchio -argentario ci aveva un grugno così fatto, che -poco ci voleva a nascondere i moti nell'animo. -Il sorriso e la smorfia erano tutt'uno per lui. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -</p> - -<p> -Caio Sempronio rimase un po' sconcertato alla -vista inattesa del suo ippopòtamo. Ma infine, -quella medesima qualità che più doveva dargli -molestia, poteva anche rendergli gradita la presenza -di lui. Era un creditore. Ora, coi creditori, -non ci son vie di mezzo; o sprofondarsi in inchini, -o buttarli dalla finestra. Almeno, questa è l'opinione -dei debitori, che in questa materia sono i -giudici più autorevoli. Caio Sempronio, debitore -maraviglioso, non poteva onestamente appigliarsi -al secondo partito, anche per la ragione che -incominciava a trovarsi al verde, e, alla vista -di Servilio Cepione, gli parve che gli si presentasse -la fortuna, col corno dell'abbondanza tra -mani. -</p> - -<p> -Lo accolse dunque benissimo, e gli mosse incontro -con le braccia distese. -</p> - -<p> -— Oh Cepione! Che buon vento ti ha condotto -tra noi? -</p> - -<p> -— In verità, — disse quell'altro, — il vento non -ci ha avuto a far nulla. Son venuto per terra. -Del resto, come dicevo poc'anzi alla nostra Clodia -Metella, una ragione poco piacevole mi ha tirato -fin qua. I medici mi hanno ordinati i bagni di -mare, per una certa salsedine che m'è venuta alla -pelle. -</p> - -<p> -— Malattie dei ricchi! — notò Caio Sempronio -ridendo. -</p> - -<p> -— Ah, non parlar di ricchezze! Non si fa -nulla..... -</p> - -<p> -— E i danari dormono nelle arche, infruttuosi, -non è vero? Ma sta di buon animo, Servilio; presto -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -ti darò occasione io, di srugginire le chiavi del -forziere. — -</p> - -<p> -Cepione fece un muso lungo una spanna. -</p> - -<p> -— Basta, ne parleremo; — prosegui Caio Sempronio. — Oggi -si sta allegri. Rimani con noi, -ci s'intende? -</p> - -<p> -— No, ti ringrazio. Sono qui per curare la mia -salute e non posso fare la vostra vita da epicurei. -</p> - -<p> -— Che! Ti spaventi di poco. Pensa che l'allegria -fa buon sangue. -</p> - -<p> -— Vieni almeno a cena da noi; — disse Clodia -Metella, secondando abilmente le premure del compagno. -</p> - -<p> -Cepione si lasciò persuadere. Oramai era accettato -in casa e poteva aspettare tranquillamente -il buon punto. Fatte poche altre chiacchiere sul -più e sul meno, il degno uomo prese commiato -per andare alla sua bagnatura, e Caio Sempronio -lo accompagnò cortesemente fino all'uscio di -strada. -</p> - -<p> -— Poveraccio! — diss'egli tornando nel tablino, -ove Clodia Metella attendeva ad alcuno di quei -nonnulla, che le donne chiamano lavori, mentre -non sono altro che passatempi. — È un avaro, uno -strozzino; ma in fondo in fondo è migliore della -sua fama. — -</p> - -<p> -Il nostro cavaliere vedeva tutto color di rosa, in -quel giorno. -</p> - -<p> -— Padrona mia dolce, — soggiunse egli, — sono -stato fuori un po' troppo. Ma la colpa fu del lavoro, -che non era finito. Ecco il tuo diadema. Va -bene così? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -</p> - -<p> -Clodia ammirò, e si volse a guardare il giovine -col più lusinghiero dei suoi dolci sorrisi. -</p> - -<p> -Ora, chi nol sa? i sorrisi d'una bella donna si -bevono, e scendono al cuore più soavi dell'ambrosia, -o del nèttare. «Niente è più dolce del -miele» ha detto Salomone; e certo l'autorità è -grande, nè si può così leggermente contraddirgli. -Pure, io porto opinione che il sapientissimo re non -badasse troppo a quel che diceva. Se ci avesse -pensato un pochino, metto pegno che si sarebbe -ricordato. Poffaremmio! Che tra i mille sorrisi -raccolti nel suo palazzo (e dico mille, perchè ne ha -tenuto il conto la storia), non ce n'avesse uno da -valer più d'un favo di miele? -</p> - -<p> -Caio Sempronio bevette senz'altro quel sorriso di -Clodia, e nella dolcezza ond'era tutto compreso dimenticò -ogni sopraccapo. -</p> - -<p> -— Mia bella amica, — le bisbigliò quindi all'orecchio, — io -ti amo. E tu? — -</p> - -<p> -Clodia Metella non rispose. Ma fece meglio; gli -gettò le braccia al collo. -</p> - -<p> -— Dopo tutto, è un bel giovane; — pensò la -bella patrizia, che se ne intendeva. — Peccato che -non sia più ricco! — -</p> - -<p> -Fu quella l'orazione funebre agli amori di Tizio -Caio Sempronio. Ma che importava ciò, se il morto -era calato nel monumento con una ghirlanda di rose? -</p> - -<p> -Quel giorno la cena fu gaia oltre l'usato. Il nostro -cavaliere avea l'aureola dei beati intorno alla -fronte; e Clodia Metella..... Abbiamo veduto come -sapesse padroneggiarsi e dissimulare, quella gentile -alunna di Venere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -</p> - -<p> -In mezzo a tutti i piccoli episodii della serata, -Cepione trovò il modo di dire alcune parole all'orecchio -di Clodia. Ma Caio Sempronio, dal canto -suo, trovò il modo di parlare un tratto da solo a -solo con Cepione. -</p> - -<p> -— Amico mio, quattro parole. -</p> - -<p> -— Ci siamo! — pensò l'argentario. — Attenti a -parare la botta. — -</p> - -<p> -E ad alta voce soggiunse: -</p> - -<p> -— Mio cavaliere, sentiamole. -</p> - -<p> -— Forse già le indovini. Ho bisogno di danaro. -</p> - -<p> -— Non ne ho. Ti parrà strano, e i tuoi occhi me -lo dicono chiaramente, prima che parlino le labbra. -Ma il fatto è questo: non ne ho. In questi mesi mi -sono andati a male parecchi negozi e mi trovo -in secco. -</p> - -<p> -— Mi duole..... per te e per me; — disse, dopo -una breve pausa, Caio Sempronio. — Ma, poichè -mi sei amico..... -</p> - -<p> -— Amicone! Amicone! — interruppe l'argentario, -prendendogli una mano e battendogli così amorevolmente -sul braccio, che non pareva più lui. -</p> - -<p> -— Orbene, poichè così è, potrai parlarne o scriverne, -che sarà meglio, al tuo collega Furio Spongia, -a Crispo Lamia, a qualcun altro delle Botteghe -Vecchie. -</p> - -<p> -— Ahi, ahi! — esclamò Cepione, con quell'aria -di soave malinconia che assumono i mercanti sulle -difese, e in generale tutti gli uomini che stanno -per negarvi un servizio. — Le Botteghe Vecchie -sono chiuse. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -</p> - -<p> -— Da quando? — domandò Caio Sempronio, che -lì per lì non aveva capito il senso riposto della -frase di Cepione. -</p> - -<p> -— Da quando hanno incominciato a diffidare. -Bada, non sono io che parlo; riferisco i discorsi -degli altri. C'è Furio Spongia che asserisce aver -tu preso ad imprestito per somme di gran lunga -superiori alle tue sostanze. -</p> - -<p> -— Ah! dice questo, il briccone? -</p> - -<p> -— Sicuro, ed aggiunge di averne le prove. A -me, che volevo persuaderlo del contrario, perchè -ho fede in te, e dopo tutto non mi spaventerei -d'aver perduta una parte del mio, pur di averti -potuto rendere un servizio, a me, dico, Furio -Spongia ha risposto di essersi abboccato col tuo -arcario e di averlo costretto a convenirne, dopo -tirata la somma di tutti i tuoi debiti, antichi e nuovi. -Anzi, mi aggiungeva che Lisimaco... Ê così che si -chiama il tuo cassiere? -</p> - -<p> -— Sì, va innanzi; — disse Caio Sempronio, impaziente -di giungere al fine. -</p> - -<p> -— Mi aggiungeva dunque che Lisimaco, turbato -da quella improvvisa scoperta, che rendeva inutile -il suo ufficio, ti aveva scritto una lettera. -</p> - -<p> -— A me? Non so nulla di ciò. -</p> - -<p> -— Eppure, quella medesima sera il messaggiero -era partito da Roma. -</p> - -<p> -— Aspetta; — disse Caio Sempronio. — Ora -mi rammento. Dev'essere stato quindici giorni fa. -Lisimaco infatti mi scriveva..... Ma in verità, non -so che cosa mi scrivesse, perchè non ho letto il -messaggio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -</p> - -<p> -— Leggilo ora, e vedrai. — -</p> - -<p> -Il nostro cavaliere, scombussolato da quelle ingrate -notizie, andò nella sua camera, aperse la -capsa e trovò la lettera del suo povero arcario. -Era un piagnisteo dalla prima all'ultima parola. -Lisimaco aveva riconosciuti ad uno ad uno gli -sdruci fatti dal cavaliere nel suo patrimonio, e -conchiudeva malinconicamente col dirgli: «tu non -hai più nulla del tuo; i creditori sequestreranno -ogni cosa, e, quel che è peggio, i tuoi poderi -non basteranno a coprire i debiti, così numerosi -ed ingenti, come hai avuto il senno di farli.» -</p> - -<p> -Rimase di sasso. Non ignorava già di andare -alla rovina, ma non credeva di giungerci così presto. -Altro che fermarsi allo scrimolo! Egli era già -a gambe levate nel vuoto. -</p> - -<p> -Il primo pensiero che gli usci formato ed intiero -da quella gran confusione, fu per la donna amata -da cui avrebbe pure dovuto separarsi. -</p> - -<p> -— E Clodia? Che dirà Clodia? Come l'avvertirò -io di tanta sciagura? — -</p> - -<p> -La conclusione del suo soliloquio si fu che per -quella sera non avrebbe parlato di nulla. Rimettere -le noie al dimani è sempre stata la gran regola -degli uomini a modo. -</p> - -<p> -Il giorno dopo, era meno che mai disposto a -parlare. Andò in quella vece a trovar l'argentario, -per vedere se fosse possibile di intenerirlo. -</p> - -<p> -— Senti; — gli disse; — l'autunno è inoltrato -e a giorni mi bisognerà ritornare a Roma. Fa ancora -uno sforzo, e t'assicuro che sarà l'ultimo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -</p> - -<p> -— Lo vorrei, per Saturno, ma non posso. Tu -vuoi cavar sangue da una rapa. Ho appena il danaro -bastante per viver qui una ventina di giorni, -da solo e senza uscire di riga. Quanto a Furio -Spongia e a' suoi degni colleghi, mi pare di avertene -detto abbastanza ier sera. Credo anzi che abbiano -intenzione di rivolgersi al pretore, se già -non lo hanno fatto, per tutelare i loro diritti. — -</p> - -<p> -Al nostro eroe cascarono a dirittura le braccia. -</p> - -<p> -— Siamo già a questi punti! — diss'egli. -</p> - -<p> -— Mah! Io non ne so nulla; ti ripeto quello che -ho inteso a dire e ti aggiungo quello che temo. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio usci disperato dal diversorio, in -cui era alloggiato il feroce argentario. -</p> - -<p> -Quel giorno fu tutto per Clodia. E lei? Quanto -a lei, lettori umanissimi, non so dirvi che pensieri -le girassero per la fantasia. Sbadigliare non fu vista -da alcuno, e se vi dicessi, per certe mie induzioni, -che reprimeva gli sbadigli e gli atti d'impazienza, -temerei di asserire una cosa non vera. -L'hanno tanto lacerata, quella povera Clodia Metella, -che non ci sarebbe misericordia da parte nostra -ad imitare i suoi contemporanei. Ammettiamo, -per farla finita, che le dolesse di vedere il suo -Caio Sempronio così presto andato a male, ma che, -da donna assennata qual era, desiderasse in cuor -suo di trovare un'uscita, e per lui e per sè. -</p> - -<p> -— Stamane, se permetti, — le disse il povero -cavaliere, — vo fuori. -</p> - -<p> -— Dove? -</p> - -<p> -— Fino a Puteoli. Ho da vedere un amico. — -</p> - -<p> -Clodia Metella indovinò così a mezz'aria che tutto -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -stava per finire, e non volle trattenerlo. Per altro, -una parola ci voleva; e la parola fa questa: -</p> - -<p> -— Purchè non si tratti d'una donna! -</p> - -<p> -— Ah, non temere! Chi ama te, le dimentica -tutte. — -</p> - -<p> -Ciò detto, si allontanò, ma non senza volgere dal -fondo dell'atrio una lunga occhiata a lei, che gli -sorrideva dal tablino aperto, bella e fresca come -l'aurora. -</p> - -<p> -— Lasciarla! pensava egli intanto. — Non -ne sento il coraggio. Udiamo prima il consiglio di -un savio. — -</p> - -<p> -Chi era costui, che doveva metter bocca sulle -faccende di Tizio Caio Sempronio? Aspettate, e -lo vedrete. Il pensiero di far capo a costui gli -era nato nella notte, e, cosa strana, posando al -fianco di Clodia. Il mondo è pieno d'antitesi, e -il cervello dell'uomo, che è un piccolo mondo, -ne ha una ad ogni svolta delle operose sue cellule. -</p> - -<p> -La barca su cui era salito il nostro cavaliere -andava a tutta forza di remi verso Puteoli; ma -volse a riva, prima di giungere in vista di quel -piccolo porto. Colà si vedeva una villa graziosa, -le cui mura dipinte di cinabrese s'inerpicavano -per la verde costiera, andando a congiungersi al -sommo di un poggio, dove sorgeva una casa foggiata -a mo' di tempio greco. Questa almeno era -l'apparenza sua, derivata dal portico d'ordine dorico, -che correva lungo la fronte dell'edifizio. -</p> - -<p> -Quel luogo dicevasi l'Academia, e gli eruditi -hanno già capito a chi appartenesse. Noi che non -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -siamo eruditi (e ci corre) prenderemo ad imprestito -un po' della loro dottrina, per dirvi che Acadèmo -era un cittadino ateniese, il quale aveva nominato -il popolo erede dei suoi orti, convertiti -poscia in pubblico passeggio, cinto di mura da -Ipparco, abbellito da Cimone, illustrato dai discepoli -di Platone, che vi si raccoglievano a disputare; -donde la scuola ebbe il nome di Academia. -Ma perchè tuttociò non vi chiarirebbe ancora le -origini dell'Academia di Puteoli, aggiungeremo -che un grande romano aveva imposto quel classico -nome alla sua casa di campagna, posta colà, -tra Puteoli e il lago d'Averno, abbellendola di -portici e circondandola di giardini, ad imitazione -dell'Academia di Atene. E quest'uomo, ormai lo -hanno indovinato anche i non eruditi, si chiamava -Marco Tullio Cicerone. -</p> - -<p> -Caio Sempronio, smontato dal burchiello alla -riva, salì per un sentieruolo, che, serpeggiando attraverso -una macchia di corbezzoli e di frassini, -metteva all'abitazione del magno oratore. Tutto in -quel luogo era grazioso e severo ad un tempo; si -capiva alla bella prima che dovesse essere il romitorio -d'un filosofo, e che quel filosofo fosse anche -un uomo di buon gusto. Alla mente del nostro -cavaliere s'affacciò per l'appunto una sentenza -dell'Arpinate, che doveva essere nata colà: <i>hic mihi -jucundior solitudo, hic et amicitia jucundior</i>. -</p> - -<p> -Fu annunziato l'arrivo del nostro eroe, mentre -il più elegante dei pensatori romani stava dettando -una delle auree sue pagine al suo liberto, amico -e discepolo, Marco Tullio Tirone. Non ignorate -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -per fermo che i liberti prendevano il nome dei -loro antichi padroni. -</p> - -<p> -Caio Sempronio non voleva riuscire molesto in -quell'ora solenne, e il filosofo approfittò delle cortesi -sollecitazioni di lui, per finir di dettare uno -dei suoi capitoli immortali. Cicerone stava appunto -per condurre a termine il trattato «Della Vecchiaia» -che è senza fallo uno dei suoi migliori, -anzi l'ottimo fra tutti, per la purezza della forma -e la dignità dei pensieri. -</p> - -<p> -In quel libro parlava Catone il Maggiore, ma un -Catone riveduto e corretto dall'ingegno altissimo -di Marco Tullio, che si levava nella chiusa ad -inarrivabili altezze. -</p> - -<p> -— «Nessuno, o Scipione, mi persuaderà mai, -che il padre tuo Paolo, o i due avi Paolo e l'Africano, -o il padre dell'Africano, o lo zio, o molti -altri valentuomini che non accade di enumerare, -avrebbero operato tante cose degne del ricordo -della posterità, se non avessero veduto con l'occhio -della mente che la posterità era ad essi dovuta. O -pensi che io (per lodare un tratto anche me, alla -guisa dei vecchi) mi sarei tolti sugli omeri tanti -assidui travagli in città e nel campo, se avessi -pensato di dover chiudere la mia gloria in quei -medesimi confini in che la mia vita doveva esser -chiusa? E non sarebbe stato assai meglio trarre -oziosa la vita e quieta, senza alcuna fatica, o contrasto? -Senonchè, io non so come, l'animo mio, -sollevandosi, sempre così vedeva la posterità, come -se, dopo la morte, avesse a continuargli la vita. -La qual cosa se non procedesse in tal modo, che -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -le anime nostre fossero immortali, l'intelletto degli -ottimi non si travaglierebbe di certo per conseguire -una gloria immortale. E perchè credete -voi che muoiano di buon animo i sapienti, e tutto -al contrario gli stolti? O non vi pare che l'animo -il quale più scorge, e più lontano, s'avveda per -l'appunto di partire per regioni migliori, mentre -chi ha ottusa la vista nol vede? Sì, veramente, io -m'esalto nel desiderio di vedere i padri vostri, che -ho rispettati ed amati; nè quei soli che io stesso -conobbi, ma altresì coloro dei quali udivo e leggevo, -e intorno ai quali scrissi nei miei libri di -storie. Pronto alla partenza per quei luoghi, nessuno -varrebbe a trattenermi, volesse anco ritornarmi -alla prima giovinezza, ricuocendomi, come -si narra del vecchio Pelia aver fatto Medea. E se -pure un Dio mi concedesse di tornar bambino, così -che io dovessi vagire in cuna, in verità ricuserei, -non volendo, quasi alla fine del mio corso, dalle -riprese essere ricondotto alle mosse.» — -</p> - -<p> -— Stupendo! — esclamò Caio Sempronio, che -non seppe trattenere lo scoppio della sua ammirazione. -</p> - -<p> -Marco Tullio, a cui piaceva la lode, pagò quella -esclamazione con un sorriso e con un cenno amichevole -del capo; indi continuò la sua dettatura: -</p> - -<p> -— «Invero, che cos'ha la vita di utile, o non -piuttosto di travaglio? Ma l'abbia pure; essa ha -certamente, dopo tutto, la sua noia e il suo termine. -Non mi piace adunque di rimpiangere la vita, -come molti ed anche savii hanno fatto. Neanche -mi pento di essere vissuto, perchè sono vissuto in -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -tal guisa da non credermi nato invano, e da questa -vita mi parto, come si fa da un ospizio, non -come da una casa. Infatti a noi la natura diede -l'albergo per soggiornarvi, non già per abitarvi. -O splendido giorno, nel quale io parta per quel -consesso di anime divine e mi allontani da questa -turba e confusione di gente! Nè solo andrò -a quegli uomini dei quali ho detto poc'anzi, ma -eziandio a Liciniano mio figlio, di cui non nacque -uomo migliore, nè chi lo avanzasse in pietà; il -cui corpo fu abbruciato da me, quando era più -naturale che il mio lo fosse da lui. L'anima sua -non mi abbandonò, veramente; anzi, mirando a -me di continuo, s'avviò a quel luogo dove sapeva -che io pure avrei dovuto giungere un giorno. La -quale sventura mia io parvi sopportare con fortezza, -non perchè mi vi acconciassi di buon animo, -ma perchè me ne consolavo, stimando non esser -lontane tra noi la dipartita e l'assenza. Per queste -cose, o Scipione (che mi dicevi di averne fatte -spesso le meraviglie con Lelio), la vecchiezza, non -che molesta, mi torna dilettevole e cara. Che se -io m'inganno nel credere immortali le anime -umane, volentieri m'inganno, nè voglio mi si tolga -un errore, che abbellisce la mia vita. Se morto -non sentirò più nulla, come credono certi filosofastri, -non temo che i filosofi, morti anche loro, -abbiano a deridere questa mia illusione. Che se -poi non dobbiamo essere immortali, tuttavia è desiderabile -per l'uomo di estinguersi al suo tempo. -Imperocchè la natura, come in tante altre cose, -così ha una misura nel vivere. E la vecchiezza -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -è come il compimento della vita; è il quint'atto -della commedia, in cui dobbiamo sfuggire ogni -ombra di stanchezza, segnatamente dove si aggiunga -la sazietà. Queste cose avevo a dire della -vecchiaia, a cui v'auguro di pervenire, affinchè le -cose udite da me possiate trovar giuste, mercè la -vostra esperienza.» — -</p> - -<p> -L'amanuense aveva finito di scrivere, e Cicerone -diede una rifiatata di contentezza. -</p> - -<p> -Anche questa è condotta a termine; — diss'egli. — E -quasi quasi mi duole. Ci si separa mal -volentieri da un amico; e questo lavoruccio era -un amico per me. -</p> - -<p> -— Tu lavori sempre, ad onore di Roma, — notò -con timido accento il giovine cavaliere. -</p> - -<p> -— Così tu dicessi il vero! Confermeranno i posteri -la tua sentenza? Ecco il punto. Ad ogni modo, -fo quanto è in me per meritarla. Le lettere mi -consolano in ogni studio della vita, e, come tu -vedi, mi seguono anche in villa. E adesso, o Tirone, — soggiunse -il grande uomo, — va a ricopiare -lo scritto; lo manderemo agli amici, se credi -che ne valga la spesa. Io udrò frattanto questo umanissimo -giovine. — -</p> - -<p> -Tirone raccolse le sue tavolette e si ritirò, mentre -Caio Sempronio si faceva innanzi. -</p> - -<p> -— Tu vorrai perdonarmi l'indugio; — continuò -Cicerone. — Noi vecchi abbiamo sempre qualche -ricordo da lasciare a chi verrà dopo; e guai a noi, -se perdiamo il filo, perchè il tempo incalza e la -Parca ci attende. — -</p> - -<p> -Il grande oratore e filosofo sentiva già forse vicina -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -la morte. Infatti, sei anni dopo, egli moriva -coraggiosamente, nel sessantesimo quarto anno -d'età, vittima delle ire d'Antonio che egli aveva -fulminato con le sue filippiche, piene di tanto amore -per la patria e di tanta devozione alla causa della -libertà, che pur vedeva perduta. I soldati recarono -la sua testa a Fulvia, la moglie di Antonio, e la -fierissima donna, impugnato lo spillo che le teneva -raccolti i capegli, vendicò sulla lingua del morto -le dure verità dette dai rostri al suo secondo e al -suo primo marito. Ricorderete che innanzi di dar -la mano al futuro amante di Cleopatra, il quale -la trattò poi secondo i suoi meriti, facendola morire -di dolore e di gelosia, Fulvia era stata la moglie -di Publio Clodio. -</p> - -<p> -— Ma lasciamo questi vani discorsi; — proseguì -Cicerone. — In che cosa può giovarti l'opera -mia? — -</p> - -<p> -Caio Sempronio gli espose allora in poche parole -il caso suo, riserbandosi di tornarci sopra con -maggior diffusione, per tutti quei particolari che -al sommo giureconsulto mettesse conto di sapere. -Cicerone, che aveva conosciuto da vicino il padre -di lui, lo ascoltò con molta benevolenza e volle -conoscere tutto, dall'a fino alla zeta. -</p> - -<p> -— C'è una donna, di mezzo! — esclamò. — Dovevo -immaginarmelo. Giovani matti, che non ricordate -essere stata una donna la causa dell'eccidio -di Troia! È vero per altro — soggiunse egli, ridendo -umanamente della sua medesima osservazione, — che, -se non cadeva Troia, non nasceva -Roma. Dunque, perdoniamo alle donne, e tiriamo -avanti. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -</p> - -<p> -Il nostro cavaliere proseguì il suo racconto, nel -quale gli occorse anche di profferire il nome di -Clodia Metella. E questo non giunse nuovo a Marco -Tullio, che rammentò allora il teatro di Pompeo -e la rappresentazione della <i>Casina</i> di Plauto, alla -quale abbiamo fatto assistere i lettori. -</p> - -<p> -— Io non ti dirò nulla di lei; — disse il magno -oratore. — Sarei un testimonio sospetto. A me -basta che tu, sapendo quello che io ne ho detto -al tribunale pochi anni or sono, non abbia temuto -di venire da me per consiglio. Forse intendevi che, -dopo quanto t'è occorso, ero io il tuo alleato naturale. — -</p> - -<p> -Queste parole di Cicerone svegliarono nel cuore -di Caio Sempronio un vago senso di tristezza. -Egli non aveva pensato a nulla di tutto ciò che -il suo illustre interlocutore vedeva in quella visita, -fatta piuttosto a lui che ad un altro. Era andato -da Marco Tullio, per la stima che aveva grandissima -del suo ingegno, per la stessa urgenza del -caso, che non portava di andare a cercare un consigliere -lontano, mentre ce n'era uno a pochi passi -da Baia, e in fondo in fondo anche per quella -virtù dell'istinto, che nei supremi momenti ci fa -indovinare da qual parte si trovino gli aiuti più -poderosi. Ma quell'accenno del grand'uomo al passato, -gli fece provare una specie di rimorso, che -si mutò in corruccio, non contro Cicerone, bensì -contro sè stesso. -</p> - -<p> -— Forse ho dubitato di lei? — pensò Caio tra -sè. — E venendo a chieder consiglio da Marco -Tullio, intendevo forse di vendicarmi su lei? Mi -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -sono rovinato per quella donna, è vero, ma come -mi sarei rovinato per un'altra, nè più, nè meno. — -</p> - -<p> -L'interna battaglia che io vi ho descritta con -tante parole, durò a mala pena un istante. E in -pari tempo il nostro cavaliere sentì il bisogno di -sviare il discorso. -</p> - -<p> -— Forse, — diss'egli, — la causa non è degna -di te, ed io ho abusato.... -</p> - -<p> -— No, non credere che sia da meno del mio -povero ingegno; — interruppe Cicerone. — Te lo -dirò con Terenzio: sono uomo, e nessuna delle -umane miserie ha da essermi straniera. Mi occuperò -del tuo caso, appena sarò di ritorno in Roma. -Io non mi sono trattenuto a Puteoli che per finire -il mio libro. Ma il Foro mi richiama da un pezzo, -e fo conto di partire domani o doman l'altro. Vieni -a vedermi laggiù e conducimi il tuo Lisimaco, per -tutti i ragguagli e per tutti gli schiarimenti che -mi saranno necessarii. Comunque esso valga, il -mio patrocinio lo avrai. -</p> - -<p> -— Ah! — gridò il cavaliere. — Tu mi ridoni la -vita. Con te si vince di sicuro. -</p> - -<p> -— No, non cantar vittoria, te ne prego. Un cattivo -avvocato può perdere una causa buona; un -buon avvocato non può guadagnarne una cattiva. -Almeno, — soggiunse, con una restrizione che gli -pareva necessaria, — se il giudice è onesto. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio si accomiatò finalmente dal -grande oratore, promettendogli che pochi giorni -dopo si sarebbe presentato a lui, nella sua casa -al Palatino. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span></p> - -<h2 id="cap20">CAPITOLO XX. -<span class="smaller">Una va e l'altra viene.</span></h2> -</div> - -<p> -Egli ritornò alla riva con la morte nel cuore. Con -che animo avrebbe egli detto a Clodia Metella: -partiamo alla volta di Roma? Non sarebbe bisognato -confessarle ogni cosa? E quella confessione -non l'avrebbe fatta arrossire? -</p> - -<p> -Pure, non si poteva fare altrimenti. Caio Sempronio -si rassegnò, implorando da Minerva una -buona ispirazione, pel momento in cui si sarebbe -trovato da solo a solo con Clodia. -</p> - -<p> -La navicella toccò la riva di Baia, senza che egli -avesse trovato niente di meglio nella gran confusione -del suo cervello. Balzò tuttavia sollecito a -terra, e corse, volò, al nido dei suoi poveri amori; -nido diletto, da cui gli era pur necessario allontanarsi -tra breve. -</p> - -<p> -Il silenzio regnava in Citera. La sua bella compagna -non era ad attenderlo, come soleva, sotto il -vestibolo. L'atrio era deserto, e deserto il tablino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -</p> - -<p> -— Ahimè! — pensò egli in cuor suo. — così -sarà deserto il luogo domani. Vedete come è già -triste fin d'ora. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio tornò indietro, per chiedere della -signora all'ostiario. -</p> - -<p> -— È uscita; — gli disse Piramo, il servo che -già conosciamo fin dai principio di questo racconto. -</p> - -<p> -— E dove è andata? -</p> - -<p> -— Non so. Ma aspetta, padrone; forse te l'ha -scritto in una lettera, che ha consegnata alle sue -donne, poco prima di uscire. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio sentì al cuore una stretta violenta. -Piantò l'ostiario al suo posto, infilò la fauce -che s'apriva a fianco del tablino, e riuscì nel peristilio, -dove stavano le ancelle di Clodia. Erano -tre, quelle che Clodia aveva condotte seco da Roma, -l'ornatrice e due cosmète; ma Caio Sempronio -non vide che queste due, intente a ripiegare panni -e chiuderli in certi forzieri, come se facessero i -preparativi per mettersi in viaggio. -</p> - -<p> -Il cavaliere si avvicinò alle donne, e, senza porre -tempo in mezzo, domandò: -</p> - -<p> -— C'è una lettera per me? -</p> - -<p> -— Sì, mio signore; — disse una delle cosmète. — Eccola -qui. La padrona mi ha raccomandato di -non smarrirla, e la tenevo in tasca aspettando il -tuo arrivo. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio prese il messaggio di Clodia. -Era un pugillare, come il primo che aveva ricevuto -da lei. Ruppe il suggello con ansia indicibile, -e lesse. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -</p> - -<p> -Non erano che pochi versi, segnati in fretta, e -come a mano volante. -</p> - -<p> -«Io parto. Non cercare di raggiungermi, perchè -tutto è finito tra noi. Pensa agli orti Ventidiani, e -consòlati.» -</p> - -<p> -Il povero giovane rimase esterrefatto. Mentre egli -ritornava, pensando tra sè come dirle delle sue -strettezze, ella si allontanava da lui, lo abbandonava, -e per sempre! Gli orti Ventidiani! Chi mai -aveva potuto informarla?... Era gelosa; questo almeno -appariva dalla lettera. Ma una donna veramente -gelosa non sarebbe rimasta, per rinfacciargli -prima il suo tradimento? Costei invece partiva, -senza attendere nemmeno le sue discolpe, o -i suoi recisi dinieghi. Perchè, infine, quali erano -i testimonii? E non poteva anche esser falsa la -accusa? -</p> - -<p> -Tutte queste erano belle ragioni; chè il nostro -eroe, quando voleva, ragionava anche lui -e meglio d'un libro. Ma, anche col torto dalla -parte sua, Clodia Metella era sparita, e il pensiero -della sua insigne durezza non era quello -che potesse lì per lì consolare il povero Caio Sempronio. -</p> - -<p> -Egli rimase un tratto sospeso, col suo pugillare -tra le mani. Finalmente, gli balenò l'idea di domandare -alle donne con chi fosse andata la loro -padrona. -</p> - -<p> -— Non sappiamo; — risposero. -</p> - -<p> -— E tu? — chiese all'ostiario che aveva indovinata -la catastrofe e seguito a rispettosa distanza -il padrone. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -</p> - -<p> -— Ê andata con un vecchio... con quel grasso -che pare il dio Sileno.... -</p> - -<p> -— Ah, per gli Dei infernali! — gridò il cavaliere. -</p> - -<p> -Voleva dire dell'altro, ma si trattenne in tempo, -ricordando che ci aveva quei tre, a testimoni delle -sue furie. -</p> - -<p> -— Contate di partire, voi altre? — chiese alle -due cosmète, dopo un istante di pausa. -</p> - -<p> -— Se tu ce lo consenti; — rispose la più vecchia -di loro. — La padrona ci ha detto di aspettare -i tuoi ordini. — -</p> - -<p> -Al nostro eroe toccava ancora di pagare alle due -ancelle di Clodia le spese del viaggio. Era l'atellana -dopo la tragedia! -</p> - -<p> -— Bene! — replicò Caio Sempronio, con lo stesso -accento con cui avrebbe detto: male! — Andrete -quando vi piacerà. E tu e i tuoi compagni, — soggiunse, -volgendo la parola all'ostiario, — aspettate. — -</p> - -<p> -Ciò detto, andò fuori, per respirare più libero, e -mettere, se gli riusciva, il cervello a partito. Baia, -il suo golfo, i colli tutto intorno, gli parvero un -deserto. Per giunta, il cielo s'era abbuiato, e il -mare, ai primi soffi dello scirocco, aveva preso un -colore di piombo. -</p> - -<p> -Guardando a caso dalla parte di Cuma, il nostro -cavaliere vide venire per la via maestra una reda, -tirata rapidamente da due robusti cavalli bianchi. -Quel cocchio, come fu giunto davanti al cancello -di Citera, si fermò, e Caio Sempronio vide una -matrona che si disponeva a discendere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -</p> - -<p> -— Forse lei, che ritorna? — pensò, senza badare -che la dama era sola e che quei cavalli bianchi -non erano i suoi. -</p> - -<p> -Intanto, attratto da una forza irresistibile, volò -verso il cancello. La matrona era discesa e gli veniva -incontro sorridendo. Non era Clodia; era Giunia -Sillana. -</p> - -<p> -— Oh, come son lieta di vederti! — esclamò la -bella patrizia. — E come mi rallegro di non essere -tornata indietro! Ero già sul punto di farlo, -vedendo il mal tempo; la qual cosa mi avrebbe -tolto il piacere di stringerti la mano. — -</p> - -<p> -Caio s'inchinò, e le porse la destra, così per rispondere -alla sua cortesia, come per aiutarla a -salire su pel viale. Per altro, non aveva aperto -bocca. -</p> - -<p> -— Tu sei triste; perchè? — dimandò Giunia -Sillana, notando il suo silenzio e non potendo ascriverlo -a mancanza di riguardi. -</p> - -<p> -— Signora mia... — balbettò il cavaliere. -</p> - -<p> -E finì la sua frase con un sospiro tanto fatto. -</p> - -<p> -— Ma che c'è? Voglio saperlo. Ah, forse, — soggiunse, -sorridendo, — qualche nuvola viatrice? -</p> - -<p> -— Sì, viatrice, l'hai detto; — rispose il giovine, -crollando la testa. — Clodia Metella è partita. — -</p> - -<p> -E poichè Giunia Sillana mostrava di maravigliarsi -del fatto, cavò il pugillare dalla cintura e -lo aperse sotto gli occhi di lei. -</p> - -<p> -— Ed io che ero venuta a visitarla! — gridò la -signora, giungendo le mani. — Ma come? che capriccio -l'ha presa? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -</p> - -<p> -— Lo so io? Così avessi saputo prima a chi gittavo -il mio cuore! — rispose egli, sbuffando. -</p> - -<p> -— Povero Caio! E con chi è andata? Con qualche -pantomimo? -</p> - -<p> -— No; con Servilio Cepione, con l'argentario. -</p> - -<p> -— Ah, con quel vecchio otre? con quella montagna -di carne? Consolati, bel cavaliere! Una donna -che cambia così male non merita una lagrima.... -e neanche il sospiro che ora le dài. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio non sospirava in quel punto -per Clodia. Sospirava, pensando che Cepione era -ricco, e che egli, invece, era rimasto povero in -canna. -</p> - -<p> -— Senti; — proseguiva Giunia Sillana, fermandosi -con delicatezza femminile a mezza strada, dove era -un sedile di marmo, all'ombra d'un pergolato; — il -mondo è pieno di consolazioni, per un uomo tuo -pari. Chi non ti compiangerebbe? Chi, conoscendo -te e lei, non imprecherebbe a lei? Essa è già punita -abbastanza dalla sua scelta, non dubitare! Sarà -la favola di tutta Roma. A proposito, quando ci -torni, a Roma? -</p> - -<p> -— Subito, per vederla, per.... -</p> - -<p> -— No, non devi far nulla contro di lei; — interruppe -Giunia Sillana. — Ci sono delle donne -per cui s'incontrerebbe volentieri la morte, e delle -altre che basta disprezzare, quando non è d'avanzo. -Chètati dunque; un giorno le passerai davanti, -al fianco di una donna più bella, e riderai -degli spasimi che essa ti ha fatto provare in passato. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -</p> - -<p> -E si faceva rossa, a dirgli queste cose. Incominciò -a credere che Giunia Sillana ci avesse un miccino -di cuore, se ci metteva tanta cura a consolare -quel povero abbandonato. -</p> - -<p> -Caio Sempronio era rimasto pensoso, con gli occhi -a terra. -</p> - -<p> -— Sei dunque persuaso? — continuò Giunia -Sillana. — Mi prometti di esser calmo? -</p> - -<p> -— Sì, — rispose egli, — te lo prometto. Oh, non -temere, strapperò l'immagine sua dal mio cuore. -</p> - -<p> -— Bene, così va fatto. E adesso per non rimanere -qui, dove tutto ti parlerà di cose tristi, vieni -da noi; Pompeia è una bella città, ricca di passatempi, -e ti darà pace allo spirito. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio alzò gli occhi a guardarla, e, -per una consigliera di calma, per una invitatrice -agli svaghi pompeiani, gli parve troppo bella. Un -altro, poniamo l'innamorato console Servio Sulpicio -Rufo, avrebbe trovato che quello fosse per l'appunto -il caso di accettare; lui no. -</p> - -<p> -— Grazie; — rispose. — Debbo andare a Roma, -o domani, o doman l'altro. -</p> - -<p> -— Non puoi aspettare? Tra otto, o dieci giorni -al più tardi, si viene anche noi. -</p> - -<p> -— Non posso; — replicò Caio Sempronio, chinando -la testa. -</p> - -<p> -Giunia Sillana battè sdegnosamente del suo piedino -sulla ghiaia del viale. -</p> - -<p> -— Sempre lei! — esclamò, con accento d'amarezza. -</p> - -<p> -— Ti giuro che non vado per lei; — disse il -giovane. — Sappi, poichè mi credi così fanciullo, -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -che le cose mie non vanno troppo bene. Il mio -arcario mi ha scritto l'altro giorno di gravi dissesti. -Temo di restar povero.... -</p> - -<p> -— Già! — interruppe Giunia Sillana, precorrendo -di cinquant'anni una sentenza di Orazio. — La -sanguisuga non ha lasciata la pelle, se non -quando è stata piena di sangue. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio acconsentì col silenzio all'osservazione -della sua bella vicina. -</p> - -<p> -— Or dunque, — riprese egli poscia, — stamane -sono andato a Puteoli per chieder consiglio a Marco -Tullio Cicerone. Ero appunto da lui, quando essa -è fuggita. Il grand'uomo mi ha promesso il suo -patrocinio. -</p> - -<p> -— Cicerone è un insigne giureconsulto, — notò -Giunia Sillana, — e vede molto giusto in ogni -cosa. Ricordi tu come l'ha giudicata, tre anni fa, -la bella quadrantaria? -</p> - -<p> -— Ah, di grazia, non parliamo più di costei! -Ti dicevo di Cicerone. Egli parte domani per alla -volta di Roma, e appena giunto colà vuol prender -cognizione del caso mio, per provvedere in tempo -ad ogni necessità. Tu vedi adunque che debbo -partire ancor io senza indugio. -</p> - -<p> -— Quand'è così, non insisto; — disse Giunia -Sillana, acquetandosi a quella buona ragione. -</p> - -<p> -Ma subito dopo ella aggiunse: -</p> - -<p> -— Vai per mare? -</p> - -<p> -— No; — rispose il cavaliere rabbruscandosi a -un tratto. — Per mare son venuto, e per mare -non tornerò certamente. Andrò a Capua, e di là -sulla via Appia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -</p> - -<p> -— In questo caso, — osservò Giunia Sillana, — il -talamègo non ti serve più a nulla. -</p> - -<p> -— A nulla, — ripetè Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Benissimo; potresti dunque venderlo a me. -</p> - -<p> -— Ê tuo, padrona; — rispose egli, che nel suo -improvviso mutamento di fortuna non aveva perduti -gli istinti del gran signore. -</p> - -<p> -Giunia Sillana accolse quella profferta con un -amabile sorriso. -</p> - -<p> -Ti ringrazio; — diss'ella; — ma a questi -patti non lo voglio. Non insistere, ti prego; mi -troveresti più ferma a ricusare, che non è facile -Clodia Metella a prendere. Sappi, del resto, che -avevo già domandato ad Elvio Sillano, mio ottimo -marito, di comperarmi una barca di gala, somigliante -alla tua. Noi donne siamo un po' come i -bambini, e vogliamo tutto quello che ci dà negli -occhi. Elvio Sillano ha detto di sì; il negozio è -dunque già fatto per metà. A lui, anzi, parrà di -toccare il cielo col dito, se potrà risparmiare qualche -migliaio di sesterzi, comperando il talamègo -di seconda mano e ancor nuovo per giunta. -</p> - -<p> -Con queste ragioni, vere o non vere, ma certamente -pietose, Giunia Sillana cercava di persuadere -il giovinotto. -</p> - -<p> -— Dunque, siamo intesi; — conchiuse ella, per -non dargli tempo a ravvedersi. — E se non vuoi -tenere i servi che hai condotti a Baia, compreremo -volentieri anche quelli. -</p> - -<p> -Caio Sempronio pensava per l'appunto a tutte -quelle bocche inutili che avrebbe dovuto mantenere. -E l'offerta di Giunia Sillana, rincalzata dall'autorità -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -del marito, gli fe' dare una rifiatata di -contentezza. -</p> - -<p> -— Sta bene; — diss'egli; — accetto. -</p> - -<p> -— E adesso, — ripigliò con aria di trionfo la -matrona, — tu vedi pure che devi accompagnarmi -a Pompeia. — -</p> - -<p> -Caio Sempronio rimase perplesso; ma Giunia -Sillana gli diede il colpo di grazia. -</p> - -<p> -— Vorresti forse che mio marito, alla sua età, -facesse lui la strada, da Pompeia fin qua? — -</p> - -<p> -Il nostro cavaliere s'inchinò. A quella argomentazione -non c'era nulla da opporre. -</p> - -<p> -Frattanto la bella matrona si era alzata da sedere, -e accompagnata da Caio Sempronio si avviava -al cancello. -</p> - -<p> -— A proposito, — diss'ella, mentre erano già -davanti al montatoio della reda, — come si chiama -il tuo talamègo? -</p> - -<p> -— La <i>Sirena</i>; — rispose il cavaliere. -</p> - -<p> -— Un mostro adunque? Metà donna e metà pesce, -per allettarti con la sua bellezza e poi sguizzarti -di mano? No, no, — proseguì ella ridendo, — questo -nome non mi piace. Se permetti, quind'innanzi -sì chiamerà l'<i>Amicizia</i>; il nome di una -cosa sacra ed umana ad un tempo, non favolosa, -nè mostruosa, nè paurosa; ne convieni? — -</p> - -<p> -Come resistere a quelle parole? Il santo nome -dell'amicizia non era egli una malleveria, una guarentigia -contro ogni sospetto di secondi fini? -</p> - -<p> -Or dunque, sotto il manto dell'amicizia, Caio -Sempronio salì sulla reda. E mentre la Sirena -Clodia Metella, a fianco dell'adiposo Cepione, viaggiava -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -per Linterno e Gaeta, alla volta di Roma, il -nostro bel cavaliere, al fianco di Giunia Sillana, -viaggiava per Cuma e Neapoli, alla volta di Pompeia. -</p> - -<p> -Convenite, lettrici umanissime, che c'era più -garbo e più eleganza in questo rapimento che in -quello. Giunia Sillana pareva un trionfatore romano -che si avviasse al Campidoglio, conducendo -in mostra il più nobile dei suoi prigionieri. -</p> - -<p> -Due differenze erano per altro a notarsi: che il -trionfatore era una bellissima donna pallida con -due grandi occhi neri, da valere essi soli un paio -di legioni, e che il prigioniero era in cocchio, -senza catene alle braccia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span></p> - -<h2 id="cap21">CAPITOLO XXI. -<span class="smaller">Pro tribunali.</span></h2> -</div> - -<p> -La mattina del penultimo giorno di ottobre (che, -per amore di latinità, potremo chiamare anche <i>tertio -kalendas novembris</i>), l'insigne Marco Rutilio -Cordo, pretore urbano, con la sua ampia toga fregiata -sui lembi da una lista di porpora, se ne -usciva di casa, preceduto da tre coppie di littori, -anch'essi togati, con la loro bacchetta nella destra, -e coi fasci delle verghe, ma senza scure, alzati -sulla spalla sinistra. -</p> - -<p> -Marco Rutilio Cordo si recava al Foro, per amministrare -la giustizia. Ma come? in un giorno -feriato? In quel giorno per l'appunto cadevano le -ferie di Vertunno, il dio degli alberi ed anche dei -contratti e delle permute; donde si argomenterà -facilmente che, in un paese agricolo come il Lazio, -fosse anche un giorno di <i>nundinae</i>, ossia di -mercato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -</p> - -<p> -E qui bisognerà spiegarsi un tantino. Neanche -presso gli antichi Romani si poteva amministrare -la giustizia ogni giorno dell'anno. C'erano i giorni -<i>nefasti</i>, in numero superiore ai sessanta, che non -si ritenevano da ciò; e a questi contrapponevano -i <i>fasti</i>, in numero di quaranta, determinati dalla -legge per l'esercizio della giurisdizione. Dopo questi -venivano i cento novanta giorni <i>comiziali</i>, destinati -per le adunanze del popolo, e messi anche -a disposizione dei magistrati, ogni qual volta non -ci fosse comizio; laonde il piccol numero dei fasti, -propriamente attribuiti alla trattazione delle -cause, non era un così grande svantaggio per la -giustizia, come a prima giunta parrebbe. -</p> - -<p> -Un'altra divisione era quella dei giorni in <i>festi</i> -e <i>profesti</i>, cioè festivi e non festivi. Un giorno fasto -cadendo in un festivo, perdeva per quel fatto -la sua qualità di fasto, cioè di giorno destinato all'amministrazione -della giustizia. Ma questa massima -fu a mano a mano ristretta, e ad esempio i -giorni di mercato, che erano festivi o feriati, furono -dalla legge Ortensia, nel 468 di Roma, annoverati -tra i fasti; parendo ragionevole che il -contadino, venendo in città per l'occasione del mercato, -avesse modo di sbrigare in pari tempo le sue -faccende giudiziali, approfittando della giurisdizione -volontaria del sor pretore. -</p> - -<p> -Il qual pretore, che era il secondo magistrato -della repubblica e surrogava i consoli quando essi -conducevano in guerra gli eserciti, entrando in -uffizio proponeva la formola, o l'editto, secondo il -quale doveva giudicare, per tutto quell'anno, delle -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -cose spettanti alla sua giurisdizione. E giudicava -lui direttamente, o per mezzo di giudici, scelti nell'ordine -senatorio, e delegati da lui per ogni causa -speciale. Ma qui sento il bisogno di girar la chiave -dell'erudizione; se no, risichiamo di morire affogati. -Compirò il ritratto del pretore dicendovi che, -oltre la toga pretesta e i sei littori, egli aveva la -sedia curule, il tribunale in un luogo elevato -del Foro, e l'asta e la spada, simboli del suo dominio -e dell'autorità di troncare ogni nodo litigioso. -Questi gli onori; quanto alle noie, sappiate che -aveva poche vacanze, non potendo che per lo spazio -di dieci giorni assentarsi da Roma. -</p> - -<p> -Quella mattina, adunque, Marco Rutilio Cordo, -pretore urbano, andava al suo tribunale, per giudicar -lui in persona. Si trattava d'una causa importante -per sè stessa e pel nome dell'oratore. -I lettori, che indovinano tutto, solo che siano -nulla nulla messi sulla strada, hanno già indovinato -che l'oratore era Cicerone, e che la causa era -quella di Tizio Caio Sempronio co' suoi creditori -degnissimi. -</p> - -<p> -Ma quand'anco non lo avessero indovinato, lo -argomenterebbero ora dalle parole che andava borbottando -tra sè, alla guisa dei vecchi, il nostro -ottimo Marco Rutilio, nel recarsi al suo posto. -</p> - -<p> -— Quel povero Caio Sempronio! Lo vedo brutto, -ma brutto assai, malgrado l'ingegno del suo avvocato. -Infine, e che perciò? Roma ha bisogno di -qualche esempio. E non è forse tempo di mettere -il cervello a partito a tutti questi pazzi scialacquatori? -Quanto agli usurai, non lo nego, sono la -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -peste della città. Ma nel caso nostro è proprio -vero che l'usura ci sia? <i>Non liquet.</i> — -</p> - -<p> -<i>Non liquet</i> era la frase di rito dei giudici, quando -non constava loro del fatto, e non ci vedevano -chiaro, nè per assolvere, nè per condannare. La -tabella che recava incise le lettere N. L., iniziali -delle due parole in discorso, equivaleva ad -una delle moderne assolutorie per mancanza di -prove. -</p> - -<p> -Nelle vicinanze del Foro c'era già una gran -ressa di popolo. Le Dodici Tavole avevano stabilito -che ogni giudizio dovesse incominciarsi prima -del mezzogiorno, ed era già <i>mane ad meridiem</i>, cioè -a dire mancava un'ora al punto legale. Patroni e -clienti, curiosi d'ogni sorte, villani, causidici, cavalocchi -e via discorrendo, si affollavano tutti agli -accessi del Foro. E i littori di Marco Rutilio Cordo -dovevano ad ogni tratto alzar la bacchetta, per -far cansare la gente sul passaggio del magistrato. -</p> - -<p> -— Se vi pare, fate largo, o Quiriti! — -</p> - -<p> -Il principio della frase era una pretta cerimonia. -Al popolo romano, ai Quiriti, non si poteva parlare -con alterigia, si capisce; ma guai se i Quiriti -non avessero obbedito a quella preghiera. Due littori -abbrancavano il riluttante; un altro slegava i -fasci, e lì, in mezzo alla strada, poteva rompere -sulla schiena del mal capitato una mezza dozzina -di verghe. -</p> - -<p> -Passando davanti alle Botteghe Vecchie, il grave -personaggio ebbe un mezzo trionfo. Tutta la nobil -classe degli argentarii e quella nobilissima dei -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -loro sensali, facevano a chi gridasse ed applaudisse -di più. Marco Rutilio Cordo ne fu intenerito; -i littori adoperarono un po' meno la bacchetta -e permisero che uno dei più fervidi ammiratori -baciasse al magistrato il lembo della toga pretesta. -</p> - -<p> -Quella dimostrazione era un'alzata d'ingegno di -Servilio Cepione, di Furio Spongia e degnissimi -sozii. Tutti que' furbi di tre cotte conoscevano il -debole del pretore, o, per dir meglio, l'animo umano, -che ha, dopo tutto, qualche buona qualità. Ora, -non è chi lo ignori, sono appunto le buone qualità -che spesso lo fanno operare alla rovescia. E -voi, lettori, immaginate l'effetto che tutte quelle -grida e genuflessioni dovevano avere sull'animo di -Marco Rutilio Cordo. Quei poveri argentarii, che -gli procacciavano lì per lì una specie di trionfo, -non meritavano essi un po' di riguardo? -</p> - -<p> -— <i>Si vobis videtur, discedite, Quirites!</i> — ripeterono -finalmente i littori, cercando di allontanare, -col miglior garbo possibile, quei ferventi acclamatori. -</p> - -<p> -La traduzione della frase non ve la dò, perchè -l'avete avuta in anticipazione poc'anzi. -</p> - -<p> -Con le accoglienze fatte al pretore contrastavano -in modo singolare quelle che otteneva pochi -minuti dopo, dalla classe degli argentarii, il gran -Cicerone. Lo guardarono a squarciasacco, mentre -egli passava, seguito dalla turba de' suoi clienti -ed ammiratoti, ed io sarei quasi per giurare che, -se non ci fosse stata questa guardia rispettabile -intorno a lui, Publio Clodio e Sergio Catilina -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -avrebbero trovato, non uno, ma un centinaio di -vendicatori. -</p> - -<p> -Del resto, il grand'uomo era avvezzo a simili -scene, e non se ne curava più che tanto. Inoltre, -la riverenza di tutti gli altri frequentatori del Foro -lo pagava di quelle bizze, a misura di carbone. -Tutti s'inchinavano davanti a lui; la più parte dei -campagnuoli si scoprivano il capo. Non era egli -uno dei loro? Nato in Arpino e venuto povero in -Roma, non aveva fatto passi da gigante, fino a -meritare il nome di padre della patria, decretato a -lui dal Senato? E veramente l'insigne oratore filosofo -si avviava allora a meritar la sua fama di -gran cittadino, più che non avesse fatto in passato, -con le sue debolezze per Cesare e Pompeo, ambedue -tiranni e laceratori della patria. Le sue dubbiezze, -le esitazioni e le vanità erano già per isvanire; lo -spirito suo, purificato dall'amor patrio, doveva sfolgoreggiare -nelle filippiche contro Antonio, aguzzarsi -in una guerra disperata per la libertà e la -grandezza di Roma. Vano tentativo! Mancava la -fibra per le grandi virtù. Operare e patire da forti, -non era più il motto dei discendenti di Muzio -Scevola. Farsaglia non vide che i tralignati eredi -delle antiche famiglie, noti per burbanzosa ignoranza, -dispregio d'ogni savio consiglio, e desiderio -di vendette feroci. Nè in città doveva rimanergli -nulla di meglio; i giovani di buona indole erano -della forza di quel suo cliente, che aveva ereditato -da suo padre una sostanza di quattro milioni -di sesterzi e ne aveva scialacquati cinque in due -anni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -</p> - -<p> -Il nostro giovane eroe non era più quello di -prima. Gli mancava quella baldanza che traluce -dagli occhi dei felici e li addita di schianto all'invidia -dell'universale. Per altro, si conteneva -come poteva meglio, e simulava, nel continuo -sorriso, una sicurezza, che gli osservatori più accorti -non vedevano sostenuta dalla serenità dello -sguardo. -</p> - -<p> -Era stato in que' giorni da parecchi amici suoi -per aiuto. Ma tutti quei giovani eleganti, suoi -fidi compagni del buon tempo, suoi convitati di -ogni giorno e suoi debitori per ragguardevoli somme, -lo avevano messo pulitamente fuor di speranza. -Giunio Ventidio era sempre disperato, quantunque -vivesse da gran signore, e non poteva -imprestargli un sestante, che era la sesta parte -di un asse. Quanto a Postumio Floro, il suo rifiuto -merita di essere raccontato per botta e risposta. -</p> - -<p> -— Caro mio, tu domandi vino ad un otre sgonfiato. -Son tuo debitore, lo ricordo benissimo, ed è -anzi uno dei miei ricordi più grati. Ma infine, -quando non ce n'è.... -</p> - -<p> -— Hai pure ereditato da tuo zio quei poderi in -Sabina! -</p> - -<p> -— Ah sì, parliamone, di quella eredità! Boschi, -dove non c'è più un albero da tagliare, grillaie, -sterpeti, campi visitati dalla grandine quattro volte -all'anno, e per giunta un castaldo che mi sa di -ladro a cinquanta miglia discosto. Se tu volessi -cedermi il tuo Lisimaco! Quello è un uomo veramente -prezioso! Ti sei rovinato, è vero; ma -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -puoi dire almeno di averteli mangiati tutti da -per te.... -</p> - -<p> -— Non tutti, non tutti! — osservò malinconicamente -Caio Sempronio. — Sono stato aiutato. — -</p> - -<p> -Postumio Floro senti il colpo; ma non si dispose -perciò a mutar di registro. -</p> - -<p> -— Se tu parli per me, — rispose egli, — hai -torto. Un servizio reso è un servizio reso, a patto -di non essere rinfacciato. Mi rimetterò in gambe, -e ti restituirò i trentamila sesterzi. -</p> - -<p> -— Quarantamila, se non erro; — notò Caio Sempronio. -</p> - -<p> -— Ah sì, quarantamila. Io non ho mai avuta -una gran memoria, pei numeri. Quanto all'esser -pagato un giorno o l'altro, contaci su. Ho risoluto -di cangiar vita; diventerò un uomo grave; mi -farò campagnuolo; darò dei punti a Catone; sarò -io il mio arcario, il mio dispensatore, il mio tutto. -Oh, la farò vedere a molti, che mi credono un -dappoco. Già, sotto il romano, l'agricoltore c'è -sempre, ed io seguirò l'esempio di Cincinnato. A -proposito, e perchè non faresti anche tu la tua -metamorfosi? -</p> - -<p> -— A qual pro? E su che? — disse Caio Sempronio. — Per -condurre l'aratro, ci vuole anzi -tutto... l'aratro, e i quattro jugeri di terreno. Ora, -io non mi trovo più a possedere nè questi, nè -quello. -</p> - -<p> -— La cosa cambia aspetto; — sentenziò con -breviloquenza spartana Postumio Floro. -</p> - -<p> -E il nostro cavaliere non ebbe modo di cavarne -più altro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -</p> - -<p> -Restava l'amico Numeriano, il gentile poeta, a -cui Tizio Caio aveva così liberalmente regalato un -podere. Ma il poeta, vedutolo una volta per via, -s'era voltato dall'altra banda. Ed egli, del resto, -non sarebbe mai andato a cercarlo, dopo quel certo -guaio notturno. -</p> - -<p> -Ma perchè, domanderete voi, Cinzio Numeriano -riteneva quegli orti, dono di un amico infedele? -Ahimè, debolezze umane! Cinzio Numeriano lo -avrebbe fatto di gran cuore, anche a risico di -passare per un carattere inverosimile agli occhi -dei critici; ma c'era Delia di mezzo, Delia che -lo amava già poco, e lo avrebbe amato anche -meno, fors'anche piantato, se fosse caduto in -miseria. -</p> - -<p> -La bella Greca, entrata per quella porta che vi -ho detto nel consorzio delle matrone romane, si -era fatta assai prontamente al costume di tante e -tante altre. Già si diceva per Roma che la bionda -signora non vedesse di mal occhio il nobile Postumio -Floro, quel tale che nelle ombre degli -orti Ventidiani aveva spiate le sue notturne passeggiate -con Caio Sempronio. È proprio così come -io ve la racconto, o lettori. Certi ripeschi amorosi -non hanno altro principio che il timore d'una donna -e il disprezzo di un uomo. -</p> - -<p> -Torniamo a Caio Sempronio. Dopo aver picchiato -inutilmente all'uscio dei suoi debitori, si -era rivolto ad Elio Vibenna. Quel sapiente gustatore -di vino non gli doveva nulla, non gli era -legato da altr'obbligo, fuor quello di parecchi inviti -a cena. Poteva dunque non essere ingrato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -</p> - -<p> -E non lo fu davvero, quel bravo Elio Vibenna. -Udito il bisogno dell'amico, gli offerse liberalmente -un migliaio di sesterzi, poco meno di dugentocinquanta -lire; una gocciola al mare! -</p> - -<p> -Caio Sempronio aggradì il buon volere, non -i mille sesterzi. Egli era tuttavia nel possesso -dei suoi fondi, quantunque da un giorno all'altro -gli dovesse venir tolto, e non sapeva che farsi dei -pochi. -</p> - -<p> -Intanto quelle scenette cogli amici gli avevano -fatto conoscere il mondo, e la stizza si era trovata -nel cuore di lui al paragone con la nausea. -Il nostro povero eroe se n'andava quel giorno -al Foro, fidando poco nella sua causa, quantunque -difesa da Marco Tullio, ma fermamente risoluto -di non mostrarsi avvilito, di rider lui, -prima che ridessero alle sue spalle i cattivi e gli -sciocchi. -</p> - -<p> -Ed eccovi perchè, andando al fianco di Marco -Tullio, il nostro cavaliere simulasse nel sorriso -quella tal sicurezza, quantunque gli occhi si vedessero -smarriti e confusi. -</p> - -<p> -Il pretore Marco Rutilio Cordo era già salito -sul suo tribunale, e aggiustava in dotte pieghe -i lembi della toga pretesta sulla sedia curule, -scanno con gambe a ìccase, da potersi aprire e -chiudere, intarsiato d'avorio e d'oro. I sei littori -s'erano piantati a tre per lato intorno al tribunale; -gli accensi, specie di uscieri, avevano annunziata -ad alta voce la causa e chiamavano le parti in -giudizio. -</p> - -<p> -Ho detto specie d'uscieri, e mi spiego; se no, -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -questa benemerita classe di cittadini potrebbe vedere -in me un uomo non disposto a farle tutto -l'onore che le è dovuto, e per tante ragioni. Gli -<i>accensi</i>, così detti <i>ab acciendo</i>, ossia dal chiamare, -erano uffiziali civili, addetti al servizio dei consoli, -dei pretori e dei governatori di provincie, e spettava -loro di convocare il popolo alle assemblee, di -chiamar le parti impegnate in una causa davanti -al tribunale, di mantenervi l'ordine, ed anche, per -variare un pochino, di gridar l'ora all'alba, al meriggio -e al tramonto. -</p> - -<p> -Un'altra forma d'uscieri erano i <i>praecones</i>, o banditori, -usati anch'essi a citare il reo e l'accusatore, -ma forse più specialmente nelle cause criminali, -e a proclamar la sentenza; a chiamar le centurie -al voto, nei comizi, e a gridare il voto d'ogni centuria -e il nome degli eletti; a fare il servizio dell'asta -pubblica, dei giuochi circensi e delle pubbliche -assemblee; a precedere con la tromba i funerali -solenni, e finalmente a gridare sulle piazze -gli oggetti smarriti. Un mestiere da cani, come -vedete! -</p> - -<p> -Le parti erano presenti; da un lato i creditori, -Servilio Cepione, Crispo Lamia, Furio Spongia e -due altri della combriccola; dall'altra il convenuto -Tizio Caio Sempronio, assistito da Marco Tullio -Cicerone, accompagnato da Lisimaco, il suo arcario, -e da Elvio Sillano, che non ci aveva veramente -che fare, ma che ottemperava ad un desiderio -di sua moglie, dando al cavaliere quella testimonianza -d'amicizia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -</p> - -<p> -Esposta dal pretore la causa, letta dall'accenso -quella parte dell'editto pretorio che conteneva la -legislazione di quell'anno rispetto ai debitori, Servilio -Cepione e i suoi compagni deposero i loro -titoli di credito. Caio Sempronio, come mi pare di -avervi detto a suo luogo, si era impegnato con altrettanti -chirografi a restituire a tutte quelle brave -persone il danaro tolto ad imprestito, assicurandone -il pagamento sui fondi a lui pervenuti dalla -eredità di suo padre. -</p> - -<p> -Le carte parlavano chiaro, e non c'era verso di -storcere il senso delle parole. -</p> - -<p> -L'arcario Lisimaco, invecchiato di dieci anni in -un punto, offerse con mano tremante il testamento -del vecchio Caio, e i libri dell'entrata e dell'uscita, -donde appariva il valore dei fondi in quistione. -</p> - -<p> -Su questi libri s'impegnò la prima scaramuccia. -Gli attori non ammettevano la validità dei conti, -fatti com'erano e presentati dalla parte del convenuto. -Ma fu agevole a Marco Tullio di ridurre -gli avversarli al silenzio, accennando come quei -conti annuali rispondessero perfettamente al valore -assegnato al patrimonio nel testamento di -Caio, e alla stima fatta dai periti, quando il giovine -Tizio Caio Sempronio aveva contratti i primi -debiti ipotecarii, per la somma di due milioni di -sesterzi. -</p> - -<p> -Era una magra vittoria, perchè, anche secondo -la stima antica, il valore del patrimonio non sarebbe -bastato a coprirvi i cinque milioni di sesterzi, -che formavano il debito complessivo del suo povero -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -cliente. Ma il facondo oratore sperava di provare -il fatto della illecita usura, e di restringere -quel debito a più modeste proporzioni. Ora la prima -vittoria gli faceva sperar bene del resto. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span></p> - -<h2 id="cap22">CAPITOLO XXII. -<span class="smaller">Sulle ventitrè e tre quarti.</span></h2> -</div> - -<p> -Il valentuomo parlò per tre ore alla fila, con -quella abbondanza punto volgare, e con quella concitazione, -forse un tantino retorica, ma sempre efficace, -che formavano il pregio singolare di tutte -le sue orazioni. Chiaro e preciso nella esposizione -del fatto, accorto nel dissimulare i lati deboli della -sua argomentazione, fu vivacissimo nella dimostrazione, -flagellando a sangue gli argentari, contro -i quali, raccolte tutte le prove e gli indizi che -per lui si potevano, invocò il rigore delle Dodici -Tavole. La legge parlava chiaro: «se taluno dà a -prestito oltre il dodici per cento, sia condannato -nel quadruplo.» -</p> - -<p> -E qui, lasciando le prove, seguiva un caldo elogio -delle Dodici Tavole, fonte d'ogni pubblico e -privato diritto, e insegnamento necessario, che a -ragione i cittadini romani imparavano a memoria, -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -fin dalla più tenera età. «Insieme con le leggi civili -e coi libri dei pontefici, la raccolta delle Dodici -Tavole ci offre (diceva l'oratore) l'immagine -intiera dei tempi antichi; ci si trova la vecchia -lingua dei padri nostri, e certe forme di <i>azioni</i> -usate allora ci fanno entrare nei loro costumi e -nel loro modo di vivere. Il governo della cosa pubblica -è tutto in quelle leggi, come vi è compresa -tutta la filosofia. Le leggi, infatti, son quelle che -c'insegnano a cercare e a pregiare sopra ogni altra -cosa la virtù; in esse è il premio al valore, -all'onestà, alla giustizia; in esse hanno i vizi e -le frodi la loro ammenda, l'ignominia, il carcere, -le verghe, l'esilio e la morte. E non già per via -di lunghe ed oscure argomentazioni, bensì per la -loro autorità suprema e le loro decisioni imperative, -esse c'insegnano a padroneggiare le nostre -passioni, a frenare i nostri desiderii, a difendere -le nostre proprietà, e a non recare sull'altrui le -avide mani, od anche un solo sguardo di cupidigia. -Gridi ognuno a sua posta, io dirò tuttavia ad -alta voce il mio pensiero. Sì, il libro delle Dodici -Tavole, sorgente e principio delle nostre leggi, -vale esso, da solo, e per la sua ragguardevole autorità -e per la sua feconda utilità, tutti i trattati -di filosofia. Quanto i nostri maggiori andassero innanzi -per sapienza a tutte l'altre genti, assai facilmente -intenderete, quando vi piaccia di paragonare -le nostre leggi con quelle dei loro Licurghi, -Draconi e Soloni. È veramente incredibile, -quanto ogni legislazione civile sia, a petto della -nostra, grossolana e direi quasi ridicola.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -</p> - -<p> -Marco Tullio era scaltro, come vedete. Gli avversarii -invocavano contro il suo cliente le Dodici -Tavole, ed egli vinceva la mano agli avversarii, -facendosi primo a lodarle. Inoltre il pretore -Rutilio Cordo aveva dato fuori pel suo anno di -magistratura un editto, il quale non era altro che -una parafrasi di quelle vecchie leggi; e a quell'uomo -bisognava entrargli nelle grazie con ogni -maniera di artifizi. -</p> - -<p> -«Mi volgo a te, — proseguiva Cicerone, — mi -volgo a te, Marco Rutilio, uomo santissimo, del -quale io dubito se sia nato mai in Roma nostra -il più umano nei costume, il più retto nell'operare, -il più ossequente alle leggi, donde ha saldezza -d'ordini e fondamento di grandezza la repubblica. -Mi volgo a te, arbitro della giustizia, e -chiedo se i nostri giovani spensierati, appunto -per questo difetto dell'età, che gli anni troppo facilmente -correggono, debbano sottostare all'imperio -degli uomini perversi, che delle sante leggi si -giovano per dar lusinghe e via facile allo sperdimento -delle ricchezze. Sian severe le leggi, e lo -sembrino anche di più; non io me ne dolgo, ben -sapendo come giovi, più del loro medesimo peso, -il santo terrore che incutono ai trasgressori. Ma -appunto perchè sono severe, noi dobbiamo sperarle -benigne per noi. Gravi furono fatte dai nostri -maggiori, non perchè colpissero i buoni, fuorviati -dalla imprudenza propria, o dal raggiro altrui, -ma perchè il loro rigore cadesse tutto sui raggiratori -e sui tristi. -</p> - -<p> -«Questo che io dico, tu credi, ed hai mostrato -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -d'intenderlo in quel tuo sapientissimo editto, che -durerà certamente nella memoria dei posteri, quanto -il ricordo delle sante tavole a cui esso s'informa. -Oh veramente anno fortunato per Roma, quello -in cui tu conseguisti la pretura, perchè la tua -giurisdizione, raffermando l'imperio della legge, -insegnerà le vie del ravvedimento ai giovani nostri, -dimentichi dell'antica severità di costume, e -colpirà in pari tempo i malvagi adescatori della -gioventù inesperta, ai quali sembra (e in ciò, per -Giove, s'ingannano!) che i nostri venerandi maggiori -per altro non abbiano sudato intorno alle -fonti della giustizia, se non per coprire i loro artifizi -e secondare i loro feroci appetiti.» -</p> - -<p> -Questa era la chiusa. E dietro la chiusa venne -il plauso del popolo, che soverchiò per un tratto -le vociferazioni del partito degli argentarii. L'arringa -aveva fatto, come si direbbe ora, una profonda -impressione; ma non aveva demolito l'edifizio -dell'accusa, nè distrutti ad uno ad uno gli -argomenti della parte avversaria; miracoli che si -operano adesso, con tanta facilità, da ogni avvocato -novellino. -</p> - -<p> -Il pretore Rutilio Cordo impose silenzio e l'ottenne. -Le lodi del grande oratore gli andarono all'anima, -non debbo tacerlo; ma egli poteva cavarsela -con un cenno di ringraziamento. Il magistrato -sapeva benissimo che quelle lodi non -costavano molto all'avvocato, e che, dopo tutto, la -ricompensa gliel'avrebbe potuta dare in un'altra -occasione. Sono tante, le buone occasioni, tra l'avvocato -ed il giudice! Nè questi è sempre convinto -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -di aver dato fuori una buona sentenza, nè quegli -di aver detta la verità, quantunque ne simulasse -l'accento. I fiumi di eloquenza consolano i clienti -e le turbe, nell'aula magna della giustizia; gli àuguri, -poi, incontrandosi dietro l'altare, non possono -trattenersi dal ridere. -</p> - -<p> -Si aggiunga che i giudici hanno sempre avuto -per costume di fare a modo loro, senza darsi pensiero -delle arringhe. Qualche volta, mentre gli -avvocati si accapigliano alla sbarra, il buon magistrato -schiaccia il sonnellino dell'innocenza, dietro -alla pietosa catasta dei codici. Ma allora non -si poteva farlo, come ora. Davanti al pretore non -c'era un pezzo di tavola, e la sedia curule non -aveva spalliera. -</p> - -<p> -La qual cosa vedano i giudici moderni se possa -stare a prova di superiorità degli ordini giudiziarii -antichi sui nostri. Io vengo difilato alla sentenza -del mio dolce pretore. -</p> - -<p> -Considerato che il debito era di cinque milioni -di sesterzi, mentre la sostanza del debitore non -oltrepassava i quattro; considerato che non constava -per certe prove avere i creditori ingrossato -il debito con illecita usura, si condannava il cavaliere -Tizio Caio Sempronio a pagare. E perchè -i due primi creditori, che avevano già ottenuta la -<i>missio in bona</i>, potevano soli essere pagati per -intero, come portava l'anteriorità del loro credito, -mentre gli ultimi tre risicavano di perdere -una grossa parte del loro avere, si accordava -a questi ultimi, per guarentigia del credito, -di impossessarsi del debitore, salvo il caso che -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -non si presentasse qualcheduno a farsi mallevadore -per lui. -</p> - -<p> -Marco Tullio doveva prevedere questa sentenza, -perchè non mostrò di esserne meravigliato. Si volse -in quella vece ad Elvio Sillano, e gli bisbigliò all'orecchio: -</p> - -<p> -— Ecco il buon punto; offriti mallevadore per -l'amico. — -</p> - -<p> -Elvio Sillano, a dir vero, non si aspettava un -tiro di quella fatta. Sua moglie lo aveva spinto ad -accompagnare Caio Sempronio, ed egli in molte -cose, anzi nella più parte, faceva quel che voleva -sua moglie; in tutte le altre, poi, faceva quel che -non voleva lei direttamente, ma che gli suggerivano -i consiglieri di seconda mano, dopo aver -presa l'imbeccata da lei. Ma bisogna anche dire -che ad un così grave esperimento non era mai -stata messa la sua infinita bontà. -</p> - -<p> -— Eh.... — diss'egli titubante, — la cosa non -sarebbe mica impossibile. Vediamo un po', per che -somma m'impegnerei? -</p> - -<p> -— Un'inezia; — rispose Cicerone; — un milione -di sesterzi. Che cos'è infatti un milione di -sesterzi per un riccone tuo pari? -</p> - -<p> -— Nè più nè meno d'un milione di sesterzi; — replicò -il brav'uomo, che non era del tutto uno -scemo. — E già si capisce, io perderei questa -somma senz'altro? -</p> - -<p> -— Non dico di no. Ma se i poderi del tuo povero -amico si vendessero per un prezzo superiore -ai quattro milioni, tu verresti a perdere quel tanto -di meno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -</p> - -<p> -— E se si vendessero ad un prezzo inferiore? -</p> - -<p> -— Non è probabile. -</p> - -<p> -— Ma è possibile, tuttavia. -</p> - -<p> -— Eh, non lo nego; — disse Cicerone, chinando -la testa. -</p> - -<p> -— In questo caso, — ripigliò Elvio Sillano, — io -ci perderei anche più di un milione. Grazie infinite! -</p> - -<p> -— Dunque? -</p> - -<p> -— Dunque, non ne faremo nulla. I miei vecchi -non mi hanno insegnato a correre rischi così -grandi. — -</p> - -<p> -Frattanto, per ordine del pretore, l'<i>accenso</i> si faceva -innanzi a gridare: -</p> - -<p> -— Cittadini, nessuno di voi si fa mallevadore -pel convenuto? — -</p> - -<p> -Nessuno fiatò. -</p> - -<p> -Allora il pretore Marco Rutilio Cordo pronunziò -le parole solenni con cui era chiuso il giudizio. -</p> - -<p> -— Servilio Cepione, Furio Spongia, Crispo Lamia, -la legge vi consente di prendere in pegno la -persona del vostro debitore. — -</p> - -<p> -Quelle tre arpie non se lo fecero dire due volte, -e posero l'unghie addosso a Caio Sempronio con -tanta furia, che tutti gli astanti diedero in uno -scoppio di risa. -</p> - -<p> -In quella risata universale andò perduto quel -po' di compassione, che in ogni altra circostanza -non sarebbe mancata al povero condannato. Ma -già, dove ha potere il numero, basta un nulla per -isviarne i moti, e portarlo alla crudeltà, all'ingiustizia, -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -alla dimenticanza, e, per farla breve, a tutte -le altre virtù cardinali dell'uomo. -</p> - -<p> -Aggiungete che Tizio Caio Sempronio aveva in -quei pochi anni di sfolgoreggiamento dato troppo -da fare all'invidia. Non si era meritato con la saviezza -e la temperanza sua la stima dei grandi, -e con le eleganti follie, i vistosi trionfi, la bellezza -e la salute (sì, perfino con la salute) si era attirato -gli odii dei piccoli. Finalmente, era punito, -quel vanaglorioso Alcibiade, che offendeva tutti col -suo fasto! Era scoppiata, quella bolla di sapone, -che si librava così pomposamente in aria, facendo -mostra de' suoi vaghi colori! -</p> - -<p> -Marco Tullio si accostò al suo cliente, gli strinse -la mano e gli disse una parola di conforto. -</p> - -<p> -— Spera, o Caio; tutto non è anche perduto. — -</p> - -<p> -Cepione rizzò la testa e si fece rosso peggio di -un basilisco, a quella frase del grande oratore, -che pareva una sfida al suo diritto, riconosciuto -poc'anzi solennemente dalla sentenza del magistrato. -</p> - -<p> -— Pretore, — gridò egli con quanto fiato ci -aveva in corpo, — la legge ci assiste, non è egli -vero! Noi possiamo condurre con noi il debitore -e caricarlo di catene, del peso di quindici libbre? -</p> - -<p> -— Lo potete; — rispose il pretore, che non era -un erudito dei tempi nostri e non si smarriva alla -ricerca d'una apocrifa legge Petilia Papiria, che -proibisse l'uso dei ceppi pei debitori condannati. — Se -il debitore vuol vivere a sue spese, lo faccia; -se no, dovrete nutrirlo per sessanta giorni, -dandogli almeno una libbra di farina al giorno. -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -Nella prima metà di questo termine egli potrà -liberarsi, o pagando, o transigendo.... -</p> - -<p> -— Resta a vedersi se vorremo transigere; — borbottò -Cepione. -</p> - -<p> -— Nella seconda metà, — proseguì il magistrato, — voi -dovrete per tre giorni di mercato -condurre il debitore davanti a me, e annunziare -pubblicamente la somma del debito, se mai si -presentasse qualcuno a liberarlo. Se anche il terzo -di questi esperimenti non riuscirà a nulla, dovrà -cessare la prigionia; voi rimanderete libero il prigioniero, -salvo che non vogliate cancellarlo dal -novero dei cittadini, o con la schiavitù, vendendolo -di là dal Tevere, o con la morte, prendendo -sul suo corpo la parte che spetta a ciascheduno -di voi. — -</p> - -<p> -La legge era dura, ne convengo. E ne convenivano -anche gli antichi Romani, che hanno inventato -il proverbio: «<i>dura lex, sed lex</i>,» insegnando -così a rispettare le leggi, anche quando -paressero acerbe. -</p> - -<p> -Parecchi autori moderni, disputando su questo -diritto di fare a spicchi un debitore insolvibile, -hanno sostenuto che si trattasse soltanto d'una -minaccia. Ma oltre che gli antichi scrittori la prendono -tutti sul serio (e mi basterà citare Aulo Gellio, -Quintiliano e Tertulliano), noto che contro -l'opinione dei sullodati moderni sta anche un raffronto -di questa legge con altre delle Dodici Tavole -e con molte di secoli posteriori, quando il diritto -romano era giunto all'apogèo. -</p> - -<p> -Vediamo anzitutto le Dodici Tavole. Son puniti -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -di morte gl'incendiarii, i falsi testimoni, i diffamatori, -gli stregoni, i ladri notturni. C'è anche la -legge dell'occhio per occhio e del dente per dente. -«Se alcuno rompe un membro ad un altro, e non -s'accomoda con lui, subisca la pena del taglione». -</p> - -<p> -Andiamo avanti; il codice Teodosiano punisce -di morte i debitori del fisco e tutte l'altre specie -di debitori, quando per vizio di sregolatezza siano -divenuti insolvibili. E Valentiniano, dal canto suo, -dannava a morte tutti i debitori che per cagione -di povertà non fossero in grado di pagare. -</p> - -<p> -E qui, poichè m'è occorso di accennare una incerta -legge Petilia Papiria, dirò che essa, se pure -è autentica, risguarda soltanto una restrizione del -diritto che aveva il creditore a mettere le mani -addosso al debitore, prima che questa <i>manus injectio</i> -gli fosse consentita <i>pro judicato</i>, cioè a dire -dopo una sentenza del pretore. Se ne ha notizia -da un passo di Tito Livio, dove racconta, all'anno -428 di Roma, essendo consoli Caio Petilio e Lucio -Papirio, che, vedute le sevizie di un usuraio sulla -persona del giovinetto Publilio, datosi spontaneamente -prigione per un debito del padre, il senato -commise ai consoli di proporre al popolo una -legge, per la quale nessuno fosse più tenuto nei -ferri, se non lo meritasse per colpa commessa e -per iscontare una pena. Livio non dice espressamente -che i consoli abbiano poi proposta la legge; -ma, sia pure stata proposta e vinta, essa non risguarda -che un caso di cattura stragiudiziale e -non infirma punto il.... Diavolo! Diavolo! O vedete -un po' dove ero andato a ficcarmi! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -</p> - -<p> -Schiarito il punto controverso, vi dirò che il nostro -povero Tizio Caio Sempronio rimase <i>pro judicato</i> -in balìa dei suoi creditori feroci, che lo -trassero via pel Foro, in mezzo agli scherni, ai -fischi, agli applausi e alle grida d'ogni genere, di -quello che i poeti hanno chiamato «il mobil -volgo». -</p> - -<p> -Marco Tullio Cicerone, passata quella burrasca, -se ne andò pei fatti suoi. Era un po' triste, il grand'uomo, -perchè aveva preso ad amare quel giovane -sventato, e perchè nella rovina di lui vedeva la -mano di Clodia Metella, di quella Venere spogliatrice, -che invano egli aveva svergognata pochi anni -addietro, al cospetto di tutta Roma, nella memoranda -difesa di Celio Rufo. Ma, dopo tutto, quella -battaglia perduta era un semplice episodio nella -sua vita forense; e di sconfitte ce n'erano state -parecchie, tra l'altre quella recente per Annio Milone, -che ancora non aveva potuta mandar giù. -Ora, lo dice un proverbio latino, dov'è il più, non -si tien conto del meno. -</p> - -<p> -Assai più confuso e impacciato di lui, se ne -andò a casa Elvio Sillano. Come avrebbe egli raccontato -l'accaduto a quella brontolona di sua moglie? -</p> - -<p> -Ma ella sapeva già tutto, quando il marito le -capitò davanti con quella sua cera ingrullita, e -gli diede un assalto così violento, che il brav'uomo -si riscaldò a sua volta e trovò lì per lì una fermezza -che in ogni altra occasione gli sarebbe -mancata. -</p> - -<p> -— Uomo senza cuore! — gridava la bella patrizia -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -inviperita. — Per colpa tua egli è ora in -mano a quei tristi, che lo tormenteranno.... lo uccideranno.... -</p> - -<p> -— Oh questo poi! — interruppe Elvio Sillano. — Lo -venderanno, ecco tutto; e noi lo compreremo.... -se pure vorranno calare un tantino i -prezzi, e non domandarne un milione di sesterzi. -Quanto ad ucciderlo, che tornaconto ci avrebbero? -</p> - -<p> -— Per vendetta si può fare di peggio; — rispose -la moglie. — Tu sai che Cepione era geloso -di lui. Fino a tanto che ha avuto da spennacchiare, -non ha fiatato; anzi è corso negl'imprestiti un -poco più in là del bisogno, tanto per averlo in -suo potere. E grazie a te, gli è riuscita. -</p> - -<p> -— Ma infine, ragioniamo; dovevo io mettere a -repentaglio una metà, un terzo delle mie sostanze, -per accomodare i pasticci d'uno sventato, che conoscevo -a mala pena da due mesi? — -</p> - -<p> -Giunia Sillana diede al marito un'occhiata di -profonda commiserazione. -</p> - -<p> -— Tu sei un codardo, o Elvio. Non hai capito -che Caio Sempronio è uno di quegli uomini che -non cascano per sempre, e che c'è vantaggio a -dar loro una mano. Ora egli, per la tua sciocca -paura, perde la fama e la libertà. Clodia Metella -vuol ridere saporitamente di lui... e di noi! Ah, -quanto mi sarebbe più caro che tu fossi stato -meno liberale in altre cose con me! Quella villa -a Pompeia! Quella schiava di Mileto pel mio giorno -natalizio!.... -</p> - -<p> -— Tutte cose che costavano assai meno, mia -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -bella; — rispose Elvio Sillano; — ed io potevo -regalartele, senza pericolo di andare in rovina. — -</p> - -<p> -Giunia Sillana si avvide che da quella parte -non c'era più nulla da fare, e lasciò di rammaricarsi. -Un'ora dopo, la bella matrona usciva di casa, -dopo aver fatta annunziare la sua visita al console -Sulpizio Rufo. E non è a dire come l'egregio -uomo si rallegrasse di quella inaspettata ventura. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span></p> - -<h2 id="cap23">CAPITOLO XXIII. -<span class="smaller">Dopo la sentenza.</span></h2> -</div> - -<p> -Abbiamo lasciato il nostro eroe sotto il peso -della sentenza pretoria, e non ci siamo neanche -fermati a dire con che animo l'avesse accolta. Ma -questo s'immagina facilmente. Caio Sempronio era -andato al Foro con poca speranza di vincere, ma -quella poca gli bastava per non prevedere un colpo -così grave. E mentre sperava che l'eloquenza di -Cicerone facesse condannare i suoi creditori come -usurai, o che almeno il suo amico Elvio Sillano -volesse offrirsi mallevadore per lui, ecco, gli capitava -tra capo e collo la mazzata, si sentiva ghermito -dalle luride mani di Servilio Cepione e dei -suoi brutti colleghi. -</p> - -<p> -A quel tocco improvviso si scosse, e un senso -di paura gli scorse per tutte le fibre. Ma in pari -tempo gli sovvenne che era in un luogo pubblico, -al cospetto di mille, e rialzò fieramente la testa, -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -come per far fronte al destino con la dignità del -silenzio. Era la mano di Cepione, quella che si -era posata sulle sue spalle; ma egli sentì la mano -di Clodia Metella, di Clodia Metella, che oramai -gli appariva ciò che veramente era, un vile strumento -degli argentarii. Forse era da credersi che -quella Venere spogliatrice gli avesse voluto un po' -di bene, in mezzo a tutti gli artifizi che le erano -comandati dal suo mestiere di adescatrice, e che -ciò avesse destato la gelosia di Cepione; altrimenti, -non si sarebbe potuto spiegare l'accanimento dell'usuraio -contro di lui. -</p> - -<p> -Come mai era penetrato l'amore in quella montagna -di carne? Caio Sempronio ci perdeva il filo. -Forse non era amore, quello di Cepione, ma vanità -offesa, che è peggio. Comunque fosse, il povero -Caio Sempronio era diventato lo schiavo, l'<i>addictus</i> -di quell'uomo e de' suoi due prestanomi. -</p> - -<p> -E andando in mezzo a loro, pensava con raccapriccio -al futuro. Chi lo avrebbe riscattato dalle -loro mani per una somma così ragguardevole, come -quella che formava lo scoperto de' suoi debiti? -Valeva egli il sacrifizio d'un milione di sesterzi? -E avrebbe trovato l'amico compassionevole, o il -matto, che si scomodasse a tal segno per lui? -</p> - -<p> -Il nostro povero cavaliere si vedeva già fatto a -spicchi. Le Dodici Tavole parlavano chiaro. «Se -più saranno i creditori (e questo era proprio il -suo caso), scorso il terzo giorno dei mercati, lo -facciano in pezzi; se qualcheduno ne tagliasse -più o meno, non sia incolpato di frode.» -</p> - -<p> -Tre spicchi, adunque, perchè i creditori erano -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -tre. Questa la prospettiva, e non c'era mica da -scherzare. Al nostro prigioniero tornava in mente -quel certo pugillare di Clodia Metella, dal quale -aveva avuto principio la loro relazione. «Stimo te -grandemente, nè l'ho taciuto in alcuna occasione; -fors'anco sarà giunto alle tue orecchie. -Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un -sogno; ma tu sai quanta fede debba prestarsi a -questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava -prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre -pezzi da uomini assetati del tuo sangue. Ho -tremato in udire il racconto della sua visione, e -non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto -sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, -e godi le prospere Megalesi; è il mio -voto.» -</p> - -<p> -Caio Sempronio era superstizioso come tutti gli -antichi Romani. I lettori rammentano che, appena -ricevuto lo strano viglietto di Clodia Metella, egli -aveva interpretato il sogno col fatto dei tre amici, -che volevano danari da lui. E certo, allora come -allora, la spiegazione poteva bastare. Ma adesso, -che tristo lume non riceveva il sogno dalla sentenza -di Marco Rutilio Cordo? O non si sarebbe -detto che quel sogno era una profezia, da dar dei -punti ai famosi libri della Sibilla? -</p> - -<p> -Alla Sibilla ci penso io, raccontando. Ma non ci -pensava di sicuro il nostro povero eroe, che aveva -ben altro pel capo. Uscì dal Foro, sempre in mezzo -ai suoi argentarii e ad una caterva dei loro clienti, -con la fronte alta, guardando tutti e nessuno, e senza -che l'animo partecipasse alle impressioni della vista. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -</p> - -<p> -Così in confuso gli parve che alla prima cantonata -Cepione lo avesse lasciato, raccomandandolo -a qualcheduno, ma non ci badò più che tanto. Andava -con la corrente, dove lo portavano i gomiti -dei suoi vicini, e non ritornò alla coscienza di sè -medesimo se non quando si trovò nell'atrio d'una -casa, che non era la sua, ma quella del suo capitale -nemico. -</p> - -<p> -Due servi, facce proibite come il loro padrone, -lo presero per le braccia e lo condussero in una -camera sotterranea, che in altri tempi doveva aver -servito da cantina, e il cui finestrino, munito di -sbarre di ferro, prendeva lume dal vano del peristilio. -Là dentro fu chiuso. Poco stante gli portarono -una brocca d'acqua e una focaccia di farina, -del peso d'una libbra. Cepione faceva ogni cosa -secondo la legge. -</p> - -<p> -C'era buio là dentro, e a tutta prima il nostro -prigioniero non ci si raccapezzava. Ma avvezzando -gli occhi a poco a poco, vide contro la parete una -specie di rialzo, come un letto di fabbrica, che poteva -anche, e più facilmente, essere stato un ripiano -per collocarvi due o tre botti di fila. Comunque -fosse, quello doveva essere il suo letto. -Onesto Cepione! Vedete un po' come aveva pensato -anche ai comodi del suo debitore. -</p> - -<p> -Si appoggiò alla proda di quella costruzione a -doppio uso, incrociò le braccia sul petto e rimase -lunga pezza immobile, assorto nei suoi tristi pensieri. -Era così nuovo il suo stato! E gli giravano -tante cose per la mente confusa! Non aveva coscienza -del tempo, nè dello spazio; era qua e là -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -in un punto, col passato e col futuro, che facevano -a cozzi nel suo spirito e si scambiavano le -parti. -</p> - -<p> -Clodia Metella lo amava e non aveva potuto -salvarlo. Era stato chiamato in giudizio, ma Cicerone -con una splendida arringa aveva fatto condannare -i suoi creditori a pagargli due milioni di -sesterzi per la illecita usura. Cepione era scoppiato -dalla rabbia. Giunia Sillana lo portava in -trionfo. Numeriano cantava la sua vittoria ed egli -lo ricompensava col dono degli orti Ventidiani. -Postumio Floro gli domandava diecimila sesterzi -in imprestito, ed egli lo mandava a quel paese, -dopo avergli rinfacciata la sua ingratitudine e il -cattivo servizio reso a lui presso Numeriano, il -giorno dopo le nozze di Delia. Il suo ritorno in -auge gli avea conciliata l'amicizia di tutta Roma; -il magno Pompeo lo voleva dalla sua, gli offriva -il comando di una legione; Cesare andava su tutte -le furie e gli giurava un odio mortale; vinta la -fazione di Pompeo, s'impossessava del giovane -tribuno, e lo gettava in un carcere. -</p> - -<p> -Si tornava al carcere, come vedete; questo era -il triste, l'innegabile vero. -</p> - -<p> -Parecchie ore erano trascorse in quella corsa -sfrenata della fantasia vagabonda. Ad un tratto, e -mentre il suo pensiero ritornava alla realtà delle -cose, il prigioniero fu colpito da strani rumori, -che gli venivano dall'alto. Erano grida confuse, -ma non d'alterco; la nota dell'allegria risaltava -chiaramente da quel pazzo tumulto di suoni. -</p> - -<p> -I nemici di Caio Sempronio banchettavano sulla -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -testa del prigioniero; celebravano la loro vittoria -tra i fumi dell'orgia. -</p> - -<p> -Si accostò alla parete, donde col frastuono delle -voci gli veniva un filo di luce; si aggrappò alle -ineguaglianze del muro e giunse ad afferrare le -sbarre che chiudevano il finestrino. Sospeso in -quel modo, tese l'orecchio e rimase in ascolto, se -mai gli venisse fatto di capirne qualche cosa. -</p> - -<p> -Il triclinio di Cepione non doveva esser molto -lontano dal peristilio. Poco stante il prigioniero -riconobbe la voce del suo nemico. Servilio Cepione -doveva già aver alzato più volte il gomito, perchè -quella voce gorgogliava maledettamente; segno che -il vino bevuto faceva nodo alla strozza. -</p> - -<p> -— A te, padrona! — gridava l'avvinazzato argentario. — Ti -chiamino pure Venere spogliatrice, -e quadrantaria, i nostri nemici! Tu sei una donna -portentosa, e noi ti faremo una statua. — -</p> - -<p> -Una voce di donna rispondeva a quel brindisi; -ma Caio Sempronio non riuscì ad afferrarne una -sillaba. Per altro, il suono di quella voce, e più -l'allusione dell'argentario, gli fece intendere che -quella donna era Clodia Metella. -</p> - -<p> -Lei dunque al banchetto di Cepione! Lei presente -a quella invereconda orgia di strozzini! Proprio -nel giorno che egli era stato condannato, e -certamente non ignorando dove egli fosse rinchiuso! -Come era caduta! Come si dimostrava corrotta -ed infame! -</p> - -<p> -Ed egli aveva potuto invaghirsi di quella donna; -vivere così lungamente ai piedi della quadrantaria, -senza vederne la bruttura, senza sentirne il lezzo? -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -La nausea gli venne alla gola e provò il bisogno -di bere. Lasciatosi cadere sul battuto, andò a cercare -la brocca e tracannò un sorso. L'acqua gli -seppe d'amaro e la rigettò in fretta, come se fosse -veleno. La sua bocca era amara, non l'acqua; il -povero Caio aveva la febbre. -</p> - -<p> -I rumori del convito gli tornavano molesti. Provò -a non badarci e volse il pensiero a Giunia Sillana, -a quella donna che poteva avere i suoi difetti come -tante e tante altre, ma che gli aveva dimostrato -un po' d'affezione. Certo, se fosse dipeso da lei, -egli non sarebbe caduto nelle unghie di Cepione, -non sarebbe finito là dentro. E certo, in quell'ora, -in quel punto medesimo, mentre la vile quadrantaria -sorrideva procacemente allo stuolo impuro -dei suoi nemici, inebriandosi di vino e di scherni, -Giunia Sillana pensava a lui e cercava il modo -di essergli utile. -</p> - -<p> -Quel pensiero lo confortò un tratto. Si sdraiò -sul suo letto di pietra, volgendo la faccia alla parete -e stringendosi le palme agli orecchi. Era stanco, -sfinito da tante commozioni, e cadde in un sonno -profondo. I sogni lo consolarono della realtà. Tornava -all'aperto, respirava le aure soavi della libertà, -e Giunia Sillana gli stendeva le braccia. In -verità, era costei la più bella donna di Roma; non -impiastricciata di farina e di minio come quell'altra, -che usava levarsi dallo specchio tutta lucente -come una figurina di smalto, ma bianca del suo -pallore naturale, amabile pallore che rendeva agli -occhi la mite bianchezza del marmo. E al marmo -poteva paragonarsi la salda maestà di quelle sue -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -forme rigogliose, invidia eterna di tante patrizie, -celebrate per bellezza in una città dov'erano così -numerose le belle. -</p> - -<p> -E gli occhi, Dei immortali! Dove trovare i più -grandi e i più nobilmente pensosi, sotto l'arco -maestoso e profondo delle lunghe ciglia? Come un -mare tranquillo lascia scorgere le arene dorate del -fondo, così quegli occhi mostravano a tutta prima -i tesori dell'anima, la pietà e l'amore. E l'una e -l'altra cosa erano per lui, gli erano promesse da -quegli occhi benignamente rivolti su lui. -</p> - -<p> -Nel più bello, fu risvegliato in soprassalto da un -improvviso rumore. L'uscio girava sui cardini rugginosi, -e un'ombra nera, spiccando sulla luce rossastra -d'una lucerna che dietro a lei era recata -da un servo, entrava poco stante nel carcere. Caio -Sempronio balzò in piedi, e riconobbe il suo creditore -e padrone. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span></p> - -<h2 id="cap24">CAPITOLO XXIV. -<span class="smaller">Un colpo di mano.</span></h2> -</div> - -<p> -Il degno argentario si reggeva male sulle gambe -e balbettava alcune frasi sconnesse. L'ubbriachezza -era evidente. -</p> - -<p> -— Salve, amico; — gorgogliò Cepione. — Non -ho voluto andare a letto, dove penso che mi troverò -assai bene.... Il letto è una gran bella cosa e -viva la faccia di chi l'ha inventato! Che cosa volevo -dirti? Ah, ecco qua, sono venuto a darti la -buona notte. Come ti trovi in questa camera? -</p> - -<p> -— Bene; — rispose asciuttamente Caio Sempronio -rimettendosi sul suo letto di pietra e guardando -filosoficamente il soffitto. -</p> - -<p> -— Non fo per dire, ma è davvero una bella camera; — ripigliò -con aria beffarda l'argentario. — Un -po' umida, se vogliamo; ma c'ingrasserai, non -dubitare, e diventerai bello come il tuo amico Cepione. -Vedo che ti mancano ancora gli anelli e la -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -catena. Abbi pazienza; non prevedevo che Marco -Rutilio Cordo volesse procurare oggi stesso un così -grande onore alla mia casa, e non mi ero preparato. -Ma il fabbroferraio capiterà a momenti e ti -adornerà di tutto punto, che il dio Saturno medesimo -non potrebbe desiderarsi di meglio. Così non -sarai più molestato e potrai dormire tranquillo. -Vedi che io sono un brav'uomo e ti voglio bene. -</p> - -<p> -— Grazie! — interruppe Caio Sempronio, volgendogli -le spalle. -</p> - -<p> -— Non lo credi? Hai torto. Amavo Clodia più -di te, si capisce. La crudele matrona aveva dimenticato -un po' troppo il suo Cepione. Ma è tornata -buonina, sai; regno io, finalmente, nel suo -cuoricino. E adesso io mi ricordo di te, ti perdono -il ratto della Sabina, e prima d'andarmene a letto, -vo' berne un bicchiere con te. Trappola, lascia qui -la lucerna e va a prendere una bottiglia di quel -buono. — -</p> - -<p> -Il prigioniero capì che non c'era modo di levarselo -dai piedi. E vincendo il ribrezzo che gl'inspirava -quel furfante, gli domandò: -</p> - -<p> -— Ma come l'amavi tu, quella donna? E se -l'amavi, perchè mi hai lasciato andare tant'oltre -con lei? -</p> - -<p> -— Perchè?... Oh bella! Mi domandi il perchè? -Ragazzo mio, sappi che Cepione, il banchiere, ha -sempre amato due cose, le belle donne e i danari. -Quale delle due più dell'altra? Non so, non cerco. -Vedi, ero povero e brutto.... cioè no, ero soltanto -povero, e mi dicevano brutto perchè ero povero. -Questi patrizii, pettoruti, pieni di boria, che il canchero -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -se li porti! Ah, pensavano che noi non ci -saremmo mai vendicati del loro disprezzo? Cepione -li ha tutti in un calcetto. Ah, non sono nobile, io? -Sono un mascalzone, un plebeo? V'ha a costar -cara, per Ercole! A buon conto, son ricco; il vostro -sangue l'ho succhiato io; per questo mi vedete -così fatticcione. Chiamatemi pure l'obeso Cepione, -la montagna di carne; io mangio bene, bevo -meglio, e mi rido di voi. Mi capitate ad uno ad -uno tra le unghie; vi scortico, vi levo i pezzi, mi -vendico. Già capisco che un giorno o l'altro qualcheduno -pagherà per te, ed io perderò la tua amabile -compagnia. Ma badino bene, paghino fino all'ultimo -sesterzio. Non fo ribassi, io! E se credono -che mi manchi il coraggio di rinunziare anche al -prezzo di vendita d'uno schiavo, s'ingannano a -partito. Lascino trascorrere il terzo giorno di mercato, -e giuro a Saturno che ti fo tagliare in tre -pezzi, per prendermi la mia parte. Voglio quella -tua testolina elegante, hai capito? La voglio; e -me la faccio piantare qui, sulle mie spalle, per -andare attorno, a innamorare le patrizie di Roma,... -anche quelle che non sono quadrantarie. -</p> - -<p> -— Starà male la mia testa, piantata su quell'otre -gonfiato; — osservò Caio Sempronio. — Sai -che cosa ti converrebbe di più? D'impiccare ad una -trave quel tuo corpaccio di Sileno, e di figurarti -che la tua anima sozza sia entrata nel mio. -</p> - -<p> -— Ah, ah, burlone! — gridò l'argentario, colto -in pieno dai sarcasmi del suo debitore. — A buon -conto, questo corpaccio ha preso il tuo posto.... -dove tu sai. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -</p> - -<p> -— E di ciò ti ringrazio; — riprese Caio Sempronio. — Mi -ci trovavo male, e fu colpa mia, -imperdonabile colpa, di non essermene avveduto -un po' prima. -</p> - -<p> -— Che cosa intenderesti di dire? -</p> - -<p> -— Niente che ti riguardi. Va, adesso; Clodia ti -aspetterà. -</p> - -<p> -— Sicuro che mi aspetta! Me lo ha detto poc'anzi: -«Servilio, anima mia, passerino mio, fa -presto, non perdere il tempo con quello sciocco -sdanaiato del tuo prigioniero.» — -</p> - -<p> -Caio Sempronio non rispose verbo a quello sfogo -di vanità. Il ricordo del passero gli fece venire in -mente Catullo. -</p> - -<p> -— Povero poeta! — diss'egli tra sè. — Come è -caduta giù la tua Lesbia! — -</p> - -<p> -Intanto giungeva il Trappola con una bottiglia -di vetro dal collo stretto e dal ventre rigonfio, -che raffigurava la testa di Medusa, e due coppe -di terra cotta, ornate di bei fregi rossi, su fondo -nero. -</p> - -<p> -— Padrone, ecco il vino. È Cecubo. -</p> - -<p> -— Ah furfante! — gridò l'argentario. — Un -vino così prezioso per questo straccione? -</p> - -<p> -— Ma.... — balbettò il servo; — tu stesso m'hai -detto di portare il migliore. E poi, se devi berne -anche tu.... -</p> - -<p> -— È vero, è vero; — disse Cepione, facendo la -ruota. — Io devo berlo ottimo, e tu approfitti della -fausta occasione, o Sempronio. Ringrazia il mio -genio tutelare. — -</p> - -<p> -E con quella volubilità che è propria degli ubbriachi, -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -il degno argentario offerse da bere al suo -debitore. -</p> - -<p> -Caio Sempronio respinse la tazza, che scivolò -dalle mani di Cepione e sarebbe certamente andata -in frantumi, se il coppiere non fosse stato pronto -ad afferrarla per aria. Il vino, tuttavia, andò ad -inaffiare il battuto. -</p> - -<p> -— Non vuoi bere? — gorgogliò l'ubbriaco. — Hai -torto, e Libero ti punirà. Anzi ti ha già punito, — soggiunse -egli, felice di avere trovato un -bisticcio, — perchè ti ha fatto schiavo. A te, Trappola, -da bravo; versami ancora tre gocce di nettare. -Ma bada, per Bacco, che non ti tremi la mano. -Tu risichi di farmi una libazione che non è più -necessaria. — -</p> - -<p> -Quasi non sarebbe mestieri di spiegare ai lettori -le parole dell'argentario. Dicevasi libazione quel -tanto di vino, o d'altro liquore, che si spargeva -sull'ara, quasi per dinotare che tutto era consacrato -agli Dei. -</p> - -<p> -— Padrone, non son io, — disse il Trappola. — È -la tua coppa, che si muove. -</p> - -<p> -— Ah sì? E come può essere? Io son saldo, -vedi, saldo come un Atlante. — -</p> - -<p> -E barellava, il degno argentario, per modo che -il Trappola reputò necessario di condurlo bel bello -fino al letto di fabbrica, affinchè vi trovasse un -rincalzo al suo centro di gravità. -</p> - -<p> -In quel mentre, si affacciavano sul limitare cinque -o sei uomini, condotti dall'atriense. -</p> - -<p> -— Padrone, — disse il servo, — eccoti il fabbroferraio, -venuto per metter le catene al prigioniero. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -</p> - -<p> -— Benissimo! — gridò Cepione. — E siano -saldate a dovere, chè questo furfante non abbia a -fuggirmi. -</p> - -<p> -— Non dubitare, nobilissimo Cepione; — rispose -il fabbroferraio, con una voce che colpì -Caio Sempronio; — ribadiremo gli anelli per -modo che neanco il dio Saturno potrebbe cavarne -i piedi. — -</p> - -<p> -Saturno aveva, tra gli altri suoi uffizii celesti, -il patronato degli schiavi, ed era spesso rappresentato -con le catene ai piedi; catene che si toglievano -via, durante la sua festa, nel mese di settembre, -quando si concedeva agli schiavi una libertà -temporanea. -</p> - -<p> -Il fabbroferraio, uomo aitante della persona e -nero di fuliggine per tutte le membra, si face innanzi, -seguito dai suoi aiutanti, che portavano le -catene e gli arnesi del mestiere. -</p> - -<p> -— Quanti siete? — esclamò Cepione. — Sono -forse necessarie tante persone, per adattare due -cerchi di ferro alle gambe d'un uomo? — -</p> - -<p> -Il fabbroferraio si mise a ridere. -</p> - -<p> -— Temi di doverci dar da bere a tutti, nobilissimo -Cepione? — domandò egli, cansando la risposta. — I -miei garzoni non bevono vino. -</p> - -<p> -— Quando non ce n'hanno; — soggiunse a mezza -voce uno di loro. -</p> - -<p> -Intanto il nostro Caio Sempronio allungava una -gamba, per agevolare il lavoro al fabbroferraio. -Lo aveva veduto più da vicino, aveva studiato -meglio la sua voce, e sotto la fuliggine che gli -copriva il volto, aveva riconosciuto Piramo, il suo -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -ostiario, venduto da lui, insieme con tutti gli altri -schiavi della casa, a Giunia Sillana. -</p> - -<p> -Piramo, dopo aver data al prigioniero un'occhiata -d'intelligenza, s'inginocchiò, e, presa la catena dalle -mani d'uno de' suoi compagni, ne adattò un anello -alla gamba del paziente. -</p> - -<p> -Cepione seguiva attentamente degli occhi il lavorìo -di Piramo. -</p> - -<p> -— Che m'andavi tu cantando del Dio Saturno? — gridò -egli, com'ebbe visto l'anello. — Quei cerchi -son troppo larghi. -</p> - -<p> -— Non mi pare; — rispose il fabbroferraio. -</p> - -<p> -— Ti dico che son troppo larghi per quelle due -tibie, e lo sarebbero anche pe' miei polpacci. -</p> - -<p> -— Tu vuoi scherzare, nobilissimo Cepione; — disse -Piramo, che fino allora non aveva tralasciato -di ammiccare al prigioniero, sperando che -volesse capirlo. — Vedi tu stesso, se la cosa è possibile. — -</p> - -<p> -Così dicendo, tolse l'anello dal piede di Caio -Sempronio, e lo adattò alla gamba di Cepione. -</p> - -<p> -— Vedi? — gridò questi con aria di trionfo. — Cresce -almeno sei dita. -</p> - -<p> -— Non si tratta d'altro? Eccoti come si rimedia; — rispose -il finto fabbro. -</p> - -<p> -E presa una tanaglia, strinse e rivoltò i capi -dell'anello di ferro in tal guisa che questo gli andò -come se fosse stato fatto a bella posta per lui. -</p> - -<p> -— A noi, ora; — gridò Piramo, scoprendo il suo -giuoco. -</p> - -<p> -E preso per un braccio il nostro cavaliere, che -stava guardando tutti e tutto con aria melensa, lo -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -spinse fuori della camera. In pari tempo appoggiava -una pedata al Trappola, che non aspettò la -seconda, e trovò più comodo di ruzzolare in un -canto. -</p> - -<p> -L'altro servo dell'argentario era già andato via. -Aveva accompagnato laggiù il fabbroferraio e non -gli era parso necessario di restare. -</p> - -<p> -Caio Sempronio indovinò finalmente che cosa si -volesse da lui. Infilò la scala, seguito da Piramo -e dai suoi bravi compagni; giunse nell'atrio, dov'erano -sparsi in parecchi gruppi i convitati di -Cepione, e, dati due o tre spintoni a dritta e a -manca, sguizzò dal pròtiro sulla pubblica via, prima -che i caduti avessero potuto rimettersi in gambe, -e tutti gli altri rinvenire dallo stupore. -</p> - -<p> -— Ah, furfanti! Ah, scellerati! Abbrancateli! -Non lasciate uscir nessuno! — -</p> - -<p> -Così gridava Cepione. E già si era mosso per -correr dietro ai fuggiaschi. Ma una catena di trenta -libbre (perchè in ciò il fabbro lo aveva servito a -dovere) non si porta così facilmente da nessuno -che voglia correre, e molto meno quando si è alzato -un po' il gomito. Il degno argentario si era a -mala pena avveduto di quell'impedimento, che la -catena gli s'intralciava fra le gambe, ed egli cadeva -bocconi davanti all'uscio del sotterraneo. -</p> - -<p> -Il tonfo di quell'otre disteso ebbe le conseguenze -che doveva avere. Non mi dilungherò in una descrizione -poco piacevole; dirò invece, aiutandomi -con una perifrasi, che quel tonfo gli levò un peso -dallo stomaco, se non al tutto i fumi dal capo. -</p> - -<p> -Poco lunge da Cepione era caduto il Trappola, -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -e per quella causa impellente che sapete. Il poveraccio, -udito il rumore della tombolata e tutto il -restante che per brevità si omette, si alzò come -potè, e pesto, indolenzito, sconcertato da quella inaspettata -catastrofe, andò ad aiutare il padrone. -</p> - -<p> -— No, lasciami stare! — balbettò Cepione con -voce soffocata dalla rabbia e da tutto il restante -che ho detto. — Corri nell'atrio anche tu! Fermate -il prigioniero e gli siano distese sessanta vergate -sulla schiena. -</p> - -<p> -— Il prigioniero! Sì, piglialo! — pensò il Trappola, -muovendo verso la scala. — A quest'ora è -già fuori dell'uscio. Basta, egli mi manda ed io -vado. Il sapore delle pedate non era buono di certo; -ma l'odore del vino che ritorna alla luce è di -gran lunga peggiore. -</p> - -<p> -— Sessanta vergate sulla schiena! — ripeteva -intanto Cepione, mentre tentava di rialzarsi e andava -brancolando nel sudiciume. — Ed altrettante -ai suoi compagni, prima di metterli in croce! Oh, -me la pagheranno, me la pagheranno! Vedete che -audacia! Farla a me, a Servilio Cepione! E il -fabbroferraio, che era di balla con questo bel -mobile! Ah, per l'Averno, se mi capita nelle -unghie!... — -</p> - -<p> -Tutto ciò borbottato, gorgogliato a intervalli, si -capisce, ed anche frammisto alle spume ingenerose -che gli fiottavano dalle labbra. Se lo aveste -veduto, quant'era brutto! Clodia Metella, anima -nera, se vogliamo, ma donnina di garbo, avrebbe -inorridito senz'altro. -</p> - -<p> -Finalmente, mandati dal Trappola, che reputava -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -più salubre di correre sull'orme del fuggiasco -scesero nel sotterraneo gli altri servi della casa e -trascinarono fuori l'impiastricciato padrone, con la -sua catena ai piedi, non potuta levare lì per lì. -La brigata dei commensali, che abbiamo lasciata -nell'atrio, era tutta sossopra dallo spavento, per -aver veduto sbucar fuori e fuggire, non senza distribuzione -di busse, quel branco di fuligginosi -Ciclopi; ma l'apparizione del vecchio argentario, -di quella balla di cenci da mandare al bucato, -mutò l'indirizzo e fece dare tutti gli astanti in -uno scoppio di risa. Che farci? Il riso è contagioso, -e i bricconi non sentono compassione; neanche -del proprio simile, che è tutto dire! -</p> - -<p> -A quelle inaspettate accoglienze, Sileno andò su -tutte le furie. Guardò intorno e capì che il prigioniero -era fuggito. Anche il Trappola, tornato -allora dal pròtiro, gli confermò la cosa con la sua -aria ingrullita. Fece per saltare addosso ai servi, -poi si volse furibondo ai commensali, che seguitavano -a ridere; ma le forze gli vennero meno, -torse gli occhi, digrignò i denti, e stramazzò privo -di sentimento sul musaico dell'atrio. -</p> - -<p> -Finalmente, dopo tanti che gliene avevano augurati -in sua vita, gliene capitava uno! Ma, pur -troppo, non fu di quelli a ferraiuolo. Giove ottimo -massimo non suol dare di queste soddisfazioni alla -virtù sulla terra. Si mandò pel medico, e due dozzine -di mignatte non ischifarono di succhiare il -suo sangue. Lettori, compiangiamo quelle povere -bestie. -</p> - -<p> -E ritorniamo a Caio Sempronio; se no, ci pianta -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -lì, come Olimpia sullo scoglio, e chi lo raggiunge -è bravo. -</p> - -<p> -Uscito sul margine della strada, aveva seguito -Piramo, come un fanciullo seguirebbe la madre. -Infatti il suo fedele ostiario lo aveva preso per -mano, e, giunto alla svolta dell'isola, si ficcava in -un vicolo, mentre i compagni loro scantonavano -lesti, chi da una parte e chi da un'altra, senza -aspettare il comando. -</p> - -<p> -Il nostro cavaliere camminò un dugento passi a -quel modo, senza far parola, chè non era tempo -da chiacchiere. In fondo al vicolo stavano due cavalli -bardati. Piramo si fermò; il ragazzo, che teneva -i cornipedi per le redini, si fece avanti; Caio -Sempronio capì a volo, e d'un balzo fu in sella. -</p> - -<p> -— E adesso, padrone, al galoppo! — disse Piramo, -che lo aveva prontamente imitato. -</p> - -<p> -— Dove si va? — chiese il cavaliere. — Forse -da lei? -</p> - -<p> -— No; ella si comprometterebbe e tu potresti -essere ripreso da un momento all'altro. Del resto, -la vedrai ad ogni modo, laggiù, dove andiamo a -far capo. — -</p> - -<p> -Andavano verso la porta Nomentana. Ad un certo -punto lasciarono i cavalli ed entrarono in una casa -di modesta apparenza, dove Piramo si levò quella -fuliggine ond'era tutto lordo e Caio Sempronio indossò -un'altra tunica, che dèsse meno negli occhi. -Ciò fatto, uscirono da una postierla che dava -su di una viottola campestre, e con passo spedito -si allontanarono dalla parte di settentrione, per -andare a cercare la via Tiburtina. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -</p> - -<p> -Giunia Sillana aspettava l'esito dell'impresa in -una sua villa, dove nessuno avrebbe argomentato -che andasse, a stagione tanto inoltrata. Quando -vide apparire Caio Sempronio, libero, sano e pieno -di gratitudine per lei, la bella matrona divenne -più pallida del solito, e si lasciò cadere, sfinita -dalla commozione e dall'eccesso della gioia, sul -lettuccio del triclinio, dove era preparata la cena -a quel povero affamato. -</p> - -<p> -— Grazie! — diss'egli, commosso non meno di -lei. — Ti son debitore della luce, dell'aria, della -libertà, della vita, insomma. E in qual modo sei -riuscita a salvarmi? -</p> - -<p> -— Il console Sulpicio Rufo è un uomo di cuore; — rispose -la bella matrona, reprimendo un sospiro. — Egli -ha ceduto alle mie preghiere e prestato -mano all'impresa. Ma parliamo d'altro; — soggiunse -ella, vedendo che la fronte del nostro -cavaliere si andava rannuvolando. — Attendi a ristorar -le tue forze, e poi, scambio di riandare il -passato, provvederemo al futuro. — -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span></p> - -<h2 id="cap25">CAPITOLO XXV. -<span class="smaller">Chi ha avuto ha avuto.</span></h2> -</div> - -<p> -Erano passati trenta giorni dalla condanna di -Tizio Caio Sempronio e dalla sua consegna legale -in mano dei creditori. Il termine cadeva proprio -in un giorno di mercato, e il degnissimo pretore -Marco Rutilio Cordo sedeva maestoso in tribunale, -attorniato dai littori ed intento ad amministrare la -giustizia. -</p> - -<p> -Cause di molta importanza non ce n'erano, quel -giorno; nessun oratore di grido aveva a sfoderare -le armi della sua invitta eloquenza. Eppure, quel -giorno, si vedeva nel foro una calca più fitta del -solito, perchè i creditori di Tizio Caio Sempronio, -del più bello, del più elegante tra i cavalieri di -Roma, dovevano condurre il loro prigioniero davanti -ai pretore, e annunziare ad alta voce la -somma del debito, se mai si presentasse qualcuno -a pagare per lui e a farlo rimettere in libertà. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -</p> - -<p> -Intendiamoci bene, tutta quella gente ci andava -per vedere le facce malinconiche dei tre creditori, -essendo noto a tutta Roma il fatto della fuga di -Tizio Caio Sempronio. -</p> - -<p> -Dov'era andato a far capo il giovinotto? Saperlo! -I littori lo avevano cercato per ogni dove; ma -fiaccamente, diceva Cepione, che non sapeva darsene -pace. Il feroce argentario, nello sfogo delle -sue bizze, era trascorso ad accusare il console Sulpicio -Rufo di connivenza nel colpo di mano, imputato -da lui e da Clodia Metella all'amore di -Giunia Sillana pel nostro cavaliere. Per veder giusto -in certe cose, non ci sono che i nemici e le -donne. À quelli aguzza l'ingegno il rancore; queste -non hanno mestieri d'aguzzarlo; la finezza del -senso è in loro una seconda natura. -</p> - -<p> -Giunia Sillana aveva sorriso di quei sospetti, -contenta che avessero dato nel segno. Ma il console -Sulpicio non ci aveva le stesse ragioni di lei -per lasciar correre, e fatto chiamare a sè l'argentario, -gli aveva data una strappazzata coi fiocchi. -Badasse a' casi suoi, tenesse la lingua tra i denti; -se no, povero a lui! E il nostro Cepione, quantunque -di mala voglia, si era inchinato, aspettando -il giorno dell'udienza pretoria, a cui doveva presentarsi, -in compagnia de' suoi sozii, egli e loro -con un pugno di mosche. -</p> - -<p> -Or dunque, mentre il sapientissimo e santissimo -uomo Marco Rutilio Cordo stava sulla sua sedia -curule, rendendo giustizia e accomodando in bella -guisa le pieghe della sua toga pretesta, comparvero -davanti al tribunale i tre usurai. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -</p> - -<p> -— Che cosa volete? — domandò. -</p> - -<p> -— Pretore, ti chiediamo giustizia. -</p> - -<p> -— Qui la si fa sempre, e per tutti. Di che vi -lagnate? -</p> - -<p> -— Del fatto che sai. Trenta giorni or sono, tu -ci hai dato nelle mani il nostro debitore Tizio Caio -Sempronio.... -</p> - -<p> -— E fu bene, perchè egli non aveva pagato per -intero il suo debito. Lo avete portato via a buon -dritto ed io spero che lo avrete nutrito secondo la -legge, o permesso che egli si nutrisse meglio, a -sue spese. -</p> - -<p> -— Ah sì, egli s'è nutrito davvero; — gridò Crispo -Lamia. — Lo stesso giorno che tu ce lo hai -consegnato, il prigioniero è fuggito. -</p> - -<p> -— Fuggito? -</p> - -<p> -— Sì; lo ignori tu forse, mentre tutta Roma -lo sa? -</p> - -<p> -— Cittadini, — rispose gravemente il magistrato, — io -qui non debbo sapere se non quello che -consta al mio tribunale. Dunque, è fuggito? E voi -ve lo siete lasciato sguizzar di mano? -</p> - -<p> -— Un tradimento! — urlò Cepione. — Un indegno -tradimento! Egli non può esser fuggito -senza la connivenza di qualcheduno. -</p> - -<p> -— Accusate, e vedremo; — disse il pretore. -</p> - -<p> -— Ma.... — balbettò l'argentario, che rammentava -la minaccia del console, e voleva pur dire -qualcosa; — i complici son troppo alti e potenti. — -</p> - -<p> -Marco Rutilio Cordo aggrottò le ciglia senz'altro. -</p> - -<p> -— Non c'è nessuno troppo alto o possente, in -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -Roma, davanti alla maestà delle leggi. Parlate dunque, -accusate liberamente. Vi avverto, per altro, — soggiunse, -con accento severo, — che le mezze -accuse non giovano, ed io vi farei costar care le -false. — -</p> - -<p> -Cepione, inviperito, voleva replicare. Ma i suoi -colleghi, più prudenti, lo tirarono per un lembo -della toga. -</p> - -<p> -— Non mettere te e noi in un ginepraio, — gli -bisbigliarono all'orecchio. — Tu lo vedi; il pretore -non ischerza. — -</p> - -<p> -Cepione li chetò con un gesto della mano, che -voleva dire: ho capito. E abbassando il tono, ripigliò: -</p> - -<p> -— Ma il nostro credito, chi ce lo paga? Che -cosa ci rimane, se il debitore è sfumato? Il suo -nome nella tua sentenza! In verità, è troppo poco. -</p> - -<p> -— Non dico di no; rispose Rutilio Cordo, -soddisfatto di vederli calare. — Ma non son io che -vi ho fatto perdere il pegno. E proprio volevate -farlo in tre pezzi? -</p> - -<p> -— In tre pezzi, sì, in tre pezzi, come ci consentono -le patrie leggi. -</p> - -<p> -— E sia; lo potete. Spartitevi quel che rimane, -senza pregiudizio del vostro diritto su tutto quel -più che potrà ritornarvi in balìa. A te, Crispo Lamia, -sérviti pel primo, quantunque tu non sia il -maggior creditore, ed abbi Tizio, il prenome. A -te, Servilio Cepione, prenditi Caio, il nome gentilizio. -E tu, Furio Spongia, abbi quel che rimane, -Sempronio, il cognome della famiglia. Lo volevate -dividere in tre; vi accordo il taglio, vi assegno -le porzioni; non se ne parli più altro. — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -</p> - -<p> -Così nella sua alta sapienza Marco Rutilio Cordo, -che qualche volta amava far la burletta, vizio che -è rimasto e s'è perpetuato presso tutti i giudici della -terra, a rendere manco noiose le lunghe ore d'udienza! -</p> - -<p> -Una risata omerica di tutti gli astanti accolse la -sentenza del pretore. Quando la voce fu passata -di fila in fila, per modo che ne fossero informati -i più lontani, fu uno scoppio d'ilarità in tutto -il Foro; ilarità che si propagò per tutte le vie, per -tutti i chiassi dell'eterna città. Le aquile e i corvi, -frequentatori assidui dei sette colli, passando a -volo sulle mura di Romolo, in quel momento d'epica -giocondità, rimasero un pezzo a becco aperto, domandando -tra sè per qual ragione fosse uscito -dalla sua serietà il popolo più grave e più contegnoso -dei mondo. -</p> - -<p> -La sentenza di Marco Rutilio Cordo, buttata là -senza pretensione e così per mandare a spasso quei -tre noiosi argentarii, trovò i suoi lodatori, e passò -in proverbio la divisione di un nome in tre parti. -Tizio Caio e Sempronio restarono separati e per -sempre. I nomi d'Aulo, di Nigidio, ed altri, che -erano serviti fino allora ai giureconsulti nel proporre -gli esempi, cedettero il luogo a quei tre. Tizio -ha dato a Caio; Caio ha negato a Sempronio; e -avanti di questo passo, fino al tempo nostro, che -tramanderà l'usanza ai venturi. -</p> - -<p> -Lettori dell'anima mia, vi ho chiarito un passo -d'archeologia romana, e voi siete capaci, non che -di rendermi grazie, di non prestar fede alle mie -trovate. Questa è la sorte di tutti i grandi scopritori, -ed io mi rassegno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -</p> - -<p> -Ma voi siete anche capaci di chiedermi come e -dove andasse a finire il giovinetto, a cui era toccata -quella burlesca <i>diminutio capitis</i>. Ed ecco, è -per l'appunto quello che ignoro. Ho rovistato in -tutti i bugigattoli della storia, e non ho trovato un -bel nulla. -</p> - -<p> -Leggo cionondimeno in Plutarco, nella vita di -Elvio Sillano (quel valentuomo che sapete, e reputato -degno di entrare in paragone con un eroe -della Grecia), che la bella Giunia Sillana era -molto tranquilla. Segno evidente che l'amico doveva -star bene e che si adattava di buona voglia -alla necessità di conservare l'incognito. -</p> - -<p> -Un giorno, la bella pallidona s'imbattè in Clodia -Metella. Le due matrone non si erano più visitate, -nè incontrate per via, dopo la stagione delle bagnature -nel golfo di Neapoli. -</p> - -<p> -Giunia Sillana fece le viste di non riconoscerla. -Ma l'altra le andò incontro difilata, e col più amabile -dei sorrisi sul labbro. Dicono i pratici che le -signore donne ci abbiano sempre questo sorriso -in mostra, quando si dispongono a dare una stoccatina -a qualche amica del cuore. -</p> - -<p> -— Oh, bellissima, — gridò Clodia Metella, prendendo -amorevolmente le mani dell'amica, — come -stai? Non ti si vede più. -</p> - -<p> -— Sto bene e tu mi vedi; — rispose asciuttamente -Giunia Sillana. -</p> - -<p> -— Ah sì, una volta all'anno! Beato chi ti possiede! -Dimmi, a proposito, che cos'è avvenuto di -quel leggiadro cavaliere?..... -</p> - -<p> -— Di che cavaliere mi parli? — chiese Giunia -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -Sillana, seccata dall'intenzione sarcastica di quel -modo avverbiale che aveva usato Clodia Metella. -</p> - -<p> -— Di Tizio Caio Sempronio, poichè bisogna dir -proprio il suo nome. Dicono che sia andato all'esercito -di Cesare. -</p> - -<p> -— Sarà vero. -</p> - -<p> -— Ma dicono altresì che non sia uscito di Roma -e che viva nascosto in una tua villa. -</p> - -<p> -— Sarà vero anche questo. — -</p> - -<p> -Tanta imperturbabilità era piuttosto singolare, e -Clodia si morse le labbra dal dispetto. -</p> - -<p> -— Dunque, mia bellissima, tu conservi il segreto. -Non ci sarà verso di cavarti nulla di bocca? -</p> - -<p> -— Perchè dici questo? Ho anzi un'imbasciata -per te; — rispose Giunia Sillana. -</p> - -<p> -— Da lui? -</p> - -<p> -— Sicuramente, da lui. -</p> - -<p> -— Oh Venere madre! e sei stata così buona.... -</p> - -<p> -— Da incaricarmene, certamente. Povero giovane, -è così gentile d'animo e memore delle sue vecchie -amicizie! Egli m'ha detto di consigliarti in suo -nome l'uso quotidiano e abbondante dell'acqua di -Cosmo. Servilio Cepione si lava così poco, e lascia -un odore così cattivo su tutto ciò ch'egli -tocca! — -</p> - -<p> -La botta era andata al cuore. Clodia Metella -perdette il lume degli occhi. -</p> - -<p> -— Mi pagherai questo affronto, faccia di verderame! — sibilò -essa, con voce soffocata dalla rabbia. -</p> - -<p> -Giunia Sillana non si commosse punto, nè alla -minaccia, nè all'insulto. -</p> - -<p> -— Io non ti temo; — rispose; — tutta Roma -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -sa chi tu sei, quadrantaria! Del resto meglio esser -verdi, che impiastricciate di medicamenti letali. -Si narra che Metello Celere, il tuo povero marito, -per averti baciata sulle guance, sia morto. — -</p> - -<p> -In questa guisa le due matrone si separarono, -sorridendosi a vicenda, mentre i loro servi si tenevano -ad una rispettosa distanza. -</p> - -<p> -Giunia Sillana non aveva certamente a temer -nulla dallo sdegno di Clodia. Elvio Sillano era del -partito di Cesare, che trionfava, e Clodia Metella -doveva appiccar la voglia all'arpione. Del resto, -era andata maledettamente giù, la quadrantaria. E -vennero presto le rughe e si dileguarono ad uno -ad uno gli amanti. -</p> - -<p> -Servilio Cepione, sempre più adiposo e rosso -scarlatto nel grugno come i bargigli d'un tacchino, -un bel dì fu trovato morto nel suo letto. Quella -volta gli era capitato per davvero, e furono esauditi -i voti ardentissimi di tanti cittadini, che glieli -auguravano a secco. I suoi colleghi delle Botteghe -Vecchie gli fecero un funerale magnifico, accompagnato -dalle imprecazioni di tutti i sette colli. -Ma pur troppo, nella fretta, dimenticarono di mettergli -in bocca la moneta per pagare il suo passaggio -a Caronte, ed io credo che il mascalzone, -con tutte le sue ricchezze, non abbia ancora potuto -mettersi in barca. -</p> - -<p> -Mi domanderete di Cinzio Numeriano. Il bel -poeta non fece più versi, che raccomandassero il -suo nome alla posterità. Dopo tante liete impromesse! -Ma pur troppo è così; la Musa non vuol -rivali, e pianta lì, senza tanti complimenti, chi -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -non sa essere tutto per lei. E un bel giorno lo -piantò anche Delia, fuggendo in Ispagna con un -pantomimo famoso. -</p> - -<p> -Giunio Ventidio, Postumio Floro, Elio Vibenna.... -Io spero, o lettori, che non mi domanderete notizia -di tutte queste parti secondarie. Sappiate del -resto, che uno dopo l'altro morirono tutti. E, senza -mestieri di appurare il fatto con l'Arte di verificare -le date, ho ragione di credere che sia morto anche -il leggiadro eroe della mia storia, mezzo romana -e mezzo di tutti i tempi e di tutti i paesi. -</p> - -<p> -Se vi ha divertiti, ditelo; ma per carità non la -date ad imprestito. Oltre che gli amici non vi restituirebbero -il libro, voi fareste un danno all'editore. -</p> - -<p> -Se poi v'ha annoiati, come temo, state zitti, per -l'amor di Dio, e pensate che anche alle manifatture -di questa sorte va applicato il proverbio: non -tutte le ciambelle riescono col buco. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE. -</p> - -<hr class="silver" /> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td class="center">Capitolo</td> <td class="cap">I.</td> <td>Entra in scena l'eroe</td> <td class="pag"><a href="#cap1">Pag. 1</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">II.</td> <td>Il triclinio</td> <td class="pag"><a href="#cap2">9</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">III.</td> <td>Donne, vino e canzoni</td> <td class="pag"><a href="#cap3">21</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">IV.</td> <td>L'amico ei conosce alla prova</td> <td class="pag"><a href="#cap4">34</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">V.</td> <td>Amore è cieco</td> <td class="pag"><a href="#cap5">48</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">VI.</td> <td>Rose e spine</td> <td class="pag"><a href="#cap6">65</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">VII.</td> <td>Venere spogliatrice</td> <td class="pag"><a href="#cap7">83</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">VIII.</td> <td>L'attesa</td> <td class="pag"><a href="#cap8">103</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">IX.</td> <td>Duettino d'amore</td> <td class="pag"><a href="#cap9">116</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">X.</td> <td>Il terzo incomodo</td> <td class="pag"><a href="#cap10">130</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XI.</td> <td>Il prodigo e l'avaro</td> <td class="pag"><a href="#cap11">139</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XII.</td> <td>Nel teatro di Pompeo</td> <td class="pag"><a href="#cap12">152</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XIII.</td> <td>Amori in vista</td> <td class="pag"><a href="#cap13">162</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XIV.</td> <td>Le nozze di Numeriano</td> <td class="pag"><a href="#cap14">180</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XV.</td> <td>Il ricevimento</td> <td class="pag"><a href="#cap15">197</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XVI.</td> <td>Quod erat in fatis</td> <td class="pag"><a href="#cap16">206</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XVII.</td> <td>Viaggio a Citera</td> <td class="pag"><a href="#cap17">219</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XVIII.</td> <td>Luci ed ombre</td> <td class="pag"><a href="#cap18">231</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XIX.</td> <td>Siamo agli sgoccioli</td> <td class="pag"><a href="#cap19">251</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XX.</td> <td>Una va e l'altra viene</td> <td class="pag"><a href="#cap20">268</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XXI.</td> <td>Pro tribunali</td> <td class="pag"><a href="#cap21">279</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XXII.</td> <td>Sulle ventitrè e tre quarti</td> <td class="pag"><a href="#cap22">292</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XXIII.</td> <td>Dopo la sentenza</td> <td class="pag"><a href="#cap23">305</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XXIV.</td> <td>Un colpo di mano</td> <td class="pag"><a href="#cap24">313</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XXV.</td> <td>Chi ha avuto ha avuto</td> <td class="pag"><a href="#cap25">325</a></td> - </tr> -</table> -<hr /> - -</div> - -<div class="opere"> -<p class="center"> -DELLO STESSO AUTORE -</p> - -<p class="center"> -(<i>Edizioni in-16</i>). -</p> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td>Racconti e novelle (1809). <i>Nuova edizione</i> in-16:</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="spaced1">Vol. I:</span> Capitan Dodero, Santa Cecilia, Una notte bizzarra</td> <td class="pag">L. 2 —</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="spaced1">Vol. II:</span> L'Olmo e l'Edera, Il libro nero</td> <td class="pag">3 —</td> - </tr> - <tr> - <td>I Rossi e i Neri (1871). Due volumi</td> <td class="pag">7 —</td> - </tr> - <tr> - <td>Val d'Olivi (1873). <i>Seconda edizione</i></td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td>Le confessioni di Fra Gualberto (1873). <i>Seconda edizione</i></td> <td class="pag">3 —</td> - </tr> - <tr> - <td>Semiramide, racconto babilonese (1873). <i>Seconda ediz.</i></td> <td class="pag">3 —</td> - </tr> - <tr> - <td>La legge Oppia, commedia (1874)</td> <td class="pag">1 —</td> - </tr> - <tr> - <td>Castel Gavone (1875). <i>Seconda edizione</i></td> <td class="pag">2 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Come un sogno (1875). <i>Quarta edizione</i></td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td>La notte del commendatore (1875)</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> - <tr> - <td>Diana degli Embriaci (1877)</td> <td class="pag">3 —</td> - </tr> - <tr> - <td>Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). <i>Seconda edizione</i></td> <td class="pag">5 —</td> - </tr> - <tr> - <td>Lutezia (1878). Seconda edizione</td> <td class="pag">2 —</td> - </tr> - <tr> - <td>La conquista d'Alessandro (1879)</td> <td class="pag">4 —</td> - </tr> -</table> - -<p class="center pad2"> -(<i>Edizioni in-32</i>). -</p> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td>Capitan Dodero. <i>Terza edizione</i></td> <td class="pag">L. — 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Santa Cecilia. Due volumi. <i>Terza edizione</i></td> <td class="pag">1 —</td> - </tr> - <tr> - <td>L'Olmo e l'Edera. Due volumi. <i>Terza edizione</i></td> <td class="pag">1 —</td> - </tr> - <tr> - <td>Il libro nero. Due volumi. <i>Terza edizione</i></td> <td class="pag">1 —</td> - </tr> -</table> - -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of Project Gutenberg's Tizio Caio Sempronio, by Antonio Giulio Barrili - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TIZIO CAIO SEMPRONIO *** - -***** This file should be named 61841-h.htm or 61841-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/1/8/4/61841/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org Section 3. Information about the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - - - -</pre> - -</body> -</html> diff --git a/old/61841-h/images/cover.jpg b/old/61841-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 1a96a7c..0000000 --- a/old/61841-h/images/cover.jpg +++ /dev/null |
