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-The Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 1, by Pietro Verri
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: Storia di Milano vol. 1
-
-Author: Pietro Verri
-
-Release Date: October 15, 2019 [EBook #60497]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 1 ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
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-
- STORIA
- DI MILANO
-
-
- DEL CONTE
-
- PIETRO VERRI
-
-
- COLLA CONTINUAZIONE
-
-
- TOMO I.
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-
- MILANO
- PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA
- Contrada de' Due Muri, N. 1044
- 1850
-
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-
-NOTIZIE
-
-DI PIETRO VERRI
-
-
-Nell'accingermi a compilare le Notizie dell'ultimo de' magistrati
-filosofi che hanno illustrato in Lombardia il regno di Maria Teresa, a
-stento so contenermi nei limiti di una quasi cronologica brevità, cui
-mi astringe il piano che mi sono prescritto in questa Raccolta. Tale è
-la vastità e l'importanza dei servigi da esso prestati, che il parlare
-adequatamente di lui, comprende la storia di trent'anni dell'economia
-pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua l'opera immortale del
-censimento, già precedentemente compita, tutte le importanti riforme
-della pubblica amministrazione si eseguirono nel periodo della sua
-magistratura; egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili
-fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è ancor recente
-e vivissima la memoria de' suoi servigi, ed essendo queste Notizie
-susseguite dalla collezione delle sue opere economiche, ora in parte
-per la prima volta pubblicate, si rende indifferente, anzi superfluo,
-il parlare estesamente dei di lui meriti, siccome sarebbe inutile il
-voler narrare ad altri la maestria de' sommi pittori, avendosi dinanzi
-le più illustri opere de' loro pennelli. Seguendo pertanto il mio
-metodo, mi accontenterò di delineare sommariamente le epoche memorabili
-della sua vita.
-
-Nacque PIETRO VERRI in Milano al 12 di dicembre dell'anno 1728. Il
-di lui padre Gabriele dovette in gran parte ai personali suoi meriti
-l'essere stato successivamente promosso a diverse eminenti cariche;
-e fu per ultimo presidente del Senato. Egli si è pur distinto nelle
-lettere; e si hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali,
-dei commenti al principal codice di esse, e una voluminosa compilazione
-della storia della Lombardia, che rimase manoscritta.
-
-Chi bramasse di conoscere tutti i minuti tratti della fanciullezza e
-della prima gioventù del nostro autore, potrà riscontrarli nell'Elogio
-che recentemente ne ha pubblicato l'abate Isidoro Bianchi, già per
-altre opere benemerito de' buoni studii[1]. Egli ha seguito un'altra
-via da quella che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente
-tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu mio scopo
-di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può servire a far
-distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato di tramandare la
-sua memoria alla posterità.
-
-Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell'attività e
-dell'acume della sua mente; ma non gli si era ancora offerta occasione
-di esercitarla in qualche rilevante travaglio, onde si avesse potuto
-apprezzarne la vastità e il vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse
-distratto per sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di
-private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare col rango
-di capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase fino al dicembre del
-1760.
-
-Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica,
-riassunse con maggior calore gl'interrotti studii; e quelli
-dell'ecconomia pubblica, applicata specialmente alla situazione
-della sua patria, l'occuparono a preferenza. Ma per meglio conoscere
-l'importanza di quanto in séguito operò e scrisse, gioverà di
-veder riferito da lui medesimo qual era in allora lo stato della
-Lombardia[2].
-
-«All'incominciare del regno di Maria Teresa ognuno sa e si ricorda
-quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse da noi l'industria
-per esercitarsi in ogni parte. Arbitrario e sproporzionatamente
-ripartito, il tributo sulle terre ci offriva lo spettacolo di molti
-campi abbandonati dai proprietari alla comunità: la tassa personale
-esuberantemente aggravata, rendeva spopolati altri distretti e priva
-la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti all'interna
-comunicazione pel trasporto delle derrate, sempre più allontanavano
-i reciprochi soccorsi: severissime leggi annonarie, minacciando la
-morte a chi cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura,
-invece d'invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: i
-tributi delle dogane, appaltati a diverse compagnie, interponevano un
-contratto fra i bisogni del popolo e la paterna clemenza del sovrano:
-le scienze, le nobili arti, quello spirito d'impegnata ricerca della
-verità, che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e separare
-le cose certe dalle probabili, non erano certamente festeggiati: uno
-studio di parole, una servile venerazione o imitazione, erano lo scopo
-che si poneva davanti alla docile gioventù, e così gradatamente, un
-ostinato spirito, nemico d'ogni felice slancio verso del bene, teneva
-in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche; e, dimentichi di noi
-stessi, sembravamo piuttosto destinati a servire noi pure di mezzo e
-di continuo fra le generazioni passate e le a venire, anzi che una
-generazione avente diritto e ragione alla gloria di migliorare il
-deposito delle umane cognizioni».
-
-Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli
-nell'abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero te cause,
-perchè vi si erano abituati fin dalla nascita, fu lo scopo cui Verri
-diresse la maggior contenzione dei suoi studii. Non omise fatica onde,
-colla scorta della storia e spogliando i farraginosi documenti delle
-diverse amministrazioni, svolgere le vere cause che avevano potuto
-ridurre a tanto squallore un paese sì fertile, e altre volte sì ricco e
-potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva di squisita
-erudizione, la quale, dopo di averne egli usato in tante sue opere per
-più di trenta anni successivi, era ancor lungi dall'essere esausta.
-
-Per comunicare l'espansione di questo suo zelo, trovò egli un compagno
-degno di lui e non men caldo di amor patrio, nella persona del marchese
-Cesare Beccaria. La costanza e la sincerità della loro amicizia fu
-ammirabile. Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente
-confidenti senza arroganza, appassionati per gli studii utili senza
-presunzione, percorsero la stessa carriera di studii e di cariche, e si
-mantennero amici fino alla morte. Nè solo sinceramente si compiacevano
-dei loro vicendevoli progressi; ma come il genio profondissimo di
-Beccaria, quasi compresso dallo stato d'indolenza cui era portato dalla
-sua fisica costituzione, avea bisogno per esercitarsi di chi, al pari
-di un ostetricante, ne sollecitasse lo sviluppo, Verri fu quello che
-si prestò a quest'ufficio; e già si è altrove notato[3] che alla sua
-benemerita importunità dee il pubblico l'immortale opera _Dei delitti
-e delle pene_, e l'autore di essa la giusta celebrità che gliene è
-risultata.
-
-Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione. Quindi
-Pietro Verri e Beccaria divennero il centro dì un'unione d'illustri
-giovani, egualmente studiosi ed animati da non minor fervore per la
-prosperità della lor patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri,
-e si resero in séguito famosi sotto il nome di _Società del Caffè_,
-dal titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che
-pubblicarono per due anni sul modello dello _Spettatore Inglese_, cui
-però sorpassarono di molto nella varietà e scelta degli argomenti,
-nell'eleganza e nella profondità[4].
-
-A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle stampe diversi
-saggi de' suoi talenti e della sua coltura. Oltre alcuni opuscoli di
-circostanza, che potrebbero citarsi a sua lode quand'altro di meglio
-non avesse fatto, pubblicò egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un
-Dialogo su le monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi
-molti articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti _sul
-commercio_ e _sul lusso_. Diedero occasione al detto Dialogo i rumori
-che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti contro la breve, ma
-pregevol opera data in luce in quell'anno da Beccaria _sul disordine
-delle monete_; e Verri spiegò in quello, con singolare brevità e
-chiarezza, la teoria sulla monetazione dello stato di Milano, cui
-si attenne dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelle
-_Meditazioni sull'Economia Politica_ e nella _Consulta_ che sullo
-stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel 1772. Essa ha
-dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina nell'esecuzione della
-riforma, ma non è ancor provato che quella in confronto non potesse
-esser migliore, e meno poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo
-così esposto il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni
-che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, abitatori d'un
-piccolo Stato mediterraneo, senza miniere, pensiamo ad accomodare
-le nostre partite del commercio, a diminuire le importazioni, ad
-accrescere l'esportazione, ad animare l'industria; pensiamo ad
-avere _moneta buona_, a valutarla bene, e non ci prendiamo briga
-dell'impronto che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera
-persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con minor disprezzo,
-o esaminare con più seria attenzione le massime che si oppongono alle
-attuali costumanze, non sarà pure inutile di riferire che tra le carte
-di Verri esiste un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di
-sua mano, che egli _lo rileggeva sempre con piacere, persuaso che non
-si potesse con minor noia e maggior chiarezza combattere i pregiudizii
-del volgo in questa materia_.
-
-L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu pur quella
-in cui Verri diede principio alla sua pubblica carriera. Scadeva,
-col 1765, il novennio della Ferma generale[5]. Perciò l'imperatrice,
-mentre volle che nel nuovo appalto il regio erario fosse interessato
-per un terzo, ordinò pure che si radunasse una Giunta di ministri
-coll'incarico di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei
-dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni,
-venne pur Verri nominato alla carica di consigliere presso la Giunta
-stessa, con voto deliberativo.
-
-Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole
-estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto l'aver
-egli trasmesso nell'anno precedente al principe Kaunitz un volume
-di _Considerazioni sul commercio dello stato di Milano_, opera,
-per erudizione e dottrina, certamente superiore alla sua età e ai
-tempi in cui la scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti,
-della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al
-1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera
-rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel 1769 con nuove
-interessantissime notizie che gli comunicò il benemerito archivista del
-Senato, segretario Corti, e da lui disposta per la stampa col titolo
-di _Memorie sull'economia pubblica dello stato di Milano_ allorchè fu
-sorpreso dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata.
-
-All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante un
-indefesso travaglio, a compilare il primo _Bilancio del commercio della
-Lombardia_, con quella maggior precisione che era possibile ad uomo
-privato. Affine di ottenere l'esattezza nelle copie, difficilissima
-in simili lavori colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel
-numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a pochi amici,
-e spedire alla corte. La notabile passività che risultava da quel
-bilancio, diede luogo alla stampa di una _Lettera critica_, nella
-quale all'opposto intendevasi di provare che il commercio dello stato
-di Milano fosse attivo di molti milioni. Questa contestazione, e il
-falso supposto che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al
-principe Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare le
-viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne trasse argomento per
-anticipare un'utilissima disposizione. Molto importante, anche per far
-conoscere il suo carattere, è la lettera che scrisse su tale argomento
-al ministro plenipotenziario conte di Firmian[6]; ed è la seguente:
-
-«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con cui mi rimise
-il _Bilancio_, stampato dal conte Pietro Verri, _del commercio dello
-stato di Milano_, colle altre tre pezze che lo accompagnavano. Può
-ben essere persuasa l'E. V. che io non approvo e non sarò mai per
-approvare alcun passo che deroghi all'autorità e dignità del governo;
-e specialmente a questo riguardo mi è rincresciuto che il detto
-cavaliere, di cui peraltro mi piace l'ingegno e la scelta che ha fatto
-de' suoi studii, siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor
-giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento ciò che,
-prodotto in iscritto alla sola Giunta ed al governo, gli avrebbe fatto
-dell'onore, se non altro per l'idea e per il piano di eseguirla.... Ma
-posto che è rotto il ghiaccio convien ora andare innanzi, e verificare,
-col maggior accerto che si può, il giusto mezzo fra i nove milioni
-di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, e gli undici
-milioni di sopravanzo annuo, che risultano dalla _Lettera critica_
-al medesimo opposta. Sono persuaso che sia falso il bilancio, perchè
-l'autore non potè essere autorizzato a riconoscere i fondi originali
-per fissare dati certi, e credo egualmente che non sussista il calcolo
-annesso alla _Lettera critica_, perchè si vede dettata da un puro
-spirito di contraddizione e di animosità. Ordini dunque V. E. alla
-Giunta di subito applicarsi a riconoscere, per quanto sia praticabile,
-lo stato attivo e passivo di codesto commercio, affinchè rimosse le
-esagerazioni, e con quella maggiore probabilità che sia compatibile
-colla natura del soggetto, possa vedersi da qual parte propenda la
-bilancia. È troppo necessario questo esperimento, acciocchè i paesi
-circonvicini, eccitati a dubitare sugli eccessi opposti, non entrino
-poi in diffidenza per mancanza di una dimostrazione che decida».
-
-In adempimento del superiore comando, fu delegato dalla Giunta alla
-compilazione del nuovo bilancio lo stesso consigliere Verri, unitamente
-al di lui collega consigliere Maraviglia. Questa vasta operazione
-venne compita in meno di diciotto mesi; e la chiarezza del metodo e
-l'esattezza dell'esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che
-ne innoltrarono al ministro plenipotenziario, il 30 di ottobre del
-1765, possono servire di utile soggetto d'imitazione anche a' tempi
-presenti. Quel bilancio offriva in risultato un'attività di lire
-15,387,034. 16. 2, e una passività di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò
-il commercio passivo era maggiore di lire 1,593,453. 9. 2.
-
-Intanto, avvicinandosi il tempo dell'attivazione della nuova Ferma
-mista, la profonda sagacità e l'attività indefessa dimostrate da Verri
-in tutte le operazioni della Giunta, gli ottennero che fosse dalla
-corte onorevolmente prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella
-Ferma stessa, e contemporaneamente promosso al rango di consigliere nel
-Supremo Consiglio di Economia[7].
-
-L'inerzia de' precedenti governi gli aveva talmente allontanati da ogni
-cura della pubblica amministrazione, che l'esercizio delle finanze
-si coperse d'impenetrabile mistero; ed il sovrano, che pur vedeva i
-miseri suoi popoli spremuti incessantemente dagli inesorabili fermieri,
-era nell'impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di lumi onde
-far amministrare direttamente le proprie rendite. Fu un tratto della
-più sublime sapienza l'istituzione della Ferma mista. Per tal modo
-il rappresentante del principe ha potuto conoscere l'entità delle
-pubbliche rendite, il sistema de' fermieri e gl'immensi loro profitti.
-Verri, giustamente animato da una destinazione di tanta confidenza, vi
-si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la stessa aspettazione
-della corte, sicchè questa fu in grado di anticipare di cinque anni il
-compimento dell'ideata riforma, col decretare nel 1770 la cessazione
-della Ferma delle finanze, sostituendole un'amministrazione economica.
-
-Malgrado l'immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile di Verri
-volle estendersi anche alla discussione, che allora si era mossa,
-per la riforma del sistema dell'annona. Quindi scrisse nel 1769 le
-_Riflessioni su le leggi vincolanti nel commercio dei grani_, lo scopo
-e l'esito delle quali fu esposto da lui medesimo nell'Avvertimento
-che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle stampe.
-«Quest'opera, egli dice, fu scritta nell'occasione in cui si voleva
-sgombrare l'amministrazione pubblica dalle nebbie e dagli errori
-consacrati dall'antichità. Si credeva che i soli mezzi per salvare
-la provincia dalla carestia fossero i vincoli; e quindi una legge
-obbligava a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge
-obbligava a introdurne una data porzione nelle città; pene severissime
-erano imposte a chi ammassasse grano senza una patente; cautele su
-la macina de' mugnai, cautele sul trasporto interno, proibizione
-dell'uscita de' grani dallo Stato. Tale era la legislazione che pesava
-sul prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano le
-dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li teneva tenacemente
-a difendere la pretesa saviezza delle leggi tramandateci da' maggiori.
-Vi voleva del coraggio per comparire nell'arena in favore del ben
-pubblico contro tali interessati oppositori all'utile verità; pure,
-malgrado le arti nemiche, fui fortunato, e nel ceto di chi disponeva
-dell'economia pubblica la luce della ragione ebbe accesso, e si
-screditarono gli errori. Quindi leggi libere si promulgarono, e da
-venti anni a questa parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di
-carestia».
-
-Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio nella
-Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un'altra non men grave
-incumbenza, preparatoria anch'essa al sistema dell'amministrazione
-economica. Oltre i principali rami di finanze amministrate da'
-fermieri, molti altri ne esistevano, i quali erano stati alienati o
-dati in cauzione a' monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che,
-nelle calamità degli scorsi secoli, aveano sovvenuto col proprio danaro
-ai bisogni dello Stato. Era già stato deciso che tutte queste regalìe
-dovessero essere avocate al sovrano. Il progetto per la redenzione
-delle medesime cominciò ad essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu
-istituita una Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono
-le massime. Ma, distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni,
-bastò l'esperienza di un anno a provare che non si poteva esigere dalla
-loro opera quella celerità che era necessaria. Perciò con dispaccio 19
-ottobre 1767, soppressa la Giunta, se ne trasferì l'incarico al Supremo
-Consiglio di Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769
-venne egli specialmente delegato col consigliere De Montani ad eseguire
-la liquidazione e classificazione delle regalìe da redimersi; travaglio
-arduo, complicato, minuziosissimo, cui tuttavia ridusse a termine con
-distinta lode nel 1770.
-
-Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col quale si
-dichiarò cessata la Ferma mista. L'enorme pretesa de' fermieri per il
-rimborso degli utili de' cinque anni che ancor rimanevano alla scadenza
-dell'appalto, i quali furono a stento ridotti a sette milioni, finì
-d'illuminare la corte sull'immensità del danno che da simili appalti
-era fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del principe
-Kaunitz al conte di Firmian[8], quello zelantissimo ministro così ne
-scriveva: «Io devo ingenuamente confessare a V. E., che finora non mi
-è bastato l'animo di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli
-annui utili, toccata nel primo triennio al regio erario per la sua
-interessenza nella scadente Ferma mista, poichè dal quantitativo di
-questa terza parte avrebbero le medesime facilmente potuto calcolare
-l'importo delle altre due terze parli a profitto de' fermieri. Il loro
-ammontare ad un milione per l'anno 1768 e 1769, anche dopo ricompensata
-con congrui appuntamenti l'opera di essi come rappresentanti la Ferma,
-non potrebbe a meno di parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere
-che non rivoltasse l'animo loro, in riflessione che in fine de' conti
-questo danaro è cavato dalle sostanze de' loro sudditi, e che S. M.
-l'imperatore non avea torlo a dire _che i fermieri succhiavano il
-sangue de' Milanesi e Mantovani_. Dal confronto poi degli utili degli
-stessi fermieri colle entrate pubbliche dello Stato, ne avrebbero le
-MM. LL. fatta la conclusione che, dopo difalcate le spese che incumbono
-all'erario per l'amministrazione della provincia, il sovrano ritrae da
-questa molto meno dei fermieri: comparazione veramente odiosa, e che
-darebbe da pensar molto su questo articolo».
-
-La nuova amministrazione delle finanze venne formata sulla traccia di
-quella che, con prospero successo, già trovavasi in attività nei Paesi
-Bassi austriaci, e quindi distinta in tre parti: I. Amministrazione
-generale; II. Controlleria della detta amministrazione; III. Riforma e
-legislazione. Fu delegata la prima al magistrato camerale, la seconda
-ad una Camera de' conti, la terza ad una Giunta governativa. Contro
-il solito delle riforme, è stata questa eseguila con tanto spirito
-d'imparzialità, che uno dei fermieri, il conte Antonio Greppi, fu
-assunto al regio servizio nella Camera de' conti. Il principe Kaunitz,
-in un suo rapporto fatto all'imperatrice nel 1771, qualificò il Greppi
-_qual uomo di mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato
-la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che odiavano la
-Ferma_.
-
-Questa è l'epoca più illustre della vita di Verri, siccome fu la più
-attiva e laboriosa. Si può dire, senza tema di esagerare, che quasi
-l'intiera sistemazione dell'amministrazione economica delle finanze è
-stata affidata a lui solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa
-di un piano organico; e dal proemio di essa si evince che la forza
-della di lui mente ne avea compreso l'insieme nella maggior vastità
-de' suoi rapporti. Giova di udire l'autor medesimo a render conto de'
-propri pensieri; egli così si esprime[9]: «Organizzare un corpo di
-amministrazione del tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè
-non vi penetri l'arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli
-affari; preservare l'interesse dell'erario e l'industria nazionale ad
-un tempo; gettare i semi delle riforme da farsi nel tributo, parte la
-più importante e irritabile del corpo politico; suggerire il metodo
-col quale più rapidamente, ma nel tempo medesimo con passi più fermi
-e sicuri, si possa distribuire il tributo nella forma più innocua e
-adattata al bene della società; diminuire al possibile le spese della
-percezione; lasciare tutta la libertà all'industria, componibile col
-tributo destinato a proteggerla; accelerare l'epoca in cui, rese le
-leggi della finanza chiare, umane e semplici, venga portata la luce
-sopra ogni parte dell'amministrazione; tale è la natura del quesito,
-sul quale scriverò come le deboli mie forze lo permettono».
-
-Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della tariffa.
-Basterà a dare un'idea di questa improba fatica la sola nomenclatura
-de' travagli da esso presentati su tal proposito al magistrato
-camerale, che era stato sostituito nel 1772 al Supremo Consiglio di
-Economia. Il 13 agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale
-dei generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello stesso
-anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14 marzo 1774, lo
-spoglio delle merci passate in transito nel 1771; e per ultimo, il
-30 maggio, pure detto anno, il progetto della nuova tariffa. A fine
-di render giustizia a chi gli avea giovato co' suoi consigli, così si
-esprime nella lettera colla quale ha accompagnato il progetto medesimo:
-«Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le avessi
-sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto, sentii
-il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati, lo chiesi e l'ottenni.
-S. E. il signor conte presidente Carli ebbe la bontà d'interessarsene
-meco, discutere le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i signori
-consiglieri relatori di finanza, anche i signori consiglieri conte
-Secchi e marchese Beccaria ebbero la compiacenza più volte di unirsi
-meco a trattare di queste viste; onde il risultato di questo progetto
-è una conseguenza di quanto si è discusso». Questo passo comprova
-da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra la maturità e la
-ponderazione con cui procedeva nei suoi travagli.
-
-L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera ha reso alla sua
-patria, risulterà maggiore dal riflettere allo stato delle finanze di
-quel tempo. La daziaria era allora divisa in altrettante giurisdizioni,
-quante erano le provincie che componevano il ducato di Milano, e in
-ciascuna giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione
-del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino quaranta erano
-talvolta i pagamenti cui soggiaceva una sola merce[10]. Era tanto mal
-calcolata la tariffa, che in più di trecento casi i rappresentanti
-la Ferma generale aveano da quella receduto, e si erano accontentati
-di percepire un tributo minore di ciò che portava la legge, _per non
-annientare molti rami di commercio e deviare tutti i transiti dello
-Stato_[11]. Questo è pure il motivo per cui avendo a combattere un
-errore autorizzato dalla pratica, si diffuse Verri nel suo Progetto,
-sul danno risultante all'erario dal soverchio aggravio del tributo
-nella tariffa, dimostrandolo con molti antichi e recenti esempi. La
-corte, nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa
-tra una modificazione della tariffa esistente e una totale riforma. Ma
-la faraggine degli errori e dei disordini fu da lui sì evidentemente
-dimostrata, che quella non esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così
-ottenne Verri la gloria di aver applicato al multiforme tributo
-indiretto quella regolarità di principii e quella semplice uniformità
-cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle terre; e
-come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura, del pari la
-nuova tariffa il fu per l'industria e per il commercio.
-
-Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici occupazioni, cui
-sembra che appena possa bastare un uomo solo, avesse Verri a trovar
-agio per occuparsi ancora de' favoriti suoi studii? Eppure fu in
-quel tempo che egli si produsse di nuovo in pubblico come scrittore
-di economia e come metafisico, stampando nel 1771 le _Meditazioni
-sull'economia politica_, e nel 1773 il _Discorso sull'indole del
-piacere e del dolore_.
-
-Le _Meditazioni_ sono state accolte con singolare applauso. In due
-anni furono ristampate sei volte in Italia; e di nuovo, nel 1773,
-a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda in tedesco, nel 1774.
-Quest'opera può essere considerata il deposito de' principii che egli
-ha seguiti come magistrato, e il risultato della sua esperienza. Del
-metodo che tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione
-alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente ad altri
-suoi Discorsi[12]. «L'economia politica, dic'egli, è la materia più
-vasta de' delirii di chiunque, e una specie di medicina empirica, che
-serve di argomento ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e
-potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere
-facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo
-tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a
-molti autori. Essi, dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi
-idee astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere
-d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli elementi delle cose,
-sopra ipotesi, anzi che sopra fatti conosciuti, hanno innalzate le loro
-speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii
-anni a conoscere i fatti: le commissioni colle quali la clemenza del
-sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte
-le idee mie hanno cominciato coll'essere idee semplici e particolari;
-poi, coll'occasione di esaminare oggetti reali, accozzate, disputate,
-contraddette, si sono andate componendo, e le generali idee sono
-emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo
-metodo non ha il merito certamente di essere il più breve, nè il
-meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole
-accoglienza che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo
-vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci
-anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra
-gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l'essere conosciuto un buon
-cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della
-virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che
-producono la felicità dello Stato».
-
-Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli oppositori; essa
-aveva una decisa superiorità di dottrina, e si era osato in essa di
-dimostrare erronee le venerate massime dei nostri maggiori. Perciò
-gl'invidiosi e gl'idolatri delle proprie abitudini ne dovevano muover
-schiamazzo; il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo
-M. Bisthowen, che pubblicò in Vercelli, col titolo di _Esame breve e
-succinto_, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, in cui
-si propose di contraddire da capo a fondo alle _Meditazioni_, e di fare
-una illimitata apologia del vigente sistema economico, senza riflettere
-che, con un tal sistema, la popolazione deperiva nello Stato,
-l'agricoltura vi era negletta, l'industria languente, il commercio
-passivo e i racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come
-una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera, benchè
-più ragionevole, suscitò l'invidia in un uomo il quale era altronde
-fornito di bastanti meriti perchè non avesse dovuto degradarsi cotanto.
-Fu questi il conte Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo
-Consiglio di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui[13] qual
-fu il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo poco
-onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira quasi ad
-ogni pagina. Dice in un luogo: _L'oceano ingoia le navi e le isole,
-un terremoto distrugge le città, una voragine abissa un paese, un
-autor fervido confonde e trasforma i principii dell'Economia Politica,
-tenta una rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira_. Mentre
-affetta di parlar sempre dell'_autore anonimo_, fino ad asserire
-che egli siasi _impenetrabilmente tenuto occulto_, si cura poscia di
-rimarcare che _si sono veduti dei bilanci stampati, i quali, se non
-hanno discreditata la nazione, perchè i fatti veri trionfano su le
-illusioni della mente, hanno onorato poco l'autore che gli ha formati_;
-con che allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa
-delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle _Meditazioni_,
-nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno l'anno 1772, in cui
-non mancò di ribattere talvolta la mordacità del suo censore. Ma una
-reciproca stima riavvicinò in seguito i due illustri competitori; e
-si è di sopra veduto che Verri consultò lealmente il suo antagonista
-sul Progetto della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza
-dell'utilità de' suoi suggerimenti.
-
-Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe alle
-_Meditazioni_, cioè il _Discorso sull'indole del piacere e del
-dolore_. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere consiste
-nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe ornare con tutta
-la magia dello stile e i magnifici colori dell'immaginazione, benchè
-forse non sia applicabile con eguale esattezza alla generalità delle
-umane sensazioni. Egli deduce per corollario della sua teoria che
-«il prodigioso avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro,
-d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di
-esserlo tosto che si conosca essere spuntati quei secoli dai dolori
-e da così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime
-spinte per agire[14]».
-
-Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare
-l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso che promoveva
-co' proprii scritti la propagazione delle utili dottrine, non era meno
-sollecito il sovrano a ricompensare i suoi servigi con successive
-promozioni. Già si disse che nel 1765 era stato eletto consigliere
-del Supremo Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel
-1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure affidata
-l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato vicepresidente
-con diploma onorevolissimo[15]. Nel 1780 fu promosso alla carica di
-presidente, rimasta vacante per la giubilazione accordata al conte
-Carli. Nel 1783 fu decorato del grado di consigliere intimo attuale
-di Stato, e nello stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano.
-L'erezione della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento
-dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio
-2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica di Slesia e di
-quella d'arti e manifatture di Londra[16], procurò a Verri una nuova
-testimonianza della confidenza della corte, coll'essere destinato
-conservatore anziano della medesima. In questa qualità intervenne
-alla sua prima adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle
-stampe e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte la
-lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la giustezza delle
-vedute, la finezza colla quale l'autore ha saputo toccare gli oggetti
-più importanti della pubblica amministrazione, e combinarli collo
-scopo della Società per risvegliare la passione del bene generale,
-sono altrettanti motivi per i quali egli ha diritto all'applauso da lui
-ottenuto»[17].
-
-Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo ed instancabile,
-riformatore della parte più complicata e difficile dell'amministrazione
-dello Stato, scrittore di metafisica, di economia generale, e quindi
-separatamente di monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che
-poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo più
-fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere
-indifferente nell'universal gara de' saggi onde ottenere che fossero
-proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano.
-L'abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi.
-Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile
-abuso[18]; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza
-de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto impossibile,
-confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il fatto delle unzioni
-venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630.
-L'ordine, la chiarezza, la forza de' raziocinii e l'insinuantesi
-fluidità del suo stile trovansi nelle _Osservazioni su la Tortura_ in
-un grado eminente. Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se
-dico che quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo era
-Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei
-pezzi di processo scritti col barbaro frasario de' tribunali, ancor
-più barbaro a que' tempi; d'insinuare l'austerità de' ragionamenti
-per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di
-trasfondere ne' suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua
-stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di
-quel collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni prima
-avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di crudeltà nel legale
-assassinio di tanti innocenti. Si credette che l'estimazione del senato
-potesse restar macchiata per la propalazione dell'antica infamia.
-Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò
-all'idea di dare alle stampe le sue _Osservazioni_; e così il pubblico
-rimase defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di
-eguale argomento avrebbe riportato la palma.
-
-La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno conoscere le
-successive vicende economiche della sua patria e la vera causa di esse,
-gli aperse la via ad un più vasto lavoro, la _Storia di Milano_. Fino
-a lui non si aveano che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte
-esatti e rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di
-sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto che dei
-materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre per antica potenza
-e per tante vicende, deve riconoscere in Verri il primo suo storico
-che sia degno di tal nome. Il primo volume, che si estende fino alla
-morte dell'ultimo dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche
-pregio di eleganza tipografica[19]. La nitidezza della edizione,
-la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile e la
-filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero il generale applauso
-degl'intendenti. Dell'imparzialità da esso osservata così rende ragione
-egli stesso in fine della prefazione; «Ho rappresentato lo stato
-de' nostri maggiori senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato
-la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho
-imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione, la oscurità e la
-gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione
-dei tempi. Destiamoci ora noi, per trasmettere ai posteri costumi ed
-azioni che la storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun
-ornamento».
-
-Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia ed i suoi
-studii divennero le sole sue cure. Talvolta accordava ancora qualche
-attenzione alle cose pubbliche, e lasciò manoscritte diverse pregievoli
-memorie sulle riforme del 1786, e sullo stato politico del Milanese
-nel 1790, _unicamente_, come si espresse, _per dare sfogo alle sue idee
-sulla pubblica felicità_.
-
-La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi, seguíta nel
-1784, lo determinò a scrivere le _Memorie_ della sua vita e de' suoi
-studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole al celebre ed
-infelice marchese di Condorcet. Nè qui si è limitato lo sfogo della
-sua dolente amicizia. Ma due monumenti gli fece erigere: uno nella
-chiesa della sua villa di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti
-di Sant'Alessandro di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo
-di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia qui lecita
-una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto, scolpito dallo stesso
-Franchi a spese del celebre astronomo Oriani, fu collocato nel ginnasio
-di Brera, sono forse i soli tra tanti illustri italiani morti a' nostri
-tempi che abbiano ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure
-nol debbono che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi e
-Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora indistinti,
-quanto non è doloroso e umiliante che, anche nel poco che si è fatto,
-la sola forza della privata amicizia abbia dovuto supplire a tutto per
-onorare la memoria degli uomini grandi?[20]
-
-Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, quando proruppe
-in Italia la forza preponderante delle armate francesi. Allora, sotto
-la licenza di un governo militare, tutte le passioni si sfrenarono, e
-l'irritazione de' diversi interessi introdussero la discordia tra i
-cittadini. Nei principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far
-parte della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di quel
-Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare i conti della
-pubblica amministrazione, ma che, per le cabale di coloro che avevano
-interesse nel mistero, cessò di esistere appena avea cominciato a dar
-segni di vita. Egli rientrò nella pubblica carriera animato dalla più
-ardente brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in parte la
-sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in quella violenza
-di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche contraddizioni,
-resero quasi affatto vana la lusinga. Tuttavia la felicità della patria
-fu il costante scopo dei suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi
-più volte afflitto profondamente nel riflettere su la successione di
-tanti traviamenti, e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che sì
-bene esprimevano le commozioni della sua anima.
-
-Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento de' nuovi
-governanti, le sue _Riflessioni_ sull'annona, scritte ventisette anni
-prima, di cui già si disse. Nel 1797 intraprese la stampa del secondo
-volume della _Storia di Milano_, che venne poi condotto a termine
-dal di lui amico il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica
-benemerenza, se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii. È il
-primo di aver interpolato i propri supplimenti alle lacune lasciate
-dall'autore senza alcuna indicazione che li distingua, contro la
-pratica dei Freinsemii, dei Brotier e dei più dotti editori di
-storici antichi e moderni. L'altro, di aver violato la protesta da
-lui fatta[21] di trascrivere _fedelmente_ i frammenti dell'autore,
-mentre osò di _mutilarli_. Queste arbitrarie alterazioni, le quali
-avrebbero pregiudicato alla fama di Verri se dessa stata non fosse
-solidamente fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto
-eseguita un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi si possa
-ristabilire il testo della _Storia_ nella sua integrità, aggiungendovi
-i preziosi frammenti che esistono per la continuazione di essa fino al
-regno di Maria Teresa.
-
-Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento il secondo
-volume della _Storia di Milano_, si sarà già eccitato nell'animo de'
-lettori il presentimento di un qualche disastro. Ed uno infatti sommo
-e irreparabile ne era accaduto; ma a lui non già, che placidamente era
-trapassato alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che
-privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli morì quasi
-improvvisamente, colpito d'apoplessia nella sala della municipalità,
-nella notte del 28 giugno 1797, essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17
-giorni.
-
-Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, dalla quale ebbe
-una figlia; indi, il 13 luglio del 1782, fece sua sposa Vincenza Melzi,
-che amò sempre teneramente, formando delle sue domestiche virtù e della
-numerosa prole che da essa ottenne, la costante delizia degli ultimi
-anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, e rimasta a
-lui superstite nel fiore dell'età, gli fece erigere nella cappella
-gentilizia della rammentata villa di Ornago un decoroso monumento,
-accanto al sepolcro ch'egli stesso, vivendo, si avea preparato.
-
-Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed Alessandro,
-si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. Il primo,
-illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto, due utili saggi su la
-coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, oltre molti discorsi
-inseriti nel foglio periodico del _Caffè_, scrisse le _Avventure della
-poetessa Saffo_, la nota tragedia della _Congiura di Milano contro
-Galeazzo Sforza_[22], e le _Notti Romane al sepolcro de' Scipioni_, che
-gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa[23].
-
-Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quella di Mantova,
-di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna. Oltre una continua
-corrispondenza con suo fratello Alessandro, fu pure in relazione
-di lettere con Voltaire, Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt
-d'Avenstein, il conte di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani,
-ed altri molti.
-
-La rimembranza delle sue qualità personali accresce il dolore della
-sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed instancabile magistrato;
-ma fu pure buon marito, buon padre, leale amico, di maniere cortesi,
-benefico, sincero, dotato della più viva sensibilità, costante nella
-gratitudine. Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante
-per la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene de'
-suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica stima. Questa
-passione era sì fervida in lui, che soleva chiamarla un bisogno
-incessante, insaziabile, e che continuamente lo tormentava. Scrisse
-molto e più operò; nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo
-filosofo, o l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse
-direttamente per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più sterile
-argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo stile, benchè
-talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo straniero, è sempre
-immaginoso, animato, persuadente. Mi lusingo che non dispiacerà
-ai lettori di vederne riferito qualche saggio, che servirà pure a
-dimostrare la purezza e la forza della filantropia che divampava nella
-sua anima.
-
-Nelle _Riflessioni sull'annona_[24], dopo di aver dimostrato il mal uso
-delle largizioni elemosiniere che si fanno nelle città al questuante
-di professione, mentre il misero agricoltore è lasciato nell'abbandono,
-soggiugne: «Io non pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di
-compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo. Non pretendo
-che alcuno rendasi duro ai gemiti dei miseri cittadini, pretendo
-soltanto di rendere illuminata la commiserazione, e avvisare che non si
-benefichi un cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda
-la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che offenda la causa
-dell'umanità con alcuna opinione; la causa dei poveri e dei deboli è
-sempre stata e lo sarà, finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò.
-Me felice, che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa causa
-liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!»
-
-Altrove[25] dichiara i suoi principii politici nei seguenti termini:
-«Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati e conosciuti i sacri
-diritti dell'uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo e se unicamente
-lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza
-e ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione di un
-mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce annunciare con frutto
-gli augusti primitivi diritti di un essere intelligente e sensibile,
-che, associandosi, non può averlo fatto che per il miglior genere di
-vita; dritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza
-ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli, sparsi
-e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a stento raffreno,
-scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di
-promuovere il bene degli uomini, non col linguaggio del sentimento,
-ma coll'analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il
-bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni. Rispettiamo
-la elevazione del genio e la calda virtù di chi, posto in privata
-condizione, si erge a tuonare sull'abuso della forza, e vorrebbe far
-arrossire gli uomini in carica de' loro vizi e dei loro errori. Se
-perciò l'umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe
-quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è tale, che più si
-ottiene generalmente sollecitando l'interesse personale, che non si fa
-interessando la gloria, a cui rare sono le anime che s'innalzino».
-
-Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull'influenza della
-filosofia negli Stati[26]. «Gli uomini di lettere, dice egli, hanno
-maggiore influenza del destino delle generazioni venture, di quanto ne
-abbiano gli stessi monarchi sugli uomini viventi. Spargono i primi semi
-de' lor pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella gioventù
-s'innestano; e l'uomo di lettere determina le opinioni del secolo che
-vien dopo di lui. I libri de' filosofi son quelli che hanno finalmente
-costretto i tribunali, malgrado la tenacità delle antiche pratiche,
-a non più incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire
-colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni; a limitare
-i supplizi ai soli casi estremi. I libri hanno resa accessibile al
-merito la strada degli onori, battuta in addietro da chi, scaltramente
-simulando, adulava gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo
-debitori se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati
-e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto degli avvocati
-la probità e il buon senso vennero sostituiti alla maligna ed infida
-gravità; se, conoscendosi meglio la morale e i doveri dell'uomo e del
-cittadino, l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e
-non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di una simulata
-religione. Insomma, i filosofi, trascurati, contraddetti, perseguitati
-durante la loro vita, determinano alla perfine l'opinione; la verità
-si dilata, da alcuni pochi si comunica ai molti, da questi ai più;
-s'illuminano i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole
-e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità, che, senza
-pericolo, non si sarebbero presentate fra le tenebre dell'ignoranza.
-L'opinione dirige la fortuna e i buoni libri dirigono l'opinione,
-sovrana immortale del mondo».
-
-Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si eresse più
-durevole dei marmi e dei bronzi e maggior d'ogni elogio ne' proprii
-scritti e nella indelebile memoria delle sue virtù e dei beneficii
-da esso recati alla sua patria. Nell'adempire a questo ufficio mi si
-ravviva nell'animo il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che
-allora mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una prospera
-occasione mi aveva concesso, nel fervore della mia gioventù, di poter
-studiare davvicino i di lui esempi e approfittare de' suoi consigli.
-
-
-
-
-PREFAZIONE
-
-
-Abbiamo un buon numero di scrittori della Storia e della erudizione
-patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini
-colti, i quali abbiano un'idea della Storia del loro paese. Questa
-generale oscurità ci dispiace, e talvolta ancor ci pregiudica; ma gli
-ostacoli che dovremo superare per acquistarne la notizia, sono tanti e
-sì difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni
-pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici
-e le pergamene, non vi è chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati,
-il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de' secoli barbari
-gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino
-da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia
-e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni
-Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura
-Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescapè,
-del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia,
-del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del
-Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la
-Storia dell'età loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema
-politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie
-dello stato della città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini,
-il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per
-porre in chiaro le cose della nostra città. Una singolar menzione
-d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il
-signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua
-vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli della nostra Istoria,
-con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue
-forze fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi a terminare i
-suoi giorni. Chiunque prenderà nelle mani la voluminosa opera di quel
-benemerito cavaliere, non potrà giudicarne con equità, se prima non
-distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la
-verità di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia
-soltanto la probabilità che debba un giorno servire anche a una privata
-famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il
-secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e
-caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un séguito
-di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli
-ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di
-pubblicare la Storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie
-opportune a servire alla Storia, alle private e pubbliche ragioni,
-alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima
-ch'ebbi per lui, per la bontà del suo carattere, non mi seduca punto
-se dico che in quell'opera si ammira la sagacità e la giustezza della
-sua mente nell'esatta sua critica; la quale, se talvolta sembra venir
-meno, ciò è di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo
-però a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale con
-chiarezza, metodo e discernimento sviluppi il filo della nostra Storia,
-e c'instruisca sugli oggetti più importanti della nostra antichità.
-Questa verità mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona
-mia volontà avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi d'aver
-posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi un'opera in due
-volumi, che però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una
-difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non
-siamo più noi Milanesi forestieri in casa propria. La più bella parte
-della specie nostra, e la più amabile potrà essa pure, forse utilmente,
-passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne
-le occulte cagioni se non colla energia, che è propria dell'uomo,
-colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza.
-Nell'educazione della nascente speranza della patria, potrà forse aver
-luogo la notizia de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale
-almeno è stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro.
-Se oltre la comune utilità dell'oggetto, anche il tedio superato per
-riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi.
-Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto
-il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta
-sopportare.
-
-Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di
-esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati
-gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ciò sono d'accordo co'
-nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di
-sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono
-dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo,
-hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera,
-sull'antichità, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi
-di Milano. Molti de' principi che hanno signoreggiato sulla nostra
-patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati
-sinora; perchè, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le
-opinioni, anzichè trascrivere i giudizii già pronunziati. Non rispondo
-che in un'opera vasta per sè medesima non mi possa esser corso qualche
-errore di fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che sia sicura di
-non averne! Rispondo bensì che ho fatto quanto era possibile alla mia
-diligenza per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente istrutto
-delle antichità milanesi, non potrà certamente divenirlo colla sola
-lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converrà che ricorra agli
-autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che
-cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente
-istruzione delle cose della patria, questo libro può bastare, e per
-essi veramente ho travagliato.
-
-Il linguaggio della Storia è quello della verità: sacra, augusta
-verità, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di
-trovare la malignità nella debolezza: nemica della licenza, turbolente,
-declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta
-di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il
-proprio e l'altrui ben essere: verità, donna e signora delle menti
-assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face
-dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una
-effimera luce. Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima al mio
-stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi
-troveranno costantemente, amore del vero ed amore della patria. Avrei
-tralasciato di porre il nome a quest'opera, se i fatti si potessero
-credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza
-bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato
-de' nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato
-la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho
-imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità e la
-gloria; il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione
-de' tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri costumi ed
-azioni che la Storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun
-ornamento.
-
-
-
-
-STORIA DI MILANO
-
-
-
-
-CAPITOLO PRIMO
-
- _Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita
- nell'anno 452._
-
-
-L'origine di una città antica si perde comunemente nella oscurità
-de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti secoli dai quali a
-noi non è trapassato monumento alcuno, e perciò debbono considerarsi
-come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è
-la fondazione della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio
-fanno menzione, con autorità però sempre dubbia; perchè trattasi di un
-avvenimento accaduto più secoli prima che questi autori scrivessero,
-e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della
-scrittura con cui passare a' posteri la notizia de' fatti. Conviene
-però queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare
-dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia più credibile.
-
-Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori
-dell'Insubria dai Galli, che, superate le alpi, si collocarono in
-questa pianura; e perciò quella che oggidì chiamasi _Lombardia_, dai
-Romani ebbe il nome di _Gallia Cisalpina_. Questa general opinione
-degli antichi viene confermata ancora al dì d'oggi dalla pronuncia
-del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti
-di qua dalle alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene
-pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia,
-per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, dì Roma,
-della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicherà piuttosto francesi
-che italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende
-verosimile l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perchè se
-bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole diversità, noi
-dovremmo avere assai più parole ed accenti teutonici che non abbiamo,
-sebbene la lunga dominazione de' Longobardi e l'invasione loro sia
-accaduta in secoli a noi più vicini.
-
-Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce
-dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano
-quivi collocate le loro sedi.[27] _Galli... fusis acie Tuscis, haud
-procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium
-appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen
-sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt_[28]. Il saggio
-autore però dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta
-de' Galli quanto gli era stato narrato:[29] _De transitu in Italiam
-Gallorum haec accepimus_; e poco sopra, parlando di questa venuta,
-dice:[30] _Eam gentem traditur... alpes transisse_. Trattasi di un
-avvenimento: che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio
-Prisco, cioè seicento anni prima dell'era volgare. Non abbiamo nel
-nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione
-colta entro di esso prima d'Augusto, Negli scavi che sinora si sono
-fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua
-alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta,
-che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'era volgare
-gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro
-alcuno scritto in Italia di cui l'autore non sia vissuto più secoli
-dopo l'epoca in cui si dice fondata la città nostra. Livio stesso non
-indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti
-che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più dice, che _haec
-accepimus_, ovvero _traditur_; l'asserzione perciò di Livio tutt'al più
-ci farà credere che l'opinione de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva,
-fosse che la città di Milano avesse per fondatore certo antico
-Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per
-molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.
-
-Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato
-il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente dubitare se
-Milano abbia avuto un fondatore, cioè un capitano, un principe il
-quale, avendo il disegno di creare una città, abbia collocato una
-popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione
-nasce dall'osservare che le città quasi tutte, e nella Lombardia e
-nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un
-fiume, al lido del mare, e i luoghi muniti e forti si sono piantati
-anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile.
-Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero
-di fabbricare una nuova città su di questa pianura, doveva essere
-invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino,
-ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto necessaria
-agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna per trasportare
-ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de' canali
-secent'anni sono per rendere comuni anche a Milano questi comodi;
-il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato
-trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano mi sembra
-formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare
-che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi,
-diventasse insensibilmente una città, senza che uomo alcuno avesse
-concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne
-di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la
-fecondità della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato
-luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al
-suo campo, e così la fertilità della terra avrà dato motivo di sempre
-più ampliare la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a
-formarne una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero,
-fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi
-laddove co' rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie
-e le piante che successivamente il fiume trasporta, e così formarsi
-un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi
-la loro dimora. Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi che
-persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una città lontana
-dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi per bere, e a trasportare
-tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione
-attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso
-capitano, che aveva nome _Medo_, a cui si attribuisce la prima pianta
-della città, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano,
-per nome _Olano_, dalla unione de' quali nomi se ne pretende formato
-_Mediolanum_: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai
-tempi oscuri, e perciò le accenno al solo fine di non lasciare ignorare
-quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia del
-nostro paese.
-
-La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de'
-sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le alpi
-contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini
-dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in
-realtà la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre
-parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre
-il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i venti che,
-sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di levante. In questa
-pianura così fiancheggiata le altissime montagne che la cingono, vi
-gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la
-sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo,
-per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe
-coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi,
-nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perchè valgon
-meno che le due parole _Paolo Frisi_, mi ha graziosamente comunicate
-le notizie che i due laghi maggiore e di Como sono prossimamente allo
-stesso livello, cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano.
-Il lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; così
-riesce braccia duecentocinquanta più alto della città di Milano, cioè
-settanta braccia ancora più alto sopra la sommità dell'aguglia del
-Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii di acque più alte e imminenti.
-La pianura è alquanto pendente verso del Po. La città di Milano, dalla
-parte più elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta,
-cioè dalla mura di porta Nuova a quella di porta Ticinese, il che fa
-vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone la piazza del
-Duomo a livello della sommità della torre di Sant'Eustorgio. Le spese
-e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui
-giungono le piene al disopra del livello de' campi, ci convincono che
-un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la
-parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi
-di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una
-dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico
-Antonio Muratori[31], ci dimostra con quanta facilità diventino
-lago o palude i paesi più floridi della Lombardia, tosto che cessino
-gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della
-natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale
-artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini,
-quasi contro il di lei volere; simile in ciò agli Olandesi, i quali,
-come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi
-hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia
-mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle
-innondazioni, ivi si è formata una pallude. Sant'Ambrogio, nella
-lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brisello,
-Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama[32] _tot semirutarum
-urbium cadavera._ Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime
-colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre
-di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza
-poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella
-vita di san Geminiano[33].[34] _Mutinensis urbis solum, nimia aquarum
-insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex
-paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse
-desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries,
-saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, aquarum
-crebra, ut diximus, inundatione submersa._ Se dunque è vero che la
-costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude,
-da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di cultura
-e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la attenzione degli
-uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il lor sito coprendo la
-terra; sarà anche assai verosimile il dire che ne' tempi antichissimi
-questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i
-Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di
-aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare sopra
-di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde all'antica
-tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi
-l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri;
-questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e
-Strabone[35], descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di
-paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago
-Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte bassa è
-tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne' contorni di
-Crema, di cui trattano le carte de' secoli bassi, sebbene al giorno
-d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna.
-I documenti più sicuri dell'antichità sono i fisici. La curiosità
-nostra vorrebbe sapere come e perchè i Galli, uscendo dalla loro
-patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a
-stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma
-la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che non lo
-sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia è piena
-di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico,
-innondazione, terremoto, ec.; la violenza d'una barbara nazione che
-sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste;
-l'avidità di godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le
-cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le colonie
-greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed
-altri regni; le spagnuole, le inglesi ec., l'America. Al tempo delle
-crociate l'Europa tentò di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si
-stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni
-anche al dì d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal sassone,
-mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la
-quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua
-sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano
-l'illirico, mentre nella città la lingua naturale è la tedesca. Anche
-nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia,
-e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e
-poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra
-ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che
-vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo
-paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo può dire la
-storia, che in Italia non riascende sino a que' tempi.
-
-Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella
-accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è chi la deriva dal tedesco
-_Mayland_ (così chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa
-paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente
-conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti,
-e in cui ne' sei mesi dell'anno, che cominciano in novembre e terminano
-al fine d'aprile, l'altezza media del termometro è al disotto del
-temperato, e dove in quella metà dell'anno la terra è soggetta al gelo
-ed alle nevi. La più comune sentenza fa nascere la voce _Mediolanum_
-da un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo
-mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano così credette,
-ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci
-rappresentò Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a
-Genova, donde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso
-Milano.
-
- _ad moenia Gallis
- Condita, lanigerae suis ostentantia pellem._[36]
-
-Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il quale,
-annoverando le città più illustri, così volle indicarci Milano.
-
- _Et quae lanigero de sue nomen habet._[37]
-
-Altri furono di parere che altre città della Gallia e d'Albione si
-chiamassero con tal nome, e che i Galli chiamassero perciò Milano la
-città da essi fabbricata: opinioni tutte arbitrarie, incerte e di
-una infruttuosa discussione; perchè i nomi s'inventarono prima che
-s'inventasse la scrittura, e la storia non ha principio se non dopo
-ritrovata la scrittura.
-
-Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano ascende
-all'anno di Roma 533, cioè appunto duemila anni fa, scrivendo io nel
-1779. I consoli Cnejo Cornelio Scipione e Marco Marcello conquistarono
-l'Insubria, e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno
-221 prima dell'era volgare. Vorrei pure sapere a quale stato di
-coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse il loro governo
-civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; se avessero monete;
-qual religione e qual linguaggio fossero naturali a quei popoli; se
-coltivassero i campi; qual forma presentasse la fisica in questo tratto
-di paese: ma di ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco
-ci attesta che allora Milano era una città molto popolata:[38] _urbem
-Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum vocant. Hanc Galli
-Cisalpini pro capite habent_[39]; ma Plutarco scrisse due secoli e più
-dopo Marcello e Scipione. Polibio ci assicura che Marco e Cornelio,
-consoli, guerreggiando contro de' Galli Insubri,[40] _Mediolanum,
-praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, urbe, quae
-et frumento et omni genere commeatus refertissima erat, potitus,
-Gallos persequitur_[41]. È verisimile assai che Marco Marcello, dopo
-conquistata Milano, abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la
-quale, coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco romano. Di sì
-fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in memoria delle
-conquiste fatte, ovvero per dominare la città vinta, e dalla sommità
-della torre potere all'occasione vedere e nuocere. È tanto celebre
-presso degli storici nostri quest'Arco romano, che conviene per qualche
-poco ragionarne.
-
-Molte volte mi accaderà nel decorso di quest'opera di nominare il
-signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene ora ricordato, perchè
-tutto quello che dirò dell'Arco romano, da lui lo preso; e chi volesse
-vedere l'oggetto più distesamente, esamini il tomo sesto della di
-lui Storia, dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma,
-il Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco romano
-nella più ampollosa e strana foggia: Un arco lungo niente meno di due
-miglia; monito dai due lati di altissime mura; e nel mezzo di questo
-lunghissimo fabbricato si descrive una torre da cui si dominava nulla
-meno di tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime
-colonne. La larghezza di questo Arco romano era un getto di pietra,
-e si chiamava ora l'Arco romano ed ora l'Arco trionfale. Di questa
-mole immensa però non se ne mostra nessun vestigio: si disputa per
-fino sul luogo ove fosse collocato; e un architetto potrebbe fare un
-immenso portico eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che
-somigliasse a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo stato il
-nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò che l'Arco Romano
-altro non era se non una massiccia torre, vasta e quadrata, piantata
-sopra quattro solidissimi pilastri, e sostenuta da quattro archi;
-opera tutta di pietre grandi e quadrate, che molto si innalzava, e
-conteneva stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa
-torre era collocata sulla via romana, di contro al luogo ove oggi
-vedasi il monastero di San Lazzaro[42]. Di simili torri se ne vedono
-altre memorie nella storia di Roma, e Lucio Floro[43] scrive che Cnejo
-Domiziano Enobarbo, e Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano
-vinto gli Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso,
-sopra di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti.[44] _Utriusque
-victoriae quod quantumque gaudium fuerit, vel hinc existimari potest
-quod et Domitius Ænobarbus et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant
-in locis, saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus
-trophaea fixere._ La nostra torre diventò celebre dappoi per le
-esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non meno che per
-gli avvenimenti accaduti durante la guerra che Federico I mosse ai
-Milanesi, intorno al qual tempo rimase distrutto quest'antico e forte
-edificio. La opinione del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata
-sempre più dal[45] _Chronicon Vicentii Canonici Pragensis_, che per
-la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione del padre
-Gelasio Dobner, che ha per titolo:[46] _Monumenta Historica Boemiae
-nusquam antehac edita. Pragae._ Il Canonico era testimonio di veduta,
-e così la descrive:[47] _turris fortissima, maxima, de fortissimo
-opere marmoreo, quae arcus romanus dicebatur_[48]. Questo testimonio
-non poteva essere noto al conte Giulini, perchè non ancora pubblicato
-mentr'egli scriveva.
-
-Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante la repubblica
-di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo durante i primi tre
-secoli dell'era volgare. I Romani, stesa che ebbero sulla Insubria la
-loro dominazione, piantarono delle nuove città; tali furono Piacenza,
-Cremona e Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero
-padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque stagnanti, e
-fra essi Emilio Scauro si distinse; poi, mentre Roma era lacerata dalle
-fazioni, il senato, al tempo di Silla, accordò la cittadinanza romana
-a tutti gli abitatori dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia,
-che prima terminavano al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino
-all'Alpi; e così divenimmo italiani per adozione. Il dominio adunque
-di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò di nuove;
-rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo dalle paludi;
-dallo stato di barbarie c'innalzò a quello di una società civile; e
-perfine da sudditi che ci aveva resi la forza, la beneficenza romana
-ci fece liberi; e membri d'una illustre Repubblica, fummo capaci
-delle magistrature di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano.
-Cenando quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli
-eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica e senza
-atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore, il quale ne
-provava confusione; ma Cesare giocondamente prese a mangiare quelle
-rozze vivande, e seriamente rivolto a' Romani fece loro la questione,
-se fosse più rozzo e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla
-foggia del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore[49]. Marco
-Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte e sublime,
-eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati, che gli innalzarono
-nel foro una statua di bronzo; di che ci fanno fede Svetonio e
-Plutarco. Quando Augusto, reso padrone della terra, passò a Milano,
-si trattenne ad osservare questo monumento, non senza inquietudine
-dei Milanesi, ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui,
-per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisione di Cesare e il
-nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo di farci un encomio,
-perchè rendevano omaggio alla virtù indipendentemente dalle vicende
-capricciose della fortuna[50]. Così i Romani colti e potenti trattarono
-gl'Insubri agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai
-vinti, nè mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, fieri
-contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione su i popoli
-per liberarli dalla tirannia, per condurgli alla coltura e allo stato
-civile. Non credettero mai utile nè giusto il disprezzo anche verso un
-popolo barbaro. La grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano,
-e i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano loro cari.
-Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto comando, egli ha
-fatto maravigliare l'Europa; il tempo schiarirà sempre più il problema
-politico, se a incivilire un popolo più giovi l'energia e la rapidità
-del comando, ovvero la industriosa sapienza dei mezzi trascelti; e se
-la vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del clima nativo
-e riparando accortamente le sole ingiurie di quello, o veramente con
-artificiale ed estraneo calore costringendo la natura.
-
-Fra gli imperatori dei primi secoli, Giulio Capitolino scrive che
-Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. Elio Sparziano e varii
-altri ci assicurano che Giuliano Didio, che fu proclamato imperatore
-l'anno 195, fosse milanese. Nel terzo secolo i popoli del Settentrione
-cominciarono a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa parte
-d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e furon scacciati;
-e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori portassero la loro
-ordinaria sede più vicina alle Alpi per vegliare più di presso alla
-sicurezza d'Italia. L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto
-per cui è annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di
-monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi un passo;
-e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il tentare di penetrarvi
-con un esercito, che s'inventarono dei favolosi aiuti per ispiegare
-il passaggio che vi fece Annibale, quantunque gli abitatori delle
-Alpi non fossero suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che
-nessuna estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, se
-opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi dei paesi
-e custodire le alture che dominano sulle vie; e porre gli invasori
-nella condizione di comprare con una battaglia vinta il potere di
-avanzare pochi passi e disporsi a nuovo cimento, e ciò con una lunga
-alternativa, che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse
-da quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di estere
-genti per mare non potevano allora temersi, perchè non v'era alcuna
-nazione che avesse un corredo marittimo capace di tentarlo; l'Italia,
-per godere dei vantaggi d'un'isola, non ha che a rendersi forte nei
-sbocchi delle Alpi; e così fecero gli imperatori verso la fine del
-terzo secolo, a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno
-di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di un Augusto,
-prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, e trucidavano per
-collocare un successore sul trono del mondo. Nei contorni di Milano
-qualche tempo soggiornò Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso
-Milano, e in memoria abbiamo un villaggio che dai Latini chiamossi
-_Pons Aureoli_, ora _Pontirolo_. Marc'Aurelio Valerio Massimiano
-Erculeo è stato fra gli imperatori quello al quale più deve la città
-di Milano; perchè fu probabilmente il primo che collocò la sua sede in
-Milano, e fu quello che cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio
-Vittore.[51] _Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae
-urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia._ Il giro di
-queste mura però non era più di due miglia, e viene assai accuratamente
-descritta la loro posizione nel libro: _Le vicende di Milano durante
-la guerra con Federico I, imperatore_, pubblicato con eleganza dalla
-stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, l'anno
-1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, come verosimilmente lo
-era nel secolo XII, e col muro di Massimiano, che allora sussisteva.
-Io non ripeterò quanto ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò
-soltanto che probabilmente allora non v'erano che nove porte della
-città. La _Romana_ era poco lontana da San Vittorello; la _Erculea_[52]
-era fra il monastero della Maddalena e quello di Sant'Agostino;
-la _Ticinese_ era al Carrobbio; la _Vercellina_ era vicina a San
-Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa poco lontana ha il nome
-di Santa Maria alla Porta; la _Giovia_ era vicina al monastero di
-San Vincenzino; la _Comasina_ era poco discosta da San Marcellino; la
-_Nuova_ stava collocata più interna prima della chiesa de' Minimi; la
-porta _Argentea_, ora _Renza_, era prima di giungere alla colonna, così
-detta del Leone; la porta _Tosa_ era al fine della via di San Zenone.
-Dalla situazione delle porte facile sarà a chiunque il comprendere a
-un di presso dove si trovassero le mura fabbricate da Massimiano. Le
-chiaviche e il condotto delle acque coperto che spurga la città, sono
-l'acquedotto antico, il quale fiancheggiava esternamente le mura di
-quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, ivi si aprivano le
-porte. Di queste mura molte descrizioni se ne sono fatte. Il Fiamma,
-al suo solito, asserisce che la larghezza di queste mura fosse di ben
-ventiquattro piedi di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di
-quindici miglia, l'altezza di sessantaquattro piedi, e, finalmente,
-che vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito. Molti
-hanno di poi ripetute simili fole, degne di stare accanto all'Arco
-romano di due miglia. Gli scrittori di questi ultimi tempi si sono
-limitati a credere cento torri, dodici piedi di grossezza al muro,
-due miglia di estensione: ed anche di meno ne credo io; perchè troppo
-sarebbe vicina una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve
-ne fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci rimane nel
-Monastero maggiore, non ha dodici piedi di grossezza nel muro, nè è
-difesa da sassi quadrati, come nemmeno lo sono le antiche mura di Roma
-istessa, tutte di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo
-e del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano i
-nostri storici. Nè può negarsi che vi fossero tali fabbriche, poichè,
-oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo anche oggidì due luoghi
-della città chiamati l'uno al _Circolo_, l'altro al _Teatro_; ed è ben
-naturale che una città in cui molto risiedevano gli Augusti, avesse
-tai luoghi destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire
-per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai pretesi
-grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime colonne di
-Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe qualche avanzo di Circo,
-e massimamente di Teatro, se fosse stato eguale almeno a quello di
-Verona, che vedesi intero nella gradinata; opera che non si distrugge
-facilmente: e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di cui nome
-conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, senza che nessun pezzo
-di antica architettura ce ne assicuri la decantata magnificenza. Lo
-scopo che mi sono proposto non è la descrizione di Milano, nè l'esame
-minuto degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse di
-troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente il Circo, il
-Teatro, il Palazzo vennero costruiti nel decorso del quarto secolo, e
-furono opere inferiori al grido che ebbero dappoi, singolarmente nei
-notissimi versi di Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele
-e veridico, trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale di
-Pavia, e che dicono:
-
- _Et Mediolani mira omnia: copia rerum;
- Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum
- Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro
- Amplificata loci species; populique voluptas
- Circus, et inclusi moles cuneata theatri:
- Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta,
- Et regio Herculei celebris sub honore lavacri,
- Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis,
- Moeniaque in valli formam circumdata limbo;
- Omniaque magnis, operum veluta emula, formis
- Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae._[53]
-
-Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse una magnifica
-città per la popolazione, l'abbondanza, la coltura, la fortezza ed il
-lusso; ma qualche espressione è da poeta. A un uomo che avea ammirato
-Roma, non potevano sembrare[54] _mira omnia_ le cose di Milano. Noi non
-vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di marmo che ornavano la
-città. Se vi fossero state fabbriche innumerevoli e colte, dai rottami
-della antica città, negli scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire
-o belle statue antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba
-architettura, avanzi dei tempii, dei palagi, delle ròcche emule della
-grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra la terra; e da essa
-nei contorni di Roma, in quei di Napoli, nella Sicilia, nella Grecia
-si scavano ogni giorno dei preziosi avanzi della magnificenza e della
-coltura antica.
-
-Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come presso de'
-Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione nel secolo che ebbe il
-nome di Augusto, declinarono poscia ed invecchiarono da sè, prima che i
-barbari entrassero a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma,
-ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata rozza
-e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino in poi, s'andarono
-sempre più degradando e diventando barbare. Al tempo poi di Costantino,
-al principio del quarto secolo, abbiamo un documento della totale
-decadenza della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si dovettero
-in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, inserire i
-bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano, perchè in Roma non v'era più
-un'artista capace di farvene; e veggonsi i Daci e la figura di Traiano
-incassati per ornare un monumento de' trionfi di Costantino; e que'
-pochi ornati che vi si dovettero allora aggiungere per riempire il vano
-sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori di alcuni
-simili travagli gotici. Ciò posto la grandezza di Milano s'innalzò
-appunto nel tempo in cui tutte le idee grandiose e nobili delle belle
-arti già svaporavano; e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli
-altri celebrati edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di
-proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, credo vere,
-e che ho pubblicate anni sono in un discorso sull'indole del piacere
-e del dolore, ove sviluppai il principio motore dell'uomo, che, a mio
-parere, è il solo dolore; ma siami permesso di accennare che, frammezzo
-agli orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci
-proscrizioni del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori,
-i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, pittori
-più illustri; e che, sotto un seguito di regni di cinque benefici e
-grandi augusti, Nerva, Traiano, Adriano Antonino e Marc'Aurelio, regni
-preziosi alla virtù, alla umanità ed al merito, le belle arti protette
-e pacifiche si esercitarono, perchè onorate; ma non s'innestarono nei
-giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde nella seguente
-generazione scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere Isacco Newton,
-che il nostro cittadino signor abate Paolo Frisi ha stampato, mostrasi
-come, fralle atroci rivoluzioni, al tempo del regicidio, sotto la
-tirannia di Cromwell e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante
-del proprio sangue, si svilupparono gli ingegni sublimi che hanno resa
-gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori vengono a schiudersi
-que' principii di attività, e l'animo viene a ricevere quell'energia
-e quell'impeto che lo scagliano al disopra degli ostacoli, e lo
-costringono a seguire ostinatamente una serie di idee per sottrarsi
-ai mali della comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce
-protezione s'abbandona a godere del momento presente. Con ciò viene
-a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente accaduto e nel
-secolo d'Alessandro e in quello di Augusto e nei successivi tempi;
-cioè essersi riscossi gl'ingegni e comparsi sul teatro del mondo gli
-uomini grandi ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e
-tormentato; essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti in mezzo
-alle calamità; e tutto essere svanito e depravato colla felicità dei
-tempi. Raffaello, Michelagnolo, Tiziano, Correggio dipingevano i loro
-lavori immortali prima che fosse instituita l'accademia di San Lucca;
-e nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che reggevano
-i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario Fiorentino. I loro
-talenti gli innalzarono a godere poi della sicurezza e degli onori;
-ma la fatica, per diventar sommi artisti, l'affrontarono spintivi
-dai mali. Pietro Cornelio e Racine sublimarono il teatro francese
-al maggior grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi.
-Dacchè venne eretta l'Accademia francese in Roma non si è innalzato
-alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, nati, vissuti e resi
-grandi fra le torbulenze. Virginio aveva quarant'anni quando seguì la
-battaglia d'Azio; Orazio era più giovine di lui cinque anni; Cicerone
-ebbe troncato il capo nella proscrizione; insomma nessun uomo ha mai
-potuto diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, i
-quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, irritano
-e spingono al disopra del livello comune, qualora vi sia speranza di
-superarli; su di che bastantemente ho spiegata la mia opinione in quel
-discorso. Milano adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali
-l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata
-e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi esagerare le
-magnificenze che gli scrittori nazionali ci hanno vantate. Un solo
-monumento ci rimane dell'antico, e sono le sedici superbe colonne
-di ordine corintio scannellate; pezzo di così nobile e grandiosa
-architettura, che sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso
-al Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni
-sono del buon secolo, nè io potrei crederle mai innalzate al principio
-del quarto secolo, come finora si è scritto, attribuendole a Massimiano
-Erculeo. Il chiarissimo nostro P. Pini, benemerito della Mettalurgia
-per l'opera[55] _De Venarum Metallicarum Excoctione_, e benemerito per
-le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, crede
-che il marmo di quelle preziose colonne sia tratto dall'antica cava
-di Oligiasca, terra del lago di Como, posta fra Bellano e Piona. Si è
-opinato che questo fosse il fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico
-bagno dedicato ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile
-parimenti il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che è vera,
-si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci sia rimasto; che
-sembra essere del secolo d'Augusto, o poco dopo, e che meriterebbe
-d'essere nuovamente riparato dalla rovina che minaccia, per trapassarlo
-a' posteri, come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel
-secolo XVI.
-
-Nel quarto secolo molto dimorarono i Cesari in Milano; Massimiano
-Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305. Nello stesso giorno,
-1.º di maggio, fu in Milano dichiarato cesare Flavio Valerio Severo.
-Costantino, Costanzo, Costante varie leggi scrissero in Milano,
-registrate nel Codice Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in
-Milano, sottoscrisse la famosa legge di tolleranza, in vigore di
-cui venne legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla
-qual legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata[56]
-_ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestaem sequendi
-religionem, quam quisque voluisset_[57]. In Milano, l'anno 355,
-Giuliano fu dichiarato Cesare; e Costanzo radunò un concilio in Milano,
-a cui intervennero più di trecento vescovi. Valentiniano e Valente
-promulgarono in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano,
-ove anche morì l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in Milano celebrò
-le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena sette anni si osservano
-senza leggi promulgate in Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si
-raccoglie che in quella compilazione vi sono trecento undici leggi
-pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; nè certamente in tale
-collezione si saranno trascritte se non quelle che si credettero
-destinate a formare la stabile legislazione di tutto l'impero. Questo
-fatto solo ci prova come nel quarto secolo, e al principio del quinto,
-essendo diventata Milano la residenza ordinaria degli Augusti, dovette
-per conseguenza essere una cospicua città, ricca, popolata e tanto
-colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi.
-
-Sanno gli eruditi che Costantino, temendo la troppo estesa potenza del
-prefetto del pretorio, potenza funesta a molti imperatori, diede una
-nuova forma al governo dell'Impero; abolì il prefetto del pretorio
-e divise le provincie, affidandone il governo a distinti ufficiali.
-L'Italia allora in due parti venne divisa. La capitale della parte
-meridionale fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi pose
-il _vicario di Roma_, in Milano il _vicario d'Italia_. Il governo del
-vicario di Roma si stendeva sopra dieci province, cioè la Campagna,
-l'Etruria, l'Umbria, il Regno suburbicario, la Sicilia, la Puglia e
-Calabria, la Lucania e Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e
-la Valeria. Il vicario di Milano sette province governava, cioè la
-Liguria, la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a cui
-fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra Rezia. Il
-sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel quinto ancora, la
-città di Milano la prima città d'Italia sicuramente dopo Roma, e di
-questa antica grandezza ne rimangono ancora alcune vestigia nella
-cospicua dignità della sede vescovile di Milano[58], giacchè le
-giurisdizioni ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo
-civile de' primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi delle città
-capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle città che nel
-governo politico da quelle dipendevano[59]. Il che posto, conosciamo
-quanto cospicua città sia stata Milano nel quarto e nel quinto secolo,
-osservando che il di lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di
-ventuna città da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara,
-Bergamo, Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona, Torino,
-Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova, Como, Coira, Ivrea ed
-Alba, e questi erano suoi suffraganei anche nei secoli posteriori. I
-confini delle diocesi, le preminenze delle sede vescovili, sono per lo
-più un indizio sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni
-città e dell'antico stato di ciascheduna; perchè le cose sacre, anco
-presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate per
-lo più intatte framezzo alle rivoluzioni civili.
-
-La dignità del vescovo di Milano, che giustamente può in questi tempi
-de' quali tratto chiamarsi metropolitano bensì, ma non già arcivescovo,
-titolo posteriormente introdotto, e che significa onorificenza più
-che giurisdizione; la dignità, dico, del metropolitano ricevette sommo
-risalto da sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la pietà, per la
-fermezza e per ogni sorta di virtù celebratissimo, e collocato fra gli
-esimii dottori della Chiesa. Celebre è il coraggio nobile e virtuoso
-col quale escluse dai sacri misteri l'augusto Teodosio. Nella Macedonia
-i popoli della città di Salonicco, allora _Thessalonica_, tumultuarono
-contro alcuni imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce
-inconsideratezza, slanciò la licenza militare sulla infelicissima
-città, ove vennero barbaramente scannati più di settemila abitatori,
-donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei, senza distinzione; e le
-pubbliche strade e le case vennero coperte di cadaveri, vittime di
-quest'atroce crudeltà. Questi orrori vengono dalla storia registrati
-nell'anno 390. Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella
-chiesa. Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia
-di quell'augusto che non l'avrebbe ammesso a partecipare de' sacri
-misteri se prima non avesse espiato il suo delitto con pubblico
-pentimento. Voleva lasciare il pregio della spontaneità alla
-riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere tutto piegarsi ai suoi
-voleri, pensò che la sola maestà di sua presenza dovesse annientare
-ogni riguardo; s'incamminò per entrare nella chiesa, ove, con passo
-grave, affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli
-queste parole: _Uomo grondante ancora di sangue innocente, ardisci tu
-con tal fronte portare la profanazione nel santuario, e collocare il
-delitto impunito nel tempio del Dio della giustizia, della mansuetudine
-e della pace?_ La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di
-quell'augusto la riprensione sacerdotale. Obbedì al sacro ministro
-a vista di tutto il popolo, e partissene. Riparò la gran colpa con
-pubblica espiazione, o colla migliore di tutte, cioè colle opere
-virtuose e col premunirsi da simili eccessi, comandando che qualunque
-ordine severo gli accadesse in avvenire di proferire, i ministri
-dovessero per trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loderò
-questa legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi fratelli,
-non deve loro manifestare il timore ch'egli ha di essere ingiusto e
-violento. Questo è un colpo alla opinione su di cui si appoggia il
-governo; s'ei non era padrone di sè stesso, da uomo virtuoso doveva
-giudicarsi incapace di reggere gli altri e dimettere la porpora. Dirò
-bensì che ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la
-loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanità intera ha
-tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo fatto solo sarebbe
-stato bastante ad ottenerla al santo vescovo. L'ebbe in fatti a
-tal segno, che da lui prese la Chiesa milanese il nome, il rito e
-la dignità. La liturgia ambrosiana, che anche oggidì si conserva,
-sebbene abbia sofferte molte variazioni co' secoli, essa però si è
-preservata attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla.
-Io non deciderò quale sia la miglior costituzion ecclesiastica, se
-la repubblicana, ovvero la monarchica; nè mi propongo di trattare di
-cose sacre. So che col cambiare dei secoli le circostanze si cambiano;
-che una forma di civile governo, ottima in una combinazione di cose,
-può diventare pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una
-società combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente
-cambierà la costituzione propria, qualora per quello ottenere i civili
-cambiamenti lo consigliano; e così, senza ch'io intenda di preferire
-l'antico sistema all'attuale, unicamente come storico osserverò che
-l'autorità del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente
-da Roma in quei tempi; e che tale si conservò fino al duodecimo
-secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano di
-Milano veniva eletto per lo più dai primari ecclesiastici, che si
-chiamarono _cardinali della santa Chiesa milanese_: così i vescovi
-suffraganei erano eletti dal clero delle loro città. Non dipendeva
-il vescovo suffraganeo che dal metropolitano, dal quale era ordinato
-vescovo; ed il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai
-suffraganei. Le controversie o si decidevano dal metropolitano,
-ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il quale
-giudicava sulla canonicità delle elezioni controverse, e su quant'altro
-occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore di san Pietro, il capo
-visibile della Chiesa, era da tutti venerato, e Roma è sempre stata
-la norma del dogma e il deposito della credenza; ma quantunque per
-circostanze particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse
-di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiarò di non mai
-intromettersi nella elezione del metropolita, ma unicamente ne ordinava
-la consacrazione, eletto ch'egli era canonicamente. Nella ventesimanona
-epistola del libro terzo, diretta[60] _ad presbyteros et clerum
-mediolanensem_, quel sommo pontefice scrisse:[61] _Verumtamen quia
-antiquae meae deliberationis intentio est ad suscipienda pastoralis
-curae onera pro nullius unquam misceri persona, orationibus prosequor
-electionem vestram_[62]. Nei tempi successivi non si mantenne nemmeno
-la dipendenza di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il
-papa san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano, Lorenzo, per
-certe entrate che il metropolitano possedeva nella Sicilia dipendente
-da Roma, nomina la Chiesa milanese santa.[63] _Quod autem perhibetis
-ab exactione patrimonii Siciliae provinciae, juris sanctae, cui Deo
-auctore praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas
-vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana Ecclesia aliquid
-debeat solide definire_[64]; e Giovanni VIII, nell'anno 878, scrisse
-un breve:[65] _Reverendissimo et sanctissimo confratri Ansperto,
-venerabili archiepiscopo Mediolanensi_. Così sia detto per conoscere
-quanto fosse decorata la città di Milano, fatta sede del prefetto
-d'Italia, soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo,
-e parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo, quanto ne
-trascorse dal sistema fissato da Costantino alla devastazione di
-Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero i Goti; cosicchè
-nessun'altra città dell'Occidente fu a lei paragonabile per lo
-splendore, se ne eccettuiamo la sola Roma.
-
-Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo di Magno
-Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le quali dagli eruditi
-si giudicano della zecca di Milano. Se ne conoscono di Valente, di
-Valentiniano II, di Vittore, di Eugenio e del tiranno Costantino, le
-quali si possono sostenere della zecca di Milano. Quelle d'argento
-hanno le lettere M. D. P. S., che s'interpretano _Mediolani pecunia
-signata_; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., _Mediolanum_; così
-vien letto. Hanno questi augusti regnato dal 364 al 407, ne' tempi
-appunto ne' quali Milano significava tanto. Anche Ausonio ricorda ne'
-riferiti versi: _opulensque Moneta_; non vedo che vi sia improbabilità
-alcuna nel darvi una tale interpretazione. Le monete che si trovano
-negli scavi del nostro paese sono per lo più del terzo, quarto e quinto
-secolo.
-
-Ho cercato inutilmente di saperne di più di quei tempi. Gli storici
-nostri accuratamente si occupano a verificare la cronologia de'
-vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti martiri, l'acquisto
-di molle sante reliquie, fondazioni, etimologie di chiese, portenti
-accaduti o degni di una pia credenza; ma nulla ci ha lasciato
-l'antichità, onde avere una idea dello stato della popolazione,
-della civile costituzione, del governo e del genio de' Milanesi; se
-marziale, ovvero pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e
-sensibile al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e mezzo
-che trascorse fra l'Impero di Costantino e la devastazione d'Attila
-accaduta nel 452. Così diciamo d'essere nella ignoranza totale sullo
-stato della agricoltura del Milanese, sulla negoziazione in que'
-secoli, sopra i costumi sì religiosi che civili del popolo, e in una
-parola sulla storia antica; nulla di più sapendosene fuori che essere
-stata e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la città di
-Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
- _Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo;
- e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei
- risorgimento._
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-Attila, re degli Unni, aveva soggiogate già alcune province
-dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di popoli rozzi e
-feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo solo rimaneva alla
-difesa dell'impero, e questi era Ezio. Egli dunque, spedito incontro
-ai nemici, sconfisse i Barbari ed obbligolli a rintanarsi fra i
-loro boschi nativi; ma la gloria di questo generale mossegli contro
-l'invidia dei cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto,
-ed avrebbe difeso sè medesimo col proteggere il difensor dell'Impero;
-ma Valentiniano III non era nè accorto, nè degno del trono augusto.
-Egli fu atroce e imbecille a segno che di sua mano a colpi di pugnale
-uccise Ezio; e dopo ciò Attila invase l'Italia. Non v'era più uomo
-capace di opporsegli. Aquileia, Padova, Milano e altre città furono
-saccheggiate e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne
-l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci descrivano
-il fatto. Abbiamo però quanto basta per comprendere che questa fu
-una vera distruzione ed una vera rovina della nostra città; e per
-conoscerla basta leggere la epistola che Massimo, vescovo di Torino,
-scrisse allora ai cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio
-nell'antico codice di pergamena, intitolato: _Homiliarum hiemalium_,
-dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Così quel santo
-vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini.[66] _Quidam imperiti
-nimis interpretes fuerunt dicentes: Periit haec civitas, collapsa
-est Ecclesia, non est jam causa vivendi. Immo causa est justius
-sanctiusque vivendi, quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna cum
-pietate disponit, hostium manibus non civitatem, quae in vobis est,
-sed habitacula tradiit civitatis, nec ecclesiam suam, quae vere est
-ecclesia, consumi jussit incendio, sed pro correctione receptacula
-ecclesiae permisit exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud
-excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis, clerus integer, et
-plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc metu et moesta vivens, tamen in
-libertate perdurat... non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut
-praedo diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem,
-irruptis muris, armatos fortesque hostes populi inermes... fugerunt...
-Consolemur nos itaque fratres, nec usque adeo suspiremus collapsas
-esse domos, quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam...
-vindictam erga nos suam Dominus temperavit ut, direptis urbibus,
-vastatis agris, imminuta substantia, nec animae nostrae, nec corpora
-lederentur... ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque
-nostris amissa reparare._ Perchè così Attila maltrattasse gl'Italiani,
-perchè questi non si difendessero, esattamente non lo sappiamo. Pare
-che il progetto di quei feroci fosse, non di piantare una dominazione,
-ma di saccheggiare e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Già
-regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva ottenuto un
-umiliante tributo dai Romani di settemila libbre d'oro. Egli guidava
-una moltitudine di armati, che dagli scrittori si fa ascendere a
-cinquecentomila e più uomini. Gl'Italiani erano una nazione che, da
-conquistatrice, passò ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata
-alla mollezza; e una schiera di arditi selvaggi non può temere
-resistenza da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca la
-organizzazione ingegnosa del governo; e questa, dopo i lunghi disordini
-dell'Impero, affatto mancava. Il più rapido mezzo per acquistare le
-ricchezze d'una città si è il diroccarla; e così intendiamo come
-Attila, mosso dalle insinuazioni del sommo pontefice san Leone,
-abbandonasse l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che
-tutti gli storici fanno di questo generale è odiosissimo. Egli è
-vero però che nessuno fra questi storici è Unno, o Gepida, o Alano, o
-Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda che in così breve tempo
-siansi cotanto estesi. Egli era sommamente riverito da' suoi, e temuto
-dovunque. Se gli Americani avessero scritti i fatti di Ferdinando
-Cortez, noi non conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ciò
-non ostante Attila fu un barbaro, che devastò depredando alla testa di
-ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque passò. I Romani
-vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano.
-
-Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione diedero
-nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di Padova e di
-Verona, dopo quest'ultima incursione de' barbari, memori delle
-precedute, cercarono un asilo, e lo trovarono sopra di alcune isolette
-dell'Adriatico. Ivi collocarono il loro nido. Se il non aver mai
-obbedito che alle proprie leggi, promulgate e custodite da propri
-concittadini, e l'essersi costantemente preservati contro di ogni forza
-estranea è un titolo di nobiltà, nessuna città d'Europa può vantarne di
-uguale alla veneta, la quale non ha acquistato il dominio del proprio
-suolo colla usurpazione e coll'esterminio di altri uomini, ma creando
-colla sagace e pacifica industria il suolo medesimo su di cui si è
-collocata; sorta di dominazione la più giusta di ogni altra. Ivi si
-è conservato l'antico sangue pure italiano, sicuro contro l'invasione
-delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente accessibile
-alle navi armate, e tuttavia si conserva sotto la tutela della virtù e
-della sapienza dopo compiuti tredici secoli[67].
-
-Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano potè essere la
-residenza de' sovrani, distrutta e incendiata come ella era. In fatti
-quei pochi deboli augusti, che continuarono la serie dei Cesari ancora
-per ventiquattro anni, soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai
-in Milano. Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma.
-Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e visse nella
-Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse l'Imperio prima in Ravenna,
-e dopo circa tre anni fu deposto in Tortona. Libio Severo fu proclamato
-augusto in Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio
-in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni. Lo stesso dicasi
-di Anicio Olibrio, Claudio Clicerio, Giulio Nipote e di Romolo, che
-tutti insieme non più di quattro anni regnarono succedendosi quasi
-efimeri imperatori. Quest'ultimo, chiamato Romolo Augustolo, con un
-diminutivo indicante la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità
-imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, invasore
-d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O fosse che la dignità
-d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, non sembrasse bastante
-grado all'ambizione del conquistatore, o fosse che gli usi e la forma
-di governo d'una nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro
-vincitore, egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo di
-re d'Italia. L'imperatore Zenone, che allora regnava in Oriente,
-non aveva forze per ispedire da Costantinopoli un'armata a liberare
-l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli amava Teodorico, figlio del re
-de' Goti, giovine allevato alla Corte di Costantinopoli, e innalzato
-al consolato. Quel giovine reale s'era talmente distinto col suo merito
-presso di Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua
-equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva fatto suo figliuolo
-d'armi. Permise egli adunque a Teodorico che venisse in Italia co'
-Goti, e ne scacciasse gl'invasori, e così fece. Tutto si dissipò il
-furore degli Eruli al presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase
-dei Goti. Il re Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore.
-Egli accortamente adoperò ogni mezzo acciocchè gl'italiani non
-s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò i Goti a
-vestire l'abito romano. Col proprio esempio insegnò loro ad uniformarsi
-all'indole della nazione. Onorò le scienze e le arti. Vegliò sulla
-esatta osservanza della giustizia. Repristinò i nomi e i riti delle
-antiche magistrature. Preservò da ogni vessazione i popoli nel
-pagamento dei tributi. Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò
-i pubblici edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro
-di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato esercizio
-della religione; e dopo trentasette anni di un regno felice, lasciò
-un nome glorioso nella storia, che non sa rimproverargli nemmeno la
-morte di Boezio e di Simmaco, comandata per seduzione, e vendicata
-da crudelissimi rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico,
-dimostrarono quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore.
-
-Il regno dei Goti durò sulla Italia per lo spazio di sessant'anni.
-Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò con Teja nel 553. I re che
-furono di mezzo si nominarono Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo,
-Erarico e Totila. Il più notabile per la storia di Milano è Vitige,
-sotto di cui la infelice nostra patria rimase presso che annichilata,
-come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma
-unicamente quella di Milano, nè per ora, nè in séguito mi stenderò mai
-sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione
-che ebbero colla nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale,
-è stato trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della
-gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona e dello
-spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri d'illuminare i
-suoi simili, e di lasciare una durevole memoria alla posterità. Alcune
-circostanze hanno consigliato il differire di render pubblico quel
-lavoro di erudizione, di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un
-giorno giudicheranno se quel compendio della storia d'Italia sia stato
-annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo, che gli ha
-fatti piangere colla _Pantea_, gli ha fatti fremere colla _Congiura
-di Galeazzo Sforza_, e gli ha occupati colla placida e sensibile
-narrazione di _Saffo_, abbia saputo dipingere al vivo il carattere dei
-secoli, e lo stato della felicità e della coltura degli Italiani da
-Romolo fino a noi. Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più
-quei d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare
-di rendere un tributo al merito ed ai servigi ch'egli ha preparati
-al pubblico. La storia d'Italia adunque dirà di più; e così, io
-della dinastia de' Goti dirò unicamente, che sembrò riconoscessero il
-regno d'Italia come un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono
-l'apparenza della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì
-nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa l'immagine degli
-Augusti colle loro iscrizioni, e unicamente dall'opposta parte il nome
-del re d'Italia senza immagine. Sin che durò la dominazione de' Goti,
-si vede che le città considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia,
-Ravenna, Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione,
-fuorchè per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo
-538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le province del romano
-impero fossero invase dai popoli barbari. Amava la gloria, e la cercò
-coi pubblici edifici, col codice delle leggi e coll'attività de' suoi
-generali Belisario e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia,
-e ricuperata era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino
-a Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che aveva
-atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano nelle terre, e se
-avevano perdute le ricchezze depredate dagli Unni, non perciò si erano
-dimenticati dalla grandezza della loro patria, e quindi abborrivano
-l'estera dominazione che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta
-politica e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi,
-acquistato tanto ascendente fino a fare illusione e togliere agli
-Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, i Milanesi,
-tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare che i Goti pure dalle
-contrade medesime erano discesi: e quindi assai bramavano che le forze
-imperiali ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza dei
-Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito a Roma Dazio,
-vescovo di Milano, con alcuni de' primarii della patria, i quali,
-abboccatisi con Belisario, gli esposero lo stato dell'Insubria, il
-numero dei popoli, l'odio che generalmente regnava contro dei Goti e
-la facilità di riunirla all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un
-mediocre soccorso di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e
-affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero considerevole
-di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, sboccando nel Mediterraneo,
-giunsero a Genova, d'onde, superati i monti, scesero verso Milano.
-La provincia sarebbe stata tutta immediatamente dell'Impero se non
-vi fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte, e
-gl'imperiali non erano nè in numero da poterla sorprendere, nè scortati
-da macchine sufficienti ad assediarla e impadronirsene. Milano, Novara,
-Como e Bergamo si unirono a Mondila. Vitige spedì a questa volta un
-buon numero de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze
-che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì
-chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poichè l'antica Borgogna si
-estendeva persino su quelle parti), fecero che un'armata di Borgognoni
-contemporaneamente scendesse dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti,
-uniti a questi terribili alleati, acquistarono una forza preponderante.
-Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio,
-Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, si combinarono a
-desolare Milano; nessun soccorso vi si innoltrò; scomparvero Mondila
-e i suoi; e dai Goti e dai Borgognoni venne non solamente atterrato
-il poco che aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecento
-mila abitanti, senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani
-furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. Vi è chi
-in questo racconto, che ci viene da Procopio[68], crede di trovare
-una esagerazione, e limita l'eccidio a trentamila abitanti, e non
-più, considerando la inverosimiglianza di supporre una così grande
-popolazione in una città di giro angusto, e già da Attila diroccata e
-incenerita. Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio,
-che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti dei
-tempi suoi e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano
-essere esattamente palesi. Egli è vero che la città era piccola, e già
-ne ho indicato il recinto; ma è verosimile che l'esterminio cadesse
-sopra tutti gli abitatori del milanese. Vero è altresì che rari sono
-nella storia così enormi atrocità; non sono però senza esempio, e uno
-dei più sicuri lo somministra l'America meridionale. È finalmente vero
-che la umana natura non è spinta nemmeno fra i barbari a superflua
-crudeltà; ma la condizione dei Goti era pericolosissima sin tanto
-che l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci
-sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e si innoltravano
-da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli
-oltramontani; ma se gl'Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo,
-i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessità
-adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitator.
-Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione di
-Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si
-è la considerazione che la salubrità del clima, e singolarmente la
-fecondità della terra del milanese sono tali, che sempre dopo le
-sciagure sofferte o per le vicende politiche, o per le pestilenze od
-altri fisici disastri, passato un determinato numero di anni, la città
-riprese vigore e si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel
-progresso; laddove da questa desolazione del 538 per cinque interi
-secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque sotto di Attila
-ottantasette anni prima fosse diroccata, smantellata, incendiata
-Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate le loro ricchezze; noi
-vediamo che ebbero ardire e forza per collegarsi con Belisario, e porre
-in forze il regno dei Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio
-di Vitige, rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a Pavia
-non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la spopolazione e
-l'esterminio veramente sieno stati enormi. Non per questo mi renderò io
-mallevadore del preciso numero scritto dallo storico greco, al quale il
-nostro Tristano Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare
-la strage a trentamila uomini; con tutto ciò a me sembra che una tale
-perdita, benchè funestissima, non sarebbe stata cagione bastevole a
-spiegare un così lungo annientamento accaduto dappoi.
-
-Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto un
-aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. Per me i nomi
-di _Uraja_ e di _Vitige_ sono i più funesti che possa rammemorare
-la nostra storia. E quali altri lo sarebbero se non lo sono i nomi
-di coloro che annientarono Milano dal secolo sesto sino al secolo
-undecimo? Gli storici nostri hanno temuto di deturpare lo splendore
-della patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo
-spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro corte a Pavia, da
-Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, in Pavia si facessero le
-solenni incoronazioni, immaginarono un privilegio dato da Teodosio a
-sant'Ambrogio, per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare
-in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta da
-ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso sarebbe stato il
-primo a violarlo, poichè visse e morì in Milano, siccome ho detto.
-Onorio, di lui figlio, in Milano celebrò le sue nozze, e nel capo
-antecedente si accennò quanto vi dimorassero dappoi gli augusti.
-Sarebbe cosa assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero
-obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, di quello
-che ei medesimo, i suoi figli e successori non fecero. Il metropolitano
-di Milano in quei tempi non aveva giurisdizione o ingerenza nelle
-cose civiche, nè a sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio
-quando si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta una
-forma repubblicana, e avesse creato i proprii magistrati, e riscossi
-i proprii tributi sotto una semplice protezione del sovrano, poteva
-esservi il desiderio di non alloggiare un protettore sempre pericoloso
-al governo aristocratico e popolare; ma Milano era città suddita come
-le altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risiedeva un
-governatore a nome del sovrano, chiamato _duca_ sotto i Longobardi, e
-_conte_ sotto i Franchi, dal quale si esercitava la somma autorità; il
-privilegio dunque si riduceva a condannar Milano a non essere mai più
-la capitale del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione,
-sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi e tali che,
-se vi è certezza nella storia, egli è evidente che un diritto cotanto
-indecente e sconsigliato a chiedersi ed a concedersi, altro non è che
-un sogno immaginato per poter persuadere che Milano conservasse la
-sua grandezza ancora in quei secoli nei quali la corte dei sovrani
-stava collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno un
-monarca desidereranno sempre di esserne la residenza e la patria dei
-successori; e quelle che si reggono sotto altra costituzione, avrebbero
-un fragilissimo garante, se altro non le mantenesse in possesso dei
-loro diritti, fuorchè una pergamena.
-
-La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il comando di
-Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea il glorioso Narsete,
-spedito nella Italia da Giustiniano Augusto. Nell'anno 553 non rimase
-più alcun Goto nell'Italia, se non reso suddito dell'imperatore, e da
-quell'anno cominciò il governo di Narsete, che risiedette in Roma,
-reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici anni.
-Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia uomo capace
-di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno 569 entrovvi Alboino,
-guidando una sterminata moltitudine di Gepidi, Bulgheri e Longobardi.
-Occupò egli senza contrasto buona parte dell'Italia, e il centro della
-nuova dominazione fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi
-Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo regno de'
-Longobardi. Ravenna diventò la residenza del ministro, che col nome
-di _esarca_ gli augusti destinavano a reggere Roma, Napoli e altre
-città che rimasero sotto l'imperatore preservate dalla invasione. I
-Longobardi, senza contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle
-altre città; ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I
-costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da un fatto
-solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un giorno, più ferocemente
-allegro del solito, costrinse la regina Rosmunda, sua moglie, a bere
-in una coppa orrenda, fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre,
-ucciso da Alboino medesimo. La regina comperò coll'adulterio un
-vendicatore; fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio
-di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi di quella nazione.
-I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed innalzarono Clefi a regnare.
-Costui con tanta crudeltà trattò gli uomini, che, dopo alcuni mesi,
-venne ucciso nel 575. I primi generali longobardi, in vece di passare
-a nuova elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli
-tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte del
-regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si attribuisce
-d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte di Milano vicina
-al centro, che oggidì chiamasi _Cordùs_, nome derivato, a quanto
-pretendesi, dal latino _Curia Ducis_. Questa anarchia dopo dieci anni
-terminò, avendo i proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio
-dell'ucciso Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere
-una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari e
-una porzione dei tributi al re, ma conservando ciascuno il dominio
-del proprio ducato; il che fece poi nascere il gius feudale appunto
-verso il finire del sesto secolo. La dinastia dei Longobardi durò per
-ventidue regni nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni,
-le feste, le incoronazioni, le nozze, tutto quello che indichi luogo
-di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia dei
-Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano:[69] _suscepit Agilulfus,
-qui erat cognatus regis Authari, inchoante mense novembrio, regiam
-dignitatem. Sed tamen, congregatis in unum Langobardis postea mense
-madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus est_[70],e
-quell'_apud_ fa vedere che l'adunanza si tenne nella pianura vicina
-e non nella città; e altrove:[71] _igitur sequenti aestate, mense
-julio, levatus est Adaloaldus rex super Langobardos apud Mediolanum
-in circo, in praesentia patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis
-Theudeberti regis Francorum_[72]: e qui pure _apud_ e non _Mediolani_,
-come avrebbe scritto Paolo Diacono, giacchè, quantunque presso alcuni
-scrittori del buon secolo la voce apud non significhi nei contorni,
-ma bensì nel luogo nominato, lo stile di Paolo rende giustificata la
-interpretazione. Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza,
-ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia, che diventò
-la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, fu da Carlo Magno
-assediato e preso, nel 774, Desiderio, ultimo re dei Longobardi,
-e condotto prigioniero in Francia; e così in Carlo Magno cominciò
-una dinastia nuova di re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome
-dell'Impero occidentale.
-
-Di ciò che spetti alla Storia di Milano durante la dominazione de'
-Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete gotiche non se n'è
-trovata una sola che indichi essere stata adoperata da essi la zecca
-di Milano. Delle monete longobarde due ne conservo: la prima d'oro
-potrebbe essere della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò
-del 712 al 744; ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; ma ognun
-vede quanto ne sia incerta la prova; l'altra pure d'oro ha da una parte
-il nome del re Desiderio, e dall'altra _Flavia Mediolano_; essa prova
-che la zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poichè questa
-rara moneta, che il solo _Le Blanc_ ha pubblicata, è stata coniata
-nei diecisette anni precedenti, ed è la più antica moneta sicura della
-nostra officina monetaria, non avendo le più antiche, che si credono
-di Milano, se non delle probabilità. Ciò però basta per provare che da
-mille anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto moneta.
-Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore longobardo, la nazione
-de' Longobardi veniva dalla Scandinavia. Forse quello storico non aveva
-letto la geografia di Tolomeo, in cui si vede:[73] _habitant Germaniam
-quae circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri parvi
-appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi._ Erano adunque i Longobardi
-popoli della Germania, vicini al Reno, dalla parte settentrionale.
-Aggiunge poi Tolomeo:[74] _interiora atque mediterranea maxime tenent
-Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi._ Sembra
-con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi fosse a un dipresso
-verso la Westfalia. Per la ragione medesima crederemo che nemmeno
-avesse osservato Cornelio Tacito, nel libro _de situ Germaniae_,
-ove si legge:[75] _Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis et
-valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis,
-et periclitando tuti sint_; e Tacito istesso nelle storie:[76]
-_Longobardorum opibus refectus, per laeta, per adversa res Cheruscas
-afflictabat_, dice di Italo Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio
-Augusto. Se adunque cinque secoli prima che venissero i Longobardi
-a invadere l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si può
-attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli fatti discendere
-dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica Scandinavia, nel
-secolo ottavo, nel quale scriveva Paolo Diacono.
-
-Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige del 538 fu
-uno annientamento di Milano, dal quale per cinque interi secoli non
-potè risorgere, non intendo perciò di asserire che non vi rimanessero
-più abitatori nel luogo della città, e che il suolo ne restasse
-deserto; dico annientata la città cospicua, e rimasto al luogo di essa
-un ammasso di ruine, con alcune chiese e alcune case abitate da un
-piccolo numero di poveri uomini mal sicuri: perchè le mura delle città
-atterrate lasciavano libero ingresso ad ogni invasore. Alcuni rari
-abitatori erano, dopo quest'eccidio, sparsi sulla campagna: poco in
-vigore era la coltura delle terre per mancanza di uomini; insomma non
-restava di grande che la memoria e la dignità del metropolitano, la
-quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne il decoro
-del patriarca d'Aquileia.
-
-Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima del 1000 la
-maggior parte de' nobili abitava nelle terre[77]: e l'asserzione di un
-autore tanto esatto, fedele e ingenuo, è maggiore di ogni eccezione;
-egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e
-giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità
-di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato,
-quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far
-comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli è
-stato fattibile, salva la verità. Nelle diete, che pure era costretto
-a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: _naturalmente vi
-avrà preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione
-l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano_; così dice narrando le solenni
-inaugurazioni dei principi: e così cerca di grandeggiare anche in quei
-secoli che veramente mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque
-la maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in Milano,
-egli è evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili
-abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili
-l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado.
-Tutti i fatti più sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo
-annientamento. Si è osservato nel capitolo primo come il circuito
-delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo
-sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi,
-laddove il giro delle odierne mura è di circa quattromila trabucchi,
-compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, così il
-trabucco è cinque braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio.
-Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura
-attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque della antica
-città era appena la sesta parte dello spazio della città attuale;
-dico appena, poichè, laddove le mura attuali formano un poligono che
-si accosta al circolo, le antiche in più d'un luogo irregolarmente
-portavano la convessità dalla parte del centro della città medesima.
-Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in molti luoghi
-era evacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra coltivati, dei quali
-attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era
-il _Forum Assamblatorum_; v'era il _Foro pubblico_[78]; v'era l'orto
-dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte,
-che perciò si nominò il _Broletto vecchio_, dalla voce _Brolo_, che ne'
-secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera
-in questo senso la nostra plebe[79]. Dall'altra parte l'arcivescovo
-aveva il giardino, _Viridarium, Verzè_; così attualmente chiamasi quel
-sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva
-perciò anche presentemente il nome di _Campo Santo_[80]. Entro le mura
-della città, vicino a San Giovanni _alle quattro facce_, v'erano in
-que' tempi dei campi coltivati[81]. Altri pezzi di terra coltivati si
-ritrovavano vicino a San Satiro[82]. Presso Santa Radegonda v'erano
-pezzi di terra coltivati, con una _cascina_[83]. Altra terra coltivata
-trovavasi in città vicino alle mura antiche di porta Vercellina[84].
-Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto,
-eranvi pure altre terre coltivate[85], e questi probabilmente non
-saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta
-città, perchè nè saranno state pubblicate tutte le antiche carte di
-affitti o di vendite di simili fondi, nè col trascorrere di tanti
-secoli questi contratti si saranno tutti conservati, nè su tutti i
-pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura,
-onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica
-città meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero
-de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi poteva
-certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse
-occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra
-a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in
-quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in
-Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano
-superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa,
-e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi
-solariatae, e venivano così contradistinte dalle case comuni[86],
-ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio _in
-Solariolo_, che così fu chiamata perchè ivi si trovava una piccola casa
-con camere superiori[87]. Da tutto ciò chiaramente si vede che poca e
-miserabile popolazione rimaneva nella distrutta città prima del secolo
-undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico
-nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che
-si era perduta in Milano ogni forma di buon governo,[88] _ob nimiam
-hominum raritatem_[89]. Della povertà poi di Milano in que' tempi tutto
-quello che ce ne rimane ne dà indizio. Alcune poche vie della città
-chiamavansi _carrobj_, perchè non tutte erano larghe abbastanza per
-il passaggio dei carri[90]. Le piazzette della città si lasciavano
-a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome
-milanese di _pascuè_,[91], e ben poche case erano di mattoni, ma anzi
-le muraglie erano formate con una grata di legno intonacata di creta
-e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la
-pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano[92],
-così la materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi
-erano gli incendi nel secolo undecimo e al principio del seguente,
-mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che è bene ch'io
-riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori:[93] _ubi est
-sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non
-erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus
-quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur,
-tota civitas comburebatur._ In fatti ci raccontano gli storici incendi
-fatali accaduti in quei tempi, negli anni 1071[94], 1075[95], 1104[96]
-e 1106[97].
-
-Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere
-mai la dominante del regno, ma una città suddita secondaria, diretta
-da un vicegerente del monarca, che tale sarebbe il supposto privilegio
-di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano
-fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona
-e Monza divenissero la residenza de' principi, piuttosto che Milano,
-riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora
-nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato
-in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, nè cosa alcuna conveniente
-ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se non dappoichè,
-riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli.
-Se prima di ciò si fossero radunati molti a convivere sullo stesso
-suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare
-ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima
-che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle
-sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito per i nobili
-che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; e perciò Milano era
-come annientato. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa
-riuscì ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo
-la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano
-senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la
-posterità sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto
-scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a
-suo luogo.
-
-I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e
-Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta
-all'imperatore, se pure può chiamarsi soggezione un titolo di sovranità
-conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da
-spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il
-loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo;
-non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo
-implorò da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria,
-e che aveva già battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno
-nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò
-in Pavia; Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi
-Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. Così,
-nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione dei Longobardi e
-principiò quella de' Francesi. Ma non però furono scacciati dall'Italia
-i Longobardi: essi erano già domiciliati da sei generazioni su questo
-suolo, poichè erano già trascorsi dugentocinque anni dopo la loro
-venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo
-longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi
-rimasero gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro nei
-secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia,
-viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere
-colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano
-di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i
-Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono
-domiciliando nella Lombardia, professavano la legge salica; e così
-nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza
-l'aggiunta[98]: _qui professus est vivere lege Romanorum_; ovvero _qui
-visus fuit vivere lege Langobardorum_; ovvero _qui professus sum,
-natione mea, lege vivere Salica_, e simili dichiarazioni; e questa
-dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocchè i contraenti
-potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che
-incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si
-doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la
-rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre
-per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di
-lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di sè tanti regni.
-Le virtù di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno
-della elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare un
-linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla
-divinità sublimato.
-
-Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, e la conservo
-nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano
-se non come re de' Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di
-Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore;
-e di questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente in
-una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare l'erudizione
-colla storia. Può sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo
-Magno di porre in attività la zecca di una città distrutta, e quasi
-disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le
-metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del
-prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però certo, come
-molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del
-suo soggiorno nell'Italia, si trovò in varie città, facendovi qualche
-dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perlochè nasce dubbio
-ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò
-alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, morì in Milano
-nell'810: ma ciò non accadde già perchè quivi quel principe tenesse la
-sua corte. Egli morì attraversando Milano, mentre veniva alla guerra
-co' Greci e coi Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere
-sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare
-che non vi fosse allora in Milano modo di fargli funerali colla pompa
-conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle
-scuole pubbliche nell'Insubria, le collocò a Pavia, dove, nell'823,
-fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che
-allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono
-finora conosciute carte nè di Carlo Magno, nè di Lodovico, nè di
-Lottario, nè di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti
-soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta
-in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia
-teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo
-il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora,
-non ve n'è alcuno ch'io sappia, nè de' ventidue re longobardi, nè de'
-primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni
-pochi mostrano che furono spediti bensì nelle vicinanze di Milano,
-come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data
-_Actum ad Mediolanum_, come se fosse attendato ne' contorni della
-rovinata città[99]. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, su di
-che può consultarsi la Dissertazione del signor dottor Pietro Pessani,
-intitolata: _de' Palazzi reali che sono stati nella città e territorio
-di Pavia_, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona, nel
-territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel
-secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria,
-siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di
-Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando
-crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano
-dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le
-memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che
-governava nell'865, il quale stava di alloggio in _Curia ducis_, dove è
-ora il _Cordùs_, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava:[100]
-_Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum justitiam
-faciendam_[101]. Poche memorie ci rimangono di que' tempi. Il quartiere
-della città delle _Cinque vie_ si trova nominato sino all'ottavo
-secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano
-anche in oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, che
-laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.
-
-Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, egli
-era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare
-sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani;
-la condizion de' tempi non ne avea fatto nascere l'idea. I Longobardi,
-rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi; non
-furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere
-pubbliche. I re franchi interottamente comparivano nell'Italia per
-ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai
-signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col
-titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal
-forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile
-che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di
-Milano era considerato sempre il metropolitano e il più venerando, per
-dignità, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice
-stato della città. È assai verosimile che in que' tempi molti beni
-possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'impero
-e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di
-mente, a quel grado che, inspirando un disprezzo universale, fu dalla
-sua dignità deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di
-governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo
-nella bontà, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo
-governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da
-Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di là
-da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione
-che merita un ristoratore della patria. Già sotto i regni indeboliti
-e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto
-aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti
-ad un principe. Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di
-consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto
-che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò ai vescovi
-di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne' contorni
-di Brescia un dato giorno, nel quale egli pure si ritrovò sul luogo
-col clero che potè raccogliere, e così questa forza combinata rapì
-l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di
-Sant'Ambrogio[102]. Egli grandissima influenza ebbe nella elezione
-di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra
-gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso,
-amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti:[103]
-_Effector voti, propositique tenax_, come si legge nell'epitaffio che
-conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato
-a tempo, doveva richiamare a vita la sua città; e così fece con molti
-stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura
-giacenti e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la
-vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo
-scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel
-nostro illustre cittadino e benefattore; le carte però che si sono
-ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane,
-ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era già un
-personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi
-di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico
-II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignità
-di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta davanti la chiesa di
-Sant'Ambrogio. Questo è il più antico pezzo di architettura che abbiamo
-dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881,
-avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di
-struttura assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel
-secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira
-una sorta di grandezza o maestà, in confronto delle meschine idee di
-quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare è assai lontano dalla
-venustà ed eleganza greca, e dalla nobile semplicità toscana; ma egli è
-del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta
-prodigalità degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente
-il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto che fra gli errori
-volgari debbono riporsi i nomi di _architettura gotica_ e di _scrittura
-gotica_; giacchè le cose che portano questi nomi, vennero inventate più
-di seicento anni dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero
-dalla Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie de' tempi
-mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di
-Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal
-sommo pontefice Giovanni VIII, acciochè intervenisse co' vescovi suoi
-suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878,
-e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse;
-ma nè l'arcivescovo, nè i suffraganei vi si prestarono, e il concilio
-non si tenne[104]. Il papa chiamò l'arcivescovo a un concilio in Roma
-per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse[105].
-Spedì Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo
-cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo
-non volle nè ascoltarli, nè riceverli, ma li fece dimorare fuori
-della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò
-nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per
-la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignità arcivescovile,
-e per ciò scrisse al clero di Milano, acciocchè, convocati i vescovi
-suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali
-della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il più
-degno:[106] _Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis dignior
-fuerit repertus, eum, Christi solatio, ad archiepiscopatus honorem
-promoverent_, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbedì a
-quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sarà
-ne' secoli bassi l'autore che io primieramente terrò a seguitare per
-la sicurezza dei fatti[107]. Ciò non ostante papa Giovanni medesimo,
-in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un
-monastero, perchè fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto
-ed alla santa chiesa milanese:[108] _Fideli devotione, totoque
-mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restituitione
-sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti
-reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque
-tu omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter
-comperimus_[109]; dal che si conosce che tutto pacificamente finì col
-sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione
-nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'orazione
-_propositique tenax_, ma altresì la riforma che quell'arcivescovo
-introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa
-di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la
-più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza de' sovrani
-per agir da sovrano benefico e ristorare della sua patria; rianimò
-il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il soggiorno della città col
-restituirvi le antiche mura; ristorò le chiese; fondò degli spedali:
-onde per tai mezzi invitata, cominciò parte della popolazione, che
-stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella città, che da tre
-secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a
-prendere nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando per
-gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli
-ancora prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la
-vera influenza d'una città capitale; perlochè la strage di Uraja lasciò
-la depressione per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, sulla
-patria nostra. I nomi di _Uraja_ e di _Ansperto_ meritano d'essere
-più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono
-stati.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
- _Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo._
-
-
-Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale elettiva
-erasi mantenuta come per successione in una stessa famiglia, e la dieta
-tenutasi in Germania l'anno 887, deponendo Carlo il Grosso, pretese
-d'innalzare all'impero Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da
-Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso dei quali si era fatta
-l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. Il papa, il quale
-solo poteva conferire la dignità imperiale all'incoronazione, come
-in quei tempi credevasi, cominciò a far uso di tale opinione per far
-cadere questo titolo sopra di un principe che, da lui riconoscendolo,
-fosse altresì meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice
-sempre più vivesse e sicura, anzi a maggiore ampiezza si estendesse.
-L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa mira, dacchè aveva
-già assaporato il piacere di comandare nella sua città. Un principe
-debole era per essi preferibile, posto che le circostanze esigevano
-che uno ve ne fosse. Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero
-d'accordo; se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza d'un
-superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da temersi che
-quella d'un laico, assente per lo più ed occupato negli affari dei
-regni oltramontani; e perciò la condotta degli arcivescovi poche volte
-s'accordava con quella dei papi, anzi bene spesso l'attraversava.
-Gl'Italiani elessero un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del
-Friuli, l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente
-lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice,
-solennemente incoronò imperatore Guido, duca di Spoleti. E l'uno e
-l'altro di questi due principi per parte di madre discendevano da
-Carlo Magno. Oltre questi due, che si disputavano la signoria del
-regno italico, scese dalle Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per
-sostenere la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito
-è difficile l'assegnare a quale dei tre pretendenti obbedisse l'Italia.
-Milano fu soggetta a Berengario, che risiedeva in Pavia ed in Monza;
-poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata dal figlio di Guido, che
-fu l'imperatore Lamberto. Arnolfo venne incoronato imperatore da papa
-Formoso, e così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore
-Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale ultimo cedettero
-i due competitori. Fra questi torbidi andava cautamente schermendosi il
-nostro arcivescovo, e cogliendo le occasioni d'ingrandirsi e di rendere
-sempre più importante la sua influenza nel regno d'Italia.
-
-Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò Milano, accadde
-un fatto che merita luogo nella storia. Milano erasi data ad Arnolfo,
-ed era per lui custodita dal conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che
-ancora non aveva il titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia,
-quando Lamberto augusto mosse le sue forze per sottomettere la
-città. L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente il
-suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per l'assenza
-del re, terminò finalmente con la conquista. L'imperatore Lamberto
-fece tagliare la testa al conte; nè pago ancora, volle punita la
-fede e il valore del padre anche in uno de' suoi figli e nel genero,
-privati entrambi degli occhi[110]. All'atrocità unì Lamberto la più
-supina spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile a
-comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e di guadagnarselo
-nella persona di Ugone, figlio pure del decapitato conte Maginfredo.
-Credette che il non averlo privato degli occhi potesse essere
-considerato come dono; e che i regali e l'affabilità che seco usava,
-potessero fargli dimenticare che egli era l'assassino della sua
-famiglia. Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e seco
-lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, sbandatosi
-l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno non avendo seco, fuori che
-il giovane Ugone, alla mente di questi si affacciò in quel momento
-il teschio del buon padre grondante di vivo sangue, il fratello,
-il cognato ridotti allo stato deplorabile della cecità, la patria
-soggiogata, la sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un
-mostro così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso
-sul suolo[111]; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re Berengario di
-aver gettato da cavallo Lamberto con un valente colpa di bastone sul
-capo, e colla percossa avergli tolta la vita[112]. Non ci lagneremmo
-cotanto dei tempi presenti, se meglio ci fossero noti i costumi dei
-secoli passati. Non vi è certamente nella storia del nostro secolo
-un tratto di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate
-nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è maltrattato perchè
-siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie per favorito il figlio
-o il fratello di coloro che ha egli stesso consegnati al carnefice,
-il che è un misto della più insensata dabbenaggine colla più fredda
-crudeltà. Quello che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto
-venne ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del conte
-Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno aveva in favor
-suo il corso degli anni, per di cui mezzo una lunga serie di beneficii
-avesse potuto rallentare nell'animo di Ugone il mordace sentimento
-della desolata sua famiglia.
-
-Ucciso così l'Imperatore Lamberto, il re Berengario rimase solo
-sovrano d'Italia in Pavia, poichè Arnolfo quasi nel tempo istesso
-aveva cessato di vivere, assediando Fermo. Liberato dai due rivali,
-ogni apparenza indicava l'augurio di un placido regno a Berengario. Ma
-un regno placido e uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava
-Milano, non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo
-Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole accompagnata da
-molta ricchezza, e sia avvezzo a influire nelle vicende di un regno,
-difficilmente antepone la tranquilla obbedienza alla tumultuosa
-inquietudine di spargere sopra un grande numero di uomini la speranza
-e il timore, nè l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia.
-Si cercò un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e
-s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona d'Italia.
-Scese Lodovico dalle Alpi e sorprese Berengario, che potè appena aver
-tempo di rifuggiarsi in Verona: e Lodovico, collocatosi in Pavia,
-venne l'anno 900 proclamato re da una dieta d'Italiani, e in un suo
-diploma egli stesso ce lo insegna:[113] _Venientibus nobis Papiam in
-sacro palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione
-in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque
-item majoris, inferiorisque personae ordinibus facta_[114]. Da queste
-parole si conosce che il regno d'Italia dal re istesso era considerato
-elettivo e dipendente dalla libera volontà dei signori italiani, e si
-conosce pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia
-ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. Milano fu
-suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato imperatore,
-ma poco potè godere di sua fortuna, poichè ben tosto venne scacciato
-dall'Italia da Berengario, che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò
-forze bastanti da opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei
-diplomi del re Berengario del 903 dati in Pavia,[115] _in palatio
-ticinensi, quod est caput regni nostri_[116], e da altri si scorge
-ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo fatto dall'imperatore
-Lodovico III per discacciare dal soglio il re Berengario gli costò la
-perdita degli occhi, che il vincitore Berengario gli fece guastare;
-onde quell'augusto ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò
-libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto anni
-ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, l'imperatore
-Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore Lodovico III. Così,
-assicurato sul trono Berengario, tranquillamente cominciò a regnare
-senza nemici. Aveva la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui
-non se ne dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano
-la data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il sommo
-pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, dopo ventotto anni da
-che era stato incoronato re d'Italia; indi se ne ritornò a Pavia. Tre
-anni dopo sappiamo dalle carte che questo augusto dimorava in Monza; la
-villa favorita da lui era Olona.
-
-Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa bastare a tessere
-la storia di Milano. Vediamo unicamente che, dopo il glorioso
-arcivescovo Ansperto, i prelati suoi successori avevano acquistata
-molta considerazione, e si occupavano di oggetti grandi. Abbiamo
-indizi che la città si andava popolando. V'erano monasteri di vergini
-dedicate a Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa
-Radegonda chiamavasi _San Salvatore di Vigelinda_; quello di Santa
-Margarita chiamavasi _Santa Maria di Gisone_; il Bocchetto aveva
-la denominazione allora di _San Salvatore di Dateo_; le monache di
-Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano di _Santa Maria di Orona_;
-il monastero Maggiore chiamavasi _Santa Maria inter Vineam_; e per
-quei tempi, da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia
-registrate le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente la
-città, questo basta per conoscere che vi dovea essere radunato discreto
-numero di popolazione. L'instancabile conte Giulini ha dovuto mendicare
-dalle antiche pergamene, dai diplomi de' principi, dalle sentenze de'
-giudici, dai testamenti e dai contratti che tuttora conservansi negli
-archivi, le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono per
-lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine monastico,
-alla erudita ricerca su i confini di qualche giurisdizione o distretto,
-alla dotazione od erezione di qualche chiesa; ma non possono servire
-alla storia. Di che, ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio
-scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica
-da lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando fatti
-che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que' tempi, e
-per la possibilità che servano a beneficio di private persone, sebbene
-non sieno materiali servibili per tesserne una storia.
-
-Erano già trascorsi quindici anni dacchè l'augusto Berengario regnava
-senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo di Milano giaceva come
-ogni altro suddito, senza avere altro di più che la venerazione
-inerente al carattere del metropolitano. L'imperatore stipendiava
-gli Ungari, di cui si era servito felicemente nelle vicende passate;
-e questi, valorosi alla guerra ed egualmente esperti predatori,
-avevano talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno
-facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. Costoro lo
-stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e nella Franconia.
-La Germania e l'Italia erano esposte al saccheggio; e allora quasi
-ogni borgo dovette cingersi di mura per vivere con sicurezza. Questo
-aveva reso odiosissimo il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti
-dell'imperatore Berengario, che aveva per essi molti riguardi.
-Lamberto, arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti,
-ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa che aveva dovuto
-pagare a quell'augusto per essere da lui collocato sulla sede
-arcivescovile, a cui era stato canonicamente innalzato dai voti del
-clero[117]. Questa tassa fu proporzionata a quanto bisognava per pagare
-la famiglia bassa di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil
-gente[118]. Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo,
-re dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta
-della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare Olderico,
-conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente alla custodia
-dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei credeva fedele, anche per l'assenso
-che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della
-dignità arcivescovile. Poco dopo l'imperatore conobbe d'avere malamente
-scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero senza
-pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò collo specioso
-titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo
-in pericolo della vita. Lamberto non si arrestò al rifiuto; lasciò
-in libertà l'affidatogli Olderico, il quale tosto andò ad unirsi
-con Adalberto, marchese d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi
-la maschera, comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto
-Berengario; il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i ribelli,
-rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto, e fuggitivo
-il marchese. L'imperatore Berengario diede un generoso perdono a
-Gilberto conte, e resegli la libertà. L'uso che fece di questo dono
-l'ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal re di Borgogna,
-e, nello spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di
-dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori[119],
-e l'imperatore Berengario per la seconda volta dovette vedere un
-oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera dell'arcivescovo di
-Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al
-suo asilo di Verona, per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza,
-ed ora di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui
-Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico, dopo due anni, ne'
-quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni pure, ne' quali Verona
-fu il suo ricovero, riacquistò quanto gli aveva occupato Rodolfo.
-Convien credere che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i
-Pavesi complici dei mali che aveva sofferti, poichè, nel 924, assediò
-co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse. Frodoardo
-e Liutprando descrivono questo esterminio con espressioni forse
-esagerate. Pretendono che quarantatre chiese vi fossero atterrate e
-incenerite; che vi fossero rovinate tutte le abitazioni; e che appena
-duecento abitatori abbiano potuto salvare la vita. Se questo fosse,
-non si potrebbe spiegare come poi nello stesso anno vi soggiornasse
-Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto agosto
-974, di cui tratta il conte Giulini[120]. Sebbene poi anche a molto
-meno riducasi il danno della saccheggiata Pavia, egli è verosimile
-che un tale infortunio dovette essere favorevole alla crescente città
-di Milano. L'imperatore Berengario appena dopo la presa di Pavia
-ritornossene a Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser
-ben munita di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui
-aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò insidie
-per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi Fiamberto; venne
-scoperto il traditore, e l'augusto Berengario, fattolo venire a sè,
-con umanità senza pari gli parlò della vergogna che va in seguito al
-tradimento, dei rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che
-accompagna la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo di avere
-infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva fatto al conte
-Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato e l'avrebbe beneficato
-in avvenire: e in prova, sul momento, donogli una preziosa coppa d'oro.
-Principe troppo incauto nell'usare della generosità; poichè, pochi
-giorni dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse.
-Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno d'Italia
-per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove; principe degno
-d'essere collocato fra i migliori, se non avesse portato la clemenza
-a un estremo vizioso, poichè la libertà data a Gilberto cagionò al
-regno i mali gravissimi d'un'estera invasione, e la generosa sua
-bontà verso Fiamberto privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non
-sapeva egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare al dovere
-un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso di passione da
-cui fu sedotta, non giova mai per acquistare l'anima bassa di colui che
-tranquillamente si è determinato ad un'azione perversa. La vista del
-magnanimo che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore.
-I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza non sono
-lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio, per beneficar lui, si
-espone la società intera al pericolo di nuovi danni.
-
-Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re Rodolfo
-rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno italico; ma nemmeno
-avea egli un partito bastante per essere proclamato re d'Italia. Una
-donna celebre per la bellezza, non meno che per l'arte scaltrissima
-di prevalersene, donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene,
-e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a suo talento,
-Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese d'Ivrea di cui poc'anzi
-feci menzione, avea formato il progetto di collocare sul trono o Guido,
-duca di Toscana, di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia.
-Rodolfo invitato, come dissi, al soglio italico dal marchese defunto,
-credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la trama di
-scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche cogli amori, colle
-arti medesime animava molti signori potenti a secondare il disegno
-di lei. Il re Rodolfo stavasene a Verona, ed Ermengarda, unita ai
-fratelli, s'impadronì di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno
-dell'ingannatrice donna, e si determinò a scacciarla da quella città,
-e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un esercito e marciò
-alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta che, in séguito d'uno
-scritto che la marchesa Ermengarda potè fargli giugnere, quel re,
-furtivamente, di notte, abbandonò i suoi, e secretamente entrò come un
-amante in Pavia e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi
-mascherati nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano
-armati per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo
-allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo re
-d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re di Provenza,
-al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito[121]. Lo schernito
-Rodolfo a stento potè uscire dal labirinto in cui la spensieratezza
-avevalo condotto. Si parti quindi d'Italia per raccogliere un'armata
-ne' propri Stati, e con essa ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non
-trovandosi forte a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo
-che assai importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui
-spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai scegliere,
-per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, deluso sotto Pavia,
-e impegnato già col re di Provenza. Burcardo, orgoglioso ed incauto,
-nel portarsi a Milano, osservando le torri e il restante dell'antica
-fabbrica sacra ad Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa
-di San Lorenzo, si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi
-una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi soltanto, ma
-molti principi d'Italia:[122] _Eum ibidem munitionem construere velle,
-qua non solum Mediolanenses, sed et plures Italiae principes coercere
-decrevisset_[123]. Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre
-cavalcava. Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne fece
-rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con ogni splendidezza
-accolse l'ospite illustre, giacchè Burcardo era suocero dello stesso
-re Rodolfo; gli diede una caccia del cervo nel parco, cosa che
-Lamberto arcivescovo non soleva fare se non co' più cari amici:[124]
-_Concessit cervum, quem is in suo brolio venaretur, quod nulli unquam
-nisi carissimis magnisque concessit amicis_, così dice Liutprando;
-insomma dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo
-avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente con molta
-officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non ebbe tempo di riferire
-al re di Borgogna il risultato della negoziazione; poichè, assalito
-ne' contorni di Novara da alcuni armati, vi lasciò la vita; dopo di
-che il re Rodolfo abbandonò per sempre l'Italia. Fra le altre cose che
-Liutprando asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi,[125]
-_dum juxta murum civitatis equitaret_, vi è la seguente:[126] _Lingua
-propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes
-uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equae caballitare,
-non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem
-nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos
-praecipitabo._ Veramente così non parlò Cesare alla cena, nè Augusto
-alla vista del simulacro di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è
-feroce e muscolare; l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia
-colla virtù. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non
-fu nobile, nè generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra parte,
-se non coll'averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non dovea
-simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava,
-nè cercare l'assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una
-vituperosa depressione: il progetto non era nè generoso nè eseguito
-nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra
-è la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che
-diradatamente l'abita; che l'essere domiciliati qualche grado più al
-polo, ovvero all'equatore, non costituisce una diversità nella specie;
-che la fortuna, la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro
-col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento e la
-miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio nazionale, e niente
-più ingiusto quanto il rimproverare altrui d'essere nati ove lo furono;
-e niente più inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una
-nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile,
-sarà sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero
-lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si
-resero padroni della terra.
-
-Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo di Milano
-era già diventato un personaggio di somma considerazione fra i
-principi del regno d'Italia; che le mura di Milano erano forti e tali
-da potervisi confidare; che Pavia non era distrutta a segno che non
-vi si abitasse tuttavia e non fosse capace di una difesa. Il parco
-poi dell'arcivescovo, chiamato _Brolio_, in cui manteneva i cervi,
-era immediatamente fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva
-dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo diede
-l'aggiunta _in Brolio_ alle due nominate chiese; nè questo è da
-confondersi coll'orto chiamato _Broletto_, che aveva l'arcivescovo al
-sito in cui vedesi oggidì la ducal corte.
-
-Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi
-nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna e re di Provenza,
-già invitato, come dissi, dagl'italiani, se 'n venne:[127] _Venit
-Papiam, cunctisque conniventibus regnum suscepit_[128]. Qui non
-sarà inutile l'osservare che sotto la denominazione di Alta Borgogna
-comprendevasi il paese degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte
-della Savoia; chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta
-Borgogna e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità colla quale
-Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno di Berengario augusto, e
-la rapidità con cui, partitosene, ritornò con un'armata. Ugone per
-cinque anni regnò solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per
-la vedova marchesa d'Ivrea Ennengarda, sorella di lui per parte di
-madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, a cui doveva
-il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane un vestigio nella
-moneta milanese che conservo nella mia raccolta. Nell'anno 931 associò
-sul trono Lotario suo figlio, ed allora i diplomi, non meno che le
-monete, ebbero la leggenda di[129] _Hugo et Lotharius rege_, anzi in
-modo assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che ho
-presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente dell'incauto
-Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'impero, e faceva servire gli
-amori al regno, quando il primo aveva fatto l'opposto. La famosa
-Marozia, vedova duchessa di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocchè
-con quell'appoggio non vi fosse chi gli disputasse l'impero; e
-l'avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto irritato
-Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi la città,
-dovette infelicemente ritornarsene in Pavia l'anno 933. Erano state in
-questo frattempo, per lo spazio di sette anni, tranquille le cose di
-Lombardia, e naturalmente i primi signori, e fra questi l'arcivescovo
-di Milano, che opportunamente profittava quando gli affari erano in
-movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per richiamare
-al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato con quel principe,
-al quale cedette una parte de' suoi Stati di Provenza, cioè la gran
-Borgogna cisjurana; e con tal mezzo si fece interamente cedere ogni
-di lui pretensione sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi
-fatto invito ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, era
-comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo vinse e lo fece
-scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto aveva cessato di vivere;
-eragli succeduto un prelato di più mite carattere. Ma il re Ugone,
-da accorto politico, non valendo colla forza a contenere chi occupava
-la cospicua sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la scelta
-sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi; e questo fu Teobaldo,
-che gli era figlio naturale, partoritogli da Stefania, donna romana,
-che era la terza concubina del re. Per non violare le costumanze
-e le ragioni de' sacri canoni, lo fece tonsurare e ascrivere tra i
-cardinali della santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo
-di _ordinari_[130], e così con finissima politica, onorando quel ceto
-di polenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano de' principali
-cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi, dignità allora
-cospicue, si assicurò la tranquillità. Ma il progetto, immaginato con
-avvedutezza, fu da Ugone medesimo, per impazienza, rovinato; poichè
-durando a vivere l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re,
-ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo,
-ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano per di lui comando
-i primari del regno nel 944, i suoi facessero nascere una briga co'
-Milanesi, procurando fra il tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il
-colpo andò a vuoto; venne sparso il sangue di molti, ma fu salvo
-Arderico[131]; il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a
-secondare le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene,
-e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe poca parte
-nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese d'Ivrea, che si
-era sottratto dalle insidie del re Ugone, ricoverandosi in Germania.
-Questi era un signore possente, e vedendosi favorito dall'arcivescovo
-e da' signori suoi aderenti comparve in Italia alla testa di alcuni
-armati. Nel 945 venne a Verona, donde passò a Milano. In Milano si
-radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re Ugone forza
-per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò la corona d'Italia;
-pregò la dieta di non volerla togliere al figlio Lotario; e passò a
-reggere i suoi Stati nella bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta
-la corona italica per diciannove anni, ne' quali tenne per lo più la
-sua corte in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano,
-o perchè ancora non ben popolata e costrutta, o per la pericolosa
-vicinanza del potente arcivescovo. Così restò semplice cardinale
-ordinario il figlio reale Teobaldo.
-
-Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, era figlio,
-siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e di Gisla, figlia
-dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto che si collegò con
-Gilberto conte e con Olderico per deprimere il suocero e collocare
-Rodolfo, re di Borgogna, in di lui luogo. Matrigna di Berengario
-era la marchesa Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la
-inquietudine politica e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un
-oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro Ugone, che
-lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre più di quanto
-l'avrebbe egli desiderato. Pensando Ugone al modo di liberarsi da
-un tale oggetto, ricorse alla insidia, solito mezzo di un principe
-debole, spaventato e senza morale. Simulò la maggiore amicizia che
-aver si potesse per il giovine Berengario; ogni volta che di lui
-ragionava, palesava una simpatia, una stima di Berengario somma; ogni
-arte pose in opera per invitarlo a venire a Pavia alla corte d'un
-re che tanto fingeva di amarlo. Tutto era disposto per arrestarlo,
-poichè fosse caduto nella rete, e cavargli gli occhi; operazione che
-in que' secoli di ferro era pur troppo frequentemente praticata. Il re
-Lotario, figlio di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre
-fosse riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla
-compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmi al padre
-la macchia d'aver eseguilo l'infame progetto e rese avvisato Berengario
-dell'occorrente: di che Liutprando non arrossi di biasmarlo[132]; tanto
-le idee della virtù erano smarrite in que' tempi, non solamente nel
-turbine delle passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore
-che tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo per
-cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, lontano dalla sorda
-insidiosa politica del re Ugone, di cui la storia non ci ha lasciato
-nessuna bella azione che in qualche modo bilanci i tratti di bassezza
-e di atrocità che hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama
-_una solennissima volpe_: io non credo che vi facesse bisogno di tanta
-accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; per vivervi
-fra le insidie e i pericoli senza potere ottenere giammai dal papa
-la corona imperiale; per fuggirsene vilmente al primo comparire dei
-torbidi; per vivere nell'angustia, e lasciare di sè alla posterità
-un'infausta memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la
-dappocaggine? La vera accortezza è quella che, conciliando al principe
-la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul trono; lo rinfranca
-contro gl'insulti nemici; e dopo una vita segnata colla giustizia,
-colla beneficenza e col valore, lascia alla fama il carico di eternare
-la sua gloria e trapassare alle età che nasceranno la memoria delle sue
-virtù.
-
-Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese d'Ivrea
-Berengario, l'anno 945, per unanime consenso de' signori d'Italia,
-fu collocato sul trono abbandonato da Ugone, il re Lotario, di lui
-figlio; di cui l'ottima indole s'era meritata la comune opinione. A
-questa scelta probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se
-non per sentimento, chè l'anima di costui forse non era capace, almeno
-per decenza di comparire grato a un principe che l'aveva salvato
-dalle insidie del padre. Lotario altronde era già stato solennemente
-associato al regno, e proclamato re d'Italia da quattordici anni
-addietro; nè si poteva scacciare quell'innocente sovrano dal trono
-senza ribellione ed ingiustizia manifesta. Questa è la prima dieta del
-regno, e la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in
-Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre memorando
-(945). Il regno del giovine Lotario fu puramente di nome, poichè in
-fatti tutto si mosse coi voleri del marchese Berengario; al quale
-spiacendo anche quell'embrione di re, che gl'impediva di sedersi egli
-stesso sul trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il
-regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe la sua
-tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale fu la ricompensa
-che il marchese Berengario diede al re Lotario, a cui doveva la luce
-del giorno. Dopo ventiquattro giorni appena estinto Lotario, l'anno
-950, Berengario e Adalberto suo figlio vennero proclamati re d'Italia.
-
-Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel secolo
-crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione fosse
-disceso l'uman genere; esamini, chi il brami, più minutamente gli
-storici, e veda poi se le querele sopra i costumi presenti sieno
-fondate; ovvero se in vece non vi sia ragione di offrire umili voti
-di riconoscenza a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce
-che vizio e miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se
-qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra, questa è
-riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata sullo stato delle
-arti e delle lettere in que' barbari tempi, servirà a distrarci
-dai veneficii, dagli accecamenti e dalle insidie che compongono la
-storia di quegli anni. Poichè si dovette tumulare in Milano l'estinto
-re Lotario, tanto era lontana ogni idea della erudizione, che, per
-formarne l'urna sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in
-cui eravi scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si
-formò l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i
-caratteri; di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, i
-quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti[133]. La lingua
-latina scrivevasi coi più strani solecismi: alcuni pochi esempi ne
-daranno idea. Un diploma di questi tempi comincia così:[134] _Dum in
-Dei nomine, civitate Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo
-et Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, quod
-topia vocatur, infra eadem Curte_, etc.[135]. Una sentenza comincia
-così:[136] _Dum in Dei nomine, ad monasterium sancti, et Christi
-confessoris Ambrosii, hubi ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus
-Lambertus piissimus imperator preerat, in domum ejusdem sancte
-mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, in juditio resideret
-Amedeus comes palacii, una cum Landulfus, vocatus archiepiscopo,
-singulorum hominum justitiam faciendam, ed deliberandam, etc._[137].
-Altra sentenza comincia così:[138] _In Dei nomine, civitatis
-mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis in juditio
-ressederet Magnifredus comes palatii, et comes ipsius comitati
-Mediolanensis, singulorum hominum justicias faciendas, ressedentibus
-cum eo Rotcherius vicecomitis ipsius civitatis, etc._[139]. Vero è
-che ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: e tale
-è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla pag. 17, ove
-così leggesi:[140] _Confirmo ut omnes servos et ancellas meas sint
-Aldiones, et pertinentes mundium eorum ad ipso Xenodochium, habentes
-per caput unusquis mascolis et femine solidus singolus; et ita volo,
-ut illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas opera mihi
-faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint faciendi, ut cum anona
-ejusdem Xenodochii operas ipsas perficiant._ Ma convien confessare
-che assai barbaro era il modo col quale comunemente si scriveva anche
-nel decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il quale
-pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva essere uomo
-colto, egli, nel 903, così scriveva:[141] _Senodochium istum sit
-rectum et gubernatum per warimbertus humilis diaconus de ordine sancte
-mediolanensis ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de
-besana diebus vite sue_.[142]. Da ciò comprendesi qual grado di coltura
-poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano rimanere sconosciuti
-gli autori de' buoni secoli preceduti; poichè per poco che un uomo si
-addomestichi a leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non
-sarà forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si parlasse
-in Milano un dialetto poco dissimile da quello che si parla oggidì;
-e che nello scrivere si adoperasse una lingua diversa da quella che
-volgarmente si parla. In fatti anche presentemente nello scrivere si
-adopera la lingua italiana, anche dalle persone meno colte; le quali
-parlane do, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto
-sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se dunque,
-anche a' nostri giorni, i Milanesi scrivono quella lingua che chiamasi
-italiana, e nel discorso non se ne servono comunemente mai, non vi può
-essere difficoltà a comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella
-lingua che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto proprio.
-Quello che mi fa credere che la lingua che serviva per la scrittura,
-non fosse la usata nel parlare, si è che non vi trovo analogia veruna
-fra una carta e l'altra. I barbarismi, le sconcordanze sarebbero
-costanti se fossero state in uso nel parlare; nè può intendersi questa
-varietà di errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di
-dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose che cercava
-di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati gli articoli del
-volgare _da due parti, dalla terza, dalla quarta_; come in una carta
-del 941;[143] _Coeret ei da duos partes tenente ursone, item de insola
-comense, de tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta
-parte terra sancti petri de clevade_[144]. Dallo stato della lingua
-può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e di quei tempi
-nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese che stendesse le memorie
-degli avvenimenti della città; siccome cominciarono poi a fare nel
-secolo undecimo Arnolfo e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi
-persuade che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia si
-parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia conserva; e
-ciò perchè le vocali _u_ ed _eu_ pronunziate coll'accento francese, e
-così altre desinenze della lingua francese, non mi sembrano innesti
-fatti colla dominazione dei Franchi, ma una emanazione dell'antica
-lingua gallica originale, siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli
-ne' due ultimi secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro
-parole spagnuole ci sono restate, _infado, amparo, giunta, desdita_
-e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che i Franchi,
-e poche voci abbiamo che traggano la sua origine dal tedesco. Questa
-generale pronunzia francese più che italiana, adunque, è una tradizione
-da padre in figlio, che ascende sino all'antica venuta de' Galli, e
-per conseguenza non interrotta. In queste materie la dimostrazione non
-può sperarsi; le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano
-favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese potrà in
-breve intendersela con un contadino provenzale; e più difficilmente
-s'intenderanno fra di loro due contadini, uno milanese e l'altro
-calabrese; tanto il nostro dialetto appartiene più alla lingua di
-Francia che alla italiana!
-
-L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite al
-segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio della chiesa di
-Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi l'altare della chiesa
-istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, il mosaico del coro e la
-tribuna. La porta della chiesa di San Celso, l'altare di San Giovanni
-in Conca sono di que' tempi: cose tutte lontane della eleganza che
-soddisfi un delicato conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi
-lavori di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle
-chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, dove
-rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di manifatture. Lodovico il
-Pio aveva ricompensato un prete veneziano che da Costantinopoli aveva
-portato l'arte di fare gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto
-in grazia dal vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno
-873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva luogo nell'Italia.
-
-Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a una tale
-ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, sotto il governo di
-sovrani che col veleno e cavare gli occhi cercavano di mantenersi sul
-trono, in un regno elettivo, esposto a invasioni straniere, facile è lo
-immaginarselo. Il visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della
-sua magistratura, aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare
-gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non potè firmare una
-carta che anche oggidì conservasi nell'archivio di Sant'Ambrogio, e
-vi fece in luogo del suo nome una croce per non sapere esso scrivere;
-e di sedici persone che intervennero a quel contratto, appena sette
-poterono fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, vi apposero
-la croce[145]. Anche da ciò facilmente comprendiamo in quale misero
-stato dovessero trovarsi gl'interessi de' cittadini. La carica di
-_viceconte_ era immediatamente subalterna del _conte_, che reggeva la
-città in nome del re, come la carica di _vicedomino_ era immediatamente
-subalterna dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi
-origine del cognome che ne prese la famiglia _Visconti_. I cognomi non
-ritornarono in uso se non verso la fine del secolo undecimo. Le leggi
-poi sotto le quali si viveva in quei tempi, erano quali lo potevano
-permettere i tempi stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa
-per vederla eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava che
-non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti a quei
-che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva l'esportazione delle
-armi agli esteri. In somma tutto si credeva di poter fare con leggi
-vincolanti; o almeno si credeva il legislatore di avere bastantemente
-eseguito il dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli
-uomini d'essere felici, in vece di ascendere alle cagioni e impedire
-che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi stesse molto si
-estendevano contro coloro che col mezzo della magia devastavano colla
-grandine le messi, e si ordinava all'arciprete della diocesi il modo
-di costrignerli a confessare il supposto delitto, onde punirli[146];
-e questo ci basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei
-miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a ripeterlo,
-sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; i lumi, l'urbanità,
-la felicità pubblica caramente si abbracciano[147].
-
-Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse la
-costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri nei quali
-principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia potrebbe
-darci qualche idea del governo d'Italia in quei tempi. Un re elettivo;
-il primato, che ha molta influenza in tutti gli affari; la plebe
-degradata sotto la potenza dei grandi, divenuti formidabili al re; la
-facilità della rivoluzione; la frequenza delle invasioni straniere;
-la concorrenza di più rivali che coll'armi disputano il trono; la
-vera sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze
-che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza dei tempi, ne'
-quali, mancando l'arte dello scrivere, e non essendovi nomi di casati,
-nemmeno poteva esservi una costante tradizione di nobiltà. Quindi,
-non solamente era difficile il modo per fare le risoluzioni, ma era un
-altro oggetto di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile,
-chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale controversia
-in un tale sistema doveva portare la confusione all'ultimo grado; Carlo
-Magno fu un gran principe, gran soldato, e col dritto di conquista,
-dominò assolutamente sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere
-sacra la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate
-per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. I successori di
-lui non ebbero un vigore e un genio che lo pareggiasse. S'indebolì la
-potenza del sovrano; e l'acclamazione de' magnati e la sacra cerimonia
-divennero condizioni pretese essenziali alla costituzione di un
-sovrano. Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il quale,
-gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva doni continui
-di terre e accresceva l'opinione, vera ed unica base del potere
-politico, e giunse ad essere creduto il solo che colla incoronazione
-potesse creare un legittimo re d'Italia. Come poi i re d'Italia
-potessero donare poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e
-ad altre chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero erano
-recentemente chiamati a regnare; come fossero in poter dei re questi
-campi e queste terre, onde ne facessero un dono della loro proprietà ai
-primati, non è facile lo spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome
-a me pare credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti
-fosse allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì nostri;
-per la ragione che, non essendovi cognomi delle famiglie, e pochi
-essendo coloro che sapessero scrivere, sì tosto che un uomo non aveva
-figli o fratelli o nipoti, facilmente non si conosceva più nessun
-parente a cui dovesse passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo
-vacante nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo
-nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che i sovrani, laddove
-lasciavano in origine la libertà dell'elezione al clero a norma de'
-sacri canoni e della tradizione, non consentirono più che una dignità
-divenuta pericolosa al loro regno cadesse indifferentemente sopra
-chiunque; ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando,
-costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal quale speravano di
-temer meno in avvenire, e che, riconoscendo dal re la dignità, a lui
-fosse anco più ligio ed ossequioso. Quindi si sconvolse l'ordine; la
-venalità aprì la strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di
-venire a rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria
-fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette la
-chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. Sotto Carlo
-Magno e sotto i primi suoi successori, l'Italia fu immediatamente
-diretta da governatori in nome del sovrano, dei quali alcuni ebbero
-il non dovuto titolo di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo
-Magno, Bernardo, figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho
-fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi regii, il
-visconte, l'arcivescovo, chiamato anche _dominus_, il di lui vicario,
-_vicedominus_, e ciò a vicenda e confusamente, ora più, ora meno, a
-misura della circostanza del momento.
-
-Dello stato della popolazione del decimo secolo nulla abbiamo di
-preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere mediocremente popolata
-Milano. Le terre erano coltivate parte da servi e parte da liberti,
-i quali chiamavansi _aldiones_. Molta parte del ducato era bosco. In
-qualche luogo che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque
-stagnanti. Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie sorta
-di grano si coltivavano e si coltivava anche il lino.
-
-Le terre, che prima si misuravano a _pedatura_, già nel principio
-del nono secolo si misuravano a _pertiche_ e _tavole_, come oggidì si
-costuma; la misura del fieno era a _fascio_, quella del vino a _stajo_
-ed a _mina_, nella misura delle terre però eranvi _juges_, misura
-equivalente a dodici pertiche.
-
-Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come continua ad
-esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti col passare dei
-secoli. Fu più volte per essere abolito, e una di queste fu sotto Carlo
-Magno, che aveva preso concerto col papa di uniformare al rito romano
-tutte le chiese de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece
-il possibile per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio,
-vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza al santo
-institutore che non venisse abolito[148]. Fra le mutazioni accadute
-nel rito ambrosiano, vi è in parte quella del battesimo, che allor si
-eseguiva immergendo nel sacro fonte, non porzione del capo soltanto, ma
-tutto il corpo del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per
-le donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove ora trovasi
-Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo le vergini sacre a
-Dio di Vigelinda, che assistevano alle fanciulle nel loro battesimo:
-_massimamente finchè durò il costume di non conferire comunemente
-quel sacramento a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche uso
-di ragione_, come insegna il conte Giulini[149]. L'altro battisterio
-chiamavasi San Giovanni alle Fonti, destinato per gli uomini; ed è
-tuttavia in piedi, sebbene mutato dì forma. Ognuno può ravvisarlo
-al capo della chiesa di San Gottardo, nella regia ducal corte, ed
-è quel fabbricato poligono in cui sta riposto l'altar maggiore; e
-quello è appunto l'antichissimo battisterio in cui probabilmente
-Sant'Agostino venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio[150].
-Oltre la universale ignoranza di quei tempi si può avere un'idea della
-religione, dalle prescrizioni che si fecero in un concilio tenutosi
-in Pavia l'anno 580, a cui presiedeva l'arcivescovo di Milano. Si
-proibisce in quel concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma
-nei privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non farli
-celebrare se non da un sacerdote:[151] _Docendi igitur saeculares
-viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter exerceri debeant,
-quod valde laudabile est; ab his tamen tractentur, qui ab episcopis
-examinati fuerint, et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris
-comitati probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si qui ergo
-contemptores canonum extraordinarie et illicite ministrantes, et
-divina sacramentaliter violantes inveniuntur, primum ab episcopo
-uterque amoveatur, et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui
-ejus usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate
-compescere, excomunicetur_[152]. Nel medesimo concilio si prescrive ai
-vescovi di non cagionare tante spese girando per la cresima, di non
-appropriarsi i beni delle pievi, e di non vivere con donne sospette.
-Questi fatti s'ignorano da coloro che vorrebbero indistintamente
-richiamare la pietà degli antichi tempi.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
- _Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la
- più importante città della Lombardia nel secolo undecimo._
-
-
-(950) Già erano trascorsi più di sessanta anni dacchè l'Italia non
-aveva più connessione alcuna coi regni di Francia, nè con quello di
-Germania, quando Berengario, marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico
-l'anno 950. Gli Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo
-incoronava imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti a Carlo
-il Grosso, Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, figlio di Arnolfo, nel
-quale finì il sangue di Carlo Magno; a questo fu sostituito Corrado I,
-conte di Franconia, indi Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette
-Ottone, che già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando il
-marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di Germania, sebbene
-non dimenticassero l'Italia e pensassero a regnarvi scacciandone quelli
-che la dominavano col titolo di re o d'imperatore, non ebbero però nè
-occasione nè mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come il
-duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo Anselmo,
-ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, sommo pontefice,
-fosse incoronato imperatore. Si è pure veduto come i duchi di Spoleti,
-Guido, poi il di lui figlio Lamberto, da Stefano V incoronati augusti,
-regnassero interrottamente. Questi Italiani, innalzati al trono
-italico ed alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati
-come usurpatori, non meno di quello che consideravano Rodolfo, Ugone
-e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a regnare sull'Italia.
-Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo collocato nella serie degli
-augusti nè Arnolfo, nè Luigi, nè Corrado, nè Enrico, dagli Oltramontani
-inseriti nella cronologia degli imperatori; sebbene non incoronati dal
-papa, e sebbene nè Corrado, nè Enrico nei loro diplomi si siano mai
-dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione assai feconda
-di equivoci, perchè Enrico I, imperatore, dagli Oltramontani si chiama
-Enrico II, e così i Tedeschi contano sette Enrici nella serie, dove
-noi non ne annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane
-eccedono d'una unità le nostre. Io, italiano, debbo servirmi della
-cronologia italiana, e ne prevengo i miei lettori, per non ripeterlo
-ogni volta; e credo che sia ragionevole di non qualificare nè Corrado,
-nè Enrico con un titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi
-medesimi fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono d'Italia
-il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione sommamente
-aveva contribuito Manasse, da Berengario istesso violentemente intruso
-nella sede arcivescovile. Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono,
-non solamente abborrendo la recentissima scelleraggine d'aver egli
-avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, e
-l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova Adelaide, ma in
-lui ravvisando un ingiusto oppressore del loro legittimo arcivescovo
-Adelmano. È assai probabile che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo
-fossero i Milanesi, ad invitare secretamente Ottone, re di Germania,
-a scacciare dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno d'Italia
-agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano cautamente il di
-lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, e ciò accadde appena un
-anno dopo che il marchese d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951[153].
-Venne Litolfo a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con
-quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore di quel
-re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi di Ottone spediti
-in Pavia appunto nel 951, dai quali si conosce ch'egli aveva creato
-Manasse arcicappellano[154]. (952) Pare che al comparire di Ottone si
-ecclissassero Berengario II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone,
-il quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re d'Italia;
-poi, ritornato in Germania, dovettero colà portarsi Berengario e
-Adalberto, abbandonandosi alla generosità di Ottone, da cui a titolo di
-feudo vennero in Augusta, nel 952, investiti del regno d'Italia, e da
-ciò ne fa nascere il Muratori il diritto che pretesero in séguito i re
-di Germania di avere sopra l'Italia.
-
-Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente peso del
-re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, ritornati in Italia,
-dalla viltà passarono alla prepotenza; solito costume delle anime
-basse, d'insultare quando la fortuna è loro prospera, e annichilarsi
-quando è loro contraria. Il loro governo era diventato insopportabile.
-Lo scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, e la
-reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo venne alla
-testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re Ottone di lui padre,
-che, occupato negli affari di Germania, non potea venire in persona a
-contenere i due tiranni. Litolfo però fu degno di venire invece di un
-gran re. Berengario e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio sul
-lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse per forzarli.
-Una masnada di militi traditori, come dovevano essere coll'esempio
-di tai padroni, consegnò nelle mani di Litolfo lo stesso Berengario,
-da cui erano stipendiati. Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò
-di vincere senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente
-lo fece scortare libero nella fortezza. In quei tempi, sotto Ottone,
-sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica magnanimità romana;
-e questo ci fa risovvenire di Camillo e di Fabricio. Ma il valoroso
-Litolfo, amato e venerato allora dagli Italiani, poco dopo morì, non
-senza sospetto di veleno[155]. Tali erano le armi di Berengario. Così
-que' due cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono
-il dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla morte
-del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene dal re Ottone in
-Germania, implorando la sua venuta, per liberare Milano e l'Italia da
-coloro. Giovanni XII, sommo pontefice, spedigli dei legati pregandolo
-di venire, e offrendosi d'incoronarlo imperatore. (961) Scese
-finalmente in Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa
-di Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e così ce
-lo descrive Landolfo Seniore.[156] _Interea Valperto mysteria divina
-celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia,
-lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem,
-baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare
-beati Ambrosii deposuit.... Valpertus, magnanimus archiepiscopus,
-omnibus regalibus indumentis, cum manipulo subdiaconi, corona
-superimposita, astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis,
-multisque ducibus atque marchionibus, decentissime, et mirifice Ottonem
-regem, collaudatum et per omnia confirmatum, induit, atque perunxit._
-Ho riferito le parole istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo
-dopo, acciocchè si veda che nessuna menzione in quei tempi si faceva
-della _corona ferrea_, come nemmeno se ne trova cenno nelle precedute
-incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti le ho riferite per dar luogo
-a riflettere che i suffraganei si chiamano _beati Ambrosi_i, non già
-_Barnabae apostoli_. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro che
-egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno dissertato
-sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di queste opinioni sono
-state immaginate molto tempo dopo di Ottone, la incoronazione del
-quale è probabilmente la prima che siasi fatta in Milano; non potendosi
-chiamare incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici anni
-prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. Forse non si fece
-questa solenne incoronazione in Pavia nella chiesa di San Michele, come
-era costume, perchè il palazzo reale era stato distrutto da Berengario,
-siccome accenna il conte Giulini, appoggiato al testimonio di alcuni
-scrittori.
-
-Da Milano passò a Roma Ottone, che ben si merita il nome di _Grande_.
-L'arcivescovo Valperto lo presentò al papa[157], da cui venne
-incoronato augusto nel 962. Appena celebrata questa sacra cerimonia
-se ne venne l'imperatore a Pavia; Berengario e Adalberto stavano
-ricoverati nel forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e
-degna moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San Giulio
-sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera la regina,
-e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare fino al castello di
-San Leone, e la lasciò al marito. Due anni dopo si dovette rendere
-alle armi di Ottone Augusto anche San Leone; e allora Berengario
-e la moglie furono relegati nella Germania. La generosa e mite
-condotta del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette in
-Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; nè entrerò io ad
-esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha forse dettata al chiarissimo
-Muratori la disapprovazione ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro;
-ma nelle azioni di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di
-generoso che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini
-oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era degno di un
-tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano ha battuto moneta,
-ed io ne ho nella mia collezione. Il cronista Sassone, pubblicato
-dall'Eccart, dice che Ottone:[158] _Mediolanenses subjugans, monetam
-iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur._ Vi è chi ha
-opinato che la nuova moneta fosse di cuoio[159]; ma la moneta è di
-argento buono, simile a quello delle monete di Ugone e di Lotario,
-scodellata come quelle, e perciò _innovavit_ potrebbe intendersi o
-per avere posta in azione la zecca, o per averla collocata in nuovo
-sito, e forse quello antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa
-_alla Moneta_, dove quell'officina si è conservata per più di otto
-secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la storia di
-Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, nè sotto il di lui
-figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò sulle tracce del padre.
-Sotto due regni attivi e rispettati, nulla poteva somministrarci
-la storia d'una città la quale non influiva nel regno italico se
-non colla sagacità dell'arcivescovo metropolitano; importantissima
-sotto un monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante
-la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di ventidue
-anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla. Morì Ottone
-II in Roma, e colla di lui morte ritornò l'anarchia per quasi sei
-anni, nei quali non si riconobbe verun re, giacchè il fanciullo
-Ottone III era il soggetto delle dispute in Germania fra chi voleva
-essergli tutore, e gli Italiani non conoscevano loro sovrano se non
-quello che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte
-di quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare il
-sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. Venne in Italia
-poi l'imperatrice Teofania correggente, e madre del giovine Ottone;
-il quale, coll'opera di lei, fu riconosciuto per sovrano: poi venne
-in Roma incoronato imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa ed
-ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo l'ambizione
-dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui vanità, quando, nel 1001,
-lo destinò suo ambasciatore all'imperial Corte di Costantinopoli
-per ricercare agli augusti Costantino e Basilio la principessa Elena
-in isposa. Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle
-parole di lui:[160] _Archiepiscopus, magno ducatum militum stipatus,
-quos pellibus martullinis, aut cibillinis, aut rhenonibus variis, et
-hermellinis ornaverat, quibus imperator mirifice eum imbuerat_, si
-portò alla corte di Costantinopoli e si presentò ai greci augusti:[161]
-_Episcopalibus indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam foris,
-aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, aut perturbantibus,
-esse solitus fuit...... et ab ipso admirabili monarcha magna susceptus
-honorificentia, satis episcopaliter conversatus est._ L'ambasciata
-doveva essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto,
-per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il lusso allora era
-nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili ancora non eravi la mitra;
-e l'arcivescovo andava abitualmente vestito co' suoi paramenti, come
-appunto continuano a praticare i sommi pontefici colla stola, che
-non depongono mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, giunto
-egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la morte seguita poco
-prima di Ottone II, per cui Elena rimase vedova prima di conoscere lo
-sposo. A quest'ambasciata, sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo,
-siamo debitori del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta
-collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è cosa nuova nei
-monarchi di premiare e ricompensare con donativi, il valore dei quali
-non pregiudichi l'erario. Il serpente di bronzo fu donato dal tesoro
-di Costantinopoli, facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il
-medesimo che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità fu
-rimeritato della enorme spesa che fece.
-
-Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono in Pavia
-alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo la di lui morte
-proclamarono re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea; e tosto venne
-incoronato nella chiesa di San Michele in Pavia. L'arcivescovo era
-assente per l'ambasciata, e quando ritornossene a Milano portossegli
-incontro il nuovo re, e fece di tutto per renderselo amico[162].
-Il regno degli Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati
-d'Italia a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia
-che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per dodici anni
-sostenne la contrastata figura di re d'Italia, scacciato ogni volta
-che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò la scena col farsi frate e
-morire. I Milanesi non erano contenti di questo re Arduino, o perchè
-eletto senza aspettare l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa
-memoria di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non era
-lontana che di quarantanni. L'arcivescovo era del partito di Enrico,
-che era fatto re di Germania; ma cautamente si conduceva a seconda
-del tempo[163]. Venne Enrico nell'Italia nel 1004, e in Pavia fu
-incoronato re d'Italia, e da noi chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna
-che venne in Milano il nuovo re,[164] _Sanctissimi praesulis Ambrosi
-amore._ Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno,
-portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, sebbene
-Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran parte il dominio
-d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. Enrico fu, nel 1014,
-incoronato imperatore dal sommo pontefice Benedetto VIII, e cessò di
-vivere nel 1024. La memoria la più importante che ci resta di lui, è
-la legge ch'ei pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere
-colla moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine
-in Pavia[165]. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze al
-clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai crudele. Il
-conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, chiama costumanza
-_concubinato_, e i sacerdoti ammogliati _concubinarii_: io credo che
-sia più conveniente voce quella di _matrimonio_ e di _ammogliati_;
-perchè nel nostro linguaggio comune le prime parole significano una
-unione conosciuta illegittima da quei medesimi che la contraggono, e
-le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra gli ebrei e
-fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; Ottavia moglie
-di Nerone; Domitilla moglie di Vespasiano, e così diciamo di ogni
-unione d'uomo con donna, creduta e sostenuta e dai contraenti e nella
-opinione della loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa
-ha sublimato i misteri dell'altare, allora non era così generalmente
-osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così anche rispetto
-al celibato, si accostavano alla disciplina della chiesa greca.
-Disputarono, come vedremo, per conservare questa facoltà di ritenere la
-moglie. Dico ritenere, poichè il rito non permetteva ad alcun sacerdote
-di ammogliarsi e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente
-concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare
-a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che sia un dovere
-di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: non già perchè io
-preferisca l'antica alla vigente disciplina, ma perchè l'imparzialità
-della storia mi determina a così fare. Questo concilio ebbe alla testa
-il sommo pontefice Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui
-vi è immediatamente l'arcivescovo Ariberto:[166] _Sanctae mediolanensis
-ecclesiae archiepiscopus_, così egli si qualificò, nè gli altri vescovi
-chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo _non si prese molta
-briga perchè fossero questi decreti nella sua diocesi ben eseguiti_,
-dice il conte Giulini[167].
-
-Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia
-di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano _Heribertus_; ma egli
-si sottoscriveva _Aribertus_, e così lo chiama il conte Giulini,
-come io pure lo nominerò. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto
-generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e
-munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva
-le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque
-a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e
-grande un risalto ed una considerazione che ella conservò dappoi.
-Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi,
-certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella
-dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano
-la base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come
-due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignità, che,
-profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo,
-e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della
-patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a
-ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato
-arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò
-questa sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e
-in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad
-Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano.
-Ariberto da Antimiamo era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa
-milanese, cioè _cardinalis de ordine_, dal che ne venne il vocabolo di
-_ordinario_, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della
-metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano,
-che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto
-arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri al luogo ove trovavansi,
-non ha guari, le monache Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi
-propri: _de nostris proprietatibus_, come egli dice, e assegnò il
-fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali
-dovessero osservare la regola di san Benedetto[168]. Sanno gli eruditi
-che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come
-ogni altro ecclesiastico[169], e che i monasteri per lo più avevano
-uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i
-poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto
-Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore
-Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati,
-non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla
-elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignità reale nell'Italia,
-che non potevasi mantenere senza una incessante forza; e perciò il
-re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche
-altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero
-accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando
-l'arcivescovo Ariberto:[170] _Suorum comparium declinans Heribertus
-consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus
-ipse regem electurus teutonicum,_ così ce lo rappresenta Arnolfo,
-nostro milanese, scrittore di quel secolo[171], dal che vedesi
-abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non
-si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere
-per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e
-che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado,
-scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi
-il re Corrado, al quale dice che Ariberto promise che, tosto che
-fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re:[172]
-_Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice
-laudaret, statimque coronaret;_ il che gli promise con giuramento
-e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette
-all'arcivescovo:[173] _Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum;
-ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum_; e con ciò
-oltre il diritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo
-suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia
-di collocare al possesso della dignità e dei beni il nuovo vescovo:
-dritto che in que' tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice
-_placet_, ma come una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti
-e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto
-al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità
-sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero
-della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, da che ne vennero
-fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo,
-al dire del citato Arnolfo,[174] _rediens securus in omnibus, totam
-suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos
-faciens._ Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare,
-o per innalzare sè stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado l'anno
-1026[175], o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo.
-Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo
-pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno,
-che per più settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e le
-sua corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare
-i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator
-Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo
-di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse
-verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere,
-siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi
-non era cosa insolita di veder dei vescovi nelle armate: merita però
-riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorità si era
-acquistata da potere da sè fare la guerra[176]. I Pavesi e i Lodigiani
-così diventarono nemici dei Milanesi.
-
-(1028) Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel 1028, merita
-di essere riferito, perchè ci dà idea dei tempi e del carattere di
-Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi
-di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che
-questa eresia approvava i riti de' pagani e de' giudei[177], quasi
-che fossero componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo,
-della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice
-che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni
-patimento; che amavano la virginità e vivevano castamente sino colle
-loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano
-le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non
-offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune;
-credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano
-che vi fosse una podestà in terra di legare e di sciogliere; e
-riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni.
-Così essi professavano la loro fede[178]. Molti marchesi e vescovi e
-signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di
-Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua
-giurisdizione, sulle diocesi dei vescovi suoi suffraganei, scortato
-da militi valorosissimi[179], sebbene ascoltasse da Gariardo, uno dei
-pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto,
-credette di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero
-loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della
-Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori,
-coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche
-senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato
-il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione,
-giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi
-una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del castello di
-Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo,
-e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora
-del castello; e l'arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di
-ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, _i primati della
-nostra città, temendo_, dice il conte Giulini[180], _che non si
-spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e
-dall'altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli eretici, e
-loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a piè della croce,
-e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di
-gettarsi nelle fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo
-progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto
-colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati_;
-al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fallo accadesse per
-volere dei primati,[181] _Heriberto nolente_. In quei tempi il glorioso
-nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce e con uno
-staffile nella mano; nè si credeva che avesse contrastato al sovrano,
-nè perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo
-vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe;
-e aveva tollerati con carità e mansuetudine i suoi fratelli, che
-traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva
-le sue preghiere, acciocchè misericordiosamente gli richiamasse alla
-strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni,
-che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor più, e la
-fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel
-beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino
-le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta
-la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto
-giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi
-irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, la
-pazienza disarmano gli avversarii, e li richiamano a venerare il vero
-Dio con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio
-della virtù. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come
-arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato, politico, egli
-ha saputo rendersi padrone di quella rôcca, il che invano altri aveva
-tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto ingiusto e crudele
-del supplizio. Vi è molto anche da dubitare se veramente quegli
-infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore
-di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro
-imputato, cioè che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva
-fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che
-volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero i loro
-confratelli allorchè gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto
-qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata
-la causa propria, saremmo un po' meglio informati della verità.
-Forse erano costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione
-generale, e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in
-quel secolo, così scriveva:[182] _ad tantam faecem quotidie semetipso
-deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis
-sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat,
-sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim,
-reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat.
-Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facta
-agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit_[183]. Così
-quel santo descriveva i costumi di quei tempi infelici. Il supplizio
-adunque dei nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco
-cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo che dai
-pagani si trattassero i martiri; ma così non si legge che gli apostoli
-dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa però è
-la prima memoria e la più antica di persecuzioni e patiboli adoperati
-dai cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo
-esempio, che nei secoli posteriori è stato seguíto da tanti altri
-funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028.
-
-Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la
-potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e la città si avvezzava
-sempre più a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica.
-A tanto giunse il potere di Ariberto, che, unitosi con Bonifacio,
-marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San
-Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata
-dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna,
-occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui
-quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti
-rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo
-storico nostro Arnolfo[184]. Poi, ritornato Ariberto alla patria,
-sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi
-milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e,
-memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono
-a Lodi, ed eccitarono quanti più poterono a prendere le armi e seco
-loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro a
-costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Seguì una
-zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco
-vantaggio, e fra gli altri uccisi si annoverò il vescovo di Asti, suo
-suffraganeo, che rimase sul campo[185]. Venne poi l'imperator Corrado
-in Italia nel 1037, e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse
-non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di
-tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto ben
-tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma,
-sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza
-ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco
-rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu
-arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero.
-Io non trovo difficoltà a credere che realmente Ariberto non fosse
-contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli
-indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne
-patire l'imperatore; e che, confidando sull'autorità che possedeva,
-o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con
-sicurezza. A custodire il prigioniere Ariberto l'imperatore aveva
-destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta
-cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero
-alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo
-era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo
-per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Così egli ricuperò la
-sua libertà, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla città con
-somma allegrezza. Poichè Corrado intese il fatto, si mosse, e alla
-testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto
-singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano
-assai cambiati. Milano non era più la città spopolata, distrutta e
-languente; era[186] _maxima multitudine munita_, come ci attesta Wippo;
-e i Milanesi gli andarono incontro, e più volte si azzuffarono con
-gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei
-potè devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero
-di aver Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra
-specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e
-nominò Ambrogio prete cardinale della santa chiesa milanese in sua
-vece: forse credendo che alla città medesima, stanca per avventura
-della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma
-nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso[187]. Vedendo
-riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di
-animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perciò
-portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma
-nemmeno perciò l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema[188], e
-quindi Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco dopo
-cessò di vivere nel 1039.
-
-Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua città.
-Enrico, figlio di Corrado, era stato già proclamato re di Germania.
-Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario
-e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una
-parte della loro corona; e gli Italiani diversamente credevano
-che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se
-non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non
-seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione
-alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che
-ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico II, sebbene
-gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza
-del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillità,
-disgraziatamente animò i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili
-e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai più,
-sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne
-farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' nobili,
-come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa è assai
-naturale, perchè i cardinali erano scelti fra le più nobili famiglie,
-e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata
-con molta durezza dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione
-militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il
-comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù longobarda,
-per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano
-ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva
-col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva
-soffrire di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il
-pericolo. La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul monte
-Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò uno spediente
-migliore; poichè invece ella scacciò dalla città l'arcivescovo e tutti
-i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. Per più di due anni continui
-si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando
-incessantemente i nobili, a per assedio o per sorpresa, di rientrarvi;
-e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che
-il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno
-in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto,
-nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato
-e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto; e
-l'arcivescovo placidamente lo consolò dicendogli: Io vado sicuro ai
-piedi di Sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive
-la religiosa pietà del nostro Ariberto:[189] _Convocatis sacerdotibus
-et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta,
-atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus
-per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam
-Eucharistiam humiliter ac devote suscipit_[190], e poco dopo morì:
-uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon
-principe; aveva i costumi e la religione de' suoi tempi; egli nacque
-opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che
-dall'epoca sua può contare il vero suo risorgimento.
-
-L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria oltre
-le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza all'imperatore, fu
-quello che inventò l'uso di condurre nell'armata il _carroccio_, nome
-conosciutissimo, sebbene poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri
-scrittori ci rappresentano questo carroccio come una superstizione,
-ovvero come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba
-riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, posta la
-maniera di combattere di que' tempi. Nel tempo in cui dura un'azione,
-egli è sommamente importante il sapere dove si trovi il comandante,
-acciocchè colla maggior prestezza a lui si possa riferire ogni
-avvenimento parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove
-precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i feriti;
-parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il comandante, e in
-cui si radunano i feriti, sia conosciuto da ognuno, acciocchè si abbia
-una cura speciale di accorrere a difenderlo. Questo sito deve essere
-mobile a misura degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva
-il carroccio, ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità della
-quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: sotto il
-quale pendevano due lunghe bandiere bianche, e al mezzo dell'albero
-stavavi una croce. Avanti a quest'antenna erari l'altare sul quale
-celebravansi i sacri misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato
-sopra di un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo
-enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie si adoperava
-per moverlo. Non è punto inverosimile il credere che su di quel carro
-o carroccio si ponesse la cassa militare, la spezieria e quanto più
-importava di avere in salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile
-il dire che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero
-gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma anche ora nella
-guerra di mare. Terminata la guerra, si riponeva il carroccio nella
-chiesa maggiore, come cosa sacra e veneranda; e così anche l'opinione
-religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia
-i combattenti. Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino al
-carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva,
-per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio si portassero i feriti,
-sicuri di trovare ivi ogni soccorso, lontani da ogni pericolo; che
-dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo di segnali con
-somma rapidità; che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso;
-e che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a quel
-vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava il generale, e
-quale fosse il luogo più importante di ogni altro da custodirsi. Nella
-maniera dì guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe inutile una tal
-macchina, ben presto rovesciata dall'artiglieria, che ridurrebbe quel
-contorno più d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte
-che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione della
-polvere il carroccio inventato da Ariberto certamente fu con accortezza
-immaginato; e perciò anche le altre città della Lombardia, quando,
-coll'esempio de' Milanesi, acquistarono l'indipendenza e si ressero
-col loro municipale governo, adottarono ciascheduna il proprio gran
-vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come la perdita
-del carroccio fosse un avvenimento che funestasse una città, non già
-per un'idea di Palladio, o per una vana opinione d'onore soltanto, ma
-perchè la perdita del carroccio era prova di una totale sconfitta, al
-segno di non avere potuto preservare quello spazio che sommamente era
-cura di ciascuno il difendere.
-
-La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; e
-durava tuttora, come dappoi continuò, lo spirito di partito. Acciocchè
-il governo degli ottimati sia fermo, conviene che la costituzione
-ponga una distanza grande fra il ceto dei pochi, presso i quali sta
-il comando, e il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva
-obbedienza. La loro persona deve comparire al popolo sacra e veneranda;
-ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre che fa la toga e la
-pubblica persona, diventi popolare; e così la plebe ama i padroni, e
-riceve come un beneficio que' momenti ne' quali discendono con lei i
-magnati. Niente di questo eravi nella informe costituzione nascente
-di Milano. L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio delle
-leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il popolo, e
-lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente adoperata.
-Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono i partiti, e cominciò
-la plebe a pretendere di avere essa pure influenza nell'elezione
-dell'arcivescovo, dignità diventata assai più politica che
-spirituale[191]. Non fu possibile di terminare la controversia fra di
-noi; l'ostinazione era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere
-al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. Vennero
-adunque presentati al re i nomi di quattro cardinali della santa
-chiesa milanese, acciocchè ne facesse la scelta. Ma il re profittò
-dell'occasione e nominò arcivescovo certo Guidone, milanese bensì, ma
-uomo ignobile, e conseguentemente che non era del ceto de' cardinali
-ordinari; e così collocò sull'importante sede metropolitana una sua
-creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il partito de'
-plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per essere più padrone
-del regno d'Italia, che non potè esserlo il di lui padre Corrado. Vi
-volle tutta l'astuzia di Guidone, tutto il timore che si aveva del
-re Enrico, e molto denaro per ottenere che fosse consacrato il nuovo
-arcivescovo[192]. Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere
-collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, che in un
-giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di piantare abbandonato
-solo all'altare il nuovo arcivescovo, essendosi sottratti i cardinali
-in mezzo della sacra funzione, come ci attesta Landolfo Seniore. Non
-si può a meno di non compiangere con san Pietro Damiano la misera
-condizione di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri
-dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio insegnando
-al popolo la riverenza che si deve al santuario, e colla loro
-mansuetudine allontanandolo dai perseguitare i nostri fratelli sotto
-pretesto di religione. Pare che in quel secolo infelice la religione,
-in vece di contenere le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse
-sfrontatamente adoperata, servendosene di pretesto per farvi un più
-libero corso.
-
-Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose varii che si
-dicevano sommi pontefici, e fece eleggere dal clero o dal popolo
-Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo seguito condotto a Roma. Nel
-giorno medesimo in cui Enrico fece incoronare papa Svidger col nome di
-Clemente II; Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano,
-coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo, e aveva
-annientato il potere de' sacri canoni e la libertà dell'ecclesiastiche
-elezioni. Da ciò nacquero le discordie, che durarono per secoli, a
-separare i cristiani in due partiti, gli uni a favore della sovranità,
-gli altri a favore della libertà ecclesiastica; e se questo furore
-di partito finalmente nella vita civile è tolto, ne rimane però
-sempre qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano
-la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto se i vescovi,
-vedendo soggetta la loro città a un sovrano elettivo, indifferente
-per lo più al ben essere del suo popolo; vedendo il saccheggio, la
-rapina, la miseria essere diventati lo stato naturale e costante della
-città; non si può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le
-pingui loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa,
-con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza del loro
-popolo. Nè si può fare alcun rimprovero ai prelati se procurarono,
-colle forze acquistate e col loro credito, di accrescersi i mezzi per
-meglio difendere gli uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che
-venerare la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori,
-avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro loro
-ministero, avessero abbandonato le cure del regno al sovrano: ma dagli
-uomini non si può pretendere che, per essere rivestiti d'un carattere
-pio e santo, cessino d'essere uomini e si trasmutino in altrettante
-divinità. Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti.
-Niente poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani
-mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali era
-essenziale per la sicurezza della loro corona; partito che non aveva
-l'appoggio della tradizione, contrario alle opinioni di quei tempi,
-ma assolutamente necessario per restare tranquilli sul trono. Questo
-turbamento essenzialissimo, che rovesciava dai fondamenti la gerarchia
-ecclesiastica non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che
-faceva collocare sulla sede vescovile soggetti inettissimi e affatti
-indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla simonia, e faceva
-diventare un articolo di finanza per il sovrano l'investitura de'
-vescovadi e de' beneficii, era un oggetto turpe e luttuoso, meritevole
-di riforma; e nessun altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice
-capo della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto da questo
-universale disordine. In ogni cosa umana, quando si ha da combattere,
-si corre rischio di trascorrere più in là del giusto. Così è accaduto
-ai due partiti più di una volta, abusando delle circostanze favorevoli.
-Scegliendo i fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo
-que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie che prova e
-convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli ora al sacerdozio ed ora
-al trono. Io non ardirò di mischiarmi nella gran contesa; tralascerei
-anzi di parlarne, se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano
-i fatti più importanti e più interessanti per la loro influenza: ma
-giacchè la fatica che ho intrapresa, e il corso degli avvenimenti mi
-conducono a scrivere que' fatti che risguardano la città, io lo farò,
-mosso dal sentimento di compassione de' mali che da un tale dissidio
-sono nati; conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che
-lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la debolezza, la
-illusione e le passioni sono compagne degli uomini in tutti i secoli e
-in tutte le condizioni. Ma di ciò tratteremo nel capo seguente.
-
-Per ora ci può servire, per avere idea del governo della città in
-que' tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna:[193] _Insuper
-archiepiscopus mediolanensis quosdam alios maximos redditus imperiali
-auctoritate recipiebat; quia super stratas regales, in exitu quolibet
-de comitatu, habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus
-in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario archiepiscopi,
-immo innumerabilibus telonarii scensum, et archiepiscopus tenebatur
-custodiri facere passus, et omnibus damnificatis intra territorium
-restituere de suo tantum quantum damna fuissent aestimata_[194]. Da
-queste parole molte cognizioni si ricavano. Primieramente il sovrano
-è sempre stato considerato il re d'Italia o l'imperatore, e da lui, o
-per tacita o per espressa concessione, doveva provenire ogni diritto
-pubblico per essere considerato legittimo. L'arcivescovo realmente
-non è stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente la
-pretesa donazione che si asserisce fatta dal re Lotario nel 949 della
-zecca di Milano all'arcivescovo; giacchè due anni dopo quest'epoca le
-monete di Milano portarono il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici,
-dei Federici, dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai
-ebbero il nome di verun arcivescovo, trattone quello dell'arcivescovo
-Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino nella signoria di
-Milano, e che la dominò per titolo ereditario di sua famiglia, e non
-per la dignità ecclesiastica. Questa supposta donazione della zecca
-ha per appoggio una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale
-poteva essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera come
-legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale non fosse. Questa bolla
-fors'anco è stata composta ne' tempi posteriori per altri fini, senza
-che il papa l'abbia spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva
-per concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo istesso
-tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i danni secondo la
-stima che ne venisse fatta. Il sistema fu introdotto dall'imperatore
-Ottone. Sappiamo che il tributo s'impone per supplire ai mezzi della
-difesa dello Stato. È strano il sistema che il sovrano confidi al
-pubblicano medesimo la cura della difesa: ma la sovranità elettiva
-d'un monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano
-milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il progetto spediente.
-Dovevano temersi le scorrerie degli Ungheri, e da essi forse avevano
-anche imparato i vicini a depredare. Non era sicuro il contadino di
-raccogliere e conservare la messe del suo campo. I Pavesi, Lodigiani,
-Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare i Milanesi; e
-questi altrettanto facevano fuori de' confini. Non v'era giudice che
-avesse una giurisdizione estesa per punire il delitto commesso da
-un uomo che abitava fuori di contado. Perciò ogni distretto doveva
-essere custodito, e questa custodia era confidata all'arcivescovo,
-personaggio il più facoltoso e autorevole della città, ma non però
-l'arbitro di essa; poichè v'erano i messi ed i giudici regii, che
-potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, tosto
-che per negligenza di lui gli estranei avessero portato danno a un
-milanese. L'autorità dei conti, che in origine comandavano la città
-in nome del sovrano, si andava indebolendo ogni anno. La potenza
-dell'arcivescovo non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i
-fratelli dell'arcivescovo Landolfo,[195] _prae solito, civitatis
-abuti dominio_[196], venne scacciato per questa insolita pretenzione
-l'arcivescovo della città, la quale,[197] _tempore Ottonis imperatoris
-primi, Bonizio...... virtute ab imperatore accepta, velut dux castrum
-procurando regebat_[198].
-
-Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di essere ricordate.
-Continuava l'usanza, siccome ho detto, di considerare alcuni uomini
-come servi: a questi si tagliavano i capelli, e quando volevansi
-manomettere, era costume di presentare il servo a un sacerdote, che
-lo faceva passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal
-cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto solenne
-di donazione il costume esigeva che si adoperasse un coltello e un
-bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero un pampino di vite. Qualche
-altra volta si adoperava per tale atto un'altra cerimonia, ed era di
-porre sulla terra la carta e il calamaio, e il donante li prendeva
-dal suolo e li poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la
-donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso la plebe.
-Abbiamo più legati pii ai poveri che dispongono di distribuirne. Uno
-di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo Andrea, in cui vuole
-che il suo erede, nel giorno anniversario di sua morte,[199] _pascere
-debeat pauperes centum, et det per unumquemque pauperem dimidium panem,
-et companaticum lardum, et de caseum, inter quatuor, libra una, et
-vino stario uno_. Nella chiesa di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti
-di opinioni capricciose: un antico marmo rappresentante Ercole, e si
-credeva che l'impero doveva conservarsi sin tanto che quella scultura
-rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli Uberti:
-
- _Hercules vidi, del qual si ragiona_
- _Che, fin che 'l giacerà come fa ora,_
- _L'Imperio non potrà forzar persona._
-
-Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale, ponendosi
-a sedere le donne incinte, credevano di non poter più correre alcun
-rischio nel parto. In terzo luogo si credeva che quel serpente di
-bronzo collocato sulla colonna dal buon arcivescovo Arnolfo, quel
-prezioso dono de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai
-vermi. Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla
-potessero operare nelle case avanti le quali passavano le processioni
-delle Rogazioni, le quali sono assai antiche presso di noi. Quando le
-campagne avevano bisogno della pioggia si poneva una gran caldaia a
-fuoco in sito aperto; e vi si facevano bollire legumi, carni salate
-ed altri commestibili; poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i
-circostanti. Nella vigilia del santo Natale si faceva ardere un
-ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre volte vino e
-ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia in festa. Questa usanza
-durava ancora nel secolo decimoquinto, e la celebrò Galeazzo Maria
-Sforza. Il giorno del santo Natale i padri di famiglia distribuivano,
-sin d'allora, i denari, acciò tutti potessero divertirsi giuocando.
-Si usavano in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla mensa
-anitre e carne di maiale, come anche oggidì il popolo costuma di fare.
-V'è nell'archivio del monastero di Sant'Ambrogio una donazione, fatta
-nel 1013, da Adamo, negoziante milanese, all'abate del monastero; egli
-dona una casa, acciocchè col fitto di essa i monaci comprino de' pesci,
-ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario della morte di
-Falcherodo, monaco, e di Giovanni, prete: e ciò per sollievo dell'anima
-de' trapassati. Sono anche curiose le parole:[200] _Emanat pisces ad
-refectionem et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum
-Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum eorum remedio,
-quo ipsis proficiat ad gaudium et anime salutem_[201]. Si credeva da
-molti che giovasse al riposo delle anime de' defunti l'accendere sulle
-tombe loro delle lampadi:[202] _Ut ipsa luminaria luceant pro anima
-ipsius_[203]. Altre donazioni ritrovansi colla condizione:[204] _Et
-faciat ardere ia quadragesima majore super sepulturam ipsius quondam
-Andreae genitoris_[205]. Di varie superstizioni di quei tempi ne tratta
-la dissertazione dell'illustre Muratori, alla quale si può ricorrere
-per una più vasta erudizione[206].
-
-Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e meschino ch'egli
-si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare di avere venduta
-la sentenza. Allora l'imperatore Ottone III non ebbe difficoltà, in
-un diploma del 1001, di asserire di aver ricevuto dal vescovo di
-Tortona la metà dei beni disputati:[207] _Propter rectum judicium
-quod fecimus inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis rebus_[208].
-Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero allora le leggi,
-la disciplina, le scienze. I vescovi erano soldati e vivevano più
-nelle armate che nella Chiesa. Così facevano gli abati[209]. L'uso di
-decidere le questioni col preteso giudizio di Dio nel duello, sempre
-più rendevasi comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi
-prelati; e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale[210] _ecclesiae
-facultates et multa clericorum distribuit militibus beneficia_[211];
-e più distintamente lo spiega l'altro storico nostro contemporaneo
-Landolfo:[212] _Pollicens illis omnes plebes, omnesque dignitates atque
-Xenodochia, quae majores ordinarii atque primicerius decumanorum,
-archipresbyteri, et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum tenebant,
-jurejurando asserens, pactum usque detestabiles patratus_[213]. Io
-ripeterò più volte una verità che non sarà mai ripetuta abbastanza;
-cioè che le malinconiche declamazioni che si fanno contro i costumi del
-secolo in cui viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e
-che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto, dobbiamo
-umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno che ci ha riserbati
-a vivere fra uomini assai più colti e ragionevoli, sotto governi assai
-più saggi e benefici, diretti da un clero assai più dotto, costumato e
-pio, mentre il vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano
-(poichè la terra è la loro abitazione), ma non innalzano la temeraria
-fronte, nè dettano precetti per confondere, come allora facevano, ogni
-idea di giustizia e di virtù.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
- _Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica
- dopo la metà del secolo XI._
-
-
-La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, ha
-cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra città. Stragi,
-incendii, odii, scandali, risse, questa è la scena che ci si apre
-davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que' tristi
-avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo
-lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo farò più colle
-parole altrui, che colle mie. La libertà ecclesiastica era stata
-depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il
-pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era abbassato
-all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza
-di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni
-XIX nel 1204. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena
-cherico, a forza pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette
-col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà
-che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore
-Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla sua sede; ivi
-però, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette
-il sommo pontefice a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano,
-che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado,
-volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi
-costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo
-di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e
-si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a
-sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo spedì a Roma, dove
-ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destinò per
-successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX.
-Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichslat, scelto in Magonza,
-il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano allora
-le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco, in Roma, poi
-cardinale, viveva in que' tempi. Dotato di somma accortezza e di quella
-energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi
-principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata
-la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle elezioni
-canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma
-all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i più
-vili e i più indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a
-tempo, poichè il disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici,
-cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire
-una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo
-più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e
-dispiace. La stima de' Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che
-Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire,
-Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo
-pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei
-rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa
-romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de'
-vescovi, e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica
-riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle
-elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La
-chiesa milanese era la più importante di ogni altra, per il numero
-grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per
-la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo
-nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione
-Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio,
-malgrado le gravissime difficoltà che vi si frapposero.
-
-(1056) Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, e restava
-collocato sul trono imperiale un bambino di sei anni, Enrico III, in
-mezzo alle turbolenze della Germania, sotto la tutela dell'imperatrice
-Agnese, di lui madre. Durante una lunga serie di anni l'Italia
-rimase come se non vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi
-d'Ildebrando. Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In quel
-tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, sacerdoti anche
-gli uomini che avevano moglie, e permetteva loro di convivere con
-essa. Non però ammetteva al sacerdozio coloro che fossero passati
-a seconde nozze, ovvero avessero presa per moglie una vedova. Non
-si proibiva poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove
-nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle funzioni
-sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che tale fosse il
-patrio rito sino dai tempi di Sant'Ambrogio, il quale, come nella
-forma del battesimo e in altra parte della liturgia aveva adottata
-la pratica della chiesa greca, così ne avesse accettata anche la
-disciplina, che accorda il matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione
-è stata contrastata con molta erudizione dal nostro Puricelli in una
-sua dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio
-permesso il matrimonio ai sacerdoti[214]. Citavano allora i nostri
-ecclesiastici un testo del santo nel suo primo libro[215] _de officiis
-ministrorum_, con queste parole:[216] _De monogamia sacerdotum quid
-loquar? quum una tantum permittitur copula, et non repetita; et haec
-lex est non iterare conjugium_[217]. Ma questo passo ora si legge
-così:[218] _De castimonia autem quid loquar, quando una tantum nec
-repetita permittitur copula. Et in ipso ergo conjugio lex est non
-iterare conjugium_[219]. Non consta nemmeno che gl'impugnatori del
-matrimonio de' sacerdoti allora accusassero di mala fede i nostri
-sacerdoti, che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza;
-anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la seguente fosse
-dottrina di sant'Ambrogio:[220]_ Virtutum autem magister apostolus
-est, qui cum patientia redarguendos docet et contradicentes, qui unius
-uxoris virum praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, nam
-hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali castimonia fruatur
-absolutionis suae gratia; nulla enim culpa conjugii, sed lex. Ideo
-Apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris
-vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, teneatur ad legem
-sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem
-non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis_[221].
-Questo passo del santo dottore ora si legge così:[222] _Virtutum
-autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos doceat
-contradicentes; qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quo exortem
-excludat conjugii (nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali
-castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum ut filios
-in sacerdotio creare apostolica invitetur auctoritate, habentem enim
-dixit filios, non facientem, neque conjugium iterare_[223]. Il testo
-odierno è precisamente contrario a quello che allora si allegava in
-pubblico, senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e gli
-scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero ambrosiano, che
-faceva professione di conservare i particolari instituti di quel santo
-vescovo. In seguito a ciò, leggesi anche presentemente il passo in
-questi termini:[224] _Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine
-crimine est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii suscipiendi:
-qui autem iteravit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati,
-sed praerogativa exuitur sacerdotis_[225]. Cresce anche al di più la
-difficoltà sul testo del santo dottore, osservando come poco dopo, a
-tal proposito, presentemente leggesi:[226] _Patres in concilio Nicaeno
-tractatus addidisse, neque clericum quemdam debere esse qui secunda
-conjugia sortitus sit_; il che non si sa come spiegarlo, poichè ne'
-venti canoni del concilio Niceno nessuna menzione si fa de' cherici
-bigami; ne è presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli
-atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era celebrato
-appena settantun'anni prima del tempo in cui egli scriveva quelle
-parole; meno poi che allegasse l'autorità di quella celebre unione
-di trecento diciotto vescovi sopra un argomento di cui il concilio
-non avesse trattato. Il testo del santo padre allora era diverso da
-quello d'oggidì; quale sia la genuina lezione a me non appartiene
-il deciderlo[227]. I nostri ecclesiastici allora interpretavano
-letteralmente i testi di san Paolo:[228] _Bonum est homini mulierem
-non tangere; propter fornicationem autem unusquisque suam uxorem
-habeat_; e l'altro:[229] _Oportet ergo episcopum irreprehensibilem
-esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, etc._ Questa opinione,
-che attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio
-de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di Dazio, riferita
-da Galvaneo Fiamma:[230] _In synodo Damasi Primi, centum quadraginta
-episcoporum, celebrata in Costantinopoli, ubi beatus interfuit
-Ambrosius, gravissima dissensio exorta et inter sacerdotes uxoratos
-ex una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex altera, qui
-sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes uxoratos salvari non posse.
-Summus pontifex hanc quaestionem commisit beato Ambrosio, qui sic ait:
-Perfectio vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum
-illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum, etc. Ideo
-lex concedit sacerdotes semel virginem uxorem ducere, sed conjugium
-non iterare. Si autem, mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit,
-sacerdotium amittit._ Questa opinione durava ancora al principio del
-secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il quale, descritta
-che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, aggiugne:[231] _Iis
-omnibus benedicens beatus Ambrosius, una uxore uti posse concessit, qua
-defuncta et ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo duravit
-annis septingentis usque ad tempora Alexandri papae, quem civitas
-Mediolani genuerat._ E anche un secolo dopo così credevasi; di che ci
-fanno testimonianza le seguenti parole del Corio, e _concesse loro[232]
-che potessero avere moglie vergine, la quale morendo, restassero poi
-vedovi, come chiaramente si legge nella prima a Timoteo_; parole che
-trovansi nelle prime edizioni di Milano 1503, e di Venezia 1565, ma che
-si tralasciarono nelle posteriori ristampe. Quantunque questa opinione
-di sant'Ambrogio sia considerata erronea; e la pratica di ammettere al
-sacramento dell'ordine le persone che avevano già il sacramento del
-matrimonio, si risguardi come un abuso introdottosi posteriormente;
-egli è però certo che i sacerdoti che vivevano nel 1056 erano nati ed
-allevati con questo costume e con questa opinione che il matrimonio
-fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento anni, tale
-fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte Giulini, che pure
-è poco amico di que' nostri ecclesiastici così egli: _Non era così
-antico, a mio credere, come quello della simonia, nella nostra città
-l'altro abuso del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io
-trovato qualche indizio che nel secolo decimo_[233].
-
-Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica che
-permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone loro l'obbligo
-del celibato, io tacerei per riverenza verso della Chiesa, che ha
-stabilito generalmente il secondo. Ma tutto bene esaminato, parmi
-che il celibato sia lo stato più conveniente ed opportuno agli
-ecclesiastici; perchè meno legami gli attaccano alle brighe della
-società; più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del santo
-loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi negli
-studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, e possono interamente
-consacrarsi al bene degli uomini; i beneficii ecclesiastici possono
-essere ripartiti ai poveri, senza che i sentimenti della natura verso i
-figli allontanino il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli
-degli ecclesiastici che vivono co' beni della Chiesa, contraggono
-con una educazione civile i bisogni ai quali totalmente viene a
-mancare la base colla morte del padre, e corre pericolo la società
-di avere pessimi cittadini, a meno che le cariche ecclesiastiche non
-diventassero feudi transitorii ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi
-persuaderebbe in favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti
-per servire al ministero dell'altare, anche allorquando si disputasse
-se convenga non ammettere se non uomini che siano determinati a questo
-genere di vita, giudicato più perfetto, e più dal popolo riverito. Ma
-questo non mi induce però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese
-di que' tempi _concubinari_, siccome in questi ultimi tempi sogliono
-fare alcuni; poichè essi nè difendevano il concubinato, nè generalmente
-erano accusati di questo; e nemmeno li chiamerò _incontinenti, eretici,
-scismatici, nicolaiti_, voci adoperate per un male inteso zelo, poichè
-nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La questione è stata
-unicamente per la disciplina del celibato, che da noi non si credeva
-una condizione essenziale per il sacerdozio. Posto così lo stato della
-questione nel suo vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando
-abbia incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa.
-
-Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, nel
-concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico, fatta la
-legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo da Baggio,
-ordinario cardinale della santa chiesa milanese, uomo di merito e
-di nascita distinta, e che godeva in Milano, sua patria, moltissima
-considerazione, fu il primo che cominciasse da noi a disapprovare il
-matrimonio degli ecclesiastici[234]. Sappiamo che gli ecclesiastici
-erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente. I
-discorsi di Anselmo stavano per cagionare dei torbidi nella città,
-dove le inimicizie fra i nobili e i plebei erano sopite, piuttosto
-che spente; e i popolari, prontissimi a cogliere l'occasione di
-umiliare gli ottimati. L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che
-l'imperatore Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal
-mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il più
-saggio e il più mite) credette di avere allontanato il pericolo
-di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi fu sempre ligio
-d'Ildebrando; con esso venne in Milano, siccome vedremo in seguito;
-e non dimenticò mai l'oggetto di sottomettere l'arcivescovo alla
-giurisdizione romana, finchè fu innalzato al sommo pontificato per
-opera d'Ildebrando, col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo di
-essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente
-Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella autorità, non perciò
-mancarono altri che decisamente cercarono di animare il popolo contro
-degli ecclesiastici. Tre uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e
-Nazaro: Arialdo era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era
-cherico, se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non era in
-modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico Arnolfo. Nazaro
-era uno zecchiere assai ricco, _de' quali due compagni di Arialdo, uno
-con l'autorità, l'altro col danaro diede molto vigore al partito de'
-buoni_, dice il conte Giulini[235]. Convien credere che appunto questo
-fosse il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poichè di lui
-in nulla si fa menzione, nè io più lo nominerò. I due che figurarono
-furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due partiti nell'asserire
-che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; discordano sulla famiglia
-di Arialdo, gli uni volendola plebea, e gli altri al contrario.
-Arnolfo, che viveva in que' tempi, così comincia il racconto di questa
-dissenzione:[236] _Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum
-invasit clerum.... cujus initium et seriem, quum res nostris adhuc
-versetur in oculis, prout possumus enarremus..... Quidam igitur ex
-Decumanis, nomine Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus
-deliciis, multisque cumulatus honoribus, dum litterarum vacaret studio,
-severissimus est divinae legis factus interpres, dura exercens in
-clericos solos judicia. Qui quum modicae foret auctoritatis, humiliter
-utpote natus, praevidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem,
-et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. Landulphus vero,
-quum esset expeditioris linguae ac vocis, nimiusque favoris amator,
-repente dux verbi efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae,
-praedicationis officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis gradibus
-alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat cervicibus, quum Christi
-suave est, et ejus leve sit onus_[237]. Landolfo adunque dai privati
-discorsi passò ai pubblici, e lo storico istesso ci ha trasmessa la
-prima parlata con cui eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici,
-ed a saccheggiare le case loro. Ella è la seguente:[238] _Carissimi
-seniores, conceptum in corde sermonem ultra ritenere non valeo. Nolite,
-domini mei, nolite adolescentis et imperiti verba contemnere; revelat
-enim saepe Deus minori, quod denegal majori. Dicite mihi: creditis in
-Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. Et adjecit. Munite
-frontes signo Crucis. Et factum est. Post haec, ait. Condelector
-vestrae devotioni, compatior tamen imminenti magnae perditioni.
-Multis enim retro temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator.
-Diu est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; pro
-luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam caeci sunt duces
-vestri. Sed numquid potest caecus caecum ducere? nonne ambo in foveam
-cadunt? Abundant enim stupra multimoda; haereris quoque simoniaca in
-sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum ministris, qui, quum
-nicolaitae sint et simoniaci, merito debent abjici, a quibus si salutem
-a Salvatore speratis, deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes
-officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, eorumque
-basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, ipsis amodo reprobatis, bona
-eorum publicentur. Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint
-in urbe vel extra_[239]. Gli editori della raccolta _Rerum Italicarum_
-credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza dello storico,
-e che unicamente Landolfo, parlando al popolo, acremente declamasse
-contro il matrimonio dei preti:[240] _acriter intonuisse_[241]: ma
-non producono alcuna ragione. La storia ci fa vedere che in seguito
-il popolo saccheggiò le case degli ecclesiastici, e se crediamo a
-questo autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le cose:[242]
-_Quum res nostris adhuc versetur in oculis_, si vede che erano
-vaghe e generali le accuse per eccitare il popolo contro del corpo
-ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, altro nostro scrittore di quei
-tempi, così più in breve ci descrive l'origine della dissenzione:[243]
-_Arialdus, cujusdam superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam
-scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante Guidonem, adstantibus
-sacerdotibus hujus urbis multis, et partim quia urbani sacerdotes,
-forenses togatos urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias
-civiles illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, per
-omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes ab uxoribus,
-populi virtutem sollicitando, removeret_. Il conte Giulini a
-questo passo aggiugne: «Quanto al delitto che gli appone il maligno
-scrittore, si scuopre questa per una mera calunnia, osservando che
-Arnolfo, storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne
-dice. Oltrechè, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato Landolfo
-di spiegarne meglio le circostanze per renderlo credibile. Ma anche
-senza badare a ciò, la santità di quel buon servo di Dio in tutto
-il resto della sua vita lo difende abbastanza da tale manifesta
-impostura[244]». I due nostri scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore
-sono i soli che abbiamo di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e
-forse partecipi delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per
-queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che ne furono la
-cagione. È naturale altresì il supporre che essi fossero affezionati
-alla disciplina che avevano trovata in uso presso de' loro padri; e
-questo basterà perchè non venga loro prestata ciecamente credenza nel
-male che dicono di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato
-unicamente di ripristinare o dilatare la disciplina del celibato anche
-nella chiesa milanese, e non ammettere agli ordini sacri in avvenire
-se non coloro che si obbligassero alla vita celibe, la questione
-si sarebbe potuta discutere pacificamente; ma volendosi rimovere
-dall'altare i sacerdoti ammogliati, ognuno vede in quale angustia
-venivano riposti e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo
-migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci ai fatti
-non contrastati, e non far caso delle declamazioni.
-
-Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro partito,
-evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, radunò sulla piazza
-un buon numero di popolo; e alla testa della moltitudine entrato
-nella chiesa, mentre i sacerdoti celebravano i divini uffici,
-violentemente scacciolli tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i
-canti e ripostigli; poscia dispose un editto in cui si comandava il
-celibato, e costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si
-saccheggiarono le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono.
-Arnolfo così lo racconta:[245] _Die una solemni ad ecclesiam veniens_,
-parla di Arialdo, _cum turbis a foro, psallentes omnes violenter
-projecti a choro, insequens per angulus et diversoria; deinde
-providet callide scribi Pytacium de castitate servanda, neglecto
-canone, mundanis extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines
-ambrosianae diocesis inviti subscribunt, angariante ipso cum laicis.
-Interim praedones civitatis, praeter aedes aliquos in urbe dirutas,
-lustrabant parochiam, domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes
-substantiam._ Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così riflette:
-_Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici viziosi
-ed ostinati i quali non volevano cangiar vita, venissero castigati
-anche col braccio secolare. Egli è ben vero che i rimedi violenti
-non vanno per l'ordinario disgiunti da qualche disordine: ma pure
-talora sono necessari_[246]; il che suppone che quegli ecclesiastici
-fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio fosse
-della classe di quelli che sono sottoposti al braccio secolare; che
-Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità; che legittimamente
-lo costituisse vindice della disciplina; e finalmente che il modo
-per esercitare questa magistratura fosse legale, movendo la plebe
-a tumulto, profanando l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i
-ministri: cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo
-a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati tutti i mezzi
-possibili per guadagnarsi Arialdo e Landolfo[247], Guidone arcivescovo
-doveva ricorrere al mezzo che i sacri canoni proponevano, cioè alla
-convocazione d'un concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei
-ed ascoltate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la
-questione, si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse
-alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo. Ma siccome
-il furore dei partiti rendeva troppo pericoloso il soggiorno di Milano,
-venne radunato il sinodo in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono
-avvisati Arialdo e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre
-la loro dottrina e le querele contro del clero. Ma nè Arialdo, nè
-Landolfo vollero presentarvisi[248], e quindi vennero da quel sinodo
-scomunicati[249]. Questa scomunica sconcertò i disegni di Arialdo e del
-compagno Landolfo. La storia c'insegna quanto obbrobriosa e precaria
-fosse in que' tempi l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato
-pronunziato l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a
-Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne accolto con
-molta onorificenza[250]. Landolfo aveva presa la strada medesima, e
-le insidie che trovò nelle vicinanze di Piacenza fecero che ritornasse
-ferito in Milano[251]. Allora sembrava ritornata la quiete nella città.
-
-Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome dissi, di questa
-rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio
-di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito
-contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine
-era di sottomettere alla giurisdizione di Roma la Chiesa milanese:
-mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache
-e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale
-non era più possibile lo restituire l'antica libertà, toltale dal
-potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco
-il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novità[252].
-L'arrivo de' due legati, che operavano in nome del sommo pontefice
-Stefano X, risvegliò più che mai le fazioni. _La discordia era
-cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì da un partito
-che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati,
-temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini
-potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili
-tutte le sue operazioni;_ così il conte Giulini[253]; al che aggiugne
-questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci
-narra il fatto, essendo nemico de' legati, è sospetto di parzialità.
-_Si dee credere che la loro condotta sarà stata molto più regolare di
-quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno
-giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e
-dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche
-onesto accomodamento._ L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana
-era allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter dal papa
-che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che è il
-più antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un
-nuovo canto[254]. I due legati partirono, lasciando la città immersa
-più che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri
-gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò:[255]
-_Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta
-prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur,
-super nos accendis?_[256] Da altro ecclesiastico distinto era stato
-così ripreso:[257] _Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti
-commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso
-viro prius multis cum jejuntis debuisses consiliari_[258]. La voce
-_patalia_ era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e
-discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni
-riprovabili chiamavansi _patalini_, _patarini_ o _catari_, come oggidì
-chiamansi _novatori_. Così i due partiti, protestando ciascuno di
-sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di
-prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda coi nomi di _nicolaiti_ e
-di _patarini_. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano,
-anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito
-dalla sentenza dei legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati
-ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili,
-non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi
-dalla città, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre:[259] _Ast
-nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia
-ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae
-calamitati finem imponerent, tempus expectabant_[260]. Abbandonati così
-gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed
-è facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso
-di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora,
-e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era
-forte:[261] _Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra
-libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem
-in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis
-concordiam optabant_[262].
-
-La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando
-aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per
-assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato
-l'ostacolo de' nobili e de' fautori del clero, ancora capace di
-sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano)
-prontamente se ne partirono condannando, siccome dissi, l'arcivescovo,
-ora la venuta de' legati doveva essere più sicura ad eseguirsi. Ciò
-non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando.
-Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo
-di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito), e gli assegnò
-per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto
-col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno
-1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli
-interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier
-Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano
-trascegliere due legati più opportuni per ottenere l'intento. Il
-primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a parenti ed a clientele;
-l'altro, eloquente, dotto e d'una pietà celebratissima. Non perciò fu
-la cosa senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle
-lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando:[263]
-_Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere
-ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi,
-vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis
-indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit
-libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit,
-Ecclesiae sit subjecta!_[264] così scriveva il vescovo d'Ostia. Questa
-fazione naturalmente sarà nata, perchè il partito medesimo della plebe
-secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla
-depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla;
-ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per
-assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il
-vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al
-nostro metropolitano, il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi
-dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si
-posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze
-ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione;
-furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col
-favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di
-porvi il loro nome. Così di san Pier Damiano scrive il Calchi:[265]
-_Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus
-archiepiscopo nostro praefere: sed populus in propria dioecesi temerari
-ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa
-facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et
-quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro
-magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione
-data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et
-rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges
-inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent,
-archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine ni
-obsequerentur, effecit_[266]. Queste pene, delle quali fu dispensatore
-san Pier Damiano, furono dati ai simoniaci; poichè, per un abuso assai
-antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che ii consacrava,
-e davano per essere suddiaconi[267] _duodecim nummos_, diciotto per
-essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato[268]: sul qual
-proposito così scrive il conte Giulini: «A coloro che avevano pagato
-la solita tassa già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano
-che ciò fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual
-tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua,
-e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cioè quella avanti
-il Natale, e quella avanti Pasqua, ec.[269]». Questa sommissione
-poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare:[270]
-_O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius
-sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere
-culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc
-procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo.
-Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe
-non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in
-posterum subjectum Romae Mediolanum._ Così Arnolfo, che viveva in que'
-tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiunge:
-«Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano
-che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano
-in un grandissimo errore. Egli è ben vero che prima la chiesa romana
-non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto
-l'esercilò dipoi; ma ciò fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non
-nascessero in avvenire i disordini che già eran nati dianzi: onde
-questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato
-storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa
-ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera
-libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e maggiore quiete e
-felicità[271]». Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii
-assoggettato, che dal sommo pontefice Nicolò II venne chiamato a
-Roma per intervenire ad un sinodo:[272] _Ecce metropolitanus vester,
-prae solito, romanam vocatur ad synodum_, dice Arnolfo, continuando
-l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice:
-«Anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perchè
-non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse
-l'arcivescovo di Milano ai concilii[273]». Il dotto conte Giulini,
-che per altro non tralascia di esporre le più minute circostanze nei
-fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza è solito di porre
-in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun
-fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione
-romana la chiesa milanese; nè ha nominato alcuno arcivescovo che siasi
-portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato
-cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire
-uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti,
-dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non
-vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri che egli fa ad
-Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato
-dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire
-portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza
-al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato
-così: «Non può negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse
-molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso
-della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu
-che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi
-si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza
-al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai
-praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello, quando
-il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano.
-Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste,
-così fu giusto che l'arcivescovo le accordasse[274].»
-
-I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente
-sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata
-la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli
-ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi
-fosse dimenticata la questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061)
-Qualche riposo ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in
-cui morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando fu
-innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio,
-che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico
-nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità nominando Ildebrando, così
-parla di lui:[275] _Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci
-factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini
-ingenii non mediocrem sacram litterarum eruditionem junxerat; et
-statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et
-cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter
-sacerdotes obtinuit_[276]. Maggiore accortezza non poteva certamente
-adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare
-papa un milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e
-prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea
-giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse
-una lettera[277] _Omnibus Mediolanensibus clero, et populo_, nella
-quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva:[278] _Speramus
-autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii
-tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium
-luxuria cum caeteris haeresibus confundetur_. Questo fu un avviso
-che precorse le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la
-tranquillità dei quali da due anni goduta si può attribuire anche
-alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo
-veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli dopo di avere
-perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo
-lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola
-peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia:[279] _Quum
-vero placuit Altissimo, qui renes scrutator et corda, ille qui alienam
-diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius
-aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur
-officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente
-Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos
-accusare videamur, de illio penitus taceamus_[280]. San Pier Damiano
-gli ricordò di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere
-l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto
-popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla
-lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue
-epistole, ed è diretta:[281] _Landulfo, clerico et senatorii generis,
-et peritiae litteralis, nitore copiscuo_. Landolfo non si fece monaco.
-Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco,
-e occupandosi, come fece, in Milano[282]. Il cardinale Baronio lo
-ascrive nel catalogo de' santi. La Chiesa però non rende verun culto a
-Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un
-libero soggetto di esame.
-
-Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici in
-Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in moto. In fatti la malattia
-e la morte dell'accreditato Landolfo avevano calmata la fazione
-contraria al matrimonio de' preti. Un fratello del morto Landolfo
-trovavasi a Roma: il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e
-portato per il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò
-a tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi
-suoi concittadini, gli aveva chiamati[283] _Vos autem, dilectissimi,
-membra mea, viscera animae meae_[284], armò solennemente campione
-della santa chiesa romana Erlembaldo; gli consegnò un vessillo in
-un concistoro; gl'impose che si portasse a Milano, che si unisse con
-Arialdo, e che combattesse sino allo spargimento del sangue[285]. Venne
-a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono le fazioni,
-e il papa contemporaneamente spedì un ordine che nessuno potesse
-ascoltare la messa di un prete ammogliato, _la qual proibizione_,
-dice il conte Giulini, _dee singolarmente notarsi, perchè cagionò i
-più gravi rumori in questa città_[286]. (1063) Questo avvenne l'anno
-1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con tali
-aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere generalmente
-tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando dopo la festa
-dell'Ascensione ne' giorni nei quali, secondo l'antichissimo nostro
-rito, si fanno le processioni e il digiuno, che chiamiamo le Litanie
-e le Rogazioni:[287] _Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel
-discipulorum institutione traditum; ab antiquis tantum idolorum
-cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in honorem Bacchi,
-Cererisque solebant_; così il nostro Tristano Calchi ci riferisce
-aver sostenuto Arialdo[288], che quel digiuno e quelle pie processioni
-non fossero cristiane, ma un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque
-biasimando quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene
-e rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi se a
-tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse contro di
-lui. La morale severa predicata concilia partito, perchè si crede
-santa, e perchè ognuno ama che generalmente gli uomini la pratichino;
-chi predica il contrario, perde la stima e viene riguardato come un
-seduttore pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe fautori;
-declamando contro il digiuno, rimase in preda al furore del popolo,
-dal quale fu ridotto a mal partito, e tale, che non si sarebbe salvato,
-se non fosse opportunamente accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale
-predicava Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova.
-Ivi corse il popolo con furore. «Mal per lui, dice il conte Giulini, se
-si fosse trovato colà, che il furor del popolo non gli avrebbe lasciata
-la vita, e male per que' santi edifizi, se non accorreva prontamente
-sant'Erlembaldo con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga
-gli ammutinati, e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che l'era
-stato rapito[289]». Nè questo avvenimento rallentò punto l'ardore di
-Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella chiesa un sacerdote che
-cominciava la messa, e sapendosi che aveva moglie, si credè lecito
-di strappargli i paramenti d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per
-lo che il popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne
-d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi[290]. Di questi fatti ne
-era continuamente informato il cardinale Ildebrando, che era l'arbitro
-sotto un papa creato da lui, e da Roma riceveva Erlembaldo[291] _sæpe
-numero legationes_, e lettere[292] _apostolicis prænotatas sigillis_,
-come ci assicura Arnolfo[293]. Ma questi due contrari moti del popolo
-nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel qual tempo Erlembaldo
-portossi a Roma[294].
-
-(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione
-all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066; quando, giunto in
-Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone le bolle della scomunica
-pronunziata dal papa. L'arcivescovo colse l'opportunità del vicino
-giorno solenne della Pentecoste, e poichè radunato fu gran numero di
-gente nella chiesa vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; e
-con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria che
-si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò nel tempio del
-Dio della mansuetudine. Si venne ad una zuffa ai piedi dell'altare.
-Arialdo, che era nella chiesa, venne assalito, percosso, e rimase a
-terra creduto morto. L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze,
-e la scena terminò colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo
-pronunziò sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii,
-sintanto che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio
-pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte a chi
-ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava l'interdetto.
-Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono fuori della città, ed
-Arialdo fu preso e ucciso al lago Maggiore, e così nel 1066 terminò
-la sua predicazione; da martire secondo alcuni, appoggiati al fatto
-di Alessandro II, il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel
-numero de' santi[295]; e con fama diversa secondo altri, i quali,
-vedendo che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano
-quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore, che rimase
-isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi lunghi e minuti
-che presentemente si fanno precedere. Questo nuovo colpo ammorzò per
-alcuni altri mesi il furor di partito.
-
-Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per tante
-difficoltà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base del suo
-carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile era accesa.
-Un partito si era creato; si era rianimato con più mezzi; s'erano
-riparati i colpi che pareva lo dovessero distruggere per sempre: ma
-non per questo si era sottomessa la chiesa milanese se non per un
-momento. I preti ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio.
-L'arcivescovo Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica,
-nè il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. I nobili
-stavansene fuori d'una città abbandonata al furore de' partiti;
-potevano rientrare questi conducendo armati. Il re Enrico s'andava
-accostando all'età di regnare; poteva quel principe, con una discesa
-in Italia, distruggere il frutto del sangue sparso, dei saccheggi,
-dei tumulti. Conveniva perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile
-sommissione per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile vi
-stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per la forzata
-umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando colla forza
-tenesse costantemente depresso il ceto dei nostri ecclesiastici. Era
-necessario di collocare sulla sede metropolitana un arcivescovo, il
-quale dovesse pienamente questo beneficio a Roma, e le fosse suddito
-per animo e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale
-Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò nella patria
-l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva a deporre l'arcivescovo
-Guidone, cominciò a serpeggiare. Guidone già da ventiquattro anni
-reggeva la chiesa milanese: stanco di vivere fra torbidi e pericoli
-continui, indebolito dagli anni, bramoso di godere il restante della
-vita in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza del
-partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, cardinale ordinario
-della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò l'arcivescovato. Non era
-questi il soggetto che piacesse ad Erlembaldo. Quindi col ferro, col
-fuoco, colla devastazione de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si
-oppose al nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non potè conseguire mai
-la possessione nè della carica, nè delle entrate. Guidone pensò allora
-a ripigliare la dimessa dignità, poichè non si voleva che Gotofredo ne
-fosse rivestito. Guidone credette alla fede di Erlembaldo; si collocò
-incautamente con lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a
-Milano. Ma quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne
-custodito[296] sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone all'eroe
-del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. Egli fu bensì
-tradito, ma non tradì mai: promise una fedeltà al papa, che non gli
-mantenne, è vero, ma in questo io ravviso piuttosto l'uomo debole,
-che il politico astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di
-sedare il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata;
-non fece che la guerra difensiva: insomma non parmi un uomo meritevole
-di quella taccia. Il buon criterio del conte Giulini si conosce nella
-giudiziosa critica che generalmente esercita; ma conviene accordare che
-nell'esposizione di questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser
-parziale.
-
-L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette anni, dopo la
-rinunzia fattane da Guidone: perchè Gotofredo non potè mai farne le
-funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo,
-di propria autorità, pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a
-questo grado un giovane chiamato Attone.[297] _Herlembaldus_, dice
-Landolfo Seniore, _producens quemdam Attonem, sibique consentientem,
-coram omni multitudine, ore suo inclito elegit. Hoc videns majorum
-et minorum multitudo tam suorum quam adversarium, quae noviter
-fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio,
-Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis,
-archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit_: su di che veggasi il
-conte Giulini[298]. Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in
-cui dichiarò scomunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione
-di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di
-quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano,
-e nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò più
-che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano
-sulla città. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di
-Gregorio VII. Egli non acquistò influenza maggiore di quella che in
-prima aveva da più anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente
-scomunicò l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato
-dai suffraganei; animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo
-per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano
-l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di
-mezzo ai sacri ministri, gittò a terra il Sacro Crisma, col motivo che
-fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico[299]. In mezzo a
-questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente, vedendo i mali
-giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro
-patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come
-dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente
-in città, conducendo una buona scorta de' loro vassalli armati, per
-discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo _armato di tutto punto sopra d'un
-generoso destriero_[300], preso il vessillo romano, si pose alla testa
-della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul
-campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto meglio
-è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo[301]:[302] _Eadem hora,
-post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos
-Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In
-crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum
-denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum;
-absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata,
-reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet
-schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa
-radice pullulando protensi_. Pochi anni dopo Urbano II _riconobbe
-Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente le sue reliquie_[303].
-La Chiesa però non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui può
-liberamente la critica esaminare il merito e la virtù.
-
-Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento;
-si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli
-sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo
-di Milano. Qualche leggiero distacco n'era già seguito in prima.
-Pavia, già fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei
-vescovo, come vescovo della città dominante, si era reso indipendente
-dal metropolitano[304]; indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata
-la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di
-Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta
-all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza[305].
-Così la dignità del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente,
-per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da
-Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora era
-imperatore, per quei mezzi istessi pei quali se li ribellò Corrado
-II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente, e quasi per
-stanchezza di resistere, dopo trentatre anni di guerra, si rese
-soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario
-del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con
-quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli
-arcivescovi di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero:[306]
-_Reverendissimo et sanctissimo confratri_, ma dirò che Urbano II, nel
-1093, scriveva:[307] _Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum
-praecepti nostri tenorem..... facias_[308]. Vero è che non per ciò
-immediatamente la creazione dell'arcivescovo potè appropriarsela il
-papa; per qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma
-i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; e
-l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse
-consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia
-e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo
-non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In
-appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma
-per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla
-giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano
-stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi
-si posero ad accordare delle indulgenze; e la più antica che ne ha
-ritrovata il conte Giulini è dell'anno 1099[309]. In séguito Genova
-venne sottratta all'arcivescovo e creata arcivescovato; Bobbio fu
-staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente
-furono la maggior parte de' vescovi suffraganei o dichiarati dipendenti
-immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre
-chiese arcivescovili. Così la gran mole della chiesa ambrosiana venne
-a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente
-sommessa alla giurisdizione romana.
-
-Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna
-memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione
-di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile
-che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poichè vide
-piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto
-irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno.
-Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente
-al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi
-che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta
-o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza
-condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra
-confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano,
-pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: _Gloria dei
-santi milanesi_. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine
-sembrò essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e
-di prescrivere una più santa disciplina al clero. In quel concilio si
-pronunzia l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli
-ecclesiastici non si parla:[310] _Sicut a sanctis patribus stactutum
-legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum
-beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia
-volumus_; così leggesi in quegli atti. Delle due riforme la più facile
-certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti;
-anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le
-ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficoltà per abolirlo. O
-dunque questa legge contro la simonia è stata allora fatta, dappoichè
-in pratica erasi abolita la tassa unicamente per avvalorare sempre
-più la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione
-uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne
-la perpetua osservanza, se già si era ciò ottenuto: ovvero la legge
-contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente;
-ed allora dovremmo supporre essersi disimpegnato senza strepito alcuno
-l'oggetto intralciatissimo dei matrimonii, prima che si abolisse una
-tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun
-pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente
-sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi
-pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare
-una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra
-di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al
-celibato degli ecclesiastici; quella cioè con cui si proibisce che
-nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima
-non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge
-s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare
-i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo:[311] _Statuimus
-etiam juxta sanctorum patrum instituta et primitivae ecclesiae
-formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi,
-abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus
-sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei
-clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus._
-Mi pare ancora più chiaramente provato che per allora si lasciavano
-al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro
-canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo
-passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti
-dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse
-nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire
-tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa
-vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era
-pericolo che continuassero i beneficii per eredità:[312] _Et quia
-nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per
-paternam successionem...... archidiaconatum, vel archipresbyteratum,
-cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia
-pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu
-praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda
-cupiditate ductus, ecclesiam ulterius possidere tentaverit, et
-haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam
-vocem; quousque resipiscat, anathematis vinculo subjaceat._ Così quel
-sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale
-che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de' sacerdoti
-dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii.
-Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace
-i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche
-da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date
-solamente ai celibi. Di fatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza
-Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritrovasi in quell'archivio,
-in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo
-signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi, conosciuto
-per le erudite sue dissertazioni sulle antichità monzesi), ordina
-che se gli celebri l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui
-erede[313]_persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis
-et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali
-meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus
-et decumanis binos denarios_: e poi più sotto vi si legge:[314] _Si
-vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit
-in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis
-habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem._ Le quali parole
-sembrano assai concludentemente provare che sino alla metà del secolo
-duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini
-sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della
-chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cessò di perseguitare il
-matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si
-dilatò la legge del celibato.
-
-Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una
-serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilegi,
-profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando,
-che tutto architettò e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere
-dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il
-sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando
-da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto
-che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora,
-manomessa dai Goti, dai Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa
-come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali,
-ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare
-la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle
-un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare
-l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era
-opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della
-Lombardia era principalmente collocata nei vescovi: sottomessi questi,
-era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli è giusto
-e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione
-vivente, che ha un diritto attuale di esistere bene, colla speranza
-incerta di procurare la tranquillità alle generazioni che nasceranno?
-È egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse
-sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto
-parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai
-esaminate bene simili questioni.
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
- _Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico
- I._
-
-
-Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si
-intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di
-Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza
-dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non
-solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni,
-ma si arrogavano la facoltà di farsi degli alleati, di mover guerre,
-e così fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un
-pubblicista cercherà con qual diritto così pretendesse di operare una
-città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano
-allora la forza, come ne' secoli precedenti ella era mancata a questi
-popoli a fronte de' Longobardi, de' Franchi e dei Sassoni; e che in
-que' secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci
-e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però
-Milano si reggesse da sè, una apparente dipendenza del sovrano si
-conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le
-monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno
-anche oggidì le città libere dell'Impero[315]. Oltre all'onore di
-porre il nome nelle monete, egli è certo altresì che l'anno 1075
-i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un
-arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo,
-siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo
-non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo
-ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle
-percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il
-papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nominò per
-arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale
-cappella. Gregorio VII gli comandò che non ardisse di farsi ordinare
-se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e
-Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando
-loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato
-solennemente, e posto nel suo ufficio, poichè Erlembaldo era stato
-ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò
-insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione:[316] _Thealdum
-dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita
-haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se
-extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio,
-et olim jam factum anathema super ipsos innovamus_[317]. Più volte fu
-ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni di Tealdo vennero
-sospese. Ildebrando ebbe una superiorità senza esempio quando vide il
-re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio
-del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi,
-e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena
-nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece incoronare papa
-appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacciò Ildebrando,
-che, rifuggiatosi in Salerno, poco dopo terminò la sua vita. A questa
-impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in
-soccorso di Enrico.
-
-(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico
-fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il
-partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La
-famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di
-Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei
-fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa
-lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo
-di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093).
-Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non
-fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine,
-consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e
-ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde,
-dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie,
-abusando della religione.... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo
-il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè
-in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa
-Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo
-nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano
-elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale
-dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare
-il suo ministero senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico
-nè dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e
-resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della
-repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo godeva, per
-l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i
-nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì
-conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma
-non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare
-fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo
-undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica
-milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una
-sovranità che rappresentava tutto il popolo[318], e si vennero ad
-abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo
-senato persino i decreti sinodali, acciocchè venissero confermati
-coll'acclamazione[319] _fiat, fiat_, quando piacevano. In fatti nel
-1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati,
-perchè si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del
-Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero
-eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanto la loro
-dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo
-è però che monete nè di Corrado nè col nome della Repubblica non ve
-ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono
-sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica
-si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo
-sappiamo che il numero de' consoli era diciotto, e talvolta anche
-maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio,
-sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari
-di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza
-del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti
-dalle tre classi di cittadini, cioè dai _capitani_, i quali erano i
-nobili del primo ordine, dai _valvassori_, che erano nobili bensì, ma
-di minore autorità, e dai _cittadini_, che erano come il terzo ordine.
-Il numero dei consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle
-altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili[320],
-non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne'
-comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora,
-poichè la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città;
-e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli
-Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del _Seprio_, i conti
-della _Martesana_ e altri distretti, che avevano un governo parziale
-e i loro consoli[321]; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle
-diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del
-ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la
-costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo.
-L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui
-nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione
-alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati[322].
-Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e
-riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il
-Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime:[323] _Papienses
-et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium
-quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae
-auctoritate contraria; cum illi cives juraverent sibi servare se et sua
-contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum_; dal che pare
-che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo,
-tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza
-all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati,
-o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de'
-contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre il nome
-dell'imperatore o re d'Italia: _Regnante Domino nostro_, il tale. Al
-principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una
-parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi,
-a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'impero.
-
-Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di
-carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignità
-al papa, cui era nella più esatta maniera sommesso; e quantunque
-l'autorità politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò
-non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e
-per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque
-a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo
-lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si
-portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era già in potere dei
-cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla pietà
-dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo
-storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo
-da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre pericolo nel
-raccontarla, cioè la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole
-dello storico:[324] _Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus,
-quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis
-partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio
-praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et
-cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujusprudentis
-viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et
-castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja,
-Ultreja cantaverunt_[325]. Questa canzone latina inventata allora
-aveva la frequente esclamazione _Ultreja_, che il conte Giulini crede,
-assai verisimilmente, essere un composto di _Eja! Ultra!_ come sarebbe
-_animo! avanti!_ eccitandosi così la gioventù lombarda a prendere le
-armi e passare nell'Asia[326]. Che questa crociata milanese, avendo
-alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria
-e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì,
-sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è
-difficile il definirlo, tanto sono discordi gli scrittori. Orderico
-Vitale, scrittore di quei tempi, ci racconta che questo esercito
-si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia verso _Gandras_ fu
-malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli;
-ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo _Gandras_.
-Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava,
-ci lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai
-Saraceni sotto _Danisma_; ma nemmeno _Danisma_ si trova in nessuna
-carta geografica. L'abate Uspergense invece c'insegna che la battaglia
-seguì:[327] _contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria_; ma
-nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la patria de'
-Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, è nei contorni delle
-paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del
-Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia
-cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo
-Tirio, che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di
-Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo
-di Milano Anselmo, nè delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo
-morì in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica
-la malattia; ei morì di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio
-ce lo qualifica Landolfo il Giovine per un povero uomo, semplice,
-timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito:[328] _ad vocem
-hujus prudentis viri_. Probabilmente a queste disposizioni del di lui
-animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo prelato, se
-per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi
-per combattere gli infedeli; poichè si vide affaticato da un assai
-lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli dei quali ignorava il
-costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani
-incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare
-mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza
-aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e
-che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi
-rimasti, cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla.
-Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di
-quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche.
-
-Nel principio appunto del secolo duodecimo lo storico nostro Landolfo
-Juniore, che è il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto
-prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e
-singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulità nei posteri.
-Sinora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto
-è il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando
-l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di
-Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la
-chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano
-ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito
-il pallio, che il portatore, tenendo a guisa di stendardo, in cima
-del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il
-Giovine: _heccum la stola, heccum la stola_[329]; dal che vedesi che
-anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggidì si parla.
-Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di
-Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo,
-poichè ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la
-giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII
-prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e
-nella bolla gli scrisse:[330] _Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro
-Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti,
-quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si persevereraveris
-in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est,
-sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis
-suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae
-est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum
-gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem_; e poi
-dopo lo chiama[331] _martyr Christi_[332]. Il prete Liprando era
-titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa
-bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò
-nacquero dei dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese
-il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente
-l'arcivescovo di simonia,[333] _per munus a manu, per munus a lingua,
-per munus ab ubsequio_[334]. La disputa andò tanto avanti, che
-vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e[335] _Grossolani
-turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii
-clericum lapide occidit_[336]. Fu perciò costretto l'arcivescovo
-Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse
-legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando
-si esibì di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del
-fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con
-avidità questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo
-maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo generalmente
-eccitò l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di
-apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che
-dirò. Distribuì il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che
-possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e
-dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero
-lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinità.
-Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il
-miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con
-tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due giorni;
-poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la
-croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cantò la messa
-all'altar maggiore in faccia all'arcivescovo, che si era collocato
-sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno
-naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno,
-nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda,[337] _ante introitum
-missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini
-peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam_[338]. Comunque
-sia di ciò, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete
-sospeso dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poichè la
-messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con tre parole
-convincerò quest'uomo; indi, rivolto al prete: Hai asserito, gli disse,
-che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia
-la persona a cui io abbia donato. Il prete si collocò sopra un sasso
-elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: Vedete, disse al
-popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col
-loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel
-danaro istesso che il diavolo gli suggerì di adoprare per comprarsi
-l'arcivescovato, possono aver occultata la verità e togliermi i
-testimonii; e per ciò ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna.
-Il dialogo continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo
-di vedere questo prodigio, si udì gridare perchè venisse al cimento
-il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo
-giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balzò dal sasso e si portò
-co' suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale
-erano disposte due cataste di legna di quercia, ciascuna delle quali
-era lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente
-larghi, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel
-viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto,
-per renderne più lento e difficile il passaggio. Poichè il prete e
-l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo
-per la cappa e disse:[339] _Iste Grossulanus, qui est sub ista cappa,
-et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani_[340].
-Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, montò a cavallo,
-e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva
-frattanto il prete, acciocchè ei non passasse, sin tanto che il fuoco
-non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe
-offesa la mano. Allora dissegli: Prete Liprando, mira la tua morte,
-piegati all'arcivescovo e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla
-maledizione di Dio. Il prete rispose a lui:[341] _Sathana, retro vade_,
-poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, ed entrò fra le
-cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva
-tosto che era passato; passò sopra i carboni, come se fosse arena, due
-volle recitò in quel passaggio:[342] _Deus, in nomine tuo salvum me
-fac, ed in virtute tua libera me_, e nella terza volta, alla parola
-_fac_, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno
-nella persona, o nei lini del camice, o nella pianeta. Così il nipote
-Landolfo ci racconta il fatto.
-
-Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi
-scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio,
-abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si
-potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia;
-se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima
-di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si
-accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova
-del fuoco; si prepararono due cataste lunghe dieci piedi, alte e
-larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le
-medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi
-passò illeso un monaco Giovanni Aldobrandino, che fu poi chiamato
-Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima.
-Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero
-al buon senso, io abjurerò la prima: nè crederò che la novità abbia
-operato un portento per approvare una temerità solennemente riprovata
-dalla Chiesa in più concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non
-sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano
-pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a
-deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che:[343]
-_praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem
-integre non praebuit_[344], e il popolo istesso, pochi giorni dopo,
-cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio:[345] _turba
-tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem
-post paucos dies scandalizavit_. Ci narra di più lo stesso autore che
-in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano dal fuoco,
-ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che ebbe anche male a un
-piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verità
-sola che oggi possiamo sapere è, che il fatto, come ce lo racconta
-Landolfo, non è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene
-allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il
-prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una
-mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico
-ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra
-favola toscana, per vanità di raccontare cose prodigiose, e per farsi
-nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora più semplice la
-spiegazione. Nè sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo
-all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far credere che
-un angelo sia venuto ad avvertirlo che il di lui zio Liprando era
-ammalato:[346] _Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus,
-rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate_[347]:
-asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro
-conte Giulini, che «sarebbe stato desiderabile che lo storico ci
-avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con tanta sicurezza,
-che quello era un angelo[348]». Tutti i nostri autori però, ciecamente
-appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un
-tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si è voluto segregare.
-Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguita l'opinione
-piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice.
-Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga
-tradizione per annunciare la verità, i di cui dritti non si prescrivono
-giammai; ed è costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora
-sieno generalmente credute.
-
-Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò
-l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, sebbene con
-un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo legittimo,
-e non cessò d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a
-Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Morì frattanto
-in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106.
-Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato
-da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo
-per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro
-figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle al padre. Non si può
-rinunziare ai sentimenti dell'umanità e della natura più freddamente
-di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto
-suo collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento
-colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. «I
-vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano
-veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con
-pazienza tollerarsi da un suddito, e molto più da un figliuolo. Per
-quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo
-imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro dì lui,
-quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione
-e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero principe, spogliato
-a forza de' reali ornamenti, pentito de' commessi delitti senza poter
-ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, prosteso a'
-piè del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente
-da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato
-presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di
-agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi di puro cordoglio la
-vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in vita»[349]. I delitti di
-questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de'
-vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualità
-furono la generosità, la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non
-insidiò alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava
-in persona la sua armata; si trovò in sessantasei battaglie, e le vinse
-tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico,
-che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel
-1110; pretese dalle città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli
-ostacoli, poichè erano già avvezze a reggersi da sè. Novara, fra le
-altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a varie
-altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoperò il
-fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare
-mosse le altre città a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi
-d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile città di Milano non gli fece
-regalo alcuno, nè in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco
-Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde
-con versi assai meschini:
-
- _Aurea vasa sibi nec non argentea misit_
- _Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:_
- _Nobilis urbs sola Mediolanum populosa_
- _Non servivit ei, nummum neque contulit aeris[350][351]._
-
-Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre città
-del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza ad Enrico,
-piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati
-che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale. È noto
-che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al
-diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi,
-e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare
-questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa;
-nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono
-l'impeto de' pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il
-papa, lo condusse fuori di Roma, nè gli accordò la libertà, se non
-quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture
-come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da esso fu
-incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile
-1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de'
-quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti:[352] _Otho
-autem mediolanensis Vicecomes, cum multis pugnatoribus ejusdem regis,
-in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus
-civitatem mediolanensem, et Ecclesiam_[353]. Questo Ottone è forse lo
-stesso reso immortale dai due versi del Tasso:
-
- _O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,_
- _In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo_[354]
-
-L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre per aver sostenuto
-le investiture dei vescovati, non solamente le sostenne ei medesimo,
-ma colla forza sulla persona istessa del sommo pontefice se le fece
-accordare. Nella costituzione che avevano presa le città italiche, non
-vi rimaneva più altra dignità che potesse conferire l'imperatore, se
-rinunziava alle investiture: e il titolo di re d'Italia, già diventato
-sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe stato colla
-rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; come vi si ridusse
-in fatti undici anni dopo, colla cessione che ne fece. I Milanesi
-frattanto, inquieti, avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la
-nuova autorità de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile
-che organizzasse la città, privi d'un regolamento che assicurasse
-la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto una
-turbulente indipendenza, anzi che la libertà. Convien dire che allora
-o non vi fosse uomo capace di progettare una costituzione, ovvero
-che non venisse ascoltato. Avevamo impiegati i primi impeti nostri a
-lacerarci vicendevolmente colle civili dissensioni; i secondi impeti
-furon adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città di
-Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore Enrico,
-che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione:[355] _Mediolanenses
-quoque, cum iste imperator per Veronam a Roma in Germaniam properabat,
-gladiis et incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt
-Laudem, in Langobardia civitatem alteram._[356]. Un calendario antico,
-stampato nella raccolta _Rerum Italicarum_[357], dice:[358] _VII
-kal. (junii) MCXI capta est civitas Laudensis a Mediolanensibus_
-(1111); e la cronica di Filippo da Castel Seprio dice:[359] _anno
-MCXI die VII ante kal. junii destructa est civitas Laudensis, et
-jacuit annis XLVIII._ Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi
-a simile crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi così
-ne ragiona:[360] _De Laudis vero Pompejae eversione haud immerito
-prudens lector uberiora desideraverit: sed mecum transeat oportet,
-cujus in manus plura in eam rem, et si diligenter perquisiverim, non
-venerunt. Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem victis
-impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, et urbis moenibus,
-vix agrestium similes vici, et pauperum tuguria miseris civibus, quae
-inhabitarent relicta; et pro magno commodo existimatum, quod vicum
-cognomine Placentinum reliquerint, in quo solitum mercatum octavo
-quoque die continuarent, sed nec rem alienare, matrimonia contrahere,
-post occasum solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere
-inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam paulo remotius
-sermones contulissent, continuo, novorum consiliorum suspecti, aere
-multabantur, aut fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati
-plurimi diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis finibus
-carere_[361]. La città di Lodi era fabbricata sopra di un fiumicello
-chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: anche al dì d'oggi se ne
-vedono le vestigia al sito che si chiama _Lodi Vecchio_. La città di
-Lodi presentemente non dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poichè
-deve la sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare
-alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di Pompeo.
-
-(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci siamo rivolti
-a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore d'un paese montuoso,
-disputarono per alcuni anni, ma finalmente, superati dai Milanesi,
-videro la toro città e i sobborghi distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi
-parimenti ai mosse la guerra; e nel 1152 ci riuscì di dar loro una
-rotta a Marcinago: ma la città loro, munita di antiche e solide
-fortificazioni, fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga coi
-Cremonesi, e nel 1157 c'impadronimmo del castello di Zenivolta, e femmo
-prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, che era _armato con l'usbergo
-come un Paladino, e, inanimando i suoi alla battaglia, si era spinto
-contro uno de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo_[362]. Tale era
-la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva saggiamente
-premunirsi contro le fondate pretensioni dell'impero, collegandosi e
-rendendosi amiche le altre città. Questo errore lo vedremo poi punito
-da Federico, e la punizione fu meritata. Lo stato della prosperità
-è il più funesto di tutti per una città che diventi libera dopo di
-avere sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno
-bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini ad
-accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi comuni.
-Se questi manchino, non vi è più quel principio che può solo formare
-un sistema capace di reggere alla prosperità; vi vuole un nemico e un
-comune pericolo per acquistare un interesse e un sentimento comune, e
-così animarsi la repubblica.
-
-La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva i suoi nemici,
-i quali vedevano volontieri che gl'italiani non gli obbedissero. Fra
-questi eravi l'arcivescovo di Colonia Federico, il quale scrisse
-alla repubblica di Milano una lettera che comincia così:[363]
-_Consolibus, capitaneis, onmi militiae, universoque mediolanensi
-populo. — Civitas Dei inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas
-nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus Ecclesiae inimicis
-resistere niteris, verae libertatis auctore Christo Domino adjutore
-perfrueris_[364]. E in questa lettera ci avvisa come i principi
-della Lorena, della Sassonia, della Turingia e di tutta la Gallia
-(membri dell'Impero, come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di
-noi, determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti a
-collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il riscontro.
-Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima offerta sia
-stata accettata; anzi dai fatti accaduti dappoi si può presumere che se
-ne lasciasse sfuggire l'occasione. Insomma Milano era una repubblica;
-era già forte e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che
-faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre città:
-odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale passava
-da un principe debole a un altro debole, ma rovinose disposizioni al
-movimento in cui fosse eletto imperatore un principe di animo e di
-forze robusto.
-
-Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e venne eletto
-per successore Lottario, duca di Sassonia, il quale fu poi Lottario
-III re d'Italia, e Lottario II imperatore. Alcuni signori tedeschi
-avevano protestato contro di questa elezione, la quale si pretendeva
-fatta per maneggi della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del
-casato di Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire
-ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per togliere
-almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che Corrado, nel
-1128, se ne venne a Milano per la strada di Como; che fu acclamato re
-d'Italia, e incoronato prima in Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio.
-Sceso Lottario in Italia, si confederò colle città di Lombardia,
-nemiche de' Milanesi, affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di
-Crema, città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. Lottario
-non potè essere incoronato re d'Italia, e portossi a Roma, ove fu
-incoronato imperatore in San Giovanni Laterano dal papa Innocenzo II.
-Vi erano allora due che pretendevano la sovranità del regno d'Italia:
-Lottario, come imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello
-stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere
-il vero papa; uno possedeva la chiesa di San Pietro, e l'altro quello
-di San Giovanni Laterano. Il papa di San Giovanni Laterano favoriva
-Lottario, lo riconosceva per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava
-l'arcivescovo di Milano, perchè aveva incoronato Corrado: il papa
-di San Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine di
-questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo pontefice,
-il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici cardinali de' più
-famigliari del defunto pontefice e dei più assidui nell'assisterlo
-all'ultima malattia, prima che fosse pubblicata la di lui morte,
-elessero Gregorio canonico regolare lateranense, cardinale diacono di
-Sant'Angelo, che prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de'
-cardinali, intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco,
-e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. Furono
-e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati ed intronizzati.
-Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; Anacleto aveva il partito
-più forte, e risedeva in Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e
-per Corrado; Lottario era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende
-qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo ad un
-simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello che sedò i partiti,
-e fece riconoscere anche in Milano per vero papa Innocenzo II, e per
-vero re d'Italia Lottario. Si erano già domiciliati in Milano dei
-frati instituiti da San Bernardo. Il santo sosteneva papa Innocenzo,
-e l'arcivescovo di Milano, Anselmo Pusterla, aveva coronato Corrado,
-e aderiva ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro
-dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani che erano
-pel papa Innocenzo II, per preparare delle insidie all'arcivescovo,
-distribuirono il loro denaro ai giurisperiti ed ai militari; e dalla
-disputa l'arcivescovo fu costretto ad entrare nel pubblico arringo,
-ove Stefano Guandeca, arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro,
-sacrilego e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si
-esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero i
-vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti in una nuova foggia
-con rozze lane e col capo raso; e questi, verisimilmente, erano i
-nuovi monaci di San Bernardo, che il popolo considerava come angeli
-del cielo. L'arcivescovo, vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a
-dire: che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe bianche
-e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una zuffa, nella quale
-non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi, mediante il denaro sparso
-dal contrario partito, fu scacciato dalla sua Sede. Quindi abbandonato
-Anacleto, Milano riconobbe il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo
-descrive Landolfo il Giovine colle seguenti parole:[365] _Ordinarii
-itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae Innocentio
-Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi archiepiscopo suas pecunias
-effuderunt, et ipsas legis et morum peritis atque bellatoribus viris
-tribuerunt. Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem
-concionem, ut ibi decertaret cum suis excomunicatis de excomunicatione.
-Cumque ipse expectaret sagittas de justa aut injusta excomunicatione,
-Nazarius primicerius, mirae calliditatis homo, per prolixum sermonem
-cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter autem Stephanus,
-qui cognominatur Guandeca, videns primicerium suum fastidiose fore
-locutum, vocem suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: Hoc
-quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, perjurus,
-sacrilegus, et aliis criminibus quae non sunt hic notanda, es reus.
-His auditis ex improviso, archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter
-vero ille habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit,
-quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in isto Anselmo, qui
-dicitur de Pusterla, in judicio episcopi novariensis et albanensis,
-qui sunt de suffraganeis Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque
-Mediolani, in concordia utriusque partis, statuerunt ut ipsi et alii
-suffraganei venirent. In statuta itaque die non solum suffraganei,
-sed quamplures pure induti rudi et inculta lana, et rasi insolita
-rasura, concurrerunt. Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset eos
-constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad ipsum populum
-ait: omnes illi quos hic videtis cum illis cappis albis et grisiis,
-sunt haeretici. Inde simplices, et compositi, ad expellendum, bellum
-commoverunt. Veruntamen gladio Anselmi in die illa resistere non
-potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, manus primicerii,
-et presbyteri Stephani fortissima, in summo diluculo ipsum Anselmum
-a sede compulit._[366] Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto
-operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto e il re
-Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore Lottario: e
-san Bernardo medesimo moveva tutta questa rivoluzione, e come dice
-Landolfo il Giovine al luogo citato:[367] _Ad haec peragenda, papa adeo
-idoneum angelum habuit, sicut Bernardus abbas Claraevallensis fuit._
-Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerazione accolto, che
-immediatamente divenne l'arbitro della città. Egli mostrava dispiacere
-che nelle chiese vi fossero ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi
-cessarono di esporli:[368] _ad nutum quidem hujus abbatis, omnia
-ornamenta ecclesiastica, quae auro et argento paliisque in Ecclesia
-ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso abbate despecta, in scrineis
-reclusa sunt_[369]. Tutto venne a prendere quell'aspetto che insinuava
-quel celebre santo, al di cui cenno i popoli europei passavano a
-guerreggiare nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed
-i pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente sparsa di
-lui! Il popolo di Milano, poichè era scacciato l'arcivescovo Anselmo
-Pusterla, accorse a san Bernardo, che stava alloggiato vicino a San
-Lorenzo, e con acclamazione lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più
-vasti affari da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente
-giorno egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse
-condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo, e così
-appunto fece e se ne partì:[370] _Ego in crastinum ascendam palafredum
-meum, et si me extra vos portaverit non ero vobis quod petitis, ac
-sic a Mediolano recessit_[371]. Così Milano riconobbe papa Innocenzo e
-imperatore Lottario; e partito che fu san Bernardo, i suoi monaci, dice
-Landolfo al luogo citato:[372] _per civitatem euntes, collectam multam
-de auro et argento et rebus pluribus sibi fecerunt_, e con questi mezzi
-fondarono i due monasteri di Chiaravalle e di Morimondo, così nominati
-ad imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti
-accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato così dalla sua
-sede, per essere stato del partito di Anacleto s'incamminò verso Roma,
-dove Anacleto era riconosciuto per legittimo papa da un gran numero
-di persone, e risedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma viaggiando,
-fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a Pisa per
-un concilio; e quel papa che possedeva, come già dissi, in Roma il
-Laterano:[373] _illum captum Romam misit, dice Landolfo, ibique, prout
-fama est, Anselmus ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui
-procurator est Innocentii, vitam finivit._
-
-Corrado sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in Monza ed in
-Milano, vedendo di non avere forze bastanti a resistere, si piegò
-ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, e rinunziò ad ogni
-pretensione sul regno italico. Lottario, riconosciuto anche dai
-Milanesi, venne in Italia; e favorì i Milanesi nelle dispute che
-avevano co' vicini. Mentre il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i
-Cremonesi, l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e,
-unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il contado
-di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano e Soncino[374]: poi
-queste forze si rivolsero contro Pavia, la quale venne umiliata. Così
-assai incautamente i Milanesi, colla distruzione di Lodi e di Como,
-colla desolazione dei Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi,
-si erano procurati dei nemici implacabili intorno le loro mura; e
-ne vedremo l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad
-accendere il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione d'un
-imperatore potente e voglioso di riacquistare la signoria d'Italia.
-Ma nè Lottario, nè Corrado istesso (che poi, nel 1138, colla morte
-di Lottarlo, fugli eletto in Germania per successore) ebbero forze
-per tentarlo. Corrado, obbedendo alle insinuazioni fattegli da san
-Bernardo a Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra
-Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la mala fede
-dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor militare de' Saraceni.
-Lottario debolmente regnò fra i torbidi. Così la indipendenza della
-repubblica di Milano si andò rinfiancando.
-
-La città di Milano, diventata opulenta e popolata nel secolo duodecimo,
-naturalmente doveva offrire agi migliori ad ogni cittadino. Non si
-discorreva più di adoperare per companatico il lardo, come vedemmo
-al capitolo quarto; ma pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che
-un abate, in certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre
-imbandigioni, ed erano queste:[375] _in prima appositione, pullos
-frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam: in secunda,
-pullos plenos carnem vaccinam cum piperata, et tertullam de lavezolo:
-in tertia, pullos rostidos lombolos cum panatio, et porcellos plenos_;
-sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero l'erudito
-nostro conte Giulini[376], e che molto meno potrei io spiegare. Bastano
-però queste per dimostrare che si viveva con una sorta di abbondanza.
-Fra le cerimonie religiose vi era quella che il parroco andasse a
-lustrare coll'acqua benedetta la casa, da cui si era trasportato un
-morto; e che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto
-coll'incensiere a profumarlo. Quando si contraevano[377] _sponsalia de
-futuro_, cioè quando si faceva la promessa del matrimonio, si regalava
-alla sposa un anello, ovvero una corona, o un cinto, ovvero una veste
-o un drappo, ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si
-dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, non si
-doveva a lui restituire se non la metà del regalo:[378] _Si nomine
-sponsalitiorum annulus, vel corona, vel cingulum, vel quid simile,
-seu amictum, vel pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto,
-medietas redditur si osculum intercesserit_: così le consuetudini
-di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere in quei barbari
-tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente sappiamo che molti de'
-nostri giovani allora andavano in Francia a fare i loro studii; ed
-è assai probabile che le turbolenze interne alle quali era in preda
-la Repubblica, non permettessero quella placida educazione che è
-necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra i paesi
-vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la Francia,
-colla quale non avevamo più veruna politica relazione. Sotto Lottario
-s'erano scoperte in Amalfi le Pandette, e s'era risvegliato un fermento
-universale per lo studio della giurisprudenza. Il nostro Oberto
-dall'Orto fu distinto fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni,
-pure nostro cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far
-risorgere la facoltà che coltivava in Salerno. Egli scrisse in versi
-latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio di Guglielmo il
-Conquistatore, re d'Inghilterra, che così comincia:
-
- _Anglorum regi scribit schola tota Salerni_[379][380] ec.,
-
-e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con poverissimo
-successo, se vogliansi paragonare que' lavori colle produzioni
-di secoli più felici; nondimeno dobbiamo accordare che ci eravamo
-scostati assai dall'ultima barbarie del secolo undecimo, quando ne'
-pubblici contratti si scriveva così:[381] _deveniat in potestatem
-abas ipsius monasteri sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in eodem
-sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella una... que ego noviter
-edificavi... in onore sancti Michaelis et Petri, consecratam ab domum
-Eribertus archiepiscopus_[382]. I cognomi cominciarono a formarsi
-nel secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente praticati. Le
-maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi d'onde traeva origine,
-ovvero dimorava la famiglia. Vorrei poter descrivere le azioni de'
-nostri Bruti, de' nostri Orazi, de' nostri Scevola; ma non balena
-alcun lampo di virtù fra quei tempi ancora caliginosi; o se qualche
-uomo generoso e nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù
-fuori dalle azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità
-negli animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione era il
-mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene questa mia proposizione
-non è esatta. La sola corteccia della religione moveva ogni cosa, e la
-vera religione era trascuratissima. Il mancar di fede, l'assassinare
-il distruggere, l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni
-comunemente praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le esterne
-pratiche del rito religioso erano osservatissime, e servivano di
-pretesto allo sfogo della feroce inquietudine de' nuovi repubblicani;
-poco degni in verità d'esser liberi per l'abuso che ne fecero a danno
-proprio e dei vicini.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
- _Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I._
-
-
-Il nome di Federico I imperatore, comunemente conosciuto col soprannome
-di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno
-sa che Milano fu distrutto da lui. Molte favolose tradizioni, come
-accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si
-ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è stata funesta.
-Siamo stati avviliti; ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due
-epoche di somma umiliazione; le Forche Caudine e l'invasione de' Galli.
-Noi avemmo Uraja e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne
-fanno un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io
-prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente agli
-autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e credere di Federico
-tutto il bene che ne dicono i Milanesi, e tutto il male che ne dicono
-i Tedeschi. I primi autori che mi serviranno di guida saranno Ottone,
-vescovo di Frisinga, figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio
-paterno dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato,
-quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse i
-fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico
-di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello stesso imperatore,
-continuò que' fasti dopo la morte del vescovo Ottone[383]. Ivi si legge
-la lettera che l'imperatore diresse al vescovo suo zio, animandolo
-a scrivere e dandogli una traccia dei suoi fatti nell'Italia[384];
-ivi pure si vede che il continuatore Radevico, dice di avere scritto
-per obbedienza al desiderio del defunto vescovo:[385] _Ejus jussu,
-pariterque divi imperatoris Friderici nutu_[386]. Sicuramente essi non
-hanno propensione per i Milanesi. Il terzo sarà il canonico di Praga
-Vincenzo, che accompagnò il suo vescovo in quella spedizione d'Italia,
-e fu presente alla maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano.
-La cronaca di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel 1764
-dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: _Monumenta
-Historica Boemiae_, stampata in Praga. Gli altri autori tedeschi,
-pubblicati nelle raccolte del Pistorio Nideno, del Menckenio, dello
-Struvio, dell'Ocfalio, mi serviranno pure di guida. Farò uso ancora
-de' nostri italiani Morena e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma
-unicamente pei fatti che non possono essere contrari all'imperatore;
-sebbene il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto a
-registrare più le parole altrui, che a scrivere le mie; ma i lettori
-che temono lo spirito di partito e che bramano di conoscere quanto
-si può la verità de' fatti accaduti, non mi sapranno mal grado
-se pongo sotto a' loro occhi piuttosto i pezzi interessanti degli
-autori originali, che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un
-sempre incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il solo
-partito che conviene allorchè s'entra a narrare una porzione di storia
-controversa.
-
-(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa, morì in
-Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani il di lui nipote
-Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue anni. Pieno di ardor
-militare e di un carattere fermo e impetuoso, sembra che il suo primo
-pensiero sia stato quello di sottomettere le città del regno d'Italia,
-e di ridurle ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a cui
-si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo Atamano e Omobono
-Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono alla dieta di Costanza,
-e gettaronsi a' piedi di Federico, implorando il suo aiuto contro de'
-Milanesi, i quali non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso
-le diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico destinò
-Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto in cui comandava che
-si cessasse di opprimere Lodi. I due Lodigiani ritornarono alla patria,
-per cui avevano operato senza commissione. Credevano di essere accolti
-come salvatori dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi
-ed ingiurie; poichè il timore de' Milanesi era il solo sentimento che
-restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe e gravissime sciagure.
-Venne a Milano Sicher, e presentò il decreto del re. I consoli milanesi
-stracciarono la carta, la calpestarono; e a stento il regio messo potè
-sottrarsi al furore del popolo[387]. Dopo un tale affronto Federico
-si determinò di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici de'
-Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di Milano; la quale,
-come dice il panegirista e parente di Federico:[388] _Inter caeteras
-ejusdem gentis civitates primatum nunc tenet..... non solum ex sui
-magnitudine, virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas
-civitates vicinas in eodem situ positas; idest Cumam et Laudam, ditioni
-suae adjecerit_[389]. Cominciò Federico a devastare alcune nostre
-terre. Erano amici nostri Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i
-Bresciani. Federico assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi
-fu accolto con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera
-riferita da Ottone di Frisinga:[390] _Destructa Terdona, Papienses,
-ut gloriosum post victoriam triumphum nobis facerent; ad civitatem nos
-invitaverunt._ Col vocabolo però di _distruzione_ non si può intendere
-già che fossero atterrate le case della città, ma deve intendersi
-soltanto la demolizione delle fortificazioni, e lo smantellamento
-de' ripari che la munivano. Poichè nello stesso anno in cui venne
-distrutta Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi la
-lettera seguente:[391] _Consules, populusque mediolanensis, consulibus
-derthonensibus, omnique populo, salutem. — Cuncto romano Imperio
-notum fore credimus, urbem vestram, quam de caetero confidenter
-nostram dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, destructam, a
-nobis audacter nec non viriliter restaurutam esse, murisque, omnium
-nostrorum invicem sudore constructis, circumdatam. Tria itaque civilia
-signa ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam videlicet aeneam,
-qua populus in unum convocetur, vestrum significantem incrementum.
-Album vexillum cum cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem
-habens per medium significans a manibus inimicorum post multas ac
-magnas angustias vos esse liberatos: in quo solem et lunam designari
-jussimus. Sol Mediolanum, luna Derthonam significat; lunaque lumen a
-sole suum trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. Haec duo
-mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, quo vestrae signentur
-chartae, continens in se duas civitates Mediolanum et Derthonam,
-designans Mediolanum cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam
-possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus annus quintus erat
-Christi, cum lapsa, refecta fuit_[392]. I Milanesi innalzarono la
-circonvallazione di Tortona con somma rapidità e con sommo ardire, nel
-tempo in coi Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore dal
-papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette irritare sempre
-più l'animo dell'imperatore, al quale inutilmente avevano già in prima
-offerto i Milanesi considerabili somme di oro per accontentarlo. Non
-si trovò forte Federico allora abbastanza per cimentarsi contro di
-Milano, ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima
-però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò un
-decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei telonei, e di
-ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto Lodi e Como, e oppressi
-que' cittadini, con contumacia agli ordini imperiali: per lo che li
-condannò al bando dell'impero[393]. La sentenza di questo anatema
-non cagionò male alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi
-che provavano l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che
-i delitti imputati ai Milanesi fossero _enormi_, commessi con _animo
-sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia e pertinacia_. Ciò
-non di manco, appena allontanato che fu Federico, i nostri ritornarono
-al loro abituale mestiere: batterono i Pavesi; insultarono e vinsero
-i Novaresi; presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto
-erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi già
-sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento positivo di
-fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, volendo essi porvi
-la condizione che salvo fosse il primo giuramento di fedeltà da essi
-già prestato all'imperatore, e non accordandolo i nostri, vennero
-saccheggiate e abbruciate le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi
-costretti a ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici
-nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i Vigevanaschi e
-i Cremonesi.
-
-Frattanto però che stavano rendendoci più odiosi ai vicini ed al
-lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, si fu di munire
-di un valido fossato, ossia d'una linea di circonvallazione tutta la
-città; la quale, sebbene avesse tuttavia in piedi le antiche mura di
-Massimiliano, ristorate dal l'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo
-prima, nondimeno, per l'accresciuta popolazione doveva avere molte
-abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo fossato
-è precisamente quello per cui ora scorre il canale del naviglio,
-e così con chiarezza ognuno può capire qual fosse il giro delle
-antiche mura, che ora è indicato dalle chiaviche, da noi chiamate
-_cantarane_, e quale quello del fossato, che visibilmente anche oggidì
-circonda la città. Di questo fossato ne parla il continuatore di
-Ottone di Frisinga e Radevico[394], inimico de' Milanesi con questi
-termini:[395] _Mediolanensem autem utpote viri bellicosi et strenui
-civitatem suam magnis fossis circundederunt, et imperatori audacter
-et viriliter restiterunt_; e della terra cavata nel fare la fossa se
-ne formò il parapetto nel luogo che anche presentemente conserva il
-nome di _Terraggio_. Convien dire che queste fortificazioni fossero
-assai ben fatte; poichè vedremo che non vennero mai superate colla
-forza; e che, perduta che fu la città, ebbe somma cura il vincitore
-di vederle distrutte. Venne in Italia l'imperatore Federico alla
-testa di un'armata poderosissima, la quale conteneva quasi tutte
-le forze della Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a
-bloccare Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg,
-Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, Enrico duca
-d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone conte palatino di Baviera,
-l'arcivescovo di Colonia Federico, Arnaldo arcivescovo di Magonza,
-Hellino arcivescovo di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il
-duca di Zarighen, e altri principi sovrani[396]. (1158) La venuta di
-questa terribile armata accade l'anno 1158. È strana la cerimonia che
-l'imperator Federico volle premettere alle sue operazioni militari.
-Prima di innoltrarsi nel Milanese fece intimare alla città un termine
-perentorio a presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un
-gastigo senza una sentenza, nè una sentenza senza un giudizio, nè un
-giudizio senza una citazione. Vennero i legati di Milano a questa
-formalità. L'eloquenza e i doni furono inefficaci; e la sentenza
-dichiarolli pubblici nemici. Così, pagando questo facile tributo
-alla mania del secolo, che in Italia singolarmente aveva riscaldati
-gli animi nello studio e nel Codice e delle Pandette di Giustiniano,
-rese sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che mai
-le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. Poich'ebbe
-data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, e, affacciatosi
-a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte così bene presidiato
-dai Milanesi, che non ardì di superarlo. Gl'imperiali tentarono il
-guado verso Corneliano: alcuni perirono nel fiume; ma però un buon
-drappello di militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che
-i nostri trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo,
-per non vedersi a un tempo stesso assaliti di fronte e al fianco; e si
-ricoverarono in Milano. L'esercito imperiale s'incamminò a passare sul
-ponte, il quale si ruppe, non sappiamo se a caso, con qualche danno
-dell'esercito. Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella
-storia, poichè fanno conoscere che la guerra non si faceva con un cieco
-impeto, ma con arte e consiglio anche in que' tempi. Un errore però
-commisero allora i nostri, e fu quello di collocare un presidio nella
-torre dell'Arco romano, di cui ho dato notizia nel capitolo primo.
-Quella mole, fabbricata dai vincitori romani fuori del recinto per
-dominare la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro
-arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un potentissimo
-esercito nemico. Un presidio così isolato non poteva nè difendersi,
-nè reggere, soltanto che sotto vi si fosse collocata una catasta di
-legna e postovi il fuoco. Gli imperiali, ben presto cominciando a
-rompere i pilastri, costrinsero gl'infelici situati tanto incautamente
-ad arrendersi, e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali,
-colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno ed
-incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa della porta
-Romana. L'imperatore pose il suo quartiere verso la Commenda di Malta,
-che allora era la magione de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a
-San Dionigi. L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso a San Celso. Di
-contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe; e si
-circondò la città con un esercito di centomila uomini[397]; ovvero,
-come dice lo storico nostro contemporaneo Sire Raul, di quindicimila
-cavalieri, e inumerevoli fantaccini. A tutte queste terribili forze
-della Germania, dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla
-testa de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte
-le città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che vi era
-presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Veronesi,
-Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, Genovesi, Tortonesi,
-Astigiani, Vercellesi, Novaresi, d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di
-Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di Reggio, di Modena, di Bologna,
-d'Imola, di Cesena, di Forlì, di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre
-città ancora, che tutte avevano mandate le loro milizie a combattere
-contro di noi[398]. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano
-armati tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni:[399]
-_Stabant armati supper vallum, nihil omnino strepentes; dubium,
-principis advenientis aspectus utrum hanc reverentiam, et huius
-silentii disciplinam, an metum universis incusserit_, dice Radevico,
-lib. I, cap. XXXII. Una tanto spaventosa unione di forze non si
-impiegherebbe al dì d'oggi per acquistare una città presidiata da
-soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e coll'assedio,
-ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe padrone; ma allora la
-polve per anco non era conosciuta (la più antica memoria della polve
-ascende sino alla pubblicazione dell'opera: _De nullitate Magiae_,
-in Oxford, fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260, cioè quasi un
-secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso della polve
-nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia di Crecy, come ci
-attestano Larrey e Mezzerai. Il re d'Inghilterra Edoardo scompigliò i
-Francesi con cinque o sei cannoni; ciò accade più d'un secolo e mezzo
-dopo Federico). Troppo era ardua impresa il venire a cimento contro
-gli assediati, i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano
-nella larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno
-accostarsi, e perciò:[400] _Divisis, ut dictum est, inter principes
-exercitus portis Civitatis, singuli eorum festinare, parare, sudibus,
-palis aliisque propugnaculis castra munire, propter improvisos
-hostium incursus, decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus,
-aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam putabant.
-Sed longa potius obsidione fatigatos ad deditionem cogi, vel si foras
-propter fiduciam multitudinis erupissent, proelio superatum iri_[401].
-Si aspettò adunque che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla
-resa, e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti,
-trasmessici da un tedesco, nemico del nome italiano, e panegerista
-dell'imperator Federico, provano abbastanza che Milano in quel tempo
-era una repubblica, piccolissima per la sua estensione, ma di una forza
-e di un ardimento maravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza,
-quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe
-più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul ci parla di varie
-scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, col rappresagliar ai
-medesimi molti cavalli:[402] _Interea milites Mediolani egrediebantur
-de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos, et tantos
-abstulerunt, quod roncinus quatuor solidis tertiolorum vendebaturj_; e
-il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico per comando
-di lui, e in conseguenza non è mai sospetto di parzialità per i
-Milanesi, descrive varie sortite da essi fatte; ed una singolarmente
-caduta sopra il conte palatino del Reno, e sul duca Federico di
-Svevia:[403] _Apertis portis cum pugnacissimis egressi, disjectis
-custodibus, usque ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant,
-sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, inopinata re, ac
-improvisa primo perculsi_ (l'affare era di notte) _alter apud alterum
-formidinem simul, et tumultum facere: deinde alius alium appellare,
-hortari, arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare:
-clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, etc._, e conchiude
-che, accorsovi poi il re di Boemia coi suoi, e così resasi più vasta
-l'azione, i Milanesi, non potendo reggere a tanti, ritornarono nella
-città[404]. Questo fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca
-del canonico Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio
-Dobner[405]. Secondo detto cronista la sortita fatta dai Milanesi non
-fu di notte, ma[406] _circa horam vespertinam... fit pugna ex utraque
-parte: fortissimi caeduntur milites, nec hi vincuntur nec illi. Videns
-autem praedictus princeps se eis sufficere non posse, ad regem Bohemiae
-plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniant militia_; dice
-poi che il re accorse co' suoi e piombò addosso ai Milanesi:[407]
-_Mediolanenses pro libertate adversariis suis fortissime resistunt;
-ex utraque parte fortissimi caeduntur milites. A vespertina hora
-usque ad crepusculum durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis
-amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes sustinere, inter
-muros se retrahunt, quos Bohemi victores, usque ad ipsas portas
-caedentes, insequuntur. Interea nox praelium dirimit._ Questo autore
-era presente, quindi il di lui racconto pare più verisimile; poichè di
-notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, come
-allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi per testimonianza
-dello stesso autore tedesco e panegirista dell'imperatore Federico,
-contro il duca d'Austria, che s'avanzava per attaccare una porta della
-città:[408]_ Mediolanenses quippe, molitiones nostrorum praesentientes,
-ignominiam judicabant si pares, imo plures multitudine, minori animo
-venientibus non occurrerent_[409]; e allora pure furono respinti. La
-più fortunata azione ce la descrive lo stesso Radevico[410], quando
-uscirono i Milanesi contro una schiera di mille volontari, comandati
-dal conte Ekeberto di Rutene, che, dopo un ostinato conflitto, vennero
-fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili imperiali.
-Osserva però lo stesso Radevico, come dalla porta che era bloccata
-dall'imperatore (ed era quella del _Buttinugo_, ora detto _Bottonuto_,
-e il conte Giulini la crede posta al ponte dell'Ospedale), i Milanesi
-non ardirono mai di presentarsi, o per timore o per riverenza, verso
-la persona dell'imperatore:[411] _Sed nec ad portam, ubi militia
-principis obsidionem celebrabat, excursus facere, dubium an metu, an
-reverentia imperatoris cohiberentur_[412]. Tentarono gl'imperiali di
-prendere la città di assalto, e potè loro riuscire di porre il fuoco
-ad una porta ed al bastione vicino, combustibile, perchè composto
-di fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al di
-fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò a vuoto.
-Ciò nondimeno fa meraviglia come dopo un mese di blocco la città
-si rendesse; e non è facile il persuaderci come questa dedizione
-fosse allora cagionata dalla fame e dalle malattie, siccome varii
-scrittori asseriscono, appoggiati al testimonio di Radevico[413].
-Non è da credersi che i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio
-dell'imperatore, e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano
-premunite le abitazioni colla linea di circovallazione, avessero
-preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo di un mese; nè
-è da credersi che un morbo contagioso ponesse tanta desolazione da
-obbligare in quattro settimane alla dedizione una città non ancora
-offesa da macchina o assalto nemico; tanto più che di questa supposta
-pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo nemico,
-nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo di Praga,
-che era presente a questi avvenimenti, non scrive nè della fame nè
-d'altra malattia, se non che:[414] _Foetor cadaverum intolerabiliter ex
-utraque parte omnes cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis
-cruciabantur aegritudinibus_[415]. L'autore medesimo ci avverte che
-il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di Praga Daniele, il
-vescovo di Bamberga Everardo aprirono i discorsi di pace co' Milanesi,
-e Radevico ci attesta che l'autore di questa dedizione de' Milanesi
-fu il conte Guido di Biandrate; eccone le parole:[416] _Hujus auctor
-negocii dicitur fuisse Guido comes Blanderantensis, vir prudens,
-dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum esset naturalis
-in Mediolano civis, hac tempestate tali se prudentia et moderamine
-gesserat, ut simul, quod in tali re difficillimum fuit, et curiae
-charus, et civibus suis non esset suspiciosus_[417]. Questo conte
-Guido di Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale
-della milizia de' Milanesi[418]. La maggior parte del Novarese era
-sua, ed esposta alle invasioni degli imperiali. Il carattere e la
-fede di questo conte, anche prima in un fatto co' Pavesi, si resero
-soggetto di dubitazione, e sembrò che, comandando i Milanesi, li
-disponesse per essere battutti[419]. L'imperatore poi sempre se lo
-ebbe caro, l'adoperò in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna
-suo figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale,
-per obbligare gl'infelici Milanesi esuli dalla patria a sborsare nuovi
-tributi[420]. Posta tutta questa serie di fatti, io credo che senza
-pericolo di oltraggiare indebitamente la memoria di lui, sospettar si
-possa aver egli sacrificata la patria alla personale ambizione. I patti
-della resa furono: 1.º I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile
-saranno indipendenti dai Milanesi; 2.º i Milanesi giureranno fedeltà
-all'imperatore; 3.º fabbricheranno un palazzo imperiale; 4.º pagheranno
-novemila marche d'argento; 5.º daranno ostaggi; 6.º i consoli saranno
-eletti dai Milanesi, ma approvati dall'imperatore; 7.º nel palazzo
-imperiale risederanno i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8.º si
-restituiranno i prigionieri; 9.º saranno dell'imperatore la zecca e le
-regalie; 10.º saranno assoluti dal bando imperiale i Milanesi, tosto
-che dai Cremaschi siano pagate centoventi marche; 11.º eseguito ciò
-l'imperatore partirà fra tre giorni, e tratterà da amico i Milanesi e
-le cose loro; 12.º i Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede,
-quando non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo non
-li dispensi; 13.º potranno i Milanesi imporre una colletta per pagare
-la somma convenuta, e chiamare in contributo quei che solevano, eccetto
-i Lodigiani e i Comaschi, e alcuni del contado del Seprio, i quali,
-poco prima, avevano giurata fedeltà all'imperatore[421]. Così Milano si
-rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico.
-
-Questo avvenimento non fu veramente nè di gloria all'imperatore, nè di
-biasimo a Milano. Con un'armata immensa, atta a conquistare un regno,
-doveva certamente prendersi una città abbandonata, e sola in mezzo a
-tanti e sì potenti aggressori. Nè l'imperatore, scortato di tanti e
-sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigor militare che caratterizza
-un gran generale. Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni,
-non usò dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla
-seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento pure
-ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta del conte Guido, che
-i Milanesi vollero avere per loro generale. Si trovano, è vero, delle
-anime nobili, più sensibili alla gloria che a qualunque altro bene
-presente, capaci di un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il
-massimo interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, e
-ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente si
-pone un uomo nell'alternativa o di essere un eroe, o di sacrificarci.
-Se la capitolazione pose Milano nella dipendenza, però l'imperatore
-riconobbe nella città una esistenza civile con quest'atto medesimo,
-perchè capitolò, e perchè si obbligò a partirsene, e lasciò il
-reggimento della città ai consoli; nè proibì ai Milanesi il governo
-della loro città, o la facoltà della pace e della guerra. Se la città
-fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte a governarla a
-nome dell'imperatore, si sarebbe abolita la nuova magistratura de'
-consoli nata colla Repubblica; e si sarebbe espressamente proibito di
-contrarre mai più leghe o far guerre, come da un secolo e più s'andava
-facendo. L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione.
-Ho già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico
-non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o re d'Italia; che le
-monete della Repubblica mancanti del nome del sovrano hanno l'immagine
-di sant'Ambrogio, colla mitra, ornamento che prima di Federico non fu
-generalmente in uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non
-ho altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi se
-del primo, secondo, terzo o quarto; ma nè dei Corradi, nè di Lottario
-II non ne ho; nè alcuno ne ha pubblicate; e perciò sembra verosimile
-che da molti anni la zecca di Milano fosse oziosa, appunto perchè la
-nuova Repubblica non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione
-dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, e nemmeno volesse
-espressamente confermarsi dipendente col riporvelo. Conservo bensì
-alcune monete dell'imperatore Federico coniate in Milano, e sono
-pubblicate in più opere. Così quel sovrano, richiamando a sè la moneta,
-ravvivò anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo col favore
-dei tempi sottratti.
-
-Poichè fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una dieta in
-Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare le liti,
-quell'augusto, se crediamo a Radevico, diceva:[422] _Mirari se
-prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de scentia legum glorientur,
-maxime legum invenirentur transgressores; quumque sint tenaces
-justitiae sectatores, in tot esurientibus et sitientibus injustitiam
-evidenter apparere._ Se quell'augusto avesse riflettuto che lo
-studio delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo
-desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento medesimo
-nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima sorgente di
-litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa vi debbon essere più
-controversie che in una più povera e indolente, non avrebbe parlato
-con derisione degli italiani, perchè, studiando molto le leggi di
-Giustiniano, erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto
-e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone si mostrò
-pure abitatore del mondo, come le sono le anime grandi. Le antipatie
-nazionali sono minute opinioni del volgo, in ogni secolo e presso di
-ogni nazione le anime nobili sempre furono al disopra della popolare
-invidia, ingiusta per lo più o fomentata da una meschina politica.
-Cercano esse indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo
-ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere umano,
-e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e malvagi. Un sovrano
-poi, che è il padre dei suoi popoli, non può avere piccole gelosie di
-nazione. Federico mancò di politica. Dovevano accorgersi i Lodigiani,
-i Pavesi, i Cremonesi, i Comaschi e gli altri che l'imperatore non
-era punto affezionato nè agli italiani, nè ad essi. La guerra fatta ai
-Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità, liberandoli
-dall'oppressione; ma profittando delle nostre discordie, cercava di
-sottometterci. È vero che con una pomposa formalità aveva Federico, il
-giorno 3 agosto dello stesso anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani
-in Monteghezzone un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio
-alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la nuova città
-di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non perdeva cosa alcuna; e le
-città alle quali in quella dieta prese tutte le regalie, per formare a
-sè medesimo un tributo annuo di trentamila marche d'argento, perdevano
-assai. Più accortamente avrebbe operato quell'augusto, se, dopo di
-aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si fosse proposto di
-far amare il suo governo; forse avrebbe lasciato a' suoi successori
-un regno fedele e tranquillo, fondato sull'interesse medesimo de'
-popoli governati, i quali avrebbero naturalmente preferita la pace
-sotto di una moderata monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle
-stragi, all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici. Ma
-è più facile il vincere che il saper godere della vittoria; ed è più
-facile il carpire la fortuna, che il convertirla in propria stabile
-felicità. L'incauta condotta dell'imperatore gettò i semi di molte
-sciagure funeste ai popoli d'Italia, funeste all'impero medesimo;
-perchè, dopo le miserie di una seconda guerra, potè bensì opprimere
-i malcontenti, ma rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per
-la soggezione, che le città giunsero poi a liberarsene interamente, e
-col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica fu allora
-tanto più grande, quanto che il sistema feudale somministrava bensì
-all'imperatore un'armata combinata per una spedizione; ma non gli
-lasciava mezzo di avere un corpo di truppe costantemente assoldate e
-acquartierate nell'Italia per mantenersela soggetta.
-
-Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò di essere
-interamente amico de' Milanesi, e, come dice il canonico di Praga
-Vincenzo:[423] _Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes
-Italiae sibi fideles habeat quaerit, qui ei dant consilium, quod eos
-quos per civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos
-sibi sua constituat potestates..... quod imperator laudans, usque
-ad tempus huic rei competens in corde suo recondit._ I Milanesi,
-appoggiati alla fede di un trattato che lasciava loro il governo
-dei consoli, e l'elezione soltanto da approvarsi dal sovrano, non
-sospettarono che un consiglio pronunziato con candore e con impegno
-di corrispondere alla confidenza di quell'augusto, dovesse ricadere a
-loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era presente
-in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero di creare un
-podestà, cioè un dispotico ministro che reggesse a nome di Federico.
-Egli così ci racconta la risposta dei Milanesi:[424] _Nullo modo
-se hoc facere posse respondente; verumtamen, sicut in privilegio
-imperatoris habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et
-regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant._ È da
-notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo aveva scritto la
-capitolazione:[425] _Scilicet quod ipsimet, quos vellent, consulens
-eligerent, et electos ad imperatorem, vel ad ejos nuncium ad hoc
-constitutum; pro juranda imperatori fidelitate, adducerent. Contra
-hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae hoc imperatori
-dederint consilium, quod per suus nuncios in civitatibus Lombardiae
-ponat potestates: eo consilio utantur et ipsi._ Ognuno facilmente
-giudicherà quale dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli
-scrittori tedeschi incolpano gl'italiani d'aver infranta la data
-fede; nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che
-era al seguito del suo vescovo di Praga[426]. Egli è certo che il
-popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida _fora,
-fora! mora, mora!_ come dice l'autore medesimo; e i nunzi (sebbene i
-nobili milanesi cercassero di guadagnarsegli co' regali e procurasser
-di persuader loro che il rumor popolare si sarebbe calmato) non
-trovandosi sicuri, se ne partirono di notte e s'avviarono verso
-dell'imperatore. Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159)
-E previe le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì
-nuovamente una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci,
-ribelli, disertori dell'impero e nemici; condannò quindi i beni de'
-Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù. Ognuno sente qual
-grado di nobile eroismo vi sia in tale sentenza, e s'ella rassomigli
-più ai fasti dei Scipioni, ovvero a quei di Attila. La data di tale
-sentenza è 16 aprile 1159. Dopo un tal fatto non vi era più altro
-partito che tentare nuovamente la sorte delle armi. Il castello di
-Trezzo era presidiato dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne
-all'intorno. I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero
-a Milano il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto
-un errore, allontanando la sua armata da Milano, nel tempo in cui,
-violando la convenzione, voleva renderla perfettamente suddita. Ora si
-accostò, e, considerando Crema la amica alleata de' Milanesi, cominciò
-dal porvi l'assedio. Sono concordi gli scrittori italiani e tedeschi
-nel fatto della Torre, e fu: l'imperatore aveva fatta fabbricare una
-torre di travi posta sulle ruote, e la faceva spignere verso le mura
-di Crema da un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la
-fossa colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura,
-si combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi
-scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi macigni contro
-di quella torre, che innoltrando correva pericolo di essere rovinata.
-L'espediente che prese Federico fu di far legare alcuni prigionieri
-cremaschi e milanesi fra i più distinti, e con essi, coprendo il lato
-della Torre che si presentava alla città assediata, farla così spingere
-da' suoi verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla
-scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti ed amici,
-ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, e lasciarono
-all'imperatore la macchia d'una inutile atrocità. Nè questa fu la
-sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle
-mura in faccia de' nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e
-l'imperatore fece tosto impiccare in faccia della città due prigionieri
-cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due
-altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece condurre sotto le mura
-tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perchè
-tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si
-arrese, e si accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta.
-Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo espone
-Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare
-i Cremaschi assediati, perchè si difendessero con valore e facessero
-delle uscite coraggiosamente:[427] _In eruptionibus suis aut machinis
-flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos
-de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut
-ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum
-jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi
-gloriabantur_[428]. L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a
-narrarci:[429] _Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque
-pro muris jussit appendi._ Non credo che Cesare, quando assediava le
-città delle Gallie e della Germania, lasciasse ne' suoi fasti esempi
-tali.[430] _Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere,
-etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit
-ad supplicium._ E prosiegue a narrarci come allora Federico[431]
-_obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur_;
-e, non contento di quaranta miseri prigionieri di guerra, sei militi
-milanesi, allora côlti, perchè parlavano co' Piacentini, vennero
-condannati alle forche:[432] _Tum interim adducuntur captivi quidam de
-nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi fuerant ubi cum
-Placentinis perfida miscebant colloquia..... nam ut supra dictum est,
-Placentia principi, etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat
-obedientia.... hos itaque.... duci jubet ad supplicium, similisque his,
-qui et prioribus, vitae finis extitit_[433]. Se Radevico avesse scritto
-per oltraggiare l'imperatore, non poteva fare di più. Eppure egli
-scriveva,[434] _nutu serenissimi imperatoris Friderici_[435]. Convien
-confessare che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della
-crudeltà erano diverse da quello che ora sono generalmente. Finalmente,
-così Radevico ci descrive il fatto della Torre:[436] _Jamque ad
-civitatis perniciem machinae plurimae admovebantur, jamque turres in
-altum extructae applicari caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia
-resistere, atque a muris turres arcere, suisque instrumentis, validis
-saxorum ictibus, nostras machinas impellere. Efferatis vero animis
-princeps obsistendum putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad
-eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra civitatem novem
-habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, quod etiam apud barbaros
-incognitum, et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non
-minus crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, et
-naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat miseratio. Sicque
-aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt. Alii,
-miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et dirae
-calamitatis horrorem penduli expectabant: o facinus!_[437] Secondo i
-principii che formano la base della giustizia e della morale, poteva
-controvertersi, se la indipendenza delle città d'Italia fosse diventata
-legittima dopo molti anni, dacchè erasi acquistata. Poteva anche
-chiamarsi ingiusta la guerra difensiva che facevano i Cremaschi. Ma non
-si può biasimare come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza
-di animo la costanza e il valore dei combattenti: nè imputare a delitto
-se gli assediati respingevano le macchine degli aggressori; e se
-vuolsi compiangere, come lo merita, il fato degl'infelici legati alla
-Torre, la barbarie è da imputarsi non mai a' Cremaschi. L'imperator
-Federico però volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico
-lo fece. Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo
-assedio, e Radevico ci dice:[438] _Ipsum castrum, egressis inde quasi
-XX millibus hominum diversi generis, flammis traditum, et militibus
-ad diripiendum permissum est_[439]. Questo modo di assediare e di
-prendere una fortezza l'imperator Federico lo credette modo clemente: e
-la presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò una
-vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, ce la
-conservò Radevico[440] nel libro secondo, cap. 43:[441] _Fridericus,
-Dei gratia Romanorum imperator, et semper augustus. Scire credimus
-prudentiam vestram, quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem et
-gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter collatum occultari
-vel abscondi tamquam res privata non potest. Quod ideo dilectioni
-vestrae ac desiderio significamus, ut, sicut charissimos et fideles,
-vos participes honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem die post
-conversionem S. Pauli, plenam victoriam de Crema nobis Deus contulit,
-sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in
-ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae quam humanae summam
-semper clementiam in principe esse testantur._
-
-(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese l'imperatore
-Federico direttamente contro di Milano; e si passò il tempo in varie
-zuffe, per lo più dai Milanesi provocate, e terminate con vario
-successo, ora felice, ed ora contrario. L'erudizione tutto raccoglie;
-la voce della storia racconta que' soli fatti che meritano di essere
-conosciuti o per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti
-dappoi, ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato delle
-cose in quei tempi. Aspettava quell'augusto nuovi soccorsi dalla
-Germania, e frattanto girava per la Lombardia convocando concilii,
-sostenendo papa Vittore, scomunicando i partigiani di papa Alessandro
-III, il quale scomunicava i fautori di Vittore. L'origine di questo
-scisma venne perchè morto, nel 1159, Adriano IV, che nascosamente
-animava i Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero
-in due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi fu
-chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale di
-Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era del partito di
-Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta vescovi suoi sudditi
-o aderenti, al quale invitò i due pretendenti al papato. Vittore solo
-vi comparve, e fu dichiarato legittimo papa; e contemporaneamente in
-Anagni si tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale
-fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il giorno 24
-marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico. Vittore scomunicò
-i Milanesi e i loro fautori. Alessandro scomunicò Federico, l'antipapa
-e i consoli cremonesi, pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani,
-aderenti all'imperatore e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e
-gli affari di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti
-ostili, che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza
-ricompensare in qualche modo il danno con qualche gran mutazione. La
-guerra è sempre un male atroce, e le società civili si sono instituite
-al fine di non provarla. Ma s'ella cagiona una gran rivoluzione, perde
-in certo qual modo la sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce;
-che se lascia il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima,
-non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti rinforzi
-all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi di Milano; e
-a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento, un incendio cioè
-furiosissimo, che, il giorno 25 agosto 1160, abbruciò quasi tutti i
-nostri magazzini e quasi la terza parte di Milano. A questa disgrazia
-dobbiamo attribuire interamente l'umiliazione alla quale venimmo
-ridotti; e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo
-negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto come il giorno sopra gli
-altri infausto: poichè ci trovammo da quel momento in faccia di un
-potentissimo nemico, aiutato dai nostri nemici vicini; tagliata ogni
-corrispondenza colle città amiche; privi d'ogni speranza di aver pane;
-e desolate le campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata
-fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa.
-
-(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò quasi sette
-mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno 1162[442]. Non seguì
-alcuna operazione militare che forzasse alla resa; non furono diroccate
-le fortificazioni in verun modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica
-cagione della dedizione in quella seconda volta è da attribuirsi alla
-fisica mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire Raul
-ci dice che, per provvedere la città,[443] _electi sunt de unaquaque
-parochia civitatis duo homines, et de iisdem tres de unaquaque porta,
-quorum unus ego fui, ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces
-venderentur, et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis
-versum est_: parole che non furono abbastanza sinora meditate, perchè
-la violazione della proprietà, e la mediazione del legislatore fra
-chi vende e chi compra furono sempre mai operazioni insterilitrici,
-sebbene di autorità e lucro per gli esecutori, i quali soli parlano
-per un popolo che non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per
-lunga serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto del
-1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico del 1161 cominciò
-a postarsi tra levante e tramontana della città; poi sloggiò e collocò
-il suo campo, inviandosi a ponente, poi a mezzodì, sempre facendo
-fronte verso Milano. Una così poderosa armata copriva frattanto dietro
-di lei una moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor
-verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di quindici
-miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; e si accampò
-verso Lodi, lasciandoci il miserando spettacolo d'una terra devastata
-che non poteva darci nulla; e non lasciando altro compenso per vivere,
-fuori che i pochi grani scampati dall'incendio. È assai facile il
-figurarci la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal
-vista cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro
-rimanere era quello di avventurare tutto a una giornata: uscire dalla
-loro città con tutte le forze riunite, dare una battaglia, e terminare
-la vita con onore, e salvare la patria, distruggendo il nemico, e
-obbligandolo a lasciarla libera. Ma per abbracciare questo estremo
-partito vi voleva quel vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo
-della patria, che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende.
-Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, e si
-erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte di Biandrate ci
-allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. Ne' casi estremi
-il dispotismo solo può salvare la città; ma non sempre vive nella
-città l'uomo che, per la sua virtù e talenti, meriti il deposito di
-quella terribile autorità, nè sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo.
-Cercarono perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione col
-nemico; e, chiesti i salvocondotti dal duca di Boemia e dal conte
-Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, non meno che dal langravio
-di Assia, di lui cognato, scortati con questi, uscirono dalla città
-per entrare con essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di
-Federico, ci racconta[444] che dalle truppe dell'arcivescovo di Colonia
-Reineldo, contro il gius delle genti, vennero fatti prigionieri;
-e, quantunque i tre nominati principi altamente se ne dolessero,
-l'imperatore approvò il fatto. Lo storico nostro sire Raul ci descrive
-molte crudeltà praticate dall'imperatore in questo secondo blocco.
-Pretende quell'autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava
-facendo in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le
-mani. Nomina sei milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli
-occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocchè servisse di guida
-a ricondurre nella città i suoi compagni. Comunque sia, egli è certo
-che i Milanesi, in dicembre dell'anno 1161, e molto più in gennaio del
-1162, erano ridotti all'estremo della penuria, a tal segno che colle
-armi nelle domestiche mura si vegliava, perchè il padre non rubasse
-al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro
-Calchi:[445] _Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus
-nurum, frater fratem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod
-pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia
-audiebantur_[446]. Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il
-raccolto, soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte, poichè le
-strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava.
-La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover
-succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la città si
-rendesse all'imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano
-che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta
-inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi
-che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante nell'Italia, non vi
-poteva più a lungo soggiornare o per bisogni della Germania, o per la
-stanchezza de' principi: essere sempre aperto il disperato partito di
-assoggettarsi ad un monarca offeso e adiratissimo: del quale, nello
-stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito lo sdegno,
-quand'anche si accelerasse di qualche poco la dedizione; per modo che
-una più lunga resistenza riusciva in favore della città. Così allora
-dicevano i consoli, dei quali i nomi meritano di essere ricordati,
-Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello,
-Gottifredo Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando
-Giudice ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile peso de' mali
-della carestia mosse il popolo, e la vita dei consoli fu in pericolo;
-per lo che si dovettero spedire immediatamente all'imperatore le
-condizioni della resa. Nessuna condizione volle ammettere il vincitore,
-e volle che ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla
-clemenza sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i Milanesi
-dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che l'imperatore
-avrebbe operato generosamente; il che ce lo attesta lo stesso Burcardo,
-oltre il Morena.
-
-La sommissione dei Milanesi si rappresentò, al principio di marzo
-1162, nella nuova città di Lodi. Ivi si prostrarono avanti l'imperatore
-gli otto consoli. Furongli consegnati quattrocento ostaggi trascelti
-fra gli ottimati. Le armi e le insegne militari furono depositate a'
-suoi piedi. Gli fu giurata obbedienza illimitata. Io non descriverò
-minutamente quello spettacolo umiliante; poichè quando una città si
-rende a discrezione, come facemmo noi, è detto tutto. Ogni avvilimento,
-ogni insulto di più che debba soffrire il popolo che in tal modo si
-è reso, può far torto bensì alla grandezza d'animo del vincitore, ma
-non aggiugne alcuna macchia di più ad una città che non ha più mezzi
-per resistere. Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne
-a Milano, e comandò che i cittadini tutti uscissero dalla città, e
-che la città venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce lo attesta
-nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in cui dice:[447]
-_Fossata complanamus, muros subvertimus turres omnes destruimus, et
-totam civitatem in ruinam, et desolationem ponimus_[448]. Radevico
-descrive così:[449] _Deinde muri civitatis et fossata et turres
-paulatim destructi sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in
-ruinam et desolationem detracta est._ Dodechino, nella continuazione
-della cronaca di Mariano Scoto, dice:[450] _Populus expulsus: murus
-in circuito dejectus: aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus
-destructae_[451]; e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, così
-racconta:[452] _Medialanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione
-coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore misericordiam...
-Imperator, qui proposuerat eos, ad terrorem aliorum, diversis
-suppliciis interimere, vita donatos, rebusque necessariis, quantum
-secum ferre poterant, concessis, per regiones dispersit, ita ut non
-haberent licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde jussit
-suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera fastigia, et
-aedificia destrui_[453]. L'anonimo autore della cronaca Sampietrina
-Erfurtense, così dice:[454] _Mediolanenses, regis, et italici atque
-teutonici exercitus obsidione, jam quadriennio, arctati, post multa
-et praeclara militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum, et
-inedia magis quam armis devicti manus imperatori tradunt supplices,
-regiae potestati se suaque omnia dedentes. Optimatibus igitur ac
-populo in deditionem susceptis, Rex civitatem cum victricibus aquilis,
-ac grandi moltitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute,
-omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur, muri,
-turres, omnisque munitio destruitur, caetera aedificia, excepta
-matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis, voraci flamma consumantur, et
-civitas opulentissima... terrae funditus coaequatur_; indi più oltre,
-per accennare il modo con coi i Milanesi alloggiavano, dice:[455]
-_Mediolanenses, post suae excidium civitatis, quatuor oppida per
-quatuor plagas, imperiali edicto, fecerunt_[456]; e nel Cronico Boemico
-si legge che l'imperator Federico allora,[457] _muros urbis diruit,
-et aspera mutat in plana_[458]. Il canonico di Praga Vincenzo così ci
-descrive più a lungo questo avvenimento:[459] _Mediolanenses autem
-tantae fortitudini resistere non valentes, crebris vastationibus,
-fame, siti, diversis captionibus, fratrum quoque et amicorum suorum
-diversis cruciatibus, et interfectionibus defatigati, a principibus,
-tam Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris modum
-quaerunt, quibus sic a principibus respondetur: quod nullo modo
-gratiam domini imperatoris obtinere valeant, nisi prius Mediolanum
-in manus domini imperatoris tradant. Et ex consilio suorum fidelium
-Laudum civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali suo cum suis
-principibus sedente, claves omnium portarum mediolanensium ante ipsum
-portantes, coram eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram
-se prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur, ex quibus
-Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus; injuste egimus, ita
-quod contra romanorum imperatorum dominum nostrum naturalem arma
-movimus; culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla nostra
-imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis nostrae,
-urbis antiquae, imperiali majestati vestrae offerimus, et ut tantae
-urbis, tam antiquorum imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S.
-Ambrosii amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri
-subditis; pacem dare subjectis imperialis dignetur pietas, vestigia
-pedum vestroram dorantes, humili, et supplici prece rogamus. Hic eorum
-imperator auditis precibus, claves portarum mediolanensium recipit,
-et sic contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis terrae
-innotuit quod contra dominum imperatorem orbis terrae dominum arma
-movere praesumpserunt, sic per quatuor orbis terrae partes eorum
-poena innotescat. Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem,
-ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis vult suam deportet
-pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris in potestatem reddant. Hoc
-audito, Mediolanenses ejus assistunt volontati, et licet inviti,
-ejus obtemperant imperio. Per praedictas quatuor partes sua ponunt
-domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem et Austrum: Mediolanum in
-potestatem domini imperatoris reddunt. Imperator autem, Teutonicorum,
-Papiensium, Cremonensium et aliorum Longobardum collecta militia,
-Mediolani suo residet pro tribunali; quid de tanta urbe faciendum sit
-consilium quaerit. Ad quod a Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus,
-Cumanis, et ab aliis civitatibus, respondetur; qualia pocula aliis
-propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam, Cumas,
-imperiales destruxerunt civitates, et eorum destructur Mediolanum.
-Hoc audito, imperator ex eorum consilio tali in Mediolanum data
-sententia, extra progreditur in campestria. Primo dominus Theobaldus,
-frater domini regis Wladisiai, deinde Papienses, Cremonenses,
-Laudenses, Cumani, et diversi de diversis civitatibus, ocyus dicto,
-ignem ex omni parte in Mediolanum jaciunt, hoc ipso imperatore cum
-suis exercitibus spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas
-imperialis, diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator autem,
-Mediolano destructo, in tota Italia imperialem exercebat potestatem,
-tota enim in cospectu ejus tremebat Italia, et in urbibus Italiae suis
-positis potestatibus, versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae
-rem acturus, suus disponit exercitus_[460]. Tutti i riferiti autori
-tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati contro
-dell'imperatore) uniformemente ci assicurano che fummo dalla città
-scacciati, ripartiti a vivere in quattro borghi: e che la città non
-solamente fu smantellata, ma posta in rovina e desolazione, e distrutte
-le case, trattene le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne
-collocata tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte
-della città, e distanti appena due miglia; e sono Noceto, Vigentino,
-Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero di autorità ancora
-non bastasse, un fatto solo basterebbe a provare che i Milanesi, dal
-mese di marzo 1162 sino al maggio 1167, non abitarono in Milano, ma
-ne' suddetti luoghi; e questo si è che nessun contratto, nessuna carta
-scritta in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma
-i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali
-portano _In burgo de Veglantino_, ovvero _In burgo Noceti_, che anche
-chiamavasi _Burgo Porte Romane de Noxeda_[461]; e le monache de'
-monasteri di Milano facevano i loro contratti in questi borghi, nei
-quali si erano ricoverate; come accadde all'abadessa del monastero di
-Orona, di cui vi è un livello fatto nel 1163:[462] _Ante portam sancti
-Georgii de Noxeda_[463]. Da tutto ciò, senza alcun dubbio, si conosce
-che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma realmente
-fu rovinata la città, la quale per cinque anni rimase un acervo di
-rottami disabitati, mentre i cittadini vennero separatamente collocati
-nei quattro nominati luoghi, che ora sono povere terre suburbane,
-capaci appena di ricoverare alcuni contadini.
-
-I nemici o si disarmano co' beneficii, o si spengono, come insegnò
-il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano l'impresa. I
-Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati all'Impero,
-per non trovarsi assaliti dagl'imperiali con averci alle spalle,
-e per conservarsi la comunicazione co' Borgognoni, ossia Svizzeri,
-loro alleati, sotto Vitige, spedirono Uraja, il quale, alla testa
-d'un'armata, passò a fil di spada i nostri maggiori, e lasciò il
-paese deserto per cinque secoli, siccome si è veduto. La condotta
-dell'Imperatore Federico è stata men crudele; ma non più eroica nè più
-saggia. Egli voleva che non vi fosse più Milano; ne fece uscire gli
-abitanti, e distrusse la città. Doveva prima giudicare se uno sterile
-ammasso di rovine deserte sia una dominazione gloriosa ed utile per un
-monarca. Poi, supposto che trovasse conveniente un tal partito, doveva
-trasportare i cittadini nel fondo della Germania, divisi in modo che
-non più potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte della
-città, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento, se non
-di vedere rinata la città al primo istante in cui fosse allontanata
-la forza ch'egli vi esercitava. Nel 1758 gli Austriaci furono a
-Berlino, e i Prussiani a Dresda; che direbbe la storia se avessero
-posto l'incendio nelle due città? In mezzo all'ardore della guerra le
-nazioni colte ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanità tutti i
-danni superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che non
-furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggidì il colonnato di
-San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le torri di San Sepolcro, le
-chiese di San Giovanni in Conca, di San Simpliciano, di San Celso, di
-San Satiro, il battisterio incorporato nella chiesa di San Gottardo,
-ed altri edificj, che ci fanno prova del riguardo usato allora ai
-luoghi sacri. A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di
-ministri e di adoratori, non saprei dirlo; tanto più che le reliquie
-ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania, dove
-anche oggidì in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano de' Magi,
-dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da Sant'Eustorgio. La
-superstizione di quei tempi avrà fatto credere che fosse un maggior
-delitto il diroccare le mura d'un tempio, che il ridurre alla estrema
-angoscia gli uomini d'una città. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci
-lasciò scritto, che:[464] _Quinquagesima pars Mediolani non remansit
-ad destruendum_[465]; lo storico milanese sire Raul si scrive:[466]
-_Primo succendit universas domos, postea destruxit et domos_[467].
-Vero è che il guasto principalmente lo soffrimmo dai nostri nemici
-italiani, cremonesi, lodigiani, pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi,
-e dagli abitanti del ducato medesimo delle provincie Martesana e
-Seprio, i quali, a più riprese, ritornarono a demolire e incendiare
-le antiche abitazioni d'una città che gli aveva con troppo orgoglio
-e ingiustizia maltrattati; ed è probabile che l'imperatore Federico
-fondasse su questo radicato livore il progetto di impedire che i
-Milanesi mai più non osassero rientrare nella città; e dovessero
-vivere sempre a vista della rovinata città, ma separati in quattro
-terre. Ma gli amori e gli odii d'una città e di una nazione sono tanto
-variabili quanto l'autorità e l'interesse; poichè la prima li dirige
-nei paesi ignoranti, l'altro negli illuminati. Gli autori contemporanei
-non parlano, nè che fosse sparso il sale sulle rovine della città,
-nè che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze s'immaginarono
-dal Meimbomio, e dal Fiamma posteriormente; e il giudizioso nostro
-conte Giulini dissipa queste favole, troppo incautamente ripetute
-da chi descrisse questa nostra sciagura[468]. I buoi non potrebbero
-strascinare l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate: nè in
-un paese mediterraneo e senza miniere, il sale è tanto abbondante da
-farne tal uso insolito ed inefficace, il sale anzi si vendeva in Milano
-soldi trenta lo stajo, come ci attesta sire Raul, e i trenta soldi
-di allora valevano, secondo il calcolo del conte Giulini, più che non
-valgono tredici zecchini ai tempi nostri[469]; tanta era la carestia
-di ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi. Sire
-Raul ci descrive:[470] _Planctum, et luctum marium, atque mulierum,
-et maxime infirmorum, et foeminarum de partu, et puerorum egredientium
-et proprios lares reliquentium_[471]. E a dir vero, questo trattamento
-fatto ai Milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti
-esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno,
-che da noi anche in marzo è durevole. La neve, il ghiaccio non sono
-cose insolite in Milano in quella stagione. Donne da parto, infermi,
-vecchi, bambini, costretti a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto
-per ivi mirare la rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad
-abbandonare sè stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse
-de' principi, che assicuravano una generosa accoglienza[472], dopo
-aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata così a penuriare
-di tutto e soffrire una morte lenta, miseranda, amareggiata dalla
-baccante vendetta dei nemici, che sotto i loro occhi distruggevano
-la città infelice, non fanno un'epoca gloriosa per la magnanimità di
-Federico. Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virtù
-dei Romani, e Federico credette così gloriosa impresa per lui l'avere,
-non già sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii diplomi, che
-tuttora si conservano, vi pose la data:[473] _Post destructionem
-Mediolani_[474], e ne fece solenni feste in Pavia, ove con nuova pompa
-sedette incoronato ad un pranzo colla imperatrice, pure incoronata, ed
-i vescovi colla mitra sul capo; ornamento che allora si rese universale
-ai vescovi.
-
-Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il quale narra che
-appena la cinquantesima parte di Milano rimase intatta, non credo io
-già per ciò che le quarantanove cinquantesime parti della città siano
-state distrutte in modo che veramente fossero le case dai fondamenti
-demolite. Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un lavoro
-grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare, comprende quanto
-dispendio e quanto tempo vi voglia per appianare una casa di buone e
-antiche mura. È verisimile che lo sfogo della vendetta de' nemici desse
-il guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili; ma
-probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono, se non altro
-nella parte più vicina al suolo; poichè i mattoni, la calce, i travi,
-cadendo, le dovevano seppellire sotto il mucchio di que' rottami. E
-ciò sembrami assai naturale, osservando la capricciosa tortuosità e
-l'angustia di molte delle nostre vie, singolarmente al centro della
-città, poichè se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti
-antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni città
-fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane al centro di
-Milano a me pare che provi l'opinione da me esposta sin dapprincipio,
-cioè che Milano non abbia fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice
-villaggio, gradatamente crescendo, sia diventata una città. Le prime
-case che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate con
-nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone; a queste si
-aggiungono altre abitazioni sul pezzo di terra che ciascuno acquista, e
-si forma un villaggio colla sola distanza fra casa e casa, che ne lasci
-l'uscita e l'ingresso. Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori,
-si comincia a conoscere la necessità d'un regolamento, e si obbligano i
-nuovi che vengono ad osservare nelle nuove case che v'innalzano certa
-distanza e certo ordine; e come i nuovi sono costretti a sempre più
-allontanarsi dal centro, quanto più tardi si determinano a scegliervi
-la dimora, perciò sempre più regolari e spaziose sono le vie lontane
-dal mezzo della città; perchè le case del centro sono state aggiunte
-ad un villaggio; e quelle più lontane, ad una città, che aveva un
-regolamento di Edili. Io perciò opino che la maggior parte delle vie
-interne di Milano sieno antichissime, e le case ristorate sempre sopra
-i primi fondamenti; poichè dopo cinque anni ciascuno sarà ritornato
-esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avrà riattata
-sopra gli antichi fondamenti.
-
-Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro borghi, e
-quanti vilipendii ed a quante miserie andassero esposti, è facile
-immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono. Se è possibile un
-governo civile che abbia per oggetto l'infelicità del popolo, lo fu
-quello; e negli annali nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro
-da Cunin, di Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali
-poterono distinguersi nella rapacità, durezza ed oppressione sotto cui
-fecero gemere i nostri antenati[475]. Il terrore di questo trattamento
-costrinse Piacenza, Brescia e Bologna a sottomettersi a Federico:[476]
-_ne sicut Mediolanum, quod fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori
-existerent, funditus subverterentur_, dice il Morena. Tutte le città
-del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero
-soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali, che le
-avevano poste nella servitù. Le doglianze non portavano in risposta
-che scherno e vilipendio[477]. Tale fu il punto a cui le interne
-discordie condussero le città della Lombardia. Tale fu la condotta
-dell'imperatore Federico, che non collocheremo fra gli eroi benefici,
-nè fra gli eroi militari; poichè per vincere una città fiancheggiata
-da' nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione,
-circondandola con un esercito, di cui dice Wernero Rolewinck:[478]
-_Federicus imperator, quasi cum innumerabili Alamannorum exercitu,
-Mediolanum obsedit_[479], non fa mestieri di arte alcuna; peggio poi,
-con un apparato simile, il non acquistare la città per assalto, ma
-l'ottenerla colla subornazione in prima, poi colla fame. Un numero
-assai minore di forze poteva restituire all'Impero la città; e
-rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti, poteva Milano
-trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine, quella pace e quella
-sicurezza che desiderava nella passata condizione; e poteva un più
-virtuoso monarca, dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la
-perdita della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato per
-acquistarci la civile libertà. Allora non avrebbe la storia lasciato
-scritto quello che il monaco bavaro pose nella sua cronaca:[480]
-_Mediolanenses sponte se suaque imperatori dederunt, qui absque ulla
-clementia Mediolanum destruxit_[481]. Una scorreria di barbari può
-demolire molte città: ma appena nel corso d'un lungo regno può un
-monarca potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi umani e
-deliziosi sentimenti non si conoscevano in que' secoli feroci; e ciò
-diminuisce in qualche parte la colpa dell'imperator Federico.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
- _Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema
- politico._
-
-
-Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra;
-presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo Oberto da
-Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e l'imperatore Federico,
-all'incontro, sosteneva il partito dell'antipapa. Se la prepotenza
-de' Milanesi aveva destata l'invidia e l'odio universale, l'estrema
-loro oppressione aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le
-città tutte del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente
-si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano
-sotto il giogo de' ministri imperiali, spogliate delle regalie, e
-ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia di un conquistatore.
-In questo stato era la Lombardia, quando Alessandro III dalla
-Francia, ove aveva ritrovato un asilo, passò in Italia l'anno 1165.
-L'imperator d'Oriente Manuello Comneno era passionatamente animato
-contro i Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne' suoi
-Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò col papa
-e coll'imperatore d'Oriente, e così il papa si avventurò al ritorno
-nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli delle città lombarde
-erano i medesimi, cioè di sottrarsi dalla dominazione dispotica
-dell'imperator Federico. Ma la difficoltà era grandissima, perchè nè
-Alessandro aveva forze bastanti per iscacciare Federico, nè pareva
-possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e
-sospettosamente custodite da un terribile vincitore. Secondo tutte le
-apparenze, queste difficoltà vennero superate coll'opera de' frati,
-ai quali, come ad uomini affatto alieni dalle cose mondane, non si
-prestò attenzione. Essi conoscevano in ciascheduna città gli uomini
-più accreditati; insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne
-prepararono e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso che
-si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel monastero di
-Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno 7 aprile 1167; ed ivi si
-trovarono alcuni de' principali cittadini delle città lombarde[482].
-Il primo articolo che vi si trattò e concluse, fu di ristabilire i
-Milanesi nella loro patria, riparare le loro fortificazioni, aiutarli
-a repristinare le case loro; e così dare nuova vita alla città, che
-doveva essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse
-stato condotto con mistero questo primo congresso, non potè a meno
-che il conte di Disce, ministro imperiale, non ne concepisse qualche
-sospetto. Pretendeva egli quindi dai Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni
-modo più che mai gli opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti,
-divisi nelle quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della
-patria, senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi, ignari
-probabilmente di quanto si andava da alcuni pochi cittadini trattando
-per la comune salvezza, tremavano ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi
-nostri nemici, erano i più affezionati all'Impero; Pavia era la sede
-della corte del regno italico, e diventava, nello stato libero, una
-città secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa
-de' ministri imperiali faceva tutto paventare agli infelici:[483] _O
-quantus clamor_, dice sire Raul, _et quantus timor, quantus fletus per
-quatour hebdomadas in burgis fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini!
-nemo erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: Ecce
-Papienses burgos comburere_[484]. L'imperatore trovavasi verso Roma:
-i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, i Mantovani e i Veronesi
-vennero a Milano; e il giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i
-Milanesi nella loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta
-allora sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, unitamente
-ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano questo ritorno; la
-spiegazione de' quali io non intraprenderò, sì per essere questo un
-oggetto più d'antiquario che da storico, come anche per non ripetere
-quanto si può vedere nella diligente e laboriosa opera del nostro conte
-Giulini[485], al quale non saprei che aggiungere. Queste sculture ci
-mostrano che l'antesignano di questa impresa fu appunto un frate, che
-precede i militi e porta il vessillo: nè si può dubitarne, poichè vi è
-scolpito sotto: _Frater Jacobo_; il che avvalora sempre più l'opinione
-che de' frati siasi servito il papa Alessandro per questa impresa,
-condotta così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero
-dal congresso all'esecuzione.
-
-Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro
-fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro
-città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui
-l'imperatore stavasene colla sua armata sulla Romagna per discacciare
-il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di
-Milano fece che l'imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse
-alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice ci
-aveva fatto non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla
-nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore
-dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo,
-presidiato dagl'imperiali, e presimo la guernigione e la condussimo
-prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova
-lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que'
-cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che l'imperatore
-fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell'Impero
-quasi tutte le città della Lombardia, le quali, o palesemente, o
-cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie
-sul Milanese, ma si presentarono gli alleati con forza tale, che
-obbligarono l'imperatore a contenersi e ritirarsi nella Germania per
-la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le città
-di Lombardia:[486] _Insimul unum corpus effectae sunt_, come dice il
-continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitre città collegate:
-Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona,
-Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena,
-Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal
-macchina aveva saputo preparare contemporaneamente l'accorto Alessandro
-III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena
-formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente,
-la maniera di ragionare di que' tempi, di rendere immortale la fama
-del sommo pastore, creando una nuova città, che portasse ai secoli
-venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora
-erano imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita
-a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale si dichiarava
-ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi
-con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il
-sito ove il fiume Bórmida sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova
-città, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati
-in questa nuova città gli abitatori delle vicine terre, diederle il
-nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte
-delle guerre e delle conquiste: le prime, distruggendo ogni cosa; le
-seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano
-alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra,
-la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose
-opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, un tempo loro
-padroni e loro benefici legislatori e maestri. L'Egitto conserva
-ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche
-agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si
-migliorano, nè si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare un
-popolo, fa che è in sua mano l'imprimervi il carattere che vuole; e che
-il subblime dell'arte consiste nella scelta del mezzi; ma l'ambizione
-dell'imperatore Federico non fu illuminata a questo segno.
-
-Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano
-l'imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella
-Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore nella Germania
-venne della Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l'esercito
-nell'Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città e la cinse
-d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo
-nemico, ma la chiamava Rovereto, nome d'uno de' vicini villaggi, gli
-abitatori del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta
-di quell'augusto che la data: _In episcopatu papiensi, in obsidione
-Roboreti_[487]. L'assedio fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu
-anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati
-sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che
-li riferiscono gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli;
-è un barbaro tiranno per questi: io però mi attengo principalmente
-agli autori tedeschi, acciocchè non sia il mio racconto sospetto di
-parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città
-d'Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi
-che erano scappati dai loro padroni:[488] _Multitudo latrunculorum,
-raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat_[489]. Pare veramente
-difficile che gli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di
-uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque
-sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi:[490] _Magna costantia ex
-utraque parte militaris res ferbebat: interdum ex his et illis quidam
-capti nonnulli occisi et suspensis sunt. Imperator vero quiddam laude
-dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti,
-mos oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium,
-juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisiva;
-ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel Imperium tuum gessi:
-sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter
-servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice
-ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei
-permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit_[491]. Nel
-capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese sire Raul
-ci lasciò scritto; cioè che l'imperatore Federico, nel blocco di
-Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani
-a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata
-quell'accusa; ma questo autore tedesco, che, negli altri suoi racconti
-è sempre parziale a Federico ed animato contro gli Italiani, pare
-che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare
-dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò
-che i tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini
-illuminati e sensibili, giudichino se sia[492] _quiddam laude dignum_
-quello che fece Federico, perchè fece accecare due soli di que'
-disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel
-Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice
-in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da
-ladroncello, nè da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto.
-Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo
-Siloense:[493] _Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut
-dicunt, munitissimam, non mororum ambitu, sed positione loci, et vallo
-incredibiliter magno, in quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque
-virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator
-non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum
-caede, interjectis etiam aliquot annis_[494]; anzi a dir vero nè tosto
-nè tardi la potè Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli
-alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso
-Piacenza; d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a
-togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per
-resistere coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace.
-L'esito poi fece conoscere ch'ei con ciò non cercava che d'acquistar
-tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla
-Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di
-alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'imperio;
-e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro
-libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all'elezione degli
-arbitri, e l'imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia,
-Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazzaro, pavese. Le
-città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara,
-bresciano, e Gezone da Verona.
-
-Si cominciò a trattare per questa pace fra gli arbitri. Ma prima di
-esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni
-l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che
-l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli
-dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottifredo ci vuol far
-credere che, quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria,
-sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si
-ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno
-se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza.
-La storia tutta smentisce un tal racconto; nè è mai stato l'uso che
-per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un'armata
-cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo
-tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare
-Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella
-volta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'aprì un congresso
-di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono:
-che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III;
-che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano
-fatto durante i regni dei due ultimi Cesari, Lottario II e Corrado
-III:[495] _Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo
-pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris
-Henrici imperatoris antecessoribus suis sini violentia, vel meta
-fecerunt_[496]; così impariamo da una carta pubblicata dall'esimio
-nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l'imperatore
-restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai
-signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità
-che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, ne' mulini,
-ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle case fabbricate sulle strade
-pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero
-di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città
-alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere
-che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco
-suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che
-allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede.
-Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi,
-dice:[497] _Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim
-in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi_[498];
-e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperatore
-Federico, di noi scrisse:[499] _Latini sermonis elegantiam, morunque
-retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae
-conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam_[500].
-I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi
-non mancarono nè di valor militare nè di condotta; e che furono tanto
-urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo.
-
-Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l'imperatore
-aveva offerto con poca buona fede, per aspettare le nuove forze della
-Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si
-ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in
-que' tempi. Non sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I
-tributi si sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli
-il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano in que'
-secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo
-non è meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per
-l'avvilimento dei metalli nobili, resi assai più comuni e abbondanti
-dopo la scoperta delle miniere d'America; ma è fisico e reale,
-indipendentemente ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; poichè
-gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di
-portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal
-proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all'armata
-reggendo i suoi; terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I
-signori ritornavano a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a
-lavorare i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano
-servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti. Si
-stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando di essi
-una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta
-alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo
-ripartito sul rimanente della società: e questo ceto di uomini, che
-non contribuisce all'annua riproduzione e consuma, si andò sempre
-aumentando nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un sovrano,
-fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa
-è stata la cagion principale per cui nell'Europa sono stati di
-tanto moltiplicati i tributi sopra dei popoli, i quali però hanno
-acquistata la libertà di passare tranquillamente la vita nelle loro
-case; e furono liberati dall'obbligo di espatriare e di soffrire le
-inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la
-schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni
-agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità dei tributi,
-i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente si troveranno
-più che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe
-un quesito politico l'antivedere qual limite avranno le armate; e
-se troverà maggiore utilità qualche Stato a rendere la condizione
-del soldato più ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in
-minor numero e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una folla
-d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò una verità assai
-facile e comune; cioè che i tributi, giunti a un dato limite, non si
-accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se vogliasi
-perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda
-di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non
-erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi
-formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente non si poteva
-ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli è vero
-che nel Milanese il fondo principale della riproduzione è la terra
-ferace sulla quale siamo nati; ma senza un'esatta misura de' campi
-non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà
-si aggiugneva un'altra di opinione, chè credevasi ingiusta cosa lo
-stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che è
-variabile colla diversità delle annate. Perciò anticamente, piuttosto
-si volle ogni anno esporsi alla spesa e all'arbitrio d'un generale
-catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all'apparente giustizia
-distributiva. L'erudito circospettismo nostro conte Giulini asserisce
-di non aver osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi;
-ma bensì ai frutti, ovvero alle persone[501]. Forse l'antichissimo
-carico dell'_imbottato_, abolito dalla beneficentissima Sovrana
-l'anno 1780, era una tradizione discesa sino da que' secoli rimoti.
-Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano.
-La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza
-in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia
-di polli, trecento uova e cento libbre di ferro[502], e con ciò aveva
-pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s'imponevano
-all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa, ne' tempi rozzi,
-doveva essere la ripartizione più facile e breve del tributo. Così,
-per liberarci dall'invasione degli Ungheri nell'anno 947, s'impose la
-tassa straordinaria di un denaro per testa, a cui vennero assoggettati
-anche le donne ed i fanciulli[503]. I _telonei_ sono antichissimi,
-ed era il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel
-distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni
-bestia da soma; ed è assai probabile che venisse questo assegnato alla
-conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui
-erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del
-tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intrinseca di questo
-carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro
-di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, avendo per norma
-il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo.
-Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo già al capitolo quarto come
-da prima l'arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni
-medesime era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il
-peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati
-a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci,
-anche pei furti commessi sulle pubbliche strade[504]. Abbiamo stampata,
-colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata
-nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici
-denari per ciascuna lira di valore, ossia il cinque per cento, senza
-distinzione alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che la tariffa
-in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi oggetto di finanza,
-poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione, per rendere più
-o meno difficile l'ingresso e l'uscita delle merci, a norma de' bisogni
-e dell'industria nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico,
-il _teloneo_, nè la _curtadia_, che era un nome quasi sinonimo[505],
-non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero un tenue
-tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche,
-di cui non si curava l'imperatore; e questo _teloneo_, nei tempi de'
-quali tratto, nemmeno è certo se si ricevesse tutto in denaro, e non
-per decimazione, come dice il Fiamma, che anticamente si percepiva
-dall'arcivescovo:[506] _De quolibet curra lignorum recipiebat unum, de
-qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum_[507].
-V'erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne' laghi e fiumi
-pagava un annuo tributo, che si chiamava _nabullum_. In oltre per poter
-legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava
-_abdicius_[508]. Un'altra tassa si conosceva col nome di _fodro_,
-e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel
-somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del sovrano[509].
-V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de' fiumi;
-sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e
-sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono
-quelle che volevano rivendicare dall'imperatore le città della lega,
-come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori, di veneranda
-memoria[510]. Da questa generale idea può conoscersi che al tempo
-dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione
-d'oggi, la percezione del tributo; poichè mancava il censo sulle terre,
-mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo
-del sale; i quali tre oggetti formano oggidì il nerbo principale della
-finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di
-libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che
-ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano.
-E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano
-durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le
-piante e inceneriti i boschi, si stese la coltura sopra una gran parte
-di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della
-legna.
-
-Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente
-ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che gli arbitri
-discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e frattanto nella
-Germania andava radunando le forze quanto più poteva per sorprendere
-le città collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera
-del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di
-militi stava per entrare nell'Italia dalla strada di Bellinzona;
-e l'Imperatore andogli incontro. La città di Como gli era fedele,
-come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i
-militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il rimanente
-delle sue forze e il marchese di Monferrato coi suoi. I Milanesi
-saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite
-piombassero sopra della loro città. Già ogni discorso di pace era
-stato rotto dall'imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze.
-Avevamo il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e
-piacentini. Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo
-verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per i Milanesi, che
-tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I
-fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e
-si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti
-in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe
-nipote dell'imperatore e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. La
-cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia
-dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi
-sconosciuto e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno
-29 maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri
-non ci furono di norma, quando avemmo prospera la sorte delle armi; nè
-alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell'augusto, e
-così poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi
-nella vittoria. Questa giornata terminò per sempre tutte le operazioni
-militari dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto
-sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono sire Raul e
-il calendario Sitoniano, non già come da alcuni scrittori tedeschi è
-stato rappresentato. Poichè se unicamente fosse stato l'imperatore,
-scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa dei Milanesi, da
-cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto
-mutar parere, nè pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia,
-che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di
-assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno 1176, ha pubblicata la
-lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero
-informati allora i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte
-queste testimonianze, e molto più il partito mansueto ed umano che
-prese e conservò in séguito Federico, dimostrano la verità del racconto
-e l'importanza di quella grande giornata. Aprì subito l'imperatore
-la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo
-per legittimo pontefice. Accordò separatamente le condizioni che
-potevano accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai
-Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purchè si
-abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da
-noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine;
-ma le pratiche loro, e molto più i veri interessi che ciascuna delle
-città aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che
-si rinunciasse a quella unione che rendeva solida la costituzione
-dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva aspettare
-la sicurezza propria. Nè si lasciò di conoscere che se una città
-preponderante di forze è necessaria per essere come il centro della
-riunione, molto più lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio
-sul quale collocare si potesse una forza già troppo irritata, e animata
-contro il nome e la libertà dell'Italia. Questo interesse però non
-era tanto immediato al papa, il quale accomodò ben presto le cose sue
-coll'imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle
-città confederate; di che molto, e non senza ragione, se ne lagnarono
-le città della lega. Così il papa potè entrarsene alla residenza di
-Roma, donde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi
-prevaleva in favore dell'antipapa.
-
-La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll'imperator
-Federico, abbandonando le città confederate al loro destino, non
-cagionò danno veruno alla lega lombarda. L'imperatore andossene in
-Germania; e le città, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un
-congresso, nel quale si presero a trattare gli interessi comuni, per
-rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città più comoda
-per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria,
-da Milano a Bologna, e da tante altre città che disopra ho nominate.
-(1183) La tregua si cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183,
-il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perchè stata collocata
-nel corpo delle leggi, acciocchè servisse nei secoli successivi di
-norma dei diritti e del governo delle città lombarde. Chi brama di
-conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella
-pace, ne troverà la istruzione nella dissertazione quarantottesima
-dell'immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei
-di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli
-fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo
-a far uso dell'oro già estratto per ridurlo a più finito lavoro. Ecco
-però lo spirito della celebre pace di Costanza: le città lombarde
-potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata;
-potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere;
-goderanno di tutte le regalie e conserveranno le loro consuetudini;
-le città giureranno fedeltà all'imperatore; gli pagheranno ogni anno
-in segno d'omaggio duemila marche d'argento[511]; l'imperatore avrà i
-suoi legati nella Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli
-delle città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la
-parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a proferire la loro
-sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della
-città; ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori
-alla corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni
-si rinnoverà il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione dei
-feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, e verranno decise dai Pari
-della città, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in
-cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo vuole,
-ei stesso giudicarle; e quando verrà l'imperatore nella Lombardia,
-se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i
-ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a constituire
-un'associazione di città libere, sotto la protezione dell'Impero, come
-lo erano poco prima diventate nella Germania le città anseatiche,
-Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania
-pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono
-a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli _Reipublicae
-Mediolanensis_[512].
-
-Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libertà
-municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; ma nessuna
-dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della
-Martesana, del Seprio, ec., cioè la maggior parte dei borghi e delle
-terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185)
-L'imperatore Federico medesimo, con una carta segnata in Reggio agli
-11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli[513], a noi rinunziò[514]
-_omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi,
-sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi, etc._
-Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si
-obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a
-chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento, e promise in oltre
-che non avrebbe fatto altra lega con altra città di Lombardia senza
-il consenso dei consoli di Milano[515]. Così giurò, e così promise
-di far giurare anche al suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani,
-entro quel termine, che fosse piaciuto ai consoli ed al consiglio
-di Milano di assegnare:[516] _ad terminum quem consules Mediolani
-cum Consilio credentiae nobis dixerint_. I Milanesi, in ricompensa,
-si obbligarono a garantire all'imperatore gli Stati suoi d'Italia,
-e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta
-vi si legge espresso il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re
-Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di
-Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla
-garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse mancato di tributare
-all'imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la
-repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l'imperatore per
-ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero
-che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre città
-di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno
-di ottenere l'assenso dell'imperatore e del re Enrico, di lui figlio.
-Questo trattato di Reggio ci dà a conoscere quanto fosse mutato
-l'aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non
-ci risguardava più come schiavi, nè conservava più l'opinione d'essere
-signore del globo terraqueo, _orbis terrae dominum_; ma era un principe
-che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero.
-Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre: e ce lo
-ricorda il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono
-le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l'imperatore
-Federico[517] _plenam jurisdictionem concessit_ alla città di Milano
-sulle lerre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro
-ed erudito conte Giulini[518]. Nel ducato si distinguono Monza, Varese,
-Vimercato, Treviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi,
-e che in altri regni verrebbero chiamati città. È bensì vero che non
-sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggidì.
-
-(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non è
-profanazione d'un nome consacrato al sentimento l'adoperarlo in questo
-luogo), l'imperatore Federico venne a Milano, ed alloggiò nel monastero
-di Sant'Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale
-le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia.
-La chiesa non si trovò bastantemente capace, e perciò si fabbricò una
-magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo
-della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa
-ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, drappi di seta,
-panni, pellicce:[519] _Plusquam CL equos oneratos auro, et argento et
-samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum et aliarum bonarum
-rerum_[520]. Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico
-sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l'unica
-figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo
-splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico,
-imponendogli la corona del regno d'Italia; la quale consacrazione diè
-motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cioè
-Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato
-innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III,
-accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle
-conservare per sè stesso la sede arcivescovile, onde nell'incoronazione
-del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano
-l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza al papa
-arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea ne facesse il ministero.
-Poco o nulla però influì lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che
-non giunse a regnare due anni. In seguilo l'imperatore, diventato
-umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con
-tutti i riguardi possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione
-costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza,
-avendo l'imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in
-Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza,
-si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186
-destinato un milanese Ottone Zendadario[521]. Con tutto ciò la memoria
-di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio
-la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di
-lui come quello d'un barbaro feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il
-figlio di suo figlio, entrambo imperatori, coi nomi di Enrico V e di
-Federico II, ebbero mai la benevolenza dei Milanesi, nè essi ebbero
-mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse
-sino a un dato limite, è possibile il dimenticarle; ma quando ai
-danni della collera si aggiunsero l'insulto e la derisione, ancora
-più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo
-sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di
-essere vendicativi. Io non dirò già che la vendetta sia lodevole;
-anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata mai,
-nè vi può essere, una nazione di magnanimi o di eroi. Prendendo una
-moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni
-saranno le meno sensibili e per conseguente le meno grate altresì ai
-beneficii; e dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel
-cuore a colori di sangue la memoria degli insulti sofferti, e spinge
-alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine dei beni e dei
-piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa
-verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle
-che non lo sono, dimenticano l'offesa, perchè non reggono alla fatica
-di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori
-virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso
-che l'accusarci d'avere un maggior grado di vita e di sensibilità.
-Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo mi guardi dai
-contaminare mai la mia penna coll'apologìà del vizio o coll'oltraggiare
-la virtù!
-
-Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimità;
-anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci
-fanno testimonio ch'egli fu un principe di animo fermo, ardito,
-intraprendente, e in più d'una battaglia espose la sua persona al
-pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s'egli avesse il
-talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri.
-Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza
-delle città, disunite e rivali che attaccò; il modo con cui vinse, ora
-per maneggio, ora per l'inedia, non mai per un assalto impetuosamente
-guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il
-cambiamento assoluto ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi
-al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come
-altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna azione
-militare intraprese la quale provi la superiorità della sua mente.
-Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose e al primo rovescio
-di fortuna abbandonò il progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran
-talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il
-suo progetto era di sottomettere il regno italico alla dipendenza
-assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava di far
-rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignità
-imperiale; e lasciò la Germania immersa ne' torbidi; e la dignità
-decaduta, contrastata e divisa più che mai forse non lo era stata per
-lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della
-Germania innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile,
-dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, cioè gli
-uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verità, non sieno
-per anco d'accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la
-cagione. Primieramente, allorchè viveva Federico I, tutta la Germania
-lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece nell'Italia,
-corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de'
-Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò incontro con sommissione, e
-a gara cercava di procurarselo placato; Ottone Frigense, suo zio,
-ce ne assicura:[522] _Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius
-gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et
-quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire.
-Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex
-legatis Veronensium perpendi potest_[523]. Questo timore, che sempre
-più si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia, e
-per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, quando postosi
-in animo l'imperatore di comandare nella Polonia, vi entrò, e,[524]
-_territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in
-Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio
-depopulatus est_, come ci dice il Radevico, che scriveva que' fatti,
-siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore medesimo[525].
-Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de'
-cronisti che allora registravano i fasti di quell'augusto. Parmi che il
-vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote,
-me ne dia un cenno dove scrive:[526] _Durum siquidem est scriptoris
-animum, tanquam proprii extorrem examinis, ad alienum pendere
-arbitrium_[527]. Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso
-delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro
-maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della
-Danimarca: l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli
-si fa omaggio del regno. Il re d'Inghilterra gli invia i suoi deputati
-alla dieta dell'Impero. L'Italia sommessa; un re dato all'Ungheria; un
-altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese
-d'Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario;
-il conte Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera
-assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo
-staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle
-azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi
-avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d'imponente.
-Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero
-al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l'usufrutto
-del globo terrestre e non l'assoluta proprietà, dovevan disporre a
-favor suo l'animo degli scrittori della Germania, sulla quale tanto
-influisce la gloria dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi
-fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più
-facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua
-divisione; ma poi la Danimarca finì collo staccare dall'Impero qualche
-provincia. L'Italia ricuperò la libertà, anzi la ottenne confermata
-dall'imperatore medesimo. L'avere spedite varie pergamene, accordando
-il titolo di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati,
-e così dando altri titoli, nemmeno è, per sè medesima, grande cosa.
-L'avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della
-Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta
-l'Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è
-tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei
-cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte
-città della Germania si determinarono allora a stabilire un governo
-municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti;
-ed è pur certo che debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale,
-e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse
-centomila tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre
-dell'Impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa,
-alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poichè, bagnandosi in
-un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10
-di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati
-di Roma, e la risposta che pone in bocca a Federico, sono una scena
-nella quale gl'Italiani compaiono pieni d'una presunzione ridicola, e
-l'imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli è però lecito, senza
-temere la taccia d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica
-dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false
-le lunghe parlate; poichè lo scrittore non era presente comunemente,
-e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani
-sono stati sempre, anche in mezzo a' secoli barbari, più colti del
-restante dell'Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie
-conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella era
-abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non è ponto verisimile
-che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa
-d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) i loro legati
-per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, e osassero dirgli:
-«Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro: eri un viaggiatore
-oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino
-all'ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica».
-Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico;
-il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il
-latino, ed è assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia
-degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale
-nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche
-osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte
-l'anno 1158, non potè stendere i fasti sino alla distruzione di Milano;
-e il continuatore di esso, canonico Radevico, terminò di scrivere
-all'anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò
-la sua cronaca, cioè sino al punto da cui cominciò il rovescio della
-fortuna di Federico; e così alla posterità restarono le felici sue
-imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata la
-notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia ridotto.
-
-Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, io
-ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di operare, acciò si
-formi un giudizio e della umanità sua e de' principii della sua virtù;
-e questi li prenderò tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il
-primo documento sarà la lettera con cui l'imperatore istesso rende
-informato il vescovo di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti
-nella prima spedizione in Lombardia, acciocchè con essa avesse lo
-scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo
-regno: eccone alcuni pezzi:[528] _Dum ab eis, cioè dai Milanesi,
-dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent,
-nobilissimam castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites
-habeat, capi et incendio destrui fecimus.... inde tria castra eorum
-fortissima, Minimam videlicet, Gailardam et Trecam destruximus, et
-natale Domini cum maxima jucunditate celebrato.... inde Chairam,
-maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam
-incendio vastavimus.... inde venimus Spoletum. et quia rebellis erat...
-vi cepimus, ignei videlicet, et gladio, et infinitis spoliis acceptis,
-pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus_[529]. Questo è il
-modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo.
-Perchè Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte,
-e die non era città della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle,
-non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo dice Ottone
-Frisingense:[530] _Civitas direptioni datur, et antequam asportari
-usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur.
-Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem
-seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt.... postera die, eo quod
-ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intolerabilem
-generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec
-igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent
-spolia_[531]. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico teneva
-le forche piantate a vista della città, e i prigionieri li faceva
-impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense:[532] _Quicumque
-ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum
-cernebant, expectabant supplicium_[533]; e quando prese Tortona,[534]
-_Civitas primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur_:
-così il Frisingense[535]. Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce
-per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si
-accorgesse, scrivendolo, che l'azione era obbrobriosa. Dice egli
-adunque che l'imperatore Federico, volendo passare un distretto
-alla Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige,
-ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato da molti armati,
-i quali gl'impedivano il passaggio. Dovette più volte invano tentare
-di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali
-sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed
-a superarli. L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li
-condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò d'essere
-francese, d'essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi
-all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; e a questi donò la
-vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni.[536] _Erant
-pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis
-igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis,
-unus ex eis inquit. Audi, imperator nobilissime, miserrimi hominis
-sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine quamvis pauper,
-eques, conditione liber, etc..... Hunc solum imperator gloriosus de
-caeteris sententia mortie eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro
-poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni
-supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est;_ e i cadaveri
-poi di questi,[537] _ut cunctis transeutibus temeritatis suae
-praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerunt autem,
-ut dicitir, quingenti_[538]. Un altro fatto accaduto nel Veronese,
-alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, ce lo
-racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile
-indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il
-passaggio nel castello di Garda, perchè non era per anco consacrato
-imperatore. Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con
-buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo,
-affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i Veronesi acciocchè
-mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito.
-Dodici fra più nobili signori veronesi, perciò, si presentarono,
-avendo un séguito di molti altri nobili. L'imperatore gli accolse con
-volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici
-deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d'essere
-consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un
-più allo patibolo:[539] _Rex Fridericus collecta plurima multitudine
-principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico
-filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad
-papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum
-forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam
-Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt,
-Veronenses, tanquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent,
-dicentes eum esse nondum Caesarem, sed regem, propter hoc eum, ex eorum
-jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit:
-postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem
-Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram
-reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt
-eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis
-exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis exercitibus,
-mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant: qui verbis ejus
-credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus
-adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari
-vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimi, eos capi
-praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores sospendi
-praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se
-diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam
-nobiliorem, suspendi praecipit_[540]. Giudichi ognuno come sente, del
-merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de'
-grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il
-talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che
-lo risguardi come uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della
-grandezza de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori
-tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo grande e
-l'uomo barbaro.
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
- _Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla
- morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII._
-
-
-Dopo la morte di Federico I, venne incoronato imperatore Enrico di
-lui figlio, il quale mostrò sempre mal animo ai Milanesi, e suscitò
-loro la rivalità di molte città lombarde. La gran lega si ruppe e
-si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell'augusto forza
-abbastanza per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena
-sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che
-realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come noi Italiani
-lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto come re de' Romani, per
-nome Federico. Egli poi giunse all'Impero e si chiamò Federico II. Ma
-alla morte dell'imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato
-alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana;
-il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare
-sè medesimo re di Germania, sebbene un altro partilo nella Germania
-medesima innalzasse alla stessa dignità Ottone, duca di Sassonia,
-principe del sangue estense, che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV.
-Così nei setti anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali
-tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi
-nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.
-
-I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto
-delle piccole rivalità che portavano le città dell'Insubria alle zuffe,
-alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni.
-Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di
-trascegliere que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi
-e della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti
-importanti accaduti dappoi. Le inquietutini coi vicini furono
-incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i
-Novaresi, i Vercellesi, e le città più lontane, Bologna, Verona, Faenza
-e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co' quali maggiormente
-si stava in guerra. Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure,
-poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e
-significanti, non meritano luogo nelle memorie de' posteri. La città di
-Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche
-intervallo, ma spenta non mai. Già si è veduto al capitolo quarto
-l'aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà
-del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata dal padre in
-figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo;
-sia, il che è assai più probabile, che la prepotenza de' primi signori
-inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, ma non meno
-sensibili, spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza;
-egli è certo che realmente la città era divisa in più fazioni. (1198)
-I nobili in prima erano collegati contro de' popolari; ma nel secolo
-decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito
-distinto i nobili minori. La plebe formò da sè un corpo politico
-nell'anno 1198; e questo prese il nome di _Credenza di sant'Ambrogio_.
-Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che
-decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle
-rendite delle Repubblica[541]. I nobili del primo ordine chiamavansi
-capitani, e formavano la _Credenza dei consoli_; e i nobili valvassori,
-i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani,
-formavano _La Motta_; nome che presero dal sito d'una zuffa datasi
-fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori[542]. Così v'erano
-tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l'altro di trecento, il
-terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranità risedeva
-realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali
-reciprocamente, è facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza e sotto
-qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante
-il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo
-decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per
-cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissenzioni e turbolenze
-incessanti, cadesse in quello del governo d'un solo; rimedio unico
-per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si
-creavano i consoli, presso de' quali stava il governo della città;
-ma tante dissenzioni e tante difficoltà s'incontravano nel momento di
-sceglierli, che, per disperazione conveniva crearsi un dittatore per
-un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi
-le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione de' magistrati.
-Questa verità non è stata sinora chiaramente annunziata: confusissime
-anzi ho ritrovate le memorie de' nostri scrittori; ma tutti i fatti
-ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un
-magistrato dispotico, col nome di _podestà_, perchè tutta l'autorità
-era in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano.
-Per evitare l'invidia venne proclamato un piacentino, e fu Uberto
-Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato era per un anno; e
-il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito
-di abbandonare vita, roba e libertà senza limite a un temporario
-sovrano. L'anno vegnente fummo diretti dai consoli, e così per
-quattro anni ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti
-a chiamare un bresciano, che dominasse per sei mesi; sinchè fosse
-eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu Rodolfo da
-Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori
-variazioni accaddero, poichè nel 1201, temendo forse di collocare in
-un uomo solo l'autorità, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno
-a sostenere il podestà da lui proposto, venne confidato il governo a
-triumviri, e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202 tante
-fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che[543] _commissum
-fuit Anselmo de Terzago quod provideret secundum suam descritionem
-de regimine civitatis; qui elegis duos consules, qui regerent per
-annum_[544]. (1203) L'anno immediatamente seguente cinque podestà
-ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre
-animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica libertà
-era quella di nominare il dispotico ogni anno: e finito quel breve
-tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podestà. In mezzo a questa
-deformissima costituzione, i beni de' privati erano in preda alle
-rapine de' potenti, i quali, abusando di alcune formalità legali,
-e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute,
-usurpavano gli altri fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea
-che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che:[545] _Nulli bonis
-suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati
-mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant_[546];
-legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo.
-Il potere del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli
-faceva leggi e le faceva eseguire:[547] _Dico, jubeo et stato perpetuo
-firmiter observari_, sono le frasi che adoperavano i podestà, e ne
-abbiamo la memoria in una legge di Oberlo da Vialta, bolognese, podestà
-di Milano nel 1214.
-
-Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva
-realmente la forma repubblicana dalla città, e la costrigneva a
-rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità di reggersi) nasceva,
-a mio credere, per colpa de' nobili. Il dominare, l'innalzarci
-sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono, è cosa
-naturalissima all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare
-l'orgoglio de' nobili, nè i valvassori quello de' capitani. Sappiamo
-quante inquietudini provò la repubblica di Roma per l'impazienza del
-popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe
-dalla città. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri,
-gli aruspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito
-popolare finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò Cesare
-e creò i primi imperatori, i quali colla rovina dei nobili, pagavano
-le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed
-il plebeo d'Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco
-ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d'una specie sola,
-si considerano come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al
-momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se
-ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate)
-non so che allora vi fosse alcun signore che vi dominasse città o
-borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le
-terre è antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto
-considerabili, come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del
-Milanese anche oggidì sono divisi in più possessori. A primo aspetto
-sembra che siavi qualche cosa di più grande nella Germania, dove
-un monarca ha sotto il suo impero de' sudditi che posseggono delle
-signorie di intere città, e de' distretti di più miglia di paesi.
-Questo da noi non vi è. È bensì vero che l'estenzione dello stato di
-Milano non è grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta
-e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile
-e muntuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono
-l'emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione
-e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano,
-oltre il loro cibo, un eccedente d'un milione e trecento cinquantamila
-annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si
-trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducano più di duecento
-altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i
-grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua
-riproduzione è assai più grande di quello che si troverà in eguale
-spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori.
-Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un
-contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si fa per
-metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava il colono di pagare
-una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l'eccedente
-ricade a suo profitto. Questo antico sistema da una parte, anima la
-coltivazione delle terre, cointerressando il villano; e dall'altra,
-pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poichè in
-luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che un contratto
-prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perciò
-io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un
-governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero
-a quella popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro
-governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima
-tranquillità alla natura del luogo su di cui è piantata: mentre
-ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui
-nascesse confusione nel governo, forza è che freni l'inquietudine,
-e contribuisca a quell'ordine sociale, senza di cui ivi nè avrebbe
-alimento, nè mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da noi erano
-invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità. Il Fiamma
-ci racconta che a' suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da
-Salvo, di Porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso
-di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e il che il debitore invitò il
-popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contado del Seprio,
-ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente il povero
-creditore. Il qual fatto sospettatosi nella città, la plebe, inferocita
-per l'enorme tradimento, si portò a Marnate, scoprì il cadavere, lo
-trasportò a Milano, e mostrando per le strade lo strazio crudele, la
-prepotenza, l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate
-le case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti dalia
-città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar
-più fede che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori più
-lontani; e forse non avevano stima bastante de' nobili del tempo loro
-per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verità della
-storia, quand'anche annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio
-per altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno
-1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: _che ciascuno nobile
-potesse occidere un plebeo con la pena dei libri septe, e soldo uno
-de' terzoli, per la qual cosa molti erano morti_. Io credo falsa
-questa asserzione. Essa però fa conoscere come si pensava; poichè il
-Corio l'avrà trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi può
-facilmente intendersi la costanza della dissenzione, sempre mantenutasi
-nella città; giacchè la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per
-dominare su i nobili, nè da essi si allontana, nè con essi guerreggia,
-se non per intolleranza dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore
-Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de' nobili; poi
-si sfogarono i due partiti colla quistione de' preti ammogliati; indi i
-pericoli di un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessate
-che furono sempre si videro rianimate; sin tanto che, come dissi e come
-in appresso vedremo, rovinò la repubblica, e la città si rese suddita
-di un solo.
-
-(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguita l'anno 1208,
-non rimanevano che due pretendenti alla dignità imperiale, Ottone e
-Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de' Romani, e in
-Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV
-era, siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio di
-Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore Federico
-I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un tratto del suo dispotismo
-era stato privato delta Baviera e della Sassonia. Questa era una
-cagione bastante per rendere l'imperatore Ottone nemico di Federico, e
-per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera
-che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge:[548] _Oblivisci non
-etiam possumus, quod vos; jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat,
-tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos
-destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione
-qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera
-quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa
-ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa_[549]. (1210) Venne in
-Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generate il giubilo e il plauso in
-tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo
-caro sentimento coll'affabilità e colla bontà sua. Egli non volle
-immischiarsi nelle cose della città, ma, premuroso d'avere assistenza
-da noi, l'ottenne largamente; e partì, accompagnato da buona scorta dei
-nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la
-quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di
-Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per
-collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'Imperatore
-Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella Germania ed
-abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre città
-della Lombardia credettero di non dover più riconoscere un imperatore
-scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno
-per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito
-che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania
-il di lui rivale Federico, e i milanesi attaccarono i Pavesi, per
-contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21
-ottobre 1212, c'intimò che se non fossero state da noi rivocate alcune
-leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che
-avevamo fatti, nessuno potesse più parlare con un milanese, nessuna
-città potesse scegliere un milanese per suo podestà. Ordinò in oltre
-che tutte le mercanzie de' milanesi si sequestrassero; che alcuno non
-dovesse pagare i debiti che avesse verso di un milanese; e in questa
-lettera perfine minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare
-contro di noi una Crociata[550]. Tanto era impegnato il papa Innocenzo
-III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso di Ottone IV non si
-cambiò punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre più
-i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche
-nella Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due cardinali
-legati l'anno 1216, i quali, dopo avere adoperati, senza effetto, i
-loro maneggi per rimoverci dall'imperatore cui eravamo affezionati,
-ricorsero all'ultimo spediente: scomunicarono ogni milanese, posero
-la città a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Milanesi dalla
-divozione verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta
-l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile
-in mezzo alle più terribili prove che in quei tempi la potessero
-cimentare, bastò a quel principe la sua bontà e la cortesia delle sue
-maniere.
-
-(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gli interdetti,
-l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini
-di Milano, acciocchè la sorte dei giudizi non fosse più tanto
-arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere
-tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne
-conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana.
-Un'altra bell'opera s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di
-Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale che da
-Cassano sino a Castiglione lodigiano deriva le acque dell'Adda. Questo
-canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava _Adda
-nuova_; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la _Muzza_[551].
-Già quaranta anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando le
-acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva irrigabile
-una parte delle campagne milanesi; indi, nel 1257, questo cavo fu
-prolungato sino a Milano, siccome poi dirò. È cosa maravigliosa che fra
-i torbidi interni ed esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo,
-si ardisse di pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si
-eseguissero, domando le acque, e guidando de' fiumi artificiali per
-lunghi tratti di paese.
-
-S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due ordini
-de' frati predicatori e dei frati minori; e si erano intraprese
-moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le guerre mosse per
-questo titolo nella Francia contro gli Albigesi. Nella Germania non
-mancarono simili inquisizioni; e presso di noi si trovarono quindici
-sette di eretici, dei quali i nomi sono i _Patarini_, i _Cattari_, i
-_Carani_, i _Concorezi_, i _Fursici_, i _Vanni_, gli _Speronisti_,
-i _Carantani_, i _Romulari_, i _Poveri di Lione_, i _Passagini_, i
-_Giuseppini_, gli _Arnaldisti_, i _Credenti di Milano_, i _Credenti
-da Bagnuolo_; e quello che vi era di più singolare, nessun uomo si
-nominava che fosse capo di setta, o nessun libro sul quale fosse
-appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo chi abbia insegnato gli
-errori degli Ariani, degli Eutichiani, de' Nestoriani, ec. Ne' tempi
-più a noi vicini sappiamo pure da chi prendessero le loro dottrine
-gli Hussiti, i Wiclefiti, i Luterani, ec. Ma nel secolo decimoterzo
-si scopersero quindici sette di novatori nel Milanese, senza che
-la storia ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novità! Due
-secoli prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi
-di Asti, furono presi, e per titolo d'eresia terminarono la vita nel
-fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello il primo esempio,
-ch'io sappia, in cui solennemente siasi adoperata la violenza del
-supplicio, per difendere la mansueta religione di Cristo. Ora,
-nel secolo decimoterzo, questa maniera di sostenere il dogma venne
-generalmente in uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro
-gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava frà Pietro da
-Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione dell'eresia aveva
-formato in Milano una compagnia[552], la quale era stata presa dal
-sommo pontefice sotto la sua protezione; e il breve di Gregorio XI
-si conserva nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233
-era podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale,
-secondando le mire dell'Inquisizione, consegnò alle fiamme non pochi
-cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi anche al
-presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata verso mezzo giorno
-della sala del consiglio della Repubblica, ora l'Archivio pubblico;
-e nell'iscrizione leggesi l'encomio d'aver bruciato i Cattari:
-_Catharos ut debuit uxit_, barbarismo postovi per far la rima col
-verso leonino: _Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit_. Il
-Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice:[553] _In marmore
-super equum residens sculptus fuit: quod magnum vituperium fuit. Hic
-primo haereticos capere fecit_. Il Conte Giulini non crede che questa
-sia stata cosa nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega
-fatto alcuno antecedente, nè alcuna prova. Il supplizio dato agli
-infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza militare
-che non aveva appoggio di legge, non tribunali o metodi costanti
-che ne formassero la sanzione. Ora si tratta di sistema. (1228) Noi
-abbiamo Tristano Calchi, il quale ci insegna che nell'anno 1228 furono
-pubblicate queste nuove leggi penali contro degli eretici:[554] _Novae
-leges latae adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis
-nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, quorum supra
-in Arnulpho memini, Cathari, Carani, Concoretii, Fursici, Vanii,
-Speronistae, Carantani, Romulares nuncupabantur; haecque labes non
-minus ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui interdicta
-superstitio est, proposita poena capitis, et domorum destructionis
-iis qui in ea perseverarent, aut tecto reciperent, alioque juvarent.
-Et subsequente anno, mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo
-Sancti Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege sanxit
-(de comuni tamen archiepiscopi, ordinarium, et popoli consensu) ut
-praetor damnatos judicio ecclesiastico, intra decem dies capitali
-poena afficiat_[555]; e il Corio, nella sua storia, ci ha conservato
-lo statuto che allora si fece, e lo riferisce colle seguenti parole:
-«In nome di Dio mille duecento vintiocto, ad uno giorno de zobia, al
-tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione convocata
-a sono di campana secondo il solito: Che ne lo advenire niuno heretico
-dovesse stare nè dimorare ne la città de Milano... Che qualunque
-persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico.
-Item, che le case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li
-beni in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati[556]». Dal che pare
-evidente che il rigore delle leggi penali contro gli eretici veramente
-nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in que' tempi era Enrico da
-Settala; ed era un attivo cooperatore coll'inquisitore per eliminare
-gli eretici. Dal gran numero delle sette improvvisamente scoperte, è
-facile l'argomentare che un gran numero di cittadini doveva essere poco
-contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo fu bandito.
-Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio il podestà e il
-consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale di questo arcivescovo
-si scolpì:[557] _Instituto inquisitore, jugulavit haereses_, come
-riferisce il Puricelli[558]; e chiaramente si conosce anche dalla
-storia milanese quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la
-mansuetudine e la pietà; le quali ora, in tempi più illuminati e
-felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche.
-L'inquisitore, nel corso di diciannove anni, aveva fatte incessanti
-ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio di molti
-bruciati, altri banditi, le molte case demolite, molti patrimoni
-pubblicati, dovevano avere reso ammirabile il di lui zelo al di
-lui partito; ma del pari resa odiosissima la sua persona a chiunque
-temeva d'essere accusato di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere
-difficile in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si
-erano inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era stato
-bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate. Il Corio, ci
-dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, «come per fra Pietro era
-misso nel bando[559]». Questo Confalonieri, di cui si doveva diroccare
-la casa, i di cui beni dovevano essergli tolti, si collegò con alcuni
-altri malcontenti. Il concerto si fece nelle terre di Giussano con
-Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, Tommaso
-Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. Colsero essi l'inquisitore,
-mentre in compagnia di frà Domenico ritornava da Como a Milano, e
-nelle vicinanze di Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce
-lo uccisero; e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che in
-pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora cominciò a
-risguardarli come due martiri della fede. Uno degli uccisori fu preso
-e posto prigione. Egli se ne fuggì. Il popolo inquieto, che avidamente
-aspettava di vederne il supplicio, tumultuariamente strascinò il
-podestà e i suoi tre giudici, come complici della fuga, al tribunale
-dell'arcivescovo; saccheggiò il pretorio; e fu deposto il podestà, dopo
-avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, un solo ottenne
-la venerazione di santo, cioè san Pietro Martire, canonizzato tredici
-mesi dopo la sua morte dal sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni
-dopo accadde un fatto simile nella Valtellina, quando, l'anno 1277,
-frate Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo e due
-notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado da Venosta, signore
-consideratissimo in quel distretto, lo fece uccidere il giorno 26
-dicembre 1277. I Domenicani ne conservano le reliquie in Como, e lo
-chiamano beato.
-
-Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il famoso affare
-della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, viveva in Milano, dove
-morì nel 1281. Guglielmina fu tumulata pomposamente a Chiaravalle,
-le fu recitato il panegirico come beata. Lampadi e cerei furonle
-accesi intorno al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la
-guarigione degl'infermi; contribuendo a tale celebrità certa Mainfreda,
-e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli ed ammiratori
-della Guglielmina. L'inquisizione volle istituire processo intorno a
-ciò, e la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata
-dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata
-viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il
-popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo
-di religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal tradizione
-volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un manoscritto antico che si
-trova nella biblioteca Ambrosiana, ha scoperto le accuse che si fecero
-a quegl'infelici[560]. Guglielmina pretendeva d'essere lo Spirito
-Santo incarnato, e di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a
-cui l'arcangelo Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste.
-Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, i Giudei
-e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe morta come donna, ma poi
-risorta per salire al cielo alla presenza de' suoi discepoli; e che
-Mainfreda sarebbe rimasta sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la
-messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in
-Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto papessa.
-Tali almeno furono i deliri che vennero imputati a que' miseri, i
-quali, sotto il pietoso e illuminato regno dell'augusto Giuseppe II,
-riceverebbero una caritatevole assistenza de' medici per ricuperare il
-senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice per una morte
-orrenda.
-
-Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della religione
-nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofistiche ricerche
-metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche e realmente
-vacue disputazioni, ovvero nacquero esse per un abuso degli studii
-sacri e dell'erudizione. Da noi, in mezzo all'ignoranza dei secolo
-decimoterzo, nessuno di questi poteva aver loro dato nascimento. Il
-padre della erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto
-l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi eretici.
-La maggior parte di quelle opinioni chiaramente non è cattolica. Egli
-è vero però che alcune opinioni ivi censurate potrebbero avere un
-significato innocente, quali sarebbero le seguenti:[561] _Obest subdito
-et sacrato mala vita praelati. — In Ecclesia Dei non debent esse
-sacerdotes et diaconi mali. — Mali presbitery non possunt ministrare.
-— Ecclesia non debet possidere aliquid nisi in communi. — Nullus malus
-potest esse episcopus. — Non licet occidere_[562]; ed è pur vero che
-non ci rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengono le
-altre eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori
-le ha tutte prese da un sol manoscritto di Armanno Pungilupo. Certo
-è che, essendo gl'inquisitori dipendenti affatto dal papa, e le loro
-sentenze dovendosi eseguire dalla podestà civile col bando e colla
-morte, la vita e i beni di ciascun cittadino erano dipendenti dalla
-podestà ecclesiastica di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva
-indirettamente acquistata la sovranità.
-
-(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte di
-Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne in Italia,
-e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato re de' Romani
-il di lui figlio Enrico. Federico odiava i Milanesi, ed era ben
-corrisposto. Noi lo consideravamo come erede del nome e dei sentimenti
-dell'avo distruggitore della nostra città; e come l'inimico del nostro
-Ottone IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona, e questa voce
-precorsa bastò a sedare le dissensioni civili. L'oggetto della propria
-conservazione soffocò le simultà private, e fece rivolgere gli animi
-a concordi pensieri per la comune salvezza. Le città di Lombardia,
-istrutte dai passati esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne
-l'imperatore in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte città, i
-quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, Verona, Piacenza,
-Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara,
-Mantova, Brescia, Bologna, Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da
-Cremona, e immediatamente andossene a borgo San Donnino, ed ivi dal
-vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le città che non erano comparse
-alla indicata dieta generale. Federico II andò poi nella Sicilia, indi
-in Terra Santa; nè gli avvenimenti e le relazioni che passarono fra
-il papa e lui appartengono al mio proposito. Enrico, re de' Romani, si
-ribellò al padre. Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si
-collegarono con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i giorni
-suoi in carcere. Quest'ultima azione de' Milanesi detterminò più che
-mai lo sdegno dell'imperatore Federico II a nostro danno. Egli entrò
-dalla Germania nella Lombardia con un'armata, alla quale si unirono le
-forze d'Ezelino da Romano. (1337) L'anno 1237 l'armata imperiale, che
-aveva già devastate le terre dei Mantovani, de' Veronesi e Vicentini,
-si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano più
-volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, non tardarono a
-marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, di Alessandria e di
-Novara si unirono con noi; e il comandante era Enrico da Monza. Il
-nostro comandante fu uomo di talento nello scegliere il campo, poichè
-si collocò in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti la
-fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, per cui il nemico
-non poteva venire a noi; e così con una armata inferiore di forze, pose
-l'imperatore nel caso di non poter tentare cosa alcuna sopra la città
-di Brescia, senza temerci ai fianchi. L'imperatore, infatti, abbandonò
-l'impresa di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione
-era già innoltrata: eravamo già in novembre. L'imperatore, congedati
-alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene andare a Cremona a
-svernare, e passò l'Oglio. I nostri, incautamente, sloggiarono dal loro
-campo; e si posero a tener dietro la marcia degl'imperiali, il perchè
-non lo sappiamo. Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, ci
-trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gli imperiali,
-che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore ci attaccò in
-quella disgraziata situazione. La battaglia fu sanguinosissima. Noi
-eravamo stretti da ogni parte. Si combattè ostinatamente, finchè la
-notte obbligò i due eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo,
-come dissi, alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra
-strade rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi
-del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, che avevano
-sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno più non rimaneva che o la
-morte o la prigionia ai pochi Milanesi. Essi profittarono dell'errore
-che gli imperiali commisero, col lasciare un lato scoperto, e per
-quello unitamente si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio
-del gran vessillo, e lo fecero in pezzi, giacchè non era possibile
-il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi tanto
-incautamente avventurati a fronte di un nemico superiore di molto,
-essi però meritano stima per aver combattuto senza limite in una
-situazione nella quale non sarebbe stata viltà il deporre le armi, come
-fece, a Maxen nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto
-aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache si trovò
-attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici, al comparire del
-giorno, videro con sorpresa che la preda era sfuggita. La disfatta de'
-Milanesi però a Cortenova fu un oggetto grande. L'imperatore Federico
-II certamente se ne gloriò con molto fasto. Il Martene ci ha conservata
-la lettera che quell'augusto ne scrisse a Federico, duca di Lorena,
-in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano diecimila
-de' nostri[563]; e lo stesso autore ci ha conservata la lettera che
-l'imperatore scrisse al senato e popolo romano, al quale trasmise i
-rottami del nostro carroccio:[564] _Antiquos namque in hoc recolimus
-Caesares, dice l'imperatore, quibus oh res praeclaras victricibus
-signis gestas, senatus populusque romanus triumphos et laureas
-decernebant, ad quod, per praesens nostrae Serenitatis exemplum, vias
-votis vestris a longe praeparamus, dum, devicto Mediolano, currum
-civitatis, utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostiam
-praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium nostrorum et
-gloriae vestrae praemittimus_[565]. Da questo fatto si raccoglie di
-quanta considerazione fosse Milano in que' tempi,[566] _factiones
-Italiae civitas princeps_[567].
-
-Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire
-attraversando le terre di Bergamo; poichè la totale sconfitta da
-noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo nelle altre città:
-nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone Brescia, Piacenza
-e Bologna, città le quali mantennero una ferma e sincera fede in
-favor nostro. Mancavamo di tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando
-Pagano della Torre, che era signore della Valsasina, si slanciò
-a proteggere gli avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre;
-somministrò loro generosamente ogni soccorso, e li ricondusse nella
-patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine
-de' Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l'amore costante e la
-fiducia che i popolari milanesi conservarono dappoi verso la casa
-de' signori della Torre, tanto innalzò l'illustre loro prosapia, che
-per qualche tempo ottenne la sovranità di Milano, come vedremo. Le
-azioni benefiche e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto
-presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo caso
-dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e chi riceveva il
-beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi padrone di quasi
-tutta la Lombardia intimorita, volle possedere Milano; e pretese che
-ci rendessimo a discrezione. Ma i Milanesi non si trovarono allora
-in quelle angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni
-prima: e unanimemente deliberarono di morire tutti colle armi alla
-mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. L'imperatore fece
-venire nuove forze dalla Germania. Cominciò a cimentarsi con Brescia,
-la quale si difese. (1239) Passò poi con una poderosa armata nel
-milanese l'anno 1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il
-papa Gregorio IX scomunicò l'imperatore, ed accordò indulgenza a chi
-avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento convien
-pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse solare, accaduto il terzo
-giorno di giugno, il quale fu (secondo l'opinione di que' tempi) un
-manifesto segno della collera celeste contro di quel monarca. Egli
-era adunque alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre. Si
-propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla sola difesa,
-muniti entro della città; ovvero se saremmo usciti ad affrontare
-il nemico; e quest'ultimo partito, proposto da Ottone da Mandello,
-prevalse. La condizione dell'imperatore, se di molto era migliore
-della nostra per il numero de' suoi armati, essa però era assai
-attraversata dalle opinioni religiose. Preti, frati combattevano
-contro di lui, e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore
-stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice:[568] _Ordinis fratrum
-minorum, qui non solum accincti gladiis, et galeis muniti, falsas
-militum imagines ostendebant, verum etiam praedicatione insistentes,
-Mediolanenses, et alios, quicumque nostram, et nostrorum personam
-offendebant, a peccatis omnibus absolvebant_[569]. Uscimmo incontro
-a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe avanzate imperiali si
-accostarono, e furon fatte in pezzi dai nostri, e il rimanente condotto
-a Milano. Si riconobbe che costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore
-si innoltrò, e pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino
-Scanasio, d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver rotti
-alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi l'imperatore
-a nuovo campo fra Besate e Casorate: ed ivi pensarono i Milanesi a
-restituire a Federico II il trattamento sofferto due anni prima a
-Cortenova. Mancava un fiume da porgli alle spalle. Scavammo un profondo
-canale fra il nostro campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua
-del naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò
-sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo; ma il disegno
-era di chiamare l'imperatore di qua del canale, poi, per sorpresa,
-attaccarlo. Per riuscirvi si finse che i Comaschi avessero abbandonato
-il nostro partito, e più non volendo combattere contro dell'imperatore,
-ci avessero lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo
-per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. Gl'imperiali
-credettero a quest'apparenza, e passarono il canale per accostarsi a
-Milano; ma impetuosamente assaliti dai nostri, usciti all'improvviso
-dall'imboscata, vennero disfatti gl'Imperiali. Molti furono i
-prigionieri, e molti gli estinti sul campo, o precipitati nel fiume
-artificialmente scavato per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare
-idea a Federico, che abbandonò il milanese; e si risolve verso della
-Toscana.
-
-(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II contro di noi,
-sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245 con un'armata, e si pose dalla
-parte del Tesino, mentre al re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo
-di truppe, che dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da
-un canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di passare il
-Tesinello; e rimase loro un numero bastante di armati, per affrontare
-il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo prigioniere. I prigionieri che
-Federico II aveva fatti a Cortenova erano stati barbaramente trattati.
-Il Podestà di Milano (che era Piero Tiepolo, conte di Zara e di
-Tripoli, figlio di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra
-i prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente legare
-sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, condottolo
-prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò poi in séguito, unitamente
-agli altri prigionieri, nella Puglia, dove lo fece impiccare; e gli
-altri infelici con varii supplizi del pari ivi terminarono la vita
-loro. Ora i Milanesi avevano in poter loro i prigionieri fatti a
-Camporgnano, a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da
-noi fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che nè
-l'uno nè l'altro avrebbero mai più portate le armi contro Milano. Le
-armate partirono, nè più Federico ebbe che fare con noi.
-
-Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile tanto saggia,
-generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, nobile e prudente
-nelle imprese militari, sarebbe assai più grata la occupazione
-che ho scelta di tesserne compendiosamente la storia. Mio malgrado
-l'augusta verità mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto
-delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in cui
-l'incorreggibile prepotenza dei grandi teneva sempre irritato e nemico
-il partito del popolo; il quale (sensibile, com'egli è) colla virtù e
-coll'amorevolezza avrebbe potuto affezionarsi ai nobili, e di concerto
-operar sempre per la felicità comune. I popolari, affezionatissimi
-a Pagano della Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di
-Cortenova, lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano,
-e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza l'iscrizione
-posta al suo sepolcro in Chiaravalle:[570]
-
- _Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani_
- _Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,_
- _Matris et Ecclesie defensor maximus alme,_
- _Et flos totius regionis amabitis hujus,_
- _Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,_
- _Heu de la Turre nostrum solamen abivit_
- _Paganus, latebris et in umbram utitur istis._
- _MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus_
- _de la Turre, potestas populi Mediolani._
-
-Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino
-della Torre, per essere da lui protetto contro de' nobili, ed a questo
-fu dato il titolo di _Anziano della credenza_. L'ufficio di questo
-tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione
-o prepotenza d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione del
-pubblico erario, acciocchè le entrate della repubblica non venissero
-convertite in comodo privato. Oltre ciò la repubblica era sempre
-in quei tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti;
-quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse
-servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione
-della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima guerra che ci
-portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora non vi è memoria che
-si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le
-mercanzie era tutto a profitto della comunità dei negozianti; i quali
-avevano l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in
-modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunità
-medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa
-all'antico codice dei primi statuti, compilati nel 1216, siccome
-ho detto, e il conto si vede fallo a quattro denari di pedaggio per
-ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di
-uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque
-contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria
-delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi
-i pesi, le stadere e le misure[571]. Alcuni privati possedevano un
-consimile diritto in Milano medesimo, e chiamavasi _jus sextarii_[572].
-Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna
-somma nell'erario della repubblica. V'erano anche allora i diritti
-esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino[573]
-_minutatim ad modum tavernae_, come da una carta dell'archivio di Monza
-pubblicata dal conte Giulini[574]. Ma di essi non pare che fosse al
-possesso la comunità di Milano. Erano diritti posseduti da privati.
-Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere
-la repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per
-l'antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie.
-Ma questa rendita era insufficiente, massimamente nei bisogni
-straordinarii; tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano
-senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri
-l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta
-a quei tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilità uomo
-alcuno potesse ritrarre dalla rovina d'un cittadino. Una legge è come
-una fabbrica d'architettura; conviene averla osservata da tutti i
-lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole: e le più strane
-talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per riparare la
-miseria della repubblica già s'era, l'anno 1228, fatto un decreto per
-cui sei eletti aver dovessero l'ufficio di censura e conoscere ogni
-amministrazione pubblica: ed è una prova della difficoltà somma che
-s'incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare
-come il decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte,
-e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero
-il loro ufficio ed eleggessero altrettanti loro successori[575]. Questo
-modo di eleggere a sorte, per necessità s'era anco esteso ad altri
-uffici[576]. Ma queste circospezioni non rimediavano alla povertà del
-fondo pubblico. Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i
-nostri antenati ricorsero ad uno espediente che comunemente si crede
-una invenzione dei tempi a noi più vicini: e lo spediente fu di porre
-in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all'anno
-1240, i decreti fatti dalla repubblica per conservare il credito
-a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che
-tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano
-colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla
-in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto
-a sequestro, sì tosto che possedesse tante carte corrispondenti al
-suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro,
-sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire
-alla repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni
-dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di formare un
-catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico.
-A ciò naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo
-insisteva il popolo; e di ciò singolarmente venne commessa la cura al
-nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre.
-
-Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle quali la
-nostra repubblica si trovò in quei tempi, e per comprendere sempre
-più lo spirito del sistema nostro civile e delle opinioni, non sarà
-discaro a' miei lettori ch'io per intiero trascriva in questo luogo
-il contratto che si fece fra la città di Milano e il capitolo di
-Monza, per ottenere un calice d'oro in mero deposito, per servircene
-di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio di
-Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor
-canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica.[577]
-_In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem
-millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio
-die novembres, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata,
-potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus
-de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus
-Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicala, Lampugnianus
-Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus
-de Lampuniano, de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la
-Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo
-Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus
-Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani,
-plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de
-Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum
-illius Ecclesiae, et cum domino G. de Montelongo, Apostolicae Sedis
-Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis
-et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius
-Ecclesiae ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda
-Comuni Mediolani, quae alio modo inveniri vel haberi non potest, ut
-asserebant expresse; et illiam Ecclesiam indepnem servare volebant, et
-cito illum thesaurum restituerent: ad quorum preces et istius domini
-Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro
-honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, praesente et
-volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati,
-et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de
-thesauro Modoetiensis Ecclesiae, ponderis unciarum centum septem
-auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum.
-Et ideo praedictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et
-isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et
-fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum,
-et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum
-in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et
-omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia
-eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet
-eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero
-de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesiae, et totius
-Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dictae Ecclesiae,
-quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminuitone, libere
-et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino. Archipresbytero
-et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis
-et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani
-dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et
-Ecclesiae. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omnii
-alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et
-maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro
-rebus Comunis, sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum
-etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate,
-ac si praedicta omnia in propria cujulisbet eorum proprietate
-pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novae constitutionis et
-epistolae Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri
-possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a
-modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu
-conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus
-faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti
-Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis praedictorum dabit aliquo
-modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero
-et Canonicis aliquid aliud praeter praedictum calicem loco illius
-calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis
-absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo
-Legatus Apostolicae Sedis, auctoritate suae legationis et voluntate
-ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum
-praedictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium
-Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si
-praedicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto
-Potestate praedicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem
-praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati
-juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia
-superius memorata, et quodlibet praedictorum observare et facere et
-facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate,
-in exercitu contra Fridericum condam imperatorem._ Poi vi sono le
-sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale
-estremità fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele vi
-fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno 3 di novembre sino
-al 28 dicembre, un calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo.
-Il peso dell'oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i
-quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le
-formalità dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il
-legato pontificio vi fa la figura che nei secoli prima avrebbe fatta
-l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano s'era ornai
-annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva
-di tutto. «In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi
-tempi[578], ben si scuopre la differenza che passa fra l'autorità
-che esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano nei presenti tempi, e
-quella che esercitava nei secoli scorsi. L'introduzione dei religiosi
-Minori e dei Predicatori nelle città, come giovò maravigliosamente a
-ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, così servì anche
-ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire
-quello dei vescovi». I frati s'erano resi indipendenti dai vescovi.
-Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito
-sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignità così poco, quasi
-nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone
-da Perego, e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in
-Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza
-nemmeno parteciparlo all'arcivescovo[579]. Alessandro IV terminò
-l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale
-rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: e nel 1255,
-al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di
-Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in
-possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito
-senza nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo[580]. Il papa medesimo
-comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano[581]. Così era
-affatto annientata l'autorità del metropolitano, di cui ho dato cenno
-sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorità ordinava
-che più non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi
-di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il
-castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore,
-acciocchè egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorità.
-Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza
-se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte
-quelle case si demolissero; e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova,
-Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano
-qualificati fautori di eretici[582]. Non farà dunque maraviglia se
-nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno di questo calice, ma
-bensì del legato. In questa carta è pur meritevole di osservazione
-il vedere che già eravi l'uso delle ferie, e il privilegio di non
-essere chiamati in giudizio i debitori in quei giorni feriali. Si
-osserva che il podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col
-terminare dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi
-chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta; e
-la Credenza di Sant'Ambrogio:[583] _a consilio quadringentorum et
-trecentorum et centum, novo et veteri_. Il consiglio de' quattrocento
-era composto da' nobili del primo ordine, e gli altri da quei della
-Motta e della Credenza di Sant'Ambrogio[584]. Mi lusingo che questa
-uscita non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e
-scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice
-d'oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo
-cinquantadue giorni, nell'estrema angustia della guerra nella quale si
-trovava la città, non era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per
-ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e sì
-moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. La buona fede è
-chiara e semplice, e l'artificio è pieno di previdenze.
-
-La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre si è
-conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo era il voto del
-popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano
-della Credenza; e si eresse un uffizio censuario che si chiamò
-_Officium inventariorum_, perchè ivi contenevasi il catastro, ossia
-l'_inventario_ (siccome volgarmente si dice) di tutti i fondi stabili,
-coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici[585]. Il
-legato apostolico proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna
-alle persone o case religiose[586]; ma, ridotto a termine il generale
-catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei
-debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni,
-si stabilì che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di
-queste porzioni ogni anno, col nome di _fodro_, ovvero _taglia_; e così
-dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione
-la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, come
-può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più antica memoria
-del carico prediale nel nostro paese: giacchè prima non si ha notizia
-se non di tributi sopra i frutti, ovvero colle persone. Col terminare
-dell'anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu
-eletto podestà di Milano, per l'anno 1257, Beno da Gozadini, bolognese.
-Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la repubblica,
-perfezionando il catastro de' fondi censibili. Egli pensò di lasciare
-un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla città di
-Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho
-già detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua
-del Tesinello, settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava
-ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e
-così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quella
-estensione. V'era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni
-era già in pratica l'esazione di quel tributo. Beno de' Gozadini vide
-che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto,
-realmente non pagavasi dei contribuenti un tributo, ma si bonificavano
-le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile di quei medesimi
-che venivano tassati. Su questo principio credette egli non potersi
-con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, nè obbligare i
-laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande
-opera intrapresa, e vigorosamente in pochi mesi, condotta a fine.
-Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei, e un
-pubblico monumento che ricordasse alle età future ch'egli nel 1257, per
-quattordici miglia condusse le acque del Tisino sino ai sobborghi di
-Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili,
-e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta
-dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il
-popolo prima che fosse terminato l'anno, tumultuosamente lo massacrò,
-e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato,
-ivi lo affogò miseramente! la memoria di lui fu calunniata;, e la
-calunnia eccheggiò sinora ne' libri de' nostri storici, imputandogli
-avanie e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero
-diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini lo condanna pure,
-ma racconta i fatti[587]. È tempo omai, dopo cinquecento ventidue
-anni (nel 1770) che la voce libera d'uno scrittore implori all'onorata
-cenere di Beno de' Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini
-suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo
-incautamente sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici da un ceto
-venerabile che voleva difendere le immunità come parti essenziali della
-religione. Ripariamola ora noi e la riparino i nostri posteri, ed ogni
-volta che rimireremo il canale che dà ricchezza alle terre e porta
-l'abbondanza nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione
-a un onoratissimo bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia consacrato il
-fausto nome all'immortalità!
-
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-
-
-CAPITOLO X.
-
- _Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della
- casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV._
-
-
-Verso la metà del secolo decimoterzo l'Impero era immerso nell'anarchia
-e nella confusione. Vi erano più rivali, e ciascuno s'intitolava
-augusto ed aveva un partito; rivali deboli però, e appena bastanti a
-nuocersi scambievolmente; e perciò l'autorità imperiale più non vi era;
-anzi, riguardo alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza
-dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo decimoterzo.
-Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda, Riccardo di Cornovaglia,
-Alfonso di Castiglia, Rodolfo di Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I
-non ebbero che poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove
-si ritornò a riconoscere l'autorità cesarea colla venuta di Enrico
-(sesto per gl'italiani, ma comunemente chiamato settimo), che ascese
-alla dignità imperiale l'anno 1308. Frattanto la città viveva tra le
-fazioni, cercando al solito i nobili d'opprimere la plebe, e questa
-di contenere i nobili ed umiliarli. La forma civile della società era
-incerta, non fondata sopra costituzione alcuna. La libertà, i beni,
-la vita non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo
-stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore della
-stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun cittadino la propria
-condizione. Il solo motivo per cui non si eleggeva un principe stabile,
-era la fiducia che hanno sempre i governi liberi, di correggere
-colla propria autorità i propri mali; ma frattanto per intervallo si
-eleggeva un dittatore. Si è già veduto nel capitolo precedente come
-Pagano della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo;
-egli fu proclamato tre anni dopo l'affare di Cortenova, cioè l'anno
-1240. Si è pure accennato la nuova carica di _anziano della Credenza_,
-conferita dal popolo a Martino della Torre, nipote di Pagano, l'anno
-1247. Così la città cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo.
-Il disordine civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi
-un sovrano potente, a fine di preservarci dagl'insulti de' nemici
-vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni. Il primo passo
-verso la monarchia ascende all'anno 1253, nel quale Manfredo Lancia,
-marchese d'Incisa, fu creato signore di Milano per tre anni, e ben si
-vide quanto fosse necessario quel partito, poichè, appena terminata
-che fu quella temporaria monarchia, scoppiarono più che mai gli odii
-e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo sempre la plebe
-alla testa i signori della Torre. Si cercava non più se dovesse la
-città esser libera, ovvero soggetta, ma si disputava a chi dovesse
-consegnarsene la signoria. Le fazioni, spossate e stanche, combattevano
-alla fine per far avere la preferenza a quel signore che ciascuna
-bramava. Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva
-Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino da Romano,
-uomo celebre nella storia di Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Marca
-Trivigiana. Accadde che nessuno volle cedere al partito contrario, e si
-elesse il marchese Oberto Pelavicino signore di Milano per cinque anni.
-I signori della Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta
-l'influenza del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese, il
-quale s'intitolò _capitano generale di Milano_. Non piaceva al papa che
-si andasse formando nell'Italia signori troppo potenti; perciò erano
-poco accetti e i Pelavicini e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione
-non mancò di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano.
-I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici; e frate
-Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano, dal pulpito minacciò
-scomunica ai Milanesi se ricevevano il marchese[588]: e il marchese
-scacciò l'inquisitore da Milano. Una moltitudine di forestieri
-s'incamminò processionalmente verso Milano. S'era inventata in Perugia
-allora l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che
-fosse atto religioso il percuotere sè medesimo: onde a turbe andavano,
-nudi dalla cintura in su, da una città all'altra questi promulgatori
-del nuovo rito, rappresentando dovunque un orrendo spettacolo di
-cilicii e di flagelli. Il marchese Pelavicino si diffidò di tanta
-divozione, e sulla strada fece piantare seicento forche, vedute le
-quali, la processione rivoltò cammino:[589] _A Sexcentae furchae
-parantur; quo viso recesserunt_, dice il Fiamma[590]. Sembra che i
-papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente la loro
-sovranità anche sopra Milano e sopra la Lombardia, profittando delle
-debolezze dell'Impero e delle civili discordie delle città. A tal fine
-si opponevano, destramente bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno,
-contro di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poichè,
-rimanendo alle città il solo partito del principato per dare una
-forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra d'ogni altro
-avvenimento più doveva spiacere a Roma, era appunto che alcuna famiglia
-s'innalzasse ad ottenerlo. Questa fu la base della politica de' sommi
-pontefici; e la storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia
-sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima dei signori
-della Torre, poscia dei signori Visconti, che Roma istessa aveva da
-principio favoriti, per abbassare con essi il potere de' Torriani.
-
-(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si può fissare
-all'anno 1261: non già che io intenda per ciò ch'ella dapprima fosse
-oscura affatto od ignobile, il che sarebbe falso. Già accennai
-un celebre Ottone Visconti al capitolo sesto, che morì in Roma
-centocinquant'anni prima di quest'epoca. Accennai pure altro di simil
-nome, console della città, assediata dall'imperatore Federico cent'anni
-prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in là: perchè,
-sebbene ella si fosse già condecorata con feudi ed antichi privilegi,
-sebbene ella si fosse già illustrata col valore di qualche suo
-antenato, nulla era di più che una delle famiglie nobili e generose, ma
-non potente nè ricca nè in condizione di lasciar prevedere la grandezza
-a cui rapidamente ascese, diventando poi, non solamente sovrana della
-sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra venti altre città,
-dilatandosi poi poco dopo alla grandezza di aspirare al regno d'Italia
-e possedere trentacinque città, fra le quali le più floride della parte
-settentrionale d'Italia, come vedremo. Colla fortuna de' Visconti
-crebbe l'adulazione, e i geneologisti ammassarono le più grossolane
-menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e credulità. Di
-ciò accaderà in séguito occasione di accennarne qualche cosa di più;
-ora conviene indicare come nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal
-1257, in cui morì l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana
-di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti che dividevano
-gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo Francesco da Settala,
-e i popolari volevano Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio
-di Martino, anziano della Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261,
-il cardinale Ottaviano degli Ubaldi, ritornando dalla legazione di
-Francia. Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo
-i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre, un giorno in
-cui meno se lo aspettava il cardinal legato, comparve sulla piazza di
-Sant'Ambrogio alla testa d'un forte squadrone di cavalleria, che ivi
-fece schierare; e il cardinal legato sorpreso dal rumore delle trombe
-militari, non senza inquietudine ne ricercò il motivo; al che fu dato
-riscontro come il signor Martino della Torre informato che allora il
-signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente accompagnarlo
-fuori della città. Il cardinale scelse il miglior partito; dissimulò,
-e ricevette cortesemente come un onore la violenza che gli veniva
-fatta e se ne partì. (1262) Pochi mesi dopo, cioè il giorno 22 luglio
-1262, il papa Urbano IV nominò arcivescovo di Milano Ottone Visconti,
-arcidiacono della chiesa milanese[591], uomo che il cardinale legato
-aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo, smanioso per comandare,
-violento; l'uomo in somma opportuno a bilanciare ed abbattere il
-potere de' Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era
-sempre stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in cui
-il papa vi s'intromise; il che è stato anche osservato dal nostro
-conte Giulini. «La lunga discordia, dic'egli, dei nostri ordinari fu
-ad essa molto nociva, perchè a cagion di questa soffrì un gran crollo
-il loro antico insigne diritto di eleggere l'arcivescovo[592]». Alcuni
-de' nostri scrittori attribuiscono il fatto di Martino della Torre
-a ciò che, invogliatosi il legato d'una preziosa gemma del tesoro di
-Sant'Ambrogio, da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorità
-di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati, e
-Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri credono che il
-legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovato Raimondo della
-Torre; e sembra così più verosimile la cagione del vigoroso partito
-preso da Martino. Ma questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta
-dal papa, doveva cagionare sorpresa nella città, negli ecclesiastici e
-nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese Pelavicino,
-intesa ch'ebbero tale novità, occuparono immediatamente tutti i beni
-dell'arcivescovato. Il papa, senza indugio, pose la città di Milano
-all'interdetto. Poco dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre,
-e prima di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla sua
-dignità Filippo di lui fratello, siccome avvenne, ed ebbe il titolo
-di podestà perpetuo del popolo; ma ne godette poco, poichè morì
-improvvisamente, e gli fu successore Napoleone, ossia Napo della Torre,
-figlio del famoso Pagano.
-
-I signori della Torre andavano crescendo sempre più in potenza.
-L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano; ma, esule dalla
-patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno dalle terre
-arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto e gli anatemi non
-avevano arrestato il corso della grandezza loro. Essi possedevano
-Como, Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo e Brescia; non già con
-sovranità decisa ed ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli
-e magistrature, esercitandovi il supremo potere. La influenza loro
-negli affari d'Italia era già tale, che Filippo della Torre si era
-collegato con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello del re di
-Francia Luigi IX, affine di far ottenere il regno di Napoli al conte
-d'Angiò; e l'accortezza di Napo della Torre gli suggerì d'indurre il
-popolo di Milano ad eleggere esso conte per suo signore per cinque
-anni, dopo che fu egli dichiarato re di Sicilia. Così, dando l'odioso
-titolo di sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo
-della Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando
-la sovranità e adescando la moltitudine con modi popolari e con
-largizioni splendidissime, aprendo corti bandite, con mense apprestate
-sulle pubbliche strade della città, a beneficio del popolo: di che
-minutamente ne tratta il conte Giulini[593]. Furono magnificamente
-accolti in Milano, mentre i signori della Torre la reggevano, il papa
-Innocenzo IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251; il
-re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra Edoardo,
-colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare esagerato il numero
-di ducentomila persone che i nostri autori asseriscono essere uscite
-da Milano per incontrare il papa Innocenzo; ma certamente la città
-si andava popolando e crescendo, a misura che in essa si ergeva
-una potenza capace di mantenervi l'ordine. Le strade della città
-cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre avevano
-un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggidì trovasi la
-chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono a lastricare
-le strade. Napo della Torre non voleva apertamente palesarsi sovrano,
-nè romperla colla corte di Roma. Egli teneva in suo potere i beni
-dell'arcivescovato; teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per
-quindici anni non potè mai vedere la sua sede, non che goderne;
-teneva depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconti; ma non
-si opponeva alle preghiere che la città faceva al papa per essere
-liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a Milano un legato
-pontificio, l'anno 1268, cioè sei anni dopo fulminata la censura;
-e il Corio c'informa che il legato «expuose come non levarebbe lo
-interdicto insine che tutta la plebe e famiglie non iuravano fede
-ala Romana Chiesia. Il che essendosi exequito: a Turriani dimandò che
-principalmente si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero presule
-e pastore: secondariamente, che fusse restituito quanto era occupato
-de la archiepiscopale sede: tertio che a li chierici nel tempo a
-venire non fosse posta alchuna gravezza: le quali cose facendosi, levò
-lo interdicto». La prima nostra condizione mostra chiaramente quai
-fossero le mire di Roma, e l'ultima era la più a proposito per sanare
-la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il clero della
-chiesa milanese propenso alle mire di Roma. Gl'interessi dell'Italia,
-se si fosse avuto in vista di conservarla una nazione sola riunita,
-erano conformi alle mire di Roma; ma l'interesse personale superò
-sempre. Quindi anche queste promesse furono senza effetto veruno,
-poichè nè l'arcivescovo potè venire in Milano e godere delle rendite,
-nè gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali i frati e i
-preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni dopo, cioè nel 1271,
-impose il podestà di Milano Roberto de' Roberti[594].
-
-Lasciavasi dai Torriani un'apparente libertà alla patria. Napo
-della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo del
-popolo. Così l'accorto ambizioso regnava senza avere intorno di sè
-i pericoli che circondano un nuovo sovrano che vuole annientare una
-repubblica. V'era il parlamento, ossia il consiglio degli ottocento,
-il quale rappresentava la repubblica. V'era un podestà che presiedeva
-al consiglio. Ma il podestà era eletto ad arbitrio dell'anziano
-perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del Piacentino
-che fu trascelto alla dignità pretoria, ossia podestà, l'anno 1272:
-«Principalmente che iurasse ad honore de la Beata Vergine et il Divo
-Ambrosio di questa cità potentissimo patrone: ad exaltatione di Santa
-Chiesia e di Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la
-cità e destricto de Milano e de la Turriana famiglia, insieme con gli
-amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe il dominio».
-Dal quale principio non sarebbe facile il decidere se la città fosse
-libera, ovvero suddita al re Carlo, ovvero alla casa della Torre; ma
-continua il giuramento e ci palesa la costituzione di que' tempi: «Item
-che obedirebbe tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio, e
-similmente li mandati de Napo Tornano, anziano e perpetuo rectore dil
-populo»; e nessuna menzione si fa dei mandati del re di Sicilia, al
-quale nemmeno si diede il titolo di signore di Milano. Il solo freno
-che poteva avere Napo della Torre, era per parte del consiglio degli
-ottocento; ma anche a ciò era posto tal sistema, che fosse una mera
-apparenza di libertà. Ecco nel giuramento istesso cosa fu ingiunto
-al podestà: «Item che fusse tenuto con quello consiglio meglio li
-parirebbe (al podestà) con dui homini per porta, elegere la mità de la
-mità del consiglio de li octocento, che spectava a la societate de'
-capitani e valvasori, cioè ducento de li predicti, e ducento fosseno
-electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma fusseno
-electi li quatrocento appartenevano ala societate de Mota e Credentia».
-Da ciò vediamo come non rimaneva più nemmeno alla città la nomina dei
-suoi rappresentanti. Il consiglio che rappresentava la repubblica,
-ogni anno si cambiava: era composto di ottocento, la metà nobili e la
-metà popolari; la metà di questi consiglieri era nominata dal podestà,
-che aveva giurato di obbedire ai mandati di Napo della Torre; la sorte
-faceva eleggere il rimanente, se pure anche questa sorte non era una
-mera apparenza. Così il consiglio era unicamente una macchina destinata
-a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica, mentre la città
-era governata dal valore di un uomo solo; il quale, vigorosamente
-contenendo i nobili, lasciava che il popolo gliene sapesse buon
-grado; quasi a ciò venisse sollecitato per sola benevolenza, affine
-di preservarlo dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione
-i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente esposte sulle
-strade a piacere del popolo, gli spettacoli pubblici di giostre e
-tornei, un costume semplice, affabile, popolare, tutto si univa in Napo
-per renderlo l'uomo il più opportuno ad istabilire una nuova sovranità
-senza che il popolo se ne avvedesse.
-
-Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta che allora si
-batteva nella zecca di Milano, nè alcuno di sua famiglia ve la pose.
-L'Impero si considerava vacante, e le monete nostre, sì d'oro che
-d'argento, avevano da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i
-santi Gervaso e Protaso, ovvero una croce, col nome _Mediolanum_,
-senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia raccolta ne
-ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine cominciarono a
-comparire nella città. Ma per far questo, e molto più per sostenere
-le frequenti guerre co' vicini, e assoggettarli alla dominazione de'
-Torriani, non meno che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i
-giuochi frequenti, era necessario l'accrescere i tributi e metterne
-di nuovi. Si è già veduto nel capitolo precedente, come, al tempo di
-Martino della Torre, venisse formato il catastro dei fondi stabili, e
-sopra di esso ripartito il carico. L'anno 1271 s'imposero dieci soldi
-e cinque denari per ogni cento lire del valore de' fondi, e l'anno
-1275 s'imposero due lire di terzioli sopra di ogni centinaio di lire
-d'estimo. La più antica memoria che abbiamo della gabella del sale
-ascende all'anno 1272[595].
-
-I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano assai gravosi
-a primo aspetto, ora che il valor capitale delle terre si calcola
-comunemente moltiplicando trentatre volte la rendita annuale. Un
-campo che produca tre scudi all'anno al padrone, si calcola valere
-cento scudi; e cento scudi dati a mutuo oggidì rendono il frutto di
-scudi tre, o tre e mezzo all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure
-assai maggiori. Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne
-da noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse
-esigere il frutto del prestito più di tre soldi per lira[596], che
-corrispondono al quindici per cento. E poichè tai frutti produceva
-il denaro al limite moderato dalla legge, forza era che il valore dei
-campi proporzionatamente diminuisse; non potendosi sperare che alcuno
-comprasse per cento lire un fondo, se da esso non potesse ricavarne
-ogni anno quindici lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di
-soldi dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de' fondi,
-era assai tenue, cioè circa la trentesima parte dell'annuo ricavo;
-e sebbene assai più importante fosse quella del 1275, cioè di lire
-due per ogni cento lire di valor capitale, ella pure si riduceva alla
-settima parte dell'entrata. Su queste imposizioni veggansi il nostro
-conte Giulini[597].
-
-Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno dei nobili; e così
-Napo della Torre da' suoi rivali e nemici cavava i mezzi per sempre
-più indebolirli e rinfiancare il suo partito. (1275) Un seguito di
-prosperi eventi aveva innalzato Napo della Torre, il quale, anche per
-appoggiare sempre più la signoria, appena che fu terminata l'anarchia
-dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg, seguita l'anno
-1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignità di vicario imperiale in
-Milano; dignità la quale costituiva Napo luogotenente dell'imperatore,
-e davagli tutto l'esercizio della suprema autorità che nella pace
-di Costanza era stata accordata ai Cesari. Questo titolo di _vicario
-imperiale_ servì poi d'introduzione alla signoria de' Visconti, come
-vedremo.
-
-Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e dei Torriani. Se
-Napo avesse conservato, anche in mezzo degli avvenimenti felici, la
-moderazione, i suoi nemici verisimilmente non avrebbero potuto giammai
-prevalere. Ma due cose furono cagione del rovescio di sua fortuna:
-la prima fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo
-chiaramente dimostrò il suo fine di assoggettare la città; l'altra
-fu che alla fine commise molte crudeltà, condannando varii nobili
-al supplicio; ciò che lo appalesò anche alla plebe smascherato, e
-assai distante da quella dolcezza ch'egli, sino a quel punto, aveva
-saputo mostrare. Molti nobili milanesi andavano esuli dalla patria,
-o scacciati da Napo, ovvero spontaneamente sottrattisi ad un governo
-nemico. (1277) Poichè videro intiepidito il favore del popolo, i nobili
-fuorusciti si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule da
-quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui radunati, con
-varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni sul milanese;
-sin tanto che, nel giorno memorabile 21 di gennaio 1277, sorpresero
-i Torriani a Desio, borgo distante dieci miglia dalla città, e fatto
-un macello de' Torriani, che appena s'erano avveduti d'aver vicino il
-nemico dalla strage de' loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere.
-Entrò in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto il popolo lo
-acclamò signore. Così terminò Napo della Torre, il quale sopravvisse
-ancora un anno e mezzo, miseramente rinchiuso entro di una gabbia,
-in cui cessò di vivere e di soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I
-Novaresi, i Pavesi, i Comaschi ed altri del contado istesso di Milano
-avevano resa forte l'armata dell'arcivescovo.
-
-L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo potè rimanere principe
-tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre non fosse più capace
-di fargli ostacolo, comparvero in campo molti signori della famiglia
-della Torre, e fra questi il patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone,
-Gotifredo, Salvino ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie,
-sino sotto le porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la
-condizione di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre una
-valida resistenza, e perciò l'arcivescovo, costretto ad eleggersi
-un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani suoi nemici,
-stimò miglior partito il dare la signoria di Milano al marchese di
-Monferrato per dieci anni, colla facoltà della guerra e della pace.
-Questa dedizione, cominciata nel 1278, non durò che quattro anni soli;
-giacchè, battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno
-da non potere sì tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando il
-timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese, le di cui forze
-erano di molto peso, non ebbe ritegno alcuno di violare il contratto.
-(1282) Colse il momento opportuno, e, montato a cavallo, il giorno 27
-dicembre 1282, coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacciò
-gli ufficiali tutti del marchese, e ritornò a signoreggiare da sè.
-Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene dallo spirito
-del sacerdozio, sono una prova de' progressi che la ragione e seco lei
-la virtù hanno fatto ai tempi nostri, ne' quali ad alcuni sembreranno
-o supposti o esagerati questi fatti. Sembrerà poco credibile altresì
-che l'arcivescovo adottato peravesse suo figlio Guido da Castiglione,
-e che Milano venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perchè
-una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento. Ma il Calco
-ce lo attesta:[598] _Sacris interdicta manserat civitas Mediolanum ex
-controversia qua per injuriam gens Mirabilia priorem Pontidae premere
-videbatur_[599]; e così, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta
-la città. La storia tutta di que' tempi ci prova l'abuso di ogni cosa
-sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano al
-marchese di Monferrato; non però la diede violando le apparenze della
-libertà, poichè anzi ne ottenne l'adesione del pubblico consiglio;
-e mentre comandava il marchese, si continuarono ogni anno a creare
-due magistrati, uno col nome di _podestà_, e l'altro con quello
-di _capitano del popolo_, e sempre si eleggeva il consiglio degli
-ottocento; consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che non
-rappresentava la città ed il popolo che per mera apparenza, perchè
-composto da membri non eletti del popolo. Il signore creava il podestà
-e il capitano del popolo; i quali, siccome dissi, giuravano obbedienza
-a lui; e il podestà e capitano creavano il consiglio. La città era
-realmente priva di libertà; soggetta a signorie temporarie del marchese
-d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese di Monferrato: ma le
-fazioni interne erano almeno frenate, e non rimanevano da soffrire che
-gl'insulti d'un solo, sempre da principio cauto nel celare, l'abuso del
-potere non solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne' tempi de' quali
-trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria di
-Milano, si creò il _Tribunale di Provvisione_, ossia dodici sapienti
-uomini che presiedevano alla provvisione del comune di Milano. Ciò
-viene dall'erudito conte Giulini fissato all'anno 1279[600], e quel
-tribunale e il podestà sono le due più antiche magistrature che
-ancora ci rimangono. Il _podestà_ cominciò coll'anno 1188; e poco
-manca a compiere il sesto secolo dalla sua istituzione, e i dodici di
-provvisione contano l'antichità di cinque secoli già trascorsi.
-
-Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato di quello
-di Napo Torriano. Cercò ed ottenne l'arcivescovo che l'imperatore
-Rodolfo facesse lega con lui, quantunque avesse fatto morire entro
-di una gabbia il suo vicario creato dieci anni prima. Ma l'influenza
-dell'Impero, dopo le seguite vicende, era assai debole nell'Italia, e
-conveniva cogliere ogni opportunità per acquistare appoggio. In ciò
-Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone Visconti con
-maggiore impeto si volle mostrar prepotente. Egli bandì le famiglie
-che gli erano sospette, e fece diroccare le case de' signori da
-Soresina. Poscia, disgustatosi del figlio adottivo fece diroccare
-parimente le case di Guido Castiglione. Indi, dopo una concordia
-giurata, l'arcivescovo istesso a tradimento s'impadronì di Castel
-Seprio, e distrusse quella rocca, celebre per la tradizione che in
-quel luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gli Insubri,
-e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo; e fece porre
-negli statuti:[601] _Castrum Seprium destruatur, et destructum perpetuo
-teneatur, et nullus audeat vel presumat in ipso monte habitare_; e
-questo statuto è stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei
-tempi e di Ottone, c'insegna:[602] _Cum suspicionibus piena omnia
-viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari dubitabat, proindeque
-armatas cohortes die noctuque circumire urbem, et ne conventus inter
-cives fierent curare jussit_[603]. Cercava, coll'orribile argomento
-delle torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era
-insomma un cattivo principe, come lo sarà sempre un uomo pauroso
-e potente. La città sentiva il peso d'un tal nuovo governo. Era
-probabilmente vicina una strage, se l'arcivescovo Ottone opportunamente
-non si piegava, abbandonando ogni cura civile a Matteo Visconti, suo
-pronipote, capitano del popolo, e creato podestà l'anno 1288. Ottone
-sopravvisse ancora sette anni oscuramente, pieno di paura della
-morte, ed attorniato da' medici, i quali non lo abbandonavano mai; e
-coll'assistenza di essi, all'età di ottantotto anni, morì, il giorno
-8 agosto 1295, a Chiaravalle. Il tumulo di questo Ottone, il primo
-de' Visconti che ebbe la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo,
-ove fu trasportato dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene
-sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo
-Giovanni Visconti, postogli da poi, allorchè venne tumulato nella
-stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone durò circa undici anni.
-Egli nulla fece che meriti di essere dalla storia ricordato con lode.
-Si può dire in sua discolpa ch'egli dominò fra le turbolenze. Ma la
-mancanza di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo
-dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero, è un tratto
-d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Così non si doveva da lui
-tradire un principe coll'assistenza del quale era stato liberato dalle
-mani de' Torriani nemici. La fede mancata a Guido Castiglione, dopo
-appena giurata concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti
-in Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella rocca, nemmeno
-può dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le case diroccate, la
-pusillanime paura di morire, anche dopo d'esser vissuto ottant'anni,
-mostrano un uomo che nulla aveva di grande, nulla di generoso, e che
-forse nessun altro talento aveva per diventar principe, che la smania
-di comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandonò l'usanza
-di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da due secoli e
-mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato al capitolo quarto.
-Nè questo cambiamento possiamo attribuirlo alle armi da fuoco, le
-quali si cominciarono ad usare più di mezzo secolo dopo. Forse si
-cambiò l'usanza del carroccio, perchè allora si introdusse quella di
-stipendiare una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia,
-e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avrà avuto bisogno
-di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni: il che faceva di
-bisogno per rendere uniformi e cospiranti ad un fine le mosse di una
-moltitudine di cittadini, condotti a combattere senza una determinata
-educazione a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare
-truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva alla signoria
-d'un solo: perchè allontanava da una parte il popolo dall'uso delle
-armi e lo disponeva all'obbedienza, e dall'altra parte dava il comando
-d'una forza preponderante nelle mani d'un uomo solo: forza composta di
-elementi staccati in certa guisa dalla società civile, il ben essere
-di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente dipendenti
-affatto dall'arbitrio del comandante.
-
-(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo, cominciò la
-signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano _Matteo Magno_. Io
-mi limiterò a chiamarlo Matteo I, per distinguerlo da un altro dello
-stesso nome che regnò poi. Il Fiamma ci attesta che, sino dal principio
-del suo governo, Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate,
-e non se ne appropriò la menoma parte; che non sparse mai sangue
-d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie dei borghi e delle
-terre, cambiandole però ogni anno; ch'egli era molto compiacente verso
-dei nobili; agile di corpo, e di tale robustezza, che colle sue mani
-spaccava il ferro di un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza,
-era morigerato; che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva
-colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di religione,
-e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima a confessarsi,
-e i renitenti castigava:[604] _Cum autem praedictus Matheus Magnus
-Vicecomes dominium Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine
-nimis virtuose se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis,
-quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. Missas
-devotissime audiebat, sacerdotes propriis manibus vestiebat. In omni
-quadragesima suos domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat;
-aliter, ipsos grariter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter
-audiebat, quorum consilio non contradicebat. Bona communitatis
-conservabat, sibi nihil retinebat. Nullius unquam sanguinem effudit.
-Dominia burgorum et villorum inter nobiles dividebat: omni tamen anno
-istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat in amorem
-sui. Fuit etiam fortissimus corpore et agilis: ferratam magni dextrerii
-manibus lacerabat: et multa alia commendabilia faciebat_. Vedremo poi
-che Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno gli
-onori d'un funerale. Non sarà forse discaro il leggere qual giuramento
-facesse Matteo Visconti come capitano del popolo per cinque anni;
-il Corio ce lo ha tramandato:[605] _Ad honorem Domini nostri Jesu
-Christi, et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosi
-confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis, Dionisii, et omnium
-sanctorum, sanctae matris Ecclesiae, et summi pontificis, et domini
-regis Romanorum, et ad conservationem Status venerabilis patris domini
-Othonis, sanctae mediolanenses Ecclesiae archiepiscopi, et ad bonum,
-tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, ac omnium
-amicorum et ad mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et
-ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee_, così a Matteo Visconti
-diceva Francesco da Legnano, _vos, domine capitanee, jurabitis
-regere populum Mediolani ab hodie in antea, ad annos quinque proxime
-venturos, bona fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis
-ipsum populum... et statuta... et si deficerent, servabatis leges
-romanas_[606]. I signori della Torre avevano il capitaniato del popolo,
-perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale capitano, indi
-Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni. Nel giorno di sant'Agnese,
-Ottone Visconti vinse i Torriani a Desio; nel giorno di san Vincenzo,
-Ottone s'era impadronito di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano
-ultimamente stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per cui
-que' tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento felice
-de' nostri costumi, si veda se oserebbe ora più alcuno, assumendo una
-solenne dignità, di promettere[607] _mortem et destructionem marchionis
-Montisferrati, et ejus omnium sequacium_: giuramento crudele, iniquo
-e sacrilego, nulla più potendo un sovrano cercar dal nemico, se non la
-riparazione de' mali che gli ha fatto, e la sicurezza di non riceverne
-di nuovi, non mai la morte e distruzione di esso e de' suoi; pensiero
-atroce, che offende la religione e persino le stesse leggi di natura.
-Merita osservazione altresì il vedere come si cercassero le leggi
-romane per servire ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la
-qual reviviscenza del gius romano presso di noi è la più antica memoria
-sinora osservata in questo giuramento, fatto l'anno 1288.
-
-La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli era appena
-capitano del popolo per cinque anni, e terminavano coll'anno 1292. I
-Torriani, sebbene colla disfatta di Vaprio, seguita nel 1181, fossero
-stati per allora ridotti all'impotenza di nuocere, non vennero ivi
-estinti, e, col tempo, ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca
-ed Errecco della Torre, l'anno 1290, invasero da più parti le
-terre milanesi. Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di
-Monferrato, nominato nel giuramento solenne del nostro capitano del
-popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini, e finì i
-giorni suoi entro di una gabbia, come Napo della Torre. L'umanità geme
-alla memoria di tai venture! Quasi tutte le città della Lombardia
-avevano, verso la fine del secolo decimoterzo, due fazioni e due
-famiglie prepotenti che si disputavano la signoria, come accadeva
-in Milano fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva i
-Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi; Vercelli,
-gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i Suardi; Lodi, i
-Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani; e così altre città
-erano internamente lacerate da' partiti. Mentre in tale imbarazzo
-si trovava Matteo I, due frati si posero a predicare pubblicamente
-per Milano la Crociata per Terra Santa, e radunavano molta gente
-pronta ad abbandonare la città per le indulgenze di quella impresa.
-Matteo perdeva sè stesso e la signoria, se avesse concesso che si
-allontanassero dalla patria le persone atte alle armi nel tempo
-in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perciò impedì questa
-emigrazione[608]: il che poi fu uno dei capi di accusa che vennero
-fatti a Matteo. Cercava accortamente Matteo I di fiancheggiare la
-sua nascente sovranità. Egli signoreggiava in Como, in Alessandria,
-in Novara e nel Monferrato, in qualità di capitano temporario del
-popolo di quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di
-Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona che lo
-impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo di vicario
-imperiale. Non cercava Matteo la signoria della sola città sua patria;
-più vaste erano le sue mire, e nulla meno desiderava che d'essere
-signore della Lombardia tutta. (1294) Il nuovo cesare era poco sicuro
-sul suo trono; nella Germania aveva un potente partito contrario,
-al quale finalmente dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non
-furono inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo noi
-che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto quell'augusto a
-spedire a Milano, siccome fece nell'aprile dell'anno 1294, quattro
-legati cesarei; i quali, introdotti nel pieno generale consiglio,
-vi pubblicarono l'imperiale diploma, in cui Matteo Visconti veniva
-dichiarato vicario imperiale in Milano e per tutta la Lombardia,
-con mero e misto imperio, come lo aveva lo stesso re de' Romani.
-L'accorto Matteo si alzò, si mostrò sorpreso, e protestò ch'egli non
-accettava quella sublime dignità, salvochè il consiglio generale non
-l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato da quel consiglio,
-scelto da Matteo medesimo, mutabile ogni anno, e che si pretendeva
-che si rappresentasse il volere de' cittadini, dai quali non aveva
-ricevuta veruna commissione. Il consiglio supplicò Matteo ad accettare
-la dignità. Nè meno accorto si dimostrò Matteo nel fare in modo che
-in quel diploma medesimo l'imperatore assai onorevolmente confermasse
-tutti i privilegi della nostra città, la qual graziosa conferma
-dispose i cittadini a giurare volentieri fedeltà all'imperatore,
-e indirettamente al suo vicario. Spedì Matteo i suoi legati per la
-Lombardia, per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma
-non tutte le città fecero loro facile accoglienza. Le città di Lodi,
-di Crema ed alcun'altra avevan anzi fatto lega co' signori della
-Torre, per bilanciare la potenza del Visconti. Matteo prudentemente
-pensò a farsi confermare dai Milanesi per altri cinque anni capitano
-del popolo, per togliere ogni odiosità al nuovo titolo, e riconoscere
-sempre temporaria e dipendente dal consiglio la signoria esercitata.
-Tale era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro seppe
-adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze.
-
-(1298) Il successore del deposto imperatore Adolfo, cioè Alberto
-re de' Romani, innalzato l'anno 1298, confermò a Matteo Visconti il
-diploma di vicario imperiale, che quattro anni prima aveva ottenuto.
-Il titolo che si dava a Matteo era:_ Al magnifico ed egregio uomo
-il signor Matteo de' Visconti_. Varie città, siccome dissi, eransi
-collegate coi Torriani a danno del Visconti, la di cui rapida e la di
-cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti piccoli Stati,
-i quali, in mezzo alla discordia, al disordine, alla tirannia di più
-padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne un solo, se la lusinga
-d'una chimerica libertà non gli avesse sedotti. Le terre del milanese
-erano devastate dalle scorrerie de' Torriani. (1299) Matteo Visconti
-fece radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile
-1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei Torriani, i
-guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze loro, le nostre, gli
-appoggi su i quali potevamo noi far conto; indi propose il partito se
-convenisse fare la guerra ovvero la pace. Detto ciò, volle abbandonare
-l'adunanza, affine di lasciare un'intera libertà alle opinioni di
-ciascuno. Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata la
-città; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e dei nomi;
-e credendosi considerati i pochi avveduti, per l'artificio medesimo
-che adoperava colui che aveva il potere nelle mani. La determinazione
-del consiglio fu di confermare per altri cinque anni Matteo Visconti
-capitano del popolo, colla facoltà di fare la guerra o la pace a suo
-piacimento. Il credito di Matteo era tale che i Veneziani e i Genovesi
-lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione, ch'egli terminò; e
-quasi tutta la Lombardia si reggeva da lui. Alla moderazione e prudenza
-aggiungeva Matteo la liberalità pubblica. (1300) L'anno 1300 egli
-ammogliò Galeazzo, suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di
-Azzone VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara. Lo sposo
-era più giovine della sposa. Galeazzo aveva ventitre anni, e Beatrice
-trentadue. Fra le singolari pompe che diede Matteo all'occasione di
-queste nozze illustri, per otto giorni vi fu corte bandita, cioè cibo e
-bevanda per chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille
-convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunità
-di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo lasciava che il
-papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse della chiesa milanese a
-suo libero arbitrio, eleggendo i candidati per qualunque beneficio,
-e dando ordine ai regolari senza saputa dell'arcivescovo; insomma
-comandando senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica.
-Pareva in fatti consolidata la signoria di Matteo di modo che nessun
-avvenimento potesse rovesciarla giammai, ma l'amore paterno deluse
-la politica nel cuore di Matteo: il che non lo rammento per biasimo,
-anzi per lode; giacchè è grande colui che talvolta è sedotto dalla
-benevolenza. Un cuor gelato, che lascia l'ingegno arbitro de' propri
-interessi in ogni occasione, non può avere mai l'eroismo; e gli uomini
-tutti, e molto più i principi, si possono non credere benefici, sin
-tanto che, mostrandosi tali, promovono i propri interessi; ma laddove,
-beneficando, li pregiudicano, forza è conoscere l'animo loro sensibile
-e generoso. Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di suo
-padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano del popolo.
-I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro scorrerie lo Stato. Il
-nuovo capitano del popolo, senza sperienza militare, senza talenti, col
-solo inquieto ardimento dell'età sua, prese a fare diverse spedizioni,
-ora contro de' Novaresi, ed ora contro de' Pavesi, con nessun profitto,
-e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca, Errecco e
-Martino della Torre erano acquartierati in Cremona, ed avevano in favor
-suo Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, Crema, ed il giovine marchese di
-Monferrato. Tutta questa lega era combinata per ricondurre i signori
-della Torre in Milano e deprimere la nascente potenza de' Visconti,
-il governo de' quali era spiacevole per la condotta imprudente di
-Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel quale i
-Visconti caddero alla condizione di semplici privati. Matteo non ebbe
-altro partito da prendere se non quello di ritirarsi a Peschiera presso
-il lago di Garda, indi a Nogarola nel Veronese, dove con pochi beni di
-fortuna si pose a vivere una vita libera e campestre, lontana da ogni
-cura pubblica. Galeazzo si rifugiò colla moglie presso il marchese suo
-cognato, ed in Ferrara diventò padre di Azzone Visconti. Ho risparmiato
-al lettore il racconto delle zuffe datesi con varia fortuna in questa
-ed in altre occasioni, e lo risparmierò sempre, fuorchè non siavi
-qualche circostanza che sembri meritevole di essere conservata nella
-memoria degli uomini. Matteo non si mostrò mai buon soldato. Galeazzo
-aveva impeto, ma non condotta. Dovettero per ciò soccombere a forze
-assai preponderanti.
-
-(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno 1302, dopo
-venticinque anni d'esilio, mostrarono nei primi cinque anni d'essere
-alieni da ogni vista ambiziosa, e di volere essere cittadini di una
-patria libera; non ottennero dignità alcuna. La città si reggeva co'
-soli magistrati, il podestà e il capitano del popolo. Si nominavano
-ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata libera la
-patria se i consiglieri avessero ricevuta la loro dignità all'elezione
-del popolo. Nondimeno la rispettosa opinione verso i signori della
-Torre non era svanita. Morì in Milano Mosca della Torre, e il di lui
-funerale si celebrò con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere,
-e trasportandolo sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco.
-(1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa, e a lui venne
-offerta la carica di capitano del popolo per un anno, e l'accettò il
-giorno 17 dicembre 1307. Fu tanto gradito il governo di Guido alla
-città, che, al terminare dell'anno, per acclamazione pubblica, non
-solo venne creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto
-si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso casato,
-ma di più gli venne data la facoltà di fare nuovi statuti; il quale
-attributo, costituendolo legislatore, gli dava la vera sovranità.
-Guido si mostrò sorpreso da un impensatissimo avvenimento, quando vide
-attorniata la sua casa dai popolari applausi; e accondiscese quasi a
-stento a portarsi alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed
-ivi dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare il
-giuramento della dignità. Quasi crederei sincera la sorpresa, e sincera
-la renitenza in Guido della Torre, il quale, dimenticando le gabbie
-orrende che avevano rinchiusi Napo suo zio e il marchese di Monferrato
-suo amico, non pensò mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che,
-privo di denaro e di forze, viveva tranquillamente alle sponde
-dell'Adige. Guido non potè piegarsi mai alla dissumulazione, anche in
-tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello.
-
-Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranità la più legittima
-d'ogni altra, poichè spontaneamente offertagli dai voti pubblici, si
-preparava nella Germania la di lui rovina coll'elezione di Enrico
-di Lucemburgo, innalzato alla cesarea dignità. Guido in mezzo alla
-prosperità, fece chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando
-sperasse di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome di
-Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige; e la risposta
-fu precisa; _come io viva lo vedi, passeggiando e adattandomi alla
-fortuna; per ritornare alla patria aspetto che i peccati de' Torriani
-sieno maggiori de' miei_[609]: tale fu il riscontro ch'egli fece
-fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora a Matteo, ma
-dispersi, abbattuti e proscritti. Fra questi merita distinta menzione
-Francesco da Garbagnate, milanese, esiliato per essere del partito di
-Matteo; uomo di studio, di età fresca e di ottime maniere. Viveva egli
-in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da quest'esercizio il
-suo vitto. Ma poichè intese l'elezione accaduta in Germania di Enrico
-di Lucemburgo, annoiato egli della sua ristrettissima condizione,
-e probabilmente a ciò spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e,
-col denaro che ne potè adunare, s'equipaggiò alla meglio, e passò in
-Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il Garbagnate
-era un giovine colto, amabile, di felice aspetto, accorto, informato
-dello stato d'Italia, e probabilmente parlava la lingua tedesca. Si
-presentò al nuovo augusto in un momento felice, e fu bene accolto
-ed ammesso fra gli stipendiati. Enrico già pensava all'Italia, e non
-potevagli essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve
-seppe così ben soddisfare la curiosità di Enrico, che acquistò la
-sua grazia e benevolenza, per modo che lo informò minutamente del
-carattere di ciascuno de' signori che possedevano le città lombarde,
-degli appoggi, delle amicizie, degli odii di ciascuno, delle loro
-forze, dello stato di ciascuna città: il che alla venuta che fece poi
-Enrico nell'Italia, lo trovò esattamente vero. Il Garbagnate non mai
-dimenticava ne' suoi discorsi con cesare il suo Matteo Visconti, di cui
-la fedele divozione all'Impero, la bontà, la prudenza, la moderazione,
-il disinteresse, la beneficenza e tutte le virtù venivano poste in
-tal lume, da invogliare l'imperatore a conoscerlo, e preparare la
-confidenza in lui, come il più conveniente di ogni altro per terminare
-le intestine discordie, e far rivivere l'autorità dell'Impero sulle
-città lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurità in cui
-capricciosa fortuna l'avea gettato.
-
-L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove disegnava di
-ricevere la corona del regno italico prima, indi la imperiale. (1310)
-Egli previamente spedì a Milano il vescovo di Costanza, il quale,
-nell'aprile dell'anno 1310, si presentò al consiglio generale; ed
-ivi ricercò, seguendo l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari,
-che la comunità facesse accomodare le strade e i ponti per dove
-il nuovo augusto doveva passare; ed avvisò i conti, i baroni ed i
-vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare il sovrano.
-Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che viveva in quei tempi,
-espone l'arringa officiosa di quel vescovo; il quale, fra le altre
-cose, disse che Enrico di Lucemburgo, incoronato già in Acquisgrana
-col diadema d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona
-di ferro:[610] _Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti per
-ferrum et istrumenta ferrea caetera metalla domantur, sic per salubre
-consilium, nec non praeclaram armorum virtutem italicorum, et praecipue
-Mediolanensium, domare debet imperator caeteras nationes._ Il punto
-era assai scabroso per Guido della Torre, il quale, come capitano
-perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi alla domanda, era lo stesso
-che il dichiararsi apertamente ribelle; la domanda era giusta, conforme
-alla pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; nè si poteva
-contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia; e Guido
-non era sicuro d'essere secondato dalle altre città, ossia da molti
-vacillanti principi che le reggevano. L'aderire alla richiesta era lo
-stesso che porre nelle mani del nuovo eletto la città, la signoria
-acquistata, e la propria persona. Promettere tutto, e mancare poi,
-non lo permetteva il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per
-darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo, un
-giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio da Fara. Incominciò
-questi un discorso ampolloso, magnificando primieramente la maestà del
-romano Impero, il rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che
-sempre la città di Milano aveva dimostrato ai cesarei benefici; passò
-quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per ricevere
-la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati col ferro in Milano, e
-coll'argento prima nella Germania; viaggio di somma importanza e per
-il sublime personaggio che lo fa, e per la sacra solennità che viene
-a celebrarvi; poi discese a trattare della venerazione che meritava
-il vescovo di Costanza, non meno per l'episcopale dignità, che per
-l'importantissima legazione che eseguiva, rappresentando il più gran
-monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione concluse essere
-perciò quest'affare della maggior importanza, o si risguardi l'eccelso
-principe che lo promoveva, o il venerabile ministro che lo annunziava,
-o la maestà della cosa che veniva proposta; quindi, come i grandi
-oggetti meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo, tempo
-perciò vi voleva per maturamente esaminarlo, e preparare una confacente
-determinazione. Con tale artificio l'astuto Bonifacio da Fara offrì il
-disimpegno per guadagnar tempo e sciogliere il consiglio, come si fece;
-e il vescovo ne uscì nulla più informato di prima sulle intenzioni del
-signor Guido della Torre, capitano perpetuo del popolo di Milano.
-
-Guido della Torre si approfittò del tempo, e chiamò a Milano tutti i
-signori che dominavano nelle città della Lombardia ad un congresso,
-a fine di concertare il partito che conveniva di prendere intorno la
-venuta del nuovo imperatore. Erano trascorsi già centoventiquattr'anni
-dopo l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico, figlio
-di Federico I. Gli imperatori non erano stati dopo quell'epoca nominati
-da noi, se non o per qualche diploma, ovvero per le guerre che avevamo
-con essi. Radunatisi questi principi in Milano, Guido propose che
-tutti seco lui si collegassero a far causa comune per la comune loro
-salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata, si portasse
-questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse la insolita
-venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non facendosi, Guido
-annunziava, non solamente ecclissato lo splendore delle loro famiglie,
-ma schiantata dalle radici la loro dominazione sulle città. Guido
-prevedeva esattamente la cosa, come la sperienza mostrò poi. Ma il
-conte di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che i maggiori
-suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi vassallo dell'imperatore,
-sosteneva doversi anzi preparar tutto per accogliere quell'augusto
-coll'onore e colla riverenza che era dovuta da uno Stato fedele al
-suo legittimo sovrano. Replicava Guido, sinora non essere concorsa
-nell'elezione di Enrico di Lucemburgo, che la sola Germania; non essere
-il regno d'Italia per anco radunato, nè acclamazione o coronazione
-alcuna seguíta, onde potesse qualificarsi sovrano legittimo; trattarsi
-la questione appunto se convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il
-che egli dimostrava contrario ai comuni interessi delle loro famiglie,
-e lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riuscì di fare che
-gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli altri timidità,
-fosse virtù, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi vinti dalle parole
-di Guido, fosse che l'eloquenza passionata e di sentimento vigoroso,
-che trascina le anime energiche, rende diffidenti ed ostinate le
-anime piccole e fredde, qualunque ne fosse la cagione, Guido uscì
-da quel congresso smanioso, esclamando d'aver trattati con ciechi,
-sordi ed insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva
-per la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di sè,
-che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo palazzo, andava
-ripetendo: «Che ho io che far mai con quest'Enrico di Lucemburgo? Che
-c'entra egli mai a turbare il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli
-dovettero quei di mia casa? Io mai no 'l vidi, nè mai ebbi relazione
-alcuna con lui». Così egli diceva; e, rivolto ad alcuni domestici che,
-sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista: «Dite, dite, rispondete
-(esclamava), che cosa ho io che fare con Enrico, o tedesco o francese
-ch'ei sia? Cosa gli debbo io? Qual ragione può egli aver mai per
-togliermi il mio? Perchè non ci difendiamo noi dunque?» Cercarono
-di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso che, dovendo il
-re entrare nell'Italia per la strada di Savoia, siccome aveva egli
-disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo avanzare sino al Piemonte;
-che ivi poi alcuni di essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando
-più da vicino quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero
-fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo trovassero;
-ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per l'opportuno concerto,
-quando mai avessero ravvisato lui disposto a contrastare la loro
-autorità. Guido fu costretto ad accontentarsi di questo complimento;
-e il congresso fu sciolto con una determinazione che da una parte
-doveva alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi,
-e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi al coperto
-dei danni che poteva loro cagionare. Guido non misurava l'indipendenza
-sua colle sue forze. Proibì che nessuno in Milano nominasse Enrico da
-Lucemburgo, o ragionasse della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli
-si erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido proibì
-loro l'uscire dalla città.
-
-Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310, venne a
-Susa, donde passò a Torino, indi ad Asti. Egli aveva seco la regina
-Margherita sua moglie, principessa di una bellissima figura; conduceva
-seco molti principi tedeschi e francesi, e lo accompagnavano mille
-arcieri e mille uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano
-giornalmente incontro coi loro militi, rendevano sempre più forte
-il séguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso di Milano si
-presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava di pace, di ordine, di
-tranquillità civile, e di voler dare questi beni alle città d'Italia,
-le quali da lungo tempo ne erano prive. Il re si mostrava imparziale,
-non inclinato a fazione alcuna; e da quanto aveva già fatto in Torino
-ed in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato
-per procedere a questo fine; cioè togliendo ai privati ogni dominio,
-restituendo il governo di ciascuna città al suo consiglio generale,
-sotto il presidio di un vicario imperiale. Con questo saggio e benefico
-progetto ogni gara veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato
-governo, veniva a goder della pace; e la regia autorità si rianimava
-soltanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con utilità
-reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero Langosco e
-gli altri che più poco v'era da sperare per la loro dominazione; e
-conobbero tardi che Guido aveva saputo prevedere.
-
-Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino al nuovo
-imperatore, era in Asti, venuto in séguito di lui; nè mai trascurava
-l'occasione di encomiare le qualità e il merito di Matteo Visconti.
-Allorchè vide il re invogliato di conoscerlo, e che dal re medesimo
-ne intese la brama, cautamente operò in modo che Matteo, travestito
-e colla compagnia d'un solo domestico, per strade inosservate,
-prestamente da Nogarola si portò in Asti. Tanta era la fama di
-quest'uomo e tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei
-Torriani, che, risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario,
-un'immensa folla di persone andò al suo albergo, e lo accompagnò al
-palazzo ove risiedeva il re Enrico, i cortigiani del quale conobbero
-di quanta considerazione godesse l'uomo che cercava d'essere al re
-presentato, il che subito gli venne concesso. Il Visconti, introdotto
-alla presenza del nuovo cesare, levatosi il cappuccio, si gettò a'
-suoi piedi, e raccomandò alla giustizia e clemenza sua la persona
-propria e i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri
-scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori
-delle città lombarde, e fra questi il conte Langosco; che Matteo,
-poichè ebbe reso omaggio al re, si accostasse per abbracciare il
-conte, dal quale villanamente gli fossero voltate le spalle; il che
-desse luogo a Matteo di ammonirlo, essere tempo omai di por fine alle
-inimicizie private, e di servire tutti d'accordo all'utilità pubblica
-sotto di un così benigno, così giusto e così grazioso monarca. Se
-questo fatto è accaduto, egli è certamente lontano dai nostri costumi,
-che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati da simili
-personalità. Si dice di più, che ivi rabbiosamente taluno rinfacciasse
-a Matteo Visconti d'essere il perturbatore della Lombardia; e che
-Matteo sempre padrone de' suoi moti, pacificamente indicando il re,
-null'altro rispondesse se non: Ecco il nostro re, che darà la pace
-a ciascuno. Se ciò avvenne, la inurbana ostilità de' suoi nemici
-dovette dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il re,
-sorridendo, terminò il discorso col dire: La pace per metà è già fatta;
-a me spetta il compierla. Così racconta il Corio.
-
-Guido della Torre frattanto se ne stava in Milano. Egli alloggiava
-nel palazzo fabbricato quindici anni prima da Matteo Visconti, allora
-vicario imperiale dell'imperatore Adolfo; il qual palazzo era situato
-dove oggidì vi è la real corte arciducale[611]. Guido aveva al suo
-stipendio mille soldati a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di
-consegnargli liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva
-prigionieri; e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava Guido
-che i consigli da' Langoschi e di altri suoi aderenti avrebbero
-dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che in ogni evento,
-Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate città, avrebbero resistito
-alla venuta di Cesare. Il Langosco, in fatti, e gli altri suoi
-aderenti adoperarono ogni arte per fare che il re prescegliesse di
-farsi incoronare a Pavia, e non venisse a Milano. Ma il Garbagnate
-e il Visconti fecero comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza
-sin tanto che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi
-era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la sua sede;
-poichè, padrone una volta della città, e ricevuta che avesse ivi
-solennemente la corona del regno italico, alcuno più non avrebbe
-osato di fargli opposizione. Il re deliberò appunto di così fare. Al
-presentarsi del re colle sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara,
-nessuna opposizione ritrovò: venne anzi onoratamente accolto e venerato
-come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali senza spargimento
-di sangue, poichè un medico del paese cautamente ve lo introdusse.
-Il re non permise che si oltraggiassero i vinti, e il solo uso ch'ei
-fece dell'autorità, fu per sedar le fazioni. Informato Guido di tai
-progressi, finalmente spedì a Novara anch'egli alcuni de' suoi, per
-rendere omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli
-dell'arcivescovo. S'incamminò poscia il re de' Romani verso Milano,
-dove aveva già spedito il suo maresciallo di corte con truppe, affine
-di preparare gli alloggiamenti; e mentre era innoltrato nel cammino
-da Novara a Milano, ricevette un avviso dal maresciallo, che Guido
-della Torre non voleva sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al
-re; e che non voleva licenziare i mille armati del suo stipendio.
-Il re, scostatosi dalla via pubblica, chiamò a parlamento i suoi.
-Nessuno ardì di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese.
-Spedì rapidamente avanti di sè l'ordine che il maresciallo al momento
-pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno uscisse incontro del re
-fuori della porta della città. La sorpresa, la fama già precorsa della
-bontà di quel sovrano, l'amore delle cose insolite, naturale al popolo,
-che sente i mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento;
-la maestà d'un augusto, la noia de' Torriani, tutto in un momento si
-riunì, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della porla della città
-ad incontrare l'imperatore. Guido della Torre, per non rimanere solo,
-s'indusse egli pure ad uscire; e fu degli ultimi. A misura che il re
-s'andava accostando alla città, cresceva il numero de' Milanesi che gli
-rendevano omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que' tempi,
-col loro scudiere, che portava inalberata la loro insegna; e a misura
-che compariva il re, le insegne si abbassavano per riverenza. Presso
-le porte, al fine della città, comparve Guido della Torre, preceduto
-dal podestà, che in quell'anno era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il
-podestà umilmente presentò al re il bastone del comando, ch'era il
-distintivo della sua dignità; il re lo prese, indi graziosamente glielo
-riconsegnò. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato il suo
-stendardo; e alcuni del séguito del re de' Romani, ragionevolmente
-sdegnati di questo inopportuno orgoglio, si scagliarono sullo scudiero,
-glielo strapparono dalle mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata
-così ogni pretensione di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re,
-baciogli il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico
-allora lo accolse con bontà, e con paterno amichevole tuono gli disse:
-Sia d'ora innanzi fedele e pacifico; questo è il solo buon partito che
-ti resta da prendere.
-
-Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo andò ad
-alloggiare nel palazzo, ove sta oggidì la real corte, il quale era
-signorilmente fabbricato per l'uso di que' tempi. Questa entrata del
-re in Milano accadde il giorno 23 dicembre 1310. La prima cosa che
-ordinò Enrico fu: che fra le due famiglie Visconti e della Torre vi
-fosse una perpetua pace; che le cose passate nemmeno più si potessero
-nominare; che da quel punto ogni fazione s'intendesse proscritta ed
-abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente ritornassero tutti
-nel seno della loro patria, e fossero repristinati nel godimento de'
-loro beni. Ciascuno dovette giurare di osservare questa legge, in cui
-venne imposta la pena contro i contravventori di mille libbre d'oro:
-per fare il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in
-que' tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare. Io
-quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse chiaramente _mille
-librarum auri puri poena_, e non lo avesse pubblicata il nostro esimio
-Muratori[612]. Il re Enrico fece dappoi radunare il popolo sulla piazza
-di Sant'Ambrogio. Ivi si collocò sopra di un eminente e magnifico
-trono, a' piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre;
-e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese a parlare
-al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non era venuto in Italia
-per proteggere alcun partito, ma per fare indistintamente il bene,
-e senza parzialità, a tutti; che egli voleva la pace e la concordia;
-ed in prova indicò i signori che unitamente sedevano sui gradini del
-trono. Questi benefici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di
-due famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorità
-del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime di gioia e in
-applausi al virtuoso e benigno principe; e così l'eloquenza del cuore
-della moltitudine coronò, nella più sensibile maniera e nella più
-fausta, il principio della nuova sovranità, anche prima della sacra
-cerimonia, che si celebrò poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio
-1311; dove l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da
-ventun'altri vescovi, solennemente incoronò colla corona ferrea del
-regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi assistenti furono
-quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono di Liegi, di Ginevra,
-d'Asti, di Torino, di Vercelli, di Novara, di Bergamo, di Padova, di
-Vicenza, di Treviso, di Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma,
-di Reggio, di Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di
-Trento. Questa solennità fu resa più augusta dall'assistenza del duca
-d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo, fratello
-dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di Savoia, del
-Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran numero d'altri baroni
-e signori italiani e tedeschi. Il vescovo di Vercelli ebbe l'onore di
-cingere la spada al re, al quale vennero con cerimonia consegnati il
-pomo d'oro, lo scettro e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse
-il rito, imponendogli la corona. È degno di memoria un fatto, ed
-è che non fu possibile, per quante ricerche se ne facessero, di
-ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla quale era
-tradizione che fossero stati incoronati gli antichi re d'Italia. Forse
-il far smarrire quell'antico cerchio è stata una minuta animosità di
-Guido della Torre; ma vi si supplì ben tosto con poca difficoltà da un
-fabbro, che formò d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami
-d'alloro intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia creò
-alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni, e il
-primo nominato fu Matteo Visconti.
-
-Sin qui la novità della venuta del re Enrico non aveva cagionato
-se non giubilo e consolazione alla città. Ma terminata appena la
-incoronazione, venne convocato il consiglio generale; dove, entrando
-un ministro del re con un notaio, ricordò ai consiglieri radunati
-l'antica usanza del regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato;
-e, rivoltosi al notaio: Scrivete, disse, ciò che una città sì grande e
-magnifica determinerà di offrire al nuovo cesare. Nessuno ardiva essere
-il primo a favellare. Un cupo silenzio regnò per qualche tempo in
-quella numerosa adunanza. Pure conveniva proferire; e il primo eccitato
-a parlare, per liberare sè medesimo d'imbarazzo, altro non seppe
-suggerire, se non d'incaricare uno dei più stimati fra' consiglieri,
-a lui rimettendo il determinare la somma. Nominò poi Guglielmo della
-Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno,
-replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale, così
-impensatamente còlto, avrebbe pur voluto potersi liberare da quella
-briga, e uscire dall'alternativa o di mancare con suo danno ai riguardi
-verso del nuovo augusto, ovvero d'esporsi, pure con suo danno, ai
-venturi rimproveri dei cittadini. Non v'è cosa buona che qualche volta
-non rechi incomodo, persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo a
-nominare una somma, proferì cinquantamila fiorini d'oro. Il consiglio
-approvò questo donativo. Matteo Visconti non voleva tralasciare
-occasione di farsi merito; quindi, dopo di avere anch'egli assentito
-al donativo proposto: Quest'è, disse, per l'imperatore; ma lasceremo
-noi di offrire qualche segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice?
-Presentiamo alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini
-d'oro. Così propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri tutti,
-il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo; Guido della
-Torre, impetuosissimo uomo e incapace di piegarsi ai tempi, non si
-potè contenere; o fosse sdegno contro di Enrico, o fosse insofferenza
-vedendo un antico rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualificò
-altamente Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima
-liberalità donava l'altrui; s'alzò borbottando e dicendo con ironia: E
-perchè non piuttosto il numero compito di centomila fiorini? Il notaio
-puntualmente scrisse centomila fiorini d'oro, e si dovettero pagare,
-malgrado i maneggi fatti poscia inutilmente per diminuire tal somma.
-
-Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di centomila fiorini
-d'oro era allora tanto grave a pagarsi, quantunque ripartita su tutta
-la città, come adunque una somma di tal valore poteva minacciarsi a un
-privato, il che poc'anzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti
-e i Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare,
-anche sopra de' più autentici documenti, perchè i costumi, co' secoli,
-si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola una legge che imponesse
-la pena d'un milione di scudi al delinquente, forse allora non lo sarà
-stata, e la esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore.
-Forse anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le pene
-pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, le pene
-personali, cioè fissando una somma impossibile, la quale, non pagata,
-il delinquente cadeva in potere del legislatore. È noto come il fiorino
-d'oro è la stessa moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da
-Fiorenza e dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino;
-che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare in Firenze
-l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito, che molti altri
-Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe i suoi fiorini d'oro nei tre
-secoli che vennero dopo quell'epoca: ed io credo che una di tali monete
-che possedo, coll'immagine da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra
-dei santi Gervaso e Protaso, e colla data _Mediolanum_, possa essere
-coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto per migliorare
-la moneta, ovvero circa al 1260; anno al quale il Muratori attribuisce
-altre monete d'argento battute in Milano senza nome di principe, poichè
-l'Impero era vacante[613].
-
-Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, per ivi
-ricevere la terza incoronazione come imperatore; ma ben prevedeva
-quel prudente signore che sarebbe stata di corta durata la pace data
-a Milano, s'egli si allontanava, conducendo seco le sue milizie. Gli
-armati che lo accompagnavano non erano numerosi abbastanza per poterne
-staccare porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi che
-l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero al momento in
-cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; e che o i Visconti
-o i Torriani ben tosto venissero espatriati e resi raminghi co' loro
-aderenti. Il saggio principe, con accorto consiglio, nominò cento
-nobili milanesi, dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato
-nel suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi i capi e i
-più distinti dell'una e dell'altra fazione. Questa determinazione, che
-infatti era decorosa per gli eletti, piacque sommamente alla città,
-che ne traeva l'augurio della ventura quiete e dell'ordine. Gli eletti
-per lo contrario, cercavano il pretesto onde poterne sventarne l'idea;
-e quello che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del denaro
-per un decente corredo: mancanza in parte vera, poichè gli espulsi, nel
-tempo dei partiti, avevano perduto i loro beni. Comandò adunque il re
-che la comunità di Milano dovess'ella somministrare i mezzi convenienti
-per i cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal modo
-fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili passioni
-rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che secretamente i due partiti
-operassero di concerto per annientare ed eludere il potere benefico
-del re, che altro non toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I
-centomila fiorini d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in
-modo cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò
-la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi per equipaggiare i
-cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. Si cercava di far
-nascere l'avversione contro del re e dei tedeschi, come invasori dello
-Stato. In queste circostanze, e mentre cominciava già a spargersi la
-tristezza, venne radunato il consiglio generale per ordine del re,
-nel quale comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del re,
-proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il viaggio de' cento
-nobili. Aveva Nicolò Bonsignore fatto circondare dalle armi del re la
-sala del consiglio, quella cioè dove attualmente si trova l'archivio
-pubblico. Fatta ch'ebbe quel signore la proposizione, un cupo silenzio
-occupò tutta la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri
-rispondesse alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro.
-Credette Nicolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi, partì dal
-consiglio lasciando gli ottocento radunati e custoditi dalle guardie,
-sì che nessuno potesse uscirne. Portossi immediatamente dal re, al
-quale esponendo l'ostinazione del consiglio, procurò di animarlo
-contro de' Milanesi, gli significo come la città fosse inquieta; che
-fuori di porta Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi
-veduti Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso
-colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati prendendosi
-per la mano in atto di reciproca promessa; il che fra due case cotanto
-nemiche non poteva indicare se non una congiura contro del nuovo regno;
-eccitò l'animo reale a farsi perfino temere da un popolo che non poteva
-guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse trasportare in carcere
-i taciturni consiglieri, ovvero passarli tutti a fil di spada. Tale
-fu il bel parere che quell'italiano diede ad Enrico. Ma il re aveva un
-miglior naturale del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i
-consiglieri non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli
-andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il quale merita
-d'aver sempre un luogo onorato nella memoria di tutti i buoni. Così
-venne fatto. Questa nel saggio monarca era virtù, era umanità, nobile
-sicurezza e moderazione; non era spensieratezza o mancanza di azione.
-Egli cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti
-d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; e con
-varii pretesti giravano sovente le truppe imperiali per i quartieri
-della città.
-
-La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno.
-Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette
-già preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita
-che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli è certo
-che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi
-crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi
-li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo
-di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se,
-appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena
-onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia contro
-dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già era cominciato il
-tumulto nella città, e molti erano usciti dalle loro case armati.
-Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare
-i forestieri, a cagione dei quali s'erano imposte le ultime gravezze.
-Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de' Torriani, le quali
-erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni alle
-Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de'
-Torriani, così rimasero per alcuni anni. La città era in allarme: ma
-le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in
-modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende
-da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo,
-figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della
-Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi potè Galeazzo
-accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, e che la mina era
-sventata. Il partito più scaltro era quello di ripiegare a tempo, di
-non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la
-macchia piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a
-disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che Matteo Visconti
-nascose entro di un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era
-già armato per uscire; e fatto ciò, Matteo, in abito da casa, si pose
-a sedere sotto il portico del suo cortile, e fece venire intorno di
-sè alcuni domestici, co' quali si mise tranquillamente a ragionare,
-come se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia che
-dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de' suoi per arrestare
-Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente
-gl'imperiali e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in
-quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo,
-spogliato, e attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un
-buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece offrire
-cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati, i quali non
-ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei
-Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre,
-vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il
-baston pastorale, e si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i
-Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La
-persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potè per questo
-impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e
-male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro
-vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per
-renderli più veloci alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di
-Guido, giunsero a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò
-da letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro un
-monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico,
-e potè nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'imperiali
-con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de'
-Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte
-al saccheggio dalla licenza militare.
-
-Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti, e Galeazzo
-di lui figlio, rappresentavano due scene in luoghi distinti. Matteo
-aveva comandato a Galeazzo di starsene in casa sino al di lui ritorno.
-Ma Galeazzo appena fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo
-e si mostrò per le strade. Matteo Visconti, poichè vide sgombrati
-gl'imperiali della sua casa, si portò disarmato dal vescovo di Trento,
-cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare al re; mentre
-non osava di presentarglisi solo nel momento in cui poteva ogni
-cittadino essere sospetto. Il vescovo fu compiacente; e la spontanea
-presenza del Visconti, i suoi ragionamenti, la relazione dello stato
-in cui venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo
-fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i Torriani.
-Probabilmente o non vi fu intrigo dalla parte di Matteo, ovvero fu
-concertato dal solo Galeazzo senza saputa del padre. Nel momento poi in
-cui scoppiò il tumulto, facilmente Matteo avrà conosciuto come fosse
-stata ordita la trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità,
-di togliere quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un uomo la
-di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace pure di non lasciare
-al buon re Enrico un inganno, per mercede della bontà del suo animo.
-Matteo da Enrico non aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva
-riacquistati i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più
-fra le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi danni
-se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra poco verosimile
-la congiura di cui alcuni nostri autori lo voglion complice, e della
-quale minutamente descrivono persino i familiari colloqui di Guido con
-Matteo. Forse i Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la
-fama di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; egli
-scrittori ne furono sedotti facilmente; perchè riesce più frizzante
-la storia, quanto più malignamente dipinge gli uomini; e lo storico
-signoreggia più, indicando ingegnosamente le cagioni, ancor false,
-anzi che raccontando i fatti soli, ove siano incerte le cagioni, che
-li produssero. Io mi crederò onorato ancora più rendendo un omaggio
-costante alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo, di lui
-figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna della vipera,
-aveva radunato un buon numero di cavalieri, che marciavano dietro
-di lui pronti a combattere. Questo drappello marciava dal Bocchetto
-al Corduce, quando improvvisamente se gli fece incontro un grosso
-squadrone di imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'imperiali
-avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, si
-diè a conoscere venuto per unirsi a combattere contro i sediziosi e
-in servizio del re. I tedeschi erano comandati da un vescovo[614].
-Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece in modo che s'introdusse
-nella città un corpo di austriaci acquartierati a San Simpliciano,
-che allora esisteva fuori della mura. Accadde in tale occasione
-che il duca Leopoldo d'Austria, passando in mezzo a questi popolari
-tumulti, nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo
-d'essere traforato da una lancia, se un suo fedele non avesse spronato
-il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la vita a questo giovine
-principe, glorioso ascendente dell'augusta casa d'Austria. La lancia
-fortunatamente passò fra le vesti del generoso suddito, senza nocumento
-di Leopoldo.
-
-I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, da cui
-vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono vani gli sforzi che
-posero in opera per ritornarvi. Così terminò la dominazione de'
-Torriani, la quale interrottamente durò anni trentatre, cominciando da
-Martino, che, nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per
-anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone ossia Napo,
-per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo)
-Guido della Torre lo resse per anni tre sino al 1311, il che forma il
-periodo di trentatre anni. Non ho interrotto il racconto di questa
-interessante serie di avvenimenti colle frequenti citazioni, perchè
-l'epoca è assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le
-circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, vegga
-il tomo XII della Raccolta _Rerum Italicarum_; Bonincontro Morigia,
-Cronaca di Monza[615]; Giovanni Villani, Storia, lib. IX; Cronaca
-d'Asti[616]; Giovanni da Cermenate, Istoria[617]; il Corio, all'anno
-1311; e più d'ogni altro, la diligente e laboriosa opera del nostro
-conte Giulini, al tomo VIII.
-
-
- FINE DEL TOMO PRIMO.
-
-
-
-
-INDICE DI QUESTO TOMO
-
-
- _Notizie di Pietro Verri_ Pag. 1
- _Prefazione_ » 31
-
- CAPITOLO PRIMO.
-
- _Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila,
- seguita nell'anno 452_ » 37
-
- CAPITOLO II.
-
- _Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto
- secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi,
- sino al di lei risorgimento_ » 64
-
- CAPITOLO III.
-
- _Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo_ » 89
-
- CAPITOLO IV.
-
- _Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad
- essere la più importante città della Lombardia nel
- secolo » 115
-
- CAPITOLO V.
-
- _Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina
- ecclesiastica dopo la metà del secolo XI_ » 145
-
- CAPITOLO VI.
-
- _Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore
- Federico I_ » 184
-
- CAPITOLO VII.
-
- _Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I_ » 213
-
- CAPITOLO VIII.
-
- _Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un
- sistema politico_ » 253
-
- CAPITOLO IX.
-
- _Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione
- incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del
- secolo XIII_ » 283
-
- CAPITOLO X.
-
- _Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza
- della casa Visconti, sino al cominciamento del
- secolo XIV_ » 316
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Cremona, nella stamp. Manini, un vol. in 8., di pag. 330.
-
-[2] Discorso recitato nell'apertura della Società Patriottica di Milano
-nel dicembre del 1778. — Ved. _Atti della Società._ t. I, p. 30.
-
-[3] Veggansi nella Raccolta degli Economisti Italiani le _Notizie di
-Cesare Beccaria:_ Parte moderna, tom. XI, p. 3 e 4.
-
-[4] I nomi dei benemeriti cooperatori al detto Giornale, colla
-indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli,
-sono i seguenti: _A._ Alessandro Verri — _B._ Baillon — _C._ Cesare
-Beccaria — _F._ Sebastiano Franci — _G._ Giuseppe Visconti — _G. C._
-Giuseppe Colpani — _L._ Alfonso Longhi — _NN._ Luigi Lambertenghi —
-_P._ Pietro Verri — _S._ Pietro Secchi — _X._ Paolo Frisi.
-
-Questo catalogo è stato stampato la prima volta da Lalande, nella
-Relazione del Viaggio ch'egli fece in Italia due anni dopo la
-cessazione di quel giornale. Veggasi _Voyage d'un Français en Italie_,
-edizione di Parigi, 1709, tom. I, pagina 374.
-
-[5] «La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera del
-generale Pallavicini, ministro plenipotenziario, il quale abolì i
-separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec., e,
-riunendole in un sol corpo, le affidò ad una compagnia di Bergamaschi,
-che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono arditamente
-la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni all'anno, e
-ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo, onde centomila
-annui zecchini ne avevano di profitto dal solo negozio. Dico dal solo
-negozio, perchè indirettamente poi essi avevano poste tali angarie
-alla filanda delle sete, che buona parte della raccolta de' bozzoli
-del paese cadeva nelle loro filande, che erano sparse nello Stato, e
-comparivano col nome di supposti proprietarii. Oltre di che essi ne
-ritraevano molti altri proventi incalcolabili; e così si fecero grandi
-e doviziosi». — Verri in una _Memoria_ inedita.
-
-[6] Data da Vienna il 10 aprile 1764. — Sì questa che le altre lettere
-e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti Notizie,
-esistono nell'Archivio nazionale di questa città.
-
-[7] Diploma del 17 dicembre 1765.
-
-[8] De' 29 novembre 1770.
-
-[9] Piano per la regia amministrazione delle Finanze, da cominciarsi
-l'anno 1771.
-
-[10] Veggasi il progetto della tariffa sopra accennato.
-
-[11] Verri, nel citato piano per la regia amministrazione delle Finanze.
-
-[12] Milano, presso Giuseppe Marelli, della Prefazione, pag. 10.
-
-[13] Economisti Italiani, parte moderna, cc., tom. XIII, pag. 8.
-
-[14] Prefazione ai _Discorsi_, dell'edizione di Milano, presso Marelli,
-1781, pag. 8.
-
-[15] Non dispiacerà di vedere qui riferiti alcuni frammenti di questo
-diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava dalla
-Cancelleria Imperiale. Ivi si legge: _Ex quo te propius cognoscere
-nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo cuique,
-favere tibi voluntate. Quæ enim duo hominen ad publica negotia
-tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre ingenium, ac
-fervens ad agendum animus, non solum in te natura conjunxit, sed ea tu
-quoque copioso scientiarum ac eruditionis apparatu, atque indefessa
-esercitatione ad actionem reddidisti expeditissima...... Propterea,
-ut primum tu in patria tua ad rerum publicarum procurationem nobis
-jubentibus accessisti, luculenter illico apparuit ministrum te fore
-amplissimum, cujus opera in restauranda, quod tum admodum agitabamus,
-et novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur... Neque tu
-in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia, consiglio,
-integritate; imo, quod precipuum est, exploratis industriae privatae
-arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent, et comparata
-tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas experientia, viam
-quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente opera effectui
-dari posset, quo propositum habebamus consilium, universam videlicet
-Mediolanensi provinciae reddituum administrationem ad nostros, cum
-primum fieri posset, magistratus revocandi. Id quod citius, ac sperare
-pronum erat... perfectum est._
-
-[16] Lettera del principe Kaunitz al ministro plenipotenziario conte
-di Firmian, dei 21 luglio 1776. — La Società Patriotica era stata
-istituita sulle basi più liberali. La gran mente dell'immortale
-ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo immediato
-intervento dell'autorità sovrana assidera sovente il vigore de' corpi
-accademici, per una soverchia soggezione. Perciò ebbe cura che nel
-piano d'istituzione vi fosse per modo mascherata l'influenza del
-governo, che vi riuscisse impercettibile. La sua scrupolosa attenzione
-su quest'oggetto apparrà maggiormente dal seguente paragrafo di una
-sua lettera degli 11 settembre 1777: «Osservo, dice egli, che il
-Griselini, nella sua relazione sul libro del Cattaneo, si qualifica
-come segretario della _regia_ Società Patriotica. Avendo S. M. voluto
-fare un dono alla nazione di ciò che riguarda la dote per questo
-stabilimento, ha anche con eguale generosità abdicata da sè qualunque
-superiorità o vestigio di essa; onde converrà avvertire i conservatori
-che in ogni occasione, anche dai subalterni, facciano solo annunziare
-la Società senza qualificarla come _regia_». Grandi furono i servigi
-prestati dalla Società Patriotica nei diciotto anni di sua esistenza.
-Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque
-l'Italia dopo il 1796, non è tra l'ultime la cessazione di tutte le
-società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe pur
-facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de Georgofili
-di Firenze e quella d'Agricoltura di Torino hanno riprese le loro
-funzioni: e quando vi penseremo noi?
-
-[17] Nel _Postscriptum_ alla lettera dei 30 marzo 1778 al ministro
-plenipotenziario.
-
-[18] Ne esiste pure un cenno in uno di que' celebri almanacchi (_Il
-mal di milza_) che per una filosofica celia aveva in quell'anno appunto
-pubblicati. Egli, sotto forma di un indovinello, vi fa così parlar la
-tortura: «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è
-macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per
-conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia.
-I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina.
-Le nazioni colte non si sono servite di me: il mio impero è nato ne'
-tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle
-opinioni di alcuni privati». Si potea forse esprimersi con maggior
-precisione in così brevi termini?
-
-[19] Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna
-occasione per insinuare delle idee utili, nell'annunziare al ministro
-plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest'opera, si
-esprime come segue: «Io non dubito che l'opera avrà tutto quel merito
-che si può sperare dall'erudizione dell'autore, guidato da uno spirito
-filosofico e superiore alla maniera di pensare comune a' compilatori
-di simili storie, per lo più privi di sana critica. L'edizione è assai
-elegante, e mi fa sperare che l'arte tipografica possa successivamente
-ritornare in Milano a quel grado di credito in cui era nella prima metà
-di questo secolo, e da cui è decaduta». _P. S. alla lettura 4 settembre
-1783._
-
-[20] Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto
-nelle _Notizie di Cesare Beccaria_. Se in questo oggetto si imitasse
-il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di
-rinnovare ogni anno instancabilmente nel parlamento d'Inghilterra la
-sua proposizione per la libertà dei Negri, chi sa che una volta, o per
-persuasione o per tedio, si riuscisse nell'intento!
-
-[21] Veggasi la nota in fine del cap. XXIII, pag. 208 del tom. II.
-
-[22] Essa è detta da Pietro Verri «tragedia di sentimenti grandi,
-arditi e liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi;
-che ci rappresenta la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo
-pericoloso, quand'anche nasca da nobili principii; che interessa e
-sviluppa un'azione che è la sola della nostra storia posta sul teatro,
-e la presenta col costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime
-gracili e scuote deliziosamente le energiche».
-
-[23] Dopo l'epoca in cui furono scritte queste Notizie, morirono tanto
-Carlo che Alessandro.
-
-[24] Parte II, pag. 148, edizione prima di Milano, 1796.
-
-[25] _Meditazioni sull'economia politica_, § XXIV in fine. — Si noti
-che la prima edizione di quest'opera è del 1771.
-
-[26] _Memoria della vita e degli studii di Paolo Frisi_, pagina 17.
-
-[27] I Galli... sbaragliati i Toschi non lungi dal Ticino, avendo udito
-che il paese in cui si erano fermati si chiamava degli Insubri, nome
-pure di borgata degli Edui, cogliendo l'augurio del luogo, fabbricarono
-una città, e la chiamarono Mediolano.
-
-[28] Livio, lib. V, cap. XIX.
-
-[29] Sul passaggio de' Galli in Italia questo ci venne riportato.
-
-[30] Quella nazione dicesi aver passate le Alpi.
-
-[31] _Ant. It. Med. Æv._, diss. XXI.
-
-[32] Tanti cadaveri di città semi-distrutte.
-
-[33] _Rer. Italic. Script._, tom II, pag. 691.
-
-[34] Il suolo della città modonese, occupato enormemente dall'eccessivo
-straripamento dell'acque, dai ruscelli che scorrono all'intorno e dagli
-stagni che straboccano dalle paludi, si vede ancora essere deserto per
-la fuga degli abitanti. Laonde anche oggidì si mostra una congerie di
-pietre d'ogni maniera, e veggonsi sassi di grande volume, attissimi un
-tempo alla costruzione di eccelsi edifizi, ora, come dicemmo, sommersi
-dalla frequente inondazione delle acque.
-
-[35] Vitr., lib. 1, cap. 4. — Strab., lib. 5.
-
-[36]
-
- Alle mura dai Galli edificate,
- Che pelle ostentan di lanuta troia.
-
-[37]
-
- Che da lanuta troia il nome tragge.
-
-[38] Una città grandissima delle Gallie e popolatissima, nominano
-Milano. Questa i Galli Cisalpini tengono per loro capitale.
-
-[39] Plutarc., Vit. Marcelli.
-
-[40] Recaronsi a Milano, città principale degl'Insubri; _Cornelio_,
-impadronito essendosi della città, che oltremodo piena era di frumento
-e di ogni genere di vettovaglie, insiegue i Galli.
-
-[41] _Polip. Histor._, lib. 2.
-
-[42] Questo monastero più non esiste.
-
-[43] Lib. 3, cap. 2.
-
-[44] Quale e quanto grande fosse la gioia conceputa per l'una e per
-l'altra vittoria, può da questo raccogliersi, che e _Domizio Enobarbo_
-e _Fabio Massimo_ nei luoghi stessi nei quali pugnato avevano, eressero
-torri di pietra, sopra vi piantarono trofei ornati delle armi nemiche.
-
-[45] Cronica di _Vincenzo Canonico_ di Praga.
-
-[46] Monumenti storici della Boemia, non mai in addietro pubblicati.
-Praga.
-
-[47] Torre fortissima e grandissima, di solidissima costruzione
-marmorea, che nominavasi Arco romano.
-
-[48] Tom. I, pag. 18.
-
-[49] Isaaci Casauboni Animad. in Svet., lib. I, pag. 52, num. 17,
-ed. Paris, 1610; et Plutarc. in Vit. Caesar: _invitatus Mediolani ad
-coenam, hospite Valerio Leone, qui asparagum apposuerat, atque olei
-loco infuderat unguentum, ipse simpliciter comedit, et indignantes
-increpavit amicos. Satis enim, inquid, abstinere iis a quibus
-abhorrebatis: nunc eam rusticitatem qui deprehendit, ipse est
-rusticus._
-
-(In Milano, ospite essendo di Valerio Leone, e avendogli costui messi
-innanzi a cena degli asparagi, sopra i quali sparso eravi unguento
-in vece di olio, egli ne mangiò senza farne caso veruno, e sgridò gli
-amici suoi che se ne mostravano disgustati: «Imperocchè bastava, disse,
-che ve ne foste astenuti, se non vi piacevano; ma ben rustico è chi
-biasima una tale rusticità»).
-
-[50] _Statua ejus aenea fuit Mediolani_ (scilicet statua Bruti) _in
-Gallia Cisalpina posita. Hanc, quae imaginem ejus bene repraesentabat,
-et erat artificiose facta, ut post vidit, Caesar praeteriit: mox
-subsistens, compluribus audientibus vocavit magistratus, civitatem
-eorum ferens sibi compertum esse foedus pacis rupisse, quod hostem suum
-apud se haberet. Ac primum sane negaverant, et quemnam significaret
-ambigentes, intuebantur se mutuo. Ut vero conversus Caesar ad statuam,
-contracta fronte, nonne, inquit, hic stat hostis noster? multo illi
-magis perculsi obmutuere. At Caesar arridens laudavit Gallos, quod
-amicis essent etiam in adversis rebus stabiles, praecepitque ne statua
-loco moveretur._ Plutarc. in Vit. Bruti, in fine.
-
-(Eravi una di lui statua (di Bruto) di bronzo, eretta in Milano,
-città della Gallia Cisalpina; e in progresso di tempo veduta avendo
-Cesare una tale statua, che ben somigliava a quel personaggio, e
-leggiadramente lavorata era, passò oltre, indi fermatosi, mandò
-chiamando i magistrati, e lor disse, alla presenza di molti che
-udironlo, ch'egli trovato aveva essersi rotte dalla città loro le
-convenzioni di pace, tenendo essa dentro di sè un suo nemico. Da
-principio adunque, com'era ben convenevole, negaron essi la cosa; e non
-sapendo di cui egl'intendesse, si guardavan l'un l'altro. Rivoltatosi
-però Cesare verso la statua e facendo ceffo: «E che! disse, non è qui
-posto costui che è mio nemico?» E coloro, vie maggiormente sbigottiti,
-si tacquero. Ma egli, allor sorridendo lodolli, siccome quelli che
-tuttavia costanti e fedeli erano ai loro amici, quantunque caduti in
-avverse fortune; e comandò che lasciata fosse la statua in quel luogo
-medesimo).
-
-[51] I superbi edifici di Roma ed altre città, ed in particolare
-Cartagine, Milano e Nicomedia, adorne di nuove ed eleganti mura.
-
-[52] Così crede che si chiamasse quella di Sant'Eufemia il signor conte
-Giulini.
-
-[53]
-
- «Milano ancor di maraviglia degno
- Tutto presenta: Universal dovizia;
- Ben ornate le case, innumerevoli;
- Pronti e facondi son gli umani ingegni,
- Antichi e venerabili i costumi;
- Con doppio ordin di muro anco ingrandito
- Vedi il recinto, e popolar diletto
- Formano il circo, e co' suoi gradi in giro
- D'ampio teatro la racchiusa mole;
- Sorgono templi e palatine rôcche,
- E opulenta officina di monete,
- E delle terme la region, cui fama
- Crebbe ed onore per l'Erculeo nome,
- E di scolpiti marmi intorno adorni
- I peristili tutti, e in vasto cerchio
- Quasi un campo a formar stese le mura;
- Tutto è sublime, ed emular le forme
- Delle grand'opre sembra, e non temere,
- Vicina ancora, il paragon di Roma».
-
-[54] Maravigliose tutte.
-
-[55] Della fusione dei metalli.
-
-[56] Affinchè dessimo ai cristiani ed a tutti libero potere di seguire
-quella religione che ciascuno volesse.
-
-[57] _Lactantius, de Moribus persecutorum_, cap. 48.
-
-[58] _Muratori, Anecdota_, t. I, pag. 223. _Impress. Mediol._, 1697.
-
-[59] _Bingam., Orig. Eccles._, lib. IX, cap. I, § 5 e 6. — _Dupin, de
-Antiq. Eccles. disciplin._, diss. I, § 6. — Giannone, Storia del regno
-di Napoli, lib. II, cap. VIII.
-
-[60] Ai sacerdoti ed al clero milanese.
-
-[61] Siccome tuttavia il fine a cui tende l'antica mia deliberazione è
-che alcuna persona mescolarsi non debba nello assumere l'incarico della
-cura pastorale, colle orazioni io secondo la vostra elezione.
-
-[62] _S. Gregorii papae I cognomento Magni opera omnia. Venetiis_,
-1744, tom. 2, col 644 G.
-
-[63] Perciocchè poi ponete mente alla esazione del patrimonio della
-provincia di Sicilia, di diritto della Chiesa santa, alla quale, per
-divina autorità, presiedete.... per ciò è duopo che la santità vostra
-istituisca una persona a trattare questo negozio, colla quale la Chiesa
-romana possa solidamente conchiudere qualche cosa.
-
-[64] Lib. I, Epist. 82. S. Greg., _Operum._, tom. 2, col. 565.
-
-[65] Al reverendissimo e santissimo confratello _Ansperto_, arcivescovo
-milanese.
-
-[66] Troppo imperiti mostraronsi alcuni interpreti dicendo: Perì
-questa città, rovinata è la chiesa, non vi ha più ragione alcuna di
-vivere. Anzi havvi motivo di vivere più giustamente e più santamente,
-perchè Dio onnipotente, che con grande pietà queste cose dispone,
-non diede già in mano ai nemici la città che in voi consiste, ma le
-sole abitazioni; nè la chiesa sua, che è veramente la chiesa, lasciò
-che consumata fosse dall'incendio, ma affine di correggerci permise
-che abbruciato fosse il ricettacolo della chiesa.... Perciocchè, dopo
-quella ruina tanto grande e lagrimevole, ecco il sommo suo sacerdote
-salvo rimane, intatto il clero; e la plebe stessa, sebbene viva in
-continuo timore e mesta, conserva la libertà... Non perimmo noi stessi,
-ma quelle cose che nostre sembravano, e che o il predatore rapì o il
-ferro o il fuoco consumò... Conciossiachè, rotte le mura innanzi ai
-nemici armati e vigorosi, i popoli inermi... fuggirono... Consoliamoci
-adunque, o fratelli, nè tanto poi sospiriamo le case distrutte, giacchè
-vediamo la riparazione delle case riserbata ne' loro padroni...
-Il Signore adunque temperò verso di noi la sua vendetta, cosicchè,
-diroccata la città, devastate le campagne, sminuiti gli averi, nè
-le anime nostre, nè i nostri corpi furono offesi... E per ciò non
-dubitiamo che o noi o i nostri posteri Dio non possa riparare delle
-cose perdute.
-
-[67] Si ricorda essere stata la presente opera pubblicata nel 1783.
-
-[68] _De bello Gothico_, lib. II, cap. 21.
-
-[69] Ricevette Agilolfo, che era cognato del re _Autari_, cominciando
-il mese di novembre l'esercizio della regia dignità. Ma pure,
-congregati essendo da poi i Longobardi in assemblea nel mese di maggio,
-da tutti, presso Milano, fu innalzato al regno.
-
-[70] Lib. 3, cap. ultimo.
-
-[71] Adunque nella state seguente, nel mese di luglio, fu innalzato
-_Adaloaldo_ re sopra i Longobardi, presso Milano, nel circo, alla
-presenza del padre suo il re _Agilulfo_, coll'assistenza dei legati di
-_Teodeberto_, re dei Franchi.
-
-[72] Lib. 4, cap. 31.
-
-[73] Abitano la Germania situata intorno al Reno, dalla prima parte
-settentrionale i Brusacteri, detti piccioli, ed i Sicambri, gli Oqueni,
-i Longobardi.
-
-[74] La parte interna e la mediterranea occupano principalmente gli
-Svevi Angli, i quali più orientali sono dei Longobardi.
-
-[75] La scarsezza dei Longobardi forma la loro nobiltà, perchè
-circondati da moltissime e valorosissime nazioni, non per mezzo di
-ossequio si mantengono sicuri, ma bensì colle pugne e coi pericoli.
-
-[76] Ristorato dalle forze dei Longobardi, con varietà di lieta e di
-avversa fortuna contro i Cheruschi guerreggiava.
-
-[77] Giulini, tom. I, pag. 228, tom. 2, pag. 383.
-
-[78] Giulini, tom. 1, pag. 396.
-
-[79] Detto, tom. 2, pag. 171.
-
-[80] Giulini, tom. 4, pag. 364.
-
-[81] Sormani, Passeggi, tom. 2, pag. 20.
-
-[82] Giulini, tom. 2, pag. 416.
-
-[83] Detto, tom. 3, pag. 499.
-
-[84] Detto, tom. 3, pag. 228.
-
-[85] Detto, tom. 3, pag. 346.
-
-[86] Detto, tom. I, pag. 388.
-
-[87] Giulini tom. 2. pag. 361.
-
-[88] Per la eccessiva scarsezza degli abitanti.
-
-[89] _Landulph. Senior._, lib. 2, cap. 26.
-
-[90] Giulini, tom. 2, pag. 322.
-
-[91] Detto, tom. 5, pag. 442.
-
-[92] Detto, tom. 2, pag. 439.
-
-[93] Dove è da sapersi che la città di Milano, per le molte
-distruzioni, non era internamente fabbricata con case murate, ma per la
-maggior parte composte di paglia e di graticci. Laonde se il fuoco ad
-una casa appiccavasi, tutta la città si abbruciava.
-
-[94] Giulini, tom. 4, pag. 144.
-
-[95] _Arnulph._, lib. 4, cap. 8.
-
-[96] _Landulph. Junior._, cap. 8.
-
-[97] Giulini, tom. 4, pag. 510.
-
-[98] Che si è professato di vivere secondo la legge dei Romani.
-
-Che si reputa vivere secondo la legge de' Longobardi.
-
-Che mi sono professato, per la mia nazione, di vivere secondo la legge
-Salica.
-
-[99] Giulini, tom. I, pag. 430.
-
-[100] Noi Alberico conte nel Placito pubblico per amministrare a
-ciascuno la giustizia.
-
-[101] Giulini, tom. I, pag. 307.
-
-[102] Giulini, tom. I, pag. 356.
-
-[103] «Mantenitor del voto, in voler fermo».
-
-[104] Giulini, tom. I, pag. 381.
-
-[105] Detto, tom. I, pag. 383 e seg.
-
-[106] Quello tra i cardinali preti diaconi o sarà trovato più degno,
-coll'aiuto di Cristo, all'onore dell'arcivescovado promuovessero.
-
-[107] Giulini, tom. I, pag. 385 e 411.
-
-[108] Pienamente e ad evidenza intendiamo, come tu con fedele
-devozione, e con tutto lo sforzo della mente, per il pristino stato e
-vigore, e per lo ristoramento della santa Chiesa milanese, tre volte
-e quattro sei rimasto devoto e zelante nell'ossequio di Ansperto
-reverendissimo tuo arcivescovo e confratello nostro e ad esso nelle
-cose tutte fedelissimo.
-
-[109] Giulini, tom. I, pag. 419.
-
-[110] Giulini, tom. 2, pag. 61.
-
-[111] _Liutprand._, lib. I, cap. 22.
-
-[112] _Rer. Italic._, tom. 2, part. II, _Chron. Novaliciense_.
-
-[113] Vegnendo noi a Pavia nel sacro palazzo, ed ivi fatta nella
-persona nostra la elezione, colla grazia di Dio onnipotente, da tutti
-i vescovi, marchesi, conti e da tutti gli ordini di persone tanto
-maggiori che inferiori.
-
-[114] _Antiquit. Medii Ævi_, tom. I, pag. 87.
-
-[115] Nel palazzo di Pavia, che è la capitale del nostro regno.
-
-[116] _Antiquit. Medii Ævi_, tom. I, pag. 779.
-
-[117] _Liutprand._, lib. 2, cap. 15.
-
-[118] Giulini, tom. 2, pag. 153.
-
-[119] _Dissert. Med. Æv._, tom. VI, pag. 325.
-
-[120] Tom. 2, pag. 163.
-
-[121] Giulini, tom. 2, pag. 267.
-
-[122] Che egli voleva in quel luogo costruire una fortezza, colla
-quale, non solo i Milanesi, ma molti principi d'Italia altresì avrebbe
-saputo tenere in freno.
-
-[123] _Luitprand._, lib. 3, cap. 4.
-
-[124] Gli concedette di poter cacciare il cervo nel suo parco, il che
-mai accordato non aveva alcuno se non se ai carissimi ed illustri suoi
-amici.
-
-[125] Mentre presso le mura della città cavalcava.
-
-[126] Nella propria lingua, cioè nella teutonica, così parlò ai seguaci
-suoi: Io non sono Burcardo, se non faccio che gli Italiesi tutti si
-servano di un solo sperone, e per cavalcatura si valgano di cavalle
-pregne o deformi. Punto non curo la solidità o l'altezza di quel muro;
-giacchè, col solo gettare la mia lancia, morti precipiterò dal baluardo
-i nemici.
-
-[127] Venne a Pavia e col consentimento di tutti assunse il regno.
-
-[128] _Liutprand._, lib. 3, cap. 5.
-
-[129] Ugone e Lotario regi.
-
-[130] _Liutprand._ lib. 4, cap. 6. — _Arnulph._, lib. I, cap. 1 _et_ 2,
-_in Rer. Ital. Script._, tom. 4.
-
-[131] Giulini, tom. 2, pag. 208.
-
-[132] _Liutprand._, lib. V, cap. 4 e seg.
-
-[133] _Tristani Calchi, Hist. Patr._, lib. I, pag. 18. — Alciati, lib.
-II, pag. 125.
-
-[134] Mentre nel nome di Dio, nella città di Pisa, alla corte dei
-signori re, dove il signor Ugone e Lotario gloriosissimi ai re
-presiedevano, sotto le viti, là dove _topia_ (pergola) si chiama, entro
-la corte medesima, ec.
-
-[135] Muratori, _Antiq. Med. Ævii_, tom. I, pag. 953.
-
-[136] Mentre nel nome di Dio, al monastero del santo e confessore di
-Cristo, Ambrogio, ove sepolto riposa il di lui corpo, ove il sig.
-Lamberto, piissimo imperatore, presedeva, in una casa della stessa
-santa chiesa milanese, in una _lobia_ (_terrazzo_, anzichè _portico_,
-come interpreta il _Du Cange_) della casa medesima, sedeva a giudicare
-Amedeo, conte del palazzo, insieme con Landolfo, nominato arcivescovo,
-affine di amministrare a tutti giustizia e deliberare, ec.
-
-[137] Giulini, tom. II, pag. 473.
-
-[138] Nel nome di Dio, essendo che nella città di Milano, nella corte
-del ducato, entro la _lobia_ della stessa corte sedeva a giudicare
-Magnifredo, conte del palazzo, e conte dello stesso contado milanese,
-per amministrare giustizia a ciascuno, risedendo con esso Rotcherio,
-visconte della stessa città, ec.
-
-[139] Giulini, tom. II, pag. 469.
-
-[140] Confermo che tutti i miei servi e le mie ancelle siano Aldioni,
-ed appartenga la loro brigata (_mundium_) allo stesso ospedale,
-ricevendo essi un soldo per testa ciascuno, siano maschi o femmine; e
-così voglio pure che quegli uomini miei che consueti sono, col vitto
-giornaliero, a prestarmi le opere loro, stabilisco che qualora lavori
-debbano eseguirsi, compiano i detti lavori, ricevendo il vitto dallo
-stesso ospedale.
-
-[141] Questo ospedale sia diretto e governato da Warimberto, umile
-diacono dall'ordine della santa chiesa milanese, nepote mio e figlio
-della buona memoria di Ariberto di Besana ne' giorni della sua vita.
-
-[142] Giulini, tom. II, pag. 110.
-
-[143] Da coerenza a questa da due parti tenente Ursone, e così
-pure l'isola comense, dalla terza parte il podere di San Vittore di
-Missaglia, dalla quarta il podere di San Pietro di Civate.
-
-[144] Giulini, tom. II, pag. 199.
-
-[145] Giulini, tom. I, pag. 366 e 471.
-
-[146] Giulini, tom. I, pag. 72.
-
-[147] Sembra questo in contraddizione con quanto si è asserito; cioè
-che quando il genere umano fu più tormentato, gl'ingegni si sono
-riscossi, e ne è nata la coltura e la felicità. Ma la apparente
-contraddizione scompare, considerando che l'ignoranza produce la
-ferocia e l'infelicità, e queste, giunte a un determinato grado,
-scuotono gl'ingegni, tolgono il torpore e richiamano la sapienza;
-quindi tutto si anima e risorge; quindi spunta la felicità, nella quale
-nuovamente il genere umano diviene inerte, e successivamente ignorante,
-feroce e misero. Tale è la vicenda per cui circola e circolerà sempre
-la storia delle nazioni. Il male nasce dal bene, e il bene dal male.
-
-[148] _Landulph. Senior._, lib. II, cap. 10; _Rer. Ital._, tom. IV. —
-L'anno 1440, il cardinale Branda Castiglione, signore accreditatissimo,
-avendo sottratti i rituali ambrosiani per introdurre il rito romano,
-corse pericolo della vita. Il popolo attorniò il suo palazzo; egli fu
-costretto a gettare dalle finestre i libri ambrosiani, e finchè visse,
-non s'arrischiò a porre mai più il piede in Milano.
-
-[149] Tom. II, pag. 151.
-
-[150] _Landulph. Sen._, lib. I, cap. 9.
-
-[151] Debbono dunque essere istruiti i laici, affinchè nelle case
-loro debbano con fervore celebrarsi i divini misteri, il che è assai
-lodevole; siano però i misteri trattati da coloro che dai vescovi siano
-stati esaminati, e si approvano allorchè sono dagli ordinatori loro
-accompagnati con lettere commendatizie, mentre per avventura debbono
-recarsi in terre straniere. Se adunque si trovano sprezzatori dei
-canoni, che straordinariamente cd illecitamente esercitino il ministero
-e che ardiscano violare sacramentalmente le cose divine, siano da prima
-gli uni e gli altri dal vescovo rimossi, tanto cioè il cherico o il
-sacerdote errante, quanto quello che con usurpazione si appropria il
-di lui ufficio; e qualora non vogliano da questa temerità trattenersi,
-siano scomunicati.
-
-[152] _Canon. XVIII. Synod. Regiaticini ann. 850 regnantib. piissim.
-Augg. Hlotario ac Hlodovico. Lubbei Concilior._, tom. IX, pag. 1071.
-_Edit. Venet._ 1782, Albrizzi e Coleti.
-
-[153] _Leo Hostiens._, lib. II, cap. ultimo.
-
-[154] Giulini, tom. II, pag. 244.
-
-[155] Giulini, tom. II, pag. 280.
-
-[156] Intanto, celebrando Valperto i divini misteri, con molti vescovi
-circostanti, il re tutte le regali insegne, la lancia, nella quale
-chiuso era un chiodo di N. S. e la spada reale, la bipenne, il cingolo,
-la clamide imperiale e tutte le regie vesti depose sull'altare di
-Sant'Ambrogio.... Valperto, magnanimo arcivescovo, di tutti gli abiti
-reali, col manipolo di suddiacono, sovrimposta al capo la corona,
-astanti tutti i suffraganei di Sant'Ambrogio e molti duchi e marchesi,
-con maraviglioso decoro rivestì ed unse Ottone re, acclamato e in tutti
-i modi confermato.
-
-[157] _Landulph. Sen._, lib. II, cap. 26.
-
-[158] Soggiogati avendo i Milanesi, rinnovò la loro moneta, e anche in
-oggi quelle monete chiamansi Ottelini.
-
-[159] _Goldast. Chatol. rei Monet._, tit. 48.
-
-[160] L'arcivescovo, scortato da una grande squadra di soldati, che
-ornati erano di pelli di martori, di zimbellini, o con pellicce di vaio
-e di armellino, delle quali cose fornito lo aveva maravigliosamente
-l'imperatore.
-
-[161] Ornato delle vesti episcopali, colla stola, senza la quale non
-costumò giammai di trovarsi fuori o nella città, qualunque fosse
-il negozio che interveniva o che lo turbava..... e dallo stesso
-mirabile monarca con grande onorificenza ricevuto, si trattenne in
-conversazione, siccome al vescovo conveniva.
-
-[162] Giulini, tom. III, pag. 23.
-
-[163] Detto, tom. III, pag. 24.
-
-[164] Per amore del santissimo vescovo Ambrogio.
-
-[165] Giulini, tom. III, pag. 151.
-
-[166] Arcivescovo della santa chiesa milanese.
-
-[167] Tom. III, pag. 153.
-
-[168] Giulini, tom. III, pag. 183.
-
-[169] Detto, tom. III, pag. 217.
-
-[170] La società evitando de' suoi pari, Eriberto, nonostante il
-malcontento loro e la loro ripugnanza, recossi nella Germania, risoluto
-di eleggervi ei solo un re teutonico.
-
-[171] _Rer. Italic. Scriptor._, tom. IX, pag. 14.
-
-[172] Egli stesso ricevuto lo avrebbe e con tutti i suoi, signore e re
-pubblicamente acclamato e tosto coronato lo avrebbe.
-
-[173] Oltre molti donativi il vescovado di Lodi, affinchè, siccome
-consacrato aveva il vescovo, così pure lo investisse.
-
-[174] Sicuro di ogni cosa ritornando, tutta colle sue ambascerie
-sovvertì l'Italia, altri coi fatti, altri colle speranze tenendosi
-benevoli.
-
-[175] Giulini, tom. III, pag. 197.
-
-[176] _Arnulph._, cap. 7, e Giulini, tom. III, pag. 211.
-
-[177] _Glaber. Rodulph._, lib. 4, cap. 2.
-
-[178] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 27.
-
-[179] Giulini, tom. III, pag. 219.
-
-[180] Tom. III, pag. 222. Riferisco le parole d'un autore dei nostri
-giorni anzi che quelle di Landolfo, contemporaneo, perchè il lettore
-si appaghi essere il fatto non controverso, ma accordato da un illustre
-erudito e da un Guelfo.
-
-[181] Contro il volere d'Ariberto.
-
-[182] A tale feccia di costumi, peggiorando giornalmente da sè
-stesso, si riduce il mondo che non solo giace dallo stato suo decaduto
-qualunque ordine di laica o ecclesiastica condizione, ma languisce
-ancora la stessa monastica disciplina, dalla consueta perfezione della
-sua elevazione piegata, direi quasi, al suolo. Perì il pudore, svanì
-l'onestà, cadde la religione, e, quasi in un drappello raccolta, andò
-lontana la turba di tutte le sante virtù.
-
-[183] Muratori, _Dissert. Med. Æv._, tom. X, pag. 65.
-
-[184] Lib. 2, cap. 8.
-
-[185] _Arnulph._, lib. I, cap. 10. — _Flam. Manip. flor._, cap. 141.
-
-[186] Fornita di grandissima quantità di popolo.
-
-[187] Giulini, tom. III, pag. 327.
-
-[188] Giulini, tom. III, pag. 334.
-
-[189] Convocati i sacerdoti e i diaconi, con somma devozione assunta
-avendo la penitenza di tutti i peccati, e fatta alla presenza di
-tutti la sua confessione e l'assoluzione dai sacerdoti ottenuta
-coll'imposizione delle mani, cooperando lo Spirito Santo, con umiltà e
-devozione la santa Eucaristia ricevette.
-
-[190] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 32.
-
-[191] Giulini, tom. III, pag. 411.
-
-[192] Giulini, tom. III, pag. 422.
-
-[193] Inoltre l'arcivescovo di Milano, per autorità imperiale godeva
-alcune altre rendite cospicue: sulle strade regie, da qualunque parte
-del contado si uscisse, avea un pedaggio, e qualunque volta entrava
-uno straniero a cavallo, o in cocchio o a piedi, pagava il censo al
-gabelliere dell'arcivescovo, o piuttosto ad innumerabili gabellieri,
-e l'arcivescovo era tenuto a far custodire i passi, e tutti coloro che
-alcun danno sostenuto avessero entro il territorio, risarcire dovea del
-suo di tutta quella somma alla quale fossero stati apprezzati i danni.
-
-[194] _Flamma, Chronic. Mediolan._, pag. 227.
-
-[195] Oltre il consueto abusar del dominio della città.
-
-[196] _Arnulph._ cap. 10.
-
-[197] Ai tempi di _Ottone_ imperatore primo, _Bonizone_.... come duce
-stabilito per facoltà ricevuta dall'imperatore, reggeva col suo governo
-il castello.
-
-[198] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 17.
-
-[199] Sia tenuto ad alimentare cento poveri, e per ciascun povero
-dia un mezzo pane e lardo per companatico, ed una libbra di cacio tra
-quattro ed uno staio di vino.
-
-[200] Comperino pesci, affine di ristorarsi col cibo e rallegrarci ogni
-anno nel giorno anniversario della morte di essi _Falkerodo_ monaco e
-_Giovanni_ prete, per suffragio delle anime loro, che ad essi procuri
-gaudio e salute dell'anima.
-
-[201] Giulini, tom. III, pag. 81.
-
-[202] Affinchè essi luminari rispondano per la di lui anima.
-
-[203] Giulini, tom. III, pag. 377 e 465.
-
-[204] E faccia ardere nella quadragesima maggiore sopra la sepoltura
-del fu di lui genitore Andrea.
-
-[205] Giulini, tom. IV, pag. 271.
-
-[206] _Dissert. Med. Æv._, tom. V, dissert. LIX.
-
-[207] Per cagione del retto giudizio che su le cose già nominate
-pronunziammo tra esso e _Riccardo_.
-
-[208] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 197.
-
-[209] Giulini, tom. II, pag. 387.
-
-[210] Le facoltà della Chiesa e molti benefizi ancora dei cherici
-distribuì ai soldati.
-
-[211] _Arnulphus_, cap. 10.
-
-[212] Promettendo a quelli tutte le pievi e tutte le dignità e gli
-ospedali, che i maggiori ordinari ed il primicerio dei decumani e
-gli arcipreti e cimiliarchi delle chiese di questa città godevano,
-asserendo con giuramento, e consolidando un patto così detestabile.
-
-[213] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 18.
-
-[214] _Rerum Italic. Script._, tom. IV, pag. 121.
-
-[215] Degli uffizi dei ministri.
-
-[216] Che dirò della monogamia de' sacerdoti? Mentre un solo connubio è
-loro permesso, e non mai ripetuto; e questa è la legge di non passare a
-seconde nozze.
-
-[217] _Landulph. Sen._, lib. I, cap. II.
-
-[218] Ma a che parlerò io della castità, quando si permette un solo,
-non ripetuto connubio? E adunque nello stesso matrimonio è posta la
-legge di non rinnovarlo.
-
-[219] _Sancti Ambrosii Opera, edit. Maurin., Paris_, 1686, tom. II,
-_column._ 66 B.
-
-[220] Maestro delle virtù è adunque l'apostolo, il quale insegna
-doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello
-che ingiugne che l'uomo sia sposo di una sola donna, non già perchè
-totalmente escluda il non coniugato (perciocchè questo è al di là della
-lettera del comandamento), ma perchè colla castità coniugale goda della
-grazia della sua assoluzione, giacchè nel coniugio non vi ha colpa, ma
-legge. Per questo l'apostolo la legge stabilì dicendo: Se alcuno senza
-delitto è marito di una sola moglie; dunque quello che senza delitto
-è marito di una sola moglie sarà tenuto alla legge del sacerdozio
-sopradetto; quello poi che passasse a seconde nozze, non incorre
-realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della
-prerogativa del sacerdozio.
-
-[221] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 109.
-
-[222] Maestro delle virtù è dunque l'apostolo, il quale insegna doversi
-redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello che
-ingiugne lo sposare una sol donna, non già perchè totalmente escluda il
-coniugio (perciocchè questo è al di là della legge del comandamento),
-ma perchè l'uomo, colla castità coniugale, conservi la grazia della
-sua purificazione; nè ancora intese di dire che l'autorità apostolica
-invitasse a procreare figliuoli, non di chi li procreava.
-
-[223] _Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, ed Maurin.,
-Paris_, 1686, tom. II, _column._ 1036 F.
-
-[224] Perciò l'apostolo stabilì la legge, dicendo: Se alcuno senza
-delitto è marito di una sola moglie, è tenuto alla legge del sacerdozio
-che dee assumere; quello però che passasse a seconde nozze non incorre
-realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della
-prerogativa di sacerdote.
-
-[225] _Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, edit. Maurin.,
-Paris_, tom. II, _column._ 1037 B.
-
-[226] Che i padri del concilio Niceno aggiugnessero qualche trattato, e
-che chierico essere non dovesse chi contratto avesse seconde nozze.
-
-[227] Moltissime variazioni sono state fatte agli scritti di
-sant'Ambrogio. Il canonico regolare Giovanni Coster, nella prefazione
-alle opere del santo dottore, stampate in Basilea nel 1533, così
-s'esprime a tal proposito: _Cum ego igitur ante biennium D. Ambrosii
-Epistolas antiquis et elegantioribus characteribus conscriptas....
-nactus essem, caepissemque, meo more, cum excusis libris eas conferre,
-mirum dictu quantum hic erat dissidii, quantum varietatis, ut statim
-non potuerim non destomachari in eos qui, editis libris, speciosis
-quidem sed inanibus et mendacibus titulis, omnia castigatissima...
-pollicentur._ (Avendo io adunque trovato già da due anni le lettere
-di sant'_Ambrogio_, scritte in caratteri antichi ed assai eleganti...
-e cominciato avendo, secondo il mio costume, a confrontarle sui
-libri stampati, maravigliosa cosa è a dirsi quanta differenza io
-vi scorgessi, quanta varietà; cosicchè all'istante non potei non
-rimanere stomacato di coloro che nelle edizioni de' libri, con titoli
-speciosi veramente, ma vani e mendaci, le cose tutte gastigatissime...
-promettono.) Francesco Junio, nella prefazione all'_Index expurgat._,
-riferisce che, visitando in Lione Luigi Saurio, correggeva le edizioni
-della stamperia Fresloniana, gli mostrò il Saurio le interpolazioni ed
-i troncamenti fatti al testo di sant'Ambrogio da due frati. Il Rivet
-pure racconta lo stesso: _Critic. sacr._, lib. 3, cap. 6. Il Dableo
-nel suo libro: _De l'usage des saints Pères_, move le stesse querele.
-Vero è che i Maurini, nell'edizione di Parigi del 1686, confutano
-queste opinioni. Ma è altresì vero che nell'edizione delle opere di
-sant'Ambrogio, fatta in Roma nel 1580 da Domenico Basa, il cardinale di
-Montalto (che divenne poi Sisto V) nella prefazione dichiara d'avere
-associati al lavoro: _Praeclaros doctores, viros doctrina, et pietate
-graves, ac linguarum intelligentia, et historiarum cognitione insignes,
-praeterea in scholastica theologia et Patrum lectione admodum versatos
-delegi, mihique laboris socios adscivi... quorum ope, atque adminiculo
-obscura explicuimus, manca supplevimus, adjecta rejecimus, transposita
-reposuimus, depravata emendavimus, omnia demum ut germanam Ambrosii
-phrasim redolerent, ejusque dignitati, atque gravitati responderent
-sedulo curavimus, et ut ipsemet auctor loqui videretur, suppositiis
-quibuscumque abscissis, pro viribus studuimus._ (Mi elessi come
-soci della fatica dottori illustri, uomini gravi per dottrina e per
-pietà, ed insigni per la intelligenza delle lingue e la cognizione
-delle istorie, inoltre molto versati nella teologia scolastica e
-nella lettura dei Padri... col di cui aiuto e giovamento spiegammo
-le cose oscure, supplimmo le mancanti, rigettammo le sopragiunte,
-rimettemmo a suo luogo le trasposte, emendammo le depravate, tutte
-finalmente procurammo di ordinarle in modo che la genuina frase di
-Ambrogio suonassero, o convenevolmente corrispondessero alla dignità
-e gravità di quello scrittore; e ci adoperammo affinchè sembrasse
-parlare lo stesso autore, troncate avendo noi tutte le cose intruse.)
-Attenendoci per altro anche all'edizione de' Maurini sembra che in
-alcuni tratti sant'Ambrogio vada d'accordo coi testi che si citavano
-dai nostri sacerdoti. Nel primo libro di Abramo, cap. III, num. XIX,
-leggesi: _Ad ipso quoque domino mercedem quam postulet consideremus.
-Non divitias ut avarus, exposcit; non longaevitatem vitae istius, ut
-meticulosus mortis; non potentiam; sed dignum quaerit sui haeredem
-laboris: Quid mihi, inquit, dabis? Ego autem dimittor sine filiis. Et
-infra: quia mihi semen non dedisti, vernaculus meus mihi haeres erit.
-Discant ergo homines conjugia non spernere_ (Consideriamo ancora quale
-mercede richiegga dallo stesso Signor nostro; non chiede ricchezze come
-l'avaro; non la lunghezza di questa vita come timoroso della morte; non
-la potenza; ma domanda un degno erede della sua fatica. Che mi darai?
-dice egli: io già sono congedato senza prole. E più abbasso: Perchè
-non mi hai accordato prole, un mio connazionale raccoglierà la mia
-eredità. Imparino dunque gli uomini a non disprezzare i matrimonii.),
-tom. I, col. 288 D. Altrove, nella sposizione del _Vangelo di san
-Luca_, lib. IV, num. X, scrivendo delle fallacie colle quali sotto
-aspetto di bene vengono sedotti gli uomini, dice: _Videt integrum et
-illibatae castimoniae virum; suadet ut nuptias damnet, quo ejiciatur
-ab Ecclesia, studio castitatis a casto corpore separetur._ (Vede un
-uomo incorrotto e di illibata castità, e lo persuade a condannare
-le nozze, affinchè cacciato sia dalla Chiesa, e per istudio di
-castità espulso sia da un casto corpo.), tom. I, col. 1337 B. Se il
-disapprovare il matrimonio è un'eresia, il disapprovare il matrimonio
-de' sacerdoti pare che non dovesse sembrare un atto religioso. Più
-chiaro sembra il testo del santo dottore nel libro: _De Benedictionibus
-Patriarcharum_ (Delle benedizioni dei patriarchi), cap. III, num.
-XII, ove leggesi: _Ut ubi inhabitatores ante lasciviae, et principes
-luxuriae versabantur, ubi fuerant incentiva libidinis et fomenta
-nequitiae, ibi nunc sancti sacerdotes magisteria doceant castitatis, et
-plurima virginalis integritatis exempla quodam supernae lucis fulgore
-resplendeant_ (Affinchè dove aggiravansi da prima coloro che nella
-lascivia dimoravano, e il principato tenevano nella lussuria, dove gli
-incentivi trovavansi della libidine e i fomenti della perversità, colà
-ora i santi sacerdoti i precetti insegnino della castità, e numerosi
-esempli di integrità virginale di un cotale splendore di celeste
-luce risplendano), tom. I, col. 517 A. Ognuno potrà osservare se quel
-_plurima_ sia d'accordo colla legge universale del celibato inerente al
-sacerdozio. Su di che io non intendo di proferire alcuna opinione, ma
-unicamente d'esporre i fatti imparzialmente come conviene alla storia.
-
-[228] È buona cosa che l'uomo non tocchi la moglie; ciascuno però abbia
-la propria moglie affine di evitare la fornicazione.
-
-[229] È duopo adunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una
-sola donna, sobrio, prudente, ec.
-
-[230] Nel sinodo di _Damaso I_, tenuto in Costantinopoli da
-centoquaranta vescovi, al quale intervenne il beato _Ambrogio_, nacque
-grandissima controversia tra i sacerdoti ammogliati da una parte e
-i sacerdoti viventi senza moglie dall'altra, i quali sacerdoti senza
-moglie dicevano che i sacerdoti ammogliati non potevano salvarsi. Il
-sommo pontefice rimandò questa questione al beato _Ambrogio_, il quale
-così parlò: La perfezione della vita non consiste nella castità, ma
-nella carità, secondo quel detto dell'apostolo: Se io parlassi colle
-lingue degli uomini e degli angeli, ec. Per questo la legge concede
-ai sacerdoti di condurre sposa per una sola volta una vergine, ma non
-accorda loro di reiterare il matrimonio. Se poi, morta essendo la prima
-moglie, il sacerdote ne sposasse un'altra, perde il sacerdozio.
-
-[231] Tutti questi, benedicendo il beato _Ambrogio_, concedette
-loro che di una sola moglie usare potessero; morta la quale, vedovi
-anch'essi rimanessero in eterno. La quale consuetudine durò per
-settecent'anni fino al tempo di _Alessandro_ papa, cui la città di
-Milano aveva data la culla.
-
-[232] Sant'Ambrogio ai sacerdoti della sua Chiesa.
-
-[233] Tom. IV, pag. 7.
-
-[234] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 4.
-
-[235] Tom. IV, pag. 14.
-
-[236] In questo tempo medesimo un grandissimo orrore invase il clero
-ambrosiano..... il di cui principio e la di cui serie, essendo la cosa
-tuttora presente agli occhi nostri, per quanto è in nostro potere,
-narriamo..... Certo diacono, adunque, dei decumani, per nome _Arialdo_,
-molto delicatamente nutrito presso il vescovo _Widone_, e colmato di
-assai onori, mentre alio studio delle lettere attendeva, severissimo
-interprete diventò della legge divina, contra i soli cherici
-esercitando crudeli giudizi. Il quale, trovandosi fornito di scarsa
-autorità, siccome nato di basso lignaggio, si avvisò in prevenzione di
-associarsi _Landolfo_, come uomo più generoso, a questo fatto idoneo,
-divenuto essendo seguace di un suo favorito. _Landolfo_ poi, dotato
-essendo di lingua e voce più spedita ed eccessivamente avido del
-pubblico favore, all'istante capo si fece della parola, usurpato avendo
-contra il costume della Chiesa l'ufficio della predicazione. Questi,
-non essendo elevato per alcun grado dell'ecclesiastica gerarchia, grave
-giogo imponeva alle cervici dei sacerdoti, mentre soave è quello di
-Cristo e leggiero il suo peso.
-
-[237] _Arnulph._, lib. 3, cap. 8.
-
-[238] Carissimi seniori, io non posso più oltre trattenere il discorso
-che nel cuor mio ho conceputo. Non vogliate, signori miei, non vogliate
-no sprezzare le parole di un giovine e di un imperito; perciocchè
-spesso Iddio rivela al minore quello che al maggiore ricusa. Ditemi:
-Credete in Dio trino ed uno? Rispondono lutti: Crediamo. E soggiunse:
-Munite le fronti vostre del segno della croce. E questo ancora fu
-fatto. Dopo di questo disse: Io mi compiaccio della vostra devozione,
-ma a compassione mi muove l'imminente grandissima perdizione.
-Perciocchè già da gran tempo addietro non è conosciuto in questa città
-il Salvatore. Gran stagione egli è che voi siete in errore, giacchè
-più non avete alcun vestigio di verità; invece della luce palpate le
-tenebre, ciechi tutti divenuti, poichè ciechi sono i vostri capi. Ma un
-cieco forse può egli guidare un cieco; non cadono l'uno e l'altro nella
-fossa? Conciossiachè abbondano in molti modi gli stupri; si sparge
-l'eresia simoniaca nei sacerdoti e nei leviti e negli altri ministri
-de' sacri riti; i quali, essendo nicolaiti e simoniaci, ben a ragione
-debbono essere cacciati, e dai quali quind'innanzi, se salute sperate
-dal Salvatore, dovete del tutto guardarvi, non venerando alcuno. Dei
-loro uffizi, giacchè i sagrifizi loro sono la stessa cosa come lo
-sterco canino, e le loro basiliche sono stalle di giumenti. Per la qual
-cosa, riprovati quelli all'istante, si vendano al pubblico i loro beni.
-Sia a tutti lecito il rapire i loro averi, qualora si trovassero nella
-città o fuori.
-
-[239] _Arnulph._, lib. 3, cap. 9.
-
-[240] Acremente avesse tuonato.
-
-[241] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 24.
-
-[242] La cosa essendo tuttora agli occhi nostri presente.
-
-[243] _Arialdo_, invasato da un certo zelo di superbia, il quale poco
-prima accusato di certa nefandissima scelleratezza, e convinto innanzi
-a _Guidone_, alla presenza di molti sacerdoti di questa città, e in
-parte perchè i sacerdoti urbani non consentivano che quelli di fuori
-della città entrassero togati, e non permettevano che le chiese della
-città servissero se non come tonsurati, cercava in qualunque modo
-l'occasione di potere, aizzando la possa del popolo, allontanare tutti
-i sacerdoti dalle loro mogli.
-
-[244] Giulini, tom. IV, pag. 16.
-
-[245] Venendo in un giorno solenne alla chiesa (_Arialdo_) con turba di
-popolo dalla piazza, tutti coloro che salmeggiavano con violenza cacciò
-dal coro, inseguendoli per tutti gli angoli e nei loro alloggiamenti;
-provvide quindi maliziosamente che si scrivesse il Pitacio della
-conservazione della castità, ommesso il canone, estorto dalle leggi
-mondane, al quale tutti i sacri ordini della diocesi ambrosiana, a
-malgrado loro, soscrivono, opprimendoli egli stesso coi laici. Intanto
-i predatori, oltre alcune case rovinate nella città, visitavano la
-parrocchia, frugando nelle case dei cherici, col rapire i loro averi.
-
-[246] Giulini, tom. IV, pag. 18.
-
-[247] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 5 et sequen.
-
-[248] Giulini, tom. IV, pag. 19.
-
-[249] _Arnulph._, lib. 3, cap. 10 et sequen.
-
-[250] _Idem_, lib. 3, cap. 2.
-
-[251] Giulini, tom. IV, pag. 21.
-
-[252] Detto, tom. IV, pag. 24.
-
-[253] Tom. IV, pag. 24.
-
-[254] _Leo Ostiens._, lib. 2.
-
-[255] Forse tu solo sopra di noi accendi la fiamma del popolo che,
-impetuosa, aggirasi come il mare, e questo per cagione della esecrabile
-patalia (_eresia de' patarini_) e di molti giuramenti viziosi e
-detestabili?
-
-[256] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 7 _et sequen._
-
-[257] Mentre tu pensasti a commovere il giudizio di questa inudita
-patalia, qualunque si fosse la tua intenzione, avresti dovuto da prima
-con molti digiuni pigliare consiglio da qualche uomo religioso.
-
-[258] _Landulph._, lib. 3, cap. 2.
-
-[259] Ma i nobili della città, dal cui valore i sacerdoti poco prima
-erano difesi, da eccessiva ira e da sdegno commossi, uscivano altri
-dalla città, altri aspettavano il tempo in cui ponessero fine a quella
-procellosa calamità.
-
-[260] _Landulph. Sen._, loc. cit.
-
-[261] Col concorso di quasi tutti i cittadini, i quali volontieri
-ascoltavano le sregolatezze dei cherici; altri aggravati dall'inopia o
-dai debiti, e tutta la speme loro riponenti nella preda e nelle rapine,
-nulla meno bramavano che la pace e la concordia della città.
-
-[262] _Trist. Hist. Patr._, lib. 6, pag. 131.
-
-[263] Per la fazione dei cherici, repentinamente si solleva mormorio
-nel popolo. Dicesi, non dovere la chiesa ambrosiana soggiacere
-alle romane leggi, nè al romano pontefice competere alcun diritto
-di giudicare o di disporre le cose di quella sede. Troppo indegno
-reputasi che quella Chiesa, la quale sempre fu libera sotto i nostri
-progenitori, ora, per obbrobrio della nostra confusione, ad altra
-Chiesa, il che non faccia il cielo, sia assoggettata.
-
-[264] Giulini, tom. IV, pag. 34.
-
-[265] Gonfiato quindi per il fasto della sua legazione, volle nelle
-pubbliche funzioni essere preferito al nostro arcivescovo; ma il
-popolo, sopportare non volendo che nella propria diocesi fosse
-l'ambrosiana dignità violata, cominciò a fremere e a tumultuare
-all'intorno. Spaventato da quel timore, l'Ostiense si ritrasse dal suo
-proposito, ed ultimò i negozi urgenti, e varie pene, come vendicatore,
-infliggeva a coloro che alcun delitto commesso avevano, a norma della
-gravità del loro fallo; altri, accordando loro una dilazione, ad
-altro giudizio riserbava. Finalmente, come nuovo censore ed arbitro
-delle cose nostre, egli cangia le antiche consuetudini; nuove leggi
-introduce; le conferma colle sue lettere e co' suoi sigilli, e questa
-forza a soscrivere l'arcivescovo e gli ordinari di Milano, minacciando
-di suscitare il popolo, qualora non obbedissero.
-
-[266] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 132.
-
-[267] Dodici scudi.
-
-[268] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 26.
-
-[269] Giulini, tom. IV.
-
-[270] Oh Milanesi insensati! Chi vi ha affascinati? Ieri acclamaste
-il primato di una sola sede; oggi confondete lo stato di tutta la
-Chiesa; veramente mostrate di avere a schifo una pulce, ed un cammello
-inghiottite. Forse queste cose meglio non disporrebbe il vescovo
-vostro? Voi direte per avventura: veneranda è Roma nell'apostolo. Lo
-è difatto; ma non è da disprezzarsi Milano in _Ambrogio_. Che sì che
-queste cose non sono scritte senza motivo nei Romani Annali, perciocchè
-dirassi in avvenire Milano assoggettata a Roma.
-
-[271] Giulini, tom. IV, pag. 40.
-
-[272] Ecco il vostro metropolitano, fuor dell'usato, viene in Roma
-chiamato al sinodo.
-
-[273] Giulini, tom. IV, pag. 54.
-
-[274] Detto, tom. IV, pag. 47.
-
-[275] Il che fatto si dice con grandissima arte ed astuzia dal monaco
-_Ildebrando_, il quale, oriundo di Soana, città dell'Etruria, alla
-prontezza dell'ingegno riunita aveva non mediocre erudizione delle
-sacre lettere; e tosto, per il suo gran merito, fu ammesso nell'ordine
-de' cardinali, e più di tutti distinguendosi per il vigore dell'animo,
-facilmente ottenne il primo luogo tra i sacerdoti.
-
-[276] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 130.
-
-[277] A tutti i Milanesi, al clero ed al popolo.
-
-[278] Speriamo poi in quello che degnossi di nascere da una vergine,
-che nel tempo del nostro ministero sarà esaltata la castità santa de'
-cherici, e confusa la lussuria degli incontinenti con tutte le altre
-eresie.
-
-[279] Come però piacque all'Altissimo, scrutatore delle reni e dei
-cuori, quello che lungo tempo meditato aveva su l'altrui lassitudine
-ed inopia, si dolse della sua propria infermità; e, dopo di avere per
-due anni languito per vizio del polmone, l'uso perdette della voce,
-affinchè di quell'organo appunto mancasse, col quale molti molestati
-aveva, dicendo la Scrittura che nelle parti colle quali alcuno pecca,
-in quelle viene tormentato. Ma di lui si taccia, affinchè non sembri
-che i morti vogliamo accusare.
-
-[280] _Arnulph._, lib. 3, cap. 14.
-
-[281] A _Landolfo_, cherico e di stirpe senatoria, e cospicuo per lo
-splendore della perizia nelle lettere.
-
-[282] Puricelli _De Sanctis Arialdo et Herlembaldo_, lib. IV, cap. 13.
-
-[283] Voi però, dilettissimi, membra mie, viscere dell'anima mia.
-
-[284] Giulini, tom. IV, pag. 69.
-
-[285] Detto, tom. IV, pag. 79.
-
-[286] Tom. IV, pag. 80.
-
-[287] Vano dice essere quel rito, non comunicato per alcuna istituzione
-di Cristo o dei discepoli; usurpato soltanto dagli antichi adoratori
-degli idoli, i quali nella primavera girare solevano i campi in onore
-di _Bacco_ e di _Cerere_.
-
-[288] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 133.
-
-[289] Tom. IV, pag. 89.
-
-[290] Giulini, tom. IV, pag. 91.
-
-[291] Frequentissime legazioni.
-
-[292] Munite dei sigilli apostolici.
-
-[293] Lib. 3, cap. 15.
-
-[294] Giulini, tom. IV, pag. 97.
-
-[295] Detto, tom. IV, pag. 131.
-
-[296] Giulini, tom. IV, pag. 140.
-
-[297] _Erlembaldo_, recando in mezzo certo _Attone_, mostrandosi
-esso consenziente, innanzi a tutto il popolo adunato, colla sua bocca
-illecitamente lo elesse. Questo vedendo la turba de' maggiori e de'
-minori, tanto del partito suo, quanto di quello degli avversari,
-che nuovamente giurata aveva fedeltà all'imperatore, pigliate le
-armi, ed attaccata grande mischia, _Attone_, recentemente eletto,
-con molte ferite e giuramenti costrinse a ricusare irrevocabilmente
-l'arcivescovado.
-
-[298] Tom. IV, pag. 160.
-
-[299] Giulini, tom. IV, pag. 189.
-
-[300] Detto, tom. pag. 192.
-
-[301] Lib. I, cap. 10.
-
-[302] Nell'ora medesima, dopo questo insigne trofeo, tutti i cittadini
-trionfali inni fanno risuonere ad onore di Dio e del loro protettore
-Ambrogio, armati recandosi alla di lui chiesa. Il dì seguente, insieme
-col clero, i laici nelle litanie e nelle divine lodi portandosi di
-nuovo a Sant'_Ambrogio_, confessano a vicenda i loro passati falli, ed
-essendo l'assoluzione accordata loro dai sacerdoti, che pronti erano,
-il popolo tutto torna in pace alle proprie case. In questo si vede il
-termine di quello scisma che per diciannove anni sempre dalla stessa
-radice continuò a pullulare.
-
-[303] Giulini, tom. IV, pag. 197.
-
-[304] Muratori, _Anedoct._, tom. I, pag. 246.
-
-[305] Giulini, tom. IV, pag. 254.
-
-[306] Al reverendissimo e santissimo confratello.
-
-[307] Sembra al nostro discernimento che, secondo il tenore del nostro
-comandamento,... tu faccia.
-
-[308] _Ivon._, part. VI, cap. 405.
-
-[309] Giulini, tom. IV, pag. 388.
-
-[310] Come leggiamo essere stato dai santi Padri stabilito,
-esecriamo l'eresia simoniaca nelle sacre ordinazioni e nei benefizi
-ecclesiastici, ed in ogni modo vogliamo radicalmente dalla Chiesa
-estirparla.
-
-[311] Stabiliamo ancora a norma delle istituzioni dei santi Padri, e
-della forma della Chiesa primitiva, che ad alcuno dei cherici non è
-lecito il possedere benefizi delle chiese, se, dopo di avere rinunziato
-tutto il proprio, non vuole farsi discepolo di quello alla di cui
-sorte sembra essere eletto. Se però alcuno vuole rimanere di fuori, non
-gli togliamo il chericato, solamente gli vietiamo il godere benefizi
-ecclesiastici.
-
-[312] E perchè alcuni nella santa Chiesa, tanto cherici, quanto laici,
-per successione paterna... l'arcidiaconato, o l'arcipresbiterato o
-il cimiliarcato, o anche qualche parte dei benefizi spettanti agli
-uffizi delle chiese, finora si sono sforzati di possedere: in questa
-sacra adunanza è stato fissato e definito ad universale notizia che se
-alcuno, mosso da questa nefanda cupidigia, tentasse ulteriormente di
-possedere una chiesa e presumesse di ottenere per eredità il santuario
-di Dio, secondo la voce profetica, soggiaccia al vincolo dell'anatema,
-fintanto che ravveduto non si mostri.
-
-[313] Paghi ogni anno nel mio annuale ai canonici e decumani a
-custodi della stessa Chiesa che non abbiano moglie, e che all'annuale
-intervengano, per ciascun canonico quattro denari, due ai custodi e
-decumani.
-
-[314] Se però alcuno di que' canonici fosse infermo, anche non
-intervenendo egli a questi annuali, voglio che abbia questa
-benedizione, e se alcuno fosse ammogliato, voglio che sia privato di
-questa benedizione.
-
-[315] Quest'asserzione è contraria a quella del conte Giulini, il
-quale, sul testimonio d'una moneta pubblicata dal Muratori, in cui v'è
-il nome solo _Mediolanum_, e dall'altra sant'Ambrogio, che l'incisore
-ha rappresentato a testa nuda senza la mitra, ha argomentato che
-appunto verso la metà del secolo duodecimo, essendosi inventato
-l'ornamento vescovile della mitra, la moneta dovesse essere anteriore
-a quell'epoca. Se quel dotto cavaliere (che cessò di vivere il giorno
-26 dicembre 1780, giorno in cui perdemmo il benemerito nostro cronista,
-ed io in particolare un amico) riconoscesse ora la moneta che conservo
-presso di me, vedrebbe l'inesattezza di quell'incisore, poichè ella è
-posteriore all'introduzione della mitra, che realmente è scolpita sul
-capo del santo arcivescovo.
-
-[316] _Tealdo_, detto arcivescovo milanese, e _Guiberto_ ravennate, i
-quali con inudita eresia e superbia si sono levati contra questa santa
-chiesa cattolica, sospendiamo totalmente dall'ufficio episcopale e
-sacerdotale, e sopra di essi rinnoviamo l'anatema già pronunciato.
-
-[317] Giulini, tom. IV, pag. 226.
-
-[318] Giulini, tom. IV, pag. 423.
-
-[319] Sia fatto, sia fatto.
-
-[320] Giulini, tom. V, pag. 260.
-
-[321] Giulini, tom. V, pag. 485.
-
-[322] Detto, tom. V, pag. 403.
-
-[323] I Pavesi e i Milanesi stabilirono e giurarono tra di loro
-patti i quali ad alcuni sembrano essere stati troppo contrari alla
-maestà imperatoria ed all'autorità apostolica; avendo que' cittadini
-giurato tra di essi di conservare le persone loro e i loro beni contra
-qualunque mortale nato o nascituro.
-
-[324] _Anselmo_ di _Buis_, arcivescovo milanese, quasi ammonito per
-autorità apostolica, studiossi di radunare dalle diverse parti un
-esercito, col quale si impadronisse del regno babilonico, e con questo
-avvisamento prevenne la scelta gioventù milanese, perchè le croci
-assumesse e cantasse la canzone di _Ultreja, ultreja_. E alla voce
-di quest'uomo prudente, uomini di qualunque condizione per le città
-de' Longobardi, per le ville e per le castella, pigliarono le croci e
-cantarono quella canzone di _Ultreja, ultreja_.
-
-[325] _Landulph. Jun._, cap. 2.
-
-[326] Giulini, tom. IV, pag. 430.
-
-[327] Contra la terra Coritiana, che è la patria dei Turchi.
-
-[328] Alla voce di quest'uomo prudente.
-
-[329] _Rer. Italic. Script._, tom. V, p. 476.
-
-[330] Tu pure, col naso e le orecchie tronche per il nome di Cristo,
-sei più lodevole, giacchè hai meritato di giugnere a quella grazia che
-da tutti dee desiderarsi, e colla quale, perseverando sino all'estremo,
-dai santi non differisci. Sminuita è veramente la integrità del tuo
-corpo, ma l'uomo interno, che di giorno in giorno si rinnova, ha
-ricevuto grande incremento di santità; più brutta è la forma visibile,
-ma più bella è divenuta l'immagine di Dio, che è la forma della
-giustizia. Laonde nella Cantica dei Cantici la Chiesa si gloria col
-dire: Nera sono, o figliuole di Gerusalemme.
-
-[331] Martire di Cristo.
-
-[332] _Landulph. Junior._, cap. 6.
-
-[333] Per donativo ricevuto dalla mano, per donativo ricevuto dalla
-lingua, per donativo ricevuto dall'ossequio.
-
-[334] _Landulph. Junior._, cap. 9.
-
-[335] La turba di _Grossolano_, battagliando contra il primicerio, con
-un sasso uccise _Landolfo_, cherico dello stesso primicerio.
-
-[336] _Landulph. Junior._, cap. 10.
-
-[337] Avanti l'introito della messa confessava di soffrire sete
-ardentissima, e bevette una coppa piena di vino forastiero, e dopo di
-questo partecipò alla mensa celeste.
-
-[338] Agnelli de sancto Georgio.
-
-[339] Questo _Grossolano_, che trovasi sotto questa cappa, e non dico
-già d'altri, è simoniaco per riguardo all'arcivescovado di Milano.
-
-[340] _Landulph. Jun._, cap. 10.
-
-[341] Va indietro, o Satana.
-
-[342] Dio, fammi salvo nel tuo nome, e liberami colla tua virtù.
-
-[343] La presenza dei vescovi suffraganei non accordò pieno favore a
-quella legge e a quel trionfo.
-
-[344] _Landulph. Jun._, cap. 14.
-
-[345] La moltitudine, trista per il caso avvenuto e per la ruina di
-_Grossolano_, di là a pochi giorni, con iscandalo, portossi contra quel
-prete e contra la di lui legge.
-
-[346] Un angelo mi si fece all'incontro dicendo: Il prete _Liprando_,
-di ritorno dalla Valtellina, giace infermo nel monastero di Civate.
-
-[347] _Landulph. Jun._, cap. 14.
-
-[348] Giulini, tom. IV, pag. 519.
-
-[349] Giulini, tom. IV, pag. 515.
-
-[350]
-
- «Molti d'oro e d'argento eletti vasi,
- Con moneta copiosa, ogni cittade
- Ad esso offrì: sol gli negò servigio,
- Nè di rame gli diè pur un baiocco
- La popolosa e nobile Milano».
-
-[351] _Rerum. Italic. Script._, tom. IV, pag. 378.
-
-[352] Però _Ottone Visconti_, milanese, con molti combattenti per lo
-stesso re, in quella strage cadde con morte che dolorosissima riuscì a
-coloro che la città milanese e quella chiesa amavano.
-
-[353] _Landulph. Jun._, cap. 18.
-
-[354] Gerusalemme liberata, canto I, stanza 53.
-
-[355] I Milanesi ancora, mentre questo imperatore per la via di Verona
-incamminavasi nella Germania, colla spada e col fuoco e con diversi
-strumenti, dai fondamenti distrussero Lodi, seconda città della
-Lombardia.
-
-[356] _Landulph. Jun._, cap. 18.
-
-[357] Tom. I, part. 2, pag. 235.
-
-[358] Il giorno settimo delle calende di giugno dell'anno MCXI fu la
-città di Lodi presa dai Milanesi.
-
-[359] Nell'anno MCXI, il giorno settimo avanti le calende di giugno, fu
-distrutta la città di Lodi, e giacque per anni XLVIII.
-
-[360] Ben a ragione il prudente lettore avrebbe desiderato maggiori
-notizie intorno alla distruzione di Lodi; ma è duopo che con meco passi
-oltre, giacchè, sebbene io abbia fatte diligenti ricerche, alle mie
-mani non giunsero informazioni più copiose. Egli è certo però che dure
-leggi e servitù disdorosa furono ai vinti imposte; ed atterrati tutti
-gli altri edifizi e le mura della città, appena lasciati furono ai
-miseri cittadini per loro abitazione quartieri simili a quelli delle
-campagne e tuguri dei poveri; e fu reputato grandissimo vantaggio che
-i vincitori lasciassero un quartiere detto Piacentino, nel quale ogni
-otto dì si continuasse il solito mercato; ma lecito non era il fare
-alcuna vendita, nè il contrarre matrimonio, nè l'uscire in pubblico
-dopo il tramontare del sole, nè l'uscire da certi confini, senza avere
-riportato l'assenso del magistrato milanese; se alcuni tenuto avessero
-appena qualche discorso segreto, sospetti tosto di nuove trame, puniti
-erano con una multa in danaro, o percossi con bastonate; per le quali
-calamità sdegnati moltissimi, vollero piuttosto recarsi in diversi
-luoghi in esilio, ed in perpetuo vivere lontani dai patrii confini.
-
-[361] _Tristan. Calch. Mediol. Hist. Patr._, lib. VII, pag. 149.
-
-[362] Giulini, tom. V, pag. 355.
-
-[363] Ai consoli, ai capitani, a tutta la milizia e a tutto il popolo
-milanese. — Inclita città di Dio, conserva la libertà, affinchè tu
-ritenga del pari la dignità del tuo nome, poichè fintanto che ti
-sforzerai di resistere alle potenze nemiche della Chiesa, godrai
-dell'aiuto di Cristo Signore, autore della vera libertà.
-
-[364] _Martene, Collect. Veter. Scriptor. et monument._, tom. I, pag.
-640.
-
-[365] Gli ordinari adunque, e i sacerdoti decumani, e tutti gli altri
-che papa Innocenzo II favoreggiavano e insidie tendevano a codesto
-arcivescovo, il danaro loro prodigarono, e lo diedero ad uomini periti
-della legge e de' costumi, ed a guerrieri. Laonde lo stesso arcivescovo
-forzato fu ad entrare in discorso col popolo, affinchè colle persone da
-esso scomunicate, della scomunica contendesse. E mentre egli attendeva
-saette, o _parole offensive_ intorno alla scomunica giusta o ingiusta,
-il primicerio Nazaro, uomo di mirabile astuzia, con prolisso sermone
-generò la noia tra gli uditori di quel discorso. L'arciprete Stefano
-però, che si cognominava Guandeca, vedendo il primicerio suo tenere
-sì fastidioso ragionamento, alzò la voce, e in questo modo prese a
-parlare contro l'arcivescovo: Io ti dirò quello che costoro non ti
-dicono, cioè che tu sei eretico, spergiuro, sacrilego e reo di altri
-delitti che non debbono in questo luogo annoverarsi. Queste cose udite
-avendo all'improvviso l'arcivescovo, stupito rimase. Quell'arciprete
-però, avendo nelle mani il testo degli Evangeli, giurò che intorno
-alle rose da esso asserite di quell'_Anselmo_, che dicevasi _della
-Pusterla_, starebbe al giudizio del vescovo di Novara e di quello di
-Alba, che erano tra i suffraganei della chiesa di Milano. I consoli
-di Milano adunque, affine di conciliare le parti, stabilirono che
-essi e gli altri suffraganei venissero. Per questo in un determinato
-giorno, non solo i suffraganei concorsero, ma molti puramente vestiti
-di rozza ed incolta lana, e col capo raso in modo insolito. E vedendoli
-quell'arcivescovo congregati, e che al popolo sembravano angioli venuti
-dal cielo, disse al popolo medesimo: Tutti quelli che voi vedete in
-questo luogo con quelle cappe bianche e grigie, tutti sono eretici.
-Quindi la plebe ignara ed i congiurati suscitarono guerra, affine di
-cacciarlo e di deporlo. In quel giorno però resistere non poterono alla
-spada di Anselmo. Ma verso la metà della notte, sparso essendosi molto
-danaro, la truppa validissima del primicerio e del prete Stefano, sul
-far del giorno, lo stesso Anselmo cacciò dalla sede.
-
-[366] _Landulph. Junior._, cap. 41.
-
-[367] Il papa ebbe a sua disposizione un messaggiero tanto idoneo a
-queste faccende, quanto lo fu Bernardo, abate di Chiaravalle.
-
-[368] Veramente, ad insinuazione di questo abate, tutti gli ornamenti
-ecclesiastici, in oro, in argento, in vesti che nella chiesa della
-città stessa vedevansi quasi da quell'abate guardati con disprezzo,
-chiusi furono negli scrigni.
-
-[369] _Landulph. Junior._, cap. 42.
-
-[370] Io domani monterò sul mio palafreno, e s'egli mi porterà fuori
-delle vostre mura, non sarò per voi quello che voi chiedete; e in
-questo modo da Milano partì.
-
-[371] _Landulph. Junior._, cap. 42.
-
-[372] Andando per la città, fecero a favor loro copiosa raccolta d'oro,
-d'argento e di molt'altre cose.
-
-[373] Preso, mandollo a Roma, e colà, come suona la fama,
-quell'Anselmo, nello stesso mese finì di vivere nelle mani di Pietro
-Latro, ch'era il procuratore di Innocenzo.
-
-[374] Giulini, tom. V, pag. 338.
-
-[375] Nella prima portata, polli freddi, gambe cotte col vino, e carne
-porcina fredda; nella seconda, polli ripieni, carne vaccina condita
-col pepe, e una piccola torta del laveggiuolo; nella terza, polli
-arrostiti, lombetti col panico (_o con pane gratuggiato_), e salami.
-
-— Sembrerà alquanto ardita questa traduzione, giacchè nè il _Giulini_,
-nè il _Verri_ non attentaronsi ad indicare cosa fossero queste vivande.
-Io dubitai fin da principio che si dovesse leggere _cambar de vino_,
-che si è scritto talvolta in luogo di _caneas_, come che dicesse
-_canevette_, o botticelli. Ma osservo che si parla esclusivamente di
-cibi, e le parole _gambas_ e _gambonos_ si trovano frequenti nelle
-nostre carte antiche, indicanti quella parte che la gamba propriamente
-detta congiunge al piede. La _piperata_ io interpreto _condimento
-col pepe_, appoggiato agli antichi scrittori, anzichè _vaso da
-conservare il pepe_, come fa il _Du Cange_. Egli sotto il nome di
-_panitium_ intende il _panico_; io amo meglio in questo luogo il _pane
-gratuggiato_. Hannovi poi molte ragioni per credere che i nostri padri
-_porcellos plenos_ nominassero i _salami_.
-
-[376] Tom. V, pag. 473.
-
-[377] Sponsali di futuro.
-
-[378] Se per titolo degli sponsali dato fosse anello, o corona o
-cingolo o altra simile cosa, o vestito o manto o zendado, non seguendo
-il matrimonio, la metà si restituisce, se nel frattempo è stato dato un
-bacio.
-
-[379]
-
- «Al re degli Angli, di Salerno tutta
- Scrive la scuola, ec.».
-
-[380] _Argellat., Bibl. Script. Med._, num. 916.
-
-[381] Venga in potere dell'abate dello stesso monastero di
-Sant'_Ambrogio_, che ne' tempi avvenire in perpetuo sarà ordinato
-nello stesso santo monastero... una cappella... che io ho di nuovo
-edificata... in onore di san Michele e di san Pietro, consacrata dal
-signor _Ariberto_ arcivescovo.
-
-[382] Giulini, tom. III, pag. 216.
-
-[383] L'edizione di cui mi servo è quella di Pietro Perna, in Basilea,
-1569.
-
-[384] Pag. 186.
-
-[385] Per di lui comando, e parimente per insinuazione del divo
-_Federico_ imperatore.
-
-[386] Pag. 260.
-
-[387] _Murena, in Rer. Italic. Script._, tom. VI, pag. 957.
-
-[388] Tra le altre città di quel popolo stesso ora tiene il primato...
-non solo per la sua grandezza e per l'abbondanza di uomini forti, ma
-ancora per ciò che due città vicine, poste nel territorio medesimo,
-cioè Como e Lodi, ha aggiunte al suo dominio.
-
-[389] _Otto Frisingens., De Gestis Federici_, lib. 2, cap. II.
-
-[390] Distrutta Tortona, i Pavesi, affinchè glorioso trionfo ci
-apprestassaro dopo la vittoria, alla città ci invitarono.
-
-[391] I consoli ed il popolo milanese ai consoli tortonesi e a tutto il
-popolo salute. — Crediamo essere noto a tutto il romano imperio, che
-la vostra città, la quale del rimanente con piena confidenza nostra
-appelleremo contra il diritto e spietatamente quasi del tutto con
-ingiustizia distrutta, da noi audacemente e con virile animo è stata
-ristorata, e col sudore vicendevole di tutti i nostri, circondata di
-mura nuovamente costrutte. Tre insegne cittadinesche adunque a voi
-mandiamo a perenne memoria della cosa. Una tromba cioè di bronzo,
-colla quale il popolo sia convocato ad assemblea, il che significa
-l'incremento della vostra popolazione. Un vessillo bianco colla croce
-del Signor nostro Gesù Cristo, distinta nel mezzo con colore rosso, il
-che significa che dalle mani dei nemici, dopo molte e grande angoscie,
-voi siete stati liberati; e in questo abbiamo voluto che rappresentati
-fossero il sole e la luna. Il sole indica Milano, la luna Tortona; e
-come la luna tragge il suo lume dal sole, tutto il suo essere Tortona
-tragge da Milano. Questi sono i due luminari del mondo, questi i due
-regni. Mandiamo un suggello, col quale si segnino le vostre carte,
-il quale contiene due città, Milano e Tortona, indicando che Milano
-e Tortona sono per tal modo unite, che separare non si possono
-giammai. Correva l'anno di Cristo 1155, allorchè la città diroccata fu
-riedificata.
-
-[392] Giulini, tom. VI, pag. 52.
-
-[393] Muratori, _Dissert. Med. Æv._, dissert. II, tom. II.
-
-[394] Lib. I, cap. 33.
-
-[395] I Milanesi però, siccome uomini amanti delle guerre e valorosi,
-la città loro di grandi fossi circondarono, e all'imperatore
-audacemente e con animo virile vollero resistere.
-
-[396] _Anonimi Chronicum Bohemicum_, nella raccolta _Scriptores Rerum
-Germanicarum_ del Menckenio, tom. III, col. 1707, Radevic., lib. I,
-cap. 25. — _Vincentii canonici Pragensis Chroniscon, in tomo I. Monum.
-Hist. Boemiae, a P. Gelasio Dobner, edita Prague penes Clauser_, 1764,
-pag. 551.
-
-[397] _Radevic._, lib. I, cap. 32.
-
-[398] _Monumenta Historica Boemiae a P. Gelasio Dobner_, _edita Praga_,
-1754, pag. 57.
-
-[399] Stavano armati sulle mura, senza fare alcuno strepito, e
-dubitossi, se il veder giugnere il principe a tutti avesse insinuato
-quel rispetto e la disciplina di quel silenzio, o pure incusso timore.
-
-[400] Divise essendo, come già si è detto, tra i comandanti
-dell'esercito le porte della città, ciascuno di essi si diede a gara
-ad affrettare i preparativi ed a munire il campo con pertiche, pali
-ed altri mezzi di difesa, onde prevenire le improvvise scorrerie de'
-nemici. Nè già credevansi che una città così grande potesse essere
-assalita con _vigne_, torri, arieti e macelline guerresche di altro
-genere. Ma temevano piuttosto, che, stanchi per lungo assedio,
-costretti fossero ad arrendersi, o pure di essere superati, se,
-fidandosi pel loro numero, fatta avessero qualche sortita.
-
-[401] _Radevic._, lib. I, cap. 34.
-
-[402] Intanto i soldati di Milano uscivano dalla città, e agli scudieri
-dell'esercito toglievano i cavalli, e tanti ne acquistarono, che un
-cavallo vendevasi per quattro soldi di terzuoli.
-
-[403] Aperte le porte ed usciti cogli uomini più valorosi, sgominate
-le guardie, scorrono fino ai campi degli eroi suddetti, combattono,
-feriscono. Gli Alemanni, allorchè si avvidero che i nemici giugnevano,
-colpiti all'istante da quel movimento inopinato ed improvviso, l'uno
-dopo l'altro cominciarono a tremare ed a tumultuare; poscia l'un
-l'altro chiamavansi a vicenda, si esortavano: pigliavano le armi,
-ricevevano gli assalitori, respingevano i più arditi: udivansi grida
-mescolate con esortazioni, strepito d'armi, ec.
-
-[404] _Radevic._, lib. I, cap. 34.
-
-[405] Tom. I, pag. 56.
-
-[406] Verso l'ora del vespro... si attacca battaglia dall'una e
-dall'altra parte; si uccidono fortissimi guerrieri, nè questi nè quelli
-vincono. Vedendo però il suddetto principe che da sè solo sostenersi
-non poteva, molti avvisi manda al re di Boemia, richiedendolo di
-soccorso colla sua milizia.
-
-[407] I Milanesi, per la libertà pugnando, valorosissimamente resistono
-agli avversari loro; dall'una e dall'altra parte cadono fortissimi
-soldati. Dura la battaglia dall'ora del vespro sino al crepuscolo.
-I Milanesi finalmente, essendo moltissimi di essi perduti o presi,
-resistere non potendo all'urto de' Boemi, entro le mura si ritraggono,
-ed i Boemi vincitori, uccidendoli, gli inseguono sino alle porte
-medesime. Intanto la notte mette fine alla pugna.
-
-[408] I Milanesi veramente, i macchinamenti de' nostri prevedendo,
-ignominioso reputavano, se, pari essendo o anche maggiori di numero,
-con minore coraggio agli assalitori si opponessero.
-
-[409] _Radev._, lib. I, cap. 36.
-
-[410] Lib. 1, cap. 31.
-
-[411] Ma dubitossi se dal timore o dal rispetto dell'imperatore
-trattenuti fossero dal non far scorrerie nè pure alla porta, ove la
-milizia del principe piantato aveva l'assedio.
-
-[412] _Radev._ Lib. I, cap. 38.
-
-[413] Lib. I, cap. 40.
-
-[414] Il fetore de' cadaveri dall'una e dell'altra parte
-intollerabilmente molestava gli eserciti, cosicchè moltissimi già
-affetti erano da gravissime infermità.
-
-[415] _Monumen. Hist. Boemiae a P. Gelasio Dobner collecta_, tomo I,
-pag. 59.
-
-[416] Autore di questa trattativa si disse _Guido_ conte di Biandrate,
-uomo prudente, buon parlatore ed atto a persuadere. Essendo questi
-cittadino naturale in Milano, in quella occasione erasi condotto con
-tale prudenza e moderazione, che al tempo stesso, cosa in quel cimento
-difficilissima, e caro riuscì alla corte, e non generò alcun sospetto
-ne' cittadini suoi.
-
-[417] _Radevic._, lib. I. cap. 40.
-
-[418] Giulini, tom. VI, pag. 151.
-
-[419] Detto, tom. VI, pag. 70.
-
-[420] Vicende di Milano, pag. 93.
-
-[421] _Goldast., Statut. et Rescript. Imperialia_, pag. 55; — _et
-Radevic._, lib. I, cap. 41, pag. 286. _Edit. Basileae_, 1569.
-
-[422] Maravigliarsi egli della prudenza dei Latini, i quali,
-gloriandosi principalmente della scienza delle leggi, trovavansi poi in
-gravissima trasgressione della legge; e mentre tenacissimi seguaci si
-vantavano della giustizia, i tanti affamati e sitibondi l'ingiustizia
-loro evidentemente mostravano.
-
-[423] I Milanesi chiama a consiglio, e ad essi chiede come fedeli
-mantenere si debba le città dell'Italia; i quali gli danno il consiglio
-che suoi podestà, per mezzo de' suoi nunzi, costituisca coloro che
-nelle città d'Italia riconosce ad esso fedeli... Il quale consiglio
-l'imperatore lodando, fino a tempo opportuno, chiuso nel suo cuore lo
-mantenne.
-
-[424] Rispondono, non potere essi farlo in alcun modo; promettevano
-tuttavia di fare interamente tutto quello che contenevasi nel
-privilegio dell'imperatore, che io _Vincenzo_ scritto aveva per parte
-dell'imperatore e del re di Boemia.
-
-[425] Cioè che essi medesimi elegessero i consoli che volessero, ed
-eletti li presentassero all'imperatore, o al di lui nunzio, affinchè
-giurassero all'imperatore stesso fedeltà. All'opposto i nunzi
-dell'imperatore rispondono, avere essi dato in Roncaglia all'imperatore
-il consiglio che, per mezzo de' suoi nunzi, nelle città della
-Lombardia stabilisca i podestà; onde anch'essi facciano uso di questo
-avvisamento.
-
-[426] Veggasi il citato _Dobner_, tom. I, pag. 61 e 62.
-
-[427] Nelle loro sortite tentarono o d'incendiare le macchine, o di
-distruggere le torri, o di ferire mortalmente alcuni dei nostri; nè
-fuvvi alcun genere di audacia o di ostinazione che essi, ignari delle
-cose future, ommettessero; e mentre già abbattuta reputavasi la loro
-superbia, tumidi gloriavansi delle commesse sceleratezze.
-
-[428] _Radevic._, lib. 2, cap. 45.
-
-[429] Comanda adunque che vendetta si faccia dei loro prigionieri, e
-ordina che appiccati siano alle mura.
-
-[430] Il popolo però, contumace, troppo ansioso di rendere la pariglia,
-trasse esso pure in egual modo al supplizio alcuni dei nostri, che
-prigionieri trovavansi.
-
-[431] Ordina che si conducono gli ostaggi loro al numero di quaranta,
-affinchè sieno appiccati.
-
-[432] Allora intanto conduconsi prigionieri sei militi tra i nobili
-milanesi, i quali erano stati trovati in luogo, ove coi Piacentini
-perfidi ragionamenti tenevano... Perciocchè, come sopra si è detto,
-anche allora Piacenza al principe aderiva con finta devozione e
-simolata obbedienza.... Questi adunque.... ordina che condotti sieno al
-supplizio, e lo stesso fine ebbero essi della vita, che già toccato era
-ai primi.
-
-[433] _Radevic._, lib. 2, cap 46.
-
-[434] Per impulso del serenissimo imperatore Federico.
-
-[435] Lib. 2, pag. 260.
-
-[436] E già a ruina della città moltissime macchine si appressavano,
-e già le torri elevate ad altissima mole cominciavano ad attaccarsi.
-Coloro allora con grandissima forza e pertinacia si diedero a resistere
-e ad allontanare le torri dalle mura, e coi loro strumenti e con validi
-colpi di pietre, a sconcertare le macchine nostre. Credendo però il
-principe di potere domare i feroci loro animi, ordinò che ai loro
-guerreschi ordigni (che ora nominati sono mangani, e che al numero di
-nove nella città trovavansi), si opponessero i loro ostaggi medesimi,
-alle macchine nostre legati. I sediziosi, cosa incognita presso i
-barbari, e cosa orrenda a dirsi, e che a udirsi sembrerà incredibile,
-le torri con colpi non meno frequenti percuotevano; nè punto li
-commoveva la compassione del sangue e dell'età, nè la comunanza dei
-vincoli naturali. E in questo modo alcuni fanciulli, colpiti dalle
-pietre, miseramente perirono. Altri, più miseramente ancora vivi
-rimanendo, pendenti attendevano quella crudelissima strage e l'orrore
-di asprissima calamità. Oh sceleratezza!
-
-[437] Lib. 2, cap. 47.
-
-[438] Usciti essendo dallo stesso castello circa ventimila uomini di
-diverse condizioni, fu quello dato alle fiamme, e ne fu permesso ai
-soldati il saccheggio.
-
-[439] Lib. II, cap. 42.
-
-[440] Pag. 327.
-
-[441] _Federigo_, per grazia di Dio imperatore de' Romani e sempre
-augusto. Crediamo che la prudenza vostra sia informata che un dono così
-grande della divina grazia, a lode e gloria del nome di Cristo, tanto
-evidentemente conferito al nostro onore, non può rimanere occulto o
-nascondersi come cosa privata. Il che noi significhiamo all'amor vostro
-ed al vostro desiderio, affinchè possiamo tenervi, siccome carissimi
-e fedeli, così ancora partecipi dell'onore e della gioia nostra.
-Imperocchè il dì seguente alla festa della Conversione di _san Paolo_,
-Dio ci accordò compiuta vittoria di Crema, e così gloriosamente di essa
-abbiam trionfato, che appena a que' miseri abitanti concedemmo la vita.
-Conciossiachè le leggi tanto divine quanto umane attestano che propria
-del principe è la somma clemenza.
-
-[442] Vicende di Milano con Federico I, imperatore, pag. 55.
-
-[443] Per ciascuna parrocchia della città elette furono due persone,
-e tre di queste da ciascuna porta, delle quali una io fui, affinchè,
-secondo l'arbitrio loro si vendessero le vettovaglie e il vino e le
-mercatanzie, e il danaro si dêsse a prestito, il che ridondò a ruina
-della città.
-
-[444] _Hist. Rer. Laudens. Rer. Italic. Script._, tom. XI, col. 1094.
-
-[445] Tutti afflitti erano dalla fame e dall'inopia; il marito,
-snudando la spada, assaliva la moglie, il suocero la nuora, il fratello
-l'altro fratello, il padre il figliuolo, perchè frodati dicevansi del
-pane, e dappertutto udivansi discordie domestiche e private contese.
-
-[446] _Trist. Calch. Hist. Patr._, lib. 10, pag. 209.
-
-[447] Appianiamo le fosse, dirocchiamo le mura, distruggiamo tutte le
-torri, e tutta la città traggiamo a ruina ed a desolazione.
-
-[448] _In Dacherii Spicil._, tom. V. — _Pagi, Crit. Baron. ad annum_
-1162, num. 26.
-
-[449] Poscia le mura della città e le fosse e le torri furono a poco a
-poco distrutte, e così tutta la città di giorno in giorno venne sempre
-ridotta a ruina e a desolazione.
-
-[450] Il popolo viene espulso dalla città: il muro tutto all'intorno
-atterrato: gli edifizi sono spianati al suolo, eccettuati i templi dei
-santi.
-
-[451] _Pistor. Nidan., Rer. German. Script., Ratisponae_, 1751, tom. I,
-pag. 678.
-
-[452] I Milanesi, spinti dall'assedio, dalla fame, dall'inopia,
-dalla discordia, per mezzo di ambasciatori chieggono dall'imperatore
-misericordia.... l'imperatore, che proposto erasi di farli perire con
-diversi supplizi, a terrore degli altri, accordando loro la vita e
-concedendo che seco portassero quanto potevano delle cose necessarie,
-li disperse nelle province in modo che facoltà non avessero di
-rientrare nella città; quindi comandò che i suoi soldati nella città
-entrassero, e si distruggessero le mura, le torri, gli alti e superbi
-palazzi, e tutti gli edifizi.
-
-[453] Nella stessa raccolta del Pistorio, tom. I, pag. 914.
-
-[454] I Milanesi, stretti già da quattro anni d'assedio dal re e
-dall'esercito italico e teutonico, dopo molte illustri imprese di
-militare audacia, finalmente, attediati dalle calamità e dall'inedia,
-piuttosto che vinti dalla forza delle armi, supplichevoli stendono le
-mani all'imperatore, sè stessi e tutte le cose loro cedendo al regio
-potere. Ricevuti adunque alla dedizione gli ottimati e il popolo, il
-re, colle aquile vincitrici e con grande concorso di popolo, entrò
-verso la domenica delle Palme, e, conceduto avendo ai cittadini la vita
-e il possedimento di tutte le loro suppellettili, per di lui ordine si
-spianano le fortificazioni, le mura, le torri e qualunque luogo munito;
-gli altri edifizi, eccettuata la chiesa matrice e le altre chiese,
-vengono dalla vorace fiamma consunti, e quella città opulentissima...
-si spiana sino al suolo.
-
-[455] I Milanesi, dopo l'eccidio della loro città, in vigore di editto
-imperiale, quattro borghi nei quattro diversi punti fabbricarono.
-
-[456] _Manckenius, Scriptores Rer. Germanicar._, Lipsiae, 1730, tomo
-III, columnis 220 e 222.
-
-[457] Le mura della città abbatte e tutto spiana al suolo.
-
-[458] Nella citata raccolta del Menckenio, allo stesso volume, colonna
-1708.
-
-[459] I Milanesi però, non potendo resistere ad impeto così grande,
-stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da
-diverse perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli
-amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto della
-Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore; ad
-essi così si risponde dai principi: che in alcuna guisa non potranno
-ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non abbiano nelle
-mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano. E per consiglio
-dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e, sedendo l'imperatore
-sul suo tribunale coi suoi principi, portando innanzi ad esso le chiavi
-di tutte le porte milanesi, alla presenza di esso e di tanti principi,
-co' piedi nudi si prostrano a terra. Per comando dell'imperatore sono
-avvertiti di levarsi in piedi; e tra essi _Aluchero_ di Vimercate così
-comincia a parlare: Peccammo, ingiustamente facemmo, perciocchè contra
-l'imperatore de' Romani, signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo
-il nostro fallo, chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla
-vostra imperiale maestà; le chiavi della città nostra, città antica,
-alla imperiale maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile
-e supplichevole preghiera chiediamo che abbiate pietà di città così
-grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di
-Dio, di _sant'Ambrogio_ e di que' santi che dentro vi riposano, e che
-l'imperiale pietà si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati.
-L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle porte dei
-Milanesi riceve, e così ad essi risponde: Che siccome noto si rendette
-per le quattro parti del mondo, che contra il signor imperatore,
-padrone della terra, presunsero essi di muovere le armi, così per le
-quattro parti del mondo nota debb'essere la loro pena. Per le quattro
-parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed
-all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il suo danaro: la città di
-Milano si renda in potere dell'imperatore. Questo udendo, i Milanesi
-si arrendono al volere suo, e, benchè a malgrado loro, obbediscono
-al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono nelle quattro parti
-predette, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro;
-Milano cedono al potere del signor imperatore. L'imperatore, riunita
-avendo la milizia dei Teutonici, dei Pavesi, dei Cremonesi e degli
-altri Longobardi, siede in Milano sul suo tribunale, e chiede consiglio
-di quello che si debba di così grande città. Al che si risponde dai
-Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani, dai Comaschi e dalle altre
-città: Il calice gustino pur essi che diedero a bere alle altre
-città. Distrussero Lodi e Como, città imperiali; ai distrugga ancora
-la loro Milano. Udito avendo questo l'imperatore, per loro consiglio
-pronunziata avendo contro Milano quella sentenza, uscì fuora alla
-campagna. Primieramente il signor _Teobaldo_, fratello del signor
-re _Ladislao_, poi i Pavesi, i Cremonesi, i Lodigiani, i Comaschi ed
-altri delle altre città, più presto di quello che si farebbe a dirsi,
-il fuoco appiccano da ogni parte in Milano, mentre l'imperatore co'
-suoi eserciti ne rimane spettatore. Così Milano, città antica, città
-imperiale, da diverse calamità desolata, viene distrutta. L'imperatore
-poi, rovinata essendo Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale
-potere, perciocchè tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo
-egli nelle città italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia
-del suo esercito verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano
-intorno al ducato della Puglia.
-
-[460] _Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita a P. Dobner
-collecta_, tom. I, pag. 71 e seg.
-
-[461] Vicende di Milano con Federico I, pag. 100, 104 e 106.
-
-[462] Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda.
-
-[463] Giulini, tom. VI, pag 317.
-
-[464] Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta non
-fosse.
-
-[465] _Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script._, tom. VI, _colum._
-1105.
-
-[466] Da prima incendiò tutte le case; poscia anche le case medesime
-distrusse.
-
-[467] Sire Raul, _De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor._, tom.
-IV, _colum._ 1187.
-
-[468] Giulini, tom. VI, pag. 264.
-
-[469] Giulini, tom. VI, pag. 230.
-
-[470] Il pianto e il lutto degli uomini e delle donne, e principalmente
-degli uomini infermi e delle femmine sopraparto, e dei fanciulli che
-uscivano, e i propri lari abbandonavano.
-
-[471] _Rer. Italic. Script._, tom. VI, _colum._ 1187.
-
-[472] Giulini, tom. VI, pag. 233.
-
-[473] Dopo la distruzione di Milano.
-
-[474] Giulini, tom. VI, pag. 292. — Vicende di Milano, pag. 80.
-
-[475] Giulini, tom. VI, pag. 307, 309 e 328.
-
-[476] Affinchè non fossero dai fondamenti rovesciate, come Milano, che
-era stata il fiore dell'Italia, se ribelli all'imperatore si facessero.
-
-[477] Vicende di Milano, pag. 97. — Giulini, tom. VI, pag. 338.
-
-[478] _Federico_ Imperatore, con un esercito quasi innumerabile di
-Alemanni, assediò Milano.
-
-[479] _Nidan. Pistor., Rer. Germanicar. Script._, tom. 2, pag. 531.
-
-[480] I Milanesi spontaneamente fecero dedizione di sè stessi e delle
-cose loro all'imperatore, il quale, senza alcuna clemenza, Milano
-distrusse.
-
-[481] _Rer. Boicarum Scriptores, collegit Andreas Felix Oefelius_, tom.
-II, pag. 334.
-
-[482] Giulini, tom. VI, pag. 339.
-
-[483] Oh quanto clamore, quanto timore, quanto lutto per quattro
-settimane si mantenne nei borghi, specialmente nel borgo di Noxeda
-e di Vigentino! Alcuno non vi aveva che osasse coricarsi nel letto.
-Perciocchè ogni giorno dicevasi: Ecco i Pavesi che vengono ad
-incendiare i borghi!
-
-[484] _Rer. Italic. Script._, tom. VI, _columnia_ 1191.
-
-[485] Tom. VI, pag. 395 e seguenti.
-
-[486] Formaronsi insieme in un solo corpo.
-
-[487] Giulini, tom. VI, pag 156.
-
-[488] Vi abitava una turba di ladroncelli, di rapitori, di servi
-fuggitivi dai loro padroni.
-
-[489] _Rer. Ger. Script, ex Biblioth. Marquardi Freheri excerpti a
-Gotthelffio Struvio_, tom. I, p. 342. _Edit. Tertia, Argentorati._
-
-[490] Con grande costanza da ciascuna parte spingevansi le cose della
-guerra; alcuni talvolta di questi o di quelli erano fatti prigioni,
-altri uccisi ed anche impiccati. L'imperatore però certa cosa fece
-degna di lode. Perciocchè condotti essendo al di lui cospetto tre dei
-prigionieri, comandò che loro fossero cavati gli occhi. Accecati i
-due primi, al terzo, degli altri più giovane, domandò perchè ribelle
-egli fosse all'imperio; ma quello disse: Non contra di te, o Cesare,
-nè contra il tuo imperio io oprai; ma un padrone avendo nella città,
-obbedii ai di lui comandamenti, e con fedeltà lo servii; che se egli
-teco contro i suoi cittadini pugnare volesse, ancora lo servirei con
-eguale fedeltà. Dalle quali parole allettato l'imperatore, accordata
-avendo ad esso la conservazione degli occhi, comandò che i suoi
-compagni accecati nella città riconducesse.
-
-[491] _Struvius_, loc. cit.
-
-[492] Cosa degna di lode.
-
-[493] Cinse d'assedio Alessandria, città che viene detta fortissima,
-non per il giro delle mura, ma per la situazione del luogo, e con un
-campo fortificato grande oltre credenza, nel quale un fiume vicino
-derivarono; trovaronsi ancora in essa uomini valorosi in gran numero,
-pronti a resistere con coraggio, cosicchè l'imperatore non così presto,
-come voluto avrebbe, riuscì ad espugnare la piazza, ma con molta fatica
-e grande strage de' suoi, nell'intervallo ancora di alcuni anni.
-
-[494] Dobner, _Monumenta historica Bohemiae_, tom. I, pag. 86.
-
-[495] All'imperatore Federico, ottenuta da esso la pace, tutto quello
-vogliamo fare che fecero gli antecessori nostri, dal tempo della morte
-del secondo Enrico imperatore, agli antecessori suoi, senza violenza nè
-timore.
-
-[496] _Antiquit. Med. Æv._, tom. IV, pag. 277.
-
-[497] I Lombardi sono nell'una e nell'altra milizia diligentemente
-istruiti; perciocchè sono valorosi in guerra, e nell'arte di parlare al
-popolo maravigliosamente eruditi.
-
-[498] Giulini, tom. VI, pag. 483.
-
-[499] Mantengono l'eleganza del latino parlare e la urbanità dei
-costumi. Nella ordinazione ancora delle città e nella conservazione
-della repubblica imitatori sono altresì dell'accortezza degli antichi
-Romani.
-
-[500] _De Gestis Federici_, lib. I, cap. 12.
-
-[501] Giulini, tom. V, pag. 110.
-
-[502] Detto, tom. II, pag. 122.
-
-[503] _Liutprand._, lib. V, cap. 16.
-
-[504] Giulini, tom. VI, pag. 438.
-
-[505] _Dissert. Med. Æv._, tom. II, pag. 28.
-
-[506] Per ciascun carro di legne un pezzo riceveva, uno per ciascuna
-sporta di pesci, uno per qualunque fornata di pane.
-
-[507] _Manipul. flor._, cap. 146.
-
-[508] Giulini, tom. II, pag. 243.
-
-[509] Detto, tom. IV, pag. 247.
-
-[510] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 277.
-
-[511] Le quali, secondo il computo del conte Giulini, equivalgono a
-undicimila e duecento zecchini correnti, somma ben tenue, ripartita
-sopra venticinque città, quante componevano la lega, dappoichè vi si
-compresero Pavia e Como.
-
-[512] Giulini, tom. VII, pag. 6.
-
-[513] _Monum. Bas. Ambr._, n. 587.
-
-[514] Tutti i diritti regali che l'imperio ha nell'arcivescovado
-milanese, o sia nei comitati del Seprio, della Martesana, della
-Bulgaria, di Recco, ecc.
-
-[515] Giulini, tom. VII, pag. 20, 21 e 22.
-
-[516] Nel termine che i consoli di Milano col Consiglio di credenza ci
-indicheranno.
-
-[517] Concedette piena giurisdizione.
-
-[518] Tom. VII, pag. 24.
-
-[519] Più di centocinquanta cavalli carichi d'oro, d'argento, di
-sciamiti e di manti, e di pelli grigie e di vaio, e di altre cose
-preziose.
-
-[520] Giulini, tom. VII, pag. 32.
-
-[521] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 731.
-
-[522] Sì grande timore tutti coloro che rimasti erano, invaso
-aveva, per la grandiosità delle sue gesta, che tutti ultroneamente
-accorrevano, e ciascuno coll'ossequio studiavasi di ottenere la
-grazia della sua famigliarità. Perciocchè dai legati di Verona può
-comprendersi quanto timore agli Italiani incusso avesse la memoria dei
-di lui fatti.
-
-[523] _Otto Frisin._, lib. 2, cap. 27, pag. 256. _Edit. Basileae_, 1569.
-
-[524] Trascorrendo il territorio del vescovado che si chiama
-Uratislavia, passò nel vescovado posnaniense, e tutta quella terra egli
-pure devastò col ferro e col fuoco.
-
-[525] _Radevich._, lib. I, cap. 3, pag. 262.
-
-[526] Duro è certamente che dipendere debba dall'altrui arbitrio
-l'animo di uno scrittore, siccome privo della facoltà d'istituire egli
-stesso un esame.
-
-[527] Pag. 235.
-
-[528] Mentre con essi trattavamo di comperarlo, ed essi ce lo
-ricusavano, il nobilissimo loro castello, cioè Rosate, che cinquecento
-soldati aveva, facemmo prendere ed incendiare... Poi tre loro castelli
-fortissimi, cioè Minima, Gailarda e Treca (_Trecate_) distruggemmo; e
-celebrato avendo con grandissima giocondità la natività del Signore....
-distruggemmo poscia Caira, villa grandissima e molto bene fortificata,
-e la città d'Asti con incendio devastammo... Di là siamo venuti a
-Spoleto, e perchè ribelle era... la pigliammo colla forza, col ferro
-cioè e col fuoco, e riportate avendo spoglie infinite e molte altre
-consumate col fuoco, la rovesciammo dai fondamenti.
-
-[529] _De Gestis Federici Primi, Cesaris Augusti, Basileae_, 1559, pag.
-186.
-
-[530] La città si abbandona al saccheggio, e pria che si potessero
-portar via le cose che giovar possono all'uso degli uomini, appiccatovi
-da alcuno il fuoco, si consuma. I cittadini che avean potuto sottrarsi
-al ferro ed alle fiamme, la vita soltanto conservando, nel vicino monte
-seminudi, si riducono... Nel dì seguente, perciocchè dall'abbruciamento
-dei cadaveri l'aere tutto corrotto generava intollerabile fetore,
-trasferì l'esercito nei luoghi più vicini... finchè le spoglie
-sopravanzate all'incendio ad uso servirono, non già de' miseri
-Spoletani, ma dell'esercito.
-
-[531] Otto Frising., lib. 2, cap. 23, pag. 252.
-
-[532] Chiunque di essi preso fosse, il supplizio doveva aspettarsi del
-patibolo che innanzi alla piazza vedevasi eretto.
-
-[533] Pag. 244.
-
-[534] La città da prima fu data al saccheggio, poi rovinata ed
-incendiata.
-
-[535] Pag. 247.
-
-[536] Quasi tutti quei prigionieri che incatenati tenevansi, erano
-dell'ordine equestre. Essendo adunque i suddetti presentati al principe
-e condannati al supplizio delle forche, uno di essi disse: Ascolta,
-o nobilissimo imperatore, la condizione di un uomo sfortunatissimo.
-lo sono Gallo di nazione, non Lombardo, e sebbene povero, di stato
-cavaliere, libero di condizione, ec. Questo solo il glorioso imperatore
-ordinò che tra tutti esente fosse dalla sentenza di morte; imponendogli
-questo solo per pena che, posto il laccio al collo di ciascuno, col
-supplizio delle forche i suoi compagni facesse perire. E così fu fatto.
-
-[537] Affinchè a tutti i passaggeri presentassero documento della loro
-temerità, sulla strada medesima furono posti in mucchio, ed erano, come
-si narra, cinquecento.
-
-[538] _Otto Frising._, lib. 2, cap. 25.
-
-[539] Il re _Federico_, raccolta avendo grande quantità di principi
-e di altri soldati, ed aggiunti al suo séguito _Enrico_, duca di
-Sassonia, e _Federico_ figliuolo del re _Corrado_, ed altri principi,
-incamminossi con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa _Adriano_,
-affinchè Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo però
-giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti la città stessa
-di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi, riguardandolo
-come di loro diritto, il passaggio vietano ad esso cd ai suoi seguaci,
-dicendo che Cesare non era egli ancora, ma re, e che per questo, come
-era di loro diritto, doveva egli pagare ad essi il danaro, se di là
-passare voleva a Roma, che qualora ricevuto lo avessero già consacrato
-Cesare, gli avrebbero in quella occasione, e non già prima, renduti
-gli onori dovuti a Cesare. Queste cose udendo, _Federico_ reprime
-lo sdegno, e, dissimulandolo, dà loro di buone parole, promette il
-danaro che essi domandano, e come di questo data avesse sicurtà, passa
-per Verona col suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella
-città le truppe reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano
-il dovuto danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei
-primari e più nobili cittadini, con numeroso séguito di altri nobili,
-mandano al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando
-con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso
-danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti
-trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E
-siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina, e
-con testimonianza lo provava, per questo, come più nobile, ordinò che
-sospeso fosse a più alto patibolo.
-
-[540] Dobner, tom. 1, pag. 43.
-
-[541] Giulini, tom. VII, dalla pag. 137 alla pag. 147.
-
-[542] Detto, tom. VII, pag. 144.
-
-[543] Commesso fu ad _Anselmo di Terzago_, che provvedere dovesse
-secondo il suo giudizio intorno al reggimento della città, ed egli
-elesse due consoli che per un anno la reggessero.
-
-[544] _Flamma Chronic. MS._, cap. 963.
-
-[545] Ad alcuno non fosse interdetto l'uso de' suoi beni, se non
-giudicata la causa ed approvata dal comune, dal podestà di Milano, o
-dai rettori della comunità, siccome le leggi richieggono.
-
-[546] Corio, pag. 59 dell'edizione in foglio.
-
-[547] Dico, comando e stabilisco che in perpetuo debba fermamente
-osservarsi.
-
-[548] Non possiamo ancora dimenticarci che voi, pacificato essendo di
-già l'imperio, che lungamente era stato turbato, ci dirigeste legati
-tanto discreti e tanto onesti, coi vostri donativi, che noi, come era
-convenevole, ricevemmo sotto quella grazia e devozione colla quale
-sempre vi abbiamo riguardati, e sempre cari vi terremo; i vostri
-donativi altresì tanto più grati ci riuscirono, quanto che noi sapevamo
-che quelli trasmessi erano per effetto di pura amorevolezza.
-
-[549] Giulini, tom. VII, pag. 227.
-
-[550] Balut., tom. II, pag. 662.
-
-[551] Giulini, tom. VII, pag. 334.
-
-[552] Giulini, tom. VII, pag. 483.
-
-[553] Fu scolpito in marmo sedente sopra un cavallo, il che fu reputato
-grande vituperio. Questi il primo fu a fare imprigionare gli eretici.
-
-[554] Nuove leggi promulgate furono contra gli eretici, dei quali
-moltiplici erano le sette e con nomi stranissimi distinte; perciocchè,
-oltre i Patareni, dei quali ho fatto già menzione parlando di Arnolfo,
-nominavansi i Catari, i Carani, i Concorezii, i Fursici, i Vanii,
-gli Speronisti, i Carantani, i Romolarii; e questa peste non meno
-attaccavasi alle femmine, che agli uomini. Fu all'uno e all'altro sesso
-vietata questa superstizione, minacciandosi pena capitale e distruzione
-delle case a coloro che in essa perseverassero, o i colpevoli nelle
-case loro ricevessero, o in altro modo gli aiutassero. E nell'anno
-seguente, correndo il mese di gennaio, _Goffredo_, cardinale di
-San Marco, legato pontificio, entrato in Milano, stabilì per legge
-(di comune consenso tuttavia dell'arcivescovo, degli ordinari e del
-popolo), che il pretore di pena capitale punisse entro dieci giorni
-coloro che dannati fossero per giudizio ecclesiastico.
-
-[555] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. 8, pag. 269.
-
-[556] Corio, parte seconda, foglio 72.
-
-[557] Stabilito avendo lo inquisitore, distrusse le eresie.
-
-[558] Nazarian., cap. 109, pag. 561.
-
-[559] Corio, all'anno 1252.
-
-[560] _Diss. Med. Æev._, tom. V, pag. 92 e seg.
-
-[561] La trista vita di un prelato nuoce al suddito ed anche a quello
-che è consacrato a Dio. — Nella chiesa di Dio non debbono esservi
-cattivi sacerdoti e diaconi. — I preti cattivi non possono esercitare
-il loro ministero. — La Chiesa non dee possedere alcuna cosa se non
-se in comune. — Alcun tristo non può essere vescovo. — Non è lecito ad
-alcuno lo ammazzare.
-
-[562] Muratori, _Diss. Med. Æv._, tom. V, pag. 95.
-
-[563] _Marten. Veter. Script. et Monum. Collect._, pag. 1051.
-
-[564] Perciocchè in questo noi richiamiamo il costume degli antichi
-Cesari, ai quali, per le illustri azioni sostenute colle vittoriose
-insegne, il senato ed il popolo romano i trionfi e le lauree
-aggiudicava; al che col presente esempio della nostra serenità, secondo
-i voti vostri, da lungi prepariamo la via, mentre, vinta avendo Milano,
-il carro di quella città, capo certamente della fazione dell'Italia,
-a voi destiniamo, come la preda e le spoglie dei nemici vinti, e la
-caparra vi mandiamo avanti delle nostre grandi azioni e della gloria
-vostra.
-
-[565] _Marten. Collect. Veter. Monum._, tom. II, pag. 1190.
-
-[566] Città, capo della fazione dell'Italia.
-
-[567] Attualmente si legge l'iscrizione incisa di quel tempo in
-caratteri semigotici, e sta in Roma nel muro della scala che conduce ai
-signori Conservatori del popolo romano in Campidoglio, e dice:
-
- _Cesaris Augusti Federici, Roma, Secundi
- Dona tene, currum, perpes in urbe decus.
- Hic Mediolani captus de strage, triumphos
- Cesaris ut referat, inclita preda venit.
- Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem
- Mietitur: hunc urbis mietere jussit amor._
-
-[568] Dell'ordine dei frati minori, i quali, non solo armati di spade e
-muniti di elmo, presentavano una falsa apparenza di soldati, ma anche
-insistendo colla predicazione, i Milanesi ed altri ancora, purchè la
-persona nostra o quelle de' seguaci nostri offendessero, da tutti i
-peccati assolvevano.
-
-[569] Giulini, tom. VII, pag. 534.
-
-[570]
-
- «Duce e tutor del popolo d'Ambrogio,
- Di giustizia vigor, luce de' grandi,
- Arca tu di saper, sommo dell'alma
- Madre Chiesa campion, eccelso fiore
- Di tutta quest'amabile regione;
- Al tuo cader d'Italia impallidisce
- Lo splendor tutto! Ahi, che l'aiuto nostro
- Della Torre Pagan, n'andò tra l'ombre!
- MCCXLI, il dì VI di gennaio, morì il detto signor Pagano
- della Torre, podestà del popolo di Milano».
-
-[571] Giulini, tom. VII, pag. 431.
-
-[572] Giulini, tom. VIII, pag. 128.
-
-[573] Al minuto alla maniera della taverna.
-
-[574] Tom. VII, pag. 462.
-
-[575] Giulini, tom. VII, pag. 420.
-
-[576] Detto, tom. VII, pag. 423.
-
-[577] In nome del signor nostro Gesù Cristo. Nell'anno della natività
-del medesimo mille dugentoquarantacinque, il giorno di venerdì, terzo
-di novembre, indizione quarta. Essendo che il signor Uberto di Vialata,
-podestà di Milano, e _Guido di Casate, Guido di Mandello, Filippo
-della Torre, Giovanni della Torre, Guglielmo di Soresina, Probino
-Ingoardo, Rezardo di Villa, Giustamonte Cicata, Lampugnano Marcellino,
-Burro dei Burri, Artusio Marinone, Guglielmo di Lampugnano, Anselmo
-di Lampugnano, Anselmo di Terzago, Rosate della Croce, Landolfo
-Crivello, Negro Grasso, Guizzardo Morigia, Mollone Becano, Caruzano
-Morone, Amerato Mainerio_ e _Buonincontro Incino,_ consiglieri, e
-segretari, e sapienti del comune di Milano, con molta istanza pregando,
-instarono presso il signor _Ardico di Soresina,_ arciprete di Monza,
-e i canonici ed il capitolo di questa chiesa, ed anche col signor _G.
-di Montelongo_, legato della Sede apostolica, affinchè concedessero e
-prestassero allo stesso podestà e ai consiglieri, e sapienti, o sia al
-comune di Milano, qualche parte del tesoro di quella chiesa da darsi in
-pegno, per il danaro necessariamente occorrente al comune di Milano,
-che in altro modo non può trovarsi nè ottenersi; come espressamente
-asserivano; e che quella chiesa volevano mantenere indenne; e fare
-sollecitamente restituire quel tesoro: alle di cui preghiere e a
-quelle di questo signor legato soprascritto, i signori arciprete
-e canonici umilmente accondiscendendo, per l'onore e vantaggio del
-comune di Milano, presente e volente questo signor legato, offerirono,
-concedettero a questi podestà e consiglieri e sapienti ed al comune
-un calice d'oro del tesoro della chiesa Monzese del peso di once
-centosette, colle orecchiette e coll'ornamento di molte pietre
-preziose. E perciò il predetto signor _Uberto di Vialata_, podestà di
-Milano, e questi consiglieri, e segretari, e sapienti, data essendo
-loro licenza e facoltà e autorità dal consiglio dei quattrocento, e
-dei trecento, e dei cento nuovo e vecchio, come dicevano, riformato
-(scritto nel libro del comune di Milano l'atto di fare la infrascritta
-obbligazione, e tutte le cose infrascritte) promisero, e diedero
-sicurtà, e tutti i beni loro e i beni del comune di Milano tutti e
-ciascuno di essi solidamente obbligarono in pegno al detto signor
-_Arderico di Soresina_, arciprete di Monza, accettante in suo nome, e
-in nome della Chiesa, e di tutto il capitolo di Monza, e di ciascuno
-dei canonici di detta Chiesa; che esigeranno, renderanno e daranno
-senza alcuna diminuzione, liberamente e assolutamente, di qui al natale
-prossimo, a questo signor arciprete ed ai canonici, o sia al capitolo,
-il soprascritto calice d'oro, ornato con gemme e pietre preziose. A
-tutte spese e danni di essi e del comune di Milano, e senza alcun danno
-o spesa dei detti arciprete e canonici e della Chiesa. E rinunziarono
-alla eccezione del calice non ricevuto, e ad ogni altra eccezione colla
-quale potessero in alcun modo premunirsi e difendersi, e massime che
-non potessero dire essersi obbligati per lo comune o per le cose del
-comune, ma sieno tenuti in modo che possano essere citati in solido,
-anche dopo finito e deposto il loro ufficio e la facoltà e l'autorità
-loro, come se tutte le predette cose fossero pervenute in potere di
-ciascuno di essi. E rinunziarono al beneficio della nuova costituzione
-e della lettera del Divo _Adriano_ e di qualunque altro aiuto col quale
-in alcun modo potessero difendersi per mezzo dell'uso, e della legge, e
-dello statuto, e di qualunque ordinamento fatto o che farsi in avvenire
-potesse o si facesse; ma in qualunque tempo possano con effetto essere
-convenuti, non ostanti alcune ferie nè le loro dilazioni fatte o da
-farsi. E promisero come sopra il detto podestà, e questi consiglieri,
-e sapienti, che nè il podestà, nè alcuno de' predetti darà in alcun
-modo, nè con alcun sotterfugio, anche consenzienti questi arciprete e
-canonici, alcuna altra cosa in luogo di quel calice, fuori del predetto
-calice; ma daranno lo stesso calice speciale, intero, con tutte le
-sue pietre e gemme senza alcuna diminuzione. Ed ivi il detto signore
-_G. di Montelungo_, legato della Sede apostolica, coll'autorità della
-sua legazione e per volontà dello stesso podestà e dei segretari, e
-consiglieri, e sapienti predetti, essi tutti e il consiglio comunale,
-dal termine infrascritto in avanti, assoggettò e sottopose al vincolo
-della scomunica adesso per allora, se le cose predette come sopra
-mantenute non fossero per quel termine; eccettuato il podestà predetto.
-Alla osservanza delle quali cose e maggiore loro confermazione
-i predetti segretari, e consiglieri, e sapienti sopranominati
-giurarono corporalmente, toccando i sacrosanti Evangeli, tutte le
-cose sopranotate, e di osservare e fare, e fare osservare dal comune
-di Milano ciascuna delle cose predette. Fatto nei campi d'Albairate,
-nell'esercito contra _Federigo_, una volta imperatore.
-
-[578] Tom. VII, pag. 502.
-
-[579] Giulini, tom. VIII, pag. 30 e seg.
-
-[580] _Bullar. Francescan._, tom. II, pag. 15.
-
-[581] Sormani, Storia degli Umiliati, cap. 10, pag. 99.
-
-[582] _Bullar. Dominican._, tom. I, pag. 244.
-
-[583] Dal consiglio dei quattrocento e dei trecento e dei cento, nuovo
-e vecchio.
-
-[584] Giulini, tom. VIII, pag. 256.
-
-[585] Giulini, tom. VIII, pag. 12.
-
-[586] Detto, tom. VIII, pag. 28.
-
-[587] Tom. VIII, pag. 145 e seg.
-
-[588] Giulini, tom. VIII, pag. 174.
-
-[589] Seicento forche preparansi, alla vista delle quali si ritirarono.
-
-[590] _Manip. flor. ad an. 1260._
-
-[591] Giulini, tom. VIII, pag. 186.
-
-[592] Detto, tom. VIII, pag. 191.
-
-[593] Tom. VIII, pag. 192, 219, 236 e 249.
-
-[594] Giulini, tom. VIII, pag. 247.
-
-[595] Corio a quell'anno.
-
-[596] Giulini, tom. VII, pag. 134.
-
-[597] Detto, tom. VIII, pag. 247 e 286.
-
-[598] Sotto l'interdetto dei divini uffizi rimasta era la città di
-Milano per la contesa colla quale la famiglia dei Maravigli sembrava
-ingiustamente opprimere il priore di Pontida.
-
-[599] _Calch. Hist. Patr._, lib. 17, pag. 376.
-
-[600] Tom. VIII, pag. 334 e 335.
-
-[601] Il Castel Seprio si distrugga, e distrutto si mantenga in
-perpetuo, nè alcuno ardisca presumere di abitare su quel monte.
-
-[602] Siccome in tutte le cose sembrava entrare il sospetto, dubitava
-altresì che nuove trame nelle adunanze si macchinassero, e per
-questo comandò che coorti armate giorno e notte la città girassero, e
-provvedessero che riunione non si facesse tra i cittadini.
-
-[603] _Calch. Hist. Patr._, lib. 17, pag. 385.
-
-[604] Avendo però il predetto Matteo Magno Visconti ottenuto il
-dominio di Milano, nello stesso primo reggimento molto virtuosamente
-si condusse; perciocchè professò per tal modo la castità e la onestà,
-che tutta la di lui corte composta sembrava di uomini religiosi. Le
-messe con grandissima devozione ascoltava. I sacerdoti vestiva colle
-sue proprie mani. In tutta la quaresima faceva che i domestici suoi e
-tutti i suoi famigliari si confessassero, altrimente con severità li
-puniva. I nobili di Milano volontieri ascoltava, e ai loro consigli
-non resisteva. I beni del comune conservava, nulla per sè riteneva. Non
-versò mai il sangue di alcuno. I dominii dei borghi e delle ville tra i
-nobili divideva; ogn'anno però i dominii di questi cambiava, onde tutti
-i nobili all'amor suo invitava. Fu ancora robustissimo della persona ed
-agile assai; colle mani spezzava un ferro di cavallo; e molt'altre cose
-faceva degne di commendazione.
-
-[605] Ad onore del Signor nostro Gesù Cristo e della gloriosa Vergine
-Maria, sua madre, e del beato Ambrogio, confessore nostro, e dei
-beati Vincenzo, Agnese, Dionisio, e di tutti i santi, e della Santa
-Madre Chiesa, e del sommo pontefice, e del signor re dei Romani,
-ed a conservazione dello Stato del venerabile padre signor Ottone,
-arcivescovo della santa chiesa milanese, e al buono, tranquillo e
-pacifico stato del popolo e del comune di Milano e di tutti gli amici,
-ed alla morte e distruzione del marchese di Monferrato, e di tutti i
-di lui seguaci, voi, signor capitano, giurerete di reggere il popolo
-di Milano da oggi in avanti, per anni cinque prossimi venturi, in buona
-fede, senza frode, e che custodirete e manterrete lo stesso popolo....
-e gli statuti... e se questi mancassero, osserverete le leggi romane.
-
-[606] _Vedi_ Corio all'anno 1288.
-
-[607] La morte e la distruzione del marchese del Monferrato e di tutti
-i di lui seguaci.
-
-[608] Giulini, tom. VIII, pag. 435.
-
-[609] Corio all'anno 1308, e Villani, storia, lib. 8, cap. 61.
-
-[610] Il che, chiarissimi cittadini, significa che, siccome col ferro
-e con ferrei strumenti si domano tutti gli altri metalli, così, per
-salutare consiglio, non che per insigne valore dell'armi italiche e
-principalmente de' Milanesi, domare dee l'imperatore tutte le altre
-nazioni.
-
-[611] Giulini, tom. VIII, pag. 478.
-
-[612] _Med. Æv._, tom. IV, col. 632, B.
-
-[613] _Med. Æv._, tom. 2, pag. 595.
-
-[614] Giulini, tom. VIII, pag. 631.
-
-[615] _Rer. Ital._, tom. XII, _colum._ 1099, B.
-
-[616] _Ibidem_, tom. XI, col. 231, C.
-
-[617] _Ibid._, tom. IX, col. 1242, B.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 1, by Pietro Verri
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 1 ***
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-<body>
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-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 1, by Pietro Verri
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: Storia di Milano vol. 1
-
-Author: Pietro Verri
-
-Release Date: October 15, 2019 [EBook #60497]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 1 ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-STORIA<br />
-DI MILANO
-<span class="smaller">TOMO I.</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-<span class="small">STORIA</span><br />
-DI MILANO
-</p>
-
-<p class="pad2">
-DEL CONTE
-</p>
-
-<p class="pad1 x-large">
-PIETRO VERRI
-</p>
-
-<p class="pad2 large">
-COLLA CONTINUAZIONE
-</p>
-
-<p class="pad2">
-TOMO I.
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="large g">MILANO</span><br />
-PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA<br />
-<span class="small">Contrada de' Due Muri, N. 1044<br />
-1850</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<h2 id="notizie">NOTIZIE
-<span class="smaller">DI PIETRO VERRI</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Nell'accingermi a compilare le Notizie dell'ultimo de' magistrati
-filosofi che hanno illustrato in Lombardia il regno
-di Maria Teresa, a stento so contenermi nei limiti di una
-quasi cronologica brevità, cui mi astringe il piano che mi
-sono prescritto in questa Raccolta. Tale è la vastità e l'importanza
-dei servigi da esso prestati, che il parlare adequatamente
-di lui, comprende la storia di trent'anni dell'economia
-pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua
-l'opera immortale del censimento, già precedentemente
-compita, tutte le importanti riforme della pubblica amministrazione
-si eseguirono nel periodo della sua magistratura;
-egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili
-fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è
-ancor recente e vivissima la memoria de' suoi servigi, ed
-essendo queste Notizie susseguite dalla collezione delle sue
-opere economiche, ora in parte per la prima volta pubblicate,
-si rende indifferente, anzi superfluo, il parlare
-estesamente dei di lui meriti, siccome sarebbe inutile il
-voler narrare ad altri la maestria de' sommi pittori, avendosi
-dinanzi le più illustri opere de' loro pennelli. Seguendo
-pertanto il mio metodo, mi accontenterò di delineare
-sommariamente le epoche memorabili della sua vita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nacque <span class="smcap">Pietro Verri</span> in Milano al 12 di dicembre dell'anno
-1728. Il di lui padre Gabriele dovette in gran parte
-ai personali suoi meriti l'essere stato successivamente promosso
-a diverse eminenti cariche; e fu per ultimo presidente
-del Senato. Egli si è pur distinto nelle lettere; e si
-hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali, dei
-commenti al principal codice di esse, e una voluminosa
-compilazione della storia della Lombardia, che rimase manoscritta.
-</p>
-
-<p>
-Chi bramasse di conoscere tutti i minuti tratti della fanciullezza
-e della prima gioventù del nostro autore, potrà
-riscontrarli nell'Elogio che recentemente ne ha pubblicato
-l'abate Isidoro Bianchi, già per altre opere benemerito
-de' buoni studii<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>. Egli ha seguito un'altra via da quella
-che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente
-tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu
-mio scopo di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può
-servire a far distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato
-di tramandare la sua memoria alla posterità.
-</p>
-
-<p>
-Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell'attività
-e dell'acume della sua mente; ma non gli si era
-ancora offerta occasione di esercitarla in qualche rilevante
-travaglio, onde si avesse potuto apprezzarne la vastità e il
-vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse distratto per
-sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di
-private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare
-col rango di capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase
-fino al dicembre del 1760.
-</p>
-
-<p>
-Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica,
-riassunse con maggior calore gl'interrotti studii; e
-quelli dell'ecconomia pubblica, applicata specialmente alla
-situazione della sua patria, l'occuparono a preferenza. Ma
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-per meglio conoscere l'importanza di quanto in séguito
-operò e scrisse, gioverà di veder riferito da lui medesimo
-qual era in allora lo stato della Lombardia<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>.
-</p>
-
-<p>
-«All'incominciare del regno di Maria Teresa ognuno
-sa e si ricorda quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse
-da noi l'industria per esercitarsi in ogni parte.
-Arbitrario e sproporzionatamente ripartito, il tributo sulle
-terre ci offriva lo spettacolo di molti campi abbandonati
-dai proprietari alla comunità: la tassa personale esuberantemente
-aggravata, rendeva spopolati altri distretti
-e priva la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti
-all'interna comunicazione pel trasporto delle
-derrate, sempre più allontanavano i reciprochi soccorsi:
-severissime leggi annonarie, minacciando la morte a chi
-cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura,
-invece d'invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano:
-i tributi delle dogane, appaltati a diverse
-compagnie, interponevano un contratto fra i bisogni del
-popolo e la paterna clemenza del sovrano: le scienze, le
-nobili arti, quello spirito d'impegnata ricerca della verità,
-che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e
-separare le cose certe dalle probabili, non erano certamente
-festeggiati: uno studio di parole, una servile venerazione
-o imitazione, erano lo scopo che si poneva
-davanti alla docile gioventù, e così gradatamente, un ostinato
-spirito, nemico d'ogni felice slancio verso del
-bene, teneva in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche;
-e, dimentichi di noi stessi, sembravamo piuttosto
-destinati a servire noi pure di mezzo e di continuo fra
-le generazioni passate e le a venire, anzi che una generazione
-avente diritto e ragione alla gloria di migliorare
-il deposito delle umane cognizioni».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli
-nell'abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero
-te cause, perchè vi si erano abituati fin dalla nascita,
-fu lo scopo cui Verri diresse la maggior contenzione dei
-suoi studii. Non omise fatica onde, colla scorta della storia
-e spogliando i farraginosi documenti delle diverse amministrazioni,
-svolgere le vere cause che avevano potuto ridurre
-a tanto squallore un paese sì fertile, e altre volte sì ricco
-e potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva
-di squisita erudizione, la quale, dopo di averne egli usato
-in tante sue opere per più di trenta anni successivi, era
-ancor lungi dall'essere esausta.
-</p>
-
-<p>
-Per comunicare l'espansione di questo suo zelo, trovò
-egli un compagno degno di lui e non men caldo di amor
-patrio, nella persona del marchese Cesare Beccaria. La costanza
-e la sincerità della loro amicizia fu ammirabile.
-Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente
-confidenti senza arroganza, appassionati per gli studii utili
-senza presunzione, percorsero la stessa carriera di studii
-e di cariche, e si mantennero amici fino alla morte. Nè
-solo sinceramente si compiacevano dei loro vicendevoli
-progressi; ma come il genio profondissimo di Beccaria,
-quasi compresso dallo stato d'indolenza cui era portato
-dalla sua fisica costituzione, avea bisogno per esercitarsi
-di chi, al pari di un ostetricante, ne sollecitasse lo sviluppo,
-Verri fu quello che si prestò a quest'ufficio; e già si è altrove
-notato<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> che alla sua benemerita importunità dee
-il pubblico l'immortale opera <i>Dei delitti e delle pene</i>, e
-l'autore di essa la giusta celebrità che gliene è risultata.
-</p>
-
-<p>
-Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione.
-Quindi Pietro Verri e Beccaria divennero il centro
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-dì un'unione d'illustri giovani, egualmente studiosi ed
-animati da non minor fervore per la prosperità della lor
-patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri, e si resero
-in séguito famosi sotto il nome di <i>Società del Caffè</i>, dal
-titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che
-pubblicarono per due anni sul modello dello <i>Spettatore
-Inglese</i>, cui però sorpassarono di molto nella varietà e
-scelta degli argomenti, nell'eleganza e nella profondità<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>.
-</p>
-
-<p>
-A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle
-stampe diversi saggi de' suoi talenti e della sua coltura.
-Oltre alcuni opuscoli di circostanza, che potrebbero citarsi
-a sua lode quand'altro di meglio non avesse fatto, pubblicò
-egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un Dialogo su le
-monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi molti
-articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti <i>sul
-commercio</i> e <i>sul lusso</i>. Diedero occasione al detto Dialogo
-i rumori che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti
-contro la breve, ma pregevol opera data in luce in quell'anno
-da Beccaria <i>sul disordine delle monete</i>; e Verri
-spiegò in quello, con singolare brevità e chiarezza, la teoria
-sulla monetazione dello stato di Milano, cui si attenne
-dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelle <i>Meditazioni
-sull'Economia Politica</i> e nella <i>Consulta</i> che
-sullo stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel
-1772. Essa ha dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-nell'esecuzione della riforma, ma non è ancor provato
-che quella in confronto non potesse esser migliore, e meno
-poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo così esposto
-il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni
-che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi,
-abitatori d'un piccolo Stato mediterraneo, senza miniere,
-pensiamo ad accomodare le nostre partite del commercio,
-a diminuire le importazioni, ad accrescere l'esportazione,
-ad animare l'industria; pensiamo ad avere <i>moneta buona</i>,
-a valutarla bene, e non ci prendiamo briga dell'impronto
-che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera
-persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con
-minor disprezzo, o esaminare con più seria attenzione le
-massime che si oppongono alle attuali costumanze, non
-sarà pure inutile di riferire che tra le carte di Verri esiste
-un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di sua
-mano, che egli <i>lo rileggeva sempre con piacere, persuaso
-che non si potesse con minor noia e maggior chiarezza
-combattere i pregiudizii del volgo in questa materia</i>.
-</p>
-
-<p>
-L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu
-pur quella in cui Verri diede principio alla sua pubblica
-carriera. Scadeva, col 1765, il novennio della Ferma generale<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>.
-Perciò l'imperatrice, mentre volle che nel nuovo
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-appalto il regio erario fosse interessato per un terzo, ordinò
-pure che si radunasse una Giunta di ministri coll'incarico
-di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei
-dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni,
-venne pur Verri nominato alla carica di consigliere
-presso la Giunta stessa, con voto deliberativo.
-</p>
-
-<p>
-Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole
-estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto
-l'aver egli trasmesso nell'anno precedente al principe
-Kaunitz un volume di <i>Considerazioni sul commercio
-dello stato di Milano</i>, opera, per erudizione e dottrina,
-certamente superiore alla sua età e ai tempi in cui la
-scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti, della grandezza
-e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al
-1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera
-rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel
-1769 con nuove interessantissime notizie che gli comunicò
-il benemerito archivista del Senato, segretario Corti, e da
-lui disposta per la stampa col titolo di <i>Memorie sull'economia
-pubblica dello stato di Milano</i> allorchè fu sorpreso
-dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata.
-</p>
-
-<p>
-All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante
-un indefesso travaglio, a compilare il primo <i>Bilancio del
-commercio della Lombardia</i>, con quella maggior precisione
-che era possibile ad uomo privato. Affine di ottenere
-l'esattezza nelle copie, difficilissima in simili lavori
-colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel
-numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a
-pochi amici, e spedire alla corte. La notabile passività che
-risultava da quel bilancio, diede luogo alla stampa di una
-<i>Lettera critica</i>, nella quale all'opposto intendevasi di provare
-che il commercio dello stato di Milano fosse attivo
-di molti milioni. Questa contestazione, e il falso supposto
-che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al principe
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare
-le viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne
-trasse argomento per anticipare un'utilissima disposizione.
-Molto importante, anche per far conoscere il suo carattere,
-è la lettera che scrisse su tale argomento al ministro
-plenipotenziario conte di Firmian<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>; ed è la seguente:
-</p>
-
-<p>
-«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con
-cui mi rimise il <i>Bilancio</i>, stampato dal conte Pietro
-Verri, <i>del commercio dello stato di Milano</i>, colle altre
-tre pezze che lo accompagnavano. Può ben essere
-persuasa l'E. V. che io non approvo e non sarò mai per
-approvare alcun passo che deroghi all'autorità e dignità
-del governo; e specialmente a questo riguardo mi è
-rincresciuto che il detto cavaliere, di cui peraltro mi
-piace l'ingegno e la scelta che ha fatto de' suoi studii,
-siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor
-giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento
-ciò che, prodotto in iscritto alla sola Giunta ed
-al governo, gli avrebbe fatto dell'onore, se non altro per
-l'idea e per il piano di eseguirla.... Ma posto che è rotto
-il ghiaccio convien ora andare innanzi, e verificare, col
-maggior accerto che si può, il giusto mezzo fra i nove
-milioni di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio,
-e gli undici milioni di sopravanzo annuo, che
-risultano dalla <i>Lettera critica</i> al medesimo opposta. Sono
-persuaso che sia falso il bilancio, perchè l'autore non potè
-essere autorizzato a riconoscere i fondi originali per fissare
-dati certi, e credo egualmente che non sussista il
-calcolo annesso alla <i>Lettera critica</i>, perchè si vede dettata
-da un puro spirito di contraddizione e di animosità.
-Ordini dunque V. E. alla Giunta di subito applicarsi a riconoscere,
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-per quanto sia praticabile, lo stato attivo e
-passivo di codesto commercio, affinchè rimosse le esagerazioni,
-e con quella maggiore probabilità che sia compatibile
-colla natura del soggetto, possa vedersi da qual
-parte propenda la bilancia. È troppo necessario questo
-esperimento, acciocchè i paesi circonvicini, eccitati a dubitare
-sugli eccessi opposti, non entrino poi in diffidenza
-per mancanza di una dimostrazione che decida».
-</p>
-
-<p>
-In adempimento del superiore comando, fu delegato
-dalla Giunta alla compilazione del nuovo bilancio lo stesso
-consigliere Verri, unitamente al di lui collega consigliere
-Maraviglia. Questa vasta operazione venne compita in meno
-di diciotto mesi; e la chiarezza del metodo e l'esattezza
-dell'esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che
-ne innoltrarono al ministro plenipotenziario, il 30 di ottobre
-del 1765, possono servire di utile soggetto d'imitazione
-anche a' tempi presenti. Quel bilancio offriva in risultato
-un'attività di lire 15,387,034. 16. 2, e una passività
-di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò il commercio passivo era
-maggiore di lire 1,593,453. 9. 2.
-</p>
-
-<p>
-Intanto, avvicinandosi il tempo dell'attivazione della
-nuova Ferma mista, la profonda sagacità e l'attività indefessa
-dimostrate da Verri in tutte le operazioni della
-Giunta, gli ottennero che fosse dalla corte onorevolmente
-prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella Ferma
-stessa, e contemporaneamente promosso al rango di consigliere
-nel Supremo Consiglio di Economia<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>.
-</p>
-
-<p>
-L'inerzia de' precedenti governi gli aveva talmente allontanati
-da ogni cura della pubblica amministrazione,
-che l'esercizio delle finanze si coperse d'impenetrabile mistero;
-ed il sovrano, che pur vedeva i miseri suoi popoli
-spremuti incessantemente dagli inesorabili fermieri, era
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-nell'impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di
-lumi onde far amministrare direttamente le proprie rendite.
-Fu un tratto della più sublime sapienza l'istituzione
-della Ferma mista. Per tal modo il rappresentante del
-principe ha potuto conoscere l'entità delle pubbliche rendite,
-il sistema de' fermieri e gl'immensi loro profitti. Verri,
-giustamente animato da una destinazione di tanta confidenza,
-vi si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la
-stessa aspettazione della corte, sicchè questa fu in grado
-di anticipare di cinque anni il compimento dell'ideata riforma,
-col decretare nel 1770 la cessazione della Ferma
-delle finanze, sostituendole un'amministrazione economica.
-</p>
-
-<p>
-Malgrado l'immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile
-di Verri volle estendersi anche alla discussione, che
-allora si era mossa, per la riforma del sistema dell'annona.
-Quindi scrisse nel 1769 le <i>Riflessioni su le leggi
-vincolanti nel commercio dei grani</i>, lo scopo e l'esito
-delle quali fu esposto da lui medesimo nell'Avvertimento
-che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle
-stampe. «Quest'opera, egli dice, fu scritta nell'occasione
-in cui si voleva sgombrare l'amministrazione pubblica
-dalle nebbie e dagli errori consacrati dall'antichità. Si
-credeva che i soli mezzi per salvare la provincia dalla
-carestia fossero i vincoli; e quindi una legge obbligava
-a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge
-obbligava a introdurne una data porzione nelle città;
-pene severissime erano imposte a chi ammassasse grano
-senza una patente; cautele su la macina de' mugnai,
-cautele sul trasporto interno, proibizione dell'uscita de'
-grani dallo Stato. Tale era la legislazione che pesava sul
-prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano
-le dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li
-teneva tenacemente a difendere la pretesa saviezza delle
-leggi tramandateci da' maggiori. Vi voleva del coraggio
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-per comparire nell'arena in favore del ben pubblico
-contro tali interessati oppositori all'utile verità; pure,
-malgrado le arti nemiche, fui fortunato, e nel ceto di
-chi disponeva dell'economia pubblica la luce della ragione
-ebbe accesso, e si screditarono gli errori. Quindi
-leggi libere si promulgarono, e da venti anni a questa
-parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di carestia».
-</p>
-
-<p>
-Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio
-nella Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un'altra
-non men grave incumbenza, preparatoria anch'essa al
-sistema dell'amministrazione economica. Oltre i principali
-rami di finanze amministrate da' fermieri, molti altri ne
-esistevano, i quali erano stati alienati o dati in cauzione
-a' monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che, nelle
-calamità degli scorsi secoli, aveano sovvenuto col proprio
-danaro ai bisogni dello Stato. Era già stato deciso che
-tutte queste regalìe dovessero essere avocate al sovrano.
-Il progetto per la redenzione delle medesime cominciò ad
-essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu istituita una
-Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono le
-massime. Ma, distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni,
-bastò l'esperienza di un anno a provare che non si
-poteva esigere dalla loro opera quella celerità che era
-necessaria. Perciò con dispaccio 19 ottobre 1767, soppressa
-la Giunta, se ne trasferì l'incarico al Supremo Consiglio di
-Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769
-venne egli specialmente delegato col consigliere De Montani
-ad eseguire la liquidazione e classificazione delle regalìe
-da redimersi; travaglio arduo, complicato, minuziosissimo,
-cui tuttavia ridusse a termine con distinta lode
-nel 1770.
-</p>
-
-<p>
-Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col
-quale si dichiarò cessata la Ferma mista. L'enorme pretesa
-de' fermieri per il rimborso degli utili de' cinque anni che
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-ancor rimanevano alla scadenza dell'appalto, i quali furono
-a stento ridotti a sette milioni, finì d'illuminare la
-corte sull'immensità del danno che da simili appalti era
-fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del
-principe Kaunitz al conte di Firmian<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>, quello zelantissimo
-ministro così ne scriveva: «Io devo ingenuamente
-confessare a V. E., che finora non mi è bastato l'animo
-di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli annui
-utili, toccata nel primo triennio al regio erario per
-la sua interessenza nella scadente Ferma mista, poichè
-dal quantitativo di questa terza parte avrebbero le medesime
-facilmente potuto calcolare l'importo delle altre
-due terze parli a profitto de' fermieri. Il loro ammontare
- ad un milione per l'anno 1768 e 1769, anche dopo
-ricompensata con congrui appuntamenti l'opera di essi
-come rappresentanti la Ferma, non potrebbe a meno di
-parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere che non
-rivoltasse l'animo loro, in riflessione che in fine de' conti
-questo danaro è cavato dalle sostanze de' loro sudditi, e
-che S. M. l'imperatore non avea torlo a dire <i>che i fermieri
-succhiavano il sangue de' Milanesi e Mantovani</i>.
-Dal confronto poi degli utili degli stessi fermieri
-colle entrate pubbliche dello Stato, ne avrebbero le MM.
-LL. fatta la conclusione che, dopo difalcate le spese che
-incumbono all'erario per l'amministrazione della provincia,
-il sovrano ritrae da questa molto meno dei fermieri:
-comparazione veramente odiosa, e che darebbe da
-pensar molto su questo articolo».
-</p>
-
-<p>
-La nuova amministrazione delle finanze venne formata
-sulla traccia di quella che, con prospero successo, già trovavasi
-in attività nei Paesi Bassi austriaci, e quindi distinta
-in tre parti: I. Amministrazione generale; II. Controlleria
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-della detta amministrazione; III. Riforma e legislazione. Fu
-delegata la prima al magistrato camerale, la seconda ad
-una Camera de' conti, la terza ad una Giunta governativa.
-Contro il solito delle riforme, è stata questa eseguila con
-tanto spirito d'imparzialità, che uno dei fermieri, il conte
-Antonio Greppi, fu assunto al regio servizio nella Camera
-de' conti. Il principe Kaunitz, in un suo rapporto fatto all'imperatrice
-nel 1771, qualificò il Greppi <i>qual uomo di
-mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato
-la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che
-odiavano la Ferma</i>.
-</p>
-
-<p>
-Questa è l'epoca più illustre della vita di Verri, siccome
-fu la più attiva e laboriosa. Si può dire, senza tema di
-esagerare, che quasi l'intiera sistemazione dell'amministrazione
-economica delle finanze è stata affidata a lui
-solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa di un piano
-organico; e dal proemio di essa si evince che la forza
-della di lui mente ne avea compreso l'insieme nella maggior
-vastità de' suoi rapporti. Giova di udire l'autor medesimo
-a render conto de' propri pensieri; egli così si esprime<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>:
-«Organizzare un corpo di amministrazione del
-tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè non vi
-penetri l'arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli
-affari; preservare l'interesse dell'erario e l'industria
-nazionale ad un tempo; gettare i semi delle riforme da
-farsi nel tributo, parte la più importante e irritabile del
-corpo politico; suggerire il metodo col quale più rapidamente,
-ma nel tempo medesimo con passi più fermi e
-sicuri, si possa distribuire il tributo nella forma più
-innocua e adattata al bene della società; diminuire al
-possibile le spese della percezione; lasciare tutta la libertà
-all'industria, componibile col tributo destinato a
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-proteggerla; accelerare l'epoca in cui, rese le leggi
-della finanza chiare, umane e semplici, venga portata la
-luce sopra ogni parte dell'amministrazione; tale è la
-natura del quesito, sul quale scriverò come le deboli
-mie forze lo permettono».
-</p>
-
-<p>
-Attese quindi indefessamente a preparare la riforma
-della tariffa. Basterà a dare un'idea di questa improba fatica
-la sola nomenclatura de' travagli da esso presentati
-su tal proposito al magistrato camerale, che era stato sostituito
-nel 1772 al Supremo Consiglio di Economia. Il 13
-agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale dei
-generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello
-stesso anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14
-marzo 1774, lo spoglio delle merci passate in transito nel
-1771; e per ultimo, il 30 maggio, pure detto anno, il progetto
-della nuova tariffa. A fine di render giustizia a chi
-gli avea giovato co' suoi consigli, così si esprime nella lettera
-colla quale ha accompagnato il progetto medesimo:
-«Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le
-avessi sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto,
-sentii il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati,
-lo chiesi e l'ottenni. S. E. il signor conte presidente
-Carli ebbe la bontà d'interessarsene meco, discutere
-le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i
-signori consiglieri relatori di finanza, anche i signori
-consiglieri conte Secchi e marchese Beccaria ebbero la
-compiacenza più volte di unirsi meco a trattare di queste
-viste; onde il risultato di questo progetto è una conseguenza
-di quanto si è discusso». Questo passo comprova
-da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra
-la maturità e la ponderazione con cui procedeva nei suoi
-travagli.
-</p>
-
-<p>
-L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera
-ha reso alla sua patria, risulterà maggiore dal riflettere
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-allo stato delle finanze di quel tempo. La daziaria era allora
-divisa in altrettante giurisdizioni, quante erano le
-provincie che componevano il ducato di Milano, e in ciascuna
-giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione
-del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino
-quaranta erano talvolta i pagamenti cui soggiaceva
-una sola merce<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>. Era tanto mal calcolata la tariffa, che
-in più di trecento casi i rappresentanti la Ferma generale
-aveano da quella receduto, e si erano accontentati di percepire
-un tributo minore di ciò che portava la legge, <i>per
-non annientare molti rami di commercio e deviare tutti
-i transiti dello Stato</i><a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>. Questo è pure il motivo per cui
-avendo a combattere un errore autorizzato dalla pratica,
-si diffuse Verri nel suo Progetto, sul danno risultante all'erario
-dal soverchio aggravio del tributo nella tariffa, dimostrandolo
-con molti antichi e recenti esempi. La corte,
-nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa
-tra una modificazione della tariffa esistente e una totale
-riforma. Ma la faraggine degli errori e dei disordini
-fu da lui sì evidentemente dimostrata, che quella non
-esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così ottenne Verri la
-gloria di aver applicato al multiforme tributo indiretto
-quella regolarità di principii e quella semplice uniformità
-cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle
-terre; e come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura,
-del pari la nuova tariffa il fu per l'industria e
-per il commercio.
-</p>
-
-<p>
-Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici
-occupazioni, cui sembra che appena possa bastare un uomo
-solo, avesse Verri a trovar agio per occuparsi ancora de'
-favoriti suoi studii? Eppure fu in quel tempo che egli
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-si produsse di nuovo in pubblico come scrittore di economia
-e come metafisico, stampando nel 1771 le <i>Meditazioni
-sull'economia politica</i>, e nel 1773 il <i>Discorso sull'indole
-del piacere e del dolore</i>.
-</p>
-
-<p>
-Le <i>Meditazioni</i> sono state accolte con singolare applauso.
-In due anni furono ristampate sei volte in Italia; e di
-nuovo, nel 1773, a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda
-in tedesco, nel 1774. Quest'opera può essere considerata
-il deposito de' principii che egli ha seguiti come magistrato,
-e il risultato della sua esperienza. Del metodo che
-tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione
-alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente
-ad altri suoi Discorsi<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>. «L'economia politica,
-dic'egli, è la materia più vasta de' delirii di chiunque,
-e una specie di medicina empirica, che serve di argomento
-ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e potrebbe
-essere la facoltà di chi volesse insegnare senza
-possedere facoltà alcuna. In questo campo io pure sono
-entrato, ma il metodo tenuto da me non è simile a quello
-che comunemente è stato di norma a molti autori. Essi,
-dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi idee
-astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere
-d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli
-elementi delle cose, sopra ipotesi, anzi che sopra fatti
-conosciuti, hanno innalzate le loro speculazioni. Il mio
-ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii anni a conoscere
-i fatti: le commissioni colle quali la clemenza
-del sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i
-mezzi. Quasi tutte le idee mie hanno cominciato coll'essere
-idee semplici e particolari; poi, coll'occasione di
-esaminare oggetti reali, accozzate, disputate, contraddette,
-si sono andate componendo, e le generali idee sono
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi
-conosciuti. Questo metodo non ha il merito certamente
-di essere il più breve, nè il meno penoso, ma a lui
-solo credo di essere debitore della onorevole accoglienza
-che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo
-vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le
-trovai dieci anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei
-essere collocato fra gli autori buoni; ma ambisco ancora
-di più l'essere conosciuto un buon cittadino. Felice
-quel popolo da cui comunemente si ragiona della virtù,
-e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi
-che producono la felicità dello Stato».
-</p>
-
-<p>
-Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli
-oppositori; essa aveva una decisa superiorità di dottrina,
-e si era osato in essa di dimostrare erronee le venerate
-massime dei nostri maggiori. Perciò gl'invidiosi e gl'idolatri
-delle proprie abitudini ne dovevano muover schiamazzo;
-il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo M. Bisthowen,
-che pubblicò in Vercelli, col titolo di <i>Esame breve
-e succinto</i>, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi,
-in cui si propose di contraddire da capo a fondo alle <i>Meditazioni</i>,
-e di fare una illimitata apologia del vigente sistema
-economico, senza riflettere che, con un tal sistema,
-la popolazione deperiva nello Stato, l'agricoltura vi era
-negletta, l'industria languente, il commercio passivo e i
-racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come
-una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera,
-benchè più ragionevole, suscitò l'invidia in un
-uomo il quale era altronde fornito di bastanti meriti perchè
-non avesse dovuto degradarsi cotanto. Fu questi il conte
-Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo Consiglio
-di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> qual fu
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo
-poco onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira
-quasi ad ogni pagina. Dice in un luogo: <i>L'oceano ingoia
-le navi e le isole, un terremoto distrugge le città, una
-voragine abissa un paese, un autor fervido confonde e
-trasforma i principii dell'Economia Politica, tenta una
-rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira</i>. Mentre
-affetta di parlar sempre dell'<i>autore anonimo</i>, fino ad
-asserire che egli siasi <i>impenetrabilmente tenuto occulto</i>,
-si cura poscia di rimarcare che <i>si sono veduti dei bilanci
-stampati, i quali, se non hanno discreditata la nazione,
-perchè i fatti veri trionfano su le illusioni della mente,
-hanno onorato poco l'autore che gli ha formati</i>; con che
-allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa
-delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle <i>Meditazioni</i>,
-nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno
-l'anno 1772, in cui non mancò di ribattere talvolta la mordacità
-del suo censore. Ma una reciproca stima riavvicinò
-in seguito i due illustri competitori; e si è di sopra veduto
-che Verri consultò lealmente il suo antagonista sul Progetto
-della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza
-dell'utilità de' suoi suggerimenti.
-</p>
-
-<p>
-Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe
-alle <i>Meditazioni</i>, cioè il <i>Discorso sull'indole del piacere
-e del dolore</i>. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere
-consiste nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe
-ornare con tutta la magia dello stile e i magnifici colori
-dell'immaginazione, benchè forse non sia applicabile con
-eguale esattezza alla generalità delle umane sensazioni.
-Egli deduce per corollario della sua teoria che «il prodigioso
-avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro,
-d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero,
-cessa di esserlo tosto che si conosca essere spuntati
-quei secoli dai dolori e da così turbolenti governi,
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-che gli uomini ricevettero le massime spinte per agire<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>».
-</p>
-
-<p>
-Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare
-l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso
-che promoveva co' proprii scritti la propagazione delle
-utili dottrine, non era meno sollecito il sovrano a ricompensare
-i suoi servigi con successive promozioni. Già si
-disse che nel 1765 era stato eletto consigliere del Supremo
-Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel
-1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure
-affidata l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato
-vicepresidente con diploma onorevolissimo<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>. Nel 1780
-fu promosso alla carica di presidente, rimasta vacante per
-la giubilazione accordata al conte Carli. Nel 1783 fu decorato
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-del grado di consigliere intimo attuale di Stato, e nello
-stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano. L'erezione
-della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento dell'agricoltura,
-delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio
-2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica
-di Slesia e di quella d'arti e manifatture di Londra<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>,
-procurò a Verri una nuova testimonianza della confidenza
-della corte, coll'essere destinato conservatore anziano della
-medesima. In questa qualità intervenne alla sua prima
-adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle stampe
-e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte
-la lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la
-giustezza delle vedute, la finezza colla quale l'autore ha
-saputo toccare gli oggetti più importanti della pubblica
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-amministrazione, e combinarli collo scopo della Società
-per risvegliare la passione del bene generale, sono altrettanti
-motivi per i quali egli ha diritto all'applauso
-da lui ottenuto»<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo
-ed instancabile, riformatore della parte più complicata e
-difficile dell'amministrazione dello Stato, scrittore di metafisica,
-di economia generale, e quindi separatamente di
-monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che poteva
-giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo
-più fervido interessamento. Questo carattere non gli permise
-di rimanere indifferente nell'universal gara de' saggi
-onde ottenere che fossero proscritte dalla procedura criminale
-le atrocità che la deturpavano. L'abolizione della
-tortura formava allora il voto di tutti i filosofi. Fin dal 1764
-Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile abuso<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>;
-le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza
-de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto
-impossibile, confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il
-fatto delle unzioni venefiche, cui si attribuì la pestilenza
-che desolò Milano nel 1630. L'ordine, la chiarezza, la forza
-de' raziocinii e l'insinuantesi fluidità del suo stile trovansi
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-nelle <i>Osservazioni su la Tortura</i> in un grado eminente.
-Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se dico che
-quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo
-era Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante
-dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario
-de' tribunali, ancor più barbaro a que' tempi; d'insinuare
-l'austerità de' ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera
-della sensibilità; e di trasfondere ne' suoi lettori,
-colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione.
-Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di quel
-collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni
-prima avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di
-crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette
-che l'estimazione del senato potesse restar macchiata per
-la propalazione dell'antica infamia. Questo riflesso prevalse;
-Verri, per rispetto del padre, rinunciò all'idea di dare
-alle stampe le sue <i>Osservazioni</i>; e così il pubblico rimase
-defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di
-eguale argomento avrebbe riportato la palma.
-</p>
-
-<p>
-La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno
-conoscere le successive vicende economiche della sua patria
-e la vera causa di esse, gli aperse la via ad un più vasto
-lavoro, la <i>Storia di Milano</i>. Fino a lui non si aveano
-che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte esatti e
-rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di
-sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto
-che dei materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre
-per antica potenza e per tante vicende, deve riconoscere
-in Verri il primo suo storico che sia degno di tal
-nome. Il primo volume, che si estende fino alla morte dell'ultimo
-dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche
-pregio di eleganza tipografica<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. La nitidezza della edizione,
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile
-e la filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero
-il generale applauso degl'intendenti. Dell'imparzialità da
-esso osservata così rende ragione egli stesso in fine della
-prefazione; «Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori
-senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e
-i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente
-dipinte la grandezza e la depressione, la
-oscurità e la gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati
-nella successione dei tempi. Destiamoci ora noi,
-per trasmettere ai posteri costumi ed azioni che la storia
-possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun ornamento».
-</p>
-
-<p>
-Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia
-ed i suoi studii divennero le sole sue cure. Talvolta
-accordava ancora qualche attenzione alle cose pubbliche, e
-lasciò manoscritte diverse pregievoli memorie sulle riforme
-del 1786, e sullo stato politico del Milanese nel 1790, <i>unicamente</i>,
-come si espresse, <i>per dare sfogo alle sue idee
-sulla pubblica felicità</i>.
-</p>
-
-<p>
-La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi,
-seguíta nel 1784, lo determinò a scrivere le <i>Memorie</i> della
-sua vita e de' suoi studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole
-al celebre ed infelice marchese di Condorcet. Nè
-qui si è limitato lo sfogo della sua dolente amicizia. Ma due
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-monumenti gli fece erigere: uno nella chiesa della sua villa
-di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti di Sant'Alessandro
-di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo
-di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia
-qui lecita una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto,
-scolpito dallo stesso Franchi a spese del celebre astronomo
-Oriani, fu collocato nel ginnasio di Brera, sono forse i soli
-tra tanti illustri italiani morti a' nostri tempi che abbiano
-ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure nol debbono
-che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi
-e Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora
-indistinti, quanto non è doloroso e umiliante che, anche
-nel poco che si è fatto, la sola forza della privata amicizia
-abbia dovuto supplire a tutto per onorare la memoria
-degli uomini grandi?<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>
-</p>
-
-<p>
-Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796,
-quando proruppe in Italia la forza preponderante delle armate
-francesi. Allora, sotto la licenza di un governo militare,
-tutte le passioni si sfrenarono, e l'irritazione de' diversi
-interessi introdussero la discordia tra i cittadini. Nei
-principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far parte
-della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di
-quel Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare
-i conti della pubblica amministrazione, ma che, per le cabale
-di coloro che avevano interesse nel mistero, cessò di
-esistere appena avea cominciato a dar segni di vita. Egli
-rientrò nella pubblica carriera animato dalla più ardente
-brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in parte
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-la sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in
-quella violenza di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche
-contraddizioni, resero quasi affatto vana la lusinga.
-Tuttavia la felicità della patria fu il costante scopo dei
-suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi più volte afflitto
-profondamente nel riflettere su la successione di tanti traviamenti,
-e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che
-sì bene esprimevano le commozioni della sua anima.
-</p>
-
-<p>
-Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento
-de' nuovi governanti, le sue <i>Riflessioni</i> sull'annona,
-scritte ventisette anni prima, di cui già si disse. Nel 1797
-intraprese la stampa del secondo volume della <i>Storia di
-Milano</i>, che venne poi condotto a termine dal di lui amico
-il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica benemerenza,
-se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii.
-È il primo di aver interpolato i propri supplimenti alle
-lacune lasciate dall'autore senza alcuna indicazione che li
-distingua, contro la pratica dei Freinsemii, dei Brotier e
-dei più dotti editori di storici antichi e moderni. L'altro, di
-aver violato la protesta da lui fatta<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> di trascrivere <i>fedelmente</i>
-i frammenti dell'autore, mentre osò di <i>mutilarli</i>.
-Queste arbitrarie alterazioni, le quali avrebbero pregiudicato
-alla fama di Verri se dessa stata non fosse solidamente
-fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto eseguita
-un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi
-si possa ristabilire il testo della <i>Storia</i> nella sua integrità,
-aggiungendovi i preziosi frammenti che esistono per la continuazione
-di essa fino al regno di Maria Teresa.
-</p>
-
-<p>
-Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento
-il secondo volume della <i>Storia di Milano</i>, si sarà già eccitato
-nell'animo de' lettori il presentimento di un qualche
-disastro. Ed uno infatti sommo e irreparabile ne era accaduto;
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-ma a lui non già, che placidamente era trapassato
-alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che
-privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli
-morì quasi improvvisamente, colpito d'apoplessia nella
-sala della municipalità, nella notte del 28 giugno 1797,
-essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17 giorni.
-</p>
-
-<p>
-Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni,
-dalla quale ebbe una figlia; indi, il 13 luglio del 1782,
-fece sua sposa Vincenza Melzi, che amò sempre teneramente,
-formando delle sue domestiche virtù e della numerosa
-prole che da essa ottenne, la costante delizia degli
-ultimi anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione,
-e rimasta a lui superstite nel fiore dell'età, gli fece
-erigere nella cappella gentilizia della rammentata villa di
-Ornago un decoroso monumento, accanto al sepolcro ch'egli
-stesso, vivendo, si avea preparato.
-</p>
-
-<p>
-Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed
-Alessandro, si distinsero pur essi nella carriera delle lettere.
-Il primo, illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto,
-due utili saggi su la coltura dei gelsi e delle viti; il secondo,
-oltre molti discorsi inseriti nel foglio periodico del
-<i>Caffè</i>, scrisse le <i>Avventure della poetessa Saffo</i>, la nota
-tragedia della <i>Congiura di Milano contro Galeazzo Sforza</i><a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>,
-e le <i>Notti Romane al sepolcro de' Scipioni</i>, che
-gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quella
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-di Mantova, di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna.
-Oltre una continua corrispondenza con suo fratello
-Alessandro, fu pure in relazione di lettere con Voltaire,
-Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt d'Avenstein, il conte
-di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani, ed altri molti.
-</p>
-
-<p>
-La rimembranza delle sue qualità personali accresce il
-dolore della sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed
-instancabile magistrato; ma fu pure buon marito, buon
-padre, leale amico, di maniere cortesi, benefico, sincero,
-dotato della più viva sensibilità, costante nella gratitudine.
-Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante per
-la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene
-de' suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica
-stima. Questa passione era sì fervida in lui, che soleva
-chiamarla un bisogno incessante, insaziabile, e che
-continuamente lo tormentava. Scrisse molto e più operò;
-nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo filosofo, o
-l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse direttamente
-per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più
-sterile argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo
-stile, benchè talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo
-straniero, è sempre immaginoso, animato, persuadente. Mi
-lusingo che non dispiacerà ai lettori di vederne riferito
-qualche saggio, che servirà pure a dimostrare la purezza
-e la forza della filantropia che divampava nella sua anima.
-</p>
-
-<p>
-Nelle <i>Riflessioni sull'annona</i><a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>, dopo di aver dimostrato
-il mal uso delle largizioni elemosiniere che si fanno
-nelle città al questuante di professione, mentre il misero
-agricoltore è lasciato nell'abbandono, soggiugne: «Io non
-pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di
-compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo.
-Non pretendo che alcuno rendasi duro ai gemiti dei
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-miseri cittadini, pretendo soltanto di rendere illuminata
-la commiserazione, e avvisare che non si benefichi un
-cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda
-la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che
-offenda la causa dell'umanità con alcuna opinione; la
-causa dei poveri e dei deboli è sempre stata e lo sarà,
-finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò. Me felice,
-che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa
-causa liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!»
-</p>
-
-<p>
-Altrove<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> dichiara i suoi principii politici nei seguenti
-termini: «Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati
-e conosciuti i sacri diritti dell'uomo, non ti sdegnar
-meco se ne prescindo e se unicamente lo considero
-come parte della società contribuente alla di lei forza e
-ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione
-di un mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce
-annunciare con frutto gli augusti primitivi diritti di un
-essere intelligente e sensibile, che, associandosi, non può
-averlo fatto che per il miglior genere di vita; dritti altamente
-pubblicati da sublimi uomini che la potenza ha
-in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli,
-sparsi e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a
-stento raffreno, scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la
-fredda ragione mi suggerisce di promuovere il bene degli
-uomini, non col linguaggio del sentimento, ma coll'analisi
-tranquilla delle cose, e illuminando chi può far
-il bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni.
-Rispettiamo la elevazione del genio e la calda virtù di
-chi, posto in privata condizione, si erge a tuonare sull'abuso
-della forza, e vorrebbe far arrossire gli uomini
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-in carica de' loro vizi e dei loro errori. Se perciò l'umanità
-venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe
-quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è
-tale, che più si ottiene generalmente sollecitando l'interesse
-personale, che non si fa interessando la gloria,
-a cui rare sono le anime che s'innalzino».
-</p>
-
-<p>
-Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull'influenza
-della filosofia negli Stati<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>. «Gli uomini di lettere, dice
-egli, hanno maggiore influenza del destino delle generazioni
-venture, di quanto ne abbiano gli stessi monarchi
-sugli uomini viventi. Spargono i primi semi de' lor
-pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella
-gioventù s'innestano; e l'uomo di lettere determina le
-opinioni del secolo che vien dopo di lui. I libri de' filosofi
-son quelli che hanno finalmente costretto i tribunali,
-malgrado la tenacità delle antiche pratiche, a non più
-incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire
-colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni;
-a limitare i supplizi ai soli casi estremi. I libri
-hanno resa accessibile al merito la strada degli onori,
-battuta in addietro da chi, scaltramente simulando, adulava
-gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo debitori
-se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati
-e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto
-degli avvocati la probità e il buon senso vennero sostituiti
-alla maligna ed infida gravità; se, conoscendosi
-meglio la morale e i doveri dell'uomo e del cittadino,
-l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e
-non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di
-una simulata religione. Insomma, i filosofi, trascurati,
-contraddetti, perseguitati durante la loro vita, determinano
-alla perfine l'opinione; la verità si dilata, da alcuni
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-pochi si comunica ai molti, da questi ai più; s'illuminano
-i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole
-e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità,
-che, senza pericolo, non si sarebbero presentate fra le
-tenebre dell'ignoranza. L'opinione dirige la fortuna e i
-buoni libri dirigono l'opinione, sovrana immortale del
-mondo».
-</p>
-
-<p>
-Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si
-eresse più durevole dei marmi e dei bronzi e maggior
-d'ogni elogio ne' proprii scritti e nella indelebile memoria
-delle sue virtù e dei beneficii da esso recati alla sua patria.
-Nell'adempire a questo ufficio mi si ravviva nell'animo
-il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che allora
-mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una
-prospera occasione mi aveva concesso, nel fervore della
-mia gioventù, di poter studiare davvicino i di lui esempi e
-approfittare de' suoi consigli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<h2 id="prefazione">PREFAZIONE</h2>
-</div>
-
-<p>
-Abbiamo un buon numero di scrittori della
-Storia e della erudizione patria; eppure pochi
-sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini
-colti, i quali abbiano un'idea della Storia del
-loro paese. Questa generale oscurità ci dispiace,
-e talvolta ancor ci pregiudica; ma gli ostacoli
-che dovremo superare per acquistarne la notizia,
-sono tanti e sì difficili, che, affrontati
-appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni pochi
-eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere
-fra i codici e le pergamene, non vi è
-chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati, il
-Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti
-de' secoli barbari gli scritti di Arnolfo,
-dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino
-da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate,
-di Bonincontro Morigia e di Pietro Azario.
-Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia,
-di Giovanni Simonetta, di Donato Bossi, del
-Merula, del Bugatti, di Bonaventura Castiglioni,
-di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del
-Bescapè, del Ripamonti, di Francesco Castelli,
-del Benaglia, di Paolo Morigia, del Besozzi,
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del
-Torri, del Besta, di Andrea de Prato e di
-altri, i quali, o hanno scritta la Storia dell'età
-loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema
-politico del nostro governo, o in altro
-modo hanno lasciato memorie dello stato della
-città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini,
-il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto
-hanno travagliato per porre in chiaro le cose
-della nostra città. Una singolar menzione d'onore
-merita da ogni buon cittadino, e da me
-particolarmente, il signor conte Giorgio Giulini,
-uomo che ha consacrata e logorata la sua
-vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli
-della nostra Istoria, con una ostinata fatica di
-molti anni, e tale, che, superando le sue forze
-fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi
-a terminare i suoi giorni. Chiunque prenderà
-nelle mani la voluminosa opera di quel benemerito
-cavaliere, non potrà giudicarne con equità,
-se prima non distingua l'antiquario dallo
-storico; il primo cerca di sviluppare la verità
-di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno
-quand'abbia soltanto la probabilità che
-debba un giorno servire anche a una privata
-famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino
-di memorie; il secondo trasceglie dalla
-serie dei fatti antichi i soli importanti e caratteristici,
-li collega, e presenta quindi al lettore
-un séguito di pitture, atte a stamparsi
-facilmente nella memoria, dilettevoli ed utili
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato
-mai di pubblicare la Storia di Milano:
-egli ha pubblicato tutte le memorie opportune
-a servire alla Storia, alle private e pubbliche
-ragioni, alla curiosa erudizione generalmente;
-ed io credo che l'antica stima ch'ebbi per lui,
-per la bontà del suo carattere, non mi seduca
-punto se dico che in quell'opera si ammira
-la sagacità e la giustezza della sua mente nell'esatta
-sua critica; la quale, se talvolta sembra
-venir meno, ciò è di raro, e se ne vede
-facilmente la cagione. In mezzo però a tanta
-copia di autori non ne abbiamo ancora uno
-il quale con chiarezza, metodo e discernimento
-sviluppi il filo della nostra Storia, e c'instruisca
-sugli oggetti più importanti della nostra antichità.
-Questa verità mi ha determinato a tentare
-l'impresa: e se alla buona mia volontà
-avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi
-d'aver posto nelle mani degli uomini che cercano
-d'istruirsi un'opera in due volumi, che
-però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda
-una difficile attenzione per oggetti indifferenti,
-e per mezzo di cui non siamo più
-noi Milanesi forestieri in casa propria. La più
-bella parte della specie nostra, e la più amabile
-potrà essa pure, forse utilmente, passare
-qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse,
-e ricercarne le occulte cagioni se non colla
-energia, che è propria dell'uomo, colla dilicata
-finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza.
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-Nell'educazione della nascente speranza
-della patria, potrà forse aver luogo la notizia
-de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute.
-Tale almeno è stata la lusinga che mi ha fatto
-intraprendere questo lavoro. Se oltre la comune
-utilità dell'oggetto, anche il tedio superato
-per riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza,
-io ardisco aspirarvi. Di cento fatti
-esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed
-ho fatto il possibile per non trasmettere al lettore
-la noia ch'io ho dovuta sopportare.
-</p>
-
-<p>
-Posso assicurare i miei lettori che niente ho
-asserito prima di esaminare, e niente ho scritto
-che non mi paia vero. Ho rappresentati gli oggetti
-quali gli ho veduti. Non sempre in ciò
-sono d'accordo co' nostri autori: ciascuno ha i
-propri principii e un modo suo proprio di sentire;
-e per essere di buona fede, non debbo
-inquietarmi se non sono dell'opinione comune.
-Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo,
-hanno scritto finora i nostri eruditi, si
-troveranno in quest'opera, sull'antichità, sui
-diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi
-di Milano. Molti de' principi che hanno
-signoreggiato sulla nostra patria, si vedranno
-rappresentati da me con colori diversi dagli
-usati sinora; perchè, combinando i fatti, ho
-cercato di cavare da essi le opinioni, anzichè
-trascrivere i giudizii già pronunziati. Non rispondo
-che in un'opera vasta per sè medesima
-non mi possa esser corso qualche errore di
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che
-sia sicura di non averne! Rispondo bensì che
-ho fatto quanto era possibile alla mia diligenza
-per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente
-istrutto delle antichità milanesi, non
-potrà certamente divenirlo colla sola lettura
-di questo libro; ma, dopo di esso, converrà
-che ricorra agli autori originali, e con essi si
-addomestichi: ma per le persone che cercano
-soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare
-una conveniente istruzione delle cose della patria,
-questo libro può bastare, e per essi veramente
-ho travagliato.
-</p>
-
-<p>
-Il linguaggio della Storia è quello della verità:
-sacra, augusta verità, nemica di quella
-cinica invidiosa maldicenza che cerca di trovare
-la malignità nella debolezza: nemica della
-licenza, turbolente, declamatrice, che, incautamente
-affrontando ogni opinione, tenta di svellerla,
-per ambizione di nuove dottrine, a cui
-sacrifica il proprio e l'altrui ben essere: verità,
-donna e signora delle menti assennate, che
-placidamente si annunzia e porta gradatamente
-la face dell'evidenza, senza offendere gli occhi
-con passaggero balenare d'una effimera luce.
-Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima
-al mio stile; e due sentimenti son certo che i
-giudiziosi miei lettori vi troveranno costantemente,
-amore del vero ed amore della patria.
-Avrei tralasciato di porre il nome a quest'opera,
-se i fatti si potessero credere ad un
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-incognito, come si possono esaminare i ragionamenti
-senza bisogno di sapere chi gli abbia
-tenuti. Ho rappresentato lo stato de' nostri
-maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho
-rispettato la patria e i miei lettori, e non presento
-loro favole illustri. Ho imparzialmente
-dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità
-e la gloria; il vizio e la virtù, quali
-mi sono presentati nella successione de' tempi.
-Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri
-costumi ed azioni che la Storia possa narrare
-con piacere, senza bisogno di alcun ornamento.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-</p>
-
-<p class="title">
-STORIA DI MILANO
-</p>
-
-<h2 id="cap1">CAPITOLO PRIMO</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-<i>Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila,
-seguita nell'anno 452.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-L'origine di una città antica si perde comunemente
-nella oscurità de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti
-secoli dai quali a noi non è trapassato monumento
-alcuno, e perciò debbono considerarsi come secoli isolati e
-inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è la fondazione
-della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio fanno
-menzione, con autorità però sempre dubbia; perchè trattasi
-di un avvenimento accaduto più secoli prima che questi
-autori scrivessero, e presso di un popolo che probabilmente
-ignorava persino l'arte della scrittura con cui passare
-a' posteri la notizia de' fatti. Conviene però queste
-opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare
-dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia
-più credibile.
-</p>
-
-<p>
-Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli
-abitatori dell'Insubria dai Galli, che, superate le alpi, si
-collocarono in questa pianura; e perciò quella che oggidì
-chiamasi <i>Lombardia</i>, dai Romani ebbe il nome di <i>Gallia
-Cisalpina</i>. Questa general opinione degli antichi viene confermata
-ancora al dì d'oggi dalla pronuncia del dialetto
-popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti di
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-qua dalle alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza,
-viene pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri
-all'Italia, per modo che, chiunque sia avvezzo al
-parlare di Napoli, dì Roma, della Toscana o d'altra parte
-d'Italia, giudicherà piuttosto francesi che italiani i Lombardi
-che parlano il loro dialetto; il che rende verosimile
-l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perchè se
-bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole
-diversità, noi dovremmo avere assai più parole ed accenti
-teutonici che non abbiamo, sebbene la lunga dominazione
-de' Longobardi e l'invasione loro sia accaduta in secoli a
-noi più vicini.
-</p>
-
-<p>
-Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso,
-duce dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani,
-che prima avevano quivi collocate le loro sedi.<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>
-<i>Galli... fusis acie Tuscis, haud procul Ticino flumine:
-quum, in quo consederant, agrum Insubrium appellari
-audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi
-omen sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt</i><a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>.
-Il saggio autore però dapprincipio dice ch'ei
-riferiva sulla rimota venuta de' Galli quanto gli era stato
-narrato:<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> <i>De transitu in Italiam Gallorum haec accepimus</i>;
-e poco sopra, parlando di questa venuta, dice:<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>
-<i>Eam gentem traditur... alpes transisse</i>. Trattasi di
-un avvenimento: che viene collocato nella 45 Olimpiade,
-vivendo Tarquinio Prisco, cioè seicento anni prima dell'era
-volgare. Non abbiamo nel nostro paese monumento
-che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione colta entro di
-esso prima d'Augusto, Negli scavi che sinora si sono fatti
-sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua
-alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-o di creta, che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che
-prima dell'era volgare gli abitanti dell'Insubria conoscessero
-le arti. Non abbiamo libro alcuno scritto in Italia di
-cui l'autore non sia vissuto più secoli dopo l'epoca in cui
-si dice fondata la città nostra. Livio stesso non indica di
-aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti
-che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più
-dice, che <i>haec accepimus</i>, ovvero <i>traditur</i>; l'asserzione
-perciò di Livio tutt'al più ci farà credere che l'opinione
-de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva, fosse che la città di
-Milano avesse per fondatore certo antico Belloveso, e che
-tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per molte
-generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.
-</p>
-
-<p>
-Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso
-sia stato il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente
-dubitare se Milano abbia avuto un fondatore, cioè
-un capitano, un principe il quale, avendo il disegno di
-creare una città, abbia collocato una popolazione nel sito
-ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione nasce dall'osservare
-che le città quasi tutte, e nella Lombardia e
-nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde
-d'un fiume, al lido del mare, e i luoghi muniti e forti si
-sono piantati anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati
-e di accesso difficile. Milano non ha alcuno di questi vantaggi.
-Chiunque avesse avuto pensiero di fabbricare una
-nuova città su di questa pianura, doveva essere invitato a
-disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino,
-ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto
-necessaria agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna
-per trasportare ogni genere, che si dovettero scavare
-artificialmente de' canali secent'anni sono per rendere
-comuni anche a Milano questi comodi; il che si sarebbe
-certamente risparmiato qualora il sito fosse stato
-trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano
-mi sembra formata per una serie di circostanze senza un
-fondatore, e mi pare che, dalla condizione d'un povero
-villaggio, gradatamente ampliatasi, diventasse insensibilmente
-una città, senza che uomo alcuno avesse concepita
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne di
-agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione;
-la fecondità della terra, la moltiplicazione degli
-abitanti avranno dato luogo a formarvi un villaggio per
-domiciliare il contadino vicino al suo campo, e così la fertilità
-della terra avrà dato motivo di sempre più ampliare
-la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a formarne
-una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche
-albero, fortuitamente trasportato dalla corrente di un
-fiume, arrestarsi laddove co' rami urti nel fondo, e servire
-indi a trattenere le ghiaie e le piante che successivamente
-il fiume trasporta, e così formarsi un'isola coll'andare degli
-anni, su di cui gli uomini vi piantano poi la loro dimora.
-Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi
-che persuaderci che siasi formato un disegno di piantare
-una città lontana dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi
-per bere, e a trasportare tutto per terra. La ragione medesima
-per cui dubitiamo della fondazione attribuita a Belloveso,
-ci rende sospetto il racconto di certo famoso capitano,
-che aveva nome <i>Medo</i>, a cui si attribuisce la prima
-pianta della città, accresciuta poi di molto da certo altro
-famoso capitano, per nome <i>Olano</i>, dalla unione de' quali
-nomi se ne pretende formato <i>Mediolanum</i>: sono opinioni
-senza alcuna prova, le quali sgorgano dai tempi oscuri, e
-perciò le accenno al solo fine di non lasciare ignorare
-quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia
-del nostro paese.
-</p>
-
-<p>
-La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa
-darci de' sospetti verisimili sullo stato antico della medesima.
-Le alpi contornano questa pianura dalla parte settentrionale,
-e gli Appennini dal ponente e dal mezzogiorno
-la chiudono. Si mutano i nomi, ma in realtà la costiera
-non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre parti,
-lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre
-il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i
-venti che, sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di
-levante. In questa pianura così fiancheggiata le altissime
-montagne che la cingono, vi gettano fiumi e torrenti, i
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-quali si uniscono al Po, ed esso ha la sua foce nell'Adriatico.
-La terra fecondissima su di cui abitiamo, per poco che
-gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe coperta
-dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor
-abate Frisi, nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i
-titoli, perchè valgon meno che le due parole <i>Paolo Frisi</i>,
-mi ha graziosamente comunicate le notizie che i due laghi
-maggiore e di Como sono prossimamente allo stesso livello,
-cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano. Il
-lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi;
-così riesce braccia duecentocinquanta più alto della città di
-Milano, cioè settanta braccia ancora più alto sopra la sommità
-dell'aguglia del Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii
-di acque più alte e imminenti. La pianura è alquanto
-pendente verso del Po. La città di Milano, dalla parte più
-elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta,
-cioè dalla mura di porta Nuova a quella di porta Ticinese,
-il che fa vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone
-la piazza del Duomo a livello della sommità della
-torre di Sant'Eustorgio. Le spese e le cure incessanti che
-esigono gli argini del Po, l'altezza a cui giungono le piene
-al disopra del livello de' campi, ci convincono che un mezzo
-secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta
-la parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese
-gli esempi di terre e province coperte dalle acque del Reno
-sviato dal Po. Una dissertazione del maestro e lume della
-storia italica, signor Lodovico Antonio Muratori<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>, ci dimostra
-con quanta facilità diventino lago o palude i paesi
-più floridi della Lombardia, tosto che cessino gli uomini
-di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della natura,
-che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e
-sul quale artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano
-gli uomini, quasi contro il di lei volere; simile in
-ciò agli Olandesi, i quali, come noi, hanno pascoli, burro
-e caci eccellenti, e al par di noi hanno ottimi lini, e meglio
-di noi li preparano. Ogni volta che sia mancata la vigilanza
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-nel preservare il piano della Lombardia dalle innondazioni,
-ivi si è formata una pallude. Sant'Ambrogio, nella
-lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio,
-Brisello, Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>
-<i>tot semirutarum urbium cadavera.</i> Queste erano al tempo
-di Cicerone splendidissime colonie del popolo romano, ridotte
-nel quarto secolo, dopo le guerre di Magno Massimo
-e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza poi, nel
-secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella
-vita di san Geminiano<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>.<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a> <i>Mutinensis urbis solum, nimia
-aquarum insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus,
-et stagnis ex paludibus excrescentibus,
-incolis quoque aufugentibus noscitur esse desertum.
-Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries,
-saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis
-aptissima, aquarum crebra, ut diximus, inundatione
-submersa.</i> Se dunque è vero che la costruzione fisica
-della Lombardia la conduca allo stato di una palude,
-da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di
-cultura e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la
-attenzione degli uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano
-il lor sito coprendo la terra; sarà anche assai verosimile
-il dire che ne' tempi antichissimi questa pianura
-fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i Galli,
-collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di
-aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare
-sopra di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde
-all'antica tradizione, che il luogo eminente di Castel
-Seprio, distrutto poi l'anno 1287, come vedremo, fosse
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-una delle prime sedi degli Insubri; questo pure corrisponde
-a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e Strabone<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>,
-descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di paludi;
-e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago
-Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte
-bassa è tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio
-ne' contorni di Crema, di cui trattano le carte de' secoli
-bassi, sebbene al giorno d'oggi non sianvi in quel distretto
-paludi che formino isola alcuna. I documenti più sicuri dell'antichità
-sono i fisici. La curiosità nostra vorrebbe sapere
-come e perchè i Galli, uscendo dalla loro patria, sieno venuti,
-arrampicandosi sopra difficili montagne, a stabilirsi
-in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma
-la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che
-non lo sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca.
-La storia è piena di emigrazioni di popoli interi; la fuga da
-qualche disastro fisico, innondazione, terremoto, ec.; la
-violenza d'una barbara nazione che sforza a sloggiare e
-cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste; l'avidità di
-godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le
-cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le
-colonie greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane,
-la Ungheria ed altri regni; le spagnuole, le inglesi ec.,
-l'America. Al tempo delle crociate l'Europa tentò di invadere
-l'Asia, come in prima l'Arabia si stese sull'Africa e
-sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni anche al dì
-d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal sassone, mentre
-nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna,
-la quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano
-lingua sassone. Nella Germania, in molte province,
-i contadini parlano l'illirico, mentre nella città la lingua
-naturale è la tedesca. Anche nella Spagna l'antica lingua
-conservasi nelle montagne della Biscaglia, e niente somiglia
-alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e poscia
-degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte
-della terra ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-popolazioni, che vi si piantarono, siccome i Galli
-antichissimamente fecero, in questo paese; ma per qual
-motivo questo accadesse, non ce lo può dire la storia, che
-in Italia non riascende sino a que' tempi.
-</p>
-
-<p>
-Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni;
-oltre quella accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è
-chi la deriva dal tedesco <i>Mayland</i> (così chiamasi Milano
-in Germania), e questa voce significa paese di maggio,
-paese di primavera; denominazione che veramente conviene
-poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti,
-e in cui ne' sei mesi dell'anno, che cominciano in novembre
-e terminano al fine d'aprile, l'altezza media del
-termometro è al disotto del temperato, e dove in quella
-metà dell'anno la terra è soggetta al gelo ed alle nevi. La
-più comune sentenza fa nascere la voce <i>Mediolanum</i> da
-un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo
-mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano
-così credette, ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio
-celebrate in Milano, ci rappresentò Venere che, abbandonando
-Cipro, passa sul mare e si porta a Genova, donde,
-superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso
-Milano.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> <i>ad moenia Gallis</i></p>
-<p class="i01"><i>Condita, lanigerae suis ostentantia pellem.</i><a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il
-quale, annoverando le città più illustri, così volle indicarci
-Milano.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Et quae lanigero de sue nomen habet.</i><a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Altri furono di parere che altre città della Gallia e d'Albione
-si chiamassero con tal nome, e che i Galli chiamassero
-perciò Milano la città da essi fabbricata: opinioni tutte
-arbitrarie, incerte e di una infruttuosa discussione; perchè
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-i nomi s'inventarono prima che s'inventasse la scrittura, e
-la storia non ha principio se non dopo ritrovata la scrittura.
-</p>
-
-<p>
-Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano
-ascende all'anno di Roma 533, cioè appunto duemila
-anni fa, scrivendo io nel 1779. I consoli Cnejo Cornelio
-Scipione e Marco Marcello conquistarono l'Insubria,
-e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno
-221 prima dell'era volgare. Vorrei pure sapere a quale
-stato di coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse
-il loro governo civile; se conoscessero l'arte dello scrivere;
-se avessero monete; qual religione e qual linguaggio fossero
-naturali a quei popoli; se coltivassero i campi; qual
-forma presentasse la fisica in questo tratto di paese: ma di
-ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco ci attesta
-che allora Milano era una città molto popolata:<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>
-<i>urbem Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum
-vocant. Hanc Galli Cisalpini pro capite habent</i><a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>;
-ma Plutarco scrisse due secoli e più dopo Marcello e Scipione.
-Polibio ci assicura che Marco e Cornelio, consoli,
-guerreggiando contro de' Galli Insubri,<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a> <i>Mediolanum,
-praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius,
-urbe, quae et frumento et omni genere commeatus refertissima
-erat, potitus, Gallos persequitur</i><a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. È verisimile
-assai che Marco Marcello, dopo conquistata Milano,
-abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la quale,
-coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco romano. Di
-sì fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in
-memoria delle conquiste fatte, ovvero per dominare la città
-vinta, e dalla sommità della torre potere all'occasione vedere
-e nuocere. È tanto celebre presso degli storici nostri quest'Arco
-romano, che conviene per qualche poco ragionarne.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-</p>
-
-<p>
-Molte volte mi accaderà nel decorso di quest'opera di
-nominare il signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene
-ora ricordato, perchè tutto quello che dirò dell'Arco romano,
-da lui lo preso; e chi volesse vedere l'oggetto più
-distesamente, esamini il tomo sesto della di lui Storia,
-dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma, il
-Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco romano
-nella più ampollosa e strana foggia: Un arco lungo
-niente meno di due miglia; monito dai due lati di altissime
-mura; e nel mezzo di questo lunghissimo fabbricato
-si descrive una torre da cui si dominava nulla meno di
-tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime
-colonne. La larghezza di questo Arco romano era un getto
-di pietra, e si chiamava ora l'Arco romano ed ora l'Arco
-trionfale. Di questa mole immensa però non se ne mostra
-nessun vestigio: si disputa per fino sul luogo ove fosse collocato;
-e un architetto potrebbe fare un immenso portico
-eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che somigliasse
-a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo
-stato il nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò
-che l'Arco Romano altro non era se non una massiccia
-torre, vasta e quadrata, piantata sopra quattro solidissimi
-pilastri, e sostenuta da quattro archi; opera tutta di pietre
-grandi e quadrate, che molto si innalzava, e conteneva
-stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa
-torre era collocata sulla via romana, di contro al luogo
-ove oggi vedasi il monastero di San Lazzaro<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>. Di simili
-torri se ne vedono altre memorie nella storia di Roma,
-e Lucio Floro<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> scrive che Cnejo Domiziano Enobarbo, e
-Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano vinto gli
-Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso, sopra
-di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti.<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-<i>Utriusque victoriae quod quantumque gaudium fuerit,
-vel hinc existimari potest quod et Domitius Ænobarbus
-et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant in locis,
-saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus
-trophaea fixere.</i> La nostra torre diventò celebre dappoi
-per le esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non
-meno che per gli avvenimenti accaduti durante la guerra
-che Federico I mosse ai Milanesi, intorno al qual tempo
-rimase distrutto quest'antico e forte edificio. La opinione
-del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata sempre più
-dal<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> <i>Chronicon Vicentii Canonici Pragensis</i>, che per
-la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione
-del padre Gelasio Dobner, che ha per titolo:<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> <i>Monumenta
-Historica Boemiae nusquam antehac edita. Pragae.</i>
-Il Canonico era testimonio di veduta, e così la descrive:<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>
-<i>turris fortissima, maxima, de fortissimo opere
-marmoreo, quae arcus romanus dicebatur</i><a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>. Questo
-testimonio non poteva essere noto al conte Giulini, perchè
-non ancora pubblicato mentr'egli scriveva.
-</p>
-
-<p>
-Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante
-la repubblica di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo
-durante i primi tre secoli dell'era volgare. I Romani,
-stesa che ebbero sulla Insubria la loro dominazione, piantarono
-delle nuove città; tali furono Piacenza, Cremona e
-Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero
-padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque
-stagnanti, e fra essi Emilio Scauro si distinse; poi, mentre
-Roma era lacerata dalle fazioni, il senato, al tempo di
-Silla, accordò la cittadinanza romana a tutti gli abitatori
-dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia, che prima terminavano
-al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino all'Alpi;
-e così divenimmo italiani per adozione. Il dominio adunque
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò
-di nuove; rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo
-dalle paludi; dallo stato di barbarie c'innalzò a quello
-di una società civile; e perfine da sudditi che ci aveva resi
-la forza, la beneficenza romana ci fece liberi; e membri
-d'una illustre Repubblica, fummo capaci delle magistrature
-di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano. Cenando
-quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli
-eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica
-e senza atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore,
-il quale ne provava confusione; ma Cesare giocondamente
-prese a mangiare quelle rozze vivande, e seriamente
-rivolto a' Romani fece loro la questione, se fosse più rozzo
-e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla foggia
-del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>. Marco
-Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte
-e sublime, eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati,
-che gli innalzarono nel foro una statua di bronzo; di che
-ci fanno fede Svetonio e Plutarco. Quando Augusto, reso
-padrone della terra, passò a Milano, si trattenne ad osservare
-questo monumento, non senza inquietudine dei Milanesi,
-ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui,
-per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisione di Cesare
-e il nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo
-di farci un encomio, perchè rendevano omaggio alla virtù
-indipendentemente dalle vicende capricciose della
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-fortuna<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>. Così i Romani colti e potenti trattarono gl'Insubri
-agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai
-vinti, nè mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli,
-fieri contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione
-su i popoli per liberarli dalla tirannia, per condurgli
-alla coltura e allo stato civile. Non credettero mai utile
-nè giusto il disprezzo anche verso un popolo barbaro. La
-grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano, e
-i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano
-loro cari. Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto
-comando, egli ha fatto maravigliare l'Europa; il tempo
-schiarirà sempre più il problema politico, se a incivilire
-un popolo più giovi l'energia e la rapidità del comando,
-ovvero la industriosa sapienza dei mezzi trascelti; e se la
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del
-clima nativo e riparando accortamente le sole ingiurie di
-quello, o veramente con artificiale ed estraneo calore costringendo
-la natura.
-</p>
-
-<p>
-Fra gli imperatori dei primi secoli, Giulio Capitolino
-scrive che Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria.
-Elio Sparziano e varii altri ci assicurano che Giuliano Didio,
-che fu proclamato imperatore l'anno 195, fosse milanese.
-Nel terzo secolo i popoli del Settentrione cominciarono
-a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa
-parte d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e
-furon scacciati; e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori
-portassero la loro ordinaria sede più vicina alle
-Alpi per vegliare più di presso alla sicurezza d'Italia.
-L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto per cui è
-annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di
-monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi
-un passo; e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il
-tentare di penetrarvi con un esercito, che s'inventarono
-dei favolosi aiuti per ispiegare il passaggio che vi fece
-Annibale, quantunque gli abitatori delle Alpi non fossero
-suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che nessuna
-estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare,
-se opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi
-dei paesi e custodire le alture che dominano sulle
-vie; e porre gli invasori nella condizione di comprare con
-una battaglia vinta il potere di avanzare pochi passi e disporsi
-a nuovo cimento, e ciò con una lunga alternativa,
-che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse da
-quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di
-estere genti per mare non potevano allora temersi, perchè
-non v'era alcuna nazione che avesse un corredo marittimo
-capace di tentarlo; l'Italia, per godere dei vantaggi d'un'isola,
-non ha che a rendersi forte nei sbocchi delle Alpi;
-e così fecero gli imperatori verso la fine del terzo secolo,
-a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno
-di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di
-un Augusto, prevenivano il naturale corso degli avvenimenti,
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-e trucidavano per collocare un successore sul trono del
-mondo. Nei contorni di Milano qualche tempo soggiornò
-Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso Milano, e in
-memoria abbiamo un villaggio che dai Latini chiamossi
-<i>Pons Aureoli</i>, ora <i>Pontirolo</i>. Marc'Aurelio Valerio Massimiano
-Erculeo è stato fra gli imperatori quello al quale
-più deve la città di Milano; perchè fu probabilmente il
-primo che collocò la sua sede in Milano, e fu quello che
-cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio Vittore.<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>
-<i>Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae
-urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia.</i>
-Il giro di queste mura però non era più di due
-miglia, e viene assai accuratamente descritta la loro posizione
-nel libro: <i>Le vicende di Milano durante la guerra
-con Federico I, imperatore</i>, pubblicato con eleganza dalla
-stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore,
-l'anno 1778, ove trovasi la carta di Milano delineata,
-come verosimilmente lo era nel secolo XII, e col muro di
-Massimiano, che allora sussisteva. Io non ripeterò quanto
-ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò soltanto
-che probabilmente allora non v'erano che nove porte della
-città. La <i>Romana</i> era poco lontana da San Vittorello; la
-<i>Erculea</i><a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> era fra il monastero della Maddalena e quello
-di Sant'Agostino; la <i>Ticinese</i> era al Carrobbio; la <i>Vercellina</i>
-era vicina a San Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa
-poco lontana ha il nome di Santa Maria alla Porta; la <i>Giovia</i>
-era vicina al monastero di San Vincenzino; la <i>Comasina</i>
-era poco discosta da San Marcellino; la <i>Nuova</i> stava collocata
-più interna prima della chiesa de' Minimi; la porta
-<i>Argentea</i>, ora <i>Renza</i>, era prima di giungere alla colonna,
-così detta del Leone; la porta <i>Tosa</i> era al fine della via
-di San Zenone. Dalla situazione delle porte facile sarà a
-chiunque il comprendere a un di presso dove si trovassero
-le mura fabbricate da Massimiano. Le chiaviche e il condotto
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-delle acque coperto che spurga la città, sono l'acquedotto
-antico, il quale fiancheggiava esternamente le
-mura di quei tempi; e dove sono le colonne colle croci,
-ivi si aprivano le porte. Di queste mura molte descrizioni
-se ne sono fatte. Il Fiamma, al suo solito, asserisce che la
-larghezza di queste mura fosse di ben ventiquattro piedi
-di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di quindici
-miglia, l'altezza di sessantaquattro piedi, e, finalmente, che
-vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito.
-Molti hanno di poi ripetute simili fole, degne di stare accanto
-all'Arco romano di due miglia. Gli scrittori di questi
-ultimi tempi si sono limitati a credere cento torri, dodici
-piedi di grossezza al muro, due miglia di estensione:
-ed anche di meno ne credo io; perchè troppo sarebbe vicina
-una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve ne
-fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci
-rimane nel Monastero maggiore, non ha dodici piedi di
-grossezza nel muro, nè è difesa da sassi quadrati, come
-nemmeno lo sono le antiche mura di Roma istessa, tutte
-di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo e
-del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano
-i nostri storici. Nè può negarsi che vi fossero tali
-fabbriche, poichè, oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo
-anche oggidì due luoghi della città chiamati l'uno
-al <i>Circolo</i>, l'altro al <i>Teatro</i>; ed è ben naturale che una
-città in cui molto risiedevano gli Augusti, avesse tai luoghi
-destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire
-per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai
-pretesi grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime
-colonne di Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe
-qualche avanzo di Circo, e massimamente di Teatro, se
-fosse stato eguale almeno a quello di Verona, che vedesi
-intero nella gradinata; opera che non si distrugge facilmente:
-e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di
-cui nome conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio,
-senza che nessun pezzo di antica architettura ce ne assicuri
-la decantata magnificenza. Lo scopo che mi sono proposto
-non è la descrizione di Milano, nè l'esame minuto
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse
-di troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente
-il Circo, il Teatro, il Palazzo vennero costruiti nel
-decorso del quarto secolo, e furono opere inferiori al grido
-che ebbero dappoi, singolarmente nei notissimi versi di
-Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele e veridico,
-trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale
-di Pavia, e che dicono:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Et Mediolani mira omnia: copia rerum;</i></p>
-<p class="i01"><i>Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum</i></p>
-<p class="i01"><i>Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro</i></p>
-<p class="i01"><i>Amplificata loci species; populique voluptas</i></p>
-<p class="i01"><i>Circus, et inclusi moles cuneata theatri:</i></p>
-<p class="i01"><i>Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et regio Herculei celebris sub honore lavacri,</i></p>
-<p class="i01"><i>Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Moeniaque in valli formam circumdata limbo;</i></p>
-<p class="i01"><i>Omniaque magnis, operum veluta emula, formis</i></p>
-<p class="i01"><i>Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.</i><a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-una magnifica città per la popolazione, l'abbondanza, la
-coltura, la fortezza ed il lusso; ma qualche espressione
-è da poeta. A un uomo che avea ammirato Roma, non
-potevano sembrare<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> <i>mira omnia</i> le cose di Milano.
-Noi non vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di
-marmo che ornavano la città. Se vi fossero state fabbriche
-innumerevoli e colte, dai rottami della antica città, negli
-scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire o belle statue
-antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba architettura,
-avanzi dei tempii, dei palagi, delle ròcche emule
-della grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra
-la terra; e da essa nei contorni di Roma, in quei di Napoli,
-nella Sicilia, nella Grecia si scavano ogni giorno dei
-preziosi avanzi della magnificenza e della coltura antica.
-</p>
-
-<p>
-Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come
-presso de' Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione
-nel secolo che ebbe il nome di Augusto, declinarono
-poscia ed invecchiarono da sè, prima che i barbari entrassero
-a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma,
-ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata
-rozza e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino
-in poi, s'andarono sempre più degradando e diventando
-barbare. Al tempo poi di Costantino, al principio
-del quarto secolo, abbiamo un documento della totale decadenza
-della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si
-dovettero in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza,
-inserire i bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano,
-perchè in Roma non v'era più un'artista capace di farvene;
-e veggonsi i Daci e la figura di Traiano incassati per ornare
-un monumento de' trionfi di Costantino; e que' pochi
-ornati che vi si dovettero allora aggiungere per riempire
-il vano sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori
-di alcuni simili travagli gotici. Ciò posto la grandezza
-di Milano s'innalzò appunto nel tempo in cui tutte
-le idee grandiose e nobili delle belle arti già svaporavano;
-e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli altri celebrati
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di
-proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee,
-credo vere, e che ho pubblicate anni sono in un discorso
-sull'indole del piacere e del dolore, ove sviluppai il principio
-motore dell'uomo, che, a mio parere, è il solo dolore;
-ma siami permesso di accennare che, frammezzo agli
-orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci proscrizioni
-del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori,
-i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori,
-pittori più illustri; e che, sotto un seguito di regni di
-cinque benefici e grandi augusti, Nerva, Traiano, Adriano
-Antonino e Marc'Aurelio, regni preziosi alla virtù, alla
-umanità ed al merito, le belle arti protette e pacifiche si
-esercitarono, perchè onorate; ma non s'innestarono nei
-giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde nella
-seguente generazione scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere
-Isacco Newton, che il nostro cittadino signor abate
-Paolo Frisi ha stampato, mostrasi come, fralle atroci rivoluzioni,
-al tempo del regicidio, sotto la tirannia di Cromwell
-e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante del
-proprio sangue, si svilupparono gli ingegni sublimi che
-hanno resa gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori
-vengono a schiudersi que' principii di attività, e l'animo
-viene a ricevere quell'energia e quell'impeto che lo scagliano
-al disopra degli ostacoli, e lo costringono a seguire
-ostinatamente una serie di idee per sottrarsi ai mali della
-comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce
-protezione s'abbandona a godere del momento presente.
-Con ciò viene a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente
-accaduto e nel secolo d'Alessandro e in quello di
-Augusto e nei successivi tempi; cioè essersi riscossi gl'ingegni
-e comparsi sul teatro del mondo gli uomini grandi
-ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e tormentato;
-essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti
-in mezzo alle calamità; e tutto essere svanito e depravato
-colla felicità dei tempi. Raffaello, Michelagnolo,
-Tiziano, Correggio dipingevano i loro lavori immortali
-prima che fosse instituita l'accademia di San Lucca; e
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che
-reggevano i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario
-Fiorentino. I loro talenti gli innalzarono a godere poi
-della sicurezza e degli onori; ma la fatica, per diventar
-sommi artisti, l'affrontarono spintivi dai mali. Pietro Cornelio
-e Racine sublimarono il teatro francese al maggior
-grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi. Dacchè
-venne eretta l'Accademia francese in Roma non si è innalzato
-alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin,
-nati, vissuti e resi grandi fra le torbulenze. Virginio aveva
-quarant'anni quando seguì la battaglia d'Azio; Orazio era
-più giovine di lui cinque anni; Cicerone ebbe troncato il
-capo nella proscrizione; insomma nessun uomo ha mai potuto
-diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli,
-i quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano,
-irritano e spingono al disopra del livello comune,
-qualora vi sia speranza di superarli; su di che bastantemente
-ho spiegata la mia opinione in quel discorso. Milano
-adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali
-l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata
-e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi
-esagerare le magnificenze che gli scrittori nazionali
-ci hanno vantate. Un solo monumento ci rimane dell'antico,
-e sono le sedici superbe colonne di ordine corintio scannellate;
-pezzo di così nobile e grandiosa architettura, che
-sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso al
-Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni
-sono del buon secolo, nè io potrei crederle mai
-innalzate al principio del quarto secolo, come finora si è
-scritto, attribuendole a Massimiano Erculeo. Il chiarissimo
-nostro P. Pini, benemerito della Mettalurgia per l'opera<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>
-<i>De Venarum Metallicarum Excoctione</i>, e benemerito
-per le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura,
-crede che il marmo di quelle preziose colonne sia
-tratto dall'antica cava di Oligiasca, terra del lago di Como,
-posta fra Bellano e Piona. Si è opinato che questo fosse il
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico bagno dedicato
-ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile parimenti
-il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che
-è vera, si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci
-sia rimasto; che sembra essere del secolo d'Augusto, o
-poco dopo, e che meriterebbe d'essere nuovamente riparato
-dalla rovina che minaccia, per trapassarlo a' posteri,
-come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel secolo
-XVI.
-</p>
-
-<p>
-Nel quarto secolo molto dimorarono i Cesari in Milano;
-Massimiano Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305.
-Nello stesso giorno, 1.º di maggio, fu in Milano dichiarato
-cesare Flavio Valerio Severo. Costantino, Costanzo, Costante
-varie leggi scrissero in Milano, registrate nel Codice
-Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in Milano, sottoscrisse
-la famosa legge di tolleranza, in vigore di cui venne
-legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla qual
-legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>
-<i>ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestaem
-sequendi religionem, quam quisque voluisset</i><a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>.
-In Milano, l'anno 355, Giuliano fu dichiarato Cesare; e
-Costanzo radunò un concilio in Milano, a cui intervennero
-più di trecento vescovi. Valentiniano e Valente promulgarono
-in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano,
-ove anche morì l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in
-Milano celebrò le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena
-sette anni si osservano senza leggi promulgate in
-Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si raccoglie
-che in quella compilazione vi sono trecento undici leggi
-pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; nè certamente
-in tale collezione si saranno trascritte se non quelle che
-si credettero destinate a formare la stabile legislazione di
-tutto l'impero. Questo fatto solo ci prova come nel quarto
-secolo, e al principio del quinto, essendo diventata Milano
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-la residenza ordinaria degli Augusti, dovette per conseguenza
-essere una cospicua città, ricca, popolata e tanto
-colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi.
-</p>
-
-<p>
-Sanno gli eruditi che Costantino, temendo la troppo estesa
-potenza del prefetto del pretorio, potenza funesta a
-molti imperatori, diede una nuova forma al governo dell'Impero;
-abolì il prefetto del pretorio e divise le provincie,
-affidandone il governo a distinti ufficiali. L'Italia allora
-in due parti venne divisa. La capitale della parte meridionale
-fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi
-pose il <i>vicario di Roma</i>, in Milano il <i>vicario d'Italia</i>. Il
-governo del vicario di Roma si stendeva sopra dieci province,
-cioè la Campagna, l'Etruria, l'Umbria, il Regno suburbicario,
-la Sicilia, la Puglia e Calabria, la Lucania e
-Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e la Valeria. Il
-vicario di Milano sette province governava, cioè la Liguria,
-la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a
-cui fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra
-Rezia. Il sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel
-quinto ancora, la città di Milano la prima città d'Italia sicuramente
-dopo Roma, e di questa antica grandezza ne
-rimangono ancora alcune vestigia nella cospicua dignità
-della sede vescovile di Milano<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>, giacchè le giurisdizioni
-ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo civile
-de' primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi
-delle città capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle
-città che nel governo politico da quelle dipendevano<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>.
-Il che posto, conosciamo quanto cospicua città sia stata Milano
-nel quarto e nel quinto secolo, osservando che il di
-lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di ventuna città
-da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara, Bergamo,
-Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona,
-Torino, Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova,
-Como, Coira, Ivrea ed Alba, e questi erano suoi suffraganei
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-anche nei secoli posteriori. I confini delle diocesi, le preminenze
-delle sede vescovili, sono per lo più un indizio
-sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni città e
-dell'antico stato di ciascheduna; perchè le cose sacre, anco
-presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate
-per lo più intatte framezzo alle rivoluzioni civili.
-</p>
-
-<p>
-La dignità del vescovo di Milano, che giustamente può
-in questi tempi de' quali tratto chiamarsi metropolitano
-bensì, ma non già arcivescovo, titolo posteriormente introdotto,
-e che significa onorificenza più che giurisdizione; la
-dignità, dico, del metropolitano ricevette sommo risalto da
-sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la pietà, per la
-fermezza e per ogni sorta di virtù celebratissimo, e collocato
-fra gli esimii dottori della Chiesa. Celebre è il coraggio
-nobile e virtuoso col quale escluse dai sacri misteri
-l'augusto Teodosio. Nella Macedonia i popoli della città di
-Salonicco, allora <i>Thessalonica</i>, tumultuarono contro alcuni
-imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce
-inconsideratezza, slanciò la licenza militare sulla infelicissima
-città, ove vennero barbaramente scannati più di settemila
-abitatori, donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei,
-senza distinzione; e le pubbliche strade e le case vennero
-coperte di cadaveri, vittime di quest'atroce crudeltà. Questi
-orrori vengono dalla storia registrati nell'anno 390.
-Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella chiesa.
-Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia
-di quell'augusto che non l'avrebbe ammesso a partecipare
-de' sacri misteri se prima non avesse espiato il suo delitto
-con pubblico pentimento. Voleva lasciare il pregio della
-spontaneità alla riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere
-tutto piegarsi ai suoi voleri, pensò che la sola maestà
-di sua presenza dovesse annientare ogni riguardo; s'incamminò
-per entrare nella chiesa, ove, con passo grave,
-affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli
-queste parole: <i>Uomo grondante ancora di sangue innocente,
-ardisci tu con tal fronte portare la profanazione
-nel santuario, e collocare il delitto impunito nel tempio
-del Dio della giustizia, della mansuetudine e della pace?</i>
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di quell'augusto
-la riprensione sacerdotale. Obbedì al sacro ministro
-a vista di tutto il popolo, e partissene. Riparò la
-gran colpa con pubblica espiazione, o colla migliore di
-tutte, cioè colle opere virtuose e col premunirsi da simili
-eccessi, comandando che qualunque ordine severo gli accadesse
-in avvenire di proferire, i ministri dovessero per
-trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loderò questa
-legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi
-fratelli, non deve loro manifestare il timore ch'egli ha di
-essere ingiusto e violento. Questo è un colpo alla opinione
-su di cui si appoggia il governo; s'ei non era padrone di
-sè stesso, da uomo virtuoso doveva giudicarsi incapace di
-reggere gli altri e dimettere la porpora. Dirò bensì che
-ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la
-loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanità
-intera ha tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo
-fatto solo sarebbe stato bastante ad ottenerla al santo vescovo.
-L'ebbe in fatti a tal segno, che da lui prese la Chiesa
-milanese il nome, il rito e la dignità. La liturgia ambrosiana,
-che anche oggidì si conserva, sebbene abbia sofferte
-molte variazioni co' secoli, essa però si è preservata
-attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla.
-Io non deciderò quale sia la miglior costituzion ecclesiastica,
-se la repubblicana, ovvero la monarchica; nè mi propongo
-di trattare di cose sacre. So che col cambiare dei
-secoli le circostanze si cambiano; che una forma di civile
-governo, ottima in una combinazione di cose, può diventare
-pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una
-società combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente
-cambierà la costituzione propria, qualora per
-quello ottenere i civili cambiamenti lo consigliano; e così,
-senza ch'io intenda di preferire l'antico sistema all'attuale,
-unicamente come storico osserverò che l'autorità
-del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente da
-Roma in quei tempi; e che tale si conservò fino al duodecimo
-secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano
-di Milano veniva eletto per lo più dai primari
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-ecclesiastici, che si chiamarono <i>cardinali della santa Chiesa
-milanese</i>: così i vescovi suffraganei erano eletti dal
-clero delle loro città. Non dipendeva il vescovo suffraganeo
-che dal metropolitano, dal quale era ordinato vescovo; ed
-il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai suffraganei.
-Le controversie o si decidevano dal metropolitano,
-ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il
-quale giudicava sulla canonicità delle elezioni controverse,
-e su quant'altro occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore
-di san Pietro, il capo visibile della Chiesa, era da tutti
-venerato, e Roma è sempre stata la norma del dogma e il
-deposito della credenza; ma quantunque per circostanze
-particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse
-di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiarò di
-non mai intromettersi nella elezione del metropolita, ma
-unicamente ne ordinava la consacrazione, eletto ch'egli era
-canonicamente. Nella ventesimanona epistola del libro terzo,
-diretta<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> <i>ad presbyteros et clerum mediolanensem</i>,
-quel sommo pontefice scrisse:<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a> <i>Verumtamen quia antiquae
-meae deliberationis intentio est ad suscipienda
-pastoralis curae onera pro nullius unquam misceri persona,
-orationibus prosequor electionem vestram</i><a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>. Nei
-tempi successivi non si mantenne nemmeno la dipendenza
-di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il papa
-san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano, Lorenzo,
-per certe entrate che il metropolitano possedeva nella
-Sicilia dipendente da Roma, nomina la Chiesa milanese
-santa.<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> <i>Quod autem perhibetis ab exactione patrimonii
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-Siciliae provinciae, juris sanctae, cui Deo auctore
-praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas
-vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana
-Ecclesia aliquid debeat solide definire</i><a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>; e Giovanni VIII,
-nell'anno 878, scrisse un breve:<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> <i>Reverendissimo et
-sanctissimo confratri Ansperto, venerabili archiepiscopo
-Mediolanensi</i>. Così sia detto per conoscere quanto fosse
-decorata la città di Milano, fatta sede del prefetto d'Italia,
-soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo, e
-parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo,
-quanto ne trascorse dal sistema fissato da Costantino alla
-devastazione di Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero
-i Goti; cosicchè nessun'altra città dell'Occidente fu
-a lei paragonabile per lo splendore, se ne eccettuiamo la
-sola Roma.
-</p>
-
-<p>
-Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo
-di Magno Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le
-quali dagli eruditi si giudicano della zecca di Milano. Se
-ne conoscono di Valente, di Valentiniano II, di Vittore, di
-Eugenio e del tiranno Costantino, le quali si possono sostenere
-della zecca di Milano. Quelle d'argento hanno le
-lettere M. D. P. S., che s'interpretano <i>Mediolani pecunia
-signata</i>; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., <i>Mediolanum</i>;
-così vien letto. Hanno questi augusti regnato dal
-364 al 407, ne' tempi appunto ne' quali Milano significava
-tanto. Anche Ausonio ricorda ne' riferiti versi: <i>opulensque
-Moneta</i>; non vedo che vi sia improbabilità alcuna nel darvi
-una tale interpretazione. Le monete che si trovano negli
-scavi del nostro paese sono per lo più del terzo, quarto e
-quinto secolo.
-</p>
-
-<p>
-Ho cercato inutilmente di saperne di più di quei tempi.
-Gli storici nostri accuratamente si occupano a verificare la
-cronologia de' vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti
-martiri, l'acquisto di molle sante reliquie, fondazioni, etimologie
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-di chiese, portenti accaduti o degni di una pia credenza;
-ma nulla ci ha lasciato l'antichità, onde avere una
-idea dello stato della popolazione, della civile costituzione,
-del governo e del genio de' Milanesi; se marziale, ovvero
-pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e sensibile
-al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e
-mezzo che trascorse fra l'Impero di Costantino e la devastazione
-d'Attila accaduta nel 452. Così diciamo d'essere
-nella ignoranza totale sullo stato della agricoltura del Milanese,
-sulla negoziazione in que' secoli, sopra i costumi
-sì religiosi che civili del popolo, e in una parola sulla storia
-antica; nulla di più sapendosene fuori che essere stata
-e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la città
-di Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap2">CAPITOLO II.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="bkq">
-<i>Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e
-sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi,
-sino al di lei risorgimento.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-Attila, re degli Unni, aveva soggiogate già alcune province
-dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di
-popoli rozzi e feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo
-solo rimaneva alla difesa dell'impero, e questi era Ezio.
-Egli dunque, spedito incontro ai nemici, sconfisse i Barbari
-ed obbligolli a rintanarsi fra i loro boschi nativi; ma
-la gloria di questo generale mossegli contro l'invidia dei
-cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto, ed
-avrebbe difeso sè medesimo col proteggere il difensor dell'Impero;
-ma Valentiniano III non era nè accorto, nè degno
-del trono augusto. Egli fu atroce e imbecille a segno che
-di sua mano a colpi di pugnale uccise Ezio; e dopo ciò Attila
-invase l'Italia. Non v'era più uomo capace di opporsegli.
-Aquileia, Padova, Milano e altre città furono saccheggiate
-e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne
-l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci
-descrivano il fatto. Abbiamo però quanto basta per comprendere
-che questa fu una vera distruzione ed una vera
-rovina della nostra città; e per conoscerla basta leggere la
-epistola che Massimo, vescovo di Torino, scrisse allora ai
-cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio nell'antico
-codice di pergamena, intitolato: <i>Homiliarum hiemalium</i>,
-dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Così
-quel santo vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini.<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-<i>Quidam imperiti nimis interpretes fuerunt dicentes:
-Periit haec civitas, collapsa est Ecclesia, non est jam
-causa vivendi. Immo causa est justius sanctiusque vivendi,
-quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna
-cum pietate disponit, hostium manibus non civitatem,
-quae in vobis est, sed habitacula tradiit civitatis, nec
-ecclesiam suam, quae vere est ecclesia, consumi jussit
-incendio, sed pro correctione receptacula ecclesiae permisit
-exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud
-excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis,
-clerus integer, et plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc
-metu et moesta vivens, tamen in libertate perdurat...
-non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut praedo
-diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem,
-irruptis muris, armatos fortesque hostes populi
-inermes... fugerunt... Consolemur nos itaque fratres,
-nec usque adeo suspiremus collapsas esse domos,
-quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam...
-vindictam erga nos suam Dominus temperavit
-ut, direptis urbibus, vastatis agris, imminuta substantia,
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-nec animae nostrae, nec corpora lederentur...
-ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque
-nostris amissa reparare.</i> Perchè così Attila maltrattasse
-gl'Italiani, perchè questi non si difendessero,
-esattamente non lo sappiamo. Pare che il progetto di quei
-feroci fosse, non di piantare una dominazione, ma di saccheggiare
-e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Già
-regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva
-ottenuto un umiliante tributo dai Romani di settemila libbre
-d'oro. Egli guidava una moltitudine di armati, che dagli
-scrittori si fa ascendere a cinquecentomila e più uomini.
-Gl'Italiani erano una nazione che, da conquistatrice, passò
-ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata alla mollezza;
-e una schiera di arditi selvaggi non può temere resistenza
-da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca
-la organizzazione ingegnosa del governo; e questa,
-dopo i lunghi disordini dell'Impero, affatto mancava. Il
-più rapido mezzo per acquistare le ricchezze d'una città si
-è il diroccarla; e così intendiamo come Attila, mosso dalle
-insinuazioni del sommo pontefice san Leone, abbandonasse
-l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che tutti gli
-storici fanno di questo generale è odiosissimo. Egli è vero
-però che nessuno fra questi storici è Unno, o Gepida, o
-Alano, o Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda
-che in così breve tempo siansi cotanto estesi. Egli era sommamente
-riverito da' suoi, e temuto dovunque. Se gli Americani
-avessero scritti i fatti di Ferdinando Cortez, noi non
-conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ciò non ostante
-Attila fu un barbaro, che devastò depredando alla testa di
-ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque passò.
-I Romani vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano.
-</p>
-
-<p>
-Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione
-diedero nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di
-Padova e di Verona, dopo quest'ultima incursione de' barbari,
-memori delle precedute, cercarono un asilo, e lo
-trovarono sopra di alcune isolette dell'Adriatico. Ivi collocarono
-il loro nido. Se il non aver mai obbedito che alle
-proprie leggi, promulgate e custodite da propri concittadini,
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-e l'essersi costantemente preservati contro di ogni
-forza estranea è un titolo di nobiltà, nessuna città d'Europa
-può vantarne di uguale alla veneta, la quale non ha acquistato
-il dominio del proprio suolo colla usurpazione e coll'esterminio
-di altri uomini, ma creando colla sagace e pacifica
-industria il suolo medesimo su di cui si è collocata;
-sorta di dominazione la più giusta di ogni altra. Ivi si è
-conservato l'antico sangue pure italiano, sicuro contro l'invasione
-delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente
-accessibile alle navi armate, e tuttavia si conserva
-sotto la tutela della virtù e della sapienza dopo compiuti tredici
-secoli<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano
-potè essere la residenza de' sovrani, distrutta e incendiata
-come ella era. In fatti quei pochi deboli augusti, che continuarono
-la serie dei Cesari ancora per ventiquattro anni,
-soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai in Milano.
-Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma.
-Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e
-visse nella Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse
-l'Imperio prima in Ravenna, e dopo circa tre anni fu deposto
-in Tortona. Libio Severo fu proclamato augusto in
-Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio
-in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni.
-Lo stesso dicasi di Anicio Olibrio, Claudio Clicerio, Giulio Nipote
-e di Romolo, che tutti insieme non più di quattro anni
-regnarono succedendosi quasi efimeri imperatori. Quest'ultimo,
-chiamato Romolo Augustolo, con un diminutivo indicante
-la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità
-imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli,
-invasore d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O
-fosse che la dignità d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori,
-non sembrasse bastante grado all'ambizione del conquistatore,
-o fosse che gli usi e la forma di governo d'una
-nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro vincitore,
-egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-di re d'Italia. L'imperatore Zenone, che allora regnava in
-Oriente, non aveva forze per ispedire da Costantinopoli
-un'armata a liberare l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli
-amava Teodorico, figlio del re de' Goti, giovine allevato alla
-Corte di Costantinopoli, e innalzato al consolato. Quel giovine
-reale s'era talmente distinto col suo merito presso di
-Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua
-equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva
-fatto suo figliuolo d'armi. Permise egli adunque a Teodorico
-che venisse in Italia co' Goti, e ne scacciasse gl'invasori,
-e così fece. Tutto si dissipò il furore degli Eruli al
-presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase dei Goti. Il re
-Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore. Egli
-accortamente adoperò ogni mezzo acciocchè gl'italiani non
-s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò
-i Goti a vestire l'abito romano. Col proprio esempio
-insegnò loro ad uniformarsi all'indole della nazione. Onorò
-le scienze e le arti. Vegliò sulla esatta osservanza della giustizia.
-Repristinò i nomi e i riti delle antiche magistrature.
-Preservò da ogni vessazione i popoli nel pagamento dei tributi.
-Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò i pubblici
-edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro
-di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato
-esercizio della religione; e dopo trentasette anni di un
-regno felice, lasciò un nome glorioso nella storia, che non
-sa rimproverargli nemmeno la morte di Boezio e di Simmaco,
-comandata per seduzione, e vendicata da crudelissimi
-rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico, dimostrarono
-quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore.
-</p>
-
-<p>
-Il regno dei Goti durò sulla Italia per lo spazio di sessant'anni.
-Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò
-con Teja nel 553. I re che furono di mezzo si nominarono
-Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo, Erarico e Totila. Il
-più notabile per la storia di Milano è Vitige, sotto di cui
-la infelice nostra patria rimase presso che annichilata,
-come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia
-generale, ma unicamente quella di Milano, nè per ora, nè
-in séguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-non di volo, e per quella connessione che ebbero colla
-nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale, è stato
-trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della
-gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona
-e dello spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri
-d'illuminare i suoi simili, e di lasciare una durevole memoria
-alla posterità. Alcune circostanze hanno consigliato
-il differire di render pubblico quel lavoro di erudizione,
-di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un giorno giudicheranno
-se quel compendio della storia d'Italia sia stato
-annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo,
-che gli ha fatti piangere colla <i>Pantea</i>, gli ha fatti fremere
-colla <i>Congiura di Galeazzo Sforza</i>, e gli ha occupati
-colla placida e sensibile narrazione di <i>Saffo</i>, abbia saputo
-dipingere al vivo il carattere dei secoli, e lo stato della
-felicità e della coltura degli Italiani da Romolo fino a noi.
-Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più quei
-d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare
-di rendere un tributo al merito ed ai servigi
-ch'egli ha preparati al pubblico. La storia d'Italia adunque
-dirà di più; e così, io della dinastia de' Goti dirò unicamente,
-che sembrò riconoscessero il regno d'Italia come
-un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono l'apparenza
-della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì
-nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa
-l'immagine degli Augusti colle loro iscrizioni, e unicamente
-dall'opposta parte il nome del re d'Italia senza immagine.
-Sin che durò la dominazione de' Goti, si vede che le città
-considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia, Ravenna,
-Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione,
-fuorchè per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo
-538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le
-province del romano impero fossero invase dai popoli barbari.
-Amava la gloria, e la cercò coi pubblici edifici, col
-codice delle leggi e coll'attività de' suoi generali Belisario
-e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia, e ricuperata
-era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino a
-Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-aveva atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano
-nelle terre, e se avevano perdute le ricchezze depredate
-dagli Unni, non perciò si erano dimenticati dalla grandezza
-della loro patria, e quindi abborrivano l'estera dominazione
-che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta politica
-e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi,
-acquistato tanto ascendente fino a fare illusione e togliere
-agli Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro,
-i Milanesi, tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare
-che i Goti pure dalle contrade medesime erano
-discesi: e quindi assai bramavano che le forze imperiali
-ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza dei
-Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito
-a Roma Dazio, vescovo di Milano, con alcuni de' primarii
-della patria, i quali, abboccatisi con Belisario, gli esposero
-lo stato dell'Insubria, il numero dei popoli, l'odio che generalmente
-regnava contro dei Goti e la facilità di riunirla
-all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un mediocre soccorso
-di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e
-affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero
-considerevole di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere,
-sboccando nel Mediterraneo, giunsero a Genova, d'onde,
-superati i monti, scesero verso Milano. La provincia sarebbe
-stata tutta immediatamente dell'Impero se non vi
-fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte,
-e gl'imperiali non erano nè in numero da poterla sorprendere,
-nè scortati da macchine sufficienti ad assediarla
-e impadronirsene. Milano, Novara, Como e Bergamo si unirono
-a Mondila. Vitige spedì a questa volta un buon numero
-de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze
-che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì
-chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poichè l'antica
-Borgogna si estendeva persino su quelle parti), fecero che
-un'armata di Borgognoni contemporaneamente scendesse
-dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti, uniti a questi
-terribili alleati, acquistarono una forza preponderante.
-Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio,
-Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia,
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-si combinarono a desolare Milano; nessun soccorso vi si
-innoltrò; scomparvero Mondila e i suoi; e dai Goti e dai
-Borgognoni venne non solamente atterrato il poco che
-aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecento mila abitanti,
-senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani
-furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni.
-Vi è chi in questo racconto, che ci viene da Procopio<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>,
-crede di trovare una esagerazione, e limita l'eccidio a
-trentamila abitanti, e non più, considerando la inverosimiglianza
-di supporre una così grande popolazione in una
-città di giro angusto, e già da Attila diroccata e incenerita.
-Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio,
-che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti
-dei tempi suoi e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli
-dovevano essere esattamente palesi. Egli è
-vero che la città era piccola, e già ne ho indicato il recinto;
-ma è verosimile che l'esterminio cadesse sopra tutti
-gli abitatori del milanese. Vero è altresì che rari sono
-nella storia così enormi atrocità; non sono però senza
-esempio, e uno dei più sicuri lo somministra l'America
-meridionale. È finalmente vero che la umana natura non
-è spinta nemmeno fra i barbari a superflua crudeltà; ma
-la condizione dei Goti era pericolosissima sin tanto che
-l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I
-Greci sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e si
-innoltravano da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano
-per alleati gli oltramontani; ma se gl'Insubri, male
-affetti, vi rimanevano di mezzo, i Goti erano fra due armate
-nemiche, privi di ritirata. La necessità adunque suggeriva
-di non porre limite alla distruzione degli abitator.
-Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione
-di Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende
-verosimile, si è la considerazione che la salubrità del clima,
-e singolarmente la fecondità della terra del milanese sono
-tali, che sempre dopo le sciagure sofferte o per le vicende
-politiche, o per le pestilenze od altri fisici disastri, passato
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-un determinato numero di anni, la città riprese vigore e
-si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel progresso;
-laddove da questa desolazione del 538 per cinque
-interi secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque
-sotto di Attila ottantasette anni prima fosse diroccata,
-smantellata, incendiata Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate
-le loro ricchezze; noi vediamo che ebbero ardire e
-forza per collegarsi con Belisario, e porre in forze il regno
-dei Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio di Vitige,
-rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a
-Pavia non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la
-spopolazione e l'esterminio veramente sieno stati enormi.
-Non per questo mi renderò io mallevadore del preciso numero
-scritto dallo storico greco, al quale il nostro Tristano
-Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare la
-strage a trentamila uomini; con tutto ciò a me sembra
-che una tale perdita, benchè funestissima, non sarebbe
-stata cagione bastevole a spiegare un così lungo annientamento
-accaduto dappoi.
-</p>
-
-<p>
-Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto
-un aspetto diverso da quello col quale mi si presentano.
-Per me i nomi di <i>Uraja</i> e di <i>Vitige</i> sono i più funesti che
-possa rammemorare la nostra storia. E quali altri lo sarebbero
-se non lo sono i nomi di coloro che annientarono
-Milano dal secolo sesto sino al secolo undecimo? Gli storici
-nostri hanno temuto di deturpare lo splendore della
-patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo
-spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro
-corte a Pavia, da Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi,
-in Pavia si facessero le solenni incoronazioni, immaginarono
-un privilegio dato da Teodosio a sant'Ambrogio,
-per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare
-in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta
-da ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso
-sarebbe stato il primo a violarlo, poichè visse e morì in
-Milano, siccome ho detto. Onorio, di lui figlio, in Milano
-celebrò le sue nozze, e nel capo antecedente si accennò
-quanto vi dimorassero dappoi gli augusti. Sarebbe cosa
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero
-obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio,
-di quello che ei medesimo, i suoi figli e successori
-non fecero. Il metropolitano di Milano in quei tempi non
-aveva giurisdizione o ingerenza nelle cose civiche, nè a
-sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio quando
-si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta
-una forma repubblicana, e avesse creato i proprii magistrati,
-e riscossi i proprii tributi sotto una semplice protezione
-del sovrano, poteva esservi il desiderio di non alloggiare
-un protettore sempre pericoloso al governo aristocratico
-e popolare; ma Milano era città suddita come le
-altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risiedeva
-un governatore a nome del sovrano, chiamato <i>duca</i>
-sotto i Longobardi, e <i>conte</i> sotto i Franchi, dal quale si
-esercitava la somma autorità; il privilegio dunque si riduceva
-a condannar Milano a non essere mai più la capitale
-del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione,
-sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi
-e tali che, se vi è certezza nella storia, egli è evidente che
-un diritto cotanto indecente e sconsigliato a chiedersi ed
-a concedersi, altro non è che un sogno immaginato per
-poter persuadere che Milano conservasse la sua grandezza
-ancora in quei secoli nei quali la corte dei sovrani stava
-collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno
-un monarca desidereranno sempre di esserne la residenza
-e la patria dei successori; e quelle che si reggono sotto
-altra costituzione, avrebbero un fragilissimo garante, se
-altro non le mantenesse in possesso dei loro diritti, fuorchè
-una pergamena.
-</p>
-
-<p>
-La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il
-comando di Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea
-il glorioso Narsete, spedito nella Italia da Giustiniano
-Augusto. Nell'anno 553 non rimase più alcun Goto nell'Italia,
-se non reso suddito dell'imperatore, e da quell'anno
-cominciò il governo di Narsete, che risiedette in Roma,
-reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici
-anni. Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-uomo capace di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno
-569 entrovvi Alboino, guidando una sterminata moltitudine
-di Gepidi, Bulgheri e Longobardi. Occupò egli senza contrasto
-buona parte dell'Italia, e il centro della nuova dominazione
-fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi
-Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo
-regno de' Longobardi. Ravenna diventò la residenza del
-ministro, che col nome di <i>esarca</i> gli augusti destinavano
-a reggere Roma, Napoli e altre città che rimasero sotto
-l'imperatore preservate dalla invasione. I Longobardi, senza
-contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle altre
-città; ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I
-costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da
-un fatto solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un
-giorno, più ferocemente allegro del solito, costrinse la regina
-Rosmunda, sua moglie, a bere in una coppa orrenda,
-fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre, ucciso da Alboino
-medesimo. La regina comperò coll'adulterio un vendicatore;
-fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio
-di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi
-di quella nazione. I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed
-innalzarono Clefi a regnare. Costui con tanta crudeltà trattò
-gli uomini, che, dopo alcuni mesi, venne ucciso nel 575.
-I primi generali longobardi, in vece di passare a nuova
-elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli
-tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte
-del regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si
-attribuisce d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte
-di Milano vicina al centro, che oggidì chiamasi <i>Cordùs</i>,
-nome derivato, a quanto pretendesi, dal latino <i>Curia Ducis</i>.
-Questa anarchia dopo dieci anni terminò, avendo i
-proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio dell'ucciso
-Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere
-una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari
-e una porzione dei tributi al re, ma conservando ciascuno
-il dominio del proprio ducato; il che fece poi nascere
-il gius feudale appunto verso il finire del sesto secolo.
-La dinastia dei Longobardi durò per ventidue regni
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni, le feste,
-le incoronazioni, le nozze, tutto quello che indichi luogo
-di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia
-dei Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano:<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> <i>suscepit
-Agilulfus, qui erat cognatus regis Authari, inchoante
-mense novembrio, regiam dignitatem. Sed tamen,
-congregatis in unum Langobardis postea mense
-madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus
-est</i><a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>,e quell'<i>apud</i> fa vedere che l'adunanza si tenne
-nella pianura vicina e non nella città; e altrove:<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> <i>igitur
-sequenti aestate, mense julio, levatus est Adaloaldus rex
-super Langobardos apud Mediolanum in circo, in praesentia
-patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis Theudeberti
-regis Francorum</i><a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>: e qui pure <i>apud</i> e non <i>Mediolani</i>,
-come avrebbe scritto Paolo Diacono, giacchè,
-quantunque presso alcuni scrittori del buon secolo la voce
-apud non significhi nei contorni, ma bensì nel luogo nominato,
-lo stile di Paolo rende giustificata la interpretazione.
-Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza,
-ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia,
-che diventò la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine,
-fu da Carlo Magno assediato e preso, nel 774, Desiderio,
-ultimo re dei Longobardi, e condotto prigioniero in Francia;
-e così in Carlo Magno cominciò una dinastia nuova di
-re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome dell'Impero occidentale.
-</p>
-
-<p>
-Di ciò che spetti alla Storia di Milano durante la dominazione
-de' Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete
-gotiche non se n'è trovata una sola che indichi essere
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-stata adoperata da essi la zecca di Milano. Delle monete
-longobarde due ne conservo: la prima d'oro potrebbe essere
-della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò
-del 712 al 744; ed ha un M. nel campo ove sta la immagine;
-ma ognun vede quanto ne sia incerta la prova;
-l'altra pure d'oro ha da una parte il nome del re Desiderio,
-e dall'altra <i>Flavia Mediolano</i>; essa prova che la
-zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poichè
-questa rara moneta, che il solo <i>Le Blanc</i> ha pubblicata,
-è stata coniata nei diecisette anni precedenti, ed è la più
-antica moneta sicura della nostra officina monetaria, non
-avendo le più antiche, che si credono di Milano, se non
-delle probabilità. Ciò però basta per provare che da mille
-anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto
-moneta. Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore
-longobardo, la nazione de' Longobardi veniva dalla Scandinavia.
-Forse quello storico non aveva letto la geografia di
-Tolomeo, in cui si vede:<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> <i>habitant Germaniam quae
-circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri
-parvi appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi.</i>
-Erano adunque i Longobardi popoli della Germania, vicini
-al Reno, dalla parte settentrionale. Aggiunge poi Tolomeo:<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>
-<i>interiora atque mediterranea maxime tenent
-Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi.</i>
-Sembra con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi
-fosse a un dipresso verso la Westfalia. Per la ragione
-medesima crederemo che nemmeno avesse osservato Cornelio
-Tacito, nel libro <i>de situ Germaniae</i>, ove si legge:<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>
-<i>Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis
-et valentissimis nationibus cincti, non per obsequium,
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-sed praeliis, et periclitando tuti sint</i>; e Tacito istesso
-nelle storie:<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> <i>Longobardorum opibus refectus, per
-laeta, per adversa res Cheruscas afflictabat</i>, dice di Italo
-Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio Augusto. Se adunque
-cinque secoli prima che venissero i Longobardi a invadere
-l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si
-può attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli
-fatti discendere dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica
-Scandinavia, nel secolo ottavo, nel quale scriveva
-Paolo Diacono.
-</p>
-
-<p>
-Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige
-del 538 fu uno annientamento di Milano, dal quale per
-cinque interi secoli non potè risorgere, non intendo perciò
-di asserire che non vi rimanessero più abitatori nel luogo
-della città, e che il suolo ne restasse deserto; dico annientata
-la città cospicua, e rimasto al luogo di essa un ammasso
-di ruine, con alcune chiese e alcune case abitate da
-un piccolo numero di poveri uomini mal sicuri: perchè
-le mura delle città atterrate lasciavano libero ingresso ad
-ogni invasore. Alcuni rari abitatori erano, dopo quest'eccidio,
-sparsi sulla campagna: poco in vigore era la coltura
-delle terre per mancanza di uomini; insomma non restava
-di grande che la memoria e la dignità del metropolitano,
-la quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne
-il decoro del patriarca d'Aquileia.
-</p>
-
-<p>
-Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima
-del 1000 la maggior parte de' nobili abitava nelle terre<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>:
-e l'asserzione di un autore tanto esatto, fedele e ingenuo,
-è maggiore di ogni eccezione; egli non l'ha fatta se non
-dopo di avere esaminata con attenzione e giudizio una
-sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità di
-questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato,
-quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia
-nostra, e far comparire Milano sempre considerata; il che
-ha eseguito quanto gli è stato fattibile, salva la verità.
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-Nelle diete, che pure era costretto a dire ch'eransi tenute
-in Pavia, egli aggiunge: <i>naturalmente vi avrà preseduto
-il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione
-l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano</i>; così dice
-narrando le solenni inaugurazioni dei principi: e così
-cerca di grandeggiare anche in quei secoli che veramente
-mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque la
-maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in
-Milano, egli è evidente che non vi potevano rimanere che
-pochi e miserabili abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe,
-se i cittadini nobili l'abbandonassero, e si collocassero
-a vivere sparsi nel contado. Tutti i fatti più sicuri
-che rimangono, provano ad evidenza questo annientamento.
-Si è osservato nel capitolo primo come il circuito
-delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente
-misurandolo sopra la carta di Milano, egli era di mille e
-seicento trabucchi, laddove il giro delle odierne mura è
-di circa quattromila trabucchi, compresovi il castello. Il
-miglio si calcola tremila braccia, così il trabucco è cinque
-braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio. Quindi le
-mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le
-mura attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque
-della antica città era appena la sesta parte dello spazio
-della città attuale; dico appena, poichè, laddove le mura
-attuali formano un poligono che si accosta al circolo, le
-antiche in più d'un luogo irregolarmente portavano la
-convessità dalla parte del centro della città medesima.
-Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in
-molti luoghi era evacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra
-coltivati, dei quali attualmente si conservano i contratti di
-locazione o di vendita; v'era il <i>Forum Assamblatorum</i>;
-v'era il <i>Foro pubblico</i><a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>; v'era l'orto dell'arcivescovo in
-quello spazio che ora occupa la regia ducal corte, che perciò
-si nominò il <i>Broletto vecchio</i>, dalla voce <i>Brolo</i>, che
-ne' secoli bassi significava appunto un orto, come anche in
-oggi l'adopera in questo senso la nostra plebe<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>. Dall'altra
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-parte l'arcivescovo aveva il giardino, <i>Viridarium,
-Verzè</i>; così attualmente chiamasi quel sito. Dietro la metropolitana
-eravi un campo, e quel sito conserva perciò
-anche presentemente il nome di <i>Campo Santo</i><a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>. Entro
-le mura della città, vicino a San Giovanni <i>alle quattro
-facce</i>, v'erano in que' tempi dei campi coltivati<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>. Altri
-pezzi di terra coltivati si ritrovavano vicino a San Satiro<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>.
-Presso Santa Radegonda v'erano pezzi di terra coltivati,
-con una <i>cascina</i><a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>. Altra terra coltivata trovavasi in città
-vicino alle mura antiche di porta Vercellina<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>. Vicino alla
-chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto,
-eranvi pure altre terre coltivate<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>, e questi probabilmente
-non saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano
-nella angusta città, perchè nè saranno state pubblicate
-tutte le antiche carte di affitti o di vendite di simili fondi,
-nè col trascorrere di tanti secoli questi contratti si saranno
-tutti conservati, nè su tutti i pezzi fruttiferi si saranno
-fatti contratti per mezzo della scrittura, onde ne rimanesse
-memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica città
-meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero
-de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi
-poteva certamente essere molto popolo, a meno che il restante
-spazio non fosse occupato da case altissime, collocando
-una abitazione sopra dell'altra a molti piani: ma
-questo non era il modo certamente di fabbricare in quei
-secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere
-che in Milano erano poche e degne di osservazione le case
-che avessero piano superiore; comunemente un pian terreno
-e il tetto formavano una casa, e quelle poche le quali
-avevano un piano al disopra, chiamavansi solariatae, e venivano
-così contradistinte dalle case comuni<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>, ed erano
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio <i>in Solariolo</i>,
-che così fu chiamata perchè ivi si trovava una
-piccola casa con camere superiori<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>. Da tutto ciò chiaramente
-si vede che poca e miserabile popolazione rimaneva
-nella distrutta città prima del secolo undecimo, della quale
-scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico nostro
-Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva,
-che si era perduta in Milano ogni forma di buon governo,<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>
-<i>ob nimiam hominum raritatem</i><a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>. Della povertà
-poi di Milano in que' tempi tutto quello che ce ne rimane
-ne dà indizio. Alcune poche vie della città chiamavansi
-<i>carrobj</i>, perchè non tutte erano larghe abbastanza per il
-passaggio dei carri<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>. Le piazzette della città si lasciavano
-a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque
-il nome milanese di <i>pascuè</i>,<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>, e ben poche case erano
-di mattoni, ma anzi le muraglie erano formate con una
-grata di legno intonacata di creta e di paglia; il tetto era
-o di legno, ovvero di paglia. Siccome la pianura allora era
-coperta di boschi, singolarmente verso Milano<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>, così la
-materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi
-erano gli incendi nel secolo undecimo e al principio
-del seguente, mentre la popolazione si andava accrescendo;
-su di che è bene ch'io riferisca le parole del Fiamma, nel
-Manipolo dei Fiori:<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> <i>ubi est sciendum, quod civitas
-Mediolani propter multas destructiones non erat interius
-muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus
-quam plurimum composita. Unde si ignis in una
-domo succendebatur, tota civitas comburebatur.</i> In fatti
-ci raccontano gli storici incendi fatali accaduti in quei
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-tempi, negli anni 1071<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>, 1075<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>, 1104<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a> e 1106<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo
-di non essere mai la dominante del regno, ma una città
-suddita secondaria, diretta da un vicegerente del monarca,
-che tale sarebbe il supposto privilegio di Teodosio al vescovo
-sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano
-fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come
-Pavia, Verona e Monza divenissero la residenza de' principi,
-piuttosto che Milano, riportiamoci alla ragione vera,
-confermata da ogni fatto, e che sinora nessuno ha avuto
-l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato in
-Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, nè cosa alcuna conveniente
-ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se
-non dappoichè, riparate le mura, gli abitatori poterono
-domiciliarvisi tranquilli. Se prima di ciò si fossero radunati
-molti a convivere sullo stesso suolo, spogliato d'ogni
-riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare ai barbari il
-luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima che
-le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori
-dalle sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito
-per i nobili che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna;
-e perciò Milano era come annientato. Pochi anni
-dopo la distruzione di Federico Barbarossa riuscì ai Milanesi
-di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo la
-distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata
-Milano senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi
-ciascuno se la posterità sia stata giusta dimenticando il
-nome di Uraja, e tanto scrivendo e parlando della distruzione
-di Federico, di cui tratteremo a suo luogo.
-</p>
-
-<p>
-I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta
-l'Italia; e Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal
-loro giogo, e soggetta all'imperatore, se pure può chiamarsi
-soggezione un titolo di sovranità conservato ad un principe
-debole, lontano, che non aveva armate da spedire nell'Italia.
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il loro
-regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo;
-non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli;
-Adriano papa lo implorò da Carlo Magno, re di Francia,
-principe amante della gloria, e che aveva già battuti e sottomessi
-i Sassoni. Scese Carlo Magno nell'Italia con un'armata:
-Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò in Pavia;
-Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi Pavia,
-e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco.
-Così, nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione dei
-Longobardi e principiò quella de' Francesi. Ma non però furono
-scacciati dall'Italia i Longobardi: essi erano già domiciliati
-da sei generazioni su questo suolo, poichè erano già trascorsi
-dugentocinque anni dopo la loro venuta; il cambiamento
-di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo longobardo
-rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi rimasero
-gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro
-nei secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella
-Lombardia, viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna
-di vivere colle leggi della propria origine. Gli antichi
-abitatori professavano di vivere colla legge romana, e a
-tenore di essa erano giudicati; i Longobardi professavano la
-legge longobarda; i Francesi, che s'andarono domiciliando
-nella Lombardia, professavano la legge salica; e così nelle
-antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza
-l'aggiunta<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>: <i>qui professus est vivere lege Romanorum</i>;
-ovvero <i>qui visus fuit vivere lege Langobardorum</i>; ovvero
-<i>qui professus sum, natione mea, lege vivere Salica</i>, e
-simili dichiarazioni; e questa dichiarazione era opportuna
-e forse necessaria, acciocchè i contraenti potessero conoscere
-il valore delle reciproche obbligazioni che incontravano,
-dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale
-si doveva decidere la controversia, al caso che nascesse.
-Questo prova la rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno,
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-il quale si rese celebre per le conquiste e per una vastissima
-dominazione, e tale che, dopo di lui, nessun altro monarca
-in Europa ha riunito sotto di sè tanti regni. Le virtù di quel
-monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno della
-elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare
-un linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a
-cui venne dalla divinità sublimato.
-</p>
-
-<p>
-Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano,
-e la conservo nella mia raccolta; in essa vedesi che, non
-qualificandosi quel sovrano se non come re de' Franchi,
-dovette essere coniata dalla zecca di Milano prima dell'anno
-800, in cui venne in Roma proclamato imperatore; e di
-questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente
-in una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare
-l'erudizione colla storia. Può sembrare strano il
-pensiero di Desiderio e di Carlo Magno di porre in attività
-la zecca di una città distrutta, e quasi disabitata da due
-secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le metropoli
-suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede
-del prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però
-certo, come molti documenti e autori ci attestano, che Carlo
-Magno, nel tempo del suo soggiorno nell'Italia, si trovò
-in varie città, facendovi qualche dimora, ma di Milano non
-vi si fa cenno alcuno, perlochè nasce dubbio ch'ei non la
-vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò
-alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno,
-morì in Milano nell'810: ma ciò non accadde già perchè
-quivi quel principe tenesse la sua corte. Egli morì attraversando
-Milano, mentre veniva alla guerra co' Greci e coi
-Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere sino
-a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare
-che non vi fosse allora in Milano modo di fargli
-funerali colla pompa conveniente al di lui carattere. Lottario,
-volendo stabilire delle scuole pubbliche nell'Insubria,
-le collocò a Pavia, dove, nell'823, fece venire certo
-Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che allora si
-sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono
-finora conosciute carte nè di Carlo Magno, nè di Lodovico,
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-nè di Lottario, nè di Lodovico II, imperatori e re d'Italia,
-i quali tutti soggiornarono nella Lombardia, che abbiano
-la data di Milano. La dieta in cui fu eletto Carlo il
-Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia teneva egli la
-sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo il
-Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora,
-non ve n'è alcuno ch'io sappia, nè de' ventidue re
-longobardi, nè de' primi sei re franchi, che porti la data di
-Milano precisa. Alcuni pochi mostrano che furono spediti
-bensì nelle vicinanze di Milano, come i due di Carlo il
-Grosso, scritti nell'881, che hanno la data <i>Actum ad Mediolanum</i>,
-come se fosse attendato ne' contorni della rovinata
-città<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia,
-su di che può consultarsi la Dissertazione del signor dottor
-Pietro Pessani, intitolata: <i>de' Palazzi reali che sono
-stati nella città e territorio di Pavia</i>, stampata in Pavia,
-1771. Le ville reali erano Olona, nel territorio pavese, e Marengo,
-terra vicina al sito in cui poi, nel secolo duodecimo, i
-Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria, siccome poi vedremo.
-Tutta la storia ci attesta l'annientamento di Milano
-sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando
-crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano
-erano dominati da un conte, che li reggeva in nome del
-sovrano. Ci restano le memorie di Leone conte, che governava
-nell'840, e d'Alberigo conte che governava nell'865,
-il quale stava di alloggio in <i>Curia ducis</i>, dove è ora il
-<i>Cordùs</i>, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava:<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>
-<i>Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum
-hominum justitiam faciendam</i><a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>. Poche memorie ci rimangono
-di que' tempi. Il quartiere della città delle <i>Cinque
-vie</i> si trova nominato sino all'ottavo secolo. Alcune chiese
-avevano la stessa denominazione che conservano anche in
-oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini,
-che laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente,
-egli era ripararne le mura, e cingerla per modo
-che vi potessero soggiornare sicuri gli abitatori. Questo pensiero
-non venne in mente ai sovrani; la condizion de' tempi
-non ne avea fatto nascere l'idea. I Longobardi, rozzi ed
-agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi;
-non furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio
-di opere pubbliche. I re franchi interottamente comparivano
-nell'Italia per ricevere la corona imperiale, per farsi
-proclamare in una dieta dai signori italiani, e lasciavano
-poi un principe, da essi dipendente, col titolo di re d'Italia,
-a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal forma
-di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile
-che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo
-di Milano era considerato sempre il metropolitano
-e il più venerando, per dignità, fra gli ecclesiastici del regno
-italico, malgrado l'infelice stato della città. È assai verosimile
-che in que' tempi molti beni possedesse chi era
-innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'impero e il
-regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e
-di mente, a quel grado che, inspirando un disprezzo universale,
-fu dalla sua dignità deposto. I popoli che gemono
-sotto un viziato sistema di governo, debbono far voti al
-cielo per ottenere o un principe sommo nella bontà, ovvero
-uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo governo
-di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da
-Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano,
-di là da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi
-la venerazione che merita un ristoratore della patria. Già
-sotto i regni indeboliti e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno,
-l'arcivescovo Ansperto aveva cominciato a mostrare
-un vigore e un ardimento convenienti ad un principe.
-Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di consegnargli
-il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul
-rifiuto che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò
-ai vescovi di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col
-loro clero ne' contorni di Brescia un dato giorno, nel quale
-egli pure si ritrovò sul luogo col clero che potè raccogliere,
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-e così questa forza combinata rapì l'estinto augusto, che
-venne poi collocato in Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>.
-Egli grandissima influenza ebbe nella elezione di
-Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra
-gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso,
-amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti:<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>
-<i>Effector voti, propositique tenax</i>, come si legge
-nell'epitaffio che conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio.
-Un tale arcivescovo, nato a tempo, doveva richiamare a
-vita la sua città; e così fece con molti stabilimenti pubblici,
-e soprattutto col riparare e rialzare le mura giacenti
-e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando
-la vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non
-abbiamo scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della
-vita di quel nostro illustre cittadino e benefattore; le carte
-però che si sono ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale
-che ce ne rimane, ci danno notizia che egli, semplicemente
-come diacono, era già un personaggio ricco e
-considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi di somma
-importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico
-II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che
-ebbe la dignità di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta
-davanti la chiesa di Sant'Ambrogio. Questo è il più antico
-pezzo di architettura che abbiamo dopo i Romani. Nell'868
-fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881, avendo tenuta
-la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di struttura
-assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel secolo
-nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio
-spira una sorta di grandezza o maestà, in confronto delle
-meschine idee di quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare
-è assai lontano dalla venustà ed eleganza greca, e
-dalla nobile semplicità toscana; ma egli è del pari lontano
-dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta prodigalità
-degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente
-il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-che fra gli errori volgari debbono riporsi i nomi di <i>architettura
-gotica</i> e di <i>scrittura gotica</i>; giacchè le cose che portano
-questi nomi, vennero inventate più di seicento anni
-dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero dalla
-Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie
-de' tempi mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti,
-primo duca di Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo
-Ansperto fu invitato dal sommo pontefice Giovanni
-VIII, acciochè intervenisse co' vescovi suoi suffraganei
-al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878,
-e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora
-mancasse; ma nè l'arcivescovo, nè i suffraganei vi si prestarono,
-e il concilio non si tenne<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>. Il papa chiamò l'arcivescovo
-a un concilio in Roma per il mese di maggio 879,
-e l'arcivescovo Ansperto non si mosse<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>. Spedì Giovanni VIII
-due suoi legati a latere all'arcivescovo cercandogli obbedienza,
-e citando la pratica antica; e l'arcivescovo non volle
-nè ascoltarli, nè riceverli, ma li fece dimorare fuori della
-sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò
-nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che
-Ansperto, per la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla
-dignità arcivescovile, e per ciò scrisse al clero di Milano,
-acciocchè, convocati i vescovi suffraganei, si passasse a
-nuova elezione, scegliendo fra i cardinali della santa chiesa
-milanese quello che fosse giudicato il più degno:<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> <i>Qui
-de cardinalibus presbyteris aut diaconis dignior fuerit
-repertus, eum, Christi solatio, ad archiepiscopatus honorem
-promoverent</i>, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno
-non obbedì a quest'ordine, di che diffusamente tratta
-il conte Giulini, che sarà ne' secoli bassi l'autore che io
-primieramente terrò a seguitare per la sicurezza dei fatti<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>.
-Ciò non ostante papa Giovanni medesimo, in un'Epistola
-scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un monastero,
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-perchè fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto
-ed alla santa chiesa milanese:<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a> <i>Fideli devotione,
-totoque mentis conamine, pro pristino statu et vigore
-atque restituitione sanctae mediolanensis ecclesiae, ter
-quaterque in obsequio Ansperti reverendissimi archiepiscopi
-tui, ac confratris nostri devotum atque tu omnibus
-fidelissimum permanere, atque decertare omnino et
-evidenter comperimus</i><a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>; dal che si conosce che tutto
-pacificamente finì col sommo pontefice, e si conosce pure,
-non solamente quanto a ragione nell'epitaffio si applichi
-all'arcivescovo Ansperto l'orazione <i>propositique tenax</i>, ma
-altresì la riforma che quell'arcivescovo introdusse per restituire
-all'antica gloria, stato e vigore la chiesa di Milano.
-Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo
-la più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza
-de' sovrani per agir da sovrano benefico e ristorare della
-sua patria; rianimò il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il
-soggiorno della città col restituirvi le antiche mura; ristorò
-le chiese; fondò degli spedali: onde per tai mezzi invitata,
-cominciò parte della popolazione, che stava diradata nelle
-terre, a domiciliarsi nella città, che da tre secoli e mezzo
-era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a prendere
-nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando
-per gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle
-meno di due altri secoli ancora prima che Milano giungesse
-a riacquistare sulla Lombardia la vera influenza d'una
-città capitale; perlochè la strage di Uraja lasciò la depressione
-per più di cinquecento anni, siccome ho già detto,
-sulla patria nostra. I nomi di <i>Uraja</i> e di <i>Ansperto</i> meritano
-d'essere più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di
-quello che finora lo sono stati.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap3">CAPITOLO III.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-<i>Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale
-elettiva erasi mantenuta come per successione in
-una stessa famiglia, e la dieta tenutasi in Germania l'anno
-887, deponendo Carlo il Grosso, pretese d'innalzare all'impero
-Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da
-Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso dei quali si
-era fatta l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida.
-Il papa, il quale solo poteva conferire la dignità imperiale
-all'incoronazione, come in quei tempi credevasi, cominciò
-a far uso di tale opinione per far cadere questo titolo sopra
-di un principe che, da lui riconoscendolo, fosse altresì
-meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice
-sempre più vivesse e sicura, anzi a maggiore ampiezza si
-estendesse. L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa
-mira, dacchè aveva già assaporato il piacere di comandare
-nella sua città. Un principe debole era per essi preferibile,
-posto che le circostanze esigevano che uno ve ne fosse.
-Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero d'accordo;
-se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza
-d'un superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da
-temersi che quella d'un laico, assente per lo più ed occupato
-negli affari dei regni oltramontani; e perciò la condotta
-degli arcivescovi poche volte s'accordava con quella
-dei papi, anzi bene spesso l'attraversava. Gl'Italiani elessero
-un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del Friuli,
-l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente
-lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice,
-solennemente incoronò imperatore Guido, duca di
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-Spoleti. E l'uno e l'altro di questi due principi per parte
-di madre discendevano da Carlo Magno. Oltre questi due,
-che si disputavano la signoria del regno italico, scese dalle
-Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per sostenere
-la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito
-è difficile l'assegnare a quale dei tre pretendenti obbedisse
-l'Italia. Milano fu soggetta a Berengario, che risiedeva in
-Pavia ed in Monza; poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata
-dal figlio di Guido, che fu l'imperatore Lamberto.
-Arnolfo venne incoronato imperatore da papa Formoso, e
-così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore
-Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale
-ultimo cedettero i due competitori. Fra questi torbidi andava
-cautamente schermendosi il nostro arcivescovo, e cogliendo
-le occasioni d'ingrandirsi e di rendere sempre
-più importante la sua influenza nel regno d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò
-Milano, accadde un fatto che merita luogo nella storia.
-Milano erasi data ad Arnolfo, ed era per lui custodita dal
-conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che ancora non aveva il
-titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia, quando Lamberto
-augusto mosse le sue forze per sottomettere la città.
-L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente
-il suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per
-l'assenza del re, terminò finalmente con la conquista.
-L'imperatore Lamberto fece tagliare la testa al conte; nè
-pago ancora, volle punita la fede e il valore del padre anche
-in uno de' suoi figli e nel genero, privati entrambi
-degli occhi<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>. All'atrocità unì Lamberto la più supina
-spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile
-a comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e
-di guadagnarselo nella persona di Ugone, figlio pure del
-decapitato conte Maginfredo. Credette che il non averlo
-privato degli occhi potesse essere considerato come dono;
-e che i regali e l'affabilità che seco usava, potessero fargli
-dimenticare che egli era l'assassino della sua famiglia.
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e
-seco lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno,
-sbandatosi l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno
-non avendo seco, fuori che il giovane Ugone, alla mente
-di questi si affacciò in quel momento il teschio del buon
-padre grondante di vivo sangue, il fratello, il cognato ridotti
-allo stato deplorabile della cecità, la patria soggiogata, la
-sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un mostro
-così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso
-sul suolo<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re
-Berengario di aver gettato da cavallo Lamberto con un
-valente colpa di bastone sul capo, e colla percossa avergli
-tolta la vita<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>. Non ci lagneremmo cotanto dei tempi presenti,
-se meglio ci fossero noti i costumi dei secoli passati.
-Non vi è certamente nella storia del nostro secolo un tratto
-di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate
-nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è
-maltrattato perchè siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie
-per favorito il figlio o il fratello di coloro che ha egli
-stesso consegnati al carnefice, il che è un misto della più
-insensata dabbenaggine colla più fredda crudeltà. Quello
-che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto venne
-ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del
-conte Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno
-aveva in favor suo il corso degli anni, per di cui
-mezzo una lunga serie di beneficii avesse potuto rallentare
-nell'animo di Ugone il mordace sentimento della desolata
-sua famiglia.
-</p>
-
-<p>
-Ucciso così l'Imperatore Lamberto, il re Berengario rimase
-solo sovrano d'Italia in Pavia, poichè Arnolfo quasi
-nel tempo istesso aveva cessato di vivere, assediando Fermo.
-Liberato dai due rivali, ogni apparenza indicava l'augurio
-di un placido regno a Berengario. Ma un regno placido e
-uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava Milano,
-non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo
-Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole accompagnata
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-da molta ricchezza, e sia avvezzo a influire
-nelle vicende di un regno, difficilmente antepone la tranquilla
-obbedienza alla tumultuosa inquietudine di spargere
-sopra un grande numero di uomini la speranza e il timore,
-nè l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia. Si cercò
-un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e
-s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona
-d'Italia. Scese Lodovico dalle Alpi e sorprese Berengario,
-che potè appena aver tempo di rifuggiarsi in Verona: e
-Lodovico, collocatosi in Pavia, venne l'anno 900 proclamato
-re da una dieta d'Italiani, e in un suo diploma egli stesso
-ce lo insegna:<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> <i>Venientibus nobis Papiam in sacro
-palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione
-in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus,
-cunctisque item majoris, inferiorisque personae
-ordinibus facta</i><a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>. Da queste parole si conosce che il regno
-d'Italia dal re istesso era considerato elettivo e dipendente
-dalla libera volontà dei signori italiani, e si conosce
-pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia
-ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi.
-Milano fu suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato
-imperatore, ma poco potè godere di sua fortuna,
-poichè ben tosto venne scacciato dall'Italia da Berengario,
-che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò forze bastanti da
-opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei diplomi
-del re Berengario del 903 dati in Pavia,<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a> <i>in palatio ticinensi,
-quod est caput regni nostri</i><a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>, e da altri si
-scorge ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo
-fatto dall'imperatore Lodovico III per discacciare dal soglio
-il re Berengario gli costò la perdita degli occhi, che
-il vincitore Berengario gli fece guastare; onde quell'augusto
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò
-libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto
-anni ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido,
-l'imperatore Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore
-Lodovico III. Così, assicurato sul trono Berengario,
-tranquillamente cominciò a regnare senza nemici. Aveva
-la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui non se ne
-dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano la
-data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il
-sommo pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto,
-dopo ventotto anni da che era stato incoronato re d'Italia;
-indi se ne ritornò a Pavia. Tre anni dopo sappiamo dalle
-carte che questo augusto dimorava in Monza; la villa favorita
-da lui era Olona.
-</p>
-
-<p>
-Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa
-bastare a tessere la storia di Milano. Vediamo unicamente
-che, dopo il glorioso arcivescovo Ansperto, i prelati suoi
-successori avevano acquistata molta considerazione, e si occupavano
-di oggetti grandi. Abbiamo indizi che la città si
-andava popolando. V'erano monasteri di vergini dedicate a
-Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa Radegonda
-chiamavasi <i>San Salvatore di Vigelinda</i>; quello di
-Santa Margarita chiamavasi <i>Santa Maria di Gisone</i>; il Bocchetto
-aveva la denominazione allora di <i>San Salvatore di
-Dateo</i>; le monache di Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano
-di <i>Santa Maria di Orona</i>; il monastero Maggiore
-chiamavasi <i>Santa Maria inter Vineam</i>; e per quei tempi,
-da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia registrate
-le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente
-la città, questo basta per conoscere che vi dovea essere
-radunato discreto numero di popolazione. L'instancabile
-conte Giulini ha dovuto mendicare dalle antiche pergamene,
-dai diplomi de' principi, dalle sentenze de' giudici, dai testamenti
-e dai contratti che tuttora conservansi negli archivi,
-le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono
-per lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine
-monastico, alla erudita ricerca su i confini di qualche
-giurisdizione o distretto, alla dotazione od erezione di qualche
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-chiesa; ma non possono servire alla storia. Di che, ben
-lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli
-tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da
-lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando
-fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi
-di que' tempi, e per la possibilità che servano a beneficio
-di private persone, sebbene non sieno materiali servibili
-per tesserne una storia.
-</p>
-
-<p>
-Erano già trascorsi quindici anni dacchè l'augusto Berengario
-regnava senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo
-di Milano giaceva come ogni altro suddito, senza avere altro
-di più che la venerazione inerente al carattere del metropolitano.
-L'imperatore stipendiava gli Ungari, di cui si
-era servito felicemente nelle vicende passate; e questi, valorosi
-alla guerra ed egualmente esperti predatori, avevano
-talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno
-facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda.
-Costoro lo stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e
-nella Franconia. La Germania e l'Italia erano esposte al
-saccheggio; e allora quasi ogni borgo dovette cingersi di
-mura per vivere con sicurezza. Questo aveva reso odiosissimo
-il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti dell'imperatore
-Berengario, che aveva per essi molti riguardi. Lamberto,
-arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti,
-ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa
-che aveva dovuto pagare a quell'augusto per essere da lui
-collocato sulla sede arcivescovile, a cui era stato canonicamente
-innalzato dai voti del clero<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>. Questa tassa fu proporzionata
-a quanto bisognava per pagare la famiglia bassa
-di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil gente<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>.
-Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo, re
-dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta
-della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare
-Olderico, conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente
-alla custodia dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei
-credeva fedele, anche per l'assenso che poco prima gli aveva
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-accordato ponendolo al possedimento della dignità arcivescovile.
-Poco dopo l'imperatore conobbe d'avere malamente
-scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero
-senza pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò
-collo specioso titolo che non dovea consegnare il prigioniero
-a chi poteva porlo in pericolo della vita. Lamberto
-non si arrestò al rifiuto; lasciò in libertà l'affidatogli Olderico,
-il quale tosto andò ad unirsi con Adalberto, marchese
-d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi la maschera,
-comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto Berengario;
-il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i
-ribelli, rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero
-Gilberto, e fuggitivo il marchese. L'imperatore Berengario
-diede un generoso perdono a Gilberto conte, e resegli la
-libertà. L'uso che fece di questo dono l'ingrato Gilberto, fu
-di portarsi immediatamente dal re di Borgogna, e, nello
-spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di
-dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>,
-e l'imperatore Berengario per la seconda volta
-dovette vedere un oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera
-dell'arcivescovo di Milano; e per la seconda volta
-sorpreso, gli convenne fuggirsene al suo asilo di Verona,
-per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza, ed ora
-di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima
-con cui Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico,
-dopo due anni, ne' quali rimase rinchiuso in Verona; dopo
-due anni pure, ne' quali Verona fu il suo ricovero, riacquistò
-quanto gli aveva occupato Rodolfo. Convien credere
-che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i Pavesi
-complici dei mali che aveva sofferti, poichè, nel 924, assediò
-co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse.
-Frodoardo e Liutprando descrivono questo esterminio con
-espressioni forse esagerate. Pretendono che quarantatre
-chiese vi fossero atterrate e incenerite; che vi fossero rovinate
-tutte le abitazioni; e che appena duecento abitatori
-abbiano potuto salvare la vita. Se questo fosse, non si potrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-spiegare come poi nello stesso anno vi soggiornasse
-Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto
-agosto 974, di cui tratta il conte Giulini<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. Sebbene poi
-anche a molto meno riducasi il danno della saccheggiata
-Pavia, egli è verosimile che un tale infortunio dovette essere
-favorevole alla crescente città di Milano. L'imperatore
-Berengario appena dopo la presa di Pavia ritornossene a
-Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser ben munita
-di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui
-aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò
-insidie per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi
-Fiamberto; venne scoperto il traditore, e l'augusto
-Berengario, fattolo venire a sè, con umanità senza pari gli
-parlò della vergogna che va in seguito al tradimento, dei
-rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che accompagna
-la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo
-di avere infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva
-fatto al conte Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato
-e l'avrebbe beneficato in avvenire: e in prova, sul momento,
-donogli una preziosa coppa d'oro. Principe troppo
-incauto nell'usare della generosità; poichè, pochi giorni
-dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse.
-Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno
-d'Italia per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove;
-principe degno d'essere collocato fra i migliori, se non
-avesse portato la clemenza a un estremo vizioso, poichè la
-libertà data a Gilberto cagionò al regno i mali gravissimi
-d'un'estera invasione, e la generosa sua bontà verso Fiamberto
-privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non sapeva
-egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare
-al dovere un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso
-di passione da cui fu sedotta, non giova mai per acquistare
-l'anima bassa di colui che tranquillamente si è determinato
-ad un'azione perversa. La vista del magnanimo
-che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore.
-I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-non sono lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio,
-per beneficar lui, si espone la società intera al pericolo
-di nuovi danni.
-</p>
-
-<p>
-Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re
-Rodolfo rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno
-italico; ma nemmeno avea egli un partito bastante per essere
-proclamato re d'Italia. Una donna celebre per la bellezza,
-non meno che per l'arte scaltrissima di prevalersene,
-donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene,
-e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a
-suo talento, Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese
-d'Ivrea di cui poc'anzi feci menzione, avea formato
-il progetto di collocare sul trono o Guido, duca di Toscana,
-di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia. Rodolfo invitato,
-come dissi, al soglio italico dal marchese defunto,
-credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la
-trama di scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche
-cogli amori, colle arti medesime animava molti signori
-potenti a secondare il disegno di lei. Il re Rodolfo stavasene
-a Verona, ed Ermengarda, unita ai fratelli, s'impadronì
-di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno dell'ingannatrice
-donna, e si determinò a scacciarla da quella
-città, e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un
-esercito e marciò alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta
-che, in séguito d'uno scritto che la marchesa Ermengarda
-potè fargli giugnere, quel re, furtivamente, di notte, abbandonò
-i suoi, e secretamente entrò come un amante in Pavia
-e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi mascherati
-nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano armati
-per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo
-allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo
-re d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re
-di Provenza, al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>.
-Lo schernito Rodolfo a stento potè uscire dal labirinto in
-cui la spensieratezza avevalo condotto. Si parti quindi d'Italia
-per raccogliere un'armata ne' propri Stati, e con essa
-ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non trovandosi forte
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo che assai
-importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui
-spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai
-scegliere, per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo,
-deluso sotto Pavia, e impegnato già col re di Provenza.
-Burcardo, orgoglioso ed incauto, nel portarsi a Milano, osservando
-le torri e il restante dell'antica fabbrica sacra ad
-Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa di San Lorenzo,
-si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi
-una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi
-soltanto, ma molti principi d'Italia:<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a> <i>Eum ibidem munitionem
-construere velle, qua non solum Mediolanenses,
-sed et plures Italiae principes coercere decrevisset</i><a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>.
-Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre cavalcava.
-Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne
-fece rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con
-ogni splendidezza accolse l'ospite illustre, giacchè Burcardo
-era suocero dello stesso re Rodolfo; gli diede una caccia del
-cervo nel parco, cosa che Lamberto arcivescovo non soleva fare
-se non co' più cari amici:<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> <i>Concessit cervum, quem is in
-suo brolio venaretur, quod nulli unquam nisi carissimis
-magnisque concessit amicis</i>, così dice Liutprando; insomma
-dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo
-avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente
-con molta officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non
-ebbe tempo di riferire al re di Borgogna il risultato della
-negoziazione; poichè, assalito ne' contorni di Novara da alcuni
-armati, vi lasciò la vita; dopo di che il re Rodolfo abbandonò
-per sempre l'Italia. Fra le altre cose che Liutprando
-asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi,<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> <i>dum
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-juxta murum civitatis equitaret</i>, vi è la seguente:<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>
-<i>Lingua propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si
-Italienses omnes uno uti tantummodo calcari, informesque
-non fecero equae caballitare, non sum Burchardus.
-Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem
-nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios
-de muro mortuos praecipitabo.</i> Veramente così non
-parlò Cesare alla cena, nè Augusto alla vista del simulacro
-di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è feroce e muscolare;
-l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia colla virtù.
-Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non
-fu nobile, nè generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra
-parte, se non coll'averne resa informata Ermengarda.
-Ma Burcardo non dovea simulatamente chiedere soccorso da
-un popolo che altamente disprezzava, nè cercare l'assistenza
-degli Italiani, affine di ridurli poi ad una vituperosa
-depressione: il progetto non era nè generoso nè eseguito
-nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano
-che la terra è la patria a tutti comune; che gli uomini
-formano una famiglia che diradatamente l'abita; che l'essere
-domiciliati qualche grado più al polo, ovvero all'equatore,
-non costituisce una diversità nella specie; che la fortuna,
-la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro
-col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento
-e la miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio
-nazionale, e niente più ingiusto quanto il rimproverare altrui
-d'essere nati ove lo furono; e niente più inutile e incauto,
-quanto il mostrare disprezzo verso una nazione la
-quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile, sarà
-sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero
-lasciare queste tracce; essi camminarono per altro
-sentiero, e si resero padroni della terra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-</p>
-
-<p>
-Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo
-di Milano era già diventato un personaggio di somma considerazione
-fra i principi del regno d'Italia; che le mura
-di Milano erano forti e tali da potervisi confidare; che Pavia
-non era distrutta a segno che non vi si abitasse tuttavia
-e non fosse capace di una difesa. Il parco poi dell'arcivescovo,
-chiamato <i>Brolio</i>, in cui manteneva i cervi, era immediatamente
-fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva
-dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo
-diede l'aggiunta <i>in Brolio</i> alle due nominate chiese;
-nè questo è da confondersi coll'orto chiamato <i>Broletto</i>,
-che aveva l'arcivescovo al sito in cui vedesi oggidì la ducal
-corte.
-</p>
-
-<p>
-Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi
-nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna
-e re di Provenza, già invitato, come dissi, dagl'italiani, se 'n
-venne:<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> <i>Venit Papiam, cunctisque conniventibus regnum
-suscepit</i><a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>. Qui non sarà inutile l'osservare che sotto
-la denominazione di Alta Borgogna comprendevasi il paese
-degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte della Savoia;
-chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta
-Borgogna e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità
-colla quale Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno
-di Berengario augusto, e la rapidità con cui, partitosene,
-ritornò con un'armata. Ugone per cinque anni regnò
-solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per la vedova
-marchesa d'Ivrea Ennengarda, sorella di lui per parte di
-madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto,
-a cui doveva il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane
-un vestigio nella moneta milanese che conservo nella
-mia raccolta. Nell'anno 931 associò sul trono Lotario suo
-figlio, ed allora i diplomi, non meno che le monete, ebbero
-la leggenda di<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a> <i>Hugo et Lotharius rege</i>, anzi in modo
-assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che
-ho presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-dell'incauto Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'impero,
-e faceva servire gli amori al regno, quando il
-primo aveva fatto l'opposto. La famosa Marozia, vedova duchessa
-di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocchè con quell'appoggio
-non vi fosse chi gli disputasse l'impero; e
-l'avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto
-irritato Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi
-la città, dovette infelicemente ritornarsene in Pavia
-l'anno 933. Erano state in questo frattempo, per lo spazio
-di sette anni, tranquille le cose di Lombardia, e naturalmente
-i primi signori, e fra questi l'arcivescovo di Milano,
-che opportunamente profittava quando gli affari erano in
-movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per
-richiamare al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato
-con quel principe, al quale cedette una parte de' suoi
-Stati di Provenza, cioè la gran Borgogna cisjurana; e con
-tal mezzo si fece interamente cedere ogni di lui pretensione
-sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi fatto invito
-ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934,
-era comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo
-vinse e lo fece scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto
-aveva cessato di vivere; eragli succeduto un prelato
-di più mite carattere. Ma il re Ugone, da accorto politico,
-non valendo colla forza a contenere chi occupava la cospicua
-sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la
-scelta sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi; e
-questo fu Teobaldo, che gli era figlio naturale, partoritogli
-da Stefania, donna romana, che era la terza concubina del
-re. Per non violare le costumanze e le ragioni de' sacri canoni,
-lo fece tonsurare e ascrivere tra i cardinali della
-santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo di
-<i>ordinari</i><a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>, e così con finissima politica, onorando quel
-ceto di polenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano
-de' principali cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi,
-dignità allora cospicue, si assicurò la tranquillità.
-Ma il progetto, immaginato con avvedutezza, fu da Ugone
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-medesimo, per impazienza, rovinato; poichè durando a vivere
-l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re,
-ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo,
-ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano
-per di lui comando i primari del regno nel 944, i suoi facessero
-nascere una briga co' Milanesi, procurando fra il
-tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il colpo andò a vuoto;
-venne sparso il sangue di molti, ma fu salvo Arderico<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>;
-il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a secondare
-le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene,
-e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe
-poca parte nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese
-d'Ivrea, che si era sottratto dalle insidie del re Ugone,
-ricoverandosi in Germania. Questi era un signore possente,
-e vedendosi favorito dall'arcivescovo e da' signori suoi aderenti
-comparve in Italia alla testa di alcuni armati. Nel
-945 venne a Verona, donde passò a Milano. In Milano si
-radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re
-Ugone forza per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò
-la corona d'Italia; pregò la dieta di non volerla togliere
-al figlio Lotario; e passò a reggere i suoi Stati nella
-bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta la corona italica
-per diciannove anni, ne' quali tenne per lo più la sua corte
-in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano,
-o perchè ancora non ben popolata e costrutta, o per
-la pericolosa vicinanza del potente arcivescovo. Così restò
-semplice cardinale ordinario il figlio reale Teobaldo.
-</p>
-
-<p>
-Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone,
-era figlio, siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e
-di Gisla, figlia dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto
-che si collegò con Gilberto conte e con Olderico per
-deprimere il suocero e collocare Rodolfo, re di Borgogna,
-in di lui luogo. Matrigna di Berengario era la marchesa
-Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la inquietudine
-politica e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un
-oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro
-Ugone, che lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-più di quanto l'avrebbe egli desiderato. Pensando
-Ugone al modo di liberarsi da un tale oggetto, ricorse alla
-insidia, solito mezzo di un principe debole, spaventato e
-senza morale. Simulò la maggiore amicizia che aver si potesse
-per il giovine Berengario; ogni volta che di lui ragionava,
-palesava una simpatia, una stima di Berengario
-somma; ogni arte pose in opera per invitarlo a venire a
-Pavia alla corte d'un re che tanto fingeva di amarlo. Tutto
-era disposto per arrestarlo, poichè fosse caduto nella rete,
-e cavargli gli occhi; operazione che in que' secoli di ferro
-era pur troppo frequentemente praticata. Il re Lotario, figlio
-di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre fosse
-riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla
-compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmi
-al padre la macchia d'aver eseguilo l'infame progetto
-e rese avvisato Berengario dell'occorrente: di che Liutprando
-non arrossi di biasmarlo<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>; tanto le idee della virtù erano
-smarrite in que' tempi, non solamente nel turbine delle
-passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore che
-tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo
-per cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania,
-lontano dalla sorda insidiosa politica del re Ugone, di
-cui la storia non ci ha lasciato nessuna bella azione che in
-qualche modo bilanci i tratti di bassezza e di atrocità che
-hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama <i>una
-solennissima volpe</i>: io non credo che vi facesse bisogno
-di tanta accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato;
-per vivervi fra le insidie e i pericoli senza potere
-ottenere giammai dal papa la corona imperiale; per fuggirsene
-vilmente al primo comparire dei torbidi; per vivere
-nell'angustia, e lasciare di sè alla posterità un'infausta
-memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la dappocaggine?
-La vera accortezza è quella che, conciliando al
-principe la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul
-trono; lo rinfranca contro gl'insulti nemici; e dopo una
-vita segnata colla giustizia, colla beneficenza e col valore,
-lascia alla fama il carico di eternare la sua gloria e trapassare
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-alle età che nasceranno la memoria delle sue
-virtù.
-</p>
-
-<p>
-Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese
-d'Ivrea Berengario, l'anno 945, per unanime consenso
-de' signori d'Italia, fu collocato sul trono abbandonato
-da Ugone, il re Lotario, di lui figlio; di cui l'ottima
-indole s'era meritata la comune opinione. A questa scelta
-probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se non
-per sentimento, chè l'anima di costui forse non era capace,
-almeno per decenza di comparire grato a un principe che
-l'aveva salvato dalle insidie del padre. Lotario altronde era
-già stato solennemente associato al regno, e proclamato re
-d'Italia da quattordici anni addietro; nè si poteva scacciare
-quell'innocente sovrano dal trono senza ribellione ed ingiustizia
-manifesta. Questa è la prima dieta del regno, e
-la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in
-Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre
-memorando (945). Il regno del giovine Lotario fu puramente
-di nome, poichè in fatti tutto si mosse coi voleri
-del marchese Berengario; al quale spiacendo anche quell'embrione
-di re, che gl'impediva di sedersi egli stesso sul
-trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il
-regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe
-la sua tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale
-fu la ricompensa che il marchese Berengario diede al re
-Lotario, a cui doveva la luce del giorno. Dopo ventiquattro
-giorni appena estinto Lotario, l'anno 950, Berengario e Adalberto
-suo figlio vennero proclamati re d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel
-secolo crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione
-fosse disceso l'uman genere; esamini, chi il
-brami, più minutamente gli storici, e veda poi se le querele
-sopra i costumi presenti sieno fondate; ovvero se in
-vece non vi sia ragione di offrire umili voti di riconoscenza
-a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce che vizio e
-miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se
-qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra,
-questa è riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-sullo stato delle arti e delle lettere in que' barbari tempi,
-servirà a distrarci dai veneficii, dagli accecamenti e dalle
-insidie che compongono la storia di quegli anni. Poichè si
-dovette tumulare in Milano l'estinto re Lotario, tanto era
-lontana ogni idea della erudizione, che, per formarne l'urna
-sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in cui eravi
-scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si formò
-l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i caratteri;
-di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati,
-i quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>.
-La lingua latina scrivevasi coi più strani solecismi:
-alcuni pochi esempi ne daranno idea. Un diploma di questi
-tempi comincia così:<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a> <i>Dum in Dei nomine, civitate
-Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo et
-Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites,
-quod topia vocatur, infra eadem Curte</i>, etc.<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Una
-sentenza comincia così:<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> <i>Dum in Dei nomine, ad monasterium
-sancti, et Christi confessoris Ambrosii, hubi
-ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus Lambertus
-piissimus imperator preerat, in domum ejusdem
-sancte mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui,
-in juditio resideret Amedeus comes palacii, una cum
-Landulfus, vocatus archiepiscopo, singulorum hominum
-justitiam faciendam, ed deliberandam, etc.</i><a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-Altra sentenza comincia così:<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a> <i>In Dei nomine, civitatis
-mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis
-in juditio ressederet Magnifredus comes palatii, et
-comes ipsius comitati Mediolanensis, singulorum hominum
-justicias faciendas, ressedentibus cum eo Rotcherius
-vicecomitis ipsius civitatis, etc.</i><a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. Vero è che
-ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima:
-e tale è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla
-pag. 17, ove così leggesi:<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a> <i>Confirmo ut omnes servos
-et ancellas meas sint Aldiones, et pertinentes mundium
-eorum ad ipso Xenodochium, habentes per caput unusquis
-mascolis et femine solidus singolus; et ita volo, ut
-illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas
-opera mihi faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint
-faciendi, ut cum anona ejusdem Xenodochii operas
-ipsas perficiant.</i> Ma convien confessare che assai barbaro
-era il modo col quale comunemente si scriveva anche nel
-decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il
-quale pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva
-essere uomo colto, egli, nel 903, così scriveva:<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a> <i>Senodochium
-istum sit rectum et gubernatum per warimbertus
-humilis diaconus de ordine sancte mediolanensis
-ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-besana diebus vite sue</i>.<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Da ciò comprendesi qual grado
-di coltura poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano
-rimanere sconosciuti gli autori de' buoni secoli preceduti;
-poichè per poco che un uomo si addomestichi a
-leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non sarà
-forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si
-parlasse in Milano un dialetto poco dissimile da quello che
-si parla oggidì; e che nello scrivere si adoperasse una
-lingua diversa da quella che volgarmente si parla. In fatti
-anche presentemente nello scrivere si adopera la lingua
-italiana, anche dalle persone meno colte; le quali parlane
-do, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto
-sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se
-dunque, anche a' nostri giorni, i Milanesi scrivono quella
-lingua che chiamasi italiana, e nel discorso non se ne servono
-comunemente mai, non vi può essere difficoltà a
-comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella lingua
-che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto
-proprio. Quello che mi fa credere che la lingua che serviva
-per la scrittura, non fosse la usata nel parlare, si è che
-non vi trovo analogia veruna fra una carta e l'altra. I barbarismi,
-le sconcordanze sarebbero costanti se fossero state
-in uso nel parlare; nè può intendersi questa varietà di
-errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di
-dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose
-che cercava di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati
-gli articoli del volgare <i>da due parti, dalla terza,
-dalla quarta</i>; come in una carta del 941;<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a> <i>Coeret ei da
-duos partes tenente ursone, item de insola comense, de
-tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta
-parte terra sancti petri de clevade</i><a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>. Dallo stato della
-lingua può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e
-di quei tempi nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-che stendesse le memorie degli avvenimenti della città;
-siccome cominciarono poi a fare nel secolo undecimo Arnolfo
-e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi persuade
-che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia
-si parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia
-conserva; e ciò perchè le vocali <i>u</i> ed <i>eu</i> pronunziate coll'accento
-francese, e così altre desinenze della lingua francese,
-non mi sembrano innesti fatti colla dominazione dei
-Franchi, ma una emanazione dell'antica lingua gallica originale,
-siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli ne' due ultimi
-secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro parole
-spagnuole ci sono restate, <i>infado, amparo, giunta, desdita</i>
-e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che
-i Franchi, e poche voci abbiamo che traggano la sua origine
-dal tedesco. Questa generale pronunzia francese più che italiana,
-adunque, è una tradizione da padre in figlio, che ascende
-sino all'antica venuta de' Galli, e per conseguenza non
-interrotta. In queste materie la dimostrazione non può sperarsi;
-le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano
-favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese
-potrà in breve intendersela con un contadino provenzale;
-e più difficilmente s'intenderanno fra di loro due
-contadini, uno milanese e l'altro calabrese; tanto il nostro
-dialetto appartiene più alla lingua di Francia che alla
-italiana!
-</p>
-
-<p>
-L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite
-al segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio
-della chiesa di Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi
-l'altare della chiesa istessa, i bassi rilievi del palio d'oro,
-il mosaico del coro e la tribuna. La porta della chiesa di
-San Celso, l'altare di San Giovanni in Conca sono di que'
-tempi: cose tutte lontane della eleganza che soddisfi un delicato
-conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi lavori
-di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle
-chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli,
-dove rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di
-manifatture. Lodovico il Pio aveva ricompensato un prete
-veneziano che da Costantinopoli aveva portato l'arte di fare
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto in grazia dal
-vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno
-873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva
-luogo nell'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a
-una tale ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno,
-sotto il governo di sovrani che col veleno e cavare gli occhi
-cercavano di mantenersi sul trono, in un regno elettivo,
-esposto a invasioni straniere, facile è lo immaginarselo. Il
-visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della sua magistratura,
-aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare
-gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non
-potè firmare una carta che anche oggidì conservasi nell'archivio
-di Sant'Ambrogio, e vi fece in luogo del suo nome
-una croce per non sapere esso scrivere; e di sedici persone
-che intervennero a quel contratto, appena sette poterono
-fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere,
-vi apposero la croce<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>. Anche da ciò facilmente comprendiamo
-in quale misero stato dovessero trovarsi gl'interessi
-de' cittadini. La carica di <i>viceconte</i> era immediatamente
-subalterna del <i>conte</i>, che reggeva la città in nome del re,
-come la carica di <i>vicedomino</i> era immediatamente subalterna
-dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi
-origine del cognome che ne prese la famiglia <i>Visconti</i>. I
-cognomi non ritornarono in uso se non verso la fine del
-secolo undecimo. Le leggi poi sotto le quali si viveva in
-quei tempi, erano quali lo potevano permettere i tempi
-stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa per vederla
-eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava
-che non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti
-a quei che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva
-l'esportazione delle armi agli esteri. In somma tutto si
-credeva di poter fare con leggi vincolanti; o almeno si
-credeva il legislatore di avere bastantemente eseguito il
-dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli
-uomini d'essere felici, in vece di ascendere alle cagioni e
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-impedire che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi
-stesse molto si estendevano contro coloro che col mezzo
-della magia devastavano colla grandine le messi, e si ordinava
-all'arciprete della diocesi il modo di costrignerli a
-confessare il supposto delitto, onde punirli<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>; e questo ci
-basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei
-miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a
-ripeterlo, sono compagne indivisibili in un popolo corrotto;
-i lumi, l'urbanità, la felicità pubblica caramente si abbracciano<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse
-la costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri nei
-quali principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia
-potrebbe darci qualche idea del governo d'Italia in quei
-tempi. Un re elettivo; il primato, che ha molta influenza in
-tutti gli affari; la plebe degradata sotto la potenza dei
-grandi, divenuti formidabili al re; la facilità della rivoluzione;
-la frequenza delle invasioni straniere; la concorrenza
-di più rivali che coll'armi disputano il trono; la vera
-sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze
-che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza
-dei tempi, ne' quali, mancando l'arte dello scrivere, e non
-essendovi nomi di casati, nemmeno poteva esservi una costante
-tradizione di nobiltà. Quindi, non solamente era difficile
-il modo per fare le risoluzioni, ma era un altro oggetto
-di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile,
-chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-controversia in un tale sistema doveva portare la confusione
-all'ultimo grado; Carlo Magno fu un gran principe,
-gran soldato, e col dritto di conquista, dominò assolutamente
-sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere sacra
-la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate
-per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma.
-I successori di lui non ebbero un vigore e un genio che
-lo pareggiasse. S'indebolì la potenza del sovrano; e l'acclamazione
-de' magnati e la sacra cerimonia divennero condizioni
-pretese essenziali alla costituzione di un sovrano.
-Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il
-quale, gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva
-doni continui di terre e accresceva l'opinione, vera
-ed unica base del potere politico, e giunse ad essere creduto
-il solo che colla incoronazione potesse creare un legittimo
-re d'Italia. Come poi i re d'Italia potessero donare
-poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e ad altre
-chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero
-erano recentemente chiamati a regnare; come fossero in
-poter dei re questi campi e queste terre, onde ne facessero
-un dono della loro proprietà ai primati, non è facile lo
-spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome a me pare
-credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti fosse
-allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì
-nostri; per la ragione che, non essendovi cognomi delle
-famiglie, e pochi essendo coloro che sapessero scrivere, sì
-tosto che un uomo non aveva figli o fratelli o nipoti, facilmente
-non si conosceva più nessun parente a cui dovesse
-passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo vacante
-nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo
-nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che
-i sovrani, laddove lasciavano in origine la libertà dell'elezione
-al clero a norma de' sacri canoni e della tradizione,
-non consentirono più che una dignità divenuta pericolosa
-al loro regno cadesse indifferentemente sopra chiunque;
-ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando,
-costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal
-quale speravano di temer meno in avvenire, e che, riconoscendo
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-dal re la dignità, a lui fosse anco più ligio ed ossequioso.
-Quindi si sconvolse l'ordine; la venalità aprì la
-strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di venire a
-rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria
-fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette
-la chiesa milanese interamente la sua antica costituzione.
-Sotto Carlo Magno e sotto i primi suoi successori,
-l'Italia fu immediatamente diretta da governatori in nome
-del sovrano, dei quali alcuni ebbero il non dovuto titolo
-di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo Magno, Bernardo,
-figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho
-fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi
-regii, il visconte, l'arcivescovo, chiamato anche <i>dominus</i>,
-il di lui vicario, <i>vicedominus</i>, e ciò a vicenda
-e confusamente, ora più, ora meno, a misura della circostanza
-del momento.
-</p>
-
-<p>
-Dello stato della popolazione del decimo secolo nulla abbiamo
-di preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere
-mediocremente popolata Milano. Le terre erano coltivate
-parte da servi e parte da liberti, i quali chiamavansi <i>aldiones</i>.
-Molta parte del ducato era bosco. In qualche luogo
-che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque stagnanti.
-Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie
-sorta di grano si coltivavano e si coltivava anche il lino.
-</p>
-
-<p>
-Le terre, che prima si misuravano a <i>pedatura</i>, già nel
-principio del nono secolo si misuravano a <i>pertiche</i> e <i>tavole</i>,
-come oggidì si costuma; la misura del fieno era a
-<i>fascio</i>, quella del vino a <i>stajo</i> ed a <i>mina</i>, nella misura
-delle terre però eranvi <i>juges</i>, misura equivalente a dodici
-pertiche.
-</p>
-
-<p>
-Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come
-continua ad esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti
-col passare dei secoli. Fu più volte per essere abolito, e
-una di queste fu sotto Carlo Magno, che aveva preso concerto
-col papa di uniformare al rito romano tutte le chiese
-de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece il possibile
-per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio,
-vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-al santo institutore che non venisse abolito<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. Fra le mutazioni
-accadute nel rito ambrosiano, vi è in parte quella
-del battesimo, che allor si eseguiva immergendo nel sacro
-fonte, non porzione del capo soltanto, ma tutto il corpo
-del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per le
-donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove
-ora trovasi Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo
-le vergini sacre a Dio di Vigelinda, che assistevano
-alle fanciulle nel loro battesimo: <i>massimamente finchè
-durò il costume di non conferire comunemente quel sacramento
-a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche
-uso di ragione</i>, come insegna il conte Giulini<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>. L'altro
-battisterio chiamavasi San Giovanni alle Fonti, destinato
-per gli uomini; ed è tuttavia in piedi, sebbene mutato dì
-forma. Ognuno può ravvisarlo al capo della chiesa di San
-Gottardo, nella regia ducal corte, ed è quel fabbricato poligono
-in cui sta riposto l'altar maggiore; e quello è appunto
-l'antichissimo battisterio in cui probabilmente Sant'Agostino
-venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>.
-Oltre la universale ignoranza di quei tempi si
-può avere un'idea della religione, dalle prescrizioni che
-si fecero in un concilio tenutosi in Pavia l'anno 580, a cui
-presiedeva l'arcivescovo di Milano. Si proibisce in quel
-concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma nei
-privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non
-farli celebrare se non da un sacerdote:<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a> <i>Docendi igitur
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-saeculares viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter
-exerceri debeant, quod valde laudabile est; ab his
-tamen tractentur, qui ab episcopis examinati fuerint,
-et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris comitati
-probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si
-qui ergo contemptores canonum extraordinarie et illicite
-ministrantes, et divina sacramentaliter violantes
-inveniuntur, primum ab episcopo uterque amoveatur,
-et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui ejus
-usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate
-compescere, excomunicetur</i><a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>. Nel medesimo
-concilio si prescrive ai vescovi di non cagionare tante spese
-girando per la cresima, di non appropriarsi i beni delle
-pievi, e di non vivere con donne sospette. Questi fatti s'ignorano
-da coloro che vorrebbero indistintamente richiamare
-la pietà degli antichi tempi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap4">CAPITOLO IV.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="bkq">
-<i>Continuazione del risorgimento di Milano, che torna
-ad essere la più importante città della Lombardia
-nel secolo undecimo.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-(950) Già erano trascorsi più di sessanta anni dacchè
-l'Italia non aveva più connessione alcuna coi regni di
-Francia, nè con quello di Germania, quando Berengario,
-marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico l'anno 950. Gli
-Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo incoronava
-imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti
-a Carlo il Grosso, Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico,
-figlio di Arnolfo, nel quale finì il sangue di Carlo Magno;
-a questo fu sostituito Corrado I, conte di Franconia, indi
-Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette Ottone, che
-già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando
-il marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di
-Germania, sebbene non dimenticassero l'Italia e pensassero
-a regnarvi scacciandone quelli che la dominavano col
-titolo di re o d'imperatore, non ebbero però nè occasione
-nè mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come
-il duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo
-Anselmo, ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X,
-sommo pontefice, fosse incoronato imperatore. Si è pure
-veduto come i duchi di Spoleti, Guido, poi il di lui figlio
-Lamberto, da Stefano V incoronati augusti, regnassero interrottamente.
-Questi Italiani, innalzati al trono italico ed
-alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati
-come usurpatori, non meno di quello che consideravano
-Rodolfo, Ugone e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a
-regnare sull'Italia. Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-collocato nella serie degli augusti nè Arnolfo, nè Luigi, nè
-Corrado, nè Enrico, dagli Oltramontani inseriti nella cronologia
-degli imperatori; sebbene non incoronati dal papa,
-e sebbene nè Corrado, nè Enrico nei loro diplomi si siano
-mai dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione
-assai feconda di equivoci, perchè Enrico I, imperatore,
-dagli Oltramontani si chiama Enrico II, e così i Tedeschi
-contano sette Enrici nella serie, dove noi non ne
-annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane
-eccedono d'una unità le nostre. Io, italiano, debbo
-servirmi della cronologia italiana, e ne prevengo i miei
-lettori, per non ripeterlo ogni volta; e credo che sia ragionevole
-di non qualificare nè Corrado, nè Enrico con un
-titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi medesimi
-fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono
-d'Italia il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione
-sommamente aveva contribuito Manasse, da Berengario
-istesso violentemente intruso nella sede arcivescovile.
-Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono, non
-solamente abborrendo la recentissima scelleraggine d'aver
-egli avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore,
-e l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova
-Adelaide, ma in lui ravvisando un ingiusto oppressore
-del loro legittimo arcivescovo Adelmano. È assai probabile
-che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo fossero i Milanesi,
-ad invitare secretamente Ottone, re di Germania, a scacciare
-dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno
-d'Italia agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano
-cautamente il di lui figlio Litolfo per concertare l'impresa,
-e ciò accadde appena un anno dopo che il marchese
-d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>. Venne Litolfo
-a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con
-quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore
-di quel re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi
-di Ottone spediti in Pavia appunto nel 951, dai quali
-si conosce ch'egli aveva creato Manasse arcicappellano<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-(952) Pare che al comparire di Ottone si ecclissassero Berengario
-II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone, il
-quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re
-d'Italia; poi, ritornato in Germania, dovettero colà portarsi
-Berengario e Adalberto, abbandonandosi alla generosità di
-Ottone, da cui a titolo di feudo vennero in Augusta, nel
-952, investiti del regno d'Italia, e da ciò ne fa nascere il
-Muratori il diritto che pretesero in séguito i re di Germania
-di avere sopra l'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente
-peso del re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto,
-ritornati in Italia, dalla viltà passarono alla prepotenza;
-solito costume delle anime basse, d'insultare quando la
-fortuna è loro prospera, e annichilarsi quando è loro contraria.
-Il loro governo era diventato insopportabile. Lo
-scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni,
-e la reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo
-venne alla testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re
-Ottone di lui padre, che, occupato negli affari di Germania,
-non potea venire in persona a contenere i due tiranni.
-Litolfo però fu degno di venire invece di un gran re. Berengario
-e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio
-sul lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse
-per forzarli. Una masnada di militi traditori, come dovevano
-essere coll'esempio di tai padroni, consegnò nelle
-mani di Litolfo lo stesso Berengario, da cui erano stipendiati.
-Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò di vincere
-senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente
-lo fece scortare libero nella fortezza. In quei tempi, sotto
-Ottone, sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica
-magnanimità romana; e questo ci fa risovvenire di Camillo
-e di Fabricio. Ma il valoroso Litolfo, amato e venerato allora
-dagli Italiani, poco dopo morì, non senza sospetto di
-veleno<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>. Tali erano le armi di Berengario. Così que' due
-cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono il
-dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-morte del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene
-dal re Ottone in Germania, implorando la sua venuta, per
-liberare Milano e l'Italia da coloro. Giovanni XII, sommo
-pontefice, spedigli dei legati pregandolo di venire, e offrendosi
-d'incoronarlo imperatore. (961) Scese finalmente in
-Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa di
-Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e
-così ce lo descrive Landolfo Seniore.<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a> <i>Interea Valperto
-mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus,
-rex omnia regalia, lanceam, in qua clavus
-Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltheum,
-clamydem imperialem, omnesque regias vestes
-super altare beati Ambrosii deposuit.... Valpertus, magnanimus
-archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis,
-cum manipulo subdiaconi, corona superimposita,
-astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque
-ducibus atque marchionibus, decentissime, et
-mirifice Ottonem regem, collaudatum et per omnia confirmatum,
-induit, atque perunxit.</i> Ho riferito le parole
-istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo dopo, acciocchè
-si veda che nessuna menzione in quei tempi si
-faceva della <i>corona ferrea</i>, come nemmeno se ne trova
-cenno nelle precedute incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti
-le ho riferite per dar luogo a riflettere che i suffraganei
-si chiamano <i>beati Ambrosi</i>i, non già <i>Barnabae
-apostoli</i>. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro che
-egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno
-dissertato sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di
-queste opinioni sono state immaginate molto tempo dopo
-di Ottone, la incoronazione del quale è probabilmente la
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-prima che siasi fatta in Milano; non potendosi chiamare
-incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici
-anni prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato.
-Forse non si fece questa solenne incoronazione in Pavia
-nella chiesa di San Michele, come era costume, perchè il
-palazzo reale era stato distrutto da Berengario, siccome
-accenna il conte Giulini, appoggiato al testimonio di alcuni
-scrittori.
-</p>
-
-<p>
-Da Milano passò a Roma Ottone, che ben si merita il
-nome di <i>Grande</i>. L'arcivescovo Valperto lo presentò al
-papa<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>, da cui venne incoronato augusto nel 962. Appena
-celebrata questa sacra cerimonia se ne venne l'imperatore
-a Pavia; Berengario e Adalberto stavano ricoverati nel
-forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e degna
-moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San
-Giulio sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera
-la regina, e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare
-fino al castello di San Leone, e la lasciò al marito.
-Due anni dopo si dovette rendere alle armi di Ottone Augusto
-anche San Leone; e allora Berengario e la moglie
-furono relegati nella Germania. La generosa e mite condotta
-del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette
-in Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone;
-nè entrerò io ad esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha
-forse dettata al chiarissimo Muratori la disapprovazione
-ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro; ma nelle azioni
-di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di generoso
-che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini
-oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era
-degno di un tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano
-ha battuto moneta, ed io ne ho nella mia collezione. Il
-cronista Sassone, pubblicato dall'Eccart, dice che Ottone:<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>
-<i>Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit,
-qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur.</i> Vi è chi ha
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-opinato che la nuova moneta fosse di cuoio<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>; ma la moneta
-è di argento buono, simile a quello delle monete di
-Ugone e di Lotario, scodellata come quelle, e perciò <i>innovavit</i>
-potrebbe intendersi o per avere posta in azione la
-zecca, o per averla collocata in nuovo sito, e forse quello
-antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa <i>alla Moneta</i>,
-dove quell'officina si è conservata per più di otto
-secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la
-storia di Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, nè
-sotto il di lui figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò
-sulle tracce del padre. Sotto due regni attivi e rispettati,
-nulla poteva somministrarci la storia d'una città la
-quale non influiva nel regno italico se non colla sagacità
-dell'arcivescovo metropolitano; importantissima sotto un
-monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante
-la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di
-ventidue anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla.
-Morì Ottone II in Roma, e colla di lui morte ritornò
-l'anarchia per quasi sei anni, nei quali non si riconobbe
-verun re, giacchè il fanciullo Ottone III era il soggetto
-delle dispute in Germania fra chi voleva essergli tutore, e
-gli Italiani non conoscevano loro sovrano se non quello
-che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte di
-quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare
-il sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume.
-Venne in Italia poi l'imperatrice Teofania correggente,
-e madre del giovine Ottone; il quale, coll'opera di
-lei, fu riconosciuto per sovrano: poi venne in Roma incoronato
-imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa
-ed ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo
-l'ambizione dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui
-vanità, quando, nel 1001, lo destinò suo ambasciatore all'imperial
-Corte di Costantinopoli per ricercare agli augusti
-Costantino e Basilio la principessa Elena in isposa.
-Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle
-parole di lui:<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> <i>Archiepiscopus, magno ducatum militum
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-stipatus, quos pellibus martullinis, aut cibillinis,
-aut rhenonibus variis, et hermellinis ornaverat, quibus
-imperator mirifice eum imbuerat</i>, si portò alla corte di
-Costantinopoli e si presentò ai greci augusti:<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> <i>Episcopalibus
-indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam
-foris, aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus,
-aut perturbantibus, esse solitus fuit...... et ab ipso
-admirabili monarcha magna susceptus honorificentia,
-satis episcopaliter conversatus est.</i> L'ambasciata doveva
-essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto,
-per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il
-lusso allora era nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili
-ancora non eravi la mitra; e l'arcivescovo andava abitualmente
-vestito co' suoi paramenti, come appunto continuano
-a praticare i sommi pontefici colla stola, che non depongono
-mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma,
-giunto egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la
-morte seguita poco prima di Ottone II, per cui Elena rimase
-vedova prima di conoscere lo sposo. A quest'ambasciata,
-sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo, siamo debitori
-del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta
-collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è
-cosa nuova nei monarchi di premiare e ricompensare con
-donativi, il valore dei quali non pregiudichi l'erario. Il
-serpente di bronzo fu donato dal tesoro di Costantinopoli,
-facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il medesimo
-che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità
-fu rimeritato della enorme spesa che fece.
-</p>
-
-<p>
-Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono
-in Pavia alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-la di lui morte proclamarono re d'Italia Arduino, marchese
-d'Ivrea; e tosto venne incoronato nella chiesa di San
-Michele in Pavia. L'arcivescovo era assente per l'ambasciata,
-e quando ritornossene a Milano portossegli incontro il nuovo
-re, e fece di tutto per renderselo amico<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>. Il regno degli
-Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati d'Italia
-a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia
-che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per
-dodici anni sostenne la contrastata figura di re d'Italia,
-scacciato ogni volta che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò
-la scena col farsi frate e morire. I Milanesi non erano
-contenti di questo re Arduino, o perchè eletto senza aspettare
-l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa memoria
-di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non
-era lontana che di quarantanni. L'arcivescovo era del partito
-di Enrico, che era fatto re di Germania; ma cautamente
-si conduceva a seconda del tempo<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. Venne Enrico nell'Italia
-nel 1004, e in Pavia fu incoronato re d'Italia, e da noi
-chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna che venne in Milano
-il nuovo re,<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a> <i>Sanctissimi praesulis Ambrosi amore.</i>
-Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno,
-portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che,
-sebbene Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran
-parte il dominio d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico.
-Enrico fu, nel 1014, incoronato imperatore dal sommo
-pontefice Benedetto VIII, e cessò di vivere nel 1024. La memoria
-la più importante che ci resta di lui, è la legge ch'ei
-pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere colla
-moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine
-in Pavia<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze
-al clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai
-crudele. Il conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori,
-chiama costumanza <i>concubinato</i>, e i sacerdoti ammogliati
-<i>concubinarii</i>: io credo che sia più conveniente voce quella
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-di <i>matrimonio</i> e di <i>ammogliati</i>; perchè nel nostro linguaggio
-comune le prime parole significano una unione conosciuta
-illegittima da quei medesimi che la contraggono, e
-le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra
-gli ebrei e fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto;
-Ottavia moglie di Nerone; Domitilla moglie di Vespasiano,
-e così diciamo di ogni unione d'uomo con donna,
-creduta e sostenuta e dai contraenti e nella opinione della
-loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa ha sublimato
-i misteri dell'altare, allora non era così generalmente
-osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così
-anche rispetto al celibato, si accostavano alla disciplina
-della chiesa greca. Disputarono, come vedremo, per conservare
-questa facoltà di ritenere la moglie. Dico ritenere,
-poichè il rito non permetteva ad alcun sacerdote di ammogliarsi
-e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente
-concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare
-a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che
-sia un dovere di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari:
-non già perchè io preferisca l'antica alla vigente disciplina,
-ma perchè l'imparzialità della storia mi determina a
-così fare. Questo concilio ebbe alla testa il sommo pontefice
-Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui vi è immediatamente
-l'arcivescovo Ariberto:<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a> <i>Sanctae mediolanensis
-ecclesiae archiepiscopus</i>, così egli si qualificò, nè gli altri
-vescovi chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo
-<i>non si prese molta briga perchè fossero questi decreti
-nella sua diocesi ben eseguiti</i>, dice il conte Giulini<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto
-nella Storia di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano
-<i>Heribertus</i>; ma egli si sottoscriveva <i>Aribertus</i>, e così lo
-chiama il conte Giulini, come io pure lo nominerò. Se Ansperto
-arcivescovo ebbe idee tanto generose e grandi da
-restituire le mura diroccate della patria e munirla di robusta
-difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva le
-forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-nacque a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua
-indole ardita e grande un risalto ed una considerazione che
-ella conservò dappoi. Se noi risguardiamo questi due illustri
-cittadini come arcivescovi, certamente dobbiamo confessare
-che essi non professarono quella dolce mansuetudine
-e quel distacco dalle cose mondane che formano la
-base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo
-come due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente
-dignità, che, profittando delle occasioni, sacrificarono le
-ricchezze, il riposo, e cimentarono valorosamente la vita
-per la gloria e l'amore della patria, che ad essi debbe il
-suo risorgimento, siamo costretti a ricordarli con una tenera
-venerazione. Ariberto era stato creato arcivescovo nel
-1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò questa
-sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e
-in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da
-Uraja ad Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione
-per Milano. Ariberto da Antimiamo era, nel
-1007, suddiacono della santa chiesa milanese, cioè <i>cardinalis
-de ordine</i>, dal che ne venne il vocabolo di <i>ordinario</i>,
-nome che conservano tuttavia i canonici maggiori
-della metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di
-Galliano, che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni
-dopo che fu fatto arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri
-al luogo ove trovavansi, non ha guari, le monache
-Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi propri: <i>de nostris
-proprietatibus</i>, come egli dice, e assegnò il fondo per mantenervi
-ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali dovessero
-osservare la regola di san Benedetto<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>. Sanno gli
-eruditi che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo
-di Milano, come ogni altro ecclesiastico<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>, e che i monasteri
-per lo più avevano uno spedale vicino, in cui dai monaci
-si albergavano e nodrivano i poveri. Questo monastero
-era presso la basilica di San Dionisio. Morto Enrico Augusto
-senza figli nella Germania, fugli eletto per successore
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati,
-non comparvero in Germania, ma si radunarono in
-Pavia per passare alla elezione d'un re. Era tanto combattuta
-la dignità reale nell'Italia, che non potevasi mantenere
-senza una incessante forza; e perciò il re di Francia
-Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche altro
-principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero
-accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia,
-quando l'arcivescovo Ariberto:<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> <i>Suorum comparium declinans
-Heribertus consortium, invitis illis, ac repugnantibus
-adiit Germaniam, solus ipse regem electurus
-teutonicum,</i> così ce lo rappresenta Arnolfo, nostro milanese,
-scrittore di quel secolo<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>, dal che vedesi abbastanza
-il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non si
-curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere
-per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche
-modo trascelto, e che a lui dovesse la sua corona. Wippone,
-cappellano del re Corrado, scrive questo arrivo dell'arcivescovo
-in Costanza, ove trovavasi il re Corrado, al
-quale dice che Ariberto promise che, tosto che fosse venuto
-in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re:<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a> <i>Ipse eum
-reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem
-publice laudaret, statimque coronaret;</i> il che gli promise
-con giuramento e col pegno di ostaggi. Questo produsse che
-il nuovo re concedette all'arcivescovo:<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> <i>Praeter dona
-quamplurima, Laudensem episcopatum; ut sicut consacraverat,
-similiter investiret episcopum</i>; e con ciò oltre
-il diritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo
-suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di
-investitura, ossia di collocare al possesso della dignità e
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-dei beni il nuovo vescovo: dritto che in que' tempi pretendevasi
-dal sovrano, non come un semplice <i>placet</i>, ma come
-una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti e guerre
-fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto
-al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità
-sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i
-Milanesi fecero della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani,
-da che ne vennero fatali conseguenze per noi medesimi.
-Che che ne sia, l'arcivescovo, al dire del citato Arnolfo,<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>
-<i>rediens securus in omnibus, totam suis legationibus
-evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos faciens.</i>
-Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare,
-o per innalzare sè stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado
-l'anno 1026<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>, o almeno assai convincenti sono le ragioni
-per crederlo. Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato
-imperatore in Roma dal sommo pontefice Giovanni XIX.
-L'arcivescovo era ricco e splendido a segno, che per più
-settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e le sua
-corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare
-i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene
-l'imperator Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente
-elesse un nuovo vescovo di Lodi; e sul rifiuto che i
-Lodigiani fecero di accettarlo, mosse verso Lodi alla testa
-di un numero d'armati bastante per costringere, siccome
-fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi
-non era cosa insolita di veder dei vescovi nelle armate: merita
-però riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e
-autorità si era acquistata da potere da sè fare la guerra<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>.
-I Pavesi e i Lodigiani così diventarono nemici dei Milanesi.
-</p>
-
-<p>
-(1028) Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel
-1028, merita di essere riferito, perchè ci dà idea dei tempi
-e del carattere di Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello
-di Monforte, nella diocesi di Asti, vi fosse celata una
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-nuova setta di eretici. Glabro dice che questa eresia approvava
-i riti de' pagani e de' giudei<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>, quasi che fossero
-componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo,
-della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio
-dice che, interrogati questi eretici, rispondevano di
-essere pronti ad ogni patimento; che amavano la virginità
-e vivevano castamente sino colle loro mogli; non mangiavano
-mai carne; digiunavano, e si distribuivano le orazioni
-in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non
-offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni
-in comune; credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello
-Spirito Santo; tenevano che vi fosse una podestà in terra
-di legare e di sciogliere; e riverivano i libri del nuovo e
-del vecchio Testamento, i sacri canoni. Così essi professavano
-la loro fede<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>. Molti marchesi e vescovi e signori
-erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello
-di Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando,
-per la sua giurisdizione, sulle diocesi dei vescovi
-suoi suffraganei, scortato da militi valorosissimi<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>, sebbene
-ascoltasse da Gariardo, uno dei pretesi eretici, la
-professione di fede nella maniera che ho detto, credette
-di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero
-loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri
-della Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra
-gli altri errori, coloro credessero che il matrimonio fosse
-cosa riprovabile, e che anche senza veruna opera di uomo
-sarebbero nati i fanciulli e continuato il genere umano.
-Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione, giudichi
-se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi
-una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del
-castello di Monforte vennero in buon numero presi dai
-militi dell'arcivescovo, e tradotti a Milano insieme colla
-contessa di Monforte, signora del castello; e l'arcivescovo
-tentò di convertirli col mezzo di ecclesiastiche e pie persone,
-ma ciò non riuscendo, <i>i primati della nostra città,
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-temendo</i>, dice il conte Giulini<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>, <i>che non si spargesse
-più largamente il veleno, alzata da una parte una croce
-e dall'altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli
-eretici, e loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi
-a piè della croce, e confessando i loro errori, abbracciare
-la dottrina cattolica, o di gettarsi nelle fiamme.
-Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo progetto;
-ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto
-colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente
-consumati</i>; al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un
-tal fallo accadesse per volere dei primati,<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a> <i>Heriberto
-nolente</i>. In quei tempi il glorioso nostro sant'Ambrogio
-non si dipingeva punto in atto feroce e con uno staffile
-nella mano; nè si credeva che avesse contrastato al sovrano,
-nè perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che
-il santo vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione
-del principe; e aveva tollerati con carità e mansuetudine
-i suoi fratelli, che traviavano nella fede; e a Dio,
-padrone di tutto, supplice offeriva le sue preghiere, acciocchè
-misericordiosamente gli richiamasse alla strada
-della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni,
-che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor
-più, e la fraterna compassionevole affezione, colla quale
-si distinse quel beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione
-di sovraneggiare persino le idee, coprendosi col
-manto d'un religioso zelo, ha introdotta la persecuzione,
-la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto giammai
-il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e
-resi irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione,
-la pazienza disarmano gli avversarii, e li richiamano
-a venerare il vero Dio con mansuetudine, con
-pace, colla benevolenza e coll'esercizio della virtù. Io mi
-sono prefisso di non considerare Ariberto come arcivescovo.
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-Come uomo pubblico, cittadino, soldato, politico, egli ha
-saputo rendersi padrone di quella rôcca, il che invano altri
-aveva tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto
-ingiusto e crudele del supplizio. Vi è molto anche da dubitare
-se veramente quegli infelici fossero in errore nel
-dogma. Mi pare incredibile l'errore di fisica sulla generazione.
-Mi sembra assurdo l'altro errore, loro imputato, cioè
-che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva
-fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume
-che volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero
-i loro confratelli allorchè gravemente erano ammalati.
-Se ci fosse rimasto qualche scritto in cui alcuno
-di questi infelici avesse rappresentata la causa propria,
-saremmo un po' meglio informati della verità. Forse erano
-costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione generale,
-e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva
-in quel secolo, così scriveva:<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> <i>ad tantam faecem
-quotidie semetipso deterior mundus devolvitur, ut non
-solum cujuslibet sive saecularis sive ecclesiasticae conditionis
-ordo a statu suo collapsus jaceat, sed etiam
-ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim,
-reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione
-languescat. Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit,
-et veluti facta agmine, omnium sanctarum virtutum
-turba procul abscessit</i><a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. Così quel santo descriveva
-i costumi di quei tempi infelici. Il supplizio adunque dei
-nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco
-cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo
-che dai pagani si trattassero i martiri; ma così non si legge
-che gli apostoli dilatassero la santa e mansueta religione
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-di Cristo. Questa però è la prima memoria e la più antica
-di persecuzioni e patiboli adoperati dai cristiani per causa
-di religione; e mi dispiace che questo primo esempio, che
-nei secoli posteriori è stato seguíto da tanti altri funesti,
-sia stato dato in Milano l'anno 1028.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia,
-la potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e
-la città si avvezzava sempre più a considerare l'arcivescovo
-come il capo della Repubblica. A tanto giunse il potere di
-Ariberto, che, unitosi con Bonifacio, marchese di Toscana,
-formarono un esercito, e, sormontato il gran San Bernardo,
-si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata
-dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno
-della Borgogna, occupato da Odone, duca di Sciampagna.
-Wippo attesta il luogo in cui quest'aiuto venne ad unirsi
-all'imperatore, e i nemici furono sconfitti rimanendo il regno
-a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo storico
-nostro Arnolfo<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. Poi, ritornato Ariberto alla patria,
-sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero
-di militi milanesi, malcontenti di lui, cercarono il
-modo di contenerlo; e, memori della violenza usata da
-Ariberto contro i Lodigiani, passarono a Lodi, ed eccitarono
-quanti più poterono a prendere le armi e seco loro
-unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro
-a costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei.
-Seguì una zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo
-rimase con poco vantaggio, e fra gli altri uccisi si
-annoverò il vescovo di Asti, suo suffraganeo, che rimase
-sul campo<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>. Venne poi l'imperator Corrado in Italia nel
-1037, e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse non
-lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta,
-di tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto
-ben tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto
-lo raggiunse. Ma, sia che quell'augusto avesse attribuito
-ad Ariberto la poca sicurezza ritrovata in Milano, sia
-che l'arcivescovo usasse di un tuono poco rispettoso e sommesso,
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-la storia c'insegna che Ariberto ivi fu arrestato, e
-sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero. Io
-non trovo difficoltà a credere che realmente Ariberto non
-fosse contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore
-di lui; che egli indirettamente potesse aver fomentata
-la licenza del popolo per farne patire l'imperatore; e
-che, confidando sull'autorità che possedeva, o sulla illusione
-del principe, si presentasse a lui a Pavia con sicurezza.
-A custodire il prigioniere Ariberto l'imperatore aveva
-destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta
-cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero
-alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza;
-e questo era appunto lo stato al quale aveva
-pensato di ridurli l'arcivescovo per sottrarsi, come fece,
-alla loro custodia. Così egli ricuperò la sua libertà, e cautamente
-portossi a Milano, accolto dalla città con somma
-allegrezza. Poichè Corrado intese il fatto, si mosse, e alla
-testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto
-singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere;
-ma i tempi erano assai cambiati. Milano non era più la città
-spopolata, distrutta e languente; era<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a> <i>maxima multitudine
-munita</i>, come ci attesta Wippo; e i Milanesi gli andarono
-incontro, e più volte si azzuffarono con gl'imperiali.
-Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei
-potè devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare
-il pensiero di aver Milano. La collera dell'imperatore scelse
-allora un'altra specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo
-Ariberto, e nominò Ambrogio prete cardinale
-della santa chiesa milanese in sua vece: forse credendo
-che alla città medesima, stanca per avventura della dominazione
-di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma
-nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>. Vedendo
-riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare,
-ed era di animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo;
-e Corrado perciò portossi a Roma, e indusse Benedetto
-XI a scomunicare Ariberto: ma nemmeno perciò
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>, e quindi
-Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco
-dopo cessò di vivere nel 1039.
-</p>
-
-<p>
-Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua
-città. Enrico, figlio di Corrado, era stato già proclamato re
-di Germania. Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta
-da Ottone in Berengario e Adalberto, i re di Germania credevano
-che l'Italia fosse una parte della loro corona; e gli
-Italiani diversamente credevano che il loro fosse un regno
-distinto, e che non si acquistasse se non colla proclamazione
-e incoronazione in Italia. Prima che non seguisse la
-incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione alcuna
-del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo
-che ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico
-II, sebbene gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era
-lontano; e l'impazienza del carattere facendo sembrare
-noioso il tempo della tranquillità, disgraziatamente animò
-i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili e la plebe. Questo
-primo germe di discordia non si estinse mai più, sebbene
-per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne
-farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de'
-nobili, come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori.
-La cosa è assai naturale, perchè i cardinali erano
-scelti fra le più nobili famiglie, e l'arcivescovo era trascelto
-dal loro numero. La plebe era trattata con molta durezza
-dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione militare,
-e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro
-il comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù
-longobarda, per cui un nobile era proprietario di molti
-uomini. I costumi erano ancora agresti, e spiravano il secolo
-di ferro. La plebe, che aveva col suo sangue contribuito
-anch'essa a difendere la patria, non poteva soffrire
-di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il pericolo.
-La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul
-monte Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò
-uno spediente migliore; poichè invece ella scacciò dalla città
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-l'arcivescovo e tutti i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042.
-Per più di due anni continui si mantennero i plebei ben
-muniti e difesi in Milano; tentando incessantemente i nobili,
-a per assedio o per sorpresa, di rientrarvi; e sempre
-rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che il
-re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno
-in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo
-Ariberto, nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre
-egli era ammalato e vicino a morte, Uberto, fedele suo
-milite, mostravasi afflitto; e l'arcivescovo placidamente lo
-consolò dicendogli: Io vado sicuro ai piedi di Sant'Ambrogio,
-tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive la religiosa
-pietà del nostro Ariberto:<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a> <i>Convocatis sacerdotibus
-et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum
-poenitentia accepta, atque confessione coram
-omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus per impositionem
-manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata,
-Sanctam Eucharistiam humiliter ac devote suscipit</i><a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>,
-e poco dopo morì: uomo che nel carattere ebbe molta
-grandezza; buon soldato, buon principe; aveva i costumi
-e la religione de' suoi tempi; egli nacque opportunamente
-per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che dall'epoca
-sua può contare il vero suo risorgimento.
-</p>
-
-<p>
-L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria
-oltre le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza
-all'imperatore, fu quello che inventò l'uso di condurre
-nell'armata il <i>carroccio</i>, nome conosciutissimo, sebbene
-poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri scrittori ci rappresentano
-questo carroccio come una superstizione, ovvero
-come una barbara insegna. Io credo che piuttosto
-debba riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa,
-posta la maniera di combattere di que' tempi. Nel
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-tempo in cui dura un'azione, egli è sommamente importante
-il sapere dove si trovi il comandante, acciocchè colla
-maggior prestezza a lui si possa riferire ogni avvenimento
-parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove
-precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i
-feriti; parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il
-comandante, e in cui si radunano i feriti, sia conosciuto
-da ognuno, acciocchè si abbia una cura speciale di accorrere
-a difenderlo. Questo sito deve essere mobile a misura
-degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva il carroccio,
-ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità
-della quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile:
-sotto il quale pendevano due lunghe bandiere bianche,
-e al mezzo dell'albero stavavi una croce. Avanti a
-quest'antenna erari l'altare sul quale celebravansi i sacri
-misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato sopra di
-un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo
-enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie
-si adoperava per moverlo. Non è punto inverosimile il credere
-che su di quel carro o carroccio si ponesse la cassa
-militare, la spezieria e quanto più importava di avere in
-salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile il dire
-che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero
-gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma
-anche ora nella guerra di mare. Terminata la guerra, si
-riponeva il carroccio nella chiesa maggiore, come cosa sacra
-e veneranda; e così anche l'opinione religiosa contribuiva
-a fare accorrere alla di lui preziosa custodia i combattenti.
-Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino
-al carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito
-a cui si volgeva, per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio
-si portassero i feriti, sicuri di trovare ivi ogni soccorso,
-lontani da ogni pericolo; che dal carroccio si diramassero
-gli ordini per mezzo di segnali con somma rapidità;
-che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso; e
-che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a
-quel vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava
-il generale, e quale fosse il luogo più importante di ogni
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-altro da custodirsi. Nella maniera dì guerreggiare dei tempi
-nostri riuscirebbe inutile una tal macchina, ben presto rovesciata
-dall'artiglieria, che ridurrebbe quel contorno più
-d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte
-che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione
-della polvere il carroccio inventato da Ariberto certamente
-fu con accortezza immaginato; e perciò anche le
-altre città della Lombardia, quando, coll'esempio de' Milanesi,
-acquistarono l'indipendenza e si ressero col loro municipale
-governo, adottarono ciascheduna il proprio gran
-vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come
-la perdita del carroccio fosse un avvenimento che funestasse
-una città, non già per un'idea di Palladio, o per
-una vana opinione d'onore soltanto, ma perchè la perdita
-del carroccio era prova di una totale sconfitta, al segno di
-non avere potuto preservare quello spazio che sommamente
-era cura di ciascuno il difendere.
-</p>
-
-<p>
-La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea;
-e durava tuttora, come dappoi continuò, lo spirito
-di partito. Acciocchè il governo degli ottimati sia fermo,
-conviene che la costituzione ponga una distanza grande
-fra il ceto dei pochi, presso i quali sta il comando, e
-il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva obbedienza.
-La loro persona deve comparire al popolo sacra e
-veneranda; ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre
-che fa la toga e la pubblica persona, diventi popolare; e
-così la plebe ama i padroni, e riceve come un beneficio
-que' momenti ne' quali discendono con lei i magnati. Niente
-di questo eravi nella informe costituzione nascente di Milano.
-L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio
-delle leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il
-popolo, e lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente
-adoperata. Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono
-i partiti, e cominciò la plebe a pretendere di
-avere essa pure influenza nell'elezione dell'arcivescovo,
-dignità diventata assai più politica che spirituale<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. Non
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-fu possibile di terminare la controversia fra di noi; l'ostinazione
-era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere
-al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo.
-Vennero adunque presentati al re i nomi di quattro
-cardinali della santa chiesa milanese, acciocchè ne facesse
-la scelta. Ma il re profittò dell'occasione e nominò arcivescovo
-certo Guidone, milanese bensì, ma uomo ignobile, e
-conseguentemente che non era del ceto de' cardinali ordinari;
-e così collocò sull'importante sede metropolitana una
-sua creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il
-partito de' plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per
-essere più padrone del regno d'Italia, che non potè esserlo
-il di lui padre Corrado. Vi volle tutta l'astuzia di Guidone,
-tutto il timore che si aveva del re Enrico, e molto denaro
-per ottenere che fosse consacrato il nuovo arcivescovo<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>.
-Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere
-collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile,
-che in un giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di
-piantare abbandonato solo all'altare il nuovo arcivescovo,
-essendosi sottratti i cardinali in mezzo della sacra funzione,
-come ci attesta Landolfo Seniore. Non si può a meno
-di non compiangere con san Pietro Damiano la misera condizione
-di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri
-dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio
-insegnando al popolo la riverenza che si deve al santuario,
-e colla loro mansuetudine allontanandolo dai perseguitare
-i nostri fratelli sotto pretesto di religione. Pare
-che in quel secolo infelice la religione, in vece di contenere
-le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse sfrontatamente
-adoperata, servendosene di pretesto per farvi un
-più libero corso.
-</p>
-
-<p>
-Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose
-varii che si dicevano sommi pontefici, e fece eleggere dal
-clero o dal popolo Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo
-seguito condotto a Roma. Nel giorno medesimo in cui Enrico
-fece incoronare papa Svidger col nome di Clemente II;
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano,
-coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo,
-e aveva annientato il potere de' sacri canoni e la libertà
-dell'ecclesiastiche elezioni. Da ciò nacquero le discordie,
-che durarono per secoli, a separare i cristiani in due partiti,
-gli uni a favore della sovranità, gli altri a favore della
-libertà ecclesiastica; e se questo furore di partito finalmente
-nella vita civile è tolto, ne rimane però sempre
-qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano
-la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto
-se i vescovi, vedendo soggetta la loro città a un sovrano
-elettivo, indifferente per lo più al ben essere del suo popolo;
-vedendo il saccheggio, la rapina, la miseria essere
-diventati lo stato naturale e costante della città; non si
-può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le pingui
-loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa,
-con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza
-del loro popolo. Nè si può fare alcun rimprovero
-ai prelati se procurarono, colle forze acquistate e col loro
-credito, di accrescersi i mezzi per meglio difendere gli
-uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che venerare
-la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori,
-avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro
-loro ministero, avessero abbandonato le cure del regno
-al sovrano: ma dagli uomini non si può pretendere
-che, per essere rivestiti d'un carattere pio e santo, cessino
-d'essere uomini e si trasmutino in altrettante divinità.
-Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti. Niente
-poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani
-mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali
-era essenziale per la sicurezza della loro corona; partito
-che non aveva l'appoggio della tradizione, contrario alle
-opinioni di quei tempi, ma assolutamente necessario per
-restare tranquilli sul trono. Questo turbamento essenzialissimo,
-che rovesciava dai fondamenti la gerarchia ecclesiastica
-non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che
-faceva collocare sulla sede vescovile soggetti inettissimi e
-affatti indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-simonia, e faceva diventare un articolo di finanza per il
-sovrano l'investitura de' vescovadi e de' beneficii, era un
-oggetto turpe e luttuoso, meritevole di riforma; e nessun
-altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice capo
-della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto
-da questo universale disordine. In ogni cosa umana, quando
-si ha da combattere, si corre rischio di trascorrere più in
-là del giusto. Così è accaduto ai due partiti più di una
-volta, abusando delle circostanze favorevoli. Scegliendo i
-fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo
-que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie
-che prova e convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli
-ora al sacerdozio ed ora al trono. Io non ardirò di mischiarmi
-nella gran contesa; tralascerei anzi di parlarne,
-se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano i fatti
-più importanti e più interessanti per la loro influenza:
-ma giacchè la fatica che ho intrapresa, e il corso degli
-avvenimenti mi conducono a scrivere que' fatti che risguardano
-la città, io lo farò, mosso dal sentimento di
-compassione de' mali che da un tale dissidio sono nati;
-conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che
-lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la
-debolezza, la illusione e le passioni sono compagne degli
-uomini in tutti i secoli e in tutte le condizioni. Ma di ciò
-tratteremo nel capo seguente.
-</p>
-
-<p>
-Per ora ci può servire, per avere idea del governo della
-città in que' tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna:<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>
-<i>Insuper archiepiscopus mediolanensis quosdam
-alios maximos redditus imperiali auctoritate recipiebat;
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-quia super stratas regales, in exitu quolibet de comitatu,
-habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus
-in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario
-archiepiscopi, immo innumerabilibus telonarii
-scensum, et archiepiscopus tenebatur custodiri facere
-passus, et omnibus damnificatis intra territorium restituere
-de suo tantum quantum damna fuissent aestimata</i><a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>.
-Da queste parole molte cognizioni si ricavano.
-Primieramente il sovrano è sempre stato considerato il re
-d'Italia o l'imperatore, e da lui, o per tacita o per espressa
-concessione, doveva provenire ogni diritto pubblico per essere
-considerato legittimo. L'arcivescovo realmente non è
-stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente
-la pretesa donazione che si asserisce fatta dal re
-Lotario nel 949 della zecca di Milano all'arcivescovo; giacchè
-due anni dopo quest'epoca le monete di Milano portarono
-il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici, dei Federici,
-dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai ebbero
-il nome di verun arcivescovo, trattone quello dell'arcivescovo
-Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino
-nella signoria di Milano, e che la dominò per titolo ereditario
-di sua famiglia, e non per la dignità ecclesiastica.
-Questa supposta donazione della zecca ha per appoggio
-una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale poteva
-essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera
-come legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale
-non fosse. Questa bolla fors'anco è stata composta ne'
-tempi posteriori per altri fini, senza che il papa l'abbia
-spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva per
-concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo
-istesso tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i
-danni secondo la stima che ne venisse fatta. Il sistema fu
-introdotto dall'imperatore Ottone. Sappiamo che il tributo
-s'impone per supplire ai mezzi della difesa dello Stato. È
-strano il sistema che il sovrano confidi al pubblicano medesimo
-la cura della difesa: ma la sovranità elettiva d'un
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano
-milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il
-progetto spediente. Dovevano temersi le scorrerie degli
-Ungheri, e da essi forse avevano anche imparato i vicini a
-depredare. Non era sicuro il contadino di raccogliere e
-conservare la messe del suo campo. I Pavesi, Lodigiani,
-Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare
-i Milanesi; e questi altrettanto facevano fuori de' confini.
-Non v'era giudice che avesse una giurisdizione estesa per
-punire il delitto commesso da un uomo che abitava fuori
-di contado. Perciò ogni distretto doveva essere custodito,
-e questa custodia era confidata all'arcivescovo, personaggio
-il più facoltoso e autorevole della città, ma non però
-l'arbitro di essa; poichè v'erano i messi ed i giudici regii,
-che potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento,
-tosto che per negligenza di lui gli estranei
-avessero portato danno a un milanese. L'autorità dei conti,
-che in origine comandavano la città in nome del sovrano,
-si andava indebolendo ogni anno. La potenza dell'arcivescovo
-non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i fratelli
-dell'arcivescovo Landolfo,<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a> <i>prae solito, civitatis
-abuti dominio</i><a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>, venne scacciato per questa insolita pretenzione
-l'arcivescovo della città, la quale,<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a> <i>tempore Ottonis
-imperatoris primi, Bonizio...... virtute ab imperatore
-accepta, velut dux castrum procurando regebat</i><a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di
-essere ricordate. Continuava l'usanza, siccome ho detto, di
-considerare alcuni uomini come servi: a questi si tagliavano
-i capelli, e quando volevansi manomettere, era costume
-di presentare il servo a un sacerdote, che lo faceva
-passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal
-cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-solenne di donazione il costume esigeva che si adoperasse
-un coltello e un bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero
-un pampino di vite. Qualche altra volta si adoperava per
-tale atto un'altra cerimonia, ed era di porre sulla terra la
-carta e il calamaio, e il donante li prendeva dal suolo e li
-poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la
-donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso
-la plebe. Abbiamo più legati pii ai poveri che dispongono
-di distribuirne. Uno di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo
-Andrea, in cui vuole che il suo erede, nel
-giorno anniversario di sua morte,<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a> <i>pascere debeat pauperes
-centum, et det per unumquemque pauperem dimidium
-panem, et companaticum lardum, et de caseum,
-inter quatuor, libra una, et vino stario uno</i>. Nella chiesa
-di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti di opinioni capricciose:
-un antico marmo rappresentante Ercole, e si credeva
-che l'impero doveva conservarsi sin tanto che quella
-scultura rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli
-Uberti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Hercules vidi, del qual si ragiona</i></p>
-<p class="i01"><i>Che, fin che 'l giacerà come fa ora,</i></p>
-<p class="i01"><i>L'Imperio non potrà forzar persona.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale,
-ponendosi a sedere le donne incinte, credevano di non
-poter più correre alcun rischio nel parto. In terzo luogo
-si credeva che quel serpente di bronzo collocato sulla colonna
-dal buon arcivescovo Arnolfo, quel prezioso dono
-de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai vermi.
-Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla
-potessero operare nelle case avanti le quali passavano le
-processioni delle Rogazioni, le quali sono assai antiche
-presso di noi. Quando le campagne avevano bisogno della
-pioggia si poneva una gran caldaia a fuoco in sito aperto;
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-e vi si facevano bollire legumi, carni salate ed altri commestibili;
-poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i circostanti.
-Nella vigilia del santo Natale si faceva ardere un
-ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre
-volte vino e ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia
-in festa. Questa usanza durava ancora nel secolo decimoquinto,
-e la celebrò Galeazzo Maria Sforza. Il giorno del
-santo Natale i padri di famiglia distribuivano, sin d'allora,
-i denari, acciò tutti potessero divertirsi giuocando. Si usavano
-in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla
-mensa anitre e carne di maiale, come anche oggidì il popolo
-costuma di fare. V'è nell'archivio del monastero di
-Sant'Ambrogio una donazione, fatta nel 1013, da Adamo,
-negoziante milanese, all'abate del monastero; egli dona
-una casa, acciocchè col fitto di essa i monaci comprino
-de' pesci, ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario
-della morte di Falcherodo, monaco, e di Giovanni,
-prete: e ciò per sollievo dell'anima de' trapassati. Sono anche
-curiose le parole:<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a> <i>Emanat pisces ad refectionem
-et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum
-Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum
-eorum remedio, quo ipsis proficiat ad gaudium
-et anime salutem</i><a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>. Si credeva da molti che giovasse al
-riposo delle anime de' defunti l'accendere sulle tombe loro
-delle lampadi:<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> <i>Ut ipsa luminaria luceant pro anima
-ipsius</i><a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>. Altre donazioni ritrovansi colla condizione:<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a>
-<i>Et faciat ardere ia quadragesima majore super sepulturam
-ipsius quondam Andreae genitoris</i><a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>. Di varie
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-superstizioni di quei tempi ne tratta la dissertazione dell'illustre
-Muratori, alla quale si può ricorrere per una più
-vasta erudizione<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e
-meschino ch'egli si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare
-di avere venduta la sentenza. Allora l'imperatore
-Ottone III non ebbe difficoltà, in un diploma del 1001, di
-asserire di aver ricevuto dal vescovo di Tortona la metà
-dei beni disputati:<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> <i>Propter rectum judicium quod fecimus
-inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis
-rebus</i><a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>. Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero
-allora le leggi, la disciplina, le scienze. I vescovi erano
-soldati e vivevano più nelle armate che nella Chiesa. Così
-facevano gli abati<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>. L'uso di decidere le questioni col
-preteso giudizio di Dio nel duello, sempre più rendevasi
-comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi prelati;
-e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a> <i>ecclesiae
-facultates et multa clericorum distribuit militibus
-beneficia</i><a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>; e più distintamente lo spiega l'altro storico
-nostro contemporaneo Landolfo:<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> <i>Pollicens illis omnes
-plebes, omnesque dignitates atque Xenodochia, quae
-majores ordinarii atque primicerius decumanorum, archipresbyteri,
-et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum
-tenebant, jurejurando asserens, pactum usque detestabiles
-patratus</i><a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>. Io ripeterò più volte una verità che non
-sarà mai ripetuta abbastanza; cioè che le malinconiche declamazioni
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-che si fanno contro i costumi del secolo in cui
-viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e
-che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto,
-dobbiamo umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno
-che ci ha riserbati a vivere fra uomini assai più colti e
-ragionevoli, sotto governi assai più saggi e benefici, diretti
-da un clero assai più dotto, costumato e pio, mentre il
-vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano
-(poichè la terra è la loro abitazione), ma non innalzano la
-temeraria fronte, nè dettano precetti per confondere, come
-allora facevano, ogni idea di giustizia e di virtù.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap5">CAPITOLO V.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="bkq">
-<i>Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica
-dopo la metà del secolo XI.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo,
-ha cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra
-città. Stragi, incendii, odii, scandali, risse, questa è la
-scena che ci si apre davanti. Vorrei cancellare dalla storia
-la memoria di que' tristi avvenimenti; ma essi influirono
-sopra i posteriori, e furono troppo lunghi ed importanti.
-Costretto a riferirli, io lo farò più colle parole altrui, che
-colle mie. La libertà ecclesiastica era stata depressa all'estremo
-dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il
-pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era
-abbassato all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore
-di Roma, a forza di denaro si era fatto eleggere sommo
-pontefice col nome di Giovanni XIX nel 1204. Teofilato,
-di lui nipote, fanciullo ancora e appena cherico, a forza
-pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette col
-nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà
-che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore
-Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla
-sua sede; ivi però, circondato dalla detestazione pubblica
-ben meritata, vendette il sommo pontefice a prezzo d'oro
-all'arciprete Giovanni Graziano, che fu Gregorio VI. L'imperatore
-Enrico II, successor di Corrado, volle che Gregorio
-VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi costrinse i
-Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo
-di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito,
-e si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore
-Enrico elesse a sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen,
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-e lo spedì a Roma, dove ebbe nome Damaso II; a cui
-l'imperatore stesso in Worms destinò per successore Brunone
-di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX. Gli
-fu successore Geberardo, vescovo di Eichslat, scelto in Magonza,
-il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano
-allora le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana,
-monaco, in Roma, poi cardinale, viveva in que' tempi. Dotato
-di somma accortezza e di quella energia d'animo che
-caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi principii,
-audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata
-la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle
-elezioni canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni,
-umiliata Roma all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili
-uomini talvolta i più vili e i più indegni d'occupare
-quel sacro luogo. Ildebrando era nato a tempo, poichè il
-disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici, cresciuti
-a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e
-seguire una mente superiore riscaldata per una rivoluzione.
-In ogni altro tempo più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso
-entusiasmo sbalordisce e dispiace. La stima de' Romani
-l'aveva innalzato a tale ascendente, che Vittore II
-era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire,
-Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva
-il sommo pontificato quando vi ascese col nome di
-Gregorio VII, nome che ei rese famoso nella storia. Egli si
-propose di assoggettare alla chiesa romana la milanese;
-di rendere il papato potente colla soggezione de' vescovi,
-e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica
-riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia
-nelle elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni
-dell'apostolato. La chiesa milanese era la più importante
-di ogni altra, per il numero grande delle chiese da essa
-dipendenti, per l'opinione antica, per la venerazione del
-suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo nella elezione
-del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione
-Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare
-giammai consiglio, malgrado le gravissime difficoltà che vi
-si frapposero.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<p>
-(1056) Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II,
-e restava collocato sul trono imperiale un bambino di sei
-anni, Enrico III, in mezzo alle turbolenze della Germania,
-sotto la tutela dell'imperatrice Agnese, di lui madre. Durante
-una lunga serie di anni l'Italia rimase come se non
-vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi d'Ildebrando.
-Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In
-quel tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai,
-sacerdoti anche gli uomini che avevano moglie, e permetteva
-loro di convivere con essa. Non però ammetteva al
-sacerdozio coloro che fossero passati a seconde nozze, ovvero
-avessero presa per moglie una vedova. Non si proibiva
-poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove
-nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle
-funzioni sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che
-tale fosse il patrio rito sino dai tempi di Sant'Ambrogio,
-il quale, come nella forma del battesimo e in altra parte
-della liturgia aveva adottata la pratica della chiesa greca,
-così ne avesse accettata anche la disciplina, che accorda il
-matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione è stata contrastata
-con molta erudizione dal nostro Puricelli in una sua
-dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio
-permesso il matrimonio ai sacerdoti<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>. Citavano
-allora i nostri ecclesiastici un testo del santo nel suo primo
-libro<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a> <i>de officiis ministrorum</i>, con queste parole:<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a>
-<i>De monogamia sacerdotum quid loquar? quum una
-tantum permittitur copula, et non repetita; et haec lex
-est non iterare conjugium</i><a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>. Ma questo passo ora si
-legge così:<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a> <i>De castimonia autem quid loquar, quando
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-una tantum nec repetita permittitur copula. Et in
-ipso ergo conjugio lex est non iterare conjugium</i><a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>.
-Non consta nemmeno che gl'impugnatori del matrimonio
-de' sacerdoti allora accusassero di mala fede i nostri sacerdoti,
-che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza;
-anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la
-seguente fosse dottrina di sant'Ambrogio:<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a><i> Virtutum
-autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos
-docet et contradicentes, qui unius uxoris virum
-praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii,
-nam hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali
-castimonia fruatur absolutionis suae gratia;
-nulla enim culpa conjugii, sed lex. Ideo Apostolus legem
-posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris
-vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir,
-teneatur ad legem sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit
-conjugium, culpam quidem non habet coinquinati,
-sed praerogativa exuitur sacerdotis</i><a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>. Questo
-passo del santo dottore ora si legge così:<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a> <i>Virtutum
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos
-doceat contradicentes; qui unius uxoris virum
-praecipiat esse, non quo exortem excludat conjugii
-(nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali
-castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum
-ut filios in sacerdotio creare apostolica invitetur
-auctoritate, habentem enim dixit filios, non facientem,
-neque conjugium iterare</i><a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>. Il testo odierno è precisamente
-contrario a quello che allora si allegava in pubblico,
-senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e
-gli scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero
-ambrosiano, che faceva professione di conservare i particolari
-instituti di quel santo vescovo. In seguito a ciò, leggesi
-anche presentemente il passo in questi termini:<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>
-<i>Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine
-est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii
-suscipiendi: qui autem iteravit conjugium, culpam
-quidem non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur
-sacerdotis</i><a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. Cresce anche al di più la difficoltà sul testo
-del santo dottore, osservando come poco dopo, a tal proposito,
-presentemente leggesi:<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> <i>Patres in concilio Nicaeno
-tractatus addidisse, neque clericum quemdam
-debere esse qui secunda conjugia sortitus sit</i>; il che non
-si sa come spiegarlo, poichè ne' venti canoni del concilio
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-Niceno nessuna menzione si fa de' cherici bigami; ne è
-presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli
-atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era
-celebrato appena settantun'anni prima del tempo in cui
-egli scriveva quelle parole; meno poi che allegasse l'autorità
-di quella celebre unione di trecento diciotto vescovi
-sopra un argomento di cui il concilio non avesse trattato.
-Il testo del santo padre allora era diverso da quello d'oggidì;
-quale sia la genuina lezione a me non appartiene il
-deciderlo<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>. I nostri ecclesiastici allora interpretavano letteralmente
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-i testi di san Paolo:<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a> <i>Bonum est homini
-mulierem non tangere; propter fornicationem autem
-unusquisque suam uxorem habeat</i>; e l'altro:<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a> <i>Oportet
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-ergo episcopum irreprehensibilem esse, unius uxoris
-virum, sobrium, prudentem, etc.</i> Questa opinione, che
-attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio
-de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di
-Dazio, riferita da Galvaneo Fiamma:<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a> <i>In synodo Damasi
-Primi, centum quadraginta episcoporum, celebrata in
-Costantinopoli, ubi beatus interfuit Ambrosius, gravissima
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-dissensio exorta et inter sacerdotes uxoratos ex
-una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex
-altera, qui sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes
-uxoratos salvari non posse. Summus pontifex hanc quaestionem
-commisit beato Ambrosio, qui sic ait: Perfectio
-vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum
-illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum,
-etc. Ideo lex concedit sacerdotes semel virginem
-uxorem ducere, sed conjugium non iterare. Si autem,
-mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit, sacerdotium
-amittit.</i> Questa opinione durava ancora al principio
-del secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il
-quale, descritta che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano,
-aggiugne:<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a> <i>Iis omnibus benedicens beatus Ambrosius,
-una uxore uti posse concessit, qua defuncta et
-ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo
-duravit annis septingentis usque ad tempora Alexandri
-papae, quem civitas Mediolani genuerat.</i> E anche un secolo
-dopo così credevasi; di che ci fanno testimonianza le
-seguenti parole del Corio, e <i>concesse loro<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a> che potessero
-avere moglie vergine, la quale morendo, restassero
-poi vedovi, come chiaramente si legge nella prima a
-Timoteo</i>; parole che trovansi nelle prime edizioni di Milano
-1503, e di Venezia 1565, ma che si tralasciarono nelle
-posteriori ristampe. Quantunque questa opinione di sant'Ambrogio
-sia considerata erronea; e la pratica di ammettere
-al sacramento dell'ordine le persone che avevano
-già il sacramento del matrimonio, si risguardi come un
-abuso introdottosi posteriormente; egli è però certo che i
-sacerdoti che vivevano nel 1056 erano nati ed allevati con
-questo costume e con questa opinione che il matrimonio
-fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento
-anni, tale fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-Giulini, che pure è poco amico di que' nostri ecclesiastici
-così egli: <i>Non era così antico, a mio credere, come
-quello della simonia, nella nostra città l'altro abuso
-del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io trovato
-qualche indizio che nel secolo decimo</i><a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica
-che permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone
-loro l'obbligo del celibato, io tacerei per riverenza
-verso della Chiesa, che ha stabilito generalmente il secondo.
-Ma tutto bene esaminato, parmi che il celibato sia
-lo stato più conveniente ed opportuno agli ecclesiastici;
-perchè meno legami gli attaccano alle brighe della società;
-più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del
-santo loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi
-negli studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno,
-e possono interamente consacrarsi al bene degli uomini; i
-beneficii ecclesiastici possono essere ripartiti ai poveri,
-senza che i sentimenti della natura verso i figli allontanino
-il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli degli
-ecclesiastici che vivono co' beni della Chiesa, contraggono
-con una educazione civile i bisogni ai quali totalmente
-viene a mancare la base colla morte del padre, e corre
-pericolo la società di avere pessimi cittadini, a meno che
-le cariche ecclesiastiche non diventassero feudi transitorii
-ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi persuaderebbe in
-favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti per servire
-al ministero dell'altare, anche allorquando si disputasse
-se convenga non ammettere se non uomini che siano
-determinati a questo genere di vita, giudicato più perfetto,
-e più dal popolo riverito. Ma questo non mi induce
-però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese di que'
-tempi <i>concubinari</i>, siccome in questi ultimi tempi sogliono
-fare alcuni; poichè essi nè difendevano il concubinato,
-nè generalmente erano accusati di questo; e nemmeno
-li chiamerò <i>incontinenti, eretici, scismatici, nicolaiti</i>,
-voci adoperate per un male inteso zelo, poichè
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La
-questione è stata unicamente per la disciplina del celibato,
-che da noi non si credeva una condizione essenziale per
-il sacerdozio. Posto così lo stato della questione nel suo
-vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando abbia
-incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa.
-</p>
-
-<p>
-Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII,
-nel concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico,
-fatta la legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo
-da Baggio, ordinario cardinale della santa chiesa
-milanese, uomo di merito e di nascita distinta, e che godeva
-in Milano, sua patria, moltissima considerazione, fu
-il primo che cominciasse da noi a disapprovare il matrimonio
-degli ecclesiastici<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>. Sappiamo che gli ecclesiastici
-erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente.
-I discorsi di Anselmo stavano per cagionare
-dei torbidi nella città, dove le inimicizie fra i nobili e i
-plebei erano sopite, piuttosto che spente; e i popolari,
-prontissimi a cogliere l'occasione di umiliare gli ottimati.
-L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che l'imperatore
-Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal
-mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il
-più saggio e il più mite) credette di avere allontanato il
-pericolo di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi
-fu sempre ligio d'Ildebrando; con esso venne in Milano,
-siccome vedremo in seguito; e non dimenticò mai l'oggetto
-di sottomettere l'arcivescovo alla giurisdizione romana, finchè
-fu innalzato al sommo pontificato per opera d'Ildebrando,
-col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo
-di essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente
-Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella
-autorità, non perciò mancarono altri che decisamente cercarono
-di animare il popolo contro degli ecclesiastici. Tre
-uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e Nazaro: Arialdo
-era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era cherico,
-se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-era in modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico
-Arnolfo. Nazaro era uno zecchiere assai ricco, <i>de' quali
-due compagni di Arialdo, uno con l'autorità, l'altro col
-danaro diede molto vigore al partito de' buoni</i>, dice il
-conte Giulini<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>. Convien credere che appunto questo fosse
-il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poichè di lui
-in nulla si fa menzione, nè io più lo nominerò. I due che
-figurarono furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due
-partiti nell'asserire che Landolfo fosse uomo di nascita nobile;
-discordano sulla famiglia di Arialdo, gli uni volendola
-plebea, e gli altri al contrario. Arnolfo, che viveva in
-que' tempi, così comincia il racconto di questa dissenzione:<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>
-<i>Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum
-invasit clerum.... cujus initium et seriem, quum
-res nostris adhuc versetur in oculis, prout possumus
-enarremus..... Quidam igitur ex Decumanis, nomine
-Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus deliciis,
-multisque cumulatus honoribus, dum litterarum
-vacaret studio, severissimus est divinae legis factus interpres,
-dura exercens in clericos solos judicia. Qui
-quum modicae foret auctoritatis, humiliter utpote natus,
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-praevidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem,
-et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla.
-Landulphus vero, quum esset expeditioris linguae
-ac vocis, nimiusque favoris amator, repente dux verbi
-efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae, praedicationis
-officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis
-gradibus alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat
-cervicibus, quum Christi suave est, et ejus leve sit onus</i><a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>.
-Landolfo adunque dai privati discorsi passò ai pubblici, e
-lo storico istesso ci ha trasmessa la prima parlata con cui
-eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici, ed a saccheggiare
-le case loro. Ella è la seguente:<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a> <i>Carissimi seniores,
-conceptum in corde sermonem ultra ritenere
-non valeo. Nolite, domini mei, nolite adolescentis et
-imperiti verba contemnere; revelat enim saepe Deus minori,
-quod denegal majori. Dicite mihi: creditis in
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus.
-Et adjecit. Munite frontes signo Crucis. Et factum est.
-Post haec, ait. Condelector vestrae devotioni, compatior
-tamen imminenti magnae perditioni. Multis enim retro
-temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator. Diu
-est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis;
-pro luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam
-caeci sunt duces vestri. Sed numquid potest caecus
-caecum ducere? nonne ambo in foveam cadunt?
-Abundant enim stupra multimoda; haereris quoque simoniaca
-in sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum
-ministris, qui, quum nicolaitae sint et simoniaci, merito
-debent abjici, a quibus si salutem a Salvatore speratis,
-deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes
-officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora,
-eorumque basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem,
-ipsis amodo reprobatis, bona eorum publicentur.
-Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint
-in urbe vel extra</i><a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>. Gli editori della raccolta <i>Rerum
-Italicarum</i> credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza
-dello storico, e che unicamente Landolfo, parlando
-al popolo, acremente declamasse contro il matrimonio dei
-preti:<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a> <i>acriter intonuisse</i><a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>: ma non producono alcuna
-ragione. La storia ci fa vedere che in seguito il popolo saccheggiò
-le case degli ecclesiastici, e se crediamo a questo
-autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le
-cose:<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a> <i>Quum res nostris adhuc versetur in oculis</i>, si
-vede che erano vaghe e generali le accuse per eccitare il
-popolo contro del corpo ecclesiastico. Landolfo il Vecchio,
-altro nostro scrittore di quei tempi, così più in breve ci
-descrive l'origine della dissenzione:<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a> <i>Arialdus, cujusdam
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam
-scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante
-Guidonem, adstantibus sacerdotibus hujus urbis multis,
-et partim quia urbani sacerdotes, forenses togatos
-urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias civiles
-illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant,
-per omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes
-ab uxoribus, populi virtutem sollicitando, removeret</i>.
-Il conte Giulini a questo passo aggiugne: «Quanto
-al delitto che gli appone il maligno scrittore, si scuopre
-questa per una mera calunnia, osservando che Arnolfo,
-storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne
-dice. Oltrechè, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato
-Landolfo di spiegarne meglio le circostanze per renderlo
-credibile. Ma anche senza badare a ciò, la santità di quel
-buon servo di Dio in tutto il resto della sua vita lo difende
-abbastanza da tale manifesta impostura<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>». I due nostri
-scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore sono i soli che abbiamo
-di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e forse partecipi
-delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per
-queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che
-ne furono la cagione. È naturale altresì il supporre che
-essi fossero affezionati alla disciplina che avevano trovata
-in uso presso de' loro padri; e questo basterà perchè non
-venga loro prestata ciecamente credenza nel male che dicono
-di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato
-unicamente di ripristinare o dilatare la disciplina del celibato
-anche nella chiesa milanese, e non ammettere agli
-ordini sacri in avvenire se non coloro che si obbligassero
-alla vita celibe, la questione si sarebbe potuta discutere pacificamente;
-ma volendosi rimovere dall'altare i sacerdoti
-ammogliati, ognuno vede in quale angustia venivano riposti
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo
-migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci
-ai fatti non contrastati, e non far caso delle declamazioni.
-</p>
-
-<p>
-Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro
-partito, evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne,
-radunò sulla piazza un buon numero di popolo; e alla testa
-della moltitudine entrato nella chiesa, mentre i sacerdoti
-celebravano i divini uffici, violentemente scacciolli
-tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i canti e ripostigli;
-poscia dispose un editto in cui si comandava il celibato, e
-costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si saccheggiarono
-le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono.
-Arnolfo così lo racconta:<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> <i>Die una solemni ad
-ecclesiam veniens</i>, parla di Arialdo, <i>cum turbis a foro,
-psallentes omnes violenter projecti a choro, insequens
-per angulus et diversoria; deinde providet callide scribi
-Pytacium de castitate servanda, neglecto canone, mundanis
-extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines
-ambrosianae diocesis inviti subscribunt, angariante
-ipso cum laicis. Interim praedones civitatis, praeter
-aedes aliquos in urbe dirutas, lustrabant parochiam,
-domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes substantiam.</i>
-Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così
-riflette: <i>Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici
-viziosi ed ostinati i quali non volevano cangiar
-vita, venissero castigati anche col braccio secolare. Egli
-è ben vero che i rimedi violenti non vanno per l'ordinario
-disgiunti da qualche disordine: ma pure talora
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-sono necessari</i><a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>; il che suppone che quegli ecclesiastici
-fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio
-fosse della classe di quelli che sono sottoposti al braccio
-secolare; che Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità;
-che legittimamente lo costituisse vindice della disciplina;
-e finalmente che il modo per esercitare questa magistratura
-fosse legale, movendo la plebe a tumulto, profanando
-l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i ministri:
-cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo
-a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati
-tutti i mezzi possibili per guadagnarsi Arialdo e
-Landolfo<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>, Guidone arcivescovo doveva ricorrere al mezzo
-che i sacri canoni proponevano, cioè alla convocazione d'un
-concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei ed ascoltate
-le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la questione,
-si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse
-alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo.
-Ma siccome il furore dei partiti rendeva troppo
-pericoloso il soggiorno di Milano, venne radunato il sinodo
-in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono avvisati Arialdo
-e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre la loro
-dottrina e le querele contro del clero. Ma nè Arialdo, nè
-Landolfo vollero presentarvisi<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>, e quindi vennero da quel
-sinodo scomunicati<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>. Questa scomunica sconcertò i disegni
-di Arialdo e del compagno Landolfo. La storia c'insegna
-quanto obbrobriosa e precaria fosse in que' tempi
-l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato pronunziato
-l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a
-Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne
-accolto con molta onorificenza<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>. Landolfo aveva presa la
-strada medesima, e le insidie che trovò nelle vicinanze di
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-Piacenza fecero che ritornasse ferito in Milano<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>. Allora
-sembrava ritornata la quiete nella città.
-</p>
-
-<p>
-Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome
-dissi, di questa rivoluzione, essere contento della sentenza
-proferita dal concilio di Fontaneto; per cui presso il popolo
-veniva screditato il partito contrario agli ecclesiastici
-e confermata la loro disciplina. Il fine era di sottomettere
-alla giurisdizione di Roma la Chiesa milanese: mezzo unico
-forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache
-e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa,
-alla quale non era più possibile lo restituire l'antica libertà,
-toltale dal potere dei re. Ildebrando istesso venne a
-Milano, e condusse con seco il vescovo di Lucca Anselmo
-da Baggio, primo autore della novità<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. L'arrivo de' due
-legati, che operavano in nome del sommo pontefice Stefano
-X, risvegliò più che mai le fazioni. <i>La discordia era
-cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì
-da un partito che dall'altro le fazioni insieme crudelmente
-combattevano: i legati, temendo il furore del
-popolo, adunati di nascoso quanti cittadini potettero,
-dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili
-tutte le sue operazioni;</i> così il conte Giulini<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>;
-al che aggiugne questo pio e cauto scrittore che lo storico
-Landolfo Seniore, che ci narra il fatto, essendo nemico
-de' legati, è sospetto di parzialità. <i>Si dee credere che la
-loro condotta sarà stata molto più regolare di quello
-che l'appassionato storico non la dipinga; e che non
-saranno giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo
-un maturo esame, e dopo aver perduta ogni speranza
-di ridurre l'arcivescovo a qualche onesto accomodamento.</i>
-L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana era
-allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter
-dal papa che i monaci di Monte Cassino usassero del canto
-ambrosiano, che è il più antico della chiesa latina; e venne
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-ordinato che introducessero un nuovo canto<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>. I due legati
-partirono, lasciando la città immersa più che mai
-nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri gli
-furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò:<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>
-<i>Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et
-quamplurima sacramenta prava et detestabilia, populi
-flammam, quae impetu ut mare versatur, super nos accendis?</i><a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>
-Da altro ecclesiastico distinto era stato così ripreso:<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>
-<i>Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti
-commovere, qualiscumque intentionis esses, ab
-aliquo religioso viro prius multis cum jejuntis debuisses
-consiliari</i><a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>. La voce <i>patalia</i> era quella colla quale
-si qualificava una dottrina nuova e discordante dalla opinione
-ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni riprovabili
-chiamavansi <i>patalini</i>, <i>patarini</i> o <i>catari</i>, come oggidì
-chiamansi <i>novatori</i>. Così i due partiti, protestando
-ciascuno di sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano
-gli avversari di prevaricare, e si ingiuriavano a
-vicenda coi nomi di <i>nicolaiti</i> e di <i>patarini</i>. Le risse, i
-saccheggi, i tumulti sempre continuavano, anzi andavano
-frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito dalla
-sentenza dei legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati
-ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno
-che molti nobili, non avendo più forza per sostenere i sacerdoti,
-dovettero allontanarsi dalla città, e ritrovarsi un
-asilo tranquillo nelle terre:<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a> <i>Ast nobiles urbis, quorum
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia ira et
-indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae
-calamitati finem imponerent, tempus expectabant</i><a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>.
-Abbandonati così gli ecclesiastici, il partito della
-plebe si era unito ad Arialdo; ed è facile l'immaginarsi
-quale doveva essere lo stato civile e religioso di Milano in
-quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora, e del
-suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era
-forte:<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a> <i>Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum
-probra libenter audiebant: alii inopia, vel aere
-alieno pressi, et spem omnem in praeda et rapinis locantes,
-nihil minus quam pacem et civitatis concordiam
-optabant</i><a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato
-da Ildebrando aveva depresso gli avversari. Era giunto il
-momento opportuno per assoggettare la chiesa di Milano.
-Se i primi legati, incontrato l'ostacolo de' nobili e de' fautori
-del clero, ancora capace di sostenersi (per lo che non
-senza pericolo dimorarono in Milano) prontamente se ne
-partirono condannando, siccome dissi, l'arcivescovo, ora la
-venuta de' legati doveva essere più sicura ad eseguirsi. Ciò
-non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale
-Ildebrando. Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo
-da Baggio, vescovo di Lucca (il primo autore, come
-si disse, del partito), e gli assegnò per compagno il vescovo
-d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto col nome di
-san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno
-1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa,
-egli interamente la diresse, come ce ne fanno fede
-le lettere di san Pier Damiano a lui indirizzate su di questa
-negoziazione. Non si potevano trascegliere due legati più
-opportuni per ottenere l'intento. Il primo cospicuo nostro cittadino,
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-appoggiato a parenti ed a clientele; l'altro, eloquente,
-dotto e d'una pietà celebratissima. Non perciò fu la cosa
-senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle
-lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando:<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>
-<i>Factione clericorum repente in populo murmur exoritur.
-Non debere ambrosianam ecclesiam romanis legibus
-subjacere, nullumque judicandi, vel disponendi jus romano
-pontifici in illa sede competere. Nimis indignum,
-inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper
-fuit libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri,
-quod absit, Ecclesiae sit subjecta!</i><a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a> così scriveva
-il vescovo d'Ostia. Questa fazione naturalmente sarà nata,
-perchè il partito medesimo della plebe secondava le mire
-di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla depressione
-dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla;
-ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa
-nel secondarle, per assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione
-della romana. Il vescovo d'Ostia avendo cercato
-nelle funzioni solenni di precedere al nostro metropolitano,
-il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi dei torbidi;
-quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si posero
-a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze
-ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore
-occasione; furono mutate le antiche costumanze, introdotte
-leggi nuove, e col favore del partito furono costretti
-l'arcivescovo e gli ordinari di porvi il loro nome. Così di
-san Pier Damiano scrive il Calchi:<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> <i>Deinde fasto legationis
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-inflatus voluit se in publicis actionibus archiepiscopo
-nostro praefere: sed populus in propria dioecesi
-temerari ambrosianam dignitatem non laturus, frendere,
-ac tumulum circa facere coepit. Eo metu deterritus
-Ostiensis proposito destitit, et quae instabant negotia confecit:
-atque iis qui quid deliquerant, pro magnitudine
-delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione
-data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus
-censor, et rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines
-mutat; novas leges inducit; litteris signisque suis
-adfirmat; iisdem ut subscriberent, archiepiscopus et ordinarii
-Mediolani, incitata multitudine ni obsequerentur,
-effecit</i><a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>. Queste pene, delle quali fu dispensatore
-san Pier Damiano, furono dati ai simoniaci; poichè, per un
-abuso assai antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo
-che ii consacrava, e davano per essere suddiaconi<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a> <i>duodecim
-nummos</i>, diciotto per essere diaconi, e ventiquattro
-per il presbiterato<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>: sul qual proposito così scrive il
-conte Giulini: «A coloro che avevano pagato la solita tassa
-già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano che ciò
-fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel
-qual tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare
-in pane ed acqua, e tre giorni nelle settimane delle due
-quaresime, cioè quella avanti il Natale, e quella avanti Pasqua,
-ec.<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>». Questa sommissione poco spontanea diede
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-motivo allo storico Arnolfo di esclamare:<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a> <i>O insensati
-Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius
-sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae
-statum: vere culicem liquantes, et camelum glutientes.
-Nonne satius vester hoc procuraret episcopus? Forte dicetis:
-veneranda est Roma in apostolo. Est utique: sed
-nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe
-non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus.
-Dicetur enim in posterum subjectum Romae Mediolanum.</i>
-Così Arnolfo, che viveva in que' tempi: il di cui
-passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiunge: «Se Arnolfo
-e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano
-che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana,
-vivevano in un grandissimo errore. Egli è ben vero che
-prima la chiesa romana non esercitava tanto la sua giurisdizione
-sopra la milanese, quanto l'esercilò dipoi; ma ciò
-fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non nascessero in avvenire
-i disordini che già eran nati dianzi: onde questa
-mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato storico
-fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa
-ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della
-primiera libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e
-maggiore quiete e felicità<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>». Appena l'arcivescovo Guidone
-fu dai legati pontificii assoggettato, che dal sommo
-pontefice Nicolò II venne chiamato a Roma per intervenire
-ad un sinodo:<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a> <i>Ecce metropolitanus vester, prae solito,
-romanam vocatur ad synodum</i>, dice Arnolfo, continuando
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo
-dice: «Anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione,
-perchè non era cosa insolita affatto che il sommo
-pontefice invitasse l'arcivescovo di Milano ai concilii<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>». Il
-dotto conte Giulini, che per altro non tralascia di esporre
-le più minute circostanze nei fatti, che esamina e che con
-molto ordine e chiarezza è solito di porre in vista le ragioni
-delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun fatto
-che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione
-romana la chiesa milanese; nè ha nominato alcuno
-arcivescovo che siasi portato a Roma per un concilio. Anzi
-non solamente non ne ha dato cenno in quel luogo, il che
-pure sarebbe stato opportuno per ismentire uno storico di
-quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti, dei
-quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie,
-non vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri che
-egli fa ad Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un
-invito trascurato dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla
-quale dovette obbedire portandosi a Roma, ove fu obbligato
-a giurare sommissione ed obbedienza al papa; avvenimento
-sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato
-così: «Non può negarsi che allora il sommo pontefice non
-ottenesse molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare
-non poco l'uso della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo
-di Milano. Il primo fu che il nostro prelato, chiamato
-a Roma ad un sinodo, prontamente vi si portasse; il
-secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza al
-papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia,
-mai praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui
-l'anello, quando il costume o l'abuso di quei tempi portava
-di riceverlo dal sovrano. Pure siccome tutte queste pretensioni
-del sommo pontefice erano giuste, così fu giusto che
-l'arcivescovo le accordasse<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>.»
-</p>
-
-<p>
-I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano
-principalmente sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-che avevano pagata la solita retribuzione per essere
-ordinati. Continuavano per altro gli ammogliati a vivere colle
-loro mogli e figli, e sembrava che quasi fosse dimenticata la
-questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061) Qualche riposo
-ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in cui
-morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando
-fu innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo
-da Baggio, che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro
-II. Lo storico nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità
-nominando Ildebrando, così parla di lui:<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a> <i>Id quod
-maxima arte et astutia Hildebrandi monaci factum traditur,
-qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini
-ingenii non mediocrem sacram litterarum eruditionem
-junxerat; et statim ob ingens meritum in ordinem
-cardinalium adscitus fuit: et cum vigore animi
-cunctis praestaret, facile primarium locum inter sacerdotes
-obtinuit</i><a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>. Maggiore accortezza non poteva certamente
-adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma,
-quanto il creare papa un milanese; obbedendo al quale, il
-popolo, che poco vede e prevede pochissimo, non si accorgesse
-di obbedire ad una estranea giurisdizione. Appena
-dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse una lettera<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>
-<i>Omnibus Mediolanensibus clero, et populo</i>, nella quale,
-dopo molte affettuosissime espressioni, diceva:<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a> <i>Speramus
-autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia
-nostri ministerii tempore sancta clericorum castitas
-exaltabitur, et incontinentium luxuria cum caeteris
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-haeresibus confundetur</i>. Questo fu un avviso che precorse
-le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la tranquillità
-dei quali da due anni goduta si può attribuire anche
-alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome
-abbiamo veduto, ad animare la plebe colla parola.
-Ma egli dopo di avere perduta la voce per molti mesi, finalmente
-dovette soccombere. Arnolfo lo attribuisce a punizione
-del cielo, che, per avere colla parola peccato, gli
-facesse soffrire un tal genere di malattia:<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a> <i>Quum vero
-placuit Altissimo, qui renes scrutator et corda, ille qui
-alienam diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam,
-doluit sui ipsius aegritudinem: quumque langueret biennio
-pulmonis vitio, vocis privatur officio, ut in quo multos
-affecerat, in eo quoque deficeret, dicente Scriptura:
-per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos
-accusare videamur, de illio penitus taceamus</i><a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>.
-San Pier Damiano gli ricordò di mantenere il voto che aveva
-fatto a Dio, di prendere l'abito monastico; voto che Landolfo
-fece nell'occasione d'un tumulto popolare che lo aveva
-posto in angustia. Questo si raccoglie dalla lettera di san
-Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue epistole,
-ed è diretta:<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a> <i>Landulfo, clerico et senatorii generis, et
-peritiae litteralis, nitore copiscuo</i>. Landolfo non si fece
-monaco. Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio
-non facendosi monaco, e occupandosi, come fece, in Milano<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a>.
-Il cardinale Baronio lo ascrive nel catalogo de'
-santi. La Chiesa però non rende verun culto a Landolfo, il
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un
-libero soggetto di esame.
-</p>
-
-<p>
-Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici
-in Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in
-moto. In fatti la malattia e la morte dell'accreditato Landolfo
-avevano calmata la fazione contraria al matrimonio
-de' preti. Un fratello del morto Landolfo trovavasi a Roma:
-il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e portato per
-il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò a
-tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi
-suoi concittadini, gli aveva chiamati<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a> <i>Vos autem,
-dilectissimi, membra mea, viscera animae meae</i><a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>, armò
-solennemente campione della santa chiesa romana Erlembaldo;
-gli consegnò un vessillo in un concistoro; gl'impose
-che si portasse a Milano, che si unisse con Arialdo,
-e che combattesse sino allo spargimento del sangue<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>.
-Venne a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono
-le fazioni, e il papa contemporaneamente spedì un
-ordine che nessuno potesse ascoltare la messa di un prete
-ammogliato, <i>la qual proibizione</i>, dice il conte Giulini, <i>dee
-singolarmente notarsi, perchè cagionò i più gravi rumori
-in questa città</i><a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>. (1063) Questo avvenne l'anno
-1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con
-tali aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere
-generalmente tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando
-dopo la festa dell'Ascensione ne' giorni nei quali,
-secondo l'antichissimo nostro rito, si fanno le processioni
-e il digiuno, che chiamiamo le Litanie e le Rogazioni:<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a>
-<i>Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel discipulorum
-institutione traditum; ab antiquis tantum idolorum
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in
-honorem Bacchi, Cererisque solebant</i>; così il nostro Tristano
-Calchi ci riferisce aver sostenuto Arialdo<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>, che quel
-digiuno e quelle pie processioni non fossero cristiane, ma
-un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque biasimando
-quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene e
-rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi
-se a tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse
-contro di lui. La morale severa predicata concilia
-partito, perchè si crede santa, e perchè ognuno ama che
-generalmente gli uomini la pratichino; chi predica il contrario,
-perde la stima e viene riguardato come un seduttore
-pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe
-fautori; declamando contro il digiuno, rimase in preda al
-furore del popolo, dal quale fu ridotto a mal partito, e
-tale, che non si sarebbe salvato, se non fosse opportunamente
-accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale predicava
-Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova.
-Ivi corse il popolo con furore. «Mal per lui, dice il conte
-Giulini, se si fosse trovato colà, che il furor del popolo
-non gli avrebbe lasciata la vita, e male per que' santi
-edifizi, se non accorreva prontamente sant'Erlembaldo
-con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga gli ammutinati,
-e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che
-l'era stato rapito<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>». Nè questo avvenimento rallentò punto
-l'ardore di Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella
-chiesa un sacerdote che cominciava la messa, e sapendosi
-che aveva moglie, si credè lecito di strappargli i paramenti
-d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per lo che il
-popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne
-d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>. Di
-questi fatti ne era continuamente informato il cardinale
-Ildebrando, che era l'arbitro sotto un papa creato da lui,
-e da Roma riceveva Erlembaldo<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a> <i>sæpe numero legationes</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-e lettere<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a> <i>apostolicis prænotatas sigillis</i>, come ci
-assicura Arnolfo<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>. Ma questi due contrari moti del popolo
-nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel
-qual tempo Erlembaldo portossi a Roma<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>.
-</p>
-
-<p>
-(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione
-all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066;
-quando, giunto in Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone
-le bolle della scomunica pronunziata dal papa. L'arcivescovo
-colse l'opportunità del vicino giorno solenne della
-Pentecoste, e poichè radunato fu gran numero di gente
-nella chiesa vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano;
-e con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria
-che si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò
-nel tempio del Dio della mansuetudine. Si venne ad una
-zuffa ai piedi dell'altare. Arialdo, che era nella chiesa,
-venne assalito, percosso, e rimase a terra creduto morto.
-L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze, e la scena terminò
-colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo pronunziò
-sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii, sintanto
-che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio
-pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte
-a chi ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava
-l'interdetto. Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono
-fuori della città, ed Arialdo fu preso e ucciso al lago
-Maggiore, e così nel 1066 terminò la sua predicazione; da
-martire secondo alcuni, appoggiati al fatto di Alessandro II,
-il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel numero
-de' santi<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>; e con fama diversa secondo altri, i quali, vedendo
-che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano
-quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore,
-che rimase isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi
-lunghi e minuti che presentemente si fanno precedere.
-Questo nuovo colpo ammorzò per alcuni altri mesi il furor
-di partito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per
-tante difficoltà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base
-del suo carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile
-era accesa. Un partito si era creato; si era rianimato con
-più mezzi; s'erano riparati i colpi che pareva lo dovessero
-distruggere per sempre: ma non per questo si era sottomessa
-la chiesa milanese se non per un momento. I preti
-ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio. L'arcivescovo
-Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica,
-nè il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato.
-I nobili stavansene fuori d'una città abbandonata
-al furore de' partiti; potevano rientrare questi conducendo
-armati. Il re Enrico s'andava accostando all'età di regnare;
-poteva quel principe, con una discesa in Italia, distruggere
-il frutto del sangue sparso, dei saccheggi, dei tumulti. Conveniva
-perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile sommissione
-per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile
-vi stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per
-la forzata umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando
-colla forza tenesse costantemente depresso il ceto
-dei nostri ecclesiastici. Era necessario di collocare sulla
-sede metropolitana un arcivescovo, il quale dovesse pienamente
-questo beneficio a Roma, e le fosse suddito per animo
-e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale
-Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò
-nella patria l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva
-a deporre l'arcivescovo Guidone, cominciò a serpeggiare.
-Guidone già da ventiquattro anni reggeva la chiesa milanese:
-stanco di vivere fra torbidi e pericoli continui, indebolito
-dagli anni, bramoso di godere il restante della vita
-in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza
-del partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo,
-cardinale ordinario della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò
-l'arcivescovato. Non era questi il soggetto che piacesse
-ad Erlembaldo. Quindi col ferro, col fuoco, colla devastazione
-de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si oppose al
-nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non potè conseguire
-mai la possessione nè della carica, nè delle entrate. Guidone
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-pensò allora a ripigliare la dimessa dignità, poichè
-non si voleva che Gotofredo ne fosse rivestito. Guidone credette
-alla fede di Erlembaldo; si collocò incautamente con
-lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a Milano. Ma
-quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne
-custodito<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a> sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone
-all'eroe del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione.
-Egli fu bensì tradito, ma non tradì mai: promise
-una fedeltà al papa, che non gli mantenne, è vero, ma in
-questo io ravviso piuttosto l'uomo debole, che il politico
-astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di sedare
-il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata;
-non fece che la guerra difensiva: insomma non parmi un
-uomo meritevole di quella taccia. Il buon criterio del conte
-Giulini si conosce nella giudiziosa critica che generalmente
-esercita; ma conviene accordare che nell'esposizione di
-questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser parziale.
-</p>
-
-<p>
-L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette
-anni, dopo la rinunzia fattane da Guidone: perchè Gotofredo
-non potè mai farne le funzioni per la potenza di Erlembaldo,
-che glielo impediva. Erlembaldo, di propria autorità,
-pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a questo
-grado un giovane chiamato Attone.<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a> <i>Herlembaldus</i>, dice
-Landolfo Seniore, <i>producens quemdam Attonem, sibique
-consentientem, coram omni multitudine, ore suo inclito
-elegit. Hoc videns majorum et minorum multitudo tam
-suorum quam adversarium, quae noviter fidelitatem imperatori
-juraverat, sumptis armis, magnoque praelio,
-Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis,
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit</i>:
-su di che veggasi il conte Giulini<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>. Papa Alessandro II
-tenne un concilio in Roma, in cui dichiarò scomunicato
-l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione di Attone, e nulla
-la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di quaresima
-del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano,
-e nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò
-più che mai; e queste deplorabili sciagure forse non
-a caso piombavano sulla città. Ad Alessandro II era succeduto
-Ildebrando, col nome di Gregorio VII. Egli non acquistò
-influenza maggiore di quella che in prima aveva da più
-anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente scomunicò
-l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato dai
-suffraganei; animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo
-per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli
-ordinari celebravano l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo,
-colla forza, venne di mezzo ai sacri ministri, gittò
-a terra il Sacro Crisma, col motivo che fosse questo stato
-benedetto da un vescovo scismatico<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>. In mezzo a questo
-cumulo di strane miserie, i nobili finalmente, vedendo i mali
-giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse
-la loro patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla
-campagna ove, come dissi, stavano ritirati, presero il partito
-di ritornare unitamente in città, conducendo una buona
-scorta de' loro vassalli armati, per discacciarne Erlembaldo.
-Erlembaldo <i>armato di tutto punto sopra d'un generoso destriero</i><a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a>,
-preso il vessillo romano, si pose alla testa della
-sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul
-campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto
-meglio è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a>:<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-<i>Eadem hora, post hoc insigne tropheum, cives omnes
-triumphales personant hymnos Deo, ac patrono suo Ambrosio,
-armati adeuntes ipsius ecclesiam. In crastinum,
-simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum
-denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos
-confitentur alterutrum; absolutione vero a sacerdotibus,
-qui praesto aderant, celebrata, reversus est in pace populus
-universus ad propria. Hic jam apparet schismatis
-hujusce terminus, decem novem per annos semper ab
-ipsa radice pullulando protensi</i>. Pochi anni dopo Urbano
-II <i>riconobbe Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente
-le sue reliquie</i><a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>. La Chiesa però non celebra
-la memoria di Erlembaldo, e di lui può liberamente la critica
-esaminare il merito e la virtù.
-</p>
-
-<p>
-Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo
-avvenimento; si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro
-partito. Primieramente egli sottrasse molti vescovi suffraganei
-dalla dipendenza dell'arcivescovo di Milano. Qualche
-leggiero distacco n'era già seguito in prima. Pavia, già
-fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei vescovo,
-come vescovo della città dominante, si era reso indipendente
-dal metropolitano<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a>; indi Giovanni VIII, nell'874,
-aveva dilatata la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito
-della diocesi di Milano; ma Ildebrando sottopose Como
-al patriarca d'Aquilea; Aosta all'arcivescovo di Tarantasia;
-Coira all'arcivescovo di Magonza<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>. Così la dignità del
-metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente, per i
-maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da
-Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora
-era imperatore, per quei mezzi istessi pei quali se li ribellò
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-Corrado II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente,
-e quasi per stanchezza di resistere, dopo trentatre
-anni di guerra, si rese soggetta a Roma, e l'arcivescovo
-divenne semplicemente il vicario del sommo pontefice. Se
-alla fine del capitolo primo indicai con quali riguardi i
-sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli arcivescovi
-di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero:<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>
-<i>Reverendissimo et sanctissimo confratri</i>, ma dirò che
-Urbano II, nel 1093, scriveva:<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a> <i>Discretioni nostrae videtur
-quatenus, secundum praecepti nostri tenorem.....
-facias</i><a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>. Vero è che non per ciò immediatamente la
-creazione dell'arcivescovo potè appropriarsela il papa; per
-qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma
-i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei;
-e l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo
-Arnolfo venisse consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo,
-dal vescovo di Passavia e dal vescovo di Costanza.
-S'introdusse il rito che l'arcivescovo non portasse il pallio,
-se non ricevuto che l'avesse dal papa. In appresso si
-volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma
-per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero
-dalla giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali,
-sino allora, erano stati a lui soggetti, come tutti gli altri
-ecclesiastici. Quindi si posero ad accordare delle indulgenze;
-e la più antica che ne ha ritrovata il conte Giulini
-è dell'anno 1099<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a>. In séguito Genova venne sottratta
-all'arcivescovo e creata arcivescovato; Bobbio fu staccato
-dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente
-furono la maggior parte de' vescovi suffraganei o dichiarati
-dipendenti immediatamente dalla santa sede romana,
-ovvero incorporati con altre chiese arcivescovili. Così la
-gran mole della chiesa ambrosiana venne a rendersi assai
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-meno importante, e in ogni sua parte interamente sommessa
-alla giurisdizione romana.
-</p>
-
-<p>
-Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol
-so. Nessuna memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga
-accettata la proibizione di esercitare il sacerdozio a chi
-aveva moglie; anzi mi pare probabile che, rivoltesi le
-mire di Roma al punto della soggezione, poichè vide piegarsi
-le cose a seconda, non si volle insistere sopra un
-punto irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare
-il disegno. Pare che si avesse di mira d'obbligare
-piuttosto indirettamente al celibato coloro che dovevansi
-promuovere ai sacri ordini, anzi che instare e costrignere
-i sacerdoti ammogliati alla dura scelta o di perdere lo
-stato loro, o di abbandonare disonorata e senza condizione
-la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra
-confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in
-Milano, pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato:
-<i>Gloria dei santi milanesi</i>. Questa sacra adunanza si tenne
-l'anno 1098. Il fine sembrò essere quello di consolidare
-il sistema dipendente da Roma, e di prescrivere una più
-santa disciplina al clero. In quel concilio si pronunzia l'esecrazione
-contro della simonia; e del matrimonio degli
-ecclesiastici non si parla:<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> <i>Sicut a sanctis patribus stactutum
-legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus,
-et in ecclesiarum beneficiis execramus, et ab ecclesia
-radicitus extirpare per omnia volumus</i>; così leggesi
-in quegli atti. Delle due riforme la più facile certamente
-non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti;
-anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che
-facevasi per le ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta
-difficoltà per abolirlo. O dunque questa legge contro la
-simonia è stata allora fatta, dappoichè in pratica erasi abolita
-la tassa unicamente per avvalorare sempre più la riforma;
-e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-uguale, sul non meno importante articolo del celibato,
-per rinfiancarne la perpetua osservanza, se già si
-era ciò ottenuto: ovvero la legge contro la simonia vogliam
-dire che supponesse ancora quella vigente; ed allora
-dovremmo supporre essersi disimpegnato senza strepito
-alcuno l'oggetto intralciatissimo dei matrimonii, prima
-che si abolisse una tassa, che poi non era difficile l'abolire;
-e che il concilio nessun pensiero si prendesse del pericolo
-che la opinione tanto ostinatamente sostenuta pochi anni
-prima, ritornasse a prender partito, il che non mi pare
-verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare
-una tolleranza per allora su quel punto di disciplina.
-Anzi mi sembra di ravvisare in quel concilio una
-legge che tende indirettamente al celibato degli ecclesiastici;
-quella cioè con cui si proibisce che nessun ecclesiastico
-possa godere qualsivoglia beneficio, se prima non
-rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal
-legge s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per
-non lasciare i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo:<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a>
-<i>Statuimus etiam juxta sanctorum patrum instituta
-et primitivae ecclesiae formam, nullum clericorum ecclesiarum
-beneficia possidere, nisi, abrenuntiatis omnibus
-propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus sorte
-videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit,
-non ei clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia
-interdicimus.</i> Mi pare ancora più chiaramente provato
-che per allora si lasciavano al godimento dei loro
-beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro canone dello
-stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo passato
-alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti
-dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-non fosse nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica
-a chiunque in avvenire tentasse di usurparsi per successione
-i beneficii medesimi; il che fa vedere che alcuni beneficiati
-allora avevano i loro figli, e che v'era pericolo
-che continuassero i beneficii per eredità:<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a> <i>Et quia nonnulli
-intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam
-laici per paternam successionem...... archidiaconatum,
-vel archipresbyteratum, cimiliarchiam, aut etiam aliquid
-de beneficiis ad ecclesiarum officia pertinentibus
-hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu
-praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi
-nefanda cupiditate ductus, ecclesiam ulterius possidere
-tentaverit, et haereditate sanctuarium Dei obtinere
-praesumpserit, juxta profeticam vocem; quousque
-resipiscat, anathematis vinculo subjaceat.</i> Così quel sinodo.
-Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale
-che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i
-figli de' sacerdoti dichiarati illegittimi, e per questo titolo
-esclusi dai beneficii. Parmi adunque probabile che si lasciassero
-per allora vivere in pace i sacerdoti ammogliati,
-e che siasi poi introdotto poco a poco anche da noi il celibato,
-senza violenza, puramente colle ordinazioni date
-solamente ai celibi. Di fatti, nell'anno 1152, certo canonico
-di Monza Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritrovasi
-in quell'archivio, in pergamena segnata n. 4 (di cui
-ho avuta la notizia dal chiarissimo signor canonico teologo
-don Antonio Francesco Frisi, conosciuto per le erudite sue
-dissertazioni sulle antichità monzesi), ordina che se gli celebri
-l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-erede<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a><i>persolvat omni anno in annuali meo canonicis et
-decumanis et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus
-uxorem, qui in annuali meo fuerint, per unumquemque
-canonicum denarios quatuor, custodibus et decumanis
-binos denarios</i>: e poi più sotto vi si legge:<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a> <i>Si vero
-aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non
-fuerit in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem,
-et si aliquis habuerit uxorem, nolo ut habeat
-istam benedictionem.</i> Le quali parole sembrano assai concludentemente
-provare che sino alla metà del secolo duodecimo
-siasi continuata l'usanza di non escludere dagli
-ordini sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la
-soggezione della chiesa milanese alla giurisdizione di Roma,
-si cessò di perseguitare il matrimonio dei preti; e lentamente
-soltanto, e col favor del tempo, si dilatò la legge
-del celibato.
-</p>
-
-<p>
-Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta
-una serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii,
-sacrilegi, profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto
-fu opera d'Ildebrando, che tutto architettò e diresse. Se
-risguardiamo il fine di togliere dalla Chiesa gli abusi nelle
-elezioni, ci si diminuisce in parte il sentimento contrario
-ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando da un altro
-canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto
-che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un
-tempo signora, manomessa dai Goti, dai Vandali, Longobardi,
-Saraceni e Greci; divisa come ella era, doveva ubbidire
-ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali, ora ai Bavari, ora ad
-altre straniere genti. Conveniva concentrare la forza d'Italia
-in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle un'esistenza.
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare
-l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il
-tempo era opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza
-politica della Lombardia era principalmente collocata nei
-vescovi: sottomessi questi, era formata la romana potenza.
-L'oggetto era grande. Ma egli è giusto e ragionevole l'avventurare
-il riposo e la sicurezza della generazione vivente,
-che ha un diritto attuale di esistere bene, colla
-speranza incerta di procurare la tranquillità alle generazioni
-che nasceranno? È egli ragionevole e giusto un tal
-sacrificio, quando anche fosse sicuro il bene che procuriamo
-ai successori? Gli uomini che hanno fatto parlar di
-loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno
-mai esaminate bene simili questioni.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap6">CAPITOLO VI.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-<i>Della nascente repubblica di Milano
-sino all'imperatore Federico I.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore
-non si intromettesse mai nella lunga guerra civile per la
-giurisdizione di Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano
-della debolezza dell'imperatore per sottrarsi dalla
-soggezione del sovrano. Non solamente guerreggiavano per
-distruggersi, divisi in due fazioni, ma si arrogavano la facoltà
-di farsi degli alleati, di mover guerre, e così fecero
-nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un pubblicista
-cercherà con qual diritto così pretendesse di operare
-una città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava
-al sovrano allora la forza, come ne' secoli precedenti
-ella era mancata a questi popoli a fronte de' Longobardi,
-de' Franchi e dei Sassoni; e che in que' secoli non si conoscevano
-fra il sovrano ed i sudditi i dolci e potentissimi
-vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però Milano
-si reggesse da sè, una apparente dipendenza del sovrano si
-conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico,
-le monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore,
-come fanno anche oggidì le città libere dell'Impero<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>.
-Oltre all'onore di porre il nome nelle monete, egli
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-è certo altresì che l'anno 1075 i Milanesi vollero dipendere
-dal re Enrico per la elezione d'un arcivescovo. Guidone aveva
-rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo, siccome dissi: questi
-era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo non permise
-mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo ministero.
-Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva
-colle percosse costretto a rinunziare; non era mai stato
-ordinato; e il papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re
-Enrico, che nominò per arcivescovo Tealdo, milanese, che
-possedeva un ufficio nella sua reale cappella. Gregorio VII
-gli comandò che non ardisse di farsi ordinare se prima non
-veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e Attone;
-nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando
-loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno
-fu consacrato solennemente, e posto nel suo ufficio,
-poichè Erlembaldo era stato ucciso. Il papa, in un concilio
-tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò insieme coll'arcivescovo
-di Ravenna; eccone la cagione:<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a> <i>Thealdum dictum
-archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem
-Guibertum, inaudita haeresi et superbia adversus hanc
-sanctam catholicam ecclesiam se extollentes, ab episcopali
-omnino suspendimus, et sacerdotali officio, et olim
-jam factum anathema super ipsos innovamus</i><a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>. Più
-volte fu ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni
-di Tealdo vennero sospese. Ildebrando ebbe una superiorità
-senza esempio quando vide il re Enrico nel castello di Canossa,
-a piedi nudi, nel mese di gennaio del 1077, aspettare
-per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi, e implorare
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la
-scena nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece
-incoronare papa appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna,
-e ne scacciò Ildebrando, che, rifuggiatosi in Salerno, poco
-dopo terminò la sua vita. A questa impresa molto contribuirono
-i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in soccorso
-di Enrico.
-</p>
-
-<p>
-(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore
-Enrico fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il
-quale abbandonò il partito imperiale, e interamente si collegò
-col partito romano. La famosa contessa Matilde sembrava
-che conservasse tutto lo spirito di Gregorio VII, a cui
-fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei fu sedotto
-Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa
-lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo
-di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio
-Corrado (1093). Un arcivescovo che doveva ad Enrico
-la sua dignità, che da lui non fu mai offeso, che doveva
-ai popoli servire d'esempio di rettitudine, consacra
-nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore
-e ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa
-Matilde, dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando
-le sacre cerimonie, abusando della religione....
-Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo il secolo più illuminato
-e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè in tal
-forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa
-Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette
-dare il suo nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da
-Ro, e il legato romano elesse per arcivescovo Anselmo da
-Boisio, che ebbe il bastone pastorale dalla contessa Matilde,
-e il pallio dal papa; e si pose a esercitare il suo ministero
-senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico nè dal
-re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e
-resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe
-della repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo
-godeva, per l'eminenza del suo grado, una sorta di principato
-nella città; ora i nobili e la plebe, vedendolo ridotto
-all'obbedienza, poterono bensì conservare una rispettosa
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-deferenza al di lui sacro carattere, ma non vi trovarono
-più quella distanza che l'opinione deve collocare fra chi
-obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo
-undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della
-repubblica milanese, e con questa nuova magistratura si
-venne a formare una sovranità che rappresentava tutto il
-popolo<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>, e si vennero ad abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo
-dovette subordinare a questo senato persino i decreti
-sinodali, acciocchè venissero confermati coll'acclamazione<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a>
-<i>fiat, fiat</i>, quando piacevano. In fatti nel 1100 dovette
-l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati, perchè
-si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del
-Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora
-venissero eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente;
-quanto la loro dignità durasse, le memorie di quei tempi
-non ce lo insegnano. Certo è però che monete nè di Corrado
-nè col nome della Repubblica non ve ne sono; e che
-le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono sinora,
-sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica
-si considerò sempre sotto la protezione imperiale.
-Pochi anni dopo sappiamo che il numero de' consoli era diciotto,
-e talvolta anche maggiore. Sembra che questi consoli
-formassero il minore consiglio, sempre adunato e sempre
-attivo per reggere la città; e che negli affari di maggiore
-importanza questi consoli intimassero una generale
-adunanza del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed
-erano stati eletti dalle tre classi di cittadini, cioè dai <i>capitani</i>,
-i quali erano i nobili del primo ordine, dai <i>valvassori</i>,
-che erano nobili bensì, ma di minore autorità, e dai
-<i>cittadini</i>, che erano come il terzo ordine. Il numero dei
-consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle altre
-due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>,
-non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza,
-come in Roma, ne' comizi centuriati. La repubblica di Milano
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-però era ben piccola allora, poichè la giurisdizione di
-lei si limitava a poco più della mera città; e la campagna
-che le stava intorno, formava diversi altri piccoli Stati indipendenti
-da lei, e così v'erano i conti del <i>Seprio</i>, i conti
-della <i>Martesana</i> e altri distretti, che avevano un governo
-parziale e i loro consoli<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>; di che rimasero sino al 1781
-le vestigia nelle diverse misure, che furono in uso in Monza,
-Lecco ed altri borghi del ducato, abolite or ora. Questo è
-tutto quello che sappiamo intorno la costituzione civile di
-Milano verso il principio del secolo duodecimo. L'autorità
-suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui
-nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la
-giurisdizione alcuni giudici e messi che decidevano le controversie
-dei privati<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a>. Ma il governo politico, la pace e la
-guerra, l'imposizione e riscossione de' tributi erano presso
-la città istessa. Landolfo il Giovine, parlando dell'anno 1112,
-così si esprime:<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a> <i>Papienses et Mediolanenses statuerunt
-et juraverunt sibi foedera, quae nimium quibusdam videntur
-fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae auctoritate
-contraria; cum illi cives juraverent sibi servare
-se et sua contra quemlibet mortalem hominem natum vel
-nasciturum</i>; dal che pare che, collegandosi per difendere le
-cose loro contro qualunque uomo, tacitamente s'intendesse
-la disposizione di contrastare colla forza all'imperatore,
-qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati, o i
-tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de'
-contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre
-il nome dell'imperatore o re d'Italia: <i>Regnante Domino
-nostro</i>, il tale. Al principio del secolo duodecimo non più
-si fece questa menzione. In una parola la costituzione civile
-di Milano allora divenne, siccome dissi, a un dipresso
-simile a quella d'una città libera dell'impero.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio
-fosse un uomo di carattere assai mite, e quantunque dovesse
-interamente la sua dignità al papa, cui era nella più
-esatta maniera sommesso; e quantunque l'autorità politica
-del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò non ostante
-dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e
-per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione,
-piacque a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua
-diocesi, e, seguendo lo spirito delle Crociate al principio
-del secolo duodecimo, si portasse a guerreggiare nell'Asia.
-Gerusalemme era già in potere dei cristiani. Non sembrava
-che vi rimanesse altro desiderio alla pietà dei fedeli, se
-non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo storico
-nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo
-da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre
-pericolo nel raccontarla, cioè la conquista del regno di
-Babilonia. Eccone le parole dello storico:<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a> <i>Anselmus
-de Buis, mediolanensis archiepiscopus, quasi monitus
-apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis
-partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum,
-et in hoc studio praemonuit praelectam juventutem
-mediolanensem cruces suscipere, et cantilenam
-de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujusprudentis
-viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum,
-villas et castella eorum cruces susceperunt,
-et eamdem cantilenam de Ultreja, Ultreja cantaverunt</i><a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>.
-Questa canzone latina inventata allora aveva la frequente
-esclamazione <i>Ultreja</i>, che il conte Giulini crede, assai verisimilmente,
-essere un composto di <i>Eja! Ultra!</i> come sarebbe
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-<i>animo! avanti!</i> eccitandosi così la gioventù lombarda
-a prendere le armi e passare nell'Asia<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>. Che questa
-crociata milanese, avendo alla testa l'arcivescovo Anselmo
-da Boisio, attraversasse l'Ungheria e si portasse in
-Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì, sembra
-cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è
-difficile il definirlo, tanto sono discordi gli scrittori. Orderico
-Vitale, scrittore di quei tempi, ci racconta che questo
-esercito si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia
-verso <i>Gandras</i> fu malamente battuto, onde i fuggitivi si
-ricoverarono a Costantinopoli; ma i geografi non ci sanno
-dire in qual luogo trovisi questo <i>Gandras</i>. Radolfo, che
-scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava, ci
-lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto
-dai Saraceni sotto <i>Danisma</i>; ma nemmeno <i>Danisma</i>
-si trova in nessuna carta geografica. L'abate Uspergense
-invece c'insegna che la battaglia seguì:<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a> <i>contra
-terram Coritianam, quae est Turcorum patria</i>; ma
-nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la
-patria de' Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio,
-è nei contorni delle paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino
-e il Caspio, nelle vicinanze del Caucaso; parti del mondo
-assai sviate per coloro che dalla Lombardia cercavano di
-passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo Tirio,
-che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di
-Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo
-di Milano Anselmo, nè delle disgrazie del suo
-esercito. L'arcivescovo morì in Costantinopoli l'anno 1110,
-e Landolfo il Giovine ce ne indica la malattia; ei morì di
-tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio ce lo qualifica
-Landolfo il Giovine per un povero uomo, semplice, timido,
-e ironicamente lo chiama nel testo riferito:<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a> <i>ad vocem
-hujus prudentis viri</i>. Probabilmente a queste disposizioni
-del di lui animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo
-prelato, se per il merito dell'obbedienza aveva
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-animato i suoi a prendere le armi per combattere gli infedeli;
-poichè si vide affaticato da un assai lungo viaggio;
-trasportato in mezzo a popoli dei quali ignorava il costume
-e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani
-incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti
-per trovare mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli;
-senza forza d'animo e senza aiuto; mi sembra naturale
-ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e che si sbandassero
-i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi rimasti,
-cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla.
-Coloro che rimproverano alla generazione vivente
-d'avere minor senno di quello che si osservava altre volte,
-esaminino queste epoche.
-</p>
-
-<p>
-Nel principio appunto del secolo duodecimo lo storico
-nostro Landolfo Juniore, che è il solo autore contemporaneo,
-ci racconta un fatto prodigiosissimo; e ce lo descrive
-con circostanze cotanto minute e singolari, che sembra
-quasi ch'ei temesse l'incredulità nei posteri. Sinora il
-suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto è
-il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando
-l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia,
-il vescovo di Savona Grossolano, come vicario dell'assente
-arcivescovo, reggeva la chiesa milanese. Giunta la nuova
-della morte di Anselmo, Grossolano ebbe un partito, e fu
-eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito il pallio, che
-il portatore, tenendo a guisa di stendardo, in cima del bastone,
-andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo
-il Giovine: <i>heccum la stola, heccum la stola</i><a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>; dal che
-vedesi che anche allora si parlava una lingua simile a
-quella che oggidì si parla. Eravi in Milano un prete che
-aveva nome Liprando. Egli era zio di Landolfo Juniore, e
-convien dire che fosse di genio piuttosto attivo, poichè ebbe
-tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la giurisdizione
-romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio
-VII prese questo prete sotto la speciale protezione della
-Santa Sede, e nella bolla gli scrisse:<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a> <i>Tu quoque, abscisso
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-naso, et auribus pro Christi nomine, laudabilior
-es qui ad eam gratiam pertingere meruisti, quae ab
-omnibus desideranda est, qua a sanctis, si persevereraveris
-in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis
-tui diminuta est, sed interior homo, qui renovatur
-de die in diem, magnum sanctitatis suscepit incrementum:
-forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae
-est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis
-Canticorum gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum,
-filiae Hierusalem</i>; e poi dopo lo chiama<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a> <i>martyr Christi</i><a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>.
-Il prete Liprando era titolare della chiesa di San
-Paolo in Compito. Appoggiato a questa bolla, pretendeva
-di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò nacquero
-dei dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese
-il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente
-l'arcivescovo di simonia,<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a> <i>per munus a manu,
-per munus a lingua, per munus ab ubsequio</i><a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>. La disputa
-andò tanto avanti, che vi furono partiti; si venne
-alle solite zuffe, e<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a> <i>Grossolani turba, dimicans adversus
-primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii
-clericum lapide occidit</i><a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>. Fu perciò costretto l'arcivescovo
-Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse
-s'egli fosse legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco;
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-e il prete Liprando si esibì di provare col giudizio
-di Dio, passando attraverso del fuoco, l'accusa che
-aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con avidità
-questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo
-maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo
-generalmente eccitò l'impazienza di ognuno; e fu
-avvisato il prete Liprando di apparecchiarvisi: e il fatto
-ce lo descrive Landolfo nella maniera che dirò. Distribuì
-il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che
-possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo
-nipote; e dispose che se egli morisse nel giudizio, quel
-che le fiamme avessero lasciato del suo corpo, venisse
-seppellito nella chiesa della Trinità. Sia ch'ei temesse falsa
-la simonia asserita, ovvero non sicuro il miracolo, egli
-credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con
-tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due
-giorni; poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi
-nudi, portando la croce, da San Paolo in Compito venne a
-Sant'Ambrogio, e cantò la messa all'altar maggiore in faccia
-all'arcivescovo, che si era collocato sul pulpito con altri
-due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno naturale,
-prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno,
-nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda,<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> <i>ante introitum
-missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit
-plenam phialam vini peregrini, et post haec, coelestem
-participavit mensam</i><a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>. Comunque sia di ciò, Landolfo
-non dice come celebrasse la messa quel prete sospeso
-dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poichè la
-messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con
-tre parole convincerò quest'uomo; indi, rivolto al prete:
-Hai asserito, gli disse, che io sono simoniaco, ora dichiara
-soltanto, se il puoi, qual sia la persona a cui io abbia donato.
-Il prete si collocò sopra un sasso elevato che era
-nella chiesa, e indicando il pulpito: Vedete, disse al popolo,
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi
-col loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo
-che con quel danaro istesso che il diavolo gli suggerì
-di adoprare per comprarsi l'arcivescovato, possono
-aver occultata la verità e togliermi i testimonii; e per ciò
-ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna. Il dialogo
-continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo
-di vedere questo prodigio, si udì gridare perchè venisse
-al cimento il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno
-per il terzo giorno, ed avesse fatto un lungo cammino,
-balzò dal sasso e si portò co' suoi paramenti avanti
-l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale erano disposte
-due cataste di legna di quercia, ciascuna delle quali era
-lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente
-larghi, e distanti l'una dall'altra un braccio e
-mezzo. Anzi nel viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di
-legna tratto tratto, per renderne più lento e difficile il
-passaggio. Poichè il prete e l'arcivescovo furono fuori dell'atrio,
-l'accusatore prese l'arcivescovo per la cappa e disse:<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>
-<i>Iste Grossulanus, qui est sub ista cappa, et non de
-alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani</i><a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a>.
-Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente,
-montò a cavallo, e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico
-dell'arcivescovo, teneva frattanto il prete, acciocchè ei non
-passasse, sin tanto che il fuoco non fosse bene acceso; e il
-fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe offesa la mano.
-Allora dissegli: Prete Liprando, mira la tua morte, piegati
-all'arcivescovo e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla
-maledizione di Dio. Il prete rispose a lui:<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a> <i>Sathana,
-retro vade</i>, poi si prostrò a terra, fece il segno della croce,
-ed entrò fra le cataste ardenti. La fiamma si spaccava
-avanti di lui, e si riuniva tosto che era passato; passò sopra
-i carboni, come se fosse arena, due volle recitò in
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-quel passaggio:<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a> <i>Deus, in nomine tuo salvum me
-fac, ed in virtute tua libera me</i>, e nella terza volta, alla
-parola <i>fac</i>, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza
-danno alcuno nella persona, o nei lini del camice, o nella
-pianeta. Così il nipote Landolfo ci racconta il fatto.
-</p>
-
-<p>
-Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia
-da chi scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con
-quello che Desiderio, abate di Monte Cassino, asserisce accaduto
-in Firenze, che non si potrebbe giudicare quale dei
-due fosse l'originale e quale la copia; se quello di Toscana
-non fosse stato collocato quarant'anni prima di questo di
-Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si accusava
-quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla
-prova del fuoco; si prepararono due cataste lunghe dieci
-piedi, alte e larghe cinque, distanti appunto un piede e
-mezzo. Le misure sono le medesime nel numero, sebbene
-da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi passò illeso un monaco
-Giovanni Aldobrandino, che fu poi chiamato Giovanni
-Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima.
-Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo,
-ovvero al buon senso, io abjurerò la prima: nè crederò
-che la novità abbia operato un portento per approvare
-una temerità solennemente riprovata dalla Chiesa in più
-concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non sarebbe stato
-possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano pel
-sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero
-a deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo
-ci avvisa che:<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a> <i>praesentia episcoporum suffraganeorum
-huic legi et triumpho favorem integre non praebuit</i><a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>,
-e il popolo istesso, pochi giorni dopo, cambiossi di parere
-sul preteso miracoloso passaggio:<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a> <i>turba tristis de casu
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem post
-paucos dies scandalizavit</i>. Ci narra di più lo stesso autore
-che in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano
-dal fuoco, ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che
-ebbe anche male a un piede, ma che ne fu cagione un cavallo
-da cui fu calpestato. La verità sola che oggi possiamo
-sapere è, che il fatto, come ce lo racconta Landolfo, non
-è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene allargare
-il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre
-il prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora
-con una mano ed un piede offesi potremo accordare
-i due fenomeni, il fisico ed il morale. Se poi il racconto
-fosse imitato da Landolfo dall'altra favola toscana, per vanità
-di raccontare cose prodigiose, e per farsi nipote di un taumaturgo,
-allora ne sarebbe ancora più semplice la spiegazione.
-Nè sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo
-all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far
-credere che un angelo sia venuto ad avvertirlo che il di
-lui zio Liprando era ammalato:<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a> <i>Mihi angelus occurrit
-dicens: presbyter Liprandus, rediens a Valtellina, infirmus
-jacet ad monasterium de Clivate</i><a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>: asserzione
-sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro
-conte Giulini, che «sarebbe stato desiderabile che lo storico
-ci avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con
-tanta sicurezza, che quello era un angelo<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>». Tutti i nostri
-autori però, ciecamente appoggiati all'asserzione del solo
-Landolfo, hanno creduto vero un tal prodigio; e nemmeno
-il nostro conte Giulini si è voluto segregare. Sarebbe stato
-veramente desiderabile che avessero seguita l'opinione piuttosto
-dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice.
-Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di
-affrontare una lunga tradizione per annunciare la verità, i
-di cui dritti non si prescrivono giammai; ed è costretta la
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-storia a raccontare di tali inezie, qualora sieno generalmente
-credute.
-</p>
-
-<p>
-Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò
-l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità,
-sebbene con un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo
-legittimo, e non cessò d'esserlo, se non quando,
-portatosi egli, nel 1111, a Costantinopoli, se gli elesse in
-Milano un successore. Morì frattanto in Germania l'infelice
-imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106. Corrado,
-di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato da
-una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo
-titolo per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde.
-Anche l'altro figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle
-al padre. Non si può rinunziare ai sentimenti dell'umanità
-e della natura più freddamente di quello che
-fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto suo
-collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento
-colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce.
-«I vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma
-dell'imperatore erano veramente cose orribili a chi le considerava;
-ma pure dovevano con pazienza tollerarsi da un
-suddito, e molto più da un figliuolo. Per quanto la storia
-della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo imperatore
-e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro dì lui,
-quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a
-compassione e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero
-principe, spogliato a forza de' reali ornamenti, pentito
-de' commessi delitti senza poter ottenere dal legato apostolico
-la desiderata assoluzione, prosteso a' piè del figlio
-senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente da
-disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato
-presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie,
-alli sette di agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi
-di puro cordoglio la vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in
-vita»<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>. I delitti di questo principe sono di non aver voluto
-rinunziare alle investiture de' vescovi, che avevano goduto
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-i suoi antecessori. Le sue buone qualità furono la generosità,
-la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non insidiò
-alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava
-in persona la sua armata; si trovò in sessantasei
-battaglie, e le vinse tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito.
-Il di lui figlio Enrico, che poi fu il quarto imperatore
-di questo nome, venne in Italia nel 1110; pretese dalle
-città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli ostacoli,
-poichè erano già avvezze a reggersi da sè. Novara, fra le
-altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a
-varie altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non
-adoperò il fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce
-maniera di guerreggiare mosse le altre città a cercare di
-guadagnarselo con denaro, con vasi d'oro e d'argento; ma
-la popolata e nobile città di Milano non gli fece regalo alcuno,
-nè in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco
-Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della
-contessa Matilde con versi assai meschini:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Aurea vasa sibi nec non argentea misit</i></p>
-<p class="i01"><i>Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:</i></p>
-<p class="i01"><i>Nobilis urbs sola Mediolanum populosa</i></p>
-<p class="i01"><i>Non servivit ei, nummum neque contulit aeris<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a><a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre
-città del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza
-ad Enrico, piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa
-fu di molti armati che lo accompagnarono a Roma per ricevervi
-la corona imperiale. È noto che Pasquale II, papa, pretese,
-prima d'incoronarlo, che rinunziasse al diritto di dare
-l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi, e pretese,
-non meno di quello che aveva fatto suo padre, di
-conservare questa ragione, posseduta dai precedenti augusti.
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-Insisteva il papa; nacque in Roma una zuffa: i Lombardi,
-uniti coi Tedeschi, frenarono l'impeto de' pontificii,
-a segno che Enrico fece suo prigioniero il papa, lo condusse
-fuori di Roma, nè gli accordò la libertà, se non quando gli
-promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture
-come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da
-esso fu incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il
-giorno 13 di aprile 1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire
-anche i Milanesi, de' quali varii ne perirono, e fra gli
-altri Ottone Visconti:<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a> <i>Otho autem mediolanensis Vicecomes,
-cum multis pugnatoribus ejusdem regis, in ipsa
-strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus
-civitatem mediolanensem, et Ecclesiam</i><a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>.
-Questo Ottone è forse lo stesso reso immortale dai due versi
-del Tasso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,</i></p>
-<p class="i01"><i>In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo</i><a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre
-per aver sostenuto le investiture dei vescovati, non solamente
-le sostenne ei medesimo, ma colla forza sulla persona
-istessa del sommo pontefice se le fece accordare. Nella
-costituzione che avevano presa le città italiche, non vi rimaneva
-più altra dignità che potesse conferire l'imperatore,
-se rinunziava alle investiture: e il titolo di re d'Italia, già
-diventato sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe
-stato colla rinunzia ridotto a una mera parola insignificante;
-come vi si ridusse in fatti undici anni dopo,
-colla cessione che ne fece. I Milanesi frattanto, inquieti,
-avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la nuova autorità
-de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile che organizzasse
-la città, privi d'un regolamento che assicurasse
-la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-una turbulente indipendenza, anzi che la libertà. Convien
-dire che allora o non vi fosse uomo capace di progettare
-una costituzione, ovvero che non venisse ascoltato.
-Avevamo impiegati i primi impeti nostri a lacerarci vicendevolmente
-colle civili dissensioni; i secondi impeti furon
-adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città
-di Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore
-Enrico, che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione:<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a>
-<i>Mediolanenses quoque, cum iste imperator per
-Veronam a Roma in Germaniam properabat, gladiis et
-incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt
-Laudem, in Langobardia civitatem alteram.</i><a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>. Un
-calendario antico, stampato nella raccolta <i>Rerum Italicarum</i><a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>,
-dice:<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a> <i>VII kal. (junii) MCXI capta est civitas
-Laudensis a Mediolanensibus</i> (1111); e la cronica di Filippo
-da Castel Seprio dice:<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a> <i>anno MCXI die VII ante kal.
-junii destructa est civitas Laudensis, et jacuit annis
-XLVIII.</i> Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi a simile
-crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi
-così ne ragiona:<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a> <i>De Laudis vero Pompejae eversione
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-haud immerito prudens lector uberiora desideraverit:
-sed mecum transeat oportet, cujus in manus plura in
-eam rem, et si diligenter perquisiverim, non venerunt.
-Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem
-victis impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis,
-et urbis moenibus, vix agrestium similes vici,
-et pauperum tuguria miseris civibus, quae inhabitarent
-relicta; et pro magno commodo existimatum,
-quod vicum cognomine Placentinum reliquerint, in quo
-solitum mercatum octavo quoque die continuarent,
-sed nec rem alienare, matrimonia contrahere, post occasum
-solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere
-inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam
-paulo remotius sermones contulissent, continuo,
-novorum consiliorum suspecti, aere multabantur, aut
-fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati plurimi
-diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis
-finibus carere</i><a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>. La città di Lodi era fabbricata sopra di
-un fiumicello chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro:
-anche al dì d'oggi se ne vedono le vestigia al sito che si
-chiama <i>Lodi Vecchio</i>. La città di Lodi presentemente non
-dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poichè deve la
-sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare
-alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di
-Pompeo.
-</p>
-
-<p>
-(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci
-siamo rivolti a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore
-d'un paese montuoso, disputarono per alcuni anni, ma finalmente,
-superati dai Milanesi, videro la toro città e i sobborghi
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi parimenti ai mosse
-la guerra; e nel 1152 ci riuscì di dar loro una rotta a Marcinago:
-ma la città loro, munita di antiche e solide fortificazioni,
-fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga
-coi Cremonesi, e nel 1157 c'impadronimmo del castello di
-Zenivolta, e femmo prigioniero il vescovo di Cremona Uberto,
-che era <i>armato con l'usbergo come un Paladino, e, inanimando
-i suoi alla battaglia, si era spinto contro uno
-de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo</i><a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>. Tale
-era la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva
-saggiamente premunirsi contro le fondate pretensioni
-dell'impero, collegandosi e rendendosi amiche le altre città.
-Questo errore lo vedremo poi punito da Federico, e la punizione
-fu meritata. Lo stato della prosperità è il più funesto
-di tutti per una città che diventi libera dopo di avere
-sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno
-bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini
-ad accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi
-comuni. Se questi manchino, non vi è più quel
-principio che può solo formare un sistema capace di reggere
-alla prosperità; vi vuole un nemico e un comune pericolo
-per acquistare un interesse e un sentimento comune,
-e così animarsi la repubblica.
-</p>
-
-<p>
-La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva
-i suoi nemici, i quali vedevano volontieri che gl'italiani
-non gli obbedissero. Fra questi eravi l'arcivescovo di Colonia
-Federico, il quale scrisse alla repubblica di Milano una
-lettera che comincia così:<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a> <i>Consolibus, capitaneis,
-onmi militiae, universoque mediolanensi populo. — Civitas
-Dei inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas
-nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus
-Ecclesiae inimicis resistere niteris, verae libertatis
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-auctore Christo Domino adjutore perfrueris</i><a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>. E in questa
-lettera ci avvisa come i principi della Lorena, della Sassonia,
-della Turingia e di tutta la Gallia (membri dell'Impero,
-come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di noi,
-determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti
-a collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il
-riscontro. Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima
-offerta sia stata accettata; anzi dai fatti accaduti
-dappoi si può presumere che se ne lasciasse sfuggire
-l'occasione. Insomma Milano era una repubblica; era già forte
-e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che
-faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre
-città: odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale
-passava da un principe debole a un altro debole,
-ma rovinose disposizioni al movimento in cui fosse eletto
-imperatore un principe di animo e di forze robusto.
-</p>
-
-<p>
-Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e
-venne eletto per successore Lottario, duca di Sassonia, il
-quale fu poi Lottario III re d'Italia, e Lottario II imperatore.
-Alcuni signori tedeschi avevano protestato contro di
-questa elezione, la quale si pretendeva fatta per maneggi
-della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del casato di
-Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire
-ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per
-togliere almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che
-Corrado, nel 1128, se ne venne a Milano per la strada di
-Como; che fu acclamato re d'Italia, e incoronato prima in
-Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio. Sceso Lottario in Italia,
-si confederò colle città di Lombardia, nemiche de' Milanesi,
-affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di Crema,
-città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti.
-Lottario non potè essere incoronato re d'Italia, e portossi a
-Roma, ove fu incoronato imperatore in San Giovanni Laterano
-dal papa Innocenzo II. Vi erano allora due che pretendevano
-la sovranità del regno d'Italia: Lottario, come
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello
-stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva
-d'essere il vero papa; uno possedeva la chiesa di
-San Pietro, e l'altro quello di San Giovanni Laterano. Il papa
-di San Giovanni Laterano favoriva Lottario, lo riconosceva
-per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava l'arcivescovo
-di Milano, perchè aveva incoronato Corrado: il papa di San
-Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine
-di questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo
-pontefice, il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici
-cardinali de' più famigliari del defunto pontefice e dei
-più assidui nell'assisterlo all'ultima malattia, prima che fosse
-pubblicata la di lui morte, elessero Gregorio canonico regolare
-lateranense, cardinale diacono di Sant'Angelo, che
-prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de' cardinali,
-intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco,
-e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto.
-Furono e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati
-ed intronizzati. Innocenzo occupava San Giovanni Laterano;
-Anacleto aveva il partito più forte, e risedeva in
-Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e per Corrado; Lottario
-era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende
-qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo
-ad un simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello
-che sedò i partiti, e fece riconoscere anche in Milano per
-vero papa Innocenzo II, e per vero re d'Italia Lottario. Si
-erano già domiciliati in Milano dei frati instituiti da San Bernardo.
-Il santo sosteneva papa Innocenzo, e l'arcivescovo
-di Milano, Anselmo Pusterla, aveva coronato Corrado, e aderiva
-ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro
-dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani
-che erano pel papa Innocenzo II, per preparare delle insidie
-all'arcivescovo, distribuirono il loro denaro ai giurisperiti
-ed ai militari; e dalla disputa l'arcivescovo fu costretto
-ad entrare nel pubblico arringo, ove Stefano Guandeca,
-arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro, sacrilego
-e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si
-esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-i vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti
-in una nuova foggia con rozze lane e col capo raso; e
-questi, verisimilmente, erano i nuovi monaci di San Bernardo,
-che il popolo considerava come angeli del cielo. L'arcivescovo,
-vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a dire:
-che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe
-bianche e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una
-zuffa, nella quale non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi,
-mediante il denaro sparso dal contrario partito, fu scacciato
-dalla sua Sede. Quindi abbandonato Anacleto, Milano riconobbe
-il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo descrive
-Landolfo il Giovine colle seguenti parole:<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a> <i>Ordinarii
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae
-Innocentio Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi
-archiepiscopo suas pecunias effuderunt, et ipsas legis
-et morum peritis atque bellatoribus viris tribuerunt.
-Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem
-concionem, ut ibi decertaret cum suis excomunicatis
-de excomunicatione. Cumque ipse expectaret sagittas
-de justa aut injusta excomunicatione, Nazarius
-primicerius, mirae calliditatis homo, per prolixum sermonem
-cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter
-autem Stephanus, qui cognominatur Guandeca,
-videns primicerium suum fastidiose fore locutum, vocem
-suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait:
-Hoc quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus,
-perjurus, sacrilegus, et aliis criminibus quae
-non sunt hic notanda, es reus. His auditis ex improviso,
-archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter vero ille
-habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit,
-quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in
-isto Anselmo, qui dicitur de Pusterla, in judicio episcopi
-novariensis et albanensis, qui sunt de suffraganeis
-Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque Mediolani,
-in concordia utriusque partis, statuerunt ut
-ipsi et alii suffraganei venirent. In statuta itaque die
-non solum suffraganei, sed quamplures pure induti
-rudi et inculta lana, et rasi insolita rasura, concurrerunt.
-Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset
-eos constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad
-ipsum populum ait: omnes illi quos hic videtis cum
-illis cappis albis et grisiis, sunt haeretici. Inde simplices,
-et compositi, ad expellendum, bellum commoverunt.
-Veruntamen gladio Anselmi in die illa resistere
-non potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam,
-manus primicerii, et presbyteri Stephani fortissima,
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-in summo diluculo ipsum Anselmum a sede
-compulit.</i><a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a> Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto
-operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto
-e il re Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore
-Lottario: e san Bernardo medesimo moveva tutta
-questa rivoluzione, e come dice Landolfo il Giovine al luogo
-citato:<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a> <i>Ad haec peragenda, papa adeo idoneum angelum
-habuit, sicut Bernardus abbas Claraevallensis
-fuit.</i> Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerazione
-accolto, che immediatamente divenne l'arbitro della
-città. Egli mostrava dispiacere che nelle chiese vi fossero
-ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi cessarono di
-esporli:<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a> <i>ad nutum quidem hujus abbatis, omnia ornamenta
-ecclesiastica, quae auro et argento paliisque
-in Ecclesia ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso
-abbate despecta, in scrineis reclusa sunt</i><a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>. Tutto venne
-a prendere quell'aspetto che insinuava quel celebre santo,
-al di cui cenno i popoli europei passavano a guerreggiare
-nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed i
-pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente
-sparsa di lui! Il popolo di Milano, poichè era scacciato
-l'arcivescovo Anselmo Pusterla, accorse a san Bernardo,
-che stava alloggiato vicino a San Lorenzo, e con acclamazione
-lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più vasti affari
-da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente giorno
-egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse
-condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo,
-e così appunto fece e se ne partì:<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a> <i>Ego in crastinum
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-ascendam palafredum meum, et si me extra vos portaverit
-non ero vobis quod petitis, ac sic a Mediolano recessit</i><a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>.
-Così Milano riconobbe papa Innocenzo e imperatore
-Lottario; e partito che fu san Bernardo, i suoi monaci,
-dice Landolfo al luogo citato:<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a> <i>per civitatem euntes,
-collectam multam de auro et argento et rebus pluribus
-sibi fecerunt</i>, e con questi mezzi fondarono i due
-monasteri di Chiaravalle e di Morimondo, così nominati ad
-imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti
-accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato
-così dalla sua sede, per essere stato del partito di
-Anacleto s'incamminò verso Roma, dove Anacleto era riconosciuto
-per legittimo papa da un gran numero di persone,
-e risedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma viaggiando,
-fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a
-Pisa per un concilio; e quel papa che possedeva, come già
-dissi, in Roma il Laterano:<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a> <i>illum captum Romam
-misit, dice Landolfo, ibique, prout fama est, Anselmus
-ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui procurator
-est Innocentii, vitam finivit.</i>
-</p>
-
-<p>
-Corrado sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in
-Monza ed in Milano, vedendo di non avere forze bastanti a
-resistere, si piegò ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario,
-e rinunziò ad ogni pretensione sul regno italico. Lottario,
-riconosciuto anche dai Milanesi, venne in Italia; e
-favorì i Milanesi nelle dispute che avevano co' vicini. Mentre
-il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i Cremonesi,
-l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e,
-unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il
-contado di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano
-e Soncino<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a>: poi queste forze si rivolsero contro Pavia, la
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-quale venne umiliata. Così assai incautamente i Milanesi,
-colla distruzione di Lodi e di Como, colla desolazione dei
-Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi, si erano procurati
-dei nemici implacabili intorno le loro mura; e ne vedremo
-l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad accendere
-il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione
-d'un imperatore potente e voglioso di riacquistare
-la signoria d'Italia. Ma nè Lottario, nè Corrado istesso (che
-poi, nel 1138, colla morte di Lottarlo, fugli eletto in Germania
-per successore) ebbero forze per tentarlo. Corrado,
-obbedendo alle insinuazioni fattegli da san Bernardo a
-Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra
-Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la
-mala fede dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor
-militare de' Saraceni. Lottario debolmente regnò fra i
-torbidi. Così la indipendenza della repubblica di Milano si
-andò rinfiancando.
-</p>
-
-<p>
-La città di Milano, diventata opulenta e popolata nel secolo
-duodecimo, naturalmente doveva offrire agi migliori ad
-ogni cittadino. Non si discorreva più di adoperare per companatico
-il lardo, come vedemmo al capitolo quarto; ma
-pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che un abate, in
-certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre imbandigioni,
-ed erano queste:<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a> <i>in prima appositione,
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-pullos frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam
-frigidam: in secunda, pullos plenos carnem vaccinam
-cum piperata, et tertullam de lavezolo: in tertia, pullos
-rostidos lombolos cum panatio, et porcellos plenos</i>;
-sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero
-l'erudito nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>, e che molto meno potrei io
-spiegare. Bastano però queste per dimostrare che si viveva
-con una sorta di abbondanza. Fra le cerimonie religiose
-vi era quella che il parroco andasse a lustrare coll'acqua
-benedetta la casa, da cui si era trasportato un morto; e
-che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto
-coll'incensiere a profumarlo. Quando si contraevano<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>
-<i>sponsalia de futuro</i>, cioè quando si faceva la promessa
-del matrimonio, si regalava alla sposa un anello, ovvero
-una corona, o un cinto, ovvero una veste o un drappo,
-ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si
-dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa,
-non si doveva a lui restituire se non la metà del regalo:<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>
-<i>Si nomine sponsalitiorum annulus, vel corona,
-vel cingulum, vel quid simile, seu amictum, vel
-pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto,
-medietas redditur si osculum intercesserit</i>: così le consuetudini
-di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere
-in quei barbari tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente
-sappiamo che molti de' nostri giovani allora andavano
-in Francia a fare i loro studii; ed è assai probabile
-che le turbolenze interne alle quali era in preda la Repubblica,
-non permettessero quella placida educazione che
-è necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra
-i paesi vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-Francia, colla quale non avevamo più veruna politica relazione.
-Sotto Lottario s'erano scoperte in Amalfi le Pandette,
-e s'era risvegliato un fermento universale per lo studio
-della giurisprudenza. Il nostro Oberto dall'Orto fu distinto
-fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni, pure nostro
-cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far
-risorgere la facoltà che coltivava in Salerno. Egli scrisse
-in versi latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio
-di Guglielmo il Conquistatore, re d'Inghilterra, che così
-comincia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Anglorum regi scribit schola tota Salerni</i><a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a><a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a> ec.,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con
-poverissimo successo, se vogliansi paragonare que' lavori
-colle produzioni di secoli più felici; nondimeno dobbiamo
-accordare che ci eravamo scostati assai dall'ultima barbarie
-del secolo undecimo, quando ne' pubblici contratti si
-scriveva così:<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a> <i>deveniat in potestatem abas ipsius monasteri
-sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in
-eodem sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella
-una... que ego noviter edificavi... in onore sancti Michaelis
-et Petri, consecratam ab domum Eribertus archiepiscopus</i><a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>.
-I cognomi cominciarono a formarsi nel
-secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente
-praticati. Le maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi
-d'onde traeva origine, ovvero dimorava la famiglia. Vorrei
-poter descrivere le azioni de' nostri Bruti, de' nostri Orazi,
-de' nostri Scevola; ma non balena alcun lampo di virtù fra
-quei tempi ancora caliginosi; o se qualche uomo generoso e
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù fuori dalle
-azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità negli
-animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione
-era il mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene
-questa mia proposizione non è esatta. La sola corteccia della
-religione moveva ogni cosa, e la vera religione era trascuratissima.
-Il mancar di fede, l'assassinare il distruggere,
-l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni comunemente
-praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le
-esterne pratiche del rito religioso erano osservatissime, e
-servivano di pretesto allo sfogo della feroce inquietudine
-de' nuovi repubblicani; poco degni in verità d'esser liberi
-per l'abuso che ne fecero a danno proprio e dei vicini.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap7">CAPITOLO VII.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-<i>Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-Il nome di Federico I imperatore, comunemente conosciuto
-col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno
-anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu
-distrutto da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si
-frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si
-ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è
-stata funesta. Siamo stati avviliti; ma non vili, nè senza gloria.
-I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le
-Forche Caudine e l'invasione de' Galli. Noi avemmo Uraja
-e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne fanno
-un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io
-prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente
-agli autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e
-credere di Federico tutto il bene che ne dicono i Milanesi,
-e tutto il male che ne dicono i Tedeschi. I primi autori che
-mi serviranno di guida saranno Ottone, vescovo di Frisinga,
-figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio paterno
-dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato,
-quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse
-i fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico
-di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello
-stesso imperatore, continuò que' fasti dopo la morte del vescovo
-Ottone<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a>. Ivi si legge la lettera che l'imperatore diresse
-al vescovo suo zio, animandolo a scrivere e dandogli
-una traccia dei suoi fatti nell'Italia<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>; ivi pure si vede
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-che il continuatore Radevico, dice di avere scritto per obbedienza
-al desiderio del defunto vescovo:<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a> <i>Ejus jussu,
-pariterque divi imperatoris Friderici nutu</i><a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>. Sicuramente
-essi non hanno propensione per i Milanesi. Il terzo
-sarà il canonico di Praga Vincenzo, che accompagnò il suo
-vescovo in quella spedizione d'Italia, e fu presente alla
-maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano. La cronaca
-di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel
-1764 dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata:
-<i>Monumenta Historica Boemiae</i>, stampata in Praga.
-Gli altri autori tedeschi, pubblicati nelle raccolte del Pistorio
-Nideno, del Menckenio, dello Struvio, dell'Ocfalio, mi serviranno
-pure di guida. Farò uso ancora de' nostri italiani Morena
-e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma unicamente pei
-fatti che non possono essere contrari all'imperatore; sebbene
-il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto
-a registrare più le parole altrui, che a scrivere le
-mie; ma i lettori che temono lo spirito di partito e che
-bramano di conoscere quanto si può la verità de' fatti accaduti,
-non mi sapranno mal grado se pongo sotto a' loro
-occhi piuttosto i pezzi interessanti degli autori originali,
-che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un sempre
-incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il
-solo partito che conviene allorchè s'entra a narrare una
-porzione di storia controversa.
-</p>
-
-<p>
-(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa,
-morì in Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani
-il di lui nipote Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue
-anni. Pieno di ardor militare e di un carattere fermo
-e impetuoso, sembra che il suo primo pensiero sia stato
-quello di sottomettere le città del regno d'Italia, e di ridurle
-ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a
-cui si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo
-Atamano e Omobono Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-alla dieta di Costanza, e gettaronsi a' piedi di Federico,
-implorando il suo aiuto contro de' Milanesi, i quali
-non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso le
-diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico
-destinò Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto
-in cui comandava che si cessasse di opprimere Lodi. I due
-Lodigiani ritornarono alla patria, per cui avevano operato
-senza commissione. Credevano di essere accolti come salvatori
-dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi
-ed ingiurie; poichè il timore de' Milanesi era il solo sentimento
-che restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe
-e gravissime sciagure. Venne a Milano Sicher, e presentò
-il decreto del re. I consoli milanesi stracciarono la carta,
-la calpestarono; e a stento il regio messo potè sottrarsi al
-furore del popolo<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>. Dopo un tale affronto Federico si determinò
-di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici
-de' Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di
-Milano; la quale, come dice il panegirista e parente di Federico:<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a>
-<i>Inter caeteras ejusdem gentis civitates primatum
-nunc tenet..... non solum ex sui magnitudine,
-virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod
-duas civitates vicinas in eodem situ positas; idest Cumam
-et Laudam, ditioni suae adjecerit</i><a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>. Cominciò Federico
-a devastare alcune nostre terre. Erano amici nostri
-Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i Bresciani. Federico
-assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi fu accolto
-con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera riferita
-da Ottone di Frisinga:<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a> <i>Destructa Terdona, Papienses,
-ut gloriosum post victoriam triumphum nobis
-facerent; ad civitatem nos invitaverunt.</i> Col vocabolo però
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-di <i>distruzione</i> non si può intendere già che fossero atterrate
-le case della città, ma deve intendersi soltanto la demolizione
-delle fortificazioni, e lo smantellamento de' ripari
-che la munivano. Poichè nello stesso anno in cui venne distrutta
-Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi
-la lettera seguente:<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a> <i>Consules, populusque mediolanensis,
-consulibus derthonensibus, omnique populo,
-salutem. — Cuncto romano Imperio notum fore credimus,
-urbem vestram, quam de caetero confidenter nostram
-dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus,
-destructam, a nobis audacter nec non viriliter restaurutam
-esse, murisque, omnium nostrorum invicem sudore
-constructis, circumdatam. Tria itaque civilia signa
-ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam
-videlicet aeneam, qua populus in unum convocetur, vestrum
-significantem incrementum. Album vexillum cum
-cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem habens
-per medium significans a manibus inimicorum
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-post multas ac magnas angustias vos esse liberatos: in
-quo solem et lunam designari jussimus. Sol Mediolanum,
-luna Derthonam significat; lunaque lumen a sole suum
-trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse.
-Haec duo mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum,
-quo vestrae signentur chartae, continens in se duas
-civitates Mediolanum et Derthonam, designans Mediolanum
-cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam
-possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus
-annus quintus erat Christi, cum lapsa, refecta
-fuit</i><a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>. I Milanesi innalzarono la circonvallazione di Tortona
-con somma rapidità e con sommo ardire, nel tempo
-in coi Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore
-dal papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette
-irritare sempre più l'animo dell'imperatore, al quale inutilmente
-avevano già in prima offerto i Milanesi considerabili
-somme di oro per accontentarlo. Non si trovò forte Federico
-allora abbastanza per cimentarsi contro di Milano,
-ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima
-però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò
-un decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei
-telonei, e di ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto
-Lodi e Como, e oppressi que' cittadini, con contumacia agli
-ordini imperiali: per lo che li condannò al bando dell'impero<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>.
-La sentenza di questo anatema non cagionò male
-alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi che provavano
-l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che
-i delitti imputati ai Milanesi fossero <i>enormi</i>, commessi con
-<i>animo sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia
-e pertinacia</i>. Ciò non di manco, appena allontanato
-che fu Federico, i nostri ritornarono al loro abituale mestiere:
-batterono i Pavesi; insultarono e vinsero i Novaresi;
-presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto
-erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi
-già sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-positivo di fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero,
-volendo essi porvi la condizione che salvo fosse il primo
-giuramento di fedeltà da essi già prestato all'imperatore, e
-non accordandolo i nostri, vennero saccheggiate e abbruciate
-le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi costretti a
-ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici
-nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i
-Vigevanaschi e i Cremonesi.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto però che stavano rendendoci più odiosi ai vicini
-ed al lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo,
-si fu di munire di un valido fossato, ossia d'una linea
-di circonvallazione tutta la città; la quale, sebbene avesse
-tuttavia in piedi le antiche mura di Massimiliano, ristorate
-dal l'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo prima, nondimeno,
-per l'accresciuta popolazione doveva avere molte
-abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo
-fossato è precisamente quello per cui ora scorre il canale
-del naviglio, e così con chiarezza ognuno può capire
-qual fosse il giro delle antiche mura, che ora è indicato
-dalle chiaviche, da noi chiamate <i>cantarane</i>, e quale quello
-del fossato, che visibilmente anche oggidì circonda la città.
-Di questo fossato ne parla il continuatore di Ottone di Frisinga
-e Radevico<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a>, inimico de' Milanesi con questi termini:<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a>
-<i>Mediolanensem autem utpote viri bellicosi et
-strenui civitatem suam magnis fossis circundederunt,
-et imperatori audacter et viriliter restiterunt</i>; e della
-terra cavata nel fare la fossa se ne formò il parapetto
-nel luogo che anche presentemente conserva il nome di
-<i>Terraggio</i>. Convien dire che queste fortificazioni fossero
-assai ben fatte; poichè vedremo che non vennero mai superate
-colla forza; e che, perduta che fu la città, ebbe
-somma cura il vincitore di vederle distrutte. Venne in
-Italia l'imperatore Federico alla testa di un'armata poderosissima,
-la quale conteneva quasi tutte le forze della
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a bloccare
-Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg,
-Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia,
-Enrico duca d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone
-conte palatino di Baviera, l'arcivescovo di Colonia Federico,
-Arnaldo arcivescovo di Magonza, Hellino arcivescovo
-di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il duca
-di Zarighen, e altri principi sovrani<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a>. (1158) La venuta
-di questa terribile armata accade l'anno 1158. È strana
-la cerimonia che l'imperator Federico volle premettere
-alle sue operazioni militari. Prima di innoltrarsi nel Milanese
-fece intimare alla città un termine perentorio a
-presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un
-gastigo senza una sentenza, nè una sentenza senza un
-giudizio, nè un giudizio senza una citazione. Vennero i
-legati di Milano a questa formalità. L'eloquenza e i doni
-furono inefficaci; e la sentenza dichiarolli pubblici nemici.
-Così, pagando questo facile tributo alla mania del secolo,
-che in Italia singolarmente aveva riscaldati gli animi nello
-studio e nel Codice e delle Pandette di Giustiniano, rese
-sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che
-mai le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano.
-Poich'ebbe data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese,
-e, affacciatosi a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte
-così bene presidiato dai Milanesi, che non ardì di superarlo.
-Gl'imperiali tentarono il guado verso Corneliano:
-alcuni perirono nel fiume; ma però un buon drappello di
-militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che i
-nostri trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo,
-per non vedersi a un tempo stesso assaliti di
-fronte e al fianco; e si ricoverarono in Milano. L'esercito
-imperiale s'incamminò a passare sul ponte, il quale si ruppe,
-non sappiamo se a caso, con qualche danno dell'esercito.
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella
-storia, poichè fanno conoscere che la guerra non si faceva
-con un cieco impeto, ma con arte e consiglio anche in que'
-tempi. Un errore però commisero allora i nostri, e fu quello
-di collocare un presidio nella torre dell'Arco romano, di
-cui ho dato notizia nel capitolo primo. Quella mole, fabbricata
-dai vincitori romani fuori del recinto per dominare
-la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro
-arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un
-potentissimo esercito nemico. Un presidio così isolato non
-poteva nè difendersi, nè reggere, soltanto che sotto vi si
-fosse collocata una catasta di legna e postovi il fuoco. Gli
-imperiali, ben presto cominciando a rompere i pilastri, costrinsero
-gl'infelici situati tanto incautamente ad arrendersi,
-e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali,
-colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno
-ed incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa
-della porta Romana. L'imperatore pose il suo quartiere
-verso la Commenda di Malta, che allora era la magione
-de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a San Dionigi.
-L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso a San Celso. Di
-contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe;
-e si circondò la città con un esercito di centomila
-uomini<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a>; ovvero, come dice lo storico nostro contemporaneo
-Sire Raul, di quindicimila cavalieri, e inumerevoli
-fantaccini. A tutte queste terribili forze della Germania,
-dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla testa
-de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte le
-città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che
-vi era presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi,
-Veronesi, Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini,
-Genovesi, Tortonesi, Astigiani, Vercellesi, Novaresi,
-d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di
-Reggio, di Modena, di Bologna, d'Imola, di Cesena, di Forlì,
-di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre città ancora, che
-tutte avevano mandate le loro milizie a combattere contro
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-di noi<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a>. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano
-armati tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni:<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a>
-<i>Stabant armati supper vallum, nihil omnino
-strepentes; dubium, principis advenientis aspectus utrum
-hanc reverentiam, et huius silentii disciplinam,
-an metum universis incusserit</i>, dice Radevico, lib. <span class="smcap lowercase">I</span>,
-cap. <span class="smcap lowercase">XXXII</span>. Una tanto spaventosa unione di forze non si impiegherebbe
-al dì d'oggi per acquistare una città presidiata
-da soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e
-coll'assedio, ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe
-padrone; ma allora la polve per anco non era conosciuta
-(la più antica memoria della polve ascende sino alla
-pubblicazione dell'opera: <i>De nullitate Magiae</i>, in Oxford,
-fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260, cioè quasi un
-secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso
-della polve nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia
-di Crecy, come ci attestano Larrey e Mezzerai. Il re d'Inghilterra
-Edoardo scompigliò i Francesi con cinque o sei cannoni;
-ciò accade più d'un secolo e mezzo dopo Federico). Troppo
-era ardua impresa il venire a cimento contro gli assediati,
-i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano nella
-larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno
-accostarsi, e perciò:<a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a> <i>Divisis, ut dictum est, inter
-principes exercitus portis Civitatis, singuli eorum
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-festinare, parare, sudibus, palis aliisque propugnaculis
-castra munire, propter improvisos hostium incursus,
-decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus,
-aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam
-putabant. Sed longa potius obsidione fatigatos ad
-deditionem cogi, vel si foras propter fiduciam multitudinis
-erupissent, proelio superatum iri</i><a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a>. Si aspettò adunque
-che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla resa,
-e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti,
-trasmessici da un tedesco, nemico del nome italiano, e
-panegerista dell'imperator Federico, provano abbastanza
-che Milano in quel tempo era una repubblica, piccolissima
-per la sua estensione, ma di una forza e di un ardimento
-maravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza, quanto
-ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe
-più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul
-ci parla di varie scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici,
-col rappresagliar ai medesimi molti cavalli:<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a> <i>Interea
-milites Mediolani egrediebantur de civitate, et auferebant
-scutiferis exercitus roncinos, et tantos abstulerunt,
-quod roncinus quatuor solidis tertiolorum vendebaturj</i>;
-e il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico
-per comando di lui, e in conseguenza non è mai sospetto
-di parzialità per i Milanesi, descrive varie sortite da essi
-fatte; ed una singolarmente caduta sopra il conte palatino
-del Reno, e sul duca Federico di Svevia:<a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a> <i>Apertis portis
-cum pugnacissimis egressi, disjectis custodibus, usque
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant,
-sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant,
-inopinata re, ac improvisa primo perculsi</i> (l'affare
-era di notte) <i>alter apud alterum formidinem simul, et
-tumultum facere: deinde alius alium appellare, hortari,
-arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare:
-clamor permixtus hortatione, strepitus armorum,
-etc.</i>, e conchiude che, accorsovi poi il re di Boemia
-coi suoi, e così resasi più vasta l'azione, i Milanesi, non potendo
-reggere a tanti, ritornarono nella città<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a>. Questo
-fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca del canonico
-Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio
-Dobner<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a>. Secondo detto cronista la sortita fatta dai
-Milanesi non fu di notte, ma<a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a> <i>circa horam vespertinam...
-fit pugna ex utraque parte: fortissimi caeduntur milites,
-nec hi vincuntur nec illi. Videns autem praedictus
-princeps se eis sufficere non posse, ad regem Bohemiae
-plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniant
-militia</i>; dice poi che il re accorse co' suoi e piombò addosso
-ai Milanesi:<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a> <i>Mediolanenses pro libertate adversariis
-suis fortissime resistunt; ex utraque parte fortissimi
-caeduntur milites. A vespertina hora usque ad crepusculum
-durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis
-amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes
-sustinere, inter muros se retrahunt, quos Bohemi victores,
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-usque ad ipsas portas caedentes, insequuntur. Interea
-nox praelium dirimit.</i> Questo autore era presente,
-quindi il di lui racconto pare più verisimile; poichè di
-notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva,
-come allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi
-per testimonianza dello stesso autore tedesco e panegirista
-dell'imperatore Federico, contro il duca d'Austria,
-che s'avanzava per attaccare una porta della città:<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a><i> Mediolanenses
-quippe, molitiones nostrorum praesentientes,
-ignominiam judicabant si pares, imo plures multitudine,
-minori animo venientibus non occurrerent</i><a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a>;
-e allora pure furono respinti. La più fortunata azione ce
-la descrive lo stesso Radevico<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a>, quando uscirono i Milanesi
-contro una schiera di mille volontari, comandati dal
-conte Ekeberto di Rutene, che, dopo un ostinato conflitto,
-vennero fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili
-imperiali. Osserva però lo stesso Radevico, come dalla
-porta che era bloccata dall'imperatore (ed era quella del
-<i>Buttinugo</i>, ora detto <i>Bottonuto</i>, e il conte Giulini la crede
-posta al ponte dell'Ospedale), i Milanesi non ardirono mai
-di presentarsi, o per timore o per riverenza, verso la persona
-dell'imperatore:<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a> <i>Sed nec ad portam, ubi militia
-principis obsidionem celebrabat, excursus facere,
-dubium an metu, an reverentia imperatoris cohiberentur</i><a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a>.
-Tentarono gl'imperiali di prendere la città di assalto,
-e potè loro riuscire di porre il fuoco ad una porta
-ed al bastione vicino, combustibile, perchè composto di
-fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al
-di fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-a vuoto. Ciò nondimeno fa meraviglia come dopo un mese
-di blocco la città si rendesse; e non è facile il persuaderci
-come questa dedizione fosse allora cagionata dalla fame e
-dalle malattie, siccome varii scrittori asseriscono, appoggiati
-al testimonio di Radevico<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a>. Non è da credersi che
-i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio dell'imperatore,
-e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano
-premunite le abitazioni colla linea di circovallazione, avessero
-preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo
-di un mese; nè è da credersi che un morbo contagioso
-ponesse tanta desolazione da obbligare in quattro settimane
-alla dedizione una città non ancora offesa da macchina
-o assalto nemico; tanto più che di questa supposta
-pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo
-nemico, nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo
-di Praga, che era presente a questi avvenimenti, non
-scrive nè della fame nè d'altra malattia, se non che:<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a>
-<i>Foetor cadaverum intolerabiliter ex utraque parte omnes
-cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis
-cruciabantur aegritudinibus</i><a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a>. L'autore medesimo ci
-avverte che il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di
-Praga Daniele, il vescovo di Bamberga Everardo aprirono i
-discorsi di pace co' Milanesi, e Radevico ci attesta che l'autore
-di questa dedizione de' Milanesi fu il conte Guido di
-Biandrate; eccone le parole:<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a> <i>Hujus auctor negocii dicitur
-fuisse Guido comes Blanderantensis, vir prudens,
-dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-esset naturalis in Mediolano civis, hac tempestate tali
-se prudentia et moderamine gesserat, ut simul, quod
-in tali re difficillimum fuit, et curiae charus, et civibus
-suis non esset suspiciosus</i><a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a>. Questo conte Guido di
-Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale
-della milizia de' Milanesi<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a>. La maggior parte del
-Novarese era sua, ed esposta alle invasioni degli imperiali.
-Il carattere e la fede di questo conte, anche prima in un
-fatto co' Pavesi, si resero soggetto di dubitazione, e sembrò
-che, comandando i Milanesi, li disponesse per essere battutti<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a>.
-L'imperatore poi sempre se lo ebbe caro, l'adoperò
-in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna suo
-figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale,
-per obbligare gl'infelici Milanesi esuli dalla patria
-a sborsare nuovi tributi<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a>. Posta tutta questa serie di fatti,
-io credo che senza pericolo di oltraggiare indebitamente
-la memoria di lui, sospettar si possa aver egli sacrificata la
-patria alla personale ambizione. I patti della resa furono:
-1.º I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile saranno indipendenti
-dai Milanesi; 2.º i Milanesi giureranno fedeltà
-all'imperatore; 3.º fabbricheranno un palazzo imperiale;
-4.º pagheranno novemila marche d'argento; 5.º daranno
-ostaggi; 6.º i consoli saranno eletti dai Milanesi, ma approvati
-dall'imperatore; 7.º nel palazzo imperiale risederanno
-i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8.º si restituiranno
-i prigionieri; 9.º saranno dell'imperatore la zecca
-e le regalie; 10.º saranno assoluti dal bando imperiale i
-Milanesi, tosto che dai Cremaschi siano pagate centoventi
-marche; 11.º eseguito ciò l'imperatore partirà fra tre giorni,
-e tratterà da amico i Milanesi e le cose loro; 12.º i
-Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede, quando
-non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo
-non li dispensi; 13.º potranno i Milanesi imporre una
-colletta per pagare la somma convenuta, e chiamare in
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-contributo quei che solevano, eccetto i Lodigiani e i Comaschi,
-e alcuni del contado del Seprio, i quali, poco prima,
-avevano giurata fedeltà all'imperatore<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a>. Così Milano
-si rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico.
-</p>
-
-<p>
-Questo avvenimento non fu veramente nè di gloria all'imperatore,
-nè di biasimo a Milano. Con un'armata immensa,
-atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi
-una città abbandonata, e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori.
-Nè l'imperatore, scortato di tanti e sì poderosi mezzi,
-allora mostrò quel vigor militare che caratterizza un gran generale.
-Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni, non usò
-dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla
-seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento
-pure ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta
-del conte Guido, che i Milanesi vollero avere per loro generale.
-Si trovano, è vero, delle anime nobili, più sensibili
-alla gloria che a qualunque altro bene presente, capaci di
-un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il massimo
-interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare,
-e ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente
-si pone un uomo nell'alternativa o di essere
-un eroe, o di sacrificarci. Se la capitolazione pose Milano
-nella dipendenza, però l'imperatore riconobbe nella città
-una esistenza civile con quest'atto medesimo, perchè capitolò,
-e perchè si obbligò a partirsene, e lasciò il reggimento
-della città ai consoli; nè proibì ai Milanesi il governo
-della loro città, o la facoltà della pace e della guerra.
-Se la città fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte
-a governarla a nome dell'imperatore, si sarebbe abolita
-la nuova magistratura de' consoli nata colla Repubblica; e
-si sarebbe espressamente proibito di contrarre mai più leghe
-o far guerre, come da un secolo e più s'andava facendo.
-L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione. Ho
-già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico
-non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-re d'Italia; che le monete della Repubblica mancanti del nome
-del sovrano hanno l'immagine di sant'Ambrogio, colla mitra,
-ornamento che prima di Federico non fu generalmente in
-uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non ho
-altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi
-se del primo, secondo, terzo o quarto; ma nè dei
-Corradi, nè di Lottario II non ne ho; nè alcuno ne ha pubblicate;
-e perciò sembra verosimile che da molti anni la
-zecca di Milano fosse oziosa, appunto perchè la nuova Repubblica
-non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione
-dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio,
-e nemmeno volesse espressamente confermarsi dipendente
-col riporvelo. Conservo bensì alcune monete dell'imperatore
-Federico coniate in Milano, e sono pubblicate in più
-opere. Così quel sovrano, richiamando a sè la moneta, ravvivò
-anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo
-col favore dei tempi sottratti.
-</p>
-
-<p>
-Poichè fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una
-dieta in Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare
-le liti, quell'augusto, se crediamo a Radevico, diceva:<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a>
-<i>Mirari se prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de
-scentia legum glorientur, maxime legum invenirentur
-transgressores; quumque sint tenaces justitiae sectatores,
-in tot esurientibus et sitientibus injustitiam evidenter
-apparere.</i> Se quell'augusto avesse riflettuto che lo studio
-delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo
-desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento
-medesimo nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima
-sorgente di litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa
-vi debbon essere più controversie che in una più
-povera e indolente, non avrebbe parlato con derisione degli
-italiani, perchè, studiando molto le leggi di Giustiniano,
-erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone
-si mostrò pure abitatore del mondo, come le sono le anime
-grandi. Le antipatie nazionali sono minute opinioni del volgo,
-in ogni secolo e presso di ogni nazione le anime nobili sempre
-furono al disopra della popolare invidia, ingiusta per
-lo più o fomentata da una meschina politica. Cercano esse
-indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo
-ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere
-umano, e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e
-malvagi. Un sovrano poi, che è il padre dei suoi popoli, non
-può avere piccole gelosie di nazione. Federico mancò di politica.
-Dovevano accorgersi i Lodigiani, i Pavesi, i Cremonesi,
-i Comaschi e gli altri che l'imperatore non era punto
-affezionato nè agli italiani, nè ad essi. La guerra fatta ai
-Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità,
-liberandoli dall'oppressione; ma profittando delle nostre
-discordie, cercava di sottometterci. È vero che con una pomposa
-formalità aveva Federico, il giorno 3 agosto dello stesso
-anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani in Monteghezzone
-un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio
-alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la
-nuova città di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non
-perdeva cosa alcuna; e le città alle quali in quella dieta
-prese tutte le regalie, per formare a sè medesimo un tributo
-annuo di trentamila marche d'argento, perdevano assai.
-Più accortamente avrebbe operato quell'augusto, se,
-dopo di aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si
-fosse proposto di far amare il suo governo; forse avrebbe
-lasciato a' suoi successori un regno fedele e tranquillo, fondato
-sull'interesse medesimo de' popoli governati, i quali
-avrebbero naturalmente preferita la pace sotto di una moderata
-monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle stragi,
-all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici. Ma
-è più facile il vincere che il saper godere della vittoria;
-ed è più facile il carpire la fortuna, che il convertirla in
-propria stabile felicità. L'incauta condotta dell'imperatore
-gettò i semi di molte sciagure funeste ai popoli d'Italia, funeste
-all'impero medesimo; perchè, dopo le miserie di una
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-seconda guerra, potè bensì opprimere i malcontenti, ma
-rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per la soggezione,
-che le città giunsero poi a liberarsene interamente,
-e col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica
-fu allora tanto più grande, quanto che il sistema feudale
-somministrava bensì all'imperatore un'armata combinata
-per una spedizione; ma non gli lasciava mezzo di avere un
-corpo di truppe costantemente assoldate e acquartierate
-nell'Italia per mantenersela soggetta.
-</p>
-
-<p>
-Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò
-di essere interamente amico de' Milanesi, e, come dice il
-canonico di Praga Vincenzo:<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a> <i>Mediolanenses in suum
-vocat consilium, quomodo urbes Italiae sibi fideles habeat
-quaerit, qui ei dant consilium, quod eos quos per
-civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos
-sibi sua constituat potestates..... quod imperator laudans,
-usque ad tempus huic rei competens in corde suo
-recondit.</i> I Milanesi, appoggiati alla fede di un trattato che
-lasciava loro il governo dei consoli, e l'elezione soltanto
-da approvarsi dal sovrano, non sospettarono che un consiglio
-pronunziato con candore e con impegno di corrispondere
-alla confidenza di quell'augusto, dovesse ricadere a
-loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era
-presente in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero
-di creare un podestà, cioè un dispotico ministro che
-reggesse a nome di Federico. Egli così ci racconta la risposta
-dei Milanesi:<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a> <i>Nullo modo se hoc facere posse respondente;
-verumtamen, sicut in privilegio imperatoris
-habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant.</i>
-È da notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo
-aveva scritto la capitolazione:<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a> <i>Scilicet quod ipsimet,
-quos vellent, consulens eligerent, et electos ad
-imperatorem, vel ad ejos nuncium ad hoc constitutum;
-pro juranda imperatori fidelitate, adducerent. Contra
-hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae
-hoc imperatori dederint consilium, quod per suus nuncios
-in civitatibus Lombardiae ponat potestates: eo consilio
-utantur et ipsi.</i> Ognuno facilmente giudicherà quale
-dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli scrittori
-tedeschi incolpano gl'italiani d'aver infranta la data fede;
-nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che
-era al seguito del suo vescovo di Praga<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a>. Egli è certo che
-il popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida
-<i>fora, fora! mora, mora!</i> come dice l'autore medesimo; e
-i nunzi (sebbene i nobili milanesi cercassero di guadagnarsegli
-co' regali e procurasser di persuader loro che il rumor
-popolare si sarebbe calmato) non trovandosi sicuri, se
-ne partirono di notte e s'avviarono verso dell'imperatore.
-Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159) E previe
-le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì nuovamente
-una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci,
-ribelli, disertori dell'impero e nemici; condannò
-quindi i beni de' Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù.
-Ognuno sente qual grado di nobile eroismo vi sia in tale
-sentenza, e s'ella rassomigli più ai fasti dei Scipioni, ovvero a
-quei di Attila. La data di tale sentenza è 16 aprile 1159. Dopo
-un tal fatto non vi era più altro partito che tentare nuovamente
-la sorte delle armi. Il castello di Trezzo era presidiato
-dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne all'intorno.
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero a Milano
-il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto
-un errore, allontanando la sua armata da Milano, nel tempo
-in cui, violando la convenzione, voleva renderla perfettamente
-suddita. Ora si accostò, e, considerando Crema la amica alleata
-de' Milanesi, cominciò dal porvi l'assedio. Sono concordi
-gli scrittori italiani e tedeschi nel fatto della Torre, e fu:
-l'imperatore aveva fatta fabbricare una torre di travi posta
-sulle ruote, e la faceva spignere verso le mura di Crema da
-un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la fossa
-colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura, si
-combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi
-scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi
-macigni contro di quella torre, che innoltrando correva pericolo
-di essere rovinata. L'espediente che prese Federico fu
-di far legare alcuni prigionieri cremaschi e milanesi fra i
-più distinti, e con essi, coprendo il lato della Torre che si
-presentava alla città assediata, farla così spingere da' suoi
-verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla
-scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti
-ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria,
-e lasciarono all'imperatore la macchia d'una inutile
-atrocità. Nè questa fu la sola. I Cremaschi, usando del dritto
-di rappresaglia, uccisero sulle mura in faccia de' nemici alcuni
-prigionieri cremonesi e lodigiani: e l'imperatore fece
-tosto impiccare in faccia della città due prigionieri cremaschi;
-e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero
-due altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece
-condurre sotto le mura tutti i Milanesi e Cremaschi che
-aveva in suo potere, e dispose perchè tutti fossero appiccati.
-Se non che alla preghiera dei vescovi si arrese, e si
-accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta.
-Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo
-espone Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli
-comincia a incolpare i Cremaschi assediati, perchè si difendessero
-con valore e facessero delle uscite coraggiosamente:<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a>
-<i>In eruptionibus suis aut machinis flammas inire,
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos de nostris
-sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae
-aut ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari
-praetermitterent; et dum jam inclinata putaretur eorum
-superbia, de patratis facinoribus tumidi gloriabantur</i><a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a>.
-L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a narrarci:<a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a>
-<i>Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque
-pro muris jussit appendi.</i> Non credo che Cesare,
-quando assediava le città delle Gallie e della Germania, lasciasse
-ne' suoi fasti esempi tali.<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a> <i>Contumax autem populus,
-nimis de pari volens contendere, etiam ipse quosdam
-de nostris in vinculis positos eodem modo traxit
-ad supplicium.</i> E prosiegue a narrarci come allora Federico<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a>
-<i>obsides eorum, numero quadraginta, adduci
-jubet ut suspendantur</i>; e, non contento di quaranta miseri
-prigionieri di guerra, sei militi milanesi, allora côlti,
-perchè parlavano co' Piacentini, vennero condannati alle
-forche:<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a> <i>Tum interim adducuntur captivi quidam
-de nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi
-fuerant ubi cum Placentinis perfida miscebant colloquia.....
-nam ut supra dictum est, Placentia principi,
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat obedientia....
-hos itaque.... duci jubet ad supplicium,
-similisque his, qui et prioribus, vitae finis extitit</i><a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a>.
-Se Radevico avesse scritto per oltraggiare l'imperatore,
-non poteva fare di più. Eppure egli scriveva,<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a> <i>nutu serenissimi
-imperatoris Friderici</i><a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a>. Convien confessare
-che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della crudeltà
-erano diverse da quello che ora sono generalmente.
-Finalmente, così Radevico ci descrive il fatto della Torre:<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a>
-<i>Jamque ad civitatis perniciem machinae plurimae
-admovebantur, jamque turres in altum extructae applicari
-caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia
-resistere, atque a muris turres arcere, suisque
-instrumentis, validis saxorum ictibus, nostras machinas
-impellere. Efferatis vero animis princeps obsistendum
-putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad
-eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra
-civitatem novem habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi,
-quod etiam apud barbaros incognitum, et dictu
-quidem horrendum, auditu vero incredibile, non minus
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis,
-et naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat
-miseratio. Sicque aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter
-interierunt. Alii, miserabilius adhuc vivi superstites,
-crudelissimam necem, et dirae calamitatis
-horrorem penduli expectabant: o facinus!</i><a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a> Secondo
-i principii che formano la base della giustizia e della morale,
-poteva controvertersi, se la indipendenza delle città
-d'Italia fosse diventata legittima dopo molti anni, dacchè erasi
-acquistata. Poteva anche chiamarsi ingiusta la guerra difensiva
-che facevano i Cremaschi. Ma non si può biasimare
-come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza di
-animo la costanza e il valore dei combattenti: nè imputare
-a delitto se gli assediati respingevano le macchine
-degli aggressori; e se vuolsi compiangere, come lo merita,
-il fato degl'infelici legati alla Torre, la barbarie è da imputarsi
-non mai a' Cremaschi. L'imperator Federico però
-volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico lo fece.
-Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo
-assedio, e Radevico ci dice:<a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a> <i>Ipsum castrum, egressis
-inde quasi XX millibus hominum diversi generis, flammis
-traditum, et militibus ad diripiendum permissum
-est</i><a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a>. Questo modo di assediare e di prendere una fortezza
-l'imperator Federico lo credette modo clemente: e la
-presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò
-una vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore,
-ce la conservò Radevico<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a> nel libro secondo,
-cap. 43:<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a> <i>Fridericus, Dei gratia Romanorum imperator,
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-et semper augustus. Scire credimus prudentiam vestram,
-quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem
-et gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter
-collatum occultari vel abscondi tamquam res privata
-non potest. Quod ideo dilectioni vestrae ac desiderio
-significamus, ut, sicut charissimos et fideles, vos participes
-honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem
-die post conversionem S. Pauli, plenam victoriam
-de Crema nobis Deus contulit, sicque gloriose ex
-ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in
-ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae
-quam humanae summam semper clementiam in principe
-esse testantur.</i>
-</p>
-
-<p>
-(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese
-l'imperatore Federico direttamente contro di Milano;
-e si passò il tempo in varie zuffe, per lo più dai Milanesi
-provocate, e terminate con vario successo, ora felice, ed ora
-contrario. L'erudizione tutto raccoglie; la voce della storia
-racconta que' soli fatti che meritano di essere conosciuti o
-per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti dappoi,
-ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato
-delle cose in quei tempi. Aspettava quell'augusto nuovi
-soccorsi dalla Germania, e frattanto girava per la Lombardia
-convocando concilii, sostenendo papa Vittore, scomunicando
-i partigiani di papa Alessandro III, il quale scomunicava i
-fautori di Vittore. L'origine di questo scisma venne perchè
-morto, nel 1159, Adriano IV, che nascosamente animava i
-Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero in
-due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-fu chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale
-di Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era
-del partito di Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta
-vescovi suoi sudditi o aderenti, al quale invitò i due
-pretendenti al papato. Vittore solo vi comparve, e fu dichiarato
-legittimo papa; e contemporaneamente in Anagni si
-tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale
-fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il
-giorno 24 marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico.
-Vittore scomunicò i Milanesi e i loro fautori. Alessandro
-scomunicò Federico, l'antipapa e i consoli cremonesi,
-pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani, aderenti all'imperatore
-e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e gli affari
-di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti ostili,
-che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza ricompensare
-in qualche modo il danno con qualche gran
-mutazione. La guerra è sempre un male atroce, e le società
-civili si sono instituite al fine di non provarla. Ma s'ella
-cagiona una gran rivoluzione, perde in certo qual modo la
-sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce; che se lascia
-il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima,
-non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti
-rinforzi all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi
-di Milano; e a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento,
-un incendio cioè furiosissimo, che, il giorno 25
-agosto 1160, abbruciò quasi tutti i nostri magazzini e quasi
-la terza parte di Milano. A questa disgrazia dobbiamo attribuire
-interamente l'umiliazione alla quale venimmo ridotti;
-e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo
-negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto come il
-giorno sopra gli altri infausto: poichè ci trovammo da quel
-momento in faccia di un potentissimo nemico, aiutato dai
-nostri nemici vicini; tagliata ogni corrispondenza colle città
-amiche; privi d'ogni speranza di aver pane; e desolate le
-campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata
-fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa.
-</p>
-
-<p>
-(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò
-quasi sette mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-1162<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a>. Non seguì alcuna operazione militare che forzasse
-alla resa; non furono diroccate le fortificazioni in verun
-modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica cagione della dedizione
-in quella seconda volta è da attribuirsi alla fisica
-mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire
-Raul ci dice che, per provvedere la città,<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a> <i>electi sunt
-de unaquaque parochia civitatis duo homines, et de
-iisdem tres de unaquaque porta, quorum unus ego fui,
-ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces venderentur,
-et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis
-versum est</i>: parole che non furono abbastanza sinora
-meditate, perchè la violazione della proprietà, e la mediazione
-del legislatore fra chi vende e chi compra furono sempre
-mai operazioni insterilitrici, sebbene di autorità e lucro
-per gli esecutori, i quali soli parlano per un popolo che
-non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per lunga
-serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto
-del 1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico del
-1161 cominciò a postarsi tra levante e tramontana della
-città; poi sloggiò e collocò il suo campo, inviandosi a ponente,
-poi a mezzodì, sempre facendo fronte verso Milano.
-Una così poderosa armata copriva frattanto dietro di lei una
-moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor
-verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di
-quindici miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve;
-e si accampò verso Lodi, lasciandoci il miserando
-spettacolo d'una terra devastata che non poteva darci nulla;
-e non lasciando altro compenso per vivere, fuori che i pochi
-grani scampati dall'incendio. È assai facile il figurarci
-la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal vista
-cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro
-rimanere era quello di avventurare tutto a una giornata:
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-uscire dalla loro città con tutte le forze riunite, dare una
-battaglia, e terminare la vita con onore, e salvare la patria,
-distruggendo il nemico, e obbligandolo a lasciarla libera.
-Ma per abbracciare questo estremo partito vi voleva quel
-vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo della patria,
-che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende.
-Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria,
-e si erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte
-di Biandrate ci allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore.
-Ne' casi estremi il dispotismo solo può salvare la
-città; ma non sempre vive nella città l'uomo che, per la
-sua virtù e talenti, meriti il deposito di quella terribile
-autorità, nè sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo. Cercarono
-perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione
-col nemico; e, chiesti i salvocondotti dal duca di
-Boemia e dal conte Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore,
-non meno che dal langravio di Assia, di lui cognato,
-scortati con questi, uscirono dalla città per entrare con
-essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di Federico,
-ci racconta<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a> che dalle truppe dell'arcivescovo di
-Colonia Reineldo, contro il gius delle genti, vennero fatti
-prigionieri; e, quantunque i tre nominati principi altamente
-se ne dolessero, l'imperatore approvò il fatto. Lo storico
-nostro sire Raul ci descrive molte crudeltà praticate dall'imperatore
-in questo secondo blocco. Pretende quell'autore
-contemporaneo, che ai prigionieri che andava facendo
-in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le
-mani. Nomina sei milanesi nobili, a cinque dei quali fece
-cavare gli occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocchè
-servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni.
-Comunque sia, egli è certo che i Milanesi, in dicembre dell'anno
-1161, e molto più in gennaio del 1162, erano ridotti
-all'estremo della penuria, a tal segno che colle armi nelle
-domestiche mura si vegliava, perchè il padre non rubasse
-al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-nostro Calchi:<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a> <i>Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir
-uxorem, socrus nurum, frater fratem, pater filium strictis
-gladiis incessebat, quod pane fraudarentur, passimque
-domesticae discordiae et privata jurgia audiebantur</i><a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a>.
-Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il
-raccolto, soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte,
-poichè le strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente
-tumultuava. La morte era il solo termine, e
-non lontano, che si prevedeva dover succedere alla fame.
-Esclamava il popolo volendo che la città si rendesse all'imperatore.
-Si opponevano i consoli; ancora volevano che non
-si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta
-inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano
-essi che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante
-nell'Italia, non vi poteva più a lungo soggiornare
-o per bisogni della Germania, o per la stanchezza de' principi:
-essere sempre aperto il disperato partito di assoggettarsi
-ad un monarca offeso e adiratissimo: del quale, nello
-stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito
-lo sdegno, quand'anche si accelerasse di qualche poco la
-dedizione; per modo che una più lunga resistenza riusciva
-in favore della città. Così allora dicevano i consoli, dei quali
-i nomi meritano di essere ricordati, Ottone Visconte, Amizone
-da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Gottifredo
-Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando
-Giudice ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile
-peso de' mali della carestia mosse il popolo, e la vita dei
-consoli fu in pericolo; per lo che si dovettero spedire immediatamente
-all'imperatore le condizioni della resa. Nessuna
-condizione volle ammettere il vincitore, e volle che
-ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla clemenza
-sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i
-Milanesi dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-l'imperatore avrebbe operato generosamente; il che ce lo
-attesta lo stesso Burcardo, oltre il Morena.
-</p>
-
-<p>
-La sommissione dei Milanesi si rappresentò, al principio
-di marzo 1162, nella nuova città di Lodi. Ivi si prostrarono
-avanti l'imperatore gli otto consoli. Furongli consegnati
-quattrocento ostaggi trascelti fra gli ottimati. Le armi e le
-insegne militari furono depositate a' suoi piedi. Gli fu giurata
-obbedienza illimitata. Io non descriverò minutamente
-quello spettacolo umiliante; poichè quando una città si
-rende a discrezione, come facemmo noi, è detto tutto. Ogni
-avvilimento, ogni insulto di più che debba soffrire il popolo
-che in tal modo si è reso, può far torto bensì alla grandezza
-d'animo del vincitore, ma non aggiugne alcuna macchia
-di più ad una città che non ha più mezzi per resistere.
-Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne a Milano,
-e comandò che i cittadini tutti uscissero dalla città,
-e che la città venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce
-lo attesta nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in
-cui dice:<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a> <i>Fossata complanamus, muros subvertimus
-turres omnes destruimus, et totam civitatem in ruinam,
-et desolationem ponimus</i><a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a>. Radevico descrive così:<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a>
-<i>Deinde muri civitatis et fossata et turres paulatim destructi
-sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in
-ruinam et desolationem detracta est.</i> Dodechino, nella
-continuazione della cronaca di Mariano Scoto, dice:<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a> <i>Populus
-expulsus: murus in circuito dejectus: aedes,
-exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae</i><a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a>;
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, così racconta:<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a>
-<i>Medialanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione
-coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore
-misericordiam... Imperator, qui proposuerat eos,
-ad terrorem aliorum, diversis suppliciis interimere, vita
-donatos, rebusque necessariis, quantum secum ferre poterant,
-concessis, per regiones dispersit, ita ut non haberent
-licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde
-jussit suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera
-fastigia, et aedificia destrui</i><a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a>. L'anonimo autore
-della cronaca Sampietrina Erfurtense, così dice:<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a> <i>Mediolanenses,
-regis, et italici atque teutonici exercitus obsidione,
-jam quadriennio, arctati, post multa et praeclara
-militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum,
-et inedia magis quam armis devicti manus imperatori
-tradunt supplices, regiae potestati se suaque omnia dedentes.
-Optimatibus igitur ac populo in deditionem susceptis,
-Rex civitatem cum victricibus aquilis, ac grandi
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-moltitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute,
-omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur,
-muri, turres, omnisque munitio destruitur, caetera
-aedificia, excepta matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis,
-voraci flamma consumantur, et civitas opulentissima...
-terrae funditus coaequatur</i>; indi più oltre,
-per accennare il modo con coi i Milanesi alloggiavano,
-dice:<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a> <i>Mediolanenses, post suae excidium civitatis,
-quatuor oppida per quatuor plagas, imperiali edicto,
-fecerunt</i><a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a>; e nel Cronico Boemico si legge che l'imperator
-Federico allora,<a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a> <i>muros urbis diruit, et aspera
-mutat in plana</i><a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a>. Il canonico di Praga Vincenzo così ci
-descrive più a lungo questo avvenimento:<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a> <i>Mediolanenses
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-autem tantae fortitudini resistere non valentes,
-crebris vastationibus, fame, siti, diversis captionibus,
-fratrum quoque et amicorum suorum diversis cruciatibus,
-et interfectionibus defatigati, a principibus, tam
-Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris
-modum quaerunt, quibus sic a principibus respondetur:
-quod nullo modo gratiam domini imperatoris
-obtinere valeant, nisi prius Mediolanum in manus domini
-imperatoris tradant. Et ex consilio suorum fidelium
-Laudum civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-suo cum suis principibus sedente, claves omnium
-portarum mediolanensium ante ipsum portantes, coram
-eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram se
-prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur,
-ex quibus Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus;
-injuste egimus, ita quod contra romanorum imperatorum
-dominum nostrum naturalem arma movimus;
-culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla
-nostra imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis
-nostrae, urbis antiquae, imperiali majestati vestrae
-offerimus, et ut tantae urbis, tam antiquorum
-imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S. Ambrosii
-amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri
-subditis; pacem dare subjectis imperialis dignetur
-pietas, vestigia pedum vestroram dorantes, humili, et
-supplici prece rogamus. Hic eorum imperator auditis
-precibus, claves portarum mediolanensium recipit, et sic
-contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis
-terrae innotuit quod contra dominum imperatorem orbis
-terrae dominum arma movere praesumpserunt, sic
-per quatuor orbis terrae partes eorum poena innotescat.
-Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem,
-ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis
-vult suam deportet pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris
-in potestatem reddant. Hoc audito, Mediolanenses
-ejus assistunt volontati, et licet inviti, ejus obtemperant
-imperio. Per praedictas quatuor partes sua
-ponunt domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem
-et Austrum: Mediolanum in potestatem domini imperatoris
-reddunt. Imperator autem, Teutonicorum, Papiensium,
-Cremonensium et aliorum Longobardum collecta
-militia, Mediolani suo residet pro tribunali; quid de
-tanta urbe faciendum sit consilium quaerit. Ad quod a
-Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus, Cumanis, et
-ab aliis civitatibus, respondetur; qualia pocula aliis
-propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam,
-Cumas, imperiales destruxerunt civitates, et eorum destructur
-Mediolanum. Hoc audito, imperator ex eorum
-consilio tali in Mediolanum data sententia, extra progreditur
-in campestria. Primo dominus Theobaldus,
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-frater domini regis Wladisiai, deinde Papienses, Cremonenses,
-Laudenses, Cumani, et diversi de diversis civitatibus,
-ocyus dicto, ignem ex omni parte in Mediolanum
-jaciunt, hoc ipso imperatore cum suis exercitibus
-spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas imperialis,
-diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator
-autem, Mediolano destructo, in tota Italia imperialem
-exercebat potestatem, tota enim in cospectu ejus tremebat
-Italia, et in urbibus Italiae suis positis potestatibus,
-versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae rem acturus,
-suus disponit exercitus</i><a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a>. Tutti i riferiti autori
-tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati
-contro dell'imperatore) uniformemente ci assicurano
-che fummo dalla città scacciati, ripartiti a vivere in quattro
-borghi: e che la città non solamente fu smantellata, ma
-posta in rovina e desolazione, e distrutte le case, trattene
-le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne collocata
-tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte
-della città, e distanti appena due miglia; e sono Noceto,
-Vigentino, Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero
-di autorità ancora non bastasse, un fatto solo basterebbe
-a provare che i Milanesi, dal mese di marzo 1162 sino al
-maggio 1167, non abitarono in Milano, ma ne' suddetti luoghi;
-e questo si è che nessun contratto, nessuna carta scritta
-in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma
-i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali
-portano <i>In burgo de Veglantino</i>, ovvero <i>In burgo Noceti</i>,
-che anche chiamavasi <i>Burgo Porte Romane de Noxeda</i><a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a>;
-e le monache de' monasteri di Milano facevano i loro contratti
-in questi borghi, nei quali si erano ricoverate; come
-accadde all'abadessa del monastero di Orona, di cui vi è
-un livello fatto nel 1163:<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a> <i>Ante portam sancti Georgii
-de Noxeda</i><a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a>. Da tutto ciò, senza alcun dubbio, si conosce
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma
-realmente fu rovinata la città, la quale per cinque anni rimase
-un acervo di rottami disabitati, mentre i cittadini vennero
-separatamente collocati nei quattro nominati luoghi,
-che ora sono povere terre suburbane, capaci appena di ricoverare
-alcuni contadini.
-</p>
-
-<p>
-I nemici o si disarmano co' beneficii, o si spengono, come
-insegnò il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano
-l'impresa. I Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati
-all'Impero, per non trovarsi assaliti dagl'imperiali
-con averci alle spalle, e per conservarsi la comunicazione
-co' Borgognoni, ossia Svizzeri, loro alleati, sotto Vitige, spedirono
-Uraja, il quale, alla testa d'un'armata, passò a fil di
-spada i nostri maggiori, e lasciò il paese deserto per cinque
-secoli, siccome si è veduto. La condotta dell'Imperatore Federico
-è stata men crudele; ma non più eroica nè più saggia.
-Egli voleva che non vi fosse più Milano; ne fece uscire
-gli abitanti, e distrusse la città. Doveva prima giudicare se
-uno sterile ammasso di rovine deserte sia una dominazione
-gloriosa ed utile per un monarca. Poi, supposto che trovasse
-conveniente un tal partito, doveva trasportare i cittadini
-nel fondo della Germania, divisi in modo che non
-più potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte
-della città, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento,
-se non di vedere rinata la città al primo istante
-in cui fosse allontanata la forza ch'egli vi esercitava. Nel
-1758 gli Austriaci furono a Berlino, e i Prussiani a Dresda;
-che direbbe la storia se avessero posto l'incendio nelle
-due città? In mezzo all'ardore della guerra le nazioni colte
-ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanità tutti i danni
-superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che
-non furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggidì
-il colonnato di San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le
-torri di San Sepolcro, le chiese di San Giovanni in Conca,
-di San Simpliciano, di San Celso, di San Satiro, il battisterio
-incorporato nella chiesa di San Gottardo, ed altri edificj,
-che ci fanno prova del riguardo usato allora ai luoghi sacri.
-A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di ministri
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-e di adoratori, non saprei dirlo; tanto più che le reliquie
-ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania,
-dove anche oggidì in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano
-de' Magi, dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da
-Sant'Eustorgio. La superstizione di quei tempi avrà fatto
-credere che fosse un maggior delitto il diroccare le mura
-d'un tempio, che il ridurre alla estrema angoscia gli uomini
-d'una città. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci lasciò
-scritto, che:<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a> <i>Quinquagesima pars Mediolani non remansit
-ad destruendum</i><a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a>; lo storico milanese sire Raul
-si scrive:<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a> <i>Primo succendit universas domos, postea
-destruxit et domos</i><a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a>. Vero è che il guasto principalmente
-lo soffrimmo dai nostri nemici italiani, cremonesi, lodigiani,
-pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi, e dagli abitanti del
-ducato medesimo delle provincie Martesana e Seprio, i quali,
-a più riprese, ritornarono a demolire e incendiare le antiche
-abitazioni d'una città che gli aveva con troppo orgoglio
-e ingiustizia maltrattati; ed è probabile che l'imperatore
-Federico fondasse su questo radicato livore il progetto
-di impedire che i Milanesi mai più non osassero rientrare
-nella città; e dovessero vivere sempre a vista della
-rovinata città, ma separati in quattro terre. Ma gli amori
-e gli odii d'una città e di una nazione sono tanto variabili
-quanto l'autorità e l'interesse; poichè la prima li dirige nei
-paesi ignoranti, l'altro negli illuminati. Gli autori contemporanei
-non parlano, nè che fosse sparso il sale sulle rovine
-della città, nè che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze
-s'immaginarono dal Meimbomio, e dal Fiamma
-posteriormente; e il giudizioso nostro conte Giulini dissipa
-queste favole, troppo incautamente ripetute da chi descrisse
-questa nostra sciagura<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a>. I buoi non potrebbero strascinare
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate:
-nè in un paese mediterraneo e senza miniere, il sale è
-tanto abbondante da farne tal uso insolito ed inefficace, il
-sale anzi si vendeva in Milano soldi trenta lo stajo, come
-ci attesta sire Raul, e i trenta soldi di allora valevano, secondo
-il calcolo del conte Giulini, più che non valgono tredici
-zecchini ai tempi nostri<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a>; tanta era la carestia di
-ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi.
-Sire Raul ci descrive:<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a> <i>Planctum, et luctum marium,
-atque mulierum, et maxime infirmorum, et foeminarum
-de partu, et puerorum egredientium et proprios lares
-reliquentium</i><a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a>. E a dir vero, questo trattamento fatto ai
-Milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti
-esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno,
-che da noi anche in marzo è durevole. La neve,
-il ghiaccio non sono cose insolite in Milano in quella stagione.
-Donne da parto, infermi, vecchi, bambini, costretti
-a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto per ivi mirare la
-rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad abbandonare
-sè stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse
-de' principi, che assicuravano una generosa accoglienza<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a>,
-dopo aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata
-così a penuriare di tutto e soffrire una morte lenta,
-miseranda, amareggiata dalla baccante vendetta dei nemici,
-che sotto i loro occhi distruggevano la città infelice, non
-fanno un'epoca gloriosa per la magnanimità di Federico.
-Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virtù dei
-Romani, e Federico credette così gloriosa impresa per lui
-l'avere, non già sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii
-diplomi, che tuttora si conservano, vi pose la data:<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a> <i>Post
-destructionem Mediolani</i><a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a>, e ne fece solenni feste in
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-Pavia, ove con nuova pompa sedette incoronato ad un pranzo
-colla imperatrice, pure incoronata, ed i vescovi colla mitra
-sul capo; ornamento che allora si rese universale ai vescovi.
-</p>
-
-<p>
-Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il
-quale narra che appena la cinquantesima parte di Milano
-rimase intatta, non credo io già per ciò che le quarantanove
-cinquantesime parti della città siano state distrutte in
-modo che veramente fossero le case dai fondamenti demolite.
-Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un
-lavoro grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare,
-comprende quanto dispendio e quanto tempo vi voglia
-per appianare una casa di buone e antiche mura. È
-verisimile che lo sfogo della vendetta de' nemici desse il
-guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili;
-ma probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono,
-se non altro nella parte più vicina al suolo; poichè
-i mattoni, la calce, i travi, cadendo, le dovevano seppellire
-sotto il mucchio di que' rottami. E ciò sembrami assai naturale,
-osservando la capricciosa tortuosità e l'angustia di
-molte delle nostre vie, singolarmente al centro della città,
-poichè se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti
-antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni
-città fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane
-al centro di Milano a me pare che provi l'opinione
-da me esposta sin dapprincipio, cioè che Milano non abbia
-fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice villaggio, gradatamente
-crescendo, sia diventata una città. Le prime case
-che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate
-con nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone;
-a queste si aggiungono altre abitazioni sul pezzo di
-terra che ciascuno acquista, e si forma un villaggio colla
-sola distanza fra casa e casa, che ne lasci l'uscita e l'ingresso.
-Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori, si
-comincia a conoscere la necessità d'un regolamento, e si
-obbligano i nuovi che vengono ad osservare nelle nuove
-case che v'innalzano certa distanza e certo ordine; e come
-i nuovi sono costretti a sempre più allontanarsi dal centro,
-quanto più tardi si determinano a scegliervi la dimora,
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-perciò sempre più regolari e spaziose sono le vie lontane
-dal mezzo della città; perchè le case del centro sono state
-aggiunte ad un villaggio; e quelle più lontane, ad una
-città, che aveva un regolamento di Edili. Io perciò opino
-che la maggior parte delle vie interne di Milano sieno antichissime,
-e le case ristorate sempre sopra i primi fondamenti;
-poichè dopo cinque anni ciascuno sarà ritornato
-esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avrà
-riattata sopra gli antichi fondamenti.
-</p>
-
-<p>
-Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro
-borghi, e quanti vilipendii ed a quante miserie andassero
-esposti, è facile immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono.
-Se è possibile un governo civile che abbia per oggetto
-l'infelicità del popolo, lo fu quello; e negli annali
-nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro da Cunin, di
-Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali
-poterono distinguersi nella rapacità, durezza ed oppressione
-sotto cui fecero gemere i nostri antenati<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a>. Il terrore di
-questo trattamento costrinse Piacenza, Brescia e Bologna
-a sottomettersi a Federico:<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a> <i>ne sicut Mediolanum, quod
-fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori existerent,
-funditus subverterentur</i>, dice il Morena. Tutte le città
-del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero
-soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali,
-che le avevano poste nella servitù. Le doglianze non
-portavano in risposta che scherno e vilipendio<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a>. Tale fu
-il punto a cui le interne discordie condussero le città della
-Lombardia. Tale fu la condotta dell'imperatore Federico,
-che non collocheremo fra gli eroi benefici, nè fra gli eroi
-militari; poichè per vincere una città fiancheggiata da'
-nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione,
-circondandola con un esercito, di cui dice Wernero
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-Rolewinck:<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a> <i>Federicus imperator, quasi cum innumerabili
-Alamannorum exercitu, Mediolanum obsedit</i><a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a>, non
-fa mestieri di arte alcuna; peggio poi, con un apparato
-simile, il non acquistare la città per assalto, ma l'ottenerla
-colla subornazione in prima, poi colla fame. Un numero
-assai minore di forze poteva restituire all'Impero la città;
-e rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti,
-poteva Milano trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine,
-quella pace e quella sicurezza che desiderava nella
-passata condizione; e poteva un più virtuoso monarca,
-dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la perdita
-della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato
-per acquistarci la civile libertà. Allora non avrebbe la storia
-lasciato scritto quello che il monaco bavaro pose nella
-sua cronaca:<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a> <i>Mediolanenses sponte se suaque imperatori
-dederunt, qui absque ulla clementia Mediolanum
-destruxit</i><a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a>. Una scorreria di barbari può demolire molte
-città: ma appena nel corso d'un lungo regno può un monarca
-potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi
-umani e deliziosi sentimenti non si conoscevano in que'
-secoli feroci; e ciò diminuisce in qualche parte la colpa
-dell'imperator Federico.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap8">CAPITOLO VIII.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-<i>Umiliazione dell'imperatore Federico,
-e stabilimento d'un sistema politico.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra;
-presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo
-Oberto da Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e
-l'imperatore Federico, all'incontro, sosteneva il partito
-dell'antipapa. Se la prepotenza de' Milanesi aveva destata
-l'invidia e l'odio universale, l'estrema loro oppressione
-aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le città tutte
-del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente
-si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano
-sotto il giogo de' ministri imperiali, spogliate delle
-regalie, e ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia
-di un conquistatore. In questo stato era la Lombardia,
-quando Alessandro III dalla Francia, ove aveva ritrovato
-un asilo, passò in Italia l'anno 1165. L'imperator d'Oriente
-Manuello Comneno era passionatamente animato contro i
-Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne' suoi
-Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò
-col papa e coll'imperatore d'Oriente, e così il papa si avventurò
-al ritorno nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli
-delle città lombarde erano i medesimi, cioè di sottrarsi
-dalla dominazione dispotica dell'imperator Federico. Ma la
-difficoltà era grandissima, perchè nè Alessandro aveva forze
-bastanti per iscacciare Federico, nè pareva possibile il
-formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente
-custodite da un terribile vincitore. Secondo
-tutte le apparenze, queste difficoltà vennero superate coll'opera
-de' frati, ai quali, come ad uomini affatto alieni
-dalle cose mondane, non si prestò attenzione. Essi conoscevano
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-in ciascheduna città gli uomini più accreditati;
-insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne prepararono
-e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso
-che si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel
-monastero di Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno
-7 aprile 1167; ed ivi si trovarono alcuni de' principali cittadini
-delle città lombarde<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a>. Il primo articolo che vi si
-trattò e concluse, fu di ristabilire i Milanesi nella loro patria,
-riparare le loro fortificazioni, aiutarli a repristinare
-le case loro; e così dare nuova vita alla città, che doveva
-essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse
-stato condotto con mistero questo primo congresso, non
-potè a meno che il conte di Disce, ministro imperiale, non
-ne concepisse qualche sospetto. Pretendeva egli quindi dai
-Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni modo più che mai gli
-opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti, divisi nelle
-quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della patria,
-senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi,
-ignari probabilmente di quanto si andava da alcuni
-pochi cittadini trattando per la comune salvezza, tremavano
-ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi nostri nemici, erano
-i più affezionati all'Impero; Pavia era la sede della corte
-del regno italico, e diventava, nello stato libero, una città
-secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa
-de' ministri imperiali faceva tutto paventare agli infelici:<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a>
-<i>O quantus clamor</i>, dice sire Raul, <i>et quantus
-timor, quantus fletus per quatour hebdomadas in burgis
-fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini! nemo
-erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur:
-Ecce Papienses burgos comburere</i><a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a>. L'imperatore
-trovavasi verso Roma: i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi,
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-i Mantovani e i Veronesi vennero a Milano; e il
-giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i Milanesi nella
-loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta allora
-sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva,
-unitamente ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano
-questo ritorno; la spiegazione de' quali io non intraprenderò,
-sì per essere questo un oggetto più d'antiquario che
-da storico, come anche per non ripetere quanto si può vedere
-nella diligente e laboriosa opera del nostro conte
-Giulini<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a>, al quale non saprei che aggiungere. Queste
-sculture ci mostrano che l'antesignano di questa impresa
-fu appunto un frate, che precede i militi e porta il vessillo:
-nè si può dubitarne, poichè vi è scolpito sotto: <i>Frater
-Jacobo</i>; il che avvalora sempre più l'opinione che de' frati
-siasi servito il papa Alessandro per questa impresa, condotta
-così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero
-dal congresso all'esecuzione.
-</p>
-
-<p>
-Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le
-loro fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la
-loro città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo
-in cui l'imperatore stavasene colla sua armata sulla Romagna
-per discacciare il papa Alessandro III. La novella inaspettata
-del risorgimento di Milano fece che l'imperatore
-abbandonasse il papa e si rivolgesse alla Lombardia. Ognuno
-vede che il beneficio che il sommo pontefice ci aveva
-fatto non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti
-alla nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa,
-il valore dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare
-il castello di Trezzo, presidiato dagl'imperiali, e
-presimo la guernigione e la condussimo prigioniera in Milano.
-I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova lega;
-e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que'
-cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che
-l'imperatore fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose
-al bando dell'Impero quasi tutte le città della Lombardia,
-le quali, o palesemente, o cautamente, avevano acceduto
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie sul Milanese, ma
-si presentarono gli alleati con forza tale, che obbligarono
-l'imperatore a contenersi e ritirarsi nella Germania per
-la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le
-città di Lombardia:<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a> <i>Insimul unum corpus effectae
-sunt</i>, come dice il continuatore del Morena. Si trattava
-di ben ventitre città collegate: Milano, Cremona, Lodi,
-Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova,
-Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena,
-Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli
-e Novara. Tal macchina aveva saputo preparare contemporaneamente
-l'accorto Alessandro III, con mezzi
-in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena
-formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso
-e trascendente, la maniera di ragionare di que' tempi,
-di rendere immortale la fama del sommo pastore,
-creando una nuova città, che portasse ai secoli venturi il
-di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora erano
-imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita
-a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale
-si dichiarava ancora pure il marchese di Monferrato, che
-vessava i popoli tortonesi con frequenti scorrerie sulle
-loro terre. Gli alleati trascelsero il sito ove il fiume Bórmida
-sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova città,
-che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e,
-radunati in questa nuova città gli abitatori delle vicine
-terre, diederle il nome di Alessandria. Le nazioni barbare
-e le incivilite hanno fatte delle guerre e delle conquiste: le
-prime, distruggendo ogni cosa; le seconde, riparando i
-mali della guerra con monumenti che ricordano alle nazioni
-venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra,
-la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle
-grandiose opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani,
-un tempo loro padroni e loro benefici legislatori e
-maestri. L'Egitto conserva ancora i monumenti della conquista
-di Alessandro. Gli uomini anche agresti, anche viziosi
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si migliorano,
-nè si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare
-un popolo, fa che è in sua mano l'imprimervi il
-carattere che vuole; e che il subblime dell'arte consiste
-nella scelta del mezzi; ma l'ambizione dell'imperatore
-Federico non fu illuminata a questo segno.
-</p>
-
-<p>
-Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi
-stimolavano l'imperatore Federico perchè venisse con un
-potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova lega.
-L'imperatore nella Germania venne della Savoia; il conte
-vi unì le sue armi; entrò l'esercito nell'Italia; e, nel 1174,
-si postò sotto la nuova città e la cinse d'assedio. L'imperatore
-non la chiamava Alessandria, nome del papa suo nemico,
-ma la chiamava Rovereto, nome d'uno de' vicini villaggi,
-gli abitatori del quale concorsero a formare la città;
-e vi è una carta di quell'augusto che la data: <i>In
-episcopatu papiensi, in obsidione Roboreti</i><a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a>. L'assedio
-fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu anche più
-del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati
-sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello
-che li riferiscono gli scrittori italiani. Federico è un eroe
-per quelli; è un barbaro tiranno per questi: io però mi
-attengo principalmente agli autori tedeschi, acciocchè non
-sia il mio racconto sospetto di parzialità. Il monaco Gottofredo,
-tedesco, dice che la nuova città d'Alessandria era
-popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi che erano
-scappati dai loro padroni:<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a> <i>Multitudo latrunculorum,
-raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat</i><a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a>.
-Pare veramente difficile che gli alleati volessero impegnarsi
-tanto per la salvezza di uomini che avessero loro
-rubato e disertato dal loro servigio. Comunque sia, l'autore
-istesso ci riferisce che ivi:<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a> <i>Magna costantia ex utraque
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-parte militaris res ferbebat: interdum ex his et illis
-quidam capti nonnulli occisi et suspensis sunt. Imperator
-vero quiddam laude dignum gessit. Tres enim
-ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, mos oculos
-eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis,
-tertium, juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis
-existeret inquisiva; ast ille: non (inquit) contra te
-Caesar, vel Imperium tuum gessi: sed habens dominum
-in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter servivi:
-qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa
-vice ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator,
-luminibus ei permissis, alios coecatos in urbem ab
-eo reduci praecepit</i><a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a>. Nel capitolo antecedente ho riferito
-quello che il milanese sire Raul ci lasciò scritto; cioè
-che l'imperatore Federico, nel blocco di Milano, facesse cavare
-gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani a chi portava
-provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata quell'accusa;
-ma questo autore tedesco, che, negli altri suoi racconti
-è sempre parziale a Federico ed animato contro gli
-Italiani, pare che provi tale essere stato pur troppo il modo
-di guerreggiare dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri
-di guerra. Io lascerò che i tedeschi medesimi, che in
-questo secolo hanno tanti uomini illuminati e sensibili,
-giudichino se sia<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a> <i>quiddam laude dignum</i> quello che
-fece Federico, perchè fece accecare due soli di que' disgraziati;
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel
-Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire
-dal carnefice in sua presenza. Il discorso di quel servo non
-era certamente da ladroncello, nè da disertore. Egli parlò
-come fa un uomo fermo e colto. Assai più verisimile è il
-racconto che ce ne lasciò il cronografo Siloense:<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a> <i>Alexandriam
-obsidione cinxerunt, civitatem, sicut dicunt,
-munitissimam, non mororum ambitu, sed positione loci,
-et vallo incredibiliter magno, in quo vicinum derivaverunt
-fluvium, viri quoque virtutis in ea plurimi, fortiter
-ex adverso resistentes, quos imperator non tam
-cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque
-suorum caede, interjectis etiam aliquot annis</i><a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a>;
-anzi a dir vero nè tosto nè tardi la potè Federico espugnare.
-Giunta la primavera del 1175 gli alleati formarono un
-esercito combinato, il quale si radunò presso Piacenza;
-d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a
-togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza
-per resistere coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò
-a parlare di pace. L'esito poi fece conoscere ch'ei
-con ciò non cercava che d'acquistar tempo sin che gli giugnessero
-nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla Germania.
-L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di
-alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'imperio;
-e le città confederate accettarono la proposizione,
-salvo la loro libertà e quella della Chiesa romana. Si
-passò all'elezione degli arbitri, e l'imperatore nominò Filippo
-arcivescovo di Colonia, Guglielmo da Piozasca, torinese,
-e Rainerio da San Nazzaro, pavese. Le città collegate
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, bresciano,
-e Gezone da Verona.
-</p>
-
-<p>
-Si cominciò a trattare per questa pace fra gli arbitri.
-Ma prima di esporre il soggetto del loro parlamento, conviene
-che io accenni l'opinione di alcuni cronisti tedeschi,
-i quali pretendono che l'imperatore siasi indotto a trattar
-di pace per le suppliche fattegli dalle città di Lombardia:
-anzi il citato monaco Gottifredo ci vuol far credere che,
-quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria,
-sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali
-si ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando
-le spade, ciascuno se le collocasse sul capo per dar segno
-che s'impetrava clemenza. La storia tutta smentisce un tal
-racconto; nè è mai stato l'uso che per mostrar sommissione,
-molte città collegate radunino un'armata cospicua,
-e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo
-tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare
-Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono
-a quella volta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto;
-che s'aprì un congresso di pace; e di più che le proposizioni
-delle città alleate furono: che l'imperatore riconoscesse
-per legittimo il papa Alessandro III; che nulla più
-pretendesse dalle città confederate di quanto avevano fatto
-durante i regni dei due ultimi Cesari, Lottario II e Corrado
-III:<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a> <i>Volumus facere domino imperatori Friderico,
-accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a
-tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus
-suis sini violentia, vel meta fecerunt</i><a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a>; così
-impariamo da una carta pubblicata dall'esimio nostro Muratori.
-Esigevano pure le città collegate che l'imperatore
-restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai
-signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e
-comodità che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni,
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-ne' mulini, ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle
-case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che
-l'imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione.
-Queste pretensioni, che allora promossero le città alleate,
-e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere
-che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione.
-Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino
-degl'Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine,
-di viltà e di mala fede. Romualdo, arcivescovo
-di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi, dice:<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a>
-<i>Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt
-enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter
-eruditi</i><a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a>; e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi
-zio dello stesso imperatore Federico, di noi scrisse:<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a>
-<i>Latini sermonis elegantiam, morunque retinent urbanitatem.
-In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae
-conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur
-solertiam</i><a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a>. I fatti successivi abbastanza ci provano che
-in quei tempi i Milanesi non mancarono nè di valor militare
-nè di condotta; e che furono tanto urbani e colti, quanto
-lo permetteva l'indole del secolo.
-</p>
-
-<p>
-Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che
-l'imperatore aveva offerto con poca buona fede, per aspettare
-le nuove forze della Germania e acquistare tempo
-frattanto; da tali condizioni, dico, si ha idea quai fossero
-le regalie, ossia i tributi che si usavano in que' tempi. Non
-sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I tributi si
-sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli
-il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-in que' secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento
-di tributo non è meramente apparente, o per
-la diminuzione delle lire, o per l'avvilimento dei metalli
-nobili, resi assai più comuni e abbondanti dopo la scoperta
-delle miniere d'America; ma è fisico e reale, indipendentemente
-ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere;
-poichè gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni
-uomo capace di portare le armi, veniva costretto a marciare
-alla guerra avvisatone dal proprio padrone, e questi, al
-cenno del sovrano, compariva all'armata reggendo i suoi;
-terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I signori ritornavano
-a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a lavorare
-i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano
-servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti.
-Si stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando
-di essi una classe distinta dagli altri sudditi, classe
-costantemente addetta alla sola milizia, e conseguentemente
-da mantenersi col tributo ripartito sul rimanente della società:
-e questo ceto di uomini, che non contribuisce all'annua
-riproduzione e consuma, si andò sempre aumentando
-nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un
-sovrano, fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero.
-Questa è stata la cagion principale per cui nell'Europa
-sono stati di tanto moltiplicati i tributi sopra dei
-popoli, i quali però hanno acquistata la libertà di passare
-tranquillamente la vita nelle loro case; e furono liberati
-dall'obbligo di espatriare e di soffrire le inquietudini
-della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la schiera
-dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli
-uni agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità
-dei tributi, i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente
-si troveranno più che raddoppiati in quasi tutti
-gli stati di Europa. Sarebbe un quesito politico l'antivedere
-qual limite avranno le armate; e se troverà maggiore utilità
-qualche Stato a rendere la condizione del soldato più
-ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in minor numero
-e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una
-folla d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-una verità assai facile e comune; cioè che i tributi, giunti
-a un dato limite, non si accresceranno senza una diminuzione
-di rendita; stabile, se vogliasi perseverare; e irremediabile
-talvolta, se alla diminuzione si creda di supplirvi
-con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non
-erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno
-da potersi formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente
-non si poteva ripartire sulle terre il fondo principale
-del tributo. Egli è vero che nel Milanese il fondo
-principale della riproduzione è la terra ferace sulla quale
-siamo nati; ma senza un'esatta misura de' campi non si poteva
-collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà si
-aggiugneva un'altra di opinione, chè credevasi ingiusta cosa
-lo stabilire un carico uniforme e permanente sopra una
-ricchezza che è variabile colla diversità delle annate. Perciò
-anticamente, piuttosto si volle ogni anno esporsi alla
-spesa e all'arbitrio d'un generale catastro dei frutti raccolti,
-anzi che mancare all'apparente giustizia distributiva.
-L'erudito circospettismo nostro conte Giulini asserisce di
-non aver osservato mai alcun carico anticamente imposto
-su i fondi; ma bensì ai frutti, ovvero alle persone<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a>. Forse
-l'antichissimo carico dell'<i>imbottato</i>, abolito dalla beneficentissima
-Sovrana l'anno 1780, era una tradizione discesa
-sino da que' secoli rimoti. Pagavansi antichissimamente da
-alcune terre delle tasse al sovrano. La terra di Limonta,
-prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza in denaro,
-dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia di
-polli, trecento uova e cento libbre di ferro<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a>, e con ciò
-aveva pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali
-s'imponevano all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa,
-ne' tempi rozzi, doveva essere la ripartizione più facile e
-breve del tributo. Così, per liberarci dall'invasione degli
-Ungheri nell'anno 947, s'impose la tassa straordinaria di
-un denaro per testa, a cui vennero assoggettati anche le
-donne ed i fanciulli<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a>. I <i>telonei</i> sono antichissimi, ed era
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel
-distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto
-per ogni bestia da soma; ed è assai probabile che venisse
-questo assegnato alla conservazione e al rifacimento delle
-strade che, dal passaggio a cui erano destinate, ricevevano
-i mezzi per mantenersi. Col progresso del tempo si fece poi
-riflessione alla sproporzione intrinseca di questo carico, per
-cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un
-carro di panni lani; e si passò a formare una tariffa che,
-avendo per norma il valore della merce, vi regolava proporzionatamente
-il tributo. Nel 1216 questa tariffa vi era.
-Vedemmo già al capitolo quarto come da prima l'arcivescovo
-ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni medesime
-era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il
-peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo
-essi obbligati a risarcire con quel fondo i danni che venissero
-a soffrire le merci, anche pei furti commessi sulle pubbliche
-strade<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a>. Abbiamo stampata, colla edizione del 1480
-dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata nel 1396, in
-cui vennero tassate le merci in ragione di dodici denari per
-ciascuna lira di valore, ossia il cinque per cento, senza distinzione
-alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che
-la tariffa in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi
-oggetto di finanza, poteva innalzarsi al grado di oggetto di
-legislazione, per rendere più o meno difficile l'ingresso e
-l'uscita delle merci, a norma de' bisogni e dell'industria
-nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico, il <i>teloneo</i>,
-nè la <i>curtadia</i>, che era un nome quasi sinonimo<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a>,
-non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero
-un tenue tributo, tuttora destinato alla riparazione
-delle strade pubbliche, di cui non si curava l'imperatore;
-e questo <i>teloneo</i>, nei tempi de' quali tratto, nemmeno è certo
-se si ricevesse tutto in denaro, e non per decimazione, come
-dice il Fiamma, che anticamente si percepiva
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-dall'arcivescovo:<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a> <i>De quolibet curra lignorum recipiebat unum,
-de qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata
-panis, unum</i><a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a>. V'erano altri tributi. Ogni barca per poter
-girare ne' laghi e fiumi pagava un annuo tributo, che
-si chiamava <i>nabullum</i>. In oltre per poter legare la barca
-alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava <i>abdicius</i><a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a>.
-Un'altra tassa si conosceva col nome di <i>fodro</i>, e
-il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse
-nel somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del
-sovrano<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a>. V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia
-ponti de' fiumi; sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni,
-sopra le macellerie e sulle case contigue alle strade pubbliche:
-e queste ultime tasse sono quelle che volevano rivendicare
-dall'imperatore le città della lega, come vedesi da
-una carta pubblicata dal nostro Muratori, di veneranda
-memoria<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a>. Da questa generale idea può conoscersi che
-al tempo dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere,
-a proporzione d'oggi, la percezione del tributo; poichè mancava
-il censo sulle terre, mancava la gabella della mercanzia,
-e nemmeno si nominava il tributo del sale; i quali tre
-oggetti formano oggidì il nerbo principale della finanza del
-Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di
-libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate,
-che ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia
-ci rimanevano. E forse il guasto che i nostri nemici
-fecero al circondario di Milano durante il secondo blocco,
-fu la cagione che, trovandoci poi svelte le piante e inceneriti
-i boschi, si stese la coltura sopra una gran parte di
-terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti
-della legna.
-</p>
-
-<p>
-Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente
-ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-gli arbitri discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e
-frattanto nella Germania andava radunando le forze quanto
-più poteva per sorprendere le città collegate ed opprimerle.
-(1176) In fatti, nella primavera del 1176, seppe Federico
-che il nuovo rinforzo di principi e di militi stava per entrare
-nell'Italia dalla strada di Bellinzona; e l'Imperatore
-andogli incontro. La città di Como gli era fedele, come lo
-era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i
-militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il
-rimanente delle sue forze e il marchese di Monferrato coi
-suoi. I Milanesi saggiamente vollero tentare una giornata,
-prima che le forze riunite piombassero sopra della loro
-città. Già ogni discorso di pace era stato rotto dall'imperatore,
-dal momento in cui ebbe le nuove forze. Avevamo
-il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e piacentini.
-Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo
-verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per
-i Milanesi, che tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti
-rimasero sul campo. I fuggitivi, inseguiti sino alle sponde
-del Tesino, vi furono gettati e si affogarono. Il rimanente
-si rese, e vennero i prigionieri condotti in Milano. Fra i
-prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe nipote
-dell'imperatore e il fratello dell'arcivescovo di Colonia.
-La cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo
-scudo e la lancia dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente
-occasione di salvarsi sconosciuto e ricoverarsi a
-Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno 29 maggio 1176.
-I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri non ci
-furono di norma, quando avemmo prospera la sorte delle
-armi; nè alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a
-quell'augusto, e così poco inclinati a trovarci buoni) si
-lagna di abuso commesso da noi nella vittoria. Questa
-giornata terminò per sempre tutte le operazioni militari
-dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto
-sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono
-sire Raul e il calendario Sitoniano, non già come da alcuni
-scrittori tedeschi è stato rappresentato. Poichè se unicamente
-fosse stato l'imperatore, scortato da pochi, involto
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-in una insidiosa sorpresa dei Milanesi, da cui colla fuga si
-sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto mutar
-parere, nè pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia,
-che ostinatamente per lo spazio di dodici anni
-aveva cercato di assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno
-1176, ha pubblicata la lettera conservataci da Rodolfo di
-Diceto, con cui i Milanesi resero informati allora i cittadini
-di Bologna di questa loro vittoria. Tutte queste testimonianze,
-e molto più il partito mansueto ed umano che
-prese e conservò in séguito Federico, dimostrano la verità
-del racconto e l'importanza di quella grande giornata.
-Aprì subito l'imperatore la strada per accomodarsi col
-papa Alessandro, pronto a riconoscerlo per legittimo pontefice.
-Accordò separatamente le condizioni che potevano
-accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai
-Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti,
-purchè si abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse
-a distaccare da noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi,
-non senza inquietudine; ma le pratiche loro, e molto più
-i veri interessi che ciascuna delle città aveva dovuto imparare
-a meglio conoscere, non permisero che si rinunciasse
-a quella unione che rendeva solida la costituzione
-dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva
-aspettare la sicurezza propria. Nè si lasciò di conoscere
-che se una città preponderante di forze è necessaria per
-essere come il centro della riunione, molto più lo era il
-non lasciare nella Lombardia uno spazio sul quale collocare
-si potesse una forza già troppo irritata, e animata
-contro il nome e la libertà dell'Italia. Questo interesse
-però non era tanto immediato al papa, il quale accomodò
-ben presto le cose sue coll'imperatore, esigendo da lui
-soltanto una tregua per sei anni colle città confederate;
-di che molto, e non senza ragione, se ne lagnarono le città
-della lega. Così il papa potè entrarsene alla residenza di
-Roma, donde sino allora era stato escluso dal partito imperiale,
-che vi prevaleva in favore dell'antipapa.
-</p>
-
-<p>
-La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III
-coll'imperator Federico, abbandonando le città confederate
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-al loro destino, non cagionò danno veruno alla lega lombarda.
-L'imperatore andossene in Germania; e le città,
-sgombrato ogni timore, formarono in Parma un congresso,
-nel quale si presero a trattare gli interessi comuni, per
-rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città
-più comoda per collocarvi un centro di comunicazione da
-Padova ad Alessandria, da Milano a Bologna, e da tante
-altre città che disopra ho nominate. (1183) La tregua si
-cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183, il 25
-giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perchè stata
-collocata nel corpo delle leggi, acciocchè servisse nei secoli
-successivi di norma dei diritti e del governo delle città
-lombarde. Chi brama di conoscere esattamente gli affari
-della lega lombarda e di quella pace, ne troverà la istruzione
-nella dissertazione quarantottesima dell'immortale
-nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei di
-questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare
-piccoli fili della grande miniera da lui esausta; a meno
-che non ci rivolgiamo a far uso dell'oro già estratto per
-ridurlo a più finito lavoro. Ecco però lo spirito della celebre
-pace di Costanza: le città lombarde potranno fortificare
-le loro mura; potranno avere la loro armata; potranno
-mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere;
-goderanno di tutte le regalie e conserveranno le loro
-consuetudini; le città giureranno fedeltà all'imperatore;
-gli pagheranno ogni anno in segno d'omaggio duemila
-marche d'argento<a class="tag" id="tag511" href="#note511">[511]</a>; l'imperatore avrà i suoi legati nella
-Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli delle
-città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora
-la parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati
-a proferire la loro sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare
-secondo le leggi della città; ogni cinque anni le
-città della lega manderanno i loro oratori alla corte imperiale,
-per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni si rinnoverà
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione
-dei feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, e verranno
-decise dai Pari della città, secondo le di lei consuetudini,
-fuori che nel caso in cui l'imperatore si trovasse in Lombardia;
-allora potrà, se lo vuole, ei stesso giudicarle; e
-quando verrà l'imperatore nella Lombardia, se gli somministreranno
-i foraggi consueti, e si accomoderanno i
-ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a
-constituire un'associazione di città libere, sotto la protezione
-dell'Impero, come lo erano poco prima diventate
-nella Germania le città anseatiche, Lubecca ed Amburgo;
-e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania pure,
-lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono
-a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli
-<i>Reipublicae Mediolanensis</i><a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la
-libertà municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero;
-ma nessuna dominazione rimaneva ad essi, o ben
-poca: essendo le province della Martesana, del Seprio, ec.,
-cioè la maggior parte dei borghi e delle terre che ora
-formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185) L'imperatore
-Federico medesimo, con una carta segnata in
-Reggio agli 11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a>,
-a noi rinunziò<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a> <i>omnia regalia quae Imperium habet
-in Archiepiscopatu Mediolanensi, sive in comitatibus
-Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi, etc.</i> Nella carta
-medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si
-obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe
-opposto a chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento,
-e promise in oltre che non avrebbe fatto altra lega con
-altra città di Lombardia senza il consenso dei consoli di
-Milano<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a>. Così giurò, e così promise di far giurare anche
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-al suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani, entro quel
-termine, che fosse piaciuto ai consoli ed al consiglio di
-Milano di assegnare:<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a> <i>ad terminum quem consules
-Mediolani cum Consilio credentiae nobis dixerint</i>. I Milanesi,
-in ricompensa, si obbligarono a garantire all'imperatore
-gli Stati suoi d'Italia, e singolarmente le terre
-della contessa Matilde. In questa carta vi si legge espresso
-il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re Enrico, avessero
-contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di
-Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata
-dalla garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse
-mancato di tributare all'imperatore quanto nella pace di
-Costanza erasi promesso, la repubblica di Milano avrebbe
-assistito colle sue forze l'imperatore per ottenergli una
-condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero
-che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con
-altre città di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia
-lega lombarda, a meno di ottenere l'assenso dell'imperatore
-e del re Enrico, di lui figlio. Questo trattato di Reggio
-ci dà a conoscere quanto fosse mutato l'aspetto delle
-cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non
-ci risguardava più come schiavi, nè conservava più l'opinione
-d'essere signore del globo terraqueo, <i>orbis terrae
-dominum</i>; ma era un principe che, quasi da pari a pari,
-faceva un trattato con un popolo libero. Noi in quel trattato
-acquistammo la signoria delle terre: e ce lo ricorda
-il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono
-le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto
-l'imperatore Federico<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a> <i>plenam jurisdictionem
-concessit</i> alla città di Milano sulle lerre del suo distretto,
-su di che veggasi il diligente nostro ed erudito conte Giulini<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a>.
-Nel ducato si distinguono Monza, Varese, Vimercato,
-Treviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-borghi, e che in altri regni verrebbero chiamati città. È
-bensì vero che non sappiamo se allora essi fossero nello
-stato in cui si trovano oggidì.
-</p>
-
-<p>
-(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se
-pure non è profanazione d'un nome consacrato al sentimento
-l'adoperarlo in questo luogo), l'imperatore Federico
-venne a Milano, ed alloggiò nel monastero di Sant'Ambrogio,
-e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale
-le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri
-re di Sicilia. La chiesa non si trovò bastantemente capace,
-e perciò si fabbricò una magnifica sala di legno
-nel giardino del monastero medesimo. Il corredo della
-sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la
-sposa ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento,
-drappi di seta, panni, pellicce:<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a> <i>Plusquam CL equos
-oneratos auro, et argento et samitorum et palliorum
-et grixiorum, et variorum et aliarum bonarum rerum</i><a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a>.
-Queste nozze ebbero il fine di rendere il re
-Enrico sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non
-aveva che l'unica figlia Costanza. Tale nobilissima funzione
-ricevette ancora nuovo splendore dalla solenne incoronazione
-che vi si fece del re Enrico, imponendogli la corona
-del regno d'Italia; la quale consacrazione diè motivo di
-querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III,
-cioè Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano.
-Egli era stato innalzato al sommo ponteficato pochi giorni
-dopo la morte di Lucio III, accaduta in Verona ai 24 novembre
-1185. Urbano, sebbene papa, volle conservare per
-sè stesso la sede arcivescovile, onde nell'incoronazione
-del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi
-in Milano l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza
-al papa arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea
-ne facesse il ministero. Poco o nulla però influì lo sdegno,
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-sebbene giusto, del papa, che non giunse a regnare due
-anni. In seguilo l'imperatore, diventato umano, moderato,
-e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con tutti i riguardi
-possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione
-costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace
-di Costanza, avendo l'imperatore il diritto di avere un
-Giudice imperiale anche in Milano, il quale in grado di
-appellazione pronunziasse la sentenza, si vede che Federico
-a questa carica aveva in quello stesso anno 1186 destinato
-un milanese Ottone Zendadario<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a>. Con tutto ciò
-la memoria di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi,
-e da padre in figlio la tradizione ha tramandato sino alla
-generazione vivente il nome di lui come quello d'un barbaro
-feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il figlio di suo figlio,
-entrambo imperatori, coi nomi di Enrico V e di Federico II,
-ebbero mai la benevolenza dei Milanesi, nè essi ebbero
-mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state
-commesse sino a un dato limite, è possibile il dimenticarle;
-ma quando ai danni della collera si aggiunsero l'insulto
-e la derisione, ancora più amara dello stesso esterminio,
-non è più possibile che un popolo sensibile sinceramente
-si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di essere vendicativi.
-Io non dirò già che la vendetta sia lodevole; anzi
-dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata
-mai, nè vi può essere, una nazione di magnanimi o di eroi.
-Prendendo una moltitudine di uomini quali sono, dirò,
-che le meno vendicative nazioni saranno le meno sensibili
-e per conseguente le meno grate altresì ai beneficii; e
-dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel cuore
-a colori di sangue la memoria degli insulti sofferti, e
-spinge alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine
-dei beni e dei piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo
-alla riconoscenza virtuosa verso del benefattore. Le anime
-energiche perdonano per virtù: quelle che non lo sono,
-dimenticano l'offesa, perchè non reggono alla fatica di
-sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-maggiori virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la
-vendetta è lo stesso che l'accusarci d'avere un maggior
-grado di vita e di sensibilità. Parlo delle nazioni prese in
-massa, e il cielo mi guardi dai contaminare mai la mia
-penna coll'apologìà del vizio o coll'oltraggiare la virtù!
-</p>
-
-<p>
-Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di
-pusillanimità; anzi tutti i monumenti che la storia ci ha
-tramandati, ci fanno testimonio ch'egli fu un principe di
-animo fermo, ardito, intraprendente, e in più d'una battaglia
-espose la sua persona al pericolo al pari di ogni altro
-milite. Si cerca poi s'egli avesse il talento militare, o se
-possa meritare un luogo fra i capitani illustri. Considerando
-le forze immense che seco strascinava; la piccolezza delle
-città, disunite e rivali che attaccò; il modo con cui vinse,
-ora per maneggio, ora per l'inedia, non mai per un assalto
-impetuosamente guidato, o con un assedio giudiziosamente
-condotto; e sopra tutto il cambiamento assoluto
-ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi al 29 maggio
-1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come
-altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna
-azione militare intraprese la quale provi la superiorità
-della sua mente. Egli con aiuti grandissimi intraprese
-piccole cose e al primo rovescio di fortuna abbandonò il
-progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran talento per il
-governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il suo progetto
-era di sottomettere il regno italico alla dipendenza
-assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava
-di far rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della
-suprema dignità imperiale; e lasciò la Germania immersa
-ne' torbidi; e la dignità decaduta, contrastata e divisa più
-che mai forse non lo era stata per lo passato. Come mai
-adunque la maggior parte degli scrittori della Germania
-innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile,
-dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni,
-cioè gli uomini per loro mestiere consacrati a trovare
-la verità, non sieno per anco d'accordo! Credo che
-non sia tanto difficile il rinvenirne la cagione. Primieramente,
-allorchè viveva Federico I, tutta la Germania lo temeva
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece
-nell'Italia, corse la voce delle devastazioni che aveva commesse,
-e ciascuno de' Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò
-incontro con sommissione, e a gara cercava di procurarselo
-placato; Ottone Frigense, suo zio, ce ne assicura:<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a> <i>Tantus
-enim in eos qui remanserant, ob ipsius gestorum
-magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent,
-et quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio
-contenderet invenire. Quantum enim Italis timorem incusserat
-factorum ejus memoria, ex legatis Veronensium
-perpendi potest</i><a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a>. Questo timore, che sempre più
-si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia,
-e per gli esempi che più da vicino osservò la Germania,
-quando postosi in animo l'imperatore di comandare nella
-Polonia, vi entrò, e,<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a> <i>territorium Episcopii quod vocatur
-Uratislavia, transcurrens, in Episcopatum Posnaniensem,
-totamque terram etiam ipse igne et gladio
-depopulatus est</i>, come ci dice il Radevico, che scriveva
-que' fatti, siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore
-medesimo<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a>. Questo timore, dico io, doveva in
-buona parte reggere lo stile de' cronisti che allora registravano
-i fasti di quell'augusto. Parmi che il vescovo di
-Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote,
-me ne dia un cenno dove scrive:<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a> <i>Durum siquidem est
-scriptoris animum, tanquam proprii extorrem examinis,
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-ad alienum pendere arbitrium</i><a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a>. Passata che fu la
-vita di lui, a mirare il complesso delle azioni di Federico,
-da un certo lato ci si presenta un quadro maestoso e seducente.
-Due competitori si disputano la corona della Danimarca:
-l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro,
-e gli si fa omaggio del regno. Il re d'Inghilterra gli
-invia i suoi deputati alla dieta dell'Impero. L'Italia sommessa;
-un re dato all'Ungheria; un altro re dato alla Boemia;
-un terzo re dato alla Sardegna; il marchese d'Austria
-creato duca; il regno della Polonia fatto tributario; il conte
-Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera
-assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un
-altro; il Tirolo staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in
-ducato; la fermezza delle azioni e del discorso tenuto ai
-Romani; tutta questa folla di grandiosi avvenimenti certamente
-presenta un non so che di augusto e d'imponente.
-Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero
-al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva
-soltanto l'usufrutto del globo terrestre e non l'assoluta
-proprietà, dovevan disporre a favor suo l'animo degli scrittori
-della Germania, sulla quale tanto influisce la gloria
-dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi fasti, e
-colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più
-facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento
-della sua divisione; ma poi la Danimarca finì collo
-staccare dall'Impero qualche provincia. L'Italia ricuperò
-la libertà, anzi la ottenne confermata dall'imperatore medesimo.
-L'avere spedite varie pergamene, accordando il titolo
-di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati,
-e così dando altri titoli, nemmeno è, per sè medesima,
-grande cosa. L'avere poscia dispoticamente detronizzati
-alcuni principi della Germania, ed altri ad essi sostituiti,
-nel momento in cui tutta l'Alemagna era divisa in
-fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è tanto grande
-impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei
-cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale,
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-che molte città della Germania si determinarono allora a
-stabilire un governo municipale, e con una apparente dipendenza
-diventarono libere in fatti; ed è pur certo che
-debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale, e in cattivo
-stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse
-centomila tedeschi, e miseramente li condusse a perire
-nelle terre dell'Impero di Costantinopoli, col fine di conquistare
-la Terra Santa, alla qual impresa non ebbe luogo
-di cimentarsi, poichè, bagnandosi in un fiume della Cilicia,
-vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10 di giugno.
-La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati
-di Roma, e la risposta che pone in bocca a Federico,
-sono una scena nella quale gl'Italiani compaiono pieni
-d'una presunzione ridicola, e l'imperatore vi rappresenta
-il gran principe. Egli è però lecito, senza temere la taccia
-d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica dello
-scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false
-le lunghe parlate; poichè lo scrittore non era presente comunemente,
-e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente
-non vi era. I Romani sono stati sempre, anche in mezzo
-a' secoli barbari, più colti del restante dell'Europa; e fra
-gli altri, i brevi e le bolle pontificie conservarono qualche
-eleganza della lingua latina, mentre ella era abolita e sconosciuta
-in ogni altra parte. Non è ponto verisimile che i
-Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa
-d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia)
-i loro legati per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà,
-e osassero dirgli: «Tu eri forestiere e ti abbiamo
-fatto nostro: eri un viaggiatore oltramontano, e ti abbiamo
-fatto principe: giura che spargerai sino all'ultima
-stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica».
-Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a
-Federico; il quale, per quanto si travede da altri luoghi,
-nemmeno intendeva il latino, ed è assai probabile che
-conseguentemente ignorasse la storia degli Ottoni, di Carlo
-Magno e degli antichi Romani, della quale nel discorso si
-vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche osservazione
-il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-morte l'anno 1158, non potè stendere i fasti sino alla distruzione
-di Milano; e il continuatore di esso, canonico Radevico,
-terminò di scrivere all'anno 1160; e il canonico di
-Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò la sua cronaca, cioè
-sino al punto da cui cominciò il rovescio della fortuna di
-Federico; e così alla posterità restarono le felici sue imprese,
-e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata
-la notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia
-ridotto.
-</p>
-
-<p>
-Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico,
-io ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di
-operare, acciò si formi un giudizio e della umanità sua e
-de' principii della sua virtù; e questi li prenderò tutti da
-autori tedeschi e parziali suoi. Il primo documento sarà la
-lettera con cui l'imperatore istesso rende informato il vescovo
-di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti nella prima
-spedizione in Lombardia, acciocchè con essa avesse lo scrittore
-una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo
-regno: eccone alcuni pezzi:<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a> <i>Dum ab eis, cioè dai Milanesi,
-dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi
-nobis eum negarent, nobilissimam castrum eorum, Rosatum
-videlicet quod quingentos milites habeat, capi et
-incendio destrui fecimus.... inde tria castra eorum fortissima,
-Minimam videlicet, Gailardam et Trecam destruximus,
-et natale Domini cum maxima jucunditate
-celebrato.... inde Chairam, maximam, et munitissimam
-villam, destruximus, et civitatem Astam incendio vastavimus....
-inde venimus Spoletum. et quia rebellis
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-erat... vi cepimus, ignei videlicet, et gladio, et infinitis
-spoliis acceptis, pluribus igne consumptis, funditus
-eam destruximus</i><a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a>. Questo è il modo col quale guerreggiavano
-i popoli barbari, convien pur dirlo. Perchè Spoleti
-(che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte, e
-die non era città della Lombardia) Federico la chiamasse
-ribelle, non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo
-dice Ottone Frisingense:<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a> <i>Civitas direptioni datur, et
-antequam asportari usui hominum profutura possent,
-a quodam apposito igne, concrematur. Cives qui ferrum,
-flammamque effugere poterant, in vicinum montem
-seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt....
-postera die, eo quod ex adustione cadaverum totus in
-vicino corruptus aer intolerabilem generaret nidorem, ad
-proxima exercitum transtulit loca... donec igni residua
-in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent
-spolia</i><a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a>. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico
-teneva le forche piantate a vista della città, e i prigionieri
-li faceva impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense:<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a>
-<i>Quicumque ex eis deprehensi fuissent, patibuli,
-quod in praesentiarum erectum cernebant, expectabant
-supplicium</i><a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a>; e quando prese Tortona,<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a> <i>Civitas
-primo direptioni exposita, excidio et flammae mox
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-traditur</i>: così il Frisingense<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a>. Il medesimo Ottone Frisingense
-ci riferisce per esteso freddamente un fatto atroce;
-e fa maraviglia come non si accorgesse, scrivendolo,
-che l'azione era obbrobriosa. Dice egli adunque che
-l'imperatore Federico, volendo passare un distretto alla
-Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige,
-ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato
-da molti armati, i quali gl'impedivano il passaggio.
-Dovette più volte invano tentare di superarli; finalmente
-arrampicatisi a stento molti imperiali sulla parte opposta
-del monte, giunsero a dominare quegli armati ed a superarli.
-L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li
-condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò
-d'essere francese, d'essere stato in quella compagnia, senza
-sapere di opporsi all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero;
-e a questi donò la vita, obbligandolo a fare il carnefice
-dei suoi compagni.<a class="tag" id="tag536" href="#note536">[536]</a> <i>Erant pene omnes qui in vinculis
-tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis igitur
-praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis,
-unus ex eis inquit. Audi, imperator nobilissime,
-miserrimi hominis sortem. Gallus ego natione sum,
-non Lombardus, ordine quamvis pauper, eques, conditione
-liber, etc..... Hunc solum imperator gloriosus de
-caeteris sententia mortie eripiendum decrevit: hoc ei
-tantum pro poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum
-appositis, ligni supplicio commilitones plecteret.
-Sicque factum est;</i> e i cadaveri poi di questi,<a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a> <i>ut
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-cunctis transeutibus temeritatis suae praeberent documenta,
-in ipsa via, in cumulos acti: fuerunt autem, ut
-dicitir, quingenti</i><a class="tag" id="tag538" href="#note538">[538]</a>. Un altro fatto accaduto nel Veronese,
-alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico,
-ce lo racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo
-racconta con mirabile indifferenza. I Veronesi pretesero
-che Federico dovesse pagar loro il passaggio nel castello
-di Garda, perchè non era per anco consacrato imperatore.
-Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con
-buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono
-il passo, affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i
-Veronesi acciocchè mandassero a ricevere il denaro. Egli
-era accampato col suo esercito. Dodici fra più nobili signori
-veronesi, perciò, si presentarono, avendo un séguito di
-molti altri nobili. L'imperatore gli accolse con volto ridente.
-Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici deputati
-li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato
-d'essere consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare
-sopra di un più allo patibolo:<a class="tag" id="tag539" href="#note539">[539]</a> <i>Rex Fridericus
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-collecta plurima multitudine principum, et aliorum militum,
-Henrico duce Saxoniae, et Friderico filio regis
-Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad
-papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret,
-iter cum forti manu militum arripuit; cum autem
-in exitu Alpium ante ipsam Veronam civitatem ad Guordum
-castellum inexpugnabile pervenerunt, Veronenses,
-tanquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent,
-dicentes eum esse nondum Caesarem, sed regem, propter
-hoc eum, ex eorum jure, eis debere pecuniam persolvere
-si inde Romam transire velit: postquam vero
-eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem
-Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus
-audiens, iram reprimit, et eam dissimulans,
-verba dat bona, pecuniam quam exquirunt eis promittit,
-et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis
-exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra
-positis exercitibus, mandat Veronensibus ut pro debita
-pecunia veniant: qui verbis ejus credentes, XII meliores
-et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus adjunctis,
-pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex
-hilari vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis
-optimi, eos capi praecipit, et plurimis ex eis trucidatis,
-XII nobiliores sospendi praecipit. Et cum quidam de
-propinquiori linea cognatum ejus esse se diceret, et hoc
-testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam
-nobiliorem, suspendi praecipit</i><a class="tag" id="tag540" href="#note540">[540]</a>. Giudichi ognuno come
-sente, del merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-a veruno de' grandi uomini che sedettero sul trono;
-sia che lo consideri per il talento militare, sia che lo
-esamini come politico, sia finalmente che lo risguardi come
-uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della grandezza
-de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori tedeschi
-Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo
-grande e l'uomo barbaro.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap9">CAPITOLO IX.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="bkq">
-<i>Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione
-incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del
-secolo XIII.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-Dopo la morte di Federico I, venne incoronato imperatore
-Enrico di lui figlio, il quale mostrò sempre mal animo
-ai Milanesi, e suscitò loro la rivalità di molte città lombarde.
-La gran lega si ruppe e si divise in associazioni minori.
-Ma non ebbe quell'augusto forza abbastanza per danneggiare
-Milano, nel breve suo impero di appena sette anni.
-Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e
-che realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come
-noi Italiani lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto
-come re de' Romani, per nome Federico. Egli poi giunse all'Impero
-e si chiamò Federico II. Ma alla morte dell'imperatore
-Enrico egli era ancora bambino, abbandonato alla tutela
-di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana;
-il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece
-proclamare sè medesimo re di Germania, sebbene un altro
-partilo nella Germania medesima innalzasse alla stessa
-dignità Ottone, duca di Sassonia, principe del sangue estense,
-che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV. Così nei
-setti anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali
-tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone,
-quasi nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.
-</p>
-
-<p>
-I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto
-minuto delle piccole rivalità che portavano le città
-dell'Insubria alle zuffe, alle scorrerie, alle paci appena
-giurate infrante, e alle depredazioni. Io non mi sono prefisso
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di trascegliere
-que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi e
-della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti
-importanti accaduti dappoi. Le inquietutini coi
-vicini furono incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini,
-i Cremaschi, i Novaresi, i Vercellesi, e le città più
-lontane, Bologna, Verona, Faenza e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi
-furono quelli co' quali maggiormente si stava in guerra.
-Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure, poco
-sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi
-e significanti, non meritano luogo nelle memorie de'
-posteri. La città di Milano aveva disgraziatamente una
-guerra civile, assopita per qualche intervallo, ma spenta
-non mai. Già si è veduto al capitolo quarto l'aperta disunione
-fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà
-del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata
-dal padre in figlio per cinque generazioni sino al principio
-del secolo decimoterzo; sia, il che è assai più probabile,
-che la prepotenza de' primi signori inconsideratamente
-continuando ad offendere i più deboli, ma non meno sensibili,
-spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza;
-egli è certo che realmente la città era divisa in più
-fazioni. (1198) I nobili in prima erano collegati contro de'
-popolari; ma nel secolo decimoterzo anche i nobili stessi
-erano divisi, facendo un partito distinto i nobili minori. La
-plebe formò da sè un corpo politico nell'anno 1198; e
-questo prese il nome di <i>Credenza di sant'Ambrogio</i>.
-Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i
-giudici che decidessero le controversie del popolo; e percepiva
-una parte delle rendite delle Repubblica<a class="tag" id="tag541" href="#note541">[541]</a>. I nobili
-del primo ordine chiamavansi capitani, e formavano la
-<i>Credenza dei consoli</i>; e i nobili valvassori, i quali in origine
-erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani,
-formavano <i>La Motta</i>; nome che presero dal sito d'una
-zuffa datasi fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori<a class="tag" id="tag542" href="#note542">[542]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-Così v'erano tre consigli in Milano, uno di quattrocento,
-l'altro di trecento, il terzo finalmente di cento consiglieri.
-Siccome la sovranità risedeva realmente nella riunione di
-questi tre consigli, gelosi e rivali reciprocamente, è facil cosa
-l'immaginarsi in quale incertezza e sotto qual torbido cielo
-si trovasse allora la costituzione civile durante il fine del
-secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo decimoterzo.
-Queste intestine discordie furono poi la cagione per
-cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissenzioni e
-turbolenze incessanti, cadesse in quello del governo d'un
-solo; rimedio unico per una inveterata anarchia procellosa.
-Da principio ogni anno si creavano i consoli, presso
-de' quali stava il governo della città; ma tante dissenzioni
-e tante difficoltà s'incontravano nel momento di sceglierli,
-che, per disperazione conveniva crearsi un dittatore per
-un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale
-calmandosi le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione
-de' magistrati. Questa verità non è stata sinora chiaramente
-annunziata: confusissime anzi ho ritrovate le memorie
-de' nostri scrittori; ma tutti i fatti ce la provano ad evidenza.
-Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un magistrato
-dispotico, col nome di <i>podestà</i>, perchè tutta l'autorità era
-in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano.
-Per evitare l'invidia venne proclamato un piacentino, e fu
-Uberto Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato
-era per un anno; e il vizio costituzionale era tale, da ricorrere
-al disperato partito di abbandonare vita, roba e
-libertà senza limite a un temporario sovrano. L'anno vegnente
-fummo diretti dai consoli, e così per quattro anni
-ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti a
-chiamare un bresciano, che dominasse per sei mesi; sinchè
-fosse eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu
-Rodolfo da Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo
-ancora maggiori variazioni accaddero, poichè nel 1201,
-temendo forse di collocare in un uomo solo l'autorità, ovvero
-ostinandosi i tre partiti ciascheduno a sostenere il
-podestà da lui proposto, venne confidato il governo a triumviri,
-e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-tante fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che<a class="tag" id="tag543" href="#note543">[543]</a>
-<i>commissum fuit Anselmo de Terzago quod provideret
-secundum suam descritionem de regimine civitatis; qui
-elegis duos consules, qui regerent per annum</i><a class="tag" id="tag544" href="#note544">[544]</a>. (1203)
-L'anno immediatamente seguente cinque podestà ressero
-Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre
-animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica
-libertà era quella di nominare il dispotico ogni anno: e
-finito quel breve tumulto popolare, ogni cittadino serviva
-al podestà. In mezzo a questa deformissima costituzione, i
-beni de' privati erano in preda alle rapine de' potenti, i
-quali, abusando di alcune formalità legali, e facendo pronunziare
-da alcuni giudici delle sentenze vendute, usurpavano
-gli altri fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea
-che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che:<a class="tag" id="tag545" href="#note545">[545]</a>
-<i>Nulli bonis suis interdicatur, nisi causa cognita et probata
-communi, potestati mediolani, vel rectoribus communitatis,
-ut leges desiderant</i><a class="tag" id="tag546" href="#note546">[546]</a>; legge la quale supponeva
-un disordine universale ed essenzialissimo. Il potere
-del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico.
-Egli faceva leggi e le faceva eseguire:<a class="tag" id="tag547" href="#note547">[547]</a> <i>Dico, jubeo et
-stato perpetuo firmiter observari</i>, sono le frasi che adoperavano
-i podestà, e ne abbiamo la memoria in una legge
-di Oberlo da Vialta, bolognese, podestà di Milano nel 1214.
-</p>
-
-<p>
-Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina,
-sbandiva realmente la forma repubblicana dalla città,
-e la costrigneva a rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità
-di reggersi) nasceva, a mio credere, per colpa
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-de' nobili. Il dominare, l'innalzarci sopra i nostri fratelli,
-il dimenticare persino che lo sono, è cosa naturalissima
-all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare
-l'orgoglio de' nobili, nè i valvassori quello de' capitani.
-Sappiamo quante inquietudini provò la repubblica di Roma
-per l'impazienza del popolo, e quante guerre dovette intraprendere
-per allontanare la plebe dalla città. I nobili
-di Roma avevano nelle loro mani gli auguri, gli aruspici
-e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito popolare
-finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò
-Cesare e creò i primi imperatori, i quali colla rovina dei
-nobili, pagavano le largizioni e gli spettacoli per favorire
-la plebe. Il povero ed il plebeo d'Italia sentono di avere
-men potere che non ha il ricco ed il nobile; ma persuasi
-che gli uomini sono d'una specie sola, si considerano come
-meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al momento
-in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia
-(se ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte
-di Biandrate) non so che allora vi fosse alcun signore che
-vi dominasse città o borghi, o nemmeno terre intiere. Questo
-sistema di tenere divise le terre è antichissimo nella
-Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto considerabili,
-come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del
-Milanese anche oggidì sono divisi in più possessori. A primo
-aspetto sembra che siavi qualche cosa di più grande
-nella Germania, dove un monarca ha sotto il suo impero
-de' sudditi che posseggono delle signorie di intere città, e
-de' distretti di più miglia di paesi. Questo da noi non vi è.
-È bensì vero che l'estenzione dello stato di Milano non è
-grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta
-e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione
-sensibile e muntuosa, quale il contado di Como e i
-contorni di Lecco, che sono l'emanazione delle Alpi; e in
-questo piccolo spazio vivono un milione e centomila abitanti;
-i quali da questo spazio di terra ricavano, oltre il loro
-cibo, un eccedente d'un milione e trecento cinquantamila
-annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la
-seta che si trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducano
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-più di duecento altri mila zecchini. Centocinquantamila
-zecchini ci fanno acquistare i grani che vendiamo pure
-agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua riproduzione è
-assai più grande di quello che si troverà in eguale spazio di
-terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori. Il
-villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un
-contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si
-fa per metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava
-il colono di pagare una determinata somma o in denaro o
-in frutti, e tutto l'eccedente ricade a suo profitto. Questo
-antico sistema da una parte, anima la coltivazione delle
-terre, cointerressando il villano; e dall'altra, pone minore
-intervallo fra il signore e il villano medesimo; poichè in
-luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che
-un contratto prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco
-ed un povero. Perciò io credo che da noi sarebbe impossibile
-il conservare lungamente un governo aristocratico,
-a meno che gli ottimati non discendessero a quella
-popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro
-governo; se pure anche Venezia non deve in parte la
-sua antichissima tranquillità alla natura del luogo su di
-cui è piantata: mentre ogni cittadino, sentendo di vivere
-dove perirebbe nel momento in cui nascesse confusione
-nel governo, forza è che freni l'inquietudine, e contribuisca
-a quell'ordine sociale, senza di cui ivi nè avrebbe alimento,
-nè mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da
-noi erano invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità.
-Il Fiamma ci racconta che a' suoi tempi certo popolare,
-per nome Guglielmo da Salvo, di Porta Vercellina,
-andava creditore di rilevante somma verso di Guglielmo da
-Landriano, uomo nobile; e il che il debitore invitò il popolare
-ad una sua villa in Marnate, posta nel contado del
-Seprio, ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente
-il povero creditore. Il qual fatto sospettatosi nella
-città, la plebe, inferocita per l'enorme tradimento, si portò
-a Marnate, scoprì il cadavere, lo trasportò a Milano, e mostrando
-per le strade lo strazio crudele, la prepotenza,
-l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate le
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti
-dalia città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui
-dobbiamo prestar più fede che non al Corio ed al Calco, i
-quali erano scrittori più lontani; e forse non avevano stima
-bastante de' nobili del tempo loro per credere che dovesse
-essere sempre loro piacevole la verità della storia, quand'anche
-annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio per
-altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno
-1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: <i>che ciascuno
-nobile potesse occidere un plebeo con la pena dei
-libri septe, e soldo uno de' terzoli, per la qual cosa molti
-erano morti</i>. Io credo falsa questa asserzione. Essa però
-fa conoscere come si pensava; poichè il Corio l'avrà trovata
-in qualche antica tradizione. Per tai motivi può facilmente
-intendersi la costanza della dissenzione, sempre
-mantenutasi nella città; giacchè la plebe naturalmente
-non ha mire ambiziose per dominare su i nobili, nè da
-essi si allontana, nè con essi guerreggia, se non per intolleranza
-dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore
-Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro
-de' nobili; poi si sfogarono i due partiti colla quistione
-de' preti ammogliati; indi i pericoli di un esterno nemico
-contennero le interne fazioni; ma cessate che furono sempre
-si videro rianimate; sin tanto che, come dissi e come
-in appresso vedremo, rovinò la repubblica, e la città si
-rese suddita di un solo.
-</p>
-
-<p>
-(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguita
-l'anno 1208, non rimanevano che due pretendenti alla dignità
-imperiale, Ottone e Federico; ma Ottone venne proclamato
-in Germania re de' Romani, e in Roma incoronato
-imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV era,
-siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio
-di Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore
-Federico I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un
-tratto del suo dispotismo era stato privato delta Baviera e
-della Sassonia. Questa era una cagione bastante per rendere
-l'imperatore Ottone nemico di Federico, e per renderlo
-caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-lettera che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge:<a class="tag" id="tag548" href="#note548">[548]</a>
-<i>Oblivisci non etiam possumus, quod vos; jam pacato
-Imperio, quod diu turbatum fuerat, tam discretos et
-tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos
-destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et
-devotione qua vos semper fovimus, et semper amplectemur,
-recepimus, munera quoque vestra tanto nobis
-fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa ex affectu
-purae dilectionis fuisse transmissa</i><a class="tag" id="tag549" href="#note549">[549]</a>. (1210) Venne in
-Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generate il giubilo e
-il plauso in tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed
-ei fece nascere questo caro sentimento coll'affabilità e colla
-bontà sua. Egli non volle immischiarsi nelle cose della
-città, ma, premuroso d'avere assistenza da noi, l'ottenne
-largamente; e partì, accompagnato da buona scorta dei
-nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della
-Puglia, la quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi
-del papa e del re di Francia non gli avessero suscitato
-nella Germania un forte partito, per collocare sul
-trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'Imperatore
-Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella
-Germania ed abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona
-e alcune altre città della Lombardia credettero di non
-dover più riconoscere un imperatore scomunicato. Ma i
-Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno per
-passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato.
-Partito che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene
-pure in Germania il di lui rivale Federico, e i milanesi attaccarono
-i Pavesi, per contrastare ad esso il passaggio.
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-(1212) Il papa, con sua lettera 21 ottobre 1212, c'intimò
-che se non fossero state da noi rivocate alcune leggi, e se
-non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che avevamo
-fatti, nessuno potesse più parlare con un milanese,
-nessuna città potesse scegliere un milanese per suo podestà.
-Ordinò in oltre che tutte le mercanzie de' milanesi si
-sequestrassero; che alcuno non dovesse pagare i debiti
-che avesse verso di un milanese; e in questa lettera perfine
-minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare contro
-di noi una Crociata<a class="tag" id="tag550" href="#note550">[550]</a>. Tanto era impegnato il papa
-Innocenzo III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso
-di Ottone IV non si cambiò punto, nemmeno per questo.
-Il papa andava stimolando sempre più i Milanesi ad abbandonare
-Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche nella
-Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due
-cardinali legati l'anno 1216, i quali, dopo avere adoperati,
-senza effetto, i loro maneggi per rimoverci dall'imperatore
-cui eravamo affezionati, ricorsero all'ultimo spediente:
-scomunicarono ogni milanese, posero la città a interdetto,
-ma non rimossero mai la fede dei Milanesi dalla divozione
-verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta
-l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza,
-inalterabile in mezzo alle più terribili prove che in quei
-tempi la potessero cimentare, bastò a quel principe la sua
-bontà e la cortesia delle sue maniere.
-</p>
-
-<p>
-(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gli
-interdetti, l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti
-e le consuetudini di Milano, acciocchè la sorte dei giudizi non
-fosse più tanto arbitraria ed incerta, come lo doveva essere
-prima, appoggiata a mere tradizioni, e senza uno stabile
-monumento. Di questo codice se ne conserva un antico esemplare
-manoscritto nella biblioteca Ambrosiana. Un'altra bell'opera
-s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di Milano
-Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale
-che da Cassano sino a Castiglione lodigiano deriva le
-acque dell'Adda. Questo canale forma la ricchezza del contado
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-di Lodi. Allora si chiamava <i>Adda nuova</i>; ora, non
-saprei per qual cagione, si chiama la <i>Muzza</i><a class="tag" id="tag551" href="#note551">[551]</a>. Già quaranta
-anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando
-le acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva
-irrigabile una parte delle campagne milanesi; indi,
-nel 1257, questo cavo fu prolungato sino a Milano, siccome
-poi dirò. È cosa maravigliosa che fra i torbidi interni ed
-esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo, si ardisse di
-pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si eseguissero,
-domando le acque, e guidando de' fiumi artificiali
-per lunghi tratti di paese.
-</p>
-
-<p>
-S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due
-ordini de' frati predicatori e dei frati minori; e si erano
-intraprese moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le
-guerre mosse per questo titolo nella Francia contro gli
-Albigesi. Nella Germania non mancarono simili inquisizioni;
-e presso di noi si trovarono quindici sette di eretici, dei
-quali i nomi sono i <i>Patarini</i>, i <i>Cattari</i>, i <i>Carani</i>, i <i>Concorezi</i>,
-i <i>Fursici</i>, i <i>Vanni</i>, gli <i>Speronisti</i>, i <i>Carantani</i>,
-i <i>Romulari</i>, i <i>Poveri di Lione</i>, i <i>Passagini</i>, i <i>Giuseppini</i>,
-gli <i>Arnaldisti</i>, i <i>Credenti di Milano</i>, i <i>Credenti da
-Bagnuolo</i>; e quello che vi era di più singolare, nessun
-uomo si nominava che fosse capo di setta, o nessun libro
-sul quale fosse appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo
-chi abbia insegnato gli errori degli Ariani, degli Eutichiani,
-de' Nestoriani, ec. Ne' tempi più a noi vicini sappiamo pure
-da chi prendessero le loro dottrine gli Hussiti, i Wiclefiti,
-i Luterani, ec. Ma nel secolo decimoterzo si scopersero
-quindici sette di novatori nel Milanese, senza che la storia
-ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novità! Due secoli
-prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi
-di Asti, furono presi, e per titolo d'eresia terminarono
-la vita nel fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello
-il primo esempio, ch'io sappia, in cui solennemente siasi
-adoperata la violenza del supplicio, per difendere la mansueta
-religione di Cristo. Ora, nel secolo decimoterzo, questa
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-maniera di sostenere il dogma venne generalmente in
-uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro
-gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava
-frà Pietro da Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione
-dell'eresia aveva formato in Milano una compagnia<a class="tag" id="tag552" href="#note552">[552]</a>,
-la quale era stata presa dal sommo pontefice sotto
-la sua protezione; e il breve di Gregorio XI si conserva
-nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233 era
-podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale,
-secondando le mire dell'Inquisizione, consegnò alle fiamme
-non pochi cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi
-anche al presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata
-verso mezzo giorno della sala del consiglio della Repubblica,
-ora l'Archivio pubblico; e nell'iscrizione leggesi
-l'encomio d'aver bruciato i Cattari: <i>Catharos ut debuit
-uxit</i>, barbarismo postovi per far la rima col verso leonino:
-<i>Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit</i>. Il
-Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice:<a class="tag" id="tag553" href="#note553">[553]</a> <i>In
-marmore super equum residens sculptus fuit: quod
-magnum vituperium fuit. Hic primo haereticos capere
-fecit</i>. Il Conte Giulini non crede che questa sia stata cosa
-nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega fatto
-alcuno antecedente, nè alcuna prova. Il supplizio dato agli
-infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza
-militare che non aveva appoggio di legge, non tribunali o
-metodi costanti che ne formassero la sanzione. Ora si tratta
-di sistema. (1228) Noi abbiamo Tristano Calchi, il quale ci
-insegna che nell'anno 1228 furono pubblicate queste nuove
-leggi penali contro degli eretici:<a class="tag" id="tag554" href="#note554">[554]</a> <i>Novae leges latae
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis
-nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos,
-quorum supra in Arnulpho memini, Cathari, Carani,
-Concoretii, Fursici, Vanii, Speronistae, Carantani,
-Romulares nuncupabantur; haecque labes non minus
-ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui
-interdicta superstitio est, proposita poena capitis, et
-domorum destructionis iis qui in ea perseverarent, aut
-tecto reciperent, alioque juvarent. Et subsequente anno,
-mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo Sancti
-Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege
-sanxit (de comuni tamen archiepiscopi, ordinarium, et
-popoli consensu) ut praetor damnatos judicio ecclesiastico,
-intra decem dies capitali poena afficiat</i><a class="tag" id="tag555" href="#note555">[555]</a>; e il
-Corio, nella sua storia, ci ha conservato lo statuto che allora
-si fece, e lo riferisce colle seguenti parole: «In nome
-di Dio mille duecento vintiocto, ad uno giorno de zobia,
-al tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione
-convocata a sono di campana secondo il solito: Che
-ne lo advenire niuno heretico dovesse stare nè dimorare
-ne la città de Milano... Che qualunque persona a sua libera
-voluntate potesse prendere ciascuno heretico. Item, che le
-case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li beni
-in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati<a class="tag" id="tag556" href="#note556">[556]</a>». Dal che pare
-evidente che il rigore delle leggi penali contro gli eretici
-veramente nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in
-que' tempi era Enrico da Settala; ed era un attivo cooperatore
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-coll'inquisitore per eliminare gli eretici. Dal gran
-numero delle sette improvvisamente scoperte, è facile l'argomentare
-che un gran numero di cittadini doveva essere
-poco contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo
-fu bandito. Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio
-il podestà e il consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale
-di questo arcivescovo si scolpì:<a class="tag" id="tag557" href="#note557">[557]</a> <i>Instituto inquisitore,
-jugulavit haereses</i>, come riferisce il Puricelli<a class="tag" id="tag558" href="#note558">[558]</a>;
-e chiaramente si conosce anche dalla storia milanese
-quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la mansuetudine
-e la pietà; le quali ora, in tempi più illuminati e
-felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche.
-L'inquisitore, nel corso di diciannove anni, aveva fatte incessanti
-ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio
-di molti bruciati, altri banditi, le molte case demolite,
-molti patrimoni pubblicati, dovevano avere reso ammirabile
-il di lui zelo al di lui partito; ma del pari resa odiosissima
-la sua persona a chiunque temeva d'essere accusato
-di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere difficile
-in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si erano
-inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era
-stato bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate.
-Il Corio, ci dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, «come
-per fra Pietro era misso nel bando<a class="tag" id="tag559" href="#note559">[559]</a>». Questo Confalonieri,
-di cui si doveva diroccare la casa, i di cui beni dovevano
-essergli tolti, si collegò con alcuni altri malcontenti.
-Il concerto si fece nelle terre di Giussano con Manfredo
-Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa,
-Tommaso Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro.
-Colsero essi l'inquisitore, mentre in compagnia di frà Domenico
-ritornava da Como a Milano, e nelle vicinanze di
-Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce lo uccisero;
-e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che
-in pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-cominciò a risguardarli come due martiri della fede. Uno
-degli uccisori fu preso e posto prigione. Egli se ne fuggì.
-Il popolo inquieto, che avidamente aspettava di vederne il
-supplicio, tumultuariamente strascinò il podestà e i suoi
-tre giudici, come complici della fuga, al tribunale dell'arcivescovo;
-saccheggiò il pretorio; e fu deposto il podestà,
-dopo avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi,
-un solo ottenne la venerazione di santo, cioè san Pietro
-Martire, canonizzato tredici mesi dopo la sua morte dal
-sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni dopo accadde
-un fatto simile nella Valtellina, quando, l'anno 1277, frate
-Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo
-e due notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado
-da Venosta, signore consideratissimo in quel distretto,
-lo fece uccidere il giorno 26 dicembre 1277. I Domenicani
-ne conservano le reliquie in Como, e lo chiamano
-beato.
-</p>
-
-<p>
-Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il
-famoso affare della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia,
-viveva in Milano, dove morì nel 1281. Guglielmina fu
-tumulata pomposamente a Chiaravalle, le fu recitato il panegirico
-come beata. Lampadi e cerei furonle accesi intorno
-al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la guarigione
-degl'infermi; contribuendo a tale celebrità certa
-Mainfreda, e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli
-ed ammiratori della Guglielmina. L'inquisizione volle
-istituire processo intorno a ciò, e la conseguenza di tale
-processo fu che Guglielmina fu cavata dal sepolcro, e le di
-lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata viva nelle fiamme,
-e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il popolo credette
-tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo di
-religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal
-tradizione volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un
-manoscritto antico che si trova nella biblioteca Ambrosiana,
-ha scoperto le accuse che si fecero a quegl'infelici<a class="tag" id="tag560" href="#note560">[560]</a>. Guglielmina
-pretendeva d'essere lo Spirito Santo incarnato, e
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a cui l'arcangelo
-Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste.
-Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni,
-i Giudei e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe
-morta come donna, ma poi risorta per salire al cielo alla
-presenza de' suoi discepoli; e che Mainfreda sarebbe rimasta
-sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la messa al sepolcro
-di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in
-Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto
-papessa. Tali almeno furono i deliri che vennero imputati
-a que' miseri, i quali, sotto il pietoso e illuminato regno
-dell'augusto Giuseppe II, riceverebbero una caritatevole
-assistenza de' medici per ricuperare il senno perduto; e
-allora furono consegnati al carnefice per una morte orrenda.
-</p>
-
-<p>
-Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della
-religione nacquero o presso nazioni occupate di oziose o
-sofistiche ricerche metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche
-e realmente vacue disputazioni, ovvero nacquero
-esse per un abuso degli studii sacri e dell'erudizione. Da
-noi, in mezzo all'ignoranza dei secolo decimoterzo, nessuno
-di questi poteva aver loro dato nascimento. Il padre della
-erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto
-l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi
-eretici. La maggior parte di quelle opinioni chiaramente
-non è cattolica. Egli è vero però che alcune opinioni ivi
-censurate potrebbero avere un significato innocente, quali
-sarebbero le seguenti:<a class="tag" id="tag561" href="#note561">[561]</a> <i>Obest subdito et sacrato mala
-vita praelati. — In Ecclesia Dei non debent esse sacerdotes
-et diaconi mali. — Mali presbitery non possunt
-ministrare. — Ecclesia non debet possidere aliquid nisi
-in communi. — Nullus malus potest esse episcopus. — Non
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-licet occidere</i><a class="tag" id="tag562" href="#note562">[562]</a>; ed è pur vero che non ci rimane
-alcun libro di quei tempi, nel quale si contengono le altre
-eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori
-le ha tutte prese da un sol manoscritto di Armanno
-Pungilupo. Certo è che, essendo gl'inquisitori dipendenti
-affatto dal papa, e le loro sentenze dovendosi eseguire dalla
-podestà civile col bando e colla morte, la vita e i beni di
-ciascun cittadino erano dipendenti dalla podestà ecclesiastica
-di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva indirettamente
-acquistata la sovranità.
-</p>
-
-<p>
-(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte
-di Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne
-in Italia, e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato
-re de' Romani il di lui figlio Enrico. Federico odiava
-i Milanesi, ed era ben corrisposto. Noi lo consideravamo
-come erede del nome e dei sentimenti dell'avo distruggitore
-della nostra città; e come l'inimico del nostro Ottone
-IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona, e
-questa voce precorsa bastò a sedare le dissensioni civili.
-L'oggetto della propria conservazione soffocò le simultà
-private, e fece rivolgere gli animi a concordi pensieri per
-la comune salvezza. Le città di Lombardia, istrutte dai passati
-esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne l'imperatore
-in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte
-città, i quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano,
-Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova,
-Vicenza, Torino, Novara, Mantova, Brescia, Bologna,
-Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da Cremona, e immediatamente
-andossene a borgo San Donnino, ed ivi dal
-vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le città che non erano
-comparse alla indicata dieta generale. Federico II andò poi
-nella Sicilia, indi in Terra Santa; nè gli avvenimenti e le
-relazioni che passarono fra il papa e lui appartengono al
-mio proposito. Enrico, re de' Romani, si ribellò al padre.
-Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si collegarono
-con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-giorni suoi in carcere. Quest'ultima azione de' Milanesi detterminò
-più che mai lo sdegno dell'imperatore Federico II
-a nostro danno. Egli entrò dalla Germania nella Lombardia
-con un'armata, alla quale si unirono le forze d'Ezelino da
-Romano. (1337) L'anno 1237 l'armata imperiale, che aveva
-già devastate le terre dei Mantovani, de' Veronesi e Vicentini,
-si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano
-più volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani,
-non tardarono a marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli,
-di Alessandria e di Novara si unirono con noi; e
-il comandante era Enrico da Monza. Il nostro comandante
-fu uomo di talento nello scegliere il campo, poichè si collocò
-in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti
-la fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso,
-per cui il nemico non poteva venire a noi; e così con una
-armata inferiore di forze, pose l'imperatore nel caso di non
-poter tentare cosa alcuna sopra la città di Brescia, senza
-temerci ai fianchi. L'imperatore, infatti, abbandonò l'impresa
-di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione era già
-innoltrata: eravamo già in novembre. L'imperatore, congedati
-alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene
-andare a Cremona a svernare, e passò l'Oglio. I nostri, incautamente,
-sloggiarono dal loro campo; e si posero a tener
-dietro la marcia degl'imperiali, il perchè non lo sappiamo.
-Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova,
-ci trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gli
-imperiali, che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore
-ci attaccò in quella disgraziata situazione. La battaglia
-fu sanguinosissima. Noi eravamo stretti da ogni parte.
-Si combattè ostinatamente, finchè la notte obbligò i due
-eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo, come dissi,
-alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra strade
-rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi
-del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio,
-che avevano sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno
-più non rimaneva che o la morte o la prigionia ai pochi
-Milanesi. Essi profittarono dell'errore che gli imperiali commisero,
-col lasciare un lato scoperto, e per quello unitamente
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio del
-gran vessillo, e lo fecero in pezzi, giacchè non era possibile
-il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi
-tanto incautamente avventurati a fronte di un nemico
-superiore di molto, essi però meritano stima per aver combattuto
-senza limite in una situazione nella quale non sarebbe
-stata viltà il deporre le armi, come fece, a Maxen
-nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto
-aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache
-si trovò attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici,
-al comparire del giorno, videro con sorpresa che la preda
-era sfuggita. La disfatta de' Milanesi però a Cortenova fu
-un oggetto grande. L'imperatore Federico II certamente se
-ne gloriò con molto fasto. Il Martene ci ha conservata la
-lettera che quell'augusto ne scrisse a Federico, duca di
-Lorena, in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano
-diecimila de' nostri<a class="tag" id="tag563" href="#note563">[563]</a>; e lo stesso autore ci ha conservata
-la lettera che l'imperatore scrisse al senato e popolo
-romano, al quale trasmise i rottami del nostro carroccio:<a class="tag" id="tag564" href="#note564">[564]</a>
-<i>Antiquos namque in hoc recolimus Caesares,
-dice l'imperatore, quibus oh res praeclaras victricibus
-signis gestas, senatus populusque romanus triumphos
-et laureas decernebant, ad quod, per praesens nostrae
-Serenitatis exemplum, vias votis vestris a longe praeparamus,
-dum, devicto Mediolano, currum civitatis,
-utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostiam
-praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium
-nostrorum et gloriae vestrae praemittimus</i><a class="tag" id="tag565" href="#note565">[565]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-Da questo fatto si raccoglie di quanta considerazione fosse
-Milano in que' tempi,<a class="tag" id="tag566" href="#note566">[566]</a> <i>factiones Italiae civitas princeps</i><a class="tag" id="tag567" href="#note567">[567]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire
-attraversando le terre di Bergamo; poichè la totale
-sconfitta da noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo
-nelle altre città: nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone
-Brescia, Piacenza e Bologna, città le quali mantennero
-una ferma e sincera fede in favor nostro. Mancavamo di
-tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando Pagano della Torre,
-che era signore della Valsasina, si slanciò a proteggere gli
-avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre; somministrò
-loro generosamente ogni soccorso, e li ricondusse nella
-patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine
-de' Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l'amore
-costante e la fiducia che i popolari milanesi conservarono
-dappoi verso la casa de' signori della Torre, tanto
-innalzò l'illustre loro prosapia, che per qualche tempo ottenne
-la sovranità di Milano, come vedremo. Le azioni benefiche
-e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto
-presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo
-caso dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e
-chi riceveva il beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi
-padrone di quasi tutta la Lombardia intimorita,
-volle possedere Milano; e pretese che ci rendessimo a discrezione.
-Ma i Milanesi non si trovarono allora in quelle
-angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-prima: e unanimemente deliberarono di morire tutti colle
-armi alla mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione.
-L'imperatore fece venire nuove forze dalla Germania.
-Cominciò a cimentarsi con Brescia, la quale si difese.
-(1239) Passò poi con una poderosa armata nel milanese l'anno
-1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il papa
-Gregorio IX scomunicò l'imperatore, ed accordò indulgenza
-a chi avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento
-convien pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse
-solare, accaduto il terzo giorno di giugno, il quale
-fu (secondo l'opinione di que' tempi) un manifesto segno
-della collera celeste contro di quel monarca. Egli era adunque
-alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre.
-Si propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla
-sola difesa, muniti entro della città; ovvero se saremmo
-usciti ad affrontare il nemico; e quest'ultimo partito, proposto
-da Ottone da Mandello, prevalse. La condizione dell'imperatore,
-se di molto era migliore della nostra per il
-numero de' suoi armati, essa però era assai attraversata dalle
-opinioni religiose. Preti, frati combattevano contro di lui,
-e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore
-stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice:<a class="tag" id="tag568" href="#note568">[568]</a> <i>Ordinis
-fratrum minorum, qui non solum accincti gladiis, et
-galeis muniti, falsas militum imagines ostendebant, verum
-etiam praedicatione insistentes, Mediolanenses, et
-alios, quicumque nostram, et nostrorum personam offendebant,
-a peccatis omnibus absolvebant</i><a class="tag" id="tag569" href="#note569">[569]</a>. Uscimmo
-incontro a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe
-avanzate imperiali si accostarono, e furon fatte in pezzi dai
-nostri, e il rimanente condotto a Milano. Si riconobbe che
-costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore si innoltrò, e
-pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino Scanasio,
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver
-rotti alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi
-l'imperatore a nuovo campo fra Besate e Casorate: ed ivi
-pensarono i Milanesi a restituire a Federico II il trattamento
-sofferto due anni prima a Cortenova. Mancava un fiume da
-porgli alle spalle. Scavammo un profondo canale fra il nostro
-campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua del
-naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò
-sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo;
-ma il disegno era di chiamare l'imperatore di qua del canale,
-poi, per sorpresa, attaccarlo. Per riuscirvi si finse che
-i Comaschi avessero abbandonato il nostro partito, e più
-non volendo combattere contro dell'imperatore, ci avessero
-lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo
-per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo.
-Gl'imperiali credettero a quest'apparenza, e passarono il
-canale per accostarsi a Milano; ma impetuosamente assaliti
-dai nostri, usciti all'improvviso dall'imboscata, vennero disfatti
-gl'Imperiali. Molti furono i prigionieri, e molti gli
-estinti sul campo, o precipitati nel fiume artificialmente scavato
-per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare idea a
-Federico, che abbandonò il milanese; e si risolve verso della
-Toscana.
-</p>
-
-<p>
-(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II
-contro di noi, sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245
-con un'armata, e si pose dalla parte del Tesino, mentre al
-re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo di truppe, che
-dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da un
-canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di
-passare il Tesinello; e rimase loro un numero bastante di
-armati, per affrontare il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo
-prigioniere. I prigionieri che Federico II aveva fatti a Cortenova
-erano stati barbaramente trattati. Il Podestà di Milano
-(che era Piero Tiepolo, conte di Zara e di Tripoli, figlio
-di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra i
-prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente
-legare sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio,
-condottolo prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-poi in séguito, unitamente agli altri prigionieri, nella Puglia,
-dove lo fece impiccare; e gli altri infelici con varii
-supplizi del pari ivi terminarono la vita loro. Ora i Milanesi
-avevano in poter loro i prigionieri fatti a Camporgnano,
-a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da noi
-fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che
-nè l'uno nè l'altro avrebbero mai più portate le armi contro
-Milano. Le armate partirono, nè più Federico ebbe che
-fare con noi.
-</p>
-
-<p>
-Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile
-tanto saggia, generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa,
-nobile e prudente nelle imprese militari, sarebbe
-assai più grata la occupazione che ho scelta di tesserne
-compendiosamente la storia. Mio malgrado l'augusta verità
-mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto
-delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in
-cui l'incorreggibile prepotenza dei grandi teneva sempre
-irritato e nemico il partito del popolo; il quale (sensibile,
-com'egli è) colla virtù e coll'amorevolezza avrebbe potuto
-affezionarsi ai nobili, e di concerto operar sempre per la
-felicità comune. I popolari, affezionatissimi a Pagano della
-Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di Cortenova,
-lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano,
-e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza
-l'iscrizione posta al suo sepolcro in Chiaravalle:<a class="tag" id="tag570" href="#note570">[570]</a>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani</i></p>
-<p class="i01"><i>Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,</i></p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span></p>
-<p class="i02"> <i>Matris et Ecclesie defensor maximus alme,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et flos totius regionis amabitis hujus,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Heu de la Turre nostrum solamen abivit</i></p>
-<p class="i02"> <i>Paganus, latebris et in umbram utitur istis.</i></p>
-<p class="i01"><i>MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus</i></p>
-<p class="i01"><i>de la Turre, potestas populi Mediolani.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote,
-Martino della Torre, per essere da lui protetto contro
-de' nobili, ed a questo fu dato il titolo di <i>Anziano della
-credenza</i>. L'ufficio di questo tribuno del popolo era difendere
-ciascun popolare contro la usurpazione o prepotenza
-d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione
-del pubblico erario, acciocchè le entrate della repubblica
-non venissero convertite in comodo privato. Oltre ciò la
-repubblica era sempre in quei tempi a cassa vuota, sebbene
-i privati fossero benestanti; quindi si voleva dal popolo
-assicurare un fondo stabile, che potesse servire alle
-pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione
-della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima
-guerra che ci portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora
-non vi è memoria che si ricevesse per anco tributo
-sul sale. Il pedaggio che pagavano le mercanzie era tutto
-a profitto della comunità dei negozianti; i quali avevano
-l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle,
-in modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade
-la comunità medesima era tenuta a rifarne il danno. La
-tariffa si vede annessa all'antico codice dei primi statuti,
-compilati nel 1216, siccome ho detto, e il conto si vede
-fallo a quattro denari di pedaggio per ogni lira di valore
-della merce; il che rimonta al tenue tributo di uno e due
-terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque
-contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano
-alla signoria delle terre, obbligavano gli abitatori di
-quelle a ricevere da essi i pesi, le stadere e le misure<a class="tag" id="tag571" href="#note571">[571]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-Alcuni privati possedevano un consimile diritto in Milano
-medesimo, e chiamavasi <i>jus sextarii</i><a class="tag" id="tag572" href="#note572">[572]</a>. Ma nemmeno
-di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna
-somma nell'erario della repubblica. V'erano anche
-allora i diritti esclusivi di poter tenere osteria nelle terre
-e di vendere vino<a class="tag" id="tag573" href="#note573">[573]</a> <i>minutatim ad modum tavernae</i>,
-come da una carta dell'archivio di Monza pubblicata dal
-conte Giulini<a class="tag" id="tag574" href="#note574">[574]</a>. Ma di essi non pare che fosse al possesso
-la comunità di Milano. Erano diritti posseduti da privati.
-Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita
-doveva avere la repubblica, e quella sola che proveniva
-dai delitti i quali, per l'antica tradizione longobardica,
-erano condannati con pene pecuniarie. Ma questa rendita
-era insufficiente, massimamente nei bisogni straordinarii;
-tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano senza
-cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri
-l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora
-si rifletta a quei tempi burrascosi, nei quali conveniva
-che nessuna utilità uomo alcuno potesse ritrarre dalla rovina
-d'un cittadino. Una legge è come una fabbrica d'architettura;
-conviene averla osservata da tutti i lati, prima
-di poterne dare una opinione ragionevole: e le più strane
-talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per
-riparare la miseria della repubblica già s'era, l'anno 1228,
-fatto un decreto per cui sei eletti aver dovessero l'ufficio
-di censura e conoscere ogni amministrazione pubblica: ed
-è una prova della difficoltà somma che s'incontrava nelle
-elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare come il
-decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte,
-e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi,
-terminassero il loro ufficio ed eleggessero altrettanti loro
-successori<a class="tag" id="tag575" href="#note575">[575]</a>. Questo modo di eleggere a sorte, per necessità
-s'era anco esteso ad altri uffici<a class="tag" id="tag576" href="#note576">[576]</a>. Ma queste circospezioni
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-non rimediavano alla povertà del fondo pubblico.
-Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i nostri
-antenati ricorsero ad uno espediente che comunemente si
-crede una invenzione dei tempi a noi più vicini: e lo spediente
-fu di porre in corso della carta in vece del denaro.
-Abbiamo nel Corio, all'anno 1240, i decreti fatti dalla repubblica
-per conservare il credito a questa carta. Decreti
-saggi veramente, coi quali si ordinava che tutte le condanne
-pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano colla
-carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla
-in pagamento; che nessun debitore potesse essere
-nemmeno soggetto a sequestro, sì tosto che possedesse
-tante carte corrispondenti al suo debito. Si doveva pensare
-dunque a ritirare le carte in giro, sostituendovi egual valore
-in denaro. Si doveva pensare a costituire alla repubblica
-una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni
-dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di
-formare un catastro delle terre, e sopra del loro valore
-distribuire un carico. A ciò naturalmente si opponevano i
-ricchi ed i nobili; su questo insisteva il popolo; e di ciò
-singolarmente venne commessa la cura al nuovo anziano
-della Credenza, Martino della Torre.
-</p>
-
-<p>
-Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle
-quali la nostra repubblica si trovò in quei tempi, e per
-comprendere sempre più lo spirito del sistema nostro civile
-e delle opinioni, non sarà discaro a' miei lettori ch'io
-per intiero trascriva in questo luogo il contratto che si
-fece fra la città di Milano e il capitolo di Monza, per ottenere
-un calice d'oro in mero deposito, per servircene di
-pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio
-di Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata
-dal signor canonico teologo Frisi, noto scrittore
-di quella basilica.<a class="tag" id="tag577" href="#note577">[577]</a> <i>In nomine Domini nostri Jesu Christi.
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-Anno nativitatis ejusdem millesimo ducentesimo quadragesimo
-quinto, die veneris, tertio die novembres, indictione
-quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata, potestas
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello,
-Philippus de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus
-de Sorexina, Probinus Ingoardus, Rezardus de Villa,
-Justamons Cicala, Lampugnianus Marcellinus, Burrus
-de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus de Lampuniano,
-de Lampuniano, Anselmus de Tertiago,
-Roxate de la Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus,
-Guizardus Morigia, Mollo Bechanus, Caruzanus
-Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus Incinus,
-consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani,
-plurimum cum precum instantia institissent apud
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-dominum Ardicum de Sorexina, archipresbyterum de
-Modoetia, et Canonicos, et Capitulum illius Ecclesiae,
-et cum domino G. de Montelongo, Apostolicae Sedis
-Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati
-et Consiliariis et Sapientibus, seu Comuni Mediolani,
-partem aliquam thesauri illius Ecclesiae ad ponendum
-in pignore pro pecunia necessaria habenda Comuni Mediolani,
-quae alio modo inveniri vel haberi non potest,
-ut asserebant expresse; et illiam Ecclesiam indepnem
-servare volebant, et cito illum thesaurum restituerent:
-ad quorum preces et istius domini Legati suprascripti,
-domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro honore
-et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, praesente
-et volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt
-istis Potestati, et Consiliariis, et Sapientibus, et
-Comuni calicem unum auri de thesauro Modoetiensis
-Ecclesiae, ponderis unciarum centum septem auri, cum
-auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum.
-Et ideo praedictus dominus Ubertus de Vialata,
-Potestas Mediolani, et isti Consiliarii, et Secretarii,
-et Sapientes, data eis licentia, et fortia, et auctoritate
-a Consilio quadringentorum, et trecentorum, et centum
-novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum in
-libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem
-et omnia infrascripta, promiserunt namque et
-gaudiam dederunt, et omnia eorum bona et bona Comunis
-Mediolani pignori obligaverunt, quilibet eorum
-in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero
-de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine
-Ecclesiae, et totius Capituli de Modoetia, et singulorum
-Canonicorum dictae Ecclesiae, quod exigent,
-reddent, et dabunt absque aliqua diminuitone, libere et
-absolute, hinc ad natale proximum, isto domino. Archipresbytero
-et Canonicis seu Capitulo suprascriptum
-calicem aureum cum gemmis et lapidibus preciosis ornatum,
-omnibus eorum et Comunis Mediolani dampnis
-et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et
-Ecclesiae. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis,
-et omnii alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo
-possent, et defendere, et maxime quod non possent dicere
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-se obligatos esse pro Comuni seu pro rebus Comunis,
-sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum etiam
-finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate,
-ac si praedicta omnia in propria cujulisbet eorum proprietate
-pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novae
-constitutionis et epistolae Divi Adriani et omni alio
-auxilio quo aliquo modo se tueri possent, usus et legis
-et statuti et ordinamenti facti vel quod a modo possit
-fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu
-conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum
-dilationibus faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra
-dictus Potestas et isti Consiliarii, et Sapientes quod nec
-aliquis praedictorum dabit aliquo modo vel aliquo ingenio,
-etiam consentientibus istis Archipresbytero et Canonicis
-aliquid aliud praeter praedictum calicem loco
-illius calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum
-lapidibus et gemmis absque diminutione aliqua. Et ibi
-dictus dominus, G. de Montelongo Legatus Apostolicae
-Sedis, auctoritate suae legationis et voluntate ipsius Potestatis,
-et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum
-praedictorum, ab infrascripto termino in antea eos
-omnes et Consilium Comune excomunicationis vinculo
-subjecit et subposuit ex tunc si praedicta ut supra ad
-ipsum terminum non essent servata, excepto Potestate
-praedicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem
-praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes
-superius nominati juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis
-Evangeliis, omnia superius memorata, et quodlibet
-praedictorum observare et facere et facere observari per
-Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate, in
-exercitu contra Fridericum condam imperatorem.</i> Poi
-vi sono le sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente
-a quale estremità fosse il credito della Repubblica,
-se di tante cautele vi fu bisogno per ottenere in deposito,
-dal giorno 3 di novembre sino al 28 dicembre, un
-calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo. Il peso dell'oro
-corrispondeva a millequattrocento zecchini, i quali nessuno
-gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le formalità
-dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il legato
-pontificio vi fa la figura che nei secoli prima avrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-fatta l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano
-s'era ornai annientata, e il sommo pontefice, colle
-bolle e coi brevi, disponeva di tutto. «In questi brevi, dice
-il conte Giulini parlando di questi tempi<a class="tag" id="tag578" href="#note578">[578]</a>, ben si scuopre
-la differenza che passa fra l'autorità che esercitava
-il papa (Gregorio IX) a Milano nei presenti tempi, e
-quella che esercitava nei secoli scorsi. L'introduzione
-dei religiosi Minori e dei Predicatori nelle città, come
-giovò maravigliosamente a ricondurvi i buoni costumi
-ed a bandire gli errori, così servì anche ad accrescere
-in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire
-quello dei vescovi». I frati s'erano resi indipendenti dai
-vescovi. Anche le monache erano indipendenti. Un frate
-francescano era salito sulla sede metropolitana, e ne sosteneva
-la dignità così poco, quasi nemmeno fosse vicario
-del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone da Perego,
-e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in
-Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi,
-senza nemmeno parteciparlo all'arcivescovo<a class="tag" id="tag579" href="#note579">[579]</a>. Alessandro
-IV terminò l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono
-per una tale rivoluzione. Nel 1056 cominciarono
-i primi tentativi: e nel 1255, al 5 di febbraio, Alessandro
-IV scrisse ai vescovi di Novara e di Tortona, ordinando
-loro che ponessero in Milano i Francescani in possesso della
-basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito senza
-nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo<a class="tag" id="tag580" href="#note580">[580]</a>. Il papa medesimo
-comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano<a class="tag" id="tag581" href="#note581">[581]</a>.
-Così era affatto annientata l'autorità del metropolitano,
-di cui ho dato cenno sul fine del capitolo primo.
-La pontificia romana autorità ordinava che più non si riedificasse
-la fortezza di Cortenova nella diocesi di Bergamo.
-Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il castello
-di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore,
-acciocchè egli comandasse alla Repubblica con
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-apostolica autorità. Ordinava che si entrasse nel castello
-di Gattedo; che colla forza se ne dissotterrassero i cadaveri
-e si abbruciassero; che tutte quelle case si demolissero;
-e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova, Uberto Pelavicino,
-Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano
-erano qualificati fautori di eretici<a class="tag" id="tag582" href="#note582">[582]</a>. Non farà dunque
-maraviglia se nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno
-di questo calice, ma bensì del legato. In questa carta
-è pur meritevole di osservazione il vedere che già eravi
-l'uso delle ferie, e il privilegio di non essere chiamati in
-giudizio i debitori in quei giorni feriali. Si osserva che il
-podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col terminare
-dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente
-veggonsi chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani,
-della Motta; e la Credenza di Sant'Ambrogio:<a class="tag" id="tag583" href="#note583">[583]</a> <i>a consilio
-quadringentorum et trecentorum et centum, novo et
-veteri</i>. Il consiglio de' quattrocento era composto da' nobili
-del primo ordine, e gli altri da quei della Motta e della
-Credenza di Sant'Ambrogio<a class="tag" id="tag584" href="#note584">[584]</a>. Mi lusingo che questa uscita
-non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e
-scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere
-che il calice d'oro venisse restituito; il che era bene da
-prevedersi: mentre, dopo cinquantadue giorni, nell'estrema
-angustia della guerra nella quale si trovava la città, non
-era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per ricuperare
-quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante
-e sì moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati.
-La buona fede è chiara e semplice, e l'artificio è pieno di
-previdenze.
-</p>
-
-<p>
-La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre
-si è conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo
-era il voto del popolo: a questo fine Martino della Torre
-era stato creato anziano della Credenza; e si eresse un uffizio
-censuario che si chiamò <i>Officium inventariorum</i>, perchè
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-ivi contenevasi il catastro, ossia l'<i>inventario</i> (siccome
-volgarmente si dice) di tutti i fondi stabili, coi loro possessori,
-senza eccettuarne gli ecclesiastici<a class="tag" id="tag585" href="#note585">[585]</a>. Il legato apostolico
-proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna alle
-persone o case religiose<a class="tag" id="tag586" href="#note586">[586]</a>; ma, ridotto a termine il generale
-catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione
-dei debiti pubblici; e, ripartita questa somma in
-otto eguali porzioni, si stabilì che per otto anni si distribuisse
-sopra del censo una di queste porzioni ogni anno,
-col nome di <i>fodro</i>, ovvero <i>taglia</i>; e così dopo otto anni
-venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione la carta.
-(1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248,
-come può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più
-antica memoria del carico prediale nel nostro paese: giacchè
-prima non si ha notizia se non di tributi sopra i frutti,
-ovvero colle persone. Col terminare dell'anno 1256 i debiti
-pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu eletto podestà
-di Milano, per l'anno 1257, Beno da Gozadini, bolognese.
-Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la
-repubblica, perfezionando il catastro de' fondi censibili.
-Egli pensò di lasciare un monumento benefico e glorioso,
-prolungando sino alla città di Milano il cavo del Tesinello,
-il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho già detto come dal
-Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua del Tesinello,
-settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava
-ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia,
-e così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per
-tutta quella estensione. V'era il fondo censibile ridotto a
-catastro. Da otto anni era già in pratica l'esazione di quel
-tributo. Beno de' Gozadini vide che, prolungando questo
-carico, a fine di eseguire il suo progetto, realmente non
-pagavasi dei contribuenti un tributo, ma si bonificavano
-le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile
-di quei medesimi che venivano tassati. Su questo principio
-credette egli non potersi con giustizia lasciar esenti
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-i fondi ecclesiastici, nè obbligare i laici a pagare la porzione
-del beneficio fatto ai primi. Fu la grande opera intrapresa,
-e vigorosamente in pochi mesi, condotta a fine.
-Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei,
-e un pubblico monumento che ricordasse alle
-età future ch'egli nel 1257, per quattordici miglia condusse
-le acque del Tisino sino ai sobborghi di Milano, creando
-un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili, e
-preparando il comodo della navigazione, che venne da poi
-aperta dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa
-che ne ottenne. Il popolo prima che fosse terminato l'anno,
-tumultuosamente lo massacrò, e, strascinandolo ignominiosamente
-sino al navilio da lui scavato, ivi lo affogò miseramente!
-la memoria di lui fu calunniata;, e la calunnia
-eccheggiò sinora ne' libri de' nostri storici, imputandogli
-avanie e tributi imposti, o non facendo menzione di lui,
-ovvero diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini
-lo condanna pure, ma racconta i fatti<a class="tag" id="tag587" href="#note587">[587]</a>. È tempo omai,
-dopo cinquecento ventidue anni (nel 1770) che la voce libera
-d'uno scrittore implori all'onorata cenere di Beno de'
-Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini suoi questa
-atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo incautamente
-sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici
-da un ceto venerabile che voleva difendere le immunità
-come parti essenziali della religione. Ripariamola ora noi
-e la riparino i nostri posteri, ed ogni volta che rimireremo
-il canale che dà ricchezza alle terre e porta l'abbondanza
-nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione a
-un onoratissimo bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia
-consacrato il fausto nome all'immortalità!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap10">CAPITOLO X.</h2>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="bkq">
-<i>Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza
-della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo
-XIV.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<p>
-Verso la metà del secolo decimoterzo l'Impero era immerso
-nell'anarchia e nella confusione. Vi erano più rivali,
-e ciascuno s'intitolava augusto ed aveva un partito; rivali
-deboli però, e appena bastanti a nuocersi scambievolmente;
-e perciò l'autorità imperiale più non vi era; anzi, riguardo
-alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza
-dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo
-decimoterzo. Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda,
-Riccardo di Cornovaglia, Alfonso di Castiglia, Rodolfo di
-Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I non ebbero che
-poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove si
-ritornò a riconoscere l'autorità cesarea colla venuta di Enrico
-(sesto per gl'italiani, ma comunemente chiamato settimo),
-che ascese alla dignità imperiale l'anno 1308. Frattanto
-la città viveva tra le fazioni, cercando al solito i nobili
-d'opprimere la plebe, e questa di contenere i nobili
-ed umiliarli. La forma civile della società era incerta, non
-fondata sopra costituzione alcuna. La libertà, i beni, la vita
-non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo
-stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore
-della stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun
-cittadino la propria condizione. Il solo motivo per cui non si
-eleggeva un principe stabile, era la fiducia che hanno sempre
-i governi liberi, di correggere colla propria autorità i
-propri mali; ma frattanto per intervallo si eleggeva un dittatore.
-Si è già veduto nel capitolo precedente come Pagano
-della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo;
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-egli fu proclamato tre anni dopo l'affare di Cortenova, cioè
-l'anno 1240. Si è pure accennato la nuova carica di <i>anziano
-della Credenza</i>, conferita dal popolo a Martino
-della Torre, nipote di Pagano, l'anno 1247. Così la città
-cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo. Il disordine
-civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi
-un sovrano potente, a fine di preservarci dagl'insulti de'
-nemici vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni.
-Il primo passo verso la monarchia ascende all'anno 1253,
-nel quale Manfredo Lancia, marchese d'Incisa, fu creato
-signore di Milano per tre anni, e ben si vide quanto fosse
-necessario quel partito, poichè, appena terminata che fu
-quella temporaria monarchia, scoppiarono più che mai
-gli odii e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo
-sempre la plebe alla testa i signori della Torre. Si cercava
-non più se dovesse la città esser libera, ovvero soggetta,
-ma si disputava a chi dovesse consegnarsene la signoria.
-Le fazioni, spossate e stanche, combattevano alla fine per
-far avere la preferenza a quel signore che ciascuna bramava.
-Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva
-Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino
-da Romano, uomo celebre nella storia di Brescia, Verona,
-Vicenza, Padova e Marca Trivigiana. Accadde che nessuno volle
-cedere al partito contrario, e si elesse il marchese Oberto
-Pelavicino signore di Milano per cinque anni. I signori della
-Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta l'influenza
-del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese,
-il quale s'intitolò <i>capitano generale di Milano</i>.
-Non piaceva al papa che si andasse formando nell'Italia
-signori troppo potenti; perciò erano poco accetti e i Pelavicini
-e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione non mancò
-di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano.
-I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici;
-e frate Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano,
-dal pulpito minacciò scomunica ai Milanesi se ricevevano
-il marchese<a class="tag" id="tag588" href="#note588">[588]</a>: e il marchese scacciò l'inquisitore da Milano.
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-Una moltitudine di forestieri s'incamminò processionalmente
-verso Milano. S'era inventata in Perugia allora
-l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che
-fosse atto religioso il percuotere sè medesimo: onde a turbe
-andavano, nudi dalla cintura in su, da una città all'altra
-questi promulgatori del nuovo rito, rappresentando dovunque
-un orrendo spettacolo di cilicii e di flagelli. Il
-marchese Pelavicino si diffidò di tanta divozione, e sulla
-strada fece piantare seicento forche, vedute le quali, la
-processione rivoltò cammino:<a class="tag" id="tag589" href="#note589">[589]</a> <i>A Sexcentae furchae parantur;
-quo viso recesserunt</i>, dice il Fiamma<a class="tag" id="tag590" href="#note590">[590]</a>. Sembra
-che i papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente
-la loro sovranità anche sopra Milano e sopra la
-Lombardia, profittando delle debolezze dell'Impero e delle
-civili discordie delle città. A tal fine si opponevano, destramente
-bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno, contro
-di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poichè,
-rimanendo alle città il solo partito del principato per dare
-una forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra
-d'ogni altro avvenimento più doveva spiacere a Roma,
-era appunto che alcuna famiglia s'innalzasse ad ottenerlo.
-Questa fu la base della politica de' sommi pontefici; e la
-storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia
-sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima
-dei signori della Torre, poscia dei signori Visconti, che
-Roma istessa aveva da principio favoriti, per abbassare con
-essi il potere de' Torriani.
-</p>
-
-<p>
-(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si
-può fissare all'anno 1261: non già che io intenda per ciò
-ch'ella dapprima fosse oscura affatto od ignobile, il che
-sarebbe falso. Già accennai un celebre Ottone Visconti al
-capitolo sesto, che morì in Roma centocinquant'anni prima
-di quest'epoca. Accennai pure altro di simil nome, console
-della città, assediata dall'imperatore Federico cent'anni
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in
-là: perchè, sebbene ella si fosse già condecorata con feudi
-ed antichi privilegi, sebbene ella si fosse già illustrata col
-valore di qualche suo antenato, nulla era di più che una
-delle famiglie nobili e generose, ma non potente nè ricca
-nè in condizione di lasciar prevedere la grandezza a cui
-rapidamente ascese, diventando poi, non solamente sovrana
-della sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra
-venti altre città, dilatandosi poi poco dopo alla grandezza
-di aspirare al regno d'Italia e possedere trentacinque città,
-fra le quali le più floride della parte settentrionale d'Italia,
-come vedremo. Colla fortuna de' Visconti crebbe l'adulazione,
-e i geneologisti ammassarono le più grossolane
-menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e
-credulità. Di ciò accaderà in séguito occasione di accennarne
-qualche cosa di più; ora conviene indicare come
-nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal 1257, in cui
-morì l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana
-di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti
-che dividevano gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo
-Francesco da Settala, e i popolari volevano Raimondo
-della Torre, figlio di Pagano e zio di Martino, anziano della
-Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261, il cardinale Ottaviano
-degli Ubaldi, ritornando dalla legazione di Francia.
-Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo
-i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre,
-un giorno in cui meno se lo aspettava il cardinal legato,
-comparve sulla piazza di Sant'Ambrogio alla testa d'un
-forte squadrone di cavalleria, che ivi fece schierare; e il
-cardinal legato sorpreso dal rumore delle trombe militari,
-non senza inquietudine ne ricercò il motivo; al che fu dato
-riscontro come il signor Martino della Torre informato
-che allora il signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente
-accompagnarlo fuori della città. Il cardinale
-scelse il miglior partito; dissimulò, e ricevette cortesemente
-come un onore la violenza che gli veniva fatta e se
-ne partì. (1262) Pochi mesi dopo, cioè il giorno 22 luglio
-1262, il papa Urbano IV nominò arcivescovo di Milano Ottone
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-Visconti, arcidiacono della chiesa milanese<a class="tag" id="tag591" href="#note591">[591]</a>, uomo
-che il cardinale legato aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo,
-smanioso per comandare, violento; l'uomo in
-somma opportuno a bilanciare ed abbattere il potere de'
-Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era sempre
-stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in
-cui il papa vi s'intromise; il che è stato anche osservato
-dal nostro conte Giulini. «La lunga discordia, dic'egli, dei
-nostri ordinari fu ad essa molto nociva, perchè a cagion di
-questa soffrì un gran crollo il loro antico insigne diritto di
-eleggere l'arcivescovo<a class="tag" id="tag592" href="#note592">[592]</a>». Alcuni de' nostri scrittori attribuiscono
-il fatto di Martino della Torre a ciò che, invogliatosi
-il legato d'una preziosa gemma del tesoro di Sant'Ambrogio,
-da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorità
-di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati,
-e Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri
-credono che il legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovato
-Raimondo della Torre; e sembra così più verosimile
-la cagione del vigoroso partito preso da Martino. Ma
-questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta dal papa,
-doveva cagionare sorpresa nella città, negli ecclesiastici
-e nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese
-Pelavicino, intesa ch'ebbero tale novità, occuparono
-immediatamente tutti i beni dell'arcivescovato. Il papa,
-senza indugio, pose la città di Milano all'interdetto. Poco
-dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre, e prima
-di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla
-sua dignità Filippo di lui fratello, siccome avvenne, ed
-ebbe il titolo di podestà perpetuo del popolo; ma ne godette
-poco, poichè morì improvvisamente, e gli fu successore
-Napoleone, ossia Napo della Torre, figlio del famoso
-Pagano.
-</p>
-
-<p>
-I signori della Torre andavano crescendo sempre più in
-potenza. L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano;
-ma, esule dalla patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-dalle terre arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto
-e gli anatemi non avevano arrestato il corso della
-grandezza loro. Essi possedevano Como, Lodi, Novara, Vercelli,
-Bergamo e Brescia; non già con sovranità decisa ed
-ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli e magistrature,
-esercitandovi il supremo potere. La influenza loro negli
-affari d'Italia era già tale, che Filippo della Torre si era
-collegato con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello
-del re di Francia Luigi IX, affine di far ottenere il regno
-di Napoli al conte d'Angiò; e l'accortezza di Napo della
-Torre gli suggerì d'indurre il popolo di Milano ad eleggere
-esso conte per suo signore per cinque anni, dopo che fu
-egli dichiarato re di Sicilia. Così, dando l'odioso titolo di
-sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo della
-Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando
-la sovranità e adescando la moltitudine con modi popolari
-e con largizioni splendidissime, aprendo corti bandite,
-con mense apprestate sulle pubbliche strade della
-città, a beneficio del popolo: di che minutamente ne tratta
-il conte Giulini<a class="tag" id="tag593" href="#note593">[593]</a>. Furono magnificamente accolti in Milano,
-mentre i signori della Torre la reggevano, il papa Innocenzo
-IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251;
-il re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra
-Edoardo, colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare
-esagerato il numero di ducentomila persone che i nostri
-autori asseriscono essere uscite da Milano per incontrare
-il papa Innocenzo; ma certamente la città si andava popolando
-e crescendo, a misura che in essa si ergeva una potenza
-capace di mantenervi l'ordine. Le strade della città
-cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre
-avevano un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggidì
-trovasi la chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono
-a lastricare le strade. Napo della Torre non voleva
-apertamente palesarsi sovrano, nè romperla colla corte
-di Roma. Egli teneva in suo potere i beni dell'arcivescovato;
-teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per quindici anni
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-non potè mai vedere la sua sede, non che goderne; teneva
-depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconti; ma non si
-opponeva alle preghiere che la città faceva al papa per essere
-liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a
-Milano un legato pontificio, l'anno 1268, cioè sei anni dopo
-fulminata la censura; e il Corio c'informa che il legato
-«expuose come non levarebbe lo interdicto insine che tutta
-la plebe e famiglie non iuravano fede ala Romana Chiesia.
-Il che essendosi exequito: a Turriani dimandò che principalmente
-si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero
-presule e pastore: secondariamente, che fusse restituito
-quanto era occupato de la archiepiscopale sede: tertio che
-a li chierici nel tempo a venire non fosse posta alchuna
-gravezza: le quali cose facendosi, levò lo interdicto». La
-prima nostra condizione mostra chiaramente quai fossero
-le mire di Roma, e l'ultima era la più a proposito per sanare
-la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il
-clero della chiesa milanese propenso alle mire di Roma.
-Gl'interessi dell'Italia, se si fosse avuto in vista di conservarla
-una nazione sola riunita, erano conformi alle mire
-di Roma; ma l'interesse personale superò sempre. Quindi
-anche queste promesse furono senza effetto veruno, poichè
-nè l'arcivescovo potè venire in Milano e godere delle rendite,
-nè gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali
-i frati e i preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni
-dopo, cioè nel 1271, impose il podestà di Milano Roberto
-de' Roberti<a class="tag" id="tag594" href="#note594">[594]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lasciavasi dai Torriani un'apparente libertà alla patria.
-Napo della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo
-del popolo. Così l'accorto ambizioso regnava senza
-avere intorno di sè i pericoli che circondano un nuovo sovrano
-che vuole annientare una repubblica. V'era il parlamento,
-ossia il consiglio degli ottocento, il quale rappresentava
-la repubblica. V'era un podestà che presiedeva al
-consiglio. Ma il podestà era eletto ad arbitrio dell'anziano
-perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-Piacentino che fu trascelto alla dignità pretoria, ossia podestà,
-l'anno 1272: «Principalmente che iurasse ad honore
-de la Beata Vergine et il Divo Ambrosio di questa cità potentissimo
-patrone: ad exaltatione di Santa Chiesia e di
-Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la cità e
-destricto de Milano e de la Turriana famiglia, insieme con
-gli amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe
-il dominio». Dal quale principio non sarebbe facile il
-decidere se la città fosse libera, ovvero suddita al re Carlo,
-ovvero alla casa della Torre; ma continua il giuramento e
-ci palesa la costituzione di que' tempi: «Item che obedirebbe
-tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio,
-e similmente li mandati de Napo Tornano, anziano e perpetuo
-rectore dil populo»; e nessuna menzione si fa dei
-mandati del re di Sicilia, al quale nemmeno si diede il titolo
-di signore di Milano. Il solo freno che poteva avere
-Napo della Torre, era per parte del consiglio degli ottocento;
-ma anche a ciò era posto tal sistema, che fosse una
-mera apparenza di libertà. Ecco nel giuramento istesso
-cosa fu ingiunto al podestà: «Item che fusse tenuto con
-quello consiglio meglio li parirebbe (al podestà) con dui
-homini per porta, elegere la mità de la mità del consiglio
-de li octocento, che spectava a la societate de' capitani e
-valvasori, cioè ducento de li predicti, e ducento fosseno
-electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma
-fusseno electi li quatrocento appartenevano ala societate
-de Mota e Credentia». Da ciò vediamo come non rimaneva
-più nemmeno alla città la nomina dei suoi rappresentanti.
-Il consiglio che rappresentava la repubblica, ogni anno si
-cambiava: era composto di ottocento, la metà nobili e
-la metà popolari; la metà di questi consiglieri era nominata
-dal podestà, che aveva giurato di obbedire ai mandati
-di Napo della Torre; la sorte faceva eleggere il rimanente,
-se pure anche questa sorte non era una mera apparenza.
-Così il consiglio era unicamente una macchina
-destinata a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica,
-mentre la città era governata dal valore di un
-uomo solo; il quale, vigorosamente contenendo i nobili,
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-lasciava che il popolo gliene sapesse buon grado; quasi
-a ciò venisse sollecitato per sola benevolenza, affine di preservarlo
-dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione
-i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente
-esposte sulle strade a piacere del popolo, gli spettacoli
-pubblici di giostre e tornei, un costume semplice,
-affabile, popolare, tutto si univa in Napo per renderlo l'uomo
-il più opportuno ad istabilire una nuova sovranità senza
-che il popolo se ne avvedesse.
-</p>
-
-<p>
-Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta
-che allora si batteva nella zecca di Milano, nè alcuno di
-sua famiglia ve la pose. L'Impero si considerava vacante,
-e le monete nostre, sì d'oro che d'argento, avevano
-da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i santi Gervaso
-e Protaso, ovvero una croce, col nome <i>Mediolanum</i>,
-senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia
-raccolta ne ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine
-cominciarono a comparire nella città. Ma per far questo,
-e molto più per sostenere le frequenti guerre co' vicini,
-e assoggettarli alla dominazione de' Torriani, non meno
-che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i giuochi frequenti,
-era necessario l'accrescere i tributi e metterne di
-nuovi. Si è già veduto nel capitolo precedente, come, al
-tempo di Martino della Torre, venisse formato il catastro
-dei fondi stabili, e sopra di esso ripartito il carico. L'anno
-1271 s'imposero dieci soldi e cinque denari per ogni cento
-lire del valore de' fondi, e l'anno 1275 s'imposero due lire
-di terzioli sopra di ogni centinaio di lire d'estimo. La più
-antica memoria che abbiamo della gabella del sale ascende
-all'anno 1272<a class="tag" id="tag595" href="#note595">[595]</a>.
-</p>
-
-<p>
-I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano
-assai gravosi a primo aspetto, ora che il valor capitale delle
-terre si calcola comunemente moltiplicando trentatre volte
-la rendita annuale. Un campo che produca tre scudi all'anno
-al padrone, si calcola valere cento scudi; e cento scudi dati
-a mutuo oggidì rendono il frutto di scudi tre, o tre e mezzo
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure assai maggiori.
-Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne da
-noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse
-esigere il frutto del prestito più di tre soldi per lira<a class="tag" id="tag596" href="#note596">[596]</a>, che
-corrispondono al quindici per cento. E poichè tai frutti produceva
-il denaro al limite moderato dalla legge, forza era
-che il valore dei campi proporzionatamente diminuisse;
-non potendosi sperare che alcuno comprasse per cento lire
-un fondo, se da esso non potesse ricavarne ogni anno quindici
-lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di soldi
-dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de' fondi,
-era assai tenue, cioè circa la trentesima parte dell'annuo
-ricavo; e sebbene assai più importante fosse quella
-del 1275, cioè di lire due per ogni cento lire di valor capitale,
-ella pure si riduceva alla settima parte dell'entrata.
-Su queste imposizioni veggansi il nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag597" href="#note597">[597]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno dei
-nobili; e così Napo della Torre da' suoi rivali e nemici cavava
-i mezzi per sempre più indebolirli e rinfiancare il suo
-partito. (1275) Un seguito di prosperi eventi aveva innalzato
-Napo della Torre, il quale, anche per appoggiare sempre
-più la signoria, appena che fu terminata l'anarchia
-dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg,
-seguita l'anno 1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignità
-di vicario imperiale in Milano; dignità la quale costituiva
-Napo luogotenente dell'imperatore, e davagli tutto
-l'esercizio della suprema autorità che nella pace di Costanza
-era stata accordata ai Cesari. Questo titolo di <i>vicario imperiale</i>
-servì poi d'introduzione alla signoria de' Visconti,
-come vedremo.
-</p>
-
-<p>
-Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e dei
-Torriani. Se Napo avesse conservato, anche in mezzo degli
-avvenimenti felici, la moderazione, i suoi nemici verisimilmente
-non avrebbero potuto giammai prevalere. Ma due
-cose furono cagione del rovescio di sua fortuna: la prima
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo chiaramente
-dimostrò il suo fine di assoggettare la città; l'altra
-fu che alla fine commise molte crudeltà, condannando varii
-nobili al supplicio; ciò che lo appalesò anche alla plebe
-smascherato, e assai distante da quella dolcezza ch'egli,
-sino a quel punto, aveva saputo mostrare. Molti nobili milanesi
-andavano esuli dalla patria, o scacciati da Napo, ovvero
-spontaneamente sottrattisi ad un governo nemico. (1277)
-Poichè videro intiepidito il favore del popolo, i nobili fuorusciti
-si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule
-da quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui
-radunati, con varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni
-sul milanese; sin tanto che, nel giorno memorabile
-21 di gennaio 1277, sorpresero i Torriani a Desio, borgo
-distante dieci miglia dalla città, e fatto un macello de' Torriani,
-che appena s'erano avveduti d'aver vicino il nemico
-dalla strage de' loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere.
-Entrò in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto
-il popolo lo acclamò signore. Così terminò Napo della Torre,
-il quale sopravvisse ancora un anno e mezzo, miseramente
-rinchiuso entro di una gabbia, in cui cessò di vivere e di
-soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I Novaresi, i Pavesi, i Comaschi
-ed altri del contado istesso di Milano avevano resa
-forte l'armata dell'arcivescovo.
-</p>
-
-<p>
-L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo potè rimanere
-principe tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre
-non fosse più capace di fargli ostacolo, comparvero in campo
-molti signori della famiglia della Torre, e fra questi il
-patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone, Gotifredo, Salvino
-ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie, sino sotto le
-porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la condizione
-di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre
-una valida resistenza, e perciò l'arcivescovo, costretto ad
-eleggersi un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani
-suoi nemici, stimò miglior partito il dare la signoria
-di Milano al marchese di Monferrato per dieci anni, colla
-facoltà della guerra e della pace. Questa dedizione, cominciata
-nel 1278, non durò che quattro anni soli; giacchè,
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno
-da non potere sì tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando
-il timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese,
-le di cui forze erano di molto peso, non ebbe ritegno
-alcuno di violare il contratto. (1282) Colse il momento opportuno,
-e, montato a cavallo, il giorno 27 dicembre 1282,
-coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacciò gli ufficiali
-tutti del marchese, e ritornò a signoreggiare da sè.
-Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene
-dallo spirito del sacerdozio, sono una prova de' progressi
-che la ragione e seco lei la virtù hanno fatto ai tempi nostri,
-ne' quali ad alcuni sembreranno o supposti o esagerati
-questi fatti. Sembrerà poco credibile altresì che l'arcivescovo
-adottato peravesse suo figlio Guido da Castiglione, e che Milano
-venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perchè
-una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento.
-Ma il Calco ce lo attesta:<a class="tag" id="tag598" href="#note598">[598]</a> <i>Sacris interdicta manserat
-civitas Mediolanum ex controversia qua per injuriam
-gens Mirabilia priorem Pontidae premere videbatur</i><a class="tag" id="tag599" href="#note599">[599]</a>;
-e così, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta la città.
-La storia tutta di que' tempi ci prova l'abuso di ogni cosa
-sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano
-al marchese di Monferrato; non però la diede violando
-le apparenze della libertà, poichè anzi ne ottenne l'adesione
-del pubblico consiglio; e mentre comandava il marchese,
-si continuarono ogni anno a creare due magistrati,
-uno col nome di <i>podestà</i>, e l'altro con quello di <i>capitano
-del popolo</i>, e sempre si eleggeva il consiglio degli ottocento;
-consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che
-non rappresentava la città ed il popolo che per mera apparenza,
-perchè composto da membri non eletti del popolo.
-Il signore creava il podestà e il capitano del popolo; i
-quali, siccome dissi, giuravano obbedienza a lui; e il podestà
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-e capitano creavano il consiglio. La città era realmente
-priva di libertà; soggetta a signorie temporarie del
-marchese d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese
-di Monferrato: ma le fazioni interne erano almeno frenate,
-e non rimanevano da soffrire che gl'insulti d'un solo, sempre
-da principio cauto nel celare, l'abuso del potere non
-solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne' tempi de' quali
-trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria
-di Milano, si creò il <i>Tribunale di Provvisione</i>,
-ossia dodici sapienti uomini che presiedevano alla provvisione
-del comune di Milano. Ciò viene dall'erudito conte
-Giulini fissato all'anno 1279<a class="tag" id="tag600" href="#note600">[600]</a>, e quel tribunale e il podestà
-sono le due più antiche magistrature che ancora ci
-rimangono. Il <i>podestà</i> cominciò coll'anno 1188; e poco
-manca a compiere il sesto secolo dalla sua istituzione, e
-i dodici di provvisione contano l'antichità di cinque secoli
-già trascorsi.
-</p>
-
-<p>
-Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato
-di quello di Napo Torriano. Cercò ed ottenne l'arcivescovo
-che l'imperatore Rodolfo facesse lega con lui, quantunque
-avesse fatto morire entro di una gabbia il suo vicario creato
-dieci anni prima. Ma l'influenza dell'Impero, dopo le seguite
-vicende, era assai debole nell'Italia, e conveniva cogliere
-ogni opportunità per acquistare appoggio. In ciò
-Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone
-Visconti con maggiore impeto si volle mostrar prepotente.
-Egli bandì le famiglie che gli erano sospette, e fece diroccare
-le case de' signori da Soresina. Poscia, disgustatosi
-del figlio adottivo fece diroccare parimente le case di Guido
-Castiglione. Indi, dopo una concordia giurata, l'arcivescovo
-istesso a tradimento s'impadronì di Castel Seprio, e distrusse
-quella rocca, celebre per la tradizione che in quel
-luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gli
-Insubri, e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo;
-e fece porre negli statuti:<a class="tag" id="tag601" href="#note601">[601]</a> <i>Castrum Seprium
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-destruatur, et destructum perpetuo teneatur, et nullus
-audeat vel presumat in ipso monte habitare</i>; e questo
-statuto è stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei
-tempi e di Ottone, c'insegna:<a class="tag" id="tag602" href="#note602">[602]</a> <i>Cum suspicionibus
-piena omnia viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari
-dubitabat, proindeque armatas cohortes die noctuque
-circumire urbem, et ne conventus inter cives fierent
-curare jussit</i><a class="tag" id="tag603" href="#note603">[603]</a>. Cercava, coll'orribile argomento delle
-torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era
-insomma un cattivo principe, come lo sarà sempre un
-uomo pauroso e potente. La città sentiva il peso d'un tal
-nuovo governo. Era probabilmente vicina una strage, se
-l'arcivescovo Ottone opportunamente non si piegava, abbandonando
-ogni cura civile a Matteo Visconti, suo pronipote,
-capitano del popolo, e creato podestà l'anno 1288.
-Ottone sopravvisse ancora sette anni oscuramente, pieno di
-paura della morte, ed attorniato da' medici, i quali non lo
-abbandonavano mai; e coll'assistenza di essi, all'età di ottantotto
-anni, morì, il giorno 8 agosto 1295, a Chiaravalle.
-Il tumulo di questo Ottone, il primo de' Visconti che ebbe
-la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo, ove fu trasportato
-dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene
-sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo
-Giovanni Visconti, postogli da poi, allorchè venne
-tumulato nella stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone
-durò circa undici anni. Egli nulla fece che meriti di
-essere dalla storia ricordato con lode. Si può dire in sua
-discolpa ch'egli dominò fra le turbolenze. Ma la mancanza
-di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo
-dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero,
-è un tratto d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Così
-non si doveva da lui tradire un principe coll'assistenza
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-del quale era stato liberato dalle mani de' Torriani nemici.
-La fede mancata a Guido Castiglione, dopo appena giurata
-concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti in
-Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella rocca,
-nemmeno può dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le
-case diroccate, la pusillanime paura di morire, anche dopo
-d'esser vissuto ottant'anni, mostrano un uomo che nulla
-aveva di grande, nulla di generoso, e che forse nessun altro
-talento aveva per diventar principe, che la smania di
-comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandonò l'usanza
-di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da
-due secoli e mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato
-al capitolo quarto. Nè questo cambiamento possiamo attribuirlo
-alle armi da fuoco, le quali si cominciarono ad usare
-più di mezzo secolo dopo. Forse si cambiò l'usanza del
-carroccio, perchè allora si introdusse quella di stipendiare
-una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia,
-e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avrà
-avuto bisogno di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni:
-il che faceva di bisogno per rendere uniformi e
-cospiranti ad un fine le mosse di una moltitudine di cittadini,
-condotti a combattere senza una determinata educazione
-a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare
-truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva
-alla signoria d'un solo: perchè allontanava da una parte
-il popolo dall'uso delle armi e lo disponeva all'obbedienza,
-e dall'altra parte dava il comando d'una forza preponderante
-nelle mani d'un uomo solo: forza composta di elementi
-staccati in certa guisa dalla società civile, il ben essere
-di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente
-dipendenti affatto dall'arbitrio del comandante.
-</p>
-
-<p>
-(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo,
-cominciò la signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano
-<i>Matteo Magno</i>. Io mi limiterò a chiamarlo Matteo I, per
-distinguerlo da un altro dello stesso nome che regnò poi. Il
-Fiamma ci attesta che, sino dal principio del suo governo,
-Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate, e
-non se ne appropriò la menoma parte; che non sparse mai
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-sangue d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie dei
-borghi e delle terre, cambiandole però ogni anno; ch'egli
-era molto compiacente verso dei nobili; agile di corpo, e
-di tale robustezza, che colle sue mani spaccava il ferro di
-un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza, era morigerato;
-che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva
-colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di
-religione, e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima
-a confessarsi, e i renitenti castigava:<a class="tag" id="tag604" href="#note604">[604]</a> <i>Cum autem
-praedictus Matheus Magnus Vicecomes dominium
-Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine nimis virtuose
-se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis,
-quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur.
-Missas devotissime audiebat, sacerdotes propriis
-manibus vestiebat. In omni quadragesima suos
-domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat; aliter,
-ipsos grariter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter
-audiebat, quorum consilio non contradicebat.
-Bona communitatis conservabat, sibi nihil retinebat.
-Nullius unquam sanguinem effudit. Dominia burgorum
-et villorum inter nobiles dividebat: omni tamen anno
-istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat
-in amorem sui. Fuit etiam fortissimus corpore
-et agilis: ferratam magni dextrerii manibus lacerabat:
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-et multa alia commendabilia faciebat</i>. Vedremo poi che
-Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno
-gli onori d'un funerale. Non sarà forse discaro il
-leggere qual giuramento facesse Matteo Visconti come capitano
-del popolo per cinque anni; il Corio ce lo ha tramandato:<a class="tag" id="tag605" href="#note605">[605]</a>
-<i>Ad honorem Domini nostri Jesu Christi,
-et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosi
-confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis,
-Dionisii, et omnium sanctorum, sanctae matris Ecclesiae,
-et summi pontificis, et domini regis Romanorum,
-et ad conservationem Status venerabilis patris domini
-Othonis, sanctae mediolanenses Ecclesiae archiepiscopi,
-et ad bonum, tranquillum et pacificum statum populi
-et communis Mediolani, ac omnium amicorum et ad
-mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et
-ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee</i>, così a
-Matteo Visconti diceva Francesco da Legnano, <i>vos, domine
-capitanee, jurabitis regere populum Mediolani ab hodie
-in antea, ad annos quinque proxime venturos, bona
-fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis ipsum
-populum... et statuta... et si deficerent, servabatis leges
-romanas</i><a class="tag" id="tag606" href="#note606">[606]</a>. I signori della Torre avevano il capitaniato
-del popolo, perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale
-capitano, indi Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni.
-Nel giorno di sant'Agnese, Ottone Visconti vinse i Torriani
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-a Desio; nel giorno di san Vincenzo, Ottone s'era impadronito
-di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano ultimamente
-stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per
-cui que' tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento
-felice de' nostri costumi, si veda se oserebbe ora
-più alcuno, assumendo una solenne dignità, di promettere<a class="tag" id="tag607" href="#note607">[607]</a>
-<i>mortem et destructionem marchionis Montisferrati,
-et ejus omnium sequacium</i>: giuramento crudele, iniquo
-e sacrilego, nulla più potendo un sovrano cercar dal nemico,
-se non la riparazione de' mali che gli ha fatto, e la sicurezza
-di non riceverne di nuovi, non mai la morte e distruzione
-di esso e de' suoi; pensiero atroce, che offende la religione
-e persino le stesse leggi di natura. Merita osservazione altresì
-il vedere come si cercassero le leggi romane per servire
-ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la
-qual reviviscenza del gius romano presso di noi è la più antica
-memoria sinora osservata in questo giuramento, fatto
-l'anno 1288.
-</p>
-
-<p>
-La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli
-era appena capitano del popolo per cinque anni, e terminavano
-coll'anno 1292. I Torriani, sebbene colla disfatta di
-Vaprio, seguita nel 1181, fossero stati per allora ridotti all'impotenza
-di nuocere, non vennero ivi estinti, e, col tempo,
-ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca ed Errecco della
-Torre, l'anno 1290, invasero da più parti le terre milanesi.
-Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di Monferrato,
-nominato nel giuramento solenne del nostro capitano
-del popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini,
-e finì i giorni suoi entro di una gabbia, come Napo
-della Torre. L'umanità geme alla memoria di tai venture!
-Quasi tutte le città della Lombardia avevano, verso la fine
-del secolo decimoterzo, due fazioni e due famiglie prepotenti
-che si disputavano la signoria, come accadeva in Milano
-fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva
-i Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi;
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-Vercelli, gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i
-Suardi; Lodi, i Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani;
-e così altre città erano internamente lacerate da' partiti.
-Mentre in tale imbarazzo si trovava Matteo I, due frati
-si posero a predicare pubblicamente per Milano la Crociata
-per Terra Santa, e radunavano molta gente pronta ad abbandonare
-la città per le indulgenze di quella impresa.
-Matteo perdeva sè stesso e la signoria, se avesse concesso
-che si allontanassero dalla patria le persone atte alle armi
-nel tempo in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perciò
-impedì questa emigrazione<a class="tag" id="tag608" href="#note608">[608]</a>: il che poi fu uno dei
-capi di accusa che vennero fatti a Matteo. Cercava accortamente
-Matteo I di fiancheggiare la sua nascente sovranità.
-Egli signoreggiava in Como, in Alessandria, in Novara e nel
-Monferrato, in qualità di capitano temporario del popolo di
-quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di
-Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona
-che lo impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo
-di vicario imperiale. Non cercava Matteo la signoria della
-sola città sua patria; più vaste erano le sue mire, e nulla
-meno desiderava che d'essere signore della Lombardia tutta.
-(1294) Il nuovo cesare era poco sicuro sul suo trono; nella
-Germania aveva un potente partito contrario, al quale finalmente
-dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non furono
-inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo
-noi che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto
-quell'augusto a spedire a Milano, siccome fece nell'aprile
-dell'anno 1294, quattro legati cesarei; i quali, introdotti
-nel pieno generale consiglio, vi pubblicarono l'imperiale
-diploma, in cui Matteo Visconti veniva dichiarato vicario
-imperiale in Milano e per tutta la Lombardia, con mero e
-misto imperio, come lo aveva lo stesso re de' Romani. L'accorto
-Matteo si alzò, si mostrò sorpreso, e protestò ch'egli
-non accettava quella sublime dignità, salvochè il consiglio
-generale non l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato
-da quel consiglio, scelto da Matteo medesimo, mutabile
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-ogni anno, e che si pretendeva che si rappresentasse
-il volere de' cittadini, dai quali non aveva ricevuta veruna
-commissione. Il consiglio supplicò Matteo ad accettare la
-dignità. Nè meno accorto si dimostrò Matteo nel fare in
-modo che in quel diploma medesimo l'imperatore assai
-onorevolmente confermasse tutti i privilegi della nostra
-città, la qual graziosa conferma dispose i cittadini a giurare
-volentieri fedeltà all'imperatore, e indirettamente al
-suo vicario. Spedì Matteo i suoi legati per la Lombardia,
-per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma
-non tutte le città fecero loro facile accoglienza. Le città di
-Lodi, di Crema ed alcun'altra avevan anzi fatto lega co' signori
-della Torre, per bilanciare la potenza del Visconti.
-Matteo prudentemente pensò a farsi confermare dai Milanesi
-per altri cinque anni capitano del popolo, per togliere
-ogni odiosità al nuovo titolo, e riconoscere sempre temporaria
-e dipendente dal consiglio la signoria esercitata. Tale
-era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro
-seppe adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze.
-</p>
-
-<p>
-(1298) Il successore del deposto imperatore Adolfo, cioè
-Alberto re de' Romani, innalzato l'anno 1298, confermò a
-Matteo Visconti il diploma di vicario imperiale, che quattro
-anni prima aveva ottenuto. Il titolo che si dava a Matteo
-era:<i> Al magnifico ed egregio uomo il signor Matteo
-de' Visconti</i>. Varie città, siccome dissi, eransi collegate
-coi Torriani a danno del Visconti, la di cui rapida e la di
-cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti
-piccoli Stati, i quali, in mezzo alla discordia, al disordine,
-alla tirannia di più padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne
-un solo, se la lusinga d'una chimerica libertà non
-gli avesse sedotti. Le terre del milanese erano devastate
-dalle scorrerie de' Torriani. (1299) Matteo Visconti fece
-radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile
-1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei
-Torriani, i guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze
-loro, le nostre, gli appoggi su i quali potevamo noi far
-conto; indi propose il partito se convenisse fare la guerra
-ovvero la pace. Detto ciò, volle abbandonare l'adunanza,
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-affine di lasciare un'intera libertà alle opinioni di ciascuno.
-Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata
-la città; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e
-dei nomi; e credendosi considerati i pochi avveduti, per
-l'artificio medesimo che adoperava colui che aveva il potere
-nelle mani. La determinazione del consiglio fu di confermare
-per altri cinque anni Matteo Visconti capitano del
-popolo, colla facoltà di fare la guerra o la pace a suo piacimento.
-Il credito di Matteo era tale che i Veneziani e i
-Genovesi lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione,
-ch'egli terminò; e quasi tutta la Lombardia si reggeva da
-lui. Alla moderazione e prudenza aggiungeva Matteo la liberalità
-pubblica. (1300) L'anno 1300 egli ammogliò Galeazzo,
-suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di Azzone
-VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara.
-Lo sposo era più giovine della sposa. Galeazzo aveva
-ventitre anni, e Beatrice trentadue. Fra le singolari pompe
-che diede Matteo all'occasione di queste nozze illustri, per
-otto giorni vi fu corte bandita, cioè cibo e bevanda per
-chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille
-convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunità
-di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo
-lasciava che il papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse
-della chiesa milanese a suo libero arbitrio, eleggendo i
-candidati per qualunque beneficio, e dando ordine ai regolari
-senza saputa dell'arcivescovo; insomma comandando
-senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica.
-Pareva in fatti consolidata la signoria di Matteo di modo
-che nessun avvenimento potesse rovesciarla giammai, ma
-l'amore paterno deluse la politica nel cuore di Matteo: il
-che non lo rammento per biasimo, anzi per lode; giacchè
-è grande colui che talvolta è sedotto dalla benevolenza.
-Un cuor gelato, che lascia l'ingegno arbitro de' propri interessi
-in ogni occasione, non può avere mai l'eroismo;
-e gli uomini tutti, e molto più i principi, si possono non
-credere benefici, sin tanto che, mostrandosi tali, promovono
-i propri interessi; ma laddove, beneficando, li pregiudicano,
-forza è conoscere l'animo loro sensibile e generoso.
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di
-suo padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano
-del popolo. I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro
-scorrerie lo Stato. Il nuovo capitano del popolo, senza sperienza
-militare, senza talenti, col solo inquieto ardimento
-dell'età sua, prese a fare diverse spedizioni, ora contro
-de' Novaresi, ed ora contro de' Pavesi, con nessun profitto,
-e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca,
-Errecco e Martino della Torre erano acquartierati in Cremona,
-ed avevano in favor suo Novara, Pavia, Vercelli, Lodi,
-Crema, ed il giovine marchese di Monferrato. Tutta questa
-lega era combinata per ricondurre i signori della Torre in
-Milano e deprimere la nascente potenza de' Visconti, il governo
-de' quali era spiacevole per la condotta imprudente
-di Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel
-quale i Visconti caddero alla condizione di semplici privati.
-Matteo non ebbe altro partito da prendere se non quello
-di ritirarsi a Peschiera presso il lago di Garda, indi a Nogarola
-nel Veronese, dove con pochi beni di fortuna si
-pose a vivere una vita libera e campestre, lontana da ogni
-cura pubblica. Galeazzo si rifugiò colla moglie presso il
-marchese suo cognato, ed in Ferrara diventò padre di Azzone
-Visconti. Ho risparmiato al lettore il racconto delle
-zuffe datesi con varia fortuna in questa ed in altre occasioni,
-e lo risparmierò sempre, fuorchè non siavi qualche circostanza
-che sembri meritevole di essere conservata nella
-memoria degli uomini. Matteo non si mostrò mai buon soldato.
-Galeazzo aveva impeto, ma non condotta. Dovettero
-per ciò soccombere a forze assai preponderanti.
-</p>
-
-<p>
-(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno
-1302, dopo venticinque anni d'esilio, mostrarono nei
-primi cinque anni d'essere alieni da ogni vista ambiziosa,
-e di volere essere cittadini di una patria libera; non ottennero
-dignità alcuna. La città si reggeva co' soli magistrati,
-il podestà e il capitano del popolo. Si nominavano
-ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata
-libera la patria se i consiglieri avessero ricevuta la loro
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-dignità all'elezione del popolo. Nondimeno la rispettosa
-opinione verso i signori della Torre non era svanita. Morì
-in Milano Mosca della Torre, e il di lui funerale si celebrò
-con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere, e trasportandolo
-sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco.
-(1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa,
-e a lui venne offerta la carica di capitano del popolo
-per un anno, e l'accettò il giorno 17 dicembre 1307. Fu
-tanto gradito il governo di Guido alla città, che, al terminare
-dell'anno, per acclamazione pubblica, non solo venne
-creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto
-si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso
-casato, ma di più gli venne data la facoltà di fare nuovi
-statuti; il quale attributo, costituendolo legislatore, gli dava
-la vera sovranità. Guido si mostrò sorpreso da un impensatissimo
-avvenimento, quando vide attorniata la sua casa
-dai popolari applausi; e accondiscese quasi a stento a portarsi
-alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed ivi
-dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare
-il giuramento della dignità. Quasi crederei sincera la sorpresa,
-e sincera la renitenza in Guido della Torre, il quale,
-dimenticando le gabbie orrende che avevano rinchiusi Napo
-suo zio e il marchese di Monferrato suo amico, non pensò
-mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che, privo di denaro
-e di forze, viveva tranquillamente alle sponde dell'Adige.
-Guido non potè piegarsi mai alla dissumulazione, anche
-in tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello.
-</p>
-
-<p>
-Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranità la più
-legittima d'ogni altra, poichè spontaneamente offertagli
-dai voti pubblici, si preparava nella Germania la di lui
-rovina coll'elezione di Enrico di Lucemburgo, innalzato
-alla cesarea dignità. Guido in mezzo alla prosperità, fece
-chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando sperasse
-di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome
-di Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige;
-e la risposta fu precisa; <i>come io viva lo vedi, passeggiando
-e adattandomi alla fortuna; per ritornare
-alla patria aspetto che i peccati de' Torriani sieno
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-maggiori de' miei</i><a class="tag" id="tag609" href="#note609">[609]</a>: tale fu il riscontro ch'egli fece
-fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora
-a Matteo, ma dispersi, abbattuti e proscritti. Fra
-questi merita distinta menzione Francesco da Garbagnate,
-milanese, esiliato per essere del partito di Matteo;
-uomo di studio, di età fresca e di ottime maniere. Viveva
-egli in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da
-quest'esercizio il suo vitto. Ma poichè intese l'elezione
-accaduta in Germania di Enrico di Lucemburgo, annoiato
-egli della sua ristrettissima condizione, e probabilmente a
-ciò spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e, col denaro
-che ne potè adunare, s'equipaggiò alla meglio, e passò in
-Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il
-Garbagnate era un giovine colto, amabile, di felice aspetto,
-accorto, informato dello stato d'Italia, e probabilmente
-parlava la lingua tedesca. Si presentò al nuovo augusto in
-un momento felice, e fu bene accolto ed ammesso fra gli
-stipendiati. Enrico già pensava all'Italia, e non potevagli
-essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve
-seppe così ben soddisfare la curiosità di Enrico, che acquistò
-la sua grazia e benevolenza, per modo che lo informò minutamente
-del carattere di ciascuno de' signori che possedevano
-le città lombarde, degli appoggi, delle amicizie, degli
-odii di ciascuno, delle loro forze, dello stato di ciascuna
-città: il che alla venuta che fece poi Enrico nell'Italia, lo
-trovò esattamente vero. Il Garbagnate non mai dimenticava
-ne' suoi discorsi con cesare il suo Matteo Visconti, di
-cui la fedele divozione all'Impero, la bontà, la prudenza,
-la moderazione, il disinteresse, la beneficenza e tutte le
-virtù venivano poste in tal lume, da invogliare l'imperatore
-a conoscerlo, e preparare la confidenza in lui, come
-il più conveniente di ogni altro per terminare le intestine
-discordie, e far rivivere l'autorità dell'Impero sulle città
-lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurità in cui
-capricciosa fortuna l'avea gettato.
-</p>
-
-<p>
-L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-disegnava di ricevere la corona del regno italico prima,
-indi la imperiale. (1310) Egli previamente spedì a Milano
-il vescovo di Costanza, il quale, nell'aprile dell'anno 1310,
-si presentò al consiglio generale; ed ivi ricercò, seguendo
-l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari, che la comunità
-facesse accomodare le strade e i ponti per dove il
-nuovo augusto doveva passare; ed avvisò i conti, i baroni
-ed i vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare
-il sovrano. Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che
-viveva in quei tempi, espone l'arringa officiosa di quel
-vescovo; il quale, fra le altre cose, disse che Enrico di
-Lucemburgo, incoronato già in Acquisgrana col diadema
-d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona
-di ferro:<a class="tag" id="tag610" href="#note610">[610]</a> <i>Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti
-per ferrum et istrumenta ferrea caetera metalla
-domantur, sic per salubre consilium, nec non praeclaram
-armorum virtutem italicorum, et praecipue Mediolanensium,
-domare debet imperator caeteras nationes.</i>
-Il punto era assai scabroso per Guido della Torre, il
-quale, come capitano perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi
-alla domanda, era lo stesso che il dichiararsi apertamente
-ribelle; la domanda era giusta, conforme alla
-pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; nè si poteva
-contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia;
-e Guido non era sicuro d'essere secondato dalle altre città,
-ossia da molti vacillanti principi che le reggevano. L'aderire
-alla richiesta era lo stesso che porre nelle mani del
-nuovo eletto la città, la signoria acquistata, e la propria
-persona. Promettere tutto, e mancare poi, non lo permetteva
-il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per
-darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo,
-un giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio
-da Fara. Incominciò questi un discorso ampolloso, magnificando
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-primieramente la maestà del romano Impero, il
-rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che sempre
-la città di Milano aveva dimostrato ai cesarei benefici; passò
-quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per
-ricevere la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati
-col ferro in Milano, e coll'argento prima nella Germania;
-viaggio di somma importanza e per il sublime personaggio
-che lo fa, e per la sacra solennità che viene a celebrarvi; poi
-discese a trattare della venerazione che meritava il vescovo
-di Costanza, non meno per l'episcopale dignità, che per l'importantissima
-legazione che eseguiva, rappresentando il più
-gran monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione
-concluse essere perciò quest'affare della maggior importanza,
-o si risguardi l'eccelso principe che lo promoveva, o
-il venerabile ministro che lo annunziava, o la maestà della
-cosa che veniva proposta; quindi, come i grandi oggetti
-meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo,
-tempo perciò vi voleva per maturamente esaminarlo, e
-preparare una confacente determinazione. Con tale artificio
-l'astuto Bonifacio da Fara offrì il disimpegno per guadagnar
-tempo e sciogliere il consiglio, come si fece; e il
-vescovo ne uscì nulla più informato di prima sulle intenzioni
-del signor Guido della Torre, capitano perpetuo del
-popolo di Milano.
-</p>
-
-<p>
-Guido della Torre si approfittò del tempo, e chiamò a
-Milano tutti i signori che dominavano nelle città della
-Lombardia ad un congresso, a fine di concertare il partito
-che conveniva di prendere intorno la venuta del nuovo
-imperatore. Erano trascorsi già centoventiquattr'anni dopo
-l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico,
-figlio di Federico I. Gli imperatori non erano stati dopo
-quell'epoca nominati da noi, se non o per qualche diploma,
-ovvero per le guerre che avevamo con essi. Radunatisi
-questi principi in Milano, Guido propose che tutti seco
-lui si collegassero a far causa comune per la comune loro
-salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata,
-si portasse questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse
-la insolita venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-facendosi, Guido annunziava, non solamente ecclissato lo
-splendore delle loro famiglie, ma schiantata dalle radici
-la loro dominazione sulle città. Guido prevedeva esattamente
-la cosa, come la sperienza mostrò poi. Ma il conte
-di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che
-i maggiori suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi
-vassallo dell'imperatore, sosteneva doversi anzi preparar
-tutto per accogliere quell'augusto coll'onore e colla riverenza
-che era dovuta da uno Stato fedele al suo legittimo
-sovrano. Replicava Guido, sinora non essere concorsa nell'elezione
-di Enrico di Lucemburgo, che la sola Germania;
-non essere il regno d'Italia per anco radunato, nè acclamazione
-o coronazione alcuna seguíta, onde potesse qualificarsi
-sovrano legittimo; trattarsi la questione appunto se
-convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il che egli dimostrava
-contrario ai comuni interessi delle loro famiglie, e
-lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riuscì di
-fare che gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli
-altri timidità, fosse virtù, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi
-vinti dalle parole di Guido, fosse che l'eloquenza passionata
-e di sentimento vigoroso, che trascina le anime energiche,
-rende diffidenti ed ostinate le anime piccole e fredde, qualunque
-ne fosse la cagione, Guido uscì da quel congresso
-smanioso, esclamando d'aver trattati con ciechi, sordi ed
-insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva per
-la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di
-sè, che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo
-palazzo, andava ripetendo: «Che ho io che far mai con
-quest'Enrico di Lucemburgo? Che c'entra egli mai a turbare
-il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli dovettero
-quei di mia casa? Io mai no 'l vidi, nè mai ebbi relazione
-alcuna con lui». Così egli diceva; e, rivolto ad alcuni
-domestici che, sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista:
-«Dite, dite, rispondete (esclamava), che cosa ho io
-che fare con Enrico, o tedesco o francese ch'ei sia? Cosa
-gli debbo io? Qual ragione può egli aver mai per togliermi
-il mio? Perchè non ci difendiamo noi dunque?» Cercarono
-di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-che, dovendo il re entrare nell'Italia per la strada di Savoia,
-siccome aveva egli disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo
-avanzare sino al Piemonte; che ivi poi alcuni di
-essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando più da vicino
-quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero
-fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo
-trovassero; ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per
-l'opportuno concerto, quando mai avessero ravvisato lui
-disposto a contrastare la loro autorità. Guido fu costretto
-ad accontentarsi di questo complimento; e il congresso fu
-sciolto con una determinazione che da una parte doveva
-alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi,
-e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi
-al coperto dei danni che poteva loro cagionare. Guido
-non misurava l'indipendenza sua colle sue forze. Proibì che
-nessuno in Milano nominasse Enrico da Lucemburgo, o ragionasse
-della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli si
-erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido
-proibì loro l'uscire dalla città.
-</p>
-
-<p>
-Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310,
-venne a Susa, donde passò a Torino, indi ad Asti. Egli
-aveva seco la regina Margherita sua moglie, principessa di
-una bellissima figura; conduceva seco molti principi tedeschi
-e francesi, e lo accompagnavano mille arcieri e mille
-uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano giornalmente
-incontro coi loro militi, rendevano sempre più
-forte il séguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso
-di Milano si presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava
-di pace, di ordine, di tranquillità civile, e di voler dare
-questi beni alle città d'Italia, le quali da lungo tempo ne
-erano prive. Il re si mostrava imparziale, non inclinato a
-fazione alcuna; e da quanto aveva già fatto in Torino ed
-in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato
-per procedere a questo fine; cioè togliendo ai privati
-ogni dominio, restituendo il governo di ciascuna città al
-suo consiglio generale, sotto il presidio di un vicario imperiale.
-Con questo saggio e benefico progetto ogni gara
-veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato governo,
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-veniva a goder della pace; e la regia autorità si rianimava
-soltanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con
-utilità reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero
-Langosco e gli altri che più poco v'era da sperare per
-la loro dominazione; e conobbero tardi che Guido aveva
-saputo prevedere.
-</p>
-
-<p>
-Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino
-al nuovo imperatore, era in Asti, venuto in séguito di lui;
-nè mai trascurava l'occasione di encomiare le qualità e il
-merito di Matteo Visconti. Allorchè vide il re invogliato di
-conoscerlo, e che dal re medesimo ne intese la brama, cautamente
-operò in modo che Matteo, travestito e colla compagnia
-d'un solo domestico, per strade inosservate, prestamente da
-Nogarola si portò in Asti. Tanta era la fama di quest'uomo e
-tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei Torriani, che,
-risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario, un'immensa
-folla di persone andò al suo albergo, e lo accompagnò
-al palazzo ove risiedeva il re Enrico, i cortigiani del
-quale conobbero di quanta considerazione godesse l'uomo
-che cercava d'essere al re presentato, il che subito gli venne
-concesso. Il Visconti, introdotto alla presenza del nuovo cesare,
-levatosi il cappuccio, si gettò a' suoi piedi, e raccomandò
-alla giustizia e clemenza sua la persona propria e
-i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri
-scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori
-delle città lombarde, e fra questi il conte Langosco;
-che Matteo, poichè ebbe reso omaggio al re, si accostasse
-per abbracciare il conte, dal quale villanamente gli fossero
-voltate le spalle; il che desse luogo a Matteo di ammonirlo,
-essere tempo omai di por fine alle inimicizie private, e
-di servire tutti d'accordo all'utilità pubblica sotto di un così
-benigno, così giusto e così grazioso monarca. Se questo fatto
-è accaduto, egli è certamente lontano dai nostri costumi,
-che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati
-da simili personalità. Si dice di più, che ivi rabbiosamente
-taluno rinfacciasse a Matteo Visconti d'essere il perturbatore
-della Lombardia; e che Matteo sempre padrone
-de' suoi moti, pacificamente indicando il re, null'altro rispondesse
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-se non: Ecco il nostro re, che darà la pace a ciascuno.
-Se ciò avvenne, la inurbana ostilità de' suoi nemici dovette
-dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il
-re, sorridendo, terminò il discorso col dire: La pace per
-metà è già fatta; a me spetta il compierla. Così racconta
-il Corio.
-</p>
-
-<p>
-Guido della Torre frattanto se ne stava in Milano. Egli
-alloggiava nel palazzo fabbricato quindici anni prima da
-Matteo Visconti, allora vicario imperiale dell'imperatore
-Adolfo; il qual palazzo era situato dove oggidì vi è la real
-corte arciducale<a class="tag" id="tag611" href="#note611">[611]</a>. Guido aveva al suo stipendio mille soldati
-a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di consegnargli
-liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva prigionieri;
-e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava
-Guido che i consigli da' Langoschi e di altri suoi aderenti
-avrebbero dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che
-in ogni evento, Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate
-città, avrebbero resistito alla venuta di Cesare. Il Langosco,
-in fatti, e gli altri suoi aderenti adoperarono ogni arte per
-fare che il re prescegliesse di farsi incoronare a Pavia, e
-non venisse a Milano. Ma il Garbagnate e il Visconti fecero
-comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza sin tanto
-che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi
-era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la
-sua sede; poichè, padrone una volta della città, e ricevuta
-che avesse ivi solennemente la corona del regno italico,
-alcuno più non avrebbe osato di fargli opposizione. Il re
-deliberò appunto di così fare. Al presentarsi del re colle
-sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara, nessuna opposizione
-ritrovò: venne anzi onoratamente accolto e venerato
-come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali
-senza spargimento di sangue, poichè un medico del paese
-cautamente ve lo introdusse. Il re non permise che si oltraggiassero
-i vinti, e il solo uso ch'ei fece dell'autorità, fu
-per sedar le fazioni. Informato Guido di tai progressi, finalmente
-spedì a Novara anch'egli alcuni de' suoi, per rendere
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli
-dell'arcivescovo. S'incamminò poscia il re de' Romani verso
-Milano, dove aveva già spedito il suo maresciallo di corte
-con truppe, affine di preparare gli alloggiamenti; e mentre
-era innoltrato nel cammino da Novara a Milano, ricevette
-un avviso dal maresciallo, che Guido della Torre non voleva
-sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al re; e che non
-voleva licenziare i mille armati del suo stipendio. Il re, scostatosi
-dalla via pubblica, chiamò a parlamento i suoi. Nessuno
-ardì di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese.
-Spedì rapidamente avanti di sè l'ordine che il maresciallo
-al momento pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno
-uscisse incontro del re fuori della porta della città. La sorpresa,
-la fama già precorsa della bontà di quel sovrano,
-l'amore delle cose insolite, naturale al popolo, che sente i
-mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento; la
-maestà d'un augusto, la noia de' Torriani, tutto in un momento
-si riunì, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della
-porla della città ad incontrare l'imperatore. Guido della
-Torre, per non rimanere solo, s'indusse egli pure ad uscire;
-e fu degli ultimi. A misura che il re s'andava accostando
-alla città, cresceva il numero de' Milanesi che gli rendevano
-omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que' tempi,
-col loro scudiere, che portava inalberata la loro insegna;
-e a misura che compariva il re, le insegne si abbassavano
-per riverenza. Presso le porte, al fine della città, comparve
-Guido della Torre, preceduto dal podestà, che in quell'anno
-era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il podestà umilmente
-presentò al re il bastone del comando, ch'era il distintivo
-della sua dignità; il re lo prese, indi graziosamente glielo
-riconsegnò. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato
-il suo stendardo; e alcuni del séguito del re de' Romani,
-ragionevolmente sdegnati di questo inopportuno orgoglio,
-si scagliarono sullo scudiero, glielo strapparono dalle
-mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata così ogni pretensione
-di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re, baciogli
-il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico
-allora lo accolse con bontà, e con paterno amichevole
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-tuono gli disse: Sia d'ora innanzi fedele e pacifico; questo
-è il solo buon partito che ti resta da prendere.
-</p>
-
-<p>
-Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo
-andò ad alloggiare nel palazzo, ove sta oggidì la real
-corte, il quale era signorilmente fabbricato per l'uso di
-que' tempi. Questa entrata del re in Milano accadde il giorno
-23 dicembre 1310. La prima cosa che ordinò Enrico fu: che
-fra le due famiglie Visconti e della Torre vi fosse una perpetua
-pace; che le cose passate nemmeno più si potessero
-nominare; che da quel punto ogni fazione s'intendesse proscritta
-ed abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente
-ritornassero tutti nel seno della loro patria, e fossero repristinati
-nel godimento de' loro beni. Ciascuno dovette giurare
-di osservare questa legge, in cui venne imposta la
-pena contro i contravventori di mille libbre d'oro: per fare
-il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in
-que' tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare.
-Io quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse
-chiaramente <i>mille librarum auri puri poena</i>, e non lo
-avesse pubblicata il nostro esimio Muratori<a class="tag" id="tag612" href="#note612">[612]</a>. Il re Enrico
-fece dappoi radunare il popolo sulla piazza di Sant'Ambrogio.
-Ivi si collocò sopra di un eminente e magnifico trono,
-a' piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre;
-e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese
-a parlare al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non
-era venuto in Italia per proteggere alcun partito, ma per
-fare indistintamente il bene, e senza parzialità, a tutti; che
-egli voleva la pace e la concordia; ed in prova indicò i signori
-che unitamente sedevano sui gradini del trono. Questi
-benefici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di due
-famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorità
-del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime
-di gioia e in applausi al virtuoso e benigno principe; e così
-l'eloquenza del cuore della moltitudine coronò, nella più
-sensibile maniera e nella più fausta, il principio della nuova
-sovranità, anche prima della sacra cerimonia, che si celebrò
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio 1311; dove
-l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da ventun'altri
-vescovi, solennemente incoronò colla corona ferrea
-del regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi
-assistenti furono quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono
-di Liegi, di Ginevra, d'Asti, di Torino, di Vercelli, di
-Novara, di Bergamo, di Padova, di Vicenza, di Treviso, di
-Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma, di Reggio, di
-Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di Trento.
-Questa solennità fu resa più augusta dall'assistenza del duca
-d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo,
-fratello dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di
-Savoia, del Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran
-numero d'altri baroni e signori italiani e tedeschi. Il vescovo
-di Vercelli ebbe l'onore di cingere la spada al re, al quale
-vennero con cerimonia consegnati il pomo d'oro, lo scettro
-e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse il rito, imponendogli
-la corona. È degno di memoria un fatto, ed è
-che non fu possibile, per quante ricerche se ne facessero,
-di ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla
-quale era tradizione che fossero stati incoronati gli antichi
-re d'Italia. Forse il far smarrire quell'antico cerchio è stata
-una minuta animosità di Guido della Torre; ma vi si supplì
-ben tosto con poca difficoltà da un fabbro, che formò
-d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami d'alloro
-intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia creò
-alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni,
-e il primo nominato fu Matteo Visconti.
-</p>
-
-<p>
-Sin qui la novità della venuta del re Enrico non aveva
-cagionato se non giubilo e consolazione alla città. Ma terminata
-appena la incoronazione, venne convocato il consiglio
-generale; dove, entrando un ministro del re con un
-notaio, ricordò ai consiglieri radunati l'antica usanza del
-regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato; e, rivoltosi
-al notaio: Scrivete, disse, ciò che una città sì grande
-e magnifica determinerà di offrire al nuovo cesare. Nessuno
-ardiva essere il primo a favellare. Un cupo silenzio regnò
-per qualche tempo in quella numerosa adunanza. Pure conveniva
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-proferire; e il primo eccitato a parlare, per liberare
-sè medesimo d'imbarazzo, altro non seppe suggerire, se non
-d'incaricare uno dei più stimati fra' consiglieri, a lui rimettendo
-il determinare la somma. Nominò poi Guglielmo della
-Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno,
-replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale,
-così impensatamente còlto, avrebbe pur voluto potersi liberare
-da quella briga, e uscire dall'alternativa o di mancare
-con suo danno ai riguardi verso del nuovo augusto, ovvero
-d'esporsi, pure con suo danno, ai venturi rimproveri dei
-cittadini. Non v'è cosa buona che qualche volta non rechi
-incomodo, persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo
-a nominare una somma, proferì cinquantamila fiorini d'oro.
-Il consiglio approvò questo donativo. Matteo Visconti non
-voleva tralasciare occasione di farsi merito; quindi, dopo
-di avere anch'egli assentito al donativo proposto: Quest'è,
-disse, per l'imperatore; ma lasceremo noi di offrire qualche
-segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice? Presentiamo
-alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini
-d'oro. Così propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri
-tutti, il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo;
-Guido della Torre, impetuosissimo uomo e incapace
-di piegarsi ai tempi, non si potè contenere; o fosse sdegno
-contro di Enrico, o fosse insofferenza vedendo un antico
-rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualificò altamente
-Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima
-liberalità donava l'altrui; s'alzò borbottando e dicendo con
-ironia: E perchè non piuttosto il numero compito di centomila
-fiorini? Il notaio puntualmente scrisse centomila fiorini
-d'oro, e si dovettero pagare, malgrado i maneggi fatti
-poscia inutilmente per diminuire tal somma.
-</p>
-
-<p>
-Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di
-centomila fiorini d'oro era allora tanto grave a pagarsi,
-quantunque ripartita su tutta la città, come adunque una
-somma di tal valore poteva minacciarsi a un privato, il che
-poc'anzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti e i
-Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare,
-anche sopra de' più autentici documenti, perchè i
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-costumi, co' secoli, si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola
-una legge che imponesse la pena d'un milione di
-scudi al delinquente, forse allora non lo sarà stata, e la
-esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore. Forse
-anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le
-pene pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente,
-le pene personali, cioè fissando una somma impossibile,
-la quale, non pagata, il delinquente cadeva in
-potere del legislatore. È noto come il fiorino d'oro è la stessa
-moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da Fiorenza e
-dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino;
-che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare
-in Firenze l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito,
-che molti altri Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe
-i suoi fiorini d'oro nei tre secoli che vennero dopo quell'epoca:
-ed io credo che una di tali monete che possedo, coll'immagine
-da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra dei
-santi Gervaso e Protaso, e colla data <i>Mediolanum</i>, possa
-essere coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto
-per migliorare la moneta, ovvero circa al 1260; anno
-al quale il Muratori attribuisce altre monete d'argento battute
-in Milano senza nome di principe, poichè l'Impero era
-vacante<a class="tag" id="tag613" href="#note613">[613]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma,
-per ivi ricevere la terza incoronazione come imperatore;
-ma ben prevedeva quel prudente signore che sarebbe stata
-di corta durata la pace data a Milano, s'egli si allontanava,
-conducendo seco le sue milizie. Gli armati che lo accompagnavano
-non erano numerosi abbastanza per poterne staccare
-porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi
-che l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero
-al momento in cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate;
-e che o i Visconti o i Torriani ben tosto venissero
-espatriati e resi raminghi co' loro aderenti. Il saggio principe,
-con accorto consiglio, nominò cento nobili milanesi,
-dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato nel
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi
-i capi e i più distinti dell'una e dell'altra fazione. Questa
-determinazione, che infatti era decorosa per gli eletti, piacque
-sommamente alla città, che ne traeva l'augurio della ventura
-quiete e dell'ordine. Gli eletti per lo contrario, cercavano
-il pretesto onde poterne sventarne l'idea; e quello
-che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del
-denaro per un decente corredo: mancanza in parte vera,
-poichè gli espulsi, nel tempo dei partiti, avevano perduto
-i loro beni. Comandò adunque il re che la comunità di Milano
-dovess'ella somministrare i mezzi convenienti per i
-cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal
-modo fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili
-passioni rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che
-secretamente i due partiti operassero di concerto per annientare
-ed eludere il potere benefico del re, che altro non
-toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I centomila fiorini
-d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in modo
-cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò
-la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi per
-equipaggiare i cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma.
-Si cercava di far nascere l'avversione contro del re e dei
-tedeschi, come invasori dello Stato. In queste circostanze,
-e mentre cominciava già a spargersi la tristezza, venne radunato
-il consiglio generale per ordine del re, nel quale
-comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del
-re, proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il
-viaggio de' cento nobili. Aveva Nicolò Bonsignore fatto circondare
-dalle armi del re la sala del consiglio, quella cioè
-dove attualmente si trova l'archivio pubblico. Fatta ch'ebbe
-quel signore la proposizione, un cupo silenzio occupò tutta
-la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri rispondesse
-alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro.
-Credette Nicolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi,
-partì dal consiglio lasciando gli ottocento radunati e
-custoditi dalle guardie, sì che nessuno potesse uscirne. Portossi
-immediatamente dal re, al quale esponendo l'ostinazione
-del consiglio, procurò di animarlo contro de' Milanesi,
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-gli significo come la città fosse inquieta; che fuori di porta
-Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi veduti
-Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso
-colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati
-prendendosi per la mano in atto di reciproca promessa;
-il che fra due case cotanto nemiche non poteva
-indicare se non una congiura contro del nuovo regno; eccitò
-l'animo reale a farsi perfino temere da un popolo che
-non poteva guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse
-trasportare in carcere i taciturni consiglieri, ovvero passarli
-tutti a fil di spada. Tale fu il bel parere che quell'italiano
-diede ad Enrico. Ma il re aveva un miglior naturale
-del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i consiglieri
-non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli
-andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il
-quale merita d'aver sempre un luogo onorato nella memoria
-di tutti i buoni. Così venne fatto. Questa nel saggio monarca
-era virtù, era umanità, nobile sicurezza e moderazione;
-non era spensieratezza o mancanza di azione. Egli
-cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti
-d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato;
-e con varii pretesti giravano sovente le truppe
-imperiali per i quartieri della città.
-</p>
-
-<p>
-La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un
-sogno. Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno
-il popolo credette già preso il concerto di scacciare il re
-ed i suoi. Taluno dubita che Matteo istesso vi avesse parte;
-io non lo credo. Egli è certo che Matteo comparve innocente
-e fedele presso dell'imperatore. Chi crede gli uomini troppo
-buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi li crede troppo
-maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo di cattivo
-carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se, appena
-ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena
-onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia
-contro dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già
-era cominciato il tumulto nella città, e molti erano usciti
-dalle loro case armati. Correva voce che i Visconti e i Torriani
-riuniti volessero scacciare i forestieri, a cagione dei
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-quali s'erano imposte le ultime gravezze. Il luogo per radunarsi
-si vociferava alle case de' Torriani, le quali erano
-al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni
-alle Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate
-le case de' Torriani, così rimasero per alcuni anni. La
-città era in allarme: ma le truppe tedesche eranvi in buon
-numero, e giravano per le strade, in modo da non essere
-sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende da alcuni
-che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo,
-figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido
-della Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi
-potè Galeazzo accorgersi che più non era possibile il sorprenderli,
-e che la mina era sventata. Il partito più scaltro
-era quello di ripiegare a tempo, di non arrischiarsi; comparire
-fedele, e lasciare che tutta la colpa e la macchia
-piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta
-a disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che
-Matteo Visconti nascose entro di un ripostiglio di sua casa
-Lodrisio Visconti, che era già armato per uscire; e fatto
-ciò, Matteo, in abito da casa, si pose a sedere sotto il portico
-del suo cortile, e fece venire intorno di sè alcuni domestici,
-co' quali si mise tranquillamente a ragionare, come
-se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia
-che dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda
-de' suoi per arrestare Matteo, qualora lo cogliessero in armi.
-Entrarono improvvisamente gl'imperiali e furono sorpresi
-di trovare il silenzio e la pace in quel ricetto in cui
-erano disposti a combatter i nemici. Matteo, spogliato, e
-attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un
-buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece
-offrire cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati,
-i quali non ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si
-inviarono alle case dei Torriani, intorno alle quali tutto
-era in armi. Pagano della Torre, vescovo di Padova, si pose
-gli abiti episcopali indosso, la mitra, il baston pastorale, e
-si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i Tedeschi;
-come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La
-persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potè
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-per questo impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi
-sorpresi e male assistiti da una moltitudine disordinata,
-raccomandarono la loro vita a generosi cavalli, ai
-quali tagliarono gli usati ornamenti per renderli più veloci
-alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di Guido, giunsero
-a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò da
-letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro
-un monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un
-antico suo amico, e potè nascondersi e passare a salvamento.
-Frattanto gl'imperiali con poco stento uccisero e
-sbandarono quegli ammutinati. Le case de' Torriani, bagnate
-di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte
-al saccheggio dalla licenza militare.
-</p>
-
-<p>
-Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti,
-e Galeazzo di lui figlio, rappresentavano due scene
-in luoghi distinti. Matteo aveva comandato a Galeazzo di
-starsene in casa sino al di lui ritorno. Ma Galeazzo appena
-fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo e si mostrò
-per le strade. Matteo Visconti, poichè vide sgombrati gl'imperiali
-della sua casa, si portò disarmato dal vescovo di
-Trento, cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare
-al re; mentre non osava di presentarglisi solo nel
-momento in cui poteva ogni cittadino essere sospetto. Il
-vescovo fu compiacente; e la spontanea presenza del Visconti,
-i suoi ragionamenti, la relazione dello stato in cui
-venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo
-fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i
-Torriani. Probabilmente o non vi fu intrigo dalla parte di
-Matteo, ovvero fu concertato dal solo Galeazzo senza saputa
-del padre. Nel momento poi in cui scoppiò il tumulto, facilmente
-Matteo avrà conosciuto come fosse stata ordita la
-trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità, di togliere
-quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un
-uomo la di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace
-pure di non lasciare al buon re Enrico un inganno, per
-mercede della bontà del suo animo. Matteo da Enrico non
-aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva riacquistati
-i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più fra
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi
-danni se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra
-poco verosimile la congiura di cui alcuni nostri autori lo
-voglion complice, e della quale minutamente descrivono
-persino i familiari colloqui di Guido con Matteo. Forse i
-Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la fama
-di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere;
-egli scrittori ne furono sedotti facilmente; perchè riesce
-più frizzante la storia, quanto più malignamente dipinge
-gli uomini; e lo storico signoreggia più, indicando ingegnosamente
-le cagioni, ancor false, anzi che raccontando i
-fatti soli, ove siano incerte le cagioni, che li produssero. Io
-mi crederò onorato ancora più rendendo un omaggio costante
-alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo,
-di lui figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna
-della vipera, aveva radunato un buon numero di cavalieri,
-che marciavano dietro di lui pronti a combattere.
-Questo drappello marciava dal Bocchetto al Corduce, quando
-improvvisamente se gli fece incontro un grosso squadrone
-di imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'imperiali
-avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera,
-si diè a conoscere venuto per unirsi a combattere contro
-i sediziosi e in servizio del re. I tedeschi erano comandati
-da un vescovo<a class="tag" id="tag614" href="#note614">[614]</a>. Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece
-in modo che s'introdusse nella città un corpo di austriaci
-acquartierati a San Simpliciano, che allora esisteva fuori
-della mura. Accadde in tale occasione che il duca Leopoldo
-d'Austria, passando in mezzo a questi popolari tumulti,
-nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo
-d'essere traforato da una lancia, se un suo fedele non
-avesse spronato il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la
-vita a questo giovine principe, glorioso ascendente dell'augusta
-casa d'Austria. La lancia fortunatamente passò fra le
-vesti del generoso suddito, senza nocumento di Leopoldo.
-</p>
-
-<p>
-I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria,
-da cui vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-vani gli sforzi che posero in opera per ritornarvi. Così
-terminò la dominazione de' Torriani, la quale interrottamente
-durò anni trentatre, cominciando da Martino, che,
-nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per
-anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone
-ossia Napo, per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone
-Visconti e di Matteo) Guido della Torre lo resse per anni
-tre sino al 1311, il che forma il periodo di trentatre anni.
-Non ho interrotto il racconto di questa interessante serie
-di avvenimenti colle frequenti citazioni, perchè l'epoca è
-assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le
-circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente,
-vegga il tomo XII della Raccolta <i>Rerum Italicarum</i>;
-Bonincontro Morigia, Cronaca di Monza<a class="tag" id="tag615" href="#note615">[615]</a>; Giovanni Villani,
-Storia, lib. IX; Cronaca d'Asti<a class="tag" id="tag616" href="#note616">[616]</a>; Giovanni da Cermenate,
-Istoria<a class="tag" id="tag617" href="#note617">[617]</a>; il Corio, all'anno 1311; e più d'ogni altro, la
-diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini, al
-tomo VIII.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-<span class="smcap">Fine del Tomo primo.</span>
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE DI QUESTO TOMO</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><i>Notizie di Pietro Verri</i></td> <td class="pag"><a href="#notizie">Pag. 1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Prefazione</i></td> <td class="pag"><a href="#prefazione">31</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO PRIMO.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita nell'anno 452</i></td> <td class="pag"><a href="#cap1">37</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO II.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei risorgimento</i></td> <td class="pag"><a href="#cap2">64</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO III.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo</i></td> <td class="pag"><a href="#cap3">89</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO IV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la più importante città della Lombardia nel secolo undecimo</i></td> <td class="pag"><a href="#cap4">115</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO V.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI</i></td> <td class="pag"><a href="#cap5">145</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO VI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I</i></td> <td class="pag"><a href="#cap6">184</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO VII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I</i></td> <td class="pag"><a href="#cap7">213</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO VIII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico</i></td> <td class="pag"><a href="#cap8">253</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO IX.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII</i></td> <td class="pag"><a href="#cap9">283</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO X.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV</i></td> <td class="pag"><a href="#cap10">316</a></td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cremona, nella stamp. Manini, un vol. in 8., di pag. 330.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Discorso recitato nell'apertura della Società Patriottica di
-Milano nel dicembre del 1778. — Ved. <i>Atti della Società.</i> t. I, p. 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggansi nella Raccolta degli Economisti Italiani le <i>Notizie
-di Cesare Beccaria:</i> Parte moderna, tom. XI, p. 3 e 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I nomi dei benemeriti cooperatori al detto Giornale, colla
-indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli,
-sono i seguenti: <i>A.</i> Alessandro Verri — <i>B.</i> Baillon — <i>C.</i> Cesare Beccaria — <i>F.</i>
-Sebastiano Franci — <i>G.</i> Giuseppe Visconti — <i>G. C.</i> Giuseppe
-Colpani — <i>L.</i> Alfonso Longhi — <i>NN.</i> Luigi Lambertenghi — <i>P.</i>
-Pietro Verri — <i>S.</i> Pietro Secchi — <i>X.</i> Paolo Frisi.
-</p>
-
-<p>
-Questo catalogo è stato stampato la prima volta da Lalande, nella
-Relazione del Viaggio ch'egli fece in Italia due anni dopo la cessazione
-di quel giornale. Veggasi <i>Voyage d'un Français en Italie</i>,
-edizione di Parigi, 1709, tom. I, pagina 374.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera
-del generale Pallavicini, ministro plenipotenziario, il quale abolì
-i separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec., e,
-riunendole in un sol corpo, le affidò ad una compagnia di Bergamaschi,
-che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono
-arditamente la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque
-milioni all'anno, e ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e
-mezzo, onde centomila annui zecchini ne avevano di profitto dal
-solo negozio. Dico dal solo negozio, perchè indirettamente poi
-essi avevano poste tali angarie alla filanda delle sete, che buona
-parte della raccolta de' bozzoli del paese cadeva nelle loro filande,
-che erano sparse nello Stato, e comparivano col nome di supposti
-proprietarii. Oltre di che essi ne ritraevano molti altri proventi
-incalcolabili; e così si fecero grandi e doviziosi». — Verri
-in una <i>Memoria</i> inedita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Data da Vienna il 10 aprile 1764. — Sì questa che le altre
-lettere e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti
-Notizie, esistono nell'Archivio nazionale di questa città.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 17 dicembre 1765.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&nbsp;&nbsp;</span>De' 29 novembre 1770.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Piano per la regia amministrazione delle Finanze, da cominciarsi
-l'anno 1771.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi il progetto della tariffa sopra accennato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Verri, nel citato piano per la regia amministrazione delle
-Finanze.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Milano, presso Giuseppe Marelli, della Prefazione, pag. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Economisti Italiani, parte moderna, cc., tom. XIII, pag. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prefazione ai <i>Discorsi</i>, dell'edizione di Milano, presso Marelli,
-1781, pag. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non dispiacerà di vedere qui riferiti alcuni frammenti di
-questo diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava
-dalla Cancelleria Imperiale. Ivi si legge: <i>Ex quo te propius cognoscere
-nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo
-cuique, favere tibi voluntate. Quæ enim duo hominen ad publica
-negotia tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre
-ingenium, ac fervens ad agendum animus, non solum in te natura
-conjunxit, sed ea tu quoque copioso scientiarum ac eruditionis
-apparatu, atque indefessa esercitatione ad actionem reddidisti
-expeditissima...... Propterea, ut primum tu in patria
-tua ad rerum publicarum procurationem nobis jubentibus accessisti,
-luculenter illico apparuit ministrum te fore amplissimum,
-cujus opera in restauranda, quod tum admodum agitabamus, et
-novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur... Neque
-tu in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia,
-consiglio, integritate; imo, quod precipuum est, exploratis industriae
-privatae arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent,
-et comparata tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas
-experientia, viam quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente
-opera effectui dari posset, quo propositum habebamus
-consilium, universam videlicet Mediolanensi provinciae reddituum
-administrationem ad nostros, cum primum fieri posset, magistratus
-revocandi. Id quod citius, ac sperare pronum erat...
-perfectum est.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera del principe Kaunitz al ministro plenipotenziario
-conte di Firmian, dei 21 luglio 1776. — La Società Patriotica era
-stata istituita sulle basi più liberali. La gran mente dell'immortale
-ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo
-immediato intervento dell'autorità sovrana assidera sovente il vigore
-de' corpi accademici, per una soverchia soggezione. Perciò
-ebbe cura che nel piano d'istituzione vi fosse per modo mascherata
-l'influenza del governo, che vi riuscisse impercettibile. La
-sua scrupolosa attenzione su quest'oggetto apparrà maggiormente
-dal seguente paragrafo di una sua lettera degli 11 settembre 1777:
-«Osservo, dice egli, che il Griselini, nella sua relazione sul libro
-del Cattaneo, si qualifica come segretario della <i>regia</i> Società
-Patriotica. Avendo S. M. voluto fare un dono alla nazione di
-ciò che riguarda la dote per questo stabilimento, ha anche con
-eguale generosità abdicata da sè qualunque superiorità o vestigio
-di essa; onde converrà avvertire i conservatori che in ogni
-occasione, anche dai subalterni, facciano solo annunziare la Società
-senza qualificarla come <i>regia</i>». Grandi furono i servigi
-prestati dalla Società Patriotica nei diciotto anni di sua esistenza.
-Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque
-l'Italia dopo il 1796, non è tra l'ultime la cessazione di tutte
-le società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe
-pur facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de
-Georgofili di Firenze e quella d'Agricoltura di Torino hanno riprese
-le loro funzioni: e quando vi penseremo noi?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel <i>Postscriptum</i> alla lettera dei 30 marzo 1778 al ministro
-plenipotenziario.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ne esiste pure un cenno in uno di que' celebri almanacchi
-(<i>Il mal di milza</i>) che per una filosofica celia aveva in quell'anno
-appunto pubblicati. Egli, sotto forma di un indovinello, vi fa così
-parlar la tortura: «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri;
-purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son
-creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a
-quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute,
-e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non
-si sono servite di me: il mio impero è nato ne' tempi delle tenebre;
-il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni
-di alcuni privati». Si potea forse esprimersi con maggior
-precisione in così brevi termini?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna occasione
-per insinuare delle idee utili, nell'annunziare al ministro
-plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest'opera, si
-esprime come segue: «Io non dubito che l'opera avrà tutto quel
-merito che si può sperare dall'erudizione dell'autore, guidato da
-uno spirito filosofico e superiore alla maniera di pensare comune
-a' compilatori di simili storie, per lo più privi di sana critica.
-L'edizione è assai elegante, e mi fa sperare che l'arte tipografica
-possa successivamente ritornare in Milano a quel grado di credito
-in cui era nella prima metà di questo secolo, e da cui è
-decaduta». <i>P. S. alla lettura 4 settembre 1783.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto
-nelle <i>Notizie di Cesare Beccaria</i>. Se in questo oggetto si imitasse
-il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di
-rinnovare ogni anno instancabilmente nel parlamento d'Inghilterra
-la sua proposizione per la libertà dei Negri, chi sa che una volta,
-o per persuasione o per tedio, si riuscisse nell'intento!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi la nota in fine del cap. XXIII, pag. 208 del tom. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Essa è detta da Pietro Verri «tragedia di sentimenti grandi,
-arditi e liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi;
-che ci rappresenta la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo
-pericoloso, quand'anche nasca da nobili principii; che interessa
-e sviluppa un'azione che è la sola della nostra storia posta sul
-teatro, e la presenta col costume de' tempi; tragedia che sgomenta
-le anime gracili e scuote deliziosamente le energiche».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dopo l'epoca in cui furono scritte queste Notizie, morirono
-tanto Carlo che Alessandro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Parte II, pag. 148, edizione prima di Milano, 1796.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Meditazioni sull'economia politica</i>, § XXIV in fine. — Si
-noti che la prima edizione di quest'opera è del 1771.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Memoria della vita e degli studii di Paolo Frisi</i>, pagina 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Galli... sbaragliati i Toschi non lungi dal Ticino, avendo
-udito che il paese in cui si erano fermati si chiamava degli Insubri,
-nome pure di borgata degli Edui, cogliendo l'augurio del
-luogo, fabbricarono una città, e la chiamarono Mediolano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Livio, lib. V, cap. XIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sul passaggio de' Galli in Italia questo ci venne riportato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quella nazione dicesi aver passate le Alpi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ant. It. Med. Æv.</i>, diss. XXI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tanti cadaveri di città semi-distrutte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom II, pag. 691.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il suolo della città modonese, occupato enormemente dall'eccessivo
-straripamento dell'acque, dai ruscelli che scorrono all'intorno
-e dagli stagni che straboccano dalle paludi, si vede ancora
-essere deserto per la fuga degli abitanti. Laonde anche oggidì si
-mostra una congerie di pietre d'ogni maniera, e veggonsi sassi di
-grande volume, attissimi un tempo alla costruzione di eccelsi edifizi,
-ora, come dicemmo, sommersi dalla frequente inondazione
-delle acque.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vitr., lib. 1, cap. 4. — Strab., lib. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Alle mura dai Galli edificate,</p>
-<p class="i02"> Che pelle ostentan di lanuta troia.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che da lanuta troia il nome tragge.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Una città grandissima delle Gallie e popolatissima, nominano
-Milano. Questa i Galli Cisalpini tengono per loro capitale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Plutarc., Vit. Marcelli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Recaronsi a Milano, città principale degl'Insubri; <i>Cornelio</i>,
-impadronito essendosi della città, che oltremodo piena era di frumento
-e di ogni genere di vettovaglie, insiegue i Galli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Polip. Histor.</i>, lib. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo monastero più non esiste.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 3, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quale e quanto grande fosse la gioia conceputa per l'una
-e per l'altra vittoria, può da questo raccogliersi, che e <i>Domizio
-Enobarbo</i> e <i>Fabio Massimo</i> nei luoghi stessi nei quali pugnato
-avevano, eressero torri di pietra, sopra vi piantarono trofei ornati
-delle armi nemiche.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cronica di <i>Vincenzo Canonico</i> di Praga.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Monumenti storici della Boemia, non mai in addietro pubblicati.
-Praga.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Torre fortissima e grandissima, di solidissima costruzione
-marmorea, che nominavasi Arco romano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. I, pag. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Isaaci Casauboni Animad. in Svet., lib. I, pag. 52, num. 17,
-ed. Paris, 1610; et Plutarc. in Vit. Caesar: <i>invitatus Mediolani
-ad coenam, hospite Valerio Leone, qui asparagum apposuerat,
-atque olei loco infuderat unguentum, ipse simpliciter comedit, et
-indignantes increpavit amicos. Satis enim, inquid, abstinere iis
-a quibus abhorrebatis: nunc eam rusticitatem qui deprehendit,
-ipse est rusticus.</i>
-</p>
-
-<p>
-(In Milano, ospite essendo di Valerio Leone, e avendogli costui
-messi innanzi a cena degli asparagi, sopra i quali sparso eravi
-unguento in vece di olio, egli ne mangiò senza farne caso veruno,
-e sgridò gli amici suoi che se ne mostravano disgustati:
-«Imperocchè bastava, disse, che ve ne foste astenuti, se non vi
-piacevano; ma ben rustico è chi biasima una tale rusticità»).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Statua ejus aenea fuit Mediolani</i> (scilicet statua Bruti) <i>in
-Gallia Cisalpina posita. Hanc, quae imaginem ejus bene repraesentabat,
-et erat artificiose facta, ut post vidit, Caesar praeteriit:
-mox subsistens, compluribus audientibus vocavit magistratus, civitatem
-eorum ferens sibi compertum esse foedus pacis rupisse,
-quod hostem suum apud se haberet. Ac primum sane negaverant,
-et quemnam significaret ambigentes, intuebantur se mutuo. Ut
-vero conversus Caesar ad statuam, contracta fronte, nonne, inquit,
-hic stat hostis noster? multo illi magis perculsi obmutuere.
-At Caesar arridens laudavit Gallos, quod amicis essent etiam in
-adversis rebus stabiles, praecepitque ne statua loco moveretur.</i>
-Plutarc. in Vit. Bruti, in fine.
-</p>
-
-<p>
-(Eravi una di lui statua (di Bruto) di bronzo, eretta in Milano,
-città della Gallia Cisalpina; e in progresso di tempo veduta avendo
-Cesare una tale statua, che ben somigliava a quel personaggio, e
-leggiadramente lavorata era, passò oltre, indi fermatosi, mandò
-chiamando i magistrati, e lor disse, alla presenza di molti che udironlo,
-ch'egli trovato aveva essersi rotte dalla città loro le convenzioni
-di pace, tenendo essa dentro di sè un suo nemico. Da
-principio adunque, com'era ben convenevole, negaron essi la
-cosa; e non sapendo di cui egl'intendesse, si guardavan l'un l'altro.
-Rivoltatosi però Cesare verso la statua e facendo ceffo: «E
-che! disse, non è qui posto costui che è mio nemico?» E coloro,
-vie maggiormente sbigottiti, si tacquero. Ma egli, allor sorridendo
-lodolli, siccome quelli che tuttavia costanti e fedeli erano ai loro
-amici, quantunque caduti in avverse fortune; e comandò che lasciata
-fosse la statua in quel luogo medesimo).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I superbi edifici di Roma ed altre città, ed in particolare
-Cartagine, Milano e Nicomedia, adorne di nuove ed eleganti mura.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così crede che si chiamasse quella di Sant'Eufemia il signor
-conte Giulini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Milano ancor di maraviglia degno</p>
-<p class="i02"> Tutto presenta: Universal dovizia;</p>
-<p class="i02"> Ben ornate le case, innumerevoli;</p>
-<p class="i02"> Pronti e facondi son gli umani ingegni,</p>
-<p class="i02"> Antichi e venerabili i costumi;</p>
-<p class="i02"> Con doppio ordin di muro anco ingrandito</p>
-<p class="i02"> Vedi il recinto, e popolar diletto</p>
-<p class="i02"> Formano il circo, e co' suoi gradi in giro</p>
-<p class="i02"> D'ampio teatro la racchiusa mole;</p>
-<p class="i02"> Sorgono templi e palatine rôcche,</p>
-<p class="i02"> E opulenta officina di monete,</p>
-<p class="i02"> E delle terme la region, cui fama</p>
-<p class="i02"> Crebbe ed onore per l'Erculeo nome,</p>
-<p class="i02"> E di scolpiti marmi intorno adorni</p>
-<p class="i02"> I peristili tutti, e in vasto cerchio</p>
-<p class="i02"> Quasi un campo a formar stese le mura;</p>
-<p class="i02"> Tutto è sublime, ed emular le forme</p>
-<p class="i02"> Delle grand'opre sembra, e non temere,</p>
-<p class="i02"> Vicina ancora, il paragon di Roma».</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Maravigliose tutte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Della fusione dei metalli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Affinchè dessimo ai cristiani ed a tutti libero potere di seguire
-quella religione che ciascuno volesse.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lactantius, de Moribus persecutorum</i>, cap. 48.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Muratori, Anecdota</i>, t. I, pag. 223. <i>Impress. Mediol.</i>, 1697.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bingam., Orig. Eccles.</i>, lib. IX, cap. I, § 5 e 6. — <i>Dupin,
-de Antiq. Eccles. disciplin.</i>, diss. I, § 6. — Giannone, Storia del
-regno di Napoli, lib. II, cap. VIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ai sacerdoti ed al clero milanese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Siccome tuttavia il fine a cui tende l'antica mia deliberazione
-è che alcuna persona mescolarsi non debba nello assumere
-l'incarico della cura pastorale, colle orazioni io secondo la vostra
-elezione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>S. Gregorii papae I cognomento Magni opera omnia. Venetiis</i>,
-1744, tom. 2, col 644 G.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciocchè poi ponete mente alla esazione del patrimonio
-della provincia di Sicilia, di diritto della Chiesa santa, alla quale,
-per divina autorità, presiedete.... per ciò è duopo che la santità
-vostra istituisca una persona a trattare questo negozio, colla quale
-la Chiesa romana possa solidamente conchiudere qualche cosa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. I, Epist. 82. S. Greg., <i>Operum.</i>, tom. 2, col. 565.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Al reverendissimo e santissimo confratello <i>Ansperto</i>, arcivescovo
-milanese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Troppo imperiti mostraronsi alcuni interpreti dicendo: Perì
-questa città, rovinata è la chiesa, non vi ha più ragione alcuna
-di vivere. Anzi havvi motivo di vivere più giustamente e più santamente,
-perchè Dio onnipotente, che con grande pietà queste
-cose dispone, non diede già in mano ai nemici la città che in voi
-consiste, ma le sole abitazioni; nè la chiesa sua, che è veramente
-la chiesa, lasciò che consumata fosse dall'incendio, ma affine di
-correggerci permise che abbruciato fosse il ricettacolo della chiesa....
-Perciocchè, dopo quella ruina tanto grande e lagrimevole,
-ecco il sommo suo sacerdote salvo rimane, intatto il clero; e la
-plebe stessa, sebbene viva in continuo timore e mesta, conserva
-la libertà... Non perimmo noi stessi, ma quelle cose che nostre
-sembravano, e che o il predatore rapì o il ferro o il fuoco consumò...
-Conciossiachè, rotte le mura innanzi ai nemici armati e vigorosi,
-i popoli inermi... fuggirono... Consoliamoci adunque, o fratelli,
-nè tanto poi sospiriamo le case distrutte, giacchè vediamo
-la riparazione delle case riserbata ne' loro padroni... Il Signore adunque
-temperò verso di noi la sua vendetta, cosicchè, diroccata
-la città, devastate le campagne, sminuiti gli averi, nè le anime
-nostre, nè i nostri corpi furono offesi... E per ciò non dubitiamo
-che o noi o i nostri posteri Dio non possa riparare delle cose
-perdute.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si ricorda essere stata la presente opera pubblicata nel 1783.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De bello Gothico</i>, lib. II, cap. 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ricevette Agilolfo, che era cognato del re <i>Autari</i>, cominciando
-il mese di novembre l'esercizio della regia dignità. Ma pure,
-congregati essendo da poi i Longobardi in assemblea nel mese di
-maggio, da tutti, presso Milano, fu innalzato al regno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 3, cap. ultimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Adunque nella state seguente, nel mese di luglio, fu innalzato
-<i>Adaloaldo</i> re sopra i Longobardi, presso Milano, nel circo,
-alla presenza del padre suo il re <i>Agilulfo</i>, coll'assistenza dei legati
-di <i>Teodeberto</i>, re dei Franchi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 4, cap. 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Abitano la Germania situata intorno al Reno, dalla prima
-parte settentrionale i Brusacteri, detti piccioli, ed i Sicambri, gli
-Oqueni, i Longobardi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La parte interna e la mediterranea occupano principalmente
-gli Svevi Angli, i quali più orientali sono dei Longobardi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La scarsezza dei Longobardi forma la loro nobiltà, perchè
-circondati da moltissime e valorosissime nazioni, non per mezzo di
-ossequio si mantengono sicuri, ma bensì colle pugne e coi pericoli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ristorato dalle forze dei Longobardi, con varietà di lieta e
-di avversa fortuna contro i Cheruschi guerreggiava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 228, tom. 2, pag. 383.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 1, pag. 396.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. 2, pag. 171.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 4, pag. 364.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sormani, Passeggi, tom. 2, pag. 20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 2, pag. 416.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. 3, pag. 499.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. 3, pag. 228.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. 3, pag. 346.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. I, pag. 388.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini tom. 2. pag. 361.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per la eccessiva scarsezza degli abitanti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Senior.</i>, lib. 2, cap. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 2, pag. 322.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. 5, pag. 442.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. 2, pag. 439.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dove è da sapersi che la città di Milano, per le molte distruzioni,
-non era internamente fabbricata con case murate, ma
-per la maggior parte composte di paglia e di graticci. Laonde se
-il fuoco ad una casa appiccavasi, tutta la città si abbruciava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 4, pag. 144.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulph.</i>, lib. 4, cap. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 4, pag. 510.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che si è professato di vivere secondo la legge dei Romani.
-</p>
-
-<p>
-Che si reputa vivere secondo la legge de' Longobardi.
-</p>
-
-<p>
-Che mi sono professato, per la mia nazione, di vivere secondo
-la legge Salica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 430.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Noi Alberico conte nel Placito pubblico per amministrare a
-ciascuno la giustizia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 307.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 356.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Mantenitor del voto, in voler fermo».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 381.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. I, pag. 383 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quello tra i cardinali preti diaconi o sarà trovato più degno,
-coll'aiuto di Cristo, all'onore dell'arcivescovado promuovessero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 385 e 411.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pienamente e ad evidenza intendiamo, come tu con fedele
-devozione, e con tutto lo sforzo della mente, per il pristino stato
-e vigore, e per lo ristoramento della santa Chiesa milanese, tre
-volte e quattro sei rimasto devoto e zelante nell'ossequio di Ansperto
-reverendissimo tuo arcivescovo e confratello nostro e ad
-esso nelle cose tutte fedelissimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 419.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 2, pag. 61.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liutprand.</i>, lib. I, cap. 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic.</i>, tom. 2, part. II, <i>Chron. Novaliciense</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vegnendo noi a Pavia nel sacro palazzo, ed ivi fatta nella
-persona nostra la elezione, colla grazia di Dio onnipotente, da
-tutti i vescovi, marchesi, conti e da tutti gli ordini di persone
-tanto maggiori che inferiori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Antiquit. Medii Ævi</i>, tom. I, pag. 87.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel palazzo di Pavia, che è la capitale del nostro regno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Antiquit. Medii Ævi</i>, tom. I, pag. 779.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liutprand.</i>, lib. 2, cap. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 2, pag. 153.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. VI, pag. 325.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. 2, pag. 163.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 2, pag. 267.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che egli voleva in quel luogo costruire una fortezza, colla
-quale, non solo i Milanesi, ma molti principi d'Italia altresì avrebbe
-saputo tenere in freno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Luitprand.</i>, lib. 3, cap. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli concedette di poter cacciare il cervo nel suo parco, il
-che mai accordato non aveva alcuno se non se ai carissimi ed
-illustri suoi amici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mentre presso le mura della città cavalcava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella propria lingua, cioè nella teutonica, così parlò ai seguaci
-suoi: Io non sono Burcardo, se non faccio che gli Italiesi
-tutti si servano di un solo sperone, e per cavalcatura si valgano
-di cavalle pregne o deformi. Punto non curo la solidità o l'altezza
-di quel muro; giacchè, col solo gettare la mia lancia, morti precipiterò
-dal baluardo i nemici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Venne a Pavia e col consentimento di tutti assunse il regno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liutprand.</i>, lib. 3, cap. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ugone e Lotario regi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liutprand.</i> lib. 4, cap. 6. — <i>Arnulph.</i>, lib. I, cap. 1 <i>et</i> 2, <i>in
-Rer. Ital. Script.</i>, tom. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. 2, pag. 208.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liutprand.</i>, lib. V, cap. 4 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tristani Calchi, Hist. Patr.</i>, lib. I, pag. 18. — Alciati, lib.
-II, pag. 125.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mentre nel nome di Dio, nella città di Pisa, alla corte dei
-signori re, dove il signor Ugone e Lotario gloriosissimi ai re presiedevano,
-sotto le viti, là dove <i>topia</i> (pergola) si chiama, entro
-la corte medesima, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Muratori, <i>Antiq. Med. Ævii</i>, tom. I, pag. 953.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mentre nel nome di Dio, al monastero del santo e confessore
-di Cristo, Ambrogio, ove sepolto riposa il di lui corpo, ove
-il sig. Lamberto, piissimo imperatore, presedeva, in una casa della
-stessa santa chiesa milanese, in una <i>lobia</i> (<i>terrazzo</i>, anzichè <i>portico</i>,
-come interpreta il <i>Du Cange</i>) della casa medesima, sedeva
-a giudicare Amedeo, conte del palazzo, insieme con Landolfo, nominato
-arcivescovo, affine di amministrare a tutti giustizia e deliberare,
-ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. II, pag. 473.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel nome di Dio, essendo che nella città di Milano, nella
-corte del ducato, entro la <i>lobia</i> della stessa corte sedeva a giudicare
-Magnifredo, conte del palazzo, e conte dello stesso contado
-milanese, per amministrare giustizia a ciascuno, risedendo con
-esso Rotcherio, visconte della stessa città, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. II, pag. 469.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Confermo che tutti i miei servi e le mie ancelle siano Aldioni,
-ed appartenga la loro brigata (<i>mundium</i>) allo stesso ospedale,
-ricevendo essi un soldo per testa ciascuno, siano maschi o
-femmine; e così voglio pure che quegli uomini miei che consueti
-sono, col vitto giornaliero, a prestarmi le opere loro, stabilisco
-che qualora lavori debbano eseguirsi, compiano i detti lavori, ricevendo
-il vitto dallo stesso ospedale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo ospedale sia diretto e governato da Warimberto, umile
-diacono dall'ordine della santa chiesa milanese, nepote mio
-e figlio della buona memoria di Ariberto di Besana ne' giorni
-della sua vita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. II, pag. 110.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Da coerenza a questa da due parti tenente Ursone, e così
-pure l'isola comense, dalla terza parte il podere di San Vittore
-di Missaglia, dalla quarta il podere di San Pietro di Civate.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. II, pag. 199.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 366 e 471.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. I, pag. 72.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sembra questo in contraddizione con quanto si è asserito;
-cioè che quando il genere umano fu più tormentato, gl'ingegni
-si sono riscossi, e ne è nata la coltura e la felicità. Ma la apparente
-contraddizione scompare, considerando che l'ignoranza produce
-la ferocia e l'infelicità, e queste, giunte a un determinato
-grado, scuotono gl'ingegni, tolgono il torpore e richiamano la sapienza;
-quindi tutto si anima e risorge; quindi spunta la felicità,
-nella quale nuovamente il genere umano diviene inerte, e successivamente
-ignorante, feroce e misero. Tale è la vicenda per cui
-circola e circolerà sempre la storia delle nazioni. Il male nasce
-dal bene, e il bene dal male.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Senior.</i>, lib. II, cap. 10; <i>Rer. Ital.</i>, tom. IV. — L'anno
-1440, il cardinale Branda Castiglione, signore accreditatissimo,
-avendo sottratti i rituali ambrosiani per introdurre il rito
-romano, corse pericolo della vita. Il popolo attorniò il suo palazzo;
-egli fu costretto a gettare dalle finestre i libri ambrosiani, e
-finchè visse, non s'arrischiò a porre mai più il piede in Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. II, pag. 151.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. I, cap. 9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note151">
-<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Debbono dunque essere istruiti i laici, affinchè nelle case
-loro debbano con fervore celebrarsi i divini misteri, il che è assai
-lodevole; siano però i misteri trattati da coloro che dai vescovi
-siano stati esaminati, e si approvano allorchè sono dagli ordinatori
-loro accompagnati con lettere commendatizie, mentre
-per avventura debbono recarsi in terre straniere. Se adunque si
-trovano sprezzatori dei canoni, che straordinariamente cd illecitamente
-esercitino il ministero e che ardiscano violare sacramentalmente
-le cose divine, siano da prima gli uni e gli altri dal vescovo
-rimossi, tanto cioè il cherico o il sacerdote errante, quanto
-quello che con usurpazione si appropria il di lui ufficio; e qualora
-non vogliano da questa temerità trattenersi, siano scomunicati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note152">
-<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Canon. XVIII. Synod. Regiaticini ann. 850 regnantib.
-piissim. Augg. Hlotario ac Hlodovico. Lubbei Concilior.</i>, tom.
-IX, pag. 1071. <i>Edit. Venet.</i> 1782, Albrizzi e Coleti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note153">
-<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Leo Hostiens.</i>, lib. II, cap. ultimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note154">
-<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. II, pag. 244.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note155">
-<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. II, pag. 280.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note156">
-<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intanto, celebrando Valperto i divini misteri, con molti vescovi
-circostanti, il re tutte le regali insegne, la lancia, nella
-quale chiuso era un chiodo di N. S. e la spada reale, la bipenne,
-il cingolo, la clamide imperiale e tutte le regie vesti depose sull'altare
-di Sant'Ambrogio.... Valperto, magnanimo arcivescovo, di
-tutti gli abiti reali, col manipolo di suddiacono, sovrimposta al
-capo la corona, astanti tutti i suffraganei di Sant'Ambrogio e molti
-duchi e marchesi, con maraviglioso decoro rivestì ed unse Ottone
-re, acclamato e in tutti i modi confermato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note157">
-<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. II, cap. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note158">
-<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Soggiogati avendo i Milanesi, rinnovò la loro moneta, e anche
-in oggi quelle monete chiamansi Ottelini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note159">
-<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Goldast. Chatol. rei Monet.</i>, tit. 48.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note160">
-<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'arcivescovo, scortato da una grande squadra di soldati,
-che ornati erano di pelli di martori, di zimbellini, o con pellicce
-di vaio e di armellino, delle quali cose fornito lo aveva maravigliosamente
-l'imperatore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note161">
-<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ornato delle vesti episcopali, colla stola, senza la quale non
-costumò giammai di trovarsi fuori o nella città, qualunque fosse
-il negozio che interveniva o che lo turbava..... e dallo stesso mirabile
-monarca con grande onorificenza ricevuto, si trattenne in
-conversazione, siccome al vescovo conveniva.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note162">
-<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 23.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note163">
-<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. III, pag. 24.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note164">
-<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per amore del santissimo vescovo Ambrogio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note165">
-<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 151.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note166">
-<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Arcivescovo della santa chiesa milanese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note167">
-<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. III, pag. 153.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note168">
-<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 183.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note169">
-<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. III, pag. 217.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note170">
-<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La società evitando de' suoi pari, Eriberto, nonostante il malcontento
-loro e la loro ripugnanza, recossi nella Germania, risoluto
-di eleggervi ei solo un re teutonico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note171">
-<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Scriptor.</i>, tom. IX, pag. 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note172">
-<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Egli stesso ricevuto lo avrebbe e con tutti i suoi, signore e
-re pubblicamente acclamato e tosto coronato lo avrebbe.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note173">
-<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre molti donativi il vescovado di Lodi, affinchè, siccome
-consacrato aveva il vescovo, così pure lo investisse.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note174">
-<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sicuro di ogni cosa ritornando, tutta colle sue ambascerie
-sovvertì l'Italia, altri coi fatti, altri colle speranze tenendosi benevoli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note175">
-<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 197.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note176">
-<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulph.</i>, cap. 7, e Giulini, tom. III, pag. 211.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note177">
-<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Glaber. Rodulph.</i>, lib. 4, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note178">
-<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 2, cap. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note179">
-<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 219.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note180">
-<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. III, pag. 222. Riferisco le parole d'un autore dei nostri
-giorni anzi che quelle di Landolfo, contemporaneo, perchè il
-lettore si appaghi essere il fatto non controverso, ma accordato
-da un illustre erudito e da un Guelfo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note181">
-<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Contro il volere d'Ariberto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note182">
-<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A tale feccia di costumi, peggiorando giornalmente da sè
-stesso, si riduce il mondo che non solo giace dallo stato suo decaduto
-qualunque ordine di laica o ecclesiastica condizione, ma
-languisce ancora la stessa monastica disciplina, dalla consueta perfezione
-della sua elevazione piegata, direi quasi, al suolo. Perì il
-pudore, svanì l'onestà, cadde la religione, e, quasi in un drappello
-raccolta, andò lontana la turba di tutte le sante virtù.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note183">
-<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Muratori, <i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. X, pag. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note184">
-<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 2, cap. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note185">
-<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulph.</i>, lib. I, cap. 10. — <i>Flam. Manip. flor.</i>, cap. 141.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note186">
-<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fornita di grandissima quantità di popolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note187">
-<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 327.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note188">
-<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 334.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note189">
-<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Convocati i sacerdoti e i diaconi, con somma devozione assunta
-avendo la penitenza di tutti i peccati, e fatta alla presenza
-di tutti la sua confessione e l'assoluzione dai sacerdoti ottenuta
-coll'imposizione delle mani, cooperando lo Spirito Santo, con umiltà
-e devozione la santa Eucaristia ricevette.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note190">
-<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 2, cap. 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note191">
-<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 411.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note192">
-<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 422.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note193">
-<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Inoltre l'arcivescovo di Milano, per autorità imperiale godeva
-alcune altre rendite cospicue: sulle strade regie, da qualunque
-parte del contado si uscisse, avea un pedaggio, e qualunque volta
-entrava uno straniero a cavallo, o in cocchio o a piedi, pagava il
-censo al gabelliere dell'arcivescovo, o piuttosto ad innumerabili
-gabellieri, e l'arcivescovo era tenuto a far custodire i passi, e tutti
-coloro che alcun danno sostenuto avessero entro il territorio, risarcire
-dovea del suo di tutta quella somma alla quale fossero
-stati apprezzati i danni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note194">
-<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Flamma, Chronic. Mediolan.</i>, pag. 227.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note195">
-<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre il consueto abusar del dominio della città.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note196">
-<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulph.</i> cap. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note197">
-<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ai tempi di <i>Ottone</i> imperatore primo, <i>Bonizone</i>.... come
-duce stabilito per facoltà ricevuta dall'imperatore, reggeva col suo
-governo il castello.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note198">
-<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 2, cap. 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note199">
-<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sia tenuto ad alimentare cento poveri, e per ciascun povero
-dia un mezzo pane e lardo per companatico, ed una libbra di cacio
-tra quattro ed uno staio di vino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note200">
-<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Comperino pesci, affine di ristorarsi col cibo e rallegrarci
-ogni anno nel giorno anniversario della morte di essi <i>Falkerodo</i>
-monaco e <i>Giovanni</i> prete, per suffragio delle anime loro, che ad
-essi procuri gaudio e salute dell'anima.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note201">
-<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 81.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note202">
-<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Affinchè essi luminari rispondano per la di lui anima.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note203">
-<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 377 e 465.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note204">
-<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E faccia ardere nella quadragesima maggiore sopra la sepoltura
-del fu di lui genitore Andrea.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note205">
-<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 271.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note206">
-<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. V, dissert. LIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note207">
-<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per cagione del retto giudizio che su le cose già nominate
-pronunziammo tra esso e <i>Riccardo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note208">
-<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. IV, pag. 197.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note209">
-<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. II, pag. 387.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note210">
-<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le facoltà della Chiesa e molti benefizi ancora dei cherici
-distribuì ai soldati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note211">
-<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulphus</i>, cap. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note212">
-<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Promettendo a quelli tutte le pievi e tutte le dignità e gli
-ospedali, che i maggiori ordinari ed il primicerio dei decumani e
-gli arcipreti e cimiliarchi delle chiese di questa città godevano,
-asserendo con giuramento, e consolidando un patto così detestabile.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note213">
-<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 2, cap. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note214">
-<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rerum Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 121.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note215">
-<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Degli uffizi dei ministri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note216">
-<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che dirò della monogamia de' sacerdoti? Mentre un solo
-connubio è loro permesso, e non mai ripetuto; e questa è la
-legge di non passare a seconde nozze.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note217">
-<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. I, cap. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note218">
-<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma a che parlerò io della castità, quando si permette un
-solo, non ripetuto connubio? E adunque nello stesso matrimonio
-è posta la legge di non rinnovarlo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note219">
-<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sancti Ambrosii Opera, edit. Maurin., Paris</i>, 1686, tom. II,
-<i>column.</i> 66 B.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note220">
-<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Maestro delle virtù è adunque l'apostolo, il quale insegna
-doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome
-quello che ingiugne che l'uomo sia sposo di una sola donna, non
-già perchè totalmente escluda il non coniugato (perciocchè questo
-è al di là della lettera del comandamento), ma perchè colla castità
-coniugale goda della grazia della sua assoluzione, giacchè nel coniugio
-non vi ha colpa, ma legge. Per questo l'apostolo la legge
-stabilì dicendo: Se alcuno senza delitto è marito di una sola moglie;
-dunque quello che senza delitto è marito di una sola moglie
-sarà tenuto alla legge del sacerdozio sopradetto; quello poi che
-passasse a seconde nozze, non incorre realmente la colpa d'uomo
-che siasi macchiato, ma privato viene della prerogativa del sacerdozio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note221">
-<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 109.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note222">
-<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Maestro delle virtù è dunque l'apostolo, il quale insegna doversi
-redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello
-che ingiugne lo sposare una sol donna, non già perchè totalmente
-escluda il coniugio (perciocchè questo è al di là della legge del
-comandamento), ma perchè l'uomo, colla castità coniugale, conservi
-la grazia della sua purificazione; nè ancora intese di dire
-che l'autorità apostolica invitasse a procreare figliuoli, non di chi
-li procreava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note223">
-<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, ed Maurin.,
-Paris</i>, 1686, tom. II, <i>column.</i> 1036 F.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note224">
-<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciò l'apostolo stabilì la legge, dicendo: Se alcuno senza
-delitto è marito di una sola moglie, è tenuto alla legge del sacerdozio
-che dee assumere; quello però che passasse a seconde
-nozze non incorre realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato,
-ma privato viene della prerogativa di sacerdote.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note225">
-<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, edit. Maurin.,
-Paris</i>, tom. II, <i>column.</i> 1037 B.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note226">
-<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che i padri del concilio Niceno aggiugnessero qualche trattato,
-e che chierico essere non dovesse chi contratto avesse seconde
-nozze.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note227">
-<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Moltissime variazioni sono state fatte agli scritti di sant'Ambrogio.
-Il canonico regolare Giovanni Coster, nella prefazione alle
-opere del santo dottore, stampate in Basilea nel 1533, così s'esprime
-a tal proposito: <i>Cum ego igitur ante biennium D. Ambrosii
-Epistolas antiquis et elegantioribus characteribus conscriptas....
-nactus essem, caepissemque, meo more, cum excusis
-libris eas conferre, mirum dictu quantum hic erat dissidii, quantum
-varietatis, ut statim non potuerim non destomachari in eos
-qui, editis libris, speciosis quidem sed inanibus et mendacibus
-titulis, omnia castigatissima... pollicentur.</i> (Avendo io adunque trovato già da due anni le lettere di
-sant'<i>Ambrogio</i>, scritte in caratteri antichi ed assai eleganti... e cominciato
-avendo, secondo il mio costume, a confrontarle sui libri
-stampati, maravigliosa cosa è a dirsi quanta differenza io vi scorgessi,
-quanta varietà; cosicchè all'istante non potei non rimanere
-stomacato di coloro che nelle edizioni de' libri, con titoli speciosi
-veramente, ma vani e mendaci, le cose tutte gastigatissime... promettono.) Francesco Junio, nella
-prefazione all'<i>Index expurgat.</i>, riferisce che, visitando in Lione
-Luigi Saurio, correggeva le edizioni della stamperia Fresloniana,
-gli mostrò il Saurio le interpolazioni ed i troncamenti fatti al testo
-di sant'Ambrogio da due frati. Il Rivet pure racconta lo stesso:
-<i>Critic. sacr.</i>, lib. 3, cap. 6. Il Dableo nel suo libro: <i>De l'usage
-des saints Pères</i>, move le stesse querele. Vero è che i Maurini,
-nell'edizione di Parigi del 1686, confutano queste opinioni. Ma è
-altresì vero che nell'edizione delle opere di sant'Ambrogio, fatta
-in Roma nel 1580 da Domenico Basa, il cardinale di Montalto (che
-divenne poi Sisto V) nella prefazione dichiara d'avere associati al
-lavoro: <i>Praeclaros doctores, viros doctrina, et pietate graves,
-ac linguarum intelligentia, et historiarum cognitione insignes,
-praeterea in scholastica theologia et Patrum lectione admodum
-versatos delegi, mihique laboris socios adscivi... quorum
-ope, atque adminiculo obscura explicuimus, manca supplevimus,
-adjecta rejecimus, transposita reposuimus, depravata emendavimus,
-omnia demum ut germanam Ambrosii phrasim redolerent,
-ejusque dignitati, atque gravitati responderent sedulo curavimus,
-et ut ipsemet auctor loqui videretur, suppositiis quibuscumque
-abscissis, pro viribus studuimus.</i> (Mi elessi come soci della fatica dottori illustri, uomini gravi
-per dottrina e per pietà, ed insigni per la intelligenza delle lingue
-e la cognizione delle istorie, inoltre molto versati nella teologia
-scolastica e nella lettura dei Padri... col di cui aiuto e giovamento
-spiegammo le cose oscure, supplimmo le mancanti, rigettammo
-le sopragiunte, rimettemmo a suo luogo le trasposte, emendammo
-le depravate, tutte finalmente procurammo di ordinarle
-in modo che la genuina frase di Ambrogio suonassero, o convenevolmente
-corrispondessero alla dignità e gravità di quello scrittore;
-e ci adoperammo affinchè sembrasse parlare lo stesso autore,
-troncate avendo noi tutte le cose intruse.) Attenendoci per altro anche all'edizione
-de' Maurini sembra che in alcuni tratti sant'Ambrogio
-vada d'accordo coi testi che si citavano dai nostri sacerdoti. Nel
-primo libro di Abramo, cap. III, num. XIX, leggesi: <i>Ad ipso
-quoque domino mercedem quam postulet consideremus. Non divitias
-ut avarus, exposcit; non longaevitatem vitae istius, ut meticulosus
-mortis; non potentiam; sed dignum quaerit sui haeredem
-laboris: Quid mihi, inquit, dabis? Ego autem dimittor sine
-filiis. Et infra: quia mihi semen non dedisti, vernaculus meus
-mihi haeres erit. Discant ergo homines conjugia non spernere</i> (Consideriamo ancora quale mercede richiegga dallo stesso
-Signor nostro; non chiede ricchezze come l'avaro; non la lunghezza
-di questa vita come timoroso della morte; non la potenza;
-ma domanda un degno erede della sua fatica. Che mi darai? dice
-egli: io già sono congedato senza prole. E più abbasso: Perchè non
-mi hai accordato prole, un mio connazionale raccoglierà la mia
-eredità. Imparino dunque gli uomini a non disprezzare i matrimonii.),
-tom. I, col. 288 D. Altrove, nella sposizione del <i>Vangelo di san
-Luca</i>, lib. IV, num. X, scrivendo delle fallacie colle quali sotto
-aspetto di bene vengono sedotti gli uomini, dice: <i>Videt integrum
-et illibatae castimoniae virum; suadet ut nuptias damnet,
-quo ejiciatur ab Ecclesia, studio castitatis a casto corpore separetur.</i> (Vede un uomo incorrotto e di illibata castità, e lo persuade
-a condannare le nozze, affinchè cacciato sia dalla Chiesa, e per
-istudio di castità espulso sia da un casto corpo.),
-tom. I, col. 1337 B. Se il disapprovare il matrimonio è
-un'eresia, il disapprovare il matrimonio de' sacerdoti pare che
-non dovesse sembrare un atto religioso. Più chiaro sembra il testo
-del santo dottore nel libro: <i>De Benedictionibus Patriarcharum</i> (Delle benedizioni dei patriarchi),
-cap. III, num. XII, ove leggesi: <i>Ut ubi inhabitatores
-ante lasciviae, et principes luxuriae versabantur, ubi fuerant
-incentiva libidinis et fomenta nequitiae, ibi nunc sancti sacerdotes
-magisteria doceant castitatis, et plurima virginalis integritatis
-exempla quodam supernae lucis fulgore resplendeant</i> (Affinchè dove aggiravansi da prima coloro che nella lascivia
-dimoravano, e il principato tenevano nella lussuria, dove gli incentivi
-trovavansi della libidine e i fomenti della perversità, colà ora
-i santi sacerdoti i precetti insegnino della castità, e numerosi esempli
-di integrità virginale di un cotale splendore di celeste
-luce risplendano), tom.
-I, col. 517 A. Ognuno potrà osservare se quel <i>plurima</i> sia d'accordo
-colla legge universale del celibato inerente al sacerdozio.
-Su di che io non intendo di proferire alcuna opinione, ma unicamente
-d'esporre i fatti imparzialmente come conviene alla storia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note228">
-<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È buona cosa che l'uomo non tocchi la moglie; ciascuno
-però abbia la propria moglie affine di evitare la fornicazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note229">
-<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È duopo adunque che il vescovo sia irreprensibile, marito
-di una sola donna, sobrio, prudente, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note230">
-<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel sinodo di <i>Damaso I</i>, tenuto in Costantinopoli da centoquaranta
-vescovi, al quale intervenne il beato <i>Ambrogio</i>, nacque
-grandissima controversia tra i sacerdoti ammogliati da una parte
-e i sacerdoti viventi senza moglie dall'altra, i quali sacerdoti senza
-moglie dicevano che i sacerdoti ammogliati non potevano salvarsi.
-Il sommo pontefice rimandò questa questione al beato <i>Ambrogio</i>,
-il quale così parlò: La perfezione della vita non consiste nella
-castità, ma nella carità, secondo quel detto dell'apostolo: Se io
-parlassi colle lingue degli uomini e degli angeli, ec. Per questo la
-legge concede ai sacerdoti di condurre sposa per una sola volta
-una vergine, ma non accorda loro di reiterare il matrimonio. Se
-poi, morta essendo la prima moglie, il sacerdote ne sposasse un'altra,
-perde il sacerdozio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note231">
-<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutti questi, benedicendo il beato <i>Ambrogio</i>, concedette loro
-che di una sola moglie usare potessero; morta la quale, vedovi
-anch'essi rimanessero in eterno. La quale consuetudine durò per
-settecent'anni fino al tempo di <i>Alessandro</i> papa, cui la città di
-Milano aveva data la culla.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note232">
-<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sant'Ambrogio ai sacerdoti della sua Chiesa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note233">
-<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. IV, pag. 7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note234">
-<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 3, cap. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note235">
-<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. IV, pag. 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note236">
-<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In questo tempo medesimo un grandissimo orrore invase il
-clero ambrosiano..... il di cui principio e la di cui serie, essendo
-la cosa tuttora presente agli occhi nostri, per quanto è in nostro
-potere, narriamo..... Certo diacono, adunque, dei decumani, per
-nome <i>Arialdo</i>, molto delicatamente nutrito presso il vescovo <i>Widone</i>,
-e colmato di assai onori, mentre alio studio delle lettere
-attendeva, severissimo interprete diventò della legge divina, contra
-i soli cherici esercitando crudeli giudizi. Il quale, trovandosi
-fornito di scarsa autorità, siccome nato di basso lignaggio, si avvisò
-in prevenzione di associarsi <i>Landolfo</i>, come uomo più generoso,
-a questo fatto idoneo, divenuto essendo seguace di un suo
-favorito. <i>Landolfo</i> poi, dotato essendo di lingua e voce più spedita
-ed eccessivamente avido del pubblico favore, all'istante capo
-si fece della parola, usurpato avendo contra il costume della
-Chiesa l'ufficio della predicazione. Questi, non essendo elevato per
-alcun grado dell'ecclesiastica gerarchia, grave giogo imponeva alle
-cervici dei sacerdoti, mentre soave è quello di Cristo e leggiero
-il suo peso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note237">
-<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulph.</i>, lib. 3, cap. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note238">
-<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Carissimi seniori, io non posso più oltre trattenere il discorso
-che nel cuor mio ho conceputo. Non vogliate, signori miei,
-non vogliate no sprezzare le parole di un giovine e di un imperito;
-perciocchè spesso Iddio rivela al minore quello che al maggiore
-ricusa. Ditemi: Credete in Dio trino ed uno? Rispondono
-lutti: Crediamo. E soggiunse: Munite le fronti vostre del segno
-della croce. E questo ancora fu fatto. Dopo di questo disse: Io
-mi compiaccio della vostra devozione, ma a compassione mi muove
-l'imminente grandissima perdizione. Perciocchè già da gran tempo
-addietro non è conosciuto in questa città il Salvatore. Gran stagione
-egli è che voi siete in errore, giacchè più non avete alcun
-vestigio di verità; invece della luce palpate le tenebre, ciechi tutti
-divenuti, poichè ciechi sono i vostri capi. Ma un cieco forse può
-egli guidare un cieco; non cadono l'uno e l'altro nella fossa? Conciossiachè
-abbondano in molti modi gli stupri; si sparge l'eresia
-simoniaca nei sacerdoti e nei leviti e negli altri ministri de' sacri
-riti; i quali, essendo nicolaiti e simoniaci, ben a ragione debbono
-essere cacciati, e dai quali quind'innanzi, se salute sperate dal
-Salvatore, dovete del tutto guardarvi, non venerando alcuno. Dei
-loro uffizi, giacchè i sagrifizi loro sono la stessa cosa come lo
-sterco canino, e le loro basiliche sono stalle di giumenti. Per la
-qual cosa, riprovati quelli all'istante, si vendano al pubblico i
-loro beni. Sia a tutti lecito il rapire i loro averi, qualora si trovassero
-nella città o fuori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note239">
-<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulph.</i>, lib. 3, cap. 9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note240">
-<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Acremente avesse tuonato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note241">
-<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 24.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note242">
-<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La cosa essendo tuttora agli occhi nostri presente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note243">
-<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arialdo</i>, invasato da un certo zelo di superbia, il quale
-poco prima accusato di certa nefandissima scelleratezza, e convinto
-innanzi a <i>Guidone</i>, alla presenza di molti sacerdoti di questa
-città, e in parte perchè i sacerdoti urbani non consentivano
-che quelli di fuori della città entrassero togati, e non permettevano
-che le chiese della città servissero se non come tonsurati,
-cercava in qualunque modo l'occasione di potere, aizzando la
-possa del popolo, allontanare tutti i sacerdoti dalle loro mogli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note244">
-<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note245">
-<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Venendo in un giorno solenne alla chiesa (<i>Arialdo</i>) con turba
-di popolo dalla piazza, tutti coloro che salmeggiavano con violenza
-cacciò dal coro, inseguendoli per tutti gli angoli e nei loro alloggiamenti;
-provvide quindi maliziosamente che si scrivesse il Pitacio
-della conservazione della castità, ommesso il canone, estorto
-dalle leggi mondane, al quale tutti i sacri ordini della diocesi ambrosiana,
-a malgrado loro, soscrivono, opprimendoli egli stesso coi
-laici. Intanto i predatori, oltre alcune case rovinate nella città,
-visitavano la parrocchia, frugando nelle case dei cherici, col rapire
-i loro averi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note246">
-<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note247">
-<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 3, cap. 5 et sequen.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note248">
-<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note249">
-<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulph.</i>, lib. 3, cap. 10 et sequen.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note250">
-<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Idem</i>, lib. 3, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note251">
-<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note252">
-<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. IV, pag. 24.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note253">
-<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. IV, pag. 24.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note254">
-<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Leo Ostiens.</i>, lib. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note255">
-<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Forse tu solo sopra di noi accendi la fiamma del popolo che,
-impetuosa, aggirasi come il mare, e questo per cagione della esecrabile
-patalia (<i>eresia de' patarini</i>) e di molti giuramenti viziosi
-e detestabili?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note256">
-<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 3, cap. 7 <i>et sequen.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note257">
-<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mentre tu pensasti a commovere il giudizio di questa inudita
-patalia, qualunque si fosse la tua intenzione, avresti dovuto
-da prima con molti digiuni pigliare consiglio da qualche uomo religioso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note258">
-<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph.</i>, lib. 3, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note259">
-<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma i nobili della città, dal cui valore i sacerdoti poco prima
-erano difesi, da eccessiva ira e da sdegno commossi, uscivano altri
-dalla città, altri aspettavano il tempo in cui ponessero fine a
-quella procellosa calamità.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note260">
-<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Sen.</i>, loc. cit.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note261">
-<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Col concorso di quasi tutti i cittadini, i quali volontieri ascoltavano
-le sregolatezze dei cherici; altri aggravati dall'inopia o
-dai debiti, e tutta la speme loro riponenti nella preda e nelle rapine,
-nulla meno bramavano che la pace e la concordia della città.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note262">
-<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Trist. Hist. Patr.</i>, lib. 6, pag. 131.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note263">
-<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per la fazione dei cherici, repentinamente si solleva mormorio
-nel popolo. Dicesi, non dovere la chiesa ambrosiana soggiacere
-alle romane leggi, nè al romano pontefice competere alcun
-diritto di giudicare o di disporre le cose di quella sede.
-Troppo indegno reputasi che quella Chiesa, la quale sempre fu
-libera sotto i nostri progenitori, ora, per obbrobrio della nostra
-confusione, ad altra Chiesa, il che non faccia il cielo, sia assoggettata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note264">
-<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note265">
-<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gonfiato quindi per il fasto della sua legazione, volle nelle
-pubbliche funzioni essere preferito al nostro arcivescovo; ma il
-popolo, sopportare non volendo che nella propria diocesi fosse
-l'ambrosiana dignità violata, cominciò a fremere e a tumultuare
-all'intorno. Spaventato da quel timore, l'Ostiense si ritrasse dal
-suo proposito, ed ultimò i negozi urgenti, e varie pene, come
-vendicatore, infliggeva a coloro che alcun delitto commesso avevano,
-a norma della gravità del loro fallo; altri, accordando loro
-una dilazione, ad altro giudizio riserbava. Finalmente, come nuovo
-censore ed arbitro delle cose nostre, egli cangia le antiche consuetudini;
-nuove leggi introduce; le conferma colle sue lettere e
-co' suoi sigilli, e questa forza a soscrivere l'arcivescovo e gli ordinari
-di Milano, minacciando di suscitare il popolo, qualora non
-obbedissero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note266">
-<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tristan. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. VI, pag. 132.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note267">
-<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dodici scudi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note268">
-<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note269">
-<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note270">
-<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oh Milanesi insensati! Chi vi ha affascinati? Ieri acclamaste
-il primato di una sola sede; oggi confondete lo stato di tutta la
-Chiesa; veramente mostrate di avere a schifo una pulce, ed un
-cammello inghiottite. Forse queste cose meglio non disporrebbe il
-vescovo vostro? Voi direte per avventura: veneranda è Roma nell'apostolo.
-Lo è difatto; ma non è da disprezzarsi Milano in <i>Ambrogio</i>.
-Che sì che queste cose non sono scritte senza motivo nei
-Romani Annali, perciocchè dirassi in avvenire Milano assoggettata
-a Roma.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note271">
-<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note272">
-<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ecco il vostro metropolitano, fuor dell'usato, viene in Roma
-chiamato al sinodo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note273">
-<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note274">
-<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. IV, pag. 47.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note275">
-<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il che fatto si dice con grandissima arte ed astuzia dal monaco
-<i>Ildebrando</i>, il quale, oriundo di Soana, città dell'Etruria,
-alla prontezza dell'ingegno riunita aveva non mediocre erudizione
-delle sacre lettere; e tosto, per il suo gran merito, fu ammesso
-nell'ordine de' cardinali, e più di tutti distinguendosi per il vigore
-dell'animo, facilmente ottenne il primo luogo tra i sacerdoti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note276">
-<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tristan. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. VI, pag. 130.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note277">
-<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A tutti i Milanesi, al clero ed al popolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note278">
-<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Speriamo poi in quello che degnossi di nascere da una vergine,
-che nel tempo del nostro ministero sarà esaltata la castità
-santa de' cherici, e confusa la lussuria degli incontinenti con tutte
-le altre eresie.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note279">
-<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come però piacque all'Altissimo, scrutatore delle reni e dei
-cuori, quello che lungo tempo meditato aveva su l'altrui lassitudine
-ed inopia, si dolse della sua propria infermità; e, dopo di
-avere per due anni languito per vizio del polmone, l'uso perdette
-della voce, affinchè di quell'organo appunto mancasse, col quale
-molti molestati aveva, dicendo la Scrittura che nelle parti colle
-quali alcuno pecca, in quelle viene tormentato. Ma di lui si taccia,
-affinchè non sembri che i morti vogliamo accusare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note280">
-<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arnulph.</i>, lib. 3, cap. 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note281">
-<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A <i>Landolfo</i>, cherico e di stirpe senatoria, e cospicuo per lo
-splendore della perizia nelle lettere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note282">
-<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Puricelli <i>De Sanctis Arialdo et Herlembaldo</i>, lib. IV, cap. 13.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note283">
-<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Voi però, dilettissimi, membra mie, viscere dell'anima mia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note284">
-<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 69.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note285">
-<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. IV, pag. 79.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note286">
-<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. IV, pag. 80.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note287">
-<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vano dice essere quel rito, non comunicato per alcuna
-istituzione di Cristo o dei discepoli; usurpato soltanto dagli antichi
-adoratori degli idoli, i quali nella primavera girare solevano
-i campi in onore di <i>Bacco</i> e di <i>Cerere</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note288">
-<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tristan. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. VI, pag. 133.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note289">
-<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. IV, pag. 89.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note290">
-<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 91.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note291">
-<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Frequentissime legazioni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note292">
-<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Munite dei sigilli apostolici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note293">
-<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 3, cap. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note294">
-<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 97.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note295">
-<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. IV, pag. 131.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note296">
-<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 140.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note297">
-<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Erlembaldo</i>, recando in mezzo certo <i>Attone</i>, mostrandosi
-esso consenziente, innanzi a tutto il popolo adunato, colla sua
-bocca illecitamente lo elesse. Questo vedendo la turba de' maggiori
-e de' minori, tanto del partito suo, quanto di quello degli
-avversari, che nuovamente giurata aveva fedeltà all'imperatore,
-pigliate le armi, ed attaccata grande mischia, <i>Attone</i>, recentemente
-eletto, con molte ferite e giuramenti costrinse a ricusare
-irrevocabilmente l'arcivescovado.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note298">
-<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. IV, pag. 160.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note299">
-<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 189.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note300">
-<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. pag. 192.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note301">
-<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. I, cap. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note302">
-<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nell'ora medesima, dopo questo insigne trofeo, tutti i cittadini
-trionfali inni fanno risuonere ad onore di Dio e del loro protettore
-Ambrogio, armati recandosi alla di lui chiesa. Il dì seguente,
-insieme col clero, i laici nelle litanie e nelle divine lodi
-portandosi di nuovo a Sant'<i>Ambrogio</i>, confessano a vicenda i loro
-passati falli, ed essendo l'assoluzione accordata loro dai sacerdoti,
-che pronti erano, il popolo tutto torna in pace alle proprie case.
-In questo si vede il termine di quello scisma che per diciannove
-anni sempre dalla stessa radice continuò a pullulare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note303">
-<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 197.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note304">
-<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Muratori, <i>Anedoct.</i>, tom. I, pag. 246.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note305">
-<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 254.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note306">
-<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Al reverendissimo e santissimo confratello.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note307">
-<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sembra al nostro discernimento che, secondo il tenore del
-nostro comandamento,... tu faccia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note308">
-<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivon.</i>, part. VI, cap. 405.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note309">
-<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 388.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note310">
-<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come leggiamo essere stato dai santi Padri stabilito, esecriamo
-l'eresia simoniaca nelle sacre ordinazioni e nei benefizi ecclesiastici,
-ed in ogni modo vogliamo radicalmente dalla Chiesa estirparla.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note311">
-<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Stabiliamo ancora a norma delle istituzioni dei santi Padri,
-e della forma della Chiesa primitiva, che ad alcuno dei cherici
-non è lecito il possedere benefizi delle chiese, se, dopo di avere
-rinunziato tutto il proprio, non vuole farsi discepolo di quello alla
-di cui sorte sembra essere eletto. Se però alcuno vuole rimanere
-di fuori, non gli togliamo il chericato, solamente gli vietiamo il
-godere benefizi ecclesiastici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note312">
-<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E perchè alcuni nella santa Chiesa, tanto cherici, quanto
-laici, per successione paterna... l'arcidiaconato, o l'arcipresbiterato
-o il cimiliarcato, o anche qualche parte dei benefizi spettanti agli
-uffizi delle chiese, finora si sono sforzati di possedere: in questa
-sacra adunanza è stato fissato e definito ad universale notizia che
-se alcuno, mosso da questa nefanda cupidigia, tentasse ulteriormente
-di possedere una chiesa e presumesse di ottenere per eredità
-il santuario di Dio, secondo la voce profetica, soggiaccia al
-vincolo dell'anatema, fintanto che ravveduto non si mostri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note313">
-<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paghi ogni anno nel mio annuale ai canonici e decumani a
-custodi della stessa Chiesa che non abbiano moglie, e che all'annuale
-intervengano, per ciascun canonico quattro denari, due ai
-custodi e decumani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note314">
-<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se però alcuno di que' canonici fosse infermo, anche non
-intervenendo egli a questi annuali, voglio che abbia questa benedizione,
-e se alcuno fosse ammogliato, voglio che sia privato di
-questa benedizione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note315">
-<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quest'asserzione è contraria a quella del conte Giulini, il quale,
-sul testimonio d'una moneta pubblicata dal Muratori, in cui v'è
-il nome solo <i>Mediolanum</i>, e dall'altra sant'Ambrogio, che l'incisore
-ha rappresentato a testa nuda senza la mitra, ha argomentato
-che appunto verso la metà del secolo duodecimo, essendosi inventato
-l'ornamento vescovile della mitra, la moneta dovesse essere
-anteriore a quell'epoca. Se quel dotto cavaliere (che cessò di vivere
-il giorno 26 dicembre 1780, giorno in cui perdemmo il benemerito
-nostro cronista, ed io in particolare un amico) riconoscesse
-ora la moneta che conservo presso di me, vedrebbe l'inesattezza
-di quell'incisore, poichè ella è posteriore all'introduzione
-della mitra, che realmente è scolpita sul capo del santo arcivescovo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note316">
-<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tealdo</i>, detto arcivescovo milanese, e <i>Guiberto</i> ravennate,
-i quali con inudita eresia e superbia si sono levati contra questa
-santa chiesa cattolica, sospendiamo totalmente dall'ufficio episcopale
-e sacerdotale, e sopra di essi rinnoviamo l'anatema già pronunciato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note317">
-<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 226.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note318">
-<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 423.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note319">
-<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sia fatto, sia fatto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note320">
-<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. V, pag. 260.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note321">
-<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. V, pag. 485.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note322">
-<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. V, pag. 403.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note323">
-<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Pavesi e i Milanesi stabilirono e giurarono tra di loro patti
-i quali ad alcuni sembrano essere stati troppo contrari alla maestà
-imperatoria ed all'autorità apostolica; avendo que' cittadini
-giurato tra di essi di conservare le persone loro e i loro beni
-contra qualunque mortale nato o nascituro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note324">
-<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anselmo</i> di <i>Buis</i>, arcivescovo milanese, quasi ammonito per
-autorità apostolica, studiossi di radunare dalle diverse parti un
-esercito, col quale si impadronisse del regno babilonico, e con
-questo avvisamento prevenne la scelta gioventù milanese, perchè
-le croci assumesse e cantasse la canzone di <i>Ultreja, ultreja</i>. E
-alla voce di quest'uomo prudente, uomini di qualunque condizione
-per le città de' Longobardi, per le ville e per le castella, pigliarono
-le croci e cantarono quella canzone di <i>Ultreja, ultreja</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note325">
-<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note326">
-<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 430.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note327">
-<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Contra la terra Coritiana, che è la patria dei Turchi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note328">
-<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alla voce di quest'uomo prudente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note329">
-<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. V, p. 476.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note330">
-<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tu pure, col naso e le orecchie tronche per il nome di Cristo,
-sei più lodevole, giacchè hai meritato di giugnere a quella
-grazia che da tutti dee desiderarsi, e colla quale, perseverando
-sino all'estremo, dai santi non differisci. Sminuita è veramente la
-integrità del tuo corpo, ma l'uomo interno, che di giorno in giorno
-si rinnova, ha ricevuto grande incremento di santità; più brutta
-è la forma visibile, ma più bella è divenuta l'immagine di Dio,
-che è la forma della giustizia. Laonde nella Cantica dei Cantici la
-Chiesa si gloria col dire: Nera sono, o figliuole di Gerusalemme.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note331">
-<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Martire di Cristo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note332">
-<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note333">
-<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per donativo ricevuto dalla mano, per donativo ricevuto
-dalla lingua, per donativo ricevuto dall'ossequio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note334">
-<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note335">
-<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La turba di <i>Grossolano</i>, battagliando contra il primicerio,
-con un sasso uccise <i>Landolfo</i>, cherico dello stesso primicerio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note336">
-<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note337">
-<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Avanti l'introito della messa confessava di soffrire sete ardentissima,
-e bevette una coppa piena di vino forastiero, e dopo
-di questo partecipò alla mensa celeste.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note338">
-<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Agnelli de sancto Georgio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note339">
-<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo <i>Grossolano</i>, che trovasi sotto questa cappa, e non
-dico già d'altri, è simoniaco per riguardo all'arcivescovado di
-Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note340">
-<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note341">
-<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Va indietro, o Satana.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note342">
-<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dio, fammi salvo nel tuo nome, e liberami colla tua virtù.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note343">
-<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La presenza dei vescovi suffraganei non accordò pieno favore
-a quella legge e a quel trionfo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note344">
-<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note345">
-<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La moltitudine, trista per il caso avvenuto e per la ruina
-di <i>Grossolano</i>, di là a pochi giorni, con iscandalo, portossi contra
-quel prete e contra la di lui legge.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note346">
-<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un angelo mi si fece all'incontro dicendo: Il prete <i>Liprando</i>,
-di ritorno dalla Valtellina, giace infermo nel monastero di Civate.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note347">
-<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note348">
-<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 519.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note349">
-<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. IV, pag. 515.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note350">
-<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Molti d'oro e d'argento eletti vasi,</p>
-<p class="i01">Con moneta copiosa, ogni cittade</p>
-<p class="i01">Ad esso offrì: sol gli negò servigio,</p>
-<p class="i01">Nè di rame gli diè pur un baiocco</p>
-<p class="i01">La popolosa e nobile Milano».</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note351">
-<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rerum. Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 378.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note352">
-<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Però <i>Ottone Visconti</i>, milanese, con molti combattenti per
-lo stesso re, in quella strage cadde con morte che dolorosissima
-riuscì a coloro che la città milanese e quella chiesa amavano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note353">
-<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note354">
-<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gerusalemme liberata, canto I, stanza 53.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note355">
-<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi ancora, mentre questo imperatore per la via di
-Verona incamminavasi nella Germania, colla spada e col fuoco e
-con diversi strumenti, dai fondamenti distrussero Lodi, seconda
-città della Lombardia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note356">
-<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note357">
-<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. I, part. 2, pag. 235.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note358">
-<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il giorno settimo delle calende di giugno dell'anno MCXI fu
-la città di Lodi presa dai Milanesi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note359">
-<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nell'anno MCXI, il giorno settimo avanti le calende di giugno,
-fu distrutta la città di Lodi, e giacque per anni XLVIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note360">
-<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ben a ragione il prudente lettore avrebbe desiderato maggiori
-notizie intorno alla distruzione di Lodi; ma è duopo che
-con meco passi oltre, giacchè, sebbene io abbia fatte diligenti ricerche,
-alle mie mani non giunsero informazioni più copiose. Egli
-è certo però che dure leggi e servitù disdorosa furono ai vinti
-imposte; ed atterrati tutti gli altri edifizi e le mura della città,
-appena lasciati furono ai miseri cittadini per loro abitazione quartieri
-simili a quelli delle campagne e tuguri dei poveri; e fu reputato
-grandissimo vantaggio che i vincitori lasciassero un quartiere
-detto Piacentino, nel quale ogni otto dì si continuasse il solito
-mercato; ma lecito non era il fare alcuna vendita, nè il contrarre
-matrimonio, nè l'uscire in pubblico dopo il tramontare del sole,
-nè l'uscire da certi confini, senza avere riportato l'assenso del
-magistrato milanese; se alcuni tenuto avessero appena qualche
-discorso segreto, sospetti tosto di nuove trame, puniti erano con
-una multa in danaro, o percossi con bastonate; per le quali calamità
-sdegnati moltissimi, vollero piuttosto recarsi in diversi luoghi
-in esilio, ed in perpetuo vivere lontani dai patrii confini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note361">
-<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tristan. Calch. Mediol. Hist. Patr.</i>, lib. VII, pag. 149.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note362">
-<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. V, pag. 355.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note363">
-<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ai consoli, ai capitani, a tutta la milizia e a tutto il popolo
-milanese. — Inclita città di Dio, conserva la libertà, affinchè tu
-ritenga del pari la dignità del tuo nome, poichè fintanto che ti
-sforzerai di resistere alle potenze nemiche della Chiesa, godrai
-dell'aiuto di Cristo Signore, autore della vera libertà.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note364">
-<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Martene, Collect. Veter. Scriptor. et monument.</i>, tom. I,
-pag. 640.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note365">
-<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli ordinari adunque, e i sacerdoti decumani, e tutti gli altri
-che papa Innocenzo II favoreggiavano e insidie tendevano a codesto
-arcivescovo, il danaro loro prodigarono, e lo diedero ad uomini
-periti della legge e de' costumi, ed a guerrieri. Laonde lo
-stesso arcivescovo forzato fu ad entrare in discorso col popolo,
-affinchè colle persone da esso scomunicate, della scomunica contendesse.
-E mentre egli attendeva saette, o <i>parole offensive</i> intorno
-alla scomunica giusta o ingiusta, il primicerio Nazaro, uomo
-di mirabile astuzia, con prolisso sermone generò la noia tra gli
-uditori di quel discorso. L'arciprete Stefano però, che si cognominava
-Guandeca, vedendo il primicerio suo tenere sì fastidioso
-ragionamento, alzò la voce, e in questo modo prese a parlare contro
-l'arcivescovo: Io ti dirò quello che costoro non ti dicono, cioè che
-tu sei eretico, spergiuro, sacrilego e reo di altri delitti che non
-debbono in questo luogo annoverarsi. Queste cose udite avendo
-all'improvviso l'arcivescovo, stupito rimase. Quell'arciprete però,
-avendo nelle mani il testo degli Evangeli, giurò che intorno alle
-rose da esso asserite di quell'<i>Anselmo</i>, che dicevasi <i>della Pusterla</i>,
-starebbe al giudizio del vescovo di Novara e di quello di
-Alba, che erano tra i suffraganei della chiesa di Milano. I consoli
-di Milano adunque, affine di conciliare le parti, stabilirono che
-essi e gli altri suffraganei venissero. Per questo in un determinato
-giorno, non solo i suffraganei concorsero, ma molti puramente vestiti
-di rozza ed incolta lana, e col capo raso in modo insolito. E
-vedendoli quell'arcivescovo congregati, e che al popolo sembravano
-angioli venuti dal cielo, disse al popolo medesimo: Tutti
-quelli che voi vedete in questo luogo con quelle cappe bianche
-e grigie, tutti sono eretici. Quindi la plebe ignara ed i congiurati
-suscitarono guerra, affine di cacciarlo e di deporlo. In quel giorno
-però resistere non poterono alla spada di Anselmo. Ma verso
-la metà della notte, sparso essendosi molto danaro, la truppa validissima
-del primicerio e del prete Stefano, sul far del giorno,
-lo stesso Anselmo cacciò dalla sede.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note366">
-<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note367">
-<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il papa ebbe a sua disposizione un messaggiero tanto idoneo
-a queste faccende, quanto lo fu Bernardo, abate di Chiaravalle.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note368">
-<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veramente, ad insinuazione di questo abate, tutti gli ornamenti
-ecclesiastici, in oro, in argento, in vesti che nella chiesa
-della città stessa vedevansi quasi da quell'abate guardati con disprezzo,
-chiusi furono negli scrigni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note369">
-<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 42.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note370">
-<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Io domani monterò sul mio palafreno, e s'egli mi porterà
-fuori delle vostre mura, non sarò per voi quello che voi chiedete;
-e in questo modo da Milano partì.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note371">
-<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 42.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note372">
-<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Andando per la città, fecero a favor loro copiosa raccolta
-d'oro, d'argento e di molt'altre cose.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note373">
-<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Preso, mandollo a Roma, e colà, come suona la fama, quell'Anselmo,
-nello stesso mese finì di vivere nelle mani di Pietro
-Latro, ch'era il procuratore di Innocenzo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note374">
-<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. V, pag. 338.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note375">
-<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella prima portata, polli freddi, gambe cotte col vino, e
-carne porcina fredda; nella seconda, polli ripieni, carne vaccina
-condita col pepe, e una piccola torta del laveggiuolo; nella terza,
-polli arrostiti, lombetti col panico (<i>o con pane gratuggiato</i>), e
-salami.
-</p>
-
-<p>
-— Sembrerà alquanto ardita questa traduzione, giacchè nè il
-<i>Giulini</i>, nè il <i>Verri</i> non attentaronsi ad indicare cosa fossero
-queste vivande. Io dubitai fin da principio che si dovesse leggere
-<i>cambar de vino</i>, che si è scritto talvolta in luogo di <i>caneas</i>, come
-che dicesse <i>canevette</i>, o botticelli. Ma osservo che si parla esclusivamente
-di cibi, e le parole <i>gambas</i> e <i>gambonos</i> si trovano frequenti
-nelle nostre carte antiche, indicanti quella parte che la
-gamba propriamente detta congiunge al piede. La <i>piperata</i> io interpreto
-<i>condimento col pepe</i>, appoggiato agli antichi scrittori, anzichè
-<i>vaso da conservare il pepe</i>, come fa il <i>Du Cange</i>. Egli sotto
-il nome di <i>panitium</i> intende il <i>panico</i>; io amo meglio in questo
-luogo il <i>pane gratuggiato</i>. Hannovi poi molte ragioni per credere
-che i nostri padri <i>porcellos plenos</i> nominassero i <i>salami</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note376">
-<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. V, pag. 473.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note377">
-<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sponsali di futuro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note378">
-<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se per titolo degli sponsali dato fosse anello, o corona o
-cingolo o altra simile cosa, o vestito o manto o zendado, non seguendo
-il matrimonio, la metà si restituisce, se nel frattempo è
-stato dato un bacio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note379">
-<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Al re degli Angli, di Salerno tutta</p>
-<p class="i01">Scrive la scuola, ec.».</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note380">
-<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Argellat., Bibl. Script. Med.</i>, num. 916.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note381">
-<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Venga in potere dell'abate dello stesso monastero di Sant'<i>Ambrogio</i>,
-che ne' tempi avvenire in perpetuo sarà ordinato nello
-stesso santo monastero... una cappella... che io ho di nuovo
-edificata... in onore di san Michele e di san Pietro, consacrata
-dal signor <i>Ariberto</i> arcivescovo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note382">
-<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. III, pag. 216.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note383">
-<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'edizione di cui mi servo è quella di Pietro Perna, in Basilea,
-1569.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note384">
-<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 186.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note385">
-<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per di lui comando, e parimente per insinuazione del divo
-<i>Federico</i> imperatore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note386">
-<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 260.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note387">
-<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Murena, in Rer. Italic. Script.</i>, tom. VI, pag. 957.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note388">
-<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tra le altre città di quel popolo stesso ora tiene il primato...
-non solo per la sua grandezza e per l'abbondanza di uomini forti,
-ma ancora per ciò che due città vicine, poste nel territorio medesimo,
-cioè Como e Lodi, ha aggiunte al suo dominio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note389">
-<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Otto Frisingens., De Gestis Federici</i>, lib. 2, cap. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note390">
-<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Distrutta Tortona, i Pavesi, affinchè glorioso trionfo ci apprestassaro
-dopo la vittoria, alla città ci invitarono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note391">
-<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I consoli ed il popolo milanese ai consoli tortonesi e a tutto
-il popolo salute. — Crediamo essere noto a tutto il romano imperio,
-che la vostra città, la quale del rimanente con piena confidenza
-nostra appelleremo contra il diritto e spietatamente quasi
-del tutto con ingiustizia distrutta, da noi audacemente e con virile
-animo è stata ristorata, e col sudore vicendevole di tutti i
-nostri, circondata di mura nuovamente costrutte. Tre insegne cittadinesche
-adunque a voi mandiamo a perenne memoria della cosa.
-Una tromba cioè di bronzo, colla quale il popolo sia convocato ad
-assemblea, il che significa l'incremento della vostra popolazione.
-Un vessillo bianco colla croce del Signor nostro Gesù Cristo, distinta
-nel mezzo con colore rosso, il che significa che dalle mani
-dei nemici, dopo molte e grande angoscie, voi siete stati liberati;
-e in questo abbiamo voluto che rappresentati fossero il sole e la
-luna. Il sole indica Milano, la luna Tortona; e come la luna tragge
-il suo lume dal sole, tutto il suo essere Tortona tragge da Milano.
-Questi sono i due luminari del mondo, questi i due regni. Mandiamo
-un suggello, col quale si segnino le vostre carte, il quale
-contiene due città, Milano e Tortona, indicando che Milano e Tortona
-sono per tal modo unite, che separare non si possono giammai.
-Correva l'anno di Cristo 1155, allorchè la città diroccata fu
-riedificata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note392">
-<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 52.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note393">
-<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Muratori, <i>Dissert. Med. Æv.</i>, dissert. II, tom. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note394">
-<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. I, cap. 33.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note395">
-<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi però, siccome uomini amanti delle guerre e valorosi,
-la città loro di grandi fossi circondarono, e all'imperatore
-audacemente e con animo virile vollero resistere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note396">
-<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anonimi Chronicum Bohemicum</i>, nella raccolta <i>Scriptores
-Rerum Germanicarum</i> del Menckenio, tom. III, col. 1707, Radevic.,
-lib. I, cap. 25. — <i>Vincentii canonici Pragensis Chroniscon,
-in tomo I. Monum. Hist. Boemiae, a P. Gelasio Dobner, edita
-Prague penes Clauser</i>, 1764, pag. 551.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note397">
-<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radevic.</i>, lib. I, cap. 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note398">
-<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Monumenta Historica Boemiae a P. Gelasio Dobner</i>, <i>edita
-Praga</i>, 1754, pag. 57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note399">
-<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Stavano armati sulle mura, senza fare alcuno strepito, e dubitossi,
-se il veder giugnere il principe a tutti avesse insinuato
-quel rispetto e la disciplina di quel silenzio, o pure incusso timore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note400">
-<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Divise essendo, come già si è detto, tra i comandanti dell'esercito
-le porte della città, ciascuno di essi si diede a gara ad
-affrettare i preparativi ed a munire il campo con pertiche, pali
-ed altri mezzi di difesa, onde prevenire le improvvise scorrerie
-de' nemici. Nè già credevansi che una città così grande potesse
-essere assalita con <i>vigne</i>, torri, arieti e macelline guerresche di
-altro genere. Ma temevano piuttosto, che, stanchi per lungo assedio,
-costretti fossero ad arrendersi, o pure di essere superati,
-se, fidandosi pel loro numero, fatta avessero qualche sortita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note401">
-<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radevic.</i>, lib. I, cap. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note402">
-<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intanto i soldati di Milano uscivano dalla città, e agli scudieri
-dell'esercito toglievano i cavalli, e tanti ne acquistarono, che
-un cavallo vendevasi per quattro soldi di terzuoli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note403">
-<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Aperte le porte ed usciti cogli uomini più valorosi, sgominate
-le guardie, scorrono fino ai campi degli eroi suddetti, combattono,
-feriscono. Gli Alemanni, allorchè si avvidero che i nemici
-giugnevano, colpiti all'istante da quel movimento inopinato ed improvviso,
-l'uno dopo l'altro cominciarono a tremare ed a tumultuare;
-poscia l'un l'altro chiamavansi a vicenda, si esortavano: pigliavano
-le armi, ricevevano gli assalitori, respingevano i più arditi:
-udivansi grida mescolate con esortazioni, strepito d'armi, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note404">
-<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radevic.</i>, lib. I, cap. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note405">
-<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. I, pag. 56.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note406">
-<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Verso l'ora del vespro... si attacca battaglia dall'una e dall'altra
-parte; si uccidono fortissimi guerrieri, nè questi nè quelli
-vincono. Vedendo però il suddetto principe che da sè solo sostenersi
-non poteva, molti avvisi manda al re di Boemia, richiedendolo
-di soccorso colla sua milizia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note407">
-<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi, per la libertà pugnando, valorosissimamente resistono
-agli avversari loro; dall'una e dall'altra parte cadono fortissimi
-soldati. Dura la battaglia dall'ora del vespro sino al crepuscolo.
-I Milanesi finalmente, essendo moltissimi di essi perduti o
-presi, resistere non potendo all'urto de' Boemi, entro le mura si
-ritraggono, ed i Boemi vincitori, uccidendoli, gli inseguono sino
-alle porte medesime. Intanto la notte mette fine alla pugna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note408">
-<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi veramente, i macchinamenti de' nostri prevedendo,
-ignominioso reputavano, se, pari essendo o anche maggiori di numero,
-con minore coraggio agli assalitori si opponessero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note409">
-<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radev.</i>, lib. I, cap. 36.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note410">
-<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 1, cap. 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note411">
-<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma dubitossi se dal timore o dal rispetto dell'imperatore
-trattenuti fossero dal non far scorrerie nè pure alla porta, ove la
-milizia del principe piantato aveva l'assedio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note412">
-<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radev.</i> Lib. I, cap. 38.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note413">
-<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. I, cap. 40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note414">
-<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il fetore de' cadaveri dall'una e dell'altra parte intollerabilmente
-molestava gli eserciti, cosicchè moltissimi già affetti erano
-da gravissime infermità.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note415">
-<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Monumen. Hist. Boemiae a P. Gelasio Dobner collecta</i>,
-tomo I, pag. 59.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note416">
-<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Autore di questa trattativa si disse <i>Guido</i> conte di Biandrate,
-uomo prudente, buon parlatore ed atto a persuadere. Essendo
-questi cittadino naturale in Milano, in quella occasione erasi
-condotto con tale prudenza e moderazione, che al tempo stesso,
-cosa in quel cimento difficilissima, e caro riuscì alla corte, e non
-generò alcun sospetto ne' cittadini suoi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note417">
-<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radevic.</i>, lib. I. cap. 40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note418">
-<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 151.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note419">
-<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. VI, pag. 70.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note420">
-<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vicende di Milano, pag. 93.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note421">
-<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Goldast., Statut. et Rescript. Imperialia</i>, pag. 55; — <i>et Radevic.</i>,
-lib. I, cap. 41, pag. 286. <i>Edit. Basileae</i>, 1569.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note422">
-<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Maravigliarsi egli della prudenza dei Latini, i quali, gloriandosi
-principalmente della scienza delle leggi, trovavansi poi in gravissima
-trasgressione della legge; e mentre tenacissimi seguaci si
-vantavano della giustizia, i tanti affamati e sitibondi l'ingiustizia
-loro evidentemente mostravano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note423">
-<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi chiama a consiglio, e ad essi chiede come fedeli
-mantenere si debba le città dell'Italia; i quali gli danno il consiglio
-che suoi podestà, per mezzo de' suoi nunzi, costituisca coloro
-che nelle città d'Italia riconosce ad esso fedeli... Il quale consiglio
-l'imperatore lodando, fino a tempo opportuno, chiuso nel suo
-cuore lo mantenne.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note424">
-<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Rispondono, non potere essi farlo in alcun modo; promettevano
-tuttavia di fare interamente tutto quello che contenevasi
-nel privilegio dell'imperatore, che io <i>Vincenzo</i> scritto aveva per
-parte dell'imperatore e del re di Boemia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note425">
-<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cioè che essi medesimi elegessero i consoli che volessero, ed
-eletti li presentassero all'imperatore, o al di lui nunzio, affinchè
-giurassero all'imperatore stesso fedeltà. All'opposto i nunzi dell'imperatore
-rispondono, avere essi dato in Roncaglia all'imperatore
-il consiglio che, per mezzo de' suoi nunzi, nelle città della
-Lombardia stabilisca i podestà; onde anch'essi facciano uso di
-questo avvisamento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note426">
-<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi il citato <i>Dobner</i>, tom. I, pag. 61 e 62.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note427">
-<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nelle loro sortite tentarono o d'incendiare le macchine, o di
-distruggere le torri, o di ferire mortalmente alcuni dei nostri; nè
-fuvvi alcun genere di audacia o di ostinazione che essi, ignari delle
-cose future, ommettessero; e mentre già abbattuta reputavasi la
-loro superbia, tumidi gloriavansi delle commesse sceleratezze.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note428">
-<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radevic.</i>, lib. 2, cap. 45.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note429">
-<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Comanda adunque che vendetta si faccia dei loro prigionieri,
-e ordina che appiccati siano alle mura.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note430">
-<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il popolo però, contumace, troppo ansioso di rendere la pariglia,
-trasse esso pure in egual modo al supplizio alcuni dei nostri,
-che prigionieri trovavansi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note431">
-<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ordina che si conducono gli ostaggi loro al numero di quaranta,
-affinchè sieno appiccati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note432">
-<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Allora intanto conduconsi prigionieri sei militi tra i nobili
-milanesi, i quali erano stati trovati in luogo, ove coi Piacentini
-perfidi ragionamenti tenevano... Perciocchè, come sopra si
-è detto, anche allora Piacenza al principe aderiva con finta devozione
-e simolata obbedienza.... Questi adunque.... ordina che
-condotti sieno al supplizio, e lo stesso fine ebbero essi della vita,
-che già toccato era ai primi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note433">
-<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radevic.</i>, lib. 2, cap 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note434">
-<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per impulso del serenissimo imperatore Federico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note435">
-<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 2, pag. 260.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note436">
-<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E già a ruina della città moltissime macchine si appressavano,
-e già le torri elevate ad altissima mole cominciavano ad attaccarsi.
-Coloro allora con grandissima forza e pertinacia si diedero
-a resistere e ad allontanare le torri dalle mura, e coi loro
-strumenti e con validi colpi di pietre, a sconcertare le macchine
-nostre. Credendo però il principe di potere domare i feroci loro
-animi, ordinò che ai loro guerreschi ordigni (che ora nominati
-sono mangani, e che al numero di nove nella città trovavansi), si
-opponessero i loro ostaggi medesimi, alle macchine nostre legati.
-I sediziosi, cosa incognita presso i barbari, e cosa orrenda a dirsi,
-e che a udirsi sembrerà incredibile, le torri con colpi non meno
-frequenti percuotevano; nè punto li commoveva la compassione
-del sangue e dell'età, nè la comunanza dei vincoli naturali. E in
-questo modo alcuni fanciulli, colpiti dalle pietre, miseramente perirono.
-Altri, più miseramente ancora vivi rimanendo, pendenti
-attendevano quella crudelissima strage e l'orrore di asprissima calamità.
-Oh sceleratezza!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note437">
-<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 2, cap. 47.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note438">
-<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Usciti essendo dallo stesso castello circa ventimila uomini di
-diverse condizioni, fu quello dato alle fiamme, e ne fu permesso
-ai soldati il saccheggio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note439">
-<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. II, cap. 42.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note440">
-<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 327.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note441">
-<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Federigo</i>, per grazia di Dio imperatore de' Romani e sempre
-augusto. Crediamo che la prudenza vostra sia informata che un dono
-così grande della divina grazia, a lode e gloria del nome di Cristo,
-tanto evidentemente conferito al nostro onore, non può rimanere
-occulto o nascondersi come cosa privata. Il che noi significhiamo
-all'amor vostro ed al vostro desiderio, affinchè possiamo tenervi,
-siccome carissimi e fedeli, così ancora partecipi dell'onore e della
-gioia nostra. Imperocchè il dì seguente alla festa della Conversione
-di <i>san Paolo</i>, Dio ci accordò compiuta vittoria di Crema, e così
-gloriosamente di essa abbiam trionfato, che appena a que' miseri
-abitanti concedemmo la vita. Conciossiachè le leggi tanto divine
-quanto umane attestano che propria del principe è la somma clemenza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note442">
-<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vicende di Milano con Federico I, imperatore, pag. 55.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note443">
-<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per ciascuna parrocchia della città elette furono due persone,
-e tre di queste da ciascuna porta, delle quali una io fui, affinchè,
-secondo l'arbitrio loro si vendessero le vettovaglie e il vino e le
-mercatanzie, e il danaro si dêsse a prestito, il che ridondò a ruina
-della città.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note444">
-<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Hist. Rer. Laudens. Rer. Italic. Script.</i>, tom. XI, col. 1094.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note445">
-<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutti afflitti erano dalla fame e dall'inopia; il marito, snudando
-la spada, assaliva la moglie, il suocero la nuora, il fratello
-l'altro fratello, il padre il figliuolo, perchè frodati dicevansi del
-pane, e dappertutto udivansi discordie domestiche e private contese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note446">
-<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Trist. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. 10, pag. 209.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note447">
-<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Appianiamo le fosse, dirocchiamo le mura, distruggiamo tutte
-le torri, e tutta la città traggiamo a ruina ed a desolazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note448">
-<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>In Dacherii Spicil.</i>, tom. V. — <i>Pagi, Crit. Baron. ad annum</i>
-1162, num. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note449">
-<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Poscia le mura della città e le fosse e le torri furono a poco
-a poco distrutte, e così tutta la città di giorno in giorno venne
-sempre ridotta a ruina e a desolazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note450">
-<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il popolo viene espulso dalla città: il muro tutto all'intorno
-atterrato: gli edifizi sono spianati al suolo, eccettuati i templi dei
-santi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note451">
-<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pistor. Nidan., Rer. German. Script., Ratisponae</i>, 1751,
-tom. I, pag. 678.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note452">
-<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi, spinti dall'assedio, dalla fame, dall'inopia, dalla discordia,
-per mezzo di ambasciatori chieggono dall'imperatore misericordia....
-l'imperatore, che proposto erasi di farli perire con
-diversi supplizi, a terrore degli altri, accordando loro la vita e concedendo
-che seco portassero quanto potevano delle cose necessarie,
-li disperse nelle province in modo che facoltà non avessero di
-rientrare nella città; quindi comandò che i suoi soldati nella città
-entrassero, e si distruggessero le mura, le torri, gli alti e superbi
-palazzi, e tutti gli edifizi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note453">
-<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella stessa raccolta del Pistorio, tom. I, pag. 914.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note454">
-<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi, stretti già da quattro anni d'assedio dal re e dall'esercito
-italico e teutonico, dopo molte illustri imprese di militare
-audacia, finalmente, attediati dalle calamità e dall'inedia,
-piuttosto che vinti dalla forza delle armi, supplichevoli stendono
-le mani all'imperatore, sè stessi e tutte le cose loro cedendo al regio
-potere. Ricevuti adunque alla dedizione gli ottimati e il popolo,
-il re, colle aquile vincitrici e con grande concorso di popolo, entrò
-verso la domenica delle Palme, e, conceduto avendo ai cittadini
-la vita e il possedimento di tutte le loro suppellettili, per di
-lui ordine si spianano le fortificazioni, le mura, le torri e qualunque
-luogo munito; gli altri edifizi, eccettuata la chiesa matrice e
-le altre chiese, vengono dalla vorace fiamma consunti, e quella
-città opulentissima... si spiana sino al suolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note455">
-<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi, dopo l'eccidio della loro città, in vigore di editto
-imperiale, quattro borghi nei quattro diversi punti fabbricarono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note456">
-<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Manckenius, Scriptores Rer. Germanicar.</i>, Lipsiae, 1730,
-tomo III, columnis 220 e 222.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note457">
-<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le mura della città abbatte e tutto spiana al suolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note458">
-<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella citata raccolta del Menckenio, allo stesso volume, colonna
-1708.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note459">
-<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi però, non potendo resistere ad impeto così grande,
-stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da diverse
-perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli
-amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto
-della Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore;
-ad essi così si risponde dai principi: che in alcuna guisa non
-potranno ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non
-abbiano nelle mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano.
-E per consiglio dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e,
-sedendo l'imperatore sul suo tribunale coi suoi principi, portando
-innanzi ad esso le chiavi di tutte le porte milanesi, alla presenza
-di esso e di tanti principi, co' piedi nudi si prostrano a terra. Per
-comando dell'imperatore sono avvertiti di levarsi in piedi; e tra
-essi <i>Aluchero</i> di Vimercate così comincia a parlare: Peccammo,
-ingiustamente facemmo, perciocchè contra l'imperatore de' Romani,
-signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo il nostro fallo,
-chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla vostra imperiale
-maestà; le chiavi della città nostra, città antica, alla imperiale
-maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile e
-supplichevole preghiera chiediamo che abbiate pietà di città così
-grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di
-Dio, di <i>sant'Ambrogio</i> e di que' santi che dentro vi riposano, e
-che l'imperiale pietà si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati.
-L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle
-porte dei Milanesi riceve, e così ad essi risponde: Che siccome noto
-si rendette per le quattro parti del mondo, che contra il signor
-imperatore, padrone della terra, presunsero essi di muovere le
-armi, così per le quattro parti del mondo nota debb'essere la loro
-pena. Per le quattro parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente,
-all'Aquilone ed all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il
-suo danaro: la città di Milano si renda in potere dell'imperatore.
-Questo udendo, i Milanesi si arrendono al volere suo, e, benchè a
-malgrado loro, obbediscono al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono
-nelle quattro parti predette, all'Oriente, all'Occidente,
-all'Aquilone ed all'Austro; Milano cedono al potere del signor imperatore.
-L'imperatore, riunita avendo la milizia dei Teutonici, dei
-Pavesi, dei Cremonesi e degli altri Longobardi, siede in Milano sul
-suo tribunale, e chiede consiglio di quello che si debba di così
-grande città. Al che si risponde dai Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani,
-dai Comaschi e dalle altre città: Il calice gustino pur essi
-che diedero a bere alle altre città. Distrussero Lodi e Como, città
-imperiali; ai distrugga ancora la loro Milano. Udito avendo questo
-l'imperatore, per loro consiglio pronunziata avendo contro Milano
-quella sentenza, uscì fuora alla campagna. Primieramente il signor
-<i>Teobaldo</i>, fratello del signor re <i>Ladislao</i>, poi i Pavesi, i Cremonesi,
-i Lodigiani, i Comaschi ed altri delle altre città, più presto
-di quello che si farebbe a dirsi, il fuoco appiccano da ogni parte
-in Milano, mentre l'imperatore co' suoi eserciti ne rimane spettatore.
-Così Milano, città antica, città imperiale, da diverse calamità
-desolata, viene distrutta. L'imperatore poi, rovinata essendo
-Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale potere, perciocchè
-tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo egli nelle città
-italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia del suo esercito
-verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano intorno al ducato
-della Puglia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note460">
-<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita
-a P. Dobner collecta</i>, tom. I, pag. 71 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note461">
-<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vicende di Milano con Federico I, pag. 100, 104 e 106.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note462">
-<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note463">
-<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag 317.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note464">
-<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta
-non fosse.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note465">
-<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script.</i>, tom. VI, <i>colum.</i> 1105.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note466">
-<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Da prima incendiò tutte le case; poscia anche le case medesime
-distrusse.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note467">
-<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sire Raul, <i>De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor.</i>,
-tom. IV, <i>colum.</i> 1187.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note468">
-<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 264.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note469">
-<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 230.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note470">
-<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il pianto e il lutto degli uomini e delle donne, e principalmente
-degli uomini infermi e delle femmine sopraparto, e dei fanciulli
-che uscivano, e i propri lari abbandonavano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note471">
-<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. VI, <i>colum.</i> 1187.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note472">
-<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 233.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note473">
-<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dopo la distruzione di Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note474">
-<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 292. — Vicende di Milano, pag. 80.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note475">
-<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 307, 309 e 328.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note476">
-<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Affinchè non fossero dai fondamenti rovesciate, come Milano,
-che era stata il fiore dell'Italia, se ribelli all'imperatore si facessero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note477">
-<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vicende di Milano, pag. 97. — Giulini, tom. VI, pag. 338.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note478">
-<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Federico</i> Imperatore, con un esercito quasi innumerabile
-di Alemanni, assediò Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note479">
-<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nidan. Pistor., Rer. Germanicar. Script.</i>, tom. 2, pag. 531.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note480">
-<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Milanesi spontaneamente fecero dedizione di sè stessi e delle
-cose loro all'imperatore, il quale, senza alcuna clemenza, Milano
-distrusse.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note481">
-<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Boicarum Scriptores, collegit Andreas Felix Oefelius</i>,
-tom. II, pag. 334.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note482">
-<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 339.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note483">
-<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oh quanto clamore, quanto timore, quanto lutto per quattro
-settimane si mantenne nei borghi, specialmente nel borgo di
-Noxeda e di Vigentino! Alcuno non vi aveva che osasse coricarsi nel
-letto. Perciocchè ogni giorno dicevasi: Ecco i Pavesi che vengono
-ad incendiare i borghi!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note484">
-<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. VI, <i>columnia</i> 1191.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note485">
-<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VI, pag. 395 e seguenti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note486">
-<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Formaronsi insieme in un solo corpo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note487">
-<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag 156.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note488">
-<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vi abitava una turba di ladroncelli, di rapitori, di servi fuggitivi
-dai loro padroni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note489">
-<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Ger. Script, ex Biblioth. Marquardi Freheri excerpti
-a Gotthelffio Struvio</i>, tom. I, p. 342. <i>Edit. Tertia, Argentorati.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note490">
-<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Con grande costanza da ciascuna parte spingevansi le cose della
-guerra; alcuni talvolta di questi o di quelli erano fatti prigioni,
-altri uccisi ed anche impiccati. L'imperatore però certa cosa fece
-degna di lode. Perciocchè condotti essendo al di lui cospetto tre
-dei prigionieri, comandò che loro fossero cavati gli occhi. Accecati i
-due primi, al terzo, degli altri più giovane, domandò perchè ribelle
-egli fosse all'imperio; ma quello disse: Non contra di te, o
-Cesare, nè contra il tuo imperio io oprai; ma un padrone avendo
-nella città, obbedii ai di lui comandamenti, e con fedeltà lo servii;
-che se egli teco contro i suoi cittadini pugnare volesse, ancora
-lo servirei con eguale fedeltà. Dalle quali parole allettato
-l'imperatore, accordata avendo ad esso la conservazione degli occhi,
-comandò che i suoi compagni accecati nella città riconducesse.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note491">
-<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Struvius</i>, loc. cit.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note492">
-<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cosa degna di lode.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note493">
-<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cinse d'assedio Alessandria, città che viene detta fortissima,
-non per il giro delle mura, ma per la situazione del luogo, e con
-un campo fortificato grande oltre credenza, nel quale un fiume
-vicino derivarono; trovaronsi ancora in essa uomini valorosi in
-gran numero, pronti a resistere con coraggio, cosicchè l'imperatore
-non così presto, come voluto avrebbe, riuscì ad espugnare
-la piazza, ma con molta fatica e grande strage de' suoi, nell'intervallo
-ancora di alcuni anni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note494">
-<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dobner, <i>Monumenta historica Bohemiae</i>, tom. I, pag. 86.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note495">
-<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'imperatore Federico, ottenuta da esso la pace, tutto quello
-vogliamo fare che fecero gli antecessori nostri, dal tempo della
-morte del secondo Enrico imperatore, agli antecessori suoi, senza
-violenza nè timore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note496">
-<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Antiquit. Med. Æv.</i>, tom. IV, pag. 277.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note497">
-<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Lombardi sono nell'una e nell'altra milizia diligentemente
-istruiti; perciocchè sono valorosi in guerra, e nell'arte di parlare
-al popolo maravigliosamente eruditi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note498">
-<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 483.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note499">
-<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mantengono l'eleganza del latino parlare e la urbanità dei
-costumi. Nella ordinazione ancora delle città e nella conservazione
-della repubblica imitatori sono altresì dell'accortezza degli antichi
-Romani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note500">
-<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Gestis Federici</i>, lib. I, cap. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note501">
-<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. V, pag. 110.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note502">
-<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. II, pag. 122.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note503">
-<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liutprand.</i>, lib. V, cap. 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note504">
-<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VI, pag. 438.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note505">
-<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. II, pag. 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note506">
-<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per ciascun carro di legne un pezzo riceveva, uno per ciascuna
-sporta di pesci, uno per qualunque fornata di pane.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note507">
-<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Manipul. flor.</i>, cap. 146.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note508">
-<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. II, pag. 243.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note509">
-<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. IV, pag. 247.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note510">
-<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. IV, pag. 277.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note511">
-<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le quali, secondo il computo del conte Giulini, equivalgono
-a undicimila e duecento zecchini correnti, somma ben tenue, ripartita
-sopra venticinque città, quante componevano la lega, dappoichè
-vi si compresero Pavia e Como.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note512">
-<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note513">
-<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Monum. Bas. Ambr.</i>, n. 587.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note514">
-<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutti i diritti regali che l'imperio ha nell'arcivescovado milanese,
-o sia nei comitati del Seprio, della Martesana, della Bulgaria,
-di Recco, ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note515">
-<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 20, 21 e 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note516">
-<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel termine che i consoli di Milano col Consiglio di credenza
-ci indicheranno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note517">
-<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Concedette piena giurisdizione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note518">
-<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VII, pag. 24.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note519">
-<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Più di centocinquanta cavalli carichi d'oro, d'argento, di
-sciamiti e di manti, e di pelli grigie e di vaio, e di altre cose
-preziose.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note520">
-<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note521">
-<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. IV, pag. 731.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note522">
-<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sì grande timore tutti coloro che rimasti erano, invaso aveva,
-per la grandiosità delle sue gesta, che tutti ultroneamente
-accorrevano, e ciascuno coll'ossequio studiavasi di ottenere la grazia
-della sua famigliarità. Perciocchè dai legati di Verona può
-comprendersi quanto timore agli Italiani incusso avesse la memoria
-dei di lui fatti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note523">
-<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Otto Frisin.</i>, lib. 2, cap. 27, pag. 256. <i>Edit. Basileae</i>, 1569.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note524">
-<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Trascorrendo il territorio del vescovado che si chiama Uratislavia,
-passò nel vescovado posnaniense, e tutta quella terra
-egli pure devastò col ferro e col fuoco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note525">
-<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Radevich.</i>, lib. I, cap. 3, pag. 262.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note526">
-<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Duro è certamente che dipendere debba dall'altrui arbitrio
-l'animo di uno scrittore, siccome privo della facoltà d'istituire
-egli stesso un esame.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note527">
-<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 235.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note528">
-<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mentre con essi trattavamo di comperarlo, ed essi ce lo ricusavano,
-il nobilissimo loro castello, cioè Rosate, che cinquecento
-soldati aveva, facemmo prendere ed incendiare... Poi tre loro castelli
-fortissimi, cioè Minima, Gailarda e Treca (<i>Trecate</i>) distruggemmo;
-e celebrato avendo con grandissima giocondità la natività
-del Signore.... distruggemmo poscia Caira, villa grandissima e
-molto bene fortificata, e la città d'Asti con incendio devastammo...
-Di là siamo venuti a Spoleto, e perchè ribelle era... la pigliammo
-colla forza, col ferro cioè e col fuoco, e riportate avendo spoglie
-infinite e molte altre consumate col fuoco, la rovesciammo dai
-fondamenti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note529">
-<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Gestis Federici Primi, Cesaris Augusti, Basileae</i>, 1559,
-pag. 186.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note530">
-<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La città si abbandona al saccheggio, e pria che si potessero
-portar via le cose che giovar possono all'uso degli uomini, appiccatovi
-da alcuno il fuoco, si consuma. I cittadini che avean potuto
-sottrarsi al ferro ed alle fiamme, la vita soltanto conservando,
-nel vicino monte seminudi, si riducono... Nel dì seguente, perciocchè
-dall'abbruciamento dei cadaveri l'aere tutto corrotto generava
-intollerabile fetore, trasferì l'esercito nei luoghi più vicini...
-finchè le spoglie sopravanzate all'incendio ad uso servirono,
-non già de' miseri Spoletani, ma dell'esercito.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note531">
-<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Otto Frising., lib. 2, cap. 23, pag. 252.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note532">
-<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Chiunque di essi preso fosse, il supplizio doveva aspettarsi
-del patibolo che innanzi alla piazza vedevasi eretto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note533">
-<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 244.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note534">
-<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La città da prima fu data al saccheggio, poi rovinata ed
-incendiata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note535">
-<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 247.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note536">
-<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quasi tutti quei prigionieri che incatenati tenevansi, erano dell'ordine
-equestre. Essendo adunque i suddetti presentati al principe
-e condannati al supplizio delle forche, uno di essi disse:
-Ascolta, o nobilissimo imperatore, la condizione di un uomo sfortunatissimo.
-lo sono Gallo di nazione, non Lombardo, e sebbene
-povero, di stato cavaliere, libero di condizione, ec. Questo solo
-il glorioso imperatore ordinò che tra tutti esente fosse dalla sentenza
-di morte; imponendogli questo solo per pena che, posto il
-laccio al collo di ciascuno, col supplizio delle forche i suoi compagni
-facesse perire. E così fu fatto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note537">
-<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Affinchè a tutti i passaggeri presentassero documento della
-loro temerità, sulla strada medesima furono posti in mucchio, ed
-erano, come si narra, cinquecento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note538">
-<p><span class="label"><a href="#tag538">538</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Otto Frising.</i>, lib. 2, cap. 25.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note539">
-<p><span class="label"><a href="#tag539">539</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il re <i>Federico</i>, raccolta avendo grande quantità di principi
-e di altri soldati, ed aggiunti al suo séguito <i>Enrico</i>, duca di Sassonia,
-e <i>Federico</i> figliuolo del re <i>Corrado</i>, ed altri principi, incamminossi
-con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa
-<i>Adriano</i>, affinchè Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo
-però giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti
-la città stessa di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi,
-riguardandolo come di loro diritto, il passaggio vietano ad
-esso cd ai suoi seguaci, dicendo che Cesare non era egli ancora,
-ma re, e che per questo, come era di loro diritto, doveva egli
-pagare ad essi il danaro, se di là passare voleva a Roma, che qualora
-ricevuto lo avessero già consacrato Cesare, gli avrebbero in
-quella occasione, e non già prima, renduti gli onori dovuti a Cesare.
-Queste cose udendo, <i>Federico</i> reprime lo sdegno, e, dissimulandolo,
-dà loro di buone parole, promette il danaro che essi domandano,
-e come di questo data avesse sicurtà, passa per Verona col
-suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella città le truppe
-reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano il dovuto
-danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei primari e
-più nobili cittadini, con numeroso séguito di altri nobili, mandano
-al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando
-con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso
-danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti
-trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E
-siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina,
-e con testimonianza lo provava, per questo, come più nobile, ordinò
-che sospeso fosse a più alto patibolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note540">
-<p><span class="label"><a href="#tag540">540</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dobner, tom. 1, pag. 43.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note541">
-<p><span class="label"><a href="#tag541">541</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, dalla pag. 137 alla pag. 147.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note542">
-<p><span class="label"><a href="#tag542">542</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. VII, pag. 144.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note543">
-<p><span class="label"><a href="#tag543">543</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Commesso fu ad <i>Anselmo di Terzago</i>, che provvedere dovesse
-secondo il suo giudizio intorno al reggimento della città, ed
-egli elesse due consoli che per un anno la reggessero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note544">
-<p><span class="label"><a href="#tag544">544</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Flamma Chronic. MS.</i>, cap. 963.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note545">
-<p><span class="label"><a href="#tag545">545</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ad alcuno non fosse interdetto l'uso de' suoi beni, se non
-giudicata la causa ed approvata dal comune, dal podestà di Milano,
-o dai rettori della comunità, siccome le leggi richieggono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note546">
-<p><span class="label"><a href="#tag546">546</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, pag. 59 dell'edizione in foglio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note547">
-<p><span class="label"><a href="#tag547">547</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dico, comando e stabilisco che in perpetuo debba fermamente
-osservarsi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note548">
-<p><span class="label"><a href="#tag548">548</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non possiamo ancora dimenticarci che voi, pacificato essendo
-di già l'imperio, che lungamente era stato turbato, ci dirigeste
-legati tanto discreti e tanto onesti, coi vostri donativi, che
-noi, come era convenevole, ricevemmo sotto quella grazia e devozione
-colla quale sempre vi abbiamo riguardati, e sempre cari
-vi terremo; i vostri donativi altresì tanto più grati ci riuscirono,
-quanto che noi sapevamo che quelli trasmessi erano per effetto
-di pura amorevolezza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note549">
-<p><span class="label"><a href="#tag549">549</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 227.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note550">
-<p><span class="label"><a href="#tag550">550</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Balut., tom. II, pag. 662.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note551">
-<p><span class="label"><a href="#tag551">551</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 334.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note552">
-<p><span class="label"><a href="#tag552">552</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 483.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note553">
-<p><span class="label"><a href="#tag553">553</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fu scolpito in marmo sedente sopra un cavallo, il che fu
-reputato grande vituperio. Questi il primo fu a fare imprigionare
-gli eretici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note554">
-<p><span class="label"><a href="#tag554">554</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nuove leggi promulgate furono contra gli eretici, dei quali
-moltiplici erano le sette e con nomi stranissimi distinte; perciocchè,
-oltre i Patareni, dei quali ho fatto già menzione parlando di
-Arnolfo, nominavansi i Catari, i Carani, i Concorezii, i Fursici, i
-Vanii, gli Speronisti, i Carantani, i Romolarii; e questa peste non
-meno attaccavasi alle femmine, che agli uomini. Fu all'uno e all'altro
-sesso vietata questa superstizione, minacciandosi pena capitale
-e distruzione delle case a coloro che in essa perseverassero,
-o i colpevoli nelle case loro ricevessero, o in altro modo gli aiutassero.
-E nell'anno seguente, correndo il mese di gennaio, <i>Goffredo</i>,
-cardinale di San Marco, legato pontificio, entrato in Milano,
-stabilì per legge (di comune consenso tuttavia dell'arcivescovo,
-degli ordinari e del popolo), che il pretore di pena capitale
-punisse entro dieci giorni coloro che dannati fossero per giudizio
-ecclesiastico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note555">
-<p><span class="label"><a href="#tag555">555</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tristan. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. 8, pag. 269.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note556">
-<p><span class="label"><a href="#tag556">556</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, parte seconda, foglio 72.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note557">
-<p><span class="label"><a href="#tag557">557</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Stabilito avendo lo inquisitore, distrusse le eresie.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note558">
-<p><span class="label"><a href="#tag558">558</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nazarian., cap. 109, pag. 561.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note559">
-<p><span class="label"><a href="#tag559">559</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, all'anno 1252.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note560">
-<p><span class="label"><a href="#tag560">560</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Diss. Med. Æev.</i>, tom. V, pag. 92 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note561">
-<p><span class="label"><a href="#tag561">561</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La trista vita di un prelato nuoce al suddito ed anche a
-quello che è consacrato a Dio. — Nella chiesa di Dio non debbono
-esservi cattivi sacerdoti e diaconi. — I preti cattivi non possono
-esercitare il loro ministero. — La Chiesa non dee possedere alcuna
-cosa se non se in comune. — Alcun tristo non può essere vescovo. — Non
-è lecito ad alcuno lo ammazzare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note562">
-<p><span class="label"><a href="#tag562">562</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Muratori, <i>Diss. Med. Æv.</i>, tom. V, pag. 95.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note563">
-<p><span class="label"><a href="#tag563">563</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Marten. Veter. Script. et Monum. Collect.</i>, pag. 1051.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note564">
-<p><span class="label"><a href="#tag564">564</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciocchè in questo noi richiamiamo il costume degli antichi
-Cesari, ai quali, per le illustri azioni sostenute colle vittoriose
-insegne, il senato ed il popolo romano i trionfi e le lauree aggiudicava;
-al che col presente esempio della nostra serenità, secondo
-i voti vostri, da lungi prepariamo la via, mentre, vinta avendo
-Milano, il carro di quella città, capo certamente della fazione dell'Italia,
-a voi destiniamo, come la preda e le spoglie dei nemici
-vinti, e la caparra vi mandiamo avanti delle nostre grandi azioni
-e della gloria vostra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note565">
-<p><span class="label"><a href="#tag565">565</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Marten. Collect. Veter. Monum.</i>, tom. II, pag. 1190.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note566">
-<p><span class="label"><a href="#tag566">566</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Città, capo della fazione dell'Italia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note567">
-<p><span class="label"><a href="#tag567">567</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Attualmente si legge l'iscrizione incisa di quel tempo in
-caratteri semigotici, e sta in Roma nel muro della scala che conduce
-ai signori Conservatori del popolo romano in Campidoglio, e
-dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Cesaris Augusti Federici, Roma, Secundi</i></p>
-<p class="i02"> <i>Dona tene, currum, perpes in urbe decus.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hic Mediolani captus de strage, triumphos</i></p>
-<p class="i02"> <i>Cesaris ut referat, inclita preda venit.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem</i></p>
-<p class="i02"> <i>Mietitur: hunc urbis mietere jussit amor.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note568">
-<p><span class="label"><a href="#tag568">568</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dell'ordine dei frati minori, i quali, non solo armati di spade
-e muniti di elmo, presentavano una falsa apparenza di soldati,
-ma anche insistendo colla predicazione, i Milanesi ed altri ancora,
-purchè la persona nostra o quelle de' seguaci nostri offendessero,
-da tutti i peccati assolvevano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note569">
-<p><span class="label"><a href="#tag569">569</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 534.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note570">
-<p><span class="label"><a href="#tag570">570</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> «Duce e tutor del popolo d'Ambrogio,</p>
-<p class="i02"> Di giustizia vigor, luce de' grandi,</p>
-<p class="i02"> Arca tu di saper, sommo dell'alma</p>
-<p class="i02"> Madre Chiesa campion, eccelso fiore</p>
-<p class="i02"> Di tutta quest'amabile regione;</p>
-<p class="i02"> Al tuo cader d'Italia impallidisce</p>
-<p class="i02"> Lo splendor tutto! Ahi, che l'aiuto nostro</p>
-<p class="i02"> Della Torre Pagan, n'andò tra l'ombre!</p>
-<p class="i01">MCCXLI, il dì VI di gennaio, morì il detto signor Pagano</p>
-<p class="i02"> della Torre, podestà del popolo di Milano».</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note571">
-<p><span class="label"><a href="#tag571">571</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 431.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note572">
-<p><span class="label"><a href="#tag572">572</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 128.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note573">
-<p><span class="label"><a href="#tag573">573</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Al minuto alla maniera della taverna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note574">
-<p><span class="label"><a href="#tag574">574</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VII, pag. 462.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note575">
-<p><span class="label"><a href="#tag575">575</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 420.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note576">
-<p><span class="label"><a href="#tag576">576</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. VII, pag. 423.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note577">
-<p><span class="label"><a href="#tag577">577</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In nome del signor nostro Gesù Cristo. Nell'anno della natività
-del medesimo mille dugentoquarantacinque, il giorno di venerdì,
-terzo di novembre, indizione quarta. Essendo che il signor
-Uberto di Vialata, podestà di Milano, e <i>Guido di Casate, Guido
-di Mandello, Filippo della Torre, Giovanni della Torre, Guglielmo
-di Soresina, Probino Ingoardo, Rezardo di Villa, Giustamonte
-Cicata, Lampugnano Marcellino, Burro dei Burri,
-Artusio Marinone, Guglielmo di Lampugnano, Anselmo di Lampugnano,
-Anselmo di Terzago, Rosate della Croce, Landolfo
-Crivello, Negro Grasso, Guizzardo Morigia, Mollone Becano,
-Caruzano Morone, Amerato Mainerio</i> e <i>Buonincontro Incino,</i>
-consiglieri, e segretari, e sapienti del comune di Milano, con
-molta istanza pregando, instarono presso il signor <i>Ardico di Soresina,</i>
-arciprete di Monza, e i canonici ed il capitolo di questa
-chiesa, ed anche col signor <i>G. di Montelongo</i>, legato della Sede
-apostolica, affinchè concedessero e prestassero allo stesso podestà
-e ai consiglieri, e sapienti, o sia al comune di Milano, qualche
-parte del tesoro di quella chiesa da darsi in pegno, per il danaro
-necessariamente occorrente al comune di Milano, che in altro
-modo non può trovarsi nè ottenersi; come espressamente asserivano;
-e che quella chiesa volevano mantenere indenne; e fare sollecitamente
-restituire quel tesoro: alle di cui preghiere e a quelle
-di questo signor legato soprascritto, i signori arciprete e canonici
-umilmente accondiscendendo, per l'onore e vantaggio del comune
-di Milano, presente e volente questo signor legato, offerirono,
-concedettero a questi podestà e consiglieri e sapienti ed al comune
-un calice d'oro del tesoro della chiesa Monzese del peso di once
-centosette, colle orecchiette e coll'ornamento di molte pietre preziose.
-E perciò il predetto signor <i>Uberto di Vialata</i>, podestà di
-Milano, e questi consiglieri, e segretari, e sapienti, data essendo
-loro licenza e facoltà e autorità dal consiglio dei quattrocento, e
-dei trecento, e dei cento nuovo e vecchio, come dicevano, riformato
-(scritto nel libro del comune di Milano l'atto di fare la infrascritta
-obbligazione, e tutte le cose infrascritte) promisero, e
-diedero sicurtà, e tutti i beni loro e i beni del comune di Milano
-tutti e ciascuno di essi solidamente obbligarono in pegno al detto
-signor <i>Arderico di Soresina</i>, arciprete di Monza, accettante in suo
-nome, e in nome della Chiesa, e di tutto il capitolo di Monza, e
-di ciascuno dei canonici di detta Chiesa; che esigeranno, renderanno
-e daranno senza alcuna diminuzione, liberamente e assolutamente,
-di qui al natale prossimo, a questo signor arciprete ed
-ai canonici, o sia al capitolo, il soprascritto calice d'oro, ornato
-con gemme e pietre preziose. A tutte spese e danni di essi e del
-comune di Milano, e senza alcun danno o spesa dei detti arciprete
-e canonici e della Chiesa. E rinunziarono alla eccezione del
-calice non ricevuto, e ad ogni altra eccezione colla quale potessero
-in alcun modo premunirsi e difendersi, e massime che non
-potessero dire essersi obbligati per lo comune o per le cose del
-comune, ma sieno tenuti in modo che possano essere citati in
-solido, anche dopo finito e deposto il loro ufficio e la facoltà e
-l'autorità loro, come se tutte le predette cose fossero pervenute
-in potere di ciascuno di essi. E rinunziarono al beneficio della
-nuova costituzione e della lettera del Divo <i>Adriano</i> e di qualunque
-altro aiuto col quale in alcun modo potessero difendersi per
-mezzo dell'uso, e della legge, e dello statuto, e di qualunque
-ordinamento fatto o che farsi in avvenire potesse o si facesse;
-ma in qualunque tempo possano con effetto essere convenuti,
-non ostanti alcune ferie nè le loro dilazioni fatte o da farsi. E
-promisero come sopra il detto podestà, e questi consiglieri, e sapienti,
-che nè il podestà, nè alcuno de' predetti darà in alcun
-modo, nè con alcun sotterfugio, anche consenzienti questi arciprete
-e canonici, alcuna altra cosa in luogo di quel calice, fuori
-del predetto calice; ma daranno lo stesso calice speciale, intero,
-con tutte le sue pietre e gemme senza alcuna diminuzione. Ed
-ivi il detto signore <i>G. di Montelungo</i>, legato della Sede apostolica,
-coll'autorità della sua legazione e per volontà dello stesso
-podestà e dei segretari, e consiglieri, e sapienti predetti, essi tutti
-e il consiglio comunale, dal termine infrascritto in avanti, assoggettò
-e sottopose al vincolo della scomunica adesso per allora, se
-le cose predette come sopra mantenute non fossero per quel termine;
-eccettuato il podestà predetto. Alla osservanza delle quali
-cose e maggiore loro confermazione i predetti segretari, e consiglieri,
-e sapienti sopranominati giurarono corporalmente, toccando
-i sacrosanti Evangeli, tutte le cose sopranotate, e di osservare e
-fare, e fare osservare dal comune di Milano ciascuna delle cose
-predette. Fatto nei campi d'Albairate, nell'esercito contra <i>Federigo</i>,
-una volta imperatore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note578">
-<p><span class="label"><a href="#tag578">578</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VII, pag. 502.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note579">
-<p><span class="label"><a href="#tag579">579</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 30 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note580">
-<p><span class="label"><a href="#tag580">580</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bullar. Francescan.</i>, tom. II, pag. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note581">
-<p><span class="label"><a href="#tag581">581</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sormani, Storia degli Umiliati, cap. 10, pag. 99.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note582">
-<p><span class="label"><a href="#tag582">582</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bullar. Dominican.</i>, tom. I, pag. 244.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note583">
-<p><span class="label"><a href="#tag583">583</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dal consiglio dei quattrocento e dei trecento e dei cento,
-nuovo e vecchio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note584">
-<p><span class="label"><a href="#tag584">584</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 256.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note585">
-<p><span class="label"><a href="#tag585">585</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note586">
-<p><span class="label"><a href="#tag586">586</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. VIII, pag. 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note587">
-<p><span class="label"><a href="#tag587">587</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VIII, pag. 145 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note588">
-<p><span class="label"><a href="#tag588">588</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 174.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note589">
-<p><span class="label"><a href="#tag589">589</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Seicento forche preparansi, alla vista delle quali si ritirarono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note590">
-<p><span class="label"><a href="#tag590">590</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Manip. flor. ad an. 1260.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note591">
-<p><span class="label"><a href="#tag591">591</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 186.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note592">
-<p><span class="label"><a href="#tag592">592</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. VIII, pag. 191.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note593">
-<p><span class="label"><a href="#tag593">593</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VIII, pag. 192, 219, 236 e 249.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note594">
-<p><span class="label"><a href="#tag594">594</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 247.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note595">
-<p><span class="label"><a href="#tag595">595</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio a quell'anno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note596">
-<p><span class="label"><a href="#tag596">596</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 134.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note597">
-<p><span class="label"><a href="#tag597">597</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detto, tom. VIII, pag. 247 e 286.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note598">
-<p><span class="label"><a href="#tag598">598</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sotto l'interdetto dei divini uffizi rimasta era la città di Milano
-per la contesa colla quale la famiglia dei Maravigli sembrava
-ingiustamente opprimere il priore di Pontida.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note599">
-<p><span class="label"><a href="#tag599">599</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Calch. Hist. Patr.</i>, lib. 17, pag. 376.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note600">
-<p><span class="label"><a href="#tag600">600</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VIII, pag. 334 e 335.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note601">
-<p><span class="label"><a href="#tag601">601</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Castel Seprio si distrugga, e distrutto si mantenga in perpetuo,
-nè alcuno ardisca presumere di abitare su quel monte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note602">
-<p><span class="label"><a href="#tag602">602</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Siccome in tutte le cose sembrava entrare il sospetto, dubitava
-altresì che nuove trame nelle adunanze si macchinassero,
-e per questo comandò che coorti armate giorno e notte la città
-girassero, e provvedessero che riunione non si facesse tra i cittadini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note603">
-<p><span class="label"><a href="#tag603">603</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Calch. Hist. Patr.</i>, lib. 17, pag. 385.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note604">
-<p><span class="label"><a href="#tag604">604</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Avendo però il predetto Matteo Magno Visconti ottenuto il
-dominio di Milano, nello stesso primo reggimento molto virtuosamente
-si condusse; perciocchè professò per tal modo la castità e
-la onestà, che tutta la di lui corte composta sembrava di uomini
-religiosi. Le messe con grandissima devozione ascoltava. I sacerdoti
-vestiva colle sue proprie mani. In tutta la quaresima faceva
-che i domestici suoi e tutti i suoi famigliari si confessassero, altrimente
-con severità li puniva. I nobili di Milano volontieri ascoltava,
-e ai loro consigli non resisteva. I beni del comune conservava,
-nulla per sè riteneva. Non versò mai il sangue di alcuno. I
-dominii dei borghi e delle ville tra i nobili divideva; ogn'anno
-però i dominii di questi cambiava, onde tutti i nobili all'amor
-suo invitava. Fu ancora robustissimo della persona ed agile assai;
-colle mani spezzava un ferro di cavallo; e molt'altre cose faceva
-degne di commendazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note605">
-<p><span class="label"><a href="#tag605">605</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ad onore del Signor nostro Gesù Cristo e della gloriosa Vergine
-Maria, sua madre, e del beato Ambrogio, confessore nostro,
-e dei beati Vincenzo, Agnese, Dionisio, e di tutti i santi, e della
-Santa Madre Chiesa, e del sommo pontefice, e del signor re dei
-Romani, ed a conservazione dello Stato del venerabile padre signor
-Ottone, arcivescovo della santa chiesa milanese, e al buono, tranquillo
-e pacifico stato del popolo e del comune di Milano e di tutti
-gli amici, ed alla morte e distruzione del marchese di Monferrato,
-e di tutti i di lui seguaci, voi, signor capitano, giurerete di reggere
-il popolo di Milano da oggi in avanti, per anni cinque prossimi
-venturi, in buona fede, senza frode, e che custodirete e manterrete
-lo stesso popolo.... e gli statuti... e se questi mancassero,
-osserverete le leggi romane.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note606">
-<p><span class="label"><a href="#tag606">606</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Vedi</i> Corio all'anno 1288.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note607">
-<p><span class="label"><a href="#tag607">607</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La morte e la distruzione del marchese del Monferrato e di
-tutti i di lui seguaci.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note608">
-<p><span class="label"><a href="#tag608">608</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 435.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note609">
-<p><span class="label"><a href="#tag609">609</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio all'anno 1308, e Villani, storia, lib. 8, cap. 61.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note610">
-<p><span class="label"><a href="#tag610">610</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il che, chiarissimi cittadini, significa che, siccome col ferro
-e con ferrei strumenti si domano tutti gli altri metalli, così, per
-salutare consiglio, non che per insigne valore dell'armi italiche e
-principalmente de' Milanesi, domare dee l'imperatore tutte le altre
-nazioni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note611">
-<p><span class="label"><a href="#tag611">611</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 478.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note612">
-<p><span class="label"><a href="#tag612">612</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Med. Æv.</i>, tom. IV, col. 632, B.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note613">
-<p><span class="label"><a href="#tag613">613</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Med. Æv.</i>, tom. 2, pag. 595.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note614">
-<p><span class="label"><a href="#tag614">614</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VIII, pag. 631.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note615">
-<p><span class="label"><a href="#tag615">615</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XII, <i>colum.</i> 1099, B.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note616">
-<p><span class="label"><a href="#tag616">616</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibidem</i>, tom. XI, col. 231, C.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note617">
-<p><span class="label"><a href="#tag617">617</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, tom. IX, col. 1242, B.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 1, by Pietro Verri
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 1 ***
-
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-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
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-and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
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-or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
-Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the
-collection are in the public domain in the United States. If an
-individual work is in the public domain in the United States and you are
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-
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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-including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
-because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
-people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
-To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
-and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
-
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
-Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
-http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
-permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
-Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
-throughout numerous locations. Its business office is located at
-809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
-business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
-information can be found at the Foundation's web site and official
-page at http://pglaf.org
-
-For additional contact information:
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To
-SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
-particular state visit http://pglaf.org
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations.
-To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
-
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
-works.
-
-Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
-concept of a library of electronic works that could be freely shared
-with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
-Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
-
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
-unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
-keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
-
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-Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
-
- http://www.gutenberg.org
-
-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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