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You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: Storia di Milano vol. 1 - -Author: Pietro Verri - -Release Date: October 15, 2019 [EBook #60497] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 1 *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - STORIA - DI MILANO - - - DEL CONTE - - PIETRO VERRI - - - COLLA CONTINUAZIONE - - - TOMO I. - - - - MILANO - PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA - Contrada de' Due Muri, N. 1044 - 1850 - - - - -NOTIZIE - -DI PIETRO VERRI - - -Nell'accingermi a compilare le Notizie dell'ultimo de' magistrati -filosofi che hanno illustrato in Lombardia il regno di Maria Teresa, a -stento so contenermi nei limiti di una quasi cronologica brevità, cui -mi astringe il piano che mi sono prescritto in questa Raccolta. Tale è -la vastità e l'importanza dei servigi da esso prestati, che il parlare -adequatamente di lui, comprende la storia di trent'anni dell'economia -pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua l'opera immortale del -censimento, già precedentemente compita, tutte le importanti riforme -della pubblica amministrazione si eseguirono nel periodo della sua -magistratura; egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili -fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è ancor recente -e vivissima la memoria de' suoi servigi, ed essendo queste Notizie -susseguite dalla collezione delle sue opere economiche, ora in parte -per la prima volta pubblicate, si rende indifferente, anzi superfluo, -il parlare estesamente dei di lui meriti, siccome sarebbe inutile il -voler narrare ad altri la maestria de' sommi pittori, avendosi dinanzi -le più illustri opere de' loro pennelli. Seguendo pertanto il mio -metodo, mi accontenterò di delineare sommariamente le epoche memorabili -della sua vita. - -Nacque PIETRO VERRI in Milano al 12 di dicembre dell'anno 1728. Il -di lui padre Gabriele dovette in gran parte ai personali suoi meriti -l'essere stato successivamente promosso a diverse eminenti cariche; -e fu per ultimo presidente del Senato. Egli si è pur distinto nelle -lettere; e si hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali, -dei commenti al principal codice di esse, e una voluminosa compilazione -della storia della Lombardia, che rimase manoscritta. - -Chi bramasse di conoscere tutti i minuti tratti della fanciullezza e -della prima gioventù del nostro autore, potrà riscontrarli nell'Elogio -che recentemente ne ha pubblicato l'abate Isidoro Bianchi, già per -altre opere benemerito de' buoni studii[1]. Egli ha seguito un'altra -via da quella che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente -tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu mio scopo -di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può servire a far -distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato di tramandare la -sua memoria alla posterità. - -Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell'attività e -dell'acume della sua mente; ma non gli si era ancora offerta occasione -di esercitarla in qualche rilevante travaglio, onde si avesse potuto -apprezzarne la vastità e il vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse -distratto per sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di -private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare col rango -di capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase fino al dicembre del -1760. - -Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica, -riassunse con maggior calore gl'interrotti studii; e quelli -dell'ecconomia pubblica, applicata specialmente alla situazione -della sua patria, l'occuparono a preferenza. Ma per meglio conoscere -l'importanza di quanto in séguito operò e scrisse, gioverà di -veder riferito da lui medesimo qual era in allora lo stato della -Lombardia[2]. - -«All'incominciare del regno di Maria Teresa ognuno sa e si ricorda -quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse da noi l'industria -per esercitarsi in ogni parte. Arbitrario e sproporzionatamente -ripartito, il tributo sulle terre ci offriva lo spettacolo di molti -campi abbandonati dai proprietari alla comunità: la tassa personale -esuberantemente aggravata, rendeva spopolati altri distretti e priva -la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti all'interna -comunicazione pel trasporto delle derrate, sempre più allontanavano -i reciprochi soccorsi: severissime leggi annonarie, minacciando la -morte a chi cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura, -invece d'invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: i -tributi delle dogane, appaltati a diverse compagnie, interponevano un -contratto fra i bisogni del popolo e la paterna clemenza del sovrano: -le scienze, le nobili arti, quello spirito d'impegnata ricerca della -verità, che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e separare -le cose certe dalle probabili, non erano certamente festeggiati: uno -studio di parole, una servile venerazione o imitazione, erano lo scopo -che si poneva davanti alla docile gioventù, e così gradatamente, un -ostinato spirito, nemico d'ogni felice slancio verso del bene, teneva -in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche; e, dimentichi di noi -stessi, sembravamo piuttosto destinati a servire noi pure di mezzo e -di continuo fra le generazioni passate e le a venire, anzi che una -generazione avente diritto e ragione alla gloria di migliorare il -deposito delle umane cognizioni». - -Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli -nell'abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero te cause, -perchè vi si erano abituati fin dalla nascita, fu lo scopo cui Verri -diresse la maggior contenzione dei suoi studii. Non omise fatica onde, -colla scorta della storia e spogliando i farraginosi documenti delle -diverse amministrazioni, svolgere le vere cause che avevano potuto -ridurre a tanto squallore un paese sì fertile, e altre volte sì ricco e -potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva di squisita -erudizione, la quale, dopo di averne egli usato in tante sue opere per -più di trenta anni successivi, era ancor lungi dall'essere esausta. - -Per comunicare l'espansione di questo suo zelo, trovò egli un compagno -degno di lui e non men caldo di amor patrio, nella persona del marchese -Cesare Beccaria. La costanza e la sincerità della loro amicizia fu -ammirabile. Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente -confidenti senza arroganza, appassionati per gli studii utili senza -presunzione, percorsero la stessa carriera di studii e di cariche, e si -mantennero amici fino alla morte. Nè solo sinceramente si compiacevano -dei loro vicendevoli progressi; ma come il genio profondissimo di -Beccaria, quasi compresso dallo stato d'indolenza cui era portato dalla -sua fisica costituzione, avea bisogno per esercitarsi di chi, al pari -di un ostetricante, ne sollecitasse lo sviluppo, Verri fu quello che -si prestò a quest'ufficio; e già si è altrove notato[3] che alla sua -benemerita importunità dee il pubblico l'immortale opera _Dei delitti -e delle pene_, e l'autore di essa la giusta celebrità che gliene è -risultata. - -Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione. Quindi -Pietro Verri e Beccaria divennero il centro dì un'unione d'illustri -giovani, egualmente studiosi ed animati da non minor fervore per la -prosperità della lor patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri, -e si resero in séguito famosi sotto il nome di _Società del Caffè_, -dal titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che -pubblicarono per due anni sul modello dello _Spettatore Inglese_, cui -però sorpassarono di molto nella varietà e scelta degli argomenti, -nell'eleganza e nella profondità[4]. - -A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle stampe diversi -saggi de' suoi talenti e della sua coltura. Oltre alcuni opuscoli di -circostanza, che potrebbero citarsi a sua lode quand'altro di meglio -non avesse fatto, pubblicò egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un -Dialogo su le monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi -molti articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti _sul -commercio_ e _sul lusso_. Diedero occasione al detto Dialogo i rumori -che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti contro la breve, ma -pregevol opera data in luce in quell'anno da Beccaria _sul disordine -delle monete_; e Verri spiegò in quello, con singolare brevità e -chiarezza, la teoria sulla monetazione dello stato di Milano, cui -si attenne dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelle -_Meditazioni sull'Economia Politica_ e nella _Consulta_ che sullo -stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel 1772. Essa ha -dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina nell'esecuzione della -riforma, ma non è ancor provato che quella in confronto non potesse -esser migliore, e meno poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo -così esposto il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni -che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, abitatori d'un -piccolo Stato mediterraneo, senza miniere, pensiamo ad accomodare -le nostre partite del commercio, a diminuire le importazioni, ad -accrescere l'esportazione, ad animare l'industria; pensiamo ad -avere _moneta buona_, a valutarla bene, e non ci prendiamo briga -dell'impronto che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera -persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con minor disprezzo, -o esaminare con più seria attenzione le massime che si oppongono alle -attuali costumanze, non sarà pure inutile di riferire che tra le carte -di Verri esiste un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di -sua mano, che egli _lo rileggeva sempre con piacere, persuaso che non -si potesse con minor noia e maggior chiarezza combattere i pregiudizii -del volgo in questa materia_. - -L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu pur quella -in cui Verri diede principio alla sua pubblica carriera. Scadeva, -col 1765, il novennio della Ferma generale[5]. Perciò l'imperatrice, -mentre volle che nel nuovo appalto il regio erario fosse interessato -per un terzo, ordinò pure che si radunasse una Giunta di ministri -coll'incarico di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei -dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni, -venne pur Verri nominato alla carica di consigliere presso la Giunta -stessa, con voto deliberativo. - -Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole -estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto l'aver -egli trasmesso nell'anno precedente al principe Kaunitz un volume -di _Considerazioni sul commercio dello stato di Milano_, opera, -per erudizione e dottrina, certamente superiore alla sua età e ai -tempi in cui la scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti, -della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al -1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera -rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel 1769 con nuove -interessantissime notizie che gli comunicò il benemerito archivista del -Senato, segretario Corti, e da lui disposta per la stampa col titolo -di _Memorie sull'economia pubblica dello stato di Milano_ allorchè fu -sorpreso dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata. - -All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante un -indefesso travaglio, a compilare il primo _Bilancio del commercio della -Lombardia_, con quella maggior precisione che era possibile ad uomo -privato. Affine di ottenere l'esattezza nelle copie, difficilissima -in simili lavori colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel -numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a pochi amici, -e spedire alla corte. La notabile passività che risultava da quel -bilancio, diede luogo alla stampa di una _Lettera critica_, nella -quale all'opposto intendevasi di provare che il commercio dello stato -di Milano fosse attivo di molti milioni. Questa contestazione, e il -falso supposto che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al -principe Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare le -viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne trasse argomento per -anticipare un'utilissima disposizione. Molto importante, anche per far -conoscere il suo carattere, è la lettera che scrisse su tale argomento -al ministro plenipotenziario conte di Firmian[6]; ed è la seguente: - -«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con cui mi rimise -il _Bilancio_, stampato dal conte Pietro Verri, _del commercio dello -stato di Milano_, colle altre tre pezze che lo accompagnavano. Può -ben essere persuasa l'E. V. che io non approvo e non sarò mai per -approvare alcun passo che deroghi all'autorità e dignità del governo; -e specialmente a questo riguardo mi è rincresciuto che il detto -cavaliere, di cui peraltro mi piace l'ingegno e la scelta che ha fatto -de' suoi studii, siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor -giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento ciò che, -prodotto in iscritto alla sola Giunta ed al governo, gli avrebbe fatto -dell'onore, se non altro per l'idea e per il piano di eseguirla.... Ma -posto che è rotto il ghiaccio convien ora andare innanzi, e verificare, -col maggior accerto che si può, il giusto mezzo fra i nove milioni -di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, e gli undici -milioni di sopravanzo annuo, che risultano dalla _Lettera critica_ -al medesimo opposta. Sono persuaso che sia falso il bilancio, perchè -l'autore non potè essere autorizzato a riconoscere i fondi originali -per fissare dati certi, e credo egualmente che non sussista il calcolo -annesso alla _Lettera critica_, perchè si vede dettata da un puro -spirito di contraddizione e di animosità. Ordini dunque V. E. alla -Giunta di subito applicarsi a riconoscere, per quanto sia praticabile, -lo stato attivo e passivo di codesto commercio, affinchè rimosse le -esagerazioni, e con quella maggiore probabilità che sia compatibile -colla natura del soggetto, possa vedersi da qual parte propenda la -bilancia. È troppo necessario questo esperimento, acciocchè i paesi -circonvicini, eccitati a dubitare sugli eccessi opposti, non entrino -poi in diffidenza per mancanza di una dimostrazione che decida». - -In adempimento del superiore comando, fu delegato dalla Giunta alla -compilazione del nuovo bilancio lo stesso consigliere Verri, unitamente -al di lui collega consigliere Maraviglia. Questa vasta operazione -venne compita in meno di diciotto mesi; e la chiarezza del metodo e -l'esattezza dell'esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che -ne innoltrarono al ministro plenipotenziario, il 30 di ottobre del -1765, possono servire di utile soggetto d'imitazione anche a' tempi -presenti. Quel bilancio offriva in risultato un'attività di lire -15,387,034. 16. 2, e una passività di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò -il commercio passivo era maggiore di lire 1,593,453. 9. 2. - -Intanto, avvicinandosi il tempo dell'attivazione della nuova Ferma -mista, la profonda sagacità e l'attività indefessa dimostrate da Verri -in tutte le operazioni della Giunta, gli ottennero che fosse dalla -corte onorevolmente prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella -Ferma stessa, e contemporaneamente promosso al rango di consigliere nel -Supremo Consiglio di Economia[7]. - -L'inerzia de' precedenti governi gli aveva talmente allontanati da ogni -cura della pubblica amministrazione, che l'esercizio delle finanze -si coperse d'impenetrabile mistero; ed il sovrano, che pur vedeva i -miseri suoi popoli spremuti incessantemente dagli inesorabili fermieri, -era nell'impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di lumi onde -far amministrare direttamente le proprie rendite. Fu un tratto della -più sublime sapienza l'istituzione della Ferma mista. Per tal modo -il rappresentante del principe ha potuto conoscere l'entità delle -pubbliche rendite, il sistema de' fermieri e gl'immensi loro profitti. -Verri, giustamente animato da una destinazione di tanta confidenza, vi -si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la stessa aspettazione -della corte, sicchè questa fu in grado di anticipare di cinque anni il -compimento dell'ideata riforma, col decretare nel 1770 la cessazione -della Ferma delle finanze, sostituendole un'amministrazione economica. - -Malgrado l'immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile di Verri -volle estendersi anche alla discussione, che allora si era mossa, -per la riforma del sistema dell'annona. Quindi scrisse nel 1769 le -_Riflessioni su le leggi vincolanti nel commercio dei grani_, lo scopo -e l'esito delle quali fu esposto da lui medesimo nell'Avvertimento -che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle stampe. -«Quest'opera, egli dice, fu scritta nell'occasione in cui si voleva -sgombrare l'amministrazione pubblica dalle nebbie e dagli errori -consacrati dall'antichità. Si credeva che i soli mezzi per salvare -la provincia dalla carestia fossero i vincoli; e quindi una legge -obbligava a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge -obbligava a introdurne una data porzione nelle città; pene severissime -erano imposte a chi ammassasse grano senza una patente; cautele su -la macina de' mugnai, cautele sul trasporto interno, proibizione -dell'uscita de' grani dallo Stato. Tale era la legislazione che pesava -sul prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano le -dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li teneva tenacemente -a difendere la pretesa saviezza delle leggi tramandateci da' maggiori. -Vi voleva del coraggio per comparire nell'arena in favore del ben -pubblico contro tali interessati oppositori all'utile verità; pure, -malgrado le arti nemiche, fui fortunato, e nel ceto di chi disponeva -dell'economia pubblica la luce della ragione ebbe accesso, e si -screditarono gli errori. Quindi leggi libere si promulgarono, e da -venti anni a questa parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di -carestia». - -Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio nella -Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un'altra non men grave -incumbenza, preparatoria anch'essa al sistema dell'amministrazione -economica. Oltre i principali rami di finanze amministrate da' -fermieri, molti altri ne esistevano, i quali erano stati alienati o -dati in cauzione a' monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che, -nelle calamità degli scorsi secoli, aveano sovvenuto col proprio danaro -ai bisogni dello Stato. Era già stato deciso che tutte queste regalìe -dovessero essere avocate al sovrano. Il progetto per la redenzione -delle medesime cominciò ad essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu -istituita una Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono -le massime. Ma, distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni, -bastò l'esperienza di un anno a provare che non si poteva esigere dalla -loro opera quella celerità che era necessaria. Perciò con dispaccio 19 -ottobre 1767, soppressa la Giunta, se ne trasferì l'incarico al Supremo -Consiglio di Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769 -venne egli specialmente delegato col consigliere De Montani ad eseguire -la liquidazione e classificazione delle regalìe da redimersi; travaglio -arduo, complicato, minuziosissimo, cui tuttavia ridusse a termine con -distinta lode nel 1770. - -Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col quale si -dichiarò cessata la Ferma mista. L'enorme pretesa de' fermieri per il -rimborso degli utili de' cinque anni che ancor rimanevano alla scadenza -dell'appalto, i quali furono a stento ridotti a sette milioni, finì -d'illuminare la corte sull'immensità del danno che da simili appalti -era fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del principe -Kaunitz al conte di Firmian[8], quello zelantissimo ministro così ne -scriveva: «Io devo ingenuamente confessare a V. E., che finora non mi -è bastato l'animo di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli -annui utili, toccata nel primo triennio al regio erario per la sua -interessenza nella scadente Ferma mista, poichè dal quantitativo di -questa terza parte avrebbero le medesime facilmente potuto calcolare -l'importo delle altre due terze parli a profitto de' fermieri. Il loro -ammontare ad un milione per l'anno 1768 e 1769, anche dopo ricompensata -con congrui appuntamenti l'opera di essi come rappresentanti la Ferma, -non potrebbe a meno di parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere -che non rivoltasse l'animo loro, in riflessione che in fine de' conti -questo danaro è cavato dalle sostanze de' loro sudditi, e che S. M. -l'imperatore non avea torlo a dire _che i fermieri succhiavano il -sangue de' Milanesi e Mantovani_. Dal confronto poi degli utili degli -stessi fermieri colle entrate pubbliche dello Stato, ne avrebbero le -MM. LL. fatta la conclusione che, dopo difalcate le spese che incumbono -all'erario per l'amministrazione della provincia, il sovrano ritrae da -questa molto meno dei fermieri: comparazione veramente odiosa, e che -darebbe da pensar molto su questo articolo». - -La nuova amministrazione delle finanze venne formata sulla traccia di -quella che, con prospero successo, già trovavasi in attività nei Paesi -Bassi austriaci, e quindi distinta in tre parti: I. Amministrazione -generale; II. Controlleria della detta amministrazione; III. Riforma e -legislazione. Fu delegata la prima al magistrato camerale, la seconda -ad una Camera de' conti, la terza ad una Giunta governativa. Contro -il solito delle riforme, è stata questa eseguila con tanto spirito -d'imparzialità, che uno dei fermieri, il conte Antonio Greppi, fu -assunto al regio servizio nella Camera de' conti. Il principe Kaunitz, -in un suo rapporto fatto all'imperatrice nel 1771, qualificò il Greppi -_qual uomo di mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato -la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che odiavano la -Ferma_. - -Questa è l'epoca più illustre della vita di Verri, siccome fu la più -attiva e laboriosa. Si può dire, senza tema di esagerare, che quasi -l'intiera sistemazione dell'amministrazione economica delle finanze è -stata affidata a lui solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa -di un piano organico; e dal proemio di essa si evince che la forza -della di lui mente ne avea compreso l'insieme nella maggior vastità -de' suoi rapporti. Giova di udire l'autor medesimo a render conto de' -propri pensieri; egli così si esprime[9]: «Organizzare un corpo di -amministrazione del tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè -non vi penetri l'arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli -affari; preservare l'interesse dell'erario e l'industria nazionale ad -un tempo; gettare i semi delle riforme da farsi nel tributo, parte la -più importante e irritabile del corpo politico; suggerire il metodo -col quale più rapidamente, ma nel tempo medesimo con passi più fermi -e sicuri, si possa distribuire il tributo nella forma più innocua e -adattata al bene della società; diminuire al possibile le spese della -percezione; lasciare tutta la libertà all'industria, componibile col -tributo destinato a proteggerla; accelerare l'epoca in cui, rese le -leggi della finanza chiare, umane e semplici, venga portata la luce -sopra ogni parte dell'amministrazione; tale è la natura del quesito, -sul quale scriverò come le deboli mie forze lo permettono». - -Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della tariffa. -Basterà a dare un'idea di questa improba fatica la sola nomenclatura -de' travagli da esso presentati su tal proposito al magistrato -camerale, che era stato sostituito nel 1772 al Supremo Consiglio di -Economia. Il 13 agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale -dei generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello stesso -anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14 marzo 1774, lo -spoglio delle merci passate in transito nel 1771; e per ultimo, il -30 maggio, pure detto anno, il progetto della nuova tariffa. A fine -di render giustizia a chi gli avea giovato co' suoi consigli, così si -esprime nella lettera colla quale ha accompagnato il progetto medesimo: -«Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le avessi -sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto, sentii -il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati, lo chiesi e l'ottenni. -S. E. il signor conte presidente Carli ebbe la bontà d'interessarsene -meco, discutere le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i signori -consiglieri relatori di finanza, anche i signori consiglieri conte -Secchi e marchese Beccaria ebbero la compiacenza più volte di unirsi -meco a trattare di queste viste; onde il risultato di questo progetto -è una conseguenza di quanto si è discusso». Questo passo comprova -da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra la maturità e la -ponderazione con cui procedeva nei suoi travagli. - -L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera ha reso alla sua -patria, risulterà maggiore dal riflettere allo stato delle finanze di -quel tempo. La daziaria era allora divisa in altrettante giurisdizioni, -quante erano le provincie che componevano il ducato di Milano, e in -ciascuna giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione -del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino quaranta erano -talvolta i pagamenti cui soggiaceva una sola merce[10]. Era tanto mal -calcolata la tariffa, che in più di trecento casi i rappresentanti -la Ferma generale aveano da quella receduto, e si erano accontentati -di percepire un tributo minore di ciò che portava la legge, _per non -annientare molti rami di commercio e deviare tutti i transiti dello -Stato_[11]. Questo è pure il motivo per cui avendo a combattere un -errore autorizzato dalla pratica, si diffuse Verri nel suo Progetto, -sul danno risultante all'erario dal soverchio aggravio del tributo -nella tariffa, dimostrandolo con molti antichi e recenti esempi. La -corte, nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa -tra una modificazione della tariffa esistente e una totale riforma. Ma -la faraggine degli errori e dei disordini fu da lui sì evidentemente -dimostrata, che quella non esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così -ottenne Verri la gloria di aver applicato al multiforme tributo -indiretto quella regolarità di principii e quella semplice uniformità -cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle terre; e -come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura, del pari la -nuova tariffa il fu per l'industria e per il commercio. - -Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici occupazioni, cui -sembra che appena possa bastare un uomo solo, avesse Verri a trovar -agio per occuparsi ancora de' favoriti suoi studii? Eppure fu in -quel tempo che egli si produsse di nuovo in pubblico come scrittore -di economia e come metafisico, stampando nel 1771 le _Meditazioni -sull'economia politica_, e nel 1773 il _Discorso sull'indole del -piacere e del dolore_. - -Le _Meditazioni_ sono state accolte con singolare applauso. In due -anni furono ristampate sei volte in Italia; e di nuovo, nel 1773, -a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda in tedesco, nel 1774. -Quest'opera può essere considerata il deposito de' principii che egli -ha seguiti come magistrato, e il risultato della sua esperienza. Del -metodo che tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione -alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente ad altri -suoi Discorsi[12]. «L'economia politica, dic'egli, è la materia più -vasta de' delirii di chiunque, e una specie di medicina empirica, che -serve di argomento ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e -potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere -facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo -tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a -molti autori. Essi, dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi -idee astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere -d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli elementi delle cose, -sopra ipotesi, anzi che sopra fatti conosciuti, hanno innalzate le loro -speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii -anni a conoscere i fatti: le commissioni colle quali la clemenza del -sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte -le idee mie hanno cominciato coll'essere idee semplici e particolari; -poi, coll'occasione di esaminare oggetti reali, accozzate, disputate, -contraddette, si sono andate componendo, e le generali idee sono -emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo -metodo non ha il merito certamente di essere il più breve, nè il -meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole -accoglienza che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo -vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci -anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra -gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l'essere conosciuto un buon -cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della -virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che -producono la felicità dello Stato». - -Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli oppositori; essa -aveva una decisa superiorità di dottrina, e si era osato in essa di -dimostrare erronee le venerate massime dei nostri maggiori. Perciò -gl'invidiosi e gl'idolatri delle proprie abitudini ne dovevano muover -schiamazzo; il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo -M. Bisthowen, che pubblicò in Vercelli, col titolo di _Esame breve e -succinto_, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, in cui -si propose di contraddire da capo a fondo alle _Meditazioni_, e di fare -una illimitata apologia del vigente sistema economico, senza riflettere -che, con un tal sistema, la popolazione deperiva nello Stato, -l'agricoltura vi era negletta, l'industria languente, il commercio -passivo e i racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come -una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera, benchè -più ragionevole, suscitò l'invidia in un uomo il quale era altronde -fornito di bastanti meriti perchè non avesse dovuto degradarsi cotanto. -Fu questi il conte Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo -Consiglio di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui[13] qual -fu il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo poco -onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira quasi ad -ogni pagina. Dice in un luogo: _L'oceano ingoia le navi e le isole, -un terremoto distrugge le città, una voragine abissa un paese, un -autor fervido confonde e trasforma i principii dell'Economia Politica, -tenta una rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira_. Mentre -affetta di parlar sempre dell'_autore anonimo_, fino ad asserire -che egli siasi _impenetrabilmente tenuto occulto_, si cura poscia di -rimarcare che _si sono veduti dei bilanci stampati, i quali, se non -hanno discreditata la nazione, perchè i fatti veri trionfano su le -illusioni della mente, hanno onorato poco l'autore che gli ha formati_; -con che allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa -delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle _Meditazioni_, -nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno l'anno 1772, in cui -non mancò di ribattere talvolta la mordacità del suo censore. Ma una -reciproca stima riavvicinò in seguito i due illustri competitori; e -si è di sopra veduto che Verri consultò lealmente il suo antagonista -sul Progetto della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza -dell'utilità de' suoi suggerimenti. - -Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe alle -_Meditazioni_, cioè il _Discorso sull'indole del piacere e del -dolore_. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere consiste -nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe ornare con tutta -la magia dello stile e i magnifici colori dell'immaginazione, benchè -forse non sia applicabile con eguale esattezza alla generalità delle -umane sensazioni. Egli deduce per corollario della sua teoria che -«il prodigioso avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro, -d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di -esserlo tosto che si conosca essere spuntati quei secoli dai dolori -e da così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime -spinte per agire[14]». - -Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare -l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso che promoveva -co' proprii scritti la propagazione delle utili dottrine, non era meno -sollecito il sovrano a ricompensare i suoi servigi con successive -promozioni. Già si disse che nel 1765 era stato eletto consigliere -del Supremo Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel -1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure affidata -l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato vicepresidente -con diploma onorevolissimo[15]. Nel 1780 fu promosso alla carica di -presidente, rimasta vacante per la giubilazione accordata al conte -Carli. Nel 1783 fu decorato del grado di consigliere intimo attuale -di Stato, e nello stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano. -L'erezione della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento -dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio -2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica di Slesia e di -quella d'arti e manifatture di Londra[16], procurò a Verri una nuova -testimonianza della confidenza della corte, coll'essere destinato -conservatore anziano della medesima. In questa qualità intervenne -alla sua prima adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle -stampe e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte la -lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la giustezza delle -vedute, la finezza colla quale l'autore ha saputo toccare gli oggetti -più importanti della pubblica amministrazione, e combinarli collo -scopo della Società per risvegliare la passione del bene generale, -sono altrettanti motivi per i quali egli ha diritto all'applauso da lui -ottenuto»[17]. - -Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo ed instancabile, -riformatore della parte più complicata e difficile dell'amministrazione -dello Stato, scrittore di metafisica, di economia generale, e quindi -separatamente di monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che -poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo più -fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere -indifferente nell'universal gara de' saggi onde ottenere che fossero -proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano. -L'abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi. -Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile -abuso[18]; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza -de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto impossibile, -confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il fatto delle unzioni -venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. -L'ordine, la chiarezza, la forza de' raziocinii e l'insinuantesi -fluidità del suo stile trovansi nelle _Osservazioni su la Tortura_ in -un grado eminente. Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se -dico che quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo era -Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei -pezzi di processo scritti col barbaro frasario de' tribunali, ancor -più barbaro a que' tempi; d'insinuare l'austerità de' ragionamenti -per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di -trasfondere ne' suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua -stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di -quel collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni prima -avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di crudeltà nel legale -assassinio di tanti innocenti. Si credette che l'estimazione del senato -potesse restar macchiata per la propalazione dell'antica infamia. -Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò -all'idea di dare alle stampe le sue _Osservazioni_; e così il pubblico -rimase defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di -eguale argomento avrebbe riportato la palma. - -La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno conoscere le -successive vicende economiche della sua patria e la vera causa di esse, -gli aperse la via ad un più vasto lavoro, la _Storia di Milano_. Fino -a lui non si aveano che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte -esatti e rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di -sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto che dei -materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre per antica potenza -e per tante vicende, deve riconoscere in Verri il primo suo storico -che sia degno di tal nome. Il primo volume, che si estende fino alla -morte dell'ultimo dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche -pregio di eleganza tipografica[19]. La nitidezza della edizione, -la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile e la -filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero il generale applauso -degl'intendenti. Dell'imparzialità da esso osservata così rende ragione -egli stesso in fine della prefazione; «Ho rappresentato lo stato -de' nostri maggiori senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato -la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho -imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione, la oscurità e la -gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione -dei tempi. Destiamoci ora noi, per trasmettere ai posteri costumi ed -azioni che la storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun -ornamento». - -Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia ed i suoi -studii divennero le sole sue cure. Talvolta accordava ancora qualche -attenzione alle cose pubbliche, e lasciò manoscritte diverse pregievoli -memorie sulle riforme del 1786, e sullo stato politico del Milanese -nel 1790, _unicamente_, come si espresse, _per dare sfogo alle sue idee -sulla pubblica felicità_. - -La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi, seguíta nel -1784, lo determinò a scrivere le _Memorie_ della sua vita e de' suoi -studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole al celebre ed -infelice marchese di Condorcet. Nè qui si è limitato lo sfogo della -sua dolente amicizia. Ma due monumenti gli fece erigere: uno nella -chiesa della sua villa di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti -di Sant'Alessandro di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo -di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia qui lecita -una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto, scolpito dallo stesso -Franchi a spese del celebre astronomo Oriani, fu collocato nel ginnasio -di Brera, sono forse i soli tra tanti illustri italiani morti a' nostri -tempi che abbiano ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure -nol debbono che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi e -Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora indistinti, -quanto non è doloroso e umiliante che, anche nel poco che si è fatto, -la sola forza della privata amicizia abbia dovuto supplire a tutto per -onorare la memoria degli uomini grandi?[20] - -Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, quando proruppe -in Italia la forza preponderante delle armate francesi. Allora, sotto -la licenza di un governo militare, tutte le passioni si sfrenarono, e -l'irritazione de' diversi interessi introdussero la discordia tra i -cittadini. Nei principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far -parte della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di quel -Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare i conti della -pubblica amministrazione, ma che, per le cabale di coloro che avevano -interesse nel mistero, cessò di esistere appena avea cominciato a dar -segni di vita. Egli rientrò nella pubblica carriera animato dalla più -ardente brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in parte la -sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in quella violenza -di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche contraddizioni, -resero quasi affatto vana la lusinga. Tuttavia la felicità della patria -fu il costante scopo dei suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi -più volte afflitto profondamente nel riflettere su la successione di -tanti traviamenti, e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che sì -bene esprimevano le commozioni della sua anima. - -Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento de' nuovi -governanti, le sue _Riflessioni_ sull'annona, scritte ventisette anni -prima, di cui già si disse. Nel 1797 intraprese la stampa del secondo -volume della _Storia di Milano_, che venne poi condotto a termine -dal di lui amico il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica -benemerenza, se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii. È il -primo di aver interpolato i propri supplimenti alle lacune lasciate -dall'autore senza alcuna indicazione che li distingua, contro la -pratica dei Freinsemii, dei Brotier e dei più dotti editori di -storici antichi e moderni. L'altro, di aver violato la protesta da -lui fatta[21] di trascrivere _fedelmente_ i frammenti dell'autore, -mentre osò di _mutilarli_. Queste arbitrarie alterazioni, le quali -avrebbero pregiudicato alla fama di Verri se dessa stata non fosse -solidamente fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto -eseguita un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi si possa -ristabilire il testo della _Storia_ nella sua integrità, aggiungendovi -i preziosi frammenti che esistono per la continuazione di essa fino al -regno di Maria Teresa. - -Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento il secondo -volume della _Storia di Milano_, si sarà già eccitato nell'animo de' -lettori il presentimento di un qualche disastro. Ed uno infatti sommo -e irreparabile ne era accaduto; ma a lui non già, che placidamente era -trapassato alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che -privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli morì quasi -improvvisamente, colpito d'apoplessia nella sala della municipalità, -nella notte del 28 giugno 1797, essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17 -giorni. - -Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, dalla quale ebbe -una figlia; indi, il 13 luglio del 1782, fece sua sposa Vincenza Melzi, -che amò sempre teneramente, formando delle sue domestiche virtù e della -numerosa prole che da essa ottenne, la costante delizia degli ultimi -anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, e rimasta a -lui superstite nel fiore dell'età, gli fece erigere nella cappella -gentilizia della rammentata villa di Ornago un decoroso monumento, -accanto al sepolcro ch'egli stesso, vivendo, si avea preparato. - -Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed Alessandro, -si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. Il primo, -illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto, due utili saggi su la -coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, oltre molti discorsi -inseriti nel foglio periodico del _Caffè_, scrisse le _Avventure della -poetessa Saffo_, la nota tragedia della _Congiura di Milano contro -Galeazzo Sforza_[22], e le _Notti Romane al sepolcro de' Scipioni_, che -gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa[23]. - -Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quella di Mantova, -di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna. Oltre una continua -corrispondenza con suo fratello Alessandro, fu pure in relazione -di lettere con Voltaire, Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt -d'Avenstein, il conte di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani, -ed altri molti. - -La rimembranza delle sue qualità personali accresce il dolore della -sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed instancabile magistrato; -ma fu pure buon marito, buon padre, leale amico, di maniere cortesi, -benefico, sincero, dotato della più viva sensibilità, costante nella -gratitudine. Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante -per la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene de' -suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica stima. Questa -passione era sì fervida in lui, che soleva chiamarla un bisogno -incessante, insaziabile, e che continuamente lo tormentava. Scrisse -molto e più operò; nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo -filosofo, o l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse -direttamente per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più sterile -argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo stile, benchè -talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo straniero, è sempre -immaginoso, animato, persuadente. Mi lusingo che non dispiacerà -ai lettori di vederne riferito qualche saggio, che servirà pure a -dimostrare la purezza e la forza della filantropia che divampava nella -sua anima. - -Nelle _Riflessioni sull'annona_[24], dopo di aver dimostrato il mal uso -delle largizioni elemosiniere che si fanno nelle città al questuante -di professione, mentre il misero agricoltore è lasciato nell'abbandono, -soggiugne: «Io non pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di -compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo. Non pretendo -che alcuno rendasi duro ai gemiti dei miseri cittadini, pretendo -soltanto di rendere illuminata la commiserazione, e avvisare che non si -benefichi un cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda -la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che offenda la causa -dell'umanità con alcuna opinione; la causa dei poveri e dei deboli è -sempre stata e lo sarà, finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò. -Me felice, che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa causa -liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!» - -Altrove[25] dichiara i suoi principii politici nei seguenti termini: -«Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati e conosciuti i sacri -diritti dell'uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo e se unicamente -lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza -e ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione di un -mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce annunciare con frutto -gli augusti primitivi diritti di un essere intelligente e sensibile, -che, associandosi, non può averlo fatto che per il miglior genere di -vita; dritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza -ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli, sparsi -e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a stento raffreno, -scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di -promuovere il bene degli uomini, non col linguaggio del sentimento, -ma coll'analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il -bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni. Rispettiamo -la elevazione del genio e la calda virtù di chi, posto in privata -condizione, si erge a tuonare sull'abuso della forza, e vorrebbe far -arrossire gli uomini in carica de' loro vizi e dei loro errori. Se -perciò l'umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe -quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è tale, che più si -ottiene generalmente sollecitando l'interesse personale, che non si fa -interessando la gloria, a cui rare sono le anime che s'innalzino». - -Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull'influenza della -filosofia negli Stati[26]. «Gli uomini di lettere, dice egli, hanno -maggiore influenza del destino delle generazioni venture, di quanto ne -abbiano gli stessi monarchi sugli uomini viventi. Spargono i primi semi -de' lor pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella gioventù -s'innestano; e l'uomo di lettere determina le opinioni del secolo che -vien dopo di lui. I libri de' filosofi son quelli che hanno finalmente -costretto i tribunali, malgrado la tenacità delle antiche pratiche, -a non più incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire -colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni; a limitare -i supplizi ai soli casi estremi. I libri hanno resa accessibile al -merito la strada degli onori, battuta in addietro da chi, scaltramente -simulando, adulava gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo -debitori se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati -e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto degli avvocati -la probità e il buon senso vennero sostituiti alla maligna ed infida -gravità; se, conoscendosi meglio la morale e i doveri dell'uomo e del -cittadino, l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e -non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di una simulata -religione. Insomma, i filosofi, trascurati, contraddetti, perseguitati -durante la loro vita, determinano alla perfine l'opinione; la verità -si dilata, da alcuni pochi si comunica ai molti, da questi ai più; -s'illuminano i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole -e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità, che, senza -pericolo, non si sarebbero presentate fra le tenebre dell'ignoranza. -L'opinione dirige la fortuna e i buoni libri dirigono l'opinione, -sovrana immortale del mondo». - -Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si eresse più -durevole dei marmi e dei bronzi e maggior d'ogni elogio ne' proprii -scritti e nella indelebile memoria delle sue virtù e dei beneficii -da esso recati alla sua patria. Nell'adempire a questo ufficio mi si -ravviva nell'animo il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che -allora mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una prospera -occasione mi aveva concesso, nel fervore della mia gioventù, di poter -studiare davvicino i di lui esempi e approfittare de' suoi consigli. - - - - -PREFAZIONE - - -Abbiamo un buon numero di scrittori della Storia e della erudizione -patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini -colti, i quali abbiano un'idea della Storia del loro paese. Questa -generale oscurità ci dispiace, e talvolta ancor ci pregiudica; ma gli -ostacoli che dovremo superare per acquistarne la notizia, sono tanti e -sì difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni -pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici -e le pergamene, non vi è chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati, -il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de' secoli barbari -gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino -da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia -e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni -Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura -Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescapè, -del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia, -del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del -Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la -Storia dell'età loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema -politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie -dello stato della città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini, -il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per -porre in chiaro le cose della nostra città. Una singolar menzione -d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il -signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua -vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli della nostra Istoria, -con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue -forze fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi a terminare i -suoi giorni. Chiunque prenderà nelle mani la voluminosa opera di quel -benemerito cavaliere, non potrà giudicarne con equità, se prima non -distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la -verità di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia -soltanto la probabilità che debba un giorno servire anche a una privata -famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il -secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e -caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un séguito -di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli -ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di -pubblicare la Storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie -opportune a servire alla Storia, alle private e pubbliche ragioni, -alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima -ch'ebbi per lui, per la bontà del suo carattere, non mi seduca punto -se dico che in quell'opera si ammira la sagacità e la giustezza della -sua mente nell'esatta sua critica; la quale, se talvolta sembra venir -meno, ciò è di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo -però a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale con -chiarezza, metodo e discernimento sviluppi il filo della nostra Storia, -e c'instruisca sugli oggetti più importanti della nostra antichità. -Questa verità mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona -mia volontà avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi d'aver -posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi un'opera in due -volumi, che però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una -difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non -siamo più noi Milanesi forestieri in casa propria. La più bella parte -della specie nostra, e la più amabile potrà essa pure, forse utilmente, -passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne -le occulte cagioni se non colla energia, che è propria dell'uomo, -colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza. -Nell'educazione della nascente speranza della patria, potrà forse aver -luogo la notizia de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale -almeno è stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro. -Se oltre la comune utilità dell'oggetto, anche il tedio superato per -riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi. -Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto -il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta -sopportare. - -Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di -esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati -gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ciò sono d'accordo co' -nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di -sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono -dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo, -hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera, -sull'antichità, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi -di Milano. Molti de' principi che hanno signoreggiato sulla nostra -patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati -sinora; perchè, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le -opinioni, anzichè trascrivere i giudizii già pronunziati. Non rispondo -che in un'opera vasta per sè medesima non mi possa esser corso qualche -errore di fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che sia sicura di -non averne! Rispondo bensì che ho fatto quanto era possibile alla mia -diligenza per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente istrutto -delle antichità milanesi, non potrà certamente divenirlo colla sola -lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converrà che ricorra agli -autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che -cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente -istruzione delle cose della patria, questo libro può bastare, e per -essi veramente ho travagliato. - -Il linguaggio della Storia è quello della verità: sacra, augusta -verità, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di -trovare la malignità nella debolezza: nemica della licenza, turbolente, -declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta -di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il -proprio e l'altrui ben essere: verità, donna e signora delle menti -assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face -dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una -effimera luce. Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima al mio -stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi -troveranno costantemente, amore del vero ed amore della patria. Avrei -tralasciato di porre il nome a quest'opera, se i fatti si potessero -credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza -bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato -de' nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato -la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho -imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità e la -gloria; il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione -de' tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri costumi ed -azioni che la Storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun -ornamento. - - - - -STORIA DI MILANO - - - - -CAPITOLO PRIMO - - _Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita - nell'anno 452._ - - -L'origine di una città antica si perde comunemente nella oscurità -de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti secoli dai quali a -noi non è trapassato monumento alcuno, e perciò debbono considerarsi -come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è -la fondazione della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio -fanno menzione, con autorità però sempre dubbia; perchè trattasi di un -avvenimento accaduto più secoli prima che questi autori scrivessero, -e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della -scrittura con cui passare a' posteri la notizia de' fatti. Conviene -però queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare -dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia più credibile. - -Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori -dell'Insubria dai Galli, che, superate le alpi, si collocarono in -questa pianura; e perciò quella che oggidì chiamasi _Lombardia_, dai -Romani ebbe il nome di _Gallia Cisalpina_. Questa general opinione -degli antichi viene confermata ancora al dì d'oggi dalla pronuncia -del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti -di qua dalle alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene -pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia, -per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, dì Roma, -della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicherà piuttosto francesi -che italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende -verosimile l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perchè se -bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole diversità, noi -dovremmo avere assai più parole ed accenti teutonici che non abbiamo, -sebbene la lunga dominazione de' Longobardi e l'invasione loro sia -accaduta in secoli a noi più vicini. - -Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce -dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano -quivi collocate le loro sedi.[27] _Galli... fusis acie Tuscis, haud -procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium -appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen -sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt_[28]. Il saggio -autore però dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta -de' Galli quanto gli era stato narrato:[29] _De transitu in Italiam -Gallorum haec accepimus_; e poco sopra, parlando di questa venuta, -dice:[30] _Eam gentem traditur... alpes transisse_. Trattasi di un -avvenimento: che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio -Prisco, cioè seicento anni prima dell'era volgare. Non abbiamo nel -nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione -colta entro di esso prima d'Augusto, Negli scavi che sinora si sono -fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua -alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta, -che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'era volgare -gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro -alcuno scritto in Italia di cui l'autore non sia vissuto più secoli -dopo l'epoca in cui si dice fondata la città nostra. Livio stesso non -indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti -che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più dice, che _haec -accepimus_, ovvero _traditur_; l'asserzione perciò di Livio tutt'al più -ci farà credere che l'opinione de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva, -fosse che la città di Milano avesse per fondatore certo antico -Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per -molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente. - -Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato -il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente dubitare se -Milano abbia avuto un fondatore, cioè un capitano, un principe il -quale, avendo il disegno di creare una città, abbia collocato una -popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione -nasce dall'osservare che le città quasi tutte, e nella Lombardia e -nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un -fiume, al lido del mare, e i luoghi muniti e forti si sono piantati -anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile. -Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero -di fabbricare una nuova città su di questa pianura, doveva essere -invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino, -ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto necessaria -agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna per trasportare -ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de' canali -secent'anni sono per rendere comuni anche a Milano questi comodi; -il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato -trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano mi sembra -formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare -che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi, -diventasse insensibilmente una città, senza che uomo alcuno avesse -concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne -di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la -fecondità della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato -luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al -suo campo, e così la fertilità della terra avrà dato motivo di sempre -più ampliare la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a -formarne una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero, -fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi -laddove co' rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie -e le piante che successivamente il fiume trasporta, e così formarsi -un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi -la loro dimora. Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi che -persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una città lontana -dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi per bere, e a trasportare -tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione -attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso -capitano, che aveva nome _Medo_, a cui si attribuisce la prima pianta -della città, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano, -per nome _Olano_, dalla unione de' quali nomi se ne pretende formato -_Mediolanum_: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai -tempi oscuri, e perciò le accenno al solo fine di non lasciare ignorare -quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia del -nostro paese. - -La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de' -sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le alpi -contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini -dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in -realtà la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre -parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre -il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i venti che, -sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di levante. In questa -pianura così fiancheggiata le altissime montagne che la cingono, vi -gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la -sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo, -per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe -coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi, -nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perchè valgon -meno che le due parole _Paolo Frisi_, mi ha graziosamente comunicate -le notizie che i due laghi maggiore e di Como sono prossimamente allo -stesso livello, cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano. -Il lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; così -riesce braccia duecentocinquanta più alto della città di Milano, cioè -settanta braccia ancora più alto sopra la sommità dell'aguglia del -Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii di acque più alte e imminenti. -La pianura è alquanto pendente verso del Po. La città di Milano, dalla -parte più elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta, -cioè dalla mura di porta Nuova a quella di porta Ticinese, il che fa -vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone la piazza del -Duomo a livello della sommità della torre di Sant'Eustorgio. Le spese -e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui -giungono le piene al disopra del livello de' campi, ci convincono che -un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la -parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi -di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una -dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico -Antonio Muratori[31], ci dimostra con quanta facilità diventino -lago o palude i paesi più floridi della Lombardia, tosto che cessino -gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della -natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale -artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini, -quasi contro il di lei volere; simile in ciò agli Olandesi, i quali, -come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi -hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia -mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle -innondazioni, ivi si è formata una pallude. Sant'Ambrogio, nella -lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brisello, -Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama[32] _tot semirutarum -urbium cadavera._ Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime -colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre -di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza -poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella -vita di san Geminiano[33].[34] _Mutinensis urbis solum, nimia aquarum -insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex -paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse -desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries, -saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, aquarum -crebra, ut diximus, inundatione submersa._ Se dunque è vero che la -costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude, -da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di cultura -e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la attenzione degli -uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il lor sito coprendo la -terra; sarà anche assai verosimile il dire che ne' tempi antichissimi -questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i -Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di -aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare sopra -di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde all'antica -tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi -l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri; -questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e -Strabone[35], descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di -paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago -Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte bassa è -tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne' contorni di -Crema, di cui trattano le carte de' secoli bassi, sebbene al giorno -d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna. -I documenti più sicuri dell'antichità sono i fisici. La curiosità -nostra vorrebbe sapere come e perchè i Galli, uscendo dalla loro -patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a -stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma -la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che non lo -sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia è piena -di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico, -innondazione, terremoto, ec.; la violenza d'una barbara nazione che -sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste; -l'avidità di godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le -cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le colonie -greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed -altri regni; le spagnuole, le inglesi ec., l'America. Al tempo delle -crociate l'Europa tentò di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si -stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni -anche al dì d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal sassone, -mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la -quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua -sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano -l'illirico, mentre nella città la lingua naturale è la tedesca. Anche -nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia, -e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e -poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra -ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che -vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo -paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo può dire la -storia, che in Italia non riascende sino a que' tempi. - -Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella -accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è chi la deriva dal tedesco -_Mayland_ (così chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa -paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente -conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti, -e in cui ne' sei mesi dell'anno, che cominciano in novembre e terminano -al fine d'aprile, l'altezza media del termometro è al disotto del -temperato, e dove in quella metà dell'anno la terra è soggetta al gelo -ed alle nevi. La più comune sentenza fa nascere la voce _Mediolanum_ -da un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo -mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano così credette, -ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci -rappresentò Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a -Genova, donde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso -Milano. - - _ad moenia Gallis - Condita, lanigerae suis ostentantia pellem._[36] - -Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il quale, -annoverando le città più illustri, così volle indicarci Milano. - - _Et quae lanigero de sue nomen habet._[37] - -Altri furono di parere che altre città della Gallia e d'Albione si -chiamassero con tal nome, e che i Galli chiamassero perciò Milano la -città da essi fabbricata: opinioni tutte arbitrarie, incerte e di -una infruttuosa discussione; perchè i nomi s'inventarono prima che -s'inventasse la scrittura, e la storia non ha principio se non dopo -ritrovata la scrittura. - -Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano ascende -all'anno di Roma 533, cioè appunto duemila anni fa, scrivendo io nel -1779. I consoli Cnejo Cornelio Scipione e Marco Marcello conquistarono -l'Insubria, e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno -221 prima dell'era volgare. Vorrei pure sapere a quale stato di -coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse il loro governo -civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; se avessero monete; -qual religione e qual linguaggio fossero naturali a quei popoli; se -coltivassero i campi; qual forma presentasse la fisica in questo tratto -di paese: ma di ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco -ci attesta che allora Milano era una città molto popolata:[38] _urbem -Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum vocant. Hanc Galli -Cisalpini pro capite habent_[39]; ma Plutarco scrisse due secoli e più -dopo Marcello e Scipione. Polibio ci assicura che Marco e Cornelio, -consoli, guerreggiando contro de' Galli Insubri,[40] _Mediolanum, -praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, urbe, quae -et frumento et omni genere commeatus refertissima erat, potitus, -Gallos persequitur_[41]. È verisimile assai che Marco Marcello, dopo -conquistata Milano, abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la -quale, coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco romano. Di sì -fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in memoria delle -conquiste fatte, ovvero per dominare la città vinta, e dalla sommità -della torre potere all'occasione vedere e nuocere. È tanto celebre -presso degli storici nostri quest'Arco romano, che conviene per qualche -poco ragionarne. - -Molte volte mi accaderà nel decorso di quest'opera di nominare il -signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene ora ricordato, perchè -tutto quello che dirò dell'Arco romano, da lui lo preso; e chi volesse -vedere l'oggetto più distesamente, esamini il tomo sesto della di -lui Storia, dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma, -il Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco romano -nella più ampollosa e strana foggia: Un arco lungo niente meno di due -miglia; monito dai due lati di altissime mura; e nel mezzo di questo -lunghissimo fabbricato si descrive una torre da cui si dominava nulla -meno di tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime -colonne. La larghezza di questo Arco romano era un getto di pietra, -e si chiamava ora l'Arco romano ed ora l'Arco trionfale. Di questa -mole immensa però non se ne mostra nessun vestigio: si disputa per -fino sul luogo ove fosse collocato; e un architetto potrebbe fare un -immenso portico eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che -somigliasse a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo stato il -nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò che l'Arco Romano -altro non era se non una massiccia torre, vasta e quadrata, piantata -sopra quattro solidissimi pilastri, e sostenuta da quattro archi; -opera tutta di pietre grandi e quadrate, che molto si innalzava, e -conteneva stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa -torre era collocata sulla via romana, di contro al luogo ove oggi -vedasi il monastero di San Lazzaro[42]. Di simili torri se ne vedono -altre memorie nella storia di Roma, e Lucio Floro[43] scrive che Cnejo -Domiziano Enobarbo, e Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano -vinto gli Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso, -sopra di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti.[44] _Utriusque -victoriae quod quantumque gaudium fuerit, vel hinc existimari potest -quod et Domitius Ænobarbus et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant -in locis, saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus -trophaea fixere._ La nostra torre diventò celebre dappoi per le -esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non meno che per -gli avvenimenti accaduti durante la guerra che Federico I mosse ai -Milanesi, intorno al qual tempo rimase distrutto quest'antico e forte -edificio. La opinione del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata -sempre più dal[45] _Chronicon Vicentii Canonici Pragensis_, che per -la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione del padre -Gelasio Dobner, che ha per titolo:[46] _Monumenta Historica Boemiae -nusquam antehac edita. Pragae._ Il Canonico era testimonio di veduta, -e così la descrive:[47] _turris fortissima, maxima, de fortissimo -opere marmoreo, quae arcus romanus dicebatur_[48]. Questo testimonio -non poteva essere noto al conte Giulini, perchè non ancora pubblicato -mentr'egli scriveva. - -Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante la repubblica -di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo durante i primi tre -secoli dell'era volgare. I Romani, stesa che ebbero sulla Insubria la -loro dominazione, piantarono delle nuove città; tali furono Piacenza, -Cremona e Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero -padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque stagnanti, e -fra essi Emilio Scauro si distinse; poi, mentre Roma era lacerata dalle -fazioni, il senato, al tempo di Silla, accordò la cittadinanza romana -a tutti gli abitatori dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia, -che prima terminavano al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino -all'Alpi; e così divenimmo italiani per adozione. Il dominio adunque -di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò di nuove; -rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo dalle paludi; -dallo stato di barbarie c'innalzò a quello di una società civile; e -perfine da sudditi che ci aveva resi la forza, la beneficenza romana -ci fece liberi; e membri d'una illustre Repubblica, fummo capaci -delle magistrature di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano. -Cenando quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli -eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica e senza -atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore, il quale ne -provava confusione; ma Cesare giocondamente prese a mangiare quelle -rozze vivande, e seriamente rivolto a' Romani fece loro la questione, -se fosse più rozzo e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla -foggia del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore[49]. Marco -Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte e sublime, -eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati, che gli innalzarono -nel foro una statua di bronzo; di che ci fanno fede Svetonio e -Plutarco. Quando Augusto, reso padrone della terra, passò a Milano, -si trattenne ad osservare questo monumento, non senza inquietudine -dei Milanesi, ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui, -per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisione di Cesare e il -nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo di farci un encomio, -perchè rendevano omaggio alla virtù indipendentemente dalle vicende -capricciose della fortuna[50]. Così i Romani colti e potenti trattarono -gl'Insubri agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai -vinti, nè mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, fieri -contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione su i popoli -per liberarli dalla tirannia, per condurgli alla coltura e allo stato -civile. Non credettero mai utile nè giusto il disprezzo anche verso un -popolo barbaro. La grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano, -e i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano loro cari. -Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto comando, egli ha -fatto maravigliare l'Europa; il tempo schiarirà sempre più il problema -politico, se a incivilire un popolo più giovi l'energia e la rapidità -del comando, ovvero la industriosa sapienza dei mezzi trascelti; e se -la vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del clima nativo -e riparando accortamente le sole ingiurie di quello, o veramente con -artificiale ed estraneo calore costringendo la natura. - -Fra gli imperatori dei primi secoli, Giulio Capitolino scrive che -Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. Elio Sparziano e varii -altri ci assicurano che Giuliano Didio, che fu proclamato imperatore -l'anno 195, fosse milanese. Nel terzo secolo i popoli del Settentrione -cominciarono a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa parte -d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e furon scacciati; -e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori portassero la loro -ordinaria sede più vicina alle Alpi per vegliare più di presso alla -sicurezza d'Italia. L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto -per cui è annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di -monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi un passo; -e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il tentare di penetrarvi -con un esercito, che s'inventarono dei favolosi aiuti per ispiegare -il passaggio che vi fece Annibale, quantunque gli abitatori delle -Alpi non fossero suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che -nessuna estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, se -opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi dei paesi -e custodire le alture che dominano sulle vie; e porre gli invasori -nella condizione di comprare con una battaglia vinta il potere di -avanzare pochi passi e disporsi a nuovo cimento, e ciò con una lunga -alternativa, che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse -da quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di estere -genti per mare non potevano allora temersi, perchè non v'era alcuna -nazione che avesse un corredo marittimo capace di tentarlo; l'Italia, -per godere dei vantaggi d'un'isola, non ha che a rendersi forte nei -sbocchi delle Alpi; e così fecero gli imperatori verso la fine del -terzo secolo, a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno -di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di un Augusto, -prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, e trucidavano per -collocare un successore sul trono del mondo. Nei contorni di Milano -qualche tempo soggiornò Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso -Milano, e in memoria abbiamo un villaggio che dai Latini chiamossi -_Pons Aureoli_, ora _Pontirolo_. Marc'Aurelio Valerio Massimiano -Erculeo è stato fra gli imperatori quello al quale più deve la città -di Milano; perchè fu probabilmente il primo che collocò la sua sede in -Milano, e fu quello che cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio -Vittore.[51] _Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae -urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia._ Il giro di -queste mura però non era più di due miglia, e viene assai accuratamente -descritta la loro posizione nel libro: _Le vicende di Milano durante -la guerra con Federico I, imperatore_, pubblicato con eleganza dalla -stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, l'anno -1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, come verosimilmente lo -era nel secolo XII, e col muro di Massimiano, che allora sussisteva. -Io non ripeterò quanto ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò -soltanto che probabilmente allora non v'erano che nove porte della -città. La _Romana_ era poco lontana da San Vittorello; la _Erculea_[52] -era fra il monastero della Maddalena e quello di Sant'Agostino; -la _Ticinese_ era al Carrobbio; la _Vercellina_ era vicina a San -Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa poco lontana ha il nome -di Santa Maria alla Porta; la _Giovia_ era vicina al monastero di -San Vincenzino; la _Comasina_ era poco discosta da San Marcellino; la -_Nuova_ stava collocata più interna prima della chiesa de' Minimi; la -porta _Argentea_, ora _Renza_, era prima di giungere alla colonna, così -detta del Leone; la porta _Tosa_ era al fine della via di San Zenone. -Dalla situazione delle porte facile sarà a chiunque il comprendere a -un di presso dove si trovassero le mura fabbricate da Massimiano. Le -chiaviche e il condotto delle acque coperto che spurga la città, sono -l'acquedotto antico, il quale fiancheggiava esternamente le mura di -quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, ivi si aprivano le -porte. Di queste mura molte descrizioni se ne sono fatte. Il Fiamma, -al suo solito, asserisce che la larghezza di queste mura fosse di ben -ventiquattro piedi di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di -quindici miglia, l'altezza di sessantaquattro piedi, e, finalmente, -che vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito. Molti -hanno di poi ripetute simili fole, degne di stare accanto all'Arco -romano di due miglia. Gli scrittori di questi ultimi tempi si sono -limitati a credere cento torri, dodici piedi di grossezza al muro, -due miglia di estensione: ed anche di meno ne credo io; perchè troppo -sarebbe vicina una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve -ne fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci rimane nel -Monastero maggiore, non ha dodici piedi di grossezza nel muro, nè è -difesa da sassi quadrati, come nemmeno lo sono le antiche mura di Roma -istessa, tutte di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo -e del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano i -nostri storici. Nè può negarsi che vi fossero tali fabbriche, poichè, -oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo anche oggidì due luoghi -della città chiamati l'uno al _Circolo_, l'altro al _Teatro_; ed è ben -naturale che una città in cui molto risiedevano gli Augusti, avesse -tai luoghi destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire -per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai pretesi -grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime colonne di -Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe qualche avanzo di Circo, -e massimamente di Teatro, se fosse stato eguale almeno a quello di -Verona, che vedesi intero nella gradinata; opera che non si distrugge -facilmente: e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di cui nome -conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, senza che nessun pezzo -di antica architettura ce ne assicuri la decantata magnificenza. Lo -scopo che mi sono proposto non è la descrizione di Milano, nè l'esame -minuto degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse di -troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente il Circo, il -Teatro, il Palazzo vennero costruiti nel decorso del quarto secolo, e -furono opere inferiori al grido che ebbero dappoi, singolarmente nei -notissimi versi di Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele -e veridico, trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale di -Pavia, e che dicono: - - _Et Mediolani mira omnia: copia rerum; - Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum - Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro - Amplificata loci species; populique voluptas - Circus, et inclusi moles cuneata theatri: - Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta, - Et regio Herculei celebris sub honore lavacri, - Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis, - Moeniaque in valli formam circumdata limbo; - Omniaque magnis, operum veluta emula, formis - Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae._[53] - -Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse una magnifica -città per la popolazione, l'abbondanza, la coltura, la fortezza ed il -lusso; ma qualche espressione è da poeta. A un uomo che avea ammirato -Roma, non potevano sembrare[54] _mira omnia_ le cose di Milano. Noi non -vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di marmo che ornavano la -città. Se vi fossero state fabbriche innumerevoli e colte, dai rottami -della antica città, negli scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire -o belle statue antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba -architettura, avanzi dei tempii, dei palagi, delle ròcche emule della -grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra la terra; e da essa -nei contorni di Roma, in quei di Napoli, nella Sicilia, nella Grecia -si scavano ogni giorno dei preziosi avanzi della magnificenza e della -coltura antica. - -Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come presso de' -Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione nel secolo che ebbe il -nome di Augusto, declinarono poscia ed invecchiarono da sè, prima che i -barbari entrassero a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma, -ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata rozza -e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino in poi, s'andarono -sempre più degradando e diventando barbare. Al tempo poi di Costantino, -al principio del quarto secolo, abbiamo un documento della totale -decadenza della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si dovettero -in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, inserire i -bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano, perchè in Roma non v'era più -un'artista capace di farvene; e veggonsi i Daci e la figura di Traiano -incassati per ornare un monumento de' trionfi di Costantino; e que' -pochi ornati che vi si dovettero allora aggiungere per riempire il vano -sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori di alcuni -simili travagli gotici. Ciò posto la grandezza di Milano s'innalzò -appunto nel tempo in cui tutte le idee grandiose e nobili delle belle -arti già svaporavano; e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli -altri celebrati edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di -proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, credo vere, -e che ho pubblicate anni sono in un discorso sull'indole del piacere -e del dolore, ove sviluppai il principio motore dell'uomo, che, a mio -parere, è il solo dolore; ma siami permesso di accennare che, frammezzo -agli orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci -proscrizioni del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori, -i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, pittori -più illustri; e che, sotto un seguito di regni di cinque benefici e -grandi augusti, Nerva, Traiano, Adriano Antonino e Marc'Aurelio, regni -preziosi alla virtù, alla umanità ed al merito, le belle arti protette -e pacifiche si esercitarono, perchè onorate; ma non s'innestarono nei -giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde nella seguente -generazione scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere Isacco Newton, -che il nostro cittadino signor abate Paolo Frisi ha stampato, mostrasi -come, fralle atroci rivoluzioni, al tempo del regicidio, sotto la -tirannia di Cromwell e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante -del proprio sangue, si svilupparono gli ingegni sublimi che hanno resa -gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori vengono a schiudersi -que' principii di attività, e l'animo viene a ricevere quell'energia -e quell'impeto che lo scagliano al disopra degli ostacoli, e lo -costringono a seguire ostinatamente una serie di idee per sottrarsi -ai mali della comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce -protezione s'abbandona a godere del momento presente. Con ciò viene -a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente accaduto e nel -secolo d'Alessandro e in quello di Augusto e nei successivi tempi; -cioè essersi riscossi gl'ingegni e comparsi sul teatro del mondo gli -uomini grandi ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e -tormentato; essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti in mezzo -alle calamità; e tutto essere svanito e depravato colla felicità dei -tempi. Raffaello, Michelagnolo, Tiziano, Correggio dipingevano i loro -lavori immortali prima che fosse instituita l'accademia di San Lucca; -e nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che reggevano -i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario Fiorentino. I loro -talenti gli innalzarono a godere poi della sicurezza e degli onori; -ma la fatica, per diventar sommi artisti, l'affrontarono spintivi -dai mali. Pietro Cornelio e Racine sublimarono il teatro francese -al maggior grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi. -Dacchè venne eretta l'Accademia francese in Roma non si è innalzato -alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, nati, vissuti e resi -grandi fra le torbulenze. Virginio aveva quarant'anni quando seguì la -battaglia d'Azio; Orazio era più giovine di lui cinque anni; Cicerone -ebbe troncato il capo nella proscrizione; insomma nessun uomo ha mai -potuto diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, i -quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, irritano -e spingono al disopra del livello comune, qualora vi sia speranza di -superarli; su di che bastantemente ho spiegata la mia opinione in quel -discorso. Milano adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali -l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata -e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi esagerare le -magnificenze che gli scrittori nazionali ci hanno vantate. Un solo -monumento ci rimane dell'antico, e sono le sedici superbe colonne -di ordine corintio scannellate; pezzo di così nobile e grandiosa -architettura, che sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso -al Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni -sono del buon secolo, nè io potrei crederle mai innalzate al principio -del quarto secolo, come finora si è scritto, attribuendole a Massimiano -Erculeo. Il chiarissimo nostro P. Pini, benemerito della Mettalurgia -per l'opera[55] _De Venarum Metallicarum Excoctione_, e benemerito per -le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, crede -che il marmo di quelle preziose colonne sia tratto dall'antica cava -di Oligiasca, terra del lago di Como, posta fra Bellano e Piona. Si è -opinato che questo fosse il fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico -bagno dedicato ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile -parimenti il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che è vera, -si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci sia rimasto; che -sembra essere del secolo d'Augusto, o poco dopo, e che meriterebbe -d'essere nuovamente riparato dalla rovina che minaccia, per trapassarlo -a' posteri, come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel -secolo XVI. - -Nel quarto secolo molto dimorarono i Cesari in Milano; Massimiano -Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305. Nello stesso giorno, -1.º di maggio, fu in Milano dichiarato cesare Flavio Valerio Severo. -Costantino, Costanzo, Costante varie leggi scrissero in Milano, -registrate nel Codice Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in -Milano, sottoscrisse la famosa legge di tolleranza, in vigore di -cui venne legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla -qual legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata[56] -_ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestaem sequendi -religionem, quam quisque voluisset_[57]. In Milano, l'anno 355, -Giuliano fu dichiarato Cesare; e Costanzo radunò un concilio in Milano, -a cui intervennero più di trecento vescovi. Valentiniano e Valente -promulgarono in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano, -ove anche morì l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in Milano celebrò -le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena sette anni si osservano -senza leggi promulgate in Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si -raccoglie che in quella compilazione vi sono trecento undici leggi -pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; nè certamente in tale -collezione si saranno trascritte se non quelle che si credettero -destinate a formare la stabile legislazione di tutto l'impero. Questo -fatto solo ci prova come nel quarto secolo, e al principio del quinto, -essendo diventata Milano la residenza ordinaria degli Augusti, dovette -per conseguenza essere una cospicua città, ricca, popolata e tanto -colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi. - -Sanno gli eruditi che Costantino, temendo la troppo estesa potenza del -prefetto del pretorio, potenza funesta a molti imperatori, diede una -nuova forma al governo dell'Impero; abolì il prefetto del pretorio -e divise le provincie, affidandone il governo a distinti ufficiali. -L'Italia allora in due parti venne divisa. La capitale della parte -meridionale fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi pose -il _vicario di Roma_, in Milano il _vicario d'Italia_. Il governo del -vicario di Roma si stendeva sopra dieci province, cioè la Campagna, -l'Etruria, l'Umbria, il Regno suburbicario, la Sicilia, la Puglia e -Calabria, la Lucania e Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e -la Valeria. Il vicario di Milano sette province governava, cioè la -Liguria, la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a cui -fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra Rezia. Il -sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel quinto ancora, la -città di Milano la prima città d'Italia sicuramente dopo Roma, e di -questa antica grandezza ne rimangono ancora alcune vestigia nella -cospicua dignità della sede vescovile di Milano[58], giacchè le -giurisdizioni ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo -civile de' primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi delle città -capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle città che nel -governo politico da quelle dipendevano[59]. Il che posto, conosciamo -quanto cospicua città sia stata Milano nel quarto e nel quinto secolo, -osservando che il di lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di -ventuna città da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara, -Bergamo, Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona, Torino, -Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova, Como, Coira, Ivrea ed -Alba, e questi erano suoi suffraganei anche nei secoli posteriori. I -confini delle diocesi, le preminenze delle sede vescovili, sono per lo -più un indizio sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni -città e dell'antico stato di ciascheduna; perchè le cose sacre, anco -presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate per -lo più intatte framezzo alle rivoluzioni civili. - -La dignità del vescovo di Milano, che giustamente può in questi tempi -de' quali tratto chiamarsi metropolitano bensì, ma non già arcivescovo, -titolo posteriormente introdotto, e che significa onorificenza più -che giurisdizione; la dignità, dico, del metropolitano ricevette sommo -risalto da sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la pietà, per la -fermezza e per ogni sorta di virtù celebratissimo, e collocato fra gli -esimii dottori della Chiesa. Celebre è il coraggio nobile e virtuoso -col quale escluse dai sacri misteri l'augusto Teodosio. Nella Macedonia -i popoli della città di Salonicco, allora _Thessalonica_, tumultuarono -contro alcuni imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce -inconsideratezza, slanciò la licenza militare sulla infelicissima -città, ove vennero barbaramente scannati più di settemila abitatori, -donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei, senza distinzione; e le -pubbliche strade e le case vennero coperte di cadaveri, vittime di -quest'atroce crudeltà. Questi orrori vengono dalla storia registrati -nell'anno 390. Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella -chiesa. Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia -di quell'augusto che non l'avrebbe ammesso a partecipare de' sacri -misteri se prima non avesse espiato il suo delitto con pubblico -pentimento. Voleva lasciare il pregio della spontaneità alla -riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere tutto piegarsi ai suoi -voleri, pensò che la sola maestà di sua presenza dovesse annientare -ogni riguardo; s'incamminò per entrare nella chiesa, ove, con passo -grave, affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli -queste parole: _Uomo grondante ancora di sangue innocente, ardisci tu -con tal fronte portare la profanazione nel santuario, e collocare il -delitto impunito nel tempio del Dio della giustizia, della mansuetudine -e della pace?_ La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di -quell'augusto la riprensione sacerdotale. Obbedì al sacro ministro -a vista di tutto il popolo, e partissene. Riparò la gran colpa con -pubblica espiazione, o colla migliore di tutte, cioè colle opere -virtuose e col premunirsi da simili eccessi, comandando che qualunque -ordine severo gli accadesse in avvenire di proferire, i ministri -dovessero per trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loderò -questa legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi fratelli, -non deve loro manifestare il timore ch'egli ha di essere ingiusto e -violento. Questo è un colpo alla opinione su di cui si appoggia il -governo; s'ei non era padrone di sè stesso, da uomo virtuoso doveva -giudicarsi incapace di reggere gli altri e dimettere la porpora. Dirò -bensì che ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la -loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanità intera ha -tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo fatto solo sarebbe -stato bastante ad ottenerla al santo vescovo. L'ebbe in fatti a -tal segno, che da lui prese la Chiesa milanese il nome, il rito e -la dignità. La liturgia ambrosiana, che anche oggidì si conserva, -sebbene abbia sofferte molte variazioni co' secoli, essa però si è -preservata attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla. -Io non deciderò quale sia la miglior costituzion ecclesiastica, se -la repubblicana, ovvero la monarchica; nè mi propongo di trattare di -cose sacre. So che col cambiare dei secoli le circostanze si cambiano; -che una forma di civile governo, ottima in una combinazione di cose, -può diventare pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una -società combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente -cambierà la costituzione propria, qualora per quello ottenere i civili -cambiamenti lo consigliano; e così, senza ch'io intenda di preferire -l'antico sistema all'attuale, unicamente come storico osserverò che -l'autorità del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente -da Roma in quei tempi; e che tale si conservò fino al duodecimo -secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano di -Milano veniva eletto per lo più dai primari ecclesiastici, che si -chiamarono _cardinali della santa Chiesa milanese_: così i vescovi -suffraganei erano eletti dal clero delle loro città. Non dipendeva -il vescovo suffraganeo che dal metropolitano, dal quale era ordinato -vescovo; ed il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai -suffraganei. Le controversie o si decidevano dal metropolitano, -ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il quale -giudicava sulla canonicità delle elezioni controverse, e su quant'altro -occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore di san Pietro, il capo -visibile della Chiesa, era da tutti venerato, e Roma è sempre stata -la norma del dogma e il deposito della credenza; ma quantunque per -circostanze particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse -di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiarò di non mai -intromettersi nella elezione del metropolita, ma unicamente ne ordinava -la consacrazione, eletto ch'egli era canonicamente. Nella ventesimanona -epistola del libro terzo, diretta[60] _ad presbyteros et clerum -mediolanensem_, quel sommo pontefice scrisse:[61] _Verumtamen quia -antiquae meae deliberationis intentio est ad suscipienda pastoralis -curae onera pro nullius unquam misceri persona, orationibus prosequor -electionem vestram_[62]. Nei tempi successivi non si mantenne nemmeno -la dipendenza di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il -papa san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano, Lorenzo, per -certe entrate che il metropolitano possedeva nella Sicilia dipendente -da Roma, nomina la Chiesa milanese santa.[63] _Quod autem perhibetis -ab exactione patrimonii Siciliae provinciae, juris sanctae, cui Deo -auctore praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas -vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana Ecclesia aliquid -debeat solide definire_[64]; e Giovanni VIII, nell'anno 878, scrisse -un breve:[65] _Reverendissimo et sanctissimo confratri Ansperto, -venerabili archiepiscopo Mediolanensi_. Così sia detto per conoscere -quanto fosse decorata la città di Milano, fatta sede del prefetto -d'Italia, soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo, -e parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo, quanto ne -trascorse dal sistema fissato da Costantino alla devastazione di -Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero i Goti; cosicchè -nessun'altra città dell'Occidente fu a lei paragonabile per lo -splendore, se ne eccettuiamo la sola Roma. - -Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo di Magno -Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le quali dagli eruditi -si giudicano della zecca di Milano. Se ne conoscono di Valente, di -Valentiniano II, di Vittore, di Eugenio e del tiranno Costantino, le -quali si possono sostenere della zecca di Milano. Quelle d'argento -hanno le lettere M. D. P. S., che s'interpretano _Mediolani pecunia -signata_; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., _Mediolanum_; così -vien letto. Hanno questi augusti regnato dal 364 al 407, ne' tempi -appunto ne' quali Milano significava tanto. Anche Ausonio ricorda ne' -riferiti versi: _opulensque Moneta_; non vedo che vi sia improbabilità -alcuna nel darvi una tale interpretazione. Le monete che si trovano -negli scavi del nostro paese sono per lo più del terzo, quarto e quinto -secolo. - -Ho cercato inutilmente di saperne di più di quei tempi. Gli storici -nostri accuratamente si occupano a verificare la cronologia de' -vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti martiri, l'acquisto -di molle sante reliquie, fondazioni, etimologie di chiese, portenti -accaduti o degni di una pia credenza; ma nulla ci ha lasciato -l'antichità, onde avere una idea dello stato della popolazione, -della civile costituzione, del governo e del genio de' Milanesi; se -marziale, ovvero pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e -sensibile al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e mezzo -che trascorse fra l'Impero di Costantino e la devastazione d'Attila -accaduta nel 452. Così diciamo d'essere nella ignoranza totale sullo -stato della agricoltura del Milanese, sulla negoziazione in que' -secoli, sopra i costumi sì religiosi che civili del popolo, e in una -parola sulla storia antica; nulla di più sapendosene fuori che essere -stata e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la città di -Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma. - - - - -CAPITOLO II. - - _Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; - e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei - risorgimento._ - - -Attila, re degli Unni, aveva soggiogate già alcune province -dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di popoli rozzi e -feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo solo rimaneva alla -difesa dell'impero, e questi era Ezio. Egli dunque, spedito incontro -ai nemici, sconfisse i Barbari ed obbligolli a rintanarsi fra i -loro boschi nativi; ma la gloria di questo generale mossegli contro -l'invidia dei cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto, -ed avrebbe difeso sè medesimo col proteggere il difensor dell'Impero; -ma Valentiniano III non era nè accorto, nè degno del trono augusto. -Egli fu atroce e imbecille a segno che di sua mano a colpi di pugnale -uccise Ezio; e dopo ciò Attila invase l'Italia. Non v'era più uomo -capace di opporsegli. Aquileia, Padova, Milano e altre città furono -saccheggiate e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne -l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci descrivano -il fatto. Abbiamo però quanto basta per comprendere che questa fu -una vera distruzione ed una vera rovina della nostra città; e per -conoscerla basta leggere la epistola che Massimo, vescovo di Torino, -scrisse allora ai cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio -nell'antico codice di pergamena, intitolato: _Homiliarum hiemalium_, -dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Così quel santo -vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini.[66] _Quidam imperiti -nimis interpretes fuerunt dicentes: Periit haec civitas, collapsa -est Ecclesia, non est jam causa vivendi. Immo causa est justius -sanctiusque vivendi, quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna cum -pietate disponit, hostium manibus non civitatem, quae in vobis est, -sed habitacula tradiit civitatis, nec ecclesiam suam, quae vere est -ecclesia, consumi jussit incendio, sed pro correctione receptacula -ecclesiae permisit exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud -excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis, clerus integer, et -plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc metu et moesta vivens, tamen in -libertate perdurat... non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut -praedo diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem, -irruptis muris, armatos fortesque hostes populi inermes... fugerunt... -Consolemur nos itaque fratres, nec usque adeo suspiremus collapsas -esse domos, quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam... -vindictam erga nos suam Dominus temperavit ut, direptis urbibus, -vastatis agris, imminuta substantia, nec animae nostrae, nec corpora -lederentur... ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque -nostris amissa reparare._ Perchè così Attila maltrattasse gl'Italiani, -perchè questi non si difendessero, esattamente non lo sappiamo. Pare -che il progetto di quei feroci fosse, non di piantare una dominazione, -ma di saccheggiare e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Già -regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva ottenuto un -umiliante tributo dai Romani di settemila libbre d'oro. Egli guidava -una moltitudine di armati, che dagli scrittori si fa ascendere a -cinquecentomila e più uomini. Gl'Italiani erano una nazione che, da -conquistatrice, passò ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata -alla mollezza; e una schiera di arditi selvaggi non può temere -resistenza da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca la -organizzazione ingegnosa del governo; e questa, dopo i lunghi disordini -dell'Impero, affatto mancava. Il più rapido mezzo per acquistare le -ricchezze d'una città si è il diroccarla; e così intendiamo come -Attila, mosso dalle insinuazioni del sommo pontefice san Leone, -abbandonasse l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che -tutti gli storici fanno di questo generale è odiosissimo. Egli è -vero però che nessuno fra questi storici è Unno, o Gepida, o Alano, o -Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda che in così breve tempo -siansi cotanto estesi. Egli era sommamente riverito da' suoi, e temuto -dovunque. Se gli Americani avessero scritti i fatti di Ferdinando -Cortez, noi non conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ciò -non ostante Attila fu un barbaro, che devastò depredando alla testa di -ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque passò. I Romani -vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano. - -Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione diedero -nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di Padova e di -Verona, dopo quest'ultima incursione de' barbari, memori delle -precedute, cercarono un asilo, e lo trovarono sopra di alcune isolette -dell'Adriatico. Ivi collocarono il loro nido. Se il non aver mai -obbedito che alle proprie leggi, promulgate e custodite da propri -concittadini, e l'essersi costantemente preservati contro di ogni forza -estranea è un titolo di nobiltà, nessuna città d'Europa può vantarne di -uguale alla veneta, la quale non ha acquistato il dominio del proprio -suolo colla usurpazione e coll'esterminio di altri uomini, ma creando -colla sagace e pacifica industria il suolo medesimo su di cui si è -collocata; sorta di dominazione la più giusta di ogni altra. Ivi si -è conservato l'antico sangue pure italiano, sicuro contro l'invasione -delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente accessibile -alle navi armate, e tuttavia si conserva sotto la tutela della virtù e -della sapienza dopo compiuti tredici secoli[67]. - -Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano potè essere la -residenza de' sovrani, distrutta e incendiata come ella era. In fatti -quei pochi deboli augusti, che continuarono la serie dei Cesari ancora -per ventiquattro anni, soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai -in Milano. Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma. -Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e visse nella -Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse l'Imperio prima in Ravenna, -e dopo circa tre anni fu deposto in Tortona. Libio Severo fu proclamato -augusto in Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio -in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni. Lo stesso dicasi -di Anicio Olibrio, Claudio Clicerio, Giulio Nipote e di Romolo, che -tutti insieme non più di quattro anni regnarono succedendosi quasi -efimeri imperatori. Quest'ultimo, chiamato Romolo Augustolo, con un -diminutivo indicante la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità -imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, invasore -d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O fosse che la dignità -d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, non sembrasse bastante -grado all'ambizione del conquistatore, o fosse che gli usi e la forma -di governo d'una nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro -vincitore, egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo di -re d'Italia. L'imperatore Zenone, che allora regnava in Oriente, -non aveva forze per ispedire da Costantinopoli un'armata a liberare -l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli amava Teodorico, figlio del re -de' Goti, giovine allevato alla Corte di Costantinopoli, e innalzato -al consolato. Quel giovine reale s'era talmente distinto col suo merito -presso di Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua -equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva fatto suo figliuolo -d'armi. Permise egli adunque a Teodorico che venisse in Italia co' -Goti, e ne scacciasse gl'invasori, e così fece. Tutto si dissipò il -furore degli Eruli al presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase -dei Goti. Il re Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore. -Egli accortamente adoperò ogni mezzo acciocchè gl'italiani non -s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò i Goti a -vestire l'abito romano. Col proprio esempio insegnò loro ad uniformarsi -all'indole della nazione. Onorò le scienze e le arti. Vegliò sulla -esatta osservanza della giustizia. Repristinò i nomi e i riti delle -antiche magistrature. Preservò da ogni vessazione i popoli nel -pagamento dei tributi. Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò -i pubblici edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro -di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato esercizio -della religione; e dopo trentasette anni di un regno felice, lasciò -un nome glorioso nella storia, che non sa rimproverargli nemmeno la -morte di Boezio e di Simmaco, comandata per seduzione, e vendicata -da crudelissimi rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico, -dimostrarono quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore. - -Il regno dei Goti durò sulla Italia per lo spazio di sessant'anni. -Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò con Teja nel 553. I re che -furono di mezzo si nominarono Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo, -Erarico e Totila. Il più notabile per la storia di Milano è Vitige, -sotto di cui la infelice nostra patria rimase presso che annichilata, -come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma -unicamente quella di Milano, nè per ora, nè in séguito mi stenderò mai -sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione -che ebbero colla nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale, -è stato trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della -gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona e dello -spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri d'illuminare i -suoi simili, e di lasciare una durevole memoria alla posterità. Alcune -circostanze hanno consigliato il differire di render pubblico quel -lavoro di erudizione, di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un -giorno giudicheranno se quel compendio della storia d'Italia sia stato -annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo, che gli ha -fatti piangere colla _Pantea_, gli ha fatti fremere colla _Congiura -di Galeazzo Sforza_, e gli ha occupati colla placida e sensibile -narrazione di _Saffo_, abbia saputo dipingere al vivo il carattere dei -secoli, e lo stato della felicità e della coltura degli Italiani da -Romolo fino a noi. Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più -quei d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare -di rendere un tributo al merito ed ai servigi ch'egli ha preparati -al pubblico. La storia d'Italia adunque dirà di più; e così, io -della dinastia de' Goti dirò unicamente, che sembrò riconoscessero il -regno d'Italia come un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono -l'apparenza della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì -nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa l'immagine degli -Augusti colle loro iscrizioni, e unicamente dall'opposta parte il nome -del re d'Italia senza immagine. Sin che durò la dominazione de' Goti, -si vede che le città considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia, -Ravenna, Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione, -fuorchè per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo -538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le province del romano -impero fossero invase dai popoli barbari. Amava la gloria, e la cercò -coi pubblici edifici, col codice delle leggi e coll'attività de' suoi -generali Belisario e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia, -e ricuperata era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino -a Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che aveva -atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano nelle terre, e se -avevano perdute le ricchezze depredate dagli Unni, non perciò si erano -dimenticati dalla grandezza della loro patria, e quindi abborrivano -l'estera dominazione che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta -politica e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi, -acquistato tanto ascendente fino a fare illusione e togliere agli -Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, i Milanesi, -tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare che i Goti pure dalle -contrade medesime erano discesi: e quindi assai bramavano che le forze -imperiali ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza dei -Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito a Roma Dazio, -vescovo di Milano, con alcuni de' primarii della patria, i quali, -abboccatisi con Belisario, gli esposero lo stato dell'Insubria, il -numero dei popoli, l'odio che generalmente regnava contro dei Goti e -la facilità di riunirla all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un -mediocre soccorso di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e -affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero considerevole -di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, sboccando nel Mediterraneo, -giunsero a Genova, d'onde, superati i monti, scesero verso Milano. -La provincia sarebbe stata tutta immediatamente dell'Impero se non -vi fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte, e -gl'imperiali non erano nè in numero da poterla sorprendere, nè scortati -da macchine sufficienti ad assediarla e impadronirsene. Milano, Novara, -Como e Bergamo si unirono a Mondila. Vitige spedì a questa volta un -buon numero de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze -che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì -chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poichè l'antica Borgogna si -estendeva persino su quelle parti), fecero che un'armata di Borgognoni -contemporaneamente scendesse dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti, -uniti a questi terribili alleati, acquistarono una forza preponderante. -Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio, -Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, si combinarono a -desolare Milano; nessun soccorso vi si innoltrò; scomparvero Mondila -e i suoi; e dai Goti e dai Borgognoni venne non solamente atterrato -il poco che aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecento -mila abitanti, senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani -furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. Vi è chi -in questo racconto, che ci viene da Procopio[68], crede di trovare -una esagerazione, e limita l'eccidio a trentamila abitanti, e non -più, considerando la inverosimiglianza di supporre una così grande -popolazione in una città di giro angusto, e già da Attila diroccata e -incenerita. Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio, -che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti dei -tempi suoi e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano -essere esattamente palesi. Egli è vero che la città era piccola, e già -ne ho indicato il recinto; ma è verosimile che l'esterminio cadesse -sopra tutti gli abitatori del milanese. Vero è altresì che rari sono -nella storia così enormi atrocità; non sono però senza esempio, e uno -dei più sicuri lo somministra l'America meridionale. È finalmente vero -che la umana natura non è spinta nemmeno fra i barbari a superflua -crudeltà; ma la condizione dei Goti era pericolosissima sin tanto -che l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci -sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e si innoltravano -da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli -oltramontani; ma se gl'Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo, -i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessità -adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitator. -Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione di -Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si -è la considerazione che la salubrità del clima, e singolarmente la -fecondità della terra del milanese sono tali, che sempre dopo le -sciagure sofferte o per le vicende politiche, o per le pestilenze od -altri fisici disastri, passato un determinato numero di anni, la città -riprese vigore e si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel -progresso; laddove da questa desolazione del 538 per cinque interi -secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque sotto di Attila -ottantasette anni prima fosse diroccata, smantellata, incendiata -Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate le loro ricchezze; noi -vediamo che ebbero ardire e forza per collegarsi con Belisario, e porre -in forze il regno dei Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio -di Vitige, rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a Pavia -non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la spopolazione e -l'esterminio veramente sieno stati enormi. Non per questo mi renderò io -mallevadore del preciso numero scritto dallo storico greco, al quale il -nostro Tristano Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare -la strage a trentamila uomini; con tutto ciò a me sembra che una tale -perdita, benchè funestissima, non sarebbe stata cagione bastevole a -spiegare un così lungo annientamento accaduto dappoi. - -Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto un -aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. Per me i nomi -di _Uraja_ e di _Vitige_ sono i più funesti che possa rammemorare -la nostra storia. E quali altri lo sarebbero se non lo sono i nomi -di coloro che annientarono Milano dal secolo sesto sino al secolo -undecimo? Gli storici nostri hanno temuto di deturpare lo splendore -della patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo -spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro corte a Pavia, da -Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, in Pavia si facessero le -solenni incoronazioni, immaginarono un privilegio dato da Teodosio a -sant'Ambrogio, per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare -in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta da -ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso sarebbe stato il -primo a violarlo, poichè visse e morì in Milano, siccome ho detto. -Onorio, di lui figlio, in Milano celebrò le sue nozze, e nel capo -antecedente si accennò quanto vi dimorassero dappoi gli augusti. -Sarebbe cosa assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero -obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, di quello -che ei medesimo, i suoi figli e successori non fecero. Il metropolitano -di Milano in quei tempi non aveva giurisdizione o ingerenza nelle -cose civiche, nè a sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio -quando si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta una -forma repubblicana, e avesse creato i proprii magistrati, e riscossi -i proprii tributi sotto una semplice protezione del sovrano, poteva -esservi il desiderio di non alloggiare un protettore sempre pericoloso -al governo aristocratico e popolare; ma Milano era città suddita come -le altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risiedeva un -governatore a nome del sovrano, chiamato _duca_ sotto i Longobardi, e -_conte_ sotto i Franchi, dal quale si esercitava la somma autorità; il -privilegio dunque si riduceva a condannar Milano a non essere mai più -la capitale del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione, -sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi e tali che, -se vi è certezza nella storia, egli è evidente che un diritto cotanto -indecente e sconsigliato a chiedersi ed a concedersi, altro non è che -un sogno immaginato per poter persuadere che Milano conservasse la -sua grandezza ancora in quei secoli nei quali la corte dei sovrani -stava collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno un -monarca desidereranno sempre di esserne la residenza e la patria dei -successori; e quelle che si reggono sotto altra costituzione, avrebbero -un fragilissimo garante, se altro non le mantenesse in possesso dei -loro diritti, fuorchè una pergamena. - -La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il comando di -Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea il glorioso Narsete, -spedito nella Italia da Giustiniano Augusto. Nell'anno 553 non rimase -più alcun Goto nell'Italia, se non reso suddito dell'imperatore, e da -quell'anno cominciò il governo di Narsete, che risiedette in Roma, -reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici anni. -Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia uomo capace -di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno 569 entrovvi Alboino, -guidando una sterminata moltitudine di Gepidi, Bulgheri e Longobardi. -Occupò egli senza contrasto buona parte dell'Italia, e il centro della -nuova dominazione fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi -Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo regno de' -Longobardi. Ravenna diventò la residenza del ministro, che col nome -di _esarca_ gli augusti destinavano a reggere Roma, Napoli e altre -città che rimasero sotto l'imperatore preservate dalla invasione. I -Longobardi, senza contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle -altre città; ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I -costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da un fatto -solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un giorno, più ferocemente -allegro del solito, costrinse la regina Rosmunda, sua moglie, a bere -in una coppa orrenda, fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre, -ucciso da Alboino medesimo. La regina comperò coll'adulterio un -vendicatore; fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio -di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi di quella nazione. -I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed innalzarono Clefi a regnare. -Costui con tanta crudeltà trattò gli uomini, che, dopo alcuni mesi, -venne ucciso nel 575. I primi generali longobardi, in vece di passare -a nuova elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli -tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte del -regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si attribuisce -d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte di Milano vicina -al centro, che oggidì chiamasi _Cordùs_, nome derivato, a quanto -pretendesi, dal latino _Curia Ducis_. Questa anarchia dopo dieci anni -terminò, avendo i proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio -dell'ucciso Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere -una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari e -una porzione dei tributi al re, ma conservando ciascuno il dominio -del proprio ducato; il che fece poi nascere il gius feudale appunto -verso il finire del sesto secolo. La dinastia dei Longobardi durò per -ventidue regni nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni, -le feste, le incoronazioni, le nozze, tutto quello che indichi luogo -di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia dei -Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano:[69] _suscepit Agilulfus, -qui erat cognatus regis Authari, inchoante mense novembrio, regiam -dignitatem. Sed tamen, congregatis in unum Langobardis postea mense -madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus est_[70],e -quell'_apud_ fa vedere che l'adunanza si tenne nella pianura vicina -e non nella città; e altrove:[71] _igitur sequenti aestate, mense -julio, levatus est Adaloaldus rex super Langobardos apud Mediolanum -in circo, in praesentia patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis -Theudeberti regis Francorum_[72]: e qui pure _apud_ e non _Mediolani_, -come avrebbe scritto Paolo Diacono, giacchè, quantunque presso alcuni -scrittori del buon secolo la voce apud non significhi nei contorni, -ma bensì nel luogo nominato, lo stile di Paolo rende giustificata la -interpretazione. Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza, -ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia, che diventò -la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, fu da Carlo Magno -assediato e preso, nel 774, Desiderio, ultimo re dei Longobardi, -e condotto prigioniero in Francia; e così in Carlo Magno cominciò -una dinastia nuova di re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome -dell'Impero occidentale. - -Di ciò che spetti alla Storia di Milano durante la dominazione de' -Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete gotiche non se n'è -trovata una sola che indichi essere stata adoperata da essi la zecca -di Milano. Delle monete longobarde due ne conservo: la prima d'oro -potrebbe essere della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò -del 712 al 744; ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; ma ognun -vede quanto ne sia incerta la prova; l'altra pure d'oro ha da una parte -il nome del re Desiderio, e dall'altra _Flavia Mediolano_; essa prova -che la zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poichè questa -rara moneta, che il solo _Le Blanc_ ha pubblicata, è stata coniata -nei diecisette anni precedenti, ed è la più antica moneta sicura della -nostra officina monetaria, non avendo le più antiche, che si credono -di Milano, se non delle probabilità. Ciò però basta per provare che da -mille anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto moneta. -Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore longobardo, la nazione -de' Longobardi veniva dalla Scandinavia. Forse quello storico non aveva -letto la geografia di Tolomeo, in cui si vede:[73] _habitant Germaniam -quae circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri parvi -appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi._ Erano adunque i Longobardi -popoli della Germania, vicini al Reno, dalla parte settentrionale. -Aggiunge poi Tolomeo:[74] _interiora atque mediterranea maxime tenent -Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi._ Sembra -con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi fosse a un dipresso -verso la Westfalia. Per la ragione medesima crederemo che nemmeno -avesse osservato Cornelio Tacito, nel libro _de situ Germaniae_, -ove si legge:[75] _Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis et -valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis, -et periclitando tuti sint_; e Tacito istesso nelle storie:[76] -_Longobardorum opibus refectus, per laeta, per adversa res Cheruscas -afflictabat_, dice di Italo Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio -Augusto. Se adunque cinque secoli prima che venissero i Longobardi -a invadere l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si può -attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli fatti discendere -dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica Scandinavia, nel -secolo ottavo, nel quale scriveva Paolo Diacono. - -Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige del 538 fu -uno annientamento di Milano, dal quale per cinque interi secoli non -potè risorgere, non intendo perciò di asserire che non vi rimanessero -più abitatori nel luogo della città, e che il suolo ne restasse -deserto; dico annientata la città cospicua, e rimasto al luogo di essa -un ammasso di ruine, con alcune chiese e alcune case abitate da un -piccolo numero di poveri uomini mal sicuri: perchè le mura delle città -atterrate lasciavano libero ingresso ad ogni invasore. Alcuni rari -abitatori erano, dopo quest'eccidio, sparsi sulla campagna: poco in -vigore era la coltura delle terre per mancanza di uomini; insomma non -restava di grande che la memoria e la dignità del metropolitano, la -quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne il decoro -del patriarca d'Aquileia. - -Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima del 1000 la -maggior parte de' nobili abitava nelle terre[77]: e l'asserzione di un -autore tanto esatto, fedele e ingenuo, è maggiore di ogni eccezione; -egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e -giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità -di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato, -quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far -comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli è -stato fattibile, salva la verità. Nelle diete, che pure era costretto -a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: _naturalmente vi -avrà preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione -l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano_; così dice narrando le solenni -inaugurazioni dei principi: e così cerca di grandeggiare anche in quei -secoli che veramente mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque -la maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in Milano, -egli è evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili -abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili -l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado. -Tutti i fatti più sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo -annientamento. Si è osservato nel capitolo primo come il circuito -delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo -sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi, -laddove il giro delle odierne mura è di circa quattromila trabucchi, -compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, così il -trabucco è cinque braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio. -Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura -attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque della antica -città era appena la sesta parte dello spazio della città attuale; -dico appena, poichè, laddove le mura attuali formano un poligono che -si accosta al circolo, le antiche in più d'un luogo irregolarmente -portavano la convessità dalla parte del centro della città medesima. -Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in molti luoghi -era evacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra coltivati, dei quali -attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era -il _Forum Assamblatorum_; v'era il _Foro pubblico_[78]; v'era l'orto -dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte, -che perciò si nominò il _Broletto vecchio_, dalla voce _Brolo_, che ne' -secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera -in questo senso la nostra plebe[79]. Dall'altra parte l'arcivescovo -aveva il giardino, _Viridarium, Verzè_; così attualmente chiamasi quel -sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva -perciò anche presentemente il nome di _Campo Santo_[80]. Entro le mura -della città, vicino a San Giovanni _alle quattro facce_, v'erano in -que' tempi dei campi coltivati[81]. Altri pezzi di terra coltivati si -ritrovavano vicino a San Satiro[82]. Presso Santa Radegonda v'erano -pezzi di terra coltivati, con una _cascina_[83]. Altra terra coltivata -trovavasi in città vicino alle mura antiche di porta Vercellina[84]. -Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto, -eranvi pure altre terre coltivate[85], e questi probabilmente non -saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta -città, perchè nè saranno state pubblicate tutte le antiche carte di -affitti o di vendite di simili fondi, nè col trascorrere di tanti -secoli questi contratti si saranno tutti conservati, nè su tutti i -pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura, -onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica -città meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero -de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi poteva -certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse -occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra -a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in -quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in -Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano -superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa, -e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi -solariatae, e venivano così contradistinte dalle case comuni[86], -ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio _in -Solariolo_, che così fu chiamata perchè ivi si trovava una piccola casa -con camere superiori[87]. Da tutto ciò chiaramente si vede che poca e -miserabile popolazione rimaneva nella distrutta città prima del secolo -undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico -nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che -si era perduta in Milano ogni forma di buon governo,[88] _ob nimiam -hominum raritatem_[89]. Della povertà poi di Milano in que' tempi tutto -quello che ce ne rimane ne dà indizio. Alcune poche vie della città -chiamavansi _carrobj_, perchè non tutte erano larghe abbastanza per -il passaggio dei carri[90]. Le piazzette della città si lasciavano -a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome -milanese di _pascuè_,[91], e ben poche case erano di mattoni, ma anzi -le muraglie erano formate con una grata di legno intonacata di creta -e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la -pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano[92], -così la materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi -erano gli incendi nel secolo undecimo e al principio del seguente, -mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che è bene ch'io -riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori:[93] _ubi est -sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non -erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus -quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur, -tota civitas comburebatur._ In fatti ci raccontano gli storici incendi -fatali accaduti in quei tempi, negli anni 1071[94], 1075[95], 1104[96] -e 1106[97]. - -Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere -mai la dominante del regno, ma una città suddita secondaria, diretta -da un vicegerente del monarca, che tale sarebbe il supposto privilegio -di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano -fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona -e Monza divenissero la residenza de' principi, piuttosto che Milano, -riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora -nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato -in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, nè cosa alcuna conveniente -ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se non dappoichè, -riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli. -Se prima di ciò si fossero radunati molti a convivere sullo stesso -suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare -ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima -che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle -sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito per i nobili -che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; e perciò Milano era -come annientato. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa -riuscì ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo -la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano -senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la -posterità sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto -scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a -suo luogo. - -I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e -Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta -all'imperatore, se pure può chiamarsi soggezione un titolo di sovranità -conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da -spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il -loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo; -non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo -implorò da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria, -e che aveva già battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno -nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò -in Pavia; Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi -Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. Così, -nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione dei Longobardi e -principiò quella de' Francesi. Ma non però furono scacciati dall'Italia -i Longobardi: essi erano già domiciliati da sei generazioni su questo -suolo, poichè erano già trascorsi dugentocinque anni dopo la loro -venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo -longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi -rimasero gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro nei -secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia, -viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere -colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano -di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i -Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono -domiciliando nella Lombardia, professavano la legge salica; e così -nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza -l'aggiunta[98]: _qui professus est vivere lege Romanorum_; ovvero _qui -visus fuit vivere lege Langobardorum_; ovvero _qui professus sum, -natione mea, lege vivere Salica_, e simili dichiarazioni; e questa -dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocchè i contraenti -potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che -incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si -doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la -rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre -per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di -lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di sè tanti regni. -Le virtù di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno -della elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare un -linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla -divinità sublimato. - -Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, e la conservo -nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano -se non come re de' Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di -Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore; -e di questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente in -una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare l'erudizione -colla storia. Può sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo -Magno di porre in attività la zecca di una città distrutta, e quasi -disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le -metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del -prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però certo, come -molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del -suo soggiorno nell'Italia, si trovò in varie città, facendovi qualche -dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perlochè nasce dubbio -ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò -alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, morì in Milano -nell'810: ma ciò non accadde già perchè quivi quel principe tenesse la -sua corte. Egli morì attraversando Milano, mentre veniva alla guerra -co' Greci e coi Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere -sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare -che non vi fosse allora in Milano modo di fargli funerali colla pompa -conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle -scuole pubbliche nell'Insubria, le collocò a Pavia, dove, nell'823, -fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che -allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono -finora conosciute carte nè di Carlo Magno, nè di Lodovico, nè di -Lottario, nè di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti -soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta -in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia -teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo -il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora, -non ve n'è alcuno ch'io sappia, nè de' ventidue re longobardi, nè de' -primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni -pochi mostrano che furono spediti bensì nelle vicinanze di Milano, -come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data -_Actum ad Mediolanum_, come se fosse attendato ne' contorni della -rovinata città[99]. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, su di -che può consultarsi la Dissertazione del signor dottor Pietro Pessani, -intitolata: _de' Palazzi reali che sono stati nella città e territorio -di Pavia_, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona, nel -territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel -secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria, -siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di -Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando -crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano -dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le -memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che -governava nell'865, il quale stava di alloggio in _Curia ducis_, dove è -ora il _Cordùs_, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava:[100] -_Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum justitiam -faciendam_[101]. Poche memorie ci rimangono di que' tempi. Il quartiere -della città delle _Cinque vie_ si trova nominato sino all'ottavo -secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano -anche in oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, che -laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione. - -Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, egli -era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare -sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani; -la condizion de' tempi non ne avea fatto nascere l'idea. I Longobardi, -rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi; non -furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere -pubbliche. I re franchi interottamente comparivano nell'Italia per -ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai -signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col -titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal -forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile -che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di -Milano era considerato sempre il metropolitano e il più venerando, per -dignità, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice -stato della città. È assai verosimile che in que' tempi molti beni -possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'impero -e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di -mente, a quel grado che, inspirando un disprezzo universale, fu dalla -sua dignità deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di -governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo -nella bontà, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo -governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da -Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di là -da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione -che merita un ristoratore della patria. Già sotto i regni indeboliti -e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto -aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti -ad un principe. Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di -consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto -che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò ai vescovi -di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne' contorni -di Brescia un dato giorno, nel quale egli pure si ritrovò sul luogo -col clero che potè raccogliere, e così questa forza combinata rapì -l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di -Sant'Ambrogio[102]. Egli grandissima influenza ebbe nella elezione -di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra -gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso, -amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti:[103] -_Effector voti, propositique tenax_, come si legge nell'epitaffio che -conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato -a tempo, doveva richiamare a vita la sua città; e così fece con molti -stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura -giacenti e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la -vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo -scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel -nostro illustre cittadino e benefattore; le carte però che si sono -ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane, -ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era già un -personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi -di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico -II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignità -di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta davanti la chiesa di -Sant'Ambrogio. Questo è il più antico pezzo di architettura che abbiamo -dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881, -avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di -struttura assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel -secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira -una sorta di grandezza o maestà, in confronto delle meschine idee di -quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare è assai lontano dalla -venustà ed eleganza greca, e dalla nobile semplicità toscana; ma egli è -del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta -prodigalità degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente -il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto che fra gli errori -volgari debbono riporsi i nomi di _architettura gotica_ e di _scrittura -gotica_; giacchè le cose che portano questi nomi, vennero inventate più -di seicento anni dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero -dalla Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie de' tempi -mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di -Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal -sommo pontefice Giovanni VIII, acciochè intervenisse co' vescovi suoi -suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878, -e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse; -ma nè l'arcivescovo, nè i suffraganei vi si prestarono, e il concilio -non si tenne[104]. Il papa chiamò l'arcivescovo a un concilio in Roma -per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse[105]. -Spedì Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo -cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo -non volle nè ascoltarli, nè riceverli, ma li fece dimorare fuori -della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò -nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per -la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignità arcivescovile, -e per ciò scrisse al clero di Milano, acciocchè, convocati i vescovi -suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali -della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il più -degno:[106] _Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis dignior -fuerit repertus, eum, Christi solatio, ad archiepiscopatus honorem -promoverent_, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbedì a -quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sarà -ne' secoli bassi l'autore che io primieramente terrò a seguitare per -la sicurezza dei fatti[107]. Ciò non ostante papa Giovanni medesimo, -in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un -monastero, perchè fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto -ed alla santa chiesa milanese:[108] _Fideli devotione, totoque -mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restituitione -sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti -reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque -tu omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter -comperimus_[109]; dal che si conosce che tutto pacificamente finì col -sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione -nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'orazione -_propositique tenax_, ma altresì la riforma che quell'arcivescovo -introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa -di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la -più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza de' sovrani -per agir da sovrano benefico e ristorare della sua patria; rianimò -il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il soggiorno della città col -restituirvi le antiche mura; ristorò le chiese; fondò degli spedali: -onde per tai mezzi invitata, cominciò parte della popolazione, che -stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella città, che da tre -secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a -prendere nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando per -gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli -ancora prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la -vera influenza d'una città capitale; perlochè la strage di Uraja lasciò -la depressione per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, sulla -patria nostra. I nomi di _Uraja_ e di _Ansperto_ meritano d'essere -più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono -stati. - - - - -CAPITOLO III. - - _Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo._ - - -Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale elettiva -erasi mantenuta come per successione in una stessa famiglia, e la dieta -tenutasi in Germania l'anno 887, deponendo Carlo il Grosso, pretese -d'innalzare all'impero Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da -Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso dei quali si era fatta -l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. Il papa, il quale -solo poteva conferire la dignità imperiale all'incoronazione, come -in quei tempi credevasi, cominciò a far uso di tale opinione per far -cadere questo titolo sopra di un principe che, da lui riconoscendolo, -fosse altresì meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice -sempre più vivesse e sicura, anzi a maggiore ampiezza si estendesse. -L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa mira, dacchè aveva -già assaporato il piacere di comandare nella sua città. Un principe -debole era per essi preferibile, posto che le circostanze esigevano -che uno ve ne fosse. Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero -d'accordo; se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza d'un -superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da temersi che -quella d'un laico, assente per lo più ed occupato negli affari dei -regni oltramontani; e perciò la condotta degli arcivescovi poche volte -s'accordava con quella dei papi, anzi bene spesso l'attraversava. -Gl'Italiani elessero un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del -Friuli, l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente -lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice, -solennemente incoronò imperatore Guido, duca di Spoleti. E l'uno e -l'altro di questi due principi per parte di madre discendevano da -Carlo Magno. Oltre questi due, che si disputavano la signoria del -regno italico, scese dalle Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per -sostenere la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito -è difficile l'assegnare a quale dei tre pretendenti obbedisse l'Italia. -Milano fu soggetta a Berengario, che risiedeva in Pavia ed in Monza; -poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata dal figlio di Guido, che -fu l'imperatore Lamberto. Arnolfo venne incoronato imperatore da papa -Formoso, e così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore -Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale ultimo cedettero -i due competitori. Fra questi torbidi andava cautamente schermendosi il -nostro arcivescovo, e cogliendo le occasioni d'ingrandirsi e di rendere -sempre più importante la sua influenza nel regno d'Italia. - -Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò Milano, accadde -un fatto che merita luogo nella storia. Milano erasi data ad Arnolfo, -ed era per lui custodita dal conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che -ancora non aveva il titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia, -quando Lamberto augusto mosse le sue forze per sottomettere la -città. L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente il -suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per l'assenza -del re, terminò finalmente con la conquista. L'imperatore Lamberto -fece tagliare la testa al conte; nè pago ancora, volle punita la -fede e il valore del padre anche in uno de' suoi figli e nel genero, -privati entrambi degli occhi[110]. All'atrocità unì Lamberto la più -supina spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile a -comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e di guadagnarselo -nella persona di Ugone, figlio pure del decapitato conte Maginfredo. -Credette che il non averlo privato degli occhi potesse essere -considerato come dono; e che i regali e l'affabilità che seco usava, -potessero fargli dimenticare che egli era l'assassino della sua -famiglia. Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e seco -lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, sbandatosi -l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno non avendo seco, fuori che -il giovane Ugone, alla mente di questi si affacciò in quel momento -il teschio del buon padre grondante di vivo sangue, il fratello, -il cognato ridotti allo stato deplorabile della cecità, la patria -soggiogata, la sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un -mostro così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso -sul suolo[111]; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re Berengario di -aver gettato da cavallo Lamberto con un valente colpa di bastone sul -capo, e colla percossa avergli tolta la vita[112]. Non ci lagneremmo -cotanto dei tempi presenti, se meglio ci fossero noti i costumi dei -secoli passati. Non vi è certamente nella storia del nostro secolo -un tratto di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate -nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è maltrattato perchè -siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie per favorito il figlio -o il fratello di coloro che ha egli stesso consegnati al carnefice, -il che è un misto della più insensata dabbenaggine colla più fredda -crudeltà. Quello che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto -venne ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del conte -Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno aveva in favor -suo il corso degli anni, per di cui mezzo una lunga serie di beneficii -avesse potuto rallentare nell'animo di Ugone il mordace sentimento -della desolata sua famiglia. - -Ucciso così l'Imperatore Lamberto, il re Berengario rimase solo -sovrano d'Italia in Pavia, poichè Arnolfo quasi nel tempo istesso -aveva cessato di vivere, assediando Fermo. Liberato dai due rivali, -ogni apparenza indicava l'augurio di un placido regno a Berengario. Ma -un regno placido e uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava -Milano, non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo -Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole accompagnata da -molta ricchezza, e sia avvezzo a influire nelle vicende di un regno, -difficilmente antepone la tranquilla obbedienza alla tumultuosa -inquietudine di spargere sopra un grande numero di uomini la speranza -e il timore, nè l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia. -Si cercò un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e -s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona d'Italia. -Scese Lodovico dalle Alpi e sorprese Berengario, che potè appena aver -tempo di rifuggiarsi in Verona: e Lodovico, collocatosi in Pavia, -venne l'anno 900 proclamato re da una dieta d'Italiani, e in un suo -diploma egli stesso ce lo insegna:[113] _Venientibus nobis Papiam in -sacro palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione -in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque -item majoris, inferiorisque personae ordinibus facta_[114]. Da queste -parole si conosce che il regno d'Italia dal re istesso era considerato -elettivo e dipendente dalla libera volontà dei signori italiani, e si -conosce pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia -ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. Milano fu -suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato imperatore, -ma poco potè godere di sua fortuna, poichè ben tosto venne scacciato -dall'Italia da Berengario, che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò -forze bastanti da opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei -diplomi del re Berengario del 903 dati in Pavia,[115] _in palatio -ticinensi, quod est caput regni nostri_[116], e da altri si scorge -ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo fatto dall'imperatore -Lodovico III per discacciare dal soglio il re Berengario gli costò la -perdita degli occhi, che il vincitore Berengario gli fece guastare; -onde quell'augusto ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò -libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto anni -ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, l'imperatore -Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore Lodovico III. Così, -assicurato sul trono Berengario, tranquillamente cominciò a regnare -senza nemici. Aveva la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui -non se ne dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano -la data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il sommo -pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, dopo ventotto anni da -che era stato incoronato re d'Italia; indi se ne ritornò a Pavia. Tre -anni dopo sappiamo dalle carte che questo augusto dimorava in Monza; la -villa favorita da lui era Olona. - -Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa bastare a tessere -la storia di Milano. Vediamo unicamente che, dopo il glorioso -arcivescovo Ansperto, i prelati suoi successori avevano acquistata -molta considerazione, e si occupavano di oggetti grandi. Abbiamo -indizi che la città si andava popolando. V'erano monasteri di vergini -dedicate a Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa -Radegonda chiamavasi _San Salvatore di Vigelinda_; quello di Santa -Margarita chiamavasi _Santa Maria di Gisone_; il Bocchetto aveva -la denominazione allora di _San Salvatore di Dateo_; le monache di -Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano di _Santa Maria di Orona_; -il monastero Maggiore chiamavasi _Santa Maria inter Vineam_; e per -quei tempi, da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia -registrate le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente la -città, questo basta per conoscere che vi dovea essere radunato discreto -numero di popolazione. L'instancabile conte Giulini ha dovuto mendicare -dalle antiche pergamene, dai diplomi de' principi, dalle sentenze de' -giudici, dai testamenti e dai contratti che tuttora conservansi negli -archivi, le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono per -lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine monastico, -alla erudita ricerca su i confini di qualche giurisdizione o distretto, -alla dotazione od erezione di qualche chiesa; ma non possono servire -alla storia. Di che, ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio -scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica -da lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando fatti -che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que' tempi, e -per la possibilità che servano a beneficio di private persone, sebbene -non sieno materiali servibili per tesserne una storia. - -Erano già trascorsi quindici anni dacchè l'augusto Berengario regnava -senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo di Milano giaceva come -ogni altro suddito, senza avere altro di più che la venerazione -inerente al carattere del metropolitano. L'imperatore stipendiava -gli Ungari, di cui si era servito felicemente nelle vicende passate; -e questi, valorosi alla guerra ed egualmente esperti predatori, -avevano talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno -facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. Costoro lo -stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e nella Franconia. -La Germania e l'Italia erano esposte al saccheggio; e allora quasi -ogni borgo dovette cingersi di mura per vivere con sicurezza. Questo -aveva reso odiosissimo il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti -dell'imperatore Berengario, che aveva per essi molti riguardi. -Lamberto, arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti, -ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa che aveva dovuto -pagare a quell'augusto per essere da lui collocato sulla sede -arcivescovile, a cui era stato canonicamente innalzato dai voti del -clero[117]. Questa tassa fu proporzionata a quanto bisognava per pagare -la famiglia bassa di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil -gente[118]. Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo, -re dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta -della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare Olderico, -conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente alla custodia -dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei credeva fedele, anche per l'assenso -che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della -dignità arcivescovile. Poco dopo l'imperatore conobbe d'avere malamente -scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero senza -pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò collo specioso -titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo -in pericolo della vita. Lamberto non si arrestò al rifiuto; lasciò -in libertà l'affidatogli Olderico, il quale tosto andò ad unirsi -con Adalberto, marchese d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi -la maschera, comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto -Berengario; il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i ribelli, -rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto, e fuggitivo -il marchese. L'imperatore Berengario diede un generoso perdono a -Gilberto conte, e resegli la libertà. L'uso che fece di questo dono -l'ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal re di Borgogna, -e, nello spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di -dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori[119], -e l'imperatore Berengario per la seconda volta dovette vedere un -oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera dell'arcivescovo di -Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al -suo asilo di Verona, per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza, -ed ora di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui -Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico, dopo due anni, ne' -quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni pure, ne' quali Verona -fu il suo ricovero, riacquistò quanto gli aveva occupato Rodolfo. -Convien credere che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i -Pavesi complici dei mali che aveva sofferti, poichè, nel 924, assediò -co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse. Frodoardo -e Liutprando descrivono questo esterminio con espressioni forse -esagerate. Pretendono che quarantatre chiese vi fossero atterrate e -incenerite; che vi fossero rovinate tutte le abitazioni; e che appena -duecento abitatori abbiano potuto salvare la vita. Se questo fosse, -non si potrebbe spiegare come poi nello stesso anno vi soggiornasse -Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto agosto -974, di cui tratta il conte Giulini[120]. Sebbene poi anche a molto -meno riducasi il danno della saccheggiata Pavia, egli è verosimile -che un tale infortunio dovette essere favorevole alla crescente città -di Milano. L'imperatore Berengario appena dopo la presa di Pavia -ritornossene a Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser -ben munita di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui -aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò insidie -per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi Fiamberto; venne -scoperto il traditore, e l'augusto Berengario, fattolo venire a sè, -con umanità senza pari gli parlò della vergogna che va in seguito al -tradimento, dei rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che -accompagna la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo di avere -infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva fatto al conte -Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato e l'avrebbe beneficato -in avvenire: e in prova, sul momento, donogli una preziosa coppa d'oro. -Principe troppo incauto nell'usare della generosità; poichè, pochi -giorni dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse. -Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno d'Italia -per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove; principe degno -d'essere collocato fra i migliori, se non avesse portato la clemenza -a un estremo vizioso, poichè la libertà data a Gilberto cagionò al -regno i mali gravissimi d'un'estera invasione, e la generosa sua -bontà verso Fiamberto privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non -sapeva egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare al dovere -un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso di passione da -cui fu sedotta, non giova mai per acquistare l'anima bassa di colui che -tranquillamente si è determinato ad un'azione perversa. La vista del -magnanimo che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore. -I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza non sono -lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio, per beneficar lui, si -espone la società intera al pericolo di nuovi danni. - -Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re Rodolfo -rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno italico; ma nemmeno -avea egli un partito bastante per essere proclamato re d'Italia. Una -donna celebre per la bellezza, non meno che per l'arte scaltrissima -di prevalersene, donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene, -e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a suo talento, -Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese d'Ivrea di cui poc'anzi -feci menzione, avea formato il progetto di collocare sul trono o Guido, -duca di Toscana, di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia. -Rodolfo invitato, come dissi, al soglio italico dal marchese defunto, -credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la trama di -scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche cogli amori, colle -arti medesime animava molti signori potenti a secondare il disegno -di lei. Il re Rodolfo stavasene a Verona, ed Ermengarda, unita ai -fratelli, s'impadronì di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno -dell'ingannatrice donna, e si determinò a scacciarla da quella città, -e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un esercito e marciò -alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta che, in séguito d'uno -scritto che la marchesa Ermengarda potè fargli giugnere, quel re, -furtivamente, di notte, abbandonò i suoi, e secretamente entrò come un -amante in Pavia e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi -mascherati nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano -armati per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo -allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo re -d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re di Provenza, -al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito[121]. Lo schernito -Rodolfo a stento potè uscire dal labirinto in cui la spensieratezza -avevalo condotto. Si parti quindi d'Italia per raccogliere un'armata -ne' propri Stati, e con essa ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non -trovandosi forte a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo -che assai importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui -spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai scegliere, -per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, deluso sotto Pavia, -e impegnato già col re di Provenza. Burcardo, orgoglioso ed incauto, -nel portarsi a Milano, osservando le torri e il restante dell'antica -fabbrica sacra ad Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa -di San Lorenzo, si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi -una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi soltanto, ma -molti principi d'Italia:[122] _Eum ibidem munitionem construere velle, -qua non solum Mediolanenses, sed et plures Italiae principes coercere -decrevisset_[123]. Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre -cavalcava. Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne fece -rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con ogni splendidezza -accolse l'ospite illustre, giacchè Burcardo era suocero dello stesso -re Rodolfo; gli diede una caccia del cervo nel parco, cosa che -Lamberto arcivescovo non soleva fare se non co' più cari amici:[124] -_Concessit cervum, quem is in suo brolio venaretur, quod nulli unquam -nisi carissimis magnisque concessit amicis_, così dice Liutprando; -insomma dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo -avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente con molta -officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non ebbe tempo di riferire -al re di Borgogna il risultato della negoziazione; poichè, assalito -ne' contorni di Novara da alcuni armati, vi lasciò la vita; dopo di -che il re Rodolfo abbandonò per sempre l'Italia. Fra le altre cose che -Liutprando asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi,[125] -_dum juxta murum civitatis equitaret_, vi è la seguente:[126] _Lingua -propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes -uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equae caballitare, -non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem -nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos -praecipitabo._ Veramente così non parlò Cesare alla cena, nè Augusto -alla vista del simulacro di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è -feroce e muscolare; l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia -colla virtù. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non -fu nobile, nè generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra parte, -se non coll'averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non dovea -simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava, -nè cercare l'assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una -vituperosa depressione: il progetto non era nè generoso nè eseguito -nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra -è la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che -diradatamente l'abita; che l'essere domiciliati qualche grado più al -polo, ovvero all'equatore, non costituisce una diversità nella specie; -che la fortuna, la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro -col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento e la -miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio nazionale, e niente -più ingiusto quanto il rimproverare altrui d'essere nati ove lo furono; -e niente più inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una -nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile, -sarà sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero -lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si -resero padroni della terra. - -Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo di Milano -era già diventato un personaggio di somma considerazione fra i -principi del regno d'Italia; che le mura di Milano erano forti e tali -da potervisi confidare; che Pavia non era distrutta a segno che non -vi si abitasse tuttavia e non fosse capace di una difesa. Il parco -poi dell'arcivescovo, chiamato _Brolio_, in cui manteneva i cervi, -era immediatamente fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva -dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo diede -l'aggiunta _in Brolio_ alle due nominate chiese; nè questo è da -confondersi coll'orto chiamato _Broletto_, che aveva l'arcivescovo al -sito in cui vedesi oggidì la ducal corte. - -Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi -nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna e re di Provenza, -già invitato, come dissi, dagl'italiani, se 'n venne:[127] _Venit -Papiam, cunctisque conniventibus regnum suscepit_[128]. Qui non -sarà inutile l'osservare che sotto la denominazione di Alta Borgogna -comprendevasi il paese degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte -della Savoia; chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta -Borgogna e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità colla quale -Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno di Berengario augusto, e -la rapidità con cui, partitosene, ritornò con un'armata. Ugone per -cinque anni regnò solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per -la vedova marchesa d'Ivrea Ennengarda, sorella di lui per parte di -madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, a cui doveva -il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane un vestigio nella -moneta milanese che conservo nella mia raccolta. Nell'anno 931 associò -sul trono Lotario suo figlio, ed allora i diplomi, non meno che le -monete, ebbero la leggenda di[129] _Hugo et Lotharius rege_, anzi in -modo assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che ho -presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente dell'incauto -Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'impero, e faceva servire gli -amori al regno, quando il primo aveva fatto l'opposto. La famosa -Marozia, vedova duchessa di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocchè -con quell'appoggio non vi fosse chi gli disputasse l'impero; e -l'avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto irritato -Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi la città, -dovette infelicemente ritornarsene in Pavia l'anno 933. Erano state in -questo frattempo, per lo spazio di sette anni, tranquille le cose di -Lombardia, e naturalmente i primi signori, e fra questi l'arcivescovo -di Milano, che opportunamente profittava quando gli affari erano in -movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per richiamare -al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato con quel principe, -al quale cedette una parte de' suoi Stati di Provenza, cioè la gran -Borgogna cisjurana; e con tal mezzo si fece interamente cedere ogni -di lui pretensione sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi -fatto invito ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, era -comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo vinse e lo fece -scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto aveva cessato di vivere; -eragli succeduto un prelato di più mite carattere. Ma il re Ugone, -da accorto politico, non valendo colla forza a contenere chi occupava -la cospicua sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la scelta -sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi; e questo fu Teobaldo, -che gli era figlio naturale, partoritogli da Stefania, donna romana, -che era la terza concubina del re. Per non violare le costumanze -e le ragioni de' sacri canoni, lo fece tonsurare e ascrivere tra i -cardinali della santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo -di _ordinari_[130], e così con finissima politica, onorando quel ceto -di polenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano de' principali -cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi, dignità allora -cospicue, si assicurò la tranquillità. Ma il progetto, immaginato con -avvedutezza, fu da Ugone medesimo, per impazienza, rovinato; poichè -durando a vivere l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re, -ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo, -ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano per di lui comando -i primari del regno nel 944, i suoi facessero nascere una briga co' -Milanesi, procurando fra il tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il -colpo andò a vuoto; venne sparso il sangue di molti, ma fu salvo -Arderico[131]; il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a -secondare le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene, -e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe poca parte -nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese d'Ivrea, che si -era sottratto dalle insidie del re Ugone, ricoverandosi in Germania. -Questi era un signore possente, e vedendosi favorito dall'arcivescovo -e da' signori suoi aderenti comparve in Italia alla testa di alcuni -armati. Nel 945 venne a Verona, donde passò a Milano. In Milano si -radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re Ugone forza -per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò la corona d'Italia; -pregò la dieta di non volerla togliere al figlio Lotario; e passò a -reggere i suoi Stati nella bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta -la corona italica per diciannove anni, ne' quali tenne per lo più la -sua corte in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano, -o perchè ancora non ben popolata e costrutta, o per la pericolosa -vicinanza del potente arcivescovo. Così restò semplice cardinale -ordinario il figlio reale Teobaldo. - -Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, era figlio, -siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e di Gisla, figlia -dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto che si collegò con -Gilberto conte e con Olderico per deprimere il suocero e collocare -Rodolfo, re di Borgogna, in di lui luogo. Matrigna di Berengario -era la marchesa Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la -inquietudine politica e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un -oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro Ugone, che -lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre più di quanto -l'avrebbe egli desiderato. Pensando Ugone al modo di liberarsi da -un tale oggetto, ricorse alla insidia, solito mezzo di un principe -debole, spaventato e senza morale. Simulò la maggiore amicizia che -aver si potesse per il giovine Berengario; ogni volta che di lui -ragionava, palesava una simpatia, una stima di Berengario somma; ogni -arte pose in opera per invitarlo a venire a Pavia alla corte d'un -re che tanto fingeva di amarlo. Tutto era disposto per arrestarlo, -poichè fosse caduto nella rete, e cavargli gli occhi; operazione che -in que' secoli di ferro era pur troppo frequentemente praticata. Il re -Lotario, figlio di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre -fosse riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla -compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmi al padre -la macchia d'aver eseguilo l'infame progetto e rese avvisato Berengario -dell'occorrente: di che Liutprando non arrossi di biasmarlo[132]; tanto -le idee della virtù erano smarrite in que' tempi, non solamente nel -turbine delle passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore -che tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo per -cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, lontano dalla sorda -insidiosa politica del re Ugone, di cui la storia non ci ha lasciato -nessuna bella azione che in qualche modo bilanci i tratti di bassezza -e di atrocità che hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama -_una solennissima volpe_: io non credo che vi facesse bisogno di tanta -accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; per vivervi -fra le insidie e i pericoli senza potere ottenere giammai dal papa -la corona imperiale; per fuggirsene vilmente al primo comparire dei -torbidi; per vivere nell'angustia, e lasciare di sè alla posterità -un'infausta memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la -dappocaggine? La vera accortezza è quella che, conciliando al principe -la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul trono; lo rinfranca -contro gl'insulti nemici; e dopo una vita segnata colla giustizia, -colla beneficenza e col valore, lascia alla fama il carico di eternare -la sua gloria e trapassare alle età che nasceranno la memoria delle sue -virtù. - -Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese d'Ivrea -Berengario, l'anno 945, per unanime consenso de' signori d'Italia, -fu collocato sul trono abbandonato da Ugone, il re Lotario, di lui -figlio; di cui l'ottima indole s'era meritata la comune opinione. A -questa scelta probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se -non per sentimento, chè l'anima di costui forse non era capace, almeno -per decenza di comparire grato a un principe che l'aveva salvato -dalle insidie del padre. Lotario altronde era già stato solennemente -associato al regno, e proclamato re d'Italia da quattordici anni -addietro; nè si poteva scacciare quell'innocente sovrano dal trono -senza ribellione ed ingiustizia manifesta. Questa è la prima dieta del -regno, e la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in -Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre memorando -(945). Il regno del giovine Lotario fu puramente di nome, poichè in -fatti tutto si mosse coi voleri del marchese Berengario; al quale -spiacendo anche quell'embrione di re, che gl'impediva di sedersi egli -stesso sul trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il -regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe la sua -tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale fu la ricompensa -che il marchese Berengario diede al re Lotario, a cui doveva la luce -del giorno. Dopo ventiquattro giorni appena estinto Lotario, l'anno -950, Berengario e Adalberto suo figlio vennero proclamati re d'Italia. - -Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel secolo -crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione fosse -disceso l'uman genere; esamini, chi il brami, più minutamente gli -storici, e veda poi se le querele sopra i costumi presenti sieno -fondate; ovvero se in vece non vi sia ragione di offrire umili voti -di riconoscenza a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce -che vizio e miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se -qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra, questa è -riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata sullo stato delle -arti e delle lettere in que' barbari tempi, servirà a distrarci -dai veneficii, dagli accecamenti e dalle insidie che compongono la -storia di quegli anni. Poichè si dovette tumulare in Milano l'estinto -re Lotario, tanto era lontana ogni idea della erudizione, che, per -formarne l'urna sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in -cui eravi scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si -formò l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i -caratteri; di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, i -quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti[133]. La lingua -latina scrivevasi coi più strani solecismi: alcuni pochi esempi ne -daranno idea. Un diploma di questi tempi comincia così:[134] _Dum in -Dei nomine, civitate Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo -et Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, quod -topia vocatur, infra eadem Curte_, etc.[135]. Una sentenza comincia -così:[136] _Dum in Dei nomine, ad monasterium sancti, et Christi -confessoris Ambrosii, hubi ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus -Lambertus piissimus imperator preerat, in domum ejusdem sancte -mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, in juditio resideret -Amedeus comes palacii, una cum Landulfus, vocatus archiepiscopo, -singulorum hominum justitiam faciendam, ed deliberandam, etc._[137]. -Altra sentenza comincia così:[138] _In Dei nomine, civitatis -mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis in juditio -ressederet Magnifredus comes palatii, et comes ipsius comitati -Mediolanensis, singulorum hominum justicias faciendas, ressedentibus -cum eo Rotcherius vicecomitis ipsius civitatis, etc._[139]. Vero è -che ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: e tale -è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla pag. 17, ove -così leggesi:[140] _Confirmo ut omnes servos et ancellas meas sint -Aldiones, et pertinentes mundium eorum ad ipso Xenodochium, habentes -per caput unusquis mascolis et femine solidus singolus; et ita volo, -ut illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas opera mihi -faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint faciendi, ut cum anona -ejusdem Xenodochii operas ipsas perficiant._ Ma convien confessare -che assai barbaro era il modo col quale comunemente si scriveva anche -nel decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il quale -pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva essere uomo -colto, egli, nel 903, così scriveva:[141] _Senodochium istum sit -rectum et gubernatum per warimbertus humilis diaconus de ordine sancte -mediolanensis ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de -besana diebus vite sue_.[142]. Da ciò comprendesi qual grado di coltura -poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano rimanere sconosciuti -gli autori de' buoni secoli preceduti; poichè per poco che un uomo si -addomestichi a leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non -sarà forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si parlasse -in Milano un dialetto poco dissimile da quello che si parla oggidì; -e che nello scrivere si adoperasse una lingua diversa da quella che -volgarmente si parla. In fatti anche presentemente nello scrivere si -adopera la lingua italiana, anche dalle persone meno colte; le quali -parlane do, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto -sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se dunque, -anche a' nostri giorni, i Milanesi scrivono quella lingua che chiamasi -italiana, e nel discorso non se ne servono comunemente mai, non vi può -essere difficoltà a comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella -lingua che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto proprio. -Quello che mi fa credere che la lingua che serviva per la scrittura, -non fosse la usata nel parlare, si è che non vi trovo analogia veruna -fra una carta e l'altra. I barbarismi, le sconcordanze sarebbero -costanti se fossero state in uso nel parlare; nè può intendersi questa -varietà di errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di -dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose che cercava -di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati gli articoli del -volgare _da due parti, dalla terza, dalla quarta_; come in una carta -del 941;[143] _Coeret ei da duos partes tenente ursone, item de insola -comense, de tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta -parte terra sancti petri de clevade_[144]. Dallo stato della lingua -può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e di quei tempi -nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese che stendesse le memorie -degli avvenimenti della città; siccome cominciarono poi a fare nel -secolo undecimo Arnolfo e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi -persuade che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia si -parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia conserva; e -ciò perchè le vocali _u_ ed _eu_ pronunziate coll'accento francese, e -così altre desinenze della lingua francese, non mi sembrano innesti -fatti colla dominazione dei Franchi, ma una emanazione dell'antica -lingua gallica originale, siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli -ne' due ultimi secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro -parole spagnuole ci sono restate, _infado, amparo, giunta, desdita_ -e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che i Franchi, -e poche voci abbiamo che traggano la sua origine dal tedesco. Questa -generale pronunzia francese più che italiana, adunque, è una tradizione -da padre in figlio, che ascende sino all'antica venuta de' Galli, e -per conseguenza non interrotta. In queste materie la dimostrazione non -può sperarsi; le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano -favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese potrà in -breve intendersela con un contadino provenzale; e più difficilmente -s'intenderanno fra di loro due contadini, uno milanese e l'altro -calabrese; tanto il nostro dialetto appartiene più alla lingua di -Francia che alla italiana! - -L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite al -segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio della chiesa di -Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi l'altare della chiesa -istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, il mosaico del coro e la -tribuna. La porta della chiesa di San Celso, l'altare di San Giovanni -in Conca sono di que' tempi: cose tutte lontane della eleganza che -soddisfi un delicato conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi -lavori di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle -chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, dove -rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di manifatture. Lodovico il -Pio aveva ricompensato un prete veneziano che da Costantinopoli aveva -portato l'arte di fare gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto -in grazia dal vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno -873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva luogo nell'Italia. - -Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a una tale -ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, sotto il governo di -sovrani che col veleno e cavare gli occhi cercavano di mantenersi sul -trono, in un regno elettivo, esposto a invasioni straniere, facile è lo -immaginarselo. Il visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della -sua magistratura, aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare -gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non potè firmare una -carta che anche oggidì conservasi nell'archivio di Sant'Ambrogio, e -vi fece in luogo del suo nome una croce per non sapere esso scrivere; -e di sedici persone che intervennero a quel contratto, appena sette -poterono fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, vi apposero -la croce[145]. Anche da ciò facilmente comprendiamo in quale misero -stato dovessero trovarsi gl'interessi de' cittadini. La carica di -_viceconte_ era immediatamente subalterna del _conte_, che reggeva la -città in nome del re, come la carica di _vicedomino_ era immediatamente -subalterna dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi -origine del cognome che ne prese la famiglia _Visconti_. I cognomi non -ritornarono in uso se non verso la fine del secolo undecimo. Le leggi -poi sotto le quali si viveva in quei tempi, erano quali lo potevano -permettere i tempi stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa -per vederla eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava che -non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti a quei -che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva l'esportazione delle -armi agli esteri. In somma tutto si credeva di poter fare con leggi -vincolanti; o almeno si credeva il legislatore di avere bastantemente -eseguito il dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli -uomini d'essere felici, in vece di ascendere alle cagioni e impedire -che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi stesse molto si -estendevano contro coloro che col mezzo della magia devastavano colla -grandine le messi, e si ordinava all'arciprete della diocesi il modo -di costrignerli a confessare il supposto delitto, onde punirli[146]; -e questo ci basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei -miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a ripeterlo, -sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; i lumi, l'urbanità, -la felicità pubblica caramente si abbracciano[147]. - -Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse la -costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri nei quali -principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia potrebbe -darci qualche idea del governo d'Italia in quei tempi. Un re elettivo; -il primato, che ha molta influenza in tutti gli affari; la plebe -degradata sotto la potenza dei grandi, divenuti formidabili al re; la -facilità della rivoluzione; la frequenza delle invasioni straniere; -la concorrenza di più rivali che coll'armi disputano il trono; la -vera sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze -che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza dei tempi, ne' -quali, mancando l'arte dello scrivere, e non essendovi nomi di casati, -nemmeno poteva esservi una costante tradizione di nobiltà. Quindi, -non solamente era difficile il modo per fare le risoluzioni, ma era un -altro oggetto di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile, -chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale controversia -in un tale sistema doveva portare la confusione all'ultimo grado; Carlo -Magno fu un gran principe, gran soldato, e col dritto di conquista, -dominò assolutamente sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere -sacra la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate -per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. I successori di -lui non ebbero un vigore e un genio che lo pareggiasse. S'indebolì la -potenza del sovrano; e l'acclamazione de' magnati e la sacra cerimonia -divennero condizioni pretese essenziali alla costituzione di un -sovrano. Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il quale, -gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva doni continui -di terre e accresceva l'opinione, vera ed unica base del potere -politico, e giunse ad essere creduto il solo che colla incoronazione -potesse creare un legittimo re d'Italia. Come poi i re d'Italia -potessero donare poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e -ad altre chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero erano -recentemente chiamati a regnare; come fossero in poter dei re questi -campi e queste terre, onde ne facessero un dono della loro proprietà ai -primati, non è facile lo spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome -a me pare credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti -fosse allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì nostri; -per la ragione che, non essendovi cognomi delle famiglie, e pochi -essendo coloro che sapessero scrivere, sì tosto che un uomo non aveva -figli o fratelli o nipoti, facilmente non si conosceva più nessun -parente a cui dovesse passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo -vacante nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo -nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che i sovrani, laddove -lasciavano in origine la libertà dell'elezione al clero a norma de' -sacri canoni e della tradizione, non consentirono più che una dignità -divenuta pericolosa al loro regno cadesse indifferentemente sopra -chiunque; ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando, -costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal quale speravano di -temer meno in avvenire, e che, riconoscendo dal re la dignità, a lui -fosse anco più ligio ed ossequioso. Quindi si sconvolse l'ordine; la -venalità aprì la strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di -venire a rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria -fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette la -chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. Sotto Carlo -Magno e sotto i primi suoi successori, l'Italia fu immediatamente -diretta da governatori in nome del sovrano, dei quali alcuni ebbero -il non dovuto titolo di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo -Magno, Bernardo, figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho -fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi regii, il -visconte, l'arcivescovo, chiamato anche _dominus_, il di lui vicario, -_vicedominus_, e ciò a vicenda e confusamente, ora più, ora meno, a -misura della circostanza del momento. - -Dello stato della popolazione del decimo secolo nulla abbiamo di -preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere mediocremente popolata -Milano. Le terre erano coltivate parte da servi e parte da liberti, -i quali chiamavansi _aldiones_. Molta parte del ducato era bosco. In -qualche luogo che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque -stagnanti. Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie sorta -di grano si coltivavano e si coltivava anche il lino. - -Le terre, che prima si misuravano a _pedatura_, già nel principio -del nono secolo si misuravano a _pertiche_ e _tavole_, come oggidì si -costuma; la misura del fieno era a _fascio_, quella del vino a _stajo_ -ed a _mina_, nella misura delle terre però eranvi _juges_, misura -equivalente a dodici pertiche. - -Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come continua ad -esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti col passare dei -secoli. Fu più volte per essere abolito, e una di queste fu sotto Carlo -Magno, che aveva preso concerto col papa di uniformare al rito romano -tutte le chiese de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece -il possibile per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio, -vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza al santo -institutore che non venisse abolito[148]. Fra le mutazioni accadute -nel rito ambrosiano, vi è in parte quella del battesimo, che allor si -eseguiva immergendo nel sacro fonte, non porzione del capo soltanto, ma -tutto il corpo del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per -le donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove ora trovasi -Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo le vergini sacre a -Dio di Vigelinda, che assistevano alle fanciulle nel loro battesimo: -_massimamente finchè durò il costume di non conferire comunemente -quel sacramento a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche uso -di ragione_, come insegna il conte Giulini[149]. L'altro battisterio -chiamavasi San Giovanni alle Fonti, destinato per gli uomini; ed è -tuttavia in piedi, sebbene mutato dì forma. Ognuno può ravvisarlo -al capo della chiesa di San Gottardo, nella regia ducal corte, ed -è quel fabbricato poligono in cui sta riposto l'altar maggiore; e -quello è appunto l'antichissimo battisterio in cui probabilmente -Sant'Agostino venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio[150]. -Oltre la universale ignoranza di quei tempi si può avere un'idea della -religione, dalle prescrizioni che si fecero in un concilio tenutosi -in Pavia l'anno 580, a cui presiedeva l'arcivescovo di Milano. Si -proibisce in quel concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma -nei privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non farli -celebrare se non da un sacerdote:[151] _Docendi igitur saeculares -viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter exerceri debeant, -quod valde laudabile est; ab his tamen tractentur, qui ab episcopis -examinati fuerint, et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris -comitati probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si qui ergo -contemptores canonum extraordinarie et illicite ministrantes, et -divina sacramentaliter violantes inveniuntur, primum ab episcopo -uterque amoveatur, et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui -ejus usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate -compescere, excomunicetur_[152]. Nel medesimo concilio si prescrive ai -vescovi di non cagionare tante spese girando per la cresima, di non -appropriarsi i beni delle pievi, e di non vivere con donne sospette. -Questi fatti s'ignorano da coloro che vorrebbero indistintamente -richiamare la pietà degli antichi tempi. - - - - -CAPITOLO IV. - - _Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la - più importante città della Lombardia nel secolo undecimo._ - - -(950) Già erano trascorsi più di sessanta anni dacchè l'Italia non -aveva più connessione alcuna coi regni di Francia, nè con quello di -Germania, quando Berengario, marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico -l'anno 950. Gli Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo -incoronava imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti a Carlo -il Grosso, Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, figlio di Arnolfo, nel -quale finì il sangue di Carlo Magno; a questo fu sostituito Corrado I, -conte di Franconia, indi Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette -Ottone, che già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando il -marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di Germania, sebbene -non dimenticassero l'Italia e pensassero a regnarvi scacciandone quelli -che la dominavano col titolo di re o d'imperatore, non ebbero però nè -occasione nè mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come il -duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo Anselmo, -ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, sommo pontefice, -fosse incoronato imperatore. Si è pure veduto come i duchi di Spoleti, -Guido, poi il di lui figlio Lamberto, da Stefano V incoronati augusti, -regnassero interrottamente. Questi Italiani, innalzati al trono -italico ed alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati -come usurpatori, non meno di quello che consideravano Rodolfo, Ugone -e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a regnare sull'Italia. -Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo collocato nella serie degli -augusti nè Arnolfo, nè Luigi, nè Corrado, nè Enrico, dagli Oltramontani -inseriti nella cronologia degli imperatori; sebbene non incoronati dal -papa, e sebbene nè Corrado, nè Enrico nei loro diplomi si siano mai -dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione assai feconda -di equivoci, perchè Enrico I, imperatore, dagli Oltramontani si chiama -Enrico II, e così i Tedeschi contano sette Enrici nella serie, dove -noi non ne annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane -eccedono d'una unità le nostre. Io, italiano, debbo servirmi della -cronologia italiana, e ne prevengo i miei lettori, per non ripeterlo -ogni volta; e credo che sia ragionevole di non qualificare nè Corrado, -nè Enrico con un titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi -medesimi fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono d'Italia -il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione sommamente -aveva contribuito Manasse, da Berengario istesso violentemente intruso -nella sede arcivescovile. Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono, -non solamente abborrendo la recentissima scelleraggine d'aver egli -avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, e -l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova Adelaide, ma in -lui ravvisando un ingiusto oppressore del loro legittimo arcivescovo -Adelmano. È assai probabile che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo -fossero i Milanesi, ad invitare secretamente Ottone, re di Germania, -a scacciare dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno d'Italia -agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano cautamente il di -lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, e ciò accadde appena un -anno dopo che il marchese d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951[153]. -Venne Litolfo a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con -quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore di quel -re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi di Ottone spediti -in Pavia appunto nel 951, dai quali si conosce ch'egli aveva creato -Manasse arcicappellano[154]. (952) Pare che al comparire di Ottone si -ecclissassero Berengario II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone, -il quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re d'Italia; -poi, ritornato in Germania, dovettero colà portarsi Berengario e -Adalberto, abbandonandosi alla generosità di Ottone, da cui a titolo di -feudo vennero in Augusta, nel 952, investiti del regno d'Italia, e da -ciò ne fa nascere il Muratori il diritto che pretesero in séguito i re -di Germania di avere sopra l'Italia. - -Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente peso del -re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, ritornati in Italia, -dalla viltà passarono alla prepotenza; solito costume delle anime -basse, d'insultare quando la fortuna è loro prospera, e annichilarsi -quando è loro contraria. Il loro governo era diventato insopportabile. -Lo scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, e la -reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo venne alla -testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re Ottone di lui padre, -che, occupato negli affari di Germania, non potea venire in persona a -contenere i due tiranni. Litolfo però fu degno di venire invece di un -gran re. Berengario e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio sul -lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse per forzarli. -Una masnada di militi traditori, come dovevano essere coll'esempio -di tai padroni, consegnò nelle mani di Litolfo lo stesso Berengario, -da cui erano stipendiati. Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò -di vincere senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente -lo fece scortare libero nella fortezza. In quei tempi, sotto Ottone, -sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica magnanimità romana; -e questo ci fa risovvenire di Camillo e di Fabricio. Ma il valoroso -Litolfo, amato e venerato allora dagli Italiani, poco dopo morì, non -senza sospetto di veleno[155]. Tali erano le armi di Berengario. Così -que' due cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono -il dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla morte -del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene dal re Ottone in -Germania, implorando la sua venuta, per liberare Milano e l'Italia da -coloro. Giovanni XII, sommo pontefice, spedigli dei legati pregandolo -di venire, e offrendosi d'incoronarlo imperatore. (961) Scese -finalmente in Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa -di Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e così ce -lo descrive Landolfo Seniore.[156] _Interea Valperto mysteria divina -celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, -lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, -baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare -beati Ambrosii deposuit.... Valpertus, magnanimus archiepiscopus, -omnibus regalibus indumentis, cum manipulo subdiaconi, corona -superimposita, astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, -multisque ducibus atque marchionibus, decentissime, et mirifice Ottonem -regem, collaudatum et per omnia confirmatum, induit, atque perunxit._ -Ho riferito le parole istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo -dopo, acciocchè si veda che nessuna menzione in quei tempi si faceva -della _corona ferrea_, come nemmeno se ne trova cenno nelle precedute -incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti le ho riferite per dar luogo -a riflettere che i suffraganei si chiamano _beati Ambrosi_i, non già -_Barnabae apostoli_. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro che -egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno dissertato -sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di queste opinioni sono -state immaginate molto tempo dopo di Ottone, la incoronazione del -quale è probabilmente la prima che siasi fatta in Milano; non potendosi -chiamare incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici anni -prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. Forse non si fece -questa solenne incoronazione in Pavia nella chiesa di San Michele, come -era costume, perchè il palazzo reale era stato distrutto da Berengario, -siccome accenna il conte Giulini, appoggiato al testimonio di alcuni -scrittori. - -Da Milano passò a Roma Ottone, che ben si merita il nome di _Grande_. -L'arcivescovo Valperto lo presentò al papa[157], da cui venne -incoronato augusto nel 962. Appena celebrata questa sacra cerimonia -se ne venne l'imperatore a Pavia; Berengario e Adalberto stavano -ricoverati nel forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e -degna moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San Giulio -sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera la regina, -e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare fino al castello di -San Leone, e la lasciò al marito. Due anni dopo si dovette rendere -alle armi di Ottone Augusto anche San Leone; e allora Berengario -e la moglie furono relegati nella Germania. La generosa e mite -condotta del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette in -Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; nè entrerò io ad -esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha forse dettata al chiarissimo -Muratori la disapprovazione ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro; -ma nelle azioni di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di -generoso che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini -oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era degno di un -tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano ha battuto moneta, -ed io ne ho nella mia collezione. Il cronista Sassone, pubblicato -dall'Eccart, dice che Ottone:[158] _Mediolanenses subjugans, monetam -iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur._ Vi è chi ha -opinato che la nuova moneta fosse di cuoio[159]; ma la moneta è di -argento buono, simile a quello delle monete di Ugone e di Lotario, -scodellata come quelle, e perciò _innovavit_ potrebbe intendersi o -per avere posta in azione la zecca, o per averla collocata in nuovo -sito, e forse quello antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa -_alla Moneta_, dove quell'officina si è conservata per più di otto -secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la storia di -Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, nè sotto il di lui -figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò sulle tracce del padre. -Sotto due regni attivi e rispettati, nulla poteva somministrarci -la storia d'una città la quale non influiva nel regno italico se -non colla sagacità dell'arcivescovo metropolitano; importantissima -sotto un monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante -la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di ventidue -anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla. Morì Ottone -II in Roma, e colla di lui morte ritornò l'anarchia per quasi sei -anni, nei quali non si riconobbe verun re, giacchè il fanciullo -Ottone III era il soggetto delle dispute in Germania fra chi voleva -essergli tutore, e gli Italiani non conoscevano loro sovrano se non -quello che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte -di quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare il -sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. Venne in Italia -poi l'imperatrice Teofania correggente, e madre del giovine Ottone; -il quale, coll'opera di lei, fu riconosciuto per sovrano: poi venne -in Roma incoronato imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa ed -ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo l'ambizione -dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui vanità, quando, nel 1001, -lo destinò suo ambasciatore all'imperial Corte di Costantinopoli -per ricercare agli augusti Costantino e Basilio la principessa Elena -in isposa. Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle -parole di lui:[160] _Archiepiscopus, magno ducatum militum stipatus, -quos pellibus martullinis, aut cibillinis, aut rhenonibus variis, et -hermellinis ornaverat, quibus imperator mirifice eum imbuerat_, si -portò alla corte di Costantinopoli e si presentò ai greci augusti:[161] -_Episcopalibus indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam foris, -aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, aut perturbantibus, -esse solitus fuit...... et ab ipso admirabili monarcha magna susceptus -honorificentia, satis episcopaliter conversatus est._ L'ambasciata -doveva essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto, -per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il lusso allora era -nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili ancora non eravi la mitra; -e l'arcivescovo andava abitualmente vestito co' suoi paramenti, come -appunto continuano a praticare i sommi pontefici colla stola, che -non depongono mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, giunto -egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la morte seguita poco -prima di Ottone II, per cui Elena rimase vedova prima di conoscere lo -sposo. A quest'ambasciata, sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo, -siamo debitori del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta -collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è cosa nuova nei -monarchi di premiare e ricompensare con donativi, il valore dei quali -non pregiudichi l'erario. Il serpente di bronzo fu donato dal tesoro -di Costantinopoli, facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il -medesimo che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità fu -rimeritato della enorme spesa che fece. - -Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono in Pavia -alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo la di lui morte -proclamarono re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea; e tosto venne -incoronato nella chiesa di San Michele in Pavia. L'arcivescovo era -assente per l'ambasciata, e quando ritornossene a Milano portossegli -incontro il nuovo re, e fece di tutto per renderselo amico[162]. -Il regno degli Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati -d'Italia a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia -che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per dodici anni -sostenne la contrastata figura di re d'Italia, scacciato ogni volta -che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò la scena col farsi frate e -morire. I Milanesi non erano contenti di questo re Arduino, o perchè -eletto senza aspettare l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa -memoria di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non era -lontana che di quarantanni. L'arcivescovo era del partito di Enrico, -che era fatto re di Germania; ma cautamente si conduceva a seconda -del tempo[163]. Venne Enrico nell'Italia nel 1004, e in Pavia fu -incoronato re d'Italia, e da noi chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna -che venne in Milano il nuovo re,[164] _Sanctissimi praesulis Ambrosi -amore._ Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno, -portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, sebbene -Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran parte il dominio -d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. Enrico fu, nel 1014, -incoronato imperatore dal sommo pontefice Benedetto VIII, e cessò di -vivere nel 1024. La memoria la più importante che ci resta di lui, è -la legge ch'ei pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere -colla moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine -in Pavia[165]. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze al -clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai crudele. Il -conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, chiama costumanza -_concubinato_, e i sacerdoti ammogliati _concubinarii_: io credo che -sia più conveniente voce quella di _matrimonio_ e di _ammogliati_; -perchè nel nostro linguaggio comune le prime parole significano una -unione conosciuta illegittima da quei medesimi che la contraggono, e -le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra gli ebrei e -fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; Ottavia moglie -di Nerone; Domitilla moglie di Vespasiano, e così diciamo di ogni -unione d'uomo con donna, creduta e sostenuta e dai contraenti e nella -opinione della loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa -ha sublimato i misteri dell'altare, allora non era così generalmente -osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così anche rispetto -al celibato, si accostavano alla disciplina della chiesa greca. -Disputarono, come vedremo, per conservare questa facoltà di ritenere la -moglie. Dico ritenere, poichè il rito non permetteva ad alcun sacerdote -di ammogliarsi e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente -concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare -a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che sia un dovere -di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: non già perchè io -preferisca l'antica alla vigente disciplina, ma perchè l'imparzialità -della storia mi determina a così fare. Questo concilio ebbe alla testa -il sommo pontefice Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui -vi è immediatamente l'arcivescovo Ariberto:[166] _Sanctae mediolanensis -ecclesiae archiepiscopus_, così egli si qualificò, nè gli altri vescovi -chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo _non si prese molta -briga perchè fossero questi decreti nella sua diocesi ben eseguiti_, -dice il conte Giulini[167]. - -Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia -di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano _Heribertus_; ma egli -si sottoscriveva _Aribertus_, e così lo chiama il conte Giulini, -come io pure lo nominerò. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto -generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e -munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva -le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque -a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e -grande un risalto ed una considerazione che ella conservò dappoi. -Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi, -certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella -dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano -la base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come -due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignità, che, -profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo, -e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della -patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a -ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato -arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò -questa sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e -in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad -Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano. -Ariberto da Antimiamo era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa -milanese, cioè _cardinalis de ordine_, dal che ne venne il vocabolo di -_ordinario_, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della -metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano, -che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto -arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri al luogo ove trovavansi, -non ha guari, le monache Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi -propri: _de nostris proprietatibus_, come egli dice, e assegnò il -fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali -dovessero osservare la regola di san Benedetto[168]. Sanno gli eruditi -che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come -ogni altro ecclesiastico[169], e che i monasteri per lo più avevano -uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i -poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto -Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore -Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati, -non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla -elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignità reale nell'Italia, -che non potevasi mantenere senza una incessante forza; e perciò il -re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche -altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero -accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando -l'arcivescovo Ariberto:[170] _Suorum comparium declinans Heribertus -consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus -ipse regem electurus teutonicum,_ così ce lo rappresenta Arnolfo, -nostro milanese, scrittore di quel secolo[171], dal che vedesi -abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non -si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere -per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e -che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado, -scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi -il re Corrado, al quale dice che Ariberto promise che, tosto che -fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re:[172] -_Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice -laudaret, statimque coronaret;_ il che gli promise con giuramento -e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette -all'arcivescovo:[173] _Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum; -ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum_; e con ciò -oltre il diritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo -suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia -di collocare al possesso della dignità e dei beni il nuovo vescovo: -dritto che in que' tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice -_placet_, ma come una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti -e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto -al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità -sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero -della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, da che ne vennero -fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo, -al dire del citato Arnolfo,[174] _rediens securus in omnibus, totam -suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos -faciens._ Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare, -o per innalzare sè stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado l'anno -1026[175], o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo. -Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo -pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno, -che per più settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e le -sua corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare -i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator -Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo -di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse -verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere, -siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi -non era cosa insolita di veder dei vescovi nelle armate: merita però -riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorità si era -acquistata da potere da sè fare la guerra[176]. I Pavesi e i Lodigiani -così diventarono nemici dei Milanesi. - -(1028) Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel 1028, merita -di essere riferito, perchè ci dà idea dei tempi e del carattere di -Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi -di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che -questa eresia approvava i riti de' pagani e de' giudei[177], quasi -che fossero componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo, -della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice -che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni -patimento; che amavano la virginità e vivevano castamente sino colle -loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano -le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non -offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune; -credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano -che vi fosse una podestà in terra di legare e di sciogliere; e -riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni. -Così essi professavano la loro fede[178]. Molti marchesi e vescovi e -signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di -Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua -giurisdizione, sulle diocesi dei vescovi suoi suffraganei, scortato -da militi valorosissimi[179], sebbene ascoltasse da Gariardo, uno dei -pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto, -credette di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero -loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della -Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori, -coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche -senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato -il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione, -giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi -una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del castello di -Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo, -e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora -del castello; e l'arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di -ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, _i primati della -nostra città, temendo_, dice il conte Giulini[180], _che non si -spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e -dall'altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli eretici, e -loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a piè della croce, -e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di -gettarsi nelle fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo -progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto -colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati_; -al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fallo accadesse per -volere dei primati,[181] _Heriberto nolente_. In quei tempi il glorioso -nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce e con uno -staffile nella mano; nè si credeva che avesse contrastato al sovrano, -nè perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo -vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe; -e aveva tollerati con carità e mansuetudine i suoi fratelli, che -traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva -le sue preghiere, acciocchè misericordiosamente gli richiamasse alla -strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni, -che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor più, e la -fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel -beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino -le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta -la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto -giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi -irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, la -pazienza disarmano gli avversarii, e li richiamano a venerare il vero -Dio con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio -della virtù. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come -arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato, politico, egli -ha saputo rendersi padrone di quella rôcca, il che invano altri aveva -tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto ingiusto e crudele -del supplizio. Vi è molto anche da dubitare se veramente quegli -infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore -di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro -imputato, cioè che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva -fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che -volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero i loro -confratelli allorchè gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto -qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata -la causa propria, saremmo un po' meglio informati della verità. -Forse erano costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione -generale, e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in -quel secolo, così scriveva:[182] _ad tantam faecem quotidie semetipso -deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis -sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat, -sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim, -reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat. -Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facta -agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit_[183]. Così -quel santo descriveva i costumi di quei tempi infelici. Il supplizio -adunque dei nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco -cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo che dai -pagani si trattassero i martiri; ma così non si legge che gli apostoli -dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa però è -la prima memoria e la più antica di persecuzioni e patiboli adoperati -dai cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo -esempio, che nei secoli posteriori è stato seguíto da tanti altri -funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028. - -Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la -potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e la città si avvezzava -sempre più a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica. -A tanto giunse il potere di Ariberto, che, unitosi con Bonifacio, -marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San -Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata -dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna, -occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui -quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti -rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo -storico nostro Arnolfo[184]. Poi, ritornato Ariberto alla patria, -sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi -milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e, -memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono -a Lodi, ed eccitarono quanti più poterono a prendere le armi e seco -loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro a -costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Seguì una -zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco -vantaggio, e fra gli altri uccisi si annoverò il vescovo di Asti, suo -suffraganeo, che rimase sul campo[185]. Venne poi l'imperator Corrado -in Italia nel 1037, e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse -non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di -tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto ben -tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma, -sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza -ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco -rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu -arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero. -Io non trovo difficoltà a credere che realmente Ariberto non fosse -contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli -indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne -patire l'imperatore; e che, confidando sull'autorità che possedeva, -o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con -sicurezza. A custodire il prigioniere Ariberto l'imperatore aveva -destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta -cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero -alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo -era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo -per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Così egli ricuperò la -sua libertà, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla città con -somma allegrezza. Poichè Corrado intese il fatto, si mosse, e alla -testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto -singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano -assai cambiati. Milano non era più la città spopolata, distrutta e -languente; era[186] _maxima multitudine munita_, come ci attesta Wippo; -e i Milanesi gli andarono incontro, e più volte si azzuffarono con -gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei -potè devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero -di aver Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra -specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e -nominò Ambrogio prete cardinale della santa chiesa milanese in sua -vece: forse credendo che alla città medesima, stanca per avventura -della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma -nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso[187]. Vedendo -riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di -animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perciò -portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma -nemmeno perciò l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema[188], e -quindi Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco dopo -cessò di vivere nel 1039. - -Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua città. -Enrico, figlio di Corrado, era stato già proclamato re di Germania. -Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario -e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una -parte della loro corona; e gli Italiani diversamente credevano -che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se -non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non -seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione -alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che -ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico II, sebbene -gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza -del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillità, -disgraziatamente animò i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili -e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai più, -sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne -farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' nobili, -come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa è assai -naturale, perchè i cardinali erano scelti fra le più nobili famiglie, -e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata -con molta durezza dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione -militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il -comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù longobarda, -per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano -ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva -col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva -soffrire di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il -pericolo. La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul monte -Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò uno spediente -migliore; poichè invece ella scacciò dalla città l'arcivescovo e tutti -i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. Per più di due anni continui -si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando -incessantemente i nobili, a per assedio o per sorpresa, di rientrarvi; -e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che -il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno -in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto, -nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato -e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto; e -l'arcivescovo placidamente lo consolò dicendogli: Io vado sicuro ai -piedi di Sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive -la religiosa pietà del nostro Ariberto:[189] _Convocatis sacerdotibus -et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta, -atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus -per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam -Eucharistiam humiliter ac devote suscipit_[190], e poco dopo morì: -uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon -principe; aveva i costumi e la religione de' suoi tempi; egli nacque -opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che -dall'epoca sua può contare il vero suo risorgimento. - -L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria oltre -le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza all'imperatore, fu -quello che inventò l'uso di condurre nell'armata il _carroccio_, nome -conosciutissimo, sebbene poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri -scrittori ci rappresentano questo carroccio come una superstizione, -ovvero come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba -riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, posta la -maniera di combattere di que' tempi. Nel tempo in cui dura un'azione, -egli è sommamente importante il sapere dove si trovi il comandante, -acciocchè colla maggior prestezza a lui si possa riferire ogni -avvenimento parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove -precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i feriti; -parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il comandante, e in -cui si radunano i feriti, sia conosciuto da ognuno, acciocchè si abbia -una cura speciale di accorrere a difenderlo. Questo sito deve essere -mobile a misura degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva -il carroccio, ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità della -quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: sotto il -quale pendevano due lunghe bandiere bianche, e al mezzo dell'albero -stavavi una croce. Avanti a quest'antenna erari l'altare sul quale -celebravansi i sacri misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato -sopra di un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo -enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie si adoperava -per moverlo. Non è punto inverosimile il credere che su di quel carro -o carroccio si ponesse la cassa militare, la spezieria e quanto più -importava di avere in salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile -il dire che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero -gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma anche ora nella -guerra di mare. Terminata la guerra, si riponeva il carroccio nella -chiesa maggiore, come cosa sacra e veneranda; e così anche l'opinione -religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia -i combattenti. Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino al -carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva, -per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio si portassero i feriti, -sicuri di trovare ivi ogni soccorso, lontani da ogni pericolo; che -dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo di segnali con -somma rapidità; che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso; -e che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a quel -vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava il generale, e -quale fosse il luogo più importante di ogni altro da custodirsi. Nella -maniera dì guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe inutile una tal -macchina, ben presto rovesciata dall'artiglieria, che ridurrebbe quel -contorno più d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte -che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione della -polvere il carroccio inventato da Ariberto certamente fu con accortezza -immaginato; e perciò anche le altre città della Lombardia, quando, -coll'esempio de' Milanesi, acquistarono l'indipendenza e si ressero -col loro municipale governo, adottarono ciascheduna il proprio gran -vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come la perdita -del carroccio fosse un avvenimento che funestasse una città, non già -per un'idea di Palladio, o per una vana opinione d'onore soltanto, ma -perchè la perdita del carroccio era prova di una totale sconfitta, al -segno di non avere potuto preservare quello spazio che sommamente era -cura di ciascuno il difendere. - -La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; e -durava tuttora, come dappoi continuò, lo spirito di partito. Acciocchè -il governo degli ottimati sia fermo, conviene che la costituzione -ponga una distanza grande fra il ceto dei pochi, presso i quali sta -il comando, e il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva -obbedienza. La loro persona deve comparire al popolo sacra e veneranda; -ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre che fa la toga e la -pubblica persona, diventi popolare; e così la plebe ama i padroni, e -riceve come un beneficio que' momenti ne' quali discendono con lei i -magnati. Niente di questo eravi nella informe costituzione nascente -di Milano. L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio delle -leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il popolo, e -lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente adoperata. -Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono i partiti, e cominciò -la plebe a pretendere di avere essa pure influenza nell'elezione -dell'arcivescovo, dignità diventata assai più politica che -spirituale[191]. Non fu possibile di terminare la controversia fra di -noi; l'ostinazione era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere -al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. Vennero -adunque presentati al re i nomi di quattro cardinali della santa -chiesa milanese, acciocchè ne facesse la scelta. Ma il re profittò -dell'occasione e nominò arcivescovo certo Guidone, milanese bensì, ma -uomo ignobile, e conseguentemente che non era del ceto de' cardinali -ordinari; e così collocò sull'importante sede metropolitana una sua -creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il partito de' -plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per essere più padrone -del regno d'Italia, che non potè esserlo il di lui padre Corrado. Vi -volle tutta l'astuzia di Guidone, tutto il timore che si aveva del -re Enrico, e molto denaro per ottenere che fosse consacrato il nuovo -arcivescovo[192]. Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere -collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, che in un -giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di piantare abbandonato -solo all'altare il nuovo arcivescovo, essendosi sottratti i cardinali -in mezzo della sacra funzione, come ci attesta Landolfo Seniore. Non -si può a meno di non compiangere con san Pietro Damiano la misera -condizione di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri -dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio insegnando -al popolo la riverenza che si deve al santuario, e colla loro -mansuetudine allontanandolo dai perseguitare i nostri fratelli sotto -pretesto di religione. Pare che in quel secolo infelice la religione, -in vece di contenere le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse -sfrontatamente adoperata, servendosene di pretesto per farvi un più -libero corso. - -Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose varii che si -dicevano sommi pontefici, e fece eleggere dal clero o dal popolo -Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo seguito condotto a Roma. Nel -giorno medesimo in cui Enrico fece incoronare papa Svidger col nome di -Clemente II; Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano, -coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo, e aveva -annientato il potere de' sacri canoni e la libertà dell'ecclesiastiche -elezioni. Da ciò nacquero le discordie, che durarono per secoli, a -separare i cristiani in due partiti, gli uni a favore della sovranità, -gli altri a favore della libertà ecclesiastica; e se questo furore -di partito finalmente nella vita civile è tolto, ne rimane però -sempre qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano -la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto se i vescovi, -vedendo soggetta la loro città a un sovrano elettivo, indifferente -per lo più al ben essere del suo popolo; vedendo il saccheggio, la -rapina, la miseria essere diventati lo stato naturale e costante della -città; non si può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le -pingui loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa, -con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza del loro -popolo. Nè si può fare alcun rimprovero ai prelati se procurarono, -colle forze acquistate e col loro credito, di accrescersi i mezzi per -meglio difendere gli uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che -venerare la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori, -avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro loro -ministero, avessero abbandonato le cure del regno al sovrano: ma dagli -uomini non si può pretendere che, per essere rivestiti d'un carattere -pio e santo, cessino d'essere uomini e si trasmutino in altrettante -divinità. Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti. -Niente poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani -mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali era -essenziale per la sicurezza della loro corona; partito che non aveva -l'appoggio della tradizione, contrario alle opinioni di quei tempi, -ma assolutamente necessario per restare tranquilli sul trono. Questo -turbamento essenzialissimo, che rovesciava dai fondamenti la gerarchia -ecclesiastica non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che -faceva collocare sulla sede vescovile soggetti inettissimi e affatti -indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla simonia, e faceva -diventare un articolo di finanza per il sovrano l'investitura de' -vescovadi e de' beneficii, era un oggetto turpe e luttuoso, meritevole -di riforma; e nessun altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice -capo della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto da questo -universale disordine. In ogni cosa umana, quando si ha da combattere, -si corre rischio di trascorrere più in là del giusto. Così è accaduto -ai due partiti più di una volta, abusando delle circostanze favorevoli. -Scegliendo i fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo -que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie che prova e -convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli ora al sacerdozio ed ora -al trono. Io non ardirò di mischiarmi nella gran contesa; tralascerei -anzi di parlarne, se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano -i fatti più importanti e più interessanti per la loro influenza: ma -giacchè la fatica che ho intrapresa, e il corso degli avvenimenti mi -conducono a scrivere que' fatti che risguardano la città, io lo farò, -mosso dal sentimento di compassione de' mali che da un tale dissidio -sono nati; conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che -lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la debolezza, la -illusione e le passioni sono compagne degli uomini in tutti i secoli e -in tutte le condizioni. Ma di ciò tratteremo nel capo seguente. - -Per ora ci può servire, per avere idea del governo della città in -que' tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna:[193] _Insuper -archiepiscopus mediolanensis quosdam alios maximos redditus imperiali -auctoritate recipiebat; quia super stratas regales, in exitu quolibet -de comitatu, habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus -in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario archiepiscopi, -immo innumerabilibus telonarii scensum, et archiepiscopus tenebatur -custodiri facere passus, et omnibus damnificatis intra territorium -restituere de suo tantum quantum damna fuissent aestimata_[194]. Da -queste parole molte cognizioni si ricavano. Primieramente il sovrano -è sempre stato considerato il re d'Italia o l'imperatore, e da lui, o -per tacita o per espressa concessione, doveva provenire ogni diritto -pubblico per essere considerato legittimo. L'arcivescovo realmente -non è stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente la -pretesa donazione che si asserisce fatta dal re Lotario nel 949 della -zecca di Milano all'arcivescovo; giacchè due anni dopo quest'epoca le -monete di Milano portarono il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici, -dei Federici, dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai -ebbero il nome di verun arcivescovo, trattone quello dell'arcivescovo -Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino nella signoria di -Milano, e che la dominò per titolo ereditario di sua famiglia, e non -per la dignità ecclesiastica. Questa supposta donazione della zecca -ha per appoggio una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale -poteva essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera come -legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale non fosse. Questa bolla -fors'anco è stata composta ne' tempi posteriori per altri fini, senza -che il papa l'abbia spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva -per concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo istesso -tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i danni secondo la -stima che ne venisse fatta. Il sistema fu introdotto dall'imperatore -Ottone. Sappiamo che il tributo s'impone per supplire ai mezzi della -difesa dello Stato. È strano il sistema che il sovrano confidi al -pubblicano medesimo la cura della difesa: ma la sovranità elettiva -d'un monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano -milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il progetto spediente. -Dovevano temersi le scorrerie degli Ungheri, e da essi forse avevano -anche imparato i vicini a depredare. Non era sicuro il contadino di -raccogliere e conservare la messe del suo campo. I Pavesi, Lodigiani, -Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare i Milanesi; e -questi altrettanto facevano fuori de' confini. Non v'era giudice che -avesse una giurisdizione estesa per punire il delitto commesso da -un uomo che abitava fuori di contado. Perciò ogni distretto doveva -essere custodito, e questa custodia era confidata all'arcivescovo, -personaggio il più facoltoso e autorevole della città, ma non però -l'arbitro di essa; poichè v'erano i messi ed i giudici regii, che -potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, tosto -che per negligenza di lui gli estranei avessero portato danno a un -milanese. L'autorità dei conti, che in origine comandavano la città -in nome del sovrano, si andava indebolendo ogni anno. La potenza -dell'arcivescovo non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i -fratelli dell'arcivescovo Landolfo,[195] _prae solito, civitatis -abuti dominio_[196], venne scacciato per questa insolita pretenzione -l'arcivescovo della città, la quale,[197] _tempore Ottonis imperatoris -primi, Bonizio...... virtute ab imperatore accepta, velut dux castrum -procurando regebat_[198]. - -Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di essere ricordate. -Continuava l'usanza, siccome ho detto, di considerare alcuni uomini -come servi: a questi si tagliavano i capelli, e quando volevansi -manomettere, era costume di presentare il servo a un sacerdote, che -lo faceva passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal -cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto solenne -di donazione il costume esigeva che si adoperasse un coltello e un -bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero un pampino di vite. Qualche -altra volta si adoperava per tale atto un'altra cerimonia, ed era di -porre sulla terra la carta e il calamaio, e il donante li prendeva -dal suolo e li poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la -donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso la plebe. -Abbiamo più legati pii ai poveri che dispongono di distribuirne. Uno -di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo Andrea, in cui vuole -che il suo erede, nel giorno anniversario di sua morte,[199] _pascere -debeat pauperes centum, et det per unumquemque pauperem dimidium panem, -et companaticum lardum, et de caseum, inter quatuor, libra una, et -vino stario uno_. Nella chiesa di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti -di opinioni capricciose: un antico marmo rappresentante Ercole, e si -credeva che l'impero doveva conservarsi sin tanto che quella scultura -rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli Uberti: - - _Hercules vidi, del qual si ragiona_ - _Che, fin che 'l giacerà come fa ora,_ - _L'Imperio non potrà forzar persona._ - -Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale, ponendosi -a sedere le donne incinte, credevano di non poter più correre alcun -rischio nel parto. In terzo luogo si credeva che quel serpente di -bronzo collocato sulla colonna dal buon arcivescovo Arnolfo, quel -prezioso dono de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai -vermi. Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla -potessero operare nelle case avanti le quali passavano le processioni -delle Rogazioni, le quali sono assai antiche presso di noi. Quando le -campagne avevano bisogno della pioggia si poneva una gran caldaia a -fuoco in sito aperto; e vi si facevano bollire legumi, carni salate -ed altri commestibili; poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i -circostanti. Nella vigilia del santo Natale si faceva ardere un -ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre volte vino e -ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia in festa. Questa usanza -durava ancora nel secolo decimoquinto, e la celebrò Galeazzo Maria -Sforza. Il giorno del santo Natale i padri di famiglia distribuivano, -sin d'allora, i denari, acciò tutti potessero divertirsi giuocando. -Si usavano in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla mensa -anitre e carne di maiale, come anche oggidì il popolo costuma di fare. -V'è nell'archivio del monastero di Sant'Ambrogio una donazione, fatta -nel 1013, da Adamo, negoziante milanese, all'abate del monastero; egli -dona una casa, acciocchè col fitto di essa i monaci comprino de' pesci, -ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario della morte di -Falcherodo, monaco, e di Giovanni, prete: e ciò per sollievo dell'anima -de' trapassati. Sono anche curiose le parole:[200] _Emanat pisces ad -refectionem et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum -Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum eorum remedio, -quo ipsis proficiat ad gaudium et anime salutem_[201]. Si credeva da -molti che giovasse al riposo delle anime de' defunti l'accendere sulle -tombe loro delle lampadi:[202] _Ut ipsa luminaria luceant pro anima -ipsius_[203]. Altre donazioni ritrovansi colla condizione:[204] _Et -faciat ardere ia quadragesima majore super sepulturam ipsius quondam -Andreae genitoris_[205]. Di varie superstizioni di quei tempi ne tratta -la dissertazione dell'illustre Muratori, alla quale si può ricorrere -per una più vasta erudizione[206]. - -Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e meschino ch'egli -si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare di avere venduta -la sentenza. Allora l'imperatore Ottone III non ebbe difficoltà, in -un diploma del 1001, di asserire di aver ricevuto dal vescovo di -Tortona la metà dei beni disputati:[207] _Propter rectum judicium -quod fecimus inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis rebus_[208]. -Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero allora le leggi, -la disciplina, le scienze. I vescovi erano soldati e vivevano più -nelle armate che nella Chiesa. Così facevano gli abati[209]. L'uso di -decidere le questioni col preteso giudizio di Dio nel duello, sempre -più rendevasi comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi -prelati; e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale[210] _ecclesiae -facultates et multa clericorum distribuit militibus beneficia_[211]; -e più distintamente lo spiega l'altro storico nostro contemporaneo -Landolfo:[212] _Pollicens illis omnes plebes, omnesque dignitates atque -Xenodochia, quae majores ordinarii atque primicerius decumanorum, -archipresbyteri, et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum tenebant, -jurejurando asserens, pactum usque detestabiles patratus_[213]. Io -ripeterò più volte una verità che non sarà mai ripetuta abbastanza; -cioè che le malinconiche declamazioni che si fanno contro i costumi del -secolo in cui viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e -che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto, dobbiamo -umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno che ci ha riserbati -a vivere fra uomini assai più colti e ragionevoli, sotto governi assai -più saggi e benefici, diretti da un clero assai più dotto, costumato e -pio, mentre il vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano -(poichè la terra è la loro abitazione), ma non innalzano la temeraria -fronte, nè dettano precetti per confondere, come allora facevano, ogni -idea di giustizia e di virtù. - - - - -CAPITOLO V. - - _Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica - dopo la metà del secolo XI._ - - -La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, ha -cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra città. Stragi, -incendii, odii, scandali, risse, questa è la scena che ci si apre -davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que' tristi -avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo -lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo farò più colle -parole altrui, che colle mie. La libertà ecclesiastica era stata -depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il -pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era abbassato -all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza -di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni -XIX nel 1204. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena -cherico, a forza pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette -col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà -che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore -Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla sua sede; ivi -però, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette -il sommo pontefice a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano, -che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado, -volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi -costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo -di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e -si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a -sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo spedì a Roma, dove -ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destinò per -successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX. -Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichslat, scelto in Magonza, -il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano allora -le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco, in Roma, poi -cardinale, viveva in que' tempi. Dotato di somma accortezza e di quella -energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi -principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata -la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle elezioni -canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma -all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i più -vili e i più indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a -tempo, poichè il disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici, -cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire -una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo -più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e -dispiace. La stima de' Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che -Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire, -Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo -pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei -rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa -romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de' -vescovi, e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica -riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle -elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La -chiesa milanese era la più importante di ogni altra, per il numero -grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per -la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo -nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione -Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio, -malgrado le gravissime difficoltà che vi si frapposero. - -(1056) Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, e restava -collocato sul trono imperiale un bambino di sei anni, Enrico III, in -mezzo alle turbolenze della Germania, sotto la tutela dell'imperatrice -Agnese, di lui madre. Durante una lunga serie di anni l'Italia -rimase come se non vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi -d'Ildebrando. Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In quel -tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, sacerdoti anche -gli uomini che avevano moglie, e permetteva loro di convivere con -essa. Non però ammetteva al sacerdozio coloro che fossero passati -a seconde nozze, ovvero avessero presa per moglie una vedova. Non -si proibiva poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove -nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle funzioni -sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che tale fosse il -patrio rito sino dai tempi di Sant'Ambrogio, il quale, come nella -forma del battesimo e in altra parte della liturgia aveva adottata -la pratica della chiesa greca, così ne avesse accettata anche la -disciplina, che accorda il matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione -è stata contrastata con molta erudizione dal nostro Puricelli in una -sua dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio -permesso il matrimonio ai sacerdoti[214]. Citavano allora i nostri -ecclesiastici un testo del santo nel suo primo libro[215] _de officiis -ministrorum_, con queste parole:[216] _De monogamia sacerdotum quid -loquar? quum una tantum permittitur copula, et non repetita; et haec -lex est non iterare conjugium_[217]. Ma questo passo ora si legge -così:[218] _De castimonia autem quid loquar, quando una tantum nec -repetita permittitur copula. Et in ipso ergo conjugio lex est non -iterare conjugium_[219]. Non consta nemmeno che gl'impugnatori del -matrimonio de' sacerdoti allora accusassero di mala fede i nostri -sacerdoti, che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza; -anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la seguente fosse -dottrina di sant'Ambrogio:[220]_ Virtutum autem magister apostolus -est, qui cum patientia redarguendos docet et contradicentes, qui unius -uxoris virum praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, nam -hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali castimonia fruatur -absolutionis suae gratia; nulla enim culpa conjugii, sed lex. Ideo -Apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris -vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, teneatur ad legem -sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem -non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis_[221]. -Questo passo del santo dottore ora si legge così:[222] _Virtutum -autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos doceat -contradicentes; qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quo exortem -excludat conjugii (nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali -castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum ut filios -in sacerdotio creare apostolica invitetur auctoritate, habentem enim -dixit filios, non facientem, neque conjugium iterare_[223]. Il testo -odierno è precisamente contrario a quello che allora si allegava in -pubblico, senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e gli -scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero ambrosiano, che -faceva professione di conservare i particolari instituti di quel santo -vescovo. In seguito a ciò, leggesi anche presentemente il passo in -questi termini:[224] _Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine -crimine est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii suscipiendi: -qui autem iteravit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, -sed praerogativa exuitur sacerdotis_[225]. Cresce anche al di più la -difficoltà sul testo del santo dottore, osservando come poco dopo, a -tal proposito, presentemente leggesi:[226] _Patres in concilio Nicaeno -tractatus addidisse, neque clericum quemdam debere esse qui secunda -conjugia sortitus sit_; il che non si sa come spiegarlo, poichè ne' -venti canoni del concilio Niceno nessuna menzione si fa de' cherici -bigami; ne è presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli -atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era celebrato -appena settantun'anni prima del tempo in cui egli scriveva quelle -parole; meno poi che allegasse l'autorità di quella celebre unione -di trecento diciotto vescovi sopra un argomento di cui il concilio -non avesse trattato. Il testo del santo padre allora era diverso da -quello d'oggidì; quale sia la genuina lezione a me non appartiene -il deciderlo[227]. I nostri ecclesiastici allora interpretavano -letteralmente i testi di san Paolo:[228] _Bonum est homini mulierem -non tangere; propter fornicationem autem unusquisque suam uxorem -habeat_; e l'altro:[229] _Oportet ergo episcopum irreprehensibilem -esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, etc._ Questa opinione, -che attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio -de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di Dazio, riferita -da Galvaneo Fiamma:[230] _In synodo Damasi Primi, centum quadraginta -episcoporum, celebrata in Costantinopoli, ubi beatus interfuit -Ambrosius, gravissima dissensio exorta et inter sacerdotes uxoratos -ex una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex altera, qui -sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes uxoratos salvari non posse. -Summus pontifex hanc quaestionem commisit beato Ambrosio, qui sic ait: -Perfectio vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum -illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum, etc. Ideo -lex concedit sacerdotes semel virginem uxorem ducere, sed conjugium -non iterare. Si autem, mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit, -sacerdotium amittit._ Questa opinione durava ancora al principio del -secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il quale, descritta -che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, aggiugne:[231] _Iis -omnibus benedicens beatus Ambrosius, una uxore uti posse concessit, qua -defuncta et ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo duravit -annis septingentis usque ad tempora Alexandri papae, quem civitas -Mediolani genuerat._ E anche un secolo dopo così credevasi; di che ci -fanno testimonianza le seguenti parole del Corio, e _concesse loro[232] -che potessero avere moglie vergine, la quale morendo, restassero poi -vedovi, come chiaramente si legge nella prima a Timoteo_; parole che -trovansi nelle prime edizioni di Milano 1503, e di Venezia 1565, ma che -si tralasciarono nelle posteriori ristampe. Quantunque questa opinione -di sant'Ambrogio sia considerata erronea; e la pratica di ammettere al -sacramento dell'ordine le persone che avevano già il sacramento del -matrimonio, si risguardi come un abuso introdottosi posteriormente; -egli è però certo che i sacerdoti che vivevano nel 1056 erano nati ed -allevati con questo costume e con questa opinione che il matrimonio -fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento anni, tale -fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte Giulini, che pure -è poco amico di que' nostri ecclesiastici così egli: _Non era così -antico, a mio credere, come quello della simonia, nella nostra città -l'altro abuso del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io -trovato qualche indizio che nel secolo decimo_[233]. - -Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica che -permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone loro l'obbligo -del celibato, io tacerei per riverenza verso della Chiesa, che ha -stabilito generalmente il secondo. Ma tutto bene esaminato, parmi -che il celibato sia lo stato più conveniente ed opportuno agli -ecclesiastici; perchè meno legami gli attaccano alle brighe della -società; più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del santo -loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi negli -studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, e possono interamente -consacrarsi al bene degli uomini; i beneficii ecclesiastici possono -essere ripartiti ai poveri, senza che i sentimenti della natura verso i -figli allontanino il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli -degli ecclesiastici che vivono co' beni della Chiesa, contraggono -con una educazione civile i bisogni ai quali totalmente viene a -mancare la base colla morte del padre, e corre pericolo la società -di avere pessimi cittadini, a meno che le cariche ecclesiastiche non -diventassero feudi transitorii ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi -persuaderebbe in favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti -per servire al ministero dell'altare, anche allorquando si disputasse -se convenga non ammettere se non uomini che siano determinati a questo -genere di vita, giudicato più perfetto, e più dal popolo riverito. Ma -questo non mi induce però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese -di que' tempi _concubinari_, siccome in questi ultimi tempi sogliono -fare alcuni; poichè essi nè difendevano il concubinato, nè generalmente -erano accusati di questo; e nemmeno li chiamerò _incontinenti, eretici, -scismatici, nicolaiti_, voci adoperate per un male inteso zelo, poichè -nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La questione è stata -unicamente per la disciplina del celibato, che da noi non si credeva -una condizione essenziale per il sacerdozio. Posto così lo stato della -questione nel suo vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando -abbia incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa. - -Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, nel -concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico, fatta la -legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo da Baggio, -ordinario cardinale della santa chiesa milanese, uomo di merito e -di nascita distinta, e che godeva in Milano, sua patria, moltissima -considerazione, fu il primo che cominciasse da noi a disapprovare il -matrimonio degli ecclesiastici[234]. Sappiamo che gli ecclesiastici -erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente. I -discorsi di Anselmo stavano per cagionare dei torbidi nella città, -dove le inimicizie fra i nobili e i plebei erano sopite, piuttosto -che spente; e i popolari, prontissimi a cogliere l'occasione di -umiliare gli ottimati. L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che -l'imperatore Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal -mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il più -saggio e il più mite) credette di avere allontanato il pericolo -di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi fu sempre ligio -d'Ildebrando; con esso venne in Milano, siccome vedremo in seguito; -e non dimenticò mai l'oggetto di sottomettere l'arcivescovo alla -giurisdizione romana, finchè fu innalzato al sommo pontificato per -opera d'Ildebrando, col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo di -essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente -Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella autorità, non perciò -mancarono altri che decisamente cercarono di animare il popolo contro -degli ecclesiastici. Tre uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e -Nazaro: Arialdo era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era -cherico, se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non era in -modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico Arnolfo. Nazaro -era uno zecchiere assai ricco, _de' quali due compagni di Arialdo, uno -con l'autorità, l'altro col danaro diede molto vigore al partito de' -buoni_, dice il conte Giulini[235]. Convien credere che appunto questo -fosse il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poichè di lui -in nulla si fa menzione, nè io più lo nominerò. I due che figurarono -furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due partiti nell'asserire -che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; discordano sulla famiglia -di Arialdo, gli uni volendola plebea, e gli altri al contrario. -Arnolfo, che viveva in que' tempi, così comincia il racconto di questa -dissenzione:[236] _Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum -invasit clerum.... cujus initium et seriem, quum res nostris adhuc -versetur in oculis, prout possumus enarremus..... Quidam igitur ex -Decumanis, nomine Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus -deliciis, multisque cumulatus honoribus, dum litterarum vacaret studio, -severissimus est divinae legis factus interpres, dura exercens in -clericos solos judicia. Qui quum modicae foret auctoritatis, humiliter -utpote natus, praevidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem, -et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. Landulphus vero, -quum esset expeditioris linguae ac vocis, nimiusque favoris amator, -repente dux verbi efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae, -praedicationis officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis gradibus -alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat cervicibus, quum Christi -suave est, et ejus leve sit onus_[237]. Landolfo adunque dai privati -discorsi passò ai pubblici, e lo storico istesso ci ha trasmessa la -prima parlata con cui eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici, -ed a saccheggiare le case loro. Ella è la seguente:[238] _Carissimi -seniores, conceptum in corde sermonem ultra ritenere non valeo. Nolite, -domini mei, nolite adolescentis et imperiti verba contemnere; revelat -enim saepe Deus minori, quod denegal majori. Dicite mihi: creditis in -Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. Et adjecit. Munite -frontes signo Crucis. Et factum est. Post haec, ait. Condelector -vestrae devotioni, compatior tamen imminenti magnae perditioni. -Multis enim retro temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator. -Diu est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; pro -luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam caeci sunt duces -vestri. Sed numquid potest caecus caecum ducere? nonne ambo in foveam -cadunt? Abundant enim stupra multimoda; haereris quoque simoniaca in -sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum ministris, qui, quum -nicolaitae sint et simoniaci, merito debent abjici, a quibus si salutem -a Salvatore speratis, deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes -officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, eorumque -basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, ipsis amodo reprobatis, bona -eorum publicentur. Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint -in urbe vel extra_[239]. Gli editori della raccolta _Rerum Italicarum_ -credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza dello storico, -e che unicamente Landolfo, parlando al popolo, acremente declamasse -contro il matrimonio dei preti:[240] _acriter intonuisse_[241]: ma -non producono alcuna ragione. La storia ci fa vedere che in seguito -il popolo saccheggiò le case degli ecclesiastici, e se crediamo a -questo autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le cose:[242] -_Quum res nostris adhuc versetur in oculis_, si vede che erano -vaghe e generali le accuse per eccitare il popolo contro del corpo -ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, altro nostro scrittore di quei -tempi, così più in breve ci descrive l'origine della dissenzione:[243] -_Arialdus, cujusdam superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam -scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante Guidonem, adstantibus -sacerdotibus hujus urbis multis, et partim quia urbani sacerdotes, -forenses togatos urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias -civiles illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, per -omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes ab uxoribus, -populi virtutem sollicitando, removeret_. Il conte Giulini a -questo passo aggiugne: «Quanto al delitto che gli appone il maligno -scrittore, si scuopre questa per una mera calunnia, osservando che -Arnolfo, storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne -dice. Oltrechè, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato Landolfo -di spiegarne meglio le circostanze per renderlo credibile. Ma anche -senza badare a ciò, la santità di quel buon servo di Dio in tutto -il resto della sua vita lo difende abbastanza da tale manifesta -impostura[244]». I due nostri scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore -sono i soli che abbiamo di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e -forse partecipi delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per -queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che ne furono la -cagione. È naturale altresì il supporre che essi fossero affezionati -alla disciplina che avevano trovata in uso presso de' loro padri; e -questo basterà perchè non venga loro prestata ciecamente credenza nel -male che dicono di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato -unicamente di ripristinare o dilatare la disciplina del celibato anche -nella chiesa milanese, e non ammettere agli ordini sacri in avvenire -se non coloro che si obbligassero alla vita celibe, la questione -si sarebbe potuta discutere pacificamente; ma volendosi rimovere -dall'altare i sacerdoti ammogliati, ognuno vede in quale angustia -venivano riposti e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo -migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci ai fatti -non contrastati, e non far caso delle declamazioni. - -Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro partito, -evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, radunò sulla piazza -un buon numero di popolo; e alla testa della moltitudine entrato -nella chiesa, mentre i sacerdoti celebravano i divini uffici, -violentemente scacciolli tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i -canti e ripostigli; poscia dispose un editto in cui si comandava il -celibato, e costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si -saccheggiarono le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono. -Arnolfo così lo racconta:[245] _Die una solemni ad ecclesiam veniens_, -parla di Arialdo, _cum turbis a foro, psallentes omnes violenter -projecti a choro, insequens per angulus et diversoria; deinde -providet callide scribi Pytacium de castitate servanda, neglecto -canone, mundanis extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines -ambrosianae diocesis inviti subscribunt, angariante ipso cum laicis. -Interim praedones civitatis, praeter aedes aliquos in urbe dirutas, -lustrabant parochiam, domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes -substantiam._ Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così riflette: -_Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici viziosi -ed ostinati i quali non volevano cangiar vita, venissero castigati -anche col braccio secolare. Egli è ben vero che i rimedi violenti -non vanno per l'ordinario disgiunti da qualche disordine: ma pure -talora sono necessari_[246]; il che suppone che quegli ecclesiastici -fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio fosse -della classe di quelli che sono sottoposti al braccio secolare; che -Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità; che legittimamente -lo costituisse vindice della disciplina; e finalmente che il modo -per esercitare questa magistratura fosse legale, movendo la plebe -a tumulto, profanando l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i -ministri: cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo -a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati tutti i mezzi -possibili per guadagnarsi Arialdo e Landolfo[247], Guidone arcivescovo -doveva ricorrere al mezzo che i sacri canoni proponevano, cioè alla -convocazione d'un concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei -ed ascoltate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la -questione, si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse -alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo. Ma siccome -il furore dei partiti rendeva troppo pericoloso il soggiorno di Milano, -venne radunato il sinodo in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono -avvisati Arialdo e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre -la loro dottrina e le querele contro del clero. Ma nè Arialdo, nè -Landolfo vollero presentarvisi[248], e quindi vennero da quel sinodo -scomunicati[249]. Questa scomunica sconcertò i disegni di Arialdo e del -compagno Landolfo. La storia c'insegna quanto obbrobriosa e precaria -fosse in que' tempi l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato -pronunziato l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a -Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne accolto con -molta onorificenza[250]. Landolfo aveva presa la strada medesima, e -le insidie che trovò nelle vicinanze di Piacenza fecero che ritornasse -ferito in Milano[251]. Allora sembrava ritornata la quiete nella città. - -Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome dissi, di questa -rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio -di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito -contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine -era di sottomettere alla giurisdizione di Roma la Chiesa milanese: -mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache -e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale -non era più possibile lo restituire l'antica libertà, toltale dal -potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco -il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novità[252]. -L'arrivo de' due legati, che operavano in nome del sommo pontefice -Stefano X, risvegliò più che mai le fazioni. _La discordia era -cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì da un partito -che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati, -temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini -potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili -tutte le sue operazioni;_ così il conte Giulini[253]; al che aggiugne -questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci -narra il fatto, essendo nemico de' legati, è sospetto di parzialità. -_Si dee credere che la loro condotta sarà stata molto più regolare di -quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno -giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e -dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche -onesto accomodamento._ L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana -era allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter dal papa -che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che è il -più antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un -nuovo canto[254]. I due legati partirono, lasciando la città immersa -più che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri -gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò:[255] -_Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta -prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur, -super nos accendis?_[256] Da altro ecclesiastico distinto era stato -così ripreso:[257] _Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti -commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso -viro prius multis cum jejuntis debuisses consiliari_[258]. La voce -_patalia_ era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e -discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni -riprovabili chiamavansi _patalini_, _patarini_ o _catari_, come oggidì -chiamansi _novatori_. Così i due partiti, protestando ciascuno di -sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di -prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda coi nomi di _nicolaiti_ e -di _patarini_. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano, -anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito -dalla sentenza dei legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati -ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili, -non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi -dalla città, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre:[259] _Ast -nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia -ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae -calamitati finem imponerent, tempus expectabant_[260]. Abbandonati così -gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed -è facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso -di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora, -e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era -forte:[261] _Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra -libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem -in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis -concordiam optabant_[262]. - -La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando -aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per -assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato -l'ostacolo de' nobili e de' fautori del clero, ancora capace di -sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano) -prontamente se ne partirono condannando, siccome dissi, l'arcivescovo, -ora la venuta de' legati doveva essere più sicura ad eseguirsi. Ciò -non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando. -Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo -di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito), e gli assegnò -per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto -col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno -1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli -interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier -Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano -trascegliere due legati più opportuni per ottenere l'intento. Il -primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a parenti ed a clientele; -l'altro, eloquente, dotto e d'una pietà celebratissima. Non perciò fu -la cosa senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle -lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando:[263] -_Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere -ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi, -vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis -indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit -libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit, -Ecclesiae sit subjecta!_[264] così scriveva il vescovo d'Ostia. Questa -fazione naturalmente sarà nata, perchè il partito medesimo della plebe -secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla -depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla; -ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per -assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il -vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al -nostro metropolitano, il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi -dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si -posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze -ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione; -furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col -favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di -porvi il loro nome. Così di san Pier Damiano scrive il Calchi:[265] -_Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus -archiepiscopo nostro praefere: sed populus in propria dioecesi temerari -ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa -facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et -quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro -magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione -data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et -rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges -inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent, -archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine ni -obsequerentur, effecit_[266]. Queste pene, delle quali fu dispensatore -san Pier Damiano, furono dati ai simoniaci; poichè, per un abuso assai -antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che ii consacrava, -e davano per essere suddiaconi[267] _duodecim nummos_, diciotto per -essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato[268]: sul qual -proposito così scrive il conte Giulini: «A coloro che avevano pagato -la solita tassa già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano -che ciò fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual -tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua, -e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cioè quella avanti -il Natale, e quella avanti Pasqua, ec.[269]». Questa sommissione -poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare:[270] -_O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius -sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere -culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc -procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo. -Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe -non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in -posterum subjectum Romae Mediolanum._ Così Arnolfo, che viveva in que' -tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiunge: -«Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano -che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano -in un grandissimo errore. Egli è ben vero che prima la chiesa romana -non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto -l'esercilò dipoi; ma ciò fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non -nascessero in avvenire i disordini che già eran nati dianzi: onde -questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato -storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa -ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera -libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e maggiore quiete e -felicità[271]». Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii -assoggettato, che dal sommo pontefice Nicolò II venne chiamato a -Roma per intervenire ad un sinodo:[272] _Ecce metropolitanus vester, -prae solito, romanam vocatur ad synodum_, dice Arnolfo, continuando -l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice: -«Anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perchè -non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse -l'arcivescovo di Milano ai concilii[273]». Il dotto conte Giulini, -che per altro non tralascia di esporre le più minute circostanze nei -fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza è solito di porre -in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun -fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione -romana la chiesa milanese; nè ha nominato alcuno arcivescovo che siasi -portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato -cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire -uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti, -dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non -vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri che egli fa ad -Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato -dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire -portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza -al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato -così: «Non può negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse -molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso -della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu -che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi -si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza -al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai -praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello, quando -il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano. -Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste, -così fu giusto che l'arcivescovo le accordasse[274].» - -I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente -sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata -la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli -ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi -fosse dimenticata la questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061) -Qualche riposo ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in -cui morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando fu -innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio, -che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico -nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità nominando Ildebrando, così -parla di lui:[275] _Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci -factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini -ingenii non mediocrem sacram litterarum eruditionem junxerat; et -statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et -cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter -sacerdotes obtinuit_[276]. Maggiore accortezza non poteva certamente -adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare -papa un milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e -prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea -giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse -una lettera[277] _Omnibus Mediolanensibus clero, et populo_, nella -quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva:[278] _Speramus -autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii -tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium -luxuria cum caeteris haeresibus confundetur_. Questo fu un avviso -che precorse le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la -tranquillità dei quali da due anni goduta si può attribuire anche -alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo -veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli dopo di avere -perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo -lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola -peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia:[279] _Quum -vero placuit Altissimo, qui renes scrutator et corda, ille qui alienam -diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius -aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur -officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente -Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos -accusare videamur, de illio penitus taceamus_[280]. San Pier Damiano -gli ricordò di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere -l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto -popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla -lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue -epistole, ed è diretta:[281] _Landulfo, clerico et senatorii generis, -et peritiae litteralis, nitore copiscuo_. Landolfo non si fece monaco. -Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco, -e occupandosi, come fece, in Milano[282]. Il cardinale Baronio lo -ascrive nel catalogo de' santi. La Chiesa però non rende verun culto a -Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un -libero soggetto di esame. - -Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici in -Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in moto. In fatti la malattia -e la morte dell'accreditato Landolfo avevano calmata la fazione -contraria al matrimonio de' preti. Un fratello del morto Landolfo -trovavasi a Roma: il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e -portato per il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò -a tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi -suoi concittadini, gli aveva chiamati[283] _Vos autem, dilectissimi, -membra mea, viscera animae meae_[284], armò solennemente campione -della santa chiesa romana Erlembaldo; gli consegnò un vessillo in -un concistoro; gl'impose che si portasse a Milano, che si unisse con -Arialdo, e che combattesse sino allo spargimento del sangue[285]. Venne -a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono le fazioni, -e il papa contemporaneamente spedì un ordine che nessuno potesse -ascoltare la messa di un prete ammogliato, _la qual proibizione_, -dice il conte Giulini, _dee singolarmente notarsi, perchè cagionò i -più gravi rumori in questa città_[286]. (1063) Questo avvenne l'anno -1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con tali -aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere generalmente -tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando dopo la festa -dell'Ascensione ne' giorni nei quali, secondo l'antichissimo nostro -rito, si fanno le processioni e il digiuno, che chiamiamo le Litanie -e le Rogazioni:[287] _Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel -discipulorum institutione traditum; ab antiquis tantum idolorum -cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in honorem Bacchi, -Cererisque solebant_; così il nostro Tristano Calchi ci riferisce -aver sostenuto Arialdo[288], che quel digiuno e quelle pie processioni -non fossero cristiane, ma un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque -biasimando quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene -e rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi se a -tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse contro di -lui. La morale severa predicata concilia partito, perchè si crede -santa, e perchè ognuno ama che generalmente gli uomini la pratichino; -chi predica il contrario, perde la stima e viene riguardato come un -seduttore pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe fautori; -declamando contro il digiuno, rimase in preda al furore del popolo, -dal quale fu ridotto a mal partito, e tale, che non si sarebbe salvato, -se non fosse opportunamente accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale -predicava Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova. -Ivi corse il popolo con furore. «Mal per lui, dice il conte Giulini, se -si fosse trovato colà, che il furor del popolo non gli avrebbe lasciata -la vita, e male per que' santi edifizi, se non accorreva prontamente -sant'Erlembaldo con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga -gli ammutinati, e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che l'era -stato rapito[289]». Nè questo avvenimento rallentò punto l'ardore di -Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella chiesa un sacerdote che -cominciava la messa, e sapendosi che aveva moglie, si credè lecito -di strappargli i paramenti d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per -lo che il popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne -d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi[290]. Di questi fatti ne -era continuamente informato il cardinale Ildebrando, che era l'arbitro -sotto un papa creato da lui, e da Roma riceveva Erlembaldo[291] _sæpe -numero legationes_, e lettere[292] _apostolicis prænotatas sigillis_, -come ci assicura Arnolfo[293]. Ma questi due contrari moti del popolo -nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel qual tempo Erlembaldo -portossi a Roma[294]. - -(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione -all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066; quando, giunto in -Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone le bolle della scomunica -pronunziata dal papa. L'arcivescovo colse l'opportunità del vicino -giorno solenne della Pentecoste, e poichè radunato fu gran numero di -gente nella chiesa vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; e -con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria che -si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò nel tempio del -Dio della mansuetudine. Si venne ad una zuffa ai piedi dell'altare. -Arialdo, che era nella chiesa, venne assalito, percosso, e rimase a -terra creduto morto. L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze, -e la scena terminò colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo -pronunziò sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii, -sintanto che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio -pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte a chi -ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava l'interdetto. -Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono fuori della città, ed -Arialdo fu preso e ucciso al lago Maggiore, e così nel 1066 terminò -la sua predicazione; da martire secondo alcuni, appoggiati al fatto -di Alessandro II, il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel -numero de' santi[295]; e con fama diversa secondo altri, i quali, -vedendo che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano -quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore, che rimase -isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi lunghi e minuti -che presentemente si fanno precedere. Questo nuovo colpo ammorzò per -alcuni altri mesi il furor di partito. - -Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per tante -difficoltà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base del suo -carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile era accesa. -Un partito si era creato; si era rianimato con più mezzi; s'erano -riparati i colpi che pareva lo dovessero distruggere per sempre: ma -non per questo si era sottomessa la chiesa milanese se non per un -momento. I preti ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio. -L'arcivescovo Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica, -nè il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. I nobili -stavansene fuori d'una città abbandonata al furore de' partiti; -potevano rientrare questi conducendo armati. Il re Enrico s'andava -accostando all'età di regnare; poteva quel principe, con una discesa -in Italia, distruggere il frutto del sangue sparso, dei saccheggi, -dei tumulti. Conveniva perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile -sommissione per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile vi -stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per la forzata -umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando colla forza -tenesse costantemente depresso il ceto dei nostri ecclesiastici. Era -necessario di collocare sulla sede metropolitana un arcivescovo, il -quale dovesse pienamente questo beneficio a Roma, e le fosse suddito -per animo e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale -Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò nella patria -l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva a deporre l'arcivescovo -Guidone, cominciò a serpeggiare. Guidone già da ventiquattro anni -reggeva la chiesa milanese: stanco di vivere fra torbidi e pericoli -continui, indebolito dagli anni, bramoso di godere il restante della -vita in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza del -partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, cardinale ordinario -della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò l'arcivescovato. Non era -questi il soggetto che piacesse ad Erlembaldo. Quindi col ferro, col -fuoco, colla devastazione de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si -oppose al nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non potè conseguire mai -la possessione nè della carica, nè delle entrate. Guidone pensò allora -a ripigliare la dimessa dignità, poichè non si voleva che Gotofredo ne -fosse rivestito. Guidone credette alla fede di Erlembaldo; si collocò -incautamente con lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a -Milano. Ma quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne -custodito[296] sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone all'eroe -del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. Egli fu bensì -tradito, ma non tradì mai: promise una fedeltà al papa, che non gli -mantenne, è vero, ma in questo io ravviso piuttosto l'uomo debole, -che il politico astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di -sedare il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata; -non fece che la guerra difensiva: insomma non parmi un uomo meritevole -di quella taccia. Il buon criterio del conte Giulini si conosce nella -giudiziosa critica che generalmente esercita; ma conviene accordare che -nell'esposizione di questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser -parziale. - -L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette anni, dopo la -rinunzia fattane da Guidone: perchè Gotofredo non potè mai farne le -funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo, -di propria autorità, pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a -questo grado un giovane chiamato Attone.[297] _Herlembaldus_, dice -Landolfo Seniore, _producens quemdam Attonem, sibique consentientem, -coram omni multitudine, ore suo inclito elegit. Hoc videns majorum -et minorum multitudo tam suorum quam adversarium, quae noviter -fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio, -Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis, -archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit_: su di che veggasi il -conte Giulini[298]. Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in -cui dichiarò scomunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione -di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di -quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano, -e nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò più -che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano -sulla città. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di -Gregorio VII. Egli non acquistò influenza maggiore di quella che in -prima aveva da più anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente -scomunicò l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato -dai suffraganei; animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo -per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano -l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di -mezzo ai sacri ministri, gittò a terra il Sacro Crisma, col motivo che -fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico[299]. In mezzo a -questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente, vedendo i mali -giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro -patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come -dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente -in città, conducendo una buona scorta de' loro vassalli armati, per -discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo _armato di tutto punto sopra d'un -generoso destriero_[300], preso il vessillo romano, si pose alla testa -della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul -campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto meglio -è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo[301]:[302] _Eadem hora, -post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos -Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In -crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum -denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum; -absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata, -reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet -schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa -radice pullulando protensi_. Pochi anni dopo Urbano II _riconobbe -Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente le sue reliquie_[303]. -La Chiesa però non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui può -liberamente la critica esaminare il merito e la virtù. - -Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento; -si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli -sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo -di Milano. Qualche leggiero distacco n'era già seguito in prima. -Pavia, già fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei -vescovo, come vescovo della città dominante, si era reso indipendente -dal metropolitano[304]; indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata -la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di -Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta -all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza[305]. -Così la dignità del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente, -per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da -Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora era -imperatore, per quei mezzi istessi pei quali se li ribellò Corrado -II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente, e quasi per -stanchezza di resistere, dopo trentatre anni di guerra, si rese -soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario -del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con -quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli -arcivescovi di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero:[306] -_Reverendissimo et sanctissimo confratri_, ma dirò che Urbano II, nel -1093, scriveva:[307] _Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum -praecepti nostri tenorem..... facias_[308]. Vero è che non per ciò -immediatamente la creazione dell'arcivescovo potè appropriarsela il -papa; per qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma -i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; e -l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse -consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia -e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo -non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In -appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma -per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla -giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano -stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi -si posero ad accordare delle indulgenze; e la più antica che ne ha -ritrovata il conte Giulini è dell'anno 1099[309]. In séguito Genova -venne sottratta all'arcivescovo e creata arcivescovato; Bobbio fu -staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente -furono la maggior parte de' vescovi suffraganei o dichiarati dipendenti -immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre -chiese arcivescovili. Così la gran mole della chiesa ambrosiana venne -a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente -sommessa alla giurisdizione romana. - -Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna -memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione -di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile -che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poichè vide -piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto -irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno. -Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente -al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi -che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta -o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza -condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra -confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano, -pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: _Gloria dei -santi milanesi_. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine -sembrò essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e -di prescrivere una più santa disciplina al clero. In quel concilio si -pronunzia l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli -ecclesiastici non si parla:[310] _Sicut a sanctis patribus stactutum -legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum -beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia -volumus_; così leggesi in quegli atti. Delle due riforme la più facile -certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti; -anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le -ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficoltà per abolirlo. O -dunque questa legge contro la simonia è stata allora fatta, dappoichè -in pratica erasi abolita la tassa unicamente per avvalorare sempre -più la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione -uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne -la perpetua osservanza, se già si era ciò ottenuto: ovvero la legge -contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente; -ed allora dovremmo supporre essersi disimpegnato senza strepito alcuno -l'oggetto intralciatissimo dei matrimonii, prima che si abolisse una -tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun -pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente -sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi -pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare -una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra -di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al -celibato degli ecclesiastici; quella cioè con cui si proibisce che -nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima -non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge -s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare -i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo:[311] _Statuimus -etiam juxta sanctorum patrum instituta et primitivae ecclesiae -formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi, -abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus -sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei -clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus._ -Mi pare ancora più chiaramente provato che per allora si lasciavano -al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro -canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo -passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti -dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse -nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire -tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa -vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era -pericolo che continuassero i beneficii per eredità:[312] _Et quia -nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per -paternam successionem...... archidiaconatum, vel archipresbyteratum, -cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia -pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu -praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda -cupiditate ductus, ecclesiam ulterius possidere tentaverit, et -haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam -vocem; quousque resipiscat, anathematis vinculo subjaceat._ Così quel -sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale -che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de' sacerdoti -dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii. -Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace -i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche -da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date -solamente ai celibi. Di fatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza -Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritrovasi in quell'archivio, -in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo -signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi, conosciuto -per le erudite sue dissertazioni sulle antichità monzesi), ordina -che se gli celebri l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui -erede[313]_persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis -et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali -meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus -et decumanis binos denarios_: e poi più sotto vi si legge:[314] _Si -vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit -in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis -habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem._ Le quali parole -sembrano assai concludentemente provare che sino alla metà del secolo -duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini -sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della -chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cessò di perseguitare il -matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si -dilatò la legge del celibato. - -Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una -serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilegi, -profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando, -che tutto architettò e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere -dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il -sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando -da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto -che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora, -manomessa dai Goti, dai Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa -come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali, -ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare -la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle -un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare -l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era -opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della -Lombardia era principalmente collocata nei vescovi: sottomessi questi, -era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli è giusto -e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione -vivente, che ha un diritto attuale di esistere bene, colla speranza -incerta di procurare la tranquillità alle generazioni che nasceranno? -È egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse -sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto -parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai -esaminate bene simili questioni. - - - - -CAPITOLO VI. - - _Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico - I._ - - -Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si -intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di -Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza -dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non -solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni, -ma si arrogavano la facoltà di farsi degli alleati, di mover guerre, -e così fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un -pubblicista cercherà con qual diritto così pretendesse di operare una -città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano -allora la forza, come ne' secoli precedenti ella era mancata a questi -popoli a fronte de' Longobardi, de' Franchi e dei Sassoni; e che in -que' secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci -e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però -Milano si reggesse da sè, una apparente dipendenza del sovrano si -conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le -monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno -anche oggidì le città libere dell'Impero[315]. Oltre all'onore di -porre il nome nelle monete, egli è certo altresì che l'anno 1075 -i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un -arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo, -siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo -non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo -ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle -percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il -papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nominò per -arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale -cappella. Gregorio VII gli comandò che non ardisse di farsi ordinare -se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e -Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando -loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato -solennemente, e posto nel suo ufficio, poichè Erlembaldo era stato -ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò -insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione:[316] _Thealdum -dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita -haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se -extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio, -et olim jam factum anathema super ipsos innovamus_[317]. Più volte fu -ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni di Tealdo vennero -sospese. Ildebrando ebbe una superiorità senza esempio quando vide il -re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio -del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi, -e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena -nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece incoronare papa -appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacciò Ildebrando, -che, rifuggiatosi in Salerno, poco dopo terminò la sua vita. A questa -impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in -soccorso di Enrico. - -(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico -fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il -partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La -famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di -Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei -fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa -lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo -di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093). -Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non -fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine, -consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e -ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde, -dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie, -abusando della religione.... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo -il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè -in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa -Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo -nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano -elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale -dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare -il suo ministero senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico -nè dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e -resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della -repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo godeva, per -l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i -nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì -conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma -non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare -fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo -undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica -milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una -sovranità che rappresentava tutto il popolo[318], e si vennero ad -abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo -senato persino i decreti sinodali, acciocchè venissero confermati -coll'acclamazione[319] _fiat, fiat_, quando piacevano. In fatti nel -1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati, -perchè si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del -Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero -eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanto la loro -dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo -è però che monete nè di Corrado nè col nome della Repubblica non ve -ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono -sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica -si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo -sappiamo che il numero de' consoli era diciotto, e talvolta anche -maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio, -sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari -di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza -del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti -dalle tre classi di cittadini, cioè dai _capitani_, i quali erano i -nobili del primo ordine, dai _valvassori_, che erano nobili bensì, ma -di minore autorità, e dai _cittadini_, che erano come il terzo ordine. -Il numero dei consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle -altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili[320], -non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne' -comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora, -poichè la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città; -e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli -Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del _Seprio_, i conti -della _Martesana_ e altri distretti, che avevano un governo parziale -e i loro consoli[321]; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle -diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del -ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la -costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo. -L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui -nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione -alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati[322]. -Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e -riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il -Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime:[323] _Papienses -et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium -quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae -auctoritate contraria; cum illi cives juraverent sibi servare se et sua -contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum_; dal che pare -che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo, -tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza -all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati, -o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de' -contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre il nome -dell'imperatore o re d'Italia: _Regnante Domino nostro_, il tale. Al -principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una -parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi, -a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'impero. - -Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di -carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignità -al papa, cui era nella più esatta maniera sommesso; e quantunque -l'autorità politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò -non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e -per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque -a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo -lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si -portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era già in potere dei -cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla pietà -dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo -storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo -da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre pericolo nel -raccontarla, cioè la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole -dello storico:[324] _Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus, -quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis -partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio -praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et -cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujusprudentis -viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et -castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja, -Ultreja cantaverunt_[325]. Questa canzone latina inventata allora -aveva la frequente esclamazione _Ultreja_, che il conte Giulini crede, -assai verisimilmente, essere un composto di _Eja! Ultra!_ come sarebbe -_animo! avanti!_ eccitandosi così la gioventù lombarda a prendere le -armi e passare nell'Asia[326]. Che questa crociata milanese, avendo -alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria -e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì, -sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è -difficile il definirlo, tanto sono discordi gli scrittori. Orderico -Vitale, scrittore di quei tempi, ci racconta che questo esercito -si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia verso _Gandras_ fu -malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli; -ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo _Gandras_. -Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava, -ci lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai -Saraceni sotto _Danisma_; ma nemmeno _Danisma_ si trova in nessuna -carta geografica. L'abate Uspergense invece c'insegna che la battaglia -seguì:[327] _contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria_; ma -nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la patria de' -Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, è nei contorni delle -paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del -Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia -cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo -Tirio, che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di -Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo -di Milano Anselmo, nè delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo -morì in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica -la malattia; ei morì di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio -ce lo qualifica Landolfo il Giovine per un povero uomo, semplice, -timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito:[328] _ad vocem -hujus prudentis viri_. Probabilmente a queste disposizioni del di lui -animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo prelato, se -per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi -per combattere gli infedeli; poichè si vide affaticato da un assai -lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli dei quali ignorava il -costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani -incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare -mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza -aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e -che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi -rimasti, cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla. -Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di -quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche. - -Nel principio appunto del secolo duodecimo lo storico nostro Landolfo -Juniore, che è il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto -prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e -singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulità nei posteri. -Sinora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto -è il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando -l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di -Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la -chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano -ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito -il pallio, che il portatore, tenendo a guisa di stendardo, in cima -del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il -Giovine: _heccum la stola, heccum la stola_[329]; dal che vedesi che -anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggidì si parla. -Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di -Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo, -poichè ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la -giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII -prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e -nella bolla gli scrisse:[330] _Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro -Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti, -quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si persevereraveris -in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est, -sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis -suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae -est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum -gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem_; e poi -dopo lo chiama[331] _martyr Christi_[332]. Il prete Liprando era -titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa -bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò -nacquero dei dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese -il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente -l'arcivescovo di simonia,[333] _per munus a manu, per munus a lingua, -per munus ab ubsequio_[334]. La disputa andò tanto avanti, che -vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e[335] _Grossolani -turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii -clericum lapide occidit_[336]. Fu perciò costretto l'arcivescovo -Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse -legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando -si esibì di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del -fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con -avidità questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo -maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo generalmente -eccitò l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di -apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che -dirò. Distribuì il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che -possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e -dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero -lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinità. -Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il -miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con -tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due giorni; -poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la -croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cantò la messa -all'altar maggiore in faccia all'arcivescovo, che si era collocato -sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno -naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno, -nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda,[337] _ante introitum -missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini -peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam_[338]. Comunque -sia di ciò, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete -sospeso dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poichè la -messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con tre parole -convincerò quest'uomo; indi, rivolto al prete: Hai asserito, gli disse, -che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia -la persona a cui io abbia donato. Il prete si collocò sopra un sasso -elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: Vedete, disse al -popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col -loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel -danaro istesso che il diavolo gli suggerì di adoprare per comprarsi -l'arcivescovato, possono aver occultata la verità e togliermi i -testimonii; e per ciò ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna. -Il dialogo continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo -di vedere questo prodigio, si udì gridare perchè venisse al cimento -il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo -giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balzò dal sasso e si portò -co' suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale -erano disposte due cataste di legna di quercia, ciascuna delle quali -era lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente -larghi, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel -viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto, -per renderne più lento e difficile il passaggio. Poichè il prete e -l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo -per la cappa e disse:[339] _Iste Grossulanus, qui est sub ista cappa, -et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani_[340]. -Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, montò a cavallo, -e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva -frattanto il prete, acciocchè ei non passasse, sin tanto che il fuoco -non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe -offesa la mano. Allora dissegli: Prete Liprando, mira la tua morte, -piegati all'arcivescovo e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla -maledizione di Dio. Il prete rispose a lui:[341] _Sathana, retro vade_, -poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, ed entrò fra le -cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva -tosto che era passato; passò sopra i carboni, come se fosse arena, due -volle recitò in quel passaggio:[342] _Deus, in nomine tuo salvum me -fac, ed in virtute tua libera me_, e nella terza volta, alla parola -_fac_, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno -nella persona, o nei lini del camice, o nella pianeta. Così il nipote -Landolfo ci racconta il fatto. - -Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi -scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio, -abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si -potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia; -se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima -di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si -accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova -del fuoco; si prepararono due cataste lunghe dieci piedi, alte e -larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le -medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi -passò illeso un monaco Giovanni Aldobrandino, che fu poi chiamato -Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima. -Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero -al buon senso, io abjurerò la prima: nè crederò che la novità abbia -operato un portento per approvare una temerità solennemente riprovata -dalla Chiesa in più concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non -sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano -pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a -deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che:[343] -_praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem -integre non praebuit_[344], e il popolo istesso, pochi giorni dopo, -cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio:[345] _turba -tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem -post paucos dies scandalizavit_. Ci narra di più lo stesso autore che -in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano dal fuoco, -ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che ebbe anche male a un -piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verità -sola che oggi possiamo sapere è, che il fatto, come ce lo racconta -Landolfo, non è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene -allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il -prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una -mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico -ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra -favola toscana, per vanità di raccontare cose prodigiose, e per farsi -nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora più semplice la -spiegazione. Nè sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo -all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far credere che -un angelo sia venuto ad avvertirlo che il di lui zio Liprando era -ammalato:[346] _Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus, -rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate_[347]: -asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro -conte Giulini, che «sarebbe stato desiderabile che lo storico ci -avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con tanta sicurezza, -che quello era un angelo[348]». Tutti i nostri autori però, ciecamente -appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un -tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si è voluto segregare. -Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguita l'opinione -piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice. -Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga -tradizione per annunciare la verità, i di cui dritti non si prescrivono -giammai; ed è costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora -sieno generalmente credute. - -Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò -l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, sebbene con -un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo legittimo, -e non cessò d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a -Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Morì frattanto -in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106. -Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato -da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo -per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro -figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle al padre. Non si può -rinunziare ai sentimenti dell'umanità e della natura più freddamente -di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto -suo collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento -colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. «I -vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano -veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con -pazienza tollerarsi da un suddito, e molto più da un figliuolo. Per -quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo -imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro dì lui, -quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione -e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero principe, spogliato -a forza de' reali ornamenti, pentito de' commessi delitti senza poter -ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, prosteso a' -piè del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente -da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato -presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di -agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi di puro cordoglio la -vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in vita»[349]. I delitti di -questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de' -vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualità -furono la generosità, la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non -insidiò alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava -in persona la sua armata; si trovò in sessantasei battaglie, e le vinse -tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico, -che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel -1110; pretese dalle città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli -ostacoli, poichè erano già avvezze a reggersi da sè. Novara, fra le -altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a varie -altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoperò il -fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare -mosse le altre città a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi -d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile città di Milano non gli fece -regalo alcuno, nè in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco -Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde -con versi assai meschini: - - _Aurea vasa sibi nec non argentea misit_ - _Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:_ - _Nobilis urbs sola Mediolanum populosa_ - _Non servivit ei, nummum neque contulit aeris[350][351]._ - -Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre città -del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza ad Enrico, -piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati -che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale. È noto -che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al -diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi, -e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare -questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa; -nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono -l'impeto de' pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il -papa, lo condusse fuori di Roma, nè gli accordò la libertà, se non -quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture -come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da esso fu -incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile -1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de' -quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti:[352] _Otho -autem mediolanensis Vicecomes, cum multis pugnatoribus ejusdem regis, -in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus -civitatem mediolanensem, et Ecclesiam_[353]. Questo Ottone è forse lo -stesso reso immortale dai due versi del Tasso: - - _O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,_ - _In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo_[354] - -L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre per aver sostenuto -le investiture dei vescovati, non solamente le sostenne ei medesimo, -ma colla forza sulla persona istessa del sommo pontefice se le fece -accordare. Nella costituzione che avevano presa le città italiche, non -vi rimaneva più altra dignità che potesse conferire l'imperatore, se -rinunziava alle investiture: e il titolo di re d'Italia, già diventato -sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe stato colla -rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; come vi si ridusse -in fatti undici anni dopo, colla cessione che ne fece. I Milanesi -frattanto, inquieti, avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la -nuova autorità de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile -che organizzasse la città, privi d'un regolamento che assicurasse -la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto una -turbulente indipendenza, anzi che la libertà. Convien dire che allora -o non vi fosse uomo capace di progettare una costituzione, ovvero -che non venisse ascoltato. Avevamo impiegati i primi impeti nostri a -lacerarci vicendevolmente colle civili dissensioni; i secondi impeti -furon adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città di -Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore Enrico, -che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione:[355] _Mediolanenses -quoque, cum iste imperator per Veronam a Roma in Germaniam properabat, -gladiis et incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt -Laudem, in Langobardia civitatem alteram._[356]. Un calendario antico, -stampato nella raccolta _Rerum Italicarum_[357], dice:[358] _VII -kal. (junii) MCXI capta est civitas Laudensis a Mediolanensibus_ -(1111); e la cronica di Filippo da Castel Seprio dice:[359] _anno -MCXI die VII ante kal. junii destructa est civitas Laudensis, et -jacuit annis XLVIII._ Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi -a simile crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi così -ne ragiona:[360] _De Laudis vero Pompejae eversione haud immerito -prudens lector uberiora desideraverit: sed mecum transeat oportet, -cujus in manus plura in eam rem, et si diligenter perquisiverim, non -venerunt. Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem victis -impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, et urbis moenibus, -vix agrestium similes vici, et pauperum tuguria miseris civibus, quae -inhabitarent relicta; et pro magno commodo existimatum, quod vicum -cognomine Placentinum reliquerint, in quo solitum mercatum octavo -quoque die continuarent, sed nec rem alienare, matrimonia contrahere, -post occasum solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere -inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam paulo remotius -sermones contulissent, continuo, novorum consiliorum suspecti, aere -multabantur, aut fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati -plurimi diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis finibus -carere_[361]. La città di Lodi era fabbricata sopra di un fiumicello -chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: anche al dì d'oggi se ne -vedono le vestigia al sito che si chiama _Lodi Vecchio_. La città di -Lodi presentemente non dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poichè -deve la sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare -alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di Pompeo. - -(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci siamo rivolti -a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore d'un paese montuoso, -disputarono per alcuni anni, ma finalmente, superati dai Milanesi, -videro la toro città e i sobborghi distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi -parimenti ai mosse la guerra; e nel 1152 ci riuscì di dar loro una -rotta a Marcinago: ma la città loro, munita di antiche e solide -fortificazioni, fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga coi -Cremonesi, e nel 1157 c'impadronimmo del castello di Zenivolta, e femmo -prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, che era _armato con l'usbergo -come un Paladino, e, inanimando i suoi alla battaglia, si era spinto -contro uno de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo_[362]. Tale era -la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva saggiamente -premunirsi contro le fondate pretensioni dell'impero, collegandosi e -rendendosi amiche le altre città. Questo errore lo vedremo poi punito -da Federico, e la punizione fu meritata. Lo stato della prosperità -è il più funesto di tutti per una città che diventi libera dopo di -avere sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno -bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini ad -accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi comuni. -Se questi manchino, non vi è più quel principio che può solo formare -un sistema capace di reggere alla prosperità; vi vuole un nemico e un -comune pericolo per acquistare un interesse e un sentimento comune, e -così animarsi la repubblica. - -La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva i suoi nemici, -i quali vedevano volontieri che gl'italiani non gli obbedissero. Fra -questi eravi l'arcivescovo di Colonia Federico, il quale scrisse -alla repubblica di Milano una lettera che comincia così:[363] -_Consolibus, capitaneis, onmi militiae, universoque mediolanensi -populo. — Civitas Dei inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas -nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus Ecclesiae inimicis -resistere niteris, verae libertatis auctore Christo Domino adjutore -perfrueris_[364]. E in questa lettera ci avvisa come i principi -della Lorena, della Sassonia, della Turingia e di tutta la Gallia -(membri dell'Impero, come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di -noi, determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti a -collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il riscontro. -Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima offerta sia -stata accettata; anzi dai fatti accaduti dappoi si può presumere che se -ne lasciasse sfuggire l'occasione. Insomma Milano era una repubblica; -era già forte e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che -faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre città: -odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale passava -da un principe debole a un altro debole, ma rovinose disposizioni al -movimento in cui fosse eletto imperatore un principe di animo e di -forze robusto. - -Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e venne eletto -per successore Lottario, duca di Sassonia, il quale fu poi Lottario -III re d'Italia, e Lottario II imperatore. Alcuni signori tedeschi -avevano protestato contro di questa elezione, la quale si pretendeva -fatta per maneggi della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del -casato di Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire -ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per togliere -almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che Corrado, nel -1128, se ne venne a Milano per la strada di Como; che fu acclamato re -d'Italia, e incoronato prima in Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio. -Sceso Lottario in Italia, si confederò colle città di Lombardia, -nemiche de' Milanesi, affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di -Crema, città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. Lottario -non potè essere incoronato re d'Italia, e portossi a Roma, ove fu -incoronato imperatore in San Giovanni Laterano dal papa Innocenzo II. -Vi erano allora due che pretendevano la sovranità del regno d'Italia: -Lottario, come imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello -stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere -il vero papa; uno possedeva la chiesa di San Pietro, e l'altro quello -di San Giovanni Laterano. Il papa di San Giovanni Laterano favoriva -Lottario, lo riconosceva per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava -l'arcivescovo di Milano, perchè aveva incoronato Corrado: il papa -di San Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine di -questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo pontefice, -il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici cardinali de' più -famigliari del defunto pontefice e dei più assidui nell'assisterlo -all'ultima malattia, prima che fosse pubblicata la di lui morte, -elessero Gregorio canonico regolare lateranense, cardinale diacono di -Sant'Angelo, che prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de' -cardinali, intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco, -e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. Furono -e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati ed intronizzati. -Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; Anacleto aveva il partito -più forte, e risedeva in Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e -per Corrado; Lottario era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende -qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo ad un -simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello che sedò i partiti, -e fece riconoscere anche in Milano per vero papa Innocenzo II, e per -vero re d'Italia Lottario. Si erano già domiciliati in Milano dei -frati instituiti da San Bernardo. Il santo sosteneva papa Innocenzo, -e l'arcivescovo di Milano, Anselmo Pusterla, aveva coronato Corrado, -e aderiva ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro -dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani che erano -pel papa Innocenzo II, per preparare delle insidie all'arcivescovo, -distribuirono il loro denaro ai giurisperiti ed ai militari; e dalla -disputa l'arcivescovo fu costretto ad entrare nel pubblico arringo, -ove Stefano Guandeca, arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro, -sacrilego e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si -esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero i -vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti in una nuova foggia -con rozze lane e col capo raso; e questi, verisimilmente, erano i -nuovi monaci di San Bernardo, che il popolo considerava come angeli -del cielo. L'arcivescovo, vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a -dire: che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe bianche -e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una zuffa, nella quale -non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi, mediante il denaro sparso -dal contrario partito, fu scacciato dalla sua Sede. Quindi abbandonato -Anacleto, Milano riconobbe il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo -descrive Landolfo il Giovine colle seguenti parole:[365] _Ordinarii -itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae Innocentio -Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi archiepiscopo suas pecunias -effuderunt, et ipsas legis et morum peritis atque bellatoribus viris -tribuerunt. Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem -concionem, ut ibi decertaret cum suis excomunicatis de excomunicatione. -Cumque ipse expectaret sagittas de justa aut injusta excomunicatione, -Nazarius primicerius, mirae calliditatis homo, per prolixum sermonem -cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter autem Stephanus, -qui cognominatur Guandeca, videns primicerium suum fastidiose fore -locutum, vocem suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: Hoc -quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, perjurus, -sacrilegus, et aliis criminibus quae non sunt hic notanda, es reus. -His auditis ex improviso, archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter -vero ille habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit, -quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in isto Anselmo, qui -dicitur de Pusterla, in judicio episcopi novariensis et albanensis, -qui sunt de suffraganeis Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque -Mediolani, in concordia utriusque partis, statuerunt ut ipsi et alii -suffraganei venirent. In statuta itaque die non solum suffraganei, -sed quamplures pure induti rudi et inculta lana, et rasi insolita -rasura, concurrerunt. Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset eos -constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad ipsum populum -ait: omnes illi quos hic videtis cum illis cappis albis et grisiis, -sunt haeretici. Inde simplices, et compositi, ad expellendum, bellum -commoverunt. Veruntamen gladio Anselmi in die illa resistere non -potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, manus primicerii, -et presbyteri Stephani fortissima, in summo diluculo ipsum Anselmum -a sede compulit._[366] Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto -operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto e il re -Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore Lottario: e -san Bernardo medesimo moveva tutta questa rivoluzione, e come dice -Landolfo il Giovine al luogo citato:[367] _Ad haec peragenda, papa adeo -idoneum angelum habuit, sicut Bernardus abbas Claraevallensis fuit._ -Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerazione accolto, che -immediatamente divenne l'arbitro della città. Egli mostrava dispiacere -che nelle chiese vi fossero ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi -cessarono di esporli:[368] _ad nutum quidem hujus abbatis, omnia -ornamenta ecclesiastica, quae auro et argento paliisque in Ecclesia -ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso abbate despecta, in scrineis -reclusa sunt_[369]. Tutto venne a prendere quell'aspetto che insinuava -quel celebre santo, al di cui cenno i popoli europei passavano a -guerreggiare nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed -i pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente sparsa di -lui! Il popolo di Milano, poichè era scacciato l'arcivescovo Anselmo -Pusterla, accorse a san Bernardo, che stava alloggiato vicino a San -Lorenzo, e con acclamazione lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più -vasti affari da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente -giorno egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse -condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo, e così -appunto fece e se ne partì:[370] _Ego in crastinum ascendam palafredum -meum, et si me extra vos portaverit non ero vobis quod petitis, ac -sic a Mediolano recessit_[371]. Così Milano riconobbe papa Innocenzo e -imperatore Lottario; e partito che fu san Bernardo, i suoi monaci, dice -Landolfo al luogo citato:[372] _per civitatem euntes, collectam multam -de auro et argento et rebus pluribus sibi fecerunt_, e con questi mezzi -fondarono i due monasteri di Chiaravalle e di Morimondo, così nominati -ad imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti -accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato così dalla sua -sede, per essere stato del partito di Anacleto s'incamminò verso Roma, -dove Anacleto era riconosciuto per legittimo papa da un gran numero -di persone, e risedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma viaggiando, -fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a Pisa per -un concilio; e quel papa che possedeva, come già dissi, in Roma il -Laterano:[373] _illum captum Romam misit, dice Landolfo, ibique, prout -fama est, Anselmus ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui -procurator est Innocentii, vitam finivit._ - -Corrado sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in Monza ed in -Milano, vedendo di non avere forze bastanti a resistere, si piegò -ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, e rinunziò ad ogni -pretensione sul regno italico. Lottario, riconosciuto anche dai -Milanesi, venne in Italia; e favorì i Milanesi nelle dispute che -avevano co' vicini. Mentre il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i -Cremonesi, l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e, -unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il contado -di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano e Soncino[374]: poi -queste forze si rivolsero contro Pavia, la quale venne umiliata. Così -assai incautamente i Milanesi, colla distruzione di Lodi e di Como, -colla desolazione dei Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi, -si erano procurati dei nemici implacabili intorno le loro mura; e -ne vedremo l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad -accendere il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione d'un -imperatore potente e voglioso di riacquistare la signoria d'Italia. -Ma nè Lottario, nè Corrado istesso (che poi, nel 1138, colla morte -di Lottarlo, fugli eletto in Germania per successore) ebbero forze -per tentarlo. Corrado, obbedendo alle insinuazioni fattegli da san -Bernardo a Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra -Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la mala fede -dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor militare de' Saraceni. -Lottario debolmente regnò fra i torbidi. Così la indipendenza della -repubblica di Milano si andò rinfiancando. - -La città di Milano, diventata opulenta e popolata nel secolo duodecimo, -naturalmente doveva offrire agi migliori ad ogni cittadino. Non si -discorreva più di adoperare per companatico il lardo, come vedemmo -al capitolo quarto; ma pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che -un abate, in certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre -imbandigioni, ed erano queste:[375] _in prima appositione, pullos -frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam: in secunda, -pullos plenos carnem vaccinam cum piperata, et tertullam de lavezolo: -in tertia, pullos rostidos lombolos cum panatio, et porcellos plenos_; -sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero l'erudito -nostro conte Giulini[376], e che molto meno potrei io spiegare. Bastano -però queste per dimostrare che si viveva con una sorta di abbondanza. -Fra le cerimonie religiose vi era quella che il parroco andasse a -lustrare coll'acqua benedetta la casa, da cui si era trasportato un -morto; e che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto -coll'incensiere a profumarlo. Quando si contraevano[377] _sponsalia de -futuro_, cioè quando si faceva la promessa del matrimonio, si regalava -alla sposa un anello, ovvero una corona, o un cinto, ovvero una veste -o un drappo, ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si -dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, non si -doveva a lui restituire se non la metà del regalo:[378] _Si nomine -sponsalitiorum annulus, vel corona, vel cingulum, vel quid simile, -seu amictum, vel pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto, -medietas redditur si osculum intercesserit_: così le consuetudini -di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere in quei barbari -tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente sappiamo che molti de' -nostri giovani allora andavano in Francia a fare i loro studii; ed -è assai probabile che le turbolenze interne alle quali era in preda -la Repubblica, non permettessero quella placida educazione che è -necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra i paesi -vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la Francia, -colla quale non avevamo più veruna politica relazione. Sotto Lottario -s'erano scoperte in Amalfi le Pandette, e s'era risvegliato un fermento -universale per lo studio della giurisprudenza. Il nostro Oberto -dall'Orto fu distinto fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni, -pure nostro cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far -risorgere la facoltà che coltivava in Salerno. Egli scrisse in versi -latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio di Guglielmo il -Conquistatore, re d'Inghilterra, che così comincia: - - _Anglorum regi scribit schola tota Salerni_[379][380] ec., - -e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con poverissimo -successo, se vogliansi paragonare que' lavori colle produzioni -di secoli più felici; nondimeno dobbiamo accordare che ci eravamo -scostati assai dall'ultima barbarie del secolo undecimo, quando ne' -pubblici contratti si scriveva così:[381] _deveniat in potestatem -abas ipsius monasteri sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in eodem -sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella una... que ego noviter -edificavi... in onore sancti Michaelis et Petri, consecratam ab domum -Eribertus archiepiscopus_[382]. I cognomi cominciarono a formarsi -nel secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente praticati. Le -maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi d'onde traeva origine, -ovvero dimorava la famiglia. Vorrei poter descrivere le azioni de' -nostri Bruti, de' nostri Orazi, de' nostri Scevola; ma non balena -alcun lampo di virtù fra quei tempi ancora caliginosi; o se qualche -uomo generoso e nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù -fuori dalle azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità -negli animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione era il -mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene questa mia proposizione -non è esatta. La sola corteccia della religione moveva ogni cosa, e la -vera religione era trascuratissima. Il mancar di fede, l'assassinare -il distruggere, l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni -comunemente praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le esterne -pratiche del rito religioso erano osservatissime, e servivano di -pretesto allo sfogo della feroce inquietudine de' nuovi repubblicani; -poco degni in verità d'esser liberi per l'abuso che ne fecero a danno -proprio e dei vicini. - - - - -CAPITOLO VII. - - _Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I._ - - -Il nome di Federico I imperatore, comunemente conosciuto col soprannome -di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno -sa che Milano fu distrutto da lui. Molte favolose tradizioni, come -accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si -ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è stata funesta. -Siamo stati avviliti; ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due -epoche di somma umiliazione; le Forche Caudine e l'invasione de' Galli. -Noi avemmo Uraja e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne -fanno un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io -prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente agli -autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e credere di Federico -tutto il bene che ne dicono i Milanesi, e tutto il male che ne dicono -i Tedeschi. I primi autori che mi serviranno di guida saranno Ottone, -vescovo di Frisinga, figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio -paterno dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato, -quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse i -fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico -di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello stesso imperatore, -continuò que' fasti dopo la morte del vescovo Ottone[383]. Ivi si legge -la lettera che l'imperatore diresse al vescovo suo zio, animandolo -a scrivere e dandogli una traccia dei suoi fatti nell'Italia[384]; -ivi pure si vede che il continuatore Radevico, dice di avere scritto -per obbedienza al desiderio del defunto vescovo:[385] _Ejus jussu, -pariterque divi imperatoris Friderici nutu_[386]. Sicuramente essi non -hanno propensione per i Milanesi. Il terzo sarà il canonico di Praga -Vincenzo, che accompagnò il suo vescovo in quella spedizione d'Italia, -e fu presente alla maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano. -La cronaca di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel 1764 -dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: _Monumenta -Historica Boemiae_, stampata in Praga. Gli altri autori tedeschi, -pubblicati nelle raccolte del Pistorio Nideno, del Menckenio, dello -Struvio, dell'Ocfalio, mi serviranno pure di guida. Farò uso ancora -de' nostri italiani Morena e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma -unicamente pei fatti che non possono essere contrari all'imperatore; -sebbene il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto a -registrare più le parole altrui, che a scrivere le mie; ma i lettori -che temono lo spirito di partito e che bramano di conoscere quanto -si può la verità de' fatti accaduti, non mi sapranno mal grado -se pongo sotto a' loro occhi piuttosto i pezzi interessanti degli -autori originali, che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un -sempre incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il solo -partito che conviene allorchè s'entra a narrare una porzione di storia -controversa. - -(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa, morì in -Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani il di lui nipote -Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue anni. Pieno di ardor -militare e di un carattere fermo e impetuoso, sembra che il suo primo -pensiero sia stato quello di sottomettere le città del regno d'Italia, -e di ridurle ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a cui -si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo Atamano e Omobono -Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono alla dieta di Costanza, -e gettaronsi a' piedi di Federico, implorando il suo aiuto contro de' -Milanesi, i quali non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso -le diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico destinò -Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto in cui comandava che -si cessasse di opprimere Lodi. I due Lodigiani ritornarono alla patria, -per cui avevano operato senza commissione. Credevano di essere accolti -come salvatori dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi -ed ingiurie; poichè il timore de' Milanesi era il solo sentimento che -restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe e gravissime sciagure. -Venne a Milano Sicher, e presentò il decreto del re. I consoli milanesi -stracciarono la carta, la calpestarono; e a stento il regio messo potè -sottrarsi al furore del popolo[387]. Dopo un tale affronto Federico -si determinò di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici de' -Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di Milano; la quale, -come dice il panegirista e parente di Federico:[388] _Inter caeteras -ejusdem gentis civitates primatum nunc tenet..... non solum ex sui -magnitudine, virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas -civitates vicinas in eodem situ positas; idest Cumam et Laudam, ditioni -suae adjecerit_[389]. Cominciò Federico a devastare alcune nostre -terre. Erano amici nostri Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i -Bresciani. Federico assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi -fu accolto con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera -riferita da Ottone di Frisinga:[390] _Destructa Terdona, Papienses, -ut gloriosum post victoriam triumphum nobis facerent; ad civitatem nos -invitaverunt._ Col vocabolo però di _distruzione_ non si può intendere -già che fossero atterrate le case della città, ma deve intendersi -soltanto la demolizione delle fortificazioni, e lo smantellamento -de' ripari che la munivano. Poichè nello stesso anno in cui venne -distrutta Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi la -lettera seguente:[391] _Consules, populusque mediolanensis, consulibus -derthonensibus, omnique populo, salutem. — Cuncto romano Imperio -notum fore credimus, urbem vestram, quam de caetero confidenter -nostram dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, destructam, a -nobis audacter nec non viriliter restaurutam esse, murisque, omnium -nostrorum invicem sudore constructis, circumdatam. Tria itaque civilia -signa ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam videlicet aeneam, -qua populus in unum convocetur, vestrum significantem incrementum. -Album vexillum cum cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem -habens per medium significans a manibus inimicorum post multas ac -magnas angustias vos esse liberatos: in quo solem et lunam designari -jussimus. Sol Mediolanum, luna Derthonam significat; lunaque lumen a -sole suum trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. Haec duo -mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, quo vestrae signentur -chartae, continens in se duas civitates Mediolanum et Derthonam, -designans Mediolanum cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam -possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus annus quintus erat -Christi, cum lapsa, refecta fuit_[392]. I Milanesi innalzarono la -circonvallazione di Tortona con somma rapidità e con sommo ardire, nel -tempo in coi Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore dal -papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette irritare sempre -più l'animo dell'imperatore, al quale inutilmente avevano già in prima -offerto i Milanesi considerabili somme di oro per accontentarlo. Non -si trovò forte Federico allora abbastanza per cimentarsi contro di -Milano, ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima -però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò un -decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei telonei, e di -ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto Lodi e Como, e oppressi -que' cittadini, con contumacia agli ordini imperiali: per lo che li -condannò al bando dell'impero[393]. La sentenza di questo anatema -non cagionò male alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi -che provavano l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che -i delitti imputati ai Milanesi fossero _enormi_, commessi con _animo -sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia e pertinacia_. Ciò -non di manco, appena allontanato che fu Federico, i nostri ritornarono -al loro abituale mestiere: batterono i Pavesi; insultarono e vinsero -i Novaresi; presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto -erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi già -sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento positivo di -fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, volendo essi porvi -la condizione che salvo fosse il primo giuramento di fedeltà da essi -già prestato all'imperatore, e non accordandolo i nostri, vennero -saccheggiate e abbruciate le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi -costretti a ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici -nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i Vigevanaschi e -i Cremonesi. - -Frattanto però che stavano rendendoci più odiosi ai vicini ed al -lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, si fu di munire -di un valido fossato, ossia d'una linea di circonvallazione tutta la -città; la quale, sebbene avesse tuttavia in piedi le antiche mura di -Massimiliano, ristorate dal l'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo -prima, nondimeno, per l'accresciuta popolazione doveva avere molte -abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo fossato -è precisamente quello per cui ora scorre il canale del naviglio, -e così con chiarezza ognuno può capire qual fosse il giro delle -antiche mura, che ora è indicato dalle chiaviche, da noi chiamate -_cantarane_, e quale quello del fossato, che visibilmente anche oggidì -circonda la città. Di questo fossato ne parla il continuatore di -Ottone di Frisinga e Radevico[394], inimico de' Milanesi con questi -termini:[395] _Mediolanensem autem utpote viri bellicosi et strenui -civitatem suam magnis fossis circundederunt, et imperatori audacter -et viriliter restiterunt_; e della terra cavata nel fare la fossa se -ne formò il parapetto nel luogo che anche presentemente conserva il -nome di _Terraggio_. Convien dire che queste fortificazioni fossero -assai ben fatte; poichè vedremo che non vennero mai superate colla -forza; e che, perduta che fu la città, ebbe somma cura il vincitore -di vederle distrutte. Venne in Italia l'imperatore Federico alla -testa di un'armata poderosissima, la quale conteneva quasi tutte -le forze della Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a -bloccare Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg, -Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, Enrico duca -d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone conte palatino di Baviera, -l'arcivescovo di Colonia Federico, Arnaldo arcivescovo di Magonza, -Hellino arcivescovo di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il -duca di Zarighen, e altri principi sovrani[396]. (1158) La venuta di -questa terribile armata accade l'anno 1158. È strana la cerimonia che -l'imperator Federico volle premettere alle sue operazioni militari. -Prima di innoltrarsi nel Milanese fece intimare alla città un termine -perentorio a presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un -gastigo senza una sentenza, nè una sentenza senza un giudizio, nè un -giudizio senza una citazione. Vennero i legati di Milano a questa -formalità. L'eloquenza e i doni furono inefficaci; e la sentenza -dichiarolli pubblici nemici. Così, pagando questo facile tributo -alla mania del secolo, che in Italia singolarmente aveva riscaldati -gli animi nello studio e nel Codice e delle Pandette di Giustiniano, -rese sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che mai -le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. Poich'ebbe -data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, e, affacciatosi -a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte così bene presidiato -dai Milanesi, che non ardì di superarlo. Gl'imperiali tentarono il -guado verso Corneliano: alcuni perirono nel fiume; ma però un buon -drappello di militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che -i nostri trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo, -per non vedersi a un tempo stesso assaliti di fronte e al fianco; e si -ricoverarono in Milano. L'esercito imperiale s'incamminò a passare sul -ponte, il quale si ruppe, non sappiamo se a caso, con qualche danno -dell'esercito. Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella -storia, poichè fanno conoscere che la guerra non si faceva con un cieco -impeto, ma con arte e consiglio anche in que' tempi. Un errore però -commisero allora i nostri, e fu quello di collocare un presidio nella -torre dell'Arco romano, di cui ho dato notizia nel capitolo primo. -Quella mole, fabbricata dai vincitori romani fuori del recinto per -dominare la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro -arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un potentissimo -esercito nemico. Un presidio così isolato non poteva nè difendersi, -nè reggere, soltanto che sotto vi si fosse collocata una catasta di -legna e postovi il fuoco. Gli imperiali, ben presto cominciando a -rompere i pilastri, costrinsero gl'infelici situati tanto incautamente -ad arrendersi, e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali, -colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno ed -incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa della porta -Romana. L'imperatore pose il suo quartiere verso la Commenda di Malta, -che allora era la magione de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a -San Dionigi. L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso a San Celso. Di -contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe; e si -circondò la città con un esercito di centomila uomini[397]; ovvero, -come dice lo storico nostro contemporaneo Sire Raul, di quindicimila -cavalieri, e inumerevoli fantaccini. A tutte queste terribili forze -della Germania, dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla -testa de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte -le città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che vi era -presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Veronesi, -Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, Genovesi, Tortonesi, -Astigiani, Vercellesi, Novaresi, d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di -Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di Reggio, di Modena, di Bologna, -d'Imola, di Cesena, di Forlì, di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre -città ancora, che tutte avevano mandate le loro milizie a combattere -contro di noi[398]. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano -armati tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni:[399] -_Stabant armati supper vallum, nihil omnino strepentes; dubium, -principis advenientis aspectus utrum hanc reverentiam, et huius -silentii disciplinam, an metum universis incusserit_, dice Radevico, -lib. I, cap. XXXII. Una tanto spaventosa unione di forze non si -impiegherebbe al dì d'oggi per acquistare una città presidiata da -soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e coll'assedio, -ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe padrone; ma allora la -polve per anco non era conosciuta (la più antica memoria della polve -ascende sino alla pubblicazione dell'opera: _De nullitate Magiae_, -in Oxford, fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260, cioè quasi un -secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso della polve -nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia di Crecy, come ci -attestano Larrey e Mezzerai. Il re d'Inghilterra Edoardo scompigliò i -Francesi con cinque o sei cannoni; ciò accade più d'un secolo e mezzo -dopo Federico). Troppo era ardua impresa il venire a cimento contro -gli assediati, i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano -nella larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno -accostarsi, e perciò:[400] _Divisis, ut dictum est, inter principes -exercitus portis Civitatis, singuli eorum festinare, parare, sudibus, -palis aliisque propugnaculis castra munire, propter improvisos -hostium incursus, decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus, -aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam putabant. -Sed longa potius obsidione fatigatos ad deditionem cogi, vel si foras -propter fiduciam multitudinis erupissent, proelio superatum iri_[401]. -Si aspettò adunque che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla -resa, e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti, -trasmessici da un tedesco, nemico del nome italiano, e panegerista -dell'imperator Federico, provano abbastanza che Milano in quel tempo -era una repubblica, piccolissima per la sua estensione, ma di una forza -e di un ardimento maravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza, -quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe -più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul ci parla di varie -scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, col rappresagliar ai -medesimi molti cavalli:[402] _Interea milites Mediolani egrediebantur -de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos, et tantos -abstulerunt, quod roncinus quatuor solidis tertiolorum vendebaturj_; e -il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico per comando -di lui, e in conseguenza non è mai sospetto di parzialità per i -Milanesi, descrive varie sortite da essi fatte; ed una singolarmente -caduta sopra il conte palatino del Reno, e sul duca Federico di -Svevia:[403] _Apertis portis cum pugnacissimis egressi, disjectis -custodibus, usque ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant, -sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, inopinata re, ac -improvisa primo perculsi_ (l'affare era di notte) _alter apud alterum -formidinem simul, et tumultum facere: deinde alius alium appellare, -hortari, arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare: -clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, etc._, e conchiude -che, accorsovi poi il re di Boemia coi suoi, e così resasi più vasta -l'azione, i Milanesi, non potendo reggere a tanti, ritornarono nella -città[404]. Questo fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca -del canonico Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio -Dobner[405]. Secondo detto cronista la sortita fatta dai Milanesi non -fu di notte, ma[406] _circa horam vespertinam... fit pugna ex utraque -parte: fortissimi caeduntur milites, nec hi vincuntur nec illi. Videns -autem praedictus princeps se eis sufficere non posse, ad regem Bohemiae -plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniant militia_; dice -poi che il re accorse co' suoi e piombò addosso ai Milanesi:[407] -_Mediolanenses pro libertate adversariis suis fortissime resistunt; -ex utraque parte fortissimi caeduntur milites. A vespertina hora -usque ad crepusculum durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis -amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes sustinere, inter -muros se retrahunt, quos Bohemi victores, usque ad ipsas portas -caedentes, insequuntur. Interea nox praelium dirimit._ Questo autore -era presente, quindi il di lui racconto pare più verisimile; poichè di -notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, come -allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi per testimonianza -dello stesso autore tedesco e panegirista dell'imperatore Federico, -contro il duca d'Austria, che s'avanzava per attaccare una porta della -città:[408]_ Mediolanenses quippe, molitiones nostrorum praesentientes, -ignominiam judicabant si pares, imo plures multitudine, minori animo -venientibus non occurrerent_[409]; e allora pure furono respinti. La -più fortunata azione ce la descrive lo stesso Radevico[410], quando -uscirono i Milanesi contro una schiera di mille volontari, comandati -dal conte Ekeberto di Rutene, che, dopo un ostinato conflitto, vennero -fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili imperiali. -Osserva però lo stesso Radevico, come dalla porta che era bloccata -dall'imperatore (ed era quella del _Buttinugo_, ora detto _Bottonuto_, -e il conte Giulini la crede posta al ponte dell'Ospedale), i Milanesi -non ardirono mai di presentarsi, o per timore o per riverenza, verso -la persona dell'imperatore:[411] _Sed nec ad portam, ubi militia -principis obsidionem celebrabat, excursus facere, dubium an metu, an -reverentia imperatoris cohiberentur_[412]. Tentarono gl'imperiali di -prendere la città di assalto, e potè loro riuscire di porre il fuoco -ad una porta ed al bastione vicino, combustibile, perchè composto -di fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al di -fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò a vuoto. -Ciò nondimeno fa meraviglia come dopo un mese di blocco la città -si rendesse; e non è facile il persuaderci come questa dedizione -fosse allora cagionata dalla fame e dalle malattie, siccome varii -scrittori asseriscono, appoggiati al testimonio di Radevico[413]. -Non è da credersi che i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio -dell'imperatore, e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano -premunite le abitazioni colla linea di circovallazione, avessero -preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo di un mese; nè -è da credersi che un morbo contagioso ponesse tanta desolazione da -obbligare in quattro settimane alla dedizione una città non ancora -offesa da macchina o assalto nemico; tanto più che di questa supposta -pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo nemico, -nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo di Praga, -che era presente a questi avvenimenti, non scrive nè della fame nè -d'altra malattia, se non che:[414] _Foetor cadaverum intolerabiliter ex -utraque parte omnes cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis -cruciabantur aegritudinibus_[415]. L'autore medesimo ci avverte che -il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di Praga Daniele, il -vescovo di Bamberga Everardo aprirono i discorsi di pace co' Milanesi, -e Radevico ci attesta che l'autore di questa dedizione de' Milanesi -fu il conte Guido di Biandrate; eccone le parole:[416] _Hujus auctor -negocii dicitur fuisse Guido comes Blanderantensis, vir prudens, -dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum esset naturalis -in Mediolano civis, hac tempestate tali se prudentia et moderamine -gesserat, ut simul, quod in tali re difficillimum fuit, et curiae -charus, et civibus suis non esset suspiciosus_[417]. Questo conte -Guido di Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale -della milizia de' Milanesi[418]. La maggior parte del Novarese era -sua, ed esposta alle invasioni degli imperiali. Il carattere e la -fede di questo conte, anche prima in un fatto co' Pavesi, si resero -soggetto di dubitazione, e sembrò che, comandando i Milanesi, li -disponesse per essere battutti[419]. L'imperatore poi sempre se lo -ebbe caro, l'adoperò in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna -suo figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale, -per obbligare gl'infelici Milanesi esuli dalla patria a sborsare nuovi -tributi[420]. Posta tutta questa serie di fatti, io credo che senza -pericolo di oltraggiare indebitamente la memoria di lui, sospettar si -possa aver egli sacrificata la patria alla personale ambizione. I patti -della resa furono: 1.º I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile -saranno indipendenti dai Milanesi; 2.º i Milanesi giureranno fedeltà -all'imperatore; 3.º fabbricheranno un palazzo imperiale; 4.º pagheranno -novemila marche d'argento; 5.º daranno ostaggi; 6.º i consoli saranno -eletti dai Milanesi, ma approvati dall'imperatore; 7.º nel palazzo -imperiale risederanno i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8.º si -restituiranno i prigionieri; 9.º saranno dell'imperatore la zecca e le -regalie; 10.º saranno assoluti dal bando imperiale i Milanesi, tosto -che dai Cremaschi siano pagate centoventi marche; 11.º eseguito ciò -l'imperatore partirà fra tre giorni, e tratterà da amico i Milanesi e -le cose loro; 12.º i Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede, -quando non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo non -li dispensi; 13.º potranno i Milanesi imporre una colletta per pagare -la somma convenuta, e chiamare in contributo quei che solevano, eccetto -i Lodigiani e i Comaschi, e alcuni del contado del Seprio, i quali, -poco prima, avevano giurata fedeltà all'imperatore[421]. Così Milano si -rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico. - -Questo avvenimento non fu veramente nè di gloria all'imperatore, nè di -biasimo a Milano. Con un'armata immensa, atta a conquistare un regno, -doveva certamente prendersi una città abbandonata, e sola in mezzo a -tanti e sì potenti aggressori. Nè l'imperatore, scortato di tanti e -sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigor militare che caratterizza -un gran generale. Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni, -non usò dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla -seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento pure -ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta del conte Guido, che -i Milanesi vollero avere per loro generale. Si trovano, è vero, delle -anime nobili, più sensibili alla gloria che a qualunque altro bene -presente, capaci di un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il -massimo interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, e -ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente si -pone un uomo nell'alternativa o di essere un eroe, o di sacrificarci. -Se la capitolazione pose Milano nella dipendenza, però l'imperatore -riconobbe nella città una esistenza civile con quest'atto medesimo, -perchè capitolò, e perchè si obbligò a partirsene, e lasciò il -reggimento della città ai consoli; nè proibì ai Milanesi il governo -della loro città, o la facoltà della pace e della guerra. Se la città -fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte a governarla a -nome dell'imperatore, si sarebbe abolita la nuova magistratura de' -consoli nata colla Repubblica; e si sarebbe espressamente proibito di -contrarre mai più leghe o far guerre, come da un secolo e più s'andava -facendo. L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione. -Ho già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico -non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o re d'Italia; che le -monete della Repubblica mancanti del nome del sovrano hanno l'immagine -di sant'Ambrogio, colla mitra, ornamento che prima di Federico non fu -generalmente in uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non -ho altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi se -del primo, secondo, terzo o quarto; ma nè dei Corradi, nè di Lottario -II non ne ho; nè alcuno ne ha pubblicate; e perciò sembra verosimile -che da molti anni la zecca di Milano fosse oziosa, appunto perchè la -nuova Repubblica non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione -dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, e nemmeno volesse -espressamente confermarsi dipendente col riporvelo. Conservo bensì -alcune monete dell'imperatore Federico coniate in Milano, e sono -pubblicate in più opere. Così quel sovrano, richiamando a sè la moneta, -ravvivò anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo col favore -dei tempi sottratti. - -Poichè fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una dieta in -Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare le liti, -quell'augusto, se crediamo a Radevico, diceva:[422] _Mirari se -prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de scentia legum glorientur, -maxime legum invenirentur transgressores; quumque sint tenaces -justitiae sectatores, in tot esurientibus et sitientibus injustitiam -evidenter apparere._ Se quell'augusto avesse riflettuto che lo -studio delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo -desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento medesimo -nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima sorgente di -litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa vi debbon essere più -controversie che in una più povera e indolente, non avrebbe parlato -con derisione degli italiani, perchè, studiando molto le leggi di -Giustiniano, erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto -e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone si mostrò -pure abitatore del mondo, come le sono le anime grandi. Le antipatie -nazionali sono minute opinioni del volgo, in ogni secolo e presso di -ogni nazione le anime nobili sempre furono al disopra della popolare -invidia, ingiusta per lo più o fomentata da una meschina politica. -Cercano esse indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo -ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere umano, -e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e malvagi. Un sovrano -poi, che è il padre dei suoi popoli, non può avere piccole gelosie di -nazione. Federico mancò di politica. Dovevano accorgersi i Lodigiani, -i Pavesi, i Cremonesi, i Comaschi e gli altri che l'imperatore non -era punto affezionato nè agli italiani, nè ad essi. La guerra fatta ai -Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità, liberandoli -dall'oppressione; ma profittando delle nostre discordie, cercava di -sottometterci. È vero che con una pomposa formalità aveva Federico, il -giorno 3 agosto dello stesso anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani -in Monteghezzone un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio -alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la nuova città -di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non perdeva cosa alcuna; e le -città alle quali in quella dieta prese tutte le regalie, per formare a -sè medesimo un tributo annuo di trentamila marche d'argento, perdevano -assai. Più accortamente avrebbe operato quell'augusto, se, dopo di -aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si fosse proposto di -far amare il suo governo; forse avrebbe lasciato a' suoi successori -un regno fedele e tranquillo, fondato sull'interesse medesimo de' -popoli governati, i quali avrebbero naturalmente preferita la pace -sotto di una moderata monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle -stragi, all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici. Ma -è più facile il vincere che il saper godere della vittoria; ed è più -facile il carpire la fortuna, che il convertirla in propria stabile -felicità. L'incauta condotta dell'imperatore gettò i semi di molte -sciagure funeste ai popoli d'Italia, funeste all'impero medesimo; -perchè, dopo le miserie di una seconda guerra, potè bensì opprimere -i malcontenti, ma rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per -la soggezione, che le città giunsero poi a liberarsene interamente, e -col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica fu allora -tanto più grande, quanto che il sistema feudale somministrava bensì -all'imperatore un'armata combinata per una spedizione; ma non gli -lasciava mezzo di avere un corpo di truppe costantemente assoldate e -acquartierate nell'Italia per mantenersela soggetta. - -Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò di essere -interamente amico de' Milanesi, e, come dice il canonico di Praga -Vincenzo:[423] _Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes -Italiae sibi fideles habeat quaerit, qui ei dant consilium, quod eos -quos per civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos -sibi sua constituat potestates..... quod imperator laudans, usque -ad tempus huic rei competens in corde suo recondit._ I Milanesi, -appoggiati alla fede di un trattato che lasciava loro il governo -dei consoli, e l'elezione soltanto da approvarsi dal sovrano, non -sospettarono che un consiglio pronunziato con candore e con impegno -di corrispondere alla confidenza di quell'augusto, dovesse ricadere a -loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era presente -in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero di creare un -podestà, cioè un dispotico ministro che reggesse a nome di Federico. -Egli così ci racconta la risposta dei Milanesi:[424] _Nullo modo -se hoc facere posse respondente; verumtamen, sicut in privilegio -imperatoris habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et -regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant._ È da -notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo aveva scritto la -capitolazione:[425] _Scilicet quod ipsimet, quos vellent, consulens -eligerent, et electos ad imperatorem, vel ad ejos nuncium ad hoc -constitutum; pro juranda imperatori fidelitate, adducerent. Contra -hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae hoc imperatori -dederint consilium, quod per suus nuncios in civitatibus Lombardiae -ponat potestates: eo consilio utantur et ipsi._ Ognuno facilmente -giudicherà quale dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli -scrittori tedeschi incolpano gl'italiani d'aver infranta la data -fede; nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che -era al seguito del suo vescovo di Praga[426]. Egli è certo che il -popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida _fora, -fora! mora, mora!_ come dice l'autore medesimo; e i nunzi (sebbene i -nobili milanesi cercassero di guadagnarsegli co' regali e procurasser -di persuader loro che il rumor popolare si sarebbe calmato) non -trovandosi sicuri, se ne partirono di notte e s'avviarono verso -dell'imperatore. Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159) -E previe le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì -nuovamente una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci, -ribelli, disertori dell'impero e nemici; condannò quindi i beni de' -Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù. Ognuno sente qual -grado di nobile eroismo vi sia in tale sentenza, e s'ella rassomigli -più ai fasti dei Scipioni, ovvero a quei di Attila. La data di tale -sentenza è 16 aprile 1159. Dopo un tal fatto non vi era più altro -partito che tentare nuovamente la sorte delle armi. Il castello di -Trezzo era presidiato dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne -all'intorno. I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero -a Milano il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto -un errore, allontanando la sua armata da Milano, nel tempo in cui, -violando la convenzione, voleva renderla perfettamente suddita. Ora si -accostò, e, considerando Crema la amica alleata de' Milanesi, cominciò -dal porvi l'assedio. Sono concordi gli scrittori italiani e tedeschi -nel fatto della Torre, e fu: l'imperatore aveva fatta fabbricare una -torre di travi posta sulle ruote, e la faceva spignere verso le mura -di Crema da un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la -fossa colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura, -si combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi -scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi macigni contro -di quella torre, che innoltrando correva pericolo di essere rovinata. -L'espediente che prese Federico fu di far legare alcuni prigionieri -cremaschi e milanesi fra i più distinti, e con essi, coprendo il lato -della Torre che si presentava alla città assediata, farla così spingere -da' suoi verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla -scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti ed amici, -ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, e lasciarono -all'imperatore la macchia d'una inutile atrocità. Nè questa fu la -sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle -mura in faccia de' nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e -l'imperatore fece tosto impiccare in faccia della città due prigionieri -cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due -altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece condurre sotto le mura -tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perchè -tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si -arrese, e si accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta. -Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo espone -Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare -i Cremaschi assediati, perchè si difendessero con valore e facessero -delle uscite coraggiosamente:[427] _In eruptionibus suis aut machinis -flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos -de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut -ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum -jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi -gloriabantur_[428]. L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a -narrarci:[429] _Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque -pro muris jussit appendi._ Non credo che Cesare, quando assediava le -città delle Gallie e della Germania, lasciasse ne' suoi fasti esempi -tali.[430] _Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere, -etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit -ad supplicium._ E prosiegue a narrarci come allora Federico[431] -_obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur_; -e, non contento di quaranta miseri prigionieri di guerra, sei militi -milanesi, allora côlti, perchè parlavano co' Piacentini, vennero -condannati alle forche:[432] _Tum interim adducuntur captivi quidam de -nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi fuerant ubi cum -Placentinis perfida miscebant colloquia..... nam ut supra dictum est, -Placentia principi, etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat -obedientia.... hos itaque.... duci jubet ad supplicium, similisque his, -qui et prioribus, vitae finis extitit_[433]. Se Radevico avesse scritto -per oltraggiare l'imperatore, non poteva fare di più. Eppure egli -scriveva,[434] _nutu serenissimi imperatoris Friderici_[435]. Convien -confessare che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della -crudeltà erano diverse da quello che ora sono generalmente. Finalmente, -così Radevico ci descrive il fatto della Torre:[436] _Jamque ad -civitatis perniciem machinae plurimae admovebantur, jamque turres in -altum extructae applicari caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia -resistere, atque a muris turres arcere, suisque instrumentis, validis -saxorum ictibus, nostras machinas impellere. Efferatis vero animis -princeps obsistendum putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad -eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra civitatem novem -habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, quod etiam apud barbaros -incognitum, et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non -minus crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, et -naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat miseratio. Sicque -aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt. Alii, -miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et dirae -calamitatis horrorem penduli expectabant: o facinus!_[437] Secondo i -principii che formano la base della giustizia e della morale, poteva -controvertersi, se la indipendenza delle città d'Italia fosse diventata -legittima dopo molti anni, dacchè erasi acquistata. Poteva anche -chiamarsi ingiusta la guerra difensiva che facevano i Cremaschi. Ma non -si può biasimare come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza -di animo la costanza e il valore dei combattenti: nè imputare a delitto -se gli assediati respingevano le macchine degli aggressori; e se -vuolsi compiangere, come lo merita, il fato degl'infelici legati alla -Torre, la barbarie è da imputarsi non mai a' Cremaschi. L'imperator -Federico però volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico -lo fece. Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo -assedio, e Radevico ci dice:[438] _Ipsum castrum, egressis inde quasi -XX millibus hominum diversi generis, flammis traditum, et militibus -ad diripiendum permissum est_[439]. Questo modo di assediare e di -prendere una fortezza l'imperator Federico lo credette modo clemente: e -la presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò una -vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, ce la -conservò Radevico[440] nel libro secondo, cap. 43:[441] _Fridericus, -Dei gratia Romanorum imperator, et semper augustus. Scire credimus -prudentiam vestram, quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem et -gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter collatum occultari -vel abscondi tamquam res privata non potest. Quod ideo dilectioni -vestrae ac desiderio significamus, ut, sicut charissimos et fideles, -vos participes honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem die post -conversionem S. Pauli, plenam victoriam de Crema nobis Deus contulit, -sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in -ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae quam humanae summam -semper clementiam in principe esse testantur._ - -(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese l'imperatore -Federico direttamente contro di Milano; e si passò il tempo in varie -zuffe, per lo più dai Milanesi provocate, e terminate con vario -successo, ora felice, ed ora contrario. L'erudizione tutto raccoglie; -la voce della storia racconta que' soli fatti che meritano di essere -conosciuti o per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti -dappoi, ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato delle -cose in quei tempi. Aspettava quell'augusto nuovi soccorsi dalla -Germania, e frattanto girava per la Lombardia convocando concilii, -sostenendo papa Vittore, scomunicando i partigiani di papa Alessandro -III, il quale scomunicava i fautori di Vittore. L'origine di questo -scisma venne perchè morto, nel 1159, Adriano IV, che nascosamente -animava i Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero -in due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi fu -chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale di -Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era del partito di -Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta vescovi suoi sudditi -o aderenti, al quale invitò i due pretendenti al papato. Vittore solo -vi comparve, e fu dichiarato legittimo papa; e contemporaneamente in -Anagni si tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale -fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il giorno 24 -marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico. Vittore scomunicò -i Milanesi e i loro fautori. Alessandro scomunicò Federico, l'antipapa -e i consoli cremonesi, pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani, -aderenti all'imperatore e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e -gli affari di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti -ostili, che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza -ricompensare in qualche modo il danno con qualche gran mutazione. La -guerra è sempre un male atroce, e le società civili si sono instituite -al fine di non provarla. Ma s'ella cagiona una gran rivoluzione, perde -in certo qual modo la sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce; -che se lascia il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima, -non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti rinforzi -all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi di Milano; e -a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento, un incendio cioè -furiosissimo, che, il giorno 25 agosto 1160, abbruciò quasi tutti i -nostri magazzini e quasi la terza parte di Milano. A questa disgrazia -dobbiamo attribuire interamente l'umiliazione alla quale venimmo -ridotti; e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo -negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto come il giorno sopra gli -altri infausto: poichè ci trovammo da quel momento in faccia di un -potentissimo nemico, aiutato dai nostri nemici vicini; tagliata ogni -corrispondenza colle città amiche; privi d'ogni speranza di aver pane; -e desolate le campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata -fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa. - -(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò quasi sette -mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno 1162[442]. Non seguì -alcuna operazione militare che forzasse alla resa; non furono diroccate -le fortificazioni in verun modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica -cagione della dedizione in quella seconda volta è da attribuirsi alla -fisica mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire Raul -ci dice che, per provvedere la città,[443] _electi sunt de unaquaque -parochia civitatis duo homines, et de iisdem tres de unaquaque porta, -quorum unus ego fui, ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces -venderentur, et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis -versum est_: parole che non furono abbastanza sinora meditate, perchè -la violazione della proprietà, e la mediazione del legislatore fra -chi vende e chi compra furono sempre mai operazioni insterilitrici, -sebbene di autorità e lucro per gli esecutori, i quali soli parlano -per un popolo che non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per -lunga serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto del -1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico del 1161 cominciò -a postarsi tra levante e tramontana della città; poi sloggiò e collocò -il suo campo, inviandosi a ponente, poi a mezzodì, sempre facendo -fronte verso Milano. Una così poderosa armata copriva frattanto dietro -di lei una moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor -verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di quindici -miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; e si accampò -verso Lodi, lasciandoci il miserando spettacolo d'una terra devastata -che non poteva darci nulla; e non lasciando altro compenso per vivere, -fuori che i pochi grani scampati dall'incendio. È assai facile il -figurarci la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal -vista cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro -rimanere era quello di avventurare tutto a una giornata: uscire dalla -loro città con tutte le forze riunite, dare una battaglia, e terminare -la vita con onore, e salvare la patria, distruggendo il nemico, e -obbligandolo a lasciarla libera. Ma per abbracciare questo estremo -partito vi voleva quel vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo -della patria, che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende. -Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, e si -erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte di Biandrate ci -allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. Ne' casi estremi -il dispotismo solo può salvare la città; ma non sempre vive nella -città l'uomo che, per la sua virtù e talenti, meriti il deposito di -quella terribile autorità, nè sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo. -Cercarono perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione col -nemico; e, chiesti i salvocondotti dal duca di Boemia e dal conte -Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, non meno che dal langravio -di Assia, di lui cognato, scortati con questi, uscirono dalla città -per entrare con essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di -Federico, ci racconta[444] che dalle truppe dell'arcivescovo di Colonia -Reineldo, contro il gius delle genti, vennero fatti prigionieri; -e, quantunque i tre nominati principi altamente se ne dolessero, -l'imperatore approvò il fatto. Lo storico nostro sire Raul ci descrive -molte crudeltà praticate dall'imperatore in questo secondo blocco. -Pretende quell'autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava -facendo in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le -mani. Nomina sei milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli -occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocchè servisse di guida -a ricondurre nella città i suoi compagni. Comunque sia, egli è certo -che i Milanesi, in dicembre dell'anno 1161, e molto più in gennaio del -1162, erano ridotti all'estremo della penuria, a tal segno che colle -armi nelle domestiche mura si vegliava, perchè il padre non rubasse -al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro -Calchi:[445] _Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus -nurum, frater fratem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod -pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia -audiebantur_[446]. Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il -raccolto, soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte, poichè le -strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava. -La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover -succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la città si -rendesse all'imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano -che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta -inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi -che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante nell'Italia, non vi -poteva più a lungo soggiornare o per bisogni della Germania, o per la -stanchezza de' principi: essere sempre aperto il disperato partito di -assoggettarsi ad un monarca offeso e adiratissimo: del quale, nello -stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito lo sdegno, -quand'anche si accelerasse di qualche poco la dedizione; per modo che -una più lunga resistenza riusciva in favore della città. Così allora -dicevano i consoli, dei quali i nomi meritano di essere ricordati, -Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, -Gottifredo Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando -Giudice ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile peso de' mali -della carestia mosse il popolo, e la vita dei consoli fu in pericolo; -per lo che si dovettero spedire immediatamente all'imperatore le -condizioni della resa. Nessuna condizione volle ammettere il vincitore, -e volle che ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla -clemenza sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i Milanesi -dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che l'imperatore -avrebbe operato generosamente; il che ce lo attesta lo stesso Burcardo, -oltre il Morena. - -La sommissione dei Milanesi si rappresentò, al principio di marzo -1162, nella nuova città di Lodi. Ivi si prostrarono avanti l'imperatore -gli otto consoli. Furongli consegnati quattrocento ostaggi trascelti -fra gli ottimati. Le armi e le insegne militari furono depositate a' -suoi piedi. Gli fu giurata obbedienza illimitata. Io non descriverò -minutamente quello spettacolo umiliante; poichè quando una città si -rende a discrezione, come facemmo noi, è detto tutto. Ogni avvilimento, -ogni insulto di più che debba soffrire il popolo che in tal modo si -è reso, può far torto bensì alla grandezza d'animo del vincitore, ma -non aggiugne alcuna macchia di più ad una città che non ha più mezzi -per resistere. Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne -a Milano, e comandò che i cittadini tutti uscissero dalla città, e -che la città venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce lo attesta -nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in cui dice:[447] -_Fossata complanamus, muros subvertimus turres omnes destruimus, et -totam civitatem in ruinam, et desolationem ponimus_[448]. Radevico -descrive così:[449] _Deinde muri civitatis et fossata et turres -paulatim destructi sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in -ruinam et desolationem detracta est._ Dodechino, nella continuazione -della cronaca di Mariano Scoto, dice:[450] _Populus expulsus: murus -in circuito dejectus: aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus -destructae_[451]; e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, così -racconta:[452] _Medialanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione -coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore misericordiam... -Imperator, qui proposuerat eos, ad terrorem aliorum, diversis -suppliciis interimere, vita donatos, rebusque necessariis, quantum -secum ferre poterant, concessis, per regiones dispersit, ita ut non -haberent licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde jussit -suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera fastigia, et -aedificia destrui_[453]. L'anonimo autore della cronaca Sampietrina -Erfurtense, così dice:[454] _Mediolanenses, regis, et italici atque -teutonici exercitus obsidione, jam quadriennio, arctati, post multa -et praeclara militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum, et -inedia magis quam armis devicti manus imperatori tradunt supplices, -regiae potestati se suaque omnia dedentes. Optimatibus igitur ac -populo in deditionem susceptis, Rex civitatem cum victricibus aquilis, -ac grandi moltitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute, -omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur, muri, -turres, omnisque munitio destruitur, caetera aedificia, excepta -matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis, voraci flamma consumantur, et -civitas opulentissima... terrae funditus coaequatur_; indi più oltre, -per accennare il modo con coi i Milanesi alloggiavano, dice:[455] -_Mediolanenses, post suae excidium civitatis, quatuor oppida per -quatuor plagas, imperiali edicto, fecerunt_[456]; e nel Cronico Boemico -si legge che l'imperator Federico allora,[457] _muros urbis diruit, -et aspera mutat in plana_[458]. Il canonico di Praga Vincenzo così ci -descrive più a lungo questo avvenimento:[459] _Mediolanenses autem -tantae fortitudini resistere non valentes, crebris vastationibus, -fame, siti, diversis captionibus, fratrum quoque et amicorum suorum -diversis cruciatibus, et interfectionibus defatigati, a principibus, -tam Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris modum -quaerunt, quibus sic a principibus respondetur: quod nullo modo -gratiam domini imperatoris obtinere valeant, nisi prius Mediolanum -in manus domini imperatoris tradant. Et ex consilio suorum fidelium -Laudum civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali suo cum suis -principibus sedente, claves omnium portarum mediolanensium ante ipsum -portantes, coram eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram -se prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur, ex quibus -Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus; injuste egimus, ita -quod contra romanorum imperatorum dominum nostrum naturalem arma -movimus; culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla nostra -imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis nostrae, -urbis antiquae, imperiali majestati vestrae offerimus, et ut tantae -urbis, tam antiquorum imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S. -Ambrosii amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri -subditis; pacem dare subjectis imperialis dignetur pietas, vestigia -pedum vestroram dorantes, humili, et supplici prece rogamus. Hic eorum -imperator auditis precibus, claves portarum mediolanensium recipit, -et sic contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis terrae -innotuit quod contra dominum imperatorem orbis terrae dominum arma -movere praesumpserunt, sic per quatuor orbis terrae partes eorum -poena innotescat. Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem, -ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis vult suam deportet -pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris in potestatem reddant. Hoc -audito, Mediolanenses ejus assistunt volontati, et licet inviti, -ejus obtemperant imperio. Per praedictas quatuor partes sua ponunt -domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem et Austrum: Mediolanum in -potestatem domini imperatoris reddunt. Imperator autem, Teutonicorum, -Papiensium, Cremonensium et aliorum Longobardum collecta militia, -Mediolani suo residet pro tribunali; quid de tanta urbe faciendum sit -consilium quaerit. Ad quod a Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus, -Cumanis, et ab aliis civitatibus, respondetur; qualia pocula aliis -propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam, Cumas, -imperiales destruxerunt civitates, et eorum destructur Mediolanum. -Hoc audito, imperator ex eorum consilio tali in Mediolanum data -sententia, extra progreditur in campestria. Primo dominus Theobaldus, -frater domini regis Wladisiai, deinde Papienses, Cremonenses, -Laudenses, Cumani, et diversi de diversis civitatibus, ocyus dicto, -ignem ex omni parte in Mediolanum jaciunt, hoc ipso imperatore cum -suis exercitibus spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas -imperialis, diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator autem, -Mediolano destructo, in tota Italia imperialem exercebat potestatem, -tota enim in cospectu ejus tremebat Italia, et in urbibus Italiae suis -positis potestatibus, versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae -rem acturus, suus disponit exercitus_[460]. Tutti i riferiti autori -tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati contro -dell'imperatore) uniformemente ci assicurano che fummo dalla città -scacciati, ripartiti a vivere in quattro borghi: e che la città non -solamente fu smantellata, ma posta in rovina e desolazione, e distrutte -le case, trattene le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne -collocata tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte -della città, e distanti appena due miglia; e sono Noceto, Vigentino, -Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero di autorità ancora -non bastasse, un fatto solo basterebbe a provare che i Milanesi, dal -mese di marzo 1162 sino al maggio 1167, non abitarono in Milano, ma -ne' suddetti luoghi; e questo si è che nessun contratto, nessuna carta -scritta in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma -i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali -portano _In burgo de Veglantino_, ovvero _In burgo Noceti_, che anche -chiamavasi _Burgo Porte Romane de Noxeda_[461]; e le monache de' -monasteri di Milano facevano i loro contratti in questi borghi, nei -quali si erano ricoverate; come accadde all'abadessa del monastero di -Orona, di cui vi è un livello fatto nel 1163:[462] _Ante portam sancti -Georgii de Noxeda_[463]. Da tutto ciò, senza alcun dubbio, si conosce -che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma realmente -fu rovinata la città, la quale per cinque anni rimase un acervo di -rottami disabitati, mentre i cittadini vennero separatamente collocati -nei quattro nominati luoghi, che ora sono povere terre suburbane, -capaci appena di ricoverare alcuni contadini. - -I nemici o si disarmano co' beneficii, o si spengono, come insegnò -il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano l'impresa. I -Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati all'Impero, -per non trovarsi assaliti dagl'imperiali con averci alle spalle, -e per conservarsi la comunicazione co' Borgognoni, ossia Svizzeri, -loro alleati, sotto Vitige, spedirono Uraja, il quale, alla testa -d'un'armata, passò a fil di spada i nostri maggiori, e lasciò il -paese deserto per cinque secoli, siccome si è veduto. La condotta -dell'Imperatore Federico è stata men crudele; ma non più eroica nè più -saggia. Egli voleva che non vi fosse più Milano; ne fece uscire gli -abitanti, e distrusse la città. Doveva prima giudicare se uno sterile -ammasso di rovine deserte sia una dominazione gloriosa ed utile per un -monarca. Poi, supposto che trovasse conveniente un tal partito, doveva -trasportare i cittadini nel fondo della Germania, divisi in modo che -non più potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte della -città, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento, se non -di vedere rinata la città al primo istante in cui fosse allontanata -la forza ch'egli vi esercitava. Nel 1758 gli Austriaci furono a -Berlino, e i Prussiani a Dresda; che direbbe la storia se avessero -posto l'incendio nelle due città? In mezzo all'ardore della guerra le -nazioni colte ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanità tutti i -danni superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che non -furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggidì il colonnato di -San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le torri di San Sepolcro, le -chiese di San Giovanni in Conca, di San Simpliciano, di San Celso, di -San Satiro, il battisterio incorporato nella chiesa di San Gottardo, -ed altri edificj, che ci fanno prova del riguardo usato allora ai -luoghi sacri. A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di -ministri e di adoratori, non saprei dirlo; tanto più che le reliquie -ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania, dove -anche oggidì in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano de' Magi, -dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da Sant'Eustorgio. La -superstizione di quei tempi avrà fatto credere che fosse un maggior -delitto il diroccare le mura d'un tempio, che il ridurre alla estrema -angoscia gli uomini d'una città. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci -lasciò scritto, che:[464] _Quinquagesima pars Mediolani non remansit -ad destruendum_[465]; lo storico milanese sire Raul si scrive:[466] -_Primo succendit universas domos, postea destruxit et domos_[467]. -Vero è che il guasto principalmente lo soffrimmo dai nostri nemici -italiani, cremonesi, lodigiani, pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi, -e dagli abitanti del ducato medesimo delle provincie Martesana e -Seprio, i quali, a più riprese, ritornarono a demolire e incendiare -le antiche abitazioni d'una città che gli aveva con troppo orgoglio -e ingiustizia maltrattati; ed è probabile che l'imperatore Federico -fondasse su questo radicato livore il progetto di impedire che i -Milanesi mai più non osassero rientrare nella città; e dovessero -vivere sempre a vista della rovinata città, ma separati in quattro -terre. Ma gli amori e gli odii d'una città e di una nazione sono tanto -variabili quanto l'autorità e l'interesse; poichè la prima li dirige -nei paesi ignoranti, l'altro negli illuminati. Gli autori contemporanei -non parlano, nè che fosse sparso il sale sulle rovine della città, -nè che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze s'immaginarono -dal Meimbomio, e dal Fiamma posteriormente; e il giudizioso nostro -conte Giulini dissipa queste favole, troppo incautamente ripetute -da chi descrisse questa nostra sciagura[468]. I buoi non potrebbero -strascinare l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate: nè in -un paese mediterraneo e senza miniere, il sale è tanto abbondante da -farne tal uso insolito ed inefficace, il sale anzi si vendeva in Milano -soldi trenta lo stajo, come ci attesta sire Raul, e i trenta soldi -di allora valevano, secondo il calcolo del conte Giulini, più che non -valgono tredici zecchini ai tempi nostri[469]; tanta era la carestia -di ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi. Sire -Raul ci descrive:[470] _Planctum, et luctum marium, atque mulierum, -et maxime infirmorum, et foeminarum de partu, et puerorum egredientium -et proprios lares reliquentium_[471]. E a dir vero, questo trattamento -fatto ai Milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti -esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno, -che da noi anche in marzo è durevole. La neve, il ghiaccio non sono -cose insolite in Milano in quella stagione. Donne da parto, infermi, -vecchi, bambini, costretti a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto -per ivi mirare la rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad -abbandonare sè stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse -de' principi, che assicuravano una generosa accoglienza[472], dopo -aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata così a penuriare -di tutto e soffrire una morte lenta, miseranda, amareggiata dalla -baccante vendetta dei nemici, che sotto i loro occhi distruggevano -la città infelice, non fanno un'epoca gloriosa per la magnanimità di -Federico. Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virtù -dei Romani, e Federico credette così gloriosa impresa per lui l'avere, -non già sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii diplomi, che -tuttora si conservano, vi pose la data:[473] _Post destructionem -Mediolani_[474], e ne fece solenni feste in Pavia, ove con nuova pompa -sedette incoronato ad un pranzo colla imperatrice, pure incoronata, ed -i vescovi colla mitra sul capo; ornamento che allora si rese universale -ai vescovi. - -Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il quale narra che -appena la cinquantesima parte di Milano rimase intatta, non credo io -già per ciò che le quarantanove cinquantesime parti della città siano -state distrutte in modo che veramente fossero le case dai fondamenti -demolite. Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un lavoro -grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare, comprende quanto -dispendio e quanto tempo vi voglia per appianare una casa di buone e -antiche mura. È verisimile che lo sfogo della vendetta de' nemici desse -il guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili; ma -probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono, se non altro -nella parte più vicina al suolo; poichè i mattoni, la calce, i travi, -cadendo, le dovevano seppellire sotto il mucchio di que' rottami. E -ciò sembrami assai naturale, osservando la capricciosa tortuosità e -l'angustia di molte delle nostre vie, singolarmente al centro della -città, poichè se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti -antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni città -fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane al centro di -Milano a me pare che provi l'opinione da me esposta sin dapprincipio, -cioè che Milano non abbia fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice -villaggio, gradatamente crescendo, sia diventata una città. Le prime -case che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate con -nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone; a queste si -aggiungono altre abitazioni sul pezzo di terra che ciascuno acquista, e -si forma un villaggio colla sola distanza fra casa e casa, che ne lasci -l'uscita e l'ingresso. Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori, -si comincia a conoscere la necessità d'un regolamento, e si obbligano i -nuovi che vengono ad osservare nelle nuove case che v'innalzano certa -distanza e certo ordine; e come i nuovi sono costretti a sempre più -allontanarsi dal centro, quanto più tardi si determinano a scegliervi -la dimora, perciò sempre più regolari e spaziose sono le vie lontane -dal mezzo della città; perchè le case del centro sono state aggiunte -ad un villaggio; e quelle più lontane, ad una città, che aveva un -regolamento di Edili. Io perciò opino che la maggior parte delle vie -interne di Milano sieno antichissime, e le case ristorate sempre sopra -i primi fondamenti; poichè dopo cinque anni ciascuno sarà ritornato -esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avrà riattata -sopra gli antichi fondamenti. - -Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro borghi, e -quanti vilipendii ed a quante miserie andassero esposti, è facile -immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono. Se è possibile un -governo civile che abbia per oggetto l'infelicità del popolo, lo fu -quello; e negli annali nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro -da Cunin, di Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali -poterono distinguersi nella rapacità, durezza ed oppressione sotto cui -fecero gemere i nostri antenati[475]. Il terrore di questo trattamento -costrinse Piacenza, Brescia e Bologna a sottomettersi a Federico:[476] -_ne sicut Mediolanum, quod fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori -existerent, funditus subverterentur_, dice il Morena. Tutte le città -del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero -soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali, che le -avevano poste nella servitù. Le doglianze non portavano in risposta -che scherno e vilipendio[477]. Tale fu il punto a cui le interne -discordie condussero le città della Lombardia. Tale fu la condotta -dell'imperatore Federico, che non collocheremo fra gli eroi benefici, -nè fra gli eroi militari; poichè per vincere una città fiancheggiata -da' nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione, -circondandola con un esercito, di cui dice Wernero Rolewinck:[478] -_Federicus imperator, quasi cum innumerabili Alamannorum exercitu, -Mediolanum obsedit_[479], non fa mestieri di arte alcuna; peggio poi, -con un apparato simile, il non acquistare la città per assalto, ma -l'ottenerla colla subornazione in prima, poi colla fame. Un numero -assai minore di forze poteva restituire all'Impero la città; e -rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti, poteva Milano -trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine, quella pace e quella -sicurezza che desiderava nella passata condizione; e poteva un più -virtuoso monarca, dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la -perdita della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato per -acquistarci la civile libertà. Allora non avrebbe la storia lasciato -scritto quello che il monaco bavaro pose nella sua cronaca:[480] -_Mediolanenses sponte se suaque imperatori dederunt, qui absque ulla -clementia Mediolanum destruxit_[481]. Una scorreria di barbari può -demolire molte città: ma appena nel corso d'un lungo regno può un -monarca potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi umani e -deliziosi sentimenti non si conoscevano in que' secoli feroci; e ciò -diminuisce in qualche parte la colpa dell'imperator Federico. - - - - -CAPITOLO VIII. - - _Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema - politico._ - - -Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra; -presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo Oberto da -Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e l'imperatore Federico, -all'incontro, sosteneva il partito dell'antipapa. Se la prepotenza -de' Milanesi aveva destata l'invidia e l'odio universale, l'estrema -loro oppressione aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le -città tutte del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente -si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano -sotto il giogo de' ministri imperiali, spogliate delle regalie, e -ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia di un conquistatore. -In questo stato era la Lombardia, quando Alessandro III dalla -Francia, ove aveva ritrovato un asilo, passò in Italia l'anno 1165. -L'imperator d'Oriente Manuello Comneno era passionatamente animato -contro i Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne' suoi -Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò col papa -e coll'imperatore d'Oriente, e così il papa si avventurò al ritorno -nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli delle città lombarde -erano i medesimi, cioè di sottrarsi dalla dominazione dispotica -dell'imperator Federico. Ma la difficoltà era grandissima, perchè nè -Alessandro aveva forze bastanti per iscacciare Federico, nè pareva -possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e -sospettosamente custodite da un terribile vincitore. Secondo tutte le -apparenze, queste difficoltà vennero superate coll'opera de' frati, -ai quali, come ad uomini affatto alieni dalle cose mondane, non si -prestò attenzione. Essi conoscevano in ciascheduna città gli uomini -più accreditati; insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne -prepararono e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso che -si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel monastero di -Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno 7 aprile 1167; ed ivi si -trovarono alcuni de' principali cittadini delle città lombarde[482]. -Il primo articolo che vi si trattò e concluse, fu di ristabilire i -Milanesi nella loro patria, riparare le loro fortificazioni, aiutarli -a repristinare le case loro; e così dare nuova vita alla città, che -doveva essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse -stato condotto con mistero questo primo congresso, non potè a meno -che il conte di Disce, ministro imperiale, non ne concepisse qualche -sospetto. Pretendeva egli quindi dai Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni -modo più che mai gli opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti, -divisi nelle quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della -patria, senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi, ignari -probabilmente di quanto si andava da alcuni pochi cittadini trattando -per la comune salvezza, tremavano ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi -nostri nemici, erano i più affezionati all'Impero; Pavia era la sede -della corte del regno italico, e diventava, nello stato libero, una -città secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa -de' ministri imperiali faceva tutto paventare agli infelici:[483] _O -quantus clamor_, dice sire Raul, _et quantus timor, quantus fletus per -quatour hebdomadas in burgis fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini! -nemo erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: Ecce -Papienses burgos comburere_[484]. L'imperatore trovavasi verso Roma: -i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, i Mantovani e i Veronesi -vennero a Milano; e il giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i -Milanesi nella loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta -allora sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, unitamente -ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano questo ritorno; la -spiegazione de' quali io non intraprenderò, sì per essere questo un -oggetto più d'antiquario che da storico, come anche per non ripetere -quanto si può vedere nella diligente e laboriosa opera del nostro conte -Giulini[485], al quale non saprei che aggiungere. Queste sculture ci -mostrano che l'antesignano di questa impresa fu appunto un frate, che -precede i militi e porta il vessillo: nè si può dubitarne, poichè vi è -scolpito sotto: _Frater Jacobo_; il che avvalora sempre più l'opinione -che de' frati siasi servito il papa Alessandro per questa impresa, -condotta così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero -dal congresso all'esecuzione. - -Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro -fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro -città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui -l'imperatore stavasene colla sua armata sulla Romagna per discacciare -il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di -Milano fece che l'imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse -alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice ci -aveva fatto non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla -nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore -dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo, -presidiato dagl'imperiali, e presimo la guernigione e la condussimo -prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova -lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que' -cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che l'imperatore -fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell'Impero -quasi tutte le città della Lombardia, le quali, o palesemente, o -cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie -sul Milanese, ma si presentarono gli alleati con forza tale, che -obbligarono l'imperatore a contenersi e ritirarsi nella Germania per -la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le città -di Lombardia:[486] _Insimul unum corpus effectae sunt_, come dice il -continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitre città collegate: -Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, -Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, -Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal -macchina aveva saputo preparare contemporaneamente l'accorto Alessandro -III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena -formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente, -la maniera di ragionare di que' tempi, di rendere immortale la fama -del sommo pastore, creando una nuova città, che portasse ai secoli -venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora -erano imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita -a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale si dichiarava -ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi -con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il -sito ove il fiume Bórmida sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova -città, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati -in questa nuova città gli abitatori delle vicine terre, diederle il -nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte -delle guerre e delle conquiste: le prime, distruggendo ogni cosa; le -seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano -alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra, -la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose -opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, un tempo loro -padroni e loro benefici legislatori e maestri. L'Egitto conserva -ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche -agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si -migliorano, nè si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare un -popolo, fa che è in sua mano l'imprimervi il carattere che vuole; e che -il subblime dell'arte consiste nella scelta del mezzi; ma l'ambizione -dell'imperatore Federico non fu illuminata a questo segno. - -Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano -l'imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella -Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore nella Germania -venne della Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l'esercito -nell'Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città e la cinse -d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo -nemico, ma la chiamava Rovereto, nome d'uno de' vicini villaggi, gli -abitatori del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta -di quell'augusto che la data: _In episcopatu papiensi, in obsidione -Roboreti_[487]. L'assedio fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu -anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati -sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che -li riferiscono gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli; -è un barbaro tiranno per questi: io però mi attengo principalmente -agli autori tedeschi, acciocchè non sia il mio racconto sospetto di -parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città -d'Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi -che erano scappati dai loro padroni:[488] _Multitudo latrunculorum, -raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat_[489]. Pare veramente -difficile che gli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di -uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque -sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi:[490] _Magna costantia ex -utraque parte militaris res ferbebat: interdum ex his et illis quidam -capti nonnulli occisi et suspensis sunt. Imperator vero quiddam laude -dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, -mos oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium, -juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisiva; -ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel Imperium tuum gessi: -sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter -servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice -ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei -permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit_[491]. Nel -capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese sire Raul -ci lasciò scritto; cioè che l'imperatore Federico, nel blocco di -Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani -a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata -quell'accusa; ma questo autore tedesco, che, negli altri suoi racconti -è sempre parziale a Federico ed animato contro gli Italiani, pare -che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare -dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò -che i tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini -illuminati e sensibili, giudichino se sia[492] _quiddam laude dignum_ -quello che fece Federico, perchè fece accecare due soli di que' -disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel -Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice -in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da -ladroncello, nè da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto. -Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo -Siloense:[493] _Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut -dicunt, munitissimam, non mororum ambitu, sed positione loci, et vallo -incredibiliter magno, in quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque -virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator -non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum -caede, interjectis etiam aliquot annis_[494]; anzi a dir vero nè tosto -nè tardi la potè Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli -alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso -Piacenza; d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a -togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per -resistere coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace. -L'esito poi fece conoscere ch'ei con ciò non cercava che d'acquistar -tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla -Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di -alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'imperio; -e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro -libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all'elezione degli -arbitri, e l'imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia, -Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazzaro, pavese. Le -città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, -bresciano, e Gezone da Verona. - -Si cominciò a trattare per questa pace fra gli arbitri. Ma prima di -esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni -l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che -l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli -dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottifredo ci vuol far -credere che, quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria, -sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si -ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno -se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza. -La storia tutta smentisce un tal racconto; nè è mai stato l'uso che -per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un'armata -cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo -tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare -Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella -volta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'aprì un congresso -di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono: -che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III; -che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano -fatto durante i regni dei due ultimi Cesari, Lottario II e Corrado -III:[495] _Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo -pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris -Henrici imperatoris antecessoribus suis sini violentia, vel meta -fecerunt_[496]; così impariamo da una carta pubblicata dall'esimio -nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l'imperatore -restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai -signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità -che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, ne' mulini, -ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle case fabbricate sulle strade -pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero -di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città -alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere -che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco -suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che -allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede. -Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi, -dice:[497] _Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim -in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi_[498]; -e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperatore -Federico, di noi scrisse:[499] _Latini sermonis elegantiam, morunque -retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae -conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam_[500]. -I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi -non mancarono nè di valor militare nè di condotta; e che furono tanto -urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo. - -Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l'imperatore -aveva offerto con poca buona fede, per aspettare le nuove forze della -Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si -ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in -que' tempi. Non sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I -tributi si sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli -il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano in que' -secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo -non è meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per -l'avvilimento dei metalli nobili, resi assai più comuni e abbondanti -dopo la scoperta delle miniere d'America; ma è fisico e reale, -indipendentemente ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; poichè -gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di -portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal -proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all'armata -reggendo i suoi; terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I -signori ritornavano a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a -lavorare i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano -servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti. Si -stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando di essi -una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta -alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo -ripartito sul rimanente della società: e questo ceto di uomini, che -non contribuisce all'annua riproduzione e consuma, si andò sempre -aumentando nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un sovrano, -fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa -è stata la cagion principale per cui nell'Europa sono stati di -tanto moltiplicati i tributi sopra dei popoli, i quali però hanno -acquistata la libertà di passare tranquillamente la vita nelle loro -case; e furono liberati dall'obbligo di espatriare e di soffrire le -inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la -schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni -agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità dei tributi, -i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente si troveranno -più che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe -un quesito politico l'antivedere qual limite avranno le armate; e -se troverà maggiore utilità qualche Stato a rendere la condizione -del soldato più ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in -minor numero e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una folla -d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò una verità assai -facile e comune; cioè che i tributi, giunti a un dato limite, non si -accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se vogliasi -perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda -di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non -erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi -formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente non si poteva -ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli è vero -che nel Milanese il fondo principale della riproduzione è la terra -ferace sulla quale siamo nati; ma senza un'esatta misura de' campi -non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà -si aggiugneva un'altra di opinione, chè credevasi ingiusta cosa lo -stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che è -variabile colla diversità delle annate. Perciò anticamente, piuttosto -si volle ogni anno esporsi alla spesa e all'arbitrio d'un generale -catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all'apparente giustizia -distributiva. L'erudito circospettismo nostro conte Giulini asserisce -di non aver osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi; -ma bensì ai frutti, ovvero alle persone[501]. Forse l'antichissimo -carico dell'_imbottato_, abolito dalla beneficentissima Sovrana -l'anno 1780, era una tradizione discesa sino da que' secoli rimoti. -Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano. -La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza -in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia -di polli, trecento uova e cento libbre di ferro[502], e con ciò aveva -pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s'imponevano -all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa, ne' tempi rozzi, -doveva essere la ripartizione più facile e breve del tributo. Così, -per liberarci dall'invasione degli Ungheri nell'anno 947, s'impose la -tassa straordinaria di un denaro per testa, a cui vennero assoggettati -anche le donne ed i fanciulli[503]. I _telonei_ sono antichissimi, -ed era il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel -distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni -bestia da soma; ed è assai probabile che venisse questo assegnato alla -conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui -erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del -tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intrinseca di questo -carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro -di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, avendo per norma -il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo. -Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo già al capitolo quarto come -da prima l'arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni -medesime era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il -peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati -a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci, -anche pei furti commessi sulle pubbliche strade[504]. Abbiamo stampata, -colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata -nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici -denari per ciascuna lira di valore, ossia il cinque per cento, senza -distinzione alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che la tariffa -in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi oggetto di finanza, -poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione, per rendere più -o meno difficile l'ingresso e l'uscita delle merci, a norma de' bisogni -e dell'industria nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico, -il _teloneo_, nè la _curtadia_, che era un nome quasi sinonimo[505], -non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero un tenue -tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche, -di cui non si curava l'imperatore; e questo _teloneo_, nei tempi de' -quali tratto, nemmeno è certo se si ricevesse tutto in denaro, e non -per decimazione, come dice il Fiamma, che anticamente si percepiva -dall'arcivescovo:[506] _De quolibet curra lignorum recipiebat unum, de -qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum_[507]. -V'erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne' laghi e fiumi -pagava un annuo tributo, che si chiamava _nabullum_. In oltre per poter -legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava -_abdicius_[508]. Un'altra tassa si conosceva col nome di _fodro_, -e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel -somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del sovrano[509]. -V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de' fiumi; -sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e -sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono -quelle che volevano rivendicare dall'imperatore le città della lega, -come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori, di veneranda -memoria[510]. Da questa generale idea può conoscersi che al tempo -dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione -d'oggi, la percezione del tributo; poichè mancava il censo sulle terre, -mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo -del sale; i quali tre oggetti formano oggidì il nerbo principale della -finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di -libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che -ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano. -E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano -durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le -piante e inceneriti i boschi, si stese la coltura sopra una gran parte -di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della -legna. - -Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente -ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che gli arbitri -discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e frattanto nella -Germania andava radunando le forze quanto più poteva per sorprendere -le città collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera -del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di -militi stava per entrare nell'Italia dalla strada di Bellinzona; -e l'Imperatore andogli incontro. La città di Como gli era fedele, -come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i -militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il rimanente -delle sue forze e il marchese di Monferrato coi suoi. I Milanesi -saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite -piombassero sopra della loro città. Già ogni discorso di pace era -stato rotto dall'imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze. -Avevamo il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e -piacentini. Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo -verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per i Milanesi, che -tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I -fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e -si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti -in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe -nipote dell'imperatore e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. La -cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia -dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi -sconosciuto e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno -29 maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri -non ci furono di norma, quando avemmo prospera la sorte delle armi; nè -alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell'augusto, e -così poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi -nella vittoria. Questa giornata terminò per sempre tutte le operazioni -militari dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto -sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono sire Raul e -il calendario Sitoniano, non già come da alcuni scrittori tedeschi è -stato rappresentato. Poichè se unicamente fosse stato l'imperatore, -scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa dei Milanesi, da -cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto -mutar parere, nè pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia, -che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di -assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno 1176, ha pubblicata la -lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero -informati allora i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte -queste testimonianze, e molto più il partito mansueto ed umano che -prese e conservò in séguito Federico, dimostrano la verità del racconto -e l'importanza di quella grande giornata. Aprì subito l'imperatore -la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo -per legittimo pontefice. Accordò separatamente le condizioni che -potevano accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai -Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purchè si -abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da -noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine; -ma le pratiche loro, e molto più i veri interessi che ciascuna delle -città aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che -si rinunciasse a quella unione che rendeva solida la costituzione -dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva aspettare -la sicurezza propria. Nè si lasciò di conoscere che se una città -preponderante di forze è necessaria per essere come il centro della -riunione, molto più lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio -sul quale collocare si potesse una forza già troppo irritata, e animata -contro il nome e la libertà dell'Italia. Questo interesse però non -era tanto immediato al papa, il quale accomodò ben presto le cose sue -coll'imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle -città confederate; di che molto, e non senza ragione, se ne lagnarono -le città della lega. Così il papa potè entrarsene alla residenza di -Roma, donde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi -prevaleva in favore dell'antipapa. - -La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll'imperator -Federico, abbandonando le città confederate al loro destino, non -cagionò danno veruno alla lega lombarda. L'imperatore andossene in -Germania; e le città, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un -congresso, nel quale si presero a trattare gli interessi comuni, per -rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città più comoda -per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria, -da Milano a Bologna, e da tante altre città che disopra ho nominate. -(1183) La tregua si cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183, -il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perchè stata collocata -nel corpo delle leggi, acciocchè servisse nei secoli successivi di -norma dei diritti e del governo delle città lombarde. Chi brama di -conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella -pace, ne troverà la istruzione nella dissertazione quarantottesima -dell'immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei -di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli -fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo -a far uso dell'oro già estratto per ridurlo a più finito lavoro. Ecco -però lo spirito della celebre pace di Costanza: le città lombarde -potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata; -potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere; -goderanno di tutte le regalie e conserveranno le loro consuetudini; -le città giureranno fedeltà all'imperatore; gli pagheranno ogni anno -in segno d'omaggio duemila marche d'argento[511]; l'imperatore avrà i -suoi legati nella Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli -delle città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la -parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a proferire la loro -sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della -città; ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori -alla corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni -si rinnoverà il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione dei -feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, e verranno decise dai Pari -della città, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in -cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo vuole, -ei stesso giudicarle; e quando verrà l'imperatore nella Lombardia, -se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i -ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a constituire -un'associazione di città libere, sotto la protezione dell'Impero, come -lo erano poco prima diventate nella Germania le città anseatiche, -Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania -pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono -a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli _Reipublicae -Mediolanensis_[512]. - -Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libertà -municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; ma nessuna -dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della -Martesana, del Seprio, ec., cioè la maggior parte dei borghi e delle -terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185) -L'imperatore Federico medesimo, con una carta segnata in Reggio agli -11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli[513], a noi rinunziò[514] -_omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi, -sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi, etc._ -Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si -obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a -chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento, e promise in oltre -che non avrebbe fatto altra lega con altra città di Lombardia senza -il consenso dei consoli di Milano[515]. Così giurò, e così promise -di far giurare anche al suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani, -entro quel termine, che fosse piaciuto ai consoli ed al consiglio -di Milano di assegnare:[516] _ad terminum quem consules Mediolani -cum Consilio credentiae nobis dixerint_. I Milanesi, in ricompensa, -si obbligarono a garantire all'imperatore gli Stati suoi d'Italia, -e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta -vi si legge espresso il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re -Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di -Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla -garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse mancato di tributare -all'imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la -repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l'imperatore per -ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero -che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre città -di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno -di ottenere l'assenso dell'imperatore e del re Enrico, di lui figlio. -Questo trattato di Reggio ci dà a conoscere quanto fosse mutato -l'aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non -ci risguardava più come schiavi, nè conservava più l'opinione d'essere -signore del globo terraqueo, _orbis terrae dominum_; ma era un principe -che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero. -Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre: e ce lo -ricorda il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono -le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l'imperatore -Federico[517] _plenam jurisdictionem concessit_ alla città di Milano -sulle lerre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro -ed erudito conte Giulini[518]. Nel ducato si distinguono Monza, Varese, -Vimercato, Treviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi, -e che in altri regni verrebbero chiamati città. È bensì vero che non -sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggidì. - -(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non è -profanazione d'un nome consacrato al sentimento l'adoperarlo in questo -luogo), l'imperatore Federico venne a Milano, ed alloggiò nel monastero -di Sant'Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale -le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia. -La chiesa non si trovò bastantemente capace, e perciò si fabbricò una -magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo -della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa -ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, drappi di seta, -panni, pellicce:[519] _Plusquam CL equos oneratos auro, et argento et -samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum et aliarum bonarum -rerum_[520]. Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico -sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l'unica -figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo -splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico, -imponendogli la corona del regno d'Italia; la quale consacrazione diè -motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cioè -Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato -innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III, -accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle -conservare per sè stesso la sede arcivescovile, onde nell'incoronazione -del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano -l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza al papa -arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea ne facesse il ministero. -Poco o nulla però influì lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che -non giunse a regnare due anni. In seguilo l'imperatore, diventato -umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con -tutti i riguardi possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione -costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza, -avendo l'imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in -Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza, -si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186 -destinato un milanese Ottone Zendadario[521]. Con tutto ciò la memoria -di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio -la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di -lui come quello d'un barbaro feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il -figlio di suo figlio, entrambo imperatori, coi nomi di Enrico V e di -Federico II, ebbero mai la benevolenza dei Milanesi, nè essi ebbero -mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse -sino a un dato limite, è possibile il dimenticarle; ma quando ai -danni della collera si aggiunsero l'insulto e la derisione, ancora -più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo -sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di -essere vendicativi. Io non dirò già che la vendetta sia lodevole; -anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata mai, -nè vi può essere, una nazione di magnanimi o di eroi. Prendendo una -moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni -saranno le meno sensibili e per conseguente le meno grate altresì ai -beneficii; e dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel -cuore a colori di sangue la memoria degli insulti sofferti, e spinge -alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine dei beni e dei -piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa -verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle -che non lo sono, dimenticano l'offesa, perchè non reggono alla fatica -di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori -virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso -che l'accusarci d'avere un maggior grado di vita e di sensibilità. -Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo mi guardi dai -contaminare mai la mia penna coll'apologìà del vizio o coll'oltraggiare -la virtù! - -Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimità; -anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci -fanno testimonio ch'egli fu un principe di animo fermo, ardito, -intraprendente, e in più d'una battaglia espose la sua persona al -pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s'egli avesse il -talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri. -Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza -delle città, disunite e rivali che attaccò; il modo con cui vinse, ora -per maneggio, ora per l'inedia, non mai per un assalto impetuosamente -guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il -cambiamento assoluto ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi -al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come -altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna azione -militare intraprese la quale provi la superiorità della sua mente. -Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose e al primo rovescio -di fortuna abbandonò il progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran -talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il -suo progetto era di sottomettere il regno italico alla dipendenza -assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava di far -rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignità -imperiale; e lasciò la Germania immersa ne' torbidi; e la dignità -decaduta, contrastata e divisa più che mai forse non lo era stata per -lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della -Germania innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile, -dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, cioè gli -uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verità, non sieno -per anco d'accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la -cagione. Primieramente, allorchè viveva Federico I, tutta la Germania -lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece nell'Italia, -corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de' -Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò incontro con sommissione, e -a gara cercava di procurarselo placato; Ottone Frigense, suo zio, -ce ne assicura:[522] _Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius -gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et -quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire. -Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex -legatis Veronensium perpendi potest_[523]. Questo timore, che sempre -più si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia, e -per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, quando postosi -in animo l'imperatore di comandare nella Polonia, vi entrò, e,[524] -_territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in -Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio -depopulatus est_, come ci dice il Radevico, che scriveva que' fatti, -siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore medesimo[525]. -Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de' -cronisti che allora registravano i fasti di quell'augusto. Parmi che il -vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote, -me ne dia un cenno dove scrive:[526] _Durum siquidem est scriptoris -animum, tanquam proprii extorrem examinis, ad alienum pendere -arbitrium_[527]. Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso -delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro -maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della -Danimarca: l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli -si fa omaggio del regno. Il re d'Inghilterra gli invia i suoi deputati -alla dieta dell'Impero. L'Italia sommessa; un re dato all'Ungheria; un -altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese -d'Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario; -il conte Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera -assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo -staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle -azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi -avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d'imponente. -Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero -al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l'usufrutto -del globo terrestre e non l'assoluta proprietà, dovevan disporre a -favor suo l'animo degli scrittori della Germania, sulla quale tanto -influisce la gloria dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi -fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più -facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua -divisione; ma poi la Danimarca finì collo staccare dall'Impero qualche -provincia. L'Italia ricuperò la libertà, anzi la ottenne confermata -dall'imperatore medesimo. L'avere spedite varie pergamene, accordando -il titolo di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati, -e così dando altri titoli, nemmeno è, per sè medesima, grande cosa. -L'avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della -Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta -l'Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è -tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei -cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte -città della Germania si determinarono allora a stabilire un governo -municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti; -ed è pur certo che debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale, -e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse -centomila tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre -dell'Impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa, -alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poichè, bagnandosi in -un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10 -di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati -di Roma, e la risposta che pone in bocca a Federico, sono una scena -nella quale gl'Italiani compaiono pieni d'una presunzione ridicola, e -l'imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli è però lecito, senza -temere la taccia d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica -dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false -le lunghe parlate; poichè lo scrittore non era presente comunemente, -e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani -sono stati sempre, anche in mezzo a' secoli barbari, più colti del -restante dell'Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie -conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella era -abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non è ponto verisimile -che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa -d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) i loro legati -per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, e osassero dirgli: -«Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro: eri un viaggiatore -oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino -all'ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica». -Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico; -il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il -latino, ed è assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia -degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale -nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche -osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte -l'anno 1158, non potè stendere i fasti sino alla distruzione di Milano; -e il continuatore di esso, canonico Radevico, terminò di scrivere -all'anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò -la sua cronaca, cioè sino al punto da cui cominciò il rovescio della -fortuna di Federico; e così alla posterità restarono le felici sue -imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata la -notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia ridotto. - -Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, io -ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di operare, acciò si -formi un giudizio e della umanità sua e de' principii della sua virtù; -e questi li prenderò tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il -primo documento sarà la lettera con cui l'imperatore istesso rende -informato il vescovo di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti -nella prima spedizione in Lombardia, acciocchè con essa avesse lo -scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo -regno: eccone alcuni pezzi:[528] _Dum ab eis, cioè dai Milanesi, -dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent, -nobilissimam castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites -habeat, capi et incendio destrui fecimus.... inde tria castra eorum -fortissima, Minimam videlicet, Gailardam et Trecam destruximus, et -natale Domini cum maxima jucunditate celebrato.... inde Chairam, -maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam -incendio vastavimus.... inde venimus Spoletum. et quia rebellis erat... -vi cepimus, ignei videlicet, et gladio, et infinitis spoliis acceptis, -pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus_[529]. Questo è il -modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo. -Perchè Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte, -e die non era città della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle, -non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo dice Ottone -Frisingense:[530] _Civitas direptioni datur, et antequam asportari -usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur. -Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem -seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt.... postera die, eo quod -ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intolerabilem -generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec -igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent -spolia_[531]. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico teneva -le forche piantate a vista della città, e i prigionieri li faceva -impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense:[532] _Quicumque -ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum -cernebant, expectabant supplicium_[533]; e quando prese Tortona,[534] -_Civitas primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur_: -così il Frisingense[535]. Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce -per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si -accorgesse, scrivendolo, che l'azione era obbrobriosa. Dice egli -adunque che l'imperatore Federico, volendo passare un distretto -alla Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige, -ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato da molti armati, -i quali gl'impedivano il passaggio. Dovette più volte invano tentare -di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali -sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed -a superarli. L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li -condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò d'essere -francese, d'essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi -all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; e a questi donò la -vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni.[536] _Erant -pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis -igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis, -unus ex eis inquit. Audi, imperator nobilissime, miserrimi hominis -sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine quamvis pauper, -eques, conditione liber, etc..... Hunc solum imperator gloriosus de -caeteris sententia mortie eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro -poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni -supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est;_ e i cadaveri -poi di questi,[537] _ut cunctis transeutibus temeritatis suae -praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerunt autem, -ut dicitir, quingenti_[538]. Un altro fatto accaduto nel Veronese, -alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, ce lo -racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile -indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il -passaggio nel castello di Garda, perchè non era per anco consacrato -imperatore. Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con -buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo, -affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i Veronesi acciocchè -mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito. -Dodici fra più nobili signori veronesi, perciò, si presentarono, -avendo un séguito di molti altri nobili. L'imperatore gli accolse con -volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici -deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d'essere -consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un -più allo patibolo:[539] _Rex Fridericus collecta plurima multitudine -principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico -filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad -papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum -forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam -Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt, -Veronenses, tanquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent, -dicentes eum esse nondum Caesarem, sed regem, propter hoc eum, ex eorum -jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit: -postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem -Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram -reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt -eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis -exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis exercitibus, -mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant: qui verbis ejus -credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus -adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari -vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimi, eos capi -praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores sospendi -praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se -diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam -nobiliorem, suspendi praecipit_[540]. Giudichi ognuno come sente, del -merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de' -grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il -talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che -lo risguardi come uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della -grandezza de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori -tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo grande e -l'uomo barbaro. - - - - -CAPITOLO IX. - - _Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla - morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII._ - - -Dopo la morte di Federico I, venne incoronato imperatore Enrico di -lui figlio, il quale mostrò sempre mal animo ai Milanesi, e suscitò -loro la rivalità di molte città lombarde. La gran lega si ruppe e -si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell'augusto forza -abbastanza per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena -sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che -realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come noi Italiani -lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto come re de' Romani, per -nome Federico. Egli poi giunse all'Impero e si chiamò Federico II. Ma -alla morte dell'imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato -alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana; -il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare -sè medesimo re di Germania, sebbene un altro partilo nella Germania -medesima innalzasse alla stessa dignità Ottone, duca di Sassonia, -principe del sangue estense, che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV. -Così nei setti anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali -tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi -nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia. - -I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto -delle piccole rivalità che portavano le città dell'Insubria alle zuffe, -alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni. -Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di -trascegliere que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi -e della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti -importanti accaduti dappoi. Le inquietutini coi vicini furono -incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i -Novaresi, i Vercellesi, e le città più lontane, Bologna, Verona, Faenza -e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co' quali maggiormente -si stava in guerra. Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure, -poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e -significanti, non meritano luogo nelle memorie de' posteri. La città di -Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche -intervallo, ma spenta non mai. Già si è veduto al capitolo quarto -l'aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà -del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata dal padre in -figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo; -sia, il che è assai più probabile, che la prepotenza de' primi signori -inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, ma non meno -sensibili, spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza; -egli è certo che realmente la città era divisa in più fazioni. (1198) -I nobili in prima erano collegati contro de' popolari; ma nel secolo -decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito -distinto i nobili minori. La plebe formò da sè un corpo politico -nell'anno 1198; e questo prese il nome di _Credenza di sant'Ambrogio_. -Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che -decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle -rendite delle Repubblica[541]. I nobili del primo ordine chiamavansi -capitani, e formavano la _Credenza dei consoli_; e i nobili valvassori, -i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani, -formavano _La Motta_; nome che presero dal sito d'una zuffa datasi -fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori[542]. Così v'erano -tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l'altro di trecento, il -terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranità risedeva -realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali -reciprocamente, è facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza e sotto -qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante -il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo -decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per -cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissenzioni e turbolenze -incessanti, cadesse in quello del governo d'un solo; rimedio unico -per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si -creavano i consoli, presso de' quali stava il governo della città; -ma tante dissenzioni e tante difficoltà s'incontravano nel momento di -sceglierli, che, per disperazione conveniva crearsi un dittatore per -un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi -le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione de' magistrati. -Questa verità non è stata sinora chiaramente annunziata: confusissime -anzi ho ritrovate le memorie de' nostri scrittori; ma tutti i fatti -ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un -magistrato dispotico, col nome di _podestà_, perchè tutta l'autorità -era in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano. -Per evitare l'invidia venne proclamato un piacentino, e fu Uberto -Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato era per un anno; e -il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito -di abbandonare vita, roba e libertà senza limite a un temporario -sovrano. L'anno vegnente fummo diretti dai consoli, e così per -quattro anni ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti -a chiamare un bresciano, che dominasse per sei mesi; sinchè fosse -eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu Rodolfo da -Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori -variazioni accaddero, poichè nel 1201, temendo forse di collocare in -un uomo solo l'autorità, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno -a sostenere il podestà da lui proposto, venne confidato il governo a -triumviri, e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202 tante -fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che[543] _commissum -fuit Anselmo de Terzago quod provideret secundum suam descritionem -de regimine civitatis; qui elegis duos consules, qui regerent per -annum_[544]. (1203) L'anno immediatamente seguente cinque podestà -ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre -animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica libertà -era quella di nominare il dispotico ogni anno: e finito quel breve -tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podestà. In mezzo a questa -deformissima costituzione, i beni de' privati erano in preda alle -rapine de' potenti, i quali, abusando di alcune formalità legali, -e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute, -usurpavano gli altri fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea -che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che:[545] _Nulli bonis -suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati -mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant_[546]; -legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo. -Il potere del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli -faceva leggi e le faceva eseguire:[547] _Dico, jubeo et stato perpetuo -firmiter observari_, sono le frasi che adoperavano i podestà, e ne -abbiamo la memoria in una legge di Oberlo da Vialta, bolognese, podestà -di Milano nel 1214. - -Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva -realmente la forma repubblicana dalla città, e la costrigneva a -rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità di reggersi) nasceva, -a mio credere, per colpa de' nobili. Il dominare, l'innalzarci -sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono, è cosa -naturalissima all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare -l'orgoglio de' nobili, nè i valvassori quello de' capitani. Sappiamo -quante inquietudini provò la repubblica di Roma per l'impazienza del -popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe -dalla città. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri, -gli aruspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito -popolare finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò Cesare -e creò i primi imperatori, i quali colla rovina dei nobili, pagavano -le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed -il plebeo d'Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco -ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d'una specie sola, -si considerano come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al -momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se -ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate) -non so che allora vi fosse alcun signore che vi dominasse città o -borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le -terre è antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto -considerabili, come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del -Milanese anche oggidì sono divisi in più possessori. A primo aspetto -sembra che siavi qualche cosa di più grande nella Germania, dove -un monarca ha sotto il suo impero de' sudditi che posseggono delle -signorie di intere città, e de' distretti di più miglia di paesi. -Questo da noi non vi è. È bensì vero che l'estenzione dello stato di -Milano non è grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta -e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile -e muntuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono -l'emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione -e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano, -oltre il loro cibo, un eccedente d'un milione e trecento cinquantamila -annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si -trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducano più di duecento -altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i -grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua -riproduzione è assai più grande di quello che si troverà in eguale -spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori. -Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un -contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si fa per -metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava il colono di pagare -una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l'eccedente -ricade a suo profitto. Questo antico sistema da una parte, anima la -coltivazione delle terre, cointerressando il villano; e dall'altra, -pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poichè in -luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che un contratto -prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perciò -io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un -governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero -a quella popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro -governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima -tranquillità alla natura del luogo su di cui è piantata: mentre -ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui -nascesse confusione nel governo, forza è che freni l'inquietudine, -e contribuisca a quell'ordine sociale, senza di cui ivi nè avrebbe -alimento, nè mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da noi erano -invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità. Il Fiamma -ci racconta che a' suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da -Salvo, di Porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso -di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e il che il debitore invitò il -popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contado del Seprio, -ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente il povero -creditore. Il qual fatto sospettatosi nella città, la plebe, inferocita -per l'enorme tradimento, si portò a Marnate, scoprì il cadavere, lo -trasportò a Milano, e mostrando per le strade lo strazio crudele, la -prepotenza, l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate -le case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti dalia -città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar -più fede che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori più -lontani; e forse non avevano stima bastante de' nobili del tempo loro -per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verità della -storia, quand'anche annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio -per altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno -1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: _che ciascuno nobile -potesse occidere un plebeo con la pena dei libri septe, e soldo uno -de' terzoli, per la qual cosa molti erano morti_. Io credo falsa -questa asserzione. Essa però fa conoscere come si pensava; poichè il -Corio l'avrà trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi può -facilmente intendersi la costanza della dissenzione, sempre mantenutasi -nella città; giacchè la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per -dominare su i nobili, nè da essi si allontana, nè con essi guerreggia, -se non per intolleranza dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore -Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de' nobili; poi -si sfogarono i due partiti colla quistione de' preti ammogliati; indi i -pericoli di un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessate -che furono sempre si videro rianimate; sin tanto che, come dissi e come -in appresso vedremo, rovinò la repubblica, e la città si rese suddita -di un solo. - -(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguita l'anno 1208, -non rimanevano che due pretendenti alla dignità imperiale, Ottone e -Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de' Romani, e in -Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV -era, siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio di -Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore Federico -I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un tratto del suo dispotismo -era stato privato delta Baviera e della Sassonia. Questa era una -cagione bastante per rendere l'imperatore Ottone nemico di Federico, e -per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera -che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge:[548] _Oblivisci non -etiam possumus, quod vos; jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat, -tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos -destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione -qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera -quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa -ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa_[549]. (1210) Venne in -Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generate il giubilo e il plauso in -tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo -caro sentimento coll'affabilità e colla bontà sua. Egli non volle -immischiarsi nelle cose della città, ma, premuroso d'avere assistenza -da noi, l'ottenne largamente; e partì, accompagnato da buona scorta dei -nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la -quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di -Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per -collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'Imperatore -Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella Germania ed -abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre città -della Lombardia credettero di non dover più riconoscere un imperatore -scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno -per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito -che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania -il di lui rivale Federico, e i milanesi attaccarono i Pavesi, per -contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21 -ottobre 1212, c'intimò che se non fossero state da noi rivocate alcune -leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che -avevamo fatti, nessuno potesse più parlare con un milanese, nessuna -città potesse scegliere un milanese per suo podestà. Ordinò in oltre -che tutte le mercanzie de' milanesi si sequestrassero; che alcuno non -dovesse pagare i debiti che avesse verso di un milanese; e in questa -lettera perfine minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare -contro di noi una Crociata[550]. Tanto era impegnato il papa Innocenzo -III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso di Ottone IV non si -cambiò punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre più -i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche -nella Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due cardinali -legati l'anno 1216, i quali, dopo avere adoperati, senza effetto, i -loro maneggi per rimoverci dall'imperatore cui eravamo affezionati, -ricorsero all'ultimo spediente: scomunicarono ogni milanese, posero -la città a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Milanesi dalla -divozione verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta -l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile -in mezzo alle più terribili prove che in quei tempi la potessero -cimentare, bastò a quel principe la sua bontà e la cortesia delle sue -maniere. - -(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gli interdetti, -l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini -di Milano, acciocchè la sorte dei giudizi non fosse più tanto -arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere -tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne -conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana. -Un'altra bell'opera s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di -Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale che da -Cassano sino a Castiglione lodigiano deriva le acque dell'Adda. Questo -canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava _Adda -nuova_; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la _Muzza_[551]. -Già quaranta anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando le -acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva irrigabile -una parte delle campagne milanesi; indi, nel 1257, questo cavo fu -prolungato sino a Milano, siccome poi dirò. È cosa maravigliosa che fra -i torbidi interni ed esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo, -si ardisse di pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si -eseguissero, domando le acque, e guidando de' fiumi artificiali per -lunghi tratti di paese. - -S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due ordini -de' frati predicatori e dei frati minori; e si erano intraprese -moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le guerre mosse per -questo titolo nella Francia contro gli Albigesi. Nella Germania non -mancarono simili inquisizioni; e presso di noi si trovarono quindici -sette di eretici, dei quali i nomi sono i _Patarini_, i _Cattari_, i -_Carani_, i _Concorezi_, i _Fursici_, i _Vanni_, gli _Speronisti_, -i _Carantani_, i _Romulari_, i _Poveri di Lione_, i _Passagini_, i -_Giuseppini_, gli _Arnaldisti_, i _Credenti di Milano_, i _Credenti -da Bagnuolo_; e quello che vi era di più singolare, nessun uomo si -nominava che fosse capo di setta, o nessun libro sul quale fosse -appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo chi abbia insegnato gli -errori degli Ariani, degli Eutichiani, de' Nestoriani, ec. Ne' tempi -più a noi vicini sappiamo pure da chi prendessero le loro dottrine -gli Hussiti, i Wiclefiti, i Luterani, ec. Ma nel secolo decimoterzo -si scopersero quindici sette di novatori nel Milanese, senza che -la storia ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novità! Due -secoli prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi -di Asti, furono presi, e per titolo d'eresia terminarono la vita nel -fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello il primo esempio, -ch'io sappia, in cui solennemente siasi adoperata la violenza del -supplicio, per difendere la mansueta religione di Cristo. Ora, -nel secolo decimoterzo, questa maniera di sostenere il dogma venne -generalmente in uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro -gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava frà Pietro da -Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione dell'eresia aveva -formato in Milano una compagnia[552], la quale era stata presa dal -sommo pontefice sotto la sua protezione; e il breve di Gregorio XI -si conserva nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233 -era podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale, -secondando le mire dell'Inquisizione, consegnò alle fiamme non pochi -cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi anche al -presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata verso mezzo giorno -della sala del consiglio della Repubblica, ora l'Archivio pubblico; -e nell'iscrizione leggesi l'encomio d'aver bruciato i Cattari: -_Catharos ut debuit uxit_, barbarismo postovi per far la rima col -verso leonino: _Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit_. Il -Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice:[553] _In marmore -super equum residens sculptus fuit: quod magnum vituperium fuit. Hic -primo haereticos capere fecit_. Il Conte Giulini non crede che questa -sia stata cosa nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega -fatto alcuno antecedente, nè alcuna prova. Il supplizio dato agli -infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza militare -che non aveva appoggio di legge, non tribunali o metodi costanti -che ne formassero la sanzione. Ora si tratta di sistema. (1228) Noi -abbiamo Tristano Calchi, il quale ci insegna che nell'anno 1228 furono -pubblicate queste nuove leggi penali contro degli eretici:[554] _Novae -leges latae adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis -nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, quorum supra -in Arnulpho memini, Cathari, Carani, Concoretii, Fursici, Vanii, -Speronistae, Carantani, Romulares nuncupabantur; haecque labes non -minus ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui interdicta -superstitio est, proposita poena capitis, et domorum destructionis -iis qui in ea perseverarent, aut tecto reciperent, alioque juvarent. -Et subsequente anno, mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo -Sancti Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege sanxit -(de comuni tamen archiepiscopi, ordinarium, et popoli consensu) ut -praetor damnatos judicio ecclesiastico, intra decem dies capitali -poena afficiat_[555]; e il Corio, nella sua storia, ci ha conservato -lo statuto che allora si fece, e lo riferisce colle seguenti parole: -«In nome di Dio mille duecento vintiocto, ad uno giorno de zobia, al -tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione convocata -a sono di campana secondo il solito: Che ne lo advenire niuno heretico -dovesse stare nè dimorare ne la città de Milano... Che qualunque -persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico. -Item, che le case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li -beni in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati[556]». Dal che pare -evidente che il rigore delle leggi penali contro gli eretici veramente -nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in que' tempi era Enrico da -Settala; ed era un attivo cooperatore coll'inquisitore per eliminare -gli eretici. Dal gran numero delle sette improvvisamente scoperte, è -facile l'argomentare che un gran numero di cittadini doveva essere poco -contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo fu bandito. -Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio il podestà e il -consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale di questo arcivescovo -si scolpì:[557] _Instituto inquisitore, jugulavit haereses_, come -riferisce il Puricelli[558]; e chiaramente si conosce anche dalla -storia milanese quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la -mansuetudine e la pietà; le quali ora, in tempi più illuminati e -felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche. -L'inquisitore, nel corso di diciannove anni, aveva fatte incessanti -ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio di molti -bruciati, altri banditi, le molte case demolite, molti patrimoni -pubblicati, dovevano avere reso ammirabile il di lui zelo al di -lui partito; ma del pari resa odiosissima la sua persona a chiunque -temeva d'essere accusato di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere -difficile in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si -erano inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era stato -bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate. Il Corio, ci -dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, «come per fra Pietro era -misso nel bando[559]». Questo Confalonieri, di cui si doveva diroccare -la casa, i di cui beni dovevano essergli tolti, si collegò con alcuni -altri malcontenti. Il concerto si fece nelle terre di Giussano con -Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, Tommaso -Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. Colsero essi l'inquisitore, -mentre in compagnia di frà Domenico ritornava da Como a Milano, e -nelle vicinanze di Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce -lo uccisero; e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che in -pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora cominciò a -risguardarli come due martiri della fede. Uno degli uccisori fu preso -e posto prigione. Egli se ne fuggì. Il popolo inquieto, che avidamente -aspettava di vederne il supplicio, tumultuariamente strascinò il -podestà e i suoi tre giudici, come complici della fuga, al tribunale -dell'arcivescovo; saccheggiò il pretorio; e fu deposto il podestà, dopo -avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, un solo ottenne -la venerazione di santo, cioè san Pietro Martire, canonizzato tredici -mesi dopo la sua morte dal sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni -dopo accadde un fatto simile nella Valtellina, quando, l'anno 1277, -frate Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo e due -notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado da Venosta, signore -consideratissimo in quel distretto, lo fece uccidere il giorno 26 -dicembre 1277. I Domenicani ne conservano le reliquie in Como, e lo -chiamano beato. - -Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il famoso affare -della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, viveva in Milano, dove -morì nel 1281. Guglielmina fu tumulata pomposamente a Chiaravalle, -le fu recitato il panegirico come beata. Lampadi e cerei furonle -accesi intorno al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la -guarigione degl'infermi; contribuendo a tale celebrità certa Mainfreda, -e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli ed ammiratori -della Guglielmina. L'inquisizione volle istituire processo intorno a -ciò, e la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata -dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata -viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il -popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo -di religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal tradizione -volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un manoscritto antico che si -trova nella biblioteca Ambrosiana, ha scoperto le accuse che si fecero -a quegl'infelici[560]. Guglielmina pretendeva d'essere lo Spirito -Santo incarnato, e di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a -cui l'arcangelo Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste. -Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, i Giudei -e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe morta come donna, ma poi -risorta per salire al cielo alla presenza de' suoi discepoli; e che -Mainfreda sarebbe rimasta sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la -messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in -Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto papessa. -Tali almeno furono i deliri che vennero imputati a que' miseri, i -quali, sotto il pietoso e illuminato regno dell'augusto Giuseppe II, -riceverebbero una caritatevole assistenza de' medici per ricuperare il -senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice per una morte -orrenda. - -Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della religione -nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofistiche ricerche -metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche e realmente -vacue disputazioni, ovvero nacquero esse per un abuso degli studii -sacri e dell'erudizione. Da noi, in mezzo all'ignoranza dei secolo -decimoterzo, nessuno di questi poteva aver loro dato nascimento. Il -padre della erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto -l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi eretici. -La maggior parte di quelle opinioni chiaramente non è cattolica. Egli -è vero però che alcune opinioni ivi censurate potrebbero avere un -significato innocente, quali sarebbero le seguenti:[561] _Obest subdito -et sacrato mala vita praelati. — In Ecclesia Dei non debent esse -sacerdotes et diaconi mali. — Mali presbitery non possunt ministrare. -— Ecclesia non debet possidere aliquid nisi in communi. — Nullus malus -potest esse episcopus. — Non licet occidere_[562]; ed è pur vero che -non ci rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengono le -altre eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori -le ha tutte prese da un sol manoscritto di Armanno Pungilupo. Certo -è che, essendo gl'inquisitori dipendenti affatto dal papa, e le loro -sentenze dovendosi eseguire dalla podestà civile col bando e colla -morte, la vita e i beni di ciascun cittadino erano dipendenti dalla -podestà ecclesiastica di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva -indirettamente acquistata la sovranità. - -(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte di -Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne in Italia, -e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato re de' Romani -il di lui figlio Enrico. Federico odiava i Milanesi, ed era ben -corrisposto. Noi lo consideravamo come erede del nome e dei sentimenti -dell'avo distruggitore della nostra città; e come l'inimico del nostro -Ottone IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona, e questa voce -precorsa bastò a sedare le dissensioni civili. L'oggetto della propria -conservazione soffocò le simultà private, e fece rivolgere gli animi -a concordi pensieri per la comune salvezza. Le città di Lombardia, -istrutte dai passati esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne -l'imperatore in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte città, i -quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, Verona, Piacenza, -Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara, -Mantova, Brescia, Bologna, Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da -Cremona, e immediatamente andossene a borgo San Donnino, ed ivi dal -vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le città che non erano comparse -alla indicata dieta generale. Federico II andò poi nella Sicilia, indi -in Terra Santa; nè gli avvenimenti e le relazioni che passarono fra -il papa e lui appartengono al mio proposito. Enrico, re de' Romani, si -ribellò al padre. Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si -collegarono con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i giorni -suoi in carcere. Quest'ultima azione de' Milanesi detterminò più che -mai lo sdegno dell'imperatore Federico II a nostro danno. Egli entrò -dalla Germania nella Lombardia con un'armata, alla quale si unirono le -forze d'Ezelino da Romano. (1337) L'anno 1237 l'armata imperiale, che -aveva già devastate le terre dei Mantovani, de' Veronesi e Vicentini, -si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano più -volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, non tardarono a -marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, di Alessandria e di -Novara si unirono con noi; e il comandante era Enrico da Monza. Il -nostro comandante fu uomo di talento nello scegliere il campo, poichè -si collocò in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti la -fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, per cui il nemico -non poteva venire a noi; e così con una armata inferiore di forze, pose -l'imperatore nel caso di non poter tentare cosa alcuna sopra la città -di Brescia, senza temerci ai fianchi. L'imperatore, infatti, abbandonò -l'impresa di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione -era già innoltrata: eravamo già in novembre. L'imperatore, congedati -alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene andare a Cremona a -svernare, e passò l'Oglio. I nostri, incautamente, sloggiarono dal loro -campo; e si posero a tener dietro la marcia degl'imperiali, il perchè -non lo sappiamo. Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, ci -trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gli imperiali, -che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore ci attaccò in -quella disgraziata situazione. La battaglia fu sanguinosissima. Noi -eravamo stretti da ogni parte. Si combattè ostinatamente, finchè la -notte obbligò i due eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo, -come dissi, alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra -strade rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi -del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, che avevano -sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno più non rimaneva che o la -morte o la prigionia ai pochi Milanesi. Essi profittarono dell'errore -che gli imperiali commisero, col lasciare un lato scoperto, e per -quello unitamente si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio -del gran vessillo, e lo fecero in pezzi, giacchè non era possibile -il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi tanto -incautamente avventurati a fronte di un nemico superiore di molto, -essi però meritano stima per aver combattuto senza limite in una -situazione nella quale non sarebbe stata viltà il deporre le armi, come -fece, a Maxen nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto -aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache si trovò -attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici, al comparire del -giorno, videro con sorpresa che la preda era sfuggita. La disfatta de' -Milanesi però a Cortenova fu un oggetto grande. L'imperatore Federico -II certamente se ne gloriò con molto fasto. Il Martene ci ha conservata -la lettera che quell'augusto ne scrisse a Federico, duca di Lorena, -in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano diecimila -de' nostri[563]; e lo stesso autore ci ha conservata la lettera che -l'imperatore scrisse al senato e popolo romano, al quale trasmise i -rottami del nostro carroccio:[564] _Antiquos namque in hoc recolimus -Caesares, dice l'imperatore, quibus oh res praeclaras victricibus -signis gestas, senatus populusque romanus triumphos et laureas -decernebant, ad quod, per praesens nostrae Serenitatis exemplum, vias -votis vestris a longe praeparamus, dum, devicto Mediolano, currum -civitatis, utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostiam -praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium nostrorum et -gloriae vestrae praemittimus_[565]. Da questo fatto si raccoglie di -quanta considerazione fosse Milano in que' tempi,[566] _factiones -Italiae civitas princeps_[567]. - -Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire -attraversando le terre di Bergamo; poichè la totale sconfitta da -noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo nelle altre città: -nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone Brescia, Piacenza -e Bologna, città le quali mantennero una ferma e sincera fede in -favor nostro. Mancavamo di tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando -Pagano della Torre, che era signore della Valsasina, si slanciò -a proteggere gli avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre; -somministrò loro generosamente ogni soccorso, e li ricondusse nella -patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine -de' Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l'amore costante e la -fiducia che i popolari milanesi conservarono dappoi verso la casa -de' signori della Torre, tanto innalzò l'illustre loro prosapia, che -per qualche tempo ottenne la sovranità di Milano, come vedremo. Le -azioni benefiche e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto -presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo caso -dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e chi riceveva il -beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi padrone di quasi -tutta la Lombardia intimorita, volle possedere Milano; e pretese che -ci rendessimo a discrezione. Ma i Milanesi non si trovarono allora -in quelle angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni -prima: e unanimemente deliberarono di morire tutti colle armi alla -mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. L'imperatore fece -venire nuove forze dalla Germania. Cominciò a cimentarsi con Brescia, -la quale si difese. (1239) Passò poi con una poderosa armata nel -milanese l'anno 1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il -papa Gregorio IX scomunicò l'imperatore, ed accordò indulgenza a chi -avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento convien -pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse solare, accaduto il terzo -giorno di giugno, il quale fu (secondo l'opinione di que' tempi) un -manifesto segno della collera celeste contro di quel monarca. Egli -era adunque alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre. Si -propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla sola difesa, -muniti entro della città; ovvero se saremmo usciti ad affrontare -il nemico; e quest'ultimo partito, proposto da Ottone da Mandello, -prevalse. La condizione dell'imperatore, se di molto era migliore -della nostra per il numero de' suoi armati, essa però era assai -attraversata dalle opinioni religiose. Preti, frati combattevano -contro di lui, e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore -stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice:[568] _Ordinis fratrum -minorum, qui non solum accincti gladiis, et galeis muniti, falsas -militum imagines ostendebant, verum etiam praedicatione insistentes, -Mediolanenses, et alios, quicumque nostram, et nostrorum personam -offendebant, a peccatis omnibus absolvebant_[569]. Uscimmo incontro -a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe avanzate imperiali si -accostarono, e furon fatte in pezzi dai nostri, e il rimanente condotto -a Milano. Si riconobbe che costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore -si innoltrò, e pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino -Scanasio, d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver rotti -alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi l'imperatore -a nuovo campo fra Besate e Casorate: ed ivi pensarono i Milanesi a -restituire a Federico II il trattamento sofferto due anni prima a -Cortenova. Mancava un fiume da porgli alle spalle. Scavammo un profondo -canale fra il nostro campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua -del naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò -sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo; ma il disegno -era di chiamare l'imperatore di qua del canale, poi, per sorpresa, -attaccarlo. Per riuscirvi si finse che i Comaschi avessero abbandonato -il nostro partito, e più non volendo combattere contro dell'imperatore, -ci avessero lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo -per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. Gl'imperiali -credettero a quest'apparenza, e passarono il canale per accostarsi a -Milano; ma impetuosamente assaliti dai nostri, usciti all'improvviso -dall'imboscata, vennero disfatti gl'Imperiali. Molti furono i -prigionieri, e molti gli estinti sul campo, o precipitati nel fiume -artificialmente scavato per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare -idea a Federico, che abbandonò il milanese; e si risolve verso della -Toscana. - -(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II contro di noi, -sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245 con un'armata, e si pose dalla -parte del Tesino, mentre al re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo -di truppe, che dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da -un canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di passare il -Tesinello; e rimase loro un numero bastante di armati, per affrontare -il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo prigioniere. I prigionieri che -Federico II aveva fatti a Cortenova erano stati barbaramente trattati. -Il Podestà di Milano (che era Piero Tiepolo, conte di Zara e di -Tripoli, figlio di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra -i prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente legare -sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, condottolo -prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò poi in séguito, unitamente -agli altri prigionieri, nella Puglia, dove lo fece impiccare; e gli -altri infelici con varii supplizi del pari ivi terminarono la vita -loro. Ora i Milanesi avevano in poter loro i prigionieri fatti a -Camporgnano, a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da -noi fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che nè -l'uno nè l'altro avrebbero mai più portate le armi contro Milano. Le -armate partirono, nè più Federico ebbe che fare con noi. - -Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile tanto saggia, -generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, nobile e prudente -nelle imprese militari, sarebbe assai più grata la occupazione -che ho scelta di tesserne compendiosamente la storia. Mio malgrado -l'augusta verità mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto -delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in cui -l'incorreggibile prepotenza dei grandi teneva sempre irritato e nemico -il partito del popolo; il quale (sensibile, com'egli è) colla virtù e -coll'amorevolezza avrebbe potuto affezionarsi ai nobili, e di concerto -operar sempre per la felicità comune. I popolari, affezionatissimi -a Pagano della Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di -Cortenova, lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano, -e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza l'iscrizione -posta al suo sepolcro in Chiaravalle:[570] - - _Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani_ - _Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,_ - _Matris et Ecclesie defensor maximus alme,_ - _Et flos totius regionis amabitis hujus,_ - _Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,_ - _Heu de la Turre nostrum solamen abivit_ - _Paganus, latebris et in umbram utitur istis._ - _MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus_ - _de la Turre, potestas populi Mediolani._ - -Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino -della Torre, per essere da lui protetto contro de' nobili, ed a questo -fu dato il titolo di _Anziano della credenza_. L'ufficio di questo -tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione -o prepotenza d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione del -pubblico erario, acciocchè le entrate della repubblica non venissero -convertite in comodo privato. Oltre ciò la repubblica era sempre -in quei tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti; -quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse -servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione -della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima guerra che ci -portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora non vi è memoria che -si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le -mercanzie era tutto a profitto della comunità dei negozianti; i quali -avevano l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in -modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunità -medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa -all'antico codice dei primi statuti, compilati nel 1216, siccome -ho detto, e il conto si vede fallo a quattro denari di pedaggio per -ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di -uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque -contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria -delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi -i pesi, le stadere e le misure[571]. Alcuni privati possedevano un -consimile diritto in Milano medesimo, e chiamavasi _jus sextarii_[572]. -Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna -somma nell'erario della repubblica. V'erano anche allora i diritti -esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino[573] -_minutatim ad modum tavernae_, come da una carta dell'archivio di Monza -pubblicata dal conte Giulini[574]. Ma di essi non pare che fosse al -possesso la comunità di Milano. Erano diritti posseduti da privati. -Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere -la repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per -l'antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie. -Ma questa rendita era insufficiente, massimamente nei bisogni -straordinarii; tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano -senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri -l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta -a quei tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilità uomo -alcuno potesse ritrarre dalla rovina d'un cittadino. Una legge è come -una fabbrica d'architettura; conviene averla osservata da tutti i -lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole: e le più strane -talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per riparare la -miseria della repubblica già s'era, l'anno 1228, fatto un decreto per -cui sei eletti aver dovessero l'ufficio di censura e conoscere ogni -amministrazione pubblica: ed è una prova della difficoltà somma che -s'incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare -come il decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte, -e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero -il loro ufficio ed eleggessero altrettanti loro successori[575]. Questo -modo di eleggere a sorte, per necessità s'era anco esteso ad altri -uffici[576]. Ma queste circospezioni non rimediavano alla povertà del -fondo pubblico. Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i -nostri antenati ricorsero ad uno espediente che comunemente si crede -una invenzione dei tempi a noi più vicini: e lo spediente fu di porre -in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all'anno -1240, i decreti fatti dalla repubblica per conservare il credito -a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che -tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano -colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla -in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto -a sequestro, sì tosto che possedesse tante carte corrispondenti al -suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro, -sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire -alla repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni -dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di formare un -catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico. -A ciò naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo -insisteva il popolo; e di ciò singolarmente venne commessa la cura al -nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre. - -Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle quali la -nostra repubblica si trovò in quei tempi, e per comprendere sempre -più lo spirito del sistema nostro civile e delle opinioni, non sarà -discaro a' miei lettori ch'io per intiero trascriva in questo luogo -il contratto che si fece fra la città di Milano e il capitolo di -Monza, per ottenere un calice d'oro in mero deposito, per servircene -di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio di -Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor -canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica.[577] -_In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem -millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio -die novembres, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata, -potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus -de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus -Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicala, Lampugnianus -Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus -de Lampuniano, de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la -Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo -Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus -Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani, -plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de -Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum -illius Ecclesiae, et cum domino G. de Montelongo, Apostolicae Sedis -Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis -et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius -Ecclesiae ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda -Comuni Mediolani, quae alio modo inveniri vel haberi non potest, ut -asserebant expresse; et illiam Ecclesiam indepnem servare volebant, et -cito illum thesaurum restituerent: ad quorum preces et istius domini -Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro -honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, praesente et -volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati, -et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de -thesauro Modoetiensis Ecclesiae, ponderis unciarum centum septem -auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum. -Et ideo praedictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et -isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et -fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum, -et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum -in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et -omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia -eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet -eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero -de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesiae, et totius -Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dictae Ecclesiae, -quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminuitone, libere -et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino. Archipresbytero -et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis -et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani -dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et -Ecclesiae. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omnii -alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et -maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro -rebus Comunis, sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum -etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate, -ac si praedicta omnia in propria cujulisbet eorum proprietate -pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novae constitutionis et -epistolae Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri -possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a -modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu -conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus -faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti -Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis praedictorum dabit aliquo -modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero -et Canonicis aliquid aliud praeter praedictum calicem loco illius -calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis -absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo -Legatus Apostolicae Sedis, auctoritate suae legationis et voluntate -ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum -praedictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium -Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si -praedicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto -Potestate praedicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem -praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati -juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia -superius memorata, et quodlibet praedictorum observare et facere et -facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate, -in exercitu contra Fridericum condam imperatorem._ Poi vi sono le -sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale -estremità fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele vi -fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno 3 di novembre sino -al 28 dicembre, un calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo. -Il peso dell'oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i -quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le -formalità dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il -legato pontificio vi fa la figura che nei secoli prima avrebbe fatta -l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano s'era ornai -annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva -di tutto. «In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi -tempi[578], ben si scuopre la differenza che passa fra l'autorità -che esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano nei presenti tempi, e -quella che esercitava nei secoli scorsi. L'introduzione dei religiosi -Minori e dei Predicatori nelle città, come giovò maravigliosamente a -ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, così servì anche -ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire -quello dei vescovi». I frati s'erano resi indipendenti dai vescovi. -Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito -sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignità così poco, quasi -nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone -da Perego, e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in -Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza -nemmeno parteciparlo all'arcivescovo[579]. Alessandro IV terminò -l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale -rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: e nel 1255, -al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di -Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in -possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito -senza nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo[580]. Il papa medesimo -comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano[581]. Così era -affatto annientata l'autorità del metropolitano, di cui ho dato cenno -sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorità ordinava -che più non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi -di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il -castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore, -acciocchè egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorità. -Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza -se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte -quelle case si demolissero; e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova, -Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano -qualificati fautori di eretici[582]. Non farà dunque maraviglia se -nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno di questo calice, ma -bensì del legato. In questa carta è pur meritevole di osservazione -il vedere che già eravi l'uso delle ferie, e il privilegio di non -essere chiamati in giudizio i debitori in quei giorni feriali. Si -osserva che il podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col -terminare dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi -chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta; e -la Credenza di Sant'Ambrogio:[583] _a consilio quadringentorum et -trecentorum et centum, novo et veteri_. Il consiglio de' quattrocento -era composto da' nobili del primo ordine, e gli altri da quei della -Motta e della Credenza di Sant'Ambrogio[584]. Mi lusingo che questa -uscita non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e -scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice -d'oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo -cinquantadue giorni, nell'estrema angustia della guerra nella quale si -trovava la città, non era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per -ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e sì -moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. La buona fede è -chiara e semplice, e l'artificio è pieno di previdenze. - -La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre si è -conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo era il voto del -popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano -della Credenza; e si eresse un uffizio censuario che si chiamò -_Officium inventariorum_, perchè ivi contenevasi il catastro, ossia -l'_inventario_ (siccome volgarmente si dice) di tutti i fondi stabili, -coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici[585]. Il -legato apostolico proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna -alle persone o case religiose[586]; ma, ridotto a termine il generale -catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei -debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni, -si stabilì che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di -queste porzioni ogni anno, col nome di _fodro_, ovvero _taglia_; e così -dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione -la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, come -può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più antica memoria -del carico prediale nel nostro paese: giacchè prima non si ha notizia -se non di tributi sopra i frutti, ovvero colle persone. Col terminare -dell'anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu -eletto podestà di Milano, per l'anno 1257, Beno da Gozadini, bolognese. -Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la repubblica, -perfezionando il catastro de' fondi censibili. Egli pensò di lasciare -un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla città di -Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho -già detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua -del Tesinello, settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava -ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e -così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quella -estensione. V'era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni -era già in pratica l'esazione di quel tributo. Beno de' Gozadini vide -che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto, -realmente non pagavasi dei contribuenti un tributo, ma si bonificavano -le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile di quei medesimi -che venivano tassati. Su questo principio credette egli non potersi -con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, nè obbligare i -laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande -opera intrapresa, e vigorosamente in pochi mesi, condotta a fine. -Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei, e un -pubblico monumento che ricordasse alle età future ch'egli nel 1257, per -quattordici miglia condusse le acque del Tisino sino ai sobborghi di -Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili, -e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta -dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il -popolo prima che fosse terminato l'anno, tumultuosamente lo massacrò, -e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato, -ivi lo affogò miseramente! la memoria di lui fu calunniata;, e la -calunnia eccheggiò sinora ne' libri de' nostri storici, imputandogli -avanie e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero -diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini lo condanna pure, -ma racconta i fatti[587]. È tempo omai, dopo cinquecento ventidue -anni (nel 1770) che la voce libera d'uno scrittore implori all'onorata -cenere di Beno de' Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini -suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo -incautamente sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici da un ceto -venerabile che voleva difendere le immunità come parti essenziali della -religione. Ripariamola ora noi e la riparino i nostri posteri, ed ogni -volta che rimireremo il canale che dà ricchezza alle terre e porta -l'abbondanza nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione -a un onoratissimo bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia consacrato il -fausto nome all'immortalità! - - - - -CAPITOLO X. - - _Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della - casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV._ - - -Verso la metà del secolo decimoterzo l'Impero era immerso nell'anarchia -e nella confusione. Vi erano più rivali, e ciascuno s'intitolava -augusto ed aveva un partito; rivali deboli però, e appena bastanti a -nuocersi scambievolmente; e perciò l'autorità imperiale più non vi era; -anzi, riguardo alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza -dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo decimoterzo. -Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda, Riccardo di Cornovaglia, -Alfonso di Castiglia, Rodolfo di Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I -non ebbero che poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove -si ritornò a riconoscere l'autorità cesarea colla venuta di Enrico -(sesto per gl'italiani, ma comunemente chiamato settimo), che ascese -alla dignità imperiale l'anno 1308. Frattanto la città viveva tra le -fazioni, cercando al solito i nobili d'opprimere la plebe, e questa -di contenere i nobili ed umiliarli. La forma civile della società era -incerta, non fondata sopra costituzione alcuna. La libertà, i beni, -la vita non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo -stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore della -stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun cittadino la propria -condizione. Il solo motivo per cui non si eleggeva un principe stabile, -era la fiducia che hanno sempre i governi liberi, di correggere -colla propria autorità i propri mali; ma frattanto per intervallo si -eleggeva un dittatore. Si è già veduto nel capitolo precedente come -Pagano della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo; -egli fu proclamato tre anni dopo l'affare di Cortenova, cioè l'anno -1240. Si è pure accennato la nuova carica di _anziano della Credenza_, -conferita dal popolo a Martino della Torre, nipote di Pagano, l'anno -1247. Così la città cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo. -Il disordine civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi -un sovrano potente, a fine di preservarci dagl'insulti de' nemici -vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni. Il primo passo -verso la monarchia ascende all'anno 1253, nel quale Manfredo Lancia, -marchese d'Incisa, fu creato signore di Milano per tre anni, e ben si -vide quanto fosse necessario quel partito, poichè, appena terminata -che fu quella temporaria monarchia, scoppiarono più che mai gli odii -e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo sempre la plebe -alla testa i signori della Torre. Si cercava non più se dovesse la -città esser libera, ovvero soggetta, ma si disputava a chi dovesse -consegnarsene la signoria. Le fazioni, spossate e stanche, combattevano -alla fine per far avere la preferenza a quel signore che ciascuna -bramava. Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva -Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino da Romano, -uomo celebre nella storia di Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Marca -Trivigiana. Accadde che nessuno volle cedere al partito contrario, e si -elesse il marchese Oberto Pelavicino signore di Milano per cinque anni. -I signori della Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta -l'influenza del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese, il -quale s'intitolò _capitano generale di Milano_. Non piaceva al papa che -si andasse formando nell'Italia signori troppo potenti; perciò erano -poco accetti e i Pelavicini e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione -non mancò di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano. -I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici; e frate -Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano, dal pulpito minacciò -scomunica ai Milanesi se ricevevano il marchese[588]: e il marchese -scacciò l'inquisitore da Milano. Una moltitudine di forestieri -s'incamminò processionalmente verso Milano. S'era inventata in Perugia -allora l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che -fosse atto religioso il percuotere sè medesimo: onde a turbe andavano, -nudi dalla cintura in su, da una città all'altra questi promulgatori -del nuovo rito, rappresentando dovunque un orrendo spettacolo di -cilicii e di flagelli. Il marchese Pelavicino si diffidò di tanta -divozione, e sulla strada fece piantare seicento forche, vedute le -quali, la processione rivoltò cammino:[589] _A Sexcentae furchae -parantur; quo viso recesserunt_, dice il Fiamma[590]. Sembra che i -papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente la loro -sovranità anche sopra Milano e sopra la Lombardia, profittando delle -debolezze dell'Impero e delle civili discordie delle città. A tal fine -si opponevano, destramente bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno, -contro di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poichè, -rimanendo alle città il solo partito del principato per dare una -forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra d'ogni altro -avvenimento più doveva spiacere a Roma, era appunto che alcuna famiglia -s'innalzasse ad ottenerlo. Questa fu la base della politica de' sommi -pontefici; e la storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia -sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima dei signori -della Torre, poscia dei signori Visconti, che Roma istessa aveva da -principio favoriti, per abbassare con essi il potere de' Torriani. - -(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si può fissare -all'anno 1261: non già che io intenda per ciò ch'ella dapprima fosse -oscura affatto od ignobile, il che sarebbe falso. Già accennai -un celebre Ottone Visconti al capitolo sesto, che morì in Roma -centocinquant'anni prima di quest'epoca. Accennai pure altro di simil -nome, console della città, assediata dall'imperatore Federico cent'anni -prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in là: perchè, -sebbene ella si fosse già condecorata con feudi ed antichi privilegi, -sebbene ella si fosse già illustrata col valore di qualche suo -antenato, nulla era di più che una delle famiglie nobili e generose, ma -non potente nè ricca nè in condizione di lasciar prevedere la grandezza -a cui rapidamente ascese, diventando poi, non solamente sovrana della -sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra venti altre città, -dilatandosi poi poco dopo alla grandezza di aspirare al regno d'Italia -e possedere trentacinque città, fra le quali le più floride della parte -settentrionale d'Italia, come vedremo. Colla fortuna de' Visconti -crebbe l'adulazione, e i geneologisti ammassarono le più grossolane -menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e credulità. Di -ciò accaderà in séguito occasione di accennarne qualche cosa di più; -ora conviene indicare come nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal -1257, in cui morì l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana -di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti che dividevano -gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo Francesco da Settala, -e i popolari volevano Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio -di Martino, anziano della Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261, -il cardinale Ottaviano degli Ubaldi, ritornando dalla legazione di -Francia. Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo -i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre, un giorno in -cui meno se lo aspettava il cardinal legato, comparve sulla piazza di -Sant'Ambrogio alla testa d'un forte squadrone di cavalleria, che ivi -fece schierare; e il cardinal legato sorpreso dal rumore delle trombe -militari, non senza inquietudine ne ricercò il motivo; al che fu dato -riscontro come il signor Martino della Torre informato che allora il -signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente accompagnarlo -fuori della città. Il cardinale scelse il miglior partito; dissimulò, -e ricevette cortesemente come un onore la violenza che gli veniva -fatta e se ne partì. (1262) Pochi mesi dopo, cioè il giorno 22 luglio -1262, il papa Urbano IV nominò arcivescovo di Milano Ottone Visconti, -arcidiacono della chiesa milanese[591], uomo che il cardinale legato -aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo, smanioso per comandare, -violento; l'uomo in somma opportuno a bilanciare ed abbattere il -potere de' Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era -sempre stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in cui -il papa vi s'intromise; il che è stato anche osservato dal nostro -conte Giulini. «La lunga discordia, dic'egli, dei nostri ordinari fu -ad essa molto nociva, perchè a cagion di questa soffrì un gran crollo -il loro antico insigne diritto di eleggere l'arcivescovo[592]». Alcuni -de' nostri scrittori attribuiscono il fatto di Martino della Torre -a ciò che, invogliatosi il legato d'una preziosa gemma del tesoro di -Sant'Ambrogio, da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorità -di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati, e -Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri credono che il -legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovato Raimondo della -Torre; e sembra così più verosimile la cagione del vigoroso partito -preso da Martino. Ma questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta -dal papa, doveva cagionare sorpresa nella città, negli ecclesiastici e -nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese Pelavicino, -intesa ch'ebbero tale novità, occuparono immediatamente tutti i beni -dell'arcivescovato. Il papa, senza indugio, pose la città di Milano -all'interdetto. Poco dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre, -e prima di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla sua -dignità Filippo di lui fratello, siccome avvenne, ed ebbe il titolo -di podestà perpetuo del popolo; ma ne godette poco, poichè morì -improvvisamente, e gli fu successore Napoleone, ossia Napo della Torre, -figlio del famoso Pagano. - -I signori della Torre andavano crescendo sempre più in potenza. -L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano; ma, esule dalla -patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno dalle terre -arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto e gli anatemi non -avevano arrestato il corso della grandezza loro. Essi possedevano -Como, Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo e Brescia; non già con -sovranità decisa ed ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli -e magistrature, esercitandovi il supremo potere. La influenza loro -negli affari d'Italia era già tale, che Filippo della Torre si era -collegato con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello del re di -Francia Luigi IX, affine di far ottenere il regno di Napoli al conte -d'Angiò; e l'accortezza di Napo della Torre gli suggerì d'indurre il -popolo di Milano ad eleggere esso conte per suo signore per cinque -anni, dopo che fu egli dichiarato re di Sicilia. Così, dando l'odioso -titolo di sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo -della Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando -la sovranità e adescando la moltitudine con modi popolari e con -largizioni splendidissime, aprendo corti bandite, con mense apprestate -sulle pubbliche strade della città, a beneficio del popolo: di che -minutamente ne tratta il conte Giulini[593]. Furono magnificamente -accolti in Milano, mentre i signori della Torre la reggevano, il papa -Innocenzo IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251; il -re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra Edoardo, -colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare esagerato il numero -di ducentomila persone che i nostri autori asseriscono essere uscite -da Milano per incontrare il papa Innocenzo; ma certamente la città -si andava popolando e crescendo, a misura che in essa si ergeva -una potenza capace di mantenervi l'ordine. Le strade della città -cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre avevano -un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggidì trovasi la -chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono a lastricare -le strade. Napo della Torre non voleva apertamente palesarsi sovrano, -nè romperla colla corte di Roma. Egli teneva in suo potere i beni -dell'arcivescovato; teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per -quindici anni non potè mai vedere la sua sede, non che goderne; -teneva depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconti; ma non -si opponeva alle preghiere che la città faceva al papa per essere -liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a Milano un legato -pontificio, l'anno 1268, cioè sei anni dopo fulminata la censura; -e il Corio c'informa che il legato «expuose come non levarebbe lo -interdicto insine che tutta la plebe e famiglie non iuravano fede -ala Romana Chiesia. Il che essendosi exequito: a Turriani dimandò che -principalmente si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero presule -e pastore: secondariamente, che fusse restituito quanto era occupato -de la archiepiscopale sede: tertio che a li chierici nel tempo a -venire non fosse posta alchuna gravezza: le quali cose facendosi, levò -lo interdicto». La prima nostra condizione mostra chiaramente quai -fossero le mire di Roma, e l'ultima era la più a proposito per sanare -la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il clero della -chiesa milanese propenso alle mire di Roma. Gl'interessi dell'Italia, -se si fosse avuto in vista di conservarla una nazione sola riunita, -erano conformi alle mire di Roma; ma l'interesse personale superò -sempre. Quindi anche queste promesse furono senza effetto veruno, -poichè nè l'arcivescovo potè venire in Milano e godere delle rendite, -nè gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali i frati e i -preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni dopo, cioè nel 1271, -impose il podestà di Milano Roberto de' Roberti[594]. - -Lasciavasi dai Torriani un'apparente libertà alla patria. Napo -della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo del -popolo. Così l'accorto ambizioso regnava senza avere intorno di sè -i pericoli che circondano un nuovo sovrano che vuole annientare una -repubblica. V'era il parlamento, ossia il consiglio degli ottocento, -il quale rappresentava la repubblica. V'era un podestà che presiedeva -al consiglio. Ma il podestà era eletto ad arbitrio dell'anziano -perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del Piacentino -che fu trascelto alla dignità pretoria, ossia podestà, l'anno 1272: -«Principalmente che iurasse ad honore de la Beata Vergine et il Divo -Ambrosio di questa cità potentissimo patrone: ad exaltatione di Santa -Chiesia e di Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la -cità e destricto de Milano e de la Turriana famiglia, insieme con gli -amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe il dominio». -Dal quale principio non sarebbe facile il decidere se la città fosse -libera, ovvero suddita al re Carlo, ovvero alla casa della Torre; ma -continua il giuramento e ci palesa la costituzione di que' tempi: «Item -che obedirebbe tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio, e -similmente li mandati de Napo Tornano, anziano e perpetuo rectore dil -populo»; e nessuna menzione si fa dei mandati del re di Sicilia, al -quale nemmeno si diede il titolo di signore di Milano. Il solo freno -che poteva avere Napo della Torre, era per parte del consiglio degli -ottocento; ma anche a ciò era posto tal sistema, che fosse una mera -apparenza di libertà. Ecco nel giuramento istesso cosa fu ingiunto -al podestà: «Item che fusse tenuto con quello consiglio meglio li -parirebbe (al podestà) con dui homini per porta, elegere la mità de la -mità del consiglio de li octocento, che spectava a la societate de' -capitani e valvasori, cioè ducento de li predicti, e ducento fosseno -electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma fusseno -electi li quatrocento appartenevano ala societate de Mota e Credentia». -Da ciò vediamo come non rimaneva più nemmeno alla città la nomina dei -suoi rappresentanti. Il consiglio che rappresentava la repubblica, -ogni anno si cambiava: era composto di ottocento, la metà nobili e la -metà popolari; la metà di questi consiglieri era nominata dal podestà, -che aveva giurato di obbedire ai mandati di Napo della Torre; la sorte -faceva eleggere il rimanente, se pure anche questa sorte non era una -mera apparenza. Così il consiglio era unicamente una macchina destinata -a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica, mentre la città -era governata dal valore di un uomo solo; il quale, vigorosamente -contenendo i nobili, lasciava che il popolo gliene sapesse buon -grado; quasi a ciò venisse sollecitato per sola benevolenza, affine -di preservarlo dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione -i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente esposte sulle -strade a piacere del popolo, gli spettacoli pubblici di giostre e -tornei, un costume semplice, affabile, popolare, tutto si univa in Napo -per renderlo l'uomo il più opportuno ad istabilire una nuova sovranità -senza che il popolo se ne avvedesse. - -Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta che allora si -batteva nella zecca di Milano, nè alcuno di sua famiglia ve la pose. -L'Impero si considerava vacante, e le monete nostre, sì d'oro che -d'argento, avevano da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i -santi Gervaso e Protaso, ovvero una croce, col nome _Mediolanum_, -senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia raccolta ne -ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine cominciarono a -comparire nella città. Ma per far questo, e molto più per sostenere -le frequenti guerre co' vicini, e assoggettarli alla dominazione de' -Torriani, non meno che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i -giuochi frequenti, era necessario l'accrescere i tributi e metterne -di nuovi. Si è già veduto nel capitolo precedente, come, al tempo di -Martino della Torre, venisse formato il catastro dei fondi stabili, e -sopra di esso ripartito il carico. L'anno 1271 s'imposero dieci soldi -e cinque denari per ogni cento lire del valore de' fondi, e l'anno -1275 s'imposero due lire di terzioli sopra di ogni centinaio di lire -d'estimo. La più antica memoria che abbiamo della gabella del sale -ascende all'anno 1272[595]. - -I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano assai gravosi -a primo aspetto, ora che il valor capitale delle terre si calcola -comunemente moltiplicando trentatre volte la rendita annuale. Un -campo che produca tre scudi all'anno al padrone, si calcola valere -cento scudi; e cento scudi dati a mutuo oggidì rendono il frutto di -scudi tre, o tre e mezzo all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure -assai maggiori. Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne -da noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse -esigere il frutto del prestito più di tre soldi per lira[596], che -corrispondono al quindici per cento. E poichè tai frutti produceva -il denaro al limite moderato dalla legge, forza era che il valore dei -campi proporzionatamente diminuisse; non potendosi sperare che alcuno -comprasse per cento lire un fondo, se da esso non potesse ricavarne -ogni anno quindici lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di -soldi dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de' fondi, -era assai tenue, cioè circa la trentesima parte dell'annuo ricavo; -e sebbene assai più importante fosse quella del 1275, cioè di lire -due per ogni cento lire di valor capitale, ella pure si riduceva alla -settima parte dell'entrata. Su queste imposizioni veggansi il nostro -conte Giulini[597]. - -Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno dei nobili; e così -Napo della Torre da' suoi rivali e nemici cavava i mezzi per sempre -più indebolirli e rinfiancare il suo partito. (1275) Un seguito di -prosperi eventi aveva innalzato Napo della Torre, il quale, anche per -appoggiare sempre più la signoria, appena che fu terminata l'anarchia -dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg, seguita l'anno -1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignità di vicario imperiale in -Milano; dignità la quale costituiva Napo luogotenente dell'imperatore, -e davagli tutto l'esercizio della suprema autorità che nella pace -di Costanza era stata accordata ai Cesari. Questo titolo di _vicario -imperiale_ servì poi d'introduzione alla signoria de' Visconti, come -vedremo. - -Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e dei Torriani. Se -Napo avesse conservato, anche in mezzo degli avvenimenti felici, la -moderazione, i suoi nemici verisimilmente non avrebbero potuto giammai -prevalere. Ma due cose furono cagione del rovescio di sua fortuna: -la prima fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo -chiaramente dimostrò il suo fine di assoggettare la città; l'altra -fu che alla fine commise molte crudeltà, condannando varii nobili -al supplicio; ciò che lo appalesò anche alla plebe smascherato, e -assai distante da quella dolcezza ch'egli, sino a quel punto, aveva -saputo mostrare. Molti nobili milanesi andavano esuli dalla patria, -o scacciati da Napo, ovvero spontaneamente sottrattisi ad un governo -nemico. (1277) Poichè videro intiepidito il favore del popolo, i nobili -fuorusciti si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule da -quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui radunati, con -varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni sul milanese; -sin tanto che, nel giorno memorabile 21 di gennaio 1277, sorpresero -i Torriani a Desio, borgo distante dieci miglia dalla città, e fatto -un macello de' Torriani, che appena s'erano avveduti d'aver vicino il -nemico dalla strage de' loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere. -Entrò in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto il popolo lo -acclamò signore. Così terminò Napo della Torre, il quale sopravvisse -ancora un anno e mezzo, miseramente rinchiuso entro di una gabbia, -in cui cessò di vivere e di soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I -Novaresi, i Pavesi, i Comaschi ed altri del contado istesso di Milano -avevano resa forte l'armata dell'arcivescovo. - -L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo potè rimanere principe -tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre non fosse più capace -di fargli ostacolo, comparvero in campo molti signori della famiglia -della Torre, e fra questi il patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone, -Gotifredo, Salvino ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie, -sino sotto le porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la -condizione di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre una -valida resistenza, e perciò l'arcivescovo, costretto ad eleggersi -un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani suoi nemici, -stimò miglior partito il dare la signoria di Milano al marchese di -Monferrato per dieci anni, colla facoltà della guerra e della pace. -Questa dedizione, cominciata nel 1278, non durò che quattro anni soli; -giacchè, battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno -da non potere sì tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando il -timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese, le di cui forze -erano di molto peso, non ebbe ritegno alcuno di violare il contratto. -(1282) Colse il momento opportuno, e, montato a cavallo, il giorno 27 -dicembre 1282, coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacciò -gli ufficiali tutti del marchese, e ritornò a signoreggiare da sè. -Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene dallo spirito -del sacerdozio, sono una prova de' progressi che la ragione e seco lei -la virtù hanno fatto ai tempi nostri, ne' quali ad alcuni sembreranno -o supposti o esagerati questi fatti. Sembrerà poco credibile altresì -che l'arcivescovo adottato peravesse suo figlio Guido da Castiglione, -e che Milano venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perchè -una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento. Ma il Calco -ce lo attesta:[598] _Sacris interdicta manserat civitas Mediolanum ex -controversia qua per injuriam gens Mirabilia priorem Pontidae premere -videbatur_[599]; e così, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta -la città. La storia tutta di que' tempi ci prova l'abuso di ogni cosa -sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano al -marchese di Monferrato; non però la diede violando le apparenze della -libertà, poichè anzi ne ottenne l'adesione del pubblico consiglio; -e mentre comandava il marchese, si continuarono ogni anno a creare -due magistrati, uno col nome di _podestà_, e l'altro con quello -di _capitano del popolo_, e sempre si eleggeva il consiglio degli -ottocento; consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che non -rappresentava la città ed il popolo che per mera apparenza, perchè -composto da membri non eletti del popolo. Il signore creava il podestà -e il capitano del popolo; i quali, siccome dissi, giuravano obbedienza -a lui; e il podestà e capitano creavano il consiglio. La città era -realmente priva di libertà; soggetta a signorie temporarie del marchese -d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese di Monferrato: ma le -fazioni interne erano almeno frenate, e non rimanevano da soffrire che -gl'insulti d'un solo, sempre da principio cauto nel celare, l'abuso del -potere non solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne' tempi de' quali -trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria di -Milano, si creò il _Tribunale di Provvisione_, ossia dodici sapienti -uomini che presiedevano alla provvisione del comune di Milano. Ciò -viene dall'erudito conte Giulini fissato all'anno 1279[600], e quel -tribunale e il podestà sono le due più antiche magistrature che -ancora ci rimangono. Il _podestà_ cominciò coll'anno 1188; e poco -manca a compiere il sesto secolo dalla sua istituzione, e i dodici di -provvisione contano l'antichità di cinque secoli già trascorsi. - -Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato di quello -di Napo Torriano. Cercò ed ottenne l'arcivescovo che l'imperatore -Rodolfo facesse lega con lui, quantunque avesse fatto morire entro -di una gabbia il suo vicario creato dieci anni prima. Ma l'influenza -dell'Impero, dopo le seguite vicende, era assai debole nell'Italia, e -conveniva cogliere ogni opportunità per acquistare appoggio. In ciò -Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone Visconti con -maggiore impeto si volle mostrar prepotente. Egli bandì le famiglie -che gli erano sospette, e fece diroccare le case de' signori da -Soresina. Poscia, disgustatosi del figlio adottivo fece diroccare -parimente le case di Guido Castiglione. Indi, dopo una concordia -giurata, l'arcivescovo istesso a tradimento s'impadronì di Castel -Seprio, e distrusse quella rocca, celebre per la tradizione che in -quel luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gli Insubri, -e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo; e fece porre -negli statuti:[601] _Castrum Seprium destruatur, et destructum perpetuo -teneatur, et nullus audeat vel presumat in ipso monte habitare_; e -questo statuto è stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei -tempi e di Ottone, c'insegna:[602] _Cum suspicionibus piena omnia -viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari dubitabat, proindeque -armatas cohortes die noctuque circumire urbem, et ne conventus inter -cives fierent curare jussit_[603]. Cercava, coll'orribile argomento -delle torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era -insomma un cattivo principe, come lo sarà sempre un uomo pauroso -e potente. La città sentiva il peso d'un tal nuovo governo. Era -probabilmente vicina una strage, se l'arcivescovo Ottone opportunamente -non si piegava, abbandonando ogni cura civile a Matteo Visconti, suo -pronipote, capitano del popolo, e creato podestà l'anno 1288. Ottone -sopravvisse ancora sette anni oscuramente, pieno di paura della -morte, ed attorniato da' medici, i quali non lo abbandonavano mai; e -coll'assistenza di essi, all'età di ottantotto anni, morì, il giorno -8 agosto 1295, a Chiaravalle. Il tumulo di questo Ottone, il primo -de' Visconti che ebbe la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo, -ove fu trasportato dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene -sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo -Giovanni Visconti, postogli da poi, allorchè venne tumulato nella -stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone durò circa undici anni. -Egli nulla fece che meriti di essere dalla storia ricordato con lode. -Si può dire in sua discolpa ch'egli dominò fra le turbolenze. Ma la -mancanza di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo -dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero, è un tratto -d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Così non si doveva da lui -tradire un principe coll'assistenza del quale era stato liberato dalle -mani de' Torriani nemici. La fede mancata a Guido Castiglione, dopo -appena giurata concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti -in Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella rocca, nemmeno -può dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le case diroccate, la -pusillanime paura di morire, anche dopo d'esser vissuto ottant'anni, -mostrano un uomo che nulla aveva di grande, nulla di generoso, e che -forse nessun altro talento aveva per diventar principe, che la smania -di comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandonò l'usanza -di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da due secoli e -mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato al capitolo quarto. -Nè questo cambiamento possiamo attribuirlo alle armi da fuoco, le -quali si cominciarono ad usare più di mezzo secolo dopo. Forse si -cambiò l'usanza del carroccio, perchè allora si introdusse quella di -stipendiare una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia, -e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avrà avuto bisogno -di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni: il che faceva di -bisogno per rendere uniformi e cospiranti ad un fine le mosse di una -moltitudine di cittadini, condotti a combattere senza una determinata -educazione a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare -truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva alla signoria -d'un solo: perchè allontanava da una parte il popolo dall'uso delle -armi e lo disponeva all'obbedienza, e dall'altra parte dava il comando -d'una forza preponderante nelle mani d'un uomo solo: forza composta di -elementi staccati in certa guisa dalla società civile, il ben essere -di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente dipendenti -affatto dall'arbitrio del comandante. - -(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo, cominciò la -signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano _Matteo Magno_. Io -mi limiterò a chiamarlo Matteo I, per distinguerlo da un altro dello -stesso nome che regnò poi. Il Fiamma ci attesta che, sino dal principio -del suo governo, Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate, -e non se ne appropriò la menoma parte; che non sparse mai sangue -d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie dei borghi e delle -terre, cambiandole però ogni anno; ch'egli era molto compiacente verso -dei nobili; agile di corpo, e di tale robustezza, che colle sue mani -spaccava il ferro di un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza, -era morigerato; che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva -colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di religione, -e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima a confessarsi, -e i renitenti castigava:[604] _Cum autem praedictus Matheus Magnus -Vicecomes dominium Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine -nimis virtuose se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis, -quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. Missas -devotissime audiebat, sacerdotes propriis manibus vestiebat. In omni -quadragesima suos domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat; -aliter, ipsos grariter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter -audiebat, quorum consilio non contradicebat. Bona communitatis -conservabat, sibi nihil retinebat. Nullius unquam sanguinem effudit. -Dominia burgorum et villorum inter nobiles dividebat: omni tamen anno -istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat in amorem -sui. Fuit etiam fortissimus corpore et agilis: ferratam magni dextrerii -manibus lacerabat: et multa alia commendabilia faciebat_. Vedremo poi -che Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno gli -onori d'un funerale. Non sarà forse discaro il leggere qual giuramento -facesse Matteo Visconti come capitano del popolo per cinque anni; -il Corio ce lo ha tramandato:[605] _Ad honorem Domini nostri Jesu -Christi, et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosi -confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis, Dionisii, et omnium -sanctorum, sanctae matris Ecclesiae, et summi pontificis, et domini -regis Romanorum, et ad conservationem Status venerabilis patris domini -Othonis, sanctae mediolanenses Ecclesiae archiepiscopi, et ad bonum, -tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, ac omnium -amicorum et ad mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et -ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee_, così a Matteo Visconti -diceva Francesco da Legnano, _vos, domine capitanee, jurabitis -regere populum Mediolani ab hodie in antea, ad annos quinque proxime -venturos, bona fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis -ipsum populum... et statuta... et si deficerent, servabatis leges -romanas_[606]. I signori della Torre avevano il capitaniato del popolo, -perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale capitano, indi -Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni. Nel giorno di sant'Agnese, -Ottone Visconti vinse i Torriani a Desio; nel giorno di san Vincenzo, -Ottone s'era impadronito di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano -ultimamente stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per cui -que' tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento felice -de' nostri costumi, si veda se oserebbe ora più alcuno, assumendo una -solenne dignità, di promettere[607] _mortem et destructionem marchionis -Montisferrati, et ejus omnium sequacium_: giuramento crudele, iniquo -e sacrilego, nulla più potendo un sovrano cercar dal nemico, se non la -riparazione de' mali che gli ha fatto, e la sicurezza di non riceverne -di nuovi, non mai la morte e distruzione di esso e de' suoi; pensiero -atroce, che offende la religione e persino le stesse leggi di natura. -Merita osservazione altresì il vedere come si cercassero le leggi -romane per servire ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la -qual reviviscenza del gius romano presso di noi è la più antica memoria -sinora osservata in questo giuramento, fatto l'anno 1288. - -La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli era appena -capitano del popolo per cinque anni, e terminavano coll'anno 1292. I -Torriani, sebbene colla disfatta di Vaprio, seguita nel 1181, fossero -stati per allora ridotti all'impotenza di nuocere, non vennero ivi -estinti, e, col tempo, ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca -ed Errecco della Torre, l'anno 1290, invasero da più parti le -terre milanesi. Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di -Monferrato, nominato nel giuramento solenne del nostro capitano del -popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini, e finì i -giorni suoi entro di una gabbia, come Napo della Torre. L'umanità geme -alla memoria di tai venture! Quasi tutte le città della Lombardia -avevano, verso la fine del secolo decimoterzo, due fazioni e due -famiglie prepotenti che si disputavano la signoria, come accadeva -in Milano fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva i -Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi; Vercelli, -gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i Suardi; Lodi, i -Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani; e così altre città -erano internamente lacerate da' partiti. Mentre in tale imbarazzo -si trovava Matteo I, due frati si posero a predicare pubblicamente -per Milano la Crociata per Terra Santa, e radunavano molta gente -pronta ad abbandonare la città per le indulgenze di quella impresa. -Matteo perdeva sè stesso e la signoria, se avesse concesso che si -allontanassero dalla patria le persone atte alle armi nel tempo -in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perciò impedì questa -emigrazione[608]: il che poi fu uno dei capi di accusa che vennero -fatti a Matteo. Cercava accortamente Matteo I di fiancheggiare la -sua nascente sovranità. Egli signoreggiava in Como, in Alessandria, -in Novara e nel Monferrato, in qualità di capitano temporario del -popolo di quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di -Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona che lo -impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo di vicario -imperiale. Non cercava Matteo la signoria della sola città sua patria; -più vaste erano le sue mire, e nulla meno desiderava che d'essere -signore della Lombardia tutta. (1294) Il nuovo cesare era poco sicuro -sul suo trono; nella Germania aveva un potente partito contrario, -al quale finalmente dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non -furono inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo noi -che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto quell'augusto a -spedire a Milano, siccome fece nell'aprile dell'anno 1294, quattro -legati cesarei; i quali, introdotti nel pieno generale consiglio, -vi pubblicarono l'imperiale diploma, in cui Matteo Visconti veniva -dichiarato vicario imperiale in Milano e per tutta la Lombardia, -con mero e misto imperio, come lo aveva lo stesso re de' Romani. -L'accorto Matteo si alzò, si mostrò sorpreso, e protestò ch'egli non -accettava quella sublime dignità, salvochè il consiglio generale non -l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato da quel consiglio, -scelto da Matteo medesimo, mutabile ogni anno, e che si pretendeva -che si rappresentasse il volere de' cittadini, dai quali non aveva -ricevuta veruna commissione. Il consiglio supplicò Matteo ad accettare -la dignità. Nè meno accorto si dimostrò Matteo nel fare in modo che -in quel diploma medesimo l'imperatore assai onorevolmente confermasse -tutti i privilegi della nostra città, la qual graziosa conferma -dispose i cittadini a giurare volentieri fedeltà all'imperatore, -e indirettamente al suo vicario. Spedì Matteo i suoi legati per la -Lombardia, per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma -non tutte le città fecero loro facile accoglienza. Le città di Lodi, -di Crema ed alcun'altra avevan anzi fatto lega co' signori della -Torre, per bilanciare la potenza del Visconti. Matteo prudentemente -pensò a farsi confermare dai Milanesi per altri cinque anni capitano -del popolo, per togliere ogni odiosità al nuovo titolo, e riconoscere -sempre temporaria e dipendente dal consiglio la signoria esercitata. -Tale era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro seppe -adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze. - -(1298) Il successore del deposto imperatore Adolfo, cioè Alberto -re de' Romani, innalzato l'anno 1298, confermò a Matteo Visconti il -diploma di vicario imperiale, che quattro anni prima aveva ottenuto. -Il titolo che si dava a Matteo era:_ Al magnifico ed egregio uomo -il signor Matteo de' Visconti_. Varie città, siccome dissi, eransi -collegate coi Torriani a danno del Visconti, la di cui rapida e la di -cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti piccoli Stati, -i quali, in mezzo alla discordia, al disordine, alla tirannia di più -padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne un solo, se la lusinga -d'una chimerica libertà non gli avesse sedotti. Le terre del milanese -erano devastate dalle scorrerie de' Torriani. (1299) Matteo Visconti -fece radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile -1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei Torriani, i -guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze loro, le nostre, gli -appoggi su i quali potevamo noi far conto; indi propose il partito se -convenisse fare la guerra ovvero la pace. Detto ciò, volle abbandonare -l'adunanza, affine di lasciare un'intera libertà alle opinioni di -ciascuno. Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata la -città; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e dei nomi; -e credendosi considerati i pochi avveduti, per l'artificio medesimo -che adoperava colui che aveva il potere nelle mani. La determinazione -del consiglio fu di confermare per altri cinque anni Matteo Visconti -capitano del popolo, colla facoltà di fare la guerra o la pace a suo -piacimento. Il credito di Matteo era tale che i Veneziani e i Genovesi -lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione, ch'egli terminò; e -quasi tutta la Lombardia si reggeva da lui. Alla moderazione e prudenza -aggiungeva Matteo la liberalità pubblica. (1300) L'anno 1300 egli -ammogliò Galeazzo, suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di -Azzone VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara. Lo sposo -era più giovine della sposa. Galeazzo aveva ventitre anni, e Beatrice -trentadue. Fra le singolari pompe che diede Matteo all'occasione di -queste nozze illustri, per otto giorni vi fu corte bandita, cioè cibo e -bevanda per chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille -convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunità -di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo lasciava che il -papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse della chiesa milanese a -suo libero arbitrio, eleggendo i candidati per qualunque beneficio, -e dando ordine ai regolari senza saputa dell'arcivescovo; insomma -comandando senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica. -Pareva in fatti consolidata la signoria di Matteo di modo che nessun -avvenimento potesse rovesciarla giammai, ma l'amore paterno deluse -la politica nel cuore di Matteo: il che non lo rammento per biasimo, -anzi per lode; giacchè è grande colui che talvolta è sedotto dalla -benevolenza. Un cuor gelato, che lascia l'ingegno arbitro de' propri -interessi in ogni occasione, non può avere mai l'eroismo; e gli uomini -tutti, e molto più i principi, si possono non credere benefici, sin -tanto che, mostrandosi tali, promovono i propri interessi; ma laddove, -beneficando, li pregiudicano, forza è conoscere l'animo loro sensibile -e generoso. Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di suo -padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano del popolo. -I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro scorrerie lo Stato. Il -nuovo capitano del popolo, senza sperienza militare, senza talenti, col -solo inquieto ardimento dell'età sua, prese a fare diverse spedizioni, -ora contro de' Novaresi, ed ora contro de' Pavesi, con nessun profitto, -e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca, Errecco e -Martino della Torre erano acquartierati in Cremona, ed avevano in favor -suo Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, Crema, ed il giovine marchese di -Monferrato. Tutta questa lega era combinata per ricondurre i signori -della Torre in Milano e deprimere la nascente potenza de' Visconti, -il governo de' quali era spiacevole per la condotta imprudente di -Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel quale i -Visconti caddero alla condizione di semplici privati. Matteo non ebbe -altro partito da prendere se non quello di ritirarsi a Peschiera presso -il lago di Garda, indi a Nogarola nel Veronese, dove con pochi beni di -fortuna si pose a vivere una vita libera e campestre, lontana da ogni -cura pubblica. Galeazzo si rifugiò colla moglie presso il marchese suo -cognato, ed in Ferrara diventò padre di Azzone Visconti. Ho risparmiato -al lettore il racconto delle zuffe datesi con varia fortuna in questa -ed in altre occasioni, e lo risparmierò sempre, fuorchè non siavi -qualche circostanza che sembri meritevole di essere conservata nella -memoria degli uomini. Matteo non si mostrò mai buon soldato. Galeazzo -aveva impeto, ma non condotta. Dovettero per ciò soccombere a forze -assai preponderanti. - -(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno 1302, dopo -venticinque anni d'esilio, mostrarono nei primi cinque anni d'essere -alieni da ogni vista ambiziosa, e di volere essere cittadini di una -patria libera; non ottennero dignità alcuna. La città si reggeva co' -soli magistrati, il podestà e il capitano del popolo. Si nominavano -ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata libera la -patria se i consiglieri avessero ricevuta la loro dignità all'elezione -del popolo. Nondimeno la rispettosa opinione verso i signori della -Torre non era svanita. Morì in Milano Mosca della Torre, e il di lui -funerale si celebrò con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere, -e trasportandolo sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco. -(1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa, e a lui venne -offerta la carica di capitano del popolo per un anno, e l'accettò il -giorno 17 dicembre 1307. Fu tanto gradito il governo di Guido alla -città, che, al terminare dell'anno, per acclamazione pubblica, non -solo venne creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto -si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso casato, -ma di più gli venne data la facoltà di fare nuovi statuti; il quale -attributo, costituendolo legislatore, gli dava la vera sovranità. -Guido si mostrò sorpreso da un impensatissimo avvenimento, quando vide -attorniata la sua casa dai popolari applausi; e accondiscese quasi a -stento a portarsi alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed -ivi dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare il -giuramento della dignità. Quasi crederei sincera la sorpresa, e sincera -la renitenza in Guido della Torre, il quale, dimenticando le gabbie -orrende che avevano rinchiusi Napo suo zio e il marchese di Monferrato -suo amico, non pensò mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che, -privo di denaro e di forze, viveva tranquillamente alle sponde -dell'Adige. Guido non potè piegarsi mai alla dissumulazione, anche in -tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello. - -Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranità la più legittima -d'ogni altra, poichè spontaneamente offertagli dai voti pubblici, si -preparava nella Germania la di lui rovina coll'elezione di Enrico -di Lucemburgo, innalzato alla cesarea dignità. Guido in mezzo alla -prosperità, fece chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando -sperasse di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome di -Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige; e la risposta -fu precisa; _come io viva lo vedi, passeggiando e adattandomi alla -fortuna; per ritornare alla patria aspetto che i peccati de' Torriani -sieno maggiori de' miei_[609]: tale fu il riscontro ch'egli fece -fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora a Matteo, ma -dispersi, abbattuti e proscritti. Fra questi merita distinta menzione -Francesco da Garbagnate, milanese, esiliato per essere del partito di -Matteo; uomo di studio, di età fresca e di ottime maniere. Viveva egli -in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da quest'esercizio il -suo vitto. Ma poichè intese l'elezione accaduta in Germania di Enrico -di Lucemburgo, annoiato egli della sua ristrettissima condizione, -e probabilmente a ciò spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e, -col denaro che ne potè adunare, s'equipaggiò alla meglio, e passò in -Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il Garbagnate -era un giovine colto, amabile, di felice aspetto, accorto, informato -dello stato d'Italia, e probabilmente parlava la lingua tedesca. Si -presentò al nuovo augusto in un momento felice, e fu bene accolto -ed ammesso fra gli stipendiati. Enrico già pensava all'Italia, e non -potevagli essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve -seppe così ben soddisfare la curiosità di Enrico, che acquistò la -sua grazia e benevolenza, per modo che lo informò minutamente del -carattere di ciascuno de' signori che possedevano le città lombarde, -degli appoggi, delle amicizie, degli odii di ciascuno, delle loro -forze, dello stato di ciascuna città: il che alla venuta che fece poi -Enrico nell'Italia, lo trovò esattamente vero. Il Garbagnate non mai -dimenticava ne' suoi discorsi con cesare il suo Matteo Visconti, di cui -la fedele divozione all'Impero, la bontà, la prudenza, la moderazione, -il disinteresse, la beneficenza e tutte le virtù venivano poste in -tal lume, da invogliare l'imperatore a conoscerlo, e preparare la -confidenza in lui, come il più conveniente di ogni altro per terminare -le intestine discordie, e far rivivere l'autorità dell'Impero sulle -città lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurità in cui -capricciosa fortuna l'avea gettato. - -L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove disegnava di -ricevere la corona del regno italico prima, indi la imperiale. (1310) -Egli previamente spedì a Milano il vescovo di Costanza, il quale, -nell'aprile dell'anno 1310, si presentò al consiglio generale; ed -ivi ricercò, seguendo l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari, -che la comunità facesse accomodare le strade e i ponti per dove -il nuovo augusto doveva passare; ed avvisò i conti, i baroni ed i -vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare il sovrano. -Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che viveva in quei tempi, -espone l'arringa officiosa di quel vescovo; il quale, fra le altre -cose, disse che Enrico di Lucemburgo, incoronato già in Acquisgrana -col diadema d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona -di ferro:[610] _Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti per -ferrum et istrumenta ferrea caetera metalla domantur, sic per salubre -consilium, nec non praeclaram armorum virtutem italicorum, et praecipue -Mediolanensium, domare debet imperator caeteras nationes._ Il punto -era assai scabroso per Guido della Torre, il quale, come capitano -perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi alla domanda, era lo stesso -che il dichiararsi apertamente ribelle; la domanda era giusta, conforme -alla pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; nè si poteva -contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia; e Guido -non era sicuro d'essere secondato dalle altre città, ossia da molti -vacillanti principi che le reggevano. L'aderire alla richiesta era lo -stesso che porre nelle mani del nuovo eletto la città, la signoria -acquistata, e la propria persona. Promettere tutto, e mancare poi, -non lo permetteva il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per -darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo, un -giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio da Fara. Incominciò -questi un discorso ampolloso, magnificando primieramente la maestà del -romano Impero, il rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che -sempre la città di Milano aveva dimostrato ai cesarei benefici; passò -quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per ricevere -la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati col ferro in Milano, e -coll'argento prima nella Germania; viaggio di somma importanza e per -il sublime personaggio che lo fa, e per la sacra solennità che viene -a celebrarvi; poi discese a trattare della venerazione che meritava -il vescovo di Costanza, non meno per l'episcopale dignità, che per -l'importantissima legazione che eseguiva, rappresentando il più gran -monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione concluse essere -perciò quest'affare della maggior importanza, o si risguardi l'eccelso -principe che lo promoveva, o il venerabile ministro che lo annunziava, -o la maestà della cosa che veniva proposta; quindi, come i grandi -oggetti meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo, tempo -perciò vi voleva per maturamente esaminarlo, e preparare una confacente -determinazione. Con tale artificio l'astuto Bonifacio da Fara offrì il -disimpegno per guadagnar tempo e sciogliere il consiglio, come si fece; -e il vescovo ne uscì nulla più informato di prima sulle intenzioni del -signor Guido della Torre, capitano perpetuo del popolo di Milano. - -Guido della Torre si approfittò del tempo, e chiamò a Milano tutti i -signori che dominavano nelle città della Lombardia ad un congresso, -a fine di concertare il partito che conveniva di prendere intorno la -venuta del nuovo imperatore. Erano trascorsi già centoventiquattr'anni -dopo l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico, figlio -di Federico I. Gli imperatori non erano stati dopo quell'epoca nominati -da noi, se non o per qualche diploma, ovvero per le guerre che avevamo -con essi. Radunatisi questi principi in Milano, Guido propose che -tutti seco lui si collegassero a far causa comune per la comune loro -salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata, si portasse -questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse la insolita -venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non facendosi, Guido -annunziava, non solamente ecclissato lo splendore delle loro famiglie, -ma schiantata dalle radici la loro dominazione sulle città. Guido -prevedeva esattamente la cosa, come la sperienza mostrò poi. Ma il -conte di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che i maggiori -suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi vassallo dell'imperatore, -sosteneva doversi anzi preparar tutto per accogliere quell'augusto -coll'onore e colla riverenza che era dovuta da uno Stato fedele al -suo legittimo sovrano. Replicava Guido, sinora non essere concorsa -nell'elezione di Enrico di Lucemburgo, che la sola Germania; non essere -il regno d'Italia per anco radunato, nè acclamazione o coronazione -alcuna seguíta, onde potesse qualificarsi sovrano legittimo; trattarsi -la questione appunto se convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il -che egli dimostrava contrario ai comuni interessi delle loro famiglie, -e lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riuscì di fare che -gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli altri timidità, -fosse virtù, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi vinti dalle parole -di Guido, fosse che l'eloquenza passionata e di sentimento vigoroso, -che trascina le anime energiche, rende diffidenti ed ostinate le -anime piccole e fredde, qualunque ne fosse la cagione, Guido uscì -da quel congresso smanioso, esclamando d'aver trattati con ciechi, -sordi ed insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva -per la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di sè, -che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo palazzo, andava -ripetendo: «Che ho io che far mai con quest'Enrico di Lucemburgo? Che -c'entra egli mai a turbare il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli -dovettero quei di mia casa? Io mai no 'l vidi, nè mai ebbi relazione -alcuna con lui». Così egli diceva; e, rivolto ad alcuni domestici che, -sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista: «Dite, dite, rispondete -(esclamava), che cosa ho io che fare con Enrico, o tedesco o francese -ch'ei sia? Cosa gli debbo io? Qual ragione può egli aver mai per -togliermi il mio? Perchè non ci difendiamo noi dunque?» Cercarono -di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso che, dovendo il -re entrare nell'Italia per la strada di Savoia, siccome aveva egli -disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo avanzare sino al Piemonte; -che ivi poi alcuni di essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando -più da vicino quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero -fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo trovassero; -ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per l'opportuno concerto, -quando mai avessero ravvisato lui disposto a contrastare la loro -autorità. Guido fu costretto ad accontentarsi di questo complimento; -e il congresso fu sciolto con una determinazione che da una parte -doveva alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi, -e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi al coperto -dei danni che poteva loro cagionare. Guido non misurava l'indipendenza -sua colle sue forze. Proibì che nessuno in Milano nominasse Enrico da -Lucemburgo, o ragionasse della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli -si erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido proibì -loro l'uscire dalla città. - -Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310, venne a -Susa, donde passò a Torino, indi ad Asti. Egli aveva seco la regina -Margherita sua moglie, principessa di una bellissima figura; conduceva -seco molti principi tedeschi e francesi, e lo accompagnavano mille -arcieri e mille uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano -giornalmente incontro coi loro militi, rendevano sempre più forte -il séguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso di Milano si -presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava di pace, di ordine, di -tranquillità civile, e di voler dare questi beni alle città d'Italia, -le quali da lungo tempo ne erano prive. Il re si mostrava imparziale, -non inclinato a fazione alcuna; e da quanto aveva già fatto in Torino -ed in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato -per procedere a questo fine; cioè togliendo ai privati ogni dominio, -restituendo il governo di ciascuna città al suo consiglio generale, -sotto il presidio di un vicario imperiale. Con questo saggio e benefico -progetto ogni gara veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato -governo, veniva a goder della pace; e la regia autorità si rianimava -soltanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con utilità -reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero Langosco e -gli altri che più poco v'era da sperare per la loro dominazione; e -conobbero tardi che Guido aveva saputo prevedere. - -Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino al nuovo -imperatore, era in Asti, venuto in séguito di lui; nè mai trascurava -l'occasione di encomiare le qualità e il merito di Matteo Visconti. -Allorchè vide il re invogliato di conoscerlo, e che dal re medesimo -ne intese la brama, cautamente operò in modo che Matteo, travestito -e colla compagnia d'un solo domestico, per strade inosservate, -prestamente da Nogarola si portò in Asti. Tanta era la fama di -quest'uomo e tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei -Torriani, che, risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario, -un'immensa folla di persone andò al suo albergo, e lo accompagnò al -palazzo ove risiedeva il re Enrico, i cortigiani del quale conobbero -di quanta considerazione godesse l'uomo che cercava d'essere al re -presentato, il che subito gli venne concesso. Il Visconti, introdotto -alla presenza del nuovo cesare, levatosi il cappuccio, si gettò a' -suoi piedi, e raccomandò alla giustizia e clemenza sua la persona -propria e i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri -scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori -delle città lombarde, e fra questi il conte Langosco; che Matteo, -poichè ebbe reso omaggio al re, si accostasse per abbracciare il -conte, dal quale villanamente gli fossero voltate le spalle; il che -desse luogo a Matteo di ammonirlo, essere tempo omai di por fine alle -inimicizie private, e di servire tutti d'accordo all'utilità pubblica -sotto di un così benigno, così giusto e così grazioso monarca. Se -questo fatto è accaduto, egli è certamente lontano dai nostri costumi, -che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati da simili -personalità. Si dice di più, che ivi rabbiosamente taluno rinfacciasse -a Matteo Visconti d'essere il perturbatore della Lombardia; e che -Matteo sempre padrone de' suoi moti, pacificamente indicando il re, -null'altro rispondesse se non: Ecco il nostro re, che darà la pace -a ciascuno. Se ciò avvenne, la inurbana ostilità de' suoi nemici -dovette dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il re, -sorridendo, terminò il discorso col dire: La pace per metà è già fatta; -a me spetta il compierla. Così racconta il Corio. - -Guido della Torre frattanto se ne stava in Milano. Egli alloggiava -nel palazzo fabbricato quindici anni prima da Matteo Visconti, allora -vicario imperiale dell'imperatore Adolfo; il qual palazzo era situato -dove oggidì vi è la real corte arciducale[611]. Guido aveva al suo -stipendio mille soldati a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di -consegnargli liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva -prigionieri; e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava Guido -che i consigli da' Langoschi e di altri suoi aderenti avrebbero -dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che in ogni evento, -Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate città, avrebbero resistito -alla venuta di Cesare. Il Langosco, in fatti, e gli altri suoi -aderenti adoperarono ogni arte per fare che il re prescegliesse di -farsi incoronare a Pavia, e non venisse a Milano. Ma il Garbagnate -e il Visconti fecero comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza -sin tanto che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi -era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la sua sede; -poichè, padrone una volta della città, e ricevuta che avesse ivi -solennemente la corona del regno italico, alcuno più non avrebbe -osato di fargli opposizione. Il re deliberò appunto di così fare. Al -presentarsi del re colle sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara, -nessuna opposizione ritrovò: venne anzi onoratamente accolto e venerato -come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali senza spargimento -di sangue, poichè un medico del paese cautamente ve lo introdusse. -Il re non permise che si oltraggiassero i vinti, e il solo uso ch'ei -fece dell'autorità, fu per sedar le fazioni. Informato Guido di tai -progressi, finalmente spedì a Novara anch'egli alcuni de' suoi, per -rendere omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli -dell'arcivescovo. S'incamminò poscia il re de' Romani verso Milano, -dove aveva già spedito il suo maresciallo di corte con truppe, affine -di preparare gli alloggiamenti; e mentre era innoltrato nel cammino -da Novara a Milano, ricevette un avviso dal maresciallo, che Guido -della Torre non voleva sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al -re; e che non voleva licenziare i mille armati del suo stipendio. -Il re, scostatosi dalla via pubblica, chiamò a parlamento i suoi. -Nessuno ardì di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese. -Spedì rapidamente avanti di sè l'ordine che il maresciallo al momento -pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno uscisse incontro del re -fuori della porta della città. La sorpresa, la fama già precorsa della -bontà di quel sovrano, l'amore delle cose insolite, naturale al popolo, -che sente i mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento; -la maestà d'un augusto, la noia de' Torriani, tutto in un momento si -riunì, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della porla della città -ad incontrare l'imperatore. Guido della Torre, per non rimanere solo, -s'indusse egli pure ad uscire; e fu degli ultimi. A misura che il re -s'andava accostando alla città, cresceva il numero de' Milanesi che gli -rendevano omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que' tempi, -col loro scudiere, che portava inalberata la loro insegna; e a misura -che compariva il re, le insegne si abbassavano per riverenza. Presso -le porte, al fine della città, comparve Guido della Torre, preceduto -dal podestà, che in quell'anno era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il -podestà umilmente presentò al re il bastone del comando, ch'era il -distintivo della sua dignità; il re lo prese, indi graziosamente glielo -riconsegnò. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato il suo -stendardo; e alcuni del séguito del re de' Romani, ragionevolmente -sdegnati di questo inopportuno orgoglio, si scagliarono sullo scudiero, -glielo strapparono dalle mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata -così ogni pretensione di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re, -baciogli il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico -allora lo accolse con bontà, e con paterno amichevole tuono gli disse: -Sia d'ora innanzi fedele e pacifico; questo è il solo buon partito che -ti resta da prendere. - -Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo andò ad -alloggiare nel palazzo, ove sta oggidì la real corte, il quale era -signorilmente fabbricato per l'uso di que' tempi. Questa entrata del -re in Milano accadde il giorno 23 dicembre 1310. La prima cosa che -ordinò Enrico fu: che fra le due famiglie Visconti e della Torre vi -fosse una perpetua pace; che le cose passate nemmeno più si potessero -nominare; che da quel punto ogni fazione s'intendesse proscritta ed -abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente ritornassero tutti -nel seno della loro patria, e fossero repristinati nel godimento de' -loro beni. Ciascuno dovette giurare di osservare questa legge, in cui -venne imposta la pena contro i contravventori di mille libbre d'oro: -per fare il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in -que' tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare. Io -quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse chiaramente _mille -librarum auri puri poena_, e non lo avesse pubblicata il nostro esimio -Muratori[612]. Il re Enrico fece dappoi radunare il popolo sulla piazza -di Sant'Ambrogio. Ivi si collocò sopra di un eminente e magnifico -trono, a' piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre; -e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese a parlare -al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non era venuto in Italia -per proteggere alcun partito, ma per fare indistintamente il bene, -e senza parzialità, a tutti; che egli voleva la pace e la concordia; -ed in prova indicò i signori che unitamente sedevano sui gradini del -trono. Questi benefici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di -due famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorità -del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime di gioia e in -applausi al virtuoso e benigno principe; e così l'eloquenza del cuore -della moltitudine coronò, nella più sensibile maniera e nella più -fausta, il principio della nuova sovranità, anche prima della sacra -cerimonia, che si celebrò poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio -1311; dove l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da -ventun'altri vescovi, solennemente incoronò colla corona ferrea del -regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi assistenti furono -quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono di Liegi, di Ginevra, -d'Asti, di Torino, di Vercelli, di Novara, di Bergamo, di Padova, di -Vicenza, di Treviso, di Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma, -di Reggio, di Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di -Trento. Questa solennità fu resa più augusta dall'assistenza del duca -d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo, fratello -dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di Savoia, del -Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran numero d'altri baroni -e signori italiani e tedeschi. Il vescovo di Vercelli ebbe l'onore di -cingere la spada al re, al quale vennero con cerimonia consegnati il -pomo d'oro, lo scettro e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse -il rito, imponendogli la corona. È degno di memoria un fatto, ed -è che non fu possibile, per quante ricerche se ne facessero, di -ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla quale era -tradizione che fossero stati incoronati gli antichi re d'Italia. Forse -il far smarrire quell'antico cerchio è stata una minuta animosità di -Guido della Torre; ma vi si supplì ben tosto con poca difficoltà da un -fabbro, che formò d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami -d'alloro intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia creò -alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni, e il -primo nominato fu Matteo Visconti. - -Sin qui la novità della venuta del re Enrico non aveva cagionato -se non giubilo e consolazione alla città. Ma terminata appena la -incoronazione, venne convocato il consiglio generale; dove, entrando -un ministro del re con un notaio, ricordò ai consiglieri radunati -l'antica usanza del regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato; -e, rivoltosi al notaio: Scrivete, disse, ciò che una città sì grande e -magnifica determinerà di offrire al nuovo cesare. Nessuno ardiva essere -il primo a favellare. Un cupo silenzio regnò per qualche tempo in -quella numerosa adunanza. Pure conveniva proferire; e il primo eccitato -a parlare, per liberare sè medesimo d'imbarazzo, altro non seppe -suggerire, se non d'incaricare uno dei più stimati fra' consiglieri, -a lui rimettendo il determinare la somma. Nominò poi Guglielmo della -Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno, -replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale, così -impensatamente còlto, avrebbe pur voluto potersi liberare da quella -briga, e uscire dall'alternativa o di mancare con suo danno ai riguardi -verso del nuovo augusto, ovvero d'esporsi, pure con suo danno, ai -venturi rimproveri dei cittadini. Non v'è cosa buona che qualche volta -non rechi incomodo, persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo a -nominare una somma, proferì cinquantamila fiorini d'oro. Il consiglio -approvò questo donativo. Matteo Visconti non voleva tralasciare -occasione di farsi merito; quindi, dopo di avere anch'egli assentito -al donativo proposto: Quest'è, disse, per l'imperatore; ma lasceremo -noi di offrire qualche segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice? -Presentiamo alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini -d'oro. Così propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri tutti, -il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo; Guido della -Torre, impetuosissimo uomo e incapace di piegarsi ai tempi, non si -potè contenere; o fosse sdegno contro di Enrico, o fosse insofferenza -vedendo un antico rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualificò -altamente Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima -liberalità donava l'altrui; s'alzò borbottando e dicendo con ironia: E -perchè non piuttosto il numero compito di centomila fiorini? Il notaio -puntualmente scrisse centomila fiorini d'oro, e si dovettero pagare, -malgrado i maneggi fatti poscia inutilmente per diminuire tal somma. - -Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di centomila fiorini -d'oro era allora tanto grave a pagarsi, quantunque ripartita su tutta -la città, come adunque una somma di tal valore poteva minacciarsi a un -privato, il che poc'anzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti -e i Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare, -anche sopra de' più autentici documenti, perchè i costumi, co' secoli, -si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola una legge che imponesse -la pena d'un milione di scudi al delinquente, forse allora non lo sarà -stata, e la esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore. -Forse anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le pene -pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, le pene -personali, cioè fissando una somma impossibile, la quale, non pagata, -il delinquente cadeva in potere del legislatore. È noto come il fiorino -d'oro è la stessa moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da -Fiorenza e dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino; -che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare in Firenze -l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito, che molti altri -Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe i suoi fiorini d'oro nei tre -secoli che vennero dopo quell'epoca: ed io credo che una di tali monete -che possedo, coll'immagine da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra -dei santi Gervaso e Protaso, e colla data _Mediolanum_, possa essere -coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto per migliorare -la moneta, ovvero circa al 1260; anno al quale il Muratori attribuisce -altre monete d'argento battute in Milano senza nome di principe, poichè -l'Impero era vacante[613]. - -Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, per ivi -ricevere la terza incoronazione come imperatore; ma ben prevedeva -quel prudente signore che sarebbe stata di corta durata la pace data -a Milano, s'egli si allontanava, conducendo seco le sue milizie. Gli -armati che lo accompagnavano non erano numerosi abbastanza per poterne -staccare porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi che -l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero al momento in -cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; e che o i Visconti -o i Torriani ben tosto venissero espatriati e resi raminghi co' loro -aderenti. Il saggio principe, con accorto consiglio, nominò cento -nobili milanesi, dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato -nel suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi i capi e i -più distinti dell'una e dell'altra fazione. Questa determinazione, che -infatti era decorosa per gli eletti, piacque sommamente alla città, -che ne traeva l'augurio della ventura quiete e dell'ordine. Gli eletti -per lo contrario, cercavano il pretesto onde poterne sventarne l'idea; -e quello che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del denaro -per un decente corredo: mancanza in parte vera, poichè gli espulsi, nel -tempo dei partiti, avevano perduto i loro beni. Comandò adunque il re -che la comunità di Milano dovess'ella somministrare i mezzi convenienti -per i cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal modo -fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili passioni -rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che secretamente i due partiti -operassero di concerto per annientare ed eludere il potere benefico -del re, che altro non toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I -centomila fiorini d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in -modo cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò -la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi per equipaggiare i -cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. Si cercava di far -nascere l'avversione contro del re e dei tedeschi, come invasori dello -Stato. In queste circostanze, e mentre cominciava già a spargersi la -tristezza, venne radunato il consiglio generale per ordine del re, -nel quale comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del re, -proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il viaggio de' cento -nobili. Aveva Nicolò Bonsignore fatto circondare dalle armi del re la -sala del consiglio, quella cioè dove attualmente si trova l'archivio -pubblico. Fatta ch'ebbe quel signore la proposizione, un cupo silenzio -occupò tutta la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri -rispondesse alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro. -Credette Nicolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi, partì dal -consiglio lasciando gli ottocento radunati e custoditi dalle guardie, -sì che nessuno potesse uscirne. Portossi immediatamente dal re, al -quale esponendo l'ostinazione del consiglio, procurò di animarlo -contro de' Milanesi, gli significo come la città fosse inquieta; che -fuori di porta Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi -veduti Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso -colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati prendendosi -per la mano in atto di reciproca promessa; il che fra due case cotanto -nemiche non poteva indicare se non una congiura contro del nuovo regno; -eccitò l'animo reale a farsi perfino temere da un popolo che non poteva -guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse trasportare in carcere -i taciturni consiglieri, ovvero passarli tutti a fil di spada. Tale -fu il bel parere che quell'italiano diede ad Enrico. Ma il re aveva un -miglior naturale del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i -consiglieri non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli -andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il quale merita -d'aver sempre un luogo onorato nella memoria di tutti i buoni. Così -venne fatto. Questa nel saggio monarca era virtù, era umanità, nobile -sicurezza e moderazione; non era spensieratezza o mancanza di azione. -Egli cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti -d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; e con -varii pretesti giravano sovente le truppe imperiali per i quartieri -della città. - -La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno. -Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette -già preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita -che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli è certo -che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi -crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi -li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo -di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se, -appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena -onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia contro -dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già era cominciato il -tumulto nella città, e molti erano usciti dalle loro case armati. -Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare -i forestieri, a cagione dei quali s'erano imposte le ultime gravezze. -Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de' Torriani, le quali -erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni alle -Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de' -Torriani, così rimasero per alcuni anni. La città era in allarme: ma -le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in -modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende -da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo, -figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della -Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi potè Galeazzo -accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, e che la mina era -sventata. Il partito più scaltro era quello di ripiegare a tempo, di -non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la -macchia piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a -disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che Matteo Visconti -nascose entro di un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era -già armato per uscire; e fatto ciò, Matteo, in abito da casa, si pose -a sedere sotto il portico del suo cortile, e fece venire intorno di -sè alcuni domestici, co' quali si mise tranquillamente a ragionare, -come se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia che -dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de' suoi per arrestare -Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente -gl'imperiali e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in -quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo, -spogliato, e attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un -buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece offrire -cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati, i quali non -ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei -Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre, -vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il -baston pastorale, e si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i -Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La -persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potè per questo -impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e -male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro -vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per -renderli più veloci alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di -Guido, giunsero a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò -da letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro un -monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico, -e potè nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'imperiali -con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de' -Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte -al saccheggio dalla licenza militare. - -Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti, e Galeazzo -di lui figlio, rappresentavano due scene in luoghi distinti. Matteo -aveva comandato a Galeazzo di starsene in casa sino al di lui ritorno. -Ma Galeazzo appena fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo -e si mostrò per le strade. Matteo Visconti, poichè vide sgombrati -gl'imperiali della sua casa, si portò disarmato dal vescovo di Trento, -cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare al re; mentre -non osava di presentarglisi solo nel momento in cui poteva ogni -cittadino essere sospetto. Il vescovo fu compiacente; e la spontanea -presenza del Visconti, i suoi ragionamenti, la relazione dello stato -in cui venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo -fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i Torriani. -Probabilmente o non vi fu intrigo dalla parte di Matteo, ovvero fu -concertato dal solo Galeazzo senza saputa del padre. Nel momento poi in -cui scoppiò il tumulto, facilmente Matteo avrà conosciuto come fosse -stata ordita la trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità, -di togliere quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un uomo la -di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace pure di non lasciare -al buon re Enrico un inganno, per mercede della bontà del suo animo. -Matteo da Enrico non aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva -riacquistati i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più -fra le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi danni -se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra poco verosimile -la congiura di cui alcuni nostri autori lo voglion complice, e della -quale minutamente descrivono persino i familiari colloqui di Guido con -Matteo. Forse i Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la -fama di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; egli -scrittori ne furono sedotti facilmente; perchè riesce più frizzante -la storia, quanto più malignamente dipinge gli uomini; e lo storico -signoreggia più, indicando ingegnosamente le cagioni, ancor false, -anzi che raccontando i fatti soli, ove siano incerte le cagioni, che -li produssero. Io mi crederò onorato ancora più rendendo un omaggio -costante alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo, di lui -figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna della vipera, -aveva radunato un buon numero di cavalieri, che marciavano dietro -di lui pronti a combattere. Questo drappello marciava dal Bocchetto -al Corduce, quando improvvisamente se gli fece incontro un grosso -squadrone di imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'imperiali -avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, si -diè a conoscere venuto per unirsi a combattere contro i sediziosi e -in servizio del re. I tedeschi erano comandati da un vescovo[614]. -Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece in modo che s'introdusse -nella città un corpo di austriaci acquartierati a San Simpliciano, -che allora esisteva fuori della mura. Accadde in tale occasione -che il duca Leopoldo d'Austria, passando in mezzo a questi popolari -tumulti, nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo -d'essere traforato da una lancia, se un suo fedele non avesse spronato -il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la vita a questo giovine -principe, glorioso ascendente dell'augusta casa d'Austria. La lancia -fortunatamente passò fra le vesti del generoso suddito, senza nocumento -di Leopoldo. - -I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, da cui -vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono vani gli sforzi che -posero in opera per ritornarvi. Così terminò la dominazione de' -Torriani, la quale interrottamente durò anni trentatre, cominciando da -Martino, che, nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per -anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone ossia Napo, -per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo) -Guido della Torre lo resse per anni tre sino al 1311, il che forma il -periodo di trentatre anni. Non ho interrotto il racconto di questa -interessante serie di avvenimenti colle frequenti citazioni, perchè -l'epoca è assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le -circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, vegga -il tomo XII della Raccolta _Rerum Italicarum_; Bonincontro Morigia, -Cronaca di Monza[615]; Giovanni Villani, Storia, lib. IX; Cronaca -d'Asti[616]; Giovanni da Cermenate, Istoria[617]; il Corio, all'anno -1311; e più d'ogni altro, la diligente e laboriosa opera del nostro -conte Giulini, al tomo VIII. - - - FINE DEL TOMO PRIMO. - - - - -INDICE DI QUESTO TOMO - - - _Notizie di Pietro Verri_ Pag. 1 - _Prefazione_ » 31 - - CAPITOLO PRIMO. - - _Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, - seguita nell'anno 452_ » 37 - - CAPITOLO II. - - _Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto - secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, - sino al di lei risorgimento_ » 64 - - CAPITOLO III. - - _Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo_ » 89 - - CAPITOLO IV. - - _Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad - essere la più importante città della Lombardia nel - secolo » 115 - - CAPITOLO V. - - _Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina - ecclesiastica dopo la metà del secolo XI_ » 145 - - CAPITOLO VI. - - _Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore - Federico I_ » 184 - - CAPITOLO VII. - - _Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I_ » 213 - - CAPITOLO VIII. - - _Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un - sistema politico_ » 253 - - CAPITOLO IX. - - _Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione - incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del - secolo XIII_ » 283 - - CAPITOLO X. - - _Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza - della casa Visconti, sino al cominciamento del - secolo XIV_ » 316 - - - - -NOTE: - - -[1] Cremona, nella stamp. Manini, un vol. in 8., di pag. 330. - -[2] Discorso recitato nell'apertura della Società Patriottica di Milano -nel dicembre del 1778. — Ved. _Atti della Società._ t. I, p. 30. - -[3] Veggansi nella Raccolta degli Economisti Italiani le _Notizie di -Cesare Beccaria:_ Parte moderna, tom. XI, p. 3 e 4. - -[4] I nomi dei benemeriti cooperatori al detto Giornale, colla -indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli, -sono i seguenti: _A._ Alessandro Verri — _B._ Baillon — _C._ Cesare -Beccaria — _F._ Sebastiano Franci — _G._ Giuseppe Visconti — _G. C._ -Giuseppe Colpani — _L._ Alfonso Longhi — _NN._ Luigi Lambertenghi — -_P._ Pietro Verri — _S._ Pietro Secchi — _X._ Paolo Frisi. - -Questo catalogo è stato stampato la prima volta da Lalande, nella -Relazione del Viaggio ch'egli fece in Italia due anni dopo la -cessazione di quel giornale. Veggasi _Voyage d'un Français en Italie_, -edizione di Parigi, 1709, tom. I, pagina 374. - -[5] «La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera del -generale Pallavicini, ministro plenipotenziario, il quale abolì i -separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec., e, -riunendole in un sol corpo, le affidò ad una compagnia di Bergamaschi, -che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono arditamente -la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni all'anno, e -ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo, onde centomila -annui zecchini ne avevano di profitto dal solo negozio. Dico dal solo -negozio, perchè indirettamente poi essi avevano poste tali angarie -alla filanda delle sete, che buona parte della raccolta de' bozzoli -del paese cadeva nelle loro filande, che erano sparse nello Stato, e -comparivano col nome di supposti proprietarii. Oltre di che essi ne -ritraevano molti altri proventi incalcolabili; e così si fecero grandi -e doviziosi». — Verri in una _Memoria_ inedita. - -[6] Data da Vienna il 10 aprile 1764. — Sì questa che le altre lettere -e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti Notizie, -esistono nell'Archivio nazionale di questa città. - -[7] Diploma del 17 dicembre 1765. - -[8] De' 29 novembre 1770. - -[9] Piano per la regia amministrazione delle Finanze, da cominciarsi -l'anno 1771. - -[10] Veggasi il progetto della tariffa sopra accennato. - -[11] Verri, nel citato piano per la regia amministrazione delle Finanze. - -[12] Milano, presso Giuseppe Marelli, della Prefazione, pag. 10. - -[13] Economisti Italiani, parte moderna, cc., tom. XIII, pag. 8. - -[14] Prefazione ai _Discorsi_, dell'edizione di Milano, presso Marelli, -1781, pag. 8. - -[15] Non dispiacerà di vedere qui riferiti alcuni frammenti di questo -diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava dalla -Cancelleria Imperiale. Ivi si legge: _Ex quo te propius cognoscere -nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo cuique, -favere tibi voluntate. Quæ enim duo hominen ad publica negotia -tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre ingenium, ac -fervens ad agendum animus, non solum in te natura conjunxit, sed ea tu -quoque copioso scientiarum ac eruditionis apparatu, atque indefessa -esercitatione ad actionem reddidisti expeditissima...... Propterea, -ut primum tu in patria tua ad rerum publicarum procurationem nobis -jubentibus accessisti, luculenter illico apparuit ministrum te fore -amplissimum, cujus opera in restauranda, quod tum admodum agitabamus, -et novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur... Neque tu -in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia, consiglio, -integritate; imo, quod precipuum est, exploratis industriae privatae -arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent, et comparata -tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas experientia, viam -quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente opera effectui -dari posset, quo propositum habebamus consilium, universam videlicet -Mediolanensi provinciae reddituum administrationem ad nostros, cum -primum fieri posset, magistratus revocandi. Id quod citius, ac sperare -pronum erat... perfectum est._ - -[16] Lettera del principe Kaunitz al ministro plenipotenziario conte -di Firmian, dei 21 luglio 1776. — La Società Patriotica era stata -istituita sulle basi più liberali. La gran mente dell'immortale -ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo immediato -intervento dell'autorità sovrana assidera sovente il vigore de' corpi -accademici, per una soverchia soggezione. Perciò ebbe cura che nel -piano d'istituzione vi fosse per modo mascherata l'influenza del -governo, che vi riuscisse impercettibile. La sua scrupolosa attenzione -su quest'oggetto apparrà maggiormente dal seguente paragrafo di una -sua lettera degli 11 settembre 1777: «Osservo, dice egli, che il -Griselini, nella sua relazione sul libro del Cattaneo, si qualifica -come segretario della _regia_ Società Patriotica. Avendo S. M. voluto -fare un dono alla nazione di ciò che riguarda la dote per questo -stabilimento, ha anche con eguale generosità abdicata da sè qualunque -superiorità o vestigio di essa; onde converrà avvertire i conservatori -che in ogni occasione, anche dai subalterni, facciano solo annunziare -la Società senza qualificarla come _regia_». Grandi furono i servigi -prestati dalla Società Patriotica nei diciotto anni di sua esistenza. -Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque -l'Italia dopo il 1796, non è tra l'ultime la cessazione di tutte le -società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe pur -facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de Georgofili -di Firenze e quella d'Agricoltura di Torino hanno riprese le loro -funzioni: e quando vi penseremo noi? - -[17] Nel _Postscriptum_ alla lettera dei 30 marzo 1778 al ministro -plenipotenziario. - -[18] Ne esiste pure un cenno in uno di que' celebri almanacchi (_Il -mal di milza_) che per una filosofica celia aveva in quell'anno appunto -pubblicati. Egli, sotto forma di un indovinello, vi fa così parlar la -tortura: «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è -macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per -conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. -I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. -Le nazioni colte non si sono servite di me: il mio impero è nato ne' -tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle -opinioni di alcuni privati». Si potea forse esprimersi con maggior -precisione in così brevi termini? - -[19] Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna -occasione per insinuare delle idee utili, nell'annunziare al ministro -plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest'opera, si -esprime come segue: «Io non dubito che l'opera avrà tutto quel merito -che si può sperare dall'erudizione dell'autore, guidato da uno spirito -filosofico e superiore alla maniera di pensare comune a' compilatori -di simili storie, per lo più privi di sana critica. L'edizione è assai -elegante, e mi fa sperare che l'arte tipografica possa successivamente -ritornare in Milano a quel grado di credito in cui era nella prima metà -di questo secolo, e da cui è decaduta». _P. S. alla lettura 4 settembre -1783._ - -[20] Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto -nelle _Notizie di Cesare Beccaria_. Se in questo oggetto si imitasse -il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di -rinnovare ogni anno instancabilmente nel parlamento d'Inghilterra la -sua proposizione per la libertà dei Negri, chi sa che una volta, o per -persuasione o per tedio, si riuscisse nell'intento! - -[21] Veggasi la nota in fine del cap. XXIII, pag. 208 del tom. II. - -[22] Essa è detta da Pietro Verri «tragedia di sentimenti grandi, -arditi e liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi; -che ci rappresenta la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo -pericoloso, quand'anche nasca da nobili principii; che interessa e -sviluppa un'azione che è la sola della nostra storia posta sul teatro, -e la presenta col costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime -gracili e scuote deliziosamente le energiche». - -[23] Dopo l'epoca in cui furono scritte queste Notizie, morirono tanto -Carlo che Alessandro. - -[24] Parte II, pag. 148, edizione prima di Milano, 1796. - -[25] _Meditazioni sull'economia politica_, § XXIV in fine. — Si noti -che la prima edizione di quest'opera è del 1771. - -[26] _Memoria della vita e degli studii di Paolo Frisi_, pagina 17. - -[27] I Galli... sbaragliati i Toschi non lungi dal Ticino, avendo udito -che il paese in cui si erano fermati si chiamava degli Insubri, nome -pure di borgata degli Edui, cogliendo l'augurio del luogo, fabbricarono -una città, e la chiamarono Mediolano. - -[28] Livio, lib. V, cap. XIX. - -[29] Sul passaggio de' Galli in Italia questo ci venne riportato. - -[30] Quella nazione dicesi aver passate le Alpi. - -[31] _Ant. It. Med. Æv._, diss. XXI. - -[32] Tanti cadaveri di città semi-distrutte. - -[33] _Rer. Italic. Script._, tom II, pag. 691. - -[34] Il suolo della città modonese, occupato enormemente dall'eccessivo -straripamento dell'acque, dai ruscelli che scorrono all'intorno e dagli -stagni che straboccano dalle paludi, si vede ancora essere deserto per -la fuga degli abitanti. Laonde anche oggidì si mostra una congerie di -pietre d'ogni maniera, e veggonsi sassi di grande volume, attissimi un -tempo alla costruzione di eccelsi edifizi, ora, come dicemmo, sommersi -dalla frequente inondazione delle acque. - -[35] Vitr., lib. 1, cap. 4. — Strab., lib. 5. - -[36] - - Alle mura dai Galli edificate, - Che pelle ostentan di lanuta troia. - -[37] - - Che da lanuta troia il nome tragge. - -[38] Una città grandissima delle Gallie e popolatissima, nominano -Milano. Questa i Galli Cisalpini tengono per loro capitale. - -[39] Plutarc., Vit. Marcelli. - -[40] Recaronsi a Milano, città principale degl'Insubri; _Cornelio_, -impadronito essendosi della città, che oltremodo piena era di frumento -e di ogni genere di vettovaglie, insiegue i Galli. - -[41] _Polip. Histor._, lib. 2. - -[42] Questo monastero più non esiste. - -[43] Lib. 3, cap. 2. - -[44] Quale e quanto grande fosse la gioia conceputa per l'una e per -l'altra vittoria, può da questo raccogliersi, che e _Domizio Enobarbo_ -e _Fabio Massimo_ nei luoghi stessi nei quali pugnato avevano, eressero -torri di pietra, sopra vi piantarono trofei ornati delle armi nemiche. - -[45] Cronica di _Vincenzo Canonico_ di Praga. - -[46] Monumenti storici della Boemia, non mai in addietro pubblicati. -Praga. - -[47] Torre fortissima e grandissima, di solidissima costruzione -marmorea, che nominavasi Arco romano. - -[48] Tom. I, pag. 18. - -[49] Isaaci Casauboni Animad. in Svet., lib. I, pag. 52, num. 17, -ed. Paris, 1610; et Plutarc. in Vit. Caesar: _invitatus Mediolani ad -coenam, hospite Valerio Leone, qui asparagum apposuerat, atque olei -loco infuderat unguentum, ipse simpliciter comedit, et indignantes -increpavit amicos. Satis enim, inquid, abstinere iis a quibus -abhorrebatis: nunc eam rusticitatem qui deprehendit, ipse est -rusticus._ - -(In Milano, ospite essendo di Valerio Leone, e avendogli costui messi -innanzi a cena degli asparagi, sopra i quali sparso eravi unguento -in vece di olio, egli ne mangiò senza farne caso veruno, e sgridò gli -amici suoi che se ne mostravano disgustati: «Imperocchè bastava, disse, -che ve ne foste astenuti, se non vi piacevano; ma ben rustico è chi -biasima una tale rusticità»). - -[50] _Statua ejus aenea fuit Mediolani_ (scilicet statua Bruti) _in -Gallia Cisalpina posita. Hanc, quae imaginem ejus bene repraesentabat, -et erat artificiose facta, ut post vidit, Caesar praeteriit: mox -subsistens, compluribus audientibus vocavit magistratus, civitatem -eorum ferens sibi compertum esse foedus pacis rupisse, quod hostem suum -apud se haberet. Ac primum sane negaverant, et quemnam significaret -ambigentes, intuebantur se mutuo. Ut vero conversus Caesar ad statuam, -contracta fronte, nonne, inquit, hic stat hostis noster? multo illi -magis perculsi obmutuere. At Caesar arridens laudavit Gallos, quod -amicis essent etiam in adversis rebus stabiles, praecepitque ne statua -loco moveretur._ Plutarc. in Vit. Bruti, in fine. - -(Eravi una di lui statua (di Bruto) di bronzo, eretta in Milano, -città della Gallia Cisalpina; e in progresso di tempo veduta avendo -Cesare una tale statua, che ben somigliava a quel personaggio, e -leggiadramente lavorata era, passò oltre, indi fermatosi, mandò -chiamando i magistrati, e lor disse, alla presenza di molti che -udironlo, ch'egli trovato aveva essersi rotte dalla città loro le -convenzioni di pace, tenendo essa dentro di sè un suo nemico. Da -principio adunque, com'era ben convenevole, negaron essi la cosa; e non -sapendo di cui egl'intendesse, si guardavan l'un l'altro. Rivoltatosi -però Cesare verso la statua e facendo ceffo: «E che! disse, non è qui -posto costui che è mio nemico?» E coloro, vie maggiormente sbigottiti, -si tacquero. Ma egli, allor sorridendo lodolli, siccome quelli che -tuttavia costanti e fedeli erano ai loro amici, quantunque caduti in -avverse fortune; e comandò che lasciata fosse la statua in quel luogo -medesimo). - -[51] I superbi edifici di Roma ed altre città, ed in particolare -Cartagine, Milano e Nicomedia, adorne di nuove ed eleganti mura. - -[52] Così crede che si chiamasse quella di Sant'Eufemia il signor conte -Giulini. - -[53] - - «Milano ancor di maraviglia degno - Tutto presenta: Universal dovizia; - Ben ornate le case, innumerevoli; - Pronti e facondi son gli umani ingegni, - Antichi e venerabili i costumi; - Con doppio ordin di muro anco ingrandito - Vedi il recinto, e popolar diletto - Formano il circo, e co' suoi gradi in giro - D'ampio teatro la racchiusa mole; - Sorgono templi e palatine rôcche, - E opulenta officina di monete, - E delle terme la region, cui fama - Crebbe ed onore per l'Erculeo nome, - E di scolpiti marmi intorno adorni - I peristili tutti, e in vasto cerchio - Quasi un campo a formar stese le mura; - Tutto è sublime, ed emular le forme - Delle grand'opre sembra, e non temere, - Vicina ancora, il paragon di Roma». - -[54] Maravigliose tutte. - -[55] Della fusione dei metalli. - -[56] Affinchè dessimo ai cristiani ed a tutti libero potere di seguire -quella religione che ciascuno volesse. - -[57] _Lactantius, de Moribus persecutorum_, cap. 48. - -[58] _Muratori, Anecdota_, t. I, pag. 223. _Impress. Mediol._, 1697. - -[59] _Bingam., Orig. Eccles._, lib. IX, cap. I, § 5 e 6. — _Dupin, de -Antiq. Eccles. disciplin._, diss. I, § 6. — Giannone, Storia del regno -di Napoli, lib. II, cap. VIII. - -[60] Ai sacerdoti ed al clero milanese. - -[61] Siccome tuttavia il fine a cui tende l'antica mia deliberazione è -che alcuna persona mescolarsi non debba nello assumere l'incarico della -cura pastorale, colle orazioni io secondo la vostra elezione. - -[62] _S. Gregorii papae I cognomento Magni opera omnia. Venetiis_, -1744, tom. 2, col 644 G. - -[63] Perciocchè poi ponete mente alla esazione del patrimonio della -provincia di Sicilia, di diritto della Chiesa santa, alla quale, per -divina autorità, presiedete.... per ciò è duopo che la santità vostra -istituisca una persona a trattare questo negozio, colla quale la Chiesa -romana possa solidamente conchiudere qualche cosa. - -[64] Lib. I, Epist. 82. S. Greg., _Operum._, tom. 2, col. 565. - -[65] Al reverendissimo e santissimo confratello _Ansperto_, arcivescovo -milanese. - -[66] Troppo imperiti mostraronsi alcuni interpreti dicendo: Perì -questa città, rovinata è la chiesa, non vi ha più ragione alcuna di -vivere. Anzi havvi motivo di vivere più giustamente e più santamente, -perchè Dio onnipotente, che con grande pietà queste cose dispone, -non diede già in mano ai nemici la città che in voi consiste, ma le -sole abitazioni; nè la chiesa sua, che è veramente la chiesa, lasciò -che consumata fosse dall'incendio, ma affine di correggerci permise -che abbruciato fosse il ricettacolo della chiesa.... Perciocchè, dopo -quella ruina tanto grande e lagrimevole, ecco il sommo suo sacerdote -salvo rimane, intatto il clero; e la plebe stessa, sebbene viva in -continuo timore e mesta, conserva la libertà... Non perimmo noi stessi, -ma quelle cose che nostre sembravano, e che o il predatore rapì o il -ferro o il fuoco consumò... Conciossiachè, rotte le mura innanzi ai -nemici armati e vigorosi, i popoli inermi... fuggirono... Consoliamoci -adunque, o fratelli, nè tanto poi sospiriamo le case distrutte, giacchè -vediamo la riparazione delle case riserbata ne' loro padroni... -Il Signore adunque temperò verso di noi la sua vendetta, cosicchè, -diroccata la città, devastate le campagne, sminuiti gli averi, nè -le anime nostre, nè i nostri corpi furono offesi... E per ciò non -dubitiamo che o noi o i nostri posteri Dio non possa riparare delle -cose perdute. - -[67] Si ricorda essere stata la presente opera pubblicata nel 1783. - -[68] _De bello Gothico_, lib. II, cap. 21. - -[69] Ricevette Agilolfo, che era cognato del re _Autari_, cominciando -il mese di novembre l'esercizio della regia dignità. Ma pure, -congregati essendo da poi i Longobardi in assemblea nel mese di maggio, -da tutti, presso Milano, fu innalzato al regno. - -[70] Lib. 3, cap. ultimo. - -[71] Adunque nella state seguente, nel mese di luglio, fu innalzato -_Adaloaldo_ re sopra i Longobardi, presso Milano, nel circo, alla -presenza del padre suo il re _Agilulfo_, coll'assistenza dei legati di -_Teodeberto_, re dei Franchi. - -[72] Lib. 4, cap. 31. - -[73] Abitano la Germania situata intorno al Reno, dalla prima parte -settentrionale i Brusacteri, detti piccioli, ed i Sicambri, gli Oqueni, -i Longobardi. - -[74] La parte interna e la mediterranea occupano principalmente gli -Svevi Angli, i quali più orientali sono dei Longobardi. - -[75] La scarsezza dei Longobardi forma la loro nobiltà, perchè -circondati da moltissime e valorosissime nazioni, non per mezzo di -ossequio si mantengono sicuri, ma bensì colle pugne e coi pericoli. - -[76] Ristorato dalle forze dei Longobardi, con varietà di lieta e di -avversa fortuna contro i Cheruschi guerreggiava. - -[77] Giulini, tom. I, pag. 228, tom. 2, pag. 383. - -[78] Giulini, tom. 1, pag. 396. - -[79] Detto, tom. 2, pag. 171. - -[80] Giulini, tom. 4, pag. 364. - -[81] Sormani, Passeggi, tom. 2, pag. 20. - -[82] Giulini, tom. 2, pag. 416. - -[83] Detto, tom. 3, pag. 499. - -[84] Detto, tom. 3, pag. 228. - -[85] Detto, tom. 3, pag. 346. - -[86] Detto, tom. I, pag. 388. - -[87] Giulini tom. 2. pag. 361. - -[88] Per la eccessiva scarsezza degli abitanti. - -[89] _Landulph. Senior._, lib. 2, cap. 26. - -[90] Giulini, tom. 2, pag. 322. - -[91] Detto, tom. 5, pag. 442. - -[92] Detto, tom. 2, pag. 439. - -[93] Dove è da sapersi che la città di Milano, per le molte -distruzioni, non era internamente fabbricata con case murate, ma per la -maggior parte composte di paglia e di graticci. Laonde se il fuoco ad -una casa appiccavasi, tutta la città si abbruciava. - -[94] Giulini, tom. 4, pag. 144. - -[95] _Arnulph._, lib. 4, cap. 8. - -[96] _Landulph. Junior._, cap. 8. - -[97] Giulini, tom. 4, pag. 510. - -[98] Che si è professato di vivere secondo la legge dei Romani. - -Che si reputa vivere secondo la legge de' Longobardi. - -Che mi sono professato, per la mia nazione, di vivere secondo la legge -Salica. - -[99] Giulini, tom. I, pag. 430. - -[100] Noi Alberico conte nel Placito pubblico per amministrare a -ciascuno la giustizia. - -[101] Giulini, tom. I, pag. 307. - -[102] Giulini, tom. I, pag. 356. - -[103] «Mantenitor del voto, in voler fermo». - -[104] Giulini, tom. I, pag. 381. - -[105] Detto, tom. I, pag. 383 e seg. - -[106] Quello tra i cardinali preti diaconi o sarà trovato più degno, -coll'aiuto di Cristo, all'onore dell'arcivescovado promuovessero. - -[107] Giulini, tom. I, pag. 385 e 411. - -[108] Pienamente e ad evidenza intendiamo, come tu con fedele -devozione, e con tutto lo sforzo della mente, per il pristino stato e -vigore, e per lo ristoramento della santa Chiesa milanese, tre volte -e quattro sei rimasto devoto e zelante nell'ossequio di Ansperto -reverendissimo tuo arcivescovo e confratello nostro e ad esso nelle -cose tutte fedelissimo. - -[109] Giulini, tom. I, pag. 419. - -[110] Giulini, tom. 2, pag. 61. - -[111] _Liutprand._, lib. I, cap. 22. - -[112] _Rer. Italic._, tom. 2, part. II, _Chron. Novaliciense_. - -[113] Vegnendo noi a Pavia nel sacro palazzo, ed ivi fatta nella -persona nostra la elezione, colla grazia di Dio onnipotente, da tutti -i vescovi, marchesi, conti e da tutti gli ordini di persone tanto -maggiori che inferiori. - -[114] _Antiquit. Medii Ævi_, tom. I, pag. 87. - -[115] Nel palazzo di Pavia, che è la capitale del nostro regno. - -[116] _Antiquit. Medii Ævi_, tom. I, pag. 779. - -[117] _Liutprand._, lib. 2, cap. 15. - -[118] Giulini, tom. 2, pag. 153. - -[119] _Dissert. Med. Æv._, tom. VI, pag. 325. - -[120] Tom. 2, pag. 163. - -[121] Giulini, tom. 2, pag. 267. - -[122] Che egli voleva in quel luogo costruire una fortezza, colla -quale, non solo i Milanesi, ma molti principi d'Italia altresì avrebbe -saputo tenere in freno. - -[123] _Luitprand._, lib. 3, cap. 4. - -[124] Gli concedette di poter cacciare il cervo nel suo parco, il che -mai accordato non aveva alcuno se non se ai carissimi ed illustri suoi -amici. - -[125] Mentre presso le mura della città cavalcava. - -[126] Nella propria lingua, cioè nella teutonica, così parlò ai seguaci -suoi: Io non sono Burcardo, se non faccio che gli Italiesi tutti si -servano di un solo sperone, e per cavalcatura si valgano di cavalle -pregne o deformi. Punto non curo la solidità o l'altezza di quel muro; -giacchè, col solo gettare la mia lancia, morti precipiterò dal baluardo -i nemici. - -[127] Venne a Pavia e col consentimento di tutti assunse il regno. - -[128] _Liutprand._, lib. 3, cap. 5. - -[129] Ugone e Lotario regi. - -[130] _Liutprand._ lib. 4, cap. 6. — _Arnulph._, lib. I, cap. 1 _et_ 2, -_in Rer. Ital. Script._, tom. 4. - -[131] Giulini, tom. 2, pag. 208. - -[132] _Liutprand._, lib. V, cap. 4 e seg. - -[133] _Tristani Calchi, Hist. Patr._, lib. I, pag. 18. — Alciati, lib. -II, pag. 125. - -[134] Mentre nel nome di Dio, nella città di Pisa, alla corte dei -signori re, dove il signor Ugone e Lotario gloriosissimi ai re -presiedevano, sotto le viti, là dove _topia_ (pergola) si chiama, entro -la corte medesima, ec. - -[135] Muratori, _Antiq. Med. Ævii_, tom. I, pag. 953. - -[136] Mentre nel nome di Dio, al monastero del santo e confessore di -Cristo, Ambrogio, ove sepolto riposa il di lui corpo, ove il sig. -Lamberto, piissimo imperatore, presedeva, in una casa della stessa -santa chiesa milanese, in una _lobia_ (_terrazzo_, anzichè _portico_, -come interpreta il _Du Cange_) della casa medesima, sedeva a giudicare -Amedeo, conte del palazzo, insieme con Landolfo, nominato arcivescovo, -affine di amministrare a tutti giustizia e deliberare, ec. - -[137] Giulini, tom. II, pag. 473. - -[138] Nel nome di Dio, essendo che nella città di Milano, nella corte -del ducato, entro la _lobia_ della stessa corte sedeva a giudicare -Magnifredo, conte del palazzo, e conte dello stesso contado milanese, -per amministrare giustizia a ciascuno, risedendo con esso Rotcherio, -visconte della stessa città, ec. - -[139] Giulini, tom. II, pag. 469. - -[140] Confermo che tutti i miei servi e le mie ancelle siano Aldioni, -ed appartenga la loro brigata (_mundium_) allo stesso ospedale, -ricevendo essi un soldo per testa ciascuno, siano maschi o femmine; e -così voglio pure che quegli uomini miei che consueti sono, col vitto -giornaliero, a prestarmi le opere loro, stabilisco che qualora lavori -debbano eseguirsi, compiano i detti lavori, ricevendo il vitto dallo -stesso ospedale. - -[141] Questo ospedale sia diretto e governato da Warimberto, umile -diacono dall'ordine della santa chiesa milanese, nepote mio e figlio -della buona memoria di Ariberto di Besana ne' giorni della sua vita. - -[142] Giulini, tom. II, pag. 110. - -[143] Da coerenza a questa da due parti tenente Ursone, e così -pure l'isola comense, dalla terza parte il podere di San Vittore di -Missaglia, dalla quarta il podere di San Pietro di Civate. - -[144] Giulini, tom. II, pag. 199. - -[145] Giulini, tom. I, pag. 366 e 471. - -[146] Giulini, tom. I, pag. 72. - -[147] Sembra questo in contraddizione con quanto si è asserito; cioè -che quando il genere umano fu più tormentato, gl'ingegni si sono -riscossi, e ne è nata la coltura e la felicità. Ma la apparente -contraddizione scompare, considerando che l'ignoranza produce la -ferocia e l'infelicità, e queste, giunte a un determinato grado, -scuotono gl'ingegni, tolgono il torpore e richiamano la sapienza; -quindi tutto si anima e risorge; quindi spunta la felicità, nella quale -nuovamente il genere umano diviene inerte, e successivamente ignorante, -feroce e misero. Tale è la vicenda per cui circola e circolerà sempre -la storia delle nazioni. Il male nasce dal bene, e il bene dal male. - -[148] _Landulph. Senior._, lib. II, cap. 10; _Rer. Ital._, tom. IV. — -L'anno 1440, il cardinale Branda Castiglione, signore accreditatissimo, -avendo sottratti i rituali ambrosiani per introdurre il rito romano, -corse pericolo della vita. Il popolo attorniò il suo palazzo; egli fu -costretto a gettare dalle finestre i libri ambrosiani, e finchè visse, -non s'arrischiò a porre mai più il piede in Milano. - -[149] Tom. II, pag. 151. - -[150] _Landulph. Sen._, lib. I, cap. 9. - -[151] Debbono dunque essere istruiti i laici, affinchè nelle case -loro debbano con fervore celebrarsi i divini misteri, il che è assai -lodevole; siano però i misteri trattati da coloro che dai vescovi siano -stati esaminati, e si approvano allorchè sono dagli ordinatori loro -accompagnati con lettere commendatizie, mentre per avventura debbono -recarsi in terre straniere. Se adunque si trovano sprezzatori dei -canoni, che straordinariamente cd illecitamente esercitino il ministero -e che ardiscano violare sacramentalmente le cose divine, siano da prima -gli uni e gli altri dal vescovo rimossi, tanto cioè il cherico o il -sacerdote errante, quanto quello che con usurpazione si appropria il -di lui ufficio; e qualora non vogliano da questa temerità trattenersi, -siano scomunicati. - -[152] _Canon. XVIII. Synod. Regiaticini ann. 850 regnantib. piissim. -Augg. Hlotario ac Hlodovico. Lubbei Concilior._, tom. IX, pag. 1071. -_Edit. Venet._ 1782, Albrizzi e Coleti. - -[153] _Leo Hostiens._, lib. II, cap. ultimo. - -[154] Giulini, tom. II, pag. 244. - -[155] Giulini, tom. II, pag. 280. - -[156] Intanto, celebrando Valperto i divini misteri, con molti vescovi -circostanti, il re tutte le regali insegne, la lancia, nella quale -chiuso era un chiodo di N. S. e la spada reale, la bipenne, il cingolo, -la clamide imperiale e tutte le regie vesti depose sull'altare di -Sant'Ambrogio.... Valperto, magnanimo arcivescovo, di tutti gli abiti -reali, col manipolo di suddiacono, sovrimposta al capo la corona, -astanti tutti i suffraganei di Sant'Ambrogio e molti duchi e marchesi, -con maraviglioso decoro rivestì ed unse Ottone re, acclamato e in tutti -i modi confermato. - -[157] _Landulph. Sen._, lib. II, cap. 26. - -[158] Soggiogati avendo i Milanesi, rinnovò la loro moneta, e anche in -oggi quelle monete chiamansi Ottelini. - -[159] _Goldast. Chatol. rei Monet._, tit. 48. - -[160] L'arcivescovo, scortato da una grande squadra di soldati, che -ornati erano di pelli di martori, di zimbellini, o con pellicce di vaio -e di armellino, delle quali cose fornito lo aveva maravigliosamente -l'imperatore. - -[161] Ornato delle vesti episcopali, colla stola, senza la quale non -costumò giammai di trovarsi fuori o nella città, qualunque fosse -il negozio che interveniva o che lo turbava..... e dallo stesso -mirabile monarca con grande onorificenza ricevuto, si trattenne in -conversazione, siccome al vescovo conveniva. - -[162] Giulini, tom. III, pag. 23. - -[163] Detto, tom. III, pag. 24. - -[164] Per amore del santissimo vescovo Ambrogio. - -[165] Giulini, tom. III, pag. 151. - -[166] Arcivescovo della santa chiesa milanese. - -[167] Tom. III, pag. 153. - -[168] Giulini, tom. III, pag. 183. - -[169] Detto, tom. III, pag. 217. - -[170] La società evitando de' suoi pari, Eriberto, nonostante il -malcontento loro e la loro ripugnanza, recossi nella Germania, risoluto -di eleggervi ei solo un re teutonico. - -[171] _Rer. Italic. Scriptor._, tom. IX, pag. 14. - -[172] Egli stesso ricevuto lo avrebbe e con tutti i suoi, signore e re -pubblicamente acclamato e tosto coronato lo avrebbe. - -[173] Oltre molti donativi il vescovado di Lodi, affinchè, siccome -consacrato aveva il vescovo, così pure lo investisse. - -[174] Sicuro di ogni cosa ritornando, tutta colle sue ambascerie -sovvertì l'Italia, altri coi fatti, altri colle speranze tenendosi -benevoli. - -[175] Giulini, tom. III, pag. 197. - -[176] _Arnulph._, cap. 7, e Giulini, tom. III, pag. 211. - -[177] _Glaber. Rodulph._, lib. 4, cap. 2. - -[178] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 27. - -[179] Giulini, tom. III, pag. 219. - -[180] Tom. III, pag. 222. Riferisco le parole d'un autore dei nostri -giorni anzi che quelle di Landolfo, contemporaneo, perchè il lettore -si appaghi essere il fatto non controverso, ma accordato da un illustre -erudito e da un Guelfo. - -[181] Contro il volere d'Ariberto. - -[182] A tale feccia di costumi, peggiorando giornalmente da sè -stesso, si riduce il mondo che non solo giace dallo stato suo decaduto -qualunque ordine di laica o ecclesiastica condizione, ma languisce -ancora la stessa monastica disciplina, dalla consueta perfezione della -sua elevazione piegata, direi quasi, al suolo. Perì il pudore, svanì -l'onestà, cadde la religione, e, quasi in un drappello raccolta, andò -lontana la turba di tutte le sante virtù. - -[183] Muratori, _Dissert. Med. Æv._, tom. X, pag. 65. - -[184] Lib. 2, cap. 8. - -[185] _Arnulph._, lib. I, cap. 10. — _Flam. Manip. flor._, cap. 141. - -[186] Fornita di grandissima quantità di popolo. - -[187] Giulini, tom. III, pag. 327. - -[188] Giulini, tom. III, pag. 334. - -[189] Convocati i sacerdoti e i diaconi, con somma devozione assunta -avendo la penitenza di tutti i peccati, e fatta alla presenza di -tutti la sua confessione e l'assoluzione dai sacerdoti ottenuta -coll'imposizione delle mani, cooperando lo Spirito Santo, con umiltà e -devozione la santa Eucaristia ricevette. - -[190] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 32. - -[191] Giulini, tom. III, pag. 411. - -[192] Giulini, tom. III, pag. 422. - -[193] Inoltre l'arcivescovo di Milano, per autorità imperiale godeva -alcune altre rendite cospicue: sulle strade regie, da qualunque parte -del contado si uscisse, avea un pedaggio, e qualunque volta entrava -uno straniero a cavallo, o in cocchio o a piedi, pagava il censo al -gabelliere dell'arcivescovo, o piuttosto ad innumerabili gabellieri, -e l'arcivescovo era tenuto a far custodire i passi, e tutti coloro che -alcun danno sostenuto avessero entro il territorio, risarcire dovea del -suo di tutta quella somma alla quale fossero stati apprezzati i danni. - -[194] _Flamma, Chronic. Mediolan._, pag. 227. - -[195] Oltre il consueto abusar del dominio della città. - -[196] _Arnulph._ cap. 10. - -[197] Ai tempi di _Ottone_ imperatore primo, _Bonizone_.... come duce -stabilito per facoltà ricevuta dall'imperatore, reggeva col suo governo -il castello. - -[198] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 17. - -[199] Sia tenuto ad alimentare cento poveri, e per ciascun povero -dia un mezzo pane e lardo per companatico, ed una libbra di cacio tra -quattro ed uno staio di vino. - -[200] Comperino pesci, affine di ristorarsi col cibo e rallegrarci ogni -anno nel giorno anniversario della morte di essi _Falkerodo_ monaco e -_Giovanni_ prete, per suffragio delle anime loro, che ad essi procuri -gaudio e salute dell'anima. - -[201] Giulini, tom. III, pag. 81. - -[202] Affinchè essi luminari rispondano per la di lui anima. - -[203] Giulini, tom. III, pag. 377 e 465. - -[204] E faccia ardere nella quadragesima maggiore sopra la sepoltura -del fu di lui genitore Andrea. - -[205] Giulini, tom. IV, pag. 271. - -[206] _Dissert. Med. Æv._, tom. V, dissert. LIX. - -[207] Per cagione del retto giudizio che su le cose già nominate -pronunziammo tra esso e _Riccardo_. - -[208] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 197. - -[209] Giulini, tom. II, pag. 387. - -[210] Le facoltà della Chiesa e molti benefizi ancora dei cherici -distribuì ai soldati. - -[211] _Arnulphus_, cap. 10. - -[212] Promettendo a quelli tutte le pievi e tutte le dignità e gli -ospedali, che i maggiori ordinari ed il primicerio dei decumani e -gli arcipreti e cimiliarchi delle chiese di questa città godevano, -asserendo con giuramento, e consolidando un patto così detestabile. - -[213] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 18. - -[214] _Rerum Italic. Script._, tom. IV, pag. 121. - -[215] Degli uffizi dei ministri. - -[216] Che dirò della monogamia de' sacerdoti? Mentre un solo connubio è -loro permesso, e non mai ripetuto; e questa è la legge di non passare a -seconde nozze. - -[217] _Landulph. Sen._, lib. I, cap. II. - -[218] Ma a che parlerò io della castità, quando si permette un solo, -non ripetuto connubio? E adunque nello stesso matrimonio è posta la -legge di non rinnovarlo. - -[219] _Sancti Ambrosii Opera, edit. Maurin., Paris_, 1686, tom. II, -_column._ 66 B. - -[220] Maestro delle virtù è adunque l'apostolo, il quale insegna -doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello -che ingiugne che l'uomo sia sposo di una sola donna, non già perchè -totalmente escluda il non coniugato (perciocchè questo è al di là della -lettera del comandamento), ma perchè colla castità coniugale goda della -grazia della sua assoluzione, giacchè nel coniugio non vi ha colpa, ma -legge. Per questo l'apostolo la legge stabilì dicendo: Se alcuno senza -delitto è marito di una sola moglie; dunque quello che senza delitto -è marito di una sola moglie sarà tenuto alla legge del sacerdozio -sopradetto; quello poi che passasse a seconde nozze, non incorre -realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della -prerogativa del sacerdozio. - -[221] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 109. - -[222] Maestro delle virtù è dunque l'apostolo, il quale insegna doversi -redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello che -ingiugne lo sposare una sol donna, non già perchè totalmente escluda il -coniugio (perciocchè questo è al di là della legge del comandamento), -ma perchè l'uomo, colla castità coniugale, conservi la grazia della -sua purificazione; nè ancora intese di dire che l'autorità apostolica -invitasse a procreare figliuoli, non di chi li procreava. - -[223] _Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, ed Maurin., -Paris_, 1686, tom. II, _column._ 1036 F. - -[224] Perciò l'apostolo stabilì la legge, dicendo: Se alcuno senza -delitto è marito di una sola moglie, è tenuto alla legge del sacerdozio -che dee assumere; quello però che passasse a seconde nozze non incorre -realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della -prerogativa di sacerdote. - -[225] _Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, edit. Maurin., -Paris_, tom. II, _column._ 1037 B. - -[226] Che i padri del concilio Niceno aggiugnessero qualche trattato, e -che chierico essere non dovesse chi contratto avesse seconde nozze. - -[227] Moltissime variazioni sono state fatte agli scritti di -sant'Ambrogio. Il canonico regolare Giovanni Coster, nella prefazione -alle opere del santo dottore, stampate in Basilea nel 1533, così -s'esprime a tal proposito: _Cum ego igitur ante biennium D. Ambrosii -Epistolas antiquis et elegantioribus characteribus conscriptas.... -nactus essem, caepissemque, meo more, cum excusis libris eas conferre, -mirum dictu quantum hic erat dissidii, quantum varietatis, ut statim -non potuerim non destomachari in eos qui, editis libris, speciosis -quidem sed inanibus et mendacibus titulis, omnia castigatissima... -pollicentur._ (Avendo io adunque trovato già da due anni le lettere -di sant'_Ambrogio_, scritte in caratteri antichi ed assai eleganti... -e cominciato avendo, secondo il mio costume, a confrontarle sui -libri stampati, maravigliosa cosa è a dirsi quanta differenza io -vi scorgessi, quanta varietà; cosicchè all'istante non potei non -rimanere stomacato di coloro che nelle edizioni de' libri, con titoli -speciosi veramente, ma vani e mendaci, le cose tutte gastigatissime... -promettono.) Francesco Junio, nella prefazione all'_Index expurgat._, -riferisce che, visitando in Lione Luigi Saurio, correggeva le edizioni -della stamperia Fresloniana, gli mostrò il Saurio le interpolazioni ed -i troncamenti fatti al testo di sant'Ambrogio da due frati. Il Rivet -pure racconta lo stesso: _Critic. sacr._, lib. 3, cap. 6. Il Dableo -nel suo libro: _De l'usage des saints Pères_, move le stesse querele. -Vero è che i Maurini, nell'edizione di Parigi del 1686, confutano -queste opinioni. Ma è altresì vero che nell'edizione delle opere di -sant'Ambrogio, fatta in Roma nel 1580 da Domenico Basa, il cardinale di -Montalto (che divenne poi Sisto V) nella prefazione dichiara d'avere -associati al lavoro: _Praeclaros doctores, viros doctrina, et pietate -graves, ac linguarum intelligentia, et historiarum cognitione insignes, -praeterea in scholastica theologia et Patrum lectione admodum versatos -delegi, mihique laboris socios adscivi... quorum ope, atque adminiculo -obscura explicuimus, manca supplevimus, adjecta rejecimus, transposita -reposuimus, depravata emendavimus, omnia demum ut germanam Ambrosii -phrasim redolerent, ejusque dignitati, atque gravitati responderent -sedulo curavimus, et ut ipsemet auctor loqui videretur, suppositiis -quibuscumque abscissis, pro viribus studuimus._ (Mi elessi come -soci della fatica dottori illustri, uomini gravi per dottrina e per -pietà, ed insigni per la intelligenza delle lingue e la cognizione -delle istorie, inoltre molto versati nella teologia scolastica e -nella lettura dei Padri... col di cui aiuto e giovamento spiegammo -le cose oscure, supplimmo le mancanti, rigettammo le sopragiunte, -rimettemmo a suo luogo le trasposte, emendammo le depravate, tutte -finalmente procurammo di ordinarle in modo che la genuina frase di -Ambrogio suonassero, o convenevolmente corrispondessero alla dignità -e gravità di quello scrittore; e ci adoperammo affinchè sembrasse -parlare lo stesso autore, troncate avendo noi tutte le cose intruse.) -Attenendoci per altro anche all'edizione de' Maurini sembra che in -alcuni tratti sant'Ambrogio vada d'accordo coi testi che si citavano -dai nostri sacerdoti. Nel primo libro di Abramo, cap. III, num. XIX, -leggesi: _Ad ipso quoque domino mercedem quam postulet consideremus. -Non divitias ut avarus, exposcit; non longaevitatem vitae istius, ut -meticulosus mortis; non potentiam; sed dignum quaerit sui haeredem -laboris: Quid mihi, inquit, dabis? Ego autem dimittor sine filiis. Et -infra: quia mihi semen non dedisti, vernaculus meus mihi haeres erit. -Discant ergo homines conjugia non spernere_ (Consideriamo ancora quale -mercede richiegga dallo stesso Signor nostro; non chiede ricchezze come -l'avaro; non la lunghezza di questa vita come timoroso della morte; non -la potenza; ma domanda un degno erede della sua fatica. Che mi darai? -dice egli: io già sono congedato senza prole. E più abbasso: Perchè -non mi hai accordato prole, un mio connazionale raccoglierà la mia -eredità. Imparino dunque gli uomini a non disprezzare i matrimonii.), -tom. I, col. 288 D. Altrove, nella sposizione del _Vangelo di san -Luca_, lib. IV, num. X, scrivendo delle fallacie colle quali sotto -aspetto di bene vengono sedotti gli uomini, dice: _Videt integrum et -illibatae castimoniae virum; suadet ut nuptias damnet, quo ejiciatur -ab Ecclesia, studio castitatis a casto corpore separetur._ (Vede un -uomo incorrotto e di illibata castità, e lo persuade a condannare -le nozze, affinchè cacciato sia dalla Chiesa, e per istudio di -castità espulso sia da un casto corpo.), tom. I, col. 1337 B. Se il -disapprovare il matrimonio è un'eresia, il disapprovare il matrimonio -de' sacerdoti pare che non dovesse sembrare un atto religioso. Più -chiaro sembra il testo del santo dottore nel libro: _De Benedictionibus -Patriarcharum_ (Delle benedizioni dei patriarchi), cap. III, num. -XII, ove leggesi: _Ut ubi inhabitatores ante lasciviae, et principes -luxuriae versabantur, ubi fuerant incentiva libidinis et fomenta -nequitiae, ibi nunc sancti sacerdotes magisteria doceant castitatis, et -plurima virginalis integritatis exempla quodam supernae lucis fulgore -resplendeant_ (Affinchè dove aggiravansi da prima coloro che nella -lascivia dimoravano, e il principato tenevano nella lussuria, dove gli -incentivi trovavansi della libidine e i fomenti della perversità, colà -ora i santi sacerdoti i precetti insegnino della castità, e numerosi -esempli di integrità virginale di un cotale splendore di celeste -luce risplendano), tom. I, col. 517 A. Ognuno potrà osservare se quel -_plurima_ sia d'accordo colla legge universale del celibato inerente al -sacerdozio. Su di che io non intendo di proferire alcuna opinione, ma -unicamente d'esporre i fatti imparzialmente come conviene alla storia. - -[228] È buona cosa che l'uomo non tocchi la moglie; ciascuno però abbia -la propria moglie affine di evitare la fornicazione. - -[229] È duopo adunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una -sola donna, sobrio, prudente, ec. - -[230] Nel sinodo di _Damaso I_, tenuto in Costantinopoli da -centoquaranta vescovi, al quale intervenne il beato _Ambrogio_, nacque -grandissima controversia tra i sacerdoti ammogliati da una parte e -i sacerdoti viventi senza moglie dall'altra, i quali sacerdoti senza -moglie dicevano che i sacerdoti ammogliati non potevano salvarsi. Il -sommo pontefice rimandò questa questione al beato _Ambrogio_, il quale -così parlò: La perfezione della vita non consiste nella castità, ma -nella carità, secondo quel detto dell'apostolo: Se io parlassi colle -lingue degli uomini e degli angeli, ec. Per questo la legge concede -ai sacerdoti di condurre sposa per una sola volta una vergine, ma non -accorda loro di reiterare il matrimonio. Se poi, morta essendo la prima -moglie, il sacerdote ne sposasse un'altra, perde il sacerdozio. - -[231] Tutti questi, benedicendo il beato _Ambrogio_, concedette -loro che di una sola moglie usare potessero; morta la quale, vedovi -anch'essi rimanessero in eterno. La quale consuetudine durò per -settecent'anni fino al tempo di _Alessandro_ papa, cui la città di -Milano aveva data la culla. - -[232] Sant'Ambrogio ai sacerdoti della sua Chiesa. - -[233] Tom. IV, pag. 7. - -[234] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 4. - -[235] Tom. IV, pag. 14. - -[236] In questo tempo medesimo un grandissimo orrore invase il clero -ambrosiano..... il di cui principio e la di cui serie, essendo la cosa -tuttora presente agli occhi nostri, per quanto è in nostro potere, -narriamo..... Certo diacono, adunque, dei decumani, per nome _Arialdo_, -molto delicatamente nutrito presso il vescovo _Widone_, e colmato di -assai onori, mentre alio studio delle lettere attendeva, severissimo -interprete diventò della legge divina, contra i soli cherici -esercitando crudeli giudizi. Il quale, trovandosi fornito di scarsa -autorità, siccome nato di basso lignaggio, si avvisò in prevenzione di -associarsi _Landolfo_, come uomo più generoso, a questo fatto idoneo, -divenuto essendo seguace di un suo favorito. _Landolfo_ poi, dotato -essendo di lingua e voce più spedita ed eccessivamente avido del -pubblico favore, all'istante capo si fece della parola, usurpato avendo -contra il costume della Chiesa l'ufficio della predicazione. Questi, -non essendo elevato per alcun grado dell'ecclesiastica gerarchia, grave -giogo imponeva alle cervici dei sacerdoti, mentre soave è quello di -Cristo e leggiero il suo peso. - -[237] _Arnulph._, lib. 3, cap. 8. - -[238] Carissimi seniori, io non posso più oltre trattenere il discorso -che nel cuor mio ho conceputo. Non vogliate, signori miei, non vogliate -no sprezzare le parole di un giovine e di un imperito; perciocchè -spesso Iddio rivela al minore quello che al maggiore ricusa. Ditemi: -Credete in Dio trino ed uno? Rispondono lutti: Crediamo. E soggiunse: -Munite le fronti vostre del segno della croce. E questo ancora fu -fatto. Dopo di questo disse: Io mi compiaccio della vostra devozione, -ma a compassione mi muove l'imminente grandissima perdizione. -Perciocchè già da gran tempo addietro non è conosciuto in questa città -il Salvatore. Gran stagione egli è che voi siete in errore, giacchè -più non avete alcun vestigio di verità; invece della luce palpate le -tenebre, ciechi tutti divenuti, poichè ciechi sono i vostri capi. Ma un -cieco forse può egli guidare un cieco; non cadono l'uno e l'altro nella -fossa? Conciossiachè abbondano in molti modi gli stupri; si sparge -l'eresia simoniaca nei sacerdoti e nei leviti e negli altri ministri -de' sacri riti; i quali, essendo nicolaiti e simoniaci, ben a ragione -debbono essere cacciati, e dai quali quind'innanzi, se salute sperate -dal Salvatore, dovete del tutto guardarvi, non venerando alcuno. Dei -loro uffizi, giacchè i sagrifizi loro sono la stessa cosa come lo -sterco canino, e le loro basiliche sono stalle di giumenti. Per la qual -cosa, riprovati quelli all'istante, si vendano al pubblico i loro beni. -Sia a tutti lecito il rapire i loro averi, qualora si trovassero nella -città o fuori. - -[239] _Arnulph._, lib. 3, cap. 9. - -[240] Acremente avesse tuonato. - -[241] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 24. - -[242] La cosa essendo tuttora agli occhi nostri presente. - -[243] _Arialdo_, invasato da un certo zelo di superbia, il quale poco -prima accusato di certa nefandissima scelleratezza, e convinto innanzi -a _Guidone_, alla presenza di molti sacerdoti di questa città, e in -parte perchè i sacerdoti urbani non consentivano che quelli di fuori -della città entrassero togati, e non permettevano che le chiese della -città servissero se non come tonsurati, cercava in qualunque modo -l'occasione di potere, aizzando la possa del popolo, allontanare tutti -i sacerdoti dalle loro mogli. - -[244] Giulini, tom. IV, pag. 16. - -[245] Venendo in un giorno solenne alla chiesa (_Arialdo_) con turba di -popolo dalla piazza, tutti coloro che salmeggiavano con violenza cacciò -dal coro, inseguendoli per tutti gli angoli e nei loro alloggiamenti; -provvide quindi maliziosamente che si scrivesse il Pitacio della -conservazione della castità, ommesso il canone, estorto dalle leggi -mondane, al quale tutti i sacri ordini della diocesi ambrosiana, a -malgrado loro, soscrivono, opprimendoli egli stesso coi laici. Intanto -i predatori, oltre alcune case rovinate nella città, visitavano la -parrocchia, frugando nelle case dei cherici, col rapire i loro averi. - -[246] Giulini, tom. IV, pag. 18. - -[247] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 5 et sequen. - -[248] Giulini, tom. IV, pag. 19. - -[249] _Arnulph._, lib. 3, cap. 10 et sequen. - -[250] _Idem_, lib. 3, cap. 2. - -[251] Giulini, tom. IV, pag. 21. - -[252] Detto, tom. IV, pag. 24. - -[253] Tom. IV, pag. 24. - -[254] _Leo Ostiens._, lib. 2. - -[255] Forse tu solo sopra di noi accendi la fiamma del popolo che, -impetuosa, aggirasi come il mare, e questo per cagione della esecrabile -patalia (_eresia de' patarini_) e di molti giuramenti viziosi e -detestabili? - -[256] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 7 _et sequen._ - -[257] Mentre tu pensasti a commovere il giudizio di questa inudita -patalia, qualunque si fosse la tua intenzione, avresti dovuto da prima -con molti digiuni pigliare consiglio da qualche uomo religioso. - -[258] _Landulph._, lib. 3, cap. 2. - -[259] Ma i nobili della città, dal cui valore i sacerdoti poco prima -erano difesi, da eccessiva ira e da sdegno commossi, uscivano altri -dalla città, altri aspettavano il tempo in cui ponessero fine a quella -procellosa calamità. - -[260] _Landulph. Sen._, loc. cit. - -[261] Col concorso di quasi tutti i cittadini, i quali volontieri -ascoltavano le sregolatezze dei cherici; altri aggravati dall'inopia o -dai debiti, e tutta la speme loro riponenti nella preda e nelle rapine, -nulla meno bramavano che la pace e la concordia della città. - -[262] _Trist. Hist. Patr._, lib. 6, pag. 131. - -[263] Per la fazione dei cherici, repentinamente si solleva mormorio -nel popolo. Dicesi, non dovere la chiesa ambrosiana soggiacere -alle romane leggi, nè al romano pontefice competere alcun diritto -di giudicare o di disporre le cose di quella sede. Troppo indegno -reputasi che quella Chiesa, la quale sempre fu libera sotto i nostri -progenitori, ora, per obbrobrio della nostra confusione, ad altra -Chiesa, il che non faccia il cielo, sia assoggettata. - -[264] Giulini, tom. IV, pag. 34. - -[265] Gonfiato quindi per il fasto della sua legazione, volle nelle -pubbliche funzioni essere preferito al nostro arcivescovo; ma il -popolo, sopportare non volendo che nella propria diocesi fosse -l'ambrosiana dignità violata, cominciò a fremere e a tumultuare -all'intorno. Spaventato da quel timore, l'Ostiense si ritrasse dal suo -proposito, ed ultimò i negozi urgenti, e varie pene, come vendicatore, -infliggeva a coloro che alcun delitto commesso avevano, a norma della -gravità del loro fallo; altri, accordando loro una dilazione, ad -altro giudizio riserbava. Finalmente, come nuovo censore ed arbitro -delle cose nostre, egli cangia le antiche consuetudini; nuove leggi -introduce; le conferma colle sue lettere e co' suoi sigilli, e questa -forza a soscrivere l'arcivescovo e gli ordinari di Milano, minacciando -di suscitare il popolo, qualora non obbedissero. - -[266] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 132. - -[267] Dodici scudi. - -[268] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 26. - -[269] Giulini, tom. IV. - -[270] Oh Milanesi insensati! Chi vi ha affascinati? Ieri acclamaste -il primato di una sola sede; oggi confondete lo stato di tutta la -Chiesa; veramente mostrate di avere a schifo una pulce, ed un cammello -inghiottite. Forse queste cose meglio non disporrebbe il vescovo -vostro? Voi direte per avventura: veneranda è Roma nell'apostolo. Lo -è difatto; ma non è da disprezzarsi Milano in _Ambrogio_. Che sì che -queste cose non sono scritte senza motivo nei Romani Annali, perciocchè -dirassi in avvenire Milano assoggettata a Roma. - -[271] Giulini, tom. IV, pag. 40. - -[272] Ecco il vostro metropolitano, fuor dell'usato, viene in Roma -chiamato al sinodo. - -[273] Giulini, tom. IV, pag. 54. - -[274] Detto, tom. IV, pag. 47. - -[275] Il che fatto si dice con grandissima arte ed astuzia dal monaco -_Ildebrando_, il quale, oriundo di Soana, città dell'Etruria, alla -prontezza dell'ingegno riunita aveva non mediocre erudizione delle -sacre lettere; e tosto, per il suo gran merito, fu ammesso nell'ordine -de' cardinali, e più di tutti distinguendosi per il vigore dell'animo, -facilmente ottenne il primo luogo tra i sacerdoti. - -[276] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 130. - -[277] A tutti i Milanesi, al clero ed al popolo. - -[278] Speriamo poi in quello che degnossi di nascere da una vergine, -che nel tempo del nostro ministero sarà esaltata la castità santa de' -cherici, e confusa la lussuria degli incontinenti con tutte le altre -eresie. - -[279] Come però piacque all'Altissimo, scrutatore delle reni e dei -cuori, quello che lungo tempo meditato aveva su l'altrui lassitudine -ed inopia, si dolse della sua propria infermità; e, dopo di avere per -due anni languito per vizio del polmone, l'uso perdette della voce, -affinchè di quell'organo appunto mancasse, col quale molti molestati -aveva, dicendo la Scrittura che nelle parti colle quali alcuno pecca, -in quelle viene tormentato. Ma di lui si taccia, affinchè non sembri -che i morti vogliamo accusare. - -[280] _Arnulph._, lib. 3, cap. 14. - -[281] A _Landolfo_, cherico e di stirpe senatoria, e cospicuo per lo -splendore della perizia nelle lettere. - -[282] Puricelli _De Sanctis Arialdo et Herlembaldo_, lib. IV, cap. 13. - -[283] Voi però, dilettissimi, membra mie, viscere dell'anima mia. - -[284] Giulini, tom. IV, pag. 69. - -[285] Detto, tom. IV, pag. 79. - -[286] Tom. IV, pag. 80. - -[287] Vano dice essere quel rito, non comunicato per alcuna istituzione -di Cristo o dei discepoli; usurpato soltanto dagli antichi adoratori -degli idoli, i quali nella primavera girare solevano i campi in onore -di _Bacco_ e di _Cerere_. - -[288] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 133. - -[289] Tom. IV, pag. 89. - -[290] Giulini, tom. IV, pag. 91. - -[291] Frequentissime legazioni. - -[292] Munite dei sigilli apostolici. - -[293] Lib. 3, cap. 15. - -[294] Giulini, tom. IV, pag. 97. - -[295] Detto, tom. IV, pag. 131. - -[296] Giulini, tom. IV, pag. 140. - -[297] _Erlembaldo_, recando in mezzo certo _Attone_, mostrandosi -esso consenziente, innanzi a tutto il popolo adunato, colla sua bocca -illecitamente lo elesse. Questo vedendo la turba de' maggiori e de' -minori, tanto del partito suo, quanto di quello degli avversari, -che nuovamente giurata aveva fedeltà all'imperatore, pigliate le -armi, ed attaccata grande mischia, _Attone_, recentemente eletto, -con molte ferite e giuramenti costrinse a ricusare irrevocabilmente -l'arcivescovado. - -[298] Tom. IV, pag. 160. - -[299] Giulini, tom. IV, pag. 189. - -[300] Detto, tom. pag. 192. - -[301] Lib. I, cap. 10. - -[302] Nell'ora medesima, dopo questo insigne trofeo, tutti i cittadini -trionfali inni fanno risuonere ad onore di Dio e del loro protettore -Ambrogio, armati recandosi alla di lui chiesa. Il dì seguente, insieme -col clero, i laici nelle litanie e nelle divine lodi portandosi di -nuovo a Sant'_Ambrogio_, confessano a vicenda i loro passati falli, ed -essendo l'assoluzione accordata loro dai sacerdoti, che pronti erano, -il popolo tutto torna in pace alle proprie case. In questo si vede il -termine di quello scisma che per diciannove anni sempre dalla stessa -radice continuò a pullulare. - -[303] Giulini, tom. IV, pag. 197. - -[304] Muratori, _Anedoct._, tom. I, pag. 246. - -[305] Giulini, tom. IV, pag. 254. - -[306] Al reverendissimo e santissimo confratello. - -[307] Sembra al nostro discernimento che, secondo il tenore del nostro -comandamento,... tu faccia. - -[308] _Ivon._, part. VI, cap. 405. - -[309] Giulini, tom. IV, pag. 388. - -[310] Come leggiamo essere stato dai santi Padri stabilito, -esecriamo l'eresia simoniaca nelle sacre ordinazioni e nei benefizi -ecclesiastici, ed in ogni modo vogliamo radicalmente dalla Chiesa -estirparla. - -[311] Stabiliamo ancora a norma delle istituzioni dei santi Padri, e -della forma della Chiesa primitiva, che ad alcuno dei cherici non è -lecito il possedere benefizi delle chiese, se, dopo di avere rinunziato -tutto il proprio, non vuole farsi discepolo di quello alla di cui -sorte sembra essere eletto. Se però alcuno vuole rimanere di fuori, non -gli togliamo il chericato, solamente gli vietiamo il godere benefizi -ecclesiastici. - -[312] E perchè alcuni nella santa Chiesa, tanto cherici, quanto laici, -per successione paterna... l'arcidiaconato, o l'arcipresbiterato o -il cimiliarcato, o anche qualche parte dei benefizi spettanti agli -uffizi delle chiese, finora si sono sforzati di possedere: in questa -sacra adunanza è stato fissato e definito ad universale notizia che se -alcuno, mosso da questa nefanda cupidigia, tentasse ulteriormente di -possedere una chiesa e presumesse di ottenere per eredità il santuario -di Dio, secondo la voce profetica, soggiaccia al vincolo dell'anatema, -fintanto che ravveduto non si mostri. - -[313] Paghi ogni anno nel mio annuale ai canonici e decumani a -custodi della stessa Chiesa che non abbiano moglie, e che all'annuale -intervengano, per ciascun canonico quattro denari, due ai custodi e -decumani. - -[314] Se però alcuno di que' canonici fosse infermo, anche non -intervenendo egli a questi annuali, voglio che abbia questa -benedizione, e se alcuno fosse ammogliato, voglio che sia privato di -questa benedizione. - -[315] Quest'asserzione è contraria a quella del conte Giulini, il -quale, sul testimonio d'una moneta pubblicata dal Muratori, in cui v'è -il nome solo _Mediolanum_, e dall'altra sant'Ambrogio, che l'incisore -ha rappresentato a testa nuda senza la mitra, ha argomentato che -appunto verso la metà del secolo duodecimo, essendosi inventato -l'ornamento vescovile della mitra, la moneta dovesse essere anteriore -a quell'epoca. Se quel dotto cavaliere (che cessò di vivere il giorno -26 dicembre 1780, giorno in cui perdemmo il benemerito nostro cronista, -ed io in particolare un amico) riconoscesse ora la moneta che conservo -presso di me, vedrebbe l'inesattezza di quell'incisore, poichè ella è -posteriore all'introduzione della mitra, che realmente è scolpita sul -capo del santo arcivescovo. - -[316] _Tealdo_, detto arcivescovo milanese, e _Guiberto_ ravennate, i -quali con inudita eresia e superbia si sono levati contra questa santa -chiesa cattolica, sospendiamo totalmente dall'ufficio episcopale e -sacerdotale, e sopra di essi rinnoviamo l'anatema già pronunciato. - -[317] Giulini, tom. IV, pag. 226. - -[318] Giulini, tom. IV, pag. 423. - -[319] Sia fatto, sia fatto. - -[320] Giulini, tom. V, pag. 260. - -[321] Giulini, tom. V, pag. 485. - -[322] Detto, tom. V, pag. 403. - -[323] I Pavesi e i Milanesi stabilirono e giurarono tra di loro -patti i quali ad alcuni sembrano essere stati troppo contrari alla -maestà imperatoria ed all'autorità apostolica; avendo que' cittadini -giurato tra di essi di conservare le persone loro e i loro beni contra -qualunque mortale nato o nascituro. - -[324] _Anselmo_ di _Buis_, arcivescovo milanese, quasi ammonito per -autorità apostolica, studiossi di radunare dalle diverse parti un -esercito, col quale si impadronisse del regno babilonico, e con questo -avvisamento prevenne la scelta gioventù milanese, perchè le croci -assumesse e cantasse la canzone di _Ultreja, ultreja_. E alla voce -di quest'uomo prudente, uomini di qualunque condizione per le città -de' Longobardi, per le ville e per le castella, pigliarono le croci e -cantarono quella canzone di _Ultreja, ultreja_. - -[325] _Landulph. Jun._, cap. 2. - -[326] Giulini, tom. IV, pag. 430. - -[327] Contra la terra Coritiana, che è la patria dei Turchi. - -[328] Alla voce di quest'uomo prudente. - -[329] _Rer. Italic. Script._, tom. V, p. 476. - -[330] Tu pure, col naso e le orecchie tronche per il nome di Cristo, -sei più lodevole, giacchè hai meritato di giugnere a quella grazia che -da tutti dee desiderarsi, e colla quale, perseverando sino all'estremo, -dai santi non differisci. Sminuita è veramente la integrità del tuo -corpo, ma l'uomo interno, che di giorno in giorno si rinnova, ha -ricevuto grande incremento di santità; più brutta è la forma visibile, -ma più bella è divenuta l'immagine di Dio, che è la forma della -giustizia. Laonde nella Cantica dei Cantici la Chiesa si gloria col -dire: Nera sono, o figliuole di Gerusalemme. - -[331] Martire di Cristo. - -[332] _Landulph. Junior._, cap. 6. - -[333] Per donativo ricevuto dalla mano, per donativo ricevuto dalla -lingua, per donativo ricevuto dall'ossequio. - -[334] _Landulph. Junior._, cap. 9. - -[335] La turba di _Grossolano_, battagliando contra il primicerio, con -un sasso uccise _Landolfo_, cherico dello stesso primicerio. - -[336] _Landulph. Junior._, cap. 10. - -[337] Avanti l'introito della messa confessava di soffrire sete -ardentissima, e bevette una coppa piena di vino forastiero, e dopo di -questo partecipò alla mensa celeste. - -[338] Agnelli de sancto Georgio. - -[339] Questo _Grossolano_, che trovasi sotto questa cappa, e non dico -già d'altri, è simoniaco per riguardo all'arcivescovado di Milano. - -[340] _Landulph. Jun._, cap. 10. - -[341] Va indietro, o Satana. - -[342] Dio, fammi salvo nel tuo nome, e liberami colla tua virtù. - -[343] La presenza dei vescovi suffraganei non accordò pieno favore a -quella legge e a quel trionfo. - -[344] _Landulph. Jun._, cap. 14. - -[345] La moltitudine, trista per il caso avvenuto e per la ruina di -_Grossolano_, di là a pochi giorni, con iscandalo, portossi contra quel -prete e contra la di lui legge. - -[346] Un angelo mi si fece all'incontro dicendo: Il prete _Liprando_, -di ritorno dalla Valtellina, giace infermo nel monastero di Civate. - -[347] _Landulph. Jun._, cap. 14. - -[348] Giulini, tom. IV, pag. 519. - -[349] Giulini, tom. IV, pag. 515. - -[350] - - «Molti d'oro e d'argento eletti vasi, - Con moneta copiosa, ogni cittade - Ad esso offrì: sol gli negò servigio, - Nè di rame gli diè pur un baiocco - La popolosa e nobile Milano». - -[351] _Rerum. Italic. Script._, tom. IV, pag. 378. - -[352] Però _Ottone Visconti_, milanese, con molti combattenti per lo -stesso re, in quella strage cadde con morte che dolorosissima riuscì a -coloro che la città milanese e quella chiesa amavano. - -[353] _Landulph. Jun._, cap. 18. - -[354] Gerusalemme liberata, canto I, stanza 53. - -[355] I Milanesi ancora, mentre questo imperatore per la via di Verona -incamminavasi nella Germania, colla spada e col fuoco e con diversi -strumenti, dai fondamenti distrussero Lodi, seconda città della -Lombardia. - -[356] _Landulph. Jun._, cap. 18. - -[357] Tom. I, part. 2, pag. 235. - -[358] Il giorno settimo delle calende di giugno dell'anno MCXI fu la -città di Lodi presa dai Milanesi. - -[359] Nell'anno MCXI, il giorno settimo avanti le calende di giugno, fu -distrutta la città di Lodi, e giacque per anni XLVIII. - -[360] Ben a ragione il prudente lettore avrebbe desiderato maggiori -notizie intorno alla distruzione di Lodi; ma è duopo che con meco passi -oltre, giacchè, sebbene io abbia fatte diligenti ricerche, alle mie -mani non giunsero informazioni più copiose. Egli è certo però che dure -leggi e servitù disdorosa furono ai vinti imposte; ed atterrati tutti -gli altri edifizi e le mura della città, appena lasciati furono ai -miseri cittadini per loro abitazione quartieri simili a quelli delle -campagne e tuguri dei poveri; e fu reputato grandissimo vantaggio che -i vincitori lasciassero un quartiere detto Piacentino, nel quale ogni -otto dì si continuasse il solito mercato; ma lecito non era il fare -alcuna vendita, nè il contrarre matrimonio, nè l'uscire in pubblico -dopo il tramontare del sole, nè l'uscire da certi confini, senza avere -riportato l'assenso del magistrato milanese; se alcuni tenuto avessero -appena qualche discorso segreto, sospetti tosto di nuove trame, puniti -erano con una multa in danaro, o percossi con bastonate; per le quali -calamità sdegnati moltissimi, vollero piuttosto recarsi in diversi -luoghi in esilio, ed in perpetuo vivere lontani dai patrii confini. - -[361] _Tristan. Calch. Mediol. Hist. Patr._, lib. VII, pag. 149. - -[362] Giulini, tom. V, pag. 355. - -[363] Ai consoli, ai capitani, a tutta la milizia e a tutto il popolo -milanese. — Inclita città di Dio, conserva la libertà, affinchè tu -ritenga del pari la dignità del tuo nome, poichè fintanto che ti -sforzerai di resistere alle potenze nemiche della Chiesa, godrai -dell'aiuto di Cristo Signore, autore della vera libertà. - -[364] _Martene, Collect. Veter. Scriptor. et monument._, tom. I, pag. -640. - -[365] Gli ordinari adunque, e i sacerdoti decumani, e tutti gli altri -che papa Innocenzo II favoreggiavano e insidie tendevano a codesto -arcivescovo, il danaro loro prodigarono, e lo diedero ad uomini periti -della legge e de' costumi, ed a guerrieri. Laonde lo stesso arcivescovo -forzato fu ad entrare in discorso col popolo, affinchè colle persone da -esso scomunicate, della scomunica contendesse. E mentre egli attendeva -saette, o _parole offensive_ intorno alla scomunica giusta o ingiusta, -il primicerio Nazaro, uomo di mirabile astuzia, con prolisso sermone -generò la noia tra gli uditori di quel discorso. L'arciprete Stefano -però, che si cognominava Guandeca, vedendo il primicerio suo tenere -sì fastidioso ragionamento, alzò la voce, e in questo modo prese a -parlare contro l'arcivescovo: Io ti dirò quello che costoro non ti -dicono, cioè che tu sei eretico, spergiuro, sacrilego e reo di altri -delitti che non debbono in questo luogo annoverarsi. Queste cose udite -avendo all'improvviso l'arcivescovo, stupito rimase. Quell'arciprete -però, avendo nelle mani il testo degli Evangeli, giurò che intorno -alle rose da esso asserite di quell'_Anselmo_, che dicevasi _della -Pusterla_, starebbe al giudizio del vescovo di Novara e di quello di -Alba, che erano tra i suffraganei della chiesa di Milano. I consoli -di Milano adunque, affine di conciliare le parti, stabilirono che -essi e gli altri suffraganei venissero. Per questo in un determinato -giorno, non solo i suffraganei concorsero, ma molti puramente vestiti -di rozza ed incolta lana, e col capo raso in modo insolito. E vedendoli -quell'arcivescovo congregati, e che al popolo sembravano angioli venuti -dal cielo, disse al popolo medesimo: Tutti quelli che voi vedete in -questo luogo con quelle cappe bianche e grigie, tutti sono eretici. -Quindi la plebe ignara ed i congiurati suscitarono guerra, affine di -cacciarlo e di deporlo. In quel giorno però resistere non poterono alla -spada di Anselmo. Ma verso la metà della notte, sparso essendosi molto -danaro, la truppa validissima del primicerio e del prete Stefano, sul -far del giorno, lo stesso Anselmo cacciò dalla sede. - -[366] _Landulph. Junior._, cap. 41. - -[367] Il papa ebbe a sua disposizione un messaggiero tanto idoneo a -queste faccende, quanto lo fu Bernardo, abate di Chiaravalle. - -[368] Veramente, ad insinuazione di questo abate, tutti gli ornamenti -ecclesiastici, in oro, in argento, in vesti che nella chiesa della -città stessa vedevansi quasi da quell'abate guardati con disprezzo, -chiusi furono negli scrigni. - -[369] _Landulph. Junior._, cap. 42. - -[370] Io domani monterò sul mio palafreno, e s'egli mi porterà fuori -delle vostre mura, non sarò per voi quello che voi chiedete; e in -questo modo da Milano partì. - -[371] _Landulph. Junior._, cap. 42. - -[372] Andando per la città, fecero a favor loro copiosa raccolta d'oro, -d'argento e di molt'altre cose. - -[373] Preso, mandollo a Roma, e colà, come suona la fama, -quell'Anselmo, nello stesso mese finì di vivere nelle mani di Pietro -Latro, ch'era il procuratore di Innocenzo. - -[374] Giulini, tom. V, pag. 338. - -[375] Nella prima portata, polli freddi, gambe cotte col vino, e carne -porcina fredda; nella seconda, polli ripieni, carne vaccina condita -col pepe, e una piccola torta del laveggiuolo; nella terza, polli -arrostiti, lombetti col panico (_o con pane gratuggiato_), e salami. - -— Sembrerà alquanto ardita questa traduzione, giacchè nè il _Giulini_, -nè il _Verri_ non attentaronsi ad indicare cosa fossero queste vivande. -Io dubitai fin da principio che si dovesse leggere _cambar de vino_, -che si è scritto talvolta in luogo di _caneas_, come che dicesse -_canevette_, o botticelli. Ma osservo che si parla esclusivamente di -cibi, e le parole _gambas_ e _gambonos_ si trovano frequenti nelle -nostre carte antiche, indicanti quella parte che la gamba propriamente -detta congiunge al piede. La _piperata_ io interpreto _condimento -col pepe_, appoggiato agli antichi scrittori, anzichè _vaso da -conservare il pepe_, come fa il _Du Cange_. Egli sotto il nome di -_panitium_ intende il _panico_; io amo meglio in questo luogo il _pane -gratuggiato_. Hannovi poi molte ragioni per credere che i nostri padri -_porcellos plenos_ nominassero i _salami_. - -[376] Tom. V, pag. 473. - -[377] Sponsali di futuro. - -[378] Se per titolo degli sponsali dato fosse anello, o corona o -cingolo o altra simile cosa, o vestito o manto o zendado, non seguendo -il matrimonio, la metà si restituisce, se nel frattempo è stato dato un -bacio. - -[379] - - «Al re degli Angli, di Salerno tutta - Scrive la scuola, ec.». - -[380] _Argellat., Bibl. Script. Med._, num. 916. - -[381] Venga in potere dell'abate dello stesso monastero di -Sant'_Ambrogio_, che ne' tempi avvenire in perpetuo sarà ordinato -nello stesso santo monastero... una cappella... che io ho di nuovo -edificata... in onore di san Michele e di san Pietro, consacrata dal -signor _Ariberto_ arcivescovo. - -[382] Giulini, tom. III, pag. 216. - -[383] L'edizione di cui mi servo è quella di Pietro Perna, in Basilea, -1569. - -[384] Pag. 186. - -[385] Per di lui comando, e parimente per insinuazione del divo -_Federico_ imperatore. - -[386] Pag. 260. - -[387] _Murena, in Rer. Italic. Script._, tom. VI, pag. 957. - -[388] Tra le altre città di quel popolo stesso ora tiene il primato... -non solo per la sua grandezza e per l'abbondanza di uomini forti, ma -ancora per ciò che due città vicine, poste nel territorio medesimo, -cioè Como e Lodi, ha aggiunte al suo dominio. - -[389] _Otto Frisingens., De Gestis Federici_, lib. 2, cap. II. - -[390] Distrutta Tortona, i Pavesi, affinchè glorioso trionfo ci -apprestassaro dopo la vittoria, alla città ci invitarono. - -[391] I consoli ed il popolo milanese ai consoli tortonesi e a tutto il -popolo salute. — Crediamo essere noto a tutto il romano imperio, che -la vostra città, la quale del rimanente con piena confidenza nostra -appelleremo contra il diritto e spietatamente quasi del tutto con -ingiustizia distrutta, da noi audacemente e con virile animo è stata -ristorata, e col sudore vicendevole di tutti i nostri, circondata di -mura nuovamente costrutte. Tre insegne cittadinesche adunque a voi -mandiamo a perenne memoria della cosa. Una tromba cioè di bronzo, -colla quale il popolo sia convocato ad assemblea, il che significa -l'incremento della vostra popolazione. Un vessillo bianco colla croce -del Signor nostro Gesù Cristo, distinta nel mezzo con colore rosso, il -che significa che dalle mani dei nemici, dopo molte e grande angoscie, -voi siete stati liberati; e in questo abbiamo voluto che rappresentati -fossero il sole e la luna. Il sole indica Milano, la luna Tortona; e -come la luna tragge il suo lume dal sole, tutto il suo essere Tortona -tragge da Milano. Questi sono i due luminari del mondo, questi i due -regni. Mandiamo un suggello, col quale si segnino le vostre carte, -il quale contiene due città, Milano e Tortona, indicando che Milano -e Tortona sono per tal modo unite, che separare non si possono -giammai. Correva l'anno di Cristo 1155, allorchè la città diroccata fu -riedificata. - -[392] Giulini, tom. VI, pag. 52. - -[393] Muratori, _Dissert. Med. Æv._, dissert. II, tom. II. - -[394] Lib. I, cap. 33. - -[395] I Milanesi però, siccome uomini amanti delle guerre e valorosi, -la città loro di grandi fossi circondarono, e all'imperatore -audacemente e con animo virile vollero resistere. - -[396] _Anonimi Chronicum Bohemicum_, nella raccolta _Scriptores Rerum -Germanicarum_ del Menckenio, tom. III, col. 1707, Radevic., lib. I, -cap. 25. — _Vincentii canonici Pragensis Chroniscon, in tomo I. Monum. -Hist. Boemiae, a P. Gelasio Dobner, edita Prague penes Clauser_, 1764, -pag. 551. - -[397] _Radevic._, lib. I, cap. 32. - -[398] _Monumenta Historica Boemiae a P. Gelasio Dobner_, _edita Praga_, -1754, pag. 57. - -[399] Stavano armati sulle mura, senza fare alcuno strepito, e -dubitossi, se il veder giugnere il principe a tutti avesse insinuato -quel rispetto e la disciplina di quel silenzio, o pure incusso timore. - -[400] Divise essendo, come già si è detto, tra i comandanti -dell'esercito le porte della città, ciascuno di essi si diede a gara -ad affrettare i preparativi ed a munire il campo con pertiche, pali -ed altri mezzi di difesa, onde prevenire le improvvise scorrerie de' -nemici. Nè già credevansi che una città così grande potesse essere -assalita con _vigne_, torri, arieti e macelline guerresche di altro -genere. Ma temevano piuttosto, che, stanchi per lungo assedio, -costretti fossero ad arrendersi, o pure di essere superati, se, -fidandosi pel loro numero, fatta avessero qualche sortita. - -[401] _Radevic._, lib. I, cap. 34. - -[402] Intanto i soldati di Milano uscivano dalla città, e agli scudieri -dell'esercito toglievano i cavalli, e tanti ne acquistarono, che un -cavallo vendevasi per quattro soldi di terzuoli. - -[403] Aperte le porte ed usciti cogli uomini più valorosi, sgominate -le guardie, scorrono fino ai campi degli eroi suddetti, combattono, -feriscono. Gli Alemanni, allorchè si avvidero che i nemici giugnevano, -colpiti all'istante da quel movimento inopinato ed improvviso, l'uno -dopo l'altro cominciarono a tremare ed a tumultuare; poscia l'un -l'altro chiamavansi a vicenda, si esortavano: pigliavano le armi, -ricevevano gli assalitori, respingevano i più arditi: udivansi grida -mescolate con esortazioni, strepito d'armi, ec. - -[404] _Radevic._, lib. I, cap. 34. - -[405] Tom. I, pag. 56. - -[406] Verso l'ora del vespro... si attacca battaglia dall'una e -dall'altra parte; si uccidono fortissimi guerrieri, nè questi nè quelli -vincono. Vedendo però il suddetto principe che da sè solo sostenersi -non poteva, molti avvisi manda al re di Boemia, richiedendolo di -soccorso colla sua milizia. - -[407] I Milanesi, per la libertà pugnando, valorosissimamente resistono -agli avversari loro; dall'una e dall'altra parte cadono fortissimi -soldati. Dura la battaglia dall'ora del vespro sino al crepuscolo. -I Milanesi finalmente, essendo moltissimi di essi perduti o presi, -resistere non potendo all'urto de' Boemi, entro le mura si ritraggono, -ed i Boemi vincitori, uccidendoli, gli inseguono sino alle porte -medesime. Intanto la notte mette fine alla pugna. - -[408] I Milanesi veramente, i macchinamenti de' nostri prevedendo, -ignominioso reputavano, se, pari essendo o anche maggiori di numero, -con minore coraggio agli assalitori si opponessero. - -[409] _Radev._, lib. I, cap. 36. - -[410] Lib. 1, cap. 31. - -[411] Ma dubitossi se dal timore o dal rispetto dell'imperatore -trattenuti fossero dal non far scorrerie nè pure alla porta, ove la -milizia del principe piantato aveva l'assedio. - -[412] _Radev._ Lib. I, cap. 38. - -[413] Lib. I, cap. 40. - -[414] Il fetore de' cadaveri dall'una e dell'altra parte -intollerabilmente molestava gli eserciti, cosicchè moltissimi già -affetti erano da gravissime infermità. - -[415] _Monumen. Hist. Boemiae a P. Gelasio Dobner collecta_, tomo I, -pag. 59. - -[416] Autore di questa trattativa si disse _Guido_ conte di Biandrate, -uomo prudente, buon parlatore ed atto a persuadere. Essendo questi -cittadino naturale in Milano, in quella occasione erasi condotto con -tale prudenza e moderazione, che al tempo stesso, cosa in quel cimento -difficilissima, e caro riuscì alla corte, e non generò alcun sospetto -ne' cittadini suoi. - -[417] _Radevic._, lib. I. cap. 40. - -[418] Giulini, tom. VI, pag. 151. - -[419] Detto, tom. VI, pag. 70. - -[420] Vicende di Milano, pag. 93. - -[421] _Goldast., Statut. et Rescript. Imperialia_, pag. 55; — _et -Radevic._, lib. I, cap. 41, pag. 286. _Edit. Basileae_, 1569. - -[422] Maravigliarsi egli della prudenza dei Latini, i quali, -gloriandosi principalmente della scienza delle leggi, trovavansi poi in -gravissima trasgressione della legge; e mentre tenacissimi seguaci si -vantavano della giustizia, i tanti affamati e sitibondi l'ingiustizia -loro evidentemente mostravano. - -[423] I Milanesi chiama a consiglio, e ad essi chiede come fedeli -mantenere si debba le città dell'Italia; i quali gli danno il consiglio -che suoi podestà, per mezzo de' suoi nunzi, costituisca coloro che -nelle città d'Italia riconosce ad esso fedeli... Il quale consiglio -l'imperatore lodando, fino a tempo opportuno, chiuso nel suo cuore lo -mantenne. - -[424] Rispondono, non potere essi farlo in alcun modo; promettevano -tuttavia di fare interamente tutto quello che contenevasi nel -privilegio dell'imperatore, che io _Vincenzo_ scritto aveva per parte -dell'imperatore e del re di Boemia. - -[425] Cioè che essi medesimi elegessero i consoli che volessero, ed -eletti li presentassero all'imperatore, o al di lui nunzio, affinchè -giurassero all'imperatore stesso fedeltà. All'opposto i nunzi -dell'imperatore rispondono, avere essi dato in Roncaglia all'imperatore -il consiglio che, per mezzo de' suoi nunzi, nelle città della -Lombardia stabilisca i podestà; onde anch'essi facciano uso di questo -avvisamento. - -[426] Veggasi il citato _Dobner_, tom. I, pag. 61 e 62. - -[427] Nelle loro sortite tentarono o d'incendiare le macchine, o di -distruggere le torri, o di ferire mortalmente alcuni dei nostri; nè -fuvvi alcun genere di audacia o di ostinazione che essi, ignari delle -cose future, ommettessero; e mentre già abbattuta reputavasi la loro -superbia, tumidi gloriavansi delle commesse sceleratezze. - -[428] _Radevic._, lib. 2, cap. 45. - -[429] Comanda adunque che vendetta si faccia dei loro prigionieri, e -ordina che appiccati siano alle mura. - -[430] Il popolo però, contumace, troppo ansioso di rendere la pariglia, -trasse esso pure in egual modo al supplizio alcuni dei nostri, che -prigionieri trovavansi. - -[431] Ordina che si conducono gli ostaggi loro al numero di quaranta, -affinchè sieno appiccati. - -[432] Allora intanto conduconsi prigionieri sei militi tra i nobili -milanesi, i quali erano stati trovati in luogo, ove coi Piacentini -perfidi ragionamenti tenevano... Perciocchè, come sopra si è detto, -anche allora Piacenza al principe aderiva con finta devozione e -simolata obbedienza.... Questi adunque.... ordina che condotti sieno al -supplizio, e lo stesso fine ebbero essi della vita, che già toccato era -ai primi. - -[433] _Radevic._, lib. 2, cap 46. - -[434] Per impulso del serenissimo imperatore Federico. - -[435] Lib. 2, pag. 260. - -[436] E già a ruina della città moltissime macchine si appressavano, -e già le torri elevate ad altissima mole cominciavano ad attaccarsi. -Coloro allora con grandissima forza e pertinacia si diedero a resistere -e ad allontanare le torri dalle mura, e coi loro strumenti e con validi -colpi di pietre, a sconcertare le macchine nostre. Credendo però il -principe di potere domare i feroci loro animi, ordinò che ai loro -guerreschi ordigni (che ora nominati sono mangani, e che al numero di -nove nella città trovavansi), si opponessero i loro ostaggi medesimi, -alle macchine nostre legati. I sediziosi, cosa incognita presso i -barbari, e cosa orrenda a dirsi, e che a udirsi sembrerà incredibile, -le torri con colpi non meno frequenti percuotevano; nè punto li -commoveva la compassione del sangue e dell'età, nè la comunanza dei -vincoli naturali. E in questo modo alcuni fanciulli, colpiti dalle -pietre, miseramente perirono. Altri, più miseramente ancora vivi -rimanendo, pendenti attendevano quella crudelissima strage e l'orrore -di asprissima calamità. Oh sceleratezza! - -[437] Lib. 2, cap. 47. - -[438] Usciti essendo dallo stesso castello circa ventimila uomini di -diverse condizioni, fu quello dato alle fiamme, e ne fu permesso ai -soldati il saccheggio. - -[439] Lib. II, cap. 42. - -[440] Pag. 327. - -[441] _Federigo_, per grazia di Dio imperatore de' Romani e sempre -augusto. Crediamo che la prudenza vostra sia informata che un dono così -grande della divina grazia, a lode e gloria del nome di Cristo, tanto -evidentemente conferito al nostro onore, non può rimanere occulto o -nascondersi come cosa privata. Il che noi significhiamo all'amor vostro -ed al vostro desiderio, affinchè possiamo tenervi, siccome carissimi -e fedeli, così ancora partecipi dell'onore e della gioia nostra. -Imperocchè il dì seguente alla festa della Conversione di _san Paolo_, -Dio ci accordò compiuta vittoria di Crema, e così gloriosamente di essa -abbiam trionfato, che appena a que' miseri abitanti concedemmo la vita. -Conciossiachè le leggi tanto divine quanto umane attestano che propria -del principe è la somma clemenza. - -[442] Vicende di Milano con Federico I, imperatore, pag. 55. - -[443] Per ciascuna parrocchia della città elette furono due persone, -e tre di queste da ciascuna porta, delle quali una io fui, affinchè, -secondo l'arbitrio loro si vendessero le vettovaglie e il vino e le -mercatanzie, e il danaro si dêsse a prestito, il che ridondò a ruina -della città. - -[444] _Hist. Rer. Laudens. Rer. Italic. Script._, tom. XI, col. 1094. - -[445] Tutti afflitti erano dalla fame e dall'inopia; il marito, -snudando la spada, assaliva la moglie, il suocero la nuora, il fratello -l'altro fratello, il padre il figliuolo, perchè frodati dicevansi del -pane, e dappertutto udivansi discordie domestiche e private contese. - -[446] _Trist. Calch. Hist. Patr._, lib. 10, pag. 209. - -[447] Appianiamo le fosse, dirocchiamo le mura, distruggiamo tutte le -torri, e tutta la città traggiamo a ruina ed a desolazione. - -[448] _In Dacherii Spicil._, tom. V. — _Pagi, Crit. Baron. ad annum_ -1162, num. 26. - -[449] Poscia le mura della città e le fosse e le torri furono a poco a -poco distrutte, e così tutta la città di giorno in giorno venne sempre -ridotta a ruina e a desolazione. - -[450] Il popolo viene espulso dalla città: il muro tutto all'intorno -atterrato: gli edifizi sono spianati al suolo, eccettuati i templi dei -santi. - -[451] _Pistor. Nidan., Rer. German. Script., Ratisponae_, 1751, tom. I, -pag. 678. - -[452] I Milanesi, spinti dall'assedio, dalla fame, dall'inopia, -dalla discordia, per mezzo di ambasciatori chieggono dall'imperatore -misericordia.... l'imperatore, che proposto erasi di farli perire con -diversi supplizi, a terrore degli altri, accordando loro la vita e -concedendo che seco portassero quanto potevano delle cose necessarie, -li disperse nelle province in modo che facoltà non avessero di -rientrare nella città; quindi comandò che i suoi soldati nella città -entrassero, e si distruggessero le mura, le torri, gli alti e superbi -palazzi, e tutti gli edifizi. - -[453] Nella stessa raccolta del Pistorio, tom. I, pag. 914. - -[454] I Milanesi, stretti già da quattro anni d'assedio dal re e -dall'esercito italico e teutonico, dopo molte illustri imprese di -militare audacia, finalmente, attediati dalle calamità e dall'inedia, -piuttosto che vinti dalla forza delle armi, supplichevoli stendono le -mani all'imperatore, sè stessi e tutte le cose loro cedendo al regio -potere. Ricevuti adunque alla dedizione gli ottimati e il popolo, il -re, colle aquile vincitrici e con grande concorso di popolo, entrò -verso la domenica delle Palme, e, conceduto avendo ai cittadini la vita -e il possedimento di tutte le loro suppellettili, per di lui ordine si -spianano le fortificazioni, le mura, le torri e qualunque luogo munito; -gli altri edifizi, eccettuata la chiesa matrice e le altre chiese, -vengono dalla vorace fiamma consunti, e quella città opulentissima... -si spiana sino al suolo. - -[455] I Milanesi, dopo l'eccidio della loro città, in vigore di editto -imperiale, quattro borghi nei quattro diversi punti fabbricarono. - -[456] _Manckenius, Scriptores Rer. Germanicar._, Lipsiae, 1730, tomo -III, columnis 220 e 222. - -[457] Le mura della città abbatte e tutto spiana al suolo. - -[458] Nella citata raccolta del Menckenio, allo stesso volume, colonna -1708. - -[459] I Milanesi però, non potendo resistere ad impeto così grande, -stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da -diverse perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli -amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto della -Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore; ad -essi così si risponde dai principi: che in alcuna guisa non potranno -ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non abbiano nelle -mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano. E per consiglio -dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e, sedendo l'imperatore -sul suo tribunale coi suoi principi, portando innanzi ad esso le chiavi -di tutte le porte milanesi, alla presenza di esso e di tanti principi, -co' piedi nudi si prostrano a terra. Per comando dell'imperatore sono -avvertiti di levarsi in piedi; e tra essi _Aluchero_ di Vimercate così -comincia a parlare: Peccammo, ingiustamente facemmo, perciocchè contra -l'imperatore de' Romani, signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo -il nostro fallo, chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla -vostra imperiale maestà; le chiavi della città nostra, città antica, -alla imperiale maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile -e supplichevole preghiera chiediamo che abbiate pietà di città così -grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di -Dio, di _sant'Ambrogio_ e di que' santi che dentro vi riposano, e che -l'imperiale pietà si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati. -L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle porte dei -Milanesi riceve, e così ad essi risponde: Che siccome noto si rendette -per le quattro parti del mondo, che contra il signor imperatore, -padrone della terra, presunsero essi di muovere le armi, così per le -quattro parti del mondo nota debb'essere la loro pena. Per le quattro -parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed -all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il suo danaro: la città di -Milano si renda in potere dell'imperatore. Questo udendo, i Milanesi -si arrendono al volere suo, e, benchè a malgrado loro, obbediscono -al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono nelle quattro parti -predette, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro; -Milano cedono al potere del signor imperatore. L'imperatore, riunita -avendo la milizia dei Teutonici, dei Pavesi, dei Cremonesi e degli -altri Longobardi, siede in Milano sul suo tribunale, e chiede consiglio -di quello che si debba di così grande città. Al che si risponde dai -Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani, dai Comaschi e dalle altre -città: Il calice gustino pur essi che diedero a bere alle altre -città. Distrussero Lodi e Como, città imperiali; ai distrugga ancora -la loro Milano. Udito avendo questo l'imperatore, per loro consiglio -pronunziata avendo contro Milano quella sentenza, uscì fuora alla -campagna. Primieramente il signor _Teobaldo_, fratello del signor -re _Ladislao_, poi i Pavesi, i Cremonesi, i Lodigiani, i Comaschi ed -altri delle altre città, più presto di quello che si farebbe a dirsi, -il fuoco appiccano da ogni parte in Milano, mentre l'imperatore co' -suoi eserciti ne rimane spettatore. Così Milano, città antica, città -imperiale, da diverse calamità desolata, viene distrutta. L'imperatore -poi, rovinata essendo Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale -potere, perciocchè tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo -egli nelle città italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia -del suo esercito verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano -intorno al ducato della Puglia. - -[460] _Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita a P. Dobner -collecta_, tom. I, pag. 71 e seg. - -[461] Vicende di Milano con Federico I, pag. 100, 104 e 106. - -[462] Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda. - -[463] Giulini, tom. VI, pag 317. - -[464] Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta non -fosse. - -[465] _Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script._, tom. VI, _colum._ -1105. - -[466] Da prima incendiò tutte le case; poscia anche le case medesime -distrusse. - -[467] Sire Raul, _De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor._, tom. -IV, _colum._ 1187. - -[468] Giulini, tom. VI, pag. 264. - -[469] Giulini, tom. VI, pag. 230. - -[470] Il pianto e il lutto degli uomini e delle donne, e principalmente -degli uomini infermi e delle femmine sopraparto, e dei fanciulli che -uscivano, e i propri lari abbandonavano. - -[471] _Rer. Italic. Script._, tom. VI, _colum._ 1187. - -[472] Giulini, tom. VI, pag. 233. - -[473] Dopo la distruzione di Milano. - -[474] Giulini, tom. VI, pag. 292. — Vicende di Milano, pag. 80. - -[475] Giulini, tom. VI, pag. 307, 309 e 328. - -[476] Affinchè non fossero dai fondamenti rovesciate, come Milano, che -era stata il fiore dell'Italia, se ribelli all'imperatore si facessero. - -[477] Vicende di Milano, pag. 97. — Giulini, tom. VI, pag. 338. - -[478] _Federico_ Imperatore, con un esercito quasi innumerabile di -Alemanni, assediò Milano. - -[479] _Nidan. Pistor., Rer. Germanicar. Script._, tom. 2, pag. 531. - -[480] I Milanesi spontaneamente fecero dedizione di sè stessi e delle -cose loro all'imperatore, il quale, senza alcuna clemenza, Milano -distrusse. - -[481] _Rer. Boicarum Scriptores, collegit Andreas Felix Oefelius_, tom. -II, pag. 334. - -[482] Giulini, tom. VI, pag. 339. - -[483] Oh quanto clamore, quanto timore, quanto lutto per quattro -settimane si mantenne nei borghi, specialmente nel borgo di Noxeda -e di Vigentino! Alcuno non vi aveva che osasse coricarsi nel letto. -Perciocchè ogni giorno dicevasi: Ecco i Pavesi che vengono ad -incendiare i borghi! - -[484] _Rer. Italic. Script._, tom. VI, _columnia_ 1191. - -[485] Tom. VI, pag. 395 e seguenti. - -[486] Formaronsi insieme in un solo corpo. - -[487] Giulini, tom. VI, pag 156. - -[488] Vi abitava una turba di ladroncelli, di rapitori, di servi -fuggitivi dai loro padroni. - -[489] _Rer. Ger. Script, ex Biblioth. Marquardi Freheri excerpti a -Gotthelffio Struvio_, tom. I, p. 342. _Edit. Tertia, Argentorati._ - -[490] Con grande costanza da ciascuna parte spingevansi le cose della -guerra; alcuni talvolta di questi o di quelli erano fatti prigioni, -altri uccisi ed anche impiccati. L'imperatore però certa cosa fece -degna di lode. Perciocchè condotti essendo al di lui cospetto tre dei -prigionieri, comandò che loro fossero cavati gli occhi. Accecati i -due primi, al terzo, degli altri più giovane, domandò perchè ribelle -egli fosse all'imperio; ma quello disse: Non contra di te, o Cesare, -nè contra il tuo imperio io oprai; ma un padrone avendo nella città, -obbedii ai di lui comandamenti, e con fedeltà lo servii; che se egli -teco contro i suoi cittadini pugnare volesse, ancora lo servirei con -eguale fedeltà. Dalle quali parole allettato l'imperatore, accordata -avendo ad esso la conservazione degli occhi, comandò che i suoi -compagni accecati nella città riconducesse. - -[491] _Struvius_, loc. cit. - -[492] Cosa degna di lode. - -[493] Cinse d'assedio Alessandria, città che viene detta fortissima, -non per il giro delle mura, ma per la situazione del luogo, e con un -campo fortificato grande oltre credenza, nel quale un fiume vicino -derivarono; trovaronsi ancora in essa uomini valorosi in gran numero, -pronti a resistere con coraggio, cosicchè l'imperatore non così presto, -come voluto avrebbe, riuscì ad espugnare la piazza, ma con molta fatica -e grande strage de' suoi, nell'intervallo ancora di alcuni anni. - -[494] Dobner, _Monumenta historica Bohemiae_, tom. I, pag. 86. - -[495] All'imperatore Federico, ottenuta da esso la pace, tutto quello -vogliamo fare che fecero gli antecessori nostri, dal tempo della morte -del secondo Enrico imperatore, agli antecessori suoi, senza violenza nè -timore. - -[496] _Antiquit. Med. Æv._, tom. IV, pag. 277. - -[497] I Lombardi sono nell'una e nell'altra milizia diligentemente -istruiti; perciocchè sono valorosi in guerra, e nell'arte di parlare al -popolo maravigliosamente eruditi. - -[498] Giulini, tom. VI, pag. 483. - -[499] Mantengono l'eleganza del latino parlare e la urbanità dei -costumi. Nella ordinazione ancora delle città e nella conservazione -della repubblica imitatori sono altresì dell'accortezza degli antichi -Romani. - -[500] _De Gestis Federici_, lib. I, cap. 12. - -[501] Giulini, tom. V, pag. 110. - -[502] Detto, tom. II, pag. 122. - -[503] _Liutprand._, lib. V, cap. 16. - -[504] Giulini, tom. VI, pag. 438. - -[505] _Dissert. Med. Æv._, tom. II, pag. 28. - -[506] Per ciascun carro di legne un pezzo riceveva, uno per ciascuna -sporta di pesci, uno per qualunque fornata di pane. - -[507] _Manipul. flor._, cap. 146. - -[508] Giulini, tom. II, pag. 243. - -[509] Detto, tom. IV, pag. 247. - -[510] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 277. - -[511] Le quali, secondo il computo del conte Giulini, equivalgono a -undicimila e duecento zecchini correnti, somma ben tenue, ripartita -sopra venticinque città, quante componevano la lega, dappoichè vi si -compresero Pavia e Como. - -[512] Giulini, tom. VII, pag. 6. - -[513] _Monum. Bas. Ambr._, n. 587. - -[514] Tutti i diritti regali che l'imperio ha nell'arcivescovado -milanese, o sia nei comitati del Seprio, della Martesana, della -Bulgaria, di Recco, ecc. - -[515] Giulini, tom. VII, pag. 20, 21 e 22. - -[516] Nel termine che i consoli di Milano col Consiglio di credenza ci -indicheranno. - -[517] Concedette piena giurisdizione. - -[518] Tom. VII, pag. 24. - -[519] Più di centocinquanta cavalli carichi d'oro, d'argento, di -sciamiti e di manti, e di pelli grigie e di vaio, e di altre cose -preziose. - -[520] Giulini, tom. VII, pag. 32. - -[521] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 731. - -[522] Sì grande timore tutti coloro che rimasti erano, invaso -aveva, per la grandiosità delle sue gesta, che tutti ultroneamente -accorrevano, e ciascuno coll'ossequio studiavasi di ottenere la -grazia della sua famigliarità. Perciocchè dai legati di Verona può -comprendersi quanto timore agli Italiani incusso avesse la memoria dei -di lui fatti. - -[523] _Otto Frisin._, lib. 2, cap. 27, pag. 256. _Edit. Basileae_, 1569. - -[524] Trascorrendo il territorio del vescovado che si chiama -Uratislavia, passò nel vescovado posnaniense, e tutta quella terra egli -pure devastò col ferro e col fuoco. - -[525] _Radevich._, lib. I, cap. 3, pag. 262. - -[526] Duro è certamente che dipendere debba dall'altrui arbitrio -l'animo di uno scrittore, siccome privo della facoltà d'istituire egli -stesso un esame. - -[527] Pag. 235. - -[528] Mentre con essi trattavamo di comperarlo, ed essi ce lo -ricusavano, il nobilissimo loro castello, cioè Rosate, che cinquecento -soldati aveva, facemmo prendere ed incendiare... Poi tre loro castelli -fortissimi, cioè Minima, Gailarda e Treca (_Trecate_) distruggemmo; e -celebrato avendo con grandissima giocondità la natività del Signore.... -distruggemmo poscia Caira, villa grandissima e molto bene fortificata, -e la città d'Asti con incendio devastammo... Di là siamo venuti a -Spoleto, e perchè ribelle era... la pigliammo colla forza, col ferro -cioè e col fuoco, e riportate avendo spoglie infinite e molte altre -consumate col fuoco, la rovesciammo dai fondamenti. - -[529] _De Gestis Federici Primi, Cesaris Augusti, Basileae_, 1559, pag. -186. - -[530] La città si abbandona al saccheggio, e pria che si potessero -portar via le cose che giovar possono all'uso degli uomini, appiccatovi -da alcuno il fuoco, si consuma. I cittadini che avean potuto sottrarsi -al ferro ed alle fiamme, la vita soltanto conservando, nel vicino monte -seminudi, si riducono... Nel dì seguente, perciocchè dall'abbruciamento -dei cadaveri l'aere tutto corrotto generava intollerabile fetore, -trasferì l'esercito nei luoghi più vicini... finchè le spoglie -sopravanzate all'incendio ad uso servirono, non già de' miseri -Spoletani, ma dell'esercito. - -[531] Otto Frising., lib. 2, cap. 23, pag. 252. - -[532] Chiunque di essi preso fosse, il supplizio doveva aspettarsi del -patibolo che innanzi alla piazza vedevasi eretto. - -[533] Pag. 244. - -[534] La città da prima fu data al saccheggio, poi rovinata ed -incendiata. - -[535] Pag. 247. - -[536] Quasi tutti quei prigionieri che incatenati tenevansi, erano -dell'ordine equestre. Essendo adunque i suddetti presentati al principe -e condannati al supplizio delle forche, uno di essi disse: Ascolta, -o nobilissimo imperatore, la condizione di un uomo sfortunatissimo. -lo sono Gallo di nazione, non Lombardo, e sebbene povero, di stato -cavaliere, libero di condizione, ec. Questo solo il glorioso imperatore -ordinò che tra tutti esente fosse dalla sentenza di morte; imponendogli -questo solo per pena che, posto il laccio al collo di ciascuno, col -supplizio delle forche i suoi compagni facesse perire. E così fu fatto. - -[537] Affinchè a tutti i passaggeri presentassero documento della loro -temerità, sulla strada medesima furono posti in mucchio, ed erano, come -si narra, cinquecento. - -[538] _Otto Frising._, lib. 2, cap. 25. - -[539] Il re _Federico_, raccolta avendo grande quantità di principi -e di altri soldati, ed aggiunti al suo séguito _Enrico_, duca di -Sassonia, e _Federico_ figliuolo del re _Corrado_, ed altri principi, -incamminossi con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa _Adriano_, -affinchè Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo però -giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti la città stessa -di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi, riguardandolo -come di loro diritto, il passaggio vietano ad esso cd ai suoi seguaci, -dicendo che Cesare non era egli ancora, ma re, e che per questo, come -era di loro diritto, doveva egli pagare ad essi il danaro, se di là -passare voleva a Roma, che qualora ricevuto lo avessero già consacrato -Cesare, gli avrebbero in quella occasione, e non già prima, renduti -gli onori dovuti a Cesare. Queste cose udendo, _Federico_ reprime -lo sdegno, e, dissimulandolo, dà loro di buone parole, promette il -danaro che essi domandano, e come di questo data avesse sicurtà, passa -per Verona col suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella -città le truppe reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano -il dovuto danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei -primari e più nobili cittadini, con numeroso séguito di altri nobili, -mandano al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando -con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso -danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti -trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E -siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina, e -con testimonianza lo provava, per questo, come più nobile, ordinò che -sospeso fosse a più alto patibolo. - -[540] Dobner, tom. 1, pag. 43. - -[541] Giulini, tom. VII, dalla pag. 137 alla pag. 147. - -[542] Detto, tom. VII, pag. 144. - -[543] Commesso fu ad _Anselmo di Terzago_, che provvedere dovesse -secondo il suo giudizio intorno al reggimento della città, ed egli -elesse due consoli che per un anno la reggessero. - -[544] _Flamma Chronic. MS._, cap. 963. - -[545] Ad alcuno non fosse interdetto l'uso de' suoi beni, se non -giudicata la causa ed approvata dal comune, dal podestà di Milano, o -dai rettori della comunità, siccome le leggi richieggono. - -[546] Corio, pag. 59 dell'edizione in foglio. - -[547] Dico, comando e stabilisco che in perpetuo debba fermamente -osservarsi. - -[548] Non possiamo ancora dimenticarci che voi, pacificato essendo di -già l'imperio, che lungamente era stato turbato, ci dirigeste legati -tanto discreti e tanto onesti, coi vostri donativi, che noi, come era -convenevole, ricevemmo sotto quella grazia e devozione colla quale -sempre vi abbiamo riguardati, e sempre cari vi terremo; i vostri -donativi altresì tanto più grati ci riuscirono, quanto che noi sapevamo -che quelli trasmessi erano per effetto di pura amorevolezza. - -[549] Giulini, tom. VII, pag. 227. - -[550] Balut., tom. II, pag. 662. - -[551] Giulini, tom. VII, pag. 334. - -[552] Giulini, tom. VII, pag. 483. - -[553] Fu scolpito in marmo sedente sopra un cavallo, il che fu reputato -grande vituperio. Questi il primo fu a fare imprigionare gli eretici. - -[554] Nuove leggi promulgate furono contra gli eretici, dei quali -moltiplici erano le sette e con nomi stranissimi distinte; perciocchè, -oltre i Patareni, dei quali ho fatto già menzione parlando di Arnolfo, -nominavansi i Catari, i Carani, i Concorezii, i Fursici, i Vanii, -gli Speronisti, i Carantani, i Romolarii; e questa peste non meno -attaccavasi alle femmine, che agli uomini. Fu all'uno e all'altro sesso -vietata questa superstizione, minacciandosi pena capitale e distruzione -delle case a coloro che in essa perseverassero, o i colpevoli nelle -case loro ricevessero, o in altro modo gli aiutassero. E nell'anno -seguente, correndo il mese di gennaio, _Goffredo_, cardinale di -San Marco, legato pontificio, entrato in Milano, stabilì per legge -(di comune consenso tuttavia dell'arcivescovo, degli ordinari e del -popolo), che il pretore di pena capitale punisse entro dieci giorni -coloro che dannati fossero per giudizio ecclesiastico. - -[555] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. 8, pag. 269. - -[556] Corio, parte seconda, foglio 72. - -[557] Stabilito avendo lo inquisitore, distrusse le eresie. - -[558] Nazarian., cap. 109, pag. 561. - -[559] Corio, all'anno 1252. - -[560] _Diss. Med. Æev._, tom. V, pag. 92 e seg. - -[561] La trista vita di un prelato nuoce al suddito ed anche a quello -che è consacrato a Dio. — Nella chiesa di Dio non debbono esservi -cattivi sacerdoti e diaconi. — I preti cattivi non possono esercitare -il loro ministero. — La Chiesa non dee possedere alcuna cosa se non -se in comune. — Alcun tristo non può essere vescovo. — Non è lecito ad -alcuno lo ammazzare. - -[562] Muratori, _Diss. Med. Æv._, tom. V, pag. 95. - -[563] _Marten. Veter. Script. et Monum. Collect._, pag. 1051. - -[564] Perciocchè in questo noi richiamiamo il costume degli antichi -Cesari, ai quali, per le illustri azioni sostenute colle vittoriose -insegne, il senato ed il popolo romano i trionfi e le lauree -aggiudicava; al che col presente esempio della nostra serenità, secondo -i voti vostri, da lungi prepariamo la via, mentre, vinta avendo Milano, -il carro di quella città, capo certamente della fazione dell'Italia, -a voi destiniamo, come la preda e le spoglie dei nemici vinti, e la -caparra vi mandiamo avanti delle nostre grandi azioni e della gloria -vostra. - -[565] _Marten. Collect. Veter. Monum._, tom. II, pag. 1190. - -[566] Città, capo della fazione dell'Italia. - -[567] Attualmente si legge l'iscrizione incisa di quel tempo in -caratteri semigotici, e sta in Roma nel muro della scala che conduce ai -signori Conservatori del popolo romano in Campidoglio, e dice: - - _Cesaris Augusti Federici, Roma, Secundi - Dona tene, currum, perpes in urbe decus. - Hic Mediolani captus de strage, triumphos - Cesaris ut referat, inclita preda venit. - Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem - Mietitur: hunc urbis mietere jussit amor._ - -[568] Dell'ordine dei frati minori, i quali, non solo armati di spade e -muniti di elmo, presentavano una falsa apparenza di soldati, ma anche -insistendo colla predicazione, i Milanesi ed altri ancora, purchè la -persona nostra o quelle de' seguaci nostri offendessero, da tutti i -peccati assolvevano. - -[569] Giulini, tom. VII, pag. 534. - -[570] - - «Duce e tutor del popolo d'Ambrogio, - Di giustizia vigor, luce de' grandi, - Arca tu di saper, sommo dell'alma - Madre Chiesa campion, eccelso fiore - Di tutta quest'amabile regione; - Al tuo cader d'Italia impallidisce - Lo splendor tutto! Ahi, che l'aiuto nostro - Della Torre Pagan, n'andò tra l'ombre! - MCCXLI, il dì VI di gennaio, morì il detto signor Pagano - della Torre, podestà del popolo di Milano». - -[571] Giulini, tom. VII, pag. 431. - -[572] Giulini, tom. VIII, pag. 128. - -[573] Al minuto alla maniera della taverna. - -[574] Tom. VII, pag. 462. - -[575] Giulini, tom. VII, pag. 420. - -[576] Detto, tom. VII, pag. 423. - -[577] In nome del signor nostro Gesù Cristo. Nell'anno della natività -del medesimo mille dugentoquarantacinque, il giorno di venerdì, terzo -di novembre, indizione quarta. Essendo che il signor Uberto di Vialata, -podestà di Milano, e _Guido di Casate, Guido di Mandello, Filippo -della Torre, Giovanni della Torre, Guglielmo di Soresina, Probino -Ingoardo, Rezardo di Villa, Giustamonte Cicata, Lampugnano Marcellino, -Burro dei Burri, Artusio Marinone, Guglielmo di Lampugnano, Anselmo -di Lampugnano, Anselmo di Terzago, Rosate della Croce, Landolfo -Crivello, Negro Grasso, Guizzardo Morigia, Mollone Becano, Caruzano -Morone, Amerato Mainerio_ e _Buonincontro Incino,_ consiglieri, e -segretari, e sapienti del comune di Milano, con molta istanza pregando, -instarono presso il signor _Ardico di Soresina,_ arciprete di Monza, -e i canonici ed il capitolo di questa chiesa, ed anche col signor _G. -di Montelongo_, legato della Sede apostolica, affinchè concedessero e -prestassero allo stesso podestà e ai consiglieri, e sapienti, o sia al -comune di Milano, qualche parte del tesoro di quella chiesa da darsi in -pegno, per il danaro necessariamente occorrente al comune di Milano, -che in altro modo non può trovarsi nè ottenersi; come espressamente -asserivano; e che quella chiesa volevano mantenere indenne; e fare -sollecitamente restituire quel tesoro: alle di cui preghiere e a -quelle di questo signor legato soprascritto, i signori arciprete -e canonici umilmente accondiscendendo, per l'onore e vantaggio del -comune di Milano, presente e volente questo signor legato, offerirono, -concedettero a questi podestà e consiglieri e sapienti ed al comune -un calice d'oro del tesoro della chiesa Monzese del peso di once -centosette, colle orecchiette e coll'ornamento di molte pietre -preziose. E perciò il predetto signor _Uberto di Vialata_, podestà di -Milano, e questi consiglieri, e segretari, e sapienti, data essendo -loro licenza e facoltà e autorità dal consiglio dei quattrocento, e -dei trecento, e dei cento nuovo e vecchio, come dicevano, riformato -(scritto nel libro del comune di Milano l'atto di fare la infrascritta -obbligazione, e tutte le cose infrascritte) promisero, e diedero -sicurtà, e tutti i beni loro e i beni del comune di Milano tutti e -ciascuno di essi solidamente obbligarono in pegno al detto signor -_Arderico di Soresina_, arciprete di Monza, accettante in suo nome, e -in nome della Chiesa, e di tutto il capitolo di Monza, e di ciascuno -dei canonici di detta Chiesa; che esigeranno, renderanno e daranno -senza alcuna diminuzione, liberamente e assolutamente, di qui al natale -prossimo, a questo signor arciprete ed ai canonici, o sia al capitolo, -il soprascritto calice d'oro, ornato con gemme e pietre preziose. A -tutte spese e danni di essi e del comune di Milano, e senza alcun danno -o spesa dei detti arciprete e canonici e della Chiesa. E rinunziarono -alla eccezione del calice non ricevuto, e ad ogni altra eccezione colla -quale potessero in alcun modo premunirsi e difendersi, e massime che -non potessero dire essersi obbligati per lo comune o per le cose del -comune, ma sieno tenuti in modo che possano essere citati in solido, -anche dopo finito e deposto il loro ufficio e la facoltà e l'autorità -loro, come se tutte le predette cose fossero pervenute in potere di -ciascuno di essi. E rinunziarono al beneficio della nuova costituzione -e della lettera del Divo _Adriano_ e di qualunque altro aiuto col quale -in alcun modo potessero difendersi per mezzo dell'uso, e della legge, e -dello statuto, e di qualunque ordinamento fatto o che farsi in avvenire -potesse o si facesse; ma in qualunque tempo possano con effetto essere -convenuti, non ostanti alcune ferie nè le loro dilazioni fatte o da -farsi. E promisero come sopra il detto podestà, e questi consiglieri, -e sapienti, che nè il podestà, nè alcuno de' predetti darà in alcun -modo, nè con alcun sotterfugio, anche consenzienti questi arciprete e -canonici, alcuna altra cosa in luogo di quel calice, fuori del predetto -calice; ma daranno lo stesso calice speciale, intero, con tutte le -sue pietre e gemme senza alcuna diminuzione. Ed ivi il detto signore -_G. di Montelungo_, legato della Sede apostolica, coll'autorità della -sua legazione e per volontà dello stesso podestà e dei segretari, e -consiglieri, e sapienti predetti, essi tutti e il consiglio comunale, -dal termine infrascritto in avanti, assoggettò e sottopose al vincolo -della scomunica adesso per allora, se le cose predette come sopra -mantenute non fossero per quel termine; eccettuato il podestà predetto. -Alla osservanza delle quali cose e maggiore loro confermazione -i predetti segretari, e consiglieri, e sapienti sopranominati -giurarono corporalmente, toccando i sacrosanti Evangeli, tutte le -cose sopranotate, e di osservare e fare, e fare osservare dal comune -di Milano ciascuna delle cose predette. Fatto nei campi d'Albairate, -nell'esercito contra _Federigo_, una volta imperatore. - -[578] Tom. VII, pag. 502. - -[579] Giulini, tom. VIII, pag. 30 e seg. - -[580] _Bullar. Francescan._, tom. II, pag. 15. - -[581] Sormani, Storia degli Umiliati, cap. 10, pag. 99. - -[582] _Bullar. Dominican._, tom. I, pag. 244. - -[583] Dal consiglio dei quattrocento e dei trecento e dei cento, nuovo -e vecchio. - -[584] Giulini, tom. VIII, pag. 256. - -[585] Giulini, tom. VIII, pag. 12. - -[586] Detto, tom. VIII, pag. 28. - -[587] Tom. VIII, pag. 145 e seg. - -[588] Giulini, tom. VIII, pag. 174. - -[589] Seicento forche preparansi, alla vista delle quali si ritirarono. - -[590] _Manip. flor. ad an. 1260._ - -[591] Giulini, tom. VIII, pag. 186. - -[592] Detto, tom. VIII, pag. 191. - -[593] Tom. VIII, pag. 192, 219, 236 e 249. - -[594] Giulini, tom. VIII, pag. 247. - -[595] Corio a quell'anno. - -[596] Giulini, tom. VII, pag. 134. - -[597] Detto, tom. VIII, pag. 247 e 286. - -[598] Sotto l'interdetto dei divini uffizi rimasta era la città di -Milano per la contesa colla quale la famiglia dei Maravigli sembrava -ingiustamente opprimere il priore di Pontida. - -[599] _Calch. Hist. Patr._, lib. 17, pag. 376. - -[600] Tom. VIII, pag. 334 e 335. - -[601] Il Castel Seprio si distrugga, e distrutto si mantenga in -perpetuo, nè alcuno ardisca presumere di abitare su quel monte. - -[602] Siccome in tutte le cose sembrava entrare il sospetto, dubitava -altresì che nuove trame nelle adunanze si macchinassero, e per -questo comandò che coorti armate giorno e notte la città girassero, e -provvedessero che riunione non si facesse tra i cittadini. - -[603] _Calch. Hist. Patr._, lib. 17, pag. 385. - -[604] Avendo però il predetto Matteo Magno Visconti ottenuto il -dominio di Milano, nello stesso primo reggimento molto virtuosamente -si condusse; perciocchè professò per tal modo la castità e la onestà, -che tutta la di lui corte composta sembrava di uomini religiosi. Le -messe con grandissima devozione ascoltava. I sacerdoti vestiva colle -sue proprie mani. In tutta la quaresima faceva che i domestici suoi e -tutti i suoi famigliari si confessassero, altrimente con severità li -puniva. I nobili di Milano volontieri ascoltava, e ai loro consigli -non resisteva. I beni del comune conservava, nulla per sè riteneva. Non -versò mai il sangue di alcuno. I dominii dei borghi e delle ville tra i -nobili divideva; ogn'anno però i dominii di questi cambiava, onde tutti -i nobili all'amor suo invitava. Fu ancora robustissimo della persona ed -agile assai; colle mani spezzava un ferro di cavallo; e molt'altre cose -faceva degne di commendazione. - -[605] Ad onore del Signor nostro Gesù Cristo e della gloriosa Vergine -Maria, sua madre, e del beato Ambrogio, confessore nostro, e dei -beati Vincenzo, Agnese, Dionisio, e di tutti i santi, e della Santa -Madre Chiesa, e del sommo pontefice, e del signor re dei Romani, -ed a conservazione dello Stato del venerabile padre signor Ottone, -arcivescovo della santa chiesa milanese, e al buono, tranquillo e -pacifico stato del popolo e del comune di Milano e di tutti gli amici, -ed alla morte e distruzione del marchese di Monferrato, e di tutti i -di lui seguaci, voi, signor capitano, giurerete di reggere il popolo -di Milano da oggi in avanti, per anni cinque prossimi venturi, in buona -fede, senza frode, e che custodirete e manterrete lo stesso popolo.... -e gli statuti... e se questi mancassero, osserverete le leggi romane. - -[606] _Vedi_ Corio all'anno 1288. - -[607] La morte e la distruzione del marchese del Monferrato e di tutti -i di lui seguaci. - -[608] Giulini, tom. VIII, pag. 435. - -[609] Corio all'anno 1308, e Villani, storia, lib. 8, cap. 61. - -[610] Il che, chiarissimi cittadini, significa che, siccome col ferro -e con ferrei strumenti si domano tutti gli altri metalli, così, per -salutare consiglio, non che per insigne valore dell'armi italiche e -principalmente de' Milanesi, domare dee l'imperatore tutte le altre -nazioni. - -[611] Giulini, tom. VIII, pag. 478. - -[612] _Med. Æv._, tom. IV, col. 632, B. - -[613] _Med. Æv._, tom. 2, pag. 595. - -[614] Giulini, tom. VIII, pag. 631. - -[615] _Rer. Ital._, tom. XII, _colum._ 1099, B. - -[616] _Ibidem_, tom. XI, col. 231, C. - -[617] _Ibid._, tom. IX, col. 1242, B. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 1, by Pietro Verri - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 1 *** - -***** This file should be named 60497-0.txt or 60497-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/4/9/60497/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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Redistribution is -subject to the trademark license, especially commercial -redistribution. - - - -*** START: FULL LICENSE *** - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg-tm License (available with this file or online at -http://gutenberg.org/license). - - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm -electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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I, di Pietro Verri - </title> - <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> - <style type="text/css"> -body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} - -p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} -.blockquote {margin: 0em 10% 2em 10%; font-size: 95%;} -p.bkq {padding-left: 1em; text-indent: -1em;} -.center {text-align: center; text-indent: 0;} -.title {text-align: center; font-size: 130%; margin-top: 1em; margin-bottom: 3em;} - -div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} -div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} -div.titlepage p {text-align: inherit;} -div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} - -h1,h2 {text-align: center; font-style: normal; -font-weight: normal; line-height: 1.5;} -h1 {font-size: 150%;} -h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; page-break-before: avoid;} - -span.smaller {display: block; font-size: 70%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} - -hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} -hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} -@media handheld { -hr.silver {display: none;} -} - -a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;} -div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;} -.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;} -div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;} -div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;} -div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;} - -.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} - -.pad4 {margin-top: 4em;} -.pad2 {margin-top: 2em;} -.pad1 {margin-top: 1em;} - -.small {font-size: 85%;} -.large {font-size: 115%;} -.x-large {font-size: 130%;} -.main-t {font-size: 200%;} -.g {letter-spacing: .2em;} -.smcap {font-variant: small-caps;} -.lowercase {text-transform: lowercase;} - -table {margin: auto; border-collapse: collapse;} -.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em;} -.indice td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em;} -.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} - -.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; - margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} -.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} -.tnote p {padding: 0 1em;} -.covernote {visibility: hidden; display: none;} -@media handheld { - .covernote {visibility: visible; display: block;} -} - -.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} -.stanza {margin: 1em auto;} -.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} -.poem p.i02 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -2em;} -.poem p.i06 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 2em;} - - </style> - </head> -<body> - - -<pre> - -The Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 1, by Pietro Verri - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: Storia di Milano vol. 1 - -Author: Pietro Verri - -Release Date: October 15, 2019 [EBook #60497] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 1 *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -STORIA<br /> -DI MILANO -<span class="smaller">TOMO I.</span> -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -<span class="small">STORIA</span><br /> -DI MILANO -</p> - -<p class="pad2"> -DEL CONTE -</p> - -<p class="pad1 x-large"> -PIETRO VERRI -</p> - -<p class="pad2 large"> -COLLA CONTINUAZIONE -</p> - -<p class="pad2"> -TOMO I. -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="large g">MILANO</span><br /> -PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA<br /> -<span class="small">Contrada de' Due Muri, N. 1044<br /> -1850</span> -</p> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2 id="notizie">NOTIZIE -<span class="smaller">DI PIETRO VERRI</span></h2> -</div> - -<p> -Nell'accingermi a compilare le Notizie dell'ultimo de' magistrati -filosofi che hanno illustrato in Lombardia il regno -di Maria Teresa, a stento so contenermi nei limiti di una -quasi cronologica brevità, cui mi astringe il piano che mi -sono prescritto in questa Raccolta. Tale è la vastità e l'importanza -dei servigi da esso prestati, che il parlare adequatamente -di lui, comprende la storia di trent'anni dell'economia -pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua -l'opera immortale del censimento, già precedentemente -compita, tutte le importanti riforme della pubblica amministrazione -si eseguirono nel periodo della sua magistratura; -egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili -fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è -ancor recente e vivissima la memoria de' suoi servigi, ed -essendo queste Notizie susseguite dalla collezione delle sue -opere economiche, ora in parte per la prima volta pubblicate, -si rende indifferente, anzi superfluo, il parlare -estesamente dei di lui meriti, siccome sarebbe inutile il -voler narrare ad altri la maestria de' sommi pittori, avendosi -dinanzi le più illustri opere de' loro pennelli. Seguendo -pertanto il mio metodo, mi accontenterò di delineare -sommariamente le epoche memorabili della sua vita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -</p> - -<p> -Nacque <span class="smcap">Pietro Verri</span> in Milano al 12 di dicembre dell'anno -1728. Il di lui padre Gabriele dovette in gran parte -ai personali suoi meriti l'essere stato successivamente promosso -a diverse eminenti cariche; e fu per ultimo presidente -del Senato. Egli si è pur distinto nelle lettere; e si -hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali, dei -commenti al principal codice di esse, e una voluminosa -compilazione della storia della Lombardia, che rimase manoscritta. -</p> - -<p> -Chi bramasse di conoscere tutti i minuti tratti della fanciullezza -e della prima gioventù del nostro autore, potrà -riscontrarli nell'Elogio che recentemente ne ha pubblicato -l'abate Isidoro Bianchi, già per altre opere benemerito -de' buoni studii<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>. Egli ha seguito un'altra via da quella -che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente -tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu -mio scopo di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può -servire a far distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato -di tramandare la sua memoria alla posterità. -</p> - -<p> -Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell'attività -e dell'acume della sua mente; ma non gli si era -ancora offerta occasione di esercitarla in qualche rilevante -travaglio, onde si avesse potuto apprezzarne la vastità e il -vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse distratto per -sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di -private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare -col rango di capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase -fino al dicembre del 1760. -</p> - -<p> -Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica, -riassunse con maggior calore gl'interrotti studii; e -quelli dell'ecconomia pubblica, applicata specialmente alla -situazione della sua patria, l'occuparono a preferenza. Ma -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -per meglio conoscere l'importanza di quanto in séguito -operò e scrisse, gioverà di veder riferito da lui medesimo -qual era in allora lo stato della Lombardia<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>. -</p> - -<p> -«All'incominciare del regno di Maria Teresa ognuno -sa e si ricorda quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse -da noi l'industria per esercitarsi in ogni parte. -Arbitrario e sproporzionatamente ripartito, il tributo sulle -terre ci offriva lo spettacolo di molti campi abbandonati -dai proprietari alla comunità: la tassa personale esuberantemente -aggravata, rendeva spopolati altri distretti -e priva la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti -all'interna comunicazione pel trasporto delle -derrate, sempre più allontanavano i reciprochi soccorsi: -severissime leggi annonarie, minacciando la morte a chi -cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura, -invece d'invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: -i tributi delle dogane, appaltati a diverse -compagnie, interponevano un contratto fra i bisogni del -popolo e la paterna clemenza del sovrano: le scienze, le -nobili arti, quello spirito d'impegnata ricerca della verità, -che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e -separare le cose certe dalle probabili, non erano certamente -festeggiati: uno studio di parole, una servile venerazione -o imitazione, erano lo scopo che si poneva -davanti alla docile gioventù, e così gradatamente, un ostinato -spirito, nemico d'ogni felice slancio verso del -bene, teneva in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche; -e, dimentichi di noi stessi, sembravamo piuttosto -destinati a servire noi pure di mezzo e di continuo fra -le generazioni passate e le a venire, anzi che una generazione -avente diritto e ragione alla gloria di migliorare -il deposito delle umane cognizioni». -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -</p> - -<p> -Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli -nell'abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero -te cause, perchè vi si erano abituati fin dalla nascita, -fu lo scopo cui Verri diresse la maggior contenzione dei -suoi studii. Non omise fatica onde, colla scorta della storia -e spogliando i farraginosi documenti delle diverse amministrazioni, -svolgere le vere cause che avevano potuto ridurre -a tanto squallore un paese sì fertile, e altre volte sì ricco -e potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva -di squisita erudizione, la quale, dopo di averne egli usato -in tante sue opere per più di trenta anni successivi, era -ancor lungi dall'essere esausta. -</p> - -<p> -Per comunicare l'espansione di questo suo zelo, trovò -egli un compagno degno di lui e non men caldo di amor -patrio, nella persona del marchese Cesare Beccaria. La costanza -e la sincerità della loro amicizia fu ammirabile. -Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente -confidenti senza arroganza, appassionati per gli studii utili -senza presunzione, percorsero la stessa carriera di studii -e di cariche, e si mantennero amici fino alla morte. Nè -solo sinceramente si compiacevano dei loro vicendevoli -progressi; ma come il genio profondissimo di Beccaria, -quasi compresso dallo stato d'indolenza cui era portato -dalla sua fisica costituzione, avea bisogno per esercitarsi -di chi, al pari di un ostetricante, ne sollecitasse lo sviluppo, -Verri fu quello che si prestò a quest'ufficio; e già si è altrove -notato<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> che alla sua benemerita importunità dee -il pubblico l'immortale opera <i>Dei delitti e delle pene</i>, e -l'autore di essa la giusta celebrità che gliene è risultata. -</p> - -<p> -Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione. -Quindi Pietro Verri e Beccaria divennero il centro -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -dì un'unione d'illustri giovani, egualmente studiosi ed -animati da non minor fervore per la prosperità della lor -patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri, e si resero -in séguito famosi sotto il nome di <i>Società del Caffè</i>, dal -titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che -pubblicarono per due anni sul modello dello <i>Spettatore -Inglese</i>, cui però sorpassarono di molto nella varietà e -scelta degli argomenti, nell'eleganza e nella profondità<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. -</p> - -<p> -A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle -stampe diversi saggi de' suoi talenti e della sua coltura. -Oltre alcuni opuscoli di circostanza, che potrebbero citarsi -a sua lode quand'altro di meglio non avesse fatto, pubblicò -egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un Dialogo su le -monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi molti -articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti <i>sul -commercio</i> e <i>sul lusso</i>. Diedero occasione al detto Dialogo -i rumori che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti -contro la breve, ma pregevol opera data in luce in quell'anno -da Beccaria <i>sul disordine delle monete</i>; e Verri -spiegò in quello, con singolare brevità e chiarezza, la teoria -sulla monetazione dello stato di Milano, cui si attenne -dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelle <i>Meditazioni -sull'Economia Politica</i> e nella <i>Consulta</i> che -sullo stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel -1772. Essa ha dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -nell'esecuzione della riforma, ma non è ancor provato -che quella in confronto non potesse esser migliore, e meno -poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo così esposto -il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni -che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, -abitatori d'un piccolo Stato mediterraneo, senza miniere, -pensiamo ad accomodare le nostre partite del commercio, -a diminuire le importazioni, ad accrescere l'esportazione, -ad animare l'industria; pensiamo ad avere <i>moneta buona</i>, -a valutarla bene, e non ci prendiamo briga dell'impronto -che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera -persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con -minor disprezzo, o esaminare con più seria attenzione le -massime che si oppongono alle attuali costumanze, non -sarà pure inutile di riferire che tra le carte di Verri esiste -un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di sua -mano, che egli <i>lo rileggeva sempre con piacere, persuaso -che non si potesse con minor noia e maggior chiarezza -combattere i pregiudizii del volgo in questa materia</i>. -</p> - -<p> -L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu -pur quella in cui Verri diede principio alla sua pubblica -carriera. Scadeva, col 1765, il novennio della Ferma generale<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>. -Perciò l'imperatrice, mentre volle che nel nuovo -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -appalto il regio erario fosse interessato per un terzo, ordinò -pure che si radunasse una Giunta di ministri coll'incarico -di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei -dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni, -venne pur Verri nominato alla carica di consigliere -presso la Giunta stessa, con voto deliberativo. -</p> - -<p> -Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole -estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto -l'aver egli trasmesso nell'anno precedente al principe -Kaunitz un volume di <i>Considerazioni sul commercio -dello stato di Milano</i>, opera, per erudizione e dottrina, -certamente superiore alla sua età e ai tempi in cui la -scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti, della grandezza -e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al -1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera -rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel -1769 con nuove interessantissime notizie che gli comunicò -il benemerito archivista del Senato, segretario Corti, e da -lui disposta per la stampa col titolo di <i>Memorie sull'economia -pubblica dello stato di Milano</i> allorchè fu sorpreso -dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata. -</p> - -<p> -All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante -un indefesso travaglio, a compilare il primo <i>Bilancio del -commercio della Lombardia</i>, con quella maggior precisione -che era possibile ad uomo privato. Affine di ottenere -l'esattezza nelle copie, difficilissima in simili lavori -colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel -numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a -pochi amici, e spedire alla corte. La notabile passività che -risultava da quel bilancio, diede luogo alla stampa di una -<i>Lettera critica</i>, nella quale all'opposto intendevasi di provare -che il commercio dello stato di Milano fosse attivo -di molti milioni. Questa contestazione, e il falso supposto -che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al principe -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare -le viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne -trasse argomento per anticipare un'utilissima disposizione. -Molto importante, anche per far conoscere il suo carattere, -è la lettera che scrisse su tale argomento al ministro -plenipotenziario conte di Firmian<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>; ed è la seguente: -</p> - -<p> -«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con -cui mi rimise il <i>Bilancio</i>, stampato dal conte Pietro -Verri, <i>del commercio dello stato di Milano</i>, colle altre -tre pezze che lo accompagnavano. Può ben essere -persuasa l'E. V. che io non approvo e non sarò mai per -approvare alcun passo che deroghi all'autorità e dignità -del governo; e specialmente a questo riguardo mi è -rincresciuto che il detto cavaliere, di cui peraltro mi -piace l'ingegno e la scelta che ha fatto de' suoi studii, -siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor -giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento -ciò che, prodotto in iscritto alla sola Giunta ed -al governo, gli avrebbe fatto dell'onore, se non altro per -l'idea e per il piano di eseguirla.... Ma posto che è rotto -il ghiaccio convien ora andare innanzi, e verificare, col -maggior accerto che si può, il giusto mezzo fra i nove -milioni di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, -e gli undici milioni di sopravanzo annuo, che -risultano dalla <i>Lettera critica</i> al medesimo opposta. Sono -persuaso che sia falso il bilancio, perchè l'autore non potè -essere autorizzato a riconoscere i fondi originali per fissare -dati certi, e credo egualmente che non sussista il -calcolo annesso alla <i>Lettera critica</i>, perchè si vede dettata -da un puro spirito di contraddizione e di animosità. -Ordini dunque V. E. alla Giunta di subito applicarsi a riconoscere, -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -per quanto sia praticabile, lo stato attivo e -passivo di codesto commercio, affinchè rimosse le esagerazioni, -e con quella maggiore probabilità che sia compatibile -colla natura del soggetto, possa vedersi da qual -parte propenda la bilancia. È troppo necessario questo -esperimento, acciocchè i paesi circonvicini, eccitati a dubitare -sugli eccessi opposti, non entrino poi in diffidenza -per mancanza di una dimostrazione che decida». -</p> - -<p> -In adempimento del superiore comando, fu delegato -dalla Giunta alla compilazione del nuovo bilancio lo stesso -consigliere Verri, unitamente al di lui collega consigliere -Maraviglia. Questa vasta operazione venne compita in meno -di diciotto mesi; e la chiarezza del metodo e l'esattezza -dell'esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che -ne innoltrarono al ministro plenipotenziario, il 30 di ottobre -del 1765, possono servire di utile soggetto d'imitazione -anche a' tempi presenti. Quel bilancio offriva in risultato -un'attività di lire 15,387,034. 16. 2, e una passività -di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò il commercio passivo era -maggiore di lire 1,593,453. 9. 2. -</p> - -<p> -Intanto, avvicinandosi il tempo dell'attivazione della -nuova Ferma mista, la profonda sagacità e l'attività indefessa -dimostrate da Verri in tutte le operazioni della -Giunta, gli ottennero che fosse dalla corte onorevolmente -prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella Ferma -stessa, e contemporaneamente promosso al rango di consigliere -nel Supremo Consiglio di Economia<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>. -</p> - -<p> -L'inerzia de' precedenti governi gli aveva talmente allontanati -da ogni cura della pubblica amministrazione, -che l'esercizio delle finanze si coperse d'impenetrabile mistero; -ed il sovrano, che pur vedeva i miseri suoi popoli -spremuti incessantemente dagli inesorabili fermieri, era -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -nell'impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di -lumi onde far amministrare direttamente le proprie rendite. -Fu un tratto della più sublime sapienza l'istituzione -della Ferma mista. Per tal modo il rappresentante del -principe ha potuto conoscere l'entità delle pubbliche rendite, -il sistema de' fermieri e gl'immensi loro profitti. Verri, -giustamente animato da una destinazione di tanta confidenza, -vi si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la -stessa aspettazione della corte, sicchè questa fu in grado -di anticipare di cinque anni il compimento dell'ideata riforma, -col decretare nel 1770 la cessazione della Ferma -delle finanze, sostituendole un'amministrazione economica. -</p> - -<p> -Malgrado l'immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile -di Verri volle estendersi anche alla discussione, che -allora si era mossa, per la riforma del sistema dell'annona. -Quindi scrisse nel 1769 le <i>Riflessioni su le leggi -vincolanti nel commercio dei grani</i>, lo scopo e l'esito -delle quali fu esposto da lui medesimo nell'Avvertimento -che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle -stampe. «Quest'opera, egli dice, fu scritta nell'occasione -in cui si voleva sgombrare l'amministrazione pubblica -dalle nebbie e dagli errori consacrati dall'antichità. Si -credeva che i soli mezzi per salvare la provincia dalla -carestia fossero i vincoli; e quindi una legge obbligava -a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge -obbligava a introdurne una data porzione nelle città; -pene severissime erano imposte a chi ammassasse grano -senza una patente; cautele su la macina de' mugnai, -cautele sul trasporto interno, proibizione dell'uscita de' -grani dallo Stato. Tale era la legislazione che pesava sul -prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano -le dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li -teneva tenacemente a difendere la pretesa saviezza delle -leggi tramandateci da' maggiori. Vi voleva del coraggio -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -per comparire nell'arena in favore del ben pubblico -contro tali interessati oppositori all'utile verità; pure, -malgrado le arti nemiche, fui fortunato, e nel ceto di -chi disponeva dell'economia pubblica la luce della ragione -ebbe accesso, e si screditarono gli errori. Quindi -leggi libere si promulgarono, e da venti anni a questa -parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di carestia». -</p> - -<p> -Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio -nella Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un'altra -non men grave incumbenza, preparatoria anch'essa al -sistema dell'amministrazione economica. Oltre i principali -rami di finanze amministrate da' fermieri, molti altri ne -esistevano, i quali erano stati alienati o dati in cauzione -a' monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che, nelle -calamità degli scorsi secoli, aveano sovvenuto col proprio -danaro ai bisogni dello Stato. Era già stato deciso che -tutte queste regalìe dovessero essere avocate al sovrano. -Il progetto per la redenzione delle medesime cominciò ad -essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu istituita una -Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono le -massime. Ma, distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni, -bastò l'esperienza di un anno a provare che non si -poteva esigere dalla loro opera quella celerità che era -necessaria. Perciò con dispaccio 19 ottobre 1767, soppressa -la Giunta, se ne trasferì l'incarico al Supremo Consiglio di -Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769 -venne egli specialmente delegato col consigliere De Montani -ad eseguire la liquidazione e classificazione delle regalìe -da redimersi; travaglio arduo, complicato, minuziosissimo, -cui tuttavia ridusse a termine con distinta lode -nel 1770. -</p> - -<p> -Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col -quale si dichiarò cessata la Ferma mista. L'enorme pretesa -de' fermieri per il rimborso degli utili de' cinque anni che -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -ancor rimanevano alla scadenza dell'appalto, i quali furono -a stento ridotti a sette milioni, finì d'illuminare la -corte sull'immensità del danno che da simili appalti era -fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del -principe Kaunitz al conte di Firmian<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>, quello zelantissimo -ministro così ne scriveva: «Io devo ingenuamente -confessare a V. E., che finora non mi è bastato l'animo -di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli annui -utili, toccata nel primo triennio al regio erario per -la sua interessenza nella scadente Ferma mista, poichè -dal quantitativo di questa terza parte avrebbero le medesime -facilmente potuto calcolare l'importo delle altre -due terze parli a profitto de' fermieri. Il loro ammontare - ad un milione per l'anno 1768 e 1769, anche dopo -ricompensata con congrui appuntamenti l'opera di essi -come rappresentanti la Ferma, non potrebbe a meno di -parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere che non -rivoltasse l'animo loro, in riflessione che in fine de' conti -questo danaro è cavato dalle sostanze de' loro sudditi, e -che S. M. l'imperatore non avea torlo a dire <i>che i fermieri -succhiavano il sangue de' Milanesi e Mantovani</i>. -Dal confronto poi degli utili degli stessi fermieri -colle entrate pubbliche dello Stato, ne avrebbero le MM. -LL. fatta la conclusione che, dopo difalcate le spese che -incumbono all'erario per l'amministrazione della provincia, -il sovrano ritrae da questa molto meno dei fermieri: -comparazione veramente odiosa, e che darebbe da -pensar molto su questo articolo». -</p> - -<p> -La nuova amministrazione delle finanze venne formata -sulla traccia di quella che, con prospero successo, già trovavasi -in attività nei Paesi Bassi austriaci, e quindi distinta -in tre parti: I. Amministrazione generale; II. Controlleria -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -della detta amministrazione; III. Riforma e legislazione. Fu -delegata la prima al magistrato camerale, la seconda ad -una Camera de' conti, la terza ad una Giunta governativa. -Contro il solito delle riforme, è stata questa eseguila con -tanto spirito d'imparzialità, che uno dei fermieri, il conte -Antonio Greppi, fu assunto al regio servizio nella Camera -de' conti. Il principe Kaunitz, in un suo rapporto fatto all'imperatrice -nel 1771, qualificò il Greppi <i>qual uomo di -mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato -la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che -odiavano la Ferma</i>. -</p> - -<p> -Questa è l'epoca più illustre della vita di Verri, siccome -fu la più attiva e laboriosa. Si può dire, senza tema di -esagerare, che quasi l'intiera sistemazione dell'amministrazione -economica delle finanze è stata affidata a lui -solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa di un piano -organico; e dal proemio di essa si evince che la forza -della di lui mente ne avea compreso l'insieme nella maggior -vastità de' suoi rapporti. Giova di udire l'autor medesimo -a render conto de' propri pensieri; egli così si esprime<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>: -«Organizzare un corpo di amministrazione del -tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè non vi -penetri l'arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli -affari; preservare l'interesse dell'erario e l'industria -nazionale ad un tempo; gettare i semi delle riforme da -farsi nel tributo, parte la più importante e irritabile del -corpo politico; suggerire il metodo col quale più rapidamente, -ma nel tempo medesimo con passi più fermi e -sicuri, si possa distribuire il tributo nella forma più -innocua e adattata al bene della società; diminuire al -possibile le spese della percezione; lasciare tutta la libertà -all'industria, componibile col tributo destinato a -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -proteggerla; accelerare l'epoca in cui, rese le leggi -della finanza chiare, umane e semplici, venga portata la -luce sopra ogni parte dell'amministrazione; tale è la -natura del quesito, sul quale scriverò come le deboli -mie forze lo permettono». -</p> - -<p> -Attese quindi indefessamente a preparare la riforma -della tariffa. Basterà a dare un'idea di questa improba fatica -la sola nomenclatura de' travagli da esso presentati -su tal proposito al magistrato camerale, che era stato sostituito -nel 1772 al Supremo Consiglio di Economia. Il 13 -agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale dei -generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello -stesso anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14 -marzo 1774, lo spoglio delle merci passate in transito nel -1771; e per ultimo, il 30 maggio, pure detto anno, il progetto -della nuova tariffa. A fine di render giustizia a chi -gli avea giovato co' suoi consigli, così si esprime nella lettera -colla quale ha accompagnato il progetto medesimo: -«Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le -avessi sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto, -sentii il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati, -lo chiesi e l'ottenni. S. E. il signor conte presidente -Carli ebbe la bontà d'interessarsene meco, discutere -le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i -signori consiglieri relatori di finanza, anche i signori -consiglieri conte Secchi e marchese Beccaria ebbero la -compiacenza più volte di unirsi meco a trattare di queste -viste; onde il risultato di questo progetto è una conseguenza -di quanto si è discusso». Questo passo comprova -da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra -la maturità e la ponderazione con cui procedeva nei suoi -travagli. -</p> - -<p> -L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera -ha reso alla sua patria, risulterà maggiore dal riflettere -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -allo stato delle finanze di quel tempo. La daziaria era allora -divisa in altrettante giurisdizioni, quante erano le -provincie che componevano il ducato di Milano, e in ciascuna -giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione -del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino -quaranta erano talvolta i pagamenti cui soggiaceva -una sola merce<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>. Era tanto mal calcolata la tariffa, che -in più di trecento casi i rappresentanti la Ferma generale -aveano da quella receduto, e si erano accontentati di percepire -un tributo minore di ciò che portava la legge, <i>per -non annientare molti rami di commercio e deviare tutti -i transiti dello Stato</i><a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>. Questo è pure il motivo per cui -avendo a combattere un errore autorizzato dalla pratica, -si diffuse Verri nel suo Progetto, sul danno risultante all'erario -dal soverchio aggravio del tributo nella tariffa, dimostrandolo -con molti antichi e recenti esempi. La corte, -nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa -tra una modificazione della tariffa esistente e una totale -riforma. Ma la faraggine degli errori e dei disordini -fu da lui sì evidentemente dimostrata, che quella non -esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così ottenne Verri la -gloria di aver applicato al multiforme tributo indiretto -quella regolarità di principii e quella semplice uniformità -cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle -terre; e come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura, -del pari la nuova tariffa il fu per l'industria e -per il commercio. -</p> - -<p> -Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici -occupazioni, cui sembra che appena possa bastare un uomo -solo, avesse Verri a trovar agio per occuparsi ancora de' -favoriti suoi studii? Eppure fu in quel tempo che egli -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -si produsse di nuovo in pubblico come scrittore di economia -e come metafisico, stampando nel 1771 le <i>Meditazioni -sull'economia politica</i>, e nel 1773 il <i>Discorso sull'indole -del piacere e del dolore</i>. -</p> - -<p> -Le <i>Meditazioni</i> sono state accolte con singolare applauso. -In due anni furono ristampate sei volte in Italia; e di -nuovo, nel 1773, a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda -in tedesco, nel 1774. Quest'opera può essere considerata -il deposito de' principii che egli ha seguiti come magistrato, -e il risultato della sua esperienza. Del metodo che -tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione -alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente -ad altri suoi Discorsi<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>. «L'economia politica, -dic'egli, è la materia più vasta de' delirii di chiunque, -e una specie di medicina empirica, che serve di argomento -ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e potrebbe -essere la facoltà di chi volesse insegnare senza -possedere facoltà alcuna. In questo campo io pure sono -entrato, ma il metodo tenuto da me non è simile a quello -che comunemente è stato di norma a molti autori. Essi, -dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi idee -astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere -d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli -elementi delle cose, sopra ipotesi, anzi che sopra fatti -conosciuti, hanno innalzate le loro speculazioni. Il mio -ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii anni a conoscere -i fatti: le commissioni colle quali la clemenza -del sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i -mezzi. Quasi tutte le idee mie hanno cominciato coll'essere -idee semplici e particolari; poi, coll'occasione di -esaminare oggetti reali, accozzate, disputate, contraddette, -si sono andate componendo, e le generali idee sono -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi -conosciuti. Questo metodo non ha il merito certamente -di essere il più breve, nè il meno penoso, ma a lui -solo credo di essere debitore della onorevole accoglienza -che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo -vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le -trovai dieci anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei -essere collocato fra gli autori buoni; ma ambisco ancora -di più l'essere conosciuto un buon cittadino. Felice -quel popolo da cui comunemente si ragiona della virtù, -e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi -che producono la felicità dello Stato». -</p> - -<p> -Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli -oppositori; essa aveva una decisa superiorità di dottrina, -e si era osato in essa di dimostrare erronee le venerate -massime dei nostri maggiori. Perciò gl'invidiosi e gl'idolatri -delle proprie abitudini ne dovevano muover schiamazzo; -il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo M. Bisthowen, -che pubblicò in Vercelli, col titolo di <i>Esame breve -e succinto</i>, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, -in cui si propose di contraddire da capo a fondo alle <i>Meditazioni</i>, -e di fare una illimitata apologia del vigente sistema -economico, senza riflettere che, con un tal sistema, -la popolazione deperiva nello Stato, l'agricoltura vi era -negletta, l'industria languente, il commercio passivo e i -racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come -una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera, -benchè più ragionevole, suscitò l'invidia in un -uomo il quale era altronde fornito di bastanti meriti perchè -non avesse dovuto degradarsi cotanto. Fu questi il conte -Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo Consiglio -di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> qual fu -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo -poco onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira -quasi ad ogni pagina. Dice in un luogo: <i>L'oceano ingoia -le navi e le isole, un terremoto distrugge le città, una -voragine abissa un paese, un autor fervido confonde e -trasforma i principii dell'Economia Politica, tenta una -rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira</i>. Mentre -affetta di parlar sempre dell'<i>autore anonimo</i>, fino ad -asserire che egli siasi <i>impenetrabilmente tenuto occulto</i>, -si cura poscia di rimarcare che <i>si sono veduti dei bilanci -stampati, i quali, se non hanno discreditata la nazione, -perchè i fatti veri trionfano su le illusioni della mente, -hanno onorato poco l'autore che gli ha formati</i>; con che -allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa -delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle <i>Meditazioni</i>, -nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno -l'anno 1772, in cui non mancò di ribattere talvolta la mordacità -del suo censore. Ma una reciproca stima riavvicinò -in seguito i due illustri competitori; e si è di sopra veduto -che Verri consultò lealmente il suo antagonista sul Progetto -della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza -dell'utilità de' suoi suggerimenti. -</p> - -<p> -Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe -alle <i>Meditazioni</i>, cioè il <i>Discorso sull'indole del piacere -e del dolore</i>. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere -consiste nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe -ornare con tutta la magia dello stile e i magnifici colori -dell'immaginazione, benchè forse non sia applicabile con -eguale esattezza alla generalità delle umane sensazioni. -Egli deduce per corollario della sua teoria che «il prodigioso -avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro, -d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, -cessa di esserlo tosto che si conosca essere spuntati -quei secoli dai dolori e da così turbolenti governi, -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -che gli uomini ricevettero le massime spinte per agire<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>». -</p> - -<p> -Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare -l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso -che promoveva co' proprii scritti la propagazione delle -utili dottrine, non era meno sollecito il sovrano a ricompensare -i suoi servigi con successive promozioni. Già si -disse che nel 1765 era stato eletto consigliere del Supremo -Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel -1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure -affidata l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato -vicepresidente con diploma onorevolissimo<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>. Nel 1780 -fu promosso alla carica di presidente, rimasta vacante per -la giubilazione accordata al conte Carli. Nel 1783 fu decorato -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -del grado di consigliere intimo attuale di Stato, e nello -stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano. L'erezione -della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento dell'agricoltura, -delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio -2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica -di Slesia e di quella d'arti e manifatture di Londra<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>, -procurò a Verri una nuova testimonianza della confidenza -della corte, coll'essere destinato conservatore anziano della -medesima. In questa qualità intervenne alla sua prima -adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle stampe -e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte -la lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la -giustezza delle vedute, la finezza colla quale l'autore ha -saputo toccare gli oggetti più importanti della pubblica -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -amministrazione, e combinarli collo scopo della Società -per risvegliare la passione del bene generale, sono altrettanti -motivi per i quali egli ha diritto all'applauso -da lui ottenuto»<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>. -</p> - -<p> -Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo -ed instancabile, riformatore della parte più complicata e -difficile dell'amministrazione dello Stato, scrittore di metafisica, -di economia generale, e quindi separatamente di -monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che poteva -giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo -più fervido interessamento. Questo carattere non gli permise -di rimanere indifferente nell'universal gara de' saggi -onde ottenere che fossero proscritte dalla procedura criminale -le atrocità che la deturpavano. L'abolizione della -tortura formava allora il voto di tutti i filosofi. Fin dal 1764 -Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile abuso<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>; -le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza -de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto -impossibile, confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il -fatto delle unzioni venefiche, cui si attribuì la pestilenza -che desolò Milano nel 1630. L'ordine, la chiarezza, la forza -de' raziocinii e l'insinuantesi fluidità del suo stile trovansi -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -nelle <i>Osservazioni su la Tortura</i> in un grado eminente. -Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se dico che -quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo -era Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante -dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario -de' tribunali, ancor più barbaro a que' tempi; d'insinuare -l'austerità de' ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera -della sensibilità; e di trasfondere ne' suoi lettori, -colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. -Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di quel -collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni -prima avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di -crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette -che l'estimazione del senato potesse restar macchiata per -la propalazione dell'antica infamia. Questo riflesso prevalse; -Verri, per rispetto del padre, rinunciò all'idea di dare -alle stampe le sue <i>Osservazioni</i>; e così il pubblico rimase -defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di -eguale argomento avrebbe riportato la palma. -</p> - -<p> -La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno -conoscere le successive vicende economiche della sua patria -e la vera causa di esse, gli aperse la via ad un più vasto -lavoro, la <i>Storia di Milano</i>. Fino a lui non si aveano -che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte esatti e -rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di -sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto -che dei materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre -per antica potenza e per tante vicende, deve riconoscere -in Verri il primo suo storico che sia degno di tal -nome. Il primo volume, che si estende fino alla morte dell'ultimo -dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche -pregio di eleganza tipografica<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. La nitidezza della edizione, -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile -e la filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero -il generale applauso degl'intendenti. Dell'imparzialità da -esso osservata così rende ragione egli stesso in fine della -prefazione; «Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori -senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e -i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente -dipinte la grandezza e la depressione, la -oscurità e la gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati -nella successione dei tempi. Destiamoci ora noi, -per trasmettere ai posteri costumi ed azioni che la storia -possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun ornamento». -</p> - -<p> -Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia -ed i suoi studii divennero le sole sue cure. Talvolta -accordava ancora qualche attenzione alle cose pubbliche, e -lasciò manoscritte diverse pregievoli memorie sulle riforme -del 1786, e sullo stato politico del Milanese nel 1790, <i>unicamente</i>, -come si espresse, <i>per dare sfogo alle sue idee -sulla pubblica felicità</i>. -</p> - -<p> -La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi, -seguíta nel 1784, lo determinò a scrivere le <i>Memorie</i> della -sua vita e de' suoi studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole -al celebre ed infelice marchese di Condorcet. Nè -qui si è limitato lo sfogo della sua dolente amicizia. Ma due -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -monumenti gli fece erigere: uno nella chiesa della sua villa -di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti di Sant'Alessandro -di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo -di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia -qui lecita una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto, -scolpito dallo stesso Franchi a spese del celebre astronomo -Oriani, fu collocato nel ginnasio di Brera, sono forse i soli -tra tanti illustri italiani morti a' nostri tempi che abbiano -ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure nol debbono -che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi -e Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora -indistinti, quanto non è doloroso e umiliante che, anche -nel poco che si è fatto, la sola forza della privata amicizia -abbia dovuto supplire a tutto per onorare la memoria -degli uomini grandi?<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> -</p> - -<p> -Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, -quando proruppe in Italia la forza preponderante delle armate -francesi. Allora, sotto la licenza di un governo militare, -tutte le passioni si sfrenarono, e l'irritazione de' diversi -interessi introdussero la discordia tra i cittadini. Nei -principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far parte -della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di -quel Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare -i conti della pubblica amministrazione, ma che, per le cabale -di coloro che avevano interesse nel mistero, cessò di -esistere appena avea cominciato a dar segni di vita. Egli -rientrò nella pubblica carriera animato dalla più ardente -brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in parte -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -la sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in -quella violenza di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche -contraddizioni, resero quasi affatto vana la lusinga. -Tuttavia la felicità della patria fu il costante scopo dei -suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi più volte afflitto -profondamente nel riflettere su la successione di tanti traviamenti, -e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che -sì bene esprimevano le commozioni della sua anima. -</p> - -<p> -Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento -de' nuovi governanti, le sue <i>Riflessioni</i> sull'annona, -scritte ventisette anni prima, di cui già si disse. Nel 1797 -intraprese la stampa del secondo volume della <i>Storia di -Milano</i>, che venne poi condotto a termine dal di lui amico -il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica benemerenza, -se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii. -È il primo di aver interpolato i propri supplimenti alle -lacune lasciate dall'autore senza alcuna indicazione che li -distingua, contro la pratica dei Freinsemii, dei Brotier e -dei più dotti editori di storici antichi e moderni. L'altro, di -aver violato la protesta da lui fatta<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> di trascrivere <i>fedelmente</i> -i frammenti dell'autore, mentre osò di <i>mutilarli</i>. -Queste arbitrarie alterazioni, le quali avrebbero pregiudicato -alla fama di Verri se dessa stata non fosse solidamente -fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto eseguita -un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi -si possa ristabilire il testo della <i>Storia</i> nella sua integrità, -aggiungendovi i preziosi frammenti che esistono per la continuazione -di essa fino al regno di Maria Teresa. -</p> - -<p> -Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento -il secondo volume della <i>Storia di Milano</i>, si sarà già eccitato -nell'animo de' lettori il presentimento di un qualche -disastro. Ed uno infatti sommo e irreparabile ne era accaduto; -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -ma a lui non già, che placidamente era trapassato -alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che -privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli -morì quasi improvvisamente, colpito d'apoplessia nella -sala della municipalità, nella notte del 28 giugno 1797, -essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17 giorni. -</p> - -<p> -Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, -dalla quale ebbe una figlia; indi, il 13 luglio del 1782, -fece sua sposa Vincenza Melzi, che amò sempre teneramente, -formando delle sue domestiche virtù e della numerosa -prole che da essa ottenne, la costante delizia degli -ultimi anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, -e rimasta a lui superstite nel fiore dell'età, gli fece -erigere nella cappella gentilizia della rammentata villa di -Ornago un decoroso monumento, accanto al sepolcro ch'egli -stesso, vivendo, si avea preparato. -</p> - -<p> -Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed -Alessandro, si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. -Il primo, illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto, -due utili saggi su la coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, -oltre molti discorsi inseriti nel foglio periodico del -<i>Caffè</i>, scrisse le <i>Avventure della poetessa Saffo</i>, la nota -tragedia della <i>Congiura di Milano contro Galeazzo Sforza</i><a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>, -e le <i>Notti Romane al sepolcro de' Scipioni</i>, che -gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>. -</p> - -<p> -Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quella -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -di Mantova, di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna. -Oltre una continua corrispondenza con suo fratello -Alessandro, fu pure in relazione di lettere con Voltaire, -Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt d'Avenstein, il conte -di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani, ed altri molti. -</p> - -<p> -La rimembranza delle sue qualità personali accresce il -dolore della sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed -instancabile magistrato; ma fu pure buon marito, buon -padre, leale amico, di maniere cortesi, benefico, sincero, -dotato della più viva sensibilità, costante nella gratitudine. -Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante per -la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene -de' suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica -stima. Questa passione era sì fervida in lui, che soleva -chiamarla un bisogno incessante, insaziabile, e che -continuamente lo tormentava. Scrisse molto e più operò; -nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo filosofo, o -l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse direttamente -per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più -sterile argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo -stile, benchè talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo -straniero, è sempre immaginoso, animato, persuadente. Mi -lusingo che non dispiacerà ai lettori di vederne riferito -qualche saggio, che servirà pure a dimostrare la purezza -e la forza della filantropia che divampava nella sua anima. -</p> - -<p> -Nelle <i>Riflessioni sull'annona</i><a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>, dopo di aver dimostrato -il mal uso delle largizioni elemosiniere che si fanno -nelle città al questuante di professione, mentre il misero -agricoltore è lasciato nell'abbandono, soggiugne: «Io non -pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di -compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo. -Non pretendo che alcuno rendasi duro ai gemiti dei -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -miseri cittadini, pretendo soltanto di rendere illuminata -la commiserazione, e avvisare che non si benefichi un -cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda -la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che -offenda la causa dell'umanità con alcuna opinione; la -causa dei poveri e dei deboli è sempre stata e lo sarà, -finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò. Me felice, -che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa -causa liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!» -</p> - -<p> -Altrove<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> dichiara i suoi principii politici nei seguenti -termini: «Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati -e conosciuti i sacri diritti dell'uomo, non ti sdegnar -meco se ne prescindo e se unicamente lo considero -come parte della società contribuente alla di lei forza e -ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione -di un mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce -annunciare con frutto gli augusti primitivi diritti di un -essere intelligente e sensibile, che, associandosi, non può -averlo fatto che per il miglior genere di vita; dritti altamente -pubblicati da sublimi uomini che la potenza ha -in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli, -sparsi e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a -stento raffreno, scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la -fredda ragione mi suggerisce di promuovere il bene degli -uomini, non col linguaggio del sentimento, ma coll'analisi -tranquilla delle cose, e illuminando chi può far -il bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni. -Rispettiamo la elevazione del genio e la calda virtù di -chi, posto in privata condizione, si erge a tuonare sull'abuso -della forza, e vorrebbe far arrossire gli uomini -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -in carica de' loro vizi e dei loro errori. Se perciò l'umanità -venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe -quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è -tale, che più si ottiene generalmente sollecitando l'interesse -personale, che non si fa interessando la gloria, -a cui rare sono le anime che s'innalzino». -</p> - -<p> -Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull'influenza -della filosofia negli Stati<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>. «Gli uomini di lettere, dice -egli, hanno maggiore influenza del destino delle generazioni -venture, di quanto ne abbiano gli stessi monarchi -sugli uomini viventi. Spargono i primi semi de' lor -pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella -gioventù s'innestano; e l'uomo di lettere determina le -opinioni del secolo che vien dopo di lui. I libri de' filosofi -son quelli che hanno finalmente costretto i tribunali, -malgrado la tenacità delle antiche pratiche, a non più -incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire -colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni; -a limitare i supplizi ai soli casi estremi. I libri -hanno resa accessibile al merito la strada degli onori, -battuta in addietro da chi, scaltramente simulando, adulava -gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo debitori -se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati -e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto -degli avvocati la probità e il buon senso vennero sostituiti -alla maligna ed infida gravità; se, conoscendosi -meglio la morale e i doveri dell'uomo e del cittadino, -l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e -non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di -una simulata religione. Insomma, i filosofi, trascurati, -contraddetti, perseguitati durante la loro vita, determinano -alla perfine l'opinione; la verità si dilata, da alcuni -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -pochi si comunica ai molti, da questi ai più; s'illuminano -i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole -e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità, -che, senza pericolo, non si sarebbero presentate fra le -tenebre dell'ignoranza. L'opinione dirige la fortuna e i -buoni libri dirigono l'opinione, sovrana immortale del -mondo». -</p> - -<p> -Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si -eresse più durevole dei marmi e dei bronzi e maggior -d'ogni elogio ne' proprii scritti e nella indelebile memoria -delle sue virtù e dei beneficii da esso recati alla sua patria. -Nell'adempire a questo ufficio mi si ravviva nell'animo -il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che allora -mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una -prospera occasione mi aveva concesso, nel fervore della -mia gioventù, di poter studiare davvicino i di lui esempi e -approfittare de' suoi consigli. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<h2 id="prefazione">PREFAZIONE</h2> -</div> - -<p> -Abbiamo un buon numero di scrittori della -Storia e della erudizione patria; eppure pochi -sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini -colti, i quali abbiano un'idea della Storia del -loro paese. Questa generale oscurità ci dispiace, -e talvolta ancor ci pregiudica; ma gli ostacoli -che dovremo superare per acquistarne la notizia, -sono tanti e sì difficili, che, affrontati -appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni pochi -eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere -fra i codici e le pergamene, non vi è -chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati, il -Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti -de' secoli barbari gli scritti di Arnolfo, -dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino -da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, -di Bonincontro Morigia e di Pietro Azario. -Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, -di Giovanni Simonetta, di Donato Bossi, del -Merula, del Bugatti, di Bonaventura Castiglioni, -di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del -Bescapè, del Ripamonti, di Francesco Castelli, -del Benaglia, di Paolo Morigia, del Besozzi, -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del -Torri, del Besta, di Andrea de Prato e di -altri, i quali, o hanno scritta la Storia dell'età -loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema -politico del nostro governo, o in altro -modo hanno lasciato memorie dello stato della -città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini, -il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto -hanno travagliato per porre in chiaro le cose -della nostra città. Una singolar menzione d'onore -merita da ogni buon cittadino, e da me -particolarmente, il signor conte Giorgio Giulini, -uomo che ha consacrata e logorata la sua -vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli -della nostra Istoria, con una ostinata fatica di -molti anni, e tale, che, superando le sue forze -fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi -a terminare i suoi giorni. Chiunque prenderà -nelle mani la voluminosa opera di quel benemerito -cavaliere, non potrà giudicarne con equità, -se prima non distingua l'antiquario dallo -storico; il primo cerca di sviluppare la verità -di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno -quand'abbia soltanto la probabilità che -debba un giorno servire anche a una privata -famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino -di memorie; il secondo trasceglie dalla -serie dei fatti antichi i soli importanti e caratteristici, -li collega, e presenta quindi al lettore -un séguito di pitture, atte a stamparsi -facilmente nella memoria, dilettevoli ed utili -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato -mai di pubblicare la Storia di Milano: -egli ha pubblicato tutte le memorie opportune -a servire alla Storia, alle private e pubbliche -ragioni, alla curiosa erudizione generalmente; -ed io credo che l'antica stima ch'ebbi per lui, -per la bontà del suo carattere, non mi seduca -punto se dico che in quell'opera si ammira -la sagacità e la giustezza della sua mente nell'esatta -sua critica; la quale, se talvolta sembra -venir meno, ciò è di raro, e se ne vede -facilmente la cagione. In mezzo però a tanta -copia di autori non ne abbiamo ancora uno -il quale con chiarezza, metodo e discernimento -sviluppi il filo della nostra Storia, e c'instruisca -sugli oggetti più importanti della nostra antichità. -Questa verità mi ha determinato a tentare -l'impresa: e se alla buona mia volontà -avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi -d'aver posto nelle mani degli uomini che cercano -d'istruirsi un'opera in due volumi, che -però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda -una difficile attenzione per oggetti indifferenti, -e per mezzo di cui non siamo più -noi Milanesi forestieri in casa propria. La più -bella parte della specie nostra, e la più amabile -potrà essa pure, forse utilmente, passare -qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, -e ricercarne le occulte cagioni se non colla -energia, che è propria dell'uomo, colla dilicata -finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza. -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -Nell'educazione della nascente speranza -della patria, potrà forse aver luogo la notizia -de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. -Tale almeno è stata la lusinga che mi ha fatto -intraprendere questo lavoro. Se oltre la comune -utilità dell'oggetto, anche il tedio superato -per riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, -io ardisco aspirarvi. Di cento fatti -esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed -ho fatto il possibile per non trasmettere al lettore -la noia ch'io ho dovuta sopportare. -</p> - -<p> -Posso assicurare i miei lettori che niente ho -asserito prima di esaminare, e niente ho scritto -che non mi paia vero. Ho rappresentati gli oggetti -quali gli ho veduti. Non sempre in ciò -sono d'accordo co' nostri autori: ciascuno ha i -propri principii e un modo suo proprio di sentire; -e per essere di buona fede, non debbo -inquietarmi se non sono dell'opinione comune. -Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo, -hanno scritto finora i nostri eruditi, si -troveranno in quest'opera, sull'antichità, sui -diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi -di Milano. Molti de' principi che hanno -signoreggiato sulla nostra patria, si vedranno -rappresentati da me con colori diversi dagli -usati sinora; perchè, combinando i fatti, ho -cercato di cavare da essi le opinioni, anzichè -trascrivere i giudizii già pronunziati. Non rispondo -che in un'opera vasta per sè medesima -non mi possa esser corso qualche errore di -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che -sia sicura di non averne! Rispondo bensì che -ho fatto quanto era possibile alla mia diligenza -per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente -istrutto delle antichità milanesi, non -potrà certamente divenirlo colla sola lettura -di questo libro; ma, dopo di esso, converrà -che ricorra agli autori originali, e con essi si -addomestichi: ma per le persone che cercano -soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare -una conveniente istruzione delle cose della patria, -questo libro può bastare, e per essi veramente -ho travagliato. -</p> - -<p> -Il linguaggio della Storia è quello della verità: -sacra, augusta verità, nemica di quella -cinica invidiosa maldicenza che cerca di trovare -la malignità nella debolezza: nemica della -licenza, turbolente, declamatrice, che, incautamente -affrontando ogni opinione, tenta di svellerla, -per ambizione di nuove dottrine, a cui -sacrifica il proprio e l'altrui ben essere: verità, -donna e signora delle menti assennate, che -placidamente si annunzia e porta gradatamente -la face dell'evidenza, senza offendere gli occhi -con passaggero balenare d'una effimera luce. -Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima -al mio stile; e due sentimenti son certo che i -giudiziosi miei lettori vi troveranno costantemente, -amore del vero ed amore della patria. -Avrei tralasciato di porre il nome a quest'opera, -se i fatti si potessero credere ad un -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -incognito, come si possono esaminare i ragionamenti -senza bisogno di sapere chi gli abbia -tenuti. Ho rappresentato lo stato de' nostri -maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho -rispettato la patria e i miei lettori, e non presento -loro favole illustri. Ho imparzialmente -dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità -e la gloria; il vizio e la virtù, quali -mi sono presentati nella successione de' tempi. -Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri -costumi ed azioni che la Storia possa narrare -con piacere, senza bisogno di alcun ornamento. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -</p> - -<p class="title"> -STORIA DI MILANO -</p> - -<h2 id="cap1">CAPITOLO PRIMO</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -<i>Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, -seguita nell'anno 452.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -L'origine di una città antica si perde comunemente -nella oscurità de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti -secoli dai quali a noi non è trapassato monumento -alcuno, e perciò debbono considerarsi come secoli isolati e -inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è la fondazione -della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio fanno -menzione, con autorità però sempre dubbia; perchè trattasi -di un avvenimento accaduto più secoli prima che questi -autori scrivessero, e presso di un popolo che probabilmente -ignorava persino l'arte della scrittura con cui passare -a' posteri la notizia de' fatti. Conviene però queste -opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare -dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia -più credibile. -</p> - -<p> -Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli -abitatori dell'Insubria dai Galli, che, superate le alpi, si -collocarono in questa pianura; e perciò quella che oggidì -chiamasi <i>Lombardia</i>, dai Romani ebbe il nome di <i>Gallia -Cisalpina</i>. Questa general opinione degli antichi viene confermata -ancora al dì d'oggi dalla pronuncia del dialetto -popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti di -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -qua dalle alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, -viene pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri -all'Italia, per modo che, chiunque sia avvezzo al -parlare di Napoli, dì Roma, della Toscana o d'altra parte -d'Italia, giudicherà piuttosto francesi che italiani i Lombardi -che parlano il loro dialetto; il che rende verosimile -l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perchè se -bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole -diversità, noi dovremmo avere assai più parole ed accenti -teutonici che non abbiamo, sebbene la lunga dominazione -de' Longobardi e l'invasione loro sia accaduta in secoli a -noi più vicini. -</p> - -<p> -Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, -duce dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, -che prima avevano quivi collocate le loro sedi.<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> -<i>Galli... fusis acie Tuscis, haud procul Ticino flumine: -quum, in quo consederant, agrum Insubrium appellari -audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi -omen sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt</i><a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>. -Il saggio autore però dapprincipio dice ch'ei -riferiva sulla rimota venuta de' Galli quanto gli era stato -narrato:<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> <i>De transitu in Italiam Gallorum haec accepimus</i>; -e poco sopra, parlando di questa venuta, dice:<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a> -<i>Eam gentem traditur... alpes transisse</i>. Trattasi di -un avvenimento: che viene collocato nella 45 Olimpiade, -vivendo Tarquinio Prisco, cioè seicento anni prima dell'era -volgare. Non abbiamo nel nostro paese monumento -che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione colta entro di -esso prima d'Augusto, Negli scavi che sinora si sono fatti -sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua -alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -o di creta, che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che -prima dell'era volgare gli abitanti dell'Insubria conoscessero -le arti. Non abbiamo libro alcuno scritto in Italia di -cui l'autore non sia vissuto più secoli dopo l'epoca in cui -si dice fondata la città nostra. Livio stesso non indica di -aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti -che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più -dice, che <i>haec accepimus</i>, ovvero <i>traditur</i>; l'asserzione -perciò di Livio tutt'al più ci farà credere che l'opinione -de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva, fosse che la città di -Milano avesse per fondatore certo antico Belloveso, e che -tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per molte -generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente. -</p> - -<p> -Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso -sia stato il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente -dubitare se Milano abbia avuto un fondatore, cioè -un capitano, un principe il quale, avendo il disegno di -creare una città, abbia collocato una popolazione nel sito -ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione nasce dall'osservare -che le città quasi tutte, e nella Lombardia e -nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde -d'un fiume, al lido del mare, e i luoghi muniti e forti si -sono piantati anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati -e di accesso difficile. Milano non ha alcuno di questi vantaggi. -Chiunque avesse avuto pensiero di fabbricare una -nuova città su di questa pianura, doveva essere invitato a -disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino, -ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto -necessaria agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna -per trasportare ogni genere, che si dovettero scavare -artificialmente de' canali secent'anni sono per rendere -comuni anche a Milano questi comodi; il che si sarebbe -certamente risparmiato qualora il sito fosse stato -trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano -mi sembra formata per una serie di circostanze senza un -fondatore, e mi pare che, dalla condizione d'un povero -villaggio, gradatamente ampliatasi, diventasse insensibilmente -una città, senza che uomo alcuno avesse concepita -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne di -agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; -la fecondità della terra, la moltiplicazione degli -abitanti avranno dato luogo a formarvi un villaggio per -domiciliare il contadino vicino al suo campo, e così la fertilità -della terra avrà dato motivo di sempre più ampliare -la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a formarne -una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche -albero, fortuitamente trasportato dalla corrente di un -fiume, arrestarsi laddove co' rami urti nel fondo, e servire -indi a trattenere le ghiaie e le piante che successivamente -il fiume trasporta, e così formarsi un'isola coll'andare degli -anni, su di cui gli uomini vi piantano poi la loro dimora. -Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi -che persuaderci che siasi formato un disegno di piantare -una città lontana dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi -per bere, e a trasportare tutto per terra. La ragione medesima -per cui dubitiamo della fondazione attribuita a Belloveso, -ci rende sospetto il racconto di certo famoso capitano, -che aveva nome <i>Medo</i>, a cui si attribuisce la prima -pianta della città, accresciuta poi di molto da certo altro -famoso capitano, per nome <i>Olano</i>, dalla unione de' quali -nomi se ne pretende formato <i>Mediolanum</i>: sono opinioni -senza alcuna prova, le quali sgorgano dai tempi oscuri, e -perciò le accenno al solo fine di non lasciare ignorare -quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia -del nostro paese. -</p> - -<p> -La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa -darci de' sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. -Le alpi contornano questa pianura dalla parte settentrionale, -e gli Appennini dal ponente e dal mezzogiorno -la chiudono. Si mutano i nomi, ma in realtà la costiera -non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre parti, -lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre -il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i -venti che, sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di -levante. In questa pianura così fiancheggiata le altissime -montagne che la cingono, vi gettano fiumi e torrenti, i -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -quali si uniscono al Po, ed esso ha la sua foce nell'Adriatico. -La terra fecondissima su di cui abitiamo, per poco che -gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe coperta -dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor -abate Frisi, nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i -titoli, perchè valgon meno che le due parole <i>Paolo Frisi</i>, -mi ha graziosamente comunicate le notizie che i due laghi -maggiore e di Como sono prossimamente allo stesso livello, -cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano. Il -lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; -così riesce braccia duecentocinquanta più alto della città di -Milano, cioè settanta braccia ancora più alto sopra la sommità -dell'aguglia del Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii -di acque più alte e imminenti. La pianura è alquanto -pendente verso del Po. La città di Milano, dalla parte più -elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta, -cioè dalla mura di porta Nuova a quella di porta Ticinese, -il che fa vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone -la piazza del Duomo a livello della sommità della -torre di Sant'Eustorgio. Le spese e le cure incessanti che -esigono gli argini del Po, l'altezza a cui giungono le piene -al disopra del livello de' campi, ci convincono che un mezzo -secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta -la parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese -gli esempi di terre e province coperte dalle acque del Reno -sviato dal Po. Una dissertazione del maestro e lume della -storia italica, signor Lodovico Antonio Muratori<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>, ci dimostra -con quanta facilità diventino lago o palude i paesi -più floridi della Lombardia, tosto che cessino gli uomini -di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della natura, -che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e -sul quale artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano -gli uomini, quasi contro il di lei volere; simile in -ciò agli Olandesi, i quali, come noi, hanno pascoli, burro -e caci eccellenti, e al par di noi hanno ottimi lini, e meglio -di noi li preparano. Ogni volta che sia mancata la vigilanza -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -nel preservare il piano della Lombardia dalle innondazioni, -ivi si è formata una pallude. Sant'Ambrogio, nella -lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, -Brisello, Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> -<i>tot semirutarum urbium cadavera.</i> Queste erano al tempo -di Cicerone splendidissime colonie del popolo romano, ridotte -nel quarto secolo, dopo le guerre di Magno Massimo -e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza poi, nel -secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella -vita di san Geminiano<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>.<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a> <i>Mutinensis urbis solum, nimia -aquarum insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, -et stagnis ex paludibus excrescentibus, -incolis quoque aufugentibus noscitur esse desertum. -Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries, -saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis -aptissima, aquarum crebra, ut diximus, inundatione -submersa.</i> Se dunque è vero che la costruzione fisica -della Lombardia la conduca allo stato di una palude, -da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di -cultura e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la -attenzione degli uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano -il lor sito coprendo la terra; sarà anche assai verosimile -il dire che ne' tempi antichissimi questa pianura -fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i Galli, -collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di -aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare -sopra di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde -all'antica tradizione, che il luogo eminente di Castel -Seprio, distrutto poi l'anno 1287, come vedremo, fosse -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -una delle prime sedi degli Insubri; questo pure corrisponde -a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e Strabone<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>, -descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di paludi; -e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago -Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte -bassa è tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio -ne' contorni di Crema, di cui trattano le carte de' secoli -bassi, sebbene al giorno d'oggi non sianvi in quel distretto -paludi che formino isola alcuna. I documenti più sicuri dell'antichità -sono i fisici. La curiosità nostra vorrebbe sapere -come e perchè i Galli, uscendo dalla loro patria, sieno venuti, -arrampicandosi sopra difficili montagne, a stabilirsi -in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma -la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che -non lo sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. -La storia è piena di emigrazioni di popoli interi; la fuga da -qualche disastro fisico, innondazione, terremoto, ec.; la -violenza d'una barbara nazione che sforza a sloggiare e -cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste; l'avidità di -godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le -cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le -colonie greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, -la Ungheria ed altri regni; le spagnuole, le inglesi ec., -l'America. Al tempo delle crociate l'Europa tentò di invadere -l'Asia, come in prima l'Arabia si stese sull'Africa e -sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni anche al dì -d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal sassone, mentre -nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, -la quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano -lingua sassone. Nella Germania, in molte province, -i contadini parlano l'illirico, mentre nella città la lingua -naturale è la tedesca. Anche nella Spagna l'antica lingua -conservasi nelle montagne della Biscaglia, e niente somiglia -alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e poscia -degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte -della terra ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -popolazioni, che vi si piantarono, siccome i Galli -antichissimamente fecero, in questo paese; ma per qual -motivo questo accadesse, non ce lo può dire la storia, che -in Italia non riascende sino a que' tempi. -</p> - -<p> -Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; -oltre quella accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è -chi la deriva dal tedesco <i>Mayland</i> (così chiamasi Milano -in Germania), e questa voce significa paese di maggio, -paese di primavera; denominazione che veramente conviene -poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti, -e in cui ne' sei mesi dell'anno, che cominciano in novembre -e terminano al fine d'aprile, l'altezza media del -termometro è al disotto del temperato, e dove in quella -metà dell'anno la terra è soggetta al gelo ed alle nevi. La -più comune sentenza fa nascere la voce <i>Mediolanum</i> da -un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo -mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano -così credette, ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio -celebrate in Milano, ci rappresentò Venere che, abbandonando -Cipro, passa sul mare e si porta a Genova, donde, -superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso -Milano. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> <i>ad moenia Gallis</i></p> -<p class="i01"><i>Condita, lanigerae suis ostentantia pellem.</i><a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a></p> -</div></div> - -<p> -Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il -quale, annoverando le città più illustri, così volle indicarci -Milano. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Et quae lanigero de sue nomen habet.</i><a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a></p> -</div></div> - -<p> -Altri furono di parere che altre città della Gallia e d'Albione -si chiamassero con tal nome, e che i Galli chiamassero -perciò Milano la città da essi fabbricata: opinioni tutte -arbitrarie, incerte e di una infruttuosa discussione; perchè -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -i nomi s'inventarono prima che s'inventasse la scrittura, e -la storia non ha principio se non dopo ritrovata la scrittura. -</p> - -<p> -Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano -ascende all'anno di Roma 533, cioè appunto duemila -anni fa, scrivendo io nel 1779. I consoli Cnejo Cornelio -Scipione e Marco Marcello conquistarono l'Insubria, -e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno -221 prima dell'era volgare. Vorrei pure sapere a quale -stato di coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse -il loro governo civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; -se avessero monete; qual religione e qual linguaggio fossero -naturali a quei popoli; se coltivassero i campi; qual -forma presentasse la fisica in questo tratto di paese: ma di -ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco ci attesta -che allora Milano era una città molto popolata:<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> -<i>urbem Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum -vocant. Hanc Galli Cisalpini pro capite habent</i><a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>; -ma Plutarco scrisse due secoli e più dopo Marcello e Scipione. -Polibio ci assicura che Marco e Cornelio, consoli, -guerreggiando contro de' Galli Insubri,<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a> <i>Mediolanum, -praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, -urbe, quae et frumento et omni genere commeatus refertissima -erat, potitus, Gallos persequitur</i><a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. È verisimile -assai che Marco Marcello, dopo conquistata Milano, -abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la quale, -coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco romano. Di -sì fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in -memoria delle conquiste fatte, ovvero per dominare la città -vinta, e dalla sommità della torre potere all'occasione vedere -e nuocere. È tanto celebre presso degli storici nostri quest'Arco -romano, che conviene per qualche poco ragionarne. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -</p> - -<p> -Molte volte mi accaderà nel decorso di quest'opera di -nominare il signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene -ora ricordato, perchè tutto quello che dirò dell'Arco romano, -da lui lo preso; e chi volesse vedere l'oggetto più -distesamente, esamini il tomo sesto della di lui Storia, -dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma, il -Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco romano -nella più ampollosa e strana foggia: Un arco lungo -niente meno di due miglia; monito dai due lati di altissime -mura; e nel mezzo di questo lunghissimo fabbricato -si descrive una torre da cui si dominava nulla meno di -tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime -colonne. La larghezza di questo Arco romano era un getto -di pietra, e si chiamava ora l'Arco romano ed ora l'Arco -trionfale. Di questa mole immensa però non se ne mostra -nessun vestigio: si disputa per fino sul luogo ove fosse collocato; -e un architetto potrebbe fare un immenso portico -eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che somigliasse -a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo -stato il nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò -che l'Arco Romano altro non era se non una massiccia -torre, vasta e quadrata, piantata sopra quattro solidissimi -pilastri, e sostenuta da quattro archi; opera tutta di pietre -grandi e quadrate, che molto si innalzava, e conteneva -stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa -torre era collocata sulla via romana, di contro al luogo -ove oggi vedasi il monastero di San Lazzaro<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>. Di simili -torri se ne vedono altre memorie nella storia di Roma, -e Lucio Floro<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> scrive che Cnejo Domiziano Enobarbo, e -Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano vinto gli -Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso, sopra -di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti.<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -<i>Utriusque victoriae quod quantumque gaudium fuerit, -vel hinc existimari potest quod et Domitius Ænobarbus -et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant in locis, -saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus -trophaea fixere.</i> La nostra torre diventò celebre dappoi -per le esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non -meno che per gli avvenimenti accaduti durante la guerra -che Federico I mosse ai Milanesi, intorno al qual tempo -rimase distrutto quest'antico e forte edificio. La opinione -del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata sempre più -dal<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> <i>Chronicon Vicentii Canonici Pragensis</i>, che per -la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione -del padre Gelasio Dobner, che ha per titolo:<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> <i>Monumenta -Historica Boemiae nusquam antehac edita. Pragae.</i> -Il Canonico era testimonio di veduta, e così la descrive:<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a> -<i>turris fortissima, maxima, de fortissimo opere -marmoreo, quae arcus romanus dicebatur</i><a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>. Questo -testimonio non poteva essere noto al conte Giulini, perchè -non ancora pubblicato mentr'egli scriveva. -</p> - -<p> -Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante -la repubblica di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo -durante i primi tre secoli dell'era volgare. I Romani, -stesa che ebbero sulla Insubria la loro dominazione, piantarono -delle nuove città; tali furono Piacenza, Cremona e -Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero -padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque -stagnanti, e fra essi Emilio Scauro si distinse; poi, mentre -Roma era lacerata dalle fazioni, il senato, al tempo di -Silla, accordò la cittadinanza romana a tutti gli abitatori -dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia, che prima terminavano -al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino all'Alpi; -e così divenimmo italiani per adozione. Il dominio adunque -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò -di nuove; rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo -dalle paludi; dallo stato di barbarie c'innalzò a quello -di una società civile; e perfine da sudditi che ci aveva resi -la forza, la beneficenza romana ci fece liberi; e membri -d'una illustre Repubblica, fummo capaci delle magistrature -di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano. Cenando -quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli -eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica -e senza atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore, -il quale ne provava confusione; ma Cesare giocondamente -prese a mangiare quelle rozze vivande, e seriamente -rivolto a' Romani fece loro la questione, se fosse più rozzo -e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla foggia -del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>. Marco -Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte -e sublime, eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati, -che gli innalzarono nel foro una statua di bronzo; di che -ci fanno fede Svetonio e Plutarco. Quando Augusto, reso -padrone della terra, passò a Milano, si trattenne ad osservare -questo monumento, non senza inquietudine dei Milanesi, -ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui, -per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisione di Cesare -e il nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo -di farci un encomio, perchè rendevano omaggio alla virtù -indipendentemente dalle vicende capricciose della -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -fortuna<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>. Così i Romani colti e potenti trattarono gl'Insubri -agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai -vinti, nè mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, -fieri contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione -su i popoli per liberarli dalla tirannia, per condurgli -alla coltura e allo stato civile. Non credettero mai utile -nè giusto il disprezzo anche verso un popolo barbaro. La -grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano, e -i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano -loro cari. Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto -comando, egli ha fatto maravigliare l'Europa; il tempo -schiarirà sempre più il problema politico, se a incivilire -un popolo più giovi l'energia e la rapidità del comando, -ovvero la industriosa sapienza dei mezzi trascelti; e se la -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del -clima nativo e riparando accortamente le sole ingiurie di -quello, o veramente con artificiale ed estraneo calore costringendo -la natura. -</p> - -<p> -Fra gli imperatori dei primi secoli, Giulio Capitolino -scrive che Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. -Elio Sparziano e varii altri ci assicurano che Giuliano Didio, -che fu proclamato imperatore l'anno 195, fosse milanese. -Nel terzo secolo i popoli del Settentrione cominciarono -a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa -parte d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e -furon scacciati; e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori -portassero la loro ordinaria sede più vicina alle -Alpi per vegliare più di presso alla sicurezza d'Italia. -L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto per cui è -annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di -monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi -un passo; e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il -tentare di penetrarvi con un esercito, che s'inventarono -dei favolosi aiuti per ispiegare il passaggio che vi fece -Annibale, quantunque gli abitatori delle Alpi non fossero -suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che nessuna -estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, -se opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi -dei paesi e custodire le alture che dominano sulle -vie; e porre gli invasori nella condizione di comprare con -una battaglia vinta il potere di avanzare pochi passi e disporsi -a nuovo cimento, e ciò con una lunga alternativa, -che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse da -quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di -estere genti per mare non potevano allora temersi, perchè -non v'era alcuna nazione che avesse un corredo marittimo -capace di tentarlo; l'Italia, per godere dei vantaggi d'un'isola, -non ha che a rendersi forte nei sbocchi delle Alpi; -e così fecero gli imperatori verso la fine del terzo secolo, -a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno -di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di -un Augusto, prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -e trucidavano per collocare un successore sul trono del -mondo. Nei contorni di Milano qualche tempo soggiornò -Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso Milano, e in -memoria abbiamo un villaggio che dai Latini chiamossi -<i>Pons Aureoli</i>, ora <i>Pontirolo</i>. Marc'Aurelio Valerio Massimiano -Erculeo è stato fra gli imperatori quello al quale -più deve la città di Milano; perchè fu probabilmente il -primo che collocò la sua sede in Milano, e fu quello che -cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio Vittore.<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> -<i>Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae -urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia.</i> -Il giro di queste mura però non era più di due -miglia, e viene assai accuratamente descritta la loro posizione -nel libro: <i>Le vicende di Milano durante la guerra -con Federico I, imperatore</i>, pubblicato con eleganza dalla -stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, -l'anno 1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, -come verosimilmente lo era nel secolo XII, e col muro di -Massimiano, che allora sussisteva. Io non ripeterò quanto -ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò soltanto -che probabilmente allora non v'erano che nove porte della -città. La <i>Romana</i> era poco lontana da San Vittorello; la -<i>Erculea</i><a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> era fra il monastero della Maddalena e quello -di Sant'Agostino; la <i>Ticinese</i> era al Carrobbio; la <i>Vercellina</i> -era vicina a San Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa -poco lontana ha il nome di Santa Maria alla Porta; la <i>Giovia</i> -era vicina al monastero di San Vincenzino; la <i>Comasina</i> -era poco discosta da San Marcellino; la <i>Nuova</i> stava collocata -più interna prima della chiesa de' Minimi; la porta -<i>Argentea</i>, ora <i>Renza</i>, era prima di giungere alla colonna, -così detta del Leone; la porta <i>Tosa</i> era al fine della via -di San Zenone. Dalla situazione delle porte facile sarà a -chiunque il comprendere a un di presso dove si trovassero -le mura fabbricate da Massimiano. Le chiaviche e il condotto -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -delle acque coperto che spurga la città, sono l'acquedotto -antico, il quale fiancheggiava esternamente le -mura di quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, -ivi si aprivano le porte. Di queste mura molte descrizioni -se ne sono fatte. Il Fiamma, al suo solito, asserisce che la -larghezza di queste mura fosse di ben ventiquattro piedi -di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di quindici -miglia, l'altezza di sessantaquattro piedi, e, finalmente, che -vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito. -Molti hanno di poi ripetute simili fole, degne di stare accanto -all'Arco romano di due miglia. Gli scrittori di questi -ultimi tempi si sono limitati a credere cento torri, dodici -piedi di grossezza al muro, due miglia di estensione: -ed anche di meno ne credo io; perchè troppo sarebbe vicina -una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve ne -fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci -rimane nel Monastero maggiore, non ha dodici piedi di -grossezza nel muro, nè è difesa da sassi quadrati, come -nemmeno lo sono le antiche mura di Roma istessa, tutte -di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo e -del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano -i nostri storici. Nè può negarsi che vi fossero tali -fabbriche, poichè, oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo -anche oggidì due luoghi della città chiamati l'uno -al <i>Circolo</i>, l'altro al <i>Teatro</i>; ed è ben naturale che una -città in cui molto risiedevano gli Augusti, avesse tai luoghi -destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire -per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai -pretesi grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime -colonne di Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe -qualche avanzo di Circo, e massimamente di Teatro, se -fosse stato eguale almeno a quello di Verona, che vedesi -intero nella gradinata; opera che non si distrugge facilmente: -e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di -cui nome conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, -senza che nessun pezzo di antica architettura ce ne assicuri -la decantata magnificenza. Lo scopo che mi sono proposto -non è la descrizione di Milano, nè l'esame minuto -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse -di troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente -il Circo, il Teatro, il Palazzo vennero costruiti nel -decorso del quarto secolo, e furono opere inferiori al grido -che ebbero dappoi, singolarmente nei notissimi versi di -Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele e veridico, -trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale -di Pavia, e che dicono: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Et Mediolani mira omnia: copia rerum;</i></p> -<p class="i01"><i>Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum</i></p> -<p class="i01"><i>Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro</i></p> -<p class="i01"><i>Amplificata loci species; populique voluptas</i></p> -<p class="i01"><i>Circus, et inclusi moles cuneata theatri:</i></p> -<p class="i01"><i>Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta,</i></p> -<p class="i01"><i>Et regio Herculei celebris sub honore lavacri,</i></p> -<p class="i01"><i>Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis,</i></p> -<p class="i01"><i>Moeniaque in valli formam circumdata limbo;</i></p> -<p class="i01"><i>Omniaque magnis, operum veluta emula, formis</i></p> -<p class="i01"><i>Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.</i><a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a></p> -</div></div> - -<p> -Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -una magnifica città per la popolazione, l'abbondanza, la -coltura, la fortezza ed il lusso; ma qualche espressione -è da poeta. A un uomo che avea ammirato Roma, non -potevano sembrare<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> <i>mira omnia</i> le cose di Milano. -Noi non vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di -marmo che ornavano la città. Se vi fossero state fabbriche -innumerevoli e colte, dai rottami della antica città, negli -scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire o belle statue -antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba architettura, -avanzi dei tempii, dei palagi, delle ròcche emule -della grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra -la terra; e da essa nei contorni di Roma, in quei di Napoli, -nella Sicilia, nella Grecia si scavano ogni giorno dei -preziosi avanzi della magnificenza e della coltura antica. -</p> - -<p> -Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come -presso de' Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione -nel secolo che ebbe il nome di Augusto, declinarono -poscia ed invecchiarono da sè, prima che i barbari entrassero -a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma, -ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata -rozza e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino -in poi, s'andarono sempre più degradando e diventando -barbare. Al tempo poi di Costantino, al principio -del quarto secolo, abbiamo un documento della totale decadenza -della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si -dovettero in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, -inserire i bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano, -perchè in Roma non v'era più un'artista capace di farvene; -e veggonsi i Daci e la figura di Traiano incassati per ornare -un monumento de' trionfi di Costantino; e que' pochi -ornati che vi si dovettero allora aggiungere per riempire -il vano sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori -di alcuni simili travagli gotici. Ciò posto la grandezza -di Milano s'innalzò appunto nel tempo in cui tutte -le idee grandiose e nobili delle belle arti già svaporavano; -e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli altri celebrati -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di -proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, -credo vere, e che ho pubblicate anni sono in un discorso -sull'indole del piacere e del dolore, ove sviluppai il principio -motore dell'uomo, che, a mio parere, è il solo dolore; -ma siami permesso di accennare che, frammezzo agli -orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci proscrizioni -del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori, -i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, -pittori più illustri; e che, sotto un seguito di regni di -cinque benefici e grandi augusti, Nerva, Traiano, Adriano -Antonino e Marc'Aurelio, regni preziosi alla virtù, alla -umanità ed al merito, le belle arti protette e pacifiche si -esercitarono, perchè onorate; ma non s'innestarono nei -giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde nella -seguente generazione scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere -Isacco Newton, che il nostro cittadino signor abate -Paolo Frisi ha stampato, mostrasi come, fralle atroci rivoluzioni, -al tempo del regicidio, sotto la tirannia di Cromwell -e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante del -proprio sangue, si svilupparono gli ingegni sublimi che -hanno resa gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori -vengono a schiudersi que' principii di attività, e l'animo -viene a ricevere quell'energia e quell'impeto che lo scagliano -al disopra degli ostacoli, e lo costringono a seguire -ostinatamente una serie di idee per sottrarsi ai mali della -comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce -protezione s'abbandona a godere del momento presente. -Con ciò viene a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente -accaduto e nel secolo d'Alessandro e in quello di -Augusto e nei successivi tempi; cioè essersi riscossi gl'ingegni -e comparsi sul teatro del mondo gli uomini grandi -ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e tormentato; -essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti -in mezzo alle calamità; e tutto essere svanito e depravato -colla felicità dei tempi. Raffaello, Michelagnolo, -Tiziano, Correggio dipingevano i loro lavori immortali -prima che fosse instituita l'accademia di San Lucca; e -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che -reggevano i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario -Fiorentino. I loro talenti gli innalzarono a godere poi -della sicurezza e degli onori; ma la fatica, per diventar -sommi artisti, l'affrontarono spintivi dai mali. Pietro Cornelio -e Racine sublimarono il teatro francese al maggior -grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi. Dacchè -venne eretta l'Accademia francese in Roma non si è innalzato -alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, -nati, vissuti e resi grandi fra le torbulenze. Virginio aveva -quarant'anni quando seguì la battaglia d'Azio; Orazio era -più giovine di lui cinque anni; Cicerone ebbe troncato il -capo nella proscrizione; insomma nessun uomo ha mai potuto -diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, -i quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, -irritano e spingono al disopra del livello comune, -qualora vi sia speranza di superarli; su di che bastantemente -ho spiegata la mia opinione in quel discorso. Milano -adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali -l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata -e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi -esagerare le magnificenze che gli scrittori nazionali -ci hanno vantate. Un solo monumento ci rimane dell'antico, -e sono le sedici superbe colonne di ordine corintio scannellate; -pezzo di così nobile e grandiosa architettura, che -sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso al -Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni -sono del buon secolo, nè io potrei crederle mai -innalzate al principio del quarto secolo, come finora si è -scritto, attribuendole a Massimiano Erculeo. Il chiarissimo -nostro P. Pini, benemerito della Mettalurgia per l'opera<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> -<i>De Venarum Metallicarum Excoctione</i>, e benemerito -per le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, -crede che il marmo di quelle preziose colonne sia -tratto dall'antica cava di Oligiasca, terra del lago di Como, -posta fra Bellano e Piona. Si è opinato che questo fosse il -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico bagno dedicato -ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile parimenti -il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che -è vera, si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci -sia rimasto; che sembra essere del secolo d'Augusto, o -poco dopo, e che meriterebbe d'essere nuovamente riparato -dalla rovina che minaccia, per trapassarlo a' posteri, -come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel secolo -XVI. -</p> - -<p> -Nel quarto secolo molto dimorarono i Cesari in Milano; -Massimiano Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305. -Nello stesso giorno, 1.º di maggio, fu in Milano dichiarato -cesare Flavio Valerio Severo. Costantino, Costanzo, Costante -varie leggi scrissero in Milano, registrate nel Codice -Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in Milano, sottoscrisse -la famosa legge di tolleranza, in vigore di cui venne -legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla qual -legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a> -<i>ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestaem -sequendi religionem, quam quisque voluisset</i><a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>. -In Milano, l'anno 355, Giuliano fu dichiarato Cesare; e -Costanzo radunò un concilio in Milano, a cui intervennero -più di trecento vescovi. Valentiniano e Valente promulgarono -in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano, -ove anche morì l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in -Milano celebrò le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena -sette anni si osservano senza leggi promulgate in -Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si raccoglie -che in quella compilazione vi sono trecento undici leggi -pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; nè certamente -in tale collezione si saranno trascritte se non quelle che -si credettero destinate a formare la stabile legislazione di -tutto l'impero. Questo fatto solo ci prova come nel quarto -secolo, e al principio del quinto, essendo diventata Milano -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -la residenza ordinaria degli Augusti, dovette per conseguenza -essere una cospicua città, ricca, popolata e tanto -colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi. -</p> - -<p> -Sanno gli eruditi che Costantino, temendo la troppo estesa -potenza del prefetto del pretorio, potenza funesta a -molti imperatori, diede una nuova forma al governo dell'Impero; -abolì il prefetto del pretorio e divise le provincie, -affidandone il governo a distinti ufficiali. L'Italia allora -in due parti venne divisa. La capitale della parte meridionale -fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi -pose il <i>vicario di Roma</i>, in Milano il <i>vicario d'Italia</i>. Il -governo del vicario di Roma si stendeva sopra dieci province, -cioè la Campagna, l'Etruria, l'Umbria, il Regno suburbicario, -la Sicilia, la Puglia e Calabria, la Lucania e -Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e la Valeria. Il -vicario di Milano sette province governava, cioè la Liguria, -la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a -cui fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra -Rezia. Il sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel -quinto ancora, la città di Milano la prima città d'Italia sicuramente -dopo Roma, e di questa antica grandezza ne -rimangono ancora alcune vestigia nella cospicua dignità -della sede vescovile di Milano<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>, giacchè le giurisdizioni -ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo civile -de' primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi -delle città capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle -città che nel governo politico da quelle dipendevano<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>. -Il che posto, conosciamo quanto cospicua città sia stata Milano -nel quarto e nel quinto secolo, osservando che il di -lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di ventuna città -da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara, Bergamo, -Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona, -Torino, Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova, -Como, Coira, Ivrea ed Alba, e questi erano suoi suffraganei -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -anche nei secoli posteriori. I confini delle diocesi, le preminenze -delle sede vescovili, sono per lo più un indizio -sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni città e -dell'antico stato di ciascheduna; perchè le cose sacre, anco -presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate -per lo più intatte framezzo alle rivoluzioni civili. -</p> - -<p> -La dignità del vescovo di Milano, che giustamente può -in questi tempi de' quali tratto chiamarsi metropolitano -bensì, ma non già arcivescovo, titolo posteriormente introdotto, -e che significa onorificenza più che giurisdizione; la -dignità, dico, del metropolitano ricevette sommo risalto da -sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la pietà, per la -fermezza e per ogni sorta di virtù celebratissimo, e collocato -fra gli esimii dottori della Chiesa. Celebre è il coraggio -nobile e virtuoso col quale escluse dai sacri misteri -l'augusto Teodosio. Nella Macedonia i popoli della città di -Salonicco, allora <i>Thessalonica</i>, tumultuarono contro alcuni -imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce -inconsideratezza, slanciò la licenza militare sulla infelicissima -città, ove vennero barbaramente scannati più di settemila -abitatori, donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei, -senza distinzione; e le pubbliche strade e le case vennero -coperte di cadaveri, vittime di quest'atroce crudeltà. Questi -orrori vengono dalla storia registrati nell'anno 390. -Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella chiesa. -Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia -di quell'augusto che non l'avrebbe ammesso a partecipare -de' sacri misteri se prima non avesse espiato il suo delitto -con pubblico pentimento. Voleva lasciare il pregio della -spontaneità alla riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere -tutto piegarsi ai suoi voleri, pensò che la sola maestà -di sua presenza dovesse annientare ogni riguardo; s'incamminò -per entrare nella chiesa, ove, con passo grave, -affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli -queste parole: <i>Uomo grondante ancora di sangue innocente, -ardisci tu con tal fronte portare la profanazione -nel santuario, e collocare il delitto impunito nel tempio -del Dio della giustizia, della mansuetudine e della pace?</i> -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di quell'augusto -la riprensione sacerdotale. Obbedì al sacro ministro -a vista di tutto il popolo, e partissene. Riparò la -gran colpa con pubblica espiazione, o colla migliore di -tutte, cioè colle opere virtuose e col premunirsi da simili -eccessi, comandando che qualunque ordine severo gli accadesse -in avvenire di proferire, i ministri dovessero per -trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loderò questa -legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi -fratelli, non deve loro manifestare il timore ch'egli ha di -essere ingiusto e violento. Questo è un colpo alla opinione -su di cui si appoggia il governo; s'ei non era padrone di -sè stesso, da uomo virtuoso doveva giudicarsi incapace di -reggere gli altri e dimettere la porpora. Dirò bensì che -ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la -loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanità -intera ha tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo -fatto solo sarebbe stato bastante ad ottenerla al santo vescovo. -L'ebbe in fatti a tal segno, che da lui prese la Chiesa -milanese il nome, il rito e la dignità. La liturgia ambrosiana, -che anche oggidì si conserva, sebbene abbia sofferte -molte variazioni co' secoli, essa però si è preservata -attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla. -Io non deciderò quale sia la miglior costituzion ecclesiastica, -se la repubblicana, ovvero la monarchica; nè mi propongo -di trattare di cose sacre. So che col cambiare dei -secoli le circostanze si cambiano; che una forma di civile -governo, ottima in una combinazione di cose, può diventare -pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una -società combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente -cambierà la costituzione propria, qualora per -quello ottenere i civili cambiamenti lo consigliano; e così, -senza ch'io intenda di preferire l'antico sistema all'attuale, -unicamente come storico osserverò che l'autorità -del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente da -Roma in quei tempi; e che tale si conservò fino al duodecimo -secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano -di Milano veniva eletto per lo più dai primari -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -ecclesiastici, che si chiamarono <i>cardinali della santa Chiesa -milanese</i>: così i vescovi suffraganei erano eletti dal -clero delle loro città. Non dipendeva il vescovo suffraganeo -che dal metropolitano, dal quale era ordinato vescovo; ed -il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai suffraganei. -Le controversie o si decidevano dal metropolitano, -ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il -quale giudicava sulla canonicità delle elezioni controverse, -e su quant'altro occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore -di san Pietro, il capo visibile della Chiesa, era da tutti -venerato, e Roma è sempre stata la norma del dogma e il -deposito della credenza; ma quantunque per circostanze -particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse -di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiarò di -non mai intromettersi nella elezione del metropolita, ma -unicamente ne ordinava la consacrazione, eletto ch'egli era -canonicamente. Nella ventesimanona epistola del libro terzo, -diretta<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> <i>ad presbyteros et clerum mediolanensem</i>, -quel sommo pontefice scrisse:<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a> <i>Verumtamen quia antiquae -meae deliberationis intentio est ad suscipienda -pastoralis curae onera pro nullius unquam misceri persona, -orationibus prosequor electionem vestram</i><a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>. Nei -tempi successivi non si mantenne nemmeno la dipendenza -di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il papa -san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano, Lorenzo, -per certe entrate che il metropolitano possedeva nella -Sicilia dipendente da Roma, nomina la Chiesa milanese -santa.<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> <i>Quod autem perhibetis ab exactione patrimonii -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -Siciliae provinciae, juris sanctae, cui Deo auctore -praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas -vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana -Ecclesia aliquid debeat solide definire</i><a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>; e Giovanni VIII, -nell'anno 878, scrisse un breve:<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> <i>Reverendissimo et -sanctissimo confratri Ansperto, venerabili archiepiscopo -Mediolanensi</i>. Così sia detto per conoscere quanto fosse -decorata la città di Milano, fatta sede del prefetto d'Italia, -soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo, e -parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo, -quanto ne trascorse dal sistema fissato da Costantino alla -devastazione di Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero -i Goti; cosicchè nessun'altra città dell'Occidente fu -a lei paragonabile per lo splendore, se ne eccettuiamo la -sola Roma. -</p> - -<p> -Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo -di Magno Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le -quali dagli eruditi si giudicano della zecca di Milano. Se -ne conoscono di Valente, di Valentiniano II, di Vittore, di -Eugenio e del tiranno Costantino, le quali si possono sostenere -della zecca di Milano. Quelle d'argento hanno le -lettere M. D. P. S., che s'interpretano <i>Mediolani pecunia -signata</i>; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., <i>Mediolanum</i>; -così vien letto. Hanno questi augusti regnato dal -364 al 407, ne' tempi appunto ne' quali Milano significava -tanto. Anche Ausonio ricorda ne' riferiti versi: <i>opulensque -Moneta</i>; non vedo che vi sia improbabilità alcuna nel darvi -una tale interpretazione. Le monete che si trovano negli -scavi del nostro paese sono per lo più del terzo, quarto e -quinto secolo. -</p> - -<p> -Ho cercato inutilmente di saperne di più di quei tempi. -Gli storici nostri accuratamente si occupano a verificare la -cronologia de' vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti -martiri, l'acquisto di molle sante reliquie, fondazioni, etimologie -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -di chiese, portenti accaduti o degni di una pia credenza; -ma nulla ci ha lasciato l'antichità, onde avere una -idea dello stato della popolazione, della civile costituzione, -del governo e del genio de' Milanesi; se marziale, ovvero -pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e sensibile -al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e -mezzo che trascorse fra l'Impero di Costantino e la devastazione -d'Attila accaduta nel 452. Così diciamo d'essere -nella ignoranza totale sullo stato della agricoltura del Milanese, -sulla negoziazione in que' secoli, sopra i costumi -sì religiosi che civili del popolo, e in una parola sulla storia -antica; nulla di più sapendosene fuori che essere stata -e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la città -di Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -</p> - -<h2 id="cap2">CAPITOLO II.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="bkq"> -<i>Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e -sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, -sino al di lei risorgimento.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -Attila, re degli Unni, aveva soggiogate già alcune province -dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di -popoli rozzi e feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo -solo rimaneva alla difesa dell'impero, e questi era Ezio. -Egli dunque, spedito incontro ai nemici, sconfisse i Barbari -ed obbligolli a rintanarsi fra i loro boschi nativi; ma -la gloria di questo generale mossegli contro l'invidia dei -cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto, ed -avrebbe difeso sè medesimo col proteggere il difensor dell'Impero; -ma Valentiniano III non era nè accorto, nè degno -del trono augusto. Egli fu atroce e imbecille a segno che -di sua mano a colpi di pugnale uccise Ezio; e dopo ciò Attila -invase l'Italia. Non v'era più uomo capace di opporsegli. -Aquileia, Padova, Milano e altre città furono saccheggiate -e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne -l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci -descrivano il fatto. Abbiamo però quanto basta per comprendere -che questa fu una vera distruzione ed una vera -rovina della nostra città; e per conoscerla basta leggere la -epistola che Massimo, vescovo di Torino, scrisse allora ai -cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio nell'antico -codice di pergamena, intitolato: <i>Homiliarum hiemalium</i>, -dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Così -quel santo vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini.<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a> -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -<i>Quidam imperiti nimis interpretes fuerunt dicentes: -Periit haec civitas, collapsa est Ecclesia, non est jam -causa vivendi. Immo causa est justius sanctiusque vivendi, -quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna -cum pietate disponit, hostium manibus non civitatem, -quae in vobis est, sed habitacula tradiit civitatis, nec -ecclesiam suam, quae vere est ecclesia, consumi jussit -incendio, sed pro correctione receptacula ecclesiae permisit -exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud -excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis, -clerus integer, et plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc -metu et moesta vivens, tamen in libertate perdurat... -non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut praedo -diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem, -irruptis muris, armatos fortesque hostes populi -inermes... fugerunt... Consolemur nos itaque fratres, -nec usque adeo suspiremus collapsas esse domos, -quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam... -vindictam erga nos suam Dominus temperavit -ut, direptis urbibus, vastatis agris, imminuta substantia, -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -nec animae nostrae, nec corpora lederentur... -ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque -nostris amissa reparare.</i> Perchè così Attila maltrattasse -gl'Italiani, perchè questi non si difendessero, -esattamente non lo sappiamo. Pare che il progetto di quei -feroci fosse, non di piantare una dominazione, ma di saccheggiare -e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Già -regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva -ottenuto un umiliante tributo dai Romani di settemila libbre -d'oro. Egli guidava una moltitudine di armati, che dagli -scrittori si fa ascendere a cinquecentomila e più uomini. -Gl'Italiani erano una nazione che, da conquistatrice, passò -ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata alla mollezza; -e una schiera di arditi selvaggi non può temere resistenza -da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca -la organizzazione ingegnosa del governo; e questa, -dopo i lunghi disordini dell'Impero, affatto mancava. Il -più rapido mezzo per acquistare le ricchezze d'una città si -è il diroccarla; e così intendiamo come Attila, mosso dalle -insinuazioni del sommo pontefice san Leone, abbandonasse -l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che tutti gli -storici fanno di questo generale è odiosissimo. Egli è vero -però che nessuno fra questi storici è Unno, o Gepida, o -Alano, o Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda -che in così breve tempo siansi cotanto estesi. Egli era sommamente -riverito da' suoi, e temuto dovunque. Se gli Americani -avessero scritti i fatti di Ferdinando Cortez, noi non -conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ciò non ostante -Attila fu un barbaro, che devastò depredando alla testa di -ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque passò. -I Romani vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano. -</p> - -<p> -Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione -diedero nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di -Padova e di Verona, dopo quest'ultima incursione de' barbari, -memori delle precedute, cercarono un asilo, e lo -trovarono sopra di alcune isolette dell'Adriatico. Ivi collocarono -il loro nido. Se il non aver mai obbedito che alle -proprie leggi, promulgate e custodite da propri concittadini, -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -e l'essersi costantemente preservati contro di ogni -forza estranea è un titolo di nobiltà, nessuna città d'Europa -può vantarne di uguale alla veneta, la quale non ha acquistato -il dominio del proprio suolo colla usurpazione e coll'esterminio -di altri uomini, ma creando colla sagace e pacifica -industria il suolo medesimo su di cui si è collocata; -sorta di dominazione la più giusta di ogni altra. Ivi si è -conservato l'antico sangue pure italiano, sicuro contro l'invasione -delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente -accessibile alle navi armate, e tuttavia si conserva -sotto la tutela della virtù e della sapienza dopo compiuti tredici -secoli<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>. -</p> - -<p> -Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano -potè essere la residenza de' sovrani, distrutta e incendiata -come ella era. In fatti quei pochi deboli augusti, che continuarono -la serie dei Cesari ancora per ventiquattro anni, -soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai in Milano. -Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma. -Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e -visse nella Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse -l'Imperio prima in Ravenna, e dopo circa tre anni fu deposto -in Tortona. Libio Severo fu proclamato augusto in -Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio -in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni. -Lo stesso dicasi di Anicio Olibrio, Claudio Clicerio, Giulio Nipote -e di Romolo, che tutti insieme non più di quattro anni -regnarono succedendosi quasi efimeri imperatori. Quest'ultimo, -chiamato Romolo Augustolo, con un diminutivo indicante -la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità -imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, -invasore d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O -fosse che la dignità d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, -non sembrasse bastante grado all'ambizione del conquistatore, -o fosse che gli usi e la forma di governo d'una -nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro vincitore, -egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -di re d'Italia. L'imperatore Zenone, che allora regnava in -Oriente, non aveva forze per ispedire da Costantinopoli -un'armata a liberare l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli -amava Teodorico, figlio del re de' Goti, giovine allevato alla -Corte di Costantinopoli, e innalzato al consolato. Quel giovine -reale s'era talmente distinto col suo merito presso di -Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua -equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva -fatto suo figliuolo d'armi. Permise egli adunque a Teodorico -che venisse in Italia co' Goti, e ne scacciasse gl'invasori, -e così fece. Tutto si dissipò il furore degli Eruli al -presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase dei Goti. Il re -Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore. Egli -accortamente adoperò ogni mezzo acciocchè gl'italiani non -s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò -i Goti a vestire l'abito romano. Col proprio esempio -insegnò loro ad uniformarsi all'indole della nazione. Onorò -le scienze e le arti. Vegliò sulla esatta osservanza della giustizia. -Repristinò i nomi e i riti delle antiche magistrature. -Preservò da ogni vessazione i popoli nel pagamento dei tributi. -Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò i pubblici -edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro -di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato -esercizio della religione; e dopo trentasette anni di un -regno felice, lasciò un nome glorioso nella storia, che non -sa rimproverargli nemmeno la morte di Boezio e di Simmaco, -comandata per seduzione, e vendicata da crudelissimi -rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico, dimostrarono -quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore. -</p> - -<p> -Il regno dei Goti durò sulla Italia per lo spazio di sessant'anni. -Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò -con Teja nel 553. I re che furono di mezzo si nominarono -Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo, Erarico e Totila. Il -più notabile per la storia di Milano è Vitige, sotto di cui -la infelice nostra patria rimase presso che annichilata, -come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia -generale, ma unicamente quella di Milano, nè per ora, nè -in séguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -non di volo, e per quella connessione che ebbero colla -nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale, è stato -trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della -gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona -e dello spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri -d'illuminare i suoi simili, e di lasciare una durevole memoria -alla posterità. Alcune circostanze hanno consigliato -il differire di render pubblico quel lavoro di erudizione, -di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un giorno giudicheranno -se quel compendio della storia d'Italia sia stato -annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo, -che gli ha fatti piangere colla <i>Pantea</i>, gli ha fatti fremere -colla <i>Congiura di Galeazzo Sforza</i>, e gli ha occupati -colla placida e sensibile narrazione di <i>Saffo</i>, abbia saputo -dipingere al vivo il carattere dei secoli, e lo stato della -felicità e della coltura degli Italiani da Romolo fino a noi. -Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più quei -d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare -di rendere un tributo al merito ed ai servigi -ch'egli ha preparati al pubblico. La storia d'Italia adunque -dirà di più; e così, io della dinastia de' Goti dirò unicamente, -che sembrò riconoscessero il regno d'Italia come -un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono l'apparenza -della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì -nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa -l'immagine degli Augusti colle loro iscrizioni, e unicamente -dall'opposta parte il nome del re d'Italia senza immagine. -Sin che durò la dominazione de' Goti, si vede che le città -considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia, Ravenna, -Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione, -fuorchè per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo -538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le -province del romano impero fossero invase dai popoli barbari. -Amava la gloria, e la cercò coi pubblici edifici, col -codice delle leggi e coll'attività de' suoi generali Belisario -e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia, e ricuperata -era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino a -Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -aveva atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano -nelle terre, e se avevano perdute le ricchezze depredate -dagli Unni, non perciò si erano dimenticati dalla grandezza -della loro patria, e quindi abborrivano l'estera dominazione -che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta politica -e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi, -acquistato tanto ascendente fino a fare illusione e togliere -agli Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, -i Milanesi, tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare -che i Goti pure dalle contrade medesime erano -discesi: e quindi assai bramavano che le forze imperiali -ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza dei -Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito -a Roma Dazio, vescovo di Milano, con alcuni de' primarii -della patria, i quali, abboccatisi con Belisario, gli esposero -lo stato dell'Insubria, il numero dei popoli, l'odio che generalmente -regnava contro dei Goti e la facilità di riunirla -all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un mediocre soccorso -di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e -affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero -considerevole di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, -sboccando nel Mediterraneo, giunsero a Genova, d'onde, -superati i monti, scesero verso Milano. La provincia sarebbe -stata tutta immediatamente dell'Impero se non vi -fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte, -e gl'imperiali non erano nè in numero da poterla sorprendere, -nè scortati da macchine sufficienti ad assediarla -e impadronirsene. Milano, Novara, Como e Bergamo si unirono -a Mondila. Vitige spedì a questa volta un buon numero -de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze -che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì -chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poichè l'antica -Borgogna si estendeva persino su quelle parti), fecero che -un'armata di Borgognoni contemporaneamente scendesse -dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti, uniti a questi -terribili alleati, acquistarono una forza preponderante. -Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio, -Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -si combinarono a desolare Milano; nessun soccorso vi si -innoltrò; scomparvero Mondila e i suoi; e dai Goti e dai -Borgognoni venne non solamente atterrato il poco che -aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecento mila abitanti, -senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani -furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. -Vi è chi in questo racconto, che ci viene da Procopio<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>, -crede di trovare una esagerazione, e limita l'eccidio a -trentamila abitanti, e non più, considerando la inverosimiglianza -di supporre una così grande popolazione in una -città di giro angusto, e già da Attila diroccata e incenerita. -Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio, -che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti -dei tempi suoi e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli -dovevano essere esattamente palesi. Egli è -vero che la città era piccola, e già ne ho indicato il recinto; -ma è verosimile che l'esterminio cadesse sopra tutti -gli abitatori del milanese. Vero è altresì che rari sono -nella storia così enormi atrocità; non sono però senza -esempio, e uno dei più sicuri lo somministra l'America -meridionale. È finalmente vero che la umana natura non -è spinta nemmeno fra i barbari a superflua crudeltà; ma -la condizione dei Goti era pericolosissima sin tanto che -l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I -Greci sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e si -innoltravano da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano -per alleati gli oltramontani; ma se gl'Insubri, male -affetti, vi rimanevano di mezzo, i Goti erano fra due armate -nemiche, privi di ritirata. La necessità adunque suggeriva -di non porre limite alla distruzione degli abitator. -Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione -di Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende -verosimile, si è la considerazione che la salubrità del clima, -e singolarmente la fecondità della terra del milanese sono -tali, che sempre dopo le sciagure sofferte o per le vicende -politiche, o per le pestilenze od altri fisici disastri, passato -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -un determinato numero di anni, la città riprese vigore e -si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel progresso; -laddove da questa desolazione del 538 per cinque -interi secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque -sotto di Attila ottantasette anni prima fosse diroccata, -smantellata, incendiata Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate -le loro ricchezze; noi vediamo che ebbero ardire e -forza per collegarsi con Belisario, e porre in forze il regno -dei Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio di Vitige, -rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a -Pavia non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la -spopolazione e l'esterminio veramente sieno stati enormi. -Non per questo mi renderò io mallevadore del preciso numero -scritto dallo storico greco, al quale il nostro Tristano -Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare la -strage a trentamila uomini; con tutto ciò a me sembra -che una tale perdita, benchè funestissima, non sarebbe -stata cagione bastevole a spiegare un così lungo annientamento -accaduto dappoi. -</p> - -<p> -Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto -un aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. -Per me i nomi di <i>Uraja</i> e di <i>Vitige</i> sono i più funesti che -possa rammemorare la nostra storia. E quali altri lo sarebbero -se non lo sono i nomi di coloro che annientarono -Milano dal secolo sesto sino al secolo undecimo? Gli storici -nostri hanno temuto di deturpare lo splendore della -patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo -spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro -corte a Pavia, da Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, -in Pavia si facessero le solenni incoronazioni, immaginarono -un privilegio dato da Teodosio a sant'Ambrogio, -per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare -in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta -da ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso -sarebbe stato il primo a violarlo, poichè visse e morì in -Milano, siccome ho detto. Onorio, di lui figlio, in Milano -celebrò le sue nozze, e nel capo antecedente si accennò -quanto vi dimorassero dappoi gli augusti. Sarebbe cosa -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero -obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, -di quello che ei medesimo, i suoi figli e successori -non fecero. Il metropolitano di Milano in quei tempi non -aveva giurisdizione o ingerenza nelle cose civiche, nè a -sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio quando -si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta -una forma repubblicana, e avesse creato i proprii magistrati, -e riscossi i proprii tributi sotto una semplice protezione -del sovrano, poteva esservi il desiderio di non alloggiare -un protettore sempre pericoloso al governo aristocratico -e popolare; ma Milano era città suddita come le -altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risiedeva -un governatore a nome del sovrano, chiamato <i>duca</i> -sotto i Longobardi, e <i>conte</i> sotto i Franchi, dal quale si -esercitava la somma autorità; il privilegio dunque si riduceva -a condannar Milano a non essere mai più la capitale -del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione, -sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi -e tali che, se vi è certezza nella storia, egli è evidente che -un diritto cotanto indecente e sconsigliato a chiedersi ed -a concedersi, altro non è che un sogno immaginato per -poter persuadere che Milano conservasse la sua grandezza -ancora in quei secoli nei quali la corte dei sovrani stava -collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno -un monarca desidereranno sempre di esserne la residenza -e la patria dei successori; e quelle che si reggono sotto -altra costituzione, avrebbero un fragilissimo garante, se -altro non le mantenesse in possesso dei loro diritti, fuorchè -una pergamena. -</p> - -<p> -La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il -comando di Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea -il glorioso Narsete, spedito nella Italia da Giustiniano -Augusto. Nell'anno 553 non rimase più alcun Goto nell'Italia, -se non reso suddito dell'imperatore, e da quell'anno -cominciò il governo di Narsete, che risiedette in Roma, -reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici -anni. Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -uomo capace di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno -569 entrovvi Alboino, guidando una sterminata moltitudine -di Gepidi, Bulgheri e Longobardi. Occupò egli senza contrasto -buona parte dell'Italia, e il centro della nuova dominazione -fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi -Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo -regno de' Longobardi. Ravenna diventò la residenza del -ministro, che col nome di <i>esarca</i> gli augusti destinavano -a reggere Roma, Napoli e altre città che rimasero sotto -l'imperatore preservate dalla invasione. I Longobardi, senza -contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle altre -città; ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I -costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da -un fatto solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un -giorno, più ferocemente allegro del solito, costrinse la regina -Rosmunda, sua moglie, a bere in una coppa orrenda, -fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre, ucciso da Alboino -medesimo. La regina comperò coll'adulterio un vendicatore; -fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio -di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi -di quella nazione. I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed -innalzarono Clefi a regnare. Costui con tanta crudeltà trattò -gli uomini, che, dopo alcuni mesi, venne ucciso nel 575. -I primi generali longobardi, in vece di passare a nuova -elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli -tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte -del regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si -attribuisce d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte -di Milano vicina al centro, che oggidì chiamasi <i>Cordùs</i>, -nome derivato, a quanto pretendesi, dal latino <i>Curia Ducis</i>. -Questa anarchia dopo dieci anni terminò, avendo i -proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio dell'ucciso -Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere -una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari -e una porzione dei tributi al re, ma conservando ciascuno -il dominio del proprio ducato; il che fece poi nascere -il gius feudale appunto verso il finire del sesto secolo. -La dinastia dei Longobardi durò per ventidue regni -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni, le feste, -le incoronazioni, le nozze, tutto quello che indichi luogo -di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia -dei Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano:<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> <i>suscepit -Agilulfus, qui erat cognatus regis Authari, inchoante -mense novembrio, regiam dignitatem. Sed tamen, -congregatis in unum Langobardis postea mense -madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus -est</i><a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>,e quell'<i>apud</i> fa vedere che l'adunanza si tenne -nella pianura vicina e non nella città; e altrove:<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> <i>igitur -sequenti aestate, mense julio, levatus est Adaloaldus rex -super Langobardos apud Mediolanum in circo, in praesentia -patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis Theudeberti -regis Francorum</i><a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>: e qui pure <i>apud</i> e non <i>Mediolani</i>, -come avrebbe scritto Paolo Diacono, giacchè, -quantunque presso alcuni scrittori del buon secolo la voce -apud non significhi nei contorni, ma bensì nel luogo nominato, -lo stile di Paolo rende giustificata la interpretazione. -Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza, -ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia, -che diventò la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, -fu da Carlo Magno assediato e preso, nel 774, Desiderio, -ultimo re dei Longobardi, e condotto prigioniero in Francia; -e così in Carlo Magno cominciò una dinastia nuova di -re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome dell'Impero occidentale. -</p> - -<p> -Di ciò che spetti alla Storia di Milano durante la dominazione -de' Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete -gotiche non se n'è trovata una sola che indichi essere -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -stata adoperata da essi la zecca di Milano. Delle monete -longobarde due ne conservo: la prima d'oro potrebbe essere -della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò -del 712 al 744; ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; -ma ognun vede quanto ne sia incerta la prova; -l'altra pure d'oro ha da una parte il nome del re Desiderio, -e dall'altra <i>Flavia Mediolano</i>; essa prova che la -zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poichè -questa rara moneta, che il solo <i>Le Blanc</i> ha pubblicata, -è stata coniata nei diecisette anni precedenti, ed è la più -antica moneta sicura della nostra officina monetaria, non -avendo le più antiche, che si credono di Milano, se non -delle probabilità. Ciò però basta per provare che da mille -anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto -moneta. Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore -longobardo, la nazione de' Longobardi veniva dalla Scandinavia. -Forse quello storico non aveva letto la geografia di -Tolomeo, in cui si vede:<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> <i>habitant Germaniam quae -circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri -parvi appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi.</i> -Erano adunque i Longobardi popoli della Germania, vicini -al Reno, dalla parte settentrionale. Aggiunge poi Tolomeo:<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> -<i>interiora atque mediterranea maxime tenent -Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi.</i> -Sembra con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi -fosse a un dipresso verso la Westfalia. Per la ragione -medesima crederemo che nemmeno avesse osservato Cornelio -Tacito, nel libro <i>de situ Germaniae</i>, ove si legge:<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a> -<i>Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis -et valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -sed praeliis, et periclitando tuti sint</i>; e Tacito istesso -nelle storie:<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> <i>Longobardorum opibus refectus, per -laeta, per adversa res Cheruscas afflictabat</i>, dice di Italo -Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio Augusto. Se adunque -cinque secoli prima che venissero i Longobardi a invadere -l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si -può attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli -fatti discendere dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica -Scandinavia, nel secolo ottavo, nel quale scriveva -Paolo Diacono. -</p> - -<p> -Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige -del 538 fu uno annientamento di Milano, dal quale per -cinque interi secoli non potè risorgere, non intendo perciò -di asserire che non vi rimanessero più abitatori nel luogo -della città, e che il suolo ne restasse deserto; dico annientata -la città cospicua, e rimasto al luogo di essa un ammasso -di ruine, con alcune chiese e alcune case abitate da -un piccolo numero di poveri uomini mal sicuri: perchè -le mura delle città atterrate lasciavano libero ingresso ad -ogni invasore. Alcuni rari abitatori erano, dopo quest'eccidio, -sparsi sulla campagna: poco in vigore era la coltura -delle terre per mancanza di uomini; insomma non restava -di grande che la memoria e la dignità del metropolitano, -la quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne -il decoro del patriarca d'Aquileia. -</p> - -<p> -Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima -del 1000 la maggior parte de' nobili abitava nelle terre<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>: -e l'asserzione di un autore tanto esatto, fedele e ingenuo, -è maggiore di ogni eccezione; egli non l'ha fatta se non -dopo di avere esaminata con attenzione e giudizio una -sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità di -questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato, -quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia -nostra, e far comparire Milano sempre considerata; il che -ha eseguito quanto gli è stato fattibile, salva la verità. -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -Nelle diete, che pure era costretto a dire ch'eransi tenute -in Pavia, egli aggiunge: <i>naturalmente vi avrà preseduto -il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione -l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano</i>; così dice -narrando le solenni inaugurazioni dei principi: e così -cerca di grandeggiare anche in quei secoli che veramente -mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque la -maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in -Milano, egli è evidente che non vi potevano rimanere che -pochi e miserabili abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, -se i cittadini nobili l'abbandonassero, e si collocassero -a vivere sparsi nel contado. Tutti i fatti più sicuri -che rimangono, provano ad evidenza questo annientamento. -Si è osservato nel capitolo primo come il circuito -delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente -misurandolo sopra la carta di Milano, egli era di mille e -seicento trabucchi, laddove il giro delle odierne mura è -di circa quattromila trabucchi, compresovi il castello. Il -miglio si calcola tremila braccia, così il trabucco è cinque -braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio. Quindi le -mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le -mura attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque -della antica città era appena la sesta parte dello spazio -della città attuale; dico appena, poichè, laddove le mura -attuali formano un poligono che si accosta al circolo, le -antiche in più d'un luogo irregolarmente portavano la -convessità dalla parte del centro della città medesima. -Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in -molti luoghi era evacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra -coltivati, dei quali attualmente si conservano i contratti di -locazione o di vendita; v'era il <i>Forum Assamblatorum</i>; -v'era il <i>Foro pubblico</i><a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>; v'era l'orto dell'arcivescovo in -quello spazio che ora occupa la regia ducal corte, che perciò -si nominò il <i>Broletto vecchio</i>, dalla voce <i>Brolo</i>, che -ne' secoli bassi significava appunto un orto, come anche in -oggi l'adopera in questo senso la nostra plebe<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>. Dall'altra -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -parte l'arcivescovo aveva il giardino, <i>Viridarium, -Verzè</i>; così attualmente chiamasi quel sito. Dietro la metropolitana -eravi un campo, e quel sito conserva perciò -anche presentemente il nome di <i>Campo Santo</i><a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>. Entro -le mura della città, vicino a San Giovanni <i>alle quattro -facce</i>, v'erano in que' tempi dei campi coltivati<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>. Altri -pezzi di terra coltivati si ritrovavano vicino a San Satiro<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>. -Presso Santa Radegonda v'erano pezzi di terra coltivati, -con una <i>cascina</i><a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>. Altra terra coltivata trovavasi in città -vicino alle mura antiche di porta Vercellina<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>. Vicino alla -chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto, -eranvi pure altre terre coltivate<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>, e questi probabilmente -non saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano -nella angusta città, perchè nè saranno state pubblicate -tutte le antiche carte di affitti o di vendite di simili fondi, -nè col trascorrere di tanti secoli questi contratti si saranno -tutti conservati, nè su tutti i pezzi fruttiferi si saranno -fatti contratti per mezzo della scrittura, onde ne rimanesse -memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica città -meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero -de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi -poteva certamente essere molto popolo, a meno che il restante -spazio non fosse occupato da case altissime, collocando -una abitazione sopra dell'altra a molti piani: ma -questo non era il modo certamente di fabbricare in quei -secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere -che in Milano erano poche e degne di osservazione le case -che avessero piano superiore; comunemente un pian terreno -e il tetto formavano una casa, e quelle poche le quali -avevano un piano al disopra, chiamavansi solariatae, e venivano -così contradistinte dalle case comuni<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>, ed erano -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio <i>in Solariolo</i>, -che così fu chiamata perchè ivi si trovava una -piccola casa con camere superiori<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>. Da tutto ciò chiaramente -si vede che poca e miserabile popolazione rimaneva -nella distrutta città prima del secolo undecimo, della quale -scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico nostro -Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, -che si era perduta in Milano ogni forma di buon governo,<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a> -<i>ob nimiam hominum raritatem</i><a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>. Della povertà -poi di Milano in que' tempi tutto quello che ce ne rimane -ne dà indizio. Alcune poche vie della città chiamavansi -<i>carrobj</i>, perchè non tutte erano larghe abbastanza per il -passaggio dei carri<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>. Le piazzette della città si lasciavano -a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque -il nome milanese di <i>pascuè</i>,<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>, e ben poche case erano -di mattoni, ma anzi le muraglie erano formate con una -grata di legno intonacata di creta e di paglia; il tetto era -o di legno, ovvero di paglia. Siccome la pianura allora era -coperta di boschi, singolarmente verso Milano<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>, così la -materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi -erano gli incendi nel secolo undecimo e al principio -del seguente, mentre la popolazione si andava accrescendo; -su di che è bene ch'io riferisca le parole del Fiamma, nel -Manipolo dei Fiori:<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> <i>ubi est sciendum, quod civitas -Mediolani propter multas destructiones non erat interius -muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus -quam plurimum composita. Unde si ignis in una -domo succendebatur, tota civitas comburebatur.</i> In fatti -ci raccontano gli storici incendi fatali accaduti in quei -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -tempi, negli anni 1071<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>, 1075<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>, 1104<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a> e 1106<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>. -</p> - -<p> -Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo -di non essere mai la dominante del regno, ma una città -suddita secondaria, diretta da un vicegerente del monarca, -che tale sarebbe il supposto privilegio di Teodosio al vescovo -sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano -fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come -Pavia, Verona e Monza divenissero la residenza de' principi, -piuttosto che Milano, riportiamoci alla ragione vera, -confermata da ogni fatto, e che sinora nessuno ha avuto -l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato in -Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, nè cosa alcuna conveniente -ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se -non dappoichè, riparate le mura, gli abitatori poterono -domiciliarvisi tranquilli. Se prima di ciò si fossero radunati -molti a convivere sullo stesso suolo, spogliato d'ogni -riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare ai barbari il -luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima che -le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori -dalle sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito -per i nobili che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; -e perciò Milano era come annientato. Pochi anni -dopo la distruzione di Federico Barbarossa riuscì ai Milanesi -di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo la -distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata -Milano senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi -ciascuno se la posterità sia stata giusta dimenticando il -nome di Uraja, e tanto scrivendo e parlando della distruzione -di Federico, di cui tratteremo a suo luogo. -</p> - -<p> -I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta -l'Italia; e Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal -loro giogo, e soggetta all'imperatore, se pure può chiamarsi -soggezione un titolo di sovranità conservato ad un principe -debole, lontano, che non aveva armate da spedire nell'Italia. -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il loro -regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo; -non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; -Adriano papa lo implorò da Carlo Magno, re di Francia, -principe amante della gloria, e che aveva già battuti e sottomessi -i Sassoni. Scese Carlo Magno nell'Italia con un'armata: -Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò in Pavia; -Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi Pavia, -e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. -Così, nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione dei -Longobardi e principiò quella de' Francesi. Ma non però furono -scacciati dall'Italia i Longobardi: essi erano già domiciliati -da sei generazioni su questo suolo, poichè erano già trascorsi -dugentocinque anni dopo la loro venuta; il cambiamento -di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo longobardo -rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi rimasero -gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro -nei secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella -Lombardia, viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna -di vivere colle leggi della propria origine. Gli antichi -abitatori professavano di vivere colla legge romana, e a -tenore di essa erano giudicati; i Longobardi professavano la -legge longobarda; i Francesi, che s'andarono domiciliando -nella Lombardia, professavano la legge salica; e così nelle -antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza -l'aggiunta<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>: <i>qui professus est vivere lege Romanorum</i>; -ovvero <i>qui visus fuit vivere lege Langobardorum</i>; ovvero -<i>qui professus sum, natione mea, lege vivere Salica</i>, e -simili dichiarazioni; e questa dichiarazione era opportuna -e forse necessaria, acciocchè i contraenti potessero conoscere -il valore delle reciproche obbligazioni che incontravano, -dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale -si doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. -Questo prova la rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -il quale si rese celebre per le conquiste e per una vastissima -dominazione, e tale che, dopo di lui, nessun altro monarca -in Europa ha riunito sotto di sè tanti regni. Le virtù di quel -monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno della -elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare -un linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a -cui venne dalla divinità sublimato. -</p> - -<p> -Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, -e la conservo nella mia raccolta; in essa vedesi che, non -qualificandosi quel sovrano se non come re de' Franchi, -dovette essere coniata dalla zecca di Milano prima dell'anno -800, in cui venne in Roma proclamato imperatore; e di -questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente -in una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare -l'erudizione colla storia. Può sembrare strano il -pensiero di Desiderio e di Carlo Magno di porre in attività -la zecca di una città distrutta, e quasi disabitata da due -secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le metropoli -suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede -del prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però -certo, come molti documenti e autori ci attestano, che Carlo -Magno, nel tempo del suo soggiorno nell'Italia, si trovò -in varie città, facendovi qualche dimora, ma di Milano non -vi si fa cenno alcuno, perlochè nasce dubbio ch'ei non la -vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò -alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, -morì in Milano nell'810: ma ciò non accadde già perchè -quivi quel principe tenesse la sua corte. Egli morì attraversando -Milano, mentre veniva alla guerra co' Greci e coi -Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere sino -a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare -che non vi fosse allora in Milano modo di fargli -funerali colla pompa conveniente al di lui carattere. Lottario, -volendo stabilire delle scuole pubbliche nell'Insubria, -le collocò a Pavia, dove, nell'823, fece venire certo -Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che allora si -sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono -finora conosciute carte nè di Carlo Magno, nè di Lodovico, -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -nè di Lottario, nè di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, -i quali tutti soggiornarono nella Lombardia, che abbiano -la data di Milano. La dieta in cui fu eletto Carlo il -Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia teneva egli la -sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo il -Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora, -non ve n'è alcuno ch'io sappia, nè de' ventidue re -longobardi, nè de' primi sei re franchi, che porti la data di -Milano precisa. Alcuni pochi mostrano che furono spediti -bensì nelle vicinanze di Milano, come i due di Carlo il -Grosso, scritti nell'881, che hanno la data <i>Actum ad Mediolanum</i>, -come se fosse attendato ne' contorni della rovinata -città<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, -su di che può consultarsi la Dissertazione del signor dottor -Pietro Pessani, intitolata: <i>de' Palazzi reali che sono -stati nella città e territorio di Pavia</i>, stampata in Pavia, -1771. Le ville reali erano Olona, nel territorio pavese, e Marengo, -terra vicina al sito in cui poi, nel secolo duodecimo, i -Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria, siccome poi vedremo. -Tutta la storia ci attesta l'annientamento di Milano -sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando -crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano -erano dominati da un conte, che li reggeva in nome del -sovrano. Ci restano le memorie di Leone conte, che governava -nell'840, e d'Alberigo conte che governava nell'865, -il quale stava di alloggio in <i>Curia ducis</i>, dove è ora il -<i>Cordùs</i>, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava:<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> -<i>Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum -hominum justitiam faciendam</i><a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>. Poche memorie ci rimangono -di que' tempi. Il quartiere della città delle <i>Cinque -vie</i> si trova nominato sino all'ottavo secolo. Alcune chiese -avevano la stessa denominazione che conservano anche in -oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, -che laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<p> -Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, -egli era ripararne le mura, e cingerla per modo -che vi potessero soggiornare sicuri gli abitatori. Questo pensiero -non venne in mente ai sovrani; la condizion de' tempi -non ne avea fatto nascere l'idea. I Longobardi, rozzi ed -agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi; -non furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio -di opere pubbliche. I re franchi interottamente comparivano -nell'Italia per ricevere la corona imperiale, per farsi -proclamare in una dieta dai signori italiani, e lasciavano -poi un principe, da essi dipendente, col titolo di re d'Italia, -a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal forma -di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile -che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo -di Milano era considerato sempre il metropolitano -e il più venerando, per dignità, fra gli ecclesiastici del regno -italico, malgrado l'infelice stato della città. È assai verosimile -che in que' tempi molti beni possedesse chi era -innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'impero e il -regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e -di mente, a quel grado che, inspirando un disprezzo universale, -fu dalla sua dignità deposto. I popoli che gemono -sotto un viziato sistema di governo, debbono far voti al -cielo per ottenere o un principe sommo nella bontà, ovvero -uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo governo -di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da -Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, -di là da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi -la venerazione che merita un ristoratore della patria. Già -sotto i regni indeboliti e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, -l'arcivescovo Ansperto aveva cominciato a mostrare -un vigore e un ardimento convenienti ad un principe. -Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di consegnargli -il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul -rifiuto che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò -ai vescovi di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col -loro clero ne' contorni di Brescia un dato giorno, nel quale -egli pure si ritrovò sul luogo col clero che potè raccogliere, -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -e così questa forza combinata rapì l'estinto augusto, che -venne poi collocato in Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>. -Egli grandissima influenza ebbe nella elezione di -Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra -gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso, -amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti:<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> -<i>Effector voti, propositique tenax</i>, come si legge -nell'epitaffio che conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. -Un tale arcivescovo, nato a tempo, doveva richiamare a -vita la sua città; e così fece con molti stabilimenti pubblici, -e soprattutto col riparare e rialzare le mura giacenti -e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando -la vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non -abbiamo scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della -vita di quel nostro illustre cittadino e benefattore; le carte -però che si sono ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale -che ce ne rimane, ci danno notizia che egli, semplicemente -come diacono, era già un personaggio ricco e -considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi di somma -importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico -II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che -ebbe la dignità di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta -davanti la chiesa di Sant'Ambrogio. Questo è il più antico -pezzo di architettura che abbiamo dopo i Romani. Nell'868 -fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881, avendo tenuta -la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di struttura -assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel secolo -nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio -spira una sorta di grandezza o maestà, in confronto delle -meschine idee di quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare -è assai lontano dalla venustà ed eleganza greca, e -dalla nobile semplicità toscana; ma egli è del pari lontano -dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta prodigalità -degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente -il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -che fra gli errori volgari debbono riporsi i nomi di <i>architettura -gotica</i> e di <i>scrittura gotica</i>; giacchè le cose che portano -questi nomi, vennero inventate più di seicento anni -dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero dalla -Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie -de' tempi mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, -primo duca di Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo -Ansperto fu invitato dal sommo pontefice Giovanni -VIII, acciochè intervenisse co' vescovi suoi suffraganei -al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878, -e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora -mancasse; ma nè l'arcivescovo, nè i suffraganei vi si prestarono, -e il concilio non si tenne<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>. Il papa chiamò l'arcivescovo -a un concilio in Roma per il mese di maggio 879, -e l'arcivescovo Ansperto non si mosse<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>. Spedì Giovanni VIII -due suoi legati a latere all'arcivescovo cercandogli obbedienza, -e citando la pratica antica; e l'arcivescovo non volle -nè ascoltarli, nè riceverli, ma li fece dimorare fuori della -sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò -nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che -Ansperto, per la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla -dignità arcivescovile, e per ciò scrisse al clero di Milano, -acciocchè, convocati i vescovi suffraganei, si passasse a -nuova elezione, scegliendo fra i cardinali della santa chiesa -milanese quello che fosse giudicato il più degno:<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> <i>Qui -de cardinalibus presbyteris aut diaconis dignior fuerit -repertus, eum, Christi solatio, ad archiepiscopatus honorem -promoverent</i>, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno -non obbedì a quest'ordine, di che diffusamente tratta -il conte Giulini, che sarà ne' secoli bassi l'autore che io -primieramente terrò a seguitare per la sicurezza dei fatti<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>. -Ciò non ostante papa Giovanni medesimo, in un'Epistola -scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un monastero, -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -perchè fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto -ed alla santa chiesa milanese:<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a> <i>Fideli devotione, -totoque mentis conamine, pro pristino statu et vigore -atque restituitione sanctae mediolanensis ecclesiae, ter -quaterque in obsequio Ansperti reverendissimi archiepiscopi -tui, ac confratris nostri devotum atque tu omnibus -fidelissimum permanere, atque decertare omnino et -evidenter comperimus</i><a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>; dal che si conosce che tutto -pacificamente finì col sommo pontefice, e si conosce pure, -non solamente quanto a ragione nell'epitaffio si applichi -all'arcivescovo Ansperto l'orazione <i>propositique tenax</i>, ma -altresì la riforma che quell'arcivescovo introdusse per restituire -all'antica gloria, stato e vigore la chiesa di Milano. -Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo -la più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza -de' sovrani per agir da sovrano benefico e ristorare della -sua patria; rianimò il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il -soggiorno della città col restituirvi le antiche mura; ristorò -le chiese; fondò degli spedali: onde per tai mezzi invitata, -cominciò parte della popolazione, che stava diradata nelle -terre, a domiciliarsi nella città, che da tre secoli e mezzo -era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a prendere -nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando -per gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle -meno di due altri secoli ancora prima che Milano giungesse -a riacquistare sulla Lombardia la vera influenza d'una -città capitale; perlochè la strage di Uraja lasciò la depressione -per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, -sulla patria nostra. I nomi di <i>Uraja</i> e di <i>Ansperto</i> meritano -d'essere più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di -quello che finora lo sono stati. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -</p> - -<h2 id="cap3">CAPITOLO III.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -<i>Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale -elettiva erasi mantenuta come per successione in -una stessa famiglia, e la dieta tenutasi in Germania l'anno -887, deponendo Carlo il Grosso, pretese d'innalzare all'impero -Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da -Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso dei quali si -era fatta l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. -Il papa, il quale solo poteva conferire la dignità imperiale -all'incoronazione, come in quei tempi credevasi, cominciò -a far uso di tale opinione per far cadere questo titolo sopra -di un principe che, da lui riconoscendolo, fosse altresì -meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice -sempre più vivesse e sicura, anzi a maggiore ampiezza si -estendesse. L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa -mira, dacchè aveva già assaporato il piacere di comandare -nella sua città. Un principe debole era per essi preferibile, -posto che le circostanze esigevano che uno ve ne fosse. -Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero d'accordo; -se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza -d'un superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da -temersi che quella d'un laico, assente per lo più ed occupato -negli affari dei regni oltramontani; e perciò la condotta -degli arcivescovi poche volte s'accordava con quella -dei papi, anzi bene spesso l'attraversava. Gl'Italiani elessero -un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del Friuli, -l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente -lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice, -solennemente incoronò imperatore Guido, duca di -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -Spoleti. E l'uno e l'altro di questi due principi per parte -di madre discendevano da Carlo Magno. Oltre questi due, -che si disputavano la signoria del regno italico, scese dalle -Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per sostenere -la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito -è difficile l'assegnare a quale dei tre pretendenti obbedisse -l'Italia. Milano fu soggetta a Berengario, che risiedeva in -Pavia ed in Monza; poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata -dal figlio di Guido, che fu l'imperatore Lamberto. -Arnolfo venne incoronato imperatore da papa Formoso, e -così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore -Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale -ultimo cedettero i due competitori. Fra questi torbidi andava -cautamente schermendosi il nostro arcivescovo, e cogliendo -le occasioni d'ingrandirsi e di rendere sempre -più importante la sua influenza nel regno d'Italia. -</p> - -<p> -Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò -Milano, accadde un fatto che merita luogo nella storia. -Milano erasi data ad Arnolfo, ed era per lui custodita dal -conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che ancora non aveva il -titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia, quando Lamberto -augusto mosse le sue forze per sottomettere la città. -L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente -il suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per -l'assenza del re, terminò finalmente con la conquista. -L'imperatore Lamberto fece tagliare la testa al conte; nè -pago ancora, volle punita la fede e il valore del padre anche -in uno de' suoi figli e nel genero, privati entrambi -degli occhi<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>. All'atrocità unì Lamberto la più supina -spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile -a comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e -di guadagnarselo nella persona di Ugone, figlio pure del -decapitato conte Maginfredo. Credette che il non averlo -privato degli occhi potesse essere considerato come dono; -e che i regali e l'affabilità che seco usava, potessero fargli -dimenticare che egli era l'assassino della sua famiglia. -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e -seco lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, -sbandatosi l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno -non avendo seco, fuori che il giovane Ugone, alla mente -di questi si affacciò in quel momento il teschio del buon -padre grondante di vivo sangue, il fratello, il cognato ridotti -allo stato deplorabile della cecità, la patria soggiogata, la -sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un mostro -così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso -sul suolo<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re -Berengario di aver gettato da cavallo Lamberto con un -valente colpa di bastone sul capo, e colla percossa avergli -tolta la vita<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>. Non ci lagneremmo cotanto dei tempi presenti, -se meglio ci fossero noti i costumi dei secoli passati. -Non vi è certamente nella storia del nostro secolo un tratto -di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate -nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è -maltrattato perchè siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie -per favorito il figlio o il fratello di coloro che ha egli -stesso consegnati al carnefice, il che è un misto della più -insensata dabbenaggine colla più fredda crudeltà. Quello -che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto venne -ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del -conte Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno -aveva in favor suo il corso degli anni, per di cui -mezzo una lunga serie di beneficii avesse potuto rallentare -nell'animo di Ugone il mordace sentimento della desolata -sua famiglia. -</p> - -<p> -Ucciso così l'Imperatore Lamberto, il re Berengario rimase -solo sovrano d'Italia in Pavia, poichè Arnolfo quasi -nel tempo istesso aveva cessato di vivere, assediando Fermo. -Liberato dai due rivali, ogni apparenza indicava l'augurio -di un placido regno a Berengario. Ma un regno placido e -uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava Milano, -non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo -Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole accompagnata -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -da molta ricchezza, e sia avvezzo a influire -nelle vicende di un regno, difficilmente antepone la tranquilla -obbedienza alla tumultuosa inquietudine di spargere -sopra un grande numero di uomini la speranza e il timore, -nè l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia. Si cercò -un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e -s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona -d'Italia. Scese Lodovico dalle Alpi e sorprese Berengario, -che potè appena aver tempo di rifuggiarsi in Verona: e -Lodovico, collocatosi in Pavia, venne l'anno 900 proclamato -re da una dieta d'Italiani, e in un suo diploma egli stesso -ce lo insegna:<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> <i>Venientibus nobis Papiam in sacro -palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione -in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, -cunctisque item majoris, inferiorisque personae -ordinibus facta</i><a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>. Da queste parole si conosce che il regno -d'Italia dal re istesso era considerato elettivo e dipendente -dalla libera volontà dei signori italiani, e si conosce -pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia -ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. -Milano fu suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato -imperatore, ma poco potè godere di sua fortuna, -poichè ben tosto venne scacciato dall'Italia da Berengario, -che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò forze bastanti da -opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei diplomi -del re Berengario del 903 dati in Pavia,<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a> <i>in palatio ticinensi, -quod est caput regni nostri</i><a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>, e da altri si -scorge ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo -fatto dall'imperatore Lodovico III per discacciare dal soglio -il re Berengario gli costò la perdita degli occhi, che -il vincitore Berengario gli fece guastare; onde quell'augusto -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò -libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto -anni ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, -l'imperatore Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore -Lodovico III. Così, assicurato sul trono Berengario, -tranquillamente cominciò a regnare senza nemici. Aveva -la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui non se ne -dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano la -data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il -sommo pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, -dopo ventotto anni da che era stato incoronato re d'Italia; -indi se ne ritornò a Pavia. Tre anni dopo sappiamo dalle -carte che questo augusto dimorava in Monza; la villa favorita -da lui era Olona. -</p> - -<p> -Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa -bastare a tessere la storia di Milano. Vediamo unicamente -che, dopo il glorioso arcivescovo Ansperto, i prelati suoi -successori avevano acquistata molta considerazione, e si occupavano -di oggetti grandi. Abbiamo indizi che la città si -andava popolando. V'erano monasteri di vergini dedicate a -Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa Radegonda -chiamavasi <i>San Salvatore di Vigelinda</i>; quello di -Santa Margarita chiamavasi <i>Santa Maria di Gisone</i>; il Bocchetto -aveva la denominazione allora di <i>San Salvatore di -Dateo</i>; le monache di Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano -di <i>Santa Maria di Orona</i>; il monastero Maggiore -chiamavasi <i>Santa Maria inter Vineam</i>; e per quei tempi, -da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia registrate -le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente -la città, questo basta per conoscere che vi dovea essere -radunato discreto numero di popolazione. L'instancabile -conte Giulini ha dovuto mendicare dalle antiche pergamene, -dai diplomi de' principi, dalle sentenze de' giudici, dai testamenti -e dai contratti che tuttora conservansi negli archivi, -le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono -per lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine -monastico, alla erudita ricerca su i confini di qualche -giurisdizione o distretto, alla dotazione od erezione di qualche -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -chiesa; ma non possono servire alla storia. Di che, ben -lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli -tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da -lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando -fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi -di que' tempi, e per la possibilità che servano a beneficio -di private persone, sebbene non sieno materiali servibili -per tesserne una storia. -</p> - -<p> -Erano già trascorsi quindici anni dacchè l'augusto Berengario -regnava senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo -di Milano giaceva come ogni altro suddito, senza avere altro -di più che la venerazione inerente al carattere del metropolitano. -L'imperatore stipendiava gli Ungari, di cui si -era servito felicemente nelle vicende passate; e questi, valorosi -alla guerra ed egualmente esperti predatori, avevano -talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno -facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. -Costoro lo stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e -nella Franconia. La Germania e l'Italia erano esposte al -saccheggio; e allora quasi ogni borgo dovette cingersi di -mura per vivere con sicurezza. Questo aveva reso odiosissimo -il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti dell'imperatore -Berengario, che aveva per essi molti riguardi. Lamberto, -arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti, -ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa -che aveva dovuto pagare a quell'augusto per essere da lui -collocato sulla sede arcivescovile, a cui era stato canonicamente -innalzato dai voti del clero<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>. Questa tassa fu proporzionata -a quanto bisognava per pagare la famiglia bassa -di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil gente<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>. -Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo, re -dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta -della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare -Olderico, conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente -alla custodia dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei -credeva fedele, anche per l'assenso che poco prima gli aveva -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -accordato ponendolo al possedimento della dignità arcivescovile. -Poco dopo l'imperatore conobbe d'avere malamente -scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero -senza pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò -collo specioso titolo che non dovea consegnare il prigioniero -a chi poteva porlo in pericolo della vita. Lamberto -non si arrestò al rifiuto; lasciò in libertà l'affidatogli Olderico, -il quale tosto andò ad unirsi con Adalberto, marchese -d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi la maschera, -comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto Berengario; -il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i -ribelli, rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero -Gilberto, e fuggitivo il marchese. L'imperatore Berengario -diede un generoso perdono a Gilberto conte, e resegli la -libertà. L'uso che fece di questo dono l'ingrato Gilberto, fu -di portarsi immediatamente dal re di Borgogna, e, nello -spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di -dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>, -e l'imperatore Berengario per la seconda volta -dovette vedere un oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera -dell'arcivescovo di Milano; e per la seconda volta -sorpreso, gli convenne fuggirsene al suo asilo di Verona, -per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza, ed ora -di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima -con cui Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico, -dopo due anni, ne' quali rimase rinchiuso in Verona; dopo -due anni pure, ne' quali Verona fu il suo ricovero, riacquistò -quanto gli aveva occupato Rodolfo. Convien credere -che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i Pavesi -complici dei mali che aveva sofferti, poichè, nel 924, assediò -co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse. -Frodoardo e Liutprando descrivono questo esterminio con -espressioni forse esagerate. Pretendono che quarantatre -chiese vi fossero atterrate e incenerite; che vi fossero rovinate -tutte le abitazioni; e che appena duecento abitatori -abbiano potuto salvare la vita. Se questo fosse, non si potrebbe -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -spiegare come poi nello stesso anno vi soggiornasse -Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto -agosto 974, di cui tratta il conte Giulini<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. Sebbene poi -anche a molto meno riducasi il danno della saccheggiata -Pavia, egli è verosimile che un tale infortunio dovette essere -favorevole alla crescente città di Milano. L'imperatore -Berengario appena dopo la presa di Pavia ritornossene a -Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser ben munita -di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui -aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò -insidie per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi -Fiamberto; venne scoperto il traditore, e l'augusto -Berengario, fattolo venire a sè, con umanità senza pari gli -parlò della vergogna che va in seguito al tradimento, dei -rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che accompagna -la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo -di avere infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva -fatto al conte Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato -e l'avrebbe beneficato in avvenire: e in prova, sul momento, -donogli una preziosa coppa d'oro. Principe troppo -incauto nell'usare della generosità; poichè, pochi giorni -dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse. -Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno -d'Italia per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove; -principe degno d'essere collocato fra i migliori, se non -avesse portato la clemenza a un estremo vizioso, poichè la -libertà data a Gilberto cagionò al regno i mali gravissimi -d'un'estera invasione, e la generosa sua bontà verso Fiamberto -privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non sapeva -egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare -al dovere un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso -di passione da cui fu sedotta, non giova mai per acquistare -l'anima bassa di colui che tranquillamente si è determinato -ad un'azione perversa. La vista del magnanimo -che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore. -I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -non sono lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio, -per beneficar lui, si espone la società intera al pericolo -di nuovi danni. -</p> - -<p> -Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re -Rodolfo rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno -italico; ma nemmeno avea egli un partito bastante per essere -proclamato re d'Italia. Una donna celebre per la bellezza, -non meno che per l'arte scaltrissima di prevalersene, -donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene, -e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a -suo talento, Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese -d'Ivrea di cui poc'anzi feci menzione, avea formato -il progetto di collocare sul trono o Guido, duca di Toscana, -di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia. Rodolfo invitato, -come dissi, al soglio italico dal marchese defunto, -credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la -trama di scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche -cogli amori, colle arti medesime animava molti signori -potenti a secondare il disegno di lei. Il re Rodolfo stavasene -a Verona, ed Ermengarda, unita ai fratelli, s'impadronì -di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno dell'ingannatrice -donna, e si determinò a scacciarla da quella -città, e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un -esercito e marciò alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta -che, in séguito d'uno scritto che la marchesa Ermengarda -potè fargli giugnere, quel re, furtivamente, di notte, abbandonò -i suoi, e secretamente entrò come un amante in Pavia -e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi mascherati -nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano armati -per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo -allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo -re d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re -di Provenza, al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>. -Lo schernito Rodolfo a stento potè uscire dal labirinto in -cui la spensieratezza avevalo condotto. Si parti quindi d'Italia -per raccogliere un'armata ne' propri Stati, e con essa -ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non trovandosi forte -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo che assai -importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui -spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai -scegliere, per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, -deluso sotto Pavia, e impegnato già col re di Provenza. -Burcardo, orgoglioso ed incauto, nel portarsi a Milano, osservando -le torri e il restante dell'antica fabbrica sacra ad -Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa di San Lorenzo, -si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi -una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi -soltanto, ma molti principi d'Italia:<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a> <i>Eum ibidem munitionem -construere velle, qua non solum Mediolanenses, -sed et plures Italiae principes coercere decrevisset</i><a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>. -Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre cavalcava. -Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne -fece rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con -ogni splendidezza accolse l'ospite illustre, giacchè Burcardo -era suocero dello stesso re Rodolfo; gli diede una caccia del -cervo nel parco, cosa che Lamberto arcivescovo non soleva fare -se non co' più cari amici:<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> <i>Concessit cervum, quem is in -suo brolio venaretur, quod nulli unquam nisi carissimis -magnisque concessit amicis</i>, così dice Liutprando; insomma -dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo -avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente -con molta officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non -ebbe tempo di riferire al re di Borgogna il risultato della -negoziazione; poichè, assalito ne' contorni di Novara da alcuni -armati, vi lasciò la vita; dopo di che il re Rodolfo abbandonò -per sempre l'Italia. Fra le altre cose che Liutprando -asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi,<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> <i>dum -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -juxta murum civitatis equitaret</i>, vi è la seguente:<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> -<i>Lingua propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si -Italienses omnes uno uti tantummodo calcari, informesque -non fecero equae caballitare, non sum Burchardus. -Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem -nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios -de muro mortuos praecipitabo.</i> Veramente così non -parlò Cesare alla cena, nè Augusto alla vista del simulacro -di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è feroce e muscolare; -l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia colla virtù. -Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non -fu nobile, nè generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra -parte, se non coll'averne resa informata Ermengarda. -Ma Burcardo non dovea simulatamente chiedere soccorso da -un popolo che altamente disprezzava, nè cercare l'assistenza -degli Italiani, affine di ridurli poi ad una vituperosa -depressione: il progetto non era nè generoso nè eseguito -nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano -che la terra è la patria a tutti comune; che gli uomini -formano una famiglia che diradatamente l'abita; che l'essere -domiciliati qualche grado più al polo, ovvero all'equatore, -non costituisce una diversità nella specie; che la fortuna, -la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro -col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento -e la miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio -nazionale, e niente più ingiusto quanto il rimproverare altrui -d'essere nati ove lo furono; e niente più inutile e incauto, -quanto il mostrare disprezzo verso una nazione la -quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile, sarà -sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero -lasciare queste tracce; essi camminarono per altro -sentiero, e si resero padroni della terra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -</p> - -<p> -Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo -di Milano era già diventato un personaggio di somma considerazione -fra i principi del regno d'Italia; che le mura -di Milano erano forti e tali da potervisi confidare; che Pavia -non era distrutta a segno che non vi si abitasse tuttavia -e non fosse capace di una difesa. Il parco poi dell'arcivescovo, -chiamato <i>Brolio</i>, in cui manteneva i cervi, era immediatamente -fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva -dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo -diede l'aggiunta <i>in Brolio</i> alle due nominate chiese; -nè questo è da confondersi coll'orto chiamato <i>Broletto</i>, -che aveva l'arcivescovo al sito in cui vedesi oggidì la ducal -corte. -</p> - -<p> -Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi -nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna -e re di Provenza, già invitato, come dissi, dagl'italiani, se 'n -venne:<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> <i>Venit Papiam, cunctisque conniventibus regnum -suscepit</i><a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>. Qui non sarà inutile l'osservare che sotto -la denominazione di Alta Borgogna comprendevasi il paese -degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte della Savoia; -chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta -Borgogna e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità -colla quale Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno -di Berengario augusto, e la rapidità con cui, partitosene, -ritornò con un'armata. Ugone per cinque anni regnò -solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per la vedova -marchesa d'Ivrea Ennengarda, sorella di lui per parte di -madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, -a cui doveva il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane -un vestigio nella moneta milanese che conservo nella -mia raccolta. Nell'anno 931 associò sul trono Lotario suo -figlio, ed allora i diplomi, non meno che le monete, ebbero -la leggenda di<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a> <i>Hugo et Lotharius rege</i>, anzi in modo -assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che -ho presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -dell'incauto Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'impero, -e faceva servire gli amori al regno, quando il -primo aveva fatto l'opposto. La famosa Marozia, vedova duchessa -di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocchè con quell'appoggio -non vi fosse chi gli disputasse l'impero; e -l'avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto -irritato Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi -la città, dovette infelicemente ritornarsene in Pavia -l'anno 933. Erano state in questo frattempo, per lo spazio -di sette anni, tranquille le cose di Lombardia, e naturalmente -i primi signori, e fra questi l'arcivescovo di Milano, -che opportunamente profittava quando gli affari erano in -movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per -richiamare al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato -con quel principe, al quale cedette una parte de' suoi -Stati di Provenza, cioè la gran Borgogna cisjurana; e con -tal mezzo si fece interamente cedere ogni di lui pretensione -sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi fatto invito -ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, -era comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo -vinse e lo fece scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto -aveva cessato di vivere; eragli succeduto un prelato -di più mite carattere. Ma il re Ugone, da accorto politico, -non valendo colla forza a contenere chi occupava la cospicua -sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la -scelta sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi; e -questo fu Teobaldo, che gli era figlio naturale, partoritogli -da Stefania, donna romana, che era la terza concubina del -re. Per non violare le costumanze e le ragioni de' sacri canoni, -lo fece tonsurare e ascrivere tra i cardinali della -santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo di -<i>ordinari</i><a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>, e così con finissima politica, onorando quel -ceto di polenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano -de' principali cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi, -dignità allora cospicue, si assicurò la tranquillità. -Ma il progetto, immaginato con avvedutezza, fu da Ugone -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -medesimo, per impazienza, rovinato; poichè durando a vivere -l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re, -ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo, -ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano -per di lui comando i primari del regno nel 944, i suoi facessero -nascere una briga co' Milanesi, procurando fra il -tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il colpo andò a vuoto; -venne sparso il sangue di molti, ma fu salvo Arderico<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>; -il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a secondare -le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene, -e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe -poca parte nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese -d'Ivrea, che si era sottratto dalle insidie del re Ugone, -ricoverandosi in Germania. Questi era un signore possente, -e vedendosi favorito dall'arcivescovo e da' signori suoi aderenti -comparve in Italia alla testa di alcuni armati. Nel -945 venne a Verona, donde passò a Milano. In Milano si -radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re -Ugone forza per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò -la corona d'Italia; pregò la dieta di non volerla togliere -al figlio Lotario; e passò a reggere i suoi Stati nella -bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta la corona italica -per diciannove anni, ne' quali tenne per lo più la sua corte -in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano, -o perchè ancora non ben popolata e costrutta, o per -la pericolosa vicinanza del potente arcivescovo. Così restò -semplice cardinale ordinario il figlio reale Teobaldo. -</p> - -<p> -Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, -era figlio, siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e -di Gisla, figlia dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto -che si collegò con Gilberto conte e con Olderico per -deprimere il suocero e collocare Rodolfo, re di Borgogna, -in di lui luogo. Matrigna di Berengario era la marchesa -Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la inquietudine -politica e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un -oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro -Ugone, che lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -più di quanto l'avrebbe egli desiderato. Pensando -Ugone al modo di liberarsi da un tale oggetto, ricorse alla -insidia, solito mezzo di un principe debole, spaventato e -senza morale. Simulò la maggiore amicizia che aver si potesse -per il giovine Berengario; ogni volta che di lui ragionava, -palesava una simpatia, una stima di Berengario -somma; ogni arte pose in opera per invitarlo a venire a -Pavia alla corte d'un re che tanto fingeva di amarlo. Tutto -era disposto per arrestarlo, poichè fosse caduto nella rete, -e cavargli gli occhi; operazione che in que' secoli di ferro -era pur troppo frequentemente praticata. Il re Lotario, figlio -di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre fosse -riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla -compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmi -al padre la macchia d'aver eseguilo l'infame progetto -e rese avvisato Berengario dell'occorrente: di che Liutprando -non arrossi di biasmarlo<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>; tanto le idee della virtù erano -smarrite in que' tempi, non solamente nel turbine delle -passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore che -tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo -per cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, -lontano dalla sorda insidiosa politica del re Ugone, di -cui la storia non ci ha lasciato nessuna bella azione che in -qualche modo bilanci i tratti di bassezza e di atrocità che -hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama <i>una -solennissima volpe</i>: io non credo che vi facesse bisogno -di tanta accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; -per vivervi fra le insidie e i pericoli senza potere -ottenere giammai dal papa la corona imperiale; per fuggirsene -vilmente al primo comparire dei torbidi; per vivere -nell'angustia, e lasciare di sè alla posterità un'infausta -memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la dappocaggine? -La vera accortezza è quella che, conciliando al -principe la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul -trono; lo rinfranca contro gl'insulti nemici; e dopo una -vita segnata colla giustizia, colla beneficenza e col valore, -lascia alla fama il carico di eternare la sua gloria e trapassare -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -alle età che nasceranno la memoria delle sue -virtù. -</p> - -<p> -Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese -d'Ivrea Berengario, l'anno 945, per unanime consenso -de' signori d'Italia, fu collocato sul trono abbandonato -da Ugone, il re Lotario, di lui figlio; di cui l'ottima -indole s'era meritata la comune opinione. A questa scelta -probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se non -per sentimento, chè l'anima di costui forse non era capace, -almeno per decenza di comparire grato a un principe che -l'aveva salvato dalle insidie del padre. Lotario altronde era -già stato solennemente associato al regno, e proclamato re -d'Italia da quattordici anni addietro; nè si poteva scacciare -quell'innocente sovrano dal trono senza ribellione ed ingiustizia -manifesta. Questa è la prima dieta del regno, e -la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in -Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre -memorando (945). Il regno del giovine Lotario fu puramente -di nome, poichè in fatti tutto si mosse coi voleri -del marchese Berengario; al quale spiacendo anche quell'embrione -di re, che gl'impediva di sedersi egli stesso sul -trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il -regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe -la sua tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale -fu la ricompensa che il marchese Berengario diede al re -Lotario, a cui doveva la luce del giorno. Dopo ventiquattro -giorni appena estinto Lotario, l'anno 950, Berengario e Adalberto -suo figlio vennero proclamati re d'Italia. -</p> - -<p> -Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel -secolo crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione -fosse disceso l'uman genere; esamini, chi il -brami, più minutamente gli storici, e veda poi se le querele -sopra i costumi presenti sieno fondate; ovvero se in -vece non vi sia ragione di offrire umili voti di riconoscenza -a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce che vizio e -miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se -qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra, -questa è riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -sullo stato delle arti e delle lettere in que' barbari tempi, -servirà a distrarci dai veneficii, dagli accecamenti e dalle -insidie che compongono la storia di quegli anni. Poichè si -dovette tumulare in Milano l'estinto re Lotario, tanto era -lontana ogni idea della erudizione, che, per formarne l'urna -sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in cui eravi -scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si formò -l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i caratteri; -di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, -i quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>. -La lingua latina scrivevasi coi più strani solecismi: -alcuni pochi esempi ne daranno idea. Un diploma di questi -tempi comincia così:<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a> <i>Dum in Dei nomine, civitate -Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo et -Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, -quod topia vocatur, infra eadem Curte</i>, etc.<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Una -sentenza comincia così:<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> <i>Dum in Dei nomine, ad monasterium -sancti, et Christi confessoris Ambrosii, hubi -ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus Lambertus -piissimus imperator preerat, in domum ejusdem -sancte mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, -in juditio resideret Amedeus comes palacii, una cum -Landulfus, vocatus archiepiscopo, singulorum hominum -justitiam faciendam, ed deliberandam, etc.</i><a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -Altra sentenza comincia così:<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a> <i>In Dei nomine, civitatis -mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis -in juditio ressederet Magnifredus comes palatii, et -comes ipsius comitati Mediolanensis, singulorum hominum -justicias faciendas, ressedentibus cum eo Rotcherius -vicecomitis ipsius civitatis, etc.</i><a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. Vero è che -ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: -e tale è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla -pag. 17, ove così leggesi:<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a> <i>Confirmo ut omnes servos -et ancellas meas sint Aldiones, et pertinentes mundium -eorum ad ipso Xenodochium, habentes per caput unusquis -mascolis et femine solidus singolus; et ita volo, ut -illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas -opera mihi faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint -faciendi, ut cum anona ejusdem Xenodochii operas -ipsas perficiant.</i> Ma convien confessare che assai barbaro -era il modo col quale comunemente si scriveva anche nel -decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il -quale pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva -essere uomo colto, egli, nel 903, così scriveva:<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a> <i>Senodochium -istum sit rectum et gubernatum per warimbertus -humilis diaconus de ordine sancte mediolanensis -ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -besana diebus vite sue</i>.<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Da ciò comprendesi qual grado -di coltura poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano -rimanere sconosciuti gli autori de' buoni secoli preceduti; -poichè per poco che un uomo si addomestichi a -leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non sarà -forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si -parlasse in Milano un dialetto poco dissimile da quello che -si parla oggidì; e che nello scrivere si adoperasse una -lingua diversa da quella che volgarmente si parla. In fatti -anche presentemente nello scrivere si adopera la lingua -italiana, anche dalle persone meno colte; le quali parlane -do, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto -sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se -dunque, anche a' nostri giorni, i Milanesi scrivono quella -lingua che chiamasi italiana, e nel discorso non se ne servono -comunemente mai, non vi può essere difficoltà a -comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella lingua -che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto -proprio. Quello che mi fa credere che la lingua che serviva -per la scrittura, non fosse la usata nel parlare, si è che -non vi trovo analogia veruna fra una carta e l'altra. I barbarismi, -le sconcordanze sarebbero costanti se fossero state -in uso nel parlare; nè può intendersi questa varietà di -errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di -dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose -che cercava di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati -gli articoli del volgare <i>da due parti, dalla terza, -dalla quarta</i>; come in una carta del 941;<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a> <i>Coeret ei da -duos partes tenente ursone, item de insola comense, de -tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta -parte terra sancti petri de clevade</i><a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>. Dallo stato della -lingua può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e -di quei tempi nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -che stendesse le memorie degli avvenimenti della città; -siccome cominciarono poi a fare nel secolo undecimo Arnolfo -e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi persuade -che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia -si parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia -conserva; e ciò perchè le vocali <i>u</i> ed <i>eu</i> pronunziate coll'accento -francese, e così altre desinenze della lingua francese, -non mi sembrano innesti fatti colla dominazione dei -Franchi, ma una emanazione dell'antica lingua gallica originale, -siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli ne' due ultimi -secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro parole -spagnuole ci sono restate, <i>infado, amparo, giunta, desdita</i> -e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che -i Franchi, e poche voci abbiamo che traggano la sua origine -dal tedesco. Questa generale pronunzia francese più che italiana, -adunque, è una tradizione da padre in figlio, che ascende -sino all'antica venuta de' Galli, e per conseguenza non -interrotta. In queste materie la dimostrazione non può sperarsi; -le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano -favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese -potrà in breve intendersela con un contadino provenzale; -e più difficilmente s'intenderanno fra di loro due -contadini, uno milanese e l'altro calabrese; tanto il nostro -dialetto appartiene più alla lingua di Francia che alla -italiana! -</p> - -<p> -L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite -al segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio -della chiesa di Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi -l'altare della chiesa istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, -il mosaico del coro e la tribuna. La porta della chiesa di -San Celso, l'altare di San Giovanni in Conca sono di que' -tempi: cose tutte lontane della eleganza che soddisfi un delicato -conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi lavori -di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle -chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, -dove rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di -manifatture. Lodovico il Pio aveva ricompensato un prete -veneziano che da Costantinopoli aveva portato l'arte di fare -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto in grazia dal -vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno -873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva -luogo nell'Italia. -</p> - -<p> -Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a -una tale ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, -sotto il governo di sovrani che col veleno e cavare gli occhi -cercavano di mantenersi sul trono, in un regno elettivo, -esposto a invasioni straniere, facile è lo immaginarselo. Il -visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della sua magistratura, -aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare -gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non -potè firmare una carta che anche oggidì conservasi nell'archivio -di Sant'Ambrogio, e vi fece in luogo del suo nome -una croce per non sapere esso scrivere; e di sedici persone -che intervennero a quel contratto, appena sette poterono -fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, -vi apposero la croce<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>. Anche da ciò facilmente comprendiamo -in quale misero stato dovessero trovarsi gl'interessi -de' cittadini. La carica di <i>viceconte</i> era immediatamente -subalterna del <i>conte</i>, che reggeva la città in nome del re, -come la carica di <i>vicedomino</i> era immediatamente subalterna -dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi -origine del cognome che ne prese la famiglia <i>Visconti</i>. I -cognomi non ritornarono in uso se non verso la fine del -secolo undecimo. Le leggi poi sotto le quali si viveva in -quei tempi, erano quali lo potevano permettere i tempi -stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa per vederla -eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava -che non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti -a quei che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva -l'esportazione delle armi agli esteri. In somma tutto si -credeva di poter fare con leggi vincolanti; o almeno si -credeva il legislatore di avere bastantemente eseguito il -dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli -uomini d'essere felici, in vece di ascendere alle cagioni e -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -impedire che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi -stesse molto si estendevano contro coloro che col mezzo -della magia devastavano colla grandine le messi, e si ordinava -all'arciprete della diocesi il modo di costrignerli a -confessare il supposto delitto, onde punirli<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>; e questo ci -basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei -miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a -ripeterlo, sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; -i lumi, l'urbanità, la felicità pubblica caramente si abbracciano<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>. -</p> - -<p> -Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse -la costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri nei -quali principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia -potrebbe darci qualche idea del governo d'Italia in quei -tempi. Un re elettivo; il primato, che ha molta influenza in -tutti gli affari; la plebe degradata sotto la potenza dei -grandi, divenuti formidabili al re; la facilità della rivoluzione; -la frequenza delle invasioni straniere; la concorrenza -di più rivali che coll'armi disputano il trono; la vera -sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze -che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza -dei tempi, ne' quali, mancando l'arte dello scrivere, e non -essendovi nomi di casati, nemmeno poteva esservi una costante -tradizione di nobiltà. Quindi, non solamente era difficile -il modo per fare le risoluzioni, ma era un altro oggetto -di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile, -chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -controversia in un tale sistema doveva portare la confusione -all'ultimo grado; Carlo Magno fu un gran principe, -gran soldato, e col dritto di conquista, dominò assolutamente -sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere sacra -la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate -per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. -I successori di lui non ebbero un vigore e un genio che -lo pareggiasse. S'indebolì la potenza del sovrano; e l'acclamazione -de' magnati e la sacra cerimonia divennero condizioni -pretese essenziali alla costituzione di un sovrano. -Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il -quale, gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva -doni continui di terre e accresceva l'opinione, vera -ed unica base del potere politico, e giunse ad essere creduto -il solo che colla incoronazione potesse creare un legittimo -re d'Italia. Come poi i re d'Italia potessero donare -poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e ad altre -chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero -erano recentemente chiamati a regnare; come fossero in -poter dei re questi campi e queste terre, onde ne facessero -un dono della loro proprietà ai primati, non è facile lo -spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome a me pare -credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti fosse -allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì -nostri; per la ragione che, non essendovi cognomi delle -famiglie, e pochi essendo coloro che sapessero scrivere, sì -tosto che un uomo non aveva figli o fratelli o nipoti, facilmente -non si conosceva più nessun parente a cui dovesse -passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo vacante -nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo -nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che -i sovrani, laddove lasciavano in origine la libertà dell'elezione -al clero a norma de' sacri canoni e della tradizione, -non consentirono più che una dignità divenuta pericolosa -al loro regno cadesse indifferentemente sopra chiunque; -ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando, -costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal -quale speravano di temer meno in avvenire, e che, riconoscendo -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -dal re la dignità, a lui fosse anco più ligio ed ossequioso. -Quindi si sconvolse l'ordine; la venalità aprì la -strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di venire a -rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria -fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette -la chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. -Sotto Carlo Magno e sotto i primi suoi successori, -l'Italia fu immediatamente diretta da governatori in nome -del sovrano, dei quali alcuni ebbero il non dovuto titolo -di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo Magno, Bernardo, -figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho -fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi -regii, il visconte, l'arcivescovo, chiamato anche <i>dominus</i>, -il di lui vicario, <i>vicedominus</i>, e ciò a vicenda -e confusamente, ora più, ora meno, a misura della circostanza -del momento. -</p> - -<p> -Dello stato della popolazione del decimo secolo nulla abbiamo -di preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere -mediocremente popolata Milano. Le terre erano coltivate -parte da servi e parte da liberti, i quali chiamavansi <i>aldiones</i>. -Molta parte del ducato era bosco. In qualche luogo -che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque stagnanti. -Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie -sorta di grano si coltivavano e si coltivava anche il lino. -</p> - -<p> -Le terre, che prima si misuravano a <i>pedatura</i>, già nel -principio del nono secolo si misuravano a <i>pertiche</i> e <i>tavole</i>, -come oggidì si costuma; la misura del fieno era a -<i>fascio</i>, quella del vino a <i>stajo</i> ed a <i>mina</i>, nella misura -delle terre però eranvi <i>juges</i>, misura equivalente a dodici -pertiche. -</p> - -<p> -Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come -continua ad esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti -col passare dei secoli. Fu più volte per essere abolito, e -una di queste fu sotto Carlo Magno, che aveva preso concerto -col papa di uniformare al rito romano tutte le chiese -de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece il possibile -per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio, -vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -al santo institutore che non venisse abolito<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. Fra le mutazioni -accadute nel rito ambrosiano, vi è in parte quella -del battesimo, che allor si eseguiva immergendo nel sacro -fonte, non porzione del capo soltanto, ma tutto il corpo -del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per le -donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove -ora trovasi Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo -le vergini sacre a Dio di Vigelinda, che assistevano -alle fanciulle nel loro battesimo: <i>massimamente finchè -durò il costume di non conferire comunemente quel sacramento -a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche -uso di ragione</i>, come insegna il conte Giulini<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>. L'altro -battisterio chiamavasi San Giovanni alle Fonti, destinato -per gli uomini; ed è tuttavia in piedi, sebbene mutato dì -forma. Ognuno può ravvisarlo al capo della chiesa di San -Gottardo, nella regia ducal corte, ed è quel fabbricato poligono -in cui sta riposto l'altar maggiore; e quello è appunto -l'antichissimo battisterio in cui probabilmente Sant'Agostino -venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>. -Oltre la universale ignoranza di quei tempi si -può avere un'idea della religione, dalle prescrizioni che -si fecero in un concilio tenutosi in Pavia l'anno 580, a cui -presiedeva l'arcivescovo di Milano. Si proibisce in quel -concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma nei -privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non -farli celebrare se non da un sacerdote:<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a> <i>Docendi igitur -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -saeculares viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter -exerceri debeant, quod valde laudabile est; ab his -tamen tractentur, qui ab episcopis examinati fuerint, -et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris comitati -probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si -qui ergo contemptores canonum extraordinarie et illicite -ministrantes, et divina sacramentaliter violantes -inveniuntur, primum ab episcopo uterque amoveatur, -et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui ejus -usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate -compescere, excomunicetur</i><a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>. Nel medesimo -concilio si prescrive ai vescovi di non cagionare tante spese -girando per la cresima, di non appropriarsi i beni delle -pievi, e di non vivere con donne sospette. Questi fatti s'ignorano -da coloro che vorrebbero indistintamente richiamare -la pietà degli antichi tempi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<h2 id="cap4">CAPITOLO IV.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="bkq"> -<i>Continuazione del risorgimento di Milano, che torna -ad essere la più importante città della Lombardia -nel secolo undecimo.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -(950) Già erano trascorsi più di sessanta anni dacchè -l'Italia non aveva più connessione alcuna coi regni di -Francia, nè con quello di Germania, quando Berengario, -marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico l'anno 950. Gli -Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo incoronava -imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti -a Carlo il Grosso, Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, -figlio di Arnolfo, nel quale finì il sangue di Carlo Magno; -a questo fu sostituito Corrado I, conte di Franconia, indi -Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette Ottone, che -già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando -il marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di -Germania, sebbene non dimenticassero l'Italia e pensassero -a regnarvi scacciandone quelli che la dominavano col -titolo di re o d'imperatore, non ebbero però nè occasione -nè mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come -il duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo -Anselmo, ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, -sommo pontefice, fosse incoronato imperatore. Si è pure -veduto come i duchi di Spoleti, Guido, poi il di lui figlio -Lamberto, da Stefano V incoronati augusti, regnassero interrottamente. -Questi Italiani, innalzati al trono italico ed -alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati -come usurpatori, non meno di quello che consideravano -Rodolfo, Ugone e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a -regnare sull'Italia. Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -collocato nella serie degli augusti nè Arnolfo, nè Luigi, nè -Corrado, nè Enrico, dagli Oltramontani inseriti nella cronologia -degli imperatori; sebbene non incoronati dal papa, -e sebbene nè Corrado, nè Enrico nei loro diplomi si siano -mai dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione -assai feconda di equivoci, perchè Enrico I, imperatore, -dagli Oltramontani si chiama Enrico II, e così i Tedeschi -contano sette Enrici nella serie, dove noi non ne -annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane -eccedono d'una unità le nostre. Io, italiano, debbo -servirmi della cronologia italiana, e ne prevengo i miei -lettori, per non ripeterlo ogni volta; e credo che sia ragionevole -di non qualificare nè Corrado, nè Enrico con un -titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi medesimi -fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono -d'Italia il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione -sommamente aveva contribuito Manasse, da Berengario -istesso violentemente intruso nella sede arcivescovile. -Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono, non -solamente abborrendo la recentissima scelleraggine d'aver -egli avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, -e l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova -Adelaide, ma in lui ravvisando un ingiusto oppressore -del loro legittimo arcivescovo Adelmano. È assai probabile -che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo fossero i Milanesi, -ad invitare secretamente Ottone, re di Germania, a scacciare -dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno -d'Italia agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano -cautamente il di lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, -e ciò accadde appena un anno dopo che il marchese -d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>. Venne Litolfo -a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con -quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore -di quel re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi -di Ottone spediti in Pavia appunto nel 951, dai quali -si conosce ch'egli aveva creato Manasse arcicappellano<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -(952) Pare che al comparire di Ottone si ecclissassero Berengario -II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone, il -quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re -d'Italia; poi, ritornato in Germania, dovettero colà portarsi -Berengario e Adalberto, abbandonandosi alla generosità di -Ottone, da cui a titolo di feudo vennero in Augusta, nel -952, investiti del regno d'Italia, e da ciò ne fa nascere il -Muratori il diritto che pretesero in séguito i re di Germania -di avere sopra l'Italia. -</p> - -<p> -Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente -peso del re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, -ritornati in Italia, dalla viltà passarono alla prepotenza; -solito costume delle anime basse, d'insultare quando la -fortuna è loro prospera, e annichilarsi quando è loro contraria. -Il loro governo era diventato insopportabile. Lo -scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, -e la reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo -venne alla testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re -Ottone di lui padre, che, occupato negli affari di Germania, -non potea venire in persona a contenere i due tiranni. -Litolfo però fu degno di venire invece di un gran re. Berengario -e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio -sul lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse -per forzarli. Una masnada di militi traditori, come dovevano -essere coll'esempio di tai padroni, consegnò nelle -mani di Litolfo lo stesso Berengario, da cui erano stipendiati. -Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò di vincere -senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente -lo fece scortare libero nella fortezza. In quei tempi, sotto -Ottone, sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica -magnanimità romana; e questo ci fa risovvenire di Camillo -e di Fabricio. Ma il valoroso Litolfo, amato e venerato allora -dagli Italiani, poco dopo morì, non senza sospetto di -veleno<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>. Tali erano le armi di Berengario. Così que' due -cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono il -dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -morte del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene -dal re Ottone in Germania, implorando la sua venuta, per -liberare Milano e l'Italia da coloro. Giovanni XII, sommo -pontefice, spedigli dei legati pregandolo di venire, e offrendosi -d'incoronarlo imperatore. (961) Scese finalmente in -Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa di -Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e -così ce lo descrive Landolfo Seniore.<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a> <i>Interea Valperto -mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, -rex omnia regalia, lanceam, in qua clavus -Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltheum, -clamydem imperialem, omnesque regias vestes -super altare beati Ambrosii deposuit.... Valpertus, magnanimus -archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis, -cum manipulo subdiaconi, corona superimposita, -astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque -ducibus atque marchionibus, decentissime, et -mirifice Ottonem regem, collaudatum et per omnia confirmatum, -induit, atque perunxit.</i> Ho riferito le parole -istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo dopo, acciocchè -si veda che nessuna menzione in quei tempi si -faceva della <i>corona ferrea</i>, come nemmeno se ne trova -cenno nelle precedute incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti -le ho riferite per dar luogo a riflettere che i suffraganei -si chiamano <i>beati Ambrosi</i>i, non già <i>Barnabae -apostoli</i>. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro che -egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno -dissertato sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di -queste opinioni sono state immaginate molto tempo dopo -di Ottone, la incoronazione del quale è probabilmente la -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -prima che siasi fatta in Milano; non potendosi chiamare -incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici -anni prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. -Forse non si fece questa solenne incoronazione in Pavia -nella chiesa di San Michele, come era costume, perchè il -palazzo reale era stato distrutto da Berengario, siccome -accenna il conte Giulini, appoggiato al testimonio di alcuni -scrittori. -</p> - -<p> -Da Milano passò a Roma Ottone, che ben si merita il -nome di <i>Grande</i>. L'arcivescovo Valperto lo presentò al -papa<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>, da cui venne incoronato augusto nel 962. Appena -celebrata questa sacra cerimonia se ne venne l'imperatore -a Pavia; Berengario e Adalberto stavano ricoverati nel -forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e degna -moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San -Giulio sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera -la regina, e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare -fino al castello di San Leone, e la lasciò al marito. -Due anni dopo si dovette rendere alle armi di Ottone Augusto -anche San Leone; e allora Berengario e la moglie -furono relegati nella Germania. La generosa e mite condotta -del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette -in Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; -nè entrerò io ad esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha -forse dettata al chiarissimo Muratori la disapprovazione -ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro; ma nelle azioni -di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di generoso -che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini -oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era -degno di un tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano -ha battuto moneta, ed io ne ho nella mia collezione. Il -cronista Sassone, pubblicato dall'Eccart, dice che Ottone:<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a> -<i>Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit, -qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur.</i> Vi è chi ha -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -opinato che la nuova moneta fosse di cuoio<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>; ma la moneta -è di argento buono, simile a quello delle monete di -Ugone e di Lotario, scodellata come quelle, e perciò <i>innovavit</i> -potrebbe intendersi o per avere posta in azione la -zecca, o per averla collocata in nuovo sito, e forse quello -antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa <i>alla Moneta</i>, -dove quell'officina si è conservata per più di otto -secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la -storia di Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, nè -sotto il di lui figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò -sulle tracce del padre. Sotto due regni attivi e rispettati, -nulla poteva somministrarci la storia d'una città la -quale non influiva nel regno italico se non colla sagacità -dell'arcivescovo metropolitano; importantissima sotto un -monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante -la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di -ventidue anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla. -Morì Ottone II in Roma, e colla di lui morte ritornò -l'anarchia per quasi sei anni, nei quali non si riconobbe -verun re, giacchè il fanciullo Ottone III era il soggetto -delle dispute in Germania fra chi voleva essergli tutore, e -gli Italiani non conoscevano loro sovrano se non quello -che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte di -quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare -il sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. -Venne in Italia poi l'imperatrice Teofania correggente, -e madre del giovine Ottone; il quale, coll'opera di -lei, fu riconosciuto per sovrano: poi venne in Roma incoronato -imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa -ed ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo -l'ambizione dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui -vanità, quando, nel 1001, lo destinò suo ambasciatore all'imperial -Corte di Costantinopoli per ricercare agli augusti -Costantino e Basilio la principessa Elena in isposa. -Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle -parole di lui:<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> <i>Archiepiscopus, magno ducatum militum -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -stipatus, quos pellibus martullinis, aut cibillinis, -aut rhenonibus variis, et hermellinis ornaverat, quibus -imperator mirifice eum imbuerat</i>, si portò alla corte di -Costantinopoli e si presentò ai greci augusti:<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> <i>Episcopalibus -indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam -foris, aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, -aut perturbantibus, esse solitus fuit...... et ab ipso -admirabili monarcha magna susceptus honorificentia, -satis episcopaliter conversatus est.</i> L'ambasciata doveva -essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto, -per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il -lusso allora era nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili -ancora non eravi la mitra; e l'arcivescovo andava abitualmente -vestito co' suoi paramenti, come appunto continuano -a praticare i sommi pontefici colla stola, che non depongono -mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, -giunto egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la -morte seguita poco prima di Ottone II, per cui Elena rimase -vedova prima di conoscere lo sposo. A quest'ambasciata, -sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo, siamo debitori -del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta -collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è -cosa nuova nei monarchi di premiare e ricompensare con -donativi, il valore dei quali non pregiudichi l'erario. Il -serpente di bronzo fu donato dal tesoro di Costantinopoli, -facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il medesimo -che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità -fu rimeritato della enorme spesa che fece. -</p> - -<p> -Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono -in Pavia alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -la di lui morte proclamarono re d'Italia Arduino, marchese -d'Ivrea; e tosto venne incoronato nella chiesa di San -Michele in Pavia. L'arcivescovo era assente per l'ambasciata, -e quando ritornossene a Milano portossegli incontro il nuovo -re, e fece di tutto per renderselo amico<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>. Il regno degli -Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati d'Italia -a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia -che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per -dodici anni sostenne la contrastata figura di re d'Italia, -scacciato ogni volta che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò -la scena col farsi frate e morire. I Milanesi non erano -contenti di questo re Arduino, o perchè eletto senza aspettare -l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa memoria -di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non -era lontana che di quarantanni. L'arcivescovo era del partito -di Enrico, che era fatto re di Germania; ma cautamente -si conduceva a seconda del tempo<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. Venne Enrico nell'Italia -nel 1004, e in Pavia fu incoronato re d'Italia, e da noi -chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna che venne in Milano -il nuovo re,<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a> <i>Sanctissimi praesulis Ambrosi amore.</i> -Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno, -portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, -sebbene Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran -parte il dominio d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. -Enrico fu, nel 1014, incoronato imperatore dal sommo -pontefice Benedetto VIII, e cessò di vivere nel 1024. La memoria -la più importante che ci resta di lui, è la legge ch'ei -pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere colla -moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine -in Pavia<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze -al clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai -crudele. Il conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, -chiama costumanza <i>concubinato</i>, e i sacerdoti ammogliati -<i>concubinarii</i>: io credo che sia più conveniente voce quella -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -di <i>matrimonio</i> e di <i>ammogliati</i>; perchè nel nostro linguaggio -comune le prime parole significano una unione conosciuta -illegittima da quei medesimi che la contraggono, e -le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra -gli ebrei e fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; -Ottavia moglie di Nerone; Domitilla moglie di Vespasiano, -e così diciamo di ogni unione d'uomo con donna, -creduta e sostenuta e dai contraenti e nella opinione della -loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa ha sublimato -i misteri dell'altare, allora non era così generalmente -osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così -anche rispetto al celibato, si accostavano alla disciplina -della chiesa greca. Disputarono, come vedremo, per conservare -questa facoltà di ritenere la moglie. Dico ritenere, -poichè il rito non permetteva ad alcun sacerdote di ammogliarsi -e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente -concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare -a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che -sia un dovere di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: -non già perchè io preferisca l'antica alla vigente disciplina, -ma perchè l'imparzialità della storia mi determina a -così fare. Questo concilio ebbe alla testa il sommo pontefice -Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui vi è immediatamente -l'arcivescovo Ariberto:<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a> <i>Sanctae mediolanensis -ecclesiae archiepiscopus</i>, così egli si qualificò, nè gli altri -vescovi chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo -<i>non si prese molta briga perchè fossero questi decreti -nella sua diocesi ben eseguiti</i>, dice il conte Giulini<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>. -</p> - -<p> -Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto -nella Storia di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano -<i>Heribertus</i>; ma egli si sottoscriveva <i>Aribertus</i>, e così lo -chiama il conte Giulini, come io pure lo nominerò. Se Ansperto -arcivescovo ebbe idee tanto generose e grandi da -restituire le mura diroccate della patria e munirla di robusta -difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva le -forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -nacque a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua -indole ardita e grande un risalto ed una considerazione che -ella conservò dappoi. Se noi risguardiamo questi due illustri -cittadini come arcivescovi, certamente dobbiamo confessare -che essi non professarono quella dolce mansuetudine -e quel distacco dalle cose mondane che formano la -base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo -come due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente -dignità, che, profittando delle occasioni, sacrificarono le -ricchezze, il riposo, e cimentarono valorosamente la vita -per la gloria e l'amore della patria, che ad essi debbe il -suo risorgimento, siamo costretti a ricordarli con una tenera -venerazione. Ariberto era stato creato arcivescovo nel -1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò questa -sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e -in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da -Uraja ad Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione -per Milano. Ariberto da Antimiamo era, nel -1007, suddiacono della santa chiesa milanese, cioè <i>cardinalis -de ordine</i>, dal che ne venne il vocabolo di <i>ordinario</i>, -nome che conservano tuttavia i canonici maggiori -della metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di -Galliano, che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni -dopo che fu fatto arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri -al luogo ove trovavansi, non ha guari, le monache -Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi propri: <i>de nostris -proprietatibus</i>, come egli dice, e assegnò il fondo per mantenervi -ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali dovessero -osservare la regola di san Benedetto<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>. Sanno gli -eruditi che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo -di Milano, come ogni altro ecclesiastico<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>, e che i monasteri -per lo più avevano uno spedale vicino, in cui dai monaci -si albergavano e nodrivano i poveri. Questo monastero -era presso la basilica di San Dionisio. Morto Enrico Augusto -senza figli nella Germania, fugli eletto per successore -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati, -non comparvero in Germania, ma si radunarono in -Pavia per passare alla elezione d'un re. Era tanto combattuta -la dignità reale nell'Italia, che non potevasi mantenere -senza una incessante forza; e perciò il re di Francia -Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche altro -principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero -accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, -quando l'arcivescovo Ariberto:<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> <i>Suorum comparium declinans -Heribertus consortium, invitis illis, ac repugnantibus -adiit Germaniam, solus ipse regem electurus -teutonicum,</i> così ce lo rappresenta Arnolfo, nostro milanese, -scrittore di quel secolo<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>, dal che vedesi abbastanza -il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non si -curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere -per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche -modo trascelto, e che a lui dovesse la sua corona. Wippone, -cappellano del re Corrado, scrive questo arrivo dell'arcivescovo -in Costanza, ove trovavasi il re Corrado, al -quale dice che Ariberto promise che, tosto che fosse venuto -in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re:<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a> <i>Ipse eum -reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem -publice laudaret, statimque coronaret;</i> il che gli promise -con giuramento e col pegno di ostaggi. Questo produsse che -il nuovo re concedette all'arcivescovo:<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> <i>Praeter dona -quamplurima, Laudensem episcopatum; ut sicut consacraverat, -similiter investiret episcopum</i>; e con ciò oltre -il diritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo -suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di -investitura, ossia di collocare al possesso della dignità e -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -dei beni il nuovo vescovo: dritto che in que' tempi pretendevasi -dal sovrano, non come un semplice <i>placet</i>, ma come -una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti e guerre -fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto -al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità -sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i -Milanesi fecero della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, -da che ne vennero fatali conseguenze per noi medesimi. -Che che ne sia, l'arcivescovo, al dire del citato Arnolfo,<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a> -<i>rediens securus in omnibus, totam suis legationibus -evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos faciens.</i> -Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare, -o per innalzare sè stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado -l'anno 1026<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>, o almeno assai convincenti sono le ragioni -per crederlo. Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato -imperatore in Roma dal sommo pontefice Giovanni XIX. -L'arcivescovo era ricco e splendido a segno, che per più -settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e le sua -corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare -i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene -l'imperator Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente -elesse un nuovo vescovo di Lodi; e sul rifiuto che i -Lodigiani fecero di accettarlo, mosse verso Lodi alla testa -di un numero d'armati bastante per costringere, siccome -fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi -non era cosa insolita di veder dei vescovi nelle armate: merita -però riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e -autorità si era acquistata da potere da sè fare la guerra<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>. -I Pavesi e i Lodigiani così diventarono nemici dei Milanesi. -</p> - -<p> -(1028) Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel -1028, merita di essere riferito, perchè ci dà idea dei tempi -e del carattere di Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello -di Monforte, nella diocesi di Asti, vi fosse celata una -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -nuova setta di eretici. Glabro dice che questa eresia approvava -i riti de' pagani e de' giudei<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>, quasi che fossero -componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo, -della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio -dice che, interrogati questi eretici, rispondevano di -essere pronti ad ogni patimento; che amavano la virginità -e vivevano castamente sino colle loro mogli; non mangiavano -mai carne; digiunavano, e si distribuivano le orazioni -in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non -offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni -in comune; credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello -Spirito Santo; tenevano che vi fosse una podestà in terra -di legare e di sciogliere; e riverivano i libri del nuovo e -del vecchio Testamento, i sacri canoni. Così essi professavano -la loro fede<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>. Molti marchesi e vescovi e signori -erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello -di Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, -per la sua giurisdizione, sulle diocesi dei vescovi -suoi suffraganei, scortato da militi valorosissimi<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>, sebbene -ascoltasse da Gariardo, uno dei pretesi eretici, la -professione di fede nella maniera che ho detto, credette -di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero -loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri -della Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra -gli altri errori, coloro credessero che il matrimonio fosse -cosa riprovabile, e che anche senza veruna opera di uomo -sarebbero nati i fanciulli e continuato il genere umano. -Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione, giudichi -se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi -una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del -castello di Monforte vennero in buon numero presi dai -militi dell'arcivescovo, e tradotti a Milano insieme colla -contessa di Monforte, signora del castello; e l'arcivescovo -tentò di convertirli col mezzo di ecclesiastiche e pie persone, -ma ciò non riuscendo, <i>i primati della nostra città, -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -temendo</i>, dice il conte Giulini<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>, <i>che non si spargesse -più largamente il veleno, alzata da una parte una croce -e dall'altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli -eretici, e loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi -a piè della croce, e confessando i loro errori, abbracciare -la dottrina cattolica, o di gettarsi nelle fiamme. -Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo progetto; -ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto -colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente -consumati</i>; al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un -tal fallo accadesse per volere dei primati,<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a> <i>Heriberto -nolente</i>. In quei tempi il glorioso nostro sant'Ambrogio -non si dipingeva punto in atto feroce e con uno staffile -nella mano; nè si credeva che avesse contrastato al sovrano, -nè perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che -il santo vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione -del principe; e aveva tollerati con carità e mansuetudine -i suoi fratelli, che traviavano nella fede; e a Dio, -padrone di tutto, supplice offeriva le sue preghiere, acciocchè -misericordiosamente gli richiamasse alla strada -della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni, -che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor -più, e la fraterna compassionevole affezione, colla quale -si distinse quel beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione -di sovraneggiare persino le idee, coprendosi col -manto d'un religioso zelo, ha introdotta la persecuzione, -la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto giammai -il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e -resi irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, -la pazienza disarmano gli avversarii, e li richiamano -a venerare il vero Dio con mansuetudine, con -pace, colla benevolenza e coll'esercizio della virtù. Io mi -sono prefisso di non considerare Ariberto come arcivescovo. -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -Come uomo pubblico, cittadino, soldato, politico, egli ha -saputo rendersi padrone di quella rôcca, il che invano altri -aveva tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto -ingiusto e crudele del supplizio. Vi è molto anche da dubitare -se veramente quegli infelici fossero in errore nel -dogma. Mi pare incredibile l'errore di fisica sulla generazione. -Mi sembra assurdo l'altro errore, loro imputato, cioè -che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva -fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume -che volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero -i loro confratelli allorchè gravemente erano ammalati. -Se ci fosse rimasto qualche scritto in cui alcuno -di questi infelici avesse rappresentata la causa propria, -saremmo un po' meglio informati della verità. Forse erano -costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione generale, -e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva -in quel secolo, così scriveva:<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> <i>ad tantam faecem -quotidie semetipso deterior mundus devolvitur, ut non -solum cujuslibet sive saecularis sive ecclesiasticae conditionis -ordo a statu suo collapsus jaceat, sed etiam -ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim, -reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione -languescat. Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, -et veluti facta agmine, omnium sanctarum virtutum -turba procul abscessit</i><a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. Così quel santo descriveva -i costumi di quei tempi infelici. Il supplizio adunque dei -nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco -cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo -che dai pagani si trattassero i martiri; ma così non si legge -che gli apostoli dilatassero la santa e mansueta religione -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -di Cristo. Questa però è la prima memoria e la più antica -di persecuzioni e patiboli adoperati dai cristiani per causa -di religione; e mi dispiace che questo primo esempio, che -nei secoli posteriori è stato seguíto da tanti altri funesti, -sia stato dato in Milano l'anno 1028. -</p> - -<p> -Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, -la potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e -la città si avvezzava sempre più a considerare l'arcivescovo -come il capo della Repubblica. A tanto giunse il potere di -Ariberto, che, unitosi con Bonifacio, marchese di Toscana, -formarono un esercito, e, sormontato il gran San Bernardo, -si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata -dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno -della Borgogna, occupato da Odone, duca di Sciampagna. -Wippo attesta il luogo in cui quest'aiuto venne ad unirsi -all'imperatore, e i nemici furono sconfitti rimanendo il regno -a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo storico -nostro Arnolfo<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. Poi, ritornato Ariberto alla patria, -sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero -di militi milanesi, malcontenti di lui, cercarono il -modo di contenerlo; e, memori della violenza usata da -Ariberto contro i Lodigiani, passarono a Lodi, ed eccitarono -quanti più poterono a prendere le armi e seco loro -unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro -a costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. -Seguì una zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo -rimase con poco vantaggio, e fra gli altri uccisi si -annoverò il vescovo di Asti, suo suffraganeo, che rimase -sul campo<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>. Venne poi l'imperator Corrado in Italia nel -1037, e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse non -lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, -di tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto -ben tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto -lo raggiunse. Ma, sia che quell'augusto avesse attribuito -ad Ariberto la poca sicurezza ritrovata in Milano, sia -che l'arcivescovo usasse di un tuono poco rispettoso e sommesso, -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -la storia c'insegna che Ariberto ivi fu arrestato, e -sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero. Io -non trovo difficoltà a credere che realmente Ariberto non -fosse contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore -di lui; che egli indirettamente potesse aver fomentata -la licenza del popolo per farne patire l'imperatore; e -che, confidando sull'autorità che possedeva, o sulla illusione -del principe, si presentasse a lui a Pavia con sicurezza. -A custodire il prigioniere Ariberto l'imperatore aveva -destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta -cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero -alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; -e questo era appunto lo stato al quale aveva -pensato di ridurli l'arcivescovo per sottrarsi, come fece, -alla loro custodia. Così egli ricuperò la sua libertà, e cautamente -portossi a Milano, accolto dalla città con somma -allegrezza. Poichè Corrado intese il fatto, si mosse, e alla -testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto -singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; -ma i tempi erano assai cambiati. Milano non era più la città -spopolata, distrutta e languente; era<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a> <i>maxima multitudine -munita</i>, come ci attesta Wippo; e i Milanesi gli andarono -incontro, e più volte si azzuffarono con gl'imperiali. -Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei -potè devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare -il pensiero di aver Milano. La collera dell'imperatore scelse -allora un'altra specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo -Ariberto, e nominò Ambrogio prete cardinale -della santa chiesa milanese in sua vece: forse credendo -che alla città medesima, stanca per avventura della dominazione -di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma -nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>. Vedendo -riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, -ed era di animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; -e Corrado perciò portossi a Roma, e indusse Benedetto -XI a scomunicare Ariberto: ma nemmeno perciò -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>, e quindi -Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco -dopo cessò di vivere nel 1039. -</p> - -<p> -Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua -città. Enrico, figlio di Corrado, era stato già proclamato re -di Germania. Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta -da Ottone in Berengario e Adalberto, i re di Germania credevano -che l'Italia fosse una parte della loro corona; e gli -Italiani diversamente credevano che il loro fosse un regno -distinto, e che non si acquistasse se non colla proclamazione -e incoronazione in Italia. Prima che non seguisse la -incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione alcuna -del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo -che ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico -II, sebbene gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era -lontano; e l'impazienza del carattere facendo sembrare -noioso il tempo della tranquillità, disgraziatamente animò -i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili e la plebe. Questo -primo germe di discordia non si estinse mai più, sebbene -per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne -farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' -nobili, come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. -La cosa è assai naturale, perchè i cardinali erano -scelti fra le più nobili famiglie, e l'arcivescovo era trascelto -dal loro numero. La plebe era trattata con molta durezza -dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione militare, -e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro -il comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù -longobarda, per cui un nobile era proprietario di molti -uomini. I costumi erano ancora agresti, e spiravano il secolo -di ferro. La plebe, che aveva col suo sangue contribuito -anch'essa a difendere la patria, non poteva soffrire -di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il pericolo. -La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul -monte Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò -uno spediente migliore; poichè invece ella scacciò dalla città -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -l'arcivescovo e tutti i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. -Per più di due anni continui si mantennero i plebei ben -muniti e difesi in Milano; tentando incessantemente i nobili, -a per assedio o per sorpresa, di rientrarvi; e sempre -rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che il -re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno -in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo -Ariberto, nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre -egli era ammalato e vicino a morte, Uberto, fedele suo -milite, mostravasi afflitto; e l'arcivescovo placidamente lo -consolò dicendogli: Io vado sicuro ai piedi di Sant'Ambrogio, -tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive la religiosa -pietà del nostro Ariberto:<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a> <i>Convocatis sacerdotibus -et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum -poenitentia accepta, atque confessione coram -omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus per impositionem -manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, -Sanctam Eucharistiam humiliter ac devote suscipit</i><a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>, -e poco dopo morì: uomo che nel carattere ebbe molta -grandezza; buon soldato, buon principe; aveva i costumi -e la religione de' suoi tempi; egli nacque opportunamente -per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che dall'epoca -sua può contare il vero suo risorgimento. -</p> - -<p> -L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria -oltre le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza -all'imperatore, fu quello che inventò l'uso di condurre -nell'armata il <i>carroccio</i>, nome conosciutissimo, sebbene -poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri scrittori ci rappresentano -questo carroccio come una superstizione, ovvero -come una barbara insegna. Io credo che piuttosto -debba riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, -posta la maniera di combattere di que' tempi. Nel -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -tempo in cui dura un'azione, egli è sommamente importante -il sapere dove si trovi il comandante, acciocchè colla -maggior prestezza a lui si possa riferire ogni avvenimento -parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove -precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i -feriti; parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il -comandante, e in cui si radunano i feriti, sia conosciuto -da ognuno, acciocchè si abbia una cura speciale di accorrere -a difenderlo. Questo sito deve essere mobile a misura -degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva il carroccio, -ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità -della quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: -sotto il quale pendevano due lunghe bandiere bianche, -e al mezzo dell'albero stavavi una croce. Avanti a -quest'antenna erari l'altare sul quale celebravansi i sacri -misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato sopra di -un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo -enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie -si adoperava per moverlo. Non è punto inverosimile il credere -che su di quel carro o carroccio si ponesse la cassa -militare, la spezieria e quanto più importava di avere in -salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile il dire -che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero -gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma -anche ora nella guerra di mare. Terminata la guerra, si -riponeva il carroccio nella chiesa maggiore, come cosa sacra -e veneranda; e così anche l'opinione religiosa contribuiva -a fare accorrere alla di lui preziosa custodia i combattenti. -Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino -al carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito -a cui si volgeva, per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio -si portassero i feriti, sicuri di trovare ivi ogni soccorso, -lontani da ogni pericolo; che dal carroccio si diramassero -gli ordini per mezzo di segnali con somma rapidità; -che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso; e -che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a -quel vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava -il generale, e quale fosse il luogo più importante di ogni -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -altro da custodirsi. Nella maniera dì guerreggiare dei tempi -nostri riuscirebbe inutile una tal macchina, ben presto rovesciata -dall'artiglieria, che ridurrebbe quel contorno più -d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte -che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione -della polvere il carroccio inventato da Ariberto certamente -fu con accortezza immaginato; e perciò anche le -altre città della Lombardia, quando, coll'esempio de' Milanesi, -acquistarono l'indipendenza e si ressero col loro municipale -governo, adottarono ciascheduna il proprio gran -vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come -la perdita del carroccio fosse un avvenimento che funestasse -una città, non già per un'idea di Palladio, o per -una vana opinione d'onore soltanto, ma perchè la perdita -del carroccio era prova di una totale sconfitta, al segno di -non avere potuto preservare quello spazio che sommamente -era cura di ciascuno il difendere. -</p> - -<p> -La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; -e durava tuttora, come dappoi continuò, lo spirito -di partito. Acciocchè il governo degli ottimati sia fermo, -conviene che la costituzione ponga una distanza grande -fra il ceto dei pochi, presso i quali sta il comando, e -il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva obbedienza. -La loro persona deve comparire al popolo sacra e -veneranda; ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre -che fa la toga e la pubblica persona, diventi popolare; e -così la plebe ama i padroni, e riceve come un beneficio -que' momenti ne' quali discendono con lei i magnati. Niente -di questo eravi nella informe costituzione nascente di Milano. -L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio -delle leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il -popolo, e lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente -adoperata. Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono -i partiti, e cominciò la plebe a pretendere di -avere essa pure influenza nell'elezione dell'arcivescovo, -dignità diventata assai più politica che spirituale<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. Non -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -fu possibile di terminare la controversia fra di noi; l'ostinazione -era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere -al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. -Vennero adunque presentati al re i nomi di quattro -cardinali della santa chiesa milanese, acciocchè ne facesse -la scelta. Ma il re profittò dell'occasione e nominò arcivescovo -certo Guidone, milanese bensì, ma uomo ignobile, e -conseguentemente che non era del ceto de' cardinali ordinari; -e così collocò sull'importante sede metropolitana una -sua creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il -partito de' plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per -essere più padrone del regno d'Italia, che non potè esserlo -il di lui padre Corrado. Vi volle tutta l'astuzia di Guidone, -tutto il timore che si aveva del re Enrico, e molto denaro -per ottenere che fosse consacrato il nuovo arcivescovo<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>. -Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere -collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, -che in un giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di -piantare abbandonato solo all'altare il nuovo arcivescovo, -essendosi sottratti i cardinali in mezzo della sacra funzione, -come ci attesta Landolfo Seniore. Non si può a meno -di non compiangere con san Pietro Damiano la misera condizione -di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri -dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio -insegnando al popolo la riverenza che si deve al santuario, -e colla loro mansuetudine allontanandolo dai perseguitare -i nostri fratelli sotto pretesto di religione. Pare -che in quel secolo infelice la religione, in vece di contenere -le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse sfrontatamente -adoperata, servendosene di pretesto per farvi un -più libero corso. -</p> - -<p> -Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose -varii che si dicevano sommi pontefici, e fece eleggere dal -clero o dal popolo Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo -seguito condotto a Roma. Nel giorno medesimo in cui Enrico -fece incoronare papa Svidger col nome di Clemente II; -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano, -coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo, -e aveva annientato il potere de' sacri canoni e la libertà -dell'ecclesiastiche elezioni. Da ciò nacquero le discordie, -che durarono per secoli, a separare i cristiani in due partiti, -gli uni a favore della sovranità, gli altri a favore della -libertà ecclesiastica; e se questo furore di partito finalmente -nella vita civile è tolto, ne rimane però sempre -qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano -la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto -se i vescovi, vedendo soggetta la loro città a un sovrano -elettivo, indifferente per lo più al ben essere del suo popolo; -vedendo il saccheggio, la rapina, la miseria essere -diventati lo stato naturale e costante della città; non si -può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le pingui -loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa, -con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza -del loro popolo. Nè si può fare alcun rimprovero -ai prelati se procurarono, colle forze acquistate e col loro -credito, di accrescersi i mezzi per meglio difendere gli -uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che venerare -la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori, -avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro -loro ministero, avessero abbandonato le cure del regno -al sovrano: ma dagli uomini non si può pretendere -che, per essere rivestiti d'un carattere pio e santo, cessino -d'essere uomini e si trasmutino in altrettante divinità. -Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti. Niente -poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani -mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali -era essenziale per la sicurezza della loro corona; partito -che non aveva l'appoggio della tradizione, contrario alle -opinioni di quei tempi, ma assolutamente necessario per -restare tranquilli sul trono. Questo turbamento essenzialissimo, -che rovesciava dai fondamenti la gerarchia ecclesiastica -non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che -faceva collocare sulla sede vescovile soggetti inettissimi e -affatti indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -simonia, e faceva diventare un articolo di finanza per il -sovrano l'investitura de' vescovadi e de' beneficii, era un -oggetto turpe e luttuoso, meritevole di riforma; e nessun -altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice capo -della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto -da questo universale disordine. In ogni cosa umana, quando -si ha da combattere, si corre rischio di trascorrere più in -là del giusto. Così è accaduto ai due partiti più di una -volta, abusando delle circostanze favorevoli. Scegliendo i -fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo -que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie -che prova e convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli -ora al sacerdozio ed ora al trono. Io non ardirò di mischiarmi -nella gran contesa; tralascerei anzi di parlarne, -se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano i fatti -più importanti e più interessanti per la loro influenza: -ma giacchè la fatica che ho intrapresa, e il corso degli -avvenimenti mi conducono a scrivere que' fatti che risguardano -la città, io lo farò, mosso dal sentimento di -compassione de' mali che da un tale dissidio sono nati; -conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che -lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la -debolezza, la illusione e le passioni sono compagne degli -uomini in tutti i secoli e in tutte le condizioni. Ma di ciò -tratteremo nel capo seguente. -</p> - -<p> -Per ora ci può servire, per avere idea del governo della -città in que' tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna:<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a> -<i>Insuper archiepiscopus mediolanensis quosdam -alios maximos redditus imperiali auctoritate recipiebat; -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -quia super stratas regales, in exitu quolibet de comitatu, -habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus -in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario -archiepiscopi, immo innumerabilibus telonarii -scensum, et archiepiscopus tenebatur custodiri facere -passus, et omnibus damnificatis intra territorium restituere -de suo tantum quantum damna fuissent aestimata</i><a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>. -Da queste parole molte cognizioni si ricavano. -Primieramente il sovrano è sempre stato considerato il re -d'Italia o l'imperatore, e da lui, o per tacita o per espressa -concessione, doveva provenire ogni diritto pubblico per essere -considerato legittimo. L'arcivescovo realmente non è -stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente -la pretesa donazione che si asserisce fatta dal re -Lotario nel 949 della zecca di Milano all'arcivescovo; giacchè -due anni dopo quest'epoca le monete di Milano portarono -il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici, dei Federici, -dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai ebbero -il nome di verun arcivescovo, trattone quello dell'arcivescovo -Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino -nella signoria di Milano, e che la dominò per titolo ereditario -di sua famiglia, e non per la dignità ecclesiastica. -Questa supposta donazione della zecca ha per appoggio -una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale poteva -essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera -come legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale -non fosse. Questa bolla fors'anco è stata composta ne' -tempi posteriori per altri fini, senza che il papa l'abbia -spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva per -concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo -istesso tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i -danni secondo la stima che ne venisse fatta. Il sistema fu -introdotto dall'imperatore Ottone. Sappiamo che il tributo -s'impone per supplire ai mezzi della difesa dello Stato. È -strano il sistema che il sovrano confidi al pubblicano medesimo -la cura della difesa: ma la sovranità elettiva d'un -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano -milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il -progetto spediente. Dovevano temersi le scorrerie degli -Ungheri, e da essi forse avevano anche imparato i vicini a -depredare. Non era sicuro il contadino di raccogliere e -conservare la messe del suo campo. I Pavesi, Lodigiani, -Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare -i Milanesi; e questi altrettanto facevano fuori de' confini. -Non v'era giudice che avesse una giurisdizione estesa per -punire il delitto commesso da un uomo che abitava fuori -di contado. Perciò ogni distretto doveva essere custodito, -e questa custodia era confidata all'arcivescovo, personaggio -il più facoltoso e autorevole della città, ma non però -l'arbitro di essa; poichè v'erano i messi ed i giudici regii, -che potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, -tosto che per negligenza di lui gli estranei -avessero portato danno a un milanese. L'autorità dei conti, -che in origine comandavano la città in nome del sovrano, -si andava indebolendo ogni anno. La potenza dell'arcivescovo -non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i fratelli -dell'arcivescovo Landolfo,<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a> <i>prae solito, civitatis -abuti dominio</i><a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>, venne scacciato per questa insolita pretenzione -l'arcivescovo della città, la quale,<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a> <i>tempore Ottonis -imperatoris primi, Bonizio...... virtute ab imperatore -accepta, velut dux castrum procurando regebat</i><a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>. -</p> - -<p> -Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di -essere ricordate. Continuava l'usanza, siccome ho detto, di -considerare alcuni uomini come servi: a questi si tagliavano -i capelli, e quando volevansi manomettere, era costume -di presentare il servo a un sacerdote, che lo faceva -passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal -cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -solenne di donazione il costume esigeva che si adoperasse -un coltello e un bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero -un pampino di vite. Qualche altra volta si adoperava per -tale atto un'altra cerimonia, ed era di porre sulla terra la -carta e il calamaio, e il donante li prendeva dal suolo e li -poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la -donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso -la plebe. Abbiamo più legati pii ai poveri che dispongono -di distribuirne. Uno di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo -Andrea, in cui vuole che il suo erede, nel -giorno anniversario di sua morte,<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a> <i>pascere debeat pauperes -centum, et det per unumquemque pauperem dimidium -panem, et companaticum lardum, et de caseum, -inter quatuor, libra una, et vino stario uno</i>. Nella chiesa -di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti di opinioni capricciose: -un antico marmo rappresentante Ercole, e si credeva -che l'impero doveva conservarsi sin tanto che quella -scultura rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli -Uberti: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Hercules vidi, del qual si ragiona</i></p> -<p class="i01"><i>Che, fin che 'l giacerà come fa ora,</i></p> -<p class="i01"><i>L'Imperio non potrà forzar persona.</i></p> -</div></div> - -<p> -Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale, -ponendosi a sedere le donne incinte, credevano di non -poter più correre alcun rischio nel parto. In terzo luogo -si credeva che quel serpente di bronzo collocato sulla colonna -dal buon arcivescovo Arnolfo, quel prezioso dono -de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai vermi. -Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla -potessero operare nelle case avanti le quali passavano le -processioni delle Rogazioni, le quali sono assai antiche -presso di noi. Quando le campagne avevano bisogno della -pioggia si poneva una gran caldaia a fuoco in sito aperto; -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -e vi si facevano bollire legumi, carni salate ed altri commestibili; -poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i circostanti. -Nella vigilia del santo Natale si faceva ardere un -ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre -volte vino e ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia -in festa. Questa usanza durava ancora nel secolo decimoquinto, -e la celebrò Galeazzo Maria Sforza. Il giorno del -santo Natale i padri di famiglia distribuivano, sin d'allora, -i denari, acciò tutti potessero divertirsi giuocando. Si usavano -in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla -mensa anitre e carne di maiale, come anche oggidì il popolo -costuma di fare. V'è nell'archivio del monastero di -Sant'Ambrogio una donazione, fatta nel 1013, da Adamo, -negoziante milanese, all'abate del monastero; egli dona -una casa, acciocchè col fitto di essa i monaci comprino -de' pesci, ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario -della morte di Falcherodo, monaco, e di Giovanni, -prete: e ciò per sollievo dell'anima de' trapassati. Sono anche -curiose le parole:<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a> <i>Emanat pisces ad refectionem -et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum -Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum -eorum remedio, quo ipsis proficiat ad gaudium -et anime salutem</i><a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>. Si credeva da molti che giovasse al -riposo delle anime de' defunti l'accendere sulle tombe loro -delle lampadi:<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> <i>Ut ipsa luminaria luceant pro anima -ipsius</i><a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>. Altre donazioni ritrovansi colla condizione:<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a> -<i>Et faciat ardere ia quadragesima majore super sepulturam -ipsius quondam Andreae genitoris</i><a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>. Di varie -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -superstizioni di quei tempi ne tratta la dissertazione dell'illustre -Muratori, alla quale si può ricorrere per una più -vasta erudizione<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. -</p> - -<p> -Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e -meschino ch'egli si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare -di avere venduta la sentenza. Allora l'imperatore -Ottone III non ebbe difficoltà, in un diploma del 1001, di -asserire di aver ricevuto dal vescovo di Tortona la metà -dei beni disputati:<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> <i>Propter rectum judicium quod fecimus -inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis -rebus</i><a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>. Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero -allora le leggi, la disciplina, le scienze. I vescovi erano -soldati e vivevano più nelle armate che nella Chiesa. Così -facevano gli abati<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>. L'uso di decidere le questioni col -preteso giudizio di Dio nel duello, sempre più rendevasi -comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi prelati; -e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a> <i>ecclesiae -facultates et multa clericorum distribuit militibus -beneficia</i><a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>; e più distintamente lo spiega l'altro storico -nostro contemporaneo Landolfo:<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> <i>Pollicens illis omnes -plebes, omnesque dignitates atque Xenodochia, quae -majores ordinarii atque primicerius decumanorum, archipresbyteri, -et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum -tenebant, jurejurando asserens, pactum usque detestabiles -patratus</i><a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>. Io ripeterò più volte una verità che non -sarà mai ripetuta abbastanza; cioè che le malinconiche declamazioni -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -che si fanno contro i costumi del secolo in cui -viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e -che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto, -dobbiamo umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno -che ci ha riserbati a vivere fra uomini assai più colti e -ragionevoli, sotto governi assai più saggi e benefici, diretti -da un clero assai più dotto, costumato e pio, mentre il -vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano -(poichè la terra è la loro abitazione), ma non innalzano la -temeraria fronte, nè dettano precetti per confondere, come -allora facevano, ogni idea di giustizia e di virtù. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<h2 id="cap5">CAPITOLO V.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="bkq"> -<i>Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica -dopo la metà del secolo XI.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, -ha cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra -città. Stragi, incendii, odii, scandali, risse, questa è la -scena che ci si apre davanti. Vorrei cancellare dalla storia -la memoria di que' tristi avvenimenti; ma essi influirono -sopra i posteriori, e furono troppo lunghi ed importanti. -Costretto a riferirli, io lo farò più colle parole altrui, che -colle mie. La libertà ecclesiastica era stata depressa all'estremo -dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il -pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era -abbassato all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore -di Roma, a forza di denaro si era fatto eleggere sommo -pontefice col nome di Giovanni XIX nel 1204. Teofilato, -di lui nipote, fanciullo ancora e appena cherico, a forza -pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette col -nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà -che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore -Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla -sua sede; ivi però, circondato dalla detestazione pubblica -ben meritata, vendette il sommo pontefice a prezzo d'oro -all'arciprete Giovanni Graziano, che fu Gregorio VI. L'imperatore -Enrico II, successor di Corrado, volle che Gregorio -VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi costrinse i -Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo -di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, -e si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore -Enrico elesse a sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -e lo spedì a Roma, dove ebbe nome Damaso II; a cui -l'imperatore stesso in Worms destinò per successore Brunone -di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX. Gli -fu successore Geberardo, vescovo di Eichslat, scelto in Magonza, -il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano -allora le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, -monaco, in Roma, poi cardinale, viveva in que' tempi. Dotato -di somma accortezza e di quella energia d'animo che -caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi principii, -audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata -la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle -elezioni canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, -umiliata Roma all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili -uomini talvolta i più vili e i più indegni d'occupare -quel sacro luogo. Ildebrando era nato a tempo, poichè il -disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici, cresciuti -a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e -seguire una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. -In ogni altro tempo più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso -entusiasmo sbalordisce e dispiace. La stima de' Romani -l'aveva innalzato a tale ascendente, che Vittore II -era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire, -Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva -il sommo pontificato quando vi ascese col nome di -Gregorio VII, nome che ei rese famoso nella storia. Egli si -propose di assoggettare alla chiesa romana la milanese; -di rendere il papato potente colla soggezione de' vescovi, -e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica -riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia -nelle elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni -dell'apostolato. La chiesa milanese era la più importante -di ogni altra, per il numero grande delle chiese da essa -dipendenti, per l'opinione antica, per la venerazione del -suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo nella elezione -del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione -Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare -giammai consiglio, malgrado le gravissime difficoltà che vi -si frapposero. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<p> -(1056) Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, -e restava collocato sul trono imperiale un bambino di sei -anni, Enrico III, in mezzo alle turbolenze della Germania, -sotto la tutela dell'imperatrice Agnese, di lui madre. Durante -una lunga serie di anni l'Italia rimase come se non -vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi d'Ildebrando. -Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In -quel tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, -sacerdoti anche gli uomini che avevano moglie, e permetteva -loro di convivere con essa. Non però ammetteva al -sacerdozio coloro che fossero passati a seconde nozze, ovvero -avessero presa per moglie una vedova. Non si proibiva -poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove -nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle -funzioni sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che -tale fosse il patrio rito sino dai tempi di Sant'Ambrogio, -il quale, come nella forma del battesimo e in altra parte -della liturgia aveva adottata la pratica della chiesa greca, -così ne avesse accettata anche la disciplina, che accorda il -matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione è stata contrastata -con molta erudizione dal nostro Puricelli in una sua -dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio -permesso il matrimonio ai sacerdoti<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>. Citavano -allora i nostri ecclesiastici un testo del santo nel suo primo -libro<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a> <i>de officiis ministrorum</i>, con queste parole:<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a> -<i>De monogamia sacerdotum quid loquar? quum una -tantum permittitur copula, et non repetita; et haec lex -est non iterare conjugium</i><a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>. Ma questo passo ora si -legge così:<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a> <i>De castimonia autem quid loquar, quando -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -una tantum nec repetita permittitur copula. Et in -ipso ergo conjugio lex est non iterare conjugium</i><a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>. -Non consta nemmeno che gl'impugnatori del matrimonio -de' sacerdoti allora accusassero di mala fede i nostri sacerdoti, -che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza; -anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la -seguente fosse dottrina di sant'Ambrogio:<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a><i> Virtutum -autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos -docet et contradicentes, qui unius uxoris virum -praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, -nam hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali -castimonia fruatur absolutionis suae gratia; -nulla enim culpa conjugii, sed lex. Ideo Apostolus legem -posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris -vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, -teneatur ad legem sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit -conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, -sed praerogativa exuitur sacerdotis</i><a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>. Questo -passo del santo dottore ora si legge così:<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a> <i>Virtutum -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos -doceat contradicentes; qui unius uxoris virum -praecipiat esse, non quo exortem excludat conjugii -(nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali -castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum -ut filios in sacerdotio creare apostolica invitetur -auctoritate, habentem enim dixit filios, non facientem, -neque conjugium iterare</i><a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>. Il testo odierno è precisamente -contrario a quello che allora si allegava in pubblico, -senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e -gli scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero -ambrosiano, che faceva professione di conservare i particolari -instituti di quel santo vescovo. In seguito a ciò, leggesi -anche presentemente il passo in questi termini:<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a> -<i>Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine -est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii -suscipiendi: qui autem iteravit conjugium, culpam -quidem non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur -sacerdotis</i><a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. Cresce anche al di più la difficoltà sul testo -del santo dottore, osservando come poco dopo, a tal proposito, -presentemente leggesi:<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> <i>Patres in concilio Nicaeno -tractatus addidisse, neque clericum quemdam -debere esse qui secunda conjugia sortitus sit</i>; il che non -si sa come spiegarlo, poichè ne' venti canoni del concilio -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -Niceno nessuna menzione si fa de' cherici bigami; ne è -presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli -atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era -celebrato appena settantun'anni prima del tempo in cui -egli scriveva quelle parole; meno poi che allegasse l'autorità -di quella celebre unione di trecento diciotto vescovi -sopra un argomento di cui il concilio non avesse trattato. -Il testo del santo padre allora era diverso da quello d'oggidì; -quale sia la genuina lezione a me non appartiene il -deciderlo<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>. I nostri ecclesiastici allora interpretavano letteralmente -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -i testi di san Paolo:<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a> <i>Bonum est homini -mulierem non tangere; propter fornicationem autem -unusquisque suam uxorem habeat</i>; e l'altro:<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a> <i>Oportet -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -ergo episcopum irreprehensibilem esse, unius uxoris -virum, sobrium, prudentem, etc.</i> Questa opinione, che -attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio -de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di -Dazio, riferita da Galvaneo Fiamma:<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a> <i>In synodo Damasi -Primi, centum quadraginta episcoporum, celebrata in -Costantinopoli, ubi beatus interfuit Ambrosius, gravissima -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -dissensio exorta et inter sacerdotes uxoratos ex -una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex -altera, qui sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes -uxoratos salvari non posse. Summus pontifex hanc quaestionem -commisit beato Ambrosio, qui sic ait: Perfectio -vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum -illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum, -etc. Ideo lex concedit sacerdotes semel virginem -uxorem ducere, sed conjugium non iterare. Si autem, -mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit, sacerdotium -amittit.</i> Questa opinione durava ancora al principio -del secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il -quale, descritta che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, -aggiugne:<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a> <i>Iis omnibus benedicens beatus Ambrosius, -una uxore uti posse concessit, qua defuncta et -ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo -duravit annis septingentis usque ad tempora Alexandri -papae, quem civitas Mediolani genuerat.</i> E anche un secolo -dopo così credevasi; di che ci fanno testimonianza le -seguenti parole del Corio, e <i>concesse loro<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a> che potessero -avere moglie vergine, la quale morendo, restassero -poi vedovi, come chiaramente si legge nella prima a -Timoteo</i>; parole che trovansi nelle prime edizioni di Milano -1503, e di Venezia 1565, ma che si tralasciarono nelle -posteriori ristampe. Quantunque questa opinione di sant'Ambrogio -sia considerata erronea; e la pratica di ammettere -al sacramento dell'ordine le persone che avevano -già il sacramento del matrimonio, si risguardi come un -abuso introdottosi posteriormente; egli è però certo che i -sacerdoti che vivevano nel 1056 erano nati ed allevati con -questo costume e con questa opinione che il matrimonio -fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento -anni, tale fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -Giulini, che pure è poco amico di que' nostri ecclesiastici -così egli: <i>Non era così antico, a mio credere, come -quello della simonia, nella nostra città l'altro abuso -del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io trovato -qualche indizio che nel secolo decimo</i><a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>. -</p> - -<p> -Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica -che permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone -loro l'obbligo del celibato, io tacerei per riverenza -verso della Chiesa, che ha stabilito generalmente il secondo. -Ma tutto bene esaminato, parmi che il celibato sia -lo stato più conveniente ed opportuno agli ecclesiastici; -perchè meno legami gli attaccano alle brighe della società; -più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del -santo loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi -negli studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, -e possono interamente consacrarsi al bene degli uomini; i -beneficii ecclesiastici possono essere ripartiti ai poveri, -senza che i sentimenti della natura verso i figli allontanino -il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli degli -ecclesiastici che vivono co' beni della Chiesa, contraggono -con una educazione civile i bisogni ai quali totalmente -viene a mancare la base colla morte del padre, e corre -pericolo la società di avere pessimi cittadini, a meno che -le cariche ecclesiastiche non diventassero feudi transitorii -ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi persuaderebbe in -favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti per servire -al ministero dell'altare, anche allorquando si disputasse -se convenga non ammettere se non uomini che siano -determinati a questo genere di vita, giudicato più perfetto, -e più dal popolo riverito. Ma questo non mi induce -però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese di que' -tempi <i>concubinari</i>, siccome in questi ultimi tempi sogliono -fare alcuni; poichè essi nè difendevano il concubinato, -nè generalmente erano accusati di questo; e nemmeno -li chiamerò <i>incontinenti, eretici, scismatici, nicolaiti</i>, -voci adoperate per un male inteso zelo, poichè -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La -questione è stata unicamente per la disciplina del celibato, -che da noi non si credeva una condizione essenziale per -il sacerdozio. Posto così lo stato della questione nel suo -vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando abbia -incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa. -</p> - -<p> -Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, -nel concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico, -fatta la legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo -da Baggio, ordinario cardinale della santa chiesa -milanese, uomo di merito e di nascita distinta, e che godeva -in Milano, sua patria, moltissima considerazione, fu -il primo che cominciasse da noi a disapprovare il matrimonio -degli ecclesiastici<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>. Sappiamo che gli ecclesiastici -erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente. -I discorsi di Anselmo stavano per cagionare -dei torbidi nella città, dove le inimicizie fra i nobili e i -plebei erano sopite, piuttosto che spente; e i popolari, -prontissimi a cogliere l'occasione di umiliare gli ottimati. -L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che l'imperatore -Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal -mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il -più saggio e il più mite) credette di avere allontanato il -pericolo di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi -fu sempre ligio d'Ildebrando; con esso venne in Milano, -siccome vedremo in seguito; e non dimenticò mai l'oggetto -di sottomettere l'arcivescovo alla giurisdizione romana, finchè -fu innalzato al sommo pontificato per opera d'Ildebrando, -col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo -di essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente -Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella -autorità, non perciò mancarono altri che decisamente cercarono -di animare il popolo contro degli ecclesiastici. Tre -uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e Nazaro: Arialdo -era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era cherico, -se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -era in modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico -Arnolfo. Nazaro era uno zecchiere assai ricco, <i>de' quali -due compagni di Arialdo, uno con l'autorità, l'altro col -danaro diede molto vigore al partito de' buoni</i>, dice il -conte Giulini<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>. Convien credere che appunto questo fosse -il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poichè di lui -in nulla si fa menzione, nè io più lo nominerò. I due che -figurarono furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due -partiti nell'asserire che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; -discordano sulla famiglia di Arialdo, gli uni volendola -plebea, e gli altri al contrario. Arnolfo, che viveva in -que' tempi, così comincia il racconto di questa dissenzione:<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a> -<i>Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum -invasit clerum.... cujus initium et seriem, quum -res nostris adhuc versetur in oculis, prout possumus -enarremus..... Quidam igitur ex Decumanis, nomine -Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus deliciis, -multisque cumulatus honoribus, dum litterarum -vacaret studio, severissimus est divinae legis factus interpres, -dura exercens in clericos solos judicia. Qui -quum modicae foret auctoritatis, humiliter utpote natus, -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -praevidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem, -et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. -Landulphus vero, quum esset expeditioris linguae -ac vocis, nimiusque favoris amator, repente dux verbi -efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae, praedicationis -officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis -gradibus alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat -cervicibus, quum Christi suave est, et ejus leve sit onus</i><a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>. -Landolfo adunque dai privati discorsi passò ai pubblici, e -lo storico istesso ci ha trasmessa la prima parlata con cui -eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici, ed a saccheggiare -le case loro. Ella è la seguente:<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a> <i>Carissimi seniores, -conceptum in corde sermonem ultra ritenere -non valeo. Nolite, domini mei, nolite adolescentis et -imperiti verba contemnere; revelat enim saepe Deus minori, -quod denegal majori. Dicite mihi: creditis in -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. -Et adjecit. Munite frontes signo Crucis. Et factum est. -Post haec, ait. Condelector vestrae devotioni, compatior -tamen imminenti magnae perditioni. Multis enim retro -temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator. Diu -est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; -pro luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam -caeci sunt duces vestri. Sed numquid potest caecus -caecum ducere? nonne ambo in foveam cadunt? -Abundant enim stupra multimoda; haereris quoque simoniaca -in sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum -ministris, qui, quum nicolaitae sint et simoniaci, merito -debent abjici, a quibus si salutem a Salvatore speratis, -deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes -officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, -eorumque basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, -ipsis amodo reprobatis, bona eorum publicentur. -Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint -in urbe vel extra</i><a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>. Gli editori della raccolta <i>Rerum -Italicarum</i> credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza -dello storico, e che unicamente Landolfo, parlando -al popolo, acremente declamasse contro il matrimonio dei -preti:<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a> <i>acriter intonuisse</i><a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>: ma non producono alcuna -ragione. La storia ci fa vedere che in seguito il popolo saccheggiò -le case degli ecclesiastici, e se crediamo a questo -autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le -cose:<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a> <i>Quum res nostris adhuc versetur in oculis</i>, si -vede che erano vaghe e generali le accuse per eccitare il -popolo contro del corpo ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, -altro nostro scrittore di quei tempi, così più in breve ci -descrive l'origine della dissenzione:<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a> <i>Arialdus, cujusdam -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam -scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante -Guidonem, adstantibus sacerdotibus hujus urbis multis, -et partim quia urbani sacerdotes, forenses togatos -urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias civiles -illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, -per omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes -ab uxoribus, populi virtutem sollicitando, removeret</i>. -Il conte Giulini a questo passo aggiugne: «Quanto -al delitto che gli appone il maligno scrittore, si scuopre -questa per una mera calunnia, osservando che Arnolfo, -storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne -dice. Oltrechè, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato -Landolfo di spiegarne meglio le circostanze per renderlo -credibile. Ma anche senza badare a ciò, la santità di quel -buon servo di Dio in tutto il resto della sua vita lo difende -abbastanza da tale manifesta impostura<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>». I due nostri -scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore sono i soli che abbiamo -di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e forse partecipi -delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per -queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che -ne furono la cagione. È naturale altresì il supporre che -essi fossero affezionati alla disciplina che avevano trovata -in uso presso de' loro padri; e questo basterà perchè non -venga loro prestata ciecamente credenza nel male che dicono -di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato -unicamente di ripristinare o dilatare la disciplina del celibato -anche nella chiesa milanese, e non ammettere agli -ordini sacri in avvenire se non coloro che si obbligassero -alla vita celibe, la questione si sarebbe potuta discutere pacificamente; -ma volendosi rimovere dall'altare i sacerdoti -ammogliati, ognuno vede in quale angustia venivano riposti -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo -migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci -ai fatti non contrastati, e non far caso delle declamazioni. -</p> - -<p> -Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro -partito, evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, -radunò sulla piazza un buon numero di popolo; e alla testa -della moltitudine entrato nella chiesa, mentre i sacerdoti -celebravano i divini uffici, violentemente scacciolli -tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i canti e ripostigli; -poscia dispose un editto in cui si comandava il celibato, e -costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si saccheggiarono -le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono. -Arnolfo così lo racconta:<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> <i>Die una solemni ad -ecclesiam veniens</i>, parla di Arialdo, <i>cum turbis a foro, -psallentes omnes violenter projecti a choro, insequens -per angulus et diversoria; deinde providet callide scribi -Pytacium de castitate servanda, neglecto canone, mundanis -extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines -ambrosianae diocesis inviti subscribunt, angariante -ipso cum laicis. Interim praedones civitatis, praeter -aedes aliquos in urbe dirutas, lustrabant parochiam, -domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes substantiam.</i> -Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così -riflette: <i>Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici -viziosi ed ostinati i quali non volevano cangiar -vita, venissero castigati anche col braccio secolare. Egli -è ben vero che i rimedi violenti non vanno per l'ordinario -disgiunti da qualche disordine: ma pure talora -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -sono necessari</i><a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>; il che suppone che quegli ecclesiastici -fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio -fosse della classe di quelli che sono sottoposti al braccio -secolare; che Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità; -che legittimamente lo costituisse vindice della disciplina; -e finalmente che il modo per esercitare questa magistratura -fosse legale, movendo la plebe a tumulto, profanando -l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i ministri: -cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo -a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati -tutti i mezzi possibili per guadagnarsi Arialdo e -Landolfo<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>, Guidone arcivescovo doveva ricorrere al mezzo -che i sacri canoni proponevano, cioè alla convocazione d'un -concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei ed ascoltate -le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la questione, -si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse -alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo. -Ma siccome il furore dei partiti rendeva troppo -pericoloso il soggiorno di Milano, venne radunato il sinodo -in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono avvisati Arialdo -e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre la loro -dottrina e le querele contro del clero. Ma nè Arialdo, nè -Landolfo vollero presentarvisi<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>, e quindi vennero da quel -sinodo scomunicati<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>. Questa scomunica sconcertò i disegni -di Arialdo e del compagno Landolfo. La storia c'insegna -quanto obbrobriosa e precaria fosse in que' tempi -l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato pronunziato -l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a -Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne -accolto con molta onorificenza<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>. Landolfo aveva presa la -strada medesima, e le insidie che trovò nelle vicinanze di -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -Piacenza fecero che ritornasse ferito in Milano<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>. Allora -sembrava ritornata la quiete nella città. -</p> - -<p> -Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome -dissi, di questa rivoluzione, essere contento della sentenza -proferita dal concilio di Fontaneto; per cui presso il popolo -veniva screditato il partito contrario agli ecclesiastici -e confermata la loro disciplina. Il fine era di sottomettere -alla giurisdizione di Roma la Chiesa milanese: mezzo unico -forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache -e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, -alla quale non era più possibile lo restituire l'antica libertà, -toltale dal potere dei re. Ildebrando istesso venne a -Milano, e condusse con seco il vescovo di Lucca Anselmo -da Baggio, primo autore della novità<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. L'arrivo de' due -legati, che operavano in nome del sommo pontefice Stefano -X, risvegliò più che mai le fazioni. <i>La discordia era -cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì -da un partito che dall'altro le fazioni insieme crudelmente -combattevano: i legati, temendo il furore del -popolo, adunati di nascoso quanti cittadini potettero, -dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili -tutte le sue operazioni;</i> così il conte Giulini<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>; -al che aggiugne questo pio e cauto scrittore che lo storico -Landolfo Seniore, che ci narra il fatto, essendo nemico -de' legati, è sospetto di parzialità. <i>Si dee credere che la -loro condotta sarà stata molto più regolare di quello -che l'appassionato storico non la dipinga; e che non -saranno giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo -un maturo esame, e dopo aver perduta ogni speranza -di ridurre l'arcivescovo a qualche onesto accomodamento.</i> -L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana era -allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter -dal papa che i monaci di Monte Cassino usassero del canto -ambrosiano, che è il più antico della chiesa latina; e venne -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -ordinato che introducessero un nuovo canto<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>. I due legati -partirono, lasciando la città immersa più che mai -nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri gli -furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò:<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a> -<i>Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et -quamplurima sacramenta prava et detestabilia, populi -flammam, quae impetu ut mare versatur, super nos accendis?</i><a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a> -Da altro ecclesiastico distinto era stato così ripreso:<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a> -<i>Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti -commovere, qualiscumque intentionis esses, ab -aliquo religioso viro prius multis cum jejuntis debuisses -consiliari</i><a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>. La voce <i>patalia</i> era quella colla quale -si qualificava una dottrina nuova e discordante dalla opinione -ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni riprovabili -chiamavansi <i>patalini</i>, <i>patarini</i> o <i>catari</i>, come oggidì -chiamansi <i>novatori</i>. Così i due partiti, protestando -ciascuno di sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano -gli avversari di prevaricare, e si ingiuriavano a -vicenda coi nomi di <i>nicolaiti</i> e di <i>patarini</i>. Le risse, i -saccheggi, i tumulti sempre continuavano, anzi andavano -frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito dalla -sentenza dei legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati -ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno -che molti nobili, non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, -dovettero allontanarsi dalla città, e ritrovarsi un -asilo tranquillo nelle terre:<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a> <i>Ast nobiles urbis, quorum -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia ira et -indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae -calamitati finem imponerent, tempus expectabant</i><a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>. -Abbandonati così gli ecclesiastici, il partito della -plebe si era unito ad Arialdo; ed è facile l'immaginarsi -quale doveva essere lo stato civile e religioso di Milano in -quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora, e del -suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era -forte:<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a> <i>Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum -probra libenter audiebant: alii inopia, vel aere -alieno pressi, et spem omnem in praeda et rapinis locantes, -nihil minus quam pacem et civitatis concordiam -optabant</i><a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>. -</p> - -<p> -La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato -da Ildebrando aveva depresso gli avversari. Era giunto il -momento opportuno per assoggettare la chiesa di Milano. -Se i primi legati, incontrato l'ostacolo de' nobili e de' fautori -del clero, ancora capace di sostenersi (per lo che non -senza pericolo dimorarono in Milano) prontamente se ne -partirono condannando, siccome dissi, l'arcivescovo, ora la -venuta de' legati doveva essere più sicura ad eseguirsi. Ciò -non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale -Ildebrando. Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo -da Baggio, vescovo di Lucca (il primo autore, come -si disse, del partito), e gli assegnò per compagno il vescovo -d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto col nome di -san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno -1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, -egli interamente la diresse, come ce ne fanno fede -le lettere di san Pier Damiano a lui indirizzate su di questa -negoziazione. Non si potevano trascegliere due legati più -opportuni per ottenere l'intento. Il primo cospicuo nostro cittadino, -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -appoggiato a parenti ed a clientele; l'altro, eloquente, -dotto e d'una pietà celebratissima. Non perciò fu la cosa -senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle -lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando:<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a> -<i>Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. -Non debere ambrosianam ecclesiam romanis legibus -subjacere, nullumque judicandi, vel disponendi jus romano -pontifici in illa sede competere. Nimis indignum, -inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper -fuit libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, -quod absit, Ecclesiae sit subjecta!</i><a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a> così scriveva -il vescovo d'Ostia. Questa fazione naturalmente sarà nata, -perchè il partito medesimo della plebe secondava le mire -di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla depressione -dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla; -ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa -nel secondarle, per assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione -della romana. Il vescovo d'Ostia avendo cercato -nelle funzioni solenni di precedere al nostro metropolitano, -il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi dei torbidi; -quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si posero -a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze -ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore -occasione; furono mutate le antiche costumanze, introdotte -leggi nuove, e col favore del partito furono costretti -l'arcivescovo e gli ordinari di porvi il loro nome. Così di -san Pier Damiano scrive il Calchi:<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> <i>Deinde fasto legationis -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -inflatus voluit se in publicis actionibus archiepiscopo -nostro praefere: sed populus in propria dioecesi -temerari ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, -ac tumulum circa facere coepit. Eo metu deterritus -Ostiensis proposito destitit, et quae instabant negotia confecit: -atque iis qui quid deliquerant, pro magnitudine -delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione -data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus -censor, et rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines -mutat; novas leges inducit; litteris signisque suis -adfirmat; iisdem ut subscriberent, archiepiscopus et ordinarii -Mediolani, incitata multitudine ni obsequerentur, -effecit</i><a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>. Queste pene, delle quali fu dispensatore -san Pier Damiano, furono dati ai simoniaci; poichè, per un -abuso assai antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo -che ii consacrava, e davano per essere suddiaconi<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a> <i>duodecim -nummos</i>, diciotto per essere diaconi, e ventiquattro -per il presbiterato<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>: sul qual proposito così scrive il -conte Giulini: «A coloro che avevano pagato la solita tassa -già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano che ciò -fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel -qual tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare -in pane ed acqua, e tre giorni nelle settimane delle due -quaresime, cioè quella avanti il Natale, e quella avanti Pasqua, -ec.<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>». Questa sommissione poco spontanea diede -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -motivo allo storico Arnolfo di esclamare:<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a> <i>O insensati -Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius -sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae -statum: vere culicem liquantes, et camelum glutientes. -Nonne satius vester hoc procuraret episcopus? Forte dicetis: -veneranda est Roma in apostolo. Est utique: sed -nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe -non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. -Dicetur enim in posterum subjectum Romae Mediolanum.</i> -Così Arnolfo, che viveva in que' tempi: il di cui -passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiunge: «Se Arnolfo -e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano -che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, -vivevano in un grandissimo errore. Egli è ben vero che -prima la chiesa romana non esercitava tanto la sua giurisdizione -sopra la milanese, quanto l'esercilò dipoi; ma ciò -fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non nascessero in avvenire -i disordini che già eran nati dianzi: onde questa -mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato storico -fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa -ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della -primiera libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e -maggiore quiete e felicità<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>». Appena l'arcivescovo Guidone -fu dai legati pontificii assoggettato, che dal sommo -pontefice Nicolò II venne chiamato a Roma per intervenire -ad un sinodo:<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a> <i>Ecce metropolitanus vester, prae solito, -romanam vocatur ad synodum</i>, dice Arnolfo, continuando -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo -dice: «Anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, -perchè non era cosa insolita affatto che il sommo -pontefice invitasse l'arcivescovo di Milano ai concilii<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>». Il -dotto conte Giulini, che per altro non tralascia di esporre -le più minute circostanze nei fatti, che esamina e che con -molto ordine e chiarezza è solito di porre in vista le ragioni -delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun fatto -che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione -romana la chiesa milanese; nè ha nominato alcuno -arcivescovo che siasi portato a Roma per un concilio. Anzi -non solamente non ne ha dato cenno in quel luogo, il che -pure sarebbe stato opportuno per ismentire uno storico di -quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti, dei -quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, -non vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri che -egli fa ad Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un -invito trascurato dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla -quale dovette obbedire portandosi a Roma, ove fu obbligato -a giurare sommissione ed obbedienza al papa; avvenimento -sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato -così: «Non può negarsi che allora il sommo pontefice non -ottenesse molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare -non poco l'uso della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo -di Milano. Il primo fu che il nostro prelato, chiamato -a Roma ad un sinodo, prontamente vi si portasse; il -secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza al -papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, -mai praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui -l'anello, quando il costume o l'abuso di quei tempi portava -di riceverlo dal sovrano. Pure siccome tutte queste pretensioni -del sommo pontefice erano giuste, così fu giusto che -l'arcivescovo le accordasse<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>.» -</p> - -<p> -I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano -principalmente sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -che avevano pagata la solita retribuzione per essere -ordinati. Continuavano per altro gli ammogliati a vivere colle -loro mogli e figli, e sembrava che quasi fosse dimenticata la -questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061) Qualche riposo -ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in cui -morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando -fu innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo -da Baggio, che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro -II. Lo storico nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità -nominando Ildebrando, così parla di lui:<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a> <i>Id quod -maxima arte et astutia Hildebrandi monaci factum traditur, -qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini -ingenii non mediocrem sacram litterarum eruditionem -junxerat; et statim ob ingens meritum in ordinem -cardinalium adscitus fuit: et cum vigore animi -cunctis praestaret, facile primarium locum inter sacerdotes -obtinuit</i><a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>. Maggiore accortezza non poteva certamente -adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, -quanto il creare papa un milanese; obbedendo al quale, il -popolo, che poco vede e prevede pochissimo, non si accorgesse -di obbedire ad una estranea giurisdizione. Appena -dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse una lettera<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a> -<i>Omnibus Mediolanensibus clero, et populo</i>, nella quale, -dopo molte affettuosissime espressioni, diceva:<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a> <i>Speramus -autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia -nostri ministerii tempore sancta clericorum castitas -exaltabitur, et incontinentium luxuria cum caeteris -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -haeresibus confundetur</i>. Questo fu un avviso che precorse -le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la tranquillità -dei quali da due anni goduta si può attribuire anche -alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome -abbiamo veduto, ad animare la plebe colla parola. -Ma egli dopo di avere perduta la voce per molti mesi, finalmente -dovette soccombere. Arnolfo lo attribuisce a punizione -del cielo, che, per avere colla parola peccato, gli -facesse soffrire un tal genere di malattia:<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a> <i>Quum vero -placuit Altissimo, qui renes scrutator et corda, ille qui -alienam diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, -doluit sui ipsius aegritudinem: quumque langueret biennio -pulmonis vitio, vocis privatur officio, ut in quo multos -affecerat, in eo quoque deficeret, dicente Scriptura: -per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos -accusare videamur, de illio penitus taceamus</i><a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>. -San Pier Damiano gli ricordò di mantenere il voto che aveva -fatto a Dio, di prendere l'abito monastico; voto che Landolfo -fece nell'occasione d'un tumulto popolare che lo aveva -posto in angustia. Questo si raccoglie dalla lettera di san -Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue epistole, -ed è diretta:<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a> <i>Landulfo, clerico et senatorii generis, et -peritiae litteralis, nitore copiscuo</i>. Landolfo non si fece -monaco. Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio -non facendosi monaco, e occupandosi, come fece, in Milano<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a>. -Il cardinale Baronio lo ascrive nel catalogo de' -santi. La Chiesa però non rende verun culto a Landolfo, il -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un -libero soggetto di esame. -</p> - -<p> -Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici -in Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in -moto. In fatti la malattia e la morte dell'accreditato Landolfo -avevano calmata la fazione contraria al matrimonio -de' preti. Un fratello del morto Landolfo trovavasi a Roma: -il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e portato per -il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò a -tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi -suoi concittadini, gli aveva chiamati<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a> <i>Vos autem, -dilectissimi, membra mea, viscera animae meae</i><a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>, armò -solennemente campione della santa chiesa romana Erlembaldo; -gli consegnò un vessillo in un concistoro; gl'impose -che si portasse a Milano, che si unisse con Arialdo, -e che combattesse sino allo spargimento del sangue<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>. -Venne a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono -le fazioni, e il papa contemporaneamente spedì un -ordine che nessuno potesse ascoltare la messa di un prete -ammogliato, <i>la qual proibizione</i>, dice il conte Giulini, <i>dee -singolarmente notarsi, perchè cagionò i più gravi rumori -in questa città</i><a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>. (1063) Questo avvenne l'anno -1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con -tali aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere -generalmente tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando -dopo la festa dell'Ascensione ne' giorni nei quali, -secondo l'antichissimo nostro rito, si fanno le processioni -e il digiuno, che chiamiamo le Litanie e le Rogazioni:<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a> -<i>Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel discipulorum -institutione traditum; ab antiquis tantum idolorum -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in -honorem Bacchi, Cererisque solebant</i>; così il nostro Tristano -Calchi ci riferisce aver sostenuto Arialdo<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>, che quel -digiuno e quelle pie processioni non fossero cristiane, ma -un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque biasimando -quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene e -rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi -se a tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse -contro di lui. La morale severa predicata concilia -partito, perchè si crede santa, e perchè ognuno ama che -generalmente gli uomini la pratichino; chi predica il contrario, -perde la stima e viene riguardato come un seduttore -pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe -fautori; declamando contro il digiuno, rimase in preda al -furore del popolo, dal quale fu ridotto a mal partito, e -tale, che non si sarebbe salvato, se non fosse opportunamente -accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale predicava -Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova. -Ivi corse il popolo con furore. «Mal per lui, dice il conte -Giulini, se si fosse trovato colà, che il furor del popolo -non gli avrebbe lasciata la vita, e male per que' santi -edifizi, se non accorreva prontamente sant'Erlembaldo -con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga gli ammutinati, -e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che -l'era stato rapito<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>». Nè questo avvenimento rallentò punto -l'ardore di Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella -chiesa un sacerdote che cominciava la messa, e sapendosi -che aveva moglie, si credè lecito di strappargli i paramenti -d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per lo che il -popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne -d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>. Di -questi fatti ne era continuamente informato il cardinale -Ildebrando, che era l'arbitro sotto un papa creato da lui, -e da Roma riceveva Erlembaldo<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a> <i>sæpe numero legationes</i>, -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -e lettere<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a> <i>apostolicis prænotatas sigillis</i>, come ci -assicura Arnolfo<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>. Ma questi due contrari moti del popolo -nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel -qual tempo Erlembaldo portossi a Roma<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>. -</p> - -<p> -(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione -all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066; -quando, giunto in Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone -le bolle della scomunica pronunziata dal papa. L'arcivescovo -colse l'opportunità del vicino giorno solenne della -Pentecoste, e poichè radunato fu gran numero di gente -nella chiesa vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; -e con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria -che si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò -nel tempio del Dio della mansuetudine. Si venne ad una -zuffa ai piedi dell'altare. Arialdo, che era nella chiesa, -venne assalito, percosso, e rimase a terra creduto morto. -L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze, e la scena terminò -colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo pronunziò -sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii, sintanto -che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio -pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte -a chi ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava -l'interdetto. Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono -fuori della città, ed Arialdo fu preso e ucciso al lago -Maggiore, e così nel 1066 terminò la sua predicazione; da -martire secondo alcuni, appoggiati al fatto di Alessandro II, -il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel numero -de' santi<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>; e con fama diversa secondo altri, i quali, vedendo -che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano -quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore, -che rimase isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi -lunghi e minuti che presentemente si fanno precedere. -Questo nuovo colpo ammorzò per alcuni altri mesi il furor -di partito. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -</p> - -<p> -Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per -tante difficoltà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base -del suo carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile -era accesa. Un partito si era creato; si era rianimato con -più mezzi; s'erano riparati i colpi che pareva lo dovessero -distruggere per sempre: ma non per questo si era sottomessa -la chiesa milanese se non per un momento. I preti -ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio. L'arcivescovo -Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica, -nè il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. -I nobili stavansene fuori d'una città abbandonata -al furore de' partiti; potevano rientrare questi conducendo -armati. Il re Enrico s'andava accostando all'età di regnare; -poteva quel principe, con una discesa in Italia, distruggere -il frutto del sangue sparso, dei saccheggi, dei tumulti. Conveniva -perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile sommissione -per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile -vi stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per -la forzata umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando -colla forza tenesse costantemente depresso il ceto -dei nostri ecclesiastici. Era necessario di collocare sulla -sede metropolitana un arcivescovo, il quale dovesse pienamente -questo beneficio a Roma, e le fosse suddito per animo -e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale -Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò -nella patria l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva -a deporre l'arcivescovo Guidone, cominciò a serpeggiare. -Guidone già da ventiquattro anni reggeva la chiesa milanese: -stanco di vivere fra torbidi e pericoli continui, indebolito -dagli anni, bramoso di godere il restante della vita -in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza -del partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, -cardinale ordinario della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò -l'arcivescovato. Non era questi il soggetto che piacesse -ad Erlembaldo. Quindi col ferro, col fuoco, colla devastazione -de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si oppose al -nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non potè conseguire -mai la possessione nè della carica, nè delle entrate. Guidone -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -pensò allora a ripigliare la dimessa dignità, poichè -non si voleva che Gotofredo ne fosse rivestito. Guidone credette -alla fede di Erlembaldo; si collocò incautamente con -lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a Milano. Ma -quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne -custodito<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a> sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone -all'eroe del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. -Egli fu bensì tradito, ma non tradì mai: promise -una fedeltà al papa, che non gli mantenne, è vero, ma in -questo io ravviso piuttosto l'uomo debole, che il politico -astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di sedare -il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata; -non fece che la guerra difensiva: insomma non parmi un -uomo meritevole di quella taccia. Il buon criterio del conte -Giulini si conosce nella giudiziosa critica che generalmente -esercita; ma conviene accordare che nell'esposizione di -questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser parziale. -</p> - -<p> -L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette -anni, dopo la rinunzia fattane da Guidone: perchè Gotofredo -non potè mai farne le funzioni per la potenza di Erlembaldo, -che glielo impediva. Erlembaldo, di propria autorità, -pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a questo -grado un giovane chiamato Attone.<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a> <i>Herlembaldus</i>, dice -Landolfo Seniore, <i>producens quemdam Attonem, sibique -consentientem, coram omni multitudine, ore suo inclito -elegit. Hoc videns majorum et minorum multitudo tam -suorum quam adversarium, quae noviter fidelitatem imperatori -juraverat, sumptis armis, magnoque praelio, -Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis, -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit</i>: -su di che veggasi il conte Giulini<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>. Papa Alessandro II -tenne un concilio in Roma, in cui dichiarò scomunicato -l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione di Attone, e nulla -la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di quaresima -del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano, -e nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò -più che mai; e queste deplorabili sciagure forse non -a caso piombavano sulla città. Ad Alessandro II era succeduto -Ildebrando, col nome di Gregorio VII. Egli non acquistò -influenza maggiore di quella che in prima aveva da più -anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente scomunicò -l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato dai -suffraganei; animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo -per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli -ordinari celebravano l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, -colla forza, venne di mezzo ai sacri ministri, gittò -a terra il Sacro Crisma, col motivo che fosse questo stato -benedetto da un vescovo scismatico<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>. In mezzo a questo -cumulo di strane miserie, i nobili finalmente, vedendo i mali -giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse -la loro patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla -campagna ove, come dissi, stavano ritirati, presero il partito -di ritornare unitamente in città, conducendo una buona -scorta de' loro vassalli armati, per discacciarne Erlembaldo. -Erlembaldo <i>armato di tutto punto sopra d'un generoso destriero</i><a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a>, -preso il vessillo romano, si pose alla testa della -sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul -campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto -meglio è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a>:<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a> -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -<i>Eadem hora, post hoc insigne tropheum, cives omnes -triumphales personant hymnos Deo, ac patrono suo Ambrosio, -armati adeuntes ipsius ecclesiam. In crastinum, -simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum -denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos -confitentur alterutrum; absolutione vero a sacerdotibus, -qui praesto aderant, celebrata, reversus est in pace populus -universus ad propria. Hic jam apparet schismatis -hujusce terminus, decem novem per annos semper ab -ipsa radice pullulando protensi</i>. Pochi anni dopo Urbano -II <i>riconobbe Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente -le sue reliquie</i><a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>. La Chiesa però non celebra -la memoria di Erlembaldo, e di lui può liberamente la critica -esaminare il merito e la virtù. -</p> - -<p> -Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo -avvenimento; si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro -partito. Primieramente egli sottrasse molti vescovi suffraganei -dalla dipendenza dell'arcivescovo di Milano. Qualche -leggiero distacco n'era già seguito in prima. Pavia, già -fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei vescovo, -come vescovo della città dominante, si era reso indipendente -dal metropolitano<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a>; indi Giovanni VIII, nell'874, -aveva dilatata la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito -della diocesi di Milano; ma Ildebrando sottopose Como -al patriarca d'Aquilea; Aosta all'arcivescovo di Tarantasia; -Coira all'arcivescovo di Magonza<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>. Così la dignità del -metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente, per i -maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da -Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora -era imperatore, per quei mezzi istessi pei quali se li ribellò -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -Corrado II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente, -e quasi per stanchezza di resistere, dopo trentatre -anni di guerra, si rese soggetta a Roma, e l'arcivescovo -divenne semplicemente il vicario del sommo pontefice. Se -alla fine del capitolo primo indicai con quali riguardi i -sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli arcivescovi -di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero:<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a> -<i>Reverendissimo et sanctissimo confratri</i>, ma dirò che -Urbano II, nel 1093, scriveva:<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a> <i>Discretioni nostrae videtur -quatenus, secundum praecepti nostri tenorem..... -facias</i><a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>. Vero è che non per ciò immediatamente la -creazione dell'arcivescovo potè appropriarsela il papa; per -qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma -i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; -e l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo -Arnolfo venisse consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, -dal vescovo di Passavia e dal vescovo di Costanza. -S'introdusse il rito che l'arcivescovo non portasse il pallio, -se non ricevuto che l'avesse dal papa. In appresso si -volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma -per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero -dalla giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, -sino allora, erano stati a lui soggetti, come tutti gli altri -ecclesiastici. Quindi si posero ad accordare delle indulgenze; -e la più antica che ne ha ritrovata il conte Giulini -è dell'anno 1099<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a>. In séguito Genova venne sottratta -all'arcivescovo e creata arcivescovato; Bobbio fu staccato -dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente -furono la maggior parte de' vescovi suffraganei o dichiarati -dipendenti immediatamente dalla santa sede romana, -ovvero incorporati con altre chiese arcivescovili. Così la -gran mole della chiesa ambrosiana venne a rendersi assai -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -meno importante, e in ogni sua parte interamente sommessa -alla giurisdizione romana. -</p> - -<p> -Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol -so. Nessuna memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga -accettata la proibizione di esercitare il sacerdozio a chi -aveva moglie; anzi mi pare probabile che, rivoltesi le -mire di Roma al punto della soggezione, poichè vide piegarsi -le cose a seconda, non si volle insistere sopra un -punto irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare -il disegno. Pare che si avesse di mira d'obbligare -piuttosto indirettamente al celibato coloro che dovevansi -promuovere ai sacri ordini, anzi che instare e costrignere -i sacerdoti ammogliati alla dura scelta o di perdere lo -stato loro, o di abbandonare disonorata e senza condizione -la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra -confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in -Milano, pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: -<i>Gloria dei santi milanesi</i>. Questa sacra adunanza si tenne -l'anno 1098. Il fine sembrò essere quello di consolidare -il sistema dipendente da Roma, e di prescrivere una più -santa disciplina al clero. In quel concilio si pronunzia l'esecrazione -contro della simonia; e del matrimonio degli -ecclesiastici non si parla:<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> <i>Sicut a sanctis patribus stactutum -legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, -et in ecclesiarum beneficiis execramus, et ab ecclesia -radicitus extirpare per omnia volumus</i>; così leggesi -in quegli atti. Delle due riforme la più facile certamente -non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti; -anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che -facevasi per le ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta -difficoltà per abolirlo. O dunque questa legge contro la -simonia è stata allora fatta, dappoichè in pratica erasi abolita -la tassa unicamente per avvalorare sempre più la riforma; -e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -uguale, sul non meno importante articolo del celibato, -per rinfiancarne la perpetua osservanza, se già si -era ciò ottenuto: ovvero la legge contro la simonia vogliam -dire che supponesse ancora quella vigente; ed allora -dovremmo supporre essersi disimpegnato senza strepito -alcuno l'oggetto intralciatissimo dei matrimonii, prima -che si abolisse una tassa, che poi non era difficile l'abolire; -e che il concilio nessun pensiero si prendesse del pericolo -che la opinione tanto ostinatamente sostenuta pochi anni -prima, ritornasse a prender partito, il che non mi pare -verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare -una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. -Anzi mi sembra di ravvisare in quel concilio una -legge che tende indirettamente al celibato degli ecclesiastici; -quella cioè con cui si proibisce che nessun ecclesiastico -possa godere qualsivoglia beneficio, se prima non -rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal -legge s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per -non lasciare i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo:<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a> -<i>Statuimus etiam juxta sanctorum patrum instituta -et primitivae ecclesiae formam, nullum clericorum ecclesiarum -beneficia possidere, nisi, abrenuntiatis omnibus -propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus sorte -videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, -non ei clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia -interdicimus.</i> Mi pare ancora più chiaramente provato -che per allora si lasciavano al godimento dei loro -beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro canone dello -stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo passato -alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti -dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -non fosse nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica -a chiunque in avvenire tentasse di usurparsi per successione -i beneficii medesimi; il che fa vedere che alcuni beneficiati -allora avevano i loro figli, e che v'era pericolo -che continuassero i beneficii per eredità:<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a> <i>Et quia nonnulli -intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam -laici per paternam successionem...... archidiaconatum, -vel archipresbyteratum, cimiliarchiam, aut etiam aliquid -de beneficiis ad ecclesiarum officia pertinentibus -hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu -praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi -nefanda cupiditate ductus, ecclesiam ulterius possidere -tentaverit, et haereditate sanctuarium Dei obtinere -praesumpserit, juxta profeticam vocem; quousque -resipiscat, anathematis vinculo subjaceat.</i> Così quel sinodo. -Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale -che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i -figli de' sacerdoti dichiarati illegittimi, e per questo titolo -esclusi dai beneficii. Parmi adunque probabile che si lasciassero -per allora vivere in pace i sacerdoti ammogliati, -e che siasi poi introdotto poco a poco anche da noi il celibato, -senza violenza, puramente colle ordinazioni date -solamente ai celibi. Di fatti, nell'anno 1152, certo canonico -di Monza Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritrovasi -in quell'archivio, in pergamena segnata n. 4 (di cui -ho avuta la notizia dal chiarissimo signor canonico teologo -don Antonio Francesco Frisi, conosciuto per le erudite sue -dissertazioni sulle antichità monzesi), ordina che se gli celebri -l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -erede<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a><i>persolvat omni anno in annuali meo canonicis et -decumanis et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus -uxorem, qui in annuali meo fuerint, per unumquemque -canonicum denarios quatuor, custodibus et decumanis -binos denarios</i>: e poi più sotto vi si legge:<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a> <i>Si vero -aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non -fuerit in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, -et si aliquis habuerit uxorem, nolo ut habeat -istam benedictionem.</i> Le quali parole sembrano assai concludentemente -provare che sino alla metà del secolo duodecimo -siasi continuata l'usanza di non escludere dagli -ordini sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la -soggezione della chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, -si cessò di perseguitare il matrimonio dei preti; e lentamente -soltanto, e col favor del tempo, si dilatò la legge -del celibato. -</p> - -<p> -Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta -una serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, -sacrilegi, profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto -fu opera d'Ildebrando, che tutto architettò e diresse. Se -risguardiamo il fine di togliere dalla Chiesa gli abusi nelle -elezioni, ci si diminuisce in parte il sentimento contrario -ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando da un altro -canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto -che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un -tempo signora, manomessa dai Goti, dai Vandali, Longobardi, -Saraceni e Greci; divisa come ella era, doveva ubbidire -ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali, ora ai Bavari, ora ad -altre straniere genti. Conveniva concentrare la forza d'Italia -in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle un'esistenza. -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare -l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il -tempo era opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza -politica della Lombardia era principalmente collocata nei -vescovi: sottomessi questi, era formata la romana potenza. -L'oggetto era grande. Ma egli è giusto e ragionevole l'avventurare -il riposo e la sicurezza della generazione vivente, -che ha un diritto attuale di esistere bene, colla -speranza incerta di procurare la tranquillità alle generazioni -che nasceranno? È egli ragionevole e giusto un tal -sacrificio, quando anche fosse sicuro il bene che procuriamo -ai successori? Gli uomini che hanno fatto parlar di -loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno -mai esaminate bene simili questioni. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -</p> - -<h2 id="cap6">CAPITOLO VI.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -<i>Della nascente repubblica di Milano -sino all'imperatore Federico I.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore -non si intromettesse mai nella lunga guerra civile per la -giurisdizione di Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano -della debolezza dell'imperatore per sottrarsi dalla -soggezione del sovrano. Non solamente guerreggiavano per -distruggersi, divisi in due fazioni, ma si arrogavano la facoltà -di farsi degli alleati, di mover guerre, e così fecero -nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un pubblicista -cercherà con qual diritto così pretendesse di operare -una città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava -al sovrano allora la forza, come ne' secoli precedenti -ella era mancata a questi popoli a fronte de' Longobardi, -de' Franchi e dei Sassoni; e che in que' secoli non si conoscevano -fra il sovrano ed i sudditi i dolci e potentissimi -vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però Milano -si reggesse da sè, una apparente dipendenza del sovrano si -conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, -le monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, -come fanno anche oggidì le città libere dell'Impero<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>. -Oltre all'onore di porre il nome nelle monete, egli -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -è certo altresì che l'anno 1075 i Milanesi vollero dipendere -dal re Enrico per la elezione d'un arcivescovo. Guidone aveva -rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo, siccome dissi: questi -era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo non permise -mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo ministero. -Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva -colle percosse costretto a rinunziare; non era mai stato -ordinato; e il papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re -Enrico, che nominò per arcivescovo Tealdo, milanese, che -possedeva un ufficio nella sua reale cappella. Gregorio VII -gli comandò che non ardisse di farsi ordinare se prima non -veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e Attone; -nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando -loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno -fu consacrato solennemente, e posto nel suo ufficio, -poichè Erlembaldo era stato ucciso. Il papa, in un concilio -tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò insieme coll'arcivescovo -di Ravenna; eccone la cagione:<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a> <i>Thealdum dictum -archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem -Guibertum, inaudita haeresi et superbia adversus hanc -sanctam catholicam ecclesiam se extollentes, ab episcopali -omnino suspendimus, et sacerdotali officio, et olim -jam factum anathema super ipsos innovamus</i><a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>. Più -volte fu ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni -di Tealdo vennero sospese. Ildebrando ebbe una superiorità -senza esempio quando vide il re Enrico nel castello di Canossa, -a piedi nudi, nel mese di gennaio del 1077, aspettare -per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi, e implorare -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la -scena nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece -incoronare papa appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, -e ne scacciò Ildebrando, che, rifuggiatosi in Salerno, poco -dopo terminò la sua vita. A questa impresa molto contribuirono -i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in soccorso -di Enrico. -</p> - -<p> -(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore -Enrico fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il -quale abbandonò il partito imperiale, e interamente si collegò -col partito romano. La famosa contessa Matilde sembrava -che conservasse tutto lo spirito di Gregorio VII, a cui -fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei fu sedotto -Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa -lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo -di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio -Corrado (1093). Un arcivescovo che doveva ad Enrico -la sua dignità, che da lui non fu mai offeso, che doveva -ai popoli servire d'esempio di rettitudine, consacra -nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore -e ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa -Matilde, dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando -le sacre cerimonie, abusando della religione.... -Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo il secolo più illuminato -e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè in tal -forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa -Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette -dare il suo nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da -Ro, e il legato romano elesse per arcivescovo Anselmo da -Boisio, che ebbe il bastone pastorale dalla contessa Matilde, -e il pallio dal papa; e si pose a esercitare il suo ministero -senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico nè dal -re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e -resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe -della repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo -godeva, per l'eminenza del suo grado, una sorta di principato -nella città; ora i nobili e la plebe, vedendolo ridotto -all'obbedienza, poterono bensì conservare una rispettosa -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -deferenza al di lui sacro carattere, ma non vi trovarono -più quella distanza che l'opinione deve collocare fra chi -obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo -undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della -repubblica milanese, e con questa nuova magistratura si -venne a formare una sovranità che rappresentava tutto il -popolo<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>, e si vennero ad abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo -dovette subordinare a questo senato persino i decreti -sinodali, acciocchè venissero confermati coll'acclamazione<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a> -<i>fiat, fiat</i>, quando piacevano. In fatti nel 1100 dovette -l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati, perchè -si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del -Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora -venissero eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; -quanto la loro dignità durasse, le memorie di quei tempi -non ce lo insegnano. Certo è però che monete nè di Corrado -nè col nome della Repubblica non ve ne sono; e che -le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono sinora, -sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica -si considerò sempre sotto la protezione imperiale. -Pochi anni dopo sappiamo che il numero de' consoli era diciotto, -e talvolta anche maggiore. Sembra che questi consoli -formassero il minore consiglio, sempre adunato e sempre -attivo per reggere la città; e che negli affari di maggiore -importanza questi consoli intimassero una generale -adunanza del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed -erano stati eletti dalle tre classi di cittadini, cioè dai <i>capitani</i>, -i quali erano i nobili del primo ordine, dai <i>valvassori</i>, -che erano nobili bensì, ma di minore autorità, e dai -<i>cittadini</i>, che erano come il terzo ordine. Il numero dei -consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle altre -due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>, -non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, -come in Roma, ne' comizi centuriati. La repubblica di Milano -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -però era ben piccola allora, poichè la giurisdizione di -lei si limitava a poco più della mera città; e la campagna -che le stava intorno, formava diversi altri piccoli Stati indipendenti -da lei, e così v'erano i conti del <i>Seprio</i>, i conti -della <i>Martesana</i> e altri distretti, che avevano un governo -parziale e i loro consoli<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>; di che rimasero sino al 1781 -le vestigia nelle diverse misure, che furono in uso in Monza, -Lecco ed altri borghi del ducato, abolite or ora. Questo è -tutto quello che sappiamo intorno la costituzione civile di -Milano verso il principio del secolo duodecimo. L'autorità -suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui -nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la -giurisdizione alcuni giudici e messi che decidevano le controversie -dei privati<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a>. Ma il governo politico, la pace e la -guerra, l'imposizione e riscossione de' tributi erano presso -la città istessa. Landolfo il Giovine, parlando dell'anno 1112, -così si esprime:<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a> <i>Papienses et Mediolanenses statuerunt -et juraverunt sibi foedera, quae nimium quibusdam videntur -fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae auctoritate -contraria; cum illi cives juraverent sibi servare -se et sua contra quemlibet mortalem hominem natum vel -nasciturum</i>; dal che pare che, collegandosi per difendere le -cose loro contro qualunque uomo, tacitamente s'intendesse -la disposizione di contrastare colla forza all'imperatore, -qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati, o i -tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de' -contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre -il nome dell'imperatore o re d'Italia: <i>Regnante Domino -nostro</i>, il tale. Al principio del secolo duodecimo non più -si fece questa menzione. In una parola la costituzione civile -di Milano allora divenne, siccome dissi, a un dipresso -simile a quella d'una città libera dell'impero. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -</p> - -<p> -Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio -fosse un uomo di carattere assai mite, e quantunque dovesse -interamente la sua dignità al papa, cui era nella più -esatta maniera sommesso; e quantunque l'autorità politica -del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò non ostante -dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e -per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, -piacque a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua -diocesi, e, seguendo lo spirito delle Crociate al principio -del secolo duodecimo, si portasse a guerreggiare nell'Asia. -Gerusalemme era già in potere dei cristiani. Non sembrava -che vi rimanesse altro desiderio alla pietà dei fedeli, se -non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo storico -nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo -da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre -pericolo nel raccontarla, cioè la conquista del regno di -Babilonia. Eccone le parole dello storico:<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a> <i>Anselmus -de Buis, mediolanensis archiepiscopus, quasi monitus -apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis -partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, -et in hoc studio praemonuit praelectam juventutem -mediolanensem cruces suscipere, et cantilenam -de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujusprudentis -viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, -villas et castella eorum cruces susceperunt, -et eamdem cantilenam de Ultreja, Ultreja cantaverunt</i><a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>. -Questa canzone latina inventata allora aveva la frequente -esclamazione <i>Ultreja</i>, che il conte Giulini crede, assai verisimilmente, -essere un composto di <i>Eja! Ultra!</i> come sarebbe -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -<i>animo! avanti!</i> eccitandosi così la gioventù lombarda -a prendere le armi e passare nell'Asia<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>. Che questa -crociata milanese, avendo alla testa l'arcivescovo Anselmo -da Boisio, attraversasse l'Ungheria e si portasse in -Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì, sembra -cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è -difficile il definirlo, tanto sono discordi gli scrittori. Orderico -Vitale, scrittore di quei tempi, ci racconta che questo -esercito si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia -verso <i>Gandras</i> fu malamente battuto, onde i fuggitivi si -ricoverarono a Costantinopoli; ma i geografi non ci sanno -dire in qual luogo trovisi questo <i>Gandras</i>. Radolfo, che -scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava, ci -lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto -dai Saraceni sotto <i>Danisma</i>; ma nemmeno <i>Danisma</i> -si trova in nessuna carta geografica. L'abate Uspergense -invece c'insegna che la battaglia seguì:<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a> <i>contra -terram Coritianam, quae est Turcorum patria</i>; ma -nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la -patria de' Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, -è nei contorni delle paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino -e il Caspio, nelle vicinanze del Caucaso; parti del mondo -assai sviate per coloro che dalla Lombardia cercavano di -passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo Tirio, -che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di -Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo -di Milano Anselmo, nè delle disgrazie del suo -esercito. L'arcivescovo morì in Costantinopoli l'anno 1110, -e Landolfo il Giovine ce ne indica la malattia; ei morì di -tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio ce lo qualifica -Landolfo il Giovine per un povero uomo, semplice, timido, -e ironicamente lo chiama nel testo riferito:<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a> <i>ad vocem -hujus prudentis viri</i>. Probabilmente a queste disposizioni -del di lui animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo -prelato, se per il merito dell'obbedienza aveva -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -animato i suoi a prendere le armi per combattere gli infedeli; -poichè si vide affaticato da un assai lungo viaggio; -trasportato in mezzo a popoli dei quali ignorava il costume -e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani -incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti -per trovare mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; -senza forza d'animo e senza aiuto; mi sembra naturale -ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e che si sbandassero -i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi rimasti, -cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla. -Coloro che rimproverano alla generazione vivente -d'avere minor senno di quello che si osservava altre volte, -esaminino queste epoche. -</p> - -<p> -Nel principio appunto del secolo duodecimo lo storico -nostro Landolfo Juniore, che è il solo autore contemporaneo, -ci racconta un fatto prodigiosissimo; e ce lo descrive -con circostanze cotanto minute e singolari, che sembra -quasi ch'ei temesse l'incredulità nei posteri. Sinora il -suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto è -il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando -l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, -il vescovo di Savona Grossolano, come vicario dell'assente -arcivescovo, reggeva la chiesa milanese. Giunta la nuova -della morte di Anselmo, Grossolano ebbe un partito, e fu -eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito il pallio, che -il portatore, tenendo a guisa di stendardo, in cima del bastone, -andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo -il Giovine: <i>heccum la stola, heccum la stola</i><a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>; dal che -vedesi che anche allora si parlava una lingua simile a -quella che oggidì si parla. Eravi in Milano un prete che -aveva nome Liprando. Egli era zio di Landolfo Juniore, e -convien dire che fosse di genio piuttosto attivo, poichè ebbe -tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la giurisdizione -romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio -VII prese questo prete sotto la speciale protezione della -Santa Sede, e nella bolla gli scrisse:<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a> <i>Tu quoque, abscisso -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -naso, et auribus pro Christi nomine, laudabilior -es qui ad eam gratiam pertingere meruisti, quae ab -omnibus desideranda est, qua a sanctis, si persevereraveris -in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis -tui diminuta est, sed interior homo, qui renovatur -de die in diem, magnum sanctitatis suscepit incrementum: -forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae -est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis -Canticorum gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, -filiae Hierusalem</i>; e poi dopo lo chiama<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a> <i>martyr Christi</i><a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>. -Il prete Liprando era titolare della chiesa di San -Paolo in Compito. Appoggiato a questa bolla, pretendeva -di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò nacquero -dei dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese -il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente -l'arcivescovo di simonia,<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a> <i>per munus a manu, -per munus a lingua, per munus ab ubsequio</i><a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>. La disputa -andò tanto avanti, che vi furono partiti; si venne -alle solite zuffe, e<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a> <i>Grossolani turba, dimicans adversus -primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii -clericum lapide occidit</i><a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>. Fu perciò costretto l'arcivescovo -Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse -s'egli fosse legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -e il prete Liprando si esibì di provare col giudizio -di Dio, passando attraverso del fuoco, l'accusa che -aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con avidità -questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo -maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo -generalmente eccitò l'impazienza di ognuno; e fu -avvisato il prete Liprando di apparecchiarvisi: e il fatto -ce lo descrive Landolfo nella maniera che dirò. Distribuì -il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che -possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo -nipote; e dispose che se egli morisse nel giudizio, quel -che le fiamme avessero lasciato del suo corpo, venisse -seppellito nella chiesa della Trinità. Sia ch'ei temesse falsa -la simonia asserita, ovvero non sicuro il miracolo, egli -credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con -tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due -giorni; poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi -nudi, portando la croce, da San Paolo in Compito venne a -Sant'Ambrogio, e cantò la messa all'altar maggiore in faccia -all'arcivescovo, che si era collocato sul pulpito con altri -due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno naturale, -prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno, -nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda,<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> <i>ante introitum -missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit -plenam phialam vini peregrini, et post haec, coelestem -participavit mensam</i><a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>. Comunque sia di ciò, Landolfo -non dice come celebrasse la messa quel prete sospeso -dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poichè la -messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con -tre parole convincerò quest'uomo; indi, rivolto al prete: -Hai asserito, gli disse, che io sono simoniaco, ora dichiara -soltanto, se il puoi, qual sia la persona a cui io abbia donato. -Il prete si collocò sopra un sasso elevato che era -nella chiesa, e indicando il pulpito: Vedete, disse al popolo, -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi -col loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo -che con quel danaro istesso che il diavolo gli suggerì -di adoprare per comprarsi l'arcivescovato, possono -aver occultata la verità e togliermi i testimonii; e per ciò -ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna. Il dialogo -continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo -di vedere questo prodigio, si udì gridare perchè venisse -al cimento il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno -per il terzo giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, -balzò dal sasso e si portò co' suoi paramenti avanti -l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale erano disposte -due cataste di legna di quercia, ciascuna delle quali era -lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente -larghi, e distanti l'una dall'altra un braccio e -mezzo. Anzi nel viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di -legna tratto tratto, per renderne più lento e difficile il -passaggio. Poichè il prete e l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, -l'accusatore prese l'arcivescovo per la cappa e disse:<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a> -<i>Iste Grossulanus, qui est sub ista cappa, et non de -alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani</i><a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a>. -Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, -montò a cavallo, e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico -dell'arcivescovo, teneva frattanto il prete, acciocchè ei non -passasse, sin tanto che il fuoco non fosse bene acceso; e il -fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe offesa la mano. -Allora dissegli: Prete Liprando, mira la tua morte, piegati -all'arcivescovo e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla -maledizione di Dio. Il prete rispose a lui:<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a> <i>Sathana, -retro vade</i>, poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, -ed entrò fra le cataste ardenti. La fiamma si spaccava -avanti di lui, e si riuniva tosto che era passato; passò sopra -i carboni, come se fosse arena, due volle recitò in -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -quel passaggio:<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a> <i>Deus, in nomine tuo salvum me -fac, ed in virtute tua libera me</i>, e nella terza volta, alla -parola <i>fac</i>, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza -danno alcuno nella persona, o nei lini del camice, o nella -pianeta. Così il nipote Landolfo ci racconta il fatto. -</p> - -<p> -Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia -da chi scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con -quello che Desiderio, abate di Monte Cassino, asserisce accaduto -in Firenze, che non si potrebbe giudicare quale dei -due fosse l'originale e quale la copia; se quello di Toscana -non fosse stato collocato quarant'anni prima di questo di -Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si accusava -quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla -prova del fuoco; si prepararono due cataste lunghe dieci -piedi, alte e larghe cinque, distanti appunto un piede e -mezzo. Le misure sono le medesime nel numero, sebbene -da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi passò illeso un monaco -Giovanni Aldobrandino, che fu poi chiamato Giovanni -Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima. -Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, -ovvero al buon senso, io abjurerò la prima: nè crederò -che la novità abbia operato un portento per approvare -una temerità solennemente riprovata dalla Chiesa in più -concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non sarebbe stato -possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano pel -sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero -a deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo -ci avvisa che:<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a> <i>praesentia episcoporum suffraganeorum -huic legi et triumpho favorem integre non praebuit</i><a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>, -e il popolo istesso, pochi giorni dopo, cambiossi di parere -sul preteso miracoloso passaggio:<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a> <i>turba tristis de casu -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem post -paucos dies scandalizavit</i>. Ci narra di più lo stesso autore -che in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano -dal fuoco, ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che -ebbe anche male a un piede, ma che ne fu cagione un cavallo -da cui fu calpestato. La verità sola che oggi possiamo -sapere è, che il fatto, come ce lo racconta Landolfo, non -è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene allargare -il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre -il prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora -con una mano ed un piede offesi potremo accordare -i due fenomeni, il fisico ed il morale. Se poi il racconto -fosse imitato da Landolfo dall'altra favola toscana, per vanità -di raccontare cose prodigiose, e per farsi nipote di un taumaturgo, -allora ne sarebbe ancora più semplice la spiegazione. -Nè sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo -all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far -credere che un angelo sia venuto ad avvertirlo che il di -lui zio Liprando era ammalato:<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a> <i>Mihi angelus occurrit -dicens: presbyter Liprandus, rediens a Valtellina, infirmus -jacet ad monasterium de Clivate</i><a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>: asserzione -sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro -conte Giulini, che «sarebbe stato desiderabile che lo storico -ci avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con -tanta sicurezza, che quello era un angelo<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>». Tutti i nostri -autori però, ciecamente appoggiati all'asserzione del solo -Landolfo, hanno creduto vero un tal prodigio; e nemmeno -il nostro conte Giulini si è voluto segregare. Sarebbe stato -veramente desiderabile che avessero seguita l'opinione piuttosto -dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice. -Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di -affrontare una lunga tradizione per annunciare la verità, i -di cui dritti non si prescrivono giammai; ed è costretta la -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -storia a raccontare di tali inezie, qualora sieno generalmente -credute. -</p> - -<p> -Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò -l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, -sebbene con un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo -legittimo, e non cessò d'esserlo, se non quando, -portatosi egli, nel 1111, a Costantinopoli, se gli elesse in -Milano un successore. Morì frattanto in Germania l'infelice -imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106. Corrado, -di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato da -una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo -titolo per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. -Anche l'altro figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle -al padre. Non si può rinunziare ai sentimenti dell'umanità -e della natura più freddamente di quello che -fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto suo -collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento -colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. -«I vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma -dell'imperatore erano veramente cose orribili a chi le considerava; -ma pure dovevano con pazienza tollerarsi da un -suddito, e molto più da un figliuolo. Per quanto la storia -della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo imperatore -e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro dì lui, -quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a -compassione e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero -principe, spogliato a forza de' reali ornamenti, pentito -de' commessi delitti senza poter ottenere dal legato apostolico -la desiderata assoluzione, prosteso a' piè del figlio -senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente da -disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato -presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, -alli sette di agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi -di puro cordoglio la vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in -vita»<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>. I delitti di questo principe sono di non aver voluto -rinunziare alle investiture de' vescovi, che avevano goduto -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -i suoi antecessori. Le sue buone qualità furono la generosità, -la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non insidiò -alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava -in persona la sua armata; si trovò in sessantasei -battaglie, e le vinse tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. -Il di lui figlio Enrico, che poi fu il quarto imperatore -di questo nome, venne in Italia nel 1110; pretese dalle -città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli ostacoli, -poichè erano già avvezze a reggersi da sè. Novara, fra le -altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a -varie altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non -adoperò il fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce -maniera di guerreggiare mosse le altre città a cercare di -guadagnarselo con denaro, con vasi d'oro e d'argento; ma -la popolata e nobile città di Milano non gli fece regalo alcuno, -nè in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco -Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della -contessa Matilde con versi assai meschini: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Aurea vasa sibi nec non argentea misit</i></p> -<p class="i01"><i>Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:</i></p> -<p class="i01"><i>Nobilis urbs sola Mediolanum populosa</i></p> -<p class="i01"><i>Non servivit ei, nummum neque contulit aeris<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a><a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>.</i></p> -</div></div> - -<p> -Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre -città del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza -ad Enrico, piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa -fu di molti armati che lo accompagnarono a Roma per ricevervi -la corona imperiale. È noto che Pasquale II, papa, pretese, -prima d'incoronarlo, che rinunziasse al diritto di dare -l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi, e pretese, -non meno di quello che aveva fatto suo padre, di -conservare questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -Insisteva il papa; nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, -uniti coi Tedeschi, frenarono l'impeto de' pontificii, -a segno che Enrico fece suo prigioniero il papa, lo condusse -fuori di Roma, nè gli accordò la libertà, se non quando gli -promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture -come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da -esso fu incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il -giorno 13 di aprile 1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire -anche i Milanesi, de' quali varii ne perirono, e fra gli -altri Ottone Visconti:<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a> <i>Otho autem mediolanensis Vicecomes, -cum multis pugnatoribus ejusdem regis, in ipsa -strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus -civitatem mediolanensem, et Ecclesiam</i><a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>. -Questo Ottone è forse lo stesso reso immortale dai due versi -del Tasso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,</i></p> -<p class="i01"><i>In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo</i><a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a></p> -</div></div> - -<p> -L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre -per aver sostenuto le investiture dei vescovati, non solamente -le sostenne ei medesimo, ma colla forza sulla persona -istessa del sommo pontefice se le fece accordare. Nella -costituzione che avevano presa le città italiche, non vi rimaneva -più altra dignità che potesse conferire l'imperatore, -se rinunziava alle investiture: e il titolo di re d'Italia, già -diventato sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe -stato colla rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; -come vi si ridusse in fatti undici anni dopo, -colla cessione che ne fece. I Milanesi frattanto, inquieti, -avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la nuova autorità -de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile che organizzasse -la città, privi d'un regolamento che assicurasse -la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -una turbulente indipendenza, anzi che la libertà. Convien -dire che allora o non vi fosse uomo capace di progettare -una costituzione, ovvero che non venisse ascoltato. -Avevamo impiegati i primi impeti nostri a lacerarci vicendevolmente -colle civili dissensioni; i secondi impeti furon -adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città -di Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore -Enrico, che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione:<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a> -<i>Mediolanenses quoque, cum iste imperator per -Veronam a Roma in Germaniam properabat, gladiis et -incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt -Laudem, in Langobardia civitatem alteram.</i><a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>. Un -calendario antico, stampato nella raccolta <i>Rerum Italicarum</i><a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>, -dice:<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a> <i>VII kal. (junii) MCXI capta est civitas -Laudensis a Mediolanensibus</i> (1111); e la cronica di Filippo -da Castel Seprio dice:<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a> <i>anno MCXI die VII ante kal. -junii destructa est civitas Laudensis, et jacuit annis -XLVIII.</i> Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi a simile -crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi -così ne ragiona:<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a> <i>De Laudis vero Pompejae eversione -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -haud immerito prudens lector uberiora desideraverit: -sed mecum transeat oportet, cujus in manus plura in -eam rem, et si diligenter perquisiverim, non venerunt. -Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem -victis impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, -et urbis moenibus, vix agrestium similes vici, -et pauperum tuguria miseris civibus, quae inhabitarent -relicta; et pro magno commodo existimatum, -quod vicum cognomine Placentinum reliquerint, in quo -solitum mercatum octavo quoque die continuarent, -sed nec rem alienare, matrimonia contrahere, post occasum -solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere -inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam -paulo remotius sermones contulissent, continuo, -novorum consiliorum suspecti, aere multabantur, aut -fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati plurimi -diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis -finibus carere</i><a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>. La città di Lodi era fabbricata sopra di -un fiumicello chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: -anche al dì d'oggi se ne vedono le vestigia al sito che si -chiama <i>Lodi Vecchio</i>. La città di Lodi presentemente non -dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poichè deve la -sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare -alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di -Pompeo. -</p> - -<p> -(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci -siamo rivolti a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore -d'un paese montuoso, disputarono per alcuni anni, ma finalmente, -superati dai Milanesi, videro la toro città e i sobborghi -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi parimenti ai mosse -la guerra; e nel 1152 ci riuscì di dar loro una rotta a Marcinago: -ma la città loro, munita di antiche e solide fortificazioni, -fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga -coi Cremonesi, e nel 1157 c'impadronimmo del castello di -Zenivolta, e femmo prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, -che era <i>armato con l'usbergo come un Paladino, e, inanimando -i suoi alla battaglia, si era spinto contro uno -de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo</i><a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>. Tale -era la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva -saggiamente premunirsi contro le fondate pretensioni -dell'impero, collegandosi e rendendosi amiche le altre città. -Questo errore lo vedremo poi punito da Federico, e la punizione -fu meritata. Lo stato della prosperità è il più funesto -di tutti per una città che diventi libera dopo di avere -sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno -bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini -ad accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi -comuni. Se questi manchino, non vi è più quel -principio che può solo formare un sistema capace di reggere -alla prosperità; vi vuole un nemico e un comune pericolo -per acquistare un interesse e un sentimento comune, -e così animarsi la repubblica. -</p> - -<p> -La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva -i suoi nemici, i quali vedevano volontieri che gl'italiani -non gli obbedissero. Fra questi eravi l'arcivescovo di Colonia -Federico, il quale scrisse alla repubblica di Milano una -lettera che comincia così:<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a> <i>Consolibus, capitaneis, -onmi militiae, universoque mediolanensi populo. — Civitas -Dei inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas -nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus -Ecclesiae inimicis resistere niteris, verae libertatis -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -auctore Christo Domino adjutore perfrueris</i><a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>. E in questa -lettera ci avvisa come i principi della Lorena, della Sassonia, -della Turingia e di tutta la Gallia (membri dell'Impero, -come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di noi, -determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti -a collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il -riscontro. Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima -offerta sia stata accettata; anzi dai fatti accaduti -dappoi si può presumere che se ne lasciasse sfuggire -l'occasione. Insomma Milano era una repubblica; era già forte -e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che -faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre -città: odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale -passava da un principe debole a un altro debole, -ma rovinose disposizioni al movimento in cui fosse eletto -imperatore un principe di animo e di forze robusto. -</p> - -<p> -Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e -venne eletto per successore Lottario, duca di Sassonia, il -quale fu poi Lottario III re d'Italia, e Lottario II imperatore. -Alcuni signori tedeschi avevano protestato contro di -questa elezione, la quale si pretendeva fatta per maneggi -della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del casato di -Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire -ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per -togliere almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che -Corrado, nel 1128, se ne venne a Milano per la strada di -Como; che fu acclamato re d'Italia, e incoronato prima in -Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio. Sceso Lottario in Italia, -si confederò colle città di Lombardia, nemiche de' Milanesi, -affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di Crema, -città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. -Lottario non potè essere incoronato re d'Italia, e portossi a -Roma, ove fu incoronato imperatore in San Giovanni Laterano -dal papa Innocenzo II. Vi erano allora due che pretendevano -la sovranità del regno d'Italia: Lottario, come -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello -stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva -d'essere il vero papa; uno possedeva la chiesa di -San Pietro, e l'altro quello di San Giovanni Laterano. Il papa -di San Giovanni Laterano favoriva Lottario, lo riconosceva -per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava l'arcivescovo -di Milano, perchè aveva incoronato Corrado: il papa di San -Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine -di questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo -pontefice, il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici -cardinali de' più famigliari del defunto pontefice e dei -più assidui nell'assisterlo all'ultima malattia, prima che fosse -pubblicata la di lui morte, elessero Gregorio canonico regolare -lateranense, cardinale diacono di Sant'Angelo, che -prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de' cardinali, -intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco, -e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. -Furono e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati -ed intronizzati. Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; -Anacleto aveva il partito più forte, e risedeva in -Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e per Corrado; Lottario -era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende -qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo -ad un simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello -che sedò i partiti, e fece riconoscere anche in Milano per -vero papa Innocenzo II, e per vero re d'Italia Lottario. Si -erano già domiciliati in Milano dei frati instituiti da San Bernardo. -Il santo sosteneva papa Innocenzo, e l'arcivescovo -di Milano, Anselmo Pusterla, aveva coronato Corrado, e aderiva -ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro -dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani -che erano pel papa Innocenzo II, per preparare delle insidie -all'arcivescovo, distribuirono il loro denaro ai giurisperiti -ed ai militari; e dalla disputa l'arcivescovo fu costretto -ad entrare nel pubblico arringo, ove Stefano Guandeca, -arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro, sacrilego -e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si -esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -i vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti -in una nuova foggia con rozze lane e col capo raso; e -questi, verisimilmente, erano i nuovi monaci di San Bernardo, -che il popolo considerava come angeli del cielo. L'arcivescovo, -vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a dire: -che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe -bianche e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una -zuffa, nella quale non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi, -mediante il denaro sparso dal contrario partito, fu scacciato -dalla sua Sede. Quindi abbandonato Anacleto, Milano riconobbe -il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo descrive -Landolfo il Giovine colle seguenti parole:<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a> <i>Ordinarii -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae -Innocentio Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi -archiepiscopo suas pecunias effuderunt, et ipsas legis -et morum peritis atque bellatoribus viris tribuerunt. -Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem -concionem, ut ibi decertaret cum suis excomunicatis -de excomunicatione. Cumque ipse expectaret sagittas -de justa aut injusta excomunicatione, Nazarius -primicerius, mirae calliditatis homo, per prolixum sermonem -cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter -autem Stephanus, qui cognominatur Guandeca, -videns primicerium suum fastidiose fore locutum, vocem -suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: -Hoc quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, -perjurus, sacrilegus, et aliis criminibus quae -non sunt hic notanda, es reus. His auditis ex improviso, -archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter vero ille -habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit, -quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in -isto Anselmo, qui dicitur de Pusterla, in judicio episcopi -novariensis et albanensis, qui sunt de suffraganeis -Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque Mediolani, -in concordia utriusque partis, statuerunt ut -ipsi et alii suffraganei venirent. In statuta itaque die -non solum suffraganei, sed quamplures pure induti -rudi et inculta lana, et rasi insolita rasura, concurrerunt. -Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset -eos constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad -ipsum populum ait: omnes illi quos hic videtis cum -illis cappis albis et grisiis, sunt haeretici. Inde simplices, -et compositi, ad expellendum, bellum commoverunt. -Veruntamen gladio Anselmi in die illa resistere -non potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, -manus primicerii, et presbyteri Stephani fortissima, -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -in summo diluculo ipsum Anselmum a sede -compulit.</i><a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a> Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto -operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto -e il re Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore -Lottario: e san Bernardo medesimo moveva tutta -questa rivoluzione, e come dice Landolfo il Giovine al luogo -citato:<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a> <i>Ad haec peragenda, papa adeo idoneum angelum -habuit, sicut Bernardus abbas Claraevallensis -fuit.</i> Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerazione -accolto, che immediatamente divenne l'arbitro della -città. Egli mostrava dispiacere che nelle chiese vi fossero -ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi cessarono di -esporli:<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a> <i>ad nutum quidem hujus abbatis, omnia ornamenta -ecclesiastica, quae auro et argento paliisque -in Ecclesia ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso -abbate despecta, in scrineis reclusa sunt</i><a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>. Tutto venne -a prendere quell'aspetto che insinuava quel celebre santo, -al di cui cenno i popoli europei passavano a guerreggiare -nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed i -pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente -sparsa di lui! Il popolo di Milano, poichè era scacciato -l'arcivescovo Anselmo Pusterla, accorse a san Bernardo, -che stava alloggiato vicino a San Lorenzo, e con acclamazione -lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più vasti affari -da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente giorno -egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse -condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo, -e così appunto fece e se ne partì:<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a> <i>Ego in crastinum -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -ascendam palafredum meum, et si me extra vos portaverit -non ero vobis quod petitis, ac sic a Mediolano recessit</i><a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>. -Così Milano riconobbe papa Innocenzo e imperatore -Lottario; e partito che fu san Bernardo, i suoi monaci, -dice Landolfo al luogo citato:<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a> <i>per civitatem euntes, -collectam multam de auro et argento et rebus pluribus -sibi fecerunt</i>, e con questi mezzi fondarono i due -monasteri di Chiaravalle e di Morimondo, così nominati ad -imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti -accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato -così dalla sua sede, per essere stato del partito di -Anacleto s'incamminò verso Roma, dove Anacleto era riconosciuto -per legittimo papa da un gran numero di persone, -e risedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma viaggiando, -fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a -Pisa per un concilio; e quel papa che possedeva, come già -dissi, in Roma il Laterano:<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a> <i>illum captum Romam -misit, dice Landolfo, ibique, prout fama est, Anselmus -ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui procurator -est Innocentii, vitam finivit.</i> -</p> - -<p> -Corrado sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in -Monza ed in Milano, vedendo di non avere forze bastanti a -resistere, si piegò ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, -e rinunziò ad ogni pretensione sul regno italico. Lottario, -riconosciuto anche dai Milanesi, venne in Italia; e -favorì i Milanesi nelle dispute che avevano co' vicini. Mentre -il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i Cremonesi, -l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e, -unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il -contado di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano -e Soncino<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a>: poi queste forze si rivolsero contro Pavia, la -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -quale venne umiliata. Così assai incautamente i Milanesi, -colla distruzione di Lodi e di Como, colla desolazione dei -Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi, si erano procurati -dei nemici implacabili intorno le loro mura; e ne vedremo -l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad accendere -il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione -d'un imperatore potente e voglioso di riacquistare -la signoria d'Italia. Ma nè Lottario, nè Corrado istesso (che -poi, nel 1138, colla morte di Lottarlo, fugli eletto in Germania -per successore) ebbero forze per tentarlo. Corrado, -obbedendo alle insinuazioni fattegli da san Bernardo a -Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra -Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la -mala fede dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor -militare de' Saraceni. Lottario debolmente regnò fra i -torbidi. Così la indipendenza della repubblica di Milano si -andò rinfiancando. -</p> - -<p> -La città di Milano, diventata opulenta e popolata nel secolo -duodecimo, naturalmente doveva offrire agi migliori ad -ogni cittadino. Non si discorreva più di adoperare per companatico -il lardo, come vedemmo al capitolo quarto; ma -pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che un abate, in -certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre imbandigioni, -ed erano queste:<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a> <i>in prima appositione, -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -pullos frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam -frigidam: in secunda, pullos plenos carnem vaccinam -cum piperata, et tertullam de lavezolo: in tertia, pullos -rostidos lombolos cum panatio, et porcellos plenos</i>; -sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero -l'erudito nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>, e che molto meno potrei io -spiegare. Bastano però queste per dimostrare che si viveva -con una sorta di abbondanza. Fra le cerimonie religiose -vi era quella che il parroco andasse a lustrare coll'acqua -benedetta la casa, da cui si era trasportato un morto; e -che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto -coll'incensiere a profumarlo. Quando si contraevano<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a> -<i>sponsalia de futuro</i>, cioè quando si faceva la promessa -del matrimonio, si regalava alla sposa un anello, ovvero -una corona, o un cinto, ovvero una veste o un drappo, -ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si -dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, -non si doveva a lui restituire se non la metà del regalo:<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a> -<i>Si nomine sponsalitiorum annulus, vel corona, -vel cingulum, vel quid simile, seu amictum, vel -pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto, -medietas redditur si osculum intercesserit</i>: così le consuetudini -di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere -in quei barbari tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente -sappiamo che molti de' nostri giovani allora andavano -in Francia a fare i loro studii; ed è assai probabile -che le turbolenze interne alle quali era in preda la Repubblica, -non permettessero quella placida educazione che -è necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra -i paesi vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -Francia, colla quale non avevamo più veruna politica relazione. -Sotto Lottario s'erano scoperte in Amalfi le Pandette, -e s'era risvegliato un fermento universale per lo studio -della giurisprudenza. Il nostro Oberto dall'Orto fu distinto -fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni, pure nostro -cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far -risorgere la facoltà che coltivava in Salerno. Egli scrisse -in versi latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio -di Guglielmo il Conquistatore, re d'Inghilterra, che così -comincia: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Anglorum regi scribit schola tota Salerni</i><a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a><a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a> ec.,</p> -</div></div> - -<p> -e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con -poverissimo successo, se vogliansi paragonare que' lavori -colle produzioni di secoli più felici; nondimeno dobbiamo -accordare che ci eravamo scostati assai dall'ultima barbarie -del secolo undecimo, quando ne' pubblici contratti si -scriveva così:<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a> <i>deveniat in potestatem abas ipsius monasteri -sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in -eodem sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella -una... que ego noviter edificavi... in onore sancti Michaelis -et Petri, consecratam ab domum Eribertus archiepiscopus</i><a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>. -I cognomi cominciarono a formarsi nel -secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente -praticati. Le maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi -d'onde traeva origine, ovvero dimorava la famiglia. Vorrei -poter descrivere le azioni de' nostri Bruti, de' nostri Orazi, -de' nostri Scevola; ma non balena alcun lampo di virtù fra -quei tempi ancora caliginosi; o se qualche uomo generoso e -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù fuori dalle -azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità negli -animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione -era il mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene -questa mia proposizione non è esatta. La sola corteccia della -religione moveva ogni cosa, e la vera religione era trascuratissima. -Il mancar di fede, l'assassinare il distruggere, -l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni comunemente -praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le -esterne pratiche del rito religioso erano osservatissime, e -servivano di pretesto allo sfogo della feroce inquietudine -de' nuovi repubblicani; poco degni in verità d'esser liberi -per l'abuso che ne fecero a danno proprio e dei vicini. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -</p> - -<h2 id="cap7">CAPITOLO VII.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -<i>Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -Il nome di Federico I imperatore, comunemente conosciuto -col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno -anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu -distrutto da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si -frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si -ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è -stata funesta. Siamo stati avviliti; ma non vili, nè senza gloria. -I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le -Forche Caudine e l'invasione de' Galli. Noi avemmo Uraja -e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne fanno -un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io -prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente -agli autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e -credere di Federico tutto il bene che ne dicono i Milanesi, -e tutto il male che ne dicono i Tedeschi. I primi autori che -mi serviranno di guida saranno Ottone, vescovo di Frisinga, -figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio paterno -dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato, -quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse -i fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico -di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello -stesso imperatore, continuò que' fasti dopo la morte del vescovo -Ottone<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a>. Ivi si legge la lettera che l'imperatore diresse -al vescovo suo zio, animandolo a scrivere e dandogli -una traccia dei suoi fatti nell'Italia<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>; ivi pure si vede -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -che il continuatore Radevico, dice di avere scritto per obbedienza -al desiderio del defunto vescovo:<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a> <i>Ejus jussu, -pariterque divi imperatoris Friderici nutu</i><a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>. Sicuramente -essi non hanno propensione per i Milanesi. Il terzo -sarà il canonico di Praga Vincenzo, che accompagnò il suo -vescovo in quella spedizione d'Italia, e fu presente alla -maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano. La cronaca -di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel -1764 dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: -<i>Monumenta Historica Boemiae</i>, stampata in Praga. -Gli altri autori tedeschi, pubblicati nelle raccolte del Pistorio -Nideno, del Menckenio, dello Struvio, dell'Ocfalio, mi serviranno -pure di guida. Farò uso ancora de' nostri italiani Morena -e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma unicamente pei -fatti che non possono essere contrari all'imperatore; sebbene -il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto -a registrare più le parole altrui, che a scrivere le -mie; ma i lettori che temono lo spirito di partito e che -bramano di conoscere quanto si può la verità de' fatti accaduti, -non mi sapranno mal grado se pongo sotto a' loro -occhi piuttosto i pezzi interessanti degli autori originali, -che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un sempre -incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il -solo partito che conviene allorchè s'entra a narrare una -porzione di storia controversa. -</p> - -<p> -(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa, -morì in Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani -il di lui nipote Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue -anni. Pieno di ardor militare e di un carattere fermo -e impetuoso, sembra che il suo primo pensiero sia stato -quello di sottomettere le città del regno d'Italia, e di ridurle -ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a -cui si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo -Atamano e Omobono Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -alla dieta di Costanza, e gettaronsi a' piedi di Federico, -implorando il suo aiuto contro de' Milanesi, i quali -non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso le -diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico -destinò Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto -in cui comandava che si cessasse di opprimere Lodi. I due -Lodigiani ritornarono alla patria, per cui avevano operato -senza commissione. Credevano di essere accolti come salvatori -dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi -ed ingiurie; poichè il timore de' Milanesi era il solo sentimento -che restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe -e gravissime sciagure. Venne a Milano Sicher, e presentò -il decreto del re. I consoli milanesi stracciarono la carta, -la calpestarono; e a stento il regio messo potè sottrarsi al -furore del popolo<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>. Dopo un tale affronto Federico si determinò -di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici -de' Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di -Milano; la quale, come dice il panegirista e parente di Federico:<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a> -<i>Inter caeteras ejusdem gentis civitates primatum -nunc tenet..... non solum ex sui magnitudine, -virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod -duas civitates vicinas in eodem situ positas; idest Cumam -et Laudam, ditioni suae adjecerit</i><a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>. Cominciò Federico -a devastare alcune nostre terre. Erano amici nostri -Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i Bresciani. Federico -assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi fu accolto -con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera riferita -da Ottone di Frisinga:<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a> <i>Destructa Terdona, Papienses, -ut gloriosum post victoriam triumphum nobis -facerent; ad civitatem nos invitaverunt.</i> Col vocabolo però -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -di <i>distruzione</i> non si può intendere già che fossero atterrate -le case della città, ma deve intendersi soltanto la demolizione -delle fortificazioni, e lo smantellamento de' ripari -che la munivano. Poichè nello stesso anno in cui venne distrutta -Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi -la lettera seguente:<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a> <i>Consules, populusque mediolanensis, -consulibus derthonensibus, omnique populo, -salutem. — Cuncto romano Imperio notum fore credimus, -urbem vestram, quam de caetero confidenter nostram -dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, -destructam, a nobis audacter nec non viriliter restaurutam -esse, murisque, omnium nostrorum invicem sudore -constructis, circumdatam. Tria itaque civilia signa -ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam -videlicet aeneam, qua populus in unum convocetur, vestrum -significantem incrementum. Album vexillum cum -cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem habens -per medium significans a manibus inimicorum -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -post multas ac magnas angustias vos esse liberatos: in -quo solem et lunam designari jussimus. Sol Mediolanum, -luna Derthonam significat; lunaque lumen a sole suum -trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. -Haec duo mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, -quo vestrae signentur chartae, continens in se duas -civitates Mediolanum et Derthonam, designans Mediolanum -cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam -possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus -annus quintus erat Christi, cum lapsa, refecta -fuit</i><a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>. I Milanesi innalzarono la circonvallazione di Tortona -con somma rapidità e con sommo ardire, nel tempo -in coi Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore -dal papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette -irritare sempre più l'animo dell'imperatore, al quale inutilmente -avevano già in prima offerto i Milanesi considerabili -somme di oro per accontentarlo. Non si trovò forte Federico -allora abbastanza per cimentarsi contro di Milano, -ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima -però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò -un decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei -telonei, e di ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto -Lodi e Como, e oppressi que' cittadini, con contumacia agli -ordini imperiali: per lo che li condannò al bando dell'impero<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>. -La sentenza di questo anatema non cagionò male -alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi che provavano -l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che -i delitti imputati ai Milanesi fossero <i>enormi</i>, commessi con -<i>animo sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia -e pertinacia</i>. Ciò non di manco, appena allontanato -che fu Federico, i nostri ritornarono al loro abituale mestiere: -batterono i Pavesi; insultarono e vinsero i Novaresi; -presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto -erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi -già sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -positivo di fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, -volendo essi porvi la condizione che salvo fosse il primo -giuramento di fedeltà da essi già prestato all'imperatore, e -non accordandolo i nostri, vennero saccheggiate e abbruciate -le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi costretti a -ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici -nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i -Vigevanaschi e i Cremonesi. -</p> - -<p> -Frattanto però che stavano rendendoci più odiosi ai vicini -ed al lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, -si fu di munire di un valido fossato, ossia d'una linea -di circonvallazione tutta la città; la quale, sebbene avesse -tuttavia in piedi le antiche mura di Massimiliano, ristorate -dal l'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo prima, nondimeno, -per l'accresciuta popolazione doveva avere molte -abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo -fossato è precisamente quello per cui ora scorre il canale -del naviglio, e così con chiarezza ognuno può capire -qual fosse il giro delle antiche mura, che ora è indicato -dalle chiaviche, da noi chiamate <i>cantarane</i>, e quale quello -del fossato, che visibilmente anche oggidì circonda la città. -Di questo fossato ne parla il continuatore di Ottone di Frisinga -e Radevico<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a>, inimico de' Milanesi con questi termini:<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a> -<i>Mediolanensem autem utpote viri bellicosi et -strenui civitatem suam magnis fossis circundederunt, -et imperatori audacter et viriliter restiterunt</i>; e della -terra cavata nel fare la fossa se ne formò il parapetto -nel luogo che anche presentemente conserva il nome di -<i>Terraggio</i>. Convien dire che queste fortificazioni fossero -assai ben fatte; poichè vedremo che non vennero mai superate -colla forza; e che, perduta che fu la città, ebbe -somma cura il vincitore di vederle distrutte. Venne in -Italia l'imperatore Federico alla testa di un'armata poderosissima, -la quale conteneva quasi tutte le forze della -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a bloccare -Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg, -Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, -Enrico duca d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone -conte palatino di Baviera, l'arcivescovo di Colonia Federico, -Arnaldo arcivescovo di Magonza, Hellino arcivescovo -di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il duca -di Zarighen, e altri principi sovrani<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a>. (1158) La venuta -di questa terribile armata accade l'anno 1158. È strana -la cerimonia che l'imperator Federico volle premettere -alle sue operazioni militari. Prima di innoltrarsi nel Milanese -fece intimare alla città un termine perentorio a -presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un -gastigo senza una sentenza, nè una sentenza senza un -giudizio, nè un giudizio senza una citazione. Vennero i -legati di Milano a questa formalità. L'eloquenza e i doni -furono inefficaci; e la sentenza dichiarolli pubblici nemici. -Così, pagando questo facile tributo alla mania del secolo, -che in Italia singolarmente aveva riscaldati gli animi nello -studio e nel Codice e delle Pandette di Giustiniano, rese -sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che -mai le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. -Poich'ebbe data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, -e, affacciatosi a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte -così bene presidiato dai Milanesi, che non ardì di superarlo. -Gl'imperiali tentarono il guado verso Corneliano: -alcuni perirono nel fiume; ma però un buon drappello di -militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che i -nostri trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo, -per non vedersi a un tempo stesso assaliti di -fronte e al fianco; e si ricoverarono in Milano. L'esercito -imperiale s'incamminò a passare sul ponte, il quale si ruppe, -non sappiamo se a caso, con qualche danno dell'esercito. -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella -storia, poichè fanno conoscere che la guerra non si faceva -con un cieco impeto, ma con arte e consiglio anche in que' -tempi. Un errore però commisero allora i nostri, e fu quello -di collocare un presidio nella torre dell'Arco romano, di -cui ho dato notizia nel capitolo primo. Quella mole, fabbricata -dai vincitori romani fuori del recinto per dominare -la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro -arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un -potentissimo esercito nemico. Un presidio così isolato non -poteva nè difendersi, nè reggere, soltanto che sotto vi si -fosse collocata una catasta di legna e postovi il fuoco. Gli -imperiali, ben presto cominciando a rompere i pilastri, costrinsero -gl'infelici situati tanto incautamente ad arrendersi, -e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali, -colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno -ed incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa -della porta Romana. L'imperatore pose il suo quartiere -verso la Commenda di Malta, che allora era la magione -de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a San Dionigi. -L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso a San Celso. Di -contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe; -e si circondò la città con un esercito di centomila -uomini<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a>; ovvero, come dice lo storico nostro contemporaneo -Sire Raul, di quindicimila cavalieri, e inumerevoli -fantaccini. A tutte queste terribili forze della Germania, -dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla testa -de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte le -città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che -vi era presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, -Veronesi, Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, -Genovesi, Tortonesi, Astigiani, Vercellesi, Novaresi, -d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di -Reggio, di Modena, di Bologna, d'Imola, di Cesena, di Forlì, -di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre città ancora, che -tutte avevano mandate le loro milizie a combattere contro -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -di noi<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a>. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano -armati tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni:<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a> -<i>Stabant armati supper vallum, nihil omnino -strepentes; dubium, principis advenientis aspectus utrum -hanc reverentiam, et huius silentii disciplinam, -an metum universis incusserit</i>, dice Radevico, lib. <span class="smcap lowercase">I</span>, -cap. <span class="smcap lowercase">XXXII</span>. Una tanto spaventosa unione di forze non si impiegherebbe -al dì d'oggi per acquistare una città presidiata -da soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e -coll'assedio, ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe -padrone; ma allora la polve per anco non era conosciuta -(la più antica memoria della polve ascende sino alla -pubblicazione dell'opera: <i>De nullitate Magiae</i>, in Oxford, -fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260, cioè quasi un -secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso -della polve nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia -di Crecy, come ci attestano Larrey e Mezzerai. Il re d'Inghilterra -Edoardo scompigliò i Francesi con cinque o sei cannoni; -ciò accade più d'un secolo e mezzo dopo Federico). Troppo -era ardua impresa il venire a cimento contro gli assediati, -i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano nella -larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno -accostarsi, e perciò:<a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a> <i>Divisis, ut dictum est, inter -principes exercitus portis Civitatis, singuli eorum -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -festinare, parare, sudibus, palis aliisque propugnaculis -castra munire, propter improvisos hostium incursus, -decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus, -aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam -putabant. Sed longa potius obsidione fatigatos ad -deditionem cogi, vel si foras propter fiduciam multitudinis -erupissent, proelio superatum iri</i><a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a>. Si aspettò adunque -che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla resa, -e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti, -trasmessici da un tedesco, nemico del nome italiano, e -panegerista dell'imperator Federico, provano abbastanza -che Milano in quel tempo era una repubblica, piccolissima -per la sua estensione, ma di una forza e di un ardimento -maravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza, quanto -ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe -più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul -ci parla di varie scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, -col rappresagliar ai medesimi molti cavalli:<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a> <i>Interea -milites Mediolani egrediebantur de civitate, et auferebant -scutiferis exercitus roncinos, et tantos abstulerunt, -quod roncinus quatuor solidis tertiolorum vendebaturj</i>; -e il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico -per comando di lui, e in conseguenza non è mai sospetto -di parzialità per i Milanesi, descrive varie sortite da essi -fatte; ed una singolarmente caduta sopra il conte palatino -del Reno, e sul duca Federico di Svevia:<a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a> <i>Apertis portis -cum pugnacissimis egressi, disjectis custodibus, usque -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant, -sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, -inopinata re, ac improvisa primo perculsi</i> (l'affare -era di notte) <i>alter apud alterum formidinem simul, et -tumultum facere: deinde alius alium appellare, hortari, -arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare: -clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, -etc.</i>, e conchiude che, accorsovi poi il re di Boemia -coi suoi, e così resasi più vasta l'azione, i Milanesi, non potendo -reggere a tanti, ritornarono nella città<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a>. Questo -fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca del canonico -Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio -Dobner<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a>. Secondo detto cronista la sortita fatta dai -Milanesi non fu di notte, ma<a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a> <i>circa horam vespertinam... -fit pugna ex utraque parte: fortissimi caeduntur milites, -nec hi vincuntur nec illi. Videns autem praedictus -princeps se eis sufficere non posse, ad regem Bohemiae -plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniant -militia</i>; dice poi che il re accorse co' suoi e piombò addosso -ai Milanesi:<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a> <i>Mediolanenses pro libertate adversariis -suis fortissime resistunt; ex utraque parte fortissimi -caeduntur milites. A vespertina hora usque ad crepusculum -durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis -amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes -sustinere, inter muros se retrahunt, quos Bohemi victores, -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -usque ad ipsas portas caedentes, insequuntur. Interea -nox praelium dirimit.</i> Questo autore era presente, -quindi il di lui racconto pare più verisimile; poichè di -notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, -come allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi -per testimonianza dello stesso autore tedesco e panegirista -dell'imperatore Federico, contro il duca d'Austria, -che s'avanzava per attaccare una porta della città:<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a><i> Mediolanenses -quippe, molitiones nostrorum praesentientes, -ignominiam judicabant si pares, imo plures multitudine, -minori animo venientibus non occurrerent</i><a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a>; -e allora pure furono respinti. La più fortunata azione ce -la descrive lo stesso Radevico<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a>, quando uscirono i Milanesi -contro una schiera di mille volontari, comandati dal -conte Ekeberto di Rutene, che, dopo un ostinato conflitto, -vennero fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili -imperiali. Osserva però lo stesso Radevico, come dalla -porta che era bloccata dall'imperatore (ed era quella del -<i>Buttinugo</i>, ora detto <i>Bottonuto</i>, e il conte Giulini la crede -posta al ponte dell'Ospedale), i Milanesi non ardirono mai -di presentarsi, o per timore o per riverenza, verso la persona -dell'imperatore:<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a> <i>Sed nec ad portam, ubi militia -principis obsidionem celebrabat, excursus facere, -dubium an metu, an reverentia imperatoris cohiberentur</i><a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a>. -Tentarono gl'imperiali di prendere la città di assalto, -e potè loro riuscire di porre il fuoco ad una porta -ed al bastione vicino, combustibile, perchè composto di -fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al -di fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -a vuoto. Ciò nondimeno fa meraviglia come dopo un mese -di blocco la città si rendesse; e non è facile il persuaderci -come questa dedizione fosse allora cagionata dalla fame e -dalle malattie, siccome varii scrittori asseriscono, appoggiati -al testimonio di Radevico<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a>. Non è da credersi che -i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio dell'imperatore, -e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano -premunite le abitazioni colla linea di circovallazione, avessero -preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo -di un mese; nè è da credersi che un morbo contagioso -ponesse tanta desolazione da obbligare in quattro settimane -alla dedizione una città non ancora offesa da macchina -o assalto nemico; tanto più che di questa supposta -pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo -nemico, nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo -di Praga, che era presente a questi avvenimenti, non -scrive nè della fame nè d'altra malattia, se non che:<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a> -<i>Foetor cadaverum intolerabiliter ex utraque parte omnes -cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis -cruciabantur aegritudinibus</i><a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a>. L'autore medesimo ci -avverte che il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di -Praga Daniele, il vescovo di Bamberga Everardo aprirono i -discorsi di pace co' Milanesi, e Radevico ci attesta che l'autore -di questa dedizione de' Milanesi fu il conte Guido di -Biandrate; eccone le parole:<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a> <i>Hujus auctor negocii dicitur -fuisse Guido comes Blanderantensis, vir prudens, -dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -esset naturalis in Mediolano civis, hac tempestate tali -se prudentia et moderamine gesserat, ut simul, quod -in tali re difficillimum fuit, et curiae charus, et civibus -suis non esset suspiciosus</i><a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a>. Questo conte Guido di -Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale -della milizia de' Milanesi<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a>. La maggior parte del -Novarese era sua, ed esposta alle invasioni degli imperiali. -Il carattere e la fede di questo conte, anche prima in un -fatto co' Pavesi, si resero soggetto di dubitazione, e sembrò -che, comandando i Milanesi, li disponesse per essere battutti<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a>. -L'imperatore poi sempre se lo ebbe caro, l'adoperò -in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna suo -figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale, -per obbligare gl'infelici Milanesi esuli dalla patria -a sborsare nuovi tributi<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a>. Posta tutta questa serie di fatti, -io credo che senza pericolo di oltraggiare indebitamente -la memoria di lui, sospettar si possa aver egli sacrificata la -patria alla personale ambizione. I patti della resa furono: -1.º I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile saranno indipendenti -dai Milanesi; 2.º i Milanesi giureranno fedeltà -all'imperatore; 3.º fabbricheranno un palazzo imperiale; -4.º pagheranno novemila marche d'argento; 5.º daranno -ostaggi; 6.º i consoli saranno eletti dai Milanesi, ma approvati -dall'imperatore; 7.º nel palazzo imperiale risederanno -i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8.º si restituiranno -i prigionieri; 9.º saranno dell'imperatore la zecca -e le regalie; 10.º saranno assoluti dal bando imperiale i -Milanesi, tosto che dai Cremaschi siano pagate centoventi -marche; 11.º eseguito ciò l'imperatore partirà fra tre giorni, -e tratterà da amico i Milanesi e le cose loro; 12.º i -Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede, quando -non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo -non li dispensi; 13.º potranno i Milanesi imporre una -colletta per pagare la somma convenuta, e chiamare in -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -contributo quei che solevano, eccetto i Lodigiani e i Comaschi, -e alcuni del contado del Seprio, i quali, poco prima, -avevano giurata fedeltà all'imperatore<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a>. Così Milano -si rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico. -</p> - -<p> -Questo avvenimento non fu veramente nè di gloria all'imperatore, -nè di biasimo a Milano. Con un'armata immensa, -atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi -una città abbandonata, e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. -Nè l'imperatore, scortato di tanti e sì poderosi mezzi, -allora mostrò quel vigor militare che caratterizza un gran generale. -Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni, non usò -dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla -seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento -pure ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta -del conte Guido, che i Milanesi vollero avere per loro generale. -Si trovano, è vero, delle anime nobili, più sensibili -alla gloria che a qualunque altro bene presente, capaci di -un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il massimo -interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, -e ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente -si pone un uomo nell'alternativa o di essere -un eroe, o di sacrificarci. Se la capitolazione pose Milano -nella dipendenza, però l'imperatore riconobbe nella città -una esistenza civile con quest'atto medesimo, perchè capitolò, -e perchè si obbligò a partirsene, e lasciò il reggimento -della città ai consoli; nè proibì ai Milanesi il governo -della loro città, o la facoltà della pace e della guerra. -Se la città fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte -a governarla a nome dell'imperatore, si sarebbe abolita -la nuova magistratura de' consoli nata colla Repubblica; e -si sarebbe espressamente proibito di contrarre mai più leghe -o far guerre, come da un secolo e più s'andava facendo. -L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione. Ho -già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico -non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -re d'Italia; che le monete della Repubblica mancanti del nome -del sovrano hanno l'immagine di sant'Ambrogio, colla mitra, -ornamento che prima di Federico non fu generalmente in -uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non ho -altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi -se del primo, secondo, terzo o quarto; ma nè dei -Corradi, nè di Lottario II non ne ho; nè alcuno ne ha pubblicate; -e perciò sembra verosimile che da molti anni la -zecca di Milano fosse oziosa, appunto perchè la nuova Repubblica -non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione -dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, -e nemmeno volesse espressamente confermarsi dipendente -col riporvelo. Conservo bensì alcune monete dell'imperatore -Federico coniate in Milano, e sono pubblicate in più -opere. Così quel sovrano, richiamando a sè la moneta, ravvivò -anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo -col favore dei tempi sottratti. -</p> - -<p> -Poichè fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una -dieta in Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare -le liti, quell'augusto, se crediamo a Radevico, diceva:<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a> -<i>Mirari se prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de -scentia legum glorientur, maxime legum invenirentur -transgressores; quumque sint tenaces justitiae sectatores, -in tot esurientibus et sitientibus injustitiam evidenter -apparere.</i> Se quell'augusto avesse riflettuto che lo studio -delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo -desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento -medesimo nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima -sorgente di litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa -vi debbon essere più controversie che in una più -povera e indolente, non avrebbe parlato con derisione degli -italiani, perchè, studiando molto le leggi di Giustiniano, -erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone -si mostrò pure abitatore del mondo, come le sono le anime -grandi. Le antipatie nazionali sono minute opinioni del volgo, -in ogni secolo e presso di ogni nazione le anime nobili sempre -furono al disopra della popolare invidia, ingiusta per -lo più o fomentata da una meschina politica. Cercano esse -indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo -ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere -umano, e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e -malvagi. Un sovrano poi, che è il padre dei suoi popoli, non -può avere piccole gelosie di nazione. Federico mancò di politica. -Dovevano accorgersi i Lodigiani, i Pavesi, i Cremonesi, -i Comaschi e gli altri che l'imperatore non era punto -affezionato nè agli italiani, nè ad essi. La guerra fatta ai -Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità, -liberandoli dall'oppressione; ma profittando delle nostre -discordie, cercava di sottometterci. È vero che con una pomposa -formalità aveva Federico, il giorno 3 agosto dello stesso -anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani in Monteghezzone -un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio -alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la -nuova città di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non -perdeva cosa alcuna; e le città alle quali in quella dieta -prese tutte le regalie, per formare a sè medesimo un tributo -annuo di trentamila marche d'argento, perdevano assai. -Più accortamente avrebbe operato quell'augusto, se, -dopo di aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si -fosse proposto di far amare il suo governo; forse avrebbe -lasciato a' suoi successori un regno fedele e tranquillo, fondato -sull'interesse medesimo de' popoli governati, i quali -avrebbero naturalmente preferita la pace sotto di una moderata -monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle stragi, -all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici. Ma -è più facile il vincere che il saper godere della vittoria; -ed è più facile il carpire la fortuna, che il convertirla in -propria stabile felicità. L'incauta condotta dell'imperatore -gettò i semi di molte sciagure funeste ai popoli d'Italia, funeste -all'impero medesimo; perchè, dopo le miserie di una -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -seconda guerra, potè bensì opprimere i malcontenti, ma -rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per la soggezione, -che le città giunsero poi a liberarsene interamente, -e col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica -fu allora tanto più grande, quanto che il sistema feudale -somministrava bensì all'imperatore un'armata combinata -per una spedizione; ma non gli lasciava mezzo di avere un -corpo di truppe costantemente assoldate e acquartierate -nell'Italia per mantenersela soggetta. -</p> - -<p> -Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò -di essere interamente amico de' Milanesi, e, come dice il -canonico di Praga Vincenzo:<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a> <i>Mediolanenses in suum -vocat consilium, quomodo urbes Italiae sibi fideles habeat -quaerit, qui ei dant consilium, quod eos quos per -civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos -sibi sua constituat potestates..... quod imperator laudans, -usque ad tempus huic rei competens in corde suo -recondit.</i> I Milanesi, appoggiati alla fede di un trattato che -lasciava loro il governo dei consoli, e l'elezione soltanto -da approvarsi dal sovrano, non sospettarono che un consiglio -pronunziato con candore e con impegno di corrispondere -alla confidenza di quell'augusto, dovesse ricadere a -loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era -presente in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero -di creare un podestà, cioè un dispotico ministro che -reggesse a nome di Federico. Egli così ci racconta la risposta -dei Milanesi:<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a> <i>Nullo modo se hoc facere posse respondente; -verumtamen, sicut in privilegio imperatoris -habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant.</i> -È da notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo -aveva scritto la capitolazione:<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a> <i>Scilicet quod ipsimet, -quos vellent, consulens eligerent, et electos ad -imperatorem, vel ad ejos nuncium ad hoc constitutum; -pro juranda imperatori fidelitate, adducerent. Contra -hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae -hoc imperatori dederint consilium, quod per suus nuncios -in civitatibus Lombardiae ponat potestates: eo consilio -utantur et ipsi.</i> Ognuno facilmente giudicherà quale -dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli scrittori -tedeschi incolpano gl'italiani d'aver infranta la data fede; -nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che -era al seguito del suo vescovo di Praga<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a>. Egli è certo che -il popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida -<i>fora, fora! mora, mora!</i> come dice l'autore medesimo; e -i nunzi (sebbene i nobili milanesi cercassero di guadagnarsegli -co' regali e procurasser di persuader loro che il rumor -popolare si sarebbe calmato) non trovandosi sicuri, se -ne partirono di notte e s'avviarono verso dell'imperatore. -Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159) E previe -le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì nuovamente -una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci, -ribelli, disertori dell'impero e nemici; condannò -quindi i beni de' Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù. -Ognuno sente qual grado di nobile eroismo vi sia in tale -sentenza, e s'ella rassomigli più ai fasti dei Scipioni, ovvero a -quei di Attila. La data di tale sentenza è 16 aprile 1159. Dopo -un tal fatto non vi era più altro partito che tentare nuovamente -la sorte delle armi. Il castello di Trezzo era presidiato -dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne all'intorno. -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero a Milano -il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto -un errore, allontanando la sua armata da Milano, nel tempo -in cui, violando la convenzione, voleva renderla perfettamente -suddita. Ora si accostò, e, considerando Crema la amica alleata -de' Milanesi, cominciò dal porvi l'assedio. Sono concordi -gli scrittori italiani e tedeschi nel fatto della Torre, e fu: -l'imperatore aveva fatta fabbricare una torre di travi posta -sulle ruote, e la faceva spignere verso le mura di Crema da -un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la fossa -colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura, si -combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi -scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi -macigni contro di quella torre, che innoltrando correva pericolo -di essere rovinata. L'espediente che prese Federico fu -di far legare alcuni prigionieri cremaschi e milanesi fra i -più distinti, e con essi, coprendo il lato della Torre che si -presentava alla città assediata, farla così spingere da' suoi -verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla -scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti -ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, -e lasciarono all'imperatore la macchia d'una inutile -atrocità. Nè questa fu la sola. I Cremaschi, usando del dritto -di rappresaglia, uccisero sulle mura in faccia de' nemici alcuni -prigionieri cremonesi e lodigiani: e l'imperatore fece -tosto impiccare in faccia della città due prigionieri cremaschi; -e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero -due altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece -condurre sotto le mura tutti i Milanesi e Cremaschi che -aveva in suo potere, e dispose perchè tutti fossero appiccati. -Se non che alla preghiera dei vescovi si arrese, e si -accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta. -Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo -espone Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli -comincia a incolpare i Cremaschi assediati, perchè si difendessero -con valore e facessero delle uscite coraggiosamente:<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a> -<i>In eruptionibus suis aut machinis flammas inire, -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos de nostris -sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae -aut ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari -praetermitterent; et dum jam inclinata putaretur eorum -superbia, de patratis facinoribus tumidi gloriabantur</i><a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a>. -L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a narrarci:<a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a> -<i>Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque -pro muris jussit appendi.</i> Non credo che Cesare, -quando assediava le città delle Gallie e della Germania, lasciasse -ne' suoi fasti esempi tali.<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a> <i>Contumax autem populus, -nimis de pari volens contendere, etiam ipse quosdam -de nostris in vinculis positos eodem modo traxit -ad supplicium.</i> E prosiegue a narrarci come allora Federico<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a> -<i>obsides eorum, numero quadraginta, adduci -jubet ut suspendantur</i>; e, non contento di quaranta miseri -prigionieri di guerra, sei militi milanesi, allora côlti, -perchè parlavano co' Piacentini, vennero condannati alle -forche:<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a> <i>Tum interim adducuntur captivi quidam -de nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi -fuerant ubi cum Placentinis perfida miscebant colloquia..... -nam ut supra dictum est, Placentia principi, -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat obedientia.... -hos itaque.... duci jubet ad supplicium, -similisque his, qui et prioribus, vitae finis extitit</i><a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a>. -Se Radevico avesse scritto per oltraggiare l'imperatore, -non poteva fare di più. Eppure egli scriveva,<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a> <i>nutu serenissimi -imperatoris Friderici</i><a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a>. Convien confessare -che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della crudeltà -erano diverse da quello che ora sono generalmente. -Finalmente, così Radevico ci descrive il fatto della Torre:<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a> -<i>Jamque ad civitatis perniciem machinae plurimae -admovebantur, jamque turres in altum extructae applicari -caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia -resistere, atque a muris turres arcere, suisque -instrumentis, validis saxorum ictibus, nostras machinas -impellere. Efferatis vero animis princeps obsistendum -putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad -eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra -civitatem novem habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, -quod etiam apud barbaros incognitum, et dictu -quidem horrendum, auditu vero incredibile, non minus -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, -et naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat -miseratio. Sicque aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter -interierunt. Alii, miserabilius adhuc vivi superstites, -crudelissimam necem, et dirae calamitatis -horrorem penduli expectabant: o facinus!</i><a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a> Secondo -i principii che formano la base della giustizia e della morale, -poteva controvertersi, se la indipendenza delle città -d'Italia fosse diventata legittima dopo molti anni, dacchè erasi -acquistata. Poteva anche chiamarsi ingiusta la guerra difensiva -che facevano i Cremaschi. Ma non si può biasimare -come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza di -animo la costanza e il valore dei combattenti: nè imputare -a delitto se gli assediati respingevano le macchine -degli aggressori; e se vuolsi compiangere, come lo merita, -il fato degl'infelici legati alla Torre, la barbarie è da imputarsi -non mai a' Cremaschi. L'imperator Federico però -volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico lo fece. -Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo -assedio, e Radevico ci dice:<a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a> <i>Ipsum castrum, egressis -inde quasi XX millibus hominum diversi generis, flammis -traditum, et militibus ad diripiendum permissum -est</i><a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a>. Questo modo di assediare e di prendere una fortezza -l'imperator Federico lo credette modo clemente: e la -presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò -una vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, -ce la conservò Radevico<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a> nel libro secondo, -cap. 43:<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a> <i>Fridericus, Dei gratia Romanorum imperator, -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -et semper augustus. Scire credimus prudentiam vestram, -quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem -et gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter -collatum occultari vel abscondi tamquam res privata -non potest. Quod ideo dilectioni vestrae ac desiderio -significamus, ut, sicut charissimos et fideles, vos participes -honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem -die post conversionem S. Pauli, plenam victoriam -de Crema nobis Deus contulit, sicque gloriose ex -ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in -ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae -quam humanae summam semper clementiam in principe -esse testantur.</i> -</p> - -<p> -(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese -l'imperatore Federico direttamente contro di Milano; -e si passò il tempo in varie zuffe, per lo più dai Milanesi -provocate, e terminate con vario successo, ora felice, ed ora -contrario. L'erudizione tutto raccoglie; la voce della storia -racconta que' soli fatti che meritano di essere conosciuti o -per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti dappoi, -ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato -delle cose in quei tempi. Aspettava quell'augusto nuovi -soccorsi dalla Germania, e frattanto girava per la Lombardia -convocando concilii, sostenendo papa Vittore, scomunicando -i partigiani di papa Alessandro III, il quale scomunicava i -fautori di Vittore. L'origine di questo scisma venne perchè -morto, nel 1159, Adriano IV, che nascosamente animava i -Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero in -due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -fu chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale -di Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era -del partito di Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta -vescovi suoi sudditi o aderenti, al quale invitò i due -pretendenti al papato. Vittore solo vi comparve, e fu dichiarato -legittimo papa; e contemporaneamente in Anagni si -tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale -fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il -giorno 24 marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico. -Vittore scomunicò i Milanesi e i loro fautori. Alessandro -scomunicò Federico, l'antipapa e i consoli cremonesi, -pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani, aderenti all'imperatore -e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e gli affari -di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti ostili, -che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza ricompensare -in qualche modo il danno con qualche gran -mutazione. La guerra è sempre un male atroce, e le società -civili si sono instituite al fine di non provarla. Ma s'ella -cagiona una gran rivoluzione, perde in certo qual modo la -sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce; che se lascia -il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima, -non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti -rinforzi all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi -di Milano; e a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento, -un incendio cioè furiosissimo, che, il giorno 25 -agosto 1160, abbruciò quasi tutti i nostri magazzini e quasi -la terza parte di Milano. A questa disgrazia dobbiamo attribuire -interamente l'umiliazione alla quale venimmo ridotti; -e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo -negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto come il -giorno sopra gli altri infausto: poichè ci trovammo da quel -momento in faccia di un potentissimo nemico, aiutato dai -nostri nemici vicini; tagliata ogni corrispondenza colle città -amiche; privi d'ogni speranza di aver pane; e desolate le -campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata -fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa. -</p> - -<p> -(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò -quasi sette mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -1162<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a>. Non seguì alcuna operazione militare che forzasse -alla resa; non furono diroccate le fortificazioni in verun -modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica cagione della dedizione -in quella seconda volta è da attribuirsi alla fisica -mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire -Raul ci dice che, per provvedere la città,<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a> <i>electi sunt -de unaquaque parochia civitatis duo homines, et de -iisdem tres de unaquaque porta, quorum unus ego fui, -ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces venderentur, -et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis -versum est</i>: parole che non furono abbastanza sinora -meditate, perchè la violazione della proprietà, e la mediazione -del legislatore fra chi vende e chi compra furono sempre -mai operazioni insterilitrici, sebbene di autorità e lucro -per gli esecutori, i quali soli parlano per un popolo che -non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per lunga -serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto -del 1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico del -1161 cominciò a postarsi tra levante e tramontana della -città; poi sloggiò e collocò il suo campo, inviandosi a ponente, -poi a mezzodì, sempre facendo fronte verso Milano. -Una così poderosa armata copriva frattanto dietro di lei una -moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor -verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di -quindici miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; -e si accampò verso Lodi, lasciandoci il miserando -spettacolo d'una terra devastata che non poteva darci nulla; -e non lasciando altro compenso per vivere, fuori che i pochi -grani scampati dall'incendio. È assai facile il figurarci -la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal vista -cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro -rimanere era quello di avventurare tutto a una giornata: -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -uscire dalla loro città con tutte le forze riunite, dare una -battaglia, e terminare la vita con onore, e salvare la patria, -distruggendo il nemico, e obbligandolo a lasciarla libera. -Ma per abbracciare questo estremo partito vi voleva quel -vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo della patria, -che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende. -Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, -e si erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte -di Biandrate ci allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. -Ne' casi estremi il dispotismo solo può salvare la -città; ma non sempre vive nella città l'uomo che, per la -sua virtù e talenti, meriti il deposito di quella terribile -autorità, nè sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo. Cercarono -perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione -col nemico; e, chiesti i salvocondotti dal duca di -Boemia e dal conte Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, -non meno che dal langravio di Assia, di lui cognato, -scortati con questi, uscirono dalla città per entrare con -essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di Federico, -ci racconta<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a> che dalle truppe dell'arcivescovo di -Colonia Reineldo, contro il gius delle genti, vennero fatti -prigionieri; e, quantunque i tre nominati principi altamente -se ne dolessero, l'imperatore approvò il fatto. Lo storico -nostro sire Raul ci descrive molte crudeltà praticate dall'imperatore -in questo secondo blocco. Pretende quell'autore -contemporaneo, che ai prigionieri che andava facendo -in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le -mani. Nomina sei milanesi nobili, a cinque dei quali fece -cavare gli occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocchè -servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni. -Comunque sia, egli è certo che i Milanesi, in dicembre dell'anno -1161, e molto più in gennaio del 1162, erano ridotti -all'estremo della penuria, a tal segno che colle armi nelle -domestiche mura si vegliava, perchè il padre non rubasse -al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -nostro Calchi:<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a> <i>Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir -uxorem, socrus nurum, frater fratem, pater filium strictis -gladiis incessebat, quod pane fraudarentur, passimque -domesticae discordiae et privata jurgia audiebantur</i><a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a>. -Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il -raccolto, soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte, -poichè le strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente -tumultuava. La morte era il solo termine, e -non lontano, che si prevedeva dover succedere alla fame. -Esclamava il popolo volendo che la città si rendesse all'imperatore. -Si opponevano i consoli; ancora volevano che non -si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta -inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano -essi che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante -nell'Italia, non vi poteva più a lungo soggiornare -o per bisogni della Germania, o per la stanchezza de' principi: -essere sempre aperto il disperato partito di assoggettarsi -ad un monarca offeso e adiratissimo: del quale, nello -stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito -lo sdegno, quand'anche si accelerasse di qualche poco la -dedizione; per modo che una più lunga resistenza riusciva -in favore della città. Così allora dicevano i consoli, dei quali -i nomi meritano di essere ricordati, Ottone Visconte, Amizone -da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Gottifredo -Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando -Giudice ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile -peso de' mali della carestia mosse il popolo, e la vita dei -consoli fu in pericolo; per lo che si dovettero spedire immediatamente -all'imperatore le condizioni della resa. Nessuna -condizione volle ammettere il vincitore, e volle che -ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla clemenza -sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i -Milanesi dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -l'imperatore avrebbe operato generosamente; il che ce lo -attesta lo stesso Burcardo, oltre il Morena. -</p> - -<p> -La sommissione dei Milanesi si rappresentò, al principio -di marzo 1162, nella nuova città di Lodi. Ivi si prostrarono -avanti l'imperatore gli otto consoli. Furongli consegnati -quattrocento ostaggi trascelti fra gli ottimati. Le armi e le -insegne militari furono depositate a' suoi piedi. Gli fu giurata -obbedienza illimitata. Io non descriverò minutamente -quello spettacolo umiliante; poichè quando una città si -rende a discrezione, come facemmo noi, è detto tutto. Ogni -avvilimento, ogni insulto di più che debba soffrire il popolo -che in tal modo si è reso, può far torto bensì alla grandezza -d'animo del vincitore, ma non aggiugne alcuna macchia -di più ad una città che non ha più mezzi per resistere. -Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne a Milano, -e comandò che i cittadini tutti uscissero dalla città, -e che la città venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce -lo attesta nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in -cui dice:<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a> <i>Fossata complanamus, muros subvertimus -turres omnes destruimus, et totam civitatem in ruinam, -et desolationem ponimus</i><a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a>. Radevico descrive così:<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a> -<i>Deinde muri civitatis et fossata et turres paulatim destructi -sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in -ruinam et desolationem detracta est.</i> Dodechino, nella -continuazione della cronaca di Mariano Scoto, dice:<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a> <i>Populus -expulsus: murus in circuito dejectus: aedes, -exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae</i><a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a>; -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, così racconta:<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a> -<i>Medialanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione -coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore -misericordiam... Imperator, qui proposuerat eos, -ad terrorem aliorum, diversis suppliciis interimere, vita -donatos, rebusque necessariis, quantum secum ferre poterant, -concessis, per regiones dispersit, ita ut non haberent -licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde -jussit suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera -fastigia, et aedificia destrui</i><a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a>. L'anonimo autore -della cronaca Sampietrina Erfurtense, così dice:<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a> <i>Mediolanenses, -regis, et italici atque teutonici exercitus obsidione, -jam quadriennio, arctati, post multa et praeclara -militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum, -et inedia magis quam armis devicti manus imperatori -tradunt supplices, regiae potestati se suaque omnia dedentes. -Optimatibus igitur ac populo in deditionem susceptis, -Rex civitatem cum victricibus aquilis, ac grandi -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -moltitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute, -omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur, -muri, turres, omnisque munitio destruitur, caetera -aedificia, excepta matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis, -voraci flamma consumantur, et civitas opulentissima... -terrae funditus coaequatur</i>; indi più oltre, -per accennare il modo con coi i Milanesi alloggiavano, -dice:<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a> <i>Mediolanenses, post suae excidium civitatis, -quatuor oppida per quatuor plagas, imperiali edicto, -fecerunt</i><a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a>; e nel Cronico Boemico si legge che l'imperator -Federico allora,<a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a> <i>muros urbis diruit, et aspera -mutat in plana</i><a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a>. Il canonico di Praga Vincenzo così ci -descrive più a lungo questo avvenimento:<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a> <i>Mediolanenses -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -autem tantae fortitudini resistere non valentes, -crebris vastationibus, fame, siti, diversis captionibus, -fratrum quoque et amicorum suorum diversis cruciatibus, -et interfectionibus defatigati, a principibus, tam -Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris -modum quaerunt, quibus sic a principibus respondetur: -quod nullo modo gratiam domini imperatoris -obtinere valeant, nisi prius Mediolanum in manus domini -imperatoris tradant. Et ex consilio suorum fidelium -Laudum civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -suo cum suis principibus sedente, claves omnium -portarum mediolanensium ante ipsum portantes, coram -eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram se -prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur, -ex quibus Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus; -injuste egimus, ita quod contra romanorum imperatorum -dominum nostrum naturalem arma movimus; -culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla -nostra imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis -nostrae, urbis antiquae, imperiali majestati vestrae -offerimus, et ut tantae urbis, tam antiquorum -imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S. Ambrosii -amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri -subditis; pacem dare subjectis imperialis dignetur -pietas, vestigia pedum vestroram dorantes, humili, et -supplici prece rogamus. Hic eorum imperator auditis -precibus, claves portarum mediolanensium recipit, et sic -contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis -terrae innotuit quod contra dominum imperatorem orbis -terrae dominum arma movere praesumpserunt, sic -per quatuor orbis terrae partes eorum poena innotescat. -Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem, -ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis -vult suam deportet pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris -in potestatem reddant. Hoc audito, Mediolanenses -ejus assistunt volontati, et licet inviti, ejus obtemperant -imperio. Per praedictas quatuor partes sua -ponunt domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem -et Austrum: Mediolanum in potestatem domini imperatoris -reddunt. Imperator autem, Teutonicorum, Papiensium, -Cremonensium et aliorum Longobardum collecta -militia, Mediolani suo residet pro tribunali; quid de -tanta urbe faciendum sit consilium quaerit. Ad quod a -Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus, Cumanis, et -ab aliis civitatibus, respondetur; qualia pocula aliis -propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam, -Cumas, imperiales destruxerunt civitates, et eorum destructur -Mediolanum. Hoc audito, imperator ex eorum -consilio tali in Mediolanum data sententia, extra progreditur -in campestria. Primo dominus Theobaldus, -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -frater domini regis Wladisiai, deinde Papienses, Cremonenses, -Laudenses, Cumani, et diversi de diversis civitatibus, -ocyus dicto, ignem ex omni parte in Mediolanum -jaciunt, hoc ipso imperatore cum suis exercitibus -spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas imperialis, -diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator -autem, Mediolano destructo, in tota Italia imperialem -exercebat potestatem, tota enim in cospectu ejus tremebat -Italia, et in urbibus Italiae suis positis potestatibus, -versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae rem acturus, -suus disponit exercitus</i><a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a>. Tutti i riferiti autori -tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati -contro dell'imperatore) uniformemente ci assicurano -che fummo dalla città scacciati, ripartiti a vivere in quattro -borghi: e che la città non solamente fu smantellata, ma -posta in rovina e desolazione, e distrutte le case, trattene -le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne collocata -tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte -della città, e distanti appena due miglia; e sono Noceto, -Vigentino, Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero -di autorità ancora non bastasse, un fatto solo basterebbe -a provare che i Milanesi, dal mese di marzo 1162 sino al -maggio 1167, non abitarono in Milano, ma ne' suddetti luoghi; -e questo si è che nessun contratto, nessuna carta scritta -in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma -i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali -portano <i>In burgo de Veglantino</i>, ovvero <i>In burgo Noceti</i>, -che anche chiamavasi <i>Burgo Porte Romane de Noxeda</i><a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a>; -e le monache de' monasteri di Milano facevano i loro contratti -in questi borghi, nei quali si erano ricoverate; come -accadde all'abadessa del monastero di Orona, di cui vi è -un livello fatto nel 1163:<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a> <i>Ante portam sancti Georgii -de Noxeda</i><a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a>. Da tutto ciò, senza alcun dubbio, si conosce -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma -realmente fu rovinata la città, la quale per cinque anni rimase -un acervo di rottami disabitati, mentre i cittadini vennero -separatamente collocati nei quattro nominati luoghi, -che ora sono povere terre suburbane, capaci appena di ricoverare -alcuni contadini. -</p> - -<p> -I nemici o si disarmano co' beneficii, o si spengono, come -insegnò il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano -l'impresa. I Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati -all'Impero, per non trovarsi assaliti dagl'imperiali -con averci alle spalle, e per conservarsi la comunicazione -co' Borgognoni, ossia Svizzeri, loro alleati, sotto Vitige, spedirono -Uraja, il quale, alla testa d'un'armata, passò a fil di -spada i nostri maggiori, e lasciò il paese deserto per cinque -secoli, siccome si è veduto. La condotta dell'Imperatore Federico -è stata men crudele; ma non più eroica nè più saggia. -Egli voleva che non vi fosse più Milano; ne fece uscire -gli abitanti, e distrusse la città. Doveva prima giudicare se -uno sterile ammasso di rovine deserte sia una dominazione -gloriosa ed utile per un monarca. Poi, supposto che trovasse -conveniente un tal partito, doveva trasportare i cittadini -nel fondo della Germania, divisi in modo che non -più potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte -della città, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento, -se non di vedere rinata la città al primo istante -in cui fosse allontanata la forza ch'egli vi esercitava. Nel -1758 gli Austriaci furono a Berlino, e i Prussiani a Dresda; -che direbbe la storia se avessero posto l'incendio nelle -due città? In mezzo all'ardore della guerra le nazioni colte -ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanità tutti i danni -superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che -non furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggidì -il colonnato di San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le -torri di San Sepolcro, le chiese di San Giovanni in Conca, -di San Simpliciano, di San Celso, di San Satiro, il battisterio -incorporato nella chiesa di San Gottardo, ed altri edificj, -che ci fanno prova del riguardo usato allora ai luoghi sacri. -A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di ministri -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -e di adoratori, non saprei dirlo; tanto più che le reliquie -ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania, -dove anche oggidì in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano -de' Magi, dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da -Sant'Eustorgio. La superstizione di quei tempi avrà fatto -credere che fosse un maggior delitto il diroccare le mura -d'un tempio, che il ridurre alla estrema angoscia gli uomini -d'una città. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci lasciò -scritto, che:<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a> <i>Quinquagesima pars Mediolani non remansit -ad destruendum</i><a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a>; lo storico milanese sire Raul -si scrive:<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a> <i>Primo succendit universas domos, postea -destruxit et domos</i><a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a>. Vero è che il guasto principalmente -lo soffrimmo dai nostri nemici italiani, cremonesi, lodigiani, -pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi, e dagli abitanti del -ducato medesimo delle provincie Martesana e Seprio, i quali, -a più riprese, ritornarono a demolire e incendiare le antiche -abitazioni d'una città che gli aveva con troppo orgoglio -e ingiustizia maltrattati; ed è probabile che l'imperatore -Federico fondasse su questo radicato livore il progetto -di impedire che i Milanesi mai più non osassero rientrare -nella città; e dovessero vivere sempre a vista della -rovinata città, ma separati in quattro terre. Ma gli amori -e gli odii d'una città e di una nazione sono tanto variabili -quanto l'autorità e l'interesse; poichè la prima li dirige nei -paesi ignoranti, l'altro negli illuminati. Gli autori contemporanei -non parlano, nè che fosse sparso il sale sulle rovine -della città, nè che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze -s'immaginarono dal Meimbomio, e dal Fiamma -posteriormente; e il giudizioso nostro conte Giulini dissipa -queste favole, troppo incautamente ripetute da chi descrisse -questa nostra sciagura<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a>. I buoi non potrebbero strascinare -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate: -nè in un paese mediterraneo e senza miniere, il sale è -tanto abbondante da farne tal uso insolito ed inefficace, il -sale anzi si vendeva in Milano soldi trenta lo stajo, come -ci attesta sire Raul, e i trenta soldi di allora valevano, secondo -il calcolo del conte Giulini, più che non valgono tredici -zecchini ai tempi nostri<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a>; tanta era la carestia di -ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi. -Sire Raul ci descrive:<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a> <i>Planctum, et luctum marium, -atque mulierum, et maxime infirmorum, et foeminarum -de partu, et puerorum egredientium et proprios lares -reliquentium</i><a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a>. E a dir vero, questo trattamento fatto ai -Milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti -esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno, -che da noi anche in marzo è durevole. La neve, -il ghiaccio non sono cose insolite in Milano in quella stagione. -Donne da parto, infermi, vecchi, bambini, costretti -a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto per ivi mirare la -rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad abbandonare -sè stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse -de' principi, che assicuravano una generosa accoglienza<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a>, -dopo aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata -così a penuriare di tutto e soffrire una morte lenta, -miseranda, amareggiata dalla baccante vendetta dei nemici, -che sotto i loro occhi distruggevano la città infelice, non -fanno un'epoca gloriosa per la magnanimità di Federico. -Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virtù dei -Romani, e Federico credette così gloriosa impresa per lui -l'avere, non già sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii -diplomi, che tuttora si conservano, vi pose la data:<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a> <i>Post -destructionem Mediolani</i><a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a>, e ne fece solenni feste in -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -Pavia, ove con nuova pompa sedette incoronato ad un pranzo -colla imperatrice, pure incoronata, ed i vescovi colla mitra -sul capo; ornamento che allora si rese universale ai vescovi. -</p> - -<p> -Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il -quale narra che appena la cinquantesima parte di Milano -rimase intatta, non credo io già per ciò che le quarantanove -cinquantesime parti della città siano state distrutte in -modo che veramente fossero le case dai fondamenti demolite. -Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un -lavoro grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare, -comprende quanto dispendio e quanto tempo vi voglia -per appianare una casa di buone e antiche mura. È -verisimile che lo sfogo della vendetta de' nemici desse il -guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili; -ma probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono, -se non altro nella parte più vicina al suolo; poichè -i mattoni, la calce, i travi, cadendo, le dovevano seppellire -sotto il mucchio di que' rottami. E ciò sembrami assai naturale, -osservando la capricciosa tortuosità e l'angustia di -molte delle nostre vie, singolarmente al centro della città, -poichè se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti -antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni -città fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane -al centro di Milano a me pare che provi l'opinione -da me esposta sin dapprincipio, cioè che Milano non abbia -fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice villaggio, gradatamente -crescendo, sia diventata una città. Le prime case -che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate -con nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone; -a queste si aggiungono altre abitazioni sul pezzo di -terra che ciascuno acquista, e si forma un villaggio colla -sola distanza fra casa e casa, che ne lasci l'uscita e l'ingresso. -Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori, si -comincia a conoscere la necessità d'un regolamento, e si -obbligano i nuovi che vengono ad osservare nelle nuove -case che v'innalzano certa distanza e certo ordine; e come -i nuovi sono costretti a sempre più allontanarsi dal centro, -quanto più tardi si determinano a scegliervi la dimora, -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -perciò sempre più regolari e spaziose sono le vie lontane -dal mezzo della città; perchè le case del centro sono state -aggiunte ad un villaggio; e quelle più lontane, ad una -città, che aveva un regolamento di Edili. Io perciò opino -che la maggior parte delle vie interne di Milano sieno antichissime, -e le case ristorate sempre sopra i primi fondamenti; -poichè dopo cinque anni ciascuno sarà ritornato -esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avrà -riattata sopra gli antichi fondamenti. -</p> - -<p> -Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro -borghi, e quanti vilipendii ed a quante miserie andassero -esposti, è facile immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono. -Se è possibile un governo civile che abbia per oggetto -l'infelicità del popolo, lo fu quello; e negli annali -nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro da Cunin, di -Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali -poterono distinguersi nella rapacità, durezza ed oppressione -sotto cui fecero gemere i nostri antenati<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a>. Il terrore di -questo trattamento costrinse Piacenza, Brescia e Bologna -a sottomettersi a Federico:<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a> <i>ne sicut Mediolanum, quod -fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori existerent, -funditus subverterentur</i>, dice il Morena. Tutte le città -del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero -soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali, -che le avevano poste nella servitù. Le doglianze non -portavano in risposta che scherno e vilipendio<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a>. Tale fu -il punto a cui le interne discordie condussero le città della -Lombardia. Tale fu la condotta dell'imperatore Federico, -che non collocheremo fra gli eroi benefici, nè fra gli eroi -militari; poichè per vincere una città fiancheggiata da' -nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione, -circondandola con un esercito, di cui dice Wernero -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -Rolewinck:<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a> <i>Federicus imperator, quasi cum innumerabili -Alamannorum exercitu, Mediolanum obsedit</i><a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a>, non -fa mestieri di arte alcuna; peggio poi, con un apparato -simile, il non acquistare la città per assalto, ma l'ottenerla -colla subornazione in prima, poi colla fame. Un numero -assai minore di forze poteva restituire all'Impero la città; -e rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti, -poteva Milano trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine, -quella pace e quella sicurezza che desiderava nella -passata condizione; e poteva un più virtuoso monarca, -dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la perdita -della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato -per acquistarci la civile libertà. Allora non avrebbe la storia -lasciato scritto quello che il monaco bavaro pose nella -sua cronaca:<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a> <i>Mediolanenses sponte se suaque imperatori -dederunt, qui absque ulla clementia Mediolanum -destruxit</i><a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a>. Una scorreria di barbari può demolire molte -città: ma appena nel corso d'un lungo regno può un monarca -potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi -umani e deliziosi sentimenti non si conoscevano in que' -secoli feroci; e ciò diminuisce in qualche parte la colpa -dell'imperator Federico. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -</p> - -<h2 id="cap8">CAPITOLO VIII.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -<i>Umiliazione dell'imperatore Federico, -e stabilimento d'un sistema politico.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra; -presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo -Oberto da Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e -l'imperatore Federico, all'incontro, sosteneva il partito -dell'antipapa. Se la prepotenza de' Milanesi aveva destata -l'invidia e l'odio universale, l'estrema loro oppressione -aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le città tutte -del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente -si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano -sotto il giogo de' ministri imperiali, spogliate delle -regalie, e ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia -di un conquistatore. In questo stato era la Lombardia, -quando Alessandro III dalla Francia, ove aveva ritrovato -un asilo, passò in Italia l'anno 1165. L'imperator d'Oriente -Manuello Comneno era passionatamente animato contro i -Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne' suoi -Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò -col papa e coll'imperatore d'Oriente, e così il papa si avventurò -al ritorno nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli -delle città lombarde erano i medesimi, cioè di sottrarsi -dalla dominazione dispotica dell'imperator Federico. Ma la -difficoltà era grandissima, perchè nè Alessandro aveva forze -bastanti per iscacciare Federico, nè pareva possibile il -formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente -custodite da un terribile vincitore. Secondo -tutte le apparenze, queste difficoltà vennero superate coll'opera -de' frati, ai quali, come ad uomini affatto alieni -dalle cose mondane, non si prestò attenzione. Essi conoscevano -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -in ciascheduna città gli uomini più accreditati; -insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne prepararono -e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso -che si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel -monastero di Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno -7 aprile 1167; ed ivi si trovarono alcuni de' principali cittadini -delle città lombarde<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a>. Il primo articolo che vi si -trattò e concluse, fu di ristabilire i Milanesi nella loro patria, -riparare le loro fortificazioni, aiutarli a repristinare -le case loro; e così dare nuova vita alla città, che doveva -essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse -stato condotto con mistero questo primo congresso, non -potè a meno che il conte di Disce, ministro imperiale, non -ne concepisse qualche sospetto. Pretendeva egli quindi dai -Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni modo più che mai gli -opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti, divisi nelle -quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della patria, -senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi, -ignari probabilmente di quanto si andava da alcuni -pochi cittadini trattando per la comune salvezza, tremavano -ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi nostri nemici, erano -i più affezionati all'Impero; Pavia era la sede della corte -del regno italico, e diventava, nello stato libero, una città -secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa -de' ministri imperiali faceva tutto paventare agli infelici:<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a> -<i>O quantus clamor</i>, dice sire Raul, <i>et quantus -timor, quantus fletus per quatour hebdomadas in burgis -fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini! nemo -erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: -Ecce Papienses burgos comburere</i><a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a>. L'imperatore -trovavasi verso Roma: i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -i Mantovani e i Veronesi vennero a Milano; e il -giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i Milanesi nella -loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta allora -sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, -unitamente ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano -questo ritorno; la spiegazione de' quali io non intraprenderò, -sì per essere questo un oggetto più d'antiquario che -da storico, come anche per non ripetere quanto si può vedere -nella diligente e laboriosa opera del nostro conte -Giulini<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a>, al quale non saprei che aggiungere. Queste -sculture ci mostrano che l'antesignano di questa impresa -fu appunto un frate, che precede i militi e porta il vessillo: -nè si può dubitarne, poichè vi è scolpito sotto: <i>Frater -Jacobo</i>; il che avvalora sempre più l'opinione che de' frati -siasi servito il papa Alessandro per questa impresa, condotta -così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero -dal congresso all'esecuzione. -</p> - -<p> -Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le -loro fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la -loro città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo -in cui l'imperatore stavasene colla sua armata sulla Romagna -per discacciare il papa Alessandro III. La novella inaspettata -del risorgimento di Milano fece che l'imperatore -abbandonasse il papa e si rivolgesse alla Lombardia. Ognuno -vede che il beneficio che il sommo pontefice ci aveva -fatto non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti -alla nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, -il valore dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare -il castello di Trezzo, presidiato dagl'imperiali, e -presimo la guernigione e la condussimo prigioniera in Milano. -I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova lega; -e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que' -cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che -l'imperatore fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose -al bando dell'Impero quasi tutte le città della Lombardia, -le quali, o palesemente, o cautamente, avevano acceduto -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie sul Milanese, ma -si presentarono gli alleati con forza tale, che obbligarono -l'imperatore a contenersi e ritirarsi nella Germania per -la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le -città di Lombardia:<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a> <i>Insimul unum corpus effectae -sunt</i>, come dice il continuatore del Morena. Si trattava -di ben ventitre città collegate: Milano, Cremona, Lodi, -Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, -Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, -Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli -e Novara. Tal macchina aveva saputo preparare contemporaneamente -l'accorto Alessandro III, con mezzi -in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena -formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso -e trascendente, la maniera di ragionare di que' tempi, -di rendere immortale la fama del sommo pastore, -creando una nuova città, che portasse ai secoli venturi il -di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora erano -imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita -a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale -si dichiarava ancora pure il marchese di Monferrato, che -vessava i popoli tortonesi con frequenti scorrerie sulle -loro terre. Gli alleati trascelsero il sito ove il fiume Bórmida -sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova città, -che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, -radunati in questa nuova città gli abitatori delle vicine -terre, diederle il nome di Alessandria. Le nazioni barbare -e le incivilite hanno fatte delle guerre e delle conquiste: le -prime, distruggendo ogni cosa; le seconde, riparando i -mali della guerra con monumenti che ricordano alle nazioni -venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra, -la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle -grandiose opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, -un tempo loro padroni e loro benefici legislatori e -maestri. L'Egitto conserva ancora i monumenti della conquista -di Alessandro. Gli uomini anche agresti, anche viziosi -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si migliorano, -nè si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare -un popolo, fa che è in sua mano l'imprimervi il -carattere che vuole; e che il subblime dell'arte consiste -nella scelta del mezzi; ma l'ambizione dell'imperatore -Federico non fu illuminata a questo segno. -</p> - -<p> -Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi -stimolavano l'imperatore Federico perchè venisse con un -potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova lega. -L'imperatore nella Germania venne della Savoia; il conte -vi unì le sue armi; entrò l'esercito nell'Italia; e, nel 1174, -si postò sotto la nuova città e la cinse d'assedio. L'imperatore -non la chiamava Alessandria, nome del papa suo nemico, -ma la chiamava Rovereto, nome d'uno de' vicini villaggi, -gli abitatori del quale concorsero a formare la città; -e vi è una carta di quell'augusto che la data: <i>In -episcopatu papiensi, in obsidione Roboreti</i><a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a>. L'assedio -fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu anche più -del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati -sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello -che li riferiscono gli scrittori italiani. Federico è un eroe -per quelli; è un barbaro tiranno per questi: io però mi -attengo principalmente agli autori tedeschi, acciocchè non -sia il mio racconto sospetto di parzialità. Il monaco Gottofredo, -tedesco, dice che la nuova città d'Alessandria era -popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi che erano -scappati dai loro padroni:<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a> <i>Multitudo latrunculorum, -raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat</i><a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a>. -Pare veramente difficile che gli alleati volessero impegnarsi -tanto per la salvezza di uomini che avessero loro -rubato e disertato dal loro servigio. Comunque sia, l'autore -istesso ci riferisce che ivi:<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a> <i>Magna costantia ex utraque -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -parte militaris res ferbebat: interdum ex his et illis -quidam capti nonnulli occisi et suspensis sunt. Imperator -vero quiddam laude dignum gessit. Tres enim -ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, mos oculos -eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, -tertium, juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis -existeret inquisiva; ast ille: non (inquit) contra te -Caesar, vel Imperium tuum gessi: sed habens dominum -in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter servivi: -qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa -vice ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, -luminibus ei permissis, alios coecatos in urbem ab -eo reduci praecepit</i><a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a>. Nel capitolo antecedente ho riferito -quello che il milanese sire Raul ci lasciò scritto; cioè -che l'imperatore Federico, nel blocco di Milano, facesse cavare -gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani a chi portava -provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata quell'accusa; -ma questo autore tedesco, che, negli altri suoi racconti -è sempre parziale a Federico ed animato contro gli -Italiani, pare che provi tale essere stato pur troppo il modo -di guerreggiare dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri -di guerra. Io lascerò che i tedeschi medesimi, che in -questo secolo hanno tanti uomini illuminati e sensibili, -giudichino se sia<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a> <i>quiddam laude dignum</i> quello che -fece Federico, perchè fece accecare due soli di que' disgraziati; -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel -Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire -dal carnefice in sua presenza. Il discorso di quel servo non -era certamente da ladroncello, nè da disertore. Egli parlò -come fa un uomo fermo e colto. Assai più verisimile è il -racconto che ce ne lasciò il cronografo Siloense:<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a> <i>Alexandriam -obsidione cinxerunt, civitatem, sicut dicunt, -munitissimam, non mororum ambitu, sed positione loci, -et vallo incredibiliter magno, in quo vicinum derivaverunt -fluvium, viri quoque virtutis in ea plurimi, fortiter -ex adverso resistentes, quos imperator non tam -cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque -suorum caede, interjectis etiam aliquot annis</i><a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a>; -anzi a dir vero nè tosto nè tardi la potè Federico espugnare. -Giunta la primavera del 1175 gli alleati formarono un -esercito combinato, il quale si radunò presso Piacenza; -d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a -togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza -per resistere coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò -a parlare di pace. L'esito poi fece conoscere ch'ei -con ciò non cercava che d'acquistar tempo sin che gli giugnessero -nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla Germania. -L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di -alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'imperio; -e le città confederate accettarono la proposizione, -salvo la loro libertà e quella della Chiesa romana. Si -passò all'elezione degli arbitri, e l'imperatore nominò Filippo -arcivescovo di Colonia, Guglielmo da Piozasca, torinese, -e Rainerio da San Nazzaro, pavese. Le città collegate -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, bresciano, -e Gezone da Verona. -</p> - -<p> -Si cominciò a trattare per questa pace fra gli arbitri. -Ma prima di esporre il soggetto del loro parlamento, conviene -che io accenni l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, -i quali pretendono che l'imperatore siasi indotto a trattar -di pace per le suppliche fattegli dalle città di Lombardia: -anzi il citato monaco Gottifredo ci vuol far credere che, -quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria, -sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali -si ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando -le spade, ciascuno se le collocasse sul capo per dar segno -che s'impetrava clemenza. La storia tutta smentisce un tal -racconto; nè è mai stato l'uso che per mostrar sommissione, -molte città collegate radunino un'armata cospicua, -e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo -tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare -Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono -a quella volta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; -che s'aprì un congresso di pace; e di più che le proposizioni -delle città alleate furono: che l'imperatore riconoscesse -per legittimo il papa Alessandro III; che nulla più -pretendesse dalle città confederate di quanto avevano fatto -durante i regni dei due ultimi Cesari, Lottario II e Corrado -III:<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a> <i>Volumus facere domino imperatori Friderico, -accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a -tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus -suis sini violentia, vel meta fecerunt</i><a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a>; così -impariamo da una carta pubblicata dall'esimio nostro Muratori. -Esigevano pure le città collegate che l'imperatore -restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai -signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e -comodità che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -ne' mulini, ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle -case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che -l'imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione. -Queste pretensioni, che allora promossero le città alleate, -e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere -che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. -Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino -degl'Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine, -di viltà e di mala fede. Romualdo, arcivescovo -di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi, dice:<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a> -<i>Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt -enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter -eruditi</i><a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a>; e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi -zio dello stesso imperatore Federico, di noi scrisse:<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a> -<i>Latini sermonis elegantiam, morunque retinent urbanitatem. -In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae -conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur -solertiam</i><a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a>. I fatti successivi abbastanza ci provano che -in quei tempi i Milanesi non mancarono nè di valor militare -nè di condotta; e che furono tanto urbani e colti, quanto -lo permetteva l'indole del secolo. -</p> - -<p> -Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che -l'imperatore aveva offerto con poca buona fede, per aspettare -le nuove forze della Germania e acquistare tempo -frattanto; da tali condizioni, dico, si ha idea quai fossero -le regalie, ossia i tributi che si usavano in que' tempi. Non -sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I tributi si -sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli -il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -in que' secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento -di tributo non è meramente apparente, o per -la diminuzione delle lire, o per l'avvilimento dei metalli -nobili, resi assai più comuni e abbondanti dopo la scoperta -delle miniere d'America; ma è fisico e reale, indipendentemente -ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; -poichè gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni -uomo capace di portare le armi, veniva costretto a marciare -alla guerra avvisatone dal proprio padrone, e questi, al -cenno del sovrano, compariva all'armata reggendo i suoi; -terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I signori ritornavano -a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a lavorare -i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano -servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti. -Si stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando -di essi una classe distinta dagli altri sudditi, classe -costantemente addetta alla sola milizia, e conseguentemente -da mantenersi col tributo ripartito sul rimanente della società: -e questo ceto di uomini, che non contribuisce all'annua -riproduzione e consuma, si andò sempre aumentando -nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un -sovrano, fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. -Questa è stata la cagion principale per cui nell'Europa -sono stati di tanto moltiplicati i tributi sopra dei -popoli, i quali però hanno acquistata la libertà di passare -tranquillamente la vita nelle loro case; e furono liberati -dall'obbligo di espatriare e di soffrire le inquietudini -della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la schiera -dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli -uni agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità -dei tributi, i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente -si troveranno più che raddoppiati in quasi tutti -gli stati di Europa. Sarebbe un quesito politico l'antivedere -qual limite avranno le armate; e se troverà maggiore utilità -qualche Stato a rendere la condizione del soldato più -ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in minor numero -e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una -folla d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -una verità assai facile e comune; cioè che i tributi, giunti -a un dato limite, non si accresceranno senza una diminuzione -di rendita; stabile, se vogliasi perseverare; e irremediabile -talvolta, se alla diminuzione si creda di supplirvi -con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non -erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno -da potersi formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente -non si poteva ripartire sulle terre il fondo principale -del tributo. Egli è vero che nel Milanese il fondo -principale della riproduzione è la terra ferace sulla quale -siamo nati; ma senza un'esatta misura de' campi non si poteva -collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà si -aggiugneva un'altra di opinione, chè credevasi ingiusta cosa -lo stabilire un carico uniforme e permanente sopra una -ricchezza che è variabile colla diversità delle annate. Perciò -anticamente, piuttosto si volle ogni anno esporsi alla -spesa e all'arbitrio d'un generale catastro dei frutti raccolti, -anzi che mancare all'apparente giustizia distributiva. -L'erudito circospettismo nostro conte Giulini asserisce di -non aver osservato mai alcun carico anticamente imposto -su i fondi; ma bensì ai frutti, ovvero alle persone<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a>. Forse -l'antichissimo carico dell'<i>imbottato</i>, abolito dalla beneficentissima -Sovrana l'anno 1780, era una tradizione discesa -sino da que' secoli rimoti. Pagavansi antichissimamente da -alcune terre delle tasse al sovrano. La terra di Limonta, -prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza in denaro, -dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia di -polli, trecento uova e cento libbre di ferro<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a>, e con ciò -aveva pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali -s'imponevano all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa, -ne' tempi rozzi, doveva essere la ripartizione più facile e -breve del tributo. Così, per liberarci dall'invasione degli -Ungheri nell'anno 947, s'impose la tassa straordinaria di -un denaro per testa, a cui vennero assoggettati anche le -donne ed i fanciulli<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a>. I <i>telonei</i> sono antichissimi, ed era -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel -distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto -per ogni bestia da soma; ed è assai probabile che venisse -questo assegnato alla conservazione e al rifacimento delle -strade che, dal passaggio a cui erano destinate, ricevevano -i mezzi per mantenersi. Col progresso del tempo si fece poi -riflessione alla sproporzione intrinseca di questo carico, per -cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un -carro di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, -avendo per norma il valore della merce, vi regolava proporzionatamente -il tributo. Nel 1216 questa tariffa vi era. -Vedemmo già al capitolo quarto come da prima l'arcivescovo -ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni medesime -era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il -peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo -essi obbligati a risarcire con quel fondo i danni che venissero -a soffrire le merci, anche pei furti commessi sulle pubbliche -strade<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a>. Abbiamo stampata, colla edizione del 1480 -dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata nel 1396, in -cui vennero tassate le merci in ragione di dodici denari per -ciascuna lira di valore, ossia il cinque per cento, senza distinzione -alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che -la tariffa in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi -oggetto di finanza, poteva innalzarsi al grado di oggetto di -legislazione, per rendere più o meno difficile l'ingresso e -l'uscita delle merci, a norma de' bisogni e dell'industria -nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico, il <i>teloneo</i>, -nè la <i>curtadia</i>, che era un nome quasi sinonimo<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a>, -non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero -un tenue tributo, tuttora destinato alla riparazione -delle strade pubbliche, di cui non si curava l'imperatore; -e questo <i>teloneo</i>, nei tempi de' quali tratto, nemmeno è certo -se si ricevesse tutto in denaro, e non per decimazione, come -dice il Fiamma, che anticamente si percepiva -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -dall'arcivescovo:<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a> <i>De quolibet curra lignorum recipiebat unum, -de qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata -panis, unum</i><a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a>. V'erano altri tributi. Ogni barca per poter -girare ne' laghi e fiumi pagava un annuo tributo, che -si chiamava <i>nabullum</i>. In oltre per poter legare la barca -alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava <i>abdicius</i><a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a>. -Un'altra tassa si conosceva col nome di <i>fodro</i>, e -il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse -nel somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del -sovrano<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a>. V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia -ponti de' fiumi; sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, -sopra le macellerie e sulle case contigue alle strade pubbliche: -e queste ultime tasse sono quelle che volevano rivendicare -dall'imperatore le città della lega, come vedesi da -una carta pubblicata dal nostro Muratori, di veneranda -memoria<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a>. Da questa generale idea può conoscersi che -al tempo dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, -a proporzione d'oggi, la percezione del tributo; poichè mancava -il censo sulle terre, mancava la gabella della mercanzia, -e nemmeno si nominava il tributo del sale; i quali tre -oggetti formano oggidì il nerbo principale della finanza del -Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di -libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, -che ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia -ci rimanevano. E forse il guasto che i nostri nemici -fecero al circondario di Milano durante il secondo blocco, -fu la cagione che, trovandoci poi svelte le piante e inceneriti -i boschi, si stese la coltura sopra una gran parte di -terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti -della legna. -</p> - -<p> -Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente -ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -gli arbitri discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e -frattanto nella Germania andava radunando le forze quanto -più poteva per sorprendere le città collegate ed opprimerle. -(1176) In fatti, nella primavera del 1176, seppe Federico -che il nuovo rinforzo di principi e di militi stava per entrare -nell'Italia dalla strada di Bellinzona; e l'Imperatore -andogli incontro. La città di Como gli era fedele, come lo -era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i -militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il -rimanente delle sue forze e il marchese di Monferrato coi -suoi. I Milanesi saggiamente vollero tentare una giornata, -prima che le forze riunite piombassero sopra della loro -città. Già ogni discorso di pace era stato rotto dall'imperatore, -dal momento in cui ebbe le nuove forze. Avevamo -il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e piacentini. -Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo -verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per -i Milanesi, che tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti -rimasero sul campo. I fuggitivi, inseguiti sino alle sponde -del Tesino, vi furono gettati e si affogarono. Il rimanente -si rese, e vennero i prigionieri condotti in Milano. Fra i -prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe nipote -dell'imperatore e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. -La cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo -scudo e la lancia dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente -occasione di salvarsi sconosciuto e ricoverarsi a -Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno 29 maggio 1176. -I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri non ci -furono di norma, quando avemmo prospera la sorte delle -armi; nè alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a -quell'augusto, e così poco inclinati a trovarci buoni) si -lagna di abuso commesso da noi nella vittoria. Questa -giornata terminò per sempre tutte le operazioni militari -dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto -sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono -sire Raul e il calendario Sitoniano, non già come da alcuni -scrittori tedeschi è stato rappresentato. Poichè se unicamente -fosse stato l'imperatore, scortato da pochi, involto -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -in una insidiosa sorpresa dei Milanesi, da cui colla fuga si -sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto mutar -parere, nè pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia, -che ostinatamente per lo spazio di dodici anni -aveva cercato di assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno -1176, ha pubblicata la lettera conservataci da Rodolfo di -Diceto, con cui i Milanesi resero informati allora i cittadini -di Bologna di questa loro vittoria. Tutte queste testimonianze, -e molto più il partito mansueto ed umano che -prese e conservò in séguito Federico, dimostrano la verità -del racconto e l'importanza di quella grande giornata. -Aprì subito l'imperatore la strada per accomodarsi col -papa Alessandro, pronto a riconoscerlo per legittimo pontefice. -Accordò separatamente le condizioni che potevano -accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai -Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, -purchè si abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse -a distaccare da noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, -non senza inquietudine; ma le pratiche loro, e molto più -i veri interessi che ciascuna delle città aveva dovuto imparare -a meglio conoscere, non permisero che si rinunciasse -a quella unione che rendeva solida la costituzione -dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva -aspettare la sicurezza propria. Nè si lasciò di conoscere -che se una città preponderante di forze è necessaria per -essere come il centro della riunione, molto più lo era il -non lasciare nella Lombardia uno spazio sul quale collocare -si potesse una forza già troppo irritata, e animata -contro il nome e la libertà dell'Italia. Questo interesse -però non era tanto immediato al papa, il quale accomodò -ben presto le cose sue coll'imperatore, esigendo da lui -soltanto una tregua per sei anni colle città confederate; -di che molto, e non senza ragione, se ne lagnarono le città -della lega. Così il papa potè entrarsene alla residenza di -Roma, donde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, -che vi prevaleva in favore dell'antipapa. -</p> - -<p> -La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III -coll'imperator Federico, abbandonando le città confederate -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -al loro destino, non cagionò danno veruno alla lega lombarda. -L'imperatore andossene in Germania; e le città, -sgombrato ogni timore, formarono in Parma un congresso, -nel quale si presero a trattare gli interessi comuni, per -rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città -più comoda per collocarvi un centro di comunicazione da -Padova ad Alessandria, da Milano a Bologna, e da tante -altre città che disopra ho nominate. (1183) La tregua si -cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183, il 25 -giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perchè stata -collocata nel corpo delle leggi, acciocchè servisse nei secoli -successivi di norma dei diritti e del governo delle città -lombarde. Chi brama di conoscere esattamente gli affari -della lega lombarda e di quella pace, ne troverà la istruzione -nella dissertazione quarantottesima dell'immortale -nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei di -questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare -piccoli fili della grande miniera da lui esausta; a meno -che non ci rivolgiamo a far uso dell'oro già estratto per -ridurlo a più finito lavoro. Ecco però lo spirito della celebre -pace di Costanza: le città lombarde potranno fortificare -le loro mura; potranno avere la loro armata; potranno -mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere; -goderanno di tutte le regalie e conserveranno le loro -consuetudini; le città giureranno fedeltà all'imperatore; -gli pagheranno ogni anno in segno d'omaggio duemila -marche d'argento<a class="tag" id="tag511" href="#note511">[511]</a>; l'imperatore avrà i suoi legati nella -Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli delle -città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora -la parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati -a proferire la loro sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare -secondo le leggi della città; ogni cinque anni le -città della lega manderanno i loro oratori alla corte imperiale, -per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni si rinnoverà -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione -dei feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, e verranno -decise dai Pari della città, secondo le di lei consuetudini, -fuori che nel caso in cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; -allora potrà, se lo vuole, ei stesso giudicarle; e -quando verrà l'imperatore nella Lombardia, se gli somministreranno -i foraggi consueti, e si accomoderanno i -ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a -constituire un'associazione di città libere, sotto la protezione -dell'Impero, come lo erano poco prima diventate -nella Germania le città anseatiche, Lubecca ed Amburgo; -e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania pure, -lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono -a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli -<i>Reipublicae Mediolanensis</i><a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a>. -</p> - -<p> -Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la -libertà municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; -ma nessuna dominazione rimaneva ad essi, o ben -poca: essendo le province della Martesana, del Seprio, ec., -cioè la maggior parte dei borghi e delle terre che ora -formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185) L'imperatore -Federico medesimo, con una carta segnata in -Reggio agli 11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a>, -a noi rinunziò<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a> <i>omnia regalia quae Imperium habet -in Archiepiscopatu Mediolanensi, sive in comitatibus -Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi, etc.</i> Nella carta -medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si -obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe -opposto a chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento, -e promise in oltre che non avrebbe fatto altra lega con -altra città di Lombardia senza il consenso dei consoli di -Milano<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a>. Così giurò, e così promise di far giurare anche -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -al suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani, entro quel -termine, che fosse piaciuto ai consoli ed al consiglio di -Milano di assegnare:<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a> <i>ad terminum quem consules -Mediolani cum Consilio credentiae nobis dixerint</i>. I Milanesi, -in ricompensa, si obbligarono a garantire all'imperatore -gli Stati suoi d'Italia, e singolarmente le terre -della contessa Matilde. In questa carta vi si legge espresso -il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re Enrico, avessero -contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di -Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata -dalla garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse -mancato di tributare all'imperatore quanto nella pace di -Costanza erasi promesso, la repubblica di Milano avrebbe -assistito colle sue forze l'imperatore per ottenergli una -condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero -che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con -altre città di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia -lega lombarda, a meno di ottenere l'assenso dell'imperatore -e del re Enrico, di lui figlio. Questo trattato di Reggio -ci dà a conoscere quanto fosse mutato l'aspetto delle -cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non -ci risguardava più come schiavi, nè conservava più l'opinione -d'essere signore del globo terraqueo, <i>orbis terrae -dominum</i>; ma era un principe che, quasi da pari a pari, -faceva un trattato con un popolo libero. Noi in quel trattato -acquistammo la signoria delle terre: e ce lo ricorda -il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono -le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto -l'imperatore Federico<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a> <i>plenam jurisdictionem -concessit</i> alla città di Milano sulle lerre del suo distretto, -su di che veggasi il diligente nostro ed erudito conte Giulini<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a>. -Nel ducato si distinguono Monza, Varese, Vimercato, -Treviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -borghi, e che in altri regni verrebbero chiamati città. È -bensì vero che non sappiamo se allora essi fossero nello -stato in cui si trovano oggidì. -</p> - -<p> -(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se -pure non è profanazione d'un nome consacrato al sentimento -l'adoperarlo in questo luogo), l'imperatore Federico -venne a Milano, ed alloggiò nel monastero di Sant'Ambrogio, -e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale -le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri -re di Sicilia. La chiesa non si trovò bastantemente capace, -e perciò si fabbricò una magnifica sala di legno -nel giardino del monastero medesimo. Il corredo della -sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la -sposa ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, -drappi di seta, panni, pellicce:<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a> <i>Plusquam CL equos -oneratos auro, et argento et samitorum et palliorum -et grixiorum, et variorum et aliarum bonarum rerum</i><a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a>. -Queste nozze ebbero il fine di rendere il re -Enrico sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non -aveva che l'unica figlia Costanza. Tale nobilissima funzione -ricevette ancora nuovo splendore dalla solenne incoronazione -che vi si fece del re Enrico, imponendogli la corona -del regno d'Italia; la quale consacrazione diè motivo di -querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, -cioè Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. -Egli era stato innalzato al sommo ponteficato pochi giorni -dopo la morte di Lucio III, accaduta in Verona ai 24 novembre -1185. Urbano, sebbene papa, volle conservare per -sè stesso la sede arcivescovile, onde nell'incoronazione -del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi -in Milano l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza -al papa arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea -ne facesse il ministero. Poco o nulla però influì lo sdegno, -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -sebbene giusto, del papa, che non giunse a regnare due -anni. In seguilo l'imperatore, diventato umano, moderato, -e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con tutti i riguardi -possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione -costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace -di Costanza, avendo l'imperatore il diritto di avere un -Giudice imperiale anche in Milano, il quale in grado di -appellazione pronunziasse la sentenza, si vede che Federico -a questa carica aveva in quello stesso anno 1186 destinato -un milanese Ottone Zendadario<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a>. Con tutto ciò -la memoria di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, -e da padre in figlio la tradizione ha tramandato sino alla -generazione vivente il nome di lui come quello d'un barbaro -feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il figlio di suo figlio, -entrambo imperatori, coi nomi di Enrico V e di Federico II, -ebbero mai la benevolenza dei Milanesi, nè essi ebbero -mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state -commesse sino a un dato limite, è possibile il dimenticarle; -ma quando ai danni della collera si aggiunsero l'insulto -e la derisione, ancora più amara dello stesso esterminio, -non è più possibile che un popolo sensibile sinceramente -si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di essere vendicativi. -Io non dirò già che la vendetta sia lodevole; anzi -dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata -mai, nè vi può essere, una nazione di magnanimi o di eroi. -Prendendo una moltitudine di uomini quali sono, dirò, -che le meno vendicative nazioni saranno le meno sensibili -e per conseguente le meno grate altresì ai beneficii; e -dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel cuore -a colori di sangue la memoria degli insulti sofferti, e -spinge alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine -dei beni e dei piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo -alla riconoscenza virtuosa verso del benefattore. Le anime -energiche perdonano per virtù: quelle che non lo sono, -dimenticano l'offesa, perchè non reggono alla fatica di -sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -maggiori virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la -vendetta è lo stesso che l'accusarci d'avere un maggior -grado di vita e di sensibilità. Parlo delle nazioni prese in -massa, e il cielo mi guardi dai contaminare mai la mia -penna coll'apologìà del vizio o coll'oltraggiare la virtù! -</p> - -<p> -Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di -pusillanimità; anzi tutti i monumenti che la storia ci ha -tramandati, ci fanno testimonio ch'egli fu un principe di -animo fermo, ardito, intraprendente, e in più d'una battaglia -espose la sua persona al pericolo al pari di ogni altro -milite. Si cerca poi s'egli avesse il talento militare, o se -possa meritare un luogo fra i capitani illustri. Considerando -le forze immense che seco strascinava; la piccolezza delle -città, disunite e rivali che attaccò; il modo con cui vinse, -ora per maneggio, ora per l'inedia, non mai per un assalto -impetuosamente guidato, o con un assedio giudiziosamente -condotto; e sopra tutto il cambiamento assoluto -ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi al 29 maggio -1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come -altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna -azione militare intraprese la quale provi la superiorità -della sua mente. Egli con aiuti grandissimi intraprese -piccole cose e al primo rovescio di fortuna abbandonò il -progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran talento per il -governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il suo progetto -era di sottomettere il regno italico alla dipendenza -assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava -di far rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della -suprema dignità imperiale; e lasciò la Germania immersa -ne' torbidi; e la dignità decaduta, contrastata e divisa più -che mai forse non lo era stata per lo passato. Come mai -adunque la maggior parte degli scrittori della Germania -innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile, -dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, -cioè gli uomini per loro mestiere consacrati a trovare -la verità, non sieno per anco d'accordo! Credo che -non sia tanto difficile il rinvenirne la cagione. Primieramente, -allorchè viveva Federico I, tutta la Germania lo temeva -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece -nell'Italia, corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, -e ciascuno de' Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò -incontro con sommissione, e a gara cercava di procurarselo -placato; Ottone Frigense, suo zio, ce ne assicura:<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a> <i>Tantus -enim in eos qui remanserant, ob ipsius gestorum -magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, -et quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio -contenderet invenire. Quantum enim Italis timorem incusserat -factorum ejus memoria, ex legatis Veronensium -perpendi potest</i><a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a>. Questo timore, che sempre più -si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia, -e per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, -quando postosi in animo l'imperatore di comandare nella -Polonia, vi entrò, e,<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a> <i>territorium Episcopii quod vocatur -Uratislavia, transcurrens, in Episcopatum Posnaniensem, -totamque terram etiam ipse igne et gladio -depopulatus est</i>, come ci dice il Radevico, che scriveva -que' fatti, siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore -medesimo<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a>. Questo timore, dico io, doveva in -buona parte reggere lo stile de' cronisti che allora registravano -i fasti di quell'augusto. Parmi che il vescovo di -Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote, -me ne dia un cenno dove scrive:<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a> <i>Durum siquidem est -scriptoris animum, tanquam proprii extorrem examinis, -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -ad alienum pendere arbitrium</i><a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a>. Passata che fu la -vita di lui, a mirare il complesso delle azioni di Federico, -da un certo lato ci si presenta un quadro maestoso e seducente. -Due competitori si disputano la corona della Danimarca: -l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, -e gli si fa omaggio del regno. Il re d'Inghilterra gli -invia i suoi deputati alla dieta dell'Impero. L'Italia sommessa; -un re dato all'Ungheria; un altro re dato alla Boemia; -un terzo re dato alla Sardegna; il marchese d'Austria -creato duca; il regno della Polonia fatto tributario; il conte -Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera -assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un -altro; il Tirolo staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in -ducato; la fermezza delle azioni e del discorso tenuto ai -Romani; tutta questa folla di grandiosi avvenimenti certamente -presenta un non so che di augusto e d'imponente. -Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero -al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva -soltanto l'usufrutto del globo terrestre e non l'assoluta -proprietà, dovevan disporre a favor suo l'animo degli scrittori -della Germania, sulla quale tanto influisce la gloria -dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi fasti, e -colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più -facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento -della sua divisione; ma poi la Danimarca finì collo -staccare dall'Impero qualche provincia. L'Italia ricuperò -la libertà, anzi la ottenne confermata dall'imperatore medesimo. -L'avere spedite varie pergamene, accordando il titolo -di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati, -e così dando altri titoli, nemmeno è, per sè medesima, -grande cosa. L'avere poscia dispoticamente detronizzati -alcuni principi della Germania, ed altri ad essi sostituiti, -nel momento in cui tutta l'Alemagna era divisa in -fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è tanto grande -impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei -cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -che molte città della Germania si determinarono allora a -stabilire un governo municipale, e con una apparente dipendenza -diventarono libere in fatti; ed è pur certo che -debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale, e in cattivo -stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse -centomila tedeschi, e miseramente li condusse a perire -nelle terre dell'Impero di Costantinopoli, col fine di conquistare -la Terra Santa, alla qual impresa non ebbe luogo -di cimentarsi, poichè, bagnandosi in un fiume della Cilicia, -vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10 di giugno. -La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati -di Roma, e la risposta che pone in bocca a Federico, -sono una scena nella quale gl'Italiani compaiono pieni -d'una presunzione ridicola, e l'imperatore vi rappresenta -il gran principe. Egli è però lecito, senza temere la taccia -d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica dello -scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false -le lunghe parlate; poichè lo scrittore non era presente comunemente, -e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente -non vi era. I Romani sono stati sempre, anche in mezzo -a' secoli barbari, più colti del restante dell'Europa; e fra -gli altri, i brevi e le bolle pontificie conservarono qualche -eleganza della lingua latina, mentre ella era abolita e sconosciuta -in ogni altra parte. Non è ponto verisimile che i -Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa -d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) -i loro legati per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, -e osassero dirgli: «Tu eri forestiere e ti abbiamo -fatto nostro: eri un viaggiatore oltramontano, e ti abbiamo -fatto principe: giura che spargerai sino all'ultima -stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica». -Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a -Federico; il quale, per quanto si travede da altri luoghi, -nemmeno intendeva il latino, ed è assai probabile che -conseguentemente ignorasse la storia degli Ottoni, di Carlo -Magno e degli antichi Romani, della quale nel discorso si -vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche osservazione -il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -morte l'anno 1158, non potè stendere i fasti sino alla distruzione -di Milano; e il continuatore di esso, canonico Radevico, -terminò di scrivere all'anno 1160; e il canonico di -Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò la sua cronaca, cioè -sino al punto da cui cominciò il rovescio della fortuna di -Federico; e così alla posterità restarono le felici sue imprese, -e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata -la notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia -ridotto. -</p> - -<p> -Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, -io ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di -operare, acciò si formi un giudizio e della umanità sua e -de' principii della sua virtù; e questi li prenderò tutti da -autori tedeschi e parziali suoi. Il primo documento sarà la -lettera con cui l'imperatore istesso rende informato il vescovo -di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti nella prima -spedizione in Lombardia, acciocchè con essa avesse lo scrittore -una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo -regno: eccone alcuni pezzi:<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a> <i>Dum ab eis, cioè dai Milanesi, -dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi -nobis eum negarent, nobilissimam castrum eorum, Rosatum -videlicet quod quingentos milites habeat, capi et -incendio destrui fecimus.... inde tria castra eorum fortissima, -Minimam videlicet, Gailardam et Trecam destruximus, -et natale Domini cum maxima jucunditate -celebrato.... inde Chairam, maximam, et munitissimam -villam, destruximus, et civitatem Astam incendio vastavimus.... -inde venimus Spoletum. et quia rebellis -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -erat... vi cepimus, ignei videlicet, et gladio, et infinitis -spoliis acceptis, pluribus igne consumptis, funditus -eam destruximus</i><a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a>. Questo è il modo col quale guerreggiavano -i popoli barbari, convien pur dirlo. Perchè Spoleti -(che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte, e -die non era città della Lombardia) Federico la chiamasse -ribelle, non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo -dice Ottone Frisingense:<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a> <i>Civitas direptioni datur, et -antequam asportari usui hominum profutura possent, -a quodam apposito igne, concrematur. Cives qui ferrum, -flammamque effugere poterant, in vicinum montem -seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt.... -postera die, eo quod ex adustione cadaverum totus in -vicino corruptus aer intolerabilem generaret nidorem, ad -proxima exercitum transtulit loca... donec igni residua -in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent -spolia</i><a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a>. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico -teneva le forche piantate a vista della città, e i prigionieri -li faceva impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense:<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a> -<i>Quicumque ex eis deprehensi fuissent, patibuli, -quod in praesentiarum erectum cernebant, expectabant -supplicium</i><a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a>; e quando prese Tortona,<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a> <i>Civitas -primo direptioni exposita, excidio et flammae mox -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -traditur</i>: così il Frisingense<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a>. Il medesimo Ottone Frisingense -ci riferisce per esteso freddamente un fatto atroce; -e fa maraviglia come non si accorgesse, scrivendolo, -che l'azione era obbrobriosa. Dice egli adunque che -l'imperatore Federico, volendo passare un distretto alla -Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige, -ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato -da molti armati, i quali gl'impedivano il passaggio. -Dovette più volte invano tentare di superarli; finalmente -arrampicatisi a stento molti imperiali sulla parte opposta -del monte, giunsero a dominare quegli armati ed a superarli. -L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li -condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò -d'essere francese, d'essere stato in quella compagnia, senza -sapere di opporsi all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; -e a questi donò la vita, obbligandolo a fare il carnefice -dei suoi compagni.<a class="tag" id="tag536" href="#note536">[536]</a> <i>Erant pene omnes qui in vinculis -tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis igitur -praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis, -unus ex eis inquit. Audi, imperator nobilissime, -miserrimi hominis sortem. Gallus ego natione sum, -non Lombardus, ordine quamvis pauper, eques, conditione -liber, etc..... Hunc solum imperator gloriosus de -caeteris sententia mortie eripiendum decrevit: hoc ei -tantum pro poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum -appositis, ligni supplicio commilitones plecteret. -Sicque factum est;</i> e i cadaveri poi di questi,<a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a> <i>ut -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -cunctis transeutibus temeritatis suae praeberent documenta, -in ipsa via, in cumulos acti: fuerunt autem, ut -dicitir, quingenti</i><a class="tag" id="tag538" href="#note538">[538]</a>. Un altro fatto accaduto nel Veronese, -alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, -ce lo racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo -racconta con mirabile indifferenza. I Veronesi pretesero -che Federico dovesse pagar loro il passaggio nel castello -di Garda, perchè non era per anco consacrato imperatore. -Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con -buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono -il passo, affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i -Veronesi acciocchè mandassero a ricevere il denaro. Egli -era accampato col suo esercito. Dodici fra più nobili signori -veronesi, perciò, si presentarono, avendo un séguito di -molti altri nobili. L'imperatore gli accolse con volto ridente. -Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici deputati -li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato -d'essere consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare -sopra di un più allo patibolo:<a class="tag" id="tag539" href="#note539">[539]</a> <i>Rex Fridericus -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -collecta plurima multitudine principum, et aliorum militum, -Henrico duce Saxoniae, et Friderico filio regis -Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad -papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, -iter cum forti manu militum arripuit; cum autem -in exitu Alpium ante ipsam Veronam civitatem ad Guordum -castellum inexpugnabile pervenerunt, Veronenses, -tanquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent, -dicentes eum esse nondum Caesarem, sed regem, propter -hoc eum, ex eorum jure, eis debere pecuniam persolvere -si inde Romam transire velit: postquam vero -eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem -Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus -audiens, iram reprimit, et eam dissimulans, -verba dat bona, pecuniam quam exquirunt eis promittit, -et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis -exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra -positis exercitibus, mandat Veronensibus ut pro debita -pecunia veniant: qui verbis ejus credentes, XII meliores -et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus adjunctis, -pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex -hilari vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis -optimi, eos capi praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, -XII nobiliores sospendi praecipit. Et cum quidam de -propinquiori linea cognatum ejus esse se diceret, et hoc -testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam -nobiliorem, suspendi praecipit</i><a class="tag" id="tag540" href="#note540">[540]</a>. Giudichi ognuno come -sente, del merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -a veruno de' grandi uomini che sedettero sul trono; -sia che lo consideri per il talento militare, sia che lo -esamini come politico, sia finalmente che lo risguardi come -uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della grandezza -de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori tedeschi -Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo -grande e l'uomo barbaro. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -</p> - -<h2 id="cap9">CAPITOLO IX.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="bkq"> -<i>Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione -incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del -secolo XIII.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -Dopo la morte di Federico I, venne incoronato imperatore -Enrico di lui figlio, il quale mostrò sempre mal animo -ai Milanesi, e suscitò loro la rivalità di molte città lombarde. -La gran lega si ruppe e si divise in associazioni minori. -Ma non ebbe quell'augusto forza abbastanza per danneggiare -Milano, nel breve suo impero di appena sette anni. -Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e -che realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come -noi Italiani lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto -come re de' Romani, per nome Federico. Egli poi giunse all'Impero -e si chiamò Federico II. Ma alla morte dell'imperatore -Enrico egli era ancora bambino, abbandonato alla tutela -di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana; -il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece -proclamare sè medesimo re di Germania, sebbene un altro -partilo nella Germania medesima innalzasse alla stessa -dignità Ottone, duca di Sassonia, principe del sangue estense, -che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV. Così nei -setti anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali -tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, -quasi nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia. -</p> - -<p> -I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto -minuto delle piccole rivalità che portavano le città -dell'Insubria alle zuffe, alle scorrerie, alle paci appena -giurate infrante, e alle depredazioni. Io non mi sono prefisso -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di trascegliere -que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi e -della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti -importanti accaduti dappoi. Le inquietutini coi -vicini furono incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, -i Cremaschi, i Novaresi, i Vercellesi, e le città più -lontane, Bologna, Verona, Faenza e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi -furono quelli co' quali maggiormente si stava in guerra. -Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure, poco -sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi -e significanti, non meritano luogo nelle memorie de' -posteri. La città di Milano aveva disgraziatamente una -guerra civile, assopita per qualche intervallo, ma spenta -non mai. Già si è veduto al capitolo quarto l'aperta disunione -fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà -del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata -dal padre in figlio per cinque generazioni sino al principio -del secolo decimoterzo; sia, il che è assai più probabile, -che la prepotenza de' primi signori inconsideratamente -continuando ad offendere i più deboli, ma non meno sensibili, -spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza; -egli è certo che realmente la città era divisa in più -fazioni. (1198) I nobili in prima erano collegati contro de' -popolari; ma nel secolo decimoterzo anche i nobili stessi -erano divisi, facendo un partito distinto i nobili minori. La -plebe formò da sè un corpo politico nell'anno 1198; e -questo prese il nome di <i>Credenza di sant'Ambrogio</i>. -Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i -giudici che decidessero le controversie del popolo; e percepiva -una parte delle rendite delle Repubblica<a class="tag" id="tag541" href="#note541">[541]</a>. I nobili -del primo ordine chiamavansi capitani, e formavano la -<i>Credenza dei consoli</i>; e i nobili valvassori, i quali in origine -erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani, -formavano <i>La Motta</i>; nome che presero dal sito d'una -zuffa datasi fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori<a class="tag" id="tag542" href="#note542">[542]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -Così v'erano tre consigli in Milano, uno di quattrocento, -l'altro di trecento, il terzo finalmente di cento consiglieri. -Siccome la sovranità risedeva realmente nella riunione di -questi tre consigli, gelosi e rivali reciprocamente, è facil cosa -l'immaginarsi in quale incertezza e sotto qual torbido cielo -si trovasse allora la costituzione civile durante il fine del -secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo decimoterzo. -Queste intestine discordie furono poi la cagione per -cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissenzioni e -turbolenze incessanti, cadesse in quello del governo d'un -solo; rimedio unico per una inveterata anarchia procellosa. -Da principio ogni anno si creavano i consoli, presso -de' quali stava il governo della città; ma tante dissenzioni -e tante difficoltà s'incontravano nel momento di sceglierli, -che, per disperazione conveniva crearsi un dittatore per -un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale -calmandosi le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione -de' magistrati. Questa verità non è stata sinora chiaramente -annunziata: confusissime anzi ho ritrovate le memorie -de' nostri scrittori; ma tutti i fatti ce la provano ad evidenza. -Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un magistrato -dispotico, col nome di <i>podestà</i>, perchè tutta l'autorità era -in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano. -Per evitare l'invidia venne proclamato un piacentino, e fu -Uberto Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato -era per un anno; e il vizio costituzionale era tale, da ricorrere -al disperato partito di abbandonare vita, roba e -libertà senza limite a un temporario sovrano. L'anno vegnente -fummo diretti dai consoli, e così per quattro anni -ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti a -chiamare un bresciano, che dominasse per sei mesi; sinchè -fosse eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu -Rodolfo da Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo -ancora maggiori variazioni accaddero, poichè nel 1201, -temendo forse di collocare in un uomo solo l'autorità, ovvero -ostinandosi i tre partiti ciascheduno a sostenere il -podestà da lui proposto, venne confidato il governo a triumviri, -e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202 -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -tante fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che<a class="tag" id="tag543" href="#note543">[543]</a> -<i>commissum fuit Anselmo de Terzago quod provideret -secundum suam descritionem de regimine civitatis; qui -elegis duos consules, qui regerent per annum</i><a class="tag" id="tag544" href="#note544">[544]</a>. (1203) -L'anno immediatamente seguente cinque podestà ressero -Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre -animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica -libertà era quella di nominare il dispotico ogni anno: e -finito quel breve tumulto popolare, ogni cittadino serviva -al podestà. In mezzo a questa deformissima costituzione, i -beni de' privati erano in preda alle rapine de' potenti, i -quali, abusando di alcune formalità legali, e facendo pronunziare -da alcuni giudici delle sentenze vendute, usurpavano -gli altri fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea -che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che:<a class="tag" id="tag545" href="#note545">[545]</a> -<i>Nulli bonis suis interdicatur, nisi causa cognita et probata -communi, potestati mediolani, vel rectoribus communitatis, -ut leges desiderant</i><a class="tag" id="tag546" href="#note546">[546]</a>; legge la quale supponeva -un disordine universale ed essenzialissimo. Il potere -del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. -Egli faceva leggi e le faceva eseguire:<a class="tag" id="tag547" href="#note547">[547]</a> <i>Dico, jubeo et -stato perpetuo firmiter observari</i>, sono le frasi che adoperavano -i podestà, e ne abbiamo la memoria in una legge -di Oberlo da Vialta, bolognese, podestà di Milano nel 1214. -</p> - -<p> -Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, -sbandiva realmente la forma repubblicana dalla città, -e la costrigneva a rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità -di reggersi) nasceva, a mio credere, per colpa -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -de' nobili. Il dominare, l'innalzarci sopra i nostri fratelli, -il dimenticare persino che lo sono, è cosa naturalissima -all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare -l'orgoglio de' nobili, nè i valvassori quello de' capitani. -Sappiamo quante inquietudini provò la repubblica di Roma -per l'impazienza del popolo, e quante guerre dovette intraprendere -per allontanare la plebe dalla città. I nobili -di Roma avevano nelle loro mani gli auguri, gli aruspici -e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito popolare -finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò -Cesare e creò i primi imperatori, i quali colla rovina dei -nobili, pagavano le largizioni e gli spettacoli per favorire -la plebe. Il povero ed il plebeo d'Italia sentono di avere -men potere che non ha il ricco ed il nobile; ma persuasi -che gli uomini sono d'una specie sola, si considerano come -meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al momento -in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia -(se ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte -di Biandrate) non so che allora vi fosse alcun signore che -vi dominasse città o borghi, o nemmeno terre intiere. Questo -sistema di tenere divise le terre è antichissimo nella -Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto considerabili, -come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del -Milanese anche oggidì sono divisi in più possessori. A primo -aspetto sembra che siavi qualche cosa di più grande -nella Germania, dove un monarca ha sotto il suo impero -de' sudditi che posseggono delle signorie di intere città, e -de' distretti di più miglia di paesi. Questo da noi non vi è. -È bensì vero che l'estenzione dello stato di Milano non è -grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta -e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione -sensibile e muntuosa, quale il contado di Como e i -contorni di Lecco, che sono l'emanazione delle Alpi; e in -questo piccolo spazio vivono un milione e centomila abitanti; -i quali da questo spazio di terra ricavano, oltre il loro -cibo, un eccedente d'un milione e trecento cinquantamila -annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la -seta che si trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducano -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -più di duecento altri mila zecchini. Centocinquantamila -zecchini ci fanno acquistare i grani che vendiamo pure -agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua riproduzione è -assai più grande di quello che si troverà in eguale spazio di -terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori. Il -villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un -contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si -fa per metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava -il colono di pagare una determinata somma o in denaro o -in frutti, e tutto l'eccedente ricade a suo profitto. Questo -antico sistema da una parte, anima la coltivazione delle -terre, cointerressando il villano; e dall'altra, pone minore -intervallo fra il signore e il villano medesimo; poichè in -luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che -un contratto prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco -ed un povero. Perciò io credo che da noi sarebbe impossibile -il conservare lungamente un governo aristocratico, -a meno che gli ottimati non discendessero a quella -popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro -governo; se pure anche Venezia non deve in parte la -sua antichissima tranquillità alla natura del luogo su di -cui è piantata: mentre ogni cittadino, sentendo di vivere -dove perirebbe nel momento in cui nascesse confusione -nel governo, forza è che freni l'inquietudine, e contribuisca -a quell'ordine sociale, senza di cui ivi nè avrebbe alimento, -nè mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da -noi erano invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità. -Il Fiamma ci racconta che a' suoi tempi certo popolare, -per nome Guglielmo da Salvo, di Porta Vercellina, -andava creditore di rilevante somma verso di Guglielmo da -Landriano, uomo nobile; e il che il debitore invitò il popolare -ad una sua villa in Marnate, posta nel contado del -Seprio, ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente -il povero creditore. Il qual fatto sospettatosi nella -città, la plebe, inferocita per l'enorme tradimento, si portò -a Marnate, scoprì il cadavere, lo trasportò a Milano, e mostrando -per le strade lo strazio crudele, la prepotenza, -l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate le -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti -dalia città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui -dobbiamo prestar più fede che non al Corio ed al Calco, i -quali erano scrittori più lontani; e forse non avevano stima -bastante de' nobili del tempo loro per credere che dovesse -essere sempre loro piacevole la verità della storia, quand'anche -annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio per -altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno -1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: <i>che ciascuno -nobile potesse occidere un plebeo con la pena dei -libri septe, e soldo uno de' terzoli, per la qual cosa molti -erano morti</i>. Io credo falsa questa asserzione. Essa però -fa conoscere come si pensava; poichè il Corio l'avrà trovata -in qualche antica tradizione. Per tai motivi può facilmente -intendersi la costanza della dissenzione, sempre -mantenutasi nella città; giacchè la plebe naturalmente -non ha mire ambiziose per dominare su i nobili, nè da -essi si allontana, nè con essi guerreggia, se non per intolleranza -dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore -Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro -de' nobili; poi si sfogarono i due partiti colla quistione -de' preti ammogliati; indi i pericoli di un esterno nemico -contennero le interne fazioni; ma cessate che furono sempre -si videro rianimate; sin tanto che, come dissi e come -in appresso vedremo, rovinò la repubblica, e la città si -rese suddita di un solo. -</p> - -<p> -(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguita -l'anno 1208, non rimanevano che due pretendenti alla dignità -imperiale, Ottone e Federico; ma Ottone venne proclamato -in Germania re de' Romani, e in Roma incoronato -imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV era, -siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio -di Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore -Federico I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un -tratto del suo dispotismo era stato privato delta Baviera e -della Sassonia. Questa era una cagione bastante per rendere -l'imperatore Ottone nemico di Federico, e per renderlo -caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -lettera che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge:<a class="tag" id="tag548" href="#note548">[548]</a> -<i>Oblivisci non etiam possumus, quod vos; jam pacato -Imperio, quod diu turbatum fuerat, tam discretos et -tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos -destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et -devotione qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, -recepimus, munera quoque vestra tanto nobis -fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa ex affectu -purae dilectionis fuisse transmissa</i><a class="tag" id="tag549" href="#note549">[549]</a>. (1210) Venne in -Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generate il giubilo e -il plauso in tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed -ei fece nascere questo caro sentimento coll'affabilità e colla -bontà sua. Egli non volle immischiarsi nelle cose della -città, ma, premuroso d'avere assistenza da noi, l'ottenne -largamente; e partì, accompagnato da buona scorta dei -nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della -Puglia, la quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi -del papa e del re di Francia non gli avessero suscitato -nella Germania un forte partito, per collocare sul -trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'Imperatore -Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella -Germania ed abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona -e alcune altre città della Lombardia credettero di non -dover più riconoscere un imperatore scomunicato. Ma i -Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno per -passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. -Partito che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene -pure in Germania il di lui rivale Federico, e i milanesi attaccarono -i Pavesi, per contrastare ad esso il passaggio. -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -(1212) Il papa, con sua lettera 21 ottobre 1212, c'intimò -che se non fossero state da noi rivocate alcune leggi, e se -non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che avevamo -fatti, nessuno potesse più parlare con un milanese, -nessuna città potesse scegliere un milanese per suo podestà. -Ordinò in oltre che tutte le mercanzie de' milanesi si -sequestrassero; che alcuno non dovesse pagare i debiti -che avesse verso di un milanese; e in questa lettera perfine -minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare contro -di noi una Crociata<a class="tag" id="tag550" href="#note550">[550]</a>. Tanto era impegnato il papa -Innocenzo III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso -di Ottone IV non si cambiò punto, nemmeno per questo. -Il papa andava stimolando sempre più i Milanesi ad abbandonare -Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche nella -Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due -cardinali legati l'anno 1216, i quali, dopo avere adoperati, -senza effetto, i loro maneggi per rimoverci dall'imperatore -cui eravamo affezionati, ricorsero all'ultimo spediente: -scomunicarono ogni milanese, posero la città a interdetto, -ma non rimossero mai la fede dei Milanesi dalla divozione -verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta -l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, -inalterabile in mezzo alle più terribili prove che in quei -tempi la potessero cimentare, bastò a quel principe la sua -bontà e la cortesia delle sue maniere. -</p> - -<p> -(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gli -interdetti, l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti -e le consuetudini di Milano, acciocchè la sorte dei giudizi non -fosse più tanto arbitraria ed incerta, come lo doveva essere -prima, appoggiata a mere tradizioni, e senza uno stabile -monumento. Di questo codice se ne conserva un antico esemplare -manoscritto nella biblioteca Ambrosiana. Un'altra bell'opera -s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di Milano -Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale -che da Cassano sino a Castiglione lodigiano deriva le -acque dell'Adda. Questo canale forma la ricchezza del contado -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -di Lodi. Allora si chiamava <i>Adda nuova</i>; ora, non -saprei per qual cagione, si chiama la <i>Muzza</i><a class="tag" id="tag551" href="#note551">[551]</a>. Già quaranta -anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando -le acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva -irrigabile una parte delle campagne milanesi; indi, -nel 1257, questo cavo fu prolungato sino a Milano, siccome -poi dirò. È cosa maravigliosa che fra i torbidi interni ed -esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo, si ardisse di -pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si eseguissero, -domando le acque, e guidando de' fiumi artificiali -per lunghi tratti di paese. -</p> - -<p> -S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due -ordini de' frati predicatori e dei frati minori; e si erano -intraprese moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le -guerre mosse per questo titolo nella Francia contro gli -Albigesi. Nella Germania non mancarono simili inquisizioni; -e presso di noi si trovarono quindici sette di eretici, dei -quali i nomi sono i <i>Patarini</i>, i <i>Cattari</i>, i <i>Carani</i>, i <i>Concorezi</i>, -i <i>Fursici</i>, i <i>Vanni</i>, gli <i>Speronisti</i>, i <i>Carantani</i>, -i <i>Romulari</i>, i <i>Poveri di Lione</i>, i <i>Passagini</i>, i <i>Giuseppini</i>, -gli <i>Arnaldisti</i>, i <i>Credenti di Milano</i>, i <i>Credenti da -Bagnuolo</i>; e quello che vi era di più singolare, nessun -uomo si nominava che fosse capo di setta, o nessun libro -sul quale fosse appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo -chi abbia insegnato gli errori degli Ariani, degli Eutichiani, -de' Nestoriani, ec. Ne' tempi più a noi vicini sappiamo pure -da chi prendessero le loro dottrine gli Hussiti, i Wiclefiti, -i Luterani, ec. Ma nel secolo decimoterzo si scopersero -quindici sette di novatori nel Milanese, senza che la storia -ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novità! Due secoli -prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi -di Asti, furono presi, e per titolo d'eresia terminarono -la vita nel fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello -il primo esempio, ch'io sappia, in cui solennemente siasi -adoperata la violenza del supplicio, per difendere la mansueta -religione di Cristo. Ora, nel secolo decimoterzo, questa -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -maniera di sostenere il dogma venne generalmente in -uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro -gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava -frà Pietro da Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione -dell'eresia aveva formato in Milano una compagnia<a class="tag" id="tag552" href="#note552">[552]</a>, -la quale era stata presa dal sommo pontefice sotto -la sua protezione; e il breve di Gregorio XI si conserva -nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233 era -podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale, -secondando le mire dell'Inquisizione, consegnò alle fiamme -non pochi cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi -anche al presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata -verso mezzo giorno della sala del consiglio della Repubblica, -ora l'Archivio pubblico; e nell'iscrizione leggesi -l'encomio d'aver bruciato i Cattari: <i>Catharos ut debuit -uxit</i>, barbarismo postovi per far la rima col verso leonino: -<i>Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit</i>. Il -Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice:<a class="tag" id="tag553" href="#note553">[553]</a> <i>In -marmore super equum residens sculptus fuit: quod -magnum vituperium fuit. Hic primo haereticos capere -fecit</i>. Il Conte Giulini non crede che questa sia stata cosa -nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega fatto -alcuno antecedente, nè alcuna prova. Il supplizio dato agli -infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza -militare che non aveva appoggio di legge, non tribunali o -metodi costanti che ne formassero la sanzione. Ora si tratta -di sistema. (1228) Noi abbiamo Tristano Calchi, il quale ci -insegna che nell'anno 1228 furono pubblicate queste nuove -leggi penali contro degli eretici:<a class="tag" id="tag554" href="#note554">[554]</a> <i>Novae leges latae -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis -nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, -quorum supra in Arnulpho memini, Cathari, Carani, -Concoretii, Fursici, Vanii, Speronistae, Carantani, -Romulares nuncupabantur; haecque labes non minus -ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui -interdicta superstitio est, proposita poena capitis, et -domorum destructionis iis qui in ea perseverarent, aut -tecto reciperent, alioque juvarent. Et subsequente anno, -mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo Sancti -Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege -sanxit (de comuni tamen archiepiscopi, ordinarium, et -popoli consensu) ut praetor damnatos judicio ecclesiastico, -intra decem dies capitali poena afficiat</i><a class="tag" id="tag555" href="#note555">[555]</a>; e il -Corio, nella sua storia, ci ha conservato lo statuto che allora -si fece, e lo riferisce colle seguenti parole: «In nome -di Dio mille duecento vintiocto, ad uno giorno de zobia, -al tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione -convocata a sono di campana secondo il solito: Che -ne lo advenire niuno heretico dovesse stare nè dimorare -ne la città de Milano... Che qualunque persona a sua libera -voluntate potesse prendere ciascuno heretico. Item, che le -case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li beni -in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati<a class="tag" id="tag556" href="#note556">[556]</a>». Dal che pare -evidente che il rigore delle leggi penali contro gli eretici -veramente nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in -que' tempi era Enrico da Settala; ed era un attivo cooperatore -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -coll'inquisitore per eliminare gli eretici. Dal gran -numero delle sette improvvisamente scoperte, è facile l'argomentare -che un gran numero di cittadini doveva essere -poco contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo -fu bandito. Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio -il podestà e il consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale -di questo arcivescovo si scolpì:<a class="tag" id="tag557" href="#note557">[557]</a> <i>Instituto inquisitore, -jugulavit haereses</i>, come riferisce il Puricelli<a class="tag" id="tag558" href="#note558">[558]</a>; -e chiaramente si conosce anche dalla storia milanese -quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la mansuetudine -e la pietà; le quali ora, in tempi più illuminati e -felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche. -L'inquisitore, nel corso di diciannove anni, aveva fatte incessanti -ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio -di molti bruciati, altri banditi, le molte case demolite, -molti patrimoni pubblicati, dovevano avere reso ammirabile -il di lui zelo al di lui partito; ma del pari resa odiosissima -la sua persona a chiunque temeva d'essere accusato -di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere difficile -in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si erano -inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era -stato bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate. -Il Corio, ci dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, «come -per fra Pietro era misso nel bando<a class="tag" id="tag559" href="#note559">[559]</a>». Questo Confalonieri, -di cui si doveva diroccare la casa, i di cui beni dovevano -essergli tolti, si collegò con alcuni altri malcontenti. -Il concerto si fece nelle terre di Giussano con Manfredo -Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, -Tommaso Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. -Colsero essi l'inquisitore, mentre in compagnia di frà Domenico -ritornava da Como a Milano, e nelle vicinanze di -Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce lo uccisero; -e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che -in pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -cominciò a risguardarli come due martiri della fede. Uno -degli uccisori fu preso e posto prigione. Egli se ne fuggì. -Il popolo inquieto, che avidamente aspettava di vederne il -supplicio, tumultuariamente strascinò il podestà e i suoi -tre giudici, come complici della fuga, al tribunale dell'arcivescovo; -saccheggiò il pretorio; e fu deposto il podestà, -dopo avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, -un solo ottenne la venerazione di santo, cioè san Pietro -Martire, canonizzato tredici mesi dopo la sua morte dal -sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni dopo accadde -un fatto simile nella Valtellina, quando, l'anno 1277, frate -Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo -e due notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado -da Venosta, signore consideratissimo in quel distretto, -lo fece uccidere il giorno 26 dicembre 1277. I Domenicani -ne conservano le reliquie in Como, e lo chiamano -beato. -</p> - -<p> -Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il -famoso affare della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, -viveva in Milano, dove morì nel 1281. Guglielmina fu -tumulata pomposamente a Chiaravalle, le fu recitato il panegirico -come beata. Lampadi e cerei furonle accesi intorno -al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la guarigione -degl'infermi; contribuendo a tale celebrità certa -Mainfreda, e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli -ed ammiratori della Guglielmina. L'inquisizione volle -istituire processo intorno a ciò, e la conseguenza di tale -processo fu che Guglielmina fu cavata dal sepolcro, e le di -lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata viva nelle fiamme, -e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il popolo credette -tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo di -religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal -tradizione volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un -manoscritto antico che si trova nella biblioteca Ambrosiana, -ha scoperto le accuse che si fecero a quegl'infelici<a class="tag" id="tag560" href="#note560">[560]</a>. Guglielmina -pretendeva d'essere lo Spirito Santo incarnato, e -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a cui l'arcangelo -Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste. -Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, -i Giudei e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe -morta come donna, ma poi risorta per salire al cielo alla -presenza de' suoi discepoli; e che Mainfreda sarebbe rimasta -sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la messa al sepolcro -di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in -Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto -papessa. Tali almeno furono i deliri che vennero imputati -a que' miseri, i quali, sotto il pietoso e illuminato regno -dell'augusto Giuseppe II, riceverebbero una caritatevole -assistenza de' medici per ricuperare il senno perduto; e -allora furono consegnati al carnefice per una morte orrenda. -</p> - -<p> -Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della -religione nacquero o presso nazioni occupate di oziose o -sofistiche ricerche metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche -e realmente vacue disputazioni, ovvero nacquero -esse per un abuso degli studii sacri e dell'erudizione. Da -noi, in mezzo all'ignoranza dei secolo decimoterzo, nessuno -di questi poteva aver loro dato nascimento. Il padre della -erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto -l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi -eretici. La maggior parte di quelle opinioni chiaramente -non è cattolica. Egli è vero però che alcune opinioni ivi -censurate potrebbero avere un significato innocente, quali -sarebbero le seguenti:<a class="tag" id="tag561" href="#note561">[561]</a> <i>Obest subdito et sacrato mala -vita praelati. — In Ecclesia Dei non debent esse sacerdotes -et diaconi mali. — Mali presbitery non possunt -ministrare. — Ecclesia non debet possidere aliquid nisi -in communi. — Nullus malus potest esse episcopus. — Non -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -licet occidere</i><a class="tag" id="tag562" href="#note562">[562]</a>; ed è pur vero che non ci rimane -alcun libro di quei tempi, nel quale si contengono le altre -eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori -le ha tutte prese da un sol manoscritto di Armanno -Pungilupo. Certo è che, essendo gl'inquisitori dipendenti -affatto dal papa, e le loro sentenze dovendosi eseguire dalla -podestà civile col bando e colla morte, la vita e i beni di -ciascun cittadino erano dipendenti dalla podestà ecclesiastica -di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva indirettamente -acquistata la sovranità. -</p> - -<p> -(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte -di Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne -in Italia, e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato -re de' Romani il di lui figlio Enrico. Federico odiava -i Milanesi, ed era ben corrisposto. Noi lo consideravamo -come erede del nome e dei sentimenti dell'avo distruggitore -della nostra città; e come l'inimico del nostro Ottone -IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona, e -questa voce precorsa bastò a sedare le dissensioni civili. -L'oggetto della propria conservazione soffocò le simultà -private, e fece rivolgere gli animi a concordi pensieri per -la comune salvezza. Le città di Lombardia, istrutte dai passati -esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne l'imperatore -in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte -città, i quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, -Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, -Vicenza, Torino, Novara, Mantova, Brescia, Bologna, -Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da Cremona, e immediatamente -andossene a borgo San Donnino, ed ivi dal -vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le città che non erano -comparse alla indicata dieta generale. Federico II andò poi -nella Sicilia, indi in Terra Santa; nè gli avvenimenti e le -relazioni che passarono fra il papa e lui appartengono al -mio proposito. Enrico, re de' Romani, si ribellò al padre. -Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si collegarono -con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -giorni suoi in carcere. Quest'ultima azione de' Milanesi detterminò -più che mai lo sdegno dell'imperatore Federico II -a nostro danno. Egli entrò dalla Germania nella Lombardia -con un'armata, alla quale si unirono le forze d'Ezelino da -Romano. (1337) L'anno 1237 l'armata imperiale, che aveva -già devastate le terre dei Mantovani, de' Veronesi e Vicentini, -si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano -più volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, -non tardarono a marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, -di Alessandria e di Novara si unirono con noi; e -il comandante era Enrico da Monza. Il nostro comandante -fu uomo di talento nello scegliere il campo, poichè si collocò -in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti -la fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, -per cui il nemico non poteva venire a noi; e così con una -armata inferiore di forze, pose l'imperatore nel caso di non -poter tentare cosa alcuna sopra la città di Brescia, senza -temerci ai fianchi. L'imperatore, infatti, abbandonò l'impresa -di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione era già -innoltrata: eravamo già in novembre. L'imperatore, congedati -alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene -andare a Cremona a svernare, e passò l'Oglio. I nostri, incautamente, -sloggiarono dal loro campo; e si posero a tener -dietro la marcia degl'imperiali, il perchè non lo sappiamo. -Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, -ci trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gli -imperiali, che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore -ci attaccò in quella disgraziata situazione. La battaglia -fu sanguinosissima. Noi eravamo stretti da ogni parte. -Si combattè ostinatamente, finchè la notte obbligò i due -eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo, come dissi, -alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra strade -rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi -del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, -che avevano sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno -più non rimaneva che o la morte o la prigionia ai pochi -Milanesi. Essi profittarono dell'errore che gli imperiali commisero, -col lasciare un lato scoperto, e per quello unitamente -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio del -gran vessillo, e lo fecero in pezzi, giacchè non era possibile -il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi -tanto incautamente avventurati a fronte di un nemico -superiore di molto, essi però meritano stima per aver combattuto -senza limite in una situazione nella quale non sarebbe -stata viltà il deporre le armi, come fece, a Maxen -nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto -aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache -si trovò attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici, -al comparire del giorno, videro con sorpresa che la preda -era sfuggita. La disfatta de' Milanesi però a Cortenova fu -un oggetto grande. L'imperatore Federico II certamente se -ne gloriò con molto fasto. Il Martene ci ha conservata la -lettera che quell'augusto ne scrisse a Federico, duca di -Lorena, in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano -diecimila de' nostri<a class="tag" id="tag563" href="#note563">[563]</a>; e lo stesso autore ci ha conservata -la lettera che l'imperatore scrisse al senato e popolo -romano, al quale trasmise i rottami del nostro carroccio:<a class="tag" id="tag564" href="#note564">[564]</a> -<i>Antiquos namque in hoc recolimus Caesares, -dice l'imperatore, quibus oh res praeclaras victricibus -signis gestas, senatus populusque romanus triumphos -et laureas decernebant, ad quod, per praesens nostrae -Serenitatis exemplum, vias votis vestris a longe praeparamus, -dum, devicto Mediolano, currum civitatis, -utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostiam -praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium -nostrorum et gloriae vestrae praemittimus</i><a class="tag" id="tag565" href="#note565">[565]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -Da questo fatto si raccoglie di quanta considerazione fosse -Milano in que' tempi,<a class="tag" id="tag566" href="#note566">[566]</a> <i>factiones Italiae civitas princeps</i><a class="tag" id="tag567" href="#note567">[567]</a>. -</p> - -<p> -Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire -attraversando le terre di Bergamo; poichè la totale -sconfitta da noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo -nelle altre città: nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone -Brescia, Piacenza e Bologna, città le quali mantennero -una ferma e sincera fede in favor nostro. Mancavamo di -tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando Pagano della Torre, -che era signore della Valsasina, si slanciò a proteggere gli -avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre; somministrò -loro generosamente ogni soccorso, e li ricondusse nella -patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine -de' Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l'amore -costante e la fiducia che i popolari milanesi conservarono -dappoi verso la casa de' signori della Torre, tanto -innalzò l'illustre loro prosapia, che per qualche tempo ottenne -la sovranità di Milano, come vedremo. Le azioni benefiche -e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto -presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo -caso dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e -chi riceveva il beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi -padrone di quasi tutta la Lombardia intimorita, -volle possedere Milano; e pretese che ci rendessimo a discrezione. -Ma i Milanesi non si trovarono allora in quelle -angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -prima: e unanimemente deliberarono di morire tutti colle -armi alla mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. -L'imperatore fece venire nuove forze dalla Germania. -Cominciò a cimentarsi con Brescia, la quale si difese. -(1239) Passò poi con una poderosa armata nel milanese l'anno -1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il papa -Gregorio IX scomunicò l'imperatore, ed accordò indulgenza -a chi avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento -convien pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse -solare, accaduto il terzo giorno di giugno, il quale -fu (secondo l'opinione di que' tempi) un manifesto segno -della collera celeste contro di quel monarca. Egli era adunque -alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre. -Si propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla -sola difesa, muniti entro della città; ovvero se saremmo -usciti ad affrontare il nemico; e quest'ultimo partito, proposto -da Ottone da Mandello, prevalse. La condizione dell'imperatore, -se di molto era migliore della nostra per il -numero de' suoi armati, essa però era assai attraversata dalle -opinioni religiose. Preti, frati combattevano contro di lui, -e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore -stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice:<a class="tag" id="tag568" href="#note568">[568]</a> <i>Ordinis -fratrum minorum, qui non solum accincti gladiis, et -galeis muniti, falsas militum imagines ostendebant, verum -etiam praedicatione insistentes, Mediolanenses, et -alios, quicumque nostram, et nostrorum personam offendebant, -a peccatis omnibus absolvebant</i><a class="tag" id="tag569" href="#note569">[569]</a>. Uscimmo -incontro a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe -avanzate imperiali si accostarono, e furon fatte in pezzi dai -nostri, e il rimanente condotto a Milano. Si riconobbe che -costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore si innoltrò, e -pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino Scanasio, -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver -rotti alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi -l'imperatore a nuovo campo fra Besate e Casorate: ed ivi -pensarono i Milanesi a restituire a Federico II il trattamento -sofferto due anni prima a Cortenova. Mancava un fiume da -porgli alle spalle. Scavammo un profondo canale fra il nostro -campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua del -naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò -sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo; -ma il disegno era di chiamare l'imperatore di qua del canale, -poi, per sorpresa, attaccarlo. Per riuscirvi si finse che -i Comaschi avessero abbandonato il nostro partito, e più -non volendo combattere contro dell'imperatore, ci avessero -lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo -per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. -Gl'imperiali credettero a quest'apparenza, e passarono il -canale per accostarsi a Milano; ma impetuosamente assaliti -dai nostri, usciti all'improvviso dall'imboscata, vennero disfatti -gl'Imperiali. Molti furono i prigionieri, e molti gli -estinti sul campo, o precipitati nel fiume artificialmente scavato -per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare idea a -Federico, che abbandonò il milanese; e si risolve verso della -Toscana. -</p> - -<p> -(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II -contro di noi, sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245 -con un'armata, e si pose dalla parte del Tesino, mentre al -re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo di truppe, che -dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da un -canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di -passare il Tesinello; e rimase loro un numero bastante di -armati, per affrontare il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo -prigioniere. I prigionieri che Federico II aveva fatti a Cortenova -erano stati barbaramente trattati. Il Podestà di Milano -(che era Piero Tiepolo, conte di Zara e di Tripoli, figlio -di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra i -prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente -legare sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, -condottolo prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -poi in séguito, unitamente agli altri prigionieri, nella Puglia, -dove lo fece impiccare; e gli altri infelici con varii -supplizi del pari ivi terminarono la vita loro. Ora i Milanesi -avevano in poter loro i prigionieri fatti a Camporgnano, -a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da noi -fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che -nè l'uno nè l'altro avrebbero mai più portate le armi contro -Milano. Le armate partirono, nè più Federico ebbe che -fare con noi. -</p> - -<p> -Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile -tanto saggia, generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, -nobile e prudente nelle imprese militari, sarebbe -assai più grata la occupazione che ho scelta di tesserne -compendiosamente la storia. Mio malgrado l'augusta verità -mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto -delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in -cui l'incorreggibile prepotenza dei grandi teneva sempre -irritato e nemico il partito del popolo; il quale (sensibile, -com'egli è) colla virtù e coll'amorevolezza avrebbe potuto -affezionarsi ai nobili, e di concerto operar sempre per la -felicità comune. I popolari, affezionatissimi a Pagano della -Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di Cortenova, -lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano, -e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza -l'iscrizione posta al suo sepolcro in Chiaravalle:<a class="tag" id="tag570" href="#note570">[570]</a> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani</i></p> -<p class="i01"><i>Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,</i></p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span></p> -<p class="i02"> <i>Matris et Ecclesie defensor maximus alme,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et flos totius regionis amabitis hujus,</i></p> -<p class="i02"> <i>Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,</i></p> -<p class="i02"> <i>Heu de la Turre nostrum solamen abivit</i></p> -<p class="i02"> <i>Paganus, latebris et in umbram utitur istis.</i></p> -<p class="i01"><i>MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus</i></p> -<p class="i01"><i>de la Turre, potestas populi Mediolani.</i></p> -</div></div> - -<p> -Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, -Martino della Torre, per essere da lui protetto contro -de' nobili, ed a questo fu dato il titolo di <i>Anziano della -credenza</i>. L'ufficio di questo tribuno del popolo era difendere -ciascun popolare contro la usurpazione o prepotenza -d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione -del pubblico erario, acciocchè le entrate della repubblica -non venissero convertite in comodo privato. Oltre ciò la -repubblica era sempre in quei tempi a cassa vuota, sebbene -i privati fossero benestanti; quindi si voleva dal popolo -assicurare un fondo stabile, che potesse servire alle -pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione -della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima -guerra che ci portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora -non vi è memoria che si ricevesse per anco tributo -sul sale. Il pedaggio che pagavano le mercanzie era tutto -a profitto della comunità dei negozianti; i quali avevano -l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, -in modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade -la comunità medesima era tenuta a rifarne il danno. La -tariffa si vede annessa all'antico codice dei primi statuti, -compilati nel 1216, siccome ho detto, e il conto si vede -fallo a quattro denari di pedaggio per ogni lira di valore -della merce; il che rimonta al tenue tributo di uno e due -terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque -contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano -alla signoria delle terre, obbligavano gli abitatori di -quelle a ricevere da essi i pesi, le stadere e le misure<a class="tag" id="tag571" href="#note571">[571]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -Alcuni privati possedevano un consimile diritto in Milano -medesimo, e chiamavasi <i>jus sextarii</i><a class="tag" id="tag572" href="#note572">[572]</a>. Ma nemmeno -di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna -somma nell'erario della repubblica. V'erano anche -allora i diritti esclusivi di poter tenere osteria nelle terre -e di vendere vino<a class="tag" id="tag573" href="#note573">[573]</a> <i>minutatim ad modum tavernae</i>, -come da una carta dell'archivio di Monza pubblicata dal -conte Giulini<a class="tag" id="tag574" href="#note574">[574]</a>. Ma di essi non pare che fosse al possesso -la comunità di Milano. Erano diritti posseduti da privati. -Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita -doveva avere la repubblica, e quella sola che proveniva -dai delitti i quali, per l'antica tradizione longobardica, -erano condannati con pene pecuniarie. Ma questa rendita -era insufficiente, massimamente nei bisogni straordinarii; -tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano senza -cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri -l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora -si rifletta a quei tempi burrascosi, nei quali conveniva -che nessuna utilità uomo alcuno potesse ritrarre dalla rovina -d'un cittadino. Una legge è come una fabbrica d'architettura; -conviene averla osservata da tutti i lati, prima -di poterne dare una opinione ragionevole: e le più strane -talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per -riparare la miseria della repubblica già s'era, l'anno 1228, -fatto un decreto per cui sei eletti aver dovessero l'ufficio -di censura e conoscere ogni amministrazione pubblica: ed -è una prova della difficoltà somma che s'incontrava nelle -elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare come il -decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte, -e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, -terminassero il loro ufficio ed eleggessero altrettanti loro -successori<a class="tag" id="tag575" href="#note575">[575]</a>. Questo modo di eleggere a sorte, per necessità -s'era anco esteso ad altri uffici<a class="tag" id="tag576" href="#note576">[576]</a>. Ma queste circospezioni -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -non rimediavano alla povertà del fondo pubblico. -Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i nostri -antenati ricorsero ad uno espediente che comunemente si -crede una invenzione dei tempi a noi più vicini: e lo spediente -fu di porre in corso della carta in vece del denaro. -Abbiamo nel Corio, all'anno 1240, i decreti fatti dalla repubblica -per conservare il credito a questa carta. Decreti -saggi veramente, coi quali si ordinava che tutte le condanne -pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano colla -carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla -in pagamento; che nessun debitore potesse essere -nemmeno soggetto a sequestro, sì tosto che possedesse -tante carte corrispondenti al suo debito. Si doveva pensare -dunque a ritirare le carte in giro, sostituendovi egual valore -in denaro. Si doveva pensare a costituire alla repubblica -una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni -dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di -formare un catastro delle terre, e sopra del loro valore -distribuire un carico. A ciò naturalmente si opponevano i -ricchi ed i nobili; su questo insisteva il popolo; e di ciò -singolarmente venne commessa la cura al nuovo anziano -della Credenza, Martino della Torre. -</p> - -<p> -Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle -quali la nostra repubblica si trovò in quei tempi, e per -comprendere sempre più lo spirito del sistema nostro civile -e delle opinioni, non sarà discaro a' miei lettori ch'io -per intiero trascriva in questo luogo il contratto che si -fece fra la città di Milano e il capitolo di Monza, per ottenere -un calice d'oro in mero deposito, per servircene di -pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio -di Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata -dal signor canonico teologo Frisi, noto scrittore -di quella basilica.<a class="tag" id="tag577" href="#note577">[577]</a> <i>In nomine Domini nostri Jesu Christi. -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -Anno nativitatis ejusdem millesimo ducentesimo quadragesimo -quinto, die veneris, tertio die novembres, indictione -quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata, potestas -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, -Philippus de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus -de Sorexina, Probinus Ingoardus, Rezardus de Villa, -Justamons Cicala, Lampugnianus Marcellinus, Burrus -de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus de Lampuniano, -de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, -Roxate de la Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, -Guizardus Morigia, Mollo Bechanus, Caruzanus -Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus Incinus, -consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani, -plurimum cum precum instantia institissent apud -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -dominum Ardicum de Sorexina, archipresbyterum de -Modoetia, et Canonicos, et Capitulum illius Ecclesiae, -et cum domino G. de Montelongo, Apostolicae Sedis -Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati -et Consiliariis et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, -partem aliquam thesauri illius Ecclesiae ad ponendum -in pignore pro pecunia necessaria habenda Comuni Mediolani, -quae alio modo inveniri vel haberi non potest, -ut asserebant expresse; et illiam Ecclesiam indepnem -servare volebant, et cito illum thesaurum restituerent: -ad quorum preces et istius domini Legati suprascripti, -domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro honore -et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, praesente -et volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt -istis Potestati, et Consiliariis, et Sapientibus, et -Comuni calicem unum auri de thesauro Modoetiensis -Ecclesiae, ponderis unciarum centum septem auri, cum -auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum. -Et ideo praedictus dominus Ubertus de Vialata, -Potestas Mediolani, et isti Consiliarii, et Secretarii, -et Sapientes, data eis licentia, et fortia, et auctoritate -a Consilio quadringentorum, et trecentorum, et centum -novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum in -libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem -et omnia infrascripta, promiserunt namque et -gaudiam dederunt, et omnia eorum bona et bona Comunis -Mediolani pignori obligaverunt, quilibet eorum -in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero -de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine -Ecclesiae, et totius Capituli de Modoetia, et singulorum -Canonicorum dictae Ecclesiae, quod exigent, -reddent, et dabunt absque aliqua diminuitone, libere et -absolute, hinc ad natale proximum, isto domino. Archipresbytero -et Canonicis seu Capitulo suprascriptum -calicem aureum cum gemmis et lapidibus preciosis ornatum, -omnibus eorum et Comunis Mediolani dampnis -et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et -Ecclesiae. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, -et omnii alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo -possent, et defendere, et maxime quod non possent dicere -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -se obligatos esse pro Comuni seu pro rebus Comunis, -sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum etiam -finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate, -ac si praedicta omnia in propria cujulisbet eorum proprietate -pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novae -constitutionis et epistolae Divi Adriani et omni alio -auxilio quo aliquo modo se tueri possent, usus et legis -et statuti et ordinamenti facti vel quod a modo possit -fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu -conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum -dilationibus faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra -dictus Potestas et isti Consiliarii, et Sapientes quod nec -aliquis praedictorum dabit aliquo modo vel aliquo ingenio, -etiam consentientibus istis Archipresbytero et Canonicis -aliquid aliud praeter praedictum calicem loco -illius calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum -lapidibus et gemmis absque diminutione aliqua. Et ibi -dictus dominus, G. de Montelongo Legatus Apostolicae -Sedis, auctoritate suae legationis et voluntate ipsius Potestatis, -et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum -praedictorum, ab infrascripto termino in antea eos -omnes et Consilium Comune excomunicationis vinculo -subjecit et subposuit ex tunc si praedicta ut supra ad -ipsum terminum non essent servata, excepto Potestate -praedicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem -praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes -superius nominati juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis -Evangeliis, omnia superius memorata, et quodlibet -praedictorum observare et facere et facere observari per -Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate, in -exercitu contra Fridericum condam imperatorem.</i> Poi -vi sono le sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente -a quale estremità fosse il credito della Repubblica, -se di tante cautele vi fu bisogno per ottenere in deposito, -dal giorno 3 di novembre sino al 28 dicembre, un -calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo. Il peso dell'oro -corrispondeva a millequattrocento zecchini, i quali nessuno -gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le formalità -dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il legato -pontificio vi fa la figura che nei secoli prima avrebbe -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -fatta l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano -s'era ornai annientata, e il sommo pontefice, colle -bolle e coi brevi, disponeva di tutto. «In questi brevi, dice -il conte Giulini parlando di questi tempi<a class="tag" id="tag578" href="#note578">[578]</a>, ben si scuopre -la differenza che passa fra l'autorità che esercitava -il papa (Gregorio IX) a Milano nei presenti tempi, e -quella che esercitava nei secoli scorsi. L'introduzione -dei religiosi Minori e dei Predicatori nelle città, come -giovò maravigliosamente a ricondurvi i buoni costumi -ed a bandire gli errori, così servì anche ad accrescere -in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire -quello dei vescovi». I frati s'erano resi indipendenti dai -vescovi. Anche le monache erano indipendenti. Un frate -francescano era salito sulla sede metropolitana, e ne sosteneva -la dignità così poco, quasi nemmeno fosse vicario -del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone da Perego, -e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in -Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, -senza nemmeno parteciparlo all'arcivescovo<a class="tag" id="tag579" href="#note579">[579]</a>. Alessandro -IV terminò l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono -per una tale rivoluzione. Nel 1056 cominciarono -i primi tentativi: e nel 1255, al 5 di febbraio, Alessandro -IV scrisse ai vescovi di Novara e di Tortona, ordinando -loro che ponessero in Milano i Francescani in possesso della -basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito senza -nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo<a class="tag" id="tag580" href="#note580">[580]</a>. Il papa medesimo -comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano<a class="tag" id="tag581" href="#note581">[581]</a>. -Così era affatto annientata l'autorità del metropolitano, -di cui ho dato cenno sul fine del capitolo primo. -La pontificia romana autorità ordinava che più non si riedificasse -la fortezza di Cortenova nella diocesi di Bergamo. -Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il castello -di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore, -acciocchè egli comandasse alla Repubblica con -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -apostolica autorità. Ordinava che si entrasse nel castello -di Gattedo; che colla forza se ne dissotterrassero i cadaveri -e si abbruciassero; che tutte quelle case si demolissero; -e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova, Uberto Pelavicino, -Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano -erano qualificati fautori di eretici<a class="tag" id="tag582" href="#note582">[582]</a>. Non farà dunque -maraviglia se nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno -di questo calice, ma bensì del legato. In questa carta -è pur meritevole di osservazione il vedere che già eravi -l'uso delle ferie, e il privilegio di non essere chiamati in -giudizio i debitori in quei giorni feriali. Si osserva che il -podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col terminare -dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente -veggonsi chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, -della Motta; e la Credenza di Sant'Ambrogio:<a class="tag" id="tag583" href="#note583">[583]</a> <i>a consilio -quadringentorum et trecentorum et centum, novo et -veteri</i>. Il consiglio de' quattrocento era composto da' nobili -del primo ordine, e gli altri da quei della Motta e della -Credenza di Sant'Ambrogio<a class="tag" id="tag584" href="#note584">[584]</a>. Mi lusingo che questa uscita -non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e -scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere -che il calice d'oro venisse restituito; il che era bene da -prevedersi: mentre, dopo cinquantadue giorni, nell'estrema -angustia della guerra nella quale si trovava la città, non -era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per ricuperare -quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante -e sì moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. -La buona fede è chiara e semplice, e l'artificio è pieno di -previdenze. -</p> - -<p> -La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre -si è conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo -era il voto del popolo: a questo fine Martino della Torre -era stato creato anziano della Credenza; e si eresse un uffizio -censuario che si chiamò <i>Officium inventariorum</i>, perchè -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -ivi contenevasi il catastro, ossia l'<i>inventario</i> (siccome -volgarmente si dice) di tutti i fondi stabili, coi loro possessori, -senza eccettuarne gli ecclesiastici<a class="tag" id="tag585" href="#note585">[585]</a>. Il legato apostolico -proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna alle -persone o case religiose<a class="tag" id="tag586" href="#note586">[586]</a>; ma, ridotto a termine il generale -catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione -dei debiti pubblici; e, ripartita questa somma in -otto eguali porzioni, si stabilì che per otto anni si distribuisse -sopra del censo una di queste porzioni ogni anno, -col nome di <i>fodro</i>, ovvero <i>taglia</i>; e così dopo otto anni -venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione la carta. -(1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, -come può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più -antica memoria del carico prediale nel nostro paese: giacchè -prima non si ha notizia se non di tributi sopra i frutti, -ovvero colle persone. Col terminare dell'anno 1256 i debiti -pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu eletto podestà -di Milano, per l'anno 1257, Beno da Gozadini, bolognese. -Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la -repubblica, perfezionando il catastro de' fondi censibili. -Egli pensò di lasciare un monumento benefico e glorioso, -prolungando sino alla città di Milano il cavo del Tesinello, -il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho già detto come dal -Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua del Tesinello, -settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava -ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, -e così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per -tutta quella estensione. V'era il fondo censibile ridotto a -catastro. Da otto anni era già in pratica l'esazione di quel -tributo. Beno de' Gozadini vide che, prolungando questo -carico, a fine di eseguire il suo progetto, realmente non -pagavasi dei contribuenti un tributo, ma si bonificavano -le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile -di quei medesimi che venivano tassati. Su questo principio -credette egli non potersi con giustizia lasciar esenti -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -i fondi ecclesiastici, nè obbligare i laici a pagare la porzione -del beneficio fatto ai primi. Fu la grande opera intrapresa, -e vigorosamente in pochi mesi, condotta a fine. -Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei, -e un pubblico monumento che ricordasse alle -età future ch'egli nel 1257, per quattordici miglia condusse -le acque del Tisino sino ai sobborghi di Milano, creando -un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili, e -preparando il comodo della navigazione, che venne da poi -aperta dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa -che ne ottenne. Il popolo prima che fosse terminato l'anno, -tumultuosamente lo massacrò, e, strascinandolo ignominiosamente -sino al navilio da lui scavato, ivi lo affogò miseramente! -la memoria di lui fu calunniata;, e la calunnia -eccheggiò sinora ne' libri de' nostri storici, imputandogli -avanie e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, -ovvero diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini -lo condanna pure, ma racconta i fatti<a class="tag" id="tag587" href="#note587">[587]</a>. È tempo omai, -dopo cinquecento ventidue anni (nel 1770) che la voce libera -d'uno scrittore implori all'onorata cenere di Beno de' -Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini suoi questa -atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo incautamente -sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici -da un ceto venerabile che voleva difendere le immunità -come parti essenziali della religione. Ripariamola ora noi -e la riparino i nostri posteri, ed ogni volta che rimireremo -il canale che dà ricchezza alle terre e porta l'abbondanza -nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione a -un onoratissimo bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia -consacrato il fausto nome all'immortalità! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -</p> - -<h2 id="cap10">CAPITOLO X.</h2> - -<div class="blockquote"> -<p class="bkq"> -<i>Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza -della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo -XIV.</i> -</p> -</div> -</div> - -<p> -Verso la metà del secolo decimoterzo l'Impero era immerso -nell'anarchia e nella confusione. Vi erano più rivali, -e ciascuno s'intitolava augusto ed aveva un partito; rivali -deboli però, e appena bastanti a nuocersi scambievolmente; -e perciò l'autorità imperiale più non vi era; anzi, riguardo -alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza -dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo -decimoterzo. Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda, -Riccardo di Cornovaglia, Alfonso di Castiglia, Rodolfo di -Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I non ebbero che -poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove si -ritornò a riconoscere l'autorità cesarea colla venuta di Enrico -(sesto per gl'italiani, ma comunemente chiamato settimo), -che ascese alla dignità imperiale l'anno 1308. Frattanto -la città viveva tra le fazioni, cercando al solito i nobili -d'opprimere la plebe, e questa di contenere i nobili -ed umiliarli. La forma civile della società era incerta, non -fondata sopra costituzione alcuna. La libertà, i beni, la vita -non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo -stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore -della stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun -cittadino la propria condizione. Il solo motivo per cui non si -eleggeva un principe stabile, era la fiducia che hanno sempre -i governi liberi, di correggere colla propria autorità i -propri mali; ma frattanto per intervallo si eleggeva un dittatore. -Si è già veduto nel capitolo precedente come Pagano -della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo; -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -egli fu proclamato tre anni dopo l'affare di Cortenova, cioè -l'anno 1240. Si è pure accennato la nuova carica di <i>anziano -della Credenza</i>, conferita dal popolo a Martino -della Torre, nipote di Pagano, l'anno 1247. Così la città -cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo. Il disordine -civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi -un sovrano potente, a fine di preservarci dagl'insulti de' -nemici vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni. -Il primo passo verso la monarchia ascende all'anno 1253, -nel quale Manfredo Lancia, marchese d'Incisa, fu creato -signore di Milano per tre anni, e ben si vide quanto fosse -necessario quel partito, poichè, appena terminata che fu -quella temporaria monarchia, scoppiarono più che mai -gli odii e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo -sempre la plebe alla testa i signori della Torre. Si cercava -non più se dovesse la città esser libera, ovvero soggetta, -ma si disputava a chi dovesse consegnarsene la signoria. -Le fazioni, spossate e stanche, combattevano alla fine per -far avere la preferenza a quel signore che ciascuna bramava. -Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva -Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino -da Romano, uomo celebre nella storia di Brescia, Verona, -Vicenza, Padova e Marca Trivigiana. Accadde che nessuno volle -cedere al partito contrario, e si elesse il marchese Oberto -Pelavicino signore di Milano per cinque anni. I signori della -Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta l'influenza -del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese, -il quale s'intitolò <i>capitano generale di Milano</i>. -Non piaceva al papa che si andasse formando nell'Italia -signori troppo potenti; perciò erano poco accetti e i Pelavicini -e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione non mancò -di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano. -I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici; -e frate Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano, -dal pulpito minacciò scomunica ai Milanesi se ricevevano -il marchese<a class="tag" id="tag588" href="#note588">[588]</a>: e il marchese scacciò l'inquisitore da Milano. -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -Una moltitudine di forestieri s'incamminò processionalmente -verso Milano. S'era inventata in Perugia allora -l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che -fosse atto religioso il percuotere sè medesimo: onde a turbe -andavano, nudi dalla cintura in su, da una città all'altra -questi promulgatori del nuovo rito, rappresentando dovunque -un orrendo spettacolo di cilicii e di flagelli. Il -marchese Pelavicino si diffidò di tanta divozione, e sulla -strada fece piantare seicento forche, vedute le quali, la -processione rivoltò cammino:<a class="tag" id="tag589" href="#note589">[589]</a> <i>A Sexcentae furchae parantur; -quo viso recesserunt</i>, dice il Fiamma<a class="tag" id="tag590" href="#note590">[590]</a>. Sembra -che i papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente -la loro sovranità anche sopra Milano e sopra la -Lombardia, profittando delle debolezze dell'Impero e delle -civili discordie delle città. A tal fine si opponevano, destramente -bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno, contro -di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poichè, -rimanendo alle città il solo partito del principato per dare -una forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra -d'ogni altro avvenimento più doveva spiacere a Roma, -era appunto che alcuna famiglia s'innalzasse ad ottenerlo. -Questa fu la base della politica de' sommi pontefici; e la -storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia -sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima -dei signori della Torre, poscia dei signori Visconti, che -Roma istessa aveva da principio favoriti, per abbassare con -essi il potere de' Torriani. -</p> - -<p> -(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si -può fissare all'anno 1261: non già che io intenda per ciò -ch'ella dapprima fosse oscura affatto od ignobile, il che -sarebbe falso. Già accennai un celebre Ottone Visconti al -capitolo sesto, che morì in Roma centocinquant'anni prima -di quest'epoca. Accennai pure altro di simil nome, console -della città, assediata dall'imperatore Federico cent'anni -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in -là: perchè, sebbene ella si fosse già condecorata con feudi -ed antichi privilegi, sebbene ella si fosse già illustrata col -valore di qualche suo antenato, nulla era di più che una -delle famiglie nobili e generose, ma non potente nè ricca -nè in condizione di lasciar prevedere la grandezza a cui -rapidamente ascese, diventando poi, non solamente sovrana -della sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra -venti altre città, dilatandosi poi poco dopo alla grandezza -di aspirare al regno d'Italia e possedere trentacinque città, -fra le quali le più floride della parte settentrionale d'Italia, -come vedremo. Colla fortuna de' Visconti crebbe l'adulazione, -e i geneologisti ammassarono le più grossolane -menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e -credulità. Di ciò accaderà in séguito occasione di accennarne -qualche cosa di più; ora conviene indicare come -nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal 1257, in cui -morì l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana -di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti -che dividevano gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo -Francesco da Settala, e i popolari volevano Raimondo -della Torre, figlio di Pagano e zio di Martino, anziano della -Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261, il cardinale Ottaviano -degli Ubaldi, ritornando dalla legazione di Francia. -Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo -i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre, -un giorno in cui meno se lo aspettava il cardinal legato, -comparve sulla piazza di Sant'Ambrogio alla testa d'un -forte squadrone di cavalleria, che ivi fece schierare; e il -cardinal legato sorpreso dal rumore delle trombe militari, -non senza inquietudine ne ricercò il motivo; al che fu dato -riscontro come il signor Martino della Torre informato -che allora il signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente -accompagnarlo fuori della città. Il cardinale -scelse il miglior partito; dissimulò, e ricevette cortesemente -come un onore la violenza che gli veniva fatta e se -ne partì. (1262) Pochi mesi dopo, cioè il giorno 22 luglio -1262, il papa Urbano IV nominò arcivescovo di Milano Ottone -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -Visconti, arcidiacono della chiesa milanese<a class="tag" id="tag591" href="#note591">[591]</a>, uomo -che il cardinale legato aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo, -smanioso per comandare, violento; l'uomo in -somma opportuno a bilanciare ed abbattere il potere de' -Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era sempre -stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in -cui il papa vi s'intromise; il che è stato anche osservato -dal nostro conte Giulini. «La lunga discordia, dic'egli, dei -nostri ordinari fu ad essa molto nociva, perchè a cagion di -questa soffrì un gran crollo il loro antico insigne diritto di -eleggere l'arcivescovo<a class="tag" id="tag592" href="#note592">[592]</a>». Alcuni de' nostri scrittori attribuiscono -il fatto di Martino della Torre a ciò che, invogliatosi -il legato d'una preziosa gemma del tesoro di Sant'Ambrogio, -da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorità -di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati, -e Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri -credono che il legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovato -Raimondo della Torre; e sembra così più verosimile -la cagione del vigoroso partito preso da Martino. Ma -questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta dal papa, -doveva cagionare sorpresa nella città, negli ecclesiastici -e nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese -Pelavicino, intesa ch'ebbero tale novità, occuparono -immediatamente tutti i beni dell'arcivescovato. Il papa, -senza indugio, pose la città di Milano all'interdetto. Poco -dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre, e prima -di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla -sua dignità Filippo di lui fratello, siccome avvenne, ed -ebbe il titolo di podestà perpetuo del popolo; ma ne godette -poco, poichè morì improvvisamente, e gli fu successore -Napoleone, ossia Napo della Torre, figlio del famoso -Pagano. -</p> - -<p> -I signori della Torre andavano crescendo sempre più in -potenza. L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano; -ma, esule dalla patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -dalle terre arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto -e gli anatemi non avevano arrestato il corso della -grandezza loro. Essi possedevano Como, Lodi, Novara, Vercelli, -Bergamo e Brescia; non già con sovranità decisa ed -ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli e magistrature, -esercitandovi il supremo potere. La influenza loro negli -affari d'Italia era già tale, che Filippo della Torre si era -collegato con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello -del re di Francia Luigi IX, affine di far ottenere il regno -di Napoli al conte d'Angiò; e l'accortezza di Napo della -Torre gli suggerì d'indurre il popolo di Milano ad eleggere -esso conte per suo signore per cinque anni, dopo che fu -egli dichiarato re di Sicilia. Così, dando l'odioso titolo di -sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo della -Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando -la sovranità e adescando la moltitudine con modi popolari -e con largizioni splendidissime, aprendo corti bandite, -con mense apprestate sulle pubbliche strade della -città, a beneficio del popolo: di che minutamente ne tratta -il conte Giulini<a class="tag" id="tag593" href="#note593">[593]</a>. Furono magnificamente accolti in Milano, -mentre i signori della Torre la reggevano, il papa Innocenzo -IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251; -il re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra -Edoardo, colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare -esagerato il numero di ducentomila persone che i nostri -autori asseriscono essere uscite da Milano per incontrare -il papa Innocenzo; ma certamente la città si andava popolando -e crescendo, a misura che in essa si ergeva una potenza -capace di mantenervi l'ordine. Le strade della città -cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre -avevano un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggidì -trovasi la chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono -a lastricare le strade. Napo della Torre non voleva -apertamente palesarsi sovrano, nè romperla colla corte -di Roma. Egli teneva in suo potere i beni dell'arcivescovato; -teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per quindici anni -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -non potè mai vedere la sua sede, non che goderne; teneva -depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconti; ma non si -opponeva alle preghiere che la città faceva al papa per essere -liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a -Milano un legato pontificio, l'anno 1268, cioè sei anni dopo -fulminata la censura; e il Corio c'informa che il legato -«expuose come non levarebbe lo interdicto insine che tutta -la plebe e famiglie non iuravano fede ala Romana Chiesia. -Il che essendosi exequito: a Turriani dimandò che principalmente -si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero -presule e pastore: secondariamente, che fusse restituito -quanto era occupato de la archiepiscopale sede: tertio che -a li chierici nel tempo a venire non fosse posta alchuna -gravezza: le quali cose facendosi, levò lo interdicto». La -prima nostra condizione mostra chiaramente quai fossero -le mire di Roma, e l'ultima era la più a proposito per sanare -la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il -clero della chiesa milanese propenso alle mire di Roma. -Gl'interessi dell'Italia, se si fosse avuto in vista di conservarla -una nazione sola riunita, erano conformi alle mire -di Roma; ma l'interesse personale superò sempre. Quindi -anche queste promesse furono senza effetto veruno, poichè -nè l'arcivescovo potè venire in Milano e godere delle rendite, -nè gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali -i frati e i preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni -dopo, cioè nel 1271, impose il podestà di Milano Roberto -de' Roberti<a class="tag" id="tag594" href="#note594">[594]</a>. -</p> - -<p> -Lasciavasi dai Torriani un'apparente libertà alla patria. -Napo della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo -del popolo. Così l'accorto ambizioso regnava senza -avere intorno di sè i pericoli che circondano un nuovo sovrano -che vuole annientare una repubblica. V'era il parlamento, -ossia il consiglio degli ottocento, il quale rappresentava -la repubblica. V'era un podestà che presiedeva al -consiglio. Ma il podestà era eletto ad arbitrio dell'anziano -perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -Piacentino che fu trascelto alla dignità pretoria, ossia podestà, -l'anno 1272: «Principalmente che iurasse ad honore -de la Beata Vergine et il Divo Ambrosio di questa cità potentissimo -patrone: ad exaltatione di Santa Chiesia e di -Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la cità e -destricto de Milano e de la Turriana famiglia, insieme con -gli amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe -il dominio». Dal quale principio non sarebbe facile il -decidere se la città fosse libera, ovvero suddita al re Carlo, -ovvero alla casa della Torre; ma continua il giuramento e -ci palesa la costituzione di que' tempi: «Item che obedirebbe -tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio, -e similmente li mandati de Napo Tornano, anziano e perpetuo -rectore dil populo»; e nessuna menzione si fa dei -mandati del re di Sicilia, al quale nemmeno si diede il titolo -di signore di Milano. Il solo freno che poteva avere -Napo della Torre, era per parte del consiglio degli ottocento; -ma anche a ciò era posto tal sistema, che fosse una -mera apparenza di libertà. Ecco nel giuramento istesso -cosa fu ingiunto al podestà: «Item che fusse tenuto con -quello consiglio meglio li parirebbe (al podestà) con dui -homini per porta, elegere la mità de la mità del consiglio -de li octocento, che spectava a la societate de' capitani e -valvasori, cioè ducento de li predicti, e ducento fosseno -electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma -fusseno electi li quatrocento appartenevano ala societate -de Mota e Credentia». Da ciò vediamo come non rimaneva -più nemmeno alla città la nomina dei suoi rappresentanti. -Il consiglio che rappresentava la repubblica, ogni anno si -cambiava: era composto di ottocento, la metà nobili e -la metà popolari; la metà di questi consiglieri era nominata -dal podestà, che aveva giurato di obbedire ai mandati -di Napo della Torre; la sorte faceva eleggere il rimanente, -se pure anche questa sorte non era una mera apparenza. -Così il consiglio era unicamente una macchina -destinata a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica, -mentre la città era governata dal valore di un -uomo solo; il quale, vigorosamente contenendo i nobili, -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -lasciava che il popolo gliene sapesse buon grado; quasi -a ciò venisse sollecitato per sola benevolenza, affine di preservarlo -dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione -i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente -esposte sulle strade a piacere del popolo, gli spettacoli -pubblici di giostre e tornei, un costume semplice, -affabile, popolare, tutto si univa in Napo per renderlo l'uomo -il più opportuno ad istabilire una nuova sovranità senza -che il popolo se ne avvedesse. -</p> - -<p> -Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta -che allora si batteva nella zecca di Milano, nè alcuno di -sua famiglia ve la pose. L'Impero si considerava vacante, -e le monete nostre, sì d'oro che d'argento, avevano -da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i santi Gervaso -e Protaso, ovvero una croce, col nome <i>Mediolanum</i>, -senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia -raccolta ne ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine -cominciarono a comparire nella città. Ma per far questo, -e molto più per sostenere le frequenti guerre co' vicini, -e assoggettarli alla dominazione de' Torriani, non meno -che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i giuochi frequenti, -era necessario l'accrescere i tributi e metterne di -nuovi. Si è già veduto nel capitolo precedente, come, al -tempo di Martino della Torre, venisse formato il catastro -dei fondi stabili, e sopra di esso ripartito il carico. L'anno -1271 s'imposero dieci soldi e cinque denari per ogni cento -lire del valore de' fondi, e l'anno 1275 s'imposero due lire -di terzioli sopra di ogni centinaio di lire d'estimo. La più -antica memoria che abbiamo della gabella del sale ascende -all'anno 1272<a class="tag" id="tag595" href="#note595">[595]</a>. -</p> - -<p> -I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano -assai gravosi a primo aspetto, ora che il valor capitale delle -terre si calcola comunemente moltiplicando trentatre volte -la rendita annuale. Un campo che produca tre scudi all'anno -al padrone, si calcola valere cento scudi; e cento scudi dati -a mutuo oggidì rendono il frutto di scudi tre, o tre e mezzo -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure assai maggiori. -Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne da -noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse -esigere il frutto del prestito più di tre soldi per lira<a class="tag" id="tag596" href="#note596">[596]</a>, che -corrispondono al quindici per cento. E poichè tai frutti produceva -il denaro al limite moderato dalla legge, forza era -che il valore dei campi proporzionatamente diminuisse; -non potendosi sperare che alcuno comprasse per cento lire -un fondo, se da esso non potesse ricavarne ogni anno quindici -lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di soldi -dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de' fondi, -era assai tenue, cioè circa la trentesima parte dell'annuo -ricavo; e sebbene assai più importante fosse quella -del 1275, cioè di lire due per ogni cento lire di valor capitale, -ella pure si riduceva alla settima parte dell'entrata. -Su queste imposizioni veggansi il nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag597" href="#note597">[597]</a>. -</p> - -<p> -Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno dei -nobili; e così Napo della Torre da' suoi rivali e nemici cavava -i mezzi per sempre più indebolirli e rinfiancare il suo -partito. (1275) Un seguito di prosperi eventi aveva innalzato -Napo della Torre, il quale, anche per appoggiare sempre -più la signoria, appena che fu terminata l'anarchia -dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg, -seguita l'anno 1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignità -di vicario imperiale in Milano; dignità la quale costituiva -Napo luogotenente dell'imperatore, e davagli tutto -l'esercizio della suprema autorità che nella pace di Costanza -era stata accordata ai Cesari. Questo titolo di <i>vicario imperiale</i> -servì poi d'introduzione alla signoria de' Visconti, -come vedremo. -</p> - -<p> -Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e dei -Torriani. Se Napo avesse conservato, anche in mezzo degli -avvenimenti felici, la moderazione, i suoi nemici verisimilmente -non avrebbero potuto giammai prevalere. Ma due -cose furono cagione del rovescio di sua fortuna: la prima -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo chiaramente -dimostrò il suo fine di assoggettare la città; l'altra -fu che alla fine commise molte crudeltà, condannando varii -nobili al supplicio; ciò che lo appalesò anche alla plebe -smascherato, e assai distante da quella dolcezza ch'egli, -sino a quel punto, aveva saputo mostrare. Molti nobili milanesi -andavano esuli dalla patria, o scacciati da Napo, ovvero -spontaneamente sottrattisi ad un governo nemico. (1277) -Poichè videro intiepidito il favore del popolo, i nobili fuorusciti -si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule -da quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui -radunati, con varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni -sul milanese; sin tanto che, nel giorno memorabile -21 di gennaio 1277, sorpresero i Torriani a Desio, borgo -distante dieci miglia dalla città, e fatto un macello de' Torriani, -che appena s'erano avveduti d'aver vicino il nemico -dalla strage de' loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere. -Entrò in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto -il popolo lo acclamò signore. Così terminò Napo della Torre, -il quale sopravvisse ancora un anno e mezzo, miseramente -rinchiuso entro di una gabbia, in cui cessò di vivere e di -soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I Novaresi, i Pavesi, i Comaschi -ed altri del contado istesso di Milano avevano resa -forte l'armata dell'arcivescovo. -</p> - -<p> -L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo potè rimanere -principe tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre -non fosse più capace di fargli ostacolo, comparvero in campo -molti signori della famiglia della Torre, e fra questi il -patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone, Gotifredo, Salvino -ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie, sino sotto le -porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la condizione -di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre -una valida resistenza, e perciò l'arcivescovo, costretto ad -eleggersi un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani -suoi nemici, stimò miglior partito il dare la signoria -di Milano al marchese di Monferrato per dieci anni, colla -facoltà della guerra e della pace. Questa dedizione, cominciata -nel 1278, non durò che quattro anni soli; giacchè, -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno -da non potere sì tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando -il timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese, -le di cui forze erano di molto peso, non ebbe ritegno -alcuno di violare il contratto. (1282) Colse il momento opportuno, -e, montato a cavallo, il giorno 27 dicembre 1282, -coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacciò gli ufficiali -tutti del marchese, e ritornò a signoreggiare da sè. -Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene -dallo spirito del sacerdozio, sono una prova de' progressi -che la ragione e seco lei la virtù hanno fatto ai tempi nostri, -ne' quali ad alcuni sembreranno o supposti o esagerati -questi fatti. Sembrerà poco credibile altresì che l'arcivescovo -adottato peravesse suo figlio Guido da Castiglione, e che Milano -venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perchè -una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento. -Ma il Calco ce lo attesta:<a class="tag" id="tag598" href="#note598">[598]</a> <i>Sacris interdicta manserat -civitas Mediolanum ex controversia qua per injuriam -gens Mirabilia priorem Pontidae premere videbatur</i><a class="tag" id="tag599" href="#note599">[599]</a>; -e così, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta la città. -La storia tutta di que' tempi ci prova l'abuso di ogni cosa -sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano -al marchese di Monferrato; non però la diede violando -le apparenze della libertà, poichè anzi ne ottenne l'adesione -del pubblico consiglio; e mentre comandava il marchese, -si continuarono ogni anno a creare due magistrati, -uno col nome di <i>podestà</i>, e l'altro con quello di <i>capitano -del popolo</i>, e sempre si eleggeva il consiglio degli ottocento; -consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che -non rappresentava la città ed il popolo che per mera apparenza, -perchè composto da membri non eletti del popolo. -Il signore creava il podestà e il capitano del popolo; i -quali, siccome dissi, giuravano obbedienza a lui; e il podestà -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -e capitano creavano il consiglio. La città era realmente -priva di libertà; soggetta a signorie temporarie del -marchese d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese -di Monferrato: ma le fazioni interne erano almeno frenate, -e non rimanevano da soffrire che gl'insulti d'un solo, sempre -da principio cauto nel celare, l'abuso del potere non -solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne' tempi de' quali -trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria -di Milano, si creò il <i>Tribunale di Provvisione</i>, -ossia dodici sapienti uomini che presiedevano alla provvisione -del comune di Milano. Ciò viene dall'erudito conte -Giulini fissato all'anno 1279<a class="tag" id="tag600" href="#note600">[600]</a>, e quel tribunale e il podestà -sono le due più antiche magistrature che ancora ci -rimangono. Il <i>podestà</i> cominciò coll'anno 1188; e poco -manca a compiere il sesto secolo dalla sua istituzione, e -i dodici di provvisione contano l'antichità di cinque secoli -già trascorsi. -</p> - -<p> -Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato -di quello di Napo Torriano. Cercò ed ottenne l'arcivescovo -che l'imperatore Rodolfo facesse lega con lui, quantunque -avesse fatto morire entro di una gabbia il suo vicario creato -dieci anni prima. Ma l'influenza dell'Impero, dopo le seguite -vicende, era assai debole nell'Italia, e conveniva cogliere -ogni opportunità per acquistare appoggio. In ciò -Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone -Visconti con maggiore impeto si volle mostrar prepotente. -Egli bandì le famiglie che gli erano sospette, e fece diroccare -le case de' signori da Soresina. Poscia, disgustatosi -del figlio adottivo fece diroccare parimente le case di Guido -Castiglione. Indi, dopo una concordia giurata, l'arcivescovo -istesso a tradimento s'impadronì di Castel Seprio, e distrusse -quella rocca, celebre per la tradizione che in quel -luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gli -Insubri, e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo; -e fece porre negli statuti:<a class="tag" id="tag601" href="#note601">[601]</a> <i>Castrum Seprium -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -destruatur, et destructum perpetuo teneatur, et nullus -audeat vel presumat in ipso monte habitare</i>; e questo -statuto è stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei -tempi e di Ottone, c'insegna:<a class="tag" id="tag602" href="#note602">[602]</a> <i>Cum suspicionibus -piena omnia viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari -dubitabat, proindeque armatas cohortes die noctuque -circumire urbem, et ne conventus inter cives fierent -curare jussit</i><a class="tag" id="tag603" href="#note603">[603]</a>. Cercava, coll'orribile argomento delle -torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era -insomma un cattivo principe, come lo sarà sempre un -uomo pauroso e potente. La città sentiva il peso d'un tal -nuovo governo. Era probabilmente vicina una strage, se -l'arcivescovo Ottone opportunamente non si piegava, abbandonando -ogni cura civile a Matteo Visconti, suo pronipote, -capitano del popolo, e creato podestà l'anno 1288. -Ottone sopravvisse ancora sette anni oscuramente, pieno di -paura della morte, ed attorniato da' medici, i quali non lo -abbandonavano mai; e coll'assistenza di essi, all'età di ottantotto -anni, morì, il giorno 8 agosto 1295, a Chiaravalle. -Il tumulo di questo Ottone, il primo de' Visconti che ebbe -la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo, ove fu trasportato -dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene -sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo -Giovanni Visconti, postogli da poi, allorchè venne -tumulato nella stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone -durò circa undici anni. Egli nulla fece che meriti di -essere dalla storia ricordato con lode. Si può dire in sua -discolpa ch'egli dominò fra le turbolenze. Ma la mancanza -di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo -dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero, -è un tratto d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Così -non si doveva da lui tradire un principe coll'assistenza -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -del quale era stato liberato dalle mani de' Torriani nemici. -La fede mancata a Guido Castiglione, dopo appena giurata -concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti in -Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella rocca, -nemmeno può dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le -case diroccate, la pusillanime paura di morire, anche dopo -d'esser vissuto ottant'anni, mostrano un uomo che nulla -aveva di grande, nulla di generoso, e che forse nessun altro -talento aveva per diventar principe, che la smania di -comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandonò l'usanza -di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da -due secoli e mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato -al capitolo quarto. Nè questo cambiamento possiamo attribuirlo -alle armi da fuoco, le quali si cominciarono ad usare -più di mezzo secolo dopo. Forse si cambiò l'usanza del -carroccio, perchè allora si introdusse quella di stipendiare -una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia, -e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avrà -avuto bisogno di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni: -il che faceva di bisogno per rendere uniformi e -cospiranti ad un fine le mosse di una moltitudine di cittadini, -condotti a combattere senza una determinata educazione -a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare -truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva -alla signoria d'un solo: perchè allontanava da una parte -il popolo dall'uso delle armi e lo disponeva all'obbedienza, -e dall'altra parte dava il comando d'una forza preponderante -nelle mani d'un uomo solo: forza composta di elementi -staccati in certa guisa dalla società civile, il ben essere -di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente -dipendenti affatto dall'arbitrio del comandante. -</p> - -<p> -(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo, -cominciò la signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano -<i>Matteo Magno</i>. Io mi limiterò a chiamarlo Matteo I, per -distinguerlo da un altro dello stesso nome che regnò poi. Il -Fiamma ci attesta che, sino dal principio del suo governo, -Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate, e -non se ne appropriò la menoma parte; che non sparse mai -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -sangue d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie dei -borghi e delle terre, cambiandole però ogni anno; ch'egli -era molto compiacente verso dei nobili; agile di corpo, e -di tale robustezza, che colle sue mani spaccava il ferro di -un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza, era morigerato; -che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva -colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di -religione, e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima -a confessarsi, e i renitenti castigava:<a class="tag" id="tag604" href="#note604">[604]</a> <i>Cum autem -praedictus Matheus Magnus Vicecomes dominium -Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine nimis virtuose -se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis, -quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. -Missas devotissime audiebat, sacerdotes propriis -manibus vestiebat. In omni quadragesima suos -domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat; aliter, -ipsos grariter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter -audiebat, quorum consilio non contradicebat. -Bona communitatis conservabat, sibi nihil retinebat. -Nullius unquam sanguinem effudit. Dominia burgorum -et villorum inter nobiles dividebat: omni tamen anno -istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat -in amorem sui. Fuit etiam fortissimus corpore -et agilis: ferratam magni dextrerii manibus lacerabat: -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -et multa alia commendabilia faciebat</i>. Vedremo poi che -Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno -gli onori d'un funerale. Non sarà forse discaro il -leggere qual giuramento facesse Matteo Visconti come capitano -del popolo per cinque anni; il Corio ce lo ha tramandato:<a class="tag" id="tag605" href="#note605">[605]</a> -<i>Ad honorem Domini nostri Jesu Christi, -et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosi -confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis, -Dionisii, et omnium sanctorum, sanctae matris Ecclesiae, -et summi pontificis, et domini regis Romanorum, -et ad conservationem Status venerabilis patris domini -Othonis, sanctae mediolanenses Ecclesiae archiepiscopi, -et ad bonum, tranquillum et pacificum statum populi -et communis Mediolani, ac omnium amicorum et ad -mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et -ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee</i>, così a -Matteo Visconti diceva Francesco da Legnano, <i>vos, domine -capitanee, jurabitis regere populum Mediolani ab hodie -in antea, ad annos quinque proxime venturos, bona -fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis ipsum -populum... et statuta... et si deficerent, servabatis leges -romanas</i><a class="tag" id="tag606" href="#note606">[606]</a>. I signori della Torre avevano il capitaniato -del popolo, perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale -capitano, indi Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni. -Nel giorno di sant'Agnese, Ottone Visconti vinse i Torriani -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -a Desio; nel giorno di san Vincenzo, Ottone s'era impadronito -di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano ultimamente -stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per -cui que' tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento -felice de' nostri costumi, si veda se oserebbe ora -più alcuno, assumendo una solenne dignità, di promettere<a class="tag" id="tag607" href="#note607">[607]</a> -<i>mortem et destructionem marchionis Montisferrati, -et ejus omnium sequacium</i>: giuramento crudele, iniquo -e sacrilego, nulla più potendo un sovrano cercar dal nemico, -se non la riparazione de' mali che gli ha fatto, e la sicurezza -di non riceverne di nuovi, non mai la morte e distruzione -di esso e de' suoi; pensiero atroce, che offende la religione -e persino le stesse leggi di natura. Merita osservazione altresì -il vedere come si cercassero le leggi romane per servire -ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la -qual reviviscenza del gius romano presso di noi è la più antica -memoria sinora osservata in questo giuramento, fatto -l'anno 1288. -</p> - -<p> -La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli -era appena capitano del popolo per cinque anni, e terminavano -coll'anno 1292. I Torriani, sebbene colla disfatta di -Vaprio, seguita nel 1181, fossero stati per allora ridotti all'impotenza -di nuocere, non vennero ivi estinti, e, col tempo, -ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca ed Errecco della -Torre, l'anno 1290, invasero da più parti le terre milanesi. -Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di Monferrato, -nominato nel giuramento solenne del nostro capitano -del popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini, -e finì i giorni suoi entro di una gabbia, come Napo -della Torre. L'umanità geme alla memoria di tai venture! -Quasi tutte le città della Lombardia avevano, verso la fine -del secolo decimoterzo, due fazioni e due famiglie prepotenti -che si disputavano la signoria, come accadeva in Milano -fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva -i Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi; -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -Vercelli, gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i -Suardi; Lodi, i Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani; -e così altre città erano internamente lacerate da' partiti. -Mentre in tale imbarazzo si trovava Matteo I, due frati -si posero a predicare pubblicamente per Milano la Crociata -per Terra Santa, e radunavano molta gente pronta ad abbandonare -la città per le indulgenze di quella impresa. -Matteo perdeva sè stesso e la signoria, se avesse concesso -che si allontanassero dalla patria le persone atte alle armi -nel tempo in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perciò -impedì questa emigrazione<a class="tag" id="tag608" href="#note608">[608]</a>: il che poi fu uno dei -capi di accusa che vennero fatti a Matteo. Cercava accortamente -Matteo I di fiancheggiare la sua nascente sovranità. -Egli signoreggiava in Como, in Alessandria, in Novara e nel -Monferrato, in qualità di capitano temporario del popolo di -quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di -Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona -che lo impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo -di vicario imperiale. Non cercava Matteo la signoria della -sola città sua patria; più vaste erano le sue mire, e nulla -meno desiderava che d'essere signore della Lombardia tutta. -(1294) Il nuovo cesare era poco sicuro sul suo trono; nella -Germania aveva un potente partito contrario, al quale finalmente -dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non furono -inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo -noi che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto -quell'augusto a spedire a Milano, siccome fece nell'aprile -dell'anno 1294, quattro legati cesarei; i quali, introdotti -nel pieno generale consiglio, vi pubblicarono l'imperiale -diploma, in cui Matteo Visconti veniva dichiarato vicario -imperiale in Milano e per tutta la Lombardia, con mero e -misto imperio, come lo aveva lo stesso re de' Romani. L'accorto -Matteo si alzò, si mostrò sorpreso, e protestò ch'egli -non accettava quella sublime dignità, salvochè il consiglio -generale non l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato -da quel consiglio, scelto da Matteo medesimo, mutabile -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -ogni anno, e che si pretendeva che si rappresentasse -il volere de' cittadini, dai quali non aveva ricevuta veruna -commissione. Il consiglio supplicò Matteo ad accettare la -dignità. Nè meno accorto si dimostrò Matteo nel fare in -modo che in quel diploma medesimo l'imperatore assai -onorevolmente confermasse tutti i privilegi della nostra -città, la qual graziosa conferma dispose i cittadini a giurare -volentieri fedeltà all'imperatore, e indirettamente al -suo vicario. Spedì Matteo i suoi legati per la Lombardia, -per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma -non tutte le città fecero loro facile accoglienza. Le città di -Lodi, di Crema ed alcun'altra avevan anzi fatto lega co' signori -della Torre, per bilanciare la potenza del Visconti. -Matteo prudentemente pensò a farsi confermare dai Milanesi -per altri cinque anni capitano del popolo, per togliere -ogni odiosità al nuovo titolo, e riconoscere sempre temporaria -e dipendente dal consiglio la signoria esercitata. Tale -era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro -seppe adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze. -</p> - -<p> -(1298) Il successore del deposto imperatore Adolfo, cioè -Alberto re de' Romani, innalzato l'anno 1298, confermò a -Matteo Visconti il diploma di vicario imperiale, che quattro -anni prima aveva ottenuto. Il titolo che si dava a Matteo -era:<i> Al magnifico ed egregio uomo il signor Matteo -de' Visconti</i>. Varie città, siccome dissi, eransi collegate -coi Torriani a danno del Visconti, la di cui rapida e la di -cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti -piccoli Stati, i quali, in mezzo alla discordia, al disordine, -alla tirannia di più padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne -un solo, se la lusinga d'una chimerica libertà non -gli avesse sedotti. Le terre del milanese erano devastate -dalle scorrerie de' Torriani. (1299) Matteo Visconti fece -radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile -1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei -Torriani, i guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze -loro, le nostre, gli appoggi su i quali potevamo noi far -conto; indi propose il partito se convenisse fare la guerra -ovvero la pace. Detto ciò, volle abbandonare l'adunanza, -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -affine di lasciare un'intera libertà alle opinioni di ciascuno. -Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata -la città; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e -dei nomi; e credendosi considerati i pochi avveduti, per -l'artificio medesimo che adoperava colui che aveva il potere -nelle mani. La determinazione del consiglio fu di confermare -per altri cinque anni Matteo Visconti capitano del -popolo, colla facoltà di fare la guerra o la pace a suo piacimento. -Il credito di Matteo era tale che i Veneziani e i -Genovesi lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione, -ch'egli terminò; e quasi tutta la Lombardia si reggeva da -lui. Alla moderazione e prudenza aggiungeva Matteo la liberalità -pubblica. (1300) L'anno 1300 egli ammogliò Galeazzo, -suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di Azzone -VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara. -Lo sposo era più giovine della sposa. Galeazzo aveva -ventitre anni, e Beatrice trentadue. Fra le singolari pompe -che diede Matteo all'occasione di queste nozze illustri, per -otto giorni vi fu corte bandita, cioè cibo e bevanda per -chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille -convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunità -di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo -lasciava che il papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse -della chiesa milanese a suo libero arbitrio, eleggendo i -candidati per qualunque beneficio, e dando ordine ai regolari -senza saputa dell'arcivescovo; insomma comandando -senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica. -Pareva in fatti consolidata la signoria di Matteo di modo -che nessun avvenimento potesse rovesciarla giammai, ma -l'amore paterno deluse la politica nel cuore di Matteo: il -che non lo rammento per biasimo, anzi per lode; giacchè -è grande colui che talvolta è sedotto dalla benevolenza. -Un cuor gelato, che lascia l'ingegno arbitro de' propri interessi -in ogni occasione, non può avere mai l'eroismo; -e gli uomini tutti, e molto più i principi, si possono non -credere benefici, sin tanto che, mostrandosi tali, promovono -i propri interessi; ma laddove, beneficando, li pregiudicano, -forza è conoscere l'animo loro sensibile e generoso. -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di -suo padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano -del popolo. I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro -scorrerie lo Stato. Il nuovo capitano del popolo, senza sperienza -militare, senza talenti, col solo inquieto ardimento -dell'età sua, prese a fare diverse spedizioni, ora contro -de' Novaresi, ed ora contro de' Pavesi, con nessun profitto, -e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca, -Errecco e Martino della Torre erano acquartierati in Cremona, -ed avevano in favor suo Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, -Crema, ed il giovine marchese di Monferrato. Tutta questa -lega era combinata per ricondurre i signori della Torre in -Milano e deprimere la nascente potenza de' Visconti, il governo -de' quali era spiacevole per la condotta imprudente -di Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel -quale i Visconti caddero alla condizione di semplici privati. -Matteo non ebbe altro partito da prendere se non quello -di ritirarsi a Peschiera presso il lago di Garda, indi a Nogarola -nel Veronese, dove con pochi beni di fortuna si -pose a vivere una vita libera e campestre, lontana da ogni -cura pubblica. Galeazzo si rifugiò colla moglie presso il -marchese suo cognato, ed in Ferrara diventò padre di Azzone -Visconti. Ho risparmiato al lettore il racconto delle -zuffe datesi con varia fortuna in questa ed in altre occasioni, -e lo risparmierò sempre, fuorchè non siavi qualche circostanza -che sembri meritevole di essere conservata nella -memoria degli uomini. Matteo non si mostrò mai buon soldato. -Galeazzo aveva impeto, ma non condotta. Dovettero -per ciò soccombere a forze assai preponderanti. -</p> - -<p> -(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno -1302, dopo venticinque anni d'esilio, mostrarono nei -primi cinque anni d'essere alieni da ogni vista ambiziosa, -e di volere essere cittadini di una patria libera; non ottennero -dignità alcuna. La città si reggeva co' soli magistrati, -il podestà e il capitano del popolo. Si nominavano -ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata -libera la patria se i consiglieri avessero ricevuta la loro -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -dignità all'elezione del popolo. Nondimeno la rispettosa -opinione verso i signori della Torre non era svanita. Morì -in Milano Mosca della Torre, e il di lui funerale si celebrò -con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere, e trasportandolo -sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco. -(1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa, -e a lui venne offerta la carica di capitano del popolo -per un anno, e l'accettò il giorno 17 dicembre 1307. Fu -tanto gradito il governo di Guido alla città, che, al terminare -dell'anno, per acclamazione pubblica, non solo venne -creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto -si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso -casato, ma di più gli venne data la facoltà di fare nuovi -statuti; il quale attributo, costituendolo legislatore, gli dava -la vera sovranità. Guido si mostrò sorpreso da un impensatissimo -avvenimento, quando vide attorniata la sua casa -dai popolari applausi; e accondiscese quasi a stento a portarsi -alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed ivi -dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare -il giuramento della dignità. Quasi crederei sincera la sorpresa, -e sincera la renitenza in Guido della Torre, il quale, -dimenticando le gabbie orrende che avevano rinchiusi Napo -suo zio e il marchese di Monferrato suo amico, non pensò -mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che, privo di denaro -e di forze, viveva tranquillamente alle sponde dell'Adige. -Guido non potè piegarsi mai alla dissumulazione, anche -in tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello. -</p> - -<p> -Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranità la più -legittima d'ogni altra, poichè spontaneamente offertagli -dai voti pubblici, si preparava nella Germania la di lui -rovina coll'elezione di Enrico di Lucemburgo, innalzato -alla cesarea dignità. Guido in mezzo alla prosperità, fece -chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando sperasse -di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome -di Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige; -e la risposta fu precisa; <i>come io viva lo vedi, passeggiando -e adattandomi alla fortuna; per ritornare -alla patria aspetto che i peccati de' Torriani sieno -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -maggiori de' miei</i><a class="tag" id="tag609" href="#note609">[609]</a>: tale fu il riscontro ch'egli fece -fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora -a Matteo, ma dispersi, abbattuti e proscritti. Fra -questi merita distinta menzione Francesco da Garbagnate, -milanese, esiliato per essere del partito di Matteo; -uomo di studio, di età fresca e di ottime maniere. Viveva -egli in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da -quest'esercizio il suo vitto. Ma poichè intese l'elezione -accaduta in Germania di Enrico di Lucemburgo, annoiato -egli della sua ristrettissima condizione, e probabilmente a -ciò spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e, col denaro -che ne potè adunare, s'equipaggiò alla meglio, e passò in -Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il -Garbagnate era un giovine colto, amabile, di felice aspetto, -accorto, informato dello stato d'Italia, e probabilmente -parlava la lingua tedesca. Si presentò al nuovo augusto in -un momento felice, e fu bene accolto ed ammesso fra gli -stipendiati. Enrico già pensava all'Italia, e non potevagli -essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve -seppe così ben soddisfare la curiosità di Enrico, che acquistò -la sua grazia e benevolenza, per modo che lo informò minutamente -del carattere di ciascuno de' signori che possedevano -le città lombarde, degli appoggi, delle amicizie, degli -odii di ciascuno, delle loro forze, dello stato di ciascuna -città: il che alla venuta che fece poi Enrico nell'Italia, lo -trovò esattamente vero. Il Garbagnate non mai dimenticava -ne' suoi discorsi con cesare il suo Matteo Visconti, di -cui la fedele divozione all'Impero, la bontà, la prudenza, -la moderazione, il disinteresse, la beneficenza e tutte le -virtù venivano poste in tal lume, da invogliare l'imperatore -a conoscerlo, e preparare la confidenza in lui, come -il più conveniente di ogni altro per terminare le intestine -discordie, e far rivivere l'autorità dell'Impero sulle città -lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurità in cui -capricciosa fortuna l'avea gettato. -</p> - -<p> -L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -disegnava di ricevere la corona del regno italico prima, -indi la imperiale. (1310) Egli previamente spedì a Milano -il vescovo di Costanza, il quale, nell'aprile dell'anno 1310, -si presentò al consiglio generale; ed ivi ricercò, seguendo -l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari, che la comunità -facesse accomodare le strade e i ponti per dove il -nuovo augusto doveva passare; ed avvisò i conti, i baroni -ed i vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare -il sovrano. Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che -viveva in quei tempi, espone l'arringa officiosa di quel -vescovo; il quale, fra le altre cose, disse che Enrico di -Lucemburgo, incoronato già in Acquisgrana col diadema -d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona -di ferro:<a class="tag" id="tag610" href="#note610">[610]</a> <i>Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti -per ferrum et istrumenta ferrea caetera metalla -domantur, sic per salubre consilium, nec non praeclaram -armorum virtutem italicorum, et praecipue Mediolanensium, -domare debet imperator caeteras nationes.</i> -Il punto era assai scabroso per Guido della Torre, il -quale, come capitano perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi -alla domanda, era lo stesso che il dichiararsi apertamente -ribelle; la domanda era giusta, conforme alla -pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; nè si poteva -contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia; -e Guido non era sicuro d'essere secondato dalle altre città, -ossia da molti vacillanti principi che le reggevano. L'aderire -alla richiesta era lo stesso che porre nelle mani del -nuovo eletto la città, la signoria acquistata, e la propria -persona. Promettere tutto, e mancare poi, non lo permetteva -il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per -darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo, -un giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio -da Fara. Incominciò questi un discorso ampolloso, magnificando -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -primieramente la maestà del romano Impero, il -rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che sempre -la città di Milano aveva dimostrato ai cesarei benefici; passò -quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per -ricevere la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati -col ferro in Milano, e coll'argento prima nella Germania; -viaggio di somma importanza e per il sublime personaggio -che lo fa, e per la sacra solennità che viene a celebrarvi; poi -discese a trattare della venerazione che meritava il vescovo -di Costanza, non meno per l'episcopale dignità, che per l'importantissima -legazione che eseguiva, rappresentando il più -gran monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione -concluse essere perciò quest'affare della maggior importanza, -o si risguardi l'eccelso principe che lo promoveva, o -il venerabile ministro che lo annunziava, o la maestà della -cosa che veniva proposta; quindi, come i grandi oggetti -meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo, -tempo perciò vi voleva per maturamente esaminarlo, e -preparare una confacente determinazione. Con tale artificio -l'astuto Bonifacio da Fara offrì il disimpegno per guadagnar -tempo e sciogliere il consiglio, come si fece; e il -vescovo ne uscì nulla più informato di prima sulle intenzioni -del signor Guido della Torre, capitano perpetuo del -popolo di Milano. -</p> - -<p> -Guido della Torre si approfittò del tempo, e chiamò a -Milano tutti i signori che dominavano nelle città della -Lombardia ad un congresso, a fine di concertare il partito -che conveniva di prendere intorno la venuta del nuovo -imperatore. Erano trascorsi già centoventiquattr'anni dopo -l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico, -figlio di Federico I. Gli imperatori non erano stati dopo -quell'epoca nominati da noi, se non o per qualche diploma, -ovvero per le guerre che avevamo con essi. Radunatisi -questi principi in Milano, Guido propose che tutti seco -lui si collegassero a far causa comune per la comune loro -salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata, -si portasse questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse -la insolita venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -facendosi, Guido annunziava, non solamente ecclissato lo -splendore delle loro famiglie, ma schiantata dalle radici -la loro dominazione sulle città. Guido prevedeva esattamente -la cosa, come la sperienza mostrò poi. Ma il conte -di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che -i maggiori suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi -vassallo dell'imperatore, sosteneva doversi anzi preparar -tutto per accogliere quell'augusto coll'onore e colla riverenza -che era dovuta da uno Stato fedele al suo legittimo -sovrano. Replicava Guido, sinora non essere concorsa nell'elezione -di Enrico di Lucemburgo, che la sola Germania; -non essere il regno d'Italia per anco radunato, nè acclamazione -o coronazione alcuna seguíta, onde potesse qualificarsi -sovrano legittimo; trattarsi la questione appunto se -convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il che egli dimostrava -contrario ai comuni interessi delle loro famiglie, e -lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riuscì di -fare che gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli -altri timidità, fosse virtù, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi -vinti dalle parole di Guido, fosse che l'eloquenza passionata -e di sentimento vigoroso, che trascina le anime energiche, -rende diffidenti ed ostinate le anime piccole e fredde, qualunque -ne fosse la cagione, Guido uscì da quel congresso -smanioso, esclamando d'aver trattati con ciechi, sordi ed -insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva per -la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di -sè, che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo -palazzo, andava ripetendo: «Che ho io che far mai con -quest'Enrico di Lucemburgo? Che c'entra egli mai a turbare -il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli dovettero -quei di mia casa? Io mai no 'l vidi, nè mai ebbi relazione -alcuna con lui». Così egli diceva; e, rivolto ad alcuni -domestici che, sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista: -«Dite, dite, rispondete (esclamava), che cosa ho io -che fare con Enrico, o tedesco o francese ch'ei sia? Cosa -gli debbo io? Qual ragione può egli aver mai per togliermi -il mio? Perchè non ci difendiamo noi dunque?» Cercarono -di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -che, dovendo il re entrare nell'Italia per la strada di Savoia, -siccome aveva egli disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo -avanzare sino al Piemonte; che ivi poi alcuni di -essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando più da vicino -quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero -fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo -trovassero; ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per -l'opportuno concerto, quando mai avessero ravvisato lui -disposto a contrastare la loro autorità. Guido fu costretto -ad accontentarsi di questo complimento; e il congresso fu -sciolto con una determinazione che da una parte doveva -alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi, -e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi -al coperto dei danni che poteva loro cagionare. Guido -non misurava l'indipendenza sua colle sue forze. Proibì che -nessuno in Milano nominasse Enrico da Lucemburgo, o ragionasse -della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli si -erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido -proibì loro l'uscire dalla città. -</p> - -<p> -Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310, -venne a Susa, donde passò a Torino, indi ad Asti. Egli -aveva seco la regina Margherita sua moglie, principessa di -una bellissima figura; conduceva seco molti principi tedeschi -e francesi, e lo accompagnavano mille arcieri e mille -uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano giornalmente -incontro coi loro militi, rendevano sempre più -forte il séguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso -di Milano si presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava -di pace, di ordine, di tranquillità civile, e di voler dare -questi beni alle città d'Italia, le quali da lungo tempo ne -erano prive. Il re si mostrava imparziale, non inclinato a -fazione alcuna; e da quanto aveva già fatto in Torino ed -in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato -per procedere a questo fine; cioè togliendo ai privati -ogni dominio, restituendo il governo di ciascuna città al -suo consiglio generale, sotto il presidio di un vicario imperiale. -Con questo saggio e benefico progetto ogni gara -veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato governo, -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -veniva a goder della pace; e la regia autorità si rianimava -soltanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con -utilità reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero -Langosco e gli altri che più poco v'era da sperare per -la loro dominazione; e conobbero tardi che Guido aveva -saputo prevedere. -</p> - -<p> -Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino -al nuovo imperatore, era in Asti, venuto in séguito di lui; -nè mai trascurava l'occasione di encomiare le qualità e il -merito di Matteo Visconti. Allorchè vide il re invogliato di -conoscerlo, e che dal re medesimo ne intese la brama, cautamente -operò in modo che Matteo, travestito e colla compagnia -d'un solo domestico, per strade inosservate, prestamente da -Nogarola si portò in Asti. Tanta era la fama di quest'uomo e -tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei Torriani, che, -risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario, un'immensa -folla di persone andò al suo albergo, e lo accompagnò -al palazzo ove risiedeva il re Enrico, i cortigiani del -quale conobbero di quanta considerazione godesse l'uomo -che cercava d'essere al re presentato, il che subito gli venne -concesso. Il Visconti, introdotto alla presenza del nuovo cesare, -levatosi il cappuccio, si gettò a' suoi piedi, e raccomandò -alla giustizia e clemenza sua la persona propria e -i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri -scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori -delle città lombarde, e fra questi il conte Langosco; -che Matteo, poichè ebbe reso omaggio al re, si accostasse -per abbracciare il conte, dal quale villanamente gli fossero -voltate le spalle; il che desse luogo a Matteo di ammonirlo, -essere tempo omai di por fine alle inimicizie private, e -di servire tutti d'accordo all'utilità pubblica sotto di un così -benigno, così giusto e così grazioso monarca. Se questo fatto -è accaduto, egli è certamente lontano dai nostri costumi, -che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati -da simili personalità. Si dice di più, che ivi rabbiosamente -taluno rinfacciasse a Matteo Visconti d'essere il perturbatore -della Lombardia; e che Matteo sempre padrone -de' suoi moti, pacificamente indicando il re, null'altro rispondesse -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -se non: Ecco il nostro re, che darà la pace a ciascuno. -Se ciò avvenne, la inurbana ostilità de' suoi nemici dovette -dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il -re, sorridendo, terminò il discorso col dire: La pace per -metà è già fatta; a me spetta il compierla. Così racconta -il Corio. -</p> - -<p> -Guido della Torre frattanto se ne stava in Milano. Egli -alloggiava nel palazzo fabbricato quindici anni prima da -Matteo Visconti, allora vicario imperiale dell'imperatore -Adolfo; il qual palazzo era situato dove oggidì vi è la real -corte arciducale<a class="tag" id="tag611" href="#note611">[611]</a>. Guido aveva al suo stipendio mille soldati -a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di consegnargli -liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva prigionieri; -e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava -Guido che i consigli da' Langoschi e di altri suoi aderenti -avrebbero dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che -in ogni evento, Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate -città, avrebbero resistito alla venuta di Cesare. Il Langosco, -in fatti, e gli altri suoi aderenti adoperarono ogni arte per -fare che il re prescegliesse di farsi incoronare a Pavia, e -non venisse a Milano. Ma il Garbagnate e il Visconti fecero -comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza sin tanto -che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi -era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la -sua sede; poichè, padrone una volta della città, e ricevuta -che avesse ivi solennemente la corona del regno italico, -alcuno più non avrebbe osato di fargli opposizione. Il re -deliberò appunto di così fare. Al presentarsi del re colle -sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara, nessuna opposizione -ritrovò: venne anzi onoratamente accolto e venerato -come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali -senza spargimento di sangue, poichè un medico del paese -cautamente ve lo introdusse. Il re non permise che si oltraggiassero -i vinti, e il solo uso ch'ei fece dell'autorità, fu -per sedar le fazioni. Informato Guido di tai progressi, finalmente -spedì a Novara anch'egli alcuni de' suoi, per rendere -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli -dell'arcivescovo. S'incamminò poscia il re de' Romani verso -Milano, dove aveva già spedito il suo maresciallo di corte -con truppe, affine di preparare gli alloggiamenti; e mentre -era innoltrato nel cammino da Novara a Milano, ricevette -un avviso dal maresciallo, che Guido della Torre non voleva -sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al re; e che non -voleva licenziare i mille armati del suo stipendio. Il re, scostatosi -dalla via pubblica, chiamò a parlamento i suoi. Nessuno -ardì di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese. -Spedì rapidamente avanti di sè l'ordine che il maresciallo -al momento pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno -uscisse incontro del re fuori della porta della città. La sorpresa, -la fama già precorsa della bontà di quel sovrano, -l'amore delle cose insolite, naturale al popolo, che sente i -mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento; la -maestà d'un augusto, la noia de' Torriani, tutto in un momento -si riunì, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della -porla della città ad incontrare l'imperatore. Guido della -Torre, per non rimanere solo, s'indusse egli pure ad uscire; -e fu degli ultimi. A misura che il re s'andava accostando -alla città, cresceva il numero de' Milanesi che gli rendevano -omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que' tempi, -col loro scudiere, che portava inalberata la loro insegna; -e a misura che compariva il re, le insegne si abbassavano -per riverenza. Presso le porte, al fine della città, comparve -Guido della Torre, preceduto dal podestà, che in quell'anno -era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il podestà umilmente -presentò al re il bastone del comando, ch'era il distintivo -della sua dignità; il re lo prese, indi graziosamente glielo -riconsegnò. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato -il suo stendardo; e alcuni del séguito del re de' Romani, -ragionevolmente sdegnati di questo inopportuno orgoglio, -si scagliarono sullo scudiero, glielo strapparono dalle -mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata così ogni pretensione -di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re, baciogli -il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico -allora lo accolse con bontà, e con paterno amichevole -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -tuono gli disse: Sia d'ora innanzi fedele e pacifico; questo -è il solo buon partito che ti resta da prendere. -</p> - -<p> -Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo -andò ad alloggiare nel palazzo, ove sta oggidì la real -corte, il quale era signorilmente fabbricato per l'uso di -que' tempi. Questa entrata del re in Milano accadde il giorno -23 dicembre 1310. La prima cosa che ordinò Enrico fu: che -fra le due famiglie Visconti e della Torre vi fosse una perpetua -pace; che le cose passate nemmeno più si potessero -nominare; che da quel punto ogni fazione s'intendesse proscritta -ed abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente -ritornassero tutti nel seno della loro patria, e fossero repristinati -nel godimento de' loro beni. Ciascuno dovette giurare -di osservare questa legge, in cui venne imposta la -pena contro i contravventori di mille libbre d'oro: per fare -il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in -que' tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare. -Io quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse -chiaramente <i>mille librarum auri puri poena</i>, e non lo -avesse pubblicata il nostro esimio Muratori<a class="tag" id="tag612" href="#note612">[612]</a>. Il re Enrico -fece dappoi radunare il popolo sulla piazza di Sant'Ambrogio. -Ivi si collocò sopra di un eminente e magnifico trono, -a' piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre; -e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese -a parlare al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non -era venuto in Italia per proteggere alcun partito, ma per -fare indistintamente il bene, e senza parzialità, a tutti; che -egli voleva la pace e la concordia; ed in prova indicò i signori -che unitamente sedevano sui gradini del trono. Questi -benefici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di due -famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorità -del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime -di gioia e in applausi al virtuoso e benigno principe; e così -l'eloquenza del cuore della moltitudine coronò, nella più -sensibile maniera e nella più fausta, il principio della nuova -sovranità, anche prima della sacra cerimonia, che si celebrò -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio 1311; dove -l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da ventun'altri -vescovi, solennemente incoronò colla corona ferrea -del regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi -assistenti furono quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono -di Liegi, di Ginevra, d'Asti, di Torino, di Vercelli, di -Novara, di Bergamo, di Padova, di Vicenza, di Treviso, di -Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma, di Reggio, di -Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di Trento. -Questa solennità fu resa più augusta dall'assistenza del duca -d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo, -fratello dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di -Savoia, del Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran -numero d'altri baroni e signori italiani e tedeschi. Il vescovo -di Vercelli ebbe l'onore di cingere la spada al re, al quale -vennero con cerimonia consegnati il pomo d'oro, lo scettro -e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse il rito, imponendogli -la corona. È degno di memoria un fatto, ed è -che non fu possibile, per quante ricerche se ne facessero, -di ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla -quale era tradizione che fossero stati incoronati gli antichi -re d'Italia. Forse il far smarrire quell'antico cerchio è stata -una minuta animosità di Guido della Torre; ma vi si supplì -ben tosto con poca difficoltà da un fabbro, che formò -d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami d'alloro -intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia creò -alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni, -e il primo nominato fu Matteo Visconti. -</p> - -<p> -Sin qui la novità della venuta del re Enrico non aveva -cagionato se non giubilo e consolazione alla città. Ma terminata -appena la incoronazione, venne convocato il consiglio -generale; dove, entrando un ministro del re con un -notaio, ricordò ai consiglieri radunati l'antica usanza del -regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato; e, rivoltosi -al notaio: Scrivete, disse, ciò che una città sì grande -e magnifica determinerà di offrire al nuovo cesare. Nessuno -ardiva essere il primo a favellare. Un cupo silenzio regnò -per qualche tempo in quella numerosa adunanza. Pure conveniva -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -proferire; e il primo eccitato a parlare, per liberare -sè medesimo d'imbarazzo, altro non seppe suggerire, se non -d'incaricare uno dei più stimati fra' consiglieri, a lui rimettendo -il determinare la somma. Nominò poi Guglielmo della -Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno, -replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale, -così impensatamente còlto, avrebbe pur voluto potersi liberare -da quella briga, e uscire dall'alternativa o di mancare -con suo danno ai riguardi verso del nuovo augusto, ovvero -d'esporsi, pure con suo danno, ai venturi rimproveri dei -cittadini. Non v'è cosa buona che qualche volta non rechi -incomodo, persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo -a nominare una somma, proferì cinquantamila fiorini d'oro. -Il consiglio approvò questo donativo. Matteo Visconti non -voleva tralasciare occasione di farsi merito; quindi, dopo -di avere anch'egli assentito al donativo proposto: Quest'è, -disse, per l'imperatore; ma lasceremo noi di offrire qualche -segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice? Presentiamo -alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini -d'oro. Così propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri -tutti, il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo; -Guido della Torre, impetuosissimo uomo e incapace -di piegarsi ai tempi, non si potè contenere; o fosse sdegno -contro di Enrico, o fosse insofferenza vedendo un antico -rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualificò altamente -Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima -liberalità donava l'altrui; s'alzò borbottando e dicendo con -ironia: E perchè non piuttosto il numero compito di centomila -fiorini? Il notaio puntualmente scrisse centomila fiorini -d'oro, e si dovettero pagare, malgrado i maneggi fatti -poscia inutilmente per diminuire tal somma. -</p> - -<p> -Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di -centomila fiorini d'oro era allora tanto grave a pagarsi, -quantunque ripartita su tutta la città, come adunque una -somma di tal valore poteva minacciarsi a un privato, il che -poc'anzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti e i -Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare, -anche sopra de' più autentici documenti, perchè i -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -costumi, co' secoli, si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola -una legge che imponesse la pena d'un milione di -scudi al delinquente, forse allora non lo sarà stata, e la -esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore. Forse -anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le -pene pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, -le pene personali, cioè fissando una somma impossibile, -la quale, non pagata, il delinquente cadeva in -potere del legislatore. È noto come il fiorino d'oro è la stessa -moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da Fiorenza e -dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino; -che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare -in Firenze l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito, -che molti altri Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe -i suoi fiorini d'oro nei tre secoli che vennero dopo quell'epoca: -ed io credo che una di tali monete che possedo, coll'immagine -da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra dei -santi Gervaso e Protaso, e colla data <i>Mediolanum</i>, possa -essere coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto -per migliorare la moneta, ovvero circa al 1260; anno -al quale il Muratori attribuisce altre monete d'argento battute -in Milano senza nome di principe, poichè l'Impero era -vacante<a class="tag" id="tag613" href="#note613">[613]</a>. -</p> - -<p> -Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, -per ivi ricevere la terza incoronazione come imperatore; -ma ben prevedeva quel prudente signore che sarebbe stata -di corta durata la pace data a Milano, s'egli si allontanava, -conducendo seco le sue milizie. Gli armati che lo accompagnavano -non erano numerosi abbastanza per poterne staccare -porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi -che l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero -al momento in cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; -e che o i Visconti o i Torriani ben tosto venissero -espatriati e resi raminghi co' loro aderenti. Il saggio principe, -con accorto consiglio, nominò cento nobili milanesi, -dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato nel -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi -i capi e i più distinti dell'una e dell'altra fazione. Questa -determinazione, che infatti era decorosa per gli eletti, piacque -sommamente alla città, che ne traeva l'augurio della ventura -quiete e dell'ordine. Gli eletti per lo contrario, cercavano -il pretesto onde poterne sventarne l'idea; e quello -che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del -denaro per un decente corredo: mancanza in parte vera, -poichè gli espulsi, nel tempo dei partiti, avevano perduto -i loro beni. Comandò adunque il re che la comunità di Milano -dovess'ella somministrare i mezzi convenienti per i -cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal -modo fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili -passioni rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che -secretamente i due partiti operassero di concerto per annientare -ed eludere il potere benefico del re, che altro non -toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I centomila fiorini -d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in modo -cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò -la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi per -equipaggiare i cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. -Si cercava di far nascere l'avversione contro del re e dei -tedeschi, come invasori dello Stato. In queste circostanze, -e mentre cominciava già a spargersi la tristezza, venne radunato -il consiglio generale per ordine del re, nel quale -comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del -re, proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il -viaggio de' cento nobili. Aveva Nicolò Bonsignore fatto circondare -dalle armi del re la sala del consiglio, quella cioè -dove attualmente si trova l'archivio pubblico. Fatta ch'ebbe -quel signore la proposizione, un cupo silenzio occupò tutta -la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri rispondesse -alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro. -Credette Nicolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi, -partì dal consiglio lasciando gli ottocento radunati e -custoditi dalle guardie, sì che nessuno potesse uscirne. Portossi -immediatamente dal re, al quale esponendo l'ostinazione -del consiglio, procurò di animarlo contro de' Milanesi, -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -gli significo come la città fosse inquieta; che fuori di porta -Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi veduti -Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso -colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati -prendendosi per la mano in atto di reciproca promessa; -il che fra due case cotanto nemiche non poteva -indicare se non una congiura contro del nuovo regno; eccitò -l'animo reale a farsi perfino temere da un popolo che -non poteva guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse -trasportare in carcere i taciturni consiglieri, ovvero passarli -tutti a fil di spada. Tale fu il bel parere che quell'italiano -diede ad Enrico. Ma il re aveva un miglior naturale -del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i consiglieri -non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli -andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il -quale merita d'aver sempre un luogo onorato nella memoria -di tutti i buoni. Così venne fatto. Questa nel saggio monarca -era virtù, era umanità, nobile sicurezza e moderazione; -non era spensieratezza o mancanza di azione. Egli -cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti -d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; -e con varii pretesti giravano sovente le truppe -imperiali per i quartieri della città. -</p> - -<p> -La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un -sogno. Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno -il popolo credette già preso il concerto di scacciare il re -ed i suoi. Taluno dubita che Matteo istesso vi avesse parte; -io non lo credo. Egli è certo che Matteo comparve innocente -e fedele presso dell'imperatore. Chi crede gli uomini troppo -buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi li crede troppo -maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo di cattivo -carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se, appena -ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena -onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia -contro dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già -era cominciato il tumulto nella città, e molti erano usciti -dalle loro case armati. Correva voce che i Visconti e i Torriani -riuniti volessero scacciare i forestieri, a cagione dei -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -quali s'erano imposte le ultime gravezze. Il luogo per radunarsi -si vociferava alle case de' Torriani, le quali erano -al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni -alle Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate -le case de' Torriani, così rimasero per alcuni anni. La -città era in allarme: ma le truppe tedesche eranvi in buon -numero, e giravano per le strade, in modo da non essere -sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende da alcuni -che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo, -figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido -della Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi -potè Galeazzo accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, -e che la mina era sventata. Il partito più scaltro -era quello di ripiegare a tempo, di non arrischiarsi; comparire -fedele, e lasciare che tutta la colpa e la macchia -piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta -a disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che -Matteo Visconti nascose entro di un ripostiglio di sua casa -Lodrisio Visconti, che era già armato per uscire; e fatto -ciò, Matteo, in abito da casa, si pose a sedere sotto il portico -del suo cortile, e fece venire intorno di sè alcuni domestici, -co' quali si mise tranquillamente a ragionare, come -se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia -che dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda -de' suoi per arrestare Matteo, qualora lo cogliessero in armi. -Entrarono improvvisamente gl'imperiali e furono sorpresi -di trovare il silenzio e la pace in quel ricetto in cui -erano disposti a combatter i nemici. Matteo, spogliato, e -attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un -buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece -offrire cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati, -i quali non ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si -inviarono alle case dei Torriani, intorno alle quali tutto -era in armi. Pagano della Torre, vescovo di Padova, si pose -gli abiti episcopali indosso, la mitra, il baston pastorale, e -si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i Tedeschi; -come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La -persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potè -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -per questo impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi -sorpresi e male assistiti da una moltitudine disordinata, -raccomandarono la loro vita a generosi cavalli, ai -quali tagliarono gli usati ornamenti per renderli più veloci -alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di Guido, giunsero -a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò da -letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro -un monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un -antico suo amico, e potè nascondersi e passare a salvamento. -Frattanto gl'imperiali con poco stento uccisero e -sbandarono quegli ammutinati. Le case de' Torriani, bagnate -di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte -al saccheggio dalla licenza militare. -</p> - -<p> -Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti, -e Galeazzo di lui figlio, rappresentavano due scene -in luoghi distinti. Matteo aveva comandato a Galeazzo di -starsene in casa sino al di lui ritorno. Ma Galeazzo appena -fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo e si mostrò -per le strade. Matteo Visconti, poichè vide sgombrati gl'imperiali -della sua casa, si portò disarmato dal vescovo di -Trento, cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare -al re; mentre non osava di presentarglisi solo nel -momento in cui poteva ogni cittadino essere sospetto. Il -vescovo fu compiacente; e la spontanea presenza del Visconti, -i suoi ragionamenti, la relazione dello stato in cui -venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo -fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i -Torriani. Probabilmente o non vi fu intrigo dalla parte di -Matteo, ovvero fu concertato dal solo Galeazzo senza saputa -del padre. Nel momento poi in cui scoppiò il tumulto, facilmente -Matteo avrà conosciuto come fosse stata ordita la -trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità, di togliere -quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un -uomo la di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace -pure di non lasciare al buon re Enrico un inganno, per -mercede della bontà del suo animo. Matteo da Enrico non -aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva riacquistati -i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più fra -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi -danni se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra -poco verosimile la congiura di cui alcuni nostri autori lo -voglion complice, e della quale minutamente descrivono -persino i familiari colloqui di Guido con Matteo. Forse i -Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la fama -di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; -egli scrittori ne furono sedotti facilmente; perchè riesce -più frizzante la storia, quanto più malignamente dipinge -gli uomini; e lo storico signoreggia più, indicando ingegnosamente -le cagioni, ancor false, anzi che raccontando i -fatti soli, ove siano incerte le cagioni, che li produssero. Io -mi crederò onorato ancora più rendendo un omaggio costante -alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo, -di lui figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna -della vipera, aveva radunato un buon numero di cavalieri, -che marciavano dietro di lui pronti a combattere. -Questo drappello marciava dal Bocchetto al Corduce, quando -improvvisamente se gli fece incontro un grosso squadrone -di imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'imperiali -avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, -si diè a conoscere venuto per unirsi a combattere contro -i sediziosi e in servizio del re. I tedeschi erano comandati -da un vescovo<a class="tag" id="tag614" href="#note614">[614]</a>. Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece -in modo che s'introdusse nella città un corpo di austriaci -acquartierati a San Simpliciano, che allora esisteva fuori -della mura. Accadde in tale occasione che il duca Leopoldo -d'Austria, passando in mezzo a questi popolari tumulti, -nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo -d'essere traforato da una lancia, se un suo fedele non -avesse spronato il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la -vita a questo giovine principe, glorioso ascendente dell'augusta -casa d'Austria. La lancia fortunatamente passò fra le -vesti del generoso suddito, senza nocumento di Leopoldo. -</p> - -<p> -I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, -da cui vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -vani gli sforzi che posero in opera per ritornarvi. Così -terminò la dominazione de' Torriani, la quale interrottamente -durò anni trentatre, cominciando da Martino, che, -nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per -anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone -ossia Napo, per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone -Visconti e di Matteo) Guido della Torre lo resse per anni -tre sino al 1311, il che forma il periodo di trentatre anni. -Non ho interrotto il racconto di questa interessante serie -di avvenimenti colle frequenti citazioni, perchè l'epoca è -assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le -circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, -vegga il tomo XII della Raccolta <i>Rerum Italicarum</i>; -Bonincontro Morigia, Cronaca di Monza<a class="tag" id="tag615" href="#note615">[615]</a>; Giovanni Villani, -Storia, lib. IX; Cronaca d'Asti<a class="tag" id="tag616" href="#note616">[616]</a>; Giovanni da Cermenate, -Istoria<a class="tag" id="tag617" href="#note617">[617]</a>; il Corio, all'anno 1311; e più d'ogni altro, la -diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini, al -tomo VIII. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -<span class="smcap">Fine del Tomo primo.</span> -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE DI QUESTO TOMO</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td><i>Notizie di Pietro Verri</i></td> <td class="pag"><a href="#notizie">Pag. 1</a></td> - </tr> - <tr> - <td><i>Prefazione</i></td> <td class="pag"><a href="#prefazione">31</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO PRIMO.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita nell'anno 452</i></td> <td class="pag"><a href="#cap1">37</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO II.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei risorgimento</i></td> <td class="pag"><a href="#cap2">64</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO III.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo</i></td> <td class="pag"><a href="#cap3">89</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO IV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la più importante città della Lombardia nel secolo undecimo</i></td> <td class="pag"><a href="#cap4">115</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO V.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI</i></td> <td class="pag"><a href="#cap5">145</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO VI.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I</i></td> <td class="pag"><a href="#cap6">184</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO VII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I</i></td> <td class="pag"><a href="#cap7">213</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO VIII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico</i></td> <td class="pag"><a href="#cap8">253</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO IX.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII</i></td> <td class="pag"><a href="#cap9">283</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO X.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV</i></td> <td class="pag"><a href="#cap10">316</a></td> - </tr> -</table> - -<hr /> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Cremona, nella stamp. Manini, un vol. in 8., di pag. 330.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>Discorso recitato nell'apertura della Società Patriottica di -Milano nel dicembre del 1778. — Ved. <i>Atti della Società.</i> t. I, p. 30.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>Veggansi nella Raccolta degli Economisti Italiani le <i>Notizie -di Cesare Beccaria:</i> Parte moderna, tom. XI, p. 3 e 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span>I nomi dei benemeriti cooperatori al detto Giornale, colla -indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli, -sono i seguenti: <i>A.</i> Alessandro Verri — <i>B.</i> Baillon — <i>C.</i> Cesare Beccaria — <i>F.</i> -Sebastiano Franci — <i>G.</i> Giuseppe Visconti — <i>G. C.</i> Giuseppe -Colpani — <i>L.</i> Alfonso Longhi — <i>NN.</i> Luigi Lambertenghi — <i>P.</i> -Pietro Verri — <i>S.</i> Pietro Secchi — <i>X.</i> Paolo Frisi. -</p> - -<p> -Questo catalogo è stato stampato la prima volta da Lalande, nella -Relazione del Viaggio ch'egli fece in Italia due anni dopo la cessazione -di quel giornale. Veggasi <i>Voyage d'un Français en Italie</i>, -edizione di Parigi, 1709, tom. I, pagina 374.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span>«La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera -del generale Pallavicini, ministro plenipotenziario, il quale abolì -i separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec., e, -riunendole in un sol corpo, le affidò ad una compagnia di Bergamaschi, -che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono -arditamente la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque -milioni all'anno, e ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e -mezzo, onde centomila annui zecchini ne avevano di profitto dal -solo negozio. Dico dal solo negozio, perchè indirettamente poi -essi avevano poste tali angarie alla filanda delle sete, che buona -parte della raccolta de' bozzoli del paese cadeva nelle loro filande, -che erano sparse nello Stato, e comparivano col nome di supposti -proprietarii. Oltre di che essi ne ritraevano molti altri proventi -incalcolabili; e così si fecero grandi e doviziosi». — Verri -in una <i>Memoria</i> inedita.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span>Data da Vienna il 10 aprile 1764. — Sì questa che le altre -lettere e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti -Notizie, esistono nell'Archivio nazionale di questa città.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span>Diploma del 17 dicembre 1765.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>De' 29 novembre 1770.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span>Piano per la regia amministrazione delle Finanze, da cominciarsi -l'anno 1771.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span>Veggasi il progetto della tariffa sopra accennato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span>Verri, nel citato piano per la regia amministrazione delle -Finanze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span>Milano, presso Giuseppe Marelli, della Prefazione, pag. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span>Economisti Italiani, parte moderna, cc., tom. XIII, pag. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span>Prefazione ai <i>Discorsi</i>, dell'edizione di Milano, presso Marelli, -1781, pag. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span>Non dispiacerà di vedere qui riferiti alcuni frammenti di -questo diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava -dalla Cancelleria Imperiale. Ivi si legge: <i>Ex quo te propius cognoscere -nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo -cuique, favere tibi voluntate. Quæ enim duo hominen ad publica -negotia tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre -ingenium, ac fervens ad agendum animus, non solum in te natura -conjunxit, sed ea tu quoque copioso scientiarum ac eruditionis -apparatu, atque indefessa esercitatione ad actionem reddidisti -expeditissima...... Propterea, ut primum tu in patria -tua ad rerum publicarum procurationem nobis jubentibus accessisti, -luculenter illico apparuit ministrum te fore amplissimum, -cujus opera in restauranda, quod tum admodum agitabamus, et -novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur... Neque -tu in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia, -consiglio, integritate; imo, quod precipuum est, exploratis industriae -privatae arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent, -et comparata tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas -experientia, viam quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente -opera effectui dari posset, quo propositum habebamus -consilium, universam videlicet Mediolanensi provinciae reddituum -administrationem ad nostros, cum primum fieri posset, magistratus -revocandi. Id quod citius, ac sperare pronum erat... -perfectum est.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span>Lettera del principe Kaunitz al ministro plenipotenziario -conte di Firmian, dei 21 luglio 1776. — La Società Patriotica era -stata istituita sulle basi più liberali. La gran mente dell'immortale -ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo -immediato intervento dell'autorità sovrana assidera sovente il vigore -de' corpi accademici, per una soverchia soggezione. Perciò -ebbe cura che nel piano d'istituzione vi fosse per modo mascherata -l'influenza del governo, che vi riuscisse impercettibile. La -sua scrupolosa attenzione su quest'oggetto apparrà maggiormente -dal seguente paragrafo di una sua lettera degli 11 settembre 1777: -«Osservo, dice egli, che il Griselini, nella sua relazione sul libro -del Cattaneo, si qualifica come segretario della <i>regia</i> Società -Patriotica. Avendo S. M. voluto fare un dono alla nazione di -ciò che riguarda la dote per questo stabilimento, ha anche con -eguale generosità abdicata da sè qualunque superiorità o vestigio -di essa; onde converrà avvertire i conservatori che in ogni -occasione, anche dai subalterni, facciano solo annunziare la Società -senza qualificarla come <i>regia</i>». Grandi furono i servigi -prestati dalla Società Patriotica nei diciotto anni di sua esistenza. -Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque -l'Italia dopo il 1796, non è tra l'ultime la cessazione di tutte -le società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe -pur facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de -Georgofili di Firenze e quella d'Agricoltura di Torino hanno riprese -le loro funzioni: e quando vi penseremo noi?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Nel <i>Postscriptum</i> alla lettera dei 30 marzo 1778 al ministro -plenipotenziario.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span>Ne esiste pure un cenno in uno di que' celebri almanacchi -(<i>Il mal di milza</i>) che per una filosofica celia aveva in quell'anno -appunto pubblicati. Egli, sotto forma di un indovinello, vi fa così -parlar la tortura: «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; -purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son -creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a -quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, -e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non -si sono servite di me: il mio impero è nato ne' tempi delle tenebre; -il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni -di alcuni privati». Si potea forse esprimersi con maggior -precisione in così brevi termini?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna occasione -per insinuare delle idee utili, nell'annunziare al ministro -plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest'opera, si -esprime come segue: «Io non dubito che l'opera avrà tutto quel -merito che si può sperare dall'erudizione dell'autore, guidato da -uno spirito filosofico e superiore alla maniera di pensare comune -a' compilatori di simili storie, per lo più privi di sana critica. -L'edizione è assai elegante, e mi fa sperare che l'arte tipografica -possa successivamente ritornare in Milano a quel grado di credito -in cui era nella prima metà di questo secolo, e da cui è -decaduta». <i>P. S. alla lettura 4 settembre 1783.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span>Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto -nelle <i>Notizie di Cesare Beccaria</i>. Se in questo oggetto si imitasse -il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di -rinnovare ogni anno instancabilmente nel parlamento d'Inghilterra -la sua proposizione per la libertà dei Negri, chi sa che una volta, -o per persuasione o per tedio, si riuscisse nell'intento!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span>Veggasi la nota in fine del cap. XXIII, pag. 208 del tom. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span>Essa è detta da Pietro Verri «tragedia di sentimenti grandi, -arditi e liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi; -che ci rappresenta la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo -pericoloso, quand'anche nasca da nobili principii; che interessa -e sviluppa un'azione che è la sola della nostra storia posta sul -teatro, e la presenta col costume de' tempi; tragedia che sgomenta -le anime gracili e scuote deliziosamente le energiche».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span>Dopo l'epoca in cui furono scritte queste Notizie, morirono -tanto Carlo che Alessandro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>Parte II, pag. 148, edizione prima di Milano, 1796.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span><i>Meditazioni sull'economia politica</i>, § XXIV in fine. — Si -noti che la prima edizione di quest'opera è del 1771.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span><i>Memoria della vita e degli studii di Paolo Frisi</i>, pagina 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span>I Galli... sbaragliati i Toschi non lungi dal Ticino, avendo -udito che il paese in cui si erano fermati si chiamava degli Insubri, -nome pure di borgata degli Edui, cogliendo l'augurio del -luogo, fabbricarono una città, e la chiamarono Mediolano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span>Livio, lib. V, cap. XIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>Sul passaggio de' Galli in Italia questo ci venne riportato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>Quella nazione dicesi aver passate le Alpi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span><i>Ant. It. Med. Æv.</i>, diss. XXI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>Tanti cadaveri di città semi-distrutte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom II, pag. 691.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span>Il suolo della città modonese, occupato enormemente dall'eccessivo -straripamento dell'acque, dai ruscelli che scorrono all'intorno -e dagli stagni che straboccano dalle paludi, si vede ancora -essere deserto per la fuga degli abitanti. Laonde anche oggidì si -mostra una congerie di pietre d'ogni maniera, e veggonsi sassi di -grande volume, attissimi un tempo alla costruzione di eccelsi edifizi, -ora, come dicemmo, sommersi dalla frequente inondazione -delle acque.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span>Vitr., lib. 1, cap. 4. — Strab., lib. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Alle mura dai Galli edificate,</p> -<p class="i02"> Che pelle ostentan di lanuta troia.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che da lanuta troia il nome tragge.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span>Una città grandissima delle Gallie e popolatissima, nominano -Milano. Questa i Galli Cisalpini tengono per loro capitale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Plutarc., Vit. Marcelli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span>Recaronsi a Milano, città principale degl'Insubri; <i>Cornelio</i>, -impadronito essendosi della città, che oltremodo piena era di frumento -e di ogni genere di vettovaglie, insiegue i Galli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span><i>Polip. Histor.</i>, lib. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span>Questo monastero più non esiste.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span>Lib. 3, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span>Quale e quanto grande fosse la gioia conceputa per l'una -e per l'altra vittoria, può da questo raccogliersi, che e <i>Domizio -Enobarbo</i> e <i>Fabio Massimo</i> nei luoghi stessi nei quali pugnato -avevano, eressero torri di pietra, sopra vi piantarono trofei ornati -delle armi nemiche.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span>Cronica di <i>Vincenzo Canonico</i> di Praga.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span>Monumenti storici della Boemia, non mai in addietro pubblicati. -Praga.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span>Torre fortissima e grandissima, di solidissima costruzione -marmorea, che nominavasi Arco romano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span>Tom. I, pag. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span>Isaaci Casauboni Animad. in Svet., lib. I, pag. 52, num. 17, -ed. Paris, 1610; et Plutarc. in Vit. Caesar: <i>invitatus Mediolani -ad coenam, hospite Valerio Leone, qui asparagum apposuerat, -atque olei loco infuderat unguentum, ipse simpliciter comedit, et -indignantes increpavit amicos. Satis enim, inquid, abstinere iis -a quibus abhorrebatis: nunc eam rusticitatem qui deprehendit, -ipse est rusticus.</i> -</p> - -<p> -(In Milano, ospite essendo di Valerio Leone, e avendogli costui -messi innanzi a cena degli asparagi, sopra i quali sparso eravi -unguento in vece di olio, egli ne mangiò senza farne caso veruno, -e sgridò gli amici suoi che se ne mostravano disgustati: -«Imperocchè bastava, disse, che ve ne foste astenuti, se non vi -piacevano; ma ben rustico è chi biasima una tale rusticità»).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span><i>Statua ejus aenea fuit Mediolani</i> (scilicet statua Bruti) <i>in -Gallia Cisalpina posita. Hanc, quae imaginem ejus bene repraesentabat, -et erat artificiose facta, ut post vidit, Caesar praeteriit: -mox subsistens, compluribus audientibus vocavit magistratus, civitatem -eorum ferens sibi compertum esse foedus pacis rupisse, -quod hostem suum apud se haberet. Ac primum sane negaverant, -et quemnam significaret ambigentes, intuebantur se mutuo. Ut -vero conversus Caesar ad statuam, contracta fronte, nonne, inquit, -hic stat hostis noster? multo illi magis perculsi obmutuere. -At Caesar arridens laudavit Gallos, quod amicis essent etiam in -adversis rebus stabiles, praecepitque ne statua loco moveretur.</i> -Plutarc. in Vit. Bruti, in fine. -</p> - -<p> -(Eravi una di lui statua (di Bruto) di bronzo, eretta in Milano, -città della Gallia Cisalpina; e in progresso di tempo veduta avendo -Cesare una tale statua, che ben somigliava a quel personaggio, e -leggiadramente lavorata era, passò oltre, indi fermatosi, mandò -chiamando i magistrati, e lor disse, alla presenza di molti che udironlo, -ch'egli trovato aveva essersi rotte dalla città loro le convenzioni -di pace, tenendo essa dentro di sè un suo nemico. Da -principio adunque, com'era ben convenevole, negaron essi la -cosa; e non sapendo di cui egl'intendesse, si guardavan l'un l'altro. -Rivoltatosi però Cesare verso la statua e facendo ceffo: «E -che! disse, non è qui posto costui che è mio nemico?» E coloro, -vie maggiormente sbigottiti, si tacquero. Ma egli, allor sorridendo -lodolli, siccome quelli che tuttavia costanti e fedeli erano ai loro -amici, quantunque caduti in avverse fortune; e comandò che lasciata -fosse la statua in quel luogo medesimo).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span>I superbi edifici di Roma ed altre città, ed in particolare -Cartagine, Milano e Nicomedia, adorne di nuove ed eleganti mura.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span>Così crede che si chiamasse quella di Sant'Eufemia il signor -conte Giulini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Milano ancor di maraviglia degno</p> -<p class="i02"> Tutto presenta: Universal dovizia;</p> -<p class="i02"> Ben ornate le case, innumerevoli;</p> -<p class="i02"> Pronti e facondi son gli umani ingegni,</p> -<p class="i02"> Antichi e venerabili i costumi;</p> -<p class="i02"> Con doppio ordin di muro anco ingrandito</p> -<p class="i02"> Vedi il recinto, e popolar diletto</p> -<p class="i02"> Formano il circo, e co' suoi gradi in giro</p> -<p class="i02"> D'ampio teatro la racchiusa mole;</p> -<p class="i02"> Sorgono templi e palatine rôcche,</p> -<p class="i02"> E opulenta officina di monete,</p> -<p class="i02"> E delle terme la region, cui fama</p> -<p class="i02"> Crebbe ed onore per l'Erculeo nome,</p> -<p class="i02"> E di scolpiti marmi intorno adorni</p> -<p class="i02"> I peristili tutti, e in vasto cerchio</p> -<p class="i02"> Quasi un campo a formar stese le mura;</p> -<p class="i02"> Tutto è sublime, ed emular le forme</p> -<p class="i02"> Delle grand'opre sembra, e non temere,</p> -<p class="i02"> Vicina ancora, il paragon di Roma».</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span>Maravigliose tutte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span>Della fusione dei metalli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span>Affinchè dessimo ai cristiani ed a tutti libero potere di seguire -quella religione che ciascuno volesse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span><i>Lactantius, de Moribus persecutorum</i>, cap. 48.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span><i>Muratori, Anecdota</i>, t. I, pag. 223. <i>Impress. Mediol.</i>, 1697.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span><i>Bingam., Orig. Eccles.</i>, lib. IX, cap. I, § 5 e 6. — <i>Dupin, -de Antiq. Eccles. disciplin.</i>, diss. I, § 6. — Giannone, Storia del -regno di Napoli, lib. II, cap. VIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span>Ai sacerdoti ed al clero milanese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span>Siccome tuttavia il fine a cui tende l'antica mia deliberazione -è che alcuna persona mescolarsi non debba nello assumere -l'incarico della cura pastorale, colle orazioni io secondo la vostra -elezione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span><i>S. Gregorii papae I cognomento Magni opera omnia. Venetiis</i>, -1744, tom. 2, col 644 G.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>Perciocchè poi ponete mente alla esazione del patrimonio -della provincia di Sicilia, di diritto della Chiesa santa, alla quale, -per divina autorità, presiedete.... per ciò è duopo che la santità -vostra istituisca una persona a trattare questo negozio, colla quale -la Chiesa romana possa solidamente conchiudere qualche cosa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span>Lib. I, Epist. 82. S. Greg., <i>Operum.</i>, tom. 2, col. 565.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span>Al reverendissimo e santissimo confratello <i>Ansperto</i>, arcivescovo -milanese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span>Troppo imperiti mostraronsi alcuni interpreti dicendo: Perì -questa città, rovinata è la chiesa, non vi ha più ragione alcuna -di vivere. Anzi havvi motivo di vivere più giustamente e più santamente, -perchè Dio onnipotente, che con grande pietà queste -cose dispone, non diede già in mano ai nemici la città che in voi -consiste, ma le sole abitazioni; nè la chiesa sua, che è veramente -la chiesa, lasciò che consumata fosse dall'incendio, ma affine di -correggerci permise che abbruciato fosse il ricettacolo della chiesa.... -Perciocchè, dopo quella ruina tanto grande e lagrimevole, -ecco il sommo suo sacerdote salvo rimane, intatto il clero; e la -plebe stessa, sebbene viva in continuo timore e mesta, conserva -la libertà... Non perimmo noi stessi, ma quelle cose che nostre -sembravano, e che o il predatore rapì o il ferro o il fuoco consumò... -Conciossiachè, rotte le mura innanzi ai nemici armati e vigorosi, -i popoli inermi... fuggirono... Consoliamoci adunque, o fratelli, -nè tanto poi sospiriamo le case distrutte, giacchè vediamo -la riparazione delle case riserbata ne' loro padroni... Il Signore adunque -temperò verso di noi la sua vendetta, cosicchè, diroccata -la città, devastate le campagne, sminuiti gli averi, nè le anime -nostre, nè i nostri corpi furono offesi... E per ciò non dubitiamo -che o noi o i nostri posteri Dio non possa riparare delle cose -perdute.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span>Si ricorda essere stata la presente opera pubblicata nel 1783.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span><i>De bello Gothico</i>, lib. II, cap. 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span>Ricevette Agilolfo, che era cognato del re <i>Autari</i>, cominciando -il mese di novembre l'esercizio della regia dignità. Ma pure, -congregati essendo da poi i Longobardi in assemblea nel mese di -maggio, da tutti, presso Milano, fu innalzato al regno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span>Lib. 3, cap. ultimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span>Adunque nella state seguente, nel mese di luglio, fu innalzato -<i>Adaloaldo</i> re sopra i Longobardi, presso Milano, nel circo, -alla presenza del padre suo il re <i>Agilulfo</i>, coll'assistenza dei legati -di <i>Teodeberto</i>, re dei Franchi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span>Lib. 4, cap. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span>Abitano la Germania situata intorno al Reno, dalla prima -parte settentrionale i Brusacteri, detti piccioli, ed i Sicambri, gli -Oqueni, i Longobardi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span>La parte interna e la mediterranea occupano principalmente -gli Svevi Angli, i quali più orientali sono dei Longobardi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span>La scarsezza dei Longobardi forma la loro nobiltà, perchè -circondati da moltissime e valorosissime nazioni, non per mezzo di -ossequio si mantengono sicuri, ma bensì colle pugne e coi pericoli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span>Ristorato dalle forze dei Longobardi, con varietà di lieta e -di avversa fortuna contro i Cheruschi guerreggiava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 228, tom. 2, pag. 383.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>Giulini, tom. 1, pag. 396.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span>Detto, tom. 2, pag. 171.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span>Giulini, tom. 4, pag. 364.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span>Sormani, Passeggi, tom. 2, pag. 20.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span>Giulini, tom. 2, pag. 416.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span>Detto, tom. 3, pag. 499.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span>Detto, tom. 3, pag. 228.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>Detto, tom. 3, pag. 346.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span>Detto, tom. I, pag. 388.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span>Giulini tom. 2. pag. 361.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span>Per la eccessiva scarsezza degli abitanti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span><i>Landulph. Senior.</i>, lib. 2, cap. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Giulini, tom. 2, pag. 322.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span>Detto, tom. 5, pag. 442.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span>Detto, tom. 2, pag. 439.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span>Dove è da sapersi che la città di Milano, per le molte distruzioni, -non era internamente fabbricata con case murate, ma -per la maggior parte composte di paglia e di graticci. Laonde se -il fuoco ad una casa appiccavasi, tutta la città si abbruciava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span>Giulini, tom. 4, pag. 144.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span><i>Arnulph.</i>, lib. 4, cap. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span>Giulini, tom. 4, pag. 510.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span>Che si è professato di vivere secondo la legge dei Romani. -</p> - -<p> -Che si reputa vivere secondo la legge de' Longobardi. -</p> - -<p> -Che mi sono professato, per la mia nazione, di vivere secondo -la legge Salica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 430.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span>Noi Alberico conte nel Placito pubblico per amministrare a -ciascuno la giustizia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 307.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 356.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span>«Mantenitor del voto, in voler fermo».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 381.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span>Detto, tom. I, pag. 383 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span>Quello tra i cardinali preti diaconi o sarà trovato più degno, -coll'aiuto di Cristo, all'onore dell'arcivescovado promuovessero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 385 e 411.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span>Pienamente e ad evidenza intendiamo, come tu con fedele -devozione, e con tutto lo sforzo della mente, per il pristino stato -e vigore, e per lo ristoramento della santa Chiesa milanese, tre -volte e quattro sei rimasto devoto e zelante nell'ossequio di Ansperto -reverendissimo tuo arcivescovo e confratello nostro e ad -esso nelle cose tutte fedelissimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 419.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span>Giulini, tom. 2, pag. 61.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span><i>Liutprand.</i>, lib. I, cap. 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span><i>Rer. Italic.</i>, tom. 2, part. II, <i>Chron. Novaliciense</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span>Vegnendo noi a Pavia nel sacro palazzo, ed ivi fatta nella -persona nostra la elezione, colla grazia di Dio onnipotente, da -tutti i vescovi, marchesi, conti e da tutti gli ordini di persone -tanto maggiori che inferiori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span><i>Antiquit. Medii Ævi</i>, tom. I, pag. 87.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span>Nel palazzo di Pavia, che è la capitale del nostro regno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span><i>Antiquit. Medii Ævi</i>, tom. I, pag. 779.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span><i>Liutprand.</i>, lib. 2, cap. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span>Giulini, tom. 2, pag. 153.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. VI, pag. 325.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span>Tom. 2, pag. 163.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span>Giulini, tom. 2, pag. 267.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span>Che egli voleva in quel luogo costruire una fortezza, colla -quale, non solo i Milanesi, ma molti principi d'Italia altresì avrebbe -saputo tenere in freno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span><i>Luitprand.</i>, lib. 3, cap. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span>Gli concedette di poter cacciare il cervo nel suo parco, il -che mai accordato non aveva alcuno se non se ai carissimi ed -illustri suoi amici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span>Mentre presso le mura della città cavalcava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span>Nella propria lingua, cioè nella teutonica, così parlò ai seguaci -suoi: Io non sono Burcardo, se non faccio che gli Italiesi -tutti si servano di un solo sperone, e per cavalcatura si valgano -di cavalle pregne o deformi. Punto non curo la solidità o l'altezza -di quel muro; giacchè, col solo gettare la mia lancia, morti precipiterò -dal baluardo i nemici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span>Venne a Pavia e col consentimento di tutti assunse il regno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span><i>Liutprand.</i>, lib. 3, cap. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span>Ugone e Lotario regi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span><i>Liutprand.</i> lib. 4, cap. 6. — <i>Arnulph.</i>, lib. I, cap. 1 <i>et</i> 2, <i>in -Rer. Ital. Script.</i>, tom. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span>Giulini, tom. 2, pag. 208.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span><i>Liutprand.</i>, lib. V, cap. 4 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span><i>Tristani Calchi, Hist. Patr.</i>, lib. I, pag. 18. — Alciati, lib. -II, pag. 125.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span>Mentre nel nome di Dio, nella città di Pisa, alla corte dei -signori re, dove il signor Ugone e Lotario gloriosissimi ai re presiedevano, -sotto le viti, là dove <i>topia</i> (pergola) si chiama, entro -la corte medesima, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span>Muratori, <i>Antiq. Med. Ævii</i>, tom. I, pag. 953.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span>Mentre nel nome di Dio, al monastero del santo e confessore -di Cristo, Ambrogio, ove sepolto riposa il di lui corpo, ove -il sig. Lamberto, piissimo imperatore, presedeva, in una casa della -stessa santa chiesa milanese, in una <i>lobia</i> (<i>terrazzo</i>, anzichè <i>portico</i>, -come interpreta il <i>Du Cange</i>) della casa medesima, sedeva -a giudicare Amedeo, conte del palazzo, insieme con Landolfo, nominato -arcivescovo, affine di amministrare a tutti giustizia e deliberare, -ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span>Giulini, tom. II, pag. 473.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span>Nel nome di Dio, essendo che nella città di Milano, nella -corte del ducato, entro la <i>lobia</i> della stessa corte sedeva a giudicare -Magnifredo, conte del palazzo, e conte dello stesso contado -milanese, per amministrare giustizia a ciascuno, risedendo con -esso Rotcherio, visconte della stessa città, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span>Giulini, tom. II, pag. 469.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span>Confermo che tutti i miei servi e le mie ancelle siano Aldioni, -ed appartenga la loro brigata (<i>mundium</i>) allo stesso ospedale, -ricevendo essi un soldo per testa ciascuno, siano maschi o -femmine; e così voglio pure che quegli uomini miei che consueti -sono, col vitto giornaliero, a prestarmi le opere loro, stabilisco -che qualora lavori debbano eseguirsi, compiano i detti lavori, ricevendo -il vitto dallo stesso ospedale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span>Questo ospedale sia diretto e governato da Warimberto, umile -diacono dall'ordine della santa chiesa milanese, nepote mio -e figlio della buona memoria di Ariberto di Besana ne' giorni -della sua vita.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span>Giulini, tom. II, pag. 110.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span>Da coerenza a questa da due parti tenente Ursone, e così -pure l'isola comense, dalla terza parte il podere di San Vittore -di Missaglia, dalla quarta il podere di San Pietro di Civate.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span>Giulini, tom. II, pag. 199.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 366 e 471.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span>Giulini, tom. I, pag. 72.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span>Sembra questo in contraddizione con quanto si è asserito; -cioè che quando il genere umano fu più tormentato, gl'ingegni -si sono riscossi, e ne è nata la coltura e la felicità. Ma la apparente -contraddizione scompare, considerando che l'ignoranza produce -la ferocia e l'infelicità, e queste, giunte a un determinato -grado, scuotono gl'ingegni, tolgono il torpore e richiamano la sapienza; -quindi tutto si anima e risorge; quindi spunta la felicità, -nella quale nuovamente il genere umano diviene inerte, e successivamente -ignorante, feroce e misero. Tale è la vicenda per cui -circola e circolerà sempre la storia delle nazioni. Il male nasce -dal bene, e il bene dal male.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span><i>Landulph. Senior.</i>, lib. II, cap. 10; <i>Rer. Ital.</i>, tom. IV. — L'anno -1440, il cardinale Branda Castiglione, signore accreditatissimo, -avendo sottratti i rituali ambrosiani per introdurre il rito -romano, corse pericolo della vita. Il popolo attorniò il suo palazzo; -egli fu costretto a gettare dalle finestre i libri ambrosiani, e -finchè visse, non s'arrischiò a porre mai più il piede in Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span>Tom. II, pag. 151.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. I, cap. 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>. </span>Debbono dunque essere istruiti i laici, affinchè nelle case -loro debbano con fervore celebrarsi i divini misteri, il che è assai -lodevole; siano però i misteri trattati da coloro che dai vescovi -siano stati esaminati, e si approvano allorchè sono dagli ordinatori -loro accompagnati con lettere commendatizie, mentre -per avventura debbono recarsi in terre straniere. Se adunque si -trovano sprezzatori dei canoni, che straordinariamente cd illecitamente -esercitino il ministero e che ardiscano violare sacramentalmente -le cose divine, siano da prima gli uni e gli altri dal vescovo -rimossi, tanto cioè il cherico o il sacerdote errante, quanto -quello che con usurpazione si appropria il di lui ufficio; e qualora -non vogliano da questa temerità trattenersi, siano scomunicati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>. </span><i>Canon. XVIII. Synod. Regiaticini ann. 850 regnantib. -piissim. Augg. Hlotario ac Hlodovico. Lubbei Concilior.</i>, tom. -IX, pag. 1071. <i>Edit. Venet.</i> 1782, Albrizzi e Coleti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>. </span><i>Leo Hostiens.</i>, lib. II, cap. ultimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>. </span>Giulini, tom. II, pag. 244.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>. </span>Giulini, tom. II, pag. 280.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>. </span>Intanto, celebrando Valperto i divini misteri, con molti vescovi -circostanti, il re tutte le regali insegne, la lancia, nella -quale chiuso era un chiodo di N. S. e la spada reale, la bipenne, -il cingolo, la clamide imperiale e tutte le regie vesti depose sull'altare -di Sant'Ambrogio.... Valperto, magnanimo arcivescovo, di -tutti gli abiti reali, col manipolo di suddiacono, sovrimposta al -capo la corona, astanti tutti i suffraganei di Sant'Ambrogio e molti -duchi e marchesi, con maraviglioso decoro rivestì ed unse Ottone -re, acclamato e in tutti i modi confermato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. II, cap. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>. </span>Soggiogati avendo i Milanesi, rinnovò la loro moneta, e anche -in oggi quelle monete chiamansi Ottelini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>. </span><i>Goldast. Chatol. rei Monet.</i>, tit. 48.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>. </span>L'arcivescovo, scortato da una grande squadra di soldati, -che ornati erano di pelli di martori, di zimbellini, o con pellicce -di vaio e di armellino, delle quali cose fornito lo aveva maravigliosamente -l'imperatore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>. </span>Ornato delle vesti episcopali, colla stola, senza la quale non -costumò giammai di trovarsi fuori o nella città, qualunque fosse -il negozio che interveniva o che lo turbava..... e dallo stesso mirabile -monarca con grande onorificenza ricevuto, si trattenne in -conversazione, siccome al vescovo conveniva.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>. </span>Detto, tom. III, pag. 24.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>. </span>Per amore del santissimo vescovo Ambrogio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 151.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>. </span>Arcivescovo della santa chiesa milanese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>. </span>Tom. III, pag. 153.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 183.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>. </span>Detto, tom. III, pag. 217.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>. </span>La società evitando de' suoi pari, Eriberto, nonostante il malcontento -loro e la loro ripugnanza, recossi nella Germania, risoluto -di eleggervi ei solo un re teutonico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>. </span><i>Rer. Italic. Scriptor.</i>, tom. IX, pag. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>. </span>Egli stesso ricevuto lo avrebbe e con tutti i suoi, signore e -re pubblicamente acclamato e tosto coronato lo avrebbe.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>. </span>Oltre molti donativi il vescovado di Lodi, affinchè, siccome -consacrato aveva il vescovo, così pure lo investisse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>. </span>Sicuro di ogni cosa ritornando, tutta colle sue ambascerie -sovvertì l'Italia, altri coi fatti, altri colle speranze tenendosi benevoli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 197.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>. </span><i>Arnulph.</i>, cap. 7, e Giulini, tom. III, pag. 211.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>. </span><i>Glaber. Rodulph.</i>, lib. 4, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 2, cap. 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 219.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>. </span>Tom. III, pag. 222. Riferisco le parole d'un autore dei nostri -giorni anzi che quelle di Landolfo, contemporaneo, perchè il -lettore si appaghi essere il fatto non controverso, ma accordato -da un illustre erudito e da un Guelfo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note181"> -<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>. </span>Contro il volere d'Ariberto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note182"> -<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>. </span>A tale feccia di costumi, peggiorando giornalmente da sè -stesso, si riduce il mondo che non solo giace dallo stato suo decaduto -qualunque ordine di laica o ecclesiastica condizione, ma -languisce ancora la stessa monastica disciplina, dalla consueta perfezione -della sua elevazione piegata, direi quasi, al suolo. Perì il -pudore, svanì l'onestà, cadde la religione, e, quasi in un drappello -raccolta, andò lontana la turba di tutte le sante virtù.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note183"> -<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>. </span>Muratori, <i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. X, pag. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note184"> -<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>. </span>Lib. 2, cap. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note185"> -<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>. </span><i>Arnulph.</i>, lib. I, cap. 10. — <i>Flam. Manip. flor.</i>, cap. 141.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note186"> -<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>. </span>Fornita di grandissima quantità di popolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note187"> -<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 327.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note188"> -<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 334.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note189"> -<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>. </span>Convocati i sacerdoti e i diaconi, con somma devozione assunta -avendo la penitenza di tutti i peccati, e fatta alla presenza -di tutti la sua confessione e l'assoluzione dai sacerdoti ottenuta -coll'imposizione delle mani, cooperando lo Spirito Santo, con umiltà -e devozione la santa Eucaristia ricevette.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note190"> -<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 2, cap. 32.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note191"> -<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 411.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note192"> -<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 422.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note193"> -<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>. </span>Inoltre l'arcivescovo di Milano, per autorità imperiale godeva -alcune altre rendite cospicue: sulle strade regie, da qualunque -parte del contado si uscisse, avea un pedaggio, e qualunque volta -entrava uno straniero a cavallo, o in cocchio o a piedi, pagava il -censo al gabelliere dell'arcivescovo, o piuttosto ad innumerabili -gabellieri, e l'arcivescovo era tenuto a far custodire i passi, e tutti -coloro che alcun danno sostenuto avessero entro il territorio, risarcire -dovea del suo di tutta quella somma alla quale fossero -stati apprezzati i danni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note194"> -<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>. </span><i>Flamma, Chronic. Mediolan.</i>, pag. 227.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note195"> -<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>. </span>Oltre il consueto abusar del dominio della città.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note196"> -<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>. </span><i>Arnulph.</i> cap. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note197"> -<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>. </span>Ai tempi di <i>Ottone</i> imperatore primo, <i>Bonizone</i>.... come -duce stabilito per facoltà ricevuta dall'imperatore, reggeva col suo -governo il castello.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note198"> -<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 2, cap. 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note199"> -<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>. </span>Sia tenuto ad alimentare cento poveri, e per ciascun povero -dia un mezzo pane e lardo per companatico, ed una libbra di cacio -tra quattro ed uno staio di vino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note200"> -<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>. </span>Comperino pesci, affine di ristorarsi col cibo e rallegrarci -ogni anno nel giorno anniversario della morte di essi <i>Falkerodo</i> -monaco e <i>Giovanni</i> prete, per suffragio delle anime loro, che ad -essi procuri gaudio e salute dell'anima.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note201"> -<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 81.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note202"> -<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>. </span>Affinchè essi luminari rispondano per la di lui anima.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note203"> -<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 377 e 465.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note204"> -<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>. </span>E faccia ardere nella quadragesima maggiore sopra la sepoltura -del fu di lui genitore Andrea.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note205"> -<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 271.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note206"> -<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>. </span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. V, dissert. LIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note207"> -<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>. </span>Per cagione del retto giudizio che su le cose già nominate -pronunziammo tra esso e <i>Riccardo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note208"> -<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>. </span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. IV, pag. 197.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note209"> -<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>. </span>Giulini, tom. II, pag. 387.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note210"> -<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>. </span>Le facoltà della Chiesa e molti benefizi ancora dei cherici -distribuì ai soldati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note211"> -<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>. </span><i>Arnulphus</i>, cap. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note212"> -<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>. </span>Promettendo a quelli tutte le pievi e tutte le dignità e gli -ospedali, che i maggiori ordinari ed il primicerio dei decumani e -gli arcipreti e cimiliarchi delle chiese di questa città godevano, -asserendo con giuramento, e consolidando un patto così detestabile.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note213"> -<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 2, cap. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note214"> -<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>. </span><i>Rerum Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 121.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note215"> -<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>. </span>Degli uffizi dei ministri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note216"> -<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>. </span>Che dirò della monogamia de' sacerdoti? Mentre un solo -connubio è loro permesso, e non mai ripetuto; e questa è la -legge di non passare a seconde nozze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note217"> -<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. I, cap. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note218"> -<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>. </span>Ma a che parlerò io della castità, quando si permette un -solo, non ripetuto connubio? E adunque nello stesso matrimonio -è posta la legge di non rinnovarlo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note219"> -<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>. </span><i>Sancti Ambrosii Opera, edit. Maurin., Paris</i>, 1686, tom. II, -<i>column.</i> 66 B.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note220"> -<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>. </span>Maestro delle virtù è adunque l'apostolo, il quale insegna -doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome -quello che ingiugne che l'uomo sia sposo di una sola donna, non -già perchè totalmente escluda il non coniugato (perciocchè questo -è al di là della lettera del comandamento), ma perchè colla castità -coniugale goda della grazia della sua assoluzione, giacchè nel coniugio -non vi ha colpa, ma legge. Per questo l'apostolo la legge -stabilì dicendo: Se alcuno senza delitto è marito di una sola moglie; -dunque quello che senza delitto è marito di una sola moglie -sarà tenuto alla legge del sacerdozio sopradetto; quello poi che -passasse a seconde nozze, non incorre realmente la colpa d'uomo -che siasi macchiato, ma privato viene della prerogativa del sacerdozio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note221"> -<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>. </span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 109.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note222"> -<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>. </span>Maestro delle virtù è dunque l'apostolo, il quale insegna doversi -redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello -che ingiugne lo sposare una sol donna, non già perchè totalmente -escluda il coniugio (perciocchè questo è al di là della legge del -comandamento), ma perchè l'uomo, colla castità coniugale, conservi -la grazia della sua purificazione; nè ancora intese di dire -che l'autorità apostolica invitasse a procreare figliuoli, non di chi -li procreava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note223"> -<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>. </span><i>Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, ed Maurin., -Paris</i>, 1686, tom. II, <i>column.</i> 1036 F.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note224"> -<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>. </span>Perciò l'apostolo stabilì la legge, dicendo: Se alcuno senza -delitto è marito di una sola moglie, è tenuto alla legge del sacerdozio -che dee assumere; quello però che passasse a seconde -nozze non incorre realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, -ma privato viene della prerogativa di sacerdote.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note225"> -<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>. </span><i>Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, edit. Maurin., -Paris</i>, tom. II, <i>column.</i> 1037 B.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note226"> -<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>. </span>Che i padri del concilio Niceno aggiugnessero qualche trattato, -e che chierico essere non dovesse chi contratto avesse seconde -nozze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note227"> -<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>. </span>Moltissime variazioni sono state fatte agli scritti di sant'Ambrogio. -Il canonico regolare Giovanni Coster, nella prefazione alle -opere del santo dottore, stampate in Basilea nel 1533, così s'esprime -a tal proposito: <i>Cum ego igitur ante biennium D. Ambrosii -Epistolas antiquis et elegantioribus characteribus conscriptas.... -nactus essem, caepissemque, meo more, cum excusis -libris eas conferre, mirum dictu quantum hic erat dissidii, quantum -varietatis, ut statim non potuerim non destomachari in eos -qui, editis libris, speciosis quidem sed inanibus et mendacibus -titulis, omnia castigatissima... pollicentur.</i> (Avendo io adunque trovato già da due anni le lettere di -sant'<i>Ambrogio</i>, scritte in caratteri antichi ed assai eleganti... e cominciato -avendo, secondo il mio costume, a confrontarle sui libri -stampati, maravigliosa cosa è a dirsi quanta differenza io vi scorgessi, -quanta varietà; cosicchè all'istante non potei non rimanere -stomacato di coloro che nelle edizioni de' libri, con titoli speciosi -veramente, ma vani e mendaci, le cose tutte gastigatissime... promettono.) Francesco Junio, nella -prefazione all'<i>Index expurgat.</i>, riferisce che, visitando in Lione -Luigi Saurio, correggeva le edizioni della stamperia Fresloniana, -gli mostrò il Saurio le interpolazioni ed i troncamenti fatti al testo -di sant'Ambrogio da due frati. Il Rivet pure racconta lo stesso: -<i>Critic. sacr.</i>, lib. 3, cap. 6. Il Dableo nel suo libro: <i>De l'usage -des saints Pères</i>, move le stesse querele. Vero è che i Maurini, -nell'edizione di Parigi del 1686, confutano queste opinioni. Ma è -altresì vero che nell'edizione delle opere di sant'Ambrogio, fatta -in Roma nel 1580 da Domenico Basa, il cardinale di Montalto (che -divenne poi Sisto V) nella prefazione dichiara d'avere associati al -lavoro: <i>Praeclaros doctores, viros doctrina, et pietate graves, -ac linguarum intelligentia, et historiarum cognitione insignes, -praeterea in scholastica theologia et Patrum lectione admodum -versatos delegi, mihique laboris socios adscivi... quorum -ope, atque adminiculo obscura explicuimus, manca supplevimus, -adjecta rejecimus, transposita reposuimus, depravata emendavimus, -omnia demum ut germanam Ambrosii phrasim redolerent, -ejusque dignitati, atque gravitati responderent sedulo curavimus, -et ut ipsemet auctor loqui videretur, suppositiis quibuscumque -abscissis, pro viribus studuimus.</i> (Mi elessi come soci della fatica dottori illustri, uomini gravi -per dottrina e per pietà, ed insigni per la intelligenza delle lingue -e la cognizione delle istorie, inoltre molto versati nella teologia -scolastica e nella lettura dei Padri... col di cui aiuto e giovamento -spiegammo le cose oscure, supplimmo le mancanti, rigettammo -le sopragiunte, rimettemmo a suo luogo le trasposte, emendammo -le depravate, tutte finalmente procurammo di ordinarle -in modo che la genuina frase di Ambrogio suonassero, o convenevolmente -corrispondessero alla dignità e gravità di quello scrittore; -e ci adoperammo affinchè sembrasse parlare lo stesso autore, -troncate avendo noi tutte le cose intruse.) Attenendoci per altro anche all'edizione -de' Maurini sembra che in alcuni tratti sant'Ambrogio -vada d'accordo coi testi che si citavano dai nostri sacerdoti. Nel -primo libro di Abramo, cap. III, num. XIX, leggesi: <i>Ad ipso -quoque domino mercedem quam postulet consideremus. Non divitias -ut avarus, exposcit; non longaevitatem vitae istius, ut meticulosus -mortis; non potentiam; sed dignum quaerit sui haeredem -laboris: Quid mihi, inquit, dabis? Ego autem dimittor sine -filiis. Et infra: quia mihi semen non dedisti, vernaculus meus -mihi haeres erit. Discant ergo homines conjugia non spernere</i> (Consideriamo ancora quale mercede richiegga dallo stesso -Signor nostro; non chiede ricchezze come l'avaro; non la lunghezza -di questa vita come timoroso della morte; non la potenza; -ma domanda un degno erede della sua fatica. Che mi darai? dice -egli: io già sono congedato senza prole. E più abbasso: Perchè non -mi hai accordato prole, un mio connazionale raccoglierà la mia -eredità. Imparino dunque gli uomini a non disprezzare i matrimonii.), -tom. I, col. 288 D. Altrove, nella sposizione del <i>Vangelo di san -Luca</i>, lib. IV, num. X, scrivendo delle fallacie colle quali sotto -aspetto di bene vengono sedotti gli uomini, dice: <i>Videt integrum -et illibatae castimoniae virum; suadet ut nuptias damnet, -quo ejiciatur ab Ecclesia, studio castitatis a casto corpore separetur.</i> (Vede un uomo incorrotto e di illibata castità, e lo persuade -a condannare le nozze, affinchè cacciato sia dalla Chiesa, e per -istudio di castità espulso sia da un casto corpo.), -tom. I, col. 1337 B. Se il disapprovare il matrimonio è -un'eresia, il disapprovare il matrimonio de' sacerdoti pare che -non dovesse sembrare un atto religioso. Più chiaro sembra il testo -del santo dottore nel libro: <i>De Benedictionibus Patriarcharum</i> (Delle benedizioni dei patriarchi), -cap. III, num. XII, ove leggesi: <i>Ut ubi inhabitatores -ante lasciviae, et principes luxuriae versabantur, ubi fuerant -incentiva libidinis et fomenta nequitiae, ibi nunc sancti sacerdotes -magisteria doceant castitatis, et plurima virginalis integritatis -exempla quodam supernae lucis fulgore resplendeant</i> (Affinchè dove aggiravansi da prima coloro che nella lascivia -dimoravano, e il principato tenevano nella lussuria, dove gli incentivi -trovavansi della libidine e i fomenti della perversità, colà ora -i santi sacerdoti i precetti insegnino della castità, e numerosi esempli -di integrità virginale di un cotale splendore di celeste -luce risplendano), tom. -I, col. 517 A. Ognuno potrà osservare se quel <i>plurima</i> sia d'accordo -colla legge universale del celibato inerente al sacerdozio. -Su di che io non intendo di proferire alcuna opinione, ma unicamente -d'esporre i fatti imparzialmente come conviene alla storia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note228"> -<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>. </span>È buona cosa che l'uomo non tocchi la moglie; ciascuno -però abbia la propria moglie affine di evitare la fornicazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note229"> -<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>. </span>È duopo adunque che il vescovo sia irreprensibile, marito -di una sola donna, sobrio, prudente, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note230"> -<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>. </span>Nel sinodo di <i>Damaso I</i>, tenuto in Costantinopoli da centoquaranta -vescovi, al quale intervenne il beato <i>Ambrogio</i>, nacque -grandissima controversia tra i sacerdoti ammogliati da una parte -e i sacerdoti viventi senza moglie dall'altra, i quali sacerdoti senza -moglie dicevano che i sacerdoti ammogliati non potevano salvarsi. -Il sommo pontefice rimandò questa questione al beato <i>Ambrogio</i>, -il quale così parlò: La perfezione della vita non consiste nella -castità, ma nella carità, secondo quel detto dell'apostolo: Se io -parlassi colle lingue degli uomini e degli angeli, ec. Per questo la -legge concede ai sacerdoti di condurre sposa per una sola volta -una vergine, ma non accorda loro di reiterare il matrimonio. Se -poi, morta essendo la prima moglie, il sacerdote ne sposasse un'altra, -perde il sacerdozio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note231"> -<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>. </span>Tutti questi, benedicendo il beato <i>Ambrogio</i>, concedette loro -che di una sola moglie usare potessero; morta la quale, vedovi -anch'essi rimanessero in eterno. La quale consuetudine durò per -settecent'anni fino al tempo di <i>Alessandro</i> papa, cui la città di -Milano aveva data la culla.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note232"> -<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>. </span>Sant'Ambrogio ai sacerdoti della sua Chiesa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note233"> -<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>. </span>Tom. IV, pag. 7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note234"> -<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 3, cap. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note235"> -<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>. </span>Tom. IV, pag. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note236"> -<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>. </span>In questo tempo medesimo un grandissimo orrore invase il -clero ambrosiano..... il di cui principio e la di cui serie, essendo -la cosa tuttora presente agli occhi nostri, per quanto è in nostro -potere, narriamo..... Certo diacono, adunque, dei decumani, per -nome <i>Arialdo</i>, molto delicatamente nutrito presso il vescovo <i>Widone</i>, -e colmato di assai onori, mentre alio studio delle lettere -attendeva, severissimo interprete diventò della legge divina, contra -i soli cherici esercitando crudeli giudizi. Il quale, trovandosi -fornito di scarsa autorità, siccome nato di basso lignaggio, si avvisò -in prevenzione di associarsi <i>Landolfo</i>, come uomo più generoso, -a questo fatto idoneo, divenuto essendo seguace di un suo -favorito. <i>Landolfo</i> poi, dotato essendo di lingua e voce più spedita -ed eccessivamente avido del pubblico favore, all'istante capo -si fece della parola, usurpato avendo contra il costume della -Chiesa l'ufficio della predicazione. Questi, non essendo elevato per -alcun grado dell'ecclesiastica gerarchia, grave giogo imponeva alle -cervici dei sacerdoti, mentre soave è quello di Cristo e leggiero -il suo peso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note237"> -<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>. </span><i>Arnulph.</i>, lib. 3, cap. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note238"> -<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>. </span>Carissimi seniori, io non posso più oltre trattenere il discorso -che nel cuor mio ho conceputo. Non vogliate, signori miei, -non vogliate no sprezzare le parole di un giovine e di un imperito; -perciocchè spesso Iddio rivela al minore quello che al maggiore -ricusa. Ditemi: Credete in Dio trino ed uno? Rispondono -lutti: Crediamo. E soggiunse: Munite le fronti vostre del segno -della croce. E questo ancora fu fatto. Dopo di questo disse: Io -mi compiaccio della vostra devozione, ma a compassione mi muove -l'imminente grandissima perdizione. Perciocchè già da gran tempo -addietro non è conosciuto in questa città il Salvatore. Gran stagione -egli è che voi siete in errore, giacchè più non avete alcun -vestigio di verità; invece della luce palpate le tenebre, ciechi tutti -divenuti, poichè ciechi sono i vostri capi. Ma un cieco forse può -egli guidare un cieco; non cadono l'uno e l'altro nella fossa? Conciossiachè -abbondano in molti modi gli stupri; si sparge l'eresia -simoniaca nei sacerdoti e nei leviti e negli altri ministri de' sacri -riti; i quali, essendo nicolaiti e simoniaci, ben a ragione debbono -essere cacciati, e dai quali quind'innanzi, se salute sperate dal -Salvatore, dovete del tutto guardarvi, non venerando alcuno. Dei -loro uffizi, giacchè i sagrifizi loro sono la stessa cosa come lo -sterco canino, e le loro basiliche sono stalle di giumenti. Per la -qual cosa, riprovati quelli all'istante, si vendano al pubblico i -loro beni. Sia a tutti lecito il rapire i loro averi, qualora si trovassero -nella città o fuori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note239"> -<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>. </span><i>Arnulph.</i>, lib. 3, cap. 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note240"> -<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>. </span>Acremente avesse tuonato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note241"> -<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>. </span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 24.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note242"> -<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>. </span>La cosa essendo tuttora agli occhi nostri presente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note243"> -<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>. </span><i>Arialdo</i>, invasato da un certo zelo di superbia, il quale -poco prima accusato di certa nefandissima scelleratezza, e convinto -innanzi a <i>Guidone</i>, alla presenza di molti sacerdoti di questa -città, e in parte perchè i sacerdoti urbani non consentivano -che quelli di fuori della città entrassero togati, e non permettevano -che le chiese della città servissero se non come tonsurati, -cercava in qualunque modo l'occasione di potere, aizzando la -possa del popolo, allontanare tutti i sacerdoti dalle loro mogli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note244"> -<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note245"> -<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>. </span>Venendo in un giorno solenne alla chiesa (<i>Arialdo</i>) con turba -di popolo dalla piazza, tutti coloro che salmeggiavano con violenza -cacciò dal coro, inseguendoli per tutti gli angoli e nei loro alloggiamenti; -provvide quindi maliziosamente che si scrivesse il Pitacio -della conservazione della castità, ommesso il canone, estorto -dalle leggi mondane, al quale tutti i sacri ordini della diocesi ambrosiana, -a malgrado loro, soscrivono, opprimendoli egli stesso coi -laici. Intanto i predatori, oltre alcune case rovinate nella città, -visitavano la parrocchia, frugando nelle case dei cherici, col rapire -i loro averi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note246"> -<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note247"> -<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 3, cap. 5 et sequen.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note248"> -<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 19.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note249"> -<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>. </span><i>Arnulph.</i>, lib. 3, cap. 10 et sequen.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note250"> -<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>. </span><i>Idem</i>, lib. 3, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note251"> -<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note252"> -<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>. </span>Detto, tom. IV, pag. 24.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note253"> -<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>. </span>Tom. IV, pag. 24.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note254"> -<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>. </span><i>Leo Ostiens.</i>, lib. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note255"> -<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>. </span>Forse tu solo sopra di noi accendi la fiamma del popolo che, -impetuosa, aggirasi come il mare, e questo per cagione della esecrabile -patalia (<i>eresia de' patarini</i>) e di molti giuramenti viziosi -e detestabili?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note256"> -<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, lib. 3, cap. 7 <i>et sequen.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note257"> -<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>. </span>Mentre tu pensasti a commovere il giudizio di questa inudita -patalia, qualunque si fosse la tua intenzione, avresti dovuto -da prima con molti digiuni pigliare consiglio da qualche uomo religioso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note258"> -<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>. </span><i>Landulph.</i>, lib. 3, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note259"> -<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>. </span>Ma i nobili della città, dal cui valore i sacerdoti poco prima -erano difesi, da eccessiva ira e da sdegno commossi, uscivano altri -dalla città, altri aspettavano il tempo in cui ponessero fine a -quella procellosa calamità.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note260"> -<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>. </span><i>Landulph. Sen.</i>, loc. cit.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note261"> -<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>. </span>Col concorso di quasi tutti i cittadini, i quali volontieri ascoltavano -le sregolatezze dei cherici; altri aggravati dall'inopia o -dai debiti, e tutta la speme loro riponenti nella preda e nelle rapine, -nulla meno bramavano che la pace e la concordia della città.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note262"> -<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>. </span><i>Trist. Hist. Patr.</i>, lib. 6, pag. 131.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note263"> -<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>. </span>Per la fazione dei cherici, repentinamente si solleva mormorio -nel popolo. Dicesi, non dovere la chiesa ambrosiana soggiacere -alle romane leggi, nè al romano pontefice competere alcun -diritto di giudicare o di disporre le cose di quella sede. -Troppo indegno reputasi che quella Chiesa, la quale sempre fu -libera sotto i nostri progenitori, ora, per obbrobrio della nostra -confusione, ad altra Chiesa, il che non faccia il cielo, sia assoggettata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note264"> -<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note265"> -<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>. </span>Gonfiato quindi per il fasto della sua legazione, volle nelle -pubbliche funzioni essere preferito al nostro arcivescovo; ma il -popolo, sopportare non volendo che nella propria diocesi fosse -l'ambrosiana dignità violata, cominciò a fremere e a tumultuare -all'intorno. Spaventato da quel timore, l'Ostiense si ritrasse dal -suo proposito, ed ultimò i negozi urgenti, e varie pene, come -vendicatore, infliggeva a coloro che alcun delitto commesso avevano, -a norma della gravità del loro fallo; altri, accordando loro -una dilazione, ad altro giudizio riserbava. Finalmente, come nuovo -censore ed arbitro delle cose nostre, egli cangia le antiche consuetudini; -nuove leggi introduce; le conferma colle sue lettere e -co' suoi sigilli, e questa forza a soscrivere l'arcivescovo e gli ordinari -di Milano, minacciando di suscitare il popolo, qualora non -obbedissero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note266"> -<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>. </span><i>Tristan. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. VI, pag. 132.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note267"> -<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>. </span>Dodici scudi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note268"> -<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>. </span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note269"> -<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>. </span>Giulini, tom. IV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note270"> -<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>. </span>Oh Milanesi insensati! Chi vi ha affascinati? Ieri acclamaste -il primato di una sola sede; oggi confondete lo stato di tutta la -Chiesa; veramente mostrate di avere a schifo una pulce, ed un -cammello inghiottite. Forse queste cose meglio non disporrebbe il -vescovo vostro? Voi direte per avventura: veneranda è Roma nell'apostolo. -Lo è difatto; ma non è da disprezzarsi Milano in <i>Ambrogio</i>. -Che sì che queste cose non sono scritte senza motivo nei -Romani Annali, perciocchè dirassi in avvenire Milano assoggettata -a Roma.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note271"> -<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note272"> -<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>. </span>Ecco il vostro metropolitano, fuor dell'usato, viene in Roma -chiamato al sinodo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note273"> -<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note274"> -<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>. </span>Detto, tom. IV, pag. 47.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note275"> -<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>. </span>Il che fatto si dice con grandissima arte ed astuzia dal monaco -<i>Ildebrando</i>, il quale, oriundo di Soana, città dell'Etruria, -alla prontezza dell'ingegno riunita aveva non mediocre erudizione -delle sacre lettere; e tosto, per il suo gran merito, fu ammesso -nell'ordine de' cardinali, e più di tutti distinguendosi per il vigore -dell'animo, facilmente ottenne il primo luogo tra i sacerdoti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note276"> -<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>. </span><i>Tristan. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. VI, pag. 130.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note277"> -<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>. </span>A tutti i Milanesi, al clero ed al popolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note278"> -<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>. </span>Speriamo poi in quello che degnossi di nascere da una vergine, -che nel tempo del nostro ministero sarà esaltata la castità -santa de' cherici, e confusa la lussuria degli incontinenti con tutte -le altre eresie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note279"> -<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>. </span>Come però piacque all'Altissimo, scrutatore delle reni e dei -cuori, quello che lungo tempo meditato aveva su l'altrui lassitudine -ed inopia, si dolse della sua propria infermità; e, dopo di -avere per due anni languito per vizio del polmone, l'uso perdette -della voce, affinchè di quell'organo appunto mancasse, col quale -molti molestati aveva, dicendo la Scrittura che nelle parti colle -quali alcuno pecca, in quelle viene tormentato. Ma di lui si taccia, -affinchè non sembri che i morti vogliamo accusare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note280"> -<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>. </span><i>Arnulph.</i>, lib. 3, cap. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note281"> -<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>. </span>A <i>Landolfo</i>, cherico e di stirpe senatoria, e cospicuo per lo -splendore della perizia nelle lettere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note282"> -<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>. </span>Puricelli <i>De Sanctis Arialdo et Herlembaldo</i>, lib. IV, cap. 13.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note283"> -<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>. </span>Voi però, dilettissimi, membra mie, viscere dell'anima mia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note284"> -<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 69.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note285"> -<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>. </span>Detto, tom. IV, pag. 79.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note286"> -<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>. </span>Tom. IV, pag. 80.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note287"> -<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>. </span>Vano dice essere quel rito, non comunicato per alcuna -istituzione di Cristo o dei discepoli; usurpato soltanto dagli antichi -adoratori degli idoli, i quali nella primavera girare solevano -i campi in onore di <i>Bacco</i> e di <i>Cerere</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note288"> -<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>. </span><i>Tristan. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. VI, pag. 133.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note289"> -<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>. </span>Tom. IV, pag. 89.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note290"> -<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 91.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note291"> -<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>. </span>Frequentissime legazioni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note292"> -<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>. </span>Munite dei sigilli apostolici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note293"> -<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>. </span>Lib. 3, cap. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note294"> -<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 97.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note295"> -<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>. </span>Detto, tom. IV, pag. 131.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note296"> -<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 140.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note297"> -<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>. </span><i>Erlembaldo</i>, recando in mezzo certo <i>Attone</i>, mostrandosi -esso consenziente, innanzi a tutto il popolo adunato, colla sua -bocca illecitamente lo elesse. Questo vedendo la turba de' maggiori -e de' minori, tanto del partito suo, quanto di quello degli -avversari, che nuovamente giurata aveva fedeltà all'imperatore, -pigliate le armi, ed attaccata grande mischia, <i>Attone</i>, recentemente -eletto, con molte ferite e giuramenti costrinse a ricusare -irrevocabilmente l'arcivescovado.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note298"> -<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>. </span>Tom. IV, pag. 160.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note299"> -<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 189.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note300"> -<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>. </span>Detto, tom. pag. 192.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note301"> -<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>. </span>Lib. I, cap. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note302"> -<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>. </span>Nell'ora medesima, dopo questo insigne trofeo, tutti i cittadini -trionfali inni fanno risuonere ad onore di Dio e del loro protettore -Ambrogio, armati recandosi alla di lui chiesa. Il dì seguente, -insieme col clero, i laici nelle litanie e nelle divine lodi -portandosi di nuovo a Sant'<i>Ambrogio</i>, confessano a vicenda i loro -passati falli, ed essendo l'assoluzione accordata loro dai sacerdoti, -che pronti erano, il popolo tutto torna in pace alle proprie case. -In questo si vede il termine di quello scisma che per diciannove -anni sempre dalla stessa radice continuò a pullulare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note303"> -<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 197.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note304"> -<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>. </span>Muratori, <i>Anedoct.</i>, tom. I, pag. 246.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note305"> -<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 254.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note306"> -<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>. </span>Al reverendissimo e santissimo confratello.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note307"> -<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>. </span>Sembra al nostro discernimento che, secondo il tenore del -nostro comandamento,... tu faccia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note308"> -<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>. </span><i>Ivon.</i>, part. VI, cap. 405.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note309"> -<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 388.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note310"> -<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>. </span>Come leggiamo essere stato dai santi Padri stabilito, esecriamo -l'eresia simoniaca nelle sacre ordinazioni e nei benefizi ecclesiastici, -ed in ogni modo vogliamo radicalmente dalla Chiesa estirparla.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note311"> -<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>. </span>Stabiliamo ancora a norma delle istituzioni dei santi Padri, -e della forma della Chiesa primitiva, che ad alcuno dei cherici -non è lecito il possedere benefizi delle chiese, se, dopo di avere -rinunziato tutto il proprio, non vuole farsi discepolo di quello alla -di cui sorte sembra essere eletto. Se però alcuno vuole rimanere -di fuori, non gli togliamo il chericato, solamente gli vietiamo il -godere benefizi ecclesiastici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note312"> -<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>. </span>E perchè alcuni nella santa Chiesa, tanto cherici, quanto -laici, per successione paterna... l'arcidiaconato, o l'arcipresbiterato -o il cimiliarcato, o anche qualche parte dei benefizi spettanti agli -uffizi delle chiese, finora si sono sforzati di possedere: in questa -sacra adunanza è stato fissato e definito ad universale notizia che -se alcuno, mosso da questa nefanda cupidigia, tentasse ulteriormente -di possedere una chiesa e presumesse di ottenere per eredità -il santuario di Dio, secondo la voce profetica, soggiaccia al -vincolo dell'anatema, fintanto che ravveduto non si mostri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note313"> -<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>. </span>Paghi ogni anno nel mio annuale ai canonici e decumani a -custodi della stessa Chiesa che non abbiano moglie, e che all'annuale -intervengano, per ciascun canonico quattro denari, due ai -custodi e decumani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note314"> -<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>. </span>Se però alcuno di que' canonici fosse infermo, anche non -intervenendo egli a questi annuali, voglio che abbia questa benedizione, -e se alcuno fosse ammogliato, voglio che sia privato di -questa benedizione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note315"> -<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>. </span>Quest'asserzione è contraria a quella del conte Giulini, il quale, -sul testimonio d'una moneta pubblicata dal Muratori, in cui v'è -il nome solo <i>Mediolanum</i>, e dall'altra sant'Ambrogio, che l'incisore -ha rappresentato a testa nuda senza la mitra, ha argomentato -che appunto verso la metà del secolo duodecimo, essendosi inventato -l'ornamento vescovile della mitra, la moneta dovesse essere -anteriore a quell'epoca. Se quel dotto cavaliere (che cessò di vivere -il giorno 26 dicembre 1780, giorno in cui perdemmo il benemerito -nostro cronista, ed io in particolare un amico) riconoscesse -ora la moneta che conservo presso di me, vedrebbe l'inesattezza -di quell'incisore, poichè ella è posteriore all'introduzione -della mitra, che realmente è scolpita sul capo del santo arcivescovo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note316"> -<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>. </span><i>Tealdo</i>, detto arcivescovo milanese, e <i>Guiberto</i> ravennate, -i quali con inudita eresia e superbia si sono levati contra questa -santa chiesa cattolica, sospendiamo totalmente dall'ufficio episcopale -e sacerdotale, e sopra di essi rinnoviamo l'anatema già pronunciato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note317"> -<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 226.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note318"> -<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 423.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note319"> -<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>. </span>Sia fatto, sia fatto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note320"> -<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>. </span>Giulini, tom. V, pag. 260.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note321"> -<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>. </span>Giulini, tom. V, pag. 485.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note322"> -<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>. </span>Detto, tom. V, pag. 403.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note323"> -<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>. </span>I Pavesi e i Milanesi stabilirono e giurarono tra di loro patti -i quali ad alcuni sembrano essere stati troppo contrari alla maestà -imperatoria ed all'autorità apostolica; avendo que' cittadini -giurato tra di essi di conservare le persone loro e i loro beni -contra qualunque mortale nato o nascituro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note324"> -<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>. </span><i>Anselmo</i> di <i>Buis</i>, arcivescovo milanese, quasi ammonito per -autorità apostolica, studiossi di radunare dalle diverse parti un -esercito, col quale si impadronisse del regno babilonico, e con -questo avvisamento prevenne la scelta gioventù milanese, perchè -le croci assumesse e cantasse la canzone di <i>Ultreja, ultreja</i>. E -alla voce di quest'uomo prudente, uomini di qualunque condizione -per le città de' Longobardi, per le ville e per le castella, pigliarono -le croci e cantarono quella canzone di <i>Ultreja, ultreja</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note325"> -<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>. </span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note326"> -<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 430.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note327"> -<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>. </span>Contra la terra Coritiana, che è la patria dei Turchi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note328"> -<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>. </span>Alla voce di quest'uomo prudente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note329"> -<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>. </span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. V, p. 476.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note330"> -<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>. </span>Tu pure, col naso e le orecchie tronche per il nome di Cristo, -sei più lodevole, giacchè hai meritato di giugnere a quella -grazia che da tutti dee desiderarsi, e colla quale, perseverando -sino all'estremo, dai santi non differisci. Sminuita è veramente la -integrità del tuo corpo, ma l'uomo interno, che di giorno in giorno -si rinnova, ha ricevuto grande incremento di santità; più brutta -è la forma visibile, ma più bella è divenuta l'immagine di Dio, -che è la forma della giustizia. Laonde nella Cantica dei Cantici la -Chiesa si gloria col dire: Nera sono, o figliuole di Gerusalemme.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note331"> -<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>. </span>Martire di Cristo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note332"> -<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>. </span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 6.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note333"> -<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>. </span>Per donativo ricevuto dalla mano, per donativo ricevuto -dalla lingua, per donativo ricevuto dall'ossequio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note334"> -<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>. </span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note335"> -<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>. </span>La turba di <i>Grossolano</i>, battagliando contra il primicerio, -con un sasso uccise <i>Landolfo</i>, cherico dello stesso primicerio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note336"> -<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>. </span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note337"> -<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>. </span>Avanti l'introito della messa confessava di soffrire sete ardentissima, -e bevette una coppa piena di vino forastiero, e dopo -di questo partecipò alla mensa celeste.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note338"> -<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>. </span>Agnelli de sancto Georgio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note339"> -<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>. </span>Questo <i>Grossolano</i>, che trovasi sotto questa cappa, e non -dico già d'altri, è simoniaco per riguardo all'arcivescovado di -Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note340"> -<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>. </span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note341"> -<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>. </span>Va indietro, o Satana.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note342"> -<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>. </span>Dio, fammi salvo nel tuo nome, e liberami colla tua virtù.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note343"> -<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>. </span>La presenza dei vescovi suffraganei non accordò pieno favore -a quella legge e a quel trionfo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note344"> -<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>. </span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note345"> -<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>. </span>La moltitudine, trista per il caso avvenuto e per la ruina -di <i>Grossolano</i>, di là a pochi giorni, con iscandalo, portossi contra -quel prete e contra la di lui legge.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note346"> -<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>. </span>Un angelo mi si fece all'incontro dicendo: Il prete <i>Liprando</i>, -di ritorno dalla Valtellina, giace infermo nel monastero di Civate.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note347"> -<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>. </span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note348"> -<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 519.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note349"> -<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>. </span>Giulini, tom. IV, pag. 515.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note350"> -<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Molti d'oro e d'argento eletti vasi,</p> -<p class="i01">Con moneta copiosa, ogni cittade</p> -<p class="i01">Ad esso offrì: sol gli negò servigio,</p> -<p class="i01">Nè di rame gli diè pur un baiocco</p> -<p class="i01">La popolosa e nobile Milano».</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note351"> -<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>. </span><i>Rerum. Italic. Script.</i>, tom. IV, pag. 378.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note352"> -<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>. </span>Però <i>Ottone Visconti</i>, milanese, con molti combattenti per -lo stesso re, in quella strage cadde con morte che dolorosissima -riuscì a coloro che la città milanese e quella chiesa amavano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note353"> -<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>. </span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note354"> -<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>. </span>Gerusalemme liberata, canto I, stanza 53.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note355"> -<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>. </span>I Milanesi ancora, mentre questo imperatore per la via di -Verona incamminavasi nella Germania, colla spada e col fuoco e -con diversi strumenti, dai fondamenti distrussero Lodi, seconda -città della Lombardia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note356"> -<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>. </span><i>Landulph. Jun.</i>, cap. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note357"> -<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>. </span>Tom. I, part. 2, pag. 235.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note358"> -<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>. </span>Il giorno settimo delle calende di giugno dell'anno MCXI fu -la città di Lodi presa dai Milanesi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note359"> -<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>. </span>Nell'anno MCXI, il giorno settimo avanti le calende di giugno, -fu distrutta la città di Lodi, e giacque per anni XLVIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note360"> -<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>. </span>Ben a ragione il prudente lettore avrebbe desiderato maggiori -notizie intorno alla distruzione di Lodi; ma è duopo che -con meco passi oltre, giacchè, sebbene io abbia fatte diligenti ricerche, -alle mie mani non giunsero informazioni più copiose. Egli -è certo però che dure leggi e servitù disdorosa furono ai vinti -imposte; ed atterrati tutti gli altri edifizi e le mura della città, -appena lasciati furono ai miseri cittadini per loro abitazione quartieri -simili a quelli delle campagne e tuguri dei poveri; e fu reputato -grandissimo vantaggio che i vincitori lasciassero un quartiere -detto Piacentino, nel quale ogni otto dì si continuasse il solito -mercato; ma lecito non era il fare alcuna vendita, nè il contrarre -matrimonio, nè l'uscire in pubblico dopo il tramontare del sole, -nè l'uscire da certi confini, senza avere riportato l'assenso del -magistrato milanese; se alcuni tenuto avessero appena qualche -discorso segreto, sospetti tosto di nuove trame, puniti erano con -una multa in danaro, o percossi con bastonate; per le quali calamità -sdegnati moltissimi, vollero piuttosto recarsi in diversi luoghi -in esilio, ed in perpetuo vivere lontani dai patrii confini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note361"> -<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>. </span><i>Tristan. Calch. Mediol. Hist. Patr.</i>, lib. VII, pag. 149.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note362"> -<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>. </span>Giulini, tom. V, pag. 355.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note363"> -<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>. </span>Ai consoli, ai capitani, a tutta la milizia e a tutto il popolo -milanese. — Inclita città di Dio, conserva la libertà, affinchè tu -ritenga del pari la dignità del tuo nome, poichè fintanto che ti -sforzerai di resistere alle potenze nemiche della Chiesa, godrai -dell'aiuto di Cristo Signore, autore della vera libertà.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note364"> -<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>. </span><i>Martene, Collect. Veter. Scriptor. et monument.</i>, tom. I, -pag. 640.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note365"> -<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>. </span>Gli ordinari adunque, e i sacerdoti decumani, e tutti gli altri -che papa Innocenzo II favoreggiavano e insidie tendevano a codesto -arcivescovo, il danaro loro prodigarono, e lo diedero ad uomini -periti della legge e de' costumi, ed a guerrieri. Laonde lo -stesso arcivescovo forzato fu ad entrare in discorso col popolo, -affinchè colle persone da esso scomunicate, della scomunica contendesse. -E mentre egli attendeva saette, o <i>parole offensive</i> intorno -alla scomunica giusta o ingiusta, il primicerio Nazaro, uomo -di mirabile astuzia, con prolisso sermone generò la noia tra gli -uditori di quel discorso. L'arciprete Stefano però, che si cognominava -Guandeca, vedendo il primicerio suo tenere sì fastidioso -ragionamento, alzò la voce, e in questo modo prese a parlare contro -l'arcivescovo: Io ti dirò quello che costoro non ti dicono, cioè che -tu sei eretico, spergiuro, sacrilego e reo di altri delitti che non -debbono in questo luogo annoverarsi. Queste cose udite avendo -all'improvviso l'arcivescovo, stupito rimase. Quell'arciprete però, -avendo nelle mani il testo degli Evangeli, giurò che intorno alle -rose da esso asserite di quell'<i>Anselmo</i>, che dicevasi <i>della Pusterla</i>, -starebbe al giudizio del vescovo di Novara e di quello di -Alba, che erano tra i suffraganei della chiesa di Milano. I consoli -di Milano adunque, affine di conciliare le parti, stabilirono che -essi e gli altri suffraganei venissero. Per questo in un determinato -giorno, non solo i suffraganei concorsero, ma molti puramente vestiti -di rozza ed incolta lana, e col capo raso in modo insolito. E -vedendoli quell'arcivescovo congregati, e che al popolo sembravano -angioli venuti dal cielo, disse al popolo medesimo: Tutti -quelli che voi vedete in questo luogo con quelle cappe bianche -e grigie, tutti sono eretici. Quindi la plebe ignara ed i congiurati -suscitarono guerra, affine di cacciarlo e di deporlo. In quel giorno -però resistere non poterono alla spada di Anselmo. Ma verso -la metà della notte, sparso essendosi molto danaro, la truppa validissima -del primicerio e del prete Stefano, sul far del giorno, -lo stesso Anselmo cacciò dalla sede.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note366"> -<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>. </span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 41.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note367"> -<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>. </span>Il papa ebbe a sua disposizione un messaggiero tanto idoneo -a queste faccende, quanto lo fu Bernardo, abate di Chiaravalle.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note368"> -<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>. </span>Veramente, ad insinuazione di questo abate, tutti gli ornamenti -ecclesiastici, in oro, in argento, in vesti che nella chiesa -della città stessa vedevansi quasi da quell'abate guardati con disprezzo, -chiusi furono negli scrigni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note369"> -<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>. </span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 42.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note370"> -<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>. </span>Io domani monterò sul mio palafreno, e s'egli mi porterà -fuori delle vostre mura, non sarò per voi quello che voi chiedete; -e in questo modo da Milano partì.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note371"> -<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>. </span><i>Landulph. Junior.</i>, cap. 42.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note372"> -<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>. </span>Andando per la città, fecero a favor loro copiosa raccolta -d'oro, d'argento e di molt'altre cose.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note373"> -<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>. </span>Preso, mandollo a Roma, e colà, come suona la fama, quell'Anselmo, -nello stesso mese finì di vivere nelle mani di Pietro -Latro, ch'era il procuratore di Innocenzo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note374"> -<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>. </span>Giulini, tom. V, pag. 338.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note375"> -<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>. </span>Nella prima portata, polli freddi, gambe cotte col vino, e -carne porcina fredda; nella seconda, polli ripieni, carne vaccina -condita col pepe, e una piccola torta del laveggiuolo; nella terza, -polli arrostiti, lombetti col panico (<i>o con pane gratuggiato</i>), e -salami. -</p> - -<p> -— Sembrerà alquanto ardita questa traduzione, giacchè nè il -<i>Giulini</i>, nè il <i>Verri</i> non attentaronsi ad indicare cosa fossero -queste vivande. Io dubitai fin da principio che si dovesse leggere -<i>cambar de vino</i>, che si è scritto talvolta in luogo di <i>caneas</i>, come -che dicesse <i>canevette</i>, o botticelli. Ma osservo che si parla esclusivamente -di cibi, e le parole <i>gambas</i> e <i>gambonos</i> si trovano frequenti -nelle nostre carte antiche, indicanti quella parte che la -gamba propriamente detta congiunge al piede. La <i>piperata</i> io interpreto -<i>condimento col pepe</i>, appoggiato agli antichi scrittori, anzichè -<i>vaso da conservare il pepe</i>, come fa il <i>Du Cange</i>. Egli sotto -il nome di <i>panitium</i> intende il <i>panico</i>; io amo meglio in questo -luogo il <i>pane gratuggiato</i>. Hannovi poi molte ragioni per credere -che i nostri padri <i>porcellos plenos</i> nominassero i <i>salami</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note376"> -<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>. </span>Tom. V, pag. 473.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note377"> -<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>. </span>Sponsali di futuro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note378"> -<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>. </span>Se per titolo degli sponsali dato fosse anello, o corona o -cingolo o altra simile cosa, o vestito o manto o zendado, non seguendo -il matrimonio, la metà si restituisce, se nel frattempo è -stato dato un bacio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note379"> -<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Al re degli Angli, di Salerno tutta</p> -<p class="i01">Scrive la scuola, ec.».</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note380"> -<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>. </span><i>Argellat., Bibl. Script. Med.</i>, num. 916.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note381"> -<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>. </span>Venga in potere dell'abate dello stesso monastero di Sant'<i>Ambrogio</i>, -che ne' tempi avvenire in perpetuo sarà ordinato nello -stesso santo monastero... una cappella... che io ho di nuovo -edificata... in onore di san Michele e di san Pietro, consacrata -dal signor <i>Ariberto</i> arcivescovo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note382"> -<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>. </span>Giulini, tom. III, pag. 216.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note383"> -<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>. </span>L'edizione di cui mi servo è quella di Pietro Perna, in Basilea, -1569.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note384"> -<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>. </span>Pag. 186.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note385"> -<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>. </span>Per di lui comando, e parimente per insinuazione del divo -<i>Federico</i> imperatore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note386"> -<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>. </span>Pag. 260.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note387"> -<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>. </span><i>Murena, in Rer. Italic. Script.</i>, tom. VI, pag. 957.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note388"> -<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>. </span>Tra le altre città di quel popolo stesso ora tiene il primato... -non solo per la sua grandezza e per l'abbondanza di uomini forti, -ma ancora per ciò che due città vicine, poste nel territorio medesimo, -cioè Como e Lodi, ha aggiunte al suo dominio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note389"> -<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>. </span><i>Otto Frisingens., De Gestis Federici</i>, lib. 2, cap. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note390"> -<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>. </span>Distrutta Tortona, i Pavesi, affinchè glorioso trionfo ci apprestassaro -dopo la vittoria, alla città ci invitarono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note391"> -<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>. </span>I consoli ed il popolo milanese ai consoli tortonesi e a tutto -il popolo salute. — Crediamo essere noto a tutto il romano imperio, -che la vostra città, la quale del rimanente con piena confidenza -nostra appelleremo contra il diritto e spietatamente quasi -del tutto con ingiustizia distrutta, da noi audacemente e con virile -animo è stata ristorata, e col sudore vicendevole di tutti i -nostri, circondata di mura nuovamente costrutte. Tre insegne cittadinesche -adunque a voi mandiamo a perenne memoria della cosa. -Una tromba cioè di bronzo, colla quale il popolo sia convocato ad -assemblea, il che significa l'incremento della vostra popolazione. -Un vessillo bianco colla croce del Signor nostro Gesù Cristo, distinta -nel mezzo con colore rosso, il che significa che dalle mani -dei nemici, dopo molte e grande angoscie, voi siete stati liberati; -e in questo abbiamo voluto che rappresentati fossero il sole e la -luna. Il sole indica Milano, la luna Tortona; e come la luna tragge -il suo lume dal sole, tutto il suo essere Tortona tragge da Milano. -Questi sono i due luminari del mondo, questi i due regni. Mandiamo -un suggello, col quale si segnino le vostre carte, il quale -contiene due città, Milano e Tortona, indicando che Milano e Tortona -sono per tal modo unite, che separare non si possono giammai. -Correva l'anno di Cristo 1155, allorchè la città diroccata fu -riedificata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note392"> -<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 52.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note393"> -<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>. </span>Muratori, <i>Dissert. Med. Æv.</i>, dissert. II, tom. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note394"> -<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>. </span>Lib. I, cap. 33.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note395"> -<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>. </span>I Milanesi però, siccome uomini amanti delle guerre e valorosi, -la città loro di grandi fossi circondarono, e all'imperatore -audacemente e con animo virile vollero resistere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note396"> -<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>. </span><i>Anonimi Chronicum Bohemicum</i>, nella raccolta <i>Scriptores -Rerum Germanicarum</i> del Menckenio, tom. III, col. 1707, Radevic., -lib. I, cap. 25. — <i>Vincentii canonici Pragensis Chroniscon, -in tomo I. Monum. Hist. Boemiae, a P. Gelasio Dobner, edita -Prague penes Clauser</i>, 1764, pag. 551.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note397"> -<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>. </span><i>Radevic.</i>, lib. I, cap. 32.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note398"> -<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>. </span><i>Monumenta Historica Boemiae a P. Gelasio Dobner</i>, <i>edita -Praga</i>, 1754, pag. 57.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note399"> -<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>. </span>Stavano armati sulle mura, senza fare alcuno strepito, e dubitossi, -se il veder giugnere il principe a tutti avesse insinuato -quel rispetto e la disciplina di quel silenzio, o pure incusso timore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note400"> -<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>. </span>Divise essendo, come già si è detto, tra i comandanti dell'esercito -le porte della città, ciascuno di essi si diede a gara ad -affrettare i preparativi ed a munire il campo con pertiche, pali -ed altri mezzi di difesa, onde prevenire le improvvise scorrerie -de' nemici. Nè già credevansi che una città così grande potesse -essere assalita con <i>vigne</i>, torri, arieti e macelline guerresche di -altro genere. Ma temevano piuttosto, che, stanchi per lungo assedio, -costretti fossero ad arrendersi, o pure di essere superati, -se, fidandosi pel loro numero, fatta avessero qualche sortita.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note401"> -<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>. </span><i>Radevic.</i>, lib. I, cap. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note402"> -<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>. </span>Intanto i soldati di Milano uscivano dalla città, e agli scudieri -dell'esercito toglievano i cavalli, e tanti ne acquistarono, che -un cavallo vendevasi per quattro soldi di terzuoli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note403"> -<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>. </span>Aperte le porte ed usciti cogli uomini più valorosi, sgominate -le guardie, scorrono fino ai campi degli eroi suddetti, combattono, -feriscono. Gli Alemanni, allorchè si avvidero che i nemici -giugnevano, colpiti all'istante da quel movimento inopinato ed improvviso, -l'uno dopo l'altro cominciarono a tremare ed a tumultuare; -poscia l'un l'altro chiamavansi a vicenda, si esortavano: pigliavano -le armi, ricevevano gli assalitori, respingevano i più arditi: -udivansi grida mescolate con esortazioni, strepito d'armi, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note404"> -<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>. </span><i>Radevic.</i>, lib. I, cap. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note405"> -<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>. </span>Tom. I, pag. 56.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note406"> -<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>. </span>Verso l'ora del vespro... si attacca battaglia dall'una e dall'altra -parte; si uccidono fortissimi guerrieri, nè questi nè quelli -vincono. Vedendo però il suddetto principe che da sè solo sostenersi -non poteva, molti avvisi manda al re di Boemia, richiedendolo -di soccorso colla sua milizia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note407"> -<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>. </span>I Milanesi, per la libertà pugnando, valorosissimamente resistono -agli avversari loro; dall'una e dall'altra parte cadono fortissimi -soldati. Dura la battaglia dall'ora del vespro sino al crepuscolo. -I Milanesi finalmente, essendo moltissimi di essi perduti o -presi, resistere non potendo all'urto de' Boemi, entro le mura si -ritraggono, ed i Boemi vincitori, uccidendoli, gli inseguono sino -alle porte medesime. Intanto la notte mette fine alla pugna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note408"> -<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>. </span>I Milanesi veramente, i macchinamenti de' nostri prevedendo, -ignominioso reputavano, se, pari essendo o anche maggiori di numero, -con minore coraggio agli assalitori si opponessero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note409"> -<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>. </span><i>Radev.</i>, lib. I, cap. 36.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note410"> -<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>. </span>Lib. 1, cap. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note411"> -<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>. </span>Ma dubitossi se dal timore o dal rispetto dell'imperatore -trattenuti fossero dal non far scorrerie nè pure alla porta, ove la -milizia del principe piantato aveva l'assedio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note412"> -<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>. </span><i>Radev.</i> Lib. I, cap. 38.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note413"> -<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>. </span>Lib. I, cap. 40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note414"> -<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>. </span>Il fetore de' cadaveri dall'una e dell'altra parte intollerabilmente -molestava gli eserciti, cosicchè moltissimi già affetti erano -da gravissime infermità.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note415"> -<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>. </span><i>Monumen. Hist. Boemiae a P. Gelasio Dobner collecta</i>, -tomo I, pag. 59.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note416"> -<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>. </span>Autore di questa trattativa si disse <i>Guido</i> conte di Biandrate, -uomo prudente, buon parlatore ed atto a persuadere. Essendo -questi cittadino naturale in Milano, in quella occasione erasi -condotto con tale prudenza e moderazione, che al tempo stesso, -cosa in quel cimento difficilissima, e caro riuscì alla corte, e non -generò alcun sospetto ne' cittadini suoi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note417"> -<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>. </span><i>Radevic.</i>, lib. I. cap. 40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note418"> -<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 151.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note419"> -<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>. </span>Detto, tom. VI, pag. 70.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note420"> -<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>. </span>Vicende di Milano, pag. 93.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note421"> -<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>. </span><i>Goldast., Statut. et Rescript. Imperialia</i>, pag. 55; — <i>et Radevic.</i>, -lib. I, cap. 41, pag. 286. <i>Edit. Basileae</i>, 1569.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note422"> -<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>. </span>Maravigliarsi egli della prudenza dei Latini, i quali, gloriandosi -principalmente della scienza delle leggi, trovavansi poi in gravissima -trasgressione della legge; e mentre tenacissimi seguaci si -vantavano della giustizia, i tanti affamati e sitibondi l'ingiustizia -loro evidentemente mostravano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note423"> -<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>. </span>I Milanesi chiama a consiglio, e ad essi chiede come fedeli -mantenere si debba le città dell'Italia; i quali gli danno il consiglio -che suoi podestà, per mezzo de' suoi nunzi, costituisca coloro -che nelle città d'Italia riconosce ad esso fedeli... Il quale consiglio -l'imperatore lodando, fino a tempo opportuno, chiuso nel suo -cuore lo mantenne.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note424"> -<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>. </span>Rispondono, non potere essi farlo in alcun modo; promettevano -tuttavia di fare interamente tutto quello che contenevasi -nel privilegio dell'imperatore, che io <i>Vincenzo</i> scritto aveva per -parte dell'imperatore e del re di Boemia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note425"> -<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>. </span>Cioè che essi medesimi elegessero i consoli che volessero, ed -eletti li presentassero all'imperatore, o al di lui nunzio, affinchè -giurassero all'imperatore stesso fedeltà. All'opposto i nunzi dell'imperatore -rispondono, avere essi dato in Roncaglia all'imperatore -il consiglio che, per mezzo de' suoi nunzi, nelle città della -Lombardia stabilisca i podestà; onde anch'essi facciano uso di -questo avvisamento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note426"> -<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>. </span>Veggasi il citato <i>Dobner</i>, tom. I, pag. 61 e 62.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note427"> -<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>. </span>Nelle loro sortite tentarono o d'incendiare le macchine, o di -distruggere le torri, o di ferire mortalmente alcuni dei nostri; nè -fuvvi alcun genere di audacia o di ostinazione che essi, ignari delle -cose future, ommettessero; e mentre già abbattuta reputavasi la -loro superbia, tumidi gloriavansi delle commesse sceleratezze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note428"> -<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>. </span><i>Radevic.</i>, lib. 2, cap. 45.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note429"> -<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>. </span>Comanda adunque che vendetta si faccia dei loro prigionieri, -e ordina che appiccati siano alle mura.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note430"> -<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>. </span>Il popolo però, contumace, troppo ansioso di rendere la pariglia, -trasse esso pure in egual modo al supplizio alcuni dei nostri, -che prigionieri trovavansi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note431"> -<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>. </span>Ordina che si conducono gli ostaggi loro al numero di quaranta, -affinchè sieno appiccati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note432"> -<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>. </span>Allora intanto conduconsi prigionieri sei militi tra i nobili -milanesi, i quali erano stati trovati in luogo, ove coi Piacentini -perfidi ragionamenti tenevano... Perciocchè, come sopra si -è detto, anche allora Piacenza al principe aderiva con finta devozione -e simolata obbedienza.... Questi adunque.... ordina che -condotti sieno al supplizio, e lo stesso fine ebbero essi della vita, -che già toccato era ai primi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note433"> -<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>. </span><i>Radevic.</i>, lib. 2, cap 46.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note434"> -<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>. </span>Per impulso del serenissimo imperatore Federico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note435"> -<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>. </span>Lib. 2, pag. 260.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note436"> -<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>. </span>E già a ruina della città moltissime macchine si appressavano, -e già le torri elevate ad altissima mole cominciavano ad attaccarsi. -Coloro allora con grandissima forza e pertinacia si diedero -a resistere e ad allontanare le torri dalle mura, e coi loro -strumenti e con validi colpi di pietre, a sconcertare le macchine -nostre. Credendo però il principe di potere domare i feroci loro -animi, ordinò che ai loro guerreschi ordigni (che ora nominati -sono mangani, e che al numero di nove nella città trovavansi), si -opponessero i loro ostaggi medesimi, alle macchine nostre legati. -I sediziosi, cosa incognita presso i barbari, e cosa orrenda a dirsi, -e che a udirsi sembrerà incredibile, le torri con colpi non meno -frequenti percuotevano; nè punto li commoveva la compassione -del sangue e dell'età, nè la comunanza dei vincoli naturali. E in -questo modo alcuni fanciulli, colpiti dalle pietre, miseramente perirono. -Altri, più miseramente ancora vivi rimanendo, pendenti -attendevano quella crudelissima strage e l'orrore di asprissima calamità. -Oh sceleratezza!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note437"> -<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>. </span>Lib. 2, cap. 47.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note438"> -<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>. </span>Usciti essendo dallo stesso castello circa ventimila uomini di -diverse condizioni, fu quello dato alle fiamme, e ne fu permesso -ai soldati il saccheggio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note439"> -<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>. </span>Lib. II, cap. 42.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note440"> -<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>. </span>Pag. 327.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note441"> -<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>. </span><i>Federigo</i>, per grazia di Dio imperatore de' Romani e sempre -augusto. Crediamo che la prudenza vostra sia informata che un dono -così grande della divina grazia, a lode e gloria del nome di Cristo, -tanto evidentemente conferito al nostro onore, non può rimanere -occulto o nascondersi come cosa privata. Il che noi significhiamo -all'amor vostro ed al vostro desiderio, affinchè possiamo tenervi, -siccome carissimi e fedeli, così ancora partecipi dell'onore e della -gioia nostra. Imperocchè il dì seguente alla festa della Conversione -di <i>san Paolo</i>, Dio ci accordò compiuta vittoria di Crema, e così -gloriosamente di essa abbiam trionfato, che appena a que' miseri -abitanti concedemmo la vita. Conciossiachè le leggi tanto divine -quanto umane attestano che propria del principe è la somma clemenza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note442"> -<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>. </span>Vicende di Milano con Federico I, imperatore, pag. 55.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note443"> -<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>. </span>Per ciascuna parrocchia della città elette furono due persone, -e tre di queste da ciascuna porta, delle quali una io fui, affinchè, -secondo l'arbitrio loro si vendessero le vettovaglie e il vino e le -mercatanzie, e il danaro si dêsse a prestito, il che ridondò a ruina -della città.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note444"> -<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>. </span><i>Hist. Rer. Laudens. Rer. Italic. Script.</i>, tom. XI, col. 1094.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note445"> -<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>. </span>Tutti afflitti erano dalla fame e dall'inopia; il marito, snudando -la spada, assaliva la moglie, il suocero la nuora, il fratello -l'altro fratello, il padre il figliuolo, perchè frodati dicevansi del -pane, e dappertutto udivansi discordie domestiche e private contese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note446"> -<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>. </span><i>Trist. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. 10, pag. 209.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note447"> -<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>. </span>Appianiamo le fosse, dirocchiamo le mura, distruggiamo tutte -le torri, e tutta la città traggiamo a ruina ed a desolazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note448"> -<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>. </span><i>In Dacherii Spicil.</i>, tom. V. — <i>Pagi, Crit. Baron. ad annum</i> -1162, num. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note449"> -<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>. </span>Poscia le mura della città e le fosse e le torri furono a poco -a poco distrutte, e così tutta la città di giorno in giorno venne -sempre ridotta a ruina e a desolazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note450"> -<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>. </span>Il popolo viene espulso dalla città: il muro tutto all'intorno -atterrato: gli edifizi sono spianati al suolo, eccettuati i templi dei -santi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note451"> -<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>. </span><i>Pistor. Nidan., Rer. German. Script., Ratisponae</i>, 1751, -tom. I, pag. 678.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note452"> -<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>. </span>I Milanesi, spinti dall'assedio, dalla fame, dall'inopia, dalla discordia, -per mezzo di ambasciatori chieggono dall'imperatore misericordia.... -l'imperatore, che proposto erasi di farli perire con -diversi supplizi, a terrore degli altri, accordando loro la vita e concedendo -che seco portassero quanto potevano delle cose necessarie, -li disperse nelle province in modo che facoltà non avessero di -rientrare nella città; quindi comandò che i suoi soldati nella città -entrassero, e si distruggessero le mura, le torri, gli alti e superbi -palazzi, e tutti gli edifizi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note453"> -<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>. </span>Nella stessa raccolta del Pistorio, tom. I, pag. 914.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note454"> -<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>. </span>I Milanesi, stretti già da quattro anni d'assedio dal re e dall'esercito -italico e teutonico, dopo molte illustri imprese di militare -audacia, finalmente, attediati dalle calamità e dall'inedia, -piuttosto che vinti dalla forza delle armi, supplichevoli stendono -le mani all'imperatore, sè stessi e tutte le cose loro cedendo al regio -potere. Ricevuti adunque alla dedizione gli ottimati e il popolo, -il re, colle aquile vincitrici e con grande concorso di popolo, entrò -verso la domenica delle Palme, e, conceduto avendo ai cittadini -la vita e il possedimento di tutte le loro suppellettili, per di -lui ordine si spianano le fortificazioni, le mura, le torri e qualunque -luogo munito; gli altri edifizi, eccettuata la chiesa matrice e -le altre chiese, vengono dalla vorace fiamma consunti, e quella -città opulentissima... si spiana sino al suolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note455"> -<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>. </span>I Milanesi, dopo l'eccidio della loro città, in vigore di editto -imperiale, quattro borghi nei quattro diversi punti fabbricarono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note456"> -<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>. </span><i>Manckenius, Scriptores Rer. Germanicar.</i>, Lipsiae, 1730, -tomo III, columnis 220 e 222.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note457"> -<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>. </span>Le mura della città abbatte e tutto spiana al suolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note458"> -<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>. </span>Nella citata raccolta del Menckenio, allo stesso volume, colonna -1708.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note459"> -<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>. </span>I Milanesi però, non potendo resistere ad impeto così grande, -stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da diverse -perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli -amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto -della Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore; -ad essi così si risponde dai principi: che in alcuna guisa non -potranno ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non -abbiano nelle mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano. -E per consiglio dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e, -sedendo l'imperatore sul suo tribunale coi suoi principi, portando -innanzi ad esso le chiavi di tutte le porte milanesi, alla presenza -di esso e di tanti principi, co' piedi nudi si prostrano a terra. Per -comando dell'imperatore sono avvertiti di levarsi in piedi; e tra -essi <i>Aluchero</i> di Vimercate così comincia a parlare: Peccammo, -ingiustamente facemmo, perciocchè contra l'imperatore de' Romani, -signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo il nostro fallo, -chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla vostra imperiale -maestà; le chiavi della città nostra, città antica, alla imperiale -maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile e -supplichevole preghiera chiediamo che abbiate pietà di città così -grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di -Dio, di <i>sant'Ambrogio</i> e di que' santi che dentro vi riposano, e -che l'imperiale pietà si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati. -L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle -porte dei Milanesi riceve, e così ad essi risponde: Che siccome noto -si rendette per le quattro parti del mondo, che contra il signor -imperatore, padrone della terra, presunsero essi di muovere le -armi, così per le quattro parti del mondo nota debb'essere la loro -pena. Per le quattro parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente, -all'Aquilone ed all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il -suo danaro: la città di Milano si renda in potere dell'imperatore. -Questo udendo, i Milanesi si arrendono al volere suo, e, benchè a -malgrado loro, obbediscono al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono -nelle quattro parti predette, all'Oriente, all'Occidente, -all'Aquilone ed all'Austro; Milano cedono al potere del signor imperatore. -L'imperatore, riunita avendo la milizia dei Teutonici, dei -Pavesi, dei Cremonesi e degli altri Longobardi, siede in Milano sul -suo tribunale, e chiede consiglio di quello che si debba di così -grande città. Al che si risponde dai Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani, -dai Comaschi e dalle altre città: Il calice gustino pur essi -che diedero a bere alle altre città. Distrussero Lodi e Como, città -imperiali; ai distrugga ancora la loro Milano. Udito avendo questo -l'imperatore, per loro consiglio pronunziata avendo contro Milano -quella sentenza, uscì fuora alla campagna. Primieramente il signor -<i>Teobaldo</i>, fratello del signor re <i>Ladislao</i>, poi i Pavesi, i Cremonesi, -i Lodigiani, i Comaschi ed altri delle altre città, più presto -di quello che si farebbe a dirsi, il fuoco appiccano da ogni parte -in Milano, mentre l'imperatore co' suoi eserciti ne rimane spettatore. -Così Milano, città antica, città imperiale, da diverse calamità -desolata, viene distrutta. L'imperatore poi, rovinata essendo -Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale potere, perciocchè -tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo egli nelle città -italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia del suo esercito -verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano intorno al ducato -della Puglia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note460"> -<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>. </span><i>Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita -a P. Dobner collecta</i>, tom. I, pag. 71 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note461"> -<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>. </span>Vicende di Milano con Federico I, pag. 100, 104 e 106.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note462"> -<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>. </span>Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note463"> -<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag 317.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note464"> -<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>. </span>Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta -non fosse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note465"> -<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>. </span><i>Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script.</i>, tom. VI, <i>colum.</i> 1105.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note466"> -<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>. </span>Da prima incendiò tutte le case; poscia anche le case medesime -distrusse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note467"> -<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>. </span>Sire Raul, <i>De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor.</i>, -tom. IV, <i>colum.</i> 1187.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note468"> -<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 264.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note469"> -<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 230.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note470"> -<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>. </span>Il pianto e il lutto degli uomini e delle donne, e principalmente -degli uomini infermi e delle femmine sopraparto, e dei fanciulli -che uscivano, e i propri lari abbandonavano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note471"> -<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>. </span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. VI, <i>colum.</i> 1187.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note472"> -<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 233.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note473"> -<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>. </span>Dopo la distruzione di Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note474"> -<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 292. — Vicende di Milano, pag. 80.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note475"> -<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 307, 309 e 328.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note476"> -<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>. </span>Affinchè non fossero dai fondamenti rovesciate, come Milano, -che era stata il fiore dell'Italia, se ribelli all'imperatore si facessero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note477"> -<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>. </span>Vicende di Milano, pag. 97. — Giulini, tom. VI, pag. 338.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note478"> -<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>. </span><i>Federico</i> Imperatore, con un esercito quasi innumerabile -di Alemanni, assediò Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note479"> -<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>. </span><i>Nidan. Pistor., Rer. Germanicar. Script.</i>, tom. 2, pag. 531.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note480"> -<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>. </span>I Milanesi spontaneamente fecero dedizione di sè stessi e delle -cose loro all'imperatore, il quale, senza alcuna clemenza, Milano -distrusse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note481"> -<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>. </span><i>Rer. Boicarum Scriptores, collegit Andreas Felix Oefelius</i>, -tom. II, pag. 334.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note482"> -<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 339.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note483"> -<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>. </span>Oh quanto clamore, quanto timore, quanto lutto per quattro -settimane si mantenne nei borghi, specialmente nel borgo di -Noxeda e di Vigentino! Alcuno non vi aveva che osasse coricarsi nel -letto. Perciocchè ogni giorno dicevasi: Ecco i Pavesi che vengono -ad incendiare i borghi!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note484"> -<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>. </span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. VI, <i>columnia</i> 1191.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note485"> -<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>. </span>Tom. VI, pag. 395 e seguenti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note486"> -<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>. </span>Formaronsi insieme in un solo corpo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note487"> -<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag 156.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note488"> -<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>. </span>Vi abitava una turba di ladroncelli, di rapitori, di servi fuggitivi -dai loro padroni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note489"> -<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>. </span><i>Rer. Ger. Script, ex Biblioth. Marquardi Freheri excerpti -a Gotthelffio Struvio</i>, tom. I, p. 342. <i>Edit. Tertia, Argentorati.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note490"> -<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>. </span>Con grande costanza da ciascuna parte spingevansi le cose della -guerra; alcuni talvolta di questi o di quelli erano fatti prigioni, -altri uccisi ed anche impiccati. L'imperatore però certa cosa fece -degna di lode. Perciocchè condotti essendo al di lui cospetto tre -dei prigionieri, comandò che loro fossero cavati gli occhi. Accecati i -due primi, al terzo, degli altri più giovane, domandò perchè ribelle -egli fosse all'imperio; ma quello disse: Non contra di te, o -Cesare, nè contra il tuo imperio io oprai; ma un padrone avendo -nella città, obbedii ai di lui comandamenti, e con fedeltà lo servii; -che se egli teco contro i suoi cittadini pugnare volesse, ancora -lo servirei con eguale fedeltà. Dalle quali parole allettato -l'imperatore, accordata avendo ad esso la conservazione degli occhi, -comandò che i suoi compagni accecati nella città riconducesse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note491"> -<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>. </span><i>Struvius</i>, loc. cit.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note492"> -<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>. </span>Cosa degna di lode.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note493"> -<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>. </span>Cinse d'assedio Alessandria, città che viene detta fortissima, -non per il giro delle mura, ma per la situazione del luogo, e con -un campo fortificato grande oltre credenza, nel quale un fiume -vicino derivarono; trovaronsi ancora in essa uomini valorosi in -gran numero, pronti a resistere con coraggio, cosicchè l'imperatore -non così presto, come voluto avrebbe, riuscì ad espugnare -la piazza, ma con molta fatica e grande strage de' suoi, nell'intervallo -ancora di alcuni anni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note494"> -<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>. </span>Dobner, <i>Monumenta historica Bohemiae</i>, tom. I, pag. 86.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note495"> -<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>. </span>All'imperatore Federico, ottenuta da esso la pace, tutto quello -vogliamo fare che fecero gli antecessori nostri, dal tempo della -morte del secondo Enrico imperatore, agli antecessori suoi, senza -violenza nè timore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note496"> -<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>. </span><i>Antiquit. Med. Æv.</i>, tom. IV, pag. 277.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note497"> -<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>. </span>I Lombardi sono nell'una e nell'altra milizia diligentemente -istruiti; perciocchè sono valorosi in guerra, e nell'arte di parlare -al popolo maravigliosamente eruditi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note498"> -<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 483.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note499"> -<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>. </span>Mantengono l'eleganza del latino parlare e la urbanità dei -costumi. Nella ordinazione ancora delle città e nella conservazione -della repubblica imitatori sono altresì dell'accortezza degli antichi -Romani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note500"> -<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>. </span><i>De Gestis Federici</i>, lib. I, cap. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note501"> -<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>. </span>Giulini, tom. V, pag. 110.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note502"> -<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>. </span>Detto, tom. II, pag. 122.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note503"> -<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>. </span><i>Liutprand.</i>, lib. V, cap. 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note504"> -<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>. </span>Giulini, tom. VI, pag. 438.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note505"> -<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>. </span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. II, pag. 28.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note506"> -<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>. </span>Per ciascun carro di legne un pezzo riceveva, uno per ciascuna -sporta di pesci, uno per qualunque fornata di pane.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note507"> -<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>. </span><i>Manipul. flor.</i>, cap. 146.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note508"> -<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>. </span>Giulini, tom. II, pag. 243.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note509"> -<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>. </span>Detto, tom. IV, pag. 247.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note510"> -<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>. </span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. IV, pag. 277.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note511"> -<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>. </span>Le quali, secondo il computo del conte Giulini, equivalgono -a undicimila e duecento zecchini correnti, somma ben tenue, ripartita -sopra venticinque città, quante componevano la lega, dappoichè -vi si compresero Pavia e Como.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note512"> -<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 6.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note513"> -<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>. </span><i>Monum. Bas. Ambr.</i>, n. 587.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note514"> -<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>. </span>Tutti i diritti regali che l'imperio ha nell'arcivescovado milanese, -o sia nei comitati del Seprio, della Martesana, della Bulgaria, -di Recco, ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note515"> -<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 20, 21 e 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note516"> -<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>. </span>Nel termine che i consoli di Milano col Consiglio di credenza -ci indicheranno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note517"> -<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>. </span>Concedette piena giurisdizione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note518"> -<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>. </span>Tom. VII, pag. 24.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note519"> -<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>. </span>Più di centocinquanta cavalli carichi d'oro, d'argento, di -sciamiti e di manti, e di pelli grigie e di vaio, e di altre cose -preziose.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note520"> -<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 32.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note521"> -<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>. </span><i>Dissert. Med. Æv.</i>, tom. IV, pag. 731.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note522"> -<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>. </span>Sì grande timore tutti coloro che rimasti erano, invaso aveva, -per la grandiosità delle sue gesta, che tutti ultroneamente -accorrevano, e ciascuno coll'ossequio studiavasi di ottenere la grazia -della sua famigliarità. Perciocchè dai legati di Verona può -comprendersi quanto timore agli Italiani incusso avesse la memoria -dei di lui fatti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note523"> -<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>. </span><i>Otto Frisin.</i>, lib. 2, cap. 27, pag. 256. <i>Edit. Basileae</i>, 1569.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note524"> -<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>. </span>Trascorrendo il territorio del vescovado che si chiama Uratislavia, -passò nel vescovado posnaniense, e tutta quella terra -egli pure devastò col ferro e col fuoco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note525"> -<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>. </span><i>Radevich.</i>, lib. I, cap. 3, pag. 262.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note526"> -<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>. </span>Duro è certamente che dipendere debba dall'altrui arbitrio -l'animo di uno scrittore, siccome privo della facoltà d'istituire -egli stesso un esame.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note527"> -<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>. </span>Pag. 235.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note528"> -<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>. </span>Mentre con essi trattavamo di comperarlo, ed essi ce lo ricusavano, -il nobilissimo loro castello, cioè Rosate, che cinquecento -soldati aveva, facemmo prendere ed incendiare... Poi tre loro castelli -fortissimi, cioè Minima, Gailarda e Treca (<i>Trecate</i>) distruggemmo; -e celebrato avendo con grandissima giocondità la natività -del Signore.... distruggemmo poscia Caira, villa grandissima e -molto bene fortificata, e la città d'Asti con incendio devastammo... -Di là siamo venuti a Spoleto, e perchè ribelle era... la pigliammo -colla forza, col ferro cioè e col fuoco, e riportate avendo spoglie -infinite e molte altre consumate col fuoco, la rovesciammo dai -fondamenti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note529"> -<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>. </span><i>De Gestis Federici Primi, Cesaris Augusti, Basileae</i>, 1559, -pag. 186.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note530"> -<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>. </span>La città si abbandona al saccheggio, e pria che si potessero -portar via le cose che giovar possono all'uso degli uomini, appiccatovi -da alcuno il fuoco, si consuma. I cittadini che avean potuto -sottrarsi al ferro ed alle fiamme, la vita soltanto conservando, -nel vicino monte seminudi, si riducono... Nel dì seguente, perciocchè -dall'abbruciamento dei cadaveri l'aere tutto corrotto generava -intollerabile fetore, trasferì l'esercito nei luoghi più vicini... -finchè le spoglie sopravanzate all'incendio ad uso servirono, -non già de' miseri Spoletani, ma dell'esercito.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note531"> -<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>. </span>Otto Frising., lib. 2, cap. 23, pag. 252.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note532"> -<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>. </span>Chiunque di essi preso fosse, il supplizio doveva aspettarsi -del patibolo che innanzi alla piazza vedevasi eretto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note533"> -<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>. </span>Pag. 244.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note534"> -<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>. </span>La città da prima fu data al saccheggio, poi rovinata ed -incendiata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note535"> -<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>. </span>Pag. 247.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note536"> -<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>. </span>Quasi tutti quei prigionieri che incatenati tenevansi, erano dell'ordine -equestre. Essendo adunque i suddetti presentati al principe -e condannati al supplizio delle forche, uno di essi disse: -Ascolta, o nobilissimo imperatore, la condizione di un uomo sfortunatissimo. -lo sono Gallo di nazione, non Lombardo, e sebbene -povero, di stato cavaliere, libero di condizione, ec. Questo solo -il glorioso imperatore ordinò che tra tutti esente fosse dalla sentenza -di morte; imponendogli questo solo per pena che, posto il -laccio al collo di ciascuno, col supplizio delle forche i suoi compagni -facesse perire. E così fu fatto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note537"> -<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>. </span>Affinchè a tutti i passaggeri presentassero documento della -loro temerità, sulla strada medesima furono posti in mucchio, ed -erano, come si narra, cinquecento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note538"> -<p><span class="label"><a href="#tag538">538</a>. </span><i>Otto Frising.</i>, lib. 2, cap. 25.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note539"> -<p><span class="label"><a href="#tag539">539</a>. </span>Il re <i>Federico</i>, raccolta avendo grande quantità di principi -e di altri soldati, ed aggiunti al suo séguito <i>Enrico</i>, duca di Sassonia, -e <i>Federico</i> figliuolo del re <i>Corrado</i>, ed altri principi, incamminossi -con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa -<i>Adriano</i>, affinchè Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo -però giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti -la città stessa di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi, -riguardandolo come di loro diritto, il passaggio vietano ad -esso cd ai suoi seguaci, dicendo che Cesare non era egli ancora, -ma re, e che per questo, come era di loro diritto, doveva egli -pagare ad essi il danaro, se di là passare voleva a Roma, che qualora -ricevuto lo avessero già consacrato Cesare, gli avrebbero in -quella occasione, e non già prima, renduti gli onori dovuti a Cesare. -Queste cose udendo, <i>Federico</i> reprime lo sdegno, e, dissimulandolo, -dà loro di buone parole, promette il danaro che essi domandano, -e come di questo data avesse sicurtà, passa per Verona col -suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella città le truppe -reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano il dovuto -danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei primari e -più nobili cittadini, con numeroso séguito di altri nobili, mandano -al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando -con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso -danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti -trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E -siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina, -e con testimonianza lo provava, per questo, come più nobile, ordinò -che sospeso fosse a più alto patibolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note540"> -<p><span class="label"><a href="#tag540">540</a>. </span>Dobner, tom. 1, pag. 43.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note541"> -<p><span class="label"><a href="#tag541">541</a>. </span>Giulini, tom. VII, dalla pag. 137 alla pag. 147.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note542"> -<p><span class="label"><a href="#tag542">542</a>. </span>Detto, tom. VII, pag. 144.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note543"> -<p><span class="label"><a href="#tag543">543</a>. </span>Commesso fu ad <i>Anselmo di Terzago</i>, che provvedere dovesse -secondo il suo giudizio intorno al reggimento della città, ed -egli elesse due consoli che per un anno la reggessero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note544"> -<p><span class="label"><a href="#tag544">544</a>. </span><i>Flamma Chronic. MS.</i>, cap. 963.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note545"> -<p><span class="label"><a href="#tag545">545</a>. </span>Ad alcuno non fosse interdetto l'uso de' suoi beni, se non -giudicata la causa ed approvata dal comune, dal podestà di Milano, -o dai rettori della comunità, siccome le leggi richieggono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note546"> -<p><span class="label"><a href="#tag546">546</a>. </span>Corio, pag. 59 dell'edizione in foglio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note547"> -<p><span class="label"><a href="#tag547">547</a>. </span>Dico, comando e stabilisco che in perpetuo debba fermamente -osservarsi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note548"> -<p><span class="label"><a href="#tag548">548</a>. </span>Non possiamo ancora dimenticarci che voi, pacificato essendo -di già l'imperio, che lungamente era stato turbato, ci dirigeste -legati tanto discreti e tanto onesti, coi vostri donativi, che -noi, come era convenevole, ricevemmo sotto quella grazia e devozione -colla quale sempre vi abbiamo riguardati, e sempre cari -vi terremo; i vostri donativi altresì tanto più grati ci riuscirono, -quanto che noi sapevamo che quelli trasmessi erano per effetto -di pura amorevolezza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note549"> -<p><span class="label"><a href="#tag549">549</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 227.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note550"> -<p><span class="label"><a href="#tag550">550</a>. </span>Balut., tom. II, pag. 662.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note551"> -<p><span class="label"><a href="#tag551">551</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 334.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note552"> -<p><span class="label"><a href="#tag552">552</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 483.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note553"> -<p><span class="label"><a href="#tag553">553</a>. </span>Fu scolpito in marmo sedente sopra un cavallo, il che fu -reputato grande vituperio. Questi il primo fu a fare imprigionare -gli eretici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note554"> -<p><span class="label"><a href="#tag554">554</a>. </span>Nuove leggi promulgate furono contra gli eretici, dei quali -moltiplici erano le sette e con nomi stranissimi distinte; perciocchè, -oltre i Patareni, dei quali ho fatto già menzione parlando di -Arnolfo, nominavansi i Catari, i Carani, i Concorezii, i Fursici, i -Vanii, gli Speronisti, i Carantani, i Romolarii; e questa peste non -meno attaccavasi alle femmine, che agli uomini. Fu all'uno e all'altro -sesso vietata questa superstizione, minacciandosi pena capitale -e distruzione delle case a coloro che in essa perseverassero, -o i colpevoli nelle case loro ricevessero, o in altro modo gli aiutassero. -E nell'anno seguente, correndo il mese di gennaio, <i>Goffredo</i>, -cardinale di San Marco, legato pontificio, entrato in Milano, -stabilì per legge (di comune consenso tuttavia dell'arcivescovo, -degli ordinari e del popolo), che il pretore di pena capitale -punisse entro dieci giorni coloro che dannati fossero per giudizio -ecclesiastico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note555"> -<p><span class="label"><a href="#tag555">555</a>. </span><i>Tristan. Calch. Hist. Patr.</i>, lib. 8, pag. 269.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note556"> -<p><span class="label"><a href="#tag556">556</a>. </span>Corio, parte seconda, foglio 72.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note557"> -<p><span class="label"><a href="#tag557">557</a>. </span>Stabilito avendo lo inquisitore, distrusse le eresie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note558"> -<p><span class="label"><a href="#tag558">558</a>. </span>Nazarian., cap. 109, pag. 561.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note559"> -<p><span class="label"><a href="#tag559">559</a>. </span>Corio, all'anno 1252.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note560"> -<p><span class="label"><a href="#tag560">560</a>. </span><i>Diss. Med. Æev.</i>, tom. V, pag. 92 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note561"> -<p><span class="label"><a href="#tag561">561</a>. </span>La trista vita di un prelato nuoce al suddito ed anche a -quello che è consacrato a Dio. — Nella chiesa di Dio non debbono -esservi cattivi sacerdoti e diaconi. — I preti cattivi non possono -esercitare il loro ministero. — La Chiesa non dee possedere alcuna -cosa se non se in comune. — Alcun tristo non può essere vescovo. — Non -è lecito ad alcuno lo ammazzare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note562"> -<p><span class="label"><a href="#tag562">562</a>. </span>Muratori, <i>Diss. Med. Æv.</i>, tom. V, pag. 95.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note563"> -<p><span class="label"><a href="#tag563">563</a>. </span><i>Marten. Veter. Script. et Monum. Collect.</i>, pag. 1051.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note564"> -<p><span class="label"><a href="#tag564">564</a>. </span>Perciocchè in questo noi richiamiamo il costume degli antichi -Cesari, ai quali, per le illustri azioni sostenute colle vittoriose -insegne, il senato ed il popolo romano i trionfi e le lauree aggiudicava; -al che col presente esempio della nostra serenità, secondo -i voti vostri, da lungi prepariamo la via, mentre, vinta avendo -Milano, il carro di quella città, capo certamente della fazione dell'Italia, -a voi destiniamo, come la preda e le spoglie dei nemici -vinti, e la caparra vi mandiamo avanti delle nostre grandi azioni -e della gloria vostra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note565"> -<p><span class="label"><a href="#tag565">565</a>. </span><i>Marten. Collect. Veter. Monum.</i>, tom. II, pag. 1190.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note566"> -<p><span class="label"><a href="#tag566">566</a>. </span>Città, capo della fazione dell'Italia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note567"> -<p><span class="label"><a href="#tag567">567</a>. </span>Attualmente si legge l'iscrizione incisa di quel tempo in -caratteri semigotici, e sta in Roma nel muro della scala che conduce -ai signori Conservatori del popolo romano in Campidoglio, e -dice: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Cesaris Augusti Federici, Roma, Secundi</i></p> -<p class="i02"> <i>Dona tene, currum, perpes in urbe decus.</i></p> -<p class="i01"><i>Hic Mediolani captus de strage, triumphos</i></p> -<p class="i02"> <i>Cesaris ut referat, inclita preda venit.</i></p> -<p class="i01"><i>Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem</i></p> -<p class="i02"> <i>Mietitur: hunc urbis mietere jussit amor.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note568"> -<p><span class="label"><a href="#tag568">568</a>. </span>Dell'ordine dei frati minori, i quali, non solo armati di spade -e muniti di elmo, presentavano una falsa apparenza di soldati, -ma anche insistendo colla predicazione, i Milanesi ed altri ancora, -purchè la persona nostra o quelle de' seguaci nostri offendessero, -da tutti i peccati assolvevano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note569"> -<p><span class="label"><a href="#tag569">569</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 534.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note570"> -<p><span class="label"><a href="#tag570">570</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> «Duce e tutor del popolo d'Ambrogio,</p> -<p class="i02"> Di giustizia vigor, luce de' grandi,</p> -<p class="i02"> Arca tu di saper, sommo dell'alma</p> -<p class="i02"> Madre Chiesa campion, eccelso fiore</p> -<p class="i02"> Di tutta quest'amabile regione;</p> -<p class="i02"> Al tuo cader d'Italia impallidisce</p> -<p class="i02"> Lo splendor tutto! Ahi, che l'aiuto nostro</p> -<p class="i02"> Della Torre Pagan, n'andò tra l'ombre!</p> -<p class="i01">MCCXLI, il dì VI di gennaio, morì il detto signor Pagano</p> -<p class="i02"> della Torre, podestà del popolo di Milano».</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note571"> -<p><span class="label"><a href="#tag571">571</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 431.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note572"> -<p><span class="label"><a href="#tag572">572</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 128.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note573"> -<p><span class="label"><a href="#tag573">573</a>. </span>Al minuto alla maniera della taverna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note574"> -<p><span class="label"><a href="#tag574">574</a>. </span>Tom. VII, pag. 462.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note575"> -<p><span class="label"><a href="#tag575">575</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 420.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note576"> -<p><span class="label"><a href="#tag576">576</a>. </span>Detto, tom. VII, pag. 423.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note577"> -<p><span class="label"><a href="#tag577">577</a>. </span>In nome del signor nostro Gesù Cristo. Nell'anno della natività -del medesimo mille dugentoquarantacinque, il giorno di venerdì, -terzo di novembre, indizione quarta. Essendo che il signor -Uberto di Vialata, podestà di Milano, e <i>Guido di Casate, Guido -di Mandello, Filippo della Torre, Giovanni della Torre, Guglielmo -di Soresina, Probino Ingoardo, Rezardo di Villa, Giustamonte -Cicata, Lampugnano Marcellino, Burro dei Burri, -Artusio Marinone, Guglielmo di Lampugnano, Anselmo di Lampugnano, -Anselmo di Terzago, Rosate della Croce, Landolfo -Crivello, Negro Grasso, Guizzardo Morigia, Mollone Becano, -Caruzano Morone, Amerato Mainerio</i> e <i>Buonincontro Incino,</i> -consiglieri, e segretari, e sapienti del comune di Milano, con -molta istanza pregando, instarono presso il signor <i>Ardico di Soresina,</i> -arciprete di Monza, e i canonici ed il capitolo di questa -chiesa, ed anche col signor <i>G. di Montelongo</i>, legato della Sede -apostolica, affinchè concedessero e prestassero allo stesso podestà -e ai consiglieri, e sapienti, o sia al comune di Milano, qualche -parte del tesoro di quella chiesa da darsi in pegno, per il danaro -necessariamente occorrente al comune di Milano, che in altro -modo non può trovarsi nè ottenersi; come espressamente asserivano; -e che quella chiesa volevano mantenere indenne; e fare sollecitamente -restituire quel tesoro: alle di cui preghiere e a quelle -di questo signor legato soprascritto, i signori arciprete e canonici -umilmente accondiscendendo, per l'onore e vantaggio del comune -di Milano, presente e volente questo signor legato, offerirono, -concedettero a questi podestà e consiglieri e sapienti ed al comune -un calice d'oro del tesoro della chiesa Monzese del peso di once -centosette, colle orecchiette e coll'ornamento di molte pietre preziose. -E perciò il predetto signor <i>Uberto di Vialata</i>, podestà di -Milano, e questi consiglieri, e segretari, e sapienti, data essendo -loro licenza e facoltà e autorità dal consiglio dei quattrocento, e -dei trecento, e dei cento nuovo e vecchio, come dicevano, riformato -(scritto nel libro del comune di Milano l'atto di fare la infrascritta -obbligazione, e tutte le cose infrascritte) promisero, e -diedero sicurtà, e tutti i beni loro e i beni del comune di Milano -tutti e ciascuno di essi solidamente obbligarono in pegno al detto -signor <i>Arderico di Soresina</i>, arciprete di Monza, accettante in suo -nome, e in nome della Chiesa, e di tutto il capitolo di Monza, e -di ciascuno dei canonici di detta Chiesa; che esigeranno, renderanno -e daranno senza alcuna diminuzione, liberamente e assolutamente, -di qui al natale prossimo, a questo signor arciprete ed -ai canonici, o sia al capitolo, il soprascritto calice d'oro, ornato -con gemme e pietre preziose. A tutte spese e danni di essi e del -comune di Milano, e senza alcun danno o spesa dei detti arciprete -e canonici e della Chiesa. E rinunziarono alla eccezione del -calice non ricevuto, e ad ogni altra eccezione colla quale potessero -in alcun modo premunirsi e difendersi, e massime che non -potessero dire essersi obbligati per lo comune o per le cose del -comune, ma sieno tenuti in modo che possano essere citati in -solido, anche dopo finito e deposto il loro ufficio e la facoltà e -l'autorità loro, come se tutte le predette cose fossero pervenute -in potere di ciascuno di essi. E rinunziarono al beneficio della -nuova costituzione e della lettera del Divo <i>Adriano</i> e di qualunque -altro aiuto col quale in alcun modo potessero difendersi per -mezzo dell'uso, e della legge, e dello statuto, e di qualunque -ordinamento fatto o che farsi in avvenire potesse o si facesse; -ma in qualunque tempo possano con effetto essere convenuti, -non ostanti alcune ferie nè le loro dilazioni fatte o da farsi. E -promisero come sopra il detto podestà, e questi consiglieri, e sapienti, -che nè il podestà, nè alcuno de' predetti darà in alcun -modo, nè con alcun sotterfugio, anche consenzienti questi arciprete -e canonici, alcuna altra cosa in luogo di quel calice, fuori -del predetto calice; ma daranno lo stesso calice speciale, intero, -con tutte le sue pietre e gemme senza alcuna diminuzione. Ed -ivi il detto signore <i>G. di Montelungo</i>, legato della Sede apostolica, -coll'autorità della sua legazione e per volontà dello stesso -podestà e dei segretari, e consiglieri, e sapienti predetti, essi tutti -e il consiglio comunale, dal termine infrascritto in avanti, assoggettò -e sottopose al vincolo della scomunica adesso per allora, se -le cose predette come sopra mantenute non fossero per quel termine; -eccettuato il podestà predetto. Alla osservanza delle quali -cose e maggiore loro confermazione i predetti segretari, e consiglieri, -e sapienti sopranominati giurarono corporalmente, toccando -i sacrosanti Evangeli, tutte le cose sopranotate, e di osservare e -fare, e fare osservare dal comune di Milano ciascuna delle cose -predette. Fatto nei campi d'Albairate, nell'esercito contra <i>Federigo</i>, -una volta imperatore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note578"> -<p><span class="label"><a href="#tag578">578</a>. </span>Tom. VII, pag. 502.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note579"> -<p><span class="label"><a href="#tag579">579</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 30 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note580"> -<p><span class="label"><a href="#tag580">580</a>. </span><i>Bullar. Francescan.</i>, tom. II, pag. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note581"> -<p><span class="label"><a href="#tag581">581</a>. </span>Sormani, Storia degli Umiliati, cap. 10, pag. 99.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note582"> -<p><span class="label"><a href="#tag582">582</a>. </span><i>Bullar. Dominican.</i>, tom. I, pag. 244.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note583"> -<p><span class="label"><a href="#tag583">583</a>. </span>Dal consiglio dei quattrocento e dei trecento e dei cento, -nuovo e vecchio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note584"> -<p><span class="label"><a href="#tag584">584</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 256.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note585"> -<p><span class="label"><a href="#tag585">585</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note586"> -<p><span class="label"><a href="#tag586">586</a>. </span>Detto, tom. VIII, pag. 28.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note587"> -<p><span class="label"><a href="#tag587">587</a>. </span>Tom. VIII, pag. 145 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note588"> -<p><span class="label"><a href="#tag588">588</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 174.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note589"> -<p><span class="label"><a href="#tag589">589</a>. </span>Seicento forche preparansi, alla vista delle quali si ritirarono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note590"> -<p><span class="label"><a href="#tag590">590</a>. </span><i>Manip. flor. ad an. 1260.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note591"> -<p><span class="label"><a href="#tag591">591</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 186.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note592"> -<p><span class="label"><a href="#tag592">592</a>. </span>Detto, tom. VIII, pag. 191.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note593"> -<p><span class="label"><a href="#tag593">593</a>. </span>Tom. VIII, pag. 192, 219, 236 e 249.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note594"> -<p><span class="label"><a href="#tag594">594</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 247.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note595"> -<p><span class="label"><a href="#tag595">595</a>. </span>Corio a quell'anno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note596"> -<p><span class="label"><a href="#tag596">596</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 134.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note597"> -<p><span class="label"><a href="#tag597">597</a>. </span>Detto, tom. VIII, pag. 247 e 286.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note598"> -<p><span class="label"><a href="#tag598">598</a>. </span>Sotto l'interdetto dei divini uffizi rimasta era la città di Milano -per la contesa colla quale la famiglia dei Maravigli sembrava -ingiustamente opprimere il priore di Pontida.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note599"> -<p><span class="label"><a href="#tag599">599</a>. </span><i>Calch. Hist. Patr.</i>, lib. 17, pag. 376.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note600"> -<p><span class="label"><a href="#tag600">600</a>. </span>Tom. VIII, pag. 334 e 335.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note601"> -<p><span class="label"><a href="#tag601">601</a>. </span>Il Castel Seprio si distrugga, e distrutto si mantenga in perpetuo, -nè alcuno ardisca presumere di abitare su quel monte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note602"> -<p><span class="label"><a href="#tag602">602</a>. </span>Siccome in tutte le cose sembrava entrare il sospetto, dubitava -altresì che nuove trame nelle adunanze si macchinassero, -e per questo comandò che coorti armate giorno e notte la città -girassero, e provvedessero che riunione non si facesse tra i cittadini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note603"> -<p><span class="label"><a href="#tag603">603</a>. </span><i>Calch. Hist. Patr.</i>, lib. 17, pag. 385.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note604"> -<p><span class="label"><a href="#tag604">604</a>. </span>Avendo però il predetto Matteo Magno Visconti ottenuto il -dominio di Milano, nello stesso primo reggimento molto virtuosamente -si condusse; perciocchè professò per tal modo la castità e -la onestà, che tutta la di lui corte composta sembrava di uomini -religiosi. Le messe con grandissima devozione ascoltava. I sacerdoti -vestiva colle sue proprie mani. In tutta la quaresima faceva -che i domestici suoi e tutti i suoi famigliari si confessassero, altrimente -con severità li puniva. I nobili di Milano volontieri ascoltava, -e ai loro consigli non resisteva. I beni del comune conservava, -nulla per sè riteneva. Non versò mai il sangue di alcuno. I -dominii dei borghi e delle ville tra i nobili divideva; ogn'anno -però i dominii di questi cambiava, onde tutti i nobili all'amor -suo invitava. Fu ancora robustissimo della persona ed agile assai; -colle mani spezzava un ferro di cavallo; e molt'altre cose faceva -degne di commendazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note605"> -<p><span class="label"><a href="#tag605">605</a>. </span>Ad onore del Signor nostro Gesù Cristo e della gloriosa Vergine -Maria, sua madre, e del beato Ambrogio, confessore nostro, -e dei beati Vincenzo, Agnese, Dionisio, e di tutti i santi, e della -Santa Madre Chiesa, e del sommo pontefice, e del signor re dei -Romani, ed a conservazione dello Stato del venerabile padre signor -Ottone, arcivescovo della santa chiesa milanese, e al buono, tranquillo -e pacifico stato del popolo e del comune di Milano e di tutti -gli amici, ed alla morte e distruzione del marchese di Monferrato, -e di tutti i di lui seguaci, voi, signor capitano, giurerete di reggere -il popolo di Milano da oggi in avanti, per anni cinque prossimi -venturi, in buona fede, senza frode, e che custodirete e manterrete -lo stesso popolo.... e gli statuti... e se questi mancassero, -osserverete le leggi romane.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note606"> -<p><span class="label"><a href="#tag606">606</a>. </span><i>Vedi</i> Corio all'anno 1288.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note607"> -<p><span class="label"><a href="#tag607">607</a>. </span>La morte e la distruzione del marchese del Monferrato e di -tutti i di lui seguaci.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note608"> -<p><span class="label"><a href="#tag608">608</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 435.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note609"> -<p><span class="label"><a href="#tag609">609</a>. </span>Corio all'anno 1308, e Villani, storia, lib. 8, cap. 61.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note610"> -<p><span class="label"><a href="#tag610">610</a>. </span>Il che, chiarissimi cittadini, significa che, siccome col ferro -e con ferrei strumenti si domano tutti gli altri metalli, così, per -salutare consiglio, non che per insigne valore dell'armi italiche e -principalmente de' Milanesi, domare dee l'imperatore tutte le altre -nazioni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note611"> -<p><span class="label"><a href="#tag611">611</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 478.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note612"> -<p><span class="label"><a href="#tag612">612</a>. </span><i>Med. Æv.</i>, tom. IV, col. 632, B.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note613"> -<p><span class="label"><a href="#tag613">613</a>. </span><i>Med. Æv.</i>, tom. 2, pag. 595.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note614"> -<p><span class="label"><a href="#tag614">614</a>. </span>Giulini, tom. VIII, pag. 631.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note615"> -<p><span class="label"><a href="#tag615">615</a>. </span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XII, <i>colum.</i> 1099, B.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note616"> -<p><span class="label"><a href="#tag616">616</a>. </span><i>Ibidem</i>, tom. XI, col. 231, C.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note617"> -<p><span class="label"><a href="#tag617">617</a>. </span><i>Ibid.</i>, tom. IX, col. 1242, B.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 1, by Pietro Verri - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 1 *** - -***** This file should be named 60497-h.htm or 60497-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/4/9/60497/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. -To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 -and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. - - -Section 3. 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Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official -page at http://pglaf.org - -For additional contact information: - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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